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Bambini che si uccidono: cosa dobbiamo comprendere?

Articolo inviato al blog

di: mcc43

Non verrà evidenziato nelle cronache dei nostri giornali il suicidio di tre bambini algerini, nemmeno se non ci fossero a tenere banco l’articolo 18, l’attentato di Torino e l’eccidio di Tolosa.  Forse non se ne parlerebbe granché nemmeno se fossero italiani. Il disagio dei bambini è argomento per quando c’è penuria di altre notizie, ma non dovrebbe essere il più traumatizzante degli eventi?

E’ una tragedia che nasce nell’animo di esseri condizionati bio-psicologicamente a crescere, se così si può dire, tuttavia vogliono morire e mettono in pratica l’intenzione senza che l’ambiente percepisca segnali anticipatori.  Ambiente, certo, perché hanno cura di mascherarsi agli occhi di chi è più vicino. Ma si può soffrire a tal punto senza che insegnanti, compagni di scuola e di gioco, vicini di casa, parentela allargata abbiano sentore che qualcosa non va bene? Anzi, va malissimo per loro? Se fosse proprio questa loro invisibilità una ragione di disperazione?

Si chiamavano Sadek, Zidane e Muhammad.  Sono stati ritrovati impiccati, tra domenica 18 e lunedì, chi nella sua cameretta, chi in luoghi pubblici. Frequentavano la scuola elementare, quarta e quinta classe; uno era in prima media.

Vivevano in comuni non molto distanti  in Cabilia, una regione a nord dell’Algeria popolata prevalentemente da Berberi. Gente che parla il proprio dialetto e ha una storia di ribellioni genuine contro l’immobilismo e la repressione del regime; nel 2001 chiedevano misure contro le discriminazioni, la corruzione, il degrado della qualità della vita, la restaurazione delle libertà individuali e collettive. Ma…

[Karim Metref  Nemmeno la classe politica convenzionale, la stampa e gli intellettuali accolgono molto bene questo movimento. È visto con diffidenza, accusato di arcaismo, gli intellettuali vedono di cattivo occhio che i contadini si mettano a dirigere la politica, i partiti si sentono minacciati e derubati del loro vivaio di consensi… A livello internazionale nessuno ne sente parlare. L’Algeria è riserva di caccia della stampa francese e questa fa assolutamente finta di non vedere niente. Circa centomila manifestanti si radunano nel cuore di Parigi, ben due volte, ma nessuna tv ci spende un mezzo minuto, i giornali respingono la notizia in fondo, in mezzo agli “chiens écrasés”, come si chiamano in francese gli argomenti di cronaca.di minore interesse. Le multinazionali dell’esagono volevano la loro parte di petrolio algerino e non potevano lasciare che un pugno di montanari testardi rovini loro la partita così facilmente.

Non ricordano, questi Cabili, un po’ i nostri Valsusini? Ignorati, tranne quando agiscono in un modo che possa esserci riferito con biasimo.

E’ da un articolo di EL Watan che ho appreso i particolari della notizia: lo strazio delle famiglie, la costernazione  tra i concittadini,  l’angoscia dell’inspiegabilità del gesto accentuata dalla contemporaneità. La descrizione di ragazzi come tanti, tuttavia, per me che non conosco nulla del luogo, rivestono estremo interesse i commenti in calce all’articolo. Due in particolare, molto diversi perché diverso è il vissuto degli scriventi, un berbero e una francese.

tamazight   le 21.03.12 | 11h0 — c’est l’école qu’il faut revoir! 

Dopo l’indipendenza si è fatta la scelta ideologica di insegnare una lingua araba prefabbricata, un mostro senza substrato culturale, che non offre alcuna prospettiva per esercitare una professione.  I bambini sono stretti nella tenaglia di questa scuola e il desiderio dei genitori di un  loro successo scolastico.  Posso testimoniare, ho sei figli, i primi nati quando ancora non c’era l’ondipendenza  sono riusciti bene sia a scuola che nella professione. Il quinto, vittima delle riforme scolastiche si è fermato al diploma e l’ultimo, sebbene intelligente, non si è mai famigliarizzato con l’arabizzazione totale della scuola primaria e ha subito uno scacco totale. Sono fortunati quelli che possono mandare i figli all’estero o a una scuola privata; possiamo ben vedere che i figli degli emigranti  in Francia, pur restando legati alla cultura di origine, se la cavano bene con gli studi e non conoscono il fenomeno dei suicidi.

Sembra di capire, quindi, che in Cabilia si parla il dialetto in famiglia o nella propria città, si è abituati alla lingua francese per gli eventi culturali, e l’arabo è a tutti gli effetti la lingua “straniera”, soprattutto se, come sembra di capire, in una forma standardizzata che cancella le specificità che essa assume in ogni paese arabo. Plausibile che nei piccoli che iniziano la scuola questo costituisca una doppia sfida da fronteggiare.

laurabrett   le 21.03.12 | 10h56 — le jeu du foulard 

Non sarà piuttosto il gioco del foulard, come da noi in Francia ?

Il gioco del foulard è uno strangolamento volontario il cui obiettivo è vivere un’esperienza, conoscere sensazioni nuove. Questo gioco all’apparenza anodino (indefinito o calmante del dolore) può avere conseguenze molto gravi fino alla morte in una deriva solitaria. Dopo averlo sperimentato in gruppo, magari durante la ricreazione scolastica, il ragazzo può essere tentato di rifare l’esperienza usando un qualsiasi mezzo di costrizione. Il rischio allora diventa maggiore perché la perdita di conoscenza nel caso di uno strangolamento prolungato impedisce di chiedere aiuto. E’ un fenomeno che riguarda soprattutto bambini e adolescenti dai 4 ai 20 anni. La forma primaria di questo gioco è “la tomate”  nella quale i bambini giocano a trattenere il respiro più a lungo possibile, il che può egualmente provocare una sincope. Certuni diventano perfino dipendenti da questi giochi.

Qui la lingua francese, e ciò che essa permette di condividere, risulta un  veicolo di imitazione di mode. Condividono, quindi, i bambini di  realtà tanto diverse, il bisogno di esperienze straordinarie, quasi che ciò che dà quotidianamente la vita fosse già insignificante?

Non ero al corrente di questo fenomeno e non avrei mai supposto una tale diffusione. Esiste in Francia un’organizzazione di genitori, Apeas,  e nel suo sito web – questo è il link all’italiano  http://www.jeudufoulard.com/html-it/fram_it.html -  aiuta a capire  questo gioco pericoloso, a intuirne i segnali, a conoscere i gravi  postumi di questa pratica, anche quando non abbia esito mortale.

§§§

Nel mondo cresce il numero di bambini che rifiutano di vivere.

L’OMS, World Health Organization , nell’ambito dello studio sulla prevenzione del suicidio espone dati agghiaccianti. Ogni anno quasi un milione di casi, un tasso di mortalità “globale” di 16 su 100.000,  una morte ogni 40 secondi, più che raddoppiato negli ultimi 45 anni.

E’ la seconda principale causa di morte nella fascia di età 10-24 anni e, mentre i più a rischio erano sempre stati gli anziani di sesso maschile, ora  la percentuale tra igiovani è aumentata a tal punto da farne il gruppo a più alto rischio in un terzo dei paesi,  sia sviluppati sia nei in via di sviluppo.

Poichè non è un argomento messo in evidenza dai media, non c’è una generale consapevolezza di quanto è grave il problema tra i bambini. Ma i dati rendono facile rispondere alla domanda: un ragazzo oggi corre maggior rischio di morte per propria mano o per una di quelle malattie che sorgono e svaniscono dai titoli in poche settimane,  di volta in volta accusando  polli,  maiali, o broccoli,  e che mettono in agitazione le mamme?

Non aprendo gli occhi, il fenomeno è destinato a persistere, non solo per la mancanza di prevenzione, comprensione e misure di sostegno, ma perché sarà, esso stesso, la spia di una generale condizione di sofferenza umana.

Viviamo un’illusoria possibilità di scegliere, indotta dalla moltitudine di oggetti, stili, mode a disposizione, che ha atrofizzato la capacità di autodeterminarsi, scegliere realmente ciò che corrisponde ai propri bisogni e capacità. Adulti che vivono una vita di illusione, con le conseguenti cadute nella delusione e insoddisfazione, hanno maggiore difficoltà a comprendere i bisogni dei bambini.

E’ solo una proiezione dell’adulto, ormai prima di tutto autoidentificatosi come consumatore, ritenere che essi abbiano bisogno di oggetti anziché di materiali per creare, di scuole costose anziché di insegnanti  consapevoli della propria influenza e animati, ancora essi stessi, dalla passione di imparare,  o volare in un villaggio turistico dall’altra parte del mondo invece di aver ogni giorno la libertà di giocare in cortile.

Un cortile che non c’è più. Gli urbanisti preferiscono le foreste di grattacieli. Allora al libero gioco  si sostituisce la preparazione a uno sport, ma temo sia una leggerezza pensare privo di conseguenze emotive sostituire l’aspetto ludico con quello agonistico.

Per fortuna, nella generalità dei casi, non è in gioco la vita, ma la qualità delle relazioni e la felicità del loro vissuto da adulti.

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