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Category: Cultura

Le domande a Yoani Sánchez che i media non rivolgeranno

Domenica la giornalista, blogger e dissidente cubana Yoani Sánchez è stata contestata da un gruppo di italiani filo-castristi prima dell’evento a cui ha partecipato al Festival del Giornalismo di Perugia. I contestatori, circa una ventina di persone, l’hanno accusata di essere filo-americana e le hanno lanciato contro falsi dollari con disegnata sopra la sua faccia. Dopo la contestazione Sánchez ha ringraziato i suoi oppositori dicendo che si augura che anche nel suo paese i personaggi pubblici possano venire contestati. (IlPost.it)

di: Salim Lamrani

Il Professor Salim Lamrani, dalla Sorbona di Parigi, ha preparato 40 domande da fare alla blogger. Domande che i grandi media non le rivolgeranno.

1. Chi organizza e finanzia il suo tour mondiale? Leggi Tutto…

I “Muri della vergogna”: il mondo di muri, zone di sicurezza e recinzioni elettrificate

di: Arthur Kalmeyer

Pubblicato originariamente in russo e redatto da Global Research

muri

MAROCCO

Il Grande Muro marocchino conosciuto come la “zona di sicurezza”. Questo muro, 2720 km di lunghezza, protegge il Marocco dalle azioni ostili dei guerriglieri del Polisario. Leggi Tutto…

La teoria del complotto in America Latina: spunti per interessanti riflessioni

chavez

di: William Bavone

Di seguito riportiamo la traduzione di parte di un’intervista rilasciata da Percy Francisco Alvarado Godoy (1) dal titolo Confermando un’ipotesi: Chavez è stato assassinato dalla CIA (2) e parte di un articolo dello stesso Godoy, pubblicato sul proprio blog e dal titolo Non solo si cerca di assassinare Maduro in Venezuela (2). Tali contributi non vogliono “imporre” al lettore una visione complottista delle dinamiche che interessano l’America Latina, ma perlomeno suscitare quesiti ed una visione critica e attenta di ogni singolo evento che avviene in quello o in qualsiasi altro continente. Non sempre esistono complotti (ovviamente), ma spesso si verificano eventi di dubbia “spontaneità”. Leggi Tutto…

Un Paese senza sovranità – Intervista a Stefania Limiti

doppio livello

dal blog di Beppe GrilloBeppegrillo.it

“Dobbiamo ricostruire questa nostra memoria, capire che cosa è successo, che ha voluto la strategia della tensione. Dobbiamo farlo non solo per onorare le vittime delle stragi, ma per capire chi ha voluto che il nostro Paese fosse così ingovernabile, così fragile, non in grado di esprimere una propria sovranità.

Però la verità dobbiamo conquistarcela, è un lavoro di ricomposizione che va fatto in ogni sede possibile, perché la ricostruzione della memoria politica del nostro passato è la premessa fondamentale per il nostro futuro.” S. Limiti

Intervista a Stefania Limiti giornalista e autrice de “Doppio livello

Ombre sul nostro passato  Leggi Tutto…

Noam Chomsky e la lista delle 10 strategie della manipolazione

strategie della manipolazione

Avram Noam Chomsky (Filadelfia, 7 dicembre 1928) è un linguista, filosofo e teorico della comunicazione statunitense. Professore emerito di linguistica al Massachusetts Institute of Technology è riconosciuto come il fondatore della grammatica generativo-trasformazionale, spesso indicata come il più rilevante contributo alla linguistica teorica del XX secolo. Leggi Tutto…

Se il capitalismo diventa di sinistra

capitalismo

di: Diego Fusaro

Sul fatto che alle elezioni la sinistra, a ogni latitudine e a ogni gradazione, sia andata incontro all’ennesima sonante sconfitta, non v’è dubbio e, di più, sarebbe una perdita di tempo ricordarlo, magari con documentatissimi grafici di riferimento. Più interessante, per uno sguardo filosoficamente educato, è invece ragionare sui motivi di questa catastrofe annunciata. E i motivi non sono congiunturali né occasionali, ma rispondono a una precisa e profonda logica di sviluppo del capitalismo quale si è venuto strutturalmente ridefinendo negli ultimi quarant’anni. Ne individuerei la scena originaria nel Sessantotto e nell’arcipelago di eventi ad esso legati. In sintesi, il Sessantotto è stato un grandioso evento di contestazione rivolto contro la borghesia e non contro il capitalismo e, per ciò stesso, ha spianato la strada all’odierno capitalismo, che di borghese non ha più nulla: non ha più la grande cultura borghese, né quella sfera valoriale che in forza di tale cultura non era completamente Leggi Tutto…

Quelle strane “maledizioni” che colpiscono i testimoni scomodi

maledizioni

di: Enrico Galoppini

Erano in venticinque ma ne son rimasti solo due vivi e vegeti. Stiamo parlando dei membri del “Team 6”, la crème de la crème dei Navy Seals, che già sono un corpo scelto dei Marines.

Una specie Rambo in carne ed ossa che però, dopo aver accoppato Osama bin Laden, stanno morendo per qualche “mistero” uno dopo l’altro, in una sequenza di “incidenti” che ha dello sbalorditivo.

La prima volta è toccata a ventidue elementi della squadra protagonista del blitz di Abbottabad, precipitati col loro elicottero in missione in Afganistan nel “più grave lutto” che ha colpito le forze Usa/Nato nel “Paese delle montagne”.

Che strano, l’America che si fa tirare giù un paio di decine di soldati superscelti (con tutto quel che costa, in mezzi e tempo, la loro formazione) dai trogloditi talebani armati di schioppo, tipico oggetto di tiro al bersaglio con le armi più sofisticate come i droni.

Ed ora tocca ad un altro testimone dell’eliminazione del “genio del male”, sulla quale un suo commilitone ha scritto un libro, mentrel’ultimo dei venticinque verserebbe in una difficile situazione economica (un classico dell’America, come il “reduce del Vietnam” che una volta tornato a casa trova un muro d’ingratitudine, su cui sono stati girati molti film).

Si può dunque facilmente profetizzare che anche gli ultimi due super-testimoni-commando non avranno vita lunga, portandosi definitivamente con sé, nella tomba, il segreto dell’ultima puntata della saga dello “sceicco del terrore”, che puzza di bufala lontano un miglio, a partire dalla fine della storia, quando il suo cadavere, invece d’essere ostentato come una preda sui (loro) “media”, venne scaraventato in mare secondo i precetti d’un inesistente “funerale islamico”!

Poi l’America su tutta questa bella storia ci ha fatto ovviamente un film, l’ennesimo dell’industria del rimbambimento mondiale.

Tutto nel suo tipico stile, con fantasie (i film) che sorgono da altre fantasie (la cosiddetta “realtà” di cui riferiscono tramite i “media”), in un gioco a catena di travisamenti e manipolazioni al quale finiscono per credere anche loro stessi.

E adesso c’è chi parla di “Maledizione di Bin Laden”.

Ma a me pare piuttosto l’immancabile e logico epilogo della realtà-filmmade in Usa. Meglio non far sapere com’è andata veramente. Meglio che a questi supereroi super plagiati (“l’onore”, “la fedeltà” ai… Signori del denaro) non venga qualche dubbio: a chi sono stati sparati i famosi “tre colpi alla testa”? a una controfigura? Il “complesso di Abbottabad” era lo scenario hollywoodiano preparato per l’ennesima sceneggiata?

Anche questo non lo sapremo mai, tantomeno da Cremonesi e Olimpio, al pari dell’“inizio della storia” (l’11 settembre), pieno di assurdità ed incongruenze, a cominciare dall’ identità dei passeggeri dei cosiddetti “voli di linea”.

Ormai ci manca solo che i proverbiali asini si mettano a volare e siamo a posto.

Ma queste “maledizioni” giungono sempre ‘provvidenziali’ a tappare la bocca a individui diventati scomodi, anche loro malgrado, perché le loro esistenze si sono incrociate con qualcosa che non dovevano sapere, o perché in fondo erano stati formati per fare una brutta fine dopo che non servivano più (non si creda che gente senza scrupoli si ponga dei limiti: anzi, dopo ci lucrano sopra altro consenso, raccontando che gli “eroi nazionali” sono stati ammazzati dai talebani, da al-Qa‘ida eccetera).

Una scia di morti simile, che ha tutte le caratteristiche di una “maledizione”, è quella che ha colpito i testimoni della strage di Ustica. Ma anche la “maledizione di Ustica” ovviamente non esiste. Solo che in quel caso ci son finiti in mezzo dei civili (le vittime del volo) e dei militari italiani che hanno avuto la sventura particolare di servire sotto le armi in una Nazione priva di sovranità (e per questo non si riesce ad avere una sentenza definitiva che indichi con chiarezza i responsabili di quella come di altre stragi per le quali si trova al massimo un capro espiatorio “nero”, “rosso”, “anarchico” ecc.).

Così capita che anche qualche giudice non creda alle “maledizioni” e riapre le indagini su una delle morti misteriose” di elementi delle nostre (?) FF.AA. in servizio quella sera del 27 giugno 1980, quella di Sandro Marcucci, il cui schianto, attribuito subito ad un “incidente”, adesso si ritiene possa essere stato causato da un ordigno al fosforo inserito nel cruscotto del piper sul quale stava effettuando la ricognizione di un incendio nella zona delle Alpi Apuane, il 2 febbraio 1992.

E che pensare della “maledizione di Quirra? Dove i residenti lamentano un’incidenza di casi di tumore assolutamente fuori dalla norma, specie se si considerano le immacolate condizioni ambientali di quelle contrade sarde se non vi fosse il piccolo particolare costituito da un poligono di tiro in cui i nostri “alleati” (che ci hanno “liberati”, ci “proteggono” e ci vogliono tanto bene) spargono le sostanze più nocive.

Ma c’è anche la “maledizione del Kosovo” (guarda caso c’è sempre di mezzo la Nato), da cui son tornati troppi giovani militari italiani mandati allo sbaraglio da superiori felloni preoccupati solo di lustrare le scarpe al Badrone e che poi si sono ammalati soffrendo pene d’inferno.

“Misteri d’Italia”? A me sembra un voler dare per forza una patina letteraria ad una realtà che è molto evidente: il nessun rispetto per la vita umana, il più bieco “machiavellismo” e una torma di sub-umani che lavora per minimizzare, insabbiare e parare il didietro ai suoi capi. Sempre per supreme esigenze di “sicurezza nazionale”, of course!

Credo proprio sia il caso di dare la presidenza di qualche “commissione d’inchiesta” ad un parlamentare del Movimento Cinque Stelle…

In maniera da capire se queste “maledizioni” capitano tra capo e collo a chi se le meritava o se invece c’è lo zampino di qualcheduno specializzato produzione di ‘trame ad effetto’.

Come quella in cui, si narra, vennero coinvolti i membri della missione archeologica che scoprì la tomba di Tutankhamon (1923), fornendo il materiale per la più famosa delle “maledizioni”.

Eppure, sebbene tutti siano convinti che sia solo questione di un fato avverso, di una maligna e sottile entità che si sarebbe fatta giustizia secondo criteri per noi insondabili, oppure di una fandonia non suffragata da alcuna base credibile, qualcheduno ha messo in dubbio anche questo pilastro della letteratura noir ispirato alla storia e all’archeologia. Pare, infatti, che dalla tomba del giovane faraone fossero usciti documenti altamente compromettenti, per non dire devastanti[1], che se divulgati avrebbero messo in crisi l’impianto storico-ideologico-religioso delle pretese del neonato Movimento sionista, il quale, tramite l’Inghilterra, aveva messo le mani sulla Palestina sotto l’ipocrita veste formale del “Mandato”[2].

Capito come nascono le “maledizioni”?

Non è né come la raccontano ufficialmente a forza di film e trasmissioni dedicate al “mistero”, né si può liquidare il tutto come una barzelletta frutto del bisogno dell’uomo di sfuggire da una realtà troppo “materiale”.

Le “maledizioni” esistono per davvero. Ma per sfuggirvi, l’unico modo è quello di non trovarsi mai nel posto sbagliato al momento sbagliato.

[1] Enea Baldi, Mosè ed Akhenaton, forse due storie in una, “Rinascita”, 29 marzo 2010.

[2] In proposito si veda anche, sempre di Enea Baldi, Le corna di Mosè, pubblicato su “Rinascita” il 26 marzo 2010.

FONTE: Europeanphoenix

Fracking e terremoti. Dall’Oklaoma all’Italia, chi controlla?

fracking

di: Maria Rita D’Orsogna

The 2011 Prague, Oklahoma, earthquakes necessitate reconsideration of the maximum possible size of injection-induced earthquakes, and of the time scale considered diagnostic of induced seismicity. 

K. M. Keranen et al, Geology, 2013

E’ dal 2010 che i cittadini dell’Oklahoma — in teoria stato non sismico — sentono la terra tremare, senza sapere perché. Sono eventi naturali? E’ fracking? E’ qualche altro tipo di attività umana?

In realtà è in tutto il Midwest americano che da anni si registrano sciami sismici e tremori di vario genere.

Nel solo 2011 ci sono stati cinque terremoti di magnitudine superiore ai 5.0 Richter.

Guarda caso, in anni recenti c’è anche stato un aumento esorbitante di reiniezione in pozzi dismessi di materiale di scarto da trivellazione convenzionale e non convenzionale – petrolio e gas, con o senza fracking.

Esiste una correlazione fra i due fatti — i terremoti e la reiniezione — cosi vicini in termini spazio-temporali?

Gli scienziati Katie M. Keranen, Heather M. Savage, Geoffrey A. Abers, and Elizabeth S. Cochran hanno deciso di dare una risposta ad un caso specifico: i terremoti del 5-6-8 Novembre 2011 di intensità 5.0, 5.7 e 5.0 Richter avvenuti proprio nell’Oklahoma.

Questi terremoti furono avvertiti in 17 stati e causarono la distruzione di 14 case nell’epicentro attorno alla città di Prague, a 70 chilometri a nord est di Oklahoma City. Vi furono molte scosse di assestamento, due furono i feriti e molti gli edifici danneggiati. Il terremoto del 6 Novembre fu il più forte mai registrato nell’Oklahoma.

Nelle strette vicinanze sorge il campo petrolifero detto Wilzetta Field e anche – guarda un po’ – la faglia sismica lunga 200 chilometri detta Wilzetta Fault.

Dal 1972 al 2008 in zona si registrarono circa 2-6 terremoti l’anno. Dal 2009 in poi sono invece schizzati ad almeno 50 all’anno. Nel 2010 il primo terremoto di intensita’ inusuale – 4.1 Richter – seguito poi da quelli di intensita’ ancora maggiore del 2011.

A suo tempo tante furono le ipotesi sul perché di questi tremori, fra cui che potessero essere stati innescati dal fracking praticato nei dintorni. In realtà il campo petrolifero di Wilzetta fu maggiormente sfruttato negli anni ’50 e ’60 e poi si è quasi esaurito. Dal 1993 tre dei pozzi dismessi sono usati per la reiniezione di  materiale di scarto.

Keranen e colleghi spiegano nel loro articolo pubblicato su Geology il 26 Marzo 2013, che il piano iniziale di rottura si trova a 200 metri da uno di questi pozzi di reiniezione e a un chilometro dalla superficie. Il materiale di scarto da trivellazione convenzionale è stato qui pompato per ben diciotto anni prima del terremoto, con aumento graduale, ma costante della pressione sotterranea.

Il loro messaggio è semplice: dopo tutti questi anni di pompaggio continuo nella pancia della terra, semplicemente c’è stato un cambio negli equilibri sotterranei e voilà, un primo terremoto di magnitudine 5.0 direttamente causato dalla reiniezione che poi ne ha scatenati altri a catena più profondi, e più distanti dal pozzo, fra cui quello di intensità 5.7 Richter.

“We interpret event A (Mw 5.0) to have been induced by increased fluid pressure, exceeding the largest earthquake known to be induced by injected fluid (Mw 4.8). Aftershocks of event A appear to deepen away from the well, and may imply downward pressure propagation into basement. Event B, of much larger magnitude (Mw 5.7), and event C may also be considered consequences of injection; however, Coulomb stress calculations show that the fault geometries are consistent with triggering by stress transfer.”

Interpretiamo che l’evento A (di magnitudine 5.0 Richter) sia stato indotto dall’aumento dipressione sotterranea di fluidi, superando il maggior terremoto finora mai registrato per reiniezione di fluidi di magnitudine 4.8 Richter.  Le scosse di assestamento dell’evento A appaiono più profonde rispetto al pozzo e potrebbero implicare la propagazione verso il basso della pressione.

L’evento B di magnitudine molto maggiore (5.7 Richter) e l’evento C (5.0 Richter) possono essere similmente considerati conseguenze della reiniezione. Però i nostri calcoli di Coulomb stress mostrano che la geometria delle faglie sono consistenti con un trasferimento di stress.

“This case indicates that decades-long lags between the commencement of fluid injection and the onset of induced earthquakes are possible, and modifies our common criteria for fluid-induced events. The progressive rupture of three fault planes in this sequence suggests that stress changes from the initial rupture triggered the successive earthquakes, including one larger than the first.”

Questo caso indica che fra l’inizio della reiniezione di fluidi e l’inizio di eventi sismici indotti, possono esserci intervalli di tempo anche decennali, e modifica gli attuali criteri di caratterizzazione di eventi indotti dalla reiniezione di fluidi. La progressiva rottura di tre piani di faglia in questa sequenza, mostra che cambi nello stress sotterraneo dovuti al primo piano di rottura hanno scatenato i terremoti successivi, incluso uno che fu più forte del primo.

In Oklahoma, terra non sismica, i terremoti continuano, e ce ne sono ancora di intensità superiore al grado 3 Richter.

E in Italia?

In Italia ci sono, secondo l’UNMIG 26 pozzi di reiniezione dell’Eni, 5 dell’Eni-Mediterranea Idrocarburi, 2 della Edison, 2 della Adriatica Idrocarburi, uno della Gas Plus Italiana, 3 della Padana Energia. Fanno 39 pozzi di reiniezione. Per non parlare poi degli oltre 340 pozzi di stoccaggio di gas.

Da quanto tempo sono attivi? C’è qualcuno che controlla la possibile sismicità indotta?

E’ possibile che i nostri pozzi non causano mai problemi? Possiamo dire con assoluta certezza che tutto è tranquillo per chi ci vive vicino? E come si può escludere che tutti i buchi fatti in Emilia Romagnao in Basilicata siano assolutamente scollegati da qualsiasi spostamento futuro della terra?

E’ bene ricordare che in Italia – per storia e per furbizia edilizia – un terremoto di grado 5.7 Richter avrebbe effetti molto più devastanti che in Oklahoma.

FONTE: IlFattoQuotidiano.it – Il blog di Maria Rita D’Orsogna

Brevi riflessioni sulla situazione politica italiana, aprile 2013. Governi, governicchi e quaquaraqua.

governissimo

di: Matteo Guinness

La nomina dei presidenti della Camera e del Senato è stata opera di accordo segreto fra PdL e Pd e i parlamentari del Movimento cinque stelle non se ne sono accorti; questo nella migliore delle ipotesi, ossia a non voler pensar male.

Tutti quanti abbiamo espresso un minimo di interesse per il rinnovamento apportato da un gruppo capace di mettere in difficoltà partiti che hanno perso ogni credibilità, ma nessuno pensi che i problemi dell’Italia siano quelli messi ai primi punti del programma di governo di Bersani e aspiranti alleati (PdL). Legiferare per evitare sprechi in politica è solo un atto dovuto e di minima educazione politica e la riforma elettorale, se verrà fatta, avrà l’unico scopo di far perdere seggi al Movimento cinque stelle.

A meno che, per chi è fedele al detto che “a pensar male ci si indovina sempre”, non si metterà ai primi punti di un programma argomenti come wifi libero, blocco della tav… ossia immense fesserie, che però il movimento grillino potrebbe considerare e propagandare come questioni interessanti. Per ora non sembrano esserci altre strade capaci di sbloccare la situazione, e la prova l’abbiamo svelando il chiaro bluff di Bersani che parla di un governo a due binari (un’altra fesseria che dobbiamo subire): ma più realisticamente chi vuole un governo di “sinistra” sta sperando nella morte per vecchiaia di Silvio Berlusconi.

Un governassimo mascherato è quindi molto probabile, l’interesse di Pd e PdL oggi come oggi non è affrontare i drammi italiani, bensì fare una legge elettorale che gli consenta di riprendersi i voti che hanno perso a favore di Grillo (http://coriintempesta.altervista.org/blog/ma-quale-sistema-elettorale/). Il Partito Democratico già ha offerto al PdL questi risultati in cambio di un appoggio segreto al proprio governo: ossia di segreto c’è poco, ma basta ingannare la pancia elettorale dei due partiti e portare a casa il risultato.

Anche i cinque stelle soffrono questo stallo, ed hanno un limite forse troppo grande: la formazione di quasi tutti i parlamentari è culturalmente fallimentare (lo provano gli elogi alla Boldrini) e vede in maniera positiva una immaginifica società civile. Bisognerebbe sperare che la guida di Grillo rimanga salda, ma nemmeno in questo caso ci sarebbe la garanzia correttezza. Lo stesso Grillo è scivolato nella propaganda più becera a pochi giorni dal voto riscoprendo tematiche “stataliste” quando fino a poco tempo prima (e chiaramente non lo filava nessuno) si definiva un capitalista vero. Ma è per lo “statalismo” che è stato votato da milioni di persone: gli italiani di oggi vogliono casa e lavoro (e reddito di cittadinanza) nessun altro tema può essere espressione della nazione, men che meno l’ambientalismo (pensiamo ai parametri di Kyoto, tutti rispettati dall’Italia che non inquina più perché… non ha più industrie!!).

Già anni addietro avevamo segnalato la triste parabola che minaccia il futuro del partito grillino: un successo al quale avrebbe fatto seguito l’inutilità politica. (http://coriintempesta.altervista.org/blog/lettera-aperta-a-beppe-grillo-e-ai-grillini )

Per spezzare l’immobilismo e peggio ancora per spazzare via anni di politica anti-italiana, bisogna assolutamente superare l’attuale situazione, sia su un piano internazionale, che nazionale.

1) “…la verità è che in Italia, come nel resto dell’Europa occidentale, manca la sovranità!

Nel nostro Paese sono presenti migliaia di militari americani, giunti per assicurarsi la nostra terra alla fine della seconda guerra mondiale e mai più andati via! Ma non è questione dei soli militari. Il fatto è che i politici che voi attaccate (giustamente) per la loro corruzione ed incapacità, non hanno realmente nessun tipo di potere. Essi sono solo marionette mosse a piacimento dai burattinai internazionali, dagli Stati Uniti, dalle Organizzazioni transnazionali, finanziarie e non, da questi controllate. Come potete pensare di raggiungere i vostri obiettivi andando ad operare sull’effetto della malattia (i nostri parlamentari e tutto il sistema politico italiano) senza invece agire sulla sua causa (il complesso del sistema politico ed economico atlantico)?”

2) “Per ritornare a Berlusconi, è evidente come la contrapposizione così naturale nella politica italiana sia tornata e con il biscione abbia forse toccato il livello più alto: considerato lui stesso inaccettabile e fatto oggetto di ostracismo continuo e a tratti esagerato (di nuovo, con tanti saluti per i contenuti politici), ha risposto con la stessa tecnica attaccandosi ad un ridicolo anticomunismo. E di nuovo la storia si ripete in farsa, dove potevano esserci ideali a contrapporsi su un piano politico (il fascismo contro il comunismo per esempio, o il liberismo contro uno di questi e via dicendo), ci siamo trovati di fronte a due anti ideali, l’antifascismo contro l’anticomunismo: lasciamo a ognuno il giudizio su tale sterile degenerazione. E qualcuno chiede pure il motivo del calo della partecipazione.”

Per quanto riguarda il nostro Paese è pure brutto segno l’antiberlusconismo estremo di Grillo: questo andrebbe abbandonato insieme con il berlusconismo (http://coriintempesta.altervista.org/blog/situazione-politica-italiana-brevi-riflessioni-prima-delle-elezioni-di-febbraio-2013/ ). Fra l’altro lo stesso conflitto di interessi può facilmente essere ricondotto a quello che veramente è, ossia la normalità in un sistema liberale e democratico, pensando proprio al Movimento Cinque Stelle: chi più di altri influenzano quel gruppo? Persone come Casaleggio e Grillo che non sono nemmeno parlamentari, e se il secondo è il presidente del partito, il primo non ha la minima carica. Allo stesso modo per influenzare la politica non c’è bisogno di guidare un partito, ergo il conflitto di interessi di cui accusiamo Berlusconi è in realtà l’ennesima strategia per inquinare le acque: persone che non citiamo mai possono benissimo avere lo stesso ruolo del biscione per altri partiti e non risultare mai in nessuna cronaca.

Rimaniamo alla finestra per indagare, senza farci ingannare, i prossimi sviluppi. Ricordando che stiamo andando incontro a grossi pericoli, che vengono tutti dagli squilibri internazionali: Europa ai margini della coalizione atlantica che non riesce più a produrre ricchezza e lavoro, Stati Uniti che vogliono una zona di libero scambio per dare l’ultimo colpo all’Europa stessa, un governo dell’euro come minimo discutibile. Con coraggio bisogna affrontare questi temi, non prima di aver garantito a tutti gli italiani la sopravvivenza quotidiana in questa emergenza a cui ci ha condotto il liberalismo in ogni sua incarnazione, economica e non.

Hasta siempre, Presidente

“Cristo, dammi la tua croce, le tue spine, il tuo sangue. Sono disposto a portarle ma lasciami vivere perché ho ancora molto da fare per il mio popolo”
Hugo Chavez

Oggi il mondo piange un gigante. Hasta siempre, Presidente.

chavez

Guerra e Pace

guerra e pace

Volentieri pubblichiamo questo pezzo, tratto dal periodico l’Acropoli, foglio del nostro paese così come l’autore. Ci fa piacere proporre dei materiali prodotti sul territorio e che però spaziano su argomenti di carattere nazionale. Per quanto riguarda l’argomento in questione troviamo delle parti con cui siamo in accordo (superamento del pollaio destra-sinistra, necessità di pensare a lungo termine) e altre che ci piacciono meno: un richiamo al nostro compito come ‘cittadini del mondo’ ci sembra troppo simile a concetti “globalizzati”, proprio quelli che ci hanno portato ai disastri attuali. D’altronde richiamarsi al superamento della dicotomia destra-sinistra non basta a cavarsi dall’impaccio di una visione economica estremamente ideologica: Mario Monti docet. Detto questo vi lasciamo alla lettura del pezzo che, ripetiamo, rilanciamo volentieri, perchè tutte le idee portano al dibattito e dal dibattito uscirà il nostro futuro

di: Mariano Macale

Non c’è buio senza luce – recita l’adagio della canzone di Fabrizio Tarducci, in arte Fabri Fibra, uno dei pochi parolieri presenti oggi nel panorama italiano e al tempo stesso facilmente raggiungibile dal grande pubblico. Inizialmente avevo concepito questo editoriale come un pezzo sulle strade, avrei parlato del dissesto, o potevo parlare di altri problemi, ad esempio la situazione del Museo a Cori. Ma il problema è che questi sono problemi, finanziamenti permettendo, risolvibili sul breve periodo.

Vorrei invece concentrarmi su cose che parlano meno alla pancia e più al cuore. Vorrei concentrarmi sui cosiddetti “valori”, i quali non rappresentano un problema principalmente “locale”. D’altronde non siamo qui per risolvere i problemi del nostro giardino, semmai siamo cittadini del mondo. E abbiamo pertanto l’obbligo morale di capire in che direzione stiamo andando.

Prima di tutto: ha ancora senso parlare di destra e sinistra? È nostra opinione ritenere che non possano esistere due fazioni politiche delle quali l’una persegue la felicità dei cittadini, e l’altra no. Accettare un tale sistema significherebbe dichiarare il fallimento universale delle logiche umane. Escludendo pertanto derive estremistiche fuori dai normali canoni democratici, dobbiamo dedurre che entrambe perseguano la felicità umana. D’altronde come è possibile che tali fazioni ci siano state ultimamente disegnate come in “opposizione”, in lotta perenne, e per ultimamente intendo negli ultimi duecento anni? Esse piuttosto dovranno collaborare tenendo presente la diversità del “come” per giungere invece a un fine comune e universale, intorno al quale non devono, non possono, non vogliamo che esistano dissensi.

Non si dica che questi sono intenti utopici. A forza di replicare “utopie”, abbiamo lasciato che i nostri ideali fossero sostituiti da intenti programmatici, incapaci di vedere al di là dell’orizzonte di un bilancio di fine anno.

Bisogna tornare a pensare sul lungo termine, ben al di là del tempo di una vita umana. Bisogna reimpostare i canoni di design legislativo sulle future generazioni, tornare a decidere oggi se siamo in tempo di guerra o in tempo di pace. Stiamo parlando di guerre combattute fuori dal territorio europeo ma parliamo anche di guerre combattute nella nostra mente, guerre ahimé culturali, scontri tra visioni diverse. Le porte del tempio di Giano devono essere chiuse o aperte? A questa domanda ci chiama il nuovo secolo. Mostriamoci in grado di rispondere come cittadini del mondo.

Fonte: L’Acropoli

Non ve lo dicono, ma i bambini in Spagna hanno sempre più fame

Non solo Grecia: in Spagna crescono i bambini che possono contare su un solo pasto al giorno. E i fabbri hanno iniziato a rifiutarsi di forzare le case pignorate da chi non riesce più a pagare il mutuo. Cosa c’è, esattamente a metà tra la Grecia e la Spagna? Il prossimo più grande successo dell’euro: l’Italia.

spagna

di: Valerio Valentini

In molti sono rimasti allibiti, in Italia, quando si è squarciata la criminale cappa del silenzio che per mesi aveva avvolto la crisi greca, portando alla luce le sofferenze di un intero Paese ridotto alla fame e alla miseria dalla Troika. Quello stesso silenzio, oggi sta imbavagliando un altro Paese dell’Europa: la Spagna. Forse perché troppo concentrati sulla campagna elettorale, o forse per la necessità di non svelare, a ridosso delle elezioni, le atrocità delle politiche economiche e sociali europee (benedette da una larga maggioranza), i nostri media non si interessano affatto alla crisi spagnola.

spagna fame

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Uno degli ultimi allarmi, però, è stato lanciato dai quotidiani della Comunità Valenciana, che riportano i dati di una ricerca realizzata dalla “Casa della Carità”. Nel 2012, sono stati 11.600 i bambini che si sono nutriti facendo ricorso alla Caritas locale, e di questi circa la metà hanno tra i 4 e gli 11 anni. Rispetto al 2011, la cifra è raddoppiata.

Già nei mesi scorsi “Save the Children” denunciava come nella penisola iberica fossero sempre di più gli adolescenti che ogni giorno facevano un unico pasto, quello dato loro nelle mense scolastiche. La Caritas spagnola conferma ora questi dati, rivelando che, non a caso, il numero di bambini in cerca di cibo cresce sensibilmente nei fine settimana, quando cioè le scuole sono chiuse.

E questa realtà non riguarda purtroppo solo i più piccoli. Il numero delle madri che ricorrono all’assistenza della Caritas è aumentato del 44% nell’ultimo anno, mentre la crisi occupazionale ha colpito soprattutto gli ultraquarantenni, tra i quali la percentuale di indigenti è aumentata del 10% nel 2012.

Non si tratta, come si potrebbe pensare, di senza tetto o di clochard. Sono persone che hanno, almeno per il momento, una casa, e a volte anche un salario minimo. Semplicemente, non possono permettersi cibo e bevande, e quindi ricorrono alle associazioni di volontariato. I giornali locali descrivono lunghe file di bambini esultanti perché “vanno tutti insieme a mangiare al ristorante”. Che però è la Caritas.

C’è poi un altro dato a dirci di come le condizioni di vita a Valencia, la terza città del Paese per numero di abitanti, si stiano deteriorando. Quelle stesse associazioni di volontariato che denunciano un aumento del 12,5% di cittadini spagnoli che reclamano ogni giorno un pasto gratuito, registrano al contempo un calo del 29% per quanto riguarda l’affluenza dei rumeni, la comunità straniera più numerosa nella regione. Si tratta, perlopiù, di immigrati che preferiscono far ritorno nel Paese d’origine.

Da Valencia a Madrid, dove si fanno sempre più ricorrenti scene in cui gruppi di cittadini aderenti alla campagna “Stop Desahucios” si oppongono all’entrata delle forze dell’ordine nei condomini dove si devono eseguire degli sfratti. Negli ultimi quattro anni sono state 350 mila le famiglie spagnole sfrattate, la stragrande maggioranza delle quali a causa di mutui stipulati con delle banche coinvolte nella speculazione immobiliare. Anche in questo caso, i dati dei tribunali spagnoli, riportati dal WSJ, parlano chiaro: se nel primo semestre del 2008 gli sfratti furono 19.930, nella prima metà del 2012 hanno superato quota 37 mila. Ormai si prosegue al ritmo di 500 al giorno, anche grazie a delle leggi in materia che alcuni giudici spagnoli ritengono “volte a salvaguardare oltremisura gli interesse delle banche politicamente influenti”. Questo esponenziale aumento delle procedure di sfratto è dovuto soprattutto alle nuove disposizioni del governo di Mariano Rajoy. Il quale, per ripagare i prestiti ricevuti dall’Europa, ha dato avvio ad un piano di privatizzazione degli immobili che non sta risparmiando neppure le case popolari.

case spagna

…sempre più persone in fila alla Caritas, in Spagna, per mangiare…

La situazione sembra vicina al collasso. Il dato più sconcertante è quello che fotografa un netto aumento di casi di suicidio di persone che hanno ricevuto ingiunzioni di sfratto. Nel dicembre scorso, inoltre, ha fatto scalpore la notizia di una donna incinta che ha avuto un parto prematuro a causa dello shock provocato dall’arrivo delle forze dell’ordine. A seguito di questi eventi, ad alzare la voce è stato uno dei maggiori sindacati dei fabbri, letteralmente subissati dalle richieste di forzare le serrature di appartamenti ipotecati: tutti gli aderenti a tale organizzazione si rifiuteranno, d’ora in poi, di partecipare alle operazioni di sfratto. E anche i sindacati delle forze dell’ordine lamentano un eccessivo stress degli agenti, a cui hanno deciso di offrire sostegno legale nel caso in cui vogliano rifiutarsi di eseguire le ingiunzioni. Nuovi obiettori di coscienza, insomma.

Trovatosi impreparato di fronte a queste resistenze crescenti, il governo Rajoy ha varato alla fine del 2012 un decreto che prevede una sospensione degli sfratti per un periodo di due anni; ma solo per famiglie con persone handicappate o con introiti mensili inferiori a 1.600 euro. Gli attivisti di “PAH”, un’associazione che tutela i diritti delle persone con ipoteche a carico, denuncia il fatto che il decreto non ha congelato l’accumulazione dei debiti, per cui tra due anni migliaia di persone si ritroveranno in una situazione insostenibile a causa dei debiti accumulati. E lanciano anche un altro allarme: il rischio, quantomai concreto, di un mercato nero dei fabbri, facili da reclutare a causa del disperato bisogno di denaro tra la popolazione spagnola.

E così, dopo la Grecia, anche la Spagna si avvia a diventare “la manifestazione più concreta del grande successo dell’euro”, per utilizzare le parole pronunciate nel settembre 2011 da Mario Monti. Una delle sue più celebri pillole di saggezza che gli sono valse la nomina a senatore a vita e a presidente del consiglio.

Noi, però, possiamo star tranquilli (nonostante qualche brivido francamente venga, a guardare cosa c’è a metà tra la Grecia e la Spagna, su una qualsiasi cartina del Mediterraneo). Perlomeno così dicono, ogni giorno, frotte di economisti e di politici. Frotte di frottole?

FONTE: Irib – Redazione Italiana

Lettera aperta a Beppe Grillo e ai grillini

beppe grillo

Riproponiamo un appello scritto agli albori del Movimento cinque stelle e che raggiunge oggi il massimo dell’attualità

di: Matteo Pistilli

Cari amici di Beppe Grillo,

non possiamo esimerci dallo scrivervi queste poche righe, proprio ora che le vostre speranze, i vostri temi hanno conosciuto la ribalta. Già, perché porsi in modo netto, come avete fatto voi, in un atteggiamento di opposizione all’attuale sistema politico italiano, comporta spesso la condanna all’esilio e la marginalizzazione dalla vita pubblica del Paese. Invece, guidati intelligentemente dal vostro famoso tribuno, vi siete ritagliati un importante spazio e riuscite a mantenerlo grazie alla convinzione che vi anima e grazie anche a questo sistema ormai decrepito che non aspettava altro che qualche coraggioso capace di scagliare la prima pietra.

Ora, però, ed è per questo che ci permettiamo di recarvi questo messaggio, ci sono diverse questioni che ci preoccupano; questioni di non poco conto e che riguardano prima fra tutte il destino dei vostri impegni. Riuscirete a mantenere fede alle parole dette, agli obiettivi che vi siete posti? E dopo tante parole così necessarie, riuscirete ad intraprendere la strada adeguata a colpire il cuore delle questioni che avete sollevato?

Osiamo rivolgerci a voi, perché come avrete capito, è ormai molto tempo che ci interessiamo a molti dei temi da voi affrontati in passato e che continuate ad affrontare oggi: la corruzione, l’economia falsata, la mancanza di rappresentatività, lo stato sociale, gli inganni del sistema finanziario e chi più ne ha più ne metta; alcuni problemi possono essere affrontati separatamente, ma la maggioranza fanno parte di tutto un sistema che tutela se stesso e la propria classe dirigente. Ed è proprio questa la prima critica che vi vogliamo sollevare, secondo noi punto di debolezza che alla lunga vi renderà impotenti e vi risucchierà nella palude dei disonesti: affrontate il sistema politico come se davvero fosse qualcosa di slegato e indipendente dal sistema economico-politico-sociale mondiale, o comunque occidentale/atlantico; lo affrontate come se l’Italia possa essere riformata senza badare agli equilibri ed alle disposizioni giunte da oltre oceano; la verità è che in Italia, come nel resto dell’Europa occidentale, manca la sovranità!

Nel nostro Paese sono presenti migliaia di militari americani, giunti per assicurarsi la nostra terra alla fine della seconda guerra mondiale e mai più andati via! Ma non è questione dei soli militari. Il fatto è che i politici che voi attaccate (giustamente) per la loro corruzione ed incapacità, non hanno realmente nessun tipo di potere. Essi sono solo marionette mosse a piacimento dai burattinai internazionali, dagli Stati Uniti, dalle Organizzazioni transnazionali, finanziarie e non, da questi controllate. Come potete pensare di raggiungere i vostri obiettivi andando ad operare sull’effetto della malattia (i nostri parlamentari e tutto il sistema politico italiano) senza invece agire sulla sua causa (il complesso del sistema politico ed economico atlantico)?

Avete proposto un referendum che andrebbe ad operare inserendo alcune leggi che ritenete necessarie per il buon funzionamento della Repubblica: scelta dei candidati da parte degli elettori, massimo due mandati al parlamento e impossibilità per i pregiudicati di candidarsi. In una situazione di piena sovranità, queste misure possono sicuramente assicurare una più limpida vita parlamentare, essendo volte al tentativo di abbattere la corruzione. Ma crediamo, per diversi motivi, che il vostro sforzo, sebbene valido, sia inutile: intanto perché è molto improbabile (per non dire impossibile) che il referendum riesca a produrre i suoi effetti senza essere affossato o modificato, ma soprattutto perché, come già detto, anche se, per assurdo, le leggi da voi proposte riescano a raggiungere la validità, essendoci una situazione di totale mancanza di sovranità, a ben poco servirebbero e non produrrebbero gli effetti desiderati. A che serve controllare l’accesso alle camere di determinati parlamentari, quando oggi, tutti, dal primo all’ultimo hanno in comune la sottomissione al potere americano? In più entrerebbe in funzione su di voi quel meccanismo da sempre utilizzato per conservare il sistema da eventuali perturbatori dello status quo: riusciranno a farvi credere, in un modo o nell’altro, che i vostri sforzi sono stati vani a causa di un qualche motivo a voi estraneo così che fra decine di anni ancora farete i discorsi di oggi, ancora tenterete di percorrere le stesse strade di oggi, così che avrete sempre la speranza di riuscire a mettere in pratica le vostre idee negli stessi modi, obiettivi che per sempre saranno lì lì per essere raggiunti, ma mai conquistati davvero; è quello che succede da una cinquantina d’anni ai vari gruppi politici e partiti che sperano di cambiare la situazione italiana; ovviamente la speranza è tutta dei militanti, e che dicono oggi quello che dicevano ieri e vengono come ieri mobilitati contro questo o quell’altro pericolo urgente, con l’assicurazione che la prossima legislatura, vedrete (bla, bla, bla).

Ci auguriamo sinceramente che voi riuscirete a non entrare in questo circolo vizioso, magari facendovi fagocitare dai vari girotondisti (ottimi rappresentanti di eterni insoddisfatti sempre ad attendere la grazia di qualcuno, ma sempre disposti a piegarsi al volere di chi comanda), che stanno già tentando di aggregarvi alle loro chiacchiere, facendovi diventare parte dello status quo che difendono. Un altro tema a noi caro, che affrontate anche voi, è la definitiva perdita di significato delle categorie politiche di sinistra e destra. Non siamo stati noi i primi ad affrontare questo discorso, che era già in auge all’inizio del novecento, quando la differenza fra i vari capi dei gruppi nel Parlamento risiedeva nel solo fatto di difendere gruppi di interessi diversi. Oggi è ancora così, con l’aggiunta che i gruppi di interessi contrapposti, non sono più così contrapposti, anzi spesso e volentieri sono proprio gli stessi. Destra e sinistra, nella vostra polemica, non hanno più senso perché rappresentate da parlamentari corrotti e inefficienti, ma in realtà possiamo assicurarvi, parlando da amici, che semmai è l’inverso: i parlamentari riescono ad essere corrotti ed inefficienti proprio sfruttando le possibilità che gli vengono dal binomio in questione; non ci sono più (se mai ci siano state è da vedere), differenze reali, riguardanti la politica pratica, che potessero identificare destra e sinistra; se notiamo i presupposti ideologici semmai, troviamo differenze di altro tipo, che però non è corretto e onesto identificare come “destra” o “sinistra”.

Il discorso sarebbe lungo e soprattutto lasciamo ai numerosi studiosi di politica il compito di affrontare la questione più approfonditamente (dall’inizio del 1900 ad oggi saranno migliaia i politologi che hanno fatto notare questa problematica, ovviamente tenuta ai margini da chi ha sempre tratto profitto dalla conservazione del binomio). Il problema risiede nel fatto che non si può affrontare una questione del genere dall’interno delle logiche di cui lo stesso sistema politico bipolare o bipartitico si nutre: alla denuncia dell’inconsistenza delle differenze fra destra e sinistra deve seguire un nuovo approccio pratico e ideologico, una consapevolezza dei propri obiettivi e un realismo legato a doppio filo ad una radicalità (non estremismo) di vedute. Destra e sinistra, così come in Italia, rappresentano la strategia d’azione della liberal-democrazia di marca statunitense anche in tutte le altre nazioni sottoposte alla tutela atlantica; attraverso queste due compagini i grandi poteri riescono a legiferare in ogni campo a proprio piacimento, dando un colpo al cerchio e uno alla botte, accontentando l’industriale e l’impresa mafiosa; impossibile affrontare la questione prendendo come esempio un Mastella o un qualsiasi altro politico italiano: non possiamo fronteggiare un disegno globale come un fatto esclusivamente nostrano. Ovunque, i partiti politici, quando si rifanno a due o più schieramenti, quando predicano l’alternanza rispondono a logiche mondializzanti di fronte alle quali siamo impotenti se intendiamo agire localmente; i problemi di corruzione, inefficienza e via dicendo che osserviamo sul nostro suolo, sono gli stessi che si osservano in tutti i satelliti della potenza americana o, più moderatamente, negli aderenti al suo sistema internazionale.

In tutta Europa (e oltre) vengono affrontate le stesse tematiche; in tutta Europa vengono mantenute in vita destra e sinistra (per poi accordarsi al momento di costituire un governo e creare le Grandi Coalizioni che i nostri politici tanto desiderano) proprio perché sono necessarie alla sopravvivenza del sistema. Cari amici di Beppe Grillo, questi sono – a grandi linee – i dubbi che ci attanagliano quando osserviamo e ci rallegriamo delle vostre prese di posizione; come vedete sono questioni piuttosto diverse da quelle che vengono prese in considerazione nei grandi media (per esempio l’accusa di qualunquismo e di antipolitica che noi gireremmo volentieri ai mittenti), ed è forse questo che più di ogni altra cosa dovrebbe farvi un attimo riflettere: gli appartenenti alla casta collaborazionista vi accusano di tutto, ma mai entrano nel merito delle questioni che ponete, questo perché sanno o sperano di potervi, prima o poi, plagiare direttamente o attraverso la partecipazione ai loro teatrini; cominci da subito la vostra battaglia per non perdere la via intrapresa, per rendere la vostra lotta realistica ed efficace. Vi invitiamo a rifletterci su e ci uniamo al vostro grido, mandando a quel paese i nostri parlamentari e soprattutto i loro padroni d’oltreoceano.

 

Tra profezie apocalittiche, ipotesi di complotto e crisi globale: l’abdicazione del Papa

papa

di: Enrica Perucchietti e Gianluca Marletta

«Non lasciatemi solo, pregate per me, perché io non fugga per paura dinanzi ai lupi».

È con queste parole – quasi un’inusitata implorazione – che ha avuto inizio, più di sette anni fa, il pontificato di Benedetto XVI; parole che oggi risuonano come un’inquietante prefigurazione rispetto ad un avvenimento senza precedenti nella storia moderna come quello dell’abdicazione di un Papa. Si tratta infatti di un avvenimento che, al di là delle poco convincenti giustificazioni “ufficiali”, evoca nell’opinione pubblica un senso di disorientamento e di sconcerto; complice anche la sincronicità con una crisi politica, economica e morale globale che appare, ogni giorno di più, senza precedenti e senza apparente via d’uscita.

È evidente, infatti, come un atto del genere, al di là delle “normalizzanti” giustificazioni massmediatiche, presupponga una situazione di stravolgimento e un travaglio senza precedenti all’interno della più grande istituzione religiosa del mondo; scatenando peraltro, com’é ormai congenito al fluido mondo della cultura di massa contemporanea, un tam tam di illazioni e suggestioni d’ogni tipo, frutto da una parte di un confuso apocalittismo e catastrofismo, ma anche della percezione lucidamente radicata fra i più, di star vivendo un periodo di inusitata trasformazione del mondo.

Da questo punto di vista la sensibilità di massa, che si esprime essenzialmente sul web, si divide tra chi da una parte è tentato di rievocare le numerosissime – e a volte curiose e sconcertanti – profezie su “gli ultimi Papi” di cui è ricchissima la storia carismatica del Cristianesimo, e chi vuole leggere questo sconvolgente passo del Romano Pontefice alla luce della drammatica crisi politica e umana che coinvolge oggi il mondo intero, Chiesa Cattolica compresa.

Le profezie del passato

La notizia dell’abdicazione del papa non poteva che sconvolgere l’opinione pubblica e diffondere suggestioni apocalittiche ben vive nella tradizione cattolica, sebbene il rischio di coniugare previsioni spurie di origine non cristiana (addirittura di stampo new age) a visioni genuine sia sempre evidente. Per rendersi conto di come la notizia abbia scosso i fedeli, basta gettare un’occhiata su internet, dove post, articoli e tweet rilanciano il fascino apocalittico che, archiviata la profezia Maya sulla fine dei Tempi, da meno di due mesi ci eravamo lasciati alle spalle. Ora si rispolverano invece le visioni delle beata Anna Caterina Emmerich e la Profezia di Malachia, passando per il sempiterno Nostradamus, i Vaticinia de Summis Pontificibus, il Ragno Nero o Maria Valtorta. Non possono mancare i riferimenti al ciclo profetico di La Salette (1846), al Terzo Segreto di Fatima e ai sogni di Don Bosco.

A dispetto di quello che si potrebbe credere, l’impressione che ne emerge non è un coacervo di suggestioni apocalittiche ma, al contrario, una linea drammaticamente solidale nel prevedere la Fine dei Tempi e in alcuni casi il cosiddetto Decennio della Tribolazione. Concentrando l’attenzione infatti all’ambito prettamente cristiano (e tralasciando per ora le più criptiche quartine di Nostradamus), i vaticini alludono chiaramente della decadenza morale e spirituale della Chiesa, colpita da apostasia, e della sua imminente fine…

Le visioni di Caterina Emmerick

Caterina Emmerick (1774-1824) parla ad esempio della “falsa chiesa” di Roma “costruita contro ogni regola” al cui interno avrebbero trovato riparo eretici di ogni tipo, dando origine a “divisioni e caos”. I sacerdoti si sarebbero abbandonati addirittura a ogni genere di oscenità, dal gioco d’azzardo al sesso: “Il clero locale diventava tiepido, e vidi una grande oscurità…

Caterina Emmerick

Caterina Emmerick

Allora la visione sembrò estendersi da ogni parte. Intere comunità cattoliche erano oppresse, assediate, confinate e private della loro libertà. Vidi molte chiese che venivano chiuse, dappertutto grandi sofferenze, guerre e spargimento di sangue”. Continua la beata: “Vidi ancora una volta che la Chiesa di Pietro era minata da un piano elaborato dalla setta segreta, mentre le bufere la stavano danneggiando”. La Chiesa appare, come anche nei sogni profetici di Don Bosco, divisa “in due fazioni”.

In particolare, come descritto anche nella visione del Terzo Segreto di Fatima e nel ciclo di La Salette, la Emmerick racconta delle tribolazioni che la Chiesa dovrà affrontare, ed in particolare di un ultimo Papa “molto ammalato e debole” circondato da iniqui e traditori: “Parlai al Papa dei vescovi che presto dovevano essere nominati. Gli dissi anche che non doveva lasciare Roma. Se l’avesse fatto sarebbe stato il caos. Egli pensava che il male fosse inevitabile e che doveva partire per salvare molte cose… Era molto propenso a lasciare Roma, e veniva esortato insistentemente a farlo…”.

Le visioni della Beata sembrano indicare però nel successore al Soglio pontificio un italiano: “Vidi un nuovo Papa che sarà molto rigoroso. Egli si alienerà i vescovi freddi e tiepidi. Non è un romano, ma è italiano. Proviene da un luogo che non è lontano da Roma, e credo che venga da una famiglia devota e di sangue reale. Ma per qualche tempo dovranno esserci ancora molte lotte e agitazioni”.

La monaca di Dresda, invece, nella lettera a Federico I di Prussia predisse che “l’ultimo Pietro giungerà dalla tua terra”, ovvero dalla Prussia, regione storica oggi compresa tra i confini di Russia, Polonia, Lituania e Germania.

Le profezie del Ragno Nero

Un altro profeta a cui non si può non fare riferimento è il Ragno Nero (in tedesco Shwarzer Spinner), un monaco veggente bavarese dell’Ordine cistercense, vissuto probabilmente intorno alla seconda metà del XVI secolo tra Ratisbona, Monaco e Augusta, e meglio conosciuto come Monaco Nero. Il suo nome deriva dal sigillo, in forma di un ragno nero, con cui aveva vergato le sue carte contenenti un lungo elenco di profezie che terminerebbero il 7 giugno 3017 d.C.

A differenza delle profezie di Nostradamus, le previsioni del Ragno Nero sono disposte in ordine cronologico, hanno una matrice cristiana e per la loro chiarezza non necessitano di un particolare commento. ragno neroÈ proprio negli scritti del Monaco Nero che ritroviamo un riferimento esplicito al Decennio della Tribolazione (“dieci anni di follia”) che avrebbe avuto inizio nel 2011 e che porterebbero al manifestarsi dell’Anticristo alla guida della Chiesa. L’espressione “dieci anni di follia” potrebbe fare indirettamente riferimento al periodo di tribolazione di cui si parla nell’Antico e nel Nuovo Testamento sotto nomi diversi: il giorno del Signore (Isaia 2: 121; 13: 62Giole 1: 153, 2:1-64; 3:45Tellasonicesi5:26); angoscia, tribolazione o grande tribolazione (Matteo 24:217), il tempo dell’angoscia (Daniele 12:18), etc. concetto che viene ampiamente sviluppato nell’Apocalisse di Giovanni.

Così l’anno 2013 si caratterizzerebbe, per il Ragno Nero, per la fine della Chiesa Cattolica: s’intravvede un Grande Scisma e si paventa l’arrivo di una “Papessa” dal nord Europa. Ci vorranno però ancora tre anni perché “l’ultimo Pietro dei marmi benedirà il lupo, scambiandolo per agnello”.

Scrive il Ragno Nero: “Guardatevi dalla mano inanellata. Benedice, ma nel suo gesto c’è la maledizione./Guardatevi dalle ultime lune di questo tempo bizzarro, perché porteranno mutamenti strani./Nel cuore della vecchia terra si parla la lingua delle catacombe. Ma pochi riescono a intendersi./E di questa confusione approfitterà un uomo giovane./Molti seminatori rimarranno attoniti, con il braccio alzato, nel vedere passare il nuovo Cesare”.

Malachia, la Monaca di Dresda e il Terzo Segreto di Fatima

Ma è soprattutto con le profezie di Malachia e con quelle della monaca di Dresda che alcuni hanno creduto di rinvenire chiari riferimenti al pontificato di Benedetto XVI e al suo successore. Comune ai due cicli profetici è la visione della fine della Chiesa che si dovrebbe compiere, stando alle interpretazioni degli storici, propri con il successore di Ratzinger.

La profezia di Malachia è una lista di 112 brevi frasi in latino attribuita a San Malachia di Armagh (vissuto nel XII secolo), pubblicata nel 1595 da Arnold de Wyon, uno storico benedettino, come parte del suo libro Lignum Vitæ. La lista descriverebbe tutti i papi (e antipapi) a partire da Celestino II, eletto nel 1143, e si concluderebbe con il papa descritto come “Petrus Romanus” il cui pontificato dovrebbe terminare con la distruzione di Roma: ed è qui che la profezia di Malachia sembrerebbe coincidere con la visione del Terzo Segreto di Fatima, erroneamente (secondo alcuni) identificata con l’attentato del 1981 di Giovanni Paolo II a Piazza San Pietro.

Malachia

Malachia

Come ha dimostrato Antonio Socci nel suo libro inchiesta, Il quarto segreto di Fatima, si deve infatti ricordare che nessun organo istituzionale del Vaticano ha ufficialmente interpretato la visione di Fatima come la premonizione dell’attentato a Woytila, seppur tale accostamento sia stato proposto all’opinione pubblica: in sostanza, si sarebbe lasciato credere che il Terzo Segreto (che a differenza degli altri Due non contiene alcuna spiegazione, ma solo una visione) si riferisse all’attentato quando, al contrario, la visione indicherebbe esplicitamente (e drammaticamente) altro.

La Vergine, infatti, avrebbe mostrato ai tre pastorelli una scena di guerra, in cui un uomo vestito di bianco (il Pontefice) veniva ferito a morte non da un folle ma da soldati. La visione descritta da Suor Lucia è infatti la seguente:“…E vedemmo in una luce immensa che è Dio […] un Vescovo vestito di Bianco […] Vari altri Vescovi, Sacerdoti, religiosi e religiose salire una montagna ripida, in cima alla quale c’era una grande Croce di tronchi grezzi come se fosse di sughero con la corteccia; il Santo Padre, prima di arrivarvi, attraversò una grande città mezza in rovina e mezzo tremulo con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande Croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce, e allo stesso modo morirono gli uni dopo gli altri i Vescovi Sacerdoti, religiosi e religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni. Sotto i due bracci della Croce c’erano due Angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio”.

La descrizione è drammatica: la città di Roma è in rovina, il Pontefice cammina tra i cadaveri e dopo la sua uccisione altri religiosi, uomini e donne vengono sterminati dai soldati. Ora, è evidente che l’attentato di Piazza San Pietro semmai può essere ricondotto al ciclo profetico di La Salette (che allude al ferimento di un Papa) e che può essere considerato come “anticipazione” di Fatima, ma non al Terzo Segreto, mancando non solo la morte del Santo Padre (per colpi di arma da fuoco e frecce!), ma la rovina della città e soprattutto il successivo sterminio di “Vescovi Sacerdoti, religiosi e religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni”. Anche a La Salette, infatti, la Madonna avrebbe accennato alla grave apostasia che avrebbe colpito la Chiesa e a sciagure che gravano sull’umanità e sulla Chiesa stessa, arrivando a profetizzare che il Papa “sarà perseguitato” e gli si “sparerà addosso”. Il Papa a cui fa riferimento la Vergine è stato identificato da alcuni ricercatori con Giovanni Paolo II, non solo per via dell’attentato ma anche perché la sua elezione al soglio pontificio viene descritta come “inaspettata” ed è chiarito che non sarebbe stato “romano”, cioè italiano.

Con La Salette e poi con Fatima la Vergine mostra un’escalation di violenza, sciagure e apostasia che avrebbero colpito la Chiesa ma che, evidentemente, non si sono ancora compiute del tutto: abbiamo un pontefice che viene ferito (ma non ucciso) e un suo successore che viene addirittura martirizzato. Come ha notato Socci, “è facile constatare che è il segreto della Salette (e non il terzo Segreto di Fatima) a corrispondere perfettamente alla vicenda di Giovanni Paolo II. È a lui che si attenta la vita, ed è lui che però, per la protezione della Vergine, si salva. Poi c’è un’altra profezia formulata a Fatima, quella di un pontefice che viene ucciso”. E che non si sarebbe ancora avverata.

Malachia, invece, avrebbe descritto ciascuno dei 112 futuri pontefici attraverso un “motto”. L’avvicendarsi di quelli che secondo la profezia sarebbero gli ultimi papi ha riportato l’attenzione dei ricercatori e dei fedeli su questa profezia, arrivando, in tempi non sospetti, a identificare Benedetto XVI con il penultimo e 111º Papa.

Il 111º papa è infatti descritto come De gloria olivae. Il motto De gloria olivae è stato collegato al nome “Benedetto” perché alcuni benedettini sono anche chiamati “monaci olivetani”. Da notare che nell’araldo del Papa è raffigurata un persona di colore sul lato destro (sinistro rispetto all’osservatore) simbolo della Diocesi di Frisinga di cui fu arcivescovo. Il termine “olivae” è stato connesso al colore di questo viso di moro e collegato al “Papa Nero” menzionato da Nostradamus. Il ramoscello di ulivo è inoltre legato alla pace, causa alla quale Benedetto XVI si è consacrato durante il suo pontificato.

Infine, i ricercatori hanno evidenziato come Joseph Ratzinger sia nato nel Sabato Santo del 1927, il 16 aprile, al culmine della Settimana Santa, periodo sotto il segno dell’ulivo.

La profezia sul 112º papa, Petrus Romanus, presagisce invece la fine della Chiesa e la distruzione di Roma dopo l’ascesa al soglio pontificio dell’ultimo papa, in continuità, dunque, con il Terzo Segreto di Fatima. Recita la traduzione italiana della profezia: “Durante l’ultima persecuzione della Santa Romana Chiesa siederà Pietro il Romano, che pascerà il gregge fra molte tribolazioni; passate queste, la città dei sette colli cadrà ed il tremendo Giudice giudicherà il suo popolo. Amen.

Un’ipotesi precedente all’abdicazione di Benedetto XVI ha sollevato il dubbio che l’epiteto di “Pietro Romano” non sia riferito a un Papa bensì al Cardinal Camerlengo che, alla morte (o abdicazione in questo caso) del Pontefice regnante, siede sul trono di Pietro in attesa dell’elezione del successivo.

Non sono in pochi, così, coloro che fanno notare, con inquietudine, come l’attuale Camerlengo sia il Card. Tarcisio Pietro Evasio Bertone, nato aRomano Canavese nel 1934…! Ma non solo.

Ratzinger abdicherà alle ore 20 del 28 febbraio, data in cui la Chiesa festeggia proprio San Romano. Alcuni hanno fatto anche notare l’importanza numerologica della data in cui è stata comunicata la decisione del Santo Padre: 11 febbraio. Da un lato abbiamo l’11, simbolo di Giustizia, numero “caro” alla massoneria, dall’altro la ricorrenza della Madonna di Lourdes.

Le profezie della monaca di Dresda sembrano completare il ciclo profetico di Malachia, additando gli ultimi pontefici rispettivamente come: “Angelo Guida di Giosafat, con il segno della Gloria” e “Angelo della Pietà, con il segno del Martirio”. Il primo coinciderebbe con il motto malachiano De gloria olivae mentre il secondo con Petrus Romanus.

In entrambi i casi i papi descritti dai motti sarebbero gli ultimi.

Ipotesi di Complotto.

complotto

Naturalmente, oltre al filone profetico-apocalittico, impazzano sul web le varie ipotesi complottiste sulle dimissioni di Benedetto XVI. Alcune di queste ipotesi, in realtà, precedono in maniera piuttosto sconcertante l’attuale evento, annunciando già da mesi cosa sarebbe poi realmente accaduto e identificando nei Poteri Forti massonici e nemici del Cristianesimo i “cospiratori” che avrebbero complottato contro l’attuale Pontefice.

Sul sito http://www.parrocchie.it/correggio/ascensione/scontro_in_Vaticano_2012.htm, ad esempio, campeggia da mesi un’inquietante articolo dal titolo “Vaticano: complotto per far dimettere il Papa?” in cui si afferma esplicitamente: “La Massoneria ecclesiastica, attraverso queste continue fughe di documenti e di lettere, sta cercando di spingere il Papa alle dimissioni per indire un nuovo Conclave nel tentativo di mettere a capo della Chiesa Cattolica uno dei suoi. Sarebbe la reale vittoria della Massoneria sulla sua più acerrima nemica… Dopo, la strada verso il New World Order sarebbe completamente spianata!”. Il riferimento immediato è ad alcuni scandali e fughe di notizie, tra cui quella pubblicata da “Il Fatto Quotidiano” del 10 Febbraio 2012 a firma di Marco Lillo, in cui si faceva riferimento ad un presunto documento riservato in cui sarebbe stata paventata con preoccupante certezza l’uccisione del Papa (!) entro il Novembre del 2012. Un’inquietante “previsione” poi rivelatasi errata, ma che è stata solo una delle innumerevoli “voci”, calunnie e sibili che hanno circondato la persona del Pontefice specie negli ultimi anni.

Di certo, al di là delle sconcertanti previsioni o delle mere illazioni, c’è il dato di fatto che tutto il pontificato di Benedetto XVI sembra essere trascorso all’ombra (o piuttosto sotto il peso) di un rapporto ambiguo e decisamente “pericoloso” con i Poteri Forti che dominano la scena in Occidente: stiamo parlando, per intenderci, di quei poteri reali, spesso poco visibili ma apparentemente onnipresenti, che caldeggiano la creazione di un Nuovo Ordine Mondiale.

Benedetto XVI e i poteri forti del Nuovo Ordine Mondiale.

Una delle critiche più diffuse sul web alla figura di Benedetto XVI – anche su molti siti cattolici – riguarda la sua debolezza (a volte bollata addirittura come connivenza) verso quei Poteri Forti occidentali che propugnano la costruzione di un Nuovo Ordine Mondiale: debolezza piuttosto sconcertante, data la storica ostilità che i poteri “mondialisti” hanno sempre dimostrato verso tutte le religioni, specie verso il Cattolicesimo.

Di fatto, sembra che tali Poteri Forti abbiano perseguito fin dall’inizio, nei confronti del pontificato di Benedetto XVI, una cinica ma efficace strategia del bastone e della carota, passando dagli scandali mediatici montati ad arte (da ricordare, quello riguardante il famoso “Discorso di Ratisbona” che fece infuriare il mondo islamico a partire da una frase volutamente estrapolata dal contesto, o l’ancor più capzioso “scandalo del preservativo” creato dalla stampa francese durante un viaggio pastorale in Africa) ad una ricerca di consenso o persino di legittimazione da parte dello stesso Pontefice. Un Pontefice, Papa Ratzinger, a capo di una Chiesa aggredita e priva di qualsivoglia difesa, e pertanto facilmente ricattabile dall’esterno come dall’interno.

Ed é forse questa la chiave di lettura per interpretare certe sconcertanti “aperture” del Pontefice verso il Nuovo Ordine Mondiale a partire dal famoso (o per alcuni famigerato) discorso del 25 dicembre 2005, quando un Ratzinger appena eletto pronunciò le parole: “Uomo moderno, adulto eppure talora debole nel pensiero e nella volontà, lasciati prender per mano dal Bambino di Betlemme; non temere, fidati di Lui! La forza vivificante della sua luce ti incoraggia ad impegnarti nell’edificazione di un nuovo ordine mondiale”.

Una sconcertante “benedizione” ad un potere mondiale notoriamente cresciuto in un contesto massonico e anticristiano che è stata persino ribadita, più di recente, nel documento del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, dal titolo: Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale9; in cui si afferma senza mezzi termini la necessità della costituzione di un’Autorità Pubblica Mondiale a partire dalle stesse istituzioni sovranazionali oggi esistenti (ONU, Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, ecc.); ovvero, a partire da organizzazioni che per decenni hanno fatto, di “valori” ben poco cattolici come quelli della riduzione maltusiana delle nascite, della propaganda abortista e dell’indebitamento dei paesi poveri, un vero cavallo di battaglia!

Eppure Papa Benedetto XVI è quello stesso Cardinal Ratzinger che nel 1999, nell’introduzione al libro di Michel Schooyans, professore dell’Università Cattolica di Loviano, dal significativo titolo di Nuovo Disordine Mondiale (trad. ital., Cinisello Balsamo 1999) – sottotitolo La grande trappola per ridurre il numero dei commensali alla tavola dell’umanità- affermava non senza coraggio: Le tesi portate avanti da Schooyans, oltre ad essere un autentico pugno nello stomaco, esprimono dunque una linea interpretativa che potremmo definire autorevolissima della posizione della Chiesa riguardo ad un problema, quale quello della “vita” e della sua strumentalizzazione, che è preconizzato come un tentativo di “dittatura mondiale” perseguita dai paesi più ricchi e che si avvale, nella visione proposta, di importantissimi strumenti politici quali l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), l’O.N.U., le ONG, la Banca Mondiale e tutte le organizzazioni ad esse collegate. Secondo l’Autore, il Nuovo Ordine Mondiale altro non è che il tentativo di imporre la “filosofia dell’egoismo” dei paesi ricchi ai paesi poveri o in via di sviluppo, ed il dominio di pochi su tutti gli altri”.

Ed è da queste indubbie contraddizioni che è nata in molti la percezione di un Papa fragile e indeciso, ricattabile da Poteri contro i quali egli non sembra aver voluto (o potuto) opporre alcuna resistenza.

Proprio in queste ore, pertanto, sul web rimbalza di continuo la domanda se non sia partita proprio da questi “Poteri” l’ingiunzione a Benedetto XVI di abbandonare il Pontificato, di …fuggire davanti ai lupi, per riprendere la metafora delle stesso Papa appena eletto; una decisione che, qualunque siano le reali ragioni che l’hanno originata, rischia di essere foriera di gravissima confusione e di temibili scandali per un mondo cattolico già profondamente indebolito e lacerato.

1 Poiché vi sarà un giorno del signore degli eserciti

2 Urlate perché è vicino il giorno del Signore; esso viene come una devastazione da parte dell’Onnipotente

3 È infatti vicino il giorno del Signore e viene come uno sterminio dall’Onnipotente.

4 Tremino tutti gli abitanti della regione perché viene il giorno del Signore, per è vicino giorno di tenebra e caligine, giorno di nube e oscurità.

5 Il sole cambierà in tenebre e la luna in sangue, prima che venga il giorno del Signore, grande e terribile.

6 …voi ben sapete che come un ladro di notte, così verrà il giorno del Signore.

7 Poichè vi sarà allora una tribolazione grande quale mai avvenne dall’inizio del mondo fino a ora, né mai più ci sarà.

8 Vi sarà un tempo di angoscia, come non v’era mai stato dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo

9 Il documento è scaricabile in PDF presso il sito: http://www.pcgp.it/dati/2011-10/24-999999/RIFORMA-MONETARIA-italiano.pdf

FONTE: IlDemocratico.com

Discorso di José Pepe Mújica, Presidente dell’Uruguay, al Vertice della CELAC in Cile

uruguay

Discorso di José Pepe Mújica, Presidente dell’Uruguay nel Vertice della CELAC (Comunità di Stati Latinoamericani) tenutasi a Santiago, in Cile, il 26 e 27 gennaio 2013.

Stati Uniti, le lobby educano i bambini: milioni spesi per ‘avvicinarli’ alle armi

armi

Uno studio della “Confcommercio” dei produttori di pistole e fucili: “Azionisti e manager dovrebbero pensare a programmi rivolti ai bambini under 12″. La legge proibisce la vendita ai minorenni, ma alle industrie non interessa: non serve che ne comprino una, ma che ne abbiano una tra le mani. Così i ragazzini possono diventare “testimonial” con i propri amichetti

“Chi lo sa? Potreste trovarne uno sotto l’albero la mattina di Natale!”. Nella fotografia una ragazzina di 15 anni sorride imbracciando un Bushmaster AR-15. L’articolo è ammiccante, intrigante: invita i ragazzi a andare al più vicino poligono di tiro con mamma o papà e provare il fucile d’assalto usato nel massacro della scuola Sandy Hook di Newtown. E’ uno dei tanti pubblicati da “Junior shooters” (in italiano ”Piccoli tiratori”), una delle riviste specializzate finanziate dalle lobby, il cui scopo è quello di avvicinare i più giovani al mondo delle armi da fuoco. Non ci sono solo le battaglie al Congresso, ora l’obiettivo sono i bambini: negli Usa i produttori stanno investendo milioni di dollari per avvicinarli e fidelizzarli fin da piccoli all’uso delle armi – scrive il New York Times– con il pretesto di responsabilizzarli e insegnare loro come si usano.

Al confronto l’applicazione creata dalla National rifle association che insegna a sparare sullo smartphone, e considerata da iTunes adatta ai bambini di età superiore ai 4 anni, è uno scherzo. L’offensiva va avanti da circa 5 anni e punta “al reclutamento e alla conservazione” di giovani tiratori e appassionati di caccia, cui far sperimentare anche le armi semiautomatiche.

Con i cacciatori autorizzati che, secondo i dati ufficiali, sono passati dal 7% della popolazione nel 1975 al 5% del 2005, le industrie sono passate alla controffensiva: “Azionisti, manager e produttori – si legge in uno studio pubblicato nel 2012 dalla National Shooting Sport Foundation, la “Confcommercio” dei produttori di armi con oltre 7mila industrie affiliate – dovrebbero pensare a programmi rivolti ai bambini dai 12 anni in giù”.

I ragazzini vengono usati come testimonial per fare proseliti tra gli amichetti. Uno studio condotto nel 2012 dalla Nssf e dallo Hunting Heritage Trust, afferma che “è necessario individuare un target di ragazzi tra gli 8 e i 17 anni che sanno già sparare” e usarli come “ambasciatori” tra i loro coetanei che praticano discipline simili (tiro con l’arco, paintball…) in modo da affascinare questi ultimi al mondo delle armi. “La ricerca dimostra come oltre 23 milioni di ragazzi tra gli 8 e i 17 anni – si legge nel documento – cominceranno a praticare la caccia se verranno invitati da coetanei nei prossimi 12 mesi, e oltre 27 milioni si avvicineranno al tiro al bersaglio se invitati nello stesso periodo”.

La guerra condotta dalla National Rifle Association e dalla National Shooting Sport Foundation, che ha sede a Newtown, a 3 miglia dalla scuola Sandy Hook, è sottocutanea, silenziosa e capillare. Se la legge federale proibisce la vendita di armi agli under 18, a loro poco importa: non serve che ne comprino una – è il ragionamento – ma che ne abbiano una tra le mani. Così da decenni la Nra elargisce donazioni a organizzazioni giovanili come i Boy Scouts of America (oltre 4,6 milioni di membri) o la 4-H Organization, oltre 6,5 milioni di affiliati tra i 5 e i 19 anni. La strategia è subdola perché si basa sul dono: solo la Youth Shooting Sport Alliance, associazione no profit creata nel 2007 per promuovere il tiro al bersaglio tra i giovani, ha ricevuto donazioni per un milione di dollari tra denaro, armi e materiale tecnico dalla Nssf. Che soltanto nel 2011 – ricorda il New York Times – ha effettuato 58 donazioni. Un’elargizione tipica sono i 23 fucili, le 4 pistole di precisione e le 16 scatole di munizioni finito in uno youth camp nel Michigan.

Proliferano in ogni angolo d’America i campionati giovanili di tiro. Nel 2009 è nata la Scholastic Steel Challenge, versione per i bambini della Steel Challenge, la più importante gara di tiro al bersaglio che si tiene ogni anno negli Usa, a Piru, in California: in palio ci sono 60 pistole semiautomatiche calibro 9 gentilmente offerte dalla Nssf, Smith&Wesson e Glock. “La Ssc dà ai giovani adulti tra i 12 e i 20 anni – si legge sul sito – la possibilità di cimentarsi nel familiare sport dello speed steel (…) focalizzando l’attenzione sull’uso sicuro delle armi da fuoco”. L’altro fronte è quello della legge: ogni anno milioni di dollari vengono investiti in attività di lobbying per abbassare l’età minima cui si può cominciare a sparare nei poligoni. In molti Stati i risultati sono arrivati, come in Michigan dove l’età è scesa da 12 a 10 anni e in Wisconsin, dove non c’è più limite d’età quando il ragazzino è accompagnato da un genitore. Attivissimi sono, ovviamente, anche i costruttori: sul proprio sito Bushmaster offre uno scontro di 350 dollari sull’AR-15, il fucile usato a Newtown, per “supportare e incoraggiare i giovani shooter”. Poco male se poi questi ultimi entrano in una scuola e cominciano a sparare all’impazzata.

Fonte: IlFattoQuotidiano.it

La mappa del nuovo ordine mondiale dopo la Seconda Guerra Mondiale. Una proposta per riorganizzare il mondo dopo la vittoria degli Alleati

nwo

di: Maurice Gomberg

Pubblicata a Philadelphia agli inizi del 1942, questa “Bozza della Mappa del Nuovo Mondo post-Seconda Guerra Mondiale”, creata da Maurice Gomberg, mostra una proposta per ri-organizzare il mondo dopo la vittoria degli Alleati contro le forze dell’Asse. Il titolo si riferisce ad un “Nuovo Ordine Mondiale“, un concetto vago, dove le sue molte definizioni sono spesso in contraddizione tra loro.

Al centro del NWO (New World Order), tuttavia, vi è sempre l’idea che un piccolo gruppo di potenti individui, istituzioni, industrie e / o nazioni debbano guidare il mondo nella giusta direzione (cioè verso l’’unificazione“). Questo potrebbe avvenire anche contro la volontà del mondo (e quindi fatto di nascosto, almeno in alcune versioni della storia del NWO), ma, in fine dei conti, è per il suo bene.

Uno dei riferimenti più recenti al NWO da parte di una importante figura politica è stato fatto dal presidente degli Stati Uniti George Bush (Sr), che usò esplicitamente il NWO per riferirsi agli obiettivi degli USA nel mondo post-Guerra Fredda. Il termine era già stato usato molto prima della Guerra Fredda e di entrambe le guerre mondiali. 

Qualcuno potrebbe anche dire – e ora stiamo deviando abbastanza prematuramente nel campo della teoria della cospirazione – che risalga addirittura ai tempi dei Romani, come è attestato dalla citazione (modificata) del poeta romano Virgilio sul retro del Gran Sigillo degli Stati Uniti e (in modo significativo o meno, dal 1935) sul retro della banconota da un dollaro: Novus Ordo Seclorum – letteralmente: “Un nuovo ordine delle epoche “.

In un contesto moderno, fu l’ imperialista inglese Cecil Rhodes (che diede il nome alla Rhodesia) che per primo propose un governo federale mondiale imposto dagli Stati Uniti e dall’Impero britannico. Il Presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson fu ispirato da un concetto simile per elaborare i suoi piani per la Società delle Nazioni in seguito alla prima guerra mondiale. Anche la maggior parte dei regimi fascisti negli anni ’20, ’30 e ’40 del XX secolo,  proposero una sorta di NWO – in realtà, la maggior parte si consideravano loro stessi un “Nuovo Ordine”. HG Wells – l’autore de “La guerra dei mondi “- scrisse La Cospirazione Aperta (1928) dove descriveva i suoi sforzi per riportare gli intellettuali a sostenere l’idea di una democrazia sociale mondiale e Il Nuovo Ordine Mondiale (1940), dove invece esponeva dettagliatamente come sarà necessaria una generazione di lotte per sconfiggere gli avversari di un tale governo mondiale.

Il piè di pagina della mappa esposta sopra recita:

• Gli Stati Uniti d’America (USA): Stati Uniti, Canada, tutti gli stati dell’America centrale e dei Caraibi, la maggior parte delle isole dell’ Atlantico (compresa la Groenlandia e l’Islanda), la maggior parte delle isole del Pacifico, Taiwan, Hainan, le Filippine e  diversi isole ore indonesiane, tra cui Sulawesi . Questa doveva essere la potenza dominante nel mondo, sia da un punto di vista militare e non.

• L’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS): i Sovietici dovevano essere ricompensati con la Persia (Iran), Mongolia, Manciuria, Finlandia e tutta l’Europa orientale, che di conseguenza avrebbe fatto parte del blocco orientale (esclusa l’Albania, ma includendo l’ anticonformista stato della Jugoslavia, socialista ma anti-sovietico). Tutti questi Stati dovevano semplicemente diventare stati membri dell’Unione Sovietica.  L’Austria e gran parte della Germania, anche se “in quarantena”, sono inseriti all’interno della sfera sovietica.

• Gli Stati Uniti del Sud America (USSA): include tutti gli stati del Sud America, con le tre Guyane come unico stato costituente e le Isole Falkland come parte della USSA.

• L’Unione delle Repubbliche Africane (UAR): tutta l’Africa come una federazione di repubbliche.

• Le Repubbliche Federate Arabe (AFR): ricopre l’Arabia Saudita e tutti gli altri stati che ora occupano la penisola arabica, più gli oderni Iraq e Siria.

• La Repubbliche Federate dell’India (FRI): gli attuali Afghanistan, Pakistan, India, Nepal, Bhutan, Bangladesh e Birmania (Myanmar).

• Le Repubbliche Unite della Cina (URC): una federazione comprendente tutte le parti di quelle che sono oggi la Cina, la Corea, l’ex colonia francese dell’Indocina (ora Vietnam, Laos e Cambogia), Tailandia e Malesia.

• Gli Stati Uniti della Scandinavia (USS): Norvegia, Svezia, Danimarca.

• Gli Stati Uniti d’Europa (USE): il Benelux, la Renania tedesca, Francia, Svizzera, Spagna, Portogallo e Italia.

• E infine il Commonwealth Britannico delle Nazioni (BCN), comprendente Gran Bretagna, Australia, Nuova Zelanda, Sri Lanka, Madagascar e la maggior parte dell’Indonesia.

L’entità più piccole includono l’Eire (l’intera Irlanda), la Grecia (inclusa l’Albania), la Turchia (eccetto la parte europea), l'”Ebraicolandia” (la Terra Santa più Giordania) e il Giappone. I tre stati dell’Asse (Germania, Italia e Giappone) dovevano restare ‘in quarantena‘ fino a quando non fosse stato possibile riammetterli nella famiglia delle nazioni.

Gomberg prese probabilmente spunto per questa mappa dal presidente degli Stati Uniti Franklin D. Roosevelt, il cui discorso sulle “Quattro Libertà ed un Ordine Morale” (dal suo Stato dell’Unione al 77 ° Congresso) cita, prima di definire la propria visione ( in fondo alla mappa):

 “Gli USA, con la cooperazione delle Democrazie dell’America Latina, il Commonwealth Britannico delle Nazioni e l’URSS, assumono il comando mondiale per stabilire un Nuovo Ordine Morale per la pace perpetua, la giustizia, la sicurezza e la ricostruzione del mondo. “

“La nostra politica sarà:

1. Noi, gli Stati Uniti, in collaborazione con i nostri alleati, per motivi di nostra sicurezza nazionale e nell’interesse della moralità internazionale, siamo determinati a schiacciare e distruggere definitivamente la potenza militare degli aggressori dell’Asse ed i loro satelliti, a prescindere dal costo, dallo sforzo e dal tempo necessario per eseguire questa operazione.

2. Il vecchio Ordine Mondiale di oppressione coloniale, sfruttamento dei domini, imperialismo rivale e l’equilibrio mercenario del potere diplomatico; le maestà, i dittatori, le minoranze privilegiate, i monopolisti plutocratici e simili parassiti sociali; l’ordine corrotto responsabile del cataclisma mondiale attuale, che mettono in pericolo la nostra sicurezza nazionale e il processo di pace, non risorgeranno.

3. Un Nuovo Ordine Mondiale Morale per la pace permanente e la libertà deve essere stabilito alla vittoria finale della guerra in corso.

4. Per ragioni storiche, struttura economica, geografia favorevole e il benessere dell’umanità, gli USA devono, altruisticamente, assumere la guida del nuovo e democratico ordine mondiale stabilito.

5. Per ridurre il peso e lo spreco criminale delle spese degli armamenti in tutto il mondo, gli Stati Uniti, in collaborazione con l’ America Latina, il Commonwealth Britannico delle Nazioni e l’URSS, si impegnano a garantire la pace alle nazioni, che verranno permanentemente disarmate e demilitarizzate dopo la conclusione della guerra in corso.

6. Al fine di essere in grado, nel compimento dei nostri obblighi, di prevenire efficacemente la possibilità di un ritorno di un altro cataclisma mondiale, l’invincibilità degli USA come potere militare, navale e aereo, dovrebbe essere il presupposto fondamentale.

7.Considerando realisticamente la strategia e la nostra invulnerabilità, è imperativo che gli Stati Uniti debbano ottenere la rinuncia al controllo dei loro possedimenti da tutti i Poteri stranieri in tutto l’emisfero occidentale, le acque circostanti e gli avamposti insulari strategici come indicato dalla mappa allegata.

8. Considerata la difesa emisferica e nello spirito e nella tradizione della nuova Dottrina Monroe di solidarietà emisferica e della politica del “buon vicinato“, gli Stati Uniti, con il consenso delle Repubbliche latino-americane, devono ottenere il controllo e i diritti di protettorato dei territori rinunciati.

9. Per rafforzare la nostra posizione nella zona dei Caraibi, che è di ovvia importanza per la difesa emisferica, devono essere offerti ai nostri vicini dell’America Centrale e delle Indie occidentali tutti gli incentivi possibili per facilitare il loro ingresso come stati alla pari degli USA come indicato sulla mappa.

10. Per fortificare l’unità politico-economica dell’emisfero occidentale, gli Stati Uniti devono promuovere ed assistere l’unificazione del Sud America in un ben organizzato, democratico e federato “Stati Uniti del Sud America“.

11. I territori liberati della Guiana inglese, francese e olandese vanno riorganizzati come stato unico dell’ USSA

12. Tutte le Potenze dovranno rinunciare al controllo delle loro colonie, i mandati ed i possedimenti insulari strategici in ogni parte del mondo.

13. Il Commonwealth Britannico delle Nazioni, seconda in importanza come Potenza militare e navale che coopera in un patto vincolante con gli Stati Uniti per la libertà, dovrà mantenere e acquisire il controllo di tali territori, basi per la sicurezza della pace e avamposti strategici sulle isole essenziali per il mantenimento nel mondo della pace e della libertà, come indicato sulla mappa.

14. L’URSS,  terza in importanza come Potenza militare che coopera con gli Stati Uniti per la libertà e il mantenimento della pace nel mondo, dovrebbe acquisire il controllo delle aree liberate e disorganizzate adiacenti e quelle della Germania-Austria, per poter essere rieducate e poi incorporate come repubbliche alla pari dell’URSS, come delineato approssimativamente sulla mappa.

15. Deve essere organizzata una Lega mondiale delle Nazioni con poteri di arbitrato e di supervisione.

16. Deve essere organizzata una Corte Mondiale con poteri punitivi del boicottaggio assoluto, quarantena, blocco e occupazione da parte di forze di polizia internazionali, contro i trasgressori della legge della morale internazionale.

17. Gli Stati Uniti, con la stretta collaborazione degli Stati Uniti del Sud America, il Commonwealth Britannico delle Nazioni, l’URSS e la Lega Mondiale delle Nazioni, dovranno promuovere e contribuire all’ unificazione dei territori abbandonati e delle aree al momento debolmente  divise in ben organizzate repubbliche democratiche e assolutamente demilitarizzate, come approssimativamente riportato sulla mappa.

18. Le aree conosciute come Olanda, Belgio, Lussemburgo, Svizzera, Francia, Spagna, Portogallo, l’isola di Corsica, e, infine, l’Italia e le isole della Sardegna e della Sicilia, dovranno essere unificate come demilitarizzate e federate negli “Stati Uniti d’Europa”.

19. Le aree conosciute come Svezia, Norvegia, Danimarca e le isole Spitsbergen dovranno essere unificate come demilitarizzate e federate negli “Stati Uniti della Scandinavia”.

20. Il continente africano deve essere riorganizzato e unificato come demilitarizzato e federato nella “Unione delle Repubbliche Africane”.

21. Le aree dell’ Arabia Saudita, Siria, Libano, Iraq, Hijaz,, Aden e Oman, dovranno essere unificate come unione demilitarizzata nelle ” Repubbliche Federate Arabe.”

22. Le aree conosciute come India, tra cui Afghanistan, Baluchistan, Nepal, Bhutan e Birmania dovranno essere unificate come demilitarizzate nelle “Repubbliche Federate dell’India”.

23. Le aree conosciute come Cina, Mongolia, Tibet, Thailandia, Malesia, Indocina e Corea, dovranno essere unificate come demilitarizzate e federate nelle “Repubbliche Unite della Cina”.

24. Le aree conosciute come Grecia, Macedonia, Albania, Creta, Dodecaneso e le isole adiacenti nel Mar Egeo dovranno essere unificate come demilitarizzate nella “Repubblica federale di Grecia”.

25. Le aree conosciute come Eire e Irlanda del Nord dovranno essere unificate come una repubblica indipendente e demilitarizzata dell’ “Eire”.

26. L’area della Terra Santa degli antichi ebrei, oggi conosciuta come Palestina e Cisgiordania, e le regioni adiacenti richieste come indicato sulla mappa, per considerazioni storiche e per l’assoluta necessità di alleviare il problema dei profughi nel periodo post- guerra, dovranno essere unificate come una repubblica demilitarizzata in “Ebraicolandia“.

27. L’area conosciuta come Turchia Europea, adiacente ai Dardanelli, Mar di Marmara e Bosforo, per realistiche ragioni di strategia di pace dovranno essere poste sotto il controllo congiunto dell’URSS e della Turchia.

28. La zona conosciuta come Turchia è una repubblica indipendente e demilitarizzata della “Turchia”.

29. Tutti i problemi inerenti lo scambio, il trasferimento e il rimpatrio delle popolazioni saranno gestiti dalla Lega Mondiale delle Nazioni.

30. Gli autori criminali e i loro complici di questa orribile guerra dovranno essere assicurati alla giustizia e dovrà essere data loro una punizione indimenticabile.

31. Tutti i soggetti del Giappone e tutte le persone di origine giapponese di dubbia lealtà deve essere espulsi dall’intero Emisfero Occidentale, dai protettorati USA e dagli avamposti insulari strategici e le loro proprietà confiscate per la esigenze di ricostruzione post-guerra.

32. Tutti i soggetti della Germania e dell’ Italia, e tutte le persone di origine tedesca e italiana riconosciuti come sostenitori attivi delle ideologie naziste e fasciste devono essere trattati allo stesso modo.

33.  L’immigrazione italiana, tedesca e giapponese verso l’emisfero occidentale, i suoi protettorati ed avamposti insulari dovrà essere fermata indefinitamente.

34. Tutte le persone di origine tedesca nella Prussia orientale e la Renania dovranno essere trasferite nella Germania interna e le regioni permanentemente de-Prussianizzate.

35. Tutte le persone di origine tedesca, italiana e giapponese verranno definitivamente espulse dai loro territori ormai conquistati e le loro proprietà confiscate per l’ esigenze di ricostruzione post-guerra.

36. Per depurare le popolazioni degli aggressori sconfitti dell’Asse dall’intossicazione dello sciovinismo militare, per effettuare la rimozione e la distruzione delle loro potenziali istituzioni militari , per recuperare il bottino accumulato e per ri-educarle per una loro eventuale adesione nella famiglia delle Nazioni, la aree della Germania-Austria, Italia e Giappone dovranno essere ermeticamente ed indefinitamente messe in quarantena e amministrate da governatori nominati e soggette a vigilanza da parte della Lega mondiale delle Nazioni.

37. Tutte le risorse, le capacità industriali e lavorative delle aree in quarantena dovranno essere impiegate per le le esigenze di ricostruzione del post-guerra.

38. Per ridurre il potere numerico dei paesi aggressori, come potenziale vantaggio militare, nelle zone in quarantena dovrà essere organizzata ed impiegata una Polizia per il Controllo della Popolazione.

39. Nel Nuovo Ordine Mondiale Morale che cerchiamo di stabilire, oltre alle libertà politiche essenziali,  sono indispensabili i seguenti cambiamenti fondamentali a livello economico:

(A) La nazionalizzazione di tutte le risorse naturali ed equa distribuzione delle stesse a tutte le nazioni … ovunque nel mondo;

(B) La nazionalizzazione del sistema bancario internazionale, investimenti esteri, delle ferrovie e degli impianti energetici…. in tutto il mondo;

(C) La nazionalizzazione di tutti gli stabilimenti per la produzione di armamenti da parte di tutti i poteri militari;

(D) Il controllo federale del commercio estero e della navigazione;

(E) La creazione di un sistema mondiale monetario comune;

(F) La limitazione internazionale dei tassi di interesse a un massimo del due per cento;

40. Per mantenere la vittoria e la leadership del nostro congiunto sforzo democratico …. il cui scopo non è la vendetta o lo sfruttamento, ma la libertà e la sicurezza di tutte le nazioni per il progresso pacifico …. l’ unificato “Comando Supremo della Guerra delle Nazioni Unite“, a conclusione della guerra in corso, dovrà essere riconosciuto e trasformato in un permanente   “Consiglio Supremo Militare ed Economico ” , in collaborazione con la Lega Mondiale delle Nazioni per la costruzione nel post-guerra e per far valere la pace nel mondo.

41. Il “Consiglio Supremo Militare ed Economico” dovrà eleggere i Governatori che amministreranno le zone in quarantena fino alla oro eventuale libertà per buona condotta.

 Per poter avviare i nostri propositi dobbiamo dunque combattere fino alla vittoria assoluta”.

da: http://strangemaps. wordpress. com/2008/ 06/06/286- the-new-world- moral-map/
1941 – La mappa che ha predetto il futuro … http://forum. prisonplanet. com/index. php?topic= 57864.msg289305# msg289305

mappa

maps

map

LINK: The Post War II New World Order Map: A Proposal to Re-arrange the World after an Allied Victory

DI: Coriintempesta

La corsa all’oro del nuovo millennio

oro africa

di: Marzia Nobile

La terra, da risorsa e fonte di sostentamento, si è trasformata oggigiorno in un investimento sicuro che attrae gli attori più disparati. L’accaparramento dei terreni coltivabili  è al centro di quello che può essere definito l’incontro, o lo scontro, tra la logica globale e la logica locale, dove le multinazionali, gli Stati e le organizzazioni internazionali si trovano ad affrontare le necessità e i diritti delle popolazioni autoctone.

Gli effetti di questo fenomeno vedono oggi protagonisti i Paesi in via di sviluppo, il loro popolo e la loro terra.

 Il fenomeno dell’accaparramento dei terreni coltivabili

Nel corso degli ultimi anni ha avuto inizio la corsa all’acquisizione di terra su larga scala nel Sud del mondo. Si tratta dell’accaparramento di terreni fertili nei Paesi in via di sviluppo che vede protagonisti Stati, uomini d’affari, multinazionali e fondi di investimento il cui obiettivo è quello di ottenere ingenti profitti dalla coltivazione di prodotti alimentari, mangimi e biocombustibili e dalla loro successiva esportazione all’estero (1).

Prima del biennio 2007-2008, l’agricoltura viene considerata come un’attività giunta al tramonto, ma in seguito si innesca un processo che può essere paragonato alla corsa alla terra degli indiani d’America da parte dei colonizzatori europei (2).

Quando ha inizio la crisi del mercato azionario, determinata dal crollo dei mutui subprime negli Stati Uniti, gli operatori finanziari decidono di investire nelle materie prime, in particolare quelle alimentari.

Sfruttando la deregolamentazione dei mercati dei prodotti di base, gli investitori hanno potuto speculare sul prezzo dei generi alimentari facendo ricorso ai contratti futures, relativi al valore “futuro” dei prodotti summenzionati (3). In base a questo meccanismo, il venditore e l’acquirente concludono un accordo per la consegna di un particolare bene a una scadenza procrastinata nel tempo, scommettendo così sul valore del prodotto al momento della consegna.

Storicamente, il meccanismo dei futures nasce insieme alla Borsa merci di Chicago nel XIX Secolo per dare stabilità al mercato dei prodotti alimentari, ma finisce ben presto per destabilizzarlo.

Per gli investitori, in seguito, il salto dai prodotti di base alla terra che le produce è breve.

I territori dei Paesi del Sud del mondo divengono un nuovo asset da inserire nel proprio portfolio di investimenti ed il fenomeno del land grabbing si espande a livello globale.

L’acquisizione di terra coltivabile su larga scala può essere definita accaparramento di terreni quando manca il consenso libero, preventivo ed informato della popolazione locale e quando non vengono effettuate valutazioni relative agli effetti sociali, economici ed ambientali degli investimenti. Altri indicatori possono essere l’assenza di contratti trasparenti e la mancanza di un’adeguata pianificazione della compravendita, condotta in maniera democratica (4).

Nei Paesi più poveri, gli investitori stranieri comprano ogni quattro giorni un’area di terra più grande della città di Roma e mentre i Paesi del Nord del mondo cercano di assicurarsi riserve alimentari da destinare al proprio mercato nazionale, i contadini vengono espulsi dalla propria terra e da quei campi che rappresentano la loro unica fonte di sostentamento.

Così come accadde alle popolazioni indigene americane, sprovviste di un moderno sistema catastale, anche per il popolo dell’Africa, dell’Asia e dell’America latina la mancata definizione dei diritti legali di proprietà determina la completa arbitrarietà dei governi locali e la trasformazione delle loro terre in piantagioni industriali di monoculture destinate all’esportazione.

Gli attori coinvolti

Gli Stati che maggiormente investono nel “nuovo oro”, desiderosi di sfuggire all’oscillazione dei prezzi dei generi alimentari nel mercato mondiale, sono i Paesi arabi, privi di terre fertili, gli Stati Uniti, la Corea del Sud, la Cina e l’India, attraverso la mediazione di agenzie governative e/o aziende private.

La Cina intrattiene ottime relazioni con molti Stati africani e oltre ad acquistare terreni, fornisce anche manodopera e tecnici specializzati in Camerun, Uganda, Zambia e Tanzania.

Tra i destinatari degli investimenti dei Paesi del Golfo Persico, invece, prevalgono Paesi come l’Indonesia, il Pakistan e il Sudan, anche in virtù dell’affinità di carattere religioso tra i suddetti Stati (5).

Quando a partire dal 2008 i prezzi dei generi alimentari sono saliti alle stelle, i Paesi con eccedenze hanno limitato le esportazioni per soddisfare il mercato nazionale, mentre per gli Stati che dipendevano dalle importazioni l’iperinflazione è divenuta una minaccia e la terra la risposta ai loro problemi (6).

Il fenomeno dell’accaparramento di terreni colpisce soprattutto il continente africano ed i Paesi maggiormente interessati sono il Sudan, l’Etiopia, il Mali, il Madagascar e la Liberia. Per quanto riguarda quest’ultimo Stato, circa il 30 per cento del suo territorio è stato ceduto in concessioni negli ultimi 5 anni. La terra, infatti, non viene venduta dai governi locali agli investitori stranieri, ma viene data in affitto per periodi piuttosto lunghi e a basso costo, dai 7 centesimi ai 100 dollari per ettaro all’anno (7).

Accanto agli attori statali, alle multinazionali interessate alla produzione di biocarburanti e alle società finanziarie, anche alcune organizzazioni internazionali assumono un ruolo fondamentale nell’acquisizione delle terre fertili a livello globale.

Henry Saragih, coordinatore generale di “Via Campesina”, un’organizzazione che riunisce movimenti contadini sparsi in tutto il mondo, ritiene l’accaparramento di terreni un modello affaristico promosso da organizzazioni quali la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, la FAO e l’Unione Europea.

Nonostante la predisposizione di alcuni principi guida, come quelli promossi dalla Banca Mondiale per garantire investimenti responsabili nel settore agricolo, secondo Saragih le suddette istituzioni violano i diritti dei contadini (8).

Uno studio di Oxfam, una confederazione di ONG che lotta contro la povertà e le ingiustizie a livello globale, evidenzia come gli investimenti della Banca Mondiale in agricoltura siano triplicati negli ultimi dieci anni, passando da 2,5 miliardi di dollari nel 2002 a 6/8 miliardi di dollari nel 2012.

Dal 2008, 21 ricorsi formali sono stati presentati all’ente internazionale dalle comunità colpite dagli investimenti, con l’obiettivo di denunciare la violazione dei loro diritti sulla terra.

La Banca Mondiale ricopre un ruolo decisivo nelle acquisizioni di terra, dal momento che consiglia i governi dei Paesi in via di sviluppo in relazione alle politiche da adottare, rappresenta una fonte diretta di finanziamento per gli investimenti fondiari ed è un punto di riferimento per gli altri investitori.

Un rapporto dell’Oakland Institute ha evidenziato come il braccio finanziario della Banca Mondiale, costituito dall’International Finance Corporation, IFC, e dal Foreign Investment Advisory Service, FIAS, ricopra un ruolo importante nell’ambito della diffusione degli investimenti nella terra dei Paesi del sud del mondo (9).

L’IFC finanzia il settore privato e fornisce servizi di consulenza agli investitori e ai governi. Secondo tale ente, la mancanza di accesso ai terreni limita gli investimenti e la competizione nei Paesi in via di sviluppo ed il ruolo dell’IFC e della FIAS è proprio quello di facilitare ed accrescere l’apertura del mercato della terra per lo sviluppo del settore privato.

L’International Finance Corporation, in questi anni, ha affiancato diversi governi affinché questi prevedessero condizioni favorevoli agli investitori, offrendo ad esempio sgravi fiscali, ed ha inoltre operato al fianco di numerose agenzie per gli investimenti di diversi Stati.

La fertile terra africana 

Emblema delle problematiche e delle conseguenze negative derivanti dall’accaparramento di terreni è il caso limite del Madagascar. Nel 2008, il governo locale cede 13 mila km quadrati di terra per la coltivazione del mais e della palma da olio al gruppo coreano Daewoo Logistics. Il contratto prevedeva la cessione gratuita della terra per 99 anni, in cambio di posti di lavoro e della costruzione di infrastrutture (10).

L’affare, svelato dal Financial Times, scatena una sommossa popolare che conduce alle dimissioni del Presidente Marc Ravalomanana e all’annullamento del contratto con la multinazionale sud-coreana.

Per quanto concerne l’Africa occidentale, in Mali, prima della crisi libica del 2011, il più importante operatore nel mercato della terra è rappresentato dalla Lybia Africa Investment Portfolio.

Nel 2007, l’ex Presidente della Repubblica del Mali, Amadou Toumani Touré, offre alla Libia 100.000 ettari di terra maliana per la produzione del riso (11).

Il progetto prende il nome di “Malibya” e la costruzione delle infrastrutture necessarie e di un nuovo canale per l’acqua viene affidata ad aziende cinesi.

Secondo Ibrahima Coulibaly, presidente del CNOP, il sindacato dei contadini del Mali, l’accordo negoziato tra i due Capi di Stato ha rappresentato per la popolazione locale un “fatto compiuto”, nonostante nessun presidente abbia il diritto di svendere la terra del proprio Paese (12).  Interessante notare en passant come poco dopo, causa guerra, lo Stato libico sia scomparso dalle carte geopolitiche in quanto ritenuto dalla coalizione atlantica una minaccia: probabilmente anche un forte concorrente nell’area africana.

Una notizia incoraggiante giunge dalla Tanzania, dal momento che il governo ha deciso di limitare la vendita e l’affitto delle terre a partire dal gennaio 2013. Gli investitori non potranno comprare più di 5 mila ettari per la produzione del riso e più di 10 mila ettari per lo zucchero, utilizzato anche per produrre i biocarburanti.

Grazie anche alla pressione a livello internazionale, che ha visto protagonisti diverse ONG anglosassoni, tra cui l’Oakland Institute, ed il Relatore speciale sul diritto all’alimentazione delle Nazioni Unite, Oliver De Schutter,  la politica agricola di questo Stato africano ha reso giustizia alla collera popolare e al loro diritto alla terra (13).

In merito alle possibili soluzioni per porre fine alle ingiustizie cui sono sottoposti i piccoli contadini di tutto il mondo, Renée Vellvé, co-fondatrice della ONG Grain, ritiene che la sola garanzia del rispetto dei diritti umani e del pagamento di salari adeguati da parte degli attori internazionali non possa porre fine al fenomeno dell’accaparramento di terreni.

Occorre cambiare l’attuale modello di agricoltura e seguire una diversa logica di investimento e produzione agricola, incentrata sulla “sovranità alimentare” popolare. La produzione nel settore agricolo deve essere vicina alla comunità, incentrata su un modello familiare che possa tutelare i diritti delle popolazioni locali e allo stesso tempo possa garantire cospicui profitti.

Marzia Nobile, laureata in Relazioni Internazionali presso l’Università “La Sapienza” di Roma

(1)   Liberti S., Land Grabbing. Come il mercato delle terre crea il nuovo colonialismo, Roma, 2011.

(2)   Riccardi P., Corsa alla terra, Report, 2011, www.report.rai.it.

(3)   Bisogna fermare la speculazione, Internazionale n. 891, 2011, p. 40.

(4)   Chi ci prende la terra, ci prende la vita. Come fermare la corsa globale alla terra, 2012, www.oxfamitalia.org.

(5)   Lizza G., Geopolitica delle prossime sfide, Novara, 2011, p. 164.

(6)   Rice A., Is There Such a Thing as Agro-Imperialism, 2009, www.nytimes.com.

(7)   Benni N., L’Africa alle prese con il “Land Grabbing”, 2013www.thepostinternazionale.it.

(8) Principles for Responsible Agricultural Investment (RAI) that Respects Rights, Livelihoods and Resources,www.responsibleagroinvestment.org/rai.

(9) (Mis) Investment in Agricultural. The Role of the International Finance Corporation in Global Land Grabs, 2010,www.oaklandinstitute.org.

(10) Lizza G., op.cit., p. 165.

(11) Fascetto A., Land grabbing in Mali: il progetto Malybia e le conseguenze sui locali, 2012, www.meridianionline.org.

(12) Understanding Land Investment Deals in Africa. Malybia in Mali, 2011, www.oaklandinstitute.org.

(13) Jobert M., Tanzanie: l’accaparement des terres recule,  in Journal de l’Environnement, 2013, www.farmlandgrab.org.

FONTE: Eurasia – Rivista di Studi Geopolitici

Diffidare della sinistra anti-anti guerra

pace umanitaria

di: Jean Bricmont

Sin dagli anni ’90, e soprattutto dopo la guerra del Kosovo nel 1999, chiunque si opponga agli interventi armati delle potenze occidentali e della NATO deve confrontarsi con quella che può essere definita una sinistra anti-anti-guerra (compreso il suo segmento dell’estrema sinistra). In Europa, e in particolare in Francia, questa sinistra anti-anti-guerra è costituita dalla  socialdemocrazia tradizionale, dai partiti Verdi e dalla maggior parte della sinistra radicale. La sinistra anti-anti-guerra non è apertamente a favore degli interventi militari occidentali e a volte non risparmia loro critiche (ma di solito solo per le loro tattiche o per le presunte motivazioni – l’Occidente sta sostenendo una giusta causa, ma goffamente e per motivi legati al petrolio o per ragioni geo – strategiche). Ma la maggior parte della sua energia la  sinistra anti-anti-guerra la spende nell’emettere  “avvertimenti” contro la presunta pericolosa deriva di quella parte della sinistra che continua ad opporsi fermamente a tali interventi. La sinistra anti-anti-guerra ci invita ad essere solidali con le “vittime” contro “i dittatori che uccidono il loro stesso popolo” e a non cedere all’ istintivo anti-imperialismo, anti-americanismo o anti-sionismo, e, soprattutto, a non finire dalla stessa parte dell’estrema destra. Dopo gli albanesi del Kosovo nel 1999, ci è stato detto che “noi” dobbiamo proteggere le donne afgane, i curdi iracheni e, più recentemente, il popolo libico e siriano.

Non si può negare che la sinistra anti-anti-guerra sia stata estremamente efficace. La guerra in Iraq, che è stata venduta al pubblico come una battaglia contro una minaccia immaginaria, ha effettivamente suscitato una opposizione fugace, mentre poca o nulla opposizione è giunta dalla sinistra contro quegli interventi presentati come “umanitari“, come ad esempio il bombardamento della Jugoslavia per separare la provincia del Kosovo, il bombardamento della Libia per sbarazzarsi di Gheddafi  o come l’attuale intervento in Siria. Eventuali obiezioni alla rinascita dell’imperialismo o in favore di mezzi pacifici per affrontare questi conflitti sono state semplicemente spazzate via invocando la “Responsabilità di Proteggere” (“R2P”) o il dovere di andare in soccorso di un popolo in pericolo .

L’ambiguità fondamentale della sinistra anti-anti-guerra sta nella questione di chi siano i “noi” che dovrebbero intervenire e proteggere. Si potrebbe porre alle sinistre occidentali, ai movimenti sociali o alle organizzazioni per i diritti umani,  la stessa domanda che Stalin rivolse al Vaticano: “Quante divisioni avete?

Resta però un dato di fatto che tutti i conflitti in cui si presume che “noi” dobbiamo intervenire siano conflitti armati. Intervenire significa intervenire militarmente e per far questo si devono possedere mezzi militari adeguati. E’ del tutto evidente che la sinistra occidentale non possiede questi mezzi.  Potrebbe sollecitare che siano gli eserciti europei ad intervenire, al posto degli Stati Uniti. Ma gli eserciti europei non sono mai intervenuti senza un sostegno massiccio da parte degli Usa. Quindi il messaggio reale  che la sinistra anti-anti-guerra lascia passare  è: “Per favore americani, fate la guerra non l’amore“. Anzi, poiché a partire dalla loro sconfitta in Afghanistan e in Iraq, gli americani sono diffidenti ad inviare truppe di terra, il messaggio equivale a niente altro che chiedere alla Air Force americana di andare a bombardare tutti quei paesi che in cui si segnalano violazioni dei diritti umani.

Naturalmente, chiunque è libero di affermare che i diritti umani devono d’ora in poi essere affidati alla buona volontà del governo degli Stati Uniti, ai suoi bombardieri, ai suoi lanciamissili e ai suoi droni. Ma è importante rendersi conto che è questo il significato concreto di tutti quegli appelli alla “solidarietà” e al “sostegno” verso i movimenti ribelli o secessionisti coinvolti nelle lotte armate. Questi movimenti non hanno bisogno di slogan cantati durante le “manifestazioni di solidarietà” a Bruxelles o a Parigi, e  non è neanche questo che vogliono. Vogliono armi pesanti e veder bombardati i loro nemici.

La sinistra anti-anti-guerra, se fosse onesta, dovrebbe essere sincera riguardo questa opzione, e chiedere apertamente agli Stati Uniti di andare a bombardare ovunque i diritti umani siano violati. Poi, però, deve accettarne le conseguenze. In realtà, la classe politica e militare che dovrebbe salvare le popolazioni “massacrate dai loro dittatori” è la stessa che ha condotto la guerra del Vietnam, che ha ha imposto sanzioni e le guerre contro l’Iraq, che impone sanzioni arbitrarie su Cuba, sull’Iran e su qualsiasi altro paese a loro sgradito; la stessa classe politica e militare che fornisce sostegno incondizionato a Israele, che utilizza tutti i mezzi, compresi colpi di Stato, per opporsi ai riformatori sociali in America Latina, da Arbenz a Chavez passando per Allende, Goulart e altri, e che sfrutta spudoratamente i lavoratori e le risorse di tutto il mondo. Ci vuole davvero un sacco di buona volontà per vedere in quella classe politica e militare lo strumento di salvezza delle “vittime“. Ma alla fine è esattamente questo che la sinistra anti-anti-guerra va sostenendo in quanto, dati i rapporti di forze nel mondo, non vi è altra forza militare in grado di imporre la propria volontà.

Naturalmente, il governo degli Stati Uniti è  a malapena a  conoscenza dell’esistenza della sinistra anti-anti-guerra. Gli Stati Uniti decidono se fare o non fare una guerra in base alle proprie probabilità di successo e  in base a quelli che, secondo le loro valutazioni, sono i propri interessi strategici, politici ed economici. E una volta che la guerra è iniziata, vogliono vincerla a tutti i costi. Non ha senso chiedergli di effettuare interventi benevoli, rivolto solo contro i veri cattivi, usando metodi gentili che risparmino i civili e gli innocenti.

Per esempio, quelli che invocano di “salvare le donne afgane” stanno in realtà chiedendo agli Stati Uniti di intervenire e, tra le altre cose, di bombardare i civili afghani e di inviare droni in Pakistan.Non ha senso chiedergli di proteggere ma di non bombardare, semplicemente perché gli eserciti agiscono sparando e bombardando. [ 1 ]

Un dei temi preferiti della sinistra anti-anti-guerra è quello di accusare coloro che rifiutano l’intervento militare di “sostenere il dittatore“, cioè il leader del paese attaccato. Il problema è che ogni guerra è giustificata da una massiccia propaganda che si basa sulla demonizzazione del nemico, in particolare del leader nemico. Per contrastare efficacemente tale propaganda è necessario contestualizzare i crimini attribuiti al nemico e confrontarli con quelli della parte che dovremmo sostenere. Tale compito è necessario ma rischioso. Il minimo errore sarà continuamente usato contro di noi, mentre tutte le menzogne ​​della propaganda a favore della guerra saranno presto dimenticate.

Già durante la prima guerra mondiale, Bertrand Russell e i pacifisti britannici sono stati accusati di “sostenere il nemico“. Ma se hanno denunciato la propaganda alleata, non è stato per amore del Kaiser tedesco, ma per la causa della pace. La sinistra anti-anti-guerra ama denunciare i “doppi standard” dei pacifisti coerenti che criticano i crimini del proprio proprio schieramento più marcatamente rispetto a quelli attribuiti al nemico del momento (Milosevic, Gheddafi, Assad, e così via), ma questa è solo la conseguenza necessaria di una scelta deliberata e legittima: contrastare la propaganda di guerra dei nostri mezzi di comunicazione e dei leader politici (in Occidente), propaganda  basata sulla costante demonizzazione del nemico sotto attacco accompagnata dalla idealizzazione dell’attaccante.

La sinistra anti-anti-guerra non ha alcuna influenza sulla politica americana, ma questo non vuol dire che non abbia alcun effetto. La sua insidiosa retorica è servita a neutralizzare qualsiasi movimento pacifista o contro la guerra. Ha anche reso impossibile per qualsiasi paese europeo di prendere una posizione indipendente come fece la Francia sotto De Gaulle, o anche sotto Chirac, o come fece la Svezia con Olof Palme. Oggi una tale posizione sarebbe immediatamente attaccata dalla sinistra anti-anti-guerra, che gode del sostegno dei media europei, come “appoggio ai dittatori“, un’ altra “Monaco” o di “reato di indifferenza“.

Quello che la sinistra anti-anti-guerra è riuscita a compiere è stato di distruggere la sovranità dei cittadini europei nei confronti degli Stati Uniti e di eliminare qualsiasi posizione indipendente riguardo la guerra e l’imperialismo. Ha anche portato la maggior parte della sinistra europea ad adottare posizioni in totale contraddizione con quelle della sinistra latino-americana e di considerare come avversari la Cina e la Russia, che cercano invece di difendere il diritto internazionale. Quando i media annunciano che un massacro è imminente, a volte sentiamo dire anche che  “è urgente” agire per salvare le presunte vittime future, e che non si può perder tempo a verificare i fatti. Questo può essere vero quando un edificio è in fiamme in una certa zona, ma tale urgenza, per quanto riguarda gli altri paesi, ignora la manipolazione delle informazioni e gli errori e la confusione che dominano l’informazione estera dei mezzi di informazione. Qualunque sia la crisi politica all’estero, l’istantaneo “dobbiamo fare qualcosa” fa trascurare alla sinistra le serie riflessioni di quello che potrebbe essere fatto al posto di un intervento militare. Quale tipo di indagine indipendente potrebbe essere condotta per comprendere le cause del conflitto e le potenziali soluzioni? Quale può essere il ruolo della diplomazia? Le immagini prevalenti dei ribelli immacolati, tanto care alla sinistra dalla sua romanticizzazione dei conflitti del passato, in particolare la guerra civile spagnola, bloccano la riflessione. Bloccano una valutazione realistica dei rapporti di forze e delle cause della ribellione armata nel mondo di oggi, molto diverse da quelle degli anni ’30 del novecento, fonte preferita delle leggende care alla sinistra occidentale.

Ciò che è anche degno di nota è che la maggior parte della sinistra anti-anti-guerra condivide una condanna generale delle rivoluzioni del passato, poiché guidate da Stalin, Mao, Pol Pot ecc… Ma ora che i rivoluzionari sono gli islamici (appoggiati dall’Occidente), dovremmo presumere che tutto andrà bene. Che dire poi, a proposito dell’ “imparare la lezione dal passato“, che le rivoluzioni violente non sono necessariamente il migliore o l’unico modo per ottenere un cambiamento sociale?

Una politica alternativa dovrebbe allontanarsi di 180 °  da quanto attualmente sostenuto dalla sinistra anti-anti-guerra. Invece di invocare sempre maggiori interventi , dovremmo chiedere ai nostri governi il rigoroso rispetto del diritto internazionale, la non interferenza negli affari interni di altri Stati e la cooperazione invece che lo scontro. La non interferenza non significa solo un   intervento militare. Si applica anche alle azioni diplomatiche ed economiche: niente sanzioni unilaterali, niente minacce durante i negoziati e parità di trattamento di tutti gli Stati. Invece di continuare a “denunciare” i leader di paesi come Russia, la Cina, l’Iran e Cuba per violazioni dei diritti umani, qualcosa che la sinistra anti-anti-guerra ama fare, dobbiamo ascoltare quello che hanno da dire, dialogare con loro e aiutare i nostri concittadini a comprendere i diversi modi di pensare nel mondo, comprese le critiche che gli altri paesi possono muovere riguardo il nostro modo di fare le cose. Coltivare tale comprensione reciproca potrebbe, alla lunga, essere il modo migliore per migliorare i “diritti umani” in tutto il mondo.

Questo non porterebbe soluzioni immediate per le violazioni dei diritti umani o per i conflitti politici in paesi come la Libia o la Siria. Ma cosa significa? La politica di interferenza aumenta le tensioni e la militarizzazione del mondo. I paesi che si sentono bersaglio di tale politica, e sono numerosi, si difendono come possono. Le campagne di demonizzazione impediscono le relazioni pacifiche tra i popoli, gli scambi culturali tra i cittadini e, indirettamente, il fiorire delle idee molto liberali che i sostenitori delle interferenza sostengono promuovere. Una volta che la sinistra anti-anti-guerra ha abbandonato qualsiasi programma alternativo, ha di fatto abbandonato la possibilità di avere la minima influenza sugli affari del mondo. Non “aiuta le vittime“, come afferma. Fatta eccezione di distruggere qui ogni resistenza all’imperialismo e alla guerra, non fa nulla. Gli unici che stanno davvero facendo qualcosa sono, infatti, le amministrazioni che si succedono negli Stati Uniti. Contare su di loro per prendersi cura del benessere dei popoli del mondo è un atteggiamento di disperazione totale. Questa disperazione è un aspetto del modo in cui la maggior parte della sinistra ha reagito alla “caduta del comunismo“, abbracciando le politiche che erano l’esatto opposto di quelle dei comunisti, in particolare negli affari internazionali, dove l’opposizione all’imperialismo e la difesa della sovranità nazionale sono state sempre più demonizzate come “avanzi di stalinismo“.

L’interventismo e la costruzione europea sono entrambe politiche di destra. Una è collegata all’impulso americano per l’egemonia mondiale. L’altra rappresenta l’intelaiatura portante delle politiche economiche neoliberali e della distruzione della protezione sociale. Paradossalmente, entrambe sono state in gran parte giustificate da idee della “sinistra“: diritti umani, internazionalismo, antirazzismo e anti-nazionalismo. In entrambi i casi, una sinistra che ha perso la sua strada dopo la caduta del blocco sovietico, si è aggrappata per sopravvivere ad un  discorso “generoso, umanitario“, che manca totalmente di qualsiasi analisi realistica dei rapporti di forze nel mondo. Con una tale sinistra, la destra non ha bisogno di alcuna propria ideologia, si può arrangiare  con i diritti umani.

Tuttavia, queste politiche, l’interventismo e la costruzione europea, sono oggi in un vicolo cieco. L’imperialismo degli Stati Uniti si trova ad affrontare enormi difficoltà, sia economiche che diplomatiche. La sua politica interventista è riuscita a unire gran parte del mondo contro gli Stati Uniti. Oramai quasi nessuno crede più ad un’ “altra” Europa, un’Europa sociale, e l’Unione Europea realmente esistente (l’unica possibile) non suscita molto entusiasmo tra i lavoratori. Naturalmente, di tali fallimenti ne beneficia attualmente solo la destra e l’estrema destra, dato che la maggior parte della sinistra ha smesso di difendere la pace, il diritto internazionale e la sovranità nazionale, come condizione preliminare della democrazia.

[1] In occasione del recente vertice della NATO a Chicago, Amnesty International ha lanciato una campagna di manifesti che chiedono alla NATO di “mantenere il progresso” nell’interesse delle donne dell’Afghanistan senza però spiegare, e nemmeno sollevando la questione, come un’organizzazione militare possa realizzare tale obiettivo.

LINK:  Beware the Anti-Anti-War Left

DI: Coriintempesta

La Globalizzazione della Povertà e il Nuovo Ordine Mondiale

Tratto da The Globalization of Poverty and the New World Order  – di Michel Chossudovsky -

globalizzazione

Prefazione alla seconda edizione 

Appena poche settimane dopo il colpo di stato militare in Cile, avvenuto l’11 settembre 1973, con cui il governo eletto del presidente Salvador Allende venne rovesciato dalla giunta militare guidata da Augusto Pinochet, quest’ultimo ordinò un aumento del prezzo del pane da 11 a 40 escudos, un aumento del 264%. Questo trattamento economico era stato progettato da un gruppo di economisti chiamato “Chicago Boys“.

Al momento del colpo di stato militare insegnavo all’Istituto di Economia dell’Università Cattolica del Cile, che pullulava di “Chicago Boys”, discepoli di Milton Friedman. Quell’ 11 settembre, nelle ore successive al bombardamento del Palazzo Presidenziale della Moneda, i nuovi governanti militari imposero un coprifuoco di 72 ore. Alcuni giorni dopo, alla riapertura dell’Università, i “Chicago Boys” festeggiavano. Neanche una settimana dopo, molti dei miei colleghi vennero chiamati a ricoprire posizioni chiave nel governo militare.

Mentre i prezzi alimentari erano saliti alle stelle, i salari erano stati congelati per garantire “stabilità economica e scongiurare pressioni inflazionistiche“. Da un giorno all’altro, un intero paese venne fatto precipitare nella povertà abissale: in meno di un anno, in Cile, il prezzo del pane era aumentato di 36 volte e l’85 per cento della popolazione cilena era stata spinta al di sotto della soglia di povertà.

Questi eventi mi colpirono profondamente nel mio lavoro come economista. Attraverso la manomissione dei prezzi, dei salari e dei tassi di interesse, la vita delle persone era stata distrutta, l’intera economia nazionale era stata destabilizzata. Ho cominciato a capire che la riforma macro-economica non era né “neutrale” – come rivendicato dal mainstream accademico – nè separata dal più ampio processo di trasformazione sociale e politico. Nei miei primi scritti sulla giunta militare cilena, consideravo il cosiddetto “libero mercato” come un efficiente strumento di “repressione economica“.

Due anni dopo, nel 1976, sono tornato in America Latina come visiting professor all’Università Nazionale di Cordoba, nel cuore industriale dell’Argentina. Il mio soggiorno è coinciso con un altro colpo di stato militare. Decine di migliaia di persone furono  arrestate e moltissimi desaparecidos sono stati assassinati. Il colpo di stato militare in Argentina era una “copia” di quello guidato dalla CIA in Cile. Dietro i massacri e le violazioni dei diritti umani, erano state anche ordinate le riforme del “libero mercato” – questa volta sotto la supervisione dei creditori newyorkesi dell’Argentina.

Le mortali prescrizioni economiche del Fondo monetario internazionale (FMI), applicate con il pretesto del “programma di aggiustamento strutturale“, non erano ancora state lanciate ufficialmente. L’esperienza del Cile e dell’ Argentina sotto i “Chicago Boys” era una prova generale delle cose che sarebbero successe in seguito. A tempo debito, i proiettili economici del sistema di libero mercato stavano colpendo un paese dopo l’altro. A partire dall’assalto della crisi del debito degli anni 1980, la stessa medicina economica del FMI è stata sistematicamente applicata in più di 150 paesi in via di sviluppo. Dal mio precedente lavoro in Cile, Argentina e Perù, ho iniziato a studiare l’impatto globale di queste riforme. Alimentandosi senza sosta sulla povertà e sulla dislocazione economica, stava prendendo forma un Nuovo Ordine Mondiale.

Nel frattempo, la maggior parte dei regimi militari in America Latina erano stati sostituiti da “democrazie” parlamentari, cui era affidato il raccapricciante compito di mettere all’asta l’economia nazionale nel quadro dei programmi di privatizzazioni sponsorizzati dalla Banca Mondiale. Nel 1990, tornai all’Università Cattolica del Perù, dove avevo insegnato dopo aver lasciato il Cile nei mesi successivi al golpe militare del 1973.

Ero arrivato a Lima nel pieno della campagna elettorale del 1990. L’economia del paese era in crisi. Il populista governo uscente del presidente Alan Garcia era stato inserito nella “lista nera” del FMI. Alberto Fujimori divenne il nuovo Presidente il 28 luglio 1990. E appena qualche giorno dopo, anche il Perù venne colpito dalla  “terapia d’urto economica”  – questa volta con una vendetta. Il Perù fu punito per non essersi adeguato ai diktat del FMI: il prezzo del carburante venne fatto aumentare di 31 volte e il prezzo del pane aumentò più di dodici volte in un solo giorno. Il FMI – in stretta consultazione con il Tesoro degli Stati Uniti – aveva operato dietro le quinte. Queste riforme –  eseguite in nome della “democrazia” – furono molto più devastanti rispetto a quelle applicate in Cile e in Argentina sotto il pugno del regime militare. Negli anni ’80 e ’90 ho viaggiato molto in Africa.Il mio campo di ricerca per questa prima edizione era stato, infatti, il Ruanda che, nonostante gli alti livelli di povertà, aveva raggiunto l’autosufficienza nella produzione alimentare. Dai primi anni del 1990, l’economia nazionale del Ruanda venne distrutta e il suo sistema agricolo, una volta vibrante, fu destabilizzato. Il FMI aveva chiesto l ‘”apertura” del mercato interno per l’esportazione sottocosto delle eccedenze di grano statunitensi ed europee. L’obiettivo era quello di “incoraggiare gli agricoltori ruandesi ad essere più competitivi“. (Vedi il Capitolo 7.)

Dal 1992 al 1995, per le mie ricerche ho viaggiato in India, Bangladesh e Vietnam e sono tornato in America Latina per completare il mio studio sul Brasile. In tutti i paesi che ho visitato, tra cui Kenya, Nigeria, Egitto, Marocco e le Filippine, ho osservato lo stesso modello di manipolazione economica e di interferenze politiche da parte delle istituzioni di Washington. In India, causa diretta delle riforme del FMI, milioni di persone erano state ridotte alla fame. In Vietnam – che rappresenta una delle più prospere economie per la produzione del riso nel mondo – erano esplose carestie su scala locale direttamente derivanti dalla soppressione del controllo dei prezzi e la deregolamentazione del mercato del grano.

In concomitanza con la fine della Guerra Fredda, al culmine della crisi economica, ho viaggiato in diverse città e zone rurali in Russia. Le riforme sponsorizzate dal FMI erano entrate in una nuova fase – allungando la loro presa mortale sui paesi dell’ex blocco orientale. A partire dal 1992, vaste aree dell’ex Unione Sovietica, dagli stati baltici alla Siberia orientale, vennero spinte nella povertà abissale.

I lavori per la prima edizione di questo libro si conclusero all’inizio del 1996, con l’inserimento di uno studio dettagliato sulla disintegrazione economica della Jugoslavia. (Vedi il Capitolo 17.) Era stato avviato, messo a punto dagli economisti della Banca Mondiale, un “programma di fallimento“. Nel 1989-90, circa 1100 imprese industriali sono state spazzate via e più di 614.000 lavoratori del settore industriale sono stati licenziati. E questo era solo l’inizio di una frattura economica molto più profonda della Federazione Jugoslava.

Dopo la pubblicazione della prima edizione nel 1997, il mondo è cambiato radicalmente, la “globalizzazione della povertà” ha esteso la sua presa a tutte le principali regioni del mondo tra cui l’Europa Occidentale e il Nord America.

Distruggendo la sovranità nazionale e i diritti dei cittadini era stato installato un Nuovo Ordine Mondiale.  In virtù delle nuove regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), istituito nel 1995, furono concessi  “diritti ben radicati” alle più grandi banche del mondo e alle multinazionali. I debiti pubblici sono cresciuti a dismisura, le istituzioni statali sono crollate e l’accumulazione di ricchezza privata è progredita senza sosta.

La guerre guidate dagli Stati Uniti in Afghanistan (2001) e Iraq (2003) hanno segnato una svolta importante nell’evoluzione di questo Nuovo Ordine Mondiale. Mentre è in stampa la seconda edizione, le forze americane e inglesi hanno invaso l’Iraq, distruggendo le sue infrastrutture pubbliche e uccidendo migliaia di civili. Dopo 13 anni di sanzioni economiche, la guerra in Iraq ha portato un’intera popolazione in condizioni di povertà.

La guerra e la globalizzazione vanno di pari passo. Supportata dalla macchina da guerra degli Stati Uniti, si è aperta una nuova e mortale fase della globalizzazione guidata dalle multinazionali. Mettendo in mostra la più grande potenza militare dopo la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno intrapreso un’avventura militare che minaccia il futuro dell’umanità.

La decisione di invadere l’Iraq non aveva nulla a che fare con “le armi di distruzione di massa di Saddam ” o dei suoi presunti legami con Al Qaeda. L’Iraq possiede l’11 per cento delle riserve mondiali di petrolio, cinque volte più grandi di quelle degli Stati Uniti. Il 70% delle riserve mondiali di petrolio e gas naturale sono infatti situate in quell’area dell’ Asia Centrale – Medio Oriente che si estende dalla punta della penisola araba al bacino del Mar Caspio .

Questa guerra, che era stata in fase di progettazione per diversi anni, minaccia di sommergere una regione molto più ampia. Un documento del 1995 del Central Command americano conferma che “lo scopo del coinvolgimento degli Stati Uniti. . . è quello di proteggere gli interessi vitali degli USA nella regione – l’accesso ininterrotto e sicuro al petrolio del Golfo  da parte degli USA e dei suoi alleati“.

Dopo l’invasione, l’economia irachena è stata posta sotto la giurisdizione del governo di occupazione militare statunitense, guidato dal generale in pensione Jay Gardner, un ex CEO di uno dei più grandi produttori americani di armi.

In collaborazione con l’amministrazione statunitense e il Club di Parigi dei creditori ufficiali, il FMI e la Banca Mondiale hanno in programma di svolgere un ruolo chiave nella ricostruzione “post-bellica” dell’Iraq “. Il programma nascosto è quello di imporre il dollaro come valuta proxy dell’Iraq, in un assetto di comitato valutario simile a quello imposto alla Bosnia-Erzegovina sotto l’Accordo di Dayton del 1995. (Vedi il  Capitolo 17). A sua volta, le vaste riserve petrolifere irachene sono candidate ad essere prese in consegna dai giganti petroliferi anglo-americani.

La spirale del debito estero dell’Iraq verrà utilizzata come strumento di saccheggio economico. Saranno imposte condizionalità. L’intera economia nazionale sarà messa all’asta. Il FMI e la Banca mondiale saranno chiamati a fornire legittimità al saccheggio della ricchezza petrolifera irachena.

Il dispiegamento della macchina da guerra americana pretende di allargare la sfera di influenza economica americana in un’area che si estende dal Mediterraneo al confine occidentale della Cina. Gli Stati Uniti hanno stabilito una presenza militare permanente non solo in Iraq e in Afghanistan, ma hanno anche  basi militari in diverse delle ex repubbliche sovietiche. In altre parole, la militarizzazione supporta la conquista di nuove frontiere economiche e l’imposizione a livello mondiale del sistema di “libero mercato“.

Depressione Globale

L’assalto della guerra guidata dagli Usa sta avvenendo al culmine di una depressione economica mondiale, che ha le sue radici storiche nella crisi del debito dei primi anni 1980. La guerra americana di conquista ha un impatto diretto sulla crisi economica. Le risorse statali negli Usa sono state reindirizzate al finanziamento del complesso militare-industriale e al rinforzo della sicurezza interna a scapito del finanziamento dei tanto necessari programmi sociali.

Sulla scia dell’11 settembre 2001, attraverso una massiccia campagna di propaganda, è stata rafforzata la traballante legittimità del “sistema globale di libero mercato“, aprendo le porte a una nuova ondata di deregolamentazioni e privatizzazioni, con la conseguente acquisizione da parte dei privati della maggior parte, se non di tutti, i servizi pubblici e le infrastrutture dello Stato (compresa l’assistenza sanitaria, elettricità, acqua e trasporti).

Inoltre,negli Stati Uniti, Inghilterra e nella maggior parte dei paesi dell’Unione europea, il tessuto legale della società è stata revisionato. Sulla base dell’ abrogazione dello stato di diritto, sono emerse le fondamenta di un apparato statale autoritario con poca o nessuna opposizione dalla base della società civile.
(…)

LINK:  Understand the Globalization of Poverty and the New World Order

DI: Coriintempesta

Sismicità indotta e petrolio: in Italia parlarne è ancora tabù

sismicità indotta

di: Maria Rita D’Orsogna

In Italia è quasi tabù parlare di sismicità indotta, specie se da attività petrolifera.

Ci sono invece eventi sismici in tutto il mondo di entità più o meno grave causati dall’attività umana – dighe, estrazione di acqua e di idrocarburi, reiniezione di materiale ad alta pressione nel sottosuolo – che succedono in California, in Uzbekistan, in Oman, in Francia, in Colorado. E questo lo dicono vari articoli compilati da scienziati di Harvard fino all’USGS, che si sono succeduti nel corso dei decenni.

E in Italia? Possibile che il nostro paese sia immune da qualsiasi problema, che da noi la prevenzione non debba esserci, che da noi è tutto sotto il tappeto, che le persone non debbano sapere che questo rischio esiste?

Caviaga, 15-16 Maggio 1951. 10 chilometri a sud est di Lodi.

Non so se queste date, questi luoghi possano dire qualcosa ai lettori, ma in quel posto, in quel tempo,ci fu un terremoto, di magintudine 5.5 Richter indotto dalle estrazioni di metano dell’Agip.

E’ una notizia ben seppellita.

Ad esempio, sulla pagina di Wikipedia di Caviaga si parla dei giacimenti e delle estrazioni Agip ma non si dice niente del terremoto associato. Idem per la città di Cavenago d’Adda, Comune di cui Caviaga è frazione, in provincia di Lodi.

Anche in questa lista di Wikipedia, su tutti i terremoti d’Italia, il terremoto di Caviaga del 1951 non compare, sebbene ce ne siano altri di intensità minore. Chissà perché.

E invece se un scava, nella letteratura e nelle memorie del tempo, trova un articolo scritto nel 1954 da Caloi, De Panfilis, De Filippo, Marcelli, e Spadea, in modo semplice, dettagliato e preciso per conto dell’Istituto Nazionale di Geofisica e poi pubblicato nella rivista Annali Geofisica, volume 9, numero 1, pagine 63-105 nel 1956.

E’ un articolo di 58 anni fa e fa anche un po’ tenerezza, con le figure fatte a mano, la scala Mercalli invece che Richter, e in alcuni punti l’Italiano di altri tempi.

Quello che però dice l’articolo e’ attualissimo, ed è anzi questo uno dei pochi testi da parte dell’Istituto Nazionale di Geofisica che parla di sismicità indotta da estrazioni metanifere in Italia.

Caloi e colleghi iniziano con il ricordare che tutta la zona del Lodigiano è a sismicità bassa, e a tutt’oggi la provincia di Lodi, inclusa Cavenago d’Adda, viene classificata a rischio 4, la più bassa. Secondo Wikipedia Lodi è  rischio sismico irrilevante e distribuito in modo uniforme sul territorio, come confermato dalla Protezione Civile d’Italia.

E allora come si spiega il terremoto di intensità 5.5 Richter?

Caloi e colleghi azzardano che la colpa sia proprio dell’estrazione di ingenti quantità di metano nella zona e della conseguente decompressione del territorio che portò a squilibri e alla ricerca di “nuove posizioni di equilibrio”.

Dicono:

Osserviamo che l’epicentro cade precisamente nei pressi di Caviaga. In questa località esistono pozzi metaniferi, da cui si estraggono giornalmente notevoli quantità di gas metano che vanno dai 10.000 metri cubi ai 300.000 metri cubi.

Tale estrazione dura da anni ormai: la decompressione in atto nella zona attiva è quindi notevole.

La singolarità del meccanismo secondo cui la scossa si è determinata, il fatto che la zona interessata è notoriamente asismica e che in essa, da parecchi anni, è in corso un’abbondante estrazione di gas metano, ha fatto ritenere non del tutto improbabile che le scosse in esame siano comunque collegate all’enorme decompressione in atto negli strati profondi, di dove il gas scaturisce con pressioni superiori ai 100 kg/cm2.

La conferma di questo fatto viene dal libro Economic Geology: Principles and Practise, di Walter L. Pohl, professore di Geologia. Il libro è del 2011 e a pagina 577 si dice in modo semplice: The first and one of the largest gas-production related earthquakes to date occurred in 1951 at the Caviaga field – Northern Italy, with a magnitude of 5.5.

La connessione trivelle-terremoto viene ripetuta da molti articoli, anche scritti per conto dell’industria del petrolio, come questo pubblicato dalla Society of Petroleum Engineers: In Italy, the production of gas from the Caviaga field caused an earthquake of magnitude 5.5 in 1951.

Addirittura in un articolo del Geophysical Research del 1998 si include Caviaga in una lista di terremoti indotti dalle estrazioni di idrocarburi, proprio assieme a Coalinga, Kettleman, Montebello (California) e Gasli (Uzbekistan, ex URSS) di cui abbiamo parlato tante volte.

E’ tutto molto chiaro e non c’è proprio possibilità di mala comprensione o di ambiguità.

Caloi e colleghi ricordavano anche gli scoppi di pozzi metaniferi a Basiasco, in provincia di Lodi, il 5 marzo del 1949 e all’eruzione incontrollata di gas che durò per vari giorni, e che causò:

oltre al crollo della torre di sondaggio, una serie di spaccature nel terreno circostante al soffione, lunghe molti metri, larghe una diecina di centimetri e con un sensibile dislivello fra gli orli di esso.

La popolazione di Basiasco fu costretta, per il pericolo di crolli, ad abbandonare temporaneamente le cose.

Guarda caso, anche in quell’occasione ci fu un terremoto, seguito da altre 30 scosse di assestamento durante i mesi successivi.

Tali scosse possono essere senz’altro collegate alla violenta eruzione di gas di cui è detto sopra.

Ovviamente non vi è traccia alcuna nemmeno del terremoto di Basiasco, provincia di Lodi, del 1949.

Ecco.

Due sono le mie riflessioni.

Un terremoto indotto da estrazioni di metano di intensità 5.5 a Caviaga, in un territorio non sismico. E se fosse stato un territorio sismico cosa sarebbe successo?

Ma soprattutto: non è detto che tutte le altre località trivellate e trivellande d’Italia per forza andranno incontro agli stessi problemi e che ovunque uno trivelli ci debbano essere terremoti.

La verità è che nessuno può dire con assoluta certezza se un terremoto ci sarà o non ci sarà, e può darsi che non succederà niente.

Scatenare terremoti è però una possibilità, remota certo, ma è una possibilità dalle conseguenze gravi, e io credo che i cittadini queste cose debbano saperle, in modo da poter valutare bene l’opportunità o meno di eseguire trivellamenti, stoccaggi ed altre opere invasive nei propri territori, e in modo da poter incalzare con dati e fatti tutti gli eleganti signori del petrolio che continueranno a bussare alle nostre porte con promesse di gas facile, soldi, benessere e gioia per tutti.

Non è vero che “da noi non succede”.

Da noi è più facile fare finta che non succede.

FONTE: Il Fatto Quotidiano – Il Blog di Maria Rita D’Orsogna

I Rapporti Segreti Tra America E Italia

usa italia

“Questa è una storia di spie. Come tutte le storie di spie è controversa e misteriosa, ambigua. Ancora di più delle altre storie, questa storia sembra un romanzo. Sembra un romanzo di spionaggio, come La Talpa di Jhon le Carrè, oppure I tre giorni del condor  di James Grady. E c’è anche chi dice che questa storia non esista, che sia un romanzo. Che sia tutta inventata, dall’inizio alla fine. Ma c’è anche chi dice che esista davvero questa storia, e che sia anche peggio. E che le spie, quelle spie, nei misteri italiani ci fossero. E che ci siano ancora.”

Carlo Lucarelli

PsyWar – Il Film -

psywar

La Guerra psicologica consiste nell’uso pianificato della propaganda ed altre azioni psicologiche allo scopo principale di influenzare opinioni, emozioni, atteggiamenti e comportamento di gruppi ostili in modo tale da favorire il raggiungimento degli obiettivi nazionali.[1]

PsyWar è un film diretto da Scott Noble (www.metanoia-films.org)

[1] Wikipedia

Leggi anche: Guerra Psicologica: “la battaglia per la mente”

 

Catastroika: privatization goes public

catastroika

Il documentario mostra e dimostra la catastrofe che segue la privatizzazione e la liberalizzazione, per risolvere una crisi voluta, che ne è la giustificazione. La giustificazione per depredare intere nazioni del patrimonio e dei beni pubblici del suo popolo, usando sistemi repressivi e liberticidi e inducendo i lavoratori a una condizione di schiavitù.
I creatori di Debtocracy (qui), documentario con due milioni di visualizzazioni trasmesse dal Giappone all’America Latina, analizzano lo spostamento dei beni dallo Stato in mani private.Viaggiano nei paesi sviluppati, alla ricerca di dati in materia di privatizzazioni e ricercano indizi sul giorno dopo il massiccio programma di privatizzazioni della Grecia.

LINK: http://www.catastroika.com/indexen.php

Quel giorno di Natale del 1914

tregua di natale 1914

Per Tregua di Natale si intendono una serie di “cessate il fuoco” non ufficiali avvenuti nei giorni attorno al Natale del 1914 durante la prima guerra mondiale. Questi avvenimenti spontanei di fraternizzazione avvennero tra le file degli eserciti britannico e tedesco lungo alcuni settori del fronte occidentale. Cominciarono mettendo delle candele sugli alberi, quindi continuarono le celebrazioni cantando canzoni natalizie. I soldati britannici nelle trincee sull’altro lato del fronte risposero intonando canzoni natalizie in inglese. I due schieramenti continuarono scambiandosi a voce degli auguri natalizi. Subito dopo ci furono inviti a incontrarsi nella “terra di nessuno”, dove avvenne lo scambio di piccoli doni: whisky, sigari, cioccolata e simili. L’artiglieria nella regione restò muta quella notte. La tregua permise inoltre il recupero delle salme dei soldati caduti. La tregua si estese ad altre zone del fronte, ed esiste anche la storia di un incontro di calcio tra soldati scozzesi e sassoni, che terminò quando la palla andò ad urtare un tratto di filo spinato sgonfiandosi. In molti settori la tregua durò per tutto il giorno di Natale, ma in alcune zone continuò fino a Capodanno. 

Durante la tregua i soldati scoprirono che nelle trincee nemiche si trovavano uomini esattamente come loro, e che anzi avevano molto più in comune con questi soldati, rintanati in trincee umide e pericolanti come le loro, che non con i loro più alti superiori. I comandanti britannici John French e Horace Smith-Dorrien diedero ordine che una tale tregua non si ripetesse mai più. In tutti gli anni di guerra che seguirono, vennero ordinati bombardamenti di artiglieria alla vigilia di Natale per assicurarsi che non si verificassero più interruzioni nei combattimenti. Inoltre le truppe vennero fatte ruotare in diversi settori del fronte per impedire che familiarizzassero apertamente con il nemico. [Wikipedia]

La tregua di Natale

di: Aaron Shepard

Giorno di Natale, 1914

Janet, sorella cara,

sono le due del mattino e la maggior parte dei nostri uomini sta dormendo nelle loro buche, ma io non riesco ad addormentarmi se prima non ti scrivo dei meravigliosi eventi della vigilia di Natale. In verità, quello che è successo sembra quasi una favola e se non lo avessi visto con i miei occhi, avrei fatto fatica a crederci. Prova a immaginare: mentre tu e la tua famiglia cantavate davanti al fuoco lì a Londra, io ho fatto lo stesso con i soldati nemici qui nei campi di battaglia di Francia!

Le prime battaglie della guerra hanno fatto così tanti morti da portare entrambe le parti a  rimanere in attesa dei rinforzi. Siamo quindi rimasti nelle nostre trincee ad aspettare.

Ma che attesa tremenda! Siamo consapevoli che da un momento all’altro un colpo di artiglieria potrebbe caderci addosso ed esplodere accanto a noi in trincea, uccidendo o mutilando molti uomini. E quando è giorno non abbiamo il coraggio di alzare la testa da terra, per paura dei proiettile di un cecchino.

E poi la pioggia. E’ caduta quasi ogni giorno. Naturalmente, si raccoglie proprio nelle nostre trincee, dove dobbiamo toglierla con pentole e padelle. E con la pioggia è venuto il fango, profondo un piede o qualcosa di più. Sporca tutto e risucchia i nostri stivali. Una nuova recluta è rimasta con i piedi bloccati nel fango e, quando ha cercato di liberarsi, è rimasta bloccata anche con le mani, proprio come in quella storia americana del bambino di catrame!

Nonostante ciò, non potevamo fare a meno di provare curiosità per i soldati tedeschi al fronte. Dopo tutto, hanno affrontato gli stessi pericoli che abbiamo affrontato noi e sono impantanati nello stesso fango. E la loro prima trincea è a soli 50 metri dalle nostre. Lo spazio che ci separa da loro è la Terra di Nessuno, delimitata su entrambi i lati dal filo spinato, ma i tedeschi sono abbastanza vicini a noi che a volte sentiamo le loro voci.

Naturalmente, noi li odiamo quando uccidono i nostri amici. Ma altre volte abbiamo scherzato su di loro e ci sembra quasi di avere qualcosa in comune. E ora sembra che anche loro provino lo stesso.

Proprio ieri mattina, il giorno della vigilia di Natale, abbiamo avuto la nostra prima gelata. Infreddoliti come eravamo, l’abbiamo accolta con favore, perché almeno ha indurito il fango. Tutto era tinto di bianco dalla brina, mentre splendeva un bel sole. Un perfetto tempo natalizio!

Durante il giorno ci sono stati piccoli scambi d’artiglieria da entrambi i lati. E quando il buio è sceso sulla nostra vigilia di Natale, le ostilità si sono fermate del tutto. Il nostro primo totale silenzio da mesi! Speravamo che promettesse una vacanza tranquilla, ma non ci contavamo molto. Ci avevano detto che i tedeschi avrebbero attaccato e cercato di prenderci alla sprovvista.

Sono andato a riposare e, sdraiato sulla mia branda, mi sono addormentato. Il mio amico John è corso a svegliarmi, urlando: “Vieni a vedere! Guarda cosa fanno i tedeschi! “. Ho preso il fucile, barcollando nella trincea, alzando la testa con cautela al di sopra dei sacchi di sabbia.

Mai avrei sperato di vedere uno spettacolo più strano e più bello di quello. Grappoli di piccole luci brillavano lungo tutta la linea tedesca, a destra e a sinistra, a perdita d’occhio.

Cosa è?” ho chiesto a John, e mi ha risposto: “Alberi di Natale!

Era tutto vero. I tedeschi avevano messo gli alberi di Natale di fronte alle loro trincee, illuminati con candele o lanterne. E poi li abbiamo sentiti cantare. “Stille nacht, heilige nacht …

John conosceva quel canto e l’ha tradotto: ” Notte silenziosa, notte santa“.

Non avevo mai sentito un canto più bello, o più significativo, in quella tranquilla e chiara notte.

Quando i tedeschi finirono di cantare, gli uomini nella nostra trincea applaudirono. Sì, i soldati britannici applaudivano i tedeschi! Poi, uno dei nostri ha cominciato a  cantare e, subito, ci siamo uniti tutti con lui.. “The first Nowell, the angel did say…”. Sinceramente, nel canto non eravamo bravi come i tedeschi, con le loro sottili armonie. Ma hanno risposto con applausi entusiasti e subito  hanno cominciato a ricantare: “O Tannenbaum, o Tannenbaum…

A cui  abbiamo risposto:  “O Come All Ye Faithful… “

E questa volta si sono uniti al nostro coro cantando le stesse parole in latino ” Adeste Fideles…

Inglesi e tedeschi che cantano insieme nella Terra di Nessuno! Ho pensato che niente sarebbe potuto essere più stupefacente di questo ma, quello accadde dopo, lo fu ancora di più .

Inglese, esci fuori!” ha urlato uno di loro. “Tu non sparare, noi non spariamo“.

Ci siamo guardati l’ un l’altro con una certa perplessità nella trincea. Poi uno di noi ha gridato scherzosamente: ” Vieni fuori tu!.”

Siamo rimasti stupiti nel vedere due di loro uscire dalla trincea, scavalcare il filo spinato e avanzare senza protezione lungo la Terra di Nessuno. Uno di loro ci ha gridato: “Mandate un ufficiale per parlare.

Ho visto uno dei nostri uomini sollevare il fucile e, senza dubbio, anche altri hanno fatto lo stesso, ma il nostro capitano non era d’accordo: “Non sparate!“. Poi è andato incontro ai tedeschi a metà strada. Li abbiamo sentiti parlare e, pochi minuti dopo, il capitano è tornato con un sigaro tedesco in bocca!. “Abbiamo concordato che non ci sarà alcuno scontro prima della mezzanotte di domani. Ma le  sentinelle devono rimanere in servizio e il resto di voi deve stare all’erta“.

In pochi minuti però più di un centinaio di soldati e ufficiali di entrambi le parti erano nella Terra di Nessuno, stringendo la mano a uomini che fino a poche ore prima avevamo cercato di uccidere!

Abbiamo accesso un falò e intorno c’erano seduti gli inglesi in khaki e i tedeschi in grigio. Devo ammettere che i tedeschi erano vestiti meglio, con le loro nuove uniformi.

Solo un paio di nostri uomini conoscevano il tedesco, invece molti tedeschi parlavano l’inglese. Ho chiesto a uno di loro il perché.

Perchè molti di noi hanno lavorato in Inghilterra!” mi ha detto. “Prima di tutto questo facevo il cameriere al Cecil Hotel. Magari ho servito anche al tuo tavolo!

Forse!“, gli ho risposto  ridendo.

Mi ha raccontato che la sua fidanzata era a Londra e che la guerra aveva interrotto i loro piani per il matrimonio. Gli ho detto: “Non ti preoccupare. Per Pasqua vi avremo battuti e allora potrai tornare indietro e sposarla.”

Lui ha sorriso. Poi mi  ha chiesto se potevo inviare alla ragazza una cartolina che mi avrebbe dato più tardi, e gli ho promesso che lo avrei fatto.

Un altro tedesco era stato un facchino alla stazione Victoria. Mi ha fatto vedere una foto della sua famiglia che sta a Monaco di Baviera. Gli ho detto che sua sorella maggiore era così bella che sarei stato felice di poterla incontrare un giorno. Mi ha risposto che gli sarebbe piaciuto moltissimo e mi ha lasciato l’indirizzo della sua famiglia.

Anche quelli che non riuscivano a conversare si scambiavano i regali- le nostre sigarette per i loro sigari, il nostro tè per il loro caffè, la nostra carne in scatola per le loro salsicce. Abbiamo scambiato anche distintivi e bottoni delle uniformi e uno dei nostri ragazzi se ne è uscito con  l’elmetto con il chiodo! Ho scambiato un coltello a serramanico per una cintura di cuoio, un ricordo che ti mostrerò quando farò ritorno a casa.

Ci siamo scambiati anche i giornali. I tedeschi, mentre li leggevano, ridevano. Ci hanno assicurato che la Francia era quasi alle corde e la Russia prossima alla disfatta. Gli abbiamo risposto che non era assolutamente vero e uno di loro ci ha detto: “Bene, voi credete ai vostri giornali e noi ai nostri “.

Chiaramente gli avevano mentito, ma dopo aver incontrato questi uomini, mi chiedo quanto veritieri erano i nostri giornali. Questi non sono i “barbari selvaggi” di cui tanto avevo letto. Sono uomini con case e famiglie, con le loro speranze e le loro paure, i loro principi e, sì, il loro amore per la Patria. In altre parole, uomini come noi. Perché ci hanno portato a credere il contrario?

Dato che cominciava a farsi tardi, abbiamo intonato un altro paio di canzoni intorno al fuoco e poi tutti insieme abbiamo cantato -non ti sto dicendo una bugia- “Auld Lang Syne.” Ci siamo lasciati con la promessa di rivederci domani e organizzare magari  una partita di calcio.

Stavo per tornare in trincea quando un tedesco più vecchio mi ha afferrato il braccio. “Mio Dio,” mi ha detto, “perché non possiamo avere la pace e andarcene tutti a casa?”

Gli ho risposto : “Bisogna chiederlo al vostro imperatore.”

E lui: “Forse, amico mio. Ma anche noi dobbiamo chiederlo ai nostri cuori.

E così, cara sorella, dimmi, c’è mai stata una vigilia di Natale come questa? E che cosa significa tutto questo?

Per i combattimenti qui, naturalmente, significa poco purtroppo. Per quanto quei soldati possano essere buoni compagni, eseguono gli ordini e noi facciamo lo stesso. Inoltre, noi siamo qui per fermare il loro esercito e rimandarli a casa, e non possiamo sottrarci a questo dovere.

Eppure, non si può non immaginare cosa accadrebbe se lo spirito che si è rilevato qui fosse colto dalle nazioni del mondo. Certo, le controversie devono sempre sorgere. Ma cosa accadrebbe se i nostri capi si scambiassero auguri al posto degli avvertimenti? Canzoni invece di  insulti? Regali invece di rappresaglie? Non sarebbe la fine di tutte le guerre?

Tutte le nazioni dicono di volere la pace. Eppure, in questa mattina di Natale, mi chiedo se la vogliamo abbastanza.

Il tuo caro fratello,

Tom.

LINK: Christmas Day, 1914

DI: Coriintempesta

Repubblica cancella il post di Odifreddi su Israele. Lui lascia: “Meglio fermarsi”

di: Redazione Il Fatto Quotidiano

Il matematico aveva scritto parole dure sul conflitto in Medio Oriente accusando lo Stato ebraico di “logica nazista”, ma il suo intervento è scomparso dopo 24 ore. Oggi il saluto ai lettori: “Continuare sarebbe un problema. D’ora in poi dovrei ogni volta domandarmi se ciò che penso o scrivo può non essere gradito a coloro che lo leggono”

Un post pubblicato domenica. Tema: il conflitto israelo-palestinese che in questi giorni sta vivendo un’altra pagina dai toni drammatici. Una presa di posizione molto dura nei confronti dello Stato ebraico, accusato di “logica nazista” nei confronti dei palestinesi. Ma la rimozione del suo intervento dal sito di Repubblica.it ha colto di sorpresa Piergiorgio Odifreddi (matematico, divulgatore scientifico, diventato noto anche per le sue posizioni critiche alla Chiesa cattolica).

Ieri sera, infatti, il suo post nel blog “Il non senso della vita” non c’era più. Tanto è bastato, comunque, perché Odifreddi decidesse di scrivere un ultimo intervento, di commiato, per salutare i numerosi lettori che lo hanno seguito fin qui. D’altronde l’intervento in un blog non riflette la linea editoriale del giornale, che del resto nei casi più controversi – come potrebbe essere questo – può scegliere di pubblicare due interventi in antitesi (l’uno che intende confutare l’altro), davanti ai quali i lettori possono confrontarsi.

“Per 809 giorni Repubblica.it ha generosamente ospitato le mie riflessioni – scrive Odifreddi nel suo saluto – che spesso non coincidevano con la linea editoriale del giornale, e ha offerto loro l’invidiabile visibilità non solo del suo sito, ma anche di un richiamo speciale nella sezione Pubblico. Da parte mia, ho approfittato di questa ospitalità per parlare in libertà anche di temi scabrosi e non politically correct, che vertevano spesso su questioni controverse di scienza, filosofia, religione e politica. Naturalmente, sapevo bene che toccare temi sensibili poteva provocare la reazione pavloviana delle persone ipersensibili. Puntualmente, vari post hanno stimolato valanghe (centinaia, e a volte migliaia) di commenti, e aperto discussioni che hanno fatto di questo blog un gradito spazio di libertà.

Altrettanto naturalmente, sapevo bene che la sponsorizzazione di Repubblica.itpoteva riversare sul sito e sul giornale proteste direttamente proporzionali alla cattiva coscienza di chi si sentiva messo in discussione o criticato”.

“Immagino che il direttore del giornale e i curatori del sito abbiano spesso ricevuto lagnanze, molte delle quali probabilmente in latino – ammette – Ma devo riconoscere loro di non averne mai lasciato trasparire più che un vago sentore, e di aver sempre sposato la massima di Voltaire: ‘Detesto ciò che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo’. Mai e sempre, fino a ieri, quando anche loro hanno dovuto soccombere di fronte ad altre lagnanze, questa volta sicuramente in ebraico”. Ma poi, ieri, ecco la cancellazione del post che “non è, di per sé, un grande problema: soprattutto nell’era dell’informatica, quando tutto ciò che si mette in rete viene clonato e continua comunque a esistere e circolare. Non è neppure un grande problema il fatto che una parte della comunità ebraica italiana non condivida le opinioni su Israele espresse non soltanto da José Saramago eNoam Chomsky, al cui insegnamento immodestamente mi ispiro, ma anche e soprattutto dai molti cittadini israeliani democratici che non approvano la politica del loro governo, ai quali vanno la mia ammirazione e la mia solidarietà”.

“Il problema, piccolo e puramente individuale, è che se continuassi a tenere il blog, d’ora in poi dovrei ogni volta domandarmi se ciò che penso o scrivo può non essere gradito a coloro che lo leggono: qualunque lingua, viva o morta, essi usino per protestare – Dovrei, cioè, diventare ‘passivamente responsabile’, per evitare di non procurare guai. Ma poiché per natura io mi sento ‘attivamente irresponsabile’, nel senso in cui Richard Feynman dichiarava di sentirsi in Il piacere di trovare le cose, preferisco fermarmi qui”. “Tenere questo blog è stata una bella esperienza, di pensiero e di vita, e ringrazio non solo coloro che l’hanno ospitato e difeso, ma anche e soprattutto coloro che vi hanno partecipato – conclude Odifreddi – La vita, con o senza senso, continua. Ma ci sono momenti in cui, candidamente, bisogna ritirarsi a coltivare il proprio giardino”.

Ma la scomparsa improvvisa del post aveva scatenato proprio i frequentatori più assidui del blog di Odifreddi che, utilizzando lo spazio del suo articolo precedente, non solo hanno chiesto insistentemente al matematico come mai quel testo fosse stato rimosso, ma lo hanno copiato e incollato a beneficio di chi non l’avesse letto. A quel punto, certo, si è sviluppato il dibattito tra chi è d’accordo con la tesi di Odifreddi e chi non lo è. ”Non c’era nessun delirio antisemita, filoislamico, comunista. Solo una condanna alla violenza” scriveva B.dg. ”Il post – secondo Giulioru – è un minkiata se l’ha o gliel’hanno tolto hanno fatto bene, non per i contenuti che sono aleatori come tutte le informazioni che ci imboccano, ma per l’uso di paragoni matematici che sono infantili e inopportuni. Uno, 10, 100 non è questione di moltipliche ma di follia umana che non ha formule né tempo né luoghi”.

I lettori del blog ora commentano invece l’addio del matematico al blog: “Con l’ultimo thread non ero d’accordo, come ho scritto – interviene Nivadi – Ciò non toglie che desidero continuare a leggere osservazioni non convenzionali e stimolanti facci sapere dove potremo leggerti. Smetterò di leggere il sito di Repubblica”. “Che gran peccato, il suo blog mi ha sempre offerto dei grossi spunti di riflessione – dice lucajeck_01 – A volte mi sono trovato in disaccordo con le sue vedute, ma è stato un piacere anche quello, poter testare il mio senso critico su argomenti complessi o comunque su punti di vista particolari è stato stimolante”.

Di seguito il post di Odifreddi cancellato dal blog

Dieci volte peggio dei nazisti (18)

Uno dei crimini più efferati dell’occupazione nazista in Italia fu la strage delle Fosse Ardeatine. Il 24 maggio 1944 i tedeschi “giustiziarono”, secondo il loro rudimentale concetto di giustizia, 335 italiani in rappresaglia per l’attentato di via Rasella compiuto dalla resistenza partigiana il 23 maggio, nel quale avevano perso la vita 32 militari delle truppe di occupazione. A istituire la versione moderna della “legge del taglione”, che sostituiva la proporzione uno a uno del motto “occhio per occhio, dente per dente” con una proporzione di dieci a uno, fu Hitler in persona.

Il feldmaresciallo Albert Kesselring trasmise l’ordine a Herbert Kappler, l’ufficiale delle SS che si era già messo in luce l’anno prima, nell’ottobre del 1943, con il rastrellamento del ghetto di Roma. E quest’ultimo lo eseguì con un eccesso di zelo, aggiungendo di sua sponte 15 vittime al numero di 320 stabilito dal Fuehrer. Dopo la guerra Kesselring fu condannato a morte per l’eccidio, ma la pena fu commutata in ergastolo e scontata fino al 1952, quando il detenuto fu scarcerato per “motivi di salute” (tra virgolette, perché sopravvisse altri otto anni). Anche Kappler e il suo aiutante Erich Priebke furono condannati all’ergastolo. Il primo riuscì a evadere nel 1977, e morì pochi mesi dopo in Germania. Il secondo, catturato ed estradato solo nel 1995 in Argentina, è tuttora detenuto in semilibertà a Roma, nonostante sia ormai quasi centenario.

In questi giorni si sta compiendo in Israele l’ennesima replica della logica nazista delle Fosse Ardeatine. Con la scusa di contrastare gli “atti terroristici” della resistenza palestinese contro gli occupanti israeliani, il governo Netanyahu sta bombardando la striscia di Gaza e si appresta a invaderla con decine di migliaia di truppe. Il che d’altronde aveva già minacciato e deciso di fare a freddo, per punire l’Autorità Nazionale Palestinese di un crimine terribile: aver chiesto alle Nazioni Unite di esservi ammessa come membro osservatore! Cosa succederà durante l’invasione, è facilmente prevedibile. Durante l’operazione Piombo Fuso di fine 2008 e inizio 2009, infatti, compiuta con le stesse scuse e gli stessi fini, sono stati uccisi almeno 1400 palestinesi, secondo il rapporto delle Nazioni Unite, a fronte dei 15 morti israeliani provocati in otto anni (!) dai razzi diHamas. Un rapporto di circa 241 cento a uno, dunque: dieci volte superiore a quello della strage delle Fosse Ardeatine. Naturalmente, l’eccidio di quattro anni fa non è che uno dei tanti perpetrati dal governo e dall’esercito di occupazione israeliani nei territori palestinesi.

Ma a far condannare all’ergastolo Kesserling, Kappler e Priebke ne è bastato uno solo, e molto meno efferato: a quando dunque un tribunale internazionale per processare e condannare ancheNetanyahu e i suoi generali?

Piergiorgio Odifreddi

FONTE: IlFattoQuotidiano.it

Contro il complottismo

di: Matteo Guinness

Da qualche tempo va di moda, su giornali e riviste patinate così come in molti anonimi blog della rete, la denigrazione di quello che viene definito complottismo. Per questi novelli arguti pensatori è sommamente divertente indicare come sprovveduti i vari creduloni delle teorie strampalate (o presentate come tali), e c’è da giurare che ciò gli doni un gradevole senso di superiorità.

Il problema però è che da arguti e furbi interpreti del presente, costoro spesso si svelino come i peggiori ignoranti, disinformati e pressappochisti ci siano in circolazione.

 Infatti di solito, insieme a stranezze come rettiliani o diavolerie varie, viene mescolato nel calderone del complottismo qualsiasi cosa abbia una minima strategia o una logica di fondo. Nell’ardore di denunciare la non esistenza di complotti (ossia oscure logiche che starebbero dietro ogni cosa) costoro gettano il bambino con l’acqua sporca e non riescono più a vedere le più chiare ed evidenti strategie.

Allora ecco che la teoria di accerchiamento dell’Eurasia, per esempio, promossa da circa due secoli dalle potenze atlantiche, da alcuni è vista come “complottismo”. Con buona pace di uno dei padri della scienza geopolitica, l’inglese Harold MacKinder, oppure dell’americano Nicholas Spykman: studiati dalle migliori (e peggiori) università americane, sconosciuti dai nostri indomiti denunciatori di complotti.

Ma guarda caso questi sedicenti geni di ogni cosa scoprono complotti solamente a senso unico: quando c’è da mettere in discussione le scelte e le politiche portate avanti dalla super potenza Usa, allora ecco spuntare la denigrazione ed il complottismo. Gli Usa e la Nato erano dietro le quinte di tutte le ultime guerre di questi anni?

Complottismo, certo.

Mentre se si approfondiscono le questioni si scoprono cose molto interessanti. Per dire: le armi di distruzioni di massa di Saddam, oggi sappiamo come fossero inventate di sana pianta. Ma ricordiamo i nostri intelligentissimi cacciatori di complotti denigrare chi metteva in risalto la strategia americana contro l’Iraq. Oggi, sapendo che non esisteva nessuna arma di distruzione di massa grazie alla quale si scatenò la guerra, possiamo dire che gli unici e veri complottisti sono proprio i nostri amici “miscredenti”: coloro che spergiuravano l’inesistenza di una strategia medio orientale Usa e, loro si, babbei e creduloni così tanto da credere all’esistenza di armi di distruzione di massa in mano al diabolico Saddam.

Lo stesso lo vediamo oggi in Siria oppure in Iran: i nostri “scettici a prescindere” non vedono l’interesse a creare “archi di crisi” in medio oriente (chiedere al gigante della geopolitica Usa Brzezinski), vedono soltanto degli Stati canaglia il cui unico obiettivo è sterminare e schiavizzare popoli interi. Ma ci rendiamo conto?

Questo è il vero complottismo, quello di coloro che vedono strategie diaboliche sempre a spese di Stati non alleati al polo geopolitico atlantico. Complotti che fanno credere che davvero gli Stati Uniti si muovano per il benessere dei popoli e che ci siano Stati malvagi a prescindere, come nemmeno nelle opere letterarie troviamo.

Follia pura, idee ridicole che soltanto menti complottiste possono partorire.

 Coriintempesta.altervista.org

Militari vittime di uranio e vaccini. “Patologie sorte perché in servizio”

In 3.761 dal ’91 sono stati contaminati. Il generale Debertolis chiede il “riconoscimento di infermità dipendente da causa di servizio”. Caforio (Idv): “Bisogna dare una risposta alle famiglie. Per la corresponsione delle provvidenze si inseriscano anche i casi di effetti avversi”

di:  Adele Lapertosa

Andrea Antonaci aveva solo 26 anni quando è morto il 12 dicembre 2000 a causa di un tumore: illinfoma non Hodgkin. Adesso il Tribunale civile diRoma ha stabilito, con una sentenza di qualche giorno fa, che a uccidere questo giovane militare è stato l’uranio impoverito. Motivo per cui il ministero della Difesa è stato condannato a pagare quasi un milione di euro ai suoi familiari: ci sarebbe infatti un nesso causale tra la patologia contratta e l’esposizione all’uranio impoverito durante il servizio prestato in Bosnia. Si tratta della dodicesima sentenza di condanna in primo grado portata avanti dall’avvocato Angelo Fiore Tartaglia dell’Osservatorio Militare–Osservatorio permanente e centro studi per il personale della Forze Armate e di Polizia.

Antonaci per anni ha lottato contro un tumore nelle cui cellule sono state rilevate nanoparticelle di metalli pesanti. Poco prima di morire aveva chiesto alla famiglia che la verità sulla sua morte venisse alla luce. Ora la sua famiglia ha avuto un primo riconoscimento della sua battaglia. Battaglia che però non ha ancora certezze acquisite.

Le tesi sulle possibili cause che hanno fatto ammalare, e morire, i tanti militari italiani in questi anni (3.761 casi di contaminazione dal ’91 per uranio impoverito e altri agenti patogeni accertati tra il personale militare in servizio, secondo l’Associazione nazionale assistenza vittime arruolate nelle Forze Armate) sono varie e nessuna conclusiva, secondo la scienza: si va dall’uranio impoverito alle vaccinazioni multiple, fatte non seguendo il protocollo vaccinale della Difesa, alle nanoparticelle.

Non tutti i militari ammalati infatti sono stati in missione all’estero, nei poligoni di tiro o hanno maneggiato l’uranio impoverito. Il dato di fatto però è che, in tutta questa incertezza, molti di questi ragazzi e delle loro famiglie attendono da anni, o si vedono rifiutare, il riconoscimento della causa di servizio come elemento scatenante della patologia che li ha colpiti.

E’ il caso ad esempio di David Gomiero, che avrebbe sviluppato la sua patologia, dismetabolismo dei carboidrati e del sistema immunitario, subito dopo essere stato vaccinato all’arruolamento. Tuttavia il Comitato di verifica per le cause di servizio ha rifiutato per ben due volte la sua domanda, non riconoscendo il nesso causale. E questo perché casi come il suo non sono contemplati dalla legge militare. Come ha spiegato il generale Claudio Debertolis, segretario generale della Difesa e Direttore nazionale degli armamenti, in una sua recente audizione alla commissione d’inchiesta del Senato sull’uranio impoverito, bisognerebbe modificare l’articolo 603 del codice dell’ordinamento militare, “in modo da fargli ricomprendere, ai fini del riconoscimento di infermità dipendente da causa di servizio, anche i danni iatrogeni, conseguenti cioè ad una terapia medica, ivi comprese le reazioni avverse a vaccinazioni”.

La norma in questione infatti riconosce causa di servizio e indennizzi solo a chi ha contratto infermità o patologie tumorali connesse all’esposizione e all’utilizzo di proiettili all’uranio impoverito e alla dispersione nell’ambiente di nanoparticelle di minerali pesanti prodotte dalle esplosioni di materiale bellico. Quindi sono escluse altre cause. A questa modifica, secondo De Bertolis, ne andrebbe aggiunta un’altra sulla normativa secondaria di attuazione, basata sulla “concomitanza temporale” tra l’insorgere della malattia e la sottoposizione alla terapia medica. “Serve un intervento legislativo – ha detto il generale – che introduca il criterio di presunzione iuris tantum (cioé salvo la prova contraria), in alternativa a quello della presunzione legale iuris et de iure (che non la ammette), consentendo la qualificazione di infermità dipendente da causa di servizio, pur in assenza di un nesso causale scientificamente dimostrabile, ma riferendosi alle particolari condizioni in cui i fatti si sono svolti”.

E proprio in tal senso si sta muovendo il senatore Giuseppe Caforio (Idv), membro della commissione Uranio.

“Dobbiamo dare delle risposte a questi ragazzi e alle loro famiglie – spiega – Non si può continuare a far finta di niente dicendo che il problema non esiste. Per questo ho deciso di presentare un emendamento al ddl di delega al Governo per la revisione dello strumento militare, in cui tra i criteri per la corresponsione delle provvidenze alle vittime del dovere si inseriscono anche i casi di effetti avversi, ipotizzati come dipendenti dalle vaccinazioni somministrate al personale militare. Speriamo che non venga bocciato”.

Fonte: IlFattoQuotidiano.it

Dal Sessantotto al PD: come costruire una sinistra antisocialista

di: Andrea Fais

Ha creato scalpore l’ennesima uscita del sito ufficiale del Partito Democratico, che ha salutato il ritiro dalla politica di Silvio Berlusconi con uno strano banner, ossia con una notizia presentata attraverso un esplicito riferimento al film Good Bye Lenin, accostando Berlusconi e Tremonti ai “decaduti miti” del Socialismo Reale e alle effigi di Lenin e Stalin. Il parallelismo storico è ovviamente grottesco e, probabilmente, ovunque essi si trovino, Lenin e Stalin staranno già fissando sconcertati Bersani e Renzi. D’altronde, era evidente da molto tempo che il partito costruito da Achille Occhetto e portato a compimento da Walter Veltroni nel 2008 con la fusione tra DS e Margherita, non avesse più alcun tipo di riferimento verso un passato comunista più nominale e formale che altro. Tuttavia le uscite del partito di Bersani hanno l’indiscusso merito di sorprendere continuamente.

Poco tempo fa il sito del Partito Democratico riprendeva con soddisfazione sconcertante un articolo di Antonio Satta per “Milano Finanza”, il quale esordiva affermando che “per le prossime elezioni Goldman Sachs scommette sul Pd” e che “il colosso finanziario americano, a sette mesi dalle elezioni politiche italiane, ha pubblicato un report che farà rumore, nel quale si sostengono le chanche di una maggioranza di centro sinistra incentrata sul Pd”. Sui rapporti tra il centro-sinistra italiano e la Goldman-Sachs sapevamo già alcune cose, a partire dal fatto che Romano Prodi ne è stato dipendente poco prima di entrare in politica come candidato premier de L’Ulivo. Quel che sorprende e che lascia di sasso è il fatto che un partito che si definisce ancora socialdemocratico e che si considera parte integrante dell’internazionale socialista, possa andare persino orgoglioso della stima che gli viene accreditata presso gli ambienti dell’alta finanza statunitense.

È senz’altro vero che, nei giorni decisivi per il voto parlamentare sull’autorizzazione alla missione in Libia dell’anno scorso, il Partito Democratico non soltanto aveva sostenuto la necessità di intervenire “anche militarmente” posta in aula dall’allora ministro degli Esteri Franco Frattini, ma aveva addirittura criticato Silvio Berlusconi per le “inaccettabili esitazioni” mostrate dinnanzi alla crisi libica, rispetto alla quale, secondo Bersani (e Vendola), l’ex premier si sarebbe inizialmente impuntato per cercare di evitare un attacco contro Gheddafi. Un interventismo imperialista che seguiva un’obliquità politica già ribadita anche dalla stupefacente pubblicazione di una frase di Ronald Reagan sulla prima pagina de “L’Unità” alcuni mesi fa, presumibilmente per ornare con un po’ di “ruggente edonismo” le già notevoli perle radical-chic inserite nel giornale sotto la direzione di Concita De Gregorio.

Probabilmente, però, nessuna testata giornalistica potrà eguagliare il livello raggiunto negli ultimi anni dal Gruppo Editoriale L’Espresso di Carlo De Benedetti che si è spesso divertito ad accostare Silvio Berlusconi a Stalin, a Brezhnev o a Kim Jong Il: emblematica la pagliacciata orchestrata dalla rivista di geopolitica Limes che, rompendo per un momento il clima di celebrata autorevolezza “scientifica” di cui si picca, ha voluto divertirsi pubblicando una finta lettera di Kim Jong Il a Berlusconi, nella quale il compianto leader coreano si congratulava con l’ex primo ministro italiano per aver installato una “dittatura perfetta”.

Eppure, c’è ancora chi considera questo teatrino politico cominciato con l’inchiesta Mani Pulite come una vera arena di confronto tra posizioni socialiste/riformiste e liberali/conservatrici. È evidente che la costruzione del (falso) mito eurocomunista ha sempre mirato allo scopo (primariamente geopolitico, ma anche ideologico) di separare in modo definitivo le vocazioni e le caratteristiche del Socialismo Reale dagli ambienti della sinistra occidentale, già pesantemente ammaliati negli anni Settanta e Ottanta dalla scuola “maoista” ebraico-francese di Andrè Glucksmann e Charles Bettelheim. Se il secondo è ormai noto per la pubblicazione del celebre testo Le lotte di classe in URSS (1974-1982), dove tenterà di smontare uno ad uno i significati storico-economici della Rivoluzione d’Ottobre e delle conquiste raggiunte durante la fase staliniana, il primo finirà dalle piazze della contestazione parigina alla stesura del famigerato Libro Nero del Comunismo, un mix di complottismo e propaganda maccartista aggiornati ai tempi nostri. Colpire la storia del comunismo novecentesco equivale a colpire una parte importante del patrimonio culturale-economico-militare (passato o presente) di gran parte dell’Oriente, con evidenti ripercussioni nel confronto geopolitico odierno.

A dimostrazione che la “teoria per la teoria” conduce necessariamente al pericoloso salto della quaglia, destando più di un sospetto, i tanti intellettuali attivi in Occidente nel segno di un non meglio precisato marxismo sono per lo più noti per aver di volta in volta cercato di smontare l’azione politica e geopolitica concreta dei Paesi socialisti, individuano sempre un pretestuoso appiglio al fine di boicottarne le soluzioni strategiche. Insopportabili saccenti, questi critici della poltrona hanno lavorato alacremente per indottrinare intere generazioni ed educarle ai più grotteschi ondeggiamenti politici, ai ribaltamenti di prospettiva e, in definitiva, al relativismo politico per le masse, tipico dell’egemonia liberale odierna.

Non è difficile immaginare come l’operazione di addomesticamento dei partiti comunisti in Occidente possa aver seguito, per tanto, alcune precise tappe storiche scandite dai tentativi statunitensi di indebolire una critica sociale concreta e realista in Europa e di isolare l’Occidente – ossia il blocco atlantico – dal resto del mondo, secondo i criteri di un costante clima da Guerra Fredda che soltanto gli Stati Uniti, da potenza “insulare” e marittima, hanno interesse a mantenere presentando di volta in volta un nuovo fantomatico “impero del male” da dover colpire o sanzionare.

Secondo la sottile strategia egemonica del Pentagono, infatti, qualunque potenziale competitore va smontato e boicottato, in base a un processo comunicativo innescato non soltanto dalla propria prospettiva diretta ma anche da quelle indirette e altrui. Il maccartismo degli anni Cinquanta non è più sufficiente e la sua grottesca faziosità rischiò all’epoca di isolare gli Stati Uniti rispetto ad un mondo in rapida evoluzione nei suoi assetti internazionali postcoloniali. Nell’immaginario collettivo, ormai, l’imposizione costante di coppie di opposti semantici quali “dittatura-democrazia”, “regime-libertà” o “violenza-umanità” rimanda continuamente alla contrapposizione tra un supposto primato morale-politico dell’Occidente (a guida statunitense) e un presunto plesso russo-sino-islamico che, malgrado la crescita economica, continuerebbe a macchiarsi di brutalità e corruzione. In questa operazione mediatica di spartizione del pianeta in due blocchi, la sinistra occidentale riveste un ruolo fondamentale proprio perché recupera la vecchia tradizione “umanista” e “filantropica” che ne contraddistinse gli albori durante la Rivoluzione Francese adattandola ai criteri della strategia di espansione statunitense nel pianeta. Non è casuale che i nomi di Franca Rame, Dario Fo, Walter Veltroni, Marina Sereni ed altri esponenti politici della sinistra compaiano tra quelli dei primi firmatari italiani della petizione per la scarcerazione di Liu Xiaobo, il dissidente cinese premiato col nobel per la pace nel 2010, che si era evidentemente “meritato” per aver assunto la guida del movimento Carta08, pensato da George Soros sulla scia del vecchio movimento cecoslovacco Carta77, e per aver sostenuto alcuni anni fa che la Cina “avrebbe bisogno di altri trecento anni di colonialismo”.

Gli obiettivi stabiliti dalla strategia nord-americana di contenimento, strangolamento e schiacciamento dell’Unione Sovietica ieri e della Repubblica Popolare Cinese oggi, dovevano e devono passare per un’azione ben più radicale ed estesa: guadagnare punti nel soft-power attraverso nuovi miti sociali (pop-star, scrittori,attori, inventori ecc. …), creare modelli teorici di “sinistra” alternativi al Socialismo Reale e quasi sempre destinati alla sconfitta politica o ad una scarsa presa sulla popolazione, introdurre un’ ideologia ambientalista e pacifista da imporre attraverso ONG e associazioni di vario genere nei Paesi in via di sviluppo per bloccarne i piani industriali e militari, massimizzare un sistema di informazione che, come denunciava già Pietro Secchia nel dopoguerra, lanci le stesse parole d’ordine nello stesso preciso momento in tutti i Paesi satelliti, un sistema propagandistico puntuale ed efficace che continua tutt’oggi a funzionare in modo certosino, come dimostrato dagli ennesimi topoi sinofobici e russofobici, raggiunti la scorsa estate durante le Olimpiadi di Londra e nei giorni del processo alle Pussy Riot.

Non devono sorprendere dunque né la funzione politica né la missione internazionale del Partito Democratico (e dei movimenti ad esso analoghi) che, tra il rifinanziamento di una missione all’estero ed una proposta di privatizzazione di ENI, ENEL o Finmeccanica, ogni tanto trova anche il tempo per divertirsi nel suo sito ufficiale.

Fonte:  StatoPotenza.eu

Sankara: “Si può uccidere un uomo non le sue idee”

“Si può uccidere un uomo non le sue idee”era solito dire Thomas Sankara, il “Président du Faso”, come viene ancora oggi ricordato dai burkinabè. Mai parole furono più azzeccate. Sankara è stato ucciso 25 anni fa, il 15 ottobre del 1987, ma le sue idee, i suoi insegnamenti, i suoi valori sono più vivi che mai.

Nel giorno del suo anniversario, è doveroso ricordare chi fosse Thomas Sankara, il Che Guevara africano. La sua storia rivoluzionaria ha inizio il 4 agosto 1983, in Alto Volta, quando capitano dell’esercito voltaico prese il potere con un colpo di Stato senza spargimento di sangue. Il Paese, ex colonia francese, abbandonò subito il nome coloniale e divenne Burkina Faso, che significa “Paese degli uomini integri”. Ed è sulla integrità che Sankara partì per cambiare le cose. “Non possiamo essere la classe dirigente ricca in un Paese povero”, era solito dire Sankara, che sostituì le auto blu destinate agli alti funzionari statali, dotate di ogni comfort, con utilitarie.

“È inammissibile che ci siano uomini proprietari di quindici ville, quando a cinque chilometri da Ouagadougou la gente non ha i soldi nemmeno per una confezione di nivachina contro la malaria” sosteneva il Président du Faso, che viveva in una casa umile. Nella sua dichiarazione dei redditi del 1987 i beni da lui posseduti risultavano essere una vecchia Renault 5, libri, una moto, quattro biciclette, due chitarre, mobili e un bilocale con il mutuo ancora da pagare. Per rilanciare l’economia del Paese, la cui terra non è mai stata fertile, decise di contare sulle proprie forze, di “vivere all’africana”: “Non c’è salvezza per il nostro popolo se non voltiamo completamente le spalle a tutti i modelli che ciarlatani di tutti i tipi hanno cercato di venderci per anni”. “Consumiamo burkinabè”, si leggeva sui muri di Ouagadougou, mentre per favorire l’industria tessile nazionale i ministri furono costretti a vestire il faso dan fani, l’abito di cotone tradizionale, proprio come Gandhi aveva fatto in India con il khadi. Sankara utilizzò le risorse economiche dello Stato per combattere l’analfabetismo, le malattie – come febbre gialla, colera e morbillo – per fornire almeno 10 litri d’acqua e due pasti al giorno a ogni burkinabè, impedendo che l’acqua finisse nelle mani delle multinazionali statunitensi e francesi.

In poco tempo, il presidente burkinabè divenne una celebrità in Africa, destando la preoccupazione delle grandi potenze e delle multinazionali. E le sue grandi lotte – il problema del debito dell’Africa, la lotta contro la corruzione, la promozione della donna, i problemi del mondo rurale, l’educazione – furono presi come esempio da seguire. Ma la sua fama e le sue battaglie gli costarono caro. È in occasione dell’Assemblea dell’Organizzazione dell’unità africana, il 29 luglio ad Addis Abeba, in Etiopia, che Sankara decretò la sua condanna a morte annunciando l’intenzione di non voler pagare il debito internazionale : “Noi siamo estranei alla creazione di questo debito e dunque non dobbiamo pagarlo. (…)Il debito nella sua forma attuale è una riconquista coloniale organizzata con perizia. (…) Se noi non paghiamo, i prestatori di capitali non moriranno, ne siamo sicuri; se invece paghiamo, saremo noi a morire, possiamo esserne altrettanto certi”. Sempre nel suo discorso ad Addis-Abeba, Sankara dichiarò in presenza dei leader africani: “Dobbiamo nella scia della risoluzione sul problema del debito, trovare una soluzione al problema delle armi (…) io sono militare e porto un arma, ma signor Presidente, vorrei che ci disarmassimo. Perché io porto l’unica arma che possiedo, altri hanno nascosto le armi che pure portano.

Allora col sostegno di tutti, cari fratelli potremo fare la pace a casa nostra. Potremmo anche usare le sue immense potenzialità per sviluppare l’Africa perché il nostro suolo e il nostro sottosuolo sono ricchi”.

Dopo qualche mese dal discorso, il 15 ottobre il presidente Sankara è stato assassinato insieme ad altri suoi compagni durante il colpo di stato orchestrato dal suo migliore amico Blaise Compaoré, con l’appoggio della Francia, degli Stati Uniti, della Libia e della Costa d’Avorio. Sul certificato di decesso del Président du Faso, fino al 2008, veniva riportata come causa la “morte naturale”; dopo quella data l’Onu ha obbligato le autorità burkinabé a cancellare la parola “naturale”. È stato sepolto in una fossa comune, che si trova a due passi da una discarica a cielo aperto. Nonostante siano passati 25 anni, la giustizia non ha fatto il suo corso e molti dei colpevoli della sua morte, tra cui il presidente Compaoré, ricoprono posizioni di potere. Ma il mito di Sankara è più vivo che mai…