Crea sito

Category: Economia

Senza via d’uscita

di: Paolo Cardenàwww.vincitorievinti.com -
italiaNei giorni scorsi si è letto a proposito di  uno studio, svolto da parte dell’esecutivo, finalizzato all’abbattimento del debito pubblico di circa 400 miliardi di euro. Un intervento shock tale da ridurre l’indebitamento a circa 1600 miliardi di euro, ossia poco più del 100% (110% ?) del PIL. Dei 400 miliardi di debito da tagliare,  100 deriverebbero dalla vendita di beni pubblici per 15-20 miliardi l’anno (in sostanza il programma Grilli); 40-50 miliardi dalla costituzione e cessione di società per le concessioni demaniali; 25-35 miliardi dalla tassazione ordinaria delle attività finanziarie detenute in Svizzera (5-7 miliardi l’anno); i restanti 215-235 miliardi dall’operazione shock, appunto.
Verrebbe individuata una porzione di beni patrimoniali e diritti dello Stato, a livello centrale e periferico, disponibili e non strategici, e venduta a una società di diritto privato di nuova costituzione partecipata principalmente da banche, assicurazioni, fondazioni bancarie ed altri soggetti . La società emetterebbe obbligazioni a 15-20 anni garantite dai beni. Essendo emessi da un soggetto privato, tali titoli non entrerebbero nel computo del debito pubblico. Lo Stato incasserebbe il corrispettivo portandolo direttamente a riduzione del debito pubblico, con conseguente risparmio di interessi. Negli anni di vita del prestito obbligazionario la società procederebbe alla valorizzazione della redditività dei beni. Alla scadenza dei singoli lotti del prestito obbligazionario, ovvero anche Leggi Tutto…

Eurozona, quelli che “la benzina aumenterà settanta volte sette…”

euro

di: Alberto Bagnai

Tira una brutta aria nelle roccaforti del Pude (Partito Unico Dell’Euro), aria di imminente smobilitazione. Le crepe nel muro di gomma sono sempre più evidenti, il dibattito è aperto perfino nel paese che, per i più ingenui, avrebbe meno interesse ad aprirlo (la Germania), l’opposizione all’Eurss si fa, da scientifica, politica, e in paesi più democratici del nostro fa incetta di voti. Questa, peraltro, è un’altra fonte di preoccupazione, visto che lo spazio politico della verità tecnica (l’euro è insostenibile) è stato improvvidamente lasciato alle destre più becere da chi ha ucciso il dibattito a sinistra (in Italia il Pd). Leggi Tutto…

Surrealismo finanziario: i buchi neri dei soldi delle masse e i profitti dei super-ricchi

finanza

di: Loretta Napoleoni

Chi finanzia l’economia del futuro non sono più le banche. Dal crollo della Lehman Brothers queste istituzioni hanno perso sempre più terreno nel settore dell’economia reale. I banchieri ormai giocano sempre e solo sul sicuro: obbligazioni di Stato facilmente scontabili dalla Bce o da altre banche centrali, ecco come investono. In parte questa strategia è il prodotto delle nuove regole imposte da Basilea III, che riducono la quantità di capitale a loro disposizione. Ma ci sono anche altre ragioni. In realtà uno dei motivi per cui le banche investono sempre meno nell’economia reale è la concorrenza spietata nella raccolta del denaro dei ricchi che esercitano nuove istituzioni ad hoc,create specificatamente per gestire i capitali dei super-ricchi. In altre parole le banche sono sempre più a corto di grossi depositi. Leggi Tutto…

La Bce e la giostra del denaro facile

bce

di: Loretta Napoleoni

E’ ripartita la giostra del denaro facile. La Banca centrale europea sta addirittura pensando di rilanciare le asset-backed securities, ve le ricordate? Quelle della bolla dei mutui spazzatura americani. Perché lo fa? E’ la domanda che tutti noi europei, vittime di due decenni di finanza ballerina e tre anni di austerità, dobbiamo chiederci. La risposta arriva dai bilanci delle banche europee dove i debiti cattivi, quelli in moratoria insomma, in questi lunghi e duri anni di magra si sono moltiplicati. Alla fine del 2012 ammontavano a ben 720 miliardi di euro, di cui 500 miliardi provenivano dai paesi della periferia di Eurolandia. Leggi Tutto…

Finanza, i robot e i nostri risparmi nelle sabbie della Cornovaglia

trading

di: Loretta Napoleoni

Le coste della Cornovaglia sono oggi oggetto di grande interesse da parte di società finanziariee di telecomunicazione. Ed infatti, nel 2012, la Crown Estate, impresa che gestisce il fondale marino nel Regno Unito e che vende licenze per tutto ciò che lo attraversa, ha registrato un aumento delle entrate del 104 per cento. Circa il 95 per cento delle notizie finanziarie viaggiano via cavo e non via satellite e questo spiega perché ogni anno si investono intorno ai 2 miliardi di dollari per produrre 50 mila chilometri di autostrade di fibre ottiche, lungo le quali viaggiano le notizie finanziarie al altissima velocità. L’arteria più importante è quella che attraversa l’Atlantico. I cavi partono dalla costa est e riemergono in Portogallo ed in Cornovaglia. Anche se il primo è il paese più vicino agli Stati Uniti, è sempre stato un mercato finanziario marginale, mentre in Gran Bretagna si trova la piazza affari più importante d’Europa. Leggi Tutto…

Debito pubblico: l’Italia migliore d’Europa (e non è uno scherzo)

debito

di: Marcello Foa

La fonte è molto autorevole: la Neue Zürcher Zeitung (Nzz). L’autore dello studio molto competente in materia: l’economista Bernd Raffelhüschen, professore di Scienze finanziarie presso l’Università di Friburgo, in Germania. La conclusione è molto sorprendente: l’Italia è il Paese che ha il debito pubblico più sostenibile d’Europa.

Possibile? Sì, se si considera oltre al debito esplicito anche quello implicito ovvero gli impegni già presi dallo Stato per i decenni a venire e legati in particolare all’invecchiamento della popolazione: dunque le pensioni in maturazione nei prossimi anni, la spesa sanitaria che dovrà essere sopportata da una popolazione più anziana; il tutto considerando il saldo primario dello Stato. Leggi Tutto…

L’Impero Finanziario e il carcere globale dei debitori

finanza

di: Jerome Roos

Non ci devono essere dubbi: viviamo nell’ epoca dell’ Impero Finanziario. A differenza delle conquiste militari che hanno guidato le espansioni territoriali degli imperi del passato, il moderno Impero Finanziario non consiste nell’esercizio visibile dell’ideologia del Grande Bastone (anche se, indubbiamente, l’imperialismo militare continua anche oggi), ma piuttosto assume la forma di una mano invisibile . Mentre alla fine del 19° e all’ inizio del 20° secolo  la logica del dominio è stata guidata dal potere strumentale degli stati imperiali, l’Impero del 21 ° secolo non ha più bisogno di alcun bastone per sottomettere gli stati sovrani: attraverso i meccanismi globali di applicazione della disciplina di mercato e dalle condizioni del FMI, il potere strutturale del capitale finanziario ora garantisce che tutti si inchineranno davanti ai mercati monetari. Leggi Tutto…

E intanto l’Italia versa altri 2,8 miliardi al Fondo Salva Stati (e banche)

euro
di: Paolo Cardenà
In questi giorni gli italiani  sembrano particolarmente interessati al matrimonio di Valeria Marini, piuttosto che allo scudetto della Juventus, o alla morte di Andreotti.
Le cose serie, come al solito,  vengono poste in secondo piano grazie alla complicità della stampa sussidiata che non ne parla affatto, o che, nella migliore delle ipotesi, riserva minimi spazi alle notizie che invece meriterebbero maggior risalto e una profonda riflessione da parte di tutti: mondo politico in primis. Leggi Tutto…

Le catene del debito che uccidono i Comuni

debito

di: Guido Viale

Oggi, se non si mette al centro di ogni ragionamento, discorso o iniziativa l’ampiezza, la profondità e la gravità della crisi che stiamo attraversando in Italia, in Europa e nel mondo, si rischia di essere assimilati alla «casta», al mondo della politica così come ormai viene percepita dalla grande maggioranza della popolazione: un mondo che si occupa solo di se stesso e non delle sofferenze dei governati. E’ un rischio che comincia a erodere il consenso del movimento 5 stelle, che peraltro sembra culturalmente poco attrezzato per affrontare il tema in modo radicale. Leggi Tutto…

“Eurozona fallimento assoluto”

 

nigel farage

Intervento di Nigel Farage al Parlamento europeo – 17 Aprile 2013.

Tanto per non dimenticare quello che ci aspetta, dopo che sarà finito il teatrino della politica di questi giorni.

Tratto da: Luogocomune.net

I numeri sbagliati dell’austerità (e degli economisti)

austerity

di: Stefano Feltri

Da un paio di giorni la comunità degli economisti è sconvolta. Si è scoperto che uno degli articoli scientifici più influenti degli ultimi anni – oltre 2000 citazioni – era sbagliato. Nel 2010, Kenneth Rogoff e Carmen Reinhart di Harvard presentano un paper che sembra dare basi scientifiche e inconfutabili alle politiche di austerità: confrontano molti Paesi, tra il 1945 e il 2009, e scoprono che quelli con i conti più in ordine, cioè con un debito sotto il 30 per cento del Pil, sono cresciuti in media del 4,1 per cento. Leggi Tutto…

Rapporto Sipri 2012: l’Italia, con 34 miliardi di dollari investiti, pari a 26 miliardi di euro, sale tra i «10 Grandi» della spesa militare

spese militari

di: Manlio Dinucci

Macché crisi! Nel 2012 l’Italia è salita al decimo posto tra i paesi con le più alte spese militari del mondo, rispetto all’undicesimo nel 2011. Lo documenta il Sipri, l’autorevole istituto internazionale con sede a Stoccolma, che ha pubblicato ieri gli ultimi dati sulla spesa militare mondiale. Quella italiana ammonta su base annua a circa 34 miliardi di dollari, pari a 26 miliardi di euro. Il che equivale a 70 milioni di euro al giorno, spesi con denaro pubblico in forze armate, armi e missioni militari all’estero. Mentre mancano i fondi anche per pagare la cassa integrazione. Leggi Tutto…

La maggiore liquidità non genera inflazione: il Giappone insegna

giappone

di: Emanuela Melchiorre

La Banca Centrale del Giappone ha dichiarato di voler procedere ad un allentamento monetario sia quantitativo sia qualitativo della propria base monetaria. In particolare, aumenteranno gli interventi sui titoli di Stato del Paese fino all’astronomica cifra di circa 530 miliardi dollari (50.000 miliardi di yen). L’operazione riguarderà titoli di stato di tutte le scadenze presenti sul mercato. Saranno incrementati anche gli acquisti di exchange-traded funds (ETF) e di fondi comuni di investimento immobiliare. Dopo l’annuncio, dato a borse aperte, il Nikkei, che era rimasto per tutta la giornata in territorio negativo di circa 2 punti percentuali, ha terminato la giornata con un +2,2%. Leggi Tutto…

Grecia, la distruzione di una nazione

grecia

di: Giacomo Gabellini

La Grecia è nel caos, ma le origini del disastro risalgono al 2009, quando vennero a galla i dati autentici riguardo allo stato reale in cui versava l’economia nazionale. La Grecia aveva ereditato dalla dittatura dei colonnelli guidata da Georgios Papadopoulos un regime fiscale che faceva acqua da tutte le parti, favorendo in maniera massiccia l’evasione. Per occultare questa ed altre inadeguatezze, i dirigenti greci – assistiti delle banche d’investimento Goldman Sachs e JP Morgan Chase – avevano falsificato i conti per aderire all’Eurozona. Nel 2002 Goldman Sachs aveva acquistato oltre 2 miliardi di euro di titoli di debito pubblico greco convertendoli immediatamente in yen e dollari, per poi rivenderli alla Grecia adottando i parametri fissati da un falso tasso di cambio applicato dall’istituto bancario.

Tale “curiosa” transazione era il frutto di un’intesa sottobanco tra il governo di Atene e gli operatori della Goldman Sachs; un originale escamotage che ha permesso agli amministratori ellenici di iscrivere una falsa voce di attivo sui libri contabili del Paese che corrispondeva ad una simmetrica ed altrettanto falsa voce di passivo per quanto riguarda il bilancio della banca.

Questo falso guadagno ha consentito allo Stato greco di mantenere il rapporto tra deficit e Prodotto Interno Lordo al di sotto della linea di sbarramento del 3%, che rappresenta uno dei requisiti fondamentali per l’ingresso nell’Eurozona. Come ricompensa per tali servigi, la Goldman Sachs pretese la restituzione della cifra iniziale (più di 2 miliardi di euro) elevata di un esorbitante tasso di interesse. Nel 2009, il partito socialista Pasok vinse le elezioni, e non appena il primo ministro George Papandreou ebbe modo di esaminare i libri contabili del Paese si accorse del trucco, rivelando immediatamente la falsificazione dei conti pubblici operata dai suoi predecessori. Malgrado il Prodotto Interno Lordo del Paese ellenico costituisse appena il 3% di quello della zona-euro e uno sforzo congiunto dei Paesi più forti avrebbe potuto ristabilire piuttosto agevolmente la situazione, i governi di Berlino e Parigi si opposero frontalmente e ostinatamente a qualsiasi proposta finalizzata a fornire aiuti esterni allo Stato ellenico.

Anziché imporre la garanzia del debito greco attraverso la BCE in modo da blindare la solidità economico-finanziaria del Paese, il tandem Merkel-Sarkozy pensò bene di adottare il Private Sector Involvement (PSI), una “procedura di coinvolgimento del settore privato” nell’assorbimento dei debito greco, volto a ricondurre il rapporto debito/Prodotto Interno Lordo della Grecia al di sotto della soglia del 120,5% e, soprattutto, a scongiurare qualsiasi perdita finanziaria a carico della BCE e delle Banche Centrali dei vari Paesi europei. Questo accordo ha sobbarcato sul settore privato un carico di perdite sproporzionatamente alto di perdite rispetto al settore pubblico, penalizzando pesantemente i privati che avevano investito nel debito greco e incoraggiando, in misura complementare, l’attività predatoria degli speculatori. Ciò ha innescato una pericolosa crisi di fiducia nei confronti del sistema-Europa e messo in dubbio la solidità degli Stati. Da quel momento, i titoli di debito emessi dai vari Paesi europei, considerati fino ad allora “risk-free” (o “a rischio 0”), sono divenuti il bersaglio prediletto della speculazione internazionale e delle agenzie di rating, il cui fuoco incrociato si è abbattuto sia sul debito greco sia su quelli di Irlanda, Portogallo, Spagna ed Italia (i cosiddetti PIIGS), facendo lievitare pericolosamente gli spread rispetto ai titoli tedeschi, in modo da far schizzare verso l’alto i tassi di interesse sui titoli di Stato, aggravando enormemente il problema.

spread

I tassi usurai pretesi dai mercati finanziari costrinsero successivamente Atene a chiedere aiuto alla BCE e al FMI, che offrirono due prestiti in poco più di un anno, quantificabili rispettivamente in  110 e in 109 miliardi di euro, ponendo però come condizione l’applicazione di una radicale terapia d’urto. Di fronte a questo aut aut, Papandreou propose un referendum per chiedere al popolo greco il parere sul da farsi.  Intimoriti dalla mossa di Atene, i dirigenti di Bruxelles avviarono una pesante campagna di pressione volta a costringere Papandreou alle dimissioni, che vennero rassegnate nel novembre del 2011. La Commissione Europea esigeva infatti l’instaurazione di un governo tecnico, che accettasse le condizioni poste da BCE e FMI e attuasse le misure “necessarie” a prescindere dal consenso popolare. Il testimone lasciato dal governo Papandreou fu così ereditato dal nuovo esecutivo guidato da Lucas Papademos, che in qualità di ex governatore della Banca Centrale ellenica si era reso corresponsabile della falsificazione dei conti del Paese.

La certosina applicazione, da parte dei tecnocrati, delle direttive impartite dalla cosiddetta “trojka” o “trimurti” (formata da FMI, BCE e Commissione Europea), fece precipitare il Paese nel caos. Il parlamento ellenico cedette al ricatto che gli era stato posto da questa “trojka”, approvando un “memorandum d’intesa” – molto simile a un diktat da occupazione militare – comprensivo di una serie di riforme (taglio dei servizi sociali, decurtazione di stipendi e pensioni, riduzione dei dipendenti pubblici, depotenziamento radicale dei contratti collettivi dei lavoratori) da macelleria sociale per ottenere un finanziamento da 130 miliardi di euro promesso dall’Unione Europea. Non appena il memorandum passò, le tensioni sociali infiammarono piazza Syntagma, provocando le dimissione di sei ministri del governo di Papademos.

Alcuni partiti d’opposizione proposero di non accettare il prestito, poiché le condizioni poste dalla “trojka” erano proibitive e non avrebbero in alcun modo aiutato l’economia greca. Alexis Tsipras, leader di Syriza, richiese invece una moratoria di tre anni per il pagamento del debito, così da utilizzare tutte le risorse a disposizione per comprimere il più possibile il disavanzo primario, in moda da affrontare al meglio la recessione e adottare misure di risanamento dell’economia e del settore pubblico. La Germania dilaniata dalla Seconda Guerra Mondiale, ricevette questo genere di trattamento, ottenendo il diritto di non saldare il proprio debito fino al 1953. Sia Papademos che il suo successore Antonis Samaras rispedirono queste proposte al mittente e adottarono, in ottemperanza agli “indiscutibili” impegni presi, la drastica terapia d’urto pretesa dalla “trojka”, che acuì la fase recessiva e comportò il congelamento delle attività bancarie, determinando il blocco totale del credito alle imprese e il conseguente inceppamento del sistema, cosa che provocò un crollo delle entrate fiscali, aggravando la posizione debitoria del Paese. La caduta delle entrate tributarie, peraltro, fu favorita anche dal corposo processo di trasferimento di capitali ellenici all’estero, stimato in circa 300 miliardi di euro dal funzionario del Tesoro greco Dimitri Kousselas, che BCE, FMI e Commissione Europea non fecero nulla per frenare.

Le politiche di austerità richieste dalla “troijka” hanno prodotto risultati alquanto significativi. Alla fine del 2012, la morsa della disoccupazione attanagliava oltre 4 milioni di greci; i lavoratori operanti nel settore privato sono passati dai 2,6 milioni del 2010 a 1,7 milioni del 2012, e di questi 1,7 milioni solo 600.000 sono stati regolarmente retribuiti per aver lavorato a pieno ritmo (8 ore al giorno per 5 giorni alla settimana); sempre nel 2012, appena 225.000 cittadini hanno potuto ricevere un assegno di disoccupazione.

La relazione annuale redatta dalla Banca di Grecia ha rilevato inoltre che la porzione di popolazione intenta a vivere al di sotto della soglia di povertà è passata dal 16% del 2011 al 23% dell’anno seguente. Al drastico aumento del fenomeno della povertà infantile, è andato peraltro a sommarsi un calo medio dei salari lordi pari al 20,6% nell’arco del biennio 2010-2012.

In tutta questa desolante vicenda, va inoltre sottolineato il fatto che buona parte del denaro destinato al “salvataggio” della Grecia è stato erogato dai Paesi della zona-euro, ciascuno in misura proporzionale alle proprie quote di partecipazione al capitale della BCE. Ciò ha esposto in primo luogo Germania e Francia che, detenendo le quote più consistenti, si sono indebitate in misura proporzionalmente maggiore con le banche per ottenere i soldi necessari a salvare la Grecia dal fallimento, consentendole a sua volta di onorare i propri debiti con le banche. Questa situazione paradossale ed esplosiva ha spinto i detentori dei titoli di Stato emessi da Atene ad accendere polizze assicurative che li tutelassero dalla bancarotta greca, spalancando la strada alla speculazione internazionale. Le sinergia negativa scaturita dalle operazioni effettuate da investitori intimoriti e speculatori senza scrupoli hanno fatto schizzare verso l’alto la domanda internazionale (e il prezzo) di Credit Default Swap, che istituti come Goldman Sachs hanno avuto modo di vendere in grande quantità, incassando ingenti guadagni. Appare pertanto significativo il fatto che una delle prime misure che il nuovo primo ministro Papademos (membro della Commissione Trilaterale ed ex funzionario della BCE e della Federal Reserve di Boston) aveva deciso di adottare fu quella relativa alla nomina di Petros Christodoulos, ex operatore della Goldman Sachs, come responsabile dell’organismo incaricato di gestire il debito ellenico.

Il disastro greco ha, se non altro, aperto prospettive del tutto nuove. Un eventuale fallimento della Grecia potrebbe infatti innescare il temutissimo effetto domino, suscettibile di  provocare l’implosione dell’Unione Europea e il conseguente (probabile) ripristino delle monete locali da parte di tutti i Paesi membri dell’Eurozona. Battendo questa via, la Grecia ripristinerebbe la dracma, che verrebbe svalutata presumibilmente del 50% (o più) circa rispetto all’euro, rendendo competitive le merci locali. Il problema è che la Grecia esporta quanto la provincia di Vicenza, ed importa quasi tutto ciò di cui ha bisogno. Con l’adozione dell’euro, il Paese ellenico ha registrato una serie di deficit esorbitanti, dovuti al fatto che la nuova valuta aveva accresciuto il potere d’acquisto dei beni esteri da parte dei cittadini greci. Ciò ha determinato un netto declino del comparto industriale, orientando l’economia nazionale verso attività rientranti nel settore terziario. Senza un solido sistema manifatturiero e con la dracma deprezzata, la Grecia si ritroverebbe a dover acquistare merci all’estero a prezzi proibitivi.

La situazione del Paese appare pertanto disperata, e le dirigenze politiche (Commissione Europea) ed economiche (BCE) hanno pesantissime responsabilità rispetto al deflagrare della situazione. Nel novembre 2011, ad esempio, la “troijka” ha barattato, dietro pressioni esercitate dall’esecutivo di Atene, un prestito – ad interesse – per permettere ai greci di pagare gli interessi sul loro debito, in cambio del solenne impegno assunto dal governo ellenico di registrare un avanzo sui conti correnti di bilancio. Per realizzare questa promessa, sono stati effettuati tagli addizionali a pensioni e salari (già ridotti a 400-500 euro) e contrazioni della spesa pubblica di vario genere allo scopo di incamerare circa 9 miliardi di euro entro la fine del 2013. Per la Grecia, 9 miliardi di euro corrispondono a 4 punti percentuali di Prodotto Interno Lordo, equivalenti, per l’Italia, a 60 miliardi di tagli ulteriori in un solo anno. Come era più che prevedibile, la terapia d’urto improntata alla più brutale austerità ha prodotto esiti contrari a quelli che la “troijka” si proponeva di ottenere, con il risultato che se nel 2009 il debito greco ammontava al 130% del Prodotto Interno Lordo, nel 2012 ha ampiamente sfondato la soglia del 160% del Prodotto Interno Lordo. Ciò è dovuto al fatto che l’aumento soverchiante delle tasse imposto ai cittadini greci ha generato un calo del gettito fiscale (il gettito dell’IVA ha registrato un -8,7% nel secondo trimestre e un -10% nel terzo trimestre del 2012). L’introito fiscale connesso ai redditi e alle proprietà, dopo diversi mesi di crescita, è andato declinando (da +29% del secondo trimestre 2012 rispetto allo stesso trimestre del 2011, a +10% del terzo trimestre rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente) e diverse stime rivelano che anche questa voce finirà ben presto in passivo. L’austerità ad oltranza ha naturalmente depresso l’economia nazionale, determinando sostanziosi e ripetuti cali della produzione industriale (-7,1% del terzo trimestre 2012 rispetto allo stesso trimestre del 2011, -7,3% nel quarto trimestre del 2012 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente). Si tratta di «Un circolo vizioso – commenta l’economista Jacques Sapir –, dove la spirale infernale austerità-degradazione-austerità può condurre soltanto ad un colpo politico, cioè ad un rovesciamento del governo analogo a quello verificatosi in Russia (portando all’avvento di Putin): un esito che non bisogna temere, ma al contrario sperare»1.

Visti i successi ottenuti da Putin con le sue cure economiche (ben differenti da quelle caldeggiate dal Fondo Monetario Internazionale), è difficile non condividere l’auspicio di Sapir. Proprio le voci relative a questo “colpo politico” sono alla base dell’arrivo di diverse centinaia di mercenari dell’agenzia statunitense Blackwater (coinvolta in diversi scandali durante l’occupazione americana dell’Iraq), giunti in Grecia con l’incarico di controllare l’operato della polizia locale nonché di proteggere il governo e il parlamento dalle sommosse popolari scatenate da migliaia di cittadini inferociti per le tremende condizioni di vita provocate dal collasso economico nazionale e dalle misure d’austerità imposte da Atene dietro varie sollecitazioni della “troijka”.

Ma riflettendo sui risultati catastrofici prodotti dalle terapie d’urto somministrate alla Grecia, diversi analisti (tra cui proprio Jacques Sapir) sono giunti alla conclusione che il Paese resterà ben presto insolvente. Il che, considerando gli sforzi profusi dall’Europa e dal Fondo Monetario Internazionale per “salvare” la Grecia, avvicinerà verosimilmente il punto di non ritorno, corrispondente alla deflagrazione definitiva dell’euro causata dalla rigidità e dall’inadeguatezza degli euro-burocrati di Bruxelles e delle guide politiche tedesche.

NOTE

1. Jacques Sapir, Greece: the road to insolvency.

FONTE: Stato&Potenza

Non ve lo dicono, ma i bambini in Spagna hanno sempre più fame

Non solo Grecia: in Spagna crescono i bambini che possono contare su un solo pasto al giorno. E i fabbri hanno iniziato a rifiutarsi di forzare le case pignorate da chi non riesce più a pagare il mutuo. Cosa c’è, esattamente a metà tra la Grecia e la Spagna? Il prossimo più grande successo dell’euro: l’Italia.

spagna

di: Valerio Valentini

In molti sono rimasti allibiti, in Italia, quando si è squarciata la criminale cappa del silenzio che per mesi aveva avvolto la crisi greca, portando alla luce le sofferenze di un intero Paese ridotto alla fame e alla miseria dalla Troika. Quello stesso silenzio, oggi sta imbavagliando un altro Paese dell’Europa: la Spagna. Forse perché troppo concentrati sulla campagna elettorale, o forse per la necessità di non svelare, a ridosso delle elezioni, le atrocità delle politiche economiche e sociali europee (benedette da una larga maggioranza), i nostri media non si interessano affatto alla crisi spagnola.

spagna fame

continua a leggere su SOS Villaggio dei Bambini

Uno degli ultimi allarmi, però, è stato lanciato dai quotidiani della Comunità Valenciana, che riportano i dati di una ricerca realizzata dalla “Casa della Carità”. Nel 2012, sono stati 11.600 i bambini che si sono nutriti facendo ricorso alla Caritas locale, e di questi circa la metà hanno tra i 4 e gli 11 anni. Rispetto al 2011, la cifra è raddoppiata.

Già nei mesi scorsi “Save the Children” denunciava come nella penisola iberica fossero sempre di più gli adolescenti che ogni giorno facevano un unico pasto, quello dato loro nelle mense scolastiche. La Caritas spagnola conferma ora questi dati, rivelando che, non a caso, il numero di bambini in cerca di cibo cresce sensibilmente nei fine settimana, quando cioè le scuole sono chiuse.

E questa realtà non riguarda purtroppo solo i più piccoli. Il numero delle madri che ricorrono all’assistenza della Caritas è aumentato del 44% nell’ultimo anno, mentre la crisi occupazionale ha colpito soprattutto gli ultraquarantenni, tra i quali la percentuale di indigenti è aumentata del 10% nel 2012.

Non si tratta, come si potrebbe pensare, di senza tetto o di clochard. Sono persone che hanno, almeno per il momento, una casa, e a volte anche un salario minimo. Semplicemente, non possono permettersi cibo e bevande, e quindi ricorrono alle associazioni di volontariato. I giornali locali descrivono lunghe file di bambini esultanti perché “vanno tutti insieme a mangiare al ristorante”. Che però è la Caritas.

C’è poi un altro dato a dirci di come le condizioni di vita a Valencia, la terza città del Paese per numero di abitanti, si stiano deteriorando. Quelle stesse associazioni di volontariato che denunciano un aumento del 12,5% di cittadini spagnoli che reclamano ogni giorno un pasto gratuito, registrano al contempo un calo del 29% per quanto riguarda l’affluenza dei rumeni, la comunità straniera più numerosa nella regione. Si tratta, perlopiù, di immigrati che preferiscono far ritorno nel Paese d’origine.

Da Valencia a Madrid, dove si fanno sempre più ricorrenti scene in cui gruppi di cittadini aderenti alla campagna “Stop Desahucios” si oppongono all’entrata delle forze dell’ordine nei condomini dove si devono eseguire degli sfratti. Negli ultimi quattro anni sono state 350 mila le famiglie spagnole sfrattate, la stragrande maggioranza delle quali a causa di mutui stipulati con delle banche coinvolte nella speculazione immobiliare. Anche in questo caso, i dati dei tribunali spagnoli, riportati dal WSJ, parlano chiaro: se nel primo semestre del 2008 gli sfratti furono 19.930, nella prima metà del 2012 hanno superato quota 37 mila. Ormai si prosegue al ritmo di 500 al giorno, anche grazie a delle leggi in materia che alcuni giudici spagnoli ritengono “volte a salvaguardare oltremisura gli interesse delle banche politicamente influenti”. Questo esponenziale aumento delle procedure di sfratto è dovuto soprattutto alle nuove disposizioni del governo di Mariano Rajoy. Il quale, per ripagare i prestiti ricevuti dall’Europa, ha dato avvio ad un piano di privatizzazione degli immobili che non sta risparmiando neppure le case popolari.

case spagna

…sempre più persone in fila alla Caritas, in Spagna, per mangiare…

La situazione sembra vicina al collasso. Il dato più sconcertante è quello che fotografa un netto aumento di casi di suicidio di persone che hanno ricevuto ingiunzioni di sfratto. Nel dicembre scorso, inoltre, ha fatto scalpore la notizia di una donna incinta che ha avuto un parto prematuro a causa dello shock provocato dall’arrivo delle forze dell’ordine. A seguito di questi eventi, ad alzare la voce è stato uno dei maggiori sindacati dei fabbri, letteralmente subissati dalle richieste di forzare le serrature di appartamenti ipotecati: tutti gli aderenti a tale organizzazione si rifiuteranno, d’ora in poi, di partecipare alle operazioni di sfratto. E anche i sindacati delle forze dell’ordine lamentano un eccessivo stress degli agenti, a cui hanno deciso di offrire sostegno legale nel caso in cui vogliano rifiutarsi di eseguire le ingiunzioni. Nuovi obiettori di coscienza, insomma.

Trovatosi impreparato di fronte a queste resistenze crescenti, il governo Rajoy ha varato alla fine del 2012 un decreto che prevede una sospensione degli sfratti per un periodo di due anni; ma solo per famiglie con persone handicappate o con introiti mensili inferiori a 1.600 euro. Gli attivisti di “PAH”, un’associazione che tutela i diritti delle persone con ipoteche a carico, denuncia il fatto che il decreto non ha congelato l’accumulazione dei debiti, per cui tra due anni migliaia di persone si ritroveranno in una situazione insostenibile a causa dei debiti accumulati. E lanciano anche un altro allarme: il rischio, quantomai concreto, di un mercato nero dei fabbri, facili da reclutare a causa del disperato bisogno di denaro tra la popolazione spagnola.

E così, dopo la Grecia, anche la Spagna si avvia a diventare “la manifestazione più concreta del grande successo dell’euro”, per utilizzare le parole pronunciate nel settembre 2011 da Mario Monti. Una delle sue più celebri pillole di saggezza che gli sono valse la nomina a senatore a vita e a presidente del consiglio.

Noi, però, possiamo star tranquilli (nonostante qualche brivido francamente venga, a guardare cosa c’è a metà tra la Grecia e la Spagna, su una qualsiasi cartina del Mediterraneo). Perlomeno così dicono, ogni giorno, frotte di economisti e di politici. Frotte di frottole?

FONTE: Irib – Redazione Italiana

“Democrazia Vendesi”. Dalla crisi (e dall’euro) si può uscire!

DEMOCRAZIA VENDESI

Il tour di Loretta Napoleoni per presentare il suo ultimo libro “Democrazia vendesi” ha fatto tappa a Roma. Assieme a lei Pierluigi Paoletti, Dario Tamburrano e Myrta Merlino hanno discusso della crisi economica (e non solo) in cui versa il nostro paese e delle possibili vie d’uscita. Tra queste ultime: l’abbandono della moneta unica, la ristrutturazione del debito e l’utilizzo di monete complementari come lo SCEC

di: Andrea Degl’Innocenti

Il debito, l’euro, la democrazia. Solo qualche anno fa un libro su argomenti del genere avrebbe attirato un piccolo gruppetto di appassionati di macro economia e poco più. Invece il 1 febbraio alla facoltà di Scienze Politiche di Roma Tre sembra quasi di essere alla presentazione di un romanzo di Stephen King o dell’ultimo capitolo della saga di Harry Potter.

Esagerazioni a parte – ma neanche troppo – arrivo con una buona mezz’ora di anticipo sull’inizio della conferenza stampa di presentazione di“Democrazia Vendesi” di Loretta Napoleoni e già diverse persone sono presenti in sala. Alla fine l’aula sarà quasi piena, nonostante le notevoli dimensioni.

La differenza con le folle che accalcano le presentazioni dei libri di King o della Rowling è che al posto dei fan urlanti c’è una massa di persone concentrate e intraprendenti, che cercano di assorbire il più possibile dei concetti che vengono esposti. In molti riprendono la conferenza con le proprie telecamere, altri fanno foto e prendono appunti.

Loretta Napoleoni l’ho conosciuta pochi giorni prima, per via di un’intervista per il Cambiamento.

È una persona molto disponibile, schietta e preparata. Le sue posizioni riguardo all’Europa, all’euro, considerate estreme e radicali fino a poco tempo fa, sono sempre più ascoltate e prese come riferimento a livello internazionale, di pari passo con la deriva dell’economia dell’Europa unita (o perlomeno della sua periferia).

Al suo fianco al tavolo dei relatori siede Pierluigi Paoletti, presidente di Arcipelago SCEC, che ha collaborato alla stesura del libro, mentre sulla sinistra siede Dario Tamburrano, rappresentante di Transition Italia. Al centro nelle vesti di moderatrice, Myrta Merlino, giornalista di La7.

La conferenza scorre via piacevole. Alcuni attori leggono dei brani tratti dal libro, la Merlino fa le domande ai relatori, che illustrano con chiarezza la situazione che, neanche a dirlo, non è delle migliori. La moneta unica ci impedisce di essere competitivi rispetto alle economie più forti della zona euro (la Germania ed i paesi del Nord), con le quali il divario dall’avvento dell’euro ad oggi è aumentato vertiginosamente.

Il rapporto fra debito pubblico e Pil, poi, non è mai stato così alto (1,26 circa) e continua a crescere. Inoltre l’Italia ha sottoscritto ilFiscal Compact, un accordo europeo che prevede il pareggio di bilancio obbligatorio per gli stati della zona euro (il governo Monti ha già provveduto ad inserirlo in costituzione) e la riduzione del rapporto debito/pil allo 0,6 in 20 anni.

“Peccato che tutto ciò sia impossibile” commenta Paoletti, “visto che il debito cresce a ritmi sempre più alti per via dell’accumularsi degli interessi.Per ripagarlo dovremmo crescere a ritmi cinesi. È una storia vecchia quanto l’uomo: da sempre chi ha ripagato i debiti con altri debiti è finito schiavo dei propri creditori”.

Dunque sarà questa la nostra fine? Finiremo schiavi della Deutsche Bank o di qualche altro potente istituto di credito, colonizzati dalla finanza internazionale, capaci solo di fornire manodopera a basso costo e consumo assicurato per i prodotti stranieri? Per fortuna c’è ancora qualche speranza di salvezza. “Potremmo innanzitutto creare un’euro a due velocità” propone la Napoleoni, “una moneta che unisca le economia nord-europee, più produttive e competitive ed un’altra, molto più debole, che invece accomuni i paesi della periferia di Eurolandia”.

“E poi dovremmo togliere il pareggio di bilancio dalla costituzione e rinegoziare il nostro debito”, continua. “I creditori stranieri sanno già che non saremo mai ingrado di ripagare il debito, dunque non dovrebbe essere troppo difficile convincerli a ridurre le proprie pretese. Con una buona negoziazione dovremmo essere in grado di abbattere il nostro debito verso l’estero a circa il 45 per cento dell’attuale”. Discorso diverso vale invece per il debito in mano ai risparmiatori italiani. “In quel caso il governo potrebbe usare una moneta complementare per ripagare parte del debito: ad esempio lo SCEC”.

Certo è che per uscire da una crisi sistemica quale è quella attuale non è sufficiente una ricetta economica. “Ci sono temi che la presente campagna elettorale sembra aver completamente dimenticato” afferma Tamburrano, “ma che invece sono essenziali per il nostro futuro. Parlo di indipendenza energetica e sovranità alimentare: se non affronteremo questi due nodi fondamentali continueremo a dipendere dal cibo e dall’energia d’importazione e dunque saremo essere facile oggetto di ricatti e ritorsioni nel caso in cui prendessimo scelte non condivise a livello internazionale come quelle di cui abbiamo parlato”.

Gli stimoli sono molti, tanti quanti le soluzioni e gli spunti offerti dai relatori, spesso integrati dalle domande e osservazioni di un pubblico attento e partecipe. Alla fine riassume bene il sentire comune una psichiatra e politologa presente in sala, fra il pubblico: “Ultimamente, dopo anni di lotte e rivendicazioni, mi sono scoperta piuttosto pessimista sul futuro. Oggi, dopo avervi ascoltato, lo sono un po’ di meno”.

FONTE: Il Cambiamento

Kirchner furiosa “distrugge” il Fmi con 28 tweet in meno di mezz’ora

cristina

L’attacco della “Presidenta”  dopo che il Fondo Monetario Internazionale aveva condannato le statistiche “inesatte” su inflazione e Pil dell’Indec, l’Istat argentino

di: Paolo Manzo
28 tweet in mezz’ora, alla media record di 140 caratteri al minuto. La presidenta argentina Cristina Kirchner ha sfogato così via Twitter tutto il suo disprezzo nei confronti del Fondo Monetario Internazionale, che 24 ore prima aveva condannato ufficialmente le statistiche “inesatte” su inflazione e Pil dell’Indec, l’Istat del paese del tango. Ecco in sintesi il “Cristina pensiero” contenuto nei  28 tweet postati a velocità record da una presidenta mai così furiosa e presente su Internet.

“Chi poteva immaginare allora un mondo trascinato a terra dai mercati finanziari? Néstor il mio compagno aveva previsto tutto. Dove stava il FMI che non ha potuto accorgersi di nessuna crisi? Dove stava quando si formavano non bollicine bensì mongolfiere speculative? Dove stava uno dei suoi ex direttori (il riferimento è allo spagnolo Rodrigo Rato, ndr) quando Bankia, la banca che lui dirigeva, ha dovuto essere aiutata con miliardi di euro? Oggi la Spagna ha il 26% di disoccupati, in gran maggioranza giovani e sfrattati. In quali statistiche sono raffigurate queste tragedie?

Quali sono i parametri o le “procedure” con cui il FMI analizza i paesi falliti che continuano ad indebitarsi, con popolazioni che hanno perso la speranza? Che succede con i paesi emergenti come noi che hanno sostenuto l’economia mondiale nell’ultimo decennio e a cui oggi vogliono mettere in conto i piatti rotti da altri? Conoscete qualche sanzione del FMI, qualche decisione contro questi altri che si sono arricchiti e che hanno fatto fallire il mondo? No, la prima misura che prende il FMI è contro l’Argentina.

L’Argentina alunna esemplare del Fondo Monetario Internazionale negli anni Novanta, che seguì tutte le ricette del FMI e che, quando esplose nel 2001, è stata lasciata sola. Argentina 2003. Da sola, senza accesso al mercato finanziario internazionale l’Argentina ha visto crescere in 10 anni il suo PIL del 90%, la crescita maggiore di tutta la sua storia. L’Argentina che ha costruito un mercato interno con l’inclusione sociale e le politiche anticicliche. Ha pagato tutti i suoi debiti al FMI, ha ristrutturato due volte, nel 2005 e nel 2010, il suo debito andato in default con il 93% di accordi con i suoi creditori senza chiedere più nulla in prestito al mercato finanziario internazionale, per farla finita con la logica dell’indebitamento eterno. E con il business perenne di banche, intermediari, commissioni, ecc, che avevano finito con il portarci al default del 2001. Questa sembra essere la vera causa della rabbia del FMI.

L’Argentina è una parolaccia per il sistema finanziario globale di rapina e per i suoi derivati. L’Argentina ha ristrutturato il suo debito e ha pagato tutto, senza più chiedere nulla in prestito. 6.9% di disoccupati, il migliore salario nominale dell’America latina e il migliore potere d’acquisto misurato in Dollari statunitensi. Nel 2003 avevamo il 166% di debito su un Pil rachitico, il 90% del quale in valuta straniera. Oggi abbiamo il 14% di debito su un Pil robusto e solo il 10% è in valuta straniera. Perciò mai fu migliore il titolo del comunicato del ministero dell’Economia argentino di oggi: “Ancora una volta il FMI contro l’Argentina”. FMI + FBI contro l’Argentina. Non spaventatevi, il FBI sono i Fondi Buitres (avvolto, ndr) Internazionali. Noi continueremo a lavorare e a governare come sempre per i 40 milioni di argentini”.

FONTE: LaStampa.it

La corsa all’oro del nuovo millennio

oro africa

di: Marzia Nobile

La terra, da risorsa e fonte di sostentamento, si è trasformata oggigiorno in un investimento sicuro che attrae gli attori più disparati. L’accaparramento dei terreni coltivabili  è al centro di quello che può essere definito l’incontro, o lo scontro, tra la logica globale e la logica locale, dove le multinazionali, gli Stati e le organizzazioni internazionali si trovano ad affrontare le necessità e i diritti delle popolazioni autoctone.

Gli effetti di questo fenomeno vedono oggi protagonisti i Paesi in via di sviluppo, il loro popolo e la loro terra.

 Il fenomeno dell’accaparramento dei terreni coltivabili

Nel corso degli ultimi anni ha avuto inizio la corsa all’acquisizione di terra su larga scala nel Sud del mondo. Si tratta dell’accaparramento di terreni fertili nei Paesi in via di sviluppo che vede protagonisti Stati, uomini d’affari, multinazionali e fondi di investimento il cui obiettivo è quello di ottenere ingenti profitti dalla coltivazione di prodotti alimentari, mangimi e biocombustibili e dalla loro successiva esportazione all’estero (1).

Prima del biennio 2007-2008, l’agricoltura viene considerata come un’attività giunta al tramonto, ma in seguito si innesca un processo che può essere paragonato alla corsa alla terra degli indiani d’America da parte dei colonizzatori europei (2).

Quando ha inizio la crisi del mercato azionario, determinata dal crollo dei mutui subprime negli Stati Uniti, gli operatori finanziari decidono di investire nelle materie prime, in particolare quelle alimentari.

Sfruttando la deregolamentazione dei mercati dei prodotti di base, gli investitori hanno potuto speculare sul prezzo dei generi alimentari facendo ricorso ai contratti futures, relativi al valore “futuro” dei prodotti summenzionati (3). In base a questo meccanismo, il venditore e l’acquirente concludono un accordo per la consegna di un particolare bene a una scadenza procrastinata nel tempo, scommettendo così sul valore del prodotto al momento della consegna.

Storicamente, il meccanismo dei futures nasce insieme alla Borsa merci di Chicago nel XIX Secolo per dare stabilità al mercato dei prodotti alimentari, ma finisce ben presto per destabilizzarlo.

Per gli investitori, in seguito, il salto dai prodotti di base alla terra che le produce è breve.

I territori dei Paesi del Sud del mondo divengono un nuovo asset da inserire nel proprio portfolio di investimenti ed il fenomeno del land grabbing si espande a livello globale.

L’acquisizione di terra coltivabile su larga scala può essere definita accaparramento di terreni quando manca il consenso libero, preventivo ed informato della popolazione locale e quando non vengono effettuate valutazioni relative agli effetti sociali, economici ed ambientali degli investimenti. Altri indicatori possono essere l’assenza di contratti trasparenti e la mancanza di un’adeguata pianificazione della compravendita, condotta in maniera democratica (4).

Nei Paesi più poveri, gli investitori stranieri comprano ogni quattro giorni un’area di terra più grande della città di Roma e mentre i Paesi del Nord del mondo cercano di assicurarsi riserve alimentari da destinare al proprio mercato nazionale, i contadini vengono espulsi dalla propria terra e da quei campi che rappresentano la loro unica fonte di sostentamento.

Così come accadde alle popolazioni indigene americane, sprovviste di un moderno sistema catastale, anche per il popolo dell’Africa, dell’Asia e dell’America latina la mancata definizione dei diritti legali di proprietà determina la completa arbitrarietà dei governi locali e la trasformazione delle loro terre in piantagioni industriali di monoculture destinate all’esportazione.

Gli attori coinvolti

Gli Stati che maggiormente investono nel “nuovo oro”, desiderosi di sfuggire all’oscillazione dei prezzi dei generi alimentari nel mercato mondiale, sono i Paesi arabi, privi di terre fertili, gli Stati Uniti, la Corea del Sud, la Cina e l’India, attraverso la mediazione di agenzie governative e/o aziende private.

La Cina intrattiene ottime relazioni con molti Stati africani e oltre ad acquistare terreni, fornisce anche manodopera e tecnici specializzati in Camerun, Uganda, Zambia e Tanzania.

Tra i destinatari degli investimenti dei Paesi del Golfo Persico, invece, prevalgono Paesi come l’Indonesia, il Pakistan e il Sudan, anche in virtù dell’affinità di carattere religioso tra i suddetti Stati (5).

Quando a partire dal 2008 i prezzi dei generi alimentari sono saliti alle stelle, i Paesi con eccedenze hanno limitato le esportazioni per soddisfare il mercato nazionale, mentre per gli Stati che dipendevano dalle importazioni l’iperinflazione è divenuta una minaccia e la terra la risposta ai loro problemi (6).

Il fenomeno dell’accaparramento di terreni colpisce soprattutto il continente africano ed i Paesi maggiormente interessati sono il Sudan, l’Etiopia, il Mali, il Madagascar e la Liberia. Per quanto riguarda quest’ultimo Stato, circa il 30 per cento del suo territorio è stato ceduto in concessioni negli ultimi 5 anni. La terra, infatti, non viene venduta dai governi locali agli investitori stranieri, ma viene data in affitto per periodi piuttosto lunghi e a basso costo, dai 7 centesimi ai 100 dollari per ettaro all’anno (7).

Accanto agli attori statali, alle multinazionali interessate alla produzione di biocarburanti e alle società finanziarie, anche alcune organizzazioni internazionali assumono un ruolo fondamentale nell’acquisizione delle terre fertili a livello globale.

Henry Saragih, coordinatore generale di “Via Campesina”, un’organizzazione che riunisce movimenti contadini sparsi in tutto il mondo, ritiene l’accaparramento di terreni un modello affaristico promosso da organizzazioni quali la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, la FAO e l’Unione Europea.

Nonostante la predisposizione di alcuni principi guida, come quelli promossi dalla Banca Mondiale per garantire investimenti responsabili nel settore agricolo, secondo Saragih le suddette istituzioni violano i diritti dei contadini (8).

Uno studio di Oxfam, una confederazione di ONG che lotta contro la povertà e le ingiustizie a livello globale, evidenzia come gli investimenti della Banca Mondiale in agricoltura siano triplicati negli ultimi dieci anni, passando da 2,5 miliardi di dollari nel 2002 a 6/8 miliardi di dollari nel 2012.

Dal 2008, 21 ricorsi formali sono stati presentati all’ente internazionale dalle comunità colpite dagli investimenti, con l’obiettivo di denunciare la violazione dei loro diritti sulla terra.

La Banca Mondiale ricopre un ruolo decisivo nelle acquisizioni di terra, dal momento che consiglia i governi dei Paesi in via di sviluppo in relazione alle politiche da adottare, rappresenta una fonte diretta di finanziamento per gli investimenti fondiari ed è un punto di riferimento per gli altri investitori.

Un rapporto dell’Oakland Institute ha evidenziato come il braccio finanziario della Banca Mondiale, costituito dall’International Finance Corporation, IFC, e dal Foreign Investment Advisory Service, FIAS, ricopra un ruolo importante nell’ambito della diffusione degli investimenti nella terra dei Paesi del sud del mondo (9).

L’IFC finanzia il settore privato e fornisce servizi di consulenza agli investitori e ai governi. Secondo tale ente, la mancanza di accesso ai terreni limita gli investimenti e la competizione nei Paesi in via di sviluppo ed il ruolo dell’IFC e della FIAS è proprio quello di facilitare ed accrescere l’apertura del mercato della terra per lo sviluppo del settore privato.

L’International Finance Corporation, in questi anni, ha affiancato diversi governi affinché questi prevedessero condizioni favorevoli agli investitori, offrendo ad esempio sgravi fiscali, ed ha inoltre operato al fianco di numerose agenzie per gli investimenti di diversi Stati.

La fertile terra africana 

Emblema delle problematiche e delle conseguenze negative derivanti dall’accaparramento di terreni è il caso limite del Madagascar. Nel 2008, il governo locale cede 13 mila km quadrati di terra per la coltivazione del mais e della palma da olio al gruppo coreano Daewoo Logistics. Il contratto prevedeva la cessione gratuita della terra per 99 anni, in cambio di posti di lavoro e della costruzione di infrastrutture (10).

L’affare, svelato dal Financial Times, scatena una sommossa popolare che conduce alle dimissioni del Presidente Marc Ravalomanana e all’annullamento del contratto con la multinazionale sud-coreana.

Per quanto concerne l’Africa occidentale, in Mali, prima della crisi libica del 2011, il più importante operatore nel mercato della terra è rappresentato dalla Lybia Africa Investment Portfolio.

Nel 2007, l’ex Presidente della Repubblica del Mali, Amadou Toumani Touré, offre alla Libia 100.000 ettari di terra maliana per la produzione del riso (11).

Il progetto prende il nome di “Malibya” e la costruzione delle infrastrutture necessarie e di un nuovo canale per l’acqua viene affidata ad aziende cinesi.

Secondo Ibrahima Coulibaly, presidente del CNOP, il sindacato dei contadini del Mali, l’accordo negoziato tra i due Capi di Stato ha rappresentato per la popolazione locale un “fatto compiuto”, nonostante nessun presidente abbia il diritto di svendere la terra del proprio Paese (12).  Interessante notare en passant come poco dopo, causa guerra, lo Stato libico sia scomparso dalle carte geopolitiche in quanto ritenuto dalla coalizione atlantica una minaccia: probabilmente anche un forte concorrente nell’area africana.

Una notizia incoraggiante giunge dalla Tanzania, dal momento che il governo ha deciso di limitare la vendita e l’affitto delle terre a partire dal gennaio 2013. Gli investitori non potranno comprare più di 5 mila ettari per la produzione del riso e più di 10 mila ettari per lo zucchero, utilizzato anche per produrre i biocarburanti.

Grazie anche alla pressione a livello internazionale, che ha visto protagonisti diverse ONG anglosassoni, tra cui l’Oakland Institute, ed il Relatore speciale sul diritto all’alimentazione delle Nazioni Unite, Oliver De Schutter,  la politica agricola di questo Stato africano ha reso giustizia alla collera popolare e al loro diritto alla terra (13).

In merito alle possibili soluzioni per porre fine alle ingiustizie cui sono sottoposti i piccoli contadini di tutto il mondo, Renée Vellvé, co-fondatrice della ONG Grain, ritiene che la sola garanzia del rispetto dei diritti umani e del pagamento di salari adeguati da parte degli attori internazionali non possa porre fine al fenomeno dell’accaparramento di terreni.

Occorre cambiare l’attuale modello di agricoltura e seguire una diversa logica di investimento e produzione agricola, incentrata sulla “sovranità alimentare” popolare. La produzione nel settore agricolo deve essere vicina alla comunità, incentrata su un modello familiare che possa tutelare i diritti delle popolazioni locali e allo stesso tempo possa garantire cospicui profitti.

Marzia Nobile, laureata in Relazioni Internazionali presso l’Università “La Sapienza” di Roma

(1)   Liberti S., Land Grabbing. Come il mercato delle terre crea il nuovo colonialismo, Roma, 2011.

(2)   Riccardi P., Corsa alla terra, Report, 2011, www.report.rai.it.

(3)   Bisogna fermare la speculazione, Internazionale n. 891, 2011, p. 40.

(4)   Chi ci prende la terra, ci prende la vita. Come fermare la corsa globale alla terra, 2012, www.oxfamitalia.org.

(5)   Lizza G., Geopolitica delle prossime sfide, Novara, 2011, p. 164.

(6)   Rice A., Is There Such a Thing as Agro-Imperialism, 2009, www.nytimes.com.

(7)   Benni N., L’Africa alle prese con il “Land Grabbing”, 2013www.thepostinternazionale.it.

(8) Principles for Responsible Agricultural Investment (RAI) that Respects Rights, Livelihoods and Resources,www.responsibleagroinvestment.org/rai.

(9) (Mis) Investment in Agricultural. The Role of the International Finance Corporation in Global Land Grabs, 2010,www.oaklandinstitute.org.

(10) Lizza G., op.cit., p. 165.

(11) Fascetto A., Land grabbing in Mali: il progetto Malybia e le conseguenze sui locali, 2012, www.meridianionline.org.

(12) Understanding Land Investment Deals in Africa. Malybia in Mali, 2011, www.oaklandinstitute.org.

(13) Jobert M., Tanzanie: l’accaparement des terres recule,  in Journal de l’Environnement, 2013, www.farmlandgrab.org.

FONTE: Eurasia – Rivista di Studi Geopolitici

I partiti dello straniero

italia

di: Gianni Petrosillo

Le maggiori difficoltà italiane, nell’attuale crisi sistemica globale, derivano da relazioni di forza internazionali, assolutamente sfavorevoli, che pesano negativamente e pesantemente sugli apparati sociali, finanziari, economici e produttivi del Paese. L’Italia deve fare i conti con deficit strutturali atavici ma l’aggravamento della sua posizione, sul proscenio mondiale, discende dal clima e dalle evoluzioni geopolitiche,  avverso alle quali non sono state attivate reazioni e risposte adatte.

La caduta degli indici borsistici e l’allargarsi della forbice tra i differenziali di rendimento dei titoli di Stato (lo spread), è la faccia esterna di problematiche molto più complicate che nessuno prende correttamente in considerazione. Le crisi economiche sono terremoti di superficie scatenati dallo spostamento e smottamento del terreno in profondità, e questo subbuglio sotterraneo, questo scontro e sfregamento di placche, è il prodotto di scelte strategiche e ricollocamenti politici dovuti all’insorgere di nuove istanze sistemiche, in una  fase storica di transizione. C’è chi si rende protagonista di tale movimento e c’è chi lo subisce.

Noi siamo tra chi patisce ogni conseguenza.

Sicuramente, in una società di tipo capitalistico, dove la gran parte di ciò che è prodotto è merce e si deve scambiare mediante denaro, la crisi inizia manifestandosi nella sfera finanziaria, quella che prende il davanti della scena. Tuttavia, da questo non deriva che la causa principale della débâcle sia di origine economica. Se saltano gli equilibri finanziari e monetari non è per ragioni intrinseche all’economia ma per fattori di conflittualità geopolitica.

Le nostre criticità non scaturiscono da contingenze sfortunate ed aleatorie, non almeno in maniera preponderante, ma sono il risultato di decenni di scelte errate e valutazioni inadeguate in merito alle mutazioni in atto sullo scacchiere planetario, già all’indomani degli esiti finali della Guerra Fredda.

A sbagliare sono state classi dirigenti  orbe di visione storica, al cospetto di avvenimenti unici ed irripetibili; élite parassitarie che si sono garantite la permanenza in sella allo Stato svendendo il patrimonio pubblico a concorrenti esteri, per un tozzo di pane, evitando accuratamente di dialogare con le urgenze dell’èra, presenti e future. Gruppi direttivi neofiti, le seconde file dell’arco parlamentare che fu, hanno innalzato la bandiera costituzionale per meglio affossarla, hanno ballato sulle ceneri dei più qualificati predecessori, rinnegando di esserne stati allievi, per autolegittimarsi in assenza della medesima spinta ideale, dopo i nefasti delle mani pulite e delle zucche vuote con la coscienza più sporca.

La retorica delle privatizzazioni indispensabili, tanto in voga al principio dei ’90,  posteriormente alle annate di sperperi assistenziali ed elargizioni clientelari delle risorse statali, non le scagionerà mai dalle loro responsabilità, che sono gravissime, poiché una cosa è vendere asset marginali, razionalizzare le spese, segare rami d’attività improduttivi, e non strategici, per perseguire più elevati obiettivi, avendo presente un quadro di opportunità, di sviluppo, di innovazione e di crescita, ovvero ambendo ad un maggior benessere comunitario, un’altra è liquidare l’argenteria di famiglia per dimostrare la propria sottomissione ai vecchi e nuovi padroni del vapore, a loro volta sostenuti da fameliche cricche sopranazionali.

Se si vanno a guardare le liquidazioni dell’impresa pubblica dei lustri scorsi, non vi si troverà un solo vero affare ad un prezzo onesto, ma soltanto tante menzogne riguardo a fantomatici capitani coraggiosi salvatori della propria panza, imprescindibili esigenze di dismissione per rimpinguare le casse vuote, salvo raschiare successivamente  anche il fondo del barile e gestioni a perdere come mai visto. Oggidì, siamo diventati davvero cittadini dissoluti di Sodoma, come ci ricordano in alto loco continentale, ma non dimentichiamo di provenire da ben altra e temuta Sparta. Scaricare, invece, il peso dei guai odierni su chi è venuto prima, con la surrettizia frase sventolata in ogni occasione: “è colpa del precedente governo e dei suoi uomini”, andando a ritroso fino alla notte dei tempi, è tipico degli imbelli e dei corrotti.

Detto più chiaro, mentre il mondo cambiava rapidamente, scosso da eventi drammatici (caduta del Muro di Berlino, dissoluzione dell’URSS, unipolarismo Usa e svelto ritorno del multicentrismo, conseguente all’emergenza e riemergenza di altri attori geopolitici sulla scena mondiale), i percorsi (collettivi e personali) e le idee (generali e soggettive), di chi avrebbe dovuto guidarci fuori dal guado, con soluzioni moderne ed originali, generate da valori e scopi progressivi, si pietrificavano.

L’inazione e la confusione vennero a lungo celate da apologhi integrativi, multilateralisti, cooperativi, solidaristici ecc. ecc. che prendevano il posto delle ideologie manichee appena consumatesi.

In sostanza, dunque, la presunta fine dell’età delle grandi narrazioni giunse cavalcando un romanzo ancora più immaginario ed impraticabile. Presto, ci saremmo risvegliati e scontrati con altre durezze storiche dello stesso materiale, se non più solide, di quelle appena superate.

L’UE in ampliamento scriteriato al fine di inglobare comunità provenienti dall’ex sistema socialista per sottrarle all’influenza russa, l’allargamento della Nato ai medesimi paesi, gli altri organismi mondiali di gestione falsamente unanime dell’economia e delle relazioni diplomatiche, la globalizzazione, i diritti umani e ambientali,  tante belle parole accompagnate da altrettanta propaganda ed effetti collaterali, sempre esclusi a priori e puntualmente verificatisi, che produssero non quell’eden finalmente pacificato e parificato nelle libertà sociali, di cui blateravano gli intellettuali di regime (la storia non è finita, la loro credibilità sì), ma tutto il suo contrario. Fu ed è l’averno, con l’esportazione impossibile della democrazia,  le guerre al terrore che addizionano paura anziché sopirla (Afghanistan, Iraq), l’accumularsi del settarismo su basi etnico-confessionali, le divisioni culturali neganti i punti di contatto anche laddove esistenti. Elementi che segnalano una strategia di unilateralismo “imperiale”, irrealizzabile nella incipiente fase multipolare. Per questo salgono i tributi di sangue in ogni luogo d’instabilità, trascinando nel caos anche quei territori che una certa saldezza l’avevano conquistata a fatica.  Penso, soprattutto, alMediterraneo e ad alcuni Paesi dell’Africa araba.

Senza confutare e opporsi alla conformazione concreta della situazione che contraddiceva i primigeni proclami universalistici, e che discordava con i nostri interessi nazionali, siamo rimasti agganciati al carro occidentale ma in posizione sempre più subordinata e dipendente, accettando il ruolo di figurante senza battute, imposto da alleati prepotenti, impropriamente definiti amici dai nostri governanti senza coraggio.

Poiché subiamo questi rapporti di forza senza incidere sulla loro formazione e diramazione, la ripresa, inclusa quella economica, che è  un aspetto delle problematiche complessive qui abbozzate, sicuramente non quello determinante, non è fattibile e mai lo sarà, fintantoché persisterà questa situazione di passività generale – meglio sarebbe dire di effettiva sudditanza dei nostri vertici statali a diktat esterni – aggravata dalla presenza di “partiti dello straniero” interni, trasversali ai cosiddetti schieramenti liberali e riformisti.

E, qui, ci troviamo finalmente dinanzi alla disputa realmente impellente, allo spartiacque epocale. Non riusciamo a venire fuori dal vicolo cieco in cui ci siamo cacciati perché siamo governati da antiitaliani che prendono ordini dalle capitali estere per amministrare Roma, derubricando i destini dei connazionali.

Questi autentici nemici della “patria” considerano la propria perpetuazione verticale, con spartizione degli incarichi e delle funzioni pubbliche, più importante della stessa esistenza della nazione. Ciò lo riscontriamo quotidianamente nel dibattito politico, assorbito da temi e problemi inessenziali, che non mettono mai in questione le decisioni calate dall’alto, dagli organismi europei ed atlantici, i quali ci trattano da paria e da carne da macello.

Ed è così che l’UE diventa, per i nostri politici arroccati dietro presunte logiche monetarie e unitarie irreversibili (parola di DraghiMonti ed altri), il penultimo rifugio delle canaglie, essendo l’ultimo ancora il rassemblement di organismi militari e finanziari di ispirazione statunitense, dalla Nato al FMI ecc. ecc., consorziate con le varie massonerie sovracontinentali (BilderbergTrilateral ecc. Ecc.)

Chi nega l’ evidenza non conosce la Storia dell’Italia, recente e passata, da quella pre-unitaria, a quella post-unitaria fino all’edificio repubblicano, impastato con la calce di influenze forestiere non benevoli, né disinteressate (non trattiamo in questa occasione, ovviamente, di periodi più antichi, quando gli eserciti stranieri marciavano direttamente sul nostro suolo e si spartivano terre e bottini manu militari).

Come tutti dovrebbero sapere, i  rapporti internazionali influenzano le agende delle formazioni partitiche in ogni spazio nazionale. Questo, soprattutto, in stagioni di caos geopolitico, quale quella in atto, dove si sta verificando la perdita di egemonia, relativa e non ancora assoluta, del polo dominante (gli Usa), a vantaggio di altre aree in recupero di potenza (Cina, Russia, e subordinatamente Brasile, India, ecc. ecc.). Detta situazione di multipolarismo fa saltare molti equilibri poiché viene a mancare quel centro regolatore che per una lunga fase, almeno nell’area occidentale, aveva garantito, in cambio di un appoggio incondizionato contro il comunismo, benessere economico e pace sociale.

Ma, stando diversamente le cose, nell’attuale congiuntura mondiale (la quale potrebbe durare a lungo, con buona pace di chi pensa di uscire dalla crisi già nel 2013), un eccesso di passività nella riedificazione dei rapporti internazionali (che sono, in primo luogo, rapporti di forza), comporta, per le soggettività nazionali lasciatesi perifericizzare, una sottrazione permanente di sovranità.

Da questa serie di fatti si può giungere ad alcune conclusioni che non ci fanno per nulla piacere.

In Italia imperversano i cosiddetti “partiti dello straniero”, organismi che delegano ai centri di comando europei e atlantici il futuro dei propri concittadini, rinunciando alla capacità di decidere autonomamente del proprio destino.

I partiti dello straniero, oramai quasi tutti, li riconoscerete immediatamente dalle loro agende programmatiche in cui abbondano i riferimenti all’incontestabile partenariato euro-atlantico e i proclami di adesione incondizionata ai dettami dell’UE. I partiti dello straniero ripetono come una nenia, quando devono dissimulare la loro impotenza, “ce lo chiede l’Europa, l’Onu, la Nato” e così via, quasi ci trovassimo al cospetto di infallibili dèi. In tal maniera, muore la politica nazionale, sostituita dalla delega internazionale, senza che il popolo si sia mai espresso su siffatta cessione di autodeterminazione. Ancora, i partiti dello straniero li riconoscerete da come si peritano di presentarsi al pubblico, quali forze della responsabilità e della sobrietà. Quest’ultima è la manovra di copertura più adoperata da simile “borghesia compradora” per reprimere  le  energie  vitali  della società  e  per meglio adempiere  alla sudditanza economica e politica verso  nazioni  o  gruppi  di  nazioni  egemoniche.

Da chi sceglierete di farvi rovinare, data l’assoluta omogeneità di “sviste” istituzionali, dopo le prossime elezioni? Chi vincerà? Perderà l’Italia, questo è il vero risultato scontato.

Fonte: Conflitti e Strategie

Usa, proposta. Pagare debito coniando monete di platino da $ mille mld ciascuna

monete debito

WASHINGTON, STATI UNITI – Pagare il debito pubblico con alcune monete di platino dal valore unitario di 1.000 miliardi di dollari ciascuna. E’ questa l’ultima trovata, a dir poco eccentrica, avanzata dal deputato democratico Jerrold Nadler, per far fronte al problema del debito federale americano, ormai vicino alla soglia legale dei 16.400 miliardi di dollari.

E l’idea ha riscosso ampio successo su Twitter, dove l’hashtag #mintthecoin (conia la moneta) e’ uno dei piu’ seguiti. La cosa incredibile e’ che almeno sulla carta, questa ipotesi e’ legale: il Tesoro americano approfittando di alcune scappatoie di legge potrebbe chiedere alla Zecca (il Bureau of Printing and Engraving) di coniare monete commemorative da 1.000 miliardi e poi depositarle nelle casse della Fed.

La banca centrale, in un successivo passaggio, potra’ depositarle a sua volta al Tesoro che, quindi, avrebbe a disposizione migliaia di miliardi di dollari e non avrebbe bisogno di chiedere un aumento del debito. Un’azione di questo tipo sarebbe autorizzata da un’interpretazione decisamente estensiva della legge che permette alla Zecca di creare monete commemorative a scopo di collezionismo.

Vari siti, tra gli altri The Huffington Post, l’hanno gia’ battezzata ironicamente la ‘Platinum Option’, definendola la migliore strada che il presidente Barack Obama ha di fronte per evitare lo stallo nel prossimo scontro congressuale appunto sul debito. A favore di questa soluzione anche oltre 2.000 cittadini americani che hanno firmato una petizione che sostiene le monete di platino. Se le firme raggiungeranno il quorum di 25mila, Obama sara’ costretto a dare una risposta.

FONTE: BlitzQuotidiano.it

Delors: Londra deve uscire dall’Unione Europea

inghilterra

di: Filippo Ghira – [email protected] -

Che ci sta a fare la perfida Albione nell’Unione Europea? La domanda è molto meno retorica di quel che sembra. Soprattutto se viene posta da un tecnocrate come il socialista francese Jacques Delors, già presidente della Commissione europea. Una persona quindi che, per propria forma mentis, da sempre sostiene la necessità che gli Stati membri cedano progressivamente la propria sovranità politica ed economica ad una autorità centrale, la Commissione appunto, e quella finanziaria alla Banca centrale europea.

Già prima di Natale Delors aveva toccato tale questione basando il proprio ragionamento sul veto che Londra ha posto a metà dicembre su una bozza di accordo relativa al bilancio comunitario per il periodo 2014-2020. Un autentico siluro perché il governo Cameron è riuscito a tirarsi dietro anche altri 10 Paesi dell’Unione, in particolare i membri più giovani che dall’entrata nell’Europa dei 27 avevano sperato di ricavare più vantaggi dei costi che sarebbero stati chiamati a sopportare.

In una intervista ad un quotidiano tedesco, Delors ha sostenuto che la Gran Bretagna potrebbe uscire dall’Unione europea ed optare per un’altra forma di legame privilegiato politico ed economico. Dove il potrebbe deve essere inteso come dovrebbe. I britannici, ha accusato Delors, si interessano soltanto ai loro interessi economici, niente di più.

Prima di Natale, Delors aveva polemicamente ricordato di essere stato sempre contrario all’entrata della Gran Bretagna nell’allora Comunità Economica europea. Nel 1972, quando era consigliere del primo ministro gollista, Jacques Chaban Delmas, l’allora presidente della Repubblica, Georges Pompidou,  dovette faticare non poco per convincerlo a non opporsi all’entrata di Londra, sostenendo che una Europa senza Londra non aveva senso. Il socialista Delors condivideva quindi l’idea di Charles De Gaulle, presidente francese dal 1958 al 1969 che si era sempre opposto a tale ipotesi vedendo nella Gran Bretagna un cavallo di Troia che gli Usa volevano utilizzare per silurare la nascita di un’Europa forte politicamente, militarmente ed economicamente e che, come tale, sarebbe stata portata ad allacciare rapporti con la Russia in campo energetico, mettendo così in forse la supremazia Usa.

Soprattutto un’Europa “continentale” che avrebbe potuto fare benissimo a meno di una Gran Bretagna che per motivi linguistici, legami storici ed interessi finanziari ed economici viene portata a privilegiare maggiormente il rapporto con i cugini di oltre oceano. Anche il veto sul bilancio è stato interpretato da Delors come una ulteriore dimostrazione di questo approccio dei britannici che mentre sulla ribalta ostentano grandi sentimenti europeisti, dietro le quinte lavorno invece per destabilizzare un’Unione europea che stenta a decollare dovendo rendere conto a 27 diverse realtà nazionali. Ognuna con i propri interessi e con poca voglia di rinunciarvi per sperare in un futuro che dovrebbe essere migliore e del quale finora si sono visti soltanto gli aspetti più negativi. Una apertura dei mercati realizzata per aiutare le banche e le multinazionali ma che, sull’altro versante, ha provocato l’arrivo di beni prodotti ad un costo del lavoro 10 volte più basso e tale da costringere decine di migliaia di piccole imprese a chiudere, perché non più concorrenziali. Tale stato di cose è ben chiaro al socialista Delors ed è confortante prendere atto che in Francia, o con i post-gollisti o con i socialisti al governo, ci siano personaggi di rilievo che ancora sappiano parlare come francesi e come europei “continentali”.

L’anomalia della presenza di Londra nell’Unione è poi data dalla sua non partecipazione al sistema dell’euro. E questo conferma che gli inglesi vogliono continuare a fare parte per se stessi e mantenere una sterlina che rappresenta un trampolino di lancio ideale per una uscita veloce e quasi indolore dall’Unione. Assurdo diventa così pure il fatto che oltre il 70% delle transazioni di titoli emessi in euro passi per la piazza di Londra, tanto che la City si è trasformata nel maggior centro finanziario attivo nell’euro e che essa fornisce servizi all’intera unione economica europea. Ma al tempo stesso la City è una piazza finanziaria che risponde in minima parte alle direttive europee. Così pur non facendo parte dell’euro, la Gran Bretagna condiziona pesantemente la nostra moneta unica e il differenziale di rendimento (il famigerato spread) tra i titoli pubblici più forti, i tedeschi Bund, e quelli sottoposti ad attacchi speculativi, come i Bonos spagnoli e i Btp italiani. Uno spread il cui alto livello costituisce un invito a nozze per gli speculatori. Inutile dire che la suddetta speculazione muove preferibilmente da Wall Street, dalla City e dai paradisi fiscali posti sotto la sovranità anglo-americana. Il che testimonia dell’approccio schizofrenico dei Paesi europei incapaci non soltanto di tutelare i propri interessi ma anche di individuare i propri nemici reali.

FONTE: Rinascita.eu

Catastroika: privatization goes public

catastroika

Il documentario mostra e dimostra la catastrofe che segue la privatizzazione e la liberalizzazione, per risolvere una crisi voluta, che ne è la giustificazione. La giustificazione per depredare intere nazioni del patrimonio e dei beni pubblici del suo popolo, usando sistemi repressivi e liberticidi e inducendo i lavoratori a una condizione di schiavitù.
I creatori di Debtocracy (qui), documentario con due milioni di visualizzazioni trasmesse dal Giappone all’America Latina, analizzano lo spostamento dei beni dallo Stato in mani private.Viaggiano nei paesi sviluppati, alla ricerca di dati in materia di privatizzazioni e ricercano indizi sul giorno dopo il massiccio programma di privatizzazioni della Grecia.

LINK: http://www.catastroika.com/indexen.php

La dittatura dello spread e il programma della shock economy in Italia

L’Allegoria del Buon Governo

L’Allegoria del Buon Governo

di: Piero Valerio

Ieri è stata una giornata di fibrillazione e passione in Italia: tutti gli occhi degli analisti, degli opinionisti e degli organi di informazione erano puntati sull’andamento dello spread, che dopo essere sceso nei giorni scorsi intorno ai 300 punti base, è risalito sopra quota 350 punti base. L’indice di Piazza Affari è crollato di -2,21%. I titoli bancari sono andati a picco. L’Italia si è avvicinata di nuovo pericolosamente al cosiddetto baratro. Visi preoccupati dappertutto, catastrofismo a fiotti, paura sparsa a piene mani e raffiche di dati allarmanti. Persino il Vaticano ha ritenuto opportuno pronunciarsi, per bocca del Presidente della Conferenza Episcopale Italiana Bagnasco: “La casa brucia. Irresponsabile chi pensa a sé. Non si possono mandare in malora i sacrifici di un anno. Monti? Errore non avvalersene in futuro”. Ma cosa è accaduto di così straordinariamente minaccioso per l’Italia? Come mai la propaganda di regime italiana si è mossa all’unisono con tanta aggressività e compattezza? E’ accaduto un fatto normalissimo. Uno dei partiti di maggioranza, il PDL, che appoggiava il governo dei banchieri guidato da Monti ha avuto l’insolenza di dire la verità: tutti i dati economici, dal PIL, all’occupazione, alla produzione industriale, ai consumi, ai risparmi, al debito pubblico, alla pressione fiscale sono peggiorati dopo un anno di governo Monti, e quindi il PDL ha preferito non garantire più il suo sostegno incondizionato.

Cosa c’è di tanto strano in tutto questo? Niente. E’ una normalissima dinamica democratica che si ripete da sempre in tutti i paese che possono ancora reputarsi tali. Tuttavia nello stato di diritto di eccezione in cui si trova incastrata da anni l’Italia all’interno dell’eurozona, commissariata di fatto dai “mercati” finanziari, ogni azione, che abbia una lontana parvenza di democraticità, diventa incredibilmente pericolosa e delicata.

Tralascio ovviamente tutto lo squallore dei tatticismi e delle questioni interne al PDL, basate su alcune rivendicazioni tipiche di un partito padronale (la riforma della giustizia, la legge sulle intercettazioni, l’incandidabilità dei condannati etc), e vado subito al sodo: in linea di principio la bocciatura al governo Monti non fa una piega. I presunti tecnici, che in realtà sono solo degli sciacalli mercenari al soldo degli interessi dei grandi poteri finanziari internazionali, hanno fallito su tutta la linea e qualcuno doveva farglielo notare a livello pubblico e istituzionale. In realtà, prima della bocciatura del PDL, il governo Monti allineato ai principi folli dell’”austerità espansiva” dell’eurozona era stato bocciato addirittura dal FMI, che senza mezzi termini ha dimostrato in un suo documento, con tanto di grafici e dati inequivocabili, che continuando a fare tagli alla spesa pubblica e aumenti di tasse la situazione economica avrebbe finito per peggiorare inesorabilmente. Tutti i più accreditati ed autorevoli economisti del mondo, da qualunque latitudine del globo, hanno fatto notare a più riprese, non senza qualche accenno di ironia e sarcasmo, che la strada percorsa dall’Europa è senza ritorno e non ha via di uscita. Chi governa oggi in Europa probabilmente sa già di stare percorrendo una vicolo cieco, che prefigura la recessione come unica soluzione alla crisi: secondo loro, la deflazione dei salari dei lavoratori è l’unico modo per incoraggiare i nuovi investimenti, mentre la deflazione dei prezzi favorirà alla fine i consumi, perché la ricchezza finanziaria reale accumulata dalle famiglie aumenterà il suo potere d’acquisto e chi ha qualche risparmio da parte sarà invogliato a spendere. Chiariamo subito che una tale eventualità non è mai accaduta in passato nella storia del mondo, perché sappiamo bene quanto pesino le pessime aspettative e l’incertezza sul futuro sulle scelte di investimento e di consumo degli agenti economici, eppure l’Europa continua ad andare avanti e ad incoraggiare quei governanti che assecondano indefessamente questa strategia suicida di stampo neoliberista, mercantilista ed imperialista. Perché?

Perché i tecnocrati europei non sono affatto interessati alla ripresa economica nel vecchio continente. Assolutamente no.

Quella caso mai arriverà per sfinimento, quando i lavoratori, i sindacati saranno sfiancati e accetteranno tutte le ricette amare imposte dai loro governanti, rassegnandosi ad una vita di indigenza senza fine e smettendo persino di nutrire aspettative per il futuro. L’intenzione dei tecnocrati europei, in perfetta sinergia con gli interessi finanziari dei “mercati” che sono i veri committenti del miope progetto europeista, è invece quello di legittimare il loro predominio assoluto e annientare qualsiasi timida reazione democratica da parte della popolazione. Cosa fa un monarca, un despota, un dittatore quando vuole dimostrare la forza della sua reggenza e mortificare le resistenze dei sudditi? Impone delle misure impopolari e assurde, che in qualsiasi altro contesto sarebbero ritenute senza senso e disumane. Non lo fa per sfizio, per spregiudicatezza o malvagità ma solo per un preciso calcolo psicologico, che deve condurre a determinati risultati. Anche il Dio del Vecchio Testamento agì così con i suoi patriarchi, chiedendo addirittura ad Abramo di uccidere il figlio Isacco per dimostrare la sua abnegazione e fedeltà al divino.

Un pensiero unico monocratico, monoteistico si fonda su queste premesse, deve essere innanzitutto accettato incondizionatamente per fede, e non presuppone nelle fasi successive un lavorio razionale della mente.

Anzi, più si affievolisce la ragione e maggiori sono le probabilità che la fede si corrobori, e inversamente, più ci si incaponisce sul ragionamento e sulla logica e più si finisce per allontanarsi dalla via della salvezza fideistica e si viene etichettati come eretici. Togliamoci subito dalla testa che i tecnocrati europei siano quindi stupidi, incapaci, incompetenti, perché non è così. Loro sanno perfettamente quello che fanno, sanno che lo scopo dell’euro è quello di annientare i salari e i diritti democratici delle popolazioni e continueranno a sostenere questo piano finché non verrà cancellato persino il dubbio nella mente degli ultimi irriducibili riluttanti che ci sia qualcosa di sbagliato in tutto questo.

Per abbattere gli ostacoli che li separano dal loro obiettivo e piegare le residue spinte democratiche che qua e la vengono dal basso, i tecnocrati europei spingono molto sull’incessante opera di pressione della propaganda di regime, che deve essere a reti unificate, capillare, implacabile, compatta, intrisa da una sfilza di messaggi subliminali che devono avere lo scopo di rassicurare il popolo, il volgo e di abituare i sudditi a considerare lo status quo totalitario come altamente desiderabile. Volete un esempio? Ieri, uno degli eurocrati che è andato a ritirare ad Oslo il Premio Nobel per la Pace, consegnato non a caso all’Unione Europea nell’anno del suo più basso consenso popolare, ha fatto riferimento ad un quadro del pittore senese del Trecento, Ambrogio Lorenzetti, come significativa ed evocativa immagine a cui richiamarsi:l’Allegoria del Buon Governo (vedi sopra). Guardatelo bene quel quadro, in modo da poterlo imprimere nella mente. Cosa vi suscita istintivamente? Non ci vuole molto a capire che si tratta di un riferimento esplicito ad una forma di governo particolare: la monarchia teocratica. A sinistra siede in trono la Giustizia retta dal divino, e a destra si erge imperioso il Monarca con tanto di scudo e di lancia. In mezzo e sotto queste due Autorità ultraterrene e insindacabili si trovano le masse, il formicolio brulicante della gente, i popoli, le persone comuni, che come sempre accade in questi casi vengono raffigurate di dimensioni molto inferiori e in atteggiamento spesso implorante, supplichevole, ammirato e ossequioso nei confronti dell’Autorità. Gli angeli della Giustizia da una parte decapitano gli eretici, i disubbidienti e dall’altro premiano i mercanti, la gente operosa, che si impegna per donare i frutti del duro lavoro al Monarca.

Voi vi domanderete, non è un po’ fuori luogo associare l’immagine moderna dell’Europa a quella di una monolitica monarchia teocratica di stampo medievale? Ma è scemo l’eurocrate a richiamarsi a quel quadro tanto reazionario e anacronistico, che potrebbe suscitare non poche critiche e obiezioni di opportunità? E io vi ripeto no, l’eurocrate non è scemo per niente, la sua è una scelta voluta e ben ponderata, perché lui voleva proprio approfittare di un’importante occasione ufficiale per sedimentare nell’immaginario collettivo il messaggio che intendeva lanciare: l’Europa è un’Autorità ultraterrena che sta al di sopra delle parti, fatta di tecnocrati ed oligarchi che credono ciecamente nell’infallibilità inappellabile dei“mercati”, nella permanenza ad oltranza dell’ordine costituito, in una precisa gerarchia di ruoli e poteri che sovrasta e domina dall’alto la stessa democrazia dei popoli. E questi ultimi, i popoli delle varie nazioni, devono impegnarsi con grande sofferenza e sacrificio per meritare la benevolenza dell’Autorità (lo spread), pena la bocciatura e la dannazione eterna. Questa è la nuova simbologia che deve passare oggi in Europa e di cui la propaganda deve farsi instancabilmente portavoce.

Si tratta evidentemente di un cambio imbarazzante e coraggioso di paradigma che gli eurocrati stanno cercando di istigare e promuovere, non senza qualche azzardo e qualche rischio, rispetto a ciò a cui fino a poco tempo fa c’eravamo abituati, spesso inconsciamente, quando veniva pronunciata la parola Europa. In pratica gli eurocrati stanno ostinatamente tentando di cancellare e archiviare le origini democratiche ed illuministe dell’Europa che affondano nella Rivoluzione Francese, per rispolverare le medievali radici monarchiche e aristoteliche del Sacro Romano Impero. Voltaire deve essere sostituito con San Tommaso D’Aquino. Il flusso inarrestabile della storia, le umane sorti e progressive, devono essere stemperate e governate dall’alto da un’inattaccabile e granitica piramide del potere, in cui ai vertici c’è sempre e solo l’oro, l’euro, i soldi, di cui i tecnocrati e banchieri sono gli unici e indiscussi depositari. Scommetto con chiunque che se provassi a ripetere in rapida successione le parole Europa, Democrazia, Libertà, Quadro, la prima immagine che vi verrebbe in mente, per normale associazione di idee, è lo splendido dipinto del pittore francese Eugene Delacroix “La Libertà che guida il popolo” (vedi sopra) del 1830. In questo caso la Libertà in primo piano è una donna del popolo a seno scoperto che trascina tutti i suoi compagni di lotta alla rivolta, alla conquista dei diritti democratici sottratti dai regnanti, anche a costo di sacrificare la propria vita e di essere massacrata dal fuoco nemico dei soldati del re. C’è una bella differenza di significato fra la tensione dissacrante e dirompente della Libertà, che calpesta pure la morte e non ne teme le conseguenze, e la sacralità dell’ordine gerarchico ed immutabile del quadro visto prima ed evocato dall’eurocrate, il cui intento non tanto nascosto era appunto quello di sostituire nella mente dei sudditi l’immagine di Delacroix con quella di Lorenzetti, eliminando persino il ricordo del primo ed esaltando la magnificenza del secondo.

E’ un’operazione di marketing molto subdola e raffinata, che non ha nulla di improvvisato o casuale ma fa parte di un piano studiato da anni a tavolino da esperti di comunicazione, che lavorano all’interno degli apparati europeisti e sono parte integrante dell’intero progetto. Se il diavolo si nasconde nei dettagli, possiamo senz’altro concludere che in quest’ennesima iniziativa promozionale dell’Europa, presentata in pompa magna a Oslo per solleticare la suscettibilità al luccichio dei lustrini dei sudditi, c’è senz’altro qualcosa di diabolico, luciferino. La “nuova” immagine dell’Europa deve istantaneamente ricollegarsi ai grandi Imperi totalitari di qualunque epoca e provenienza, romano, prussiano, francese, spagnolo, asburgico, ridimensionando a puro aneddoto o didascalia tutto ciò che è accaduto in mezzo, dalla Rivoluzione Francese in poi. Le rivolte risorgimentali europee per la fondazione delle eroiche Repubbliche Costituzionali sono solo una parentesi caotica e sanguinosa, che ha avuto il demerito di interrompere la ben più gloriosa impostazione secolare, imperiale, tomistica e  reazionaria europea, che secondo una ben consolidata prassi riceveva continua forza e sostegno dalla sacra legittimazione del potere ecclesiastico. Così come accadeva in un vero Impero teocratico autoreferenziale, le Costituzioni Democratiche e Liberali non servono più, sono ridondanti, perché possono essere agevolmente sostituite dai moderni trattati mercantili dell’Unione Europea, molto più flessibili ed efficienti, e dalla impareggiabile Bibbia che rappresenta un robusto e solido appiglio alla tradizione del passato per i più nostalgici. Cosa volete di più dalla vita?

Come sappiamo bene questa fase convulsa di revisionismo storico è iniziata e ha ricevuto una violenta accelerazione quando i 17 paesi dell’eurozona hanno rinunciato alla propria moneta nazionale per accettare una nuova moneta che fosse svincolata e indipendente dagli apparati democratici degli stati membri. E’ stata casuale questa scelta di iniziare dalla moneta invece che dalla integrazione istituzionale, politica e costituzionale?

No. Perché mai gli eurocrati dovevano dedicarsi ad una laboriosa e impegnativa attività di sintesi delle costituzioni democratiche nazionali quando il loro vero obiettivo era quello di stralciarle tutte insieme e per sempre?

In fondo, su quale potere si basa la supremazia di un Sovrano, di un Monarca, di un Despota? Non certo sulle carte costituzionali concesse ai sudditi, che sono un sintomo di estrema debolezza e arretramento della monarchia, ma sulla ricchezza e la forza militare. E infatti gli eurocrati hanno sia l’una che l’altra, perché si sono autonomamente assegnati il privilegio di battere moneta e con questa moneta sono liberi di finanziare come vogliono, quando vogliono, chi vogliono, in particolare l’esercito di tecnocrati, funzionari, politicanti europeisti che hanno invaso i palazzi istituzionali e lavorano esclusivamente al servizio della loro stessa sopravvivenza e degli interessi dei poteri forti che rappresentano. Serve altro ad un Sovrano per iniziare a regnare? No, bastano i soldi, l’oro e un manipolo agguerrito di soldati fedeli. Tecnicamente sappiamo poi che l’euro non è servito soltanto per togliere agli apparati democratici la possibilità di utilizzare la leva della spesa pubblica per fini sociali e per tutelare i diritti della cittadinanza, ma anche come nuovo strumento di redistribuzione interna della ricchezza: la moneta unica ha costretto i singoli governi a puntare solamente su una strategia di svalutazione salariale come unica forma di competizione commerciale e allo stesso tempo ha consentito ai grandi detentori di capitale di investire, spostare liberamente i soldi da un paese all’altro dell’eurozona senza incorrere in alcun rischio di svalutazione monetaria. E’ facile quindi fare un rapido calcolo per capire chi ha vinto e chi ha perso con l’euro. E non è affatto necessario conoscere tutti i principi della dottrina economica per fare i conti della serva.

Il gioco è fatto, le regole sono molto semplici e chi non le capisce è soltanto un mentecatto, buono solo come carne da macello. In pratica chi detiene il capitale ha stabilito le regole ed ora fa in modo che chi non rispetta le regole venga punito in base a criteri di giudizio che discendono dall’imposizione e dalla passiva accettazione di quelle stesse regole. Facciamo un esempio per capirci. In Europa i tecnocrati e gli oligarchi hanno stabilito dogmaticamente e arbitrariamente che l’emissione della moneta deve essere privata, autonoma, indipendente dalla politica perchè hanno decretato per trattato che la spesa pubblica dello Stato è un male assoluto e i “mercati” sono molto più efficienti nel processo di allocazione delle risorse finanziarie. Ora, senza entrare nel merito della correttezza scientifica ed economica della regola di cui ci sarebbe tanto da discutere, chi giudica se l’applicazione di questa regola sia effettivamente corretta? Chi dice se uno Stato sta usando bene o male la spesa pubblica? Un ente esterno e terzo ai due contendenti? Assolutamente no, ma i “mercati” stessi, che sono la controparte che si è avvantaggiata di più dall’introduzione di quella regola, e il loro metro di giudizio si chiama spread.

Se uno Stato utilizza molto la spesa pubblica per finanziare la sanità o l’istruzione, indebitandosi oltremisura con i “mercati” perché privo della sua sovranità monetaria e costretto a chiedere i soldi ai privati, questi ultimi lo puniranno perché da una tale operazione ricevono ben pochi ritorni economici effettivi, a parte gli interessi sui titoli pubblici acquistati. Se uno Stato invece utilizza una quota molto più elevata di spesa pubblica per finanziare o salvare una banca privata, i “mercati” lo premieranno perché verranno rivalutati i titoli di quella specifica banca e garantiti tutti i debiti contratti da quella banca nei confronti degli stessi “mercati”. Stesso discorso vale per la tassazione: più uno Stato tassa e maggiore sarà il premio dei“mercati”, che avranno migliori garanzie di rimborso sui titoli pubblici acquistati, meno uno Stato tassa e più i “mercati” lo puniranno per il motivo opposto a quello espresso sopra. Capite bene che questa è una regola assurda, perché il giudizio che ne deriva non è imparziale, obiettivo o condiviso da tutte le controparti in gioco, ma viene stabilito univocamente da chi è parte attiva in quella ipotetica contesa. E’ come se in una partita di calcio non ci sia l’arbitro, ma siano solo gli undici giocatori di una squadra a decidere quando fischiare il fallo o quando lasciare continuare il gioco, senza concedere alcuna possibilità di replica agli avversari.

Per intenderci, se uno Stato ristruttura una scuola attrezzandola con tutte le infrastrutture più moderne e facendo continui corsi di aggiornamento ai professori, perché devono essere solo i “mercati” a decretare l’opportunità o correttezza di una tale operazione? Non potrebbe essere anche importante ascoltare il giudizio di studenti, professori, famiglie, piccoli imprenditori appaltatori coinvolti che potranno usufruire di quel nuovo servizio e investimento? Al massimo non sarebbe più opportuno fare una media fra le due categorie di giudizi, siano essi qualitativi o quantitativi? Capite bene che un tale meccanismo di giudizio si basa su una stortura illogica di fondo, perché è stata l’imposizione della regola, ovvero la cessione del processo di emissione di moneta ad una banca autonoma, privata, indipendente, a decretare per forza di cose da quale parte penderà la bilancia del metro di giudizio adottato. Nei paesi in cui non esiste quella regola, il giudizio su una o l’altra manovra di finanza pubblica, come la stessa ristrutturazione di una scuola, viene emesso in base a criteri del tutto diversi, perché è lospread a discendere dalla regola e non viceversa (normalmente la spesa pubblica non fa aumentare lo spread, ma lospread aumenta a causa della “regola” di finanziare la spesa pubblica soltanto con i soldi dei privati): come sappiamo ci sono paesi come il Giappone, che pur avendo debito pubblico doppio rispetto all’Italia, non vengono e non possono materialmente essere puniti dai “mercati” con la clava dello spread, perchè hanno mantenuto intatta la loro prerogativa sovrana di finanziare tutta o parte della spesa pubblica con i soldi emessi direttamente dalla Banca Centrale Bank of Japan.

In Europa è stato in pratica reintrodotto lo stesso macabro e contorto schema logico utilizzato per giustificare le torture medievali: il dogma stabilisce che tutte le donne giovani (gli Stati) possono essere accusate di stregoneria (la spesa pubblica) e sottoposte a tortura (lo spread), in base a giudizio insindacabile degli inquisitori (i mercati). Come facevano gli inquisitori ad essere sicuri che il loro giudizio era esatto? Ponevano le giovani donne a tortura finchè non erano loro stesse a confessare di essere delle streghe. Nel dogma c’era già inclusa insomma la certezza della sua infallibilità, perché il giudizio che ne derivava era tutt’uno con il dogma stesso; così come oggi la spesa pubblica viene criminalizzata da tutte le parti perché già penalizzata in partenza dal fatto di essere finanziata a debito dai “mercati” privati dei capitali. E non di rado sentirete tanti deficienti dire che se aumentiamo la spesa pubblica oltre i livelli di tassazione saremo attaccati dai “mercati”che ci richiederanno uno spread più alto sui nostri titoli, senza considerare nemmeno lontanamente da quale “regola”assurda prende spunto il loro giudizio. Tuttavia se noi siamo severissimi nello stigmatizzare la tortura medievale come uno dei punti più bassi toccati dalla barbarie e inciviltà umana di fronte al quale sentiamo ancora un brivido di terrore e incredulità, non siamo altrettanto severi a capire di essere caduti nella stessa trappola mentale, giustificando la tortura finanziaria dello spread. Oggi siamo tutti allineati e concordi a ritenere le torture medievali orribili, crudeli, malvage e il metro di giudizio degli inquisitori iniquo, parziale e niente affatto obiettivo, in quanto la confessione veniva estorta con la forza, ma non abbiamo la stessa intelligenza e il medesimo scatto morale per capire che lo spread è lo stessa cosa, perché i suoi giudizi di merito discendono dall’esistenza di una “regola”, di un dogma, senza il quale cadrebbe miseramente tutto l’impianto accusatorio.

Basta vedere come gongolavano ieri tutti gli opinionisti e i giornalisti di regime ricordandoci ad ogni minuto come sia aumentato lo spread in seguito alle dimissioni irrevocabili annunciate da Monti sabato scorso, per capire in quale abisso di idiozia e inciviltà siamo precipitati. Monti come sappiamo bene piaceva molto ai “mercati” perché assecondava alla lettera tutte le loro indicazioni: in particolare garantiva ai “mercati” il rimborso dei titoli di stato a qualunque prezzo o costo sociale, tramite tagli della spesa pubblica e aumenti delle tasse, mentre indirizzava tutti gli aumenti di spesa pubblica per salvare le banche come Monte Paschi di Siena, rimborsare i derivati di Morgan Stanley, versare le quote di partecipazione ai Meccanismi Europei di Stabilità scriteriati come l’EFSF o il MES, rispettare i termini di accordi capestro come il Fiscal Compact. Cosa c’è quindi di così straordinario o incredibile nell’aumento dello spread di ieri, visto che Monti garantiva la stabilità dei “mercati” e tutelava soltanto i loro interessi? Nulla. Era abbastanza prevedibile che andasse così. E’ come dire:“vedete, lo sapevo io che quella donna è una strega perché ha confessato!”.

Ma il giudizio non è esatto, non tanto per reali questioni di merito quanto piuttosto perché la “regola” da cui emana e si ricava quel giudizio è sbagliata e totalmente arbitraria, in quanto obbligava le giovani donne (gli Stati) ad essere indiscriminatamente sottoposte a tortura (finanziaria, lo spread) al fine di estorcere il giudizio, la confessione che volevamo ottenere. Se le giovani donne non fossero state costrette con la forza (per dogma, per decreto, per trattato) a subire la tortura e avessero avuto la possibilità di difendersi in un regolare processo (per gli stati significa continuare a gestire la propria sovranità e politica monetaria), nessuna di loro avrebbe mai confessato deliberatamente di essere una strega. Fin qui ci siamo tutti, spero, e il parallelismo con ciò che accade giornalmente agli stati una volta democratici d’Europa è evidente: i governi sono stati privati della loro sovranità monetaria e costretti a finanziarsi soltanto dai privati e questi ultimi possono torturare quanto vogliono i governi e indirizzarne le scelte, perché sanno benissimo che gli stati non hanno più armi finanziarie per difendersi. Lo spread non sarà mai quindi un criterio attendibile di valutazione del benessere o dell’”innocenza” di una nazione, ma solo il normale effetto dell’unico giudizio che avevamo preventivamente deciso di ottenere: se uno stato farà l’interesse dei “mercati” sarà sicuramente virtuoso, in caso contrario sarà vizioso, malato, corrotto, delinquenziale, criminale, mafioso, canaglia e chi più ne ha più ne metta.

E ripeto, le persone che oggi non riescono ad afferrare questi semplici ragionamenti sono le stesse rispettabili persone, politicamente corrette e animate da impalpabili e oltremodo vacui valori etici fondati sulla pace e la fratellanza universale, che si indignerebbero non poco se qualcuno dicesse loro che se fossero vissute nel medioevo avrebbero giustificato con la medesima superficialità e imbecillità le accuse ingiuste di stregoneria rivolte alle giovani donne innocenti. Orrore. Queste persone odiano la violenza, soprattutto quando viene inferta sulla donne o lesiva dei diritti umani, ma non si accorgono di giustificare lo stesso meccanismo logico quando i “mercati” torturano gli Stati democratici e i diritti di intere popolazioni. Perché la persone veramente stupide e idiote sono quelle che non sospettano assolutamente di esserlo e hanno al contrario un’elevata considerazione di se stesse. E qui stiamo parlando di un’apoteosi e di una vetta inarrivabile di imbecillità, che difficilmente potrà ripetersi in futuro su così larga scala, in nazioni mediamente evolute come quelle occidentali. E sono quasi certo che fra 100 anni gli storici avranno parecchio materiale da studiare e scartabellare sul caso Europa, per capire su quali basi puramente psicologiche e culturali si fonda la forza di una solida Dittatura monocratica.

Un altro raccapricciante corto circuito logico è avvenuto per esempio qualche giorno fa quando è stato confermato il piano di salvataggio della Grecia da € 44 miliardi tramite il fondo europeo EFSF. Tutti gli organi di stampa di regime hanno salutato con grande favore la decisione del governo greco europeista di destinare circa € 38 miliardi di questi aiuti per riacquistare (buy-back) i propri titoli di debito pubblico circolanti e in possesso di grandi operatori finanziari, banche, hedge funds, soprattutto americani. Secondo voi non è normale che i “mercati”, attraverso i loro organi di propaganda asserviti, con la stessa severità con cui hanno punito le dimissioni di Monti, dovevano per forza di cose esultare per la decisione del governo greco? Certo che sì. Nello specifico, se il governo greco garantisce ai venditori privati un prezzo di riacquisto che assicura agli speculatori finanziari rendimenti che vanno dal 100% al 400%, il giubilo dei “mercati” sarà incontenibile. Ma evidentemente siamo ancora nell’ambito dell’imbecillità e della stregoneria, perché se lo stesso giudizio venisse rimesso ad un semplice cittadino e contribuente greco bene informato la reazione sarebbe sicuramente meno entusiasta ed esaltante, perché il debito della Grecia è rimasto tale e quale, ma sono cambiati soltanto i creditori, che da privati sono diventati istituzionali e quindi giuridicamente e politicamente molto più invasivi ed invadenti. Nel grafico sotto possiamo vedere come sono stati mediamente distribuiti tutti i fondi di salvataggio forniti alla Grecia: solo il 19% di questi aiuti sono stati utilizzati per rifinanziare la spesa pubblica greca, mentre il restante 81% è ritornato direttamente nella casse degli istituti bancari nazionali e stranieri, con le relative plusvalenze (o minusvalenze in caso di haircut sul valore nominale dei titoli). Ora, non è necessaria chissà quale arguzia e brillantezza di intelletto per capire a chi “serve” veramente l’euro e l’eurozona.

Per avere un’immediata dimostrazione empirica di come invece questa particolare tipologia di crisi bancarie, iniziate per eccesso di debito privato (ormai lo sanno anche le pietre che la crisi dell’eurozona nasce da un eccesso debito privato e si è solo in un secondo momento trasformata in una crisi di debito pubblico, quando i singoli governi nazionali sono stati costretti ad andare in soccorso delle loro banche fallite) possano essere risolte in tutt’altra maniera, basta osservare cosa è accaduto in Islanda negli ultimi quattro anni. Dopo il fallimento delle tre maggiori banche private, il governo è stato costretto democraticamente e a furor di popolo a perseguire penalmente i banchieri truffatori, a nazionalizzare i tre istituti bancari, a riconvertire in valuta nazionale i debiti interni denominati in valuta estera, ad alleggerire il peso dei debiti per i mutuatari nazionali, ad imporre un rigido controllo dei flussi di capitali verso l’estero per difendere la parità di cambio della propria moneta nazionale che rischiava una violenta svalutazione. Osservando il grafico riportato sotto sull’andamento del PIL dell’Islanda, possiamo subito notare come la ripresa dell’isola scandinava è stata repentina ed immediata, e pur nelle mille difficoltà ancora da affrontare, il paese è ormai uscito dalla crisi finanziaria anteponendo alle ragioni dei propri creditori esteri (non tutti speculatori finanziari per la verità, ma anche semplici risparmiatori inglesi e olandesi truffati allo stesso modo dai criminali banchieri islandesi), le rivendicazioni politiche e sociali del proprio popolo. E se pure il FMI ha dovuto ammettere in un suo recente documento che il controllo sui movimenti dei capitali (cosa osteggiatissima nell’eurozona, che come abbiamo detto è nata sul presupposto opposto della libera circolazione dei capitali, a tutto vantaggio dei “mercati”) può favorire il rilancio dell’economia del paese coinvolto, significa che ormai l’evidenza è conclamata e non più aggirabile. Ed è molto più probabile che l’eurozona crollerà a colpi di evidenze sperimentali, piuttosto che sperare nel risveglio di un popolo europeo ormai intorpidito e massacrato culturalmente, dopo anni di sistematica manipolazione dell’informazione.

Terminata la giornata di “tortura finanziaria mediatica” da spread pompata dagli organi della propaganda di regime, concludo con una mia personale suggestione, che non ha in sé nulla di complottistico ma si fonda solo su una naturale tendenza a cercare di mettere insieme i tasselli. Il 13 novembre scorso si è tenuta a Roma una riunione straordinaria del Gruppo Bilderberg, rigorosamente a porte chiuse, a cui hanno partecipato i soliti immancabili grandi managers delle banche e delle società finanziarie internazionali, per incontrare in particolare alcuni protagonisti del governo tecnico di Mario Monti ed altri esponenti bipartisan della politica, dell’imprenditoria, della finanza, dell’informazione italiana (quasi tutti già appartenenti ad un’altra organizzazione o comitato d’affari internazionale dalle finalità molto dubbie come l’Aspen Institute Italia). Di cosa dovevano parlare di così urgente? Vuoi vedere che il tema principale della riunione era proprio la riorganizzazione politica italiana dopo la fine del governo Monti? E se tutta questa messa in scena del ritorno in campo di Berlusconi e dello sgambetto a Monti fosse funzionale alla ben più credibile e apprezzata candidatura del professore bocconiano alle prossime elezioni? Se qualcuno ha ascoltato bene il discorso del segretario del PDL Angelino Alfano alla Camera, con cui il galoppino e fedele scudiero del cavaliere si apprestava a sospendere la fiducia al governo Monti, si sarà accorto che la bocciatura ai tecnici non era dovuta tanto ad una mancanza assoluta di qualcosa ma ad un’assenza di determinazione: i tecnici erano stati troppo leggeri e avevano fatto “troppo poco” sul versante delle riforme strutturali. Detto in altre parole, Alfano e tutto il PDL speravano che Mario Monti avesse potuto fare di più sul fronte della liberalizzazione e flessibilità del mercato del lavoro (ovvero svalutazioni dei salari), privatizzazioni e svendita di patrimonio pubblico, in modo da favorire le grandi imprese e i detentori di capitale “italiani”. Quindi nulla osta al piano estorsivo e predatorio imperniato sull’euro, che estrae valore e ricchezza dal basso per convogliarlo verso l’alto, mentre l’unica pecca dei tecnocrati italiani era stata quella di non aver battuto i pugni abbastanza a livello comunitario, europeo, per far valere di più le ragioni dei capitalisti italiani nei confronti soprattutto di quelli tedeschi e francesi.

Tutto qui. Di maggiore tutela dei diritti democratici, contrattuali e sociali dei cittadini non se ne parla proprio. La mattanza anzi deve essere portata ancora più a fondo per essere molto più redditizia per i capitalisti, i grandi imprenditori, i banchieri. Ci vuole un’altra bordata di shock economy, per instillare ancora più paure, fobie, minacce incomprensibili nel popolo e costringerlo ad accettare misure impopolari che in caso di normalità e stabilità economica sarebbero ampiamente osteggiate. L’applicazione di queste politiche di privatizzazioni selvagge, tagli alla spesa pubblica e liberalizzazioni dei salari verrà ovviamente effettuata senza il consenso popolare, approfittando di una causa esterna (principalmente lo spread) e aumentando come da programma sia la disoccupazione che l’impoverimento generale.

Immaginatevi quindi in uno scenario del genere uno scontro fittizio fra Mario Monti e Silvio Berlusconi, che si fronteggiano in un finto duello al fulmicotone per polarizzare il confronto e l’attenzione degli italiani (sempre sensibili alla logica delle appartenenze calcistiche) e per escludere dal dibattito tutti gli estremismi, compresi i nascenti movimenti sovranisti e anti-europeisti oppure lo stesso Movimento 5 Stelle, che fa paura non tanto per i suoi contenuti inesistenti ma per la sua intrinseca imprevedibilità e ingovernabilità politica interna. Per spiazzare la concorrenza, Berlusconi e Monti fanno finta di essere avversari in modo da rafforzarsi a vicenda, con il solito appoggio esterno al professore del PD di Bersani, che pur di non governare e contemporaneamente non indebolire l’assetto europeista attuale continuerebbe volentieri a recitare la parte della povera vittima incastrata suo malgrado fra due fuochi. “Tutto cambia affinché nulla cambi”, avrebbe detto il Principe Fabrizio del Gattopardo.

FONTE: Tempesta-Perfetta.blogspot.it

Quando le banche sono criminali

 di: Nicola Porro

Quella che vi stiamo per servire è una rassegna stampa, ragionata, su quanto abbiamo letto in una sola settimana sui giornali internazionali e sui siti del Senato americano. Ci auguriamo, si fa per dire, che non ci sia un giudice a Taranto che approfondisca questa roba: altrimenti dovremmo spegnere il mondo e sequestrare preventivamente la gran parte dei vostri quattrini depositati in banca, quali corpi del reato.

Il filo rosso di questo breve compendio è rappresentato dall’attitudine criminale delle più importanti istituzioni finanziarie del pianeta. Partiamo alla grande. Con Hsbc. Banca con sede legale a Londra, ma con ramificazioni ovunque: se non è la prima banca del mondo, poco ci manca.

Questi importanti e riveriti signori sono stati pizzicati a riciclare danaro per i narcotrafficanti, per lo più messicani. E non contenti, già che c’erano, avrebbero ripulito anche qualche miliarduccio per i terroristi arabi.

Secondo un rapporto di una commissione investigativa del Senato americano, ne hanno combinate di tutti i colori. Con un colpo di bacchetta magica sette miliardi di dollari (avete capito bene, il doppio dell’Imu sulla prima casa) sono stati trasferiti dal Messico agli Stati Uniti. In contanti. Tra il 2007 e il 2008. E provenienti dai cartelli della droga.

In un Paese dove se paghi con un biglietto da cento dollari ti guardano male o ti denunciano, Hsbc portava sacchi e sacchi di dollaroni oltre la frontiera messicana. E noi ci vergogniamo di Chiasso. Hsbc Mexico aveva una filiale alle Cayman senza uffici e personale, ma con 50mila conti e 2,1 miliardi di depositi bancari. 290 milioni di dollari (una quisquilia) in traveller’s cheque sono stati cambiati a favore di una banca giapponese, ma a beneficio di non meglio identificati investitori russi. Che evidentemente stavano facendo il giro del mondo, con un argent de poche in traveller’s cheque. Altrettante transazioni, apparentemente con il solo fine di riciclare danaro sporco, sono state fatte con Paesi in black list terroristica per l’America: dall’Iran alla Corea del Nord.

Martedì scorso i vertici della banca hanno chiuso una mega transazione giudiziaria. Hanno cioè pagato allo Stato americano 1,9 miliardi di dollari per i loro comportamenti. Tutto finito. Il boss della banca ha detto «sono profondamente dispiaciuto». L’Herald Tribune ha scritto: «siamo passati dal too big to fail (troppo grandi per fallire) al too big to jail (troppo grandi per la galera)». Negli ultimi anni Hsbc si è comportata come un’enorme lavatrice di banconote sporche, oggi paga un prezzo per il detersivo.

Non che la cosa sia originale. La ex Wachovia Bank, poi assorbita da Wells Fargo(una delle top five americane), era stata beccata a fare treschette con le casas de cambio messicane e si era beccata nel 2010 una multa da 160 milioni. Il doppio (320 milioni) è costato alla Standard Chartered per la violazione delle norme sulle transazioni bancarie fatte con l’Iran. Per inciso, se gli americani beccano l’Eni (tanto per fare un nome) o Finmeccanica a fare business con gli ayatollah, vengono fucilati senza processo. Altro che multe.

Dall’altra parte dell’Oceano, cioè in Europa, le cose non vanno tanto meglio. A scriverlo vengono quasi i brividi. Una dozzina di banche (ovviamente le più nobili) si sarebbero messe d’accordo per manipolare alcuni fondamentali tassi di interesse (Libor ed Euribor) e sono oggi sotto indagine. In sostanza riducevano di qualche decimale i tassi quando dovevano finanziarsi e li rialzavano al momento di erogare prestiti. Il 90 per cento degli europei ha i propri mutui ancorati a questi riferimenti, e l’idea che una dozzina di trader ogni mattina si mettesse d’accordo per stabilire i tassi a loro comodo fa impressione. Prove? Per ora qualche arresto e i consueti accordi stragiudiziali. Si dice che nei prossimi giorni Ubs sgancerà un miliardo di dollari. Royal Bank of Scotland è sulla stessa strada. Ubs si è già portata a casa una parziale immunità dai ministeri di Giustizia di Svizzera e Canada. E Barclays a luglio ha chiuso un accordo con le autorità, pagando una multa da 450 milioni.

Viene quasi da ridere a commentare i cinque arresti di un paio di giorni fa in Deutsche Bank a Francoforte e l’indagine sui suoi vertici per un banale (si fa per dire) caso di evasione fiscale e di manipolazione tributaria dei certificati verdi. Quelle sono cose che sappiamo fare anche da queste parti: Intesa e Unicredit hanno «transato» con l’Agenzia delle entrate per un totale di mezzo miliardo di euro.

C’è meno da scherzare invece su una recente nomina di Barclays: banca che oltre ad aver taroccato i tassi di interesse, è coinvolta in una lunga serie di indagini che passano dai quattrini ottenuti da un fondo del Qatar a pagamenti sospetti in Arabia Saudita. Ha piazzato alla direzione dei rapporti con le istituzioni governative, Hector Sants. 56 anni, con un passato in Credit Suisse e in Dlj, nel 2001 entra nella serissima (?) Fsa (la Consob inglese) per diventarne amministratore delegato fino a giugno del 2012. Insomma Barclays, non proprio la santa Maria Goretti della City, nomina in un ufficio delicatissimo proprio colui che per anni avrebbe dovuto controllarla, dall’Authority pubblica, senza riuscirci. Ci si augura che questa volta vigili meglio.

La zuppa, come sanno quelli che l’assaggiano da tempo, non ha un piglio moralistico (e se per questo non sbrodola per così tante righe come oggi), ma c’è un limite a tutto.
Huerta de Soto in un bellissimo libro ci ha spiegato come il rapporto tra banche e Stati sia storicamente marcio. Le prime raccolgono i depositi (semplifico Huerta) e invece di custodirli stretti nei forzieri, li prestano ai prìncipi per fare le guerre. È dunque normale che questi ultimi tendano a proteggere, con norme e regole, le istituzioni finanziarie così generose con le corone. Sono scomparsi i prìncipi e sono arrivati burocrati e politici, ma il gioco non cambia. Non fanno più le guerre (o meglio non solo quelle) ma utilizzano sempre i medesimi depositi dei risparmiatori per indebitarsi e fare spesa pubblica in deficit. Un brutto circuito. Ciò che conta, conclude De Soto, è che gli uni si appoggiano agli altri. Le conclusioni dell’economista spagnolo, ma di scuola austriaca, sono tranchant. La cronaca finanziaria di questi tempi sembra però confermare i suoi più pessimistici trattati.

Nel 2007 le grandi banche internazionali hanno creato i presupposti di una crisi prima finanziaria e poi economica. Una prima volta sono state salvate, poiché il loro fallimento avrebbe compromesso la stabilità di tutto il mondo (too big to fail). Oggi nonostante i loro innumerevoli comportamenti criminali sono nuovamente salvate. Ma dalla prigione.

Quale industria può godere di un tale privilegio? Neanche quella della politica è così immune dai suoi errori. Figurarsi dai suoi ladrocini.

FONTE: IlGiornale.it – Il Blog di Nicola Porro

L’F-35 spareggia il bilancio

di: Manlio Dinucci

Una schiacciante maggioranza bipartisan (salvo l’Idv), modificando l’art. 81 della Costituzione, ha fatto dell’Italia una repubblica fondata sul pareggio di bilancio, in cui la sovranità appartiene al mercato. Lo Stato, recita il nuovo testo, assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi del ciclo economico. C’è però un problema: come si fa ad assicurare l’equilibrio se si decide una spesa senza sapere a quanto ammonta?

La domanda va girata agli onorevoli che hanno approvato la modifica della Costituzione, perché sono gli stessi che hanno approvato l’acquisto dei caccia statunitensi F-35. Senza sapere quanto sarebbero venuti a costare.

Hanno prima creduto (o fatto finta di credere) agli imbonitori della Lockheed che parlavano di 65 milioni di dollari per aereo. Ma c’era il trucco: era il prezzo dell’aereo «nudo», senza neppure il motore. Hanno poi creduto (o fatto finta di credere), gli onorevoli, al ministro della difesa Di Paola, il maggiore sostenitore dell’F-35: in parlamento ha raccontato che ogni caccia costerà un’ottantina di milioni di dollari, ma ci si aspetta che la cifra sia sempre più bassa. E quando il governo Monti ha deciso di «ricalibrare» l’acquisto degli F-35 da 131 a 90, gli onorevoli hanno gioito per il risparmio così ottenuto. Anch’esso non quantificabile, restando nelle nuvole il costo reale del caccia. Qualche paese però (non certo l’Italia) si è mosso per fare luce sul mistero. In Canada una società di servizi professionali è stata incaricata di stimare i costi di una flotta di 65 F-35. Per l’acquisto è prevista una cifra di 9 miliardi di dollari (137 milioni ad aereo), cui si aggiunge una spesa operativa di oltre un miliardo di dollari annui. Particolare ignorato dai nostri onorevoli: i caccia vengono acquistati non per esporli come modellini, ma per farli volare. Sulla falsariga della stima fatta in Canada si può dedurre che, per mantenere operativi 90 F-35, si spenderà almeno un miliardo e mezzo di dollari annui. Altri miliardi si dovranno spendere per gli ammodernamenti e per sistemi d’arma sempre più sofisticati. Per non parlare di quanto costerà, in termini economici, impegnare gli F-35 in azioni belliche, tipo quella dell’anno scorso contro la Libia. Il velo di mistero comincia quindi a squarciarsi. Tanto che, in Italia, lo stesso Segretario generale della difesa ammette che il costo dei primi F-35 sarà più del doppio rispetto agli 80 milioni annunciati. Per di più l’Italia acquisterà, oltre a 60 caccia a decollo convenzionale, 30 a decollo corto e atterraggio verticale, molto più costosi. Nel bilancio 2013 del Pentagono si prevede un costo unitario di 137 milioni, ma si tratta sempre dell’aereo «nudo» che, una volta dotato di motore, avionica e armi, costerà almeno il doppio. Dati più precisi, ma non completi. Come ammette lo stesso segretario della difesa, in 11 anni il costo del programma F-35 è aumentato a una media giornaliera di 40 milioni di dollari. Restare nel programma significa quindi firmare un assegno in bianco, la cui cifra continuerà a lievitare. Non c’è però da preoccuparsi: il pareggio di bilancio, ormai nella Costituzione, sarà assicurato coprendo la spesa per gli F-35 con le entrate, derivanti da nuove tasse e altri tagli alla spesa pubblica.

Il Manifesto 

L’indecenza delle banche

“Comprare qualcosa, pagando con banconote o monete è una delle cose più normali di questo mondo. Eppure in Italia c’è chi vuole farlo passare per un comportamento addirittura incivile. Si veda Giovanni Sabatini, direttore dell’associazione delle banche italiane (ABI), con la ridicola tesi che “la lotta al contante è una vera e propria battaglia di civiltà“. Chiaramente straparla, per nascondere una verità ben diversa: le banche guadagnano su tutti i pagamenti, salvo quelli in contanti.

Per questo vogliono colpevolizzare chi li usa. Con le carte di credito, bancomat ecc. lucrano le provvigioni addebitate ai negozianti, le commissioni sui movimenti di conto corrente, gli interessi (fino al 24,9% annuo) sulle carte di revolving ecc. Inoltre costringono la gente a tenere i soldi sul conto, senza corrispondergli praticamente nessun interesse.

Le banche italiane si sono addirittura inventate la campagna della guerra al contante. Hanno costruito e finanziato “War on cash” che diffonde falsità del tipo: “Il cash è superato, costoso, pericoloso, inquinante e scomodo“.

Uno dei leitmotiv delle banche, ripetuto pappagallescamente dai giornalisti economici italiani, è poi che a tale riguardo l’Italia sarebbe in forte ritardo rispetto all’Europa. Ebbene, anche questa è una frottola, smentita dalla banca centrale tedesca: in Germania l’80% degli acquisti avviene in contanti. Anzi, la Deutsche Bundesbank ha addirittura organizzato un convegno a difesa del contante (Bargeldsymposium, Francoforte 10-10-2012, ovviamente ignorato dalla stampa italiana.

Vantaggi del contante.

Studiosi e dirigenti della banca centrale tedesca dimostrano in modo inconfutabile che, rispetto ai pagamenti elettronici, il contante è: più comodo, più veloce, più accettato, più rispettoso della privacy, più economico, più trasparente.

Importantissimo l’ultimo punto: solo prelevando contanti e pagando con essi si ha un immediato controllo sulle proprie spese. Peccato che alle banche invece faccia gioco che uno vada in rosso sul conto corrente, per applicargli interessi anche del 20,4% (vedi Banca Intesa-Sanpaolo), senza che ufficialmente sia usura.

Questo e altri vantaggi del contante solo comunque citati anche da Carlo Pisanti, direttore centrale della Banca d’Italia.

L’evasione fiscale. Si può convenire sull’opportunità di vietare l’uso delle banconote per grossi importi, come nell’acquisto di un appartamento o anche di una macchina. Ma qui il discorso è un altro. La “lotta al contante” prende di mira chi paga in contanti un paio di scarpe o il conto di un ristorante. Geronimo Emili di “War onCash” vuole tutti i micro-pagamenti, cioè di 5 euro o meno, senza contanti con la vaga promessa che “si abbasseranno i costi delle commissioni bancarie“, rifiutando peraltro ogni regolamentazione. In realtà non è neppure vero che proibendo del tutto l’uso dei contanti si potrebbe contrastare l’evasione fiscale, perché non si vede come il fisco avrebbe abbastanza personale per spulciare i 40 milioni di conti correnti degli italiani.

Forti critiche alla pretesa utilità anti-evasiva della lotta al contante arrivano da Alessandro Penati, dell’Università Cattolica di Milano: “Come se per eliminare l’evasione bastasse eliminare la banconote. Un’assurdità“. Ma anche da Ranieri Razzante, esperto e docente di antiriciclaggio. In realtà la grossa evasione e la massiccia esportazione di capitali non usano il contante, ma sovra- e sotto-fatturazioni e altri trucchi contabili.

I costi del contante.

Sulla stampa italiana leggiamo bizzarrie come quella di Enrico Romagna-Manoja, direttore del Mondo, che scrive che “il costo in Europa per la gestione delle banconote supera i 300 miliardi di euro” (il Mondo, 26-10-2012, pag. 7). A ciò corrisponderebbe per l’Italia un costo nell’ordine dei 100 miliardi di euro l’anno: una sparata senza fondamento (e senza nessuna fonte).

Mette le cose a posto Helmut Rittgen, responsabile per il contante della Bundesbank che scrive a pag. 9 del suo intervento: “Gli argomenti, secondo cui il contante sarebbe il mezzo di pagamento più caro, sono semplicemente falsi“. Nel complesso il contante risulta anzi quello meno costoso.

Potremmo continuare a lungo. Nel 2009, quando in Italia le banche erano partite con la guerra al contante, Giampaolo Fabris scriveva che “il contante tendenzialmente è destinato a scomparire” (il Sole 24 Ore, 21-12-2009, pag. 21). Di nuovo ristabilisce la verità la Bundesbank proclamando al contrario che “il contante è un mezzo di pagamento di ieri, di oggi… e di domani“. Con buona pace dei banchieri italiani.” Beppe Scienza

da: www.beppegrillo.it

Gli italiani sono “disonesti”? No, sono schiavizzati!

di: Enrico Galoppini

Alcuni giorni fa, Domenico Scilipoti, parlamentare già dell’IdV e noto inizialmente per aver formato il Movimento di Responsabilità Nazionale a sostegno dell’ultima fase di un Governo Berlusconi colpito da “scandali” e “tradimenti”, è stato invitato ad una trasmissione de “La7” nella quale, in studio, sono ospiti fissi giornalisti della “autorevole” stampa estera.

Scilipoti, da un po’ di tempo, s’è fatto portavoce d’istanze sovraniste monetarie, culminate in un recente convegno presso la Camera dei Deputati, assieme al prof. Claudio Moffa, dedicato alla discussione dialcune proposte mirate alla restituzione della proprietà della moneta al popolo italiano.

Ma prima di procedere, invito a seguire con attenzione lo spezzone video della trasmissione in oggetto:

Ora, se uno non è completamente plagiato dai “media” e dalla mentalità che inducono, e se la sua capacità di discernimento non s’è ottenebrata del tutto, non faticherà a scorgere in quel che ha visto e ascoltato quanto segue.

Ma per prima cosa, una questione di “metodo”. Accettare l’invito in queste trasmissioni, sia “leggere”, sia “impegnate”, per parlare di questioni molto serie è completamente tempo perso. Gli autori, i conduttori e gli ospiti fissi di questi programmi – ammesso che lavorino “in autonomia” – preparano una situazione perfetta per screditare, di fronte ad un pubblico che conoscono bene come i proverbiali “polli”, l’invitato “scomodo” diturno. Ci sono mille sistemi: s’interrompe l’ospite mentre parla (meglio se sul più bello), si sminuisce, si travisa (“ma vuole tornare alla lira?”), si ridicolizza, si spaccia per assurda una cosa ragionevole (“ma come, un condono fiscale?”), si crea un clima non consono all’argomento trattato eccetera eccetera.

Molto meglio, quindi, se si ha qualcosa d’importante da dire, andare in mezzo alla gente, parlare faccia a faccia, ovunque si renda possibile, uscendo da quella parvenza di realtà che è la televisione: Grillo, questo, l’ha capito bene, proibendo ai suoi di partecipare a questi “salotti televisivi” e prediligendo le piazze. Molto più efficace il passa parola e il contatto reale che farsi infilare nel “panino” confezionato dagli ideatori diuna trasmissione televisiva, destinata ad un pubblico per sua naturadistratto e condizionabile al massimo grado.

Che cosa sono, altrimenti, situazioni come quella che avete potuto osservare e giudicare in quel breve filmato?

Si consideri l’atteggiamento di tutti i presenti in studio. Si studino bene le espressioni, le smorfie, le mosse, le battute, i toni… Dall’inizio alla fine è come se l’ospite fosse lì per esser messo alla berlina, esposto al pubblico ludibrio, per il semplice fatto di essere “strano” perché afferma cose “strane”. Sì, perché è proprio così grazie all’indottrinamento di massa: come per magia, agli occhi della massa inebetita e più o meno “acculturata”, tutti quelli che sollevano una questione che esuladall’ordinario tergiversare mediatico appaiono come degli individui “strani”, come dei “pazzi” che vengono a sovvertire il magnifico ordine costituito.

Cosa c’è di strano, mi chiedo, nel parlare della sovranità monetaria? Nel tentare d’introdurre presso un pubblico che non sia quello degli specialisti e di coloro che sono già informati una questione di così cruciale importanza per tutti? Anche se la massa non se ne rende conto (ma dicosa mai s’è resa conto?), dalla sovranità monetaria discende, né più né meno come afferma ad un certo punto Scilipoti, la soluzione di almeno l’80% dei problemi degli italiani (e di ogni altra nazione che affrontasse una volta per tutte tale questione).

Naturalmente stiamo parlando di “problemi materiali”, ma chi l’ha detto – e qui mi rivolgo a chi pensa che o si mette mano ai massimi sistemi o niente da fare – che quelli non contano? Pensano di campare d’aria? Anzi, siccome alla fin fine non esistono nella vita compartimenti stagni, sarà bene cominciare ad entrare nell’ordine d’idee che anche le faccende cosiddette “materiali” hanno delle ripercussioni sui piani “morale” e “spirituale”, sempre che tali “piani” esistano come realtà separate edistinte. La differenza, infatti, non è data dalle cose in sé, ma dall’atteggiamento, dall’attitudine con cui le si affronta. I soldi, perciò, non sono necessariamente “lo sterco del demonio”, ma possono trasformarsi, se solo ci sforzassimo di essere uomini e non le dantesche “pecore matte”, in uno strumento di “liberazione” di tutta una serie dipotenzialità, affrancandoci, grazie ad una loro sana e naturale gestione (moneta popolare non gravata da debito), da una perenne rincorsa per procurarceli per poi ridarli indietro ai loro veri proprietari (di qualcuno pur saranno, no?) sotto forma di balzelli d’ogni tipo (come l’assurda ed inconcepibile IMU), mentre i più – poveri fessi – s’illudono che i “loro soldi” siano effettivamente di “loro proprietà”!

Invece no, non può essere così in un regime in cui la moneta, anziché essere dei cittadini, è delle banche private (che la massa ritiene “pubbliche”), le quali per di più non vengono sottoposte, grazie a “leggi”ad hoc, alla medesima tassazione asfissiante che tocca a tutte le altre imprese e ai privati cittadini, col pretesto del “debito pubblico” e del rischio che “i servizi” non possano più essere erogati (cosa del tutto falsa, perché se la moneta è di proprietà del popolo lo Stato può erogare tutti i servizi che vuole, ma adesso non può farlo perché deve indebitarsi, come fanno d’altra parte tutti gli enti pubblici, che infatti per non “fallire” s’indebitano sempre più, “tagliano” e svendono beni concreti ai privatissimi prestatori di danaro).

Intendiamoci, per affrontare con la famosa “gente” un tema così importante come quello della moneta e della relativa sovranità bisogna: 1) essere estremamente preparati, specialmente se ci si trova incalzati, in pubblico, da personaggi incaricati di ridicolizzare, spargere illazioni, intorbidire le acque, sviare il discorso ecc.; 2) parlare il più chiaro possibile e puntare dritti al cuore del problema, evitando di atteggiarsi a “professore”, ovviamente senza banalizzare fino al punto di stravolgere le cose. La famosa “gente” non aspetta altro che qualcuno parli un linguaggio comprensibile, ma i cosiddetti “esperti” ufficiali complicano appositamente ogni cosa per rivestire d’una nebbia ciò che è molto più semplice di quanto lo fanno sembrare.

Quindi, le fonti primarie per comprendere come funziona la “truffa monetaria” sono: quelle di autori che 1) sono fuori dalla “accademia”, poiché essa è incaricata di riprodurre il consenso verso l’attuale sistema finanziario, sia presso gli addetti ai lavori, sia presso chi crede di sapere tutto perché ascolta gli “esperti” delle “pagine economiche”; 2) non ricercano una visibilità, una celebrità a tutti i costi, e nemmeno una “cattedra”, ma sono mossi da un’insopprimibile tensione morale, che non può che derivare da un afflato religioso, più o meno cosciente.

Non a caso, Giacinto Auriti, che in Italia è stato il pioniere della lotta contro l’usurocrazia e il potere assoluto dei “signori del denaro”, era un cattolico, non di quelli “modernisti” tutto fumo e poco arrosto o “riformati” che, nella migliore tradizione americana, elevano preghiere affinché il loro conto in banca si rimpinzi sempre più. E, soprattutto, lui che era un “professore”, non disdegnava di parlare con nessuno, fino al più umile lavoratore; non come fanno gli “intellettuali” e la quasi totalità dei suoi colleghi, ben rinserrati nei loro fortilizi e schifati alla sola idea d’incontrare un “plebeo”. Inoltre Auriti aveva capito che l’unico modo per comparire in televisione e non farsi infinocchiare era quello di tenere dei veri e propri monologhi, come quelli andati in onda su un canale locale abruzzese, alla faccia dei benpensanti che ritengono indispensabile sempre un “confronto”: ma tra chi, tra un uomo preparato, cristallino e disinteressato, e un prezzolato, disonesto preoccupato solo di farsi una “posizione” e di compiacere il suo padrone? Ma di quale “confronto” parlano questi ipocriti? Un uomo può confrontarsi solo con un suo pari e non con una marionetta o un servo del potere. Se poi si seguono queste pionieristiche trasmissioni del compianto Auriti, si noterà che da casa giungevano telefonate in studio: quale trasmissione di qualsiasi canale nazionale in cui si trattano argomenti politici ed economici ammette l’intervento, senza filtri, del pubblico a casa? Un’altra dimostrazione che quest’uomo non temeva “l’imprevisto”, l’eventuale reazione ostile, perché alla fine il “nemico”, se davvero non è mosso da perfidia inguaribile o perché ha un qualche tornaconto nel tenere in piedi un sistema iniquo, è solo uno che non sa, e la cui avversità è dettata perciò da una pura e semplice ignoranza.

Ad un certo punto, però, uno potrebbe obiettare che se Scilipoti – così come l’avv. Marra, ospite di un’altra trasmissione in cui gli viene riservato analogo ‘trattamento di riguardo – viene chiamato in tv a parlare di faccende così “scomode”, ciò è la dimostrazione che in “democrazia” esiste un vero “pluralismo” delle opinioni ammesse e portate a conoscenza del pubblico. Ragioniamo un attimo, però. Quante volte, in proporzione a quelle in cui si discute di “casta”, cronaca nera, politica politicante (tipo le “primarie”) ed altre mille stupidaggini di nessun interesse collettivo (anche quando sembrano “importanti”), i telespettatori possono venire anche solo lambiti da temi d’importanza così cruciale per le loro vite come quello della proprietà della moneta? Si contano sulla punta delle dita. Quindi, il sospetto è che siccome Lorsignori (le tv sono di proprietà degli stessi “signori del denaro”) sanno benissimo che sempre più persone stanno accorgendosi della loro truffa, giochino d’anticipo (come stanno facendo con le “scie chimiche”), imbastendo queste finte occasioni di “confronto” e di “informazione” per cercare ditamponare la falla che s’è aperta nella loro barca.

Ma non ce la possono fare, anche se cantano vittoria. Ormai la loro barca fa acqua da tutte le parti. Per un semplice motivo: disconoscono lanatura umana, che intendono piegare tramite i loro giochi di prestigio, ma che alla fine riemerge e pretende i suoi diritti. L’uomo, infatti, può raccontarsi tutte le favole che vuole, ma queste possono inebriarlo fintanto che le cose gli vanno bene, fornendogli una “giustificazione ideologica” e una “descrizione razionale” della realtà concreta che si trova a vivere. Detto in altri termini, gli uomini finché hanno la pancia piena e stanno al caldo non si lamentano, e sono pertanto disposti ad adottare qualsiasi “favola” per dire a se stessi di aver “compreso” il mondo in cui vivono. L’uomo è fatto così: ha anche bisogno di una “narrazione coerente” della realtà in cui vive. Da cui, il “bisogno” delle “ideologie”. Ma quando si rende conto che non c’è più trippa per gatti, che l’inverno lo passerà all’addiaccio e che, insomma, anziché la chimerica “luce alla fine del tunnel della crisi” vista per certa dai soliti camerieri dell’usura, là in fondo c’è solo un enorme buco nero che inghiottirà i suoi beni e anche lasua vita, ebbene, a quel punto non è più disposto ad ascoltare le “favole”. Vuole la trippa e tanti saluti ai bei discorsi e alle “teorie”.

Lorsignori e i loro lustrascarpe hanno ben poco da ridere. Si stanno incartocciando in una logica inesorabile che li condurrà alla disfatta, anche se si presentano sicuri di sé, imbattibili e con la verità in tasca. Èla tipica sbruffoneria di chi si considera superiore per ‘diritto divino’, di chi, a forza di disprezzare lo schiavo non si rende conto che quello non ha più l’anello al naso.

Quando si sentono troppo sicuri, commettono poi degli errori imperdonabili. Cosa può pensare in effetti un italiano che si sente dare del “disonesto” da uno straniero che per giunta viene qua a fare la bella vita impartendoci la “moralina”? Lo sappiamo bene come funziona tra italiani: è tutto un lamentarsi, ci diamo continuamente le martellate sui… ma se qualcun altro ci viene ad insultare, allora facciamo quadrato e mostriamo i pugni. È così, punto e basta, ed è un istinto sano, checché ne dicano pedagoghi, sociologi ed antropologi da strapazzo imbevuti d’una ideologia fallimentare destinata al pattume assieme alla teoria e alla pratica monetaria vigente.

Se siamo dei “ladri” lo stabiliamo noi, e soprattutto saremo noi italiani a chiarire chi è il vero ladro e chi, invece, schiacciato dai camerieri dell’usura, che “italiani” non sono più perché per loro l’idea di“patria” è solo un “patetico residuo del passato”, tenta solo di stare a galla e di dare da mangiare alla propria famiglia, mentre voi vi rimpinzate alla faccia nostra.

Da che pulpito proviene poi quest’ironia da quattro soldi, quest’abitudine a trattare da “pazzo” ogni italiano che dimostra un minimo di coraggio e diamor proprio! Sarà bene ricordare che le “oneste” Inghilterra, Francia, Olanda e Spagna, mettendo assieme le loro rapine ai danni del mondo intero, orchestrate dai grandi finanzieri che oggi rapinano anche noi, non sono nemmeno lontanamente paragonabili all’Italia e ai suoi “crimini”, che al confronto fanno la figura delle marachelle d’un mariuolo rispetto allasistematica attività delinquenziale d’una banda di tagliagole.

L’Italia, però, stante la sua sudditanza politica, militare, economica e, in specie, culturale, è costretta a fare continua ammenda e solenne promessa dinon provare mai più ad essere “grande”. Figuriamoci riprendersi lasovranità monetaria per il bene di tutti!

Ma a loro, alle “grandi democrazie” di lungo corso, tutto è permesso: continuare a sfruttare intere popolazioni africane, asiatiche e latino-americane, ed anche i loro stessi “sudditi” (si pensi a che carne da macello è un “americano medio”), e poi venire qua a ridacchiare sul nostro conto, a sbeffeggiarci in casa nostra, come se non sapessero di trovarsi in una terra sotto occupazione e servaggio dal 1945. Condizione che, piuttosto che alimentare comportamenti virtuosi, “civili” ed educare ad un “carattere”, incoraggia tutte le viltà e gli istinti più bassi. Lo possiamo affermare con cognizione di causa, perché finché l’Italia è stata una nazione libera e sovrana i lavori pubblici, tanto per fare solo un esempio d’attualità, finivano in tempo (talvolta in anticipo), e alla fine è pure capitato che risultasse un avanzo di cassa rispetto alla previsione dispesa!

Perciò, se gli italiani sono “disonesti” (il che, allo stato attuale, non è solo un’illazione), lo sono a causa del malcostume e del menefreghismo indotti dalla mancanza di libertà, perché solo la condizione di uomini liberi a casa propria è di sprone ad impegnarsi per traguardi che travalicano il mero tornaconto personale. Come fa un italiano, in questa situazione di “morte della Patria”, ad agire disinteressatamente? Non è possibile, anzi, è una corsa al magna magna più esasperato, perché da un lato il “Badrone” manda avanti i più scaltri e servili (e, diciamocelo, i più scemi), dall’altro la“liberal-democrazia” – la forma politico-istituzionale impostaci – esprime solo individualità interessate al proprio orticello, che raccontano a pappagallo la favoletta dell’interesse generale risultante dalla sommatoria dei singoli interessi individuali soddisfatti.

In uno stato di servitù, qual è quello che a tutta vista non dev’esser chiaro a questi “autorevoli” commentatori della stampa estera, ci si riduce esattamente come quelle popolazioni delle “Repubbliche delle banane” del Centro America, o come quelle del cosiddetto “Terzo mondo” in cui lacorruzione e il malaffare sembrano una malattia congenita, quando è risaputo che tutto dipende dall’esempio e dalla guida che ricevono dall’alto (infatti appena va al potere un personaggio imprevisto con le idee a posto, come Thomas Sankara in Burkina Faso, lo fanno subito fuori).

Che ridano, che sbeffeggino, che scatenino a ruota libera la loro funambolica parlantina e diano libero sfogo alle loro arti incantatorie (c’è chi, ad un certo punto del filmato, dice che l’aver cambiato gruppo parlamentare “non è democratico”: ma che significa???). Vogliono farci credere di essere dei “ladri” per convincerci che siamo dei falliti, ieri, oggi e domani, congenitamente incapaci di combinare qualcosa di buono, ma in realtà hanno paura di noi e di quello che può rappresentare un’Italia libera, sovrana e indipendente.

Altrimenti non si prodigherebbero a tal punto  nell’inondarci di propaganda e spazzatura mentale, trattenendoci nella morsa di oltre cento basi militari e nella camicia di forza dellamoneta-debito.

Sanno bene che la “crisi” non è una situazione passeggera, ma una condizione permanente preparataci appositamente, per ridurci in schiavitù. Cosa ci sia da ridere, lo sanno solo loro, quando si accorgeranno di aver passato la vita a tenere bordone ad un sistema iniquo e, più che altro, realizzeranno che pure loro sono delle pedine di un gioco che nemmeno immaginano, tanto sono felici, adesso, di sedere allamensa del “Badrone”.

Credono di poter giochicchiare e cincischiare all’infinito confidando nelle loro capacità di “illusionisti”, ma non si accorgono che stanno facendo dei passi falsi. In giro, con la pancia vuota, monta rabbia ed insofferenza verso le “chiacchiere”, e, soprattutto, aumenta la voglia di capire e disapere davvero chi, come e perché ci sta strangolando.

Ridete ancora per un po’… Ci sarà ben poco da ridere quando gli italiani esploderanno e si libereranno dalle vostre catene.

FONTE: EuropeanPhoenix

La “malvagia coerenza” di Marchionne

marchionne

di: Matteo Guinness

Marchionne ha ragione su tutta la linea: i licenziamenti dipendono dal mercato. Non si può voler un’economia di mercato e poi lamentarsi del significato più profondo di questa, ossia la libertà economica. Ma attenzione, sebbene il termine libertà abbia per tutti noi una connotazione positiva a prescindere, non è detto che sia sempre così: è profondamente da scongiurare per esempio la libertà di uccidere, oppure la libertà di fare violenza. La libertà non sempre è qualcosa di buono, altrimenti l’uomo non si sarebbe dato delle regole, e chiaramente la libertà di mercato è una di quelle libertà che creano una giungla dove vince il più forte, fra l’altro non sempre (anzi quasi mai) per suoi meriti.

 Licenziare è quindi – a prescindere da paletti ed accordi che possono, in periodi positivi, dare qualche garanzia – una facoltà, un diritto del privato proprietario che non ha vincoli di nessun altro tipo con i lavoratori se non il contratto. Altro caposaldo, questo, del sistema liberale.

Inutile frignare e sbattere i piedi: se ci piace l’economia di mercato, ci piace la facoltà di licenziare e di disporre della vita dei privati in mano ad altri privati. Punto.

Soprattutto riteniamo utile evidenziare una concezione di questo tipo a tutti coloro che fanno un gran parlare di welfare, ma sempre liberali-liberisti sono. Con tutta le contraddizioni del caso: prendiamo l’esempio della simpatia per l’America di Obama. Marchionne, l’amministratore della Fiat è un “mito” per Obama che lo usa nella campagna elettorale, in quanto grazie alle sue fabbriche riesce ad aumentare posti di lavoro e stile di vita; allo stesso tempo Obama è il mito delle sinistre ben pensanti italiane; che però in Italia odiano Marchionne in quanto diminuisce investimenti e posti di lavoro.

E’ chiara la contraddizione, il black out ideologico che c’è dietro tutto questo. Ed è chiaro come l’approccio socio-economico (classista?) per capire la questione non basta. E’ la geopolitica che ha portato la Fiat negli Stati Uniti e sono sempre gli squilibri internazionali a fare in modo che la Fiat vada a creare ricchezza negli Usa e la tolga all’Europa. Dipende dalla coalizione geopolitica egemone e allo stesso tempo dal suo sistema politico ed economico, figlio di questa stessa configurazione “atlantica”.

Se si vuole pensare ad un futuro diverso dall’attuale baratro, c’è bisogno di ripensare quindi principalmente il sistema economico e la configurazione geopolitica. In un sistema come quello attuale l’Europa è vincolata all’economia di mercato e questa a sua volta crea i disastri umani che vediamo. Soltanto un riscatto da questo punto di vista, l’abbattimento dei tabù e dei dogmi estremistici del sistema liberale potranno darci la possibilità di fornire un futuro a noi e ai nostri figli.

Coriintempesta.altervista.org – Pubblicato anche in: StatoPotenza.eu

 

La teoria dei cicli di Nikolai Kondratiev

di: Alexander Aivazov e Andrej Kobyakov

La crisi finanziaria che è scoppiata negli Stati Uniti e che dopo ha coinvolto tutto il mondo, richiede adeguate misure da parte della comunità globale. Ma quali azioni dovrebbero essere considerate adeguate in questo caso?

 Per rispondere a questa domanda dobbiamo prima identificare le vere ragioni sottostanti che hanno creato la crisi, e stimare la sua lunghezza e profondità. Gli economisti liberali dogmatici continuano a convincerci che in diversi mesi, o almeno in uno o due anni, tutto si “calmerà”, il mondo tornerà ad un progressivo sviluppo, mentre la Russia si sposterà verso un modello economico dell’innovazione.

È veramente così?

Più di 80 anni fa l’importante economista russo Prof. Nikolai D. Kondratiev descrisse e dimostrò teoricamente l’esistenza di grandi cicli di sviluppo economico (45-60 anni), all’interno dei quali le “riserve dei maggiori valori materiali” globali vengono nuovamente riempite, cioè in cui le forze produttive mondiali messe assieme a ogni ciclo trascendono verso un livello più alto.

Secondo Kondratiev, ogni ciclo ha una fase ascendente e una declinante. La dinamica interna di cicli (denominati cicli K in base al suo nome) e il principio della loro fluttuazione si basano sul meccanismo di accumulazione, concentrazione, dispersione e svalutazione del capitale come fattori chiave dello sviluppo dell’economia (capitalista) di mercato.

Inoltre Kondratiev indicò che questa regolarità ciclica esisterà finché persiste la modalità capitalista di produzione. “Ogni nuova fase del ciclo è predeterminata dall’accumulazione di fattori della fase precedente, ogni nuovo ciclo segue il ciclo precedente in modo tanto naturale quanto una fase di ciascun ciclo segue l’altra fase. Però bisogna capire che ogni nuovo ciclo emerge in nuove particolari condizioni storiche, su un nuovo livello di sviluppo delle forze produttive, e perciò non è una semplice reiterazione del ciclo precedente”. [Non una semplice reiterazione, ma di fatto una reiterazione, in base allo schema oggettivo di Kondratiev. Vero solo in un particolare sistema economico-finanziario].

Nikolai Kondratiev riuscì a studiare solo due grandi cicli e mezzo, terminando la sua ricerca sulla fase crescente del terzo ciclo. Egli pubblicò il suo rapporto quando si era già nella fase discendente del terzo ciclo, nel 1926, e quando la grandezza e lunghezza della fase discendente non poteva ancora essere stabilita (così egli predisse la grande depressione).

Purtroppo per la scienza economica internazionale Nikolai Kondratiev cadde in disgrazia: nel 1928 egli perse la sua posizione di direttore del suo istituto di ricerca; nel 1930 fu arrestato per “attività antisovietiche” infine condannato a morte. I marxisti ortodossi, comprendendo la stoNikolai ria come un processo lineare unidirezionale e prevedendo il crollo del capitalismo il “ giorno dopo”, percepirono la sua teoria del graduale miglioramento dell’ordine capitalista come un’eresia pericolosa. Altri critici videro nel regolare declino dell’economia che egli aveva descritto un sabotaggio dei piani economici quinquennali (sebbene Kondratiev avesse preso parte alla elaborazione del primo piano quinquennale). Come risultato l’eredità scientifica di Kondratiev fu occultata per quasi sessant’anni. Solo nel 1984 l’economista Stanislav Menshikov, uno scienziato di fama mondiale coinvolto nelle previsioni economiche per conto delle Nazioni Unite, amico e coautore di John Kenneth Galbraith, riabilitò il nome di Kondratiev in un articolo sulla rivista “Communist”.

Nel 1989 Menshikov e sua moglie pubblicarono col titolo “Long Waves in Economy: When the Society Changes its Skin” [“Le onde lunghe in economia: quando la società cambia la sua pelle”] la più profonda analisi della teoria di Kondratiev. Un altro prominente autore russo, Sergey Glazyev, contribuì alla teoria di Kondratiev, fornendo un’analisi strutturale dei sottostanti cambiamenti negli “schemi (modi) tecnologici”.

Il nome di Kondratiev era ben noto agli economisti occidentali. Però Stanislav Menshikov notò un fenomeno curioso: l’interesse alla teoria dei grandi cicli solitamente ringiovaniva durante le fasi declinanti, negli anni 20-30 e negli anni 70 e 80, mentre nelle fasi crescenti, quando l’economia globale si sviluppa progressivamente e le fluttuazioni, concordemente alla teoria di Kondratiev, non sono molto profonde, l’interesse scompare.

Una Depressione prevista

Le previsioni di Nikolai Kondratiev furono pienamente confermate nel periodo della grande depressione che coincise con il punto più basso della fase declinante del terzo periodo. Una periodizzazione ulteriore è argomento di polemica. I ricercatori si dividono principalmente in due gruppi, applicando differenti approcci alla determinazione di cicli.

Il primo gruppo che basa le sue analisi principalmente sugli indici dell’economia reale—quantità della produzione, dinamica dell’impiego, attività di investimento e varie proporzioni strutturali—ritengono che la fase declinante del terzo ciclo terminò all’inizio della seconda guerra mondiale.

La fase crescente del quarto ciclo iniziò durante la guerra e continuò sino a metà degli anni 60. La crisi del dollaro Usa e il crollo sistema di Bretton Woods nel 1968-71 divenne il punto critico per la transizione alla fase declinante, che corrispose con la crisi petrolifera e la stagflazione degli anni 70. La “Reaganomics” negli Stati Uniti e la politica di Margaret Thatcher in Gran Bretagna segnarono la transizione al successivo quinto ciclo K, con la sua fase crescente che ha coperto la seconda metà degli anni 80 e gli anni 90.

Come al solito, alla fine della fase crescente, nella cosiddetta zona di saturazione, ci troviamo di fronte a fenomeni quali la diminuzione della percentuale di guadagno nel settore dell’economia reale e un imponente fuoriuscita di capitali verso la sfera della speculazione finanziaria che generò prima un surriscaldamento del mercato azionario (fine anni 90) e poi del mercato dei mutui (inizio anni 2000).

Il secondo gruppo di ricercatori, che si basa piuttosto sugli indici finanziari, cioè sulla dinamica del mercato azionario e sulla dinamica del tasso di guadagno sulle obbligazioni, estende la fase declinante del terzo ciclo per l’intero periodo della seconda guerra mondiale e la ricostruzione postbellica sino al 1949. In modo simile al primo gruppo, essi collocano il punto estremo della fase crescente a inizio anni 70, ma interpretano il declino di quel periodo come una “recessione primaria” seguita da un plateau che dura sino all’inizio del ventunesimo secolo. Essi indicano che un simile plateau è corrisposto agli andamenti crescenti del mercato azionario nei cicli precedenti, rispettivamente nel 1816-1835, 1864-1874, e 1921-1929. Il secondo gruppo di ricercatori stima la durata media di un ciclo in cinquant’anni, ma l’ultimo ciclo nella loro descrizione viene stranamente protratto oltre i sessant’anni.

Perciò, nonostante le significative differenze metodologiche degli approcci, entrambi i gruppi di analisti identificano negli anni 2000 l’inizio di un declino, cioè di una fase di depressione.

L’attuale crisi è all’inizio

Di fronte al declino ci aspettiamo un nuovo scoppio di interesse verso la teoria di Kondratiev. Nel frattempo i monetaristi liberali le cui idee hanno dominato la scienza economica negli ultimi 25 anni vengono screditate, i loro sforzi di interpretare l’attuale crisi come una fluttuazione temporanea nell’economia globale, rivela solo la loro ignoranza economica. L’esperienza dei precedenti cicli K indica che le misure tradizionali contro la crisi sono efficienti solo nella fase crescente del ciclo, nel periodo di fiorente crescita quando le recessioni sono leggere e transitorie sullo sfondo di uno sviluppo progressivo dell’economia globale.
Gerhard Mensch, uno scienziato che ha studiato simili processi durante la fase declinante degli anni 70, ha sottolineato che sotto le condizioni di deterioramento della congiuntura economica i metodi monetaristi per risolvere il problema sono inefficienti, dato che politiche restrittive del credito inevitabilmente colpiscono i prezzi al consumo, mentre politiche liberali pro-attive favoriscono operazioni di speculazione. E’ piuttosto naturale che l’approccio fortemente restrittivo scelto dalla Banca centrale europea risulti in una crescita dell’inflazione, sebbene cinque anni fa gli effetti della stessa politica risultarono opposti.

All’inizio della crisi l’inflazione in Europa non superava il 2%, ma ad oggi il potere d’acquisto è crollato, nonostante gli elevati livelli dei tassi di rifinanziamento introdotti dalla BCE. Nel frattempo la politica liberale, condotta sino a un periodo recente negli Stati Uniti, ha alimentato la speculazione sul mercato azionario e l’espansione di capitali fittizi (gonfiati), stimolando un incremento speculativo dei prezzi nei settori dei beni più commerciabili: mercato immobiliare, oro, petrolio e cibo. L’incremento dei prezzi non ha alcuna relazione con la quantità di produzione e con la saturazione della domanda.

Nonostante tutti gli sforzi intrapresi dal (l’ex) presidente della BCE Jean-Claude Trichet e dal presidente della Federal Reserve Ben Bernanke, cambiamenti positivi non vengono raggiunti. L’economia globale deve passare attraverso un periodo di “ ricarica” sbarazzandosi del capitale sovraccumulato tramite una sua massiccia svalutazione nel processo di una inevitabile e lunga recessione. La svalutazione del capitale monetario probabilmente procederà attraverso una catena di crack finanziari, che daranno inizio al terzo default del dollaro Usa (come già avvenne negli anni 20-30 e negli anni 70). Perciò, l’economia globale verrà scossa molte volte, l’attuale crisi è solo un colpettino alla cravatta segno di eventi più grandi che arriveranno nei prossimi anni. L’economia globale probabilmente raggiungerà il suo punto più basso alla fine della fase declinante del quinto ciclo K, tra il 2012 e il 2015.

Il crollo del sistema finanziario Usa può avvenire uno o due anni in anticipo nel caso che il nuovo presidente Usa scelga un approccio dogmatico agli attuali problemi.

Titolo originale: “Nikolai Kondratiev’s “Long Wave”: The Mirror of the Global Economic Crisis
Alexander Aivazov e Andrei Kobyakov
rpmonitor.ru/ – mlnews

Box

I TRE CICLI ANALIZZATI

I. Fase crescente: dalla fine degli anni 80 del 1700, inizio anni 90, sino al 1810-1817.

Fase declinante: dal 1810-1817 al 1844-1851.

II. Fase crescente: dal 1844-1851 al 1870-1875.

Fase declinante: dal 1870-1875 al 1890-1896.

III. Fase crescente: dal 1890-1896 al 1914-1920.

La nuova ricerca (primo gruppo)

I ricercatori del primo gruppo sono convinti che i cicli si comprimono con l’intensificazione del progresso scientifico-tecnologico: dagli anni 40 la lunghezza di un ciclo si è ridotta da 50-55 a 40-45 anni. La continuazione della regolarità di Kondratiev risulta in questo modo:

Fase declinante del terzo ciclo: dal 1914-1920 (negli Stati Uniti dalla fine degli anni 20) al 1936-1940.

IV. Fase crescente: dal 1936-1940 al 1966-1971.

Fase declinante: dal 1966-1971 al 1980-1985.

V. Fase crescente: dal 1980-1985 al 2000-2007.

Fase declinante: dal 2000-2007 sino approssimativamente al 2015-2025 (previsione).

VI. Fase crescente: dal 2015-2025 al 2035-2045 (previsione).

In base al secondo gruppo di analisti, la regolarità di Kondratiev prosegue in questo modo:

Fase declinante del terzo ciclo: dal 1914-1920 al 1949.

IV. Fase crescente: dagli anni 50-70, con una “recessione primaria” sino al 1982, seguita da un plateau sino agli anni 2000.

Fase declinante a partire da inizio, metà degli anni 2000.

LE ONDE DI KONDRATIEV

Quando si parla di onde, in natura si pensa a quelle marine o a quelle elettromagnetiche, mentre in Borsa si pensa a quelle di Elliot.

Oggi però voglio parlarvi delle onde di Kondratiev, una teoria risalente agli anni ’20. L’argomento è in realtà d’estrema attualità, visto che è strettamente legato all’andamento dell’economia e dei mercati finanziari in generale, e a quello delle materie prime (o commodities) in particolare.

Nel 1925 l’economista russo Nikolai Kondratiev (1892-1938) osservò che lo sviluppo delle economie di mercato è caratterizzato da onde o supercicli, lunghi 50-60 anni, ognuna delle quali suddivisibile di quattro fasi: espansione, recessione, depressione e ripresa.

Negli anni Trenta del ‘900 l’austriaco Joseph Schumpeter (1883-1950) riconsiderò la teoria e scoprì che queste onde K corrispondono agli sviluppi dei cicli di innovazione. Sono le nuove tecnologie, quindi, che caratterizzano questi supercicli e che permettono la creazione di nuove industrie e attività, spesso in nuove localizzazioni divenute più vantaggiose. Il primo ciclo di Kondratiev (1770-1825; Rivoluzione industriale) corrisponde ai primi sviluppi in Gran Bretagna della siderurgia basata sul carbon fossile e dell’industria tessile basata sul vapore. Queste nuove tecnologie causarono la concentrazione dell’attività industriali, fino a quel momento frammentate e disseminate in un numero sterminato di piccole officine e laboratori, in grandi fabbriche localizzate sul carbone.

L’applicazione del vapore ai trasporti ferroviari e marittimi sostenne il secondo ciclo (1825-1880; Era del vapore e delle ferrovie) creando, sempre in Inghilterra, nuovi impianti industriali non solo sui bacini carboniferi, ma anche in centri come Crewe, Derby o Swindon.

Il terzo ciclo (1880-1930; Era dell’acciaio, dell’elettricità e dell’ingegneria pesante)sostenuto dall’invenzione dell’elettricità, del telegrafo, del telefono e del motore a scoppio, nonché dallo sviluppo dell’industria petrolchimica, interessò soprattutto gli Stati Uniti, la Germania e la Francia, con conseguente passaggio del primato industriale dalla Gran Bretagna all’Europa continentale ed agli Stati Uniti.

Il quarto ciclo (1930-1980; Era del petrolio, dell’automobile e della produzione di massa) sostenuto, oltre che dall’ulteriore sviluppo della petrolchimica, da industrie ad alta tecnologia come quella televisiva e hi-fi, aerospaziale, delle fibre sintetiche e dell’elettronica, ha interessato soprattutto gli Stati Uniti, la Germania e ancora il Regno Unito.

Oggi viviamo in un quinto ciclo innovativo (Era dell’informatica e delle telecomunicazioni) che sta dando vita ad un’economia dell’informazione, che sfrutta l’energia immateriale del cervello umano per la ricerca e lo sviluppo (R&S) in campi come servizi per l’industria, creazione di software, biotecnologia e robotica, ecc, e che in modo sempre più diretto tende a legare la costosa R&S all’industria finale e ai servizi. In queste nuove attività gli Stati Uniti hanno un temibile rivale nelGiappone.

La recessione degli anni Settanta fu il risultato congiunto dell’aumento dei prezzi del greggio e della transizione dal quarto al quinto ciclo, che qualcuno ha individuato anche nel concetto di società post-industriale. Infatti, nei Paesi più sviluppati l’industria ha progressivamente ceduto il passo ai servizi, anche a causa della forte concorrenza dei nuovi paesi industrilizzati (o NIC) e dei produttori emergenti del Terzo Mondo.

Veniamo ai nostri giorni. Si legge ovunque dell’interesse per le commodities, prima fra tutte il petrolio, ma si teme, al contempo, che la lunga ascesa delle quotazioni, che dura ormai da circa un quinquennio, possa riservare brutte sorprese. Ci sono però economisti e investitori, (come Marc Faber, Shane Oliver ed altri – fra i quali mi annovero, nel mio piccolo), che ritengono che l’attuale fase storica rialzista delle commodities sia solo all’inizio.

Se si condivide la teoria delle onde K, infatti, il superciclo attuale è ancora in una fase di espansione, caratterizzata da un incremento degli investimenti capitali, da nuove tecnologie e da nuovi mercati. In questo contesto la domanda di materie prime soprattutto da parte di NIC quali Cina e India è, non solo forte, ma ancora in costante aumento, a fronte di un’offerta contenuta, sia nello stock che nella dinamica di crescita.
Kondratiev non beneficiò mai delle sue analisi: nel 1930 venne arrestato con l’accusa di appartenere ad un partito politico illegale nella Russia staliniana e dopo 8 anni di carcere, fu giustiziato. Le sue idee, però, sopravvissero e potrebbero trovare ulteriore conferma fra 15-20 anni.

FONTE: Rinascita.eu

Libia: petrolio rosso sangue

di: Manlio Dinucci

È uscito il secondo episodio di «Humanitarian War», famosa fiction washingtoniana sulla Libia. Ecco il trailer: aiutati i libici a liberarsi dal feroce dittatore, i buoni, guidati dall’eroico Chris, continuano ad aiutarli con uguale disinteresse; ma i cattivi – i terroristi ancora annidati nel paese – uccidono Chris che «rischiava la vita per aiutare il popolo libico a costruire le fondamenta di una nuova e libera nazione» (Hillary Clinton) e, «fatto particolarmente tragico, lo uccidono a Bengasi, città che aveva aiutato a salvare» (Barack Obama); il Presidente invia una «forza di sicurezza» in Libia, ma sono gli abitanti di Bengasi, scesi spontaneamente in piazza con cartelli inneggianti a Chris, a cacciare i cattivi dalle loro tane.

In attesa del terzo episodio, uno sguardo alla realtà. Chris Stevens, ambasciatore in Libia dallo scorso maggio, era stato rappresentante speciale Usa presso il Cnt di Bengasi durante la guerra: ossia il regista dell’operazione segreta con cui erano state reclutate, finanziate e armate contro il governo di Tripoli anche milizie islamiche fino a poco prima bollate come terroriste. Novello apprendista stregone, Chris Stevens è stato travolto dalle forze da lui stesso create quando, abbattuto il governo di Tripoli, in veste di ambasciatore Usa ha diretto l’operazione per neutralizzare le milizie ritenute da Washington non affidabili e integrare nelle forze governative quelle affidabili. Operazione estremamente complessa: ci sono in Libia almeno 100mila combattenti armati, appartenenti a svariate formazioni, comprese alcune gheddafiane. Tripoli controlla oggi solo una parte minore del territorio. È iniziata la disgregazione dello stato unitario, fomentata da interessi di parte. La Cirenaica – dove si trovano i due terzi del petrolio libico – si è autoproclamata di fatto indipendente, e lo vuol essere anche il Fezzan, dove sono altri grossi giacimenti, mentre alla Tripolitania resterebbero solo quelli davanti alle coste della capitale. La balcanizzazione della Libia rientra nei piani di Washington, se non riesce a controllare lo stato unitario. Ciò che preme agli Usa e alle potenze europee è controllare il petrolio libico: oltre 47 miliardi di barili di riserve accertate, le maggiori dell’Africa. Importante per loro è disporre anche del territorio libico per lo spiegamento avanzato di forze militari. La forza di rapido spiegamento dei marines, inviata da Obama in Libia con il supporto dei droni di Sigonella, ufficialmente come risposta all’uccisione dell’ambasciatore, non è né la prima né l’ultima. Il Pentagono aveva già inviato forze speciali e contractor a presidiare le maggiori piattaforme petrolifere, e ora si prepara a un’azione «antiterrorista». Sono da tempo sbarcate le compagnie petrolifere che, con accordi ufficiali e sottobanco (grazie alla diffusa corruzione), ottengono contratti molto più vantaggiosi dei precedenti. Si prepara allo stesso tempo la privatizzazione dell’industria energetica libica. Partecipa alla spartizione del bottino anche il Qatar che, dopo aver contribuito alla guerra di Libia con forze speciali infiltrate e forniture militari, spendendo oltre 2 miliardi di dollari, ha ottenuto il 49% (ma di fatto il controllo) della Banca libica per il commercio e lo sviluppo. Un buon investimento, quello della guerra.

IlManifesto.it