Crea sito

Category: MainStream

La grande truffa della Nato economica, il Ttip (II)

 

nat

di: Paolo FerreroIlFattoQuotidiano.it -

Nella prima puntata di questo articolo, pubblicata su questo blog il 19 luglio scorso, ho segnalato come il Transatlantic trade and Investment Partnership produrrebbe gravissimi danni alla civiltà europea ed italiana in particolare. Questo in termini di distruzione del welfare pubblico e dei beni comuni, di distruzione dell’ambiente, dell’agricoltura di qualità ed in particolare di quella basata sui cicli corti, ecc.

In questa seconda ed ultima puntata vorrei segnalare gli altri problemi che emergono da questo trattato sul piano economico e geopolitico. Leggi Tutto…

Psicologia politica: come distrarre la massa dai veri problemi

propaganda

di: Barbara Collevecchio – IlFattoQuotidiano.it

Miss ItaliaCalderoli? insulti, boutade, interminabili botta e risposta e indignazioni on line? Temi importanti o abili strategie mediatiche e politiche per  distrarre l’attenzione?

Le tecniche di manipolazione psicologica sociale hanno dei padri fondatori e lunga storia.Gustave Le Bon etnologo e psicologo (fu uno dei fondatori della “Psicologia sociale”) fu il primo a studiare scientificamente il comportamento delle folle, cercando di identificarne i caratteri peculiari e proponendo tecniche adatte per guidarle e controllarle. Per questa ragione le sue opere vennero lette e attentamente studiate dai dittatori totalitari del novecento, i quali basarono il proprio potere sulla capacità di controllare e manipolare le masse. Tema centrale di Le Bon è : “Nell’anima collettiva, le attitudini intellettuali degli uomini, e di conseguenza le loro individualità, si annullano. L’eterogeneo si dissolve nell’omogeneo e i caratteri inconsci predominano”. Leggi Tutto…

Detroit in bancarotta, modello di fallimento anche per l’Europa?

detroit

di: Loretta Napoleoni

La culla del capitalismo industriale americano, la città dove il leggendario Henry Ford aveva iniziato a produrre l’automobile, quella che faceva invidia a mezza America, ha dichiarato questa settimana bancarotta. Un tempo il quarto comune più grande d’America, oggi Detroit è popolata da poco meno di 700 mila persone, sulle quali grava un debito di 18 miliardi di dollari. Secondo le stime entro il 2017 questo avrebbe assorbito il 65 per cento delle entrate della città, da qui la decisione di non trascinarlo ulteriormente nel tempo; in altre parole: la bancarotta era l’unica soluzione per evitare la popolazione si trovasse presto a dover vivere in condizioni simili a quelle dei paesi più poveri del terzo mondo. Leggi Tutto…

La grande truffa della Nato economica, il Ttip (I)

trade

di: Paolo Ferrero

Il 14 giugno scorso Enrico Letta – insieme ai suoi colleghi capi di governo europei, ha dato il via libera alla Commissione Europea per aprire le trattative con gli Stati Uniti al fine di stipulare ilTransatlantic Trade and Investment Partnership, cioè la costruzione di un mercato unicoper merci, investimenti e servizi tra Europa e Nord America.

Il 12 luglio scorso si è conclusa a Washington la prima sessione di trattative ufficiali tra la Ue e gli Usa e il capo negoziatore dell’Unione Europea, Ignazio Garzia-Bercero, uscendo dai colloqui, ha commentato “è stata una settimana molto produttiva”. Questo perché “l’obiettivo principale è stato raggiunto: abbiamo avuto un giro di colloqui sostanziali su tutta ala gamma di argomenti che intendiamo inserire in questo accordo”. Su questa base le delegazioni di Usa e Ue hanno riconvocato la nuova sessione di trattative nella settimana del 7 ottobre a Bruxelles. Leggi Tutto…

Vent’anni di trame – Così Sarkozy fregò Gheddafi (e l’Italia)

Le Monde: Nicolas trascinò l’Europa in guerra per nascondere gli aiuti del Colonnello. Ora cerca di cancellare le prove

di: Fausto Biloslavo

I servizi segreti sono alla caccia di settanta scatoloni pieni di cassette audio e video che contengono le registrazioni degli incontri e delle telefonate fra il defunto colonnello Gheddafi ed i dignitari di mezzo mondo, quando veniva trattato con i guanti bianchi.

Il primo a doversi preoccupare degli scottanti contenuti delle registrazioni è l’ex presidente francese Nicolas Sarkozy, come sostiene il quotidiano le Monde che è tornato sul finanziamento libico alla campagna elettorale di Sarkozy nel 2007.
Nel marzo 2011, poche ore prima dei bombardamenti della Nato sulla Libia, Muammar Gheddafi rilasciava a il Giornale l’ultima intervista della sua vita ad una testata italiana. Alla domanda sull’interventismo francese che ha spinto in guerra mezza Europa, compreso il nostro Paese, rispondeva: «Penso che Sarkozy ha un problema di disordine mentale. Ha detto delle cose che possono saltar fuori solo da un pazzo». Leggi Tutto…

Vent’anni di trame – Quando Hillary spiava il Cav per vincere la guerra del gas

Intrigo internazionale: svelate le strategie occulte di Berlino, Londra e Washington contro l’asse Roma-Mosca

di: Gian Micalessin

«Quali sono i punti di vista dei funzionari del governo e di quelli dell’Eni sulle relazioni nel settore energia dell’Italia con la Russia e con il progetto South Stream… Vi preghiamo di fornire ogni informazione sui rapporti tra i funzionari dell’Eni, incluso il presidente Scaroni e i componenti del governo, specialmente con il primo ministro Berlusconi e il ministro degli Esteri (all’epoca Franco Frattini, ndr)».

La pressante richiesta d’informazioni è contenuta in un cablogramma segreto, datato gennaio 2010, inviato all’ambasciata di Roma dalla segreteria di stato Usa guidata da Hillary Clinton. La richiesta sembra quasi anticipare alcune inchieste giudiziarie destinate a colpire in periodi successivi alcune nostre importanti aziende di stato, Leggi Tutto…

Vent’anni di trame – La guerra della Casa Bianca all’asse tra il Cav e Mosca

ber

Mentre a Bengasi scoppiava la rivolta, Medvedev firmava accordi con l’Eni per i diritti di un pozzo in Libia: uno sgarro per Obama. Quante “coincidenze” contro il Cav

di: Gian Micalessin

Se vivete di pane e complotti, il 15 febbraio 2011 vi sembrerà una congiunzione fatidica e fatale. Se non ci credete, godetevi le bizzarrie del destino e della storia. Quel giorno tra Mosca, Bengasi e Milano si compiono tre avv enimenti chiave, apparentemente slegati tra loro.

Nella capitale russa, il consigliere del Cremlino Sergei Prikhodko annuncia l’arrivo a Roma del presidente Dmitry Medvedev per la firma di uno storico contratto con l’Eni,destinato ad aprire le porte della Libia al gigante del petrolio russo Gazprom. Leggi Tutto…

Vent’anni di trame – I segreti indicibili della guerra a Berlusconi

silvio

L’amicizia con Putin è stata un boomerang per Silvio: Gorbaciov ha tessuto una rete per indebolirlo. Una vasta operazione che non dipende certo dai presunti sexy-gate

di: Paolo Guzzanti

Non credo ai complotti internazionali, che andavano molto di moda fra noi giornalisti negli anni Sessanta e Settanta (vedevamo «piste» nere, rosse e bianche in ogni pertugio della politica) ma alle influenze internazionali e alle loro conseguenze sì. Molti di noi hanno pensato che il processo per mafia contro Giulio Andreotti e l’operazione Mani Pulite avessero anche a che fare con dei circoli americani dalla memoria lunga che non dimenticavano Sigonella. Leggi Tutto…

L’ultimo mistero di Neruda. Caccia a un agente della Cia

neruda

Il premio Nobel Pablo Neruda ricevette il Nobel nel 1971. Morì due anni dopo, il 23 settembre del 1973. La causa ufficiale della morte è sempre stata una malattia incurabile

Cile, la procura sulle tracce del presunto killer del poeta morto quarant’anni fa

di: Paolo Manzo

Quarant’anni dopo, s’infittisce ancora di più il giallo della morte del Nobel della Letteratura Pablo Neruda, avvenuta il 23 settembre del 1973.

Il giudice cileno Mario Carroza, infatti, a capo dell’inchiesta sul caso, ha dato ordine alla polizia di catturare il presunto killer del poeta: un uomo biondo con occhi azzurri, età tra i 27 e i 30 anni, 1 metro e 80 di altezza e noto ai più come «dottor Price». Leggi Tutto…

Finanza: masters of Universe, ovvero una banda di ladri

di: Giulietto Chiesa

Il crollo della Borsa di Tokyo (-7,32%) è stato il più alto e drammatico dopo Fukushima di 2 anni fa. Conferma che i due trilioni di yen, creati dalla Banca Centrale del Giappone con la cura Abe,  non sono serviti a nulla, se non a procurare un primo disastro. Visto che il nuovo premier giapponese annuncia il raddoppio della propria massa monetaria da qui alla fine del 2014, che Dio gliela mandi buona, a lui e a tutti noi. Leggi Tutto…

Luttwak 1996: “L’Italia? meglio senza Euro”

LUTTWAK
Ecco un Edward Luttwak profetico. Nel 1996 prevedeva il disastro: l’Europa di Maastricht, l’Euro, la follia dell’austerity di Mario Monti. 17 anni dopo, è attuale.
14 ottobre 1996 – Corriere Economia – PROFEZIE . LUTTWAK CRITICA GLI ESTREMISTI MONETARI: “PROVOCHERANNO UN MASSACRO “

di: Riccardo Orizio.

«Finirà come nel 1940. Allora l’Italia non aveva alcuna convenienza ad entrare in guerra, ma l’istinto del gregge fece sì che Mussolini, che pure l’aveva intuito, facesse questo errore. Si diceva: tutte le potenze mondiali entrano nel conflitto, perché noi dobbiamo starne fuori? Siamo forse di serie B? E così l’Italia commise un grande errore. Maastricht è paragonabile a quel momento storico: sarà un massacro e l’Italia, per paura di finire come la Grecia e perdere la faccia, andrà al massacro economico programmato dagli estremisti ai quali avete affidato l’unificazione monetaria. D’altra parte, nella loro storia gli europei si sono sempre fatti travolgere da tragiche passioni concettuali». Leggi Tutto…

La Difesa e il missile verso il nulla, sono pazzi questi generali?

missili

di: Toni De Marchi

Aviation Week & Space Technology è la più importante rivista mondiale del settore dell’aeronautica e della difesa. Una fonte autorevole, come si dice. Il personaggio citato in un recente articolo, il segretario generale della Difesa generale di squadra aerea Claudio Debertolis, lo è ancor più, autorevole. Ebbene, secondo la rivista statunitense, il nostro tristellato generale vorrebbe acquistare (con i soldi degli italiani, non i suoi) almeno una batteria di missili MEADS “per la difesa di Roma”.

La notizia sarebbe in sé trascurabile, se non fosse che il missile MEADS non esiste. O meglio, come lo ha definito la senatrice repubblicana Kelly Ayotte, è un “missile to nowhere”, un missile verso il nulla (per inciso, la Ayotte non è una pacifista, anzi è una sostenitrice pura e dura del diritto di portare armi: due settimane fa ha rifiutato di incontrare la vedova di un uomo ucciso in una sparatoria, per dire).

Il MEADS è un missile verso il nulla per la semplice ragione che gli statunitensi hanno deciso di sospenderne tutti i finanziamenti e il programma cesserà di esistere dopo l’ultimo lancio di prova nella seconda metà di quest’anno. Lasciando gli italiani e i tedeschi, co-finanziatori del progetto, con il cerino in mano.

Come ho già scritto qualche tempo fa, il progetto è già costato circa 4 miliardi di dollari (oltre mezzo miliardo a carico dell’Italia) ed è in ritardo di un quindicina di anni rispetto alla tabella di marcia. A febbraio gli Stati Uniti hanno stanziato gli ultimi 381 milioni di dollari per completare l’attuale fase di sviluppo ed evitare di dover pagare le penalità per la fuoriuscita anticipata dal progetto.

E mentre gli Usa se ne vanno e i tedeschi hanno già detto che comunque non intendono comperare il missile, cosa vuol fare il generale Debertolis? Acquistarne una batteria per difendere Roma.

Persino l’articolista di Aviation Week si sorprende della proposta “nonostante i piani di austerità decisi dai politici italiani”. Se mai dovesse trovare qualcuno nel governo o nel Parlamento disposto ad assecondarla, la bizzarra idea del potentissimo responsabile degli approvvigionamenti della Difesa italiana, farebbe infatti di questa solitaria batteria il missile più costoso della storia.

Perché, a parte i quattro miliardi già spesi, dovremmo buttare nella voragine svariate altre centinaia di milioni. Molti elementi del MEADS non sono infatti ancora completamente sviluppati. Persino il radar MFCR, considerato l’elemento più importante del progetto, viene definito dal rapporto Assessments of Selected Weapon Programs 2013 del Government Accountability Office statunitense soltanto un “prototipo a basso costo con solo il 50 per cento delle componenti attive di trasmissione e ricezione” .

L’articolo della rivista americana sostiene che Debertolis e la Lockheed (sempre lei!), sperano di coinvolgere nella prosecuzione del progetto la Polonia e forse il Giappone. Al momento non vi sono notizie che confermino queste intenzioni, se non una generica dichiarazione alla rivista di un dirigente della Lockheed stessa. Ma, al di là del fatto che comunque non si sa quanto costerebbe l’ulteriore sviluppo del MEADS (finora gli Usa vi avevano contribuito per il 58%, noi per il 17 e la Germania per il restante 25), c’è il piccolo dettaglio che l’Italia ha già un missile in servizioche ha le stesse capacità del sistema trinazionale. Capacità effettive, non futuribili. Basato sul missile italo-francese Aster, è già operativo in Francia, Italia, Gran Bretagna, Singapore, Arabia Saudita. All’inizio dello scorso marzo, l’arma è stata la prima a ottenere la certificazione NATO per il cosiddetto Interim Ballistic Missile Defence, intercettando un bersaglio simulante un missile balistico tattico. Anche a seguito di questo test, la Francia ha deciso di proseguire lo sviluppo della versione NT dell’Aster (capace di intercettare missili balistici a più lunga gittata) e successivamente del cosiddetto Block 2, ancora più performante.

Né Debertolis, né il Ministero della Difesa hanno smentito la rivista statunitense. Dunque dobbiamo ritenere che la folle idea del generale sia condivisa. Ma finora nessuno ha chiarito perché il missile verso il nulla debba essere realizzato. Conoscendo le singolari dinamiche delle rivalità tra le Forze armate italiane, l’unica ragione che vedo in questa ostinazione è che l’Aeronautica militare (a cui il MEADS avrebbe dovuto essere destinato) vuole un missile diverso da quello che è già in servizio nell’Esercito. Ma questa non sarebbe una ragione, sarebbe pura e semplice pazzia. E lo sarebbe anche se non avessimo un’economia in recessione da sette trimestri, o se avessimo i soldi (ma non li abbiamo) per pagare la cassa integrazione straordinaria agli operai senza lavoro. O anziché quattrocento generali ne avessimo soltanto cento.

FONTE:  Il Fatto Quotidiano – Blog di Toni De Marchi

Non chiamatelo populista! Nigel Farage va preso sul serio

nigel farage

di: Marcello Foa

Sarà perché sono cresciuto alla scuola di Indro Montanelli, ma a me quelli che parlano chiaro e hanno il coraggio di esporsi in persona piacciono; li ammiro anche quando non sono del tutto d’accordo con loro o lo sono solo in parte. Nigel Farage, il leader del Independence party (Ukip) che ha appena vinto alle elezioni britanniche, appartiene a questa stirpe. Lo seguo da tempo ammirandone l’eloquio, straordinario, e l’audacia dei suoi interventi all’Europarlamento contro le lobby e la nomenklatura che domina l’Europa. Ogni volta che l’ho ascoltato, ho pensato: questo ha una marcia in più. Leggi Tutto…

Torture e 11 settembre 2001: stretta interconnesione

11 settembre

di: Giulietto Chiesa

Sono lieto di annunciare, con largo anticipo che, a cominciare dal prossimo settembre, dodicesimo anniversario dell’attentato terroristico dell’11/9, partirà su scala mondiale una campagna di sensibilizzazione promossa da ben 12 organizzazioni, in maggioranza statunitensi. E’ utile darne l’elenco per fare in modo che tutti coloro che vogliono possano verificare la solidità del loro lavoro. Leggi Tutto…

Non solo nucleare: USA e URSS volevano distruggersi a colpi di piogge acide e tornado

uragano

Durante la guerra fredda Usa e Urss pensavano a come annientarsi a vicenda, e l’ultima frontiera era il controllo della natura – Gli Usa progettarono di deviare corsi di fiumi, sciogliere i ghiacci o provocare tsunami – I russi non erano da meno: studiavano come manipolare gli uragani…

1 – GUERRA FREDDA, QUANDO GLI USA USAVANO LA NATURA COME ARMA

Paolo Mastrolilli per “la Stampa

Giacomo Leopardi si lamentava della natura perché era «matrigna», ma chissà cosa avrebbe detto se avesse saputo che gli uomini avrebbero cercato di trasformarla in una vera arma, per sterminare i propri simili. Cambiamenti climatici generati per affamare i nemici, scioglimenti dei ghiacci per affogare le città portuali avversarie, deviazioni delle correnti marine e ostruzioni degli stretti per mutare i fenomeni meteo, perfino esplosioni nucleari finalizzate a provocare tempeste radioattive e incendi istantanei su enormi spazi abitati. Tutto questo immaginato, se non progettato, da scienziati che durante la Guerra Fredda lavoravano a tempo pieno sul concetto strategico della «environmental warfare», la guerra condotta attraverso il catastrofismo ambientale indotto. Leggere «Arming Mother Nature», il libro dello storico Jacob Darwin Hamblin che uscirà a maggio, è come entrare negli incubi più terrificanti del dottor Stranamore. Solo che non si tratta della sceneggiatura di un film. Leggi Tutto…

“Cala lo spread. Fiducia nel nostro Paese? No, merito di Stati Uniti e Giappone”

borsa

di: Loretta Napoleoni

ANALISI DELL’ECONOMISTA LORETTA NAPOLEONI. Le nostre obbligazioni fanno gola per due motivi: i rendimenti sono alti rispetto a quelli del resto dei paesi occidentali e la caduta dei tassi d’interesse in atto ne fa crescere il valore

Se gioca bene le sue carte, il nuovo governo italiano potrebbe, almeno nel breve periodo, trarre vantaggio dalle mutate condizioni del mercato delle obbligazioni di stato, e cioè la corsa all’acquisto del debito della periferia di Eurolandia. Ci troviamo di fronte ad uno di quegli spettacolari colpi di scena che l’alta finanza sferra quando uno meno se lo aspetta? Pare proprio di sì, ma chi pensa che dietro ci sia l’ennesima dietrologia di organizzazioni come il Bilderberg sarà deluso: ciò che sta avvenendo è frutto di politiche economiche e monetarie rivoluzionarie perseguite principalmente da due paesi: gli Stati Uniti ed il Giappone. Politiche che nell’era della globalizzazione hanno un raggio di gettata che va ben oltre i confini nazionali. Leggi Tutto…

Letta, Grillo, Berlusconi e le dieci bugie oggi di moda

beppe grillo

di: Andrea Scanzi

“E’ tutta colpa di Grillo”. E’ sempre colpa di Grillo. Se cade il governo, se piove, se c’è il sole. La tesi autossolutoria del Pd – il cui elettorato tende incredibilmente a ingoiare di tutto, passando dalla fregola per l’iper-democrazia al giubilo per l’abbraccio mortale con Berlusconi – è ora quella di ripetere che “il governissimo c’è perché Grillo ci ha portato a farlo”. Sarebbe vero se non ci fosse stata l’apertura Rodotà. Ma quell’apertura c’è stata. Nel gioco delle percentuali, il Pd ha il 70% delle colpe e l’ortodossia di Grillo il 30%. Il M5S ha sbagliato a non fare un nome al secondo giro di consultazioni (non sarebbe cambiato nulla, ma avrebbe tolto alibi al Partito Disastro), ma da Rodotà in poi è stato impeccabile: appoggiate questo nome (più vostro che nostro) e faremo un percorso insieme. A dire no è stato il Pd. Perché? Perché ha sempre voluto – nella maggioranza dei suoi parlamentari – l’inciucio. Infatti è stato scelto Enrico Letta, lo zio di suo zio. Quello che “è meglio votare Berlusconi che Grillo”. Leggi Tutto…

Sbrigatevi, l’Italia è alla fame

povertà

Coldiretti: 3,7 milioni di persone assistite con pacchi alimentari

Istat e Coldiretti lanciano l’allarme: un milione di famiglie senza reddito da lavoro, 3,7 milioni non hanno di che sfamarsi

di: Luca Romano

Per le famiglie italiane la crisi economica è sempre più un incubo. I numeri di una difficoltà che non accenna a farsi meno intensa arrivano da Istat e Coldiretti, che fotografano una situazione difficilissima.Quasi un milione di famiglie – spiega l’Istituto statistico – è senza reddito da lavoro. Il dato è aggiornato al 2012 e spiega che 955mila nuclei famigliari in Italia vanno iscritti nel novero di chi cerca un lavoro. Un dato che rispeto al 2011 fa segnare un +32,3%, con un aumento di 233mila famiglie in difficoltà in soli dodici mesi. Più della metà di chi fa fatica si trova al Sud. 495mila le famiglie del Meridione che affrontano grossi problemi di disoccupazione, 303mila al Nord e 157mila al Centro.

Nel 2012 poi, spiega un’analisi della Coldiretti, è aumentato del 9% il numero delle famiglie che hanno chiesto aiuto per mangiare. 3,7 milioni di persone sono state assistite con pacchi alimentari e pasti gratuiti nelle mense.  Nel 2010 “erano 2,7 milioni”.

FONTE: IlGiornale.it

Economia, il neoliberismo che uccide indirettamente

liberismo

di: Giuseppe Bianchimani

Voglio precisare, che l’economia alla quale mi riferisco, è l’economia moderna di stampo neoliberista, un’ economia che ha smesso di osservare la gente, ha smesso di individuare i rapporti sociali che intercorrono tra gli individui, un’economia che per il totale ossequio, più che ossequio sembra un asservimento a teorie e formule matematiche, si è distaccata dalla realtà e priva di Leggi Tutto…

I nuovi cablo di Wikileaks: i Kissinger Files

wikileaks

di: Ludovica Amici

Come già anticipato da Assange qualche mese fa, Wikileaks è tornato a colpire. Sono stati pubblicati oggi sul sito dei nuovi documenti chiamati “I Kissinger Files”. Si tratta di un database di 1.707.499 cablogrammi che riguardano le comunicazioni tra Henry Kissinger – segretario di Stato durante le presidenze di Nixon e Ford – e le ambasciate di tutto il mondo. Sono documenti che rivelano le informazioni e i numerosi scandali che hanno visto coinvolte tutte la nazioni negli anni tra il 1973 e il 1976.

Questi files, uniti a quelli già pubblicati da Wikileaks chiamati “Cablegate”, formano la più grande libreria pubblica della diplomazia statunitense e per questo definita dal sito PlusD (Wikileaks Public Library of the United States Diplomacy).

A “fischiare” questa volta non è stato un whistleblower. I cablo sono stati ottenuti dal National Archives and Record Administration (NARA) e raccolti attraverso il lavoro meticoloso di un anno per poi renderli accessibili al pubblico in formato digitale. Verbali dettagliati delle riunioni del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti mostrano che la Cia e altre agenzie avevano tentato di riclassificare questi documenti sotto la seconda amministrazione Bush, almeno fino al 2009.

Sono documenti di intelligence e rivelazioni sul coinvolgimento americano con le dittature fasciste dell’America Latina ma anche con quella di Franco in Spagna e con il Regime dei Colonnelli in Grecia. E non mancano anche le notizie sull’Italia, in particolar modo quelle sull’appoggio del Vaticano al regime di Pinochet.

Come riportato da L’Espresso che ne ha l’esclusiva, uno dei cablogrammi, datato 18 ottobre 1973 e inviato a Washington dall’Ambasciata Usa presso la Santa Sede, riporta la conversazione tra Kissinger e l’allora vice segretario di Stato Vaticano, Giovanni Benelli. Un dialogo avvenuto cinque settimane dopo che il generale Pinochet prese il potere con il golpe che rovesciò il governo di Salvador Allende, in cui di fronte alla carneficina perpetrata dai militari e ai cinquemila dissidenti finiti in carcere, il Vaticano negò la gravità dei massacri e degli abusi dell’ex dittatore cileno Augusto Pinochet bollandoli come “propaganda comunista”.

Poi c’è il cablo che riguarda il visto negato a Giorgio Napolitano che voleva recarsi negli Stati Uniti per tenere conferenze in quattro università. Sono gli anni in cui il Pci è il principale nemico dell’America.

Gli americani sono terrorizzati per il compromesso storico, perchè porterebbe i comunisti di Berlinguer al governo. Kissinger definisce Napolitano in un cablo del 1976 “La star culturale del polo pro-occidente del partito”.

I “Kissinger cables” rivelano anche il rapporto speciale tra gli Stati Uniti, Formigoni, e Comunione e Liberazione. Gli americani si sentono rassicurati da quel “movimento fortemente anticomunista e orientato ai giovani”, messo in piedi da don Giussani per contrastare il Partito comunista italiano.

 Ancora sull’Italia ci sono cablo che raccontano dell’incidente stradale di Berlinguer in Bulgaria. Quell’episodio fatto passare appunto per un incidente, ma che ha sempre lasciato il sospetto che fosse in realtà il tentativo di assassinare un leader scomodo.

E poi il quotidiano The Hindu fa sapere che uno dei cablogrammi parla del defunto primo ministro indiano Rajiv Gandhi, il quale venne impiegato dalla ditta svedese Saab-Scandia per vendere i suoi jet da combattimento Viggen in India. Svolgendo così il ruolo di intermediario. Una rivelazione che sta scuotendo la politica indiana.

C’è anche un cablogramma che parla di Margaret Thatcher. Datato febbraio 1975, espone le prime impressioni del nuovo leader del partito conservatore. La Thatcher viene definita una donna con “una mente veloce e profonda, che lavora duramente”. “Un pò condiscendente” con i media, ma “onesta e diretta” con i suoi colleghi”, ha scritto il diplomatico. “La personificazione del sogno britannico della classe media che diventa realtà”. La “voce autentica di una borghese assediata, ansiosa di arrestare la tendenza apparentemente inesorabile della società verso collettivismo”, riferisce il cablogramma. I documenti contengono anche relazioni diplomatiche sulla guerra del 1973 tra Israele, Egitto e Siria (la “guerra dello Yom Kippur”).

A proposito di questi nuovi cablogrammi, Assange, dall’amabsciata dell’Ecuador a Londra dove è rifugiato, ha fatto sapere che “queste nuove rivelazioni sono come una fonte che è possibile intervistare in continuazione, rendendo prontamente disponibili dei files che prima erano di difficile accesso”.

Una grossa mole di materiale geopolitico mai pubblicato che nei prossimi giorni continuerà a far emergere storie significative.

FONTE: IlFattoQuotidiano.it – Il Blog di Ludovica Amici

Perché l’Europa non prende esempio dal Giappone?

giappone

di: Giuseppe Bianchimani

Mentre il mainstream neoclassico continua a predicare l’austerità ad ogni costo, il Giappone si prepara per la più grande operazione di creazione di liquidità dal dopoguerra ad oggi.

Il Giappone ha un debito pubblico di enormi proporzioni (rapporto debito/Pil 236%), ed un deficit (rapporto deficit/Pil 10%). Insomma numeri al di fuori dei parametri di Maastricht per intenderci. Eppure il Giappone non ha la minima intenzione di alleggerire il debito attraverso l’austerity.

Per i nipponici il debito non è un problema, come non è un problema l’aumento dell’inflazione (anzi nel caso nipponico fa parte della nuova strategia macroeconomica). Tutto ciò, perché il paese dal Sol levante ha due garanzie: la sovranità monetaria (quindi la possibilità di stampare moneta della Bank of Japan) e la protezione del debito pubblico dei cittadini(i cittadini e gli investitori interni detengono la quasi totalità del debito).

In questi giorni, il premier Shinzo Abe, ha avviato il suo piano di salvataggio: il governo tramite la banca centrale stamperà moneta (tanto da far passare la massa monetaria da 135mila miliardi a 270 mila miliardi entro il 2015) che servirà per comprare dalle banche i titoli di stato giapponesi (non solo i titoli a breve scadenza, ma anche quelli a medio e lungo termine). Il debito resterà invariato (perché il governo comprerà il debito già esistente) ed i tassi di interesse di qualsiasi scadenza si abbasseranno (grazie all’intervento statale). La grande iniezione di liquidità utilizzata per comprare i titoli farà da incentivo per gli investimenti (quindi le imprese e le banche una volta ricevuti i soldi dal governo li riutilizzeranno per la crescita). I soldi che verranno stampati faranno aumentare l’inflazione naturalmente, che per il Giappone non è un problema visto i precedenti deflazionistici. L’inflazione, di fatto, porterà al deprezzamento dello yen, che giocherà un ruolo importante nell’aumento delle esportazioni.

L’ “Abenomics” può essere un importante macchina virtuosa per il Giappone e non solo, perché una strategia del genere è ciò che serve all’Europa, con una banca centrale capace di superare lo spauracchio di Weimar e i luoghi comuni in cui l’inflazione  è considerata un male assoluto. E’ vero, la strategia giapponese può scontrarsi con vari rischi, quali il mancato controllo dell’inflazione o la fuga di capitali, ma all’Europa non resta altra alternativa. Il rigore e l’austerity hanno fallito, l’Europa non può fallire con loro.

FONTE: IlFattoQuotidiano –  Blog di Giuseppe Bianchimani 

Seneca for president

seneca

di: Marcello Veneziani

Sapete perché il libro più venduto in questo momento in Italia è L’arte della felicità di Seneca al prezzo di novantanove centesimi? Perché risponde a tutto quel che non abbiamo: i soldi, la felicità e i veri saggi. Infatti, costa meno di un euro e dunque viene incontro alla mancanza di soldi. Ci parla della condizione che ci manca di più, sentirsi felici. Ed è scritto da un vero saggio tra i dieci scelti non dal Quirinale ma dall’Umanità, anch’essi divisi in due commissioni, una di fondatori di religioni e l’altra di liberi pensatori.

Seneca è un filosofo, ma a differenza di tanti suoi colleghi è comprensibile a tutti; sapeva destreggiarsi in epoca di malapolitica, scriveva e-mail duemila anni prima che le inventassero e con le sue brevi sentenze twittava e messaggiava che è una meraviglia. (A lui ho dedicato un libro, anzi gli ho postato lettere a cui lui mi ha risposto con millenni d’anticipo). Certo, libri così, a quel prezzo, salvano la lettura ma affossano l’editoria; come se ci fossero ristoranti che ti fanno pagare un pranzo al prezzo di un caffè. Però la vera fame che c’è in giro è di felicità, quest’arnese inafferrabile ma indispensabile che ci fa sentire odor di paradiso.

Il presidente della Repubblica venturo dovrebbe somigliare a Seneca: saggio, super partes, stoico e confortante. Poi vedi i candidati, da Prodi alla Bonino agli altri quirinauti, e diventi sedevacantista. E se assegnassimo il Quirinale alla memoria? In alternativa, adottiamo il metodo Napolitano: nominiamo dieci piccoli presidenti anziché uno solo.

FONTE: IlGiornale.it

Crisi all’italiana. Albertone Sordi e gli italiani: “Torneranno poveri”

alberto sordi

Intervista inedita (doveva uscire su Fortune) e postuma (risale al 1989) in cui Sordi racconta gli italiani “incapaci di governarsi da soli”. E destinati alla più dura delle prove: scivolare in un Paese più egoista

di: 

Il momento più emozionante fu quando il vecchio comico sollevò la bocca dal fiero piatto di salsicce e broccoli e piantò sul giornalista la sua espressione più celebre. Fronte aggrottata, occhi sbarrati, bocca semiaperta e leggermente digrignata. È un monumento della cultura nazionale quell’espressione sorpresa e già rassegnata, arresa di fronte alla realtà che spiazza e sconfigge, e sovrasta ogni disperata impostura, miserabile dissimulazione, arroganza da due soldi. Lo sguardo del vigile Otello Celletti quando scopre che sua sorella a Milano non fa propriamente la massaggiatrice.

Lo sguardo di Nando Mericoni quando esce dalla marana e realizza che gli hanno rubato i vestiti. Con quello stupore che si era fatto icona, Alberto Sordi aveva dipinto l’autoritratto del Dopoguerra italiano. Adesso invece lo brandiva contro il giovane intervistatore che lo addolorava con una scandalosa inappetenza. “Che fai? Nun magni ’a sarciccia?”. Poi la fulminea trasfigurazione sordiana, il cambio di passo: gli occhi azzurri, che avevano appena confessato il rimpianto per il figlio mai nato, presero una piega affettuosa per accompagnare la paterna, impaziente esortazione: “E magnate ’a sarciccia!”.

Sembra che famo a gara a chi magna de più, trattorie piene di culoni che magnano…”

Correva l’anno 1989, il Muro di Berlino stava per essere abbattuto e l’antico castello Odescalchi di Bassano Romano, vicino a Viterbo, faceva da set per una versione cinematografica de L’avaro di Molière. La storica addetta stampa Maria Ruhle, giocando sull’argomento del film per aiutarne il lancio, aveva messo a disposizione il protagonista per un’insolita intervista sul denaro con la rivista economica Fortune.

Un fallimento totale: Sordi non aveva nessuna voglia di fingersi sociologo o economista. La sua analisi verteva su pulsioni elementari (la fame, il rispetto, l’invidia) e la sua scienza economica risultava fondata su quattro unità di conto, quella base, il supplì, e i suoi tre multipli: il piatto di bucatini, l’automobile, la casa. Infine l’esibizionismo indotto dalla tv, che avrebbe distrutto l’Italia. Una cosmogonia improponibile per gli americani della Time-Warner.

Per questo l’intervista è rimasta quasi completamente inedita per 23 anni, custodita in un nastro. Alla soglia dei 70 anni, che avrebbe compiuto il 15 giugno 1990, Sordi era ricco e venerato. Davanti al portone del castello, un’enorme Mercedes scura annunciava la sua presenza. All’interno aveva per camerino un camerone rinascimentale con uso di cucina. In pausa pranzo tutta la troupe, compresi i figli dell’avaro, Miguel Bosè e una giovanissima Anna Kanakis, restava buttata nel parco a mangiare il cestino da set, con pasta rinsecchita, fettina ingiallita di formaggio e pera di marmo.

Il capocomico si ritirava nel camerone-camerino, si metteva una giacca da camera coi pomelli e aspettava che la governante cucinasse per lui come a casa. Salsicce e broccoli, quel giorno. Mangiava e parlava, e per spiegare l’economia italiana raccontava la sua vita, non per egocentrismo, semplicemente l’autoritratto dell’italiano normotipo non distingueva la patria da se stesso. Descrivendo l’Italia attraverso Roma e Roma attraverso i suoi occhi, Sordi formulò la sua profezia sulla globalizzazione, la scomparsa del ceto medio, il declino italiano: “Sembra che famo a gara a chi magna de più, ci bombardano di pubblicità televisiva, che io la vieterei, e tutti a consuma’, vedi ’ste trattorie piene di culoni che magnano…Ma che te magni? Io magno un supplì e me basta. No, dice, siccome tu sei ricco di supplì ne magni dieci. Ah, sì? Allora guarda, io so’ ricco davero, ma non è che quando entro in trattoria, siccome c’ho i soldi, magno tutto quello che c’è. Vedi ‘sto goccetto de vino? Mi basta per essere felice. E invece no, dice, siccome sei ricco te bevi tutta ’a botte. Anzi no, te compri la vigna”.

Ecco il consumismo che negli anni 80 ci trascinava verso il gorgo della globalizzazione: “Importiamo un sacco di carne anche se sappiamo che ci fa male. Prima la mangiavamo la domenica, ce se faceva il sugo. Adesso il pupo non mangia lo spezzatino, vuole il filetto, e importiamo il filetto. E tutti a spendere. Ma state attenti, non c’è niente di peggio che diventare poveri dopo essere stati ricchi”.

“Agli italiani vorrei dire questo: stiamo attenti, non diamoci alla pazza gioia, che se domani si mette male… Quando andai a prendere la cittadinanza onoraria a Kansas City poi arrivai fino a Hollywood e vidi Ramon Novarro che per campare faceva la comparsa. Ahò, e Oliver Hardy e Stan Laurel, lo sai? So’ morti in un ospizio per poveri. Tornare poveri è orribile. State attenti, può succedere”.

Roma si sta distruggendo con le automobili. Il Colosseo crollerà per le vibrazioni”

“Che dici? Società segmentata? Ma ’ndo l’hai letto? Stamo a diventa’ tutti uguali, ed è colpa dell’automobile. Prima la 600, poi la Millecento, poi la macchina straniera. Tutti con la macchina, tutti uguali, no? Ahò, hai visto quante automobili? Roma si sta distruggendo con questo mare d’auto. Ne facciamo un milione l’anno, non sanno più dove metterle. Io vieterei il parcheggio in tutta la città, salvo pochi tassametri a 20mila lire l’ora. Pensa le vibrazioni!

E dai, non si può far crollare ilColosseo perché il pupo deva anda’ a pija’ il gelato con la macchina! E annamo!…No, aspetta, tutti uguali te dicevo. Eh sì, perché prima c’era il nobile, il proletario, il ricco, il povero. E ognuno aveva la sua felicità. Il povero non soffriva, perché gli bastava un piatto de bucatini a fargli esplodere la gioia. E le automobili stavano solo nel cortile dei nobili, ma nessuno era invidioso. No, non avevo detto che è brutto essere poveri. Se nun magni ’a sarciccia pe’ sta’ attento, stai attento: non è brutto esse’ poveri, è brutto diventarlo”.

 “Ma sì, hai capito, papà non ce l’aveva fatta, e si era adattato al basso tuba”

“Senti un po’, quand’ero ragazzino non eravamo poveri, nun ce mancava niente, papà faceva l’orchestrale, mamma era maestra. Però se magnava e ce se vestiva, e basta. Il mio sogno era la bicicletta, ma papà e mamma non me l’hanno mai potuta fare. Per la Befana me facevano la palla de gomma, e io ero felice perché rimbalzava, a differenza della palla de stracci. Poi cercavo di farmi amico il ragazzino privilegiato che c’aveva la macchinina meccanica, così magari una volta me la faceva provare. Andava bene così, gli strati sociali servono a preservarci dal risentimento.

Per dire, la domenica andavo alla Galleria Colonna (oggi si chiama Galleria Alberto Sordi, ndr), perché c’era l’orchestra che suonava il jazz, lì al caffè Aragno. Noi ascoltavamo in piedi, ma c’era gente ai tavolini con certe coppe de gelato… Quanto ho desiderato quel gelato! Non c’era risentimento, solo il desiderio di potermelo un giorno permettere anch’io. Sì, ammiravo i ricchi, volevo diventare come loro”.

Come in ogni artista geniale, il motore creativo di Alberto Sordi pescava il carburante in chissà quali ripostigli della mente.

In uno di questi c’era la figura di suo padre, il professore d’orchestra Pietro Sordi, morto quando Alberto aveva appena 20 anni e rimasto, sempre, “papà”.

“Sono diventato ricco in modo graduale, ordinato. Era tutto previsto. Sai, io da ragazzo vivevo in un grande ottimismo, malgrado il pessimismo di papà che mi diceva di avere prudenza nelle aspirazioni, diceva: tutti mirano al successo ma solo qualche privilegiato ce la fa, tu puoi intraprendere questa carriera da artista ma devi anche prevedere che potrebbe andarti male. E io dicevo, papà ma se io mi impegno… e lui diceva, ma sì Albe’, l’impegno è un bello sprone ma poi ci vuole lafortuna… Ma sì, hai capito, papà non ce l’aveva fatta. Nella sua grande umiltà si era adattato al basso tuba, uno strumento di accompagnamento, e questo ti descrive la sua personalità. Ammirava gli altri, descriveva gli altri, di sé non parlava mai, e io forse anche per dimostrargli qualcosa ce l’ho messa tutta, ho avuto successo e sono diventato ricco. Ma sai che cosa vuol dire essere ricco? Una sola cosa, che ti puoi rilassare, che non hai paura della vecchiaia, perché ti puoi permettere certe infermiere che… altro che moglie!”.

“Però devi essere ricco davvero, come me. Non come questi che hanno uno stipendio di un milione, un milione e mezzo, e fanno i debiti per compra’ questo e quello, perché hanno perso la misura della felicità. La felicità è ’na sarsiccetta quando ce vo’. La felicità vera della mia vita è stata la scoperta del sesso, ottenere un bacio da una ragazza, quelle sono emozioni…

E poi gli italiani hanno perso la misura del denaro. Accendono la tv, uno chiede chi è l’eroe dei due mondi,quello dice Garibaldi, e bravo, lei ha vinto 20 milioni. Con una naturalezza! E così non ci resta che l’esibizionismo. Vogliono andare in televisione, tutti, io l’avevo capito già negli anni 50, ti ricordi quel film, Domenica è sempre domenica? C’era un industriale ricchissimo che non aveva altro per la testa che andare al Musichiere con Mario Riva. Si compra di tutto per esibizionismo, ci si rovina per esibizionismo.

Portare i regazzini a scuola con la macchina, è esibizionismo. È colpa della tv se la vita è diventata un grande palcoscenico, esibirsi è diventata regola di vita”. “Sì, bè? Che c’è? Sì, un attore che parla di esibizionismo… Ma io sono un professionista, ho sempre lavorato come un pazzo, 187 film in 35 anni, cinque-sei film all’anno. Mi esibisco solo davanti alla telecamera, quando esco dal set ho finito de lavora’, non vado in giro a farmi fotografa’ dai paparazzi.

E poi, siccome non mi piacevano le automobili, anziché buttare i soldi nel macchinone americano giravo con una Fiat. Hanno cominciato a dire, cazzo, con tutti chii sordi, che vita fa? E allora è nata la leggenda che ero avaro. La verità è che io i miei desideri li ho soddisfatti tutti. Il primo è stato quello di viaggiare: appena avevo una pausa partivo, in Sudamerica, in Asia, in Africa.

Sono stato dappertutto e ho speso un sacco di soldi, aho’, ai miei tempi viaggiare costava un sacco”.

 “Fossi stato avaro avrei fatto la pubblicità, ma ho detto no per rispetto del pubblico”

“Il secondo obiettivo è stato la casa: papà e mamma non se la sono mai potuta comprare, stavamo in un appartamento del Demanio, in via San Cosimato, a Trastevere. Io ci tenevo, ho speso un sacco di soldi per quel terreno davanti alle Terme di Caracalla, e mi sono fatto la casa come piaceva a me, indipendente, con il giardino, comoda, arredata a modo mio, dove tengo tutte le cose che mi piacciono.

Poi basta, devi avere un limite, io in trattoria con la famiglia ci vado una volta al mese, mica de più. Beneficenza? Quelli so’ affari miei, non ne voglio parla’. Ma se fossi stato avaro, o avido, avrei fatto la pubblicità, e invece ho sempre detto di no, ho calcolato di aver detto no ad almeno 50 miliardi di lire. E sai perché? Usare la notorietà regalatami dal mio pubblico per convincere quello stesso pubblico a comprare qualcosa mi sembrava una mancanza di rispetto”.

Sordi si presentava così, professionalmente immerso nei difetti degli italiani, ma attratto da imperativi morali di altre galassie. Innamorato del popolo ma schiettamente reazionario, avviluppato in una ossessiva e apparentemente incongrua sfida alla mediocrità e all’uguaglianza. “A me i ricchi mi hanno sempre affascinato. Quando ero ragazzo conobbi Romolo Vaselli, che da muratore era diventato uno dei più importanti costruttori di Roma. Gli chiesi di poterlo frequentare e andavo nel suoufficio, mi sedevo su un divanetto e assistevo alle sue contrattazioni su affari da milioni. Volevo affermarmi e cercavo di imparare l’arte del successo. La mia generazione i veri ricchi, quelli con il feudo, non li ha mai conosciuti. Noi abbiamo gli arricchiti, quelli che hanno fatto i soldi con la guerra o con il Dopoguerra. Non sono esseri superiori, sono italiani come gli altri.

Diffidenti, vigliacchi, opportunisti, con momenti di generosità, ma egoisti, pronti ad arrangiarsi chiusi nell’ambito della famiglia, senza interessarsi del rispetto della legge”.

L’arringa per un giornalista mai visto prima né dopo, per ragioni misteriose, non voleva finire. Entrava il regista Tonino Cervi per un problema di organizzazione del set e lui:

“Dopo, dopo…”. Ci provava lo sceneggiatore Cesare Frugoni, e lui lo respingeva: “Aspetta un po’…”. Alla fine una signora decisa si affacciò: “Saremmo pronti per girare”. Il professionista capì: “Ahò, so’ pronti pe’ gira’… Devo anda’. Bè, t’ho fatto un romanzo. Ma perché non hai voluto magna’ ’a sarciccia?”. “Bè, è che intervistare Alberto Sordi è emozionante, uno si deve concentrare. Ma non si preoccupi, prima, mentre lei riguardava la sceneggiatura col regista, gli altri attori mi hanno offerto un cestino”.

Il grande attore sfoderò un’altra delle sue espressioni celebri, la delusione manifestata con le palpebre a mezz’asta e un sospiro: “Hai magnato il cestino… Bboono il cestino…”. Incredulo e scoraggiato si incamminò verso il set, ma sulla porta si voltò per un ultimo chiarimento: “Senti, una cosa non ti ho detto. Ti ho elencato un sacco di difetti degli italiani. Ma io voglio bene a questi italiani incapaci di governarsi da soli. Non è colpa loro, ricordatelo. Sono così perché non hanno mai avuto grandi esempi da seguire e grandi leader di cui fidarsi”.

da il Fatto Quotidiano del 24 febbraio 2013

L’italiano più invidiato dell’universo

italiaspazio

di: Marcello Veneziani

Non vorrei essere nei panni di un italiano vivente. Gli sta crollando il mondo addosso: l’Italia, l’Europa, la Chiesa. Si aggira tra premier scaduti e scadenti, tra presidenti della Repubblica e pontefici in scadenza, nel pieno di una bufera macroeconomica e microeconomica, cioè relativa a casa sua. La vacatio di San Pietro, di Palazzo Chigi e poi del Quirinale, e perfino la Notte degli Oscar, se si pensa alla caduta di Pistorius, Oscar per l’Horror, e di Giannino, Oscar per la fiction.

C’è una congiuntura astrale senza precedenti, di soggetti e valori – economici, politici e spirituali – che neanche settanta gatti neri, in tredici file per tre col resto di uno, sarebbero riusciti a propiziare.

Il guaio è che nei panni di quell’italiano vivente noi ci siamo. E allora invidiamo l’unico italiano che si sta tirando fuori dalla mischia. Va a vivere fuori Italia, si professa non votante, non credente, non contribuente, non vedente? No, di più. Per lui pure la globalizzazione è roba casereccia, per ristrette vedute. Lui viene da Paternò ma non si chiama Ignazio, e sta preparando le valigie per farsi la settemesi bianca nello spazio.

È l’unico che ha preso alla lettera il motto: spazio ai giovani. Luca Parmitano è un giovane astronauta che va ad esplorare il cosmo in una missione europea chiamata arcitalianamente «Volare». Va a starsi nel blu dipinto di blu fino a novembre prossimo. Un’eroica fuitina per esplorare da vicino il movimento cinque stelle e il Vuoto.

Magari quando torna saremo di nuovo in campagna elettorale.

FONTE: IlGiornale.it

Usa, il Pentagono atterra la flotta di F-35 per problemi al motore

di: 

Gli aerei della Lockheed Martin non voleranno fino a che non si sia fatta chiarezza su un guasto a una pala. L’Italia acquisterà 90 esemplari

f35

Una decisione drastica, ma necessaria. Il Pentagono ha scelto ieri sera di lasciare a terra momentaneamente tutti i jet F-35 della sua flotta, fino a quando saranno risolti i problemi riscontrati al motore.

La decisione presa in America è dovuta alla scoperta, durante un’ispezione di routine, di una frattura in una delle pale della turbina del reattore. Un campanello d’allarme importante, segno di una probabile debolezza del pezzo, che potrebbe portare al distacco della pala e dunque alla distruzione del motore stesso dell’aereo.

Il velivolo prodotto dalla Lockheed Martin in collaborazione con aziende dei Paesi che lo acquisteranno torna di nuovo al centro del mirino. Modello dal costo esorbitante, l’F-35 presenta diversi problemi noti agli esperti.

Prima di ieri gli F-35 americani erano stati atterrati a gennaio, dopo che la sonda per il rifornimento in volo di un modello realizzato per i marines – a decollo corto e atterraggio verticale – si era staccata in fase di decollo.

L’Italia ha in programma l’acquisto di 90 esemplari dell’aereo. Trenta di questi saranno del tipo pensato per la marina, sessanta del modello convenzionale. Al momento sono stati effettivamente ordinati tre aerei. Il contratto per altri tre è in via di definizione. Il primo velivolo dovrebbe uscire entro il 2015 dagli impianti piemontesi di Cameri, per entrare in servizio nel 2016.

La Lockheed Martin ha annunciato una serie di verifiche con la Pratt & Whitney, società che si occupa della realizzazione del motore. La pala “fratturata” dell’ F-35 americano è stata inviata all’impianto di Middletown, nel Connecticut.

FONTE: IlGiornale.it

Il vizio di consegnarsi allo straniero

straniero

di: 

È una tentazione che viene da lontano, come un istinto antico, quando non si riescono a regolare i conti in casa si chiama in soccorso lo straniero

E pazienza se poi il «liberatore» non si accontenta di fare da paciere, ma si prende un pezzo d’Italia come compenso per la scocciatura. Qualcuno in fondo deve pur pagare la chiamata. Monti e Bersani per liquidare una volta per tutte Berlusconi sono andati fino a Berlino e lì la signora Merkel li ha convinti che c’è un solo modo per non correre rischi: allearsi contro l’usurpatore. Il resto non conta. Vendola può far finta di piangere, gli italiani possono non capire, non è importante. Se poi dovesse comunque andare male, se quello resta lì testardo e non cade, non molla, ci penserà la Germania, o l’Europa, o l’America, o l’anonima mercati a trovare il modo per una spinta finale. Il voto? serve solo a dare un’apparenza di democrazia. Certe decisioni vanno prese in alto, molto più in alto.
Monti e Bersani in fondo non sono mica a primi a sperare nello straniero. Pensate a quella vecchia storia di guelfi e ghibellini. Non è solo una disfida da tifosi tra chi sta con il Papa e chi con l’imperatore.

È potere. È affari. È il controllo delle città. Sono famiglie contro e una delle due è di troppo. Il risultato può essere solo binario: o tutto o niente, uno o zero. È una guerra civile che contagia tutte le città del Settentrione, da Milano a Siena, con Roma papale che naturalmente guarda tutto con gran interesse. Come si risolve? Ci pensa Carlo D’Angiò, re di Napoli e capostipite della dinastia cadetta del trono francese.

Fatti fuori i nemici non è che i guelfi se ne stanno buoni e tranquilli. Siccome il potere è il potere cominciano a litigare tra di loro. È quello che segna a Firenze il destino di Dante, fatto di esilio, di quanto sa di sale lo pane altrui. È la storia dei bianchi e dei neri. Tutti per il Papa, per carità di Dio, ma i bianchi sono un’oligarchia nobile, i neri sono mercanti parecchio arricchiti. Sono Cerchi e Donati. La questione si chiude con i neri che chiamano Carlo di Valois, fratello di Filippo il Bello di Francia. Lo chiameranno Paciaro di Toscana. La pace finisce con la cacciata dei bianchi, Alighieri compreso.

Un bel po’ di tempo prima, nel 1176, Alberto da Giussano, leghista a sua insaputa, si ritrovò a Legnano al comando della compagnia della morte a combattere contro l’armata imperiale. Uno scontro da Guerre Stellari, una masnada di cavaliere beffa la potenza quasi invincibile del potere assoluto. Ma chi lo chiama Barbarossa in Italia? Gli italiani, o meglio, un gruppetto di Comuni tra cui Lodi, Pavia e Como per ridimensionare le ambizioni di Milano.

Storia che si ripete nel 1494 con Carlo VIII, che si presenta con ventimila uomini armati e un corpo d’artiglieria efficiente e innovativo. Ancora quelli di Como o di Lodi? No, stavolta è Milano. L’idea è di Ludovico Sforza, detto il Moro. Chiama il francese per mettere a posto il re Aragonese Ferrante I, che sostiene suo cognato Gian Galeazzo Sforza. Insomma, roba di «poltrone». Sarà sempre così. Sarà così nel Risorgimento, con lo Stato Pontificio che piange. Sarà così quando Peppone e Don Camillo si trovano uno sponsor potente a Mosca o a Washington. La morale è sempre la stessa: pur di cacciare il vicino di casa siamo pronti a svendere tutto il condominio.

FONTE: IlGiornale.it

Troppi euroscettici. L’Europa finanzia un pool per oscurarli

Bruxelles destina 2,5 milioni in vista delle elezioni 2014. La campagna di propaganda andrà su web, tv e giornali

eurotroll

di: 

Sul web è subito partito l’allarme: arrivano le «pattuglie pro-Ue» e il bavaglio agli euroscettici.

Non è proprio così, ma certo la notizia che ha scovato ieri il britannico Daily Telegraph è curiosa: «L’immagine dell’Unione europea» presso i suoi cittadini è «in pericolo», e il Parlamento europeo si appresta a finanziare (per 2 milioni e mezzo) una struttura interna addetta a contrastare le opinioni anti-europee, non solo monitorando il dibattito in rete, ma anche intervenendo là dove necessario.

Secondo Bruno Waterfield, corrispondente da Bruxelles del Telegraph (giornale filo-conservatore, e dunque assai critico verso la Ue), il «documento riservato» preparato a Strasburgo prefigura un «blitz propagandistico senza precedenti» in vista delle elezioni europee nel 2014.

La preoccupazione, si legge nel documento, è che «la crisi economica, con l’alto tasso di disoccupazione, soprattutto tra i giovani, stia provocando una sempre minor fiducia nelle istituzioni europee da parte dei cittadini: è evidente che l’immagine dell’Unione è in sofferenza», e che i vari movimenti anti-europeisti trovano ascolto crescente, soprattutto nei paesi più a rischio. Bisogna dare una risposta a queste tendenze, è il monito che arriva dagli uffici di Bruxelles, e «per rovesciare la percezione che l’Europa sia il problema, è necessario comunicare all’opinione pubblica che la risposta a questa sfida è “più Europa”, e non meno».

Di qui la nuova strategia di «comunicazione istituzionale» abbozzata nel documento: occorre «monitorare la pubblica opinione», per essere in grado di «identificare in uno stadio precoce se le pubbliche discussioni su social media e blog siano potenzialmente in grado di attirare l’attenzione dei media e dei cittadini».

I funzionari del Parlamento europeo addetti alla comunicazione riceveranno dal prossimo mese un addestramento ad hoc: «Dovranno essere in grado di seguire in tempo reale le discussioni e gli umori, di individuare i trending topics (gli argomenti che fanno tendenza sulla rete, ndr) e di reagire rapidamente, in modo mirato e efficace, per intervenire nella conversazione e influenzarla, fornendo fatti e cifre per smontare i miti che si creano».

A questo scopo, verrà incrementata a 2 milioni di euro la spesa per l’«analisi qualitativa dei media», con la necessità di trovare circa 900mila euro extra-budget. E il Telegraph fa una severa disamina delle cifre che l’Europa si appresta a spendere per la propria «immagine» e per mettere riparo alla disaffezione dei cittadini verso gli organismi elettivi della Ue. In vista del voto del 2014, insomma, notevoli fondi verranno spostati su quella che il giornale britannico definisce «autopromozione dei parlamentari europei». Dieci milioni di euro per un «controverso museo dell’Europa», quasi un centinaio per una «Casa della storia europea» che aprirà nel 2015 per «promuovere la consapevolezza dell’identità europea», e poi un incremento dell’85% delle spese per «seminari, simposi e attività culturali», mentre le spese per «informazione audiovisiva» cresceranno a più di cinque milioni. Per non parlare dell’aumento del 15% dei finanziamenti del Parlamento ai partiti europei, come il Ppe o il Pse.

FONTE: IlGiornale.it

Francia, da oggi le donne potranno girare per strada con i pantaloni

francia donne

Un’ordinanza della Prefettura del 1799 è rimasta in vigore fino ad ora. Nessuno – o quasi – se n’era mai accorto

di: 

Non tutti sanno che…fino ad oggi alle donne non era permesso girare per le strade di Parigi con addosso un paio di pantaloni.

A meno che le donzelle non fossero a cavallo o in bicicletta. Incredibile, ma vero? Qualcosa del genere.

Un’ordinanza emessa dalla Prefettura di Parigi impediva fino ad ora alle signore di vestire “come un uomo”.

Peccato che fosse stata emessa nel 1799. Ai tempi il mese di novembre si chiamava ancora Brumaio, secondo la tradizione del calendario della Rivoluzione francese. E nella Capitale si era deciso che le donne avrebbe potuto si mettersi un paio di pantaloni, se proprio ci tenevano, ma che avrebbero avuto bisogno di un certificato medico, da presentare alla polizia, per avere un’autorizzazione speciale.

La norma è durata fino ad oggi. Non se ne era accorto nessuno, o quasi. Nel 2010 alcuni consiglieri comunali verdi e comunisti avevano presentato due ordini del giorno perché si eliminasse la disposizione della Prefettura, che durava da più di due secoli. Lo scorso luglio Alain Umbert, del Unione per un Movimento Popolare, aveva di nuovo fatto presente la cosa al governo.

E ora il ministero delle Pari Opportunità ha confermato l’incompatibilità della legge “con i principi di uguaglianza tra i sessi che sono inscritti nella Costituzione”. La curiosa norma ha prodotto qualche effetto anche in tempi recenti. Fino al 2005, per colpa della disposizione, le hostess dell’Air France non potevamo mettere la gonna.

Risalendo nel tempo basti ricordare l’esordio in Parlamento di una giovane deputata, Michele Alliot-Marie, ora ministro della Giustizia. Bloccata dai messi dell’Assemblea, riuscì a raggiungere l’Aula solo dopo parecchie resistenze e dopo avere minacciato di entrare in mutande, per eliminare il problema costituito dai pantaloni.

FONTE: IlGiornale.it

F35, la fabbrica ‘made in Italy’: spesi 680 milioni per costruire 18 ali

Nello stabilimento di Cameri, in provincia di Novara, lavorano 150 persone e l’intero programma è in fase di prova. La linea di montaggio degli aerei da guerra è grande quanto un quartiere della città. 13 miliardi di euro il costo dei jet dalla Lockheed che l’Italia potrebbe comprare

f35

La fabbrica dei cacciabombardieri F-35 che il Fatto Quotidiano ha visitato è come un gigantesco sepolcro imbiancato, di una bellezza esteriore che copre le brutture. Nei campi del vecchio aeroporto militare di Cameri in provincia di Novara, su un’area di 550 mila metri quadrati, grande come un quartiere di città, dentro un hangar tirato a lucido hanno piazzato il meglio del meglio della tecnologia aeronautica organizzando una linea di montaggio dove operai dalle divise impeccabili lavorano intorno a scheletri di ali contrassegnate da bandierine a stelle e strisce essendo destinate agli Stati Uniti. Nei piazzali c’è fango e le betoniere vanno avanti e indietro sulla stradina che divide lo scalo da un bosco perché il grosso dello stabilimento deve ancora essere costruito. Entro il 2015, assicurano, qui ci saranno altri hangar, altre linee di montaggio e il padiglione dove i cacciabombardieri saranno resi stealth, invisibili.

Altri 13 miliardi di euro se poi l’Italia comprerà i jet dalla Lockheed – Il tutto con una spesa di680 milioni di euro che in base a un contratto firmato nel luglio di tre anni fa, lo Stato paga adAlenia-Aermacchi (Finmeccanica), la società capofila in Italia dell’affare internazionale degli F-35guidato dagli Stati Uniti. Secondo programmi in gran parte scritti sulla sabbia, dicono che qui saranno costruite le ali e forse assemblati i jet destinati ad alcuni Paesi europei. O forse solo i 90 che l’Italia sembra voglia comprare dall’americana Lockheed Martin sborsando la bellezza di 13 miliardi di euro, senza contare la manutenzione che nell’arco di un ventennio costerebbe il doppio o addirittura il triplo.

Non a caso questo gigantesco impianto di Cameri l’hanno chiamato Faco, acronimo americano che sta per assemblaggio finale. Al momento, però, Faco sembra più un auspicio dell’Aeronautica militare e di Alenia, che una certezza. Per gli F-35 di sicuro c’è davvero poco.

Finora di certo c’è una semplice intesa preliminare, un Memorandum of understanding firmato nel 2007, quando le condizioni economiche erano molto diverse da oggi. E fa male pensare che dietro alle meraviglie tecnologiche esibite in questo capannone si stia scrivendo una pagina confusa della storia militare degli ultimi decenni e si stia allestendo un affare forse addirittura più discutibile dei molti assai discutibili collezionati dall’Italia dal dopoguerra a oggi. Affari fatti di acquisti costosi, spesso inutili, sempre imposti sull’onda dell’urgenza e soprattutto di un’idea che sembra magica: indispensabilità. Un tempo contro la minaccia armata del blocco comunista, adesso non si capisce bene sull’altare di che cosa.

Per il ministro uscente Giampaolo Di Paola, ex ammiraglio, ex capo di Stato maggiore della Difesa, anche gli F-35 sono indispensabili perché si tratta di “velivoli da superiorità aerea” e gli stati maggiori formati alla scuola della Nato e della Guerra fredda condividono, mentre i giovani ufficiali scalpitano all’idea di piazzarsi alla cloche di quei mostri volanti. Ma superiorità dove e per che cosa? A queste domande semplici non ci sono risposte convincenti, anzi, spesso si ha l’impressione che con l’F-35 ritengano indispensabile semplicemente ciò che desiderano comprare. Quarant’anni fa furono considerati indispensabili gli Hercules C130, salvo poi scoprire che l’acquisto dalla Lockheed era avvenuto a colpi di tangenti. E anche gli F-104 furono acquistati sempre dalla Lockheed perché indispensabili nonostante fossero un mezzo bidone, tanto da essere soprannominati bare volanti o fabbriche di vedove.

Per gli F-35 Lockheed la lobby militare ora aggiunge che sono indispensabili anche perché rappresentano un’occasione per irrobustire le imprese italiane del settore: Alenia-Aermacchi e poi aziende e aziendine che gli fan corona e quindi per portare lavoro in Italia. Ma parlare di occasione industriale è un’affermazione azzardata. Costruendo il costoso stabilimento di Cameri per gli F-35 è come se l’Italia avesse comprato la frusta prima del cavallo e ora si accingesse a recitare un atto di speranza. I numeri forniti al Fatto dall’amministratore di Alenia, Giuseppe Giordo, manager di formazione americana, lo confermano: al momento nell’hangar novarese lavorano appena 150 persone e l’intero programma è in fase di prova. I contratti firmati riguardano la costruzione di 18 ali che vuol dire poco o nulla su un totale mondiale che prefigura la realizzazione di 6 mila ali per 3 mila jet. Informano che si sta discutendo con la Lockheed per acquisire un contratto per altre 111 ali tra qualche anno e dopo eventualmente per assemblare a Cameri i jet italiani e forse addirittura quelli europei. Ma sono solo discussioni, trattative aperte, appunto.

Alenia prevede di assumere 2300 persone. Ma per la Difesa servono 700 dipendenti- Alenia prevede di assumere 2300 persone e di spostarne altre 200 dallo stabilimento di Torino Caselle a Cameri, 2500 persone in tutto per gli F-35, ma a “pieno regime”, che vuol dire nel caso in cui diventino realtà tutte le speranze più rosee dell’Aeronautica e del costruttore Alenia. Il documento ufficiale consegnato in Parlamento dal ministro della Difesa e dal segretario per gli armamenti, il generale dell’Aeronautica Claudio Debertolis, più prudentemente fornisce cifre inferiori: solo 700 dipendenti nel caso si raggiunga il picco di produzione. Tra le mille incognite ci sono anche quelle riguardanti i non pochi difetti emersi in fase di costruzione dei primi esemplari F35.

In un dossier recente il Pentagono ha elencato i clamorosi vizi individuati, come il rischio di esplosione in volo in caso di fulmini. Lockheed e lobby italiana si sono subito lanciati in una campagna rassicurante sostenendo che l’inconveniente sarà rimediato, senza poter dire, però, quanto costeranno le modifiche e di quanto salirà ancora il prezzo. Di fronte alle verità via via emergenti sull’F-35, i vertici dell’Aeronautica dopo mesi di silenzi e con una virata repentina hanno inaugurato una stagione di attivismo mediatico puntando sulla tesi industrial-sviluppista ed esponendosi così alla critica di confondere i ruoli passando per piazzisti del prodotto. In questa densa nuvolaglia, l’unica cosa sicura è che l’F35 relega in un angolo i programmi aeronautici italoeuropei. La prima vittima del jet Lockheed è l’Eurofighter Typhoon descritto sul sito della stessa Alenia come “il più avanzato aereo da combattimento mai sviluppato in Europa”. La sua fine fu decretata a giugno 2010 dal ministro della Difesa Ignazio La Russa con una dichiarazione ai giornalisti alla fiera aerea di Farnborough, giusto un mese prima che fosse firmato il contratto con Alenia per la costruzione dello stabilimento di Cameri.

Già pensionato l’Eurofighter ma senza passare dal Parlamento – Nonostante quell’opinione ministeriale non sia mai stata ratificata da alcun voto alle Camere, la tranche 3B di 25 nuoviEurofighter è stata cancellata e nel 2016 le linee di produzione perl’Italia saranno chiuse. Nello stabilimento Alenia di Torino Caselle lavorano all’Eurofighter tecnici di alta qualificazione, compreso un migliaio di ingegneri che con l’F-35 ora rischiano una progressiva marginalità.

L’azienda italiana partecipa con quasi il 20 per cento al consorzio europeo con tedeschi, francesi e in una certa misura inglesi; e con altre imprese dell’indotto progetta e costruisce l’ala sinistra, la fusoliera posteriore, i piloni delle ali, il sistema di navigazione, la propulsione. Eurofighter di ultima generazione inglesi e francesi (questi ultimi nella versione Rafale) sono stati usati sul campo, per esempio durante la crisi in Libia nell’autunno di 2 anni fa dimostrando una sicura integrazione nel dispositivo aereo della Nato. E la stessa Alenia continua a lavorare per consegnare Eurofighter adArabia Saudita, Oman e molti altri Paesi del Medio Oriente. Il caccia europeo è un aereo di quinta generazione come l’F-35, con una differenza sostanziale rispetto a quest’ultimo, però: non è stealth, invisibile. Ma in un momento come questo si possono lasciare per strada gli esodati, sacrificare le scuole, trascurare gli ospedali e spendere 13 miliardi di euro per un cacciabombardiere spacciato come “indispensabile” perché invisibile?

da Il Fatto Quotidiano del 1 febbraio 2013

La felicità non fa politica

di: Marcello Veneziani

Ma davvero pensate che ci sia un legame tra democrazia e felicità? Dico a voi, Ezio Mauro, direttore de la Repubblica e a lei professor Gustavo Zagrebelsky, insigne giurista, che ieri sera ne avete riparlato all’Auditorium romano nel Festival delle scienze dedicato alla Felicità.

Davvero pensate che la condizione per essere felici sia un regime democratico che rispetti la libertà e le regole? Su, guardate la realtà. I popoli più felici non sono certo gli scandinavi dove la democrazia, la libertà e le regole funzionano che è una meraviglia. Ma i popoli tropicali, caraibici, africani, le società giovani, arretrate, ignoranti, perché l’indole dei popoli, il clima, l’età media, le tradizioni di un Paese contano più dei regimi e delle norme.felicità politicaNon vedete quanto sono tristi, isterici e rancorosi, insomma violacei, tutti i fanatici della Norma, inclusi i forcaioli del giustizialismo? La felicità non può essere somministrata e nemmeno garantita dalle leggi e dalle democrazie, non esiste lo statalismo della felicità (e neanche l’inverso, il liberismo selvaggio); perché la felicità non investe la sfera pubblica ma privata, attiene al rapporto tra il cosmo e l’intimità, senza passare dal politico e dalle regole.

La felicità è leggera e volatile, come un soffio e una carezza, balena a nostra insaputa, è attesa o ricordo, sogno o amnesia. Se è presente non è cosciente, e viceversa. È armoniosa, se è apollinea, o esagerata se è dionisiaca. La felicità non s’abbina alla Repubblica e alle Leggi. La felicità, divina cecità, vede a occhi chiusi.

 

IlGiornale.it