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	<title>Cori in tempestaCori in tempesta</title>
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		<title>Il &#8220;film geopolitico&#8221; della crisi</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jun 2013 17:53:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>di: Fabio Falchi A differenza di molti commentatori, interessati in particolar modo ad evidenziare gli squilibri del sistema finanziario internazionale per comprendere l’attuale crisi del capitalismo occidentale, noi abbiamo sempre cercato di comprendere tali squilibri alla luce del conflitto geopolitico. Per questo motivo, siamo convinti che anche un libro, indubbiamente utile e prezioso, come Il film [...]</p><p>L'articolo <a href="http://coriintempesta.altervista.org/blog/il-film-geopolitico-della-crisi/">Il &#8220;film geopolitico&#8221; della crisi</a> sembra essere il primo su <a href="http://coriintempesta.altervista.org/blog">Cori in tempesta</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di: <strong>Fabio Falchi</strong></p>
<p><span style="font-size: small;"><img class="alignright" alt="wstre" src="http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/yapb_cache/wall_street121.cxwz0nzy2xkcs84ws4gwc0gsw.1n4kr7rgh18gs08gcg0csw4kg.th.jpeg" width="300" height="250" />A differenza di molti commentatori, interessati in particolar modo ad evidenziare gli squilibri del sistema finanziario internazionale per comprendere l’attuale crisi del capitalismo occidentale, noi abbiamo sempre cercato di comprendere tali squilibri alla luce del conflitto geopolitico. Per questo motivo, siamo convinti che anche un libro, indubbiamente utile e prezioso, come <i>Il film della crisi</i>, di Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini, (1) non colga appieno il significato di quella mutazione del capitalismo che Luciano Gallino definisce come “finanzcapitalismo”. (2) Ovverosia quell’enorme espansione del capitalismo finanziario, favorita dalla deregolamentazione dei movimenti internazionali dei capitali che si iniziò negli anni Ottanta con la Thatcher e Reagan e che portò, nel 1999, all’abolizione della legge bancaria del 1933, nota come <i>Glass-Steagall Act</i>, da parte dell’amministrazione Clinton.<span id="more-8755"></span><!--more--></span></p>
<p> Vero che anche Ruffolo e Sylos Labini hanno ben presente l’importanza dalla controffensiva capitalistica sferrata dalla “élite del potere” statunitense allo scopo di porre rimedio al declino dell’economia americana. Una controffensiva che segna la fine dell’Età dell’Oro (espressione che Ruffolo e Sylos Labini riprendono dallo storico Eric Hobswam e che designa il periodo compreso tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e i primi anni Settanta) e l’avvio di una nuova fase storica, che Ruffolo e Sylos Labini denominano l’Età del Capitalismo Finanziario e che potrebbe portare ad una nuova Età dei Torbidi (la prima essendo il periodo compreso tra l’inizio del Novecento e la Seconda Guerra Mondiale). Nondimeno, in questo “<i>film della crisi</i>”, rimangono quasi del tutto “fuori campo” non solo le ragioni della lotta politica del capitalismo occidentale “a guida” statunitense contro il socialismo sovietico (e ancora prima contro la Germania nazionalsocialista – la cui sconfitta, insieme a quella del Giappone, permise agli Stati Uniti di liquidare definitivamente la potenza inglese e di diventare, di fatto, i padroni del mondo dal punto di vista economico), ma anche e soprattutto quelle strategie politico-militari ed economiche tramite le quali gli Stati Uniti, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, hanno cercato (e continuano a cercare) di realizzare il loro disegno di dominio globale. In altri termini, ci sembra che Ruffolo e Sylos Labini, nel prendere in esame il processo di globalizzazione, non tengano sufficientemente conto delle ragioni geopolitiche del “soggetto” che globalizza.</p>
<p>L’alleanza medesima tra capitalismo e democrazia liberale che avrebbe contraddistinto gli anni dell’Età dell’Oro, in effetti, non pare comprensibile senza tener conto della necessità per gli Stati Uniti, nel secondo dopoguerra, di piantare stabilmente le tende in Europa onde mantenere salda la “presa” sull’intera aerea occidentale. Né fu certo per generosità che gli Stati Uniti si impegnarono in un programma di aiuti economici ai Paesi europei, ma naturalmente per interesse politico ed economico, dacché la domanda interna non poteva da sola “alimentare” il gigantesco sistema produttivo statunitense. La ripresa dell’Europa, anche se non v’è alcun dubbio che sia stata favorita dagli Stati Uniti, dipese da vari fattori (e non si deve nemmeno dimenticare che ebbe a trarre notevole vantaggio sia dalla guerra di Corea sia dalla creazione della Ceca, ossia la “Comunità europea del carbone e dell’acciaio”), compresa una situazione internazionale che vedeva gli Stati Uniti svolgere la funzione di “centro regolatore” dell’economia mondiale, come si era stabilito, nell’estate del 1944, a Bretton Woods, ove, com’è noto, si gettarono le basi di un nuovo ordine mondiale che riservava agli Stati Uniti sia la funzione politico-strategica sia quella economico-finanziaria. Agli Stati Uniti si riconosceva cioè una funzione di indirizzo e di controllo dell’intera vita politica ed economica dell’Occidente, anche per garantire l’istituzionalizzazione del conflitto sociale e impedire così la crescita di movimenti rivoluzionari, comunisti e socialisti, in specie nell’Europa Occidentale.</p>
<p>D’altra parte è significativo (pur dovendo tener presenti tutti i distinguo, le varianti e le sottovarianti possibili) che l’alleanza tra capitalismo e democrazia liberale (che tramite il <i>Welfare</i> assicurò sviluppo sociale e benessere economico negli anni del secondo dopoguerra) non sia mai venuta meno, in Occidente, neanche dopo la fine dell’Età dell’Oro. E’ evidente quindi, anche sotto questo aspetto, che è semplicistico e fuorviante considerare il “finanzcapitalismo” (che pure è fenomeno di fondamentale importanza) come la “variante cattiva” del capitalismo. Invero, si dovrebbero abbandonare degli schemi concettuali basati su una visione meramente “economicistica” del capitalismo e comprendere che il sistema capitalistico (che, a nostro avviso, si fonda su quella che Karl Polanyi definisce come “società di mercato”) ha necessariamente bisogno di un “centro regolatore” per la risoluzione dei conflitti internazionali e sociali. Un ruolo svolto appunto dagli Stati Uniti a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, avvalendosi anche di organizzazioni “internazionali” (come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e così via), benché insieme con altri centri potere “subdominanti” (si pensi alla cosiddetta “Trilaterale” – Usa, Ue, o meglio l’Europa Settentrionale, e  Giappone – ma anche alle particolari relazioni tra gli Usa e Israele e tra gli Usa e le petromonarchie del Golfo). Fu questa “rete di potere” che consentì agli Stati Uniti di ristrutturare l’intero sistema internazionale, grazie anche ad una innovazione strategica e tecnologica che condusse, nel giro di un decennio, alla scomparsa dell’Unione Sovietica (la cui “spinta propulsiva” si deve ritenere già esaurita, grosso modo, alla fine degli anni Cinquanta, dato che l’Unione Sovietica era pressoché del tutto dipendente dall’industria pesante – che conobbe una formidabile espansione durante la Seconda Guerra Mondiale, allorché gli americani diedero ai russi tutti quei materiali che solo un’industria leggera e una media e piccola impresa privata possono produrre con efficienza – e “soffocata” dalla burocrazia, dall’ideologia e da una nomenklatura tanto ottusa quanto dispotica). E si trattò di una innovazione che, profittando della debolezza e poi del crollo dell’Urss, portò pure ad una trasformazione del modo di produzione e dei rapporti sociali su base radicalmente nuova, eliminando in un batter d’occhio decenni di “retorica democratica”.</p>
<p>E’ innegabile, del resto, che lotta per la supremazia geopolitica, crisi del <i>Welfare</i> e abolizione di fondamentali diritti sociali ed economici siano aspetti essenziali di un unico “processo geopolitico” teso a consolidare l’egemonia atlantista e la struttura di potere della “società di mercato” occidentale. E’ affatto logico pertanto che l’economico venga usato come un mezzo per imporre delle strategie politiche (concernenti le regole del sistema – quelle cioè in base a cui è possibile scegliere tra diverse opzioni) miranti a rafforzare la potenza statunitense come centro egemonico mondiale, in quanto unica potenza che può effettivamente tutelare gli interessi dei gruppi dominanti nei singoli Paesi occidentali. E questo ovviamente vale sia nei confronti dei ceti popolari e dei “grossi” ceti medi (che, pur se di solito definiti ceti produttivi o riflessivi, sono ceti “subalterni” sia sotto il profilo economico che sotto quello culturale), sia, sul piano internazionale, nei confronti di altre potenze, tanto più se caratterizzate da un diverso sistema politico e socio-economico.</p>
<p>Di conseguenza, è naturale che anche il palese fallimento del capitalismo finanziario (che, anziché garantire la crescita, ha dato origine ad una crisi economica che ha aggravato enormemente il divario tra ricchi e poveri nello stesso mondo occidentale) assuma un significato del tutto particolare. Vale a dire che la crisi seguita al fallimento della <i>Lehman Brothers</i> si rivela essere prima di tutto una crisi geopolitica, nel senso che è, ad un tempo, effetto della controffensiva statunitense iniziatasi nella seconda metà del secolo scorso e del fatto che tale controffensiva non ha avuto quel pieno successo che invece dopo il crollo dell’Unione Sovietica sembrava a portata di mano. E ciò non solo per l’emergere di nuove potenze, quali la Cina o l’India, per gli insuccessi degli Stati Uniti in Iraq e in Afghanistan o per il nuovo corso “socialista” di alcuni Paesi dell’America Latina, ma anche per la politica della Russia di Putin che ha impedito che la bandiera a stelle e strisce sventolasse su  quasi tutta l’Eurasia (e si può immaginare che cosa sarebbe accaduto se gli Stati Uniti, ovvero i “mercati”, si fossero impadroniti – come stavano per fare – delle immense risorse della Russia).</p>
<p>Da qui la necessità di una ulteriore ridefinizione della strategia globale statunitense imperniata, sull’alleanza (indipendentemente dai rapporti, tutt’altro che chiari, tra i servizi statunitensi e <i>al-Qaeda</i>) tra gli Stati Uniti e le forze islamiste al soldo delle petromonarchie del Golfo, protagoniste della cosiddetta “primavera araba”, che di fatto è consistita in una serie di “operazioni colorate”, che hanno sfruttato il malcontento popolare nei confronti del regime tunisino e di quello egiziano per fare spazio a gruppi di potere ritenuti più capaci di controllare il conflitto politico e sociale in funzione degli interessi delle “forze (filo)occidentali”, nonché per liquidare nell’area mediterranea ogni ostacolo alla politica di potenza degli Stati Uniti – Siria compresa, benché il regime di Assad si stia rivelando un “osso troppo duro” per le bande islamiste, appoggiate e finanziate dalle “forze (filo)occidentali”. Peraltro, non dovrebbe nemmeno stupire che anche l’offensiva dei “mercati” contro il “ventre molle” di Eurolandia sia parte integrante di tale strategia. Un’offensiva favorita da una classe dirigente europea il cui scopo principale pare essere quello di impedire che la Germania abbia la possibilità di “allontanarsi” dall’Unione Europea – e ciò nonostante che la Germania ancora non capisca (o faccia finta di non capire) che non è (solo) per virtù propria ma soprattutto per la situazione geopolitica generale che la sua economia (e in primo luogo la sua bilancia commerciale) può crescere a danno (ma ancora per quanto tempo?) dei Paesi europei più deboli.</p>
<p>Comunque sia, è alla luce di questo contesto geopolitico che si deve prendere in considerazione la tesi di Ruffolo e Sylos Labyni secondo cui è necessario «il ritorno non al disegno di Bretton Woods, ma al suo progetto rivale, quello proposto nella stessa sede da John M. Keynes, non basato sull’egemonia americana e che preveda un pari responsabilità dei Paesi creditori e dei Paesi debitori». (3) Non a caso è proprio la strategia statunitense nei confronti della Gran Bretagna subito dopo la fine della Seconda Guerra mondiale (strategia che i liberali tendono a dimenticare o a sottovalutare) che conferma appieno che il sistema capitalistico sarebbe un specie di hobbesiana “guerra di tutti contro tutti” qualora non vi fosse un unico centro di potenza (altro che mercato autoregolantesi!) a regolare il conflitto sia tra (sub)dominanti che tra (sub)dominanti e dominati (per spiegarsi in termini semplici ma chiari a tutti).</p>
<p>L’8 maggio del 1945, infatti, gli Stati Uniti non esitarono ad interrompere, di punto in bianco, gli aiuti concessi alla Gran Bretagna (tranne gli aiuti per la guerra del Pacifico che continuarono fino al 21 agosto) in base alla legge “Affitti e Prestiti” del marzo 1941. Londra fu subito costretta ad inviare a Washington una delegazione di cui faceva parte lo stesso John M. Keynes, ma senza ottenere alcun risultato. Gli Stati Uniti erano decisi a liquidare definitivamente l’impero britannico, perfettamente consapevoli di interpretare la parte più dinamica e aggressiva del sistema capitalistico. Le condizioni durissime imposte dagli Stati Uniti per un nuovo prestito (che prevedevano tra l’altro la ratifica degli accordi di Bretton Woods e la convertibilità della sterlina entro il luglio del 1947, con conseguenze pesantissime per la bilancia dei pagamenti inglese), aggravarono considerevolmente la già precaria situazione della Gran Bretagna (impegnata pure, dopo la vittoria del laburisti, nell’estate del 1945, nella costruzione del <i>Welfare State</i>), tanto che, durante il terribile inverno del ’46-’47, il governo dovette perfino razionare, oltre al pane, la corrente elettrica e sospendere la pubblicazione dei settimanali. L’economia inglese in seguito riuscì lentamente a risalire la china, anche grazie al Piano Marshall, ma i costi politici dello scontro gli Stati Uniti furono salatissimi. E il ridimensionamento della potenza inglese fu chiaro a chiunque allorché Londra prese la decisione di abbandonare la Grecia per l’impossibilità di rifornire il corpo di spedizione di 16000 soldati britannici e di appoggiare l’esercito greco contro i partigiani comunisti di Markos. (4)</p>
<p>Eppure sarebbe decisamente errato vedere in questo solo l’arroganza di una particolare amministrazione statunitense, anziché un modo di procedere del  tutto “normale” per la potenza capitalistica predominante. Ne è ulteriore e decisiva conferma la politica di potenza statunitense subito dopo il crollo dell’Unione Sovietica, che invece secondo i sostenitori dell’alleanza tra capitalismo e democrazia liberale avrebbe dovuto portare ad una sorta di sistema occidentale multipolare (mentre era proprio la presenza del “blocco sovietico” a garantire un certo margine d’azione ai singoli Stati del “blocco occidentale” ed alle forze popolari e socialdemocratiche europee). Inoltre è particolarmente significativo che, negli anni Ottanta, un obiettivo di primaria importanza per i circoli (filo)atlantisti sia stato quello di spazzare via l’ostacolo rappresentato dalla socialdemocrazia scandinava (un’operazione che probabilmente costò la vita ad Olof Palme). Al riguardo, scrive Bruno Amoroso che «tolti di mezzo gli scomodi scandinavi la campagna di destabilizzazione si estende al Regno Unito, muove verso il Sud dell’Europa, passando per la Germania e la Francia. Fatto crollare il sistema dei Paesi socialisti e dei Paesi del “terzo mondo”, che ad essi si appoggiavano, nel corso degli anni ’80-’90 venne il momento dei Paesi del Sud, l’Italia e la Spagna in particolare. Inizia cioè l’operazione “mani pulite” che consegnerà il sistema politico italiano e spagnolo [...] alle nuove strategie del capitalismo e cioè alla loro adesione acritica e servile alla globalizzazione e a una Europa “occidentalizzata”». (5)</p>
<p>Si tratta appunto di quella strategia imperniata sul cosiddetto “unipolarismo statunitense” e che, come si è già ricordato, è entrata in crisi in questi ultimi anni, ma che non può essere seguita da una “fase multipolare” senza che gli Stati Uniti vi si oppongano in ogni modo. A tale proposito, si dovrebbe pure nettamente distinguere la questione di un sistema internazionale multipolare da quella concernente la possibilità di dar vita ad un sistema capitalistico policentrico. Se le considerazioni fin qui svolte sono corrette, è certo possibile che si formi un “polo geopolitico alternativo” (come potrebbe essere quello dei Brics) rispetto a quello occidentale, ma non è possibile che vi sia un sistema (liberal)capitalistico policentrico. Il sistema capitalistico occidentale può tollerare che via sia un certo equilibrio geopolitico multipolare (ossia che esista anche un sistema non capitalistico, o perlomeno non liberalcapitalistico, socialista o “dirigista” che sia), almeno fino a quando non sia in grado di eliminare il “polo antagonista” (e quindi tenterà in ogni modo di creare le condizioni perché ciò sia possibile), ma non può esso stesso essere un sistema multipolare senza rischiare di essere distrutto da “lotte intestine”. In sostanza, è inevitabile che vi sia <i>una sola potenza capitalistica predominante</i> e che la sua “sfera di potenza” sia tendenzialmente <i>illimitata sotto</i> <i>ogni punto di vista </i>(politico, militare, economico e culturale). Sicché, non sorprende che gli Stati Uniti, in specie con la cosiddetta “geopolitica del caos”, tentino di impedire con ogni mezzo che si possa dare origine ad un autentico sistema internazionale multipolare, né che già dagli anni Ottanta la strategia statunitense fosse attenta a “riformare” gli equilibri europei, per evitare che si potesse costituire un “polo geopolitico” europeo, che necessariamente si sarebbe scontrato con gli Stati Uniti.</p>
<p>D’altronde, si deve tener pure presente che nessun’altra potenza rappresenta una “società di mercato” meglio di quella statunitense, che si potrebbe definire una sorta di “<i>talassocrazia assoluta</i>” che mira al dominio della terra, e la cui caratteristica principale consiste in una volontà di potenza che si vuole “libera” «dalla natura, dal tempo e dalla storia» (6) per esportare ovunque la “religione” dell’<i>homo oeconomicus. </i>Va da sé che lo stesso <i>Warfare State</i>, l’immenso apparato militare statunitense – che ha permesso tra l’altro di finanziare con il denaro pubblico (nella patria del liberismo!) settori strategici come il settore della tecnologia aerospaziale, quello dell’elettronica e quello dell’informatica – (7) svolge un ruolo che ha ben poco a che vedere con la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, benché indubbiamente il “sistema occidentale” preferisca agire tramite i <i>media mainstream </i>(di cui il “grande capitale” detiene l’effettivo controllo) e la guerra economica per destabilizzare un Paese e/o distruggerne la base produttiva. (8) Ma si tratta di “cose note” su cui non occorre insistere.</p>
<p>Ciò su cui è invece necessario insistere è che il secolo da poco trascorso ben difficilmente lo si può comprendere senza prendere in esame il declino della potenza inglese (cominciato alla fine dell’Ottocento), la <i>talassocrazia </i>europea che svolse la funzione di “centro regolatore” del sistema capitalistico mondiale fino all’ascesa della Germania e degli stessi Stati Uniti. (9) La crisi economica di fine Ottocento e quella del ’29, ciascuna seguita da una guerra mondiale, non possono non essere messe in relazione al venir meno di quell’equilibrio internazionale che poggiava sul dominio dei mari (e dei “mercati”) da parte della potenza inglese. In definitiva, come insegna Gianfranco La Grassa, si deve tener conto che, se in certe fasi storiche una parte riesce a prevalere nettamente sulle altre e si ha un certo equilibrio, vi sono sempre dei conflitti di varia intensità, sì che prima o poi si passa ad una fase fortemente conflittuale tra i diversi centri di potenza. Ma ciò vale principalmente per il sistema capitalistico, in quanto «l’accentuarsi del combattimento interdominanti […] non ha affatto come scopo il profitto bensì quello della supremazia di certi gruppi su altri, uno scopo per il quale il profitto diventa mezzo [di modo che] il profitto non è fine se non per il singolo capitalista, mero portatore soggettivo di un processo oggettivo in corso di svolgimento nel campo di battaglia, eminentemente politico». (10) Si potrebbe allora affermare che il sistema capitalistico tende ad un equilibrio in cui vi sia un “centro regolatore” dei conflitti (cioè una sola potenza predominante, poiché non si può prescindere dalla potenza politico-militare, dagli apparati coercitivi e ideologici di uno Stato). Un equilibro sempre fluido e tale che, se vien meno, è inevitabile che il sistema capitalistico tenda a ripristinarlo anche con un regolamento bellico dei conti (benché possa anche solo trattarsi di una guerra economica, i cui effetti però possono essere perfino più devastanti di una guerra vera e propria).</p>
<p>In questa prospettiva, ci pare ovvio che anche la strategia alternativa proposta da Ruffolo e Sylos Labini, che dovrebbe portare ad una “nuova alleanza” tra capitalismo e democrazia, fondata su un’economia mista, non possa che essere destinata al fallimento. Certo, siamo i primi a riconoscere a Ruffolo e Sylos Labini il merito di aver compreso l’importanza delle obbligazioni Mefo grazie alle quali Hjalmar Schacht «fra il 1933 e il 1936 realizzò uno dei più grandi miracoli economici della storia moderna, persino più significativo del tanto celebrato “New Deal” di Franklin D. Roosevelt». (11) Tuttavia, è chiaro che nuovi strumenti finanziari e riconversione ecologica dell’economia perché non siano una mera “operazione di cosmesi” presuppongono un mutamento di “orientamento geopolitico”, che nessuna amministrazione statunitense né alcun centro di potere euroatlantista potranno mai promuovere. La riforma del sistema finanziario mondiale, ancora basato sull’egemonia del complesso “politico-militare-industriale-finanziario-culturale” degli Stati Uniti e di quei centri di potere che da questo “complesso” dipendono, sembra quindi presupporre quello che tale riforma dovrebbe ottenere, ovverosia la fine della potenza statunitense come “centro regolatore” del sistema capitalistico occidentale. D’altra parte, la lezione che si deve trarre dal fallimento del progetto di Olof Palme, che intendeva creare un “polo geopolitico socialista” nel cuore dell’Europa (e che, con ogni probabilità, avrebbe rappresentato anche una eccezionale <i>chance </i>per realizzare un “polo geopolitico mediterraneo”) è che la “forma Stato” liberale non può “incastonare” il mercato se non in circostanze geopolitiche particolari, derivanti dal conflitto tra “blocchi di potere” di contrapposti. Ragion per cui ogni Paese che si contrapponga alla politica capitalistica predominante dovrebbe necessariamente essere capace di difendersi dagli attacchi sferrati dai “mercati”, dai <i>media mainstream</i> e dalle “quinte colonne” che possono sempre contare sull’appoggio di gruppi di potere e organizzazioni “internazionali”.</p>
<p>Ciò non significa che l’Europa non abbia altra scelta che seguire i diktat dei “mercati”, ma se è necessario ridefinire l’architettura politica dell’Unione europea per sottrarre l’Europa alla morsa dei “mercati”, come sostengono gli stessi autori del <i>Film della crisi</i>, bisognerebbe ridefinire anche il sistema politico occidentale (pur dovendo evitare gli errori e gli orrori dei regimi totalitari; il problema, si badi, non è la democrazia, intesa come partecipazione del popolo alla vita politica – partecipazione però che può essere garantita in modi assai diversi – , bensì come sia possibile restituire lo scettro al “principe”, come sia cioè possibile interpretare e difendere l’interesse della collettività evitando che “<i>sovrani</i>” siano i “mercati”). (12) Né ciò sarebbe sufficiente, poiché, in ogni caso, sarebbe necessario mutare l’”orientamento geopolitico” dell’Europa, perlomeno intensificando le relazioni politiche ed economiche con le potenze dell’Eurasia (senza le quali ogni riforma del sistema finanziario internazionale è pura fantasia), di modo da poter indebolire la “presa” statunitense e dei “mercati” sulla politica europea. Peraltro, è scontato che una “economia mista” raggiungerebbe appieno il proprio scopo – quello di porre l’economico (il mercato) al servizio dell’intera società e non viceversa come accade in una “società di mercato” – se (secondo la nota tesi di Karl Polanyi) lavoro, terra e moneta non venissero più considerati merci. Il che però sarebbe possibile solo se si creassero anche le condizioni geopolitiche e culturali per un definitivo superamento (ed era ciò cui mirava anche il progetto di Olof Palme) di un sistema internazionale basato sulla <i>crescita illimitata della volontà di potenza economica </i>del centro di potere predominante. Una “dismisura” che concerne l’essenza stessa del capitalismo, in quanto “ideologia e prassi” dell’<i>homo oeconmicus. </i>Facile dunque concludere che, <i>rebus sic stantibus,</i> è assai difficile che vi possa essere una Unione Europea realmente capace di sfidare o almeno di contrastare l’egemonia statunitense.</p>
<p>1<span style="font-size: xx-small;">) Giorgio Ruffolo e Sylos Labini, <i>Il film della crisi</i>, Einaudi, Torino, 2012.</span></p>
<p>2) Luciano Gallino, <i>Finanazcapitalismo</i>, Einaudi, Torino, 2011.</p>
<p>3) Giorgio Ruffolo e Sylos Labini, <i>op. cit.</i>, p. 117. Per un’analisi geopolitica della controffensiva statunitense, a partire dall’inizio degli anni Settanta (esattamente dal 15 agosto 1971, ossia dalla dichiarazione di Nixon sullo sganciamento del dollaro dall’oro, che segna la fine del sistema internazionale cui si era dato inizio con gli accordi di Bretton Woods) fino ai nostri giorni, si veda Giacomo Gabellini, <i>Shock</i>, Anteo Edizioni, 2013.</p>
<p>4) Si veda Giuseppe Mammarella, <i>Storia d’Europa dal 1945 a oggi</i>, Laterza, Roma-Bari, 1980, pp. 53-62.</p>
<p>5) Bruno Amoroso, <i>L’apartheid globale</i>, Lavoro, Roma, 1999, citato in Giacomo Gabellini, <i>op. cit.</i>, p. 42.</p>
<p>6) Harold Bloom,<i> La religione americana</i>, Milano, Garzanti, 1994, p. 52</p>
<p>7) Si pensi che cosa sarebbe stata l’Olivetti se avesse potuto contare su tali finanziamenti allorquando, alla fine degli Sessanta, era all’avanguardia nel settore dell’informatica (su questo tema si veda l’intervista a Giorgio Panattoni di Giuseppe Germinario <strong><a href="http://www.conflittiestrategie.it/lolivetti-vista-da-un-suo-protagonista-giorgio-panattoni-2">http: //www. Conflittiestrategie. it/lolivetti-vista-da-un-suo-protagonista-giorgio-panattoni-2</a> </strong>).</p>
<p>8) Su questo argomento è veramente prezioso il già citato libro di Gabellini. Per quanto concerne il mondo dell’informazione, mai come oggi sarebbe necessario distinguere tra libertà <i>della </i>stampa e libertà di stampa e di espressione (garantita soprattutto da Internet e dalla piccola editoria e minacciata invece dal potere dei <i>media mainstream</i>).</p>
<p>9) Ovviamente, qui non intendiamo tentare alcuna ricostruzione storica di eventi estremamente complessi, ma cercare solo di comprendere l’attuale fase storica sotto l’aspetto geopolitico, nonché, in un certo  senso, sotto quello “metapolitico”.</p>
<p>10) Gianfranco La Grassa, <i>Oltre l’orizzonte</i>, Besa, Lecce, 2011, pp. 62 e 109.</p>
<p>11) Gorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini,<i> op. cit.</i>, pp. 78-79. Per la strategia alternativa proposta di Ruffolo e Sylos Labini si veda <i>Ivi,</i> pp. 85-111.</p>
<p>12) Che il sistema politico liberale sia sempre più dipendente da <i>altri</i> centri di potere, crediamo che non possa essere messo seriamente in discussione da nessuno. Perfino il pluralismo della società occidentale è in larga misura in funzione della struttura dell’apparato tecnico-produttivo.</p>
<p>FONTE: <strong><a href="http://www.eurasia-rivista.org/">http://www.eurasia-rivista.org</a></strong></p>
<p><a href="http://www.eurasia-rivista.org/il-film-geopolitico-della-crisi/19547/"> </a></p>
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		<title>Veti atlantici</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jun 2013 16:10:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>di: Tommaso Di Francesco Ha fatto bene Sel ieri a giudicare «inaccettabile» l&#8217;intesa raggiunta tra i capigruppo Pd-Pdl sulla presidenza del Copasir, il Comitato di controllo sui servizi segreti. Un&#8217;intesa pesante, banco di prova dell&#8217;ibrido governo Letta-Berlusconi nato all&#8217;ombra del ri-presidente Napolitano. Inaccettabile perché il governo ha rifiutato la candidatura al Copasir di Claudio Fava. [...]</p><p>L'articolo <a href="http://coriintempesta.altervista.org/blog/veti-atlantici/">Veti atlantici</a> sembra essere il primo su <a href="http://coriintempesta.altervista.org/blog">Cori in tempesta</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter" alt="cop" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2013/02/parlamento-interna-nuova.jpg?adf349" width="630" height="200" /></p>
<p>di: <strong>Tommaso Di Francesco</strong></p>
<p>Ha fatto bene Sel ieri a giudicare «inaccettabile» l&#8217;intesa raggiunta tra i capigruppo Pd-Pdl sulla presidenza del Copasir, il Comitato di controllo sui servizi segreti. Un&#8217;intesa pesante, banco di prova dell&#8217;ibrido governo Letta-Berlusconi nato all&#8217;ombra del ri-presidente Napolitano. Inaccettabile perché il governo ha rifiutato la candidatura al Copasir di Claudio Fava. Non poteva essere sopportato che a presiederlo fosse un deputato che ha denunciato, per dieci anni, il ruolo nefasto dei nostri servizi segreti e della Cia nel coinvolgimento sulle extraordinary rendition; un intellettuale che ha <span id="more-8812"></span>salvaguardato l&#8217;indipendenza della nostra intelligence, che ha difeso quella magistratura che ha avuto il coraggio di denunciare e condannare i responsabili.  A cominciare da Pollari, ai 19 agenti Usa della sezione Cia italiana , al colonnello della base di Aviano Joseph Romano (poi, chissà perché, graziato da Napolitano).<br />
Sono stati in pochi, con il manifesto, a cercare la verità sul traffico disumano. E a portare in giudizio e a condannare i responsabili, come ha fatto il giudice Armando Spataro sul caso Abu Omar, con l&#8217;incredibile riprovazione dei vari governi (da Prodi a Berlusconi).<br />
Le extraordinary rendition sono avvenute dal 2002 al 2009 (anno in cui ufficialmente sono state regolamentate da Obama: ma la pratica resta), nel silenzio complice e omertoso dei governi europei tutti, democratici e reazionari, dell&#8217;ovest come dell&#8217;est. Dietro coordinamento e direttive della Cia e al di fuori di ogni procedura giuridica o norma del diritto internazionale. Fermavano, rapivano, segregavano, torturavano nelle basi militari Nato vecchie e nuove ad est, e trasferivano in un luogo di detenzione segreta nel territorio di guerra. Poi anche a Guantanamo. È stata la cosiddetta guerra infinita al terrorismo dopo l&#8217;11 settembre 2001, lanciata con ogni mezzo e menzogna dall&#8217;allora presidente americano Bush. Tutti sapevano, tutti rapivano e torturavano. Tutti tacevano.<br />
La battaglia di Fava, e di Spataro, ha spalancato una porta che ora si vuole sbarrare con la decisione sul Copasir che esclude proprio chi poteva vigilare sui processi democratici anche nei Servizi segreti. Noi cercheremo di tenerla aperta perché la democrazia non venga ridotta a pantomima sotto l&#8217;ombrello dei veti atlantici.</p>
<p>FONTE: <a href="http://www.ilmanifesto.it/" target="_blank"><strong>IlManifesto.it</strong></a></p>
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		<title>Vent’anni di trame &#8211; Così Sarkozy fregò Gheddafi (e l&#8217;Italia)</title>
		<link>http://coriintempesta.altervista.org/blog/ventanni-di-trame-cosi-sarkozy-frego-gheddafi-e-litalia/</link>
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		<pubDate>Sun, 09 Jun 2013 17:18:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>coriintempesta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Le Monde: Nicolas trascinò l&#8217;Europa in guerra per nascondere gli aiuti del Colonnello. Ora cerca di cancellare le prove di: Fausto Biloslavo I servizi segreti sono alla caccia di settanta scatoloni pieni di cassette audio e video che contengono le registrazioni degli incontri e delle telefonate fra il defunto colonnello Gheddafi ed i dignitari di mezzo [...]</p><p>L'articolo <a href="http://coriintempesta.altervista.org/blog/ventanni-di-trame-cosi-sarkozy-frego-gheddafi-e-litalia/">Vent’anni di trame &#8211; Così Sarkozy fregò Gheddafi (e l&#8217;Italia)</a> sembra essere il primo su <a href="http://coriintempesta.altervista.org/blog">Cori in tempesta</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Le Monde</em>: Nicolas trascinò l&#8217;Europa in guerra per nascondere gli aiuti del Colonnello. Ora cerca di cancellare le prove</strong></p>
<p>di: <strong>Fausto Biloslavo</strong></p>
<p>I servizi segreti sono alla caccia di settanta scatoloni pieni di cassette audio e video che contengono le registrazioni degli incontri e delle telefonate fra il defunto colonnello Gheddafi ed i dignitari di mezzo mondo, quando veniva trattato con i guanti bianchi.</p>
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<div><img alt="" src="http://www.ilgiornale.it/sites/default/files/styles/large/public/foto/2013-06-07/1370601706-gheddafi.jpg" width="590" height="300" /></div>
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<p>Il primo a doversi preoccupare degli scottanti contenuti delle registrazioni è l&#8217;ex presidente francese Nicolas Sarkozy, come sostiene il quotidiano le Monde che è tornato sul finanziamento libico alla campagna elettorale di Sarkozy nel 2007.<br />
Nel marzo 2011, poche ore prima dei bombardamenti della Nato sulla Libia, Muammar Gheddafi rilasciava a il Giornale l&#8217;ultima intervista della sua vita ad una testata italiana. Alla domanda sull&#8217;interventismo francese che ha spinto in guerra mezza Europa, compreso il nostro Paese, rispondeva: «Penso che Sarkozy ha un problema di disordine mentale. Ha detto delle cose che possono saltar fuori solo da un pazzo». <span id="more-8764"></span>E per ribadire il concetto si sporgeva verso chi scrive battendosi il dito indice sulla tempia, come si fa per indicare i picchiatelli.  Il Colonnello non riusciva a comprendere come l&#8217;ex amico francese, che aveva aiutato con un cospicuo finanziamento (forse 50 milioni di euro) per conquistare l&#8217;Eliseo fosse così deciso a pugnalarlo alle spalle.<br />
Dell&#8217;affaire Sarkozy erano al corrente tre fedelissimi di Gheddafi: il responsabile del suo gabinetto, Bashir Saleh, Abdallah Mansour consigliere del Colonnello e Sabri Shadi, capo dell&#8217;aviazione libica. Saleh, il testimone chiave, vive in Sudafrica, ma nel 2011 era apparso in Francia e poi sparito nonostante un mandato cattura dell&#8217;Interpol. Il caso era stato gestito da Bernard Squarcini, uomo di Sarkozy, ancora oggi a capo del controspionaggio. E sempre Squarcini è coinvolto nella caccia alle cassette scottanti di Gheddafi, che potrebbero contenere gli incontri con altri leader europei. Silvio Berlusconi non ha mai nascosto l&#8217;amicizia con il colonnello, mentre Romano Prodi e Massimo D&#8217;Alema, che pure avevano frequentato la tenda di Gheddafi cercano sempre di farlo dimenticare.<br />
Lo sorso anno un politico francese di sinistra, Michel Scarbonchi, viene avvicinato da Mohammed Albichari, il figlio di un capo dei servizi di Gheddafi morto nel 1997 in uno strano incidente stradale. Albichari sostiene che un gruppo di ribelli di Bengasi ha sequestrato «70 cartoni di cassette» di Gheddafi. Scarbonchi si rivolge al capo del controspionaggio, che incontra il contatto libico. «Avevano recuperato la videoteca di Gheddafi con i suoi incontri e le conversazioni segrete con i leader stranieri» conferma Squarcini a Le Monde. I ribelli vogliono soldi e consegnano come esca una sola cassetta, di poca importanza, che riguarda il presidente della Cosa d&#8217;Avorio. Il materiale è nascosto in un luogo segreto. Pochi mesi dopo Albichari sostiene di essere «stato tradito» e muore per una crisi diabetica a soli 37 anni. Non solo: il corpo di Choukri Ghanem, ex ministro del Petrolio libico, custode di ulteriori informazioni sensibili, viene trovato a galleggiare nel Danubio a Vienna.<br />
La caccia alle registrazioni del Colonnello deve essere iniziata nell&#8217;ottobre 2011, quando la colonna di Gheddafi è stata individuata e bombardata da due caccia Rafale francesi. Il rais libico era stato preso vivo, ma poi gli hanno sparato il colpo di grazia. «L&#8217;impressione è che dopo il primo gruppo di ribelli sia arrivato un secondo, che sapesse esattamente cosa fare e avesse ordini precisi di eliminare i prigionieri» spiega una fonte riservata de il Giornale che era impegnata nel conflitto. L&#8217;ombra dei servizi francesi sulla fine di Gheddafi è pesante. Sarkozy non poteva permettersi che il colonnello, magari in un&#8217;aula di tribunale, rivelasse i rapporti molto stretti con Parigi. La Francia ci aveva tirato per i capelli nella guerra in Libia stuzzicando Berlusconi sui rapporti con Gheddafi. Peccato che Sarkozy ne avesse di ben più imbarazzanti.<br />
Delle cassette di Gheddafi non si sa più nulla. L&#8217;unico che potrebbe far luce sul suo contenuto è Seif al Islam, il figlio del colonnello fatto prigioniero, che i libici vogliono processare e condannare a morte.</p>
<p><a href="http://www.ilgiornale.it/" target="_blank"><strong>IlGiornale.it</strong></a></p>
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		<title>Equitalia società con base in un paradiso fiscale?</title>
		<link>http://coriintempesta.altervista.org/blog/equitalia-societa-con-base-in-un-paradiso-fiscale/</link>
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		<pubDate>Sun, 09 Jun 2013 13:49:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>coriintempesta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di: Matteo Guinnes - Informazione Scorretta Equitalia Spa è una società iscritta in un paradiso fiscale Usa, precisamente in Delaware. Prima di svelare questa truffa bisogna sapere alcune cose. Gli Stati Uniti, oltre a guidare la Nato che ci costringe a spendere miliardi e vite umane per le guerre strategiche che interessano solo agli Usa, sono [...]</p><p>L'articolo <a href="http://coriintempesta.altervista.org/blog/equitalia-societa-con-base-in-un-paradiso-fiscale/">Equitalia società con base in un paradiso fiscale?</a> sembra essere il primo su <a href="http://coriintempesta.altervista.org/blog">Cori in tempesta</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" alt="equ" src="http://informazionescorretta.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2013/06/zequitalia-300x167.jpg" width="590" height="300" /></p>
<p>di: <strong>Matteo Guinnes</strong> -<strong><a href="http://informazionescorretta.altervista.org/" target="_blank"><em> Informazione Scorretta</em></a></strong></p>
<p>Equitalia Spa è una società iscritta in un paradiso fiscale Usa, precisamente in Delaware. Prima di svelare questa truffa bisogna sapere alcune cose.</p>
<p>Gli <strong>Stati Uniti</strong>, oltre a guidare la Nato che ci costringe a spendere miliardi e vite umane per le guerre strategiche che interessano solo agli Usa, sono anche il centro della nostra coalizione economica; proprio in questo periodo, dopo aver visto come hanno utilizzato la Fiat per i loro interessi facendo perdere all’Italia posti di lavoro e tecnologia, ci vogliono costringere a creare una zona di libero scambio fra Europa e Usa. Il vantaggio è tutto loro anche perché, come ha descritto anche il Sole 24 ore, gli Usa hanno nel loro interno <strong>paradisi fiscali</strong>.<span id="more-8797"></span></p>
<p> Uno di questi è lo Stato del <strong>Delaware</strong>, precisamente con la città di Wilmington, a 150 kilometri da Washington, considerata la capitale globale delle registrazioni societarie. “Ogni anno negli Usa vengono costituite circa due milioni di nuove entità societarie. E a quasi nessuna di queste è richiesto di fornire informazioni sui loro veri proprietari. È un problema enorme” sono le parole del senatore Heather Lowe. Anche l’Unione Europea ha avuto modo di occuparsi del problema “Paradisi fiscali e finanziari: una minaccia per il mercato internazionale dell’Ue” in cui del Delaware si dice: “Che il piccolo Stato a Sud della Pennsylvania offra grossi vantaggi alle società offshore, presentandosi come una alternative alle isole Cayman o alle Bermuda sono in pochi a saperlo, ma chi opera nel settore ne è al corrente da tempo”.</p>
<p>Abbiamo fatto queste considerazioni per inquadrare meglio il problema che però non riguarda solo la credibilità e la nocività degli Stati Uniti, ma anche un’azienda, se così possiamo chiamarla, italiana.</p>
<p>Grazie alla segnalazione di alcuni utenti di un forum politico, abbiamo scoperto che andando sul sito proprio delle società del Delaware, raggiungibile da questo link [<strong><a href="https://delecorp.delaware.gov/tin/GINameSearch.jsp" target="_blank">https://delecorp.delaware.gov/tin/GINameSearch.jsp</a></strong>] e inserendo nello spazio “file number” il codice 5315638 esce fuori un risultato sorprendente.</p>
<p><img class="alignright" alt="equi" src="http://informazionescorretta.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2013/06/equitalia2-300x189.jpg" width="300" height="189" />La sopresa è trovare una società dal nome conosciuto: <strong>Equitalia Spa</strong>, la società incaricata di riscuotere i tributi in Italia. Essendo Equitalia una società pubblica, se questa registrata negli Usa fosse collegata a quella italiana sarebbe uno scandalo assoluto. Non abbiamo la possibilità di dire se questo corrisponde al vero oppure no, bisogna attendere e fare approfondimenti. Di certo sappiamo che adesso Equitalia verrà probabilmente abbandonata per far di nuovo spazio ad esattori locali, che in passato hanno fatto peggio di Equitalia stessa: ennesima misura demagogica (per ingannare le persone) del governo Letta, ma questa è un’altra storia.</p>
<p>Rimane la questione scottante di questa società, registrata come opera religiosa negli Usa, ma dall’inconfondibile SPA tutto italiano (da noi sta per Società per Azioni). Speriamo si faccia presto chiarezza: se fosse opera di Equitalia o di qualche funzionario sarebbe uno scandalo, ma anche se fosse opera di altri, potrebbe nascondere la volontà di truffe a contribuenti italiani, che vedendosi recapitare comunicazioni di Equitalia Spa, potrebbero prenderle per buone.</p>
<p>Che si faccia al più presto chiarezza.</p>
<p>Fonte: <strong><a href="http://informazionescorretta.altervista.org/blog/clamoroso-equitalia-societa-con-base-in-un-paradiso-fiscale/" target="_blank">http://informazionescorretta.altervista.org</a></strong></p>
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		<title>Vent’anni di trame &#8211; Quando Hillary spiava il Cav per vincere la guerra del gas</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Jun 2013 09:27:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>coriintempesta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Intrigo internazionale: svelate le strategie occulte di Berlino, Londra e Washington contro l&#8217;asse Roma-Mosca di: Gian Micalessin «Quali sono i punti di vista dei funzionari del governo e di quelli dell&#8217;Eni sulle relazioni nel settore energia dell&#8217;Italia con la Russia e con il progetto South Stream&#8230; Vi preghiamo di fornire ogni informazione sui rapporti tra i [...]</p><p>L'articolo <a href="http://coriintempesta.altervista.org/blog/ventanni-di-trame-quando-hillary-spiava-il-cav-per-vincere-la-guerra-del-gas/">Vent’anni di trame &#8211; Quando Hillary spiava il Cav per vincere la guerra del gas</a> sembra essere il primo su <a href="http://coriintempesta.altervista.org/blog">Cori in tempesta</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Intrigo internazionale: svelate le strategie occulte di Berlino, Londra e Washington contro l&#8217;asse Roma-Mosca</strong></em></p>
<p>di: <strong>Gian Micalessin</strong></p>
<p>«Quali sono i punti di vista dei funzionari del governo e di quelli dell&#8217;Eni sulle relazioni nel settore energia dell&#8217;Italia con la Russia e con il progetto South Stream&#8230; Vi preghiamo di fornire ogni informazione sui rapporti tra i funzionari dell&#8217;Eni, incluso il presidente Scaroni e i componenti del governo, specialmente con il primo ministro Berlusconi e il ministro degli Esteri (all&#8217;epoca Franco Frattini, ndr)».</p>
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<div><img alt="" src="http://www.ilgiornale.it/sites/default/files/styles/large/public/foto/2013-06-07/1370585223-clinton.jpg" width="590" height="300" /></div>
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<p>La pressante richiesta d&#8217;informazioni è contenuta in un cablogramma segreto, datato gennaio 2010, inviato all&#8217;ambasciata di Roma dalla segreteria di stato Usa guidata da Hillary Clinton. La richiesta sembra quasi anticipare alcune inchieste giudiziarie destinate a colpire in periodi successivi alcune nostre importanti aziende di stato,<span id="more-8768"></span> impegnate in ambito internazionale. Ovviamente è azzardato pensare che le indagini della nostra magistratura italiana siano state influenzate dalle informazioni raccolte dai servizi segreti o dal personale diplomatico statunitense. <!--more-->Alla base di tutto c&#8217;è però il sospetto e l&#8217;ostilità per il rapporto personale stretto da Silvio Berlusconi e Vladimir Putin sin dal vertice di Pratica di Mare del lontano 2002.  Un rapporto dalle inevitabili ricadute sul fronte della guerra per l&#8217;energia e delle condutture strategiche. Un rapporto che gli americani tengono sott&#8217;occhio fin dall&#8217;aprile 2008, quando un telex inviato dall&#8217;ambasciata statunitense a Roma al ministero del Tesoro di Washington consiglia di far pressione su Berlusconi, da poco rieletto, perché metta un freno all&#8217;alleanza tra Eni e Gazprom. «Bisognerebbe spingere il nuovo governo Berlusconi ad agire un po&#8217; meno come il cavallo scalpitante degli interessi di Gazprom&#8230; l&#8217;Eni &#8211; scrive il dispaccio confidenziale diventato poi pubblico grazie a Wikileaks &#8211; sembra appoggiare i tentativi di Gazprom di dominare le forniture energetiche dell&#8217;Europa, andando contro i tentativi americani, appoggiati dall&#8217;Unione Europea di diversificare le forniture energetiche».<br />
Quell&#8217;informativa non incrina certo i rapporti tra l&#8217;amministrazione Bush e il Cavaliere, chiamato di lì a due anni a un intervento davanti al Congresso americano su richiesta della maggioranza repubblicana. Diventa però un pesante atto d&#8217;accusa quando a decidere le nuove strategie è l&#8217;amministrazione Obama. All&#8217;origine di quell&#8217;informativa ci sono gli incontri del 2 aprile 2008 tra il presidente dell&#8217;Eni Paolo Scaroni e Vladimir Putin nella dacia di Ogaryovo, in cui viene definito l&#8217;intervento di Gazprom in Libia e Algeria con l&#8217;aiuto dell&#8217;Eni e la partecipazione italiana al progetto South Stream. Quei due protocolli d&#8217;intesa diventano nell&#8217;era Obama un vero atto d&#8217;accusa nei confronti del governo Berlusconi, sospettato di favorire una manovra a tenaglia per imporre all&#8217;Europa l&#8217;egemonia energetica di Mosca. A far paura è soprattutto il South Stream, il progetto di gasdotto italo-russo-turco destinato a portare il gas del Caspio in Puglia e in Friuli Venezia Giulia, tagliando fuori l&#8217;Ucraina e passando per Turchia, Serbia e Slovenia. Un progetto in diretta competizione con il Nabucco, il gasdotto messo in cantiere da Ue e Usa per vendere in Europa il gas dell&#8217;Azerbaijan ed evitare così qualsiasi dipendenza dalla Russia.<br />
In questo clima la foto di Putin, Berlusconi e del premier Turco Recep Tayyp Erdogan, che firmano &#8211; il 6 agosto 2009 &#8211; l&#8217;accordo per il passaggio delle tubature sotto il Mar Nero, si trasforma in un&#8217;autentica ossessione per l&#8217;amministrazione Obama e per i paesi dell&#8217;Unione Europea avversari di Mosca. Primi fra tutti la Francia e la Gran Bretagna. Nell&#8217;immaginario di quell&#8217;ossessione, South Stream rappresenta il piano di Berlusconi e Putin per stringere la Ue in una vera e propria ganascia energetica e ricattarla. Il secondo potente braccio di quella tenaglia immaginaria è rappresentato da «Greenstream» e «Transmed», le due condutture controllate dall&#8217;Eni che portano in Europa il gas dalla Libia e dall&#8217;Algeria. All&#8217;accerchiamento dell&#8217;Europa contribuisce su un terzo settore anche il North Stream, il gasdotto destinato a rifornire di gas russo il nord dell&#8217;Europa. Ma su quel progetto, appoggiato e voluto dalla Germania, nessuno fiata. South Stream e gli accordi Gazprom-Eni diventano, invece, il bersaglio preferito degli strali europei e americani. Bruxelles dichiara già nel 2008 di voler sorvegliare i crescenti interessi garantiti da Eni a Gazprom nel Nord Africa. E Andris Pielbags, al tempo commissario europeo dell&#8217;energia, mette in guardia dalla possibilità che Eni collabori con Gazprom anche in Algeria. Nel luglio 2010 il suo successore Guenther Oettinger, non si fa problemi a dichiarare che il South Stream non rientra negli interessi dell&#8217;Europa in quanto concorrente del Nabucco. La prima ad agire direttamente è Angela Merkel, che nel luglio 2010 vola ad Astana per chiedere al presidente Nursultan Nazarbayev di mettere il gas kazako a disposizione del Nabucco. Da quel momento la vera tenaglia diventa quella messa insieme da Washington e Londra da una parte e da Parigi e Berlino dall&#8217;altra. Una tenaglia studiata per schiacciare l&#8217;asse Roma-Mosca e annullarne gli effetti.<br />
Il primo a sfruttare il cambio di strategia introdotto dall&#8217;amministrazione Obama è il presidente francese Nicolas Sarkozy. Sospettato e accusato di aver beneficiato di 50 milioni di euro, messigli a disposizione dal rais per la sua elezione, Sarkò si ritrova, come gli inglesi, incapace di tessere un rapporto proficuo con Gheddafi. Nonostante il Colonnello abbia piantato la sua tenda nel cuore di Parigi assai prima che a Roma, la Total porta a casa solo 55mila barili di petrolio al giorno contro gli oltre 280mila della nostra Eni. La «tenaglia» Eni-Gazprom rischia di rendere inutili anche gli accordi per la vendita sul mercato europeo del gas stretti da Parigi con l&#8217;emirato del Qatar. Un emirato a cui Sarkozy fa di tutto per «regalare» i campionati mondiali di calcio del 2022.<br />
La deflagrazione delle cosiddette primavere arabe sponsorizzate e appoggiate dal Qatar è un altro atto importante per avvicinare le posizioni dei principali avversari dell&#8217;asse Roma-Mosca-Tripoli. Il vero colpo da maestro il Qatar lo realizza in Libia, dove accende la rivolta manovrando gli ex al qaidisti tirati fuori dalle galere di Gheddafi grazie a una mediazione con il figlio Saif. Come è risaputo, la rivolta di Bengasi si realizza solo grazie alla defezione di Adnan al Nwisi, un colonnello dell&#8217;esercito libico sul libro paga del Qatar, che consegna a un gruppo jihadista un deposito di armi della città di Derna. I 70 veicoli e i 250 fucili razziati in quell&#8217;arsenale consentono qualche giorno dopo di espugnare il quartier generale di Bengasi e accendere la rivolta che porterà alla caduta di Gheddafi. Una caduta che Berlusconi, libero dall&#8217;immagine devastante cucitagli addosso dal processo Ruby, avrebbe potuto forse evitare. La fine del Colonnello non porta la democrazia in Libia, ma si rivela perfetta per smantellare gli interessi di Eni e Gazprom, per rendere più debole l&#8217;economia dell&#8217;Italia e aggravare quella crisi che porterà, alla fine del 2011, alle dimissioni del governo Berlusconi e all&#8217;avvento del governo «europeista» e «atlantista» di Mario Monti.<br />
(4 &#8211; continua)</p>
<p><a href="http://www.ilgiornale.it/" target="_blank"><strong>IlGiornale.it</strong></a></p>
<p><a href="http://coriintempesta.altervista.org/blog/ventanni-di-trame-la-guerra-della-casa-bianca-allasse-tra-il-cav-e-mosca/" target="_blank"><strong>La guerra della Casa Bianca all’asse tra il Cav e Mosca</strong></a></p>
<p><a href="http://coriintempesta.altervista.org/blog/ventanni-di-trame-i-segreti-indicibili-della-guerra-a-berlusconi/" target="_blank"><strong>I leader mondiali e le trame anti Cav</strong></a></p>
<p><a href="http://coriintempesta.altervista.org/blog/ventanni-di-trame-i-segreti-indicibili-della-guerra-a-berlusconi/" target="_blank"><strong>I segreti indicibili della guerra a Berlusconi</strong></a></p>
<p>L'articolo <a href="http://coriintempesta.altervista.org/blog/ventanni-di-trame-quando-hillary-spiava-il-cav-per-vincere-la-guerra-del-gas/">Vent’anni di trame &#8211; Quando Hillary spiava il Cav per vincere la guerra del gas</a> sembra essere il primo su <a href="http://coriintempesta.altervista.org/blog">Cori in tempesta</a>.</p>]]></content:encoded>
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		<title>Putin si conferma la &#8220;bestia nera&#8221; degli USA e di Israele</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Jun 2013 14:42:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>coriintempesta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Articolo inviato al blog di: Luciano Lago La sensazione in queste ore è quella che il presidente Putin stia uscendo vincitore nel duro confronto a distanza con gli USA ed i suoi alleati europei nonché rispetto alle ingerenze turche e di quelle delle petromonarchie del golfo. Questa di Putin non è soltanto una vittoria della sua posizione [...]</p><p>L'articolo <a href="http://coriintempesta.altervista.org/blog/putin-si-conferma-la-bestia-nera-degli-usa-e-di-israele/">Putin si conferma la &#8220;bestia nera&#8221; degli USA e di Israele</a> sembra essere il primo su <a href="http://coriintempesta.altervista.org/blog">Cori in tempesta</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" alt="putin" src="http://i.huffpost.com/gen/359530/thumbs/r-VLADIMIR-PUTIN-large570.jpg" width="590" height="300" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Articolo <a href="http://coriintempesta.altervista.org/blog/collabora-con-noi/" target="_blank">inviato</a> al blog</strong></p>
<p>di:<strong> Luciano Lago</strong></p>
<p>La sensazione in queste ore è quella che il presidente Putin stia uscendo vincitore nel duro confronto a distanza con gli USA ed i suoi alleati europei nonché rispetto alle ingerenze turche e di quelle delle petromonarchie del golfo. Questa di Putin non è soltanto una vittoria della sua posizione di fermezza nei confronti delle pressioni fatte dal Dipartimento di Stato USA per imporre la soluzione americana al conflitto in Siria (che gli stessi americani hanno provocato) ma anche un importante successo della Russia di Putin nell’affermarsi sulla scena mondiale come difensore della non ingerenza, del rispetto del diritto internazionale e della sovranità dei paesi del Terzo Mondo.<span id="more-8779"></span><!--more--></p>
<p> I successi che sta ottenendo la contro offensiva dell’Esercito Nazionale Siriano sul campo, appoggiato anche dagli Hezbollah nel Libano, la ritirata disordinata e l’accerchiamento delle forze ribelli nelle loro roccaforti di Qseir e di Homs , il sostegno comprovato che la stragrande maggioranza della popolazione siriana sta fornendo allo stesso regime di al Assad, hanno dimostrato la falsità delle versioni fornite fino ad oggi dai media occidentali sullo svolgimento della guerra in Siria.<br />
Nella stessa opinione pubblica occidentale (nonostante la censura delle notizie dal Medio Oriente) iniziano a filtrare le notizie dei massacri e delle atrocità compiute dai miliziani salafiti armati dagli USA e finanziati dall’Arabia Saudita e dal Qatar, in particolare le stragi di cristiani effettuate ad Homs, le torture e persino i casi di cannibalismo documentati sulla rete. Tutti episodi che rivelano in modo incontrovertibile che quando si parla dell’ELF (esercito libero siriano) e la Jabhat al-Nusra (le due componenti principali dei miliziani anti Assad) non si tratta di quei ribelli e “combattenti per la libertà” che i media occidentali (come Repubblica, Il Corriere della Sera e le reti RAI) dipingevano all’inizio della presunta rivolta contro il regime ma bensì di fanatici integralisti ispirati alla Jahd ed affiliati in buona parte con Al Quaeda.</p>
<p>Oggi lo ammette a denti stretti la stessa agenzia americana Reuters che afferma di aver constatato il predominio delle milizie Jaddiste sul terreno rispetto ad altre fazioni e l’affiliazione ad Al Quaeda di queste milizie.</p>
<p><a href="http://www.reuters.com/article/2013/05/29/us-syria-crisis-violations-idUSBRE94S1AO20130529" target="_blank">http://www.reuters.com/article/2013/05/29/us-syria-crisis-violations-idUSBRE94S1AO20130529</a></p>
<p>Le forze ribelli,dove avevano conquistato terreno avevano creato un ambiente infernale con soprusi vessazioni della popolazione, imposizione dei dogmi islamici più retrogradi derivanti dalla fede salafita e wahabita (quella dell’Arabia Saudita), torture a donne e civili restii ad adattarsi, massacri e sequestri. Uno scenario tipo Irak anno 2000.<br />
Tanto che la popolazione siriana vede ora con sollievo l’avanzata delle forze dell’Esercito nazionale Siriano.</p>
<p>Il presidente al Assad aveva rilasciato poche giorni fa un’intervista non a caso ad un importante quotidiano argentino “Clarin” (in Argentina vive una forte colonia siriana) nella quale aveva ricordato gli sforzi del suo governo di arrivare ad un dialogo con l’opposizione ma la difficoltà di individuare con chi doveva essere svolto questo dialogo ed il rifiuto di questa possibilità di dialogo da parte delle miriadi di formazioni dell’opposizione.</p>
<p>L’unico approdo al dialogo sembrerebbe ormai la prossima conferenza di Ginevra dove gli americani, con la loro solita arroganza imperialista, vorrebbero essere loro a dettare l’agenda impedendo all’Iran (paese confinante) di essere presente e definendo chi dovrebbe (secondo loro) rappresentare il popolo siriano. Tutto deve conciliarsi con la ossessiva richiesta dei paesi occidentali per un cambio di regime in Siria per il quale debbano essere le grandi potenze e non il popolo siriano a decidere.</p>
<p>Tuttavia mentre ancora di discute ed appaiono evidenti gli obiettivi strategici delle potenze occidentali, di Israele e dell’l’Arabia Saudita, la Russia, con mossa a sorpresa di Putin, procede ad inviare buona parte della sua flotta davanti alle coste siriane ed a fornire alla Siria i missili antinave con gittata di 300 Km. Oltre ai micidiali missili antiaerei S300, tutte armi destinate ad impedire un qualsiasi blocco aereo navale (no fly zone) da parte della Nato in Siria ed a mettere sull’avviso anche Israele.</p>
<p>Con questa mossa Putin impone il suo gioco di grande attore sullo scenario del Medio Oriente e manda un messaggio molto chiaro al Dipartimento di Stato ed alle cancellerie di Francia, Gran Bretagna ed Israele: la Russia si pone al fianco della Siria e non permetterà un’altra operazione tipo Libia.</p>
<p>D’altra parte appare chiaro che l’obiettivo degli USA e di Israele era quello di destabilizzare la Siria puntando sul rovesciamento di del regime di Assad e su una divisione del paese fra varie confessioni, facendo leva sulle rivalità tra sunniti, alawiti, wahabiti, sciiti, ortodossi e cristiani (questi ultimi destinati ad un genocidio). Il paradosso sta nel fatto che la Siria di al Assad era uno dei pochi regimi laici e tolleranti del Medio Oriente dove convivevano in pace tutte le confessioni. Questo sarà considerato nella Storia il vero crimine dell’Occidente: indifferenza verso le sofferenze della popolazione e volontà di incrementare la guerra con continuo invio di armi ai ribelli, in massima parte stranieri che si sono infiltrati in Siria.</p>
<p>Un crimine ed una vera “demenza” dei paesi europei che, contribuendo ad armare le milizie integraliste di Al Quaeda, non considerano gli effetti negativi che si estenderanno in tutto il M.O. per una eventuale destabilizzazione della Siria.</p>
<p>Non è da trascurare poi il fattore della prossima realizzazione del grande oleodotto che dall’Iran, passando per la Siria e poi dal Libano, dovrebbe portare il petrolio (russo e iraniano) verso l’Europa. A questo sembra sia interessata anche la Gazprom come investimento e distribuzione del greggio. Opera osteggiata dagli americani, dalla Turchia e dal Qatar che vorrebbero la realizzazione di un oleodotto che attraversi l’Asia, transiti dai paesi del Golfo, arrivando direttamente in Turchia per poi inviare il greggio verso l’Europa. Gli interessi sulla questione spiegano molte cose: la volontà della Russia e dell’Iran di non essere lasciati al margine di questa opera strategica e la fermezza di Putin nel difendere gli interessi strategici ed energetici della Russia. Interessi che sono coincidenti con quelli dell’Iran e della Siria.</p>
<p>Di tutto questo si dovrà parlare nella prossima conferenza di Ginevra, sperando che l’Occidente abbandoni l’ipocrisia della conclamata causa della “democrazia da difendere in Siria” e riveli la vera posta in gioco. Per la data della conferenza gli attori sullo scenario siriano cercheranno di arrivare in una posizione di vantaggio e, dagli ultimi avvenimenti, la mossa del cavallo l’ha fatto il sig. Putin, il personaggio che si appalesa come la “bestia nera” per gli interessi degli USA e di Israele.</p>
<p><a href="http://www.voltairenet.org/article178725.html" target="_blank">http://www.voltairenet.org/article178725.html</a></p>
<p><a href="http://www.europapress.es/internacional/noticia-putin-lamenta-ue-levante-embargo-armas-siria-avisa-intervencion-militar-fracasara-20130604141719.html" target="_blank">http://www.europapress.es/internacional/noticia-putin-lamenta-ue-levante-embargo-armas-siria-avisa-intervencion-militar-fracasara-20130604141719.html</a></p>
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		<title>Vent’anni di trame – La guerra della Casa Bianca all’asse tra il Cav e Mosca</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Jun 2013 09:03:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>coriintempesta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Mentre a Bengasi scoppiava la rivolta, Medvedev firmava accordi con l’Eni per i diritti di un pozzo in Libia: uno sgarro per Obama. Quante &#8220;coincidenze&#8221; contro il Cav di: Gian Micalessin Se vivete di pane e complotti, il 15 febbraio 2011 vi sembrerà una congiunzione fatidica e fatale. Se non ci credete, godetevi le bizzarrie del [...]</p><p>L'articolo <a href="http://coriintempesta.altervista.org/blog/ventanni-di-trame-la-guerra-della-casa-bianca-allasse-tra-il-cav-e-mosca/">Vent’anni di trame – La guerra della Casa Bianca all’asse tra il Cav e Mosca</a> sembra essere il primo su <a href="http://coriintempesta.altervista.org/blog">Cori in tempesta</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" alt="ber" src="http://www.ilgiornale.it/sites/default/files/styles/large/public/foto/2009/12/03/att_577926" width="590" height="300" /></p>
<p><strong><em>Mentre a Bengasi scoppiava la rivolta, Medvedev firmava accordi con l’Eni per i diritti di un pozzo in Libia: uno sgarro per Obama. Quante &#8220;coincidenze&#8221; contro il Cav</em></strong></p>
<p>di:<strong> Gian Micalessin</strong></p>
<p>Se vivete di pane e complotti, il 15 febbraio 2011 vi sembrerà una congiunzione fatidica e fatale. Se non ci credete, godetevi le bizzarrie del destino e della storia. Quel giorno tra Mosca, Bengasi e Milano si compiono tre avv enimenti chiave, apparentemente slegati tra loro.</p>
<p>Nella capitale russa, il consigliere del Cremlino Sergei Prikhodko annuncia l’arrivo a Roma del presidente Dmitry Medvedev per la firma di uno storico contratto con l’Eni,destinato ad aprire le porte della Libia al gigante del petrolio russo Gazprom.<span id="more-8746"></span></p>
<p>  A Milano, nelle stesse ore, il giudice per le indagini preliminari Cristina Di Censo deposita il rinvio a giudizio per gli imputati del processo Ruby. A Bengasi, invece, scoppiano i disordini che spingeranno la Nato all’intervento militare e all’eliminazione di Gheddafi.</p>
<p>Nessuno quel giorno può intravvedere la minima correlazione fra i tre eventi, destinati a determinare l’emarginazione internazionale dell’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e portarlo alle dimissioni.</p>
<p>Le conseguenze del processo Ruby e della rivolta di Bengasi sono ormai chiare.</p>
<p>Quelle dell’annuncio di Mosca, seppure meno trasparenti, sono fondamentali per comprendere perché i legami intessuti dal governo Berlusconi con Mosca e Tripoli fossero un ostacolo agli interessi di alcuni importanti«alleati»dell’Italia. L’accordo firmato dal presidente Medvedev, a Roma il 17 febbraio 2011, mentre a Bengasi già infuriano gli scontri, garantisce il passaggio a Gazprom della metà dei diritti di sfruttamento, detenuti per il 33 per cento da Eni, del pozzo libico di El Feel. Quel giacimento non è una risorsa come le altre. Scoperto nel 1997 da un consorzio internazionale partecipato dall’Eni, e battezzato Elefante per le sue dimensioni, il pozzo, situato a 800 chilometri a sud di Tripoli, custodisce circa 700 milioni di barili di greggio. È insomma una delle più importanti riserve della nostra ex colonia. La cessione di un sesto di quel greggio a Gazprom, la compagnia petrolifera considerata il braccio armato di Mosca nella guerra per l’energia tra Russia e Stati Uniti, viene visto come uno sgarro dell’Italia alle politiche energetiche dell’Europa e della Casa Bianca. Uno sgarro frutto degli stretti legami d’amicizia in­tessuti da Silvio Berlusconi con Vladimir Putin e Muhammar Gheddafi. Per capire perché l’accordo sul pozzo di El Feef diventa la goccia capace di far traboccare il vaso spingendo i nostri alleati a eliminare Gheddafi e a ridimensionare Berlusconi, bisogna far un salto indietro al 3 novembre 2003. Quella notte un’operazione organizzata dal Sismi di Niccolò Pollari, d’intesa con Cia e MI6 britannico, porta alla scoperta nelle stive del portacontainer «Bbc China», da po­co attraccato nel porto di Taranto, di un importante carico di frequenziometri, pompe, tubi di alluminio e altre parti essenziali per assemblare le centrifughe destinate all’arricchimento dell’uranio. Quel carico destinato a Tripoli diventa la «pistola fumante» sufficiente a provare i tentativi del Colonnello libico di dotarsi di armi nucleari. La «pistola fumante» viene subito usata da Cia e MI6 per mettere Gheddafi con le spalle al muro e convincerlo a rinunciare ai suoi programmi nucleari garantendogli, in cambio, la fine delle sanzioni e la ripresa dei rapporti commerciali con l’Occidente.</p>
<p>La capacità dell’Italia di assicurarsi le più importanti commesse libiche, grazie ai rapporti tra Berlusconi e il Colonnello, finisce con il mettere in crisi il patto siglato tra le banchine di Taranto. I primi a soffrire e a lamentarsi sono gli inglesi. Sir Mark Allen, l’uomo dell’MI6 mandato a fine 2003 a gestire la resa di Gheddafi, si ritrova a dovergarantire la liberazione dello stragista di Lockerbie, Abdul Baset Ali al Meghrai, per assicurare alla Bp un contratto da 54 milioni di sterline.</p>
<p>Berlusconi nel frattempo inanella accordi assai più fruttuosi, usando esclusivamente il rapporto personale con l’estroso dittatore libico. Il malessere di Londra resta confinato finché la Casa Bianca resta nelle mani di un George W. Bush e di un’amministrazione repubblicana disposti ad accettare le politiche «parallele» dell’alleato italiano in cambio della collaborazione a livello internazionale, dell’impegno in Iraq e Afghanistan e degli stretti rapporti intessuti con Israele. Lo scenario cambia bruscamente agli inizi del 2009, quando lo Studio Ovale passa nelle mani di Barack Obama e dell’amministrazione democratica. Con il cambio d’inquilino, cambiano anche strategie e obbiettivi. Le costanti frizioni con il premier israeliano Benjamin Netanyahu spingono gli strateghi democratici a definire un’ardita politica di avvicinamento ai Fratelli Musulmani. Dopo averli frettolosamente identificati come la forza emergente pronta ad abbracciare la democrazia e ad accettare, grazie all’aiuto del Qatar, le politiche di Washington, i teorici liberal di Obama scommettono su di loro per sostituire quei dittatori fulcro delle strategie americane in Medio Oriente e Nord Africa. La nuova alleanza, oltre a rendere marginale il ruolo d’Israele, sancisce una svolta nell’ambito dello scontro energetico con la Russia. Il Qatar, nemico dell’Iran sciita e quinto produttore mondiale di gas, diventa- nei piani messi a punto dai think tank democratici &#8211; uno dei tanti tasselli destinati impedire a Gazprom e a Mosca di egemonizzare le forniture energetiche all’Europa.</p>
<p>Nell’ambito di questa nuova strategia anche l’Italia di Berlusconi si trasforma in un ostacolo da spianare. E a farlo capire, sollecitando inchieste segrete capaci d’innescare accuse di corruzione e interesse privato ben peggiori di quelle piovute su Berlusconi un anno dopo, ci pensa il segretario di stato democratico Hillary Clinton. «Preghiamo di fornire qualsiasi informazione sulle relazioni personali tra il primo ministro russo Vladimir Putin e il premier Silvio Berlusconi. Quali investimenti personali, potrebbero aver indirizzato le loro politiche economiche ed estere», scrive un lungo cablogramma segreto, diventato pubblico grazie a Wikileaks , in­dirizzato a fine di gennaio 2010 dalla segreteria di stato di Washington alle ambasciate di Mosca e Roma. La Clinton chiede insomma a diplomatici e a servizi segreti di fornirgli delle prove da usare contro l’«alleato » Berlusconi e contro il «nemico » Putin. Cosa vuole fare con quelle informazioni il capo della diplomazia americana? Come intende utilizzarle? A chi vuole passarle? Forse non lo sapremo mai. Ma sappiamo che, in quel gennaio 2010, all’assalto giudiziario contro Berlusconi si aggiunge la guerra internazionale.</p>
<p>(3- continua)</p>
<p>FONTE:<strong> <a href="http://www.ilgiornale.it/" target="_blank">IlGiornale.it</a></strong></p>
<p><a href="http://coriintempesta.altervista.org/blog/ventanni-di-trame-i-segreti-indicibili-della-guerra-a-berlusconi/" target="_blank"><strong>I leader mondiali e le trame anti Cav</strong></a></p>
<p><a href="http://coriintempesta.altervista.org/blog/ventanni-di-trame-i-segreti-indicibili-della-guerra-a-berlusconi/" target="_blank"><strong>I segreti indicibili della guerra a Berlusconi</strong></a></p>
<p>L'articolo <a href="http://coriintempesta.altervista.org/blog/ventanni-di-trame-la-guerra-della-casa-bianca-allasse-tra-il-cav-e-mosca/">Vent’anni di trame – La guerra della Casa Bianca all’asse tra il Cav e Mosca</a> sembra essere il primo su <a href="http://coriintempesta.altervista.org/blog">Cori in tempesta</a>.</p>]]></content:encoded>
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		<title>Cos’è il neoliberismo?</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Jun 2013 15:55:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>coriintempesta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di: Vicenç Navarro Danny Darling, professore di Geografia Umana dell’Università di Sheffield ha appena pubblicato un articolo sul settimanale New Stateman (“How Social Mobility got Stuck”, 16.5.2013), che illustra chiaramente quello che alcuni di noi stanno dicendo, e cioè che il neoliberismo è l’ideologia promossa dai super-ricchi per poter ottenere politiche pubbliche che li favoriscano. Il [...]</p><p>L'articolo <a href="http://coriintempesta.altervista.org/blog/cose-il-neoliberismo/">Cos’è il neoliberismo?</a> sembra essere il primo su <a href="http://coriintempesta.altervista.org/blog">Cori in tempesta</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" alt="neolib" src="http://www.secondowelfare.it/images/articoli/body_neowelfare.jpg" width="590" height="300" /></p>
<p>di: <strong>Vicenç Navarro</strong></p>
<p>Danny Darling, professore di Geografia Umana dell’Università di Sheffield ha appena pubblicato un articolo sul settimanale New Stateman (“<em>How Social Mobility got Stuck</em>”, 16.5.2013), che illustra chiaramente quello che alcuni di noi stanno dicendo, e cioè che il neoliberismo è l’ideologia promossa dai super-ricchi per poter ottenere politiche pubbliche che li favoriscano. Il professor Darling analizza la concentrazione delle rendite e della ricchezza durante la vita della signora Thatcher (l’idolo dei neoliberisti, che ha tenuto banco sulla stampa spagnola in occasione della sua morte), dalla sua nascita alla sua morte, mostrando come le politiche promosse dal suo governo hanno enormemente contribuito a tale concentrazione. <span id="more-8741"></span><!--more--></p>
<div> Cominciamo dai dati. Quando Margaret Thatcher nacque, nel 1925, entrò a far parte di una famiglia del gruppo superiore per rendita della Gran Bretagna. Quando andò all’Università di Oxford, la sua famiglia era già riuscita ad entrare a far parte dell’1% della popolazione con la rendita più alta e quando, nel corso degli studi a Oxford, si sposò con Dennis, suo marito, questa parte era già diventata lo 0,1% della popolazione.</div>
<div>Bene, nonostante appartenesse a questo 0,1%, non era considerata abbastanza ricca per diventare un dirigente del Partito Conservatore – Tory – che era controllato dallo 0,01% della popolazione, cioè dai super-ricchi dell’establishment britannico.</div>
<div>La sua elezione a presidente di tale partito venne vista come una rivolta dei ricchi nei confronti dei super-ricchi. Tale ribellione, tuttavia, era fittizia perché Margaret Thatcher servì con grande entusiasmo e docilità i super-ricchi.</div>
<div></div>
<div>Nel 1945, quando la Thatcher aveva 20 anni, i super-ricchi (lo 0,01%) ricevevano 123 volte la rendita media della Gran Bretagna. Quado lei compì 40 anni, nel 1965, questa differenza di rendita si era ridotta alla metà, cioè a 62 volte, metà che scese ancora, così che nell’anno in cui fu eletta prima Ministra del paese, nel 1978, si trovava nel punto più basso, 28 volte.</div>
<div>Naturalmente è del tutto ovvio dire che i super-ricchi odiavano questo abbassamento del differenziale e le politiche redistributive su cui era basata tale riduzione. Così sostennero con tutte le forze Margaret Thatcher che aveva mostrato, nel suo breve ruolo di dirigente del Partito Conservatore, di essere la loro migliore alleata e scommessa per il futuro.</div>
<div></div>
<div>Ma, per vincere, bisognava indebolire il Partito Laburista, cosa che riuscì a fare dividendolo.</div>
<div>I super-ricchi appoggiarono di nascosto (e a volte neanche tanto di nascosto) la creazione del Social Democratic Party, che divise le sinistre, punto chiave per spiegare la sconfitta del governo laburista. Ma la vittoria più grande di Margaret Thatcher – come riconobbe lei stessa – fu il cambiamento del partito Laburista, divenuto New Labour o Terza Via che, una volta sostituito il Partito Conservatore, continuò le stesse politiche neoliberiste che il governo della Thatcher aveva cominciato.</div>
<div></div>
<div>Di conseguenza quando, nel 1999, la Thatcher abbandonò il potere, i super-ricchi (lo 0,01%) incassavano 70 volte di più della media degli altri; tali politiche furono poi continuate dal New Labour, in modo che nel 1007 lo 0,01% riusciva a possedere 144 volte più della media.Le politiche neoliberiste della sig.ra Thatcher erano le stesse del sig. Reagan negli USA: un attacco frontale al mondo del lavoro e ai sindacati, mettendo in campo politiche redistributive in senso opposto a quelle messe in atto dai governi precedenti.</div>
<div></div>
<div>Invece, secondo il rapporto “<em>Political and Social Exclusion</em>” del 2013, il 50% della popolazione (la classe lavoratrice e settori della classe media) nel 2007 aveva una rendita minore che nel 1983 e si sente decisamente insicuro. Oggi il 30% della popolazione vive in case inabitabili e/o insufficienti e il 7% non ha soldi per mangiare ed è denutrito. Una persona su tre non ha abbastanza denaro per riscaldare la sua casa.</div>
<div></div>
<div>In fin dei conti ai super-ricchi va molto bene; ai ricchi (l’altro 9% che completa il 10% di rendita superiore) va decisamente bene, e al restante 40% (rispetto alla metà superiore della popolazione) va bene o comunque va regolarmente.</div>
<div>E’ al restante 50%, l’altra metà della popolazione britannica, che va male e, ad alcuni, va francamente molto male.</div>
<div>Sarebbe interessante che un tale studio venisse fatto in Spagna. Il difficile sarà trovare i finanziamenti per farlo.</div>
<div></div>
<div>Tradotta da: <span><b> Daniela Trollio</b></span></div>
<div>Fonte: <em><strong>http://www.tlaxcala-int.org</strong></em></div>
<p><span class="trad" style="color: #000000; font-size: 14px; text-align: justify; font-family: Georgia, Times, Georgia, serif;"> </span></p>
<p>L'articolo <a href="http://coriintempesta.altervista.org/blog/cose-il-neoliberismo/">Cos’è il neoliberismo?</a> sembra essere il primo su <a href="http://coriintempesta.altervista.org/blog">Cori in tempesta</a>.</p>]]></content:encoded>
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		<title>Vent’anni di trame &#8211; I leader mondiali e le trame anti Cav: ecco la vera storia</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Jun 2013 20:28:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>coriintempesta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Politico]]></category>
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		<category><![CDATA[russia]]></category>
		<category><![CDATA[Silvio Berlusconi]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Il piano per eliminar il Cav politicamente messo a punto da Merkel, Sarkozy e Obama dopo numerosi contatti di: Paolo Guzzanti Non vorrei annoiare i lettori con una lunga storia di gasdotti che trasportano milioni di metri cubi di gas dall&#8217;est russo e centroasiatico all&#8217;Europa occidentale, basterà ricordare che il 23 giugno del 2007 fu [...]</p><p>L'articolo <a href="http://coriintempesta.altervista.org/blog/ventanni-di-trame-i-leader-mondiali-e-le-trame-anti-cav-ecco-la-vera-storia/">Vent’anni di trame &#8211; I leader mondiali e le trame anti Cav: ecco la vera storia</a> sembra essere il primo su <a href="http://coriintempesta.altervista.org/blog">Cori in tempesta</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" alt="berlusconi" src="http://www.ilgiornale.it/sites/default/files/styles/large/public/foto/2013-06-05/1370420252-g8.jpg" width="590" height="300" /></p>
<p><em><strong>Il piano per eliminar il Cav politicamente messo a punto da Merkel, Sarkozy e Obama dopo numerosi contatti</strong></em></p>
<p>di: <strong>Paolo Guzzanti</strong></p>
<p>Non vorrei annoiare i lettori con una lunga storia di gasdotti che trasportano milioni di metri cubi di gas dall&#8217;est russo e centroasiatico all&#8217;Europa occidentale, basterà ricordare che il 23 giugno del 2007 fu dato l&#8217;annuncio dell&#8217;accordo fra Italia e Russia per il progetto South Stream.<span id="more-8727"></span><!--more--></p>
<p> Cioè di un gasdotto lungo 900 chilometri, costruito da Eni e Gazprom, che permetterà alla Russia di rifornire di gas l&#8217;Europa senza passare dall&#8217;Ucraina, attraversando il Mar Nero a oltre 2000 metri di profondità per raggiungere la costa bulgara. Il memorandum di intesa, che ha «una portata geopolitica senza precedenti» (Corsera) fu firmato a Roma al ministero dello Sviluppo, dai ministri Pier Luigi Bersani (proprio lui) dal ministro russo all&#8217;energia Khristenko), dall&#8217;ad dell&#8217;Eni Scaroni e dal vicepresidente di Gazprom Medvedev (che è soltanto un omonimo l&#8217;ex presidente). Quel gasdotto ha di fatto ammazzato il progetto Nabucco per un gasdotto tutto europeo che tenesse la Russia lontana, usando gas dell&#8217;Azerbaigian, del Turkmenistan e in prospettiva dell&#8217;Iran.<br />
Uno dirà, già lo sento: e che cavolo c&#8217;entra questa vicenda di gas russi e turkmeni con la requisitoria della Boccassini e l&#8217;imminente sentenza di Milano contro Berlusconi accusato di prostituzione minorile e di concussione? Risposta: ecco, vorremmo saperlo anche noi. Proprio io, che sono stato molto severo con Berlusconi per certe sue intemperanze comportamentali, che ho inventato un termine che era già nell&#8217;aria &#8211; Mignottocrazia che è anche il titolo di un mio libro &#8211; proprio io di fronte a quel processo sento, come dire, puzza di bruciato. Voglio dire: possiamo discutere e giudicare politicamente tutti i comportamenti di chi rappresenta lo Stato, fin da quando al mattino si allaccia le scarpe; ma tutt&#8217;altra faccenda è tradurre il life style, il modo di comportarsi e di apparire, in reati previste dal codice penale e in processi che emettono sentenze devastanti senza disporre di una sola vera prova: la famosa «pistola fumante» che Bush non trovò per giustificare l&#8217;invasione dell&#8217;Irak, ma che invece va benissimo, anche se non fuma, per liquidare un uomo politico di prima grandezza per via giudiziaria. Sia ben chiaro subito: non penso affatto che il procuratore Ilda Boccassini sia il braccio armato di un complotto. Penso anzi che l&#8217;infaticabile procuratore sia in cuor suo in perfetta buona fede. Ma penso anche, come altri milioni di persone, che la pretesa criminalità di Berlusconi che a casa sua, nella sua sala da ballo fa il galante e il gaudente, basti a giustificare, o anche soltanto a spiegare una campagna, per dirla con Brecht, di mille galeoni e mille cannoni.<br />
Questa impressione di una vasta operazione l&#8217;abbiamo avuta quando Berlusconi tornò dalla famosa riunione in cui Frau Merkel ridacchiava, Sarkozy faceva marameo, mentre Obama in quel periodo giocava all&#8217;uomo invisibile e sembrava una festa un po&#8217; diabolica come quella di Rosemary&#8217;s baby di Polanski. Tutti sembravano sapere già tutto, salvo l&#8217;interessato, profondamente turbato e incredulo.<br />
Qualcosa di molto vasto e di molto collettivo &#8211; per questo è meglio parlare di una operazione su vasta scala e non di un complotto &#8211; era accaduto e andava a compimento dopo un lungo lavoro fatto di incontri, telefonate (centinaia, si presume) e lavoro lobbistico sul tema: far fuori Berlusconi. Il quale, però, è un tipo strano. Cocciuto, riesce quasi sempre a spiazzare e sparigliare, sicché, dopo essersi dimesso dalla politica pronto a costruire ospedali in Africa, vedendo che l&#8217;accanimento contro di lui non diminuiva ebbe l&#8217;impressione che la grande rete dell&#8217;operazione lo volesse proprio morto, politicamente e umanamente annientato. E siccome è, come dicono i romani, un tipo fumantino, organizzò la propria resurrezione, spolverò la sedia di Travaglio, risalì la china e il resto è storia di questi giorni, come è storia di questi giorni l&#8217;esito del processo Ruby e degli altri processi.<br />
Ci sono molte storie dentro questa storia. Molti dettagli e risvolti che meritano di essere rivisitati e connessi. Non voglio citare il solito Andreotti dell&#8217;a pensar male si fa peccato ma in genere ci si azzecca. Ma certo è che giornalisti e storici, oggi e domani, avranno un gran da fare per tentare di stabilire ciò che realmente accadde, come accadde con quali moventi, chi mosse le pedine, qual era la posta in gioco. Un primo tentativo può essere fatto anche adesso e la verità, questo famoso bene supremo che dovrebbe animare il giornalismo non può che avvantaggiarsene.<br />
<em>(2 &#8211; continua)</em></p>
<p>Fonte: <a href="http://www.ilgiornale.it/" target="_blank"><strong>IlGiornale.it</strong></a></p>
<p><a href="http://coriintempesta.altervista.org/blog/ventanni-di-trame-i-segreti-indicibili-della-guerra-a-berlusconi/" target="_blank"><em><strong>1) I segreti indicibili della guerra a Berlusconi</strong></em></a></p>
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		<title>Il vento dell&#8217;Est temuto dagli Usa</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Jun 2013 14:35:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>coriintempesta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Politico]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di: Manlio Dinucci Il summit «informale» tra il presidente Obama e il presidente cinese Xi Jinping, il 7-8 giugno in California, sarà trasmesso in mondovisione secondo la sceneggiatura washingtoniana della calda atmosfera familiare, condita di sorrisi e facezie. Ma, spente le telecamere, i toni cambieranno. Sul tappeto ci sono molte questioni scottanti. Gli Usa, al [...]</p><p>L'articolo <a href="http://coriintempesta.altervista.org/blog/il-vento-dellest-temuto-dagli-usa/">Il vento dell&#8217;Est temuto dagli Usa</a> sembra essere il primo su <a href="http://coriintempesta.altervista.org/blog">Cori in tempesta</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di: <strong>Manlio Dinucci</strong></p>
<p><img class="alignright" alt="cina" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2012/11/USA_China.jpeg" width="260" height="260" />Il summit «informale» tra il presidente Obama e il presidente cinese Xi Jinping, il 7-8 giugno in California, sarà trasmesso in mondovisione secondo la sceneggiatura washingtoniana della calda atmosfera familiare, condita di sorrisi e facezie. Ma, spente le telecamere, i toni cambieranno. Sul tappeto ci sono molte questioni scottanti. Gli Usa, al primo posto mondiale negli investimenti diretti esteri (Ide), hanno investito oltre 55 miliardi di dollari in Cina (prima destinazione mondiale degli Ide), dove le multinazionali statunitensi hanno sempre più delocalizzato la loro produzione manifatturiera, gran parte della quale viene reimportata negli Usa. In tal modo però gli Stati uniti hanno contratto con la Cina un deficit commerciale che nel 2012 ha superato i 315 miliardi di dollari, 20 in più rispetto al 2011. <span id="more-8731"></span>Molto minori gli investimenti cinesi negli Stati uniti, soprattutto a causa delle restrizioni imposte: si permette alle società cinesi, ad esempio, di investire nel settore alimentare (un gruppo di Shanghai ha appena acquistato il maggiore produttore Usa di carne suina), ma il settore delle telecomunicazioni resta per loro off limits.  Washington inoltre accusa la Cina di essere penetrata con i suoi hacker nei sistemi informatici Usa, rubando i dati relativi a una ventina dei più avanzati sistemi d&#8217;arma. L&#8217;economia cinese, salita al secondo posto mondiale con un reddito nazionale lordo quasi la metà di quello Usa, è sempre più dinamica: non solo la sua capacità produttiva è impressionante (esporta ogni anno un miliardo di cellulari e 20 miliardi di capi di abbigliamento), ma investe sempre più anche in paesi d&#8217;importanza strategica per gli Usa. Dopo aver speso nelle guerre in Iraq e Afghanistan 6mila miliardi di dollari ed essersi con ciò pesantemente indebitati, gli Stati uniti vedono ora la Cina economicamente sempre più presente in questi paesi.<br />
In Iraq, essa non solo compra circa la metà del petrolio prodotto, ma effettua attraverso compagnie statali grossi investimenti nell&#8217;industria petrolifera, per oltre 2 miliardi di dollari annui. Per il trasporto di personale tecnico cinese è stato costruito un apposito aeroporto nei pressi del confine iraniano. La carta vincente delle compagnie cinesi è che, a differenza della statunitense ExxonMobil e di altre compagnie occidentali, accettano contratti per lo sfruttamento dei giacimenti a condizioni molto più vantaggiose per lo stato iracheno, non puntando al profitto ma al fatto di poter avere petrolio, di cui la Cina è divenuta principale importatore mondiale. In Afghanistan, compagnie cinesi stanno investendo soprattutto nel settore minerario, dopo che geologi del Pentagono hanno scoperto ricchi giacimenti di litio, cobalto, oro e altri metalli. Sempre più in difficoltà nella competizione economica, gli Usa gettano la spada sul piatto della bilancia.<br />
Alla vigilia del summit, il segretario alla difesa Hagel ha «riassicurato gli alleati asiatici di fronte alla crescita militare cinese», promettendo che, nonostante l&#8217;austerità, gli Usa schiereranno nella regione Asia/Pacifico forze dotate delle più avanzate tecnologie militari: unità navali con armi laser, navi da combattimento costiero, caccia F-35 e altre. Le navi da guerra dislocate nel Pacifico, che oggi costituiscono la metà delle cento dispiegate (su un totale di 283), saranno ulteriormente aumentate. Così, sottolinea Hagel, gli Stati uniti manterranno «un decisivo margine di superiorità militare». A cui si aggrappa, per contrastare il declino, l&#8217;impero americano d&#8217;Occidente.</p>
<div><a href="http://www.ilmanifesto.it" target="_blank"><strong> IlManifesto.it</strong></a></div>
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