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I primi dieci giorni del governo Tsipras

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“Un governo di salvezza nazionale e sociale”: con queste parole il nuovo primo ministro greco Alexis Tsipras ha definito il suo governo, insediatosi dopo la storica vittoria di SYRIZA nelle elezioni del 25 gennaio scorso. Un governo sicuramente euroscettico, che per il momento non mette in discussione né l’euro né la permanenza nell’Unione Europea, ma determinato a risolvere il problema del debito e della crisi greca chiudendo il triste capitolo del commissariamento e delle imposizioni della Troika (Commissione Europea – Banca Centrale Europea – Fondo Monetario Internazionale).

Dopo aver spedito all’opposizione, per la prima volta nella storia, sia il centrodestra di Nuova Democrazia del premier uscente Samaras sia i socialisti del PASOK – i due partiti greci che hanno dominato gli ultimi trent’anni della politica greca e che dal 2011 hanno praticamente governato per conto della Troika – Tsipras ha chiarito fin da subito di voler almeno provare ad applicare il suo programma, smentendo chi aveva puntato su una sua rapida e arrendevole resa. A SYRIZA (Coalizione della Sinistra Radicale) mancavano due seggi per arrivare alla maggioranza assoluta nel Parlamento Ellenico e Tsipras, con una mossa a sorpresa ma non troppo, li ha trovati concludendo poche ore dopo il voto un accordo di governo con il partito dei Greci Indipendenti (ANEL) guidato da Panos Kammenos. Si è arrivati così a una maggioranza di 162 seggi su 300, i 149 di SYRIZA più i 13 di ANEL. La mossa ha sorpreso molti ma era prevedibile: ND e il PASOK erano esclusi in quanto maggiori responsabili delle misure lacrime e sangue che con la scusa di ripianare il debito pubblico hanno creato solo povertà e smantellamento dello stato sociale; parimenti esclusi da qualsiasi ipotesi di alleanza erano Alba Dorata, per ovvi motivi legati all’ “impresentabilità” del partito, e il Partito Comunista Greco (KKE), da sempre fortemente polemico verso SYRIZA. Rimanevano solo Il Fiume, nuovo partito fondato da un famoso giornalista televisivo, contrario all’austerità ma fortemente europeista e, appunto, i Greci Indipendenti, nati tre anni fa dopo che alcuni membri di Nuova Democrazia, tra cui l’ex ministro della Marina Mercantile Kammenos erano stato espulsi dal partito perché contrari ad appoggiare il governo tecnico dell’ex banchiere Lucas Papademos (quando a fine 2011 s’insediò in contemporanea con il governo Monti in Italia). L’alleanza con Il Fiume era data come probabile e invece Tsipras ha scelto ANEL, con cui in realtà erano stati già avviati contatti prima delle elezioni, ma che ha stupito non poco i mezzi d’informazione che non s’aspettavano una coalizione tra un partito di sinistra radicale, al cui interno convivono ecologisti, socialisti democratici e maoisti, e un partito di destra nazionalista, legato alla Chiesa Ortodossa e contrario all’immigrazione, qual è ANEL. Il suo leader Panos Kammenos è considerato un populista, fautore di teorie del complotto e al centro di polemiche quando disse che gli ebrei greci pagano meno tasse degli altri cittadini. Ma ancora più preoccupante, per i detrattori del nuovo governo, sono gli ottimi rapporti che Kammenos ha con la Russia, essendo un sostenitore del presidente Putin che ha ringraziato pubblicamente per aver protetto i fratelli ortodossi della Grecia in Crimea; Kammenos si è anche spinto a proporre una collaborazione, se non una futura adesione, all’Unione Eurasiatica di cui fanno già parte Russia, Bielorussia, Kazakistan e Armenia.

Il governo SYRIZA-ANEL guidato da Tsipras si è insediato ufficialmente il 27 gennaio: un governo snello, formato da soli 10 ministeri a fronte dei 16 precedenti, di cui 9 sono andati a SYRIZA e 1 ad ANEL, rappresentato proprio dal suo leader Kammenos che è diventato Ministro della Difesa (una mossa, forse neanche troppo velata, per garantire a Tsipras il pieno appoggio delle forze armate?). Il fondamentale Ministero della Finanze è andato a Yanis Varoufakis, economista marxista, che ha studiato e vissuto a lungo all’estero, professore all’università di Austin negli Stati Uniti e coinvolto da qualche anno nelle attività di SYRIZA e nella stesura del suo programma economico; alle elezioni di gennaio era candidato. In pochi giorni Varoufakis è finito sotto l’attenzione di tutti per il suo stile informale e i suoi modi diretti. Non favorevole all’uscita dall’euro, propone un piano europeo che abbandonando definitivamente la Troika, permetta ai paesi dell’Europa Meridionale di crescere e di essere in condizioni di ripagare il debito. In questo momento sono in corso le complesse trattative tra il governo greco e i vertici europei. Varoufakis è autore di un libro, “Il Minotauro globale”, in cui afferma che, in sintesi, come Atene, sottomessa a Creta, doveva consegnare come tributo sette fanciulli e sette fanciulle al mostro mitologico che viveva nel labirinto, così oggi i surplus finanziari di tutto il mondo sono il tributo da pagare a Wall Street per consentire agli Stati Uniti di gestire il loro enorme debito e continuare a fare le loro politiche. Un’altra figura molto discussa dai media europei è il Ministro degli Esteri Nikos Kotzias, membro di SYRIZA e professore di scienze politiche all’Università del Pireo. Kotzias ha fin dall’inizio chiarito che Atene non è favorevole alle sanzioni contro Mosca, figuriamoci alle nuove che l’UE progettava di approvare entro gennaio e che invece sono state bloccate non dal minacciato veto della Grecia ma da un compromesso voluto proprio dal governo di Atene, che ha ottenuto che le sanzioni rimanessero in vigore fino a settembre e non a dicembre e che non ve ne fossero di nuove. Prossimamente comunque sono in programma nuove discussioni e non è escluso che la Grecia possa opporre direttamente un veto. Kotzias, fino al 1990 nel partito comunista, negli anni Ottanta sostenne la repressione del governo polacco contro il sindacato Solidarnosc; oggi è favorevole a recuperare il rapporto con la Russia, cementato da storici legami culturali con la Grecia, e con i BRICS, in particolare con la Cina. Sotto la lente d’ingrandimento dei media occidentali ci sono soprattutto i rapporti intrattenuti da Kotzias con gli ambienti nazionalisti russi e con il professor Alexander Dugin, accusato falsamente di “fascismo” per essere invece il più noto teorico dell’Eurasiatismo. Nel 2013 Dugin fu invitato da Kotzias a tenere delle lezioni all’Università del Pireo. Per questi motivi Kotzias non ha rassicurato i vertici diplomatici dell’UE, in preda a una febbrile russofobia e a un clima di guerra alimentato dagli Stati Uniti per via del conflitto in Ucraina. A questo proposito i fautori – e relativi mezzi di informazione – della guerra e delle sanzioni contro Mosca non sono rassicurati neanche dalle posizioni dello stesso Tsipras, che nel maggio dell’anno scorso si recò a Mosca e condannò chiaramente il nuovo regime insediatosi a Kiev dopo i fatti di Maidan, una rivoluzione colorata fomentata dall’Occidente, dai suoi servizi e dalle sue ONG, e tramutatasi in un vero e proprio colpo di Stato contro il governo legittimamente eletto del presidente Yanukovich. Tsipras ritiene inaccettabile che l’UE riconosca e appoggi il governo di Kiev che si sta avvalendo di gruppi paramilitari d’ispirazione nazista che insieme all’esercito regolare ucraino stanno perpetrando massacri e distruzioni nella regione del Donbass che si è proclamata indipendente. La politica estera della Grecia dunque potrebbe cambiare e quel che più preoccupa i vertici di Bruxelles e Washington è che possa cambiare rimanendo nell’UE e la NATO: infatti questo sarebbe un grave smacco per chi sta lavorando per fare dell’Europa un blocco monolitico nella guerra per procura condotta contro la Russia. D’altronde posizioni critiche verso la politica estera ufficiale dell’UE già sono espresse da alcuni paesi come l’Ungheria, la Repubblica Ceca e la Slovacchia; malumori verso le sanzioni stanno emergendo sempre più forti anche in Italia, Francia e Germania che intrattengono ricchi legami commerciali con la Russia.

Sul piano interno i primi dieci giorni del governo Tsipras sono stati una vissuti come una liberazione dal cupo clima imposto dagli emissari della BCE e del FMI. Alcuni punti del programma di SYRIZA sono stati già messi in atto. Tra le prime cose annunciate dal governo ci sono il blocco di tutte le privatizzazioni in corso, con un occhio di riguardo alla società statale che controlla l’elettricità. Stop anche a tutti i tagli alle pensioni; è stata ripristinata la tredicesima per chi percepisce meno di 700 euro al mese. Sono stati stabiliti nuovi sussidi all’agricoltura. Il salario minimo è stato innalzato da 350 euro a 751 euro e sono stati ripristinati i contratti collettivi aboliti per volere della Troika. Inoltre il governo ha deciso di riassumere tutti gli addetti alle pulizie e gli insegnanti del settore pubblico che erano stati licenziati nel quadro della “riforma” della pubblica amministrazione. I licenziamenti avevano colpito indiscriminatamente 10.000 dipendenti. Il governo ha dichiarato che le misure introdotte dalla Troika in nome di una presunta “competitività” lavorativa sono contrarie alla Costituzione. Provvedimenti simbolici e non solo sono stati presi anche in materia di ordine pubblico: infatti Tsipras, dopo aver fatto rimuovere le barricate erette in Piazza Sintagma intorno al Parlamento e che servivano a difendere dalle imponenti e rabbiose proteste del popolo i deputati che eseguivano fedelmente gli ordini della Troika, ha “disarmato” anche la polizia greca: una misura che serve a riavvicinare le forze dell’ordine ai cittadini e che ovviamente dovrà essere verificata alla lunga nella sua efficacia ma che per ora non ha dato problemi, anzi, anche così, gli agenti hanno saputo garantire la sicurezza di due cortei opposti, uno antifascista e l’altro di Alba Dorata, che sfilavano contemporaneamente.

In questi giorni dunque il governo SYRIZA-ANEL si è mosso indubbiamente bene, andando avanti con calma e metodo ma tenacemente. E checchè se ne dica, i “mercati” e le Borse non l’hanno presa bene, punendo poco dopo Atene con un crollo a scoppio ritardato ma ugualmente brusco. La Germania dal canto suo non sembra voler ammorbidire la sua linea: la cancelliera Angela Merkel pensa che la Troika non debba essere sciolta, il capo dell’europarlamento Martin Schulz invita Tsipras ad abbandonare le “promesse elettorali” (sic!). Italia e Francia e, per diversi motivi, il Regno Unito, ammettono la necessità di un cambiamento per la Grecia, ma l’impressione è che l’UE non voglia cedere alle richieste di Tsipras. Se le estenuanti trattative appena iniziate non dovessero portare a nulla, a questo punto al governo greco, per mantenere fede al proprio programma, non rimarrebbe che valutare l’uscita dall’euro.

Il governo SYRIZA-ANEL viene osteggiato da molti osservatori europei perché è un governo di “larghe intese” al rovescio, ovvero il corrispettivo euroscettico delle grandi coalizioni tra destre e sinistre che sono proliferate in Europa negli ultimi anni in difesa dei dogmi liberisti ed europeisti. Sappiamo bene che quello di Alexis Tsipras e dei suoi alleati è il primo e forse l’ultimo serio tentativo di governo di cambiare dall’interno, per via riformista, l’Unione e la zona euro. SYRIZA vuole cambiare l’UE e chiudere con il neoliberismo: un programma ambizioso e utopico, si dirà. Sta di fatto che se il riformismo di Tsipras fosse sostenuto anche da altri paesi in particolare dell’Europa Meridionale potrebbe avere delle possibilità di successo. Tuttavia per ora il governo greco è solo, o quasi; ciò non toglie che anche così la Grecia abbia un certo potere contrattuale per la stabilità dell’Europa e dell’euro che neanche Bruxelles e Berlino dovrebbero sottovalutare. I prossimi mesi ci potranno dire se Tsipras avrà vinto la sua scommessa riformista e magari avrà innescato un “effetto domino” nel resto del continente in difficoltà oppure se l’unico modo per salvare la Grecia (e quindi anche degli altri paesi..?) sarà riprendere in mano senza troppi complimenti la propria sovranità nazionale e monetaria.

Giulio Zotta su Stato e Potenza

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