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L’Europa che abbiamo perso

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A 25 anni dalla caduta del Muro di Berlino, Fedor Lukyanov analizza come sono cambiati i rapporti tra Russia e Occidente. E quali passi ha compiuto l’Europa dopo il crollo del modello sovietico

 

Stena468(1)La mattina dell’8 novembre sono balzato in piedi come scottato. Ho dormito troppo! Non sorprende del resto, fino a tarda notte ero rimasto sveglio a scrivere il discorso per la conferenza in occasione del venticinquesimo anniversario della caduta del muro di Berlino. Al complesso appena inaugurato sulla Potsdamer platz dal nome all’antica di “Casa paneuropea” si devono riunire i direttori delle riviste di analisi da tutto il mondo, da Lisbona e Reykjavik, a Vladivostok e Busan. L’edificio da tempo è diventato ormai paneurasiatico, tuttavia si è deciso di battezzarlo in onore dell’idea originaria di Mikhail Gorbaciov.

Mi affretto alla stazione per non perdere l’espresso Mosca-Berlino. Da quando sei anni fa hanno messo in funzione questa tratta veloce, io ho quasi smesso di volare in Europa, non ha più senso. Meglio sei ore su un comodo treno che passa per Smolensk, Brest, Varsavia e arriva diretto in stazione nel centro di Berlino che trascinarsi per l’aeroporto, aspettare, per poi ancora muoversi dall’aeroporto e… E questo che strano rumore è…

E lì mi sono svegliato per davvero. È suonata la sveglia del mio cinese Lenovo. Il tetro mattino autunnale entrava perfettamente in risonanza con le notizie portate dalla radio. Di nuovo spari a Donetsk, civili morti. David Cameron ha minacciato la Russia di nuove sanzioni. Sono iniziate le esercitazioni NATO nei Paesi Baltici… La casa paneuropea è rimasta nel mio sogno, mentre il 25° anniversario della caduta del muro di Berlino è del tutto reale, e mette in evidenza non l’unione del Vecchio Mondo, ma un nuovo scisma.

Che cosa è andato storto? Perché l’Europa senza confini di cui si sognava all’epoca del “nuovo pensiero politico” si è dissolta, senza riuscire a diventare realtà?

Il muro di Berlino era simbolo dell’assurdità del confronto ideologico. E con la sua fine, sembravano essere scomparsi tutti i motivi di divisione… E invece si è rivelato che nonostante la comprensione di questo evento sia comune, la via d’uscita dalla contrapposizione viene interpretata comunque in modi diversi. Gorbaciov riteneva che l’aspetto della casa paneuropea avrebbe dovuto svilupparsi nel lavoro congiunto di “ingegneri” provenienti dai due ex-lager. E che insieme essi avrebbero dovuto erigere una struttura che potesse accogliere tutti e al cui interno tutti si sarebbero dovuti trovare comodi, perché il desiderio e l’esigenze di ciascuno sarebbero stati osservati. In questo senso probabilmente Gorbaciov, non volendo, seguiva la logica del suo grande compagno di idee (in alcune tappe) e antagonista (in altri momenti) Andrei Sakharov con il suo appello alla convergenza di capitalismo e socialismo. Anche se nella pratica, al posto della convergenza si è verificato un inghiottimento.

La fine dell’Unione Sovietica e il crollo del modello sovietico è stato assunto dall’Occidente come prova della propria incontestabile giustezza morale, storica, economica. E tutto quanto doveva essere graduale e bilanciato ravvicinamento, creazione di una nuova dimensione si è mutato in rapido smantellamento dell’eredità sovietica.

Simile metodo di costruzione della casa paneuropea, secondo le linee guida occidentali, non poteva che avere esito in un solo caso: che la Russia venisse travolta dallo stesso destino dell’Unione Sovietica. E questo rischio c’era, l’impulso distruttivo sprigionato dal crollo dell’URSS è stato arrestato con grande fatica. Smembra la Russia e le sue parti, in un modo o nell’altro verranno col tempo assorbite dal progetto europeo. Ma ciò non è avvenuto e la Russia è divenuta ostacolo sulla via della marcia trionfale del progetto occidentale. Perché infatti altra via all’infuori di quella dell’imposizione del proprio sistema giuridico e normativo ai paesi confinanti, l’Europa non conosceva. È semplicemente fatta così.

L’Occidente non poteva riconoscere la Russia creatore alla pari insieme alla nuova Europa. Mentre la Russia non avrebbe mai ceduto a un ruolo da sottoposta.

Come risultato, al posto dell’edificio della casa paneuropea, che con il tempo davvero è diventato piuttosto paneurasiatico, è iniziata un’epoca di delimitazioni: l’ampliamento di quelle strutture che gli europei occidentali, con il solerte sostegno degli Stati Uniti, si sono costruiti in periodo di guerra fredda con l’accompagnamento di ulteriori costruzioni di sostegno. Prima o poi questi lavori andranno a sbattere nel terreno vicino, contro la parete di un altro edificio che la Russia, gradatamente riprendendosi dalla caduta degli anni Novanta ha cominciato a ripristinare e ricostruire. Ed ecco che in Europa di nuovo è comparso un fossato, una trincea. Spostatosi più a est rispetto al contingente di venticinque anni fa. E in qualche misura, persino più profondo, perché il suo significato non risiede tanto nell’ideologia quanto nelle differenze di cultura e di storia che non corrispondono mentalmente.

Esiste la possibilità di costruire davvero una casa paneuropea? Se si conservasse l’Unione Sovietica, non come impero comunista, ma come comunità ragionevole, legata da reciproco vantaggio, l’Europa potrebbe associarsi di fatto sulla base di pari principi. L’integrazione si sosterrebbe su due pilastri: Bruxelles e Mosca. E il frutto di questa convergenza sarebbe qualitativamente un’altra struttura nella quale i rifornimenti di energia non provocherebbero mai crisi, la democrazia non comporterebbe mai una piena deindustrializzazione come è avvenuto nei Paesi Baltici, e gli abitanti a est di questo enorme spazio non riempirebbero il mercato della parte occidentale con prodotti di manodopera a basso costo. E certamente venticinque anni dopo non esisterebbe la questione di una nuova militarizzazione dell’Europa Centrale, né del ritorno di una minaccia alla sicurezza europea. Probabilmente questa utopia era già fuori luogo quando si decise di edificare una struttura paneuropea, era già tardi allora. L’URSS aveva passato il punto di non ritorno e i suoi oppositori occidentali, avvertendo la possibilità di una vittoria indiscussa non erano interessati ad accordi. Se è così, l’Europa che abbiamo perso poteva esistere solo nelle menti degli idealisti. Dove vi resterà per sempre. Immortalata insieme ai toccanti fotogrammi del tardo autunno 1989, quando migliaia di raggianti berlinesi esultavano alla scomparsa del muro. E credevano sinceramente che non ci sarebbe stato mai più.

Lukyanov

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