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L’intervista. Cardini: “L’Islam, Charlie Hebdo e il conflitto tra Isis e Al Qaeda”

Gunmen kill 12 at French magazine Charlie Hebdo

Per superare le semplificazioni e le analisi piuttosto fuorvianti pubblicate sulla stampa non conforme, proponiamo ai nostri lettori questo dialogo con Franco Cardini che legge con lucidità l’attentato di Parigi nello scenario geopolitico globale. ***

Professor Cardini, quanto c’entra l’Islam con quello che è successo a Parigi?

“L’Islam come fede religiosa c’entra poco o niente, dubito fortemente che gli autori della strage abbiano capito qualcosa del Corano. Per altri versi, l’Islam c’entra moltissimo perché riguarda un miliardo e mezzo di persone che oggi si trovano in una posizione estremamente scomoda. È una civiltà con un grande passato e con un futuro incerto. I musulmani sono in tutto il mondo, dall’Europa all’Estremo Oriente, e spesso costituiscono la fascia più povera dei paesi ricchi o quella più ricca delle aree povere. Abitano terre stracolme di risorse, ma nella maggior parte dei casi sono esclusi dalla possibilità di goderne a causa del controllo occidentale sulle stesse. Insomma, c’è un costante gioco di paradossi che pone l’Islam sotto pressione e lo invita, indirettamente, al recupero della egemonia perduta”.

“Nell’Islam non vi sono eresie o deviazioni per il semplice fatto che non esiste una disciplina centrale. Le varie comunità, grandi come stati o estremamente piccole, sono autocefale e procedono per conto proprio. Quindi evitiamo generalizzazioni, anche nei termini. In queste circostanze, e di fronte alla necessità di spiegare fenomeni simili, io preferisco adoperare la parola ‘islamismo’ da intendersi come inclinazione a trattare la religione al pari di una ideologia politica.  Anche qui, però, ci sono varie scuole: la più moderna è quella salafita la quale partorì, nel Settecento, il wahabismo, corrente che invita ad un ritorno agli antichi costumi musulmani inquinatisi nel tempo. Insomma, si assiste all’avvento di un modernismo islamico che sfocia in una sorta di nostalgia delle origini”.

Alla luce di tale complessità, quanto l’Occidente sa leggere e comprendere il mondo islamico?

“Quasi per nulla. Il Re della Arabia Saudita fa tagliare le mani ai ladri e non manda a scuola le bambine. Ma è uno dei perni della politica americana in Medio Oriente e, soprattutto, ci vende il petrolio, quindi nessuno proferisce il verbo. Il nemico della pace globale è invece il siriano Assad, non perché la minacci, ma soltanto perché strizza l’occhio ai russi e agli iraniani. Quanto l’opinione pubblica occidentale, in particolare europea, sa di tutto questo?”

Ritorniamo alla strage. È sensato di parlare di un avvenuto 11/9 europeo?

“È una formula buona per costruire titoli sensazionali ma, da un certo punto di vista, i due accadimenti potrebbero assomigliarsi. Soprattutto negli esiti. L’attentato alle torri fece il gioco di una parte dell’establishment americano, la stessa che aveva presentato nel 1998 a Clinton un documento che invocava un cambio di rotta nella politica estera statunitense: niente più attendismi e strategie di contenimento alla Kissinger, ma una ripresa dell’azione militare quale mezzo per esercitare una egemonia sul mondo. Da cui i disastri in Afghanistan e in Iraq. Oggi potrebbe essere scelto un nuovo capro espiatorio per ricominciare l’offensiva”

Ad esempio l’Isis?

“Sento esponenti politici e persone comuni dichiarare che l’Islam è un pericolo. Ma cosa vuol dire? Chi bisognerebbe attaccare? L’Isis e Al Qaeda, può sembrar strano, sono forze concorrenti. Se si aggredisce uno si fa un favore all’altro. Lo ripeto, il quadro è estremamente complesso. E sarà difficile poter contare sullo spirito critico della stampa perché i giornali oggi continuano ad essere occupati da quelli che nel 2003 scrissero intere pagine sui pericoli derivanti dalle armi di distruzione di massa che Saddam, in realtà, non possedeva”

Infine, cosa pensa di “Charlie Hebdo”, il giornale che lei aveva più volte, in passato, invitato alla prudenza e sulla cui linea ha espresso molte riserve?

“Una premessa: Stéphane Charbonnier (direttore di ‘Charlie Hebdo’ dal 2009, ndr) è stato assassinato per quello che aveva scritto e disegnato. Per le cose in cui credeva o non credeva. Allo stesso modo, con i dovuti distinguo, di Giovanni Gentile o San Paolo. Quindi massimo rispetto e massimo cordoglio. Ma se mi si chiede un’opinione sul taglio editoriale del giornale vorrei iniziare citando il suo molto indicativo sottotitolo Journal irresponsible (Giornale irresponsabile) e ponendo una domanda: ‘Charlie Hebdo’ esprime al massimo l’ideale di libertà della civiltà occidentale? Direi di no. L’idea di libertà, a mio parere, è qui declinata in modo aberrante, irresponsabile, appunto, nella granitica convinzione che la libertà del singolo non debba mai possedere alcun limite. Questo non è illuminismo, è estremizzazione dell’illuminismo. Non è Voltaire, è De Sade. Se tutti agissero così, senza mai preoccuparsi di offendere il pensiero altrui, ad esempio disegnando a Natale una Madonna a gambe aperte che partorisce Gesù, allora nel mondo impererebbe la legge della giungla. Per questo, mi dispiace, io oggi non posso dire Je suis Charlie”. (da La Gazzetta del Mezzogiorno)

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