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Due parole sulle visite ad un sito istituzionale (Cori)

Niente di personale e nessun attacco specifico. Quello che andiamo per scrivere è da considerarsi un esempio molto eloquente di diversi aspetti: primo fra tutti la totale mancanza di comprensione delle dinamiche attuali da parte di chi dovrebbe capirle meglio e prima di tutti, ossia amministrazioni locali o centrali e politici vari.

Il fatto è banale ma divertente. Giornali di informazione locali, che sono in verità veline dei vari partiti politici, quasi gazzette ufficiali (e questo già dovrebbe farci riflettere quando sentiamo blaterare di libertà di informazione messa in pericolo, magari in lontani Paesi, quando qui da noi l’informazione è da sempre sottomessa al potere e volontariamente) riportano la strana notizia per cui il sito ufficiale del Comune del paese di provenienza dei curatori di questo blog (Cori appunto, in provincia di Latina) viene visitato un numero elevato di volte e in special modo dall’estero.

Dagli Stati Uniti, in particolare Seattle, California, e poi dalla Francia, dalla Cina, dalla Germania, Giappone, Costa d’Avorio, Argentina. Tutti a cliccare per vedere il livello d’arsenico nell’acqua corese, o sapere il prossimo bando per accompagnatore dei bimbi sullo scuolabus. Otto nigeriani si sono collegati probabilmente per leggere se è possibile partecipare al bando per vigili urbani nel paese.

In realtà senza offesa per nessuno, queste visite non arrivano perché il sito corese è innovativo e nemmeno per le mirabolanti politiche di cui i vari politici vorrebbero vantarsi. Probabilmente lo sanno bene ed evitano di chiedersi i motivi delle visite, come evitano di chiedersi (sindrome di tutti politici e giornalisti “democratici” odierni) qualsiasi cosa.

Bene come Cori in tempesta ci va di evidenziare allora le visite che riceviamo costantemente. Casualmente, ripetiamo casualmente, la geolocalizzazione dei visitatori(che potete vedere cliccando qui) coincide proprio con i numeri di cui si vantano i nostri amministratori.

Chiaramente non sono coincidenze. Siamo in assoluto il primo sito blog corese per visite, ovviamente non visitato dai coresi che a quanto pare non si interessano di sviluppare nel paese un qualcosa per allargare lo sguardo alle tematiche mondiali, ma visitato dalle più grandi città italiane e del mondo. I nostri articoli girano per tutta la rete portando avanti il nome di Cori. Per questi collegamenti creati dalla rete si rendono quindi possibili le visite verso il sito istituzionale.

Facendo una piccola ricerca su Google, compaiono più di 150.000 risultati.Risulta essere linkato da migliaia di siti, come ad esempio TzeTze (che permette quindi di far comparire gli articoli anche sulla home page del sito di Beppe Grillo) venendo  ripreso anche dai siti ufficiali di importanti personalità, come il sito del giornalista ed ex europarlamentare Giulietto Chiesa (qui)  o su giornali a tiratura nazionale come Rinascita  (qui). Dalla sua nascita (novembre 2010),  il  sito ha registrato più  di 176000 accessi unici.Tutto qui.

Non si illudano i vari amministratori. Non è merito vostro se il nome del paese, ma allargando possiamo dire dell’Italia è conosciuto. Nello specifico la grande diffusione del nostro sito fa girare il nome di Cori (che è conosciuto inoltre per i festival folkloristici, per la storia e i suoi ottimi prodotti tipici) ed incrementa le visite online per tutti.

E’ comunque una buona notizia, se fosse accompagnata da una maggiore consapevolezza dei giornalisti e amministratori sarebbe ancora migliore.

Ambasciatore con diploma in “rivoluzione colorata”

di: John Lewis

Fino a poco tempo fa Senior Director alla Sicurezza Nazionale USA per gli Affari russi ed eurasiatici, Michael McFaul, un docente quarantottenne dell’Università di Stanford, alla fine del 2011 è stato nominato ambasciatore in Russia. McFaul è ben noto per aver lanciato la politica del reset con la Russia, ma non solo.

Studioso della Russia da molto tempo, ha scritto circa 20 libri e molti articoli sulla politica interna russa.

Contemporaneamente, l’ambasciatore fresco di nomina ha una ricca esperienza nell’organizzazione delle rivoluzioni colorate nello spazio post-sovietico.

Questo viene confermato nelle sue monografie e nelle sue stesse ammissioni durante apparizioni pubbliche e sedute speciali al Congresso americano. Tra le monografie ricordiamo Russia’s Unfinished Revolution: Political Change from Gorbachev to Putin (“L’incompleta Rivoluzione Russa: il Cambiamento Politico da Gorbachev a Putin)”, Popular Choice and Managed Democracy: The Russian Elections of 1999 and 2000 (“Scelta Popolare e Democrazia Controllata: Le Elezioni in Russia del 1999 e del 2000”),Democracy and Authoritarianism in the Рostcommunist World (“Democrazia e Autoritarismo nel Mondo Post-Comunista”) e Advancing Democracy Abroad: Why We Should and How We Can (“Esportare la Democrazia: Perché Dovremmo e Come Possiamo”). Michael McFaul è stato l’autore della relazione finale dell’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID) in cui s’illustrano i particolari del lavoro svolto sull’elettorato ucraino prima delle elezioni del 2004, quando Viktor Juščenko strappò una vittoria che è stata largamente celebrata dall’establishment americano.

Il nuovo inviato di Washington parla correntemente il russo ed è già stato molte volte in Russia ed in Ucraina per studiare l’opinione degli elettori di ogni estrazione sociale allo scopo di trovare dei metodi per influenzarla.

Ha anche attivamente preso parte nel pianificare e rianimare le tecniche di manipolazione delle elezioni politiche nell’area post-sovietica.

Come ha dichiarato pubblicamente, le organizzazioni non-governative americane hanno stanziato complessivamente 18,3 milioni di dollari per sostenere Viktor Juščenko nelle elezioni presidenziali ucraine del 2004. Sebbene questo appartenga ormai alla storia, è interessante capire come i dollari americani siano stati spesi prima e durante il voto.

Come ricorda il nuovo ambasciatore americano a Mosca, i soldi provenivano principalmente dai canali di USAID e vennero spesi lungo cinque direttrici finalizzate alla propaganda ed alle informazioni da distribuire tra gli elettori e tra i comitati elettorali. Per stessa ammissione di Michael McFaul, i soldi hanno determinato il risultato delle elezioni ucraine del 2004, così entusiasticamente accolto a Washington.

Su sua raccomandazione in qualità di direttore della distribuzione dei fondi, la maggior parte di tutti questi flussi finanziari – per la precisione 12,45 milioni di dollari, ossia il 68% della somma totale – venne speso per il monitoraggio delle elezioni e per incoraggiare i vari partiti politici a far emergere il loro sostegno a Viktor Juščenko.

I fondi vennero dati in appoggio alla missione di 250 osservatori americani che lavoravano per l’Ufficio OSCE per le Istituzioni Democratiche e i Diritti Umani (ODIHR), il quale ha organizzato il lavoro di tutti i partiti politici e dei dirigenti ed ha analizzato il processo pre-elettorale.

Alcuni fondi andarono ai “centri di coordinamento distrettuale” destinati ad osservare la campagna elettorale e a trasmettere le informazioni al “gruppo di osservazione elettorale centrale”. In parte i soldi andarono al Comitato di Elettori dell’Ucraina attraverso l’Istituto Nazionale Democratico degli Stati Uniti (NDI). Il comitato ha osservato gli organi di informazione ucraina, l’organizzazione dei gruppi di monitoraggio civile locale e la formazione degli osservatori elettorali regionali.

Con l’aiuto del NDI e dell’Istituto Repubblicano Internazionale (IRI), l’americana Freedom House ha stanziato fondi per la formazione al monitoraggio della società civile, per assicurare l’affluenza degli elettori, per la distribuzione pre-elettorale di manifesti ed altri materiali propagandistici, per la missione composta da 1000 osservatori specializzati appartenenti a ONG internazionali, compresi “attivisti” provenienti dalla Georgia, dalla Polonia, dalla Serbia e dalla Slovacchia. L’IRI ha sovvenzionato la formazione di specialisti per la creazione di coalizione tra partiti, per la pianificazione pre-elettorale, per attività particolari tra le donne ed i bambini e per lo studio dell’opinione per tutti i partiti che appoggiavano Juščenko.

Contemporaneamente, la NDI ha assegnato soldi per garantire l’unità tra i sostenitori dei partiti pro-Juščenko e per migliorare la cooperazione tra i distretti elettorali a livello locale e regionale. Alcuni fondi sono andati alla formazione dei membri di partito, i quali hanno selezionato degli specialisti che avrebbero lavorato con gli elettori e con gli esperti in analisi dei processi elettorali, dei rapporti con i media, e della raccolta degli exit polls.

L’associazione degli Ex-Membri del Congresso degli Stati Uniti, aiutata dalla Fondazione USA-Ucraina, ha finanziato la formazione al monitoraggio della situazione interna prima e durante le elezioni. Alcune attività hanno avuto luogo tra i funzionari dei servizi di sicurezza ucraini. Lo scopo è stato quello di causare una spaccatura politica al loro interno e così prevenire il loro intervento per disperdere manifestazioni di votanti.

2,62 milioni di dollari sono arrivati dall’Associazione Americana per lo Sviluppo per organizzare tavole rotonde con la partecipazione di deputati alla Rada, rappresentanti di strutture statuali e dirigenti di ONG ucraine.

Molta attenzione venne rivolta al miglioramento professionale dei direttori dei comitati elettorali. Sovvenzioni particolari furono ricevute da gruppi civili che sostenevano la riforma della legislazione elettorale dell’Ucraina.

Parallelamente, l’Associazione Americana per lo Sviluppo ha assegnato soldi per la formazione del personale dei comitati elettorali pro-Juščenko, dei membri dei partiti e degli avvocati. In questi corsi di formazione prioritario era l’insegnamento dei metodi per rilevare le violazioni e i brogli.

1,13 milioni di dollari andarono ai media pro-Juščenko, e vennero in parte spesi per la formazione di giornalisti della carta stampata e di internet, per migliorare le loro particolari capacità di affrontare la campagna elettorale e le elezioni nella loro complessità. Una fondazione in particolare, la Fondazione per lo Sviluppo dei Media, venne aperta all’ambasciata americana a Kiev per incoraggiare i singoli giornalisti, il personale delle ONG, e gli organi di informazione. Michael McFaul riconosce che, allo stesso fine, delle “sovvenzioni” speciali furono fornite da “qualche altra ambasciata occidentale” in Ucraina.

Parte dei fondi americani diretti al lavoro con i media ucraini venne assegnata attraverso i canali dell’OSCE.

1,12 milioni di dollari andarono alla ricerca nel campo delle elezioni presidenziali e sui metodi per garantire un’alta affluenza.

Furono spesi anche per fomentare i media locali nel periodo pre-elettorale, per sondaggi da parte di enti di ricerca, per la formazione degli osservatori elettorali e degli scrutatori della società civile potenziando le loro capacità di esaminare gli exit polls.

Il coordinamento della distribuzione dei fondi fu affidata all’Istituto per Comunità Sostenibili, alla Fondazione Nazionale per la Democrazia, all’ucraina Fondazione Eurasia ed al Comitato sulla Democrazia appositamente istituito all’ambasciata americana a Kiev (quest’ultima ha sovvenzionato le ONG ucraine, compresa la divulgazione di informazioni elettorali).

Particolare attenzione venne data alla strategia di distruzione della prima tornata elettorale, che non finì in favore di Viktor Juščenko, attraverso la diffusione di informazioni sulle cosiddette “significative violazioni verificatesi durante il voto”. L’informazione fu preparata e diffusa da circa 10 mila persone, principalmente da membri del “Comitato degli Elettori dell’Ucraina”.

Infine, 985 mila dollari vennero stanziati attraverso L’Associazione Americana dell’Ordine degli Avvocati – Iniziativa di Diritto dell’Europa Centrale ed Euroasiatica (ABA/CEELI) per affinare le capacità degli elettori, degli avvocati, dei membri dei partiti e delle ONG con il proposito di monitorare completamente la campagna elettorale.

Vale la pena menzionare quello che Michael McFaul ha detto sulla vittoria di Viktor Juščenko nel 2004, ossia che fu assicurata principalmente dall’intensa cooperazione con i giovani ucraini, resa possibile dalle sovvenzioni americane.

In seguito, Michael McFaul ha usato ampiamente questa “esperienza” maturata nella manipolazione degli elettori ucraini, ad esempio in occasione delle elezioni presidenziali e parlamentari che si tennero in Russia nel 2007-2008.

Il Comitato per gli Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti USA ha appositamente indetto delle sedute speciali il 17 maggio 2007. Si decise di realizzare un adeguato studio concettuale ed analitico prima che la Russia fosse in campagna elettorale, iniziando a definire le strade ed i metodi per condurre le attività corrispondenti.

Furono così coinvolti analisti americani di spicco e studiosi della Russia, incluso Michael McFaul. Alle sedute, quest’ultimo presentò raccomandazioni concrete e proposte pratiche che vennero accolte per essere implementate.

Oggi gli esperti americani preparano raccomandazioni su come amministrare e mettere a disposizione fondi sostanziosi per il supporto politico e morale ai partiti di opposizione e a singoli organi di informazione russi prima delle elezioni presidenziali del 2012. La strategia elaborata immagina di influire significativamente sui cittadini russi che lavorano in strutture pubbliche o private e tra gli eletti alla Duma. Dalle dichiarazioni del 2011 di Michael McFaul, in qualità di capo dell’ambasciata americana a Mosca, traspare l’intenzione di stabilire delle strutture per il dialogo sui diritti umani, sulla libertà dei media, e sulla lotta contro la corruzione in Russia. Esprimendo le sue opinioni a Radio Liberty nel giugno 2011, McFaul ha dichiarato di avere intenzione di fare del concetto di “reset” uno strumento per coinvolgere il governo russo nella discussione sulla democrazia ed i diritti umani.

Viene consigliato di sostenere durante le elezioni coloro che possiedono la stoffa del leader, anche se le loro opinioni dovessero risultare oscure. Particolare importanza è legata alle intensa attività di propaganda tra i cittadini che esprimono il loro scontento nei confronti della politica del regime in vigore, e tra i giovani che, come dimostrano studi di centri sociologici, compongono il 60% dei dimostranti che il 24 dicembre 2011 si sono radunati nella manifestazione moscovita lungo il viale dedicato all’Accademico Sacharov.

Arrivando a Mosca nella sua nuova veste, il precedente direttore del Centro sulla Democrazia, lo Sviluppo e lo Stato di Diritto dell’Università di Stanford sta per stabilire contatti con l’opposizione “non-sistemica” russa, sperando di prevenire la vittoria elettorale di Vladimir Putin alle imminenti elezioni presidenziali; a dispetto del largo consenso che Putin ha tra gli elettori, come sottolineano i sondaggi sociologici. Washington vorrebbe vedere vincere la gara da qualcun’altro, qualcuno in sintonia con l’Occidente ed i cui piani non includano la difesa degli interessi dello Stato russo. Michael McFaul pensa che “alcune dittature” sono incapaci di progredire nello sviluppo della democrazia e dovrebbero essere assistite, come scritto dal New York Times il 24 febbraio 2011 in un articolo intitolato “Seizing Up Revolutions in Waiting”.

Larry Diamond, un professore della Stanford Univeristy che lo conosce da vicino avendoci lavorato assieme, afferma che McFaul, una volta in Russia, si atterrà alla politica di valorizzare i principi ed i valori americani, e che tenterà di appoggiare e coinvolgere diverse forze politiche e sociali in Russia nelle sue attività.

Questo è quanto ha riportato lo Stanford Daily il 26 settembre 2011.

Tutte queste attività verranno coordinate dall’ambasciatore americano in Russia, che non ha mai avuto particolari simpatie per il paese. Per esempio, sovente egli ha espresso apertamente la sua opinione negativa su Vladimir Putin, il capo del governo russo. Questo è quanto riporta il New York Times (del 29 maggio 2011) e quanto lo stesso Michael McFaul ha scritto nella rivista Foreign Affairs (di gennaio/febbraio 2008) e in molte altre pubblicazioni.

Su sua iniziativa, i principali quotidiani americani hanno cominciato a pubblicare articoli finalizzati alla sconfitta di Vladimir Putin, o almeno a minimizzare la sua vittoria, alle elezioni presidenziali nel marzo 2012. Non viene tenuto segreto lo scopo alternativo: indebolire l’autorità di Vladimir Putin nel caso in cui vincesse le elezioni, sminuire la politica del governo tesa a risolvere gli urgenti problemi sociali ed economici e indebolire la posizione internazionale di Mosca in generale.

Al ritratto politico del nuovo ambasciatore americano dovrebbe essere aggiunto il fatto che, nella storia, è il secondo capo dell’ambasciata a non essere diplomatico di professione. McFaul ha appoggiato l’aggressione georgiana dell’agosto 2008 contro l‘Ossezia del Sud. Non molto tempo fa, inoltre, ha fatto il possibile per escludere la Russia dal processo di definizione del futuro della Libia dopo il rovesciamento di Mu’ammar Gaddafi nell’ottobre 2011.

Si è anche schierato contro l’ipotesi di obbligazioni legalmente vincolanti per gli USA a non usare la difesa missilistica contro le forze nucleari strategiche russe, e contro il raggiungimento di un accordo con Mosca per una comune difesa missilistica europea sulla base di reciproca comprensione ed uguaglianza.

Infine, verso la fine del 2011, il Congresso americano ha confermato 50 milioni di dollari per la propaganda anti-russa prima delle elezioni presidenziali. E’ il doppio della somma stanziata per lo stesso scopo nel 2008.

Questo ed il fatto che Michael McFaul stia arrivando in Russia nel periodo tra le elezioni parlamentari e quelle presidenziali, danno molti argomenti su cui pensare riguardo agli sforzi ininterrotti di Washington per interferire apertamente e su più piani negli affari interni russi. Ecco nella sostanza cos’è la politica di “reset” nelle relazioni USA-Russia. La politica che, come alcuni esperti americani hanno affermato, è stata elaborata proprio dallo stesso Michael McFaul.

Traduzione di Serena Bonato
Testo original in inglese :  Ambassador with diploma in «color revolution»

FONTE: GEOPOLITICA – Rivista dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie 

Usa, polizia orwelliana in una città del New Jersey (Video)

di: Enrico Piovesana

Telecamere a circuito chiuso della polizia piazzate a ogni angolo di strada, dotate di un potente faretto rosso che punta, illumina e segue qualsiasi cittadino abbia un atteggiamento sospetto, che sembri in procinto di compiere un crimine.

Il soggetto evidenziato,

quindi riconoscibile tra la folla, può essere subito intercettato e bloccato dagli agenti che si trovano sul posto. “Il messaggio ai criminali – dice il capo della polizia – è: vi stiamo osservando”.

Non è 1984 di George Orwell, né una scena del film Minority Report che prefigurava un futuro in cui le tecniche di ‘precrimine’ consentivano di contrastare i crimini prima che essi venissero commessi.

E’ la realtà della città statunitense di East Orange, nel New Jersey, dove la polizia ha adottato questo sistema sperimentale detto ‘Light-based Intervention System’, basato su telecamere che, oltre a vedere, proiettano fasi di luce sui soggetti sospetti per facilitarne l’individuazione e il fermo.

E-IlMensile.it

La guerra nelle parole della «nostra» Difesa

di: Manlio Dinucci
I «raid» si chiamano «missioni di difesa» ma i jet italiani hanno sganciato un migliaio di bombe e missili

Il contributo delle Forze armate italiane alle «operazioni in Libia» – dapprima Odissey Dawn, in seguito Unified Protector a guida Nato – è stato di «assoluto rilievo»: lo dichiara il Ministero della difesa.

Esso specifica che sette basi aeree – Trapani, Gioia del Colle, Sigonella, Decimomannu, Aviano, Amendola e Pantelleria – sono state messe a disposizione sia degli aerei italiani che di quelli alleati. Gli aerei italiani hanno compiuto 1.182 missioni, con funzioni di ricognizione, «difesa aerea» e rifornimento, effettuate da Tornado, F-16 Falcon, Eurofighter 2000, Amx, velivoli a pilotaggio remoto Predator B, G-222 e aerorifornitori KC-767 e KC130J. La Marina militare ha partecipato alle missioni aeree con velivoli AV-8B.

La Marina ha effettuato operazioni navali di embargo, pattugliamento e rifornimento, nonché missioni di sorveglianza in prossimità delle acque tunisine, in applicazione dell’intesa tra Italia e Tunisia sull’«emergenza immigrazione».

Hanno partecipato alle operazioni: la portaerei Garibaldi, il cacciatorpediniere Andrea Doria, la nave rifornitrice Etna, le navi anfibie San Giusto, San Giorgio e San Marco; le fregate Euro, Bersagliere e Libeccio; le corvette Minerva, Urania, Chimera, Driade e Fenice; i pattugliatori d’altura Comandante Borsini, Comandante Foscari e Comandante Bettica; i pattugliatori Spica, Vega, Orione e Sirio; i sommergibili Todaro e Gazzana, nonché un velivolo Atlantic con funzioni di pattugliamento.

La Difesa ha altresì contribuito alla «cooperazione umanitaria», in stretto coordinamento con il Ministero degli esteri, mettendo a disposizione aerei cargo C-130J che hanno effettuato il trasporto di materiale medico e l’evacuazione di «personale ferito», portato in Italia per essere curato.

Nel vocabolario del Ministero della difesa, la parola «guerra» non esiste. Essa viene camuffata sotto l’asettica definizione di «operazioni in Libia». Non esiste neppure la parola «bombardamento», camuffata come «missione di difesa aerea», nonostante che gli aerei italiani abbiano sganciato sulla Libia un migliaio di bombe e missili e l’aviazione Nato abbia effettuato oltre 10mila missioni di attacco, sganciando 40-50mila bombe e missili, grazie soprattutto al supporto tecnico e logistico italiano. E gli aerei cargo C-130J sono decollati da Pisa, dove si sta realizzando l’Hub aereo nazionale delle forze armate, solo per «cooperazione umanitaria», per trasportare materiale medico e «personale ferito», non per trasportare dalla linitrofa base Usa di Camp Darby le bombe che, come ha dichiarato lo stesso Pentagono, gli Usa hanno fornito agli alleati.

Né il Ministero della difesa fa sapere quante siano state in Libia le vittime civili dei bombardamenti italiani e Nato, ignorate dalla «cooperazione umanitaria».

IlManifesto.it

Il comunismo sbiadito e i forconi siciliani

di: Andrea Fais

Ricordiamo tutti il Popolo Viola: questa creatura politicamente informe, che per oltre un anno ha riempito le piazze italiane, gridando alle dimissioni di Berlusconi. Una creatura colorata, di cui ho in passato trattato personalmente all’interno del sito “Conflitti e Strategie”, individuando attendibili collegamenti tra la macchina dell’antiberlusconismo di piazza e quella dell’antiberlusconismo dei poteri forti.

Del resto, i meeting viola organizzati dalla London School of Economics, prestigioso tempio “liberal” del capitalismo anglosassone, lasciavano poco spazio alla fantasia. Travaglio ebbe, proprio a ricordare come in Italia ci trovassimo in un condizione di totale anomalia rispetto al resto dell’Occidente, confortandosi con gli autorevolissimi dati forniti da Freedom House, struttura di ingerenza e soft-power legata a doppio filo con il governo degli Stati Uniti: una garanzia insomma. In quel caso, il numero fece la forza: tutto questo gruppuscolo di sigle e di associazioni no-profit cominciò a smuovere milioni di persone, con adesioni all’interno di quella “minoranza rumorosa” che vedeva in Berlusconi il solo ed unico male dell’Italia. Le forze della sinistra radicale, che ancora presumono di richiamarsi al comunismo storico, cercarono così di cavalcare – fallendo per evidente sproporzione di forze in campo – l’ondata, dialogando con quelle realtà e prestandosi alla linea del “Berlusconi first”. Molti esponenti politici parlarono, difatti, proprio della necessità di costituire una sorta di nuovo CLN esclusivamente pensato per cacciare Berlusconi, attraverso azioni dimostrative di strada o pressioni pubbliche.

Abbiamo visto cosa è accaduto: le immagini del 14 dicembre 2010 e del 15 ottobre 2011 hanno fatto il giro del mondo, regalando al pianeta un’immagine dell’Italia assolutamente devastata e manipolata, grazie alla distorsione mediatica operata da qualche migliaio di esagitati. Pareva che il governo Berlusconi fosse in uno stato del tipo “centoventi giornate di Sodoma”, perso tra festini orgiastici e vizi borghesi, mentre l’Italia stesse affondando, preda di uno spread senza freni. Non si sapeva cosa significasse precisamente questo oscuro vocabolo finanziaro, ma fu abbastanza per allineare le richieste di Di Pietro o di Vendola a quelle del Sole24Ore: “Fate presto!”. Il resto lo sappiamo.

Il governo tecnico si impone con un colpo di coda gestito dal Quirinale, senza alcuna interpellanza elettorale, si stabilisce in pianta stabile con l’intenzione solida di restare sino alla fine del mandato naturale della legislatura (2013) e di apportare pesantissime manovre economiche e fiscali, per giustificare provvedimenti da macelleria sociale. I bicchieri di champagne stappati dalle sinistre diventano improvvisamente indigesti, restano sullo stomaco: le facce terrorizzate e sbiancate di chi fino al giorno prima aveva fatto di tutto perché si creassero le condizioni per le dimissioni di Berlusconi, erano già allora evidenti. Cosa raccontare al proprio elettorato? Di aver appoggiato un golpe bianco e poi di essersi accorti della gran debacle? Un po’ strano come meccanismo. Dunque, meglio inventarsi una fantomatica continuità tra Berlusconi e Monti, prolungando per inerzia la farsa del teatrino antiberlusconista degli ultimi dieci anni: “Berlusconi è andato via, ma il berlusconismo è rimasto e rivive in Monti, dunque contestiamolo”.

La bufala è andata.

Qualcuno – quasi tutti – ci ha creduto. D’altronde se hanno creduto per dieci o quindici anni ad uno come Bertinotti, ormai potrebbero bersi anche l’acqua del mare pensando che sia oligominerale. Chiaramente, la maggioranza più silenziosa e più produttiva del Paese, quella dei piccoli commercianti, degli operai non sindacalizzati (cioè, non disposti a farsi prendere per i fondelli dai sindacati gialli italiani), dei piccoli agricoltori, delle piccole imprese, dei piccoli esercenti e così via, non può stare a guardare lo spettacolino mediatico di una situazione al tracollo, malgrado l’abitudine di queste persone all’umiltà e al lavoro senza tante pretese, la loro dignità e la loro (virtuosa) incapacità a scadere nella ridicola boutade circense cgiellina del pubblico impiegato con un campanaccio al collo e un fischietto in bocca.

Così, in silenzio, e fuori dai profeti del dissenso e dai sindacati di potere, è sorto in Sicilia uno sciopero spontaneo ed autonomo degli autotrasportatori che si è esteso a macchia d’olio anche al mondo dell’agricoltura.

Ufficialmente non vi sono collegamenti con alcuna forza politica, anche se a Catania pare sia stata avvistata qualche bandiera di estrema destra durante un comizio. In generale, insomma, il cosiddetto Movimento dei Forconi, pare essere al di fuori di qualunque sospetto: senz’altro ci sarà del qualunquismo e non mancherà la demagogia tipica del contesto di piazza e di contestazione pubblica, tuttavia la piattaforma sociale di lotta di persone che lavorano ogni giorno come muli è senz’altro trecento spanne superiore a quella di beceri indignados fuffaroli (apprezzati pure da Soros e Draghi… che è tutto dire…) o popoli “viola”, composti da ultrà del no-globalismo negriano o da esaltati lettori dei libelli pubblicati dal gruppo editoriale di De Benedetti.

Eppure la sinistra radicale italiana non ha perso tempo a lanciare strali e sospetti, boicottando in modo anche verbalmente violento lo sciopero. Siamo al colmo. Che abbiano ricevuto l’appoggio di qualche insignificante sigla di estrema destra o meno, queste persone lavorano ogni santo giorno e vivono sopra un camion per paghe non certo soddisfacenti, così come non certo bene se la passano i tanti braccianti e piccoli produttori della filiera agricola regionale. Pensare che movimenti politici minoritari ed assolutamente irrilevanti, come quelli di estrema destra, possano organizzare di colpo un movimento di protesta che blocca un’intera regione dello Stato, tra le più popolate, è letteralmente ridicolo. Dopo aver partecipato al coro alzato da Washington e dai suoi alleati contro la repubblica socialista di Gheddafi, schierandosi – con una silenziosa complicità – dalla parte dell’imperialismo, questi personaggi politici sembrano ancora non sufficientemente paghi di dare sfoggio della loro intima natura reazionaria e anti-sociale.

C’era un tempo in cui il Partito Comunista Italiano faceva il giro delle campagne e delle fabbriche, per conoscere le condizioni sociali in modo dettagliato e capillare cascina per cascina, stabile per stabile, raccogliendo pareri e consensi dal mondo del lavoro, spiegando poi loro, alla sera o durante i comizi alla domenica, i collegamenti tra quei loro problemi quotidiani di operai e contadini della provincia italiana, ed un sistema internazionale denso di contraddizioni e strategie di conflitto ardue e complicate. Parliamo di anni in cui era ancora l’emblema di Lenin a campeggiare nelle pareti delle sedi del partito, anni in cui era la Russia bolscevica il riferimento politico principale, anni in cui personaggi come Vendola, De Magistris o Bertinotti non avrebbero mai messo piede in un circolo politico comunista: roba in bianco e nero, confinata ormai alle sole figure del neo-realismo, come quella di Giuseppe Bottazzi. Son passati cinquanta anni, eppure sembra passata un’intera era geologica.

StatoPotenza.eu

L’Europa nella «rotazione» Usa

di: Manlio Dinucci

Due brigate corazzate pesanti Usa di stanza in Germania, per complessivi 7mila uomini, stanno facendo i bagagli per tornare a casa: lo ha annunciato il segretario alla difesa Leon Panetta. Finalmente Washington, sotto la presidenza di un Premio Nobel per la pace, ha imboccato la via del disarmo cominciando a ritirare le sue forze dall’Europa? Tutt’altro.

Esse scenderanno da 81mila a 74mila uomini, di cui circa la metà truppe terrestri, ma quelle ritirate saranno sostituite da «unità rotanti». Gli europei possono dunque stare tranquilli: gli Usa non li lasceranno soli in un mondo così pericoloso. Anzi, «gli europei vedranno sul loro territorio più forze statunitensi», poiché le basi in Europa serviranno a una più frequente rotazione di forze Usa in Medio Oriente, Africa, Asia ed Europa orientale. Le truppe terrestri saranno concentrate in due unità: una brigata corazzata leggera in Germania e una aviotrasportata a Vicenza. Un altro passo avanti nel «riallineamento» strategico effettuato dal Pentagono, che ridisloca le proprie forze dall’Europa centrale e settentrionale a quella meridionale e orientale, per proiettarle più efficacemente nelle aree d’importanza strategica. In tale quadro – scrive l’ambasciata Usa a Roma in un cablogramma filtrato attraverso WikiLeaks – l’Italia è «divenuta la base del più importante dispositivo militare schierato fuori dagli States, e con il Comando Africa (che ha in Italia due sottocomandi) sarà partner ancora più significativo della nostra proiezione di forza». Lo conferma l’ultimo inventario ufficiale delle 4.214 basi militari che gli Usa hanno sul proprio territorio e delle 611 che mantengono in altri paesi (Base Structure Report 2011). In Italia il Pentagono possiede 1.395 edifici e ne ha in affitto o concessione altri 1.062, per una superficie complessiva di quasi 2 milioni di metri quadri. Essi sono distribuiti in 40 siti principali, cui se ne aggiungono altri minori portando il totale a 60. Ciò significa che, dopo il Vaticano, è il Pentagono il più grosso proprietario immobiliare in Italia. Un investimento molto redditizio, non solo perché l’Italia contribuisce economicamente al mantenimento di tali basi, ma perché esse permettono una «proiezione di forza» più rapida e meno costosa di quella effettuata dal territorio continentale degli Stati uniti. L’altro fondamentale vantaggio è che in Italia tutti i governi, sia di centro-destra che di centro-sinistra, sono stati finora a piena disposizione del Pentagono. Vicenza, Aviano, Ghedi Torre, Livorno, Pisa, Napoli, Gaeta, Sigonella, Niscemi e altre località fanno ormai parte della geografia del Pentagono. Qui gli Usa basano i loro comandi, le loro forze di proiezione rapida, i loro armamenti (compresi quelli nucleari), i loro più avanzati sistemi di telecomunicazioni militari. Da qui ruotano le forze statunitensi, svolgendo non solo la loro funzione militare, ma una importante funzione politica: «Nella misura in cui rimangono in Europa significative forze statunitensi – spiega una commissione congressuale – la leadership può essere mantenuta». Per questo, assicura Panetta, l’impegno militare Usa in Europa è «incrollabile».

IlManifesto.it

Venezuela: La minaccia del buon esempio?

di: Eva Golinger

Washington non ha mai nascosto il suo disprezzo per il presidente del Venezuela Chavez e i  mass media hanno trasformato un leader democratico in un dittatore. Il Venezuela rappresenta davvero una minaccia per gli Stati Uniti o tutto questo clamore mediatico è solo una scusa per un cambiamento di regime? 

[NOTA: ho accompagnato il presidente Chavez nel suo ultimo viaggio in Iran ad  ottobre 2010 e posso attestare il legittimo rapporto tra entrambe le nazioni. Non abbiamo fatto visita agli impianti nucleari,  abbiamo invece visitato i cantieri per edifici residenziali che sono stati successivamente utilizzati come modello per un programma di edilizia residenziale pubblica attualmente in corso in Venezuela, in joint venture con l'Iran. Ho anche visitato personalmente, diversi anni fa, la fabbrica  iraniana-venezuelana di trattori a Bolivar  e ne ho anche guidato uno. Posso  dire con certezza che non era nè radioattivo né era una copertura per una bomba atomica.]

La visita del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad in America Latina questa settimana ha causato  frenesia a Washington. Il pensiero che il Nemico numero 1 degli Stati Uniti fosse a poche miglia di distanza, a sud del confine,ad  ingraziarsi le nazioni un tempo dominate dalla agenda di Washington, era troppo da sopportare per un governo che cerca disperatamente di isolare l’Iran e sbarazzarsi della nazione persiana della Rivoluzione islamica. 

I giorni prima dell’arrivo di Ahmadinejad in Venezuela, la sua prima tappa di un tour che lo porterà a visitare altre quattro nazioni latinoamericane, il Dipartimento di Stato americano ha avvertito la regione di ricevere il presidente iraniano e di rafforzare i legami, mentre Washington stava intensificando le sanzioni contro l’Iran e l’aumento della pressione sul governo di Ahmadinejad. Come segno della sua severità, Washington ha anche espulso un diplomatico venezuelano che lavorava come console generale a Miami, per presunti collegamenti ad un infondato complotto iraniano contro gli Stati Uniti.

Il presidente del Venezuela Hugo Chavez ha liquidato gli avvertimenti di Washington come le parole di un “impero ridicolo” che non “ci domina più in America Latina”. ”Siamo nazioni sovrane”, ha chiarito Chavez, mentre riceveva il  Presidente iraniano a braccia aperte. Chavez ha anche ironizzato riguardo le accuse di Washington che il rapporto iraniano-venezuelano  rappresenti una minaccia per gli Stati Uniti.

“Ci accusano in continuazione di piani per attaccare gli Stati Uniti. Dicono che stiamo costruendo una bomba per lanciarla contro Washington. Vedete quella collina lì ? Quella collina adesso si aprira’ e ne uscira’ un’enorme bomba atomica  che io e il presidente Ahmadinejad  lanceremo contro la Casa Bianca”, ha scherzato il presidente Chavez  con i giornalisti che erano giunti al palazzo presidenziale per la visita del presidente iraniano.

“La sola guerra che il Venezuela e l’Iran stanno conducendo insieme è la guerra contro la fame, contro la povertà, contro l’esclusione”, ha chiarito Chavez in tono severo.

Da anni ormai, i funzionari del governo degli Stati Uniti, gli analisti esterni, i  think tank, i consulenti del governo e i commentatori dei media hanno lanciato allucinanti accuse contro il Venezuela, sostenendo che la nazione sudamericana stia costruendo basi missilistiche con l’Iran per pianificare attacchi contro gli Stati Uniti e campi di addestramento terroristici dove ospitare i membri di Al Qaeda, Hezbollah e la Guardia Rivoluzionaria Iraniana. Queste affermazioni assurde si spingono fino ad asserire che  le joint venture venezuelane-iraniane, come fabbriche di auto e biciclette e centrali del latte non servano ad altro se non a nascondere  i siti segreti sotterranei per l’ arricchimento dell’uranio delle bombe nucleari da lanciare contro gli Stati Uniti. Anche un volo commerciale tra Caracas e Teheran è stato rivendicato da questi “analisti” degli Stati Uniti e da alcuni membri del Congresso, come Connie Mack e Ileana Ros-Lehtinen (entrambi repubblicani della Florida), come un “volo del terrore” per il trasporto di “materiali radioattivi” e “terroristi”.

Quanto ridicole possono sembrare le accuse Washington contro il Venezuela, tali accuse, pericolose e prive di fondamento, vengono utilizzate per amplificare le ostilità contro la nazione sudamericana, incanalare milioni di dollari di finanziamenti ai gruppi anti-Chavez  nel tentativo di destabilizzare il governo venezuelano e di perpetuare ulteriormente una campagna mediatica atta a demonizzare il capo di Stato venezuelano, raffigurando questo paese produttore di petrolio come una dittatura.

Nel corso degli ultimi anni, mentre  si intensifica la campagna contro il Venezuela,il  gergo comune nei mass media, riferendosi al Presidente Chavez,  comprende termini come “dittatore”, “autoritario”, “tiranno”, “terrorista”, “minaccia” e ritrae il paese latino-americano come uno “stato fallito” dove i diritti umani sono costantemente “violati” e la libertà di espressione è inesistente. Chiunque abbia visitato il Venezuela durante l’amministrazione Chavez sa che non solo non esiste alcuna dittatura, ma la democrazia è aperta, vivace e partecipativa, fiorisce la libertà di parola e i venezuelani godono di una maggiore garanzia dei diritti umani rispetto ai loro vicini del nord degli Stati Uniti. Ai mezzi di comunicazione è necessario ricordare che il presidente Chavez è stato eletto con oltre il 60% dei voti nei trasparenti processi elettorali, con l’80% di partecipazione elettorale certificata da osservatori internazionali.

Come  ha sottolineato di recente il presidente Chavez, il governo venezuelano sta investendo ogni anno di più in programmi sociali e in misure contro la povertà , mentre paesi come gli Stati Uniti stanno tagliando i servizi sociali. In Venezuela, la povertà è stata ridotta di oltre il 50% negli ultimi dieci anni, grazie alle politiche sociali dell’amministrazione Chavez, mentre negli Stati Uniti, 1 bambino su 5 vive attualmente in condizioni di estrema povertà. La disoccupazione, a dicembre 2011,  in Venezuela era al 6,5% rispetto all’8,5 % degli USA. L’esclusione, la mancanza di opportunità, l’astensione degli elettori ed  altre piaghe sociali sono in continuo aumento negli Stati Uniti.

“Obama, non pensarci più. Fatti gli affari tuoi e prenditi cura del tuo paese, dove  hai un sacco di problemi “, ha suggerito il presidente Chavez durante un recente discorso. Chavez è stato anche pronto a sottolineare che Obama ha appena tagliato l’ assistenza federale  per il gasolio necessario per il riscaldamento  delle famiglie a basso reddito, lasciando migliaia di persone a soffrire in questo gelido inverno, dovendo scegliere tra cibo o calore. Nel frattempo, il governo venezuelano ha appena rinnovato e ampliato il suo programma di assistenza relativo al gasolio per il riscaldamento domestico alle comunità negli Stati Uniti attraverso la Citgo. Negli ultimi 7 anni, la società venezuelana Citgo è stata l’unica società petrolifera negli Stati Uniti disposta a fornire a costi ridotti il gasolio per la casa a chi ne aveva bisogno. E ‘ironico che il governo venezuelano stia aiutando le persone negli Stati Uniti mentre il governo degli Stati Uniti e le sue imprese si rifiutano di farlo.

VENEZUELA & IRAN: LA MINACCIA REALE

Il rapporto tra il Venezuela e l’Iran può causare allarme in alcuni ambienti a Washington, ma non per i motivi descritti dai media. Come membri fondatori dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) nel 1960, il Venezuela e l’Iran hanno condiviso stretti rapporti da decenni. Entrambi i paesi hanno interessi strategici in tutto il mondo. Tuttavia, non è da poco tempo che queste relazioni vadano oltre i semplici interessi energetici.

L’entrata dell’Iran in America Latina come partner commerciale, insieme a Cina e Russia, è la vera minaccia per l’egemonia statunitense nella regione. Le  società statunitensi che hanno monopolizzato l’emisfero per oltre un secolo, vengono ora sostituite da imprese asiatiche, mediorientali ed europee disposte a fornire offerte più allettanti a paesi come il Venezuela. Gli accordi con l’Iran, per esempio, includono il trasferimento di tecnologia e non solo l’acquisto dei prodotti. Le fabbriche iraniane di automobili  in Venezuela non si limitano solo all’assemblaggio di un prodotto iraniano. Gli accordi prevedono infatti che esse forniscano ai venezuelani l’abilità tecnica per la produzione di vetture, dalle materie prime al prodotto finito. Questo è essenziale per assicurare sviluppo,crescita e stabilità economica a lungo termine.

Le false accuse contro il Venezuela di terrorismo e di essere un paese guerrafondaio – nessuna delle quali è mai stata suffragata da prove reali – sono tentativi pericolosi per spaventare l’opinione pubblica nel giustificare un qualche tipo di aggressione contro una nazione pacifica. Il Venezuela non ha mai invaso, aggredito, minacciato o intervenuto in un altro paese, né ha bombardato e assassinato i cittadini di altre nazioni. Il Venezuela ha una politica di pace e non hai mai infranto o violato questa promessa.

Il Venezuela ha anche il diritto sovrano di intraprendere relazioni con le altre nazioni come meglio crede e di sviluppare le proprie politiche interne per favorire il benessere della sua gente. Questa sembra essere la più grande minaccia agli Stati Uniti.

LINK:  Venezuela: The Threat of a Good Example?

DI: Coriintempesta

Loro si che Sono da “tripla A” Oppure “se l’Europa Fosse una Cosa Seria”

di: Rischio Calcolato

 E ci risiamo. Il ministero della guerra americano  L’agenzia di rating “Standard & Poor’s”, letteralmente “mediocre e povero”, ha declassato la valutazione di diversi paesi europei tra cui Francia (1), Austria, la nostra malandata Italia e l’ancor più malandato Portogallo. Ora, al di la della truffa miliardaria operata dall’inquilino abusivo di Palazzo Chigi, sarebbe veramente il caso di finirla. Sarebbe il caso di finirla con questa triade di ciarlatani del rating (2) che tengono in scacco nazioni e governi minacciando perdite di valutazioni se i governi non seguono i loro dotti consigli. Sarebbe il caso di piantarla con queste tre Gorgoni che decidono sulle nostre teste. 

La questione della proprietà delle Parche  e i conflitti di interesse che ne nascono è stata dibattuta più volte. Così come è palese ed evidente che i continui declassamenti a paesi europei abbiano lo scopo, più o meno dichiarato, di attaccare l’Euro a favore del Dollaro. Dunque giusto per un divertissement, divertiamoci a dare un’occhiata alla curiosa e comica coincidenza che vede Italia, Francia, Spagna e pure l’insospettabile Austria (3) bastonate dalla malefica triade mentre Stati Uniti e Gran Bretagna per non meglio chiariti meriti godono ancora della massima valutazione (4)

Stati Uniti

Debito pubblico al 100% del PIL con crescita del 35% nel triennio 2008-2011. In termini assoluti dal 2008 il debito USA è aumentato del 50%

Deficit stimato per il 2011 8,5%

Disoccupazione “ufficiale” al 9%  a cui aggiungiamo 50 milioni di americani che campano coi food stamps.

Credibilità dell’esecutivo: Obama non riusciva a governare quando nel primo biennio i democratici godevano della più grande maggioranza congressuale dai tempi del Watergate, figuratevi ora che quella maggioranza è evaporata. Ricordiamo per esempio il tragicomico default sfiorato ad agosto giusto per dire di cos’è la classe politica statunitense attuale

Gran Bretagna

Debito pubblico all’80% del PIL con aumento del 25% nel triennio 2008-11. In termini assoluti dal 2008 il debito della regina Elisabetta è aumentato del 64% dal 2008

Deficit in doppia cifra per due anni consecutivi

E’ il paese più indebitato del mondo. Aggregati debito pubblico e debito privato sfiorano il 1.000% del PIL

Credibilità dell’esecutivo: Per la prima volta dopo 60 anni il Regno Unito ha un governo di coalizione tra il partito conservatore e il partito liberal-democratico. Il rapporto nella coalizione è talmente buono che quell’autentico imbecille patentato di David Cameron non si degna nemmeno di informare il suo vice Nick Clegg quando decide di porre il veto sulla riforma dei trattati europei, veto a cui Clegg risponde ovviamente contrariato per non esser stato interpellato. Senza dimenticare che sempre quell’autentico imbecille di Cameron aveva come portavoce un ex dipendente di Murdoch, tale Andy Coulson, travolto dallo scandalo spionaggio.

Siccome è ormai chiaro anche a qualunque idiota che i giudizi delle tre Gorgoni non hanno un minimo di obiettività e sono puramente politici allora mi aspetterei dall’Europa un’azione decisa. Mi aspetterei che domani i governanti dei 17  dell’Eurozona dicessero le cose come stanno anziché le solite banalità trite e ritrite. Mi aspetterei prendessero carta e penna e scrivessero un bell’ultimatum a un certo abbronzato che suonasse diciamo così:

“Caro abbronzato, sinceramente ci siamo rotti i coglioni della strafottenza delle tue agenzie di rating che usi come ministero della guerra. Si e non provarci caro abbronzato, sono i tuoi dobermann addomesticati e lo sappiamo fin troppo bene per cui non fare il finto tonto. O da domani cambi musica, oppure la musica la cambiamo noi. O da domani metti la museruola i tuoi dobermann, oppure prenderemo atto della cosa e

1-Imporremo dazi da usura sulla merce di qualunque azienda angloamericana

2-Espelleremo i tuoi sgherri britannici dall’UE

3-Riconosceremo lo stato palestinese

4-Porremo il veto in sede ONU a qualsiasi risoluzione di sanzioni contro Iran e Siria ,e già che ci siamo cominceremo a fottercene allegramente degli embarghi già esistenti

5-I paesi UE aderenti alla NATO ne usciranno in maniera unilaterale

6-Creeremo una nostra agenzia di rating e cominceremo a ripagarti con la stessa moneta

Per cui caro abbronzato da oggi non si scherza più e no, giù le mani da quel tasto che l’atomica ce l’abbiam pure noi. O tu e il tuo congresso di merda mettete la catena e la museruola ai dobermann (5), ovvero regolamentate in modo tale che le valutazioni delle stesse escano con periodicità predefinita, si basino solo su criteri strettamente economici ben definiti oppure ti ritrovi un nemico da 330 milioni di abitanti dotato del primo PIL mondiale e di testate nucleari. A te la scelta”

Ovviamente la cosa di cui sopra potrebbe essere fatta se l’Europa fosse una cosa seria. Siccome l’Europa è una barzelletta non accadrà nulla di tutto ciò.

(1) chissà che il nano rida un po’ meno da stasera

(2) vedi alla voce LehmAAAn Brothers

(3) la canea xenofila italiota, sempre abituata a leccare il culo all’ariano di turno, che descriveva l’Austria come un paradiso dov’è finita?

(4) si, ok gli USA hanno perso la tripla A per “S&P”

(5) sarebbe più auspicabile la messa fuori legge completa delle agenzie di rating, ma apriti cielo a dirlo

FONTE: Rischio Calcolato

Gli USA uscirebbero sconfitti nel Golfo Persico da una guerra con l’Iran?

Fornendo delle preziose intuizioni sulle dinamiche riguardanti lo stallo tra Iran e Stati Uniti portato avanti nello stretto di Hormuz, strategicamente decisivo, Nazemroaya descrive una situazione che riporta inevitabilmente alla mente la storia di Davide e Golia. Con la geografia e le leggi internazionali decisamente dalla parte dell’Iran potrebbe esserci in serbo un finale altrettanto sorprendente.

di: Mahdi Darius Nazemroaya

Dopo anni di minacce da parte degli Stati Uniti, l’Iran ha cominciato ad attuare delle note misure per dimostrare di essere disposto e capace di chiudere lo Stretto di Hormuz.

Il 24 dicembre 2011, l’Iran ha iniziato le sue esercitazioni navali Velayat 90 dentro e intorno allo Stretto di Hormuz, portandosi dal Golfo Persico e dal Golfo di Oman (Mare dell’Oman) fino al Golfo di Aden e al Mare Arabico nell’Oceano Indiano. Da quando hanno avuto luogo queste esercitazioni c’è stato un crescente scontro verbale tra Washington e Teheran. Nulla di ciò che il governo Obama o il Pentagono avevano fatto o detto ha dissuaso Teheran dal continuare con le esercitazioni navali.

La natura geopolitica dello Stretto di Hormuz

Oltre al fatto d’essere un punto di transito vitale per le risorse energetiche del pianeta e un nodo strategico, bisognerebbe considerare due ulteriori elementi riguardo al rapporto dello Stretto di Hormuz con l’Iran. Il primo punto riguarda la geografia dello Stretto di Hormuz. Il secondo concerne il ruolo dell’Iran nel collaborare alla gestione dello stretto strategico sulla base delle leggi internazionali e dei suoi diritti di sovranità nazionale.

Il traffico marittimo che transita nello Stretto di Hormuz è sempre stato in contatto con le forze navali iraniane, composte prevalentemente dalla Marina regolare dalla Marina della Guardia Rivoluzionaria. Infatti le forze navali iraniane controllano e sorvegliano lo Stretto di Hormuz insieme al Sultanato dell’Oman tramite l’enclave omanita di Musandam.

Cosa ancora più importante, per transitare attraverso lo Stretto di Hormuz tutto il traffico marittimo, compresa la marina statunitense, deve navigare attraverso il territorio iraniano. Nessun Paese può entrare nel Golfo Persico e transitare nello Stretto di Hormuz senza navigare in acque e territorio iraniani.

Quasi tutti gli accessi al Golfo Persico avvengono attraverso acque iraniane e la maggior parte delle vie d’uscita attraversano le acque dell’Oman.

L’Iran permette alle navi straniere di utilizzare le sue acque territoriali in buona fede e sulla base delle misure sul transito marittimo contenute nella terza parte della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del mare, che stabilisce che le navi sono libere di navigare attraverso lo Stretto di Hormuz e analoghi specchi d’acqua avendo una navigazione rapida e continua tra un porto aperto e l’alto mare. Sebbene di norma Teheran segua le leggi di navigazione del Diritto marittimo, non è giuridicamente vincolata ad esse. Come Washington, Teheran ha firmato questo trattato ma non l’ha mai ratificato.

Lo Stretto di Hormuz

Tensioni tra Iran e Stati Uniti nel Golfo Persico

Al momento il parlamento iraniano (Majlis) sta rivalutando le acque iraniane nello Stretto di Hormuz. I parlamentari iraniani stanno proponendo una legge per impedire a qualsiasi nave straniera di utilizzare le acque territoriali iraniane per navigare attraverso lo Stretto di Hormuz senza il permesso dell’Iran; il Comitato parlamentare iraniano per la sicurezza nazionale e la politica estera sta attualmente studiando questa normativa, quale posizione iraniana ufficiale basata sugli interessi strategici dell’Iran e la sua sicurezza nazionale [1].

Il 30 dicembre 2011 la portaerei U.S.S. John C. Stennis ha attraversato la zona in cui l’Iran stava conducendo le sue esercitazioni navali. Il comandante delle forze regolari iraniane, il maggiore-generale Ataollah Salehi, consigliò alla U.S.S. John C. Stennis e ad altre imbarcazioni della marina statunitense di non fare ritorno nel Golfo Persico mentre l’Iran stava conducendo le sue esercitazioni, aggiungendo che l’Iran non è solito ripetere un avvertimento due volte [2]. Poco dopo il duro monito iraniano a Washington, l’ufficio stampa del Pentagono ha risposto con una dichiarazione: “Nessuno in questo governo cerca lo scontro [con l’Iran] sullo Stretto di Hormuz. È importante abbassare i toni” [3].

Nello scenario reale di un conflitto militare con l’Iran è molto probabile che le portaerei statunitensi opererebbero di fatto fuori dal Golfo Persico, dal Golfo dell’Oman a sud e dal Mare Arabico. A meno che il sistema missilistico che Washington sta installando negli sceiccati petroliferi nel sud del Golfo Persico non sia pienamente attivo e operativo, il dispiegamento di grandi navi da guerra americane nel Golfo Persico potrebbe essere improbabile. Le ragioni di ciò sono legate a realtà geografiche e alle forze difensive iraniane.


La geografia è contro il Pentagono: la forza navale statunitense è limitata nel Golfo Persico

La forza navale degli Stati Uniti, che comprende prevalentemente la Marina e la Guardia costiera, ha essenzialmente la supremazia su tutte le altre forze navali e marittime nel mondo. Il suo potenziale sottomarino e in mare aperto e negli oceani è unico e ineguagliabile da qualsiasi altra potenza navale.

Tuttavia, supremazia non significa invincibilità. Le forze navali statunitensi nello Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico sono molto vulnerabili all’Iran.

Nonostante la sua potenza e la forza schiacciante, la geografia gioca letteralmente contro la forza navale statunitense nello Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico. La relativa ristrettezza del Golfo Persico lo rende simile a un canale, per lo meno nel contesto strategico e militare. Metaforicamente parlando, le portaerei e le navi da guerra degli Stati Uniti sono confinate in acque ristrette, o chiuse entro le acque costiere del Golfo Persico.

Ed è qui che entra in gioco l’avanzato potenziale missilistico iraniano. L’arsenale di missili e siluri iraniano neutralizzerebbe le forze navali statunitensi nelle acque del Golfo Persico in cui esse sono costrette. Ecco perché gli Stati Uniti in questi ultimi anni stanno attivamente costruendo un sistema di scudo missilistico nel Golfo Persico tra i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG).

Perfino i piccoli pattugliatori iraniani nel Golfo Persico, che sembrano miseri e insignificanti rispetto a una portaerei o a un cacciatorpediniere statunitense, sono una minaccia per le navi da guerra americane. Le apparenze ingannano: questi pattugliatori iraniani possono facilmente lanciare una raffica di missili che potrebbe danneggiare in modo significativo e di fatto affondare grandi navi da guerra americane. Le piccole motovedette iraniane sono anche difficili da rilevare e individuare.

Le forze iraniane potrebbero anche attaccare le forze navali degli Stati Uniti semplicemente lanciando attacchi missilistici dalla terraferma iraniana, dalle coste settentrionali del Golfo Persico. Già nel 2008 il Washington Institute for Near East Policy ha riconosciuto la minaccia proveniente dalle batterie mobili di missili costieri, dai missili antinave e dalle piccole navi lanciamissili iraniane [4].

Alche altre risorse navali iraniane quali droni aerei, hovercraft, mine, squadre di sub e minisottomarini, potrebbero essere utilizzate in una guerra navale asimmetrica contro la Quinta Flotta.

Anche le simulazioni di guerra del Pentagono hanno dimostrato che un conflitto nel Golfo Persico contro l’Iran significherebbe un disastro per gli Stati Uniti e i suoi militari. Un esempio chiave è il wargame nel Golfo Persico Millennium Challenge 2002 (MC02), condotto dal 24 luglio al 15 agosto 2002, e che ha richiesto quasi due anni di preparativi. Queste massicce esercitazioni furono tra i più grandi e costosi wargame mai realizzati dal Pentagono. IlMillennium Challenge 2002 si tenne poco dopo che il Pentagono aveva deciso di proseguire lo sforzo bellico in Afghanistan, prendendo di mira Iraq, Somalia, Sudan, Libia, Libano, Siria per terminare col “bersaglio grosso”, l’Iran, in una vasta campagna militare per garantire la supremazia degli Stati Uniti nel nuovo millennio.

Dopo che il Millennium Challenge 2002 si fu concluso, il wargame fu presentato come una simulazione di guerra contro l’Iraq governato dal presidente Saddam Hussein, ma ciò non può essere vero [5]. Gli Stati Uniti avevano già fatto delle valutazioni per l’imminente invasione anglo-statunitense dell’Iraq. Inoltre, l’Iraq non aveva forze navali tali da meritare un simile impiego su vasta scala della Marina degli Stati Uniti.

Millennium Challenge 2002 fu condotto per simulare una guerra con l’Iran, al quale era assegnato il nome in codice “Rosso” e al quale ci si riferiva come ad uno sconosciuto nemico mediorientale, uno stato-canaglia nel Golfo Persico. All’infuori dell’Iran, nessun altro Paese poteva corrispondere ai parametri e alle caratteristiche di “Rosso” e delle sue forze militari, dalle motovedette alle unità motociclistiche. La simulazione di guerra si tenne perché Washington aveva in programma di attaccare l’Iran subito dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003.

Lo scenario delle esercitazioni del 2002 iniziava con gli Stati Uniti, nome in codice “Blu”, che nel 2007 davano all’Iran un ultimatum di 24 ore per la resa. La data del wargame, il 2007, cronologicamente avrebbe corrisposto ai piani degli Stati Uniti per attaccare l’Iran, dopo l’attacco israeliano contro il Libano nel 2006, che si supponeva si sarebbe esteso a una grande guerra anche contro la Siria. La guerra contro il Libano, tuttavia, non andò come previsto e gli Stati Uniti e Israele si resero conto che se Hezbollah poteva fronteggiarli in Libano, allora una guerra allargata alla Siria e all’Iran sarebbe stata un disastro.

Nello scenario di guerra di Millennium Challenge 2002, l’Iran avrebbe reagito all’aggressione degli Stati Uniti lanciando un massiccio sbarramento di missili che avrebbe sopraffatto gli Stati Uniti e distrutto sedici navi da guerra statunitensi – una portaerei, dieci incrociatori e cinque navi anfibie. Si stima che se ciò fosse realmente accaduto, più di 20.000 militari americani sarebbero stati uccisi in un solo giorno dopo l’attacco [6]. Successivamente, l’Iran avrebbe inviato i suoi piccoli pattugliatori – quelli che sembrano insignificanti rispetto alla USS John C. Stennis e alle altre grandi navi da guerra degli Stati Uniti – per sopraffare il resto delle forze navali del Pentagono nel Golfo Persico: ciò avrebbe comportato il danneggiamento o l’affondamento della maggior parte della Quinta Flotta e la sconfitta degli Stati Uniti. Dopo la sconfitta statunitense, il wargame fu ripetuto più volte, ma “Rosso” dovette agire in condizioni di svantaggio, in modo che alle forze americane fosse permesso di uscire vittoriose dalle esercitazioni [7]. Ciò avrebbe nascosto la realtà del fatto che gli Stati Uniti sarebbero stati sopraffatti nel Golfo Persico nel contesto di una guerra convenzionale contro l’Iran.

Quindi la formidabile potenza navale di Washington è limitata dalla geografia, unita alle risorse militari iraniane, quando si tratta di combattere nel Golfo Persico o anche in gran parte del Golfo dell’Oman. In assenza di acque aperte, come nell’Oceano Indiano o nel Pacifico, gli Stati Uniti dovranno combattere con tempi di risposta notevolmente ridotti e, ancor più importante, non saranno in grado di combattere da una distanza di sicurezza (militarmente sicura). Di conseguenza, i dispositivi navali statunitensi di difesa, progettati per il combattimento in acque aperte e da posizioni sicure, diventano poco pratici nel Golfo Persico.

Rendere superfluo lo Stretto di Hormuz per indebolire l’Iran?

Il mondo intero conosce l’importanza dello stretto di Hormuz e Washington e i suoi alleati sono ben consapevoli del fatto che gli iraniani possono militarmente chiuderlo per un periodo di tempo significativo. Ecco perché gli Stati Uniti hanno lavorato con i paesi del CCG – Arabia Saudita, Qatar, Bahrain, Kuwait, Oman ed Emirati Arabi Uniti – per deviare il loro petrolio attraverso oleodotti che aggirano lo stretto di Hormuz e canalizzano il petrolio del CCG direttamente verso l’Oceano Indiano, il Mar Rosso o il Mar Mediterraneo. Washington ha anche spinto l’Iraq a cercare percorsi alternativi nelle trattative con Turchia, Giordania e Arabia Saudita.

Anche Israele e la Turchia si sono molto interessati a questo progetto strategico. Ankara ha avuto colloqui con il Qatar sulla configurazione di un terminal petrolifero che avrebbe raggiunto la Turchia attraverso l’Iraq. Il governo turco ha tentato di spingere l’Iraq a collegare i giacimenti petroliferi del sud, come i giacimenti petroliferi dell’Iraq settentrionale, alle vie di transito che attraversano la Turchia. Tutto ciò è legato alla volontà della Turchia di essere un corridoio energetico e un importante snodo di transito.

L’obiettivo della deviazione del petrolio dal Golfo Persico eliminerebbe un importante elemento di pressione strategica che l’Iran esercita contro Washington e i suoi alleati. In effetti ridurrebbe l’importanza dello stretto di Hormuz. Potrebbe benissimo essere un prerequisito per i preparativi di una guerra degli Stati Uniti contro Teheran e i suoi alleati.

È in questa cornice che l’oleodotto Abu Dhabi Crude Oil o il Hashan-Fujairah Oil Pipeline vengono preferiti dagli Emirati Arabi Uniti per deviare il percorso marittimo nel Golfo Persico che passa per lo Stretto di Hormuz. Il progetto fu messo insieme nel 2006, il contratto fu reso pubblico nel 2007 e la costruzione iniziò nel 2008. L’oleodotto va direttamente da Abu Dhabi al porto di Fujairah sulle rive del Mare Arabico. In altre parole, darà alle esportazioni petrolifere degli Emirati Arabi Uniti un accesso diretto all’Oceano Indiano. È stato apertamente presentato come un mezzo per garantire la sicurezza energetica bypassando lo Stretto di Hormuz e tentando di evitare i militari iraniani. Insieme alla costruzione di questo oleodotto è stata anche prevista la costruzione di un deposito strategico di petrolio a Fujairah, per mantenere il flusso di petrolio sul mercato internazionale se il Golfo Persico dovesse essere chiuso [9].

A parte la Petroline (East-West Saudi Pipeline), l’Arabia Saudita si è anche interessata a rotte di transito alternative e ha preso in esame i porti dei suoi vicini a sud nella penisola arabica, l’Oman e lo Yemen. Il porto yemenita di Mukalla, sulle rive del Golfo di Aden, è stato di particolare interesse per Riyadh. Nel 2007, fonti israeliane riportarono con una certa ostentazione che era in cantiere il progetto di un oleodotto che avrebbe collegato i giacimenti petroliferi sauditi con Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti, Muscat in Oman, e infine Mukalla nello Yemen. La riapertura dell’Iraq-Arabia Saudita Pipeline (IPSA), che, ironicamente, fu costruita da Saddam Hussein per evitare lo Stretto di Hormuz e l’Iran, è stata anch’essa oggetto di discussione dei sauditi con il governo iracheno a Baghdad.

Se la Siria e il Libano venissero convertiti in clienti di Washington, allora anche la defunta Trans-Arabian Pipeline (Tapline) potrebbe essere riattivata, insieme ad altri percorsi alternativi che vanno dalla penisola arabica alla costa del Mar Mediterraneo, attraverso il Levante. Dal punto di vista cronologico, ciò rientrerebbe bene anche negli sforzi di Washington per invadere il Libano e la Siria, nel tentativo di isolare l’Iran prima di ogni possibile resa dei conti con Teheran.

Le esercitazioni navali iraniane Velayat-90, protratte in prossimità dell’ingresso del Mar Rosso nel Golfo di Aden, al largo delle acque territoriali dello Yemen, si sono tenute anche nel Golfo dell’Oman, di fronte alle coste dell’Oman e alle coste orientali degli Emirati Arabi Uniti. Tra le altre cose, Velayat-90 andrebbe intesa come un segnale che Teheran è pronta ad operare al di fuori del Golfo Persico, e che può colpire o bloccare perfino gli oleodotti che tentano di aggirare lo Stretto di Hormuz.

La geografia è di nuovo dalla parte dell’Iran anche in questo caso. Evitare lo Stretto di Hormuz non cambia il fatto che la maggior parte dei giacimenti petroliferi appartenenti a paesi del CCG si trova nel Golfo Persico o in prossimità delle sue coste, il che significa che sono tutti situati nelle immediate vicinanze dell’Iran e quindi entro la sua portata. Come nel caso dell’Hashan-Fujairah Pipeline, gli iraniani potrebbero facilmente stroncare il flusso di petrolio all’origine. Teheran potrebbe anche lanciare attacchi  missilistici e aerei o schierare le sue forze di terra, mare, aria e anfibie in queste aree. Non c’è necessariamente bisogno di bloccare lo Stretto di Hormuz; dopotutto ostacolare il flusso di combustibile è lo scopo principale delle minacce iraniane.

La guerra fredda  tra Iran e Stati Uniti

Washington è passata all’offensiva contro l’Iran con tutti i mezzi a sua disposizione. Le tensioni sullo Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico sono soltanto un aspetto nella pericolosa guerra fredda su più fronti tra Teheran e Washington nella regione del Medio Oriente allargato. Dal 2001, il Pentagono sta anche riconvertendo le sue forze militari per affrontare guerre non convenzionali contro nemici come l’Iran [10]. Ciononostante la geografia ha sempre lavorato contro il Pentagono, e gli Stati Uniti non hanno trovato una soluzione al dilemma navale nel Golfo Persico. Invece di una guerra convenzionale, Washington ha dovuto fare ricorso contro l’Iran a una guerra occulta, economica e diplomatica.

NOTE

[1] Fars News Agency, “Foreign Warships Will Need Iran’s Permission to Pass through Strait of Hormoz,” January 4, 2011.

[2] Fars News Agency, “Iran Warns US against Sending Back Aircraft Carrier to Persian Gulf,” January 4, 2011.

[3] Parisa Hafezi, “Iran threatens U.S. Navy as sanctions hit economy,” Reuters, January 4, 2012.

[4] Fariborz Haghshenass, “Iran’s Asymmetric Naval Warfare,” Policy Focus, no.87 (Washington, D.C.: Washington Institute for Near Eastern Policy, September 2010).

[5] Julian Borger, “Wake-up call,” The Guardian, September 6, 2002.

[6] Neil R. McCown, Developing Intuitive Decision-Making In Modern Military Leadership (Newport, R.I.: Naval War College, October 27, 2010), p.9.

[7] Sean D. Naylor, “War games rigged? General says Millennium Challenge ‘02 ‘was almost entirely scripted,’” Army Times, April 6, 2002.

[8] Himendra Mohan Kumar, “Fujairah poised to become oil export hub,” Gulf News, June 12, 2011.

[9] Ibid.

[10] John Arquilla, “The New Rules of War,” Foreign Policy, 178 (March-April, 2010): pp.60-67.

Mahdi Darius Nazemroaya, ricercatore associato al Centre for Research on Globalization (CRG), è membro del Comitato Scientifico di GEOPOLITICA.
Traduzione di Giulia Renna.
Testo original in inglese – 8 gennaio 2011: The Geo-Politics of the Strait of Hormuz: Could the U.S Navy be defeated by Iran in the Persian Gulf?

FONTE: GEOPOLITICA – Rivista dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie 



 


Guerra, ma con aerei low cost

di: Manlio Dinucci

In soccorso del caccia F-35 scende in campo il generale Leonardo Tricarico, già capo di stato maggiore dell’aeronautica, che con piglio autoritario bacchetta quei politici e giornalisti «avventuratisi su temi militari con i quali hanno poca dimestichezza». Indubbiamente di aerei da guerra Tricarico se ne intende. Dopo aver comandato le forze aeree italiane che bombardarono la Jugoslavia nel 1999, venne scelto dal presidente del consiglio D’Alema quale consigliere militare, carica che mantenne nei successivi governi Amato e Berlusconi. Nel 2006, venne inviato dal governo Prodi al Pentagono per definire la partecipazione dell’Italia al programma dell’F-35, quale partner di secondo livello, in base al memorandum firmato nel 2002 dall’ammiraglio Giampaolo Di Paola, oggi ministro della difesa. Il nostro eventuale abbandono dell’F-35 – avverte Tricarico – toglierebbe «miliardi di lavoro a una settantina di aziende italiane, dai giganti Finmeccanica e Fincantieri, a molte pmi». E all’argomento economico unisce quello politico-militare: dopo aver precisato che l’F-35 non è un «costoso sfizio» ma «uno dei pilastri della Difesa italiana nel XXI secolo», ammonisce che «senza un aereo tattico credibile, domani potremmo essere costretti a chiamarci fuori se un altro dittatore dovesse massacrare il proprio popolo». Chiaro il riferimento alle «guerre umanitarie» di Jugoslavia e di Libia. Mentre il generale va alla carica con tali argomenti, condivisi da un vasto arco politico multipartisan, in parlamento nessuno sa, né vuole, rispondergli. I pochi critici si limitano all’obiezione che l’Italia, in difficoltà economiche, non può permettersi un aereo tanto costoso. Non mettono in discussione il modello economico di cui l’F-35 è uno dei prodotti, né chiariscono che, mentre i contratti per la sua produzione accresceranno i profitti di aziende private, sarà il settore pubblico ad addossarsi le spese: almeno 15 miliardi di euro per l’acquisto degli aerei, più un costo operativo superiore di un terzo rispetto a quello degli attuali caccia.

Questi parlamentari diffondono allo stesso tempo leggende inter-metropolitane, secondo cui l’amministrazione Obama, decisa a tagliare la spesa militare, avrebbe l’intenzione di ridimensionare drasticamente o cancellare il programma dell’F-35. Ignorano così la forza e l’influenza che ha negli Usa il complesso militare-industriale. Tantomeno mettono in discussione il modello politico-militare, di cui l’F-35 è espressione: dominato dagli Usa attraverso la Nato e finalizzato a continue guerre di aggressione. I senatori Pd Roberto Della Seta e Francesco Ferrante, che oggi chiedono di rinunciare agli F-35 per risparmiare 3 miliardi da una spesa militare di oltre 25, sono gli stessi che lo scorso marzo hanno sostenuto l’anti-costituzionale e costosa guerra contro la Libia, definendo l’intervento militare «pienamente legittimo e, anzi, giusto e dovuto». Il senatore radicale Marco Perduca, che oggi dichiara la stessa posizione, chiedeva lo scorso marzo di attuare subito un «radar-jamming» per neutralizzare le difese libiche e aprire la strada ai cacciabombardieri. Quelli meno cari dell’F-35, graditi a un partito che si definisce «nonviolento».

IlManifesto.it

Il governo attacca le leggi sulla protezione del lavoro

di:  Marianne Arens e Peter Schwarz

Questo articolo è stato precedentemente pubblicato in inglese il 5 gennaio 2012

Poco prima di Natale, il Parlamento italiano ha adottato un pacchetto di misure di austerità per complessivi € 80 miliardi di tagli che colpisce i pensionati, i lavoratori e i poveri. Il governo del “tecnocrate” Mario Monti ha ora stabilito i suoi fondamentali sulla legislazione in materia di protezione del lavoro: dal 23 gennaio ha in programma di presentare riforme che eliminano le protezioni legali contro il licenziamento e altri diritti sociali.

Il pacchetto di austerità di Monti è stato sostenuto in parlamento dal Partito Democratico (PD-il principale successore del partito comunista PCI), dal PdL di Silvio Berlusconi e dal Terzo Polo formato da ex Democristiani e “post-fascisti”.

Hanno espresso voto contrario l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro e la Lega Nord. L’Italia dei Valori ha criticato le misure perché non contengono provvedimenti sufficienti contro la corruzione, mentre la Lega Nord ha cercato di sfruttare politicamente la sua opposizione al pacchetto a fini elettorali.

Il carattere classista del pacchetto di austerità è talmente palese che per la prima volta in molti anni in Italia le tre grandi federazioni sindacali si sono sentite costrette ad indire insieme tre ore di sciopero generale il 12 dicembre. L’azione è stata tuttavia puramente simbolica e intesa come una innocua valvola di sfogo, in vista del crescente malcontento popolare.

I sindacati stanno lavorando a stretto contatto con Monti e sono regolarmente invitati a consultazioni prima dell’annuncio di ogni decisione governativa. Sono personalmente collegati con il PD e gli altri partiti che hanno votato per il pacchetto di austerità. Significativamente, vari leader del PD sono anche intervenuti alle manifestazioni sindacali del 12 dicembre, dove hanno inveito contro un “ingiusto, sbilanciato, recessivo” programma di austerità per supportarlo pochi giorni dopo in Parlamento.

Un ruolo analogo è giocato da Nichi Vendola, presidente della Regione Puglia che, dopo l’uscita di Rifondazione Comunista dal Parlamento italiano, è diventato il portavoce della pseudo-sinistra. Ha doverosamente denunciato “la manovra sbagliata e socialmente iniqua di Monti”, mantenendo tutte le sue speranze: “Se il governo farà nel secondo tempo quei provvedimenti di giustizia sociale, di sostenibilità ambientale, di crescita economica che sono mancati fino a ora, noi lo apprezzeremo”, come ha dichiarato in una conferenza stampa alla fine dell’anno.

Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, non ha nascosto il suo entusiasmo per il piano di austerità. Monti è visto come uno di loro da molti imprenditori: “Monti ha presentato un programma condivisibile, in linea con la piattaforma che abbiamo presentato”, ha dichiarato. Ora, dinanzi alla liberalizzazione del mercato del lavoro, “non ci dovrebbero essere più tabù…”.

L’elemento principale del pacchetto di austerità è l’ulteriore taglio delle pensioni statali. Entro il 2018, sia uomini che donne dovranno lavorare fino a 66 anni. In precedenza, era possibile andare in pensione dopo 35 anni di occupazione, il che ha rappresentato una conquista sociale importante. Già nel mese di dicembre, circa 100.000 lavoratori in meno sono stati in grado di andare in pensione rispetto all’anno precedente.

Allo stesso tempo, la situazione della disoccupazione è devastante. Secondo Confindustria, un milione di posti di lavoro sono andati perduti dalla crisi iniziata nel 2008. Uno studio dell’Istat ha rivelato che un italiano su quattro è a rischio povertà. Inoltre, il paese sta scivolando in una recessione profonda, che rischia di essere aggravata dal pacchetto di austerità. Nel 2012, il prodotto interno lordo si contrarrà dell’1,5 per cento.

La seconda componente importante del pacchetto di austerità è costituita dall’aumento dell’IVA dal 21 al 23 percento, e delle tariffe energetiche e imposte immobiliari, che colpiranno soprattutto le persone con redditi medio-bassi.

Il costo della benzina e del gas è aumentato dal 1° gennaio del cinque per cento, l’elettricità e le tasse autostradali del tre per cento. Chi possiede una casa, ovvero l’80 per cento della popolazione, spesso già fortemente indebitato con il mutuo, dovrà pagare in media € 800 in tasse aggiuntive sull’immobile.

I pensionati sono particolarmente colpiti dall’inflazione, dal momento che le loro pensioni sono state congelate dal pacchetto di austerità. Le pensioni superiori ai € 900 al mese non saranno più adeguate all’inflazione, il che rappresenta una riduzione sostanziale del reddito reale.

Il declino del potere d’acquisto ha colpito le vendite al dettaglio, che sono diminuite del 18 per cento rispetto al periodo natalizio dell’anno precedente. Al contrario, la via dello shopping di lusso via Montenapoleone a Milano, zeppa di boutique sfarzose, ha visto un incremento delle vendite del 25 per cento.

Il pacchetto di austerità non ha toccato i ricchi. Non contiene praticamente nessuna azione di contrasto all’evasione e all’elusione fiscale, che sono molto diffuse nella classe dirigente italiana. La Chiesa cattolica continua ad essere risparmiata dal pagamento della tassa sugli immobili, al costo di € 3 miliardi l’anno per il Tesoro.

Inoltre, il governo ha abbandonato l’asta di frequenze televisive, in modo da garantire la sopravvivenza dell’impero TV di Berlusconi Mediaset.

Nemmeno emanata la manovra, Monti ha continuato con l’offensiva successiva. Dopo l’approvazione del decreto “Salva Italia”, è stato subito annunciato il pacchetto “Cresci Italia” dal primo ministro in una conferenza stampa alla fine dell’anno. Questo prevede di liberalizzare il mercato del lavoro e il settore pubblico in generale, e “modernizzare” il tessuto sociale del paese.

L’obiettivo principale dell’attacco è l’articolo 18 del codice del lavoro, che fornisce protezione contro il licenziamento di personale nelle imprese con più di 15 dipendenti. Nel 2002, in tre milioni scesero in piazza a Roma, in una delle più grandi manifestazioni nella storia italiana, contro il tentativo del governo Berlusconi di abolire la protezione legale contro il licenziamento.

Con il sostegno del PD e dei sindacati, Monti ora vuole realizzare ciò che Berlusconi non potè a suo tempo. Monti ha già invitato le “parti sociali” a discutere di riforme del mercato del lavoro nei prossimi giorni. “Proporremo riforme in accordo con le parti sociali”, ha dichiarato.

Monti sa di poter contare sul supporto dei sindacati. Anche loro considerano le liberalizzazioni inevitabili. Un accordo è già in vista. I sindacati hanno indicato la loro disponibilità ad accettare l’indebolimento della tutela dell’occupazione, in cambio di una promessa di salari più alti. Di fronte alla rapida crescita dell’inflazione, il che significa che i piccoli aumenti salariali potrebbero ancora tradursi in una perdita del potere di acquisto dei lavoratori, potrebbe non risultare troppo difficile per le imprese accettare.

Alcuni esponenti del PD, come l’ex presidente Walter Veltroni e il Terzo Polo hanno già chiesto l’abolizione delle tutele contro il licenziamento.

Monti prevede di completare i suoi piani nelle prossime tre settimane al più tardi e di presentarli ai ministri delle finanze dell’Eurozona il 23 gennaio.

Fonte: Word  Socialist Web Site

La marcia verso l’abisso

di: Fidel Castro Ruz

Non è questione di ottimismo o pessimismo, sapere o ignorare cose elementari, essere responsabili o no degli avvenimenti. Quelli che pretendono considerarsi politici dovrebbero essere lanciati nella spazzatura della storia quando, come è norma, di questa attività ignorano tutto o quasi tutto quello che a cui fa riferimento.

Non parlo ovviamente di quelli che durante vari millenni trasformarono i temi  pubblici in strumenti di potere e ricchezze per le classi privilegiate, attività nella quale i record di crudeltà sono stati imposti durante gli ultimi otto o diecimila anni e su questo esistono prove certe della condotta sociale della nostra specie, la cui esistenza come esseri pensanti, secondo gli scienziati, appena oltrepassa i 180 mila anni.

Non è mio proposito imbottigliarmi in questi temi che sicuramente annoierebbero quasi al 100% delle persone continuamente bombardate con notizie attraverso mezzi che vanno dalla parola scritta fino alle immagini tridimensionali che cominciano ad esibirsi in costosi cinema, e non è lontano il giorno in cui predomineranno nella televisione, che già di per se, produce favolose immagini. Non è casuale che la chiamata industria dello svago abbia la sua sede nel cuore dell’impero che tiranneggia tutti.

Quello che pretendo è situarmi nel punto di partenza attuale della nostra specie per parlare della marcia verso l’abisso. Potrei parlare perfino di una marcia “inesorabile” e sarebbe sicuramente più vicino alla realtà. L’idea di un giudizio finale è implicita nelle dottrine religiose più diffuse tra gli abitanti del pianeta, senza che nessuno li qualifichi per questo come pessimisti. Considero, al contrario, dovere elementare di tutte le persone serie e sagge che sono milioni, lottare per posporre e, forse ostacolare, questo drammatico e prossimo avvenimento nel mondo attuale.

Numerosi pericoli ci minacciano, ma due di questi, la guerra nucleare ed il cambiamento climatico, sono decisivi ed ambedue sono sempre più lontani dall’avvicinamento ad una soluzione.

La tiritera demagogica, le dichiarazioni ed i discorsi della tirannia imposta al mondo dagli Stati Uniti ed i suoi poderosi ed incondizionati alleati, in entrambi i temi, non ammettono il minore dubbio al riguardo.

Il 1° gennaio 2012, anno nuovo occidentale e cristiano, coincide con l’anniversario del trionfo della Rivoluzione in Cuba e l’anno in cui si compie il 50° Anniversario dalla Crisi di Ottobre del 1962, che portò il mondo sull’orlo della guerra mondiale nucleare, fatto che mi obbliga a scrivere queste linee.

Le mie parole non avrebbero senso se avessi come obbiettivo imputare alcuna colpa al popolo nordamericano, od a quello di qualunque altro paese alleato degli Stati Uniti nell’insolita avventura; loro, come gli altri popoli del mondo, sarebbero le vittime inevitabili della tragedia. Fatti recenti accaduti in Europa ed in altri luoghi mostrano le indignazioni di massa di quelli a cui la disoccupazione, la carestia, le riduzioni delle loro entrate, i debiti, la discriminazione, le bugie e la politica, conducono alle proteste ed alle brutali repressioni dei guardiani dell’ordine stabilito.

Con frequenza crescente si parla di tecnologie militari che colpiscono la totalità del pianeta, unico satellite abitabile conosciuto a centinaia di anni luce da un altro che forse risulti adeguato se ci muoviamo alla velocità della luce, trecento mila chilometri per secondo.

Non dobbiamo ignorare che se la nostra meravigliosa specie pensante sparisse trascorrerebbero molti milioni di anni prima che ne sorga nuovamente un’altra capace di pensare, in virtù dei principi naturali che dirigono la natura stessa, come conseguenza dell’evoluzione delle specie, scoperta da Darwin in 1859 e che oggi riconoscono tutti gli scienziati seri, credenti o non credenti.

Nessuna altra epoca della storia dell’uomo conobbe gli attuali pericoli che affronta l’umanità. Persone come me, con 85 anni compiuti, eravamo approdati ai 18 col titolo di un diploma prima che finisse l’elaborazione della prima bomba atomica.

Oggi degli artefatti di questo carattere pronti per il loro impiego -incomparabilmente più poderosi di quelli che produssero il calore del sole sulle città di Hiroshima e Nagasaki – ce ne sono a migliaia.

Le armi di questo tipo che si mettono in magazzini aggiuntivamente, addizionate a quelle già dichiarate in virtù di accordi, raggiungono cifre che superano i venti mila proiettili nucleari.

L’impiego di appena un centinaio di queste armi sarebbe sufficiente per creare un inverno nucleare che provocherebbe in breve tempo una morte spaventosa per tutti gli esseri umani che abitano il pianeta, come ha spiegato brillantemente e con dati digitali lo scienziato nordamericano e professore dell’Università di Rutgers, in New Jersey, Alan Robock.

Quelli che vogliono leggere le notizie ed analisi internazionali serie, conoscono come i rischi dell’esplosione di una guerra con impiego di armi nucleari si incrementano man mano che la tensione cresce nel Vicino Oriente, dove nelle mani del governo israelita si accumulano centinaia di armi nucleari in piena disposizione combattiva, ed il cui carattere di forte potenza nucleare né si ammette né si nega. Cresce ugualmente la tensione intorno alla Russia, paese di indiscutibile capacità di risposta, minacciata da un ipotetico scudo nucleare europeo.

Mi fa ridere l’affermazione yankee che lo scudo nucleare europeo è per proteggere anche la Russia dall’Iran e dalla Corea del Nord. Tanto debole è la posizione yankee in questo delicato tema che neanche il suo alleato Israele si prende il disturbo di garantire consultazioni previe su misure che possano far scoppiare la guerra.

L’umanità, invece, non gode di nessuna garanzia. Lo spazio cosmico, nelle prossimità del nostro pianeta, è saturo di satelliti degli Stati Uniti destinati a spiare quello che succede perfino nelle terrazze delle abitazioni di qualunque nazione del mondo. La vita ed abitudini di ogni persona o famiglia sono passate ad essere oggetto di spionaggio; l’ascolto di centinaia di milioni di cellulari, ed il tema delle conversazioni che abbordi qualunque utente in qualunque parte del mondo smette di essere privato per trasformarsi in materiale di informazione per i servizi segreti degli Stati Uniti.

Questo è il diritto che continua a rimanere ai cittadini del nostro mondo in virtù degli atti di un governo la cui costituzione, promossa nel Congresso di Filadelfia nel 1776, stabiliva nonostante che gli uomini nascevano liberi ed uguali ed a tutti concedeva loro il Creatore determinati diritti, dei quali non le rimane già, né agli stessi nordamericani né a nessun cittadino del mondo, quello di comunicare per telefono a familiari ed ad amici i suoi sentimenti più intimi.

La guerra, tuttavia, è una tragedia che può succedere, ed è molto probabile che succeda; in più, se l’umanità fosse capace di ritardarla un tempo indefinito, un altro fatto altrettanto drammatico sta succedendo già con crescente ritmo: il cambiamento climatico. Mi limiterò a segnalare quello che eminenti scienziati ed espositori di rilievo mondiale hanno spiegato attraverso documenti e film che nessuno discute.

È ben conosciuto che il governo degli Stati Uniti si è opposto agli accordi di Kyoto sull’ecosistema, una linea di condotta che neanche conciliò coi suoi più vicini alleati, i cui territori soffrirebbero tremendamente ed alcuni dei quali, come l’Olanda, sparirebbero quasi interamente.

Il pianeta cammina oggi senza politica su questo grave problema, mentre i livelli del mare si alzano, le enormi cappe di ghiaccio che coprono l’Antartide e la Groenlandia, dove si accumula più del 90% dell’acqua dolce del mondo, si sciolgono con crescente ritmo, e già l’umanità, il passato 30 novembre 2011, ha raggiunto ufficialmente la cifra di 7 mila milioni di abitanti, che nelle aree più povere del mondo continua a crescere in forma sostenuta ed inevitabile. È che per caso quelli che si sono dedicati a bombardare paesi ed ammazzare milioni di persone durante gli ultimi 50 anni possono preoccuparsi per il destino degli altri popoli?

Gli Stati Uniti sono oggi non solo il promotore di quelle guerre, ma anche il maggiore produttore ed esportatore di armi nel mondo.

Come è conosciuto, questo poderoso paese ha sottoscritto un accordo per somministrare 60 mila milioni di dollari nei prossimi anni al regno dell’Arabia Saudita, dove le multinazionali degli Stati Uniti ed i suoi alleati estraggono ogni giorno 10 milioni di barili di petrolio leggero, cioè, mille milioni di dollari in combustibile. Che cosa sarà di questo paese e della regione quando queste riserve di energia si esauriscano? Non è possibile che il nostro mondo globalizzato accetti senza protestare il colossale spreco di risorse energetiche che la natura tardò centinaia di milioni di anni a creare, e la cui dilapidazione rincara i costi essenziali. Non sarebbe in assoluto degno del carattere intelligente attribuito alla nostra specie.

Negli ultimi 12 mesi tale situazione si aggravò considerevolmente a partire dai nuovi avanzamenti tecnologici che, lontano da alleviare la tragedia proveniente dallo spreco dei combustibili fossili, l’aggrava considerevolmente.

Scientifici ed investigatori di prestigio mondiale venivano segnalando le conseguenze drammatiche del cambiamento climatico.

In un eccellente documentario del direttore francese Yann Arthus-Bertrand, intitolato ‘Home’, ed elaborato con la collaborazione di prestigiose e ben informate personalità internazionali, reso pubblico a metà dell’anno 2009, mostrò al mondo con dati irrefutabili quello che stava succedendo. Con solidi argomenti esponeva le conseguenze nefaste di consumare, in meno di due secoli, le risorse energetiche create dalla natura in centinaia di milioni di anni; ma la cosa peggiore non era il colossale spreco, bensì le conseguenze suicide che avrebbe avuto per la specie umana. Riferendosi alla stessa esistenza della vita, rimproverava alla specie umana: ‘…Stai utilizzando un favoloso lascito di 4 000 milioni di anni somministrato dalla Terra.

Hai solamente 200 000 anni, ma hai già cambiato la faccia del mondo.”

Non incolpava né poteva incolpare nessuno fino a questo punto, segnalava semplicemente una realtà obiettiva. Tuttavia, oggi dobbiamo incolparci tutti quelli che lo sappiamo e non facciamo niente per tentare di rimediarlo.

Nelle sue immagini e concetti, gli autori di questa opera includono memorie, dati ed idee che abbiamo il dovere di conoscere e prendere in considerazione.

In mesi recenti, un altro favoloso materiale filmico esibito è stato ‘Oceanos’, elaborato da due registi francesi, considerato il migliore film dell’anno a Cuba; forse, a mio giudizio, il migliore di questa epoca.

È un materiale che stupisce per la precisione e bellezza delle immagini mai prima filmate da nessuna telecamera: 8 anni e 50 milioni di euro sono stati investiti per produrlo. L’umanità dovrà ringraziare per questa prova della forma in cui si presentano i principi della natura adulterati dall’uomo. Gli attori non sono esseri umani: sono quelli che popolano i mari del mondo. Un Oscar per loro!

Quello che motivò il dovere di scrivere queste linee non sorse dai fatti riferiti fino a qui, che di una forma o un’altra ho commentato anteriormente, bensì di altri che, manipolati dagli interessi delle multinazionali, stanno uscendo alla luce in piccole dosi negli ultimi mesi e servono secondo me come prova definitiva della confusione e del caos politico che impera nel mondo.

Appena alcuni mesi fa lessi per la prima volta alcune notizie sull’esistenza del gas di scisto. Si leggeva che gli Stati Uniti disponevano di riserve per supplire le loro necessità di questo combustibile per 100 anni. Dal momento che dispongo attualmente di tempo per indagare su temi politici, economici e scientifici che possono essere realmente utili ai nostri popoli, mi comunicai discretamente con varie persone che risiedono a Cuba o all’estero del nostro paese. Curiosamente, nessuna di queste aveva ascoltato una parola sul tema. Non era naturalmente la prima volta che questo succedeva. Uno si meraviglia di fatti importanti di per sé che si nascondono in un vero mare di informazioni, mischiate con centinaia o migliaia di notizie che circolano per il pianeta.

Ho persistito, nonostante, nel mio interesse sul tema. Sono trascorsi solo vari mesi ed il gas di scisto non è già notizia. In vigilis del nuovo anno si conoscevano già sufficienti dati per vedere con ogni chiarezza la marcia inesorabile del mondo verso l’abisso, minacciato da rischi tanto eccessivamente gravi come la guerra nucleare ed il cambiamento climatico. Del primo, parlai già; del secondo, in onore della brevità, mi limiterò ad esporre dati conosciuti ed alcuni per conoscere che nessun quadro politico o persona sensata deve ignorare.

Non vacillo nell’affermare che osservo entrambi i fatti con la serenità degli anni vissuti, in questa spettacolare fase della storia umana che hanno contribuito all’educazione del nostro popolo coraggioso ed eroico.

Il gas si misura in TCF, che possono riferirsi a piedi cubi o metri cubi -non sempre si spiega se è uno o l’altro – dipende dal sistema di misure che si applichi in un determinato paese. D’altra parte, quando si parla di miliardi normalmente si riferiscono al miliardo spagnolo che significa un milione di milioni; tale cifra in inglese si qualifica come trilione cosa deve tenersi in conto quando si analizzano le quantità riferite al gas che normalmente sono in volumi. Tenterò di segnalarlo quando sia necessario.

L’analista nordamericano Daniel Yergin, autore di un voluminoso classico di storia del petrolio affermò, secondo l’agenzia di notizie IPS che già un terzo di tutto il gas che si produce negli Stati Uniti è gas di scisto.

‘..lo sfruttamento di una piattaforma con sei pozzi può consumare 170.000 metri cubi di acqua e perfino provocare effetti dannosi come avere influenza su movimenti sismici, inquinare acque sotterranee e superficiali, e colpire il paesaggio’.

Il gruppo britannico BP informa da parte sua che ‘le riserve provate di gas convenzionale o tradizionale nel pianeta sommano 6.608 miliardi -milioni di milioni- di piedi cubi, circa 187 miliardi di metri cubi, […] ed i depositi più grandi sono in Russia (1.580 TCF), Iran (1.045), Qatar (894), ed Arabia Saudita e Turkmenistan, con 283 TCF ognuno’. Si tratta del gas che si veniva producendo e commercializzando.

‘Uno studio dell’EIA –un’agenzia governativa degli Stati Uniti sull’energia- pubblica in aprile del 2011 che trovò praticamente lo stesso volume (6.620 TCF o 187,4 miliardi di metri cubi) di shale gas ricuperabile in appena 32 paesi, ed i giganti sono: Cina (1.275 TCF), Stati Uniti (862), Argentina (774), Messico (681), Sudafrica (485) ed Australia (396 TCF)”. Shale gas è il gas di scisto. Si osservi che d’accordo a quello che si conosce, Argentina e Messico ne possiedono quasi quanto gli Stati Uniti. Cina, coi maggiori giacimenti, possiede riserve che equivalgono quasi al doppio di questi ed un 40% in più degli Stati Uniti.

‘…paesi da secoli dipendenti di fornitori stranieri conterebbero su un’ingente base di risorse in relazione col loro consumo, come Francia e Polonia che importano 98 e 64%, rispettivamente, del gas che consumano, e che avrebbero in rocce di scisto o “lutite” riserve superiori a 180 TCF ognuno.”

‘Per estrarre le ‘lutite” -segnala IPS- si ricorre ad un metodo battezzato ‘fracking ‘ (frattura idraulica), con l’iniezione di grandi quantità di acqua con sabbie ed additivi chimici. L’impronta di carbonio (proporzione di biossido di carbonio che libera nell’atmosfera) è molto maggiore che quella generata con la produzione di gas convenzionale.

‘Quando si tenta di bombardare cappe della crosta terrestre con acqua ed altre sostanze, si incrementa il rischio di danneggiare il sottosuolo, suoli, cappe idriche sotterranee e superficiali, il paesaggio e le vie di comunicazione se le installazioni per estrarre e trasportare la nuova ricchezza presentano difetti o errori di maneggio’.

Basti segnalare che tra le numerose sostanze chimiche che si iniettano con l’acqua per estrarre questo gas si trovano il benzene ed il toluene che sono sostanze terribilmente cancerogene

L’esperto Lourdes Melgar, dell’Istituto Tecnologico e degli Studi Superiori di Monterrey, pensa che:

‘È una tecnologia che genera molto dibattito e sono risorse ubicate in zone dove non c’è acqua ‘….

‘Le lutite gassose -afferma IPS- sono cave di idrocarburi non convenzionali, incagliate in rocce che le proteggono, per questo si applica la frattura idraulica (conosciuta in inglese come ‘fracking ‘) per liberarle a grande scala.”

“La generazione di gas shale include alti volumi di acqua e lo scavo e frattura generano grandi quantità di residui liquidi che possono contenere chimici sciolti ed altri agenti inquinanti che richiedono un trattamento prima di essere buttato.”

“La produzione di scisto saltò da 11.037 milioni di metri cubi nel 2000 a 135.840 milioni nel 2010. Nel caso che l’espansione continui questo ritmo, nel 2035 arriverà a coprire il 45% della domanda di gas generale, secondo l’EIA.

“Investigazioni scientifiche recenti hanno allertato sul profilo ambientale negativo del gas lutite.

“L’accademico Robert Howarth, Renee Santoro ed Anthony Ingraffea, dell’Università statunitense di Cornell, conclusero che questo idrocarburo è più inquinante del petrolio ed il gas, secondo il loro studio ‘Metano e l’impronta di gas ad effetto serra del gas naturale proveniente da formazioni di shale ‘, pubblicato nell’aprile scorso sulla rivista Climatic Change.

“‘L’orma carbonica è maggiore che quella del gas convenzionale o il petrolio, visti in qualunque orizzonte temporaneo, ma particolarmente in un lasso di 20 anni. Comparata col carbone, è almeno un 20% maggiore e forse più del doppio in 20 anni’, risaltò la relazione.”

“Il metano è uno dei gas ad effetto serra più inquinanti, responsabili dell’aumento della temperatura del pianeta.”

“‘In aree attive di estrazione (uno o più pozzi in un chilometro), le concentrazioni medie e massime di metano in pozzi di acqua potabile si incrementarono con prossimità al pozzo gassoso più vicino e furono un pericolo di esplosione potenziale ‘, cita il testo scritto da Stephen Osborn, Avner Vengosh, Nathaniel Warner e Robert Jackson, della Università statale di Duke.

“Questi indicatori mettono in discussione l’argomento dell’industria che lo scisto può sostituire il carbone nella generazione elettrica e, pertanto, una risorsa per mitigare il cambiamento climatico.

“‘È un’avventura troppo prematura e rischiosa ‘.”

“Nell’aprile del 2010, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha messo in moto l’Iniziativa Globale di Gas Shale per aiutare i paesi che cercano approfittare di questa risorsa per identificarlo e svilupparlo, con un eventuale beneficio economico per le multinazionali di quella nazione.”

Sono stato inevitabilmente esteso, non avevo un’altra opzione. Redigo queste linee per il sito web Cubadebate e per Telesur, una delle emittenti di notizie più serie ed oneste del nostro rassegnato mondo.

Per abbordare il tema ho lasciato passare i giorni festivi del vecchio e del nuovo anno.

LINK: La marcha hacia el abismo

TRADUZIONE DI: Prensa Latina -Agenzia di Stampa LatinoAmericana

Perché agli USA serve una grande guerra

di: Viktor Burbaki

Attualmente ci troviamo nel mezzo d’una fase di turbolenza del ciclo evolutivo mondiale, cominciata negli anni ’80 e destinata a terminare per la metà del XXI secolo. Nel corso di tale processo, gli USA stanno evidentemente perdendo il loro status di superpotenza…

Stime fornite dagli esperti dell’Accademia Russa delle Scienze mostrano che l’attuale periodo di forte instabilità dovrebbe terminare attorno al 2017-2019, con una crisi. La crisi non sarà profonda quanto quelle del 2008-2009 e del 2011-2012, e segnerà la transizione verso un’economia edificata su una nuova base tecnologica. Il rinnovamento economico probabilmente comporterà, nel 2016-2020, grossi mutamenti nell’equilibrio mondiale di potenza e grandi conflitti politico-militari che coinvolgeranno sia i pesi massimi dell’agone globale, sia i paesi in via di sviluppo. Presumibilmente, gli epicentri dei conflitti saranno nel Medio Oriente e nell’Asia Centrale post-sovietica.

Il secolo del dominio politico-militare e della supremazia economica globale degli USA è prossimo alla fine. Gli USA hanno fallito la prova dell’unipolarità e, feriti dai permanenti conflitti mediorientali, mancano oggi delle risorse necessarie a mantenere la guida mondiale.

La multipolarità implica una distribuzione più equa delle risorse mondiali ed una profonda trasformazione d’istituzioni internazionali come l’ONU, il FMI, la Banca Mondiale ecc. Al momento il Washington Consensus pare morto e sepolto, e l’agenda globale dovrebbe avere al primo posto la costruzione di un’economia con molti meno livelli d’incertezza, più rigidi regolamenti finanziari, ed una maggiore equità nell’allocazione dei ritorni e profitti economici.

I centri dello sviluppo economico stanno slittando dall’Occidente, che vanta la rivoluzione industriale tra i suoi grandi meriti, all’Asia. Cina e India dovrebbero prepararsi ad una corsa economica senza precedenti, con sullo sfondo una più ampia competizione tra le economie, che sfruttano i modelli del capitalismo di Stato e della democrazia tradizionale. Cina e India, i due paesi più popolosi al mondo, definiranno le direzioni ed il ritmo dello sviluppo futuro, ma la grande battaglia per la supremazia mondiale sarà combattuta tra USA e Cina: in palio c’è anche la scelta del sistema politico e del modello socie-economico post-industriale per il XXI secolo.

La domanda che sorge è: come reagiranno a questa transizione gli USA?

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Va tenuto conto che qualsiasi strategia statunitense parte dall’assunto che sia inaccettabile perdere la supremazia mondiale.

Il collegamento tra leadership mondiale e prosperità nel XXI secolo è un assioma per le élites statunitensi, indipendente da tutti i dettagli politici.

Modelli matematici delle dinamiche geopolitiche globali portano a concludere che l’unica opzione a disposizione degli USA per arrestare il rapido disfacersi del suo status geopolitico impareggiato, sia quella di vincere un conflitto convenzionale su larga scala.

Non è un segreto che occasionalmente hanno funzionato (si pensi al collasso dell’URSS) anche metodi non militari di sbarazzarsi dei rivali, e le corrispondenti tecnologie sono costantemente affinate negli USA. D’altro canto, ad oggi paesi come la Cina o l’Iran sono apparsi evidentemente immuni alla manipolazione esterna. Se le attuali dinamiche geopolitiche dovessero persistere, ci si può attendere il cambiamento di leadership mondiale per il 2025, ed il solo modo per gli USA di arrestare questo processo è scatenare una grande guerra…

Il paese che stia per perdere la supremazia non ha altra opzione che colpire per primo, ed è ciò che Washington sta facendo da circa 15 anni. La peculiare tattica degli USA è di scegliere come bersagli non i candidati alternativi alla supremazia geopolitica, ma paesi che appaiono più facili da affrontare al momento. Attaccando Jugoslavia, Afghanistan o Iraq, gli USA hanno cercato di gestire problemi puramente economici, o regionali; ma una questione più grande richiederà senz’altro un bersaglio assai più significativo. Gli analisti militari ritengono che i candidati più a rischio d’essere presi a bersaglio nel nome d’una nuova redistribuzione globale siano l’Iran più la Siria ed i gruppi sciiti quali il libanese Hezbollah.

La redistribuzione è, di fatto, in corso. La Primavera Araba, tramata e gestita da Washington, ha creato le condizioni appropriate ad una fusione del mondo musulmano in un singolo califfato. Gli USA ritengono che questa nuova formazione aiuterà la vacillante superpotenza a mantenere la propria presa sulle risorse energetiche chiave a livello mondiale, e a salvaguardare i suoi interessi rispetto all’Asia e all’Africa. Senza dubbio, la sfida che ha indotto gli USA ad architettare questo nuovo tipo di sistemazione è il crescente potere della Cina.

Liberarsi di Iran e Siria, che si frappongono sulla strada del dominio globale statunitense, sarebbe il prossimo passo naturale per Washington. I tentativi di rovesciare il regime iraniano fomentando disordini tra la popolazione sono falliti clamorosamente, ed analisti militari sospettano che all’Iran spetti uno scenario analogo a quelli visti in Iraq e Afghanistan. Il piano ha serie possibilità di realizzarsi, anche se oggi persino il ritiro da Iraq e Afghanistan pone considerevoli problemi agli USA.

La realizzazione del progetto del Grande Medio Oriente – assieme a notevoli danni alla posizione di Russia e Cina – sarebbe l’obiettivo centrale che gli USA sperano di conseguire combattendo una grande guerra… Il disegno è divenuto ampiamente noto negli USA dopo la pubblicazione sul Armed Forces Journal della celebre mappa di Peters. La motivazione di fondo sta nell’espellere Russia e Cina dal Mediterraneo e dal Medio Oriente, nel tagliar fuori la Russia dal Caucaso Meridionale e dall’Asia Centrale, e nel disconnettere la Cina dai suoi fornitori d’energia più importanti.

Il materializzarsi del Grande Medio Oriente rovinerebbe le prospettive russe di costante e pacifico sviluppo; infatti l’instabile Caucaso del Sud, controllato dagli USA, trasmetterebbe ondate destabilizzanti nel Caucaso del Nord. Dal momento che la destabilizzazione sarebbe condotta da forze fondamentaliste islamiche, tutte le regioni russe a prevalenza musulmana sarebbero coinvolte.

Gli USA non sono più in grado di sostenere il Washington Consensus facendo affidamento su strumenti politici ed economici.

Il cinese Jemin Jibao ha dipinto un quadro di strabiliante chiarezza, quando ha scritto che gli USA sono diventati un parassita mondiale che stampa illimitate quantità di dollari e le esporta per pagare le sue importazioni, e dunque sostiene gli eccessivi livelli di vita nordamericani derubando il resto del mondo. Il primo ministro russo ha espresso una visione simile durante il suo viaggio in Cina, il 17 novembre 2011.

Attualmente la Cina sta lavorando alacremente per limitare la sfera di circolazione del dollaro. La quota di valuta statunitense nelle riserve cinesi sta precipitando, e nell’aprile 2011 la Banca Centrale cinese ha annunciato il progetto di escludere totalmente il dollaro nelle compensazioni internazionali. Il colpo inferto al dominio valutario statunitense non è ovviamente destinato a rimanere senza risposta. Anche l’Iran sta cercando di ridurre la quota del dollaro nelle sue transazioni: nel luglio 2011 ha aperto una borsa petrolifera iraniana, dove sono accettati solo l’euro e la moneta persiana. Iran e Cina stanno negoziando di barattare prodotti cinesi col petrolio iraniano, rendendo così possibile, tra le altre cose, scavalcare le sanzioni imposte all’Iran. Il dirigente iraniano ha affermato che il volume degli scambi con la Cina dovrà raggiungere i 100 miliardi di dollari, e ciò renderebbe inefficaci i piani statunitensi per isolare l’Iran.

Gli sforzi statunitensi per destabilizzare il Medio Oriente potrebbero attribuirsi in parte al calcolo che la ricostruzione della regione, se devastata, richiederebbe massicce iniezioni di dollari, favorendo così la rivitalizzazione dell’economia statunitense. Nel 2011 la strategia statunitense mirante a preservare il dominio globale ha cominciato a tradursi in politiche basate sulla forza, dal momento che Washington vede nel deprezzamento dei possedimenti in dollari una possibile soluzione alla crisi. Una grande guerra potrebbe servire allo scopo. Il vincitore sarebbe in grado d’imporre al mondo le sue condizioni, come avvenne nel 1944 con la creazione del sistema di Bretton-Woods. Per Washington, guidare il mondo può valere una grande guerra.

Può l’Iran, fornitagli la necessaria assistenza, mettere fine all’espansione universale statunitense? La questione sarà trattata nel prossimo articolo.

Fonte: Strategic Culture Foundation

Traduzione di Daniele ScaleaGeopolitica Rivista

Happy New Year dalle Hawaii

di: Manlio Dinucci

Dopo un anno faticoso ma pieno di soddisfazioni, culminato con la guerra alla Libia e l’uccisione di Gheddafi, il presidente Obama si è concesso una meritata vacanza alle Hawaii. Da qui, il 31 dicembre, ha augurato ai suoi concittadini un Felice Anno Nuovo, ricordando che nel 2011 «l’America è divenuta più sicura» e che il 2012 «porterà un cambiamento ancora maggiore». Quindi, prima del brindisi di mezzanotte, ha firmato l’atto legislativo di autorizzazione della spesa militare per il 2012. Essa si salva dal congelamento quinquennale della spesa pubblica, che scende al livello più basso rispetto al pil negli ultimi cinquant’anni, congelando anche i salari dei dipendenti federali: il provvedimento si applica a tutti i settori «esterni alla sicurezza», quindi non a quello militare. Per dimostrare la sua buona volontà, anche il Pentagono promette qualche risparmio, eliminando sistemi d’arma non necessari, per reinvestire però le risorse nei droni da attacco e in altri armamenti high-tech. Intanto, per il 2012, riceve 553 miliardi di dollari, più del 2011, salendo di 23 miliardi rispetto al 2010. Si aggiungono a questi 118 miliardi per la guerra in Afghanistan e per le «attività di transizione in Iraq», ma si tratta solo di una prima tranche per le «operazioni d’oltremare». Anche i 17 miliardi per le armi nucleari, del cui mantenimento si occupa il Dipartimento dell’energia, sono solo l’anticipo di una spesa molto più grossa: come annuncia il Pentagono, «l’Amministrazione modernizzerà l’arsenale nucleare americano e il complesso che lo sostiene». La macchina bellica statunitense continua quindi a girare a pieno ritmo: nell’ultimo giorno lavorativo, il 30 dicembre, il Pentagono ha concluso oltre 30 grossi contratti con industrie militari, soprattutto la Lockheed, Boeing e Raytheon. Molti delle decine di contratti, stipulati ogni giorno dal Pentagono, sono la punta dell’iceberg di programmi dal costo enorme. Quello del caccia F-35, riporta la Associated Press da Washington, «col suo prezzo di 1.000 miliardi di dollari potrebbe divenire il programma più costoso nella storia militare». Ma non è solo questa la spesa militare. Al bilancio del Pentagono si aggiungono altre spese di carattere militare: 124 miliardi per i militari a riposo; 47 per il Dipartimento della sicurezza della patria. Includendo altri programmi con finalità militari, compresi alcuni della Nasa, la spesa militare Usa supera i 900 miliardi di dollari, circa un quarto del bilancio federale. Vi è inoltre la spesa del Programma nazionale di intelligence che, si specifica nel budget, è «classificata», ossia segreta. Un settore d’importanza crescente, dato che lo stesso atto legislativo firmato dal presidente Obama attribuisce ai militari e ai loro servizi segreti il «diritto» di inprigionare a tempo indeterminat e interrogare anche cittadini statunitensi, senza alcuna assistenza legale. E, per completare il suo «Happy New Year», il presidente Obama ha autorizzato il 31 dicembre dure sanzioni contro l’Iran, miranti a bloccare il suo intero sistema bancario per impedire l’export petrolifero in Occidente. Un atto di guerra, che può provocare un forte aumento del prezzo del petrolio, a vantaggio anzitutto delle compagnie statunitensi, che avranno così assicurato un «Felice Anno Nuovo».

IlManifesto.it

Human Rights Heroes: l’ennesima truffa dei democratici dirittumanisti

di: Matteo Guinness

Che la democrazia sia un furto lo diciamo da tempo: partiti che si auto-propagandano con i soldi pubblici e alimentano il circolo vizioso del voto nei loro confronti; un voto, fra l’altro, simile per ogni entità essendo tutti i gruppi liberal democratici, capitalisti, asserviti agli Stati Uniti e al libero mercato.

Anche che i diritti umani siano una fesseria è stato detto e ridetto; chi definisce diritti di carattere globale validi per tutti? Chi ha il potere di imporli in ogni angolo del globo? Come mai vengono sempre applicati nell’interesse degli Stati Uniti (e coincidono con le loro strategie) e mai se a violarli sono gli stessi Usa o Israele?

Queste ed altre questioni sono all’ordine del giorno, e di certo chi ha voglia potrà approfondire e schiarirsi le idee.

A noi interessa sottolineare che ancora di più la burla diventa gigantesca quando democrazia (specialmente virtuale e diretta) e diritti umani coincidono. E’ il caso diAmnesty International che sul proprio sito lancia la campagna “Vota il tuo eroe dei diritti umani”. Bene, sebbene internet sia del tutto controllato e tenuto d’occhio dai grandi gruppi situati negli Usa, succede che non tutti gli utenti temono conseguenze penali (anche se Obama ha approvato la legge per cui si può finire in galera senza processo e senza giudizio) e votano Muammar Gheddafi proprio eroe. Quest’ultimo, fra l’altro, prima della guerra voluta dall’occidente nei confronti del popolo libico stava per ricevere un premio proprio sui diritti umani:  http://libyanfreepress.wordpress.com/2011/11/14/gaddafi-stava-per-ricevere-un-riconoscimento-onu-per-i-diritti-umani/

E per ottime ragioni: http://coriintempesta.altervista.org/blog/la-distruzione-del-tenore-di-vita-di-un-paese-quello-che-la-libia-aveva-raggiunto-quello-che-e-stato-distrutto/

Inoltre proprio il leader libico aveva fondato un premio sui diritti umani: http://en.wikipedia.org/wiki/Al-Gaddafi_International_Prize_for_Human_Rights

Però i fautori dei diritti umani non possono accettare che un nemico degli Usa sia l’eroe del bene ed ecco allora che i campioni della democrazia e dei diritti umani falsificano il voto.

Lo falsificano cambiando la data della scadenza come potete vedere in queste due pagine:

1)http://www.amnestyusa.org/about-us/amnesty-50-years/human-rights-heroes-drawing-rules

2)http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache%3AznvmqBZ7gZ8J%3Awww.amnestyusa.org%2Fabout-us%2Famnesty-50-years%2Fhuman-rights-heroes-drawing-rules+%E2%80%9CThe+contest+begins+on+December+8%2C+2011+and+ends+January+31%2C+2012%E2%80%9D&cd=1&hl=nl&ct=clnk&gl=nl

Lo falsificano cambiando in corsa le regole e consentendo il voto solo ai cittadini americani (probabilmente più idioti degli altri e di certo più corrispondenti agli interessi Usa, non credete?)

Per il resto linkiamo un video che documenta la storia di tale truffa:

Per concludere questo breve pezzo, vogliamo sottolineare ancora una volta la morale: la democrazia e i diritti umani sono cagate pazzesche; i loro sostenitori sono dei falsi truffatori che tentano continuamente di imporre al mondo i propri interessi e la propria visione.

PUBBLICATO SU: http://britneynationalparty.wordpress.com/2012/01/03/human-rights-heroes-lennesima-truffa-dei-democratici-dirittumanisti/

Obama firma la legge sulla detenzione indefinita

da: www.aclu.org

WASHINGTON – Oggi il presidente Obama ha firmato la legge National Defense Authorization Act (NDAA). La legge contiene una generica disposizione per la detenzione indefinita universale. Mentre il presidente Obama ha emesso una dichiarazione di sottoscrizione affermando che aveva delle “serie riserve” sui provvedimenti, la dichiarazione si applica soltanto a come la sua amministrazione utilizzerebbe le autorizzazioni concesse dalla NDAA e non influirebbe su come la legge viene interpretata da successive amministrazioni. La Casa Bianca aveva minacciato il veto ad una precedente versione della NDAA, ma ha invertito la rotta poco prima che il Congresso votasse il disegno di legge finale.

“Oggi l’azione del presidente Obama è una sventura sulla sua eredità perché sarà conosciuto per sempre come il presidente che ha firmato la legge sulla detenzione indefinita senza accuse o processo ”, ha dichiarato Anthony D. Romero, direttore dell’ACLU. “Lo statuto è particolarmente pericoloso perché non ha nessuna limitazione temporale o geografica e può essere utilizzato da questo e da futuri presidenti per detenere militarmente persone catturate lontano da qualsiasi campo di battaglia. L’ACLU combatterà l’autorizzazione alla detenzione universale dovunque potrà, sia in tribunale, che al Congresso che a livello internazionale”.

Sotto l’amministrazione Bush, pretese simili di autorizzazione alla detenzione universale erano utilizzate per trattenere sotto custodia militare anche un cittadino USA detenuto sul suolo USA  e molti al Congresso ora asseriscono che la NDAA dovrebbe essere utilizzata nuovamente nello stesso modo. L’ACLU ritiene che qualsiasi detenzione militare di cittadini americani o altri all’interno degli Stati Uniti sia incostituzionale ed illegale, compreso in base alla NDAA. Inoltre, l’ampiezza dell’autorizzazione alla detenzione della NDAA viola il diritto internazionale perché non è limitata alle persone catturate nel contesto di un effettivo conflitto armato come richiesto dalle leggi di guerra.

“Siamo incredibilmente delusi che il presidente Obama abbia firmato questa legge anche se la sua amministrazione aveva già sostenuto eccessivamente l’autorizzazione alla detenzione in tribunale”, ha dichiarato Romero. “Qualunque speranza che l’amministrazione Obama avrebbe rigettato gli eccessi costituzionali di George Bush nella guerra al terrore si è oggi spenta. Con sollievo, abbiamo tre branche di governo, e la parola finale appartiene alla Corte Suprema, che deve ancora decidere sulla portata dell’autorizzazione alla detenzione. Ma anche il Congresso ed il presidente hanno un ruolo da giocare nel ripulire dalla confusione che hanno creato perché nessun cittadino americano o chiunque altro dovrebbe vivere nella paura di questo o di qualunque futuro presidente che abusi dell’autorizzazione alla detenzione della NDAA”.

La legge contiene anche provvedimenti che rendono difficile trasferire i sospetti fuori della detenzione militare, che ha indotto il direttore del FBI Robert Mueller a testimoniare che potrebbe danneggiare le indagini penali. Essa limita anche i trasferimenti di detenuti dichiarati innocenti dalla struttura di detenzione di Guantanamo Bay a paesi stranieri per nuovo insediamento o rimpatrio, rendendo più difficile chiudere  Guantanamo, come il presidente Obama si era impegnato a fare in uno dei suoi primi atti in carica.

di: http://freebooter.interfree.it 

LINK: http://freebooter.interfree.it/obsid.htm

La sicurezza di Babbo Natale

di: Manlio Dinucci

Ogni anno, si racconta ai bambini, Babbo Natale fa il giro del mondo su una slitta volante, trainata da renne. Ma chi si occupa della sua sicurezza? Il Norad, il Comando di difesa aerospaziale nordamericano. Il 24 dicembre, nel quartier generale di Peterson (Colorado), viene attivato un centro operativo reale, il Norad Tracks Santa Operation Center, che, con un personale di 1.200 specialisti e volontari, simula di seguire la rotta di Santa Claus di minuto in minuto, riportandola su Google Earth, e risponde a quanti chiedono informazioni (http://www.noradsanta.org/it/index.html). Appena Babbo Natale decolla dal Polo Nord – spiega il Norad – viene localizzato dai radar del comando aerospaziale, che ne segue la rotta con i satelliti in orbita geosincrona, dotati di sensori a infrarossi, e sofisticate telecamere digitali. Quando la slitta di Babbo Natale si avvicina al Nord America, si levano in volo caccia canadesi e statunitensi (CF-18, F-15, F-16, F-22), in questo caso non per abbattere il velivolo ma per scortarlo. Una grande favola messa in scena, usando però un centro operativo reale e riferendosi, nella simulazione, a satelliti militari ed aerei reali, usati per la guerra. Una grande operazione di immagine, iniziata nel 1955, che con Internet si è trasformata in una campagna propagandistica planetaria. «La vigilia di Natale – spiega il generale Charles Jacoby – i bambini del mondo contano sul Norad perché Santa Claus possa completare la sua missione in tutta sicurezza». Il messaggio pubblicitario è chiaro: la missione del Norad non è la guerra, ma la sicurezza del mondo. Lo garantisce un eccezionale testimonial: Babbo Natale. Non nuovo a compiti di questo genere. Negli Stati uniti, il mitico personaggio, immigrato dall’Europa, fu arruolato nel 1863 dai nordisti nella Guerra civile per portare regali ai soldati al fronte, vestito a stelle e strisce. Quindi, negli anni Trenta, fu assunto dalla Coca-Cola, la multinazionale che lo rese celebre in tutto il mondo nella sua immagine attuale. Nella mappa su Google Earth, il Babbo Natale del Norad, man mano che sorvola le regioni del mondo, lascia pacchi regalo con un bel fiocco rosso. Anche in Afghanistan, Pakistan, Iraq, Libia, per la gioia dei bambini che dai velivoli Usa hanno visto finora cadere solo bombe. Anche in Iran e in Siria, dove nei pacchi c’è il regalo di una nuova guerra in preparazione. Nella mappa non compaiono invece i pacchi regalo per i politici e i militari che fanno le guerre. Eppure li aspettano con ansia, perché, come dicono gli psicologi, in tutti noi c’è un bambino nascosto. A questi bambini cresciuti e viziati, il Babbo Natale del Norad porterà costosissimi regali, pagati col denaro pubblico. Come l’F-35 Lightning, il caccia di quinta generazione che tra poco si leverà in volo per scortare la slitta di Babbo Natale, mostrando così al mondo che «garantisce la sicurezza delle nuove generazioni», e per bombardare negli altri giorni i paesi dove il Santa Claus del Norad ha lasciato i pacchi regalo. Riflettendo su tutto questo, qualcuno concluderà che non ci si può fidare di Babbo Natale e che è meglio scegliere il Presepe. Ma non vi troverà la Sacra Famiglia, arrestata a un check-point israeliano.

IlManifesto.it

Perchè il Potere non vuole l’ “Energia Libera”?

Il Mondo della Free Energy

di: Peter Lindemann

Nikola Tesla

Alla fine del 1880, le riviste commerciali delle scienze elettriche stavano predicendo l’ elettricità gratis e l’ energia libera nel futuro prossimo. Incredibili scoperte riguardo la natura dell’elettricità stavano diventando ormai cosa comune. Nikola Tesla stava dimostrando “l’illuminazione senza fili” ed altre meraviglie associate alle correnti ad alta frequenza. C’era un entusiasmo per il futuro come mai prima.

Entro 20 anni, ci sarebbero state automobili, aeroplani, film, musica registrata, telefoni, radio e macchine fotografiche pratiche. L’Età Vittoriana stava cedendo il passo a qualcosa di totalmente nuovo. Per la prima volta nella storia, le persone comuni furono incoraggiate a prevedere un futuro utopico pieno di abbondanti trasporti e comunicazioni moderne, cosi come lavoro, casa e cibo per tutti. Le malattie, cosi come la povertà, sarebbero state sconfitte. La vita stava migliorando, e questa volta, ognuno si accingeva ad ottenere un pezzo della torta. Allora, che cosa successe? Nel mezzo di questa esplosione tecnologica, che fine fece la conquista energetica? Tutto questo entusiasmo per l’energia libera, poco prima dell’inizio del secolo scorso, fu solamente un pio desiderio che la “scienza reale” confutò?

L’ attuale stato della tecnologia

In realtà, la risposta a questa domanda è no. Anzi, è vero il contrario. Spettacolari tecnologie energetiche furono sviluppate insieme alle altre conquiste. Da allora, sono stati sviluppati diversi metodi per la produzione di grandi quantità di energia a costi estremamente bassi anche se nessuna di queste tecnologie è giunta sul mercato come un articolo in vendita. Il perché questo è vero sarà discusso a breve.

Ma prima, vorrei descrivervi una breve lista di tecnologie a energia libera di cui io sono attualmente a conoscenza e che sono provate oltre ogni ragionevole dubbio. La caratteristica comune che unisce tutte queste scoperte è che utilizzano una piccola quantità di una forma di energia per controllare o rilasciare una grande quantità di differenti tipi di energia. Molte di queste sfruttano in qualche modo il campo elettrico fondamentale, una fonte di energia convenientemente ignorata dalla scienza moderna.

1) Energia Radiante. La Trasmittente Moltiplicatrice di Nikola Tesla, il dispositivo ad energia radiante di T. Henry Moray, il motore EMA di Edwin Gray, e la macchina Testatika di Paul Baumann basano il loro funzionamento sull’ energia radiante. Questa forma naturale di energia può essere raccolta direttamente dall’ambiente (erroneamente chiamata elettricità “statica”) o estratta dall’elettricità ordinaria con il metodo chiamato frazionamento. L’ energia radiante è in grado di eseguire le stesse meraviglie dell’elettricità ordinaria, a meno dell’1% del costo. Non si comporta però esattamente come l’elettricità e ciò ha contribuito alla sua incomprensione nella comunità scientifica. La Methernitha Community in Svizzera, attualmente, ha 5 o 6 modelli auto- funzionanti  senza combustibile di dispositivi che sfruttano questa energia.

2) Magneti permanenti. Il Dr. Robert Adams (Nuova Zelanda) ha sviluppato dei disegni stupefacenti di motori elettrici, generatori e caloriferi che funzionano con i magneti permanenti. Uno di questi dispositivi attinge 100 watt di elettricità dalla fonte, genera 100 watt per ricaricare la fonte stessa e produce oltre 140 BTU di calore in due minuti! Il Dr. Tom Bearden (USA) ha due modelli funzionanti di un trasformatore elettrico alimentato da un magnete permanente. Esso utilizza un input elettrico di 6-watt per controllare il percorso di un campo magnetico proveniente da un magnete permanente. Incanalando il campo magnetico, prima ad una bobina di output e poi ad una seconda bobina di output e facendolo ripetutamente e rapidamente (in modo “ping-pong”), il dispositivo può produrre 96 watt di elettricità in uscita senza parti in movimento. Bearden chiama il suo dispositivo  Generatore Elettromagnetico Immobile, o MEG. Jean-Louis Naudin ha duplicato il dispositivo di Bearden in Francia. I principi per questo tipo di dispositivo sono stati divulgati da Frank Richardson (USA) nel 1978. Troy Reed (USA) ha modelli funzionanti di uno speciale ventilatore magnetizzato che scalda mentre gira. Consuma esattamente la stessa quantità di energia per far girare la ventola, sia se generi calore o no. Al di là di questi sviluppi, diversi inventori hanno identificato meccanismi di lavoro che producono una coppia motore solo da magneti permanenti.

3) Resistenze meccaniche. Ci sono due classi di macchine che trasformano una piccola quantità di energia meccanica in una grande quantità di calore. Il migliore di questi semplici disegni meccanici è il sistema dei cilindri rotanti progettato da Frenette (USA) e Perkins (USA). In queste macchine, un cilindro viene ruotato all’interno di un altro cilindro con circa un ottavo di pollice di spazio tra di loro. Lo spazio tra i cilindri è riempito con un liquido come ad esempio l’acqua o l’olio, ed è questo “fluido” che produce calore mentre il cilindro interno ruota. Un altro metodo utilizza magneti montati su una ruota per produrre grandi correnti indotte in una lastra di alluminio, causando il rapido riscaldamento dell’alluminio stesso. Questi riscaldatori magnetici sono stati dimostrati da Muller (Canada), Adams (NZ) e Reed (USA). Tutti questi sistemi possono produrre dieci volte più calore rispetto ai metodi standard, usando lo stesso input di energia.

4) Elettrolisi Super-efficiente. L’acqua può essere separata in idrogeno e ossigeno usando l’elettricità. I comuni libri di chimica sostengono che questo processo richiede più energia di quanta ne possa essere recuperata quando i gas vengono ricombinati. Questo è vero solo nel peggiore dei casi. Quando l’acqua viene colpita con la propria frequenza di risonanza molecolare, utilizzando un sistema sviluppato da Stan Meyers (USA), e ancora più recentemente da Xogen Power, essa collassa in idrogeno e ossigeno con un input elettrico molto basso. Inoltre, utilizzando differenti elettroliti, l’efficienza del processo cambia cambia in modo drammatico. E ‘noto anche che certe strutture geometriche e trame di superficie lavorino meglio di altre. L’implicazione è che possono essere prodotte quantità illimitate di combustibile a idrogeno  per il funzionamento dei motori (come quello dell’ auto) al costo dell’acqua. Ancora più sorprendente è il fatto che una speciale lega metallica, brevettata da Freedman (USA) nel 1957, rompa spontaneamente l’acqua in idrogeno e ossigeno senza alcun input elettrico esterno e senza causare alcun cambiamento chimico nel metallo stesso. Ciò significa che questa lega metallica speciale può produrre idrogeno dall’acqua “gratuitamente”, per sempre.

5) Implosione / Vortici. Tutti i principali motori industriali utilizzano il rilascio di calore per causare espansione e pressione per produrre lavoro, come nel motore della vostra automobile. La natura utilizza il processo opposto di raffreddamento per causare aspirazione e vuoto per produrre lavoro, come in un tornado. Viktor Schauberger (Austria) è stato il primo a costruire modelli funzionanti di motori ad implosione nel 1930 e 1940. Da allora, Callum Coats ha pubblicato estensivamente il lavoro di Schauberger nel suo libro Living Energies e, successivamente, un certo numero di ricercatori ha costruito modelli funzionanti di motori a turbina ad implosione. Si tratta di motori senza combustibile che producono lavoro meccanico dall’energia che accede da un vuoto. Ci sono anche disegni molto semplici che utilizzano movimenti a vortice che forniscono una combinazione di gravità e forza centrifuga producendo un moto continuo nei fluidi.

6) Fusione Fredda. Nel marzo del 1989, due chimici dell’Università dello Utah (USA) hanno annunciato di aver prodotto reazioni di fusione nucleare in un semplice apparecchio da tavolo. Le affermazioni vennero “smontate” entro sei mesi e l’interesse pubblico diminui’. Tuttavia, la fusione a freddo è reale. Non solo è stata più volte documentata la produzione di calore in eccesso, ma è stata catalogata  anche una trasmutazione a bassa energia di elementi atomici, coinvolgendo dozzine di differenti reazioni! Questa tecnologia può certamente produrre energia a basso costo e decine di altri importanti risultati nei processi industriali.

7) Pompe di Calore ad assistenza solare. Il frigorifero della vostra cucina è l’unica macchina free energy che attualmente possedete. Si tratta di una pompa di calore ad azionamento elettrico. Si utilizza una quantità di energia (elettricità) per muovere tre quantità di energia (calore). Questo gli conferisce un coefficiente di prestazione (COP) di circa 3. Il vostro frigorifero utilizza una quantità di elettricità per pompare tre quantità di calore dall’interno all’ esterno del frigorifero. Questo è il suo tipico utilizzo, ma è il peggior modo possibile di utilizzare questa tecnologia. Ecco perché. Una pompa di calore,appunto, pompa calore dalla fonte di calore al “dissipatore” o il luogo che assorbe questo calore. La fonte di calore dovrebbe ovviamente essere calda e il dissipatore di calore dovrebbe ovviamente essere freddo per far funzionare al meglio questo processo. Nel frigorifero, è esattamente il contrario. La fonte di calore è all’interno, ed è fredda, mentre il dissipatore di calore è rappresentato dall’aria a temperatura ambiente della vostra cucina, che è più calda della fonte. Questo è il motivo per cui il COP rimane basso per il vostro frigorifero della cucina. Ma questo non è vero per tutte le pompe di calore. Possono essere facilmente raggiunti Coefficienti Di Prestazione tra 8 o 10 con le pompe di calore ad assistenza solare. In un tale dispositivo, una pompa di calore trae calore da un collettore solare e lo scarica in un grande assorbitore sotterraneo, che rimane a 55 ° F, estraendo cosi energia meccanica. Questo processo è equivalente ad un motore a vapore che estrae energia meccanica tra la caldaia e del condensatore, con l’eccezione che utilizza un liquido che bolle a una temperatura molto inferiore a quella dell’acqua. Uno di questi sistemi, che è stato testato nel 1970, ha prodotto 350 cv, misurati con un dinamometro, in un motore appositamente progettato, da appena 9 mq di collettore solare. (Questo non è il sistema promosso da Dennis Lee). La quantità di energia impiegata per azionare il compressore (input) era meno di 20 cv, quindi questo sistema ha prodotto energia 17 volte di più di quella necessaria per mandarlo avanti! Potrebbe alimentare un piccolo quartiere utilizzando esattamente la stessa tecnologia che mantiene freddo il cibo nella vostra cucina. Attualmente, c’è un sistema di pompe di calore a scala industriale nel nord di Kona, nelle Hawaii, che produce energia elettrica dalle differenze di temperatura nell’acqua dell’oceano.

Ci sono dozzine di altri sistemi che non ho menzionato e molti di loro sono vitali e ben testati come quelli che ho appena raccontato. Ma questo breve elenco è sufficiente per arrivare al punto: la tecnologia free energy è qui, ora. Offre di essere liberi dall’inquinamento mondiale e l’abbondanza di energia per tutti, ovunque.

E’ possibile, ora, fermare la produzione di gas serra e spegnere tutte le centrali nucleari. Possiamo,ora,desalinizzare una quantità illimitata di acqua di mare ad un prezzo accessibile e portare l’acqua fresca anche negli habitat più remoti. I costi di trasporto e di produzione per quasi tutto possono scendere drasticamente. Il cibo può essere coltivato anche in serre riscaldate in inverno, ovunque. Tutti questi meravigliosi benefici che possono rendere la vita su questo pianeta molto più facile e migliore per tutti sono stati rinviati per decenni. Perché? A quali scopi?

Quattro forze invisibili

Ci sono quattro gigantesche forze che hanno lavorato insieme per creare questa situazione. Dire che c’è ed è stata una cospirazione per sopprimere queste tecnologie ci porta solo ad una avere una comprensione superficiale del mondo, e pone la colpa per questo completamente al di fuori di noi stessi. La nostra volontà di rimanere ignoranti e di non agire di fronte a questa situazione è sempre stata interpretata da due di queste forze come consenso implicito. Quindi, oltre ad un pubblico non-esigente, quali sono le altre forze che stanno impedendo la disponibilità della tecnologia free energy?

Negli Stati Uniti, e in molti altri paesi del mondo, c’è un monopolio monetario in atto. Ad esempio. io sono libero di guadagnare quanto più denaro voglio, ma verrò sempre pagato in banconote della Federal Reserve. Non c’è niente che posso fare per essere pagato con Certificati Aurei o con qualche altra forma di denaro. Questo monopolio monetario è nelle mani di un ristretto numero di banche di riserva private e queste banche sono di proprietà delle più ricche famiglie del mondo. Il loro piano è quello di controllare il 100% di tutte le risorse di capitale del mondo, e quindi controllare la vita di ognuno attraverso la disponibilità (o la non disponibilità) di tutti i beni e servizi.

Una fonte indipendente di ricchezza (dispositivo di free energy) nelle mani di ogni persona, manderebbe alla rovina i piani delle famiglie più ricche per il dominio del mondo. Il perché questo è vero è facile da vedere. Attualmente, l’economia di una nazione può essere rallentata o accelerata con l’innalzamento o l’abbassamento dei tassi di interesse. Ma se una fosse presente nell’ economia di questa nazione una fonte indipendente di capitale (energia), e qualsiasi impresa o persona potesse aumentare il proprio capitale senza prenderlo in prestito da una banca, l’ azione centralizzata di strozzinaggio sui tassi di interesse, semplicemente, non avrebbe lo stesso effetto.

La tecnologia free energy cambia il valore del denaro. Le famiglie più ricche e gli emettitori di credito non vogliono alcuna concorrenza. E’ talmente semplice. Vogliono mantenere il loro attuale controllo monopolistico della massa monetaria. Per loro, la tecnologia free energy non è solo qualcosa da sopprimere, deve essere permanentemente proibita!

Così, le famiglie più ricche e le loro istituzioni bancarie centrali sono la prima forza che opera per posticipare la disponibilità pubblica della tecnologia free energy. Le loro motivazioni sono l’immaginato diritto divino a governare, l’avidità e il loro insaziabile bisogno di controllare quasi tutto, tranne se stessi. Le armi che hanno usato per far rispettare questo rinvio includono l’intimidazione, l’uso di “esperti” debunker, l’acquisto e l’archiviazione della tecnologia, l’omicidio e il tentato omicidio degli inventori, la diffamazione, incendi dolosi, e una vasta gamma di incentivi e disincentivi finanziari per manipolare possibili sostenitori. Essi hanno anche promosso la comune accettazione di una teoria scientifica che afferma che la free energy è impossibile (leggi della termodinamica).

La seconda forza che opera per posticipare la disponibilità pubblica della tecnologia free energy sono i governi nazionali. Il problema qui non è tanto relativo alla concorrenza nella stampa della moneta, ma nel mantenimento della sicurezza nazionale. Il fatto è che il mondo là fuori è una giungla, e gli esseri umani possono essere molto crudeli, disonesti e subdoli. E’ compito del governo provvedere alla difesa comune. Per questo, le forze di polizia sono state delegate dal ramo esecutivo del governo a far rispettare “lo stato di diritto”. La maggior parte di noi che acconsente alla regole del diritto lo fa perché crede che sia la cosa giusta da fare, per il nostro bene. Ci sono sempre, tuttavia, alcuni individui  che credono che per  il loro proprio beneficio sia meglio tenere un comportamento non  conforme all’ accordo generale sull’ordine sociale. Queste persone scelgono di operare al di fuori del diritto e perciò vengono considerate fuorilegge, criminali, sovversivi, traditori, rivoluzionari o terroristi.

La maggior parte dei governi nazionali ha scoperto, per tentativi ed errori, che l’unica politica estera che funziona davvero, nel tempo, è la politica del “pan per focaccia.” Questo significa che i Governi trattano l’un l’altro nel modo in cui vengono trattati. Vi sono imbrogli continui per ottenere posizione e influenza negli affari mondiali, e chi è più forte vince! In economia esiste la Regola d’Oro che afferma: “Quello con l’oro detta le regole.”

Succede cosi anche con la politica, ma con un aspetto più darwiniano. E ‘semplicemente la sopravvivenza del più forte. In politica, però, il più forte è di solito anche quello che è  disposto a combattere con i metodi più sporchi.  Tutti i mezzi a disposizione vengono utilizzati per mantenere un vantaggio rispetto all’avversario, ed ognuno è l’avversario, indipendentemente dal fatto se sia considerato amico o nemico. Questo include scandalosi atteggiamenti psicologici, menzogne, inganni, spionaggio, furto, assassinio di leader mondiali, guerre per procura, alleanze e cambiamenti di alleanze, trattati, aiuti stranieri e la presenza di forze militari ovunque sia possibile.

Che ci piaccia o no, questo è l’arena psicologica e reale in cui operano i governi nazionali. Nessun governo nazionale farà mai qualcosa che dia gratuitamente un vantaggio all’avversario. E’ un suicidio nazionale. L’attività di qualsiasi persona che fornisca, all’interno o all’esterno del paese, un vantaggio all’ avversario sarà considerata una minaccia per la “sicurezza nazionale”.

La tecnologia free energy è l’incubo peggiore di un governo nazionale! Apertamente riconosciuta, la tecnologia free energy scatenerebbe una corsa agli armamenti senza limiti da parte di tutti i governi, come ultimo tentativo per tentare di ottenere un vantaggio assoluto e la dominazione. Pensateci. Pensate che il Giappone non si sentirà intimidito se la Cina diventi free energy? Pensate che Israele starà tranquillo se l’Iraq avesse la free energy? Pensate che l’India permetterebbe al Pakistan di sviluppare la free energy? Pensate che gli USA non avrebbero cercato di fermare Osama bin Laden dall’ottenere la free energy?

L’energia illimitata a disposizione,allo stato attuale delle cose, su questo pianeta porta ad un inevitabile rimescolamento degli equilibri di potere. Questa potrebbe diventare una vera e propria guerra per evitare che “l’altro” abbia il vantaggio della ricchezza e del potere illimitato. Chiunque la vorrà e, al tempo stesso, vorrà evitare che la posseggano tutti gli altri.

Quindi, i governi nazionali sono la seconda forza che opera per posticipare la disponibilità pubblica della tecnologia free energy. Le loro motivazioni sono l’ “auto-conservazione.” Questa autoconservazione opera su tre livelli. In primo luogo, non dando indebito vantaggio ad un nemico esterno. Poi prevenendo un’azione individualizzata capace di sfidare efficacemente i poteri di polizia ufficiali (anarchia) all’interno del paese. Terza ed ultima, conservando i flussi di reddito derivanti dalla tassazione delle fonti di energia attualmente in uso. Le loro armi includono il prevenire dell’emissione di brevetti in base a ragioni di sicurezza nazionale, le molestie legali e illegali degli inventori con accuse criminali, verifiche fiscali, minacce, intercettazioni telefoniche, arresti, incendi dolosi, furti durante le spedizioni, e una miriade di altre intimidazioni che rendono l’attività di costruzione e commercializzazione di una macchina free energy praticamente impossibile.

La terza forza che opera nel posticipare la disponibilità pubblica della tecnologia free energy consiste nel gruppo di inventori ingannati, nei ciarlatani e nei truffatori. Alla periferia delle straordinarie conquiste scientifiche che costituiscono le vere tecnologie free energy, giace un mondo di ombre e di anomalie inspiegate, invenzioni marginali e promotori senza scrupoli. Le prime due forze hanno costantemente utilizzato i media per promuovere i peggiori esempi di questo gruppo, per distrarre l’attenzione del pubblico e per screditare le reali innovazioni associandole con frodi evidenti.

Nel corso degli ultimi cento anni, sono emerse  decine di storie su invenzioni insolite. Alcune di queste idee hanno così affascinato l’immaginazione pubblica che ancora oggi continua ad esistere una certa mitologia su questi sistemi. Vengono subito in mente  i nomi di Keely, Hubbard, Coler e Henderschott . Ci possono essere vere tecnologie dietro questi nomi, ma, semplicemente, non ci sono abbastanza dati tecnici di pubblico dominio per poterlo affermare con certezza. Questi nomi rimangono associati ad una mitologia di energia libera e utilizzati dai debunker come esempi di frode.

L’idea della free energy incide profondamente nel subconscio umano. Qualche inventore di tecnologie marginali che ha dimostrato utili anomalie ha erroneamente esagerato l’importanza delle sue invenzioni. Alcuni di questi inventori hanno anche erroneamente esagerato l’importanza di se stessi per aver fatto queste invenzioni. Appare una combinazione di “febbre dell’oro” e / o un complesso del messia, che distorce ogni futuro contributo che essi possono dare.

Questi illusi inventori iniziano a scambiare l’ entusiasmo per i fatti e il valore del lavoro scientifico ne risente enormemente. C’è una potente ma sottile seduzione che può deformare una personalità dal momento in cui si comincia a credere che il mondo poggi sulle sue spalle o che sia il salvatore del mondo. Accadono anche cose strane alle persone quando pensano di essere in procinto di diventare molto ricche. Ci vuole una tremenda disciplina spirituale per rimanere obiettivi e umili in presenza di una macchina free energy.

La psiche di molti inventori  è diventata instabile solo credendo di avere una macchina free energy. Cosi, mentre la qualità della scienza si deteriora, alcuni inventori sviluppano anche un complesso di persecuzione che li mette sulla difensiva e li rende inavvicinabili. Questo processo li preclude da qualsiasi reale sviluppo di una macchina free energy, alimentando tremendamente la mitologia delle frodi.

Poi ci sono i truffatori. Negli ultimi 15 anni c’è stata una persona negli Stati Uniti che ha fatto della truffa sulla free energy un’arte professionale. Ha raccolto oltre 100.000.000 di dollari, gli è stato impedito di fare affari nello Stato di Washington, è stato incarcerato in California, ed è ancora continua. Parla sempre di una variazione di un reale sistema di energia libera, vendendo alla gente l’idea che potranno ottenere presto uno di questi sistemi e lasciargli alla fine solamente informazioni promozionali che non forniscono alcun dato reale sul sistema energetico stesso. Egli ha spietatamente predato la comunità cristiana e la comunità patriota negli Stati Uniti e va ancora forte.

L’attuale truffa di quest’uomo consiste nel far in modo che centinaia di migliaia di persone rendano disponibili ubicazioni dove installare una macchina free energy. In cambio della sua installazione di un generatore di energia libera nella loro casa, essi avranno elettricità gratis a vita, e la sua società venderà l’energia in eccesso alla compagnia elettrica locale. Dopo essersi convinti che riceveranno elettricità gratis per sempre, senza anticipare alcuna spesa, acquisteranno volentieri un video dimostrativo per convincere a far aderire anche i loro amici. Una volta capito il potere e le motivazioni delle prime due forze che ho discusso, è evidente che il business di questa persona non può funzionare. Questa persona ha probabilmente fatto più danno al movimento free energy negli Stati Uniti di qualsiasi altra forza, distruggendo la fiducia della gente in questa tecnologia.

Quindi, la terza forza che opera per il rinvio della disponibilità pubblica della tecnologia free energy è la delusione e la disonestà all’interno del movimento stesso. Le motivazioni sono l’auto-esaltazione, l’avidità, il desiderio di potere sugli altri, e un falso senso di auto-importanza. Le armi utilizzate sono la menzogna, l’inganno, le truffe “specchietti per le allodole” , l’auto-delusione e l’arroganza, combinate con una scienza da due soldi.

La quarta forza che opera per posticipare la disponibilità pubblica della tecnologia free energy è tutto il resto di noi. Può essere facile vedere come siano meschine ed egoiste le motivazioni delle altre forze, ma in realtà, queste motivazioni sono ancora molto vive in ​​ognuno di noi. Proprio come le famiglie più ricche, non ci illudiamo con una falsa superiorità e col voler controllare gli altri invece di noi stessi? Inoltre, non vi  ”vendereste” se il prezzo fosse abbastanza alto, ad esempio, per un milione di dollari in contanti? O come i governi, ognuno di noi non vuole assicurare la sua sopravvivenza? Se foste dentro un teatro in fiamme, nel panico, non spingereste allontanando tutte le persone più deboli in una folle corsa per la porta? O come l’inventore ingannato, non confezionereste una confortevole illusione al posto di un fatto spiacevole? E non ci piace pensare più a noi stessi che agli altri che ci danno credito? O non temiamo ancora l’ignoto, anche se promette una grande ricompensa?

Vedete, in realtà, tutte e quattro le forze sono solo diversi aspetti dello stesso processo, operando a diversi livelli nella società. C’è davvero solo una forza che impedisce la disponibilità pubblica della tecnologia free energy, ed è il comportamento non spirituale che motiva gli umani. In ultima analisi, la tecnologia free energy è una manifestazione esteriore di abbondanza divina. E ‘il motore dell’economia di una società illuminata, dove le persone si comportano volontariamente in modo rispettoso e civile verso l’altro, dove ogni membro della società ha tutto ciò di cui ha bisogno e non desidera quello che è del suo vicino, dove la guerra e la violenza fisica sono qualcosa di socialmente inaccettabile e le differenze delle persone sono, se non godute, almeno tollerate.

La comparsa della tecnologia free energy nella sociata è l’alba di un’ età veramente civilizzata. Si tratterebbe di un evento epocale nella storia umana. Nessuno può prendersi il merito per questo. Nessuno può diventare ricco con essa. Nessuno può governare il mondo con essa. E’ semplicemente un dono di Dio. Costringe tutti ad assumersi la responsabilità delle nostre azioni e della nostra auto-disciplina e autocontrollo quando  necessario. Il mondo, come è ordinato attualmente, non può avere la tecnologia free energy senza essere completamente trasformato da essa in qualcos’altro. Questa civiltà ha raggiunto l’apice del suo sviluppo, perché ha partorito i semi della propria trasformazione. Gli esseri umani non spirituali non possono fidarsi dell’ energia libera. Faranno solamente quello che hanno sempre fatto,  sfruttarsi senza pietà o  uccidersi a vicenda nel processo.

Se si torna indietro e si rilegge Atlas Shrugged di Ayn Rand o il Rapporto del Club di Roma, diventa evidente che le famiglie più ricche lo hanno capito da decenni. Il loro piano è quello di vivere nel mondo della free energy, ma lasciando fuori in modo permanente il resto di noi. Ma questa non è una novità. I potenti hanno sempre considerato la popolazione comune (noi) come loro sudditi. Quello che c’è di nuovo, è che voi ed io possiamo adesso comunicare tra di noi tramite Internet, che appunto ci offre la quarta forza, un’opportunità per superare gli sforzi combinati delle altre forze di impedire il diffondersi delle tecnologie free energy.

L’opportunità

Quello che sta per accadere è che gli inventori stanno cominciando a pubblicare i loro lavori, invece di brevettarli e mantenerli segreti. Sempre più persone stanno dando via le informazioni su queste tecnologie in libri, video e siti web. Mentre su Internet c’è ancora una grande quantità di informazioni inutili sulla free energy, sta invece  crescendo rapidamente la disponibilità di una buona informazione. Controllate l’elenco dei siti web e altre risorse alla fine di questo articolo.

E ‘imperativo che iniziate a raccogliere tutte le informazioni che potete sui veri sistemi di free energy. La ragione di questo è semplice. Le prime due forze non permetteranno mai che un inventore o una società possa costruire e vendervi una macchina free energy! L’unico modo per ottenerla è di costruirvela da soli o con un amico. Questo è esattamente quello che migliaia di persone stanno già tranquillamente iniziando a fare. Potete sentirvi del tutto inadeguati  al compito, ma cominciate ora a raccogliere informazioni. Potreste essere solo un anello della catena degli eventi per il bene degli altri. Concentratevi su ciò che si può fare ora, non su quanto c’è ancora da fare. Piccoli gruppi di ricerca privati ​​stanno già lavorando ai dettagli mentre leggete questo articolo. Molti si sono impegnati a pubblicare i propri risultati su Internet.

La quarta forza siamo tutti noi. Se ci alziamo e rifiutiamo di rimanere ignoranti e di non agire, possiamo cambiare il corso della storia. E’ l’insieme delle nostre azioni che può fare la differenza. Solo l’azione di massa, che rappresenta il nostro consenso, può dar vita al mondo che vogliamo. Le altre tre forze non ci aiuteranno a mettere un impianto senza combustibile nel nostro scantinato. Non ci aiuteranno ad essere liberi dalle loro manipolazioni. Tuttavia, la tecnologia free energy è qui. È reale, e cambierà tutto ciò che riguarda il nostro modo di vivere, lavorare e relazionarsi gli uni agli altri. In ultima analisi, la tecnologia free energy rende obsoleta l’avidità e la paura per la sopravvivenza. Ma come tutti gli esercizi spirituali della fede, dobbiamo prima manifestare la generosità e la fiducia nella nostra vita.

La fonte di energia libera è dentro di noi. E’ l’eccitamento di esprimersi liberamente. E ‘la nostra intuizione spiritualmente guidata che si esprime senza distrazione, intimidazione o manipolazione. E’ l’apertura del nostro cuore. Idealmente le tecnologie free energy sostengono una società giusta dove ognuno ha abbastanza cibo, vestiario, alloggio, autostima e il tempo libero per contemplare i significati più spirituali della vita. Non lo dobbiamo l’uno all’ altro di affrontare le nostre paure e attivarci per creare questo futuro per i figli dei nostri figli?

La tecnologia free energy è qui. E’ qui da decenni. La tecnologia delle comunicazioni e Internet hanno lacerato il velo di segretezza su questo fatto straordinario. La gente di tutto il mondo sta cominciando a costruire tale dispositivi per uso proprio. I banchieri e i governi naturalmente non vogliono che questo accada, ma non possono fermarlo. Non verrà riportato praticamente nulla dai principali mezzi di comunicazione di ciò che sta accadendo. Enormi instabilità economiche e guerre saranno utilizzate nel prossimo futuro per distrarre le persone dall’ unirsi per la libera circolazione dell’energia.

La società occidentale si sta avviando verso l’autodistruzione a causa degli effetti accumulati a lungo termine dell’avidità e della corruzione. La disponibilità generale di tecnologia free energy non può fermare questa tendenza. La può solo rafforzare. Se, invece, aveste un dispositivo free energy, potreste essere in una posizione migliore per sostenere la transizione politica / sociale / economica che è in corso. La domanda è: chi sarà in ultima analisi, ad avere il controllo dell’emergente governo mondiale? La prima forza prima o la quarta?

L’ultima grande guerra è ormai alle porte. I semi sono stati piantati. Dopo questa verrà l’inizio di una vera civiltà. Alcuni di noi che si rifiutano di combattere sopravviveranno per vedere l’alba del mondo della free energy. Vi sfido ad essere tra quelli che ci proveranno.

LINK E RISORSE: The World Of Free Energy
DI: Coriintempesta 

LISTA DELLE RISORSE
LIBRI
Living Energies di Callum Coats  -- The Free Energy Secrets of Cold Electricity di Peter Lindemann, D.Sc. --Applied Modern 20th Century Aether Science di Dr. Robert Adams --Physics Without Einstein di Dr. Harold Aspden --Secrets of Cold War Technology di Gerry Vassilatos --The Coming Energy Revolution di Jeane Manning
SITI WEB
http://www.free-energy.cc/ developed by Clear Tech, Inc. and Dr. Peter Lindemann
 http://jnaudin.free.fr/ developed by JLN Labs in France
 http://www.keelynet.com/ developed by Jerry Decker in the USA 
http://www.xogen.ca/ site for super electrolysis technology 
http://www.fortunecity.com/greenfield/bp/16/content1.htm excellent site by Geoff Egel, Australia 
For links to other excellent resources: http://www.WantToKnow.info/resources#newenergy 
PER LE ALTRE FONTI - QUI

Preparativi per attaccare l’ Iran con armi nucleari. “Nessuna opzione è fuori dal tavolo”

di: Michel Chossudovsky

Quando una guerra nucleare sponsorizzata dagli USA diventa uno” strumento di pace “, condonata e accettata dalle istituzioni mondiali e dalle più alta autorità, comprese le Nazioni Unite, non si può tornare indietro: la società umana è stata precipitata a capofitto sul sentiero dell’ auto – distruzione. “( Towards a World War III Scenario , Global Research, maggio 2011)

Il mondo è a un bivio pericoloso. L’America è su un sentiero di guerra. 

La terza guerra mondiale non è più un concetto astratto.

Gli Stati Uniti e i suoi alleati si stanno preparando a lanciare una guerra nucleare contro l’Iran con conseguenze devastanti. 

Questa avventura militare minaccia, nel vero senso della parola, il futuro dell’umanità.

Il progetto militare globale del Pentagono è la conquista del mondo.

Il dispiegamento militare delle forze USA-NATO sta avvenendo contemporaneamente in diverse regioni del mondo.

I pretesti e le “giustificazioni” per la guerra abbondano. L’Iran è oggi annunciato come una minaccia per Israele e il Mondo.

La guerra contro l’Iran è sul tavolo del Pentagono da più di otto anni. In sviluppi recenti , sono state lanciate rinnovate minacce e accuse contro Teheran.

Una “guerra di stealth” è già iniziata. Gli agenti del Mossad sono sul terreno. Formazioni paramilitari segrete sono in fase di lancio in Iran mentre i droni della Cia sono già stati schierati.

Nel frattempo, Washington, Londra, Bruxelles e Tel Aviv hanno lanciato specifiche  iniziative destabilizzanti per soffocare l’Iran diplomaticamente, finanziariamente ed economicamente .

Il Congresso degli Stati Uniti ha formulato un regime di sanzioni economiche ancora più pesante:

 ”E’ emerso, a Washington, un consenso bipartisan favorevole a strangolare l’economia iraniana”. Ovvero consistente nell’attuazione di “un emendamento al disegno di legge di autorizzazione alla difesa 2012, progettato per “portare al collasso l’economia iraniana “… rendendo praticamente impossibile a Teheran di vendere il suo petrolio“. (Tom Burghardt,  Target Iran: Washington’s Countdown to War , Global Research, dicembre 2011). :

Questa nuova ondata di clamore diplomatico insieme alla minaccia di sanzioni economiche ha anche contribuito ad innescare un alone di incertezza nel mercato del greggio, con conseguenze potenzialmente devastanti per l’economia globale.

Nel frattempo, i media hanno rinnovato la loro propaganda relativa al presunta programma nucleare iraniano, che punta ad “attività legate alla possibile militarizzazione.”

In recenti sviluppi, a fatica ammessi dai media americani, il presidente Barack Obama ha incontrato privatamente (il 16 dicembre), a porte chiuse,  il Ministro della Difesa israeliano Ehud Barak. L’incontro si è tenuto alla periferia di Washington DC presso l’Hotel Gaylord, a National Harbor, Maryland, sotto gli auspici della Union for Reform Judaism .

L’importanza di questo tempistivo incontro privato sotto gli auspici della URJ non può essere sottovalutata. I resoconti suggeriscono che il faccia a faccia O.Barack / E. Barak sia stato incentrato in gran parte sulla questione di un attacco USA-Israele contro l’Iran.

Scrivendo su Haaretz, l’analista politico israeliano Amir Oren ha descritto questo incontro come una potenziale “luce verde” per Israele nel lanciare una guerra totale contro l’Iran:

E ‘possibile che l’incontro di venerdì scorso, durato mezz’ora, presso l’Hotel Gaylord a National Harbor, nel Maryland, tra il presidente americano Barack Obama e il ministro della Difesa Ehud Barak verrà ricordato nella storia di Israele come il momento in cui Barack O. ha dato il via libera ad E. Barak – nel bene e nel male – per attaccare l’Iran ..? Questo può essere visto come una sorta di flashback del colloquio tra il ministro della Difesa Ariel Sharon e il Segretario di Stato Alexander Haig a Washington nel maggio del 1982, che ha dato origine alla (erronea) impressione di Israele che ci fosse un’intesa con gli Stati Uniti per andare in guerra contro il Libano (No sign U.S. has given Israel green light to strike Iran – Haaretz Daily Newspaper | Israel News)

Dopo questo incontro privato, Obama ha tenuto un discorso alla Plenaria Biennale della  Union for Reform Judaism, per rassicurare il suo pubblico che “la cooperazione tra i nostri militari [e i servizi segreti] non è mai stata più forte.”

Obama ha evidenziato che l’Iran è una minaccia per la sicurezza di Israele, degli Stati Uniti e per il mondo … Ed è per questo che la nostra politica è stata assolutamente chiara: Siamo determinati a impedire all’Iran di acquisire armi nucleari …. Ed è per questo … abbiamo imposto le più ampie, le più dure  sanzioni che il regime iraniano abbia mai affrontato …. Ed è per questo che, posso assicurarvi, non lasceremo alcuna opzione fuori dal tavolo “. (Trascrizione - President Obama Union for Reform Judaism Speech Video Dec. 16. 2011: Address at URJ Biennial, 71st General Assembly  - enfasi aggiunta).

Verso un attacco ”coordinato” Stati Uniti-Israele contro l’Iran

Nelle ultime settimane, i tabloid statunitensi sono stati letteralmente tappezzati con le  dichiarazioni di Hillary Clinton e del segretario della Difesa Leon Panetta che “nessuna opzione è fuori dal tavolo“. Panetta ha lasciato intendere, tuttavia, “che Israele non dovrebbe prendere in considerazione un’azione unilaterale contro l’Iran“, sottolineando “che qualsiasi operazione militare contro l’Iran da parte di Israele deve essere coordinata con gli Stati Uniti e avere il suo sostegno“. (Dichiarazione del 2 dicembre di Panetta presso il Centro Saban citata in U.S. Defense Secretary: Iran could get nuclear bomb within a year – Haaretz , 11 dicembre 2011, enfasi aggiunta)

La minaccia della guerra nucleare contro l’Iran

La dichiarazione che “nessuna opzione è fuori dal tavolo” intima che gli Stati Uniti non solo prevedono un attacco all’Iran, ma che questo attacco potrebbe includere l’uso di armi nucleari tattiche Bunker Buster con una capacità esplosiva tra un terzo e sei volte la bomba di Hiroshima. Con crudele ironia, queste bombe nucleari “umanitare” e “peace-making” “Made in America” ​​- che secondo il “parere scientifico” sotto contratto del Pentagono sono “innocue per la popolazione civile circostante” – sono previste per essere usate contro l’ Iran, come rappresaglia al suo inesistente programma di armi nucleari.

Mentre l’Iran non ha armi nucleari, quello che viene raramente riconosciuto, è che i cinque (ufficialmente) “Stati non-nucleari”, Germania, Belgio, Paesi Bassi, Italia e Turchia, hanno  armi nucleari tattiche degli Stati Uniti sul loro territorio, sotto il comando nazionale nelle loro rispettive basi militari. Questo arsenale nucleare è previsto che possa essere utilizzato contro l’Iran.

L’ accumulo e il dispiegamento delle bombe tattiche B61 in questi cinque “stati non nucleari” è stato concepito per obiettivi in Medio Oriente. Inoltre, in conformità con i “piani d’attacco della NATO”, queste bombe termonucleari B61 bunker buster (conservate dagli “stati non nucleari”) potrebbero essere lanciate contro obiettivi in Russia o in paesi del Medio Oriente come la Siria e l’Iran (citato in  National Resources Defense Council, Nuclear Weapons in Europe , febbraio 2005, enfasi aggiunta)

Mentre questi “stati nucleari non dichiarati ‘accusano Teheran di sviluppare armi nucleari, senza alcuna prova documentale, essi stessi hanno testate nucleari, destinate a colpire l’ Iran, la Siria e la Russia. (Vedi Michel Chossudovsky,  Europe’s Five “Undeclared Nuclear Weapons States” , Global Research, 12 febbraio 2010)

Le armi nucleari di Israele  sono puntate contro l’Iran. Il  congiunto “Coordinamento”  USA-Israele per il dispiegamento delle armi nucleari

E’ Israele, piuttosto che l’Iran, una minaccia alla sicurezza globale.

Israele possiede 100-200 testate nucleari strategiche , che sono completamente schierate contro l’Iran.

Già nel 2003, Washington e Tel Aviv avevano confermato che stavano collaborando allo “ sviluppo dei missili cruise Harpoon , in dotazione degli Stati Uniti, armati con testate nucleari sui sottomarini classe Dolphin della flotta di Israele.”(The Observer, 12 October 2003) .

Secondo il generale russo Leonid Ivashov:

I circoli politici e militari israeliani stavano rilasciando dichiarazioni sulla possibilità di attacchi missilistici e nucleari contro l’Iran fin dall’ottobre 2006, quando l’idea è stata immediatamente sostenuta da G. Bush. Attualmente [2007] è propagandato sotto forma di una “necessità” di attacchi nucleari. Al pubblico viene insegnato a credere che non c’è niente di mostruoso riguardo tale possibilità e che, al contrario, un attacco nucleare è piuttosto fattibile. Presumibilmente, non c’è altro modo per “fermare” l’Iran. (General Leonid Ivashov, Iran Must Get Ready to Repel a Nuclear Attack, Global Research, January 2007 enfasi aggiunta)

Vale la pena notare che all’inizio del secondo mandato di Bush, il vice presidente Dick Cheney aveva accennato, senza mezzi termini, al fatto che l’Iran era “proprio in cima alla lista” degli stati canaglia nemici dell’America, e che Israele avrebbe, così parlando, “bombardato al posto nostro”, senza il coinvolgimento militare degli Stati Uniti e senza che noi facessimo alcun tipo pressione su di loro “per farlo”.

In questo contesto, l’ analista politico e storico Michael Carmichael ha sottolineato l’integrazione e il coordinamento delle decisioni militari tra gli Stati Uniti e Israele riguardanti il ​​dispiegamento di armi nucleari:

Piuttosto che  un attacco nucleare americano diretto contro difficili obiettivi  iraniani,  Israele ha ricevuto il compito di lanciare un gruppo coordinato di attacchi nucleari contro obiettivi rappresentati dagli impianti nucleari nelle città iraniane di Natanz, Isfahan e Arak (Michael Carmichael, Global Research, January 2007)

“Nessuna opzione fuori dal tavolo”. Cosa significa nel contesto della pianificazione militare? L’ integrazione di sistemi convenzionali e armi nucleari

Le regole e le linee guida dei militari americani che disciplinano l’uso di armi nucleari sono state “liberalizzate” (ovvero “liberalizzate” in relazione a quelle in vigore durante la Guerra Fredda). La decisione di usare armi nucleari tattiche contro l’Iran non dipende più dal comandante in capo, vale a dire il presidente Barack Obama. Si tratta di una decisione strettamente militare. La nuova dottrina afferma che il Comando, il Controllo e il Coordinamento (CCC) per quanto riguarda l’uso di armi nucleari dovrebbe essere “flessibile”, in modo da permettere ai comandi di combattimento geografici di decidere se e quando utilizzare queste armi nucleari:

Conosciuta ufficialmente a Washington come “Joint Publication 3-12″, la nuova dottrina nucleare (Doctrine for Joint Nuclear Operations (DJNO) (marzo 2005)), chiede di “integrare gli attacchi nucleari e convenzionali” sotto un  unificato e “integrato” Comando e Controllo (C2).

Questo descrive  in gran parte la pianificazione della guerra come un processo di gestione decisionale, in cui gli obiettivi militari e strategici saranno raggiunti, attraverso un mix di strumenti, con poca preoccupazione per la perdita di vite umane.

Ciò significa che se sarà lanciato un attacco all’Iran, le armi nucleari tattiche saranno parte integrante dell’arsenale utilizzato.

Da un punto di vista decisionale militare, “nessuna opzione fuori dal tavolo” significa che i militari applicheranno “l’uso più efficiente della forza”. In questo contesto, le armi nucleari e convenzionali fanno parte di ciò che il Pentagono chiama “la cassetta degli attrezzi”, dalla quale i comandanti militari possono scegliere gli strumenti di cui hanno bisogno in conformità con le “circostanze in evoluzione” nel “teatro di guerra”. (Vedi Michel Chossudovsky, Is the Bush Administration Planning a Nuclear Holocaust?Global Research, 22 febbraio 2006)

Una volta che viene presa la decisione di lanciare un’operazione militare  (ad esempio attacchi aerei contro l’Iran), i comandanti nel teatro di guerra possono muoversi con una certa discrezionalità.  Questo significa, in pratica, che una volta che la decisione presidenziale è presa, USSTRATCOM, in collegamento con i comandanti sul campo, può decidere gli obiettivi e il tipo di armi da utilizzare. Le armi nucleari tattiche stoccate sono ormai considerate come parte integrante dell’arsenale. In altre parole, le armi nucleari sono diventate “parte della cassetta degli attrezzi”, usata in teatri di guerra convenzionali.( Michel Chossudovsky, Targeting Iran, Is the US Administration Planning a Nuclear Holocaust , Global Research, febbraio 2006, enfasi aggiunta)

L’integrazione della guerra convenzionale e nucleare 

Di notevole importanza riguardo il pianificato attacco contro l’Iran, alcuni documenti statunitensi militari puntano verso l’integrazione delle armi convenzionali e nucleari e l’uso di armi atomiche in una opzione preventiva in un teatro di guerra convenzionale.

Questa proposta di “integrazione” dei sistemi di armi tradizionali e nucleari venne formulata per la prima volta nel 2003 sotto il CONPLAN 8022. Quest’ultimo viene descritto come “un concept plan  per il rapido utilizzo del potenziale bellico nucleare, convenzionale, o di informazioni di guerra per distruggere – preventivamente, se necessario -” obiettivi urgenti “in tutto il mondo [tra cui l'Iran]. “ (Vedi Michel Chossudovsky,  US, NATO and Israel Deploy Nukes directed against Iran, Global Research, 27 settembre 2007). (Coordinato dal Comando Strategico degli Stati Uniti, CONPLAN è diventata operativo all’inizio del 2004. - Robert S. Norris and Hans M. Kristensen, Bulletin of Atomic Scientists ).

Il CONPLAN apre un vero e proprio vaso di Pandora militare. Si offusca la linea di demarcazione tra le armi convenzionali e quelle nucleari. Si apre la porta per l’uso preventivo, “ovunque nel mondo”, delle armi nucleari.

L’assenza di sensibilizzazione dell’opinione pubblica

La “comunità internazionale” ha approvato un attacco all’Iran in nome della pace nel mondo.

“Rendere il mondo più sicuro” è la giustificazione per lanciare un’operazione militare che potrebbe potenzialmente causare un olocausto nucleare.

Mentre si può concettualizzare la perdita di vite umane e la distruzione derivante dalle attuali guerre in Iraq e in Afghanistan, è impossibile comprendere appieno la devastazione che potrebbe derivare da una terza guerra mondiale, con l’utilizzo di “nuove tecnologie” e di armi avanzate, comprese le armi nucleari, fino a quando ciò non si verifica e diventa una realtà.

I media mainstream sono coinvolti nel blocco deliberato delle notizie e del dibattito su questi preparativi di guerra. La guerra contro l’Iran ed i pericoli di una escalation non sono considerate da “prima pagina”. I media mainstream hanno escluso l approfondimento e il dibattito sulle implicazioni di questi piani di guerra.

L’Iran non costituisce una minaccia nucleare.

La minaccia alla sicurezza globale proviene dall’alleanza militare USA-NATO-Israele che contempla – nel quadro del CONPLAN – l’uso di armi termonucleari contro uno stato non nucleare.

Con le parole del generale Ivashov, “Al pubblico viene insegnato a credere che non c’è niente di mostruoso riguardo tale possibilità“. Le armi nucleari sono “parte della cassetta degli attrezzi”.

Un attacco all’Iran avrebbe conseguenze devastanti, scatenerebbe una guerra regionale totale  dal Mediterraneo Orientale all’Asia Centrale, che potrebbe condurre l’umanità in uno scenario di Terza Guerra Mondiale.

L’amministrazione Obama rappresenta una minaccia nucleare.

La NATO costituisce una minaccia nucleare

I cinque “stati non-nucleari” europei (Germania, Italia, Belgio, Paesi Bassi, Turchia) con armi tattiche nucleari dispiegate sotto il comando nazionale, da utilizzare contro l’Iran, costituiscono una minaccia nucleare.

Il governo israeliano del primo ministro Benjamin Netanyahu, non solo costituisce una minaccia nucleare, ma anche una minaccia per la sicurezza del popolo d’Israele, il quale viene indotto in errore per quanto riguarda le implicazioni di un attacco USA-Israele contro l’Iran.

La compiacenza dell’opinione pubblica occidentale – tra cui segmenti del movimento contro la guerra negli Stati Uniti – è inquietante. Non è stata espressa alcuna preoccupazione a livello politico per le probabili conseguenze di un attacco USA-NATO-Israele contro l’Iran, usando armi nucleari contro uno Stato non nucleare.

Tale azione si tradurrebbe nell ‘impensabile”: un olocausto nucleare su gran parte del Medio Oriente.

Va notato che un incubo nucleare si sarebbe verificato anche senza l’uso di armi nucleari. Il bombardamento degli impianti nucleari iraniani con armi convenzionali può contribuire a scatenare un disastro tipo Chernobyl-Fukushima  con un’estesa ricaduta radioattiva.

Discorso di Barack Obama all’Union of Reform Judaism – 16 Dicembre, 2011

Trascrizione (Alcuni Estratti)

“Voglio dare il benvenuto al Vice Primo Ministro di Israele e Ministro della Difesa Ehud Barak. (Applausi) La cooperazione tra i nostri militari non è mai stata più forte e voglio ringraziare Ehud per la sua leadership e il suo impegno permanente per la sicurezza di Israele e per la ricerca di una giusta e duratura pace (Applausi)

Un’altra grave preoccupazione – e che rappresenta una minaccia per la sicurezza di Israele, degli Stati Uniti e per il mondo – è il programma nucleare iraniano. Ed è per questo che la nostra politica è stata assolutamente chiara: siamo determinati ad impedire all’Iran di acquisire armi nucleari. (Applausi) Ed è per questo che abbiamo lavorato meticolosamente dal momento in cui ho assunto l’incarico con gli alleati e i partner, e abbiamo imposto le più ampie, le più dure  sanzioni che il regime iraniano abbia mai affrontato.Non abbiamo solo parlato, lo abbiamo fatto. E abbiamo intenzione di mantenere la pressione. (Applausi) Ed è per questo che, posso assicurarvi, non lasceremo alcuna opzione fuori dal tavolo. Siamo stati chiari .

Continueremo a restare al fianco dei nostri amici e alleati israeliani, proprio come abbiamo fatto quando essi avevano più bisogno di noi. Nel mese di settembre, quando una folla minacciava l’ambasciata israeliana al Cairo, abbiamo lavorato per garantire che gli uomini e le donne che lavoravano li potessero essere al sicuro. (Applausi) L’anno scorso, quando gli incendi  minacciavano Haifa, abbiamo inviato aerei antincendio per domare il fuoco.

(Applauso)

Sotto la mia Presidenza, gli Stati Uniti d’America hanno fatto da guida, da Durban alle Nazioni Unite, contro i tentativi di utilizzare i forum internazionali per delegittimare Israele. E continueremo a farlo. (Applausi) Questo è quello che amici e gli alleati devono fare l’un per l’altro. Quindi non lasciate che nessun altro racconti una storia diversa. Ci siamo stati, e continueremo ad esserci. Questi sono i fatti. “(Applausi)

LINK: Preparing to Attack Iran with Nuclear Weapons: “No Option can be taken off the Table”. 

DI: Coriintempesta

Italia, si torna alla lira?

Almeno due banche di caratura mondiale “hanno preso delle misure” per ritornare ad effettuare transazioni in vecchie valute della zona euro tra cui lira, dracma e escudo. Lo scrive il Wall Street Journal citando fonti ben informate. Le banche in questione hanno già contattato Swift, l’azienda belga che gestisce i sistemi per le transazioni finanziarie internazionali, per avere la tecnologia e i codici necessari, riferiscono le fonti. Un portavoce di Swift ha detto al quotidiano finanziario che l’azienda è pronta a fare tutto quanto sarà necessario per garantire il regolare svolgimento delle transazioni, ma che “non è il caso fare commenti su questioni specificamente legate alla zona euro”. Secondo il Wall Street Journal, le banche stanno studiando tutti gli aspetti del possibile impatto che avrebbe l’uscita di uno o più paesi dalla zona euro.

Di Andrea Deugeni - Secondo giorno a Bruxelles per il presidente del Consiglio e ministro dell’Economia, Mario Monti, impegnato all’Ecofin dopo che ieri ha incassato la fiducia dell’Eurogruppo sulla manovra allo studio. Appuntamento in cui i ministri finanziari di Eurolandia, anche se era un argomento ufficialmente non fissato in agenda, hanno avuto un primo scambio di vedute sulle recenti proposte franco-tedesche, (in cui sarebbe coinvolta anche l’Italia) di modifica dei trattati che aprano la strada a una vera unione delle politiche di bilancio.

Modifica che preveda la chiusura del rubinetto dei trasferimenti comunitaril’esclusione dal diritto di voto con conseguente annullamento del diritto di veto emulte più pesanti per chi viola le regole di Maastricht su deficit e debito.

Inutile dire che la richiesta di un inasprimento della procedura delle sanzioni per i Paesi più spendaccioniarriva da Berlinodicktat contabili che, nella testa di Angela Merkel, sarebbero gli unici in grado di mettere in sicurezza l’euro. Ma mentre la Germania si prepara a dare al via alla nuova fase fiscale dell’Unione Europea, dalla Svizzera rimbalzano voci che Frau Angela si starebbe predisponendo una via di fuga nel caso la crisi dell’eurodebito dovesse avvitarsi nel breve e allargare il contagio a Francia e Germania, le economie più forti del Vecchio Continente.

Il piano B sarebbe quello dell’immediato ritorno al marco tanto che Berlino si sarebbe in gran segreto portata avanti, tornando a stampare lavecchia moneta con l’aquila teutonica in Ticino, in due tipografie, una delle quali già stampa anche rubli russi e dong vietnamiti. La scelta della Svizzera sarebbe dettata dal fatto che, stando ai trattati istitutivi dell’Unione Monetaria (Uem), i Paesi che aderiscono all’euro non possono tornare a battere il vecchio conio.

Per ora, si tratta soltanto di un’indiscrezione che se confermata, però, getterebbe i mercati finanziari nel panico più totale. Intanto le voci sono giunte anche a Strasburgo dove Mara Bizzotto, europarlamentare della Lega Nord ha presentato un’interrogazione urgente alla Commissione “affinché sia fatta chiarezza al più presto sull’argomento”.

“Il fallimento dell’euro è ormai sotto gli occhi di tutti, e la cosa che stupisce di più è che un Paese come la Germania, vero pilastro della moneta unica, stia già pensando di scaricare l’Unione Europea. Secondo economisti e addetti ai lavori, infatti, Berlino avrebbe già incaricato due aziende svizzere di stampare marchi in quantità consistenti”, ha aggiunto la Bizzotto.

Da lunedì scorso abbiamo ricominciato a stampare i marchi e smesso di stampare Euro”. A renderlo noto non è un parlamentare tedesco ma un lavoratore della zecca di Berlino che ha confidato la notiziaadAffaritaliani.it.

La notizia è top secret – rivela la fonte che, per ovvie ragioni, ha preferito rimanere anonima – tanto che gliorgani di stampa tedesca lo sanno ma non lo dicono per evitare crisi di panico nei mercati. Dal 28 novembre nella zecca di Berlino e nelle altre zecche tedesche abbiamo smesso di stampare Euro e abbiamo ripreso a stampare i marchi”.

Il 28 novembre è stato anche il giorno nel quale lo stato tedesco ha ammesso, tramite il portavoce di Angela Merkel, Steffen Seibert, che i mezzi finanziari della Germania “non sono infiniti” e che “non abbiamo una forza finanziaria infinita e l’Europa non può pretendere di avere una forza che non ha. La Germania è forte ma non dispone di forze illimitate”.

“Continuando a questo ritmo – aggiunge il lavoratore - saremmo tranquillamente in grado di sopperire alla richiesta di moneta necessaria per coprire il nostro mercato interno se venisse a mancare l’Euro. Sulle monete c’è scritta la data del prossimo anno”.

Forse, la mossa tedesca è solo una precauzione e un modo per essere già pronti nel caso di catastrofe dell’Euro anche se la vendita del debito pubblico italiano in mano alla Germania – circa 8 miliardi di Euro – fatta in estate prima che venisse fuori la crisi delle nostre finanze non fa presagire niente di buono.

Per quanto riguarda la ventilata ipotesi di ‘nuovo Euro’ invece – una moneta della fascia Nord più forte e stabile che coinvolgerebbe Germania, Svezia e Norvegia, e una della fascia sud più debole e soggetta a svalutazioni – dalla zecca non arriva nessuna conferma. “Ne abbiamo sentito parlare – ammette – ma non abbiamo visto nessun cliché né cominciato a stamparne qualcuna per prova”.

Francesco Bertolucci

FONTE: http://affaritaliani.libero.it


Storia non censurata: perché fu assassinato Josef Stalin

Poco dopo che il dittatore sovietico minacciò di sconvolgere i mercati finanziari mondiali minando il sistema monetario basato sul dollaro concordato alla Conferenza di Bretton Woods, fu ucciso per mano dei suoi collaboratori militari e di partito

di: Daniel W. Michaels*

Nell’articolo intitolato “Perché Josef Stalin fu assassinato”, l’ex funzionario dell’ufficio dei servizi segreti ed attualmente storico militare Arsen Martirosyan fornisce interessanti ragioni militari, geopolitiche e finanziarie perché – secondo la sua opinione – agenti occidentali dei servizi segreti cospirarono con i traditori Krusciov e Zhukov per uccidere Josef Stalin (1).

Martkirosyan cita di preferenza l‘esperto di cospirazioni Yuri Mukhin al fine di dimostrare che la guerra di Stalin con i dissidenti del partito comunista ed il piano del dittatore di privarli dei loro poteri fatalmente gli si ritorse contro. Entrambi gli autori accanitamente stalinisti assolvono Lavrenti Beria dall’accusa di aver partecipato in alcun modo alla morte d Stalin. In effetti, a causa della sua conoscenza delle imprese di Stalin, i cospiratori dovettero liquidare anche Beria. Zhukov presiedette il tribunale che condannò a morte Beria.

I nemici di Stalin nel partito

Nel suo libro “L’assassinio di Stalin e di Beria”, l’autore Mukhin rende ben chiaro che molto tempo prima della sua morte, Stalin aveva tentato di rimuovere dal potere alcuni dei membri anziani dell’èlite del partito (2).

Il primo tentativo di Stalin di mettere fine alle repressioni provocate dai leaders del partito ebbe luogo nel 1937. Dopo avere assunto il potere assoluto nell’unione sovietica Stalin naturalmente voleva che i dirigenti del partito fossero fedeli soltanto a lui e non al suo predecessore. Come il presidente Eisenhower aveva messo in guardia sul pericolo che un complesso militar-industriale assumesse eccessivo potere negli Stati Uniti, Stalin temeva che un partito industriale-militare minacciasse di usurpare tutto il potere nell’Unione sovietica e quindi prese le misure per scongiurare questa evenienza.

Per raggiungere questo scopo, Stalin tentò di avvicendare l’élite includendo uomini giovani, in gran parte russi, nelle posizioni più eminenti (3). Dopo la Seconda guerra mondiale, Stalin fece un’altra mossa più drastica per ridurre il loro potere tentando di separare il partito dal governo. Consci che i residui giorni di potere stavano per finire, alti membri del partito cospirarono, probabilmente con i servizi segreti occidentali, per uccidere Stalin.

Secondo gli autori Martirosyan e Mukhin, gli interessi dei dirigenti dissidenti e capi militari nell’Unione sovietica coincidevano con quelli del complesso antisovietico statunitense militare-industriale nel desiderare la estromissione di Stalin dal potere – ciascun gruppo per proprio conto. Il Nuovo Testamento dice che il desiderio del denaro è la radice di ogni sorta di malvagità (Timoteo 6:10) (4).

In questo contesto, la guerra di Stalin contro dirigenti fossilizzati inadatti a governare si manifesta nelle misure estreme contro la gerarchia del partito. Quando si resero conto che Stalin minacciava di rimuoverli dal potere, decisero di ucciderlo. Immediatamente dopo la guerra, Stalin lanciò un’indagine per determinare la ragione delle tragiche perdite nel 22 giugno 1941 e nei mesi seguenti, nonostante il fatto che il Vozhd e i suoi capi militari sapevano che un attacco era imminente. L’indagine preoccupò così tanto il generale Zhukov, sostiene Martyrosian, che si unì con Krusciov (che dal suo canto temeva le intenzioni di Stalin), nel rovesciare il governo il 26 giugno 1953. Nel 1989 il rinnovato “Giornale di Storia Militare” pubblicò alcuni dei risultati dell’indagine di Stalin che dimostravano che l’apparato militare il 18-19 giugno 1941 non aveva cognizione di un attacco imminente.

Così schiaccianti erano i risultati dell’indagine di Stalin sulla competenza dei funzionari militari e dei servizi segreti in generale che il Giornale non pubblicò ulteriori scoperte. Soltanto Beria, il più stretto collaboratore di Stalin, aveva completa conoscenza delle indagini. Comprensibilmente, i capi militari responsabili del disastro avrebbero preferito ridurre al silenzio anche lui.

Beria sospettava di Krusciov e di Semyon Ignatief, l’ex capo del MGB (Ministero della sicurezza di Stato), di essere stati i caporioni del complotto per uccidere Stalin. Ignatjef capeggiò l’MGB dal 1951 al 1953, durante il periodo cruciale prima della morte di Stalin. Ignatjef aveva rimpiazzato Viktor Abakumov, un giovane russo nominato da Stalin ed un protetto di Beria, che fu arrestato nell’agosto del 1951. Poco dopo la morte di Stalin il 5 marzo 1953, Beria, che aveva rapidamente assunto il controllo dei servizi segreti, liberò Abakumov. Ma quando il 25 giugno 1953 Beria chiese l’approvazione del Comitato Centrale e del Politbureau di arrestare Ignatjev, il consenso gli venne rifiutato ed egli venne arrestato.

Sei mesi più tardi, il 23 dicembre, Beria fu condannato a morte. La fazione Krusciov-Zhukov aveva ora conquistato il potere. Così, entrambi Beria ed Abakunov furono giustiziati nel 1953. Ignatievf, comunque, forse come premio per avere partecipato al colpo di Stato, visse pacificamente fino alla morte nel 1983. Fu l’unico capo della polizia segreta, fino a quel momento, a morire secondo natura. E se Stalin, come sostenevano Krusciov e Ignatiev, fosse deceduto di morte naturale, sarebbe stato il primo massimo funzionario sovietico a morire di morte naturale. (Naturalmente, sottraendogli l’aiuto di farmaci dopo l’infarto che avrebbero evitato l’emorragia fino alla morte, ciò sarebbe stato scambiato come morte naturale).

I nemici di Stalin in Occidente

L’autore Martirosyan fa una lista di regioni economiche e finanziarie perché le potenze occidentali desiderassero Stalin defunto.

Per esempio, quando terminò la Seconda guerra mondiale e l’Occidente calcolò i vantaggi geopolitici che Stalin ed il comunismo avevano ottenuto nei primi sette anni della guerra fredda, e cioè spostare in avanti i confini dell’impero sovietico profondamente nell’Europa centrale nell’Asia, la presa della Cecoslovacchia, il passaggio della Cina al comunismo, il sostegno al Nord Corea durante la guerra contro gli Stati Uniti, e forse la cosa più importante, lo sviluppo della fissione nucleare (sotto la supervisione di Beria), l’Occidente finalmente si rese conto di aver aiutato a creare una minaccia molto più grande alla sua sicurezza di quanto fosse stata la Germania nella sua immaginazione e propaganda. Stalin era adesso un mortale nemico. In effetti, lo slancio che aveva impresso nel dopoguerra e fino alla morte, fu portato avanti fino al 1950 quando i sovietici irruppero nella corsa allo spazio. Inoltre, gli Stati Uniti non erano ancora riusciti a superare la Grande Depressione, e la domanda se si potesse ancora stabilire un’economia di pace attendeva ancora una risposta.

L’Occidente, ed in particolare gli Stati Uniti, sostengono gli autori, avevano un’altra ragione, ancora più vitale, per desiderare di vedere un cambiamento nella guida suprema a Mosca. Il 1° marzo 1950, asserisce Martirosyan, il governo dell’Urss pubblicò il seguente decreto sulla stampa sovietica:

“La continua rivalutazione delle valute internazionali dei Paesi dell’Occidente ha già portato alla svalutazione delle valute europee. Rappresentanti responsabili del governo degli Stati Uniti hanno ripetutamente detto che l’incessante aumento dei prezzi di articoli di consumo di massa e la continua inflazione che ne consegue, ha già prodotto un sostanziale declino del potere di acquisto del dollaro. In conseguenza diretta di questa situazione, il potere di acquisto del rublo è divenuto maggiore del suo valore di cambio ufficiale. Il governo dell’Urss riconosce pertanto la necessità di aumentare il cambio ufficiale del rublo e di sostituire la pratica di fissare il tasso di cambio sul dollaro, stabilito nel giugno 1937 ad un gold standard più stabile, basato sul contenuto in oro del rublo.

Il Consiglio dei Ministri dell’Urss pertanto decreta:

1. A far data dal 1 marzo 1950 stabilisce la fine dal rapporto di cambio del rublo in relazione alle valute straniere basate sul dollaro sostituendolo con un gold standard basato sul contenuto in oro del rublo.

2. Fissa il contenuto in oro del rublo a 0,222168 di grammo di oro fino.

3. Determina dal 1° marzo 1950 il prezzo di acquisto Gosbank dell’oro a 4 rubi e 45 kopeki per un grammo di oro fino.

4. Dal 1° marzo 1950 stabilisce il tasso relativo alle valute straniere sulla base del contenuto in oro del rublo come dal paragrafo 2 a 4 rubli ed 84 kopeki. Evidentemente giubilante per lo sconfinamento di campo del suo idolo Josef Stalin – l’America “sancta sanctorum” – la base sulla quale vive la sua esistenza parassitica – l’onnipotente dollaro! Non solo Stalin rifiutò di usare il dollaro nel commercio crescente dell’Unione sovietica, ma diede inoltre un alt! alla valutazione delle merci in dollari. Si può immaginare quanto Stalin fu odiato negli Stati Uniti e in Inghilterra. In realtà ciò che fece fu minare il sistema di valutazione in oro che era stato stabilito dopo la guerra basato su 34,5 dollari per un’oncia di oro. Con questo sistema gli americani inondarono con un torrente di carta verde l’economia mondiale.

In un articolo a parte Martirosyan, a proposito dell’importanza dell’oro, racconta la storia di come e perché Charles De Gaulle, Presidente della Francia, cadde in disgrazia con inglesi e americani nei turbolenti anni ’60. Poco dopo essere stato eletto presidente, De Gaulle, nel suo desiderio di mantenere l’indipendenza della Francia, cambiò bruscamente tutte le riserve di dollari in oro. Ciò che accadde fu che il ministro francese delle finanze aveva spiegato al Presidente in modo semplice il vero valore del dollaro come mezzo di scambio. Il ministro disse al Presidente: “Immagini, se può, Presidente, un’asta in cui un dipinto di Raffaello venga offerto a Fritz, un tedesco, Abdullah, un arabo, a Ivan, un russo, a John, un americano. Ciascuno di essi avanza la sua proposta ed offre di pagare il quadro con il bene più pregiato del suo paese: un arabo con il petrolio, un tedesco con la tecnologia, Ivan con l’oro, ma l’americano, sorridente, offre il doppio degli altri e vince l’asta. Prende un pacchetto di banconote da cento dollari dal portafoglio, paga e se ne va con il quadro”.

Quando De Gaulle chiese dov’era il trucco, il ministro spiegò: “Secondo tutte le apparenze, l’americano vinse la gara per il quadro per 10.000 dollari, ma in realtà lo pagò tre dollari, perché il valore reale di ciascuna banconota da 100 dollari era solo di tre dollari l’una. Quindi, poiché il dollaro è stato dichiarato il mezzo di pagamento universale, tutti i tesori del mondo – petrolio, oro, tecnologia – possono essere scambiati con la carta verde”.

Perfino prima che la guerra mondiale finisse, nel luglio 1944, le Nazioni unite, sostenute principalmente dagli americani, convocarono la conferenza di Bretton Woods allo scopo di stabilire un nuovo ordine di pagamenti nel mondo del dopoguerra designando il dollaro statunitense come valuta di riserva mondiale. Precedentemente era stata la sterlina inglese a sostenere questo ruolo. Malgrado Stalin rifiutasse di inviare un rappresentante ufficiale alla conferenza, fu tenuto perfettamente al corrente circa piani e procedure, perché il gentiluomo che rappresentava gli Stati Uniti, il “Senior U.S. Treasury official”, Harry Dexter White, era un agente sovietico. Fu reso perfettamente chiaro a Stalin che le riserve in oro erano essenziali per le operazioni future del sistema monetario proposto. Egli apprese anche che la progettata Banca Mondiale ed il Fondo Monetario Internazionale erano inizialmente pianificati su “oro senza padrone”, cioè oro “nazista”, oro ebraico, oro zarista et similia. Naturalmente, nel mezzo e dopo il caos militare e politico della Seconda Guerra Mondiale, che comportava furti, confische, saccheggi e “liberazioni”, la proprietà era difficile da accertare.

Si ricorderà che nel periodo interlocutorio dopo la Prima Guerra Mondiale, gli alleati vittoriosi domandarono oltre 200 miliardi di Marchi-oro tedeschi come riparazione di guerra alla sconfitta Germania, fino a quando la Germania nazionalsocialista ricorse al sistema del baratto nel commercio internazionale per evitare di essere imprigionata nel sistema monetario allora esistente.

Stalin fu lesto nel valutare lo status dell’oro russo accumulato sotto gli Zar così come l’oro ed i gioielli posseduti dalla famiglia reale zarista. Nel 1946, al tempo in cui circolava la voce che la principessa Anastasia era miracolosamente sfuggita al massacro di Yekaterinenburg, probabilmente come strattagemma per stabilirne la proprietà, Stalin organizzò l’Operazione Krest (croce) e l’operazione Mogila (tomba) sotto la direzione di Molotov per determinare il valore dei beni della famiglia dello Zar. Oltre alle ricerche d’archivio, i sovietici fecero indagini nel luogo di sepoltura della famiglia assassinata.

Secondo Martirosyan, su informazione del ministro Witte, lo Zar aveva inviato diverse spedizioni di oro russo negli Sati Uniti; in seguito lo Zar inviò i gioielli personali ed il tesoro alla famiglia reale inglese per la loro custodia.

Purtroppo, quando i sovietici avevano in prigionia lo Zar e la sua famiglia, gli inglesi fecero poco o niente per aiutarli per timore che la famiglia reale britannica ne fosse minacciata (vedi inoltre il libro di Martirosyan “Who brought the War to the USSR? Mosca, 2007).

Martirosyan cita la comprensibile riluttanza degli illeciti possessori dell’oro e degli inestimabili gioielli, specialmente dopo che si era saputo delle operazioni “Krest” e “Mogila“, di restituirli ai loro legittimi proprietari come un’ulteriore ragione per volere morto Stalin.

Un precedente lavoro investigativo condotto da Aleksei Chichkin (“A forgotten Idea With no Statute or Limitations”) citato da Martirosyan, indica che nell’aprile 1952 l’URSS convocò una conferenza economica internazionale a Mosca, nella quale Stalin propose la creazione del suo proprio “Mercato Comune” transcontinentale fuori dalla zona del dollaro nel quale un paniere di valute guidate dal rublo sostenuto dall’oro sarebbe stato il fondamento della valuta di scambio al di fuori dalla zona del dollaro. I Paesi dell’Europa orientale, Cina, Iran, Islanda, Irlanda e diversi Paesi del Sudamerica parteciparono alla conferenza. Comunque, meno di un anno dopo Stalin sarebbe morto.

Conclusione

Martirosyan e Mukhin sono entrambi convinti che Stalin sia stato ucciso da uno dei suoi più vicini collaboratori, ma certamente non Beria, agendo insieme ai servizi segreti occidentali. Se un veleno o un anticoagulante somministrato segretamente a Stalin non sappiamo, ma il semplice fatto che il pronto soccorso fu ritardato o non prestato al sofferente dittatore convinse gli autori che Stalin stava morendo. Sulla base del cui prodest (la morte del dittatore), Martirosyan addita Kruscev e Zhukov. Martirosyan inoltre sospetta che i servizi segreti occidentali fossero convolti. Si crede che trotzkisti che vivevano nell’Urss o all’occidente, suoi acerrimi nemici, abbiano aiutato gli esecutori.

Krusciov assunse il potere nel 1955. Riabilitò Zhukov; denunciò Stalin ed i suoi crimini nel 1956 al 20° Congresso del Partito; fu ospite d’onore negli Stati Uniti nel 1959; autorizzò l’installazione di missili nucleari a Cuba nel 1961; fu rimosso dal potere e si ritirò nel 1964. Quando morì l’11 settembre 1971 gli fu negato il funerale di Stato e l’inumazione nel Cremlino con uomini di valore comunisti come Stalin, Chernenko, Andropov, Brezhnef, Dzherzinsky ed altri.

Immediatamente dopo la morte di Stalin Zhukov ritornò a Mosca per la condanna e l’esecuzione di Beria; ordinò un test nucleare su soldati sovietici non protetti nel 1954; sostenne forti azioni repressive per schiacciare la rivoluzione ungherese nel 1956; in associazione con Krusciov nel 1957 contro il cosiddetto “Gruppo antipartito” guidato da Molotv; sostenne l’avventura sovietica cubana. Adesso è celebrato in America da molti storici dell’establishment come grande stratega.

Poscritto
Reuter, 1° agosto 2011: il Primo Ministro russo Vladimir Putin ha oggi accusato gli Stati Uniti di vivere al di là dei propri mezzi “come parassiti”. La sua dichiarazione fa eco con Stalin, Martirosyan, Mukhin ed una pletora di economisti mondiali. Parafrasando Putin:

“Essi (gli americani) vivono al di là dei propri mezzi addossando parte del peso dei loro problemi sull’economia mondiale. Essi vivono come parassiti sull’ economia globale e sul monopolio del dollaro. In America c’è una disfunzione sistemica, essa colpirà tutti. Paesi come la Russia e la Cina posseggono gran parte delle loro riserve di obbligazioni. Ci dovrebbero essere altre valute di riserva.

Come dice il proverbio: più le cose cambiano, più restano le stesse.

Note finali:

1. Arsen Martirosyan.

http://www.delostalina.ru/?p=498#_ftn1 2. Yuri Mukhin, “Ubiystvo Stalina I Berii”, Mosca, 2007

3. Nel 19° Congresso del Partito comunista, nel1952, Stalin introdusse una nuova Carta per il Partito comunista nella quale gran parte del potere era concentrata nel Bureau del Praesidum composto da Stalin, Beria, Krusciov, Ignatjef ed altri tre. Voroshilov, Kaganovic, Molotov e Mikoyan erano già stati privati di gran parte dei poteri.

4. Nei secoli susseguenti man mano che si sviluppavano sétte protestanti, l’accumulazione della ricchezza si percepì piuttosto come dono di Dio sulla. Fu generalmente accettato che i possessori di alti uffici nella società ed i militari godevano del favore di Dio nella forma tangibile di ricchezza e privilegi. Inoltre, certi requisiti e privilegi di alti uffici furono accettati come diritti

Note sull’Autore:

Daniel W. Michaels è stato per oltre 40 anni traduttore di tedesco e russo per il Dipartimento della Difesa statunitense, gli ultimi venti anni dei quali al servizio segreto della Marina. Inoltre, egli ha contribuito con articoli storici e geografici.

Tratto da Barnesreview.com

Traduzione di Alfio Faro

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In Iraq il conflitto è «surrogato»

di: Manlio Dinucci

Le nostre truppe sono uscite dall’Iraq «a testa alta», ha annunciato il comandante in capo Barack Obama. Gli Usa hanno di che essere fieri. Lasciano un paese invaso nel 2003 con la motivazione che possedeva armi di distruzione di massa, rivelatasi infondata. Messo a ferro e fuoco da oltre un milione e mezzo di soldati, che il Pentagono vi ha dislocato a rotazione insieme a centinaia di migliaia di contractor militari, usando ogni mezzo per schiacciare la resistenza: dalle bombe al fosforo contro la popolazione di Falluja alle torture nella prigione di Abu Ghraib. Provocando circa un milione di vittime civili, aggiuntesi a quelle della prima guerra contro l’Iraq e dell’embargo. Costringendo oltre 2 milioni di iracheni ad abbandonare le proprie case e altrettanti a rifugiarsi in Siria e Giordania. Lasciando un paese disastrato, con una disoccupazione a oltre il 50%, la metà dei medici che aveva prima dell’invasione, un terzo dei bambini affetti da malnutrizione, cui si aggiungono quelli con malformazioni genetiche dovute alle armi del Pentagono. Una guerra che gli Usa hanno pagato con 4.500 morti e oltre 30mila feriti tra i militari, il 30% dei quali è tornato a casa con gravi problemi psichici. Costata 1.000 miliardi di dollari, cui si aggiungeranno circa 4mila miliardi di spese indirette, come quelle per l’assistenza ai veterani. Ne è valsa però la pena: d’ora in poi «il futuro dell’Iraq sarà nelle mani del suo popolo», assicura il presidente Obama. Si è guadagnato così il Premio Nobel per la pace? C’è da dubitarne, leggendo il manuale dello U.S. Army su «La guerra surrogata per il XXI secolo»: una guerra condotta sostituendo alle forze armate tradizionali, che intervengono apertamente, forze speciali e servizi segreti che agiscono nell’ombra, con il sostegno di forze alleate di fatto sotto comando Usa. Lo confermano vari fatti. Il personale dell’ambasciata Usa a Baghdad, la più grande del mondo, passerà da 8mila a 16mila. Sarà potenziato il suo «Ufficio di cooperazione alla sicurezza», che addestra e arma le forze irachene. Dal 2005, il governo iracheno ha acquistato armamenti Usa per 5 miliardi di dollari e, secondo il programma, ne comprerà altri per 26 miliardi. Tra questi, 36 caccia F-16 con relativi armamenti (che potrebbero salire a 96), i cui piloti saranno addestrati negli Usa e le cui basi saranno di fatto sotto il controllo del Pentagono. Unità della Cia e delle forze speciali Usa continuano ad addestrare (e di fatto a dirigere) le «forze di sicurezza» che, per ordine del primo ministro Nouri al-Maliki, hanno già arrestato centinaia di ex baathisti con l’accusa, basata su «prove» fornite dal Cnt libico, di aver preparato un colpo di stato con l’appoggio di Gheddafi. Allo stesso tempo Washington lega a sé il governo regionale curdo di Masoud Barzani, con il quale la ExxonMobil ha concluso un grosso contratto per lo sfruttamento petrolifero, scavalcando il governo di Baghdad. Nel Kurdistan iracheno operano dal 2003 forze speciali Usa, agli ordini del generale Charles Cleveland. Lo stesso che – rivela il giornale egiziano «al-Arabi» – addestra e dirige oggi in Turchia i commandos dell’«esercito libero siriano» per la «guerra surrogata» alla Siria.

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La sovranità passa anche per i social network

di: Matteo Guinness

Da quando l’Onu ha perso definitivamente significato e capacità di azione (se l’abbia mai avute è un discorso che ci porterebbe troppo lontano), ossia -per indicare un evento simbolico- dalla guerra in Jugoslavia lasciata in gestione alla NATO, si è cominciato ad affermare che la “mission” delle Nazioni Unite sarebbe la “tutela dei diritti umani”.

Oggi che l’Onu è totalmente bloccata, il Segretario generale Ban Ki-Moon, celebrando per l’appunto i diritti umani, si sente in dovere di decantare l’importanza dei social network nella loro diffusione globale. Sull’universalità, il significato, l’opportunità di diritti umani (quindi personali e globalizzati) lasciamo all’ampia letteratura in materia.

Quello che ci preme sottolineare brevemente, soprattutto in questi giorni in cui i nostri servili media ci parlano di rivolte in Russia orchestrate tramite internet, è l’utilizzo politico proprio di internet e social network vari. Il centro del sistema in cui viviamo, e del quale siamo abituati a subire la propaganda, sono gli Stati Uniti che controllano gran parte della produzione televisiva, cinematografica mondiale. Come ben sappiamo tutti le produzioni di marca “occidentale” sorpassano di gran lunga qualunque altra e si diffondono ovunque trasportando in questo modo la cultura, gli interessi (anche strategici) di Washington. Per questioni tecniche è però sino ad oggi risultato difficile alla rete informativa “atlantica” penetrare in Stati lontani, ma ora attraverso il monopolio dei servizi internet si sono aperte nuove possibilità. Inutile parlare della democraticità della rete, perché quello che conta sono i servizi usati da tutti e in maniera massiccia, e che sono controllati e quindi usati a piacimento per diffondere/censurare notizie e idee proprio dalla base nordamericana. Un motore di ricerca come Google per esempio, può nascondere qualsiasi cosa voglia dando comunque una parvenza di democraticità, che invece è del tutto assente essendo Google legato a doppio filo alle istituzioni statunitensi.

In questo modo “l’impero della mente” Usa riesce a penetrare capillarmente in ogni luogo coperto dalla rete globale e riesce quindi a diffondere i propri interessi. La sovranità passa anche per il controllo e la costruzione di alternative nel campo virtuale (specchio fedele dei rapporti di forza internazionali), così da non dover essere schiacciati culturalmente ed economicamente dall’ingombrante superpotenza globale.

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Tratta ferroviaria Roma-Napoli: un esempio di involuzione della civiltà

di: Matteo Guinness

Le condizioni precarie delle ex ferrovie dello stato

Viviamo in tempi di crisi, ma di crisi vera, sistemica, che non dipende esclusivamente da speculazione e spread. Sono ormai decenni che vediamo un deterioramento continuo e implacabile di tutto ciò che ci circonda, e siamo costretti a subire l’incompetenza (quando va bene) e la volontà di distruzione della comunità in cui viviamo da parte dei cosiddetti “politici” e “amministratori”. In realtà la Politica in Europa non c’è più, siamo una colonia gestita da Washington, per gli interessi atlantici e con le ideologie atlantiche, e l’amministrazione non è mai stata così carente, visto che lo Stato è stato messo da parte, infiltrato com’è da interessi privati e clientele (che sono la vera ragion d’essere dei partiti che conosciamo).

Invece di formare una vera classe dirigente sovrana e mettere di nuovo nelle mani dello Stato la gestione di tutto, così da creare servizi utili e migliorare la vita degli italiani, seguendo gli ordini che provengono da lontano, da noi si taglia ciò che è rimasto e si continua ad auspicare continue liberalizzazioni. E’ diventato quasi inutile fare discorsi di principio e generali, è più interessante citare casi concreti per capire il livello dell’involuzione in atto.

Per quanto riguarda i trasporti ferroviari ad esempio, dagli anni novanta (quando sono cominciate le liberalizzazioni) ad oggi abbiamo potuto vedere un incremento consistente dei prezzi: tra il 2000 e il 2011 sono aumentati del 53,2%, contro un rincaro del costo della vita pari al 27,1%. Questa è la conferma di come “liberalizzare” sia semplicemente fare gli interessi di grandi gruppi privati e dei gestori della globalizzazione planetaria (Usa) che in questo modo riescono a sfruttare le colonie al margine del proprio sistema egemonico (il caso Fiat, con Marchionne oggi omaggiato negli Stati Uniti parla da solo). Le vittime di tale sistema sono ovviamente i cittadini sovrani (così li definisce la buffa Costituzione che ci hanno scritto nel 1946) e, per evidenziare un caso concreto, lo sono i pendolari sulla tratta ferroviaria Roma-Napoli. Oltre ad aver subito un incremento costante dei prezzi, ripetutamente devono convivere con treni fatiscenti, spesso guasti e di certo inadeguati al prezzo e al servizio offerto. Ogni domenica, sempre per approfondire l’esempio, cosa necessaria per non cadere nella solita retorica, chi volesse raggiungere Roma da Napoli e dalle successive fermate, dovrebbe armarsi di coraggio, zuccheri, liquidi di scorta per dissetarsi, e dovrebbe anche rivolgersi alla dea bendata pur di riuscire ad arrivare nella capitale, e nel caso arrivarci in vita.

I treni stracolmi (probabilmente i famosi treni piombati che portavano in Germania o Siberia in confronto erano lussuosi), spesso non consentono nemmeno la salita dei passeggeri che sono costretti a perdere treni a raffica rimanendo ore ed ore bloccati nelle stazioni; quando si riesce a trovare un pertugio si è chiusi in spazi di 5 metri quadrati con altre 30 persone, valigioni compresi.

Questo è solo un aspetto del livello di vivibilità in Italia oggi, si potrebbe citare l’esempio della sanità pubblica che in alcune zone è totalmente finta (dentisti, oculisti senza strumenti da usare per dirne due), ma ognuno di noi ha sicuramente esperienza di tutto questo. L’importante è capire che da questo degrado si potrebbe uscire, non siamo costretti a subire sempre maggiori privazioni. Il segreto è gettare dalla nave gli appestati, i bocconiani, i liberali, tutti coloro che hanno svenduto l’Italia a Stati Uniti e speculatori: continuare a subire e accontentarsi di questi loschi figuri significa rinunciare ad una via dignitosa.

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Le smart bombs di Wall Street

di: Manlio Dinucci

Ci sono vari tipi di smart bombs, «bombe intelligenti», usate da quello che Les Leopold definisce efficacemente il «governo segreto di Wall Street», la potente oligarchia finanziaria che controlla lo stato (http://www.voltairenet.org/Wall-Street-secret-government). Le prime sono quelle propagandistiche che colpiscono il cervello, annebbiando gli occhi e facendo vedere cose inesistenti.

Sono oggi massicciamente impiegate per mistificare la realtà della crisi, per convincerci che essa è provocata dal debito pubblico e che, per salvarci, dobbiamo fare duri sacrifici tagliando le spese sociali. Il debito pubblico è però conseguenza, non causa della crisi. Essa è dovuta al funzionamento stesso del mercato finanziario, dominato da potenti banche e gruppi multinazionali. Basti pensare che il valore delle azioni quotate a Wall Street, e nelle Borse europee e giapponesi, supera quello di tutti i beni e servizi prodotti annualmente nel mondo. Le operazioni speculative, effettuate con enormi capitali, creano un artificioso aumento dei prezzi delle azioni e di altri titoli, che non corrisponde a una effettiva crescita dell’economia reale: una «bolla speculativa» che prima o poi esplode, provocando una crisi finanziaria. A questo punto intervengono gli stati con operazioni di «salvataggio», riversando denaro pubblico (e quindi accrescendo il debito) nelle casse delle grandi banche e dei gruppi finanziari privati che hanno provocato la crisi. Solo negli Stati uniti, l’ultimo «salvataggio» ammonta a oltre 7mila miliardi di dollari, dieci volte più di quanto ufficialmente dichiarato. Come ciò possa avvenire lo spiega il fatto che i candidati presidenziali sono finanziati, attraverso «donazioni» e in altri modi, dalle grandi banche, tra cui la Goldman Sachs, e che l’amministrazione Obama, appena entrata in carica, ha nominato in posti chiave loro persone di fiducia, facenti parte della Commissione Trilaterale. La stessa in cui Mario Monti, consulente internazionale della Goldman Sachs e ora capo del governo italiano, riveste il ruolo di presidente del gruppo europeo. Non c’è quindi da stupirsi se il governo segreto di Wall Street impiega, in funzione dei suoi interessi, anche «bombe intelligenti» reali. Non a caso le ultime guerre, effettuate dagli Stati uniti e dalla Nato, hanno «intelligentemente» colpito stati situati nelle aree ricche di petrolio (Iraq e Libia) o con una importante posizione regionale (Jugoslavia e Afghanistan). Stati come l’Iraq di Saddam Hussein, che minacciava di sganciarsi dal dollaro vendendo petrolio in euro e altre valute, o come la Libia di Gheddafi, che programmava di creare il dinaro d’oro quale concorrente del dollaro e promoveva organismi finanziari autonomi dell’Unione africana, il cui sviluppo avrebbe ridotto l’influenza della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale. Per analoghe ragioni si prendono ora di mira Siria e Iran. Crisi e guerra sono due facce della stessa medaglia. Anche perché la guerra fa crescere la spesa militare che, appesantendo il debito pubblico, impone ulteriori sacrifici.

L’Italia, stima il Sipri, è arrivata a una spesa militare annua di 28 miliardi di euro, all’incirca il costo della manovra. Ma non se ne parla. Le bombe di Wall Street sono davvero intelligenti.

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42 anni fa la madre di tutte le stragi (di Stato)

Articolo inviato al blog

di: Salvatore Santoru

Milano.12 dicembre 1969.Ore 16:37:nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura,in piazza Fontana, esplode una bomba provocando 17 morti e 88 feriti.Inizia ufficialmente ,in Italia, quel periodo storico noto come strategia della tensione ,che avrà la sua tragica conclusione con un’altra strage,il 2 agosto 1980 a Bologna.

Le origini della strategia della tensione

Portella della Ginestra.1 maggio 1947:2000 lavoratori(sopratutto contadini)si riuniscono nella vallata per festeggiare la  vittoria del Blocco del Popolo nelle elezioni regionali e per manifestare contro il latifondismo.Dalle vicine colline partono numerose raffiche di mitra.11 persone(tra cui due bambini)perdono la vita.Dietro la strage eseguita dagli uomini del “bandito” Salvatore Giuliano  oscuri interessi e connivenze tra latifondisti,mafia,ex combattenti della X Flottiglia Mas del “principe nero” Junio Valerio Borghese (oscuro personaggio coinvolto in numerosi altri episodi della strategia della tensione,come il tentato golpe del 1970)e servizi segreti statunitensi.Questa strage è considerata come “l’infanzia di tutte le stragi” che avveleneranno l’Italia della Prima Repubblica sino  alla strage del Rapido 904 nel 1984(senza contare   la nuova strategia della tensione del 92-93).La strage di Portella della Ginestra deve essere inquadrata nel mutato panorama politico della guerra fredda.Il mondo era stato diviso in due blocchi:il primo statunitense,occidentale e capitalista,il secondo russo/sovietico,orientale e basato sul socialismo reale.L’Italia aveva una grossa importanza strategica per entrambi i blocchi.Assegnata,dopo la fine della guerra al blocco atantico ,in essa era presente una forte componente di sinistra,molto radicata tra la popolazione e vista molto negativamente dai nuovi padroni atlantici,che potevano contare sull’appoggio di una buona parte dei poteri forti italiani(Vaticano,industriali,mafia,massoneria più o meno deviata ecc).Si avvicinavano le elezioni e gli strateghi atlantisti pensarono che bisognava fare presto,molto presto.Iniziò un’escalation di violenza e di terrore:omicidi di sindacalisti,stragi, ad Alia nel 1946 e aMessina nel 1947 ed infine Portella della Ginestra,vero e proprio atto di guerra “a bassa intensità”,strage tanto tragica quanto ricca di significato simbolico,in quanto il giorno in cui avvene quei lavoratori,quei contadini tornavano a festeggiare nuovamente il 1 maggio(la festa dei lavoratori durante il fascismo era stata spostata al 21 aprile).

Prima di Piazza Fontana:network paramilitare e paragolpismo  by NATO

1949.Nasce la NATO,l’organizzazione atlantista creata in teoria per contrastare l’influenza comunista in Occidente,e ancora attiva dopo la caduta dell’Urss e la fine del Patto di Varsavia nel 1991.Sempre nel 1949 nasce la struttura paramilitare multinazionale Stay Behind (stare dietro),la cui sezione italiana era nota come Gladio.1961:nasce l’Oas (Organisation armèe secrète)organizzazione francese paramilitare di stampo colonialista composta perlopiù da veterani della guerra in Indocina e dai nostalgici dell”Algeria francese”.Ex militari dell’Oas dal Portogallo di Salazar(dove si erano rifugiati dopo l’accordo di cessate il fuoco tra il nascente governo algerino e Susini,tra i fondatori dell’Oas)fondarono l’Aginter Press,un’altra organizzazione paramilitare che sarà coinvolta in molti episodi della strategia della tensione,sia a livello europeo e italiano(anche nella stessa Piazza Fontana)e nel reclutamento e organizzazione dei gruppi dell’estrema destra eversiva europei.Torniamo all’Italia.Negli ambienti militari la democrazia non è mai stata vista di buon occhio,e tantomeno in quegli anni ,con la sinistra che guadagnava sempre più posizioni a scapito dei “fronti della Reazione”.Che fare?si chiesero i vertici militari.La risposta fu:trasformare in modo autoritario lo Stato e la società.Ovvero:tentare il colpo di Stato.Sin dal dopoguerra i servizi segreti italiani(al tempo SIFAR)e anche gli altri apparati militari erano in contatto,e in molti casi prendevano ordini da quelli statunitensi(la CIA).I vertici atlantisti temevano l’avanzata della sinistra e del socialismo in paesi “caldi” come l’Italia o la Grecia e dunque decisero di mettere mano al portafoglio,e se necessario alle armi.In Italia nel 1964 ci fu il tentativo di golpe da parte di Giovanni De Lorenzo(Piano Solo)fallito,in Grecia nel 1967 i Colonelli presero il potere grazie al sostegno atlantista.Per la verità,molti esponenti dell’elitè atlantista pensavano a una soluzione greca anche per l’Italia,ma alla fine si optò per il terrorismo bombarolo.3 maggio 1965:Roma,hotel Parco dei Principi,l’istituto Alberto Pollio per gli Affari Strategici organizza un convegno sulla “guerra rivoluzionaria” .Ospiti del convegno: esponenti della destra estrema  italiana,come Mario Merlino e Stefano Della Chiaie,esponenti dei servizi segreti come Guido Gianettini(attivo anche nell’Oas e molto vicino alla Nato) Adriano Braschi,giornalisti e diplomatici accumunati dall’anticomunismo.

Piazza Fontana:chi è Stato?

Le prime indagini sulla strage di Milano sono segnate dal depistaggio.Si crea un capro espiatorio perfetto per l’occasione:gli anarchici.L’obiettivo dei mandanti della strage è chiaro:volendo essi trasformare la società in senso autoritario e controrivoluzionario,quale miglior nemico se non chi vorebbe trasformare la società in senso antiautoritario e rivoluzionario?In questo modo,la gente chiederà più “sicurezza” e maggior controllo sociale e quindi maggior repressione contro i “nemici dello Stato”.Orbo ab chao:ordine dal caos,la solita strategia del Potere.Al giorno d’oggi la verità è chiaramente emersa,anche se non è stato detto ancora tutto e ci sono parecchi dubbi.Comunque,i mandanti vanno ricercati nei posti di comando dell’apparato militare atlantista,dunque dai servizi segreti statunitensi ai vertici delle organizzazioni paramilitari e paragolpiste .Gli esecutori,come è stato più volte affermato,erano appartenenti  alla cellula veneta del movimento  eversivo di estrema destra Ordine Nuovo e collegati al network dell’Aginter Press e quindi alla manovalanza  eversiva atlantista  europea e internazionale.Ma intanto,la strage di Piazza Fontana,così come tantissimi altri episodi della strategia della tensione,rimane ancora amaramente senza giustizia.

Ebook – Il digrignatore

Articolo inviato al blog
di: Il digrignatorehttp://ildigrignatore.altervista.org
Cari amici,
Vi invito alla lettura del romanzo Il digrignatore, l’unico romanzo italiano sulla guerra nella striscia di Gaza.Lo potete scaricare gratuitamente nel formato che preferite dal sito http://ildigrignatore.altervista.org

Il romanzo, 123 pp., potrebbe avere come sottotitolo  ”Il bruxismo e la sindrome di Gaza”, dove il primo termine è  sintomo del disagio personale e il secondo è il luogo del paradigma  dell’ingiustizia del mondo. Il protagonista soffre di bruxismo, ovverosia  digrigna inconsapevolmente i denti (patologia abbastanza frequente, ma  di causa incerta). Sindrome di Gaza è espressione coniata dalla  giornalista israeliana Amira Hass: “È Gaza il centro del mio  universo, tutti i pensieri mi riportano lì, a migliaia di chilometri  di distanza”.

Il nucleo della narrazione si svolge dal 27 dicembre 2008 al 19 gennaio  2009, il periodo dell’operazione Piombo Fuso nella striscia di Gaza.

Ad ogni giornata corrisponde un episodio.

Buona lettura!

Usa, le bugie di Obama sul traffico internazionale di cocaina

La cocaina sequestrata nel 2011 ha superato la stima della produzione mondiale fornita dal Dipartimento di Stato Usa

Nonostante Washington dica il contrario, la Colombia continua ad essere il maggior paese produttore e la stessa guardia costiera statunitense smentisce clamorosamente i dati della Casa Bianca. Le cinque domande di Narcoleaks sulle imbarazzanti contraddizioni made in Usa sul narcotraffico.

Obama, we have a problem. La cocaina sequestrata in tutto il mondo nel 2011 ha superato la stima della produzione mondiale fornita dagli Stati uniti d’America. Ad un mese dalla fine dell’anno, sono state intercettate sulle rotte mondiali oltre 734 tonnellate, ma il Dipartimento di Stato Usa afferma che al mondo se ne producono soltanto 700. Una contraddizione destinata ad ampliarsi fino alla fine dell’anno: al 31 dicembre stimiamo verranno sequestrate tra le 744-794 tonnellate di cocaina. Come dire: il contadino dice di avere dieci polli e la volpe gliene mangia 12. E tuttavia il contadino riesce a vendere comunque polli al mercato. È evidente che qualcuno sta sbagliando a fare i conti. Noi di Narcoleaks pensiamo che non si tratti soltanto di un semplice errore.

Non tornano i conti neanche con le ultime dichiarazioni ufficiali dell’Unodc (Ufficio Onu per la droga e la criminalità), delle autorità Usa e del Governo colombiano secondo cui laproduzione di cocaina in Perù avrebbe superato quella colombiana. Un’affermazione smentita dai dati sui sequestri: nel 2011, circa l’80 percento della cocaina sequestrata e di cui è stato appurato e reso noto il Paese di produzione, proviene dalla Colombia, mentre dal Perù poco più del 10 percento. I dati ufficiali sulla Colombia sono ancora più sconcertanti. L’ultima stima fornita dagli americani sulla produzione annua di cocaina in Colombia parla di 290 tonnellate. Ad oggi, però, i sequestri di cocaina colombiana effettuati da diversi paesi è pari a 351.8 tonnellate, cioè al 121.3 percento della produzione colombiana stimata dal Dipartimento di Stato Usa.

A mettere un punto sulla vicenda, ironia della sorte, è la stessa Policia Nacional de Colombia con un suo dispaccio ufficiale.

Lo scorso 14 ottobre, nel dipartimento di Meta, ha individuato un “maxi cristalizadero” con circa 6 tonnellate di cocaina, ma soprattutto con una capacità produttiva tra i 500 e gli 800 chili di cocaina al giorno, cioè tra le 182 e le 292 tonnellate di cocaina l’anno. Se prendiamo per vera la produzione annua stimata dal Dipartimento di Stato americano di 290 tonnellate, vuol dire che in Colombia esiste un solo laboratorio di cocaina. E questo è davvero ridicolo. In Colombia, annualmente vengono individuati e distrutti tra 250 e 300 cristalizaderos attivi e con capacità produttive spaventose, e sono solo una parte di quelli esistenti realmente.

Ma non è ancora finita. A colpire nel cuore le stime fornite dal Dipartimento di Stato americano, qualche giorno fa è stato il “fuoco amico”. Il primo di dicembre, un dispaccio ufficiale della U.S. Coast Guard afferma che nel 2011 le autorità statunitensi hanno accertato un traffico di cocaina verso i propri confini di 771 tonnellate, di cui più dell’85 percento trasportate via mare.  Smentendo i dati diffusi dal Dipartimento di Stato (e dalle Nazioni unite), secondo i quali il traffico verso gli Stati Uniti negli ultimi anni si sarebbe ridotto a 200 tonnellate .

Le imbarazzanti contraddizioni sono sotto gli occhi di tutti e non serve sbirciare tra i cable per vederle. Le analisi di Narcoleaks sono il frutto di un monitoraggio quotidiano compiuto da un gruppo di giornalisti e ricercatori italiani in collaborazione con l’agenzia di stampa Redattore Sociale. Oltre 100 le fonti ufficiali istituzionali e giornalistiche controllate ogni giorno dal primo gennaio scorso, più di 4.700 operazioni antidroga che hanno portato al sequestro di ingenti quantitativi di cocaina: una media di 14 importanti operazioni al giorno e di 2 tonnellate di cocaina intercettate quotidianamente in tutto il mondo. La raccolta dei dati di Narcoleaks avviene in modo minuzioso, senza tralasciare i dettagli di ogni sequestro per evitare doppie registrazioni e per cogliere le diverse dinamiche. Narcoleaks ha conteggiato unicamente i sequestri per i quali è certo l’alto grado di purezza della cocaina.

“We don’t publish secrets. We collect evidence”: non pubblichiamo segreti, ma raccogliamo prove. È questo il motto di Narcoleaks. Non commettiamo nessun tipo di infrazione, non sveliamo nessun segreto di Stato, non abbiamo mai neanche pensato di ottenere file top secret. La nostra forza è nell’evidenza e nella visione d’insieme che purtroppo manca per fenomeni come il traffico internazionale di cocaina. Troppo spesso i media internazionali si fidano ad occhi chiusi dei dati delle Istituzioni governative  senza verificare quanto propongono nei loro report annuali. E’ sgradevole, inoltre, sapere che all’interno dei grandi organismi investigativi e nelle grandi sessioni di discussione sulle politiche di contrasto al narcotraffico, ci sia una piena consapevolezza dei dati “sballati”, ma che nessuno abbia il coraggio di farli emergere. Gli interessi sono enormi, i sistemi per occultare la realtà sono sofisticati ma, le bugie hanno le gambe corte e basta un errore per mandare all’aria anche la più collaudata missione spaziale.

Detto questo, al presidente degli Stati uniti d’America Barak Obama, al Segretario di Stato Hillary Clinton, e al direttore dell’Office of National Drug Control Policy, Gil Kerlikowske,chiediamo:

1) Come è possibile che la quantità di cocaina sequestrata sia superiore a quella prodotta secondo i vostri dati ufficiali?

2) Come è possibile che il Dipartimento di Stato affermi che nel mondo si producono 700 tonnellate di cocaina, quando la U.S. Guard Coast afferma che il solo traffico di cocaina dal Sud America agli Usa è di ben 771 tonnellate?

 

3) Come è possibile che diverse autorità americane siano in netta contraddizione tra di loro?

4) Perché si continua ad affermare che la produzione di cocaina colombiana è calata quando tutti i dati disponibili dicono il contrario?

5) Alla luce di queste contraddizioni, sono giustificati i miliardi di dollari spesi per finanziare il Plan Colombia?

PeaceReporter

 

Monti e la morte della Politica

di: Matteo Guinness

Bisogna fare sacrifici, per il bene dell’Italia, dice Mario Monti. Bisogna stringere i denti e accettare il compromesso dato la situazione di emergenza, rispondono in coro i partiti politici. E si celebra così l’ennesimo funerale della Politica.

Un governo voluto dai poteri tecnocratici -che fino ad ora non hanno fatto altro che proteggere le banche multinazionali colpevoli del il crollo economico- impone al popolo italiano misure di austerità durissime. Se fino ad oggi si fosse navigato nell’oro, si fosse governato e amministrato per il benessere degli italiani, qualcuno avrebbe anche potuto accettarlo; ma come si può bere la fandonia dei sacrifici, quando i sacrifici si fanno da anni e sono stati prodotti proprio dal sistema economico che i nostri politici oggi sostengono? Vengono “vanificati i sacrifici di quattro generazioni” dice lo stesso Monti, appunto sacrifici sui sacrifici.

Che nessuno si lasci ingannare dalle lacrime di coccodrillo del boia che piange mentre uccide il condannato: il pianto della Fornero non è altro che l’ennesima burla alle spalle dei popoli europei.

Quello che più di altro infastidisce e lascia sconcertati è l’appiattimento ideale, la totale mancanza di alternativa e di critica. Specialmente le forze politiche che dovrebbero essere sociali per l’ennesima volta chiamano al compromesso al ribasso: c’è sempre, da decenni, una causa maggiore che obbliga ad accettare qualsiasi porcata da far digerire alla popolazione italiana; e non parliamo dei pochi con barche o auto blu, le misure prese per queste categorie di persone sono la più classica manovra populista e demagocica. Questa volta sono tasse da far gravare sui più poveri, come l’Ici, l’Iva, l’Irpef, e l’allungamento dell’età pensionistica per tutte le future generazioni (altro che “per i nati nel 1952”). Anche se qualcuno proverà come al solito a trovare la scusa della necessità di misure di questo tipo per avere il voto delle camere, in realtà queste misure sono scaturite da una netta visione liberista voluta dai poteri economici di carattere multinazionale che, ripetiamo, sono gli stessi che hanno prodotto l’attuale crisi economica. Come in molti hanno fatto notare, se l’euro è sotto attacco è perché la crisi prodotta dalla folle finanza targata Usa, rende necessario il salvataggio del dollaro –moneta ormai globale e virtuale- così da garantire ancora la supremazia statunitense sull’”occidente” messa in pericolo anche dalla possibilità di un euro forte. Ma guarda caso chi controlla i flussi globali ci ha imposto un governo basato sui propri principi e visioni, un governo in cui il ministro degli esteri dichiara come prima cosa che c’è bisogno di rinforzare l’alleanza con gli Stati Uniti. Segno evidente che gli interessi di italiani, europei, eurasiatici, sono del tutto esclusi: costoro si preoccupano per la sopravvivenza del dominio globale degli Usa e null’altro. Non a caso un finto movimento come quello degli “indignati”, senza progetti e senza futuro, oggi che si prendono misure letali per i cittadini è sparito dalla circolazione: il controllo dell’opinione pubblica è fondamentale per garantirsi la sopravvivenza e il dominio.

Ciò è ulteriormente confermato dalle parole di Obama, Merkel, Sarkozy che diffondono un vero e proprio terrorismo nei confronti dell’euro, portando la speculazione a livelli incredibili. I vari economisti considerano questo comportamento un semplice sbaglio, ma nella società della comunicazione, dove i politici spendono milioni di dollari per consulenti di immagine, ogni singola parola, ogni sorriso è costruito come su un set cinematografico. Se i capi di questi Paesi decidono di creare il panico nelle borse con le loro dichiarazioni, lo fanno di proposito. Perché?

Ed è per questo che dicevamo che la Politica, quella vera, ha celebrato l’ennesimo funerale: non c’è alternativa, sia nei partiti che nelle masse e i pochi che hanno da anni chiara la situazione (come modestamente gli animatori di questo giornale e altre riviste) attendono e sperano in tempi più consapevoli, dove chi ha una lettura esatta di quanto succede non debba sentirsi affibbiare epiteti ridicoli da quelle stesse persone che come sempre, accettano il peggio per poi lamentarsi della delusione avuta (ultimi esempi Obama e presto anche Monti). Serve un riscatto, un balzo di coraggio che squarci il grigio del pensiero unico di marca atlantista. Serve un’Europa Potenza, in un’Eurasia sovrana e libera dall’ingerenza Usa, perché da qui passa anche la più piccola modifica alle pensioni per i nostri concittadini.

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Sanzioni all’Iran: atto di guerra

di: Matteo Guinness

L’opinione pubblica mondiale e nazionale, soprattutto quella più falsamente “pacifista” è sempre pronta a blaterare sull’ingiustizia delle guerre, tanto da edificarci intorno vere e proprie costruzioni ideologiche; siamo abituati a cortei e soprattutto opinioni da “bar dello sport” in cui si scopre l’acqua calda scandalizzandosi della durezza dei conflitti e piangendo per le popolazioni devastate, ma sempre dalla guerra in generale e mai da precisi protagonisti mossi da strategie geopolitiche ben precise.

In questo modo le responsabilità non sono mai di nessuno, ma della “guerra” in generale così che tutto possa ricominciare da capo al successivo attacco unilaterale delle poche potenze che possono effettuarli e permetterseli (Usa, Nato, Israele).

Inoltre, nel caso queste potenze non avessero forze sufficienti per attaccare una popolazione e uno Stato non allineato ai propri interessi (gli esempi sono infiniti), si utilizza spesso un altro atto di guerra, quasi peggiore dei bombardamenti veri e propri, che colpisce tutta la popolazione interessata: parliamo delle sanzioni economiche. Sebbene queste siano accettate acriticamente da gran parte dell’opinione pubblica, hanno gli stessi effetti della guerra, sono decise unilateralmente per gli interessi della coalizione atlantica e colpiscono indiscriminatamente ogni civile presente sul territorio, non avendo nemmeno la scusa degli obiettivi militari. Potremmo considerarle simili allo spargimento di un virus letale e contagioso, una vera e propria arma biologica, inarrestabile e generale. Il caso studio più famoso, per aver prodotto una mole infinita di studi e ricerche, è quella delle sanzioni che vennero inflitte all’Iraq negli anni novanta, che produssero una vera e propria catastrofe umanitaria oltre che un ripensamento dottrinale nelle materie più disparate.

L’inesistenza di una base giuridica comune fa si che le sanzioni siano valutabili semplicemente da un punto di vista politico e morale ed essendo la superpotenza politica e morale attuale proprio la stessa che le infligge, ecco che sembra normale e giusto affamare e massacrare in questo modo intere popolazioni.

In questi giorni viene sottoposto a sanzioni l’Iran, perché vuole legittimamente sviluppare il nucleare per produrre energia, ma che, essendo un ostacolo agli Usa e Israele nel loro progetto di occupazione dell’Eurasia (partendo dal creare instabilità nel vicino e medio oriente), è continuamente minacciato di distruzione (così come la Siria) dagli alleati atlantici. Sarebbe auspicabile una presa di coscienza non solo geopolitica, necessaria per capire le strategie di Washington, ma anche “etica” così da rendersi conto che le sanzioni economiche imposte anche da un’Europa comandata dai burattinai d’oltre oceano, sono misure ingiuste e vergognose imposte ad una popolazione fiera ed orgogliosa, dalla quale bisognerebbe soltanto prendere esempio. Oggi toccherà a loro, ma il giorno che anche noi vorremmo finalmente fare scelte per il benessere degli italiani, saremmo pronti a subirci bombe o a essere assediati da sanzioni economiche?

Pubblicato anche su Stato&Potenza

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