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La verità degli arresti di massa nel mondo

Per chiarire a coloro che molto probabilmente hanno giudicato utopico, fantasioso, irreale, bizzarro, incredibile, delirante o anche peggio quanto esposto su diverse pagine di Facebook, e in alcune pagine di blog, in merito ad imminenti arresti dei vertici governativi e finanziari delle maggiori potenze mondiali, che questo evento è qualcosa di più che una semplice ipotesi ma è una operazione attualmente in corso, ecco una intervista con un insider (Drake) del Pentagono.

O per meglio dire dei “bravi ragazzi” che all’interno di questa centralissima istituzione militare statunitense sentono di non poter più obbedire a quelli che formalmente sono i loro superiori governativi, ma di fatto non operano per il bene della nazione e del mondo.

 Credo che dopo aver ascoltato l’intervista, tradotta e commentata magistralmente da Italo Cillo, molti cominceranno a carezzare l’idea che questa operazione possa davvero avere luogo.

In una recente intervista con David Wilcock, l’insider del Pentagono identificato con il nickname ‘Drake’, ha dichiarato che nel corso del piano globale per arrestare tutti i globalisti corrotti, i banchieri e l’élite politica vi sarà un periodo di 72 ore di chiusura delle frontiere degli Stati Uniti e delle comunicazioni satellitari per prevenire trasferimenti di denaro dal paese.

Drake ha aggiunto che un piano di transizione è già in atto per convertire il dollaro attuale, emesso dalla Federal Reserve, in uno che non si basi su moneta a corso forzoso. Inoltre, possiamo aspettarci di vedere in seguito il rilascio di molte tecnologie soppresse che faranno si che la nostra vita attuale sembri l’età della pietra.

Drake ha detto che altri paesi non-allineati hanno già fatto un passo al di fuori del controllo finanziario dei G5 e G20 in un nuovo sistema finanziario che è stato implementato a partire da lunedi 26 marzo scorso.

L’insider ha anche dichiarato che JP Morgan, Bank of America e Citibank sono sull’orlo del collasso, aggiungendo che anche l’euro è impostato al collasso, e che a sua volta il dollaro crollerebbe. Per finanziare questo cambiamento in valuta, Drake ha dichiarato che ci sono vecchi fondi detenuti da soggetti patriottici che hanno abbastanza soldi e beni preziosi per pagare il debito nazionale statunitense per quattro volte, aggiungendo: “Non si tratta di conti collaterali, si tratta di contabilità privata. Il risultato finale sarà la fine della tassazione, il rilascio della tecnologia soppressa e prosperità per tutti.

La continuità di forniture generali di beni e servizi durante lo svolgersi di questi arresti di massa sarà garantita, mentre ci potranno essere alcune brevi interruzioni locali di servizi, che in taluni casi potranno prolungarsi. Può essere una buona idea avere una piccola scorta di generi di prima necessità, quali acqua, cibo in scatola, carta igienica, ecc …

In recenti canali di notizie alternative che trattano tematiche inerenti la realtà 5d, si è potuta osservare in numerosi articoli la pletora di dimissioni di bankster nei mesi scorsi. Secondo Drake, molte di queste persone si sono riunite alle loro famiglie e con una grande quantità di denaro si sono trasferite all’estero. Drake ha aggiunto che queste persone saranno braccate, non importa dove si trovino su questo pianeta, c’è la tecnologia per poterli comunque identificare e prendere in consegna. Per quanto riguarda l’elite, Drake ha dichiarato che “ci saranno alcune impiccagioni, ci saranno alcune persone che si butteranno dalle finestre”, ma ha aggiunto che non vuole vedere fenomeni di linciaggio provenire da persone dalla nostra società civile.

“L’idea dello stato di polizia non esiste, come si sta dicendo ora”, ha dichiarato Drake. Secondo questo insider, i campi FEMA non saranno utilizzati per la popolazione generale, ma per i politici corrotti, banchieri ed elite globale.

Drake ha dichiarato che “Vi sarà un arresto delle comunicazioni satellitari di 72 ore. Nessuno sarà in grado di volare o di utilizzare qualsiasi tecnologia satellitare per evitare ai ladri di lasciare gli Stati Uniti e da rubacchiare denaro per via elettronica”. Mentre l’arresto dei satelliti può influire sul servizio di telefonia cellulare, di connettività internet e forse anche l’uso di automobili, questo sarà fatto come misura preventiva per assicurare che le élite non prelevino soldi dai conti off-shore.

Drake ha dichiarato che è stato approntato un canale di formazione specifica per educare e rieducare le persone per la nostra nuova società; aggiungendo che a causa dell’enorme numero di persone estromesso dalla carica politica a causa dell’arresto, i posti vacanti saranno temporaneamente affidati a funzionari intermedi presi dalle contee, dalle posizioni statali e nazionali, che saranno nominati su base temporanea. A questo punto nel tempo, non è possibile dire chi sarà nominato in una posizione specifica, saranno le persone che insieme caso per caso prenderanno tali decisioni.

Tratto da: Youtube

F-35, il caccia della guerra che verrà (VIDEO)

Il caccia F-35, di cui si dovrebbero dotare a breve le Forze Armate italiane, è un aereo ‘caccia da attacco combinato’ (Joint strike fighter) e rappresenta il piu’ importante progetto bellico globale mai realizzato che prevede la cooperazione di 9 Paesi con la supervisione della Lockheed Martin statunitense. L’Italia ha gia’ acquistato tre velivoli ma a regime dovrebbe arrivare a 131 esemplari per un costo previsto, al momento, intorno ai 15 miliardi di euro. L’F35 è un aereo multifunzionale (a decollo verticale) ma per i critici,oltre ad essere molto costoso, è un caccia predisposto allo scenario di guerra permanente, anche con armi nucleari. Intanto, a seguito delle difficolta’ del programma, alcuni Paesi, come la Danimarca, hanno deciso di congelare l’accordo.

LINK: Italy’s Integration with Pentagon’s Warfare Tactics

DI: Coriintempesta

LEGGI ANCHE: Un pozzo senza fondo: i 90 F-35 costeranno oltre 10 miliardi di euro

 

La cosa più imperdonabile della Costituzione ungherese…

di: Marcello Veneziani

«Ecco avanzare in Ungheria lo spettro della reazione… sotto l’egida del clericalismo conservatore con l’intento di tornare al passato, annullando lademocrazia e la libertà». È impressionante notare che le stesse parole usate oggi in Europa per condannare la nuova Costituzione ungherese, rea di difendere la tradizione, la famiglia e la sovranità nazionale e popolare rispetto al potere delle banche, siano state adoperate dal compagno Sandro Pertini per sostenere nel 1956 l’invasione dei carri armati sovietici in Ungheria.

Le tesi di Pertini collimavano con le tesi del Pci, anche nella sua ala moderata. Il compagno Giorgio Napolitano, ad esempio, scriveva che l’azione sovietica in Ungheria evitava «che nel cuore dell’Europa si creasse un focolaio di provocazioni» e benediceva l’intervento sovietico per impedire che l’Ungheria cadesse «nel caos e nella controrivoluzione», così contribuendo «in maniera decisiva, non già a difendere gli interessi militari e strategici dell’Urss ma a salvare la pace nel mondo». I carri armati e la repressione sanguinosa del popolo ungherese, in nome della pace… Se al posto dei carri armati dell’Urss mettete i carri finanziari della Ue, le parole del 1956 ritornano nel nostro presente. Certo, la dominazione euro-finanziaria è incruenta; lo spread non uccide, anche se talvolta induce al suicidio.

Sto parlando di due cose diverse ma analoghe. Le citazioni dei due presidenti della Repubblica quando erano esponenti del Psi e del Pci, sono tratte da Budapest 1956. La macchina del fango di Alessandro Frigerio uscito in questi giorni da Lindau, con prefazione di Paolo Mieli (pagg. 250, euro 21). Il libro ripercorre la vergognosa posizione dei comunisti italiani in favore dell’invasione militare sovietica e della brutale repressione.

E racconta «lamacchina del fango» (ma quella vera, originale) della disinformazione filo-sovietica ad opera di intellettuali, stampa ed esponenti della sinistra. Furono in pochi a sottrarsi: onore a Giolitti e a quel rustico galantuomo di Peppino Di Vittorio, o a quei militanti che uscirono dal Partito. Tra i socialisti ci fu una corrente filocomunista, detta dei «carristi», perché favorevoli ai carri armati: Pertini si era già segnalato tre anni prima per le sperticate lodi a Stalin nel giorno della sua morte. Passato sepolto, per carità.

Ma quel che inquieta è che la rivolta degli ungheresi contro il regime comunista fu bollata all’epoca con gli stessi epiteti con cui oggi si marchia a fuoco la nuova Costituzione ungherese, votata dal 70% del Parlamento, liberamente e democraticamente eletto nel 2010. Una Costituzione che cancella quella comunista e filosovietica del 1949. Ma gli eurocrati e i loro alleati politici, intellettuali, tecno-finanziari, preferivano quella precedente.

Sulla nuova costituzione ungherese è stata allestita una disinformazione che somiglia a quella filosovietica del ’56.

Cosa scandalizza gli europei di quel testo e perché solo agli ungheresi è proibito riconoscersi nel patriottismo della loro Costituzione? Dio entra nella Costituzione, dicono indignati e allarmati. Vorrei ricordare che Dio è già entrato da due secoli e mezzo nellaCostituzione americana e non ha mai fatto danni alla libertà e allademocrazia. Il riferimento alla «grazia di Dio e alla volontà della nazione» era anche la formula dell’Italia libera e unita nata dal Risorgimento. Perché «Dio salvi la regina» britannica va bene e invece non va bene «Dio salvi l’ungherese», molto più democratico perché estende la benedizione a tutto il popolo? La Costituzione ungherese non impone poi una professione di fede ma riconosce al cristianesimo «il ruolo avuto nel conservare l’integrità dellanazione». Un riferimento storico, non confessionale. Che avrebbe dovuto fare anche l’Europa in tema di radici nella sua Costituzione.

Ma la Carta ungherese sottolinea, e nessuno lo ricorda, «il rispetto per le varie tradizioni religiose».

Alla Costituzione magiara non perdonano poi il riconoscimento della famiglia come base della nazione, bene da tutelare, incoraggiando ad avere figli e concependola formata da un uomo e una donna, come del resto ogni civiltà ha inteso finora nella storia del mondo. Non c’è divieto di altre unioni, c’è lapromozione della famiglia. Un altro suo imperdonabile peccato è il riconoscimento del diritto alla vita e alla dignità umana, la protezione dell’embrione e del feto sin dal concepimento, il rigetto delle pratiche di eugenetica, dell’uso del corpo a scopo di lucro, la proibizione della clonazione, oltre alla difesa di donne, bambini, anziani e disabili.

Si può condividere o meno quest’impianto ma non c’è nulla di criminale o disumano, illiberale o antidemocratico. Ma la cosa più imperdonabile è un’altra: la Costituzione ungherese subordina la Banca Centrale all’interesse nazionale e impone ai suoi vertici di giurare fedeltà all’Ungheria (e il governo ha messo l’imposta speciale sui profitti delle banche). Questa, per gli eurocrati, è la colpa principale e il motivo ultimo per cui vogliono staccare l’ossigeno a giugno all’Ungheria del conservatore Orban. Il proposito indigna perfino il Wall Street Journal che ha denunciato la discriminazione nei confronti dell’Ungheria e il ricatto di negarle i fondi europei assegnati ad altri Paesi.

La disinformazione denuncia poi minacce ungheresi alla libertà di stampa: in realtà è previsto l’obbligo di rivelare le fonti quando è in pericolo la sicurezza nazionale, si prevedono multe, non chiusure o carcerazioni. E si tutela il made in Ungheria, stabilendo ad esempio per le radio di trasmettere almeno il 40 per cento di musica ungherese. (Norme proposte anche dalla sinistra europea per difenderci dall’americanizzazione)

Certo, può non piacere il tono patriottico e l’enfasi religiosa della Costituzione e non mancano aspetti non condivisibili: ad esempio, per colpire il ruolo invasivo della magistratura, si prevedono inaccettabili invasioni inverse, del potere esecutivo sul potere giudiziario. Ma ritenere che un Paese sia eversivo perché tutela la famiglia, latradizione e la sovranità nazionale e popolare, è roba degna della macchina del fango filosovietica del ’56. Anche se i carri armati oggi si chiamano banche.

IlGiornale.it

Il meraviglioso mondo del capitalismo

di: Fidel Castro Ruz

La ricerca della verità politica sarà sempre un compito difficile, anche in questi nostri tempi in cui la scienza ha posto nelle nostre mani una quantità enorme di conoscenze. Una delle più importanti è stata la possibilità di conoscere e studiare il favoloso potere dell’energia contenuta nella materia.

La persona che ha scoperto la presenza di questa energia e il suo possibile uso era un uomo pacifico e amabile che, pur essendo contro la violenza e la guerra, chiese agli Stati Uniti di svilupparla. Il presidente degli Stati Uniti di allora era Franklin D. Roosevelt, noto per le sue posizioni antifasciste, leader di un paese che stava attraversando una profonda crisi e che ha contribuito a salvare attraverso l’adozione di misure forti che gli valsero l’odio dell’ estrema destra della sua stessa classe. Oggi, questo Stato impone al mondo la tirannia più brutale e pericolosa che la nostra fragile specie abbia mai conosciuto.

Le notizie provenienti dagli Stati Uniti e dai loro alleati della NATO fanno riferimento ai loro misfatti e a quelli dei loro complici.

 Le città più importanti degli Stati Uniti e in Europa sono il teatro di continui scontri tra manifestanti e forze di polizia, ben addestrate e ben nutrite, dotate di carri armati ed elmetti, riprese mentre picchiano, prendono a calci e lanciano gas contro donne e uomini, torcono mani e colli di giovani e vecchi, mostrando così al mondo le codarde azioni che si commettono contro i diritti e la vita dei cittadini dei propri paesi.

Per quanto tempo ancora dureranno questi atti barbarici?

Non mi dilungherò su questo, dal momento che queste tragedie continueranno ad essere viste, sempre di più, sulla televisione e su tutta la stampa, saranno come il pane quotidiano che viene negato a coloro che né hanno meno. Mi limiterò a citare qualche notizia ricevuta oggi da un’importante agenzia giornalistica occidentale:

“Gran parte della costa del Giappone nel Pacifico potrebbe essere colpita da un maremoto di oltre 34 metri (112 piedi) se si originasse un potente terremoto lungo le sue coste, secondo le stime rivedute di un gruppo di lavoro governativo.”

“Ogni tsunami innescato da un terremoto di magnitudo 9 nella fossa di Nankai, che si estende dalla principale isola giapponese di Honshu all’isola meridionale di Kyushu, potrebbe raggiungere i 34 metri di altezza, ha riferito la commissione.”

“Un precedente calcolò del 2003 stimò che l’altezza massima dell’onda sarebbe stata inferiore ai 20 metri (66 piedi).”

“L’impianto di Fukushima era stato progettato per resistere ad uno tsunami di 6 metri (20 piedi), meno della metà dell’altezza dell’onda che colpì l’impianto l’ 11 marzo 2011″.

Tuttavia non ci sono motivi di preoccupazione. Un’altra notizia di qualche giorno fa, il 30 marzo, potrebbe darci un pò di tranquillità. E’ stata pubblicata da un media molto bene informato. La riassumo in poche parole: “Se tu fossi un calciatore, uno sceicco arabo o un dirigente di una grande multinazionale, quale tipo di tecnologia desidereresti?

“Recentemente, alcuni famosi negozi di lusso di Londra hanno inaugurato una sezione interamente dedicata agli amanti della tecnologia con portafogli gonfi.

“Televisori da un milione di dollari, videocamere digitali Ferrari e sottomarini individuali sono solo alcuni dei feticci per deliziare i milionari”.

“Il televisore da un milione di dollari è il gioiello della corona”.

“Nel caso della ‘Apple’, l’azienda si è impegnata a fornire i suoi nuovi prodotti lo stesso giorno del lancio sul mercato.”

“Supponiamo che abbiamo lasciato la nostra casa e siamo già stanchi di starcene in giro con il nostro yacht, limousine, elicottero o jet. Abbiamo ancora la possibilità di acquistare un sottomarino individuale o per due persone. “

L’offerta continua a pubblicizzare cellulari con carcassa in acciaio inox, processori da 1.2 GHz e 8GB  di memoria, tecnologia NFC per effettuare pagamenti attraverso i telefoni cellulari e videocamere Ferrari.

Il capitalismo, compatrioti, è una cosa davvero meravigliosa! Forse è colpa nostra che ogni cittadino non ha il suo sottomarino privato sulla spiaggia.

Sono loro, non io, chi ha mescolato gli sceicchi arabi e i dirigenti delle grandi multinazionali con i calciatori. Questi ultimi, almeno, appassionano milioni di persone e non sono nemici di Cuba; questo devo dirlo molto chiaramente.

Fidel Castro Ruz

1 Aprile, 2012

08:35

 LINK: The Wonderful World of Capitalism

DI: Coriintempesta

Un pozzo senza fondo: i 90 F-35 costeranno oltre 10 miliardi di euro

di: Tommaso Di Francesco e Manlio Dinucci
Monti, con sostegno bipartisan, si è limitato a ridurre da 131 a 90 il numero dei caccia da acquistare

La crisi economica, ha documentato il Censis, ha colpito in Italia soprattutto i giovani, un milione dei quali ha perso il lavoro negli ultimi tre anni. Tranquilli, perché al loro futuro ci pensa la Lockheed Martin: «Proteggere le generazioni di domani – assicura nella sua pubblicità – significa impegnarsi per la quinta generazione di oggi». Si riferisce all’F-35 Lightning II, «l’unico velivolo di quinta generazione in grado di garantire la sicurezza delle nuove generazioni».

Sono stati dunque lungimiranti i governi che hanno deciso di far partecipare l’Italia alla realizzazione di questo caccia (prima denominato Joint Strike Fighter) della statunitense Lockheed Martin. Con il sostegno di uno schieramento bipartisan, il primo memorandum d’intesa venne firmato al Pentagono nel 1998 dal governo D’Alema; il secondo, nel 2002, dal governo Berlusconi; il terzo, nel 2007, dal governo Prodi.

E nel 2009 è stato di nuovo un governo Berlusconi a deliberare l’acquisto di 131 caccia che, a onor del vero, era già stato deciso dal governo Prodi. L’Italia partecipa al programma dell’F-35 come partner di secondo livello, contribuendo allo sviluppo e alla costruzione del caccia. E ora arriva il governo «tecnico» di Monti a confermare tutto con il ministro-ammiraglio Di Paola. Vi sono impegnate oltre venti industrie: Alenia Aeronautica, Galileo Avionica, Datamat e Otomelara di Finmeccanica e altre tra cui la Piaggio. Negli stabilimenti Alenia verranno prodotte oltre mille ali dell’F-35. Presso l’aeroporto militare di Cameri (Novara) sarà realizzata una linea di assemblaggio e collaudo dei caccia per i paesi europei, che verrà poi trasformata in centro di manutenzione, revisione, riparazione e modifica. A tale scopo sono stati stanziati oltre 600 milioni di euro, presentandolo come un grande affare per l’Italia. Ma non si dice quanto verranno a costare i pochi posti di lavoro creati in questa industria bellica. Non si dice che, mentre i miliardi dei contratti per l’F-35 entreranno nelle casse di aziende private, i miliardi per l’acquisto dei caccia usciranno dalle casse pubbliche.

Spesa militare: 25 miliardi

Per partecipare al programma, l’Italia si è impegnata a versare un miliardo di euro, cui si aggiungerà la spesa per l’acquisto ora di 90 F-35 (inizialmente ne erano previsti 131). Allo stato attuale, essa può essere quantificata in oltre 10 miliardi di euro. Va inoltre considerato che l’aeronautica sta acquistando anche un centinaio di caccia Eurofighter Typhoon, costruiti da un consorzio europeo, il cui costo attuale è quantificabile anche quesyo in oltre 10 miliardi di euro. E, come avviene per tutti i sistemi d’arma, l’F-35 verrà a costare più del previsto.

Il prezzo dei primi caccia prodotti – documenta la Corte dei conti Usa – è risultato quasi il doppio rispetto a quello preventivato. Il costo complessivo del programma, previsto in 382 miliardi di dollari per 2.443 caccia che saranno acquistati dagli Usa e da otto partner internazionali, sarà dunque molto più alto. Perfino il senatore John McCain, noto «falco», ha definito «vergognoso» il fatto che il prezzo dei primi 28 aerei sfori di 800 milioni di dollari quello preventivato. Nessuno sa con esattezza quanto verrà a costare l’F-35. La Lockheed aveva parlato di un prezzo medio di 65 milioni per aereo, al valore del dollaro 2010, ma poi è stato chiarito che il prezzo non comprendeva il motore né i costosissimi sistemi elettronici e all’infrarosso.

L’Italia si è dunque impegnata ad acquistare 90 caccia F-35 senza sapere quale sarà il prezzo finale. Anche perché differisce a seconda delle varianti: a decollo/atterraggio convenzionale, per le portaerei, e a decollo corto/atterraggio verticale. L’Italia ne acquisterà circa 50 della prima variante e circa 40 della terza, che saranno usati anche per la portaerei Cavour. E, una volta acquistati, dovrà pagare altri miliardi per ammodernarli con i sistemi che la Lockheed produrrà. Un pozzo senza fondo, che inghiottirà altro denaro pubblico, facendo crescere la spesa militare, già salita a 25 miliardi annui.

Arma per la guerra d’attacco

Non ci si poteva illudere che il governo Monti cambiasse rotta, sganciando l’Italia da questo costosissimo programma: si è limitato solo a ridurre il numero dei caccia da acquistare.

L’ammiraglio Di Paola, oggi ministro della difesa, è infatti il maggiore sostenitore dell’F-35: fu lui, in veste di direttore nazionale degli armamenti, a firmare al Pentagono, il 24 giugno 2002, il memorandum d’intesa che impegnava l’Italia a partecipare al programma come partner di secondo livello. E l’F-35 Lightning (Fulmine) – che, assicura la Lockeed, «come un fulmine colpisce il nemico con forza distruttiva e inaspettatamente» – è il sistema d’arma ideale per la strategia enunciata da Di Paola quando era capo di stato maggiore della difesa: trasformare le forze armate in uno «strumento proiettabile», dotato di spiccata capacità «expeditionary» coerente col «livello di ambizione nazionale». Che l’F-35 garantirà insieme alla «sicurezza delle nuove generazioni».

IlManifesto.it

La Spectre che comanda l’economia e il Nuovo Ordine Mondiale

di: Alfonso Tuor

Poche decine di persone decidono la politica economica, monetaria, fiscale, i destini e gli stili di vita di centinaia di milioni di cittadini. E’ una rete «invisibile» formata da una cinquantina di gruppi che controlla il 40% del valore economico e finanziario di 43.060 società multinazionali. L’economia del mondo in mano a un pugno di illuminati.

In questi tempi di crisi si parla spesso del giudizio dei mercati finanziari, che sembrano essersi sostituiti ai parlamenti e soprattutto all’elettorato nel decretare la fine di un governo e nell’imporre importanti scelte politiche.

Ci si può dunque interrogare su chi siano effettivamente questi mercati e soprattutto ci si può chiedere: chi comanda veramente?

Negli ultimi decenni si è diffusa la convinzione che i mercati sono efficienti e in grado di autoregolarsi.

In pratica le decisioni di milioni di investitori determinerebbero i prezzi di azioni, obbligazioni, materie prime e tassi di cambio delle valute in base alle informazioni disponibili. Questi milioni di scelte individuerebbero correttamente i prezzi che varierebbero in seguito solo in base ad informazioni nuove.

Inoltre, queste scelte determinerebbero anche quella che gli economisti chiamano la migliore allocazione delle risorse, ossia premierebbero gli investimenti e le attività che hanno le migliori prospettive e non incorrerebbero in clamorosi sprechi, come invece accadrebbe alle scelte di investimento effettuate dai governi e quindi dalla politica.

Video di Luca Ciarrocca e Lidia Undiemi sulla censura dei media su ESM e Fiscal Compact e il salvataggio delle banche Ue da parte della Bce:

 

Queste teorie sono assurte a paradigma indiscusso ed indiscutibile. Il crollo della bolla dei titoli tecnologici nel 2000, la crisi dei mutui americani subprime nel 2007/2008, la crisi del sistema bancario del 2008 e l’attuale crisi dei debiti sovrani hanno rimesso in discussione queste convinzioni che di fatto giustificavano l’operato della grande speculazione finanziaria.

Restano dunque aperte le domande fondamentali: come funzionano i mercati finanziari? Chi sono gli attori principali di questi mercati? La risposta non è assolutamente facile e scontata. Effettivamente ogni giorno sui mercati finanziari operano milioni di persone e, quindi, questa indiscutibile realtà serve da tuta mimetica che nasconde i veri e determinanti attori (oppure manipolatori) dei mercati. I mercati finanziari si comportano in realtà come greggi. Si tratta dunque di individuare i caproni che guidano il gregge.

Questa teoria del gregge è addirittura formalizzata dalla scuola della cosiddetta finanza comportamentale che cerca di individuare i meccanismi psicologici che inducono milioni di attori a reagire e a comportarsi in modo uniforme. Questa uniformità di comportamenti è ulteriormente esaltata dai meccanismi di valutazione dei risultati della gestione degli investitori istituzionali, ossia dei gestori dei capitali delle casse pensioni, dei grandi fondi di investimento, ecc. Questi ultimi non vengono tanto valutati annualmente in base ai guadagni conseguiti, ma rispetto a parametri di confronto.

Ad esempio, la gestione di un fondo azionario svizzero viene confrontata con l’andamento della Borsa svizzera. Quindi è importante non perdere molto più dell’indice della Borsa svizzera, quando quest’ultima chiude l’anno in ribasso, e non guadagnare molto meno dell’indice, quando chiude in rialzo.

Ma chi determina il loro andamento? In realtà un pugno di uomini o meglio di grandi banche di investimento e di grandi società multinazionali. Questi istituti sono in realtà più organi di propaganda che vere e proprie banche. Infatti attraverso analisi, ricerche, studi e raccomandazioni di investimento riescono a determinare l’andamento dei mercati.

Negli anni Novanta, ad esempio, hanno esaltato il fenomeno delle nuove tecnologie informatiche, creando una mania che ha spinto milioni di persone ad investire nelle azioni delle società di telecomunicazione e nelle cosiddette dot.com, creando una bolla che è poi scoppiata nel 2000. Queste analisi, che si fondano sempre su dati reali e soprattutto facilmente comprensibili, vengono diffuse in tutto il mondo e vengono sostenute da queste stesse banche con massicci acquisti da parte dei fondi che gestiscono direttamente e da parte delle loro sale di trading (sale di compravendita delle più diverse attività finanziarie). Infatti negli ultimi decenni il grosso degli utili delle grandi banche di investimento è generato dalla speculazione effettuata con il capitale proprio.

La speculazione ha dunque un nome e un volto. Sono le grandi banche di investimento che si indebitano per moltiplicare le loro scommesse sui mercati (la cosiddetta leva), affiancate dai grandi Hedge Fund (che dipendono dalle banche per le linee di credito e per l’operatività) e dalle grandi società multinazionali, la cui attività sui mercati finanziari è spesso più redditizia e più importante di quella industriale.

Molto probabilmente chi ha avuto l’ardire di giungere fino a questo punto nella lettura di questo articolo, potrebbe dire che queste affermazioni non sono suffragate da prove. Ebbene un recente studio dell’Università di Zurigo (leggi: La scienza scopre la rete capitalista che controlla l’economia globale *) mette in luce la concentrazione delle strutture proprietarie e delle strutture di controllo dell’attuale sistema economico.

In pratica, esiste una rete, che si potrebbe definire «invisibile», formata da una cinquantina di società multinazionali (prevalentemente istituti finanziari), che attraverso un complicato meccanismo di relazioni di proprietà, controlla il 40% del valore economico e finanziario di 43.060 società multinazionali. Possiamo sostenere, senza timore di poter essere smentiti, che questo è il cuore dell’economia occidentale.

Oggi è in crisi questo cuore del sistema: il giocattolo si è rotto e gli uomini della plancia di comando non sanno come uscire dall’attuale crisi. Sanno però che bisogna a tutti i costi tenere in piedi il castello di carte e di debiti costruito negli anni. Quindi, spingono i governi a salvare le banche, le banche centrali a rifornirle di liquidità a costo pressoché zero e la politica ad estrarre dall’economia reale le risorse ancora esistenti per tentare di rinviare il momento della verità.

In conclusione, i mercati finanziari dove milioni di persone operano quotidianamente possono essere considerati una tuta mimetica, che serve a far credere a tutti di essere coinvolti e corresponsabili di quanto succede e che serve soprattutto a celare la plancia di comando, dalla quale uomini e società gestiscono il nostro mondo.

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Gli Illuminati: chi sono?

“Sono illuminati tutti coloro che appartengono alle societa’ esoteriche che si ispirano alla luce. Gli illuminati rappresentano tutte le concezioni dell’uomo e della vita, da quelle religiose a quelle laiche. Massoni, preti, ebrei, e altri insigni uomini potranno coesistere e concepire insieme un progetto ideale capace di garantire la sopravvivenza e il benessere dell’uomo”.

Cosi’ parla Giuliano Di Bernardo, fondatore nel 2002 degli Illuminati in Italia, in una lunga intervista pubblicata nel libro di Ferruccio Pinotti Fratelli d’Italia, edizioni Bur. Gli Illuminati italiani si ispirano agli illuminati di Baviera e agli illuminati statunitensi. Negli Stati Uniti all’ordine degli illuminati appartengono le famiglie piu’ potenti al mondo, le famiglie che decidono i destini dell’economia mondiale come i Rockefeller e i Rothschild.

Di Bernardo racconta a Pinotti:

“I referenti sono negli Stati Uniti; sono le piu’ importanti famiglie, quelle che hanno sempre dettato la storia, la cultura e la politica negli Usa, che hanno sviluppato al loro interno una societa’ riservata che nasceva da una comunanza di intenti e di valori che poi si e’ manifestata anche nella finanza. Questo perche’ gli illuminati americani hanno sempre svolto un ruolo importante nella finanza internazionale”

Di Bernardo nel corso degli anni si e’ prodigato in Italia a riunire un’elite di persone di ogni credo e di ogni ideologia per guidare il popolo, per far uscire il popolo dalle tenebre e ritrovare la luce. C’e’ un forte consenso a questo progetto degli illuminati, ne fanno parte filosofi, scienziati, politici, dirigenti, ne fanno parte persone che possono influenzare l’economia, la politica e ogni campo della vita sociale.

Ai vertici della piramide non esiste discordia, non esiste destra o sinistra o rivalita’ religiosa; queste differenze avvengono ai livelli bassi ma ai vertici tutti sono concordi nel raggiungere un’unico obbiettivo. Il popolo e’ in continua discordia per ogni cosa mentre chi tira i fili e’ unito. Questa e’ la differenza.

All’Accademia degli illuminati farebbero parte dirigenti della Rai, dirigenti di Banca Intesa-San Paolo (il rumor e’ che il ministro dello Sviluppo Passera sia uno dei massimo gradi della gerarchia), di Deutsche Bank Italia, ex direttori del Sismi, membri dell’Opus Dei; sempre Di Bernardo spiega che il progetto e’ al di sopra dei partiti e dei governi e non c’e’ niente di eversivo. Gli illuminati sono raggruppabili in dodici categorie o aree disciplinari; ogni area ha un coordinatore che forma il consiglio supremo ed e’ presieduta dal Sovrano Grande Illuminato.

Insomma una stretta cerchia di persone super-selezionata si e’ assunta il compito, senza averlo chiesto, di guidarci verso la felicita’ e il benessere, quindi verso un Nuovo Ordine Mondiale.

“L’uomo si sente sempre più estraneo e preoccupato nel mondo in cui vive. I valori tradizionali diventano sempre più deboli ed egli perde a poco a poco le certezze che da secoli lo hanno sorretto. Si apre così una profonda contraddizione: da una parte, il dubbio nei confronti dei valori tradizionali e, dall’altra, l’anelito verso nuove certezze. La ricerca delle certezze lo porta a vedere, sotto una luce nuova non più negativa, i poteri forti che, in modo più o meno occulto, hanno guidato le sorti dell’umanità” (Fratelli d’Italia, pag. 465)

“Questi poteri secolari, presi singolarmente, non sono in grado di fronteggiare le sfide che vengono rivolte all’umanità.

Potrebbero vincere se si unissero realizzando un potere veramente mondiale” (pag. 466)

“Quando le istituzioni nazionali ed internazionali sono in crisi, quando la società è conflittuale e a tale conflittualità non esiste soluzione, allora è necessario ritornare all’uomo, al singolo uomo, all’uomo di qualità, all’uomo illuminato e porlo al centro dell’universo. Uomini illuminati, senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione e cultura, si incontrano per creare una comunione universale il cui compito principale è quello di difendere i princìpi e i valori che possono dare all’uomo benessere e felicità. Saranno questi Illuminati – filosofi, scienziati, medici, matematici, artisti, giuristi, economisti, imprenditori, comunicatori, sportivi, musicisti – a costruire il faro che respingerà le tenebre che avvolgono l’umanità” (pag. 466)

“I referenti sono negli Stati Uniti, sono le più importanti famiglie, quelle che hanno da sempre dettato la storia, la cultura e la politica degli USA, che hanno sviluppato al loro interno una società riservata che nasceva da una comunanza di intenti e di valori, che poi si è manifestata anche nella finanza. Questo perchè gli Illuminati americani hanno sempre svolto un ruolo importante nella finanza internazionale. Quindi io mi sono ricollegato storicamente agli Illuminati di Baviera, di cui ho messo in evidenza i limiti e le differenze. Ma, nel presente, ho fatto riferimento agli Illuminati Americani” (pag. 475)

“La maggior parte delle grandi famiglie del potere americano ha sempre sviluppato questa modalità di essere, oltre a quella statuale (attraverso il Congresso). Accanto alla vita politica e sociale si è sempre sviluppato questo filone riservato agli Illuminati. In quella sede si analizzavano i problemi: c’è un filo sotterraneo che ha sempre caratterizzato la storia dell’uomo. Non dimentichiamo che a livello mondiale il Rito Scozzese – su cui si fondano gli Illuminati – ha epicentro a Washington. Il potere massonico negli ultimi tre secoli si è articolato su due pilastri: la Massoneria inglese e il Rito Scozzese di Washington. Con zone di influenza e metodologie diverse, ma sempre nel mondo anglosassone” (pag. 475)

da: WallStreetItalia

*Il link non fa parte dell’articolo originale

Immigrati e banalità: l’esempio del “Rapporto sulla popolazione di Cori 2012″

Il 30 marzo a Cori, durante l’evento chiamato “Quanti siamo, chi siamo e, soprattutto, dove andiamo?”, è stato presentato il “Rapporto sulla popolazione di cori, anno 2012” contenente i dati dell’ufficio anagrafe elaborati dal Prof. Benforte. L’incontro tutto all’insegna della promozione del cosmopolitismo e dell’integrazione degli immigrati voleva essere probabilmente anche una risposta alle recenti sciocche ragazzate, che hanno fatto comparire sui muri del paese frasi ingiuriose contro gli stranieri e – ben più interessante e pregno di significato- di richiesta di lavoro per i cittadini.

Quanto emerge dal sunto del rapporto (riportato ovviamente sui vari giornali e blog locali) è un presenza di immigrati nel paese vicina al 10%. Questo, secondo alcuni, sarebbe positivo in quanto rimpolperebbe la cittadinanza corese altrimenti in calo. Non è difficile rintracciare il pensiero reazionario e conservatore dietro tali parole: invece di spremersi le meningi per analizzare i motivi che portano la popolazione locale e italiana a calare, invece di mettere in atto politiche di aiuto ai giovani e alle famiglie, si esulta perché masse di sfruttati sono potuti entrare nel paese. E magari allo stesso tempo si appoggia una riforma del lavoro che colpirà ancora di più il futuro dei giovani.

Il lavoro è l’altra nota dolente: dicono, lorsignori, che gli immigrati sono un elemento fondamentale perché rappresentando il 16,5 della forza lavoro fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare. Anche qui il qualunquismo e la regressione mentale si raccoglie a palate: perché invece di presentare un tale ragionamento “colonialista” (tu sghiavo negro sgobba) non si analizza il modo in cui masse di poveri vengono usate per abbassare le tutele e le retribuzioni nei lavori meno qualificati? Anche Karl Marx, in tempi non sospetti parlava dell’esercito di riserva: proprio quello che rappresentano i poveri sradicati dalle proprie vite, ossia un esercito pronto a subentrare in condizioni peggiori, spostando le conquiste del lavoro verso il basso.

Leggete tale estratto, preso dal giornale “Il Caffè” e altri blog:

“Anzi sono proprio gli immigrati, a dare lavoro e l’economia del nostro paese non può fare a meno di loro, né come manodopera, né come consumatori. Se nelle nostre scuole venissero a mancare i minori immigrati, ci sarebbero ben 14 posti di lavoro in meno per il personale italiano; gli appartamenti fittati agli immigrati sono circa 300, per un gettito complessivo di oltre 95.000 euro al mese che finiscono nelle tasche degli italiani”

La quintessenza di una mentalità che si vorrebbe progressista e di “sinistra” probabilmente, ma che nasconde la classica logica del profitto e dello sfruttamento.

Bisognerebbe porre rimedio a tutto ciò e non elogiarlo: bisognerebbe tutelare e dare il giusto valore al lavoro, così come alla dignità umana che permette oggi a decine di persone di vivere in affitto in monolocali minuscoli, per i buoni affari dei furbetti di turno. Se il paese, ma l’Italia in generale si sta incartando nella povertà è proprio a causa di tali visioni del mondo, che dietro ad una maschera di finta solidarietà, non nascondono altro che l’appoggio alle peggiori politiche globali di sfruttamento del mercato del lavoro, del libero mercato e un abbandono totale di una politica capace di fare davvero qualcosa per gli italiani nonché per gli stranieri che vengono a vivere, ci si augura dignitosamente, in Italia.

Cori in Tempesta

Sud Sudan: fiction e realtà

di: Manlio Dinucci

Dopo la scena con George Clooney in manette, girata davanti all’ambasciata nord-sudanese a Washington, è andata sul set Hillary Clinton che, con le lacrime agli occhi, ha espresso la profonda preoccupazione degli Stati uniti per la crisi umanitaria e le sue molte vittime nella parte meridionale del Sudan. Scene toccanti della fiction washingtoniana, destinata alla platea mondiale. Ben diversa la vera storia. Per decenni Stati uniti e Israele hanno sostenuto le forze secessioniste del Sud Sudan finché, nel 2005, Nord e Sud hanno firmato un accordo, considerato dall’amministrazione Bush un vero e proprio trionfo in politica estera. Ne ha raccolto i frutti l’amministrazione Obama: il 9 luglio 2011 il Sud Sudan si è autoproclamato indipendente. È così nato un nuovo Stato, con una superficie di oltre 600mila km2 (il doppio dell’Italia) e appena 8-9 milioni di abitanti. Separandosi dal resto del paese, il Sud Sudan è entrato in possesso del 75% delle riserve petrolifere sudanesi. È però il Nord a possedere l’oleodotto, attraverso cui il petrolio del Sud viene trasportato sul Mar Rosso per essere esportato. Da qui il contenzioso tra i due governi sulla spartizione dei proventi petroliferi, acuito dallo scontro per il controllo di zone di frontiera lungo gli oltre 1500 km di confine, condotto anche attraverso gruppi armati locali. In tutto questo, continuano a svolgere un ruolo chiave gli Stati uniti. Il Sud Sudan è sempre più inserito nel programma Imet (International Military Education and Training), gestito dal Comando Africa con fondi del Dipartimento di stato, in cui ogni anno vengono formati 10mila «leader militari e civili» africani, che frequentano corsi in 150 scuole militari statunitensi. Contemporaneamente, con la regia di Washington, si sta mettendo a punto il progetto di un nuovo corridoio energetico che – formato da un oleodotto, un’autostrada e una ferrovia – permetterà di trasportare il petrolio dal Sud Sudan fino al porto kenyano di Lamu. I vantaggi per Washington saranno molteplici. Da un lato, tagliando fuori l’oleodotto nord-sudanese, assesterà un altro duro colpo al paese, già debilitato dalla perdita dei due terzi delle riserve petrolifere, così da far crollare il governo di Khartum. Dall’altro, emarginerà le compagnie cinesi che, insieme ad alcune indiane e malesi, estraggono il petrolio sudanese: la maggior parte potrà così essere controllata da compagnie statunitensi e britanniche. E il Sud Sudan non ha solo petrolio, ma ricchi giacimenti di oro, argento, diamanti, uranio, cromo, tungsteno, quarzo ancora da sfruttare, cui si aggiungono circa 50 milioni di ettari di terra coltivabile, usando l’abbondante acqua del Nilo. Affari d’oro per le multinazionali, i cui interessi sono assicurati dal nuovo governo di Juba, la cui affidabilità è garantita non solo da Washington ma da Tel Aviv. Significativo che il Sud Sudan aprirà la propria ambasciata a Gerusalemme, riconoscendola quindi come capitale, e Israele «formerà» migliaia di rifugiati sud-sudanesi prima di rimpatriarli. Mentre il governo di Juba, tra i suoi primi atti, sceglie l’inglese e non l’arabo come lingua ufficiale e chiede di entrare nel Commonwealth britannico. Alle ex vecchie colonie se ne aggiunge una di tipo neocoloniale.

IlManifesto.it

Bambini che si uccidono: cosa dobbiamo comprendere?

Articolo inviato al blog

di: mcc43

Non verrà evidenziato nelle cronache dei nostri giornali il suicidio di tre bambini algerini, nemmeno se non ci fossero a tenere banco l’articolo 18, l’attentato di Torino e l’eccidio di Tolosa.  Forse non se ne parlerebbe granché nemmeno se fossero italiani. Il disagio dei bambini è argomento per quando c’è penuria di altre notizie, ma non dovrebbe essere il più traumatizzante degli eventi?

E’ una tragedia che nasce nell’animo di esseri condizionati bio-psicologicamente a crescere, se così si può dire, tuttavia vogliono morire e mettono in pratica l’intenzione senza che l’ambiente percepisca segnali anticipatori.  Ambiente, certo, perché hanno cura di mascherarsi agli occhi di chi è più vicino. Ma si può soffrire a tal punto senza che insegnanti, compagni di scuola e di gioco, vicini di casa, parentela allargata abbiano sentore che qualcosa non va bene? Anzi, va malissimo per loro? Se fosse proprio questa loro invisibilità una ragione di disperazione?

Si chiamavano Sadek, Zidane e Muhammad.  Sono stati ritrovati impiccati, tra domenica 18 e lunedì, chi nella sua cameretta, chi in luoghi pubblici. Frequentavano la scuola elementare, quarta e quinta classe; uno era in prima media.

Vivevano in comuni non molto distanti  in Cabilia, una regione a nord dell’Algeria popolata prevalentemente da Berberi. Gente che parla il proprio dialetto e ha una storia di ribellioni genuine contro l’immobilismo e la repressione del regime; nel 2001 chiedevano misure contro le discriminazioni, la corruzione, il degrado della qualità della vita, la restaurazione delle libertà individuali e collettive. Ma…

[Karim Metref  Nemmeno la classe politica convenzionale, la stampa e gli intellettuali accolgono molto bene questo movimento. È visto con diffidenza, accusato di arcaismo, gli intellettuali vedono di cattivo occhio che i contadini si mettano a dirigere la politica, i partiti si sentono minacciati e derubati del loro vivaio di consensi… A livello internazionale nessuno ne sente parlare. L’Algeria è riserva di caccia della stampa francese e questa fa assolutamente finta di non vedere niente. Circa centomila manifestanti si radunano nel cuore di Parigi, ben due volte, ma nessuna tv ci spende un mezzo minuto, i giornali respingono la notizia in fondo, in mezzo agli “chiens écrasés”, come si chiamano in francese gli argomenti di cronaca.di minore interesse. Le multinazionali dell’esagono volevano la loro parte di petrolio algerino e non potevano lasciare che un pugno di montanari testardi rovini loro la partita così facilmente.

Non ricordano, questi Cabili, un po’ i nostri Valsusini? Ignorati, tranne quando agiscono in un modo che possa esserci riferito con biasimo.

E’ da un articolo di EL Watan che ho appreso i particolari della notizia: lo strazio delle famiglie, la costernazione  tra i concittadini,  l’angoscia dell’inspiegabilità del gesto accentuata dalla contemporaneità. La descrizione di ragazzi come tanti, tuttavia, per me che non conosco nulla del luogo, rivestono estremo interesse i commenti in calce all’articolo. Due in particolare, molto diversi perché diverso è il vissuto degli scriventi, un berbero e una francese.

tamazight   le 21.03.12 | 11h0 — c’est l’école qu’il faut revoir! 

Dopo l’indipendenza si è fatta la scelta ideologica di insegnare una lingua araba prefabbricata, un mostro senza substrato culturale, che non offre alcuna prospettiva per esercitare una professione.  I bambini sono stretti nella tenaglia di questa scuola e il desiderio dei genitori di un  loro successo scolastico.  Posso testimoniare, ho sei figli, i primi nati quando ancora non c’era l’ondipendenza  sono riusciti bene sia a scuola che nella professione. Il quinto, vittima delle riforme scolastiche si è fermato al diploma e l’ultimo, sebbene intelligente, non si è mai famigliarizzato con l’arabizzazione totale della scuola primaria e ha subito uno scacco totale. Sono fortunati quelli che possono mandare i figli all’estero o a una scuola privata; possiamo ben vedere che i figli degli emigranti  in Francia, pur restando legati alla cultura di origine, se la cavano bene con gli studi e non conoscono il fenomeno dei suicidi.

Sembra di capire, quindi, che in Cabilia si parla il dialetto in famiglia o nella propria città, si è abituati alla lingua francese per gli eventi culturali, e l’arabo è a tutti gli effetti la lingua “straniera”, soprattutto se, come sembra di capire, in una forma standardizzata che cancella le specificità che essa assume in ogni paese arabo. Plausibile che nei piccoli che iniziano la scuola questo costituisca una doppia sfida da fronteggiare.

laurabrett   le 21.03.12 | 10h56 — le jeu du foulard 

Non sarà piuttosto il gioco del foulard, come da noi in Francia ?

Il gioco del foulard è uno strangolamento volontario il cui obiettivo è vivere un’esperienza, conoscere sensazioni nuove. Questo gioco all’apparenza anodino (indefinito o calmante del dolore) può avere conseguenze molto gravi fino alla morte in una deriva solitaria. Dopo averlo sperimentato in gruppo, magari durante la ricreazione scolastica, il ragazzo può essere tentato di rifare l’esperienza usando un qualsiasi mezzo di costrizione. Il rischio allora diventa maggiore perché la perdita di conoscenza nel caso di uno strangolamento prolungato impedisce di chiedere aiuto. E’ un fenomeno che riguarda soprattutto bambini e adolescenti dai 4 ai 20 anni. La forma primaria di questo gioco è “la tomate”  nella quale i bambini giocano a trattenere il respiro più a lungo possibile, il che può egualmente provocare una sincope. Certuni diventano perfino dipendenti da questi giochi.

Qui la lingua francese, e ciò che essa permette di condividere, risulta un  veicolo di imitazione di mode. Condividono, quindi, i bambini di  realtà tanto diverse, il bisogno di esperienze straordinarie, quasi che ciò che dà quotidianamente la vita fosse già insignificante?

Non ero al corrente di questo fenomeno e non avrei mai supposto una tale diffusione. Esiste in Francia un’organizzazione di genitori, Apeas,  e nel suo sito web – questo è il link all’italiano  http://www.jeudufoulard.com/html-it/fram_it.html -  aiuta a capire  questo gioco pericoloso, a intuirne i segnali, a conoscere i gravi  postumi di questa pratica, anche quando non abbia esito mortale.

§§§

Nel mondo cresce il numero di bambini che rifiutano di vivere.

L’OMS, World Health Organization , nell’ambito dello studio sulla prevenzione del suicidio espone dati agghiaccianti. Ogni anno quasi un milione di casi, un tasso di mortalità “globale” di 16 su 100.000,  una morte ogni 40 secondi, più che raddoppiato negli ultimi 45 anni.

E’ la seconda principale causa di morte nella fascia di età 10-24 anni e, mentre i più a rischio erano sempre stati gli anziani di sesso maschile, ora  la percentuale tra igiovani è aumentata a tal punto da farne il gruppo a più alto rischio in un terzo dei paesi,  sia sviluppati sia nei in via di sviluppo.

Poichè non è un argomento messo in evidenza dai media, non c’è una generale consapevolezza di quanto è grave il problema tra i bambini. Ma i dati rendono facile rispondere alla domanda: un ragazzo oggi corre maggior rischio di morte per propria mano o per una di quelle malattie che sorgono e svaniscono dai titoli in poche settimane,  di volta in volta accusando  polli,  maiali, o broccoli,  e che mettono in agitazione le mamme?

Non aprendo gli occhi, il fenomeno è destinato a persistere, non solo per la mancanza di prevenzione, comprensione e misure di sostegno, ma perché sarà, esso stesso, la spia di una generale condizione di sofferenza umana.

Viviamo un’illusoria possibilità di scegliere, indotta dalla moltitudine di oggetti, stili, mode a disposizione, che ha atrofizzato la capacità di autodeterminarsi, scegliere realmente ciò che corrisponde ai propri bisogni e capacità. Adulti che vivono una vita di illusione, con le conseguenti cadute nella delusione e insoddisfazione, hanno maggiore difficoltà a comprendere i bisogni dei bambini.

E’ solo una proiezione dell’adulto, ormai prima di tutto autoidentificatosi come consumatore, ritenere che essi abbiano bisogno di oggetti anziché di materiali per creare, di scuole costose anziché di insegnanti  consapevoli della propria influenza e animati, ancora essi stessi, dalla passione di imparare,  o volare in un villaggio turistico dall’altra parte del mondo invece di aver ogni giorno la libertà di giocare in cortile.

Un cortile che non c’è più. Gli urbanisti preferiscono le foreste di grattacieli. Allora al libero gioco  si sostituisce la preparazione a uno sport, ma temo sia una leggerezza pensare privo di conseguenze emotive sostituire l’aspetto ludico con quello agonistico.

Per fortuna, nella generalità dei casi, non è in gioco la vita, ma la qualità delle relazioni e la felicità del loro vissuto da adulti.

Libia un anno fa: memoria corta

di: Manlio Dinucci

Uno degli effetti delle armi di distrazione di massa è quello di cancellare la memoria di fatti anche recenti, facendone perdere le tracce. È passato così sotto silenzio il fatto che un anno fa, il 19 marzo, iniziava il bombardamento aeronavale della Libia, formalmente «per proteggere i civili». In sette mesi, l’aviazione Usa/Nato effettuava 30mila missioni, di cui 10mila di attacco, con impiego di oltre 40mila bombe e missili. Venivano inoltre infiltrate in Libia forze speciali, tra cui migliaia di commandos qatariani facilmente camuffabili. Venivano finanziati e armati i settori tribali ostili al governo di Tripoli e anche gruppi islamici, fino a pochi mesi prima definiti terroristi. L’intera operazione, ha chiarito l’ambasciatore Usa presso la Nato, è stata diretta dagli Stati uniti: prima tramite il Comando Africa, quindi tramite la Nato sotto comando Usa.

È stato così demolito lo stato libico e assassinato lo stesso Gheddafi, attribuendo l’impresa a una «rivoluzione ispiratrice» – come l’ha definita il segretario alla difesa Leon Panetta – che gli Usa sono fieri di aver sostenuto, creando «una alleanza senza eguali contro la tirannia e per la libertà». Se ne vedono ora i risultati. Lo stato unitario si sta disgregando. La Cirenaica – dove si trovano i due terzi del petrolio libico – si è autoproclamata di fatto indipendente e, a capo, è stato messo Ahmed al-Zubair al Senussi. Scelta emblematica: è il pronipote di re Idris che, messo sul trono da Gran Bretagna e Stati uniti, concesse loro, negli anni ’50 e ’60, basi militari e giacimenti petroliferi. Privilegi cancellati quando re Idris venne deposto nel 1969. Ci penserà il pronipote a restituirli. E vuol essere indipendente anche il Fezzan, dove sono altri importanti giacimenti. Alla Tripolitania resterebbero solo quelli davanti alle coste della capitale. Così le grandi compagnie petrolifere, cui la Libia di Gheddafi concedeva ristretti margini di guadagno, potranno ottenere dai capi locali, l’uno contro l’altro, condizioni ottimali. Il leader del Cnt Abdel Jalil parla di «cospirazione» e minaccia «l’uso della forza», ma non è campione dell’indipendenza libica: quella del colonialismo italiano, è convinto, fu per la Libia «un’era di sviluppo». Intanto il Consiglio di sicurezza dell’Onu estende di un altro anno la sua «missione di appoggio in Libia», complimentandosi per «i positivi sviluppi» che «migliorano le prospettive di un futuro democratico, pacifico e prospero». Non può però evitare di esprimere «preoccupazione» per «le continue detenzioni illegali, torture ed esecuzioni extragiudiziarie». Opera delle milizie armate, alimentate dalla politica del «divide et impera» del nuovo impero. Usate per accendere focolai di guerra in altri paesi, come dimostra il fatto che a Tripoli c’è un campo di addestramento dei «ribelli siriani». In Libia le prime vittime sono gli immigrati dall’Africa subsahariana che, perseguitati, sono costretti a fuggire. Solo in Niger ne sono rientrati 200-250mila, perdendo la fonte di sostentamento che manteneva milioni di persone. Molti, spinti dalla disperazione, tentano la traversata del Mediterraneo verso l’Europa. Quelli che vi perdono la vita, come gli ultimi cinque sepolti a Lampedusa, sono anch’essi vittime della guerra iniziata un anno fa. Di cui si è persa, ormai, memoria.

IlManifesto.it

SIRIA: I media accusano il governo siriano di collaborare con Al Qaeda. Come i mezzi di informazione smentiscono le loro stesse menzogne ​​e falsificazioni

di: Prof. Michel Chossudovsky

L’ultimo attentato terroristico a Damasco viene descritto dai media come un’altra iniziativa sponsorizzata dal governo volta a colpire i civili siriani.

Il report di CTV-AP di questo tragico evento, che ha causato la morte di 27 persone e circa 140 feriti, è pieno di contraddizioni. In primo luogo si riconosce che l’obiettivo degli attacchi erano gli edifici governativi, tra cui quelli dell’intelligence aeronautica e della Sicurezza Nazionale a Damasco:

Sabato, due esplosioni hanno scosso Damasco, la capitale siriana … Le due autobombe avevano come obiettivo gli edifici dell’ intelligence e della sicurezza della capitale. CTV,17 marzo 2012, enfasi aggiunta)

Ovviamente, ne consegue che – afferma la relazione – il regime siriano è responsabile di colpire i suoi propri edifici governativi.

Ora, perché mai avrebbe dovuto farlo? La risposta: “Gli attacchi si sono verificati nelle zone dove generalmente la sicurezza del governo è elevata, sollevando i sospetti dell’opposizione che il regime del presidente siriano Bashar al-Assad era responsabile“. (Ibid, enfasi aggiunta)

Gli attacchi hanno le impronte digitali di un’operazione di intelligence attentamente pianificata. 

Il governo siriano ha sottolineato la responsabilità dei terroristi legati ad Al Qaeda e sostenuti da potenze straniere, tra cui il Qatar e l’ Arabia Saudita:

Le esplosioni sono avvenute con una devastante precisione al di fuori della sede dell’intelligence di polizia e militare nella capitale, Damasco, nelle prime ore del sabato. Secondo i rapporti dei media statali siriani, si è trattato di due veicoli imbottiti di esplosivo. I residenti locali hanno descritto come le bombe sono state fatte esplodere a pochi minuti l’una dall’altra, causando terribili scene di carneficina.

Molti siriani comuni sono convinti che quest’ultima atrocità – come con le precedenti esplosioni mortali avvenute nella capitale e in altre città in tutto il paese – sia l’opera di gruppi terroristici addestrati e forniti da paesi stranieri nel tentativo di destabilizzare il governo di Bashar Al Assad.

Certo, l’attacco letale sembra essere ben oltre le capacità dei “disorganizzati ribelli”, come la cosiddetta opposizione anti-governativa viene spesso rappresentata dai media mainstream occidentali. La sua raffinata esecuzione suggerisce il coinvolgimento di forze speciali. La presenza di forze speciali inglesi, francesi, saudite e del Qatar, coinvolte nella formazione e nella direzione degli oppositori siriani,  è stata precedentemente  segnalata da Global Research e da altri media alternativi. Ma i media mainstream sembrano ignorare le sconvolgenti implicazioni di una tale connessione.(Finian Cunningham,  Saudi Arabia Is Arming Syrian “Opposition” As Twin Car Bombs Kill 27 In Damascus, Global Research, 17 marzo 2012)

Come i mezzi di informazione hanno interpretato gli attacchi 17 marzo 

A questo punto il clamore dei media diventa ancora più coinvolto e confuso. Gli ultimi rapporti sugli attacchi del 17 marzo a Damasco sembrano ora aver abbandonato le loro solite dichiarazione che l’uccisione di civili era stata ordinata da Bashar Al Assad e che sia stata opera di agenti del governo e milizie segrete.

Quello che i media occidentali stanno ora dicendo è che dietro gli attacchi ci sia Al Qaeda, che, ironia della sorte, concorda con la posizione ufficiale del governo Al Assad.

Ma.. c’è un “ma”… Implicito nel rapporto di CTV, Al Qaeda ora non opera più tra le fila dell’opposizione, come sostenuto dal governo siriano. Al Qaeda, per così dire, “ha cambiato bandiera” e sta supportando il governo laico di Bashar Al Assad contro un’opposizione, in gran parte integrata da islamisti, tra cui i Fratelli Musulmani, i gruppi salafiti e Al Qaeda stessa. Una tesi assurda:

Da Montreal, l’ analista mediorientale Mohamed Mahmoud, ha detto che le agenzie di intelligence occidentali e l’opposizione siriana ritengono che il governo siriano abbia legami con le forze di Al Qaeda nel paese e le stia usando per soffocare la rivolta (Ibid. enfasi aggiunta)

Una dichiarazione a dir poco contorta: Al Qaeda sta sostenendo un governo laico in Medio Oriente contro un “opposizione” islamica, quando poche settimane prima il segretario di Stato Hillary Clinton aveva riconosciuto, senza mezzi termini, che l’opposizione era sostenuta da Al Qaeda e da altre entità armate che erano sulla “lista americana dei terroristi”:

Abbiamo un gruppo molto pericoloso di attori nella regione, al-Qaeda, Hamas e quelli che sono sulla nostra lista dei terroristi, che stanno sostenendo l’opposizione [in Siria]”.

Secondo il rapporto di CTV:

Importanti funzionari dei servizi segreti degli Stati Uniti hanno inoltre indicato che, in Iraq, Al Qaeda sia il probabile colpevole dietro gli attentati precedenti, aumentando la possibilità  che i suoi combattenti si siano infiltrati oltre il confine per approfittare delle turbolenze.” (Ibid)

Il rapporto di CTV suggerisce che dietro gli attacchi ci fosse il governo. Si accenna, inoltre, che Al Qaeda stia attualmente collaborando con Bashar Al Assad e stia bombardando gli edifici governativi chiave su istruzioni dello stesso governo laico.

Gli attentati hanno colpito l’ edificio del Dipartimento dell’intelligence aereonautica e della sicurezza, a diversi chilometri di distanza da Damasco, quasi contemporaneamente, intorno alle 7 di mattina”, ha riferito il ministero dell’Interno.

Gran parte della facciata dell’edificio dell’ intelligence sembrava essere stata strappata via.

Poco dopo le esplosioni c’è stata una sparatoria e i residenti e gli altri che si erano radunati nella zona sono stati costretti a fuggire, ha detto un reporter di Associated Press che era sul posto. “(Ibid)

Si presume, anche se il rapporto non riesce a dirlo, che la sparatoria sia avvenuta tra le forze governative che proteggono gli edifici chiave del governo (tra cui l’ intelligence dell’ aereonautica) e i terroristi presumibilmente sponsorizzati dal governo.

Il teatro dell’assurdo.

LINK: SYRIA: Media Accuses Syrian Government of Collaborating with Al Qaeda. How the Media Refutes its own Lies and Fabrications

DI: Coriintempesta

Kony 2012 ed il nuovo velo di Maya

di: Ugo Gaudino

La fabbrica del consenso mediatico colpisce ancora: vittime passive, inermi e pronte a credere a qualunque soap opera strappalacrime ancora una volta sono gli spettatori, in questo caso i prodi corsari del Web, i quali, imbattendosi nel video del momento, KONY2012, non hanno saputo fare a meno di cliccare, commuoversi ed esprimere un’opinione fulminea su un argomento ignorato del tutto fino a 30 minuti prima. Chiariamo la situazione.

Spunta come un fungo un video alla moda, realizzato dalla ong Invisible Children, in cui si denunciano i crimini di Joseph Kony, leader ugandese dell’LRA, l’Esercito di Liberazione del Signore, movimento teocratico e fondamentalista creato negli anni ’80 che avrebbe sfruttato bambini-soldato e commesso atrocità indescrivibili e deprecabili.

Si invita il pubblico ad aderire all’iniziativa o quantomeno a diffondere la notizia. Dunque, un analista corretto non urlerebbe da subito allo scandalo in preda a raptus folli ed indignati, ostentando la classica saccenteria spocchiosa di chi pretende di conoscere il mondo basandosi su una misera fonte condivisa da milioni di automi. Bisogna procedere per gradi, squarciando il velo di Maya, come direbbe Schopenhauer, e raggiungendo un’adeguata consapevolezza dei fatti.

In primis, c’è da chiedersi perché su tanti paesi africani teatri di scontri cruenti e di barbarie a non finire gli osservatori – poco obiettivi – nostrani abbiano scelto proprio l’Uganda. Dimenticando, per esempio, che approssimativamente un anno fa in Costa d’Avorio c’è stato un golpe appoggiato dai francesi e dalla Nato, per deporre il legittimo presidente Gbagbo e sostituirlo col docile cane Ouattara, fedele ai diktat esteri. Dimenticando che un paese come la Libia, che viveva in pace con Gheddafi, è ora dilaniato da scontri tribali disumani, malgrado il “democratico” Consiglio Nazionale di Transizione e l’intervento a suon di bombe neocolonialiste. Dimenticando che quando in Sud Africa c’era l’apartheid non si fiatava o che in Nigeria presunti ribelli impiccarono l’attivista del movimento Ogoni Ken Saro Wiwa perché scomodo agli interessi della Shell. I paraocchi dei diritto-umanisti sono sempre più stretti e scuri, ahimè.

Secondo i cittadini ugandesi e gli esperti locali, ormai da molti anni Kony e l’LRA non spaventano più la popolazione ugandese: anzi, sembra che il leader viva in agonia, o addirittura che sia morto… Il popolo, piuttosto, è in ginocchio per colpa del proprio governo, quello del repressivo Museveni, accusato di genocidio nel Nord del paese da esperti quali il dottor Philip Kasaija, che parla di stupri e violenze contro la popolazione femminile, ed Olara Otunnu, un ex funzionario delle Nazioni Unite che condanna indubbiamente Kony ma prende di mira soprattutto l’immobilità di un governo che da anni strizza l’occhio agli interessi occidentali e che dispone di un esercito brutale. In realtà, sono tante le critiche arrivate dall’Uganda al video proposto per la trattazione superficiale di un problema grave, per un sistema di due pesi e due misure insostenibile e per un’azione volta più a pubblicizzare un intervento militare che a sollevare discussioni. E’ vero che i teocratici fondamentalisti si sono macchiati di una reputazione da macabri assassini, ma è pur vero che combattono contro una dittatura spacciata per democrazia, che rimane al potere solo in quanto funzionale agli interessi geopolitici stranieri (nel corno d’Africa, l’asse Uganda-Kenya-Etiopia serve agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna per penetrare nell’Oceano Indiano, contrastare l’azione di Stati “canaglia” come il Sudan e la Somalia, che comunque sono stati già disintegrati efficacemente negli ultimi anni, ed infine per appropriarsi delle ingenti risorse presenti).

Il discorso, quindi, deve necessariamente vertere sulle ragioni intrinseche di una tale protesta. Perché l’Uganda, perché ora e perché così prepotentemente ? Semplice, basta considerare proprio le risorse appena scoperte nella regione dei Grandi Laghi: un giacimento di petrolio da 2,5 miliardi di barili, che potrebbe coprire il fabbisogno USA nei prossimi anni, in un momento di conflitto col sempre più minaccioso blocco eurasiatico. Infatti, il Nobel per la pace Obama ha inviato un reparto di 100 militari (non è un romanzo di Orwell) in viaggio verso Kampala per prevenire attacchi dall’LRA. La coincidenza fortunosa vuole che in quel momento il paese abbia scoperto l’oro nero. Un colpo di genio. Come quando si andavano a cercare le armi di distruzione di massa di Saddam per giustificare l’intervento in Iraq, oppure quando si parlava di Bin Laden a Kabul per conquistare l’oppiaceo Afghanistan – dimenticando che Bin Laden ed Al Qaida furono finanziati dalla CIA dal 1979 sino alla fine degli anni ottanta per combattere l’URSS -, o ancora l’anno scorso quando Gheddafi doveva essere eliminato per le fosse comuni presenti solo nella mente annacquata di qualche opinionista nostrano – ma i martiri di Tawergha sono ignorati – o, infine, le granate e il macello di Assad denunciato dall’emittente degli sceicchi, Al-Jazeera, quando poi i ribelli filo-ccidentali massacrano i civili con sistematici atti di terrorismo. Pertanto, occorre interrogarsi puntualmente sui veri moventi che spingono i sicari dell’imperialismo ad agire: non si tratta di fermare la minaccia di un gruppuscolo di fanatici, che sarà esecrabile, ma di certo non peggiore del governo stesso di Museveni, che gode dell’appoggio AFRICOM, e di tanti esecutivi-fantoccio creati ad hoc per asservire i padroni (banche, multinazionali) e schiacciare popoli inermi. Inoltre, in un’indagine è importante ascoltare le due parti: e tra un Joseph Kony che parla della macelleria attuata da Museveni, per poi incolpare l’LRA e giustificare la condanna mondiale, e Invisible Children, che vanta un bilancio di diversi milioni in attivo pur essendo no-profit e che annovera tra i supporters diversi membri del Congresso e del dipartimento di stato USA, nonché alcune celebrità che fortificano la propria immagine con campagne umanitarie fittizie, l’esperienza mi insegna a credere al primo. Che va criticato per i metodi agghiaccianti, ma che almeno non finge ipocritamente di difendere cause nobili quando, oltre il velo di Maya, rappresenta la prima, mastodontica entità delittuosa, crudele ed efferata. L’AIDS, la povertà, l’inedia in Uganda non sono state create dall’LRA, e sono questioni irrisolte tanto come quella dei pargoli in tuta mimetica.

StatoPotenza.eu

Usa, raggi a microonde per scottare i manifestanti

di: Enrico Piovesana

La libertà di manifestazione negli Stati Uniti è sempre più a rischio, a giudicare dalle nuove leggi sull’ordine pubblico e dai nuovi sistemi d’arma ‘non letali’ per il ‘controllo delle folle’ che il Pentagono continua a pubblicizzare.

Nei giorni scorsi è stata organizzata nel poligono militare di Quantico, in Virginia, una nuova presentazione alla stampa del sistema di deterrenza attiva ‘Silent Guardian’, prodotto dall’azienda Raytheon per il Programma armi non letali del dipartimento della Difesa.

Si tratta di un raggio di microonde che viene sparato da una parabola montata su camion o su un blindato contro i dimostranti, causando nei loro corpi un superficiale ma insopportabile bruciore che li costringe a disperdersi.

L’effetto cessa appena i soggetti colpiti escono dal raggio d’azione delle onde e, secondo i progettisti, non causa nessun danno fisico permanente, poiché la frequenza è così debole (95 gigahertz) da penetrare nell’epidermide per meno di mezzo millimetro.

Chi l’ha provato, ha parlato di un’improvvisa esplosione di calore avvertita al petto e al collo che spinge istintivamente a fuggire lontano, e di una sensazione di forte calore che permane per almeno dieci secondi.

La particolarità che rende quest’arma molto apprezzata dai teorici del “crowd control” è quello di poter essere utilizzata a lunga distanza, poiché la gittata del raggio di microonde è di oltre 700 metri. Altri sistemi non letali (taser, idranti e pallottole di gomma) sono utilizzabili solo a breve distanza.

Finora il ‘Silent Guardian’ è stato utilizzato solo nel teatro di guerra afgano. O meglio, vi è stato mandato nel 2010 (montato su blindati Humvee) ma il generale Stanley McChrystal, allora comandante delle truppe Usa e Nato in Afghanistan, lo rispedì indietro perché temeva l’impatto negativo che il suo uso avrebbe avuto sulla popolazione locale.

Il timore (tutt’altro che infondato a giudicare dai cartelli branditi dei finti dimostranti nelle simulaizoni) è che questa tecnologia repressiva finisca con l’essere utilizzata per gestire l’ordine pubblico negli Stati Uniti in occasione di manifestazioni di massa.

E-IlMensile.it

Il Pd onora l’aviatore Mussolini

di: Manlio Dinucci

Che emozione quando, il 25 marzo a Forte dei Marmi, il sindaco Pd Umberto Buratti scoprirà la statua dedicata a «L’aviatore». A rappresentare gli aviatori italiani apparirà il figlio del Duce, Bruno Mussolini, in tuta di volo, maschio e fiero come il suo augusto genitore. La grande statua fu commissionata nel 1943 dallo stesso Benito Mussolini allo scultore Arturo Dazi, artista molto apprezzato dal regime, per onorare Bruno, morto in un incidente aereo due anni prima, agli inizi della Seconda guerra mondiale. Il Duce lo ricorda, nel libro a lui dedicato, come «aviatore di tre guerre, già volontario in Africa e in Spagna, che servì in pace e in guerra l’Italia», dando «nobiltà imperitura al nome dei Mussolini» e ispirando i giovani con la sua «vita esemplare».

A tale proposito, il sindaco Buratti e la sua giunta faranno bene a organizzare visite guidate delle scuole per spiegare agli alunni, di fronte alla statua, quale fu la «vita esemplare» di Bruno Mussolini. Nel 1935 partecipò con il fratello Vittorio, anche lui aviatore, alla guerra di conquista coloniale dell’Etiopia. Le loro gesta sono così descritte da Vittorio: «Le bombette incendiarie davano soddisfazione: era un lavoro divertentissimo. Bisognava centrare bene il tetto di paglia. Questi disgraziati che si vedevano bruciare il tetto saltavano fuori scappando come indemoniati. Una bella sventagliata e l’abissino era a terra». E anche in Etiopia, come già avvenuto in Libia, l’aviazione italiana usò, non solo contro le formazioni armate ma contro le popolazioni inermi, gas soffocanti (fosgene), vescicatori (iprite) e tossici (benzolo). A questo punto sarà bene spiegare alle scolaresche, basandosi su un libro di F. Pedriali edito nel 1997 dall’Ufficio storico dello Stato maggiore dell’aeronautica, che la guerra fu provocata dalla «manifesta avversione dell’imperatore Hailè Selassiè ad accettare anche una semplice tutela economica italiana» e che furono gli etiopi a «violare le convenzioni internazionali usando pallottole dum-dum», il che costrinse gli italiani a ricorrere alle armi chimiche. Si potranno poi illustrare le gesta di Bruno nella guerra di Spagna nel 1937-38, quando l’aviazione di Mussolini intervenne a fianco della Luftwaffe di Hitler. E per questo Bruno fu insignito dal fascista Franco con la Cruz por la Unidad Nacional Española. Oggi la sua statua, che nel 1998 l’allora sindaco di Forza Italia non riuscì a esporre a causa delle proteste, sarà resa «visibile a tutti» da un sindaco Pd per rendere «omaggio all’Aeronautica militare». Un messaggio politico per affermare che il Partito democratico riconosce  quello che l’Aeronautica militare definisce il «continuum di valori che impreziosisce il corso della sua storia», da quando un secolo fa l’Italia usò per la prima volta al mondo aerei a scopo militare nella guerra coloniale di Libia a quando, nel 2011, è tornata a bombardare la ex colonia. Un messaggio anche agli elettori in vista delle amministrative del prossimo maggio. Con il fascistissimo figlio del Duce come testimonial del fatto che il Pd ha ormai superato il vetero antifascismo. E dopo l’inaugurazione del «Monumento all’Aviatore», con tanto di corteo e fanfara, tutti a mangiare gli italianissimi spaghetti. Il sindaco Pd ha infatti vietato i ristoranti di kebab.

IlManifesto.it

Piombo fuso e veleni a gocce: vita da palestinese sotto l’imperio israeliano

Articolo inviato al blog

di: mcc43

Tutto è cominciato venerdì [9 marzo] quando, dopo il lancio di due colpi di mortaio contro Israele, un raid israeliano ha ucciso il leader dei Comitati di Resistenza Popolare Zuhir al-Qaisi e il genero.

Secondo l’esercito, al Qaisi stava preparando un grave attentato in Israele al confine con l’Egitto. 

L’uccisione di al Qaisi ha scatenato la ripresa su larga scala dei lanci di missili e colpi di mortaio contro le città israeliane di Bèer Sheva, Ashdod, Kiryat Malachi, Netivot e Ashkelon. Le forze israeliane hanno reagito con una serie di raid contro cellule che stavano sparando missili e officine dove vengono assemblate armi.

Non è proprio così. In realtà tutto è cominciato l’11 novembre 2011 in questo articolo di Debkafile, un ente israeliano di analisi politiche, fiancheggiatore del Mossad, che costruisce lo sfondo sul quale far ballare gli eventi al suono della politica di Tel Aviv.

[…] la Jihad sostenuta dall’Iran ha impiegato le armi contrabbandate dalla Libia cinque mesi fa come ha rivelato DEBKAfile l’11 novembre 2011. Cinquanta mercenari libici dei Fratelli Musulmani sono arrivati nella Striscia di Gaza il mese scorso da Tripoli sulle ruote dei minivan equipaggiati dei nuovi lanciamissili visti in azione negli scontri libici contro l’esercito di Gheddafi.

Ovvero: noi ve l’avevamo detto! E poi:

Agenti dei servizi segreti occidentali che operano nella Striscia di Gaza hanno provato a far saltare fuori dagli islamisti libici chi fosse dietro il contrabbando dei lanciamissili, ma sono stati bloccati dagli aderenti palestinesi della Jihad islamica che hanno fatto muro. Dall’arrivo, i libici addestravano le squadre palestinesi all’uso di diversi sistemi missilistici, indisturbati da qualsiasi interferenza militare israeliana.

Ovvero: faranno peggio, pertanto fuoco a volontà.

Lo stile comunicativo è quello di Don Basilio “la calunnia è un venticello che incomincia a sussurrar, si propaga, si raddoppia e produce un’esplosione, come un colpo di cannone” ma fa tanta presa sui nostri media.

§§§

Noi lettori non abbiamo alcun modo di appurare se i lanciarazzi siano arrivati dalla Libia, ma, sempre che esistano,  personalmente lo considero credibile. Allora mi vengono in mente tanti:  perché?

-perché chiamarlo  “contrabbando” se i lanciamissili non erano proprietà dell’esercito libico regolare,   bensì dotazione delle bande islamiste?

-perché sottolineare – in questo contesto – che Hamas è sostenuta dall’Iran?

-perché alludere genericamente a servizi segreti “occidentali” se ad avere più di tutti interesse ad indagare sono proprio gli israeliani?

-perché mancano fonti, non c’è nemmeno il solito “ da Debka files”,  della notizia dei 50 terroristi islamici arrivati a Gaza?

-perché , se la Jjhad di Gaza ha fatto muro, gli israeliani sono al corrente che i libici hanno addestrato i palestinesi?

-perché  se davvero erano a conoscenza del pericolo incombente, sono stati lasciati indisturbati, questi terroristi islamici, fino a quando su Israele sono piovuti due missili, questa volta insolitamente facendo dei feriti?

Difendere i civili israeliani è meno importante del superiore interesse di rammentare, dimostrandolo, che l’esistenza di Israele è sempre a rischio?

Lo sfoggio di potenza di fuoco di una delle nazioni meglio armate del mondo ha fatto in tre giorni – fino all’11 mattino- 17 vittime nella strisca di Gaza. Quanto bisogno ha Israele di validarsi agli occhi del mondo, arrivando a superare in così larga misura perfino la legge del taglione?

Israele è una comunità profondamente traumatizzata [dice lo scrittore David Grossman]  che ha difficoltà a distinguere  pericoli reali dall’aura di traumi precedenti e talvolta penso che il primo ministro s’infiammi mescolando i pericoli effettivi con l’eco di quelli del passato.  Netanyahu e Jehoud Barak bombarderebbero l’Iran in parte per bisogni strategici, ma anche per quello che è in Netanyahu un sentimento di storica responsabilità di salvare il “popolo dell’eternità”.  Egli ha una visione secondo la quale siamo fin dalla Bibbia  il “popolo eterno” e le nostre negoziazioni, secondo questa sua visione, sono con l’eternità, con la prima corrente storica del genere umano, mentre gli Usa, con tutto il rispetto, sono solo un’ altra superpotenza come Roma, Atene o Babilonia, alle quali noi siamo sopravvissuti. Temo che questo modo di pensare possa incoraggiare  Netanyhau a fare il gran passo di invadere l’Iran”

Personalmente accetto tranquillamente che gli Ebrei si considerino un “popolo sacerdotale” (similmente potrebbero gli arabi), secondo la definizione che agli inizi del secolo scorso ne diede  il rabbino livornese Elia Benamozegh nel saggio Israele e l’Umanità. Per  questa ragione, è grande il mio sconcerto di fronte al fatto che uno stato, quindi una istituzione che esercita un dominio presente e concreto, voglia definire se stesso  “ebraico” e che adotti schemi d’azione militare che lo apparentano ai pistoleri del Far West americano.

Ritengo ci sia molta plausibilità nelle argomentazioni di Grossman, che nel romanzo Vedi alla voce Amore ha descritto in modo magistrale la compulsa reticenza dei sopravvissuti. Da questo, forse, nasce un collettivo, pietrificato, rifiuto di proseguire le analisi storiche sulla Shoa, quasi che finanche l’ipotesi di diminuire di qualche unità il numero delle vittime significasse negare in toto la tragedia.

La striscia di Gaza ha una densità di circa 6000 persone per Km quadrato, o più precisamente, come scrive  Berretti Bianchi, il sito degli obiettori di coscienza:

La Striscia di Gaza si estende su di un’ area di 360 km quadrati, di cui il 42% sono occupati dagli insediamenti; nel restante 58% vivono 1.220.000 palestinesi con una densità di circa 5.800 persone per km quadrato. Nei 150 km quadrati occupati dagli israeliani vivono 4/5000 coloni difesi da circa 8.000 soldati, con una densità di 25/30 persone per km quadrato (soldati esclusi). A est di Gaza sono decine gli insediamenti militari che non sono stati evacuati nonostante gli accordi di Oslo del 1994, qui sono di stanza centinaia di carri armati, mai rimossi dai loro campi.

Bombardare Gaza significa mettere a priori nel conto che i cosiddetti  “omicidi mirati”, sebbene propagandati come operazioni “chirurgiche” , spargeranno una scia di sangue. Significa sapere a priori che l’uccisione di un bambino rinfocolerà l’odio, rilancerà vendette; e tutto sarà la precondizione per altro “piombo fuso” che la Debkafile oggi mette in prima pagina “la Jihad islamica pagherà caro il lancio dei missili Fajr” (stranamente il nome di questi missili di superficie, Fajr,  è anche l’ora della prima preghiera islamica) e “rivela” che le sue fonti avvisano di “una spettacolare operazione” che i terroristi starebbero preparando contro Israele.

Ma la ragione della furia dei bombardamenti, secondo le dischiarazioni israeliane, risale a un ben preciso episodio precedente: Israele voleva uccidere Al-Quisi, che come detto all’inizio, era a capo del PRC, comitati di resistenza popolare. Ragione  notoriamente falsa.
dall’articolo del giornalista Yossi Gurvitz di 972mag.com

C’è un grosso problema serio con questo comunicato: si attribuisce ad Al-Queisi la responsabilità per l’attentato terroristico nei pressi di Eilat in agosto. Ma, come è stato scritto su questo blog più volte, gli attaccanti non provenivano da Gaza, ma piuttosto dal Sinai. Questo non ha impedito al IDF [forze militari israeliane] di uccidere sei membri della leadership PRC diverse ore dopo l’attacco, né ha impedito al Primo Ministro Netanyahu di annunciare che “i responsabili dell’attacco sono già stati puniti.”

Due mesi dopo l’attacco, le indiscrezioni uscite dall’establishment della sicurezza hanno permesso di ricostruire la verità ed escludere la responsabilità di Gaza.

Alla richiesta di commentare, il portavoce dell’IDF ha rifiutato; in seguito l’esercito egiziano ha arrestato un residente del Sinai, accusandolo di aver pianificato l’attacco di Eilat.
[sull’attentato di Eilat vedere post Dopo Eilat in Medio Oriente , di agosto 2011]

§§§

2009: “Piombo fuso”

La tracotanza dell’esercito e dei funzionari israeliani impera ovunque ed in Cisgiordania, contemporaneamente al bombardamento di Gaza, il governo di Tel Aviv ha fatto arrestare 120 palestinesi.

Nel blog STORIE DELL’ALTRO MONDO scrive una nostra connazionale che vive in Medio Oriente. Ora si trova nella Valle del Giordano; questo il suo ultimo post:

Storie di quotidiana (a)normalità

Due giorni fa Mohammad stava portando al pascolo le sue pecore nella piccola comunità di Ein al-Hilwah nel nord della Valle del Giordano. Ha fatto l’errore di attraversare la strada principale, la strada Allon che viene utilizzata dai coloni per raggiungere gli insediamenti israeliani del nord. L’esercito è arrivato e l’ha multato. 1000 shekel, 200 euro, forse il suo guadagno di un mese, solo per non aver obbedito ad ordini assurdi. Stessa storia oggi, nel piccolo villaggio di Furuj Beit Dajan, nella Valle del Giordano, a pochi passi dal check-point di Hamra. Arriviamo che l’esercito se ne sta andando, sta rientrando nella vicina base militare.

Parliamo con la comunità di beduini che è stata minacciata, la cui sopravvivenza si basa sulla pastorizia. Stesse minacce, stesso folle sistema di divieti e ordini militari. “Ci hanno detto che non possiamo attraversare né la strada principale, né la strada davanti a noi. Dove portiamo a pascolare le pecore?” ci racconta il capo della comunità puntando un indice verso il cielo.

Il motivo di questi divieti senza senso? Motivi di sicurezza, dicono gli israeliani. Trasferimento forzato e silenzioso, dico io. Dopo averli privati dell’acqua corrente e dell’elettricità, le autorità israeliane stanno sottraendo a queste comunità della Valle del Giordano anche lo spazio vitale per sopravvivere. E presto o tardi gli abitanti saranno costretti ad andarsene.

… e dove, domando io?

Netanyhau può anche venire riverito alla Casa Bianca, la Debka può pure dettare le notizie ai nostri media e l’AIPAC, American Israel Public Affairs Committee, perfino influire sulla poltrona presidenziale di una superpotenza, nella società si tengano pure elezioni, forse lodevolmente senza brogli,
ma non basta.

Non basta a dare alla condotta militare e alla politica estera dello stato di Israele i connotati della civiltà democratica.

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altri articoli su Israele qui   http://mcc43.wordpress.com/category/israele/

e Palestina qui:  http://mcc43.wordpress.com/category/palestina/


Guerra Psicologica: “la battaglia per la mente”

di: Adrian Salbuchi

Nel 2004 Denis Boneau, un giornalista francese che scrive per Rete Voltaire, ha pubblicato un articolo intitolato “The Science of World Domination” (www.voltairenet.org / The-Science-of-World-Domination ), facendo un eccellente riassunto delle principali pietre miliari nello sviluppo della strategia per la guerra psicologica globale degli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Boneau ha cominciato descrivendo la dottrina Truman di “contenimento” dell’ ex Unione Sovietica, basata sul cosiddetto “lungo telegramma” inviato al Dipartimento di Stato nel 1946 da un consigliere dell’ambasciata americana a Mosca – ed erudito membro del Council on Foreign Relations (CFR) – S. George Kennan.

Poco tempo dopo, Kennan venne richiamato negli Stati Uniti per fornire informazione più dettagliate ai suoi superiori e le sue raccomandazioni vennero poi pubblicate sul numero di Luglio del 1947 di Foreign Affairs, la rivista ufficiale del CFR, nell’articolo ” The Sources of Soviet Conduct“. Questo divenne noto come l’articolo “X”, perché è così che Kennan lo firmò, in quanto vi erano ancora accese discussioni sul fatto se, quanto riportato da Kennan nel suo scritto, avrebbe dovuto trasformarsi nella politica estera ufficiale degli USA.

Lo diventò. Con il suo articolo, Kennan diede alla luce la politica statunitense di “contenimento” dell’Unione Sovietica, che consisteva nel bloccare l’espansione del comunismo attraverso il controllo dei movimenti d’emancipazione nazionale che avessero l’intenzione di portare al potere dei dirigenti filosovietici o filosocialisti.

Come politica ufficiale, il  “contenimento” ha richiesto la collaborazione di esperti in grado di fornire dati geografici, economici, culturali, psicologici e sociologici utili alle Forze Armate degli Stati Uniti e alla comunità di intelligence, lavorando quindi a stretto contatto con think tank come il CFR.

Scoppia cosi la Guerra Fredda, che Kennan e il governo degli Stati Uniti credevano avrebbe dato agli USA una storica opportunità per assumere la guida di quello avrebbero poi descritto come il “mondo libero“.

Con il tempo, mentre l’Elite del Potere Globale diventava sempre più profondamente radicata all’interno delle strutture di potere pubbliche e private degli Stati Uniti e della Gran Bretagna (e dei loro alleati chiave), divenne chiaro che la “leadership” sarebbe passata dal “mondo libero” a praticamente l’intero pianeta.

Come parte di questa strategia globale, il 1947 vide anche l’amministrazione Truman sancire il National Security Act che, tra le altre cose, diede vita alla Central Intelligence Agency (CIA) con il compito di progettare, pianificare ed eseguire azioni di “propaganda, guerra economica, azione diretta preventiva,sabotaggio, anti-sabotaggio, distruzione, sovversione contro Stati ostili, assistenza ai movimenti di liberazione clandestini, guerriglia, omicidi, assistenza a gruppi indigeni che si oppongono ai paesi nemici del ‘mondo libero’ … “

Qual è la guerra psicologica?

Boneau definisce la Guerra Psicologica (PsyWar) come una serie di azioni che vanno dalla propaganda via radio alla tortura e che necessitano di informazioni complete sulle popolazioni mirate. In un documento scritto nel 1948, le forze di terra americane definiscono la “guerra psicologica” come segue:

Si basa su mezzi morali e fisici diversi da quelli su cui si basano le ortodosse tecniche militari. Il suo scopo è: (a) distruggere la volontà e lo spirito combattivo del nemico ed evitare il sostegno da parte dei suoi alleati e (b) aumentare nelle nostre truppe e quelle dei nostri alleati la volontà di vincere “.

La Guerra Psicologica utilizza ogni arma e strumento possibile per influenzare e incidere la volontà del nemico. Queste “armi” sono etichettate come “psicologiche” per l’ effetto che producono e non causa della loro natura. Questo è il motivo per cui, la  propaganda aperta (“bianca“), quella segreta (“nera“) o quella “grigia” – sovversione, sabotaggio, omicidi, operazioni speciali, guerriglia, spionaggio, pressioni politiche, economiche e razziali ed etniche – sono tutte considerate utili armi di guerra psicologica.

Per mettere in pratica tutto ciò, i servizi segreti reclutano specialisti nel campo delle scienze comportamentali in grado di inventare la “semplice, chiara e ripetitiva” propaganda bianca e la propaganda nera volta a provocare “disordini, confusione e … terrore” all’interno delle forze nemiche.

Abbiamo quindi cominciato a capire che la cosiddetta “Primavera Araba”  non è proprio esplosa improvvisamente e spontaneamente nel 2011, ma era piuttosto nata da un “uovo”  di decenni fa e covato con pazienza dai servizi segreti.

Propaganda “Bianca”

Iniziò  negli anni ’40 e ’50 con il Progetto Troy, che mobilitò i  migliori studiosi  al fine di identificare i mezzi di trasmissione disponibili per trasmettere la “verità” (ovvero la propaganda degli Stati Uniti) dall’ altro lato della cortina di ferro attraverso potenti radio – trasmettitori come ad esempio Voice of America, la rete di radiodiffusione creata dall’International Information Service (IIS), un altro istituto per la guerra psicologica nato sotto l’amministrazione Truman.

Voice of America venne usato per promuovere i “valori” statunitensi della cosiddetta “democrazia“, ​​l’ “American Way of Life“, la “libertà” e il capitalismo delle grandi imprese. Un leader chiave del Progetto Troy fu  James Webb, consigliere del segretario di Stato Dean Acheson e un gran sostenitore della  “guerra psicologica“, che consigliò ad esperti universitari e al governo di lavorare a più stretto contatto.

Ben presto però si resero conto che Voice of America non bastava per penetrare la cortina di ferro e allora, sostenuti dalla Marina degli Stati Uniti e la CIA, vennero suggeriti altri canali per implementare la propaganda “bianca“: gli scambi universitari, la pubblicazioni di libri, informazioni per posta , riviste specializzate, pubblicazioni commerciali e industriali.

Truman creò inoltre lo Psychological Strategy Board, incoraggiando gli studi della “società sovietica” attraverso un programma di reclutamento di dissidenti denominato Progetto CENISCentre for International Studies – presso il MIT (Massachusetts Institute of Technology) diretto da Max Millikan del CFR.

Tale strategia funzionò cosi  bene che, nel 1950, la US Air Force commissionò e finanziò ricerche analoghe sulla popolazione coreana. A  Wilbur Schramm, il padre fondatore del paradigma della comunicazione di massa, John Ridley e Fredericks William venne dato il compito di intervistare rifugiati anti-comunisti per elaborare una adeguata strategia di propaganda verso la Corea. Lo studio portò anche alla  creazione del “Public Opinion Quarterly” (POQ), la rivista ufficiale della comunità della “guerra psicologica“.

Nel 1963 venne invece istituitò il Progetto Camelot, che definiva i modelli di processo che portano alle rivoluzioni nazionali nei paesi del Terzo Mondo per facilitare le operazioni di contro-insorgenza. Camelot è un buon esempio del rafforzamento delle relazioni tra gli studiosi comportamentali e la comunità di intelligence degli Stati Uniti ( università, grandi aziende, think-tank e le forze armate).  Facilitò gli interventi in Yemen, Cuba e Congo, e  contribuì a prevedere e prevenire il rischio della rivoluzione.

In Cile, operando attraverso lo Special Operations Research Office (SORO), il Project Camelot, col sostegno della CIA, pianificò il rovesciamento del governo democraticamente eletto di Salvador Allende per imporre, l’11 settembre 1973, la giunta militare del generale Augusto Pinochet.

Lo sviluppo della Strategia della Guerra Psicologica globale può anche contare sulle più importanti università che si occupano di Scienze della Comunicazione per sviluppare il paradigma della “comunicazione di massa”, tramite i finanziamenti da parte dei militari degli Stati Uniti, dalla CIA e dal Dipartimento di Stato. Ciò permise quindi l’ elaborazione di una  efficace  propaganda per penetrare la cortina di ferro con mezzi diversi, tra cui opuscoli e  radiodiffusione. Il  campo di studio della disciplina è ampio: si va dalle tecniche di persuasione, a sondaggi, interviste, mobilitazioni politiche e militari, diffusione dell’ideologie …

Oggi, soprattutto grazie a importanti scoperte nel campo delle tecnologie delle comunicazioni e dell’informazione,  la propaganda e la guerra psicologica sono state in gran parte esternalizzate e privatizzate. Le loro armi di guerra psicologica principali sono TV, radio, stampa e internet, come Fox, CNN, MSNBC, ABC, CBS, PBS, New York Times, Newsweek, BBC, RTVE, RAITime, Daily Telegraph, Sun, Mirror, Daily News,ReutersJerusalem Post e le loro filiali e dipendenti a livello mondiale.

Cosa più importante, questo processo include anche quell’ importante arma dell’ ingegneria sociale e della deformazione del pensiero, conosciuta come l’ “industria dell’intrattenimento“, con Hollywood come suo perno centrale e fiore all’occhiello.

Il dipartimento dei Trucchi Sporchi

Fin dall’inizio, la tortura era considerata un campo di ricerca delle scienze sociali. Durante la guerra di Corea, il BSSR (il principale centro di ricerca della propaganda “nera“) è stato incaricato di svolgere studi per l’esercito al fine di identificare i “target e fattori di debolezza ” delle popolazioni dell’Europa dell’Est,  definendo diversi “aspetti di violenza psicologica“. Il BSSR elaborò relazioni sugli effetti delle tecniche tradizionali di interrogatorio – scosse elettriche, percosse, droga – (finanziate in parte dalla CIA) in particolare sulle popolazioni del Vietnam e dell’ Africa, destinate a migliorare l’ efficienza delle torture.

Il paradigma della comunicazione di massa si inserisce in un più ampio piano intellettuale, consistente nella divisione della mappa del mondo in relazione alla logica degli strateghi americani. Il patriarca di questa disciplina, Wilbur Schramm (come Leo Strauss), ha offerto una prospettiva di questa dimensione riduzionista delle scienze della comunicazione basata sull’ antagonismo “buoni / cattivi“, dove il comunismo simboleggiava il  “male” e l’ America il  “bene“. Questo venne condiviso dalla maggioranza degli intellettuali e scienziati che supportavano il governo degli Stati Uniti nella lotta contro l’espansionismo sovietico, dove la neutralità era considerata pari al tradimento.

Nel 2001, l’amministrazione Bush ha riattivato questi meccanismi della Guerra Fredda, ma non per combattere l’Unione Sovietica bensì per imporre un “Nuovo Ordine Mondiale“. Dopo l’11 settembre 2001, la scusa per questa riattivazione è stata “la guerra al terrorismo.” Ancora una volta i servizi di intelligence si sono rivolti alle università: il direttore della ricerca scientifica della CIA, John Philips, ha preso il controllo del Rochester Institute of Technology, Michael Crawl, vice direttore della associazione economica mista della CIA nel settore informatico è stato nominato preside della University of Arizona e Robert Gates (ex direttore della CIA sotto la presidenza Bush senior), prima di diventare capo del Pentagono del governo Bush / Obama, è stato presidente della Texas A & M University. Ahimè!… Niente di nuovo sotto il sole …

L’articolo è stato originariamente pubblicato su  New Dawn 131 (http://www.newdawnmagazine.com/latest-issue/new-dawn-131-march-april-2012).

LINK: PsyWarfare: “The Battle for the Mind”

DI: Coriintempesta

Il mito dell’ universalità dei diritti umani

Articolo inviato al blog

di: Gaspare Serra – PANTA REI -

QUAL’E’ IL FONDAMENTO DEI DIRITTI DELL’UOMO?

 

“Confessiamo una buona volta a noi stessi che da quando l’umanità ha introdotto i diritti dell’uomo, si fa una vita da cani…”

(Karl Kraus)

 

La “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” (cd. Dudu) del 1948 enuncia una lunga serie di diritti.

Ciò dandone per scontata l’esistenza, ovvero senza indicarne esplicitamente il fondamento ultimo.

Perché mai, allora, riconoscere i cd. diritti umani come diritti “universali” (ovvero rivolti all’intera Umanità e imponenti agli Stati la “non ingerenza” nell’esercizio individuale degli stessi)?

Dove traggono fondamento i “presunti” caratteri distintivi dei diritti dell’uomo (la loro “fondamentalità”, “universalità”, “inviolabilità” e “indivisibilità”)?

 

PUO’ ESSERE “DIO” IL FONDAMENTO DEI DIRITTI UMANI?

 Alison Renteln, nell’opera “International Human Rights”, distingue tre possibili fondamenti dei diritti dell’uomo:

1-  l’Autorità divina

2-  la legge di natura

3-  o la ratifica internazionale dei trattati (ovvero il “consenso” degli Stati).

Molti autori (tra cui Michael Perry), così, individuano il fondamento dei diritti umani nell’Autorità divina: solo pensando agli uomini come opera di Dio (per ciò stesso “sacri”) vi sarebbero ragioni per credere nell’“universalità” e nell’“inderogabilità” dei diritti dell’uomo (miranti a proteggerne la “dignità”).

Non stupisce, così, leggere nella “Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America” (del 4 luglio 1776) quanto segue: “Reputiamo di per sé evidentissime le seguenti verità:

1- che tutti gli uomini sono stati creati uguali

2- che il Creatore li ha investiti di certi diritti inalienabili

3-  e che, tra questi, vi sono la vita, la libertà e la ricerca della felicità”.

Del resto anche nel Preambolo della “Carta araba dei diritti dell’uomo” (adottata -sia pur non ancora vigente- dal Consiglio della Lega degli Stati Arabi il 15 settembre 1994) si legge: “Premessa la fede della Nazione Araba nella Dignità dell’uomo, sin da quando Allah l’ha onorata…”.

 I limiti di questa impostazione teorica, però, sono duplici:

1-  da un lato, spingere ad unaidolatria dei diritti umani” (per lo più fatti coincidere con i principali valori condivisi dalle tre grandi religioni monoteiste e creazioniste);

2-  dall’altro, far perdere di validità universale gli stessi diritti (risulta difficile, infatti, credere che diritti strettamente legati ad una specifica visione religiosa possano essere universalmente condivisi).

I pericoli che discendono da questa lettura, pertanto, sono anch’essi duplici:

1- considerare i diritti umani alla stregua di unanuova religione dell’umanità”;

2-  e trasformare la loro difesa in una sorta di “neo-crociata” (possibile foriera di contrapposizioni ideologiche, manifestazioni d’intolleranza e conflitti di civiltà).

 

 PUO’ ESSERE LA “LEGGE DI NATURA” FONDAMENTO DEI DIRITTI DELL’UOMO?

Le principali teorie sui diritti umani si basanosull’idea dell’esistenza di una “legge naturale”, di cui tali diritti sarebbero solo diretta espressione.

Tali teorie (di matrice “occidentale” e “giusnaturalista”) propugnano l’esistenza di un “nucleo essenziale” di diritti e libertà che apparterrebbero all’uomo in quanto tale, prescindendo sia dall’Autorità divina che dal diritto positivo.

In quest’ottica i diritti umani sarebbero considerati alla stregua di “diritti naturali”.

Già i filosofi greci (Aristotele e gli stoici per primi) affermarono l’esistenza di un diritto naturale come un insieme di norme di comportamento la cui essenza l’uomo ricaverebbe dallo studio delle leggi naturali  (cd. giusnaturalismo).

Immanuel Kant, nelle opere “Fondazione della metafisica dei costumi” (1785) e “Metafisica dei costumi” (1797), in un’ottica più razionale e moderna, individuò nella dignità della persona (o “dignitas”) il fondamento ultimo del riconoscimento universale dei diritti umani.

La dignità dell’uomo consisterebbe in un “valore intrinseco assoluto” che imporrebbe a tutti gli altri esseri umani il rispetto sia della propria persona che di quella altrui (“il rispetto che ho per gli altri” -scrive Kant- “è il riconoscimento della dignità che è negli altri”).

Anche le tesi giusnaturaliste, però, presentano un limite:la necessità di un’“assoluta incontrovertibilità” di ogni assunzione metafisica sottostante, ovvero di una “definizione univoca” dei concetti di legge di natura, di natura umana e di dignità della persona (ancor oggi di problematica definizione…).

Il rischio conseguente, così, sarebbe quello di trasformare i diritti umani in una sorta di comandamenti di una “nuova religione laica”!

 

PUO’ ESSERVI UN “FONDAMENTO ASSOLUTO” DEI DIRITTI UMANI?

Partendo da queste criticità, molti autori giungono a negare alcun fondamento metafisico (o assoluto)dei diritti dell’uomo.

Nell’opera “Una ragionevole apologia dei diritti umani”, Michael Ignatieff sostiene che i diritti umani non possono essere considerati come un’espressione normativa della natura umana (in un certo senso, piuttosto, sarebbero “contro natura”!).

La moralità umana e i diritti umani rappresenterebbero solo un tentativo di correggere e contrastare le tendenze naturali proprie degli esseri umani: “non c’è niente di sacro negli esseri umani” -sostiene Ignatief- “niente a cui spetti di diritto venerazione o rispetto incondizionato”.

Secondo Norberto Bobbio i diritti dell’uomo nascono gradualmente in un contesto storico ben determinato, attraverso “lotte per la difesa di nuove libertà contro vecchi poteri”.

Definire certi diritti naturali, fondamentali, inalienabili o inviolabili significherebbe, così, usare “formule del linguaggio persuasivo” che possono avere la funzione pratica di dare maggior forza retorica a un documento politico ma che “non hanno alcun valore teorico”.

Ogni ricerca di un qualsiasi fondamento assoluto dei diritti, in conclusione, sarebbe vana!

Com’è possibile, del resto, trovare un fondamento assoluto in diritti di cui non si ha nemmeno una nozione ben precisa?

La stessa espressione “diritti dell’uomo” è molto vaga…

I diritti umani rappresentano una “classe variabile” in quanto diritti storicamente relativi (mutano nel tempo assieme alle condizioni storiche).

Ciò, del resto, spiega come:

a-  da un lato, diritti considerati assoluti nel passato non siano più considerati tali oggi (si veda la proprietà, come considerata dalla Dichiarazione francese del 1789 e come rivalutata dalle Costituzioni contemporanee);

b-  dall’altro, nel futuro potrebbero essere ritenuti fondamentali diritti che tali oggi non sono affatto (come la protezione dell’ambiente o la protezione della vita animale).

Com’è immaginabile rintracciare un fondamento assoluto, poi, in diritti così eterogenei e in conflitto tra loro?

Molti diritti umani sono “in concorrenza” tra di loro (si pensi al diritto della persona di non essere torturati e al diritto dei cittadini alla pubblica sicurezza).

Diritti “antinomici” non possano avere alcun fondamento assoluto (un diritto e il suo opposto non possono essere entrambi “inconfutabili”!).

Deve far riflettere, del resto, come nemmeno il primo dei diritti dell’uomo che generalmente viene in mente a noi Europei, ossia il “diritto alla vita”, può considerarsi ad oggi un diritto assoluto: ciò, infatti, mal si concilierebbe con la realtà di un Mondo ancora costellato da Stati che ammettono impunemente la pena di morte, tra cui i democratici e liberali Stati Uniti!

 

 IL “CONSENSO DEGLI STATI” COME UNICO FONDAMENTO DEI DIRITTI UMANI

 Basandosi su queste argomentazioni, studiosi come Michael Ignitieff e Norberto Bobbio hanno concluso che l’unico fondamento possibile per i diritti umani è quello storico-politico, ovvero il “consenso” tra gli Stati (principali attori della Comunità internazionale) manifestato nella forma dei trattati.

Occorre “smettere di pensare che i diritti umani siano delle specie di briscole” al di sopra della politica oppure “il credo universale di una società globalizzata, o una religione secolare”, sostiene Ignitieff.

I diritti umani vanno ridotti a mere “norme giuridiche”: non devono essere considerati una religione bensì il tentativo di indicare i valori e i disvalori che tutti gli Stati dovrebbero assumere come criteri guida nella loro azione.

Riconoscere un fondamento “consensualistico” ai diritti umani, tuttavia, comporta inevitabilmente la rinuncia a ogni “pretesa universalistica”: e proprio questo è l’aspetto più “rivoluzionario” di questa nuova prospettiva.

 

 COME SI E’ COSTRUITO “IL MITO” DELL’UNIVERSALITA’ DEI DIRITTI UMANI?

 Il diritto internazionale (dalla cd. Dudu in poi) ha sempre ribadito il carattere “universale” dei diritti umani.

Ma ha davvero senso parlare di “universalità” di tali diritti?

Stando alle discrepanze interpretative e difformità attuative degli “stessi diritti” da parte dei “diversi soggetti” della Comunità internazionale (gli Stati) ciò appare per lo meno “problematico”… per non dire “pretestuoso”!

 Ecco qualche esempio che può aiutarci a comprendere:

I- da un punto di vista filosofico, mentre l’Occidente è legato ad una concezione “giusnaturalista” dei diritti umani (ritenuti connaturati alla persona umana e indipendenti dalle leggi statuali: ogni Stato che li violerebbe potrebbe essere legittimamente contestato dai propri cittadini), i paesi di tradizione socialista, Cina in testa, sono legati ad una concezione più “statalista” dei diritti dell’uomo, riconosciuti solo nella misura in cui affermati da leggi dello Stato (ogni Stato sarebbe sovrano sia nel definirli sia nel limitarli o circoscriverli in ragione di prevalenti interessi superindividuali)

II- da un punto di vista politico, mentre in Occidente si tende a privilegiare i diritti civili e politici (originariamente rivendicati come risposta allo strapotere dello Stato assoluto), nei paesi in via di sviluppo si presta maggiore attenzione ai diritti economici, sociali e culturali (il diritto a nutrirsi, al lavoro ed alla casa sono considerati prioritari rispetto al diritto al voto ed alle libertà personali)

III- da un punto di vista religioso, infine, mentre nei paesi cristiani il rispetto della persona è un principio cardine dello Stato di diritto, in molti paesi islamici (tendenzialmente teocratici) precondizione per cui una persona possa vantare tali diritti è il simultaneo rispetto dei principi religiosi della “shari’a”.

Ciò ben spiega perché nella “Dichiarazione del Cairo” (approvata dalla XIX Conferenza islamica dei ministri degli esteri) si afferma come il fondamento dei diritti umani (definiti “comandamenti divini vincolanti, ex art. 2 e 10) si trova nella religione islamica e i diritti umani possono essere esercitati solo in conformità alla “shari’a” (ex art. 2, 7, 12, 16, 19 e 22).

Tali inconciliabili visioni dei diritti dell’uomo spingono a considerare un “mito” la loro supposta universalità (che, tra l’altro, non si è ancora affatto realizzata e, tutt’al più, si può indicare come un traguardo auspicabile).

La pretesa di uniformare universalmente “le culture” dei diritti umani, piuttosto, nasconde in sé seri pericoli, quali il rischio di trasformare la difesa di tali diritti (di matrice “occidentale” e “giusnaturalista”):

a- in una forma di “imperialismo culturale” o “tirannia di una maggioranza etica” (con cui ambire ad imporre nel mondo una sola morale, sia pur prevalente)

b- e in un pretesto per giustificare finanche il ricorso alla guerra come strumento di difesa di tali diritti qualora e ovunque violati (sorvolando sul fatto che è la guerra in sé la più grande violazione dei diritti dell’uomo!).

Il vizio originario della dottrina occidentale dei diritti umaniè che essa poggiasu una Carta (la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo) tutt’altro che espressione di valori “universali”bensì messaggera di una ben precisa visione etica e culturale, d’indiscussa matrice cristiano-illuministica.

La Dichiarazione del ’48 in primis è un testo d’ispirazione “intrinsecamente occidentale”: non a caso alla stesura della Carta lavorò un Comitato di redazione composto prevalentemente da rappresentanti di paesi occidentali (molti stati dell’attuale Comunità internazionale, nell’immediato dopoguerra ancora non indipendenti o nemmeno sorti, non hanno potuto influire sui lavori del Comitato o nemmeno parteciparvi).

La Dudu, in ultima analisi, non indica valori universalmente condivisi bensì costituisce “una dichiarazione monista che si auto-eleva a legge universale, sebbene sia espressione di una limitata parte dell’Umanità” (Rigon).

Come può, del resto, rappresentare un “ethos globale” una Carta sorta dal compromesso politico raggiunto tra poche potenze mondiali (fondamentalmente Stati Uniti, Europa ed Urss)?

 

 L’“UNIVERSALISMO MINIMALISTA” DEI DIRITTI UMANI

 Accogliendo le critiche all’“universalismo assoluto” dei diritti umani e, al contempo, rifiutando l’opposta tesi del “relativismo etico” globale, Michael Ignatieff (direttore del “Carr Center of Human Rights Policy” di Harvard) ha indicato una teoria alternativa sul fondamento ultimo dei diritti dell’uomo, definita “universalismo minimalista”.

 Di fronte ad una Comunità internazionale irrimediabilmente divisa sul terreno dei diritti umani, Ignatieff proponela rinuncia ad ogni pretesa universalistica in nome della ricerca diun “consenso politico minimo” intorno ad alcuni diritti essenziali.

Lo Studioso suggerisce di ricercare alcuni minimi, essenziali punti di convergenza della Comunità internazionale sul campo dei diritti umani nel rispetto delle specificità storico-culturali dei vari Paesi.

Ridotti “all’essenza”, così, i diritti dell’uomo cesserebbero di rappresentare presso le culture più diverse dalla nostra una sorta di intrusione “neoimperialista” (un tentativo di imporre stili di vita, valori e visioni del mondo tipicamente occidentali).

I diritti umani andrebbero presentati, in conclusione, piuttosto che come un linguaggio di parte utilizzato per proclamare “verità assolute”, come uno strumento per la soluzione dei conflitti e la tutela degli individui dagli abusi del potere.

 Questo “nucleo ristretto” di principi e precetti individuati dagli Stati potrebbe risultare universalmente condiviso solo se compatibile con un’ampia varietà di modi di vivere e pensare (col “pluralismo” dei popoli e delle loro culture), pur senza rinunciare ad apprestare unatutela minima” alla persona umana ovunque nel mondo.

Risponderebbero bene a questi requisiti solo quei diritti che si limiterebbero a definire “libertà da” (ovvero “libertà negative”, a protezione della capacità d’azione dell’individuo) senza indicare “libertà di” (ovvero “libertà positive”).

In quest’ottica, filtrare la “quintessenza occidentale” della teoria dei diritti dell’uomo rappresenterebbe l’unico compromesso possibile per superare le divisioni tra le diverse Civiltà.

 Quali sarebbero questi “valori universalmente condivisi”?

Tale nucleo essenziale potrebbe pacificamente ricondursi alle più gravi violazioni dei diritti dell’uomo, su cui ampia e unanime è la condanna da parte della generalità degli Stati:

1- il genocidio;

2- la discriminazione razziale (in specie l’apartheid);

3- la tortura

4- i trattamenti inumani o degradanti;

5- e la violazione del diritto dei popoli all’autodeterminazione.

Nulla impedirebbeuna progressiva convergenza degli Stati sul riconoscimento di un nucleo sempre più ampio di diritti (quali quello all’alimentazione, all’accesso all’acqua, alla protezione sanitaria, alla sicurezza, alla libertà di manifestazione del pensiero, alla partecipazione dei cittadini alle scelte dei propri governi tramite libere elezioni…).

A favorire ciò, poi, potrebbero contribuire processi sia di “regionalizzazione” (si veda la Cedu) che di “settorializzazione” dei diritti umani (si vedano i numerosi trattati internazionali siglati negli anni).

 Il filosofo Alessandro Ferrara, addirittura, ha proposto la stesura di una Seconda Dichiarazione Universale dei Diritti Umani per rispondere all’esigenza di identificare quei pochissimi diritti che si possono davvero riconoscere come “universali”.

Un obiettivo probabilmente ancora troppo ambizioso ma con il quale la Comunità internazionale prima o poi dovrà pur fare i conti…

 

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 RIFERIMENTI FACEBOOK:

 “AL SALAM – LA PACE” (Contro ogni guerra!)

 Gruppo: http://www.facebook.com/groups/48570527239

Pagina: http://www.facebook.com/perlapace

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“La madre di tutte le bombe”: una “grande arma” da usare in Iran

di: Global Research News

MOAB - Madre di Tutte le Bombe

Un importante generale dell’US Air Force ha definito la più grande testata convenzionale – una bomba bunker buster da 30,000 libre – come una “grande arma” per un attacco militare contro l’Iran.

Tale commento disinvolto riguardo un imponente dispositivo di uccisione arriva nella stessa settimana in cui il presidente americano Barack Obama sembrava mettere in guardia contro “i discorsi sciolti” sulla guerra nel Golfo Persico.

“Il penetratore di artiglieria massiccia [MOP, Massive Ordnance Penetrator] è una grande arma”, ha detto il tenente generale Herbert Carlisle,  vice capo dello Stato Maggiore delle Forze aeree degli USA, il quale ha poi aggiunto che la bomba sarebbe probabilmente utilizzata in un qualsiasi attacco contro l’Iran ordinato da Washington.

Il MOP, che viene anche chiamato come la “Madre di tutte le bombe“, è progettato per perforare più di 60 metri di cemento armato prima di far detonare la sua testata. 

Si ritiene che sia la più grande arma convenzionale, non nucleare, nell’arsenale americano. In termini di capacità distruttiva, si può ritenere essere la più spaventosa arma  esplosiva tra la vasta gamma di potenti ordigni esplosivi sviluppati dal Pentagono negli ultimi dieci anni.

Una bomba bunker buster da 30.000 libbre (13.600 kg), progettata per sfondare più di 60 metri di cemento prima di esplodere, è una” grande arma “che potrebbe essere usata dalle forze americane in uno scontro con l’Iran sul suo programma nucleare, ha riferito giovedi un generale dell’ Air Force.

….

Il Pentagono ha iniziato a lavorare sulle opzioni militari, se le sanzioni e la diplomazia non riuscissero ad evitare che Teheran costruisca un’arma nucleare.

Il Segretario della Difesa Leon Panetta ha detto giovedi, in un’intervista  al National Journal, che la pianificazione era in corso  “da parecchio tempo.”

….

La  dura retorica da parte del Pentagono è arrivata nonostante lo sforzo fatto in questa settimana dal presidente Barack Obama di tamponare  “i discorsi sciolti” e le “spacconate” riguardo una possibile azione militare, dicendo che c’era ancora un’opportunità per la diplomazia.

Carlisle ha anche riferito durante la conferenza della difesa ospitata da Credit Suisse-McAleese che un conflitto con la Siria o l’Iran potrebbe vedere le operazioni militari statunitensi influenzate dal nuovo pensiero tattico conosciuto al Pentagono come Battaglia Aria – Mare.

Tale approccio ha lo scopo di trarre vantaggio dalle reti altamente integrate delle forze americane.

Carlisle ha detto che le tattiche si concentrano sul funzionamento in più domini, dall’ aria e dal mare allo spazio e cyberspazio, mentre il collegamento e l’ integrazione delle informazioni delle diverse aree avviene tramite i satelliti e i sensori montati sui caccia e sui velivoli senza pilota.

Tutte queste cose sono sul tavolo e sta venendo pensato come possiamo fare per rendere questa pianificazione operativa,” ha aggiunto Carlisle , sottolineando che la Siria e l’Iran hanno sviluppato importanti sistemi di difesa volti a mantenere a distanza i potenziali aggressori, e quindi una strategia di Battaglia Aria – Mare è stata progettata per aggirarle.

Carlisle ha detto che il cyberspazio potrebbe rappresentare un fattore in un conflitto con i due paesi. “Tutta la dirigenza ha riferito che nulla è fuori dal tavolo per quanto riguarda quello che vorremmo impiegare e utilizzare”, ha detto. ( Reuters, 9 Mar 2012)

Lo sviluppo e l’impiego contro l’Iran del MOP è stato documentato in un articolo di Global Research del 2009 di Michel Chossudovsky:

Di importanza militare all’interno dell’ arsenale delle armi convenzionali degli Stati Uniti è l ‘”arma mostro” da 21.500 libbre soprannominata la “madre di tutte le bombe”. La GBU-43 / B o Massive Ordnance Air Blast bomb (MOAB) è stata classificata “come la più potente arma non nucleare mai progettata “, con la più grande resa nell’arsenale convenzionale americano. Il MOAB è stato testato all’inizio del marzo 2003, prima di essere distribuito nel teatro guerra in Iraq. Secondo fonti militari statunitensi, i Capi di Stato Maggiore avevano messo al corrente il governo di Saddam Hussein, prima di lanciare  l’attacco del 2003, che la “madre di tutte le bombe” doveva essere utilizzata contro l’Iraq. (Ci sono stati rapporti non confermati sul fatto che sia stata utilizzata in Iraq).

Il Dipartimento della Difesa statunitense ha confermato nel mese di ottobre 2009 che intende utilizzare la “Madre di tutte le bombe” (MOAB) contro l’Iran. Il MOAB viene riferito essere “particolarmente adatto per colpire in profondità gli impianti nucleari interrati, come quelli di Natanz e Qom in Iran” (Jonathan Karl,Is the U.S. Preparing to Bomb Iran? ABC News, October 9, 2009). La verità è che  il MOAB, data la sua capacità esplosiva, comporterebbe un numero di vittime civili estremamente elevato. Si tratta di una convenzionale “macchina per uccidere”, con una nube di impatto simile a quella di un fungo atomico.

MOAB:screen shots di un test: esplosione e nube a fungo

L’appalto di quattro MOAB è stato commissionato nel mese di ottobre 2009 per il pesante costo di 58,4 milioni dollari, (14,6 milioni dollari per ogni bomba). Tale importo comprende i costi di sviluppo e test, nonché l’integrazione delle bombe MOAB sui bombardieri B-2. (Ibid). Il presente appalto è direttamente collegato ai preparativi di guerra con l’Iran. La notifica era contenuta in una delle 93 pagine del “memo di riprogrammazione” che comprendeva le seguenti istruzioni:

“Il Dipartimento ha un Urgente Necessità Operativa (UON, Urgent Operational Need) per la capacità di colpire con violenza e in profondità gli obiettivi interrati in ambienti a  minaccia elevata. Il MOP [la Madre di tutte le bombe] è l’arma scelta per soddisfare i requisiti dell’ Urgente necessità operativa []. “Questo aggiunge poi che la richiesta è approvata dal Comando del Pacifico (che ha la responsabilità sulla Corea del Nord) e dal Comando Centrale (che ha la responsabilità nei confronti dell’Iran). “(ABC News, op cit, enfasi aggiunta). Per consultare la richiesta di riprogrammazione (pdf) clicca qui

Il Pentagono sta pianificando un processo di vasta distruzione delle infrastrutture dell’Iran e di vittime civili attraverso l’uso combinato di armi nucleari tattiche e bombe mostro, tra cui il Moab e il più grande GBU-57A/B or Massive Ordnance Penetrator (MOP), che ha supera il MOAB in termini di capacità esplosiva.

Il MOP è descritto come “una nuova potente bomba rivolta principalmente a colpire gli impianti nucleari sotterranei dell’ Iran e della Corea del Nord. La gigantesca bomba è più lunga di 11 persone in piedi spalla a spalla o più di 20 piedi dalla base alla punta[vedi immagine qui sotto] “(Vedi Edwin Black,” Super Bunker-Buster Bombs Fast-Tracked for Possible Use Against Iran and North Korea Nuclear Programs”,Cutting Edge, 21 settembre 2009)

GBU-57A/B Mass Ordnance Penetrator (MOP)

Sono armi di distruzione di massa nel vero senso della parola. L’obiettivo non tanto nascosto del Moab e del MOP, compreso il soprannome che gli americani hanno usato per descrivere il MOAB (“la madre di tutte le bombe ‘), è” creare distruzione e vittime civili in massa, al fine di instillare la paura e la disperazione. Vedi Towards a World War III Scenario? The Role of Israel in Triggering an Attack on Iran, Part II The Military Road Map, Global Research, 13 AGOSTO 2010

Michel Chossudovsky e Finian Cunningham hanno contribuito a questo articolo.

LINK: “The Mother of All Bombs”: a “great weapon” to use on Iran, says US air force chief

DI:  Coriintempesta

 

Bersani: “Siamo qui da 20 anni, e’ ora di toglierci dai coglioni”

Roma – E’ e rimane solo una battuta ma sta facendo il giro dei social network italiani. “Siamo tutti qui da vent’anni, e’ ora di toglierci dai coglioni”: a dirlo e’ un politico di spicco come il leader del partito Democratico Pierluigi Bersani.

Non bisogna travisare le dichiarazioni, tuttavia. L’ex ministro dello Sviluppo Economico sotto Prodi non hai intenzione di scaricare se stesso e i politici di lungo corso. Basta ascoltare con attenzione il video per rendersene conto.

Bersani dice: “Ci sono i commentatori che scrivono ‘tutti i politici sono qui da vent’anni’. E… i commentatori no?”. Risatina di fondo. E poi la conclusione: “Siamo TUTTI qui da vent’anni, è ora di toglierci dai coglioni”. Detta ridendo e conclusa con un filo di voce. Perche’ deve aver capito che, in un lampo, ha trasformato la sua frecciata ai “commentatori” in un boomerang mediatico.

WallStreetItalia

Si riapre il giallo di Bob Kennedy

Si riapre il caso di uno degli omicidi più celebri d’America: quello di Bob Kennedy. Secondo gli avvocati di Sirhan Sirhan infatti, non sarebbe lui l’assassino di Robert Kennedy: i 13 proiettili sparati nella sala dell’hotel Ambassador di Los Angeles il 5 giugno del 1968, dove il senatore fu ferito a morte, non provenivano tutti dalla stessa pistola. Secondo i legali c’era un secondo killer quindi, e sarebbe stato lui a uccidere il fratello di Jfk, proprio nel momento in cui Bob era stato appena proclamato vincitore delle primarie democratiche, in vista della corsa alle presidenziali.

La riapertura del caso è stata annunciata dalla Cnn, che ha raccontato come i legali dell’assassino di Bob Kennedy, William Pepper e Laurie Dusek, abbiano consegnato una serie di documenti a un tribunale distrettuale di Los Angeles, «prove formidabili» che dimostrerebbero l’innocenza di Sirhan. L’uomo fu fermato subito dopo aver sparato e in seguito condannato all’ergastolo per l’omicidio del fratello dell’ex presidente Usa. La sparatoria all’hotel Ambassador causò il ferimento di sei persone: Kennedy morì il giorno successivo.

Gli avvocati di Sirhan chiedono ora la scarcerazione immediata del loro assistito, oppure un nuovo processo. Dicono che Sirhan, dietro le sbarre della prigione Pleasant Valley State di Coalinga, in California, stia subendo «orrende violazioni dei suoi diritti». E secondo la Cnn i sospetti per l’omicidio di Bob Kennedy non ricadrebbero neppure su Eugene Cesar, guardia privata del senatore, inizialmente sospettato anche lui dell’assassinio.

IlGiornale.it

Iran, la battaglia dei gasdotti

di: Manlio Dinucci

L’embargo all’Iran non funziona. Sfidando il divieto di Washington, Islamabad ha confermato il 1° marzo che completerà la costruzione del gasdotto Iran-Pakistan. La Russia ha espresso interesse a partecipare al progetto. La Cina ha firmato in febbraio un accordo con Teheran, che prevede di aumentare le forniture a mezzo milione di barili al giorno entro il 2012.

Sul palcoscenico di Washington, sotto i riflettori dei media mondiali, Barack Obama ha declamato:

«Quale presidente e comandante in capo, preferisco la pace alla guerra». Ma, ha aggiunto, «la sicurezza di Israele è sacrosanta» e, per impedire che l’Iran si doti di un’arma nucleare, «non esiterò a usare la forza, compresi tutti gli elementi della potenza americana». Comprese quindi le armi nucleari.

Parole degne di un Premio Nobel per la pace. Questo il copione. Per sapere come stanno veramente le cose, occorre andare dietro le quinte.

Alla testa della crociata anti-iraniana vi è Israele, l’unico paese della regione che possiede armi nucleari e, a differenza dell’Iran, rifiuta il Trattato di non-proliferazione. Vi sono gli Stati uniti, la massima potenza militare, i cui interessi politici, economici e strategici non permettono che possa affermarsi in Medio Oriente uno Stato sottratto alla loro influenza. Non a caso, le sanzioni varate dal presidente Obama lo scorso novembre vietano la fornitura di prodotti e tecnologie che «accrescano la capacità dell’Iran di sviluppare le proprie risorse petrolifere».

All’embargo hanno aderito l’Unione europea, acquirente del 20% del petrolio iraniano (di cui circa il 10% importato dall’Italia), e il Giappone, acquirente di una quota analoga, che ha bisogno ancor più di petrolio dopo il disastro nucleare di Fukushima. Un successo per la segretaria di stato Hillary Clinton, che ha convinto gli alleati a bloccare le importazioni energetiche dall’Iran contro i loro stessi interessi.

L’embargo, però, non funziona. Sfidando il divieto di Washington, Islamabad ha confermato il 1° marzo che completerà la costruzione del gasdotto Iran-Pakistan. Lungo oltre 2mila km, è già stato realizzato quasi per intero nel tratto iraniano e sarà terminato in quello pakistano entro il 2014. Successivamente potrebbe essere esteso di 600 km fino all’India. La Russia ha espresso interesse a partecipare al progetto, il cui costo è di 1,2 miliardi di dollari. Allo stesso tempo la Cina, che importa il 20% del petrolio iraniano, ha firmato in febbraio un accordo con Teheran, che prevede di aumentare le forniture a mezzo milione di barili al giorno entro il 2012. E anche il Pakistan accrescerà le importazioni di petrolio iraniano.

Furente, Hillary Clinton ha intensificato la pressione su Islamabad, usando il bastone e la carota: da un lato minaccia sanzioni, dall’altro offre un miliardo di dollari per le esigenze energetiche del Pakistan. In cambio, esso dovrebbe rinunciare al gasdotto con l’Iran e puntare unicamente sul gasdotto Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India, sostenuto da Washington. Il suo costo stimato è di 8 miliardi di dollari, oltre il doppio di quello iniziale. Prevale però a Washington la motivazione strategica. I giacimenti turkmeni di gas naturale sono in gran parte controllati dal gruppo israeliano Merhav, diretto da Yosef Maiman, agente del Mossad, uno degli uomini più influenti di Israele.

La realizzazione del gasdotto, che in Afghanistan passerà attraverso le province di Herat (dove sono le truppe italiane) e Kandahar, è però in ritardo. Allo stato attuale, è in vantaggio quello Iran-Pakistan. A meno che le carte non vengano rimescolate da una guerra contro l’Iran. Anche se il presidente Obama «preferisce la pace».

IlManifesto.it

Wikileaks: il corpo di Osama è negli Usa. Una mail top secret svela il mistero

WASHINGTON – Il corpo di Osama bin Laden non è stato sepolto in mare dopo che il leader terrorista internazionale è stato ucciso nel raid ad Abbottabad lo scorso maggio, ma traferito in segreto negli Stati Uniti. È quanto si legge in una delle mail della Stratfor, società privata di intelligence americana, ottenute dagli hacker di Anonymous e pubblicate da Wikileaks.

La mail riservata. «Pare che abbiamo preso con noi il corpo, grazie a Dio», scriveva il 2 maggio dello scorso anno George Friedman, Ceo della Stratfor.

Secondo questo messaggio il corpo di Osama, contrariamente a quanto è stato annunciato da Washington, sarebbe stato trasferito in un aereo della Cia in una struttura medica militare a Dover, in Delaware. Da lì poi spostato all’istituto militare di patologia di Bethesda, il polo della ricerca medica federale alle porte di Washington, sempre secondo un’altra mail, questa volta di Fred Burton, vice presidente della società. Nella stessa mail Burton esprime forti «dubbi sul fatto che Osama fosse stato gettato in mare» e la convinzione che l’Fbi e le altre agenzie di sicurezza non lo avrebbero mai permesso. Prima di lavorare per la Stratfor, Burton era un agente speciale dei servizi di sicurezza del dipartimento di stato.

IlMessaggero.it

Libia: costretti a mangiare la bandiera di Gheddafi -VIDEO-

Rinchiusi in una gabbia, simile a quelle dove sono rinchiusi gli animali in uno zoo, costretti a mangiare la bandiera verde della Libia di Gheddafi.

Questo quello che è accaduto ad alcuni neri africani, torturati dai “democratici” ribelli libici.

Resti dei morti dell’11/9 in discarica, Casa Bianca: inaccettabile

Rapporto del Pentagono: resti umani delle vittime degli attentati inceneriti e smaltiti con i rifiuti organici

TMNews CNN

Washington, 29 feb. (TMNews) – La gestione da parte del Pentagono della sistemazione dei resti delle vittime degli attentati dell’11 settembre 2001 è stata “inaccettabile”. E’ stata immediata la reazione della Casa Bianca alla notizia che parte dei resti umani delle vittime degli attentati alle Torri Gemelle siano stati gettati in una discarica.

L’ammissione del Pentagono era arrivata ieri. Si tratta della prima volta che il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ammette la cattiva gestione dei resti di vittime e soldati, dopo che a novembre il Washington Post aveva rivelato che la più importante camera mortuaria dell’esercito statunitense a Dover, in Delaware, aveva gettato i resti di alcune delle vittime delle guerre in Afghanistan ed Iraq in una discarica della Virginia.

Nel documento pubblicato ieri dal Pentagono si legge che i resti gettati appartenevano sì alle vittime del 11/9, ma non potevano essere “né analizzati né identificati”. “Il presidente Obama è stato informato dell’inchiesta (…) e sostiene con forza gli sforzi intrapresi dal Pentagono per introdurre dei cambiamenti profondi così da evitare in futuro questo genere di incidenti”, ha dichiarato il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney.

Secondo il rapporto, dopo averli inceneriti, la camera mortuaria consegnava i resti umani non identificati ad un’azienda privata perchè fossero smaltiti assieme ad altri rifiuti organici. Stando al rapporto di Abizaid, nel delegare lo smaltimento dei resti con gli altri rifiuti, gli ufficiali a capo della camera mortuaria della base di Dover “davano per scontato che dopo l’incenerimento, non rimanesse nulla”. Nel rapporto si legge che la camera mortuaria della base militare ha modificato la procedura per lo smaltimento dei resti umani non identificati nel 2008.

TMNnews.it

Task force del Corno d’Africa

di: Manlio Dinucci

Un aereo militare Usa è precipitato a Gibuti: lo annuncia l’Africom, il Comando Africa degli Stati uniti, precisando che l’incidente è avvenuto durante un «volo di routine». Resta da vedere che cosa si intende per «routine». L’aereo era un U-28, un turboelica di fabbricazione svizzera, usato dalle forze speciali: dotato dei più avanzati sistemi elettronici, capace di decollare e atterrare su piste erbose o in terra battuta, è particolarmente adatto alle missioni segrete. A bordo di quello precipitato, c’erano tre ufficiali della Squadra delle operazioni speciali di Hurlburt (Florida) e uno della 25a Squadra di intelligence.Operavano da Camp Lemonnier, la principale base militare dell’Africom sul continente, sede della Task force congiunta del Corno d’Africa. Situata a Gibuti, in una posizione geostrategica di primaria importanza sullo stretto di Bab el Mandeb, dove la costa africana dista una trentina di chilometri da quella della penisola arabica, passaggio obbligato di una delle più importanti vie marittime, in particolare per le petroliere che transitano attraverso il Mar Rosso.

La Task force di stanza a Gibuti dispone di circa 3.500 specialisti delle forze speciali e dei servizi segreti, compresi contractor di compagnie militari private, assistiti per i servizi logistici da circa 1.200 impiegati sia gibutini che di altri paesi. Suo compito ufficiale è «contribuire alla sicurezza e stabilità» in una vasta «area operativa», comprendente dieci paesi africani – tra cui Somalia, Etiopia, Eritrea, Kenya, Tanzania, Uganda, Burundi – e in un’«area d’interesse» di cui fanno parte altri paesi africani (tra cui Madagascar, Mozambico, Ciad, Egitto, Sudan, Congo) e anche lo Yemen nonostante sia nella penisola arabica. Come lo faccia non si sa, dato che le sue operazioni sono coperte da segreto militare, ma se ne vedono i risultati. Sempre più frequenti sono le incursioni soprattutto in Somalia e nello Yemen, effettuate anche con i droni armati Predator, che la Cia ha dislocato a Camp Lemonnier. Altro importante compito della Task Force è l’addestramento di truppe africane, che vengono impiegate nelle operazioni dell’Africom. In tale quadro, con un finanziamento di 7 milioni di dollari, è stato formato e armato un nuovo battaglione motorizzato gibutino, comprendente 850 soldati, da impiegare in Somalia. Qui, sempre sotto la regia dell’Africom che ha finanziato l’operazione con oltre 50 milioni di dollari, hanno inviato migliaia di soldati anche Etiopia, Kenya, Uganda e Burundi. Ufficialmente per combattere, su richiesta del «governo» somalo, il gruppo islamico al-Shabab, che si dice legato ad Al Qaeda (il mitico mostro tentacolare, descritto ancora come estremamente pericoloso nonostante sia stato decapitato con l’eliminazione di Bin Laden). In tal modo la Task force del Corno d’Africa contribuisce a «scoraggiare i conflitti e proteggere gli interessi statunitensi». E, a riprova degli alti fini della sua missione, annuncia che quest’anno la base di Lemonnier sarà dotata delle più avanzate tecnologie «amiche dell’ambiente». «Risparmiare energia sul campo di battaglia – assicura il segretario alla difesa Leon Panetta – significa risparmiare denaro e vite umane».

IlManifesto

SIRIA: la spudorata arroganza dei suoi “amici” warmonger

Articolo inviato al blog

di: mcc43

Fox news

Stati Uniti, Europa, Paesi Arabi sono riuniti venerdì 24  febbraio per definire un ultimatum di 72 ore al Presidente Assad perché si faccia da parte per permettere l’assistenza umanitaria e mettere fine alle violenze contro gli oppositori. La bozza di dichiarazione finale della conferenza afferma anche che il Consiglio nazionale siriano, un ombrello delle organizzazioni di opposizione, è riconosciuto come “rappresentante legittimo dei siriani” e promette un supporto aggiuntivo “pratico” per i gruppi di opposizione.

LaPresse/AP

Circa 200 manifestanti hanno provato a prendere d’assalto l’hotel di Tunisi dove è in corso la riunione del gruppo internazionale ‘Amici della Siria’. La protesta ha costretto il segretario di Stato Hillary Cliton a tornare al suo hotel, ritardando l’arrivo al summit. I dimostranti, che sventolavano bandiere siriane e tunisine, si sono scontrati con la polizia e hanno mostrato cartelli contro la Clinton e il presidente Usa Barack Obama. La polizia, armata di manganelli, ha impedito alla folla di entrare nella struttura.

Fa specie leggere che i poliziotti di uno stato fresco di “democrazia” come la Tunisia hanno manganellato il popolo per proteggere gli alti papaveri stranieri capitanati da Ms “we came, we saw, he died”. 

Ma chi è questo “ombrello” chiamato CNS di cui parla Foxnews?  E’ una stecca dell’ombrello più grande (che i convenuti alla conferenza fingono non esista) e sta a lato di  un’altra stecca: l’esercito di liberazione siriano formato da militari disertori e da bande di tagliagole mercenari (vedere Confine Siria-Libano e la stoltezza occidentale).

L’altra stecca importante dell’ombrello si chiama CCN, comitato coordinamento nazionale.

Che cosa differenzia  CNS e CCN, che in gennaio avevano cercato di stringere un patto?Il CNS vuole l’intervento militare straniero, il CCN non lo vuole.

E’ un bel discrimine, la cui portata si comprende ancora meglio se si aggiunge che il CNS è stato plasmato dal “demiurgo Occidente”, come il CNT libico e, infatti, i due Consigli si sono reciprocamente riconosciuti per primi quali rappresentanti dell’intero popolo delle due nazioni.

Che gioco sta giocando il CNS che si riunisce in Tunisia autonomamente con i fornitori di armi, di piani geostrategici e di petrodollari?

Ancora una volta il ruolo eversivo è giocato dalle diaspore: il CNS è presieduto da Burhan Ghalioun, docente di sociologia (incredibile!) alla Sorbona, da più di trent’anni a Parigi.

I sofismi che hanno fatto finire in niente l’incontro di gennaio nascondono la sostanza: nessuno volle mollare la fetta più grossa di potere in vista del post-Assad. Ma il governo di Assad non è ancora caduto e tre notizie sono al momento a suo favore e spiegano la fretta della raffazzonata e predatoria riunione in corso in Tunisia.

UNO- Referendum costituzionale: il 26 febbraio è la data della consultazione sul progetto di una nuova Costituzione nel Paese voluta da Assad. La parte qualificante è la fine del partito unico Baath, cioè il passaggio da totalitarismo a libertà democratica, perché elimina dalla Costituzione del 1973 l’articolo 8 «il partito Baath dirige lo Stato e la società». Il mainstream (esattamente come al tempo delle offerte di Gheddafi al CNT) ha definito la decisione di Assad una farsa. Nel mainstream i “giornalisti” sono rari, a scrivere sono soprattutto dei compilatori di opinioni in linea con lo schieramento dell’editore, che a sua volta è schierato politicamente.

Corriere della Sera “Siria, il regime spara sui giornalisti

Questo è troppo, il regime deve andarsene. Rendiamo omaggio ai due giornalisti assassinati.

Nicolas Sarkozy, presidente francese . Uccisi una reporter americana e un fotografo francese. «Assad se ne vada» Obiettivo Il centro stampa funzionava da mesi. L’ accusa ai soldati: «Colpito di proposito».

La reporter Marie Colvin aveva dichiarato in occasione di un premio“ È sempre stato un mestiere difficile, ma la necessità di reportage obiettivi dal fronte non è mai stata forte come oggi.  Però, Marie  entrando in Siria clandestinamente era forzatamente costretta a restare nelle zone controllate dai ribelli e a documentare solo “quanto quando dove”  era da questi consentito. E il mainstream avrebbe pubblicato,  come si capirà dalla notizia numero  DUE .

Penso al nostro Enzo Baldoni, rapito e ucciso in Iraq, definito “pirlacchione” dal quotidiano Libero e presto dimenticato.

Perché era freelance e non inviato di una testata importante come Sunday Time e Vogue?  O perché era dichiaratamente pacifista? Non fu un eroe per i media. Lo divenne invece il contractor Fabrizio Quattrocchi.

Morti anche  il reporter francese Remi Ochilk e il siriano Rami al Said, un video blogger, ma di loro si parla meno… [Sui deliri da redazione, rimando a questo post: Ma la redazione del Giornale sa cosa scrive?   del blog 4realinf’s]

DUE- la notizia più importante è censurata dal mainstream: la pubblicazione della relazione finale della commissione della Lega Araba che ha accertato la situazione sul campo, elencando tutte le difficoltà incontrate. Il testo è nel sito di Peacelink (ringrazio 4realinf’s per la segnalazione)

E’ una missione che si voleva far fallire, lo dichiara la relazione nelle sue  conclusioni:

78. Utenti Arabi e stranieri di alcune organizzazioni di informazione hanno messo in dubbio la credibilità della Missione, perché codeste organizzazioni usano i media per distorcere i fatti. Sarà difficile risolvere tale problema, a meno di ottenere il supporto dei politici e della stampa a favore della Missione del suo mandato. È naturale che avvengano degli incidenti durante lo svolgimento delle sue attività, perché questa è la norma in situazioni simili.

Alcune delle sue constatazioni sul campo:

26. A Dera’a e Homs, la Missione ha visto gruppi armati commettere atti di violenza contro le forze governative, causando morti e feriti nelle loro file.

Mohammed Ahmed Mustafa al-Dabi

In certe situazioni, le forze governative hanno risposto agli attacchi condotti con forza contro di loro. Gli osservatori hanno notato che alcuni dei gruppi armati stavano usando razzi e proiettili perforanti.

27. A Homs, Hama e Idlib, le missioni degli osservatori hanno assistito ad atti di violenza commessi contro Forze governative e civili, che hanno causato diversi morti e feriti.Esempi di tali atti includono il bombardamento di un autobus di civili, che ha  ucciso otto persone e ferito altri, tra cui donne e bambini, e il bombardamento di un treno che trasportava gasolio. In un altro incidente a Homs, un autobus della polizia è stato fatto saltare in aria, uccidendo due ufficiali di polizia. Sono stati bombardati anche una conduttura di carburante e alcuni piccoli ponti.

40. Veicoli blindati (truppe militari) sono presenti in alcune barriere. Una di queste barriere si trova a Homs e anche a Madaya, Zabadani e Rif Damascus. La presenza di questi veicoli è stata riferita e di conseguenza sono stati ritirati da Homs. E’ stato confermato che i residenti di Zabadani e Madaya hanno raggiunto un accordo bilaterale con il governo in modo che direzioni la rimozione di tali barriere e veicoli.

Si conferma il riconoscimento da parte del governo siriano delle organizzazioni internazionali e arabe dei media e che a tali organizzazioni è permesso di muoversi liberamente ovunque in Siria

66. La Missione ha avuto delle difficoltà nell’assumere autisti perché igruppi di opposizione non consentivano ad autisti locali di accedere alle loro aree, ritenendoli infiltrati dei servizi di sicurezza, il che obbliga gli osservatori a guidare essi stessi i veicoli.

71. La Missione ha appurato l’esistenza di un’entità armata, non menzionata nel Protocollo [che indicava sia i compiti che gli attori sul campo da monitorare]. Tale sviluppo sul campo può senz’altro essere attribuito all’eccessivo uso della forza a cui è ricorso il governo siriano in risposta alle proteste avvenute prima dell’intervento della Missione per ottenere la caduta del regime. In alcune zone, questa entità armata ha reagito attaccando sia le forze di sicurezza siriane che i cittadini, facendo sì che il Governo rispondesse con maggiore violenza. In ultima analisi, i cittadini innocenti pagano queste azioni con la vita o le menomazioni.

73. La Missione ha preso atto che il Governo ha cercato di aiutarla nello svolgimento del suo mandato, rimuovendo tutti i possibili ostacoli incontrati nel suo cammino. Il Governo ha altresì facilitato gli incontri tra le differenti fazioni. Non si è ostacolata la missione nell’effettuare interviste di cittadini siriani, sia dell’opposizione che quelli favorevoli al Governo.

Viene descritta una guerra non la repressione di un governo su cittadini inermi. E cittadini che non vogliono interventi stranieri, quegli interventi per cui si sbracciano i siriani del CNS all’estero.

Le conseguenze di un più massiccio supporto “pratico” agli insorti del CSN e dell’esercito “libero” sono descritte in questo post “Armare l’opposizione siriana può portare a una sanguinosa guerra civile”  del blog Gilguysparks

TRE- Molto sottolineata, invece, questa mossa di Ban ki Moon: Kofi Annan, ex Segretario generale,  è il nuovo inviato dell’ONU in Siria con l’incarico di trovare  una soluzione pacifica della crisi.

“Sono onorato di accettare il ruolo di Inviato speciale aggiunto, umile perla fiducia riposta in me” - ha detto Annan in una dichiarazione rilasciata dalla sede europea delle Nazioni Unite a Ginevra – Mi aspetto piena collaborazione di tutte le parti interessate e  sforzi risoluti da parte delle Nazioni Unite e della Lega Araba per contribuire a porre fine alla violenza e alle violazioni dei diritti umani e promuovere una soluzione pacifica la crisi siriana ”.

Dopo essere stato segretario dell’Onu  Annan è , abbastanza silenziosamente,  diventato  presidente dell’AGRA, un ente che ha  l’impudenza di definirsi alleanza per la Rivoluzione Verde in Africa.

L’AGRA  “è” davvero un’alleanza, ma con la fondazione Rockefeller e quando Annan ha assunto il ruolo di Presidente ha ringraziato, nel  discorso d’insediamento al Forum economico mondiale di Città del Capo nel giugno 2007:

Accetto con gratitudine questa sfida e ringrazio la fondazione Rockefeller, la fondazione Bill & Melinda Gates, e tutti coloro che sostengono la nostra campagna per l’Africa“.

Da notare che fra gli eccellenti collaboratori di AGRA non manca la Monsanto. E’ a questo politico buono per ogni ruolo di facciata, immanicato con le major americane che calano sui paesi in via di sviluppo come rapaci sulla preda, che si deve affidare il compito di mediare fra le parti in conflitto in Siria?

A Kofi Annan che era segretario Onu nel 2003 e come un’anguilla si contorceva fra “la guerra è l’ultima risorsa” e “se il rapporto degli ispettori Onu certifica che l’Iraq non ha disarmato, il Consiglio di sicurezza «deve far fronte alle proprie responsabilità», sapendo benissimo che le armi di distruzione di massa di Saddam esistevano solo nella mente danneggiata dall’etilismo di George Bush?

Ci sono molti modi di essere “warmonger”, guerrafondai, alcuni del tutto insospettabili.

 

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aggiornamento h.18

TUNIS - Tunisia – Secretary of State Hillary Rodham Clinton said today the Syrian regime will have “more blood on its hands” if it doesn’t immediately comply with cease-fire demands being issued by a group of 70 Western and Arab nations.

….già sentito da Obama prima che si scatenasse l’inferno di fuoco sulla Libia, Hilary. Sei una donna realizzata, brava a fallire quanto può esserlo un uomo-fantoccio

E se abolissimo il Fmi?

di: Fabio Chiusi

Non è stato capace di prevedere la grande crisi. Né di risolverla. Anzi, forse le sue scelte l’aggravano. Eppure condiziona in modo antidemocratico i Paesi che tiene per il collo. A iniziare dalla Grecia, ma non solo. Allora, perché tenerci il Fondo Monetario Internazionale? Lo abbiamo chiesto a esperti e studiosi di tendenze diverse

Tra le sue principali funzioni c’è quella di formulare previsioni sull’andamento dell’economia mondiale, ma non è stato in grado di prevedere la bufera sui debiti sovrani. Elargisce prestiti miliardari, ma è accusato di imporre condizioni talmente restrittive da svuotare la sovranità dei paesi che ne beneficiano, stritolarne l’economia reale e le popolazioni che ne traggono sostentamento.

Dovrebbe «incoraggiare la cooperazione monetaria globale, garantire la stabilità finanziaria, facilitare gli scambi internazionali, promuovere l’occupazione e una crescita economica sostenibile e ridurre la povertà nel mondo» ma – argomentano i critici – in realtà è una istituzione disperatamente in cerca di identità e missione.

Se il Fondo Monetario Internazionale finisse dalla parte dell’imputato in un ipotetico processo, la requisitoria del pubblico ministero inizierebbe all’incirca a questo modo. E, a giudizio degli economisti dei più diversi orientamenti interpellati da ‘l’Espresso’, ci sarebbero buone probabilità di giungere a una sentenza di condanna.

Perché a detta dei critici il Fondo, nelle cui mani – insieme alla Commissione dell’Unione europea e alla Bce – riposa il futuro della Grecia e dell’intera Eurozona, è una istituzione antidemocratica, opaca, preda degli interessi di pochi e che, in definitiva, così com’è non si capisce nemmeno bene a che serva.

Nata alla fine della Seconda Guerra Mondiale, l’organizzazione che raccoglie 187 Paesie gestisce centinaia di miliardi di euro dovrebbe essere urgentemente riformata. A partire dalla sua funzione, come spiega Franco Bruni, docente di Teoria e politica monetaria internazionale all’Università Bocconi: «Da quando, all’inizio degli anni ’70, è caduto il sistema di Bretton Woods», argomenta, «il Fmi è una istituzione in cerca di lavoro. Perché è finita quella che costituiva la sua funzione principale: la regia di un mondo di cambi fissi».

Da allora, dice Bruni, «ne ha fatte di tutti i colori»: dal riciclo dei petroldollari all’espansione delle sue attività nei paesi in via di sviluppo», finendo per «pestarsi i piedi con la Banca Mondiale» a causa dell’estensione dei suoi finanziamenti ad ambiti che nulla hanno a che vedere con il sistema dei cambi.

Non solo: «Con il passare degli anni ha iniziato a giudicare, tramite visite regolari, i sistemi di vigilanza, regolazione e stabilità finanziaria dei Paesi bisognosi del suo intervento», aggiunge Bruni. Un ruolo intensificatosi a partire dalle prime crisi degli anni ’90, conclude, ma che ha generato la confusione nell’attribuzione di compiti e responsabilità, e le relative accuse di ‘commissariare’ la politica, che appare evidente in questi mesi sull’orlo del baratro.

Parte essenziale di una riforma del Fondo sarebbe una ridefinizione del peso dei suoi azionisti. Oggi, infatti, i soli Stati Uniti detengono un forte potere di veto sulle sue scelte, dato che detengono il 17,7 per cento dei voti all’interno del Board dei Governatori, la sua più alta autorità decisionale.

La Cina, pur detenendo il 45 per cento del debito estero americano, è al 4 per cento. Economie in forte sviluppo come il Brasile e l’India non vanno oltre l’1,7 e il 2,4 per cento, rispettivamente.

«Questo è assolutamente un problema», sostiene il responsabile economico del Pd,Stefano Fassina, già economista per il Fondo dal 2000 al 2005, «perché pesa negativamente sulla legittimità del Fmi: è evidente che la distribuzione delle quote riflette un mondo che non c’è più, e la credibilità delle sue politiche ne risente».

Quanto all’Europa, il peso è distribuito ai singoli Paesi. Con la conseguenza che, qualora emergano dissensi, la sua voce conta meno di quanto potrebbe se vi fosse un rappresentante unico. In ogni caso, aggiunge l’economista Tito Boeri, anche lui in passato consulente del Fondo, «c’è ancora molto una impostazione Occidentale, che ignora il peso crescente dei paesi emergenti. Se c’è da ricalibrare il Fondo dev’essere sicuramente in quella direzione». Con una precisazione: «Chi solleva questo problema, tuttavia, dovrebbe rendersi conto che la naturale implicazione è dare più peso a loro. L’Italia conterebbe ancora meno». Per quanto le quote siano state parzialmente ridefinite nel 2010, lo squilibrio resta.

Un ulteriore problema è rappresentato dalla complessità della governance del Fondo, oggi distribuita all’interno di un intreccio incredibile di organi. Un Board dei governatori, uno per Paese (di norma il ministro delle finanze o il capo della banca centrale), cui spetta ridefinire il peso delle quote e l’ammissione di nuovi membri. Due comitati ministeriali che consigliano i governatori. Un Board esecutivo, i cui 24 membri dovrebbero rappresentare gli interessi di 187 Paesi, anche 24 alla volta, e controllarne lo stato di salute finanziaria.

Le decisioni sono prese per consenso o voto formale sotto la direzione di un ‘direttore operativo’ e del suo staff. Attualmente a capo del Fondo c’è Christine Lagarde, uno stipendio da circa 31.700 euro al mese, 551.700 dollari l’anno: 130 mila in più del predecessore Dominique Strauss-Kahn.

Nonostante il Fondo sia dotato al suo interno di un Ufficio di Valutazione Indipendente, di un Ufficio per l’Etica e addirittura di una hotline attiva 24 ore su 24 per chi volesse spifferarne i difetti, più di qualcuno argomenta inoltre che l’intera macchina sia tutt’altro che efficiente e trasparente. E non solo gli ‘indignati’ accampati nelle piazze di tutto il mondo: «Serve una governance interna snella», argomenta Bruni, «perché in questo momento il governo del Fondo è estremamente complicato. C’è una gerarchia di due organi che si pestano i piedi, sono pieni di carte. Io ho visto come lavorano, è impossibile. Serve un consiglio direttivo professionale, scelto non in base a criteri politici, non Christine Lagarde, ma veri banchieri internazionali con grandi capacità».

Ma non è un problema solo di burocrazia. Il sociologo Luciano Gallino, autore di un recente volume intitolato ‘Finanzcapitalismo’, non ha dubbi: «L’Fmi è un organismo intrinsecamente non democratico, quindi il suo funzionamento è opaco per definizione. Probabilmente è trasparente a chi ne sta dentro e chi ne influenza le decisioni.» Perché non democratico? «Perché il Fondo rappresenta nel modo più chiaro e netto la struttura della finanza internazionale con le sue esigenze. Quindi non soltanto di democratico non ha nulla: ha ostacolato in vario modo i sistemi democratici in molti paesi», attacca Gallino, «perché la sua ricetta è sempre stata ‘ti presto dei soldi a condizione che attui riforme – le chiamano così – intrinsecamente non democratiche': privatizzare tutto il privatizzabile, tagliare le pensioni, la sanità, la scuola pubblica, ridurre il ruolo dello Stato».

Il problema è che il Fondo «nei suoi fondamenti incorpora la mitologia economica neoliberista, e mi sembra molto difficile riformarla: la mitologia neoliberista non si riforma. Bisogna pensare a riformare l’architettura del sistema finanziario internazionale e in questa riforma si potrebbe trovare anche una collocazione diversa del FMI», argomenta Gallino. Che ricorda come fu lo stesso Ufficio di Valutazione del Fondo, nel 2008 e con «mezza dozzina di banche già fallite negli Stati Uniti e in Europa», a criticare l’orientamento dell’istituto. In cui per il sociologo vige «un pensiero totalitario, non molto diverso da quello totalitario dell’estrema sinistra di stampo sovietico.»

Critiche che si aggiungono a quelle formulate dall’ex capo economista, Kenneth Rogoff, a settembre dello scorso anno: «Soltanto un anno fa, al meeting annuale dell’Fmi a Washington», ha scritto in un intervento sul ‘Sole 24 Ore’, «i funzionari più esperti sostenevano che il panico per la crisi del debito sovrano in Europa era una tempesta in un bicchier d’acqua. L’Fmi sosteneva che perfino le dinamiche del debito della Grecia non fossero un problema serio».

Segnali insomma di una perdita di credibilità, e di una capacità previsionale non eccelsa. Anche se, precisa Fassina, più che di mancata comprensione in alcuni casi potrebbe trattarsi di una precisa strategia comunicativa. Perché «bisogna tener conto che se il Fondo dice che la Grecia fallisce, la Grecia fallisce un minuto dopo».

Qualche segnale positivo, aggiunge l’esponente Pd, viene dal fatto che negli ultimi anni il Fondo abbia fatto «delle correzioni di linea significative», anche grazie al nuovo capo economico Olivier Blanchard, allontanandosi dall’ortodossia. E a uno studio, prodotto dagli economisti del Fondo, che smentisce le teorie di chi «come Alesina e Giavazzi parla di politiche di austerità espansive. E dimostra che, al contrario, sono recessive», dice Fassina.

Ma molto resta da fare. E se c’è chi, come il professor Bruni, afferma che «bisogna portare via il Fmi da Washington» perché «non è bello che i funzionari del Fondo che esaminano la politica monetaria del Gabon o dell’Indonesia arrivino a un posto che è a poche centinaia di metri dal Tesoro americano», l’economista e senatore Fli Mario Baldassarri ricorda che il problema è sistemico: «Io farei un processo all’Occidente e all’Europa, non solo al Fondo. Nel senso che l’Occidente si sta suicidando e l’Europa non esiste. Non è mai esistita».

Per Baldassarri, «occorre una nuova governance, un nuovo G8 che proceda a fare la nuova Bretton Woods, il nuovo Fmi, la nuova Banca Mondiale». A quel tavolo dovrebbero sedere con pari dignità le potenze emergenti, e un rappresentante degli ‘Stati Uniti d’Europa’. «Altrimenti continueremo ad alimentare la ricchezza cinese, che tra l’altro non serve ancora a migliorare il tenore di vita dei cinesi», argomenta il senatore. Ma perché ciò avvenga servono risposte politiche, «non tecnicalità del Fondo».

Espresso- Repubblica.it

Democrazia o bluff pilotato da bande internazionali?

di: Antonio Serena

[email protected]

Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’altra, una cifra dall’altra: sono analfabeti totali. Trentotto su cento lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta semplice e a decifrare qualche cifra. Trentatré superano questa condizione, ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona indecifrabile. Tra questi, il 12 per cento dei laureati. Soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea”.

L’articolo, reperibile in vari siti internet, si rifà ad uno studio condotto a suo tempo dall’Istituto Canadese di Statistica in collaborazione con l’ OCSE ed è stato illustrato dal pedagogista Tullio De Mauro. I suoi contenuti sono stati rielaborati di recente da Piero Angela nel suo libro: A cosa serve la politica, Mondadori, Milano 2011.

Scrive Angela: “L’indagine, compiuta su un campione rappresentativo di cittadini, consisteva in 6 questionari concernenti la lettura, la scrittura, e il calcolo.

Le risposte venivano classificate in 5 livelli: il 4° e il 5° livello comprendevano coloro che  avevano conseguito un risultato buono, o ottimo, il 3° livello un risultato mediocre, il 1° e il 2° erano coloro invece a rischio di analfabetismo. Il quadro, in dettaglio,  è il seguente: il 5 per cento della popolazione non arriva neppure al 1° livello, cioè è letteralmente analfabeta. Ciò vuol dire che il numero degli analfabeti in Italia supererebbe nettamente i 2 milioni! In precedenti indagini risultava un numero inferiore (700 mila) ma derivava da un’autodichiarazione, non da un test reale.

Al 1° livello (rischio di analfabetismo) si trova il 33 per cento degli italiani. E un altro 33 per cento si ferma al 2° livello.

Ciò significa che complessivamente oltre il 70 per cento degli italiani (il 71 per cento) non arriva neppure al 3° livello, cioè alla mediocrità!…Solo il 20 per cento si situa nella fascia sopra la mediocrità, e pochissimi raggiungono il 4° e 5° livello”.

L’analisi si presterebbe a mille ed una considerazioni, ma preferiamo soffermarci sulla più elementare. E’ evidente che dei livelli culturali simili non permettono alla stragrande maggioranza delle persone di “orientarsi nella vita” (era questo l’obiettivo dell’indagine), costringendoli a subire l’oppressione di potenti mezzi di informazione che condizionano ogni loro scelta.

Non è forse un caso che, ad esempio in  politica, poche parole d’ordine, ripetute con martellante insistenza abbiano condizionato le masse nell’esprimere un voto che, proprio per queste caratteristiche, non poteva assolutamente definirsi “libero e democratico” come si è cercato di far credere.

Negli anni di piombo (per non allontanarci troppo dal momento attuale) la Democrazia cristiana ha potuto tranquillamente governare, oltre che con i mezzi che deteneva, unicamente barcamenandosi tra gli “opposti estremismi”.

Una volta caduta in disgrazia per una serie di coincidenze la prima repubblica, la Lega e PDL sono  subentrati al vecchio regime promettendo un cambiamento che si fondava su alcune parole d’ordine ampiamente condivise dalla gente (difesa delle identità, liberismo economico, lotta all’immigrazione selvaggia) urlate ai quattro venti da una pletora di media asserviti. Non è cambiato molto con Monti,  portato al potere dai potentati economici internazionali, in un momento in cui la partitocrazia  aveva raggiunto i livelli minimi di gradimento popolare, con la promessa di  “salvare l’Italia dalla bancarotta”; in realtà foraggiando con i soldi dei cittadini i maggiori  responsabili dello sfascio economico e produttivo capitalista.

Le potenti iniezioni di evidenti menzogne non scuotono minimamente una popolazione che, specie di questi tempi, ha altro cui pensare. Inebetito da crisi economica e ignoranza, il popolo crede a tutti i ciarlatani che si profilano volta a volta all’orizzonte. Solo per fare qualche esempio, come può un partito che parla di sovranità e indipendenza della nazione o di parti di essa (Padania),  e come possono partiti di sinistra nati all’ ombra di parole d’ordine come tutela del proletariato o antimperialismo, condividere e foraggiare in ogni parte del mondo  “aggressioni militari” a fine di lucro gabellandole per “missioni di pace”?

Possono. Perché la democrazia non c’è ed il popolo non ha gli strumenti culturali adeguati per opporsi a queste nefandezze.

La soluzione del problema consiste nel riuscire a togliere a questa casta di  usurai, unico e vero nemico dopo la caduta delle ideologie,  il controllo pressoché assoluto dell’informazione, aprendo la strada ad una  crescita culturale ed al ritorno ad un programma di vera socialità. Altrimenti assisteremo ad una ribellione violenta ed inarrestabile di masse sempre più numerose di schiavi in un mondo globalizzato che – forse qualcuno non se n’è ancora accorto – non è più quello degli archi, delle frecce e delle riserve indiane.

Rinascita

Il «dimagrimento» del militare

di: Manlio Dinucci

Anche le forze armate devono subire un «sostanziale dimagrimento»: lo ha annunciato alle commissioni difesa di Senato e Camera il ministro Giampaolo Di Paola. Il governo Monti dimostra così che, di fronte alla crisi, tutti devono fare sacrifici. Dalla relazione del ministro emerge però che essi sono resi necessari non tanto dai tagli di bilancio, quanto dal fatto che le forze armate sono nella condizione di un pugile in soprappeso e poco allenato e devono quindi essere sottoposte a una cura di dimagrimento. Essa prevede la riduzione del personale militare da 183mila a 150mila e di quello civile da 30mila a 20mila, così da ottenere un calo del 30% in 5-6 anni.

Ciò farà diminuire la spesa per il personale dal 70% al 50% rispetto a quella totale, permettendo di accrescere le spese per l’operatività e l’investimento. Le forze terrestri, marittime e aeree saranno sottoposte a snellimenti, soprattutto riguardo alle unità pesanti e le difese costiere e aeree. Al termine della cura, le forze armate saranno più piccole ma più efficienti, con meno mezzi ma tecnologicamente più avanzati, «realmente proiettabili e impiegabili», e avranno a disposizione «più risorse per l’operatività». Ciò conferma che è illusoria la promessa del governo Monti di ridurre la spesa militare. Le forze armate, annuncia il ministro, disporranno inoltre di un più efficiente sistema C4I (Comando, Controllo, Comunicazioni & Intelligence), che permetterà loro di integrarsi più strettamente nelle operazioni Usa/Nato, e di più forze speciali e unità di intelligence. In tale quadro, è «irrinunciabile» disporre della più avanzata componente aerotattica, basata sul caccia F-35 Joint Strike Fighter, che, garantisce Di Paola, è il migliore. L’Italia, che ha finora investito nel programma 2,5 miliardi di euro, ne acquisterà 90 invece che 131. Il ministro non quantifica però il costo complessivo. Non può farlo perché il prezzo dell’aereo non è ancora definito: si può comunque stimare in circa 10 miliardi di euro per 90 velivoli, cui si aggiungerà una cifra analoga per l’acquisto di un centinaio di Eurofighter Typhoon. L’F-35, il cui costo operativo sarà superiore a quello degli attuali caccia, comporterà inoltre più alte spese, dovute agli ammodernamenti che subirà non appena entrato in uso. In compenso però, spiega un comunicato ufficiale, l’aeronautica disporrà di «un velivolo multi-ruolo con uno spiccato orientamento per l’attacco aria-suolo, stealth, cioè a bassa osservabilità radar e quindi ad elevata sopravvivenza, in grado di utilizzare un’ampia gamma di armamento e capace di operare da piste semi-preparate o deteriorate». Un velivolo che permetterà «operazioni di proiezione in profondità del potere aereo», offrendo inoltre «un ottimo supporto ravvicinato alle forze di superficie». In questa descrizione tecnica c’è la rappresentazione delle future guerre di aggressione cui l’Italia parteciperà. Oggi, spiega il ministro Di Paola, «la difesa dell’Italia e degli italiani si fa non solo e non tanto sulle frontiere, ma piuttosto a distanza, là dove le minacce nascono e si alimentano». Occorre, a questo punto, un aggiornamento dell’art. 52 della Costituzione, precisando che è sacro dovere del cittadino la difesa della Patria «a distanza».

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