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Tag: acqua

Striscia di Gaza, Onu: un milione e mezzo di persone senza acqua entro il 2016

di: Andrea Bertaglio

Secondo il rapporto del Programma Ambientale delle Nazioni Unite (Unep) per evitare il rischio della scarsità idrica bisogna finanziare un impianto di dissalazione, che trasformi l’acqua da salata a dolce. Costo: 500 milioni di dollari

Il più grave problema della striscia di Gaza? L’Onu non ha dubbi, è la scarsità idrica. Il milione e mezzo di abitanti di questo lembo di terra potrebbe infatti ritrovarsi senza acqua potabile entro il 2016. A meno che non si riesca a finanziare un impianto di dissalazione, che trasformi l’acqua da salata a dolce. Costo: 500 milioni di dollari. Una situazione al limite, quella di Gaza, le cui cause risiedono principalmente in due fattori: l’eccessivo inquinamento, anche dovuto all’assenza di controlli delle acque reflue, e lo smodato sfruttamento dell’unica falda acquifera disponibile, condivisa con Israele ed Egitto.

A rivelarlo è un rapporto del Programma Ambientale delle Nazioni Unite (Unep). Che, in occasione della Settimana mondiale dell’acqua che si è chiusa ieri a Stoccolma, mette in guardia: i danni alle riserve d’acqua di quei territori potrebbero presto rivelarsi irreparabili, rendendo l’area completamente “invivibile”.

Un milione e seicentomila abitanti, di cui più della metà bambini, destinati a superare i due milioni entro la fine di questo decennio: è la popolazione della striscia di Gaza, una delle zone più densamente popolate del pianeta. Sono molti i problemi da affrontare, lì, ma il primo è quello della carenza di acqua. Già oggi, rivela l’Onu, le centinaia di migliaia di persone che ci vivono devono attingere da una sola falda acquifera che non solo è penalizzata dalle scarse piogge, ma è anche sovra-sfruttata: invece dei 55 milioni di metri cubi all’anno che le permetterebbero di non prosciugarsi, infatti, se ne estraggono oltre 160 milioni. Di questo passo, avverte l’Unep, entro il 2016 le riserve idriche dell’intera regione saranno esaurite.

C’è poi il problema dell’inquinamento, che rischia di diventare irreversibile: il 90% dell’acqua disponibile, infatti, è già oggi talmente avvelenato da non essere utilizzabile. Colpa dell’eccessiva quantità di nitrati e fertilizzanti usati in agricoltura, ma anche della quasi totale mancanza di controlli delle acque di scolo. Una situazione dai pesanti risvolti sanitari, tanto che a Gaza un quarto delle malattie sono riconducibili alla pessima qualità dell’acqua.

L’emergenza umanitaria è alle porte, avverte l’Onu, che sottolinea la necessità di lasciare da parte le divergenze per risolvere una crisi dalle conseguenze inquietanti. Se non si fa qualcosa subito, scrivono gli autori dello studio Gaza in 2020. A liveable place? Bisognerà attendere alcuni secoli prima di potere riutilizzare l’unica falda presente in quella zona. Inoltre, entro il 2020 il fabbisogno idrico di quei territori crescerà di un ulteriore 60%, rivela il rapporto, e “anche con azioni correttive immediate ci vorranno decenni per recuperarla”.

Primo passo, dunque, è la costruzione di un impianto di dissalazione, che permetterebbe di trasformare l’acqua marina in acqua dolce potabile. Un progetto di cui si parla dal 1996, ma che non si è mai concretizzato.

Oltre alle irrisolte questioni politiche che ne hanno ostacolato l’avvio, il problema è di carattere economico. La dissalazione è infatti un processo particolarmente costoso, se non altro perché richiede enormi quantità di energia.

Ora, ciò che le autorità palestinesi propongono è un impianto di dissalazione che, per funzionare, avrà bisogno di una nuova centrale da 90 MW. Una soluzione che potrebbe presto essere attuata, non solo per l’eccezionale gravità della situazione, ma anche perché questa iniziativa è supportata da Israele, oltre che da tutti i governi del Mediterraneo, dall’Onu e dall’Unione europea. Che, attraverso la Banca europea degli investimenti, supporterà la Banca per lo sviluppo islamico finanziando una parte del mezzo miliardo di dollari necessari per eseguire l’opera, ed offrirà altri 4 milioni di euro in assistenza tecnica.

Un piccolo sforzo, considerate le decine di miliardi che questo organismo finanziario ha a disposizione, ma dalle grandi implicazioni politiche. Del resto, come ha ricordato a Stoccolma il dottor Rafiq Husseini, Segretario generale dell’Unione per il Mediterraneo per l’ambiente e l’acqua, per la sopravvivenza di Gaza la dissalazione è considerata all’unanimità come “l’unica soluzione possibile”.

FONTE: IlFattoQuotidiano.it

Italia,il liberismo cambia faccia:dalla repubblica del bunga bunga alla repubblica tenica delle banche,dei mercati e dello spread

Articolo inviato al blog
di: Salvatore Santoru

Berlusconi si è dimesso ufficialmente ieri alle 21:41.Quasi vent’anni ,tra corruzione,clientelismo,affarismo e leggi “ad personam” è durato il suo regime.Regime che è riuscito come non mai ad imporre i dogmi dell’ideologia neoliberista al popolo italiano,tra propaganda mediatica,tv spazzatura e intralazzi vari.Ieri il Cavaliere è “stato dimesso”, ma non per un’iniziativa popolare o per elezioni,ma bensì per “il giudizio dei mercati” e per volere degli stessi poteri che nel 94 hanno sostenuto e finanziato la sua entrata in politica:da Confindustria alle banche,ai vari poteri forti e/o occulti e così via.E intanto il  trono vagante,con il consenso di destra/sinistra/centro,viene occupato da Mario Monti,colui che  a proposito di “mr Bunga Bunga” disse:” va ringraziato,nel 94 ci salvò dalla sinistra di Occhetto e avviò la rivoluzione liberale in Italia”.Lo stesso Monti che in  un suo articolo sul “Corriere della Sera”datato 2 gennaio 2011,dice :

“In Italia, data la maggiore influenza avuta dalla cultura marxista e la quasi assenza di una cultura liberale, si è protratta più a lungo, in una parte dell’ opinione pubblica e della classe dirigente, la priorità data alla rivendicazione ideale, su basi di istanze etiche, rispetto alla rivendicazione pragmatica, fondata su ciò che può essere ottenuto, anche con durezza ma in modo sostenibile, cioè nel vincolo della competitività.

Questo arcaico stile di rivendicazione, che finisce spesso per fare il danno degli interessi tutelati, è un grosso ostacolo alle riforme. Ma può venire superato. L’abbiamo visto di recente con le due importanti riforme dovute a Mariastella Gelmini e a Sergio Marchionne. Grazie alla loro determinazione, verrà un po’ ridotto l’handicap dell’Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili.”

Dunque i suoi esempi di “grandi riformatori” sarebbero Marchionne e la Gelmini.Insomma,prepariamoci al peggio.E c’è anche dell’altro.Lo stimato economista,nonchè  presidente della Bocconi in una sua recente intervista all’Infedele su La 7,ha affermato :”l’euro è un sucesso,soprattutto per la Grecia”.E così  che inizia la Terza Repubblica,fondata sulle “banche,sulla tecnica e sull’infallibilità dei mercati e delle borse”.Festeggiate pure  se vi va di farlo,ma riflettete sul perchè l’ex tessera 1816 P2,è stato dimesso proprio ora,e chiedetevi:ma non era meglio se si fosse dimesso per un’iniziativa popolare o per elezioni(magari anche anni fa),invece che per il “giudizio dei mercati” e i capricci dello “spread”,cioè per un’azione(un colpo di stato finanziario) con cui non abbiamo niente a che fare(anzi),e perlopiù per un’imposizione degli stessi che per quasi vent’anni lo hanno tenuto in galoppo?

Italia, un ‘regime change’ senza armi

di: Enrico Piovesana

Il bombardamento speculativo, l’ultimatum di Draghi e Trichet, l’invasione delle truppe in doppio petto di Bce e Fmi che occupano i ministeri e l’imposizione di un governo-fantoccio

La soluzione ai nostri guai sarebbe quindiMario Monti, tecnocrate che gode della piena fiducia dei mercati. Non stupisce, visto che l’ex commissario europeo è anche consulente di Goldman Sachs (la superbanca che ha causato il collasso greco e l’affossamento dei Btp italiani) e della Coca Cola, presidente europeo della Commissione Trilaterale di David Rockefeller e membro direttivo del potente club Bilderberg.

Ma come si è arrivati a questo?

Lo scorso luglio i mercati internazionali, soprattutto statunitensi (grandi banche d’affari, fondi d’investimento, agenzie di rating, multinazionali e compagnie assicurative) hanno scatenato il loro attacco speculativo contro l’Italia: non perché le condizioni economiche del nostro Paese fossero improvvisamente peggiorate, ma per la definitiva perdita di credibilità e di fiducia del governo Berlusconi.

Inizialmente sostenuto dai mercati internazionali per le sue promesse di ‘rivoluzione liberale’, ultimamente il Cavaliere, sempre più invischiato nei suoi scandali sessuali e concentrato a difendere i suoi interessi personali, veniva giudicato dai mercati irrimediabilmente inadeguato a portare avanti le riforme e le politiche economiche da essi richieste.

La crescente apprensione dei mercati si è tramutata in paura a giugno, con la vittoria del referendum contro la privatizzazione dell’acqua: un campanello d’allarme sulla pericolosa piega democratica che rischiava di prendere l’Italia nel vuoto di potere creato da Berlusconi.

In un Paese inaffidabile e indisciplinato come l’Italia, i mercati non potevano certo affidare il cambio di regime al popolo bue, rischiando di vedersi rieletto Berlusconi o di vederlo sostituito da un governo troppo sbilanciato a sinistra. Hanno giudicato più sicuro prendere direttamente il controllo dell’Italia con il pretesto dell’emergenza.

Da qui l’attacco speculativo di luglio con borse e spread impazziti, traduzione economica della dottrina militare Shock and Awe, colpisci e intimorisci.

Insomma, terrorismo finanziario. Il Paese, messo in ginocchio e gettato nel panico, è pronto ad accettare qualsiasi cosa.

L’ultimatum è arrivato ad agosto nella lettera dei banchieri Trichet e Draghi, che dettavano al governo Berlusconi le condizioni per la fine dei bombardamenti speculativi: in sostanza una resa incondizionata alle politiche dettate da banche, finanza e grandi imprese: privatizzazioni, deregulation del mercato del lavoro, taglio a salari, pensioni e servizi sociali.

La confusa e tentennante risposta del governo Berlusconi ha scatenato l’offensiva finale dei mercati, che in poche settimane hanno portato l’Italia sull’orlo del default. Il Cavaliere, con la pistola puntata alle tempia, è stato costretto a farsi da parte, mentre a Roma sbarcavano le truppe in doppio petto di Bce e Fmi, che occupavano i ministeri-chiave prendendo di fatto in mano le redini del Paese.

Nel frattempo si mette in piedi un governo-fantoccio guidato dal consulente di Goldman Sachs che, almeno a giudicare dai nomi che circolano sui probabili ministri, sarà formato in gran parte da banchieri e da personaggi strettamente legati alle banche: Giuliano Amato, consulente di Deutsche Bank ed esperto in manovre lacrime e sangue, Fabrizio Saccomanni, direttore generale della Banca d’Italia, Lorenzo Bini Smaghi, appena uscito dal comitato esecutivo della Banca centrale europea, Domenico Siniscalco, vicepresidente di Morgan Stanley, Piero Gnudi, consigliere d’amministrazione di Unicredit.

“Missione compiuta!” disse Bush sulla portaerei dopo la caduta di Saddam.

Altrettanto potranno dire nei prossimi giorni i grandi banchieri internazionali, brindando a champagne sui loro yacht alla salute del governo Monti. Alla faccia del ’99 per cento’ degli italiani, inconsapevolmente caduti dalla padella alla brace.

Nulla di nuovo sotto il sole. Per imporre le proprie regole e tutelare i propri interessi, i poteri forti economici e finanziari (statunitensi ma non solo) hanno organizzato golpe in Africa e in America Latina, invasioni militari in Asia, Medio Oriente e Nordafrica, rivoluzioni colorate nell’ex blocco comunista. Per i Paesi europei basta un massiccio attacco speculativo e il gioco è fatto. All’Italia è già capitato nel 1992, e oggi la storia si ripete.

PeaceReporter

Dopo le bombe, arriva il Fmi a «ricostruire»

di: Manlio Dinucci

Al termine del G8 di Marsiglia, la neodirettrice del Fondo monetario internazionale, la francese Christine Lagarde, ha fatto un solenne annuncio: «Il Fondo riconosce il consiglio di transizione quale governo della Libia ed è pronto, inviando appena possibile il proprio staff sul campo, a fornirgli assistenza tecnica, consiglio politico e sostegno finanziario per ricostruire l’economia e iniziare le riforme».

Nessun dubbio, in base alla consolidata esperienza del Fmi, che le riforme significheranno spalancare le porte alle multinazionali, privatizzare le proprietà pubbliche e indebitare l’economia. A iniziare dal settore petrolifero, in cui l’Fmi aiuterà il nuovo governo a «ripristinare la produzione per generare reddito e ristabilire un sistema di pagamenti».

Le riserve petrolifere libiche - le maggiori dell’Africa, preziose per l’alta qualità e il basso costo di estrazione – e quelle di gas naturale sono già al centro di un’aspra competizione tra gli «amici della Libia». L’Eni ha firmato il 29 agosto un memorandum con il Cnt di Bengasi, al fine di restare il primo operatore internazionale di idrocarburi in Libia. Ma il suo primato è insidiato dalla Francia: il Cnt si è impegnato il 3 aprile a concederle il 35% del petrolio libico. E in gara ci sono anche Stati uniti, Gran Bretagna, Germania e altri. Le loro multinazionali otterranno le licenze di sfruttamento a condizioni molto più favorevoli di quelle finora praticate, che lasciavano fino al 90% del greggio estratto alla compagnia statale libica. E non è escluso che anche questa finisca nelle loro mani, attraverso la privatizzazione imposta dal Fmi.

Oltre che all’oro nero le multinazionali europee e statunitensi mirano all’oro bianco libico: l’immensa riserva di acqua fossile della falda nubiana (stimata in 150mila km3), che si estende sotto Libia, Egitto, Sudan e Ciad.

Quali possibilità di sviluppo essa offra lo ha dimostrato la Libia, che ha costruito una rete di acquedotti lunga 4mila km (costata 25 miliardi di dollari) per trasportare l’acqua, estratta in profondità da 1.300 pozzi nel deserto, fino alle città costiere (Bengasi è stata tra le prime) e all’oasi al Khufrah, rendendo fertili terre desertiche. Non a caso, in luglio, la Nato ha colpito l’acquedotto e distrutto la fabbrica presso Brega che produceva i tubi necessari alle riparazioni. Su queste riserve idriche vogliono mettere le mani – attraverso le privatizzazioni promosse dal Fmi – le multinazionali dell’acqua, soprattutto quelle francesi (Suez, Veolia e altre) che controllano quasi la metà del mercato mondiale dell’acqua privatizzata.

A riparare l’acquedotto e altre infrastrutture ci penseranno le multinazionali statunitensi, come la Kellogg Brown & Root, specializzate a ricostruire ciò che le bombe Usa/Nato distruggono: in Iraq e Afghanistan hanno ricevuto in due anni contratti per circa 10 miliardi di dollari.

L’intera «ricostruzione», sotto la regia del Fmi, sarà pagata con i fondi sovrani libici (circa 70 miliardi di dollari più altri investimenti esteri per un totale di 150), una volta «scongelati», e con i nuovi ricavati dall’export petrolifero (circa 30 miliardi annui prima della guerra).

 Verranno gestiti dalla nuova «Central Bank of Libya», che con l’aiuto del Fmi sarà trasformata in una filiale della Hsbc (Londra), della Goldman Sachs (New York) e di altre banche multinazionali di investimento. Esse potranno in tal modo penetrare ancor più in Africa, dove tali fondi sono investiti in oltre 25 paesi, e minare gli organismi finanziari indipendenti dell’Unione africana – la Banca centrale, la Banca di investimento e il Fondo monetario – nati soprattutto grazie agli investimenti libici. La «sana gestione finanziaria pubblica», che l’Fmi si impegna a realizzare, sarà garantita dal nuovo ministro delle finanze e del petrolio Ali Tarhouni, già docente della Business School dell’Università di Washington, di fatto nominato dalla Casa bianca.

Fonte: IlManifesto.it

Quando a Bersani e a Nichi piaceva l’ acqua privata

Tratto da: Libero-News.it

Il video che sbugiarda il segretario PD. E in Puglia Vendola non fa nulla per cambiare.


C ‘ era un tempo, non troppo lontano, in cui Pier Luigi Bersani si era trasformato nel paladino delle liberalizzazioni, nel teorico del nuovo mercato e della competizione. Tra 2006 e 2008, da ministro dello Sviluppo economico per il secondo governo Prodi, l’attuale segretario del Pd si era esibito, per esempio, in riforme spericolate su banche, farmaci da banco e taxi, non senza polemiche. Più che da ministro, Bersani ha sempre preferito ragionare da amministratore locale, attento cioè agli equilibri (e le esigenze) di tutte le parti in causa. Non solo i cittadini, dunque, ma anche aziende, fossero esse municipalizzate o private. Anche nella rossa Emilia, dove spesso potere politico e potere economico vanno a braccetto, se non addirittura sotto la stessa giacca. E così non deve stupire che nel settembre 2008, ormai ex ministro, il buon Pier Luigi fosse intervenuto a Carpi, un tiro di schioppo da Reggio Emilia, per sostenere la campagna del Pd locale a favore di una privatizzazione un po’ particolare: quella dell’acqua. Ricapitolando: nel 2008 Pd e Bersani favorevoli alla privatizzazione dell’acqua, a Carpi, perché, ricordava il segretario, “un conto sono le infrastrutture, che devono essere pubbliche, e un conto la gestione delle stesse, che possono, anzi devono andare a chi le sa utilizzare al meglio”. E chi le sa utilizzare al meglio, sottolineava Bersani, sono i privati perché “più specializzati”. La posizione non è da poco e infatti aveva creato molti malumori negli attivisti del Movimento 5 stelle di Beppe Grillo, da sempre ultra-sostenitore dell’acqua pubblica. Nel video che potete vedere su LiberoTv, Bersani spiega con eloquio pacato (a tratti soporifero) perché restare legati al passato (cioè al pubblico) sia deleterio.

“L’acqua bene comune è un dibattito che è arrivato persino da Porto Alegre, un po’ da terzomondismo, da Teologia della Liberazione. In Brasile hanno il problema dei padroni dell’acqua, che te la danno se vogliono loro. Noi in Italia abbiamo il problema degli acquedotti che perdono metà dell’acqua, che è un altro film”. Così Bersani prende le distanze dai radicali, un po’ freak e un po’ utopisti. E’ un amministratore pane e salame, lui, e non accetta la solita retorica. “L’acqua non è un bene comune, l’acqua è un bene di Dio”, arriva ad esclamare nello sgomento dell’auletta. “Le infrastrutture che la governano, per garanzia, sono di proprietà pubblica. Poi però subentra la questione della gestione. Come faccio a far perdere meno acqua? Che si depuri bene? Che si facciano investimenti sensati? Devo chiamare uno che è capace di fare quel lavoro lì”. L’esempio arriva dalla Francia, dove “due grandissime società, multinazionali che gestiscono l’acqua anche in India (Veolia e Suez, ndr), sono arrivate a specializzazioni eccezionali”. E’ quello, il futuro (anche se poi nel 2010 Parigi ha ristabilito la gestione pubblica dell’acqua). Perché Carpi la rossa deve avere paura di privatizzare l’Aimag, società che gestiva acqua, gas e rifiuti? Il Comune, in fondo, sta facendo “una partnership industriale per rafforzare le nostre gestioni”. Tutto qua, nessuno scandalo dunque. Né macchinazioni o oligarchie dei privati. Un po’ lo stesso atteggiamento di Nichi Vendola, che in Puglia ha basato la sua rielezione a governatore in Puglia sul ritorno alla gestione pubblica dell’acqua e che non ha mai mantenuto la promessa, tenendosi stretta la Spa che gestisce la risorsa primaria e meritandosi da Beppe Grillo la nomea di supercazzolaro. Strano, però, che sia Bersani e il Pd sia Vendola e Sel siano tra i più combattivi sostenitori al sì del 12 e 13 giugno, che vedrà anche due quesiti sull’acqua. Da far tornare pubblica, naturalmente. Piroette che a Pier Luigi e Nichi riescono facili facili, quanto bere un bicchiere d’acqua.


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