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Tag: banchieri

Gli squali dell’Emporio Ambrosetti

di: Alessandro Robecchi

I banchieri, gli imprenditori, i finanzieri, i geni dell’economia di mercato e gli altri guru del disastro riuniti al famoso Workshop Ambrosetti vorrebbero un governo Monti-bis. E’ come se la vasca dei pescecani dell’acquario di Genova votasse «Lo squalo» per la nomination all’Oscar. Ora, io non so cosa vende esattamente l’Emporio Ambrosetti elegantemente allestito a Cernobbio. Probabilmente vende previsioni macroeconomiche sul futuro del mondo. Una merce piuttosto deperibile, a giudicare dalle previsioni passate. Basta scorrere la rassegna stampa delle ultime edizioni per farsi quattro risate: «Imprenditori e banchieri: torna l’ottimismo», titolava il Corriere nel 2010. E Il Sole 24 Ore nel 2009: «Ritorno alla crescita tra due anni». E Tremonti nel 2008: «Lo sviluppo è anche il nucleare». E Il Messaggero nel 2010:

«Meno tasse per il rilancio». E Mario Monti nel 2008: «L’UE allargata è più sicura».

Insomma, ne avessero azzeccata una che è una, anche per sbaglio, anche per caso, per culo, per avventura o per la legge dei grandi numeri. Invece: niente. I giornali che seguono l’evento come se fosse una riunione di infallibili sciamani ebbri di peyote, continuano a registrare quelle previsioni come oro colato e a usare frasi come «Gotha dell’economia» e «Salotto buono della finanza». I nomi, più o meno, sono sempre quelli: i grandi banchieri sono sempre loro, gli illuminati imprenditori pure, gli astuti finanzieri sono sempre gli stessi, i geniali economisti anche, e al massimo può succedere che qualche banchiere si ripresenti in veste di ministro, o qualche professore coi i galloni di premier. Chissà, forse è all’Emporio Ambrosetti che si avvera il famoso miracolo italiano. Perché anche chi vive dando i numeri del Lotto ogni tanto è tenuto ad azzeccarne uno. Persino nelle tribù del Borneo lo sciamano viene cacciato dopo aver sbagliato troppi vaticinii. A Cernobbio no: tutti aspettano con ansia, annuendo, le nuove mirabolanti previsioni del «Gotha dell’economia». Fossimo sani di mente, dovremmo annuire anche noi. E poi fare esattamente il contrario.

IlManifesto.it

L’euro è un grande successo – non scherzo

Su Opendemocracy Greg Palast, giornalista e documentarista USA, ripercorre le idee di Mundell, il progenitore dell’euro, per sostenere che il preteso “malfunzionamento” della moneta unica in realtà fu accuratamente progettato per portare alla svalutazione interna del lavoro – che senza lo shock dell’euro sarebbe stata politicamente impossibile.

di: Greg Palast 

 L’euro è stato la massima espressione della supply side economics (l’economia dell’offerta, ndt), progettato per funzionare durante una crisi economica esattamente come ha fatto – smontare i tradizionali strumenti economici per la ripresa e forzare gli stati alla “svalutazione interna”, alle privatizzazioni e agli attacchi ai diritti del lavoro. Ha funzionato perfettamente.

 L’idea che l’euro ha “fallito” è pericolosamente ingenua. L’euro sta facendo esattamente quello che il suo progenitore – e quell’1% di ricchi che lo ha approvato – avevano previsto e programmato che facesse.

Questo progenitore è l’economista Robert Mundell, allora dell’Università di Chicago. L’architetto della “supply-side economics” è ora professore alla Columbia University, ma io lo conoscevo per il suo rapporto col mio professore di Chicago, Milton Friedman, molto prima che la ricerca di Mundell sulle valute e i tassi di cambio producesse il progetto dell’Unione monetaria europea e della moneta unica.

Mundell, allora, era più interessato alla ristrutturazione del suo bagno. Il Nobel Professor Mundell, che possedeva una antica villa in Toscana, mi disse, irritato:

“Non mi fanno nemmeno fare una toilette. Hanno delle regole secondo le quali non posso avere un bagno in questa stanza!

Potete immaginare?

 “Si dà il caso che non posso. Ma io non ho una villa italiana, quindi non posso immaginare la frustrazione di un regolamento in materia di costruzione di bagni.

Ma Mundell, un pragmatico canadese-americano, era destinato a farci qualcosa: costruire un’arma che avrebbe spazzato via le norme e regolamenti governativi sul lavoro. (Lui odiava davvero i sindacati degli idraulici che gli facevano pagare un sacco di soldi per spostare il suo trono.) “E’ molto difficile licenziare i lavoratori in Europa”, si lamentava. La sua risposta: l’euro.

L’euro avrebbe davvero fatto il suo lavoro quando la crisi avrebbe colpito, spiegava Mundell. Rimuovere il controllo governativo sulla moneta avrebbe impedito ai brutti piccoli funzionari eletti di utilizzare le ricette monetarie e fiscali keynesiane per tirare fuori dalla recessione un paese.

“L’euro mette la politica monetaria fuori dalla portata dei politici”, ha detto Mundell. “[E] senza la politica fiscale, l’unico modo per i paesi di riuscire a mantenere i posti di lavoro è dalla riduzione competitiva delle regole per le imprese.”

Ha citato le leggi sul lavoro, le normative ambientali e, naturalmente, le tasse. Tutto sarebbe stato spazzato via con l’euro.

Alla democrazia non sarebbe stato permesso di interferire con il mercato – o con l’impianto idraulico.

Come un altro premio Nobel, Paul Krugman, ha osservato, la creazione della zona euro ha violato la regola economica d i base nota come “area monetaria ottimale”. Questa regola era stata concepita da Bob Mundell.

Ma Mundell non se ne preoccupava. Per lui, l’euro non aveva lo scopo di trasformare l’Europa in un potente unione economica. Si trattava di Reagan e Thatcher. “Ronald Reagan non sarebbe stato eletto presidente senza l’influenza di Mundell,” ha scritto una volta Jude Wanniski sul Wall Street Journal. La supply-side economics introdotta da Mundell è diventata il modello teorico per la Reaganomics – o come la definiva George Bush il Vecchio – “economia voodoo”: la credenza magica nella panacea del libero mercato che ha ispirato anche le politiche della signora Thatcher.

Mundell mi ha spiegato che, di fatto, l’euro è un tutt’uno con la Reaganomics:

“La disciplina monetaria impone la disciplina fiscale anche ai politici.”

E quando le crisi arrivano, le nazioni economicamente disarmate hanno poco da fare se non cancellare le regolamentazioni governative, privatizzare in massa le imprese statali, tagliare le tasse e distruggere il modello di welfare state europeo.

Così, vediamo che il primo ministro (non eletto) Mario Monti sta chiedendo la “riforma” del diritto del lavoro in Italia, per rendere più facile ai datori di lavoro come Mundell licenziare gli idraulici toscani. Mario Draghi, il capo (non eletto) della Banca centrale europea, chiede le “riforme strutturali” – un eufemismo per la frantumazione delle regole sul lavoro. Essi citano la nebulosa teoria secondo cui questa “svalutazione interna” di ogni paese, li renderà tutti più competitivi.

Monti e Draghi non possono spiegare in un modo credibile come, se tutti i paesi del continente deprezzano la forza lavoro, ciascuno possa ottenere un vantaggio competitivo. Ma non c’è bisogno che spieghino le loro politiche, basta lasciar lavorare i mercati sulle obbligazioni di ogni nazione. Quindi, l’unione monetaria è guerra di classe con altri mezzi.

La crisi in Europa e le fiamme della Grecia hanno prodotto il bagliore di ciò che il filosofo della supply-side economics, Joseph Schumpeter, chiamava “distruzione creativa”. Il seguace di Schumpeter e apologeta del libero mercato Thomas Friedman, volato ad Atene per visitare il “santuario improvvisato” di una banca bruciata, dove sono morte tre persone dopo che era stata bombardata dal fuoco dei manifestanti anarchici, ha colto l’occasione per un’omelia sulla globalizzazione e l’ “irresponsabilità” greca.

Le fiamme, la disoccupazione di massa, la svendita dei beni nazionali, avrebbero portato a ciò che Friedman chiama “rigenerazione” della Grecia e, in ultima analisi, di tutta la zona euro. In modo che Mundell e gli altri proprietari di ville possano mettere i loro servizi igienici ovunque diavolo vogliono.

Lungi dal fallimento, l’euro, che è stato una creatura di Mundell, è riuscito probabilmente oltre i sogni più arditi del suo stesso progenitore.

LINK:  The Euro is a big success – no kidding

DI: InvestireOggi.it

Rothschild-Rockefeller matrimonio d’interesse

di: Maurizio Molinari - CORRISPONDENTE DA NEW YORK

Alleanza transatlantica fra le più potenti dinastie di banchieri

I banchieri d’Europa, finanziatori di Papi e imperatori, si alleano con la dinastia più ricca e rispettata di Wall Street con un patto di entità segreta il cui intento è rigenerare la vitalità della finanza transatlantica aggredita dalle crisi e sfidata dai nuovi rivali emergenti sui mercati di Asia e Russia.

L’intesa fra Lord Jacob Rothschild, 76 anni, e David Rockefeller, che ne ha venti di più, segna un momento di fine e al tempo stesso di inizio della finanza occidentale come oggi noi la conosciamo. Ciò che termina è la parabola parallela di due imperi riusciti a crescere e fiorire nei rispettivi mondi senza mai scontrarsi. La casata degli «Scudi Rossi» (Rothschild) di Francoforte sul Meno si origina nel 1744 da Mayer Amschel, cambiavalute ebreo del principe d’Assia, per diventare durante le guerre napoleoniche indispensabile allo sforzo bellico che consente al Duca di Wellington di vincere a Waterloo per poi conquistare titoli nobiliari e fortune nell’Impero d’Austria come nel Regno Unito, arrivando a finanziare imprese dall’apertura del Canale di Suez alla creazione della Rhodesia.

Mentre il ramo francese della famiglia inaugura ferrovie e miniere destinate a trasformare l’Esagono in una moderna potenza industriale, con la ramificazione italiana che all’inizio del XIX secolo passa per Napoli da dove i Rothschild costruiscono un solido rapporto con il Vaticano fino al punto da essere definiti dall’Enciclopedia Judaica come i «guardiani dei tesori del Pontefice» Gregorio XVI.

Sopravvissuti alle tempeste del Novecento grazie ad un profilo meno vistoso, i Rothschild dal 1980 sono guidati da Lord Jacob, il IV barone, il cui trust nel 2008 vantava proprietà per 3,4 miliardi di dollari riuscite a sopravvivere alla tempesta finanziaria degli ultimi anni grazie «a scelte manageriali molto conservatrici» come lui stesso ha spesso ripetuto a partire dal 2010. La cassaforte di Lord Jacob è la RIT Capital Partner, di base a Londra, che ora acquista il 37 per cento dei Rockefeller Financial Services ovvero la nave ammiraglia della corazzata di Wall Street guidata da David Rockefeller, dotata di un portafoglio stimato in almeno 34 miliardi di dollari.

Sin dalla fondazione nel 1882 da parte di John D.Rockefeller, capo della dinastia, la Financial Services ha accompagnato genesi e trasformazioni della potenza economica americana, dagli iniziali investimenti industriali in petrolio, acciaio e carbone allo sviluppo delle ferrovie fino al debutto della moderna finanza, simboleggiata dal complesso di 16 edifici del Rockefeller Center costruiti nel bel mezzo di Manhattan. Al momento della morte il patriarca John era considerato l’uomo più ricco d’America. Fra i suoi cinque figli è stato David a esserne l’erede nella gestione di un immenso patrimonio che lo ha portato, fra l’altro, a diventare presidente e quindi principale azionista della banca JP Morgan Chase. È stato proprio David Rockefeller nel 2011 a introdurre Lord Rothschild, che conosce da oltre 50 anni e con cui condivide la passione per la filantropia, al proprio Ceo americano, Reuben Jeffrey.

Da questo colloquio hanno avuto inizio i contatti prima esplorativi, poi divenuti sempre più concreti, che hanno portato ad un acquisto di quote dei Financial Services per un valore destinato a rimanere coperto dal più assoluto segreto, nel rispetto di una tradizione di riservatezza che la vecchia finanza europea condivide con gli «Old Money» di Wall Street.

Ci possono essere tuttavia ben pochi dubbi sul fatto che l’investimento guidato dalla banca franco-svizzera Edmond de Rothschild Group, di cui il Financial Times per primo ha dato notizia, miri a consolidare le fondamenta industriali di un gigante finanziario euro-americano che si presenta come la più importante roccaforte transatlantica su un mercato globale dove i protagonisti più aggressivi sono i banchieri delle economie emergenti, dalla Russia a Cina e India, intenzionati a sfruttare il momento favorevole per insediarsi a Parigi, Francoforte, Londra e New York. Ovvero, le piazze finanziarie dell’Occidente che Lord Jacob e David Rockefeller hanno contribuito a creare.

LaStampa.it

Debito Sovrano e “Tripla A”. La AAA del popolo: Audit, Azione e Abolizione delle politiche economiche neoliberiste

di: Damien Millet and Eric Toussaint

AAA … tre lettere che suonano come una risata beffarda e che indicano il massimo rating del credito assegnato dalle stesse agenzie di rating. Una società o uno Stato con con la tripla A  è considerato degno di credito dai prestatori e dagli speculatori e può ottenere quindi prestiti a tassi più vantaggiosi. Ma per ottenere – o mantenere – questo grado simbolico, i governi europei dovranno prendere ogni tipo di provvedimento, compresa l’applicazione di politiche di austerità che porteranno le loro economie sotto il diktat dei creditori. La tripla  A è la facciata che nasconde la regressione sociale su grande scala, la violazioni dei diritti umani, e sangue, sudore e lacrime per i cittadini più vulnerabili. 

AAA … Tre lettere che risuonano come la risata della iena, mentre i creditori traggono profitti, mentre vengono sacrificati i diritti delle persone con la complicità attiva dei capi di Stati europei, la Commissione europea, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca centrale europea. 

I creditori e gli speculatori hanno deciso di correre i rischi più temerari, convinti che le autorità pubbliche li avrebbero salvati in tempo di crisi. Fino ad ora hanno avuto ragione. Sono stati organizzati salvataggi bancari, gli Stati hanno fornito garanzie del valore di migliaia di miliardi di euro, le volontà dei creditori sono state assecondate. Gli Stati membri hanno speso somme colossali per salvare le banche prima di imporre massicce misure di austerità a cui spesso il popolo si oppone con determinazione. Proteste di piazza, scioperi generali, i movimenti degli Indignati e le lotte sociali sono motivi di speranza se possono riuscire a federarsi a livello europeo. E’ tempo che i popoli d’Europa si uniscano.

Per tre decenni, le politiche neoliberiste hanno fatto aumentare l’indebitamento ad un livello intollerabile per le classi medie e medio-basso, che sono poi quelle che devono sostenere, in gran parte, gli oneri del rimborso. Il debito pubblico dei paesi europei ha due cause principali: da un lato, la contro-rivoluzione  fiscale iniziata negli anni 1980 e che ha favorito i più ricchi, e dall’altra parte, le risposte degli Stati alla attuale crisi provocata dagli investimenti sfrenati da parte dei banchieri e degli hedge fund. La deregolamentazione finanziaria ha tolto garanzie essenziali e ha permesso la creazione di prodotti sempre più complessi, portando a gravi eccessi e ad una crisi economica e finanziaria globale.

Le attuali politiche proteggono i responsabili della crisi e obbligano le vittime – in altre parole i popoli – a pagare le spese. Per questo motivo il debito è in gran parte  illegittimo. Finché persiste la logica attuale, i diktat dei creditori porteranno costante regressione sociale. Un audit del debito pubblico da parte dei cittadini, insieme ad una moratoria senza sanzioni per i rimborsi, è l’unica soluzione per determinare l’ illegittima, o perfino odiosa, parte del debito. Questa parte deve essere incondizionatamente abolita. E  per questo debito illegittimo da abolire, i popoli devono continuare a mobilitarsi e attraverso la loro azione concertata imporre una politica diversa che rispetti i diritti fondamentali e ambientali.

Questa azione deve essere il modo attraverso il quale costruire un’Europa fondata sulla solidarietà e sulla cooperazione, un’Europa che rifiuta i dettami concorrenziali dell’attuale sistema. La logica neo-liberale ha portato alla crisi e ha rivelato le proprie debolezze. Questa logica, che è alla base di tutti i documenti fondanti dell’Unione europea, in particolare il Patto di Stabilità e Crescita e il Trattato del Meccanismo Europeo di Stabilità, deve essere vigorosamente compromessa. Le politiche di bilancio e quelle fiscali non dovrebbero essere uniformi, dal momento che le economie europee sono molto disparate, ma dovrebbero piuttosto essere coordinate al fine di trovare una soluzione che innalzi lo standard. L’Europa deve anche abbandonare il suo atteggiamento  di assediata nei confronti dei richiedenti l’ immigrazione e diventare un partner giusto e solidale per i popoli del sud. Il primo passo deve essere quello di cancellare senza condizioni il debito del Terzo Mondo. E’ chiaro che gli attuali trattati europei devono essere abrogati e sostituiti con nuovi nel contesto di un autentico processo costituente democratico che sarà la pietra angolare per un’Europa diversa.

Audit-Azione-Abolizione: questa è la AAA vogliamo, un AAA del popolo, non delle agenzie di rating. Poniamo questa richiesta al centro del dibattito pubblico per affermare che le scelte politiche, economiche e finanziarie alternative sono possibili. Solo potenti lotte sociali  possono rendere la ” AAA dei popoli ” una realtà e un mezzo per effettuare un cambiamento radicale nella logica.

LINK: Sovereign Debt and “Triple A Ratings”: The People’s AAA : Audit, Action and Abolition of Neoliberal Economic Policies

DI: Coriintempesta

Perchè il Potere non vuole l’ “Energia Libera”?

Il Mondo della Free Energy

di: Peter Lindemann

Nikola Tesla

Alla fine del 1880, le riviste commerciali delle scienze elettriche stavano predicendo l’ elettricità gratis e l’ energia libera nel futuro prossimo. Incredibili scoperte riguardo la natura dell’elettricità stavano diventando ormai cosa comune. Nikola Tesla stava dimostrando “l’illuminazione senza fili” ed altre meraviglie associate alle correnti ad alta frequenza. C’era un entusiasmo per il futuro come mai prima.

Entro 20 anni, ci sarebbero state automobili, aeroplani, film, musica registrata, telefoni, radio e macchine fotografiche pratiche. L’Età Vittoriana stava cedendo il passo a qualcosa di totalmente nuovo. Per la prima volta nella storia, le persone comuni furono incoraggiate a prevedere un futuro utopico pieno di abbondanti trasporti e comunicazioni moderne, cosi come lavoro, casa e cibo per tutti. Le malattie, cosi come la povertà, sarebbero state sconfitte. La vita stava migliorando, e questa volta, ognuno si accingeva ad ottenere un pezzo della torta. Allora, che cosa successe? Nel mezzo di questa esplosione tecnologica, che fine fece la conquista energetica? Tutto questo entusiasmo per l’energia libera, poco prima dell’inizio del secolo scorso, fu solamente un pio desiderio che la “scienza reale” confutò?

L’ attuale stato della tecnologia

In realtà, la risposta a questa domanda è no. Anzi, è vero il contrario. Spettacolari tecnologie energetiche furono sviluppate insieme alle altre conquiste. Da allora, sono stati sviluppati diversi metodi per la produzione di grandi quantità di energia a costi estremamente bassi anche se nessuna di queste tecnologie è giunta sul mercato come un articolo in vendita. Il perché questo è vero sarà discusso a breve.

Ma prima, vorrei descrivervi una breve lista di tecnologie a energia libera di cui io sono attualmente a conoscenza e che sono provate oltre ogni ragionevole dubbio. La caratteristica comune che unisce tutte queste scoperte è che utilizzano una piccola quantità di una forma di energia per controllare o rilasciare una grande quantità di differenti tipi di energia. Molte di queste sfruttano in qualche modo il campo elettrico fondamentale, una fonte di energia convenientemente ignorata dalla scienza moderna.

1) Energia Radiante. La Trasmittente Moltiplicatrice di Nikola Tesla, il dispositivo ad energia radiante di T. Henry Moray, il motore EMA di Edwin Gray, e la macchina Testatika di Paul Baumann basano il loro funzionamento sull’ energia radiante. Questa forma naturale di energia può essere raccolta direttamente dall’ambiente (erroneamente chiamata elettricità “statica”) o estratta dall’elettricità ordinaria con il metodo chiamato frazionamento. L’ energia radiante è in grado di eseguire le stesse meraviglie dell’elettricità ordinaria, a meno dell’1% del costo. Non si comporta però esattamente come l’elettricità e ciò ha contribuito alla sua incomprensione nella comunità scientifica. La Methernitha Community in Svizzera, attualmente, ha 5 o 6 modelli auto- funzionanti  senza combustibile di dispositivi che sfruttano questa energia.

2) Magneti permanenti. Il Dr. Robert Adams (Nuova Zelanda) ha sviluppato dei disegni stupefacenti di motori elettrici, generatori e caloriferi che funzionano con i magneti permanenti. Uno di questi dispositivi attinge 100 watt di elettricità dalla fonte, genera 100 watt per ricaricare la fonte stessa e produce oltre 140 BTU di calore in due minuti! Il Dr. Tom Bearden (USA) ha due modelli funzionanti di un trasformatore elettrico alimentato da un magnete permanente. Esso utilizza un input elettrico di 6-watt per controllare il percorso di un campo magnetico proveniente da un magnete permanente. Incanalando il campo magnetico, prima ad una bobina di output e poi ad una seconda bobina di output e facendolo ripetutamente e rapidamente (in modo “ping-pong”), il dispositivo può produrre 96 watt di elettricità in uscita senza parti in movimento. Bearden chiama il suo dispositivo  Generatore Elettromagnetico Immobile, o MEG. Jean-Louis Naudin ha duplicato il dispositivo di Bearden in Francia. I principi per questo tipo di dispositivo sono stati divulgati da Frank Richardson (USA) nel 1978. Troy Reed (USA) ha modelli funzionanti di uno speciale ventilatore magnetizzato che scalda mentre gira. Consuma esattamente la stessa quantità di energia per far girare la ventola, sia se generi calore o no. Al di là di questi sviluppi, diversi inventori hanno identificato meccanismi di lavoro che producono una coppia motore solo da magneti permanenti.

3) Resistenze meccaniche. Ci sono due classi di macchine che trasformano una piccola quantità di energia meccanica in una grande quantità di calore. Il migliore di questi semplici disegni meccanici è il sistema dei cilindri rotanti progettato da Frenette (USA) e Perkins (USA). In queste macchine, un cilindro viene ruotato all’interno di un altro cilindro con circa un ottavo di pollice di spazio tra di loro. Lo spazio tra i cilindri è riempito con un liquido come ad esempio l’acqua o l’olio, ed è questo “fluido” che produce calore mentre il cilindro interno ruota. Un altro metodo utilizza magneti montati su una ruota per produrre grandi correnti indotte in una lastra di alluminio, causando il rapido riscaldamento dell’alluminio stesso. Questi riscaldatori magnetici sono stati dimostrati da Muller (Canada), Adams (NZ) e Reed (USA). Tutti questi sistemi possono produrre dieci volte più calore rispetto ai metodi standard, usando lo stesso input di energia.

4) Elettrolisi Super-efficiente. L’acqua può essere separata in idrogeno e ossigeno usando l’elettricità. I comuni libri di chimica sostengono che questo processo richiede più energia di quanta ne possa essere recuperata quando i gas vengono ricombinati. Questo è vero solo nel peggiore dei casi. Quando l’acqua viene colpita con la propria frequenza di risonanza molecolare, utilizzando un sistema sviluppato da Stan Meyers (USA), e ancora più recentemente da Xogen Power, essa collassa in idrogeno e ossigeno con un input elettrico molto basso. Inoltre, utilizzando differenti elettroliti, l’efficienza del processo cambia cambia in modo drammatico. E ‘noto anche che certe strutture geometriche e trame di superficie lavorino meglio di altre. L’implicazione è che possono essere prodotte quantità illimitate di combustibile a idrogeno  per il funzionamento dei motori (come quello dell’ auto) al costo dell’acqua. Ancora più sorprendente è il fatto che una speciale lega metallica, brevettata da Freedman (USA) nel 1957, rompa spontaneamente l’acqua in idrogeno e ossigeno senza alcun input elettrico esterno e senza causare alcun cambiamento chimico nel metallo stesso. Ciò significa che questa lega metallica speciale può produrre idrogeno dall’acqua “gratuitamente”, per sempre.

5) Implosione / Vortici. Tutti i principali motori industriali utilizzano il rilascio di calore per causare espansione e pressione per produrre lavoro, come nel motore della vostra automobile. La natura utilizza il processo opposto di raffreddamento per causare aspirazione e vuoto per produrre lavoro, come in un tornado. Viktor Schauberger (Austria) è stato il primo a costruire modelli funzionanti di motori ad implosione nel 1930 e 1940. Da allora, Callum Coats ha pubblicato estensivamente il lavoro di Schauberger nel suo libro Living Energies e, successivamente, un certo numero di ricercatori ha costruito modelli funzionanti di motori a turbina ad implosione. Si tratta di motori senza combustibile che producono lavoro meccanico dall’energia che accede da un vuoto. Ci sono anche disegni molto semplici che utilizzano movimenti a vortice che forniscono una combinazione di gravità e forza centrifuga producendo un moto continuo nei fluidi.

6) Fusione Fredda. Nel marzo del 1989, due chimici dell’Università dello Utah (USA) hanno annunciato di aver prodotto reazioni di fusione nucleare in un semplice apparecchio da tavolo. Le affermazioni vennero “smontate” entro sei mesi e l’interesse pubblico diminui’. Tuttavia, la fusione a freddo è reale. Non solo è stata più volte documentata la produzione di calore in eccesso, ma è stata catalogata  anche una trasmutazione a bassa energia di elementi atomici, coinvolgendo dozzine di differenti reazioni! Questa tecnologia può certamente produrre energia a basso costo e decine di altri importanti risultati nei processi industriali.

7) Pompe di Calore ad assistenza solare. Il frigorifero della vostra cucina è l’unica macchina free energy che attualmente possedete. Si tratta di una pompa di calore ad azionamento elettrico. Si utilizza una quantità di energia (elettricità) per muovere tre quantità di energia (calore). Questo gli conferisce un coefficiente di prestazione (COP) di circa 3. Il vostro frigorifero utilizza una quantità di elettricità per pompare tre quantità di calore dall’interno all’ esterno del frigorifero. Questo è il suo tipico utilizzo, ma è il peggior modo possibile di utilizzare questa tecnologia. Ecco perché. Una pompa di calore,appunto, pompa calore dalla fonte di calore al “dissipatore” o il luogo che assorbe questo calore. La fonte di calore dovrebbe ovviamente essere calda e il dissipatore di calore dovrebbe ovviamente essere freddo per far funzionare al meglio questo processo. Nel frigorifero, è esattamente il contrario. La fonte di calore è all’interno, ed è fredda, mentre il dissipatore di calore è rappresentato dall’aria a temperatura ambiente della vostra cucina, che è più calda della fonte. Questo è il motivo per cui il COP rimane basso per il vostro frigorifero della cucina. Ma questo non è vero per tutte le pompe di calore. Possono essere facilmente raggiunti Coefficienti Di Prestazione tra 8 o 10 con le pompe di calore ad assistenza solare. In un tale dispositivo, una pompa di calore trae calore da un collettore solare e lo scarica in un grande assorbitore sotterraneo, che rimane a 55 ° F, estraendo cosi energia meccanica. Questo processo è equivalente ad un motore a vapore che estrae energia meccanica tra la caldaia e del condensatore, con l’eccezione che utilizza un liquido che bolle a una temperatura molto inferiore a quella dell’acqua. Uno di questi sistemi, che è stato testato nel 1970, ha prodotto 350 cv, misurati con un dinamometro, in un motore appositamente progettato, da appena 9 mq di collettore solare. (Questo non è il sistema promosso da Dennis Lee). La quantità di energia impiegata per azionare il compressore (input) era meno di 20 cv, quindi questo sistema ha prodotto energia 17 volte di più di quella necessaria per mandarlo avanti! Potrebbe alimentare un piccolo quartiere utilizzando esattamente la stessa tecnologia che mantiene freddo il cibo nella vostra cucina. Attualmente, c’è un sistema di pompe di calore a scala industriale nel nord di Kona, nelle Hawaii, che produce energia elettrica dalle differenze di temperatura nell’acqua dell’oceano.

Ci sono dozzine di altri sistemi che non ho menzionato e molti di loro sono vitali e ben testati come quelli che ho appena raccontato. Ma questo breve elenco è sufficiente per arrivare al punto: la tecnologia free energy è qui, ora. Offre di essere liberi dall’inquinamento mondiale e l’abbondanza di energia per tutti, ovunque.

E’ possibile, ora, fermare la produzione di gas serra e spegnere tutte le centrali nucleari. Possiamo,ora,desalinizzare una quantità illimitata di acqua di mare ad un prezzo accessibile e portare l’acqua fresca anche negli habitat più remoti. I costi di trasporto e di produzione per quasi tutto possono scendere drasticamente. Il cibo può essere coltivato anche in serre riscaldate in inverno, ovunque. Tutti questi meravigliosi benefici che possono rendere la vita su questo pianeta molto più facile e migliore per tutti sono stati rinviati per decenni. Perché? A quali scopi?

Quattro forze invisibili

Ci sono quattro gigantesche forze che hanno lavorato insieme per creare questa situazione. Dire che c’è ed è stata una cospirazione per sopprimere queste tecnologie ci porta solo ad una avere una comprensione superficiale del mondo, e pone la colpa per questo completamente al di fuori di noi stessi. La nostra volontà di rimanere ignoranti e di non agire di fronte a questa situazione è sempre stata interpretata da due di queste forze come consenso implicito. Quindi, oltre ad un pubblico non-esigente, quali sono le altre forze che stanno impedendo la disponibilità della tecnologia free energy?

Negli Stati Uniti, e in molti altri paesi del mondo, c’è un monopolio monetario in atto. Ad esempio. io sono libero di guadagnare quanto più denaro voglio, ma verrò sempre pagato in banconote della Federal Reserve. Non c’è niente che posso fare per essere pagato con Certificati Aurei o con qualche altra forma di denaro. Questo monopolio monetario è nelle mani di un ristretto numero di banche di riserva private e queste banche sono di proprietà delle più ricche famiglie del mondo. Il loro piano è quello di controllare il 100% di tutte le risorse di capitale del mondo, e quindi controllare la vita di ognuno attraverso la disponibilità (o la non disponibilità) di tutti i beni e servizi.

Una fonte indipendente di ricchezza (dispositivo di free energy) nelle mani di ogni persona, manderebbe alla rovina i piani delle famiglie più ricche per il dominio del mondo. Il perché questo è vero è facile da vedere. Attualmente, l’economia di una nazione può essere rallentata o accelerata con l’innalzamento o l’abbassamento dei tassi di interesse. Ma se una fosse presente nell’ economia di questa nazione una fonte indipendente di capitale (energia), e qualsiasi impresa o persona potesse aumentare il proprio capitale senza prenderlo in prestito da una banca, l’ azione centralizzata di strozzinaggio sui tassi di interesse, semplicemente, non avrebbe lo stesso effetto.

La tecnologia free energy cambia il valore del denaro. Le famiglie più ricche e gli emettitori di credito non vogliono alcuna concorrenza. E’ talmente semplice. Vogliono mantenere il loro attuale controllo monopolistico della massa monetaria. Per loro, la tecnologia free energy non è solo qualcosa da sopprimere, deve essere permanentemente proibita!

Così, le famiglie più ricche e le loro istituzioni bancarie centrali sono la prima forza che opera per posticipare la disponibilità pubblica della tecnologia free energy. Le loro motivazioni sono l’immaginato diritto divino a governare, l’avidità e il loro insaziabile bisogno di controllare quasi tutto, tranne se stessi. Le armi che hanno usato per far rispettare questo rinvio includono l’intimidazione, l’uso di “esperti” debunker, l’acquisto e l’archiviazione della tecnologia, l’omicidio e il tentato omicidio degli inventori, la diffamazione, incendi dolosi, e una vasta gamma di incentivi e disincentivi finanziari per manipolare possibili sostenitori. Essi hanno anche promosso la comune accettazione di una teoria scientifica che afferma che la free energy è impossibile (leggi della termodinamica).

La seconda forza che opera per posticipare la disponibilità pubblica della tecnologia free energy sono i governi nazionali. Il problema qui non è tanto relativo alla concorrenza nella stampa della moneta, ma nel mantenimento della sicurezza nazionale. Il fatto è che il mondo là fuori è una giungla, e gli esseri umani possono essere molto crudeli, disonesti e subdoli. E’ compito del governo provvedere alla difesa comune. Per questo, le forze di polizia sono state delegate dal ramo esecutivo del governo a far rispettare “lo stato di diritto”. La maggior parte di noi che acconsente alla regole del diritto lo fa perché crede che sia la cosa giusta da fare, per il nostro bene. Ci sono sempre, tuttavia, alcuni individui  che credono che per  il loro proprio beneficio sia meglio tenere un comportamento non  conforme all’ accordo generale sull’ordine sociale. Queste persone scelgono di operare al di fuori del diritto e perciò vengono considerate fuorilegge, criminali, sovversivi, traditori, rivoluzionari o terroristi.

La maggior parte dei governi nazionali ha scoperto, per tentativi ed errori, che l’unica politica estera che funziona davvero, nel tempo, è la politica del “pan per focaccia.” Questo significa che i Governi trattano l’un l’altro nel modo in cui vengono trattati. Vi sono imbrogli continui per ottenere posizione e influenza negli affari mondiali, e chi è più forte vince! In economia esiste la Regola d’Oro che afferma: “Quello con l’oro detta le regole.”

Succede cosi anche con la politica, ma con un aspetto più darwiniano. E ‘semplicemente la sopravvivenza del più forte. In politica, però, il più forte è di solito anche quello che è  disposto a combattere con i metodi più sporchi.  Tutti i mezzi a disposizione vengono utilizzati per mantenere un vantaggio rispetto all’avversario, ed ognuno è l’avversario, indipendentemente dal fatto se sia considerato amico o nemico. Questo include scandalosi atteggiamenti psicologici, menzogne, inganni, spionaggio, furto, assassinio di leader mondiali, guerre per procura, alleanze e cambiamenti di alleanze, trattati, aiuti stranieri e la presenza di forze militari ovunque sia possibile.

Che ci piaccia o no, questo è l’arena psicologica e reale in cui operano i governi nazionali. Nessun governo nazionale farà mai qualcosa che dia gratuitamente un vantaggio all’avversario. E’ un suicidio nazionale. L’attività di qualsiasi persona che fornisca, all’interno o all’esterno del paese, un vantaggio all’ avversario sarà considerata una minaccia per la “sicurezza nazionale”.

La tecnologia free energy è l’incubo peggiore di un governo nazionale! Apertamente riconosciuta, la tecnologia free energy scatenerebbe una corsa agli armamenti senza limiti da parte di tutti i governi, come ultimo tentativo per tentare di ottenere un vantaggio assoluto e la dominazione. Pensateci. Pensate che il Giappone non si sentirà intimidito se la Cina diventi free energy? Pensate che Israele starà tranquillo se l’Iraq avesse la free energy? Pensate che l’India permetterebbe al Pakistan di sviluppare la free energy? Pensate che gli USA non avrebbero cercato di fermare Osama bin Laden dall’ottenere la free energy?

L’energia illimitata a disposizione,allo stato attuale delle cose, su questo pianeta porta ad un inevitabile rimescolamento degli equilibri di potere. Questa potrebbe diventare una vera e propria guerra per evitare che “l’altro” abbia il vantaggio della ricchezza e del potere illimitato. Chiunque la vorrà e, al tempo stesso, vorrà evitare che la posseggano tutti gli altri.

Quindi, i governi nazionali sono la seconda forza che opera per posticipare la disponibilità pubblica della tecnologia free energy. Le loro motivazioni sono l’ “auto-conservazione.” Questa autoconservazione opera su tre livelli. In primo luogo, non dando indebito vantaggio ad un nemico esterno. Poi prevenendo un’azione individualizzata capace di sfidare efficacemente i poteri di polizia ufficiali (anarchia) all’interno del paese. Terza ed ultima, conservando i flussi di reddito derivanti dalla tassazione delle fonti di energia attualmente in uso. Le loro armi includono il prevenire dell’emissione di brevetti in base a ragioni di sicurezza nazionale, le molestie legali e illegali degli inventori con accuse criminali, verifiche fiscali, minacce, intercettazioni telefoniche, arresti, incendi dolosi, furti durante le spedizioni, e una miriade di altre intimidazioni che rendono l’attività di costruzione e commercializzazione di una macchina free energy praticamente impossibile.

La terza forza che opera nel posticipare la disponibilità pubblica della tecnologia free energy consiste nel gruppo di inventori ingannati, nei ciarlatani e nei truffatori. Alla periferia delle straordinarie conquiste scientifiche che costituiscono le vere tecnologie free energy, giace un mondo di ombre e di anomalie inspiegate, invenzioni marginali e promotori senza scrupoli. Le prime due forze hanno costantemente utilizzato i media per promuovere i peggiori esempi di questo gruppo, per distrarre l’attenzione del pubblico e per screditare le reali innovazioni associandole con frodi evidenti.

Nel corso degli ultimi cento anni, sono emerse  decine di storie su invenzioni insolite. Alcune di queste idee hanno così affascinato l’immaginazione pubblica che ancora oggi continua ad esistere una certa mitologia su questi sistemi. Vengono subito in mente  i nomi di Keely, Hubbard, Coler e Henderschott . Ci possono essere vere tecnologie dietro questi nomi, ma, semplicemente, non ci sono abbastanza dati tecnici di pubblico dominio per poterlo affermare con certezza. Questi nomi rimangono associati ad una mitologia di energia libera e utilizzati dai debunker come esempi di frode.

L’idea della free energy incide profondamente nel subconscio umano. Qualche inventore di tecnologie marginali che ha dimostrato utili anomalie ha erroneamente esagerato l’importanza delle sue invenzioni. Alcuni di questi inventori hanno anche erroneamente esagerato l’importanza di se stessi per aver fatto queste invenzioni. Appare una combinazione di “febbre dell’oro” e / o un complesso del messia, che distorce ogni futuro contributo che essi possono dare.

Questi illusi inventori iniziano a scambiare l’ entusiasmo per i fatti e il valore del lavoro scientifico ne risente enormemente. C’è una potente ma sottile seduzione che può deformare una personalità dal momento in cui si comincia a credere che il mondo poggi sulle sue spalle o che sia il salvatore del mondo. Accadono anche cose strane alle persone quando pensano di essere in procinto di diventare molto ricche. Ci vuole una tremenda disciplina spirituale per rimanere obiettivi e umili in presenza di una macchina free energy.

La psiche di molti inventori  è diventata instabile solo credendo di avere una macchina free energy. Cosi, mentre la qualità della scienza si deteriora, alcuni inventori sviluppano anche un complesso di persecuzione che li mette sulla difensiva e li rende inavvicinabili. Questo processo li preclude da qualsiasi reale sviluppo di una macchina free energy, alimentando tremendamente la mitologia delle frodi.

Poi ci sono i truffatori. Negli ultimi 15 anni c’è stata una persona negli Stati Uniti che ha fatto della truffa sulla free energy un’arte professionale. Ha raccolto oltre 100.000.000 di dollari, gli è stato impedito di fare affari nello Stato di Washington, è stato incarcerato in California, ed è ancora continua. Parla sempre di una variazione di un reale sistema di energia libera, vendendo alla gente l’idea che potranno ottenere presto uno di questi sistemi e lasciargli alla fine solamente informazioni promozionali che non forniscono alcun dato reale sul sistema energetico stesso. Egli ha spietatamente predato la comunità cristiana e la comunità patriota negli Stati Uniti e va ancora forte.

L’attuale truffa di quest’uomo consiste nel far in modo che centinaia di migliaia di persone rendano disponibili ubicazioni dove installare una macchina free energy. In cambio della sua installazione di un generatore di energia libera nella loro casa, essi avranno elettricità gratis a vita, e la sua società venderà l’energia in eccesso alla compagnia elettrica locale. Dopo essersi convinti che riceveranno elettricità gratis per sempre, senza anticipare alcuna spesa, acquisteranno volentieri un video dimostrativo per convincere a far aderire anche i loro amici. Una volta capito il potere e le motivazioni delle prime due forze che ho discusso, è evidente che il business di questa persona non può funzionare. Questa persona ha probabilmente fatto più danno al movimento free energy negli Stati Uniti di qualsiasi altra forza, distruggendo la fiducia della gente in questa tecnologia.

Quindi, la terza forza che opera per il rinvio della disponibilità pubblica della tecnologia free energy è la delusione e la disonestà all’interno del movimento stesso. Le motivazioni sono l’auto-esaltazione, l’avidità, il desiderio di potere sugli altri, e un falso senso di auto-importanza. Le armi utilizzate sono la menzogna, l’inganno, le truffe “specchietti per le allodole” , l’auto-delusione e l’arroganza, combinate con una scienza da due soldi.

La quarta forza che opera per posticipare la disponibilità pubblica della tecnologia free energy è tutto il resto di noi. Può essere facile vedere come siano meschine ed egoiste le motivazioni delle altre forze, ma in realtà, queste motivazioni sono ancora molto vive in ​​ognuno di noi. Proprio come le famiglie più ricche, non ci illudiamo con una falsa superiorità e col voler controllare gli altri invece di noi stessi? Inoltre, non vi  ”vendereste” se il prezzo fosse abbastanza alto, ad esempio, per un milione di dollari in contanti? O come i governi, ognuno di noi non vuole assicurare la sua sopravvivenza? Se foste dentro un teatro in fiamme, nel panico, non spingereste allontanando tutte le persone più deboli in una folle corsa per la porta? O come l’inventore ingannato, non confezionereste una confortevole illusione al posto di un fatto spiacevole? E non ci piace pensare più a noi stessi che agli altri che ci danno credito? O non temiamo ancora l’ignoto, anche se promette una grande ricompensa?

Vedete, in realtà, tutte e quattro le forze sono solo diversi aspetti dello stesso processo, operando a diversi livelli nella società. C’è davvero solo una forza che impedisce la disponibilità pubblica della tecnologia free energy, ed è il comportamento non spirituale che motiva gli umani. In ultima analisi, la tecnologia free energy è una manifestazione esteriore di abbondanza divina. E ‘il motore dell’economia di una società illuminata, dove le persone si comportano volontariamente in modo rispettoso e civile verso l’altro, dove ogni membro della società ha tutto ciò di cui ha bisogno e non desidera quello che è del suo vicino, dove la guerra e la violenza fisica sono qualcosa di socialmente inaccettabile e le differenze delle persone sono, se non godute, almeno tollerate.

La comparsa della tecnologia free energy nella sociata è l’alba di un’ età veramente civilizzata. Si tratterebbe di un evento epocale nella storia umana. Nessuno può prendersi il merito per questo. Nessuno può diventare ricco con essa. Nessuno può governare il mondo con essa. E’ semplicemente un dono di Dio. Costringe tutti ad assumersi la responsabilità delle nostre azioni e della nostra auto-disciplina e autocontrollo quando  necessario. Il mondo, come è ordinato attualmente, non può avere la tecnologia free energy senza essere completamente trasformato da essa in qualcos’altro. Questa civiltà ha raggiunto l’apice del suo sviluppo, perché ha partorito i semi della propria trasformazione. Gli esseri umani non spirituali non possono fidarsi dell’ energia libera. Faranno solamente quello che hanno sempre fatto,  sfruttarsi senza pietà o  uccidersi a vicenda nel processo.

Se si torna indietro e si rilegge Atlas Shrugged di Ayn Rand o il Rapporto del Club di Roma, diventa evidente che le famiglie più ricche lo hanno capito da decenni. Il loro piano è quello di vivere nel mondo della free energy, ma lasciando fuori in modo permanente il resto di noi. Ma questa non è una novità. I potenti hanno sempre considerato la popolazione comune (noi) come loro sudditi. Quello che c’è di nuovo, è che voi ed io possiamo adesso comunicare tra di noi tramite Internet, che appunto ci offre la quarta forza, un’opportunità per superare gli sforzi combinati delle altre forze di impedire il diffondersi delle tecnologie free energy.

L’opportunità

Quello che sta per accadere è che gli inventori stanno cominciando a pubblicare i loro lavori, invece di brevettarli e mantenerli segreti. Sempre più persone stanno dando via le informazioni su queste tecnologie in libri, video e siti web. Mentre su Internet c’è ancora una grande quantità di informazioni inutili sulla free energy, sta invece  crescendo rapidamente la disponibilità di una buona informazione. Controllate l’elenco dei siti web e altre risorse alla fine di questo articolo.

E ‘imperativo che iniziate a raccogliere tutte le informazioni che potete sui veri sistemi di free energy. La ragione di questo è semplice. Le prime due forze non permetteranno mai che un inventore o una società possa costruire e vendervi una macchina free energy! L’unico modo per ottenerla è di costruirvela da soli o con un amico. Questo è esattamente quello che migliaia di persone stanno già tranquillamente iniziando a fare. Potete sentirvi del tutto inadeguati  al compito, ma cominciate ora a raccogliere informazioni. Potreste essere solo un anello della catena degli eventi per il bene degli altri. Concentratevi su ciò che si può fare ora, non su quanto c’è ancora da fare. Piccoli gruppi di ricerca privati ​​stanno già lavorando ai dettagli mentre leggete questo articolo. Molti si sono impegnati a pubblicare i propri risultati su Internet.

La quarta forza siamo tutti noi. Se ci alziamo e rifiutiamo di rimanere ignoranti e di non agire, possiamo cambiare il corso della storia. E’ l’insieme delle nostre azioni che può fare la differenza. Solo l’azione di massa, che rappresenta il nostro consenso, può dar vita al mondo che vogliamo. Le altre tre forze non ci aiuteranno a mettere un impianto senza combustibile nel nostro scantinato. Non ci aiuteranno ad essere liberi dalle loro manipolazioni. Tuttavia, la tecnologia free energy è qui. È reale, e cambierà tutto ciò che riguarda il nostro modo di vivere, lavorare e relazionarsi gli uni agli altri. In ultima analisi, la tecnologia free energy rende obsoleta l’avidità e la paura per la sopravvivenza. Ma come tutti gli esercizi spirituali della fede, dobbiamo prima manifestare la generosità e la fiducia nella nostra vita.

La fonte di energia libera è dentro di noi. E’ l’eccitamento di esprimersi liberamente. E ‘la nostra intuizione spiritualmente guidata che si esprime senza distrazione, intimidazione o manipolazione. E’ l’apertura del nostro cuore. Idealmente le tecnologie free energy sostengono una società giusta dove ognuno ha abbastanza cibo, vestiario, alloggio, autostima e il tempo libero per contemplare i significati più spirituali della vita. Non lo dobbiamo l’uno all’ altro di affrontare le nostre paure e attivarci per creare questo futuro per i figli dei nostri figli?

La tecnologia free energy è qui. E’ qui da decenni. La tecnologia delle comunicazioni e Internet hanno lacerato il velo di segretezza su questo fatto straordinario. La gente di tutto il mondo sta cominciando a costruire tale dispositivi per uso proprio. I banchieri e i governi naturalmente non vogliono che questo accada, ma non possono fermarlo. Non verrà riportato praticamente nulla dai principali mezzi di comunicazione di ciò che sta accadendo. Enormi instabilità economiche e guerre saranno utilizzate nel prossimo futuro per distrarre le persone dall’ unirsi per la libera circolazione dell’energia.

La società occidentale si sta avviando verso l’autodistruzione a causa degli effetti accumulati a lungo termine dell’avidità e della corruzione. La disponibilità generale di tecnologia free energy non può fermare questa tendenza. La può solo rafforzare. Se, invece, aveste un dispositivo free energy, potreste essere in una posizione migliore per sostenere la transizione politica / sociale / economica che è in corso. La domanda è: chi sarà in ultima analisi, ad avere il controllo dell’emergente governo mondiale? La prima forza prima o la quarta?

L’ultima grande guerra è ormai alle porte. I semi sono stati piantati. Dopo questa verrà l’inizio di una vera civiltà. Alcuni di noi che si rifiutano di combattere sopravviveranno per vedere l’alba del mondo della free energy. Vi sfido ad essere tra quelli che ci proveranno.

LINK E RISORSE: The World Of Free Energy
DI: Coriintempesta 

LISTA DELLE RISORSE
LIBRI
Living Energies di Callum Coats  -- The Free Energy Secrets of Cold Electricity di Peter Lindemann, D.Sc. --Applied Modern 20th Century Aether Science di Dr. Robert Adams --Physics Without Einstein di Dr. Harold Aspden --Secrets of Cold War Technology di Gerry Vassilatos --The Coming Energy Revolution di Jeane Manning
SITI WEB
http://www.free-energy.cc/ developed by Clear Tech, Inc. and Dr. Peter Lindemann
 http://jnaudin.free.fr/ developed by JLN Labs in France
 http://www.keelynet.com/ developed by Jerry Decker in the USA 
http://www.xogen.ca/ site for super electrolysis technology 
http://www.fortunecity.com/greenfield/bp/16/content1.htm excellent site by Geoff Egel, Australia 
For links to other excellent resources: http://www.WantToKnow.info/resources#newenergy 
PER LE ALTRE FONTI - QUI

Italia, si torna alla lira?

Almeno due banche di caratura mondiale “hanno preso delle misure” per ritornare ad effettuare transazioni in vecchie valute della zona euro tra cui lira, dracma e escudo. Lo scrive il Wall Street Journal citando fonti ben informate. Le banche in questione hanno già contattato Swift, l’azienda belga che gestisce i sistemi per le transazioni finanziarie internazionali, per avere la tecnologia e i codici necessari, riferiscono le fonti. Un portavoce di Swift ha detto al quotidiano finanziario che l’azienda è pronta a fare tutto quanto sarà necessario per garantire il regolare svolgimento delle transazioni, ma che “non è il caso fare commenti su questioni specificamente legate alla zona euro”. Secondo il Wall Street Journal, le banche stanno studiando tutti gli aspetti del possibile impatto che avrebbe l’uscita di uno o più paesi dalla zona euro.

Di Andrea Deugeni - Secondo giorno a Bruxelles per il presidente del Consiglio e ministro dell’Economia, Mario Monti, impegnato all’Ecofin dopo che ieri ha incassato la fiducia dell’Eurogruppo sulla manovra allo studio. Appuntamento in cui i ministri finanziari di Eurolandia, anche se era un argomento ufficialmente non fissato in agenda, hanno avuto un primo scambio di vedute sulle recenti proposte franco-tedesche, (in cui sarebbe coinvolta anche l’Italia) di modifica dei trattati che aprano la strada a una vera unione delle politiche di bilancio.

Modifica che preveda la chiusura del rubinetto dei trasferimenti comunitaril’esclusione dal diritto di voto con conseguente annullamento del diritto di veto emulte più pesanti per chi viola le regole di Maastricht su deficit e debito.

Inutile dire che la richiesta di un inasprimento della procedura delle sanzioni per i Paesi più spendaccioniarriva da Berlinodicktat contabili che, nella testa di Angela Merkel, sarebbero gli unici in grado di mettere in sicurezza l’euro. Ma mentre la Germania si prepara a dare al via alla nuova fase fiscale dell’Unione Europea, dalla Svizzera rimbalzano voci che Frau Angela si starebbe predisponendo una via di fuga nel caso la crisi dell’eurodebito dovesse avvitarsi nel breve e allargare il contagio a Francia e Germania, le economie più forti del Vecchio Continente.

Il piano B sarebbe quello dell’immediato ritorno al marco tanto che Berlino si sarebbe in gran segreto portata avanti, tornando a stampare lavecchia moneta con l’aquila teutonica in Ticino, in due tipografie, una delle quali già stampa anche rubli russi e dong vietnamiti. La scelta della Svizzera sarebbe dettata dal fatto che, stando ai trattati istitutivi dell’Unione Monetaria (Uem), i Paesi che aderiscono all’euro non possono tornare a battere il vecchio conio.

Per ora, si tratta soltanto di un’indiscrezione che se confermata, però, getterebbe i mercati finanziari nel panico più totale. Intanto le voci sono giunte anche a Strasburgo dove Mara Bizzotto, europarlamentare della Lega Nord ha presentato un’interrogazione urgente alla Commissione “affinché sia fatta chiarezza al più presto sull’argomento”.

“Il fallimento dell’euro è ormai sotto gli occhi di tutti, e la cosa che stupisce di più è che un Paese come la Germania, vero pilastro della moneta unica, stia già pensando di scaricare l’Unione Europea. Secondo economisti e addetti ai lavori, infatti, Berlino avrebbe già incaricato due aziende svizzere di stampare marchi in quantità consistenti”, ha aggiunto la Bizzotto.

Da lunedì scorso abbiamo ricominciato a stampare i marchi e smesso di stampare Euro”. A renderlo noto non è un parlamentare tedesco ma un lavoratore della zecca di Berlino che ha confidato la notiziaadAffaritaliani.it.

La notizia è top secret – rivela la fonte che, per ovvie ragioni, ha preferito rimanere anonima – tanto che gliorgani di stampa tedesca lo sanno ma non lo dicono per evitare crisi di panico nei mercati. Dal 28 novembre nella zecca di Berlino e nelle altre zecche tedesche abbiamo smesso di stampare Euro e abbiamo ripreso a stampare i marchi”.

Il 28 novembre è stato anche il giorno nel quale lo stato tedesco ha ammesso, tramite il portavoce di Angela Merkel, Steffen Seibert, che i mezzi finanziari della Germania “non sono infiniti” e che “non abbiamo una forza finanziaria infinita e l’Europa non può pretendere di avere una forza che non ha. La Germania è forte ma non dispone di forze illimitate”.

“Continuando a questo ritmo – aggiunge il lavoratore - saremmo tranquillamente in grado di sopperire alla richiesta di moneta necessaria per coprire il nostro mercato interno se venisse a mancare l’Euro. Sulle monete c’è scritta la data del prossimo anno”.

Forse, la mossa tedesca è solo una precauzione e un modo per essere già pronti nel caso di catastrofe dell’Euro anche se la vendita del debito pubblico italiano in mano alla Germania – circa 8 miliardi di Euro – fatta in estate prima che venisse fuori la crisi delle nostre finanze non fa presagire niente di buono.

Per quanto riguarda la ventilata ipotesi di ‘nuovo Euro’ invece – una moneta della fascia Nord più forte e stabile che coinvolgerebbe Germania, Svezia e Norvegia, e una della fascia sud più debole e soggetta a svalutazioni – dalla zecca non arriva nessuna conferma. “Ne abbiamo sentito parlare – ammette – ma non abbiamo visto nessun cliché né cominciato a stamparne qualcuna per prova”.

Francesco Bertolucci

FONTE: http://affaritaliani.libero.it


Il Colpo di Stato dei banchieri

di: Paul Joseph Watson

Proprio come avevamo avvertito , gli stessi terroristi finanziari responsabili del crollo economico hanno sfruttato la crisi per presentarsi come i salvatori e supervisionare un colpo di stato dei banchieri - con gli scagnozzi di Goldman Sachs che ora sono in controllo sia dell’ Italia che della Banca centrale europea.

L’obiettivo del colpo di stato è quello di sfruttare la crisi del debito come un mezzo attraverso il  quale creare un superstato federale europeo che trasferirà tutto il restante controllo sulle vicende nazionali a Bruxelles. I globalisti hanno già iniziato il processo, selezionando due burattini non eletti per sostituire i primi ministri, democraticamente eletti, in Grecia e in Italia.

Silvio Berlusconi è stato il Gheddafi d’ Europa. Nonostante il suo  carattere ripugnante, Berlusconi si stava rivelando un ostacolo per il colpo di stato dei banchieri ed è stato frettolosamente allontanato, non per volontà del popolo, bensi, come spiega Stephen Faris del Time, tramite l’azione di insider che controllano i mercati.

“Lunedi gli investitori sembravano prendere la decisione collettiva che lui non poteva più essere affidabile nel dirigere la terza economia della zona euro e hanno mandato il costo del denaro per l’ Italia verso livelli di crisi. Alla fine della settimana, non solo Berlusconi era finito, ma lo era anche  l’idea stessa di tenere una votazione per sostituirlo. I mercati avevano parlato, e a loro non piaceva affatto l’idea di affidarsi agli elettori. ”Il paese ha bisogno di riforme, non delle elezioni”, ha detto venerdi Herman Van Rompuy, presidente del Consiglio europeo, durante la sua visita a Roma . ”

A sostituire Berlusconi andrà il massimo fantoccio globalista, l’ex commissario europeo Mario Monti, un consulente internazionale per Goldman Sachs, il presidente europeo della Commissione Trilaterale di David Rockefeller e anche un membro di spicco del Gruppo Bilderberg. Monti è la persona giusta di cui fidarsi e che non commetterà errori, soprattutto in vista della prossima fase del colpo di stato, quando la crisi dell’euro sarà dirottata per concentrare il potere ancora di più nelle mani delle stesse persone che l’hanno causata.

“Questa è la banda di criminali che ci hanno portato a questo disastro finanziario. E’ come chiedere ai piromani di andare a spegnere gli incendi ”, ha commentato Alessandro Sallusti, direttore de Il Giornale, quotidiano milanese di proprietà della famiglia Berlusconi.

Allo stesso modo, quando il primo ministro greco George Papandreou ha avuto il coraggio di proporre al popolo della Grecia  un referendum, nel giro di pochi giorni è stato liquidato e sostituito con Lucas Papademos, ex vice-presidente della BCE, visiting professor ad Harvard ed ex- economista presso la Federal Reserve di Boston.

Papademos e Monti sono stati insediati come leader non eletti per la precisa ragione che essi “non sono direttamente responsabili nei confronti del pubblico”, osserva Faris, illustrando ancora una volta le fondamenta sostanzialmente dittatoriali e antidemocratiche di tutta l’Unione europea.

Venerdì scorso, abbiamo anche evidenziato come l’assalto della retorica apocalittica per il crollo della zona euro potrebbe essere solo un altro espediente per concentrare ancora più potere nelle mani della UE, nel suo tentativo di creare un governo europeo economico centralizzato che imporrebbe le sue decisioni a tutti gli Stati Membri.

Ed ecco che la Banca centrale europea è ora acclamata come il soggetto in grado di “salvare la zona euro” tramite appunto il salvataggio dell’ Italia, della Francia e della Spagna.

E chi è stato appena nominato come presidente della Banca centrale europea e annunciato come il ”salvatore dell’Europa“? Nientemeno che Mario Draghi - l’ ex Vice Presidente di Goldman Sachs International. State cominciando a notare una tendenza?

Naturalmente, questo piano di salvataggio porterà a compimento esattamente quello che gli eurocrati hanno voluto tutti insieme, una più stretta “unione politica”, come ha chiesto ieri il cancelliere tedesco Angela Merkel  o, in altre parole, un superstato federale che sventrerà quanto rimasto dell’indipendenza e della sovranità agli Stati nazionali europei, consegnandolo a Bruxelles.

L’intera crisi del debito della UE non è altro che un flagrante colpo di stato dei banchieri progettato per potenziare gli stessi terroristi finanziari che hanno causato il crollo iniziale nel 2008 attraverso l’improvviso ritiro di grandi quantità di credito dal mercato.

I delinquenti che hanno fatto esplodere la bolla ora si stanno insediando come gli eroi che guideranno la riscossa per prevenire la depressione in tutto il mondo – con gli Stati nazione europei che cederanno il controllo delle loro economie in favore di non eletti dittatori dell’ UE come Herman Van Rompuy e José Manuel Barroso.

LINK: Banker Coup: Goldman Sachs Takes Over Europe

DI: Coriintempesta

 VEDI ANCHE: Stati Uniti d’Europa

Tutti gli uomini di Goldman Sachs

di: Francesco Piccioni

I «padroni dell’universo». Un soprannome modesto per gli uomini di punta di Goldman Sachs (GS). Una banca d’affari con 142 anni di vita, più volte sull’orlo del baratro, da sempre creatrice di conflitti di interesse terrificanti, da far impallidire – per dimensione e pervasività – quelli berlusconiani.

Famosa per «prestare» i propri uomini alle istituzioni, quasi dei civil servants con il pessimo difetto di passare spesso dalla banca privata ai posti di governo. Come peraltro i membri della Trilaterale o del Bilderberg Group. Mario Monti è uomo accorto: è presente in tutti e tre. Per GS ha fatto finora l’international advisor, come anche Gianni Letta, dal 2007, nonostante il ruolo di governo. Cos’è un advisor? Beh, è un consigliere; una persona in grado di indicare a una banca internazionale i migliori affari in circolazione. Specie quando uno Stato deve privatizzate le società pubbliche. Sta nella buca del suggeritore, ma può diventare premier…

E G&S ha comunicato ai mercati in tal caso lo spread per i Btp italiani calerebbe a 350 punti in un lampo.

È la banca che ha inventato (subito copiata dalle altre) i prodotti derivati, quei 600mila miliardi di dollari virtuali che stanno strangolando il mondo. Che ha aiutato i conservatori greci a nascondere lo stato reale dei conti pubblici davanti alla Ue. Che ha mandato l’amministratore delegato Henry Paulson, nel 2006, a fare il ministro del tesoro di Bush figlio. Dopo il crack di Lehmann Brothers inventò il piano Tarp: 700 miliardi di dollari statali per salvare le banche private anche a costo di far esplodere il debito pubblico Usa.

G&S riuscì in quel caso a intascare buona parte dei 180 miliardi destinati al salvataggio di Aig, gruppo assicurativo. Prima di lui era stato su quella poltrona Robert Rubin, con Clinton presidente; c’era poi tornato molto vicino, con Obama, ma dovette lasciare quasi subito il team economico: troppo evidente il suo doppio ruolo. Robert Zoellick è invece partito da G&S per coprire decine di ruoli per conto dei repubblicani, fino a diventare 11° presidente della Banca Mondiale.

Ma anche gli italiani si difendono bene. Romano Prodi era stato lui advisor, prima di tornare all’Iri per privatizzarla e spiccare quindi il volo verso la presidenza del consiglio, per ben due volte. Al suo fianco, negli anni, Massimo Tononi, ex funzionario della sede di Londra e quindi sottosegretario all’economia tra il 2006 e il 2008.

Ma il più noto è certamente Mario Draghi. Dal 2002 al 2005 è stato vicepresidente e membro del management Committee Worldwide della Goldman Sachs; in pratica il responsabile per l’Europa. Ha lasciato l’incarico per diventare governatore della Banca d’Italia e prendere la presidenza del Financial Stability Forum (ora rinominato Board), incaricato di trovare e mettere a punto nuove regole per il sistema finanziario globale. Compito improbo, che ha partorito molte raccomandazioni ma nessun risultato operativo di rilievo (le regole di Basilea 3 sono tutto sommato a tutela della solidità delle banche, non certo limitative di certe «audacie» speculative).

Dall’inizio di questo mese siede alla presidenza della Banca Centrale Europea, ma prima ancora di entrarci aveva scritto e poi fatto co-firmare a Trichet – la lettera segreta con cui il governo veniva messo alle strette: o le «riforme consigliate» in tempi stretti o niente acquisti di Btp. Forse rimpiange di ver lasciato il Financial Stability Board. Ma non deve preoccuparsi: al suo posto Mark Carney, governatore della Banca centrale canadese. Anche lui, per 13 lunghi anni, al fianco dei «padroni dell’universo» targati Goldman Sachs.

IlManifesto.it

Servi del Sistema, un sabato romano

di: Lorenzo Borrè

Sui fatti romani del 15 ottobre nell’arco di ventiquattr’ore si e’ giá letto di tutto: anche i banchieri e i camerieri della finanza internazionale hanno voluto dire la loro; hanno ripreso fiato anche i politicanti più screditati, che per l’occasione hanno spudoratamente preteso di parlare in nome di quello stesso popolo che hanno trascinato ad un passo dalla fossa.

Quali siano gli effetti dei torbidi di sabato sul movimento di protesta è però presto per dirlo, e ogni prematura analisi rischia di essere platealmente smentita nell’arco di qualche settimana o di pochi mesi.

Non si può però non notare che il 15 ottobre si è verificata una sorta di corto circuito: la manifestazione,  sponsorizzata dai circoli Sorosiani e strumentalizzata dei partiti che contendono alla compagine berlusconiana il diritto di sfruttamento di quel che resta della Nazione italiana (i cui  tentativi egemonici hanno fatto quasi passare in secondo piano le motivazioni di fondo della protesta),  è stata infine  sabotata da un’orda organizzata, che puntualmente spunta fuori nei momenti più critici per l’Establishment.

E’ come se il Sistema, avvertendo il pericolo, avesse generato potenti anticorpi, atti in parte ad imbrigliare e snaturare la protesta e in altra parte a farla abortire.

E’ l’eterno ritorno di quel canagliume che tiene in ostaggio ogni tentativo, anche il piu’ spontaneo e ingenuo, di far saltare le categorie di destra e sinistra e di unire il popolo contro il dominio del capitale e dei suoi mezzadri.

Con un paradosso temporale si potrebbe dire che la migliore analisi di quello che e’ successo sabato l’ha fatta Dostoevskij: “nei torbidi periodi di incertezza o di passaggio, sempre e dovunque fanno la comparsa persone di ogni genere. Non intendo alludere ai cosìddetti progressisti che hanno sempre fretta di trovarsi davanti a tutti (è la loro principale preoccupazione) nel perseguire un certo loro scopo, magari anche il più sciocco e assurdo, ma pur sempre più o meno determinato. No, io parlo soltanto della Canaglia. In ogni periodo di transizione il canagliume, che si trova sempre in qualsiasi società, si ammutina non solo senza nessuno scopo, ma perfino senza il benché minimo accenno di un qualsiasi pensiero, soltanto per dare sfogo con tutte le sue forze alla propria inquietudine e insofferenza. E tutto quel canagliume, senza neppure rendersene conto, quasi sempre finisce per mettersi agli ordini di un piccolo gruppo di vessilliferi che invece agisce per uno scopo determinato e trascina quell’immondizia dove più gli piace” ( da: i Demoni).

Arianna Editrice

Aristocrazie della speculazione e potere di creare moneta

Presentiamo ai lettori la traduzione integrale di un lungo e documentatissimo reportage della prestigiosa rivista Bloomberg News, specializzata nelle analisi di carattere finanziario.  Si tratta di un vero e proprio studio sui rapporti, durante la grave crisi finanziaria in atto, fra le principali banche internazionali, americane ed europee, e la Federal Reserve americana, la banca centrale statunitense, intorno alla quale ruotano i più importanti rapporti dell’alta finanza globalizzata del nostro tempo.

Sottolineiamo il fatto che quanto apprendiamo grazie alla coraggiosa iniziativa di Bloomberg era rimasto fino ad ora segreto ed alla sua divulgazione la Fed stessa si è opposta tenacemente per ben due anni.

Fino cioè a quando, in base alla legge americana che impone la pubblicazione di molti documenti pubblici (il Freedom of Information Act), Bloomberg è riuscita ad ottenere da un tribunale americano l’accesso ai database contenenti i dati sui prestiti.

Quando si parla pertanto di “opacità dei mercati finanziari” non dimentichiamo di includere in essa le gravi reticenze degli stessi cosiddetti regolatori del sistema. Tale opacità non può tuttavia sorprendere, qualora si consideri, cosa che spesso viene trascurata, la natura del sistema della Fed, così come di altre similari istituzioni, che il cittadino ritiene erroneamente poste a garanzia del controllo pubblico sulla moneta che utilizziamo tutti i giorni. Non è così.

La Federal Reserve Usa, nota come Fed, in realtà è un sistema privato, articolato su dodici Federal Reserve Districts, ognuno dei quali dispone di una Federal Reserve Bank: è ben noto, ad esempio, che la Federal Reserve Bank di New York, a causa della presenza in questo distretto di alcune delle principali banche del mondo, ha un peso tecnico e politico molto superiore alle Federal Reserve Bankdegli altri distretti.

Il sistema, costituito con il Federal Reserve Act approvato il 23 dicembre 1913, durante l’amministrazione del presidente Woodrow Wilson, poi modificato non sostanzialmente nel corso degli anni, non ha alcun carattere pubblico, in quanto le banche che ne fanno parte sono tutte private e detengono in quote societarie la proprietà delle singole Federal Reserve Bank, che hanno tutte veste giuridica di società per azioni. Questo aspetto in particolare, nel corso della storia del Federal Reserve System, ha suscitato e continua a suscitare forti opposizioni contro il sistema, del quale è quindi pacifico il carattere privatistico, come è stato riconosciuto ad esempio nel 1983 dal tribunale della nona circoscrizione giudiziaria della California nel caso “Lewis contro gli Stati Uniti” che ha definito la Fed come “un’organizzazione privata di società per azioni, rivolta al conseguimento di un profitto”. Il personale del sistema Fed, del resto, non dipende né dall’autorità pubblica degli Stati né da quella del governo federale americano.

Il peso delle banche private è del resto ben evidenziato dalla struttura decisionale del sistema, che vede per ogni banca di distretto un consiglio direttivo composto da nove governatori, suddivisi in tre tipologie: categoria A, tre direttori nominati dalle banche azioniste; categoria B, tre direttori espressione del mondo economico-finanziario privato; categoria C, di nomina politica, ma privi di poteri in materia monetaria. È pur vero che esiste poi un Federal Reserve Board centrale, i cui membri sono nominati dal Presidente degli Usa, e confermati dal Senato degli Stati Uniti, ma tale comitato non ha reale potere di controllo, oltre ad essere in genere composto da personalità provenienti dal mondo dell’alta finanza statunitense.

Annualmente poi il sistema Fed deve presentare al Congresso degli Stati Uniti un rapporto sulla propria attività, ma, come vedrete leggendo il reportage qui presentato, fino all’azione legale di Bloomberg i dati più delicati restano coperti dal massimo riserbo, al punto che l’esatta struttura delle quote azionarie detenute dalle banche americane nella Fed, ad esempio, rappresenta tuttora un dato estremamente riservato.

Correttamente, quindi, la stessa brochure di presentazione scaricabile dal sito internet della Fed, testualmente afferma: “il Federal Reserve System è considerato come una banca centrale indipendente, in quanto le sue decisioni non devono essere ratificate né dal Presidente né da alcun altro organo esecutivo del governo” (The Federal Reserve System – Purposes and Functions, Washington, 2005).

Non sembra più paradossale a questo punto che le banche socie della Fed (secondo i dati ufficiali, al marzo 2004, su 7.700 banche commerciali presenti negli Usa, 2.900 erano socie della Fed, di cui 2.000 di livello statale e 900 di livello nazionale), non solo hanno ottenuto i 1.200 miliardi di aiuti segreti di cui parla Bloomberg, ma hanno altresì tratto profitti dai prestiti di emergenza, anche quelli pubblicamente dichiarati, come informava l’agenzia Reuters già l’8 ottobre 2008:

“La U.S. Federal Reserve ha ottenuto un strumento tattico chiave dal pacchetto di aiuti finanziari di 700 miliardi di dollari rivenuto legge venerdì scorso, che l’aiuterà a indirizzare fondi ai mercati del credito ormai prosciugati. Nascosto nelle 451 pagine della legge, c’è un provvedimento che consente alla Fed di pagare interessi sulle riserve che le banche sono obbligate a tenere presso la banca centrale”.

La lettura del reportage, quindi, è fondamentale perché ci dà conto chiaramente di come sia avvenuto il progressivo travaso della crisi finanziaria dai bilanci delle banche ai bilanci dei Paesi e di come dunque l’attuale crisi del cosiddetto “debito sovrano” sia la fase logicamente e tecnicamente conseguente ai provvedimenti adottati nel 2008, rivolti appunto a preservare a tutti i costi istituzioni finanziarie private che, per dimensioni e potere, non dovevano fallire: si sono quindi riversate sui cittadini le perdite delle banche, finanziandole senza misura, dal momento in cui è apparso ben chiaro che la bolla speculativa dei derivati, dei titoli spazzatura, dei fondi speculativi ad alto rischio, aveva di fatto cancellato la maggior parte delle risorse reali del sistema finanziario internazionale.

È sintomatico notare infatti che sui cosiddetti mercati finanziari aperti non si riuscivano più a reperire risorse, per l’ovvia circostanza appunto che chi doveva sapere era perfettamente edotto del fatto che, esplosa la bolla dei mutui subprime, nessuno era più disponibile a sostenere ulteriormente il gioco: questo spiega la vampata speculativa del 2008 sulle commodities agricole ed energetiche, ad esempio, e la corsa ai titoli di Stato ovunque nel mondo – come soli strumenti di rifugio per i capitali speculativi superstiti.

È del pari sintomatico il fatto che, come hanno documentato una nutrita serie di articoli del Sole 24 Oreitaliano nel corso del 2011, la speculazione non si è affatto arrestata, ed anzi i volumi delle transazioni speculative si sono rapidamente riavvicinati a quelli prima della crisi: prova evidente del fatto che la copertura offerta dalla Fed e dalle altre istituzioni cosiddette “pubbliche” (che, come abbiamo appena visto, in realtà tali non sono), è stata perfettamente compresa, nel suo significato politico, dalla speculazione. Per cui si poteva continuare su questa strada senza rischi eccessivi: il cosiddetto prestatore “di ultima istanza” era pronto a coprire le perdite delle banche, attingendo alle tasche dei cittadini.

La Fed, e le altre istituzioni “centrali”, hanno quindi rappresentato il necessario punto tecnico di passaggio per trasformare la bolla speculativa in debito pubblico, cioè debito di tutti i cittadini. La scelta politica è chiaramente dimostrata dal reportage di Keoun e Kuntz: con quei 1.200 miliardi di dollari si sarebbero potuti riscattare tranquillamente, per decisione pubblica, tutti i mutui incagliati delle famiglie americane. Era quindi tecnicamente possibile sanare i debiti dei cittadini (come anticamente fece Solone ad Atene con la seisachteia, per ricostituire pace e dignità civile nella città), invece di finanziarie quelli delle banche: si è preferito stigmatizzare l’irresponsabilità dei cittadini indebitati, dimenticando che, in un sistema economico moralmente sano, la responsabilità maggiore è certamente di chi offre denaro a chi sa essere impossibilitato a pagare, soprattutto quando chi lo offre, offre denaro non suo, come nel caso dei raffinati strumenti speculativi costruiti nel corso degli ultimi due decenni.

La Fed, quindi, ha creato moneta nei modi già descritti nel 1960 da Wright Patman, presidente delloHouse Banking and Currency Committee americano, che definiva la Federal Reserve una total money-making machine (una macchina stampa-soldi totale) e scriveva: “Quando la Federal Reserve scrive un assegno per comprare buoni del tesoro fa esattamente quello che fanno tutte le banche, creare puramente e semplicemente moneta scrivendo un assegno”. Patman sapeva bene quello che diceva, dato che il 30 settembre 1941, nel corso di un’audizione della commissione da lui presieduta, si era svolto questo dialogo tra lui ed il governatore della Federal Bank of New York, Marriner Eccles:

“Patman: Come ha ottenuto il denaro per comprare questi due miliardi di dollari in buoni del Tesoro americano nel 1933?

Eccles: Li abbiamo creati.

Patman: Da dove?

Eccles: Dal diritto di fornire denaro per il credito (to issue credit money).

Patman: E non c’era altro dietro questo denaro, non è vero, a parte il credito del nostro governo?

Eccles: Questo è il nostro sistema monetario. Se nel nostro sistema monetario non ci fossero debiti, non ci sarebbe denaro.”

Il fatto è che questo debito, proprio a motivo della garanzia offerta dagli Stati, diventa debito di tutti i cittadini produttivi, aggiungendosi ai debiti che alcuni di essi, come nel caso dei mutui subprime, possono avere inopportunamente assunto.

Crediamo utile rendere leggibile al pubblico italiano il bel reportage di Keoun e Kuntz, nel momento in cui i provvedimenti che gli Stati europei stanno adottando andranno a riversare su tutti noi il peso delle perdite della speculazione dell’alta finanza internazionale, trasformato in debito pubblico attraverso gli abituali meccanismi moderni di creazione della moneta. Risulterà in tal modo, speriamo, più chiaro come, ancora una volta nella storia degli ultimi due secoli, la speculazione debba essere riscattata dal lavoro onesto di quanti non dispongono del potere di creare moneta, il potere che solo tiene ancora in piedi, nonostante più di un secolo di fallimenti, l’aristocrazia di Wall Street, il potere che senza merito la rende, come abbiamo visto altrove, masters of the universe .

Speriamo che da letture come questa cominci a diffondersi fra i cittadini una domanda semplice ma essenziale: perché mai il potere di battere moneta non viene affidato al lavoro, invece che all’aristocrazia della speculazione?

L’aristocrazia di Wall Street ha ottenuto 1200 miliardi di dollari dalla Fed in prestiti segreti
Bradley Keoun, Phil Kuntz - Bloomberg, 22 agosto 2011

Citygroup e Bank of America erano i campioni incontrastati delle finanza, nel 2006, quando i valori americani erano al loro massimo, al primo posto fra le 10 maggiori banche e società finanziarie americane nel migliore anno dei loro profitti, giunti a 104 miliardi di dollari.

Nel 2008, il collasso del mercato immobiliare ha costretto queste aziende a prendere prestiti di emergenza dalla Federal Reserve Usa per un ammontare di sei volte quei profitti, pari a ben 669 miliardi di dollari. I prestiti fanno sembrare niente i 160 miliardi di dollari che le top ten hanno ottenuto dal Tesoro degli Stati Uniti, nonostante fino ad ora l’intero ammontare di questi aiuti sia rimasto segreto.

Nello sforzo senza precedenti del presidente della Fed, Ben S. Bernanke, di evitare che l’economia precipitasse nella depressione, sono stati inclusi 1.200 miliardi di dollari di denaro pubblico per banche ed altre società finanziarie, quasi la stessa cifra di cui le famiglie americane sono attualmente debitrici a fronte di 6,5 milioni di mutui truffaldini e fallimentari. Il più grande beneficiario, Morgan Stanley, ha percepito 107,3 milioni di dollari, mentre Citygroup ne ha presi 99,5 e Bank of America 91,4, secondo l’elenco che Bloomberg News ha ottenuto grazie alla richiesta ai sensi del Freedom of Information Act, a mesi di cause e ad un atto del Congresso.

“Sono tutte cifre enormi”, dice Robert Litan, ex funzionario del ministero della giustizia che nel 1990 ha fatto parte di una commissione che indagava sulle cause della crisi dei prestiti e delle assicurazioni. “Stiamo parlando dell’aristocrazia della finanza americana che va in malora senza il denaro federale”.

Non si tratta solo di finanza americana. Almeno metà dei 30 maggiori beneficiari in ordine di valore massimo sono banche europee. Comprendono infatti la Royal Bank of Scotland di Edimburgo, che ha ottenuto in totale 84,5 miliardi di dollari, il maggiore beneficiario non statunitense, la Ubs di Zurigo, con 77,2 miliardi. La tedesca Hypo Real Estate ha ottenuto altri 28,7 miliardi, una media di 21 milioni di dollari per ognuno dei suoi 1.366 dipendenti. I maggiori beneficiari comprendono anche Dexia, la maggiore banca belga per capitalizzazione e la Société Générale, con sede a Parigi, la cui crescita del valore di contro-assicurazione delle sue azioni lo scorso mese ha fatto pensare che gli investitori stessero speculando sul fatto che il dilagare della crisi del debito sovrano in Europa poteva aumentare le sue possibilità di fallimento.

Il picco di 1.200 miliardi di dollari del 5 dicembre 2008 (risultante dai sette programmi di intervento conteggiati da Bloomberg) era almeno tre volte il deficit federale Usa di quell’anno, superiore al totale delle entrate delle banche assicurate dal governo americano nel decennio 2000 – 2010, secondo i dati elaborati da Bloomberg. Questo totale è oltre 25 volte il massimo ammontare dei prestiti della Fed, 46 miliardi di dollari il 12 settembre 2001, cioè il giorno dopo l’attacco terroristico al World Trade Center di New York ed al Pentagono. Calcolato in biglietti da un dollaro, i 1.200 miliardi di dollari riempirebbero 539 piscine olimpioniche.

La Fed ha dichiarato “nessuna perdita dai prestiti” in nessuno dei suoi programmi di emergenza, e una relazione dell’ufficio della Federal Reserve Bank di New York [una delle banche Usa che compongono la Fed americana, N.d.T.] afferma che la banca centrale ha guadagnato 13 miliardi di interessi e commissioni dal programma di aiuti, dall’agosto 2007 al dicembre 2009.

“Abbiamo concepito i nostri come programmi di emergenza ad ampio raggio, sia per contenere efficacemente la crisi sia per ridurre il rischio dei contribuenti americani”, dice James Cloude, vice-direttore del dipartimento affari monetari della Fed a Washington. “Quasi tutti i nostri programmi di prestito di emergenza sono stati conclusi. Non abbiamo avuto e non ci attendiamo perdite”.

Se è vero che la recessione americana di diciotto mesi, conclusasi nel giugno 2009 con una riduzione di 5,1 punti percentuale nel Pil, non è nemmeno lontanamente paragonabile con il calo di ben il 27 per cento di quella di quattro anni fra l’agosto 1929 ed il marzo 1933 [si tratta del periodo iniziale dellaGrande Depressione che colpì gli Usa e il mondo occidentale, tuttora considerata la più grave crisi del capitalismo occidentale, NdT], le banche e l’economia restano sotto stress. Le probabilità di una nuova recessione sono aumentate nel corso degli ultimi sei mesi, secondo cinque degli economisti del Business Cycle Dating Commitee del National Bureau of Economic Research, un gruppo di valutazione accademico che elabora stime sulle recessioni.

Il costo della contro-assicurazione sulle azioni della Bank of America è aumentato la scorsa settimana fino a 342.040 dollari, per un anno di copertura su 10 miliardi di dollari di debito, al di sopra di quanto era valutata la contro-assicurazione per le azioni Lehman Brothers all’inizio della settimana prima del suo fallimento. Le azioni di Citygroup vengono trattate al di sotto del prezzo medio di aggiustamento di 28 dollari che avevano raggiunto nel gennaio 2009, quando i prestiti della Fed sono arrivati al loro picco.

Il tasso di disoccupazione Usa è stato in luglio del 9,1 per cento, rispetto al 4,7 per cento del novembre 2007, vale a dire prima dell’inizio della recessione. La famiglie americane sono in ritardo di oltre trenta giorni nel pagamento dei loro mutui nel caso di 4,38 milioni di immobili negli Usa; altri, 2,16 milioni di proprietà sono pignorate, rappresentando un capitale non restituito di 1,27 miliardi di dollari, secondo Lender Processing Services, una società di Jacksonville in Florida.

“Per quale mai ragione la Fed sembra in grado di trovare il modo di aiutare queste istituzioni, che sono gigantesche?”, ha dichiarato il 1° giugno scorso Walter B. Jones, deputato repubblicano della North Carolina nel corso di una audizione a Washington sulle rivelazioni sui prestiti della Fed. “Queste banche hanno ottenuto aiuti quando la media degli imprenditori da noi nella North Carolina orientale, e probabilmente ovunque in America, non riesce nemmeno ad ottenere un prestito da una banca con cui lavorano da 15 o 20 anni!”.

Le dimensioni effettive dei prestiti della Fed riaprono la questione dei requisiti minimi di liquidità che i regolatori globali hanno concordato di imporre per la prima volta alle banche, dice Litan, ora vice presidente della Fondazione Kauffman, con sede a Kansas City nel Missouri, che sostiene la ricerca imprenditoriale. La liquidità fa riferimento ai fondi di cui le banche necessitano quotidianamente per operare, compreso il denaro contante per coprire eventuali ritiri di depositi da parte dei correntisti.

Le regole, che impongono alle banche di tenere denaro contante e patrimoni immediatamente smobilizzabili per affrontare una crisi di 30 giorni, non entrerà in vigore fino al 2015. Un altro requisito richiesto ai prestatori, vale a dire la “stabile disponibilità di fondi” per un lasso di tempo di un anno è stato rinviato fino almeno al 2018, dopo che le banche hanno dimostrato che avrebbero dovuto contrarre nuovi debiti a lungo termine per 6 miliardi di dollari per soddisfare questo requisito.

I decisori “non stanno andando abbastanza avanti per evitare che tutto ciò capiti di nuovo”, dice Kenneth Rogoff, un ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale (IMF) e ora professore di economia all’Università di Harvard.

Le riforme adottate dall’inizio della crisi potrebbero non essere in grado di isolare i mercati e le istituzioni finanziarie americane dalla crisi del bilancio e del debito pubblico che stanno affrontando Grecia, Irlanda e Portogallo, secondo il Financial Stability Oversight Council americano, un’organismo di dieci membri creato con il Dodd-Frank Act, guidato dal Segretario del Tesoro americano, Timothy Geithner. “La recente crisi finanziaria fornisce un’efficace dimostrazione di quanto rapidamente si possa erodere la fiducia e di come il contagio finanziario possa diffondersi”, ha scritto il Council in un suo rapporto del 26 luglio scorso.

Qualsiasi nuovo intervento di aiuto da parte della banca centrale statunitense dovrebbe essere governato dalle normative sulla trasparenza adottate nel 2010, che impongono alla Fed di rendere noti dopo due anni i nomi delle istituzioni beneficiarie dei suoi prestiti.

I funzionari della Fed hanno sostenuto per più di due anni che indicare le identità dei beneficiari e le condizioni dei prestiti avrebbe messo le banche in cattiva luce, influenzando negativamente i prezzi delle azioni o provocando una corsa al ritiro dei fondi da parte dei correntisti. Un gruppo delle più grandi banche commerciali ha chiesto lo scorso anno alla Corte Suprema degli Stati Uniti di mantenere almeno in parte il segreto sui prestiti della Fed.

In marzo, l’alta corte ha respinto la richiesta di appello e la banca centrale ha rilasciato una quantità di informazioni senza precedenti.

I dati, presi qua e là tra le 29.346 pagine di documenti ottenute sulla base del Freedom of Information Act e da altre basi di dati relative a oltre 21.000 transazioni, rendono chiaro per la prima volta quanto profondamente le maggiori banche mondiali dipendano dalla banca centrale americana per evitare crisi di liquidità. Anche se le società finanziarie hanno sempre sostenuto nei loro comunicati stampa e nelle loro audizioni di disporre di ampia liquidità, esse in realtà ottenevano in segreto fondi dalla Fed, per evitare di essere bollate come deboli.

Due settimane dopo la bancarotta della Lehman, nel settembre 2008, Morgan Stanley, per contrastare le preoccupazioni secondo cui sarebbe stata la prossima a fallire, annunciò “di avere solide posizioni di capitalizzazione e liquidità”. L’affermazione, contenuta in un comunicato stampa del 29 settembre 2008, relativa ad un investimento di 9 miliardi di dollari da parte della Mitsubishi UFJ di Tokio, non faceva alcun cenno ai prestiti della Fed a Morgan Stanley.

Era lo stesso giorno del picco di 107,3 miliardi di dollari di prestiti dalla banca centrale, per cui era questa la fonte di praticamente tutta la liquidità a disposizione della Morgan Stanley, secondo i dati ed i documenti resi pubblici oltre due anni più tardi dalla Financial Crisis Inquiry Commission. Il suo ammontare era tre volte i profitti complessivi della società nel corso del decennio precedente, come mostrano i dati elaborati da Bloomberg.

Mark Lake, portavoce di Morgan Stanley di New York, afferma che la crisi ha fatto sì che l’industria “riconsiderasse dalle fondamenta” il proprio modo di gestire il contante. “Abbiamo tenuto conto delle lezioni apprese in quel periodo e le abbiamo applicate al nostro programma di gestione della liquidità per proteggere l’operatività sia degli agenti sia dei clienti”, sostiene Lake. Non ha voluto dire che tipo di cambiamenti la banca ha messo in atto.

Nella maggior parte dei casi, la Fed ha richiesto garanzie: buoni del tesoro, azioni di aziende o titoli garantiti da mutui, che potessero essere confiscate e vendute nel caso in cui il denaro non venisse restituito. Ciò significava che il maggior rischio per la banca centrale era che le garanzie offerte dalle banche, in caso di fallimento, avrebbero avuto un valore inferiore a quanto ottenuto in prestito.

Via via che la crisi si acuiva, la Fed ha allentato i suoi standard di stima sulle garanzie ritenute accettabili. Di norma, la banca centrale accetta solo titoli con il maggiore livello di affidabilità, come i buoni del tesoro Usa. Alla fine del 2008, accettava anche junk bonds [i cosiddetti "titoli spazzatura", basati su crediti considerati non più esigibili, per lo più derivanti dalla bolla dei mutui immobiliari accesi da debitori non in grado di onorarli, NdT], quelle considerate al di sotto del valore minimo.

Arrivò a includere azioni della banca, che sono le prime a perdere di valore in caso di una sua liquidazione.

Morgan Stanley ottenne prestiti per 61,3 miliardi di dollari da un programma della Fed nel settembre 2008, fornendo garanzie per 66,5 miliardi di dollari, secondo i documenti della Fed.

Le garanzia offerte comprendevano 21,5 miliardi di azioni, 6,68 miliardi di titoli a bassissimo rating e 19,5 miliardi di beni con “rating sconosciuto”, secondo i documenti. Circa il 25 per cento delle garanzie erano a prevalenza estera.

“Quello che state vedendo è la disponibilità a fare prestiti a fronte praticamente di niente”, dice Robert Eisenbeis, ex direttore della Federal Reserve Bank di Atlanta e ora capo economista monetario ad Atlanta della Cumberland Advisors, con sede in Sarasota, Florida. L’assenza di alternative sul mercato privato mostra quanto fossero scettici i partner commerciali ed i correntisti sul valore dei capitali e delle garanzie bancarie, dice Eisenbeis.

“I mercati erano proprio completamente chiusi”, dice Tanya Azachars, ex capo della analisi bancaria di Standard & Poor’s e attualmente consulente indipendente di Briarcliff Manor di New York. “Se avevate bisogno di liquidità, c’era un posto solo dove andare”.

Persino banche che sono sopravvissute alla crisi senza iniezioni di capitali governativi sfruttavano i programmi di aiuto della Fed garantiti confidenzialmente. La Barclays di Londra ottenne 64,9 miliardi di dollari, la Deutsche Bank di Francoforte 66 miliardi. Sarah MacDonald, portavoce di Barclays, e John Gallagher, portavoce di Deutsche Bank, si sono rifiutati di rilasciare commenti.

Mentre i programmi di prestito di ultima istanza in genere applicano ratei di interesse al di sopra dei valori di mercato, per evitare che la richiesta di questo tipo di prestiti divenga abituale, questa pratica fu interrotta durante la crisi. Il 20 ottobre 2008, ad esempio, la banca centrale fu pronta a fornire un prestito di 113,3 miliardi di dollari per 28 giorni sulla base del programma Term Auction Facility al tasso dell’1,1 per cento, secondo una notizia di stampa. Il tasso era inferiore di un terzo rispetto al 3,8 per cento che le banche praticavano reciprocamente per prestiti di un mese in quel giorno. La Bank of America e Wachovia ottennero ciascuna 15 miliardi di dollari all’1,1 per cento dei prestiti TAF, seguite dalla unità RBS Citizens Nord America della Royal Bank of Scotland, che ottenne 10 miliardi di dollari, come mostrano i dati Fed.

JPMorgan Chase, prestatore che ha vantato il suo “bilancio solido come una fortezza” almeno sedici volte in comunicati e conferenze stampa, dall’ottobre 2007 al febbraio 2010, ottenne 48 miliardi di dollari nel febbraio 2009 in base al TAF. Lo strumento, creato nel dicembre 2007, fu una temporanea alternativa alla discount window, il programma, antico di 97 anni, concepito per aiutare le banche in caso di crisi di liquidità.

Goldman Sachs, che nel 2007 era la compagnia di assicurazioni finanziarie più redditiva di Wall Street, prese in prestito 69 miliardi di dollari dalla Fed il 31 dicembre 2008. Tra i programmi che la Goldman Sachs di New York ha utilizzato dopo la bancarotta della Lehman c’è stato il Primary Dealer Credit Facility (PDCF), concepito per prestare denaro a società di intermediazione non autorizzate ad utilizzare i programmi di prestito alle banche della Fed. Michael Duvally, portavoce della Goldman Sachs, si è rifiutato di commentare.

I salvagenti Fed per la liquidità possono accrescere la possibilità che le banche si assumano rischi eccessivi con il denaro ottenuto in prestito, sostiene Rogoff. Un tale fenomeno, noto come rischio morale (moral hazard), si verifica se le banche ritengono che la Fed sarà anche allora pronta a supportarle, afferma.

La dimensione dei prestiti alle banche “mostra certamente che gli interventi di salvataggio della Fed erano su diversi piani molto più ampi del TARP”, dice Rogoff.

Il TARP è il Troubled Asset Relief Program del ministero del Tesoro, un fondo di intervento per le banche di 700 miliardi di dollari, che ha fornito iniezioni di capitale per 45 miliardi di dollari ciascuna a Citygroup e Bank of America e di 10 miliardi di dollari a Morgan Stanley. Dato che la gran parte degli investimenti del Tesoro erano realizzati in forma di titoli privilegiati, venivano considerati più rischiosi dei prestiti della Fed, un tipo di debito più impegnativo.

A dicembre 2010, in risposta al Dodd-Frank Act, la Fed rese note 18 basi di dati contenenti il dettaglio dei suoi programmi temporanei di prestiti di emergenza. Il Congresso ne richiese la pubblicazione dopo che la Fed nel 2008 aveva respinto la richiesta, da parte del reporter di Bloomberg News Mark Pittman e di altre società di mass-media che cercavano di conoscere i dettagli dei suoi prestiti, sulla base del Freedom of Information Act. Dopo avere lottato per tenere questi dati segreti, la banca centrale ha reso pubbliche informazioni senza precedenti sulla propria discount window ["finestra di sconto", lo strumento di prestito, in genere a breve termine, che la Fed e altre cosiddette banche centrali mettono a disposizione di selezionate istituzioni bancarie private, NdT] e su altri programmi, in forza di un ordine del tribunale nel marzo 2011.

Bloomberg News ha collegato le basi di dati disponibili a dicembre e luglio con le registrazioni delladiscount window rilasciate a marzo, per ottenere i totali giornalieri delle banche nel corso di tutti i programmi, inclusi lo Asset-Backed Commercial Paper Money Market Mutual Fund Liquidity Facility, il Commercial Paper Funding Facility, la discount window, il PDCF, il TAF, il Term Securities Lending Facility e le operazioni singole su mercato aperto. Questi programmi hanno fornito risorse dall’agosto 2007 all’aprile 2010.

Il risultato è una linea temporale che mostra come la crisi del credito si sia diffusa da una banca all’altra via via che il contagio finanziario si andava espandendo. I prestiti che la Société Générale, la seconda banca francese, ottenne dalla Fed toccarono un massimo di 17,4 miliardi, nel maggio 2008, quattro mesi dopo che l’istituzione con sede a Parigi aveva annunciato un record di perdite di 4,9 miliardi di euro (7,2 miliardi di dollari) a causa delle scommesse non autorizzate, da parte del trader Jerome Kerviel, sui futures basati sugli indici di borsa.

Il picco massimo per Morgan Stanley si verificò quattro mesi più tardi, dopo la bancarotta della Lehman. La Citigroup, insieme ad altre 43 banche, lo raggiunsero nel gennaio 2009, il mese di maggior prelievo durante l’intera crisi. Quello della Bank of America si verificò due mesi dopo. Sedici banche, incluse Beal Financial di Plano, nel Texas, EverBank Financial di Jacksonville, Florida, toccarono il loro apice non prima del febbraio o marzo del 2010.

“In nessun momento ci furono rischi materiali per la Fed o per i contribuenti, dato che i prestiti richiedevano garanzie”, dice Reshma Fernandes, portavoce di EverBank, che ottenne 250 miliardi di dollari di prestiti. Le banche hanno massimizzato i loro prelievi utilizzando le loro sussidiarie, per utilizzare simultaneamente più programmi della Fed. Nel marzo 2009, la Bank of America di Charlotte nella Carolina del Nord ottenne 78 miliardi di dollari attraverso due filiali della banca e 11,8 miliardi di dollari da altri due programmi attraverso il suo intermediario, la Bank of America Securities.

Le banche inoltre hanno anche cambiato tipo di programma fra quelli attivati dalla Fed. Molte hanno preferito il TAF perché era meno legato all’immagine negative associata con la discount window, spesso considerata l’ultima spiaggia per i prestatori in difficoltà, secondo un documento del gennaio 2011 dei ricercatori della Fed di New York.

Dopo la bancarotta della Lehman, gli hedge fund [fondi speculativi ad alto rischio, NdT] cominciarono a portar via il loro denaro dalla Morgan Stanley, temendo che potesse essere prossima al collasso, afferma in un rapporto di gennaio la Financial Crisis Inquiry Commission, citando interviste dell’ex direttore generale John Mack e dell’allora tesoriere David Wong.

I prestiti alla Morgan Stanley da parte del PDCF dal 14 settembre [2008] crebbero fino a 61,3 miliardi di dollari del 29 settembre. Nello stesso tempo, i suoi prestiti con il programma TSLF salirono da 3,5 a 36 miliardi di dollari. Il rapporto della tesoreria di Morgan Stanley reso pubblico dal FCIC mostra che la società aveva 99,8 miliardi di dollari di liquidità il 29 settembre, una cifra che comprendeva i prestiti della Fed.

“I flussi di contante si stavano tutti prosciugando”, dice Roger Lister, un ex economista della Fed che è ora a capo della sezione istituzioni finanziare della società di rating bancario DBRS di New York. “Avevano abbastanza risorse per far fronte a questa situazione? La risposta avrebbe potuto essere positiva, ma avevano bisogno della Fed”.

Mentre le richieste della Morgan Stanley erano le più pressanti, Citigroup era, tra le banche Usa, il più cronico utilizzatore di quei fondi. La banca, con sede a New York, ottenne prestiti per 10 miliardi di dollari dal TAF nel primo giorno di attivazione del programma, nel dicembre 2007, e raggiunse i 25 miliardi di dollari, tra tutti i programmi, nel maggio 2008, secondo i dati della Bloomberg.

Il 21 novembre, quando la Citigroup iniziò i suoi colloqui con il governo per ottenere 20 miliardi di dollari di iniezioni di capitale, in aggiunta ai 25 miliardi che aveva ricevuto un mese prima, i suoi prestiti dalla Fed erano raddoppiati a circa 50 miliardi di dollari. Nei due mesi successivi, questo totale raddoppiò ancora. Il 20 gennaio, quando le sue azioni crollarono sotto i 3 dollari, per la prima volta in sedici anni, a causa della paura degli investitori che la base di capitalizzazione della banca fosse inadeguata, Citigroup stava utilizzando sei programmi della Fed contemporaneamente. Il totale dei prestiti contratti superava il doppio del budget del ministero americano dell’Educazione del 2011.

“Citibank è stata fondamentalmente sostenuta dalla Fed per un lungo arco di tempo”, dice Richard Harring, professore di scienza delle finanze all’Università della Pensilvania di Filadelfia, che ha studiato le crisi finanziarie. Jon Diat, portavoce della Citigroup, afferma che la banca ha utilizzato i programmi che “raggiungevano l’obiettivo di diffondere fiducia nei mercati”.

L’amministratore delegato di JPMorgan, Jemie Dimon, scriveva in una lettera agli azionisti dello scorso anno che la sua banca ha evitato di utilizzare molti programmi governativi. Abbiamo usato TAF, dice Dimon nella sua lettera, “ma questo è avvenuto su richiesta della Fed, per aiutarla a spingere gli altri a utilizzare il sistema”. La banca, la seconda negli Usa per dimensioni patrimoniali, ha utilizzato il TAF per la prima volta nel maggio 2008, sei mesi dopo che il programma aveva avuto inizio, per poi azzerare i propri prestiti nel settembre 2008. Il mese dopo, cominciò di nuovo ad usare il TAF. Il 26 febbraio 2009, oltre un anno dopo la creazione del TAF, i prestiti a JPMorgan da parte di questo programma salirono a 48 miliardi di dollari. Quel giorno, il bilancio totale di tutte le banche toccò il suo apice, con 493,2 miliardi di dollari. Due settimane dopo, le cifre cominciarono a ridursi. “Il nostro primo commento è corretto”, dice Howard Opinsky, portavoce di JPMorgan.

Herring, il già ricordato professore dell’Università della Pensilvania, afferma che alcune banche possono avere usato il programma per massimizzare i propri profitti prendendo in prestito denaro “dalla fonte più economica, perché si riteneva che ciò sarebbe rimasto segreto e mai reso pubblico”.

Se le banche hanno avuto bisogno del denaro della Fed per sopravvivere o se l’hanno utilizzato perché offriva tassi di interesse vantaggiosi, il ruolo di prestatore di ultima istanza delle banche della Fed trasforma in un disastro la politica di libera assicurazione verso le banche sulla disponibilità di fondi, dice Herring.

Un rapporto del Fondo Monetario Internazionale dello scorso ottobre sostiene che i regolatori dovrebbero considerare la possibilità di far pagare alle banche un costo per avere diritto di accesso ai fondi della banca centrale.

“L’ampiezza degli interventi pubblici è la prova più evidente che i rischi di liquidità del sistema sono stati sottostimati e sottovalutati sia dal settore privato che da quello pubblico”, afferma il FMI in uno specifico rapporto dell’aprile 2011. L’accesso al sostegno della Fed, “porta a correre rischi maggiori”, dice Herring. “Se non esistesse, non si correrebbero i rischi che possono creare difficoltà e che richiedono di accedere a questo tipo di finanziamento”.

di: Gaetano Colonna

(traduzione italiana a cura di G.C.)

Fonte: Clarissa.it

L’ Fmi imbroglia(anche l’Italia). Ecco la prova

Da molto tempo diffido del Fondo monetario internazionale, delle sue analisi e delle riforme che propone ai singoli Stati. L’Fmi non è sottoposto al controllo popolare ed è gestito secondo criteri che restano avvolti nell’ombra. Basta grattare un po’ la superficie per accorgersi che qualcosa non va e che l’autorevolezza che tutti gli attribuiscono è ingiustificata e pericolosa, cos^come ingiustificato e pericoloso è il potere immenso delle agenzie di rating.

Ora i miei sospetti trovano confermo, grazie a un’inchiesta indipendente, meritoriamente ripresa recentemente dall’Unità, in un bell’articolo di Ronny Mazzocchi, che vi invito a leggere qui. Mi ha colpito questa frase: «la ricerca del FMI partiva da posizioni già predefinite e che spesso le raccomandazioni di politica economica non seguivano le analisi condotte». E ancora: “Buona parte dell’attività di ricerca del Fondo monetario ha subito in quegli anni un fortissimo condizionamento politico con il risultato di renderla funzionale alle direttive che i vari direttori generali avevano stabilito e che coincidevano proprio con il Washington Consensus” ovvero con le teorie elaborate dall’economista John Williamson d’intesa con certe lobby economico-finanziarie ben radicate nell’establishment statunitense.

Dunque: il Fmi mirava a raggiungere obiettivi che non erano affatto coincidenti con quelli degli Stati membri, ma, piuttosto, con quelli di queste lobby e che hanno condotto molti Stati sull’orlo della catastrofe (strozzati dai debiti concessi dallo stesso Fmi e dalla Banca Mondiale), con l’ingiustificato trasferimento di risorse e di aziende nazionali in mani straniere ovvero in quelle lobbz che condizionano lo stesso Fmi.

Questo non è liberismo, ma manipolazione dei mercati.

Pare che, secondo quanto scrive Marzocchi, con la direzione di Strauss-Kahn la situazione fosse migliorata, perlomeno sui risultati delle ricerche, che non sarebbero stati più manipolati; però dubito che l’impianto sia cambiato. E allora smettiamola di considerare il Fmi come un’autorità suprema indiscutibile e l’Italia non si faccia dettare l’agenda da organismi internazionali come questo, che non operano certo nel nostro interesse.

Quando lo capirà la nostra classe politica?

dal blog di Marcello Foa

Soros liquida i soci: ora potrà speculare da solo

La notizia che George Soros, uno dei simboli più odiati della speculazione finanziaria, abbia deciso di liquidare le quote degli investitori esterni del suo Quantum Fund e trasformarlo in un fondo che gestirà esclusivamente le risorse di famiglia, non è arrivata inaspettata. Le nuove regole, imposte in nome di un minimo di decenza dalla Casa Bianca alle società finanziarie non personali, in primis la registrazione, quindi più controlli e trasparenza, hanno spinto il finanziere a operare la svolta.

Niente controlli vuol dire mantenere le mani libere per operare e speculare solo per il tornaconto personale su quei mercati internazionali che hanno permesso al profugo ungherese di accumulare, in circa 40 anni, una fortuna personale di circa 25 miliardi di dollari. E Soros che negli ultimi tempi ha avuto anche la faccia di bronzo di tuonare contro i finanzieri che investono allo scoperto, in altre parole senza disporre dei capitali necessari, non può dimenticare di avere guadagnato cifre esorbitanti proprio grazie a tale meccanismo difeso a spada tratta dai repubblicani Usa.
Ed è paradossale ricordare quanto Soros, arrivato in America nel 1956, odi il partito di George Bush e Sarah Palin e come il Quantun Fund e le società collegate abbiano invece versato consistenti finanziamenti ai democratici. La spiegazione è perfettamente consequenziale all’impostazione di base del capitalismo finanziario. Un partito come i repubblicani viene visto da Soros, e dai suoi consimili, come il partito non tanto della guerra quanto dell’industria degli armamenti che è in continua ricerca di eserciti da armare, non solo quello Usa, e che rappresenta quindi un elemento di disturbo delle strategie del capitalismo finanziario che necessita invece di una relativa calma nelle relazioni internazionali per poter spostare senza troppi problemi i capitali da un mercato ad un altro. Soros sogna e vuole una “società aperta” di tipo globale, un concetto che ha mutuato dalle idee di Karl Popper, suo professore alla London School of  Economics, un filosofo austriaco fuggito in Gran Bretagna per sfuggire alle persecuzioni razziali.
Quel Popper, il cui relativismo dottrinario, l’idea che non ci siano verità certe e immutabili e che tutto possa e debba essere messo in discussione, da certe correnti politiche e filosofiche liberali o liberiste, viene presentate come il toccasana ad ogni totalitarismo. In realtà esso, nelle sue applicazioni, si trasforma in un sistema dogmatico che, per certi aspetti, è stato funzionale a far passare l’idea della superiorità del modello occidentale (soprattutto gli Usa) e della necessità di imporlo in tutto il mondo.
Una concezione politica, che è nell’originario Dna americano, e che è condivisa dai repubblicani, sia pure sotto l’influsso dei neo conservatori, e dai democratici. Se differente è il contenitore, il contenuto è esattamente lo stesso. E Soros ci ha messo molto di suo, creando lui stesso e finanziando apertamente con l’Open Society Institute (che ha filiali in circa 60 Paesi) e la Soros Foundation, diversi gruppi di giovani organizzati attraverso i quali operare un cambiamento nei Paesi europei dell’Est, appena usciti dall’esperienza comunista ma ancora non convertiti abbastanza al Mercato. Il tutto attraverso manifestazioni di piazza che non si sono limitate a
spingere sui governi ma che in alcuni casi li hanno rovesciati. E’ stato il caso di Otpor in Serbia, di Kmara in Georgia e di Pora in Ucraina. In Russia e Bielorussia, le cose sono andate meno bene perché i governanti erano fatti di un’altra pasta. Recentemente il fenomeno si è ripetuto al Cairo dove gli studenti egiziani protagonisti degli scontri di piazza sono andati a scuola dai “colleghi” di Belgrado. I gruppi sorti con i soldi di Soros, e che si sono subito collegati gli uni agli altri in una sorta di internazionalismo liberale su web, sono stati però solo la punta dell’iceberg. E’ infatti dalla caduta del Muro di Berlino che Soros si è messo a finanziarie fondazioni culturali nei Paesi dell’ex Patto di Varsavia per fare passare la sua filosofia occidentalista. Si tratta pure di un retaggio culturale essendo Soros il figlio dello scrittore esperantista ebreo-ungherese Tivadar Schwartz che ben prima di Popper gli trasmise questo amore per un mondo senza frontiere, una società aperta nella quale le differenze etniche, culturali e religiosi si trasformassero in un ingombrante fardello del passato.
Soros è in ogni caso l’esempio di quel capitalismo rampante che i governi non hanno mai voluto stroncare sul nascere e soprattutto impedirgli di operare perché le sue speculazioni hanno provocato effetti devastanti per Paesi di peso sul panorama mondiale. Come l’attacco speculativo del settembre 1992 contro la sterlina che obbligò la Banca di Inghilterra a svalutare la propria moneta ed uscire  del Sistema monetario europeo. Stessa sorte toccò il mese seguente alla lira con Soros questa volta in combutta con la City londinese (i grandi paradossi del capitalismo). La nostra moneta, dopo un’inutile difesa da parte della Banca d’Italia di Ciampi, che vi prosciugò le nostre riserve valutarie, venne svalutata del 30% permettendo alla finanza anglosassone di comprare scontate molte delle nostre imprese pubbliche che erano state messe sul mercato, dopo la Crociera del Britannia.
Questa sua attività tesa alla promozione della democrazia e dei diritti gli procurò incredibilmente una laurea honoris causa da parte dell’Università di Bologna il 31ottobre 1995, esattamente un anno dopo la speculazione contro la lira, con gli auspici di un Romano Prodi che gli fu accanto quel giorno alla presentazione del suo ultimo libro, accompagnata da feroci contestazioni. Il che la dice lunga su quali sono le frequentazioni di quello che all’epoca era l’Ulivo e che oggi è il Partito Democratico.

di: Filippo Ghira
f.ghira@rinascita.eu

Rinascita.eu

Soros chiude il suo fondo”Restituisco i soldi, ho sbagliato” – LaRepubblica.it -

Un complotto contro Berlusconi: i poteri forti puntano su Mario Monti

di: Paolo Bracalini

Incontro segreto a Milano con De Benedetti, Prodi e i banchieri Passera, Bazoli e Caloia. Lo sdegno di Antonio Martino: “Questa sinistra ama i colpi di Stato”. Fini “candida” Maroni: fai fuori il Cavaliere e avrai i voti di Fli, Udc e Pd. Ma la Lega gela i congiurati: fedeli al Cav

Roma - Sotto lo stile british c’è un certo attivismo italiano, ambizioni che il Professore (sorta di nuovo Prodi) coltiva con discrezione e costanza. A Roma si è dato parecchio da fare negli ultimi tempi, Mario Monti. Una presidenza del Consiglio sarebbe il coronamento meritato per una carriera eccezionale, tra accademia (è presidente della Bocconi) e istituzioni (la Ue, di cui è stato non dimenticato commissario). L’economista gode di sponsor pesanti. A cominciare dal capo dello Stato, che ha già espresso il suo gradimento circa l’ipotesi di un governo di transizione sotto la guida di Monti.

Questo basterebbe già a farne il candidato per eccellenza di un post governo Berlusconi. Ma la sfera d’influenza del bocconiano va oltre, arriva in altre stanze dei bottoni, quelle dei grandi banchieri e imprenditori (alcuni dei quali anche editori, cosa che non guasta in vista dell’operazione). Gli stessi che ha ritrovato in prima fila l’altro giorno a Milano (lo nota La Stampa) ad ascoltare l’ex premier Prodi. Cioè Giovanni Bazoli, presidente di Intesa San Paolo (grande azionista di Rcs-Corriere della sera, di cui Monti è editorialista), Corrado Passera, ad di Intesa, Angelo Caloia, banchiere cattolico, ex Ior, e poi Carlo De Benedetti, capo della Cir e gran promotore – tramite Repubblica, spesso con esiti nefasti – di candidati leader del centrosinistra.

Il Corriere è la vetrina di Monti, Paolo Mieli un suo autorevole sponsor, ma anche Repubblica sembra aver messo gli occhi sul professore, specie da quando Scalfari e De Benedetti hanno messo una lapide (lunga quanto le articolesse del fondatore) sulla carta Tremonti, come asso per far fuori Berlusconi.

Da tre a un solo Monti, uno che – per usare le parole dell’ingegnere in una recente intervista a Die Zeit – «potrebbe guidare l’opposizione con successo, tutto il centrosinistra vuole Monti. Gode di prestigio a livello mondiale, potrebbe ridare all’Italia il rispetto che merita». «Meglio un Monti di Tre-monti» ha detto la Bindi, lasciando al Colle «la decisione» su quel nome «autorevolissimo».

Una concentrazione di poteri, politici e finanziari, ha individuato chiaramente in Monti l’uomo da portare a Palazzo Chigi. Con la partenza di Mario Draghi per la Bce, siamo quasi al candidato unico. L’economista attende una «chiamata», ma nel frattempo si muove. Va ospite della Annunziata su Raitre.

Incontra Casini ed Enrico Letta, altro colonnello del Pd che insieme a D’Alema e Veltroni si augura un governo Monti, con due priorità: legge elettorale e manovrona fiscale.

Ma si vocifera di un’altra sponda, meno scontata. La Lega, in particolare Maroni, avrebbe espresso il suo assenso a Monti premier, in un incontro di un mesetto fa, come nome gradito al Colle, quindi sempre nell’ottica leghista di assecondare le preferenze di Napolitano. Una soluzione diametralmente opposta alle tesi ufficiali del Carroccio, che esclude sempre «pasticci da prima Repubblica», perché l’unico governo valido è quello «votato dalla gente». Su questo però non mancano le uscite sibilline, come quando Bossi disse che se «l’opposizione vuole il governo tecnico ne deve parlare con me», una specie di disponibilità, almeno così si può interpretare. Possibile sia un altro dei tavoli aperti dalla diplomazia leghista, con Bobo nelle vesti di ambasciatore (specie col Pd), quando non in quelle di candidato premier.

Ma un governo Monti avrebbe più simpatie in quegli ambienti finanziari internazionali che già hanno accolto il professore nel loro gotha.

Di Goldman Sachs Monti è stato advisor (e prima di lui Prodi, che ora lo acclama: «Se le cose volgono al peggio per te sarà difficile tirarti indietro»), mentre è chairman europeo della crème dei cosiddetti poteri forti internazionali, la Trilateral Commission, una sorta di sinedrio finanziario globale, fondato anni addietro da Rockfeller. Nello european group ci sono anche Enrico Letta, Carlo Pesenti (anche lui azionista di Rcs), John Elkann (idem). Tutti «europeisti tecnocratici», li ha definiti qualcuno, ma che insieme ai banchieri tirano la volata al loro uomo per il dopo (quanto prima) Berlusconi.

FONTE: Il Giornale

Fantasmi della realtà e potere dei banchieri

Si stanno rappresentando in questi giorni, in diversi paesi d’Europa, straordinarie commedie dell’assurdo. Gli attori più in vista sono gli uomini di Governo – in Francia, in Spagna, in Grecia, in Germania, in Italia – ma sono coadiuvati talmente bene in questa recita da tutti gli altri responsabili della vita politica e sociale, e prima di tutto dai giornalisti, che noi, poveri cittadini-sudditi, non riusciamo a capire perché il loro frenetico agire ci sembri così privo di una concreta direzione di senso e temibile proprio per questo.

Lo spettacolo offerto dagli “attori” italiani è tragico e surreale al tempo stesso. Berlusconi, Tremonti, Bossi, recitano a meraviglia i loro piccoli scontri sul bilancio, sul trasferimento di qualche Ministero al Nord, sulla necessità del governo centrale di aiutare lo smaltimento dei rifiuti a Napoli, come se davvero questi fossero i problemi politici di una Nazione che non soltanto deve provvedere alla vita ordinata di 60 milioni di persone ma che, per la sua posizione geografica, per i suoi impegni con l’Ue e con la Nato, è al centro di interessi economici e militari a livello mondiale.

Le opposizioni stanno al gioco con una puntualità e una solerzia quasi incredibili, tenendo ben fissa l’attenzione dei cittadini, ma in apparenza anche la propria, sui piccoli particolari di queste dispute come se davvero fossero racchiusi qui i maggiori problemi degli Italiani. Se qualche volta la polemica sembra diventare più forte, è soltanto perché lo scambio di invettive ha assunto termini maggiormente violenti e volgari, ma si tratta in tutti i casi di invettive a vuoto: servono ad alimentare la commedia. Della politica vera, dei drammatici problemi veri, non parla nessuno, né al governo né all’opposizione.

I problemi più importanti

Sono problemi che chiunque è in grado di vedere e che, volendo limitarsi esclusivamente ai più gravi ed impellenti, possiamo indicare nel modo seguente:

  1. L’ inesistenza dell’Europa come realtà politica, dalla quale però dipendiamo come se esistesse (la vicenda della guerra in Libia decisa da Sarkozy ne è una soltanto una delle ultime e sconvolgenti prove).

  2. L’ appartenenza dell’Italia alla Nato, organizzazione militare che non si sa più a quale direttiva politica obbedisca data la mancanza di un’autorità politica europea e la contemporanea perdita di potere dei singoli Stati d’Europa (nessuno s’interroga, per esempio, su quale ruolo stia svolgendo nella politica estera l’Inghilterra, sempre sorella degli Stati Uniti ma con un piede dentro e uno fuori dell’Ue).

  3. Il potere assoluto dei banchieri, a livello mondiale ed europeo, che ha completamente esautorato i politici nazionali e sta mano a mano svuotando l’essenza stessa dei singoli Stati costringendoli a vendere i loro possessi e finanche il proprio territorio (la Grecia è soltanto la prima di una catena già pronta).

  4. L’irrazionalità di una sola moneta come espressione e strumento di 17 Stati totalmente differenti per il loro peso politico e le loro dimensioni economiche. E’ evidente che, o si disfa al più presto questa costruzione sul vuoto, oppure si verificherà un catastrofico fallimento collettivo. C’è forse bisogno di una qualsiasi dimostrazione in questo campo? L’euro è soltanto il diverso nome del marco. Un marco privo, però, dello Stato di cui era espressione. Per questo la Germania ha funzionato fino adesso come lo “Stato ombra” dell’euro. Ma è chiaro che la Germania non può continuare a reggere questa mastodontica finzione senza farsi trascinare anch’essa nel baratro: prestarsi soldi fra debitori (l’Italia, tanto per fare un esempio, ha iscritto nelle uscite del proprio bilancio il denaro prestato alla Grecia) è una pratica da “pazzi”, che nessun “povero” metterebbe in atto e che nessun usuraio accetterebbe, ma che i banchieri della Bce e del Fmi fingono di trovare normale e necessaria, spingendola fino all’estremo al solo scopo di rimanere alla fine  “proprietari”, concretamente proprietari di tutta l’ Europa dell’euro.

  5. L’eliminazione degli intellettuali dalla leadership, concordemente attuata da tutti i partiti europei, fatti esperti dallo scontro-sottomissione degli intellettuali nella Russia bolscevica. I partiti più importanti in Europa sono anche oggi quelli essenzialmente comunisti, reduci del comunismo e più o meno suoi eredi. L’Italia ne rappresenta la più fulgida testimonianza: il Presidente della Repubblica è appartenuto per tutta la vita, fino dai tempi di Stalin, al Partito comunista. Con il trattato di Maastricht gli intellettuali sono stati praticamente aboliti; non si sente più nessuna voce che possieda autorità tranne quella dei banchieri. Segno evidente di una tragica realtà: se sono morti gli intellettuali, è morta la civiltà europea.

  6. La complicità di tutti i mezzi d’informazione con il disegno dei politici e dei banchieri. Una complicità così assoluta quale mai si era verificata prima nella storia perché non obbligata da nessuna censura. Gli oltre 500 milioni di cittadini d’Europa coinvolti nell’operazione disumana di lavorare senza saperlo al proprio suicidio, vi sono stati condannati non tanto dai politici quanto dai giornalisti. Senza il silenzio dell’informazione non sarebbe stato possibile condurre in porto un disegno di puro potere quale quello in atto.

Politici e banchieri in commedia

Se ciò che ho messo sinteticamente in luce è il quadro generale, per quanto riguarda i piccoli avvenimenti di quest’ultimo periodo a casa nostra non si può fare a meno di rilevare gli errori compiuti dai partiti di governo. Il Pdl e la Lega avrebbero avuto il dovere di piegarsi almeno per un momento a riflettere sui motivi delle sconfitte riportate nelle ultime elezioni e nei referendum. Per farlo, però, sarebbe stato necessario abbandonare il gioco della finzione come unica attività dei politici, uscire dalla “rappresentazione”, scendere dal palcoscenico dell’assurdo, cosa che evidentemente non hanno il coraggio di fare. Che non sia facile è chiaro. Bisognerebbe, infatti, rivelare agli Italiani che la sovranità e l’indipendenza della Nazione non esistono più, che tutte le funzioni vitali della società e del potere sono state consegnate in mani straniere e che quello che sembra ancora autonomo ed efficiente è di fatto pura apparenza. E’ sufficiente un solo esempio.

Tutto il gran parlare e il gran manovrare che si verificato in questi giorni intorno ai nomi del Signor Draghi, del signor Bini Smaghi e di altri importanti banchieri, appartiene al mondo della “rappresentazione”, della “commedia surreale”. In realtà i politici e il governo italiano non possiedono in questo campo alcun potere. Il signor Draghi, il signor Bini Smaghi, il signor Trichet (presidente della Bce) sono, chi in un modo chi in un altro, i proprietari, i possessori, gli “azionisti” delle Banche centrali. La Banca d’Italia, la cui direzione il signor Draghi sta per lasciare nelle mani del probabile signor Bini Smaghi, non è per nulla la Banca “di” Italia, non appartiene allo Stato italiano; quel “di”, particella possessiva, è un falso perché si tratta di una banca di proprietà di cittadini privati, possessori, come il signor Draghi,  di parti del suo capitale, e continua a portare il nome di quando era effettivamente di proprietà dello Stato italiano ed emetteva la moneta dello Stato, esclusivamente allo scopo di ingannare i cittadini italiani. Stesso discorso si può fare per la Banca centrale europea, anch’essa proprietà di ricchissimi banchieri privati come i Rothschild, i Rockfeller e gli altri banchieri possessori del capitale della Banca d’Inghilterra, della Banca d’Olanda  e ovviamente anche della Banca d’Italia come il signor Draghi. Lo Stato italiano, quindi, non ha, come nessun altro Stato europeo, alcun potere sulle nomine e tutto il gran parlare che si è fatto sul rispetto delle “procedure” da parte del Governo, sull’approvazione da parte del Parlamento europeo della nomina di un “illustre italiano” nelle vesti del signor Draghi, è stata una commedia, finzione allo stato puro: i banchieri si scelgono, si cooptano fra loro, tenendo nascosto il proprio potere dietro la copertura dei politici.

In conclusione: non c’è nessuno, in Italia, che non lavori a ingannare i cittadini, ivi compresi – è necessario ripeterlo e sottolinearlo – i giornalisti, la cui complicità è determinante in quanto costituisce il fattore indispensabile alla riuscita della rappresentazione.

Rimane la domanda fondamentale: perché i politici hanno rinunciato al proprio potere trasferendolo nelle mani dei banchieri? Nessuno ha ancora dato una risposta soddisfacente a questo interrogativo ed è questo il motivo per il quale siamo tutti paralizzati: siamo prigionieri in una rete fittissima ma non sappiamo contro chi combattere per liberarcene.

Il regno di Bruxelles

Laddove i banchieri non sono soli a comandare, troviamo insieme ad essi altri privati, non soggetti a nessuna votazione democratica, quali i Commissari dell’Ue e i Consiglieri del Consiglio d’Europa, di cui probabilmente gli Italiani non conoscono neanche il nome. In quel di Bruxelles le commedie dell’assurdo abbondano, tanto più che, lontani da qualsiasi controllo, si sono moltiplicati i ruoli, gli attori e i fiumi di denaro necessari alle rappresentazioni. Gli obbligati “passaggi” di alcune normative attraverso il Parlamento europeo, per esempio, costituiscono soltanto una delle innumerevoli, mirabili finzioni che sono state ideate per ingannare i poveri sudditi dell’Ue. Infatti le decisioni importanti vengono  prese in ristretti gruppi di élite (il Bilderberg, l’Aspen Institute, per esempio) e la loro consegna al Parlamento obbedisce ad un rituale pro-forma, ad un’apparente spolverata di democraticità, così come soltanto pro-forma vengono consegnate poi per la ratifica finale ai singoli Parlamenti nazionali. Il nostro Parlamento, ubbidientissimo e servile come nessun altro, a sua volta le approva  senza preoccuparsi neanche di farcelo sapere. A tutt’oggi l’80% delle normative in vigore in Italia è dettato da Bruxelles, ma gli Italiani credono ancora di essere cittadini di uno Stato sovrano.

Insomma, dobbiamo guardare in faccia la realtà: lo Stato italiano esiste soltanto di nome e noi, suoi sudditi, serviamo a tenere in vita, con i nostri soldi e la nostra credulità, una miriade di istituzioni “crea carte” e “passa carte” prive di reale potere. Si tratta, però, di istituzioni che, come succede sempre negli Stati totalitari, creano per sé a poco a poco il potere che non possiedono costruendo e organizzando cerchi sempre più larghi di nuove istituzioni, di inestricabili burocrazie. Non per nulla un esperto della Russia bolscevica quale Bukowski ha affermato che l’Ue ne costituisce una copia. Non si tratta di un’affermazione esagerata: gli avvenimenti che lo provano sono sotto gli occhi di tutti, anche se per la maggioranza dei cittadini, accecati dalla “rappresentazione” della democrazia, è difficile accorgersene. Ma presto la burocrazia mostrerà la durezza della sua faccia.

Dittatura europea e Val di Susa

E’ di questi giorni lo scontro dei cittadini con il governo “democratico” a causa della cosiddetta “Alta velocità” in Val di Susa. Si tratta di un’opera imposta dall’Ue, ovviamente non per collegare Torino a Lione, affermazione incongrua e ridicola, ma per poter fingere che l’Europa sia un unico territorio, trasformando le Alpi e l’Italia in un “corridoio” europeo (non sono io ad avergli dato questo nome: l’hanno chiamato così coloro che si sono autoproclamati proprietari dell’Europa). “Traforare le Alpi”per far passare un treno da Torino a Lione è un’operazione talmente folle che è impossibile trovare aggettivi sufficienti a definirla. L’insensibilità dei padroni dell’Europa e dei loro servi italiani per ciò che è la “natura”, il territorio, il paesaggio, come la prima e assoluta bellezza di cui è divinamente ricca l’Italia, sarebbe sufficiente a negarne l’autorità e il potere. Deve essere comunque chiaro a tutti, e affermato con assoluta determinazione, che il territorio di una Nazione è proprietà del suo popolo, e non può essere alienato in nessun modo se non per espressa volontà del popolo.

I politici odierni non sono  monarchi, non possiedono, come un tempo i re, i territori che governano. Il governo italiano ha dimostrato in questa occasione, più e meglio che in molte altre, il suo disprezzo per la democrazia, opponendo la forza della polizia alla sovranità dei cittadini, mentre il suo primo dovere sarebbe stato quello di rifiutare l’imposizione dell’Ue per un’opera  ingegneristicamente mostruosa, rischiosa fino all’impossibile, priva di una qualsiasi giustificazione. Appellarsi al denaro fornito dall’Ue, come i politici sono soliti fare,  costituisce l’ennesima prova del disprezzo che nutrono per l’Italia, per il suo territorio, per la sua bellezza. Una prova, inoltre, della loro incapacità a credere che esista qualcuno al mondo la cui anima non somigli a quella dei banchieri.

di: Ida Magli
Italiani Liberi

Unipol, chiesti 3 anni e mezzo per Fazio e 4 anni e 7 mesi per Consorte

Il pm: condannate anche tutti i banchieri coinvolti

MILANO
Giovanni Consorte, Ivano Sacchetti e Carlo Cimbri, vertici «intercambiabili» di Unipol ai tempi della tentata scalata a Bnl, sono stati i «motori» di quell’operazione avvenuta «sotto la regia» di Banca d’Italia e del suo governatore Antonio Fazio. Il quale «non ha nascosto la visione medievale dei suoi poteri di vigilanza» volti a difendere l’italianità del sistema bancario e che, «come uno che guida la macchina un pò fuori dalle regole, non fa l’arbitro ma il giocatore di una partita», si serve delle «capacità tecniche» del suo braccio destro, Francesco Frasca, e anche di alcune banche, la «guardia pretoriana», per fermare «l’assalto» dello straniero.

È questo, in sintesi, il quadro uscito dalla ricostruzione del pm Luigi Orsi che oggi, insieme al collega Gaetano Ruta, ha concluso la sua requisitoria al processo per il tentativo di scalare in modo «occulto» la Banca Nazionale del Lavoro da parte della compagnia assicurativa bolognese datato primavera-estate 2005. E così dopo un intervento durato per ben due udienze, Orsi, ai giudici della prima sezione penale del Tribunale di Milano, ha snocciolato, non senza qualche dura considerazione, le richieste di condanna: 4 anni e 7 mesi di carcere e un milione e 200mila euro di multa per Consorte, l’ex numero uno di via Stalingrado, e 4 anni e 4 mesi e un milione e 100mila euro di multa per Sacchetti e Cimbri, 3 anni e 6 mesi e 700mila euro per Fazio e 3 anni e 4 mesi per Frasca.

Considerando che l’ex ad di Bpi Gianpiero Fiorani ha già patteggiato, per Giovanni Berneschi, attuale presidente di Carige, Divo Gronchi e Giovanni Zonin (Popolare Vicenza), Guido Leoni (Popolare Emilia Romagna) sono stati chiesti 3 anni di reclusione e 600 mila euro di multa. Riguardo ai cosiddetti «contropattisti» la richiesta è stata di 4 anni e un milione di multa per Francesco Gaetano Caltagirone, di 3 anni e 600mila euro per gli immobiliaristi Stefano Ricucci, Danilo Coppola, Giuseppe Statuto, i fratelli Lonati, l’europarlamentare del pdl Vito Bonsignore, fino a scendere ai 2 anni e 400mila euro di multa per Giulio Grazioli. Il pm ha chiesto l’assoluzione per l’attuale presidente di Unipol Pierluigi Stefanini, per il finanziere Emilio Gnutti e per due manager di Deutsche Bank, Filippo de Nicolais e Rafael Gil-Alberdi. Le accuse a vario titolo sono aggiotaggio, ostacolo agli organi di vigilanza e, solo per Consorte, insider trading.

Chieste le condanne anche per cinque delle sette società imputate, in base alla legge sulla responsabilità amministrativa degli enti: per Unipol è stata chiesta una sanzione pecuniaria di 975mila euro mentre per Carige, le tre popolari e l’istituto di credito tedesco 600 mila euro di sanzione. Nella sua ricostruzione il pm, oltre a sostenere e documentare anche con le telefonate (ha citato persino quelle con Fassino e D’Alema) la «maliziosa reticenza» di Unipol nelle sue comunicazioni al mercato che «non corrispondevano alla realta», ha parlato di «un’operazione di portata sistemica» perchè «riguarda la politica della vigilanza bancaria in quel momento in Italia», sottolineando che quella tenuta dagli imputati fu una condotta di aggiotaggio «che non si è mai vista nè in Italia nè nel mondo: c’è gente che si è messa d’accordo con il governatore». Governatore che con Frasca aveva «una sinergia letale» (il primo era un «autocrate» e il secondo «il tecnico») e che, con «una visione medievale della vigilanza», si muoveva come «un capo dell’esercito che dice ai suoi uomini di sparare sui cittadini».

Fu lui comunque – secondo il pm – l’artefice di un disegno di cui aveva «posto le premesse» molto tempo prima, cercando qualcuno che vi aderisse. «Unipol – ha aggiunto Orsi – non dico che è stata trovata per strada, ma dopo anni di attesa, quando scatta l’allarme rosso, viene convocata da Banca d’Italia». E così Consorte, Sacchetti e Cimbri « in questa vicenda – ha proseguito – si sono mossi nella stessa direzione e con le medesime funzioni: hanno innescato gli accordi, determinato gli acquisti delle banche, trattato con i contropattisti, fatto finta di trattare con il Bbva, e sono andati in Bankitalia e Consob». Sono stati i «motori» delle tentata scalata «occulta» avvenuta «sotto la regia» di Fazio. Una ricostruzione, quella offerta dal pubblico ministero, che Unipol, come fa sapere in una nota, non condivide «perchè già smentita da vari testimoni e consulenti tecnici ascoltati al processo». Domani la parola passa ai legali delle parti civili.

LaStampa.it

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