Finanza: masters of Universe, ovvero una banda di ladri

di: Giulietto Chiesa

Il crollo della Borsa di Tokyo (-7,32%) è stato il più alto e drammatico dopo Fukushima di 2 anni fa. Conferma che i due trilioni di yen, creati dalla Banca Centrale del Giappone con la cura Abe,  non sono serviti a nulla, se non a procurare un primo disastro. Visto che il nuovo premier giapponese annuncia il raddoppio della propria massa monetaria da qui alla fine del 2014, che Dio gliela mandi buona, a lui e a tutti noi. Continua a leggere

La Bce e la giostra del denaro facile

bce

di: Loretta Napoleoni

E’ ripartita la giostra del denaro facile. La Banca centrale europea sta addirittura pensando di rilanciare le asset-backed securities, ve le ricordate? Quelle della bolla dei mutui spazzatura americani. Perché lo fa? E’ la domanda che tutti noi europei, vittime di due decenni di finanza ballerina e tre anni di austerità, dobbiamo chiederci. La risposta arriva dai bilanci delle banche europee dove i debiti cattivi, quelli in moratoria insomma, in questi lunghi e duri anni di magra si sono moltiplicati. Alla fine del 2012 ammontavano a ben 720 miliardi di euro, di cui 500 miliardi provenivano dai paesi della periferia di Eurolandia. Continua a leggere

Perché l’Europa non prende esempio dal Giappone?

giappone

di: Giuseppe Bianchimani

Mentre il mainstream neoclassico continua a predicare l’austerità ad ogni costo, il Giappone si prepara per la più grande operazione di creazione di liquidità dal dopoguerra ad oggi.

Il Giappone ha un debito pubblico di enormi proporzioni (rapporto debito/Pil 236%), ed un deficit (rapporto deficit/Pil 10%). Insomma numeri al di fuori dei parametri di Maastricht per intenderci. Eppure il Giappone non ha la minima intenzione di alleggerire il debito attraverso l’austerity.

Per i nipponici il debito non è un problema, come non è un problema l’aumento dell’inflazione (anzi nel caso nipponico fa parte della nuova strategia macroeconomica). Tutto ciò, perché il paese dal Sol levante ha due garanzie: la sovranità monetaria (quindi la possibilità di stampare moneta della Bank of Japan) e la protezione del debito pubblico dei cittadini(i cittadini e gli investitori interni detengono la quasi totalità del debito).

In questi giorni, il premier Shinzo Abe, ha avviato il suo piano di salvataggio: il governo tramite la banca centrale stamperà moneta (tanto da far passare la massa monetaria da 135mila miliardi a 270 mila miliardi entro il 2015) che servirà per comprare dalle banche i titoli di stato giapponesi (non solo i titoli a breve scadenza, ma anche quelli a medio e lungo termine). Il debito resterà invariato (perché il governo comprerà il debito già esistente) ed i tassi di interesse di qualsiasi scadenza si abbasseranno (grazie all’intervento statale). La grande iniezione di liquidità utilizzata per comprare i titoli farà da incentivo per gli investimenti (quindi le imprese e le banche una volta ricevuti i soldi dal governo li riutilizzeranno per la crescita). I soldi che verranno stampati faranno aumentare l’inflazione naturalmente, che per il Giappone non è un problema visto i precedenti deflazionistici. L’inflazione, di fatto, porterà al deprezzamento dello yen, che giocherà un ruolo importante nell’aumento delle esportazioni.

L’ “Abenomics” può essere un importante macchina virtuosa per il Giappone e non solo, perché una strategia del genere è ciò che serve all’Europa, con una banca centrale capace di superare lo spauracchio di Weimar e i luoghi comuni in cui l’inflazione  è considerata un male assoluto. E’ vero, la strategia giapponese può scontrarsi con vari rischi, quali il mancato controllo dell’inflazione o la fuga di capitali, ma all’Europa non resta altra alternativa. Il rigore e l’austerity hanno fallito, l’Europa non può fallire con loro.

FONTE: IlFattoQuotidiano –  Blog di Giuseppe Bianchimani 

Gli italiani sono “disonesti”? No, sono schiavizzati!

di: Enrico Galoppini

Alcuni giorni fa, Domenico Scilipoti, parlamentare già dell’IdV e noto inizialmente per aver formato il Movimento di Responsabilità Nazionale a sostegno dell’ultima fase di un Governo Berlusconi colpito da “scandali” e “tradimenti”, è stato invitato ad una trasmissione de “La7” nella quale, in studio, sono ospiti fissi giornalisti della “autorevole” stampa estera.

Scilipoti, da un po’ di tempo, s’è fatto portavoce d’istanze sovraniste monetarie, culminate in un recente convegno presso la Camera dei Deputati, assieme al prof. Claudio Moffa, dedicato alla discussione dialcune proposte mirate alla restituzione della proprietà della moneta al popolo italiano.

Ma prima di procedere, invito a seguire con attenzione lo spezzone video della trasmissione in oggetto:

Ora, se uno non è completamente plagiato dai “media” e dalla mentalità che inducono, e se la sua capacità di discernimento non s’è ottenebrata del tutto, non faticherà a scorgere in quel che ha visto e ascoltato quanto segue.

Ma per prima cosa, una questione di “metodo”. Accettare l’invito in queste trasmissioni, sia “leggere”, sia “impegnate”, per parlare di questioni molto serie è completamente tempo perso. Gli autori, i conduttori e gli ospiti fissi di questi programmi – ammesso che lavorino “in autonomia” – preparano una situazione perfetta per screditare, di fronte ad un pubblico che conoscono bene come i proverbiali “polli”, l’invitato “scomodo” diturno. Ci sono mille sistemi: s’interrompe l’ospite mentre parla (meglio se sul più bello), si sminuisce, si travisa (“ma vuole tornare alla lira?”), si ridicolizza, si spaccia per assurda una cosa ragionevole (“ma come, un condono fiscale?”), si crea un clima non consono all’argomento trattato eccetera eccetera.

Molto meglio, quindi, se si ha qualcosa d’importante da dire, andare in mezzo alla gente, parlare faccia a faccia, ovunque si renda possibile, uscendo da quella parvenza di realtà che è la televisione: Grillo, questo, l’ha capito bene, proibendo ai suoi di partecipare a questi “salotti televisivi” e prediligendo le piazze. Molto più efficace il passa parola e il contatto reale che farsi infilare nel “panino” confezionato dagli ideatori diuna trasmissione televisiva, destinata ad un pubblico per sua naturadistratto e condizionabile al massimo grado.

Che cosa sono, altrimenti, situazioni come quella che avete potuto osservare e giudicare in quel breve filmato?

Si consideri l’atteggiamento di tutti i presenti in studio. Si studino bene le espressioni, le smorfie, le mosse, le battute, i toni… Dall’inizio alla fine è come se l’ospite fosse lì per esser messo alla berlina, esposto al pubblico ludibrio, per il semplice fatto di essere “strano” perché afferma cose “strane”. Sì, perché è proprio così grazie all’indottrinamento di massa: come per magia, agli occhi della massa inebetita e più o meno “acculturata”, tutti quelli che sollevano una questione che esuladall’ordinario tergiversare mediatico appaiono come degli individui “strani”, come dei “pazzi” che vengono a sovvertire il magnifico ordine costituito.

Cosa c’è di strano, mi chiedo, nel parlare della sovranità monetaria? Nel tentare d’introdurre presso un pubblico che non sia quello degli specialisti e di coloro che sono già informati una questione di così cruciale importanza per tutti? Anche se la massa non se ne rende conto (ma dicosa mai s’è resa conto?), dalla sovranità monetaria discende, né più né meno come afferma ad un certo punto Scilipoti, la soluzione di almeno l’80% dei problemi degli italiani (e di ogni altra nazione che affrontasse una volta per tutte tale questione).

Naturalmente stiamo parlando di “problemi materiali”, ma chi l’ha detto – e qui mi rivolgo a chi pensa che o si mette mano ai massimi sistemi o niente da fare – che quelli non contano? Pensano di campare d’aria? Anzi, siccome alla fin fine non esistono nella vita compartimenti stagni, sarà bene cominciare ad entrare nell’ordine d’idee che anche le faccende cosiddette “materiali” hanno delle ripercussioni sui piani “morale” e “spirituale”, sempre che tali “piani” esistano come realtà separate edistinte. La differenza, infatti, non è data dalle cose in sé, ma dall’atteggiamento, dall’attitudine con cui le si affronta. I soldi, perciò, non sono necessariamente “lo sterco del demonio”, ma possono trasformarsi, se solo ci sforzassimo di essere uomini e non le dantesche “pecore matte”, in uno strumento di “liberazione” di tutta una serie dipotenzialità, affrancandoci, grazie ad una loro sana e naturale gestione (moneta popolare non gravata da debito), da una perenne rincorsa per procurarceli per poi ridarli indietro ai loro veri proprietari (di qualcuno pur saranno, no?) sotto forma di balzelli d’ogni tipo (come l’assurda ed inconcepibile IMU), mentre i più – poveri fessi – s’illudono che i “loro soldi” siano effettivamente di “loro proprietà”!

Invece no, non può essere così in un regime in cui la moneta, anziché essere dei cittadini, è delle banche private (che la massa ritiene “pubbliche”), le quali per di più non vengono sottoposte, grazie a “leggi”ad hoc, alla medesima tassazione asfissiante che tocca a tutte le altre imprese e ai privati cittadini, col pretesto del “debito pubblico” e del rischio che “i servizi” non possano più essere erogati (cosa del tutto falsa, perché se la moneta è di proprietà del popolo lo Stato può erogare tutti i servizi che vuole, ma adesso non può farlo perché deve indebitarsi, come fanno d’altra parte tutti gli enti pubblici, che infatti per non “fallire” s’indebitano sempre più, “tagliano” e svendono beni concreti ai privatissimi prestatori di danaro).

Intendiamoci, per affrontare con la famosa “gente” un tema così importante come quello della moneta e della relativa sovranità bisogna: 1) essere estremamente preparati, specialmente se ci si trova incalzati, in pubblico, da personaggi incaricati di ridicolizzare, spargere illazioni, intorbidire le acque, sviare il discorso ecc.; 2) parlare il più chiaro possibile e puntare dritti al cuore del problema, evitando di atteggiarsi a “professore”, ovviamente senza banalizzare fino al punto di stravolgere le cose. La famosa “gente” non aspetta altro che qualcuno parli un linguaggio comprensibile, ma i cosiddetti “esperti” ufficiali complicano appositamente ogni cosa per rivestire d’una nebbia ciò che è molto più semplice di quanto lo fanno sembrare.

Quindi, le fonti primarie per comprendere come funziona la “truffa monetaria” sono: quelle di autori che 1) sono fuori dalla “accademia”, poiché essa è incaricata di riprodurre il consenso verso l’attuale sistema finanziario, sia presso gli addetti ai lavori, sia presso chi crede di sapere tutto perché ascolta gli “esperti” delle “pagine economiche”; 2) non ricercano una visibilità, una celebrità a tutti i costi, e nemmeno una “cattedra”, ma sono mossi da un’insopprimibile tensione morale, che non può che derivare da un afflato religioso, più o meno cosciente.

Non a caso, Giacinto Auriti, che in Italia è stato il pioniere della lotta contro l’usurocrazia e il potere assoluto dei “signori del denaro”, era un cattolico, non di quelli “modernisti” tutto fumo e poco arrosto o “riformati” che, nella migliore tradizione americana, elevano preghiere affinché il loro conto in banca si rimpinzi sempre più. E, soprattutto, lui che era un “professore”, non disdegnava di parlare con nessuno, fino al più umile lavoratore; non come fanno gli “intellettuali” e la quasi totalità dei suoi colleghi, ben rinserrati nei loro fortilizi e schifati alla sola idea d’incontrare un “plebeo”. Inoltre Auriti aveva capito che l’unico modo per comparire in televisione e non farsi infinocchiare era quello di tenere dei veri e propri monologhi, come quelli andati in onda su un canale locale abruzzese, alla faccia dei benpensanti che ritengono indispensabile sempre un “confronto”: ma tra chi, tra un uomo preparato, cristallino e disinteressato, e un prezzolato, disonesto preoccupato solo di farsi una “posizione” e di compiacere il suo padrone? Ma di quale “confronto” parlano questi ipocriti? Un uomo può confrontarsi solo con un suo pari e non con una marionetta o un servo del potere. Se poi si seguono queste pionieristiche trasmissioni del compianto Auriti, si noterà che da casa giungevano telefonate in studio: quale trasmissione di qualsiasi canale nazionale in cui si trattano argomenti politici ed economici ammette l’intervento, senza filtri, del pubblico a casa? Un’altra dimostrazione che quest’uomo non temeva “l’imprevisto”, l’eventuale reazione ostile, perché alla fine il “nemico”, se davvero non è mosso da perfidia inguaribile o perché ha un qualche tornaconto nel tenere in piedi un sistema iniquo, è solo uno che non sa, e la cui avversità è dettata perciò da una pura e semplice ignoranza.

Ad un certo punto, però, uno potrebbe obiettare che se Scilipoti – così come l’avv. Marra, ospite di un’altra trasmissione in cui gli viene riservato analogo ‘trattamento di riguardo - viene chiamato in tv a parlare di faccende così “scomode”, ciò è la dimostrazione che in “democrazia” esiste un vero “pluralismo” delle opinioni ammesse e portate a conoscenza del pubblico. Ragioniamo un attimo, però. Quante volte, in proporzione a quelle in cui si discute di “casta”, cronaca nera, politica politicante (tipo le “primarie”) ed altre mille stupidaggini di nessun interesse collettivo (anche quando sembrano “importanti”), i telespettatori possono venire anche solo lambiti da temi d’importanza così cruciale per le loro vite come quello della proprietà della moneta? Si contano sulla punta delle dita. Quindi, il sospetto è che siccome Lorsignori (le tv sono di proprietà degli stessi “signori del denaro”) sanno benissimo che sempre più persone stanno accorgendosi della loro truffa, giochino d’anticipo (come stanno facendo con le “scie chimiche”), imbastendo queste finte occasioni di “confronto” e di “informazione” per cercare ditamponare la falla che s’è aperta nella loro barca.

Ma non ce la possono fare, anche se cantano vittoria. Ormai la loro barca fa acqua da tutte le parti. Per un semplice motivo: disconoscono lanatura umana, che intendono piegare tramite i loro giochi di prestigio, ma che alla fine riemerge e pretende i suoi diritti. L’uomo, infatti, può raccontarsi tutte le favole che vuole, ma queste possono inebriarlo fintanto che le cose gli vanno bene, fornendogli una “giustificazione ideologica” e una “descrizione razionale” della realtà concreta che si trova a vivere. Detto in altri termini, gli uomini finché hanno la pancia piena e stanno al caldo non si lamentano, e sono pertanto disposti ad adottare qualsiasi “favola” per dire a se stessi di aver “compreso” il mondo in cui vivono. L’uomo è fatto così: ha anche bisogno di una “narrazione coerente” della realtà in cui vive. Da cui, il “bisogno” delle “ideologie”. Ma quando si rende conto che non c’è più trippa per gatti, che l’inverno lo passerà all’addiaccio e che, insomma, anziché la chimerica “luce alla fine del tunnel della crisi” vista per certa dai soliti camerieri dell’usura, là in fondo c’è solo un enorme buco nero che inghiottirà i suoi beni e anche lasua vita, ebbene, a quel punto non è più disposto ad ascoltare le “favole”. Vuole la trippa e tanti saluti ai bei discorsi e alle “teorie”.

Lorsignori e i loro lustrascarpe hanno ben poco da ridere. Si stanno incartocciando in una logica inesorabile che li condurrà alla disfatta, anche se si presentano sicuri di sé, imbattibili e con la verità in tasca. Èla tipica sbruffoneria di chi si considera superiore per ‘diritto divino’, di chi, a forza di disprezzare lo schiavo non si rende conto che quello non ha più l’anello al naso.

Quando si sentono troppo sicuri, commettono poi degli errori imperdonabili. Cosa può pensare in effetti un italiano che si sente dare del “disonesto” da uno straniero che per giunta viene qua a fare la bella vita impartendoci la “moralina”? Lo sappiamo bene come funziona tra italiani: è tutto un lamentarsi, ci diamo continuamente le martellate sui… ma se qualcun altro ci viene ad insultare, allora facciamo quadrato e mostriamo i pugni. È così, punto e basta, ed è un istinto sano, checché ne dicano pedagoghi, sociologi ed antropologi da strapazzo imbevuti d’una ideologia fallimentare destinata al pattume assieme alla teoria e alla pratica monetaria vigente.

Se siamo dei “ladri” lo stabiliamo noi, e soprattutto saremo noi italiani a chiarire chi è il vero ladro e chi, invece, schiacciato dai camerieri dell’usura, che “italiani” non sono più perché per loro l’idea di“patria” è solo un “patetico residuo del passato”, tenta solo di stare a galla e di dare da mangiare alla propria famiglia, mentre voi vi rimpinzate alla faccia nostra.

Da che pulpito proviene poi quest’ironia da quattro soldi, quest’abitudine a trattare da “pazzo” ogni italiano che dimostra un minimo di coraggio e diamor proprio! Sarà bene ricordare che le “oneste” Inghilterra, Francia, Olanda e Spagna, mettendo assieme le loro rapine ai danni del mondo intero, orchestrate dai grandi finanzieri che oggi rapinano anche noi, non sono nemmeno lontanamente paragonabili all’Italia e ai suoi “crimini”, che al confronto fanno la figura delle marachelle d’un mariuolo rispetto allasistematica attività delinquenziale d’una banda di tagliagole.

L’Italia, però, stante la sua sudditanza politica, militare, economica e, in specie, culturale, è costretta a fare continua ammenda e solenne promessa dinon provare mai più ad essere “grande”. Figuriamoci riprendersi lasovranità monetaria per il bene di tutti!

Ma a loro, alle “grandi democrazie” di lungo corso, tutto è permesso: continuare a sfruttare intere popolazioni africane, asiatiche e latino-americane, ed anche i loro stessi “sudditi” (si pensi a che carne da macello è un “americano medio”), e poi venire qua a ridacchiare sul nostro conto, a sbeffeggiarci in casa nostra, come se non sapessero di trovarsi in una terra sotto occupazione e servaggio dal 1945. Condizione che, piuttosto che alimentare comportamenti virtuosi, “civili” ed educare ad un “carattere”, incoraggia tutte le viltà e gli istinti più bassi. Lo possiamo affermare con cognizione di causa, perché finché l’Italia è stata una nazione libera e sovrana i lavori pubblici, tanto per fare solo un esempio d’attualità, finivano in tempo (talvolta in anticipo), e alla fine è pure capitato che risultasse un avanzo di cassa rispetto alla previsione dispesa!

Perciò, se gli italiani sono “disonesti” (il che, allo stato attuale, non è solo un’illazione), lo sono a causa del malcostume e del menefreghismo indotti dalla mancanza di libertà, perché solo la condizione di uomini liberi a casa propria è di sprone ad impegnarsi per traguardi che travalicano il mero tornaconto personale. Come fa un italiano, in questa situazione di “morte della Patria”, ad agire disinteressatamente? Non è possibile, anzi, è una corsa al magna magna più esasperato, perché da un lato il “Badrone” manda avanti i più scaltri e servili (e, diciamocelo, i più scemi), dall’altro la“liberal-democrazia” – la forma politico-istituzionale impostaci – esprime solo individualità interessate al proprio orticello, che raccontano a pappagallo la favoletta dell’interesse generale risultante dalla sommatoria dei singoli interessi individuali soddisfatti.

In uno stato di servitù, qual è quello che a tutta vista non dev’esser chiaro a questi “autorevoli” commentatori della stampa estera, ci si riduce esattamente come quelle popolazioni delle “Repubbliche delle banane” del Centro America, o come quelle del cosiddetto “Terzo mondo” in cui lacorruzione e il malaffare sembrano una malattia congenita, quando è risaputo che tutto dipende dall’esempio e dalla guida che ricevono dall’alto (infatti appena va al potere un personaggio imprevisto con le idee a posto, come Thomas Sankara in Burkina Faso, lo fanno subito fuori).

Che ridano, che sbeffeggino, che scatenino a ruota libera la loro funambolica parlantina e diano libero sfogo alle loro arti incantatorie (c’è chi, ad un certo punto del filmato, dice che l’aver cambiato gruppo parlamentare “non è democratico”: ma che significa???). Vogliono farci credere di essere dei “ladri” per convincerci che siamo dei falliti, ieri, oggi e domani, congenitamente incapaci di combinare qualcosa di buono, ma in realtà hanno paura di noi e di quello che può rappresentare un’Italia libera, sovrana e indipendente.

Altrimenti non si prodigherebbero a tal punto  nell’inondarci di propaganda e spazzatura mentale, trattenendoci nella morsa di oltre cento basi militari e nella camicia di forza dellamoneta-debito.

Sanno bene che la “crisi” non è una situazione passeggera, ma una condizione permanente preparataci appositamente, per ridurci in schiavitù. Cosa ci sia da ridere, lo sanno solo loro, quando si accorgeranno di aver passato la vita a tenere bordone ad un sistema iniquo e, più che altro, realizzeranno che pure loro sono delle pedine di un gioco che nemmeno immaginano, tanto sono felici, adesso, di sedere allamensa del “Badrone”.

Credono di poter giochicchiare e cincischiare all’infinito confidando nelle loro capacità di “illusionisti”, ma non si accorgono che stanno facendo dei passi falsi. In giro, con la pancia vuota, monta rabbia ed insofferenza verso le “chiacchiere”, e, soprattutto, aumenta la voglia di capire e disapere davvero chi, come e perché ci sta strangolando.

Ridete ancora per un po’… Ci sarà ben poco da ridere quando gli italiani esploderanno e si libereranno dalle vostre catene.

FONTE: EuropeanPhoenix

La prova del Golpe. E’ stata la Troika

di: Claudio Messora

Nelle parole del senatore Massimo Garavaglia, intervenuto in un convegno a S.Ambrogio il 21 settembre 2012, la prova del ricatto finanziario cui fu sottoposto lo Stato italiano. La troika (Bce e Ue; il Fmi faceva il palo) estorse le dimissioni del Governo in carica e il sostegno forzoso al Governo Monti, minacciando di non comprare per due mesi titoli di stato italiani.

FONTE: Canale Youtube di Byoblu

ERF: la nuova spada di Brenno

di: Monia Benini

Non basta mai. I nostri aguzzini continuano a inventarsi nuovi metodi di tortura. Continuano a stillarci il sangue e a trarre profitto dalle nostre tragedie.

Non bastava dunque il MES, il Meccanismo Europeo di Stabilità, la cui entrata in vigore è ora legata alle decisioni della Corte Costituzionale tedesca, l’organo costituzionale tedesco. Non era sufficiente neppure il fiscal compact, o meglio il pareggio di bilancio, che trasforma un’entità illegittima – il debito – in una leva costituzionale bastevole a giustificare qualunque tipo di provvedimento che il governo di turno decida di calare sulle teste degli Italiani.

Ora l’Unione Europea sforna l’ERF, European Redemption Fund, o per meglio dire il Fondo Europeo di Redenzione (o Riscatto). Il 13 giugno scorso infatti il Parlamento europeo ha approvato, con il voto su due risoluzioni, il regolamento per il rafforzamento della governance dell’UE.

La prima risoluzione (clicca qui), denominata Gauzes, dal nome del relatore, è stata approvata con il 73% dei voti a favore (qui è possibile vedere il dettaglio) e ha messo nero su bianco un principio da far accapponare la pelle: l’assoggettamento a tutela giuridica di uno Stato membro (a decorrere dal 2017). Ciò significa che ‘le autorità dello Stato membro interessato attuano le misure raccomandate (dalle istituzioni europee, NdA) relative all’assistenza tecnica (…) e presentano alla Commissione un piano di ripresa e di liquidazione dei debiti per approvazione. Cioè il Governo nazionale perde ogni tipo di potere decisionale e operativo; in altre parole lo Stato è privato totalmente della propria sovranità. In altri termini potremmo dire che è commissariato. Formalmente occupato dall’esercito della grande finanza internazionale. Nessun complottismo, dunque…è una vera e propria dittatura dell’euro e dell’UE. Non a caso, l’ex presidente Cossiga si esprimeva in questi termini: “l’organizzazione politica più antidemocratica che esiste oggi al mondo è l’Unione Europea. (…) se uno stato sovrano si fosse dato un’organizzazione istituzionale come quella dell’UE saremmo scesi tutti quanti in piazza. Armati.”

La risoluzione Ferreira (clicca qui), approvata con il 74% dei voti favorevoli (vedi qui), stringe il cappio, introducendo appunto il nuovo fondo, l’ERF – il Fondo Europeo di Redenzione (o Riscatto). Tecnicamente, è l’articolo 6 quinquies a definire il biblico provvedimento, ‘al fine di ridurre il debito eccessivo nell’arco di un periodo di 25 anni’. Gli Stati membri dovrebbero trasferire ‘gli importi debitori superiori al 60% del PIL all’ERF nell’arco di un periodo di avviamento di 5 anni’, attuare ‘una strategia di consolidamento di bilancio e un’agenda di riforme strutturali’,costituire ‘garanzie per coprire adeguatamente i prestiti concessi dall’ERF’, ridurre ‘i rispettivi disavanzi strutturali durante il periodo di avviamento per rispettare le norme di bilancio’. Il passaggio sicuramente più insidioso è quello relativo alle garanzie: secondo gli analisti tedeschi, l’Italia dovrebbe partecipare al fondo con la quota più grande (40%), ovvero oltre 950 miliardi di euro. Per coprire il prestito dell’ERF, l’Italia potrebbe essere costretta a cedere (almeno per 25 anni) una frazione più o meno cospicua del gettito delle imposte nazionali, a vendere una parte del patrimonio (asset) pubblico, a dare in pegno le proprie riserve auree e di valuta estera. Perdendo tutto, nel caso non riesca a onorare il prestito dell’ERF. Siamo dunque in un nuovo circolo vizioso: riforme strutturali e ripianamento di un debito illegittimo, attraverso un nuovo ricorso a prestito (ovvio, no?! secondo la logica degli usurai è infatti normale che una persona indebitata faccia ricorso a nuovi prestiti!). Ma questa volta gli strozzini vogliono garanzie a copertura: ci penseranno le nostre tasse e il patrimonio del nostro paese.

Il Parlamento Europeo (con poche lodevoli eccezioni) fiancheggia dunque, più o meno ignaro, le istituzioni antidemocratiche europee, come la Commissione e la BCE, e aiuta le banche e la finanza mondiale a dissanguarci, attraverso il nuovo Fondo Europeo di Redenzione.

Fra l’altro, il nome attribuito a questo malefico meccanismo è profetico: nell’Antico Testamento (Salmi) si legge che il denaro sarà sempre insufficiente per il riscatto dell’anima. Da un punto di vista meno spirituale, tutto quanto si possiede è dunque insufficiente per la redenzione.

Non c’è più limite alle pretese di questa Europa: una nuova spada di Brenno è stata messa sul piatto della bilancia e l’oro già versato non basta più. Il percorso è obbligato e dobbiamo mandare a casa le marionette che ci governano, spezzando al contempo i fili di chi le dirige. Altrimenti non ci resterà che la seconda parte della tradizione romana: “Non auro, sed ferro, recuperanda est Patria”.

Parliamoci chiaro: se ci sembrava essere di aver raggiunto il fondo con le ‘raccomandazioni’ poco amorevoli dell’UE, il pareggio di bilancio, il meccanismo europeo di stabilità, dobbiamo cambiare idea: l’ERF ci sta traghettando all’inferno. Non abbiamo scuse: solo noi possiamo realmente ‘redimerci’, riscattarci come cittadini, affrancandoci da questa Europa e dai partiti complici e conniventi con banche e grande finanza. Solo poi possiamo liberarci dalla dittatura del Dio denaro.

FONTE: TesteLibere.it

Il vertice di Bruxelles

di Rodolfo Ricci

Dentro e fuori dall’ortodossia neoliberista, ma sempre rigorosamente contro il lavoro e per lo smantellamento dello stato sociale

Secondo la ricostruzione de l’Unità, gli esiti del compromesso raggiunto ieri al vertice decisivo di Bruxelles sarebbero riassumibili come segue: ” L’accordo prevede che i paesi ‘virtuosi’ sotto la pressione di spread ‘eccessivì possano usufruire dell’acquisto di una parte dei loro titoli di Stato da parte dei fondi di salvataggio dell’Eurozona (l’Efsf e il suo successore permanente, l’Esm), senza per questo doversi sottoporre a condizioni aggiuntive rispetto agli impegni già presi con la Commissione e l’Eurogruppo nell’ambito delle cosiddette raccomandazioni ‘country specific’, che applicano il ‘Semestre europeo’, il Patto di stabilità e la ‘procedura sugli squilibri macroeconomici. In sostanza, il paese interessato dovrà comunque fare una richiesta formale di attivazione dell’intervento del Fondo di salvataggio, e sottoscrivere un ‘Memorandum of understanding’ (‘Protocollo d’intesa’) con la Commissione europea. Su questo punto Monti non ha ottenuto quello che voleva (l’attivazione automatica dell’intervento quando gli spread superassero una determinata soglia).

I vari mezzi di comunicazione mainstream stanno accoppiando il risultato raggiunto (attribuito in gran parte a Mario Monti e sostenuto da Spagna e Francia), ad una sorta di semi ritirata dell’area tedesca dal fronte del rigore e dell’austerità e soprattutto di rifiuto di solidarietà nella condivisione dei debiti dei Piigs.

Questo serve a convincere l’opinione pubblica nazionale della validità dell’impostazione montiana e di conseguenza tende a rafforzare l’attuale quadro politico, nelle ultime settimane piuttosto vacillante.

Ma qual è in effetti, il nucleo del contendere, o del conteso ?

Il meccanismo ideato da Monti per ridurre la forbice dello spread sui titoli del debito pubblico tra paesi del nord e del sud Europa è così impostato: I paesi virtuosi, cioè quelli che adottano, come l’Italia montiana, politiche di rigore, di contenimento del deficit, di riduzione del debito, di tagli alla spesa ritenuta improduttiva (leggi spesa sociale, pubblica e welfare), insomma dell’armamentario delle politiche di riaggiustamento strutturale, non possono essere lasciati soli di fronte ai movimenti di attacco speculativo lanciati dai mercati. Di fronte a tali attacchi, è necessario che essi siano protetti da un meccanismo semi automatico (su cui ci sarà la prossima complessa negoziazione, perché Merkel chiede una verifica esterna da parte della Troika, mentre Italiani, Spagnoli e Francesi, ritengono che sia sufficiente l’approntamento delle misure indicate da BCE, FMI e Commissione).

Sembra di assistere ad una tenzone tutta ideologica, giocata all’interno della dogmatica del pensiero neoliberista: come la Germania si fa forte dell’aver applicato prima e meglio degli anglosassoni, i principi del pensiero unico neoliberista inventato dagli anglosassoni, così Monti, si fa forte dell’aver fatto bene i compiti a casa (controriforma delle pensioni, del mercato del lavoro, spending review, lancio del mega programma di privatizzazioni). Di qui la richiesta pressante di andare a Bruxelles con in tasca la fiducia parlamentare sulla legge Fornero, ministro che ritiene che il lavoro non sia un diritto, ma una cosa da conquistare a prezzo di sacrifici; opinione anticostituzionale che può ben essere abbinata alla valutazione di Marchionne secondo il quale, la sentenza di riassunzione degli operai di Pomigliano iscritti alla Fiom sia niente di più che una manifestazione folkloristica della giustizia italiana.

Di fronte a misure che la stessa Merkel ed Obama avevano aggettivato come “impressionanti”, (misure adottate dall’Italia e analogamente da Spagna e Grecia), non è possibile che questi paesi vengano poi lasciati alla cinica sorte dei mercati, dal momento che stanno eseguendo –  si ritiene – proprio ciò che i mercati richiedono.

Allo stesso tempo, le ragioni addotte da Monti e la loro accettazione a livello comunitario, pone una duratura ipoteca sulle future politiche che l’Italia e gli altri paesi, dovranno continuare ad applicare nel futuro prossimo e a medio-lungo termine, poiché, se il gioco funziona, a prescindere dall’orientamento dei governi che si succederanno al vertice dei singoli paesi, se essi non vogliono perire di spread, dovranno adottare con continuità le disposizioni dei centri del neoliberismo globale.

Ciò che in molti cercano di far passare come una sorta di parziale liberazione dalle rigidità tedesche, si traduce, come si vede, in una ulteriore, sottile e duratura camicia di forza, in grado di determinare senza via d’uscita alternativa, il futuro politico dei singoli paesi. E’ anche per questo che la Merkel ha avuto difficoltà a contestarne la validità dogmatica e ha abbozzato.

Il problema di Merkel è che in questo modo viene introdotto un meccanismo seppure parziale di trasferimento delle difficoltà dei singoli paesi anche a quelli dell’area tedesca, nel caso in cui i paesi viziosi applicando le ricette che proprio i tedeschi e la Merkel ritengono valide, quindi diventando virtuosi, non riscontrino gradimento sufficiente nella valutazione dei mercati (i quali in realtà sembrano valutare in questi ultimi mesi le mancate condizioni di crescita piuttosto che la situazione debitoria in sé).

Allo stesso tempo, stiamo assistendo ad una prima importante crepa nella valutazione, pressoché unanime, che i mercati siano i decisori e i giudici finali della solidità finanziaria dei singoli paesi: l’intervento dell’Efsf e a regime dell’ESM sugli spread ritenuti eccessivi (ma ancora non si sa quale sarà la percentuale di soglia che farà scattare l’intervento) tende a ridurre la potenza giudicante dei mercati, quindi può essere intesa come una irruzione della politica dentro i “liberi”meccanismi di mercato, ritenuti, con la scelta fatta, non adeguati a decidere da soli se i singoli paesi siano o meno sulla retta via.

Si assiste in un certo senso ad una battaglia giocata tutta dentro la scolastica neoliberista, che utilizza, ma allo stesso tempo contraddice, i principi dell’ideologia del pensiero unico, trasferendo gli elementi di debolezza che gli sono insiti, su un piano di potere normativo e coercitivo: una nuova dittatura.

Ciò che se ne può dedurre è che sono certamente in atto dinamiche più di natura geopolitica tra i singoli paesi e tra aree continentali, piuttosto che i miraggi di inversioni di tendenza che qualcuno si arrischia a intravvedere: resta infatti ferma e intoccabile la politica di aggressione al welfare e al sociale come strumento di finanziamento del rientro dei deficit e del debito come previsto dall’Euro Plus, dal Six Pact e dal Fiscal Compact, coi suoi corollari di pareggio di bilancio in costituzione e di ratifiche dei vari parlamenti in oltraggio alle rispettive costituzioni, che si traduce in un trasferimento definitivo di sovranità e di annullamento dei processi democratici, dovunque queste misure saranno assunte; le determinazioni prese ieri a Bruxelles rafforzano quindi l’attacco concentrico alle rispettive classi medie e subalterne dell’intero continente; allo stesso tempo, la lettura geopolitica, serve a comprendere che è in atto il tentativo di ricostruire un equilibrio tra le varie borghesie nazionali (finanziarie e multinazionali) che, per sostenere il processo descritto ed in cambio di ciò, non possono né intendono correre il rischio di vedersi ridotte ai minimi termini rispetto a quelle del paese guida (la Germania) , anche perché, se ciò accadesse, verrebbe meno il loro potere di controllo sui rispettivi paesi, già considerevolmente intaccato.

E’ dunque questa l’operazione tutta politica realizzata in concomitanza con la semifinale Italia-Germania del 28 giugno 2012, vinta da Mario Balotelli-Monti, secondo la vulgata massmediatica odierna, a spese delle rispettive classi lavoratrici e produttive che, ovviamente, hanno già e dovranno in futuro continuare a finanziare il servizio sul debito consolidato, oltre a Efsf ed Esm, con successivi salassi sui redditi reali.

Ciò che non viene minimamente intaccato resta infatti il principio fondamentale che i paesi dell’Eurozona debbano approvvigionarsi esclusivamente sui mercati internazionali ai quali, o direttamente o indirettamente, continueranno ad affluire fiumi di interessi, con una banca non sovrana (la BCE), che fa da garante sistemica. Difficile dire se il gioco reggerà, anche se un altro solido paletto costituente sembra essere stato poggiato.

Per quanto ci riguarda, le prossime mosse che la politica nostrana sarà chiamata a ratificare per restare tra i virtuosi, riguarderanno la spesa sanitaria e la generale riduzione della funzione pubblica, a cui farà seguito, prima che la legislatura si interrompa, il superpiano di dismissioni che cancellerà ogni residua ambizione di sovranità nazionale.

Alla luce di queste imminenti ulteriori catastrofi, l’unità di un fronte antiliberista nei diversi paesi dovrebbe essere l’unico obiettivo sensato su cui impegnarsi.

Fonte: SinistraInRete

L’importanza della sovranità monetaria

di: PierGiorgio Gawronski

Nei mesi scorsi la Bce ha “stampato moneta”, ben 214 mld., per sostenere sui mercati finanziari i prezzi – limitare gli spread – dei titoli del debito pubblico di Italia, Spagna, e altri paesi europei. Non riuscendovi, ha immesso altri 1000 mld (Ltro) per salvare il sistema bancario e gli Stati europei dal fallimento. In Gennaio Scalfari – in alcuni editoriali ispirati dai suoi contatti in Banca d’Italia – annunciava trionfalmente: “la fiducia nel nostro debito sta tornando”!

Ma il calo degli spread è stato parziale ed effimero. Oggi possiamo dire: come previsto, il tentativo è fallito.

Costi alti, pochi benefici (anche al confronto con altre banche centrali): un sicuro segnale d’inefficienza.

Che fare?

La Bce potrebbe risolvere la situazione, azzerare gli spread (non solo ridurli) spendendo 50 cent. È il costo dell’inchiostro di un comunicato stampa che annuncia la garanzia della Bce sui titoli pubblici.

La Bce è l’unica al mondo in grado di offrire tale garanzia, eliminando alla radice il “rischio di default” e gli spread che ne derivano.

Alcuni dettagli tecnici (saltate pure). Ad essere garantiti sarebbero solo i titoli di nuova emissione; quelli già sul mercato determinano una spesa pubblica per interessi ormai fissa fino a scadenza, quindi non ci interessano

- emessi fra oggi e il 2015

- di durata limitata (5 anni)

- emessi da paesi con spread superiori ai 200 bp sui titoli decennali

- emessi da paesi con i bilanci pubblici strutturali in buone condizioni, solventi, come Italia e Spagna; e/o disposti ad entrare in un programma speciale di disciplina fiscale, con temporanee cessioni di sovranità fiscale.

- Per i paesi non solventi (a causa del debito eccessivo), la Bce offrirebbe la garanzia solo dopo una ristrutturazione (riduzione) del debito a livelli sostenibili.

- La garanzia può limitarsi al 20% della somma dovuta: difficile infatti che Italia o Spagna restituiscano ai creditori meno dell’80% del dovuto.

La disciplina fiscale si applicherebbe ai bilanci strutturali; lasciando margini per le politiche anticicliche (Romer).

Le cessioni di sovranità scatterebbero solo quando non fossero rispettati i patti.

I titoli garantiti dalla Bce resterebbero tali fino a scadenza (altrimenti che garanzia è?): ma la Bce potrebbe sempre rifiutarsi di garantire i titoli successivi, se il paese in questione non rispettasse i patti.

Per maggiore sua tutela, la Bce potrebbe annunciare che: solo fra sei mesi offrirà la sua garanzia ai titoli emessi oggi, solo se il paese realizzerà nel frattempo le manovre concordate. Se i risparmiatori vedranno che le manovre si fanno, anticiperanno l’arrivo della garanzia, e gli spread crolleranno subito.

Nel caso peggiore, ed inverosimile, in cui la Bce garantisse i titoli emessi da tutti i Piigs nel 2012-2015, e poi fosse costretta a onorare tutte le garanzie offerte (i Piigs facessero default su tutti i titoli garantiti per almeno il 20% delle somme dovute), il costo per la Bce sarebbe di circa 250 mld. Molto meno dei costi attuali, in cambio di benefici enormemente superiori: risolutivi.

Grazie a questa manovra di quasi azzeramento degli spread, il rapporto debito/Pil, ad es. in Italia, comincerebbe a scendere senza altre manovre. L’economia si rinfrancherebbe, generando maggiori entrate fiscali, rinforzando il circolo virtuoso. Inoltre la Bce (e le banche: tedesche, francesi, ecc.) farebbe profitti stellari con la rivalutazione dei titoli Piigs in portafoglio. A tutto beneficio dei suoi azionisti: Germania in testa. La crisi – finanziaria – sarebbe risolta.

Le altre banche centrali non hanno bisogno di fare comunicati stampa. Nei paesi che conservano la sovranità monetaria è scontato che le banche centrali non tollereranno mai un default dello Stato. Per questo lì la crisi degli spread non è mai nata, anche in condizioni fiscali peggiori delle nostre (Fig.2). La Bce invece ha detto e ripetuto che in caso di default non sarebbe intervenuta. Ha minato la fiducia: deve recuperare il terreno perduto. Perché non lo fanno? Perché non vogliono farlo. Quest’analisi sarà oggetto del mio prossimo post.

I neo Hooveriani vi diranno che – per una sequela di astrusi pretesti teorici, politici, legali – tutto ciò non si può fare: i soldi alle banche bisogna continuare a darli. Ma allo stesso tempo, dicono di voler limitare la quantità di moneta: intendono quella in mano alla gente; quella che potrebbe rilanciare l’economia.

Analizzano la moneta M dal solo lato dell’offerta (la quantità di M immessa). Dietro alle loro analisi c’è un’ipotesi nascosta: la stabilità della domanda di moneta (la quantità di M necessaria all’economia per funzionare bene). Se la quantità di moneta “giusta” non varia, un aumento dell’offerta di M non può che causare un eccesso di domanda di beni e servizi, oltre le capacità produttive, provocando inflazione, iper-inflazione. Citeranno Weimar, lo Zimbabwe! Attribuiranno ai loro interlocutori l’intenzione di stampare moneta all’infinito.

Ma se invece la domanda di liquidità (M) fosse fortemente aumentata, dall’esplosione della crisi del 2008 in poi? In tal caso, laddove l’offerta di M non si fosse adeguata, questa sarebbe una politica destabilizzante nel senso contrario: provocherebbe crisi finanziarie, depressione della domanda (consumi) e recessione. Qual è la verità sulla moneta?

Domandatevi: i problemi delle famiglie, delle imprese, dello Stato, sono causati dall’inflazione o dalla recessione?

IlFattoQuotidiano.it

Voglio uscire dall’euro

di: Enzo Di Frenna

La Bce ci sta strozzando. Questa banca centrale anomala è l’unica autorizzata a stampare l’euro, ma regala miliardi alle banche – anche italiane – per farle diventare vacche grasse. Gli istituti di credito incassano fiumi di denaro che non prestano alle imprese e alle famiglie,  ma li spendono per comprare titoli di Stato e lucrare sui tassi di interesse. A me pare una truffa. Abbiamo un cappio al collo che si stringe e i banchieri ne possiedono la corda. Volete farvi strozzare?

Quando un’azienda fallisce, chi ha investito accetta il rischio di perdere i propri soldi.

Il debito italiano è principalmente nelle mani delle banche e ogni anno paghiamo 100 miliardi di interessi. Il blogger Claudio Messora in questo post descrive bene l’attività degli “speciali del debito“. E dunque: perché dobbiamo pagare noi? Perché rinunciare al nostro futuro?

Perché dobbiamo assistere ai suicidi di imprenditori e lavoratori ridotti alla fame?

L’Italia deve riappropriarsi della propria moneta. Non voglio nessuna Bce che manovra i flussi finanziari a favore delle banche e non dei popoli. Bisogna organizzare una raccolta di firme e indire un referendum popolareLa proposta di Beppe Grillo di uscire dall’euro e tornare alla lira ha un fondamento. Bisogna dire basta con la dittatura delle banche. Basta con Draghi & Monti, per anni consulenti della peggiore banca d’investimento mondiale – la Goldman Sachs, tra i principali responsabili del crollo finanziario del 2008 – che fanno gli interessi dei poteri forti. Cioè i banchieri.

Voglio che l’Italia riprenda a stampare moneta. Voglio difendere la mia terra e riportare la sovranità nelle mani del popolo.

Sono stufo del predominio delle banche che dominano la mia vita. Sono stufo dell’euro manovrato dalla finanza. Voglio uscire da questa trappola. E voi?

IlFattoQuotidiano.it

Cos’è realmente il M.E.S., il Meccanismo Europeo di Stabilità

di: Andrea Mantellini*

Le democrazie europee non dovrebbero permettere di farsi comandare da dittature finanziarie e, a capo dei Paesi, ci dovrebbero essere politici eletti dal popolo

Il M.E.S. (Meccanismo Europeo di Stabilità, acronimo inglese E.S.M.) è un trattato approvato nel dicembre 2011 dal Parlamento Europeo con l’obiettivo di affrontare la crisi dei debiti dei paesi dell’area euro. E’ stata creata una nuova istituzione che ha pieni poteri per accordare prestiti o cercare di risolvere il problema delle insolvenze. Il M.E.S. altro non è, se non un fondo di garanzia tra i 17 paesi membri dell’euro – zona con lo scopo di soccorrere i paesi in difficoltà. Sembrerebbe una cosa buona, MA in realtà questo trattato contiene dei punti molto controversi.

E’ un’organizzazione governata da un rappresentante per ogni paese membro del Trattato di Stabilità e all’art. 5 del M.E.S. questo rappresentante viene definito “governatore”, inoltre lo stesso è “il ministro delle Finanze del paese membro”.

Per cui il rappresentante dell’Italia potrebbe essere Mario Monti e quello della Grecia Papademos. Il Meccanismo di Stabilità avrà una dotazione iniziale di 700 miliardi di euro. La somma sarà divisa in 7 milioni di quote da 100.000 euro l’una. Questi soldi saranno pagati al M.E.S. dai singoli paesi aderenti secondo alcune quote o soglie di contribuzione. L’Italia per soglia di contribuzione è terza, contribuendo col 18% della somma totale, la Francia è seconda col 20,03%, la Germania prima col 27,1%. Fatti i debiti calcoli, l’Italia (cioè lo Stato, quindi noi!) deve dare circa 126 miliardi di euro. Quindi l’entrata in vigore di questo trattato ci renderà più poveri di 126 miliardi di euro! L’art. 9 stabilisce che il gruppo dei 17 governatori può imporre in qualsiasi momento ad ogni paese membro quanto stabilito, insieme ai tempi del pagamento (che saranno di una settimana!), basta che a deciderlo sia la maggioranza dei governatori.

L’art. 10 dice addirittura che il gruppo dei governatori può cambiare QUANDO VUOLE la somma da versare e che DEVE comunque cambiarla ogni 5 anni. Se, dunque, domani il gruppo decide che 126 miliardi non bastano, dovremo pagarne di più! La somma verrà decisa a LORO INSINDACABILE GIUDIZIO! Il problema che, una volta costituito un fondo, non si può più recedere, perché viene costruita una gabbia, una blindatura del gruppo dei 17 governatori che li mette in grado di decidere qualsiasi cosa senza poter essere perseguibili dalla magistratura! Infatti l’art. 27 dice che “Il M.E.S., le sue proprietà, i suoi fondi, i suoi beni sono IMMUNI da qualsiasi procedimento giudiziario! Gli archivi e i documenti del M.E.S. sono INVIOLABILI, così come le sedi del M.E.S.! Il M.E.S. non avrà restrizioni, obblighi alcuni, controlli, regolamenti o moratorie di nessun tipo e non avrà l’obbligo di essere accreditato come istituto di credito o altri tipi di entità che necessitano autorizzazioni o licenze.” Non soltanto questo fondo potrà chiedere ai paesi membri a suo insindacabile giudizio qualsiasi somma, ma sarà anche non controllabile, come non controllabili ed inviolabili saranno i suoi 17 governatori! Infatti l’art. 30 dice che “il presidente del gruppo dei 17 governatori – ministri delle Finanze e dei loro subalterni (perché ogni ministro delle Finanze ha diritto di nominare anche dei subalterni che lo sostituiscano quando lui non sarà disponibile) – saranno IMMUNI da qualsiasi procedimento giudiziario, rispettivamente agli atti perpetrati nelle loro vesti ufficiali e i loro documenti saranno INVIOLABILI”. Un bel privilegio, dunque, che si può estendere anche ad ambiti o sfere che non hanno nulla a che fare col M.E.S.. Se ci fosse ad esempio un’indagine in corso, ci si potrebbe sempre richiamare al fatto che si è membri del M.E.S., e quindi intoccabili! Inoltre si potrebbero conservare nelle sede del M.E.S. anche documenti non riguardanti il Meccanismo di Stabilità, tanto le sedi non possono essere perquisite. In tal modo i 17 governatori potrebbero evitare indagini e processi anche per fatti e vicende non inerenti al M.E.S.!

Credo che in una vera democrazia tutta questa segretezza non ci debba essere e che il potere giudiziario debba avere libero accesso agli atti e giurisdizione su chiunque! Inoltre credo che le democrazie europee non debbano permettere di farsi comandare da DITTATURE FINANZIARIE e che a capo dei paesi ci debbano essere politici eletti dal popolo. Il mercato deve essere fatto per l’uomo, non l’uomo per il mercato, per cui ai mercati medesimi NON DEVE ESSERE CONCESSO di destabilizzare un intero paese, mandando sul lastrico milioni di famiglie ed inducendo alcuni al suicidio!

Andrea Mantellini* - cons. Circoscrizione 1 Comune di Forlì -

Rinascita.eu

La cosa più imperdonabile della Costituzione ungherese…

di: Marcello Veneziani

«Ecco avanzare in Ungheria lo spettro della reazione… sotto l’egida del clericalismo conservatore con l’intento di tornare al passato, annullando lademocrazia e la libertà». È impressionante notare che le stesse parole usate oggi in Europa per condannare la nuova Costituzione ungherese, rea di difendere la tradizione, la famiglia e la sovranità nazionale e popolare rispetto al potere delle banche, siano state adoperate dal compagno Sandro Pertini per sostenere nel 1956 l’invasione dei carri armati sovietici in Ungheria.

Le tesi di Pertini collimavano con le tesi del Pci, anche nella sua ala moderata. Il compagno Giorgio Napolitano, ad esempio, scriveva che l’azione sovietica in Ungheria evitava «che nel cuore dell’Europa si creasse un focolaio di provocazioni» e benediceva l’intervento sovietico per impedire che l’Ungheria cadesse «nel caos e nella controrivoluzione», così contribuendo «in maniera decisiva, non già a difendere gli interessi militari e strategici dell’Urss ma a salvare la pace nel mondo». I carri armati e la repressione sanguinosa del popolo ungherese, in nome della pace… Se al posto dei carri armati dell’Urss mettete i carri finanziari della Ue, le parole del 1956 ritornano nel nostro presente. Certo, la dominazione euro-finanziaria è incruenta; lo spread non uccide, anche se talvolta induce al suicidio.

Sto parlando di due cose diverse ma analoghe. Le citazioni dei due presidenti della Repubblica quando erano esponenti del Psi e del Pci, sono tratte da Budapest 1956. La macchina del fango di Alessandro Frigerio uscito in questi giorni da Lindau, con prefazione di Paolo Mieli (pagg. 250, euro 21). Il libro ripercorre la vergognosa posizione dei comunisti italiani in favore dell’invasione militare sovietica e della brutale repressione.

E racconta «lamacchina del fango» (ma quella vera, originale) della disinformazione filo-sovietica ad opera di intellettuali, stampa ed esponenti della sinistra. Furono in pochi a sottrarsi: onore a Giolitti e a quel rustico galantuomo di Peppino Di Vittorio, o a quei militanti che uscirono dal Partito. Tra i socialisti ci fu una corrente filocomunista, detta dei «carristi», perché favorevoli ai carri armati: Pertini si era già segnalato tre anni prima per le sperticate lodi a Stalin nel giorno della sua morte. Passato sepolto, per carità.

Ma quel che inquieta è che la rivolta degli ungheresi contro il regime comunista fu bollata all’epoca con gli stessi epiteti con cui oggi si marchia a fuoco la nuova Costituzione ungherese, votata dal 70% del Parlamento, liberamente e democraticamente eletto nel 2010. Una Costituzione che cancella quella comunista e filosovietica del 1949. Ma gli eurocrati e i loro alleati politici, intellettuali, tecno-finanziari, preferivano quella precedente.

Sulla nuova costituzione ungherese è stata allestita una disinformazione che somiglia a quella filosovietica del ’56.

Cosa scandalizza gli europei di quel testo e perché solo agli ungheresi è proibito riconoscersi nel patriottismo della loro Costituzione? Dio entra nella Costituzione, dicono indignati e allarmati. Vorrei ricordare che Dio è già entrato da due secoli e mezzo nellaCostituzione americana e non ha mai fatto danni alla libertà e allademocrazia. Il riferimento alla «grazia di Dio e alla volontà della nazione» era anche la formula dell’Italia libera e unita nata dal Risorgimento. Perché «Dio salvi la regina» britannica va bene e invece non va bene «Dio salvi l’ungherese», molto più democratico perché estende la benedizione a tutto il popolo? La Costituzione ungherese non impone poi una professione di fede ma riconosce al cristianesimo «il ruolo avuto nel conservare l’integrità dellanazione». Un riferimento storico, non confessionale. Che avrebbe dovuto fare anche l’Europa in tema di radici nella sua Costituzione.

Ma la Carta ungherese sottolinea, e nessuno lo ricorda, «il rispetto per le varie tradizioni religiose».

Alla Costituzione magiara non perdonano poi il riconoscimento della famiglia come base della nazione, bene da tutelare, incoraggiando ad avere figli e concependola formata da un uomo e una donna, come del resto ogni civiltà ha inteso finora nella storia del mondo. Non c’è divieto di altre unioni, c’è lapromozione della famiglia. Un altro suo imperdonabile peccato è il riconoscimento del diritto alla vita e alla dignità umana, la protezione dell’embrione e del feto sin dal concepimento, il rigetto delle pratiche di eugenetica, dell’uso del corpo a scopo di lucro, la proibizione della clonazione, oltre alla difesa di donne, bambini, anziani e disabili.

Si può condividere o meno quest’impianto ma non c’è nulla di criminale o disumano, illiberale o antidemocratico. Ma la cosa più imperdonabile è un’altra: la Costituzione ungherese subordina la Banca Centrale all’interesse nazionale e impone ai suoi vertici di giurare fedeltà all’Ungheria (e il governo ha messo l’imposta speciale sui profitti delle banche). Questa, per gli eurocrati, è la colpa principale e il motivo ultimo per cui vogliono staccare l’ossigeno a giugno all’Ungheria del conservatore Orban. Il proposito indigna perfino il Wall Street Journal che ha denunciato la discriminazione nei confronti dell’Ungheria e il ricatto di negarle i fondi europei assegnati ad altri Paesi.

La disinformazione denuncia poi minacce ungheresi alla libertà di stampa: in realtà è previsto l’obbligo di rivelare le fonti quando è in pericolo la sicurezza nazionale, si prevedono multe, non chiusure o carcerazioni. E si tutela il made in Ungheria, stabilendo ad esempio per le radio di trasmettere almeno il 40 per cento di musica ungherese. (Norme proposte anche dalla sinistra europea per difenderci dall’americanizzazione)

Certo, può non piacere il tono patriottico e l’enfasi religiosa della Costituzione e non mancano aspetti non condivisibili: ad esempio, per colpire il ruolo invasivo della magistratura, si prevedono inaccettabili invasioni inverse, del potere esecutivo sul potere giudiziario. Ma ritenere che un Paese sia eversivo perché tutela la famiglia, latradizione e la sovranità nazionale e popolare, è roba degna della macchina del fango filosovietica del ’56. Anche se i carri armati oggi si chiamano banche.

IlGiornale.it

Quando la creazione di moneta diventa un crimine contro i popoli

New York – Il diritto di battere moneta e’ un “regalo reale”. Le banche centrali di Stati Uniti e Inghilterra mettono denaro a disposizione dei loro stati a tassi convenienti e quando ne hanno bisogno. L’Europa invece non ha ancora ben chiara la differenza tra liberalismo e perdita di sovranita’.

Per evitare che la politica demagogica defraudasse il cittadino formica in nome del cittadino cicala, l’Europa con l’articolo 123 del trattato europeo ha confiscato questo diritto (di battere moneta per aiutare lo stato), come denuncia un docente di Finanza ed Etica sul quotidiano Les Temps.

Il prestito a uno stato dipende dalla buona volonta’ del prestatore e il tasso di interesse cambia in funzione del rischio di default dello stato.

Il regalo messo a disposizione ha un costo che non rappresenta il rischio di credito e puo’ essere fatto alle banche, alle imprese o agli Stati. La questione etica risiede nella scelta congiunturale del beneficiario del regalo.

A dicembre 2011, per esempio, la Bce ha prestato 489 miliardi di euro alle banche a tre anni, che secondo il Financial Times saliranno presto a 1.000 miliardi. Sono le cifre del regalo. In termini numerici, su un totale debitorio di oltre 270 miliardi di euro, gli aiuti alla Grecia ammontano a 145 miliardi di euro e prevedono l’intervento del braccio operativo della Bce, il fondo salva stati.

Se non fossero sostenute dalle acrobazie della Bce e accompagnate sotto braccio da Francoforte, le banche versebbero in questo momento nello stesso stato dell’Italia, o forse peggio, della Grecia, scrive il professore dell’Universita’ di Grenoble Denis Dupre’. Mille e 500 miliardi al tasso dell’1% invece del 7%, corrisponde a un regalo da 90 miliardi su tre anni.

Il vero problema e’ che questo meccanismo non e’ nemmeno produttivo. Le banche non prestano piu’ alle societa’, acuendo la crisi. Cinicamente possono persino pensare a riacquistare azioni proprie per far salire i livelli di capitale e attirare nuovi azionisti, quando vogliono e quando ne hanno bisogno. E dopo l’entrata in vigore delle norme di Basilea III succede sempre piu’ spesso.

L’ossessione della Bce per la salute delle banche, a cui va riservato il regalo, domina anche la questione della liberta’ democratica dei cittadini. L’Europa reagi’ mollemente alle violazioni della liberta’ di stampa in Ungheria nel 2010, ma ora che il governo vuole ristabilire una certa indipendenza dall’Unione economica e monetaria, aumentando i poteri della banca nazionale, Bruxelles ha condannato senza appello l’esecutivo di Budapest.

Il miliardario Soros ha chiesto che la Bce presti denaro all’1% a Italia e Spagna, non alle banche. Ma non e’ all’ordine del giorno. Senza questi aiuti, gli Stati in difficolta’ sono condannati di fatto al rimborso massimo cosi’ come calibrato e deciso dalla troika composta da Ue, Fmi e Bce.

Dopo la lettera della Bce inviata nell’agosto dell’anno scorso al governo Berlusconi per chiedere misure di austerita’, in Grecia i salari pubblici sono stati fatti scendere del 40%, il 25% delle piccole imprese e’ fallito e vengono chiesti ulteriori sforzi.

A gennaio 2012 la Germania ha persino proposto di mettere la Grecia sotto tutela, inviando un commissario europeo che disponga del diritto di veto sulle decisioni riguardanti il budget.

Le banche greche hanno 48 miliardi di dollari di bond ellenici in pancia e in caso di ristrutturazione andrebbero in crisi nera, visto che un’ipotetica perdita del 30% del capitale vorrebbe dire perdite per 15 miliardi rispetto a riserve di appena 28,8 miliardi di dollari. Altri 22 miliardi di bond sono in mano a Fondi pensione greci che andrebbero in rosso. Dei restanti 270 miliardi di debito del Partenone, 130 sono in mano a investitori pubblici (official creditors come Bce, Fmi, Ue e Banca Mondiale) mentre i restanti 140 miliardi sono in mano a privati, dove spiccano le banche francesi con 63 miliardi, le tedesche con 40 miliardi, le britanniche con 15,1, le portoghesi con 10,8 mentre le italiane hanno solo 4,7 miliardi di dollari, secondo i dati di fine 2010.

I cittadini e i manager d’impresa devono battersi perche’ questi 270 miliardi non siano versati nelle casse delle banche. O e’ forse meglio aspettare un ritorno dei colonnelli in Grecia per chiedere la modifica dell’articolo 123 del trattato europeo che vieta la creazione monetaria per gli stati?

Nel 2007, all’inizio della crisi, poteva essere letta come una sorta di sottomissione a una condizione di servitu’ volontaria, con l’obiettivo di non schiacciare gli interessi privati o non dover rinegoziare un trattato che di per se’ e’ molto complesso. Cinque anni piu’ tardi, si puo’ considerare a tutti gli effetti un crimine contro i popoli.

Denis Dupré e’ professore di finanza e etica, titolare della poltrona di manager responsabile dell’Universita’ di Grenoble

Fonte: Wall Street Italia

La Grecia brucia

di: Piergiorgio Odifreddi

La Grecia è arrivata alla resa dei conti. Il Parlamento si accinge a capitolare di fronte al plotone d’esecuzione costituito dalla cosiddetta troika, formata dall’Unione Europea, la Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale. La società civile sta protestando violentemente di fronte al Parlamento.

Il primo ministro Papademos, alter ego del nostro Monti, ha dichiarato che “il vandalismo e la distruzione non hanno un posto nella democrazia”: le stesse parole usate ieri, in maniera preventiva, dal nostro presidente Napolitano.

Naturalmente, i mandanti (im)morali della troika, e gli esecutori materiali del governo greco, presentano le misure che stanno per essere adottate come “inevitabili e necessarie”: le stesse parole che abbiamo sentito anche noi, fino alla nausea, dal colpo di mano del 9 novembre 2011 a oggi. E queste misure (udite, udite!) consistono in: “Una radicale riforma del mercato del lavoro, con una profonda liberalizzazione.

Una diminuzione di oltre il 20% del salario minimo garantito, e un taglio delle pensioni. Una drastica economia di spesa in settori pubblici, come gli ospedali e le autonomie locali. E la vendita dei gioielli di famiglia, come le quote pubbliche in petrolio, gas, acqua e lotteria”.

Queste misure non si chiamano “austerità”, o “sacrifici”, ma distruzione dello stato sociale e svendita del pubblico al privato. Esse sono dello stesso tenore, vanno nella stessa direzione, e sono ispirate dalla stessa insana ideologia, delle “riforme” che il nostro governo sta cercando di far passare anche da noi. E che, per ora, il nostro popolo ex-sovrano ha mostrato di accettare con maggior spirito di sopportazione, e minor spirito di sopravvivenza, di quello greco.

Nel suo editoriale di ieri su Repubblica, parlando delle conseguenze del possibile default della Grecia, del Portogallo e dell’Irlanda, Scalfari ha scritto che “il fallimento di due o tre paesi dell’Eurozona avrebbe ripercussioni molto serie sul sistema bancario internazionale, obbligando gli Stati nazionali a nazionalizzare totalmente o parzialmente una parte notevole dei rispettivi sistemi bancari”. Ma, più che una minaccia, questa dovrebbe essere percepita come una speranza!

Perché ormai è chiaro che le banche hanno una buona parte di responsabilità nella crisi mondiale, avendola fomentata con una manovra di strozzinaggio in due tempi: dapprima, finanziando e comprando una larga parte dei debiti sovrani degli stati, e poi, minacciando di chiederne la restituzione. Gli uomini delle banche al governo, in Grecia come in Italia, ci spiegano che dobbiamo piegarci al ricatto, pagando il riscatto della svendita dello stato. I dimostranti di Atene dimostrano, appunto, che si può dire no agli strozzini, anche quando ti puntano la pistola alla tempia, e sono pronti a premere il grilletto.

Dal Blog di Piergiorgio Odifreddi

Loro si che Sono da “tripla A” Oppure “se l’Europa Fosse una Cosa Seria”

di: Rischio Calcolato

 E ci risiamo. Il ministero della guerra americano  L’agenzia di rating “Standard & Poor’s”, letteralmente “mediocre e povero”, ha declassato la valutazione di diversi paesi europei tra cui Francia (1), Austria, la nostra malandata Italia e l’ancor più malandato Portogallo. Ora, al di la della truffa miliardaria operata dall’inquilino abusivo di Palazzo Chigi, sarebbe veramente il caso di finirla. Sarebbe il caso di finirla con questa triade di ciarlatani del rating (2) che tengono in scacco nazioni e governi minacciando perdite di valutazioni se i governi non seguono i loro dotti consigli. Sarebbe il caso di piantarla con queste tre Gorgoni che decidono sulle nostre teste. 

La questione della proprietà delle Parche  e i conflitti di interesse che ne nascono è stata dibattuta più volte. Così come è palese ed evidente che i continui declassamenti a paesi europei abbiano lo scopo, più o meno dichiarato, di attaccare l’Euro a favore del Dollaro. Dunque giusto per un divertissement, divertiamoci a dare un’occhiata alla curiosa e comica coincidenza che vede Italia, Francia, Spagna e pure l’insospettabile Austria (3) bastonate dalla malefica triade mentre Stati Uniti e Gran Bretagna per non meglio chiariti meriti godono ancora della massima valutazione (4)

Stati Uniti

Debito pubblico al 100% del PIL con crescita del 35% nel triennio 2008-2011. In termini assoluti dal 2008 il debito USA è aumentato del 50%

Deficit stimato per il 2011 8,5%

Disoccupazione “ufficiale” al 9%  a cui aggiungiamo 50 milioni di americani che campano coi food stamps.

Credibilità dell’esecutivo: Obama non riusciva a governare quando nel primo biennio i democratici godevano della più grande maggioranza congressuale dai tempi del Watergate, figuratevi ora che quella maggioranza è evaporata. Ricordiamo per esempio il tragicomico default sfiorato ad agosto giusto per dire di cos’è la classe politica statunitense attuale

Gran Bretagna

Debito pubblico all’80% del PIL con aumento del 25% nel triennio 2008-11. In termini assoluti dal 2008 il debito della regina Elisabetta è aumentato del 64% dal 2008

Deficit in doppia cifra per due anni consecutivi

E’ il paese più indebitato del mondo. Aggregati debito pubblico e debito privato sfiorano il 1.000% del PIL

Credibilità dell’esecutivo: Per la prima volta dopo 60 anni il Regno Unito ha un governo di coalizione tra il partito conservatore e il partito liberal-democratico. Il rapporto nella coalizione è talmente buono che quell’autentico imbecille patentato di David Cameron non si degna nemmeno di informare il suo vice Nick Clegg quando decide di porre il veto sulla riforma dei trattati europei, veto a cui Clegg risponde ovviamente contrariato per non esser stato interpellato. Senza dimenticare che sempre quell’autentico imbecille di Cameron aveva come portavoce un ex dipendente di Murdoch, tale Andy Coulson, travolto dallo scandalo spionaggio.

Siccome è ormai chiaro anche a qualunque idiota che i giudizi delle tre Gorgoni non hanno un minimo di obiettività e sono puramente politici allora mi aspetterei dall’Europa un’azione decisa. Mi aspetterei che domani i governanti dei 17  dell’Eurozona dicessero le cose come stanno anziché le solite banalità trite e ritrite. Mi aspetterei prendessero carta e penna e scrivessero un bell’ultimatum a un certo abbronzato che suonasse diciamo così:

“Caro abbronzato, sinceramente ci siamo rotti i coglioni della strafottenza delle tue agenzie di rating che usi come ministero della guerra. Si e non provarci caro abbronzato, sono i tuoi dobermann addomesticati e lo sappiamo fin troppo bene per cui non fare il finto tonto. O da domani cambi musica, oppure la musica la cambiamo noi. O da domani metti la museruola i tuoi dobermann, oppure prenderemo atto della cosa e

1-Imporremo dazi da usura sulla merce di qualunque azienda angloamericana

2-Espelleremo i tuoi sgherri britannici dall’UE

3-Riconosceremo lo stato palestinese

4-Porremo il veto in sede ONU a qualsiasi risoluzione di sanzioni contro Iran e Siria ,e già che ci siamo cominceremo a fottercene allegramente degli embarghi già esistenti

5-I paesi UE aderenti alla NATO ne usciranno in maniera unilaterale

6-Creeremo una nostra agenzia di rating e cominceremo a ripagarti con la stessa moneta

Per cui caro abbronzato da oggi non si scherza più e no, giù le mani da quel tasto che l’atomica ce l’abbiam pure noi. O tu e il tuo congresso di merda mettete la catena e la museruola ai dobermann (5), ovvero regolamentate in modo tale che le valutazioni delle stesse escano con periodicità predefinita, si basino solo su criteri strettamente economici ben definiti oppure ti ritrovi un nemico da 330 milioni di abitanti dotato del primo PIL mondiale e di testate nucleari. A te la scelta”

Ovviamente la cosa di cui sopra potrebbe essere fatta se l’Europa fosse una cosa seria. Siccome l’Europa è una barzelletta non accadrà nulla di tutto ciò.

(1) chissà che il nano rida un po’ meno da stasera

(2) vedi alla voce LehmAAAn Brothers

(3) la canea xenofila italiota, sempre abituata a leccare il culo all’ariano di turno, che descriveva l’Austria come un paradiso dov’è finita?

(4) si, ok gli USA hanno perso la tripla A per “S&P”

(5) sarebbe più auspicabile la messa fuori legge completa delle agenzie di rating, ma apriti cielo a dirlo

FONTE: Rischio Calcolato

Il governo attacca le leggi sulla protezione del lavoro

di:  Marianne Arens e Peter Schwarz

Questo articolo è stato precedentemente pubblicato in inglese il 5 gennaio 2012

Poco prima di Natale, il Parlamento italiano ha adottato un pacchetto di misure di austerità per complessivi € 80 miliardi di tagli che colpisce i pensionati, i lavoratori e i poveri. Il governo del “tecnocrate” Mario Monti ha ora stabilito i suoi fondamentali sulla legislazione in materia di protezione del lavoro: dal 23 gennaio ha in programma di presentare riforme che eliminano le protezioni legali contro il licenziamento e altri diritti sociali.

Il pacchetto di austerità di Monti è stato sostenuto in parlamento dal Partito Democratico (PD-il principale successore del partito comunista PCI), dal PdL di Silvio Berlusconi e dal Terzo Polo formato da ex Democristiani e “post-fascisti”.

Hanno espresso voto contrario l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro e la Lega Nord. L’Italia dei Valori ha criticato le misure perché non contengono provvedimenti sufficienti contro la corruzione, mentre la Lega Nord ha cercato di sfruttare politicamente la sua opposizione al pacchetto a fini elettorali.

Il carattere classista del pacchetto di austerità è talmente palese che per la prima volta in molti anni in Italia le tre grandi federazioni sindacali si sono sentite costrette ad indire insieme tre ore di sciopero generale il 12 dicembre. L’azione è stata tuttavia puramente simbolica e intesa come una innocua valvola di sfogo, in vista del crescente malcontento popolare.

I sindacati stanno lavorando a stretto contatto con Monti e sono regolarmente invitati a consultazioni prima dell’annuncio di ogni decisione governativa. Sono personalmente collegati con il PD e gli altri partiti che hanno votato per il pacchetto di austerità. Significativamente, vari leader del PD sono anche intervenuti alle manifestazioni sindacali del 12 dicembre, dove hanno inveito contro un “ingiusto, sbilanciato, recessivo” programma di austerità per supportarlo pochi giorni dopo in Parlamento.

Un ruolo analogo è giocato da Nichi Vendola, presidente della Regione Puglia che, dopo l’uscita di Rifondazione Comunista dal Parlamento italiano, è diventato il portavoce della pseudo-sinistra. Ha doverosamente denunciato “la manovra sbagliata e socialmente iniqua di Monti”, mantenendo tutte le sue speranze: “Se il governo farà nel secondo tempo quei provvedimenti di giustizia sociale, di sostenibilità ambientale, di crescita economica che sono mancati fino a ora, noi lo apprezzeremo”, come ha dichiarato in una conferenza stampa alla fine dell’anno.

Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, non ha nascosto il suo entusiasmo per il piano di austerità. Monti è visto come uno di loro da molti imprenditori: “Monti ha presentato un programma condivisibile, in linea con la piattaforma che abbiamo presentato”, ha dichiarato. Ora, dinanzi alla liberalizzazione del mercato del lavoro, “non ci dovrebbero essere più tabù…”.

L’elemento principale del pacchetto di austerità è l’ulteriore taglio delle pensioni statali. Entro il 2018, sia uomini che donne dovranno lavorare fino a 66 anni. In precedenza, era possibile andare in pensione dopo 35 anni di occupazione, il che ha rappresentato una conquista sociale importante. Già nel mese di dicembre, circa 100.000 lavoratori in meno sono stati in grado di andare in pensione rispetto all’anno precedente.

Allo stesso tempo, la situazione della disoccupazione è devastante. Secondo Confindustria, un milione di posti di lavoro sono andati perduti dalla crisi iniziata nel 2008. Uno studio dell’Istat ha rivelato che un italiano su quattro è a rischio povertà. Inoltre, il paese sta scivolando in una recessione profonda, che rischia di essere aggravata dal pacchetto di austerità. Nel 2012, il prodotto interno lordo si contrarrà dell’1,5 per cento.

La seconda componente importante del pacchetto di austerità è costituita dall’aumento dell’IVA dal 21 al 23 percento, e delle tariffe energetiche e imposte immobiliari, che colpiranno soprattutto le persone con redditi medio-bassi.

Il costo della benzina e del gas è aumentato dal 1° gennaio del cinque per cento, l’elettricità e le tasse autostradali del tre per cento. Chi possiede una casa, ovvero l’80 per cento della popolazione, spesso già fortemente indebitato con il mutuo, dovrà pagare in media € 800 in tasse aggiuntive sull’immobile.

I pensionati sono particolarmente colpiti dall’inflazione, dal momento che le loro pensioni sono state congelate dal pacchetto di austerità. Le pensioni superiori ai € 900 al mese non saranno più adeguate all’inflazione, il che rappresenta una riduzione sostanziale del reddito reale.

Il declino del potere d’acquisto ha colpito le vendite al dettaglio, che sono diminuite del 18 per cento rispetto al periodo natalizio dell’anno precedente. Al contrario, la via dello shopping di lusso via Montenapoleone a Milano, zeppa di boutique sfarzose, ha visto un incremento delle vendite del 25 per cento.

Il pacchetto di austerità non ha toccato i ricchi. Non contiene praticamente nessuna azione di contrasto all’evasione e all’elusione fiscale, che sono molto diffuse nella classe dirigente italiana. La Chiesa cattolica continua ad essere risparmiata dal pagamento della tassa sugli immobili, al costo di € 3 miliardi l’anno per il Tesoro.

Inoltre, il governo ha abbandonato l’asta di frequenze televisive, in modo da garantire la sopravvivenza dell’impero TV di Berlusconi Mediaset.

Nemmeno emanata la manovra, Monti ha continuato con l’offensiva successiva. Dopo l’approvazione del decreto “Salva Italia”, è stato subito annunciato il pacchetto “Cresci Italia” dal primo ministro in una conferenza stampa alla fine dell’anno. Questo prevede di liberalizzare il mercato del lavoro e il settore pubblico in generale, e “modernizzare” il tessuto sociale del paese.

L’obiettivo principale dell’attacco è l’articolo 18 del codice del lavoro, che fornisce protezione contro il licenziamento di personale nelle imprese con più di 15 dipendenti. Nel 2002, in tre milioni scesero in piazza a Roma, in una delle più grandi manifestazioni nella storia italiana, contro il tentativo del governo Berlusconi di abolire la protezione legale contro il licenziamento.

Con il sostegno del PD e dei sindacati, Monti ora vuole realizzare ciò che Berlusconi non potè a suo tempo. Monti ha già invitato le “parti sociali” a discutere di riforme del mercato del lavoro nei prossimi giorni. “Proporremo riforme in accordo con le parti sociali”, ha dichiarato.

Monti sa di poter contare sul supporto dei sindacati. Anche loro considerano le liberalizzazioni inevitabili. Un accordo è già in vista. I sindacati hanno indicato la loro disponibilità ad accettare l’indebolimento della tutela dell’occupazione, in cambio di una promessa di salari più alti. Di fronte alla rapida crescita dell’inflazione, il che significa che i piccoli aumenti salariali potrebbero ancora tradursi in una perdita del potere di acquisto dei lavoratori, potrebbe non risultare troppo difficile per le imprese accettare.

Alcuni esponenti del PD, come l’ex presidente Walter Veltroni e il Terzo Polo hanno già chiesto l’abolizione delle tutele contro il licenziamento.

Monti prevede di completare i suoi piani nelle prossime tre settimane al più tardi e di presentarli ai ministri delle finanze dell’Eurozona il 23 gennaio.

Fonte: Word  Socialist Web Site

Italia, si torna alla lira?

Almeno due banche di caratura mondiale “hanno preso delle misure” per ritornare ad effettuare transazioni in vecchie valute della zona euro tra cui lira, dracma e escudo. Lo scrive il Wall Street Journal citando fonti ben informate. Le banche in questione hanno già contattato Swift, l’azienda belga che gestisce i sistemi per le transazioni finanziarie internazionali, per avere la tecnologia e i codici necessari, riferiscono le fonti. Un portavoce di Swift ha detto al quotidiano finanziario che l’azienda è pronta a fare tutto quanto sarà necessario per garantire il regolare svolgimento delle transazioni, ma che “non è il caso fare commenti su questioni specificamente legate alla zona euro”. Secondo il Wall Street Journal, le banche stanno studiando tutti gli aspetti del possibile impatto che avrebbe l’uscita di uno o più paesi dalla zona euro.

Di Andrea Deugeni - Secondo giorno a Bruxelles per il presidente del Consiglio e ministro dell’Economia, Mario Monti, impegnato all’Ecofin dopo che ieri ha incassato la fiducia dell’Eurogruppo sulla manovra allo studio. Appuntamento in cui i ministri finanziari di Eurolandia, anche se era un argomento ufficialmente non fissato in agenda, hanno avuto un primo scambio di vedute sulle recenti proposte franco-tedesche, (in cui sarebbe coinvolta anche l’Italia) di modifica dei trattati che aprano la strada a una vera unione delle politiche di bilancio.

Modifica che preveda la chiusura del rubinetto dei trasferimenti comunitaril’esclusione dal diritto di voto con conseguente annullamento del diritto di veto emulte più pesanti per chi viola le regole di Maastricht su deficit e debito.

Inutile dire che la richiesta di un inasprimento della procedura delle sanzioni per i Paesi più spendaccioniarriva da Berlinodicktat contabili che, nella testa di Angela Merkel, sarebbero gli unici in grado di mettere in sicurezza l’euro. Ma mentre la Germania si prepara a dare al via alla nuova fase fiscale dell’Unione Europea, dalla Svizzera rimbalzano voci che Frau Angela si starebbe predisponendo una via di fuga nel caso la crisi dell’eurodebito dovesse avvitarsi nel breve e allargare il contagio a Francia e Germania, le economie più forti del Vecchio Continente.

Il piano B sarebbe quello dell’immediato ritorno al marco tanto che Berlino si sarebbe in gran segreto portata avanti, tornando a stampare lavecchia moneta con l’aquila teutonica in Ticino, in due tipografie, una delle quali già stampa anche rubli russi e dong vietnamiti. La scelta della Svizzera sarebbe dettata dal fatto che, stando ai trattati istitutivi dell’Unione Monetaria (Uem), i Paesi che aderiscono all’euro non possono tornare a battere il vecchio conio.

Per ora, si tratta soltanto di un’indiscrezione che se confermata, però, getterebbe i mercati finanziari nel panico più totale. Intanto le voci sono giunte anche a Strasburgo dove Mara Bizzotto, europarlamentare della Lega Nord ha presentato un’interrogazione urgente alla Commissione “affinché sia fatta chiarezza al più presto sull’argomento”.

“Il fallimento dell’euro è ormai sotto gli occhi di tutti, e la cosa che stupisce di più è che un Paese come la Germania, vero pilastro della moneta unica, stia già pensando di scaricare l’Unione Europea. Secondo economisti e addetti ai lavori, infatti, Berlino avrebbe già incaricato due aziende svizzere di stampare marchi in quantità consistenti”, ha aggiunto la Bizzotto.

Da lunedì scorso abbiamo ricominciato a stampare i marchi e smesso di stampare Euro”. A renderlo noto non è un parlamentare tedesco ma un lavoratore della zecca di Berlino che ha confidato la notiziaadAffaritaliani.it.

La notizia è top secret – rivela la fonte che, per ovvie ragioni, ha preferito rimanere anonima – tanto che gliorgani di stampa tedesca lo sanno ma non lo dicono per evitare crisi di panico nei mercati. Dal 28 novembre nella zecca di Berlino e nelle altre zecche tedesche abbiamo smesso di stampare Euro e abbiamo ripreso a stampare i marchi”.

Il 28 novembre è stato anche il giorno nel quale lo stato tedesco ha ammesso, tramite il portavoce di Angela Merkel, Steffen Seibert, che i mezzi finanziari della Germania “non sono infiniti” e che “non abbiamo una forza finanziaria infinita e l’Europa non può pretendere di avere una forza che non ha. La Germania è forte ma non dispone di forze illimitate”.

“Continuando a questo ritmo – aggiunge il lavoratore - saremmo tranquillamente in grado di sopperire alla richiesta di moneta necessaria per coprire il nostro mercato interno se venisse a mancare l’Euro. Sulle monete c’è scritta la data del prossimo anno”.

Forse, la mossa tedesca è solo una precauzione e un modo per essere già pronti nel caso di catastrofe dell’Euro anche se la vendita del debito pubblico italiano in mano alla Germania – circa 8 miliardi di Euro – fatta in estate prima che venisse fuori la crisi delle nostre finanze non fa presagire niente di buono.

Per quanto riguarda la ventilata ipotesi di ‘nuovo Euro’ invece – una moneta della fascia Nord più forte e stabile che coinvolgerebbe Germania, Svezia e Norvegia, e una della fascia sud più debole e soggetta a svalutazioni – dalla zecca non arriva nessuna conferma. “Ne abbiamo sentito parlare – ammette – ma non abbiamo visto nessun cliché né cominciato a stamparne qualcuna per prova”.

Francesco Bertolucci

FONTE: http://affaritaliani.libero.it


Le smart bombs di Wall Street

di: Manlio Dinucci

Ci sono vari tipi di smart bombs, «bombe intelligenti», usate da quello che Les Leopold definisce efficacemente il «governo segreto di Wall Street», la potente oligarchia finanziaria che controlla lo stato (http://www.voltairenet.org/Wall-Street-secret-government). Le prime sono quelle propagandistiche che colpiscono il cervello, annebbiando gli occhi e facendo vedere cose inesistenti.

Sono oggi massicciamente impiegate per mistificare la realtà della crisi, per convincerci che essa è provocata dal debito pubblico e che, per salvarci, dobbiamo fare duri sacrifici tagliando le spese sociali. Il debito pubblico è però conseguenza, non causa della crisi. Essa è dovuta al funzionamento stesso del mercato finanziario, dominato da potenti banche e gruppi multinazionali. Basti pensare che il valore delle azioni quotate a Wall Street, e nelle Borse europee e giapponesi, supera quello di tutti i beni e servizi prodotti annualmente nel mondo. Le operazioni speculative, effettuate con enormi capitali, creano un artificioso aumento dei prezzi delle azioni e di altri titoli, che non corrisponde a una effettiva crescita dell’economia reale: una «bolla speculativa» che prima o poi esplode, provocando una crisi finanziaria. A questo punto intervengono gli stati con operazioni di «salvataggio», riversando denaro pubblico (e quindi accrescendo il debito) nelle casse delle grandi banche e dei gruppi finanziari privati che hanno provocato la crisi. Solo negli Stati uniti, l’ultimo «salvataggio» ammonta a oltre 7mila miliardi di dollari, dieci volte più di quanto ufficialmente dichiarato. Come ciò possa avvenire lo spiega il fatto che i candidati presidenziali sono finanziati, attraverso «donazioni» e in altri modi, dalle grandi banche, tra cui la Goldman Sachs, e che l’amministrazione Obama, appena entrata in carica, ha nominato in posti chiave loro persone di fiducia, facenti parte della Commissione Trilaterale. La stessa in cui Mario Monti, consulente internazionale della Goldman Sachs e ora capo del governo italiano, riveste il ruolo di presidente del gruppo europeo. Non c’è quindi da stupirsi se il governo segreto di Wall Street impiega, in funzione dei suoi interessi, anche «bombe intelligenti» reali. Non a caso le ultime guerre, effettuate dagli Stati uniti e dalla Nato, hanno «intelligentemente» colpito stati situati nelle aree ricche di petrolio (Iraq e Libia) o con una importante posizione regionale (Jugoslavia e Afghanistan). Stati come l’Iraq di Saddam Hussein, che minacciava di sganciarsi dal dollaro vendendo petrolio in euro e altre valute, o come la Libia di Gheddafi, che programmava di creare il dinaro d’oro quale concorrente del dollaro e promoveva organismi finanziari autonomi dell’Unione africana, il cui sviluppo avrebbe ridotto l’influenza della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale. Per analoghe ragioni si prendono ora di mira Siria e Iran. Crisi e guerra sono due facce della stessa medaglia. Anche perché la guerra fa crescere la spesa militare che, appesantendo il debito pubblico, impone ulteriori sacrifici.

L’Italia, stima il Sipri, è arrivata a una spesa militare annua di 28 miliardi di euro, all’incirca il costo della manovra. Ma non se ne parla. Le bombe di Wall Street sono davvero intelligenti.

IlManifesto.it

Monti e la morte della Politica

di: Matteo Guinness

Bisogna fare sacrifici, per il bene dell’Italia, dice Mario Monti. Bisogna stringere i denti e accettare il compromesso dato la situazione di emergenza, rispondono in coro i partiti politici. E si celebra così l’ennesimo funerale della Politica.

Un governo voluto dai poteri tecnocratici -che fino ad ora non hanno fatto altro che proteggere le banche multinazionali colpevoli del il crollo economico- impone al popolo italiano misure di austerità durissime. Se fino ad oggi si fosse navigato nell’oro, si fosse governato e amministrato per il benessere degli italiani, qualcuno avrebbe anche potuto accettarlo; ma come si può bere la fandonia dei sacrifici, quando i sacrifici si fanno da anni e sono stati prodotti proprio dal sistema economico che i nostri politici oggi sostengono? Vengono “vanificati i sacrifici di quattro generazioni” dice lo stesso Monti, appunto sacrifici sui sacrifici.

Che nessuno si lasci ingannare dalle lacrime di coccodrillo del boia che piange mentre uccide il condannato: il pianto della Fornero non è altro che l’ennesima burla alle spalle dei popoli europei.

Quello che più di altro infastidisce e lascia sconcertati è l’appiattimento ideale, la totale mancanza di alternativa e di critica. Specialmente le forze politiche che dovrebbero essere sociali per l’ennesima volta chiamano al compromesso al ribasso: c’è sempre, da decenni, una causa maggiore che obbliga ad accettare qualsiasi porcata da far digerire alla popolazione italiana; e non parliamo dei pochi con barche o auto blu, le misure prese per queste categorie di persone sono la più classica manovra populista e demagocica. Questa volta sono tasse da far gravare sui più poveri, come l’Ici, l’Iva, l’Irpef, e l’allungamento dell’età pensionistica per tutte le future generazioni (altro che “per i nati nel 1952”). Anche se qualcuno proverà come al solito a trovare la scusa della necessità di misure di questo tipo per avere il voto delle camere, in realtà queste misure sono scaturite da una netta visione liberista voluta dai poteri economici di carattere multinazionale che, ripetiamo, sono gli stessi che hanno prodotto l’attuale crisi economica. Come in molti hanno fatto notare, se l’euro è sotto attacco è perché la crisi prodotta dalla folle finanza targata Usa, rende necessario il salvataggio del dollaro –moneta ormai globale e virtuale- così da garantire ancora la supremazia statunitense sull’”occidente” messa in pericolo anche dalla possibilità di un euro forte. Ma guarda caso chi controlla i flussi globali ci ha imposto un governo basato sui propri principi e visioni, un governo in cui il ministro degli esteri dichiara come prima cosa che c’è bisogno di rinforzare l’alleanza con gli Stati Uniti. Segno evidente che gli interessi di italiani, europei, eurasiatici, sono del tutto esclusi: costoro si preoccupano per la sopravvivenza del dominio globale degli Usa e null’altro. Non a caso un finto movimento come quello degli “indignati”, senza progetti e senza futuro, oggi che si prendono misure letali per i cittadini è sparito dalla circolazione: il controllo dell’opinione pubblica è fondamentale per garantirsi la sopravvivenza e il dominio.

Ciò è ulteriormente confermato dalle parole di Obama, Merkel, Sarkozy che diffondono un vero e proprio terrorismo nei confronti dell’euro, portando la speculazione a livelli incredibili. I vari economisti considerano questo comportamento un semplice sbaglio, ma nella società della comunicazione, dove i politici spendono milioni di dollari per consulenti di immagine, ogni singola parola, ogni sorriso è costruito come su un set cinematografico. Se i capi di questi Paesi decidono di creare il panico nelle borse con le loro dichiarazioni, lo fanno di proposito. Perché?

Ed è per questo che dicevamo che la Politica, quella vera, ha celebrato l’ennesimo funerale: non c’è alternativa, sia nei partiti che nelle masse e i pochi che hanno da anni chiara la situazione (come modestamente gli animatori di questo giornale e altre riviste) attendono e sperano in tempi più consapevoli, dove chi ha una lettura esatta di quanto succede non debba sentirsi affibbiare epiteti ridicoli da quelle stesse persone che come sempre, accettano il peggio per poi lamentarsi della delusione avuta (ultimi esempi Obama e presto anche Monti). Serve un riscatto, un balzo di coraggio che squarci il grigio del pensiero unico di marca atlantista. Serve un’Europa Potenza, in un’Eurasia sovrana e libera dall’ingerenza Usa, perché da qui passa anche la più piccola modifica alle pensioni per i nostri concittadini.

Pubblicato anche su Stato&Potenza

Il nuovo autoritarismo: dalle democrazie alle dittature tecnocratiche

di: James Petras

Introduzione

Viviamo in un tempo di cambiamenti di regime, dinamici, regressivi. Un periodo in cui sono in piena accelerazione grandi trasformazioni politiche e l’arretramento drammatico di norme legislative di natura socio-economica introdotte un mezzo secolo fa; tutto questo provocato da una crisi economica prolungata e sempre più profonda e da un’offensiva portata avanti dalla grande finanza in tutto il mondo.

Questo articolo analizza come gli importanti cambiamenti di regime in corso hanno un profondo impatto sui modi di governare, sulle strutture di classe, sulle istituzioni economiche, sulla libertà politica e la sovranità nazionale.

Viene individuato un processo in due fasi di regressione politica.

La prima fase prevede il passaggio da una democrazia in disfacimento ad una democrazia oligarchica; la seconda fase, attualmente in atto in Europa, coinvolge il passaggio dalla democrazia oligarchica ad una dittatura colonial-tecnocratica.

Si individueranno le caratteristiche tipiche di ogni regime, concentrando l’attenzione sulle specifiche condizioni e sulle forze socio-economiche che stanno dietro ad ogni “transizione”.

Si procederà a chiarire i concetti chiave, il loro significato operativo: in particolare la natura e la dinamica delle “democrazie decadenti”, delle democrazie oligarchiche e della “dittatura colonial-tecnocratica”.

La seconda metà del saggio puntualizzerà le politiche della dittatura colonial-tecnocratica, il regime che più si è discostato dal principio di democrazia rappresentativa sovrana.

Verranno chiarite le differenze e gli elementi simili tra le dittature tradizionali militar-civili e fasciste e le più aggiornate dittature colonial-tecnocratiche, mirando l’analisi sull’ideologia del “tecnicismo apolitico” e della gestione del potere tecnocratico, come preliminare per l’esplorazione della catena gerarchica profondamente colonialista del processo decisionale.

La penultima sezione metterà in evidenza il motivo per cui le classi dirigenti imperiali e i loro collaborazionisti nazionali hanno ribaltato la pre-esistente formula di gestione del potere oligarchico “democratico”, la ricetta del “governare indirettamente”, a favore di una presa di potere senza più paraventi.

Dalle principali classi dominanti finanziarie di Europa e degli Stati Uniti è stata consumata la svolta verso un diretto dominio coloniale (in buona sostanza, un colpo di stato, con un altro nome).

Verrà valutato l’impatto socio-economico del dominio di tecnocrati colonialisti designati di imperio, e la ragione del governare per decreto, prevaricando forzatamente il precedente processo di persuasione, manipolazione e cooptazione.

Nella sezione conclusiva valuteremo la polarizzazione della lotta di classe in un periodo di dittatura colonialista, nel contesto di istituzioni svuotate e delegittimate elettoralmente e di politiche sociali radicalmente regressive.

Il saggio affronterà le questioni parallele delle lotte per la libertà politica e la giustizia sociale a fronte di governi imposti da dominatori colonialisti tecnocratici, alla fine venuti alla ribalta.

La posta in gioco va oltre i cambi di regime in corso, per identificare le configurazioni istituzionali fondamentali che definiranno le opportunità di vita, le libertà personali e politiche delle generazioni future, per i decenni a venire.

Democrazie decadenti e la transizione verso democrazie oligarchiche.

Il decadimento della democrazia è evidente in ogni sfera della politica. La corruzione ha pervaso ogni settore, i partiti e i leader si contendono i contributi finanziari dei ricchi e dei potenti; posizioni all’interno dei poteri legislativo ed esecutivo hanno tutte un prezzo; ogni parte della legislazione è influenzata da potenti “lobbies” corporative che spendono milioni per la scrittura di leggi a loro profitto e per individuare le manovre più opportune alla loro approvazione.

Eminenti faccendieri che agiscono nei posti di influenza come il criminale statunitense Jack Abramoff si vantano del fatto che “ogni membro del congresso ha il suo prezzo”.

Il voto dei cittadini non conta per nulla: le promesse elettorali dei politici non hanno relazione alcuna con il loro comportamento quando sono in carica. Bugie e inganni sono considerati “normali” nel processo politico.

L’esercizio dei diritti politici è sempre più sottoposto alla sorveglianza della polizia e i cittadini attivi sono soggetti ad arresti arbitrari.

L’élite politica esaurisce il tesoro pubblico sovvenzionando guerre coloniali, e le spese per queste avventure militari eliminano i programmi sociali, gli enti pubblici e i servizi fondamentali.

I legislatori si impegnano con demagogia al vetriolo in conflitti da vere marionette, sul tipo dei burattini Punch (Pulcinella) e Judy (Colombina), in manifestazioni pubbliche di partigianeria, mentre in privato fanno festa insieme alla mangiatoia pubblica.

A fronte di istituzioni legislative ormai screditate, e del palese, volgare mercato di compravendita dei pubblici uffici, i funzionari dirigenti, eletti e nominati, sequestrano i poteri legislativo e giudiziario.

La democrazia in decomposizione si trasforma in una “democrazia oligarchica” come governo auto-imposto di funzionari dell’esecutivo; vengono scavalcate le norme democratiche e si ignorano gli interessi della maggioranza dei cittadini. Una giunta esecutiva di funzionari eletti e non eletti risolve questioni come quelle della guerra e della pace, alloca miliardi di dollari o di euro presso una oligarchia finanziaria, e mossa da pregiudizi di classe riduce il tenore di vita di milioni di cittadini tramite “pacchetti di austerità”.

L’assemblea legislativa abdica alle sue funzioni, legislativa e di controllo, e si inchina davanti ai “fatti compiuti” della giunta esecutiva (il governo di oligarchi) . Alla cittadinanza viene assegnato il ruolo di spettatore passivo – anche se si diffondono sempre più in profondità la rabbia, il disgusto e l’ostilità.

Le voci isolate dei rappresentanti il dissenso sono soffocate dalla cacofonia dei mass media che si limitano a dare la parola ai prestigiosi “esperti” e accademici, compari pagati dall’oligarchia finanziaria e consiglieri della giunta esecutiva.

I cittadini non faranno più riferimento ai parlamenti, alle assemble legislative, per trovare soccorso o riparazione per il sequestro e l’abuso di potere messo in atto dall’esecutivo.

Per fortificare il loro potere assoluto, le oligarchie castrano le costituzioni, adducendo catastrofi economiche e minacce assolutamente pervasive di “terroristi”.

Un mastodontico e crescente apparato statale di polizia, con poteri illimitati, impone vincoli all’opposizione civica e politica. Dato che i poteri legislativi sono fiaccati e le autorità esecutive allargano la loro sfera di azione, le libertà democratiche ancora presenti sono ridotte attraverso “limitazioni burocratiche” imposte al tempo, luogo e forme dell’azione politica. Lo scopo è quello di minimizzare l’azione della minoranza critica, che potrebbe mobilitare simpateticamente e divenire la maggioranza.

Come la crisi economica peggiora, e i detentori di titoli e gli investitori esigono tassi di interesse sempre più alti, l’oligarchia estende e approfondisce le misure di austerità. Si allargano le diseguaglianze, e viene messa in luce la natura oligarchica della giunta esecutiva. Le basi sociali del regime si restringono. I lavoratori qualificati e ben pagati, gli impiegati della classe media e i professionisti cominciano a sentire l’erosione acuta di stipendi, salari, pensioni, il peggioramento delle condizioni di lavoro e di prospettive di carriera futura.

Il restringersi del sostegno sociale mina le pretese di legittimità democratica da parte della giunta di governo. A fronte del malcontento e del discredito di massa, e con settori strategici della burocrazia civile in rivolta, scoppia la lotta tra fazioni, tra le cricche rivali all’interno dei “partiti ufficialmente al governo”.

L’“oligarchia democratica” è spinta e tirata nelle varie direzioni: si decretano tagli alla spesa sociale, ma questi possono trovare solo limitati appoggi alla loro applicazione. Si decretano imposte regressive, che non possono venire riscosse. Si scatenano guerre coloniali, che non si possono vincere. La giunta esecutiva si dibatte tra azioni di forza e di compromesso: robuste promesse per i banchieri internazionali e poi, sotto pressioni di massa, si tenta di ritornare sugli errori.

A lungo andare, la democrazia oligarchica non è più utile per l’élite finanziaria. Le sue pretese di rappresentanza democratica non possono più ingannare le masse. Il prolungarsi dello stato conflittuale tra le fazioni dell’élite erode la loro volontà di imporre a pieno l’agenda dell’oligarchia finanziaria.

A questo punto, la democrazia oligarchica come formula politica ha fatto il suo corso.

L’élite finanziaria è già pronta e decisa a scartare ogni pretesa di governo da parte di questi oligarchi democratici. Sono considerati sì volonterosi, ma troppo deboli; troppo soggetti a pressioni interne da fazioni rivali e non disposti a procedere a tagli selvaggi nei bilanci sociali, a ridurre ancora di più i livelli di vita e le condizioni di lavoro.

Arriva in primo piano il vero potere che muoveva le fila dietro le giunte esecutive. I banchieri internazionali scartano la “giunta indigena” e impongono al governo banchieri non-eletti – doppiando i loro banchieri privati ​​da tecnocrati.

La transizione verso la dittatura coloniale “tecnocratica”            

Il governo dei banchieri stranieri, alla fine venuto direttamente alla ribalta, è mascherato da un’ideologia che descrive questo come un governo condotto da tecnocrati esperti, apolitici e scevri da interessi privati. Dietro alla retorica tecnocratica, la realtà è che i funzionari designati hanno una carriera di operatori per- e- con i grandi interessi finanziari privati ​​e internazionali.

Lucas Papdemos, nominato Primo ministro greco, ha lavorato per la Federal Reserve Bank di Boston e, come capo della Banca centrale greca, è stato il responsabile della falsificazione dei libri contabili a copertura di quei bilanci fraudolenti che hanno portato la Grecia all’attuale disastro finanziario.

Mario Monti, designato Primo ministro dell’Italia, ha ricoperto incarichi per l’Unione europea e la Goldman Sachs.

Queste nomine da parte delle banche si basano sulla lealtà totale di questi signori e sul loro impegno senza riserve di imporre politiche regressive, le più inique sulle popolazioni di lavoratori di Grecia e Italia.

I cosiddetti tecnocrati non sono soggetti a fazioni di partito, nemmeno lontanamente sono sensibili a qualsiasi protesta sociale. Essi sono liberi da qualsiasi impegno politico … tranne uno, quello di assicurare il pagamento del debito ai detentori stranieri dei titoli di Stato – in particolare di restituire i prestiti alle più importanti istituzioni finanziarie europee e nord americane.

I tecnocrati sono totalmente dipendenti dalle banche estere per le loro nomine e permanenze in carica. Non hanno alcuna infarinatura di base organizzativa politica nei paesi che governano. Costoro governano perché banchieri stranieri minacciavano di bancarotta i paesi, se non venivano accettate queste nomine. Hanno indipendenza zero, nel senso che i “tecnocrati” sono soltanto strumenti e rappresentanti diretti dei banchieri euro-americani.

I “tecnocrati”, per natura del loro mandato, sono funzionari coloniali esplicitamente designati su comando dei banchieri imperiali e godono del loro sostegno.

In secondo luogo, né loro né i loro mentori colonialisti sono stati eletti dal popolo su cui governano. Sono stati imposti dalla coercizione economica e dal ricatto politico.

In terzo luogo, le misure da loro adottate sono destinate ad infliggere la sofferenza massima per alterare completamente i rapporti di forza tra lavoro e capitale, massimizzando il potere di quest’ultimo di assumere, licenziare, fissare salari e condizioni di lavoro.

In altre parole, l’agenda tecnocratica impone una dittatura politica ed economica.

Le istituzioni sociali e i processi politici associati con il sistema di sicurezza sociale democratico-capitalista, corrotto da democrazie decadenti, eroso dalle democrazie oligarchiche, sono minacciati di demolizione totale dalle prevaricanti dittature coloniali tecnocratiche.

Il linguaggio di “sociale / regressione” è pieno di eufemismi, ma la sostanza è chiara. I programmi sociali in materia di sanità pubblica, istruzione, pensioni, e tutela dei disabili sono tagliati o eliminati e i “risparmi” trasferiti ai pagamenti tributari per i detentori di titoli esteri (banche).

I pubblici dipendenti vengono licenziati, allungata la loro età pensionabile, e i salari ridotti e il diritto di permanenza in ruolo eliminato. Le imprese pubbliche sono vendute a oligarchi capitalisti stranieri e domestici, con decurtamento dei servizi ed eliminazione brutale dei dipendenti. I datori di lavoro stracciano i contratti collettivi di lavoro. I lavoratori sono licenziati e assunti a capriccio dei padroni. Ferie, trattamento di fine rapporto, salari di ingresso e pagamento degli straordinari sono drasticamente ridotti.

Queste politiche regressive pro-capitalisti sono mascherate da “riforme strutturali”.

Processi consultativi sono sostituiti da poteri dittatoriali del capitale – poteri “legiferati” e messi in attuazione dai tecnocrati designati allo scopo.

Dai tempi del regime di dominio fascista di Mussolini e della giunta militare greca (1967 – 1973) non si era mai visto un tale assalto regressivo contro le organizzazioni popolari e contro i diritti democratici.

Raffronto fra dittatura fascista e dittatura tecnocratica

Le precedenti dittature fasciste e militari hanno molto in comune con gli attuali despoti tecnocratici per quanto concerne gli interessi capitalistici che loro difendono e le classi sociali che loro opprimono. Ma ci sono differenze importanti che mascherano le continuità.

La giunta militare in Grecia, e in Italia Mussolini, avevano preso il potere con la forza e la violenza, avevano messo al bando tutti i partiti dell’opposizione, avevano schiacciato i sindacati e chiuso i parlamenti eletti.

Alla attuale dittatura “tecnocratica” viene consegnato il potere dalle élites politiche della democrazia oligarchica – una transizione “pacifica”, almeno nella sua fase iniziale.

A differenza delle precedenti dittature, gli attuali regimi dispotici conservano le facciate elettorali, ma svuotate di contenuti e mutilate, come entità certificate senza obiezioni per offrire una sorta di “pseudo-legittimazione”, che seduce la stampa finanziaria, ma si fa beffe di solo pochi stolti cittadini. Infatti, dal primo giorno di governo tecnocratico gli slogan incisivi dei movimenti organizzati in Italia denunciavano: “No ad un governo di banchieri”, mentre in Grecia lo slogan che ha salutato il fantoccio pragmatista Papdemos è stato “Unione Europea, Fondo Monetario, fuori dai piedi!”

Le dittature in precedenza avevano iniziato il loro corso come stati di polizia del tutto vomitevoli, che arrestavano gli attivisti dei movimenti per la democrazia e i sindacalisti, prima di perseguire le loro politiche in favore del capitalismo. Gli attuali tecnocrati prima lanciano il loro malefico assalto a tutto campo contro le condizioni di vita e di lavoro, con il consenso parlamentare, e poi di fronte ad una resistenza intensa e determinata posta in essere dai “parlamenti della strada”, procedono per gradi ad aumentare la repressione caratteristica di uno stato di polizia… mettendo in pratica un governo da stato di polizia incrementale.

Politiche delle dittature tecnocratiche: campo di applicazione, intensità e metodo

L’organizzazione dittatoriale di un regime tecnocratico deriva dalle sue politiche e dalla missione politica. Al fine di imporre politiche che si traducono in massicci trasferimenti di ricchezza, di potere e di diritti giuridici, dal lavoro e dalle famiglie al capitale, soprattutto al capitale straniero, risulta essenziale un regime autoritario, soprattutto in previsione di un’accanita e determinata resistenza.

L’oligarchia finanziaria internazionale non può assicurare per tanto tempo una “stabile e sostenibile” sottrazione di ricchezza con una qualche parvenza di governance democratica, e tanto meno una democrazia oligarchica in decomposizione.

Da qui, l’ultima risorsa per i banchieri in Europa e negli Stati Uniti è di designare direttamente uno di loro a esercitare pressioni, a farsi largo e ad esigere una serie di cambiamenti di vasta portata, regressivi a lungo termine. La missione dei tecnocrati è di imporre un quadro istituzionale duraturo, che garantirà per il futuro il pagamento di interessi elevati, a spese di decenni di impoverimento e di esclusione popolare.

La missione della “dittatura tecnocratica” non è quella di porre in essere un’unica politica regressiva di breve durata, come il congelamento salariale o il licenziamento di qualche migliaio di insegnanti. L’intento dei dittatori tecnocrati è quello di convertire l’intero apparato statale in un torchio efficiente in grado di estrarre continuamente e di trasferire le entrate fiscali e i redditi, dai lavoratori e dai dipendenti in favore dei detentori dei titoli.

Per massimizzare il potere e i profitti del capitale a scapito dei lavoratori, i tecnocrati garantiscono ai capitalisti il ​ ​potere assoluto di fissare i termini dei contratti di lavoro, per quanto riguarda assunzioni, licenziamenti, longevità, orario e condizioni di lavoro.

Il “metodo di governo” dei tecnocrati è quello di avere orecchio solo per i banchieri stranieri, i detentori di titoli e gli investitori privati.

Il processo decisionale è chiuso e limitato alla cricca di banchieri e tecnocrati senza la minima trasparenza. Soprattutto, in base a regole colonialiste, i tecnocrati devono ignorare le proteste di manifestanti, se possibile, o, se necessario, rompere loro la testa.

Sotto la pressione delle banche, non c’è tempo per le mediazioni, i compromessi o le dilazioni, come avveniva sotto le democrazie decadenti e oligarchiche.

Dieci sono le trasformazioni storiche che dominano l’agenda delle dittature tecnocratiche e dei loro mentori colonialisti.
1)        Massicci spostamenti delle disponibilità di bilancio, dalle spese per i bisogni sociali ai pagamenti dei titoli di stato e alle rendite
2)      Cambiamenti su larga scala nelle politiche di reddito, dai salari ai profitti, ai pagamenti degli interessi e alla rendita.
3)      Politiche fiscali fortemente regressive, con l’aumento delle imposte sui consumi (aumento dell’IVA) e sui salari, e con la diminuzione della tassazione su detentori di titoli ed investitori.
4)      Eliminazione della sicurezza del lavoro (“flessibilità del lavoro”), con l’aumento di un esercito di riserva di disoccupati a salari più bassi, intensificando lo sfruttamento della manodopera impiegata (“maggiore produttività”).
5)      Riscrittura dei codici del lavoro, minando l’equilibrio di poteri tra capitale e lavoro organizzato.

Salari, condizioni di lavoro e problemi di salute sono strappati dalle mani di coloro che militano nel sindacato e consegnati alle “commissioni aziendali” tecnocratiche.

6)      Lo smantellamento di mezzo secolo di imprese e di istituzioni pubbliche, e privatizzazione delle telecomunicazioni, delle fonti di energia, della sanità, dell’istruzione e dei fondi pensione. Privatizzazioni per migliaia di miliardi di dollari sono sopravvenienze attive su una dimensione storica mondiale. Monopoli privati ​ ​rimpiazzano i pubblici e forniscono un minor numero di posti di lavoro e servizi, senza l’aggiunta di nuova capacità produttiva.

7)      L’asse economico si sposta dalla produzione e dai servizi per il consumo di massa nel mercato interno alle esportazioni di beni e servizi particolarmente adatti sui mercati esteri. Questa nuova dinamica richiede salari più bassi per “competere” a livello internazionale, ma contrae il mercato interno. La nuova strategia si traduce in un aumento degli utili in moneta forte ricavati dalle esportazioni per pagare il debito ai detentori di titoli di stato, provocando così maggiore miseria e disoccupazione per il lavoro domestico. Secondo questo “modello” tecnocratico, la prosperità si accumula per quegli investitori avvoltoio che acquistano lucrativamente da produttori locali finanziariamente strozzati e speculano su immobili a buon mercato.

8 ) La dittatura tecnocratica, per progettazione e politiche, mira ad una “struttura di classe bipolare”, in cui vengono impoverite le grandi masse dei lavoratori qualificati e la classe media, che soffrono la mobilità verso il basso, mentre si va arricchendo uno strato di detentori di titoli e di padroni di aziende locali che incassano pagamenti per interessi e per il basso costo della manodopera.

9)      La deregolamentazione del capitale, la privatizzazione e la centralità del capitale finanziario producono un più esteso possesso colonialista (straniero) della terra, delle banche, dei settori economici strategici e dei servizi “sociali”. La sovranità nazionale è sostituita dalla sovranità imperiale nell’economia e nella politica.

10)  Il potere unificato di tecnocrati colonialisti e di detentori imperialisti di titoli detta la politica che concentra il potere in una unica élite non-eletta.

Costoro governano, supportati da una base sociale ristretta e senza legittimità popolare. Sono politicamente vulnerabili, quindi, sempre dipendenti da minacce economiche e da situazioni di violenza fisica.

I tre stadi del governo dittatoriale tecnocratico

Il compito storico della dittatura tecnocratica è quello di far arretrare le conquiste politiche, sociali ed economiche guadagnate dalla classe operaia, dai dipendenti pubblici e dai pensionati dopo la sconfitta del capitalismo fascista nel 1945.

Il disfacimento di oltre sessanta anni di storia non è un compito facile, men che meno nel bel mezzo di una profonda crisi socio-economica in pieno sviluppo, in cui la classe operaia ha già sperimentato drastici tagli dei salari e dei profitti, e il numero dei disoccupati giovani (18 – 30 anni) in tutta l’Unione europea e nel Nord America varia tra il 25 e il 50 per cento.

L’ordine del giorno proposto dai “tecnocrati” – parafrasando i loro mentori colonialisti nelle banche – consiste in sempre più drastiche riduzioni delle condizioni di vita e di lavoro.

Le proposte di “austerità” si verificano a fronte di crescenti disuguaglianze economiche tra il 5% dei ricchi e il 60 % degli appartenenti alle classi subalterne tra Sud Europa e Nord Europa.

Di fronte alla mobilità verso il basso e al pesante indebitamento, la classe media e soprattutto i suoi “figli ben educati”, sono indignati contro i tecnocrati che pretendono ancor di più tagli sociali. L’indignazione si estende dalla piccola borghesia agli uomini di affari e ai professionisti sull’orlo della bancarotta e della perdita di status.

I governanti tecnocratici giocano costantemente sulla insicurezza di massa e sulla paura di un “collasso catastrofico”, se la loro “medicina amara” non venisse trangugiata dalle classi medie angosciate, che temono la prospettiva di sprofondare nella condizione di classe operaia o peggio.

I tecnocrati lanciano appelli alla generazione presente per sacrifici, in realtà per un suicidio, per salvare le generazioni future. Con atteggiamenti dettati all’umiltà e alla gravità, parlano di “equi sacrifici”, un messaggio smentito dal licenziamento di decine di migliaia di dipendenti e dalla vendita per miliardi di euro / dollari del patrimonio nazionale a banchieri e investitori speculatori stranieri. L’abbassamento della spesa pubblica per pagare gli interessi ai detentori di titoli e per invogliare gli investitori privati ​​erode ogni richiamo all’“unità nazionale” e all’“equo sacrificio”.

Il regime tecnocratico si sforza di agire con decisione e rapidità per imporre la sua agenda brutale regressiva, l’arretramento di sessanta anni di storia, prima che le masse abbiano tempo di sollevarsi e di cacciarli.

Per precludere l’opposizione politica, i tecnocrati domandano “unità nazionale”, (l’unità di banchieri e oligarchi), l’appoggio dei partiti in disfacimento elettorale e dei loro leader e la loro sottomissione totale alle richieste dei banchieri colonialisti.

La traiettoria politica dei tecnocrati avrà vita breve alla luce dei cambiamenti sistemici draconiani e delle strutture repressive che propongono; il massimo che possono realizzare è quello di dettare e tentare di attuare le loro politiche, e poi tornarsene ai loro santuari lucrativi nelle banche estere.

Governo tecnocratico : prima fase

Con l’appoggio unanime dei mass-media e il pieno sostegno di banchieri potenti, i tecnocrati approfittano della caduta dei politici disprezzati e screditati dei regimi elettorali del passato.

Essi proiettano un’immagine pulita del governo, che parla di un regime efficiente e competente, capace di azioni decisive.

Promettono di porre fine alle condizioni di vita progressivamente in deterioramento e alla paralisi politica dovuta allo scontro fra le fazioni dei partiti.

All’inizio della loro assunzione di potere, i dittatori tecnocratici sfruttano il disgusto popolare, giustificato, nei confronti dei politici privilegiati “nullafacenti” per assicurarsi una misura del consenso popolare, o almeno l’acquiescenza passiva da parte della maggioranza dei cittadini, che sta annegando nei debiti e alla ricerca di un “salvatore”.

Va notato che fra la minoranza politicamente più preparata e socialmente consapevole, che i banchieri ricorrano ad un “regime tecnocratico” da colonia, questo provoca poco effetto: gli appartenenti alle minoranze immediatamente identificano il regime tecnocratico come illegittimo, dato che fa derivare i suoi poteri da banchieri stranieri. Essi affermano i diritti dei cittadini e la sovranità nazionale. Fin dall’inizio, anche sotto la copertura dell’assunzione del potere in uno stato di emergenza, i tecnocrati devono affrontare un nucleo di opposizione di massa.

I banchieri realisticamente riconoscono che i tecnocrati devono muoversi con rapidità e decisione.

Politiche shock dei tecnocrati : seconda fase

I tecnocrati lanciano un “100 giorni” del più eclatante e grossolano conflitto di classe contro la classe operaia dai tempi dei regimi militare / fascista.

In nome del Libero Mercato, del Detentore di Titoli e dell’Empia Alleanza fra oligarchi politici e banchieri, i tecnocrati dettano editti e fanno passare leggi, immediatamente buttando sul lastrico decine di migliaia di dipendenti pubblici. Decine di imprese pubbliche sono mandate in blocco all’asta. Viene abolita la certezza del posto di lavoro e licenziare senza giusta causa diventa la legge del paese. Sono decretate imposte regressive e le famiglie vengono impoverite. La piramide del reddito complessivo viene capovolta. I tecnocrati allargano e approfondiscono le disuguaglianze e l’immiserimento.

L’euforia iniziale che salutava il governo tecnocratico viene sostituita da biasimi amari. La classe media inferiore, che ricercava una risoluzione dittatoriale paternalistica della propria condizione, riconosce “un altro raggiro politico”.

Come il regime tecnocratico corre a gran velocità a completare la sua missione per i banchieri stranieri, lo stato d’animo popolare inacidisce, l’amarezza si diffonde anche tra i “collaboratori passivi” dei tecnocrati. Non cadono briciole dal tavolo di un regime colonialista, imposto al potere per massimizzare il deflusso delle entrate statali a tutto vantaggio dei detentori del debito pubblico.

L’oligarchia politica compromessa cerca di far rivivere le sue fortune e “contesta” le peculiarità dello “tsunami” tecnocratico, che sta distruggendo il tessuto sociale della società.

La dimensione e la portata del programma estremista della dittatura, e il continuo accumulo di frustrazioni di massa, spaventano i collaborazionisti appartenenti ai partiti politici, mentre i banchieri li incalzano per tagli alle garanzie sociali sempre più grandi e più profondi.

I tecnocrati di fronte alla tempesta popolare che sta montando cominciano a farsi piccoli e ritirarsi in buon ordine. I banchieri esigono da loro maggiore spina dorsale e offrono nuovi prestiti per “mantenerli in corsa”. I tecnocrati si dibattono in difficoltà – alternando richieste di tempo e sacrifici con promesse di prosperità “dietro l’angolo”.

Per lo più fanno assegnamento sulla mobilitazione costante della polizia e di fatto sulla militarizzazione della società civile.

Missione compiuta: guerra civile o il ritorno della democrazia oligarchica?

La riuscita dell’“esperimento” con un regime dittatoriale colonialista tecnocratico è difficile da prevedere. Una ragione è dovuta al fatto che le misure adottate sono così estreme ed estese, tali da unificare allo stesso tempo quasi tutte le classi sociali importanti (tranne la “crema” del 5%) contro di loro. La concentrazione del potere in una élite “designata” la isola ulteriormente e unifica la maggior parte dei cittadini a favore della democrazia, contro la sottomissione colonialista e governanti non eletti.

Le misure approvate dai tecnocrati devono far fronte alla prospettiva improbabile della loro piena attuazione, in particolare a causa di funzionari e impiegati pubblici a cui si impongono licenziamenti, tagli di stipendio e pensioni ridotte. I tagli a tutta l’amministrazione pubblica minano le tattiche del “divide et impera”.

Data la portata e la profondità del declassamento del settore pubblico, e l’umiliazione di servire un regime chiaramente sotto tutela colonialista, è possibile che incrinature e rotture si verificheranno negli apparati militari e di polizia, soprattutto se vengono provocate sollevazioni popolari che diventano violente.

A questo punto, le giunte tecnocratiche non possono assicurare che le loro politiche saranno attuate. In caso contrario, i ricavi vacilleranno, scioperi e proteste spaventeranno gli acquirenti predatori delle imprese pubbliche. La grande spremitura ed estorsione pregiudicherà le imprese locali, la produzione diminuirà, la recessione si approfondirà.

Il governo dei tecnocrati è per sua natura transitoria.

Sotto la minaccia di rivolte di massa, i nuovi governanti fuggiranno all’estero presso i loro santuari finanziari. I collaborazionisti appartenenti alle oligarchie locali si affretteranno ad aggiungere miliardi di euro/dollari ai loro conti bancari all’estero, a Londra, New York e Zurigo.

La dittatura tecnocratica farà ogni sforzo per riportare al potere i politici democratici oligarchici, a condizione che siano mantenute le variazioni regressive poste in essere. Il governo tecnocratico vedrà la sua fine con “vittorie di carta”, a meno che i banchieri stranieri insistano che il “ritorno alla democrazia” operi all’interno del “nuovo ordine”.

L’applicazione della forza potrebbe rivelarsi un boomerang.

I tecnocrati e gli oligarchi democratici, rinnovando la minaccia di una catastrofe economica in caso di inosservanza, riceveranno un contrordine dalla realtà della miseria effettivamente esistente e dalla disoccupazione di massa.

Per milioni, la catastrofe che stanno vivendo, risultante dalle politiche tecnocratiche, prevale su qualsiasi minaccia futura.

La maggioranza ribelle può scegliere di sollevarsi e rovesciare il vecchio ordine, e cogliere l’opportunità di istituire una repubblica socialista democratica indipendente.

Una delle conseguenze impreviste di imporre una dittatura di tecnocrati designati, radicalmente colonialista, è che viene cancellato il panorama politico delle oligarchie politiche parassite e si pongono le fondamenta per un taglio netto. Questo facilita il rigetto del debito e la ricostruzione del tessuto sociale per una repubblica democratica indipendente.

Il pericolo grave è quello che i politici screditati del vecchio ordine tenteranno con la demagogia di impadronirsi delle bandiere democratiche delle lotte “anti-dittatoriali anti-tecnocratiche”, per rimettere in piedi quello che Marx definiva “la vecchia merda dell’ordine precedente”.

Gli oligarchi politici riciclati si adatteranno al nuovo ordine “ristrutturato” dei pagamenti dell’eterno debito, come parte di un accordo per conservare il processo in corso di regressione sociale senza fine.

La lotta rivoluzionaria contro i dominatori tecnocratici colonialisti deve continuare e intensificarsi per bloccare la restaurazione degli oligarchi democratici.

LINK: The New Authoritarianism: From Decaying Democracies to Technocratic Dictatorships and Beyond 

TRADUZIONE: Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova

Sinistrainrete.info

Allarme sanitario: la Sindrome di Stoccolma ha contagiato il Mondo intero!

Articolo inviato al blog

Secondo recenti studi dell’ OMS (Organizzazione Militanti Sovversivi) una strana epidemia si sta diffondendo a macchia d’ olio in tutto il pianeta, e credo ti convenga leggere attentamente questo testo, perchè molto probabilmente SEI GIA’ STATO CONTAGIATO PURE TU!

Per chi come me è del tutto ignorante in materia medica, la Sindrome di Stoccolma è una condizione psicologica nella quale una persona vittima di un sequestro può manifestare sentimenti positivi (talvolta giungendo all’innamoramento) nei confronti del proprio sequestratore.

E per quanto possa sembrare incredibile questa patologia è stata riscontrata in intere masse di individui che collettivamente manifestano simili sintomi.

In tutto il Mondo infatti sono state messe in atto complesse pratiche sociali ed economiche tali da non consentire ad alcun individuo di poter guadagnare da vivere senza partecipare a processi di alienazione all’ interno di fabbriche nauseabonde o dentro uffici grandi come scatole dei fiammiferi, spesso in condizioni di sicurezza non idonee, causando più di una morte.

Quello che pare insomma come l’ unico mezzo di sostentamento è a tutti gli effetti una morte a piccole dosi, e nonostante l’ innaturelezza della situazione la maggior parte degli individui continua a considerare tutto ciò come lo stato normale delle cose, come se in realtà tutto ciò non fosse l’ effetto di un processo artificiale costruito in lunghi tempi, determinando quello che possiamo considerare il più grande sequestro di massa della Storia dell’ Uomo.

Per di più, agli occhi dei giovani laureati o dei nuovi sequestrati il mondo lavorativo è quello che può offrire una vera emancipazione, è quello (e il solo) all’ interno del quale un Uomo può diventare un individuo di significato, accettando così come assodato quell’ assioma campeggiante l’ ingresso di uno dei luoghi peggiori del Mondo di sempre.

“Arbeit Macht Frei”.
Che il lavoro renda liberi ormai lo credono tutti, tanto che quando troviamo qualcuno disposto a rubarci i nostri giorni in cambio di pezzi di carta lo ringraziamo e lo veneriamo, mostrando così i sintomi veri e propri della Sindrome.

La situazione sta però ultimamente degenerando.

In Europa per esempio pare che interi Paesi siano stati presi in ostaggio da emissari di un noto gruppo terroristico, la cosiddetta Banda Canaglie Erudite, meglio conosciuta come BCE.

I terroristi hanno inizialmente derubato e saccheggiato i cittadini di ogni avere, sottraendogli ogni tipo di bene e servizio, dopodichè hanno inviato esponenti per compiere un vero e proprio sequestro di massa, durante il quale le vittime continueranno a subire maltrattamenti di vario tipo e a perdere ulteriormente i loro averi.

Tuttavia, inspiegabilmente questo atto di inaudita violenza è stato acclamato dalla moltitudine come una vera e propria salvezza, tanto da arrivare all’ estremo sintomo della Sindrome considerando il loro sequestratore come un liberatore. Altri invece giustificano l’ accaduto definendolo un normale e legittimo sequestro tecnico.

Insomma, un vero caso di demenza collettiva!

>Per quanto riguarda la cura, medici autorevoli quali Noam ChomskySlavoj Zizek e David Graeber hanno messo in luce come molti miglioramenti possano avvenire tramite la terapia di gruppo.

E’ stato riscontrato infatti che grazie all’ organizzazione di movimenti, eventi largamente partecipati e con l’ aiuto del confronto reciproco la moltitudine può riuscire a realizzare un percorso di emancipazione e di maturazione nel quale grazie ad una presa di coscienza maggiore risulta poi in grado di riconoscere la drammatica situazione di sequestro nella quale sta vivendo.

Altri esperti suggeriscono l’ assunzione di medicinali, quali Senso Critico Spray o Informazione Libera in pillole; tuttavia tali prodotti non vengono distribuiti nelle normali farmacie, in quanto un uso massivo potrebbe spingere il paziente in atti di boicottaggio che danneggerebbero tutte le multinazionali, incluse quelle farmaceutiche.
Utili farmaci di origine erboristica si possono comunque trovare occasionalmente nelle piazze delle città, all’ interno delle Università o in qualche centro sociale, dove appunto vengono fornite indicazioni utili per reagire insieme a questo disturbo psicollettivo.

E’ dunque necessario che ognuno inizi sin da oggi ad auto-diagnosticarsi tale disturbo, e prendere provvedimenti di qualsiasi tipo.

Si avvisa però il gentile paziente che i metodi curativi qui descritti possono provocare inaspettati stati di consapevolezza, che di effetti collaterali ne ha tanti assai.

Il Colpo di Stato dei banchieri

di: Paul Joseph Watson

Proprio come avevamo avvertito , gli stessi terroristi finanziari responsabili del crollo economico hanno sfruttato la crisi per presentarsi come i salvatori e supervisionare un colpo di stato dei banchieri - con gli scagnozzi di Goldman Sachs che ora sono in controllo sia dell’ Italia che della Banca centrale europea.

L’obiettivo del colpo di stato è quello di sfruttare la crisi del debito come un mezzo attraverso il  quale creare un superstato federale europeo che trasferirà tutto il restante controllo sulle vicende nazionali a Bruxelles. I globalisti hanno già iniziato il processo, selezionando due burattini non eletti per sostituire i primi ministri, democraticamente eletti, in Grecia e in Italia.

Silvio Berlusconi è stato il Gheddafi d’ Europa. Nonostante il suo  carattere ripugnante, Berlusconi si stava rivelando un ostacolo per il colpo di stato dei banchieri ed è stato frettolosamente allontanato, non per volontà del popolo, bensi, come spiega Stephen Faris del Time, tramite l’azione di insider che controllano i mercati.

“Lunedi gli investitori sembravano prendere la decisione collettiva che lui non poteva più essere affidabile nel dirigere la terza economia della zona euro e hanno mandato il costo del denaro per l’ Italia verso livelli di crisi. Alla fine della settimana, non solo Berlusconi era finito, ma lo era anche  l’idea stessa di tenere una votazione per sostituirlo. I mercati avevano parlato, e a loro non piaceva affatto l’idea di affidarsi agli elettori. ”Il paese ha bisogno di riforme, non delle elezioni”, ha detto venerdi Herman Van Rompuy, presidente del Consiglio europeo, durante la sua visita a Roma . ”

A sostituire Berlusconi andrà il massimo fantoccio globalista, l’ex commissario europeo Mario Monti, un consulente internazionale per Goldman Sachs, il presidente europeo della Commissione Trilaterale di David Rockefeller e anche un membro di spicco del Gruppo Bilderberg. Monti è la persona giusta di cui fidarsi e che non commetterà errori, soprattutto in vista della prossima fase del colpo di stato, quando la crisi dell’euro sarà dirottata per concentrare il potere ancora di più nelle mani delle stesse persone che l’hanno causata.

“Questa è la banda di criminali che ci hanno portato a questo disastro finanziario. E’ come chiedere ai piromani di andare a spegnere gli incendi ”, ha commentato Alessandro Sallusti, direttore de Il Giornale, quotidiano milanese di proprietà della famiglia Berlusconi.

Allo stesso modo, quando il primo ministro greco George Papandreou ha avuto il coraggio di proporre al popolo della Grecia  un referendum, nel giro di pochi giorni è stato liquidato e sostituito con Lucas Papademos, ex vice-presidente della BCE, visiting professor ad Harvard ed ex- economista presso la Federal Reserve di Boston.

Papademos e Monti sono stati insediati come leader non eletti per la precisa ragione che essi “non sono direttamente responsabili nei confronti del pubblico”, osserva Faris, illustrando ancora una volta le fondamenta sostanzialmente dittatoriali e antidemocratiche di tutta l’Unione europea.

Venerdì scorso, abbiamo anche evidenziato come l’assalto della retorica apocalittica per il crollo della zona euro potrebbe essere solo un altro espediente per concentrare ancora più potere nelle mani della UE, nel suo tentativo di creare un governo europeo economico centralizzato che imporrebbe le sue decisioni a tutti gli Stati Membri.

Ed ecco che la Banca centrale europea è ora acclamata come il soggetto in grado di “salvare la zona euro” tramite appunto il salvataggio dell’ Italia, della Francia e della Spagna.

E chi è stato appena nominato come presidente della Banca centrale europea e annunciato come il ”salvatore dell’Europa“? Nientemeno che Mario Draghi - l’ ex Vice Presidente di Goldman Sachs International. State cominciando a notare una tendenza?

Naturalmente, questo piano di salvataggio porterà a compimento esattamente quello che gli eurocrati hanno voluto tutti insieme, una più stretta “unione politica”, come ha chiesto ieri il cancelliere tedesco Angela Merkel  o, in altre parole, un superstato federale che sventrerà quanto rimasto dell’indipendenza e della sovranità agli Stati nazionali europei, consegnandolo a Bruxelles.

L’intera crisi del debito della UE non è altro che un flagrante colpo di stato dei banchieri progettato per potenziare gli stessi terroristi finanziari che hanno causato il crollo iniziale nel 2008 attraverso l’improvviso ritiro di grandi quantità di credito dal mercato.

I delinquenti che hanno fatto esplodere la bolla ora si stanno insediando come gli eroi che guideranno la riscossa per prevenire la depressione in tutto il mondo – con gli Stati nazione europei che cederanno il controllo delle loro economie in favore di non eletti dittatori dell’ UE come Herman Van Rompuy e José Manuel Barroso.

LINK: Banker Coup: Goldman Sachs Takes Over Europe

DI: Coriintempesta

 VEDI ANCHE: Stati Uniti d’Europa

Italia,il liberismo cambia faccia:dalla repubblica del bunga bunga alla repubblica tenica delle banche,dei mercati e dello spread

Articolo inviato al blog
di: Salvatore Santoru

Berlusconi si è dimesso ufficialmente ieri alle 21:41.Quasi vent’anni ,tra corruzione,clientelismo,affarismo e leggi “ad personam” è durato il suo regime.Regime che è riuscito come non mai ad imporre i dogmi dell’ideologia neoliberista al popolo italiano,tra propaganda mediatica,tv spazzatura e intralazzi vari.Ieri il Cavaliere è “stato dimesso”, ma non per un’iniziativa popolare o per elezioni,ma bensì per “il giudizio dei mercati” e per volere degli stessi poteri che nel 94 hanno sostenuto e finanziato la sua entrata in politica:da Confindustria alle banche,ai vari poteri forti e/o occulti e così via.E intanto il  trono vagante,con il consenso di destra/sinistra/centro,viene occupato da Mario Monti,colui che  a proposito di “mr Bunga Bunga” disse:” va ringraziato,nel 94 ci salvò dalla sinistra di Occhetto e avviò la rivoluzione liberale in Italia”.Lo stesso Monti che in  un suo articolo sul “Corriere della Sera”datato 2 gennaio 2011,dice :

“In Italia, data la maggiore influenza avuta dalla cultura marxista e la quasi assenza di una cultura liberale, si è protratta più a lungo, in una parte dell’ opinione pubblica e della classe dirigente, la priorità data alla rivendicazione ideale, su basi di istanze etiche, rispetto alla rivendicazione pragmatica, fondata su ciò che può essere ottenuto, anche con durezza ma in modo sostenibile, cioè nel vincolo della competitività.

Questo arcaico stile di rivendicazione, che finisce spesso per fare il danno degli interessi tutelati, è un grosso ostacolo alle riforme. Ma può venire superato. L’abbiamo visto di recente con le due importanti riforme dovute a Mariastella Gelmini e a Sergio Marchionne. Grazie alla loro determinazione, verrà un po’ ridotto l’handicap dell’Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili.”

Dunque i suoi esempi di “grandi riformatori” sarebbero Marchionne e la Gelmini.Insomma,prepariamoci al peggio.E c’è anche dell’altro.Lo stimato economista,nonchè  presidente della Bocconi in una sua recente intervista all’Infedele su La 7,ha affermato :”l’euro è un sucesso,soprattutto per la Grecia”.E così  che inizia la Terza Repubblica,fondata sulle “banche,sulla tecnica e sull’infallibilità dei mercati e delle borse”.Festeggiate pure  se vi va di farlo,ma riflettete sul perchè l’ex tessera 1816 P2,è stato dimesso proprio ora,e chiedetevi:ma non era meglio se si fosse dimesso per un’iniziativa popolare o per elezioni(magari anche anni fa),invece che per il “giudizio dei mercati” e i capricci dello “spread”,cioè per un’azione(un colpo di stato finanziario) con cui non abbiamo niente a che fare(anzi),e perlopiù per un’imposizione degli stessi che per quasi vent’anni lo hanno tenuto in galoppo?

Tutti gli uomini di Goldman Sachs

di: Francesco Piccioni

I «padroni dell’universo». Un soprannome modesto per gli uomini di punta di Goldman Sachs (GS). Una banca d’affari con 142 anni di vita, più volte sull’orlo del baratro, da sempre creatrice di conflitti di interesse terrificanti, da far impallidire – per dimensione e pervasività – quelli berlusconiani.

Famosa per «prestare» i propri uomini alle istituzioni, quasi dei civil servants con il pessimo difetto di passare spesso dalla banca privata ai posti di governo. Come peraltro i membri della Trilaterale o del Bilderberg Group. Mario Monti è uomo accorto: è presente in tutti e tre. Per GS ha fatto finora l’international advisor, come anche Gianni Letta, dal 2007, nonostante il ruolo di governo. Cos’è un advisor? Beh, è un consigliere; una persona in grado di indicare a una banca internazionale i migliori affari in circolazione. Specie quando uno Stato deve privatizzate le società pubbliche. Sta nella buca del suggeritore, ma può diventare premier…

E G&S ha comunicato ai mercati in tal caso lo spread per i Btp italiani calerebbe a 350 punti in un lampo.

È la banca che ha inventato (subito copiata dalle altre) i prodotti derivati, quei 600mila miliardi di dollari virtuali che stanno strangolando il mondo. Che ha aiutato i conservatori greci a nascondere lo stato reale dei conti pubblici davanti alla Ue. Che ha mandato l’amministratore delegato Henry Paulson, nel 2006, a fare il ministro del tesoro di Bush figlio. Dopo il crack di Lehmann Brothers inventò il piano Tarp: 700 miliardi di dollari statali per salvare le banche private anche a costo di far esplodere il debito pubblico Usa.

G&S riuscì in quel caso a intascare buona parte dei 180 miliardi destinati al salvataggio di Aig, gruppo assicurativo. Prima di lui era stato su quella poltrona Robert Rubin, con Clinton presidente; c’era poi tornato molto vicino, con Obama, ma dovette lasciare quasi subito il team economico: troppo evidente il suo doppio ruolo. Robert Zoellick è invece partito da G&S per coprire decine di ruoli per conto dei repubblicani, fino a diventare 11° presidente della Banca Mondiale.

Ma anche gli italiani si difendono bene. Romano Prodi era stato lui advisor, prima di tornare all’Iri per privatizzarla e spiccare quindi il volo verso la presidenza del consiglio, per ben due volte. Al suo fianco, negli anni, Massimo Tononi, ex funzionario della sede di Londra e quindi sottosegretario all’economia tra il 2006 e il 2008.

Ma il più noto è certamente Mario Draghi. Dal 2002 al 2005 è stato vicepresidente e membro del management Committee Worldwide della Goldman Sachs; in pratica il responsabile per l’Europa. Ha lasciato l’incarico per diventare governatore della Banca d’Italia e prendere la presidenza del Financial Stability Forum (ora rinominato Board), incaricato di trovare e mettere a punto nuove regole per il sistema finanziario globale. Compito improbo, che ha partorito molte raccomandazioni ma nessun risultato operativo di rilievo (le regole di Basilea 3 sono tutto sommato a tutela della solidità delle banche, non certo limitative di certe «audacie» speculative).

Dall’inizio di questo mese siede alla presidenza della Banca Centrale Europea, ma prima ancora di entrarci aveva scritto e poi fatto co-firmare a Trichet – la lettera segreta con cui il governo veniva messo alle strette: o le «riforme consigliate» in tempi stretti o niente acquisti di Btp. Forse rimpiange di ver lasciato il Financial Stability Board. Ma non deve preoccuparsi: al suo posto Mark Carney, governatore della Banca centrale canadese. Anche lui, per 13 lunghi anni, al fianco dei «padroni dell’universo» targati Goldman Sachs.

IlManifesto.it

Italia, un ‘regime change’ senza armi

di: Enrico Piovesana

Il bombardamento speculativo, l’ultimatum di Draghi e Trichet, l’invasione delle truppe in doppio petto di Bce e Fmi che occupano i ministeri e l’imposizione di un governo-fantoccio

La soluzione ai nostri guai sarebbe quindiMario Monti, tecnocrate che gode della piena fiducia dei mercati. Non stupisce, visto che l’ex commissario europeo è anche consulente di Goldman Sachs (la superbanca che ha causato il collasso greco e l’affossamento dei Btp italiani) e della Coca Cola, presidente europeo della Commissione Trilaterale di David Rockefeller e membro direttivo del potente club Bilderberg.

Ma come si è arrivati a questo?

Lo scorso luglio i mercati internazionali, soprattutto statunitensi (grandi banche d’affari, fondi d’investimento, agenzie di rating, multinazionali e compagnie assicurative) hanno scatenato il loro attacco speculativo contro l’Italia: non perché le condizioni economiche del nostro Paese fossero improvvisamente peggiorate, ma per la definitiva perdita di credibilità e di fiducia del governo Berlusconi.

Inizialmente sostenuto dai mercati internazionali per le sue promesse di ‘rivoluzione liberale’, ultimamente il Cavaliere, sempre più invischiato nei suoi scandali sessuali e concentrato a difendere i suoi interessi personali, veniva giudicato dai mercati irrimediabilmente inadeguato a portare avanti le riforme e le politiche economiche da essi richieste.

La crescente apprensione dei mercati si è tramutata in paura a giugno, con la vittoria del referendum contro la privatizzazione dell’acqua: un campanello d’allarme sulla pericolosa piega democratica che rischiava di prendere l’Italia nel vuoto di potere creato da Berlusconi.

In un Paese inaffidabile e indisciplinato come l’Italia, i mercati non potevano certo affidare il cambio di regime al popolo bue, rischiando di vedersi rieletto Berlusconi o di vederlo sostituito da un governo troppo sbilanciato a sinistra. Hanno giudicato più sicuro prendere direttamente il controllo dell’Italia con il pretesto dell’emergenza.

Da qui l’attacco speculativo di luglio con borse e spread impazziti, traduzione economica della dottrina militare Shock and Awe, colpisci e intimorisci.

Insomma, terrorismo finanziario. Il Paese, messo in ginocchio e gettato nel panico, è pronto ad accettare qualsiasi cosa.

L’ultimatum è arrivato ad agosto nella lettera dei banchieri Trichet e Draghi, che dettavano al governo Berlusconi le condizioni per la fine dei bombardamenti speculativi: in sostanza una resa incondizionata alle politiche dettate da banche, finanza e grandi imprese: privatizzazioni, deregulation del mercato del lavoro, taglio a salari, pensioni e servizi sociali.

La confusa e tentennante risposta del governo Berlusconi ha scatenato l’offensiva finale dei mercati, che in poche settimane hanno portato l’Italia sull’orlo del default. Il Cavaliere, con la pistola puntata alle tempia, è stato costretto a farsi da parte, mentre a Roma sbarcavano le truppe in doppio petto di Bce e Fmi, che occupavano i ministeri-chiave prendendo di fatto in mano le redini del Paese.

Nel frattempo si mette in piedi un governo-fantoccio guidato dal consulente di Goldman Sachs che, almeno a giudicare dai nomi che circolano sui probabili ministri, sarà formato in gran parte da banchieri e da personaggi strettamente legati alle banche: Giuliano Amato, consulente di Deutsche Bank ed esperto in manovre lacrime e sangue, Fabrizio Saccomanni, direttore generale della Banca d’Italia, Lorenzo Bini Smaghi, appena uscito dal comitato esecutivo della Banca centrale europea, Domenico Siniscalco, vicepresidente di Morgan Stanley, Piero Gnudi, consigliere d’amministrazione di Unicredit.

“Missione compiuta!” disse Bush sulla portaerei dopo la caduta di Saddam.

Altrettanto potranno dire nei prossimi giorni i grandi banchieri internazionali, brindando a champagne sui loro yacht alla salute del governo Monti. Alla faccia del ’99 per cento’ degli italiani, inconsapevolmente caduti dalla padella alla brace.

Nulla di nuovo sotto il sole. Per imporre le proprie regole e tutelare i propri interessi, i poteri forti economici e finanziari (statunitensi ma non solo) hanno organizzato golpe in Africa e in America Latina, invasioni militari in Asia, Medio Oriente e Nordafrica, rivoluzioni colorate nell’ex blocco comunista. Per i Paesi europei basta un massiccio attacco speculativo e il gioco è fatto. All’Italia è già capitato nel 1992, e oggi la storia si ripete.

PeaceReporter

Presidente Berlusconi, per il bene dell’Italia, NON SI DIMETTA.

Presidente,

perdoni l’approccio informale. Sono il giornalista e autore Paolo Barnard, lavoro da due anni con il gruppo di macroeconomisti del Levy Institute Bard College di New York sulla crisi dell’Eurozona. Siamo guidati dal Prof. L. Randall Wray dell’Università del Missouri Kansas City, che coordina altri 10 colleghi inglesi e australiani.

Presidente, è incomprensibile che Lei non scelga di salvare la nazione, e il Suo governo, rendendo pubblico che:

a) l’Euro fu disegnato precisamente per affossare gli Stati del sud Europa, fra cui l’Italia.

b) esistono responsabili italiani ed europei di questo “colpo di Stato finanziario di proporzioni storiche. (una definizione del tutto ragionata offerta dell’economista americano Michael Hudson)

Presidente, dalle pagine del Financial Times, del Wall Street Journal e persino del New York Times, da mesi economisti del calibro di Martin Wolf, Joseph Stiglitz, Paul Krugman, Nouriel Roubini, Marshall Auerback, Le stanno suggerendo la via d’uscita. A Parigi, l’eccellente Prof. Alain Parguez dell’Università di Besancon ne ha trattato esaustivamente. Wray e i suoi colleghi Mosler, Tcherneva e Hudson pure. Nel dettaglio, essi hanno scritto che:

L’Italia è stata condannata a un’aggressione senza precedenti da parte dei mercati dall’operato dei governi di centrosinistra che La hanno preceduta, poiché essi hanno portato il nostro Paese nel catastrofico costrutto dell’Eurozona. Le famiglie italiane e il Suo governo non devono pagare per colpe non loro. Lei deve dire alla nazione ciò che sta veramente accadendo, e chi ci ha condotti a questo dramma. 

L’Euro fu pensato nel 1943 dal francese Francois Perroux con il dichiarato intento di “Togliere agli Stati la loro ragion d’essere“. La moneta unica è infatti un progetto franco-germanico da quasi mezzo secolo (Attali, Delors, Issing, Weigel et al.), col fine di congelare le svalutazioni competitive d’Italia e Spagna, e col fine di deprimere i redditi del sud Europa per delocalizzare in esso manodopera industriale per l’esclusivo vantaggio del Neomercantilismo franco-tedesco.

Specificamente, la moneta unica:

- Esclude un prestatore di ultima istanza sul modello Federal Reserve USA, proprio per portare la sfiducia dei mercati sui debiti dell’Eurozona.

- I debiti dell’Eurozona non sono più sovrani, poiché l’Euro è moneta che ogni Stato può solo usare, non emettere, e che ogni Stato deve prendere in prestito dai mercati di capitali privati che lo acquisiscono all’emissione. L’Euro è moneta di nessuno, non sovrana per alcuno.

- I due punti precedenti hanno distrutto il fondamentale più importante della macroeconomia di Stato, che è “Ability to pay“, cioè la capacità di uno Stato di onorare sempre il proprio debito emettendo la propria moneta sovrana. L’attuale aggressività dei mercati contro il nostro Paese (ed altri) è dovuta in larghissima parte proprio alla loro consapevolezza della nostra perdita di “Ability to pay”, la cui presenza è infatti l’unica rassicurazione che può calmare i mercati. Motivo per il quale il Giappone dello Yen sovrano, che registra il 200% di debito/PIL, non è da essi aggredito e ha inflazione vicina allo 0%. Motivo per cui l’Italia della Lira sovrana mai si trovò in condizioni simili al dramma attuale, nonostante parametri ben peggiori di quelli oggi presenti.

- L’Euro è moneta insostenibile, disegnata precisamente affinchél’assenza radicale di “Ability to pay” nei governi più deboli dell’Eurozona inneschi un circolo vizioso di crisi che alimenta la sfiducia dei mercati che alimenta crisi. Non se ne esce, qualsiasi correttivo non altera, né mai altererà, questo fondamentale negativo, e i mercati infatti non si placano.

- Le estreme misure di austerità per la riduzione del deficit di bilancio che vengono oggi imposte al Suo governo, sono distruttive per la Aggregate Demand di cui qualsiasi economia necessita per crescere. Sono cioè  il farmaco che causa la malattia, invece di curarla.

Anche questo non accade per un caso.

- Tali misure ci vengono imposte proprio perché il nostro debito pubblico non è più sovrano, a causa dell’adozione di una moneta non sovrana. Infatti, ogni spazio di manovra del Suo governo al fine di stimolare crescita e riduzione del debito attraverso scelte di spesa sovrana (fiscal policy), è stato annullato dall’adozione della moneta unica, che, ribadisco, l’Italia non può emettere come invece fanno USA o Giappone. Si tratta di una perdita di sovranità governativa senza precedenti nella storia repubblicana, e di cui le misure imposte dalla Commissione UE come il European Semester e l’Europact sono l’espressione più estreme, ma di cui noi cittadini e Lei paghiamo le estreme conseguenze.

- L’Euro e i Trattati europei che l’hanno introdotto, sbandierati a salvezza nazionale dal centrosinistra, stanno, per i motivi sopraccitati, umiliando l’Italia, nazione che ha uno dei risparmi privati migliori del mondo, 9.000 miliardi in ricchezza privata, una capacità industriale invidiata dai G20, banche assai più sane della media occidentale, e parametri di deficit che sono inferiori ad altri Stati dell’Eurozona. Lei, Presidente, sarà il capro espiatorio, noi italiani ne soffriremo conseguenze devastanti per generazioni.

Presidente, Lei deve e può denunciare pubblicamente la realtà di questa moneta disegnata per fallire. Lei può e deve smascherare le responsabilità del centrosinistra italiano e dei governi ‘tecnici’ in queste scelte sovranazionali catastrofiche.

Presidente, il team di macroeconomisti accademici del Levy Institute Bard College di New York e dell’Università del Missouri Kansas City, sono coloro che hanno strutturato il piano Jefes che ha portato l’Argentina dal default al divenire una delle economie più in crescita del mondo di oggi. Essi sono a Sua disposizione per definire sia la strategia comunicativa che quella economica per salvare l’Italia, e il Suo governo, da un destino tragico e che non meritiamo.

In ultimo una precisazione di ordine morale.

Presidente, io non sono un Suo elettore, e avrei cose dure da dire sul segno che la Sua entrata in politica ha lasciato in Italia. Ma non sono un cieco fanatico vittima della cultura dell’odio irrazionale che ha posseduto gli elettori dell’opposizione in questo Paese, guidati da falsari ideologici disprezzabili, come Eugenio Scalfari, Paolo Flores d’Arcais, Paolo Savona, e i loro scherani mediatici come Michele Santoro, Marco Travaglio e codazzo al seguito.

Perciò come prima cosa mi ripugna che Lei sia bollato come il responsabile di colpe che Lei non ha, e che sono tutte a carico del centrosinistra italiano. Incolpare un innocente, per quanto criticabile egli sia, è sempre inaccettabile. Ma soprattutto,

Presidente, se l’Italia verrà consegnata dal golpe finanziario in atto contro di noi, e da elettori sconsiderati e ignoranti, nelle mani del Partito Democratico, per noi sarà la fine.

 Sarà l’entrata trionfale a Roma dei carnefici del Neoliberismo più impietoso, sarà la calata della Shock Therapy su un popolo ignaro, cioè il saccheggio del bene comune più scientificamente organizzato di ogni tempo, quello che nell’Est europeo ha già mietuto più di 40 milioni di vite in due decadi, senza contare le sofferenze sociali inenarrabili che porta con sé.

I volti di Mario Monti, di Massimo D’Alema, di Mario Draghi, di Romano Prodi, dell’infimo Bersani, sono le maschere funebri di questa nazione, veri criminali e falsari di portata storica. Il cerimoniere complice si chiama Giorgio Napolitano.

Mi appello a Lei Presidente perché mi rendo conto che i miei connazionali non hanno la più pallida idea di ciò che il centrosinistra italiano ha già inflitto al nostro Paese, di ciò che gli infliggerebbe se salisse al governo, ma soprattutto di chi li guida dietro le quinte. Le eminenze grigie sono le elite Neoclassiche, Neomercantili e Neoliberiste, gente senza nessuna pietà.

Resista Presidente, affinché Lei possa usare il tempo che Le rimane per smascherare il “colpo di Stato finanziario” che sta travolgendo, fra gli altri, la nostra Italia. I mercati finanziari della “classe predatrice”, così ben descritta nella sua abiezione dall’americano James Galbraith, la odiano a morte, ci odiano a morte. Sia, Presidente, colui che piazza la mina nei cingoli della loro macchina infernale, rivelandone l’inganno chiamato Euro e Trattato di Lisbona. Gli italiani non lo faranno. Non ne sono capaci.

PaoloBarnard.info

”Se l’Italia non fosse nell’euro…”

di: Enrico Piovesana

Il giornalista economico britannico Evans-Pritchard: “L’economia italiana è debole solo secondo i parametri di Maastricht. Se avesse ancora una banca centrale sovrana non sarebbe in questa situazione. La Bce? Incompetente e arrogante”

Il giornalista economico britannico Ambrose Evans-Pritchard, responsabile della sezione economica internazionale del Telegraph, ha scritto pochi giorni fa in un suo articolo:

“Lasciatemi aggiungere che l’Italia non è fondamentalmente insolvente. È in questi pasticci perché non ha un prestatore di ultima istanza, una banca centrale sovrana o una moneta sovrana. La struttura dell’euro ha trasformato uno stato solvente in uno insolvente. Ha invertito l’alchimia”.

Affermazioni degne di nota che Peacereporter ha chiesto a Evans-Pritchard di spiegare.

 Fondamentalmente la posizione debitoria italiana è solida - ci ha detto il giornalista britannico al telefono - perché non esiste solo il rapporto debito pubblico/Pil stabilito dal Trattato di Maastricht.

Se tra i criteri di sostenibilità di un economia si considera anche il debito privato, l’Italia risulta uno dei Paesi più stabili d’Europa. L’indebitamento delle famiglie italiane e delle società non finanziarie italiane è il più basso d’Europa (42 per cento del Pil, contro il 103 britannico, l’84 spagnolo, il 63 tedesco e il 51 francese, ndr) e ciò rende il debito aggregato italiano (pubblico più privato) inferiore a quello di Gran Bretagna, Spagna e Francia, e analogo a quello della Germania.

Inoltre lo Stato italiano è uno dei pochi al mondo ad avere un avanzo primario, ovvero a incassare più di quello che spende, al netto degli interessi che paga sul debito pubblico.

Considerate queste condizioni, se il vostro Paese non fosse entrato nell’euro e aveste quindi una banca centrale sovrana in grado di attuare una politica monetaria autonoma espansiva a sostegno dello sviluppo la situazione dell’Italia sarebbe molto migliore. Ovviamente stiamo parlando in linea puramente teorica, perché ormai che siete dentro non potete uscirne: sarebbe una catastrofe per voi e per l’Europa in generale.

Il problema è che la direzione in cui stiamo andando è proprio questa, perché la politica economia della Bce produce risultati nefasti.

La politica monetaria restrittiva della Bce, che anche in questi ultimi anni di piena recessione ha pedissequamente osservato il suo dovere statutario di tenere bassa l’inflazione tenendo alto il costo del denaro, ha ristretto il credito e di conseguenza ha rallentato la crescita di tutta l’Europa. E ora pretende di salvare Paesi in recessione come Grecia e Italia imponendo loro riduzioni salariali e tagli occupazionali che bloccheranno crescita e sviluppo.Incompetenza, per non dire di peggio.

A questo si sommano la pericolosità politica dell’azione della Bce, che impone i suoi diktat in maniera arrogante e offensiva della sovranità nazionale. Si pensi al piano per la Grecia che prevede l’apertura ad Atene di uffici europei permanenti per monitorare l’applicazione di queste misure, come una sorta di viceré europeo.

PeaceReporter

Il potere occulto della finanza

di: Oscar Strano

Un virus chiamato democrazia, il male del novecento. Un batterio micidiale messo in circolazione dalla caduta dell’Unione Sovietica. I moralisti diranno che dalla caduta del muro si è avverato il sogno di libertà tanto desiderato, e dunque rispondo con una celebre frase di Friedrich Nietzsche, “non resta altro mezzo per rimettere in onore la politica, si devono come prima cosa impiccare i moralist”. Appena dopo un decennio da quel fatidico 1989, il numero delle nazioni democratiche nel mondo già era cresciuto da sessantanove a centodiciotto, ma a quale prezzo?

Nel momento in cui il muro di Berlino crolla, un oceano di illusioni e false speranze attraversa la cortina di ferro, simbolo fino a quel dì della divisione tra mondo libero e totalitarismo. Ma il virus democratico non si ferma lì e comincia a espandersi anche nel Sudest asiatico, nell’America Latina e persino in Cina, portando con sé un sintomo peculiare, ossia la schiavitù. Sì, avete capito bene: schiavitù o dipendenza totale dalla povertà. Perché in quel decennio quasi ventisette milioni di persone vengono ridotte ai margini perfino in alcuni paesi dell’Europa occidentale. La globalizzazione e l’avvento della democrazia, paradossalmente, favoriscono lo sfruttamento del lavoro degli schiavi su scala industriale. La democrazia e la schiavitù sono tenute insieme da quella che è definita una correlazione diretta; l’evoluzione dell’uno condiziona quello dell’altro. Un altro paradosso si manifesta dagli anni cinquanta, ma fortemente accentuata dopo il 1989, durante il processo di decolonizzazione. Nel momento in cui le colonie ottengono l’autonomia, il numero degli schiavi cresce mentre il loro prezzo si abbassa.

Ebbene mi domando, a chi è servito questo processo?

Risulterei banale rispondendo “le solite famiglie della finanza mondiale”. Anche se il discorso è tutto lì. Ed è sbagliato pensare che lo sfruttamento degli schiavi è pratica delle nazioni più ricche a discapito di quelle più povere, e quindi più deboli.

Gli approfittatori sono gli stessi connazionali. Vi chiederete, come lo chiamiamo questo sistema? Finanza Sovrana, ed è la conseguenza di mutamenti radicali all’interno di società, culture, nazioni. La Finanza Sovrana occupa il posto di una classe politica che si dimostra non in grado di prendere scelte serie e decise per quanto riguarda l’economia statale. Se le casse dello stato non hanno guardiani, i primi avvoltoi ci si fiondano e fanno razzia. E’ semplice il processo, anche se la storia lo cela dietro teorie complesse e incomprensibili. Ed è questa logica ad aver distrutto imperi, grandi culture e grandi nazioni. Ed è sempre la stessa logica che sta distruggendo la coscienza collettiva, perché è presente quotidianamente, in ogni gesto di ogni uomo. Dalle comunicazioni, alla sicurezza; dalle necessità umane alle azioni “umanitarie” (meglio: balle umanitarie).

E oggi la Finanza Mondiale è in subbuglio, è agitata, irrequieta. Come mai? Saremo forse nel mezzo di un altro mutamento storico? Sta forse cambiando qualcosa, in maniera radicale? La classe politica italiana (come del resto tutte le classi politiche europee, o quasi) è lo specchio della scena politica internazionale. Quando l’Unione Sovietica crollò, in Italia fu smantellata una rappresentanza popolare, quasi interamente.

Un evento che segnò la fine della prima Repubblica, oltreché “Mani Pulite”, è anche l’adozione dell’euro da parte dell’Italia. Intendiamoci: non sono eventi che si sono avverati nello stesso anno, alcuni a distanza di un decennio quasi, ma i mutamenti radicali sono fratture che si sviluppano in periodi non definiti, anzi variabili. Possono durare cinque anni, come dieci. Ma saranno forse un caso questi eventi?

E’ l’avvento di un nuovo mutamento che preoccupa perché, se non controllato, favorirà sempre la Finanza Mondiale che, oltre al debito degli stati, è l’unica cosa che si può dir ancora sovrana in un mondo che si sta disintegrando nel profondo delle sue anime. Purtroppo però ( o per fortuna, si vedrà) il cambiamento sta – palesemente – prendendo la forma che la Finanza Mondiale ha, nel segreto dei suoi uffici distribuiti nell’intero globo, deciso. A conferma di ciò è l’aumento degli interessi sui mutui. Secondo i dati di Bankitalia, ad agosto il tasso di interesse medio sui prestiti è arrivato a quota 3,70%. Mentre l’anno prima, nello stesso mese, il tasso era un punto percentuale in meno circa (2,86%). Questa è la conseguenza dell’atteggiamento tenuto dall’Europa che, per salvare le banche, tiene basso il costo del denaro. Quindi ora non pensate mica di sottoscrivere un mutuo, sarebbe la vostra rovina, visto che il tasso ufficiale della Bce è all’1,5% e quindi potreste arrivare a pagare gli interessi anche al 5%. Roba da pazzi.

Secondo un’indagine dell’Osservatorio finanziario, le quote di guadagno delle diverse banche sono aumentate nei mesi estivi (guarda un po’! Proprio i mesi in cui sono state varate le varie finanziarie dal governo). Veneto Banca ha aumentato la quota del 2,4%, e un suo cliente è costretto a pagare il 4% in più d’interessi. Poi arriva Credem, con spread balzati del 2%.

Al terzo gradino del podio troviamo la Banca Popolare di Vicenza, con maggiorazioni fino al 1,9%, giungendo il 3,9% di spread per i mutui variabili indicizzati con il tasso Bce. Seguono le grandi banche Intesa e Unicredit e, per quest’ultima, facendo una media tra le varie tipologie di mutuo l’aumento della quota guadagno è del 1,7%.

Per Intesa invece la maggiorazione per tutti i prestiti per la casa varia dal 0,4% allo 0,75% in più rispetto ai mesi estivi di quest’anno. In fondo alla “lista nera” dell’Osservatorio troviamo anche Banca Sella, Cariparma, Bpm, Carige, Bnl e le Poste Italiane.

Certo, loro aumentano gli indici e i valori d’interesse, a noi invece aumentano i debiti e diminuiscono i soldi, strategia che sa di truffa ormai, ma loro no: non sia mai che le banche non debbano speculare su poveri cristi. Le banche sopravvivono sempre, anzi, in momenti di mutamento profondo, si arricchiscono e con loro i veri padroni delle banche. Sarà un caso?

Rinascita.eu

Il ruolo delle Banche Internazionali all’origine del primo conflitto mondiale

di: Gian Paolo Pucciarelli

Il Quarterly Journal of Economics, in un articolo pubblicato a Washington nel mese di aprile del 1887, rileva l’insostenibile debito pubblico dei Paesi europei, formulando l’auspicio d’un urgente risanamento dei loro bilanci, esplicitamente espresso nel seguente monito:“Le finanze d’Europa sono a tal punto compromesse dall’indebitamento generale che i governi dovrebbero chiedersi se una guerra, malgrado i suoi orrori, non sia preferibile al mantenimento di una precaria e costosa pace”.

Fra lo sconcerto generale che, come si può supporre, il menzionato articolo ebbe allora modo di provocare, si apprendeva che le potenze europee, sottoposte a rigidi vincoli finanziari, perché debitrici, sarebbero state costrette a seguire fra il 1887 e il 1914 determinati orientamenti politici tali da condurre a un conflitto senza precedenti nella storia, allo scopo di pagare il loro debito pubblico [public debts of Europe (sic)]. In breve la guerra (mondiale) sarebbe stata la sola alternativa alla bancarotta.

Il “trimestrale”, destinato a diventare prestigioso negli ambienti economici internazionali, attribuiva l’origine del colossale debito pubblico europeo (qualcosa come 5.300 milioni di dollari di allora da pagare annualmente in linea interessi) alle allegre gestioni dei cosiddetti “sinking funds” (fondi governativi, costituiti a garanzia dei bonds emessi dallo Stato), omettendo di precisare che proprio questi sono parte fondamentale del meccanismo adottato dal Sistema Bancario Internazionale per indebitare i governi e dichiararli insolventi, quando il prelievo fiscale non sia più sufficiente a rimborsare (in linea capitale e interessi) il “prestito” loro concesso. La tecnica, dell’Investment Banking, prevede fra l’altro la “mobilizzazione del credito”, cioè il reinvestimento dei fondi (attraverso i servizi della Banca Centrale), e particolare attenzione alle procedure di ammortamento cui sono soggetti gli strumenti (per esempio gli armamenti) che il debitore ha acquisito, grazie al prestito concessogli. Nell’Europa d’inizio Novecento il clima politico, carico di tensioni, sembrava prossimo a scatenare la tempesta, del resto annunciata da fermenti rivoluzionari e pressanti rivendicazioni delle forze sociali, restando alle diplomazie il merito di aver riconosciuto il diritto di autodeterminazione dei popoli, senza ledere naturalmente certi privilegi imperialistici. Circostanza da cui emergeva la necessità di provvedere comunque all’incremento delle spese per la difesa, malgrado il già insostenibile debito pubblico o, viceversa, proprio in conseguenza di questo. Le banche (internazionali e/o le affiliate, operanti nei rispettivi paesi), erogatrici del prestito, intendevano in ogni caso tutelare il proprio capitale investito con il reintegro e l’aggiornamento degli armamenti, resi obsoleti dal rapido sviluppo industriale, suggerendone in molti casi l’urgente impiego. Anche l’industria pesante si sarebbe adeguata al nuovo indirizzo, che obbligava i governi a disporre conversioni della produzione economica, da cui le banche avrebbero tratto doppio profitto, in previsione e nel corso dell’eventuale conflitto (acquisto di armi) e nella fase successiva alla fine delle ostilità (ricostruzione). Il Sistema Bancario Internazionale agiva in perfetta simbiosi con le proprie affiliate (acciaierie, chimica, munizioni) formando l’efficiente struttura finanziaria – industriale, chiamata anche “Conglomerate” o “Corporate Banking”, tesa ad alimentare ostilità di vecchia data nel teatro europeo e a seminare discordie col volontario aiuto delle diplomazie.

Gli effetti dell’influenza esercitata sui governi dalle banche internazionali sono evidenti in particolare nel cruciale periodo 1907 – 1914 (crisi finanziaria, intrighi a non finire intorno alla Anglo Persian Oil Company, piano di saccheggio del dissolvendo Impero Turco Ottomano, costituzione del Federal Reserve System) durante il quale si osservano chiari segnali dell’imminente conflitto. In questo scenario, la Gran Bretagna intende consolidare il proprio impero (India) e affermare il proprio dominio sugli oceani, senza dimenticare l’influenza finanziaria che essa esercita, grazie alla Bank of England, sulla sua ex colonia nordamericana, gli Stati Uniti d’America, attraverso il binomio, all’epoca costituito fra Re Giorgio V e Leopold Rothschild della Rothschild House di Londra (che a sua volta si avvale dei propri agenti negli States, Morgan e Rockefeller).

Principale antagonista della Gran Bretagna è la Germania del Kaiser Guglielmo II (nipote del Re inglese Edoardo VII), incline a potenziare la flotta per la conservazione delle proprie colonie e a non rinunciare alle aspirazioni germaniche sui territori dell’Impero Turco Ottomano. Spinta dal revanscismo, dopo la sconfitta nella guerra franco prussiana, la Francia è acerrima nemica della Germania per l’eterna contesa dell’Alsazia-Lorena. L’Italia giolittiana, concluso a suo vantaggio nel 1912 la guerra con la Turchia per la Libia, si annovera fin dal 1850 fra i migliori clienti di Casa Rothschild, cui si dovrebbe, secondo alcuni, grazie ai pluriennali finanziamenti ai Savoia, la sospirata Unità Nazionale. Il quadro non è completo. Manca la Russia zarista, che nello scenario prebellico costituisce un caso a parte, se vogliamo credere a chi sostiene che tra gli equivoci delle Tesi su Feuerbach e le proteste sociali dell’epoca c’era di mezzo, come sempre… la Banca. Vale a dire che si può anche pagare lautamente l’aria fritta, purché, rivenduta in forma d’ideologia, svolga opportune funzioni livellatrici, determinando illusioni sufficienti a preferire alla fame i presunti benefici dell’economia collettiva. Ciò significa fra l’altro che la diffusione di un ideale rivoluzionario e l’indebitamento generale sono mezzi giustificati dallo stesso fine: il controllo delle masse. Nel contesto, il ruolo della “Banca” si svolge secondo le regole del già citato “Sistema” che comprende l’Istituto di emissione (Banca Centrale), le Banche d’investimenti, le Banche commerciali e l’intera rete delle banche locali. Il sistema, operante attraverso articolazioni nazionali, dovrebbe adeguarsi alla politica economica dei singoli Paesi, secondo le direttive impartite alla Banca Centrale dai Ministeri di Economia, Tesoro e Finanze. Ma così non avviene, perché la Banca Centrale controlla lo Stato, invece di essere da questo controllata. Questo succede perché il capitale di maggioranza dell’Istituto di Emissione è in mani private, dietro le quali operano tranquillamente le Banche d’Investimenti Internazionali.

E’ del resto quanto precisamente prevede una “clausola” del contratto di prestito erogato dalle Investment International Banks, per cui il ruolo dell’“Istituto di emissione” diviene ad esse subalterno. Questo è determinato dalla progressiva cessione di quote o azioni del proprio capitale, pretesa ogniqualvolta le Banche d’Investimento internazionali erogano un prestito a favore dello Stato (procedura che può facilitare in tempi brevi l’acquisizione dell’intero capitale della Banca Centrale – vedi al proposito il caso dell’odierna Bankitalia).

Il creditore dello Stato può dunque pretendere il rimborso del prestito, quando a suo giudizio, il debito pubblico diventasse insostenibile. In tal caso la dichiarazione d’insolvenza permetterebbe al creditore di pretendere l’immediato rimborso del prestito, obbligando il governo ad adottare idonee misure finanziarie o, in alternativa, iniziative della politica estera miranti a creare nuove opportunità d’investimento, che prevedono fra l’altro il ricorso al più efficace degli strumenti finanziari, la guerra.

Nell’inverno del 1914, divenne urgente rispettare le scadenze, sotto la minaccia, incombente su molte teste coronate dell’Europa di allora, di veder confiscati i propri tesori, ben custoditi nei forzieri delle Banche londinesi, aderenti al “Sistema delle Banche Internazionali”.

Il caso dei Romanov è significativo.

Vale la pena al proposito osservare lo sviluppo delle relazioni anglo-russe a cominciare dal 1876, anno in cui si costituiscono a Londra, grazie anche agli introiti della Società del Canale di Suez (finanziata al 50 % dalla Rothschild Bank che acquista un anno prima per conto della Corona inglese la quota egiziana, pagando 4 milioni di sterline a Ismail Pascià), quelle che saranno poi chiamate “Accepting Houses”, speciali organismi bancari, affiliati alla Hambros e alla Rothschild Bank, che avranno il compito di amministrare il mercato dei bonds o obbligazioni emesse dallo Stato debitore (oggetto di particolari attenzioni sarebbe stato ad esempio il debito per le riparazioni di guerra di 31 miliardi di dollari della Repubblica di Weimar). Ma nel caso della Russia Zarista, sembra documentato il contratto a lungo termine che Alessandro II stipulò con la Rothschild Bank di Londra al fine di ottenere sostegno finanziario per muovere guerra alla Turchia nel 1877. Le pretese che lo Zar avanzò, a guerra conclusa, su Costantinopoli e il Bosforo, furono respinte dal primo ministro britannico Benjamin Disraeli, non solo perché intralciavano le rotte inglesi verso l’India, ma anche perché l’Impero di tutte le Russie risultava insolvente nei confronti dei Rothschild. Ragione per cui lo stesso Disraeli prospettò l’opportunità politica di concedere prestiti contro il rilascio di garanzie reali da parte del successore di Alessandro II, lo Zar Alessandro III, risultato poi altrettanto inaffidabile. La costituzione “in pegno” di buona parte del tesoro dei Romanov, custodita nelle casse delle Accepting Houses londinesi, faceva peraltro riscontro al successivo ingresso della Russia fra le Potenze dell’Intesa, dopo che Nicola II era stato convinto che un ulteriore aiuto finanziario dei Rothschild (secondo la procedure e le clausole sopra descritte) gli sarebbe stato necessario per potenziare un esercito sufficiente a fronteggiare la presunta minaccia degli Imperi Centrali. Visto poi che lo Zar continuava ad essere insolvente anche per gli esiti nefasti della guerra russo-giapponese, Londra (o meglio, le Filiali londinesi dell’Investment Banking) predisponevano il gigantesco tranello di cui sarebbero state vittime lo stesso Zar e il popolo russo. Non prima però che si fosse resa politicamente giustificabile quella guerra totale da tempo prevista per “salvare” i governi europei dalla bancarotta. Il tutto preceduto dall’avvio di un piano, concordato a tavolino con gli Stati Uniti, rappresentati dal presidente Theodore Roosevelt. Costui infatti si sarebbe proposto quale diligente servitore dell’International Banking fin dalla guerra ispano-americana, condotta allo scopo di favorire il nascente monopolio della canna da zucchero di Cuba e l’espansionismo degli States nei Caraibi e sul Pacifico (Porto Rico e Filippine). La collaborazione con le “Accepting Houses” londinesi sarebbe stata poi evidente nel pool di banche internazionali, costituito allo scopo di determinare il crollo dell’Impero Zarista. Il fine apparente sarebbe stato perseguito a tutela degli interessi delle banche inglesi e a salvaguardia dell’Impero Britannico. La potente Bank of England, che nel frattempo avrebbe fatto carte false per fondare negli Stati Uniti la propria filiale (cioè la Federal Reserve Bank), avrebbe avuto ampie possibilità di azione nelle Borse internazionali, principalmente Wall Street, attraverso cui sarebbero stati disposti flussi di denaro, destinati alla fondazione dell’Unione Sovietica. Sembrano ampiamente documentati i trasferimenti di denaro eseguiti a favore dei rivoluzionari Bolscevichi fra il 1905 e il 1920 attraverso la Kuhn Loeb & Company di New York, i banchieri Jacob Schiff e Olof Aschberg, i quali operavano sotto la regia di Alexander Helphand, alias “Parvus”, il coordinatore dei finanziamenti ai rivoltosi per conto delle banche tedesche Warburg. Fra i diretti beneficiari di tali fondi si contavano gli illustri Vladimir Ilich Ulianov, detto Lenin, e Lev Trotzki, profeti del marxismo e costruttori della futura società sovietica. (Nel 2008, all’Hoover Institution Archives di Stanford – California sono state declassificate ricevute bancarie dei trasferimenti di denaro, per complessivi 20 milioni di dollari, eseguiti da Jacob Schiff a favore di Lenin e Trotzky dal 1915 al 1917).

Manovre finanziarie d’indubbia efficacia, rispetto ai meno soddisfacenti risultati di analoghe operazioni, eseguite per esempio a sostegno della rivolta dei Boxer in Cina nel primo anno del XX secolo, che in ogni caso rappresentavano un banco di prova per i successivi interventi dell’International Banking al fianco d’ingorde corporations anglo-americane, decise in quel tempo a primeggiare nel sistematico saccheggio delle risorse minerarie cinesi. Gli americani, saldamente stabiliti a Canton, e gli inglesi nella valle del fiume Yang Tse, sembravano decisi a sloggiare i Russi da Port Arthur, i giapponesi da Formosa e dalla Corea, i tedeschi dalle miniere dello Shantung, i francesi dall’Indocina e dai territori meridionali. In quella circostanza i soldi consegnati ai rivoltosi (Boxer) sarebbero serviti a giustificare la presenza sul territorio cinese di ventimila Marines, guidati dal tecnico minerario e faccendiere Herbert Hoover (futuro presidente degli Stati Uniti) contro gli stessi Boxer; la conveniente tattica adottata dagli americani consisteva nel sostenere prima la rivolta, per poi sedarla, trasformandola in pretesto per acquisire nuove terre di sfruttamento, facendosi largo fra i concorrenti. Questo precedente potrebbe suggerire la risposta agli interrogativi che un dubbio troppo ingombrante obbligava a porsi: perché i Capitalisti occidentali avrebbero sostenuto la rivoluzione bolscevica e favorito la costituzione di una società comunista nell’Unione Sovietica? Una risposta che può avere chiunque osservi gli sviluppi del Capitalismo nell’arco di tempo, compreso tra il 1919 e il 1989, e possa rilevare, dietro la politica del confronto, che peraltro sarebbe stato necessario ribadire nel secondo conflitto mondiale, la funzione di controllo indiretto assegnata all’Unione Sovietica, allo scopo di impedire il pericoloso flusso sul mercato del libero scambio di materie prime, offerte a prezzi sensibilmente inferiori, rispetto a quelli stabiliti dai Cartelli occidentali, membri di un selezionato gruppo, chiamato anche Capitalismo oligarchico, cui sarebbe spettata, grazie alla proficua collaborazione dell’International Banking, la facoltà arbitraria ed esclusiva di condurre, direttamente o indirettamente, ogni attività produttiva e commerciale della libera economia di mercato. Fra gli obiettivi immediati del Sistema Bancario Internazionale che allora sosteneva i rivoluzionari bolscevichi, vi erano: il già citato crollo del regime Zarista, il sequestro del tesoro dei Romanov (conservato nelle casse della Rothschild Bank, dopo la messa in mora di Nicola II) e l’eliminazione di un pericoloso concorrente (lo stesso Zar) nella corsa al petrolio del Golfo Persico.

Lo stesso Capitalismo, del resto, (in procinto di confrontarsi con un sistema che rappresentasse, più o meno formalmente, il suo esatto “opposto”) avrebbe anche (e proprio per questo) avuto modo di attestarsi su posizioni più radicali, per altro giustificate, o in via di eterna giustificazione, dalle teorie in esso congenite (legge del massimo profitto col minimo impiego). Il cosiddetto liberismo, in cui dominerebbe il principio del “laissez faire”, o delle limitazioni dell’intervento dello Stato nelle attività della libera impresa, avrebbe tratto dalle tesi marxiane occasione di svilupparsi in senso verticale, riducendo il libero mercato a un’area di privilegio, in cui il rischio d’impresa sarebbe stato sensibilmente ridotto, a giovamento esclusivo di chi potesse disporre di mezzi finanziari, idonei a influenzare l’economia dello Stato attraverso il perpetuo “debito – ricatto”. Superfluo aggiungere che la costituzione del sistema sovietico, in cui vige il divieto di attivare ogni libera impresa, e la prevista minaccia dell’espansione comunista, sarebbero stati funzionali all’idea di un “monopolio” del capitale, non solo dividendo il mondo in zone di competenza territoriale, ma favorendo l’affermazione in Occidente di un’esclusiva “Power Elite” capitalistica. Il Capitalismo oligopolistico avrebbe così avuto modo di consolidarsi, grazie al comunismo, scongiurando il rischio che dalla Russia Zarista potesse nascere una federazione di Stati, tesa ad espandersi nell’Est Europeo e in Asia per crearvi una nuova forza capitalistica, pronta ad entrare in competizione con gli Stati Uniti d’America. Il Manifesto del Comunismo avrebbe assunto così valore di simulacro a Wall Street, dove Lenin sarebbe stato selezionato quale guida di uno Stato accentratore, garante dell’illusorio potere conferito al proletariato, allo scopo di pervenire al controllo assoluto delle masse, attraverso il sistema dell’economia pianificata.

Primo passo: la nazionalizzazione delle banche russe, e la costituzione di una Banca Statale Sovietica, prevista nel programma di Lenin e con favore accolta da Wall Street.
A sostegno di queste tesi, sembra opportuno osservare certi aspetti della strategia di mercato, legata agli sviluppi dell’industria petrolifera americana, a partire dai primi anni del Novecento. Di particolare interesse, a tal proposito, sono le iniziative adottate dal Gruppo Petrolifero Rothschild – Rockefeller, all’indomani dell’entrata in vigore della legge “antitrust”, lo Sherman Act, e in previsione dei piani Ford per la costruzione di automobili in serie.

Circostanza che avrebbe spinto il Gruppo (l’associazione dei due imperi “Banche – Petrolio” non è ovviamente casuale) ad assumere un rigido controllo del mercato petrolifero internazionale, in conseguenza dello smembramento della Standard Oil e a seguito del cosiddetto “Caso Spindletop” (*). Il riferimento alla moneta statunitense (Petrodollari), sarebbe stato da allora preteso per ogni transazione sul mercato internazionale riguardante i prodotti petroliferi, adottando un sistema di contenimento delle fluttuazioni del prezzo del greggio che scongiurasse pericolose e non lucrative tendenze al ribasso. Il che avrebbe indotto il Gruppo Rothschild-Rockefeller a promuovere efficaci campagne di stampa tese a diffondere infondate notizie sulla presunta scarsità delle riserve (e risorse) petrolifere mondiali, al fine di evitare che si producessero dannosi effetti “dumping” nel mercato interno (visto che la domanda di combustibile era in crescita grazie al lancio dell’automobile Ford Modello T). Ma sarebbe stato soprattutto opportuno non limitare la capacità di competizione del Gruppo sui mercati internazionali. A tal scopo, era evidente che il controllo politico delle aree petrolifere mondiali più promettenti, come quelle del Golfo Persico, Medio Oriente, Caucaso e Caspio, sarebbe stato indispensabile. L’Impero Zarista, che comprendeva allora anche l’immensa area del Kazakhstan, avrebbe rappresentato uno dei più temibili concorrenti fra i potenziali produttori di petrolio, certamente deciso a sfruttare i propri giacimenti e a commercializzare il suo combustibile sul mercato internazionale a un prezzo assolutamente più basso rispetto a quello imposto dalle Compagnie del Gruppo Rothschild-Rockefeller, per via della scarsa domanda di petrolio, determinata dal non florido sviluppo industriale della Russia Zarista. Per evitare tale evenienza, il Gruppo in questione avrebbe così sostenuto i rivoluzionari bolscevichi e il nuovo regime che fosse stato in grado di garantire il controllo politico di popoli e territori dell’ex Impero Zarista, grazie al vasto consenso popolare, di cui si proponeva interprete, impegnandosi a costruire la società comunista e ad imporre e esportare (sotto il velo del nobile compito assegnato al Komintern) il severo divieto a intraprendere qualsiasi attività economica o industriale non sottoposta al controllo dello “Stato Accentratore” e dunque in contrasto col piano anti-concorrenza del Capitalismo occidentale.

Nello stesso progetto si possono inquadrare le ragioni che indussero il World Jewish Congress a realizzare il piano di costituzione di uno Stato ebraico in Palestina, posto a guardia del Canale di Suez e degli interessi petroliferi angloamericani in Medio Oriente. Non trascurando infine le iniziative, prese nel primo dopoguerra tendenti ad impedire la formazione di un secondo polo capitalistico nell’Europa continentale.

L’esordio della Federal Reserve avviene nel 1914 e qualche mese più tardi scoppia la Prima Guerra Mondiale. Una coincidenza!? La Fed opera a stretto contatto con la Borsa Newyorkese, autentico ponte costruito nell’occasione fra l’America e l’Europa, allo scopo di rendere vane le pretese del Kaiser sul territorio iracheno (ferrovia Berlino – Baghdad), e obbligando il suo naturale alleato, l’impero austro-ungarico, a far divampare la “polveriera balcanica”. A tale scopo sono costituiti il Belgian Relief Committee (per aiutare il “neutrale” Belgio invaso dalle truppe germaniche, ma soprattutto per permettere a queste ultime di continuare a combattere una guerra non voluta) e l’American International Corporation, grazie alla quale a Wall Street sarà dato il via a una serie di investimenti, da cui trarranno profitti colossali il gruppo Rothschild – Rockfeller e il “pool” di banche internazionali ad esso associato. Nell’occasione diventerà operativo il già citato Corporate Banking, creato apposta per obbligare i governi delle Potenze belligeranti ad usufruire del sostegno finanziario, destinato all’acquisto di armi dal War Industry Board di Bernard Baruch, banchiere associato al “pool”, esponente di spicco dell’Organizzazione Sionista Mondiale e persuasivo consigliere dei presidenti americani. Il grande business della guerra!? Non occorre chiederlo a Lord Walter Rothschild, né all’esimio Colonnello Mandell House che nel 1913 ha già stilato i Quattordici Punti, enunciati dal Presidente Wilson alla Conferenza di pace di Parigi del 1919 (valgono un Premio Nobel, la frantumazione di tre imperi e focolai infiniti d’odio e rancori dal mare del Nord all’Oceano Indiano). La strategia dell’Investment Banking, coordinata dalle Rothschild Houses e da quella che diverrà nota col nome di Standard Oil Company of New Jersey (poi Exxon), risulta dunque vincente anche negli States grazie al Sistema Fed, attraverso il quale sono già rientrati, sotto forma di tasse pagate dai contribuenti americani, i 25 miliardi di dollari, creati dal nulla, e anticipati ai belligeranti per dare inizio alla Prima Guerra Mondiale. Nell’occasione si distinguono i Chairmen della Fed, Charles S. Hamlin e William P.G. Harding, quest’ultimo manager del War Finance Corporation, attivissimo nelle forniture di armamenti ancor prima dell’entrata in guerra degli Stati Uniti il 6 aprile 1917.

Nel bel mezzo della guerra, ha modo fra l’altro di prendere forma la cultura dello stereotipo, o dell’estrema semplificazione cui tenderebbe a conformarsi il giudizio dell’immaginario collettivo, indispensabile alla costruzione del consenso e più tardi all’interpretazione “ragionata” del cosiddetto “politicamente corretto”. (Tante grazie a Walter Lippmann e al suo indimenticato “Public Opinion”!)

A Wall Street e alla Fed di New York intanto gli Investitori si fregano le mani. In attesa che il già concepito Committee on Foreign Relations, succursale a Washington del Royal Institut for International Affairs di Londra, dia inizio alle sue poliedriche attività, la strategia bellica anglo americana trova proficua applicazione in tre settori: finanziario (come abbiamo visto), militare e propagandistico. Compito della stampa americana è, ad esempio, inventare di sana pianta atrocità che i tedeschi avrebbero commesso, in pace e in guerra. La tecnica del reiterato inganno, perpetrato ai danni del popolo statunitense, sarà più tardi chiaramente visibile nell’intero operato dell’Amministrazione Wilson, per quanto un giudizio critico sul ruolo dei presidenti degli Stati Uniti fosse fin da allora apertamente ammesso dalla storiografia ufficiale. Presupposto che rende legittima, almeno sul piano etico, una piena adesione alle tesi del Professor Carroll Quigley, diffusamente espresse nel suo “Tragedy & Hope” , in cui si rileva, sulla base di indiscutibili prove, l’assoluta dipendenza della Casa Bianca dalla volontà dei Banchieri Internazionali. Esempi significativi della costruzione del consenso, teso a legittimare azioni impopolari del governo e comunque ritenute socialmente e politicamente dannose al rivestimento democratico della leadership statunitense, sembrano i casi Lusitania e Sussex, creati ad arte (come poi l’effetto Pearl Harbour e decenni più tardi, l’incidente del Tonchino, senza dimenticare il più recente “911”) per convincere l’opinione pubblica americana sull’opportunità dell’entrata in guerra (dichiarata o no) degli Stati Uniti.

Alla cultura dello stereotipo si affiancherà poi la cosiddetta “Spirale del Silenzio”, teoria sviluppata da Betty Neumann, secondo la quale il potere dei media (e dei più importanti “oracoli” accademici) si manifesta soprattutto attraverso gli effetti persuasivi che riesce a produrre sul pubblico di massa, il quale non può fare a meno, salvo rare eccezioni, di prendere per vera la versione di un fatto storico che gli è imposta, sebbene risultino chiari i propositi censori a fini propagandistici dei mezzi d’informazione. Per cui, chi dissentisse da una “verità multimediale” accettata e condivisa dalle moltitudini, rinuncerebbe alla fine a porla in discussione, constatando di rappresentare una minoranza ristretta e “inaffidabile”.

(Per fortuna le vittime della spirale del silenzio tendono a diminuire, producendo stimoli a un’indagine non mutuata dai media “ufficiali”, e comunque propensa a considerare menzogne… le mezze verità.)

Nel 1916 fu compito di un giudice, membro della Corte Suprema degli Stati Uniti, Louis Dembitz Brandeis, confermare per intero la menzogna dell’affondamento della “S.S. Sussex, ad opera del solito “criminale” U-Boat tedesco nel Canale della Manica. Lo stesso presidente degli Stati Uniti sarebbe stato pronto a dichiarare questa “verità”, costruita ad arte, quando avrebbe chiesto al Congresso, in data 2 aprile 1917, di approvare la dichiarazione di guerra alla Germania (malgrado l’offerta di pace da quest’ultima proposta alla Gran Bretagna, già sul punto di chiedere invece, visto il corso degli eventi bellici ad essa sfavorevoli, la resa incondizionata). Fra i pochi estimatori della Verità (quella che non offende il buon senso e il Divino Creatore), si annovera l’ebreo Benjamin Freedman, che dimostrerà sulla scorta di prove inconfutabili come le fotografie pubblicate dalla stampa americana e inglese non riproducessero la carcassa della S.S. Sussex, ma quelle di un traghetto francese in riparazione nei cantieri di Boulogne sur Mère.

L’affondamento del Lusitania (1915) acquistava peso politico dopo la seconda elezione del presidente Wilson (la Casa Bianca si conquista anche con le menzogne!). Ma l’opinione pubblica americana si convince con le buone o con le cattive. Ci penserà William Randolph Hearst ad avviare opportune campagne interventiste, per salvare la faccia di Woodrow Wilson dagli sputi dei suoi elettori. Intanto (dicembre 1916 ) i tempi per un ingresso degli Stati Uniti nella Guerra Mondiale sembravano maturi, perché qualcuno, che stava molto in alto, sapeva manipolare a tal punto la Casa Bianca e Downing Street da pretendere il rispetto dell’Accordo di Londra, sottoscritto in segreto alla fine del 1916, dal presidente Wilson e dal premier Lloyd George.

L’intervento degli States segnava una svolta decisiva negli sviluppi del primo conflitto. In pochi mesi a partire dall’aprile 1917, il corso della guerra, decisamente favorevole alle Potenze dell’Intesa, determinava fra l’altro le condizioni propizie per il successo della Rivoluzione Bolscevica nell’ottobre del 1917.

Evento calcolato, nell’imminenza della prevista pace separata tra Russia e Germania, caldamente suggerita dagli anglo americani, visto il malcontento che regnava fra le truppe dello Zar.

Il Kaiser, visto l’andamento della guerra, avrebbe poi accolto l’invito di levarsi dai piedi, archiviando per sempre le aspirazioni di un grande Impero Germanico, esteso a lambire le acque del Golfo Persico. Nell’occasione, gli sarebbe stato richiesto l’ultimo favore: consentire libero transito al treno blindato che trasportava Lenin e Company fino a Pietrogrado, per instauravi il nuovo regime, poco incline ad accettare le esitazioni “socialdemocratiche” di Kerenski, ma ben disposto a ricevere tanti auguri d’un radioso futuro dal liberale presidente americano Wilson, fin troppo pronto a manifestare alla Conferenza di Parigi la necessità d’un appoggio, morale e materiale, degli Stati Uniti al governo che Lenin avrebbe meditato e scelto di instaurare sulle rovine dell’Impero Zarista.

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Leggi anche: Il Grande Inganno: l’oro e la guerra

Oscuro futuro imposto dalla BCE:sta a noi evitarlo e realizzare il cambiamento

Articolo inviato al blog
di: Salvatore Santoru

L’ormai famosa “lettera segreta della BCE” al governo italiano del 5 agosto 2011 e  recentemente pubblicata su vari quotidiani nazionali,costituisce l’ennesima dimostrazione di come opera il potere,o meglio il vero Potere,in Italia,Europa e non solo.Potere che è  l’espressione di grosse banche d’affari,di giganti industriali,di lobby varie aventi come scopo il perseguimento dei propri interessi(oscuri o meno)a scapito dei nostri,e pronte a tutto pur di continuare nel loro progetto.Il loro ragionamento è tale che pur di salvare i loro profitti,sono disposti a mandare al macello milioni (se non miliardi)di persone come “via d’uscita” dalla crisi generata dalla loro stessa avidità e “mania di potenza”.

E quando i loro camerieri politicanti non adempiono totalmente al  lavoro o sono troppo lenti nel servire il lucroso pasto,arrivano le lamentele di lorsignori pronti a licenziare i vecchi per far spazio al “nuovo”.Come esempio a riguardo , basti pensare alla Confindustria che se sino a ieri era felicemente tra le “menti”  del berlusconismo e del  giullare di Arcore, oggi  è ritornata magicamente alla verginità diventando accerima nemica del suo brillante(ex)alunno colpevole di non essere troppo presentabile agli Dei del mercato finanziario,ma sopratutto di essere troppo poco affidabile per le “questioni delicate”(quelle che contano per l’Olimpo finanziario s’intende).Per queste si è fatto avanti il centrosinistra,il mitologico PD,addiritura abbiamo assistito al risveglio di Prodi!(che avviene sempre in tali situazioni),Letta e compagnia,memori della precendente(1992) svendita dell’Italia ,più il sempre presente(ieri come oggi)Draghi,probabilmente nostalgici della lussuosa gita nel panfilo di “Sua Maestà”,il Britannia.E quando Romano,Mario e amici si incontrano ciò vuol dire solo una cosa:che la malasorte è pronta a colpire nuovamente nello Stivale,indipendentemente da come si presenta(FMI,BCE,CE,ecc).Ovvero,nuove “liberalizzazioni”/privatizzazioni a raffica,tagli,svendite dei patrimoni pubblici,licenziamenti,disocuppazione e così via.Ovvero,tutte cose consigliate(imposte) dal Trichet e dal Drago nella lettera per Berlusconi,3Monti e compagni,ma valide anche per i probabili sostituti Monti,Prodi,D’Alema ecc,questi ultimi rivelatisi nel tempo assai più(stando agli standard gelminiani)”tendenti al merito”.E intanto mentre in Grecia si occupano ministeri,in Spagna ci si “indigna” nelle strade,in Italia per ora (quasi)tutto tace,complice la bipartisan copertura mediatica della propaganda neoliberista “per uscire dalla crisi” avanzata dagli stessi colpevoli(ma intanto ci si scanna per la questione Ballando con le Stelle/Bailà),complice la collusione della “sinistra” istituzionale(non solo italiana,basti vedere in tutta Europa i  vari governi “socialisti”  ad esempio)che oramai si comporta quasi  come la destra neoliberista(della tradizione dei Chicago Boys per intenderci),se non in egual modo.E intanto i banchieri(più le varie troike tecnocratiche e gli industriali) ringraziano,e continuano a truffare come nulla fosse,e il grosso apparato neoliberista procede nel togliere diritti,libertà e dulcis in fondo,quel poco di democrazia(conquistata grazie alle lotte popolari)che ancora era rimasto.E noi cosa facciamo?Continuiamo a dividerci tra squadre di calcio e a distrarci da gossip e reality show come se nulla fosse lasciando campo libero a coloro che ci considerano nemici e ostacoli(per dirla con gli Indignados “Non siamo noi che siamo contro il sistema,è il sistema che è contro di noi”).La soluzione per uscire dalla crisi c’è:non pagare il debito,fare rispettare i nostri diritti e la nostra(precaria) libertà,non lasciarci più manipolare e non delegare,e infine diventare noi i veri decisori della nostra vita e del nostro futuro.

 

Il Grande Inganno: l’oro e la guerra

di: Gian Paolo Pucciarelli

Prima del 1914 un’oncia d’oro valeva 20 dollari in United States Note. Con una banconota da 20 dollari si comprava, al netto delle spese di cambio, una moneta d’oro del peso di gr. 31 circa. Oggi occorrono 50 banconote da 20 dollari (Federal Reserve Notes) per comprare la stessa moneta d’oro, ammesso che sia disponibile.

Il che sembra ovvio o, meglio, “fisiologico”. Tutto si spiegherebbe con la perdita, nel corso del tempo, del potere d’acquisto della moneta, ignorando il fatto che chiunque ne faccia uso deve simultaneamente farsi carico di un debito e assumere l’onere perpetuo di pagarne gli interessi.

Il che, beninteso, non è evidente, ma grazie alle alchimie politiche e alla scienza attuariale è economicamente corretto, anche se eticamente truffaldino.

La moneta a corso legale, infatti, non è soltanto un mezzo di pagamento, ma può diventare, con estrema facilità, lo strumento di speculazione del capitale privato.

Chi non ci crede, potrebbe dare un’occhiata al capitale di Bankitalia o della BCE in regime Euro (nell’anno Domini 2011). Ma dovrebbe anche chiedersi perché a Londra esiste il LBMA (London Bullion Market Association), inaccessibile luogo in cui viene quotidianamente fissato il prezzo dell’oro sul mercato mondiale.

Che la cosa avvenga dal 1919 (l’anno dei diffusi sospetti) è poco convincente, anche se rivestita di ufficialità. La pratica infatti risale al 1815, ma il vero precedente è del 1773.

Allora l’idea di Mayer Amschel Bauer diventa tecnica finanziaria che condizionerà l’economia dell’età contemporanea.

Costui (Mayer Amschel) ha una piccola bottega a Francoforte sul Meno, ma non è artigiano, bensì mercante d’oro, come lo chiameranno più tardi almeno due generazioni di regnanti inglesi, cioè “The Goldsmith” (che significa anche “gold dealer”). Appellativo che gli resterà appiccicato anche quando suo figlio, Nathan Mayer, sarà nominato baronetto da Re Carlo III (dinastia Hanover) e da questi assunto in via permanente alla corte britannica, in qualità di consigliere economico di Sua Maestà.

L’idea (sulle prime assai peregrina) di Mayer Amschel Bauer consiste nel finanziare il Re (in oro) a patto che questi gli affidi il compito esclusivo di esattore delle imposte, ferma restando la facoltà del finanziatore di negoziare i certificati di deposito equivalenti su piazze diverse.

Il progetto è geniale, ma per realizzarlo occorre entrare nel giro della “Judengasse”, dove l’oro si scambia col denaro liquido in cospicue quantità e ben oltre la competenza di meno nobili strozzini che prosperano nei vicoli adiacenti.

Nel salto di qualità è anche opportuno assumere un nuovo cognome, che (per legge) si deve cambiare. Lo suggerisce uno scudo rosso (Roth-Schild), simbolo che troneggia sopra la vecchia bottega del banco dei pegni. Mayer Amschel diventa Rothschild. Ma è solo il primo passo. Occorre coinvolgere i grandi “Gold Dealers” di Francoforte, invitandoli a impiegare i loro sostanziosi capitali in operazioni più redditizie (rispetto a quelle correnti e limitate alla sola piazza della città sul Meno). Maestro nell’arte della persuasione e assai dotato di fiuto diplomatico, Rothschild instaura una sorta di colossale gioco senza frontiere, puntando l’intera posta sul tallone d’Achille delle grandi potenze, il bilancio.

Pretese imperialistiche e fermenti sociali non sono per lui che segnali indicatori del giusto investimento dei crescenti capitali di cui egli può gradualmente disporre.

L’oro è “moneta” internazionale, capace di comprare popoli e sovrani e di sostituirsi alle banconote correnti (lo sanno i monarchi sognatori e i rivoluzionari che rincorrono utopie). Ma può diventare un vincolo o costituire viceversa credenziale necessaria (e non sempre, sufficiente) alle manovre finanziarie che le circostanze politiche possono giustificare. Tutte cose che Rothschild intuisce, prevedendo possibilità di guadagno sulla convertibilità della moneta, ma lucrando anche sulla negoziazione dei certificati di deposito che l’equivalente in oro dovrebbero rappresentare. Fra controversie mai pienamente definite, nasce così il gold-standard.

Ma il dubbio sulla concreta esistenza d’una riserva aurea (corrispondente alla circolante moneta) è secolare, come del resto quello sulla variabilità del rapporto oro/moneta.

L’idea del Rothschild diventa comunque, nell’Europa rivoluzionaria e nei decenni a venire, criterio monetario, in base al quale si crea moneta e si lucra sul gettito fiscale.

Questo è possibile anche quando dell’oro non si dispone (o se ne è perso il possesso). Come?

Contrattando i certificati di deposito equivalenti alle Borse di Parigi, Londra e Francoforte, per farne fra l’altro riserva sostitutiva che giustifichi l’emissione di altre banconote (nel linguaggio Fed, “legal tender”), cioè denaro d’uso corrente.

Nella circostanza (al tempo dell’”illuminato” Mayer Amschel) si prospetta al Re l’opportunità di tutelare la difesa del Regno, acquistando armamenti.

L’oro, in caso di guerra, è garanzia reale, ma nei mercati finanziari si trattano i titoli che lo rappresentano. Lo impareranno, a loro spese, il Bonaparte a Waterloo e, centotrenta anni più tardi, Adolf Hitler.

S’inaugura così l’economia speculativa del libero mercato che mal sopporta gli equilibri politici e vede, nel conflitto armato, ghiotte occasioni di guadagno.
Rothschild si garantisce l’esclusiva competenza sulla negoziabilità dei certificati di deposito e l’eventuale agganciamento al gold-standard, costituendo Rothschild Houses, a Londra, Parigi, Vienna e Napoli, alla cui guida il neo banchiere colloca (Francoforte compresa) i suoi cinque figli.

L’ordine è imperativo: prima di cedere l’oro al Re, gli si fa sottoscrivere un contratto, in cui egli riconosce il debito (del regno) e autorizza il finanziatore ad emettere moneta, in quantità equivalente, attraverso una o più banche. Vale in tal senso il noto certificato di deposito, sottoscritto dal monarca, che dell’oro ha bisogno, per fare una guerra o soffocare una rivoluzione (oppure, come spesso accade, per risanare il bilancio). La convertibilità dell’oro in moneta corrente è utilissima nel caso in cui il Re diventasse insolvente o rifiutasse di seguire certi consigli politici. I cospiratori in tali evenienze si pagano in banconote, così come le rivoluzioni che, senza soldi, non si possono fare.

Nello stesso modo si finanziano anche le forze reazionarie, purché il successivo governo, nato dalla restaurazione, affidi a Casa Rothschild il controllo della finanza pubblica.

Il Network dello Scudo Rosso funziona alla perfezione, visti i tempi che corrono in Europa e nel Nuovo Mondo, dove la Corona inglese rischia di perdere il controllo politico e monetario della sua colonia nordamericana. Il capostipite dei Rothschild, oltre che astuto mercante, è attento osservatore di una società in fermento, in cui le tensioni fra classi s’avvicinano al punto di rottura, mentre si va affermando nel Vecchio Continente la forza del “Terzo Stato” o Borghesia.

Il Teatro europeo sembra ideale campo di applicazione della tecnica generatrice del debito pubblico permanente, per mezzo della quale si può trasformare il patrimonio nazionale in capitale privato.

Essa è suggerita dal principio secondo cui il denaro (alias certificato di deposito in oro, la cui concreta esistenza può anche essere ipotetica) è mezzo di pagamento liberatorio dai vincoli di un debito, che pur dipende dal… dove e quando. Cioè dalla diversa valutazione dell’oro o del certificato che lo rappresenta. Questo spiega, fra l’altro, perché Edoardo III nel 1345 rifiutò di aderire alle richieste del banchiere Bardi di Firenze. Infatti, perdurando allora la Guerra dei Cent’Anni, la quotazione dell’oro era alle stelle nel Regno Inglese (grazie all’alta richiesta del metallo prezioso, destinato all’acquisto di armi e alla costituzione di nuovi eserciti) e costituiva pretesto per non soddisfare le pretese del banchiere fiorentino (che chiedeva, documenti alla mano, la restituzione della stessa quantità d’oro a suo tempo prestata al Monarca).
Capitale che, convertito in fiorini, “valea un Regno” come ci racconta il Villani, perché riferito al prezzo dell’oro, ma in circostanze e tempi diversi.

Quattrocento anni dopo, grazie al suo intuito, Rothschild può ovviare all’inconveniente mettendo in gioco i mercati finanziari (Amsterdam, Londra, Francoforte e più tardi Parigi e New York), nei quali sono negoziati i certificati di deposito. Di mezzo c’è sempre “Re Mida”, che ha messo insieme un bel mucchio di questi documenti rappresentativi e intende investirli dove l’oro vale di più: sulla piazza in cui c’è maggiore richiesta, perché si prevede una guerra e un aumento di spesa per gli armamenti, oppure un moto rivoluzionario e la fornitura d’armi e denaro agli insorti. Il clima teso, originato da spinte imperialistiche e prospettive d’indipendenza, agevola l’impiego di capitali (oro o corrispondenti certificati).

Ma, come già osservato, se il Re deve fare la guerra, il prezzo dell’oro sale. Di conseguenza uno scaltro investitore, messo nelle condizioni di poterlo fare, favorisce lo scoppio del conflitto, nascondendo opportunamente i meno nobili intenti che lo causano.

Il banchiere del Re, che non può ignorare i rapidi sviluppi del razional-liberalismo, troverà infatti buone occasioni d’investimento nel finanziare anche quelli che al Re si oppongono, a condizione che l’”affidamento” (o debito) sia poi pagato sotto forma di tributo dai cittadini contribuenti. Il ruolo del banchiere prevede dunque l’eventualità ch’egli possa, all’occorrenza, farsi portavoce di masse oppresse, se ciò favorisce i suoi obiettivi finanziari, non escludendo l’ipotesi di un proprio decisivo sostegno al presunto oppressore, contro cui sarà legittimo finanziare una guerra di liberazione. Quest’ultima rientra in tal modo nel novero delle guerre giuste, finanziariamente sostenute, allo scopo di trarne comunque un profitto.

Casa Rothschild diventa specialista del settore e opera attraverso una rete di selezionati agenti, sparsi in Europa, Asia e le due Americhe.

Nella Francia di Luigi XVI si nota l’allarmante aggravarsi del debito pubblico che sfiora nel 1783 il picco insostenibile di 1.640 milioni di “livres”, grazie alle incaute manovre del Ministro delle Finanze Calonne, che già è ricorso al mercato dell’oro gestito dal Rothschild. Le tasse a carico dei contadini non bastano a pagare gli interessi. S’impone la famigerata “taglia”, classica goccia che fa traboccare il vaso. E il resto che segue è noto. I titoli del Regno francese sono trattati alla Borsa di Francoforte e Londra che ne determinano un sensibile calo, tanto da indurre Parigi a sospendere le contrattazioni. Al Re che non paga si taglia la testa e… nasce l’età contemporanea. A Londra si costituiscono le prime “Accepting Houses” nei cui forzieri è custodita gran parte del Tesoro della Corona francese. La regìa della finanza londinese è affidata a Nathan Mayer Rothschild, il quale propone l’immediato sganciamento della sterlina dal gold standard quando si forma la Settima Coalizione che a Waterloo dovrà porre fine all’aggressività e ai sogni utopistici del Bonaparte, che da anni saccheggia l’oro di mezza Europa, Nord Africa e Russia. Sono queste le due facce del gold standard, sorta di feticcio che nasconde da un lato le virtù del Sacro Graal e nel rovescio il codice della perfetta fregatura.

Gli Stati Uniti hanno conquistato l’indipendenza politica, ma l’economia americana è sempre più schiava del “Metodo Rothschild”, grazie ad un meccanismo funzionale alla pratica del noto Fiat Money, che molti già chiamano London Connection.
Qualcosa che ricorda il “Trick or trade?” e la tradizione di Halloween. Si tramanda anch’essa da padre in figlio, come le generazioni di banchieri internazionali.

Così, le crisi economiche, ricorrenti dal 1837, quasi eguagliano in frequenza gli scherzetti di fine ottobre, come l’ordine di richiamo, improvviso e ingiustificato, dei “crediti a breve termine” e simili stregonerie bancarie. È il trucco che negli States (e non solo) causa insolvenze a catena, crack finanziari e sindromi da panico collettivo. Il trade è l’ovvia fase successiva che, tradotta, significa aumento del tasso di sconto e del gettito fiscale, diminuzione del potere d’acquisto della moneta e ulteriore indebitamento pubblico.

In questo modo indipendenza e autonomia (politica ed economica) vanno a farsi benedire.

Nel complesso gioco imperialistico del primo Novecento, si misurano astuzia finanziaria e la potenza delle armi, perché la posta in palio è il controllo dei territori ricchi di materie prime e, in particolare come già ricordato, del petrolio.

L’indebitamento dello Stato precede dunque l’emissione di moneta, cioè un flusso di liquidità da impiegare con urgenza per non causare ulteriore inflazione e passivi insostenibili.

I mercati finanziari stimolano così gli investimenti pubblici, obbligando lo Stato ad aumentare le spese per gli armamenti.

Cosa fa uno Stato indebitato e ben provvisto di armi?

Cerca di usarle, per limitare il passivo. E poi perché le armi non impiegate sono inutili – servono come deterrente, ma non migliorano i bilanci – il loro impiego, dietro i più banali pretesti e le più artefatte provocazioni, può trasformare un passivo in attivo, fino a quando non interviene un altro Stato, pieno di debiti, ma armato fino ai denti che è costretto a proporsi come belligerante. Una sorta di reazione a catena, come quella ben meditata dai Rothschild, nel periodo che precede la Prima Guerra Mondiale. Debito, economia instabile, passivi insostenibili, ampia disponibilità di armamenti, obbligo al loro impiego, guerra.

Ecco lo scenario che si delinea in Europa, all’indomani dell’entrata in vigore del Federal Reserve Act (gennaio 1914), quando inizia la piena attività della Federal Reserve Bank of New York, strumento operativo della Bank of England, che a sua volta è in stretta connessione con la House of Rothschild.
Woodrow Wilson è ottimo giurista che non prescrive rimedi, come egli stesso confessa. Lasciando intendere che corruzione e degrado morale possono serpeggiare al Congresso e alla Casa Bianca, sotto gli occhi del Presidente, come se non fosse sua competenza e dovere adottare opportuni provvedimenti per eliminarli. A Washington però come nell’Atene di Pericle, libertà e democrazia sono miti dell’Olimpo, che vendono bene. Basta confezionarli come pregiata merce d’esportazione.

All’uopo viene fondata l’American International Corporation, secondogenita del Federal Reserve System e gigantesca rete del Corporate Banking.

La politica americana, che non rinuncia al costante richiamo al suo breviario mitologico, inaugura così la grande missione di propaganda fede, secondo un nuovo, perfezionato rituale, capace di nascondere, all’ombra di un mito, il raggiro e la truffa, pur evidenti, ma tanto consueti da essere infine ammissibili, perché origine di un mortificante, colossale e inconfessabile equivoco.

Fonte: Rinascita.eu