Smascherata la Germania ora faccia cadere Monti

di: Magdi Cristiano Allam - twitter@magdicristiano -

È ora di riscattare la nostra sovranità dal servilismo del premier nei confronti dei diktat di Berlino

Riprendiamoci la sovranità! È il messaggio chiaro e forte di Silvio Berlusconi nel giorno in cui denuncia la fine della democrazia, l’avvento della magistratocrazia, il regime di riscossione fiscale e, soprattutto, la dittatura della Germania della Merkel che impone il suo arbitrio in Europa e quindi anche in Italia.

«La Germania ha un comportamento egemonico ed egoistico nell’Unione europea», ha tuonato Berlusconi, «il governo ha adottato al 100 per 100 le indicazioni della Germania egemone, anche sul piano dell’economia», facendo precipitare l’Italia nella spirale della recessione.

L’accusa, gravissima, che investe non solo la responsabilità ma anche l’intenzionalità e la credibilità di Mario Monti, arriva nelle stesse ore in cui, parlando ai giovani imprenditori, il presidente della Confindustria Giorgio Squinzi ha lanciato l’ennesimo grido d’allarme: «Le nostre aziende stanno soffrendo, forse anche morendo di fisco».Ciò che è implicito nella denuncia di Berlusconi è che questa recessione non è il frutto né dell’ingenuità di un incompetente né della buona fede di un esperto che persegue una propria strategia che a suo avviso dovrebbe corrispondere all’interesse nazionale dell’Italia. L’accusa rivolta a Monti è di essersi sottomesso al 100 per 100 all’arbitrio di uno Stato estero, storicamente rivale e certamente concorrente dell’Italia sul piano economico. Basti considerare che nel 2000, con la lira che potevamo svalutare, le esportazioni delle imprese italiane superavano quelle tedesche, la nostra bilancia dei pagamenti era migliore di quella della Germania, così come il reddito pro-capite e il livello di occupazione degli italiani era migliore di quello odierno.

La storia registrerà questi dati oggettivi per evidenziare la responsabilità di quanti, da Ciampi a Prodi a Giuliano Amato, hanno di fatto svenduto la nostra moneta nazionale pur di poter far parte dell’euro, con il risultato che oggi gli italiani stanno indubbiamente peggio e che i tedeschi stanno sicuramente meglio. Ed è solo un caso che coloro che hanno svenduto la lira fanno parte degli stessi poteri finanziari forti a cui ha aderito Mario Monti: dalla Goldman Sachs a Moodys, dal gruppo Bilderberg alla commissione Trilaterale? È un caso che chi volle favorire la Germania sottoscrivendo un tasso di cambio avvilente della lira nei confronti dell’euro, faccia parte della medesima consorteria di potere di chi oggi sta deliberatamente facendo precipitare l’Italia nel baratro della recessione?

A questo punto Berlusconi vada fino in fondo. Basta con gli equilibrismi nell’illusione che il grande burattinaio Napolitano, in cambio del suo sostegno al Monti-bis, gli garantisca un salvacondotto per uscire indenne dalla persecuzione giudiziaria di una magistratura che dal ’93 sta ricattando e assoggettando al proprio arbitrio gli italiani con dei veri e propri colpi di stato «legalizzati». Ritiri senza indugi il sostegno a Monti e si faccia promotore in Italia di una missione storica: riscattare la nostra sovranità monetaria, legislativa, giudiziaria e in definitiva nazionale. L’accusa di Berlusconi alla sottomissione di Monti allo strapotere della Germania è fondata sulla base di fatti, così come è incontestabile il fatto che gli italiani stanno pagando un prezzo inaccettabile per una recessione che non potrà che peggiorare se continueremo nella follia suicida di ripianare il debito contraendo altro debito. Guarda caso a giovarsene sono solo le banche e guarda caso il nostro debito pubblico è detenuto principalmente dalle banche tedesche.Bene ha fatto Berlusconi ad accusare Monti di servilismo nei confronti della Germania. Meglio ancora farà se promuoverà il riscatto della nostra sovranità. Con lui ci sarà la stragrande maggioranza degli italiani onesti che lavorano e producono, quel 97% di micro, piccoli e medi imprenditori che sono le principali vittime della strategia di Monti.

FONTE: IlGiornale.it

Dal Sessantotto al PD: come costruire una sinistra antisocialista

di: Andrea Fais

Ha creato scalpore l’ennesima uscita del sito ufficiale del Partito Democratico, che ha salutato il ritiro dalla politica di Silvio Berlusconi con uno strano banner, ossia con una notizia presentata attraverso un esplicito riferimento al film Good Bye Lenin, accostando Berlusconi e Tremonti ai “decaduti miti” del Socialismo Reale e alle effigi di Lenin e Stalin. Il parallelismo storico è ovviamente grottesco e, probabilmente, ovunque essi si trovino, Lenin e Stalin staranno già fissando sconcertati Bersani e Renzi. D’altronde, era evidente da molto tempo che il partito costruito da Achille Occhetto e portato a compimento da Walter Veltroni nel 2008 con la fusione tra DS e Margherita, non avesse più alcun tipo di riferimento verso un passato comunista più nominale e formale che altro. Tuttavia le uscite del partito di Bersani hanno l’indiscusso merito di sorprendere continuamente.

Poco tempo fa il sito del Partito Democratico riprendeva con soddisfazione sconcertante un articolo di Antonio Satta per “Milano Finanza”, il quale esordiva affermando che “per le prossime elezioni Goldman Sachs scommette sul Pd” e che “il colosso finanziario americano, a sette mesi dalle elezioni politiche italiane, ha pubblicato un report che farà rumore, nel quale si sostengono le chanche di una maggioranza di centro sinistra incentrata sul Pd”. Sui rapporti tra il centro-sinistra italiano e la Goldman-Sachs sapevamo già alcune cose, a partire dal fatto che Romano Prodi ne è stato dipendente poco prima di entrare in politica come candidato premier de L’Ulivo. Quel che sorprende e che lascia di sasso è il fatto che un partito che si definisce ancora socialdemocratico e che si considera parte integrante dell’internazionale socialista, possa andare persino orgoglioso della stima che gli viene accreditata presso gli ambienti dell’alta finanza statunitense.

È senz’altro vero che, nei giorni decisivi per il voto parlamentare sull’autorizzazione alla missione in Libia dell’anno scorso, il Partito Democratico non soltanto aveva sostenuto la necessità di intervenire “anche militarmente” posta in aula dall’allora ministro degli Esteri Franco Frattini, ma aveva addirittura criticato Silvio Berlusconi per le “inaccettabili esitazioni” mostrate dinnanzi alla crisi libica, rispetto alla quale, secondo Bersani (e Vendola), l’ex premier si sarebbe inizialmente impuntato per cercare di evitare un attacco contro Gheddafi. Un interventismo imperialista che seguiva un’obliquità politica già ribadita anche dalla stupefacente pubblicazione di una frase di Ronald Reagan sulla prima pagina de “L’Unità” alcuni mesi fa, presumibilmente per ornare con un po’ di “ruggente edonismo” le già notevoli perle radical-chic inserite nel giornale sotto la direzione di Concita De Gregorio.

Probabilmente, però, nessuna testata giornalistica potrà eguagliare il livello raggiunto negli ultimi anni dal Gruppo Editoriale L’Espresso di Carlo De Benedetti che si è spesso divertito ad accostare Silvio Berlusconi a Stalin, a Brezhnev o a Kim Jong Il: emblematica la pagliacciata orchestrata dalla rivista di geopolitica Limes che, rompendo per un momento il clima di celebrata autorevolezza “scientifica” di cui si picca, ha voluto divertirsi pubblicando una finta lettera di Kim Jong Il a Berlusconi, nella quale il compianto leader coreano si congratulava con l’ex primo ministro italiano per aver installato una “dittatura perfetta”.

Eppure, c’è ancora chi considera questo teatrino politico cominciato con l’inchiesta Mani Pulite come una vera arena di confronto tra posizioni socialiste/riformiste e liberali/conservatrici. È evidente che la costruzione del (falso) mito eurocomunista ha sempre mirato allo scopo (primariamente geopolitico, ma anche ideologico) di separare in modo definitivo le vocazioni e le caratteristiche del Socialismo Reale dagli ambienti della sinistra occidentale, già pesantemente ammaliati negli anni Settanta e Ottanta dalla scuola “maoista” ebraico-francese di Andrè Glucksmann e Charles Bettelheim. Se il secondo è ormai noto per la pubblicazione del celebre testo Le lotte di classe in URSS (1974-1982), dove tenterà di smontare uno ad uno i significati storico-economici della Rivoluzione d’Ottobre e delle conquiste raggiunte durante la fase staliniana, il primo finirà dalle piazze della contestazione parigina alla stesura del famigerato Libro Nero del Comunismo, un mix di complottismo e propaganda maccartista aggiornati ai tempi nostri. Colpire la storia del comunismo novecentesco equivale a colpire una parte importante del patrimonio culturale-economico-militare (passato o presente) di gran parte dell’Oriente, con evidenti ripercussioni nel confronto geopolitico odierno.

A dimostrazione che la “teoria per la teoria” conduce necessariamente al pericoloso salto della quaglia, destando più di un sospetto, i tanti intellettuali attivi in Occidente nel segno di un non meglio precisato marxismo sono per lo più noti per aver di volta in volta cercato di smontare l’azione politica e geopolitica concreta dei Paesi socialisti, individuano sempre un pretestuoso appiglio al fine di boicottarne le soluzioni strategiche. Insopportabili saccenti, questi critici della poltrona hanno lavorato alacremente per indottrinare intere generazioni ed educarle ai più grotteschi ondeggiamenti politici, ai ribaltamenti di prospettiva e, in definitiva, al relativismo politico per le masse, tipico dell’egemonia liberale odierna.

Non è difficile immaginare come l’operazione di addomesticamento dei partiti comunisti in Occidente possa aver seguito, per tanto, alcune precise tappe storiche scandite dai tentativi statunitensi di indebolire una critica sociale concreta e realista in Europa e di isolare l’Occidente – ossia il blocco atlantico – dal resto del mondo, secondo i criteri di un costante clima da Guerra Fredda che soltanto gli Stati Uniti, da potenza “insulare” e marittima, hanno interesse a mantenere presentando di volta in volta un nuovo fantomatico “impero del male” da dover colpire o sanzionare.

Secondo la sottile strategia egemonica del Pentagono, infatti, qualunque potenziale competitore va smontato e boicottato, in base a un processo comunicativo innescato non soltanto dalla propria prospettiva diretta ma anche da quelle indirette e altrui. Il maccartismo degli anni Cinquanta non è più sufficiente e la sua grottesca faziosità rischiò all’epoca di isolare gli Stati Uniti rispetto ad un mondo in rapida evoluzione nei suoi assetti internazionali postcoloniali. Nell’immaginario collettivo, ormai, l’imposizione costante di coppie di opposti semantici quali “dittatura-democrazia”, “regime-libertà” o “violenza-umanità” rimanda continuamente alla contrapposizione tra un supposto primato morale-politico dell’Occidente (a guida statunitense) e un presunto plesso russo-sino-islamico che, malgrado la crescita economica, continuerebbe a macchiarsi di brutalità e corruzione. In questa operazione mediatica di spartizione del pianeta in due blocchi, la sinistra occidentale riveste un ruolo fondamentale proprio perché recupera la vecchia tradizione “umanista” e “filantropica” che ne contraddistinse gli albori durante la Rivoluzione Francese adattandola ai criteri della strategia di espansione statunitense nel pianeta. Non è casuale che i nomi di Franca Rame, Dario Fo, Walter Veltroni, Marina Sereni ed altri esponenti politici della sinistra compaiano tra quelli dei primi firmatari italiani della petizione per la scarcerazione di Liu Xiaobo, il dissidente cinese premiato col nobel per la pace nel 2010, che si era evidentemente “meritato” per aver assunto la guida del movimento Carta08, pensato da George Soros sulla scia del vecchio movimento cecoslovacco Carta77, e per aver sostenuto alcuni anni fa che la Cina “avrebbe bisogno di altri trecento anni di colonialismo”.

Gli obiettivi stabiliti dalla strategia nord-americana di contenimento, strangolamento e schiacciamento dell’Unione Sovietica ieri e della Repubblica Popolare Cinese oggi, dovevano e devono passare per un’azione ben più radicale ed estesa: guadagnare punti nel soft-power attraverso nuovi miti sociali (pop-star, scrittori,attori, inventori ecc. …), creare modelli teorici di “sinistra” alternativi al Socialismo Reale e quasi sempre destinati alla sconfitta politica o ad una scarsa presa sulla popolazione, introdurre un’ ideologia ambientalista e pacifista da imporre attraverso ONG e associazioni di vario genere nei Paesi in via di sviluppo per bloccarne i piani industriali e militari, massimizzare un sistema di informazione che, come denunciava già Pietro Secchia nel dopoguerra, lanci le stesse parole d’ordine nello stesso preciso momento in tutti i Paesi satelliti, un sistema propagandistico puntuale ed efficace che continua tutt’oggi a funzionare in modo certosino, come dimostrato dagli ennesimi topoi sinofobici e russofobici, raggiunti la scorsa estate durante le Olimpiadi di Londra e nei giorni del processo alle Pussy Riot.

Non devono sorprendere dunque né la funzione politica né la missione internazionale del Partito Democratico (e dei movimenti ad esso analoghi) che, tra il rifinanziamento di una missione all’estero ed una proposta di privatizzazione di ENI, ENEL o Finmeccanica, ogni tanto trova anche il tempo per divertirsi nel suo sito ufficiale.

Fonte:  StatoPotenza.eu

Napolitano e l’ipotesi di golpe bianco.Cronache delle mutazioni istituzionali

di: nique la police

Quando Giorgio Napolitano fu eletto presidente della repubblica nella primavera 2006 nell’elettorato di centrosinistra, e là dove si fabbrica opinione pubblica, prevalsero due convizioni. La prima, all’epoca prevalente,  che era stato eletto un vero guardiano della costituzione. La seconda è che l’indirizzo della presidenza, dopo Ciampi e Cossiga, sarebbe stato meno monetario e più politico (dopo il periodo Ciampi, ex presidente della Banca d’Italia) più legato alla continuità delle forme istituzionali e meno ai momenti di rottura (visto il periodo Cossiga, quello del “picconatore”). Nonostante sia stato votato  quasi esclusivamente dal centrosinistra Napolitano era un candidato presidente apprezzato anche dal centrodestra. Riporta il Corriere della Sera dell’epoca: “Dal centrodestra sono venute molte esplicite dichiarazioni di apprezzamento per Giorgio Napolitano, tali da far pensare che la divisione degli schieramenti sul suo nome sia molto più formale che sostanziale”. Va considerato che a suo tempo, fine anni ’80 la corrente milanese di Napolitano nel Pci riceveva pubblicamente, per la propria rivista, finanziamenti da Publitalia ricambiando con articoli sulla “modernizzazione” (testuale) del modello di impresa berlusconiano.

Ma è storia vecchia, solo per far capire che l’apprezzamento del centrodestra per Napolitano (l’unico che difese nel Pci, anche qui pubblicamente, Craxi contro la linea berlingueriana delle mani pulite) aveva comunque radici lontane. E anche per far comprendere che Napolitano è un soggetto politico apparentemente statico. Nella continuità, della indigeribile retorica istituzionale che lo contraddistingue, metabolizza continuamente le trasformazioni.

I tempi infatti cambiano, anche velocemente, vista la dura situazione nazionale e internazionale. Nel burrascoso triennio dell’ultimo governo Berlusconi, Napolitano ha seguito di fatto la seguente linea:  gioco di interdizione formale, ma senza rompere clamorosamente (anche se ci è andato vicino a causa di qualche pittoresca pretesa di decreto da parte di Berlusconi), verso le leggi aziendali del presidente del consiglio (comprese le leggi personali); gioco di difesa delle prerogative istituzionali nel momento in cui il governo di centrodestra arrivava vicino al piano rottura con l’ordinamento della repubblica (sempre a causa delle leggi personali).  La defestrazione di Berlusconi, su cui Napolitano ha lavorato alacremente non prima di aver stoppato un Monti già pronto nell’agosto 2011, chiude poi non solo una fase del settennato ma anche della vita della repubblica. Pensare Napolitano con gli occhi rivolti al periodo precedente alla caduta di Berlusconi è qualcosa che può solo disorientare rispetto a quanto accade oggi.

Il vero punto di svolta pubblico della presidenza Napolitano, che fa completamente saltare le due considerazioni prevalenti all’epoca della sua elezione,  avviene a Bruges nell’autunno del 2011. Siamo nel periodo rovente del passaggio di consegne da Berlusconi a Monti.  In quella conferenza, nel Belgio dove ha sede l’Unione Europea, Napolitano sostiene testualmente che per l’Italia è giunto il momento della “necessaria cessione di una parte di sovranità”. Qualcosa di più grosso della stessa cessione della sovranità monetaria, del trattato di Maastricht e di tutti i vincoli posti fino a quel momento da Bruxelles. Un presidente della repubblica che va all’estero in un momento cruciale parlando di cessione di sovranità del proprio paese, senza alcun mandato corale, dovrebbe quanto meno essere sotto controllo critico del parlamento e dell’opinione pubblica. Ma, si sa, in molti paesi a liberismo maturo (a suo tempo fece scuola la Nuova Zelanda) il modello della pubblicità della discussione politica reale non viene praticato. Basta che alcune reti e nessi istituzionali si parlino, decidano e poi vengono compiuti atti forti, pubblici. Che magari vengono affogati nei media grazie al gossip politico di giornata. Il resto, capisca o non capisca (o faccia finta di non capire), seguirà necessariamente.

A questa che è una seria, vera rottura, pubblica e politica, nei confronti della costituzione, Napolitano ne fa seguire almeno un’altra importante stavolta sul piano formale. E si parla dell’introduzione, controfirmata (e prima ancora auspicata), in costituzione dell’obbligo del pareggio di bilancio. La costituzionalizzazione del liberismo, di cui il pareggio di bilancio è regola aurea, è una rottura epocale (alla quale corrisponde, come da dettato liberista, una devoluzione accelerata della protezione normativa del lavoro) tanto quanto è fragoroso il silenzio con il quale è stata approvata.

Non si tratta di questioni da poco. Che cambiano la natura stessa dell’istituto della presidenza della repubblica.  Una istituzione infatti che, prima che sia introdotta la costituzionalizzazione del liberismo, va all’estero a declamare pubblicamente, la propria cessione di sovranità significa una cosa: che questa istituzione si fa garante, verso l’estero, dell’esecutività della cessione del potere sovrano a livello continentale e nazionale. Niente a che vedere con la funzione del presidente della repubblica assegnata dalla costituzione del ’48, insomma.  Già,  ma con quale razionalità politica? Non ci vuole molto a capirlo, seguendo l’interpretazione dell’Economist. Testata, che segue Draghi passo per passo, e che ha interpretato un articolo del presidente della Bce per Die Zeit come una lettura estensiva e politica del ruolo della banca centrale europea. Lettura che ci fa comprendere verso quale ristrutturazione di ruolo e potere, e a quale livello di separazione dalla società e dal resto delle istituzioni, tenda il nucleo forte di poteri delle istituzioni italiane.

Draghi, al di là delle formule di rito, non intravede infatti un’unione politica per la prossima fase dell’area euro, e qui la sentenza di Karlsruhe sembra dargli ragione, ma “un accumulo di sovranità su selezionate politiche economiche”. Tradotto in altri termini: una unione politica europea significherebbe farsi carico dell’intera popolazione continentale, mentre il liberismo è una politica che si materializza solo là dove si può privatizzare e accumulare. Piuttosto è necessario un ulteriore trasferimento selettivo di poteri rispetto al passato, verso una evoluzione della governance economica e finanziaria, che renda possibile quelle politiche performative richieste dalle leggi odierne di concentrazione del grande capitale economico e finanziario. Leggi di concentrazione del capitale che non coincidono più con  la necessità di governare gli stati ma con quella di potenziare le evoluzioni delle politiche di governance. In poche parole il liberismo si concentra, nei dispositivi di governance, dove pensa di innovare e accumulare, al resto pensano gli spiriti animali delle singole società, l’atomizzazione sociale dei mondi neoliberali, l’ordine pubblico e la provvidenza. Per far questo naturalmente stati periferici come l’Italia devono trasferire maggiori quote di sovranità ma non verso “una più compiuta unione politica del continente”, come recitano le formule ufficiali, quanto verso questo accumulo di sovranità di selezionate politiche economiche. Accumulo che taglia in due il continente in un, invisibile quanto robusto e costituito dalle tecnologie della governance, confine tra una minoranza di inclusi ed una  maggioranza di esclusi. La Bce più che la grande politica tiene così in mano la big governance: essendo un attore monetario e finanziario forte, autonomo che entra in dialettica con i dispositivi di potere attivati dalla cessione di sovranità dei singoli stati. Cessione che è un fenomeno rovinoso per paesi come l’Italia e una sfida da affrontare per paesi come Francia e Germania. Napolitano, in questo modo, è una figura di garanzia per quelle ristrette reti di potere italiano che, proprio cedendo sovranità nazionale, pagano le quote per entrare nel gioco della big governance. Se poi esistono elettori del Pd che, alla festa di quel partito, si mettono la mano sul cuore come i giocatori sudamericani quando parte l’inno nazionale pensando a Napolitano e alla bandiera, nessuno può farci nulla. La storia infinita degli abusi della credibilità popolare ha visto questo e ben altro.

 

Dopo il discorso di Bruges, e la costituzionalizzazione del liberismo, la presidenza Napolitano si caratterizza infatti per la firma sull’approvazione del fiscal compact, formalmente conseguente a questa costituzionalizzazione: è l’oneroso impegno italiano ad approvare meccanicamente i dispositivi di governance, su deficit e bilancio, definiti nell’area euro. Per quanto il fiscal compact sia un dispositivo altamente instabile sul piano normativo e finanziario (la Frankfurter Rundschau su questo ha fatto ad inizio anno un articolo di rara efficacia esplicativa sul piano giuridico ed economico) nelle intenzioni di chi l’ha approvato rappresenta la formalizzazione di questo trasferimento di sovranità. Mai discusso a livello pubblico in Italia, mai posto a discussione in nessun passaggio elettorale. E, una volta approvato, parole di Napolitano, questo trasferimento viene definito come indiscutibile specie a livello di dibattito per le elezioni politiche. In poche parole: si cambia la forma politica, sociale ed economica dell’Italia, usando un parlamento in crisi, senza discussioni reali e chi critica, o vuol sottoporre queste mutazioni alla volontà popolare, è un populista. Quanto allo sganciamento dei nuclei forti delle istituzioni italiane dalla società, e dal resto delle istituzioni, bravo chi lo vede oggi. Al massimo, visto il livello del dibattito politico attuale, sarà materia per gli storici.

Davvero viene da dire che se il fascismo realizzava i propri obiettivi politici usando il manganello come procedura oggi, con Napolitano garante, si usa la procedura come manganello. E, una volta chiusa la procedura, si può anche votare perché questo genere di norme è costruito come inattaccabile e indiscutibile. La retorica degli “impegni assunti con l’Europa” copre tutto.Finchè dura.

Come al solito però il diavolo ci mette maliziosamente la coda: questo trasferimento di sovranità, verso selezionate politiche economiche e finanziarie a livello continentale, non garantisce alcuna stabilità alle stesse reti di potere italiane che vi si sono annidate dentro. La contrazione economica italiana e il rischio di degenerazione della situazione finanziaria nazionale, anche ma non solo a causa del rischio sistemico dell’eurozona, sono tali da mettere in discussione le stesse reti di potere che hanno promosso il trasferimento di sovranità verso la governance europea. Istituzione che dimostra così sia la difficoltà di governare realmente persino le proprie crisi che una sete di trasferimento di potere, e di risorse, praticamente senza pausa di continuità. Nella valorizzazione del grande capitale, nonostante questo sforzo sistemico europeo, c’è qualcosa che non funziona, evidentemente. Da cosa comprendiamo che lo stesso potere italiano, quello che ha promosso il trasferimento di sovranità, è a rischio? Anche qui dalle parole dello stesso Draghi il quale, nel più recente discorso pubblico, ha detto chiaramente che gli aiuti finanziari (anche se qui la parola “aiuti” va intesa in senso orwelliano) saranno concessi a paesi come l’Italia e la Spagna, o la Slovenia, solo se questi accettano un sostanziale, o peggio ancora formale, commissariamento.

Per le reti di potere italiane, di cui Napolitano si è fatto garante, che hanno operato il trasferimento di sovranità descritto si tratterebbe di una secca sconfitta. Avrebbero trasferito potere senza contropartita reale, addirittura ponendo in discussione la loro stessa esistenza politica. La discussione sul “Monti dopo Monti” che occupa le televisioni e i giornali, come si vede, è tutt’altro che senza significato reale. Significa piuttosto proseguire verso quelle politiche di bilancio, quelle della “crescita” in assenza di una politica nazionale autonoma non esistono, in modo tale da evitare il commissariamento, e quindi la fine di un potere reale, delle stesse reti istituzionali che hanno operato le ristrutturazioni in atto. Quelle in nome del quale si è trasferita la sovranità italiana.

C’è un però: nonostante il trasferimento di sovranità è rimasto il “residuo” della sovranità originaria. Quella che, nelle democrazie rappresentative come quella italiana, è chiamata sovranità popolare. Che va contenuta e regolata altrimenti cade anche tutta questa architettura del trasferimento di sovranità operata tramite Napolitano. In poche parole, il rischio di chi ha ristrutturato il potere in italia consiste nel fatto che si possono formare, alle elezioni, combinazioni di maggioranze che entrano in conflitto con il trasferimento di sovranità verso l’”Europa” avvenuto come operazione tecnica e naturale. In effetti nel paese la situazione sociale è pessima, il risentimento verso i partiti è generalizzato e qualcosa del genere può accadere a livello elettorale. Anche qui, non a caso a questo punto, Napolitano si è fatto pubblicamente garante, con un discorso esplicito, del controllo e della riduzione a razionalità “europea” di qualsiasi tipo di maggioranza esca dalle urne. E questo discorso pubblico, sulla sorveglianza degli “impegni assunti con l’Europa”, secondo il classico schema dell’un per cento che assume vincolanti impegni per il 99, rappresenta comunque una sorta di coronamento della fine di un settennato. Napolitano è infatti di fronte ad un bivio. Se dalla urne esce una maggioranza “europea”, che vincola il 99 per cento della popolazione al trasferimento di sovranità senza discussioni, allora la fine del settennato di Napolitano sarà di tipo cerimoniale. Si celebrerà il trasferimento di sovranità, assieme alla costituzionalizzazione del liberismo, come “contributo all’integrazione tra istituzioni europee” che, come abbiamo visto, invece è una sovrapposizione di quei pochi, per quanto complessi, poteri necessari a garantire solo i terreni di accumulazione economico-finanziari, spaccando l’europa in due (con i paesi singoli disposti a macchia di leopardo tra zone in e out). Se invece dalle elezioni non uscirà questo esito, ed è quello che si teme, allora ci si prepari ad un Napolitano, proprio perchè consapevole di essere a fine mandato, che si sente libero di operare qualche significativa forzatura. Chi ha lavorato, alacremente bisogna dire, per trasferire la sovranità in queso modo non si ferma certo davanti all’ultimo miglio. E la creatività giuridica permette oggi miriadi di forme di golpe bianco.

Napolitano, comunque vadano le cose, passerà alla storia, nonostante le attese del 2006, come il garante del processo di dissoluzione reale della costituzione del ’48. Per molti un paradosso. Ma quando si sviluppa, in una carriera politica, applaudendo i carri armati in Ungheria e Cecoslovacchia per continuarla come ambasciatore del compromesso storico presso il governo Andreotti, tutto è possibile. E’ bene ricordarlo.

Ps. Su quella produzione permanente di avanspettacolo politico detta sinistra residua è meglio ridursi a pochi cenni. Basti ricordare Asor Rosa che addirittura suggerì, dalle pagine del Manifesto, un golpe a Napolitano per liberarsi di Berlusconi. Oppure Nichi Vendola, il cui eclettismo politico ha raggiunto livelli di vertigine, che ha recentemente detto di sentirsi garantito da Napolitano proprio quando questi è entrato in conflitto con la magistratura di Palermo sulla vicenda stato-mafia. Non ci sarà da stupirsi se, con il successore di Napolitano, la sinistra residua si costruirà tutta una mitologia dell’attuale presidente della repubblica attribuendo al nuovo tutti gli orrori compiuti dal vecchio. Certe aree culturali e politiche possono fare una cosa sola: rimettersi alla serena clemenza dei futuri storici di questo periodo. Sempre se, tra l’università voluta da Luigi Berlinguer e le politiche di rigore di Monti e Napolitano, ci sarà ancora il mestiere di storico in questo paese

 FONTE: Senzasoste.it

La “spina” di Palermo

Articolo inviato al blog 

di: Gaspare Serra - http://gaspareserra.blogspot.it

E’ ormai il “caos” a Palermo.

Caos “democratico” (per il Partito Democratico, s’intende…).

Chiusasi fragorosamente la stagione del berlusconismo (anche nelle sue diramazioni -“metastasi”, per alcuni- locali: dalla Moratti a Milano, a Cammarata a Palermo…), tutti i segnali convergevano in un’unica direzione: l’irripetibile opportunità per il Pd, principale forza d’opposizione in questi anni, di capitalizzare elettoralmente da un lato la “frustrazione pidiellina” (per quel promesso “miracolo economico” trasformatosi in incubo!), dall’altro la “rabbia leghista” (di chi è passato dall’orgoglio di gridare “padroni a casa nostra!” alla vergogna di scovare “ladroni in casa propria”!).

Test politico di primordine era rappresentato dalle amministrative di Palermo (quinta città d’Italia), dove dieci anni di mala amministrazione Cammarata (macchiata da svariati scandali e da una “gestione privata” della Cosa pubblica) avevano fatto lievitare le ambizioni del centrosinistra di governo cittadino.Per il Pd,dopo essere entrati a Palazzo dei Normanni “furtivamente” dalla finestra, la prospettiva di entrare a Palazzo delle Aquile dall’ingresso principale appariva alquanto “allettante”… (in molti già pregustavano di dare il “benservito” al Pdl).

Nello stesso Popolo della Libertà tutti davano per persa la “fortezza palermitana” (previsione quanto mai azzeccata).

Avendo “perso la faccia”, del resto, il Pdl non si era fatto scrupoli a “chiederla in prestito” al giovane Massimo Costa, il candidato col volto da tronista prescelto come agnello sacrificale dai “berluscones” (tanto corteggiato prima del voto… quanto scaricato immediatamente dopo!).

Tutto sembrava già scritto…

Nessuno, però, aveva fatto i conti con una legge che non ammette sconti, quella di Murphy, secondo la quale “se ci sono due o più modi di fare una cosa, e uno di questi può condurre alla catastrofe, allora qualcuno la farà in quel modo”.

Ebbene, questo “qualcuno” si è concretizzato nel Partito Democratico!

L’autolesionismo proverbiale del Pd si è spinto al punto di seminare “tanta polvere” da raccogliere “solo vento” da quello che si preannunciava come il più grande raccolto dopo il “bunga bunga”!

Ecco spiegato come, in vista delle elezioni cittadine, i Democratici si sono cimentati in un “triplo salto mortale” mai riuscito prima:

- in primis, PERDERE LE PRIMARIE (Bersani in persona si era speso a sostegno della candidatura di Rita Borsellino -altro errore strategico, trattandosi di una personalità degnissima ma praticamente scomparsa dalla scena politica locale, dopo l’elezione di ripiego all’Europarlamento-);

- in secundis, PERDERE LE “SECONDARIE” (ossia le elezioni, quelle “vere”), pur avendo a malincuore appoggiato il candidato premiato da discusse primarie, Fabrizio Ferrandelli;

- in tertiis, CADERE SOTTO I COLPI DEL “FUOCO AMICO”, ovvero perdere contro un ex alleato, Leoluca Orlando (di fatto una “costola” della sinistra palermitana e “candidato in pectore” di quella parte del Pd più “malpancista”).

Mentre molti già pregustavano il “dolce sapore” della vittoria…alla fine ci si è dovuti accontentare del “gusto amaro” della sconfitta!

Nemmeno appellarsi a Santa Rosalia è servito a molto di fronte al “masochismo democratico”.

Nessuna “corona d’allori” per i dirigenti del Pd (già pronti a sfilare sul carro del vincitore): in compenso, tante “corone di spine”!

Uno spot pubblicitario recentemente andato in onda recitava: “ti piace vincere facile?”.

Prendendo spunto da questa réclame, proporrei al Partito di Bersani di adottare il seguente slogan alle prossime elezioni: “ti piace perdere facile???”

Il Partito Democratico siciliano (“diviso” per costituzione, “perdente” per vocazione!) esce dalla prova delle urne “bocciato senza appello”.

Ridottosi ad una “banda post-democristiana” alla ricerca di una qualche sistemazione personale, il Pd (meno “L”) è apparso:

- in primo luogo, del tutto carente di un’idea alternativa di politica e di società (come si può, ad esempio, far da stampella ad un Presidente di Regione fino a poco tempo fa definito “degno erede del cuffarismo”?);

- in secondo luogo, scevro di un minimo di spessore politico e culturale (l’unica idea dominante nella sua classe dirigente non sembra “cambiamo il Sistema”, bensì “facciamoci strada nel Sistema”!).

I Democratici dell’Isola hanno mostrato così poco riguardo nei confronti dei propri elettori da impedire con ogni pretesto lo svolgimento del referendum consultivo chiesto a gran voce dalla base per avallare o meno la scelta verticistica dell’“appoggio esterno” ad un Governatore indagato per “concorso esterno” in associazione mafiosa.

Ma come dargli torto, in effetti?

Che necessità vi è di svolgere un referendum per certificare ciò che è “alla luce del sole” (ovvero l’insofferenza del suo elettorato)???

Tornando al clamoroso responso delle amministrative, Fabrizio Ferrandelli, presentatosi in un primo momento col volto da bravo ragazzo impegnato in politica e nel sociale, probabilmente vittima delle sue ambizioni, si è abbandonato all’“abbraccio mortale” dei Cracolici & Company non valutandone le conseguenze.

Quella che doveva essere la candidatura civica di una giovane promessa della politica è divenuta ben presto diretta emanazione della fronda più “inciucista e lombardista” del Partito.

Ferrandelli, così, ha finito col perdere -dico bene, ritenendo ormai segnato l’esito del ballottaggio- non solo in virtù della grande popolarità di Orlando ma anche perché apparso una “pedina” nelle mani di “vecchi marpioni” della politica, pronti a sponsorizzare la sua candidatura ad uso e consumo proprio!

“Sguaiate”, baldanzose, supponenti, poi, sono apparse le sue prime reazioni post voto:

1- Che senso ha accusare Orlando di aver sottratto voti al centrodestra, macinando consensi al di fuori del proprio bacino elettorale di riferimento?

Ciò, più che un’“infamia” di cui render conto, appare il principale merito dell’ex Sindaco!

Quale altro sarebbe l’obiettivo di un candidato se non conquistare la fiducia anche di coloro che, fino a ieri, non lo avrebbero votato?

2- Come può, inoltre, l’aspirante sindaco di una Città così problematica definire “cialtrone” un uomo che, nel bene e nel male, ha già amministrato il Capoluogo siculo per ben tre consiliature?

Se persino la senatrice Finocchiaro (candidata del Pd alle ultime regionali) è arrivata ad ipotizzare un suo appoggio ad Orlando, c’è da credere che Ferrandelli, più che muovere all’attacco, dovrebbe lavorare molto sulla “difensiva”…

3- Come si può, infine, illudere gli elettori prospettando il ballottaggio come il secondo tempo di una partita che riprenderà da uno “0 a 0” e palla al centro?

Onestà intellettuale suggerirebbe, piuttosto, l’immagine calcistica dello “0 a 3” e palla al centro (considerando lo striminzito 17% di consensi di Ferrandelli al primo turno -a fronte del 47% di Orlando- e gli “oltre 60 mila” voti di scarto registrati tra i due candidati!).

Sgombrando il campo da equivoci, lungi da me vendere “fumo per arrosto”!

Leoluca Orlando:

- in primo luogo, non rappresenta la “panacea di tutti i mali” (meglio diffidare, piuttosto, da chi vanta “poteri salvifici” o si presenta come l’“unto del Signore”!);

- in secondo luogo, se ha scelto di scendere in campo lo ha fatto più con un occhio a Roma che a Palermo (in buona sostanza, per non farsi troppo oscurare all’interno dell’Idv -partito eminentemente “leaderistico”- da personaggi quali l’evergreen Di Pietro e l’emergente De Magistris).

L’ex Sindaconon è certo “il nuovo che avanza”… semmai “l’usato sicuro” (per citare l’infelice battuta di Bersani).

Ma, se in così tanti palermitani lo hanno preferito al primo turno -e, son sicuro, faranno altrettanto al secondo-, evidentemente i volti nuovi che la politica palermitana ha espresso (o, meglio, gli “apparati” reggenti le loro spalle) sono apparsi un’alternativa ben poco credibile…

Auguriamoci solo che il probabile nuovo, vecchio Sindaco si confermi all’altezza delle aspettative di una Città “assetata di futuro” e “affamata di legalità”…

 

L’americanizzazione totale non può attendere. L’Italia tra nuovi “scandali”, “antipolitica” e saccheggio dello Stato

di: Enrico Galoppini

Gli italiani sono un popolo dalla memoria corta. Nel bene e nel male: dimostrano ingratitudine verso chi ha fatto loro sostanzialmente del bene (o meno male di altri…) e dimenticano alla svelta le “lezioni” ricevute.

Per carità, scordarsele per poter poi meglio tirare avanti senza deprimersi collettivamente, sarebbe di per sé un buon segno, ma in questo popolo vi è la radicata abitudine a non far tesoro di quanto ha già dovuto patire. Il problema è che spesso e volentieri dalle batoste del passato non ha imparato proprio nulla; anzi, poiché le ha interpretate così come ha voluto chi gliele ha date, ha finito per introiettarle proprio al contrario di come andava fatto.

È il caso, ad esempio, della stagione “moralizzatrice” andata sotto il nome di “Mani pulite”. Uno spettacolo dato in pasto al peggior popolino – compreso quello che si ritiene “acculturato” perché legge un quotidiano “progressista” – per inscenare un repulisti da cima a fondo che nella sostanza ha lasciato il sistema inalterato, peggiorandolo addirittura per molti aspetti che incidono nella vita di tutti noi.

Che poi a reclamare “pulizia” siano, esasperati a dovere da una pletora di “giustizieri”, proprio gli strati più infimi della popolazione, sia per censo che per cultura, è cosa sinceramente preoccupante, poiché con la “modernità” anche la proverbiale “onestà” dell’altrettanto proverbiale “persona umile” è andata a farsi friggere.

Oggi, il “popolo” è quanto di più greve ed abbrutito si possa concepire, infarcito com’è di messaggi ed abitudini capaci di traviare anche un beato. E senza il classico e sempre valido “timor di Dio”, anche la “morale” di cui molti si riempiono la bocca diventa un puro vaniloquio.

Per questo, sebbene Beppe Grillo abbia ragioni da vendere quando lancia i suoi strali contro “la casta”, vien poco da esaltarsi al pensiero di un “processo popolare” evocato dal capo del Movimento 5 stelle, col suo pubblico bello pronto con le corde e il sapone. “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”… bisogna sempre ricordarselo. Certo, è vero che alcuni – ricoprenti le cariche cosiddette “di responsabilità” – hanno la coscienza nera come la pece e fanno sinceramente ribrezzo anche solo a pensarli, ma non è che la maggioranza, che supinamente accetta stili di vita ed atteggiamenti mentali dettati dai dominanti, sia automaticamente con la coscienza immacolata.

Eh no, così è troppo comodo. Perché qua, in un certo senso, il più pulito c’ha la rogna. Va bene, non è bello rinfacciare alla massa – bombardata da messaggi fuorvianti – le sue cattive abitudini (riassumibili in tutta una serie di comportamenti volti a migliorare il proprio “tenore di vita”), come dire, “ve la siete cercata”, proprio mentre i più fragili, e talvolta oggettivamente rovinati, si stanno togliendo la vita; ma è anche vero che tutti, in una certa misura, si sono ‘compromessi’ con quest’andazzo, che finché ha garantito ricchi premi e cotillon è stato scambiato per “il migliore dei mondi possibili”, mentre ora, al momento che la nave affonda, si vorrebbe dare la colpa solo a qualche ‘schettino’, pulendo d’un colpo la coscienza a tutti gli altri che ballavano e gozzovigliavano senza mai porsi mezza domanda sul senso di una vita trascorsa nell’inconsapevolezza più scellerata.

E così, con buona probabilità, anche stavolta, tra una ridda di “scandali” (politici, bancari ecc.), andrà a finire che tutto cambierà perché nulla cambi. Nel senso che c’è il fondato rischio che a fronte di un crollo elettorale dei partiti della “Seconda repubblica”, massacrati e “depurati” – alcuni più degli altri (v. la Lega) – dalle solite “inchieste” ad orologeria, ci si ritrovi con una bolla d’aria in mano, con tanti saluti a chi s’illudeva di vivere un sostanziale ed epocale cambiamento.

“Cambiamento”: questa è la parola magica in democrazia, assieme a “riforme” e “nuovo”, ripetuti ossessivamente dalla propaganda, e dalla pubblicità, che della prima replica stili e finalità. E “cambiamento” avremo, né più né meno come ci fu spiattellato regolarmente, a pranzo e a cena, con il festival degli “avvisi di garanzia” dei primi anni Novanta.

Ma è poi forse cambiato qualcosa dopo quella sarabanda? Abbiamo avuto una classe politica migliore, più onesta e più “dalla parte della gente”? Suvvia, smettiamola di credere agli asini che volano. Per prima cosa, ogni nazione ha i capi che si merita, a maggior ragione se manco si rende conto di essere completamente asservita ad interessi che non sono i suoi. Secondariamente, in effetti qualcosa è cambiato, sì, ma decisamente in peggio.

L’Italia, dopo “Mani pulite”, si è trasformata a tappe forzate in una copia dell’America. E tutto è andato in quella direzione.

Intanto, falciando la classe politica del cosiddetto “Pentapartito”, sono scomparsi dalla scena anche gli ultimi statisti (uomini politici col senso dello Stato), e siamo rimasti solo con buffoni, nani e ballerine (e voglio ancora essere ottimista) smaniosi di prostituirsi senza dignità. A quel punto, il saccheggio dei beni dello Stato è risultato un gioco da ragazzi. Guarda caso, ogni volta, il tintinnio di manette e gli “scandali” vanno di pari passo con l’esigenza di “svendere” per “privatizzare”, sostenuta a tamburo battente da un’ossessiva e monotona grancassa mediatica mirata a screditare l’idea di “Stato” e di “pubblico”, come se questi fossero sinonimo di “malaffare”. Se lo ricordino, ogni tanto, gli avidi consumatori delle cronache di certi giornali “giustizialisti” e “forcaioli”… E, già che ci siamo, chissà perché, con un sincronismo sbalorditivo spuntano fuori sempre le “Brigate Rosse”, o “la Mafia”, a far fuori qualche personaggio scomodo, che resiste all’ennesima calata di braghe…

Vi è un’abbondante messe di materiale, sia su carta che su internet, per rendersi conto della vera e propria rapina ai danni della comunità nazionale andata in scena col festival della “moralizzazione” di vent’anni fa. E alla fine, poiché in Italia l’opposizione è inesistente, checché ne pensino quelli che ancora trovano gratificante atteggiarsi ad “anticonformisti” o “rivoluzionari”, buona parte di quelli che erano beni pubblici, pagati coi soldi frutto dei sacrifici di tutta la “gente normale”, sono stati svenduti a pochi pasciuti pescecani, che sono ancora lì, pronti a papparsi anche il grosso e succulento ‘secondo grande boccone’ del patrimonio dello Stato italiano.

Nello stesso torno di tempo, ci hanno messo la ‘camicia di forza’ del “Trattato di Maastricht”, con tutti i più feroci “moralizzatori” dell’epoca che erano anche i più ferventi “europeisti” (il Pds, La Rete…). Da quel giorno, il classico “Dio lo vuole!” è stato trasformato in “l’Europa ce lo chiede!”, per imbarcarci in un’assurda e controproducente ‘Crociata’ contro le “sovranità nazionali”. Non è forse l’Unione Europea l’apposita versione a noi imposta degli “Stati Uniti d’Europa”?

Non è tuttavia questa la sede per un’analisi puntuale e dettagliata di quanto è accaduto vent’anni fa, ma basta poco per rendersi conto di come, mentre il teatrino della “moralizzazione” viene periodicamente inscenato per placare gli umori di un “popolo” aizzato ad arte, siamo finiti per assomigliare sempre più all’America, senza nemmeno quegli elementi apprezzabili – sempre alla luce della “modernità”, beninteso – che vi si potrebbero individuare; perché quello è, volenti o nolenti, il modello al quale tutto il mondo deve appiattirsi affinché i signori del danaro e dell’usura possano coronare il sogno di trasformare l’uomo in un fantasma di se stesso, in balia del suo ego e, a quel punto, di tutti i farabutti intenzionati a tiranneggiare le vite del prossimo poiché a loro volta fanno torto a se stessi.

Procediamo dunque in ordine sparso e cominciamo con un “piatto forte”, visto che, come recita la Costituzione, la “Repubblica antifascista nata dalla Resistenza” è “fondata sul lavoro”. È decisamente triste innalzare al rango di ‘divinità laica’ quella che gli antichi hanno concepito e descritto solo come una “pena”, un male necessario (i “nobili”, non hanno mai “lavorato”, e un motivo ci sarà): per di più l’uomo “moderno”, lo vede come un “fattore della produzione”, al pari del “capitale” e dei macchinari, cosicché – con un apparente paradosso – quello che a parole viene reso un “valore assoluto” tanto che occupa l’art. 1 di una legge fondamentale dello Stato, nella pratica è sempre più privo di senso, perché il “senso” l’ha perso esattamente colui che lo esplica, l’uomo, che negando Dio non fa altro che negare se stesso, con la conseguenza che anche quelle che egli presenta come le sue più “elevate conquiste” son destinate ad un misero fallimento.

Ma che cos’è questo “mercato del lavoro” che rievoca più la tratta degli schiavi che una realtà in cui, avendo in vista la crescita morale e materiale della nazione, dovrebbero incontrarsi, in un clima di mutua collaborazione, le energie di tutti i “ceti produttori”? Siamo, insomma, al mercato delle vacche, sempre più magre, tra “flessibilità”, “mobilità” e “precariato”, tutte parole che evitano di pronunciare la parola “sfruttamento”. Lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo è difatti la regola nei rapporti di lavoro nella nostra nuova patria ideale, l’America, dove una massa di poveracci arranca per sopravvivere tra più lavori, “a tempo”, saltuari, a tutte le ore, con poche o nulle garanzie, mentre una minoranza – ben rimpinzata perché serve da sostegno del sistema – si sollazza tra stipendi da favola e privilegi che i comuni mortali possono solo sognarsi la notte. Chi ha buona memoria ricorderà come a partire da “Mani pulite” divenne all’ordine del giorno ripetere ossessivamente, da parte di gentaglia con posto ultrafisso e manna dal cielo garantita, che no, non si poteva più pensare al “lavoro sicuro”, ma si doveva entrare nell’ordine d’idee della “competitività”, della “mobilità”, come se ad un operaio o un impiegato normale fregasse qualcosa di queste “sfide dei mercati che la globalizzazione ci impone”.

Collegato a questo, ma non solo, vi è la creazione di una “società multietnica”, essenziale per trascinare verso il basso i livelli salariali e tutte le garanzie sin qui raggiunte. Che cosa di meglio che un surplus di “braccia” da impiegare a “buon mercato”, mentre una viscida e spudorata menzogna ripete che “gli italiani non vogliono più fare certi lavori”? Non a caso, è nella patria dello sfruttamento, l’America, nata sul sacrificio di milioni di schiavi deportati dall’Africa, che la “società multietnica” è stata concepita e realizzata. Una situazione – quella della “società multietnica” – che, in mancanza di un saldo legame che non può essere un vago “contratto sociale”, tra i vantaggi per gli sfruttatori offre anche quello dell’assenza di solidarietà tra chi, pur dibattendosi tra difficoltà condivise, non si unisce contro gli sfruttatori perché c’è qualcosa che, “a pelle”, impedisce – a parte alcune sporadiche eccezioni – di stabilire un legame capace di porre in essere una resistenza attiva ed organizzata. Per cui, la tanto decantata “lotta di classe”, diciamolo pure ai suoi fautori, non funziona proprio in una “società multietnica”…

Il risultato di questa “ricetta” è presto detto: la scomparsa del “ceto medio”, di quella fascia maggioritaria della popolazione, discretamente benestante dal punto di vista materiale, che è sempre stata un elemento fondante delle società europee sia negli anni dei Fascismi (Carta del Lavoro), ove questi si sono sviluppati, sia nel periodo della cosiddetta “socialdemocrazia” (Statuto dei Lavoratori). La direzione in cui invece marcia quest’Italia, sempre più invertebrata e senz’anima, è ben altra, purtroppo: una massa d’individui che s’arrabattano tra lavoretti e “contratti”, e un’élite di “manager” e “dirigenti” satolli fino agli occhi.

D’altra parte il “pericolo” di un “ceto medio” per Lorsignori è chiarissimo, perché su quello si regge una comunità nazionale sana e robusta, e per questo sono impegnati anima e corpo nel massacrarlo senza pietà taglieggiandolo in ogni modo e studiando sempre nuovi sistemi per rendergli la vita complicata.

Che dire inoltre della diffusione a pioggia di ipermercati, quasi tutti di catene straniere? È il modello del “mall”, quegli orribili agglomerati di negozi, ovunque tutti uguali, con la stessa merce, e “in franchising” perché le piccole attività a gestione familiare devono chiudere bottega (l’obiettivo è trasformare tutti in “dipendenti” di pochi enormi gruppi). All’ipermercato si va obbligatoriamente in macchina, perché c’è tanta, tanta merce con cui riempirsi il carrello. Addirittura è la viabilità stessa delle città ad essere modificata in funzione della presenza di questi “templi del consumismo”, e anche le feste comandate devono inchinarsi alla religione dell’acquisto compulsivo, dove il “libro sacro” viene sostituito dal depliant recapitato di continuo nella cassetta della posta (da un “multietnico” sfruttato per pochi soldi). E dove sono sorti per primi questi “centri commerciali”? In America, dove stanno aperti “24 ore su 24”, il che ci indica la fine che faranno anche qua i loro schiav… ops, volevo dire dipendenti. Facevo giusto caso al fatto che ultimamente, con il cosiddetto “governo tecnico” (leggasi: quello che deve fare il “lavoro sporco”), si è fatto un gran parlare di “liberalizzazione degli orari d’apertura”, e d’un tratto tutti i supermercati, anche quelli piccoli, e compresi  i “discount” (altra trovata americana per i “poveracci”), è stato istituito il “sempre aperto fino alle 21”, oppure quella giornata infrasettimanale in cui il locale era chiuso al pubblico adesso è stata ridotta a mezza giornata.

Non parliamo poi della diffusione capillare del gioco d’azzardo. Fino alla svolta epocale verificatasi nei primi anni Novanta, si contavano – e per i miei gusti erano già troppi – estrazioni del Lotto, Superenalotto, Totip, Totocalcio e qualche lotteria. Dagli anni Novanta s’è rotto ogni freno inibitorio:  lotterie ogni mese, sale bingo al posto della tombolata in famiglia, gratta e vinci dal tabaccaio, sale scommesse su tutto e tutti che, se prima erano mezze nascoste, frequentate solo da individui patologici, adesso si vorrebbe spacciare per luoghi in cui trascorrere un allegra giornata all’insegna dell’ipocrita “gioca poco e gioca sicuro”. E non è forse l’americana Las Vegas la città simbolo del gioco d’azzardo? Tremo al solo pensiero che anche qua vogliano costruire un obbrobrio simile…

Il cinema, poi, da passatempo ameno per famiglie, coppiette, militari in libera uscita  e intellettualoidi che si fracassano le meningi con film bulgari con sottotitoli in cirillico, s’è trasformato in un tempio dell’immaginario: i “multisala” che proiettano pellicole in cui il contenuto svanisce di fronte alle “emozioni” (occhiali tridimensionali, suono assordante ecc.) sono dei complessi integrati in cui si va ad istupidirsi dell’altro, come se tutto il resto non bastasse, mentre ci s’ingozza con secchiate di “popcorn”.

Sono riusciti addirittura a modificare anche i gusti per le automobili. Fatta salva la follia dell’abuso dell’auto, dall’utilitaria, o la sportiva, o, per chi ne aveva l’esigenza, la “familiare”, si è passati al “suv”, il simbolo dell’arroganza e della protervia di chi per il solo fatto di spaparanzarsi su un “macchinone” crede di avere sempre “ragione” sentendosi in diritto di sfracellare impunemente il malcapitato di turno che non s’è ancora dotato di un ‘gippone’ che non ha alcun senso su strade che non sono quelle dritte, larghe e desolate dei film americani “on the road”. Tra parentesi, anche l’ossessione sui “limiti di velocità” (autovelox, “patente a punti”ecc.), oltre che a fare “cassa”, serve a ridurre il cittadino in uno stato di servaggio che in ogni momento lo può mandare rovinato, come se si trattasse di un “criminale”.

Un campo in cui la trasformazione è stata evidentissima a partire dai primi anni Novanta è poi quello militare. A cosa è servito abolire la “leva”? Apparentemente ad eliminare un “anacronismo”, per molti vissuto come una vera seccatura. Ma in realtà la “riforma” delle Forze Armate serviva a chi aveva tutto l’interesse a mandare in giro per il mondo delle ‘truppe cammellate’  con la scusa delle “missioni di pace”, che un po’ alla volta – esauritasi la patetica finzione – si sono trasformate in partecipazione entusiastica e convinta alle guerre della Nato. Ne vedremo delle belle, in Siria e Libano. Non c’è bisogno di essere un fine “geopolitico” per capire che un miliardo di euro l’anno per presidiare una regione dell’Afghanistan, in attesa di chissà quale condizione affinché si debba far ritorno a casa, non ha alcun senso se non quello di alleggerire le spese allo Zio Sam, che da solo non ce la fa più a stare dietro a tutti i fronti che ha aperto con la cosiddetta “guerra al terrorismo”. Ed ora pensiamo a qual è la situazione negli Stati Uniti… esiste la coscrizione obbligatoria? Certo che no, perché lì quella del “militare” è una professione, e lo stesso dev’essere qua, salvo poi coinvolgere emotivamente “la nazione” ogni volta che qualcuno ci lascia le penne, come se si trattasse di un povero ragazzo strappato a forza dalle braccia della mamma, mentre invece trattasi di persone che sanno benissimo cosa vanno a fare e a quali rischi vanno incontro. Non per questo non si deve provare umana pietà per chi muore (e magari qualche volta, anche per le vittime locali…), ma la grande questione inevasa è: che cosa diavolo ci stiamo a fare, con mezzi e uomini in armi, ai quattro angoli del pianeta? Quando senti dire che “c’è la crisi” e allegramente si spendono cifre da capogiro per presidiare, ufficialmente, un ’fortino’ o un ‘ospedale’, c’è qualcosa che non torna.

Ma veniamo ad un altro “piatto forte”… La scuola pubblica è in uno stato comatoso.  Ovvio che chi può evita di mandarci i figli a perdere tempo. In una logica ineluttabile, finisce così che nelle scuole un tempo fiore all’occhiello dell’educazione nazionale finiscono solo i figli degli sfigati, in classi “multietniche” dove sarà già un successo se alla fine della quinta elementare si sarà appreso almeno a leggere e scrivere. Il fenomeno dei “bulletti” va di pari passo con il degrado sociale, così anche nelle scuole, in specie nelle “professionali”, tra non molto i docenti dovranno entrare armati se vorranno essere rispettati. Ai rampolli della società “bene”, invece, si apriranno le porte di università che costeranno cifre sbalorditive, e un primo assaggio di questo “elitismo” crasso e volgare lo si ebbe, nei primi anni Novanta, con l’innalzamento da 300.000 lire per tutti (fatti salvi gli esoneri “per merito” e per i “meno abbienti”) alle odierne cifre proibitive, con la scusa degli “scaglioni di reddito”, sbandierati dai soliti “paladini della gente”. Tutta una cinematografia per ragazzi, ambientata nei vari “college”, ha fatto il resto, alimentando il pregiudizio per cui la nostra fosse un’educazione “noiosa” mentre in America è tutto un “divertimento”, compreso l’immancabile momento in cui il belloccio di turno fa il cascamorto con una “ragazza pon pon” davanti agli armadietti del corridoio.

La scuola è effettivamente un osservatorio privilegiato per giudicare il livello di degrado dell’Italia odierna. Si tratta infatti di un microcosmo in cui sono compendiati tutti i difetti dell’attuale società, composta di individui smaniosi di “modernizzarsi”. Se a scuola si hanno “debiti”, e non più “insufficienze”, logico che ci si prepari ad un futuro da indebitati perennemente.

Gli americani sono in effetti un popolo di schiavi delle banche. Le prime “carte di credito” non sono forse arrivate dall’America? E a cosa sono servite, quelle e le “vendite a rate”, esplose dagli anni Novanta di pari passo con la diffusione degli ipermercati con annesso mega-parcheggio? Il risultato è che anche le nostre città, ormai, ad ogni angolo hanno “sportelli bancari” e filiali di “finanziarie” che con una retorica bugiarda inneggiano, nei loro cartelloni, ad “affidarsi” a loro per “coronare i tuoi sogni”, dare “solidità al tuo futuro”. Lo stesso dicasi per il dominio sempre più incontrastato delle “assicurazioni”.

In America ti devi “assicurare” su tutto, e non è infatti casuale il fatto che, nei film polizieschi, ci scappi il morto perché un parente spera di intascare il “premio dell’assicurazione”. Non hai la polizza? Non vieni curato: ed è il destino che attende anche noialtri, se non ci si rende conto di che cosa nascondono gli assalti “moralizzatori” contro la “sanità” di questa o quella Regione o certe trasmissioni “di denuncia” che, mostrando anche degli oggettivi sprechi e disservizi, veicolano l’idea che “pubblico” è sinonimo di “marcio”, con l’unica alternativa, pronta come i canini del vampiro, che resta quella della “sanità privata”, mentre i “poveracci” senza polizza verranno ammassati in qualche ‘lazzaretto’. Il tutto si nutre dell’insicurezza insita in chi non si “affida” più al suo Creatore – ciò dev’esser chiaro – ma siccome la fede non la si può dare per legge, che almeno si comprenda che l’abuso delle “assicurazioni” fa leva su una “insicurezza” agitata ad arte ed instillata in tutti noi attraverso un apparato comunicazionale ed “educativo”, nonché, esistenzialmente, tramite un “modo di vita” che rende di fatto “precaria” l’esistenza in quegli aspetti che almeno gli esperimenti “socialisti” avevano avuto il merito di organizzare in maniera più consona alla dignità umana. Uno spazzino è sempre uno spazzino, anche se lo chiami “operatore ecologico”, ma di sicuro preferirà un posto sicuro, comunale, piuttosto che un degradante incarico nell’organico di qualche “cooperativa di servizi”.

L’industria della pubblicità, ovvero l’arte di presentare le cose per come non sono, opera ad un livello di sofisticazione mai visto prima, in maniera onnipervasiva ad un punto tale che senza “raccolta pubblicitaria” nessuna trasmissione televisiva merita più di essere proposta ad un pubblico progressivamente istupiditosi a livelli preoccupanti. Il film di prima serata non prevedeva alcuna interruzione: poi, un giorno, dissero che tra primo e secondo tempo c’era da sopportare un po’ di pubblicità, e da quel momento, sulla spinta di “tv commerciali” che se proprio dobbiamo sopportare la televisione sarebbe meglio non esistessero, è stato un bombardamento di reclame a tutte le ore, e in tutti i modi, dalle sovraimpressioni ai “bip”, compresa la trasformazione di artisti in “piazzisti” nel più deprimente stile delle “televendite” introdotte sempre dai suddetti canali privati. Quando la pubblicità invade ogni angolo di strada, viene appiccicata dappertutto e uno sportivo viene ridotto ad un’insegna deambulante si ha l’impressione, non lontana dal vero, che tutto ruoti intorno al celebre “produci, consuma, crepa”. Ricordo bene le magliette delle squadre di calcio italiane, ancora senza pubblicità, mentre quelle dei paesi più “avanzati” erano già sponsorizzate, per tacere di quelle del “soccer” lanciato in America, più adatte al carnevale che ad un’attività intrisa ancora di alcuni “valori” qual era lo sport, prima che anch’esso si riducesse ad una passerella di “vip” sempre più bizzosi e adusi ai “colpi di testa” tipici delle “star” del cinema. Si pensi alla serietà di uno Zoff, di uno Scirea (che sembravano “vecchi” quando erano giovani!), e la si confronti con la sbruffoneria di queste sottospecie di gladiatori tutti tatuati, il cui principale motivo di celebrità sono i contratti milionari e le “veline” che riescono ad abbordare.

Si potrebbe andare avanti per ore con l’elenco dei cambiamenti, in senso “americano” e dunque “moderno”, avvenuti in Italia negli ultimi vent’anni. Ad esempio l’insicurezza, specie in alcune zone e in determinate ore, nelle città italiane. E ora la caccia a chi non fa lo scontrino o non è “a norma”, come tanti piccoli Al Capone, che, com’è ripetuto per rafforzare il mito dell’America “legge e ordine”, fu arrestato per… evasione fiscale.

Ma questa non voleva essere una rassegna completa, bensì una riflessione su quello che è accaduto all’Italia e agli italiani a partire dai primi anni Novanta, quando all’insegna della “moralizzazione” è stata impressa un’accelerazione al processo di trasformazione in senso “americano” e “moderno”.

Epperò il progetto di modellarci ad immagine e somiglianza dell’America non è ancora concluso, anche a causa di qualche ‘incidente di percorso’, ma soprattutto perché non si può somministrare una cura da cavallo senza che il ‘paziente’ non abbia una crisi di rigetto, quindi è bene non dare troppo “nell’occhio”, anche se obiettivamente il ‘gioco’ è ormai apertamente smaccato.

Ora, con la nuova ondata di “antipolitica” e tutta la letteratura contro “la casta”, e le “inchieste” che prima o poi dovevano ripartire, l’obiettivo è il completamento di un disegno realizzato in parte vent’anni or sono. La polemica sul “finanziamento pubblico dei partiti”, se proprio vogliamo tenerci i partiti (al sottoscritto non interessano affatto), va anch’essa nella direzione dell’America, dove vige il finanziamento privato (che non è quello degli “internauti” che donano dieci dollari a testa, sia chiaro), escludendo quindi ogni possibilità di visibilità e di operatività ad un partito che non persegua l’interesse dei potentati dell’industria e della finanza, delle “lobby”, manco a farlo apposta citate come garanzia di “trasparenza” dai tirapiedi dell’America messi nei giornali e nelle tv “autorevoli” a “fabbricare le opinioni”…

Ora, non c’è dubbio che tutta questa situazione destabilizzante di cui abbiamo tratteggiato solo alcuni aspetti, non può che condurre alla follia vera e propria, individuale e collettiva. Ecco perché in America dilagano gli stati depressivi e sono all’ordine del giorno le cosiddette “stragi della follia”, in cui un “pazzo” entra in un supermercato o in una scuola e fa una strage.

Ricordo nitidamente la sensazione angosciante che ebbi quando, nei primi anni Novanta, venni a sapere della prima di questo tipo di stragi qui da noi. Che non hanno nulla a che vedere con i “delitti” che da sempre occupano la “cronaca nera” a beneficio di un pubblico dalla curiosità morbosa. Stavolta è diverso, e la cosa mette i brividi.

Mi dissi: “Ecco un altro regalino dall’America…”. Si parte con le stragi in famiglia, ed è ‘normale’, perché all’inizio un essere disperato se la prende con le persone che gli sono più a portata di mano e che identifica come la “causa dei suoi mali”. Certamente non può aiutare un andazzo in cui la famiglia viene sempre più strapazzata e, perciò, svilita, a vantaggio di “nuove forme di convivenza” (sic). Il passaggio successivo è la strage di sconosciuti, paradossalmente più difficile da compiere, ma per la quale, noto, ci stiamo attrezzando anche qua… E la cosa che in simili occasioni solitamente lascia perplessi è constatare che il “pazzo” di turno non era poi il classico “scemo del villaggio”, che notoriamente non ha mai fatto male a nessuno.

Il significato di tutto ciò è molto evidente, in particolare da quando è emerso in tutta la sua devastante portata il fenomeno, socialmente rilevante, delle depressioni e delle nevrastenie, pudicamente chiamati “disturbi dell’umore” e significativamente descritti come “malattie dell’anima”, che in America hanno fatto la loro prima comparsa. La cosiddetta “civiltà moderna”, di cui l’America è solo la punta avanzata, è l’esatta inversione, parodistica, di una “civiltà tradizionale”, con una sua ‘sacralità’ al contrario, perciò l’amaro calice della riduzione di questa umanità ad un branco di scimmie procederà inesorabilmente, e solo chi saprà “risvegliarsi”, riportando in sé l’ordine, potrà farla franca quando questa umanità avrà esaurito le sue possibilità. Le nazioni, una per una, vengono a trovarsi progressivamente nella medesima condizione, e quale leva prioritaria si usa il veicolo dell’americanizzazione sotto le parole d’ordine vacue e suadenti della “libertà”, della “democrazia” e dei “diritti umani”. Tutti, un po’ per volta, devono ridursi ad una copia dell’America, imitandola in tutto e per tutto, finendo per snaturarsi e dimenticare chi sono, da dove provengono e dove devono fare ritorno. L’Italia e gli italiani non fanno eccezione, perché pare che ad ogni puntata di questa ‘discesa agli Inferi’, sebbene tutto sia piuttosto agevole da comprendere e decifrare grazie anche alle esperienze pregresse, non si riesce ad invertire la direzione. È come se, una volta ammorbati da questa “modernità” sbarcata assieme ai Marines, ed oggi diffusa a piene mani dalla “cultura globale”, pian piano tutto deperisse e si corrompesse, in una specie di tremendo sortilegio che rende uomini potenzialmente vigorosi simili a degli invertebrati.

Certamente la tendenza alla decadenza è vecchia come l’uomo, ma i segnali più devastanti – dopo avvisaglie preoccupanti registrate già in Europa – si sono palesati da quando è stata la “scoperta” l’America. È come se le ultime barriere che tenevano a freno lo scatenamento di forze terribili fossero cadute. Lo s’intuisce nitidamente proprio da questo crollo psicologico dell’uomo “moderno”. Dove arriva l’americanizzazione, gli esseri umani sono sempre più instabili, fragili, in preda alle loro “emozioni”, che anziché essere addomesticate vengono incoraggiate e “liberate” con una faciloneria che lascia stupefatti. In una sola parola, i “moderni” rimangono senza “protezione”.

E una cosa rinsalda l’altra, così, deregolamentare gli orari di lavoro, diffondere incertezza sul futuro, minare i legami naturali a favore di quelli “ideologici”, creare un ambiente minaccioso e gravido di insidie, insomma, imporre una “tabella di marcia” come quella che sotto le insegne della nuova campagna di “scandali” e di moralizzazione”, e che per sommi capi abbiamo riassunto, non può che generare persone sempre più in balia delle onde, di se stessi, di quell’illusorio “io” su cui fa presa ogni aspetto della “vita moderna”.

Come porre rimedio?

Quando piove a dirotto, non si evita di bagnarsi passando tra una goccia e l’altra… Bisogna cercare un riparo sicuro, che è cosa diversa da un ombrellino comprato al mercato. È la stessa cosa per il diluvio d’influenze nefaste che promanano dall’America: serve una “protezione” per non finire depresso o nevrastenico, una specie di “zombie”.

Tutto concorre a farci dimenticare chi siamo? Bisogna rispondere con un costante “ricordo”…

Non servono invece ordinari mezzi “politici”. Quelli hanno fatto il loro tempo, anche i più “innovativi”, traducendosi di regola in cocenti delusioni perché vi hanno parte uomini che non sono “in ordine” e che perciò anteporranno il loro ego alla funzione da svolgere. Per quanto riguarda la sfera del “politico”, c’è da dire solo una cosa e il resto è fuffa: servono dei capi, dei condottieri, non utopistiche “democrazie dal basso”, “partecipazione”, “nuove sintesi” eccetera con cui si cerca di allungare il brodo dell’agonia dell’Italia, degli italiani e di quest’umanità che sta facendo, più o meno, la medesima fine. Se s’impara la lezione della storia, anche i più incalliti fautori delle “ideologie” non posso disconoscere il fatto che per tentare di metterle in pratica c’è stato bisogno di uomini fuori dall’ordinario, altrimenti si finisce per credere ai miracoli del “proceduralismo”, come se gli uomini fossero un mero superfluo accessorio. Anche nelle storie dei Profeti ricorrono, all’inizio, quelle pie figure che erano “in attesa”, “ricordando”… Di questo hanno paura i burattinai dell’usura e dello sfruttamento. Di chi sguaina la spada per primo, di chi galvanizza gli altri, che a quel punto si ricordano che sono dei leoni e non delle pecore smarrite.

Per questo educano tutti quanti, sin da bambini, a rigettare, col ricatto della “dittatura”, l’idea di un capo, ammantandola di ridicolo (“il salvatore della Patria”, “l’unto dal Signore” ecc.), affinché nessuno ci pensi più e tutti ci si abitui al regno della mediocrità e del malaffare che ne deriva, al dominio dei peggiori e non dei migliori. Sanno bene che un ardente desiderio, un senso di attesa collettivo, alla fine produce il risultato sperato, perché chi chiede ottiene risposta, dall’Alto. È un po’ come dire che l’attesa messianica produce, al momento giusto, il “Messia”. È sempre accaduto. “Attesa” e “Ricordo”, stare preparati…

www.europeanphoenix.net

“Attentato alla Costituzione”. Varese, avvocato denuncia Napolitano per la nomina di Monti

di: Alessandro Madron

Gianfranco Orelli, che in passato ha difeso le cause dei sindaci leghisti come la vicenda bonus bebè a Tradate, presenta un esposto contro il Capo dello Stato: la “designazione” del nuovo governo, nel novembre scorso, è secondo lui incostituzionale, perché l’esecutivo in carica formalmente non era stato sfiduciato: “Una cosa mai vista”

Attentato alla Costituzione. Questa l’accusa che un avvocato cassazionista di Varese, Gianfranco Orelli, ha rivolto in un esposto niente meno che al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano oltre che, in concorso, al presidente consiglio Mario Monti e all’ex presidente Silvio Berlusconi. Il documento è stato depositato alla Procura di Varese.

Quattro pagine in cui vengono messi in fila i passaggi che, tra il 9 e il 18 novembre hanno portato alla nomina di Mario Monti, prima come senatore a vita, poi come successore di Silvio Berlusconi a capo del Governo.

Atti e fatti in cui l’avvocato varesino vede rappresentati comportamenti che, a vario titolo, violano il dettato costituzionale e la legge penale.

Gianfranco Orelli è un avvocato varesino molto sensibile alle cause promosse dai comuni a guida leghista. Negli anni ne ha patrocinati diversi. Tra le molte cause al suo attivo ha ad esempio quella che ha visto il comune di Morazzone opposto al critico d’arte Vittorio Sgarbi, quella promossa nel 2009 dal sindaco di Varese Attilio Fontana contro Michele Serra per una questione di satira e, ancora, ha difeso il comune di Tradate nella vicenda dei bonus bebè negati agli extracomunitari. Se non può essere definito un legale leghista, quantomeno può essere considerato un avvocato vicino al sentimento insubre, tanto da tenere esposta la bandiera dell’Insubria al balcone del proprio studio di via San Martino, nel centro pedonale di Varese.

Nel suo esposto l’avvocato Gianfranco Orelli ha evidenziato come la “designazione” di Mario Monti da parte di Giorgio Napolitano abbia avuto luogo con un Governo in carica che formalmente non era stato sfiduciato: “Una cosa mai vista”. Nella denuncia vengono rimarcate le perplessità dell’avvocato sulla legittimità del comportamento di Napolitano in occasione della nomina di Monti: “Il dovere del Presidente della Repubblica non è quello di verificare il gradimento di leader ed organismi stranieri prima ancora che italiani” e neppure “quello di evitare le urne a tutti i costi” o di “anteporre alla fiducia del Parlamento quella della Banca Centrale e del Fondo Monetario”. Nell’ elencazione delle presunte storture del comportamento di Napolitano, l’avvocato Orelli sottolinea anche come il dovere del Presidente della Repubblica non fosse nemmeno quello di fare un governo senza partiti “in una democrazia fondata sui partiti”. Secondo l’avvocato varesino in quel momento il dovere delle istituzioni era invece: “quello di operare per la preservazione dell’unità nazionale, difendendone radici e valori posti dalla Costituzione, per tutelare la certezza delle regole quale fondamento della democrazia sostanziale”. Un’osservazione da cui deriva la convinzione che il Governo Monti, essendo nato fuori dal Parlamento e senza che l’organo politico potesse esprimersi preventivamente, non sia conciliabile con la Costituzione.

Insomma, secondo quanto esposto da Gianfranco Orelli il Governo Monti è stato imposto alle Camere a cose fatte “dopo che i partiti erano stati esautorati di ogni decisione e le Istituzioni piegate alle ragioni di una strumentalizzata emergenza”. Il tutto, inoltre, mentre il premier Monti intratteneva rapporti privilegiati con altri paesi europei, come Germania e Francia, da cui stando alla ricostruzione dell’avvocato, riceveva “compiti” a e cui comunicava decisioni al’insaputa del Parlamento.

Convinto che i fatti esposti rappresentino una “perdita di sovranità nazionale” e “che sia altamente illegale assoggettare la Repubblica Italiana a potenze straniere”, l’avvocato Orelli ha rimarcato come “la sovranità in Italia – da tempo ed anche in queste ore – non sia esercitata nelle forme e nei limiti della Costituzione secondo il precetto posto dall’art.1”.

Da qui la decisione di presentarsi, carte alla mano, in Procura e denunciare il Presidente Napolitano. “Il perché di questa mia scelta mi sembra abbastanza evidente – ha detto Orelli -, alla base c’è l’esigenza che io sento forte, della legalità, a cominciare dalla Costituzione. Perché ritengo che un cittadino abbia il dovere e il diritto di denunciare quando ritiene che le leggi non vengano rispettate”. E continua: “Siccome i mugugni dei giornali e dei costituzionalisti che la pensano come me non sono stati ascoltati, ho deciso di prendere carta e penna e formalizzare queste accuse, in modo che qualcuno le abbia da prendere in considerazione. Non mi sono inventato nulla, ho assunto le notizie da fonti di stampa, credo di aver riassunto nel mio esposto fatti che possano essere ampiamente sostenuti e dimostrati in un processo”.

L’avvocato Orelli è dunque convinto che ci siano tutte le possibilità che l’esposto venga accolto: “Le possibilità legali ci sono tutte – ha detto – i fatti sono arcinoti, si tratta di valutarli e per questo ci vuole un processo, come avverrebbe in un qualunque paese democratico. Se l’Italia sia ancora un paese democratico non lo so, è un tema oggetto dell’esposto stesso”.

Poi spiega: “Mi sono sforzato di preparare questa denuncia nel modo più lineare possibile e spero che in Italia altre persone la pensino come me, che prendano questo documento e presentino analogo esposto in altre procure. Credo che ci siano persone che sentano vivo il bisogno di rimarcare la differenza tra cittadini e sudditi”.

IlFattoQuotidiano.it

Le giravolte dei democratici

Quant’è strano il destino della politica italiana. Ci troviamo di fronte continui ribaltamenti di idee e prospettive, che passano però senza stupire o creare ripensamenti nei militanti stessi dei partiti.

Pensiamo ai comunisti: fino alla fine degli anni ottanta tutti uniti in un unico e grande P.C.I.; nel giro di pochi anni, senza colpo ferire, si ritrovano ad essere tutti (gli stessi!) iscritti ad un partito non più comunista, anzi apertamente anticomunista chiamato Democratici di Sinistra. Dal marxismo al liberismo, senza batter di ciglio.

Quindi oggi c’è poco da stupirsi se accadono altri cambiamenti accettati acriticamente da tutti, sin nella politica nazionale che locale. Per fare l’ esempio concreto del paese nel quale viviamo, Cori (LT), i rappresentanti della “sinistra” (così come quelli nazionali) si ritrovano ad appoggiare un governo Monti che ha smantellato pensioni e lavoro, massacrando anche l’articolo 18, che a suo tempo doveva essere intoccabile, ed era colpa del “mafioso Berlusconi” la sua messa in discussione. Bene ora uno dei tanti sindacalisti (Angeletti) afferma: ”Non c’e’ paragone. Era meglio Berlusconi, noi sindacalisti andavamo a nozze con quel governo rispetto all’esecutivo tecnico. Trattare era molto piu’ facile. Al governo di Berlusconi abbiamo fatto rimangiare cose molto piu’ leggere sul sistema previdenziale e dell’articolo 18 il centrodestra non ha più osato parlare”.

Poco da stupirsi in realtà: questo governo è stato chiamare per rispettare il volere di Germania e far pagare a noi la crisi che hanno creato altri.

Sempre per rimanere a fare esempi nel nostro paese, c’è da fare pure una riflessione quasi antropologica: se prima Berlusconi (sia chiaro che chi scrive non ha particolari simpatie per il Biscione) era accusato di tutto e in special modo di usare una valanga di soldi per fare propaganda, i comportamenti di oggi sottolineano una certa ipocrisia. Ci spieghiamo. Avete presente quei libretti patinati con foto e articoli che Silvio mandava in casa degli italiani in prossimità delle elezioni per farsi una bella propaganda? Bene il candidato sindaco e attuale sindaco di Cori, Tommaso Conti il suo nome, ha stampato un bel libricino tutto a colori per decantare i risultati della propria giunta. Probabilmente è un costume (malcostume sarebbe meglio) diffuso, ma non ci si aspetterebbe un comportamento diverso da chi predicava bene allora? E soprattutto: non ne abbiamo idea, ma i soldi per farlo e stamparlo sono comunali?

Coriintempesta

Un pozzo senza fondo: i 90 F-35 costeranno oltre 10 miliardi di euro

di: Tommaso Di Francesco e Manlio Dinucci
Monti, con sostegno bipartisan, si è limitato a ridurre da 131 a 90 il numero dei caccia da acquistare

La crisi economica, ha documentato il Censis, ha colpito in Italia soprattutto i giovani, un milione dei quali ha perso il lavoro negli ultimi tre anni. Tranquilli, perché al loro futuro ci pensa la Lockheed Martin: «Proteggere le generazioni di domani – assicura nella sua pubblicità – significa impegnarsi per la quinta generazione di oggi». Si riferisce all’F-35 Lightning II, «l’unico velivolo di quinta generazione in grado di garantire la sicurezza delle nuove generazioni».

Sono stati dunque lungimiranti i governi che hanno deciso di far partecipare l’Italia alla realizzazione di questo caccia (prima denominato Joint Strike Fighter) della statunitense Lockheed Martin. Con il sostegno di uno schieramento bipartisan, il primo memorandum d’intesa venne firmato al Pentagono nel 1998 dal governo D’Alema; il secondo, nel 2002, dal governo Berlusconi; il terzo, nel 2007, dal governo Prodi.

E nel 2009 è stato di nuovo un governo Berlusconi a deliberare l’acquisto di 131 caccia che, a onor del vero, era già stato deciso dal governo Prodi. L’Italia partecipa al programma dell’F-35 come partner di secondo livello, contribuendo allo sviluppo e alla costruzione del caccia. E ora arriva il governo «tecnico» di Monti a confermare tutto con il ministro-ammiraglio Di Paola. Vi sono impegnate oltre venti industrie: Alenia Aeronautica, Galileo Avionica, Datamat e Otomelara di Finmeccanica e altre tra cui la Piaggio. Negli stabilimenti Alenia verranno prodotte oltre mille ali dell’F-35. Presso l’aeroporto militare di Cameri (Novara) sarà realizzata una linea di assemblaggio e collaudo dei caccia per i paesi europei, che verrà poi trasformata in centro di manutenzione, revisione, riparazione e modifica. A tale scopo sono stati stanziati oltre 600 milioni di euro, presentandolo come un grande affare per l’Italia. Ma non si dice quanto verranno a costare i pochi posti di lavoro creati in questa industria bellica. Non si dice che, mentre i miliardi dei contratti per l’F-35 entreranno nelle casse di aziende private, i miliardi per l’acquisto dei caccia usciranno dalle casse pubbliche.

Spesa militare: 25 miliardi

Per partecipare al programma, l’Italia si è impegnata a versare un miliardo di euro, cui si aggiungerà la spesa per l’acquisto ora di 90 F-35 (inizialmente ne erano previsti 131). Allo stato attuale, essa può essere quantificata in oltre 10 miliardi di euro. Va inoltre considerato che l’aeronautica sta acquistando anche un centinaio di caccia Eurofighter Typhoon, costruiti da un consorzio europeo, il cui costo attuale è quantificabile anche quesyo in oltre 10 miliardi di euro. E, come avviene per tutti i sistemi d’arma, l’F-35 verrà a costare più del previsto.

Il prezzo dei primi caccia prodotti – documenta la Corte dei conti Usa – è risultato quasi il doppio rispetto a quello preventivato. Il costo complessivo del programma, previsto in 382 miliardi di dollari per 2.443 caccia che saranno acquistati dagli Usa e da otto partner internazionali, sarà dunque molto più alto. Perfino il senatore John McCain, noto «falco», ha definito «vergognoso» il fatto che il prezzo dei primi 28 aerei sfori di 800 milioni di dollari quello preventivato. Nessuno sa con esattezza quanto verrà a costare l’F-35. La Lockheed aveva parlato di un prezzo medio di 65 milioni per aereo, al valore del dollaro 2010, ma poi è stato chiarito che il prezzo non comprendeva il motore né i costosissimi sistemi elettronici e all’infrarosso.

L’Italia si è dunque impegnata ad acquistare 90 caccia F-35 senza sapere quale sarà il prezzo finale. Anche perché differisce a seconda delle varianti: a decollo/atterraggio convenzionale, per le portaerei, e a decollo corto/atterraggio verticale. L’Italia ne acquisterà circa 50 della prima variante e circa 40 della terza, che saranno usati anche per la portaerei Cavour. E, una volta acquistati, dovrà pagare altri miliardi per ammodernarli con i sistemi che la Lockheed produrrà. Un pozzo senza fondo, che inghiottirà altro denaro pubblico, facendo crescere la spesa militare, già salita a 25 miliardi annui.

Arma per la guerra d’attacco

Non ci si poteva illudere che il governo Monti cambiasse rotta, sganciando l’Italia da questo costosissimo programma: si è limitato solo a ridurre il numero dei caccia da acquistare.

L’ammiraglio Di Paola, oggi ministro della difesa, è infatti il maggiore sostenitore dell’F-35: fu lui, in veste di direttore nazionale degli armamenti, a firmare al Pentagono, il 24 giugno 2002, il memorandum d’intesa che impegnava l’Italia a partecipare al programma come partner di secondo livello. E l’F-35 Lightning (Fulmine) – che, assicura la Lockeed, «come un fulmine colpisce il nemico con forza distruttiva e inaspettatamente» – è il sistema d’arma ideale per la strategia enunciata da Di Paola quando era capo di stato maggiore della difesa: trasformare le forze armate in uno «strumento proiettabile», dotato di spiccata capacità «expeditionary» coerente col «livello di ambizione nazionale». Che l’F-35 garantirà insieme alla «sicurezza delle nuove generazioni».

IlManifesto.it

Lite a cena sui telefoni fra Agnelli e Berlusconi. Venti anni dopo De Benedetti-scoop

di: Franco Bechis

L’episodio è raccolto nel bel libro “Eutanasia di un potere” di Marco Damilano.  E’Carlo De Benedetti a raccontare una cena finora restata inedita, appena Silvio Berlusconi approdò a palazzo Chigi nel 1994. E lo fa naturalmente scandalizzato: “Nel 1994 ci fu una cena organizzata da Agnelli in casa sua. Intorno al tavolo c’eravamo io, MarzottoRomitiLucchini.

Era una sorta di introduzione del Berlusconi premier di fronte all’establishment confindustriale. Agnelli gli dava del lei: ‘Adesso che è arrivato a palazzo Chigi, la prima cosa che Lei deve fare è la privatizzazione della Stet’ (la società che controllava tutti i telefoni italiani). Romiti si accodò immediatamente: ‘Assolutamente d’accordo con l’Avvocato, quello è un simbolo’. Berlusconi li bloccò subito: ‘Quella azienda ora è mia, va bene. Perché dovrei venderla?’. Il suo concetto politico era che lui era diventato lo Stato, non capiva perché bisognasse privatizzare”.

De Benedetti è colpito nel racconto da questo identificarsi di Berlusconi con lo Stato, tanto da dire “la Stet è mia”.

Sinceramente, quel che colpisce è l’esatto opposto, che spiega assai meglio la storia di Italia. Un premier nuovo nel 1994 era appena stato eletto a sorpresa. Nel libro lo stesso De Benedetti rivela che a gennaio 1994 Agnelli pronosticava per Berlusconi al massimo il 3% dei voti. L’ingegnere era più generoso: il 10%. Berlusconi invece vinse, e un minuto dopo i veri padroni di Italia invitarono a cena il nuovo regnante imprevisto e gli ordinarono di vendere a loro la più grande azienda di telecomunicazioni del paese. In fondo Berlusconi era un industriale: non gradito, ma uno di loro, quindi doveva obbedire e in fretta. Lui non lo fece- e sì, disse in modo assai poco elegante e privo di cultura e di senso dello Stato: “La Stet ora è mia. Non ve la vendo”. Dopo averlo detto perse palazzo Chigi. Nel 1996 al governo salì Romano Prodi. E vendette la Stet agli Agnelli a prezzo di supersaldo. Quelli con il senso dello Stato portarono via dallo Stato il suo bene più prezioso, pagandone (poco) solo lo 0,67%, ma comandando. Non seppero fare nemmeno quello e dopo qualche anno dovettero gettare la spugna e trovarono chi aveva senso dello Stato che fece lievitare quel loro minimo investimento grazie all’Opa di Roberto Colaninno. Viva il senso dello Stato! Ogni tanto questi racconti che emergono dopo venti anni sembrano tanto simili a quelle storie popolari in cui il bue dà del cornuto all’asino…

Fonte: LiberoQuotidiano.it

La diplomazia armata di Monti

di: Manlio Dinucci

Giulio Terzi di Sant’Agata, ministro degli esteri del governo Monti, ha illustrato al Senato la partecipazione dell’Italia agli «sforzi della comunità internazionale per promuovere la pace». Di pace se ne intende, per essere stato consigliere politico alla Nato, ambasciatore in Israele e quindi negli Stati uniti, dove ha contribuito alla «straordinaria collaborazione bilaterale nei principali scenari di crisi».

Mentre la crisi finanziaria alimenta a livello globale gravi tensioni politiche e sociali, afferma il ministro, è ancor più «interesse dell’Italia» partecipare alle «operazioni in scenari di crisi», dove si gioca la «credibilità internazionale» del Paese. Anche perché la nuova strategia Usa prevede la riduzione delle «forze di manovra» in Europa a favore di altri teatri di impiego, in particolare nel Pacifico. L’Italia deve quindi impegnarsi ancora di più in «missioni internazionali di pace e stabilizzazione», che siano «realmente integrate», ossia «uniscano le componenti militari e civili». Per affrontare «le sfide della stabilizzazione che provengono dalla Libia, le criticità in Afghanistan e in Libano, le crisi in Corno d’Africa». In Libia, dopo il «successo dell’operazione condotta dalla Nato», l’Italia «continuerà a sostenere molto attivamente la nuova dirigenza», soprattutto formando le sue «forze di sicurezza». E, il 20 febbraio, ospiterà a Napoli il vertice ministeriale del Dialogo 5+5 e il Foromed per «il rilancio del dialogo e della cooperazione tra le due sponde del Mediterraneo». Dialogo che l’Italia ha condotto in modo esemplare, sganciando sulla Libia un migliaio di bombe. Ma già si preparano altre «operazioni»: in Siria, avverte Terzi, «la situazione non è più sostenibile». Questa è la «diplomazia della sicurezza», con cui il governo Monti intende «tutelare all’estero i nostri interessi politici, economici e finanziari». Nonostante le minori risorse disponibili, chiarisce al Senato il ministro della difesa Giampaolo Di Paola, «non può essere sacrificata la capacità operativa del nostro strumento militare a tutela della sicurezza e dell’ordine internazionale». Sono quindi necessarie «forze armate sì ridotte, ma più moderne, meglio addestrate e meglio equipaggiate». Compresa la «difesa missilistica», importante perché «la minaccia (l’Iran e quant’altro), che ci piaccia o no, c’è». Su tali scelte, sottolinea Di Paola, esiste «una continuità che attraversa i confini virtuali dell’alternanza di governo e che accomuna gli schieramenti politici di maggioranza e opposizione». Immediata la conferma: PdL e Pd si schierano compatti col governo, mentre l’IdV assume qualche posizione critica e la Lega fa alcuni distinguo. Il sen. Tempestini (Pd) chiede il «rafforzamento della credibilità internazionale del Paese», e preannuncia un decreto-legge per rendere permanente il finanziamento delle «missioni». Già lo aveva chiesto invano il sen. Scanu (Pd) al governo Berlusconi, perché «ci preme costruire la credibilità dell’Italia» e perché «le Forze armate sono un ambito di straordinaria importanza del nostro Paese». «Che tristezza – aveva esclamato – sentir dire che non dobbiamo più mantenere certi impegni nel teatro internazionale perché sono finiti i soldi». Ora non sarà più triste: li troverà il governo Monti tagliando ancora di più le spese sociali.

IlManifesto.it

Il comunismo sbiadito e i forconi siciliani

di: Andrea Fais

Ricordiamo tutti il Popolo Viola: questa creatura politicamente informe, che per oltre un anno ha riempito le piazze italiane, gridando alle dimissioni di Berlusconi. Una creatura colorata, di cui ho in passato trattato personalmente all’interno del sito “Conflitti e Strategie”, individuando attendibili collegamenti tra la macchina dell’antiberlusconismo di piazza e quella dell’antiberlusconismo dei poteri forti.

Del resto, i meeting viola organizzati dalla London School of Economics, prestigioso tempio “liberal” del capitalismo anglosassone, lasciavano poco spazio alla fantasia. Travaglio ebbe, proprio a ricordare come in Italia ci trovassimo in un condizione di totale anomalia rispetto al resto dell’Occidente, confortandosi con gli autorevolissimi dati forniti da Freedom House, struttura di ingerenza e soft-power legata a doppio filo con il governo degli Stati Uniti: una garanzia insomma. In quel caso, il numero fece la forza: tutto questo gruppuscolo di sigle e di associazioni no-profit cominciò a smuovere milioni di persone, con adesioni all’interno di quella “minoranza rumorosa” che vedeva in Berlusconi il solo ed unico male dell’Italia. Le forze della sinistra radicale, che ancora presumono di richiamarsi al comunismo storico, cercarono così di cavalcare – fallendo per evidente sproporzione di forze in campo – l’ondata, dialogando con quelle realtà e prestandosi alla linea del “Berlusconi first”. Molti esponenti politici parlarono, difatti, proprio della necessità di costituire una sorta di nuovo CLN esclusivamente pensato per cacciare Berlusconi, attraverso azioni dimostrative di strada o pressioni pubbliche.

Abbiamo visto cosa è accaduto: le immagini del 14 dicembre 2010 e del 15 ottobre 2011 hanno fatto il giro del mondo, regalando al pianeta un’immagine dell’Italia assolutamente devastata e manipolata, grazie alla distorsione mediatica operata da qualche migliaio di esagitati. Pareva che il governo Berlusconi fosse in uno stato del tipo “centoventi giornate di Sodoma”, perso tra festini orgiastici e vizi borghesi, mentre l’Italia stesse affondando, preda di uno spread senza freni. Non si sapeva cosa significasse precisamente questo oscuro vocabolo finanziaro, ma fu abbastanza per allineare le richieste di Di Pietro o di Vendola a quelle del Sole24Ore: “Fate presto!”. Il resto lo sappiamo.

Il governo tecnico si impone con un colpo di coda gestito dal Quirinale, senza alcuna interpellanza elettorale, si stabilisce in pianta stabile con l’intenzione solida di restare sino alla fine del mandato naturale della legislatura (2013) e di apportare pesantissime manovre economiche e fiscali, per giustificare provvedimenti da macelleria sociale. I bicchieri di champagne stappati dalle sinistre diventano improvvisamente indigesti, restano sullo stomaco: le facce terrorizzate e sbiancate di chi fino al giorno prima aveva fatto di tutto perché si creassero le condizioni per le dimissioni di Berlusconi, erano già allora evidenti. Cosa raccontare al proprio elettorato? Di aver appoggiato un golpe bianco e poi di essersi accorti della gran debacle? Un po’ strano come meccanismo. Dunque, meglio inventarsi una fantomatica continuità tra Berlusconi e Monti, prolungando per inerzia la farsa del teatrino antiberlusconista degli ultimi dieci anni: “Berlusconi è andato via, ma il berlusconismo è rimasto e rivive in Monti, dunque contestiamolo”.

La bufala è andata.

Qualcuno – quasi tutti – ci ha creduto. D’altronde se hanno creduto per dieci o quindici anni ad uno come Bertinotti, ormai potrebbero bersi anche l’acqua del mare pensando che sia oligominerale. Chiaramente, la maggioranza più silenziosa e più produttiva del Paese, quella dei piccoli commercianti, degli operai non sindacalizzati (cioè, non disposti a farsi prendere per i fondelli dai sindacati gialli italiani), dei piccoli agricoltori, delle piccole imprese, dei piccoli esercenti e così via, non può stare a guardare lo spettacolino mediatico di una situazione al tracollo, malgrado l’abitudine di queste persone all’umiltà e al lavoro senza tante pretese, la loro dignità e la loro (virtuosa) incapacità a scadere nella ridicola boutade circense cgiellina del pubblico impiegato con un campanaccio al collo e un fischietto in bocca.

Così, in silenzio, e fuori dai profeti del dissenso e dai sindacati di potere, è sorto in Sicilia uno sciopero spontaneo ed autonomo degli autotrasportatori che si è esteso a macchia d’olio anche al mondo dell’agricoltura.

Ufficialmente non vi sono collegamenti con alcuna forza politica, anche se a Catania pare sia stata avvistata qualche bandiera di estrema destra durante un comizio. In generale, insomma, il cosiddetto Movimento dei Forconi, pare essere al di fuori di qualunque sospetto: senz’altro ci sarà del qualunquismo e non mancherà la demagogia tipica del contesto di piazza e di contestazione pubblica, tuttavia la piattaforma sociale di lotta di persone che lavorano ogni giorno come muli è senz’altro trecento spanne superiore a quella di beceri indignados fuffaroli (apprezzati pure da Soros e Draghi… che è tutto dire…) o popoli “viola”, composti da ultrà del no-globalismo negriano o da esaltati lettori dei libelli pubblicati dal gruppo editoriale di De Benedetti.

Eppure la sinistra radicale italiana non ha perso tempo a lanciare strali e sospetti, boicottando in modo anche verbalmente violento lo sciopero. Siamo al colmo. Che abbiano ricevuto l’appoggio di qualche insignificante sigla di estrema destra o meno, queste persone lavorano ogni santo giorno e vivono sopra un camion per paghe non certo soddisfacenti, così come non certo bene se la passano i tanti braccianti e piccoli produttori della filiera agricola regionale. Pensare che movimenti politici minoritari ed assolutamente irrilevanti, come quelli di estrema destra, possano organizzare di colpo un movimento di protesta che blocca un’intera regione dello Stato, tra le più popolate, è letteralmente ridicolo. Dopo aver partecipato al coro alzato da Washington e dai suoi alleati contro la repubblica socialista di Gheddafi, schierandosi – con una silenziosa complicità – dalla parte dell’imperialismo, questi personaggi politici sembrano ancora non sufficientemente paghi di dare sfoggio della loro intima natura reazionaria e anti-sociale.

C’era un tempo in cui il Partito Comunista Italiano faceva il giro delle campagne e delle fabbriche, per conoscere le condizioni sociali in modo dettagliato e capillare cascina per cascina, stabile per stabile, raccogliendo pareri e consensi dal mondo del lavoro, spiegando poi loro, alla sera o durante i comizi alla domenica, i collegamenti tra quei loro problemi quotidiani di operai e contadini della provincia italiana, ed un sistema internazionale denso di contraddizioni e strategie di conflitto ardue e complicate. Parliamo di anni in cui era ancora l’emblema di Lenin a campeggiare nelle pareti delle sedi del partito, anni in cui era la Russia bolscevica il riferimento politico principale, anni in cui personaggi come Vendola, De Magistris o Bertinotti non avrebbero mai messo piede in un circolo politico comunista: roba in bianco e nero, confinata ormai alle sole figure del neo-realismo, come quella di Giuseppe Bottazzi. Son passati cinquanta anni, eppure sembra passata un’intera era geologica.

StatoPotenza.eu

Guerra, ma con aerei low cost

di: Manlio Dinucci

In soccorso del caccia F-35 scende in campo il generale Leonardo Tricarico, già capo di stato maggiore dell’aeronautica, che con piglio autoritario bacchetta quei politici e giornalisti «avventuratisi su temi militari con i quali hanno poca dimestichezza». Indubbiamente di aerei da guerra Tricarico se ne intende. Dopo aver comandato le forze aeree italiane che bombardarono la Jugoslavia nel 1999, venne scelto dal presidente del consiglio D’Alema quale consigliere militare, carica che mantenne nei successivi governi Amato e Berlusconi. Nel 2006, venne inviato dal governo Prodi al Pentagono per definire la partecipazione dell’Italia al programma dell’F-35, quale partner di secondo livello, in base al memorandum firmato nel 2002 dall’ammiraglio Giampaolo Di Paola, oggi ministro della difesa. Il nostro eventuale abbandono dell’F-35 – avverte Tricarico – toglierebbe «miliardi di lavoro a una settantina di aziende italiane, dai giganti Finmeccanica e Fincantieri, a molte pmi». E all’argomento economico unisce quello politico-militare: dopo aver precisato che l’F-35 non è un «costoso sfizio» ma «uno dei pilastri della Difesa italiana nel XXI secolo», ammonisce che «senza un aereo tattico credibile, domani potremmo essere costretti a chiamarci fuori se un altro dittatore dovesse massacrare il proprio popolo». Chiaro il riferimento alle «guerre umanitarie» di Jugoslavia e di Libia. Mentre il generale va alla carica con tali argomenti, condivisi da un vasto arco politico multipartisan, in parlamento nessuno sa, né vuole, rispondergli. I pochi critici si limitano all’obiezione che l’Italia, in difficoltà economiche, non può permettersi un aereo tanto costoso. Non mettono in discussione il modello economico di cui l’F-35 è uno dei prodotti, né chiariscono che, mentre i contratti per la sua produzione accresceranno i profitti di aziende private, sarà il settore pubblico ad addossarsi le spese: almeno 15 miliardi di euro per l’acquisto degli aerei, più un costo operativo superiore di un terzo rispetto a quello degli attuali caccia.

Questi parlamentari diffondono allo stesso tempo leggende inter-metropolitane, secondo cui l’amministrazione Obama, decisa a tagliare la spesa militare, avrebbe l’intenzione di ridimensionare drasticamente o cancellare il programma dell’F-35. Ignorano così la forza e l’influenza che ha negli Usa il complesso militare-industriale. Tantomeno mettono in discussione il modello politico-militare, di cui l’F-35 è espressione: dominato dagli Usa attraverso la Nato e finalizzato a continue guerre di aggressione. I senatori Pd Roberto Della Seta e Francesco Ferrante, che oggi chiedono di rinunciare agli F-35 per risparmiare 3 miliardi da una spesa militare di oltre 25, sono gli stessi che lo scorso marzo hanno sostenuto l’anti-costituzionale e costosa guerra contro la Libia, definendo l’intervento militare «pienamente legittimo e, anzi, giusto e dovuto». Il senatore radicale Marco Perduca, che oggi dichiara la stessa posizione, chiedeva lo scorso marzo di attuare subito un «radar-jamming» per neutralizzare le difese libiche e aprire la strada ai cacciabombardieri. Quelli meno cari dell’F-35, graditi a un partito che si definisce «nonviolento».

IlManifesto.it

Italia,il liberismo cambia faccia:dalla repubblica del bunga bunga alla repubblica tenica delle banche,dei mercati e dello spread

Articolo inviato al blog
di: Salvatore Santoru

Berlusconi si è dimesso ufficialmente ieri alle 21:41.Quasi vent’anni ,tra corruzione,clientelismo,affarismo e leggi “ad personam” è durato il suo regime.Regime che è riuscito come non mai ad imporre i dogmi dell’ideologia neoliberista al popolo italiano,tra propaganda mediatica,tv spazzatura e intralazzi vari.Ieri il Cavaliere è “stato dimesso”, ma non per un’iniziativa popolare o per elezioni,ma bensì per “il giudizio dei mercati” e per volere degli stessi poteri che nel 94 hanno sostenuto e finanziato la sua entrata in politica:da Confindustria alle banche,ai vari poteri forti e/o occulti e così via.E intanto il  trono vagante,con il consenso di destra/sinistra/centro,viene occupato da Mario Monti,colui che  a proposito di “mr Bunga Bunga” disse:” va ringraziato,nel 94 ci salvò dalla sinistra di Occhetto e avviò la rivoluzione liberale in Italia”.Lo stesso Monti che in  un suo articolo sul “Corriere della Sera”datato 2 gennaio 2011,dice :

“In Italia, data la maggiore influenza avuta dalla cultura marxista e la quasi assenza di una cultura liberale, si è protratta più a lungo, in una parte dell’ opinione pubblica e della classe dirigente, la priorità data alla rivendicazione ideale, su basi di istanze etiche, rispetto alla rivendicazione pragmatica, fondata su ciò che può essere ottenuto, anche con durezza ma in modo sostenibile, cioè nel vincolo della competitività.

Questo arcaico stile di rivendicazione, che finisce spesso per fare il danno degli interessi tutelati, è un grosso ostacolo alle riforme. Ma può venire superato. L’abbiamo visto di recente con le due importanti riforme dovute a Mariastella Gelmini e a Sergio Marchionne. Grazie alla loro determinazione, verrà un po’ ridotto l’handicap dell’Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili.”

Dunque i suoi esempi di “grandi riformatori” sarebbero Marchionne e la Gelmini.Insomma,prepariamoci al peggio.E c’è anche dell’altro.Lo stimato economista,nonchè  presidente della Bocconi in una sua recente intervista all’Infedele su La 7,ha affermato :”l’euro è un sucesso,soprattutto per la Grecia”.E così  che inizia la Terza Repubblica,fondata sulle “banche,sulla tecnica e sull’infallibilità dei mercati e delle borse”.Festeggiate pure  se vi va di farlo,ma riflettete sul perchè l’ex tessera 1816 P2,è stato dimesso proprio ora,e chiedetevi:ma non era meglio se si fosse dimesso per un’iniziativa popolare o per elezioni(magari anche anni fa),invece che per il “giudizio dei mercati” e i capricci dello “spread”,cioè per un’azione(un colpo di stato finanziario) con cui non abbiamo niente a che fare(anzi),e perlopiù per un’imposizione degli stessi che per quasi vent’anni lo hanno tenuto in galoppo?

Tutti gli uomini di Goldman Sachs

di: Francesco Piccioni

I «padroni dell’universo». Un soprannome modesto per gli uomini di punta di Goldman Sachs (GS). Una banca d’affari con 142 anni di vita, più volte sull’orlo del baratro, da sempre creatrice di conflitti di interesse terrificanti, da far impallidire – per dimensione e pervasività – quelli berlusconiani.

Famosa per «prestare» i propri uomini alle istituzioni, quasi dei civil servants con il pessimo difetto di passare spesso dalla banca privata ai posti di governo. Come peraltro i membri della Trilaterale o del Bilderberg Group. Mario Monti è uomo accorto: è presente in tutti e tre. Per GS ha fatto finora l’international advisor, come anche Gianni Letta, dal 2007, nonostante il ruolo di governo. Cos’è un advisor? Beh, è un consigliere; una persona in grado di indicare a una banca internazionale i migliori affari in circolazione. Specie quando uno Stato deve privatizzate le società pubbliche. Sta nella buca del suggeritore, ma può diventare premier…

E G&S ha comunicato ai mercati in tal caso lo spread per i Btp italiani calerebbe a 350 punti in un lampo.

È la banca che ha inventato (subito copiata dalle altre) i prodotti derivati, quei 600mila miliardi di dollari virtuali che stanno strangolando il mondo. Che ha aiutato i conservatori greci a nascondere lo stato reale dei conti pubblici davanti alla Ue. Che ha mandato l’amministratore delegato Henry Paulson, nel 2006, a fare il ministro del tesoro di Bush figlio. Dopo il crack di Lehmann Brothers inventò il piano Tarp: 700 miliardi di dollari statali per salvare le banche private anche a costo di far esplodere il debito pubblico Usa.

G&S riuscì in quel caso a intascare buona parte dei 180 miliardi destinati al salvataggio di Aig, gruppo assicurativo. Prima di lui era stato su quella poltrona Robert Rubin, con Clinton presidente; c’era poi tornato molto vicino, con Obama, ma dovette lasciare quasi subito il team economico: troppo evidente il suo doppio ruolo. Robert Zoellick è invece partito da G&S per coprire decine di ruoli per conto dei repubblicani, fino a diventare 11° presidente della Banca Mondiale.

Ma anche gli italiani si difendono bene. Romano Prodi era stato lui advisor, prima di tornare all’Iri per privatizzarla e spiccare quindi il volo verso la presidenza del consiglio, per ben due volte. Al suo fianco, negli anni, Massimo Tononi, ex funzionario della sede di Londra e quindi sottosegretario all’economia tra il 2006 e il 2008.

Ma il più noto è certamente Mario Draghi. Dal 2002 al 2005 è stato vicepresidente e membro del management Committee Worldwide della Goldman Sachs; in pratica il responsabile per l’Europa. Ha lasciato l’incarico per diventare governatore della Banca d’Italia e prendere la presidenza del Financial Stability Forum (ora rinominato Board), incaricato di trovare e mettere a punto nuove regole per il sistema finanziario globale. Compito improbo, che ha partorito molte raccomandazioni ma nessun risultato operativo di rilievo (le regole di Basilea 3 sono tutto sommato a tutela della solidità delle banche, non certo limitative di certe «audacie» speculative).

Dall’inizio di questo mese siede alla presidenza della Banca Centrale Europea, ma prima ancora di entrarci aveva scritto e poi fatto co-firmare a Trichet – la lettera segreta con cui il governo veniva messo alle strette: o le «riforme consigliate» in tempi stretti o niente acquisti di Btp. Forse rimpiange di ver lasciato il Financial Stability Board. Ma non deve preoccuparsi: al suo posto Mark Carney, governatore della Banca centrale canadese. Anche lui, per 13 lunghi anni, al fianco dei «padroni dell’universo» targati Goldman Sachs.

IlManifesto.it

Italia, un ‘regime change’ senza armi

di: Enrico Piovesana

Il bombardamento speculativo, l’ultimatum di Draghi e Trichet, l’invasione delle truppe in doppio petto di Bce e Fmi che occupano i ministeri e l’imposizione di un governo-fantoccio

La soluzione ai nostri guai sarebbe quindiMario Monti, tecnocrate che gode della piena fiducia dei mercati. Non stupisce, visto che l’ex commissario europeo è anche consulente di Goldman Sachs (la superbanca che ha causato il collasso greco e l’affossamento dei Btp italiani) e della Coca Cola, presidente europeo della Commissione Trilaterale di David Rockefeller e membro direttivo del potente club Bilderberg.

Ma come si è arrivati a questo?

Lo scorso luglio i mercati internazionali, soprattutto statunitensi (grandi banche d’affari, fondi d’investimento, agenzie di rating, multinazionali e compagnie assicurative) hanno scatenato il loro attacco speculativo contro l’Italia: non perché le condizioni economiche del nostro Paese fossero improvvisamente peggiorate, ma per la definitiva perdita di credibilità e di fiducia del governo Berlusconi.

Inizialmente sostenuto dai mercati internazionali per le sue promesse di ‘rivoluzione liberale’, ultimamente il Cavaliere, sempre più invischiato nei suoi scandali sessuali e concentrato a difendere i suoi interessi personali, veniva giudicato dai mercati irrimediabilmente inadeguato a portare avanti le riforme e le politiche economiche da essi richieste.

La crescente apprensione dei mercati si è tramutata in paura a giugno, con la vittoria del referendum contro la privatizzazione dell’acqua: un campanello d’allarme sulla pericolosa piega democratica che rischiava di prendere l’Italia nel vuoto di potere creato da Berlusconi.

In un Paese inaffidabile e indisciplinato come l’Italia, i mercati non potevano certo affidare il cambio di regime al popolo bue, rischiando di vedersi rieletto Berlusconi o di vederlo sostituito da un governo troppo sbilanciato a sinistra. Hanno giudicato più sicuro prendere direttamente il controllo dell’Italia con il pretesto dell’emergenza.

Da qui l’attacco speculativo di luglio con borse e spread impazziti, traduzione economica della dottrina militare Shock and Awe, colpisci e intimorisci.

Insomma, terrorismo finanziario. Il Paese, messo in ginocchio e gettato nel panico, è pronto ad accettare qualsiasi cosa.

L’ultimatum è arrivato ad agosto nella lettera dei banchieri Trichet e Draghi, che dettavano al governo Berlusconi le condizioni per la fine dei bombardamenti speculativi: in sostanza una resa incondizionata alle politiche dettate da banche, finanza e grandi imprese: privatizzazioni, deregulation del mercato del lavoro, taglio a salari, pensioni e servizi sociali.

La confusa e tentennante risposta del governo Berlusconi ha scatenato l’offensiva finale dei mercati, che in poche settimane hanno portato l’Italia sull’orlo del default. Il Cavaliere, con la pistola puntata alle tempia, è stato costretto a farsi da parte, mentre a Roma sbarcavano le truppe in doppio petto di Bce e Fmi, che occupavano i ministeri-chiave prendendo di fatto in mano le redini del Paese.

Nel frattempo si mette in piedi un governo-fantoccio guidato dal consulente di Goldman Sachs che, almeno a giudicare dai nomi che circolano sui probabili ministri, sarà formato in gran parte da banchieri e da personaggi strettamente legati alle banche: Giuliano Amato, consulente di Deutsche Bank ed esperto in manovre lacrime e sangue, Fabrizio Saccomanni, direttore generale della Banca d’Italia, Lorenzo Bini Smaghi, appena uscito dal comitato esecutivo della Banca centrale europea, Domenico Siniscalco, vicepresidente di Morgan Stanley, Piero Gnudi, consigliere d’amministrazione di Unicredit.

“Missione compiuta!” disse Bush sulla portaerei dopo la caduta di Saddam.

Altrettanto potranno dire nei prossimi giorni i grandi banchieri internazionali, brindando a champagne sui loro yacht alla salute del governo Monti. Alla faccia del ’99 per cento’ degli italiani, inconsapevolmente caduti dalla padella alla brace.

Nulla di nuovo sotto il sole. Per imporre le proprie regole e tutelare i propri interessi, i poteri forti economici e finanziari (statunitensi ma non solo) hanno organizzato golpe in Africa e in America Latina, invasioni militari in Asia, Medio Oriente e Nordafrica, rivoluzioni colorate nell’ex blocco comunista. Per i Paesi europei basta un massiccio attacco speculativo e il gioco è fatto. All’Italia è già capitato nel 1992, e oggi la storia si ripete.

PeaceReporter

Presidente Berlusconi, per il bene dell’Italia, NON SI DIMETTA.

Presidente,

perdoni l’approccio informale. Sono il giornalista e autore Paolo Barnard, lavoro da due anni con il gruppo di macroeconomisti del Levy Institute Bard College di New York sulla crisi dell’Eurozona. Siamo guidati dal Prof. L. Randall Wray dell’Università del Missouri Kansas City, che coordina altri 10 colleghi inglesi e australiani.

Presidente, è incomprensibile che Lei non scelga di salvare la nazione, e il Suo governo, rendendo pubblico che:

a) l’Euro fu disegnato precisamente per affossare gli Stati del sud Europa, fra cui l’Italia.

b) esistono responsabili italiani ed europei di questo “colpo di Stato finanziario di proporzioni storiche. (una definizione del tutto ragionata offerta dell’economista americano Michael Hudson)

Presidente, dalle pagine del Financial Times, del Wall Street Journal e persino del New York Times, da mesi economisti del calibro di Martin Wolf, Joseph Stiglitz, Paul Krugman, Nouriel Roubini, Marshall Auerback, Le stanno suggerendo la via d’uscita. A Parigi, l’eccellente Prof. Alain Parguez dell’Università di Besancon ne ha trattato esaustivamente. Wray e i suoi colleghi Mosler, Tcherneva e Hudson pure. Nel dettaglio, essi hanno scritto che:

L’Italia è stata condannata a un’aggressione senza precedenti da parte dei mercati dall’operato dei governi di centrosinistra che La hanno preceduta, poiché essi hanno portato il nostro Paese nel catastrofico costrutto dell’Eurozona. Le famiglie italiane e il Suo governo non devono pagare per colpe non loro. Lei deve dire alla nazione ciò che sta veramente accadendo, e chi ci ha condotti a questo dramma. 

L’Euro fu pensato nel 1943 dal francese Francois Perroux con il dichiarato intento di “Togliere agli Stati la loro ragion d’essere“. La moneta unica è infatti un progetto franco-germanico da quasi mezzo secolo (Attali, Delors, Issing, Weigel et al.), col fine di congelare le svalutazioni competitive d’Italia e Spagna, e col fine di deprimere i redditi del sud Europa per delocalizzare in esso manodopera industriale per l’esclusivo vantaggio del Neomercantilismo franco-tedesco.

Specificamente, la moneta unica:

- Esclude un prestatore di ultima istanza sul modello Federal Reserve USA, proprio per portare la sfiducia dei mercati sui debiti dell’Eurozona.

- I debiti dell’Eurozona non sono più sovrani, poiché l’Euro è moneta che ogni Stato può solo usare, non emettere, e che ogni Stato deve prendere in prestito dai mercati di capitali privati che lo acquisiscono all’emissione. L’Euro è moneta di nessuno, non sovrana per alcuno.

- I due punti precedenti hanno distrutto il fondamentale più importante della macroeconomia di Stato, che è “Ability to pay“, cioè la capacità di uno Stato di onorare sempre il proprio debito emettendo la propria moneta sovrana. L’attuale aggressività dei mercati contro il nostro Paese (ed altri) è dovuta in larghissima parte proprio alla loro consapevolezza della nostra perdita di “Ability to pay”, la cui presenza è infatti l’unica rassicurazione che può calmare i mercati. Motivo per il quale il Giappone dello Yen sovrano, che registra il 200% di debito/PIL, non è da essi aggredito e ha inflazione vicina allo 0%. Motivo per cui l’Italia della Lira sovrana mai si trovò in condizioni simili al dramma attuale, nonostante parametri ben peggiori di quelli oggi presenti.

- L’Euro è moneta insostenibile, disegnata precisamente affinchél’assenza radicale di “Ability to pay” nei governi più deboli dell’Eurozona inneschi un circolo vizioso di crisi che alimenta la sfiducia dei mercati che alimenta crisi. Non se ne esce, qualsiasi correttivo non altera, né mai altererà, questo fondamentale negativo, e i mercati infatti non si placano.

- Le estreme misure di austerità per la riduzione del deficit di bilancio che vengono oggi imposte al Suo governo, sono distruttive per la Aggregate Demand di cui qualsiasi economia necessita per crescere. Sono cioè  il farmaco che causa la malattia, invece di curarla.

Anche questo non accade per un caso.

- Tali misure ci vengono imposte proprio perché il nostro debito pubblico non è più sovrano, a causa dell’adozione di una moneta non sovrana. Infatti, ogni spazio di manovra del Suo governo al fine di stimolare crescita e riduzione del debito attraverso scelte di spesa sovrana (fiscal policy), è stato annullato dall’adozione della moneta unica, che, ribadisco, l’Italia non può emettere come invece fanno USA o Giappone. Si tratta di una perdita di sovranità governativa senza precedenti nella storia repubblicana, e di cui le misure imposte dalla Commissione UE come il European Semester e l’Europact sono l’espressione più estreme, ma di cui noi cittadini e Lei paghiamo le estreme conseguenze.

- L’Euro e i Trattati europei che l’hanno introdotto, sbandierati a salvezza nazionale dal centrosinistra, stanno, per i motivi sopraccitati, umiliando l’Italia, nazione che ha uno dei risparmi privati migliori del mondo, 9.000 miliardi in ricchezza privata, una capacità industriale invidiata dai G20, banche assai più sane della media occidentale, e parametri di deficit che sono inferiori ad altri Stati dell’Eurozona. Lei, Presidente, sarà il capro espiatorio, noi italiani ne soffriremo conseguenze devastanti per generazioni.

Presidente, Lei deve e può denunciare pubblicamente la realtà di questa moneta disegnata per fallire. Lei può e deve smascherare le responsabilità del centrosinistra italiano e dei governi ‘tecnici’ in queste scelte sovranazionali catastrofiche.

Presidente, il team di macroeconomisti accademici del Levy Institute Bard College di New York e dell’Università del Missouri Kansas City, sono coloro che hanno strutturato il piano Jefes che ha portato l’Argentina dal default al divenire una delle economie più in crescita del mondo di oggi. Essi sono a Sua disposizione per definire sia la strategia comunicativa che quella economica per salvare l’Italia, e il Suo governo, da un destino tragico e che non meritiamo.

In ultimo una precisazione di ordine morale.

Presidente, io non sono un Suo elettore, e avrei cose dure da dire sul segno che la Sua entrata in politica ha lasciato in Italia. Ma non sono un cieco fanatico vittima della cultura dell’odio irrazionale che ha posseduto gli elettori dell’opposizione in questo Paese, guidati da falsari ideologici disprezzabili, come Eugenio Scalfari, Paolo Flores d’Arcais, Paolo Savona, e i loro scherani mediatici come Michele Santoro, Marco Travaglio e codazzo al seguito.

Perciò come prima cosa mi ripugna che Lei sia bollato come il responsabile di colpe che Lei non ha, e che sono tutte a carico del centrosinistra italiano. Incolpare un innocente, per quanto criticabile egli sia, è sempre inaccettabile. Ma soprattutto,

Presidente, se l’Italia verrà consegnata dal golpe finanziario in atto contro di noi, e da elettori sconsiderati e ignoranti, nelle mani del Partito Democratico, per noi sarà la fine.

 Sarà l’entrata trionfale a Roma dei carnefici del Neoliberismo più impietoso, sarà la calata della Shock Therapy su un popolo ignaro, cioè il saccheggio del bene comune più scientificamente organizzato di ogni tempo, quello che nell’Est europeo ha già mietuto più di 40 milioni di vite in due decadi, senza contare le sofferenze sociali inenarrabili che porta con sé.

I volti di Mario Monti, di Massimo D’Alema, di Mario Draghi, di Romano Prodi, dell’infimo Bersani, sono le maschere funebri di questa nazione, veri criminali e falsari di portata storica. Il cerimoniere complice si chiama Giorgio Napolitano.

Mi appello a Lei Presidente perché mi rendo conto che i miei connazionali non hanno la più pallida idea di ciò che il centrosinistra italiano ha già inflitto al nostro Paese, di ciò che gli infliggerebbe se salisse al governo, ma soprattutto di chi li guida dietro le quinte. Le eminenze grigie sono le elite Neoclassiche, Neomercantili e Neoliberiste, gente senza nessuna pietà.

Resista Presidente, affinché Lei possa usare il tempo che Le rimane per smascherare il “colpo di Stato finanziario” che sta travolgendo, fra gli altri, la nostra Italia. I mercati finanziari della “classe predatrice”, così ben descritta nella sua abiezione dall’americano James Galbraith, la odiano a morte, ci odiano a morte. Sia, Presidente, colui che piazza la mina nei cingoli della loro macchina infernale, rivelandone l’inganno chiamato Euro e Trattato di Lisbona. Gli italiani non lo faranno. Non ne sono capaci.

PaoloBarnard.info

Libia: un video-linciaggio per distrarre dalla pista Clinton-Goldman Sachs

Si può anche prescindere dalla questione della autenticità o meno dei video del linciaggio di Gheddafi, per constatare che la scelta della NATO di spettacolarizzare la morte di Gheddafi, rivela decisamente il carattere di una PSYOP (Psychological Operation), cioè di un atto di guerra psicologica. Al Jazeera, l’emittente dell’emiro del Qatar, ha assunto decisamente il ruolo di organo della guerra psicologica della NATO e della CIA, e questa sua ultima PSYOP del video-linciaggio è volta a confondere le acque e distrarre l’attenzione rispetto a dati ancora più inconfessabili.

Il 23 ottobre i festeggiamenti per la “liberazione” della Libia si sono svolti a Bengasi, non a Tripoli. Bengasi è sempre in festa, e festeggia soprattutto in nome e per conto di altre città della Libia.

A Bengasi infatti, e non a Tripoli, si sono svolti il 21 agosto scorso i festeggiamenti per la “liberazione” di Tripoli; un doppione dei festeggiamenti svoltisi il 18 marzo scorso per la proclamazione da parte del consiglio di Sicurezza dell’ONU della “no fly zone” (con il senno di poi questa locuzione inglese risulta particolarmente ridicola). La terna delle feste di Bengasi si è conclusa domenica, con l’ormai consueto spettacolo pirotecnico.[1]

Nella Libia “liberata” il governo provvisorio risiede ancora a Bengasi, ad indicare che l’effettivo controllo del territorio libico da parte della NATO e dei sedicenti ribelli è ancora al livello di sette mesi fa.

Da ciò si comprende che i video dovevano servire a creare l’illusione di una conclusione definitiva della vicenda, una “vittoria” da dare in pasto all’opinione pubblica mondiale, da tenere però impegnata in estenuanti dibattiti morali sulla liceità della vendetta, in modo da evitare che si possa seguire la pista dei soldi.

Il linciaggio di Gheddafi dovrebbe anche dimostrare, secondo la Nato, che i “ribelli” dopotutto sono dei barbari immaturi per la democrazia e incapaci di gestire uno Stato di Diritto; risulta perciò assolutamente necessaria la tutela internazionale, soprattutto per quanto riguarda l’eventuale ministero del Tesoro del nascente Stato libero della Libia. Come sorprendersi quindi che il primo atto del nuovo governo della Libia “libera” sia stato quello di chiedere alla NATO di rimanere in Libia?[2]

Si può prescindere per un momento anche dal business del petrolio libico, attualmente ritornato in mano soprattutto alla multinazionale British Petroleum, che deteneva quasi il monopolio del petrolio libico prima del colpo di Stato di Gheddafi nel 1969.[3]

Si possono infatti ricavare notizie interessanti soffermandosi anche solo sul denaro contante. Secondo notizie della BBC, i beni libici attualmente congelati in banche straniere ammontano ad almeno cinquantatre miliardi di dollari. Una delle principali banche in cui questi soldi libici sono investiti è la Goldman Sachs, la quale si è rifiutata di dare ulteriori informazioni, rifugiandosi dietro la riservatezza per “proteggere” il cliente (un’altro esempio di comicità involontaria in questa vicenda). [4]

Altra questione ancora aperta è quella dell’oro della banca centrale libica, le cui riserve auree ammontano a centoquarantaquattro tonnellate, secondo le stime per difetto operate dal Fondo Monetario Internazionale il marzo scorso.[5]

A detta dell’ex banchiere centrale libico, passato ai “ribelli”, le riserve valutarie ed auree della Libia ammontano complessivamente a centosessantotto miliardi di dollari, ma è tutto congelato, e ci vorrà una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per sbloccarlo, cioè tutto dipende dagli Stati Uniti. Secondo l’ex banchiere centrale mancherebbe all’appello circa un 20% dell’oro libico, ma la colpa sarebbe tutta di Gheddafi, che l’avrebbe sottratto per comprarsi i consensi delle tribù. La morte di Gheddafi consente perciò a chi ha sottratto effettivamente quell’oro di goderselo senza rischiare di subire indagini.[6]

Si registrano poi strane coincidenze. Hillary Clinton ed il suo clan da quale banca dipendono? Ritorna un nome familiare: Goldman Sachs. La superbanca multinazionale aveva già finanziato nel 1992 la vittoriosa campagna elettorale presidenziale di Bill Clinton; ed in effetti Robert Rubin, dirigente di Goldman Sachs, era poi diventato ministro del Tesoro dell’amministrazione Clinton.[7]

Il legame tra il clan dei Clinton e Goldman Sachs è stato consacrato anche da un matrimonio dinastico. Una figlia dei Clinton, Chelsea, ha infatti sposato un altro dirigente di Goldman Sachs, il pregiudicato per frode bancaria Marc Mezvinsky. [8]

Si potrebbe pensare che Bill Clinton, per farsi bello e darsi le arie di politico incorruttibile, abbia preso le distanze da Goldman Sachs, magari additandone pretestuosamente le magagne. Invece no. Retto ed integerrimo com’è, Bill Clinton, ha preso pubblicamente le difese di Goldman Sachs a proposito delle inchieste che l’hanno coinvolta, dichiarandosi scettico circa le accuse che hanno colpito la superbanca.[9]

Anche Hillary Clinton non ha voluto far torto al genero soltanto per darsi delle arie di essere immune dal nepotismo; ed infatti il Dipartimento di Stato, diretto da Hillary, ha coinvolto Goldman Sachs in un super-progetto internazionale, sotto l’egida della NATO, per far scuola di business a donne imprenditrici in Afghanistan e Pakistan. Insomma, una pioggia di denaro pubblico per Goldman Sachs, su iniziativa della Clinton. La notizia si trova sul sito di Goldman Sachs.[10]

Si può essere certi che i Clinton hanno la coscienza così pulita, che il timore di incappare in un sospetto di conflitto di interessi non li dissuaderà affatto dall’andare incontro alle legittime aspettative di Goldman Sachs, anche per ciò che riguarda la questione dell’ulteriore spartizione delle risorse finanziarie ed auree della Libia.

NOTE

[1] http://www.repubblica.it/esteri/2011/08/21/foto/bengasi_in_festa_per_la_sollevazione_di_tripoli-20683527/1/

http://it.euronews.net/2011/03/18/a-bengasi-festa-per-la-decisione-dell-onu/

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2011/10/23/visualizza_new.html_668694965.html

[2] http://www.tgcom.mediaset.it/mondo/articoli/articolo1025774.shtml

[3] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.thestreet.com/story/11228497/1/bps-outlook-in-libya-improves.html&ei=KOVsToWHLvTb4QTN36XZBA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=2&ved=0CCsQ7gEwATgo&prev=/search%3Fq%3DBP%2Blibya%26start%3D40%26hl%3Dit%26sa%3DN%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26biw%3D960%26bih%3D507%26prmd%3Divns

[4] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.bbc.co.uk/news/business-13552364&ei=fIalTu76Ksjxsgb7mO2SAw&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=2&ved=0CCsQ7gEwAThk&prev=/search%3Fq%3Dlibyan%2Bgold%2Bgoldman%2Bsachs%26start%3D100%26hl%3Dit%26sa%3DN%26rlz%3D1R2ACAW_it%26biw%3D960%26bih%3D507%26prmd%3Dimvns

[5] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.bbc.co.uk/news/business-12824137&ei=uY6lTsKpOY_RsgbOsaWVAw&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=2&ved=0CDUQ7gEwAQ&prev=/search%3Fq%3Dlibyan%2Bgold%2Breserves%26hl%3Dit%26rlz%3D1R2ACAW_it%26prmd%3Dimvns

[6] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.reuters.com/article/2011/08/25/us-libya-gaddafi-gold-idUSTRE77O1XO20110825&ei=9kCoTu-LKs74sgbVsezFDQ&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=3&ved=0CDMQ7gEwAg&prev=/search%3Fq%3Dlybia%2Bgold%2Bcentral%2Bbanker%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvns

[7] http://archiviostorico.corriere.it/1992/ottobre/06/GOLDMAN_SACHS_punta_Clinton_co_0_9210063639.shtml

[8] http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://news.bbc.co.uk/2/hi/8386968.stm

[9] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.huffingtonpost.com/2010/04/29/bill-clinton-im-skeptical_n_557085.html&ei=zEKkTsbiAseBOoL2ma0C&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=1&ved=0CCUQ7gEwAA&prev=/search%3Fq%3Dbill%2Bclinton%2B%2Bgoldman%2Bsachs%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvnso

[10] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www2.goldmansachs.com/media-relations/press-releases/current/10k-w-partnership.html&ei=OJ-lTtaoKNDKsgakqZH3Ag&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=1&ved=0CCYQ7gEwAA&prev=/search%3Fq%3Dgoldman%2BSachs%2BHillary%2Bclinton%26hl%3Dit%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvnso

FONTE: Comidad.org

Un’altra vittoria del War Party

di: Manlio Dinucci

Il War Party (WP), il partito transnazionale della guerra, ha iscritto nel suo albo d’oro un altro successo: la guerra di Libia. Decisa dalla Cupola del potere – il massimo organo dirigente la cui composizione è segreta, ma di cui, si sa, fanno parte i delegati dei più influenti gruppi multinazionali e finanziari e dell’apparato militare-industriale – è stata magistralmente condotta dalla Segreteria transnazionale, fomentando e armando la dissidenza interna (attraverso agenti segreti e commandos infltrati) così da farla apparire una «rivoluzione». Il segretario generale del WP, Barack Obama, sottolineando che «la morte di Gheddafi dimostra la giustezza del nostro ruolo nel proteggere il popolo libico», annuncia che in tal modo «abbiamo rinnovato la leadership americana nel mondo». Washington ha messo «una maschera europea sul comando dell’operazione», spiegano funzionari dell’amministrazione, ma sono stati gli Usa «la spina dorsale dell’operazione Nato», fornendo agli alleati intelligence, rifornimento dei caccia in volo e bombe a guida di precisione. In questa guerra – sottolinea il vice di Obama, Joseph Biden – «non abbiamo perso una sola vita»: quindi, più di quelle del passato, essa indica «come comportarci col mondo mentre andiamo avanti».

L’operazione in Libia, spiegano i funzionari, prova che «i leader di alcune potenze di media grandezza possono essere rovesciati a distanza», senza invio di truppe sul terreno, usando armi aeree e navali e facendo assumere agli alleati, in questo caso europei e arabi, il «peso maggiore» dell’operazione. Indubbio è il merito dei membri della Segreteria del WP, soprattutto il francese Sarkozy. Dopo la «normalizzazione» con la Libia, egli fu il primo ad accogliere Gheddafi con tutti gli onori a Parigi nel dicembre 2007 (un anno e mezzo prima che Berlusconi lo ricevesse a Roma), stipulando un accordo da 10 miliardi di euro per fornire alla Libia centrali nucleari e impegnando la Libia a negoziati esclusivi con la Francia per l’acquisto di armamenti, tra cui caccia Rafale. Poco più di tre anni dopo, sono stati invece i Rafale francesi ad attaccare la Libia, quando la Cupola del potere ha deciso che il modo migliore per sfruttare le risorse libiche non erano gli accordi ma la guerra. Lo scorso marzo, un figlio di Gheddafi dichiarò che la Libia aveva contribuito a finanziare la campagna elettorale di Sarkozy e di averne le prove. Si capisce quindi perché il presidente francese abbia definito l’uccisione di Gheddafi una «tappa importante». Meritorio anche il ruolo della sezione italiana del WP: dopo aver stracciato il trattato di non-aggressione, il governo Berlusconi ha partecipato alla guerra con basi, navi e aerei, che hanno effettuato oltre 1.100 raid.

E nello stesso giorno in cui Gheddafi veniva ucciso, la marina militare annunciava di aver ripristinato le strutture Eni per lo sfruttamento del gas libico e Finmeccanica riapriva, in Libia, lo stabilimento elicotteristico AgustaWestland. Mentre l’attivista di «sinistra» del WP Bersani spiega che «la missione in Libia rientra nella nostra Costituzione, perché l’art. 11 ripudia la guerra ma non l’uso della forza per ragioni di giustizia». E il presidente Napolitano assicura che «non siamo entrati in guerra».

IlManifesto.it

Gheddafi, grande leader africano

di: Rodolfo Ricci

Dice il commentatore e vaticanista della Stampa, Andrea Tornielli, nel suo blog (http://2.andreatornielli.it/): “La Libia, quando Gheddafi prese il potere nel 1969, aveva un tasso di analfabetismo del 94 per cento; oggi l’88 per cento dei libici è alfabetizzato. Il Federal Research Division della Libreria del Congresso Usa scrive che “un servizio sanitario di base è fornito a tutti i cittadini libici. Salute, formazione, riabilitazione, educazione, alloggio, sostegno alla famiglia, ai disabili e agli anziani sono tutti regolarmentati dai servizi assistenziali”. Le vaccinazioni infantili coprono la quasi totalità della popolazione. C’è un medico ogni 673 cittadini. Secondo le tabelle dell’Indice di Sviluppo Umano della Banca Mondiale (miscellanea di aspettativa di vita, istruzione, reddito) la Libia è (o meglio, era) l’unico paese con livello alto dell’Africa, e veniva prima di ben nove nazioni europee.

Cito questi dati traendoli dall’illuminante libro Libia 2012 dello storico Paolo Sensini (Jaca Book), che consiglio vivamente a tutti coloro che vogliono farsi un’idea sulle ragioni della guerra e sul potere della disinformazione. Perché ho ricordato tutto questo?

Perché alcuni dei capi dei “ribelli” e del governo provvisorio – i nostri governi stendono su questo un velo di silenzio – sono ex terroristi di Al Quaeda. E se c’è una cosa davvero incerta è il futuro del paese. Li cito per ricordare come siamo molto selettivi nell’individuare i dittatori cattivi, e le popolazioni da proteggere, a seconda delle convenienze. Se le rivolte vengono sedate nel sangue in certi paesi arabi ottimi alleati dell’Occidente, facciamo finta di niente. In altri casi, come in quello della Libia (vuoi vedere che c’entrano petrolio e gas?) in poche ore eccoci tutti in fila a bombardare, ovviamente solo con bombe “intelligenti”…”

E’ solo l’ultima esternazione a cui si assiste sul web dopo l’esecuzione di Muhammar Gheddafi da parte di islamisti al seguito della alleanza neocolonialista e criminale capitanata dalla NATO che ha sganciato oltre 50.000 bombe in sette mesi di guerra sul territorio libico per annientare per sempre dalla faccia dell’Africa e della terra, la Jahmaijria socialista e il suo leader, arrivato al potere senza sparare un sol colpo nel lontano 1969.

Il fronte del capitalismo mondiale ci ha messo del tempo, ma alla fine è riuscito a raggiungere l’obiettivo che perseguiva da decenni, passando per i bombardamenti di Ronaald Reagan, (“el hombre de mierda”, secondo Galeano), che fece bombardare Tripoli uccidendo una cinquantina di membri della famiglia di Gheddafi; per l’attentato di Ustica, dove, per colpire Gheddafi, l’aviazione francese colpì invece il DC-9 dell’ITAVIA con la morte di 81 passeggeri italiani. E per altri numerosi tentativi di far fuori uno dei più intelligenti leader africani e mnondiali, il cui paese ha contribuito in termini di aiuti ai paesi del terzo mondo, più di tutti i grandi paesi del G-20 mesi insieme.

In termini di conquiste sociali ed economiche, di sviluppo e modernizzazione di un paese arretratissimo fino agli anni ’70, Gheddafi ha pochissimi “concorrenti”. Non ha eguali l’opera faraonica e strategica di creazione del grande fiume Man Made River, che costituisce la più grande opera di irrigazione dei paesi desertici e dell’intero pianeta, un’opera, che da sola e forse più della gestione indipendente ed oculata del petrolio, preoccupava fortemente il gruppo di potentati criminali che hanno aggredito la Libia sotto le insegne dell’ONU, in previsione della conquista e del controllo globale dell’acqua, una guerra planetaria che può dirsi iniziata proprio con l’aggressione alla Libia.

Se vi è qualcosa in cui Gheddafi ha sbagliato (e che deve servire di insegnamento) è quella di fidarsi del capitalismo criminale del nord, il cui apprezzamento quale scudo contro la penetrazione dell’islamismo nel nord Africa e il contenimento dei flussi migratori, non è bastato per acquisirne il riconoscimento. A posteriori si può dire che si trattava della più grande operazione di simulazione che un gruppo di paesi ha elaborato per disfarsi dell’indipendente e pericolosissimo leader che mirava all’unità africana, mentre per chi comanda, l’Africa non è altro che il continente del futuro confronto-scontro con la Cina e forse con l’India. Una sorta di patto di non aggressione violato alla prima utile occasione: la primavera araba.

Non è stato attaccato ed eliminato perchè non faceva bene, Muhammar Gheddafi, ma perchè fin troppo bene e con visione di futuro aveva fatto, lui, figlio di beduini analfabeti, nato nel ’42 – ma non sapeva neanche lui di preciso quando – , nel deserto a ridosso di Sirte.

A dimostrazione che l’intelligenza e la capacità di leadership prescinde, molto spesso, dal livello delle scuole frequentate ed è molto più legata alla capacità dell’intelligenza critica di cui ogni persona è dotata, salvo abdicarvi sotto pressione dei più forti o per adesione subalterna agli stessi, un panorama di cui è pieno il miserabile occidente avanzato.

Non è un caso che dopo il dissolvimento dell’URSS, tutti i residui bastioni di quello che fu il grande movimento dei “non allineati” è stato abbattuto senza pietà, secondo la innovativa prassi delle guerre umanitarie: Jugoslavia, Iraq, Libia. Affinché il posizionamento geostrategico occidentale fosse rafforzato in previsione degli eventi imminenti.

Ovviamente non esiste alcuna ragione umanitaria nell’attacco alla Jamajiriya, come non ne esistevano nelle precedenti aggressioni e guerre degli ultimi 15 anni. Ne sono conferma il sostegno a dittature spietate e feudali come quelle dell’alleato prediletto, l’Arabia Saudita dei Saud-Bush, e dei suoi emirati satelliti inventati dagli inglesi e cogestiti assieme agli USA del premio Nobel Barack Obama.

Ciò che colpisce in quest’epoca di fine impero è che le aggressioni si succedano sempre più frequenti e che il loro carattere oggettivamente criminale assomigli sempre più a quanto insegnato dalle politiche del decennio del Terzo Reich, incluso l’uso goebbelsiano dei media, che si mobilita a condannare le violenze dei riots londinesi e dei black blok romani, massaggiando per settimane i poveri (ma non più scusabili, se non si rivoltano) spettatori dell’occidente, e che parallelamente sostengono – da destra e da “sinistra” (insieme a settori consistenti di pacifisti pentiti) – le cinquantamila bombe umanitarie sganciate a difesa dei “civili libici” di Bengasi e di Misurata, mentre su Tripoli, Sirte, Bani Walid ecc. può piovere abbondante l’uranio impoverito e altre amenità, senza che nessuno si agiti.

Solo l’esecuzione del Cristo nel deserto filmata da decine di telefonini di ultima generazione e diffusa malgrado i suggerimenti della Nato mandante, riesce a destare qualcosa nel profondo di coscienze sempre più controllate. Ma subito dopo si riparlerà di casa nostra, con l’inconsistenza e l’insiepienza di sempre.

Finchè qualcosa non arriverà a destare gli spiriti.
Per ora non ci resta che salutare la grandezza di Muhammar Gheddafi, beduino, ispirato da Enrico Mattei, leader e combattente fino alla fine, dell’ indipendenza libica ed africana per quasi mezzo secolo.

Niente fughe in paradisi dorati, niente accaparramento di miliardi di dollari che erano alla portata sua e della sua famiglia.

Un segno invece, che non può essere oscurato facilmente, nè dimenticato.

“Sic transit gloria mundi” ha detto qualcuno. Vedremo se ciò che è stato seminato tornerà nell’ombra oppure se da esso,nuove e più accorte occasioni germoglieranno in Africa, continente del XXI secolo.

Emigrazione-Notizie

Vedi anche: La distruzione del tenore di vita di un paese: quello che la Libia aveva raggiunto, quello che è stato distrutto

Servi del Sistema, un sabato romano

di: Lorenzo Borrè

Sui fatti romani del 15 ottobre nell’arco di ventiquattr’ore si e’ giá letto di tutto: anche i banchieri e i camerieri della finanza internazionale hanno voluto dire la loro; hanno ripreso fiato anche i politicanti più screditati, che per l’occasione hanno spudoratamente preteso di parlare in nome di quello stesso popolo che hanno trascinato ad un passo dalla fossa.

Quali siano gli effetti dei torbidi di sabato sul movimento di protesta è però presto per dirlo, e ogni prematura analisi rischia di essere platealmente smentita nell’arco di qualche settimana o di pochi mesi.

Non si può però non notare che il 15 ottobre si è verificata una sorta di corto circuito: la manifestazione,  sponsorizzata dai circoli Sorosiani e strumentalizzata dei partiti che contendono alla compagine berlusconiana il diritto di sfruttamento di quel che resta della Nazione italiana (i cui  tentativi egemonici hanno fatto quasi passare in secondo piano le motivazioni di fondo della protesta),  è stata infine  sabotata da un’orda organizzata, che puntualmente spunta fuori nei momenti più critici per l’Establishment.

E’ come se il Sistema, avvertendo il pericolo, avesse generato potenti anticorpi, atti in parte ad imbrigliare e snaturare la protesta e in altra parte a farla abortire.

E’ l’eterno ritorno di quel canagliume che tiene in ostaggio ogni tentativo, anche il piu’ spontaneo e ingenuo, di far saltare le categorie di destra e sinistra e di unire il popolo contro il dominio del capitale e dei suoi mezzadri.

Con un paradosso temporale si potrebbe dire che la migliore analisi di quello che e’ successo sabato l’ha fatta Dostoevskij: “nei torbidi periodi di incertezza o di passaggio, sempre e dovunque fanno la comparsa persone di ogni genere. Non intendo alludere ai cosìddetti progressisti che hanno sempre fretta di trovarsi davanti a tutti (è la loro principale preoccupazione) nel perseguire un certo loro scopo, magari anche il più sciocco e assurdo, ma pur sempre più o meno determinato. No, io parlo soltanto della Canaglia. In ogni periodo di transizione il canagliume, che si trova sempre in qualsiasi società, si ammutina non solo senza nessuno scopo, ma perfino senza il benché minimo accenno di un qualsiasi pensiero, soltanto per dare sfogo con tutte le sue forze alla propria inquietudine e insofferenza. E tutto quel canagliume, senza neppure rendersene conto, quasi sempre finisce per mettersi agli ordini di un piccolo gruppo di vessilliferi che invece agisce per uno scopo determinato e trascina quell’immondizia dove più gli piace” ( da: i Demoni).

Arianna Editrice

Italia: preparativi per un governo di austerity di “sinistra”

di:  Marc Wells

Questo articolo è stato precedentemente pubblicato in inglese il 30 settembre 2011 e in tedesco il 5 ottobre 2011

C’è una crescente opposizione popolare in Italia alle politiche di austerità in corso di attuazione da parte del primo ministro Silvio Berlusconi.

La recente manovra da 54 miliardi di euro è parte di un programma pluriennale di tagli alla spesa sociale e aumento di tasse regressive. L’attacco contro la classe lavoratrice è stato implementato sia dall’attuale governo di centrodestra di Berlusconi, così come dal precedente governo di centro sinistra guidato da Romano Prodi.

Nemmeno approvato il provvedimento che l’elite finanziaria ed industriale ha subito iniziato a fare progetti per il prossimo attacco. Il Wall Street Journal ha subito sottolineato che la misura era insufficiente. “Gli economisti temono che la proporzione del debito pubblico resterà elevata”, ha scritto.

Il debito pubblico in Italia ha superato il 120 per cento del PIL, secondo soltanto alla Grecia nell’Eurozona.

Vladimir Pillonca, un economista della Société Générale francese, ha dichiarato: “Ci sono rischi concreti che ulteriori misure saranno necessarie”. Ciò in un contesto di crescita economica stagnante e di una serie di downgrade del credito al governo italiano, nonché di sette grandi banche e persino di Fiat.

Strati della classe dirigente italiana sono sempre più preoccupati che il governo Berlusconi, a causa dei numerosi scandali personali, delle politiche “ad personam” del primo ministro stesso e del tangibile odio popolare nei suoi confronti, si trovi sempre più in difficoltà nell’attuare ciò che è richiesto. Ci sono quindi tentativi di mettere insieme un governo più “di sinistra” per smantellare ciò che resta delle conquiste passate dei lavoratori.

La scorsa settimana Confindustria ha presentato il “Manifesto per salvare l’Italia”. Il documento delinea una strategia in 5 punti:

• Riforma delle pensioni per aumentare l’età pensionabile a 70 anni

• Riduzione dei contributi ai fondi pensionistici e sanitari

• Vendita dei beni pubblici per la riduzione del debito pubblico

• Privatizzazione e liberalizzazione di istruzione e assistenza sanitaria, tra gli altri servizi sociali fondamentali

• Piano di assegnazione dei maggiori contratti di infrastrutture sociali per gli investitori privati

Una variante di questo piano è stata presentata ai primi di agosto con il pieno appoggio della “sinistra” e i sindacati sotto il titolo di “Patto per la crescita.” (vedi: “Il governo prepara nuovi tagli dopo il panico nei mercati azionari“)

Ancora una volta, la “sinistra” ha colto al volo l’opportunità di dimostrare la sua fedeltà a Confindustria. Il segretario del Partito Democratico Enrico Letta ha dichiarato: “Le imprese hanno preso una strada di grande allarme che noi condividiamo: non si può continuare così. Tra l’altro non era mai accaduto nella storia italiana che Confindustria, il sistema delle imprese, chiedesse un cambio di governo e le dimissioni del governo in carica come sta accadendo oggi”.

Il Partito Democratico è pronto ad agire come agente e per conto di Confindustria nella implementazione di politiche che vanno anche oltre quelle attuate da Berlusconi. Lo scorso agosto, in una intervista a Il Sole 24 Ore, Letta ha dichiarato che il PD vuole perseguire “la flessibilità in uscita [pensionamento] in un range tra i 62 e i 70 anni… Certo poi si potrebbe discutere l’accelerazione del passaggio al contributivo pieno”. Una tale riforma ridurrebbe significativamente le prestazioni pensionistiche per i lavoratori.

Più significativa è la posizione del sindacato ex-stalinista CGIL che ha confermato la sua approvazione prima del patto per la crescita. Il 24 settembre, ha pubblicato un comunicato stampa dal titolo ” Confindustria-CGIL asse contro la crisi per ‘salvare l’Italia’”. Il documento afferma esplicitamente che il fondamento della coalizione è “un fronte comune tra sindacati e Confindustria”.

Il Segretario generale della CGIL Susanna Camusso ha elogiato il manifesto di Confindustria. Ha ripetutamente citato il documento, fornendo supporto completo in ogni suo punto. Tutto questo viene giustificato nella maniera più opportunista: Berlusconi è odiato.

La coalizione tra i sindacati e Confindustria prepara la strada ad enormi concessioni imposte alla classe lavoratrice. Il compito delle organizzazioni sindacali è di subordinare i lavoratori ai dettami di Confindustria e della borghesia.

Così come inquietante è l’emergere sulla scena politica di Alessandro Profumo, un rappresentante dell’oligarchia finanziaria parassitaria direttamente responsabile della crisi economica. Profumo ha annunciato la sua possibile candidatura per un governo di tecnocrati.

Profumo di carriera è radicato nel sistema finanziario. È stato l’amministratore delegato di Credito Italiano e di Unicredit fino al 2010, ed è attualmente il vice presidente della Associazione Bancaria Italiana (ABI). È anche membro del consiglio di sicurezza per Sberbank, la più grande banca in Russia. Il principale azionista di Sberbank, Suleiman Kerimov, controlla anche una quota consistente di Gazprom, compagnia energetica.

Profumo è anche una figura chiave nei settori del petrolio e del gas come membro del consiglio di amministrazione del gigante petrolifero Eni. Eni ha svolto un ruolo cruciale nell’intervento italiano in Libia. Il suo rapporto con il Consiglio Nazionale di Transizione libico (CNT) ha portato al primo accordo di sfruttamento del petrolio, raggiunto il 26 settembre. (Vedi in inglese “Italy moves to secure its share of the booty in Libya“).

Letta si è subito precipitato ad accogliere la candidatura di Profumo: “Lo candiderei subito, è una persona appassionata e competente. Ci sarebbe bisogno di persone come lui”.

Profumo è stato un aperto sostenitore della “sinistra”.

Ha sponsorizzato il sindaco Giuliano Pisapia alle elezioni amministrative del maggio scorso. Pisapia è stato deputato e membro del partito ex-stalinista Rifondazione Comunista. Ha vinto le primarie a Milano del Partito Democratico sulla base dell’alleanza Federazione della Sinistra (un rimpasto di ex-stalinisti compresa Rifondazione) e Sinistra Ecologia e Libertà (SEL).

Tutte le organizzazioni della pseudo-sinistra hanno celebrato come una vittoria l’elezione di un candidato sostenuto da banchieri come Profumo. Oggi Pisapia commenta con entusiasmo la possibile candidatura di Profumo stesso: “Ne penso solo bene. Sarebbe sicuramente un apporto prezioso per una buona politica”.

Profumo ha sintetizzato il suo programma in una recente intervista al Corriere della Sera: “Serve uno sforzo da 400 miliardi.

Lo può fare solo un governo tecnico”. In un recente articolo che ha scritto per Il Sole 24 Ore, Profumo sottolinea l’importanza della “qualità delle regole per la competitività… Capire come devono cambiare le norme sul lavoro, le strutture dei mercati, le infrastrutture per mantenere e favorire la competitività risulterà fondamentale, decisivo.”. Questo è il programma che la “sinistra” sta ora sponsorizzando.

Quattrocento miliardi di euro sono un quinto del PIL italiano. Tale programma porterebbe a tutti gli effetti alla distruzione del sistema pensionistico, della pubblica istruzione e dell’assistenza sanitaria.

Il supporto per un governo di tecnocrati è un chiaro segnale ai mercati finanziari che la “sinistra” è pronta ad attuare tutte le misure (anche autoritarie) necessarie per la difesa dei rapporti capitalistici e la protezione degli investimenti privati.

Word Socialist Web Site

Sia chiaro chi ha il comando

di: Manlio Dinucci

«Gli Stati uniti si sono defilati, non bombardano più, hanno addirittura ritirato i loro mezzi più potenti», sentenziava Vittorio Feltri in aprile a proposito della guerra di Libia. Convinzione diffusasi anche nella sinistra e tra i pacifisti: quella che Obama fosse stato trascinato nella guerra contro la propria volontà (non a caso è Premio Nobel per la pace), ma se ne fosse subito tirato fuori, lasciando la guida dell’operazione ai bellicosi Sarkozy e Cameron. Del tutto falso. «Sono gli Stati uniti che hanno diretto questa operazione», chiarisce ora l’ambasciatore Ivo Daalder, rappresentante Usa presso la Nato.

Esplicita quindi ciò che già avrebbe dovuto essere chiaro: il fatto che, il 27 marzo, la direzione è passata dal Comando Africa degli Stati uniti alla Nato comandata dagli Stati uniti. Sono loro, precisa Daalder, che hanno diretto l’iniziativa per ottenere dal Consiglio di sicurezza il mandato e far decidere la Nato a eseguirlo. Un vero e proprio record: perché la Nato si decidesse a intervenire in Bosnia, egli ricorda, ci vollero tre anni e un anno per intervenire in Kosovo, mentre per decidere l’intervento in Libia ci sono voluti appena dieci giorni. Sono sempre gli Stati uniti che hanno diretto la pianificazione ed esecuzione della guerra. Sono loro che all’inizio hanno neutralizzato la difesa aerea libica e continuato a sopprimere le difese per tutto il corso del conflitto, impiegando Predator armati. Sono loro che hanno fornito il grosso dell’intelligence, individuando gli obiettivi da colpire, e hanno rifornito in volo i cacciabombardieri alleati. Ciascuno di questi elementi, sottolinea Daalder, è stato decisivo per il successo dell’operazione, con la quale la Nato ha distrutto oltre 5mila obiettivi senza subire alcuna perdita. Dall’operazione aerea in Kosovo, dice, abbiamo imparato quanto sia importante avere munizioni a guida di precisione per provocare il massimo danno minimizzando gli effetti collaterali, e che tutti i paesi le posseggano. Diplomaticamente l’ambasciatore non dice che sono stati gli Usa a fornirle in gran parte agli alleati, i quali dopo 11 settimane avevano quasi esaurito le loro bombe, come hanno dichiarato il portavoce del Pentagono Dave Lapan e il segretario alla difesa Robert Gates. Né dice quanto minimizzati siano stati gli effetti collaterali degli oltre 8mila attacchi aerei, in cui si stima siano state sganciate oltre 30mila bombe. Gli Stati uniti, tiene a far sapere Daalder, hanno effettuato più raid aerei di qualsiasi altro paese, il 26% dei circa 22mila. Francia e Gran Bretagna, insieme, ne hanno effettuato un terzo e attaccato il 40% degli obiettivi. Un «lavoro straordinario», riconosce il rappresentante Usa presso la Nato, ma mette in chiaro che esso è stato reso possibile dal fatto che «gli Stati uniti hanno diretto questa operazione in modo tale che altri potessero seguire e contribuirvi». Loda quindi gli altri alleati, anche non appartenenti alla Nato: Giordania, Qatar, Emirati arabi uniti. Nessuna parola invece sull’Italia, che pur ha fatto tanto, mettendo a disposizione basi e forze aeronavali. Qui ne va dell’orgoglio nazionale dell’Italia. Che il presidente Napolitano scriva subito al presidente Obama, perché riconosca che c’è anche l’Italia sotto comando Usa.

FONTE: IlManifesto.it

Wall Street e la City puntano su un crollo dell’Italia

di: Filippo Ghira

La stampa anglosassone, Financial Times e Wall Street Journal, boccia la manovra e spera nella fine dell’euro

La stampa anglosassone, espressione dei veri poteri forti che hanno in mano i destini della finanza e quindi dell’economia internazionale, ha espresso un giudizio negativo sul contenuto della manovra finanziaria. Il fatto non dovrebbe preoccupare in quanto lascia il tempo che trova il fatto che un giornalista dia un giudizio negativo sull’azione di questo o quel governo. Nel caso specifico però gli attacchi del Financial Times e del New York Times devono essere presi nella dovuta considerazione perché sono l’annuncio di nuove speculazioni contro l’Italia. Non si tratta comunque di un fatto nuovo. Gli ambienti finanziari di oltre Manica e di oltre Atlantico si muovono infatti in maniera coordinata. Il mondo anglo-sassone non ha mai nutrito particolare simpatia per l’Italia e per il suo ruolo nel Mediterraneo, nel vicino Oriente e in Asia Centrale e negli ultimi anni per i rapporti strettissimi stabiliti oltre che con la Russia anche con la Libia di Gheddafi.

Così le difficoltà del nostro Paese a tenere sotto controllo la dinamica dei conti pubblici, a cercare di ridurre il disavanzo e il debito per rientrare nei limiti del Patto di Stabilità, come ci chiedono la Commissione europea e la Bce, attraverso una manovra finanziaria aggiuntiva dagli effetti devastanti, ha rappresentato un invito a nozze per i due quotidiani che, dietro l’apparente e dichiarata obiettività, nascondono invece la sporcizia e il comportamento criminale degli ambienti che li ispirano.

Tale realtà è particolarmente grave per una gazzetta come il FT che appartiene ad un Paese che non fa parte del sistema dell’euro, avendo preferito restare attaccato alla sterlina e che all’interno dell’Unione europea ha continuato a svolgere il ruolo di cavallo di Troia degli interessi anglosassoni. Non è un caso che proprio dai paradisi fiscali sotto la sovranità di Londra, le isole del Canale (Guernsey e Jersey) e i dominions dei Caraibi, siano transitati i capitali che hanno operato la massiccia speculazione contro i titoli di Stato greci, portoghesi, spagnoli, irlandesi e italiani e quindi contro la stabilità dell’euro. Soltanto gli idioti di questa sinistra italiota possono utilizzare le uscite del FT (o del settimanale confratello Economist) e del WSJ per rafforzare le proprie critiche nei confronti di un governo, quello di Berlusconi, che ha mille e più motivi per essere criticato. A questi imbecilli, che dovrebbero avere soprattutto a cuore la stabilità dell’Italia, non viene da pensare che gli attacchi della City e di Wall Street siano motivati da ragioni squisitamente di bottega. Come ad esempio la volontà di mettere le mani sulle aziende pubbliche, come Enel, Eni, Finmeccanica e Fincantieri che con buona pace di Frattini rappresentano il nostro vero Ministero degli Esteri e senza le quali il nostro ruolo sullo scenario internazionale sarebbe ridotto a zero. A nessuno di questi imbecilli che auspicano le privatizzazioni, e ai molti che nel centrodestra condividono tale idea criminale, giustificata con la necessità di fare cassa e di abbattere il debito pubblico, viene di pensare, o perché sono ignoranti (nel senso che non conoscono i fatti) o perché sono in malafede, che siamo giunti alla fine di un processo storico. Una fase che prese il via in piena Mani Pulite e che venne avviata dalla Crociera del Britannia del 2 giugno 1992, quando i rappresentanti della City londinese radunarono sul panfilo reale i rappresentanti delle imprese a partecipazione statale per indottrinarli sulla bellezza delle privatizzazioni. Poi ad ottobre partì la speculazione anglo-americana contro la lira (con Soros in prima fila), la nostra moneta fu svalutata del 30% e le imprese pubbliche divennero più convenienti per quella stessa percentuale. A bordo si vide Mario Draghi, allora direttore generale del Tesoro, che fece un discorso introduttivo e quindi scese prima che il panfilo salpasse da Civitavecchia per l’Isola del Giglio per poi tornare in serata. Quel Draghi che poi lavorò alla Goldman Sachs, per poi approdare alla Banca d’Italia ed ottenere ahinoi, anche con il sostegno mediatico inglese, la presidenza della Bce dal 1 novembre prossimo. A tutti gli idioti, specie nel centrosinistra, che delirano per l’indipendenza della stampa britannica, vogliamo ricordare che nel febbraio 1978 la copertina di uno dei numeri dell’Economist riportava l’immagine di Aldo Moro rappresentato come un burattino tirato dai fili e con la didascalia: “E’ finita la commedia”. Poi vennero Via Fani e via Caetani… Basterebbe quindi riciclare il buon vecchio Carlo Marx per ricordarsi e tenere sempre presente che sono la finanza e l’economia a muovere il mondo e che la politica, purtroppo, finisce per esserne soltanto una sovrastruttura, pur potendosi ritagliare qualche angoletto di indipendenza. Purtroppo i signori del PD sono così impegnati sul fronte interno ed estero a presentarsi come il partito delle banche e i fautori del Libero Mercato da avere scordato che esiste un minimo di decenza dal quale non si può derogare. Ed è sconfortante prendere atto che il loro massimo desiderio sia quello di un governo “tecnico” guidato ad esempio da un Mario Monti che, guarda guarda, come i vari Romano Prodi, Mario Draghi e il non compianto Tommaso Padoa Schioppa, vanta rapporti di lavoro o di consulenza con la Goldman Sachs. La banca salvata da Barack Obama con 7,5 miliardi di dollari e considerata dal cittadino medio Usa come il simbolo della più odiosa e odiata speculazione finanziaria.
Per la cronaca il FT considera la manovra aggiuntiva “un fiasco colossale” in quanto essa è stata “annacquata” togliendo il contributo di solidarietà a carico dei ricchi e non contenendo riforme strutturali. Così essa danneggerà l’economia italiana invece di accelerare la crescita. Sulla stessa linea il WSJ che titola “Atene e Roma tengono in ostaggio l’Europa. Se la Bce dovesse interrompere gli acquisti dei Btp italiani decennali, auspica il WSJ,  il conseguente rialzo dei rendimenti potrebbe far cadere il governo Berlusconi, aprendo la strada ad un governo tecnico. In questo caso, gongola il quotidiano dei gangsters americani, il lungo processo per ricostruire la credibilità della terza economia europea potrebbe ricominciare seriamente. Dichiarazioni che confermano che niente avviene per caso e che ignorano volutamente che i rischi che l’economia mondiale corre per una possibile bancarotta italiana sono niente di fronte ai disastri provocati nel 2007-2008  dalla speculazione anglo-americana sull’economia mondiale. Una speculazione che il WSJ e il duo mondezza Bush e Obama avevano bellamente ignorato considerandola la cosa più normale del mondo e che anzi hanno alimentato e premiato.

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FONTE: Rinascita

La Libia e il mondo in cui viviamo

di: William Blum

“Perché ci state attaccando? Perché state uccidendo i nostri figli? Perché state distruggendo le nostre infrastrutture?”

- (30 aprile 2011) Discorso TV del leader libico Muammar Gheddafi, poche ore dopo che la NATO aveva colpito un’ obiettivo a Tripoli, uccidendo il figlio 29enne di Gheddafi, Saif al-Arab, tre nipoti del Colonnello, tutti sotto i dodici anni di età, e parecchi amici e vicini.

Nel suo discorso Gheddafi si era appellato alle nazioni della NATO per un cessate il fuoco e per avviare dei negoziati dopo sei settimane di bombardamenti e attacchi con missili cruise contro il suo paese.

Bene, vediamo se riusciamo a ricavare una qualche comprensione delle complesse turbolenze libiche.

Il Santo Triumvirato  - gli Stati Uniti, la NATO e l’Unione europea – non riconoscono alcun potere superiore e credono, letteralmente, di poter fare nel mondo quello che vogliono, a chi vogliono, per tutto il tempo che vogliono, e chiamano tutto quello che vogliono “umanitario”.

Se il Santo Triumvirato decide di non voler rovesciare il governo in Siria o in Egitto o in Tunisia o in Bahrain o in Arabia Saudita o nello Yemen e in Giordania, non importa quanto crudeli, oppressivi  o religiosamente intolleranti siano quei governi con il loro popolo, non importa quanto essi impoveriscano e torturino la loro gente, non importa quanti manifestanti essi uccidano nella loro Piazza della Libertà; il Triumvirato, semplicemente, non li rovescia.

Se il triumvirato decide di voler rovesciare il governo della Libia, anche se questo governo è laico e ha utilizzato la sua ricchezza petrolifera per il bene del popolo della Libia e dell’Africa, forse più di ogni governo in tutta l’Africa e il Medio Oriente, ma continua a insistere, nel corso degli anni, nello sfidare le ambizioni imperiali del Triumvirato in Africa e ad aumentare le sue richieste alle compagnie petrolifere del Triumvirato, allora il Triumvirato, semplicemente, rovescia il governo della Libia.

Se il Triumvirato vuole punire Gheddafi e i suoi figli, esso provvederà, insieme agli amici del Triumvirato presso la Corte Penale Internazionale, ad emettere mandati di cattura per loro.

Se il Triumvirato non vuole punire i leader di Siria, Egitto,Tunisia, Bahrain, Arabia Saudita, Yemen e Giordania, esso, semplicemente, non chiederà alla Corte Penale Internazionale di emettere mandati di cattura per loro. E’ da quando è stata formata la Corte, nel 1998, che gli Stati Uniti hanno rifiutato di ratificarla e hanno fatto del proprio meglio per denigrarla e ostacolarla, poichè Washington è preoccupata che un giorno i funzionari americani possano essere incriminati per i loro molti crimini di guerra e contro l’umanità. Bill Richardson, come ambasciatore Usa alle Nazioni Unite, ha detto al mondo, nel 1998, che gli Stati Uniti dovrebbero essere esentati dai procedimenti della Corte perché hanno “particolari responsabilità globali”. Ma questo non impedisce agli Stati Uniti di utilizzare la Corte quando gli fa comodo ai fini della loro politica estera.

Se il Triumvirato vuole sostenere una forza militare ribelle per rovesciare il governo della Libia, allora non importa quanto siano fanatici  religiosi, legati ad al-Qaeda , [1] commettano-decapitazioni-torture, siano monarchici o quanto i vari gruppi siano spaccati in fazioni; il Triumvirato li sosterrà, come ha fatto con alcune forze in Afghanistan e Iraq, e con la speranza che, dopo la vittoria, le forze libiche non si rivelino jihadisti come accaduto in Afghanistan, o fratricidi come in Iraq. Una potenziale fonte di conflitti all’interno dei ribelli e all’interno del paese, se governato da loro, è che una dichiarazione costituzionale fatta dal consiglio dei ribelli afferma, pur garantendo la democrazia e i diritti dei non musulmani, che “l’Islam è la religione dello Stato e la principale fonte di legislazione nella giurisprudenza islamica. “[2]

In aggiunta alla lista delle affascinanti qualità dei ribelli abbiamo il rapporto di Amnesty International riguardante gli arresti di massa di persone di colore in tutta la nazione compiuti dai ribelli poiché, secondo loro, sarebbero “mercenari stranieri”. Prove sempre più evidenti dimostrano invece che un gran numero di essi erano semplicemente dei lavoratori immigrati. Secondo la Reuters (29 agosto):

“Sabato scorso i giornalisti videro i corpi in putrefazione di 22 uomini di origine africana su una spiaggia di Tripoli. I volontari che erano venuti a seppellirli hanno riferito ai giornalisti che erano mercenari uccisi dai ribelli.”

Per completare questo ritratto dei nuovi beniamini dell’ Occidente abbiamo questa relazione del The Independent di Londra(27 agosto):

“Gli omicidi sono stati spietati. Sono avvenuti in un ospedale di campo, in una tenda contrassegnata in modo chiaro con il simbolo della mezzaluna islamica. Alcuni dei morti erano in barella, con l’ago di una flebo ancora attaccato al braccio . Alcuni erano sul retro di un’ambulanza, colpita dai proiettili. Altri erano a terra, nel tentativo apparente di strisciare per mettersi al sicuro quando sono stati raggiunti dagli spari. “

Se la propaganda del Triumvirato è abbastanza intelligente e abbastanza ingannevole e dipinge un un immane tragedia iniziata da Gheddafi in Libia, molti progressisti americani ed europei insisteranno sul fatto che, anche se non hanno mai sostenuto l’imperialismo, questa volta stanno facendo un’eccezione, perché……..

>> Il popolo libico sta venendo salvato da un “massacro”, sia reale che potenziale. Questo massacro, però, sembra essere stato grossolanamente esagerato dal Triumvirato, da Al Jazeera, e dal proprietario di questa emittente, il governo del Qatar, e niente si avvicina ad una  prova affidabile che dimostri che un massacro è veramente accaduto, né una fossa comune o qualsiasi altra cosa. Le storie delle stragi sembrano essere alla pari con con quelle degli stupri sotto effetto di Viagra diffuse da al Jazeera (la Fox News della rivolta libica). Il Qatar, va notato, ha svolto un ruolo militare attivo nella guerra civile dalla parte della NATO. Va inoltre osservato che il massacro principale in Libia è stato quello dei sei mesi di bombardamenti quotidiani del Triumvirato, uccidendo un numero imprecisato di persone e distruggendo gran parte delle infrastrutture. Il Prof Juan Cole, della Michigan University, quintessenza del vero credente nelle buone intenzioni della politica estera americana, che riesce comunque ad avere una presenza regolare sui media progressisti, ha scritto recentemente che “Gheddafi non era uomo da compromessi … la sua macchina militare avrebbe falciato i rivoluzionari se gli fosse stato permesso”. Chiaro? Sappiamo tutti, naturalmente, che Sarkozy, Obama, e Cameron hanno fatto compromessi senza fine nella loro devastazione della Libia; ad esempio, non hanno utilizzato armi nucleari.

>> Le Nazioni Unite hanno dato l’ approvazione per un intervento militare, cioè, i principali membri del Triumvirato hanno dato la loro approvazione, dopo che Russia e Cina, codardamente, si sono astenute invece di esercitare il loro potere di veto; (forse sperando di ricevere la stessa cortesia dagli Stati Uniti, dal Regno Unito e dalla Francia quando saranno loro le nazioni ad aggredire).

>> Il popolo della Libia sta venendo “liberato”, qualunque cosa al mondo significhi, ora e per il futuro. Gheddafi è un “dittatore”, insistono. Che effettivamente potrebbe anche essere il termine corretto da utilizzare, ma bisogna chiedere: Lui è un dittatore piuttosto benevolo o è l’altro genere di dittatore favorito da Washington? Inoltre: Dato che gli Stati Uniti hanno abitualmente sostenuto dittatori per tutto il secolo passato, perché lui no?

Il Triumvirato, e i suoi media servili, vorrebbero far credere al mondo che quello che è successo in Libia è solo un altro esempio della primavera araba, una sollevazione popolare di manifestanti non-violenti contro un dittatore per ottenere libertà e democrazia che, diffondendosi spontaneamente dalla Tunisia e Egitto, è arrivata in Libia. Ma ci sono diverse ragioni per mettere in discussione questa analisi a favore della visione della rivolta dei ribelli libici come un tentativo programmato e violento per prendere il potere a nome del proprio movimento politico, per quanto eterogeneo, nella sua fase iniziale, possa apparire tale movimento. Per esempio:

1.Hanno ben presto cominciato a sventolare la bandiera monarchica. Monarchia che Gheddafi aveva rovesciato.

2. Era una ribellione armata e violenta fin quasi dall’inizio. Nel giro di pochi giorni infatti, abbiamo potuto leggere di “cittadini armati con le armi sequestrate dalle basi dell’ esercito ” [3 ] e di “poliziotti che avevano partecipato allo scontro sono stati catturati e impiccati dai manifestanti” [4]

3. La loro rivolta non ha avuto luogo nella capitale, ma nel cuore della regione petrolifera del paese; hanno poi iniziato la produzione di petrolio e hanno dichiarato che i paesi stranieri sarebbero stati ricompensati di oro nero in relazione a quanto ogni paese avesse aiutato la loro causa

4. Hanno istituito ben presto una Banca Centrale, una cosa piuttosto strana per un movimento di protesta

5. Il sostegno internazionale è venuto in fretta, prima ancora dal Qatar e da Al Jazeera, la CIA e l’intelligence francese

L’idea che un leader non abbia il diritto di reprimere una ribellione armata contro lo Stato è troppo assurda da discutere.

Non molto tempo fa, l‘Iraq e la Libia erano i due Stati più moderni e laici del Medio Oriente / Africa del Nord con forse il più alto standard di vita nella regione. Poi sono arrivati gli Stati Uniti d’America e hanno ritenuto opportuno renderli un caso disperato. Il desiderio di sbarazzarsi di Gheddafi era stato in costruzione per anni, il leader libico non era mai stata una pedina affidabile. La primavera araba ha fornito una eccellente opportunità e la relativa copertura. Quanto al perché, scegliete tra i seguenti:

>> Il piano di Gheddafi di condurre il commercio della Libia in Africa di materie prime e di petrolio con una valuta nuova - il dinaro d’oro africano, un cambiamento che avrebbe potuto infliggere un grave colpo alla posizione dominante degli Stati Uniti nell’economia mondiale. (Nel 2000, Saddam Hussein annunciò che il petrolio iracheno sarebbe stato scambiato in euro e non più in dollari; seguirono sanzioni e poi l’invasione ).Per ulteriori approfondimenti si veda qui.

>> Un paese ospitante per l’ Africom, il Comando statunitense in Africa, uno dei sei comandi regionali in cui il Pentagono ha diviso il mondo. Molti paesi africani contattati per essere appunto il paese ospitante hanno rifiutato, a volte anche in termini relativamente forti. L’ Africom ha attualmente sede a Stoccarda, in Germania. Secondo un funzionario del Dipartimento di Stato: “Abbiamo un grosso problema di immagine laggiù … L’opinione pubblica è davvero contraria ad andare a letto con gli Stati Uniti. Essi semplicemente non si fidano degli Stati Uniti…” [5]

>> Una base militare americana per sostituire quella chiusa da Gheddafi dopo aver preso il potere nel 1969.C’è solo una base in Africa, a Gibuti. Si vede per una in Libia  dopo che la situazione si sarà stabilizzata. Forse sarà situata vicino ai pozzi petroliferi americani. O forse al popolo libico sarà data una scelta - una base americana o una base NATO.

>> Un altro esempio della disperata ricerca  da parte della NATO di una ragion d’essere della sua esistenza sin dalla fine della guerra fredda e del Patto di Varsavia.

>> Il ruolo di Gheddafi  nella creazione dell’ Unione africana. Ai padroni delle imprese non piace quando i loro schiavi salariati creano un sindacato. Il leader libico ha anche sostenuto gli Stati Uniti d’Africa perché sa che in un Africa di 54 stati indipendenti, essi continueranno ad essere abbattuti uno per uno e abusati e sfruttati dai membri del Triumvirato. Gheddafi ha inoltre chiesto una maggiore potenza per i piccoli paesi delle Nazioni Unite.

>> L’affermazione del figlio di Gheddafi, Saif el Islam, che la Libia aveva contribuito a finanziare la campagna elettorale di Nicolas Sarkozy, potrebbe aver umiliato il presidente francese e questo spiega la sua ossessione e la sua fretta nel voler essere visto come colui che gioca un ruolo di primo piano nell’ attuazione della “no fly zone “e delle altre misure contro Gheddafi. Un fattore determinante potrebbe essere stato il fatto che la Francia si è indebolita nelle sue ex e neo-colonie in Africa e in Medio Oriente, in parte anche per l’influenza di Gheddafi.

>> Gheddafi è stato uno straordinario sostenitore della causa palestinese e un critico delle politiche israeliane, e in alcune occasioni ha giudicato altri paesi africani e arabi, così come l’Occidente, per le loro politiche o la loro retorica, un motivo in più per la sua mancanza di popolarità tra i leader mondiali di tutti i colori.

>> Nel gennaio del 2009, Gheddafi ha reso noto che stava studiando la possibilità di nazionalizzare le compagnie petrolifere straniere in Libya.[7] Lui ha anche un’altra moneta di scambio : la prospettiva di utilizzare le compagnie petrolifere russe, cinesi e indiane. Durante l’attuale periodo di ostilità, ha invitato questi paesi a compensare la perdita di produzione. Ma tali scenari ora non avranno luogo. Il Triumvirato cercherà invece  di privatizzare la National Oil Corporation, trasferendo la ricchezza petrolifera della Libia in mani straniere.

>> L’impero americano è turbato da qualsiasi minaccia alla sua egemonia. Nel periodo storico attuale l’impero è interessato principalmente alla Russia e alla Cina. La Cina ha esteso gli investimenti energetici e edilizi in Libia e altrove in Africa. L’americano medio non sa né si preoccupa di questo. L’ imperialista americano medio si preoccupa molto, se non altro perchè in questo momento di crescenti richieste di tagli al bilancio militare è fondamentale che i potenti “nemici” siano nominati e mantenuti.

>> Per molte altre ragioni, vedete l’articolo “Perché un cambio di regime in Libia?” di Ismael Hossein-Zadeh, ed i cable dei diplomatici americani pubblicati da Wikileaks - 07TRIPOLI967 11-15-07 (include una denuncia in merito al “nazionalismo delle risorse” libico ).

La parola di un uomo che le maggiori potenze militari del mondo hanno cercato di uccidere

Ricordi della mia vita“, scritto dal colonnello Muammar Gheddafi, 8 aprile 2011, estratti:

Adesso la maggiore forza nella storia militare mi attacca; il mio figliuolo africano, Obama, vuole uccidermi, togliere la libertà al nostro paese, prendere le nostre case gratuite, la nostra medicina gratuita, la nostra istruzione gratuita, il nostro cibo gratuito e sostituirli con il saccheggio in stile statunitense, chiamato “capitalismo”, ma tutti noi del Terzo Mondo sappiamo cosa significa: significa che le corporazioni governano i paesi, governano il mondo, e la gente soffre, quindi non mi rimangono alternative, devo resistere.

E se Allah vuole, morirò seguendo la sua via, la via che ha arricchito il nostro paese con terra coltivabile, cibo e salute e ci ha permesso di aiutare anche i nostri fratelli e sorelle africani ed arabi a lavorare con noi nella Jamahiriya libica.

Non voglio morire, ma se succede, per salvare questo paese, il mio popolo e tutte le migliaia che sono i miei figli, così sia.

Che questo testamento sia la mia voce di fronte al mondo: che ho combattuto contro gli attacchi dei crociati della NATO, che ho combattuto contro la crudeltà, contro il tradimento, che ho combattuto l’Occidente e le sue ambizioni coloniali, e che sono rimasto con i miei fratelli africani, i miei veri fratelli arabi e musulmani, come un faro di luce, quando gli altri stavano costruendo castelli.

Ho vissuto in una casa modesta ed in una tenda. Non ho mai dimenticato la mia gioventù a Sirte, non spesi follemente il nostro tesoro nazionale, e, come Saladino, il nostro grande leader musulmano che riscattò Gerusalemme all’Islam, presi poco per me ….

In Occidente, alcuni mi hanno chiamato “pazzo”, “demente”, però conoscono la verità, ma continuano a mentire ; sanno che il nostro paese è indipendente e libero, che non è in mani coloniali, che la mia visione, il mio percorso è, ed è stato chiaro per il mio popolo : lotterò fino al mio ultimo respiro per mantenerci liberi, che Allah Onnipotente ci aiuti a rimanere fedeli e liberi.

PARTE FINALE DELL’ ARTICOLO E NOTE: Libya And The World We Live In 

DI: Coriintempesta

Inchiesta/ Attacco speculativo all’Italia: chi vuole “eliminare” Berlusconi?

di: Enrica Perucchietti

Tra gli addetti ai lavori serpeggia una convinzione sull’attuale crisi dell’euro, alternativa a quella che ci viene trasmessa ogni giorno insieme alla nostra quotidiana razione di terrorismo psicologico. Pochi, però, avranno il coraggio di confermarvi, se non in via strettamente ufficiosa, la sensazione non ancora dimostrabile, che vi sia una manovra per far crollare l’euro e forse far fallire il progetto dell’unione monetaria. A ciò si aggiunga la recente pressione – o meglio, alta tensione – sulla situazione del debito in Italia che ha avuto però inizio con un attacco speculativo nei confronti del nostro Paese il febbraio 2010.

Dunque, un anno e mezzo fa.

Che possa esistere un’intelligence di matrice angloamericana dietro il crollo finanziario attuale è sostenuto da politici di diversi schieramenti e da giornalisti per lo più stranieri. A lanciare l’allarme sulla crisi finanziaria che si sarebbe abbattuta sull’Italia e sul Governo Berlusconi è stato, in tempi ancora non sospetti, lo storico Webster Tarpley, che ha vissuto in Italia – per la precisione a Torino – per molti anni e conosce bene la situazione del nostro Paese.

Tarpley, inoltre, è stato uno dei primi a rendere pubblici i dubbi nei confronti di Obama quando quest’ultimo era ancora soltanto un candidato democratico alla Casa Bianca. Quando in tutto il mondo serpeggiava l’Obamamania, come ho dimostrato nel mio saggio, L’altra faccia di Obama, Tarpley ha avuto il coraggio di schierarsi come voce fuori dal coro e “stonare” portando prove a conferma dei legami occulti di Obama con le lobby di Wall Street, la CIA e soprattutto con Brzezinski, già consigliere per la politica estera sotto Jimmy Carter e strenuo sostenitore della Guerra Fredda permamente. L’influenza di questa eminenza grigia è ora meglio riscontrabile nella politica estera dell’amministrazione Obama e nel recente conflitto in Libia che si dimostra essere l’ennesimo tassello – ma non l’ultimo – dell’opera di espansionismo americano e di militarizzazione del Medio Oriente in chiave anti cino-sovietica.

È proprio su questo fronte che si possono forse ravvisare i germi che hanno spinto il Governo italiano a finire sotto l’attacco speculativo americano. Da un lato la strategia per rivalutare il dollaro passa attraverso l’attacco e la svalutazione dell’euro non frontale ma trasversale, come vedremo meglio più avanti.

Dall’altra il nostro Paese potrebbe pagare – come ha pagato la Norvegia in modo più tragico e “scenografico” – l’alleanza con la Russia di Putin. In questo senso il cofondatore del PDL, e segretario nazionale della Destra Libertaria-PDL, Luciano Buonocore, da me raggiunto telefonicamente, ha spiegato che il grande errore dell’Unione Europea è stato proprio quello di non aprirsi alla Russia, allargando così verso est i propri confini. Le ragioni sono ovvie: così facendo andrebbe rivisto il comando all’interno della NATO, e per alcuni Paesi membri come Francia e Inghilterra la cosa non può essere accettata.

Dall’altro la politica estera intessuta in questi anni da Berlusconi con l’alleanza russa, potrebbe aver interrotto involontariamente quell’asse strategico USA-Gran Bretagna che il Premier aveva costruito con i precedenti governi Bush-Blair.

Che esista una vera e propria intelligence che possa aver orchestrato il piano speculativo per svalutare l’euro e far crollare i mercati è la convinzione di Webster Tarpley che dichiara: «Questo era già chiaro dal febbraio 2010, quando il Wall Street Journal pubblicò un servizio su una cena cospiratoria (8 febbraio) tenutasi nella sede di una piccola banca d’affari specializzata, la Monness Crespi and Hardt, alla quale parteciparono persone di grande influenza. In quell’occasione si cercavano strategie per evitare un’ondata di vendite di dollari da parte delle banche centrali ed il conseguente crollo del dollaro. L’unica maniera per rafforzare il biglietto verde passava attraverso un attacco all’euro». Data però la difficoltà ad attaccare una moneta così forte come l’euro «gli sciacalli degli hedge funds di New York – fra cui anche certi protagonisti della distruzione di Lehman Brothers – hanno cercato i fianchi più deboli del sistema europeo e li hanno individuati nei mercati dei titoli di stato dei piccoli paesi del meridione europeo e comunque della periferia – Grecia e Portogallo – dove era possibile contare sulla complicità di politici dell’Internazionale Socialista al servizio della CIA e di Soros», o, più in generale, delle lobby di Wall Street e delle famiglie che detengono il potere finanziario negli USA: Soros, Rotschild, Rockefeller etc. anche se Soros ha più volte pubblicamente dichiarato la necessità di metterli al bando.

A questo punto l’attacco speculativo sarebbe stato affiancato da una campagna diffamatoria e di stampo terrorista accompagnata da pessime valutazioni delle agenzie di rating: «un mix che può comportare tracolli dei prezzi e un vero e proprio panico».

A tutto ciò si aggiunga il ricorso ai famigerati credit default swaps o derivati di assicurazione già definiti dal terzo uomo più ricco del mondo, Warren Buffett, come “armi finanziarie di distruzione di massa”. E se lo dice lui che dei mercati finanziari è sovrano…

Eppure la riforma dei mercati tanto auspicata da Paul Volcker con la fine della deregulation selvaggia che ha dominato i mercati fino al crollo di Lehman Brothers, Fannie Mae e Freddie Mac non è avvenuta: la Volcker Rule è stata imbavagliata prima che potesse far sentire i suoi effetti sui mercati. Si devono ringraziare i democratici per questo che, spalleggiati ovviamente dai repubblicani, hanno impedito la messa la bando dei derivati tossici che – insieme ai mutui subprime – avevano già causato la bolla finanziaria nel 2007. Si deve anche ringraziare Obama che, vinte le elezioni, ha messo da parte il vecchio gigante dell’economia, Volcker, che aveva voluto vicino a sé per le foto di ruolo in campagna elettorale. Una volta arrivato alla Casa Bianca, non c’era più bisogno di un piano per scongiurare un’altra crisi finanziaria. L’importante era agire in fretta per salvare le Banche too big to fail, troppo grandi per fallire. Su questo fronte il ministro Geithner ha fatto un ottimo lavoro…

Ma ora il Presidente americano, seppur rabbioso per la perdita delle tre A da parte della S&P, si dice ottimista per il futuro. Peccato che le agenzie di rating, che si occupano per i non addetti ai lavori di classificare titoli obbligazionari e imprese in base alla loro rischiosità, avevano mantenuto una tripla A per Lehman, Merrill Lynch e AIG fino alla vigilia della bolla finanziaria. Un’evidenza della loro “corruttibilità” almeno secondo Webster Tarpley che denuncia il fatto che queste agenzie si occupino ora di definire o meno la solvibilità dell’Italia. E a proposito della crisi italiana, Tarpley individua nell’attacco all’euro «un tentativo di esportare la depressione economica mondiale verso l’Europa, creando un caos di piccole monete che saranno facile preda alla speculazione, a differenza dell’euro che è abbastanza forte per potersi difendere. Si tratta di scaricare la crisi sull’Europa, sempre con l’idea di indebolire a tal punto l’euro da impedire a questa moneta di fungere da riserva mondiale accanto al dollaro o al posto del dollaro».

Ma lo storico americano si spinge oltre ipotizzando un vero e proprio complotto per decretare la fine del governo Berlusconi: «Bisogna tuttavia riconoscere che la cacciata di Berlusconi rappresenta da un paio di anni uno dei primi obiettivi angloamericani in Europa. Berlusconi è troppo vicino a Putin, troppo coinvolto nel South Stream popeline [progetto sviluppato da Eni e Gazprom per la costruzione di un gasdotto che connetterà Russia ed Europa eliminando ogni Paese extra-UE nel suo tragitto], troppo indipendente da tanti punti di vista. Si vede questo nei documenti pubblicati da Wikileaks, un’operazione della CIA mirata a colpire i bersagli degli angloamericani, da Gheddafi a Ben Ali a Mubarak a Putin e la signora Rodriguez de Kirchner in Argentina. Qui da noi leggiamo che Berlusconi è il più grande amico della Russia all’interno della UE – cosa positiva per la pace mondiale a mio parere, ma intollerabile per l’impero angloamericano in fase di crollo. Gli stessi impulsi nazionalistici italiani e lo stesso mestiere dell’Italia come ponte fra l’Europa da una parte e il Nord Africa, il Medio Oriente e la sfera russa dall’altra sono presenti, sebbene in forma debole, nell’azione di Berlusconi. Purtroppo molti in Italia sono accecati dall’odio appena si tratta di Berlusconi. Io ho visto che quelli che erano accecati dal loro odio nei confronti di Bush sono caduti nella trappola di Obama – vale a dire di Soros e di Rockefeller – e quelli che erano accecati dal loro odio nei confronti di Obama sono caduti a loro volta nella trappola del Tea Party – vale a dire dei fratelli Koch ultrareazionari. In Italia quelli che sono accecati dal loro odio nei confronti di Berlusconi cadono fatalmente nella trappola di De Benedetti, Soros e compagnia bella».

A posteriori il pensiero corre a coloro che il Premier accusò di “remare contro” durante la campagna per le amministrative, oppure quando tra i consueti fumi della paranoia emerse però il nome di quel tale Pisapia che oltre ad aver espugnato la Madonnina, è noto per essere avvocato di fiducia di quel De Benedetti… Proprio quel De Benedetti a cui faceva riferimento Tarpley. Forse che gli “interessi” o i poteri forti che spalleggiano De Benedetti abbiano in qualche modo influito nella vittoria elettorale di Milano? Forse che ora a qualcuno, a quella “compagnia bella” faccia comodo sostituire l’attuale maggioranza di governo con qualcuno di più “utile” a interessi “globali”?

Su chi si nasconda dietro la “compagnia bella” possiamo avere soltanto delle “idee”… accreditate da quell’insistente vociferare di una bocciatura del ministro Tremonti a san Mortiz all’ultima riunione dei Bilderberg. Gli stessi Bilderberg che decidono le sorti economiche del pianeta, indipendentemente dal fatto che alla casa Bianca ci sia un democratico o un repubblicano, e a Roma un esponente del PD o del PDL…

da: IlDemocratico.com

6 Agosto 2011: l’Italia rasa al suolo dalla BCE

Le porte sono aperte, e i servi rimpinzati si fanno beffe della loro consegna russando.

William Shakespeare – Macbeth – Atto II, Scena Seconda.

Questi giorni sonnacchiosi, d’Agosto, questa falsa Estate che già si tinge delle dolenti piogge autunnali, questi cieli bigi sul mare, le nuvole di vapore sui colli e sui monti, sembrano un messaggio degli Dei ai mortali: lascia il chiasso delle spiagge e dei ristoranti all’aperto, smettila d’osservare ostinatamente il dito e lascia spaziare l’occhio in cielo, perché questa è un’Estate di guerra. La Libia? Sì, anche, ma non è questa la grande guerra che è in atto: anzi, sono più d’una, almeno tre o quattro. Vediamole nell’ordine.

a) La guerra per il primato geostrategico nel Pianeta fra USA e Cina.

b) La guerra, interna all’Unione Europea, fra la BCE e la Commissione Europea.

c) L’eterna guerra fra John Maynard Keynes e Milton Friedman.

d) La (finta) guerra fra i nani e le ballerine italiane.


La guerra per il primato geostrategico nel Pianeta fra USA e Cina

La notizia del declassamento del debito USA, da AAA ad AA+ (con outlook negativo), è di portata storica, verrebbe quasi da dire “la notizia del secolo” ma siamo prudenti, poiché il secolo che avanza – almeno, secondo chi scrive – ne riserverà altre di ben diversa portata. In ogni modo, sarebbe come se al Soglio Pontificio fosse salito il cardinal Milingo, con Vasco Rossi al Quirinale e il mago Otelma ministro dell’Economia. Tutto ciò era inevitabile: anzi, il giudizio è stato ancor troppo bonario.

Già nel 2003 – nel mio “Europa Svegliati” – mettevo in guardia contro la spaventosa spirale del debito USA che nelle sue tre componenti – debito interno, debito estero e debito delle famiglie – raggiungeva cifre paurose, ben superiori al 120% dell’attuale debito interno italiano. Cos’è cambiato? Perché Standard & Poor’s ha osato tanto? Talvolta, è analizzando le reazioni che si scopre un fenomeno, come avviene spesso nella Fisica.

La reazione di Pechino non è stata né bonaria e né tranquillizzante: anzi, boriosa, come quella di chi ha perso la pazienza.

La Cina ha adesso ogni diritto di chiedere che gli Usa affrontino i loro problemi di debito…garantire la sicurezza degli asset in dollari della Cina…Washington deve ora affrontare seriamente una dolorosa realtà…riduzioni a quello che (la Cina) definisce le gigantesche spese militari e i costi salati del welfare…

I cinesi non sono così stupidi da credere che basti una loro ramanzina per far cadere l’architrave del pensiero politico USA – quel “noi non baratteremo mai il nostro stile di vita” – poiché su quella (falsa) certezza dell’american dream si basa il potere bipartisan demo-repubblicano. Se i cinesi osano tanto – sapendo che devono continuare a smerciare computer e televisori – non sarà che gli USA non sono più, per Pechino, quel cliente così “essenziale” per la loro economia?

Non si tratta certamente di una “chiusura” netta ed irrevocabile, tanto meno subitanea, bensì di un processo che vede aumentare le economie – e dunque il commercio, l’import-export, i consumi, ecc – dei Paesi del BRIC & associati, i quali possono pagare anche con le loro merci – e quindi in un quadro di “sana” economia – e non con i “dollarotti” carta straccia. Similmente, i Paesi dell’Europa Centrale – con la Germania a dirigere il coro – mantengono ancora un significativo gap tecnologico nei confronti della Cina, mentre gli USA hanno esportato e venduto le loro aziende agli orientali: adesso, si guardano le mani e scoprono d’esser rimasti con un pugno di mosche. Una guerra?

Molto improbabile, per tante ragioni. Una guerra di logoramento “ai fianchi” della Cina – un attacco in Corea, tanto per scegliere un luogo – comporterebbe un dispiegamento di forze simile al Vietnam, che gli USA non possono assolutamente più sostenere: se ne vanno, bastonati, anche dall’Afghanistan, che non è certo la Cina! Anche un attacco atomico non risolverebbe nulla, perché porterebbe alla mutua distruzione, anche se il potenziale USA è superiore: bastano 10 missili a bersaglio negli USA per distruggere l’economia statunitense per secoli.

Quello che attende gli USA è un lento decadimento, come avvenne per la Gran Bretagna, ma con una sostanziale differenza: gli inglesi riuscirono – grazie alla loro esperienza imperiale ed al Commonwealth – a compiere un “atterraggio morbido” che agli USA – per mentalità, dissidi interni, pochezza politica quando si tratta di mediare e dimensioni – non è detto che riesca.  Ciò che attende gli statunitensi sono due eventi: il moltiplicarsi delle enclave di miseria, come le “Flint” di Michael Moore, e l’inevitabile china della parabola di Barack Obama. Il Presidente USA ha sbagliato troppo, fra il 2008 ed il 2010, quando non era una “anatra zoppa”: ha sottovalutato il potere della lobby israeliana, che osserva la politica statunitense quasi solo alla luce delle sue decisioni per il Medio Oriente. Obama non poteva aspettarsi altro: dopo le elezioni del 2010, parecchi parlamentari del Tea Party – Sarah Palin in testa – andarono in Israele per colloqui a vario titolo, anche con Benjamin Netanyahu, sempre con il “chiodo fisso” delle elezioni del 2012.

“…il Tea Party difende ideologicamente lo Stato Ebraico d’Israele, con gli stessi parametri di logica e buonsenso che sono stati la base per la diffusione del suo Movimento.”

La risposta di Obama – tardiva e fragile – fu l’appoggio alle rivolte in Nord Africa: ho sempre sostenuto che un conto sono le legittime aspirazioni delle popolazioni, un altro la “copertura” diplomatica USA, che era la “risposta” al “colpo a segno” sull’anatra che siede al 1600 di Pennsylvania Avenue. Con la perdita della maggioranza democratica al Congresso, oggi Obama ha dovuto trattare con i repubblicani un piano economico che non prevede maggiori tasse per i ricchi, l’unica possibilità di riuscire a salvare il salvabile.

Stranamente, Moody’s e Fitch non hanno seguito (per ora) S&P nel declassamento, il che – se a pensar male ci s’azzecca – farebbe pensare ad una ritorsione israeliana per la politica statunitense di destabilizzazione del Mediterraneo, sempre aborrita da Tel Aviv. In definitiva, la Cina è il convitato di pietra che assiste – senza far nulla – al duello fra le potenze occidentali, con l’oramai acclarato dissidio (dichiarazioni di facciata a parte) fra Obama e la dirigenza israeliana. Il futuro?

Una fase di grande instabilità negli USA, tormentati dai “residui” (e dai costi) delle avventure neocoloniali di Bush (Iraq ed Afghanistan) e dalla crisi economica dilagante: una crisi che non è monetaria, bensì nasce dalle basi oramai evanescenti dell’economia USA. Insomma, non è tanto Wall Street quanto Main Street a determinare la scansione della crisi e soluzioni vere – come quella di far finalmente pagare chi più ha – non sono più in agenda per l’ostilità del Congresso. Il Mediterraneo sarà probabilmente abbandonato a se stesso (i fondi USA per questo scacchiere sono già stati “tagliati”): di conseguenza, saranno Francia e GB a ritrovarsi sulle spalle i problemi del “bluff” libico, con conseguenze oggi imprevedibili. Se in casa democratica si piange, in quella repubblicana c’è poco da ridere: Sarah Palin avrà pure una buona mira per sparare all’alce, ma governare oggi gli USA è tutt’altra cosa. Peggio che ritrovarsi a fare il sindaco di Napoli. Le persone capaci scarseggiano (Obama, bisogna riconoscerlo, era forse l’unica “novità” della politica americana), ancor più in casa repubblicana: se a Roma impazza l’influenza, a Washington sono già alla polmonite.


La guerra, interna all’Unione Europea, fra la BCE e la Commissione Europea

La misteriosa “missiva” giunta da Francoforte – con le firme di Trichet e di Draghi – mette il governo italiano di fronte ad un aut aut: o mettere a posto i conti subito (come, poi…) o niente acquisto dei BTP italiani da parte della BCE. La sottigliezza, di non poco conto, è che non è giunta da Bruxelles o da Strasburgo – i luoghi della politica europea – bensì, direttamente, dalla BCE.

Che l’Europa sia un gigante economico ed un nano politico è cosa risaputa: basti pensare ad una baronessa inglese alla politica estera che, il suo stesso governo, definisce“inadeguata”. Oppure alla bulgara Rumyana Zheleva, “ballerina” che fu bocciataall’audizione preliminare per diventare commissaria: Die Welt si chiese se, con l’eventuale nomina della Zheleva, si sarebbe raggiunto il limite della nomina della “moglie di un gangster all’Eurocommissione”.

Sull’altro versante, invece, camuffati da abili “maghi” dell’economia planetaria, siedono persone determinate e capaci nel difendere gli interessi, congiunti, della grande imprenditoria e del sistema bancario: se volete, Bankenstein. Piccolo particolare: nessuno li ha eletti, nessuno di noi può mettere bocca sul loro operato. In altre parole, sono dei “tecnici” che non dovrebbero (e non potrebbero) assumere ruoli politici: del resto, con quali “credenziali” S&P si prende la briga di destabilizzare il pianeta con l’abbassamento del rating USA?

Si fa presto a dire che i nanerottoli politici sono soltanto gli attori inviati sul proscenio dai loro burattinai banchieri: molto dipende anche dalla statura dei politici. Un simile andazzo è possibile proprio per la loro pochezza: saremmo curiosi di sapere come se la caverebbero i signori di Francoforte se dovessero trattare con un De Gaulle, un Brandt, un Palme o, anche, con un Craxi od un Andreotti. Le mire “politiche” della BCE non sono un segreto per nessuno: sono loro stessi ad ammetterle.

La missiva giunta al Governo Italiano, dunque, fa già parte della “seconda fase” del piano di Francoforte (anche senza un ministro delle finanze europeo): giungere al veto sulle politiche economiche dei singoli Stati. Una sorta di commissariamento delle economie europee oppure – se preferite, per come stanno le cose nella realtà – un IV Reich che conquista l’Europa senza sparare un colpo di fucile.


L’eterna guerra fra John Maynard Keynes e Milton Friedman

Perché si è giunti a questo punto?

Tralasciando nella trattazione il signoraggio – non per scarsa importanza, bensì per non ingigantire l’articolo – la disputa fra i “Chicago Boys” liberisti ad oltranza ed i fautori dell’intervento dello Stato in Economia è alla base delle odierne angosce. Un assioma che va sfatato è quello che le economie cosiddette “liberiste” – portate avanti dai Conservatori inglesi, dai Repubblicani statunitensi e dalla destra italiana – non indebitino lo Stato: la risposta è nei fatti. La Banda Bassotti americana che s’inventò la truffa dei subprime, successivamente, chiese aiuto proprio allo Stato e, il “piano Paulson” di 700 miliardi di dollari, viene tuttora pagato dai contribuenti americani, per lo più dal ceto medio, mentre i grandi finanzieri pagano poco o nulla e le banche sono tuttora libere di sfornare derivati. “Tossici”? Lo sapremo fra qualche anno.

In Italia, come s’evince da questo grafico, i governi di Silvio Berlusconi hanno condotto ad aumenti del debito: 6,2 punti nel 1994 (in sei mesi!) e ben 12,7 punti nel triennio 2008-2011. Solo nel quinquennio 2001-2006 riuscirono a far scendere il debito di un misero 2,9 in cinque anni. Per contro, i governi di centro sinistra abbatterono il debito di 11,7 punti nel quinquennio 1996-2001 e di 3 punti nel secondo, breve governo Prodi, in soli due anni: soprattutto il primo abbattimento (1996-2001), fu possibile per l’intervento in economia (rottamazioni, finanziamenti a vari settori) che aumentò il PIL.

La teoria della Scuola di Chicago non è quella d’abbattere il debito, bensì quella di non tassare gli alti redditi (come in Italia): in questo modo, il bilancio dello Stato va in rosso ed è necessario ripianarlo con la “macelleria sociale”. A quel punto, il gioco può riprendere con nuovi abbattimenti di tasse per i più ricchi e sempre maggiori prelievi (o mancata assistenza) per i meno abbienti. Oggi, difatti, Tremonti ha nel mirino l’assistenza (invalidi, assegni alle famiglie più povere, accompagnamento per gli anziani, ecc) e, ancora una volta, le pensioni: tagliare gli astronomici costi della politica? Non ci pensa nemmeno, anche se ne parla.

Utilizzare la teoria di Keynes è più arduo, perché il rischio di finanziare “a pioggia” o, peggio, in modo clientelare l’economia conduce ai medesimi effetti di destabilizzazione, soprattutto sul fronte del debito: in altre parole, per adoperare quella “leva” ci vogliono economisti con le palle e le contropalle, non i miseri figuri che osserviamo sulla scena. In definitiva, l’argomento attiene più alla sfera generale dell’umanesimo e della filosofia che a quella delle semplici teorie economiche: l’Uomo deve assumersi l’onere di controllare i flussi economici o lasciarli correre? Anche considerando il quadro planetario di consumo esagerato di risorse non rinnovabili? Può affidare il proprio futuro economico ad una colossale rete di computer, i quali sono programmati con due soglie: vendere od acquistare, secondo il prezzo? Perché, assistiamo sempre più frequentemente al blocco dei listini per eccesso di rialzo o di ribasso? Addirittura a poco chiari “guasti tecnici” per arrestare le contrattazioni? Il sistema del cosiddetto “autogoverno” del mercato non funziona: osserviamo la realtà. Quali sono i Paesi che sono fuori da questo infernale girone?

A parte le cosiddette “economie emergenti” – la Cina ha miliardi di dollari nelle casse dello Stato – è emblematico il caso russo: se qualcuno ricorda i tempi di Eltsin, rammenterà che la vita media s’era drammaticamente accorciata, la povertà era endemica e i russi si salvarono soprattutto col poco che riuscivano a trarre dagli orti delle dacie. Addirittura, l’Aeroflot – la compagnia aerea russa – non aveva kerosene per far volare gli aerei: in un Paese ricco di risorse energetiche! Putin – piaccia o non piaccia – diede una sterzata: in che senso? Forte dell’appoggio che aveva nei servizi segreti (dai quali proveniva) e nell’Armata, riportò allo Stato il “clou” delle risorse russe – l’energia – e le sottrasse agli oligarchi. Ovvio che il processo non fu indolore, e nemmeno affermiamo che la Russia sia oggi un paradiso, però la situazione economica della popolazione – dagli anni bui del dopo URSS – è migliorata sostanzialmente. E il Venezuela di Chavez? Non ha, anch’esso, nazionalizzato il petrolio del Paese sottraendolo alle mire degli speculatori? Cosa fece Mossadeq in Iran? Non, però, di solo petrolio si tratta, perché l’impatto delle “deregulation” sulle popolazioni e sui bilanci degli Stati (sempre chiamati a saldare i conti) sono stati devastanti: crollo della domanda interna, insicurezza sociale, aumento della povertà, della frammentazione sociale, delle malattie della povertà come l’alcolismo, ecc.

In definitiva, per chi ancora crede nel “respiro” di libertà economica propalato da Milton Friedman e dalla “Scuola di Chicago”, ci sono alcune domande alle quali rispondere. A trent’anni dall’elezione di Reagan, si può affermare che il Pianeta sia più ricco? Sì. Si può affermare che le popolazioni siano più ricche? No.

Senza scomodare Marx ed il Capitale, vorremmo che prendessero in esame un neutro parametro, l’indice Gini: cosa misura? Indica la condivisione dei beni all’interno degli Stati, ossia la distribuzione della ricchezza fra le classi sociali. Il coefficiente di Gini, è un numerò che varia fra zero ed uno: zero la perfetta omogeneità nella distribuzione dei beni, uno la massima eterogeneità. Esiste una classifica (non molto aggiornata) degli Stati per uguaglianza/disuguaglianza di reddito: l’Italia è al 52° posto, gli USA al 74°, mentre sopra all’Italia troviamo quasi tutte le nazioni europee. Paesi che ancora godono della “tripla A”, come la Francia e la Germania, hanno una distribuzione della ricchezza più equanime dello Stivale: in fondo alla classifica, ci sono le nazioni meno affidabili, per il rating del debito, del Pianeta.

Eppure, da decenni, la tesi sostenuta dai “Chicago Boys” è proprio quella che solo arricchendo una modesta parte della popolazione – in Italia, il 10% della popolazione possiede il 45% della ricchezza nazionale – è la sola ricetta possibile, giustificando il tutto con un aumento dei capitali disponibili e, dunque, degli investimenti. Osservino la classifica, meditino sull’altro aspetto – la domanda interna – e ci diano una risposta.

Aspettiamo.


La (finta) guerra fra i nani e le ballerine italiane

Gianni Letta ha affermato che “tutto sta crollando”. Perché? Facciamo un passo indietro. Si parla spesso del “sacco” del Britannia: ci sono migliaia di pagine web che lo citano e ne abbiamo scelta una a caso (ma non troppo). Ciò che, forse, non molti ricordano, fu la campagna d’opinione che precedette, negli anni, quegli eventi: l’industria di stato veniva bollata ovunque come inutile e dannosa, le ferrovie inefficienti, le poste inconcludenti, ecc, ecc.

Oggi, con un annuncio dell’altoparlante, le Ferrovie decretano – nella massima tranquillità – che il treno numero tale è stato soppresso. Spiegazioni? Nessuna. Un tempo – mi confessò un capostazione – per sopprimere un treno bisognava stendere un lungo rapporto, e non era assolutamente detto che il firmatario non fosse convocato dalla direzione territoriale per fornire chiarimenti. Nei primi giorni di Giugno del 2011, le Poste andarono completamente in tilt per un “cambio di software”: a parte i disguidi – giorni d’attesa per inviare una raccomandata o ritirare la pensione – aspetto ancora oggi una lettera di mia madre con un’importante delega nei miei confronti: speriamo veramente, dopo quasi tre mesi, che sia finita al macero. Magari giungerà ai miei figli dopo la mia morte.

Sono vissuto in un’Italia nella quale, quando un insegnante era malato e telefonava a scuola per avvertire, nella mattinata stessa – quasi sempre – già arrivava il supplente, che si metteva subito a far lezione, magari con prima un po’ di ripasso. Oggi, per 10 e più giorni le classi hanno il classico “tappabuchi” che sostituisce per un’ora, che non conosce i ragazzi, che può fare poco o nulla. Per un certo periodo presi il treno delle 6.20 del mattino per recarmi all’Università: ricordo che era una vaporiera. Che non perse mai un colpo ed un minuto. S’andava a lavorare con contratti a tempo indeterminato – era la normalità – e con 35 anni di contributi s’andava in pensione a qualsiasi età. Il pubblico impiego era più favorito, ma non era del tutto un errore: auguri, ai docenti che entreranno in classe con 67 primavere sulle spalle. Furono gli anni nei quali s’impennò il debito pubblico?

Torniamo ad osservare il grafico del rapporto debito/PIL: quando s’impennò?  Nei primi anni ’80: sono gli anni della “Milano da bere”, del “soldo che fa soldo” da solo, della Borsa come una giostra che tutti arricchisce: che ce ne facciamo di quei pachidermi dell’IRI? Reagan lancia il suo carpe diem, che chiama “edonismo reaganiano”: quanto bella sei ricchezza, ch’ora sosti in ogni via. Invece.

Parallelamente, la finanza locale s’espandeva a macchia d’olio, lo Stato “decentrava” i servizi alle amministrazioni periferiche: successivamente, iniziò a tagliare i fondi. Le amministrazioni locali, conseguentemente, iniziarono ad alzare le tasse locali ed a tagliare i servizi, fino a chiudere ospedali moderni. Rami secchi. Il cosiddetto “piano Brunetta” per la Sanità italiana (e la manovra di Tremonti) prevedono la non sostituzione di 8.000 – attenzione: ottomila! – medici che andranno in pensione nei prossimi anni. Altre fonti giungono ad ipotizzare un taglio di 17.000 medici.

Oggi, la frittata è fatta: è la guerra fra gli stegocrati e la popolazione italiana. Un governo centrale che deve succhiare continuamente denaro per mantenere gl’incerti equilibri parlamentari: poi, a cascata, la medesima situazione per regioni, province, comuni, circoscrizioni e comunità montane. Un esercito di un milione di persone che campa di politica e non risolve niente, se non ingrassare il proprio conto in banca e quello dei propri parenti. Tutto è stato sacrificato sull’altare della “governabilità”, persino la possibilità d’eleggere i propri rappresentanti senza doverli scegliere da una lista di “eletti”: l’Italia è diventata più “governabile”?

La scelta dei nani e delle ballerine pare sia quella d’aumentare, ancora una volta, l’età pensionabile: toccare i patrimoni? Ma non scherziamo. Quando sento parlare di “tagli alle auto blu” “alla politica” “ai voli di stato” la mano scende alla pistola, perché già li sento ronzare dalle parti del mio culo: questa volta, assistenza o previdenza? Entrambe? Non importa: basta che paghino i poveracci. Perché bisogna difendere l’euro.

Non sono mai stato un detrattore della moneta unica, perché aspettavo d’osservarne gli esiti: oggi, alla luce di quanto sta accadendo, la controproposta da fare a sir Mario Draghi doveva essere “E se ce ne andiamo dalla moneta unica?” Questa gente fa la voce grossa fin quando trova come interlocutori solo nani e ballerine: l’Argentina, rispose agli ispettori del FMI che potevano andarsene quando volevano, a patto che il viaggio lo pagassero i loro caporioni. E’ sprofondata nell’Atlantico Meridionale? Non ci sembra.

Smettiamola, per favore, con questo senso di colpa dei cosiddetti “PIIGS”: la situazione del debito USA è peggiore non solo di quella dei Paesi europei “poco virtuosi”, bensì della somma di tutti essi. Allora? Nella prima parte dell’articolo abbiamo spiegato che la situazione è l’ennesima guerra finanziaria fra blocchi, alla quale partecipa anche l’istituto di Francoforte: dobbiamo pagare anche questa guerra? Ci spaventano con mille input per un’eventuale ritorno alla Lira: cosa potrebbe succedere?

L’Italia, a quel punto, diventerebbe meno “appetibile” alla speculazione internazionale, poiché è l’euro che interessa, non una moneta minore di un Paese mezzo collassato. E dopo? Cosa ne avrebbero in cambio? Proviamo, invece, a meditare di riprendere il controllo – rigidamente allo Stato – dell’emissione monetaria, con il vantaggio (mica da poco!) di decidere noi una eventuale svalutazione: la Germania ci gioca sopra da tempo, poiché la moneta forte consente solo a pochi di reggere sul mercato delle esportazioni. In questo modo, tedeschi e francesi si sono già impadroniti della grande distribuzione, a parte Ipercoop e poco altro, e stanno allargando i loro interessi all’industria privata (Lactatis) e pubblica (Italcantieri). Cosa fanno, invece, nani e ballerine italiane?

Si riuniscono come dei congiurati a Ferragosto per decidere come stramazzare la popolazione: lo fanno da anni, sempre d’Estate. L’unico che, ancora, si lascia scappare d’aver capito cosa sta succedendo è Umberto Bossi: spiace dirlo, ma è così. Riferendosi alla famosa “lettera” della BCE, si è lasciato scappare: “Mi sa che quella lettera è stata scritta a Roma”. Mica scemo: sono le stesse “direttive” che Draghi emanava quando era “solo” Governatore della Banca d’Italia, e non della BCE in pectore. Ma chi vogliono prendere per il sedere?

A fronte di quel milione di persone che campano di politica e di corruzione, come rispondono nani e ballerine italiane? Casini afferma che Tremonti è da “ricoverare”, mentre Bersani studia – imbeccato da Napolitano – come “aiutare”. Di Pietro dice di non capire: non è una novità. Forza Sud non voterà leggi che danneggino il Sud, Forza Nord quelle che danneggino il Nord: il Centro, per definizione, sta al centro e si fa gli affari suoi. I Responsabili si mostrano disponibili: dipende dalla disponibilità di poltrone. Fini è “allibito”, Stracquadanio “basito”. Cosa faranno?

Per definizione, nani e ballerine sono servi: non hanno opinioni. Quando si prospetterà di non concedere più loro gli avanzi della mensa – niente più cosce di pollo mangiucchiate da rosicchiare, niente più monete per una fellatio a comando – si prostreranno ai loro padroni e continueranno a danzare chinando il capo, ossequienti. D’altro canto, il destino di nani e ballerine, giullari e cortigiane, è soltanto quello d’obbedire ai loro padroni: la sera con le danze nel salone del castello, la notte contorcendosi, a comando, sotto le coltri.

di: Carlo Bertani

L’ Olandese Volante

Il sacco d’Italia

I recenti attacchi speculativi che hanno preso di mira l’Italia segnano una perfetta soluzione di continuità rispetto a ciò che accadde nei primi anni ’90, nei mesi a cavallo tra la disintegrazione della Prima Repubblica e l’ascesa dei sedicenti “tecnici”.

Tempi in cui l’allora direttore della CIA William Webster ebbe a sottolineare pubblicamente che dal momento che l’Unione Sovietica era crollata, “Gli alleati politici e militari dell’America sono ora i suoi rivali economici”.

Tra le righe di tale affermazione si celava un non troppo velato vaticinio rispetto a ciò che sarebbe accaduto all’Italia, un paese politicamente instabile e privo di solidità strutturale dotato però di un ingente patrimonio industriale.

La profezia si avverò infatti nel 1992, anno in cui i verificarono gli attentati che stroncarono le vite di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (e rispettive scorte), imperversò l’improvviso vortice giudiziario scatenato dal pool milanese di “Mani Pulite” che risucchiò tra le proprie spire un’intera classe politica nata, cresciuta ed invecchiata all’ombra del Muro di Berlino, la conseguente privatizzazione – che sarebbe più appropriato definire svendita – dell’intero patrimonio industriale e bancario di stato e il violentissimo attacco alla lira.

Tangentopoli

Il 17 febbraio 1992 l’arresto della pedina Mario Chiesa innescò un impressionante effetto domino, una reazione a catena di politici, imprenditori, faccendieri e uomini d’affari che si decisero improvvisamente a vuotare il sacco.

Emerse un desolante ma arcinoto quadro fatto di clientelismi, tangenti, bustarelle, connivenze, contiguità e quant’altro che portò alla decapitazione e al conseguente disfacimento dei due storici partiti di governo, Democrazia Cristiana (DC) e Partito Socialista Italiano (PSI), crollati sotto i colpi di un’agguerritissima magistratura (con il procuratore Antonio Di Pietro in prima linea) sponsorizzata dalla consueta stampa (“La Repubblica”, “La Stampa”, “Corriere della Sera”) di riferimento dei poteri forti che monitoravano il corso degli eventi.

Nel frattempo, una congrega di rinnegati del comunismo e di transfughi della DC (Romano Prodi, Oscar Luigi Scalfaro ecc.) si attrezzava di tutto punto per “traghettare”, come Caronte, il paese in vista delle nuove elezioni, che in quel momento pareva dovessero celebrare il loro attesissimo successo.

 Gli attentati

Il 23 maggio 1992 Giovanni Falcone saltò per aria assieme a sua moglie e agli uomini della sua scorta nei pressi di Capaci e cinquantasette giorni dopo la stessa sorte toccò a Paolo Borsellino, anch’egli in compagnia della scorta.

Entrambi avevano processato e fatto incarcerare il braccio armato di “Cosa Nostra”, ma stavano anche risalendo le vie impervie destinate ad approdare agli storici intrecci che sono sempre intercorsi tra mafia e settori dello stato, dell’economia, della finanza e che hanno costantemente e pesantemente influenzato la storia politica d’Italia.

La mafia ha sempre svolto un ruolo attivo nel determinare gli equilibri politici italiani fin dal giorno in cui gli Stati Uniti si erano serviti dell’appoggio logistico fornito dai “picciotti” locali per agevolare lo sbarco alleato in Sicilia avvenuto nel luglio del 1943.

Da quel momento in poi la mafia è sempre stata regolare interlocutrice per i governi di qualsiasi colore ed è più volte scesa in capo per risolvere a modo suo questioni suscettibili di intaccare gli interessi di alti esponenti delle istituzioni (come nel caso degli omicidi del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e di Mino Pecorelli).

Nella logica bipolare della Guerra Fredda la mafia (come Gladio) ha indossato le vesti di bastione dell’atlantismo utile a sventare i pericoli di slittamento “rosso” in Italia.

A questo specifico fattore si deve il supporto fornito dalla politica ai suoi adepti  e il regolare coinvolgimento dell’intera organizzazione nei vari progetti di colpo di stato (golpe Borghese, piano Solo) tentati in Italia.

Una volta caduta l’Unione Sovietica, la mafia ha indubbiamente visto restringere la propria sfera di “competenze”, pur rimanendo un solido e fido alleato atlantico.

Il Britannia

Il 2 giugno 1992 il panfilo Britannia intento a trasportare la regina Elisabetta II e una nutrita schiera di finanzieri angloamericani (rappresentanti di Barclays, della Baring & Co., della Warburg, ecc.), gettò l’ancora al largo di Civitavecchia per permettere al gotha dell’industria e della finanza pubblica italiana di salire a bordo.

Salirono Beniamino Andreatta (ENI) e Riccardo Gallo (IRI), Mario Draghi (Direttore Generale del Tesoro) e Giovanni Bazoli (Ambroveneto), oltre ad altri illustri uomini d’affari.

Fatto più unico che raro che alti rappresentanti dell’industria e della finanza pubblica italiana si ritrovassero  a bordo del panfilo di Sua Maestà la Regina d’Inghilterra a discutere coi loro potenziali acquirenti dei destini da riservare all’ingente patrimonio di stato, stimato in decine e decine di miliardi di dollari.

E’ obiettivamente presumibile che la trattativa si concluse con un accordo, dal momento che nell’arco di pochi anni la finanza anglosassone ebbe modo di mettere le mani sul 48% delle aziende italiane, come IRI, Enel, ENI, Telecom, Comit, Buitoni, Locatelli, Ferrarelle, Perugina, Galbani, Negroni.

I pochi giornali che si degnarono di sottrarre qualche angusto spazio a Tangentopoli per dedicarlo all’operazione in questione non esitarono comunque ad addurre deboli e inconsistenti legittimazioni all’operazione.

Furono tirati in ballo l’elevato debito pubblico e la necessità di aprire le frontiere ai mercati, ovvero motivazioni prive di alcun fondamento che non tardarono a rivelarsi come tali.

La privatizzazione delle aziende pubbliche consentì infatti all’erario di incassare la cifra di 198.000 miliardi di lire (8% del debito) a fronte dei 2.500.000 miliardi di lire di debito e comportò un’accentramento di potere in mano a sparute oligarchie che andarono a formare veri e propri cartelli, destinati inesorabilmente a distruggere la concorrenza.

L’attacco alla lira

Nei giorni successivi alla riunione sul Britannia si insediò il governo presieduto da Giuliano Amato.

In puntuale corrispondenza dell’insediamento, l’agenzia di rating Moody’s decise di retrocedere drasticamente l’Italia in forza dei mancati tagli di bilancio e dell’ostinata politica assistenziale portata avanti dai passati governi.

Questa scelta improvvisa fu varata di punto in bianco nonostante i dati relativi al deficit fossero pressoché inalterati da un paio d’anni.

Amato corse immediatamente ai ripari, disponendo di colpo un cospicuo innalzamento dei tassi di interesse sui buoni del tesoro per evitare che i mercati si interrogassero, riflessivi come sono, sull’instabilità italiana e si abbandonassero alle più rapaci operazioni speculative.

All’epoca il dollaro galleggiava ai minimi storici sul marco tedesco mentre la lira arrancava nella disperata rincorsa ai parametri fissati dal Sistema Monetario Europeo (SME).

In questo desolante contesto, il governo Amato e Bankitalia decisero di comune accordo di accedere al credito illimitato concesso momentaneamente dalla Bundesbank, allo scopo di difendere la lira dalle torve manovre speculative internazionali senza ricorrere alla svalutazione.

La corpose iniezioni di denaro parvero però non frenare la pericolosissima inerzia innescatasi, cosa che spinse la Germania a chiudere i rubinetti finanziari abbandonando così la lira al suo destino.

La svalutazione si rivelò ben presto l’ultima carta da giocare e infatti la lira subì in breve tempo un deprezzamento del 7% e fu costretta ad uscire dallo SME.

Nei quattro anni successivi la valuta italiana fu svalutata del 30% rispetto al dollaro.

Dietro la colossale manovra speculativa si celavano i soliti noti della finanza internazionale, ovvero il gruppo Rotschild, le banche d’affari Goldman Sachs e Merrill Lynch e soprattutto il magnate popperiano George Soros, il quale usufruì del fiume di denaro anticipatogli dalla Goldman Sachs per l’acquisto all’estero di lire deprezzate da rivendere poi in Italia alla massima quotazione.

Si trattò di una tecnica consolidata cui il facoltoso uomo d’affari in questione ha ripetutamente fatto ricorso negli anni, quella di orchestrare crisi valutarie per mezzo dei propri ingenti fondi al fine di acquistare in dollari i capitali a prezzi  minorati.

Della svalutazione della lira non beneficiarono tuttavia solo George Soros e le banche d’affari anglosassoni, ma tanti altri operatori della finanza che ebbero così la possibilità di approfittare dell’allora vantaggiosissima situazione di cambio lira – dollaro per accaparrarsi gran parte del patrimonio bancario e industriale di stato a prezzi oscenamente bassi.

Conclusioni

Le ricostruzioni dei fatti rese dai principali organi di informazione e le indagini condotte dalla magistratura  sono tutte incardinate sulla tesi che non sia esistito alcun filo conduttore tra gli eventi destabilizzanti di cui è stato oggetto il paese.

Giornalisti e intellettuali assai in voga tentano ancora oggi di leggere la “stagione” di Tangentopoli come una semplice campagna giudiziaria volta a smantellare il sistema endemicamente corrotto che attanagliava l’Italia e attribuire gli attentati del 1992 all’esclusiva smania sanguinaria dei corleonesi assecondata da qualche settore, rigorosamente “deviato”, dello stato.

Della crociera del Britannia non si è invece mai parlato seriamente, quasi si trattasse di cronaca locale di quart’ordine.

Tuttavia, nel corso di un’intervista resa al quotidiano romano “Il Tempo” il 6 dicembre 1996, l’ex Ministro dell’Interno Vincenzo Scotti spiegò che nel febbraio 1992 i servizi segreti e il capo della polizia Vincenzo Parisi avevano redatto e fatto pervenire sulla sua scrivania un rapporto in cui erano sommariamente elencate e descritte le modalità di un imminente piano di destabilizzazione politico, sociale ed economico dell’Italia, orchestrato da svariate forze internazionali in combutta con alcune potenti lobby finanziarie.

Il piano in questione, secondo quanto affermato da Scotti, comprendeva attacchi diretti di varia natura ad alti rappresentanti delle istituzioni e al patrimonio industriale e bancario di stato.

Sbalorditivo come ogni singola tessera si inserisca perfettamente nel mosaico indicato da Scotti.

Una classe politica completamente screditata e conseguentemente sepolta sotto la campagna giudiziaria “Mani Pulite” portata avanti da una magistratura che ha agito con modalità decisamente discutibili e una tempistica assai sospetta e sotto la clamorosa impotenza dimostrata nei confronti della mafia, che mai come allora era parsa tanto potente.

Le colossali inadeguatezza della classe politica italiana portarono all’inevitabile esautorazione degli esponenti del cosiddetto “pentapartito” (DC, PLI, PSI, PSDI, PRI) retto sull’asse DC – PSI e alla loro sostituzione con i trasformisti del comunismo, che hanno a loro volta dato vita a governi i cui incarichi di punta sono regolarmente stati affidati a quegli stessi tecnocrati presenti alla crociera sul Britannia e ad altri ben noti elementi come Romano Prodi (ex senior advisor della Goldman Sachs), Carlo Azeglio Ciampi (lo strenuo “difensore” della lira), Tommaso Padoa Schioppa (membro attivo, oggi defunto, di Eurolandia) e Giuliano Amato (“dottor sottile”), personaggi sul cui operato e sulle cui “amicizie” urgerebbe più che mai far ampia luce.

Malgrado i risultati prodotti da questa linea politica siano sotto gli occhi di tutti, i tecnici (Mario Draghi in primis)  continuano attualmente a godere di una popolarità e di un gradimento tanto invidiabile quanto discutibile.

Qualche riflessione al riguardo è stato fatta da Bettino Craxi, in un passo che è opportuno riportare per intero:  “Sarebbe interessante riuscire a ricostruire, almeno in parte limitata, la lista dei maggiori soggetti, internazionali e nazionali, che parteciparono allora alla grande manovra speculativa.

E’ evidente che nelle acque della speculazione si mossero a proprio agio anche astuti squali della finanza italiana e forse anche banche nazionali, presumibilmente tutti bene informati di dove si sarebbe andati a finire.

Secondo notizie di stampa, uno degli operatori internazionali sarebbe stato il solito Soros, finanziere americano di larghe vedute e di grandi possibilità, quello che ebbe a dire che l’Italia era un “Boccone ghiotto”.

Speculando contro la lira, sempre secondo queste notizie, avrebbero realizzato in quattro e quattr’otto utili intorno ai 280 milioni di dollari, con un investimento di 50 milioni (…).

Tutto questo naturalmente  è finito di corsa in cavalleria. Nessuno si è mai preoccupato di ricostruire la stravagante e singolarissima vicenda, e di chiederne conto agli autori che, con la loro condotta inadeguata, furono responsabili di un autentico disastro finanziario.

Alcuni di loro appartengono semmai al gruppo di quanti vediamo sempre, ancora oggi, candidati a tutto e circondati da aureole di olimpica sacralità.

Un brutto vezzo di un “Bel Paese”.

Uno di loro, che di quella assurda e inspiegabile strategia della sconfitta fu il principale responsabile [Ciampi], fu poco dopo persino premiato con la carica di presidente del Consiglio e ancora oggi è nientemeno che il ministro del Tesoro, che pontifica sul risanamento delle finanze pubbliche che, almeno in quel caso, certo non secondario, ha contribuito non poco a dilapidare.

Ma, come vediamo, quello che succede in Italia non succederebbe in nessuna democrazia e in nessuna società industriale avanzata del mondo”.

Craxi è scappato ad Hammamet per non finire in galera, ma i suoi rilievi vanno valutati con il metro della realtà e la realtà non si discosta di molto dalla sua sommaria descrizione.

Tuttavia i crimini commessi da noti esponenti del suo partito (e di altri partiti) hanno assolto quei politici che non avevano ricoperto alcun incarico di governo e conferito alla sedicente “sinistra” un prestigio assolutamente immeritato.

L’analisi delle responsabilità politiche ha così ceduto il campo al giudizio moralistico sulle virtù di alcuni e sui vizi degli altri.

Tutto il resto è relegato in secondo piano.

FONTE: Conflittiestrategie

M.D. Nazemroaya: “Vi racconto cosa sta succedendo in Libia (e in Siria)”

Mahdi Darius Nazemroaya, sociologo canadese, è ricercatore associato del Centre for Research on Globalization (CRG). Si occupa in particolare di studiare le dinamiche geopolitiche e le relazioni internazionali nel Vicino e Medio Oriente. Attualmente si trova in Libia nell’ambito d’una missione indipendente per appurare sul terreno i fatti legati all’esplosione della guerra civile ed all’intervento straniero. I ricercatori dell’IsAG 

M.D. Nazemroaya: “Vi racconto cosa sta succedendo in Libia (e in Siria)”Giovanni Andriolo e Chiara Felli l’hanno intervistato in esclusiva per “Eurasia”.

Dopo mesi di combattimenti, quali sono le sue considerazioni (anche in qualità di testimone oculare) circa le operazioni militari condotte dalla NATO?

Senza dubbio, deve essere sottolineato il fatto che i bombardamenti della NATO hanno deliberatamente avuto quali obiettivi i civili libici e dunque hanno cercato di punire la popolazione civile in Libia. Impianti idrici, ospedali, cliniche mediche, scuole, industrie alimentari, alberghi, veicoli civili, ristoranti, case, strutture governative e aree residenziali: tutto è stato bombardato. Ciò include anche la Corte Suprema Libica, un autobus con civili, una struttura medica dedicata alla Sindrome di Down, un centro di vaccinazione per i bambini e l’Università Nasser. L’affermazione della Nato, secondo cui sono stati oggetto di operazioni i comandi militari e gli edifici di controllo, appare insensata e falsa.

L’obiettivo della NATO non è quello di proteggere i civili, ma anzi di spingere questi ultimi ad incolpare il Colonnello Gheddafi ed il suo regime della guerra e dei crimini di guerra commessi contro la popolazione libica dalla NATO. La NATO ritiene che la brutalità delle proprie operazioni nei confronti dei civili e la strategia di ridurre la disponibilità di carburante, denaro, medicine, cibo ed acqua possano condurre ad un cambio di regime a Tripoli, inducendo la popolazione a detronizzare Gheddafi.

Muammar Gheddafi è diventato un bersaglio militare che la NATO ha cercato di uccidere durante i propri attacchi. Ora, questa azione non solo risulta essere illegale, ma, per di più, è parte di un calcolato progetto di destabilizzazione del paese. Anche se Topolino, il cartone animato dei bambini, fosse il leader libico, la NATO lo demonizzerebbe paragonandolo ad una sorta di Hitler, giustificando così le operazioni contro di lui. La NATO crede che se Gheddafi verrà ucciso, vi sarà come conseguenza una lotta sanguinosa per il potere che permetterà all’organizzazione di esercitare ed estendere la propria influenza su tutta la regione nord-africana. Uno dei principali obiettivi di questo progetto consiste nel far accendere una intensa guerra civile in Libia creando un conflitto tribale che potrebbe riversarsi al di là dei confini libici fino al Niger, all’Algeria, al Sudan, al Ciad nonché alle altre nazioni africane.

Finora, le cose non sono andate come il Pentagono e la NATO avevano pianificato. Le operazioni della NATO sono un vero e proprio disastro militare e politico. La campagna militare condotta dalla NATO ha di fatto contribuito a galvanizzare la maggior parte della popolazione nel supporto al Colonnello Gheddafi. Anche coloro che si opponevano al leader libico, ora hanno cambiato il proprio atteggiamento. Si può dunque affermare che la NATO abbia perso la sua guerra in Libia. Essa non è riuscita a rovesciare il Colonnello e la posizione di quest’ultimo sembra molto simile a quella ricoperta dallo Sceicco Hassan Nasrallah dopo la sconfitta di Israele nella guerra del Libano del 2006.

Parlando degli attori interni alla Libia, quali gruppi o fazioni stanno attualmente supportando Muammar Gheddafi? E quali sono contro di lui?

Politicamente, tutti i capi delle maggiori tribù supportano il Colonnello Gheddafi. Quasi l’intero apparato militare, dei servizi segreti, delle forze di sicurezza supporta Gheddafi e non lo ha mai abbandonato. Soprattutto, la maggior parte del popolo libico supporta il Colonnello Gheddafi.

Il popolo e i gruppi che sono contro il Colonnello Gheddafi sono una serie di ex funzionari corrotti del regime, come Mahmoud Jibril, che si sono uniti al Gruppo Combattente Islamico Libico e ad alcuni altri gruppi minori, tra i quali i Comunisti libici. Inoltre, ci sono anche alcuni amici e alleati di Muammar Gheddafi che si trovano ancora a Tripoli ma che sono disposti a cambiare partito qualora ritenessero che il vento stia mutando direzione.

Chi è destinato a guadagnare di più dalla rimozione di Muammar Gheddafi? Quali interessi sono in gioco nella crisi libica?

Gli attori che cercano di trarre vantaggio dalla rimozione del Colonnello Gheddafi possono essere raggruppati in due categorie. Tali categorie sono quelle degli attori interni e degli attori esterni. Gli attori interni sono individui libici che vogliono mantenere il loro benessere e il loro potere o accrescerlo. Molti di questi sono schierati con ilConsiglio di Transizione di Bengasi e con la NATO, ma c’è dell’altro da dire a proposito.

Attualmente, ritengo che Saif Al-Islam Gheddafi e i suoi complici abbiano qualcosa da guadagnare dalla rimozione del padre, Muammar Gheddafi. Per anni Saif Al-Islam si è preparato per diventare il prossimo leader della Libia. Washington e la NATO avrebbero molto da guadagnare, se ciò accadesse. Inoltre, proprio Washington e la NATO intendono attivamente promuovere Saif Al-Islam come nuovo leader libico. Anche diversi suoi alleati avrebbero molto da guadagnare. Sono queste persone che stanno spingendo per un negoziato con gli Stati Uniti e la NATO e che potrebbero essere in procinto di avviare negoziati separati.

Tutto ciò potrebbe portare ad uno scontro di poteri interni tra i due principali campi per la leadership di Tripoli. Queste due fazioni sono la vecchia guardia di ministri e ufficiali, come Abdullah Senussi, attorno a Muammar Gheddafi e il gruppo di ministri e ufficiali scelti da Saif Al-Islam. Personalmente, ritengo che Saif Al-Islam non sia adatto per alcuna posizione di governo e che sarebbe un disastro per la Libia. E’ anche importante notare come tutti gli ufficiali del Consiglio di Transizione che hanno disertato e tradito Gheddafi fossero stati nominati da Saif Al-Islam. Anche Musa Kusa, in età da pensione, era stato trattenuto come Ministro degli esteri da Saif Al-Islam.

Cosa succederà in Libia? I recenti sviluppi della situazione, si vedano i progressi dei ribelli, porteranno alla fine delle operazioni militari? O saremo costretti a parlare di “pantano libico”?

Fin dall’inizio, l’obiettivo della NATO è stato quello di balcanizzare la Libia dividendola in tre sezioni più piccole: la Tripolitania, il Fezzan e la Cirenaica.

Questo progetto risale ad un antico piano imperialista che britannici, francesi ed italiani, con il supporto statunitense, hanno cercato di riproporre più volte già nel 1943 e nel 1951. Vi furono i primi tentativi di stabilire una amministrazione fiduciaria separata nel 1943 dopo la sconfitta di Italia e Germania nel Nord Africa durante la Seconda Guerra Mondiale. Successivi negoziati internazionali avrebbero toccato la questione della definizione di diverse zone o sfere di influenza in una Libia divisa, ma Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia non riuscirono ad ottenere l’assenso sovietico. I governi italiano e britannico nel 1949 presentarono il Piano Bevin-Sforza per la partizione della Libia alle Nazioni Unite, ma questo non ebbe successo. Anche dopo il 1951, queste nazioni cercarono di dividere la Libia stabilendo un emirato federale sotto il loro “delegato” Re Idris I. Questa è una forma di balcanizzazione molto simile all’attuale federalismo che gli Stati Uniti sono riusciti ad imporre all’Iraq dopo l’invasione del 2003.

Attualmente, l’amministrazione Obama e la NATO sono nel pantano libico. Silvio Berlusconi, David Cameron e Nicolas Sarkozy devono tutti affrontare problemi politici di grande ampiezza. La NATO non può continuare senza definizioni la guerra contro la Libia a meno che non si cambi la strategia. Nè i cosiddetti ribelli possono avanzare in modo significativo sul terreno. Essi sono numericamente minori e questo non aiuta ad ottenere il supporto popolare in Libia. Non sono stati capaci di effettuare grosse incursioni dopo i primi bombardamenti NATO, anche se sono aumentate grazie alle forze speciali e ai consulenti militari NATO, ai jihadisti stranieri nonché ai mercenari.

Deve essere inoltre rilevato con attenzione che la NATO vuole prolungare i combattimenti a livello locale senza avere un ruolo palese. Il suo dilemma, tuttavia, è che non può vincere nè tantomeno può continuare a sostenere i bombardamenti sui civili libici. Così, si assisterà ad un cambiamento di tattica quando la NATO si ritirerà e ricorrerà segretamente ad una guerra sotto copertura e a maggiori operazioni di intelligence. Sarà possibile inoltre assistere a combattimenti al di fuori delle aree strategiche, mentre si cercherà di rendere più sicure zone come quelle di Misurata o Brega quali enclave protette dalla NATO stessa.

Parallelamente, la NATO ha l’obiettivo di mobilitare numerose ONG all’interno della Libia. Queste ONG lavoreranno segretamente per la NATO sul territorio col pretesto della “costruzione della democrazia” e di missioni umanitarie. La NATO ha già inviato segretamente una delegazione a Tripoli per cercare di negoziare l’ingresso di tali ONG nell’ambito dell’accordo di pace tra la NATO e il regime libico.

È nota la proposta del governo turco, una sorta di “road map” per condurre al termine la crisi libica: vi si richiede l’immediato cessate-il-fuoco, la protezione dei civili e una transizione democratica. Ritiene che possa essere una soluzione realizzabile?

Il governo di Ankara affermò simultaneamente la sua amicizia verso la Siria e la Libia. La Turchia ha operato come un “cavallo di Troia” e dunque il suo governo non è mai stato un onesto mediatore. Attraverso l’assistenza alla CIA nonché ad altri servizi di intelligence, i servizi turchi hanno lavorato duramente contro la Libia ed aiutato a destabilizzare la nazione fin dai primi giorni del conflitto.

La proposta turca è fasulla ed è stata male interpretata. Ankara ha lasciato intendere di voler agire da negoziatore tra il governo di Tripoli e il Consiglio di Transizione di Benghazi. In realtà, il governo turco stava lavorando affinchè il Consiglio di Transizione si rafforzasse, dunque a beneficio della NATO. Come la Germania, la Turchia ha sostenuto questa guerra dalle prime battute e non si è opposta al Quartier Generale della NATO. Ha inoltre preso parte alle operazioni navali contro la Libia, è inoltre l’autorità aerea selezionata dalla NATO a Benghazi che ha permesso la spedizione di armi ed, in ultimo, ha garantito la cittadinanza turca ai membri del Consiglio di Transizione.

D’altronde, la realizzazione di un sistema democratico in Libia non è certo un obiettivo della Turchia. L’attuale politica neo-ottomana di Ankara non è basata su un benevolo desiderio di pace e democrazia. È parte di un piano di politica estera nelle mani del governo turco come parte di un sistema imperiale globale. Ankara attualmente si sta adoperando intensamente per favorire l’ascesa di governi cleptocratici in Libia e in tutti i paesi arabi, sotto l’etichetta di riforme democratiche e di democratizzazione. D’altra parte, la Turchia non viene presentata quale modello di democrazia per gli arabi data la mancanza di qualifiche prettamente democratiche. La “road map” turca è solo un miraggio, alla stregua del supporto del governo alla causa palestinese. La proposta di Ankara deve essere intesa esclusivamente come strumento per aprire le porte della Libia al moderno sistema imperiale promosso dagli Stati Uniti.

In uno dei suoi ultimi articoli pubblicati da Global Research, lei parla di una collaborazione israelo-saudita che starebbe favorendo un piano statunitense di smantellamento dei Governi dell’Iran e dei paesi suoi alleati, attraverso la creazione di situazioni di protesta e di settarismo in diversi paesi arabi: ritiene che una tale collaborazione abbia giocato un ruolo, almeno parziale, nella crisi libica?

L’attacco alla Libia è parte di una guerra più ampia, mirante a ristrutturare l’area dalla costa atlantica del Marocco fino all’ex Asia Centrale Sovietica e al confine sino-afghano. Anche in Libia, questo progetto è diretto contro l’Iran e i suoi alleati. A questo proposito, gli stessi metodi di divisione e conquista che sono stati usati in Iraq sono stati utilizzati anche contro i Libici. Queste tattiche hanno operato nella direzione di rafforzare ciò che in arabo può essere chiamato “fitna” (“guerra civile” NDR) tra le varie regioni, tribù e gruppi etnici in Libia. Le differenze etniche in Libia sono un fattore inesistente a livello virtuale, ma al regionalismo e al tribalismo possono essere assegnati connotati politici che rischiano di diventare esplosivi. E’ anche in un tale contesto che le potenze NATO stanno parlando di una divisione tra Berberi e Arabi nel Nord Africa, come pretesto che essi vogliono utilizzare per dividere il Nord Africa e destabilizzare il Continente africano. La strategia della NATO per assassinare il Colonnello Gheddafi mira ad attizzare queste differenze attraverso un vuoto di potere.

Riguardo alla collaborazione israelo-saudita, gli Israeliani sono stati attivi in Libia e hanno parlato con entrambi i fronti. Il Mossad ha mandato segretamente agenti a Bengasi e a Tripoli per parlare ad entrambe le fazioni libiche a nome di Tel Aviv. Nello stesso tempo, gli Arabi Khaliji (del Golfo) hanno lavorato attivamente contro Tripoli e hanno supportato il Consiglio di Transizione. Nello specifico, il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein sono stati molto attivi contro Tripoli nei fronti politico, diplomatico, militare, finanziario e mediatico. Ormai, il ruolo saudita non può essere ignorato. Sono stati l’Arabia Saudita e i paesi del Golfo a dirigere la richiesta della Lega Araba verso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU contro la Libia. Essi hanno inoltre architettato la sospensione della Libia dalla Lega Araba. Al Arabiya, che è posseduto dai Sauditi, ha inoltre diffuso le prime accuse secondo cui un membro della Corte Internazionale per i Crimini contro l’Umanità avrebbe dichiarato che migliaia di civili erano stati uccisi a Bengasi dal regime libico.

E’ interessante che esistano timori nei quartieri generali del Pentagono e della NATO che Iran e Libia possano formare un’alleanza strategica contro Washington e la NATO. La stampa israeliana ha dichiarato che la Guardia Rivoluzionaria Iraniana avrebbe mandato in segreto consulenti e personale militari in Libia per assistere i Libici contro la NATO. Tripoli e Tehran hanno molte cose in comune e ora ancora di più. Entrambi stanno iniziando a considerare di stringere maggiori contatti reciproci. Un asse strategico può entrare in attività tra Tripoli e Tehran, e questa è una causa reale di preoccupazione per Washington e la NATO.

I media e i social network hanno un ruolo fondamentale nella diffusione delle informazioni. Lei ritiene che, in alcuni casi, ci sia stata una qualche distorsione di quanto sta accadendo, come nel caso della Siria o della stessa Libia?

Non può trascurarsi la manipolazione che sui media è stata operata dalle forze armate degli Stati Uniti e dagli altri membri della NATO, come Francia e Gran Bretagna. Tale manipolazione è avvenuta allo scopo di fabbricare il consenso dell’opinione pubblica e di fornire una precisa percezione della gestione delle operazioni. Senza dubbio, i media ed internet sono stati ingredienti essenziali nel lancio della guerra in Libia e nel destabilizzare la Siria. In entrambi i paesi, infatti, Facebook, Twitter, cellulari e Youtube sono stati usati per diffondere materiale contro i due regimi di Tripoli e Damasco. La CNN, la BBC, Al Jazeera, Al Arabiya, Fox News, Sky News, France24, TF1 e numerosi altri network e giornali si sono rimessi alle fonti di questi social media come fossero particolarmente autorevoli, senza neppure verificare le informazioni postate o le rivendicazioni che sono state fatte.

Nei primi giorni di protesta e violenza in Libia e Siria, questi social media sono stati immediatamente mobilitati dall’esterno. Vi furono ben presto pagine di Facebook etweets circa quanto stava accadendo, con migliaia di sconosciuti iscritti. Gli autori di queste pagine, tuttavia, sono alquanto discutibili. Infatti, tali pagine erano tutte scritte in inglese ed altre lingue straniere e molto ben progettate. Non sono dunque sembrate in alcun modo spontanee e gli account coinvolti non erano nella lingua madre di Siria e Libia, ovvero l’arabo.

Nel caso della Siria, questi siti internet sono stati creati nel febbraio 2011, prima delle proteste, e risultano presentare affermazioni simili a quelle dei principali media circa proteste in quella nazione che non si sono mai materializzate. Una specifica pagina, nel caso siriano, è “The Syrian Revolution 2011” che incitava ad una giornata della colleravenerdì 4 febbraio 2011. Il nome di questa pagina su Facebook era in inglese e il numero di persone che si sono iscritte non si è effetivamente tradotto in una eguale mobilitazione fisica. Inoltre, molti degli account erano registrati sotto utenti che si suppone vivano in piccole aree urbane della Siria dove è sensibilmente ridotto il numero di persone che ha effettivo accesso ad internet.

Vi è anche un legame diretto tra le organizzazioni in Siria e Libia che hanno lanciato queste campagne ed i canali presenti a Washington. Questi social media non sono stati solo citati quali fonti veritiere, ma sono stati attivamente mobilitati ed usati dai maggiori network contro il governo di Damasco e Tripoli. Il materiale usato dalla CNN ed altri network ha alimentato le domande sull’integrità dei principali media e le loro connessioni con il complesso militare-industriale, dal quale il Presidente Dwight Eisenhower aveva cercato di mettere in guardia l’opinione pubblica.

Per esempio, la CNN in un reportage di Sara Sidner ha utilizzato un video di Youtube relativo ad uno stupro. Sembra che la stessa CNN abbia montato tale video. La CNN ha affermato che il video riguardasse una donna di Misurata che veniva violentata da soldati libici. In realtà, lo stupro ha avuto luogo a Tripoli ed era un crimine domestico avvenuto prima dei combattimenti di Misurata e senza coinvolgimento alcuno di soldati libici.

Gli Stati Uniti e i loro alleati hanno usato i social network contro l’Iran a seguito delle ultime elezioni presidenziali e li stanno utilizzando ora contro Libia e Siria. Stanno inoltre preparandosi a ricorrervi contro i loro oppositori in Bolivia, Cuba, Venezuela, Bielorussia, Russia, Serbia, Ecuador, Armenia, Libano, Ucraina, Cina e molte altre nazioni che desiderano controllare. A parte l’addestramento di persone dell’opposizione che viene effettuato dal Dipartimento di Stato nordamericano col pretesto di promuovere la democrazia, questa situazione spiega al meglio il perchè, per più di un decennio, sia il Pentagono che la NATO abbiano cercato di dare enfasi ad una strategia militare all’interno del cyberspazio. L’uso dei social media è ricaduto sotto il controllo e le politiche del Social Media in Strategic Communication (SMSC) del Pentagono, il cui proposito è utilizzare i media quale strumento di guerra. Sia le forze militari statunitensi che quelle israeliane sono conosciute per avere dei team di persone specializzate nell’andare su internet e lasciare commenti, cercando in tal modo di influenzare l’opinione pubblica attraverso la partecipazione a forum e conversazioni online. Questo include anche curare Wikipedia ed altri simili siti di enciclopedie open source. È inoltre noto pubblicamente che le forze aeree degli USA abbiano ordinato dei software per gestire le innumerevoli personalità online quale parte di questo progetto militare.

Inoltre, gli Stati Uniti, paradossalmente, hanno provvisto regimi come quelli in Bahrein, Arabia Saudita, negli Emirati Arabi Uniti e in Kuwait di tecnologia e software necessari per contrastare e impedire l’uso dei social network da parte dei loro cittadini. Tali network sono stati utilizzati anche per applicazioni militari. Twitter, ad esempio, è stato utilizzato in Libia per fornire la localizzazione degli obiettivi per le forze militari della NATO.

Quali forze stanno cercando di rovesciare Basher Al-Assad in Siria? Si tratta soltanto di una sollevazione popolare? O lei vede forze esterne all’opera in Siria per smantellare il regime di Assad? Qual è il ruolo di Turchia e Israele nel caso siriano?

In Siria esistono tensioni e rabbia reali, ma gli eventi di questi mesi non sono causati da una sollevazione popolare. Gli Stati Uniti, l’Unione Europea, i Saud, il Qatar, la minoritaria Alleanza del 14 marzo guidata da Hariri in Libano, la Giordania e Israele hanno fomentato i problemi in Siria attraverso la manipolazione mediatica, attraverso agenti provocatori e infiammando la rabbia interna legittima e illegittima. A prescindere da ciò che ognuno pensa del Presidente Basher Al-Assad, è innegabile che egli sia estremamente popolare tra il popolo siriano.

Gli eventi in Siria e in Libia sono coordinati. Scavando in profondità si può vedere come le stesse persone abbiano aiutato ad orchestrare questi eventi dal Cairo, inclusi Bernard-Henri Lévy e Mahmoud Jibril. Le persone e organizzazioni che hanno favorito lo scoppio del conflitto in Libia sono gli stessi attori che hanno tentato di rovesciare il Presidente Basher Al-Assad e il regime siriano. Al Jazeera e il National Endowment for Democracy (NED) sono due di queste entità. La direzione di Al Jazeera ha legami molti stretti con Mahmoud Jibril, che ha lavorato per la testata qatariota. In parallelo, le organizzazioni per i diritti umani che hanno aiutato a demonizzare Damasco e Tripoli lanciando false accuse di repressione di massa sono legate al NED e agli individui che hanno fomentato la violenza in Libia e in Siria.

I mezzi d’informazione principali stanno sovvertendo i fatti. I partiti e le forze coinvolti nel disordine siriano hanno nei fatti marginalizzato ogni reale voce democratica in Siria. Per ironia della sorte, queste forze sono presentate come opposte al Governo siriano sulla premessa che il regime siriano non è democratico. Tuttavia, la massa di queste forze che spingono per la caduta di Basher Al-Assad sono a loro volta contro la democrazia. Tra queste forze ci sono i Fratelli Musulmani e il Partito di Tahrir, che sono partiti multinazionali con uffici a Londra, dove vengono istruiti dagli Inglesi. Questi partiti sono inoltre una minoranza in Siria e non offrono alcuna alternativa politica migliore del regime siriano. E nemmeno rappresentano l’Islam in molti delle loro credenze e comportamenti.

La Turchia è stata attivamente coinvolta nella cospirazione contro Siria e Libia. Ho visto una prova inconfutabile di ciò a Tripoli, dove i servizi segreti turchi sono stati molto attivi nell’aiutare a preparare il terreno per le operazioni contro la Libia. E’ stata l’intelligenceturca a stabilire i contatti che CIA, MI6 e altre agenzie di spionaggio della NATO stanno usando in Libia.

Il ruolo turco nella destabilizzazione della Siria è diventato molto chiaro. Dopo le elezioni parlamentari turche, il linguaggio del Primo Ministro Erdogan sulla Siria è cambiato rapidamente da quello della amichevole retorica preelettorale alle dure minacce. Il Governo turco ha mostrato la sua vera faccia dopo che Erdogan è stato rieletto dal popolo turco.

Tutti i problemi in Siria sono emersi nelle aree di confine del paese. La prima ondata di violenza è avvenuta vicino al confine giordano, poi la violenza è esplosa vicino al confine libanese e infine una insurrezione armata è sorta vicino al confine con la Turchia. Ankara ha fornito un grande supporto coperto e scoperto contro il regime siriano e le sue forze. E’ stata addirittura discussa in Turchia la proposta di usare l’esercito turco per creare una zona cuscinetto dentro la Siria. A questo punto, i media turchi sono stati mobilitati contro la Siria e l’esercito turco ha violato attivamente il territorio siriano quando gruppi armati supportati segretamente dalla Turchia hanno iniziato ad attaccare l’esercito siriano.

Allo stesso tempo, Ankara ha iniziato un’azione politica contro la Siria, fornendo supporto logistico e politico ai gruppi di opposizione siriani, che sono stati addirittura ospitati ad una conferenza in suolo turco vicino al confine con la Siria, e fornendo anche il luogo dei combattimenti tra gli insorgenti e l’esercito siriano. Il Governo turco ha iniziato a intimare a Damasco di “riformare”. La parola “riformare” è un termine in codice che significa “obbedire” e “sottomettersi” e non ha nulla a che vedere con il processo autentico di democratizzazione o libertà in Siria. A questo proposito, Ankara ha ordinato alla Siria di cambiare la propria politica, di entrare nell’orbita della NATO, di smarcarsi dall’alleanza strategica con l’Iran e di interrompere il supporto verso Hezbollah e i gruppi di resistenza palestinesi.

Il comportamento della Turchia non va analizzato separatamente da quello di NATO e Israele. Malgrado Tel Aviv sia stata molto silenziosa, Israele non è stato assente dalla campagna per la sottomissione della Siria. I servizi segreti di Turchia e Israele hanno collaborato in modo stretto e si sono coordinati contro la Siria e i suoi alleati. In realtà, in Libano e in Siria sono state catturate diverse spie israeliane collegate agli eventi siriani. Il ruolo di Israele nella destabilizzazione e nella ristrutturazione dell’Asia sud-occidentale e del Nord Africa non deve essere dimenticato. Il Piano Yinon israeliano per dividere la regione è una testimonianza reale di ciò.

Analizzando le nuove posizioni in politica estera del Cairo (relazioni normalizzate con l’Iran, rivalutazione dei legami con Israele, per citarne alcune), lei pensa che l’Egitto possa riconquistare la sua influenza regionale, anche attraverso l’espresso impegno delle forze armate di promuovere un sistema democratico?

Vi sono stati dei cambiamenti superficiali, l’Egitto vive ancora una situazione instabile e dinamica. I principali media stanno nascondendo numerosi fatti circa gli eventi locali e vi è una continua lotta nel paese. In realtà, Il Cairo non ha sperimentato alcun reale cambio di regime o una trasformazione democratica. Il riavvicinamento a Tehran non ha ancora dato i suoi frutti. La stessa promessa di porre fine all’assedio contro i palestinesi a Gaza non è stata onorata. Tutti i precedenti attori politici sono presenti al potere. Le forze armate egiziane governano la nazione così come succedeva con il Presidente Mubarak e il Presidente Sadat. I Fratelli Musulmani sono stati cooptati nell’intento di fornire un cambiamento che si mostri come una sorta di lifting politico alle sembianze dell’Egitto.

Tuttavia, lo spirito della popolazione egiziana è mutato e non è più preoccupata di opporsi ai propri leader: un reale sentimento rivoluzionario pervade la società egiziana. Se l’Egitto riuscirà a giungere ad una autentica trasformazione politica, il mondo intero assisterà ad una robusta presenza del Cairo in Africa e nel mondo arabo tale da porlo in competizione con Washington, Tel Aviv e l’Unione Europea. L’Egitto di Nasser era un centro fondamentale di resistenza e opposizione a Washington, nel sostegno alla resistenza algerina contro l’occupazione francese, a quella yemenita contro gli inglesi e a quella palestinese contro l’occupazione israeliana. Il Cairo supportava l’indipendenza e i movimenti anti-imperialisti in Africa e nel mondo intero. Se il popolo egiziano riuscirà a costruire con successo un sistema libero da qualsiasi tutela esterna, allora tornerà ad essere un forte leader pan-arabo e pan-africano.

Nel mondo arabo si materializzerà una nuova dinamica. Se davvero vi sarà una trasformazione, l’Egitto potrà competere con Turchia, Iran, Arabia Saudita, Israele, Stati Uniti e Unione Europea per il primato di influenza tra gli arabi. Entrerebbe in contrasto con numerose altre potenze che stanno cercando di stabilire il loro controllo in Africa. Allo stesso tempo, Il Cairo indubbiamente si sposterà geopoliticamente verso l’Iran, la Siria, la Russia e la Cina. Coopererà con Damasco e Tehran contro le potenze esterne in Medio Oriente e si potrà addirittura coordinare con Tripoli per realizzare l’unificazione dell’Africa.

Perché le proteste nella Penisola Araba (Arabia Saudita o Bahrein, per esempio) non sono state perseguite nello stesso modo in cui lo sono state in Nord Africa?

Le proteste nella Penisola Araba sono un effetto collaterale delle conseguenze degli eventi in Tunisia e in Egitto. Queste proteste sono autoctone e organiche, e riflettono il malcontento interno dei popoli della Penisola Araba. Queste proteste inoltre si sono trovate ad andare contro gli interessi strategici, politici ed economici di Washington, dell’Unione Europea e di Israele. Questo è il motivo per cui tali proteste arabe sono state liquidate e ignorate da Associated Press, Sky News, CNN e BBC.

Nulla è stato fatto in Bahrein e in Oman, mentre la Siria è isolata e la Libia è stata attaccata dalla NATO. Attorno alla Penisola Araba, nulla è detto riguardo al Regno Hashemita di Giordania e al Marocco. Anche queste insurrezioni dovrebbero essere esaminate e analizzate nel contesto degli interessi della politica estera statunitense. Una volta che ciò fosse fatto, allora una serie di contatti potrebbero essere stabiliti tra queste rivolte e il comportamento degli Stati Uniti e della UE nei loro riguardi. In realtà, Mahmoud Jibril del Consiglio di Transizione con base a Bengasi, che gli USA presentano come un campione di libertà e democrazia, ha supportato gli Al-Khalifa in Bahrein e gli altri dittatori del mondo arabo. Mahmoud Jibril è inoltre stato l’uomo che ha aiutato molti dei regimi arabi a presentare una facciata radiosa al mondo mentre essi massacravano i propri cittadini.

Mentre zone di interdizione aerea erano imposte in Libia, nulla è stato fatto nei confronti delle uccisioni e delle torture in Bahrein. Washington e l’Unione Europea hanno tutti pressoché ignorato i crimini in Bahrein contro il popolo da parte del regime degli Al-Khalifa. Inoltre, essi hanno voltato la testa mentre l’Arabia Saudita interveniva militarmente in Bahrein e mentre i Saud uccidevano e reprimevano i propri cittadini.

FONTE: Eurasia


Un complotto contro Berlusconi: i poteri forti puntano su Mario Monti

di: Paolo Bracalini

Incontro segreto a Milano con De Benedetti, Prodi e i banchieri Passera, Bazoli e Caloia. Lo sdegno di Antonio Martino: “Questa sinistra ama i colpi di Stato”. Fini “candida” Maroni: fai fuori il Cavaliere e avrai i voti di Fli, Udc e Pd. Ma la Lega gela i congiurati: fedeli al Cav

Roma - Sotto lo stile british c’è un certo attivismo italiano, ambizioni che il Professore (sorta di nuovo Prodi) coltiva con discrezione e costanza. A Roma si è dato parecchio da fare negli ultimi tempi, Mario Monti. Una presidenza del Consiglio sarebbe il coronamento meritato per una carriera eccezionale, tra accademia (è presidente della Bocconi) e istituzioni (la Ue, di cui è stato non dimenticato commissario). L’economista gode di sponsor pesanti. A cominciare dal capo dello Stato, che ha già espresso il suo gradimento circa l’ipotesi di un governo di transizione sotto la guida di Monti.

Questo basterebbe già a farne il candidato per eccellenza di un post governo Berlusconi. Ma la sfera d’influenza del bocconiano va oltre, arriva in altre stanze dei bottoni, quelle dei grandi banchieri e imprenditori (alcuni dei quali anche editori, cosa che non guasta in vista dell’operazione). Gli stessi che ha ritrovato in prima fila l’altro giorno a Milano (lo nota La Stampa) ad ascoltare l’ex premier Prodi. Cioè Giovanni Bazoli, presidente di Intesa San Paolo (grande azionista di Rcs-Corriere della sera, di cui Monti è editorialista), Corrado Passera, ad di Intesa, Angelo Caloia, banchiere cattolico, ex Ior, e poi Carlo De Benedetti, capo della Cir e gran promotore – tramite Repubblica, spesso con esiti nefasti – di candidati leader del centrosinistra.

Il Corriere è la vetrina di Monti, Paolo Mieli un suo autorevole sponsor, ma anche Repubblica sembra aver messo gli occhi sul professore, specie da quando Scalfari e De Benedetti hanno messo una lapide (lunga quanto le articolesse del fondatore) sulla carta Tremonti, come asso per far fuori Berlusconi.

Da tre a un solo Monti, uno che – per usare le parole dell’ingegnere in una recente intervista a Die Zeit – «potrebbe guidare l’opposizione con successo, tutto il centrosinistra vuole Monti. Gode di prestigio a livello mondiale, potrebbe ridare all’Italia il rispetto che merita». «Meglio un Monti di Tre-monti» ha detto la Bindi, lasciando al Colle «la decisione» su quel nome «autorevolissimo».

Una concentrazione di poteri, politici e finanziari, ha individuato chiaramente in Monti l’uomo da portare a Palazzo Chigi. Con la partenza di Mario Draghi per la Bce, siamo quasi al candidato unico. L’economista attende una «chiamata», ma nel frattempo si muove. Va ospite della Annunziata su Raitre.

Incontra Casini ed Enrico Letta, altro colonnello del Pd che insieme a D’Alema e Veltroni si augura un governo Monti, con due priorità: legge elettorale e manovrona fiscale.

Ma si vocifera di un’altra sponda, meno scontata. La Lega, in particolare Maroni, avrebbe espresso il suo assenso a Monti premier, in un incontro di un mesetto fa, come nome gradito al Colle, quindi sempre nell’ottica leghista di assecondare le preferenze di Napolitano. Una soluzione diametralmente opposta alle tesi ufficiali del Carroccio, che esclude sempre «pasticci da prima Repubblica», perché l’unico governo valido è quello «votato dalla gente». Su questo però non mancano le uscite sibilline, come quando Bossi disse che se «l’opposizione vuole il governo tecnico ne deve parlare con me», una specie di disponibilità, almeno così si può interpretare. Possibile sia un altro dei tavoli aperti dalla diplomazia leghista, con Bobo nelle vesti di ambasciatore (specie col Pd), quando non in quelle di candidato premier.

Ma un governo Monti avrebbe più simpatie in quegli ambienti finanziari internazionali che già hanno accolto il professore nel loro gotha.

Di Goldman Sachs Monti è stato advisor (e prima di lui Prodi, che ora lo acclama: «Se le cose volgono al peggio per te sarà difficile tirarti indietro»), mentre è chairman europeo della crème dei cosiddetti poteri forti internazionali, la Trilateral Commission, una sorta di sinedrio finanziario globale, fondato anni addietro da Rockfeller. Nello european group ci sono anche Enrico Letta, Carlo Pesenti (anche lui azionista di Rcs), John Elkann (idem). Tutti «europeisti tecnocratici», li ha definiti qualcuno, ma che insieme ai banchieri tirano la volata al loro uomo per il dopo (quanto prima) Berlusconi.

FONTE: Il Giornale

Armi alla Libia, confermato lo scoop di Globalist

Il governo mette il segreto di Stato alla magistratura che indaga sulla scomparsa di un carico di armi dalla Sardegna.

L’inchiesta della magistratura sarda sul mistero dei missili e delle armi scomparse dalla Maddalena su cui il governo ha apposto il segreto di Stato, rappresenta la conferma dello scoop di Globalist sulle spedizioni di materiale bellico che il governo italiano ha fatto ai ribelli libici fin da inizio marzo. Infatti la scomparsa di quel materiale riguarda proprio la Libia e non altro.

Oggi siamo in grado di rivelare il retroscena politico che ha portato a questa operazione: nell’ultima parte del mese di febbraio, quando la posizione del governo Berlusconi (in questo appoggiato dalla Lega) di continuare ad appoggiare Gheddafi era diventata insostenibile, il ministro Frattini e il sottosegretario Gianni Letta, sono riusciti a organizzare una operazione congiunta con l’ambasciatore libico a Roma, il potentissimo Abdulhafed Gaddur, che nel frattempo aveva annunciato di aver abbandonato Gheddafi per schierarsi con gli insorti.

Gaddur si è fatto garante di un accordo con Mustafa Abdel Jalil, ex ministro della giustizia di Gheddafi diventato presidente del Consiglio Nazionale di Transizione libico.

Il “prezzo” da pagare per dimostrare il vero cambio di campo da parte del governo Berlusconi erano diversi aiuti. Tra cui una sostanziosa fornitura di armi di cui gli insorti avevano grandi necessità.

Nel “pacchetto” ci sarebbero state anche garanzie personali ed economiche a favore di alcuni alti papaveri degli insorti. Ma di questo, semmai, se ne parlerà un’altra volta.

Fatto sta che a inizio marzo un primo carico di armi è arivato a Bengasi con la nave Libra della Marina Militare. Ma le consegne sono state diverse. Su una di queste è stata aperta l’inchiesta della magistratura che ha consentito di confermare quello che già era stato scritto.

di Ennio Remondino

Lo “Scoop” a scoppio ritardato. La solita scoperta che l’acqua calda brucia e l’effetto diventa titolo sui giornali dell’ovvio. Gli “aiuti” italiani ai ribelli libici di Bengasi, nuovi amici da conquistare agli interessi nazionali e petroliferi italiani, erano anche armi.

Soprattutto armi. Dovevamo mandare forse latte liofilizzato e pannolini per neonati? Neanche le imbarazzanti piroette politico-dialettiche del ministro degli esteri Franco Frattini erano arrivate a tanto. Prima la difesa fuori tempo massimo di Gheddafi, poi la rincorsa a cancellare le tracce delle imbarazzanti ruffianate e mettere a frutto, con i probabili futuri nuovi padroni della Libia, il nostro capitale di rapporti interni, certamente privilegiato. Vuoi sul fronte diplomatico, vuoi imprenditoriale, vuoi di “intelligence”, che poi traduci in spie. Per non lasciare campo a francesi ed inglesi, che la democrazia in Libia la pesano a barili di petrolio.

Quando il Segreto è legittimo? Né potevamo pretendere che lo stesso ex magistrato Frattini venisse a raccontarci che, per fornire quelle armi sottobanco a dei “ribelli”, si doveva “forzare” qualche legge. Quelle che valgono per i comuni mortali. Salvo eccezioni, nell’interesse dello Stato, da tutelare appunto col “Segreto di Stato”.Globalist aveva lanciato il sasso, volutamente ignorato da alcune agenzie di stampa nostrane su “consiglio” della Farnesina. Armi che ufficialmente non esistevano in Italia e che quindi potevano tranquillamente viaggiare e cambiare destinatario e utilizzo. Noi sapevamo, con dettagli, del vecchio arsenale ex Gladio uscito da Capo Marrargiu e sbarcato a Bengasi. Oggi, grazie all’intervento di una Procura della Repubblica, veniamo a sapere di un’altra spedizione della stessa partita. Altro materiale non inventariato, quindi “inesistente” e spendibile.

Due spedizioni e il resto. Sempre dalla Sardegna, questa volta i sotterranei dell’ex base navale Usa della Maddalena. Merce militarmente più pregiata per i “consumatori finali”, come direbbe Ghedini. Armamento ex URSS finito nelle guerre balcaniche e sequestrato dalla Nato nel 1994. Un cargo fermato al largo di Otranto mentre navigava verso la Croazia.

L’armamento, un bel po’ di arnesi destinati alla “reconquista” delle krajne serbe, finisce in “custodia” dentro un magazzino delle forze armate italiane. Non inventariato ufficialmente, esattamente come le armi più obsolete e di marca occidentale dei vecchi “Nasco” della Stay Behind italiana. Il meglio per i combattenti libici che il servizio militare lo hanno fatto usando gli AK-47, gli ormai inflazionati Kalashnikov, e non certo le bifilari Beretta ormai adottate come arma di ordinanza persino dagli ex Cow Boy della Colt.

Segreto buono, segreto sporco. Due spedizioni clandestine d’armi verso la Libia, quelle svelate sino ad oggi. Una non nega l’altra ma, anzi, la conferma. Con due dettagli da sottolineare. Il primo riguarda il modello informativo italiano: non quello di Aisi o Aise, ma quello dei giornali. Certe notizie, se non obbligate da evidenze ufficiali, non trovano l’attenzione e l’impegno di verifica per la diffusione “alta”.

Salvo chiedere alla Farnesina se è vero che Frattini ha detto una bugia e gli “aiuti umanitari italiani” ai ribelli libici prevedevano qualcosa in più di alimenti e medicinali. Come chiedere a Riina se esiste la mafia. Due: la stessa magistratura ordinaria insegue oggi le armi ex balcaniche per un eventuale trasporto occulto su navi “civili”, con rischio per i passeggeri. Più o meno come valutare la punizione per guida senza patente all’autore di una strage.

“Deviato” sarà Lei! Per essere seri e realisti occorre innanzitutto prendere atto che esiste il “Segreto di Stato” garantito ad operazioni di intelligence legate alla sicurezza: attive, passive, preventive. Poi uno può porsi il problema se quelle operazioni erano realmente nell’interesse della Stato, se l’input era istituzionale, corretto, preveggente o sbagliato. Responsabilità politiche, insomma. Sempre.

Dove, a grattare sino in fondo, rischi di scoprire che una intera generazione di giornalismo pistaiolo, a caccia dei rami “deviati dei Servizi”, ha sbagliato semplicemente albero. Sempre e soltanto quello dell’indirizzo politico, salvo non lievi intromissioni di “suggeritori politici” ufficialmente non autorizzati. Ufficialmente, ripeto, e non certo per fare un favore ai “Fratelli” delle varie “P” diversamente numerate che lo Stato avevano infiltrato. Semplice presa d’atto, analisi senza moralismi di una realtà planetaria diffusa. La politica, sempre, soltanto e soprattutto. Se poi la politica non è mirata all’interesse collettivo ma di una parte, non è colpa né del cronista né dello “spedizioniere” di armi verso la Libia.

FONTE: Globalist.ch