Guerra Psicologica: “la battaglia per la mente”

di: Adrian Salbuchi

Nel 2004 Denis Boneau, un giornalista francese che scrive per Rete Voltaire, ha pubblicato un articolo intitolato “The Science of World Domination” (www.voltairenet.org / The-Science-of-World-Domination ), facendo un eccellente riassunto delle principali pietre miliari nello sviluppo della strategia per la guerra psicologica globale degli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Boneau ha cominciato descrivendo la dottrina Truman di “contenimento” dell’ ex Unione Sovietica, basata sul cosiddetto “lungo telegramma” inviato al Dipartimento di Stato nel 1946 da un consigliere dell’ambasciata americana a Mosca – ed erudito membro del Council on Foreign Relations (CFR) – S. George Kennan.

Poco tempo dopo, Kennan venne richiamato negli Stati Uniti per fornire informazione più dettagliate ai suoi superiori e le sue raccomandazioni vennero poi pubblicate sul numero di Luglio del 1947 di Foreign Affairs, la rivista ufficiale del CFR, nell’articolo ” The Sources of Soviet Conduct“. Questo divenne noto come l’articolo “X”, perché è così che Kennan lo firmò, in quanto vi erano ancora accese discussioni sul fatto se, quanto riportato da Kennan nel suo scritto, avrebbe dovuto trasformarsi nella politica estera ufficiale degli USA.

Lo diventò. Con il suo articolo, Kennan diede alla luce la politica statunitense di “contenimento” dell’Unione Sovietica, che consisteva nel bloccare l’espansione del comunismo attraverso il controllo dei movimenti d’emancipazione nazionale che avessero l’intenzione di portare al potere dei dirigenti filosovietici o filosocialisti.

Come politica ufficiale, il  “contenimento” ha richiesto la collaborazione di esperti in grado di fornire dati geografici, economici, culturali, psicologici e sociologici utili alle Forze Armate degli Stati Uniti e alla comunità di intelligence, lavorando quindi a stretto contatto con think tank come il CFR.

Scoppia cosi la Guerra Fredda, che Kennan e il governo degli Stati Uniti credevano avrebbe dato agli USA una storica opportunità per assumere la guida di quello avrebbero poi descritto come il “mondo libero“.

Con il tempo, mentre l’Elite del Potere Globale diventava sempre più profondamente radicata all’interno delle strutture di potere pubbliche e private degli Stati Uniti e della Gran Bretagna (e dei loro alleati chiave), divenne chiaro che la “leadership” sarebbe passata dal “mondo libero” a praticamente l’intero pianeta.

Come parte di questa strategia globale, il 1947 vide anche l’amministrazione Truman sancire il National Security Act che, tra le altre cose, diede vita alla Central Intelligence Agency (CIA) con il compito di progettare, pianificare ed eseguire azioni di “propaganda, guerra economica, azione diretta preventiva,sabotaggio, anti-sabotaggio, distruzione, sovversione contro Stati ostili, assistenza ai movimenti di liberazione clandestini, guerriglia, omicidi, assistenza a gruppi indigeni che si oppongono ai paesi nemici del ‘mondo libero’ … “

Qual è la guerra psicologica?

Boneau definisce la Guerra Psicologica (PsyWar) come una serie di azioni che vanno dalla propaganda via radio alla tortura e che necessitano di informazioni complete sulle popolazioni mirate. In un documento scritto nel 1948, le forze di terra americane definiscono la “guerra psicologica” come segue:

Si basa su mezzi morali e fisici diversi da quelli su cui si basano le ortodosse tecniche militari. Il suo scopo è: (a) distruggere la volontà e lo spirito combattivo del nemico ed evitare il sostegno da parte dei suoi alleati e (b) aumentare nelle nostre truppe e quelle dei nostri alleati la volontà di vincere “.

La Guerra Psicologica utilizza ogni arma e strumento possibile per influenzare e incidere la volontà del nemico. Queste “armi” sono etichettate come “psicologiche” per l’ effetto che producono e non causa della loro natura. Questo è il motivo per cui, la  propaganda aperta (“bianca“), quella segreta (“nera“) o quella “grigia” – sovversione, sabotaggio, omicidi, operazioni speciali, guerriglia, spionaggio, pressioni politiche, economiche e razziali ed etniche – sono tutte considerate utili armi di guerra psicologica.

Per mettere in pratica tutto ciò, i servizi segreti reclutano specialisti nel campo delle scienze comportamentali in grado di inventare la “semplice, chiara e ripetitiva” propaganda bianca e la propaganda nera volta a provocare “disordini, confusione e … terrore” all’interno delle forze nemiche.

Abbiamo quindi cominciato a capire che la cosiddetta “Primavera Araba”  non è proprio esplosa improvvisamente e spontaneamente nel 2011, ma era piuttosto nata da un “uovo”  di decenni fa e covato con pazienza dai servizi segreti.

Propaganda “Bianca”

Iniziò  negli anni ’40 e ’50 con il Progetto Troy, che mobilitò i  migliori studiosi  al fine di identificare i mezzi di trasmissione disponibili per trasmettere la “verità” (ovvero la propaganda degli Stati Uniti) dall’ altro lato della cortina di ferro attraverso potenti radio – trasmettitori come ad esempio Voice of America, la rete di radiodiffusione creata dall’International Information Service (IIS), un altro istituto per la guerra psicologica nato sotto l’amministrazione Truman.

Voice of America venne usato per promuovere i “valori” statunitensi della cosiddetta “democrazia“, ​​l’ “American Way of Life“, la “libertà” e il capitalismo delle grandi imprese. Un leader chiave del Progetto Troy fu  James Webb, consigliere del segretario di Stato Dean Acheson e un gran sostenitore della  “guerra psicologica“, che consigliò ad esperti universitari e al governo di lavorare a più stretto contatto.

Ben presto però si resero conto che Voice of America non bastava per penetrare la cortina di ferro e allora, sostenuti dalla Marina degli Stati Uniti e la CIA, vennero suggeriti altri canali per implementare la propaganda “bianca“: gli scambi universitari, la pubblicazioni di libri, informazioni per posta , riviste specializzate, pubblicazioni commerciali e industriali.

Truman creò inoltre lo Psychological Strategy Board, incoraggiando gli studi della “società sovietica” attraverso un programma di reclutamento di dissidenti denominato Progetto CENISCentre for International Studies - presso il MIT (Massachusetts Institute of Technology) diretto da Max Millikan del CFR.

Tale strategia funzionò cosi  bene che, nel 1950, la US Air Force commissionò e finanziò ricerche analoghe sulla popolazione coreana. A  Wilbur Schramm, il padre fondatore del paradigma della comunicazione di massa, John Ridley e Fredericks William venne dato il compito di intervistare rifugiati anti-comunisti per elaborare una adeguata strategia di propaganda verso la Corea. Lo studio portò anche alla  creazione del “Public Opinion Quarterly” (POQ), la rivista ufficiale della comunità della “guerra psicologica“.

Nel 1963 venne invece istituitò il Progetto Camelot, che definiva i modelli di processo che portano alle rivoluzioni nazionali nei paesi del Terzo Mondo per facilitare le operazioni di contro-insorgenza. Camelot è un buon esempio del rafforzamento delle relazioni tra gli studiosi comportamentali e la comunità di intelligence degli Stati Uniti ( università, grandi aziende, think-tank e le forze armate).  Facilitò gli interventi in Yemen, Cuba e Congo, e  contribuì a prevedere e prevenire il rischio della rivoluzione.

In Cile, operando attraverso lo Special Operations Research Office (SORO), il Project Camelot, col sostegno della CIA, pianificò il rovesciamento del governo democraticamente eletto di Salvador Allende per imporre, l’11 settembre 1973, la giunta militare del generale Augusto Pinochet.

Lo sviluppo della Strategia della Guerra Psicologica globale può anche contare sulle più importanti università che si occupano di Scienze della Comunicazione per sviluppare il paradigma della “comunicazione di massa”, tramite i finanziamenti da parte dei militari degli Stati Uniti, dalla CIA e dal Dipartimento di Stato. Ciò permise quindi l’ elaborazione di una  efficace  propaganda per penetrare la cortina di ferro con mezzi diversi, tra cui opuscoli e  radiodiffusione. Il  campo di studio della disciplina è ampio: si va dalle tecniche di persuasione, a sondaggi, interviste, mobilitazioni politiche e militari, diffusione dell’ideologie …

Oggi, soprattutto grazie a importanti scoperte nel campo delle tecnologie delle comunicazioni e dell’informazione,  la propaganda e la guerra psicologica sono state in gran parte esternalizzate e privatizzate. Le loro armi di guerra psicologica principali sono TV, radio, stampa e internet, come Fox, CNN, MSNBC, ABC, CBS, PBS, New York Times, Newsweek, BBC, RTVE, RAITime, Daily Telegraph, Sun, Mirror, Daily News,ReutersJerusalem Post e le loro filiali e dipendenti a livello mondiale.

Cosa più importante, questo processo include anche quell’ importante arma dell’ ingegneria sociale e della deformazione del pensiero, conosciuta come l’ “industria dell’intrattenimento“, con Hollywood come suo perno centrale e fiore all’occhiello.

Il dipartimento dei Trucchi Sporchi

Fin dall’inizio, la tortura era considerata un campo di ricerca delle scienze sociali. Durante la guerra di Corea, il BSSR (il principale centro di ricerca della propaganda “nera“) è stato incaricato di svolgere studi per l’esercito al fine di identificare i “target e fattori di debolezza ” delle popolazioni dell’Europa dell’Est,  definendo diversi “aspetti di violenza psicologica“. Il BSSR elaborò relazioni sugli effetti delle tecniche tradizionali di interrogatorio – scosse elettriche, percosse, droga – (finanziate in parte dalla CIA) in particolare sulle popolazioni del Vietnam e dell’ Africa, destinate a migliorare l’ efficienza delle torture.

Il paradigma della comunicazione di massa si inserisce in un più ampio piano intellettuale, consistente nella divisione della mappa del mondo in relazione alla logica degli strateghi americani. Il patriarca di questa disciplina, Wilbur Schramm (come Leo Strauss), ha offerto una prospettiva di questa dimensione riduzionista delle scienze della comunicazione basata sull’ antagonismo “buoni / cattivi“, dove il comunismo simboleggiava il  “male” e l’ America il  “bene“. Questo venne condiviso dalla maggioranza degli intellettuali e scienziati che supportavano il governo degli Stati Uniti nella lotta contro l’espansionismo sovietico, dove la neutralità era considerata pari al tradimento.

Nel 2001, l’amministrazione Bush ha riattivato questi meccanismi della Guerra Fredda, ma non per combattere l’Unione Sovietica bensì per imporre un “Nuovo Ordine Mondiale“. Dopo l’11 settembre 2001, la scusa per questa riattivazione è stata “la guerra al terrorismo.” Ancora una volta i servizi di intelligence si sono rivolti alle università: il direttore della ricerca scientifica della CIA, John Philips, ha preso il controllo del Rochester Institute of Technology, Michael Crawl, vice direttore della associazione economica mista della CIA nel settore informatico è stato nominato preside della University of Arizona e Robert Gates (ex direttore della CIA sotto la presidenza Bush senior), prima di diventare capo del Pentagono del governo Bush / Obama, è stato presidente della Texas A & M University. Ahimè!… Niente di nuovo sotto il sole …

L’articolo è stato originariamente pubblicato su  New Dawn 131 (http://www.newdawnmagazine.com/latest-issue/new-dawn-131-march-april-2012).

LINK: PsyWarfare: “The Battle for the Mind”

DI: Coriintempesta

Israele & Usa, il gran gioco delle parti

Articolo inviato al blog

di: mcc43

Si costruisce ormai da mesi una generale assuefazione all’idea di un attacco  per tenere l’Iran fuori dal club delle nazioni  dotate di bomba nucleare.

Non importa che l’Iran ne abbia a più riprese negato l’intenzione e riaffermato che i progetti sono rivolti all’uso civile.
Mahmoud Ahmadinejiad  non è credibile perchè è fuori della cerchia dei fedeli della Casa Bianca e amico di un’autentica spina nel fianco degli Usa. Ogni sua affermazione è per antonomasia  ”delirante”  secondo gli  ossequienti compilatori di notizie.

Nella fase presente della partita anti-Iran, è finita la tattica del “si farà?” e si gioca secondo quella successiva: “lo farà autonomamente Israele?

No, non attaccherà autonomamente, è la risposta logica; non si può andare senza scudo contro la potenza militare di Teheran, ma la partita viene condotta in modo da trasformare questa ovvia precondizione in una futura malaugurata necessità, di cui l’Iran stessa sarà accusata.

Obama: secondo mandato?

Forse per via della tenacia dei libici e dei siriani che hanno rallentato l’agenda geopolitica, il derby Israele Iran  si gioca nell’anno delle elezioni americane, con un Barak Obama sotto il  fatidico 50%    di job appovation(l’approvazione complessiva del suo operato). Una percentuale troppo bassa per assicurargli la rielezione.

I tre presidenti non rieletti, Ford, Carter e Bush senior, erano sotto il 50; eccezione pilotata quella di George Bush, rieletto nonostante una job approvation del 48% grazie ai brogli e alla decisione di Al Gore di non contestare il risultato.

Obama: Job approval al 12.2.12

 Il tasso di approvazione di Obama, come si vede dal grafico,  ha recuperato dall’imbarazzante 42% di agosto  dell’anno scorso, ma in modo instabile; ora è al 46%, più in basso del 48% di cui disponeva a  febbraio 2011.

La prima impressione è che agli americani non sia importato molto della campagna “vittoriosa” in Libia. Obama, premio Nobel per la Pace, deve quindi stare attento a  non inciampare in un errore di politica estera, proprio mentre sta recuperando approvazione sulla politica economica.

Il gioco delle parti

2011: Avevo raccolto in questi articoli– Israele costretta a procedere con i piedi di piombo e – Never ending war: capitolo Iran  le rivelazioni su un piano di attacco ai siti nucleari  iraniani formalizzato già alla fine del 2010, confermato nelle intenzioni da indiscrezioni di fonte CIA. In questo gioco delle parti, ora è stato calato l’asso sul tavolo del mainstream.

2012:  Il 2 Febbraio il  Washington Post  riportava le dichiarazioni di Leon Panetta, ex capo della CIA e Segretario della Difesa, sulla probabilità che Israele proceda ad attaccare l’Iran in Aprile, Maggio o Giugno, prima dell’inizio, secondo le fonti israeliane, della costruzione della bomba. La reazione Usa?

Leon Panetta e i suoi bravi ragazzi

“Si dice – scrive il columnist –  che Obama e Panetta abbiano già preavvisato Israele dell’opposizione  USA a un suo attacco, nella convinzione che ciò vanificherebbe il crescente successo del programma di  sanzioni economiche  e altri sforzi non-militari per fermare l’Iran. Ma La Casa Bianca non ha ancora deciso con precisione come reagire in caso di un attacco Israeliano”

Le intenzioni di Netanyahu non sono ancora definitive, ma Israele sottolinea una possibile similitudine con la Siria che non rispose all’attacco israeliano a un suo reattore nel 2007, anche l’Iran potrebbe frenarsi per non entrare in una guerra totale.  Si fa anche un parallelo con l’attacco all’Uganda del 1976, per liberare gli ostaggi di Entebbe, dal quale nacque un cambio di regime del paese (!!).
L’intenzione sarebbe un’azione militare limitata al sito dell’arricchimento dell’uranio di Natanz e altri; gli iraniani risponderebbero con una rappresaglia, forse attraverso razzi di Hezbollaz dal Libano, e si stima che lo stato di Israele ptrebbe subire 500 vittime. (!!) I leader israeliani accetterebbero,  perfino si augurerebbero,  di procedere da soli per dimostrare la capacità di fare da sé in un periodo nel quale la sicurezza del paese è scossa dalla “primavera araba”-

Fin qui, dunque, il copione prevede Israele vogliosa di indipendenza operativa, con dei costi umani già messi nel conto e gli Usa riottosi alla prospettiva.

Ma il 12 febbraio il Telegraph , come se nulla fosse,  titola “Il Mossad sonda le reazioni in caso di un attacco all’Iran”

Tamir Pardo

Il capo dell’ufficio intelligence per l’estero Tamir Pardo è stato segretamente a Washington in questo mese per sondare le probabili reazioni degli Usa a un attacco unilaterale di Israele contro gli impianti nucleari iraniani. Il contenuto delle discussioni con la controparte americana sono state rivelate da un articolo di News Week intitolato “Il gioco pericoloso di Obama con l’Iran”.

Fonti ufficiali  dicono che la linea di richieste di Pardo a David Petreus, capo della CIA è“ Quale è il nostro (USA) atteggiamento sull’Iran? Siamo pronti a bombardare? Lo faremo [in seguito]? Che cosa significa per noi che  Israele lo faccia in ogni caso?”

Petreus, parlando il mese scorso  a un selezionato gruppo di senatori in udienza non secretata, ha confermato di  aver incontrato Tamir Pardo per discutere la crescente preoccupazione di Israele sulle aspirazioni nucleari iraniane.

Quando gli è stato chiesto se Israele intende colpire, James Clapper, direttore della US National Defense ha risposto che su questo preferiva rispondere alla questione a porte chiuse.

Fonti Usa citate da Newsweek aggiungono che Israele ha rifiutato di rendere nota   una significativa mole di dati sui preparativi militari; Israele ha rifiutato di commentare questa notizia.

Secondo Yehuda Ben Meir, ex vice ministro degli esteri, un completo appoggio degli USA non è un prerequisito perché Israele attacchi. “E’ questione di sfumature” ha detto.

Fin dai colloqui di gennaio (si comprende dalla dichiarazione di Petreus), Israele e Usa  hanno  concertato un programma che prevede un attacco apparentemente autonomo da parte di Israele, il che alleggerisce la posizione di Obama davanti agli elettori. Un attacco che si spera fulmineo e risolutivo, ma se la risposta dell’Iran sarà robusta,  Obama “dovrà” intervenire. Si tratterà, infatti, di proteggere un paese amico e ciò è perfettamente consonante con l’immaginario filmico americano e potrebbe corroborare le possibilità di rielezione.

Manca solo la data scritta nel mainstream.

Diceva ben chiaramente  il WashingtonPost

“Funzionari dell’amministrazione mettono in guardia Teheran di non fraintendere: gli Stati Uniti hanno un impegno da 60 anni  per la sicurezza israeliana, e se fossero  colpiti i centri abitati di Israele, gli Stati Uniti potrebbero sentirsi obbligati a correre in difesa di Israele.

Fase tre: trovare un motivo per agire

Gli attentati terroristici sono un motivo che l’opinione pubblica considera valido, dopo i fatti dell’11.9.

Un attentato in India, uno sventato in Georgia e un altro sul quale non c’è chiarezza a Bangkok, ma Ehud Barak ha accusato direttamente Teheran perché lo scoppio è avvenuto  a poche miglia dall’Ambasciata israeliana. il Jerusalem Post lo riporta con grande evidenza e  il Governo è chiarissimo “sappiamo chi sono i mandanti e pareggeremo i conti.”

E’ iniziato il count down.

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promemoria su

Il club delle potenze nucleari

Il 13 febbraio era un anniversario: la Francia nel 1960 entrava nel club delle potenze nucleari facendo esplodere  Gerboise bleu , più o meno “topolino blu”.

Un test avvenuto non in Francia, no, ma a Reggane nel Sahara Algerino. Naturalmente vi sono state conseguenze sulla popolazione, ma la Francia persiste nel sostenere che le sue erano radiazioni … innocue.

ps. in seguito la Francia ha testato nel Sahara algerino le armi chimiche.

Anonima Assassini di stato

di: Manlio Dinucci

Suscitano unanime condanna i killer delle bande criminali che, se scoperti, sono puniti con la pena capitale o l’ergastolo.

Quando invece a inviarli è lo Stato, sono comunemente considerati legali e ricompensati per i loro meriti. È questo il caso dei killer professionisti delle forze speciali statunitensi. Nate come Berretti Verdi, ufficializzati dal presidente democratico Kennedy nel 1961 e impiegati nella guerra del Vietnam, le forze speciali furono promosse dal repubblicano Reagan, che nel 1987 costituì un apposito Comando delle operazioni speciali, lo Ussocom.

Dopo essere state usate dal repubblicano Bush nella «guerra globale al terrorismo» soprattutto in Afghanistan e Iraq, ora, con il democratico Obama, stanno assumendo ulteriore importanza. Come emerge da un’inchiesta del Washington Post, le forze per le operazioni speciali sono oggi dispiegate in 75 paesi, rispetto a 60 due anni fa. Decide e pianifica le operazioni la Comunità di intelligence, formata dalla Cia e altre 16 organizzazioni federali. In Afghanistan – confermano funzionari del Pentagono intervistati dal New York Times – le forze convenzionali Usa diminuiranno nel 2013 il loro ruolo di combattimento, «la cui responsabilità passerà alle forze per le operazioni speciali», che «resteranno nel paese ben oltre la fine della missione Nato nel 2014». Loro compito sarà quello di «dare la caccia ai leader degli insorti, catturarli o ucciderli, e addestrare truppe locali». Verrà creato un apposito comando delle operazioni speciali, le cui unità saranno organizzate in una nuova «Forza di attacco in Afghanistan». Quello adottato in questo paese sarà un «modello» per altri. Una direttiva segreta, nel settembre 2009, ha autorizzato «una forte espansione delle attività militari clandestine, con l’invio di commandos per le operazioni speciali in paesi, sia amici che ostili, del Medio Oriente, dell’Asia centrale e del Corno d’Africa». Il Comando delle operazioni speciali, che ufficialmente dispone di circa 54mila specialisti dei quattro settori delle forze armate, organizzati in «piccole unità d’élite», ha il compito di «eliminare o catturare nemici e distruggere obiettivi». Si occupa inoltre di «guerra non-convenzionale condotta da forze esterne, addestrate e organizzate dallo Ussocom; controinsurrezione per aiutare governi alleati a reprimere una ribellione; operazione psicologica per influenzare l’opinione pubblica straniera così che appoggi le azioni militari Usa». Nel quadro della «guerra non-convenzionale», lo Ussocom impiega anche compagnie militari private, come la Xe Services (già Blackwater, nota per le sue azioni in Iraq) che risulta impegnata in varie operazioni speciali, anche in Iran. L’uso di tali forze offre il vantaggio di non richiedere l’approvazione del Congresso e di rimanere segreto, non suscitando reazioni nell’opinione pubblica. I commandos delle operazioni speciali in genere non portano neppure l’uniforme, ma si camuffano con abbigliamento locale. Gli assassini e le torture che compiono restano così anonimi. E poiché sono gli Stati uniti a dettar legge nella Nato, molto probabilmente gli alleati stanno adottando lo stesso modello. Quello dell’Anonima Assassini delle «grandi democrazie» occidentali.

IlManifesto.it

Obama firma la legge sulla detenzione indefinita

da: www.aclu.org

WASHINGTON – Oggi il presidente Obama ha firmato la legge National Defense Authorization Act (NDAA). La legge contiene una generica disposizione per la detenzione indefinita universale. Mentre il presidente Obama ha emesso una dichiarazione di sottoscrizione affermando che aveva delle “serie riserve” sui provvedimenti, la dichiarazione si applica soltanto a come la sua amministrazione utilizzerebbe le autorizzazioni concesse dalla NDAA e non influirebbe su come la legge viene interpretata da successive amministrazioni. La Casa Bianca aveva minacciato il veto ad una precedente versione della NDAA, ma ha invertito la rotta poco prima che il Congresso votasse il disegno di legge finale.

“Oggi l’azione del presidente Obama è una sventura sulla sua eredità perché sarà conosciuto per sempre come il presidente che ha firmato la legge sulla detenzione indefinita senza accuse o processo “, ha dichiarato Anthony D. Romero, direttore dell’ACLU. “Lo statuto è particolarmente pericoloso perché non ha nessuna limitazione temporale o geografica e può essere utilizzato da questo e da futuri presidenti per detenere militarmente persone catturate lontano da qualsiasi campo di battaglia. L’ACLU combatterà l’autorizzazione alla detenzione universale dovunque potrà, sia in tribunale, che al Congresso che a livello internazionale”.

Sotto l’amministrazione Bush, pretese simili di autorizzazione alla detenzione universale erano utilizzate per trattenere sotto custodia militare anche un cittadino USA detenuto sul suolo USA  e molti al Congresso ora asseriscono che la NDAA dovrebbe essere utilizzata nuovamente nello stesso modo. L’ACLU ritiene che qualsiasi detenzione militare di cittadini americani o altri all’interno degli Stati Uniti sia incostituzionale ed illegale, compreso in base alla NDAA. Inoltre, l’ampiezza dell’autorizzazione alla detenzione della NDAA viola il diritto internazionale perché non è limitata alle persone catturate nel contesto di un effettivo conflitto armato come richiesto dalle leggi di guerra.

“Siamo incredibilmente delusi che il presidente Obama abbia firmato questa legge anche se la sua amministrazione aveva già sostenuto eccessivamente l’autorizzazione alla detenzione in tribunale”, ha dichiarato Romero. “Qualunque speranza che l’amministrazione Obama avrebbe rigettato gli eccessi costituzionali di George Bush nella guerra al terrore si è oggi spenta. Con sollievo, abbiamo tre branche di governo, e la parola finale appartiene alla Corte Suprema, che deve ancora decidere sulla portata dell’autorizzazione alla detenzione. Ma anche il Congresso ed il presidente hanno un ruolo da giocare nel ripulire dalla confusione che hanno creato perché nessun cittadino americano o chiunque altro dovrebbe vivere nella paura di questo o di qualunque futuro presidente che abusi dell’autorizzazione alla detenzione della NDAA”.

La legge contiene anche provvedimenti che rendono difficile trasferire i sospetti fuori della detenzione militare, che ha indotto il direttore del FBI Robert Mueller a testimoniare che potrebbe danneggiare le indagini penali. Essa limita anche i trasferimenti di detenuti dichiarati innocenti dalla struttura di detenzione di Guantanamo Bay a paesi stranieri per nuovo insediamento o rimpatrio, rendendo più difficile chiudere  Guantanamo, come il presidente Obama si era impegnato a fare in uno dei suoi primi atti in carica.

di: http://freebooter.interfree.it 

LINK: http://freebooter.interfree.it/obsid.htm

Preparativi per attaccare l’ Iran con armi nucleari. “Nessuna opzione è fuori dal tavolo”

di: Michel Chossudovsky

Quando una guerra nucleare sponsorizzata dagli USA diventa uno” strumento di pace “, condonata e accettata dalle istituzioni mondiali e dalle più alta autorità, comprese le Nazioni Unite, non si può tornare indietro: la società umana è stata precipitata a capofitto sul sentiero dell’ auto – distruzione. “( Towards a World War III Scenario , Global Research, maggio 2011)

Il mondo è a un bivio pericoloso. L’America è su un sentiero di guerra. 

La terza guerra mondiale non è più un concetto astratto.

Gli Stati Uniti e i suoi alleati si stanno preparando a lanciare una guerra nucleare contro l’Iran con conseguenze devastanti. 

Questa avventura militare minaccia, nel vero senso della parola, il futuro dell’umanità.

Il progetto militare globale del Pentagono è la conquista del mondo.

Il dispiegamento militare delle forze USA-NATO sta avvenendo contemporaneamente in diverse regioni del mondo.

I pretesti e le “giustificazioni” per la guerra abbondano. L’Iran è oggi annunciato come una minaccia per Israele e il Mondo.

La guerra contro l’Iran è sul tavolo del Pentagono da più di otto anni. In sviluppi recenti , sono state lanciate rinnovate minacce e accuse contro Teheran.

Una “guerra di stealth” è già iniziata. Gli agenti del Mossad sono sul terreno. Formazioni paramilitari segrete sono in fase di lancio in Iran mentre i droni della Cia sono già stati schierati.

Nel frattempo, Washington, Londra, Bruxelles e Tel Aviv hanno lanciato specifiche  iniziative destabilizzanti per soffocare l’Iran diplomaticamente, finanziariamente ed economicamente .

Il Congresso degli Stati Uniti ha formulato un regime di sanzioni economiche ancora più pesante:

 “E’ emerso, a Washington, un consenso bipartisan favorevole a strangolare l’economia iraniana”. Ovvero consistente nell’attuazione di “un emendamento al disegno di legge di autorizzazione alla difesa 2012, progettato per “portare al collasso l’economia iraniana “… rendendo praticamente impossibile a Teheran di vendere il suo petrolio“. (Tom Burghardt,  Target Iran: Washington’s Countdown to War , Global Research, dicembre 2011). :

Questa nuova ondata di clamore diplomatico insieme alla minaccia di sanzioni economiche ha anche contribuito ad innescare un alone di incertezza nel mercato del greggio, con conseguenze potenzialmente devastanti per l’economia globale.

Nel frattempo, i media hanno rinnovato la loro propaganda relativa al presunta programma nucleare iraniano, che punta ad “attività legate alla possibile militarizzazione.”

In recenti sviluppi, a fatica ammessi dai media americani, il presidente Barack Obama ha incontrato privatamente (il 16 dicembre), a porte chiuse,  il Ministro della Difesa israeliano Ehud Barak. L’incontro si è tenuto alla periferia di Washington DC presso l’Hotel Gaylord, a National Harbor, Maryland, sotto gli auspici della Union for Reform Judaism .

L’importanza di questo tempistivo incontro privato sotto gli auspici della URJ non può essere sottovalutata. I resoconti suggeriscono che il faccia a faccia O.Barack / E. Barak sia stato incentrato in gran parte sulla questione di un attacco USA-Israele contro l’Iran.

Scrivendo su Haaretz, l’analista politico israeliano Amir Oren ha descritto questo incontro come una potenziale “luce verde” per Israele nel lanciare una guerra totale contro l’Iran:

E ‘possibile che l’incontro di venerdì scorso, durato mezz’ora, presso l’Hotel Gaylord a National Harbor, nel Maryland, tra il presidente americano Barack Obama e il ministro della Difesa Ehud Barak verrà ricordato nella storia di Israele come il momento in cui Barack O. ha dato il via libera ad E. Barak – nel bene e nel male – per attaccare l’Iran ..? Questo può essere visto come una sorta di flashback del colloquio tra il ministro della Difesa Ariel Sharon e il Segretario di Stato Alexander Haig a Washington nel maggio del 1982, che ha dato origine alla (erronea) impressione di Israele che ci fosse un’intesa con gli Stati Uniti per andare in guerra contro il Libano (No sign U.S. has given Israel green light to strike Iran – Haaretz Daily Newspaper | Israel News)

Dopo questo incontro privato, Obama ha tenuto un discorso alla Plenaria Biennale della  Union for Reform Judaism, per rassicurare il suo pubblico che “la cooperazione tra i nostri militari [e i servizi segreti] non è mai stata più forte.”

Obama ha evidenziato che l’Iran è una minaccia per la sicurezza di Israele, degli Stati Uniti e per il mondo … Ed è per questo che la nostra politica è stata assolutamente chiara: Siamo determinati a impedire all’Iran di acquisire armi nucleari …. Ed è per questo … abbiamo imposto le più ampie, le più dure  sanzioni che il regime iraniano abbia mai affrontato …. Ed è per questo che, posso assicurarvi, non lasceremo alcuna opzione fuori dal tavolo “. (Trascrizione - President Obama Union for Reform Judaism Speech Video Dec. 16. 2011: Address at URJ Biennial, 71st General Assembly  - enfasi aggiunta).

Verso un attacco “coordinato” Stati Uniti-Israele contro l’Iran

Nelle ultime settimane, i tabloid statunitensi sono stati letteralmente tappezzati con le  dichiarazioni di Hillary Clinton e del segretario della Difesa Leon Panetta che “nessuna opzione è fuori dal tavolo“. Panetta ha lasciato intendere, tuttavia, “che Israele non dovrebbe prendere in considerazione un’azione unilaterale contro l’Iran“, sottolineando “che qualsiasi operazione militare contro l’Iran da parte di Israele deve essere coordinata con gli Stati Uniti e avere il suo sostegno“. (Dichiarazione del 2 dicembre di Panetta presso il Centro Saban citata in U.S. Defense Secretary: Iran could get nuclear bomb within a year – Haaretz , 11 dicembre 2011, enfasi aggiunta)

La minaccia della guerra nucleare contro l’Iran

La dichiarazione che “nessuna opzione è fuori dal tavolo” intima che gli Stati Uniti non solo prevedono un attacco all’Iran, ma che questo attacco potrebbe includere l’uso di armi nucleari tattiche Bunker Buster con una capacità esplosiva tra un terzo e sei volte la bomba di Hiroshima. Con crudele ironia, queste bombe nucleari “umanitare” e “peace-making” “Made in America” ​​- che secondo il “parere scientifico” sotto contratto del Pentagono sono “innocue per la popolazione civile circostante” – sono previste per essere usate contro l’ Iran, come rappresaglia al suo inesistente programma di armi nucleari.

Mentre l’Iran non ha armi nucleari, quello che viene raramente riconosciuto, è che i cinque (ufficialmente) “Stati non-nucleari”, Germania, Belgio, Paesi Bassi, Italia e Turchia, hanno  armi nucleari tattiche degli Stati Uniti sul loro territorio, sotto il comando nazionale nelle loro rispettive basi militari. Questo arsenale nucleare è previsto che possa essere utilizzato contro l’Iran.

L’ accumulo e il dispiegamento delle bombe tattiche B61 in questi cinque “stati non nucleari” è stato concepito per obiettivi in Medio Oriente. Inoltre, in conformità con i “piani d’attacco della NATO”, queste bombe termonucleari B61 bunker buster (conservate dagli “stati non nucleari”) potrebbero essere lanciate contro obiettivi in Russia o in paesi del Medio Oriente come la Siria e l’Iran (citato in  National Resources Defense Council, Nuclear Weapons in Europe , febbraio 2005, enfasi aggiunta)

Mentre questi “stati nucleari non dichiarati ‘accusano Teheran di sviluppare armi nucleari, senza alcuna prova documentale, essi stessi hanno testate nucleari, destinate a colpire l’ Iran, la Siria e la Russia. (Vedi Michel Chossudovsky,  Europe’s Five “Undeclared Nuclear Weapons States” , Global Research, 12 febbraio 2010)

Le armi nucleari di Israele  sono puntate contro l’Iran. Il  congiunto “Coordinamento”  USA-Israele per il dispiegamento delle armi nucleari

E’ Israele, piuttosto che l’Iran, una minaccia alla sicurezza globale.

Israele possiede 100-200 testate nucleari strategiche , che sono completamente schierate contro l’Iran.

Già nel 2003, Washington e Tel Aviv avevano confermato che stavano collaborando allo “ sviluppo dei missili cruise Harpoon , in dotazione degli Stati Uniti, armati con testate nucleari sui sottomarini classe Dolphin della flotta di Israele.”(The Observer, 12 October 2003) .

Secondo il generale russo Leonid Ivashov:

I circoli politici e militari israeliani stavano rilasciando dichiarazioni sulla possibilità di attacchi missilistici e nucleari contro l’Iran fin dall’ottobre 2006, quando l’idea è stata immediatamente sostenuta da G. Bush. Attualmente [2007] è propagandato sotto forma di una “necessità” di attacchi nucleari. Al pubblico viene insegnato a credere che non c’è niente di mostruoso riguardo tale possibilità e che, al contrario, un attacco nucleare è piuttosto fattibile. Presumibilmente, non c’è altro modo per “fermare” l’Iran. (General Leonid Ivashov, Iran Must Get Ready to Repel a Nuclear Attack, Global Research, January 2007 enfasi aggiunta)

Vale la pena notare che all’inizio del secondo mandato di Bush, il vice presidente Dick Cheney aveva accennato, senza mezzi termini, al fatto che l’Iran era “proprio in cima alla lista” degli stati canaglia nemici dell’America, e che Israele avrebbe, così parlando, “bombardato al posto nostro”, senza il coinvolgimento militare degli Stati Uniti e senza che noi facessimo alcun tipo pressione su di loro “per farlo”.

In questo contesto, l’ analista politico e storico Michael Carmichael ha sottolineato l’integrazione e il coordinamento delle decisioni militari tra gli Stati Uniti e Israele riguardanti il ​​dispiegamento di armi nucleari:

Piuttosto che  un attacco nucleare americano diretto contro difficili obiettivi  iraniani,  Israele ha ricevuto il compito di lanciare un gruppo coordinato di attacchi nucleari contro obiettivi rappresentati dagli impianti nucleari nelle città iraniane di Natanz, Isfahan e Arak (Michael Carmichael, Global Research, January 2007)

“Nessuna opzione fuori dal tavolo”. Cosa significa nel contesto della pianificazione militare? L’ integrazione di sistemi convenzionali e armi nucleari

Le regole e le linee guida dei militari americani che disciplinano l’uso di armi nucleari sono state “liberalizzate” (ovvero “liberalizzate” in relazione a quelle in vigore durante la Guerra Fredda). La decisione di usare armi nucleari tattiche contro l’Iran non dipende più dal comandante in capo, vale a dire il presidente Barack Obama. Si tratta di una decisione strettamente militare. La nuova dottrina afferma che il Comando, il Controllo e il Coordinamento (CCC) per quanto riguarda l’uso di armi nucleari dovrebbe essere “flessibile”, in modo da permettere ai comandi di combattimento geografici di decidere se e quando utilizzare queste armi nucleari:

Conosciuta ufficialmente a Washington come “Joint Publication 3-12″, la nuova dottrina nucleare (Doctrine for Joint Nuclear Operations (DJNO) (marzo 2005)), chiede di “integrare gli attacchi nucleari e convenzionali” sotto un  unificato e “integrato” Comando e Controllo (C2).

Questo descrive  in gran parte la pianificazione della guerra come un processo di gestione decisionale, in cui gli obiettivi militari e strategici saranno raggiunti, attraverso un mix di strumenti, con poca preoccupazione per la perdita di vite umane.

Ciò significa che se sarà lanciato un attacco all’Iran, le armi nucleari tattiche saranno parte integrante dell’arsenale utilizzato.

Da un punto di vista decisionale militare, “nessuna opzione fuori dal tavolo” significa che i militari applicheranno “l’uso più efficiente della forza”. In questo contesto, le armi nucleari e convenzionali fanno parte di ciò che il Pentagono chiama “la cassetta degli attrezzi”, dalla quale i comandanti militari possono scegliere gli strumenti di cui hanno bisogno in conformità con le “circostanze in evoluzione” nel “teatro di guerra”. (Vedi Michel Chossudovsky, Is the Bush Administration Planning a Nuclear Holocaust?Global Research, 22 febbraio 2006)

Una volta che viene presa la decisione di lanciare un’operazione militare  (ad esempio attacchi aerei contro l’Iran), i comandanti nel teatro di guerra possono muoversi con una certa discrezionalità.  Questo significa, in pratica, che una volta che la decisione presidenziale è presa, USSTRATCOM, in collegamento con i comandanti sul campo, può decidere gli obiettivi e il tipo di armi da utilizzare. Le armi nucleari tattiche stoccate sono ormai considerate come parte integrante dell’arsenale. In altre parole, le armi nucleari sono diventate “parte della cassetta degli attrezzi”, usata in teatri di guerra convenzionali.( Michel Chossudovsky, Targeting Iran, Is the US Administration Planning a Nuclear Holocaust , Global Research, febbraio 2006, enfasi aggiunta)

L’integrazione della guerra convenzionale e nucleare 

Di notevole importanza riguardo il pianificato attacco contro l’Iran, alcuni documenti statunitensi militari puntano verso l’integrazione delle armi convenzionali e nucleari e l’uso di armi atomiche in una opzione preventiva in un teatro di guerra convenzionale.

Questa proposta di “integrazione” dei sistemi di armi tradizionali e nucleari venne formulata per la prima volta nel 2003 sotto il CONPLAN 8022. Quest’ultimo viene descritto come “un concept plan  per il rapido utilizzo del potenziale bellico nucleare, convenzionale, o di informazioni di guerra per distruggere – preventivamente, se necessario -” obiettivi urgenti “in tutto il mondo [tra cui l'Iran]. ” (Vedi Michel Chossudovsky,  US, NATO and Israel Deploy Nukes directed against Iran, Global Research, 27 settembre 2007). (Coordinato dal Comando Strategico degli Stati Uniti, CONPLAN è diventata operativo all’inizio del 2004. - Robert S. Norris and Hans M. Kristensen, Bulletin of Atomic Scientists ).

Il CONPLAN apre un vero e proprio vaso di Pandora militare. Si offusca la linea di demarcazione tra le armi convenzionali e quelle nucleari. Si apre la porta per l’uso preventivo, “ovunque nel mondo”, delle armi nucleari.

L’assenza di sensibilizzazione dell’opinione pubblica

La “comunità internazionale” ha approvato un attacco all’Iran in nome della pace nel mondo.

“Rendere il mondo più sicuro” è la giustificazione per lanciare un’operazione militare che potrebbe potenzialmente causare un olocausto nucleare.

Mentre si può concettualizzare la perdita di vite umane e la distruzione derivante dalle attuali guerre in Iraq e in Afghanistan, è impossibile comprendere appieno la devastazione che potrebbe derivare da una terza guerra mondiale, con l’utilizzo di “nuove tecnologie” e di armi avanzate, comprese le armi nucleari, fino a quando ciò non si verifica e diventa una realtà.

I media mainstream sono coinvolti nel blocco deliberato delle notizie e del dibattito su questi preparativi di guerra. La guerra contro l’Iran ed i pericoli di una escalation non sono considerate da “prima pagina”. I media mainstream hanno escluso l approfondimento e il dibattito sulle implicazioni di questi piani di guerra.

L’Iran non costituisce una minaccia nucleare.

La minaccia alla sicurezza globale proviene dall’alleanza militare USA-NATO-Israele che contempla – nel quadro del CONPLAN – l’uso di armi termonucleari contro uno stato non nucleare.

Con le parole del generale Ivashov, “Al pubblico viene insegnato a credere che non c’è niente di mostruoso riguardo tale possibilità“. Le armi nucleari sono “parte della cassetta degli attrezzi”.

Un attacco all’Iran avrebbe conseguenze devastanti, scatenerebbe una guerra regionale totale  dal Mediterraneo Orientale all’Asia Centrale, che potrebbe condurre l’umanità in uno scenario di Terza Guerra Mondiale.

L’amministrazione Obama rappresenta una minaccia nucleare.

La NATO costituisce una minaccia nucleare

I cinque “stati non-nucleari” europei (Germania, Italia, Belgio, Paesi Bassi, Turchia) con armi tattiche nucleari dispiegate sotto il comando nazionale, da utilizzare contro l’Iran, costituiscono una minaccia nucleare.

Il governo israeliano del primo ministro Benjamin Netanyahu, non solo costituisce una minaccia nucleare, ma anche una minaccia per la sicurezza del popolo d’Israele, il quale viene indotto in errore per quanto riguarda le implicazioni di un attacco USA-Israele contro l’Iran.

La compiacenza dell’opinione pubblica occidentale – tra cui segmenti del movimento contro la guerra negli Stati Uniti – è inquietante. Non è stata espressa alcuna preoccupazione a livello politico per le probabili conseguenze di un attacco USA-NATO-Israele contro l’Iran, usando armi nucleari contro uno Stato non nucleare.

Tale azione si tradurrebbe nell ‘impensabile”: un olocausto nucleare su gran parte del Medio Oriente.

Va notato che un incubo nucleare si sarebbe verificato anche senza l’uso di armi nucleari. Il bombardamento degli impianti nucleari iraniani con armi convenzionali può contribuire a scatenare un disastro tipo Chernobyl-Fukushima  con un’estesa ricaduta radioattiva.

Discorso di Barack Obama all’Union of Reform Judaism – 16 Dicembre, 2011

Trascrizione (Alcuni Estratti)

“Voglio dare il benvenuto al Vice Primo Ministro di Israele e Ministro della Difesa Ehud Barak. (Applausi) La cooperazione tra i nostri militari non è mai stata più forte e voglio ringraziare Ehud per la sua leadership e il suo impegno permanente per la sicurezza di Israele e per la ricerca di una giusta e duratura pace (Applausi)

Un’altra grave preoccupazione – e che rappresenta una minaccia per la sicurezza di Israele, degli Stati Uniti e per il mondo – è il programma nucleare iraniano. Ed è per questo che la nostra politica è stata assolutamente chiara: siamo determinati ad impedire all’Iran di acquisire armi nucleari. (Applausi) Ed è per questo che abbiamo lavorato meticolosamente dal momento in cui ho assunto l’incarico con gli alleati e i partner, e abbiamo imposto le più ampie, le più dure  sanzioni che il regime iraniano abbia mai affrontato.Non abbiamo solo parlato, lo abbiamo fatto. E abbiamo intenzione di mantenere la pressione. (Applausi) Ed è per questo che, posso assicurarvi, non lasceremo alcuna opzione fuori dal tavolo. Siamo stati chiari .

Continueremo a restare al fianco dei nostri amici e alleati israeliani, proprio come abbiamo fatto quando essi avevano più bisogno di noi. Nel mese di settembre, quando una folla minacciava l’ambasciata israeliana al Cairo, abbiamo lavorato per garantire che gli uomini e le donne che lavoravano li potessero essere al sicuro. (Applausi) L’anno scorso, quando gli incendi  minacciavano Haifa, abbiamo inviato aerei antincendio per domare il fuoco.

(Applauso)

Sotto la mia Presidenza, gli Stati Uniti d’America hanno fatto da guida, da Durban alle Nazioni Unite, contro i tentativi di utilizzare i forum internazionali per delegittimare Israele. E continueremo a farlo. (Applausi) Questo è quello che amici e gli alleati devono fare l’un per l’altro. Quindi non lasciate che nessun altro racconti una storia diversa. Ci siamo stati, e continueremo ad esserci. Questi sono i fatti. “(Applausi)

LINK: Preparing to Attack Iran with Nuclear Weapons: “No Option can be taken off the Table”. 

DI: Coriintempesta

In Iraq il conflitto è «surrogato»

di: Manlio Dinucci

Le nostre truppe sono uscite dall’Iraq «a testa alta», ha annunciato il comandante in capo Barack Obama. Gli Usa hanno di che essere fieri. Lasciano un paese invaso nel 2003 con la motivazione che possedeva armi di distruzione di massa, rivelatasi infondata. Messo a ferro e fuoco da oltre un milione e mezzo di soldati, che il Pentagono vi ha dislocato a rotazione insieme a centinaia di migliaia di contractor militari, usando ogni mezzo per schiacciare la resistenza: dalle bombe al fosforo contro la popolazione di Falluja alle torture nella prigione di Abu Ghraib. Provocando circa un milione di vittime civili, aggiuntesi a quelle della prima guerra contro l’Iraq e dell’embargo. Costringendo oltre 2 milioni di iracheni ad abbandonare le proprie case e altrettanti a rifugiarsi in Siria e Giordania. Lasciando un paese disastrato, con una disoccupazione a oltre il 50%, la metà dei medici che aveva prima dell’invasione, un terzo dei bambini affetti da malnutrizione, cui si aggiungono quelli con malformazioni genetiche dovute alle armi del Pentagono. Una guerra che gli Usa hanno pagato con 4.500 morti e oltre 30mila feriti tra i militari, il 30% dei quali è tornato a casa con gravi problemi psichici. Costata 1.000 miliardi di dollari, cui si aggiungeranno circa 4mila miliardi di spese indirette, come quelle per l’assistenza ai veterani. Ne è valsa però la pena: d’ora in poi «il futuro dell’Iraq sarà nelle mani del suo popolo», assicura il presidente Obama. Si è guadagnato così il Premio Nobel per la pace? C’è da dubitarne, leggendo il manuale dello U.S. Army su «La guerra surrogata per il XXI secolo»: una guerra condotta sostituendo alle forze armate tradizionali, che intervengono apertamente, forze speciali e servizi segreti che agiscono nell’ombra, con il sostegno di forze alleate di fatto sotto comando Usa. Lo confermano vari fatti. Il personale dell’ambasciata Usa a Baghdad, la più grande del mondo, passerà da 8mila a 16mila. Sarà potenziato il suo «Ufficio di cooperazione alla sicurezza», che addestra e arma le forze irachene. Dal 2005, il governo iracheno ha acquistato armamenti Usa per 5 miliardi di dollari e, secondo il programma, ne comprerà altri per 26 miliardi. Tra questi, 36 caccia F-16 con relativi armamenti (che potrebbero salire a 96), i cui piloti saranno addestrati negli Usa e le cui basi saranno di fatto sotto il controllo del Pentagono. Unità della Cia e delle forze speciali Usa continuano ad addestrare (e di fatto a dirigere) le «forze di sicurezza» che, per ordine del primo ministro Nouri al-Maliki, hanno già arrestato centinaia di ex baathisti con l’accusa, basata su «prove» fornite dal Cnt libico, di aver preparato un colpo di stato con l’appoggio di Gheddafi. Allo stesso tempo Washington lega a sé il governo regionale curdo di Masoud Barzani, con il quale la ExxonMobil ha concluso un grosso contratto per lo sfruttamento petrolifero, scavalcando il governo di Baghdad. Nel Kurdistan iracheno operano dal 2003 forze speciali Usa, agli ordini del generale Charles Cleveland. Lo stesso che – rivela il giornale egiziano «al-Arabi» – addestra e dirige oggi in Turchia i commandos dell’«esercito libero siriano» per la «guerra surrogata» alla Siria.

IlManifesto.it

I tentacoli dei neoconservatori: da Hitler ad Obama

Articolo inviato al blog
di: Stefano Zecchinelli
Anche all’inferno le case non sono tutte brutte
Ma la paura di essere gettati per strada
divora gli abitanti delle ville non meno
di quelli delle baraccheBertolt Brecht
Al futuro o al passato, a un tempo in cui il pensiero sia libero, gli uomini siano gli uni diversi dagli altri e non vivano in solitudine… a un tempo in cui la verità esista e non sia possibile disfare ciò che è stato fatto:
Dall’età dell’uniformità, dall’età della solitudine, dall’età del Grande Fratello, dall’età del bispensiero…
Salve!”  George Orwell
‘La mia fede nell’avvenire comunista del genere umano non è meno ardente, anzi è ancora più salda, che nei giorni della mia giovinezza.
Natascia si è appena avvicinata alla finestra che dà sul cortile, e l’ha aperta in modo che l’aria entri più liberamente nella mia stanza. Posso vedere la lucida striscia verde dell’erba ai piedi del muro, e il limpido cielo azzurro al disopra del muro, e sole dappertutto.
La vita è bella. Possano le generazioni future liberarla da ogni male, oppressione e violenza, e goderla in tutto il suo splendore’Leon Trotsky
1. In un recentissimo articolo ‘’Karol Woytila: da Hitler a Bush’’ 1, mi sono premurato per grandi linee di tracciare un filo nero che collega la teologia dell’Opus Dei alla filosofia dei neoconservatori americani.
In questo intervento, invece, voglio approfondire il discorso sul neoconservatorismo cercando di rivenire le sue radici filosofiche e politiche. Il discorso ovviamente è molto complesso, e richiede delle ricerche che non possono essere circoscritte ad un solo articolo-saggio.
Per prima cosa cercherò di chiarire che cosa è stato (e cosa è) il neoconservatorismo, cosa di per sé, molto difficile.
2. Come disse uno di loro, Irving Krinstol, ex intellettuale di sinistra, il prefisso ‘’neo’’ indica una novità, dato che molti neoconservatori erano in passato  liberal o attivisti nella ‘’Nuova sinistra’’.
Volendo dare una definizione rapida il neoconservatorismo è una dottrina politica che avversa lo stato sociale a favore della privatizzazione selvaggia delle risorse e addirittura degli stati, violentemente anticomunista, e in politica estera è contrassegnata da un forte occidentalismo. Tutte cose che approfondiremo a breve.
Adesso voglio provare ad individuare le origini storiche del movimento.
3. Uno dei primi teorici del controllo mediatico delle masse è stato il comunista Willi Munzenberg il quale costruì una sorta di ‘’impero’’ (questo termine ovviamente va contestualizzato) mediatico.
Questo teorico del movimento operaio fece una grande propaganda a difesa della Rivoluzione d’ottobre, denunciò l’assassinio di Sacco e Vanzetti, fece il possibile per far ricadere la colpa dell’incendio del Parlamento tedesco sui nazisti, insomma tutte cose molto nobili che richiederebbero uno studio a parte.
Munzenberg, anticipando Orwell e la neo-lingua, convinse buona parte dell’opinione pubblica che l’incendio del Parlamento era opera dei nazisti, accusando questi ultimi, e quindi rispondendo ad una accusa con una accusa.
Ma il vero merito di questo teorico è quello di aver compreso la necessità di avere dalla propria parte gli intellettuali, i quali, vanitosi e bramosi di gloria, si fanno tenere sotto controllo con il denaro e le lusinghe.
Un altro teorico di questa materia è Edward Bernays, nipote di Freud, che scrisse un manuale intitolato‘’Propaganda’’, ed il titolo del primo capitolo è rivelatore: ”Organizzare il caos”.
Manipolando il consenso, creando un senso comune fasullo, si crea un governo invisibile, e si dirigono le forze di classe a sbattere contro un muro; queste cose saranno alla base della Operazione Chaos, e della strategia delle Commissione Trilaterale molti anni dopo.
Bernays nel 1947, quando negli Usa iniziava la caccia alla streghe del maccartismo, pubblicò un altro libro ‘’La costruzione del consenso’’, poi preso in esame da Chomsky, che spiegò (Chomsky), come la psicologia sia fondamentale, per dare alle masse un nemico falso.
Un altro punto centrale degli studi, contrapposti politicamente, di Munzenberg e Bernays, è la figura del capo: tutte cose di grande importanza trattate in letteratura da Thomas Mass, Elias Canetti (cito‘’Masse e potere’’), ed aggiungerei anche Brecht ed Orwell.
Dopo la fine della seconda guerra mondiale molte tecniche adottate dal dirigente comunista tedesco furono utilizzate dagli Usa. Frances Stonor Saunders nel libro ‘’Chi conduce la danza? La CIA e la guerra fredda culturale” spiega l’operazione che portò la CIA a finanziare molti intellettuali anticomunisti.
Ciò che interessava agli Usa, e questo è importantissimo, erano i comunisti antistalinisti i quali avevano collaborato con Munzenberg, ed avevano smesso di sostenere l’Urss dopo il ‘’patto di non aggressione’’ del 1939.
Gli anticomunisti liberali non avevano bisogno di essere fomentati, e quindi bisognava guardare a molti ex-trotskisti. Non è un caso che gente come Irving Kristol, James Burnham, Sidney Hook, e Lionel Trilling, siano passati dalla parte dell’imperialismo yankee.
Gli strateghi a stelle e strisce cercarono di dare a questi intellettuali l’immagine che la loro fosse una terra aperta al dibattito dove le forme artistiche trovavano una libera espressione; al realismo socialista, che in realtà era lo zdanovismo, fu contrapposto, giusto per citare un esempio, l’espressionismo.
Nel 1954 la CIA finanziò un festival della musica a Roma dove vennero esaltati stili musicali nuovi ed esenti da ortodossie musicali. Un ulteriore esempio è il pittore Jackson Pollock, ex comunista, che passo dalla parte del Condor garante di libertà.
Nulla da dire a questo pulviscolo di umanità; l’arte, come disse Brecht, ha il ruolo di contribuire alla emancipazione delle classi più deboli. Chi fa di questa un motivo di vanto intellettuale è bene che affoghi nella stessa spazzatura nel nazista Celine.
All’inizio degli anni ’50 l’Ufficio di Strategia Psicologica della CIA dà la direttiva di esportare in tutto il mondo gli ideali di libertà su cui si fonda la terra del Condor; vediamo che si gettano le basi, che caratterizzeranno il nuovo mondo unipolare, e il carattere messianico dell’impero yankee.
Secondo Donald Jameson la CIA deve ristudiare, e ha ristudiato (e studia), la teoria di Gramsci sull’egemonia culturale; quindi le classi dominanti devono guadagnarsi il consenso attraverso la persuasione, egemonizzando culturalmente, ed eticamente le masse.
E’ necessario creare movimenti popolari gonfi di ‘’falsa coscienza’’ borghese per poi rivolgerle contro un falso nemico, fargli vivere una astrazione; questo, e i recenti avvenimenti lo dimostrano, è reso più facile da internet, e la presenza dei social network.
Abbiamo elementi sufficienti per iniziare a tirare le prime somme.
Quindi le borghesie (dovrei fare esplicito riferimento all’imperialismo più forte, quello americano), hanno utilizzato tutti gli strumenti del movimento operaio, hanno rapinato la classe operaia delle armi che le sue avanguardie avevano creato.

Nulla da eccepire, in fondo la borghesia nasce, anche essa, come classe rivoluzionaria. Provo ad andare oltre.
Joe Hill, militante dell’ Industrial Workers of the World il sindacato di classe Americano, nel 1912 durante uno sciopero a Lorenzo (Massachusetts) usò la musica come strumento di solidarietà fra lavoratori che provenivano da nazionalità, e quindi parlavano lingue, diverse.
Molti anni dopo, dal 15 agosto al 18 agosto 1969, si tenne il festival di Woodstock che documenti inoppugnabili dimostrano che è stato voluto dalla CIA come parte integrante dell’Operazione MK ULTRA.
La cultura hippy non ha solo distrutto, a dispetto di quello che pensano tanti cretini che giocano a fare i rivoluzionari, il movimento operaio americano, ma è stata il trampolino di lancio, penso a quel mare di letame della liberalizzazione dei costumi, per una nuova fase del capitalismo ultra-liberistica.
Il Progetto MK ULTRA consiste in usa serie di attività svolte dalla CIA, negli anni ’50 e ’60, per controllare il comportamento di determinate persone; ci sono ottime prove, che dimostrano che l’ingegneria del suono del Festival di Woodstock, potesse, in qualche modo, portare al condizionamento mentale. 2
Molto bene, è in questo drammatico scenario, che dobbiamo iniziare ad analizzare, le basi filosofiche dei neoconservatori.
4. Sono entrato nella fase più ‘’calda’’ della argomentazione: cercherò di inquadrare il pensiero filosofico di Leo Strauss, uno dei massimi ideologi neoconservatori.
Questo studio è stato fatto in parte nel mio lavoro già citato all’inizio di questo testo (quello sull’amico di Pinochet, Karol Woytila), ma è bene ritornarci.
Il pensiero politico di Strauss rielabora la categoria ‘’amico-nemico’’ di Carl Schmitt. Schmitt, nel saggio‘’Il custode della Costituzione’’, rinviene nell’articolo 48 della Costituzione tedesca, il potere da parte dello stato sovrano di sospendere la Costituzione stessa, e in vista di una minaccia esterna proclamare lo stato di eccezione. Direi che è un punto di partenza su cui è bene riflettere.
Nel 1933 Schmitt aiutò Strauss ad avere una borsa di studio alla Rockefeller Foundation, e i due rimasero in continui rapporti anche dopo la presa del potere dei nazisti.
Le teorie di Schmitt, accompagnate alla filosofia di Strauss, ebbero fortuna durante la guerra fredda; furono, diciamo così, la ‘’sovrastruttura politica’’ (solo per fare un esempio), della teoria economica della scuola di Chicago.
Il nemico esterno da abbattere era il comunismo, demonizzato attraverso l’utilizzo dei media, e della loro demoniaca neo-lingua.
Strauss, sulla scia del razzista Tocqueville, era un ateo devoto: insomma, Dio non esiste ma la chiesa e la religione sono fondamentali per moralizzare le masse tenendole buone in un angolo; insomma non farle partecipare.
Questo bel personaggio, percorrendo la strada del nichilismo filosofo del pre-nazista Nietzsche, ritiene che solo pochi eletti possono sapere la verità, ed il popolaccio è bene che si faccia da parte. Non è un caso che ‘’il loro’’ (ho orrore a mettere il nostro!) violenti il passo di Platone ‘’sulla nobile menzogna’’, e non è casuale (ma guarda un po’) che questa interpretazione verrà ritenuta valida, in ‘’Introduzione alla lettura di Hegel’’, dal suo amico (ed agente del Kgb in Francia) Alexandre Kogève.
Io ho avuto gioco facile a rinvenire dei collegamenti con la teologia dell’Opus Dei che si fonda sul principio calvinista della depravazione totale dell’uomo; gli uomini sono delle belve e hanno bisogno di essere domati dalle elite, i popoli sono belligeranti e allora hanno bisogno (ecco che torna il carattere messianico dell’impero!) di essere guidati dagli Stati Uniti d’America.
Per concludere Strauss riprende più che altro la figura di Callicle, sinistro protagonista di ‘’Il Gorgia’’ di Platone, che piaceva molto anche a Nietzsche; Callicle credeva solo nell’utilizzo cieco del potere a discapito dei più deboli.
Il cristianesimo viene fatto coincidere con l’occidentalismo, ma anche questa concezione filosofica di base è a dir poco orripilante. Come si possono fare guerre (che poi sono guerre imperialiste) in nome dello ‘’scontro di civiltà’’? I filosofi si dovrebbero rivoltare nella tomba. Dico solo che Aristotele, nella sua”Logica”, che sarà alla base della filosofia ellenica, riprende gran parte della filosofia orientale.
Concludo questa parte dicendo che l’occidentalismo è la morte dell’ellenismo, e l’ateismo devoto è un atroce assassinio del cristianesimo delle origini.
5. Chiuso il capitolo su Leo Strauss è bene approfondire, seppur in sintesi, il rapporto fra cattolicesimo (o se si vuole ateismo devoto) e capitalismo.
Già Rafael Termes, membro dell’Opus Dei, ‘’filosofo’’ ed industriale, fondatore nel 1958 in Spagna della IESA Business School, disse che il capitalismo rappresenta la vera volontà divina.
Il filo nero che collega la teologia calvinista a Max Weber, smascherato senza pietà dall’immenso filosofo marxista Gyorgy Lukàcs in ‘’La distruzione della ragione’’, e che da Marx Weber porta all’Opus Dei e a neoconservatori come Rafael Termes e Michael Novak, è davvero drammatico. Ancora una volta proverò a cogliere la radice del problema.
Intanto devo dire che il metodo weberiano, denominato metodo dell’ ‘’isolamento atomistico’’, è riduttivo perchè circoscrive l’origine del capitalismo ai soli paesi protestanti, ed europei.
Quindi, rispondendo i filosofi a pressioni sociali, riflette un po’ l’ambizione degli imperi centrali di sottrarsi all’egemonia anglo-americana, e di svolgere un ruolo di primo piano nel nuovo capitalismo globale; tentativo che poi si concretizzerà con il fascismo europeo, e Weber che ”si mette’’ (in modo figurato, intendiamoci) a braccetto con Hitler.
Non è un caso che alcuni anni prima di scrivere

‘’L’Etica protestante e lo spirito del capitalismo’’, Weber avesse denunciato la ‘’polonizzazione’’ del proletariato slesiano, provincia prussiana, accusando i signorotti locali di aver permesso la ‘’sgermanizzazione’’ delle masse.
Senza tirarla per le lunghe, e procedendo in modo schematico, per ‘’il nostro’’ (riferito a Weber) il ‘500 sarà un secolo di grandi svolte quanto al contrario il mercantilismo fonda le sue radici nel Medio Evo tagliato fuori dalla analisi del sociologo in questione. Il nostro, come ora vedremo, ha tutto l’interesse a non fare capire come il pensiero di Lutero e Calvino, trovava origine nella teologia medioevale.
Il rifiuto del razionalismo umanistico di Lutero, infatti, viene ripreso, per filo e per segno, dal teologo fiorentino Dominici e dal suo testo ‘’Lucula noctis’’. Per Lutero direi che basta questo.
Calvino, al pari di altri teologi del capitalismo come Grozio e Locke, era un giurista.
Parlare di Calvino significa chiarire l’origine della concezione teologica della depravazione totale; cosa non da poco, dato che sarà questa ideologia a mettere a tavola insieme, Karol Woytila, Pinochet, e ora possiamo invitare a spregio dell’ignobile sinistra ‘’colta” anche Obama.
Il peccato originale di Adamo rende l’uomo indegno della comunione dei beni – dice Calvino -, quindi tutte le cose devono ritornare sotto il dominio di Dio che stabilisce le nuove limitazioni; i diritti alla proprietà privata.
Il pensiero teologico e filosofico di Calvino è sintetizzato nel testo ‘’Istituzione della religione cristiana’’ del 1559 dove ci sono ampie parti dedicate all’azione sociale della Chiesa; è interessante notare che l’oscurantismo teologico spesso pone soluzioni politiche laiche soprattutto per ciò che riguarda il condizionamento dei lavoratori.
Tutta questa produzione ha un grande filo conduttore: quello di tagliare con il Medio Evo, e proclamare il ‘500 come secolo custode, in virtù della Riforma protestante, dello ‘’spirito del capitalismo”. E’ facile capire come questa affermazione sia falsa dato che i fondamenti giuridici dell’attuale modello sociale risiedono nella Scuola di Bologna che nasce nel 1200 (circa!), e la legalizzazione dell’usura è solo del 1515 ( quasi in rapporto di causa ed effetto) con i ‘’Monti di pietà’’ di papa Leone X.
I ‘’Monti di pietà’’ legalizzano, sulla strada tracciata in giurisprudenza dalla Scuola di Bologna, prestiti a chi non riesce a reggere il mercato.
Tirando le somme: il cristianesimo è il protestantesimo, e quest’ultimo è il capitalismo come prodotto della volontà divina. Detto e fatto: l’etica puritana del lavoro si rovescerà nel cattolicesimo che con Michael Novak riconosce il suo vero fondamento, teologico e politico, nel calvinismo.
Il nuovo ‘’Mein kampf’’ si chiama ‘’L’etica cattolica e lo spirito del capitalismo’’, una forma di nazismo democratico da esportare.
6. Le borghesie americane hanno creato, quella che il filosofo Costanzo Preve, ha definito una ideocrazia; non si è mai vista una società tanto ideologicizzata, in cui nazione ed ideologia coincidono perfettamente. Insomma siamo davanti ad una religione civile; schiere di preti militanti che predicano il culto del Dio denaro.
Mi permetto di citare Gramsci:
‘’L’Azione cattolica segna l’inizio di una epoca nuova nella storia della religione cattolica: quando essa da concezione totalitaria (nel duplice senso: che era una totale concezione del mondo di una società nel suo totale) diventa parziale (anche nel duplice senso) e deve avere un proprio partito. I diversi ordini religiosi rappresentano la reazione della Chiesa (comunità dei fedeli o comunità del clero), dall’alto o dal basso, contro le disgregazioni parziali della concezione del mondo (eresie, scismi, ecc., e anche la degenerazione delle gerarchie); l’Azione cattolica rappresenta la reazione contro l’apostasia di intere masse, imponente, cioè contro il superamento di massa della concezione religiosa del mondo. Non è più la Chiesa che fissa il terreno e i mezzi della lotta; essa invece deve accettare il terreno impostole dagli avversari o dall’indifferenza e servirsi di armi prese a prestito dall’arsenale dei suoi avversari (l’organizzazione politica di massa). La Chiesa, cioè, è sulla difensiva, ha perduto l’autonomia dei movimenti e delle iniziative, non è più una forza ideologica mondiale, ma solo una forza subalterna’’. 3
Ed ancora:
‘’Diverso carattere ha avuto questa lotta nei diversi periodi storici. Nella fase moderna, essa è una lotta per l’egemonia nell’educazione popolare; almeno questo è il tratto più caratteristico, cui tutti gli altri sono subordinati. Quindi è lotta tra due categorie di intellettuali, lotta per subordinare il clero, come tipica categoria di intellettuali, alle direttive dello Stato, cioè della classe dominante (libertà dell’insegnamento – organizzazioni giovanili – organizzazioni femminili – organizzazioni professionali)’’. 4
Il grande sardo definì il clero una ‘’classe-casta’’ che dispone di una propria ideologia, e che esercita una sua egemonia culturale.
Vediamo che con l’americanismo questo contrasto fra clero ed intellettuali laici è venuto meno; utilizzando il metodo marxista ragionerò un po’ su questa cosa.
In primis ribadisco che quando il capitalismo entra in crisi, come ho detto molte volte, la borghesia deve ripudiare tutti i suoi vecchi ideali razionalistici e libertari, ed usare le armi del suo vecchio nemico: l’aristocrazia. La filosofia, come concezione del mondo dei dominanti, si fa, per dirla con Lukàcs, ‘’guardia frontiera’’ della reazione.
Pierre Naville, uno degli ultimi giganti del marxismo novecentesco, parlando nel suo ultimo quaderno di Khomeini che minacciò la condanna a morte di Rushdie, l’autore dei ‘’Versi satanici’’, dice:
‘’Da quel che si legge nei giornali si tratta di una visione satanica che travalica l’Islam e si estende in tutto il mondo attuale. Un satanismo impregnato della tecnologia moderna (l’angelo Gabriele che atterra col paracadute), il che, in effetti, dà al libro una portata universale. Allora, non è solo il Corano ad essere in gioco, ma anche la Bibbia, compresa quella anglicana. Non so perché questo libro mi ricorda il dizionario Khazar. Queste due opere esibiscono gli abissi mistici, pozzi di interi furori, che suscitano le odierne invenzioni terrestri. Non si tratta solo di un ritorno delle religioni alla testa dei paesi più sviluppati, ma di una vera mistica del potere che ricorda Bisanzio’’. 5
Tutto il capitalismo globale nella fase della sua decadenza assume un carattere mistico cosa che ha favorito l’integrazione del clero nelle istituzioni politiche; la particolarità è che l’imperialismo americano (cosa che si evince dai discorsi dei suoi presidenti) ha avuto (ed ancora ha!), in quanto imperialismo più forte, addirittura un carattere messianico.
Chi vince militarmente un conflitto non solo impone la sua economia, ma a poco a poco modifica tutta la sua sovrastruttura imponendo un nuovo sistema di valori; l’egemonia culturale è preceduta dalla egemonia informativa, e l’egemonia informativa implica il controllo dei ‘’mezzi di produzione del pensiero’’.
Chi non capisce questo non può fare una seria analisi del mondo unipolare, e non capirà nemmeno l’attuale scontro fra poli imperialistici.
7. Ho debuttato in questo saggio dicendo che molti neoconservatori venivano dal trotskismo.
Lasciando stare il grande Leon Trotsky, eroico comandante dell’Armata rossa e teorico marxista di prima grandezza, e ammettendo il carattere fetido del neo-trotskismo, che nulla ha a che fare con il fondatore della Quarta Internazionale, è giusto che dica qualcosa anche su ciò.
Michael Lind affermò che il concetto di ‘’rivoluzione globale e democratica’’ è stato ripreso da questa schiera di avvoltoi affamati, dal concetto di rivoluzione permanente.
Questa è una vera follia, dato che la rivoluzione permanente o ininterrotta (la seconda parte della definizione di questa teoria marxista, viene quasi sempre occultata), trova le sue origini già nel‘’Manifesto dei comunisti’’ di Marx ed Engels, e si fonda sulla transizione (trans dal latino oltre) dei diritti democratici in lotta per il socialismo.
Somiglianza? In questo caso si ritorna al wilsonismo che nasce come risposta della borghesia all’internazionalismo proletario. Wilson nel 1918 fonda la Lega delle Nazioni, e Lenin da lì a poco avrebbe fondato la Terza Internazionale; ecco un altro esempio di come la borghesia si appropri delle armi del movimento operaio.
Chi studia questi argomenti sa che James Burnham ha copiato ‘’La burocraticizzazione del mondo’’ di Bruno Rizzi, scrivendo nel 1941, poco dopo aver rotto con il movimento operaio americano, ‘’La rivoluzione manageriale’’; operazione abbastanza disgustosa, denunciata a suo tempo solo da Pierre Naville, che, oltre tutto, è stato inascoltato.
Quella di Rizzi era una analisi, che per certi aspetti ricalcherà lo studio del gruppo francese‘’Socialismo o Barbarie’’, spietata verso il governo dei tecnici, mentre Burnham, con la sua oscena apologia delle elite, pone le coordinate per ‘’lo scontro di civiltà, pianificato dopo la vittoria degli Usa della ‘’guerra fredda’’.
Il lettore può rendersi conto dell’enorme complessità della questione. I neoconservatori, non sono un fenomeno che appartiene alla destra economica (il movimento neoconservatore ha raccolto anche tanti ex maosti), ma sono una conseguenza della fine della coppia dicotomica destra e sinistra, esprimendo al meglio (o al peggio, dipende dai punti di vista!) il carattere assoluto e totalizzate del pensiero unico neocapitalistico.
8. Nel 1954 W.H. Morris Jones scrive un saggio ‘’In difesa dell’apatia’’, parlando di un suo ruolo benefico per le democrazie liberali. La stessa cosa verrà esposta sia nel ‘’Memorandum’’ di Lewis Powell, che nel documento ‘’La crisi della democrazia’’ curato da Huntington, Crozier, e Watanuki; riporto qualche valida citazione (chi volesse approfondire può studiare anche la meravigliosa ricerca di Paolo Barnad 6) per far capire al lettore come ragiona il vero Potere.
‘’ Il business deve imparare le lezioni messe in pratica dal mondo dei lavoratori, cioè che il potere politico è indispensabile, che deve essere coltivato con assiduità, e usato in modo aggressivo se necessario, senza imbarazzo’’. (Lewis Powell)
A conferma di quando dicevo: la borghesia si è appropriata di tutte le armi delle avanguardie politiche, e dei teorici della classe operaia.
Prendo adesso il documento ‘’La crisi della democrazia’’; questa frase mette davvero i brividi:
‘’ I partiti comunisti hanno perso terreno quasi ovunque nell’Europa occidentale. La loro ideologia è sbiadita, e appare come una Chiesa omologata il cui carisma è in parte scomparso.

Perché mai partiti così sedati e moderati dovrebbero costituire una minaccia alla democrazia proprio quando ne rispettano le fondamenta?’’.
La democrazia con l’adozione del modello capitalistico manageriale viene svuotata di contenuto; la partecipazione doveva diventare (ed è diventata!) vana da tutti i punti di vista.
Da una parte, quindi, la classe operaia viene assorbita culturalmente nel ceto medio (culturalmente ho detto!), e dall’altra, anche se gli effetti si vedranno qualche anno dopo, abbiamo l’occidentalizzazione delle mezze classi nelle periferie dell’imperialismo yankee.
I media svolgono una funzione importantissima: nasce l’idea dell’uomo comune, l’uomo onesto e simpatico, a prescindere che sia un ”morto di fame” o un manager in carriera con il sangue agli occhi..
Ovviamente l’uomo medio ha bisogno di identificarsi nel capo, e allora ci rendiamo conto di come i processi sociali, di volta in volta, abbiano dato alle classi dominanti l’uomo giusto per le loro esigenze, da Reagan ad Obama.
Che dire, come disse Trotsky su Hitler ‘’il capo va là dove lo conducono le masse’’ ed ancora ‘’Hitler ha in sé, qualcosa di ogni piccolo borghese, ma nessun piccolo borghese potrebbe essere Hitler’’. E’ entrato nelle zucche dei più, che l’attuale democrazia totalizzante, è una forma di hitlerismo morbido? Spero di sì.
Uno scienziato della competenza di Chomsky arriverà a queste conclusioni:
‘’Voglio sottolineare ancora una volta che quando le società si democraticizzano e la coercizione smette di essere uno strumento di controllo e di emarginazione facile da mettere in opera, le elite si rivolgono naturalmente alla propaganda. Si tratta di un fenomeno non soltanto naturale, ma del tutto consapevole, apertamente analizzato nelle opere scientifiche o meno che preconizzano l’uso della propaganda”. 7
La gente in questo modo viene travolta dalla banalizzazione della vita in comunità; nel capitalismo manageriale la stupidità diventa un fenomeno sociale.
Più tardi analizzerò il motivo di ciò ma nel prossimo paragrafo voglio riprendere, molto brevemente, un argomento già da me trattato: il concetto di ”totalitarismo”.
9. Uno dei mie ultimissimi articoli 8, riguardava il concetto di totalitarismo, e la presunta convergenza fra regimi totalitari contrapposti ideologicamente. Siccome l’argomento è pertinente voglio ritornarci.
Il libro della incredibilmente sopravvalutata maestrina di scuola media Hannah Arendt ‘’Le origini del totalitarismo’’ (1951), non ha nulla di originale, e tali argomentazioni furono avanzate in precedenza da teorici socialdemocratici come Rudolf Hilferding di ben altra levatura intellettuale.
Secondo la Arendt stalinismo e nazismo convergono in quanto fanno capo a due società altamente ideologicizzate; alla luce delle riflessioni su fatte questa posizione appare del tutto risibile.
In realtà l’allieva di Heidegger, con tutti i suoi limiti, rinviene nella Nep la distinzione fra leninismo e stalinismo, e ben si guarda con il far coincidere marxismo e totalitarismo.
Nel 1956 Brzezinsky pubblica ‘’Dittatura totalitaria e autocrazia’’, dove, aggravando gli errori della Arendt, proclama il comunismo come unico vero regime totalitario.
In ‘’L’origine del totalitarismo’’, in cui i critici di sinistra hanno subito messo in evidenza la contrapposizione ideologica fra i due regimi che rende impossibile la convergenza, il fatto economico scompare, cioè non si tiene conto della diversa struttura economica e sociale di Urss, e paesi fascisti. Prima di sbugiardare l’avvoltoio su citato, ribadirò una cosa di vitale importanza.
Furono le oligarchie economiche a mettere al potere Hitler per difendersi dal movimento operaio, e coprire gli scandali finanziari, evasione fiscale classico reato borghese, che avevano travolto gli junker.
Questa cosa mette in imbarazzo il mondo liberale, perché tenendo questo tenore di argomentazione, potremmo dire che un domani le borghesie, per proteggersi dalle rivendicazioni delle classi più deboli, non avrebbero problemi ad affidarsi ad un regime simile al fascismo.
Lukàcs ammonì, del resto, l’allievo Hofmann proprio su ciò: ogni epoca ha una differente involuzione del capitale monopolistico, e l’attuale democrazia manipolata ha dei caratteri totalizzanti che non fanno invidia alla mistica fascista.
Brzezinsky, nel suo bollettino politico, dice che è totalitario qualsiasi regime che centralizza l’economia; sulla nera via di Hayek, la democrazia viene fatta coincidere con il mercato. Ingegnoso espediente per iniziare la ‘’strategia del contenimento’’ contro i paesi dell’Est.
Le parole come vedete assumono una valenza importantissima: i neoconservatori parlano di pluralismo ideologico, ma in realtà, ed ogni termine si rovescia nel suo contrario, alludono alle ragioni del santo mercato. Ecco che la terra della libertà di impresa, ora nel nome dello ‘’scontro di civiltà’’, inizia e porta avanti la sua guerra contro chi non privatizza.
Per chi volesse saperne di più, consiglio, arrivati a questo punto, ‘’Totalitarismo, triste storia di un non concetto’’ di Vladimiro Giacchè, davvero molto documentato sulla egemonia mediatica.
10. L’ultima parte di questo mio lavoro riguarda altri due ’non concetto’’: quello di ‘’democrazia profonda’’, e quello di ”non violenza”.
Un marxista sa, ed è bene introdurre il discorso in questo modo, che la democrazia non è un valore immanente, e le borghesie ne fanno a meno quando non riescono a gestire il conflitto di classe.
E’ stato così, che gli Usa, per combattere il ‘’nemico’’ sovietico, hanno impedito la nascita di stati nazionali indipendenti, appoggiandosi a giunte militari a loro asservite; oppure, hanno cinicamente riciclato quadri dei servizi segreti fascisti. Niente da dire, la morale dell’imperialismo è ‘’niente di ciò che è disumano mi è estraneo’’.
Vinta la guerra fredda la situazione è iniziata a cambiare, vediamo in che maniera.
Nel 1993 viene fondata a Berlino da Peter Eigen Transparency International, ma la nascita di questa organizzazione, per essere preciso, segue queste tre fasi: 1)  la fase di incubazione che va dall’ ’84 all’ ’89; 2) la fase organizzativa che va dall’ ’89 al ’93; 3) e poi abbiamo la nascita ufficiale nel 1993.
La fondazione di T.I. è stata promossa da delle consultazioni inter-religiose, fra Filippo Duca di Edimburgo, e i principali esponenti delle tre religioni monoteiste; il loro compito era quello di moralizzare l’economia attraverso organi moralizzatori come la Banca Mondiale del Commercio. In questo modo si dà inizio alla lotta contro la corruzione dei governi; facile a dirsi, questo è un aspetto di facciata, e con la neo-lingua tutto si rovescia (e lo ripeterò sempre!) nel suo contrario. Meglio chiarire questi concetti, che sono un po’ difficili.
Le masse ‘’che non devono più partecipare alla vita pubblica’’, di cui ho parlato nel Paragrafo 8, sono un presupposto fondamentale per la liquefazione dei vecchi stati nazionali, che in un modo o nell’altro, si basavano sul primato dei governi, e su una distinzione, seppur effimera, fra gli schieramenti politici.
Il passaggio ai blocchi imperialistici continentali, anche se è ancora un processo in atto, richiede la definitiva scomparsa dei confini nazionali; in termini marxisti, da una parte abbiamo la tendenza delle borghesie, o di una parte di esse ad internazionalizzarsi, e dall’altra, il continuo ricorso ai regionalismi per compromettere l’unità di classe.
L’imperialismo per fare ciò si appoggia a movimenti politici di carattere puramente massonico (assumendo l’analisi che Gramsci fa del rotarismo nel Quaderno 22), come, giusto per fare un esempio, la Lega Nord, o il Movimento dei federalisti europei. Non è un caso che la prima esponente di T.I. in Italia è stata Teresa Brassiolo, consigliere comunale della Lega Nord a Milano.
Mettendo da parte questi problemi che meriterebbero un saggio a parte, è bene che richiami l’attenzione del lettore sul nuovo concetto di democrazia: per Eigen dovevano essere gli organi moralizzatori (Banca mondiale del commercio, o Fondo monetario internazionale) a screditare la vittima, ridurla in miseria, e attraverso l’attività dei media, travolgerla dagli scandali.
Di contro è importante che si comprenda che la mafiosità non è una disfunzione della democrazia borghese, ma è una sua parte integrante soprattutto nella fase di decadenza capitalistica.
Bertolt Brecht in ‘’La resistibile ascesa di Arturo Ui’’, scritta fra il 1940-’41, descrive la presa del potere di Hitler come una tratta fra mafiosi al mercato ortofrutticolo; non è il politico corrotto, ma è tutto il capitalismo che genera mafiosità.
La nuova arma della borghesia è questa: movimenti popolari che, ed ecco il rovescio della medaglia rispetto alle squadracce fasciste, in modo non violento rivendicano una democrazia profonda, e legalitaria.
Molto bene, l’ultimo ‘’non concetto’’ su cui dirò qualcosa è la ‘’non violenza’’.
11. Sulla ‘’violenza’’ e il suo presunto rovescio la ‘’non violenza” inizierò (per l’ennesima volta, a costo di essere ripetitivo!) col ribadire la posizione dei marxisti.
La questione per chi ‘’balla con Lenin’’ è semplicissima: l’unica vera violenza è la violenza sistematica della accumulazione capitalistica, il resto non conta.
I comunisti non si curano delle forme politiche, e quindi non riducono tutto allo scontro dittatura democrazia, ma prendono in esame le basi sociali dei regimi, e le loro strutture economiche e sociali.
In questo Trotsky è stato un maestro, basta leggere le sue prese di posizione (ovviamente in funzione antimperialistica) sulla monarchia etiope o il Brasile di Getulio Vargas, mentre i neo-trotskisti, o forse dovrei dire i trotsko-imperialisti, si mettono dietro ai taglia gole dell’Uck kosovaro, e ultimamente dei monarchici di Bengasi. Davvero pietosi!
Assurdo quindi accettare il concetto di democrazia proposto dai dominanti, e la loro ‘’non violenza’’, che diventa, come tutti i ‘’non concetti’’, il suo contrario.
Il filosofo americano Gene Sharp nel 1983 fonda l’Istituto Albert Einstein, dove studia la ‘’non violenza’’, per risolvere i conflittii in tutto il mondo.
Ovviamente Sharp, in linea con l’idea di conflitto dei neoconservatori yankee, prende di mira gli stati canaglia che non rientrano nel ‘’cortile di casa’’ Usa.
I suoi testi tradotti in Italiano sono: ‘’Politica dell’azione non violenta’’, ‘’Verso una Europa inconquistabile’’, e ‘’La via della non violenza’’.
A Sharp è attribuibile il fenomeno delle ”Rivoluzioni Colorate”; l’imperialismo più forte (vediamo come i neoconservatori in parte hanno cambiato tattica) unendo fattori destabilizzanti interni ed esterni, rovesciano governi a loro avversi. Prove documentali rendono forte l’ipotesi che gli eventi di Piazza Tien An Men siano i primi tentativi di sperimentare tali azioni, che poi (basta pensare alla Georgia, all’Ucraina, o all’Iran) sono diventati una prassi per i condor a stelle e strisce.
Inoltre questi movimenti hanno dietro tutto un marketing politico: dagli slogan, al colore che rappresenta la ‘’rivoluzione’’; buttiamola così, la ‘’società dello spettacolo’’ di Debord, all’ennesima potenza.
Sono questi i due volti dell’azione politica dei neoconservatori americani: da una parte la guerra di civiltà contro un sanguinario dittatore (l’hitlerizzazione del nemico inizia con Nasser, e ci sembrava strano!), e quindi lo scontro armato presentato come missione umanitaria (vedi la guerra in Iraq), e dall’altra il movimento pacifico che chiede democrazia. Due facce delle stessa medaglia, dietro cui si allunga l’ombra della svastica.
Da Solidarnosc a Bengasi, una storia sporca, di cui la sempre più nera borghesia americana un giorno dovrà rispondere.
12. Detto questo posso congedarmi. Quando gli Usa fanno le loro sporche guerre dicono sempre ‘’noi”, riferendosi agli Stati Uniti d’America, come paese, con il suo bagaglio storico e culturale, e con una sua cittadinanza; questa è una calunnia.

Personalmente, da pensatore dialettico, tutte le volte che mi compare la faccia sporca di Bush subito dopo mi sforzo di pensare ad Edgar Lee Master o a Bob Dylan, al grande movimento operaio dei primi anni del novecento, a dissidenti come Noam Chomsky. Lottare contro questa Gestapo a stelle e strisce significa difendere le dolci parole della poesia in musica di Bob Dylan, una cosa per cui vale la pena riempire la propria vita, affinchè un giorno verrà proibito per sempre ai cannoni di tuonare.
  Note:
1)    Articolo pubblicato nel Blog Bentornata Bandiera Rossa e Marxismo Libertario
2)    In questo sito sono raccolti i materiali dell’FBI: http://www.fbi.gov/foia/foiaindex/mkultra.htm
3)    Antonio Gramsci ‘’Il Vaticano e l’Italia’’ Ed. Riuniti 1974 pag. 49
4)    Antonio Gramsci ‘’Il Vaticano e l’Italia’’ Ed. Riuniti 1974 pag. 58
5)    Pierre Naville ‘’Ricordi e pensieri. L’ultimo quaderno (1988-1993)’’ Ed. Massari 2010 pag.40
6)    Paolo Barnard ‘’Ecco come morimmo’’ Fonte:http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=151
7)    Noam Chomsky ‘’Due ore di lucidità’’ Ed. Baldini&Castoldi 1999 pag. 20
8)    Stefano Zecchinelli ‘’Note critiche alla ideologia borghese della convergenza fra opposti totalitarismi’’ pubblicato nel Blog Bentornata Bandiera Rossa
Siti consultati:

Karol Wojtila: da Hitler a Bush

Articolo inviato al blog
di: Stefano Zecchinelli
Pubblicato anche su BentornataBandieraRossa

1. La beatificazione di Karol Wojtila, meglio conosciuto come Giovanni Paolo II, avvenuta questo primo maggio, è un attacco frontale della borghesia verso tutto il mondo del lavoro, quindi è bene cercare di prendere, una volta per tutte, di petto la questione. Wojtila è stato uno dei migliori uomini della borghesia,un burocrate cinico e senza scrupoli; il primo maggio 1886, a Chicago il movimento operaio rivendicava le otto ore di lavoro, stabilite dalla legge, ora che questa rivendicazione sta per essere smantellata, il nemico di classe mette sull’altare uno dei suoi tecnici più capaci. In questo breve saggio, cercherò di spiegare il posto che Karol Wojtila,ha avuto nell’articolazione del conflitto di classe,durante il suo lungo pontificato;questo studio non può prescindere da un metodo marxista e scientifico.

2. Dirò subito, che il pontificato di Giovanni Paolo II coincide con la massima egemonia dell’imperialismo yankee nel mondo,quindi chi vuole criticare questa figura, deve, a mio avviso, tenere presente questa coordinata fondamentale. Mettendo da parte la retorica, a dir poco demenziale, del Papa buono che distrugge un improbabile regime comunista, quando, a dispetto di Wojtila, le vecchie burocrazie si sono riciclate in borghesie private (quindi quali sconfitti?), facendo danni enormi per ciò che riguarda i diritti sociali,mi concentrerei,sul cuore del problema. Gli Stati Uniti vincono il conflitto strategico con l’Urss, stabiliscono la loro egemonia nel mondo, ma l’azione politica, e in questo Gramsci ci ha dato una grande lezione,necessita di una ideologia,o se vogliamo (in linguaggio gramsciano), necessita di una visione del mondo dominante. Bene, partirò proprio da lì, e in particolare, dal rapporto che intercorre fra la Teologia dell’Opus Dei,e il cinismo filosofico dei neoconservatori americani.

3. Non mi metto a parlare della nascita dell’Opus Dei, fondata il 28 ottobre 1928 a Madrid da Josemaria Escrivà, figura vicina al fascismo spagnolo. Inutile soffermarsi su questi argomenti, come non mi interessa in questa sede parlare degli scandali finanziari dell’Opus Dei, vera e propria organizzazione para-mafiosa; io non amo fare in modo scolastico quello che altri hanno fatto scendendo nell’analitico.Tornerò, rispettando gli spazi, invece sulla teologia, cosa che a me preme un po’ di più. Molti studiosi hanno comparato la produzione ideologica dell’Opus Dei con l’ideologia calvinista, studiata da Weber in ‘’L’etica protestante e lo spirito del capitalismo’’. In entrambe le ideologie c’è il culto del lavoro,che santifica e porta ricchezza,quindi una forte difesa dei principi del capitalismo,come la proprietà (capitalistica). Inoltre sia il calvinismo che la Teologia dell’Opus Dei si fondano sul dogma della depravazione totale dell’uomo; la natura umana è corrotta in virtù del peccato originale, e l’uomo per salvarsi ha bisogno di affidarsi totalmente alla grazia di Dio. Il problema della libertà si risolve con la benevolenza divina,che indica agli uomini la via della salvezza; ovviamente,’’il sommo’’ fa leva su uomini illuminati,pochi eletti capaci di diffondere il suo verbo.

Vediamo adesso, per grandi linee, cosa dice Leo Strauss, il principale esponente dei neoconservatori americani.

4. Leo Strauss, allievo di Carl Schmitt ,attribuisce alla religione un ruolo di conservazione sociale, in una funzione antimoderna, per schiacciare sia la democrazia e sia il socialismo, in quanto prodotti della Rivoluzione Francese. In filosofia però Strauss restava,forte della lezione di Nietzsche ed Heidegger, un nichilista radicale, quindi il suo è un ateismo devoto, da dare in pasto al popolaccio ignorante; i valori assoluti, come la religione, i valori morali e le categorie politiche (in questo,in parte,differisce da Schmitt), devono essere fatti ingoiare alle masse, mentre i prescelti (vedete l’analogia con la Teologia dell’Opus Dei), dispongono della verità. ‘’Il nostro’’ (riferito a Strauss) deforma,chiaramente il pensiero di Platone, e per la precisione, quella che il grande filosofo greco,chiamava la ‘’nobile menzogna’’.

Solo i migliori, e quindi i tecnici, hanno il compito di esercitate il potere, tutti gli altri devono solo mettersi da parte, ed attendere;tutte cose molto interessanti, dato che saranno riprese da Alexandre Kojève nella sua ‘’Introduzione alla lettura di Hegel’’, e dal pupazzetto nippo-americano Fukuyama, il teorico della fine della storia. Strauss riprende il personaggio di Callicle, del ‘’Il Gorgia’’ sempre di Platone, sinistra figura che ispirerà anche il prenazista Nietzsche. (1)Insomma,un messaggio anticristiano, che conquisterà le burocrazie clericali, impegnate in quel momento a combattere, l’avanzata in America Latina della Teologia della Liberazione. E’ interessante accennare a come si presta attenzione, sia nella Teologia dell’Opus Dei che nel cinismo filosofico, alla formazione di questi ‘’migliori’’; le ideologie si concretizzano sempre in apparati burocratici, e la selezione al loro interno deve riflettere la divisione sociale del lavoro capitalistica,non è un caso che le università si siano ridotte a delle corporazioni mafiosissime,e producano solo spazzatura,in tutti i campi del sapere. I compagni hanno sottovalutato tutto ciò, non rilevando nemmeno come a ridosso dall’inizio del pontificato di Wojtila, nasce la Commissione Trilaterale, che nel suo bollettino politico ‘’La crisi della democrazia’’afferma la necessità di svuotare quest’ultima di contenuto,lasciando solo l’involucro politico,una sorta di etichetta di garanzia. Allora rifissiamo i punti cardini della discussione :la Teologia segue la filosofia politica (e sociologia) borghese,quindi Leone XIII sta a Max Weber,come Karol Wojtila a Leo Strauss. La Teologia dell’Opus Dei ha la punta di diamante nell’Enciclica Centesimus Annus,dove il ‘’Papa buono’’ attacca le economie dei paesi dell’est,e soprattutto la Teologia della Liberazione. Prima di vedere un po’ cosa dice ‘’il nostro’’, premettiamo che questa Enciclica è stata scritta per i cento anni,dalla Rerum Novarum di Leone XIII, bella coincidenza; come osserva Gramsci, Leone XIII scrisse questa Enciclica per arginare il movimento operaio che era passato ‘’dal primitivismo a una fase realistica e concreta’’ (2), la storia si ripete.

Citiamo un po’ l’amico di Pinochet:

‘’ Proponendosi di far luce sul conflitto che si era venuto a creare tra capitale e lavoro, Leone XIII affermava i diritti fondamentali dei lavoratori. Per questo, la chiave di lettura del testo leoniano è la dignità del lavoratore in quanto tale e, per ciò stesso, la dignità del lavoro, che viene definito come «l’attività umana ordinata a provvedere ai bisogni della vita, e specialmente alla conservazione».Il Pontefice qualifica il lavoro come «personale», perché «la forza attiva è inerente alla persona e del tutto propria di chi la esercita ed al cui vantaggio fu data». Il lavoro appartiene così alla vocazione di ogni persona; l’uomo, anzi, si esprime e si realizza nella sua attività di lavoro. Nello stesso tempo, il lavoro ha una dimensione «sociale» per la sua intima relazione sia con la famiglia, sia anche col bene comune, «poiché si può affermare con verità che il lavoro degli operai è quello che produce la ricchezza degli Stati». È quanto ho ripreso e sviluppato nellEnciclicaLaborem exercens’’. (3)

Ed ancora:

 ‘’ Un altro principio rilevante è senza dubbio quello del diritto alla «proprietà privata». Lo spazio stesso, che l’Enciclica gli dedica, rivela l’importanza che gli si attribuisce. Il Papa è ben cosciente del fatto che la proprietà privata non è un valore assoluto, né tralascia di proclamare i principi di necessaria complementarità, come quello della destinazione universale dei beni della terra. D’altra parte, è senz’altro vero che il tipo di proprietà privata, che egli precipuamente considera, è quello della proprietà della terra. Ciò, tuttavia, non impedisce che le ragioni addotte per tutelare la proprietà privata, ossia per affermare il diritto di possedere le cose necessarie per lo sviluppo personale e della propria famiglia — quale che sia la forma concreta che questo diritto può assumere —, conservino oggi il loro valore. Ciò deve essere nuovamente affermato sia di fronte ai cambiamenti, di cui siamo testimoni, avvenuti nei sistemi dove imperava la proprietà collettiva dei mezzi di produzione; sia anche di fronte ai crescenti fenomeni di povertà o, più esattamente, agli impedimenti della proprietà privata, che si presentano in tante parti del mondo, comprese quelle in cui predominano i sistemi che dell’affermazione del diritto di proprietà privata fanno il loro fulcro. A seguito di detti cambiamenti e della persistenza della povertà, si rivela necessaria una più profonda analisi del problema, come sarà sviluppata più avanti’’. (4)

Mi sembra che qui Wojtila riprenda il Rotarismo delle origini, per cui in funzione antimarxista, è necessario fare leva sui servizi sociali; ingegnoso espediente con cui le borghesie congelano il conflitto di classe. Quindi richiamando ai valori morali, e all’etica sociale (ancora Strauss e Wojtila vanno a braccetto), si cerca di arginare il capitalismo di rapina. Il nostro scrive questa Enciclica, in contemporanea con lo sgretolamento delle Repubbliche Popolari dell’Est (che poi di popolare non avevano proprio nulla!), e quindi era necessario attenuare l’attrito Gran Capitale/Lavoro salariato prima del macello neoliberista. Il Pontefice,in quanto maschera di facciata del capitalismo, non poteva non cercare di tappare quel vuoto sociale,che nell’immaginario comune si sarebbe creato con la caduta, del ‘’socialismo reale’’.

Poco più sotto abbiamo un vero gioiello:

‘’ In tal modo il principio, che oggi chiamiamo di solidarietà, e la cui validità, sia nell’ordine interno a ciascuna Nazione, sia nell’ordine internazionale, ho richiamato nella Sollicitudo rei socialis,si dimostra come uno dei principi basilari della concezione cristiana dell’organizzazione sociale e politica. Esso è più volte enunciato da Leone XIII col nome di «amicizia», che troviamo già nella filosofia greca; da Pio XI è designato col nome non meno significativo di «carità sociale», mentre Paolo VI, ampliando il concetto secondo le moderne e molteplici dimensioni della questione sociale, parlava di «civiltà dell’amore»’’. (5)

E’ chiaro a chi procede con il ”Grande Metodo” (Brecht) che Leone XIII ha camminato di pari passo con l’avvento degli Stati Uniti, la potenza emergente di fine ‘800, e quindi con l’introduzione dell’economia fordista; mentre Woytila, richiamandosi al corporativismo, ha cercato di armonizzare il passaggio dal fordismo stesso, al managerialismo. In questo la Teologia papale è andata a braccetto,prima con la teoria politica dell’hitlerismo (applicazione del fordismo nell’Europa centrale), e poi con la teoria politica dell’imperialismo yankee. Insomma, il quadro che ne esce è abbastanza chiaro: Karol Wojtila è stato l’uomo immagine (o almeno poco ci manca) della massima espansione dell’imperialismo americano nel globo terrestre; ha benedetto il passaggio dal mondo bipolare a quello unipolare, dedicando i suoi ‘’padre nostro’’ alla strategia (del contenimento) della potenza egemone. I poveri? Il buon Karol, come ha dimostrato in Nicaragua,Cile,e Argentina (giusto per fare qualche piccolissimo esempio!),a dir poco ‘’se ne fotteva’’.In Teologia,’’il nostro’’ ha rielaborato tutto ciò che i neoconservatori hanno detto in filosofia; quindi abbiamo avuto inizialmente una sorta di hitlerismo morbido, per poi arrivare, cercando anche di ottenere dei consensi sociali,ad un riutilizzo del rotarismo delle origini; dalla massoneria nera a quella bianca,e la borghesia esce con l’anima in pace dalla sua Chiesa. Dulcis in fundo (chiaroveggenza divina?), negli ultimissimi anni del suo pontificato,ha ‘’quasi’’ anticipato, il passaggio dalla strategia della tigre di Bush, e quindi dell’attacco frontale,a quello della diplomazia strisciante di Obama; insomma, un burocrate di tutto rispetto e con grandi capacità. Sono arrivato alla conclusione, ma ripercorrendo,e qui il mio essere ripetitivo è semplicemente per il congedo,la produzione ideologia dell’amico di Pinochet,non posso che sintetizzare in questo modo la sua vera funzione politica:Karol Wojtila da Hitler a Bush.

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NOTE:

1) da Maschera e volto di Leo Strauss ‘’Le radici culturali del neocon.Da Weimar alla nobile menzogna’’ di Matteo D’Amico.Pubblicato su Alfa e Omega marzo-aprile 2005.

Fonte: http://www.kelebekler.com/occ/strauss01.htm

2) Antonio Gramsci ‘’Il Vaticano e l’Italia’’ Ed. Riuniti 1974

 3) Giovanni Paolo II ‘’Centesimus annus’’

Fonte:http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_01051991_centesimus-annus_it.html

 4) Ibidem

5) Ibidem

Tutte le bombe del Presidente

di: Manlio Dinucci

Su un atollo delle Isole Marshall, nel Pacifico, è piombata dallo spazio a velocità supersonica, giovedì scorso, una strana bomba che lo U.S. Army ha lanciato dalle Hawaii, distanti 4mila km. Non è che gli Usa abbiano deciso di attaccare anche la minuscola Repubblica delle Marshall. Anzi, in base a un accordo del 1983, essa ha affidato la propria difesa agli Stati uniti. E gli Stati uniti – che dal 1946 al 1958 hanno effettuato qui 67 test nucleari, tra cui l’esplosione a Bikini della più potente bomba all’idrogeno da 15 megaton – continuano a usare le Marshall come proprio poligono. La bomba che ha colpito l’atollo è una Advanced Hypersonic Weapon: lanciata con un razzo nell’alta atmosfera, plana e, manovrando, arriva sull’obiettivo a una velocità di circa 6mila km l’ora. È una delle armi del programma «Prompt Global Strike» (Pronto Attacco Globale), con la quale gli Usa stanno acquisendo la capacità di colpire, con testate non-nucleari, entro un’ora qualsiasi obiettivo in qualsiasi parte del mondo. Varato dal repubblicano Bush, il programma non era andato avanti perché prevedeva la riconversione di missili balistici nucleari per lanciare testate non-nucleari, cosa che avrebbe messo in allarme Russia e Cina, rischiando una guerra nucleare accidentale.

C’è voluto il democratico Obama (nonché Premio Nobel per la Pace) a trovare la soluzione: le bombe volanti, come quella appena testata, vengono lanciate con missili a traiettoria non-balistica, così da non creare equivoci. Esse sono solo una parte dell’arsenale del «Pronto Attacco Globale». La nuova strategia prevede che, mentre viene colpito dallo spazio con bombe volanti supersoniche, il paese nemico viene attaccato con i Mald-J: sono mini-velivoli automatici che, lanciati a mille km di distanza, saturano le difese, apparendo ai radar come caccia in arrivo, e quindi neutralizzano i radar con interferenze elettroniche. Questi mini-velivoli, che la Raytheon ha cominciato a fornire due mesi fa alla U.S. Air Force, offrono il duplice vantaggio di non mettere in pericolo gli equipaggi degli aerei e di poter essere lanciati a migliaia da pochi aerei cargo, tipo i C-130J. Solo dopo entrano in azione i cacciabombadieri con equipaggio, dotati di bombe a guida laser potenziate, come le Enhanced Paveway che, ha comunicato la Raytheon dieci giorni fa, sono ora utilizzabili da una più ampia gamma di aerei. Tali bombe hanno però limitata efficacia contro strutture sotterranee. Vi ha provveduto la Boeing, che una settimana fa ha annunciato di aver cominciato a fornire alla U.S. Air Force, da settembre, una nuova superbomba da 30mila libbre, denominata Mop (Massive Ordnance Penetrator).

Con il suo peso di quasi 14 tonnellate e la testata a uranio impoverito, può penetrare attraverso 60 metri di cemento armato, distruggendo il bunker sotterraneo con la detonazione di due tonnellate e mezza di alto esplosivo. La Mop, trasportabile con il bombardiere stealth B-2 Spirit (usato in marzo contro la Libia), ha la potenza distruttiva di una piccola atomica (salvo le radiazioni). Innamorato della superbomba è Leon Panetta, scelto da Obama quale nuovo segretario alla difesa. Come ex direttore della Cia, ha la passione per le tecniche più micidiali.

IlManifesto.it

Italia,il liberismo cambia faccia:dalla repubblica del bunga bunga alla repubblica tenica delle banche,dei mercati e dello spread

Articolo inviato al blog
di: Salvatore Santoru

Berlusconi si è dimesso ufficialmente ieri alle 21:41.Quasi vent’anni ,tra corruzione,clientelismo,affarismo e leggi “ad personam” è durato il suo regime.Regime che è riuscito come non mai ad imporre i dogmi dell’ideologia neoliberista al popolo italiano,tra propaganda mediatica,tv spazzatura e intralazzi vari.Ieri il Cavaliere è “stato dimesso”, ma non per un’iniziativa popolare o per elezioni,ma bensì per “il giudizio dei mercati” e per volere degli stessi poteri che nel 94 hanno sostenuto e finanziato la sua entrata in politica:da Confindustria alle banche,ai vari poteri forti e/o occulti e così via.E intanto il  trono vagante,con il consenso di destra/sinistra/centro,viene occupato da Mario Monti,colui che  a proposito di “mr Bunga Bunga” disse:” va ringraziato,nel 94 ci salvò dalla sinistra di Occhetto e avviò la rivoluzione liberale in Italia”.Lo stesso Monti che in  un suo articolo sul “Corriere della Sera”datato 2 gennaio 2011,dice :

“In Italia, data la maggiore influenza avuta dalla cultura marxista e la quasi assenza di una cultura liberale, si è protratta più a lungo, in una parte dell’ opinione pubblica e della classe dirigente, la priorità data alla rivendicazione ideale, su basi di istanze etiche, rispetto alla rivendicazione pragmatica, fondata su ciò che può essere ottenuto, anche con durezza ma in modo sostenibile, cioè nel vincolo della competitività.

Questo arcaico stile di rivendicazione, che finisce spesso per fare il danno degli interessi tutelati, è un grosso ostacolo alle riforme. Ma può venire superato. L’abbiamo visto di recente con le due importanti riforme dovute a Mariastella Gelmini e a Sergio Marchionne. Grazie alla loro determinazione, verrà un po’ ridotto l’handicap dell’Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili.”

Dunque i suoi esempi di “grandi riformatori” sarebbero Marchionne e la Gelmini.Insomma,prepariamoci al peggio.E c’è anche dell’altro.Lo stimato economista,nonchè  presidente della Bocconi in una sua recente intervista all’Infedele su La 7,ha affermato :”l’euro è un sucesso,soprattutto per la Grecia”.E così  che inizia la Terza Repubblica,fondata sulle “banche,sulla tecnica e sull’infallibilità dei mercati e delle borse”.Festeggiate pure  se vi va di farlo,ma riflettete sul perchè l’ex tessera 1816 P2,è stato dimesso proprio ora,e chiedetevi:ma non era meglio se si fosse dimesso per un’iniziativa popolare o per elezioni(magari anche anni fa),invece che per il “giudizio dei mercati” e i capricci dello “spread”,cioè per un’azione(un colpo di stato finanziario) con cui non abbiamo niente a che fare(anzi),e perlopiù per un’imposizione degli stessi che per quasi vent’anni lo hanno tenuto in galoppo?

Tutti gli uomini di Goldman Sachs

di: Francesco Piccioni

I «padroni dell’universo». Un soprannome modesto per gli uomini di punta di Goldman Sachs (GS). Una banca d’affari con 142 anni di vita, più volte sull’orlo del baratro, da sempre creatrice di conflitti di interesse terrificanti, da far impallidire – per dimensione e pervasività – quelli berlusconiani.

Famosa per «prestare» i propri uomini alle istituzioni, quasi dei civil servants con il pessimo difetto di passare spesso dalla banca privata ai posti di governo. Come peraltro i membri della Trilaterale o del Bilderberg Group. Mario Monti è uomo accorto: è presente in tutti e tre. Per GS ha fatto finora l’international advisor, come anche Gianni Letta, dal 2007, nonostante il ruolo di governo. Cos’è un advisor? Beh, è un consigliere; una persona in grado di indicare a una banca internazionale i migliori affari in circolazione. Specie quando uno Stato deve privatizzate le società pubbliche. Sta nella buca del suggeritore, ma può diventare premier…

E G&S ha comunicato ai mercati in tal caso lo spread per i Btp italiani calerebbe a 350 punti in un lampo.

È la banca che ha inventato (subito copiata dalle altre) i prodotti derivati, quei 600mila miliardi di dollari virtuali che stanno strangolando il mondo. Che ha aiutato i conservatori greci a nascondere lo stato reale dei conti pubblici davanti alla Ue. Che ha mandato l’amministratore delegato Henry Paulson, nel 2006, a fare il ministro del tesoro di Bush figlio. Dopo il crack di Lehmann Brothers inventò il piano Tarp: 700 miliardi di dollari statali per salvare le banche private anche a costo di far esplodere il debito pubblico Usa.

G&S riuscì in quel caso a intascare buona parte dei 180 miliardi destinati al salvataggio di Aig, gruppo assicurativo. Prima di lui era stato su quella poltrona Robert Rubin, con Clinton presidente; c’era poi tornato molto vicino, con Obama, ma dovette lasciare quasi subito il team economico: troppo evidente il suo doppio ruolo. Robert Zoellick è invece partito da G&S per coprire decine di ruoli per conto dei repubblicani, fino a diventare 11° presidente della Banca Mondiale.

Ma anche gli italiani si difendono bene. Romano Prodi era stato lui advisor, prima di tornare all’Iri per privatizzarla e spiccare quindi il volo verso la presidenza del consiglio, per ben due volte. Al suo fianco, negli anni, Massimo Tononi, ex funzionario della sede di Londra e quindi sottosegretario all’economia tra il 2006 e il 2008.

Ma il più noto è certamente Mario Draghi. Dal 2002 al 2005 è stato vicepresidente e membro del management Committee Worldwide della Goldman Sachs; in pratica il responsabile per l’Europa. Ha lasciato l’incarico per diventare governatore della Banca d’Italia e prendere la presidenza del Financial Stability Forum (ora rinominato Board), incaricato di trovare e mettere a punto nuove regole per il sistema finanziario globale. Compito improbo, che ha partorito molte raccomandazioni ma nessun risultato operativo di rilievo (le regole di Basilea 3 sono tutto sommato a tutela della solidità delle banche, non certo limitative di certe «audacie» speculative).

Dall’inizio di questo mese siede alla presidenza della Banca Centrale Europea, ma prima ancora di entrarci aveva scritto e poi fatto co-firmare a Trichet – la lettera segreta con cui il governo veniva messo alle strette: o le «riforme consigliate» in tempi stretti o niente acquisti di Btp. Forse rimpiange di ver lasciato il Financial Stability Board. Ma non deve preoccuparsi: al suo posto Mark Carney, governatore della Banca centrale canadese. Anche lui, per 13 lunghi anni, al fianco dei «padroni dell’universo» targati Goldman Sachs.

IlManifesto.it

Italia, un ‘regime change’ senza armi

di: Enrico Piovesana

Il bombardamento speculativo, l’ultimatum di Draghi e Trichet, l’invasione delle truppe in doppio petto di Bce e Fmi che occupano i ministeri e l’imposizione di un governo-fantoccio

La soluzione ai nostri guai sarebbe quindiMario Monti, tecnocrate che gode della piena fiducia dei mercati. Non stupisce, visto che l’ex commissario europeo è anche consulente di Goldman Sachs (la superbanca che ha causato il collasso greco e l’affossamento dei Btp italiani) e della Coca Cola, presidente europeo della Commissione Trilaterale di David Rockefeller e membro direttivo del potente club Bilderberg.

Ma come si è arrivati a questo?

Lo scorso luglio i mercati internazionali, soprattutto statunitensi (grandi banche d’affari, fondi d’investimento, agenzie di rating, multinazionali e compagnie assicurative) hanno scatenato il loro attacco speculativo contro l’Italia: non perché le condizioni economiche del nostro Paese fossero improvvisamente peggiorate, ma per la definitiva perdita di credibilità e di fiducia del governo Berlusconi.

Inizialmente sostenuto dai mercati internazionali per le sue promesse di ‘rivoluzione liberale’, ultimamente il Cavaliere, sempre più invischiato nei suoi scandali sessuali e concentrato a difendere i suoi interessi personali, veniva giudicato dai mercati irrimediabilmente inadeguato a portare avanti le riforme e le politiche economiche da essi richieste.

La crescente apprensione dei mercati si è tramutata in paura a giugno, con la vittoria del referendum contro la privatizzazione dell’acqua: un campanello d’allarme sulla pericolosa piega democratica che rischiava di prendere l’Italia nel vuoto di potere creato da Berlusconi.

In un Paese inaffidabile e indisciplinato come l’Italia, i mercati non potevano certo affidare il cambio di regime al popolo bue, rischiando di vedersi rieletto Berlusconi o di vederlo sostituito da un governo troppo sbilanciato a sinistra. Hanno giudicato più sicuro prendere direttamente il controllo dell’Italia con il pretesto dell’emergenza.

Da qui l’attacco speculativo di luglio con borse e spread impazziti, traduzione economica della dottrina militare Shock and Awe, colpisci e intimorisci.

Insomma, terrorismo finanziario. Il Paese, messo in ginocchio e gettato nel panico, è pronto ad accettare qualsiasi cosa.

L’ultimatum è arrivato ad agosto nella lettera dei banchieri Trichet e Draghi, che dettavano al governo Berlusconi le condizioni per la fine dei bombardamenti speculativi: in sostanza una resa incondizionata alle politiche dettate da banche, finanza e grandi imprese: privatizzazioni, deregulation del mercato del lavoro, taglio a salari, pensioni e servizi sociali.

La confusa e tentennante risposta del governo Berlusconi ha scatenato l’offensiva finale dei mercati, che in poche settimane hanno portato l’Italia sull’orlo del default. Il Cavaliere, con la pistola puntata alle tempia, è stato costretto a farsi da parte, mentre a Roma sbarcavano le truppe in doppio petto di Bce e Fmi, che occupavano i ministeri-chiave prendendo di fatto in mano le redini del Paese.

Nel frattempo si mette in piedi un governo-fantoccio guidato dal consulente di Goldman Sachs che, almeno a giudicare dai nomi che circolano sui probabili ministri, sarà formato in gran parte da banchieri e da personaggi strettamente legati alle banche: Giuliano Amato, consulente di Deutsche Bank ed esperto in manovre lacrime e sangue, Fabrizio Saccomanni, direttore generale della Banca d’Italia, Lorenzo Bini Smaghi, appena uscito dal comitato esecutivo della Banca centrale europea, Domenico Siniscalco, vicepresidente di Morgan Stanley, Piero Gnudi, consigliere d’amministrazione di Unicredit.

“Missione compiuta!” disse Bush sulla portaerei dopo la caduta di Saddam.

Altrettanto potranno dire nei prossimi giorni i grandi banchieri internazionali, brindando a champagne sui loro yacht alla salute del governo Monti. Alla faccia del ’99 per cento’ degli italiani, inconsapevolmente caduti dalla padella alla brace.

Nulla di nuovo sotto il sole. Per imporre le proprie regole e tutelare i propri interessi, i poteri forti economici e finanziari (statunitensi ma non solo) hanno organizzato golpe in Africa e in America Latina, invasioni militari in Asia, Medio Oriente e Nordafrica, rivoluzioni colorate nell’ex blocco comunista. Per i Paesi europei basta un massiccio attacco speculativo e il gioco è fatto. All’Italia è già capitato nel 1992, e oggi la storia si ripete.

PeaceReporter

Dieci anni dopo: Chi è Osama bin Laden?

di: Prof. Michel Chossudovsky

L’articolo sottostante intitolato Chi è Osama bin Laden? è stato redatto l’11 settembre 2001 e pubblicato sul sito Global Research la sera del 12 settembre 2001.

Da allora è apparso su numerosi siti web ed è uno degli articoli, riguardanti Osama bin Laden e Al Qaeda, più letti su Internet.

Sin dal principio, l’obiettivo era quello di utilizzare l’ 11 / 9 come pretesto per l’avvio della prima fase della guerra in Medio Oriente, che consisteva nel bombardamento e nell’ occupazione dell’Afghanistan.

Poche ore dopo gli attentati, Osama bin Laden era identificato come l’architetto dell’ 11 / 9. Il giorno seguente,era stata lanciata la “guerra al terrorismo”. La campagna di disinformazione mediatica viaggiava a pieno regime.

L’Afghanistan venne identificato come uno “stato sponsor del terrorismo” mentre gli attacchi  furono classificati come un atto di guerra, un attacco contro l’America da parte di una potenza straniera.

Venne fatto valere il diritto all’auto-difesa. Il 12 settembre, meno di 24 ore dopo l’attacco, la NATO invocava per la prima volta nella sua storia l’ “Articolo 5 del Trattato di Washington - la clausola di difesa collettiva”, dichiarando gli attacchi al World Trade Center (WTC) e al Pentagono ”essere un attacco contro tutti i membri della NATO.”

Quello che accadde successivamente, le invasioni dell’ Afghanistan (ottobre 2001) e dell’Iraq (marzo 2003) è già parte della storia. Sulla scia della “liberazione” della Libia sponsorizzata dalla NATO (agosto 2011), la Siria e l’Iran costituiscono la fase successiva della roadmap militare di USA-NATO .

L’ 11 Settembre rimane il pretesto e la giustificazione per intraprendere una guerra senza confini. Ironicamente, la guerra globale al terrorismo (GWOT) è condotta non contro i terroristi ma con “con i terroristi” (WTT), con il pieno sostegno, come in Libia, delle brigate paramilitari affiliate ad Al Qaeda sotto la supervisione USA-NATO  .

Michel Chossudovsky, 7 set 2011

Estratti dalla prefazione di  America’s “War on Terrorism” , seconda edizione, Global Research, 2005.

Alle undici della mattina dell’11 settembre, l’amministrazione Busha aveva già annunciato che Al Qaeda era responsabile degli attacchi al World Trade Center (WTC) e al Pentagono. Questa affermazione venne fatta prima della conduzione di un’indagine approfondita da parte della polizia.

Quella stessa sera, alle 21.30, fu formato un “gabinetto di guerra”  integrato da un numero ristretto di importanti membri dell’ intelligence e consiglieri militari. E alle 23.00, al termine di quello storico incontro alla Casa Bianca, venne lanciata ufficialmente la “guerra al terrorismo”.

La decisione fu annunciata per intraprendere la guerra contro i talebani e Al Qaeda. La mattina seguente, il 12 settembre, in coro, i media americani stavano invocando un intervento militare contro l’Afghanistan.

Appena quattro settimane dopo, il 7 ottobre, l’Afghanistan venne bombardato e invaso dalle truppe statunitensi. Il popolo americano fu portato a credere che la decisone di andare in guerra era stata presa sulla spinta del momento, la sera dell’ 11 settembre, in risposta agli attacchi e alle loro tragiche conseguenze.

Era ben lontano però il pubblico a rendersi conto che un un teatro di guerra di cosi vaste dimensioni non è mai pianificato ed eseguito nel giro di settimane. La decisione di lanciare una guerra e di inviare truppe in Afghanistan era stata presa ben prima dell’ 11 / 9. L’ ”imponente atto terroristico che ha prodotto numerose vittime”, come successivamente ha descritto il Comandante generale del CentCom Tommy Franks, è servito a galvanizzare l’opinione pubblica per sostenere una agenda di guerra che era già nella sua fase di progettazione definitiva.

I tragici eventi dell’ 11 / 9 fornirono la necessaria giustificazione per intraprendere una guerra con  ”motivi umanitari”, con il pieno appoggio dell’opinione pubblica mondiale e l’approvazione della “comunità internazionale”.

Diversi importanti  intellettuali “progressisti” presentarono motivazioni morali ed etiche per giustificare la “rappresaglia contro il terrorismo”. La dottrina militare della “giusta causa” (jus ad bellum) è stata accettata e sostenuta come una legittima risposta agli attacchi, senza esaminare il fatto che Washington non solo aveva sostenuto il ”network del terrorismo islamico” ma era stato anche determinante nell’installazione del governo talebano nel 1996.

In seguito all’ 11 / 9, il movimento contro la guerra era completamente isolato. I sindacati e le organizzazioni della società civile avevano inghiottito le bugie dei media e la propaganda del governo. Avevano accettato una guerra di vendetta contro l’Afghanistan, un paese impoverito di 30 milioni di persone.

Ho iniziato a scrivere la sera del 11 settembre, fino a tarda notte, passando attraverso montagne di note di ricerca che avevo raccolto in precedenza sulla storia di Al Qaeda. Il mio primo testo intitolato “Chi è Osama bin Laden?” è stato completato e pubblicato il 12 settembre. (Vedi il testo completo sotto).

Sin dal primo momento ho messo in dubbio la versione ufficiale, che descriveva diciannove dirottatori di Al Qaeda coinvolti in una operazione altamente sofisticata e organizzata. Il mio primo obiettivo è stato quello di rivelare la vera natura di questo illusorio “nemico dell’America” ​​che ”stava minacciando la Patria”.

Il mito del ”nemico esterno” e la minaccia dei ”terroristi islamici” sono stati la pietra angolare della dottrina militare dell’ amministrazione Bush, usati come pretesto per invadere l’Afghanistan e l’Iraq, per non menzionare l’abrogazione delle libertà civili e del governo costituzionale in America.

Senza un ”nemico esterno”, non ci potrebbe essere la “guerra al terrorismo”. L’ intera agenda della sicurezza nazionale crollerebbe “come un castello di carte”. I criminali di guerra nei piani alti non avrebbero nulla a cui aggrapparsi.

E’ stato pertanto fondamentale per lo sviluppo di un coerente movimento contro la guerra e per i diritti civili, rivelare la natura di Al Qaeda e del suo rapporto in evoluzione alle successive amministrazioni degli Stati Uniti. Come ampiamente documentato, ma raramente menzionato dai media mainstream, Al Qaeda è una creazione della CIA che risale alla guerra in Afghanistan. Questo era un fatto noto, corroborato da numerose fonti tra cui i documenti ufficiali del Congresso degli Stati Uniti. La comunità di intelligence aveva più volte ammesso di aver effettivamente sostenuto Osama bin Laden, ma che, a seguito della Guerra Fredda: ”ci si rivolse contro.

Dopo l’ 11 / 9, la campagna di disinformazione dei media è servita non solo ad affogare la verità, ma anche ad uccidere gran parte delle prove storiche su come questo illusorio ”nemico esterno” era stato inventato e trasformato nel ”nemico numero uno”.

Chi è Osama Bin Laden?

Poche ore dopo gli attacchi terroristici al World Trade Center e al Pentagono, l’amministrazione Bush giunse alla conclusione, senza fornire prove, che “Osama bin Laden e al-Qaeda, la sua organizzazione,sono i principali sospettati”. George Tenet, direttore della Cia, ha dichiarato che bin Laden ha la capacità di pianificare “attacchi multipli con o alcun avvertimento“.

Il segretario di Stato Colin Powell ha definito gli attacchi ”un atto di guerra” e il presidente Bush ha confermato la sera, in un discorso televisivo alla nazione, che non avrebbe “fatto alcuna distinzione tra i terroristi che hanno commesso questi atti e coloro che li ospitano”. L’ex direttore della CIA, James Woolsey, ha puntato il dito contro gli “stati sponsor”, implicando la complicità di uno o più governi stranieri. Con le parole dell’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Lawrence Eagleburger, ”penso che dimostreremo che quando veniamo attaccati in questo modo, siamo terribili nella nostra forza e nella nostra punizione”.

Nel frattempo, ripetendo a pappagallo le dichiarazioni ufficiali, il mantra dei media occidentali ha approvato il lancio di ”azioni punitive” dirette contro obiettivi civili in Medio Oriente. Come ha scritto William Saffire sul New York Times: ”Quando abbiamo ragionevolmente determinato le  basi e i campi di coloro che ci hanno attaccato, li dobbiamo polverizzare - riducendoli al minimo, ma accettando il rischio di danni collaterali” - ed agire apertamente o segretamente per destabilizzare le nazioni che ospitano i terroristi “.

Il  seguente testo delinea la storia di Osama Bin Laden e i collegamenti della”Jihad” islamica con la formulazione della politica estera degli Stati Uniti durante la Guerra Fredda e le sue conseguenze.

Il primo sospettato di New York e Washington per gli attacchi terroristi, bollato dall’Fbi come “terrorista internazionale” per il suo ruolo negli attentati alle ambasciate africane degli Stati Uniti, il saudita Osama bin Laden è stato reclutato durante la guerra in Afghanistan dei sovietici ”ironicamente sotto l’egida della la CIA, per combattere gli invasori sovietici ”. [1]

Nel 1979 venne lanciata “la più grande operazione segreta nella storia della CIA”, in risposta all’invasione sovietica dell’Afghanistan e a sostegno del governo filo-comunista di Babrak Kamal: [2]

Sotto l’ impulso attivo della CIA e dell’ISI pakistano [Inter Services Intelligence], che voleva trasformare la jihad afghana in una guerra globale intrapresa da tutti gli stati musulmani contro l’Unione Sovietica, circa 35.000 radicali musulmani provenienti da oltre 40 paesi islamici si unirono alla lotta in Afghanistan tra il 1982 e nel 1992. Decine di migliaia sono andati a studiare nelle madrasa pakistane. Alla fine, più di 100.000 musulmani integralisti stranieri furono direttamente influenzati dalla jihad afghana.[3]

La ”Jihad” islamica fu sostenuta dagli Stati Uniti e dall’Arabia Saudita, con una parte sostanziale dei finanziamenti generati dal traffico di droga della Mezzaluna d’ Oro:

Nel marzo del 1985, il presidente Reagan firmò il National Security Decision Directive 166,…[ il quale] autorizzava aiuto militare segreto ai mujahideen e chiariva che la guerra segreta afghana aveva un nuovo obiettivo: la sconfitta delle truppe sovietiche in Afghanistan attraverso azioni occulte e incoraggiare il ritiro sovietico. La nuova assistenza segreta degli Stati Uniti iniziò con un drammatico aumento delle forniture di armi - un aumento costante di 65.000 tonnellate ogni anno dal1987, … così come di un ”flusso continuo” di specialisti della CIA e del Pentagono che si recavano al quartier generale segreto dell’ ISI , sulla strada principale vicino a Rawalpindi, in Pakistan.Qui gli specialisti della Cia incontravano i funzionari dell’intelligence pakistana per aiutarli a pianificare le operazioni per i ribelli afgani.[4]

La Central Intelligence Agency (CIA), utilizzando l’Inter Services Intelligence (ISI) dei militari pakistani, ha svolto un ruolo chiave nella formazione dei Mujahideen. A sua volta, l’ addestramento alla guerriglia sponsorizzata dalla Cia è stato integrato con gli insegnamenti dell’Islam:

I temi predominanti erano che l’Islam rappresentasse una completa ideologia socio-politica, che il sacro Islam veniva violato  delle truppe sovietiche atee e che il popolo islamico dell’Afghanistan dovrebbe riaffermare la propria indipendenza rovesciando il regime di sinistra afghano appoggiato da Mosca.” [5]

L’ apparato dell’intelligence Pakistana

L’ ISI venne usata come un “intermediario”. Il sostegno segreto della Cia alla ”jihad” avveniva indirettamente attraverso l’ISI pakistano, - vale a dire la CIA non dava il suo supporto direttamente ai mujahideen. In altre parole, affinchè  queste operazioni segrete si rivelassero ”di successo”, Washington fu attenta a non rivelare l’obiettivo ultimo della ”jihad”, che consisteva nel distruggere l’Unione Sovietica.

Nelle parole di Milton Beardman della CIA: “Non abbiamo addestrato gli arabi”. Tuttavia, secondo Abdel Monam Saidali, dell’Al-aram Center for Strategic Studies del Cairo, bin Laden e gli “arabi afghani” avevano ricevuto ” un tipo di addestramento molto sofisticato che era stato permesso dalla CIA” [6]

Beardman ha confermato, a questo proposito, che Osama bin Laden non era consapevole del ruolo che stava giocando per conto di Washington. Con le parole di bin Laden (citate da Beardman): “Né io né i miei fratelli abbiamo visto la prova dell’ aiuto americano”. [7]

Motivati ​​dal nazionalismo e dal fervore religioso, i guerrieri islamici erano inconsapevoli che combattevano l’esercito sovietico per conto dello Zio Sam. Anche se ci furono contatti ai livelli più alti della gerarchia dell’intelligence, i leader dei ribelli islamici non furono mai in contatto con Washington o la CIA.

Con l’appoggio della CIA e le grandi quantità di aiuti militari statunitensi, l’ISI pakistana aveva sviluppato una “struttura parallela che gestiva un enorme potere su tutti gli aspetti del governo”.[8] Lo staff dell’ Isi era composto da ufficiali militari e dell’intelligence, burocrati, agenti sotto copertura e informatori, stimati in circa 150.000. [9]

Nel frattempo, le operazioni della CIA avevano anche rinforzato il regime militare pakistano guidato dal generale Zia Ul Haq:

Le relazioni tra la CIA e l’ ISI [i servizi segreti militari del Pakistan] si sono intensificate a seguito della cacciata di Bhutto da parte di [Generale] Zia e l’avvento del regime militare”… Per gran parte della guerra afghana, il Pakistan è stato più aggressivamente anti-sovietico persino degli stessi Stati Uniti.”

Poco dopo che l’esercito sovietico invase l’Afghanistan nel 1980, Zia [ul Haq] mandò il suo capo dell’ISI a destabilizzare gli stati sovietici dell’Asia centrale. La CIA accettò questo piano solo nell’ottobre del 1984 …. La CIA era più cauta dei pakistani. Sia il Pakistan che gli Stati Uniti adottarono una strategia di inganni con l’Afghanistan, mostrando pubblicamente di negoziare un accordo mentre privatamente si accordavano sul fatto che l’escalation militare era stata la migliore scelta. ”[10]

Il triangolo della droga nella Mezzaluna d’Oro

La storia del traffico di droga in Asia Centrale è intimamente collegata alle operazioni segrete della CIA. Prima della guerra sovietico-afghana, la produzione di oppio in Afghanistan e Pakistan era diretta verso piccoli mercati regionali. Non vi era produzione locale di eroina. [11] A questo proposito, lo studio di Alfred McCoy conferma che in due anni di operazioni CIA in Afghanistan, ”la terra di confine Pakistan – Afghanistan divenne il maggior produttore di eroina al mondo, fornendo il 60 per cento della domanda negli Stati Uniti. In Pakistan, la popolazione tossico – dipendente passò da quasi zero nel 1979 … a 1,2 milioni nel 1985 - una crescita molto più rapida che in qualunque altra nazione”: [12]

La CIA controllava questo traffico di eroina. Quando i guerriglieri mujaheddin conquistavano territori all’interno dell’Afghanistan, ordinavano ai contadini di piantare oppio come tassa rivoluzionaria. Dall’altra parte del confine, in Pakistan, i leader afghani e i gruppi locali, sotto la protezione dell’Intelligence pakistana, gestivano centinaia di laboratori per la lavorazione dell’ eroina. Durante questo decennio segnato dall’ enorme circolazione della droga, la Drug Enforcement Agency a Islamabad evitò di pretendere grosse confische o arresti …Funzionari degli Stati Uniti avevano rifiutato di indagare sulle accuse di traffico di eroina da parte dei suoi alleati afghani `perché la politica americana stupefacenti in Afghanistan è stata subordinata alla guerra contro l’influenza sovietica. ’Nel 1995, l’ex direttore della CIA per le operazioni afghane, Charles Cogan, ha ammesso che la CIA aveva effettivamente sacrificato la guerra alla droga per combattere la Guerra Fredda. “La nostra missione principale è stata quella di arrecare il maggior danno possibile ai sovietici. Noi in realtà non avevamo le risorse o il tempo per dedicarci a un’indagine sul narcotraffico”… “Non penso che abbiamo bisogno di chiedere scusa per questo. Ogni situazione ha la sua ricaduta…. C’è stata una ricaduta in termini di droga, sì. Ma l’obiettivo principale è stato compiuto. I sovietici hanno lasciato l’Afghanistan.” [13]

Sulla scia della Guerra Fredda

In seguito alla Guerra Fredda, la regione dell’Asia centrale non è solo strategica per le sue estese riserve di petrolio ma anche perché essa produce i tre quarti della produzione mondiale di oppio, che rappresenta i miliardi di dollari di ricavi dei gruppi d’affari,  delle istituzioni finanziarie, dei servizi segreti e della criminalità organizzata. Il ricavato annuale del traffico nella Mezzaluna d’Oro (tra i 100 e 200 miliardi di dollari) rappresenta circa un terzo del fatturato mondiale annuo del narcotraffico, stimato dalle Nazioni Unite sull’ordine dei 500 miliardi di dollari.[14]

Con la disintegrazione dell’Unione Sovietica, si è avuta una nuova ondata nella produzione di oppio. (Secondo le stime dell’ONU, la produzione di oppio in Afghanistan nel 1998-99 – coincidente con la formazione delle insurrezioni armate nelle ex repubbliche sovietiche - ha raggiunto un record di 4600 tonnellate.

La vasta rete di intelligence militare dell’ ISI non venne smantellata alla fine della Guerra Fredda. La CIA ha continuato a sostenere la”Jihad” islamica anche fuori del Pakistan. Furono avviate nuove iniziative segrete in Asia centrale, nel Caucaso e nei Balcani. I militari del Pakistan e l’apparato di intelligence servirono essenzialmente “da catalizzatore per la disintegrazione dell’Unione Sovietica e la nascita di sei nuove repubbliche musulmane dell’Asia centrale”.[16]

Nel frattempo, i missionari islamici della setta wahhabita dell’Arabia Saudita si erano stabiliti nelle repubbliche musulmane, così come all’interno della federazione russa, sconfinando le istituzioni dello Stato laico. Nonostante la sua ideologia anti-americana, il fondamentalismo islamico stava ampiamente servendo gli interessi strategici di Washington nella ex Unione Sovietica.

Dopo il ritiro delle truppe sovietiche nel 1989, la guerra civile in Afghanistan è continuata inesorabile. I talebani erano supportati dai deobandi pakistani e dal loro partito politico, Jamiat-ul-Ulema-e-Islam (Jui). Nel 1993, lo Jui è entrato nella coalizione di governo del Primo Ministro Benazzir Bhutto. Furono stabiliti i legami tra lo Jui, l’Esercito e l’ ISI. Nel 1995, con la caduta del governo Hezb-I-Islami di Hektmatyar a Kabul, i talebani non solo insediarono un governo oltranzista islamico, ma anche ”consegnarono il controllo dei campi di addestramento in Afghanistan alle fazioni Jui …” [17]

E lo JUI, con il sostegno dei movimenti wahhabiti sauditi, giocò un ruolo chiave nel reclutare volontari per combattere nei Balcani e nella ex Unione Sovietica.

Il Jane Defense Weekly conferma a tal riguardo che ”metà degli uomini e delle attrezzature dei talebani personale provengono dal Pakistan, sotto l’opera dell’ISI”. [18]

In realtà sembrerebbe che, dopo il ritiro sovietico, entrambi le parti nella guerra civile afghana abbiano continuato a ricevere sostegno segreto attraverso ISI pakistano. [19]

In altre parole, sostenuto dai servizi segreti militari pakistani (ISI), che a sua volta erano controllati dalla CIA, lo Stato islamico dei talebani è stato largamente funzionale agli interessi geopolitici americani. Il traffico di droga della Mezzaluna d’Oro è stato anche usato per finanziare ed equipaggiare l’Esercito musulmano bosniaco (a partire dai primi anni 1990) e l’ UCK nel Kossovo. Negli ultimi mesi ci sono prove riguardo al fatto che i mercenari mujaheddin stavano combattendo nelle fila dell’ UCK, durante i loro attacchi terroristici in Macedonia.

Senza dubbio, questo spiega perché Washington ha chiuso gli occhi sul regno del terrore imposto dai Talebani, compresa la palese violazione dei diritti delle donne, la chiusura delle scuole per le bambine, il licenziamento delle donne che lavoravano negli uffici pubblici e l’imposizione delle ”leggi punitive della Sharia ”.[20]

La guerra in Cecenia

Per quanto riguarda la Cecenia, i principali leader ribelli Shamil Basayev e Al Khattab sono stati addestrati e indottrinati nei campi sponsorizzato dalla Cia in Afghanistan e Pakistan. Secondo Yossef Bodansky, direttore della Task Force del Congresso americano sul terrorismo e la guerra non convenzionale, la guerra in Cecenia era stata pianificata durante un summit segreto di Hizb Allah International tenuto nel 1996 a Mogadiscio, in Somalia. [21] Al summit hanno partecipato Osama bin Laden e funzionari di alto livello dell’intelligence iraniana e pakistana. A questo proposito, il coinvolgimento dell’Isi pakistano in Cecenia ”va ben oltre la fornitura ai ceceni di armi e competenza: l’Isi e i suoi rappresentanti fondamentalisti islamici sono in effetti al comando di questa guerra”. [22]

La principale rotta degli oleodotti della Russia transita attraverso la Cecenia e il Daghestan. Nonostante la sbrigativa condanna da parte di Washington del terrorismo islamico, i beneficiari indiretti della guerra in Cecenia furono le compagnie petrolifere anglo-americani , in lizza per il controllo delle risorse petrolifere e per i corridoi degli oleodotti del bacino del Mar Caspio.

I due principali eserciti dei ribelli ceceni, (guidati rispettivamente dal comandante Shamil Basayev e Emir Khattab) stimati in circa 35.000 uomini, furono sostenuti dall’ISI pakistano, che ha anche giocato un ruolo chiave nell’organizzare e addestrare l’esercito ribelle ceceno:

[Nel 1994] l’Isi pakistano ha fatto si che Basayev e i suoi fidati luogotenenti ricevessero un intensivo indottrinamento islamico e addestramento alla guerriglia nella provincia di Khost, in Afghanistan, al campo di Amir Muawia, istituito nei primi anni 1980 dalla CIA e dall’ISI e gestito dal famoso signore della guerra afghano Gulbuddin Hekmatyar. Nel luglio del 1994, dopo essersi diplomato a Amir Muawia, Basayev è stato trasferito a Markaz-i-Dawar, in Pakistan, per essere addestrato alle tecniche avanzate di guerriglia. In Pakistan, Basayev incontrò i più importanti militari pakistani e ufficiali dell’ intelligence: il generale Aftab Shahban Mirani, ministro della Difesa, il generale Naserullah Babar, ministro dell’ Interno, e il capo del settore dell’Isi incaricato di sostenere le cause islamiche, il generale Javed Ashraf (ora tutti in pensione). Questi collegamenti con personaggi di alto livello si sono rivelati molto utili per Basayev. ”[23]

Dopo il suo addestramento e indottrinamento, Basayev è stato assegnato a guidare l’assalto contro le truppe federali russe nella prima guerra cecena nel 1995. La sua organizzazione aveva anche sviluppato forti collegamenti con gruppi criminali a Mosca, nonché legami con il crimine organizzato albanese e l’UCK. Nel 1997-98, secondo il Servizio di Sicurezza Federale della Russia(FSB) , i”signori della guerra ceceni hanno cominciato ad acquistare beni immobili in Kosovo …attraverso svariate ditte immobiliari registrate come copertura in Jugoslavia”. [24]

L’ organizzazione di Basayev è stata anche coinvolta in una serie di attività illegali tra cui il traffico narcotici, intercettazioni illegali e il sabotaggio di oleodotti russi, rapimenti, prostituzione, commercio di dollari falsi e contrabbando di materiali nucleari.

Durante il suo addestramento in Afghanistan, Shamil Basayev era collegato con il veterano comandante saudita dei mujahidin ”AlKhattab”, che aveva combattuto come volontario in Afghanistan.Appena pochi mesi dopo il ritorno di Basayev a Grozny, Khattab è stato invitato (all’inizio del 1995) ad installare una base militare in Cecenia per l’addestramento dei combattenti mujahideen. Secondo la BBC, l’ impiego di Khattab  in Cecenia era stato “organizzato attraverso la [International] Islamic Relief Organisation, un’organizzazione religiosa militante basata in Arabia Saudita, finanziata da moschee e ricchi individui che canalizzano i fondi in Cecenia” .[26]

Considerazioni conclusive

Sin dai tempi della Guerra Fredda, Washington ha consapevolmente appoggiato Osama bin Laden, mentre allo stesso tempo lo inseriva nella “lista dei maggiori ricercati” dell’ FBI come il più pericoloso terrorista del mondo.

Mentre i mujaheddin sono occupati a combattere la guerra dell’America nei Balcani e nell’ex Unione Sovietica, l’FBI - agendo come una forza di polizia statunitense, sta conducendo una guerra interna contro il terrorismo, operando in alcuni aspetti indipendentemente dalla CIA che – fin dalla guerra in Afghanistan -  ha sostenuto il terrorismo internazionale attraverso le sue operazioni segrete.

Per una crudele ironia, mentre la jihad islamica - definita dall’amministrazione Bush come “una minaccia all’America” ​​-viene condannata come responsabile degli attacchi terroristici al World Trade Centre e al Pentagono, queste stesse organizzazioni islamiche costituiscono uno strumento chiave nelle operazioni militari e di intelligence degli USA nei Balcani e nella ex Unione Sovietica.

A seguito degli attacchi terroristici a New York e Washington, la verità deve prevalere per evitare che l’amministrazione Bush, insieme ai suoi partner della Nato, intraprenda un’avventura militare che minacci il futuro dell’umanità.

LINK: Ten Years Later: Who Is Osama bin Laden? 

DI: Coriintempesta

Inchiesta/ Attacco speculativo all’Italia: chi vuole “eliminare” Berlusconi?

di: Enrica Perucchietti

Tra gli addetti ai lavori serpeggia una convinzione sull’attuale crisi dell’euro, alternativa a quella che ci viene trasmessa ogni giorno insieme alla nostra quotidiana razione di terrorismo psicologico. Pochi, però, avranno il coraggio di confermarvi, se non in via strettamente ufficiosa, la sensazione non ancora dimostrabile, che vi sia una manovra per far crollare l’euro e forse far fallire il progetto dell’unione monetaria. A ciò si aggiunga la recente pressione – o meglio, alta tensione – sulla situazione del debito in Italia che ha avuto però inizio con un attacco speculativo nei confronti del nostro Paese il febbraio 2010.

Dunque, un anno e mezzo fa.

Che possa esistere un’intelligence di matrice angloamericana dietro il crollo finanziario attuale è sostenuto da politici di diversi schieramenti e da giornalisti per lo più stranieri. A lanciare l’allarme sulla crisi finanziaria che si sarebbe abbattuta sull’Italia e sul Governo Berlusconi è stato, in tempi ancora non sospetti, lo storico Webster Tarpley, che ha vissuto in Italia – per la precisione a Torino – per molti anni e conosce bene la situazione del nostro Paese.

Tarpley, inoltre, è stato uno dei primi a rendere pubblici i dubbi nei confronti di Obama quando quest’ultimo era ancora soltanto un candidato democratico alla Casa Bianca. Quando in tutto il mondo serpeggiava l’Obamamania, come ho dimostrato nel mio saggio, L’altra faccia di Obama, Tarpley ha avuto il coraggio di schierarsi come voce fuori dal coro e “stonare” portando prove a conferma dei legami occulti di Obama con le lobby di Wall Street, la CIA e soprattutto con Brzezinski, già consigliere per la politica estera sotto Jimmy Carter e strenuo sostenitore della Guerra Fredda permamente. L’influenza di questa eminenza grigia è ora meglio riscontrabile nella politica estera dell’amministrazione Obama e nel recente conflitto in Libia che si dimostra essere l’ennesimo tassello – ma non l’ultimo – dell’opera di espansionismo americano e di militarizzazione del Medio Oriente in chiave anti cino-sovietica.

È proprio su questo fronte che si possono forse ravvisare i germi che hanno spinto il Governo italiano a finire sotto l’attacco speculativo americano. Da un lato la strategia per rivalutare il dollaro passa attraverso l’attacco e la svalutazione dell’euro non frontale ma trasversale, come vedremo meglio più avanti.

Dall’altra il nostro Paese potrebbe pagare – come ha pagato la Norvegia in modo più tragico e “scenografico” – l’alleanza con la Russia di Putin. In questo senso il cofondatore del PDL, e segretario nazionale della Destra Libertaria-PDL, Luciano Buonocore, da me raggiunto telefonicamente, ha spiegato che il grande errore dell’Unione Europea è stato proprio quello di non aprirsi alla Russia, allargando così verso est i propri confini. Le ragioni sono ovvie: così facendo andrebbe rivisto il comando all’interno della NATO, e per alcuni Paesi membri come Francia e Inghilterra la cosa non può essere accettata.

Dall’altro la politica estera intessuta in questi anni da Berlusconi con l’alleanza russa, potrebbe aver interrotto involontariamente quell’asse strategico USA-Gran Bretagna che il Premier aveva costruito con i precedenti governi Bush-Blair.

Che esista una vera e propria intelligence che possa aver orchestrato il piano speculativo per svalutare l’euro e far crollare i mercati è la convinzione di Webster Tarpley che dichiara: «Questo era già chiaro dal febbraio 2010, quando il Wall Street Journal pubblicò un servizio su una cena cospiratoria (8 febbraio) tenutasi nella sede di una piccola banca d’affari specializzata, la Monness Crespi and Hardt, alla quale parteciparono persone di grande influenza. In quell’occasione si cercavano strategie per evitare un’ondata di vendite di dollari da parte delle banche centrali ed il conseguente crollo del dollaro. L’unica maniera per rafforzare il biglietto verde passava attraverso un attacco all’euro». Data però la difficoltà ad attaccare una moneta così forte come l’euro «gli sciacalli degli hedge funds di New York – fra cui anche certi protagonisti della distruzione di Lehman Brothers – hanno cercato i fianchi più deboli del sistema europeo e li hanno individuati nei mercati dei titoli di stato dei piccoli paesi del meridione europeo e comunque della periferia – Grecia e Portogallo – dove era possibile contare sulla complicità di politici dell’Internazionale Socialista al servizio della CIA e di Soros», o, più in generale, delle lobby di Wall Street e delle famiglie che detengono il potere finanziario negli USA: Soros, Rotschild, Rockefeller etc. anche se Soros ha più volte pubblicamente dichiarato la necessità di metterli al bando.

A questo punto l’attacco speculativo sarebbe stato affiancato da una campagna diffamatoria e di stampo terrorista accompagnata da pessime valutazioni delle agenzie di rating: «un mix che può comportare tracolli dei prezzi e un vero e proprio panico».

A tutto ciò si aggiunga il ricorso ai famigerati credit default swaps o derivati di assicurazione già definiti dal terzo uomo più ricco del mondo, Warren Buffett, come “armi finanziarie di distruzione di massa”. E se lo dice lui che dei mercati finanziari è sovrano…

Eppure la riforma dei mercati tanto auspicata da Paul Volcker con la fine della deregulation selvaggia che ha dominato i mercati fino al crollo di Lehman Brothers, Fannie Mae e Freddie Mac non è avvenuta: la Volcker Rule è stata imbavagliata prima che potesse far sentire i suoi effetti sui mercati. Si devono ringraziare i democratici per questo che, spalleggiati ovviamente dai repubblicani, hanno impedito la messa la bando dei derivati tossici che – insieme ai mutui subprime – avevano già causato la bolla finanziaria nel 2007. Si deve anche ringraziare Obama che, vinte le elezioni, ha messo da parte il vecchio gigante dell’economia, Volcker, che aveva voluto vicino a sé per le foto di ruolo in campagna elettorale. Una volta arrivato alla Casa Bianca, non c’era più bisogno di un piano per scongiurare un’altra crisi finanziaria. L’importante era agire in fretta per salvare le Banche too big to fail, troppo grandi per fallire. Su questo fronte il ministro Geithner ha fatto un ottimo lavoro…

Ma ora il Presidente americano, seppur rabbioso per la perdita delle tre A da parte della S&P, si dice ottimista per il futuro. Peccato che le agenzie di rating, che si occupano per i non addetti ai lavori di classificare titoli obbligazionari e imprese in base alla loro rischiosità, avevano mantenuto una tripla A per Lehman, Merrill Lynch e AIG fino alla vigilia della bolla finanziaria. Un’evidenza della loro “corruttibilità” almeno secondo Webster Tarpley che denuncia il fatto che queste agenzie si occupino ora di definire o meno la solvibilità dell’Italia. E a proposito della crisi italiana, Tarpley individua nell’attacco all’euro «un tentativo di esportare la depressione economica mondiale verso l’Europa, creando un caos di piccole monete che saranno facile preda alla speculazione, a differenza dell’euro che è abbastanza forte per potersi difendere. Si tratta di scaricare la crisi sull’Europa, sempre con l’idea di indebolire a tal punto l’euro da impedire a questa moneta di fungere da riserva mondiale accanto al dollaro o al posto del dollaro».

Ma lo storico americano si spinge oltre ipotizzando un vero e proprio complotto per decretare la fine del governo Berlusconi: «Bisogna tuttavia riconoscere che la cacciata di Berlusconi rappresenta da un paio di anni uno dei primi obiettivi angloamericani in Europa. Berlusconi è troppo vicino a Putin, troppo coinvolto nel South Stream popeline [progetto sviluppato da Eni e Gazprom per la costruzione di un gasdotto che connetterà Russia ed Europa eliminando ogni Paese extra-UE nel suo tragitto], troppo indipendente da tanti punti di vista. Si vede questo nei documenti pubblicati da Wikileaks, un’operazione della CIA mirata a colpire i bersagli degli angloamericani, da Gheddafi a Ben Ali a Mubarak a Putin e la signora Rodriguez de Kirchner in Argentina. Qui da noi leggiamo che Berlusconi è il più grande amico della Russia all’interno della UE – cosa positiva per la pace mondiale a mio parere, ma intollerabile per l’impero angloamericano in fase di crollo. Gli stessi impulsi nazionalistici italiani e lo stesso mestiere dell’Italia come ponte fra l’Europa da una parte e il Nord Africa, il Medio Oriente e la sfera russa dall’altra sono presenti, sebbene in forma debole, nell’azione di Berlusconi. Purtroppo molti in Italia sono accecati dall’odio appena si tratta di Berlusconi. Io ho visto che quelli che erano accecati dal loro odio nei confronti di Bush sono caduti nella trappola di Obama – vale a dire di Soros e di Rockefeller – e quelli che erano accecati dal loro odio nei confronti di Obama sono caduti a loro volta nella trappola del Tea Party – vale a dire dei fratelli Koch ultrareazionari. In Italia quelli che sono accecati dal loro odio nei confronti di Berlusconi cadono fatalmente nella trappola di De Benedetti, Soros e compagnia bella».

A posteriori il pensiero corre a coloro che il Premier accusò di “remare contro” durante la campagna per le amministrative, oppure quando tra i consueti fumi della paranoia emerse però il nome di quel tale Pisapia che oltre ad aver espugnato la Madonnina, è noto per essere avvocato di fiducia di quel De Benedetti… Proprio quel De Benedetti a cui faceva riferimento Tarpley. Forse che gli “interessi” o i poteri forti che spalleggiano De Benedetti abbiano in qualche modo influito nella vittoria elettorale di Milano? Forse che ora a qualcuno, a quella “compagnia bella” faccia comodo sostituire l’attuale maggioranza di governo con qualcuno di più “utile” a interessi “globali”?

Su chi si nasconda dietro la “compagnia bella” possiamo avere soltanto delle “idee”… accreditate da quell’insistente vociferare di una bocciatura del ministro Tremonti a san Mortiz all’ultima riunione dei Bilderberg. Gli stessi Bilderberg che decidono le sorti economiche del pianeta, indipendentemente dal fatto che alla casa Bianca ci sia un democratico o un repubblicano, e a Roma un esponente del PD o del PDL…

da: IlDemocratico.com

Le bombe “umanitarie” Nato peggio della dittatura del Raìs

I raid dell’alleanza fanno sempre più vittime civili. Però quasi tutta la stampa italiana fa finta di nulla.

C’ è una guerra in corso da tre mesi, i bombardieri della Nato tuonano giorno e notte, ma dove sono i giornalisti di denuncia, i Santoro, i Lerner, i Floris e dove sono l’Annunziata e la D’Amico? Dov’è la schiena diritta del giornalismo sedicente libero, quello che chiama “servi” tutti gli altri? Sarei curioso anche di sentire la saggia voce di spiriti liberali come Paolo Mieli o Ernesto Galli della Loggia. Invece sono diventati tutti muti. A cosa si deve questo improvviso silenzio collettivo?

È vero che il 26 aprile scorso si poteva leggere sul “Corriere della sera” che «il Colle sostiene i bombardamenti» con l’opposizione di sinistra tutta allineata dietro Napolitano (il governo già si era dovuto adeguare). E che anche mercoledì scorso, al vicepresidente americano Biden, Napolitano ha ripetuto che l’Italia è «fianco a fianco» con gli Usa nella vicenda libica. Ed è vero che il compagno-presidente con tale entusiastica adesione ai bombardamenti “umanitari” è diventato il riferimento privilegiato della Casa Bianca, relegando di fatto l’indebolito e incerto Berlusconi (che ha dovuto seguirlo nell’impresa) a un ruolo di secondo piano.

L’AUTOBAVAGLIO

Ma la stampa avrebbe almeno il dovere di raccontare ciò che sta accadendo. Invece niente. Un autobavaglio così totale non si era mai visto. Eppure ogni notte i bombardieri Nato colpiscono duro. Il Vicario apostolico di Tripoli, monsignor Giovanni Martinelli, implora instancabilmente di smetterla con le bombe. Ha dichiarato ad Asianews: «La Nato ha intensificato i bombardamenti e continua a fare vittime. I missili stanno cadendo ovunque e purtroppo non colpiscono solo zone militari, ma anche civili. La gente a Tripoli soffre, anche se nessuno ne parla». Nell’ultima settimana il vescovo ha denunziato il bombardamento di un ospedale, di un quartiere popolare e di una chiesa cristiana copta.

Ma non c’è traccia di tutto questo sui giornali e in tv. Nessuno fa una piega. Nessuno s’indigna. Nessun programma tv, nessun editoriale. Non si vede in giro neanche una bandiera arcobaleno alle finestre. E dire che solo qualche anno fa avevano riempito l’Italia. Ma a quel tempo si trattava di protestare contro Bush, mentre oggi a bombardare è il Premio nobel per la pace nonché democratico Obama.

Dunque oggi niente manifestazioni e niente marce Perugia-Assisi. Tutte le anime belle dormono un sonno profondo. All’inizio di tutto, in marzo, della guerra parlò Lerner con “L’Infedele” e mi capitò di assistere incredulo al memorabile elogio della Francia dei bombardieri: ci fu addirittura chi – col plauso di Gad – ebbe la faccia tosta di affermare che il governo francese in questo modo testimoniava la sua imperitura volontà di affermare dovunque i valori umanitari della rivoluzione francese, di cui invece al governo italiano non importava niente.

Curioso paradosso perché i francesi affermavano quei presunti ideali umanitari bombardando i libici, mentre le autorità italiane – accusate di insensibilità perché ancora restie a bombardare – si stavano prodigando a soccorrere migliaia di rifugiati arrivati disperatamente a Lampedusa anche per fuggire dalla guerra “umanitaria” dei francesi.
Dunque dal buon progressista le bombe francesi furono giudicate umanitarie, mentre i soccorsi italiani erano disumanitari. Che grande esempio di giornalismo.

Tutti sanno che in realtà gli ideali umanitari non c’entrano niente con la guerra, tanto è vero che nessuno si sogna di andare a bombardare Damasco dove il regime compie quasi ogni giorno stragi contro i manifestanti. Tanto meno si pensa di andare a bombardare Pechino perché il regime cinese stroncò nel sangue le manifestazioni di piazza Tienanmen o perché continua a spedire nei lager gli oppositori. A proposito, neanche Napolitano si sogna di prospettare spedizioni militari contro quei due Paesi, che egli peraltro visitò nel 2010 dando la mano a quei despoti (provate a rileggervi anche i discorsi molti amichevoli fatti in quella sede).


SMANIA PARIGINA

Ma allora perché questa smania di francesi e inglesi (che hanno il colonialismo nella loro storia) e poi degli americani, di sostenere una sorta di colpo di Stato interno alla nomenclatura libica e spedire bombardieri sulla Tripolitania? Secondo Angelo del Boca, storico ed esperto delle vicende libiche, «le vere ragioni di questa guerra sono il controllo dei pozzi di petrolio e i 200 miliardi di dollari dello Stato libico depositati nelle banche straniere».

Non so dire se queste sono “le vere ragioni”, ma di sicuro non si può continuare a gabellarci la favoletta dell’intervento umanitario. Sarebbe il caso che la stampa raccontasse quello che sta accadendo e scavasse alla ricerca delle “vere ragioni” della guerra. Invece da settimane non si legge un solo articolo sulla tragedia della Libia. E quando ne appare qualcuno è peggio che mai. È il caso del reportage da Tripoli pubblicato ieri a tutta pagina sul “Corriere della sera” a firma Lorenzo Cremonesi: spiace dirlo, ma sembrava quasi un inno ai bombardieri. Si riportavano queste testuali dichiarazioni (rigorosamente anonime): «Brava Nato. Continui così».

Possibile che l’inviato del Corriere sia riuscito a pescare proprio i pochi – guarda caso anonimi – che sono felici di venire bombardati ogni giorno e anzi chiedono di essere bombardati più intensamente? Chissà perché non ha parlato con monsignor Martinelli e chissà perché non è andato a vedere gli effetti di quei bombardamenti, ascoltando le vittime. In tv del resto la guerra proprio non esiste. C’è un colossale problema di informazione sulla vicenda libica. Gli Usa, i francesi e gli inglesi, con le autorità militari della Nato ormai fanno mera propaganda. Dice Del Boca: «Gli alti costi dell’operazione contro Gheddafi hanno trasformato un conflitto lampo in una guerra di fandonie fatta dai media».

PADRE GHEDDO

Mi ha colpito quanto ha scritto su «Asianews» padre Piero Gheddo, il decano dei missionari italiani, un uomo di Dio per nulla incline al pacifismo ideologico e al settarismo di sinistra, basti dire che fu tra i primi, negli anni Settanta, a denunciare i crimini dei Khmer rossi di Pol Pot in Cambogia, svergognando certi media e certa sinistra italiana ancora intrisa di antiamericanismo.

Dunque l’altroieri padre Gheddo ha scritto: «Le anomalie di questa guerra di Libia sono infinite e dimostrano che anche in Occidente soffriamo di una disinformazione colossale. L’intervento umanitario iniziale sta assumendo i contorni di un crimine di Stato. L’Onu aveva giustificato la “No fly zone” per impedire che gli aerei libici bombardassero i ribelli della Cirenaica. Ma in pochi giorni le forze aeree della Libia vennero facilmente azzerate. Poi si è passati a bombardare i mezzi militari di terra che avanzavano verso Bengasi e si continua, da più di due mesi, a bombardare le città della Cirenaica, non per proteggere il popolo libico da Gheddafi, ma per la “caccia all’uomo” Gheddafi, il che sta scavando un abisso di odio e di vendetta fra le due parti del paese, Tripolitania e Cirenaica, che erano e sono pro o contro il raìs».

Padre Gheddo ha poi citato Anders Fogh Rasmussen segretario generale della Nato che «ha definito i bombardamenti come parte dell’intervento umanitario per proteggere il popolo libico! Ci vuole una bella faccia tosta, a mentire in modo così smaccato!», ha tuonato il missionario. «Chi mai può credere che i quotidiani bombardamenti su Tripoli sono fatti per difendere il popolo libico? Ecco perché stampa e Tv occidentali non parlano più della guerra in Libia. Non sanno più come giustificare una così evidente violazione dei diritti umani».

L’assurdo poi è che la trattativa per far uscire di scena Gheddafi in modo incruento sarebbe stata possibile, ma proprio gli “umanitari” l’hanno uccisa sul nascere. Per quanto deve continuare questa guerra? E il nostro silenzio?

di Antonio Socci

Libero-News.it

In Svizzera il conclave dei potenti

L’annuale riunione a porte chiuse del gruppo Bilderberg si terrà dal 9 al 12 a St.Moritz


Si terrà dal 9 al 12 giugno a St.Moritz, in Svizzera, la riunione del gruppo Bilderberg, il conclave che ogni anno, dal 1954, raccoglie l’élite economica, politica e militare occidentale per discutere a porte chiuse, nella massima riservatezza, dei principali problemi globali del momento e delle politiche da promuovere nelle sedi internazionali ufficiali (Ue, Fmi, G8, G20, ecc).

Grand Hotel Kempinski (foto) o all’Hotel Suvretta House (foto). Ma, visti gli ordini del giorno dei passati meeting, è facile immaginare che si parlerà di guerra in Libia e di rivoluzione in Siria, di Afghanistan e Pakistan, di crisi economica e prezzo del petrolio e, se non sarà già stata decisa, della successione di Strauss-Kahn alla guida del Fondo monetario internazionale.

Giovani socialisti grigionesi hanno già presentato alle autorità cantonali la richiesta di tenere una manifestazione anti-Bilderberg l’11 giugno a St. Moritz, all’insegna dello slogan‘L’essere umano prima del mercato – Osare più democrazia”. Ma, viste le rigidissime misure di sicurezza solitamente adottate in occasione di questi summit, è difficile che la protesta verrà autorizzata.

A parte questo, l’unica voce critica alzatasi contro il summit globalista è quella di Dominique Baettig, parlamentare della destra nazionalista dell’Udc-Svp (quella delle campagne xenofobe contro i minareti e contro gli immigrati italiani), lo stesso personaggio che a febbraio costrinse Bush ad annullare la sua visita in Svizzera dopo aver chiesto al governo elvetico di arrestare l’ex presidente Usa per crimini di guerra.

Baettig ha scritto una lettera al Dipartimento federale di giustizia e polizia, stigmatizzando anche stavolta il fatto che diversi partecipanti all’incontro – dallo stesso George Bush, al suo ex vice Dick Cheney all’inossidabile Henry Kissinger – sono responsabili di crimini di guerra e contro l’umanità, e denunciando quelli che, a suo dire, sono gli obiettivi dell’élite riunita dal Bilderberg.

”Questo discreto ma influente gruppo promuove un modello sociale ultraliberista con una moneta unica mondiale e l’Fmi come tesoriere” – scrive Baettig – ”gioca con le paure globalizzate, manipolando i mass media controllati, per imporre terapie d’urto dagli effetti sociali devastanti” che ”favoriscono l’indebitamento degli Stati nei confronti delle banche”.

”Privatizzano eserciti e polizie, pianificano azioni contro Stati sovrani” e ”programmano la fine della democrazia, con lo spostamento del potere dagli Stati a istituzioni sovranazionali non elette”.

Se queste innegabili tendenze globali siano o meno frutto di decisioni prese a tavolino durante gli incontri del Bilderberg lo sa solo chi vi prende parte. Da quando questa organizzazione privata, lo scorso anno, ha deciso di uscire dall’ombra con la pubblicazione di un sito web ufficiale si conoscono i nomi dei partecipanti* e gli ordini del giorno, ma non le decisioni prese: quelle rimangono coperte dal massimo riserbo.

Le personalità italiane che, secondo le liste ufficiali, hanno partecipato agli ultimi incontri del Bilderberg sono Mario Draghi, Romano Prodi, Mario Monti, Paolo Scaroni, Tommaso Padoa-Schioppa, John Elkann, Franco Bernabè, Domenico Siniscalco, Fulvio Conti e Gianfelice Rocca.

di: Enrico Piovesana

PeaceReporter.net

Libia: cronaca di un’aggressione

«La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza»
George Orwell,
La teoria e la pratica del collettivismo oligarchico, in 1984 (parte II, capitolo 9)

Sono ormai trascorsi più di due mesi da quando è scoppiata la cosiddetta “rivolta delle popolazioni libiche”. Poco prima, il 14 gennaio, a seguito di ampi sollevamenti popolari nella vicina Tunisia, veniva deposto il presidente Zine El-Abidine Ben Ali, al potere dal 1987.
È stata poi la volta dell’Egitto di Hosni Mubarak, spodestato anch’egli l’11 febbraio dopo esser stato, ininterrottamente per oltre trent’anni, il dominus incontrastato del suo paese.
La rivolta passa quindi dalla Giordania allo Yemen, dall’Algeria alla Siria. E inaspettatamente si propaga a macchia d’olio anche in Oman e Barhein, dove i rispettivi regimi reagiscono molto violentemente contro il dissenso popolare senza che questo, tuttavia, si tramuti in una ferma condanna dei governi occidentali nei loro confronti. Solo il re del Marocco sembra voler prevenire il peggio e il 10 marzo propone la riforma della costituzione.
Due mesi in cui, una volta poste in standby le vicende di Tunisia ed Egitto, tutti i grandi media internazionali hanno concentrato il loro focus sull’ “evidente e sistematica violazione dei diritti umani” (Risoluzione 1970 adottata dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu il 26 febbraio 2011) e sui “crimini contro l’umanità” (Risoluzione 1973 adottata dal Consiglio di Sicurezza il 17 marzo 2011) perpetrati da Gheddafi contro il “suo stesso popolo”.
Una risoluzione, quest’ultima, priva di ogni fondamento giuridico e che viola in maniera patente la Carta dell’Onu. Si tratta insomma di un vero e proprio pateracchio giurisprudenziale in cui una violazione ne richiama un’altra: la “delega” agli Stati membri delle funzioni del Consiglio di Sicurezza è a sua volta collegata alla “no-fly zone”, che è anch’essa illegittima al di là di come viene applicata, perché l’Onu può intervenire ai sensi dell’articolo 2 e dello stesso Capitolo vii della Carta di San Francisco solo in conflitti tra Stati, e non in quelli interni agli Stati membri, che appartengono al loro “dominio riservato”.
Se nel caso tunisino ed egiziano le cancellerie occidentali si erano dimostrate molto prudenti circa i possibili sviluppi politici, economici e militari di questi paesi, con il riacutizzarsi dell’antagonismo storico tra la Cirenaica da un lato, dove si concentrano le maggiori ricchezze petrolifere della Libia, e la Tripolitania e il Fezzan dall’altro, potenze come Francia, Stati Uniti e Regno Unito si trovano subito concordi nel sostenere i rivoltosi in buona parte composti da islamisti radicali (particolarmente numerosi sarebbero i “fratelli musulmani” provenienti dall’Egitto, gli jihadisti algerini e gli afghani) capeggiati da due alti dignitari del passato governo libico come l’ex ministro della Giustizia Mustafa Mohamed Abud Al Jalil e dall’ex ministro dell’Interno, il generale Abdul Fatah Younis, oltre che da nostalgici di re Idris i, deposto militarmente da Gheddafi e dagli ufficiali nasseriani l’1 settembre 1969.
Già prima che l’insurrezione infiammasse la Cirenaica, tuttavia, manipoli di truppe scelte occidentali, con alla testa gli inglesi dei sas, operavano segretamente in loco, con lo scopo di addestrare e organizzare militarmente le fila dei ribelli. Contemporaneamente, in maniera non ufficiale, alcuni paesi occidentali, Francia e Gran Bretagna in primis, rifornivano gli insorti di armi e automezzi che avrebbero dovuto consentire loro di marciare vittoriosamente fino a Tripoli.
Così, subito dopo i primi momenti in cui filtrano notizie piuttosto confuse e contraddittorie circa gli sviluppi della situazione sul campo, la Francia, alle ore 17,45 di sabato 19 marzo, due giorni dopo la promulgazione della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu 1973, rompe gli indugi e anticipa le mosse della “Coalizione dei volenterosi”, in accordo con Usa e Gran Bretagna, cui si aggiungono presto Spagna, Qatar, Emirati, Giordania, Belgio, Norvegia, Danimarca e Canada.
Per “proteggere la popolazione civile” di Bengasi e Tripoli dalle “stragi del pazzo sanguinario Gheddafi”, il presidente francese Nicolas Sarkozy impone una no-fly zone ma senza alcuna intenzione – per carità, questo no, perché la risoluzione dell’Onu “non lo consentirebbe” – di detronizzare il “dittatore”, ponendosi così di fatto come il capofila con l’operazione “Alba dell’Odissea”, che ha portato finora a compimento più di ottocento missioni d’attacco.
La scelta degli alleati non può dunque che essere per i “ribelli”, così fotogenici nelle riprese mentre sparacchiano in aria con i loro mitragliatori pesanti montati su pick-up a beneficio delle telecamere. Tuttavia la loro entità si è mostrata subito risibile, limitata e di poco peso nel Paese, un’armata Brancaleone che continuerà a infrangersi contro lo scoglio rappresentato dall’esercito fedele a Gheddafi, senza oltretutto godere dell’appoggio di larga parte della popolazione. E portare a termine una “rivolta popolare”, senza essere sostenuti dall’appoggio del popolo, risulta impresa assai ostica oltre che originale.
Anche l’istituzione su loro richiesta di un fantomatico governo ombra denominato pomposamente Consiglio nazionale di transizione (cnt) e prontamente riconosciuto come legittimo dal ministro degli Esteri italiano Franco Frattini, ha fatto sì che alcuni stati occidentali inviassero ufficialmente elementi di spicco dei propri eserciti con il compito di “addestrare gli insorti”. Inoltre è stato reso ufficiale anche il rifornimento di armi e mezzi contro pagamento in petrolio, che prima avveniva segretamente.
Insomma, un’operazione dal sapore epico e romantico soltanto nel nome, ma nella sostanza un attacco militare in piena regola alla sovranità della Gran Jamahiriya Araba Libica Socialista.

I motivi della guerra raccontati dai grandi mezzi di comunicazione

Ma che cosa ha potuto realmente giustificare la pretesa di una simile ingerenza armata contro il governo di Tripoli travestita da “intervento umanitario”?
Come sempre accade in simili casi, il tutto ha preso l’abbrivio da una potente campagna mediatica in cui, senza alcuna evidenza di prove ma solo in virtù di una ripetizione a nastro dello stesso messaggio, si è stabilito fin dal principio che “Gheddafi aveva fatto bombardare gli insorti a Tripoli” uccidendo “più di 10.000 persone”. Una “notizia” di cui inizialmente si sono fatti latori i due più importanti media del mondo arabo: Al Jazeera e Al Arabiya.

Dopo l’iniziale lancio informativo, il numero di “10.000 persone fatte bombardare da Gheddafi” è immediatamente rimbalzato su tutti i media internazionali fino a diventare un “fatto” indiscutibile quasi per postulato, anche se non vi era nessuna immagine o prova tangibile che potesse suffragare una simile carneficina.

Ma ciò che conta per plasmare l’opinione pubblica è la prima impressione che essa ne riceve, e che imprime il messaggio nel cervello in maniera indelebile. È successo per le narrazioni degli eventi storici più importanti, ultimo dei quali è senz’ombra di dubbio il capolavoro spettacolare passato alla storia come gli “attentati terroristici di Al-Qāida dell’11 settembre 2001”.
Fin da quei primi momenti, il mantra recitato infinite volte nelle redazioni del Big Brother è stato unicamente questo, diventando da subito la Versione Ufficiale. Non vi era più dunque nessuno spazio residuo per il dubbio, almeno sui grandi circuiti dell’informazione.
Un altro elemento che ha giocato un ruolo decisivo, anche in termini di avallo dei conflitti bellici degli anni passati, è stata poi la pressoché totale adesione della “sinistra” in quasi tutte le sue declinazioni alla Versione Mediatica Ufficiale. Una specie di riflesso pavloviano che ha portato, senza alcun tipo di vaglio o discernimento critico e, cosa ancora più grave, senza neppure porsi la questione di chi fossero realmente “gli insorti di Bengasi”, a fornire una sorta di tacito avallo alle operazioni dei manovratori. Il che, di fatto, ha agevolato la strada a quei poteri internazionali che lavoravano da tempo per un intervento militare contro la Libia.

Partenza per la Libia

Per tutte queste ragioni, una volta offertami la possibilità di recarmi a Tripoli per verificare insieme a un gruppo di autentici “volenterosi” denominati The Non-Governmental Fact Finding Commission on the Current Events in Libya come stavano realmente le cose, ho deciso immediatamente di prender parte alla spedizione.

Giunti a Djerba, il viaggio in territorio libico ci ha presentato subito la dura realtà di uno scenario militare costellato da centinaia di posti di blocco che coprivano l’intero tracciato dal confine tunisino fino a Tripoli. Ma una volta giunti alle porte della capitale il contesto che si profilava angoscioso in quelle prime lunghe ore di viaggio muta di colpo in uno scenario di piena normalità e senza alcun segno tipico di uno stato di guerra incipiente. Già questo primo impatto contraddiceva in nuce i racconti dei giornalisti embedded che avevano descritto con sussiego gli scenari caotici, foschi e sanguinolenti delle “stragi” volute dal raìs.
La prima sensazione che ho avuto la mattina seguente mentre attraversavamo le strade di Tripoli diretti verso il Sud-Est del paese, è stata quella di un appoggio popolare forte, passionale e incondizionato nei confronti di Gheddafi. Del resto, come fa giustamente rilevare l’analista politico Mustafà Fetouri, “una delle conseguenze inattese dell’intervento militare in Libia è quella di aver rafforzato la credibilità del regime conferendogli ancora più forza e legittimità nelle zone sotto il suo controllo”.

Arrivati nella città di Bani Waled, a circa 125 km a sud di Tripoli, la nostra delegazione viene accolta calorosamente dai responsabili della locale Facoltà di ingegneria elettronica.

Qui la sensazione avvertita qualche ora prima attraversando la capitale diventa realtà palpabile, e le dimostrazioni d’appoggio incondizionato a favore del leader libico non danno adito ad alcun possibile fraintendimento. Veniamo poi condotti in un ampio complesso abitativo circondato da mura, dove siamo accolti dai capi Tribù dei Warfalla, la più grande tribù della Tripolitania, tutti quanti fasciati nei loro tradizionali abiti. Aiutati da interpreti ma anche da un anziano capo clan che parla un buon italiano, ci viene ribadita la stretta alleanza della tribù con Gheddafi e la loro completa determinazione a lottare, nel caso malaugurato fossero invasi militarmente, “fino alla fine”. “Se decidessero di invadere la Libia, sapremo noi come rispondere”, ci dice uno dei capo tribù brandendo in alto con le sue nodose mani un fiammante kalashnikov. Non c’è nessuna tracotanza nelle sue parole, ma solo la fermissima determinazione a non permettere che il loro paese venga gettato nel caos così com’è avvenuto per il Kosovo, l’Afghanistan e l’Iraq, che dall’occupazione militare anglo-americana sono diventati forse i luoghi più pericolosi della terra.

Dovunque ci si muova, sia a Tripoli che nelle sue immediate periferie, la domanda che ci viene continuamente rivolta dalle persone con cui veniamo in contatto è la seguente: “Perché Francia, Inghilterra e Stati Uniti ci bombardano? Che cosa gli abbiamo fatto? Perché l’Italia, dopo aver stipulato col nostro paese un trattato di amicizia e di non aggressione, ci ha fatto questo?”. Domande sacrosante, a cui le aggressioni militari anglo-americane degli anni scorsi forniscono una risposta fin troppo scontata.

Nei giorni successivi continuiamo le nostre esplorazioni visitando scuole di vario ordine e grado a Tripoli e dintorni, dove ritroviamo le stesse manifestazioni di appoggio e partecipazione. Ciò che stupisce in questi ragazzi, che la stampa occidentale vorrebbe dipingere come scarsamente «emancipati» rispetto ai nostri selvaggi con telefonino, è la piena consapevolezza di ciò che sta avvenendo ai danni del loro paese e il pericolo che incombe sulle sorti della Libia nel caso venisse invasa militarmente.
Muovendoci per la capitale non riscontriamo nessun segno di bombardamenti contro la popolazione libica da parte di Gheddafi, che è poi il motivo scatenante per cui sono state promulgate le due Risoluzioni Onu che hanno di fatto aperto la strada all’aggressione militare.

Gli unici riscontri tangibili della guerra li troviamo invece in alcune località non distanti dai sobborghi di Tripoli, a Tajoura, Suk Jamal e Fajlum, dove a seguito di ripetuti bombardamenti Nato hanno trovato la morte oltre quaranta civili, come confermano anche i documenti ufficiali mostratici dalle autorità mediche all’ospedale civile di Tajoura.

La conferma ufficiale della situazione che si è venuta determinando sul terreno ce la fornisce in un incontro all’Hotel Rixos anche Mussa Ibrahim, portavoce del governo libico, che ci illustra la posizione del governo a questo proposito. Dopo aver tracciato un quadro sugli sviluppi bellici e diplomatici negli ultimi due mesi, Ibrahim si domanda perché gli organismi internazionali preposti non abbiamo consentito, prima di dare inizio ai bombardamenti, l’invio in Libia di una missione d’inchiesta per verificare i fatti, come richiesto da Gheddafi a più riprese.
L’Occidente, o quel ristretto novero di paesi che si è arrogato abusivamente il diritto di parlare a nome del mondo intero, ha anche rifiutato l’offerta di Chavez di fare da mediatore per la Libia, nonostante essa fosse sostenuta da molti paesi latino-americani e dalla stessa Unione Africana.

Possiamo verificare di persona la sera a Bāb al ‘Azīzīyah, la residenza-bunker di Gheddafi, quanto siano fuorvianti le informazioni che circolano sui grandi media occidentali a proposito della popolarità di Gheddafi tra la gente di Tripoli e più in generale della Libia. Lo spettacolo che si apre davanti ai nostri occhi entrando nel parco dove si trova la vecchia abitazione di Gheddafi bombardata dagli americani il 15 aprile 1986, contraddice al primo colpo d’occhio le versioni propagandistiche circolanti in Occidente. Qui ogni sera, da quando sono iniziati i “bombardamenti umanitari” contro la Jamahiriya Araba Libica, va in scena un grande happening animato da migliaia di persone.

Il senso vero di questo assembramento, di cui i mezzi di comunicazione occidentale si guardano bene dal dare conto, “è la vicinanza e l’affetto dei libici nei confronti di brother Gheddafi”, come mi spiega un giovane e colto ingegnere elettronico che ci guida lungo tutta la nostra visita. Per questo si ritrovano lì tutte le sere, per fargli sentire con la loro viva presenza tutto il calore e far scudo con i loro stessi corpi a nuove possibili incursioni.

L’ultimo appuntamento con membri del governo è con il vice ministro degli Esteri, Khaled Kaim, che con grande dovizia di particolari ripercorre istante per istante gli sviluppi della crisi, dalla presenza riscontrata fin dall’inizio dalle autorità libiche di vari elementi dei “fratelli musulmani” e altri jihadisti stranieri tra i “rivoltosi di Bengasi”, alla strana sincronia con cui, il 26 febbraio, il personale di diverse ambasciate presenti a Tripoli è partito senz’alcuna spiegazione plausibile, fino alle ragioni geopolitiche che hanno fatto sì che la Libia diventasse un obbiettivo appetibile per le mire occidentali già da molti anni.

Non ci resta, prima di congedarci, che incontrare l’ultima personalità di rilievo in programma sulla nostra agenda, monsignor Giovanni Martinelli, il vescovo di Tripoli, uno degli ultimi tra gli italiani rimasti in città dopo l’esplosione della crisi che, insieme alla combattiva rappresentante di import-export italo-libica Tiziana Gamannossi, ci conferma nel corso del colloquio quanto già avevamo accertato durante la nostra missione d’indagine: ossia che “!il governo libico non ha bombardato la sua popolazione, ma che gli unici morti a causa dei bombardamenti sono stati provocati dalla Nato a Tajoura; che l’unica possibile soluzione del contenzioso è il dialogo, non le bombe”; che i ‘ribelli di Bengasi’ si sono macchiati di gravi crimini gettando il paese nel caos”.

Martinelli aggiunge anche che l’attacco militare alleato nei confronti della Libia è ingiusto e sbagliato sia da un punto di vista tattico che da quello strategico, perché “le bombe rafforzeranno Gheddafi e gli permetteranno di vincere”. Il suo è un giudizio ponderato e sofferto, espresso da un uomo che non nutre nessun favore aprioristico nei confronti del colonnello, ma del quale riconosce con equilibrio meriti e demeriti nella sua conduzione del paese.

Se in effetti vogliamo guardare la sostanza e non la propaganda bellica che alligna stabilmente sui media ai danni della Libia, quando Gheddafi prese il potere il livello di analfabetismo in Libia era del 94 per cento, mentre oggi oltre il 76 per cento dei libici sono alfabetizzati e sono parecchi i giovani che frequentano università straniere. La popolazione del paese, al contrario dei vicini egiziani e tunisini, non manca di alimenti e servizi sociali indispensabili.

A questo punto il quadro che abbiamo davanti ai nostri occhi ha assunto dei contorni piuttosto delineati; sarebbe interessante proseguire verso la parte orientale del paese, dove si stanno consumando gli scontri più aspri, ma per ragioni di sicurezza ci viene vivamente sconsigliato di intraprendere un simile viaggio. Anche così, tuttavia, vi sono gli elementi necessari per capire che le Risoluzioni 1970 e 1973 promulgate dal Consiglio di Sicurezza sono destituite di ogni fondamento. E dunque che le ragioni di questo intervento armato vanno ricercate altrove.

L’incarico di riferire minuziosamente tutto ciò che è stato raccolto nel corso della missione viene affidato a David Roberts, portavoce del British Civilians For Peace in Libya, durante la conferenza stampa aperta a tutti i media internazionali presenti a Tripoli che si tiene nel lussuoso Hotel Rixos. Dopo l’esposizione dei risultati cui la commissione è pervenuta, si procede a evidenziare tutte le omissioni e le manipolazioni vere e proprie compiute dai media fin dall’inizio della guerra.

La cosa non è affatto gradita ad alcuni giornalisti e mezzobusti delle grandi testate inglesi e americane presenti in sala, i quali reagiscono in maniera indispettita e rabbiosa negando di aver compiuto un “lavoro sporco” e assicurando anzi di aver scrupolosamente fornito tutte le informazioni in loro possesso.
Una patente menzogna, visto e considerato che con i pochi mezzi a nostra disposizione avevamo quasi totalmente decostruito il castello montato per aria, è proprio il caso di dire, nei mesi precedenti.

Le vere ragioni della guerra alla Libia

Ecco che così, a poco a poco, dopo aver verificato in prima persona come stavano realmente le cose sul posto, e grazie alla rete e ai molteplici siti o blog interessati a fare vera informazione e non propaganda, si facevano sempre più strada quelli che, verosimilmente, sembravano i reali motivi di un intervento occidentale contro la Libia pianificato da tempo. Ossia, in primo luogo, impossessarsi degli enormi giacimenti di petrolio libici, senza contare le enormi riserve di gas naturale.

Ma non è tutto. Dal momento in cui Washington ha cancellato la Libia dalla lista di proscrizione degli “Stati canaglia”, Gheddafi ha cercato di ricavarsi uno spazio diplomatico internazionale con ripetuti incontri in patria e nelle maggiori capitali europee. Cosa è cambiato da allora per giustificare l’accanimento di Gran Bretagna e Francia contro il regime di Tripoli quando prima andavano d’amore e d’accordo?

La risposta è stata data dal quotidiano statunitense “The Washington Times”. Questo stesso giornale ha rivelato lo scorso marzo che sono i 200 miliardi di dollari dei fondi sovrani libici a fare andare in fibrillazione gli occidentali. Perché tale è il denaro che circola nelle banche centrali, in particolare in quelle britanniche, statunitensi e francesi. “Queste sono le vere ragioni dell’intervento della Nato in Libia”, afferma Nouredine Leghliel, analista borsistico algerino trasferitosi in Svezia, che è stato uno dei primi esperti a sollevare la questione. Questi 200 miliardi di dollari, di cui gli occidentali non parlano che a mezza voce, sono al momento “congelati” nelle banche centrali europee. Il motivo? Che questa vera e propria montagna di denaro sia associata alla famiglia Gheddafi, “cosa che è totalmente falsa”, come sottolinea Leghliel.

“Più continua il caos, più la guerra dura e più gli occidentali traggono profitto da questa situazione che torna a loro vantaggio”, chiarisce ancora Leighliel. Il caos nella regione farebbe comodo a tutto l’Occidente. I britannici, soffocati dalla crisi della finanza, troverebbero così le risorse necessarie. Gli statunitensi, per mire squisitamente militari, si installerebbero in modo definitivo nella fascia del Sahel e la Francia potrà ricoprire il ruolo di subappaltatore in questa regione da lei considerata come una sua appendice.

L’assalto ai fondi sovrani libici, com’è facilmente prevedibile, avrà un impatto particolarmente forte in Africa. Qui la Libyan Arab African Investment Company ha effettuato investimenti in oltre 25 paesi, programmando di accrescerli nei prossimi cinque anni soprattutto nei settori minerario, manifatturiero, turistico e in quello delle telecomunicazioni.

Ancora più importanti sono stati gli investimenti libici nella realizzazione dei tre organismi finanziari varati dall’Unione africana: la Banca africana d’investimento, con sede a Tripoli; il Fondo monetario africano (fma), con sede a Yaoundé, la capitale del Camerun; la Banca centrale africana ad Abuja, la capitale nigeriana.

La creazione del nuovo organismo è (o era) ritenuta una tappa cruciale verso l’autonomia monetaria del continente. Infatti, secondo le Nazioni Unite per l’Africa, il peso sulla bilancia commerciale mondiale africana si è contratto notevolmente negli ultimi venticinque anni, passando dal 6 al 2 per cento; effetto dovuto, sempre secondo le Nazioni Unite, alla presenza di una cinquantina di monete nazionali non convertibili tra di loro. Ciò rappresenterebbe un freno agli scambi commerciali tra gli stati africani, perciò il principale compito del fma è promuovere gli scambi commerciali creando il mercato comune africano.

Quanto appena esposto potrebbe essere la vera ragione, o una delle maggiori motivazioni, che hanno causato l’intervento armato, occulto prima, dichiarato ed esplicito dopo, delle vecchie potenze coloniali del Continente Nero: Francia, Regno Unito e Stati Uniti. Comunque sia, il congelamento dei fondi libici e la conseguente guerra assestano un colpo durissimo all’intero progetto.

Ma se l’Occidente vuole veramente cacciare Gheddafi per appropriarsi della Libia e delle sue risorse, dovrà rassegnarsi presto a cambiare strategia. In altre parole dovrà far scendere i propri eroici soldati dagli aerei e dalle navi, dove bombardano comodamente seduti con in mano il joystick della playstation e mandarli in terra di Libia, a combattere, ammazzare e venire a loro volta ammazzati.

A quel punto sarà tuttavia necessario gettare la maschera, evitare di nascondersi dietro il pretesto di “interventi umanitari”, manifestare apertamente le proprie ambizioni e accettare la fila di bare che tornano a casa ogni settimana. Ma ne saranno capaci, dopo che il mondo assiste sbigottito all’impantanamento a cui sono costrette le più grandi potenze militari della storia dopo un conflitto che dura da più di dieci in Afghanistan e Iraq?

di: Paolo Sensini

Rinascita.eu

Prossima tappa per la realizzazione del Nuovo Secolo Americano: guerra alla Siria e all’Iran

Articolo inviato al blog
di Salvatore Santoru

Il PNAC, ossia il Progetto per un nuovo secolo americano, è una lobby che dal 1997, anno della sua nascita,si assume lo scopo di promuovere una leadership globale a guida statunitense. Tra i fondatori di questo “istituto di ricerca”, il cui presidente è Wiliam Kristol, spiccano i nomi di Dick Cheney, già segretario alla Difesa nell’amministrazione di George Bush padre  e vicepresidente in quella del figlio, e di Donald Rumsfeld,già segretario alla Difesa sotto Ford e Bush figlio. Il PNAC ha fortemente sostenuto la recente  politica imperialista degli States, dalle guerre in Afghanistan e Iraq in poi. Non solo: questa gruppo di pressione, che praticamente sotto la presidenza Bush ha aumentato a dismisura il suo potere, nel 2000 aveva già elaborato il piano necessario per arrivare alla completa “americanizzazione” del mondo(o di maggior parte di esso): Rebuilding America’s Defenses(http://www.newamericancentury.org/RebuildingAmericasDefenses.pdf).

Bush_Cheney_Rumsfeld

In questo documento sono indicati i potenziali nemici degli USA e alleati, i cosiddetti “Stati canaglia”: dall’Iran alla Siria,alla Libia e alla Corea della Nord. Dopo l’inizio della guerra in Libia (20 marzo 2011) il progetto sta giungendo al suo compimento,e dopo di esso verrà attuata la nuova strategia di guerra:non più contro il “terrore” o gli “stati canaglia” ma guerra permanente contro il mondo(http://it.peacereporter.net/articolo/28435/Guerra+globale+permanente). Ora è finita con la morte mediatica di Osama Bin Laden(2 maggio 2011)e Mullah Omar(21 maggio 2011) la stagione della guerra al terrore,ad al Quaeda o ai talebani: come ho già scritto (http://coriintempesta.altervista.org/blog/al-qaeda-e-la-cia/)Al Quaeda e il fondamentalismo islamico sono tornati ad essere utili per le nuove guerre dell’Occidente,e non a caso è stato detto che Osama e Obama sono arrivati a una “convergenza postuma”(http://it.peacereporter.net/articolo/28565/Osama+e+Obama%2C+convergenza+postuma).Ora è iniziata a seconda fase del Progetto del Nuovo Secolo Americano:destabilizzazione e guerra contro gli stati tendenti al nazionalismo laico e al “socialismo islamico” e controrivoluzione e repressione dei fermenti di libertà e (vera)democrazia delle masse arabe (http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=8297): in seguito ci sarà il ritorno del “pericolo  rosso” e dunque sarà la volta della guerra(fredda e calda) contro la Cina e infine contro i paesi socialisti come Cuba, Boliuvia,Venezuela, Nicaragua e nuovamente Vietnam. Ma procederanno passo per passo.Per ora la prossima tappa per la realizzazione del Nuovo Secolo Americano è la  guerra alla Siria e all’Iran.
Staremo a vedere.

La Teoria della Teoria della Cospirazione

Gran parte della discussione in merito all’annuncio della morte di bin Laden è dedicata a squalificare il pensiero critico, equiparandolo con i deliri paranoici. Chi ha espresso sospetti delle varie narrazioni ufficiali è stato subito bollato con il poco lusinghiero epiteto ‘teorico della cospirazione’. I media mainstream in modo acritico fiancheggiano con il potere e stanno provando duramente a rendere coerente l’ incoerente.

Il concetto di “teoria della cospirazione”è usato impropriamente e sistematicamente per screditare ogni indagine razionale. I contorni indefiniti di questo quadro / concetto possono comprendere senza distinzione una serie di riflessioni. Il processo è semplice. Si tratta di mettere tutte le varie teorie alternative in condizioni di parità. Teorie deboli sono confuse con i legittimi e motivati dubbi della narrativa ufficiale. Di conseguenza, le questioni rilevanti sono soffocate sotto una ridda di ipotesi prive di fondamento.

La diffidenza verso i discorsi ufficiale è solo la logica conseguenza delle varie confermate trame segrete. Gli Stati Uniti come potenza mondiale sono abituati ad intossicazione come dimostra il caso emblematico dell’assassinio di Kennedy. Nonostante le varie aberrazioni, la tesi traballante del cecchino solitario non è ancora stata riesaminata.

Ricordiamo ancora la grossolana propaganda  che ha portato all’invasione e all’occupazione dell’Iraq. Presumibilmente consapevoli i leader politici,gli esperti e i giornalisti hanno continuamente insistito sulle “armi di distruzione di massa ” che non verranno mai trovate.

Ci sono stati poi presentati i piani dettagliati dei centri ipersofisticati  di comando e  di controllo di al-Qaeda nelle grotte di Tora Bora, che erano completamente immaginari. Non abbiamo dimenticato il ‘salvataggio’  di Jessica Lynch in Iraq, per non parlare del caso delle incubatrici in Kuwait progettato per spostare il popolo americano e giustificare l’ entrata in guerra.

Sono questi stessi giornalisti ed esperti che ci raccontavano tutto questo, volenti o nolenti, che oggi deridono quegli osservatori che mostrano diffidenza verso quelle fonti che sono note per manipolare e fabbricare le informazioni.

Rifiutare a priori l’esistenza di azioni clandestine e concertate con un obiettivo geostrategico significa negare l’esistenza stessa dei servizi segreti. Una agenzia di intelligence non è una agenzia di stampa e la CIA non può essere trattata come una fonte imparziale. Senza la prova delle circostanze della morte di bin Laden, ci viene chiesto di abbandonarci alla buona fede del direttore della CIA o del Presidente degli Stati Uniti. Eppure la verità, la politica e la guerra non sono mai stati buoni compagni di letto.

Che cosa si sa di Osama bin Laden di ciò che le autorità statunitensi ci dicono? E ‘ampiamente noto che al Qaeda è una filiale di combattenti arabi addestrati dai servizi segreti di Stati Uniti, Pakistan e Arabia Saudita  per combattere contro l’influenza comunista e il pan-arabismo.

Questo movimento occulto non ha mai servito tanto gli interessi degli Stati Uniti quanto oggi. Chi parla continuamente di al-Qaeda? L’etichettatura ‘al-Qaeda’ è sufficiente a squalificare ipso facto qualsiasi insurrezione popolare nei paesi occupati.

Subito dopo l’ annuncio della morte di bin Laden, c’ avevano già avvertiti che la lotta al terrorismo non era finita e che bisognava stare attenti a ulteriori ritorsioni islamiste. Al-Qaeda avrebbe promesso di vendicare la morte del suo fondatore. Questo nemico è così conveniente che fornisce gli argomenti necessari per mantenere le truppe straniere in Afghanistan.

La paura è un supporto di prima mano dei propagandisti. Un pubblico spaventato è disposto a sottomettersi all’autorità e ad esaltare la propria identità nazionale. Tutto quello che dovete fare è dire che gli islamisti odiano l’Occidente e che vogliono distruggerlo, per assicurare il sostegno incondizionato della politica imperialista degli Stati Uniti.

I teorici della cospirazione non dovrebbero essere coloro che sostengono l’idea di un complotto jihadista internazionale? Coloro che vedono conspiratori alla minima espressione di critica? Coloro che diffondono una visione manichea del mondo diviso tra bene e male, libertà e oscurantismo per giustificare i loro interventi militari?

LINK: The Theory of the Conspiracy Theory

DI: CoriInTempesta

Se lo Stato si fa terrorista

Per approvare il nefasto crimine terrorista compiuto da al Qaeda l’11 settembre 2001 a New York, uno deve essere nemico di se stesso e contro i valori umanitari minimi.

Ma è inaccettabile che uno Stato, il più forte del mondo sul piano militare, per rispondere al terrorismo si sia trasformato anch’esso in uno Stato terrorista. È quello che ha fatto Bush, limitando la democrazia e sospendendo a tempo illimitato alcuni diritti in vigore nel paese. E ha fatto di più, ha scatenato due guerre, una contro contro l’Afghanistan e l’altra contro l’Iraq, dove ha devastato una delle culture più antiche dell’umanità e in cui più di centomila persone sono state uccide e più di un milione costrette a fuggire.
Bisogna ripetere la domanda che quasi a nessuno interessa fare: perchè si sono compiuti questi atti di terrorismo?

Il vescovo Robert Bowman, di Melbourne Beach in Florida, che prima era stato pilota di cacciabombardieri durante la guerra in Vietnam, ha risposto con chiarezza, sul National Catholic Reporter, con una lettera aperta al presidente: «Siamo bersaglio dei terroristi, perchè, in buona parte del mondo, il nostro governo difende la dittatura, la schiavitù e lo sfruttamento dell’uomo. Siamo bersaglio dei terroristi perchè ci odiano. E ci odiano perchè il nostro governo fa cose odiose».
Richard Clarke, responsabile anti-terrorismo della Casa bianca, in una intervista a Jorge Pontual diffusa da Globonews il 28 febbraio 2010 e ritrasmessa il 3 maggio scorso, ha detto sostanzialmente le stesse cose.
Aveva avvertito la Cia e il presidente Bush che un attacco di al Qaeda a New York era imminente. Non lo avevano ascoltato. Subito dopo successe quel che successe e questo lo riempì di rabbia. Una rabbia contro il governo che aumentò quando sentì che Bush, con menzogne e falsità dettate dalla pura volontà imperiale di mantenere l’egemonia mondiale, proclamò una guerra contro l’Iraq, che non aveva nessuna connessione con l’11 settembre.
La rabbia arrivò al punto tale che per salute e decenza si dimise dalla carica.
Ancora più contundente è stato Chalmers Johnson, uno dei principali analisti della Cia, in una intervista del 2 maggio scorso a Globonews. Lui conosceva dal di dentro i malefíci effetti prodotti dalle oltre 800 basi militari Usa sparse in tutto il mondo, in quanto provocano rabbia e rivolta nelle popolazioni e sono il brodo di coltura del terrorismo. Cita il libro di Eduardo Galeano «Le vene aperte dell’America latina» per dare esempi delle barbarità compiute dagli organismi della intelligence Usa nei nostri paesi. Denuncia il carattere imperiale dei governi, fondato sull’uso dei servizi per fomentare colpi di stato, organizzare l’assassinio di leader e insegnare i metodi di tortura. Per protesta si dimise e diventò professore di storia all’università della Califórnia. Ha scritto tre volumi «Blowback» (rappresaglia) dove prevedeva, con qualche mese di anticipo, le rappresaglie contro la prepotenza Usa nel mondo. Lui fu come il profeta dell’11 settembre.
Questo è il quadro di fondo per capire la situazione attuale, culminata nell’esecuzione criminale di Osama bin Laden.
Gli organi della intelligence Usa hanno fatto clamorosamente fiasco. Per dieci anni hanno messo sottosopra il mondo per dar la caccia a bin Laden. Senza risultato. Solo usando um metodo immorale, la tortura di un messaggero di bin Laden, sono riusciti ad arrivare al suo nascondiglio. Senza nessun merito proprio.
Tutto in questa caccia è sotto il segno del’immoralità, della vergogna e del crimine.
Per prima cosa il presidente Barak Obama, come se fosse un «dio» ha decretato l’esecuzione/assassinio di bin Laden. Questo è contro il principio etico universale di «non uccidere» e degli accordi internazionali che prescrivono la prigione, il processo e la punizione dell’accusato.
Così si è fatto con Hussein in Iraq, con i criminali nazisti a Norimberga, con Eichmann in Israele e con altri accusati. Con bin Laden si è preferita la esecuzione sommaria, crimine per cui Barak Obama dovrà un giorno rispondere. Poi si è invaso il territorio del Pakistan, senza nessun preavviso dell’operazione. Infine si è sequestrato il cadavere che è stato buttato in mare, un crimine contro la pietà familiare, il diritto che ogni famiglia ha di seppellire i suoi morti, criminali o no, che per pessimi che siano restano sempre esseri umani.
Non è stata fatta giustizia. Si è praticata la vendetta, sempre condannabile.
«Mia è la vendetta», dice il Dio delle scritture delle tre religioni abramiche. Ora resteremo sotto il potere di un Imperatore su cui pesa l’accusa di assassinio. E la necrofilia delle folle ci rende più piccoli e ci fa vergognare tutti.

di: Leonardo Boff , Teólogo, filosofo e giornalista brasiliano

Una svolta storica con qualche dubbio. Che strana l’esultanza…

L’America ha vinto, l’America esulta, forse fin troppo: era necessario festeggiare così. Svolta storica, con qualche legittimo dubbio.

Giustizia è fatta. Ed è significativo che ad annunciare l’uccisione di Osama Bin Laden sia stato Barack Obama. Ascoltate le sue parole: “La sua fine dovrebbe essere salutata da chiunque abbia a cuore la dignità umana e la pace nel mondo”. E ancora: “E’ la testimonianza che verrà tramandata ai posteri della grandezza della nazione e della determinazione del popolo americano”. Non sono certo le parole di un Nobel della Pace e nemmeno di un politico di sinistra, che peraltro anni fa aveva velatamente espresso qualche perplessità sulla paternità degli attentati dell’11 settembre. Sono parole che evocano il celebre “Lo prenderemo vivo o morto” pronunciato George Bush. Lo hanno ucciso, ma in questi frangenti nessuno se ne rammaricherà.

Il Paese si unì all’indomani dell’11 settembre, festeggia oggi, all’unisono. Forse fin troppo. Era davvero necessario farlo come se avessero vinto il mondiale? Quei cori, quei caroselli nelle piazze, quelle bandiere sventolate, lasciano una strana sensazione. Da europeo non posso che essere perplesso. Solo cattivo gusto? Umane esagerazioni? Forse in questi frangenti l’America mostra anche la sua altra anima; quella di un Paese che, pur proponendosi come baluardo della democrazia e dei diritti civili, mantiene uno spirito da cow-boy, da estremo west. Occhio per occhio, dente per dente. Il buono che elimina il cattivo e ne celebra la morte. Uno spirito che proprio l’11 settembre ha riacceso nel popolo. Ma anche questa è America, anche questo è Obama. Che strano destino il suo: doveva passare alla storia come il presidente “buono” e invece si è assicurato un posto nei libri di storia come colui che ha chiuso i conti con il Grande Terrorista. Giustizia, certo; ma soprattutto vendetta.

Con alcuni dubbi irrisolti. Il primo: morto Bin Laden, viene a cadere la minaccia del terrorismo islamico? La risposta, per ora, è no. I servizi di intelligence in queste ore sono in allarme, temono che i seguaci di Osama possano colpire per onorare la morte del loco capo o forse per mettere a segno ritorsioni preparate da tempo. Le prossime ore saranno decisive per capire se questo terrorismo islamico è in grado di mettere a segno delle ritorsioni. Ma si tratterebbe del colpo di coda di un’organizzazione che era comunque allo sfascio. La morte di Bin Laden porta anche il colpo di grazia invisibile eppur potente Spectre capace di progettare e condurre una guerra contro gli Stati Uniti.

Sì, si chiude un’epoca, ma esiste anche l’altro terrorismo islamico, quello che pur ispirandosi ad Al Qaida, ne è scollegato operativamente ed è alimentato da cellule sparse, da gruppuscoli spontanei che agiscono in autonomia, meno pericolosi ma difficili da intercettare. E’ contro quel terrorismo che l’Occidente intende combattere ancora a lungo.

La seconda domanda riguarda la tempistica. Perché ci sono voluti dieci anni per catturare l’uomo più braccato del mondo? Già dieci anni fa Bin Laden era un uomo molto malato, che necessitava di dialisi, dunque di assistenza medica sofisticata. E’ impossibile che sia rimasto nascosto per un decennio nelle grotte del Pakistan, dove l’hanno trovato. Chi l’ha protetto in tutto questo tempo? E perché? I servizi segreti pakistani hanno fatto il doppio gioco? Com’è possibile che la Cia sia stata così lenta? Oggi il mondo celebra un trionfo politico, non certo la maestria dell’intelligence americana. E anche le modalità del blitz lasciano molto perplessi: perchè seppellire subito in mare Bin Laden? Perchè diffondere una foto del viso tumefatto di Bin Laden che, nell’arco di un paio d’ore, è risultata falsa? Certo – ed è il terzo dubbio – sarebbe stato molto meglio che Bin Laden venisse catturato vivo, per sapere finalmente tutta la verità sull’11 settembre. Ancora oggi permangono dei buchi neri nella ricostruzione dell’attentato più spettacolare della storia. Incongruenze, buchi neri sulla progettazione, sull’esecuzione, sul reclutamento degli attentatori; per anni è mancata una chiara rivendicazione. E non si è mai saputo perchè Bin Laden non è più apparso in video, considerato che i filmati usciti negli ultimi anni sono risultati manipolati. Lo stesso Osama avrebbe potuto spiegare questi misteri; morto lui rischiano di rimanere irrisolti per sempre. Anzi, viste le strane modalità della sua fine, rischia di aprirsi una nuova epoca di dubbi e sospetti.

Domani. Oggi gli Usa pensano solo a festeggiare.

L’America ha vinto, l’America esulta, esce da un incubo, ritrova fiducia in se stessa, nei suoi valori, nella convinzione che con l’abnegazione e la tenacia tutto è possibile. E’ caduta, si è rialzata. Forse si è concluso il decennio della grande paura, forse è iniziato quello della grande euforia. E’ la stessa America che regolando i conti con Bin Laden lancia un chiaro messaggio al mondo: guai a chi ci sfida. E chi ci immagina in declino, fiaccati dal declino economico e finanziario, si sbaglia: in cima al mondo ci sono sempre gli Usa. Anche se a guidare il Paese c’è il “pacifista” Obama anziché il “guerrafondaio” Bush.

di: Marcello Foa

FONTE: IlGiornale.it

Hai il Casio al polso? Sei di Al Qaeda

Diffusi file segreti sulla prigione per terroristi nell’isola di Cuba .«Imprigionati molti innocenti». Orologi “Casio” per identificare gli affiliati alla rete di Bin Laden

LONDRA
L’inferno di Guantanamo nei files di Wikileaks: l’organizzazione di Julian Assange ha distribuito quasi 800 documenti militari top secret sugli uomini che sono stati imprigionati nella base prigione per sospetti terroristi nell’isola di Cuba. I documenti, messi nelle mani di varie testate mondiali tra cui il Washington Post negli Usa e in Gran Bretagna il Daily Telegraph, sono datati tra 2002 e 2009 e forniscono nuove e dettagliate indicazioni sui 172 individui ancora sotto chiave a Guantanamo. Il New York Times ha ottenuto i files da un’altra fonte sotto patto di anonimato.

I documenti diffusi da Assange confermano come tra i prigionieri finiti nella base-prigione per sospetti terroristi a Cuba ci fossero individui privi di alcun valore nella “scala del rischio terroristico”. Tra questi, secondo il Guardian che ha scandagliato i documenti dopo averli ricevuti dal New York Times, Mohammed Sadiq, un contadino afghano all’epoca di 89 anni malato di demenza senile, e un ragazzino di 14 imprigionato dopo esser stato rapito e costretto ad arruolarsi in una banda talebana. Sadiq era finito a Guantanamo dopo che in una perquisizione in casa sua erano stati trovati documenti sospetti appartenenti a suo figlio. Dopo quattro mesi in prigione in Afghanistan era stato trasferito a Cuba e interrogato per sei settimane al termine delle quali era stato giudicato «non affiliato ad al Qaida e privo di valore di intelligence per gli Stati Uniti». Ciononostante il vecchio era stato rimpatriato solo quattro mesi più tardi.

Nessuno dei file diffusi da Wikileaks fa però menzione delle tecniche di interrogatorio più controverse usate a Guantanamo, tra cui il waterboarding, le posizioni forzate e la privazione del sonno che sarebbero state usate su alcuni detenuti per farli confessare. Il Pentagono ha definito «deplorevole» la pubblicazione dei documenti e ha sottolineato la natura incompleta delle valutazioni che in termini militari si chiamano ’Detainee Assessment Briefs’, o DABs.

I file consegnati alla stampa internazionale hanno inoltre rivelato che secondo l’intelligence americana un orologio Casio da cinque euro poteva essere «il segno» di appartenenza ad al Qaida. Documenti usati per addestrare lo staff della base prigione di Cuba ottenuti dal Guardian indicano nel possesso del modello F-91W un possibile segnale di affiliazione alla rete terroristica. «Si sa che il Casio veniva dato agli studenti dei corsi di al Qaida per la fabbricazione di bombe in Afghanistan dove agli allievi erano date istruzioni su come far funzionare il timer. Un terzo dei detenuti catturati con questo modello al polso avevano collegamenti con esplosivi, o perchè avevano fatto corsi, o perchè collegati a luoghi dove venivano costruite bombe o per aver avuto rapporti con persone identificate come esperti di esplosivi», si legge nel documento entrato in possesso del giornale.

LEGGI: I documenti su Guantanamo

FONTE:LaStampa.it

Il segno di riconoscimento svelato dai file di Wikileaks

FRANCESCO GRIGNETTI

Anche il tunisino «milanese» Bin Adil Mabrouk, arrestato nel 2001 al confine tra Afghanistan e Pakistan, e trattenuto nove anni a Guantanamo (per essere poi trasferito in Italia, dove è stato detenuto per un altro anno e mezzo, processato, condannato ed espulso la settimana scorsa in Tunisia) aveva un orologio Casio al polso quando fu bloccato alla frontiera pakistana. Per la Cia quell’orologio da 5 euro era considerato un indizio di appartenenza ad Al Qaeda.

«Si sa che il Casio veniva dato agli studenti dei corsi qadeisti per la fabbricazione di bombe in Afghanistan, dove agli allievi erano date istruzioni su come far funzionare il timer. Un terzo dei detenuti catturati con questo modello al polso aveva collegamenti con esplosivi, o perché aveva fatto i corsi, o perché collegato a luoghi dove venivano costruite bombe, o per aver avuto rapporti con persone identificate come esperti di esplosivi», si legge nei documenti della Cia.

FONTE: LaStampa.it

LEGGI ANCHE: Al Qaeda è un’invenzione di comodo

“Obama non è americano. Dov’è il certificato?” Un libro-inchiesta può inguaiare il presidente

Il problema è sempre lì, quel 4 agosto del 1961. Più che il giorno, però, è il luogo: Honolulu, Hawaii, dice il certificato di nascita di Obama. Ma per i suoi avversari è falso. Una montatura, un banale trucco al photoshop, un ritocchino come quelli delle starlette da copertina: solo che anziché le labbra, il presidente si sarebbe fatto cambiare il documento che attesta la sua cittadinanza americana. Ora la questione è vecchia, è il tarlo di molti repubblicani fin dalle elezioni del 2008, ma adesso, di nuovo, c’è un libro che starebbe già sbancando Amazon con le prenotazioni, un mese prima della pubblicazione. L’autore è Jerome Corsi, il titolo è una domanda: Where’s the birth certificate?, cioè «dov’è il certificato di nascita?»; sottotitolo, «il motivo per cui Barack Obama non è eleggibile a presidente».
Peccato che sia stato già eletto, e la Corte suprema abbia respinto più di una causa a questo proposito, ma i birthers, cioè i sostenitori della non americanità di Obama, non si arrendono, visto che oltretutto avrebbero trovato un sostenitore danaroso come Donald Trump, sulla cui discesa in campo per i repubblicani molto si parla, anche perché i sondaggi lo danno in ascesa. È stato Trump, poco tempo fa, a rilanciare i dubbi sull’argomento. Ed ecco che spunta il libro di Corsi, con il sito Drudgereport (molto anti-Barack) che rivela: «È davvero devastante, Obama potrebbe scoprire cose di sé che nemmeno lui conosceva prima».
Le polemiche in questo caso non solo sono prevedibili, ma auspicabili per le vendite. Comunque Corsi manda avanti il suo curriculum (in passato con un libro falciò le ambizioni presidenziali di John Kerry) e spiega di avere spulciato la questione per tre anni prima di dare alle stampe l’inchiesta. Che spiegherebbe nel dettaglio perché Obama non è eleggibile: per esempio, avrebbe speso milioni di dollari in spese legali per evitare di fornire un certificato completo. La questione insomma è sempre quella, ma il pubblico americano ancora si divide, visto che fra i commenti su Amazon si oscilla fra l’indignazione («come fa questa sciocchezza razzista ad essere un bestseller?»), il sostegno («è nato in Kenya») e la diplomazia («se l’autore ha delle prove, perché non dovrebbe pubblicarlo?»).
Obama ha già esibito il suo certificato di nascita, ovviamente, ben prima delle elezioni, tormentato dalle critiche dei repubblicani. Ma anche dopo il suo ingresso alla Casa Bianca, i sondaggi di Politico hanno mostrato come più della metà degli elettori repubblicani non creda che il presidente sia davvero americano. Il problema è che il certificato rilasciato dall’ospedale di Honolulu è elettronico e quindi, secondo i nemici, facilmente taroccabile. A Washington sono davvero preoccupati per il libro di Corsi e la sua campagna? Di recente Obama ha pronosticato che i repubblicani pagheranno alle urne tanta insistenza sulla faccenda, perché «la gente sa che il presidente è nato là dove dice di essere nato». E in effetti molti nel Grand Old Party sono preoccupati. Ma Corsi promette di mettere tutto di nuovo in discussione. Lo stesso Drudgereport si chiede se il libro davvero porrà fine alla controversia oppure, semplicemente, ne susciterà altre. Obama una volta l’ha buttata lì, per sdrammatizzare. «Non posso passare tutto il tempo col certificato di nascita attaccato alla fronte». Magari non ne è più così sicuro.

di Eleonora Barbieri

LEGGI: Mr. President

Iraq. Crolla anche l’ultima bugia sull’invasione anglo-americana

“Vorrei affrontare la questione del petrolio per chiarire che la teoria della cospirazione è onestamente una delle più assurde ipotesi che si possono fare quando si analizza la situazione, soprattutto perché le riserve dell’Iraq sono state anche le nostre riserve. E con questo voglio dire che probabilmente metteremo presto fine agli accordi petroliferi con Saddam. Non è il petrolio il problema, sono le armi”.

Così il 6 febbraio del 2003, a poco più di un mese dall’invasione del Paese arabo da parte truppe anglo-americane, l’allora primo ministro britannico Tony Blair replicava alle accuse di chi intravedeva tra le tante false motivazioni che stavano spingendo Londra a entrare in guerra insieme a Washington la sola volontà di appropriarsi dell’oro nero di Baghdad.
Una posizione ribadita più volte dal governo della Gran Bretagna e dalla Casa Bianca fino a qualche mese fa, quando le bugie che hanno coperto per anni le reali motivazioni dell’aggressione all’Iraq hanno iniziato ad essere smascherate.
Una serie di rivelazioni iniziata con le denunce di manipolazione dei propri rapporti da parte degli ispettori Onu, inviati in Iraq per verificare la presenza di armi di distruzioni di massa, e che ha visto il suo culmine con la confessione del disertore iracheno che aveva fornito agli Usa le presunte prove dell’esistenza di un programma per la creazione di armi chimiche, sul quale l’uomo ha candidamente ammesso di essersi inventato tutto. [Leggi qui-[1]

CURVEBALL: Lies Leading Bush to Iraq War! – Watch more Funny Videos
Non serviva certo un grande analista per capire a questo punto che la reale motivazione che ha spinto Stati Uniti e Gran Bretagna a muovere guerra all’Iraq era impossessarsi delle risorse petrolifere del Paese arabo. Una motivazione in realtà apparsa chiara fin da subito, ma che soltanto ieri ha trovato una conferma ufficiale attraverso la pubblicazione sul quotidiano The Indipendent di alcuni appunti riguardanti il contenuto di riunioni riservate fra gli esponenti delle maggiori compagnie petrolifere britanniche e alcuni membri del governo londinese dell’epoca. Le note risalgono ai agli ultimi mesi del 2002 e ai primi del 2003 e mostrano come entrambe le parti pubblicamente abbiano sempre negato di aver fatto o ricevuto pressioni per partecipare all’invasione dell’Iraq insieme con gli Stati Uniti, mentre segretamente si accordavano per garantirsi una futura fetta delle riserve petrolifere di Baghdad.
Il 12 marzo 2003, circa una settimana prima dell’inizio del conflitto l’amministrazione della British Petroleum (Bp) emette una nota nella quale sottolinea di non avere “alcun interesse strategico in Iraq” auspicando però che “se ci sarà una guerra” e se qualcuno dovesse “arrivare al potere”  condivida le risorse in maniera paritaria, ad ogni modo concludeva la nota “non siamo certamente noi a spingere per il coinvolgimento della Gran Bretagna”.
Tuttavia stando a un memorandum del ministero degli Esteri londinese datato 13 novembre 2002, che riporta il contenuto di un’incontro con i vertici di Bp, per la compagnia petrolifera l’Iraq rappresentava “una prospettiva importantissima”, tanto che gli amministratori della società si dicevano “ansiosi” di mettere le mani sulle riserve del Paese arabo, premendo allo stesso tempo sul governo affinché lavorasse perché nessuno potesse impedire loro di impossessarsi del “potenziale” iracheno definito “enorme anche a lungo termine”.
Una posizione che aveva già trovato il sostegno dell’allora ministro del commercio Elizabeth Symons, secondo la quale sarebbe stato difficile accettare “che le compagnie petrolifere britanniche vengano estromesse dall’Iraq se la Gran Bretagna assumerà un ruolo fondamentale di supporto agli Usa nel risolvere questa crisi”. Il pericolo più grande per il governo e le società, si evince dai testi pubblicati, era che non partecipando all’invasione i contratti per l’estrazione finissero nelle mani di aziende nordamericane e francesi, con le quali Washington aveva già avuto alcuni incontri a riguardo. E tutto questo ben prima che il segretario di Stato Usa dell’amministrazione Bush, Colin Powell, mettesse in atto la sua arte interpretativa di fronte l’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2003, quando per convincere gli alleati a sostenere l’attacco sventolò una boccetta di acqua sporca spacciandola per antrace proveniente dall’Iraq. In un promemoria del ministero degli Esteri britannico datato 6 novembre 2002 si legge infatti che il governo londinese invitava la Bp a un colloquio sulle opportunità nel Paese arabo “post cambio di regime”.
Tutto era già deciso, i dibattiti che ne sono seguiti, le questioni morali, le dichiarazioni e il voto dell’Onu erano solo una farsa per coprire le loro reali intenzioni, mostrandosi al mondo come i salvatori dell’Iraq, quegli “esportatori di democrazia” che però la democrazia non l’hanno nemmeno entro i propri confini.

L’articolo dell’Indipendent:Secret memos expose link between oil firms and invasion of Iraq

[1]Ringraziamo Giuseppe A. per la segnalazione

Articolo Originale di Matteo Bernabei su Rinascita–LINK

Il nuovo colonialismo

Quello che stiamo osservando in Libia è la rinascita del colonialismo.Solo che questa volta non sono i diversi governi europei in competizione per gli imperi e le risorse.Il nuovo colonialismo opera sotto la copertura della “comunità mondiale”, che significa la NATO e i paesi che collaborano con essa.La NATO, l’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico, una volta era una alleanza di difesa contro una possibile invasione sovietica dell’Europa occidentale.Oggi la NATO fornisce truppe europee in nome della egemonia americana.

Washington esercita l’egemonia mondiale sotto le sembianze del selettivo “intervento umanitario” e  del” portare la libertà e la democrazia ai popoli oppressi.”Su base opportunistica, Washington individua i paesi per l’intervento tra quelli che non sono suoi “partner internazionali”.

Preso alla sprovvista, forse, dalle rivolte popolari in Tunisia ed Egitto, ci sono alcune indicazioni secondo cui Washington abbia risposto in modo opportunistico e abbia incoraggiato la rivolta in Libia.Khalifa Hifter, un presunto agente libico della CIA negli ultimi 20 anni,è andato in Libia a capo dell’esercito ribelle.

Gheddafi si fece da solo obbiettivo dell’imperialismo occidentale rifiutandosi di far parte dell’US Africa Command.Gheddafi ha visto lo schema di Washington per quello che è, un piano colonialista di divide et impera.L’U.S. Africa Command (AFRICOM) è stata creata per ordine del presidente George W. Bush nel 2007. AFRICOM descrive cosi il suo obiettivo:“Il nostro approccio si basa sul sostegno agli interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti in Africa come articolato dal Presidente e dal segretario di Stato e della Difesa nella Strategia di Sicurezza Nazionale e nella Strategia Militare Nazionale. Gli Stati Uniti e le nazioni africane hanno forti interessi comuni nella promozione della sicurezza e della stabilità nel continente africano, nei suoi Stati insulari e nelle zone marittime. Avanzare questi interessi richiede un approccio unificato che integra gli sforzi con quelli degli altri dipartimenti e agenzie del governo statunitense, così come con i nostri partner africani e internazionali”.

Quarantanove paesi partecipano all’ Africa Command,ma tra questi non vi sono la Libia, il Sudan, l’Eritrea, lo Zimbabwe e la Costa d’Avorio.Tranne che nello Zimbabwe,in questi Paesi-non membri vi è un intervento militare occidentale.[www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=23940]

Un mezzo tradizionale con cui gli Stati Uniti influenzano e controllano un paese è la formazione dei suoi militari e dei funzionari del governo.Tale programma si chiama International Military and Education Training (IMET).L’AFRICOM riferisce che “nel 2009 circa 900 militari e studenti civili provenienti da 44 paesi africani hanno ricevuto l’istruzione e la formazione negli Stati Uniti o nei loro paesi. Molti ufficiali e laureati arruolati dall’ IMET continuano a ricoprire posizioni chiave nelle loro forze armate e nei governi “.

L’AFRICOM elenca come un obiettivo strategico fondamentale la sconfitta della “rete di Al-Qaeda.”La US Trans Sahara Counter Terrorism Partnership (TSCTP) prepara e fornisce “le forze delle nazioni partner ” per impedire ai terroristi di stabilire i loro santuari e mira alla “definitiva sconfitta delle estremiste organizzazioni violente nella regione “.

A quanto pare, dopo dieci anni di “guerra al terrore”, un’onnipotente al-Qaeda oscilla in Africa tra l’ Algeria, il Burkina Faso, il Ciad,il Mali, la Mauritania,il Marocco, il Niger, la Nigeria,il Senegal e laTunisia, nel Medio Oriente, in Afghanistan, nel Pakistan e nel Regno Unito ed è una tale minaccia all’interno degli Stati Uniti da richiedere un budget di 56 miliardi dollari l’anno per l’”Homeland Security “.

La minaccia di al-Qaeda è diventata la migliore scusa di Washington per intervenire negli affari interni di altri paesi e per sovvertire le libertà civili degli Americani .

Sessantasei anni dopo la fine della seconda guerra mondiale e venti anni dopo il crollo dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno ancora un European Command, uno dei nove comandi militari e sei comandi regionali.

Nessun altro paese sente la necessità di una presenza militare mondiale. Perché Washington pensa che questo sia una buona ripartizione delle scarse risorse da dedicare 1.100 miliardi di dollari ogni anno per i “bisogni” dei militari e della sicurezza? È un segnale della paranoia di Washington? E ‘ un segnale che solo Washington ha nemici?O è l’indicazione che Washington assegna il valore massimo per l’impero e sperpera i fondi dei contribuenti  e la solvibilità del paese per i militari, mentre milioni di americani perdono le loro case e i loro posti di lavoro?

I costosi fallimenti in Iraq e Afghanistan non hanno temperato le ambizioni dell’ impero. Washington può continuare a contare sul supporto della stampa e della tv per coprire i suoi fallimenti e per nascondere la sua agenda, ma le ingenti perdite rimaranno tali. Prima o poi Washington dovrà riconoscere che la prosecuzione di un impero porta il paese alla bancarotta.

E ‘paradossale che Washington e i suoi “partner”europei ” stanno cercando di estendere il controllo su terre straniere,mentre l’immigrazione trasforma  le culture e le composizioni etniche nelle proprie nazioni.Come ispanici, asiatici, africani e musulmani di varie etnie diventano una percentuale sempre più grande delle popolazioni del “Primo Mondo”, il sostegno dell’uomo bianco per l’impero svanisce.Popoli desiderosi di istruzione e bisognosi di cibo, riparo e cure mediche saranno ostili al mantenimento di avamposti militari nei loro Paesi d’origine.

Chi  esattamente sta occupando chi?

Parti degli Stati Uniti stanno tornando al Messico. Ad esempio, il demografo Steve Murdock, un ex direttore del Census Bureau degli Stati Uniti, riferisce che due terzi dei bambini del Texas sono ispanici.Ironicamente,anche se non lo è, mentre Washington e le sue marionette della NATO sono impegnate ad occupare il mondo, a loro volta sono state occupate dal mondo.

[FONTE:The New Colonialism: Washington's Pursuit of World Hegemony]

DI: Cori In Tempesta

Il decalogo del “Partito mondialista”

Curiosando su internet, ci siamo imbattuti nell’Associazione Internazionale “New Atlantis for a World Empire”, e in un suo fantomatico ramo esecutivo: il Partito Mondialista. Ovviamente non ritengo che tale pagina possa avere serietà politica, ma nei “documenti” pubblicati vi è una chiara e ormai palese “grande narrazione” che va dai Templari alla Massoneria fino a giungere passando per Ronald Reagan e a glorificare Giovanni Paolo II (definito “il Grande”) e Bush.
Nel documento ci si compiace che la “squadra e compasso” è riuscita a far comunella, per combattere contro le odierne “tendenze nazional-comuniste e islamo-naziste”, con la Chiesa Cattolica. Nei documenti naturalmente vi son tutte le ricette dell’imperialismo liberale dalle privatizzazioni forzate dei beni nazionali alle sperticate lodi al Dio Mercato, passando negli osanna ad Israele, ma veniamo brevemente all’idea che questi mondialisti hanno del mondo:
1.  Acquisizione da parte del popolo degli Stati Uniti d’America della coscienza di sé e della propria missione emancipatrice a livello mondiale, e della necessità di pagare il costo in vite umane e sicurezza che ciò comporterà fino alla realizzazione della propria vocazione imperiale.
2.  Denuncia della miseria spirituale e dell’ipocrisia in cui versa l’Organizzazione delle Nazioni Unite, vetrina e palcoscenico di tiranni e dittatori, e suo progressivo svuotamento ed esautorazione. Creazione di una Unione Oceanica delle Democrazie guidata dagli Stati Uniti d’America, che comprenda il Canada, il Regno Unito e i paesi più civilizzati e democratici del Commonwealth (Australia e Nuova Zelanda, Sudafrica, Giamaica).
3.  Allargamento progressivo di questa Unione ai membri della “coalizione dei volenterosi” che ha sconfitto Saddam Hussein: la Polonia e gli altri paesi della nuova Europa desiderosi di affrancarsi dalla tutela dell’orso russo, le Repubbliche baltiche, la Georgia, l’Ucraina, l’Armenia, il Kirghizistan e le altre repubbliche dell’Asia centrale. Creazione in tutti questi paesi, come pure in Iraq e Afghanistan, di basi militari permanenti, che favoriscano la penetrazione americana nel Medio Oriente e nell’Asia centrale e assicurino, in prospettiva, il controllo strategico dell’Eurasia.
4.  Pressione diplomatica e commerciale sull’Unione europea per impedire la sua trasformazione in un “grande spazio” politico anti-americano.
5.  Sostegno economico, diplomatico e militare a tutti gli intellettuali e i movimenti progressisti dei paesi sottoposti a tirannie e dittature, concessione della cittadinanza americana agli emigrati e ribelli.
6.  Impegno degli Stati Uniti d’America, alla testa dell’Unione Oceanica, nella guerra ideologica, mediatica, economica e militare contro gli imperi della Terra di Mezzo. Obiettivi: secolarizzare l’Islam, democratizzare la Cina, occidentalizzare la Russia, americanizzare l’Europa.
7.  Espropriazione del potere politico dalle mani dei vertici religiosi integralisti, dei mullah e degli ayatollah, dei burocrati e dei militari, e suo conferimento a governi laici, responsabili davanti al popolo.
8.  Educazione gratuita di tutti i bambini secondo le libere scelte dei genitori. Abolizione del lavoro dei bambini e del loro impiego nelle guerre e guerriglie. Uso capillare dei mezzi di comunicazione, in particolare Internet, per l’insegnamento dei principi e valori del mondialismo: uguale dignità di tutti gli individui umani dal concepimento alla morte naturale; uguale diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità; separazione fra religione e politica; appartenenza di tutti gli uomini e le donne all’unica specie umana.
9.  Adozione di misure pedagogico-simboliche e di programmi di educazione scolastica che favoriscano il progressivo superamento delle diffidenze fra gli appartenenti a diverse etnie. Particolare enfasi andrà conferita ai matrimoni misti.
10.  Sostituzione di tutte le valute nazionali con una sola moneta mondiale (la quasi perfetta parità fra euro e dollaro faciliterà tale compito). Graduale abbattimento delle barriere doganali, tariffarie, al libero movimento di merci, capitali e uomini, fino alla depoliticizzazione degli Stati nazionali e alla loro trasformazione in entità puramente amministrative di un Impero mondiale.
Dentro questi punti vi è tutto, e non si può che ritenere tali enunciazioni quantomeno ben strutturate: definiscono chiaramente la strategia del mondialismo/capitalismo/imperialismo bicipite yankee e sionista.
Sbirciando il sito si apprende che questi criminali ritengono che in cento anni riusciranno a realizzare il loro Stato Mondiale.
Il male è che certe dinamiche descritte stanno concretandosi di già, a tamburo battente.
Ma noi non si molla.

di Davide D’Amario