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Tag: capitalismo

Se il capitalismo diventa di sinistra

capitalismo

di: Diego Fusaro

Sul fatto che alle elezioni la sinistra, a ogni latitudine e a ogni gradazione, sia andata incontro all’ennesima sonante sconfitta, non v’è dubbio e, di più, sarebbe una perdita di tempo ricordarlo, magari con documentatissimi grafici di riferimento. Più interessante, per uno sguardo filosoficamente educato, è invece ragionare sui motivi di questa catastrofe annunciata. E i motivi non sono congiunturali né occasionali, ma rispondono a una precisa e profonda logica di sviluppo del capitalismo quale si è venuto strutturalmente ridefinendo negli ultimi quarant’anni. Ne individuerei la scena originaria nel Sessantotto e nell’arcipelago di eventi ad esso legati. In sintesi, il Sessantotto è stato un grandioso evento di contestazione rivolto contro la borghesia e non contro il capitalismo e, per ciò stesso, ha spianato la strada all’odierno capitalismo, che di borghese non ha più nulla: non ha più la grande cultura borghese, né quella sfera valoriale che in forza di tale cultura non era completamente Leggi Tutto…

Siamo “populisti” e “antipolitici”

di: Giampaolo Cufino - schuon74@gmail.com -

Recentemente nomi famosi del giornalismo, della politica e dell’economia si sono riuniti in pieno centro a Roma, per una riunione del famigerato Club Bilderberg; che cosa si siano detti non è dato saperlo, la democrazia ha dei limiti che non vanno travalicati, il popolino deve stare al suo posto, aspetti solo il turno delle elezioni, dove avrà l’illusione di potere avere voce in capitolo sulle sorti del Paese.

Scorrendo la lista dei nomi però non si può dire che la riunione non sia sta comunque “democratica”, avendo partecipato esponenti di ogni corrente e di ogni settore importante, tranne un rappresentante dei precari, dei cassaintegrati, degli esodati, dei pensionati, dei malati di SLA e di tutte quelle categorie che stanno pagando sulla loro pelle i diktat del Mercato. Questo dio inventato dall’uomo, ma che sfugge a qualsiasi regola, come un moderno Frankenstein che scappa e distrugge lo scienziato che l’ha creato.

Chi osa affermare che si può e si deve uscire dalla spirale del mercatismo non ha diritto di cittadinanza nel dibattito delle idee. Il circolo vizioso del debito pubblico è un cane che si morde la coda; Loro lo sanno, ma i cittadini no e non devono sapere, ecco perché ogni tanto gira la voce di un possibile bavaglio anche per internet, dove chi non ha gettato il cervello all’ammasso può trovare idee alternative alla visione del mondo che ci propongono Finanza e Mercati.

La giunta Napolitano – Monti – Fornero lascerà il posto a un governo eletto “democraticamente” che, sempre “democraticamente”, continuerà il faticoso lavoro del triumvirato e dei suoi vassalli, l’importante è non perdere la poltrona, l’importante è sistemare cari e familiari, l’importante è fare sacrifici, ma che iniziassero prima quelli che stanno più in basso: i malati, i pensionati, i precarizzati, gli esodati e i rassegnati, quelli che non cercano neanche più lavoro, lasciati in balia degli eventi.

Se Monti, nei sondaggi, gode ancora di un grosso credito, i motivi possono essere solamente due: o i sondaggi sono taroccati o la gente si è definitivamente rincoglionita. Ma 60 anni di panem et circenses in salsa yankee hanno prodotto proprio questo: un popolo che ha perso ogni senso di identità, la coesione sociale, cosa voglia dire avere un destino; valori fondamentali per sopravvivere al marasma mondialista. Noi invece ci siamo immersi fino al collo, e dall’alto ci dicono che bisogna mantenere la testa giù nella melma. Ma noi la testa la vogliamo rialzare, anche perché respirare merda non ci piace più, aria libera vogliamo, da uomini liberi che siamo. Come quelli che in Argentina e Islanda hanno detto basta ai falsi dei e si sono riappropriati della sovranità popolare, ma vi diranno sempre che sono esempi inutili, che in Italia non si possono applicare. L’Argentina, dove scorre una buona parte di sangue italiano, è una nazione sorella e ci dovrebbe dare l’esempio da come si esce da una crisi, anche più profonda della nostra. Ma lì c’è una cultura politica, quella peronista, che noi abbiamo completamente perso tra PCI-PDS-DS-PD e partiti creati a tavolino o alleanze improbabili e “leghe” slegate dalla realtà. In eredità ci rimane solo Grillo, un comico scomodo ai tempi della TV, ma che adesso può invece fare comodo per coloro che usano “populismo” e “antipolitica” per screditare chi gli si oppone. Se la politica è solo un mezzo usato dalla tecnocrazia per legittimarsi e il populismo ha comunque a che fare con l’interesse del popolo, allora sì, anche noi siamo populisti e antipolitici.

Rinascita.eu

La “malvagia coerenza” di Marchionne

marchionne

di: Matteo Guinness

Marchionne ha ragione su tutta la linea: i licenziamenti dipendono dal mercato. Non si può voler un’economia di mercato e poi lamentarsi del significato più profondo di questa, ossia la libertà economica. Ma attenzione, sebbene il termine libertà abbia per tutti noi una connotazione positiva a prescindere, non è detto che sia sempre così: è profondamente da scongiurare per esempio la libertà di uccidere, oppure la libertà di fare violenza. La libertà non sempre è qualcosa di buono, altrimenti l’uomo non si sarebbe dato delle regole, e chiaramente la libertà di mercato è una di quelle libertà che creano una giungla dove vince il più forte, fra l’altro non sempre (anzi quasi mai) per suoi meriti.

 Licenziare è quindi – a prescindere da paletti ed accordi che possono, in periodi positivi, dare qualche garanzia – una facoltà, un diritto del privato proprietario che non ha vincoli di nessun altro tipo con i lavoratori se non il contratto. Altro caposaldo, questo, del sistema liberale.

Inutile frignare e sbattere i piedi: se ci piace l’economia di mercato, ci piace la facoltà di licenziare e di disporre della vita dei privati in mano ad altri privati. Punto.

Soprattutto riteniamo utile evidenziare una concezione di questo tipo a tutti coloro che fanno un gran parlare di welfare, ma sempre liberali-liberisti sono. Con tutta le contraddizioni del caso: prendiamo l’esempio della simpatia per l’America di Obama. Marchionne, l’amministratore della Fiat è un “mito” per Obama che lo usa nella campagna elettorale, in quanto grazie alle sue fabbriche riesce ad aumentare posti di lavoro e stile di vita; allo stesso tempo Obama è il mito delle sinistre ben pensanti italiane; che però in Italia odiano Marchionne in quanto diminuisce investimenti e posti di lavoro.

E’ chiara la contraddizione, il black out ideologico che c’è dietro tutto questo. Ed è chiaro come l’approccio socio-economico (classista?) per capire la questione non basta. E’ la geopolitica che ha portato la Fiat negli Stati Uniti e sono sempre gli squilibri internazionali a fare in modo che la Fiat vada a creare ricchezza negli Usa e la tolga all’Europa. Dipende dalla coalizione geopolitica egemone e allo stesso tempo dal suo sistema politico ed economico, figlio di questa stessa configurazione “atlantica”.

Se si vuole pensare ad un futuro diverso dall’attuale baratro, c’è bisogno di ripensare quindi principalmente il sistema economico e la configurazione geopolitica. In un sistema come quello attuale l’Europa è vincolata all’economia di mercato e questa a sua volta crea i disastri umani che vediamo. Soltanto un riscatto da questo punto di vista, l’abbattimento dei tabù e dei dogmi estremistici del sistema liberale potranno darci la possibilità di fornire un futuro a noi e ai nostri figli.

Coriintempesta.altervista.org - Pubblicato anche in: StatoPotenza.eu

 

Il meraviglioso mondo del capitalismo

di: Fidel Castro Ruz

La ricerca della verità politica sarà sempre un compito difficile, anche in questi nostri tempi in cui la scienza ha posto nelle nostre mani una quantità enorme di conoscenze. Una delle più importanti è stata la possibilità di conoscere e studiare il favoloso potere dell’energia contenuta nella materia.

La persona che ha scoperto la presenza di questa energia e il suo possibile uso era un uomo pacifico e amabile che, pur essendo contro la violenza e la guerra, chiese agli Stati Uniti di svilupparla. Il presidente degli Stati Uniti di allora era Franklin D. Roosevelt, noto per le sue posizioni antifasciste, leader di un paese che stava attraversando una profonda crisi e che ha contribuito a salvare attraverso l’adozione di misure forti che gli valsero l’odio dell’ estrema destra della sua stessa classe. Oggi, questo Stato impone al mondo la tirannia più brutale e pericolosa che la nostra fragile specie abbia mai conosciuto.

Le notizie provenienti dagli Stati Uniti e dai loro alleati della NATO fanno riferimento ai loro misfatti e a quelli dei loro complici.

 Le città più importanti degli Stati Uniti e in Europa sono il teatro di continui scontri tra manifestanti e forze di polizia, ben addestrate e ben nutrite, dotate di carri armati ed elmetti, riprese mentre picchiano, prendono a calci e lanciano gas contro donne e uomini, torcono mani e colli di giovani e vecchi, mostrando così al mondo le codarde azioni che si commettono contro i diritti e la vita dei cittadini dei propri paesi.

Per quanto tempo ancora dureranno questi atti barbarici?

Non mi dilungherò su questo, dal momento che queste tragedie continueranno ad essere viste, sempre di più, sulla televisione e su tutta la stampa, saranno come il pane quotidiano che viene negato a coloro che né hanno meno. Mi limiterò a citare qualche notizia ricevuta oggi da un’importante agenzia giornalistica occidentale:

“Gran parte della costa del Giappone nel Pacifico potrebbe essere colpita da un maremoto di oltre 34 metri (112 piedi) se si originasse un potente terremoto lungo le sue coste, secondo le stime rivedute di un gruppo di lavoro governativo.”

“Ogni tsunami innescato da un terremoto di magnitudo 9 nella fossa di Nankai, che si estende dalla principale isola giapponese di Honshu all’isola meridionale di Kyushu, potrebbe raggiungere i 34 metri di altezza, ha riferito la commissione.”

“Un precedente calcolò del 2003 stimò che l’altezza massima dell’onda sarebbe stata inferiore ai 20 metri (66 piedi).”

“L’impianto di Fukushima era stato progettato per resistere ad uno tsunami di 6 metri (20 piedi), meno della metà dell’altezza dell’onda che colpì l’impianto l’ 11 marzo 2011″.

Tuttavia non ci sono motivi di preoccupazione. Un’altra notizia di qualche giorno fa, il 30 marzo, potrebbe darci un pò di tranquillità. E’ stata pubblicata da un media molto bene informato. La riassumo in poche parole: “Se tu fossi un calciatore, uno sceicco arabo o un dirigente di una grande multinazionale, quale tipo di tecnologia desidereresti?

“Recentemente, alcuni famosi negozi di lusso di Londra hanno inaugurato una sezione interamente dedicata agli amanti della tecnologia con portafogli gonfi.

“Televisori da un milione di dollari, videocamere digitali Ferrari e sottomarini individuali sono solo alcuni dei feticci per deliziare i milionari”.

“Il televisore da un milione di dollari è il gioiello della corona”.

“Nel caso della ‘Apple’, l’azienda si è impegnata a fornire i suoi nuovi prodotti lo stesso giorno del lancio sul mercato.”

“Supponiamo che abbiamo lasciato la nostra casa e siamo già stanchi di starcene in giro con il nostro yacht, limousine, elicottero o jet. Abbiamo ancora la possibilità di acquistare un sottomarino individuale o per due persone. “

L’offerta continua a pubblicizzare cellulari con carcassa in acciaio inox, processori da 1.2 GHz e 8GB  di memoria, tecnologia NFC per effettuare pagamenti attraverso i telefoni cellulari e videocamere Ferrari.

Il capitalismo, compatrioti, è una cosa davvero meravigliosa! Forse è colpa nostra che ogni cittadino non ha il suo sottomarino privato sulla spiaggia.

Sono loro, non io, chi ha mescolato gli sceicchi arabi e i dirigenti delle grandi multinazionali con i calciatori. Questi ultimi, almeno, appassionano milioni di persone e non sono nemici di Cuba; questo devo dirlo molto chiaramente.

Fidel Castro Ruz

1 Aprile, 2012

08:35

 LINK: The Wonderful World of Capitalism

DI: Coriintempesta

Democrazia o bluff pilotato da bande internazionali?

di: Antonio Serena

direttore@rinascita.net

Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’altra, una cifra dall’altra: sono analfabeti totali. Trentotto su cento lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta semplice e a decifrare qualche cifra. Trentatré superano questa condizione, ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona indecifrabile. Tra questi, il 12 per cento dei laureati. Soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea”.

L’articolo, reperibile in vari siti internet, si rifà ad uno studio condotto a suo tempo dall’Istituto Canadese di Statistica in collaborazione con l’ OCSE ed è stato illustrato dal pedagogista Tullio De Mauro. I suoi contenuti sono stati rielaborati di recente da Piero Angela nel suo libro: A cosa serve la politica, Mondadori, Milano 2011.

Scrive Angela: “L’indagine, compiuta su un campione rappresentativo di cittadini, consisteva in 6 questionari concernenti la lettura, la scrittura, e il calcolo.

Le risposte venivano classificate in 5 livelli: il 4° e il 5° livello comprendevano coloro che  avevano conseguito un risultato buono, o ottimo, il 3° livello un risultato mediocre, il 1° e il 2° erano coloro invece a rischio di analfabetismo. Il quadro, in dettaglio,  è il seguente: il 5 per cento della popolazione non arriva neppure al 1° livello, cioè è letteralmente analfabeta. Ciò vuol dire che il numero degli analfabeti in Italia supererebbe nettamente i 2 milioni! In precedenti indagini risultava un numero inferiore (700 mila) ma derivava da un’autodichiarazione, non da un test reale.

Al 1° livello (rischio di analfabetismo) si trova il 33 per cento degli italiani. E un altro 33 per cento si ferma al 2° livello.

Ciò significa che complessivamente oltre il 70 per cento degli italiani (il 71 per cento) non arriva neppure al 3° livello, cioè alla mediocrità!…Solo il 20 per cento si situa nella fascia sopra la mediocrità, e pochissimi raggiungono il 4° e 5° livello”.

L’analisi si presterebbe a mille ed una considerazioni, ma preferiamo soffermarci sulla più elementare. E’ evidente che dei livelli culturali simili non permettono alla stragrande maggioranza delle persone di “orientarsi nella vita” (era questo l’obiettivo dell’indagine), costringendoli a subire l’oppressione di potenti mezzi di informazione che condizionano ogni loro scelta.

Non è forse un caso che, ad esempio in  politica, poche parole d’ordine, ripetute con martellante insistenza abbiano condizionato le masse nell’esprimere un voto che, proprio per queste caratteristiche, non poteva assolutamente definirsi “libero e democratico” come si è cercato di far credere.

Negli anni di piombo (per non allontanarci troppo dal momento attuale) la Democrazia cristiana ha potuto tranquillamente governare, oltre che con i mezzi che deteneva, unicamente barcamenandosi tra gli “opposti estremismi”.

Una volta caduta in disgrazia per una serie di coincidenze la prima repubblica, la Lega e PDL sono  subentrati al vecchio regime promettendo un cambiamento che si fondava su alcune parole d’ordine ampiamente condivise dalla gente (difesa delle identità, liberismo economico, lotta all’immigrazione selvaggia) urlate ai quattro venti da una pletora di media asserviti. Non è cambiato molto con Monti,  portato al potere dai potentati economici internazionali, in un momento in cui la partitocrazia  aveva raggiunto i livelli minimi di gradimento popolare, con la promessa di  “salvare l’Italia dalla bancarotta”; in realtà foraggiando con i soldi dei cittadini i maggiori  responsabili dello sfascio economico e produttivo capitalista.

Le potenti iniezioni di evidenti menzogne non scuotono minimamente una popolazione che, specie di questi tempi, ha altro cui pensare. Inebetito da crisi economica e ignoranza, il popolo crede a tutti i ciarlatani che si profilano volta a volta all’orizzonte. Solo per fare qualche esempio, come può un partito che parla di sovranità e indipendenza della nazione o di parti di essa (Padania),  e come possono partiti di sinistra nati all’ ombra di parole d’ordine come tutela del proletariato o antimperialismo, condividere e foraggiare in ogni parte del mondo  “aggressioni militari” a fine di lucro gabellandole per “missioni di pace”?

Possono. Perché la democrazia non c’è ed il popolo non ha gli strumenti culturali adeguati per opporsi a queste nefandezze.

La soluzione del problema consiste nel riuscire a togliere a questa casta di  usurai, unico e vero nemico dopo la caduta delle ideologie,  il controllo pressoché assoluto dell’informazione, aprendo la strada ad una  crescita culturale ed al ritorno ad un programma di vera socialità. Altrimenti assisteremo ad una ribellione violenta ed inarrestabile di masse sempre più numerose di schiavi in un mondo globalizzato che – forse qualcuno non se n’è ancora accorto – non è più quello degli archi, delle frecce e delle riserve indiane.

Rinascita

Dieci miti sul capitalismo

di: Lubov Lulko

Il capitalismo nella sua versione neoliberista si è ormai esaurito . Gli squali della finanza non vogliono perdere i profitti e spostano il peso principale del debito verso i pensionati e i poveri. Un fantasma della ‘”Primavera d’Europa” si aggira per il Vecchio Mondo e gli oppositori del capitalismo spiegano alla gente come le loro vite stanno venendo distrutte. Questo è il tema di questo articolo dell’ economista portoghese Guilherme Alves Coelho.

Si dice che ogni nazione ha il governo che si merita. Questo non è del tutto vero. Le persone possono venire ingannate dalla aggressiva propaganda che plasma gli schemi mentali e sono quindi facilmente manipolabili. Le bugie e le manipolazioni sono una contemporanea arma di distruzione di massa e di oppressione dei popoli. 

Sono efficaci tanto quanto i tradizionali mezzi di guerra. In molti casi, si completano a vicenda. Entrambi i metodi vengono utilizzati per ottenere la vittoria nelle elezioni e distruggere i paesi indisciplinati.

Ci sono molti modi per gestire l’opinione pubblica in cui l’ideologia del capitalismo è stata portata al livello di miti. E’ una combinazione di false verità che vengono ripetute un milione di volte, nel corso delle generazioni, e quindi, per molti, diventano indiscutibili. Sono state progettate per rappresentare il capitalismo come credibile e mobilitare il sostegno e la fiducia delle masse. Questi miti vengono veicolati e promossi mediante i strumenti dei media, istituzioni educative, tradizioni familiari, le dottrine della chiesa, ecc. Ecco i più comuni di questi miti.

Mito 1. Sotto il capitalismo, chi lavora duro può diventare ricco

Il sistema capitalista fornirà automaticamente la ricchezza agli individui che lavorano sodo. I lavoratori inconsciamente formano una speranza illusoria, ma se non va bene, potranno incolpare per questo fallimento solamente se stessi.

In realtà, sotto il capitalismo, la probabilità di successo, indipendentemente da quanto si può avere lavorato, è la stessa di vincere ad una lotteria. La ricchezza, con rare eccezioni, non viene creata dal duro lavoro, ma è il risultato di frodi e mancanza di rimorsi da parte di  coloro che hanno maggiore influenza e potere. E’ un mito che il successo sia il risultato di duro lavoro e, in combinazione con fortuna e una buona dose di fede, dipenda dalla capacità di impegnarsi in attività imprenditoriali e dal livello di competitività. Questo mito crea i seguaci del sistema che lo sostengono. La religione, in particolare quella Protestante, opera anche per sostenere questo mito.

Mito 2. Il capitalismo crea ricchezza e prosperità per tutti

Questo mito è destinato a far credere che la ricchezza, accumulata nelle mani di una minoranza, prima o poi verrà ridistribuita fra tutti. L’obiettivo è quello di consentire al datore di lavoro di accumulare ricchezza senza fare troppe domande. Allo stesso tempo viene mantenuta la speranza che i lavoratori, prima o poi, saranno premiati per il loro lavoro e la loro dedizione.  Anche Marx giunse alla conclusione che l’obiettivo ultimo del capitalismo non era la distribuzione della ricchezza, ma la sua accumulazione e la sua concentrazione. Il crescente divario tra ricchi e poveri negli ultimi decenni, soprattutto dopo la costituzione dello Stato Neo-liberale, ha sfatato questo mito. Esso è stato uno dei miti più comuni durante la fase di “benessere sociale” del dopoguerra e il suo compito principale era la distruzione dei paesi socialisti.

Mito 3. Siamo tutti sulla stessa barca

La società capitalista non ha classi, pertanto le responsabilità per i fallimenti e le crisi ricadono su tutti e tutti devono pagare. L’obiettivo è quello di creare un complesso di colpa per i lavoratori, permettendo ai capitalisti di aumentare i ricavi e di trasferire le spese al popolo. Infatti, la responsabilità ricade interamente sull’ elite composta da miliardari che appoggiano il governo e vengono da esso supportati, e hanno sempre goduto di grandi privilegi riguardo la tassazione, appalti, speculazioni finanziarie, offshore, nepotismo, ecc.. Questo mito viene impiantato dalle élite al fine di evitare la sua responsabilità per la difficile situazione del popolo e obbligare il popolo a pagare per gli errori dell’elite.

Mito 4. Il capitalismo è sinonimo di libertà

La vera libertà si ottiene solo sotto il capitalismo, con l’aiuto della cosiddetta “auto-regolamentazione del mercato”. L’obiettivo è rendere il capitalismo una sorta di religione e viene negato alle persone il diritto di partecipare all’adozione di decisioni macroeconomiche. Infatti, la libertà decisionale è la massima libertà, ma di questa godono solo una ristretta cerchia di potenti individui, non il popolo e nemmeno le agenzie governative. Durante i summit e i forum, nei circoli ristretti a porte chiuse, i capi delle grandi aziende, banche e multinazionali prenderanno importanti decisioni finanziarie ed economiche di carattere strategico. I mercati, quindi, non sono auto-regolati, ma vengono manipolati. Questo mito è stato usato per giustificare l’interferenza negli affari interni di paesi non-capitalisti, sulla base del presupposto che essi non hanno la libertà, ma hanno regole.

Mito 5. Il capitalismo è sinonimo di democrazia

La democrazia può esistere solo sotto il capitalismo. Questo mito, che segue da quello precedente, è stato creato al fine di evitare la discussione di altri modelli di ordine sociale, replicando che ogni forma di alternativa è una dittatura. Al capitalismo sono assegnati, distorcendone il loro reale significato, concetti come libertà e democrazia. In realtà, la società è divisa in classi e i ricchi, ovvero la parte ultra-minoritaria, dominano su tutti gli altri. Questa “democrazia” capitalista non è altro che una dittatura mascherata, e le “riforme democratiche” sono viste come processi che si oppongono al progresso. Come il mito precedente, anche questo serve come pretesto per criticare e attaccare i paesi non capitalisti.

Mito 6. Le elezioni sono sinonimo di democrazia

Le elezione sono sinonimo di democrazia. L’obiettivo è quello di denigrare o demonizzare altri sistemi ed evitare il sorgere di discussioni su sistemi politici ed elettorali in cui i leader sono determinati attraverso elezioni non-borghesi, per esempio, sulla base dell’ età, dell’ esperienza o della popolarità dei candidati. In realtà, è il sistema capitalista che manipola e corrompe, dove  l’elezioni sono solo un atto formale. Basta osservare il semplice fatto che le elezioni sono sempre vinte dai rappresentanti della minoranza borghese. Il mito che le elezioni borghesi garantiscano la presenza della democrazia è uno dei miti più radicati a cui credono persino alcuni partiti e forze di sinistra.

Mito 7. Alternare i partiti al Governo equivale ad avere un’ alternativa

Si vuol far credere che i partiti borghesi che periodicamente si alternano al potere dispongono di politiche alternative. L’obiettivo è quello di perpetuare il sistema capitalistico all’interno della classe dominante, alimentando il mito che la democrazia si riduce alle elezioni. In realtà, è ovvio che un sistema parlamentare bipartitico o multipartitico è un sistema a partito unico. Si tratta di due o più fazioni di una stessa forza politica che, alternandosi, fanno credere di avere una politica alternativa. La gente sceglie sempre un agente del sistema. Il mito che i partiti borghesi abbiano politiche diverse e facciano anche opposizione, è uno dei miti più importanti, ed è costantemente pubblicizzato per far funzionare il sistema capitalista.

Mito 8. Il politico eletto rappresenta i cittadini e può quindi decidere per loro

Al politico è stata concessa l’autorizzazione da parte del popolo e può governare come meglio crede. Lo scopo di questo mito è quello di sfamare il popolo con vuote promesse e nascondere le reali misure che verranno attuate nella pratica. Infatti, il leader eletto non adempie queste promesse, o, peggio, comincia ad attuare misure non dichiarate durante la sua campagna elettorale, spesso contrastanti e persino incostituzionali. Tali politici di solito, nel bel mezzo del loro mandato, raggiungono il loro minimo di popolarità e, in questi casi, la perdita della rappresentanza non conduce ad una sostituzione di quel politico attraverso mezzi costituzionali, ma al contrario, porta alla degenerazione della democrazia capitalista in una dittatura reale o dissimulata. La sistematica pratica di falsificazione della democrazia sotto il capitalismo è una delle ragioni del crescente numero di persone che ormai non si recano più alle urne.

Mito 9. Non c’è alternativa al capitalismo

Il capitalismo non è perfetto, ma è l’unico sistema economico e politico possibile e quindi il più appropriato. L’obiettivo è quello di eliminare lo studio e la promozione di altri sistemi ed eliminarne la concorrenza con tutti i mezzi possibili, inclusa la forza. In realtà, ci sono altri sistemi politici ed economici e il più conosciuto è il socialismo scientifico. Anche nell’ambito del capitalismo, ci sono versioni di “socialismo democratico” del Sud America o del “capitalismo socialista” europeo. Questo mito ha lo scopo di intimidire la gente, per impedire che incominci a discutere riguardo le alternative al capitalismo.

Mito 10. Il risparmio genera ricchezza

Vuol far credere che la crisi economica è causata dall’ eccesso di benefici per i lavoratori. Se vengono rimossi, il governo si salverà e il paese diventerà ricco. L’obiettivo è quello di spostare  sul settore pubblico, compresi i pensionati, la responsabilità per il pagamento del debito capitalista. Un altro obiettivo è quello di far accettare la povertà, sostenendo che sia qualcosa di  temporaneo. Esso è altresì destinato a facilitare la privatizzazione del settore pubblico. Le persone sono convinte che i risparmi sono la “salvezza”, senza menzionare che questi risparmi giungono attraverso la privatizzazione dei settori più redditizi i cui futuri guadagni andranno persi. Questa politica porta ad una diminuzione delle entrate dello Stato e la riduzione dei benefici, delle pensioni e dei sussidi.

LINK: Ten myths about capitalism

DI: Coriintempesta

Debito Sovrano e “Tripla A”. La AAA del popolo: Audit, Azione e Abolizione delle politiche economiche neoliberiste

di: Damien Millet and Eric Toussaint

AAA … tre lettere che suonano come una risata beffarda e che indicano il massimo rating del credito assegnato dalle stesse agenzie di rating. Una società o uno Stato con con la tripla A  è considerato degno di credito dai prestatori e dagli speculatori e può ottenere quindi prestiti a tassi più vantaggiosi. Ma per ottenere – o mantenere – questo grado simbolico, i governi europei dovranno prendere ogni tipo di provvedimento, compresa l’applicazione di politiche di austerità che porteranno le loro economie sotto il diktat dei creditori. La tripla  A è la facciata che nasconde la regressione sociale su grande scala, la violazioni dei diritti umani, e sangue, sudore e lacrime per i cittadini più vulnerabili. 

AAA … Tre lettere che risuonano come la risata della iena, mentre i creditori traggono profitti, mentre vengono sacrificati i diritti delle persone con la complicità attiva dei capi di Stati europei, la Commissione europea, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca centrale europea. 

I creditori e gli speculatori hanno deciso di correre i rischi più temerari, convinti che le autorità pubbliche li avrebbero salvati in tempo di crisi. Fino ad ora hanno avuto ragione. Sono stati organizzati salvataggi bancari, gli Stati hanno fornito garanzie del valore di migliaia di miliardi di euro, le volontà dei creditori sono state assecondate. Gli Stati membri hanno speso somme colossali per salvare le banche prima di imporre massicce misure di austerità a cui spesso il popolo si oppone con determinazione. Proteste di piazza, scioperi generali, i movimenti degli Indignati e le lotte sociali sono motivi di speranza se possono riuscire a federarsi a livello europeo. E’ tempo che i popoli d’Europa si uniscano.

Per tre decenni, le politiche neoliberiste hanno fatto aumentare l’indebitamento ad un livello intollerabile per le classi medie e medio-basso, che sono poi quelle che devono sostenere, in gran parte, gli oneri del rimborso. Il debito pubblico dei paesi europei ha due cause principali: da un lato, la contro-rivoluzione  fiscale iniziata negli anni 1980 e che ha favorito i più ricchi, e dall’altra parte, le risposte degli Stati alla attuale crisi provocata dagli investimenti sfrenati da parte dei banchieri e degli hedge fund. La deregolamentazione finanziaria ha tolto garanzie essenziali e ha permesso la creazione di prodotti sempre più complessi, portando a gravi eccessi e ad una crisi economica e finanziaria globale.

Le attuali politiche proteggono i responsabili della crisi e obbligano le vittime – in altre parole i popoli – a pagare le spese. Per questo motivo il debito è in gran parte  illegittimo. Finché persiste la logica attuale, i diktat dei creditori porteranno costante regressione sociale. Un audit del debito pubblico da parte dei cittadini, insieme ad una moratoria senza sanzioni per i rimborsi, è l’unica soluzione per determinare l’ illegittima, o perfino odiosa, parte del debito. Questa parte deve essere incondizionatamente abolita. E  per questo debito illegittimo da abolire, i popoli devono continuare a mobilitarsi e attraverso la loro azione concertata imporre una politica diversa che rispetti i diritti fondamentali e ambientali.

Questa azione deve essere il modo attraverso il quale costruire un’Europa fondata sulla solidarietà e sulla cooperazione, un’Europa che rifiuta i dettami concorrenziali dell’attuale sistema. La logica neo-liberale ha portato alla crisi e ha rivelato le proprie debolezze. Questa logica, che è alla base di tutti i documenti fondanti dell’Unione europea, in particolare il Patto di Stabilità e Crescita e il Trattato del Meccanismo Europeo di Stabilità, deve essere vigorosamente compromessa. Le politiche di bilancio e quelle fiscali non dovrebbero essere uniformi, dal momento che le economie europee sono molto disparate, ma dovrebbero piuttosto essere coordinate al fine di trovare una soluzione che innalzi lo standard. L’Europa deve anche abbandonare il suo atteggiamento  di assediata nei confronti dei richiedenti l’ immigrazione e diventare un partner giusto e solidale per i popoli del sud. Il primo passo deve essere quello di cancellare senza condizioni il debito del Terzo Mondo. E’ chiaro che gli attuali trattati europei devono essere abrogati e sostituiti con nuovi nel contesto di un autentico processo costituente democratico che sarà la pietra angolare per un’Europa diversa.

Audit-Azione-Abolizione: questa è la AAA vogliamo, un AAA del popolo, non delle agenzie di rating. Poniamo questa richiesta al centro del dibattito pubblico per affermare che le scelte politiche, economiche e finanziarie alternative sono possibili. Solo potenti lotte sociali  possono rendere la ” AAA dei popoli ” una realtà e un mezzo per effettuare un cambiamento radicale nella logica.

LINK: Sovereign Debt and “Triple A Ratings”: The People’s AAA : Audit, Action and Abolition of Neoliberal Economic Policies

DI: Coriintempesta

Il comunismo sbiadito e i forconi siciliani

di: Andrea Fais

Ricordiamo tutti il Popolo Viola: questa creatura politicamente informe, che per oltre un anno ha riempito le piazze italiane, gridando alle dimissioni di Berlusconi. Una creatura colorata, di cui ho in passato trattato personalmente all’interno del sito “Conflitti e Strategie”, individuando attendibili collegamenti tra la macchina dell’antiberlusconismo di piazza e quella dell’antiberlusconismo dei poteri forti.

Del resto, i meeting viola organizzati dalla London School of Economics, prestigioso tempio “liberal” del capitalismo anglosassone, lasciavano poco spazio alla fantasia. Travaglio ebbe, proprio a ricordare come in Italia ci trovassimo in un condizione di totale anomalia rispetto al resto dell’Occidente, confortandosi con gli autorevolissimi dati forniti da Freedom House, struttura di ingerenza e soft-power legata a doppio filo con il governo degli Stati Uniti: una garanzia insomma. In quel caso, il numero fece la forza: tutto questo gruppuscolo di sigle e di associazioni no-profit cominciò a smuovere milioni di persone, con adesioni all’interno di quella “minoranza rumorosa” che vedeva in Berlusconi il solo ed unico male dell’Italia. Le forze della sinistra radicale, che ancora presumono di richiamarsi al comunismo storico, cercarono così di cavalcare – fallendo per evidente sproporzione di forze in campo – l’ondata, dialogando con quelle realtà e prestandosi alla linea del “Berlusconi first”. Molti esponenti politici parlarono, difatti, proprio della necessità di costituire una sorta di nuovo CLN esclusivamente pensato per cacciare Berlusconi, attraverso azioni dimostrative di strada o pressioni pubbliche.

Abbiamo visto cosa è accaduto: le immagini del 14 dicembre 2010 e del 15 ottobre 2011 hanno fatto il giro del mondo, regalando al pianeta un’immagine dell’Italia assolutamente devastata e manipolata, grazie alla distorsione mediatica operata da qualche migliaio di esagitati. Pareva che il governo Berlusconi fosse in uno stato del tipo “centoventi giornate di Sodoma”, perso tra festini orgiastici e vizi borghesi, mentre l’Italia stesse affondando, preda di uno spread senza freni. Non si sapeva cosa significasse precisamente questo oscuro vocabolo finanziaro, ma fu abbastanza per allineare le richieste di Di Pietro o di Vendola a quelle del Sole24Ore: “Fate presto!”. Il resto lo sappiamo.

Il governo tecnico si impone con un colpo di coda gestito dal Quirinale, senza alcuna interpellanza elettorale, si stabilisce in pianta stabile con l’intenzione solida di restare sino alla fine del mandato naturale della legislatura (2013) e di apportare pesantissime manovre economiche e fiscali, per giustificare provvedimenti da macelleria sociale. I bicchieri di champagne stappati dalle sinistre diventano improvvisamente indigesti, restano sullo stomaco: le facce terrorizzate e sbiancate di chi fino al giorno prima aveva fatto di tutto perché si creassero le condizioni per le dimissioni di Berlusconi, erano già allora evidenti. Cosa raccontare al proprio elettorato? Di aver appoggiato un golpe bianco e poi di essersi accorti della gran debacle? Un po’ strano come meccanismo. Dunque, meglio inventarsi una fantomatica continuità tra Berlusconi e Monti, prolungando per inerzia la farsa del teatrino antiberlusconista degli ultimi dieci anni: “Berlusconi è andato via, ma il berlusconismo è rimasto e rivive in Monti, dunque contestiamolo”.

La bufala è andata.

Qualcuno – quasi tutti – ci ha creduto. D’altronde se hanno creduto per dieci o quindici anni ad uno come Bertinotti, ormai potrebbero bersi anche l’acqua del mare pensando che sia oligominerale. Chiaramente, la maggioranza più silenziosa e più produttiva del Paese, quella dei piccoli commercianti, degli operai non sindacalizzati (cioè, non disposti a farsi prendere per i fondelli dai sindacati gialli italiani), dei piccoli agricoltori, delle piccole imprese, dei piccoli esercenti e così via, non può stare a guardare lo spettacolino mediatico di una situazione al tracollo, malgrado l’abitudine di queste persone all’umiltà e al lavoro senza tante pretese, la loro dignità e la loro (virtuosa) incapacità a scadere nella ridicola boutade circense cgiellina del pubblico impiegato con un campanaccio al collo e un fischietto in bocca.

Così, in silenzio, e fuori dai profeti del dissenso e dai sindacati di potere, è sorto in Sicilia uno sciopero spontaneo ed autonomo degli autotrasportatori che si è esteso a macchia d’olio anche al mondo dell’agricoltura.

Ufficialmente non vi sono collegamenti con alcuna forza politica, anche se a Catania pare sia stata avvistata qualche bandiera di estrema destra durante un comizio. In generale, insomma, il cosiddetto Movimento dei Forconi, pare essere al di fuori di qualunque sospetto: senz’altro ci sarà del qualunquismo e non mancherà la demagogia tipica del contesto di piazza e di contestazione pubblica, tuttavia la piattaforma sociale di lotta di persone che lavorano ogni giorno come muli è senz’altro trecento spanne superiore a quella di beceri indignados fuffaroli (apprezzati pure da Soros e Draghi… che è tutto dire…) o popoli “viola”, composti da ultrà del no-globalismo negriano o da esaltati lettori dei libelli pubblicati dal gruppo editoriale di De Benedetti.

Eppure la sinistra radicale italiana non ha perso tempo a lanciare strali e sospetti, boicottando in modo anche verbalmente violento lo sciopero. Siamo al colmo. Che abbiano ricevuto l’appoggio di qualche insignificante sigla di estrema destra o meno, queste persone lavorano ogni santo giorno e vivono sopra un camion per paghe non certo soddisfacenti, così come non certo bene se la passano i tanti braccianti e piccoli produttori della filiera agricola regionale. Pensare che movimenti politici minoritari ed assolutamente irrilevanti, come quelli di estrema destra, possano organizzare di colpo un movimento di protesta che blocca un’intera regione dello Stato, tra le più popolate, è letteralmente ridicolo. Dopo aver partecipato al coro alzato da Washington e dai suoi alleati contro la repubblica socialista di Gheddafi, schierandosi – con una silenziosa complicità – dalla parte dell’imperialismo, questi personaggi politici sembrano ancora non sufficientemente paghi di dare sfoggio della loro intima natura reazionaria e anti-sociale.

C’era un tempo in cui il Partito Comunista Italiano faceva il giro delle campagne e delle fabbriche, per conoscere le condizioni sociali in modo dettagliato e capillare cascina per cascina, stabile per stabile, raccogliendo pareri e consensi dal mondo del lavoro, spiegando poi loro, alla sera o durante i comizi alla domenica, i collegamenti tra quei loro problemi quotidiani di operai e contadini della provincia italiana, ed un sistema internazionale denso di contraddizioni e strategie di conflitto ardue e complicate. Parliamo di anni in cui era ancora l’emblema di Lenin a campeggiare nelle pareti delle sedi del partito, anni in cui era la Russia bolscevica il riferimento politico principale, anni in cui personaggi come Vendola, De Magistris o Bertinotti non avrebbero mai messo piede in un circolo politico comunista: roba in bianco e nero, confinata ormai alle sole figure del neo-realismo, come quella di Giuseppe Bottazzi. Son passati cinquanta anni, eppure sembra passata un’intera era geologica.

StatoPotenza.eu

Il paese che riuscì a “sconfiggere” McDonald’s

In Bolivia si è verificata la situazione per la quale otto negozi McDonald’s hanno dovuto abbassare le serrande in maniera definitiva per mancanza di clienti. Su questo ‘fenomeno’, forse unico al mondo, è stato anche girato un servizio televisivo, che ha cercato di capire le ragioni di questo k.o al colosso mondiale degli hamburger.

In Bolivia, la grande ‘M’ rossa, ha cercato anche di adattare il suo menu ai gusti locali, proponendo la llajwa, la salsa con la quale i boliviani accompagnano i loro piatti, oppure diffondendo all’interno dei locali la musica folcloristica boliviana, ma gli sforzi in questo senso non hanno ripagato, tanto che dopo sei anni di presenza nel paese latinoamericano, McDonald’s ha dovuto chiudere otto negozi tra la Paz, Cochabamba e Santa Cruz.

Il regista Fernando Martinez ha così girato un documentario “Perchè McDonald’s ha fallito in Bolivia?” per capire come mai gli abitanti di queste città hanno voltato le spalle ad uno dei simboli della globalizzazione mondiale. “La cultura ha sconfitto la globalizzazione”, ha detto il regista, che ha aggiunto che una delle chiavi dell’insuccesso dell’azienda statunitense è stata anche la politica dei prezzi.  Il menù più economico costa 25 pesos boliviani (poco più di 3 dollari), mentre a La Paz, attualmente è possibile mangiare un pasto completo in un mercato popolare per 7 pesos (meno di un dollaro).

Se l’economia è sicuramente alla base di questo insuccesso, una grande ragione si deve trovare nelle persone e negli aspetti culturali e al grande rapporto che i boliviani hanno con la loro terra e i prodotti che la stessa da’ loro, prodotti tradizionali dal sapore intenso e forte e che portano a piatti che richiedono molte ore in cucina. Il documentario di Martinez, che è stato presentato anche in diversi festival internazionali, è anche un viaggio nella cultura alimentare boliviana.

Questo viaggio culinario e culturale prende il via da Potosí con la preparazione della khala purka, una zuppa di mais e peperoncino scaldata su una roccia lavica, per arrivare a Cochabamba per conoscere il famoso ‘panino de doña Betty’, un generoso sándwich cochabambino con riso, carne e uovo fritto. Un percorso che mette in chiaro come i boliviani abbiano gusti alimentari ben precisi e come dice la canzone che fa da colonna sonora al documentario “al mia palato non si impone ne come ne quando”. Un filosofia che porta al trionfo dei piatti tradizionali come le empanadas salteñas, il pane con formaggio, il fricasé (spezzatino) , il majadito o il silpancho.

Fonte: http://expolatinos.blogspot.com

Il trailer ufficiale del documentario

Libia: un video-linciaggio per distrarre dalla pista Clinton-Goldman Sachs

Si può anche prescindere dalla questione della autenticità o meno dei video del linciaggio di Gheddafi, per constatare che la scelta della NATO di spettacolarizzare la morte di Gheddafi, rivela decisamente il carattere di una PSYOP (Psychological Operation), cioè di un atto di guerra psicologica. Al Jazeera, l’emittente dell’emiro del Qatar, ha assunto decisamente il ruolo di organo della guerra psicologica della NATO e della CIA, e questa sua ultima PSYOP del video-linciaggio è volta a confondere le acque e distrarre l’attenzione rispetto a dati ancora più inconfessabili.

Il 23 ottobre i festeggiamenti per la “liberazione” della Libia si sono svolti a Bengasi, non a Tripoli. Bengasi è sempre in festa, e festeggia soprattutto in nome e per conto di altre città della Libia.

A Bengasi infatti, e non a Tripoli, si sono svolti il 21 agosto scorso i festeggiamenti per la “liberazione” di Tripoli; un doppione dei festeggiamenti svoltisi il 18 marzo scorso per la proclamazione da parte del consiglio di Sicurezza dell’ONU della “no fly zone” (con il senno di poi questa locuzione inglese risulta particolarmente ridicola). La terna delle feste di Bengasi si è conclusa domenica, con l’ormai consueto spettacolo pirotecnico.[1]

Nella Libia “liberata” il governo provvisorio risiede ancora a Bengasi, ad indicare che l’effettivo controllo del territorio libico da parte della NATO e dei sedicenti ribelli è ancora al livello di sette mesi fa.

Da ciò si comprende che i video dovevano servire a creare l’illusione di una conclusione definitiva della vicenda, una “vittoria” da dare in pasto all’opinione pubblica mondiale, da tenere però impegnata in estenuanti dibattiti morali sulla liceità della vendetta, in modo da evitare che si possa seguire la pista dei soldi.

Il linciaggio di Gheddafi dovrebbe anche dimostrare, secondo la Nato, che i “ribelli” dopotutto sono dei barbari immaturi per la democrazia e incapaci di gestire uno Stato di Diritto; risulta perciò assolutamente necessaria la tutela internazionale, soprattutto per quanto riguarda l’eventuale ministero del Tesoro del nascente Stato libero della Libia. Come sorprendersi quindi che il primo atto del nuovo governo della Libia “libera” sia stato quello di chiedere alla NATO di rimanere in Libia?[2]

Si può prescindere per un momento anche dal business del petrolio libico, attualmente ritornato in mano soprattutto alla multinazionale British Petroleum, che deteneva quasi il monopolio del petrolio libico prima del colpo di Stato di Gheddafi nel 1969.[3]

Si possono infatti ricavare notizie interessanti soffermandosi anche solo sul denaro contante. Secondo notizie della BBC, i beni libici attualmente congelati in banche straniere ammontano ad almeno cinquantatre miliardi di dollari. Una delle principali banche in cui questi soldi libici sono investiti è la Goldman Sachs, la quale si è rifiutata di dare ulteriori informazioni, rifugiandosi dietro la riservatezza per “proteggere” il cliente (un’altro esempio di comicità involontaria in questa vicenda). [4]

Altra questione ancora aperta è quella dell’oro della banca centrale libica, le cui riserve auree ammontano a centoquarantaquattro tonnellate, secondo le stime per difetto operate dal Fondo Monetario Internazionale il marzo scorso.[5]

A detta dell’ex banchiere centrale libico, passato ai “ribelli”, le riserve valutarie ed auree della Libia ammontano complessivamente a centosessantotto miliardi di dollari, ma è tutto congelato, e ci vorrà una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per sbloccarlo, cioè tutto dipende dagli Stati Uniti. Secondo l’ex banchiere centrale mancherebbe all’appello circa un 20% dell’oro libico, ma la colpa sarebbe tutta di Gheddafi, che l’avrebbe sottratto per comprarsi i consensi delle tribù. La morte di Gheddafi consente perciò a chi ha sottratto effettivamente quell’oro di goderselo senza rischiare di subire indagini.[6]

Si registrano poi strane coincidenze. Hillary Clinton ed il suo clan da quale banca dipendono? Ritorna un nome familiare: Goldman Sachs. La superbanca multinazionale aveva già finanziato nel 1992 la vittoriosa campagna elettorale presidenziale di Bill Clinton; ed in effetti Robert Rubin, dirigente di Goldman Sachs, era poi diventato ministro del Tesoro dell’amministrazione Clinton.[7]

Il legame tra il clan dei Clinton e Goldman Sachs è stato consacrato anche da un matrimonio dinastico. Una figlia dei Clinton, Chelsea, ha infatti sposato un altro dirigente di Goldman Sachs, il pregiudicato per frode bancaria Marc Mezvinsky. [8]

Si potrebbe pensare che Bill Clinton, per farsi bello e darsi le arie di politico incorruttibile, abbia preso le distanze da Goldman Sachs, magari additandone pretestuosamente le magagne. Invece no. Retto ed integerrimo com’è, Bill Clinton, ha preso pubblicamente le difese di Goldman Sachs a proposito delle inchieste che l’hanno coinvolta, dichiarandosi scettico circa le accuse che hanno colpito la superbanca.[9]

Anche Hillary Clinton non ha voluto far torto al genero soltanto per darsi delle arie di essere immune dal nepotismo; ed infatti il Dipartimento di Stato, diretto da Hillary, ha coinvolto Goldman Sachs in un super-progetto internazionale, sotto l’egida della NATO, per far scuola di business a donne imprenditrici in Afghanistan e Pakistan. Insomma, una pioggia di denaro pubblico per Goldman Sachs, su iniziativa della Clinton. La notizia si trova sul sito di Goldman Sachs.[10]

Si può essere certi che i Clinton hanno la coscienza così pulita, che il timore di incappare in un sospetto di conflitto di interessi non li dissuaderà affatto dall’andare incontro alle legittime aspettative di Goldman Sachs, anche per ciò che riguarda la questione dell’ulteriore spartizione delle risorse finanziarie ed auree della Libia.

NOTE

[1] http://www.repubblica.it/esteri/2011/08/21/foto/bengasi_in_festa_per_la_sollevazione_di_tripoli-20683527/1/

http://it.euronews.net/2011/03/18/a-bengasi-festa-per-la-decisione-dell-onu/

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2011/10/23/visualizza_new.html_668694965.html

[2] http://www.tgcom.mediaset.it/mondo/articoli/articolo1025774.shtml

[3] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.thestreet.com/story/11228497/1/bps-outlook-in-libya-improves.html&ei=KOVsToWHLvTb4QTN36XZBA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=2&ved=0CCsQ7gEwATgo&prev=/search%3Fq%3DBP%2Blibya%26start%3D40%26hl%3Dit%26sa%3DN%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26biw%3D960%26bih%3D507%26prmd%3Divns

[4] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.bbc.co.uk/news/business-13552364&ei=fIalTu76Ksjxsgb7mO2SAw&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=2&ved=0CCsQ7gEwAThk&prev=/search%3Fq%3Dlibyan%2Bgold%2Bgoldman%2Bsachs%26start%3D100%26hl%3Dit%26sa%3DN%26rlz%3D1R2ACAW_it%26biw%3D960%26bih%3D507%26prmd%3Dimvns

[5] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.bbc.co.uk/news/business-12824137&ei=uY6lTsKpOY_RsgbOsaWVAw&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=2&ved=0CDUQ7gEwAQ&prev=/search%3Fq%3Dlibyan%2Bgold%2Breserves%26hl%3Dit%26rlz%3D1R2ACAW_it%26prmd%3Dimvns

[6] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.reuters.com/article/2011/08/25/us-libya-gaddafi-gold-idUSTRE77O1XO20110825&ei=9kCoTu-LKs74sgbVsezFDQ&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=3&ved=0CDMQ7gEwAg&prev=/search%3Fq%3Dlybia%2Bgold%2Bcentral%2Bbanker%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvns

[7] http://archiviostorico.corriere.it/1992/ottobre/06/GOLDMAN_SACHS_punta_Clinton_co_0_9210063639.shtml

[8] http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://news.bbc.co.uk/2/hi/8386968.stm

[9] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.huffingtonpost.com/2010/04/29/bill-clinton-im-skeptical_n_557085.html&ei=zEKkTsbiAseBOoL2ma0C&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=1&ved=0CCUQ7gEwAA&prev=/search%3Fq%3Dbill%2Bclinton%2B%2Bgoldman%2Bsachs%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvnso

[10] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www2.goldmansachs.com/media-relations/press-releases/current/10k-w-partnership.html&ei=OJ-lTtaoKNDKsgakqZH3Ag&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=1&ved=0CCYQ7gEwAA&prev=/search%3Fq%3Dgoldman%2BSachs%2BHillary%2Bclinton%26hl%3Dit%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvnso

FONTE: Comidad.org

Gheddafi, grande leader africano

di: Rodolfo Ricci

Dice il commentatore e vaticanista della Stampa, Andrea Tornielli, nel suo blog (http://2.andreatornielli.it/): “La Libia, quando Gheddafi prese il potere nel 1969, aveva un tasso di analfabetismo del 94 per cento; oggi l’88 per cento dei libici è alfabetizzato. Il Federal Research Division della Libreria del Congresso Usa scrive che “un servizio sanitario di base è fornito a tutti i cittadini libici. Salute, formazione, riabilitazione, educazione, alloggio, sostegno alla famiglia, ai disabili e agli anziani sono tutti regolarmentati dai servizi assistenziali”. Le vaccinazioni infantili coprono la quasi totalità della popolazione. C’è un medico ogni 673 cittadini. Secondo le tabelle dell’Indice di Sviluppo Umano della Banca Mondiale (miscellanea di aspettativa di vita, istruzione, reddito) la Libia è (o meglio, era) l’unico paese con livello alto dell’Africa, e veniva prima di ben nove nazioni europee.

Cito questi dati traendoli dall’illuminante libro Libia 2012 dello storico Paolo Sensini (Jaca Book), che consiglio vivamente a tutti coloro che vogliono farsi un’idea sulle ragioni della guerra e sul potere della disinformazione. Perché ho ricordato tutto questo?

Perché alcuni dei capi dei “ribelli” e del governo provvisorio – i nostri governi stendono su questo un velo di silenzio – sono ex terroristi di Al Quaeda. E se c’è una cosa davvero incerta è il futuro del paese. Li cito per ricordare come siamo molto selettivi nell’individuare i dittatori cattivi, e le popolazioni da proteggere, a seconda delle convenienze. Se le rivolte vengono sedate nel sangue in certi paesi arabi ottimi alleati dell’Occidente, facciamo finta di niente. In altri casi, come in quello della Libia (vuoi vedere che c’entrano petrolio e gas?) in poche ore eccoci tutti in fila a bombardare, ovviamente solo con bombe “intelligenti”…”

E’ solo l’ultima esternazione a cui si assiste sul web dopo l’esecuzione di Muhammar Gheddafi da parte di islamisti al seguito della alleanza neocolonialista e criminale capitanata dalla NATO che ha sganciato oltre 50.000 bombe in sette mesi di guerra sul territorio libico per annientare per sempre dalla faccia dell’Africa e della terra, la Jahmaijria socialista e il suo leader, arrivato al potere senza sparare un sol colpo nel lontano 1969.

Il fronte del capitalismo mondiale ci ha messo del tempo, ma alla fine è riuscito a raggiungere l’obiettivo che perseguiva da decenni, passando per i bombardamenti di Ronaald Reagan, (“el hombre de mierda”, secondo Galeano), che fece bombardare Tripoli uccidendo una cinquantina di membri della famiglia di Gheddafi; per l’attentato di Ustica, dove, per colpire Gheddafi, l’aviazione francese colpì invece il DC-9 dell’ITAVIA con la morte di 81 passeggeri italiani. E per altri numerosi tentativi di far fuori uno dei più intelligenti leader africani e mnondiali, il cui paese ha contribuito in termini di aiuti ai paesi del terzo mondo, più di tutti i grandi paesi del G-20 mesi insieme.

In termini di conquiste sociali ed economiche, di sviluppo e modernizzazione di un paese arretratissimo fino agli anni ’70, Gheddafi ha pochissimi “concorrenti”. Non ha eguali l’opera faraonica e strategica di creazione del grande fiume Man Made River, che costituisce la più grande opera di irrigazione dei paesi desertici e dell’intero pianeta, un’opera, che da sola e forse più della gestione indipendente ed oculata del petrolio, preoccupava fortemente il gruppo di potentati criminali che hanno aggredito la Libia sotto le insegne dell’ONU, in previsione della conquista e del controllo globale dell’acqua, una guerra planetaria che può dirsi iniziata proprio con l’aggressione alla Libia.

Se vi è qualcosa in cui Gheddafi ha sbagliato (e che deve servire di insegnamento) è quella di fidarsi del capitalismo criminale del nord, il cui apprezzamento quale scudo contro la penetrazione dell’islamismo nel nord Africa e il contenimento dei flussi migratori, non è bastato per acquisirne il riconoscimento. A posteriori si può dire che si trattava della più grande operazione di simulazione che un gruppo di paesi ha elaborato per disfarsi dell’indipendente e pericolosissimo leader che mirava all’unità africana, mentre per chi comanda, l’Africa non è altro che il continente del futuro confronto-scontro con la Cina e forse con l’India. Una sorta di patto di non aggressione violato alla prima utile occasione: la primavera araba.

Non è stato attaccato ed eliminato perchè non faceva bene, Muhammar Gheddafi, ma perchè fin troppo bene e con visione di futuro aveva fatto, lui, figlio di beduini analfabeti, nato nel ’42 – ma non sapeva neanche lui di preciso quando – , nel deserto a ridosso di Sirte.

A dimostrazione che l’intelligenza e la capacità di leadership prescinde, molto spesso, dal livello delle scuole frequentate ed è molto più legata alla capacità dell’intelligenza critica di cui ogni persona è dotata, salvo abdicarvi sotto pressione dei più forti o per adesione subalterna agli stessi, un panorama di cui è pieno il miserabile occidente avanzato.

Non è un caso che dopo il dissolvimento dell’URSS, tutti i residui bastioni di quello che fu il grande movimento dei “non allineati” è stato abbattuto senza pietà, secondo la innovativa prassi delle guerre umanitarie: Jugoslavia, Iraq, Libia. Affinché il posizionamento geostrategico occidentale fosse rafforzato in previsione degli eventi imminenti.

Ovviamente non esiste alcuna ragione umanitaria nell’attacco alla Jamajiriya, come non ne esistevano nelle precedenti aggressioni e guerre degli ultimi 15 anni. Ne sono conferma il sostegno a dittature spietate e feudali come quelle dell’alleato prediletto, l’Arabia Saudita dei Saud-Bush, e dei suoi emirati satelliti inventati dagli inglesi e cogestiti assieme agli USA del premio Nobel Barack Obama.

Ciò che colpisce in quest’epoca di fine impero è che le aggressioni si succedano sempre più frequenti e che il loro carattere oggettivamente criminale assomigli sempre più a quanto insegnato dalle politiche del decennio del Terzo Reich, incluso l’uso goebbelsiano dei media, che si mobilita a condannare le violenze dei riots londinesi e dei black blok romani, massaggiando per settimane i poveri (ma non più scusabili, se non si rivoltano) spettatori dell’occidente, e che parallelamente sostengono – da destra e da “sinistra” (insieme a settori consistenti di pacifisti pentiti) – le cinquantamila bombe umanitarie sganciate a difesa dei “civili libici” di Bengasi e di Misurata, mentre su Tripoli, Sirte, Bani Walid ecc. può piovere abbondante l’uranio impoverito e altre amenità, senza che nessuno si agiti.

Solo l’esecuzione del Cristo nel deserto filmata da decine di telefonini di ultima generazione e diffusa malgrado i suggerimenti della Nato mandante, riesce a destare qualcosa nel profondo di coscienze sempre più controllate. Ma subito dopo si riparlerà di casa nostra, con l’inconsistenza e l’insiepienza di sempre.

Finchè qualcosa non arriverà a destare gli spiriti.
Per ora non ci resta che salutare la grandezza di Muhammar Gheddafi, beduino, ispirato da Enrico Mattei, leader e combattente fino alla fine, dell’ indipendenza libica ed africana per quasi mezzo secolo.

Niente fughe in paradisi dorati, niente accaparramento di miliardi di dollari che erano alla portata sua e della sua famiglia.

Un segno invece, che non può essere oscurato facilmente, nè dimenticato.

“Sic transit gloria mundi” ha detto qualcuno. Vedremo se ciò che è stato seminato tornerà nell’ombra oppure se da esso,nuove e più accorte occasioni germoglieranno in Africa, continente del XXI secolo.

Emigrazione-Notizie

Vedi anche: La distruzione del tenore di vita di un paese: quello che la Libia aveva raggiunto, quello che è stato distrutto

Il ruolo delle Banche Internazionali all’origine del primo conflitto mondiale

di: Gian Paolo Pucciarelli

Il Quarterly Journal of Economics, in un articolo pubblicato a Washington nel mese di aprile del 1887, rileva l’insostenibile debito pubblico dei Paesi europei, formulando l’auspicio d’un urgente risanamento dei loro bilanci, esplicitamente espresso nel seguente monito:“Le finanze d’Europa sono a tal punto compromesse dall’indebitamento generale che i governi dovrebbero chiedersi se una guerra, malgrado i suoi orrori, non sia preferibile al mantenimento di una precaria e costosa pace”.

Fra lo sconcerto generale che, come si può supporre, il menzionato articolo ebbe allora modo di provocare, si apprendeva che le potenze europee, sottoposte a rigidi vincoli finanziari, perché debitrici, sarebbero state costrette a seguire fra il 1887 e il 1914 determinati orientamenti politici tali da condurre a un conflitto senza precedenti nella storia, allo scopo di pagare il loro debito pubblico [public debts of Europe (sic)]. In breve la guerra (mondiale) sarebbe stata la sola alternativa alla bancarotta.

Il “trimestrale”, destinato a diventare prestigioso negli ambienti economici internazionali, attribuiva l’origine del colossale debito pubblico europeo (qualcosa come 5.300 milioni di dollari di allora da pagare annualmente in linea interessi) alle allegre gestioni dei cosiddetti “sinking funds” (fondi governativi, costituiti a garanzia dei bonds emessi dallo Stato), omettendo di precisare che proprio questi sono parte fondamentale del meccanismo adottato dal Sistema Bancario Internazionale per indebitare i governi e dichiararli insolventi, quando il prelievo fiscale non sia più sufficiente a rimborsare (in linea capitale e interessi) il “prestito” loro concesso. La tecnica, dell’Investment Banking, prevede fra l’altro la “mobilizzazione del credito”, cioè il reinvestimento dei fondi (attraverso i servizi della Banca Centrale), e particolare attenzione alle procedure di ammortamento cui sono soggetti gli strumenti (per esempio gli armamenti) che il debitore ha acquisito, grazie al prestito concessogli. Nell’Europa d’inizio Novecento il clima politico, carico di tensioni, sembrava prossimo a scatenare la tempesta, del resto annunciata da fermenti rivoluzionari e pressanti rivendicazioni delle forze sociali, restando alle diplomazie il merito di aver riconosciuto il diritto di autodeterminazione dei popoli, senza ledere naturalmente certi privilegi imperialistici. Circostanza da cui emergeva la necessità di provvedere comunque all’incremento delle spese per la difesa, malgrado il già insostenibile debito pubblico o, viceversa, proprio in conseguenza di questo. Le banche (internazionali e/o le affiliate, operanti nei rispettivi paesi), erogatrici del prestito, intendevano in ogni caso tutelare il proprio capitale investito con il reintegro e l’aggiornamento degli armamenti, resi obsoleti dal rapido sviluppo industriale, suggerendone in molti casi l’urgente impiego. Anche l’industria pesante si sarebbe adeguata al nuovo indirizzo, che obbligava i governi a disporre conversioni della produzione economica, da cui le banche avrebbero tratto doppio profitto, in previsione e nel corso dell’eventuale conflitto (acquisto di armi) e nella fase successiva alla fine delle ostilità (ricostruzione). Il Sistema Bancario Internazionale agiva in perfetta simbiosi con le proprie affiliate (acciaierie, chimica, munizioni) formando l’efficiente struttura finanziaria – industriale, chiamata anche “Conglomerate” o “Corporate Banking”, tesa ad alimentare ostilità di vecchia data nel teatro europeo e a seminare discordie col volontario aiuto delle diplomazie.

Gli effetti dell’influenza esercitata sui governi dalle banche internazionali sono evidenti in particolare nel cruciale periodo 1907 – 1914 (crisi finanziaria, intrighi a non finire intorno alla Anglo Persian Oil Company, piano di saccheggio del dissolvendo Impero Turco Ottomano, costituzione del Federal Reserve System) durante il quale si osservano chiari segnali dell’imminente conflitto. In questo scenario, la Gran Bretagna intende consolidare il proprio impero (India) e affermare il proprio dominio sugli oceani, senza dimenticare l’influenza finanziaria che essa esercita, grazie alla Bank of England, sulla sua ex colonia nordamericana, gli Stati Uniti d’America, attraverso il binomio, all’epoca costituito fra Re Giorgio V e Leopold Rothschild della Rothschild House di Londra (che a sua volta si avvale dei propri agenti negli States, Morgan e Rockefeller).

Principale antagonista della Gran Bretagna è la Germania del Kaiser Guglielmo II (nipote del Re inglese Edoardo VII), incline a potenziare la flotta per la conservazione delle proprie colonie e a non rinunciare alle aspirazioni germaniche sui territori dell’Impero Turco Ottomano. Spinta dal revanscismo, dopo la sconfitta nella guerra franco prussiana, la Francia è acerrima nemica della Germania per l’eterna contesa dell’Alsazia-Lorena. L’Italia giolittiana, concluso a suo vantaggio nel 1912 la guerra con la Turchia per la Libia, si annovera fin dal 1850 fra i migliori clienti di Casa Rothschild, cui si dovrebbe, secondo alcuni, grazie ai pluriennali finanziamenti ai Savoia, la sospirata Unità Nazionale. Il quadro non è completo. Manca la Russia zarista, che nello scenario prebellico costituisce un caso a parte, se vogliamo credere a chi sostiene che tra gli equivoci delle Tesi su Feuerbach e le proteste sociali dell’epoca c’era di mezzo, come sempre… la Banca. Vale a dire che si può anche pagare lautamente l’aria fritta, purché, rivenduta in forma d’ideologia, svolga opportune funzioni livellatrici, determinando illusioni sufficienti a preferire alla fame i presunti benefici dell’economia collettiva. Ciò significa fra l’altro che la diffusione di un ideale rivoluzionario e l’indebitamento generale sono mezzi giustificati dallo stesso fine: il controllo delle masse. Nel contesto, il ruolo della “Banca” si svolge secondo le regole del già citato “Sistema” che comprende l’Istituto di emissione (Banca Centrale), le Banche d’investimenti, le Banche commerciali e l’intera rete delle banche locali. Il sistema, operante attraverso articolazioni nazionali, dovrebbe adeguarsi alla politica economica dei singoli Paesi, secondo le direttive impartite alla Banca Centrale dai Ministeri di Economia, Tesoro e Finanze. Ma così non avviene, perché la Banca Centrale controlla lo Stato, invece di essere da questo controllata. Questo succede perché il capitale di maggioranza dell’Istituto di Emissione è in mani private, dietro le quali operano tranquillamente le Banche d’Investimenti Internazionali.

E’ del resto quanto precisamente prevede una “clausola” del contratto di prestito erogato dalle Investment International Banks, per cui il ruolo dell’“Istituto di emissione” diviene ad esse subalterno. Questo è determinato dalla progressiva cessione di quote o azioni del proprio capitale, pretesa ogniqualvolta le Banche d’Investimento internazionali erogano un prestito a favore dello Stato (procedura che può facilitare in tempi brevi l’acquisizione dell’intero capitale della Banca Centrale – vedi al proposito il caso dell’odierna Bankitalia).

Il creditore dello Stato può dunque pretendere il rimborso del prestito, quando a suo giudizio, il debito pubblico diventasse insostenibile. In tal caso la dichiarazione d’insolvenza permetterebbe al creditore di pretendere l’immediato rimborso del prestito, obbligando il governo ad adottare idonee misure finanziarie o, in alternativa, iniziative della politica estera miranti a creare nuove opportunità d’investimento, che prevedono fra l’altro il ricorso al più efficace degli strumenti finanziari, la guerra.

Nell’inverno del 1914, divenne urgente rispettare le scadenze, sotto la minaccia, incombente su molte teste coronate dell’Europa di allora, di veder confiscati i propri tesori, ben custoditi nei forzieri delle Banche londinesi, aderenti al “Sistema delle Banche Internazionali”.

Il caso dei Romanov è significativo.

Vale la pena al proposito osservare lo sviluppo delle relazioni anglo-russe a cominciare dal 1876, anno in cui si costituiscono a Londra, grazie anche agli introiti della Società del Canale di Suez (finanziata al 50 % dalla Rothschild Bank che acquista un anno prima per conto della Corona inglese la quota egiziana, pagando 4 milioni di sterline a Ismail Pascià), quelle che saranno poi chiamate “Accepting Houses”, speciali organismi bancari, affiliati alla Hambros e alla Rothschild Bank, che avranno il compito di amministrare il mercato dei bonds o obbligazioni emesse dallo Stato debitore (oggetto di particolari attenzioni sarebbe stato ad esempio il debito per le riparazioni di guerra di 31 miliardi di dollari della Repubblica di Weimar). Ma nel caso della Russia Zarista, sembra documentato il contratto a lungo termine che Alessandro II stipulò con la Rothschild Bank di Londra al fine di ottenere sostegno finanziario per muovere guerra alla Turchia nel 1877. Le pretese che lo Zar avanzò, a guerra conclusa, su Costantinopoli e il Bosforo, furono respinte dal primo ministro britannico Benjamin Disraeli, non solo perché intralciavano le rotte inglesi verso l’India, ma anche perché l’Impero di tutte le Russie risultava insolvente nei confronti dei Rothschild. Ragione per cui lo stesso Disraeli prospettò l’opportunità politica di concedere prestiti contro il rilascio di garanzie reali da parte del successore di Alessandro II, lo Zar Alessandro III, risultato poi altrettanto inaffidabile. La costituzione “in pegno” di buona parte del tesoro dei Romanov, custodita nelle casse delle Accepting Houses londinesi, faceva peraltro riscontro al successivo ingresso della Russia fra le Potenze dell’Intesa, dopo che Nicola II era stato convinto che un ulteriore aiuto finanziario dei Rothschild (secondo la procedure e le clausole sopra descritte) gli sarebbe stato necessario per potenziare un esercito sufficiente a fronteggiare la presunta minaccia degli Imperi Centrali. Visto poi che lo Zar continuava ad essere insolvente anche per gli esiti nefasti della guerra russo-giapponese, Londra (o meglio, le Filiali londinesi dell’Investment Banking) predisponevano il gigantesco tranello di cui sarebbero state vittime lo stesso Zar e il popolo russo. Non prima però che si fosse resa politicamente giustificabile quella guerra totale da tempo prevista per “salvare” i governi europei dalla bancarotta. Il tutto preceduto dall’avvio di un piano, concordato a tavolino con gli Stati Uniti, rappresentati dal presidente Theodore Roosevelt. Costui infatti si sarebbe proposto quale diligente servitore dell’International Banking fin dalla guerra ispano-americana, condotta allo scopo di favorire il nascente monopolio della canna da zucchero di Cuba e l’espansionismo degli States nei Caraibi e sul Pacifico (Porto Rico e Filippine). La collaborazione con le “Accepting Houses” londinesi sarebbe stata poi evidente nel pool di banche internazionali, costituito allo scopo di determinare il crollo dell’Impero Zarista. Il fine apparente sarebbe stato perseguito a tutela degli interessi delle banche inglesi e a salvaguardia dell’Impero Britannico. La potente Bank of England, che nel frattempo avrebbe fatto carte false per fondare negli Stati Uniti la propria filiale (cioè la Federal Reserve Bank), avrebbe avuto ampie possibilità di azione nelle Borse internazionali, principalmente Wall Street, attraverso cui sarebbero stati disposti flussi di denaro, destinati alla fondazione dell’Unione Sovietica. Sembrano ampiamente documentati i trasferimenti di denaro eseguiti a favore dei rivoluzionari Bolscevichi fra il 1905 e il 1920 attraverso la Kuhn Loeb & Company di New York, i banchieri Jacob Schiff e Olof Aschberg, i quali operavano sotto la regia di Alexander Helphand, alias “Parvus”, il coordinatore dei finanziamenti ai rivoltosi per conto delle banche tedesche Warburg. Fra i diretti beneficiari di tali fondi si contavano gli illustri Vladimir Ilich Ulianov, detto Lenin, e Lev Trotzki, profeti del marxismo e costruttori della futura società sovietica. (Nel 2008, all’Hoover Institution Archives di Stanford – California sono state declassificate ricevute bancarie dei trasferimenti di denaro, per complessivi 20 milioni di dollari, eseguiti da Jacob Schiff a favore di Lenin e Trotzky dal 1915 al 1917).

Manovre finanziarie d’indubbia efficacia, rispetto ai meno soddisfacenti risultati di analoghe operazioni, eseguite per esempio a sostegno della rivolta dei Boxer in Cina nel primo anno del XX secolo, che in ogni caso rappresentavano un banco di prova per i successivi interventi dell’International Banking al fianco d’ingorde corporations anglo-americane, decise in quel tempo a primeggiare nel sistematico saccheggio delle risorse minerarie cinesi. Gli americani, saldamente stabiliti a Canton, e gli inglesi nella valle del fiume Yang Tse, sembravano decisi a sloggiare i Russi da Port Arthur, i giapponesi da Formosa e dalla Corea, i tedeschi dalle miniere dello Shantung, i francesi dall’Indocina e dai territori meridionali. In quella circostanza i soldi consegnati ai rivoltosi (Boxer) sarebbero serviti a giustificare la presenza sul territorio cinese di ventimila Marines, guidati dal tecnico minerario e faccendiere Herbert Hoover (futuro presidente degli Stati Uniti) contro gli stessi Boxer; la conveniente tattica adottata dagli americani consisteva nel sostenere prima la rivolta, per poi sedarla, trasformandola in pretesto per acquisire nuove terre di sfruttamento, facendosi largo fra i concorrenti. Questo precedente potrebbe suggerire la risposta agli interrogativi che un dubbio troppo ingombrante obbligava a porsi: perché i Capitalisti occidentali avrebbero sostenuto la rivoluzione bolscevica e favorito la costituzione di una società comunista nell’Unione Sovietica? Una risposta che può avere chiunque osservi gli sviluppi del Capitalismo nell’arco di tempo, compreso tra il 1919 e il 1989, e possa rilevare, dietro la politica del confronto, che peraltro sarebbe stato necessario ribadire nel secondo conflitto mondiale, la funzione di controllo indiretto assegnata all’Unione Sovietica, allo scopo di impedire il pericoloso flusso sul mercato del libero scambio di materie prime, offerte a prezzi sensibilmente inferiori, rispetto a quelli stabiliti dai Cartelli occidentali, membri di un selezionato gruppo, chiamato anche Capitalismo oligarchico, cui sarebbe spettata, grazie alla proficua collaborazione dell’International Banking, la facoltà arbitraria ed esclusiva di condurre, direttamente o indirettamente, ogni attività produttiva e commerciale della libera economia di mercato. Fra gli obiettivi immediati del Sistema Bancario Internazionale che allora sosteneva i rivoluzionari bolscevichi, vi erano: il già citato crollo del regime Zarista, il sequestro del tesoro dei Romanov (conservato nelle casse della Rothschild Bank, dopo la messa in mora di Nicola II) e l’eliminazione di un pericoloso concorrente (lo stesso Zar) nella corsa al petrolio del Golfo Persico.

Lo stesso Capitalismo, del resto, (in procinto di confrontarsi con un sistema che rappresentasse, più o meno formalmente, il suo esatto “opposto”) avrebbe anche (e proprio per questo) avuto modo di attestarsi su posizioni più radicali, per altro giustificate, o in via di eterna giustificazione, dalle teorie in esso congenite (legge del massimo profitto col minimo impiego). Il cosiddetto liberismo, in cui dominerebbe il principio del “laissez faire”, o delle limitazioni dell’intervento dello Stato nelle attività della libera impresa, avrebbe tratto dalle tesi marxiane occasione di svilupparsi in senso verticale, riducendo il libero mercato a un’area di privilegio, in cui il rischio d’impresa sarebbe stato sensibilmente ridotto, a giovamento esclusivo di chi potesse disporre di mezzi finanziari, idonei a influenzare l’economia dello Stato attraverso il perpetuo “debito – ricatto”. Superfluo aggiungere che la costituzione del sistema sovietico, in cui vige il divieto di attivare ogni libera impresa, e la prevista minaccia dell’espansione comunista, sarebbero stati funzionali all’idea di un “monopolio” del capitale, non solo dividendo il mondo in zone di competenza territoriale, ma favorendo l’affermazione in Occidente di un’esclusiva “Power Elite” capitalistica. Il Capitalismo oligopolistico avrebbe così avuto modo di consolidarsi, grazie al comunismo, scongiurando il rischio che dalla Russia Zarista potesse nascere una federazione di Stati, tesa ad espandersi nell’Est Europeo e in Asia per crearvi una nuova forza capitalistica, pronta ad entrare in competizione con gli Stati Uniti d’America. Il Manifesto del Comunismo avrebbe assunto così valore di simulacro a Wall Street, dove Lenin sarebbe stato selezionato quale guida di uno Stato accentratore, garante dell’illusorio potere conferito al proletariato, allo scopo di pervenire al controllo assoluto delle masse, attraverso il sistema dell’economia pianificata.

Primo passo: la nazionalizzazione delle banche russe, e la costituzione di una Banca Statale Sovietica, prevista nel programma di Lenin e con favore accolta da Wall Street.
A sostegno di queste tesi, sembra opportuno osservare certi aspetti della strategia di mercato, legata agli sviluppi dell’industria petrolifera americana, a partire dai primi anni del Novecento. Di particolare interesse, a tal proposito, sono le iniziative adottate dal Gruppo Petrolifero Rothschild – Rockefeller, all’indomani dell’entrata in vigore della legge “antitrust”, lo Sherman Act, e in previsione dei piani Ford per la costruzione di automobili in serie.

Circostanza che avrebbe spinto il Gruppo (l’associazione dei due imperi “Banche – Petrolio” non è ovviamente casuale) ad assumere un rigido controllo del mercato petrolifero internazionale, in conseguenza dello smembramento della Standard Oil e a seguito del cosiddetto “Caso Spindletop” (*). Il riferimento alla moneta statunitense (Petrodollari), sarebbe stato da allora preteso per ogni transazione sul mercato internazionale riguardante i prodotti petroliferi, adottando un sistema di contenimento delle fluttuazioni del prezzo del greggio che scongiurasse pericolose e non lucrative tendenze al ribasso. Il che avrebbe indotto il Gruppo Rothschild-Rockefeller a promuovere efficaci campagne di stampa tese a diffondere infondate notizie sulla presunta scarsità delle riserve (e risorse) petrolifere mondiali, al fine di evitare che si producessero dannosi effetti “dumping” nel mercato interno (visto che la domanda di combustibile era in crescita grazie al lancio dell’automobile Ford Modello T). Ma sarebbe stato soprattutto opportuno non limitare la capacità di competizione del Gruppo sui mercati internazionali. A tal scopo, era evidente che il controllo politico delle aree petrolifere mondiali più promettenti, come quelle del Golfo Persico, Medio Oriente, Caucaso e Caspio, sarebbe stato indispensabile. L’Impero Zarista, che comprendeva allora anche l’immensa area del Kazakhstan, avrebbe rappresentato uno dei più temibili concorrenti fra i potenziali produttori di petrolio, certamente deciso a sfruttare i propri giacimenti e a commercializzare il suo combustibile sul mercato internazionale a un prezzo assolutamente più basso rispetto a quello imposto dalle Compagnie del Gruppo Rothschild-Rockefeller, per via della scarsa domanda di petrolio, determinata dal non florido sviluppo industriale della Russia Zarista. Per evitare tale evenienza, il Gruppo in questione avrebbe così sostenuto i rivoluzionari bolscevichi e il nuovo regime che fosse stato in grado di garantire il controllo politico di popoli e territori dell’ex Impero Zarista, grazie al vasto consenso popolare, di cui si proponeva interprete, impegnandosi a costruire la società comunista e ad imporre e esportare (sotto il velo del nobile compito assegnato al Komintern) il severo divieto a intraprendere qualsiasi attività economica o industriale non sottoposta al controllo dello “Stato Accentratore” e dunque in contrasto col piano anti-concorrenza del Capitalismo occidentale.

Nello stesso progetto si possono inquadrare le ragioni che indussero il World Jewish Congress a realizzare il piano di costituzione di uno Stato ebraico in Palestina, posto a guardia del Canale di Suez e degli interessi petroliferi angloamericani in Medio Oriente. Non trascurando infine le iniziative, prese nel primo dopoguerra tendenti ad impedire la formazione di un secondo polo capitalistico nell’Europa continentale.

L’esordio della Federal Reserve avviene nel 1914 e qualche mese più tardi scoppia la Prima Guerra Mondiale. Una coincidenza!? La Fed opera a stretto contatto con la Borsa Newyorkese, autentico ponte costruito nell’occasione fra l’America e l’Europa, allo scopo di rendere vane le pretese del Kaiser sul territorio iracheno (ferrovia Berlino – Baghdad), e obbligando il suo naturale alleato, l’impero austro-ungarico, a far divampare la “polveriera balcanica”. A tale scopo sono costituiti il Belgian Relief Committee (per aiutare il “neutrale” Belgio invaso dalle truppe germaniche, ma soprattutto per permettere a queste ultime di continuare a combattere una guerra non voluta) e l’American International Corporation, grazie alla quale a Wall Street sarà dato il via a una serie di investimenti, da cui trarranno profitti colossali il gruppo Rothschild – Rockfeller e il “pool” di banche internazionali ad esso associato. Nell’occasione diventerà operativo il già citato Corporate Banking, creato apposta per obbligare i governi delle Potenze belligeranti ad usufruire del sostegno finanziario, destinato all’acquisto di armi dal War Industry Board di Bernard Baruch, banchiere associato al “pool”, esponente di spicco dell’Organizzazione Sionista Mondiale e persuasivo consigliere dei presidenti americani. Il grande business della guerra!? Non occorre chiederlo a Lord Walter Rothschild, né all’esimio Colonnello Mandell House che nel 1913 ha già stilato i Quattordici Punti, enunciati dal Presidente Wilson alla Conferenza di pace di Parigi del 1919 (valgono un Premio Nobel, la frantumazione di tre imperi e focolai infiniti d’odio e rancori dal mare del Nord all’Oceano Indiano). La strategia dell’Investment Banking, coordinata dalle Rothschild Houses e da quella che diverrà nota col nome di Standard Oil Company of New Jersey (poi Exxon), risulta dunque vincente anche negli States grazie al Sistema Fed, attraverso il quale sono già rientrati, sotto forma di tasse pagate dai contribuenti americani, i 25 miliardi di dollari, creati dal nulla, e anticipati ai belligeranti per dare inizio alla Prima Guerra Mondiale. Nell’occasione si distinguono i Chairmen della Fed, Charles S. Hamlin e William P.G. Harding, quest’ultimo manager del War Finance Corporation, attivissimo nelle forniture di armamenti ancor prima dell’entrata in guerra degli Stati Uniti il 6 aprile 1917.

Nel bel mezzo della guerra, ha modo fra l’altro di prendere forma la cultura dello stereotipo, o dell’estrema semplificazione cui tenderebbe a conformarsi il giudizio dell’immaginario collettivo, indispensabile alla costruzione del consenso e più tardi all’interpretazione “ragionata” del cosiddetto “politicamente corretto”. (Tante grazie a Walter Lippmann e al suo indimenticato “Public Opinion”!)

A Wall Street e alla Fed di New York intanto gli Investitori si fregano le mani. In attesa che il già concepito Committee on Foreign Relations, succursale a Washington del Royal Institut for International Affairs di Londra, dia inizio alle sue poliedriche attività, la strategia bellica anglo americana trova proficua applicazione in tre settori: finanziario (come abbiamo visto), militare e propagandistico. Compito della stampa americana è, ad esempio, inventare di sana pianta atrocità che i tedeschi avrebbero commesso, in pace e in guerra. La tecnica del reiterato inganno, perpetrato ai danni del popolo statunitense, sarà più tardi chiaramente visibile nell’intero operato dell’Amministrazione Wilson, per quanto un giudizio critico sul ruolo dei presidenti degli Stati Uniti fosse fin da allora apertamente ammesso dalla storiografia ufficiale. Presupposto che rende legittima, almeno sul piano etico, una piena adesione alle tesi del Professor Carroll Quigley, diffusamente espresse nel suo “Tragedy & Hope” , in cui si rileva, sulla base di indiscutibili prove, l’assoluta dipendenza della Casa Bianca dalla volontà dei Banchieri Internazionali. Esempi significativi della costruzione del consenso, teso a legittimare azioni impopolari del governo e comunque ritenute socialmente e politicamente dannose al rivestimento democratico della leadership statunitense, sembrano i casi Lusitania e Sussex, creati ad arte (come poi l’effetto Pearl Harbour e decenni più tardi, l’incidente del Tonchino, senza dimenticare il più recente “911”) per convincere l’opinione pubblica americana sull’opportunità dell’entrata in guerra (dichiarata o no) degli Stati Uniti.

Alla cultura dello stereotipo si affiancherà poi la cosiddetta “Spirale del Silenzio”, teoria sviluppata da Betty Neumann, secondo la quale il potere dei media (e dei più importanti “oracoli” accademici) si manifesta soprattutto attraverso gli effetti persuasivi che riesce a produrre sul pubblico di massa, il quale non può fare a meno, salvo rare eccezioni, di prendere per vera la versione di un fatto storico che gli è imposta, sebbene risultino chiari i propositi censori a fini propagandistici dei mezzi d’informazione. Per cui, chi dissentisse da una “verità multimediale” accettata e condivisa dalle moltitudini, rinuncerebbe alla fine a porla in discussione, constatando di rappresentare una minoranza ristretta e “inaffidabile”.

(Per fortuna le vittime della spirale del silenzio tendono a diminuire, producendo stimoli a un’indagine non mutuata dai media “ufficiali”, e comunque propensa a considerare menzogne… le mezze verità.)

Nel 1916 fu compito di un giudice, membro della Corte Suprema degli Stati Uniti, Louis Dembitz Brandeis, confermare per intero la menzogna dell’affondamento della “S.S. Sussex, ad opera del solito “criminale” U-Boat tedesco nel Canale della Manica. Lo stesso presidente degli Stati Uniti sarebbe stato pronto a dichiarare questa “verità”, costruita ad arte, quando avrebbe chiesto al Congresso, in data 2 aprile 1917, di approvare la dichiarazione di guerra alla Germania (malgrado l’offerta di pace da quest’ultima proposta alla Gran Bretagna, già sul punto di chiedere invece, visto il corso degli eventi bellici ad essa sfavorevoli, la resa incondizionata). Fra i pochi estimatori della Verità (quella che non offende il buon senso e il Divino Creatore), si annovera l’ebreo Benjamin Freedman, che dimostrerà sulla scorta di prove inconfutabili come le fotografie pubblicate dalla stampa americana e inglese non riproducessero la carcassa della S.S. Sussex, ma quelle di un traghetto francese in riparazione nei cantieri di Boulogne sur Mère.

L’affondamento del Lusitania (1915) acquistava peso politico dopo la seconda elezione del presidente Wilson (la Casa Bianca si conquista anche con le menzogne!). Ma l’opinione pubblica americana si convince con le buone o con le cattive. Ci penserà William Randolph Hearst ad avviare opportune campagne interventiste, per salvare la faccia di Woodrow Wilson dagli sputi dei suoi elettori. Intanto (dicembre 1916 ) i tempi per un ingresso degli Stati Uniti nella Guerra Mondiale sembravano maturi, perché qualcuno, che stava molto in alto, sapeva manipolare a tal punto la Casa Bianca e Downing Street da pretendere il rispetto dell’Accordo di Londra, sottoscritto in segreto alla fine del 1916, dal presidente Wilson e dal premier Lloyd George.

L’intervento degli States segnava una svolta decisiva negli sviluppi del primo conflitto. In pochi mesi a partire dall’aprile 1917, il corso della guerra, decisamente favorevole alle Potenze dell’Intesa, determinava fra l’altro le condizioni propizie per il successo della Rivoluzione Bolscevica nell’ottobre del 1917.

Evento calcolato, nell’imminenza della prevista pace separata tra Russia e Germania, caldamente suggerita dagli anglo americani, visto il malcontento che regnava fra le truppe dello Zar.

Il Kaiser, visto l’andamento della guerra, avrebbe poi accolto l’invito di levarsi dai piedi, archiviando per sempre le aspirazioni di un grande Impero Germanico, esteso a lambire le acque del Golfo Persico. Nell’occasione, gli sarebbe stato richiesto l’ultimo favore: consentire libero transito al treno blindato che trasportava Lenin e Company fino a Pietrogrado, per instauravi il nuovo regime, poco incline ad accettare le esitazioni “socialdemocratiche” di Kerenski, ma ben disposto a ricevere tanti auguri d’un radioso futuro dal liberale presidente americano Wilson, fin troppo pronto a manifestare alla Conferenza di Parigi la necessità d’un appoggio, morale e materiale, degli Stati Uniti al governo che Lenin avrebbe meditato e scelto di instaurare sulle rovine dell’Impero Zarista.

Rinascita.eu

Leggi anche: Il Grande Inganno: l’oro e la guerra

Ricordando Steve Jobs:l’altra faccia dell’Apple

Articolo inviato al blog
di: Salvatore Santoru

Il “genio” che ha rivoluzionato il mercato globale non c’è più.Steve Jobs,56 anni “visionario” imprenditore e informatico famoso mondialmente per il marchio Apple e i suoi vari prodotti:Ipod,Ipad,Iphone,computers ecc.Lutto globale per i mass media,l’economia globale e per le nazioni capitaliste(anche il premio Nobel della Pace mr Obama ha ricordato il “genio visionario”).Anche sul web si  condividono link su questa figura così importante del XXI secolo,i suoi  ”indimenticabili”discorsi(ma come si suol dire tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare).Addio Steve,addio.Rispetto per la persona che non c’è più ma quello che voglio che si ricordi su di te,Steve,non sono solo i tuoi affascinanti discorsi,le tue “geniali” idee o i tuoi faraonici prodotti,ma anche i metodi usati dalla tua azienda per arrivare al successo e al coronamento della tua carriera:sfruttamento di uomini,donne e bambini in Asia,schiavismo legalizzato e censurato,suicidi di lavoratori indotti dalle pessime condizioni nelle fabbriche/prigioni della Foxconn dove i tuoi sogni tecnocratici hanno preso vita.E mentre tu sarai ricordato,pianto,celebrato  dai tuoi milioni di clienti sparsi nel globo,chi mai dirà una parola per tutti i morti dovuti all’avidità della tua impresa(ah certo,solo “effetti collaterali” del Sistema),o per la violazione di diritti basilari,la giornaliera repressione  routine quotidiana per la Apple(e che dire di quei tuoi operai arrestati solamente per presunta diffusione di dettagli sull’Ipad 2).Intanto il tuo ex amico-nemico Bill Gates si è dichiarato ”davvero addolorato di apprendere” della tua morte ma chissà perchè il signore in questione non si è mai dichiarato “addolorato” per le violazioni dei diritti,le violenze e le guerre con cui si è arricchito,”dettagli” nascosti dal suo “impegno” nella sedicente “organizzazione umanitaria” Fondazione Bill and Melinda  Gates,in realtà paravento della Monsanto(famosa per Ogm,Agent Orange, e molto altro ancora)e  vicina all’indutria farmaceutica e a petrolieri.Bye Bye.

Aristocrazie della speculazione e potere di creare moneta

Presentiamo ai lettori la traduzione integrale di un lungo e documentatissimo reportage della prestigiosa rivista Bloomberg News, specializzata nelle analisi di carattere finanziario.  Si tratta di un vero e proprio studio sui rapporti, durante la grave crisi finanziaria in atto, fra le principali banche internazionali, americane ed europee, e la Federal Reserve americana, la banca centrale statunitense, intorno alla quale ruotano i più importanti rapporti dell’alta finanza globalizzata del nostro tempo.

Sottolineiamo il fatto che quanto apprendiamo grazie alla coraggiosa iniziativa di Bloomberg era rimasto fino ad ora segreto ed alla sua divulgazione la Fed stessa si è opposta tenacemente per ben due anni.

Fino cioè a quando, in base alla legge americana che impone la pubblicazione di molti documenti pubblici (il Freedom of Information Act), Bloomberg è riuscita ad ottenere da un tribunale americano l’accesso ai database contenenti i dati sui prestiti.

Quando si parla pertanto di “opacità dei mercati finanziari” non dimentichiamo di includere in essa le gravi reticenze degli stessi cosiddetti regolatori del sistema. Tale opacità non può tuttavia sorprendere, qualora si consideri, cosa che spesso viene trascurata, la natura del sistema della Fed, così come di altre similari istituzioni, che il cittadino ritiene erroneamente poste a garanzia del controllo pubblico sulla moneta che utilizziamo tutti i giorni. Non è così.

La Federal Reserve Usa, nota come Fed, in realtà è un sistema privato, articolato su dodici Federal Reserve Districts, ognuno dei quali dispone di una Federal Reserve Bank: è ben noto, ad esempio, che la Federal Reserve Bank di New York, a causa della presenza in questo distretto di alcune delle principali banche del mondo, ha un peso tecnico e politico molto superiore alle Federal Reserve Bankdegli altri distretti.

Il sistema, costituito con il Federal Reserve Act approvato il 23 dicembre 1913, durante l’amministrazione del presidente Woodrow Wilson, poi modificato non sostanzialmente nel corso degli anni, non ha alcun carattere pubblico, in quanto le banche che ne fanno parte sono tutte private e detengono in quote societarie la proprietà delle singole Federal Reserve Bank, che hanno tutte veste giuridica di società per azioni. Questo aspetto in particolare, nel corso della storia del Federal Reserve System, ha suscitato e continua a suscitare forti opposizioni contro il sistema, del quale è quindi pacifico il carattere privatistico, come è stato riconosciuto ad esempio nel 1983 dal tribunale della nona circoscrizione giudiziaria della California nel caso “Lewis contro gli Stati Uniti” che ha definito la Fed come “un’organizzazione privata di società per azioni, rivolta al conseguimento di un profitto”. Il personale del sistema Fed, del resto, non dipende né dall’autorità pubblica degli Stati né da quella del governo federale americano.

Il peso delle banche private è del resto ben evidenziato dalla struttura decisionale del sistema, che vede per ogni banca di distretto un consiglio direttivo composto da nove governatori, suddivisi in tre tipologie: categoria A, tre direttori nominati dalle banche azioniste; categoria B, tre direttori espressione del mondo economico-finanziario privato; categoria C, di nomina politica, ma privi di poteri in materia monetaria. È pur vero che esiste poi un Federal Reserve Board centrale, i cui membri sono nominati dal Presidente degli Usa, e confermati dal Senato degli Stati Uniti, ma tale comitato non ha reale potere di controllo, oltre ad essere in genere composto da personalità provenienti dal mondo dell’alta finanza statunitense.

Annualmente poi il sistema Fed deve presentare al Congresso degli Stati Uniti un rapporto sulla propria attività, ma, come vedrete leggendo il reportage qui presentato, fino all’azione legale di Bloomberg i dati più delicati restano coperti dal massimo riserbo, al punto che l’esatta struttura delle quote azionarie detenute dalle banche americane nella Fed, ad esempio, rappresenta tuttora un dato estremamente riservato.

Correttamente, quindi, la stessa brochure di presentazione scaricabile dal sito internet della Fed, testualmente afferma: “il Federal Reserve System è considerato come una banca centrale indipendente, in quanto le sue decisioni non devono essere ratificate né dal Presidente né da alcun altro organo esecutivo del governo” (The Federal Reserve System – Purposes and Functions, Washington, 2005).

Non sembra più paradossale a questo punto che le banche socie della Fed (secondo i dati ufficiali, al marzo 2004, su 7.700 banche commerciali presenti negli Usa, 2.900 erano socie della Fed, di cui 2.000 di livello statale e 900 di livello nazionale), non solo hanno ottenuto i 1.200 miliardi di aiuti segreti di cui parla Bloomberg, ma hanno altresì tratto profitti dai prestiti di emergenza, anche quelli pubblicamente dichiarati, come informava l’agenzia Reuters già l’8 ottobre 2008:

“La U.S. Federal Reserve ha ottenuto un strumento tattico chiave dal pacchetto di aiuti finanziari di 700 miliardi di dollari rivenuto legge venerdì scorso, che l’aiuterà a indirizzare fondi ai mercati del credito ormai prosciugati. Nascosto nelle 451 pagine della legge, c’è un provvedimento che consente alla Fed di pagare interessi sulle riserve che le banche sono obbligate a tenere presso la banca centrale”.

La lettura del reportage, quindi, è fondamentale perché ci dà conto chiaramente di come sia avvenuto il progressivo travaso della crisi finanziaria dai bilanci delle banche ai bilanci dei Paesi e di come dunque l’attuale crisi del cosiddetto “debito sovrano” sia la fase logicamente e tecnicamente conseguente ai provvedimenti adottati nel 2008, rivolti appunto a preservare a tutti i costi istituzioni finanziarie private che, per dimensioni e potere, non dovevano fallire: si sono quindi riversate sui cittadini le perdite delle banche, finanziandole senza misura, dal momento in cui è apparso ben chiaro che la bolla speculativa dei derivati, dei titoli spazzatura, dei fondi speculativi ad alto rischio, aveva di fatto cancellato la maggior parte delle risorse reali del sistema finanziario internazionale.

È sintomatico notare infatti che sui cosiddetti mercati finanziari aperti non si riuscivano più a reperire risorse, per l’ovvia circostanza appunto che chi doveva sapere era perfettamente edotto del fatto che, esplosa la bolla dei mutui subprime, nessuno era più disponibile a sostenere ulteriormente il gioco: questo spiega la vampata speculativa del 2008 sulle commodities agricole ed energetiche, ad esempio, e la corsa ai titoli di Stato ovunque nel mondo – come soli strumenti di rifugio per i capitali speculativi superstiti.

È del pari sintomatico il fatto che, come hanno documentato una nutrita serie di articoli del Sole 24 Oreitaliano nel corso del 2011, la speculazione non si è affatto arrestata, ed anzi i volumi delle transazioni speculative si sono rapidamente riavvicinati a quelli prima della crisi: prova evidente del fatto che la copertura offerta dalla Fed e dalle altre istituzioni cosiddette “pubbliche” (che, come abbiamo appena visto, in realtà tali non sono), è stata perfettamente compresa, nel suo significato politico, dalla speculazione. Per cui si poteva continuare su questa strada senza rischi eccessivi: il cosiddetto prestatore “di ultima istanza” era pronto a coprire le perdite delle banche, attingendo alle tasche dei cittadini.

La Fed, e le altre istituzioni “centrali”, hanno quindi rappresentato il necessario punto tecnico di passaggio per trasformare la bolla speculativa in debito pubblico, cioè debito di tutti i cittadini. La scelta politica è chiaramente dimostrata dal reportage di Keoun e Kuntz: con quei 1.200 miliardi di dollari si sarebbero potuti riscattare tranquillamente, per decisione pubblica, tutti i mutui incagliati delle famiglie americane. Era quindi tecnicamente possibile sanare i debiti dei cittadini (come anticamente fece Solone ad Atene con la seisachteia, per ricostituire pace e dignità civile nella città), invece di finanziarie quelli delle banche: si è preferito stigmatizzare l’irresponsabilità dei cittadini indebitati, dimenticando che, in un sistema economico moralmente sano, la responsabilità maggiore è certamente di chi offre denaro a chi sa essere impossibilitato a pagare, soprattutto quando chi lo offre, offre denaro non suo, come nel caso dei raffinati strumenti speculativi costruiti nel corso degli ultimi due decenni.

La Fed, quindi, ha creato moneta nei modi già descritti nel 1960 da Wright Patman, presidente delloHouse Banking and Currency Committee americano, che definiva la Federal Reserve una total money-making machine (una macchina stampa-soldi totale) e scriveva: “Quando la Federal Reserve scrive un assegno per comprare buoni del tesoro fa esattamente quello che fanno tutte le banche, creare puramente e semplicemente moneta scrivendo un assegno”. Patman sapeva bene quello che diceva, dato che il 30 settembre 1941, nel corso di un’audizione della commissione da lui presieduta, si era svolto questo dialogo tra lui ed il governatore della Federal Bank of New York, Marriner Eccles:

“Patman: Come ha ottenuto il denaro per comprare questi due miliardi di dollari in buoni del Tesoro americano nel 1933?

Eccles: Li abbiamo creati.

Patman: Da dove?

Eccles: Dal diritto di fornire denaro per il credito (to issue credit money).

Patman: E non c’era altro dietro questo denaro, non è vero, a parte il credito del nostro governo?

Eccles: Questo è il nostro sistema monetario. Se nel nostro sistema monetario non ci fossero debiti, non ci sarebbe denaro.”

Il fatto è che questo debito, proprio a motivo della garanzia offerta dagli Stati, diventa debito di tutti i cittadini produttivi, aggiungendosi ai debiti che alcuni di essi, come nel caso dei mutui subprime, possono avere inopportunamente assunto.

Crediamo utile rendere leggibile al pubblico italiano il bel reportage di Keoun e Kuntz, nel momento in cui i provvedimenti che gli Stati europei stanno adottando andranno a riversare su tutti noi il peso delle perdite della speculazione dell’alta finanza internazionale, trasformato in debito pubblico attraverso gli abituali meccanismi moderni di creazione della moneta. Risulterà in tal modo, speriamo, più chiaro come, ancora una volta nella storia degli ultimi due secoli, la speculazione debba essere riscattata dal lavoro onesto di quanti non dispongono del potere di creare moneta, il potere che solo tiene ancora in piedi, nonostante più di un secolo di fallimenti, l’aristocrazia di Wall Street, il potere che senza merito la rende, come abbiamo visto altrove, masters of the universe .

Speriamo che da letture come questa cominci a diffondersi fra i cittadini una domanda semplice ma essenziale: perché mai il potere di battere moneta non viene affidato al lavoro, invece che all’aristocrazia della speculazione?

L’aristocrazia di Wall Street ha ottenuto 1200 miliardi di dollari dalla Fed in prestiti segreti
Bradley Keoun, Phil Kuntz - Bloomberg, 22 agosto 2011

Citygroup e Bank of America erano i campioni incontrastati delle finanza, nel 2006, quando i valori americani erano al loro massimo, al primo posto fra le 10 maggiori banche e società finanziarie americane nel migliore anno dei loro profitti, giunti a 104 miliardi di dollari.

Nel 2008, il collasso del mercato immobiliare ha costretto queste aziende a prendere prestiti di emergenza dalla Federal Reserve Usa per un ammontare di sei volte quei profitti, pari a ben 669 miliardi di dollari. I prestiti fanno sembrare niente i 160 miliardi di dollari che le top ten hanno ottenuto dal Tesoro degli Stati Uniti, nonostante fino ad ora l’intero ammontare di questi aiuti sia rimasto segreto.

Nello sforzo senza precedenti del presidente della Fed, Ben S. Bernanke, di evitare che l’economia precipitasse nella depressione, sono stati inclusi 1.200 miliardi di dollari di denaro pubblico per banche ed altre società finanziarie, quasi la stessa cifra di cui le famiglie americane sono attualmente debitrici a fronte di 6,5 milioni di mutui truffaldini e fallimentari. Il più grande beneficiario, Morgan Stanley, ha percepito 107,3 milioni di dollari, mentre Citygroup ne ha presi 99,5 e Bank of America 91,4, secondo l’elenco che Bloomberg News ha ottenuto grazie alla richiesta ai sensi del Freedom of Information Act, a mesi di cause e ad un atto del Congresso.

“Sono tutte cifre enormi”, dice Robert Litan, ex funzionario del ministero della giustizia che nel 1990 ha fatto parte di una commissione che indagava sulle cause della crisi dei prestiti e delle assicurazioni. “Stiamo parlando dell’aristocrazia della finanza americana che va in malora senza il denaro federale”.

Non si tratta solo di finanza americana. Almeno metà dei 30 maggiori beneficiari in ordine di valore massimo sono banche europee. Comprendono infatti la Royal Bank of Scotland di Edimburgo, che ha ottenuto in totale 84,5 miliardi di dollari, il maggiore beneficiario non statunitense, la Ubs di Zurigo, con 77,2 miliardi. La tedesca Hypo Real Estate ha ottenuto altri 28,7 miliardi, una media di 21 milioni di dollari per ognuno dei suoi 1.366 dipendenti. I maggiori beneficiari comprendono anche Dexia, la maggiore banca belga per capitalizzazione e la Société Générale, con sede a Parigi, la cui crescita del valore di contro-assicurazione delle sue azioni lo scorso mese ha fatto pensare che gli investitori stessero speculando sul fatto che il dilagare della crisi del debito sovrano in Europa poteva aumentare le sue possibilità di fallimento.

Il picco di 1.200 miliardi di dollari del 5 dicembre 2008 (risultante dai sette programmi di intervento conteggiati da Bloomberg) era almeno tre volte il deficit federale Usa di quell’anno, superiore al totale delle entrate delle banche assicurate dal governo americano nel decennio 2000 – 2010, secondo i dati elaborati da Bloomberg. Questo totale è oltre 25 volte il massimo ammontare dei prestiti della Fed, 46 miliardi di dollari il 12 settembre 2001, cioè il giorno dopo l’attacco terroristico al World Trade Center di New York ed al Pentagono. Calcolato in biglietti da un dollaro, i 1.200 miliardi di dollari riempirebbero 539 piscine olimpioniche.

La Fed ha dichiarato “nessuna perdita dai prestiti” in nessuno dei suoi programmi di emergenza, e una relazione dell’ufficio della Federal Reserve Bank di New York [una delle banche Usa che compongono la Fed americana, N.d.T.] afferma che la banca centrale ha guadagnato 13 miliardi di interessi e commissioni dal programma di aiuti, dall’agosto 2007 al dicembre 2009.

“Abbiamo concepito i nostri come programmi di emergenza ad ampio raggio, sia per contenere efficacemente la crisi sia per ridurre il rischio dei contribuenti americani”, dice James Cloude, vice-direttore del dipartimento affari monetari della Fed a Washington. “Quasi tutti i nostri programmi di prestito di emergenza sono stati conclusi. Non abbiamo avuto e non ci attendiamo perdite”.

Se è vero che la recessione americana di diciotto mesi, conclusasi nel giugno 2009 con una riduzione di 5,1 punti percentuale nel Pil, non è nemmeno lontanamente paragonabile con il calo di ben il 27 per cento di quella di quattro anni fra l’agosto 1929 ed il marzo 1933 [si tratta del periodo iniziale dellaGrande Depressione che colpì gli Usa e il mondo occidentale, tuttora considerata la più grave crisi del capitalismo occidentale, NdT], le banche e l’economia restano sotto stress. Le probabilità di una nuova recessione sono aumentate nel corso degli ultimi sei mesi, secondo cinque degli economisti del Business Cycle Dating Commitee del National Bureau of Economic Research, un gruppo di valutazione accademico che elabora stime sulle recessioni.

Il costo della contro-assicurazione sulle azioni della Bank of America è aumentato la scorsa settimana fino a 342.040 dollari, per un anno di copertura su 10 miliardi di dollari di debito, al di sopra di quanto era valutata la contro-assicurazione per le azioni Lehman Brothers all’inizio della settimana prima del suo fallimento. Le azioni di Citygroup vengono trattate al di sotto del prezzo medio di aggiustamento di 28 dollari che avevano raggiunto nel gennaio 2009, quando i prestiti della Fed sono arrivati al loro picco.

Il tasso di disoccupazione Usa è stato in luglio del 9,1 per cento, rispetto al 4,7 per cento del novembre 2007, vale a dire prima dell’inizio della recessione. La famiglie americane sono in ritardo di oltre trenta giorni nel pagamento dei loro mutui nel caso di 4,38 milioni di immobili negli Usa; altri, 2,16 milioni di proprietà sono pignorate, rappresentando un capitale non restituito di 1,27 miliardi di dollari, secondo Lender Processing Services, una società di Jacksonville in Florida.

“Per quale mai ragione la Fed sembra in grado di trovare il modo di aiutare queste istituzioni, che sono gigantesche?”, ha dichiarato il 1° giugno scorso Walter B. Jones, deputato repubblicano della North Carolina nel corso di una audizione a Washington sulle rivelazioni sui prestiti della Fed. “Queste banche hanno ottenuto aiuti quando la media degli imprenditori da noi nella North Carolina orientale, e probabilmente ovunque in America, non riesce nemmeno ad ottenere un prestito da una banca con cui lavorano da 15 o 20 anni!”.

Le dimensioni effettive dei prestiti della Fed riaprono la questione dei requisiti minimi di liquidità che i regolatori globali hanno concordato di imporre per la prima volta alle banche, dice Litan, ora vice presidente della Fondazione Kauffman, con sede a Kansas City nel Missouri, che sostiene la ricerca imprenditoriale. La liquidità fa riferimento ai fondi di cui le banche necessitano quotidianamente per operare, compreso il denaro contante per coprire eventuali ritiri di depositi da parte dei correntisti.

Le regole, che impongono alle banche di tenere denaro contante e patrimoni immediatamente smobilizzabili per affrontare una crisi di 30 giorni, non entrerà in vigore fino al 2015. Un altro requisito richiesto ai prestatori, vale a dire la “stabile disponibilità di fondi” per un lasso di tempo di un anno è stato rinviato fino almeno al 2018, dopo che le banche hanno dimostrato che avrebbero dovuto contrarre nuovi debiti a lungo termine per 6 miliardi di dollari per soddisfare questo requisito.

I decisori “non stanno andando abbastanza avanti per evitare che tutto ciò capiti di nuovo”, dice Kenneth Rogoff, un ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale (IMF) e ora professore di economia all’Università di Harvard.

Le riforme adottate dall’inizio della crisi potrebbero non essere in grado di isolare i mercati e le istituzioni finanziarie americane dalla crisi del bilancio e del debito pubblico che stanno affrontando Grecia, Irlanda e Portogallo, secondo il Financial Stability Oversight Council americano, un’organismo di dieci membri creato con il Dodd-Frank Act, guidato dal Segretario del Tesoro americano, Timothy Geithner. “La recente crisi finanziaria fornisce un’efficace dimostrazione di quanto rapidamente si possa erodere la fiducia e di come il contagio finanziario possa diffondersi”, ha scritto il Council in un suo rapporto del 26 luglio scorso.

Qualsiasi nuovo intervento di aiuto da parte della banca centrale statunitense dovrebbe essere governato dalle normative sulla trasparenza adottate nel 2010, che impongono alla Fed di rendere noti dopo due anni i nomi delle istituzioni beneficiarie dei suoi prestiti.

I funzionari della Fed hanno sostenuto per più di due anni che indicare le identità dei beneficiari e le condizioni dei prestiti avrebbe messo le banche in cattiva luce, influenzando negativamente i prezzi delle azioni o provocando una corsa al ritiro dei fondi da parte dei correntisti. Un gruppo delle più grandi banche commerciali ha chiesto lo scorso anno alla Corte Suprema degli Stati Uniti di mantenere almeno in parte il segreto sui prestiti della Fed.

In marzo, l’alta corte ha respinto la richiesta di appello e la banca centrale ha rilasciato una quantità di informazioni senza precedenti.

I dati, presi qua e là tra le 29.346 pagine di documenti ottenute sulla base del Freedom of Information Act e da altre basi di dati relative a oltre 21.000 transazioni, rendono chiaro per la prima volta quanto profondamente le maggiori banche mondiali dipendano dalla banca centrale americana per evitare crisi di liquidità. Anche se le società finanziarie hanno sempre sostenuto nei loro comunicati stampa e nelle loro audizioni di disporre di ampia liquidità, esse in realtà ottenevano in segreto fondi dalla Fed, per evitare di essere bollate come deboli.

Due settimane dopo la bancarotta della Lehman, nel settembre 2008, Morgan Stanley, per contrastare le preoccupazioni secondo cui sarebbe stata la prossima a fallire, annunciò “di avere solide posizioni di capitalizzazione e liquidità”. L’affermazione, contenuta in un comunicato stampa del 29 settembre 2008, relativa ad un investimento di 9 miliardi di dollari da parte della Mitsubishi UFJ di Tokio, non faceva alcun cenno ai prestiti della Fed a Morgan Stanley.

Era lo stesso giorno del picco di 107,3 miliardi di dollari di prestiti dalla banca centrale, per cui era questa la fonte di praticamente tutta la liquidità a disposizione della Morgan Stanley, secondo i dati ed i documenti resi pubblici oltre due anni più tardi dalla Financial Crisis Inquiry Commission. Il suo ammontare era tre volte i profitti complessivi della società nel corso del decennio precedente, come mostrano i dati elaborati da Bloomberg.

Mark Lake, portavoce di Morgan Stanley di New York, afferma che la crisi ha fatto sì che l’industria “riconsiderasse dalle fondamenta” il proprio modo di gestire il contante. “Abbiamo tenuto conto delle lezioni apprese in quel periodo e le abbiamo applicate al nostro programma di gestione della liquidità per proteggere l’operatività sia degli agenti sia dei clienti”, sostiene Lake. Non ha voluto dire che tipo di cambiamenti la banca ha messo in atto.

Nella maggior parte dei casi, la Fed ha richiesto garanzie: buoni del tesoro, azioni di aziende o titoli garantiti da mutui, che potessero essere confiscate e vendute nel caso in cui il denaro non venisse restituito. Ciò significava che il maggior rischio per la banca centrale era che le garanzie offerte dalle banche, in caso di fallimento, avrebbero avuto un valore inferiore a quanto ottenuto in prestito.

Via via che la crisi si acuiva, la Fed ha allentato i suoi standard di stima sulle garanzie ritenute accettabili. Di norma, la banca centrale accetta solo titoli con il maggiore livello di affidabilità, come i buoni del tesoro Usa. Alla fine del 2008, accettava anche junk bonds [i cosiddetti "titoli spazzatura", basati su crediti considerati non più esigibili, per lo più derivanti dalla bolla dei mutui immobiliari accesi da debitori non in grado di onorarli, NdT], quelle considerate al di sotto del valore minimo.

Arrivò a includere azioni della banca, che sono le prime a perdere di valore in caso di una sua liquidazione.

Morgan Stanley ottenne prestiti per 61,3 miliardi di dollari da un programma della Fed nel settembre 2008, fornendo garanzie per 66,5 miliardi di dollari, secondo i documenti della Fed.

Le garanzia offerte comprendevano 21,5 miliardi di azioni, 6,68 miliardi di titoli a bassissimo rating e 19,5 miliardi di beni con “rating sconosciuto”, secondo i documenti. Circa il 25 per cento delle garanzie erano a prevalenza estera.

“Quello che state vedendo è la disponibilità a fare prestiti a fronte praticamente di niente”, dice Robert Eisenbeis, ex direttore della Federal Reserve Bank di Atlanta e ora capo economista monetario ad Atlanta della Cumberland Advisors, con sede in Sarasota, Florida. L’assenza di alternative sul mercato privato mostra quanto fossero scettici i partner commerciali ed i correntisti sul valore dei capitali e delle garanzie bancarie, dice Eisenbeis.

“I mercati erano proprio completamente chiusi”, dice Tanya Azachars, ex capo della analisi bancaria di Standard & Poor’s e attualmente consulente indipendente di Briarcliff Manor di New York. “Se avevate bisogno di liquidità, c’era un posto solo dove andare”.

Persino banche che sono sopravvissute alla crisi senza iniezioni di capitali governativi sfruttavano i programmi di aiuto della Fed garantiti confidenzialmente. La Barclays di Londra ottenne 64,9 miliardi di dollari, la Deutsche Bank di Francoforte 66 miliardi. Sarah MacDonald, portavoce di Barclays, e John Gallagher, portavoce di Deutsche Bank, si sono rifiutati di rilasciare commenti.

Mentre i programmi di prestito di ultima istanza in genere applicano ratei di interesse al di sopra dei valori di mercato, per evitare che la richiesta di questo tipo di prestiti divenga abituale, questa pratica fu interrotta durante la crisi. Il 20 ottobre 2008, ad esempio, la banca centrale fu pronta a fornire un prestito di 113,3 miliardi di dollari per 28 giorni sulla base del programma Term Auction Facility al tasso dell’1,1 per cento, secondo una notizia di stampa. Il tasso era inferiore di un terzo rispetto al 3,8 per cento che le banche praticavano reciprocamente per prestiti di un mese in quel giorno. La Bank of America e Wachovia ottennero ciascuna 15 miliardi di dollari all’1,1 per cento dei prestiti TAF, seguite dalla unità RBS Citizens Nord America della Royal Bank of Scotland, che ottenne 10 miliardi di dollari, come mostrano i dati Fed.

JPMorgan Chase, prestatore che ha vantato il suo “bilancio solido come una fortezza” almeno sedici volte in comunicati e conferenze stampa, dall’ottobre 2007 al febbraio 2010, ottenne 48 miliardi di dollari nel febbraio 2009 in base al TAF. Lo strumento, creato nel dicembre 2007, fu una temporanea alternativa alla discount window, il programma, antico di 97 anni, concepito per aiutare le banche in caso di crisi di liquidità.

Goldman Sachs, che nel 2007 era la compagnia di assicurazioni finanziarie più redditiva di Wall Street, prese in prestito 69 miliardi di dollari dalla Fed il 31 dicembre 2008. Tra i programmi che la Goldman Sachs di New York ha utilizzato dopo la bancarotta della Lehman c’è stato il Primary Dealer Credit Facility (PDCF), concepito per prestare denaro a società di intermediazione non autorizzate ad utilizzare i programmi di prestito alle banche della Fed. Michael Duvally, portavoce della Goldman Sachs, si è rifiutato di commentare.

I salvagenti Fed per la liquidità possono accrescere la possibilità che le banche si assumano rischi eccessivi con il denaro ottenuto in prestito, sostiene Rogoff. Un tale fenomeno, noto come rischio morale (moral hazard), si verifica se le banche ritengono che la Fed sarà anche allora pronta a supportarle, afferma.

La dimensione dei prestiti alle banche “mostra certamente che gli interventi di salvataggio della Fed erano su diversi piani molto più ampi del TARP”, dice Rogoff.

Il TARP è il Troubled Asset Relief Program del ministero del Tesoro, un fondo di intervento per le banche di 700 miliardi di dollari, che ha fornito iniezioni di capitale per 45 miliardi di dollari ciascuna a Citygroup e Bank of America e di 10 miliardi di dollari a Morgan Stanley. Dato che la gran parte degli investimenti del Tesoro erano realizzati in forma di titoli privilegiati, venivano considerati più rischiosi dei prestiti della Fed, un tipo di debito più impegnativo.

A dicembre 2010, in risposta al Dodd-Frank Act, la Fed rese note 18 basi di dati contenenti il dettaglio dei suoi programmi temporanei di prestiti di emergenza. Il Congresso ne richiese la pubblicazione dopo che la Fed nel 2008 aveva respinto la richiesta, da parte del reporter di Bloomberg News Mark Pittman e di altre società di mass-media che cercavano di conoscere i dettagli dei suoi prestiti, sulla base del Freedom of Information Act. Dopo avere lottato per tenere questi dati segreti, la banca centrale ha reso pubbliche informazioni senza precedenti sulla propria discount window ["finestra di sconto", lo strumento di prestito, in genere a breve termine, che la Fed e altre cosiddette banche centrali mettono a disposizione di selezionate istituzioni bancarie private, NdT] e su altri programmi, in forza di un ordine del tribunale nel marzo 2011.

Bloomberg News ha collegato le basi di dati disponibili a dicembre e luglio con le registrazioni delladiscount window rilasciate a marzo, per ottenere i totali giornalieri delle banche nel corso di tutti i programmi, inclusi lo Asset-Backed Commercial Paper Money Market Mutual Fund Liquidity Facility, il Commercial Paper Funding Facility, la discount window, il PDCF, il TAF, il Term Securities Lending Facility e le operazioni singole su mercato aperto. Questi programmi hanno fornito risorse dall’agosto 2007 all’aprile 2010.

Il risultato è una linea temporale che mostra come la crisi del credito si sia diffusa da una banca all’altra via via che il contagio finanziario si andava espandendo. I prestiti che la Société Générale, la seconda banca francese, ottenne dalla Fed toccarono un massimo di 17,4 miliardi, nel maggio 2008, quattro mesi dopo che l’istituzione con sede a Parigi aveva annunciato un record di perdite di 4,9 miliardi di euro (7,2 miliardi di dollari) a causa delle scommesse non autorizzate, da parte del trader Jerome Kerviel, sui futures basati sugli indici di borsa.

Il picco massimo per Morgan Stanley si verificò quattro mesi più tardi, dopo la bancarotta della Lehman. La Citigroup, insieme ad altre 43 banche, lo raggiunsero nel gennaio 2009, il mese di maggior prelievo durante l’intera crisi. Quello della Bank of America si verificò due mesi dopo. Sedici banche, incluse Beal Financial di Plano, nel Texas, EverBank Financial di Jacksonville, Florida, toccarono il loro apice non prima del febbraio o marzo del 2010.

“In nessun momento ci furono rischi materiali per la Fed o per i contribuenti, dato che i prestiti richiedevano garanzie”, dice Reshma Fernandes, portavoce di EverBank, che ottenne 250 miliardi di dollari di prestiti. Le banche hanno massimizzato i loro prelievi utilizzando le loro sussidiarie, per utilizzare simultaneamente più programmi della Fed. Nel marzo 2009, la Bank of America di Charlotte nella Carolina del Nord ottenne 78 miliardi di dollari attraverso due filiali della banca e 11,8 miliardi di dollari da altri due programmi attraverso il suo intermediario, la Bank of America Securities.

Le banche inoltre hanno anche cambiato tipo di programma fra quelli attivati dalla Fed. Molte hanno preferito il TAF perché era meno legato all’immagine negative associata con la discount window, spesso considerata l’ultima spiaggia per i prestatori in difficoltà, secondo un documento del gennaio 2011 dei ricercatori della Fed di New York.

Dopo la bancarotta della Lehman, gli hedge fund [fondi speculativi ad alto rischio, NdT] cominciarono a portar via il loro denaro dalla Morgan Stanley, temendo che potesse essere prossima al collasso, afferma in un rapporto di gennaio la Financial Crisis Inquiry Commission, citando interviste dell’ex direttore generale John Mack e dell’allora tesoriere David Wong.

I prestiti alla Morgan Stanley da parte del PDCF dal 14 settembre [2008] crebbero fino a 61,3 miliardi di dollari del 29 settembre. Nello stesso tempo, i suoi prestiti con il programma TSLF salirono da 3,5 a 36 miliardi di dollari. Il rapporto della tesoreria di Morgan Stanley reso pubblico dal FCIC mostra che la società aveva 99,8 miliardi di dollari di liquidità il 29 settembre, una cifra che comprendeva i prestiti della Fed.

“I flussi di contante si stavano tutti prosciugando”, dice Roger Lister, un ex economista della Fed che è ora a capo della sezione istituzioni finanziare della società di rating bancario DBRS di New York. “Avevano abbastanza risorse per far fronte a questa situazione? La risposta avrebbe potuto essere positiva, ma avevano bisogno della Fed”.

Mentre le richieste della Morgan Stanley erano le più pressanti, Citigroup era, tra le banche Usa, il più cronico utilizzatore di quei fondi. La banca, con sede a New York, ottenne prestiti per 10 miliardi di dollari dal TAF nel primo giorno di attivazione del programma, nel dicembre 2007, e raggiunse i 25 miliardi di dollari, tra tutti i programmi, nel maggio 2008, secondo i dati della Bloomberg.

Il 21 novembre, quando la Citigroup iniziò i suoi colloqui con il governo per ottenere 20 miliardi di dollari di iniezioni di capitale, in aggiunta ai 25 miliardi che aveva ricevuto un mese prima, i suoi prestiti dalla Fed erano raddoppiati a circa 50 miliardi di dollari. Nei due mesi successivi, questo totale raddoppiò ancora. Il 20 gennaio, quando le sue azioni crollarono sotto i 3 dollari, per la prima volta in sedici anni, a causa della paura degli investitori che la base di capitalizzazione della banca fosse inadeguata, Citigroup stava utilizzando sei programmi della Fed contemporaneamente. Il totale dei prestiti contratti superava il doppio del budget del ministero americano dell’Educazione del 2011.

“Citibank è stata fondamentalmente sostenuta dalla Fed per un lungo arco di tempo”, dice Richard Harring, professore di scienza delle finanze all’Università della Pensilvania di Filadelfia, che ha studiato le crisi finanziarie. Jon Diat, portavoce della Citigroup, afferma che la banca ha utilizzato i programmi che “raggiungevano l’obiettivo di diffondere fiducia nei mercati”.

L’amministratore delegato di JPMorgan, Jemie Dimon, scriveva in una lettera agli azionisti dello scorso anno che la sua banca ha evitato di utilizzare molti programmi governativi. Abbiamo usato TAF, dice Dimon nella sua lettera, “ma questo è avvenuto su richiesta della Fed, per aiutarla a spingere gli altri a utilizzare il sistema”. La banca, la seconda negli Usa per dimensioni patrimoniali, ha utilizzato il TAF per la prima volta nel maggio 2008, sei mesi dopo che il programma aveva avuto inizio, per poi azzerare i propri prestiti nel settembre 2008. Il mese dopo, cominciò di nuovo ad usare il TAF. Il 26 febbraio 2009, oltre un anno dopo la creazione del TAF, i prestiti a JPMorgan da parte di questo programma salirono a 48 miliardi di dollari. Quel giorno, il bilancio totale di tutte le banche toccò il suo apice, con 493,2 miliardi di dollari. Due settimane dopo, le cifre cominciarono a ridursi. “Il nostro primo commento è corretto”, dice Howard Opinsky, portavoce di JPMorgan.

Herring, il già ricordato professore dell’Università della Pensilvania, afferma che alcune banche possono avere usato il programma per massimizzare i propri profitti prendendo in prestito denaro “dalla fonte più economica, perché si riteneva che ciò sarebbe rimasto segreto e mai reso pubblico”.

Se le banche hanno avuto bisogno del denaro della Fed per sopravvivere o se l’hanno utilizzato perché offriva tassi di interesse vantaggiosi, il ruolo di prestatore di ultima istanza delle banche della Fed trasforma in un disastro la politica di libera assicurazione verso le banche sulla disponibilità di fondi, dice Herring.

Un rapporto del Fondo Monetario Internazionale dello scorso ottobre sostiene che i regolatori dovrebbero considerare la possibilità di far pagare alle banche un costo per avere diritto di accesso ai fondi della banca centrale.

“L’ampiezza degli interventi pubblici è la prova più evidente che i rischi di liquidità del sistema sono stati sottostimati e sottovalutati sia dal settore privato che da quello pubblico”, afferma il FMI in uno specifico rapporto dell’aprile 2011. L’accesso al sostegno della Fed, “porta a correre rischi maggiori”, dice Herring. “Se non esistesse, non si correrebbero i rischi che possono creare difficoltà e che richiedono di accedere a questo tipo di finanziamento”.

di: Gaetano Colonna

(traduzione italiana a cura di G.C.)

Fonte: Clarissa.it

Soros liquida i soci: ora potrà speculare da solo

La notizia che George Soros, uno dei simboli più odiati della speculazione finanziaria, abbia deciso di liquidare le quote degli investitori esterni del suo Quantum Fund e trasformarlo in un fondo che gestirà esclusivamente le risorse di famiglia, non è arrivata inaspettata. Le nuove regole, imposte in nome di un minimo di decenza dalla Casa Bianca alle società finanziarie non personali, in primis la registrazione, quindi più controlli e trasparenza, hanno spinto il finanziere a operare la svolta.

Niente controlli vuol dire mantenere le mani libere per operare e speculare solo per il tornaconto personale su quei mercati internazionali che hanno permesso al profugo ungherese di accumulare, in circa 40 anni, una fortuna personale di circa 25 miliardi di dollari. E Soros che negli ultimi tempi ha avuto anche la faccia di bronzo di tuonare contro i finanzieri che investono allo scoperto, in altre parole senza disporre dei capitali necessari, non può dimenticare di avere guadagnato cifre esorbitanti proprio grazie a tale meccanismo difeso a spada tratta dai repubblicani Usa.
Ed è paradossale ricordare quanto Soros, arrivato in America nel 1956, odi il partito di George Bush e Sarah Palin e come il Quantun Fund e le società collegate abbiano invece versato consistenti finanziamenti ai democratici. La spiegazione è perfettamente consequenziale all’impostazione di base del capitalismo finanziario. Un partito come i repubblicani viene visto da Soros, e dai suoi consimili, come il partito non tanto della guerra quanto dell’industria degli armamenti che è in continua ricerca di eserciti da armare, non solo quello Usa, e che rappresenta quindi un elemento di disturbo delle strategie del capitalismo finanziario che necessita invece di una relativa calma nelle relazioni internazionali per poter spostare senza troppi problemi i capitali da un mercato ad un altro. Soros sogna e vuole una “società aperta” di tipo globale, un concetto che ha mutuato dalle idee di Karl Popper, suo professore alla London School of  Economics, un filosofo austriaco fuggito in Gran Bretagna per sfuggire alle persecuzioni razziali.
Quel Popper, il cui relativismo dottrinario, l’idea che non ci siano verità certe e immutabili e che tutto possa e debba essere messo in discussione, da certe correnti politiche e filosofiche liberali o liberiste, viene presentate come il toccasana ad ogni totalitarismo. In realtà esso, nelle sue applicazioni, si trasforma in un sistema dogmatico che, per certi aspetti, è stato funzionale a far passare l’idea della superiorità del modello occidentale (soprattutto gli Usa) e della necessità di imporlo in tutto il mondo.
Una concezione politica, che è nell’originario Dna americano, e che è condivisa dai repubblicani, sia pure sotto l’influsso dei neo conservatori, e dai democratici. Se differente è il contenitore, il contenuto è esattamente lo stesso. E Soros ci ha messo molto di suo, creando lui stesso e finanziando apertamente con l’Open Society Institute (che ha filiali in circa 60 Paesi) e la Soros Foundation, diversi gruppi di giovani organizzati attraverso i quali operare un cambiamento nei Paesi europei dell’Est, appena usciti dall’esperienza comunista ma ancora non convertiti abbastanza al Mercato. Il tutto attraverso manifestazioni di piazza che non si sono limitate a
spingere sui governi ma che in alcuni casi li hanno rovesciati. E’ stato il caso di Otpor in Serbia, di Kmara in Georgia e di Pora in Ucraina. In Russia e Bielorussia, le cose sono andate meno bene perché i governanti erano fatti di un’altra pasta. Recentemente il fenomeno si è ripetuto al Cairo dove gli studenti egiziani protagonisti degli scontri di piazza sono andati a scuola dai “colleghi” di Belgrado. I gruppi sorti con i soldi di Soros, e che si sono subito collegati gli uni agli altri in una sorta di internazionalismo liberale su web, sono stati però solo la punta dell’iceberg. E’ infatti dalla caduta del Muro di Berlino che Soros si è messo a finanziarie fondazioni culturali nei Paesi dell’ex Patto di Varsavia per fare passare la sua filosofia occidentalista. Si tratta pure di un retaggio culturale essendo Soros il figlio dello scrittore esperantista ebreo-ungherese Tivadar Schwartz che ben prima di Popper gli trasmise questo amore per un mondo senza frontiere, una società aperta nella quale le differenze etniche, culturali e religiosi si trasformassero in un ingombrante fardello del passato.
Soros è in ogni caso l’esempio di quel capitalismo rampante che i governi non hanno mai voluto stroncare sul nascere e soprattutto impedirgli di operare perché le sue speculazioni hanno provocato effetti devastanti per Paesi di peso sul panorama mondiale. Come l’attacco speculativo del settembre 1992 contro la sterlina che obbligò la Banca di Inghilterra a svalutare la propria moneta ed uscire  del Sistema monetario europeo. Stessa sorte toccò il mese seguente alla lira con Soros questa volta in combutta con la City londinese (i grandi paradossi del capitalismo). La nostra moneta, dopo un’inutile difesa da parte della Banca d’Italia di Ciampi, che vi prosciugò le nostre riserve valutarie, venne svalutata del 30% permettendo alla finanza anglosassone di comprare scontate molte delle nostre imprese pubbliche che erano state messe sul mercato, dopo la Crociera del Britannia.
Questa sua attività tesa alla promozione della democrazia e dei diritti gli procurò incredibilmente una laurea honoris causa da parte dell’Università di Bologna il 31ottobre 1995, esattamente un anno dopo la speculazione contro la lira, con gli auspici di un Romano Prodi che gli fu accanto quel giorno alla presentazione del suo ultimo libro, accompagnata da feroci contestazioni. Il che la dice lunga su quali sono le frequentazioni di quello che all’epoca era l’Ulivo e che oggi è il Partito Democratico.

di: Filippo Ghira
f.ghira@rinascita.eu

Rinascita.eu

Soros chiude il suo fondo”Restituisco i soldi, ho sbagliato” – LaRepubblica.it -

Come si conquista un Paese: l’attacco della finanza internazionale all’Italia

L’attacco della speculazione che venerdì 8 luglio 2011 è stato diretto dalla finanza internazionale contro la Borsa italiana, provocando un ribasso del 3,47% pari a una perdita di 14,1 miliardi di capitalizzazione, non è una semplice operazione finanziaria.

Chi continua a parlare dei “mercati finanziari” come di una divinità che organizza la vita delle società contemporanee sa perfettamente che questi anonimi “mercati finanziari” hanno nomi e cognomi.

Sono uomini e gruppi che hanno precisi interessi e chiari obiettivi. Come in ogni operazione di destabilizzazione di un intero Paese, cioè, vi sono degli scopi ed essi sono oggi chiaramenteindividuabili.

L’Italia viene attaccata perché in realtà è uno dei Paesi dell’Occidente che meglio ha retto fino ad oggi la crisi finanziaria del 2007, grazie al fatto che i suoi cittadini e la rete delle sue piccole e medie imprese non hanno mai completamente dato ascolto alle sirene della globalizzazione finanziaria. Alcune sue imprese, le sue banche e le sue compagnie assicurative rappresentano quindi oggi un appetitoso obiettivo per chi spera di poterle ricomprare fra qualche mese a prezzi stracciati.

L’Italia viene attaccata perché un suo tracollo economico-finanziario rappresenterebbe il colpo definitivo all’euro e quindi al processo di unificazione europea che sulla moneta unica ha puntato (erroneamente) tutta la propria credibilità; e non vi sono dubbi che, senza l’ultimo presidio del Vecchio Continente, una visione sociale dei rapporti economici verrebbe definitivamente seppellita dalle forze montanti del capitalismo finanziario, da un lato, e dei nuovi capitalismi di Stato, come quello cinese, che, dall’altro, stanno avanzando senza freni sullo scenario mondiale.

L’Italia viene attaccata perché il nostro Paese ha una posizione determinante rispetto ai futuri assetti del Mediterraneo e del Medio Oriente e la confusa ma ancora in qualche modo persistente difficoltà italiana ad allinearsi completamente ad una politica forsennatamente filo-israeliana e didemocracy building all’americana nei Paesi arabo-islamici, rappresenta oggi un ostacolo che deve essere rimosso in breve tempo.

Infine, l’Italia viene attaccata perché la sua classe dirigente, di destra centro sinistra, ha dimostrato di non intendere minimamente quale sia la posta in gioco, essendo strutturalmente impegnata in basse lotte di potere, nella difesa di interessi personalistici e nella copertura di vaste reti di corruzione, condizionamento e compromesso che ne minano alla radice qualsiasi capacità operativa e strategica.

Il potere politico che il capitalismo finanziario mondializzato ha acquisito attraverso la capacità di destabilizzare in modo diretto interi Stati, come dimostrato ampiamente negli ultimi anni, dall’Argentina alla Grecia, dipende da una premessa fondamentale che è stata acriticamente accettata da economisti e politici, vale a dire che proprio gli strumenti della finanza (credito, debito, moneta, assicurazioni, con tutti i loro molteplici derivati moderni) siano i migliori mezzi per garantire la maggiore efficienza nella raccolta e nell’allocazione dei capitali. Il classico concetto dell’economia capitalista della efficienza dei meccanismi auto-regolatori del mercato, grazie al gioco di domanda ed offerta, è stato allargato dal mercato dei beni a quello dei capitali, nonostante costituisca uno dei presupposti del capitalismo, scientificamente e storicamente, dimostratosi del tutto insufficiente, quando non addirittura errato.

Nel caso dei mercati dei beni, questa arcaica interpretazione del rapporto fra domanda, offerta e formazione dei prezzi sostiene, come si sa, che all’aumentare del prezzo di un prodotto, giacché i produttori ne accrescono la produzione in vista di maggiori ricavi, i consumatori riducono la loro domanda, determinando una riduzione e dunque un riequilibrio fra domanda e offerta, che si rifletterebbe positivamente sui prezzi stessi. Per quanto questa presunta legge sia, già nel caso del mercato “tradizionale” dei beni, come è stato dimostrato a suo tempo da Rudolf Steiner, un’arbitraria semplificazione di un meccanismo assai più complesso ed articolato(1) – nel caso dei mercati finanziari, si tratta di una vera e propria falsificazione. Scrivono infatti alcuni economisti “non allineati”:

“Quando i prezzi [delle azioni] crescono, è comune osservare non una riduzione ma una crescita della domanda! Infatti, prezzi crescenti significano un più alto profitto per coloro che possiedono azioni, a motivo dell’incremento di valore del capitale investito. La salita del prezzo attrae in questo modo nuovi acquirenti, cosa che rafforza ulteriormente la tendenza iniziale all’aumento. La promessa di dividendi spinge i trader ad incrementare ulteriormente il movimento. Questo meccanismo funziona fino a quando la crisi, che è non prevedibile ma è inevitabile, si verifica. Questo determina l’inversione delle aspettative e quindi la crisi. Quando il processo diventa di massa, determina un “contraccolpo” che peggiora gli iniziali squilibri. Una bolla speculativa consiste quindi di un aumento cumulativo dei prezzi, che si auto-alimenta. Un processo di questo tipo non produce prezzi più convenienti, ma al contrario prezzi sperequati”(2).

La visione del mercato finanziario come potere regolatore di ultima istanza degli assetti economici mondiali, ha conferito alle forze speculative in esso presenti la possibilità di esercitare un potere di condizionamento politico: non vi è più alcun Paese al mondo che non dipenda in qualche modo da questa ristrettissima élite di signori del denaro, i quali dispongono di uno strumento ideale di controllo, costituito dalle agenzie di rating che, a livello mondiale, sono soltanto cinque, delle quali tre hanno un monopolio di fatto del settore.

Moody’sStandard&Poor’s hanno rappresentato nell’attacco all’Italia, come già avvenuto nel caso della Grecia un anno fa e in tanti altri ancora prima, la vera e propria “voce del padrone”.

Sono stati infatti gli outlook (previsioni) di queste due agenzie di rating, emanati a fine giugno, a dare al mondo della speculazione il segnale che si poteva e si doveva colpire ora l’Italia. Personaggi come Alexander Kockerbeck, vice-presidente di Moody’s, o come Alex Cataldo, responsabile Italia della stessa agenzia, emettono nelle loro interviste vere e proprie sentenze sul presente e sul futuro destino economico del nostro Paese, senza essere dotati di alcuna autorità per poterlo fare.

La fonte del loro potere, che non ha precedenti nella storia, sta infatti semplicemente nel fatto di essere emanazione di società finanziarie internazionali, che ne possiedono interamente il capitale societario, le stesse società finanziarie di cui dovrebbero valutare obiettivamente prodotti e performance.

“Il primo azionista di Moody’s, con il 13,4% del capitale, risultava a fine dicembre del 2009, secondo rilevazioni Reuters, Warren Buffett, il guru di Omaha con il suo fondo Berkshire Hathaway. Al secondo posto con il 10,5% ecco comparire Fidelity, uno dei più grandi gestori di fondi del mondo. E poi è un florilegio di gente che di mestiere compra e vende titoli: si va da State Street a BlackRock a Vanguard a Invesco a Morgan Stanley Investment. Insomma i più grandi gestori di fondi a livello mondiale sono azionisti di Moody’s. E guarda caso lo stesso copione si riproduce in Standard&Poor’s: ecco nell’azionariato comparire in evidenza, a fine 2009, i nomi di Blackrock, Fidelity, Vanguard. Gli stessi nomi. Il che pone una domanda. Che ci fanno gestori di fondi nel capitale di chi dà i voti ai bond emessi dalle stesse società che abitualmente un gestore compra e vende?”(3).

Queste agenzie non hanno alcuno status giuridico, nemmeno negli Stati Uniti; il loro ruolo è stato reso possibile semplicemente dal fatto che il governo degli Stati Uniti le ha definite Nationally Recognized Statistical Rating Organizations (NRSRO) e lo stesso ha fatto la Securities and Exchange Commission(SEC), agenzia governativa che vigila sui mercati azionari(4).

Nonostante le numerose inchieste e audizioni tenutesi negli Usa, proprio come pochi giorni fa è avvenuto in sordina anche presso la Consob italiana, senza che il pubblico sia edotto di quanto emerso, Moody’s, Standard&Poor’s e Fitch continuano da anni a macinare profitti incredibili, sebbene le loro previsioni si siano dimostrate semplicemente ridicole, come mostrano il caso del crollo della Enron o quello di Lehman Brother’s, quando di queste aziende le agenzie in questione hanno continuato a dare fino ad un minuto prima del crack valutazioni di altissima affidabilità. In merito ai loro profitti, diamo di nuovo la parola al già citato giornalista de Il Sole 24 Ore:

“Moody’s, solo nel 2009, per ogni 100 dollari che ha fatturato ne ha guadagnati sotto forma di utile operativo ben 38. Su 1,8 miliardi di ricavi fanno un margine di 680 milioni. Ma attenzione, quel 38% di redditività è un mix tra i servizi di analisi e quelli di assegnazione dei rating. Solo sul mestiere più remunerativo, quello appunto dell’assegnare pagelle, la redditività balza al 42% sui ricavi. Un exploit il 2009? Niente affatto. Gli anni d’oro sono stati altri: nel 2007 il margine operativo era al 50% dei ricavi e
nel 2006 si è toccato il picco del 62% di utili operativi sul fatturato. Un’enormità: 1,26 miliardi di margine su 2 miliardi di fatturato. Se poi si va all’utile netto la musica non cambia. Dal 2005 al 2009 Moody’s ha generato profitti per complessivi 2,8 miliardi”(5).

Si dà quindi il caso del tutto unico che i nostri Paesi siano soggetti a valutazioni di valore internazionale da parte di agenzie che da tali valutazioni traggono direttamente profitto e che sono per di più di proprietà di società finanziarie che da quelle valutazioni possono trarre a loro volta direttamente profitto! Quale affidabilità possano avere e quale valore di regolazione giuridica di mercato, lo lasciamo facilmente dedurre al lettore.

“Stimare il valore di un prodotto finanziario non è paragonabile al misurare una grandezza oggettiva, come, ad esempio, stimare il peso di un oggetto. Un prodotto finanziario è un titolo su di un reddito futuro: per valutarlo, si deve stabilire in anticipo quale sarà questo futuro. Si tratta di una stima, non di una misura obiettiva, dato che nel momento “t” il futuro non è in alcun modo determinato. Negli uffici dei trader è ciò che gli operatori si immaginano che accadrà. Il prezzo di un prodotto finanziario è il risultato di una valutazione, una opinione, una scommessa sul futuro: non vi sono garanzie che questa valutazione dei mercati sia in alcun modo superiore a qualsiasi altra forma di valutazione.

Prima di tutto, la valutazione finanziaria non è neutrale: influisce sull’oggetto che intende valutare, dà avvio e costruisce il futuro che essa immagina. Per questo, le agenzie di rating svolgono un ruolo importante nel determinare il tasso di interesse sui mercati dei bond, assegnando pagelle che sono altamente soggettive, se non addirittura guidate dal desiderio di accrescere l’instabilità come fonte di profitti speculativi. Quando queste agenzie tagliano il rating di uno Stato, accrescono il tasso di interesse richiesto dagli attori finanziari per acquistare titoli del debito pubblico di questo stesso Stato e in tal modo accrescono il rischio della stessa bancarotta che hanno annunciato”(6).

Se dunque il mito dell’efficienza dei mercati finanziari rappresenta il presupposto ideologico di queste operazioni e le agenzie di rating l’incredibile strumento di coordinamento della speculazione, capace di rendere auto-realizzantesi le proprie profezie, occorre mettere in giusta evidenza il fatto che alla base dell’attuale critica situazione dei Paesi europei sta uno specifico elemento, assai poco noto al largo pubblico, vale a dire che il Trattato di Maastricht, nel quadro delle politiche iper-liberiste allora di gran moda, ha fatto un oggettivo regalo ai poteri del capitale finanziario internazionalizzato, allorché ha sancito le modalità che gli Stati membri devono seguire per approvvigionarsi di moneta.

“A livello di Unione Europea, la finanziarizzazione del debito pubblico è stata inserita nei trattati: a partire dal trattato di Maastricht, le banche centrali hanno il divieto di finanziare direttamente gli Stati, i quali devono quindi trovare prestatori sui mercati finanziari. Questa “punizione monetaria” è accompagnata dal processo di “liberalizzazione finanziaria”, che è l’esatto opposto delle politiche adottate dopo la Grande Depressione degli anni Trenta, che prevedeva la “repressione finanziaria” (vale a dire severe restrizioni alla libertà di azione della finanza) e “liberazione monetaria” (con la fine del gold standard). Lo scopo dei trattati europei è di assoggettare gli Stati, che si presuppone siano per natura troppo propensi allo sperpero, alla disciplina dei mercati finanziari, che sono ritenuti per natura efficienti ed onniscienti”(7).

Ecco quindi come, dal livello filosofico-ideologico che santifica i “mercati finanziari”, accolto acriticamente ma interessatamente dalle élite dei tecnocrati comunitari, si sia aperto per legge il varco in Europa all’uso politico del potere del denaro, giungendo a condizionare in modo diretto la vita di intere comunità nazionali: il fatto che gli Stati (e, come loro, regioni, provincie e comuni) siano dovuti andare a cercare i soldi sui mercati finanziari, proprio mentre il credito veniva, come in Italia, trasformato per legge da funzione sociale ad attività esclusivamente lucrativa, pone i nostri Paesi in completa soggezione ai signori della moneta.

Questo non significa affatto voler sorvolare sulle oggettive responsabilità di classi dirigenti, tra cui quella italiana, che non vogliono affrontare radicalmente la questione dell’efficienza delle pubbliche amministrazioni, per il semplice fatto che il pubblico impiego rappresenta un gigantesco serbatoio clientelare che di fatto perpetua la loro sopravvivenza politica, altrimenti inspiegabile.

Significa semplicemente dire, in modo chiaro e definitivo, che l’inefficienza delle amministrazioni pubbliche, che continuano a sprecare somme enormi senza alcuna contropartita sul piano collettivo,non è una valida giustificazione per tollerare le ripetute aggressioni della speculazione internazionale.

Quando giornalisti, che per mestiere dovrebbero disporre di informazioni e dati assai più completi e articolati di quelli che arrivano al largo pubblico, scrivono ancora, su autorevoli quotidiani nazionali, che “quella che continuiamo a chiamare speculazione internazionale in realtà non è altro che la logica di mercato che cerca di sfruttare le occasioni”, non è sciocco chiedersi se si tratta di mala fede o di semplice ottusità: abbiamo infatti già visto che la cosiddetta “logica di mercato” è una logica ideologica e politica. Il mercato, come sacro regolatore dell’economia, non esiste, mentre esistonoattori che nel mercato operano, tra i quali, non certo sacri ma a quanto pare intoccabili, sono gli speculatori e le agenzie di rating di loro emanazione: di tutti costoro si sa ormai perfettamente da anni chi sono, cosa fanno e perché.

Se fossero semplicemente i deficit e le cattive amministrazioni pubbliche a giustificare le “ghiotte occasioni” per la speculazione, questi giornalisti dovrebbero allora chiedersi come mai la speculazione finanziaria colpisca l’Europa e non gli Stati Uniti, il cui debito pubblico è assai più alto di quello medio europeo, e come mai gli attacchi si dirigano contro l’Italia o la Grecia e non contro la California, uno stato americano che è in conclamata bancarotta da anni! Se fossero semplicemente il debito pubblico e la cattiva amministrazione a giustificare questi attacchi, ci si dovrebbe chiedere come mai siano sotto tiro grandi imprese bancarie e assicurative italiane, che hanno applicato alla lettera da anni i più avanzati dettami del capitalismo finanziario globalizzato. Qualcuno dei responsabili di queste aziende sembra cominci ad accorgersene, ora che si trova sotto tiro, stando almeno a quanto ha dichiarato il 9 giugno Giovanni Perissinotto, amministratore delegato del gruppo Generali:

“C’è necessità di una risposta centralizzata e coordinata a livello europeo contro attacchi speculativi, anch’essi coordinati, che stanno investendo alcuni Paesi mediterranei ma che si propongono anche di mettere in discussioni la stessa stabilità dell’euro. (…) Nei ribassi di questi giorni le imprese sono impotenti. Noi siamo disciplinati, promuoviamo l’efficienza, tagliamo i costi. In tutti i Paesi seguiamo una politica di investimenti coerente con gli impegni assunti con gli assicurati. Ma non possiamo continuare ad essere così duramente colpiti dai mercati perché difendiamo il nostro Paese. In una parola perché continuiamo ad investire in titoli di Stato italiani dove sono residenti una parte significativa dei nostri clienti”(8).

Viene quindi finalmente in evidenza, ed è forse l’unico aspetto positivo della tempesta che si annuncia nei prossimi mesi sull’Italia, la necessità di sottrarre i nostri Paesi radicalmente al condizionamento del capitale finanziario internazionalizzato, riaffermando il principio che, nelle nostre democrazie, la gestione della cosa pubblica è demandata a rappresentanti eletti dal popolo.

In questa prospettiva, la liberazione delle nostre economie passa per alcuni punti fondamentali, la cui comprensione non necessita delle spericolate alchimie degli economisti di mestiere: in primo luogo, le imprese devono tornare a rendere conto non agli azionisti ma ai consumatori ed ai lavoratori e la loro efficienza si deve misurare su questo piano, non su quello della loro attività in borsa; in secondo luogo, le pubbliche amministrazioni devono essere snellite a livello territoriale e basate su principi di semplificazione burocratica, efficienza di gestione, qualificazione del personale, spirito di servizio; in terzo luogo, il credito deve tornare ad essere considerato primariamente funzione sociale e quindi deve essere posto sotto il controllo delle forze della produzione economica e non della speculazione e, di conseguenza, lo stesso deve avvenire per la creazione della moneta e dei correlati strumenti finanziari; questi ultimi devono essere in chiara e proporzionata relazione con i beni ed i servizi effettivamente sottostanti e la loro commercializzazione deve potere seguire percorsi chiaramente tracciabili; le attività finanziarie devono essere tassate in modo proporzionale ai volumi posseduti ed all’ampiezza della loro utilizzazione.

Come segnale inequivoco della strada da intraprendere, è a nostro avviso oggi necessario richiedere con urgenza l’apertura di un’inchiesta internazionale sulla condotta delle agenzie di rating, da promuovere presso le Nazioni Unite, allo scopo di verificarne composizione azionaria, conflitti di interesse, liceità delle attività svolte ed effetti diretti ed indiretti della loro condotta sulle economie dei singoli Paesi negli ultimi venti anni; nel frattempo, le attività di rating di queste agenzie, in quanto parti interessate, dovrebbero essere sospese a tempo indeterminato. Si porrebbe in tal modo, in definitiva, all’attenzione dei popoli la questione della sovranità economica delle comunità nazionaliche deve essere oggi considerata l’irrinunciabile presupposto per intraprendere il risanamento dei nostri Paesi. Dubitiamo che le attuali classi dirigenti, tra le quali quella italiana, possano oggi porsi alla testa in Europa di un simile orientamento: ma è questa la sola via per riscattare i nostri popoli dalla schiavitù del debito.

 

1) R. Steiner, I capisaldi dell’economia, Milano, 1982, pp. 110-111.

2) Aa.Vv., “Crisis and debt in Europe: 10 pseudo “obvious facts”, 22 measures to drive the debate out of the dead end”, Real-world economics review, Issue no. 54, 27 September 2010, p. 19.

3) F. Pavesi, “Moody’s, S&P e Fitch, ecco chi comanda nelle agenzie di rating”, Il Sole 24 Ore, 9 maggio 2010.

4) F. William Engdahl, “The Financial Tsunami: Sub-Prime Mortgage Debt is but the Tip of the Iceberg”, Global Research, November 23, 2007.

5) F. Pavesi, loc. cit.

6) Aa.Vv., “Crisis and debt in Europe”, cit., p. 23.

7) Ivi, p. 26.

8 ) G. Perissinotto, “Serve una risposta europea agli attacchi”, Il Sole 24 Ore, 9 luglio 2011.

di: Gaetano Colonna

Fonte: http://www.clarissa.it/ultimora_nuovo_int.php?id=146.

 

La svolta a destra di Chavez: Realismo di Stato contro la Solidarietà Internazionale

Introduzione

Il governo radicale ”Socialista Bolivariano” di Hugo Chavez ha arrestato un certo numero di capi della guerriglia colombiana e un giornalista radicale con cittadinanza svedese e li ha consegnati al regime di destra del presidente Juan Manuel Santos, ottenendo anche l’approvazione e la gratitudine del governo colombiano. La stretta collaborazione in corso tra un presidente di sinistra e un regime con una famigerata storia di violazioni dei diritti umani,  torture e sparizione di prigionieri politici, ha suscitato proteste diffuse tra i sostenitori della libertà civile, la sinistra e i populisti in America Latina e in Europa, soddisfacendo invece l’ imperiale establishment Euro-americano.

Il 26 aprile 2011, funzionari venezuelani dell’immigrazione, facendo affidamento esclusivamente su informazioni fornite dalla polizia segreta colombiana (DAS), hanno arrestato un cittadino naturalizzato svedese e  giornalista (Joaquin Perez Becerra), di origine colombiana, che era appena arrivato nel paese. Sulla base delle accuse della polizia segreta colombiana ,secondo le quali  era un ’capo delle FARC’, Perez è stato estradato in Colombia in 48 ore. Nonostante il fatto che ciò era in violazione dei protocolli diplomatici internazionali e della Costituzione venezuelana, questa azione ha avuto l’appoggio personale del presidente Chavez.

Un mese dopo, le forze armate venezuelane insieme alle loro contro – parti colombiane hanno catturato uno dei leader delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC), Guillermo Torres (con il nome di guerra Julian Conrado) che è ora in attesa di essere estradato in Colombia in un carcere venezuelano senza la possibilità di poter disporre di un avvocato. Il 17 marzo la Venezuelan Military Intelligence (DIM) ha arrestato due presunti guerriglieri del National Liberation Army (ELN), Carlos Tirado e Carlos Perez, e li ha consegnati alla polizia segreta colombiana.

Il nuovo volto pubblico di Chavez come partner del regime repressivo colombiano non è così nuovo, dopo tutto. Il 13 dicembre2004, Rodrigo Granda, un portavoce internazionale delle FARC, e cittadino naturalizzato venezuelano, la cui famiglia risiede a Caracas, è stato rapito da agenti in borghese dell’intelligence venezuelana  nel centro di Caracas, dove aveva partecipato a una conferenza internazionale e portato segretamente in Colombia con l’ ”approvazione” dell’ambasciatore venezuelano a Bogotà. Dopo diverse settimane di proteste internazionali, anche da molti partecipanti alla conferenza, il presidente Chavez ha rilasciato una dichiarazione descrivendo il ’rapimento’ come una violazione della sovranità del Venezuela e ha minacciato di rompere le relazioni con la Colombia. In tempi più recenti, il Venezuela ha intensificato l’estradizione di rivoluzionari oppositori politici del narco –regime colombiano. Nei primi cinque mesi del 2009, il Venezuela ha estradato 15 presunti membri delL’ ELN e nel novembre 2010 un militante delle FARC e due sospetti membri del ELN sono stati consegnati alla polizia colombiana. Nel gennaio 2011 Teran Nilson Ferreira, uno dei sospetti leader dell’ ELN, è stato consegnato ai militari colombiani. La collaborazione tra il più noto regime autoritario di destra dell’America Latina  e il più noto governo  radicale ’socialista’ solleva importanti questioni sul significato delle identità politiche e come queste si rapportano alla politica interna e internazionale e più specificatamente quali principi e interessi guidano le politiche dello Stato.

Solidarietà Rivoluzionaria e gli interessi dello Stato

La recente ’svolta ‘ nella politica del Venezuela, dall’ esprimere simpatia e perfino l’appoggio per le lotte rivoluzionarie e i movimenti in America Latina fino alla sua attuale collaborazione con i regimi di destra filo-imperiali, ha numerosi precedenti storici. Può essere utile esaminare i contesti e le circostanze di queste collaborazioni.

In Russia il governo rivoluzionario bolscevico diede inizialmente tutto il suo sincero sostegno alle sommosse rivoluzionarie in Germania,Ungheria, Finlandia e altrove. Con le sconfitte di queste rivolte e il consolidamento dei regimi capitalisti, lo stato russo e gli interessi economici divennero di primaria importanza tra i leader bolscevichi.  Il commercio e gli accordi di investimenti, i trattati di pace e il riconoscimento diplomatico tra la Russia comunista e gli Stati capitalisti occidentali definirono la nuova politica di ”co-esistenza”. Con l’avvento del fascismo, l’Unione Sovietica sotto Stalin fu ulteriormente  subordinata alla politica comunista al fine di garantire alleanze da Stato a Stato, prima con gli alleati occidentali e, in mancanza, con la Germania nazista.Il patto Hitler-Stalin venne concepito dai sovietici come un modo per impedire l’invasione tedesca e mettere al sicuro i propri confini da un nemico giurato di destra. Stalin consegnò a Hitler un certo numero di importanti leader comunisti tedeschi in esilio che avevano chiesto asilo in Russia. Non sorprende che vennero torturati e giustiziati. Questa pratica si fermò solo dopo che Hitler invase la Russia e Stalin incoraggiò le decimate truppe di comunisti tedeschi a ri-unirsi nella resistenza ‘anti-nazista’.

Nei primi anni 1970, mentre la Cina di Mao si riconciliava con gli Stati Uniti di Nixon e rompeva con l’Unione Sovietica, la politica estera cinese si spostava verso il supporto dei contro-rivoluzionari sostenuti dagli USA, tra cui Holden Roberts in Angola e Pinochet in Cile. La Cina denunciò qualsiasi governo di sinistra e movimento, che per quanto debole, aveva legami con l’Urss, e abbracciò i loro nemici, indipendentemente da quanto fossero asserviti agli interessi imperiali euro-americani.  Nell URSS di Stalin e nella Cina di Mao, gli “interessi dello Stato” di breve termine vinsero sulla solidarietà rivoluzionaria. Quali erano questi ’ interessi dello Stato’?

Nel caso dell’Unione Sovietica, Stalin scommise sul fatto che un ‘patto di pace’ con la Germania di Hitler li avrebbe difesi da una invasione imperialista nazista e parzialmente posto fine all’ accerchiamento della Russia. Stalin non si è più fidato nella forza della solidarietà internazionale della classe operaia per prevenire la guerra, soprattutto alla luce di una serie di sconfitte rivoluzionarie e dall’ arretramento generalizzato della sinistra nei decenni precedenti (Germania, Spagna, Ungheria e Finlandia). L’avanzata del fascismo e l’estrema destra, l’ incessante ostilità occidentale verso l’URSS e la politica europea occidentale di placare Hitler, convinsero Stalin  a cercare il patto di pace con la Germania. Al fine di dimostrare la  ‘sincerità’ verso il nuovo ’partner di pace’, l’URSS ha minimizzato le critiche nei confronti dei nazisti, sollecitando i partiti comunisti di tutto il mondo a concentrarsi sugli attacchi all’Occidente, anziché alla Germania di Hitler, e venne  incontro alla richiesta di Hitler di estradare i “terroristi” comunisti tedeschi” che avevano trovato asilo in Unione Sovietica.

Il perseguimento degli ’interessi dello Stato’ a breve termine da parte di Stalin attraverso patti con l’ ”estrema destra” si concluse in una catastrofe strategica: la Germania nazista fu libera di conquistare prima l’Europa occidentale e poi girò i suoi cannoni sulla Russia, invadendo un URSS impreparato e occupando metà del paese. Nel frattempo il movimento internazionale di solidarietà anti-fascista era stato indebolita e temporaneamente disorientato dagli  zig-zag delle politiche di Stalin.

Nella metà degli anni 1970, la “riconciliazione” della Repubblica Popolare Cinese con gli Stati Uniti, portò ad una svolta nella politica internazionale: l’ imperialismo americano diventò un alleato contro il male maggiore dell’ “imperialismo sovietico sociale”.  Di conseguenza la Cina, sotto la presidenza di Mao Tse Tung, ha esortato i suoi sostenitori internazionali a denunciare i regimi progressisti che ricevevano aiuti sovietici (Cuba, Vietnam, Angola,ecc) e ha ritirato il suo sostegno alla resistenza armata rivoluzionaria contro gli stati clienti pro-USA nel Sud -est asiatico. Il Patto della Cina con Washington era quello di assicurare immediatamente gli” interessi dello Stato” : il riconoscimento diplomatico e la fine dell’ embargo commerciale. I vantaggi  commerciali e diplomatici a breve termine di Mao sono stati garantiti sacrificando i maggiori obiettivi strategici fondamentali di promozione dei valori socialisti in patria e la rivoluzione all’estero. In questo modo la Cina ha perso la sua credibilità tra i rivoluzionari del Terzo Mondo e gli anti-imperialisti, per guadagnarsi le grazie della Casa Bianca e un maggiore accesso al mercato mondiale capitalista. Il “pragmatismo” a breve termine ha portato ad una trasformazione a lungo termine: la Repubblica Popolare di Cina è diventata una dinamica potenza capitalista emergente, con alcune delle più grandi disuguaglianze sociali in Asia e forse nel mondo.

Venezuela: gli interessi dello Stato contro la Solidarietà Internazionale

L’ascesa della politica radicale in Venezuela, che è la causa e la conseguenza dell’ elezione del presidente Chavez (1999), ha coinciso con l’ascesa dei movimenti sociali rivoluzionari  in America Latina dalla fine del 1990 alla metà del primo decennio del 21 ° secolo (1995-2005). I regimi neo-liberali sono stati rovesciati in Ecuador, Bolivia e in Argentina; i movimenti sociali di massa hanno sfidato l’ ortodossia neoliberista che aveva preso piede in tutto il mondo, i movimenti di guerriglia colombiana sono avanzati verso le principali città e politici di centro-sinistra sono stati eletti al potere in Brasile, Argentina,Bolivia, Paraguay, Ecuador e Uruguay. La crisi economica degli Stati Uniti ha minato la credibilità del programma di libero commercio di Washington.  La crescente domanda asiatica di materie prime ha stimolato un boom economico in America Latina, che ha finanziato i programmi sociali e le nazionalizzazioni. Nel caso del Venezuela, un fallito colpo di stato militare appoggiato dagli USA e il boicottaggio dei ‘padroni’, nel 2002-2003, costrinse il governo Chavez a fare affidamento sulle masse e a svoltare a sinistra. Chavez ha proceduto alla ”ri-nazionalizzazione” del petrolio e delle industrie connesse e a formulare una ideologia ”Bolivariana socialista ”. La radicalizzazione di Chavez ha trovato un clima favorevole in America Latina e gli abbondanti introiti provenienti dalla crescita del prezzo del petrolio sono serviti a finanziare i suoi programmi sociali. Chavez ha mantenuto una posizione plurale abbracciando i governi di centro-sinistra, il supporto ai movimenti sociali radicali e sostenendo le proposte della guerriglia colombiana ’per una soluzione negoziata. Chavez ha chiesto il riconoscimento dei guerriglieri colombiani come legittimi’ belligeranti ”e non” come terroristi. La politica estera del Venezuela è stata orientata verso l’isolamento della sua  principale minaccia proveniente da Washington, promuovendo esclusivamente le organizzazioni Latine / Caraibiche , rafforzando il commercio regionale e gli investimenti e garantendo alleati regionali in opposizione all’intervento americano, accordi militari, basi e colpi di stato militari appoggiati dagli USA. In risposta al finanziamento degli Stati Uniti ai gruppi di opposizione venezuelana (elettorali e extra-parlamentari ), Chavez ha fornito sostegno morale e politico ai gruppi anti-imperialisti in America Latina.

Dopo che Israele e i sionisti americani hanno cominciato ad attaccare il Venezuela, Chavez ha esteso il suo sostegno ai palestinesi e ampliato i legami con l’Iran e con altri movimenti arabi e regimi anti-imperialisti. Soprattutto, Chavez ha rafforzato i suoi legami politici ed economici con Cuba, consultandosi  con la leadership cubana, per formare un asse radicale di opposizione all’imperialismo. Lo sforzo di Washington di soffocare la rivoluzione cubana attraverso l’ embargo economico è stato effettivamente compromesso dagli accordi economici a lungo termine di Chavez con l’Avana. Fino alla parte successiva di questo decennio, la politica estera del Venezuela - i suoi ’interessi di Stato’ - è coincisa con gli interessi dei regimi di sinistra e dei movimenti sociali in America Latina. Chavez si scontrò a livello diplomatico con gli Stati clienti di Washington nell ‘emisfero, in particolare con la Colombia, guidata dai narco-squadroni della morte del presidente Alvaro Uribe (2002-2010). Tuttavia, gli ultimi anni hanno testimoniato diverse modifiche esterne ed interne e un graduale spostamento verso il centro. L’ascesa rivoluzionaria in America Latina ha cominciato a stemperarsi: i rivolgimenti di massa hanno portato alla nascita di regimi di centro-sinistra, che, a loro volta, hanno smobilitato i movimenti radicali ed hanno adottato strategie  affidandosi all’ esportazione agro-minerale, perseguendo nel frattempo autonomia nella politica estera indipendente dal controllo americano. I movimenti guerriglieri colombiani sono in ritiro e sulla difensiva - la loro capacità di tamponare il Venezuela da un regime ostile colombiano è diminuita.

Chavez si è adeguato a queste ’nuove realtà’ diventando un acritico sostenitore dei  regimi ‘social- liberali’ di Lula in Brasile, Morales in Bolivia, Correa in Ecuador, Vazquez in Uruguay e di Bachelet in Cile. Ha scelto sempre più  il supporto diplomatico immediato dai regimi attuali che il supporto a lungo termine, che potrebbe derivare da una rinascita dei movimenti di massa. I legami commerciali con il Brasile e l’Argentina e il sostegno diplomatico dai suoi compagni degli stati latinoamericani nei confronti di una crescente aggressione degli Stati Uniti sono diventati centrali per la politica estera venezuelana. La base della politica venezuelana non era più la politica interna dei regimi di centro-sinistra e centristi, ma il loro grado di sostegno ad una politica estera indipendente. I ripetuti interventi degli Stati Uniti non sono riusciti a dar vita ad un colpo di stato o a garantire vittorie elettorali contro Chavez. Di conseguenza Washington  si è attivata sempre più con l’ utilizzo di minacce esterne contro Chavez attraverso il suo stato cliente colombiano,  destinatario di 5 miliardi di dollari in aiuti militari. Il rafforzamento militare della Colombia, i suoi valichi di frontiera e l’infiltrazione degli squadroni della morte in Venezuela, hanno costretto Chavez ad un acquisto su larga scala di armi russe e verso la formazione di un’alleanza regionale (ALBA).

Il colpo di stato militare appoggiato dagli Usa in Honduras ha precipitato un profondo ripensamento della politica del Venezuela .Il colpo di stato aveva deposto un centrista liberale democraticamente eletto, il presidente Zelaya , membro dell’ALBA ed ha istituito un regime repressivo asservito alla Casa Bianca. Tuttavia, il colpo di stato ha avuto l’effetto di isolare gli Stati Uniti in America Latina,tant’ è che  non un solo governo ha sostenuto il nuovo regime a Tegucigalpa. Anche i regimi neo-liberali di Colombia, Messico, Perù e Panama hanno votato per espellere l’ Honduras dall’ Organizzazione degli Stati Americani. Da un lato, il Venezuela ha considerato tale’”unità” di destra e di centro-sinistra come una opportunità per riparare gli steccati con i regimi conservatori, e, dall’altro, per capire che l’amministrazione Obama era pronta a utilizzare l ‘ opzione militare ”per riguadagnare la sua posizione dominante.

Il timore di un intervento militare degli Stati Uniti è stato notevolmente rafforzato dall’ accordo Obama-Uribe, iche ha istituito sette basi militari strategiche degli Stati Uniti vicino al confine con il Venezuela. Chavez  ha esitato a rispondere a questa minaccia immediata: a un certo punto ha quasi rotto le relazioni commerciali e diplomatiche con la Colombia, solo poi riconciliare subito con Uribe, anche se quest’ultimo non aveva dimostrato alcun desiderio di siglare un patto di co-esistenza. Nel frattempo, le elezioni del Congresso del 2010 in Venezuela  hanno condotto ad un aumento importante nel contributo elettorale alla destra sostenuta dagli Stati Uniti (circa il 50%) e la loro maggiore rappresentanza al Congresso (40%). Mentre la destra ha aumentato il proprio supporto all’interno del Venezuela, la sinistra in Colombia, sia i guerriglieri che l’ opposizione, hanno perso terreno elettorale. Chavez non potrebbe contare su alcun immediato contro-peso ad  una provocazione militare.

Chavez si è trovato di fronte diverse opzioni: la prima fu il ritorno alla politica precedente di solidarietà internazionale con i movimenti radicali, la seconda è stata quello di continuare a lavorare con i regimi di centro-sinistra, pur mantenendo una forte critica e una ferma opposizione ai regimi neo-liberali sostenuti dagli Stati Uniti, e la terza opzione era quella di svoltare a destra, più precisamente cercare un riavvicinamento con il neoeletto presidente della Colombia, Santos e firmare un ampio accordo politico, militare ed economico, col quale  il Venezuela accetta di collaborare per eliminare gli avversari di sinistra della Colombia in cambio di promesse di non aggressione (con la Colombia che limita le  narco – transfrontaliere e le incursioni militari). Il Venezuela e Chavez hanno deciso che le FARC erano un ostacolo e che il sostegno dei movimenti sociali di  massa radicali colombiani non era tanto importante quanto le più strette relazioni diplomatiche con il presidente Santos. Chavez ha calcolato che aderire con le richieste politiche di Santos fornirebbe maggiore sicurezza allo Stato venezuelano che fare affidamento sul sostegno dei movimenti di solidarietà internazionale e sui propri alleati radicali tra i sindacati e gli intellettuali.

In linea con questa svolta a destra, il regime di Chavez ha soddisfatto le richieste di Santos  - arrestando guerriglieri FARC / ELN, nonché un importante giornalista di sinistra, e l’estradizione ad uno Stato che ha mostrato violazioni dei diritti umani nelle Americhe per oltre due decenni , in termini di tortura e di uccisioni extra-giudiziarie. Questa svolta a destra acquisisce un carattere ancor più inquietante se si considera che la Colombia detiene oltre 7600 prigionieri politici, di cui più di 7000 sono sindacalisti, contadini,indigeni, studenti. In altre parole non combattenti.

Nell’ acconsentire alle richieste di Santos, il Venezuela non ha nemmeno seguito i protocolli stabiliti della maggior parte dei governi democratici: non ha richiesto  garanzie contro la tortura e il rispetto per un giusto processo. Inoltre, quando i critici hanno sottolineato che queste estradizioni hanno violato le procedure costituzionali del Venezuela, Chavez ha lanciato una feroce campagna calunniando i suoi critici come agenti dell’imperialismo impegnati in un complotto per destabilizzare il suo regime. Il ritrovato alleato di Chavez a destra, il presidente Santos, non ha però ricambiato: la Colombia mantiene tuttora stretti legami militari con il primo nemico del Venezuela a Washington. Infatti, Santos aderisce energicamente all’ordine del giorno della Casa Bianca: con successo ha pressato Chavez a riconoscere il regime illegittimo di Lobos in Honduras, il risultato di un colpo di stato appoggiato dagli Usa, in cambio del ritorno del deposto ex presidente Zelaya. Chavez ha fatto quello che nessun altro presidente del centro-sinistra latino -americano ha osato fare: ha promesso di sostenere il ripristino del regime illegittimo honduregno nella OEA.Sulla base dell’ accordo Chavez-Santos, l’ opposizione latino -americana a Lobos è crollata e l’ obiettivo strategico di Washington  è stato realizzato: un regime fantoccio è stato legittimato.

L’accordo di Chavez  con  Santos per riconoscere l’assasino regime di Lobos ha tradito l’eroica lotta del movimento di massa honduregno. Non uno dei funzionari honduregni responsabili di oltre un centinaio di omicidi e sparizioni di dirigenti,contadini, giornalisti,attivisti dei diritti umani e pro-democrazia sono soggetti ad alcuna indagine giudiziaria. Chavez ha dato la sua benedizione per l’impunità e la prosecuzione di un totale apparato repressivo, sostenuto dalla oligarchia honduregna e dal Pentagono.

In altre parole, per dimostrare la sua disponibilità a sostenere il  ’patto di amicizia e di pace ‘ con Santos, Chavez è stato disposto a sacrificare la lotta di uno dei movimenti più promettenti e coraggiosi a favore della democrazia in America.

E cosa cerca Chavez in questa sua sistemazione con la destra?

Sicurezza? Chavez ha ricevuto solo “promesse” verbali  e qualche espressione di gratitudine da Santos. Ma l’enorme comando militare filo-Usa e la missione degli Stati Uniti rimangono in vigore. Ovvero, non ci sarà lo smantellamento delle forze colombiane para-militari-ammassate lungo il confine con il Venezuela e gli accordi militari per le basi Usa, che minacciano la sicurezza nazionale venezuelana, non cambieranno.

Secondo diplomatici venezuelani, la tattica di Chavez è quella di ‘guadagnare ’ Santos dalla tutela degli Usa. Con l’ amicizia di Santos, Chavez spera che Bogotà non possa partecipare ad alcuna operazione militare congiunta con gli Stati Uniti o collaborare in future campagne di propaganda-destabilizzazione. Nel breve periodo da quando è stato siglato il patto  Santos-Chavez , un imbaldanzito Washington ha annunciato un embargo nei confronti della società petrolifera di Stato venezuelana con il sostegno dell’opposizione venezuelana al Congresso. Santos, da parte sua, non ha rispettato l’embargo, ma non  un solo paese al mondo ha seguito Washington .Chiaramente, il presidente Santos non potrebbe compromettere gli annuali 10 miliardi di dollari di commercio tra la Colombia e il Venezuela, al fine di soddisfare i capricci diplomatici del segretario di Stato Hillary Clinton.

Conclusione

In contrasto con la politica di Chavez di consegnare gli esiliati di sinistra e guerriglieri a un regime autoritario di destra, il presidente Allende del Cile (1970-73)  istitui’ una delegazione che accoglieva combattenti armati in fuga dalle persecuzioni in Bolivia e in Argentina e offri’ loro asilo. Per molti anni, soprattutto negli anni 1980, il Messico, sotto i regimi di centro-destra, ha apertamente riconosciuto i diritti di asilo per i profughi della guerriglia e di sinistra dal Centro America - El Salvador e Guatemala. La Rivoluzionaria Cuba, per decenni, ha offerto asilo e cure mediche ai rifugiati di sinistra e guerriglieri dalle dittature latinoamericane, rigettando le richieste per la loro estradizione. Ancora nel 2006, quando il governo cubano stava perseguendo relazioni amichevoli con la Colombia e poi quando il suo ministro degli Esteri Felipe Perez Roque ha espresso profonde riserve per quanto riguarda le FARC in conversazioni con l’autore, Cuba ha rifiutato l’estradizione dei guerriglieri nei paesi d’origine dove sarebbero stati torturati e maltrattati. Un giorno prima di lasciare la Presidenza nel 2011, il Presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva ha negato la richiesta  dell’ Italia di estradare Cesare Battisti, un ex guerrigliero italiano. Come un giudice brasiliano ha detto – e Chavez dovrebbe ascoltare: ”La posta in gioco è la sovranità nazionale. E’ semplicissimo”.

Nessuno potrebbe criticare gli sforzi di Chavez  per diminuire le tensioni di frontiera attraverso lo sviluppo di migliori relazioni diplomatiche con la Colombia e  ampliare i flussi commerciali e gli investimenti tra i due paesi. Ciò che è inaccettabile è quello di descrivere il regime assassino colombiano come un “amico”del popolo del Venezuela e  un partner per la pace e la democrazia, mentre migliaia di detenuti politici pro-democrazia marciscono per anni nelle carceri colombiane su accuse inventate. Sotto Santos, gli attivisti civili continuano ad essere uccisi quasi ogni giorno. L’uccisione più recente è stata ieri ( 9 giugno 2011): Ana Fabricia Cordoba è stata assassinata dalle forze armate colombiane.

L’ abbraccio di Chavez  al narco – presidente Santos  va oltre i requisiti per il mantenimento delle corrette relazioni diplomatiche e commerciali. La sua collaborazione con l’intelligence colombiana, con i militari e le agenzie di polizia segreta nel dare la caccia e deportare uomini di sinistra (senza giusto processo!) sa di complicità nella repressione dittatoriale e serve ad allontanare i maggiori tifosi della trasformazione Bolivariana in Venezuela.

Il ruolo di Chavez nella legittimazione del colpo di stato in Honduras, senza alcuna considerazione per le “richieste di giustizia” dei movimenti popolari’ , è una chiara resa all’ agenda di Santos –Obama.  Questa linea di azione pone gli interessi dello Stato del Venezuela sui diritti dei movimenti popolari di massa in Honduras.La collaborazione di Chavez con Santos sulla sorveglianza dei membri di sinistra e sul compromettere le lotte popolari in Honduras solleva gravi interrogativi sulle affermazioni di solidarietà rivoluzionaria del Venezuela. E certamente semina profonda sfiducia  sulle future relazioni di Chavez  con i movimenti popolari che potrebbero essere impegnati in una lotta con uno dei partner diplomatici ed economici di centro-destra di Chavez .

Quello che è particolarmente preoccupante è che i regimi più democratici e anche quelli di centro-sinistra non sacrificano i movimenti sociali di massa sull’altare della ”sicurezza” quando normalizzano le relazioni con un avversario. Sicuramente,la destra, in particolare gli Stati Uniti, protegge i suoi ex clienti, alleati,esiliati oligarchi.

Perché il Venezuela sostiene le richieste dei colombiani, mentre si lamenta del fatto che gli Stati Uniti proteggono i terroristi colpevoli di crimini in Venezuela, può essere spiegato solo attraverso lo spostamento ideologico di Chavez a destra, rendendo il Venezuela più vulnerabile alla pressione per maggiori concessioni in futuro.

Chavez non è più interessato al sostegno della sinistra radicale: la sua definizione di politica di Stato ruota intorno alla garanzia della stabilità’ del socialismo bolivariano in un solo paese, anche se questo significa sacrificare i militanti colombiani di uno stato di polizia e i movimenti pro-democrazia in Honduras a un regime illegittimo imposto dagli Stati Uniti.

La storia fornisce un mix di lezioni.Gli affari di Stalin con  Hitler furono un disastro strategico per il popolo sovietico: una volta che i fascisti  ottennero ciò che volevano hanno girato intorno e invasero la Russia. Chavez finora non ha ricevuto alcuna concessione ‘reciproca’ di fiducia dalla macchina militare di Santos. Anche nel senso stretto degli ’ interessi dello Stato’, ha sacrificato alleati leali per vuote promesse. Lo stato imperiale statunitense è il primo alleato di Santos e fornitore militare. La Cina ha sacrificato la solidarietà internazionale per un patto con gli Stati Uniti, una politica che ha portato a un non regolamentato sfruttamento capitalistico e a profonde ingiustizie sociali.

Quando e se accadrà il confronto successivo tra Stati Uniti e Venezuela, Chavez, almeno, potrà contare sulla ”neutralità” della Colombia? Se le relazioni passate e presenti sono una indicazione, la Colombia sarà a fianco del suo mega-benefattore e mentore ideologico. Quando si verifica una nuova rottura , può Chavez contare sul sostegno dei militanti, che sono stati incarcerati, dei movimenti popolari di massa che ha messo da parte e dei movimenti internazionali e degli intellettuali che ha calunniato? Mentre gli Stati Uniti si muovono verso nuovi confronti con il Venezuela e intensificano le  sanzioni economiche, la solidarietà nazionale e internazionale sarà di vitale importanza per la difesa del Venezuela. Chi sarà in piedi per la rivoluzione bolivariana, i Santos e Lobos  di questo ”mondo realista”? O i movimenti di solidarietà nelle strade di Caracas e delle Americhe?

di: Prof. James Petras

LINK: Chavez’s Right Turn: State Realism versus International Solidarity

TRADUZIONE: CoriInTempesta

Quel che non sapete del Gruppo Bilderberg

Thierry Meyssan* Voltairenet 9 aprile 2011 Mosca (Russia)
Una versione di questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano russo a grande diffusione Komsomolskaya Pravda.

Per diversi anni, s’è diffusa l’idea che il gruppo Bilderberg sia un governo mondiale in embrione. Avendo avuto accesso agli archivi di questo club molto segreto, Thierry Meyssan dimostra che questa descrizione è un diversivo usato per mascherare le vere identità e funzione del Gruppo: il Bilderberg è una creazione della NATO. Mira a convincere i leader e attraverso di loro, a manipolare l’opinione pubblica, per farla aderire ai concetti e alle azioni dell’Alleanza Atlantica.

Ogni anno, dal 1954, un centinaio delle personalità più eminenti di Europa occidentale e Nord America s’incontrano, a porte chiuse e sotto un’altissima protezione, in seno al Gruppo Bilderberg. Il loro seminario dura tre giorni e nulla traspare sulle loro discussioni. Dalla disgregazione dell’Unione Sovietica, i giornalisti sono interessati a questa organizzazione elitaria e segreta. Alcuni autori vi hanno visto un governo mondiale embrionale e gli attribuiscono le principali decisioni politiche, culturali, economiche e militari della seconda metà del ventesimo secolo. Una interpretazione sostenuta da Fidel Castro, ma nulla lo conferma né lo smentisce.
Per sapere cosa è o non è il Gruppo Bilderberg, ho cercato documenti e testimoni. Ho avuto accesso a tutti i suoi dati del periodo 1954-1966 e a numerosi altri elementi, e ho potuto chiacchierare con uno dei suoi ex-ospiti, che conosco da molto tempo. Nessun giornalista, fino ad oggi, e certamente non gli autori di successo che ha reso popolari gli stereotipi presenti, hanno avuto accesso ai documenti interni del Bilderberg.
Ecco cosa ho scoperto e capito.

Il primo incontro
70 personalità provenienti da 12 paesi parteciparono alla prima riunione del Gruppo. Si trattava di un seminario di tre giorni, 29-31 maggio 1954, in prossimità di Arnhem (Olanda). Gli ospiti furono divisi in due alberghi nelle vicinanze, ma i dibattiti si tennero in quello principale, diede il nome al gruppo.
Gli inviti, carta intestata del Palazzo Soestdijk, erano sibillini: “Apprezzerei  sinceramente la vostra presenza alla conferenza internazionale, senza carattere ufficiale, che si terrà in Olanda a fine maggio. Questa conferenza vuole esplorare una serie di questioni di grande importanza per la civiltà occidentale, e si propone di stimolare la comprensione reciproca e la buona volontà attraverso un libero scambio di opinioni“. Erano firmati dal principe consorte dei Paesi Bassi, Bernhard zur Lippe-Biesterfeld, e accompagnati da alcune pagine d’informazione amministrativa sul trasporto e l’alloggio. Al massimo, si apprende che i delegati arrivarono dagli Stati Uniti e da 11 paesi dell’Europa occidentale, e 6 sessioni di 3 ore ciascuna furono previste.
Dato il passato nazista del principe Bernhard (che aveva servito nella cavalleria delle SS fino al suo matrimonio nel 1937, con la Principessa Juliana) e nel contesto del maccartismo, è chiaro che le “questioni di grande importanza per la civiltà occidentale” ruotavano intorno alla lotta contro il comunismo.
Una volta lì, l’impressione degli ospiti fu temperata dai due presidenti: l’imprenditore statunitense John S. Coleman e l’uscente ministro belga degli affari esteri Paul van Zeeland. Il primo era un attivista del libero scambio, il secondo un sostenitore della Comunità europea di difesa (CED) [1]. Infine, si scorgeva all’estremità della tribuna Joseph Retinger, eminenza grigia degli inglesi. Tutto ciò suggerisce che le monarchie olandesi e britannica promossero questo incontro per sostenere la difesa europea e il modello economico capitalistico del libero mercato, contro l’anti-americanismo che i comunisti e i gollisti promuovevano. Tuttavia, le apparenze ingannano. Non si trattava do fare una campagna per la CED, ma di mobilitare le élite per la Guerra Fredda.
SAR il Principe Bernhard fu scelto per convocare questa conferenza, perché il suo status di principe consorte gli dava un carattere ufficioso, senza essere ufficiale. Nascondeva lo sponsor: un’organizzazione intergovernativa che si propone di manipolare i governi di alcuni dei suoi Stati membri.
John S. Coleman non era nemmeno il presidente della Camera di Commercio degli Stati Uniti, ma creò il comitato “Comitato cittadino per una politica nazionale del commercio” (Citizen’s Committee for a National Trade Policy – CCNTP). Secondo lui, il libero scambio assoluto, vale a dire, la rinuncia a tutti i dazi doganali, avrebbe consentito ai paesi alleati degli Stati Uniti di aumentare la loro ricchezza e finanziare la Comunità europea di difesa (vale a dire dire, riarmare la Germania e integrare il suo potente potenziale militare nella NATO). Tuttavia, i documenti in nostro possesso dimostrano che il CCNTP di cittadino aveva solo il nome. Questa in realtà era una iniziativa di Charles D. Jackson, il consigliere per la guerra psicologica della Casa Bianca. L’operazione era pilotata a monte da William J. Donovan, l’ex comandante dell’OSS (i servizi segreti degli Stati Uniti durante la guerra), ora responsabile della costruzione del ramo statunitense del nuovo servizio segreto della NATO, Gladio [2].
Paul van Zeeland non  era solo il promotore della Comunità europea di difesa, ma anche un politico di grande esperienza. Alla Liberazione, ha presieduto la Lega indipendente per la cooperazione europea (LICE) il cui obiettivo era creare una unione doganale e monetaria. Questa organizzazione fu creata dal già citato  Joseph Retinger. In particolare Retinger, che fungeva da segretario della conferenza Bilderberg, servì durante la guerra nel servizio segreto inglese (OES), del generale Colin Gubbins. Avventuriero polacco, Retinger si trovò consulente del governo di Sikorski in esilio nel Regno Unito. A Londra, ha ospitato il microcosmo dei governi in esilio, creando quindi il miglior indirizzario dell’Europa libera. Il suo amico Sir Gubbins aveva ufficialmente lasciato il servizio e il SOE era stato sciolto. ora dirigeva una piccola azienda di tappeti e tessili, che serviva da “copertura“. Infatti, accanto al suo omologo Donovan, fu responsabile della creazione della filiale inglese di Gladio. Ha partecipato a tutte le riunioni preparatorie della Conferenza del Bilderberg e fu presente tra gli ospiti, seduto accanto a Charles D. Jackson.
All’insaputa dei partecipanti, furono dunque i servizi segreti della NATO ad essere il potente ospite. Bernhard, Coleman e Van Zeeland furono dei paraventi.
Non dispiaccia ai giornalisti fantasiosi che hanno creduto di discernere nel Bilderberg la volontà di creare un governo mondiale segreto, questo club è uno strumento della lobby influente della NATO che promuove i propri interessi. E’ molto più grave e pericoloso, perché è la NATO che mira ad essere un governo mondiale segreto, garantendosi la perennità dello status quo internazionale e dell’influenza degli Stati Uniti. D’altronde, la sicurezza di ciascuna riunione successiva non sarà fornita dalla polizia del paese ospitante, ma dai soldati dell’Alleanza. Tra i dieci relatori iscritti, vi furono due ex primi ministri (Guy Mollet, Francia, Alcide de Gasperi, Italia), tre funzionari del Piano Marshall, il falco della Guerra Fredda (Paul H. Nitze) e soprattutto un finanziere molto potente (David Rockefeller). Secondo i documenti preparatori, una ventina di partecipanti ne era già a conoscenza. Sapevano più o meno in dettaglio, chi sono i burattinai e hanno redatto in anticipare il loro intervento. I più piccoli dettagli furono adattati e non vi fu alcun elemento di improvvisazione. Invece, gli altri cinquanta partecipanti non sapevano nulla di ciò che stava accadendo. Furono scelti per influenzare i governi e l’opinione pubblica dei loro rispettivi paesi. Il seminario fu organizzato per convincerli e spingerli a impegnarsi a diffondere il messaggio che si voleva diffondere.
Gli interventi non affrontavano i grandi problemi internazionali, ma analizzavano la strategia ideologica assunta dai sovietici e spiegavano come doveva essere contrastata nel “mondo libero“. I primi interventi valutavano la minaccia comunista. I “comunisti coscienti” sono individui che intendono mettere le loro patria al servizio dell’Unione Sovietica per imporre un mondo collettivista. Dovevano essere combattuti. Ma questa lotta era difficile, perché questi “comunisti coscienti” in Europa erano incorporati nella massa degli elettori comunisti che non sapevano nulla circa i loro piani malvagi, e li seguono nella speranza di migliori condizioni sociali. Gradualmente, la retorica si induriva. Il “mondo libero” deve affrontare il “complotto comunista mondiale“, non solo in generale, ma anche rispondendo alle domande specifiche sugli investimenti statunitensi in Europa o sulla decolonizzazione. Infine, gli oratori giunsero al problema principale -i sovietici, assicuravano, stanno sfruttando a loro profitto: per motivi culturali e storici, i leader politici del “mondo libero” che usavano argomenti diversi negli Stati Uniti e in Europa, argomenti che a volte si contraddicevano-. Il caso più emblematico era quello delle purghe organizzata dal senatore McCarthy negli Stati Uniti. Erano essenziali per salvare la democrazia, ma il metodo scelto era percepito in Europa come una forma di totalitarismo.
Il messaggio finale era che nessuna trattativa diplomatica, nessun compromesso, era possibile con i “Rossi“. Si doveva evitare ad ogni costo che i comunisti svolgessero un ruolo in Europa occidentale, ma ci voleva astuzia: se non si potevano arrestare e fucilare, bisognava neutralizzarli con discrezione, senza che i loro elettori se ne rendessero conto. In breve, l’ideologia che si sviluppò era quella della NATO e di Gladio. Non è mai stato detto che si sarebbero truccate le elezioni, ne che sarebbero stati uccisi i tiepidi, ma tutti i partecipanti  convennero che per salvare il “mondo libero” si doveva mettere la libertà tra  parentesi.
Sebbene la proposta della Comunità europea di difesa (CED) fosse venuta meno dopo tre mesi, sotto i colpi dei deputati comunisti e degli “estremisti nazionalisti” (vale a dire, gollisti) del Parlamento francese, la conferenza fu considerata un successo. Nonostante le apparenze, non era destinato a sostenere la creazione della CED o qualsiasi altra misura politica specifica, ma a diffondere  un’ideologia della classe dominante, e quindi attraverso di essa, nella società. Oggettivamente, gli europei occidentali erano sempre meno consapevoli della libertà di cui erano privati ed erano sempre più consapevoli delle libertà di cui erano stati privati i popoli dell’Est.

Il Bilderberg diventa un’organizzazione
Una seconda conferenza si svolse in Francia, il 18-20 marzo 1955. A Barbizon. A poco a poco l’idea che queste conferenze fossero annuale e che bisognassero di una segreteria permanente s’impose. Il principe Bernhard si ritira quando fu colto in flagrante per i suoi traffici d’influenza (scandalo Lockheed). Cedette la presidenza all’ex Primo Ministro britannico Alec Douglas Home (1977-1980), all’ex cancelliere tedesco e presidente Walter Scheel (1981-1985), all’ex governatore della Banca d’Inghilterra Eric Roll (1986-89), all’ex Segretario generale della NATO Peter Carrington (1990-1998), e infine, all’ex vice presidente della Commissione europea, Etienne Davignon (dal 1999).
Per molti anni il presidente del gruppo Bilderberg era assistito da due segretari generali, uno per l’Europa e il Canada (Stati vassalli) e uno per gli Stati Uniti (il sovrano), tuttavia, non vi è un segretario generale dal 1999. Da un anno all’altro, i dibattiti furono altamente ridondanti, poiché gli ospiti cambiavano. C’era sempre un nucleo duro che preparava il seminario in anticipo e ai nuovi arrivati era inculcata la retorica atlantista del momento.
Attualmente, i seminari annuali riuniscono oltre 120 partecipanti, di cui sempre un terzo costituisce ancora il nucleo duro. Sono stati selezionati dall’Alleanza in base all’importanza delle loro relazioni e alla loro capacità di influenzare, a prescindere dalle loro funzioni nella società. Pertanto, restano i membri del nucleo quando cambiano lavoro.
Ecco l’elenco esatto di questo zoccolo duro, compresi i membri del Consiglio di Amministrazione, che servono da paraventi per gli ospiti, e dei soci meni visibili, per non spaventare i nuovi arrivati.

Consiglio di Amministrazione
Josef Ackermann, banchiere svizzero, capo della Deutsche Bank, Vice-Presidente del Forum di Davos.
Roger C. Altman, banchiere statunitense, consulente della campagna elettorale di John Kerry e Hillary Clinton, direttore della banca di investimenti Evercore Partners Inc.
Francisco Pinto Balsemão, ex primo ministro socialista del Portogallo (1981-83), presidente e fondatore del più grande gruppo televisivo portoghese SIC. (T)
Franco Bernabè, banchiere italiano, l’attuale capo di Telecom Italia (T)
Henri de Castries, CEO dell’assicuratore francese AXA.
Juan Luis Cebrián, direttore del gruppo stampa e media spagnolo Prisa.
W. Edmund Clark, banchiere canadese, AD del Toronto-Dominion Bank Financial Group
Kenneth Clarke, ex vice presidente del British American Tobacco (1998-2007), Guardasigilli e ministro della Giustizia britannico, vicepresidente del Movimento europeo del Regno Unito.
George A. David, amministratore delegato della Coca-Cola.
Étienne Davignon, uomo d’affari belga, ex vicepresidente della commissione europea (1981-1985), attuale vice-presidente di Suez-Tractebel.
Anders Eldrup, amministratore delegato della compagnia petrolifera e del gas danese DONG Energy.
Thomas Enders, direttore di Airbus.
Victor Halberstadt, professore di Economia presso l’Università olandese di Leida, è consigliere di diverse società come Goldman Sachs o Daimler-Chrysler.
James A. Johnson, finanziere degli Stati Uniti, è stato uno dei principali responsabili del Partito Democratico e uno degli architetti della nomina di Barack Obama. E’ il vice-presidente della banca di investimento Perseus.
John Kerr of Kinlochard, già ambasciatore britannico a Washington, è il vice presidente del Royal gruppo petrolifero olandese Royal Dutch Shell (T)
Klaus Kleinfeld, CEO tedesco del colosso statunitense dell’alluminio, Alcoa.
Mustafa V. Koç, amministratore delegato di Koç Holding, la prima azienda turca.
Marie-Josée Drouin-Kravis, editorialista economica della stampa e della radiotelevisione canadese. Ricercatrice guerrafondaia presso l’Hudson Institute. E’ la terza moglie di Henry Kravis.
Jessica T. Mathews, ex direttrice degli Affari Globali al Consiglio di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti. Attuale direttrice della Fondazione Carnegie.
Thierry de Montbrial, economista, direttore e fondatore dell’Istituto Francese per le Relazioni Internazionali (IFRI) e della World Policy Conference.
Mario Monti, economista italiano, ex commissario europeo per la Concorrenza (1999-2005), co-fondatore del Gruppo Spinelli per il federalismo europeo.
Egil Myklebust, ex presidente del padronato norvegese direttore della Scandinavian Airlines System (SAS).
Matthias Nass, vicedirettore del giornale tedesco Die Zeit.
Jorma Ollila, uomo d’affari finlandese, ex CEO di Nokia, presidente attuale del gruppo petrolifero Royal Dutch Shell.
Richard N. Perle, ex presidente del Consiglio consultivo della Difesa al Pentagono, è un leader chiave degli straussiani (discepoli di Leo Strauss) e come tale, una delle maggiori figure del neo-conservatorismo.
Heather Reisman, donna d’affari canadese, amministratrice delegata del Gruppo Editoriale Indigo-Chapters.
Rudolf Scholten, ex ministro delle Finanze austriaco, Governatore della Banca Centrale.
Peter D. Sutherland, ex commissario europeo irlandese per la concorrenza, poi direttore generale dell’Organizazione Mondiale del Commercio. Ex direttore di BP. Attuale presidente di Goldman Sachs International. Ex presidente della sezione europea della Commissione Trilaterale, e Vice-Presidente della Tavola Rotonda Europea degli industriali, ora presidente onorario del Movimento europeo in Irlanda.
J. Martin Taylor, ex parlamentare britannico, amministratore delegato del gigante chimico e agroalimentare Syngenta.
Peter A. Thiel, imprenditore  degli Stati Uniti, amministratore delegato di PayPal, presidente della Clarium Capital Management e a tal titolo, azionista di Facebook.
Daniel L. Vasella, CEO del gruppo farmaceutico svizzero Novartis.
Jacob Wallenberg, banchiere svedese, è amministratore di molte società transnazionali.

Membri occulti del nucleo duro
Carl Bildt, ex primo ministro liberale della Svezia (1991-94), ex inviato speciale dell’Unione europea e dell’ONU nei Balcani (1995-97, 1999-2001), attuale ministro degli affari esteri svedese. (T)
Oscar Bronner, CEO del quotidiano austriaco Der Standard.
Timothy C. Collins, finanziere degli Stati Uniti, direttore del fondo di investimento Ripplewood. (T)
John Elkann, amministratore delegato del gruppo italiano Fiat Auto (il nonno Gianni Agnelli è stato per quarant’anni uno dei leader del Gruppo Bilderberg. Ha ereditato il patrimonio di famiglia dopo la morte per cancro del nonno Giovanni Agnelli e la prematura scomparsa dello zio Edoardo. Tuttavia, fonti della polizia sono convinte che Edoardo sia stato assassinato dopo essersi convertito all’Islam sciita, in modo che la ricchezza andasse al ramo ebraico della famiglia).
Martin S. Feldstein, ex consigliere economico di Ronald Reagan (1982-84), e attuale consigliere economico di Barack Obama. E’ stato anche consigliere di George W. Bush per l’intelligence estera. E’ docente ad Harvard. (T)
Henry A. Kissinger, ex consigliere per la sicurezza nazionale e segretario di stato degli USA, figura centrale del complesso militare-industriale statunitense, attuale presidente della società di consulenza Kissinger Associates.
Henry R. Kravis, finanziere degli Stati Uniti che gestisce i fondi d’investimento KKR. Si tratta di uno dei più importanti collettore di fondi per il partito repubblicano.
Neelie Kroes, ex ministro liberale dei Trasporti olandese, commissario europeo per la concorrenza e attuale commissario alla società digitale.
Bernardine Léon Gross, diplomatico spagnolo, Segretario Generale della Presidenza del governo socialista di Jose Luis Zapatero.
Frank McKenna, ex membro della Commissione di sorveglianza dei servizid’intelligence del Canada, ambasciatore del Canada a Washington (2005-06), Vice-Presidente della Toronto-Dominion Bank.
Beatrice dei Paesi Bassi, Regina d’Olanda. È la figlia del principe Bernhard.
George Osborne, ministro delle Finanze britannico. Questo neo-conservatore è visto come un euroscettico. Si deve capire che è contrario alla partecipazione del Regno Unito all’Unione europea, ma che è un sostenitore dell’organizzazione del continente in seno all’Unione.
Robert S. Prichard, economista canadese, direttore del gruppo stampa e audiovisivo Torstar.
David Rockefeller, il patriarca di una lunga serie di finanzieri. E’ il membro più anziano del nucleo duro dei Bilderbergers. E’ anche presidente della Commissione Trilaterale, un’organizzazione simile che incorpora dei partecipanti asiatici.
James D. Wolfensohn, finanziere australiano che ha preso la cittadinanza statunitense per diventare Presidente della Banca Mondiale (1995-2005), ora direttore della società di consulenza Wolfensohn & Co.
Robert B. Zoellick, diplomatico statunitense, ex delegato al commercio degli Stati Uniti(2001-05), attuale presidente della Banca Mondiale.
I Bilderbergers non sono vincolanti alle aziende o alle istituzioni in cui lavorano. Tuttavia, è interessante osservare la diversità dei loro settori di attività.

La lobby della più potente organizzazione militare del mondo
Negli ultimi anni, il numero di argomenti discussi, in occasione di seminari annuali, è aumentato in base all’attualità internazionale. Ma questo non ci dice nulla, perché queste discussioni non hanno alcuno obiettivo in sè, sono solo scuse per inviare messaggi. Purtroppo, non abbiamo accesso ai documenti preparatori più recenti e possiamo solo fare congetture circa le parole d’ordine che la NATO cerca di diffondere attraverso questi opinion leader.
La reputazione del Gruppo Bilderberg ha portato alcuni autori ad attribuirgli la capacità di fare nomine. E’ stupido ed oscura i veri burattinai che sono in seno all’Alleanza atlantica.
Ad esempio, è stato riferito che durante le ultime elezioni presidenziali negli Stati Uniti, Barack Obama e Hillary Clinton sono andati per un giorno, il 6 giugno 2008, a negoziare di nascosto la fine della loro rivalità. In realtà sono andati al seminario annuale del Gruppo Bilderberg, a Chantilly (Virginia, USA).  Ma il giorno dopo, la signora Clinton ha annunciato il suo ritiro dalla corsa.  Alcuni autori hanno concluso che la decisione fu presa durante la riunione del Bilderberg. Questo non è logico, dal momento che la decisione era certo da tre giorni, dato il numero di voti al senatore Obama nel Comitato delle nomination del Partito democratico.
Secondo la nostra fonte, qualcos’altro è successo. Barack Obama e Hillary Clinton hanno concluso di nascosto un accordo finanziario e politico. Il senatore Obama ha salvato i fondi della sua rivale e gli ha offerto una posizione nella sua amministrazione (Clinton ha negato la vice-presidenza e ha scelto il Dipartimento di Stato), in cambio del suo sostegno attivo durante la campagna contro il candidato repubblicano. Poi, i due leader sono stati introdotti da James A. Johnson alla conferenza del Bilderberg, dove i partecipanti hanno assicurato che avrebbero lavorato insieme. Già da molto tempo, Barack Obama era il candidato della NATO. Obama e la sua famiglia hanno sempre lavorato per la CIA e il Pentagono [3]. Inoltre, il finanziamento iniziale della sua campagna fu forniti dalla Corona d’Inghilterra attraverso l’uomo d’affari Nadhmi Auchi. Nel presentare il senatore nero al Bilderberg, l’Alleanza atlantica organizzava a livello internazionale le pubbliche relazioni del futuro presidente degli Stati Uniti.
Allo stesso modo, è stato segnalato che il Gruppo Bilderberg ha tenuto un pranzo improvvisato, al di fuori del seminario, il 14 novembre 2009 presso il Castello di Val Duchesse, di proprietà del re del Belgio.  L’ex primo ministro del Belgio Herman Van Rompuy vi aveva pronunciato un discorso. E, cinque giorni dopo, fu eletto presidente del Consiglio europeo. Anche in questo caso, alcuni autori hanno torto nel concludere che il gruppo Bilderberg sia stato il “kingmaker“.
In realtà, il presidente dell’Unione europea non poteva essere scelto al di fuori degli ambienti NATO, come ricorderete, l’Unione europea è cresciuta dalle clausole segrete del Piano Marshall. E questa scelta dovrebbe essere approvata dagli Stati membri. Questo tipo di decisione richiede lunghi negoziati e non si prende in una cena tra amici.
Sempre secondo la nostra fonte, il Presidente del Gruppo Bilderberg, Etienne Davignon, ha convocato questa cena speciale per presentare van Rompuy ai suoi agenti d’influenza. La cosa era tanto più necessaria, poiché era la prima personalità ad occupare la nuova carica di presidente dell’Unione ad essere totalmente sconosciuta al di fuori del proprio paese. Durante il pasto, il signor Van Rompuy hadelineato il suo programma per la creazione di una tassa europea per finanziare direttamente le istituzioni dell’Unione, senza passare per gli Stati membri. Non è rimasto ai Bilderbergers che proclamare ovunque potessero, che conoscono Herman von Rompuy e testimoniano le sue qualità di presiedere l’Unione.
La realtà del gruppo Bilderberg è meno romantica di quanto alcuni autori di successo hanno immaginato. Lo spiegamento incredibile di forze militari per garantirne la sicurezza non è tanto destinata unicamente alla protezione, ma a impressionare coloro che vi partecipano. Non mostra il proprio potere, ma dimostra che l’unico potere reale in Occidente è la NATO. Liberi di sostenerla e d’essere sostenuti da essa, o combatterla ed essere schiacciati inesorabilmente.
Inoltre, sebbene il Gruppo Bilderberg abbia sviluppato, al suo debutto, una retorica anti-comunista, non era rivolta contro l’URSS e che non è rivolta oggi contro la Russia. Ne consegue che la strategia della Alleanza non è un patto contro Mosca, ma la difesa -e forse l’estensione- della zona di influenza di Washington. Alla sua creazione, la NATO aveva sperato di integrare l’Unione Sovietica, che sarebbe equivalso a un impegno di Mosca a non contestare la divisione del mondo nelle Conferenze di Postdam e di Jalta. Recentemente l’Alleanza ha accolto il presidente Dmitrij Medvedev al vertice di Lisbona e ha proposto che la Russia vi aderisse. Non si tratterebbe di una sottomissione, ma del riconoscimento del Nuovo Ordine Mondiale, in cui tutta l’Europa centrale e orientale è caduta nell’orbita degli Stati Uniti. Un’adesione della Russia sarebbe, in qualche modo, un trattato di pace: Mosca ammetterebbe la sconfitta nella guerra fredda e la nuova divisione del mondo.
In questo caso, il gruppo Bilderberg inviterebbe personalità russa nelle sue riunioni annuali. Non chiederebbe loro d’influenzare l’opinione pubblica in Russia per americanizzarla, ma per convincerla a rinunciare ai sogni di grandezza del passato.

Thierry Meyssan, analista politico francese, fondatore e presidente del Réseau Voltaire e  della conferenza Axis for Peace. Pubblica rubriche settimanali di politica estera nella stampa estera araba e russo. Ultimo libro pubblicato: L’Effroyable imposture 2, ed. JP Bertand (2007).

Note
[1] La CED era un progetto volto a creare un esercito europeo integrato nella NATO. Fu respinta dal Parlamento francese nel 1954, su iniziativa dei gollisti e del partito comunista. Bisognò attendere il 2010-11 affinché questo progetto iniziasse con la realizzazione dell’intesa franco-britannica in seno alla NATO e nella guerra alla Libia.
[2] “Gli eserciti segreti della NATO“, di Daniele Ganser. Questa opera è stata pubblicata a puntate su Voltairenet.org.
[3] “La biographie cachée des Obama: une famille au service de la CIA” (2 parte), Wayne Madsen, Réseau Voltaire, 30 agosto e 20 settembre 2010.

Traduzione di Alessandro Lattanzio Aurora03.da.ru

La guerra contro la Libia in una prospettiva storica

I leader di 14 potenze capitaliste in Europa,più gli Stati Uniti,si sono incontrati 126 anni fa per una conferenza a Berlino,per decidere come tutta la terra dell’Africa e le vaste risorse sarebbero state divise come colonie e le zone di controllo tra di loro.Nessun africano fu invitato alla conferenza.

La Conferenza di Berlino del 1884,più di ogni altro singolo evento,è divenuta emblematica della dinamica trasformazione del capitalismo in un sistema di imperialismo globale.

Nel 1902,il 90 per cento del territorio africano era sotto il controllo europeo.L’ autogoverno africano è stato cancellato dalla carta geografica nella maggior parte del continente.Solo l’Etiopia rimase uno stato indipendente.Anche la Liberia era tecnicamente indipendente ma lo era di fatto sotto il controllo degli Stati Uniti.

La cosiddetta “Scramble for Africa“da parte della Gran Bretagna,della Francia,del Belgio,dell’Italia,della Germania,degli Stati Uniti e delle altre potenze capitaliste era essenziale per la crescita e l’arricchimento della classe capitalista di oggi,che comprendeva i proprietari delle più grandi banche, sindacati e monopoli.

L’Africa fu saccheggiata e depredata e,di conseguenza,i capitalisti occidentali sono entrati nel 20 °secolo con la più grande fortuna della storia della razza umana.

La “Spartizione dell’Africa”continua

Non si può fare a meno di pensare alla Conferenza di Berlino del 1884 quando si analizza la Conferenza di Londra del 29 marzo 2011.E ‘stata convocata dagli stessi  governi imperialisti che  parteciparono alla riunione del 1884.Gli africani questa volta sono stati invitati,ma l’Unione Africana ha rifiutato di partecipare.Quasi tutte le nazioni africane erano assenti.Solo la Tunisia e il Marocco hanno inviato rappresentanti.

(…..)

Al fine di evitare l’impressione che si stia facendo una analogia esatta tra la Conferenza di Berlino del 1884 e quella che ha avuto luogo il 29 marzo,vale la pena di riconoscere che alcune cose sono cambiate dal 1884.

Gli imperialisti che si sono incontrati a Berlino,ad esempio,non hanno dovuto perdere tempo fingendo di preoccuparsi dei diritti umani degli africani o della democrazia.I banchieri e i potentati aziendali nel 19 ° secolo potevano parlare senza mezzi termini riguardo i loro “interessi vitali”come nient’altro che le loro nude ambizioni coloniali di saccheggiare i territori africani,le risorse e il lavoro.Essi non avevano troppa preoccupazione dell’”opinione pubblica “nel 1884.

Questa è una differenza precisa.Oggi i governi imperialisti nelle loro dichiarazioni pubbliche devono promettere che non essi non hanno alcun incentivo imperiale o materiale quando invadono,bombardano e occupano paesi e che le loro sono motivazioni  pure-salvare vite umane e la promozione della libertà.Nel caso della Libia sono mossi dalla necessità di “proteggere la vita dei civili”.

Un’altra differenza principale è l’emergere del neocolonialismo come sostituzione del vecchio colonialismo.Le rivolte anti-coloniali negli anni 1940,1950 e 1960 dei popoli dell’Africa,dell’Asia e del Medio Oriente sono coincise con l’indebolimento della Gran Bretagna, della Francia e del resto delle potenze europee capitaliste come conseguenza della distruzione della Seconda Guerra Mondiale.Mentre le potenze imperialiste cercarono di sopprimere i movimenti anti-coloniali, coloro che resistettero al colonialismo  ricevettero un sostegno materiale dall’URSS,dalla Cina,dalla Corea del Nord,dalla Germania dell’Est,dalla Cecoslovacchia e poi da Cuba.Le ex colonie raggiunsero una indipendenza formale.

Gli ‘interessi vitali’ in Libia

La Libia era stata una colonia italiana e fu poi occupata dalle forze britanniche e francesi nel 1942.Le Nazioni Unite hanno dichiarato l’indipendenza della Libia nel 1951 sotto la guida di un monarchia ereditaria che venne poi rovesciata da un colpo di stato militare,guidato da Gheddafi,nel 1969.

La Libia ha anche le maggiori riserve di petrolio dell’Africa ed è anche parte di quel Medio Oriente ricco di petrolio che l’imperialismo statunitense ritiene essere una regione cruciale su cui deve essere applicato l’esercizio del controllo di tipo coloniale.Questo è ciò che intende il Segretario della Difesa Robert Gates quando ripete in televisione che la Libia è stata bombardata in quanto la regione rappresenta un “interesse vitale” degli Stati Uniti.

La Conferenza di Londra è sotto il dominio degli imperialisti e delle ex potenze coloniali.Vogliono installare un governo fantoccio a Tripoli o, in alternativa, compartimentare il paese e creare un governo cliente o fantoccio che governerebbe poi su Bengasi e sul territorio ricco di petrolio della Libia orientale.Il nuovo capo militare delle forze ribelli della Libia è appena arrivato a Bengasi dopo aver trascorso gli ultimi due decenni nella periferia della Virginia,come riporta McClatchy il 26 marzo. [LEGGI L'ARTICOLO]

Gli Stati Uniti,la Gran Bretagna e la Francia hanno speso,solo nella settimana scorsa, oltre 600 milioni di dollari per sganciare bombe e missili sulla Libia.Ma loro non si aspettano,in caso di vittoria,di esercitare necessariamente il potere coloniale sul terreno.L’esercizio del loro controllo avverrà probabilmente sotto una forma diversa.

Neocolonialismo: Vecchi maestri, nuovi metodi

Il colonialismo classico era caratterizzato dall’acquisizione da parte dell’ente coloniale del potere statale ufficiale e con esso gli obblighi formali e giuridici, amministrativi e militari che appartengono al governo.La popolazione indigena forniva personale, amministratori, burocrati e soldati sotto il comando dell’autorità gerarchica dei colonizzatori.

Il colonialismo classico si caratterizza inoltre per il controllo completo e la direzione della economia indigena al fine di acquisire le risorse naturali, la manodopera a basso costo e l’accesso ai mercati per gli interessi industriali e commerciali capitalisti del colonizzatore.Questa caratteristica è ugualmente presente sia nel colonialismo classico che nel neo-colonialismo.

Kwame Nkrumah, il primo presidente e primo ministro del Ghana e uno dei leader del movimento pan-africano,descrisse le caratteristiche di ciò che egli chiama neocolonialismo: “L’essenza del neocolonialismo è che lo Stato che è soggetto ad esso è, in teoria, indipendente e ha tutte le bardature esteriori della sovranità internazionale.In realtà il sistema economico e quindi la sua linea politica viene diretta dall’esterno”.

Nkrumah indicò profeticamente le diverse varianti del nuovo colonialismo, ma ha disposto il primato della penetrazione economica come “il metodo normale„ e centrale con cui i vecchi poteri coloniali conservano il controllo sopra le ex colonie.

“Le modalità e la forma possono assumere varie figure.Per esempio, in un caso estremo le truppe del potere imperiale possono presidiare il territorio dello Stato neo-coloniale e  controllarne il governo.Più spesso,tuttavia,il controllo neo-colonialista viene esercitato attraverso mezzi economici o monetari.” [LEGGI:I ribelli libici hanno già istituito una nuova banca centrale della Libia]

Kwame Nkrumah fu rovesciato da un colpo di stato militare appoggiato dalla CIA nel 1965 mentre era in visita di stato in Cina e Vietnam del Nord. Nkrumah era un marxista e un pan-africanista,fondatore dell’Organizzazione dell’Unità Africana (OUA e ricevette nel 1963 il Premio Lenin per la pace, la versione sovietica del Premio Nobel della Pace. Quando fu deposto dal colpo di stato militare  supportato dalla CIA, tutti i governi imperialisti dell’occidente erano giubilanti.

I bombardamenti contro la Libia oggi dovrebbero essere condannati senza esitazione da tutti i progressisti. L’ordine imperialista globale che ha preso forma nel 1880 e che continua ancora oggi è il più grande violatore dei diritti umani ovunque e il governo degli Stati Uniti è, nelle parole salienti del Dott. Martin Luther King Jr., “oggi il più grande fornitore di violenza nel mondo”.

[FONTE: The war against Libya in historical perspective][Wikipedia][The Economic Collapse Blog][McClatchy]

DI: Cori In Tempesta



Era meglio il comunismo

Poco prima di Natale 2010, uno sconvolto tecnico della  televisione  pubblica,per protesta contro le  discutibili  politiche economiche del governo si è lanciato da un balcone del  parlamento rumeno durante un discorso del Primo Ministro .L’uomo, sopravvissuto al tentativo di suicidio, secondo come è stato riferito, pare abbia gridato prima di saltare: “Hai preso il pane dalla bocca dei nostri figli! Hai ucciso il futuro dei nostri figli! “All’ospedale , vestito con una t-shirt con su scritto” Hai ucciso il nostro futuro! “, è stato identificato come il 41enne Adrian Sobaru, il cui figlio adolescente autistico aveva da poco perso l’ assistenza pubblica come conseguenza degli ultimi  tagli al bilancio del governo rumeno. Il suo tentativo di suicidio è stato trasmesso in diretta dalla TV pubblica della Romania mentre il primo ministro Emil Boc teneva il suo discorso prima di una votazione della sfiducia contro il suo governo conservatore. Le misure di austerità fiscale e salariali  contro cui il signor Sobaru stava protestando includevano un taglio del  25% dello stipendio di tutti i dipendenti pubblici come lui, così come la drastica riduzione delle prestazioni sociali di assistenza per i genitori con figli disabili, che aveva ricevuto fino a poco tempo fa. Secondo l’Agerpres , le disperate urla dell’uomo nella sala parlamentare stavano facendo l’eco a quelle sentite nel corso della rivoluzione anti-comunista del 1989 che ha rovesciato l’individualista e in generale filo-occidentale regime rumeno di Nicolae Ceauşescu.

Agitazione economica

Il salto tragico del sig. Sobaru, trasmesso ovunque dalla televisione, ha fatto si che molti rumeni vedessero quel gesto come un simbolo verso le  selvagge iniquità e ingiustizie del periodo post-comunista.La Romania è impantanata in una grave recessione e si prevede  che la sua malconcia economia scenda almeno del 2% nel 2010, dopo una contrazione del 7,1% rispetto all’anno prima. Invece di cercare  di assistere i disoccupati e i più deboli socialmente, il governo di Bucarest, che si dice sia pieno di corruzione, favoritismo e nepotismo, ha tagliato gli stipendi del settore pubblico e tutte le spese sociali, comprese le sovvenzioni per il riscaldamento dei  poveri cosi come pure per la disoccupazione, la maternità e l’ invalidità. Allo stesso tempo, l’imposta  nazionale delle vendite  si è alzata dal 19% al 24%, mentre le autorità si stanno sforzando di tenere il deficit nazionale al 6,8% per soddisfare le rigorose richieste fiscali dell’Unione Europea (EU), alla quale la Romania aveva aderito nel gennaio 2007.

Queste dure politiche di austerità hanno irritato milioni di romeni che riescono a malapena a sbarcare il lunario in una nazione dove la media mensile del reddito pro capite è di circa $ 400. Le proteste di piazza in cui si sono raccolti decine di migliaia di rumeni riflettono la profonda insoddisfazione per la povertà di massa e il perdurare della crisi economica, che ha portato la Romania sull’orlo del fallimento. “Questo non è il capitalismo, nei paesi capitalisti esiste una classe media,” ha riferito un direttore di un mini-market di Bucarest a un reporter di Associated Press. Ma la società rumena, si lamentava, si divide tra una piccola minoranza di persone molto ricche e una sottoclasse impoverita [1].

Mentre la tragedia umana vista nel Parlamento romeno in quel giorno pre-natalizio è abbastanza sintomatica della miseria dilagante nel paese balcanico e delle schiacciate speranze per una vita migliore, essa si sarebbe potuta facilmente verificare in una qualsiasi altra nazione del mondo ex-comunista che sono ugualmente affette da elevata disoccupazione, povertà di massa,  salari in calo e tagli severi alla spesa pubblica e al tenore di vita. Pressappoco lo stesso periodo in cui si è verificato il disperato tentativo di suicidio di  Sobaru, molti dei 20.000 medici ospedalieri della Repubblica Ceca abbandonavano il loro lavoro in massa per protestare contro la decisione del gabinetto del primo ministro Petr Necas di tagliare tutte le spese pubbliche, compresa la spesa sanitaria, di almeno il 10 %, al fine di mantenere le travagliate finanze del paese a galla. Queste dimissioni di massa erano parte della campagna “Grazie, ce ne stiamo andando” lanciata dai medici scontenti in tutto il paese mirata a far pressioni sulle autorità di Praga per aumentare i loro bassi salari e offrire migliori condizioni di lavoro per tutti gli operatori sanitari. Di fronte alla peggiore crisi sanitaria nella storia del paese ex-comunista, che stava mettendo in pericolo la vita di molti pazienti, il governo ceco ha minacciato di imporre lo stato di emergenza che avrebbe costretto i dottori a tornare al lavoro o affrontare dure sanzioni legali e finanziarie.

Si possono anche ricordare le non troppo segnalate  rivolte per il cibo del 2009 in Lettonia, il lodato ” miracolo Baltico”  tanto caro ai media mainstream occidentali, dove il profondamente impopolare Primo Ministro in carica Valdis Dombrovskis  venne rieletto nel 2010, pur avendo severamente tagliato le spese pubbliche e i già esigui standard di vita dei Lettoni (la campagna elettorale si è invece concentrata sullo sporco scontro tra i nazionalisti lettoni e la consistente e irrequieta minoranza di lingua russa del paese). Secondo il professor Michael Hudson, Illustre Professore di Economia presso l’Università del Missouri, mentre i tagli del governo al welfare, istruzione, sanità, trasporti pubblici, e nelle altre infrastrutture sociali di base, minacciano di compromettere la sicurezza economica, lo sviluppo a lungo termine e la stabilità politica in tutti i paesi dell’ex blocco sovietico, i giovani emigrano in massa per migliorare la loro vita piuttosto che soffrire in una economia senza alcuna opportunità di lavoro. Per esempio, più del 12% della popolazione totale della Lettonia (e una percentuale molto più grande della sua forza lavoro), ora lavora all’estero.

Quando la “bolla neo-liberale” è scoppiata nel 2008, scrive il professor Hudson , il governo conservatore della Lettonia prese un prestito dall’UE e dal FMI con punitive condizioni di rimborso che hanno imposto politiche di austerità cosi dure che l’economia lettone si è ridotta del 25% (le vicine Estonia e Lituania hanno subito un altrettanto ripido declino economico) e la disoccupazione, attualmente al 22%, è ancora in aumento. Con ben oltre un decimo della sua popolazione che ora lavora all’estero, questi lavoratori della Lettonia  mandano a casa tutto quello che possono risparmiare per aiutare le loro famiglie indigenti a sopravvivere. I bambini lettoni (mentre i matrimoni nel paese baltico e i tassi di natalità stanno sprofondando) sono cosi “rimasti orfani “, spingendo gli scienziati sociali a chiedersi come questa piccola nazione di 2,3 milioni di persone sia in grado di sopravvivere demograficamente. [2] Sono questi i risultati dei bilanci dell’austerità post-comunista, che ha messo in ginocchio la gente comune, mentre i creditori internazionali e le banche locali si sono salvati.

L’ascesa del populismo di destra

La profonda crisi economica e la disoccupazione in aumento in tutto il mondo ex-comunista ha portato al potere alcuni partiti radicali e uomini politici che abbracciano il populismo nazionalista di destra. L’Ungherese Fidesz (Unione Civica Ungherese), un partito nazionalista sfacciatamente di destra, ha vinto con il 52,73% dei voti nelle elezioni parlamentari di aprile 2010. Il Jobbik (Movimento per una Ungheria migliore), un partito xenofobo di estrema destra, è arrivato terzo con il 16,67% dei voti. Nel bel mezzo di una crisi economica disastrosa, la destra nazionalista ha vinto la maggior parte del voto popolare da far rivivere i capri espiatori tradizionali dell’Ungheria delle minoranze etniche e incolpare gli ebrei e zingari, in particolare per la disoccupazione diffusa nel paese e per la povertà. Quando Oszkár Molnár, leader del Fidesz eletto nel nuovo parlamento, proclamò: “Io amo l’Ungheria, amo gli ungheresi, e preferisco gli interessi ungheresi al capitale finanziario globale, o al capitale ebraico,che vuol divorare il mondo intero, ma soprattutto l’Ungheria, “non venne neanche pubblicamente rimproverato da nessuno dei suoi colleghi di partito.

Nel dicembre del 2010, la maggioranza dei due terzi del Fidesz in Parlamento ha permesso di far passare una legge che ha dato al governo la libertà  di esercitare un controllo più rigoroso sui mezzi di comunicazione privati. Questa nuova controversa legge ha innescato manifestazioni nelle strade di Budapest con molti ungheresi che portavano cartelli vuoti per protestare contro la censura proposta del governo. Inoltre ha suscitato critiche in seno al Parlamento europeo (l’Ungheria è diventata membro dell’Unione europea nel maggio 2004) per essere una “minaccia verso la libertà di stampa” e un “grave pericolo per la democrazia”, ​​in quanto prevede pesanti multe e altre sanzioni penali per i media e siti Internet, che prendono il coraggio di pubblicare o trasmettere informazioni “sbilanciate” o “immorali”, in particolare quelle critica verso governo, in una nazione dove una persona su tre vive sotto la soglia di povertà.(leggi qui) I critici hanno lamentato che la legge più restrittiva d’Europa sui media soffocherà il pluralismo e riportèrà indietro l’orologio della democrazia in questo paese ex-comunista.

Soprattutto la stampa tedesca  ha diffamato il primo ministro ungherese Viktor Orban, non solo perchè cerca di imbavagliare i media locali, ma anche per il pericolo di trasformare l’Ungheria in un totalitario “Führerstaat”. Károly Vörös, capo redattore del quotidiano ungherese Népszabadság ,si è lamentato  riguardo il fatto che la nuova legge sui media vuole “far divampare un senso di paura negli animi dei giornalisti” e che  “l’intero stato costituzionale ungherese sta sistematicamente dissolvendosi.” [3] Ma grazie al rilevato  forte sostegno pubblico in patria determinato dall’ anti-capitalismo, l’anti-UE, e l’umore anti-americano degli ungheresi comuni imprigionati nel vortice della globalizzazione, il populista,tipo Berlusconi, Orbán ha, come in passato, preso una posizione di sfida, avvertendo l’ UE di fermare la sua ingerenza nelle questioni interne dell’Ungheria: “E ‘l’UE che dovrebbe regolarsi in Ungheria, non l’Ungheria presso l’Unione europea …” (l’Ungheria ha assunto ufficialmente la presidenza di turno dell’Unione europea di sei mesi dal 1 ° gennaio 2011). Ma ciò che molti ungheresi sospettano è che la nuova legge sui media fosse solo un ingegnoso stratagemma per distogliere l’attenzione pubblica dai terribili problemi economici del paese.

Un’altra figura autocratica, Boyko Borisov, ex-capo della polizia nazionale, con un ombroso passato comunista e segnalato di avere legami con la malavita locale, governa la Bulgaria, che divenne stato membro dell’Unione Europea nel gennaio 2007, pur essendo lo stato più corrotto e criminalizzato nell’ ex blocco orientale togliendo il  notoriamente mafioso Kosovo (un altro scandaloso candidato per una futura adesione all’UE di cui spera  di poterne fare parte già nel 2015). Il successo elettorale del forte Borisov,simile a  Mussolini, e dela sua destra GERB (Cittadini per lo sviluppo europeo della Bulgaria) nelle elezioni del luglio 2009 non stupisce in un paese la cui situazione è diventata la più emblematica nella regione post-comunista e della attuale malattia  di malcontento. Da quasi tutti gli indicatori macroeconomici, risulta che la Bulgaria sta peggio adesso rispetto al passato comunista.

Le statistiche ufficiali mostrano che sia l’annuale prodotto nazionale lordo (PNL) e il reddito pro capite della popolazione sono crollati, la rete sociale di sicurezza si è disintegrata, e anche la sopravvivenza fisica di molti poveri bulgari  è in pericolo. Gli effetti immediati delle “riforme” orientate al mercato sono stati la distruzione dell’industria bulgara e dell’agricoltura, della disoccupazione, dell’inflazione, della disuguaglianza flagrante dei redditi, della povertà schiacciante, e anche della malnutrizione. La criminalità organizzata e la corruzione endemica, sotto forma di nepotismo e clientelismo, la concussione sul lavoro, l’appropriazione indebita, le tangenti, favoritismo, contrabbando, racket, gioco d’azzardo illegale, la prostituzione e la pornografia hanno preteso pesanti ripercussioni nello standard di vita post-comunista e nei  mezzi di sostentamento. Un altro effetto spiacevole è la diffusa trascuratezza dei diritti economici e sociali dei bulgari comuni, per molti dei quali la giornata lavorativa di 8 ore è ormai solo un ricordo.

L’ambiente economico è disastroso, ha a sua volta generato un clima politico piuttosto volatile e imprevedibile .Nessun governo eletto durante il periodo burrascoso post-comunista è sopravvissuto in carica per più di una legislatura (e spesso anche meno). Questa volatilità illustra la natura instabile e imprevedibile della politica in Bulgaria a causa della situazione economica catastrofica e l’incapacità evidente delle élites dei partito di offrire una soluzione credibile. Stufi del declino economico,della negligenza del governo, dei furti della fascia alta, della criminalità e della corruzione dilagante, i bulgari hanno ripetutamente espresso voti di protesta contro la morsa del potere delle  incompetenti, egoistiche,  corrotte e criminalizzate cricche dei politici di partito accusate di perseguire interessi personali . Ma la fine della loro miseria sembra lontano dalla vista, soprattutto per quanto riguarda  Borisov che ha ora imposto un bilancio di draconiana austerità, tagliando non meno del 20% della spesa pubblica.

Allo stesso tempo, la politica è diventata di gran lunga il più redditizio e anche molto meno rischioso  business rispetto a qualsiasi attività a scopo di lucro. Questo ha trasformato i partiti in qualcosa di simile a società ben organizzate di predatori senza scrupoli che aspirano a prendere le redini del potere al fine di arricchirsi sfruttando l’indolente  popolino e saccheggiando la Bulgaria delle risorse, soprattutto ora che il paese può contare su notevoli quantità di aiuti e  investimenti esteri da parte dell’UE. Potenti interessi economici di origine spesso criminali hanno finanziato ciascuno dei principali partiti politici, aggiungendo elementi fortemente plutocratici a quella che è essenzialmente una cleptocratica oligarchia.  Non sorprendentemente, i bulgari tendono a riferirsi al loro paese come uno “Stato mafioso”, una “repubblica delle banane”, un “circo” e ” Absurdistan.” Sono ancora in attesa dell’arrivo lungamente promesso del “normale” capitalismo e della “normale”democrazia, dove la sicurezza economica personale, salari vivibili  e tenore di vita dignitoso sostituiranno l’ elevato tasso di disoccupazione di oggi, la povertà, il problema dei senza fissa dimora e dello sconforto sociale. Circa 1,2 milioni di bulgari (16% della popolazione), soprattutto giovani, hanno già espresso la propria insoddisfazione lasciando il paese, cercando pascoli più verdi all’estero (l’emigrazione spinta dalla povertà ha contribuito a ridurre la popolazione post-comunista della Bulgaria dai  9 milioni del 1989 a circa i 7 milioni di oggi).

Crollo di consenso popolare

Poco dopo la caduta del comunismo, i paesi dell’ex blocco sovietico e di altri stati regionali ex-comunisti erano economicamente neo-liberalizzati (non pochi di loro erano anche territorialmente smembrati) e, fatta eccezione per le piccole élites filo-occidentali locali , le loro popolazioni sono diventate povere come quelle del Terzo Mondo. Quasi tutti questi 28 paesi eurasiatici hanno registrato un declino economico a lungo termine di proporzioni catastrofiche (solo la Polonia ha  superato il suo PIL dell’era comunista).Le gravi sconfitte economiche, la corruzione radicata e la diffusa frustrazione popolare con i disagi e le privazioni della infinita transizione post-comunista stanno compromettendo il prestigio delle nuove autorità e anche la convinzione della popolazione nella democrazia in stile occidentale e nel capitalismo. Una nuova generazione di plutocrati rapace e spietata con appetito insaziabile di ricchezza e di potere ha saccheggiato,attraverso un processo ingiusto e corrotto della privatizzazione, i beni dell’economia precedentemente di proprietà dello Stato e ha ricreato  i peggiori eccessi del capitalismo dickensiano del 19 ° secolo, come se il progresso sociale del 20 ° secolo non fosse mai esistito. Nel bel mezzo della disoccupazione diffusa, della miseria,della malnutrizione e anche della fame, palazzi privati ​​da svariati milioni di dollari sono spuntati in tutte le principali città –come simboli di guadagni disonesti e di ricchezza irraggiungibile per la gente comune che si batte  per trovare un posto di lavoro , pagare i conti quotidiani, e di trovare alloggi a prezzi accessibili. Questa “nuova classe” di nuovi ricchi agganciati  politicamente, con lussuosi modi di vivere stile “La Dolce vita” sembra essere disposta a commettere ogni reato nell’interesse del profitto e del rapido auto-arricchimento, operando secondo il principio di re Luigi XV “Dopo di me,il diluvio” e gettando ovunque le speranze della gente per migliorare le loro condizioni e modernizzare il loro paese lungo le linee di una nazione “civile”. Il solo business fiorente in molte delle “economie emergenti” sembra essere la criminalità organizzata che di solito è gestita da cleptocrati all’interno delle classi dirigenti.

(……….)

La regione è diventata un banco di prova per vedere in che misura i lavoratori possono essere privati ​​dei loro diritti sociali ed economici, come ad esempio un legale salario minimo, le vacanze pagate, l’accesso gratuito e universale alle cure sanitarie, istruzione e servizi legali, pensionamento a 60 anni per gli uomini e 55 per le donne, e la sindacalizzazione. Ma nonostante l’impennata dei tassi di disoccupazione e  sottoccupazione, la ferrea disciplina del mercato  e la mancanza di assistenza sociale o anche della più rudimentale solidarietà sociale, la vecchia barzelletta di epoca comunista “Loro(i padroni) fanno finta di pagarci, noi (i lavoratori) facciamo finta di lavorare “sembra essere oggi molto più vera di quanto lo sia mai stata sotto il comunismo. Perchè la gente sembra non volerne piu di lavorare duramente  per i nuovi privati ​​(e spesso stranieri) proprietari di imprese che sembrano essere interessati solo a spremere il maggior profitto da loro e pagarli poco cosi  come offrirgli sempre meno prestazioni possibili.Allo stesso tempo, la pubblica istruzione e le scienze, come pure le arti e le istituzioni culturali, vengono sviscerate in nome del risparmio dei” soldi dei contribuenti ‘”  (per esempio, l’accademia nazionale delle scienze è stata chiusa o è in procinto di essere chiusa in un certo numero di paesi in transizione).

In queste nazioni in crisi, dove gli standard di vita si sono seriamente deteriorati,come la disoccupazione, la povertà, l’indigenza, la criminalità, come pure l’alcol e l’abuso di droghe si stanno diffondendo, insieme a prezzi inaccessibili per il cibo, alloggio e il carburante, la soddisfazione della gente verso il governo è minima quasi ovunque. E dove c’è una notevole discrepanza tra le aspettative popolari e i risultati di governo in termini di fornitura dei beni necessari  dei servizi pubblici, come in quasi tutti i paesi post-comunisti, l’adesione ad atteggiamenti democratici si erode gradualmente nel tempo. I regimi di scarso rendimento, che non riescono a soddisfare le aspirazioni pubbliche per lunghi periodi di tempo possono perdere la loro legittimità, rischiando la crisi sistemica e l’ instabilità (per esempio, il caso della Germania di Weimar). Data la loro vita e le spaventose condizioni di lavoro, molti cittadini post-comunisti stanno perdendo le loro convinzioni di lunga data nel capitalismo di tipo occidentale e verso la democrazia liberale. Molti stanno anche rifiutando l’idea stessa che i loro paesi ex-comunisti siano davvero democratici.Le percezioni negative della popolazione verso queste prestazioni  non possono non influenzare gli atteggiamenti democratici (nel modo in cui il valore della democrazia è percepita) e quindi il cosiddetto “deficit democratico” è statisticamente molto rilevante in tutta la regione. Le élites locali  stanno lentamente perdendo la loro legittimità a governare.

Di conseguenza, proteste pubbliche ed agitazione sociale sono comuni, incluse la dozzina di controverse”rivoluzioni colorate”, sia di successo che di insuccesso,a seconda dell’entità del sostegno occidentale nei loro confronti-, contro i governi eletti dal popolo, ma spesso profondamente impopolari. Nel gennaio 2011, per esempio, alcuni manifestanti sono stati uccisi e 150 sono rimasti feriti durante una manifestazione anti-governativa nella capitale albanese,a Tirana. Il primo ministro conservatore dell’Albania  Sali Berisha ha promesso che non avrebbe permesso il rovesciamento del suo governo, ma l’opposizione ha tenuto nuove manifestazioni a Tirana e in altre città albanesipromettendo dimetter su ancora più proteste in futuro. I sostenitori del partito di opposizione socialista incolpano le autorità per la diffusa criminalità finanziaria,il crimine pandemico e la corruzione, il deterioramento dell’economia e della palese mancanza di servizi pubblici di base. Chiedono inoltre lo svolgimento di nuove elezioni, accusando il governo di massicci brogli elettorali durante le elezioni contestate del 2009 ,dove i democratici di Berisha vinsero con un margine molto piccolo. Una ulteriore escalation di tensioni si ebbe quando Berisha pubblicamente ha accusato i suoi oppositori socialisti di tentare una “sollevazione Tunisia-style”, un riferimento al recente sanguinoso rovesciamento del presidente dittatoriale della Tunisia. Simili proteste anti-governative sono tenute regolarmente nella Georgia post-sovietica, nonostante gli sforzi delle “democratiche”  autorità di schiacciare ogni dissenso. La scontenta opposizione della Georgia accusa Mikheil Saakashvili per la disastrosa guerra con la Russia del 2008 e per l’affondamento delle fortune del paese. “La stragrande maggioranza della popolazione è sull’orlo della povertà. Non funziona nulla in Georgia, tranne che lo stato di polizia “, Lasha Chkhartishvili  del partito conservatore d’opposizione ha detto ai giornalisti stranieri in visita nel febbraio 2011 durante le manifestazioni anti-Saakashvili attorno al palazzo del parlamento di Tblisi. “Il Regime dittatoriale di Saakashvili è destinato a crollare perché c’è un limite alla pazienza della gente.” [4]

Per il momento, tutti gli occhi sono puntati sul mondo musulmano e sulla misura con cui gli sforzi pro-democrazia delle nazioni arabe stanno trasformando la politica in tutto il Medio Oriente. Ma l’esca per tali rivolte esiste quasi dappertutto, particolarmente nelle parti del mondo post comunista.L’agitazione freme per protestare contro la povertà, la disoccupazione ed il ladrocinio ufficiale endemico dopo più di 20 anni di di controllo incompetente, corrotto e ingannevole di governo post comunista– combinato con il disastroso esperimento economico del laissez faire attraverso l’intero ex blocco sovietico– ed ha prodotto un’instabilità a livello regionale, dove la sopravvivenza di alcuni dei regimi sostenuti dall’ ovest appare sempre più a rischio. Ciò è confermato dalla informale speculazione  senza precedenti rievocativa del periodo prima della caduta del comunismo –come molte osservazioni dei lettori nei forum locali dei media, per esempio,–circa l’instabilità e la reversibilità del nuovo ordine post comunista e la sua possibile sostituzione dalla “democrazia rivoluzionaria”stile Latino –Americana. Questo senso di insicurezza e fragilità del regime è stato rafforzato dall’ ondata di nostalgia comunista che travolge molti paesi ex-comunisti.

C’è una grande disillusione con le mancate promesse delle rivoluzioni del 1989 che hanno portato a un rapido declino degli standard di vita per la maggior parte degli ex cittadini comunisti. L’esasperazione diffusa con l’impoverimento, la corruzione, la criminalità di strada e il generale caos sociale che hanno accompagnato la transizione al capitalismo di mercato e la democrazia di stile occidentale ha prodotto una crescente nostalgia per il passato comunista tra le tante persone normali (che non fanno parte delle elites cosmpolite e filo Occidentali), mentre si guardano indietro con sempre maggiore predilezione per i “bei vecchi tempi” del comunismo– una preoccupante tendenza in tutta la regione popolarmente conosciuta come “chic sovietica”.

Secondo la recente pubblicazione Rumanian Evaluation and Strategy Survey, il 45% dei rumeni credono che avrebbero vissuto meglio se la rivoluzione anti-comunista non si fosse verificato affatto. Dopo 21 anni di turbolenta vita post-comunista, il 61% dei partecipanti al sondaggio ha detto che attualmente vivono in condizioni molto peggiori di quanto non fossero sotto Ceauşescu, mentre solo il 24% ha detto che sta meglio adesso. Se si deve credere a questi risultati (il sondaggio è stata fatto alla fine del 2010 su un campione di 1.476 adulti e ha un margine di errore di più o meno il 2,7%), Ceauşescu si è trasformato in una sorta di martire verso cui la maggior parte dei rumeni prova simpatia. Almeno l’ 84% degli intervistati ritiene che non sia stato affatto una bella cosa che lui sia stato ucciso senza un giusto processo pubblico e il 60% addirittura rimpiange la sua morte. [5] Secondo un altro recente sondaggio, il 59% dei rumeni considerano il comunismo essere una buona idea . Circa il 44% degli intervistati ritiene che questa buona idea sia stata mal applicata, mentre solo il 15% pensa che sia stata applicata correttamente. Solo il 29% dei rumeni ancora vede invece il comunismo come una cattiva idea. Non ci sono differenze significative tra uomini e donne per quanto riguarda questa domanda, ma le opinioni positive sul comunismo sono legate a età e luogo di residenza. Una maggioranza di quelli con più di 40 anni, considera una buona idea (di cui il 74% di quelli di età superiore ai 60 anni, e il 64% delle persone di età 40-59), il comunismo. Mentre è invece solo una minoranza  tra le giovani generazioni che non ricordano nemmeno il regime di Ceauşescu (49% delle persone di età 20-39, e solo il 31% di quelli di età inferiore ai 20). Gli intervistati rurali hanno una visione più positiva-solo il 21% di loro considera il comunismo una cattiva idea, rispetto al 34% degli intervistati urbani. [6] E molti rumeni ricordano con nostalgia i giorni in cui la maggior parte di loro aveva un lavoro stabile, un’ alloggio poco costoso fornito dallo stato, assistenza sanitaria gratuita, e le vacanze sovvenzionate dal governo sulla costa del Mar Nero. “Mi rammarico per la fine del comunismo, non per me, ma quando vedo come i miei figli e nipoti lottano”, ha detto un meccanico di 68 anni in pensione. “Abbiamo avuto posti di lavoro sicuri e salari dignitosi sotto il comunismo. Abbiamo avuto abbastanza da mangiare e abbiamo avuto le vacanze ogni anno con i nostri figli. “[7]

Il “Soviet chic” è particolarmente popolare tra gli abitanti della ex Germania Est, dove è conosciuto come “Ostalgie”. [8] Secondo un articolo del conservatore tedesco Der Spiegel, “La glorificazione della Repubblica democratica tedesca è in crescita da due decenni dopo la caduta del muro. I giovani e i piu benestanti sono tra quelli che respingono le critiche della Germania Est come uno stato illegittimo. “In un recente sondaggio citato da Der Spiegel, più della metà (57%) degli ex-tedeschi dell’Est ha difeso l’ex Repubblica democratica tedesca (RDT ). “La DDR aveva più lati positivi che negativi. Ci sono stati alcuni problemi, ma la vita era bella lì “, ha sostenuto il 49% degli intervistati. L’otto per cento dei tedeschi dell’est ha seccamente respinto ogni critica della loro patria o era d’accordo con l’affermazione che “La DDR aveva, per la maggior parte,  lati positivi. La vita  era più felice e migliore di quella di oggi nella Germania riunificata. “Questi risultati del sondaggio che sono stati rilasciati nel ​​20 ° anniversario dalla caduta del Muro di Berlino rivelando che la nostalgia per l’ex Germania Est ha raggiunto in profondità il cuore di molti tedeschi ex-Est. Non sono più soltanto i nostalgici anziani che piangono la perdita della DDR. “Una nuova forma di Ostalgie ha preso forma”, dice lo storico Stefan Wolle . “Il desiderio per il mondo ideale della dittatura va ben al di là degli ex funzionari di governo”, si lamenta Wolle. “Anche le persone giovani che non avevano quasi alcuna esperienza della DDR idealizzano oggi questa cosa.” [9]

“Neanche la metà dei giovani nella Germania orientale descrive la DDR come una dittatura, e la maggioranza ritiene che lo Stasi era un normale servizio di intelligence “, conclude,attraverso uno studio del 2008 su giovani orientali della Germania,il politologo Klaus Schroeder, direttore di un istituto di ricerca alla Berlino Free University che studia lo stato ex-comunista , “Questi giovani non possono-e di fatto non hanno alcun desiderio di riconoscere– i lati oscuri della Repubblica Democratica Tedesca”.. “Vedendolo oggi, credo che siamo stati cacciati dal paradiso, quando il muro venne giù”, dice un tedesco orientale , mentre un altro, un uomo di 38 anni, ha ringraziato Dio d’aver vissuto nella DDR, perché è stato solo dopo la riunificazione tedesca che ha visto per la prima volta nella sua vita i senzatetto,i mendicanti e le persone impoverite che ora temono per la loro sopravvivenza. Oggi la Germania è descritta da molti tedeschi ex-orientali come “stato schiavo” e una “dittatura del capitalismo”, mentre alcuni rifiutano totalmente  la Germania riunificata per essere, a loro parere, troppo capitalista e troppo dittatoriale, e certamente non democratica. Schroeder ritiene tali dichiarazioni allarmanti: “. Ho paura che la maggioranza dei tedeschi dell’Est non si identificano con l’attuale sistema socio-politico” Secondo un altro cittadino franco-tedesco-orientale citato nello stesso articolo di Der Spiegel, “In passato,  un campeggio era .. un luogo dove le persone si godevano insieme la loro libertà “.E quello che gli manca di più oggi è” quel sentimento di amicizia e di solidarietà “Il suo verdetto sulla DDR è chiaro:” Per quanto mi riguarda, quello che avevamo in quei giorni era meno di una dittatura di quello che abbiamo oggi”.Lui non solo vorrebbe vedere di nuovo salari e pensioni pari a quelli della DDR, ma si lamenta anche che le persone imbrogliano e mentono dappertutto nella Germania unificata, e che le ingiustizie oggi sono semplicemente perpetrate in un modo più subdolo rispetto alla DDR, in cui i salari da fame e la criminalità di strada erano completamente sconosciuti [10].

In reazione alla diffusa nostalgia comunista e anche ai cambiamenti del clima d’opinione nazionale dove l’ultimo leader comunista polacco, il generale Wojciech Jaruzelski, è molto più popolare rispetto alla passata venerato ma ora emarginata icona anti-comunista- capo dell’ ex sindacato Solidarnosc , Nobel per la pace, e in seguito presidente Lech Walesa–ora i ferventi anticomunisti polacchi hanno modificato il codice penale per includere un divieto ufficiale verso tutti i simboli del comunismo. Con la nuova legge degna della Inquisizione cattolica medievale, i polacchi possono ora essere multati e imprigionati se vengono colti,ad asempio,a cantare l ‘”Internazionale”,  o se portano una bandiera rossa, una stella rossa o la falce e martello, e altri simboli dell’era comunista, o anche indossando una t-shirt di Che Guevara. Allo stesso modo, il governo conservatore ceco sta cercando di mettere fuori legge il Partito comunista di Boemia e Moravia (anche se quest’ultimo ha vinto con oltre l’11% del voto popolare alle ultime elezioni parlamentari di maggio 2010 ed è rappresentato in entrambe le camere del Parlamento nazionale), apparentemente perché la sua leadership si rifiuta di rimuovere la sacrilega parola  “comunista” dal nome del partito. Diversi membri ex-comunisti dell’Unione europea  hanno recentemente esortato Bruxelles a spingere per un divieto a livello europeo su chi sminuisce o nega i crimini dei vecchi regimi comunisti. “Il principio di giustizia dovrebbe assicurare un giusto trattamento per le vittime di ogni regime totalitario”, i ministri degli esteri della Bulgaria, della Repubblica ceca, Ungheria, Lettonia, Lituania, Romania hanno scritto in una lettera al commissario europeo per la Giustizia, in cui hanno insistito sul fatto che “l’apologia pubblica, la negazione, la banalizzazione dei crimini totalitari” dovrebbe essere criminalizzata in ogni paese dell’UE. Su iniziativa dei deputati anti-comunisti dei paesi post-comunisti, il Parlamento europeo ha già approvato una risoluzione sul controverso “totalitarismo”, che equipara il comunismo con il nazismo e il fascismo. Ma tutte queste misure punitive hanno appena frenato l’epidemia della nostalgia comunista: la piu popolare t-shirt tra i berlinesi dell’est oggi è una maglietta che dichiara “Ridammi il mio Muro. E questa volta lo facciamo due metri più alto! ”

Con l’attenzione dei governi occidentali e del pubblico ora incentrata sulle tensioni e  i conflitti nel mondo arabo, la gente tende a ignorare o dimenticare la crisi che attanaglia le nazioni ex-comuniste. Data la disuguaglianza rampante,l’ immiserimento, la corruzione del governo, e la criminalità organizzata che hanno caratterizzato l’ordine post-comunista, la situazione in queste terre ex comuniste non è meno infuocata che in Nord Africa e del Medio Oriente, e uno di questi giorni potrebbe rivelarsi essere molto più instabile di quanto si sia fino ad ora immaginato. Sono la Tunisia, l’Egitto o anche la Libia un probabile scenario futuro per questa regione travagliata?

Per ora, i cittadini a lungo sofferenti ma molto pazienti di questi paesi in transizione stringono i denti nella speranza che le prossime elezioni possano portare al potere un Redentore salvatore su un cavallo bianco che—insieme all’assistenza più generosa delle presunte tasche senza fondo dell’occidente—sbrogli finalmente le loro fallite società  dall’abisso nel quale sono cadute.
Le persone comuni nella parte ex comunista del mondo credono che le sue rivoluzioni democratiche e le sue  aspettative siano state tradite, dirottate o rubate da svariate “forze oscure”, passando dalle elite ex comuniste che ora hanno sostituito il loro passato potere politico con il potere dei soldi ad una corrotta alleanza di pseudo-”democratici” locali e avidi capitalisti occidentali e, infine, ad una insiodiosa cospirazione che coinvolge l’FMI, la Banca Mondiale, la Fondazione Soros e la “finanza internazionale ebraica”

Solo il tempo ci dirà se le preghiere esaudite delle nazioni ex-comuniste saranno provate da una punizione dall’alto. D’altra parte, potrebbe aprire nuove prospettive a queste nazioni che lottano per resistere alla potenza schiacciante delle banche internazionali e imprese multinazionali con l’adozione di riforme progressiste tese a creare un ordine democratico del mondo non controllato dai signori della globalizzazione e della élite locali aquirenti  che li servono.

LINK e NOTE:The Tragic Failure of “Post-Communism” in Eastern Europe

TRADUZIONE:Cori In Tempesta

Ecco come si fa la rivoluzione (culturale)

La via della decrescita è un’apertura, un invito a trovare un altro mondo possibile. Questo altro mondo noi lo chiamiamo società della decrescita. L’invito è a viverci, qui e ora, e non in un ipotetico futuro che, per quanto desiderabile, forse non vedremo mai. Questo altro mondo dunque sta anche in quello in cui viviamo oggi. Sta anche in noi. La via è anche uno sguardo, un altro sguardo sul nostro mondo, un altro sguardo su di noi. (…)

LA COMMON DECENSE

La via della decrescita è dunque prima di tutto una scelta. (…) È, in ogni caso, una via d’uscita dall’enorme decadenza generata dalla società della crescita. Una via d’uscita per recuperare la stima di se stessi. È la via per ricostruire una società decente. Una società decente, dice il saggio, è una società che non umilia i suoi membri. È una società che non produce rifiuti. La via della decrescita è anche la common decense di George Orwell. La decenza comune significa avere ritegno, essere attenti, essere capaci di avere vergogna per quello che viene fatto al mondo e alle persone. «Essere svergognati – dice Bernard Stiegler – significa essere diventati incapaci di avere vergogna». La società della crescita è un mondo svergognato, un mondo in cui regna il disprezzo. E il desiderio di sfuggire al disprezzo è una aspirazione universale (forse la sola veramente universale) che si realizza soltanto nelle società decenti. L’assenza di ritegno, la mancanza di attenzione equivalgono all’assenza della decenza comune definita da Orwell. Un mondo decente forse non è un mondo di abbondanza materiale, ma è un mondo senza miserabili e senza brutture. (…) Quando diciamo che la decrescita è un progetto politico, intendiamo che è anche un’etica, perché per noi, come per Aristotele, la politica non è concepibile senza un’etica, e viceversa, anche se è opportuno non confondere i due piani. Una politica che fosse soltanto un’etica sarebbe impotente o terroristica, ma una politica senza etica (come quella che viviamo soprattutto a partire dalla svolta degli anni novanta, dal grande balzo all’indietro neoliberale) vede il trionfo della banalità del male. (…) La via della decrescita è anche quella dell’emancipazione e della conquista dell’autonomia. È la ricerca della libertà vera e non della sua caricatura, quella dell’edonismo sfrenato e senza regole proposta dalla pubblicità e dal marketing e promossa dal nuovo spirito del capitalismo, falsamente gioioso e di fatto mortifero. (…) La via della decrescita è un’uscita di emergenza dal vicolo cieco dell’immondializzazione. La via della crescita è un esilio. È la traversata del deserto verso la terra promessa, ma è anche un’oasi nel deserto della crescita. «La rivoluzione – ammonisce Jérôme Baschet – non ha senso se non si concepisce al tempo stesso come una festa, se si priva di quelle occasioni così importanti come un ballo o uno scoppio di risa… È vano voler combattere l’alienazione in forme alienate… Bisogna ammettere l’impossibilità di condurre una vera lotta per l’umanità senza cominciare a percepire nel processo stesso di questa lotta la verità dell’umanità alla quale si aspira, senza riconoscere il diritto al piacere e la necessità di una poesia che non è altro che il nome dato a un’esistenza veramente degna dell’uomo».(…) La decrescita è un’arte di vivere. Un’arte di vivere bene, in accordo con il mondo. L’obiettore di crescita è anche un artista. Qualcuno per il quale il godimento estetico è una parte importante della sua gioia di vivere. (…) Fare della propria vita un’opera d’arte non è l’obiettivo, ma uno dei risultati. La via della decrescita è un’ascesi. Limitandosi all’aspetto curativo e alla lotta contro la tossicodipendenza da consumismo, si può riprendere l’idea di Ivan Illich del «tecnodigiuno». La decrescita è un esercizio di emancipazione dalle protesi tecniche, una liberazione dalla servitù volontaria e un allenamento all’autonomia. La via della decrescita è una conversione di se stessi e degli altri. La conversione richiesta per realizzare la trasformazione sociale necessaria e desiderabile presuppone che si crei unatteggiamento di accoglienza e di apertura a questo cambiamento. Questa educazione è, al tempo stesso e indissolubilmente, sapere ed etica, resistenza e dissidenza. (…) La via della decrescita è riconquista della realtà e della terra che ne è il principio. Si tratta di abitare la terra come un territorio, un luogo di complicità e di reciprocità. Di ritrovare la nostra intimità con una dimensione originaria. «Oggi una linea di orizzonte tecnica – scrive in modo ispirato Xavier Bonnaud – separa l’uomo dalla fauna e dalla flora. Questi elementi che l’uomo ha allontanato, indebolito e canalizzato non producono più in lui quelle relazioni affettive profonde che derivavano da un contatto diretto». (…)

La via della decrescita è quella della libera critica. È quella dell’autolimitazione e non dello scatenamento senza freni delle passioni tristi. La decrescita vuole riprendere il programma di emancipazione politica della modernità, affrontando le difficoltà che comporta la sua realizzazione. L’esperienza autenticamente democratica instaura un’esperienza di trascendenza dell’uomo nell’uomo che permette di uscire dalle aporie dell’egualitarismo. Come dice il filosofo belga Robert Legros: «Riconoscere una limitazione dei poteri dell’uomo che non sia una autolimitazione, significa chiaramente ammettere una eteronomia al centro dell’autonomia. Interpretare questa limitazione come una norma inscritta nell’umanità dell’uomo, e non come una norma di origine religiosa, significa tentare di cogliere il senso di una eteronomia propriamente democratica». Se la decrescita e il progetto di costruzione di una società autonoma realizzano il sogno di emancipazione dei Lumi e della modernità, non lo fanno attraverso uno svincolamento dal legame con la natura e dal radicamento nella storia, ma al contrario riconoscendo la doppia eredità della nostra naturalità e della nostra storicità. Bisogna lottare contro l’illimitatezza dell’individuo e del suo rapporto con la natura che abbiamo preteso di creare.La via della decrescita è questa lotta. La via della decrescita è una emancipazione dalla religione della crescita. Richiede dunque necessariamente anche un «de- credere». Bisogna abolire la fede nell’economia, rinunciare al rituale del consumo e al culto del denaro. Per i teologi Alex Zanotelli, don Achille Rossi, don Luigi Ciotti e Raimon Panikkar, come per Ivan Illich o Jacques Ellul, la società della crescita poggia su una struttura di peccato. Contrariamente alla formula sventurata dell’enciclica Populorium progressio, lo sviluppo non è il nuovo nome della pace ma quello della guerra, guerra per il petrolio o per le risorse naturali in via di esaurimento. Nella società della crescita non ci sarà mai più né pace né giustizia. Al contrario, una società della decrescita riporterà al proprio centro la pace e la giustizia.

Non si vuole cadere nell’illusione di una mitica società perfetta in cui il male sarebbe sradicato definitivamente, ma inventare una società dinamica che affronta le sue inevitabili imperfezioni e contraddizioni dandosi come orizzonte il bene comune anziché l’avidità sfrenata. La via della decrescita non è una religione né un’antireligione, è una saggezza.

Per gli obiettori di crescita la ricerca della via è un dovere, ma non è un imperativo categorico di tipo kantiano, anche se noi facciamo nostro l’imperativo kantiano così come riformulato da Hans Jonas: «Agisci in modo che gli effetti della tua azione siano compatibili con la permanenza di una vita autenticamente umana sulla terra».

di Serge Latouche in “l’Unità” del 25 febbraio 2011© Come si esce dalla società dei consumi Corsi e percorsi della decrescita, Bollati Boringhieri editore Torino 2011 Traduzione di Fabrizio Grillenzoni

Il decalogo del “Partito mondialista”

Curiosando su internet, ci siamo imbattuti nell’Associazione Internazionale “New Atlantis for a World Empire”, e in un suo fantomatico ramo esecutivo: il Partito Mondialista. Ovviamente non ritengo che tale pagina possa avere serietà politica, ma nei “documenti” pubblicati vi è una chiara e ormai palese “grande narrazione” che va dai Templari alla Massoneria fino a giungere passando per Ronald Reagan e a glorificare Giovanni Paolo II (definito “il Grande”) e Bush.
Nel documento ci si compiace che la “squadra e compasso” è riuscita a far comunella, per combattere contro le odierne “tendenze nazional-comuniste e islamo-naziste”, con la Chiesa Cattolica. Nei documenti naturalmente vi son tutte le ricette dell’imperialismo liberale dalle privatizzazioni forzate dei beni nazionali alle sperticate lodi al Dio Mercato, passando negli osanna ad Israele, ma veniamo brevemente all’idea che questi mondialisti hanno del mondo:
1.  Acquisizione da parte del popolo degli Stati Uniti d’America della coscienza di sé e della propria missione emancipatrice a livello mondiale, e della necessità di pagare il costo in vite umane e sicurezza che ciò comporterà fino alla realizzazione della propria vocazione imperiale.
2.  Denuncia della miseria spirituale e dell’ipocrisia in cui versa l’Organizzazione delle Nazioni Unite, vetrina e palcoscenico di tiranni e dittatori, e suo progressivo svuotamento ed esautorazione. Creazione di una Unione Oceanica delle Democrazie guidata dagli Stati Uniti d’America, che comprenda il Canada, il Regno Unito e i paesi più civilizzati e democratici del Commonwealth (Australia e Nuova Zelanda, Sudafrica, Giamaica).
3.  Allargamento progressivo di questa Unione ai membri della “coalizione dei volenterosi” che ha sconfitto Saddam Hussein: la Polonia e gli altri paesi della nuova Europa desiderosi di affrancarsi dalla tutela dell’orso russo, le Repubbliche baltiche, la Georgia, l’Ucraina, l’Armenia, il Kirghizistan e le altre repubbliche dell’Asia centrale. Creazione in tutti questi paesi, come pure in Iraq e Afghanistan, di basi militari permanenti, che favoriscano la penetrazione americana nel Medio Oriente e nell’Asia centrale e assicurino, in prospettiva, il controllo strategico dell’Eurasia.
4.  Pressione diplomatica e commerciale sull’Unione europea per impedire la sua trasformazione in un “grande spazio” politico anti-americano.
5.  Sostegno economico, diplomatico e militare a tutti gli intellettuali e i movimenti progressisti dei paesi sottoposti a tirannie e dittature, concessione della cittadinanza americana agli emigrati e ribelli.
6.  Impegno degli Stati Uniti d’America, alla testa dell’Unione Oceanica, nella guerra ideologica, mediatica, economica e militare contro gli imperi della Terra di Mezzo. Obiettivi: secolarizzare l’Islam, democratizzare la Cina, occidentalizzare la Russia, americanizzare l’Europa.
7.  Espropriazione del potere politico dalle mani dei vertici religiosi integralisti, dei mullah e degli ayatollah, dei burocrati e dei militari, e suo conferimento a governi laici, responsabili davanti al popolo.
8.  Educazione gratuita di tutti i bambini secondo le libere scelte dei genitori. Abolizione del lavoro dei bambini e del loro impiego nelle guerre e guerriglie. Uso capillare dei mezzi di comunicazione, in particolare Internet, per l’insegnamento dei principi e valori del mondialismo: uguale dignità di tutti gli individui umani dal concepimento alla morte naturale; uguale diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità; separazione fra religione e politica; appartenenza di tutti gli uomini e le donne all’unica specie umana.
9.  Adozione di misure pedagogico-simboliche e di programmi di educazione scolastica che favoriscano il progressivo superamento delle diffidenze fra gli appartenenti a diverse etnie. Particolare enfasi andrà conferita ai matrimoni misti.
10.  Sostituzione di tutte le valute nazionali con una sola moneta mondiale (la quasi perfetta parità fra euro e dollaro faciliterà tale compito). Graduale abbattimento delle barriere doganali, tariffarie, al libero movimento di merci, capitali e uomini, fino alla depoliticizzazione degli Stati nazionali e alla loro trasformazione in entità puramente amministrative di un Impero mondiale.
Dentro questi punti vi è tutto, e non si può che ritenere tali enunciazioni quantomeno ben strutturate: definiscono chiaramente la strategia del mondialismo/capitalismo/imperialismo bicipite yankee e sionista.
Sbirciando il sito si apprende che questi criminali ritengono che in cento anni riusciranno a realizzare il loro Stato Mondiale.
Il male è che certe dinamiche descritte stanno concretandosi di già, a tamburo battente.
Ma noi non si molla.

di Davide D’Amario

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