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La teoria del complotto in America Latina: spunti per interessanti riflessioni

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di: William Bavone

Di seguito riportiamo la traduzione di parte di un’intervista rilasciata da Percy Francisco Alvarado Godoy (1) dal titolo Confermando un’ipotesi: Chavez è stato assassinato dalla CIA (2) e parte di un articolo dello stesso Godoy, pubblicato sul proprio blog e dal titolo Non solo si cerca di assassinare Maduro in Venezuela (2). Tali contributi non vogliono “imporre” al lettore una visione complottista delle dinamiche che interessano l’America Latina, ma perlomeno suscitare quesiti ed una visione critica e attenta di ogni singolo evento che avviene in quello o in qualsiasi altro continente. Non sempre esistono complotti (ovviamente), ma spesso si verificano eventi di dubbia “spontaneità”. Leggi Tutto…

Discorso di José Pepe Mújica, Presidente dell’Uruguay, al Vertice della CELAC in Cile

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Discorso di José Pepe Mújica, Presidente dell’Uruguay nel Vertice della CELAC (Comunità di Stati Latinoamericani) tenutasi a Santiago, in Cile, il 26 e 27 gennaio 2013.

La risposta di Chavez ad una giornalista americana…

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Il Presidente del Venezuela Hugo Chavez risponde ad una giornalista americana il giorno dopo la sua rielezione  - 8 Ottobre 2012 -

 

 

L’importanza di Chávez

di: Tito Pulsinelli (Caracas)

Terminata positivamente l’operazione chirurgica durata 6 ore.

Perchè le elites finanziarie lo detestano tanto? E’ lo statista che ha anticipato di un decennio il cammino per mettere a salvo il suo Paese. Ha rimettesso all’ordine del giorno valori come la sovranità, preliminare per recidere gli artigli con cui l’oligarchia finanziaria si appropriò delle risorse strategiche di tutti venezuelani. Nel 1989,  il Venezuela ebbe la sventura di subire l’equivalente dell’assalto frontale di cui è vittima oggi l’Europa meridionale. La depredazione era motivata dalle medesime ideologie onnivore, depredatrici, finalizzate a conferire a “controllori esterni” beni, risorse, autonomia e poteri istituzionali, propri delle nazioni e delle democrazie.

 Chávez è il prodotto della sintesi tra le sollevazioni popolari spontaneedel febbraio del 1989, dilagate in tutte le principali città venezuelane -debellate con il fuoco delle armi dal governo-protesi del FMI e USA- e la ribellione del 1992 di quei militari utilizzati come cecchini contro i cittadini. Altro chegolpe! Presero il controllo pieno delle cinque maggiori regioni, con la partecipazione di almeno 8000 soldati. Il movimento bolivariano è la ricomposizione della forza tellurica dei saccheggi, della sommossa popolare e della ribellione organizzata dei sottufficiali. In esso confluiscono le energie dell’equità sociale e quelle della sovranità, dell’antimperialismo e del nazionalismo (1), per aprire la prospettiva ad un altro Paese-possibile.

Poi dilagò l’antipolitica per un altro decennio, i partiti si disssolsero come neve al sole, i frammenti si coalizzavano in ammucchiate inqualificabili, incapaci di frenare l’implosione, e dilagò una conflittualità diffusa, multiforme, che si irradiava lungo mille rivoli. La democrazia rappresentativa agonizzavalentamente. Finalmente si consolidò un’ampia alleanza di forze sociali e politiche, e nel 1998 Chávez divenne presidente. Indicò tre obiettivi: processo costituente, democrazia partecipativa, nazionalizzazione verace degli idrocarburi. Senza una nuova Costituzione, infatti, serviva ben poco la conquista del potere legislativo, in uno Stato minimalista e sfasciato deliberatamente dai liberisti.

Con la nazionalizzazione dell’industria petrolifera, Chávez ha portato in dote ai suoi concittadini la riserva certificata più grande del mondo (300 miliardi di barili), che le multinazionali occidentali controllavano, asserendo cinicamente trattarsi di “bitume” (sic). Le regole delle nuove concessioni, impongono che lo Stato abbia sempre la maggioranza azionaria, e i petrolieri devono pagare il 60% di tasse (contro l’1,5% precedente).  Questa è la base del nuovo Stato sociale, che rende possibile destinare il 40% del bilancioalle politiche sociali: sanità, istruzione e previdenza sociale.

Però non furono sufficienti solo i voti, per salvaguardarlo dalla controffensiva delle elites del 2002. Il fronte di resistenza dovette subire il sequestro di Chávez e una guerra economica interna, con la serrata dei porti e dell’industria petrolifera: 20 miliardi di dollari perduti e caduta del PIL. I voti conferiscono il potere politico, ma per far fronte a quello economico, finanziario, mediatico, religioso, imperiale, ai poteri occulti e a quelli “globali”, ha funzionatola tenaglia governo + movimenti sociali, nel quadro dell’unità civico-militare. Voti più lotta permanente dispiegata su tutta la linea del fronte psico-sociale.

L’odio contro Chávez è il marchio di fuoco dei paladini della cosiddettaautonomia della banca centrale: autonoma da chi? Autonoma dai governi, dal voto dei cittadini, dalla legittimità democratica, non da oscuri ed esclusivi club venali autottoni, non dai centri finanziari internazionali, o da Goldman Sachs che ora nomina apertamente i vertici della BCE,  del Banco d’Inghilterra e persino dei governi d’Italia e Grecia. La sovranità del Venezuela è tangibile da quando la Banca centrale risponde alle autorità di Caracas, unica leva per una politica monetaria ed economica autonoma. La regolamentazione e restrizione cambiaria come scudo per impedire la fuga dei capitali o l’esportazione di tutti gli utili delle multinazionali, è l’altro criminechavista contro l’immacolato dogma liberista.

L’inviso “populismo” non nutre simpatia per i monopoli nei settori sensibili, pertanto nazionalizzò (con indennizzazione) il latifondo improduttivo e telecomunicazioni per diversificare l’offerta e garantire la concorrenza, grazie all’intervento. E’ inviso perchè perchè palesa il divorzio insanabile avvenuto tra elites e società? Sarà per questo che ha la vista lunga?

Nel 2007 non si regalarono soldi ai banca-rottieri, Chávez lasciò fallire i biscazzieri dell’azzardo globale, riscattò le banche più sane, però passarono a far parte del patrimonio pubblico. Ne sa qualcosa il gruppo spagnolo Santander. E’ istruttivo rileggersi gli anatemi dei profeti di sventura, le bolle di scomunica dei prezzolati adoratori de “i mercati”. Però  Caracas seppe resistere e percorse una strada opposta a quella imboccata dall’attuale classe dirigente europea, che finanzia a fondo perduto solo la banca privata. Non le imprese, non il consumo nè il fabbisogno sociale primario.

Chávez aiutò l’Argentina con prestiti umani, consentendo a Nestor Kirchner di mantenere alla larga il capestro offerto dal FMI o troike, che non si limita ad esigere esosi tassi di interesse, ma pianifica dall’esterno le politiche economiche, fiscali, monetarie, militari e -ovviamente-  sociali. E’ una autentica usurpazione di sovranità. Il Venezuela ha costituito un’alternativa per l’accesso al credito, nei momenti più critici della svolta antiliberista sudamericana, allargando lo spazio di manovra della Bolivia, Ecuador, Nicaragua e nazioni del Caribe. Anche con scambi non basati sul monetario, nè sul dollaro (2).

Venne sbugiardata la favola dei “globalisti”, che indica nel ritorno all’autarchia dell’isolato Stato-nazione,  l’unica alternativa possibile alle loro fisime autoritarie. Senza di loro non c’è il caos. La rivoluzione bolivariana, invece, divenne l’asse propulsore del blocco regionale sudamericano.

Con l’idea-forza della complementarietà contro la concorrenza, dello sviluppo autonomo con redistribuzione versus crescita senza regole. La sovranità e autodeterminazione come alternativa all’espansionismo darwinista “occidentale”, permeò la nuova architettura d’un continente che volta pagina. L’UNASUR (Unione delle Nazioni Sudamericane), CELAC (Comunità Stati Latino Americani e Caraibi), allargamento del MERCOSUR (Mercato Comune sudamericano), ALBA (Alleanza Bolivariana delle Americhe), la nascita di istituzioni finanziarie sovranazionali come il Banco del Sur, sono traguardi ottenuti per il gran impulso impresso da Chávez.

La sua acuta visione geopolitica multipolare, ha influito in gran misura sul fallimento del progetto colonizzatore dell’ALCA, modello d’integrazione con cui gli Stati Uniti tentarono  l’annessione non solo dei mercati, ma anche delle economie, risorse, biodiversità di tutti gli Stati nazionali a sud del Rio Bravo. L’accresciuto peso strategico dei prodotti energetici, si è aggiunto alla storica peculiarità geopolitica del Venezuela, come cerniera ed asse strutturante delle Ande, Amazzonia e Caraibi. L’arrivo al governo dei bolivariani si propagò lungo la colonna vertebrale Andina, e non tardarono a manifestarsi gli effetti in Brasile, Ecuador, Argentina e Bolivia.

Senza la benzina inviata dal Brasile di Lula non sarebbe stato possibile sconfiggere pacificamente il sabotaggio e la serrata del 2002. Due secoli prima, da Caracas scoccò la scintilla che spense il sole all’impero spagnolo.

Il Venezuela, da enclave con scambi unidirezionali -tutto l’export agli USA e viceversa per le importazioni- sta avanzando nel progetto di uno sviluppo nazionale, autonomo dai centri finanziari “globali”, perchè ridefinì con anticipo la sua collocazione nella nuova realtà della fase post-egemonica nordamericana. La rotta bolivariana ha messo il Venezuela in relazione con tutte  le potenze emergenti, con i nuovi attori globali e con due patner strategici che siedono Consiglio di sicurezza dell’ONU.

L’importanza di Chávez oltrepassa le frontiere, va al di là dei benefici del sistema di redistribuzione e del welfare garantito ai venezuelani  -in pieno auge della penuria imposta come dottrina universale- ed è un punto di riferimento decisivo per il subcontinente. E’ la stella polare che ispira le forze sovraniste, popolari, nazionali, rivoluzionarie di tutte le latitudini. E’ il cattivo maestro che ha dimostrato che ribellarsi paga, che è possibile resistere a chi è sotto minaccia permanente del potere oscurantista dei grossisti del denaro fittizio.Autoproducono il denaro ma dipendono dal lavoro di tutti, perciò cercano che sia forzato.

L’odio del vecchio giro del G7  è l’impotenza crescente verso le barriere che vanno erigendosi contro il fallimento d’un modello economico, divenuto implosione d’un progetto di socialità distruttivo, malthusiano, antinaturale, non più umanista. Chávez ha osato rivendicare un socialismo per il secolo XXI, democratico e pluralista, caratterizzato da una nuova egemonia sociale. Questo è imperdonabile se diventa forza reale che trasforma o modifica lo stato delle cose presenti.

(1) In Venezuela, il nazionalismo non è mai stato espansionista, colonialista, guerrafondaio, ha avuto -ed ha- una valenza opposta. In particolare, la gestazione del Venezuela è in stretto connubio con le radici della sua Indipendenza, dove fu la piattaforma di lancio del crollo dell’Impero spagnolo. Grazie a Bolivar, gli insorti venezuelani promossero la liberazione dell’attuale Colombia, Ecuador, Bolivia, Perù, Panama. La concezione di nazione è implicitamente derivata e collegata alla Patria Grande.

(2) Il Sucre è una unità di conto, basata sulle rispettive monete nazionali, che regola gli scambi dei membri dell’ALBA. Ha raggiunto il miliardo di dollari, al suo secondo anno.

FONTE: Selvasorg.blogspot.it/

Vedi anche: L’ex Presidente americano Carter: “Il sistema elettorale venezuelano è il migliore del mondo”

L’ex Presidente americano Carter: “Il sistema elettorale venezuelano è il migliore del mondo”

di:  Ewan Robertson

L’ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter ha affermato che il sistema elettorale del Venezuela è “il migliore del mondo” (agenzie).

Mérida, 21 settembre 2012 (Venezuelanalysis.com) – L’ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter ha dichiarato che il sistema elettorale del Venezuela è il migliore del mondo.

Parlando la scorsa settimana ad Atlanta, in occasione di un evento annuale  della sua fondazione Carter Center, il politico ora diventato filantropo ha dichiarato: “È un dato di fatto, delle 92 elezioni che abbiamo monitorato direi che il processo elettorale in Venezuela è il migliore del mondo.”

Il Venezuela ha sviluppato un sistema di voto completamente automatico, tramite touch-screen, che utilizza una tecnologia per il riconoscimento dell’ impronta digitale e rilasciando  in seguito una ricevuta che attesta le scelte degli elettori.

Nel contesto del lavoro di osservazione dei processi elettorali di tutto il mondo del Carter Center, l’ex Presidente Usa ha anche rivelato la sua opinione riguardo il sistema elettorale negli Stati Uniti, affermando che “abbiamo uno dei peggiori processi elettorali in tutto il mondo, quasi completamente a causa dell’eccessivo afflusso di denaro”, riferendosi alla mancanza di controlli sulle donazioni private per le campagne elettorali dei vari candidati.

 I commenti di Carter giungono quando mancano solo tre settimane prima che i venezuelani si rechino di nuove alle urne, il 7 ottobre, con Hugo Chavez, il Presidente socialista in carica, sfidato da Henrique Capriles Radonski, della coalizione di destra della Mesa de la Unidad Democrática (MUD).

Chavez ha accolto con favore i commenti di Carter, affermando ieri che “Carter ha detto la verità, perché l’ha verificato. Ribadiamo che il sistema elettorale venezuelano è uno dei migliori al mondo “.

Chavez ha anche riferito di aver avuto una conversazione di 40 minuti con l’ex-presidente democratico, dichiarando che Carter, “come dice Fidel [Castro] , è un uomo d’onore”. Il  Carter Center ha recentemente confermato che non invierà una delegazione ufficiale per accompagnare le elezioni presidenziali, ma potrebbero esserci funzionari per osservare il processo a titolo individuale.

Nel frattempo, una Delegazione di accompagnamento elettorale dell’Unione delle Nazioni del Sud America (Unasur)  è giunta ieri in Venezuela.

Il capo della delegazione, l’ex vicepresidente argentino Carlos Alvarez, ha detto che questa è la prima missione di osservazione elettorale dell’ Unasur, e che “per noi è fondamentale per consolidare le nostre democrazie, perché abbiamo avuto bisogno di tante lotte, tanta fatica e tanto tempo per portarla [ la democrazia] nei nostri Paesi “.

Alvarez ha dichiarato alla stampa dopo l’incontro con i funzionari del Consiglio nazionale elettorale (Cne) venezuelano che, in base alla sua esperienza di monitoraggio elettorale in Sud America, “quello del Venezuela è uno dei più avanzati sistemi elettorali nella regione e nel continente, che garantisce fiducia e trasparenza “.

Nel frattempo, il segretario del MUD, Ramón Guillermo Aveledo, ha accusato ieri il CNE di essere “di parte”. Ha poi chiarito la sua opinione in un’intervista al canale TV d’opposizione Globovision, dicendo che “noi [del MUD] abbiamo fiducia nel sistema di voto”, ma i funzionari del CNE “hanno una preferenza” verso l’attuale Governo.

Il CNE ha inoltre ammonito sia il MUD che il Comando Carabobo di Chavez per violazione delle regole riguardanti la pubblicità e gli spazi pubblicitari durante la campagna elettorale.

Fonti pro-Chavez hanno anche ipotizzato che l’opposizione ha in programma di non riconoscere i risultati del CNE nel caso probabile di una vittoria di Chavez il 7 ottobre. Nel mese di luglio, Chavez e Capriles hanno firmato un accordo con il quale accettano di riconoscere il risultato annunciato dalla CNE.

LINK:  Former US President Carter: Venezuelan Electoral System “Best in the World”

DI: Coriintempesta

 

Populismo

di: Rodolfo Ricci

Uno spettro si aggira per l’Europa: il Populismo.

Cosa sia di preciso nessuno lo ha capito, ma il termine prolifera: in bocca a sprovveduti di varia provenienza, riempie ormai i comizi d’amore e d’odio, le pagine di tanta stampa, in Europa e in Italia soprattutto, dopo il varo della campagna d’autunno del partito di Repubblica, rinvigorito da quella altrettanto possente, de L’Unità.

Fino a qualche decennio fa, lo spettro si aggirava per altri lidi. In particolare in America Latina dove alcuni sostengono che sia nato all’epoca di Jan Domingo Peron. Oppure per il vasto panorama del terzo mondo asiatico e africano, i cui leader nazionalisti (in particolare i nazionalizzatori delle risorse locali) erano spesso aggettivati come tali: populisti.

Poi, sterminato l’impero del male (il socialismo reale) – i cui leader per la verità non furono mai aggettivati come populisti – e chiuse per sempre le residue ambizioni delle sinistre occidentali, lo spettro cominciò a farsi strada in Europa, fino a diventare un fenomeno di un certo fragore con l’inizio della grande crisi: leader populisti salgono alla ribalta in Austria, in Olanda, In Italia, in Francia, in Ungheria .

Già questo dovrebbe farci riflettere: che se il populismo si fa strada in Europa, non sarà forse che l’Europa stia assomigliando al terzo mondo ? E un’altra riflessione riguarderebbe la constatazione che alla fine della storia (secondo gli intendimenti del primo Fukuyama), finita cioè ogni presunta possibilità di alternativa reale alla globalizzazione neoliberista, lo sbocco necessario e inevitabile sarebbe per forza il populismo.

*****

Il populismo si oppone al realismo, secondo Scalfari e compagnia, cioè assume i contorni della demagogia. La demagogia, da che mondo è mondo, è promettere ai popoli ciò che è irrealizzabile. Irrealizzabile, nel mondo degli uomini è ciò che si oppone alla natura, o meglio alle leggi naturali.  Demagogia è dunque dire che il mondo (questo mondo che abbiamo in sorte), sia strutturalmente modificabile. Recentemente è stato recuperato un altro termine: irreversibilità.

Al fondo delle teorie di Von Hayek e soci (di destra e di sinistra) vi è l’assunto che le leggi profonde della vita e dell’agire sociale umano (competitività e concorrenza strutturale) siano qualità immodificabili e che la sovrastruttura statuale, debba solo garantire il naturale dispiegamento di questa qualità innata, genetica. Tendenzialmente deve scomparire lasciando spazio alla giungla delle lotta per il profitto: liberalizzare tutto. C’è qualcosa di Anarko oggi nel sole… oppure i neoliberisti sono dei novelli Hegel minimalisti che chiudono la scatola della dialettica e pongono alla sommità della loro architettura, anziché lo Stato prussiano, il superstato globale e perenne della concorrenza, il mercato.

(Ben altre le teorie di un Nietzsche o di un Marx, la cui apertura e onestà intellettuale implica la possibilità di lotta tra volontà di potenza, o tra ermeneutiche, oppure, il che è complementare, tra classi sociali. E sostengono che questa lotta è immanente.)

Tra la fine del conflitto e la permanenza del conflitto, in quale universo preferireste vivere ?

Ora, chi non capisce che la realtà neoliberista è la realtà profonda delle cose, chi vi si oppone, rischia di essere un velleitario nel migliore dei casi, nei casi peggiori diventa un demagogo. Si tratta di categorie che espungono il riconoscimento del conflitto. Servono a questo. Ma si è demagoghi solo finché non si dimostra che si riesce ad apportare qualche cambiamento. Ma se si riesce ad apportare qualche cambiamento, proprio per ciò, ci si trasforma nella bestia terribile del populista. Al quale non deve essere riconosciuto il titolo di avversario, portatore di un’altra ermeneutica.

Il populista appartiene infatti ad una altro mondo: anzi è fuori dal mondo.

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Alla fine degli anni ’90 fino agli anni ’10 del 2000, si incontrano una lunga lista di leader populisti:  populista è Nestor Kirchner, che si impone dopo il default argentino (causato da realisti come Menem, De La Rua e Cavallo) decidendo di rifiutare il pagamento di buona parte del debito estero, ritenendolo illegittimo. Gli succede la moglie, Cristina, anch’essa populista, che nel suo impeto populista, porta avanti la rinazionalizzazione del sistema pensionistico, del Banco Central, delle imprese energetiche.

Ma ben prima di loro, il leader populista par exellence, è tale Hugo Chavez Frias, prima golpista, poi alternativamente populista o nuovo dittatore, anche se è stato riconfermato alla guida del suo Venezuela in più di 10 consultazioni elettorali successive, che ha sempre vinto e la cui legittimità è stata riconosciuta internazionalmente. Nel 2002, si ricordano gli entusiasmi per la caduta del dittatore populista, a seguito del golpe durato qualche giorno, sulle prime pagine di quotidiani come La Repubblica, Il Corriere della Sera e dulcis in fondo, ma in prima linea, L’Unità.

Poi, però il golpe fallisce perché gli adepti del populista Chavez (il popolo delle periferie e delle favelas di Caracas) circondano a centinaia di migliaia il palazzo del Governo e impongono ai golpisti di recedere dal tentativo. Il populista, grazie al suo popolo, torna al governo e conferma la nazionalizzazione della quarta impresa mondiale per la produzione di petrolio, e introduce royalties elevate per ogni compagnia estera (sette sorelle ecc.), che si candidano a sfruttare le sue immense riserve.

Erano state queste decisioni a convincere i socialdemocratici locali (e mondiali, ivi inclusi i diessini italiani) e, ovviamente, anche i conservatori e reazionari di tutto l’occidente, che Chavez era un pericoloso leader populista.

Nel frattempo, nell’America Latina, si susseguono altri velleitari leader in odore di populismo, come Lula da Silva, a cui, tutti gli equilibrati e realisti leader della sinistra socialdemocratica internazionale preferiscono il navigato e sperimentato sociologo di sinistra democratica Fernando Henrique Cardoso, amico di D’Alema e di tutta l’Internazionale Socialista. (A proposito, c’è ancora, e dov’è, in questa congiuntura, l’Internazionale Socialista ?)

Poi Lula vince per due mandati consecutivi e, visto che il Brasile è una delle tigri dei Brics, immenso paese con immense risorse, le accuse di populismo si affievoliscono, anche se, nella connaturata natura di populista, Lula tira fuori dalla miseria e dall’indigenza oltre 50 milioni di brasiliani, un peccato che la successora Dilma Russeuf, continua diabolicamente a perseguire.

Pericoloso sovversivo del MAS (Movimento al Socialismo) è Evo Morales, per giunta aborigeno con sangue esclusivamente indio nelle vene, sindacalista dei raccoglitori di coca, che poi diventa populista quando, dopo aver vinto, si avvia a nazionalizzare le immense risorse di gas e di altri minerali fondamentali. Anche in questo caso, nella poverissima Bolivia, tentano ogni strada per abbatterlo. Ma il populista Evo, resiste, tuttora.

Analogamente, Correa, ecuadoregno, ma economista affermato, per cui, l’accusa di populismo risulta parzialmente sfumata. Ma l’affronto alla Gran Bretagna sul caso Assange ripropone la sua recondita natura di populista per giunta provocatore.

Pericoloso populista è il peruviano Ollanta Umala, altro indio incrociato con sangue italiano, il quale però, si converte ad una terza via che apre alle pretese delle multinazionali minerarie dell’occidente, quindi ora se ne parla come un leader equilibrato e realista, uno di quelli su cui puntare, come per il massmediatico presidente del Cile, Miguel Juan Sebastián Piñera, di destra simil-berlusconiana, grande imprenditore televisivo, succeduto alla socialista Michelle Bachelet; lei era stata indicata per anni dai socialdemocratici europei e dai Democratici di Sinistra, come l’alternativa al populismo (di sinistra) dilagante in Sud America.

Evidentemente, nel Cile dell’esperimento sul campo di Milton Friedmann e di Henry Kiessinger, che portò al potere Pinochet e all’assassinio di Salvador Allende, il populismo stenta ad attecchire.

Però,  Michelle Bachelet ebbe a dire, in un momento posteriore di autocritica (diciamo un anno fa circa) che, in tutto il suo duplice mandato che aveva portato ad una crescita ammirevole del PIL, il famoso coefficiente di Gini, quello che misura la concentrazione della ricchezza, ovvero il livello di uguaglianza distributiva, non si era spostato di una virgola.  Questo era stato quindi il motivo per cui si è affermato nel 2010, l’estimatore di Pinochet, Sebastián Piñera, ovviamente un importante interlocutore politico dell’occidente nel cono sud del continente, non populista, seppur somigliante a Berlusconi, ma realista.

E’ importante ricordare, an passant, che la fine dell’esperienza democratica di Allende (11 settembre del 1973), costituì l’incipit dell’esperienza del compromesso storico in Italia, sulla base della considerazione fatta dal gruppo dirigente del PCI che, nel nostro paese, non sarebbe stato consentito, alla sinistra, di arrivare al potere per via democratica, ovvero da sola. Si potrebbe ragionare se questa considerazione non abbia costituito un lungo alibi o una delle precondizioni della mutazione della classe dirigente del PCI, portata a compimento negli anni ‘80 e ‘90. Una definitiva sfiducia nella sostenibilità della democrazia in Occidente, e un’abdicazione ai valori fondanti della sinistra. Riflettiamoci un po’: non è questo l’esito – realistico – che accomuna la cosiddetta sinistra riformista a tutt’oggi, anche rispetto alla crisi europea ?

*****

Ma tornando al nostro tema, all’inizio degli anni 10 del 21° secolo, il populismo sbarca, sotto nuove spoglie, nel pieno della grande crisi epocale, in Europa. E in Italia.

I prodromi si erano visti nelle esperienze secessioniste-leghiste presenti in vari paesi del continente. Per la verità, queste esperienze vengono vissute senza particolare fastidio finché si tratti di portare avanti l’idea dell’Europa dei Popoli (o delle regioni), questa variante populista che ben corrisponde alle esigenze di accentuazione di competitività locale con annesse gabbie salariali e che non dispiace affatto alla finanza, né all’imprenditoria e neanche alla sinistra riformista, la quale si adopera convintamente per il progetto federalista.

D’altra parte, l’annacquamento della funzione nazionale è un obiettivo perseguibile e coerente con l’ottica di governo globale e continentale.

Ma la cosa funziona finché l’equilibrio di poteri tra le borghesie nazionali regge, e cioè solo fino al 2007. Termina col terminare della crescita.

Con l’inizio della grande crisi e con l’agonia del Berlusconismo come patto sociale che teneva insieme grande e piccola borghesia, poteri finanziari, mafie e poteri paralleli, con la fine della crescita da indebitamento lanciata in epoca reaganiana- tatcheriana e proseguita con Clinton-Blair, l’equilibrio del populista Berlusconi crolla. Ma quel populismo lo si era inseguito per anni, sia sul versante del contrasto all’immigrazione, sia su quello del federalismo, sia sull’idea di libera intrapresa senza lacci e laccioli e di riduzione dei diritti del lavoro (flessibilità sfrenata benedetta dai giuslavoristi alla Ichino, ecc.), che costituiva il valore centrale per tutti, ivi incluso il nostrano centrosinistra. O ricordo male ?

Come dire che se populista era Berlusconi, altrettanto populisti alla rincorsa erano gli altri.

Ora il palcoscenico è radicalmente cambiato,certo. Nella coperta sempre più stretta imposta dalla crisi, cambiano gli scenari e gli attori. Le variazioni dello spread ripropongono il livello nazionale come  decisivo e cancellano le varianti locali, sconosciute o poco interessanti per la speculazione dei mercati. Le borghesie nazionali sono costrette a difendersi in quanto tali perché vengono giudicate ad un livello nazionale. E sorge la domanda se convenga o meno restare dentro o uscire fuori dall’Euro.

Nuovi populismo crescono. Come funghi e in concorrenza accentuata. Da diversi lati. Siamo circondati.

Ora sembrerebbe che abbiamo a che fare con quello di Beppe Grillo, il più pericoloso, dentro i confini, perché in grado di far saltare il progetto del razionalismo partenopeo-meneghino di natura neo-nazionalista rappresentato da Napolitano-Monti, che punta a mantenere le prerogative di quella che si potrebbe chiamare frazione globalizzata della borghesia nazionale – ovviamente finanziarizzata – dentro lo scenario europeo e mondiale (mantenere un posto al sole), come obiettivo centrale di questa fase, a discapito delle altre frazioni, secondarie, di borghesia produttiva e classi medie  e ovviamente del lavoro attuale e futuro, tutte espunte drasticamente dal livello decisionale.

Per questo obiettivo, ritenuto strategico, si sacrifica, come in una vera e propria guerra, tutto il resto. A partire dalla democrazia e dal protagonismo (partecipazione) popolare, non solo dei lavoratori dipendenti, ma anche delle classi medie. I referendum sono aborriti, come mai nella storia repubblicana.

Ciò accade in misura maggiore o minore, in ogni paese, ed in ogni paese emergono i populismi, al momento demagogici, certamente.

Ma quello italiano non è peggiore o più grave degli altri. Su una cosa ha ragione Grillo: se non ci fosse lui, forse ci troveremmo di fronte ad una rinascita dell’antica fenice sotto forma di Albe dorate ed affini, come, oltre che in Grecia, abbiamo visto emergere in Francia. O ad un rafforzamento delle logiche leghiste, opportunamente annientate, per il momento, dagli scandali interni.

La riforma elettorale deve puntare a minimizzare questo rischio.

Ma se tutto ciò accade in un contesto di totale e incentivata assenza di alternative al rigore recessivo delle politiche liberiste, (cosa sostenuta da tutto l’arco neo-costituzionale) cosa ci si aspetta ?

Quello che magari si può lamentare è l’assenza di un populismo esplicitamente di sinistra in Europa e in Italia, analogo a quello latino-americano (che ovviamente populismo non è). Piuttosto è la sana lettura dei fabbisogni sociali, sulla base della specifica cultura nazionale, come ci ha insegnato tale Antonio Gramsci. A dispetto del padre fondatore, molto letto all’estero, dimenticato in patria, si riconosce come perseguibile unicamente la via continentale, senza spiegare perché essa dovrebbe risultare più democratica di quella nazionale. Se non è stato possibile battere le forze dell’arretrato capitalismo nostrano, perché dovrebbe essere più facile sconfiggere quelle del moderno capitalismo continentale ?

In un passo dei Quaderni dal Carcere, Gramsci sostiene, contrariamente alla vulgata che l’Umanesimo fosse la riscossa progressista all’arretratezza medioevale, che il vero movimento progressista dell’età medioevale e moderna sia stato quello delle eresie. L’Umanesimo avrebbe decretato la loro sconfitta e l’affermazione della borghesia transnazionale nascente….

*****

E’ dunque la distruzione scientificamente programmata della sinistra, operata negli ultimi tre decenni, che porta al risultato attuale. Al populismo.

E in questo vuoto pneumatico, i populismi europei e nazionali non possono che ripercorrere la strada interclassista già percorsa da Berlusconi. Perché debbono tentare di rappresentare l’interclasse media depauperata e marginalizzata dalla crisi. E anche perché essa è la stessa strada percorsa dagli altri comparti della politica peninsulare, ivi inclusi UDC e PD, nel tentativo di imporre ad essa una nuova egemonia culturale che loro chiamano realismo. Ma le due ermeneutiche che si confrontano sono entrambe radicalmente populiste. Nel senso che non contemplano letture o prospettive di classe.

L’unica cosa che differenzia Grillo dall’arco costituzionale è la critica serrata, e facile, alle degenerazioni politiche degli altri.

Per il resto, nessuno di costoro si misura sul nocciolo vero della questione: a partire dal fatto, più volte ricordato in questo sito, e richiamato negli ultimi giorni addirittura da Scalfari e da Napolitano, che qualsiasi governo governi dal 2013 al 2017, esso sarà chiuso nella camicia di forza del Pareggio di Bilancio, del Fiscal Compact, dell’Esm, dei Memorandum e della Troika.

Come dire che non c’è spazio per nessuna alternativa. Dunque, quale destra e quale sinistra ?

Fatale che il populismo (demagogico) crescerà al punto, che Beppe Grillo sembrerà un pischello di fronte alle menzogne e alle falsità (demagogia pura) che verranno propinate in campagna elettorale e negli anni adiacenti dal fronte PDL, UDC, PD, (SEL ?), ecc., supportate da un impressionante apparato mediatico che oggi ha l’obiettivo di convincerci che l’uno sia diverso dall’altro, che la tenzone è reale, e che sono possibili progetti diversi per il paese. In realtà la partita (e l’intero campionato) è truccatissimo ed è già terminato prima di iniziare. Altro che Moggi..

Ha ragione Napolitano: tutti, chiunque vinca, dovranno fare la stessa cosa, a prescindere. E lui, il superrealista (anzi il re), vigilerà, finché potrà, affinché a nessuno venga lo schiribizzo di mettere in discussione gli accordi sottoscritti e quelli da sottoscrivere. Lo stesso hanno detto a Cernobbio banchieri e grand commis. Ma il PD, (i cui leader si agitano tanto, non si capisce bene il perché, forse serve ad infervorare la tifoseria) ha già prodotto una carta stampata d’intenti “per il bene comune” che conferma fin d’ora la loro fedeltà agli accordi. E anche Vendola ha aderito.

Un grande patto di punto fisso (punto fijo) tra le presunte forze della rappresentanza politica è stato stipulato.  E prevarrà, con l’alternanza, nell’attraversamento ventennale della crisi.

A meno che un populista non demagogico e magari collettivo, non emerga dal fango melmoso in cui siamo caduti, a rappresentare la massa dei riottosi e dei non votanti (circa il 40%) e a rinverdire il principio costituzionale (populista) secondo cui la sovranità, tuttavia, appartiene al popolo e che la Repubblica è, tuttavia, fondata sul lavoro.

FONTE: CambiaIlMondo.org

Il Premio Nobel della Pace

di: Fidel Castro Ruz

Parlerò appena del popolo cubano che un giorno  spazzò via della sua Patria il dominio degli Stati Uniti, quando il sistema imperialista aveva raggiunto la cupola del suo potere.

Si sono visti sfilare uomini e donne delle più diverse età il 1º maggio, per le piazze più simboliche di tutte le province dell’Isola.

La nostra Rivoluzione è sorta nel luogo meno aspettato dall’impero, in un emisfero dove agiva da padrone assoluto Cuba è passata dall’essere l’ultimo paese a liberarsi dal giogo coloniale spagnolo, al primo a scuotersi di dosso l’odiosa tutela imperialista.

Oggi penso soprattutto alla fraterna Repubblica bolivariana del Venezuela, alla sua lotta eroica contro il saccheggio spietato delle risorse che la natura ha concesso a questo nobile e abnegato popolo che un giorno portò i suoi soldati negli angoli più appartati di questo continente per mettere in ginocchio il potere militare spagnolo.

Cuba non necessita spiegare perchè siamo stati solidali, non solo con tutti i paesi di questo emisfero, ma anche con molti dell’Africa e di altre regioni del mondo.

La Rivoluzione bolivariana è stata solidale a sua volta con la nostra Patria e il suo appoggio al nostro paese si è trasformato in un fatto di grande importanza negli anni del periodo speciale. Questa cooperazione, senza dubbio, non è stata frutto di alcuna sollecitudine da parte di Cuba, così come non furono stabilite condizioni di sorta ai popoli che necessitavano i nostri servizi d’educazione o di medicina. Al Venezuela avremmo offerto in qualsiasi circostanza il massimo aiuto.

Cooperare con altri popoli sfruttati e poveri è sempre stato, per i rivoluzionari cubani, un principio politico e un dovere verso l’umanità.

Mi soddisfa enormemente osservare, come ho fatto ieri attraverso la Venezuelana di Televisione e TeleSur, il profondo impatto che ha prodotto nel fraterno popolo del Venezuela la Legge Organica del Lavoro promulgata dal leader bolivariano e presidente della Repubblica, Hugo Chávez Frías. Non avevo mai visto nulla di simile nello scenario politico del nostro emisfero.

Ho prestato attenzione  all’enorme folla che si è riunita nelle piazze e nelle strade di Caracas, e soprattutto alle parole spontanee dei cittadini intervistati. Poche volte ho visto, e forse mai prima, il livello d’emozione e di speranza che costoro ponevano nelle loro dichiarazioni. Si poteva osservare con chiarezza che l’immensa maggioranza della popolazione è costituita da umili lavoratori. Una vera battaglia delle idee si sta sferrando con forza.

Rafael Correa, presidente dell’Ecuador, ha dichiarato coraggiosamente che, più che in un’epoca di cambio, stiamo vivendo un cambio d’epoca. Tutti e due, Rafael Correa e Hugo Chávez sono cristiani. Obama in cambio, che cos’è? In cosa crede?

Nel primo anniversario dell’assassinio di Bin Laden, Obama compete con il suo rivale Mitt Romney nel giustificare quell’azione perpetrata in un’installazione prossima all’ Accademia Militare del Paquistan, un paese musulmano alleato degli Stati Uniti.

Marx e Engels non parlarono mai di assassinare i borghesi: nel vecchi concetti i giudici giudicavano e i boia facevano le esecuzioni.

Non ci sono dubbi che Obama è stato cristiano; con una delle specificità  di questa religione ha imparato il mestiere di trasmettere le sue idee, un’arte che ha significato molto nella sua ascesa accelerata nella gerarchia del suo partito.

Nella dichiarazione dei principi di Filadelfia nel luglio del 1776 si affermava che tutti gli uomini nascono liberi ed uguali e a tutti, il loro creatore, concedeva determinati diritti.

Per quel che si conosce, tre quarti di secolo dopo l’indipendenza, gli schiavi negri continuavano ad essere venduti nelle pubbliche piazze con le loro mogli e i figli, e quasi due secoli dopo Martin Luther King, premio Nobel della Pace, fece un sogno, ma fu assassinato.

A Obama, il tribunale di Oslo ha ossequiato il suo, e si era trasformato quasi in una leggenda.  Senza dubbio, milioni di persone devono aver visto le scene. Il Premio Nobel Barack Obama ha viaggiato rapidamente in Afganistan, come se il mondo non fosse al corrente degli omicidi di massa, dei libri sacri per i musulmani bruciati e degli oltraggi ai cadaveri delle persone uccise.

Nessuno, se è onesto, sarà mai d’accordo con le azioni di terrorismo.

Ma il presidente degli Stati Uniti ha forse il diritto di giudicare e il diritto d’uccidere, di trasformarsi in tribunale e anche in boia, e compiere tanti crimini in un paese e contro un popolo situato al lato opposto del pianeta?

Abbiamo visto il presidente degli Stati Uniti salire trottando gli scalini di una ripida scala in maniche di camicia, avanzare  a passo svelto per un corridoio mobile e fermarsi a predicare un discorso ad un nutrito contingente di militari che applaudivano svogliatamente le parole dell’illustre presidente. Quegli uomini non erano tutti nati cittadini nordamericani. Pensava nelle colossali spese che questo implica e che il mondo paga, perchè, chi si fa carico di questa enorme spesa che gia supera i 15 miliardi di dollari?

Questo è quello che offre all’umanità l’illustre Premio Nobel della Pace.

Granma.cu

La frutta che non è mai caduta

di: Fidel Castro Ruz

Cuba è stata costretta a lottare per la propria esistenza di fronte ad una potenza espansionista, ubicata a poche miglia dalle coste, che proclamava l’annessione della nostra isola, il cui unico destino era cadere nel loro seno come frutta matura. Eravamo condannati a non esistere come nazione.

Nella gloriosa legione di patrioti che durante la seconda metà del XIX secolo lottò contro l’abominabile dominazione spagnola per 300 anni, Josè Martì è stato chi con più chiarezza percepì questo drammatico destino.

Così lo ha reso noto nelle ultime righe che scrisse quando, alla vigilia del forte combattimento previsto contro una coraggiosa e ben equipaggiata colonna spagnola, dichiarò che l’obiettivo principale delle loro lotte era: “… impedire in tempo con l’indipendenza di Cuba, che gli Stati Uniti si estendano per le Antille e cadano, con la loro forza, sulle nostre terre di America. Quanto ho fatto fino ad oggi e farò, è per tutto ciò”.

Senza capire questa profonda verità, oggi non si potrebbe essere patriota, né rivoluzionario.

I mass media, il monopolio delle molte risorse tecniche, e gli abbondanti fondi destinati a ingannare ed abbrutire le masse, costituiscono, senza dubbio, considerevoli ostacoli, ma non invincibili.

Cuba ha dimostrato che – dalla sua condizione di fattoria coloniale yankee, in congiunto all’analfabetismo ed alla povertà generalizzata del suo popolo –, era possibile affrontare il paese che minacciava con il definitivo assorbimento della nazione cubana. Nessuno può affermare che esistesse una borghesia nazionale che si opponeva all’impero, si è sviluppata talmente vicina all’impero che inviò negli Stati Uniti, poco dopo il trionfo della Rivoluzione, quattordicimila bambini senza protezione, anche se questa decisione è stata associata alla perfida bugia che sarebbe stata tolta la Patria Potestà, che la storia registrò come operazione Peter Pan ed è stata qualificata come la miglior manovra di manipolazione di bambini con finalità politica ricordata nell’emisfero occidentale.

Il territorio nazionale è stato invaso, appena due anni dopo il trionfo rivoluzionario, da forze mercenarie, – integrate da antichi soldati di Batista, e figli dei latifondisti e borghesi – armati e scortati dagli Stati Uniti con navi della loro flotta, inclusi portaerei con strumenti pronti a entrare in azione, che accompagnarono gli invasori fino alla nostra isola. La sconfitta e la cattura di quasi il totale dei mercenari in meno di settantadue ore e la distruzione dei loro aerei che operavano dal Nicaragua e i loro mezzi di trasporto navali, costituì un’umiliante sconfitta per l’impero e i loro alleati latinoamericani che sottovalutarono la capacità di lotta del popolo cubano.

L’URSS davanti all’interruzione del rifornimento di petrolio da parte degli Stati Uniti, l’ulteriore sospensione totale della quota storica di zucchero nel mercato di quel paese, e il divieto di commercio creato per più di cento anni, rispose a ognuna delle misure fornendo combustibile, acquistando il nostro zucchero, facendo commercio con il nostro paese e finalmente fornendo le armi che Cuba non poteva acquistare in altri mercati.

L’idea di una campagna sistematica d’attacchi pirata organizzati dalla CIA, i sabotaggi e le azioni militari di bande create e armate da loro, prima e dopo l’attacco mercenario, che finirebbe in un’invasione militare degli Stati Uniti contro Cuba, diedero origine agli avvenimenti che posero il mondo al bordo d’una guerra nucleare totale, con la quale nessuna delle due parti e la stessa umanità avrebbe potuto sopravvivere.

Questi avvenimenti, senza dubbio, costarono la carica a Nikita Jruschov, che aveva sottovalutato l’avversario e tralasciò criteri che gli sono stati trasmessi e non consultò per la sua decisione finale, coloro che stavamo in prima linea. Quella che poteva essere un’importante vittoria morale, divenne così un costoso rovescio politico per l’URSS. Per molti anni continuarono a realizzare le peggiori aggressioni contro Cuba e non poche, come il criminale bloqueo, si commettono ancora.

Jruschov fece gesti straordinari verso il nostro paese. In quell’occasione io criticai senza titubanze l’accordo inconsulto con gli Stati Uniti, ma sarebbe ingrato e ingiusto non riconoscere la sua straordinaria solidarietà nei momenti difficili e decisivi per il nostro popolo nella sua storica battaglia per l’indipendenza e la rivoluzione, di fronte al poderoso impero degli Stati Uniti. Capisco che la situazione era terribilmente tesa e lui non voleva perdere un minuto, quando prese la decisione di ritirare i proiettili e gli yankee s’impegnarono, molto segretamente, a rinunciare all’invasione.

Nonostante i decenni trascorsi, che sono ormai mezzo secolo, la frutta cubana non è caduta nelle mani degli yankee.

Le notizie che adesso giungono dalla Spagna, Francia, Iraq, Afghanistan, Pakistan, Iran, Siria, Inghilterra, le Malvine e altri numerosi punti del pianeta, sono serie, e tutte fanno pensare ad un disastro politico ed economico per l’insensatezza degli Stati Uniti e dei loro alleati.

Parlerò di pochi temi. Devo rilevare, stando a quello che molti raccontano, che la selezione di un candidato repubblicano per aspirare alla presidenza di questo globalizzato e inclusivo impero, è a sua volta, e lo dico seriamente, la maggior competizione d’idiozie e d’ignoranza che si sia mai ascoltata. Siccome ho diverse cose da fare, non posso dedicare tempo a questo tema. Sapevo comunque molto bene che sarebbe stato così.

Illustrano di più alcuni articoli che desidero analizzare perché mostrano l’incredibile cinismo che genera la decadenza dell’Occidente. Uno di questi, con sbalorditiva tranquillità, parla di un prigioniero politico cubano, che, come si afferma, è morto dopo uno sciopero della fame durato cinquanta giorni. Un giornalista di Granma, Juventud Rebelde, di un giornale radio o qualsiasi mezzo d’informazione rivoluzionario, si può sbagliare in qualsiasi apprezzamento su qualsiasi tema, pero non fabbrica mai una notizia o inventa una menzogna.

Nella nota di Granma si afferma che non c’è stato questo sciopero della fame; era un recluso per un delitto comune, condannato a quattro anni per un’aggressione, che provocò lesioni al viso di sua moglie; che la stessa suocera aveva richiesto l’intervento delle autorità; che i familiari più stretti hanno seguito tutti i procedimenti utilizzati nel trattamento medico e che erano grati per gli sforzi degli specialisti che l’avevano assistito. È stato ricoverato, dice la nota, nel miglior ospedale della regione orientale, come si fa con tutti i cittadini. È morto per un problema multi organico secondario, associato ad un processo respiratorio settico severo.

Il paziente aveva ricevuto tutte le attenzioni che si applicavano in un paese che possiede uno dei miglior servizi medici al mondo, che si offrono gratuitamente, nonostante il bloqueo imposto dall’imperialismo alla nostra Patria. È semplicemente un dovere che si compie in un paese dove la Rivoluzione è orgogliosa di aver rispettato sempre, durante più di cinquanta anni, i principi che le hanno dato la sua invincibile forza.

Sarebbe meglio che il governo spagnolo, visti gli ottimi rapporti che ha con Washington, viaggi negli Stati Uniti e se informi di quanto occorre nelle prigioni yankee, la condotta spietata che applica ai milioni di prigionieri, la politica eseguita con la sedia elettrica, e gli orrori che si commettono con i detenuti nelle carceri e quelli che protestano nelle strade.

Ieri, lunedì 23 gennaio, un forte editoriale di Granma, intitolato “Le verità di Cuba” in una pagina completa di questo giornale, spiegò dettagliatamente l’insolita sfacciataggine della campagna bugiarda scatenata contro la nostra rivoluzione da alcuni governi “tradizionalmente compromessi con la sovversione contro Cuba”.

Il nostro popolo conosce bene le norme che hanno retto il comportamento irreprensibile della nostra Rivoluzione dal primo combattimento, che non è stata mai infangata durante più di mezzo secolo. Sa anche che non potrà essere mai incalzato né ricattato dai nemici. Le nostre leggi e le norme si compieranno con sicurezza.

È bello segnalarlo con tutta chiarezza e franchezza. Il governo spagnolo e la scalcinata Unione Europea, immersa in una profonda crisi economica, devono sapere a cosa attenersi. Fa pena leggere nelle agenzie di notizie le dichiarazioni di ambedue quando utilizzano le loro sfacciate bugie per attaccare Cuba. Occupatevi prima di salvare l’euro, se potete. Risolvete la disoccupazione cronica che in numero ascendente soffrono i giovani, e rispondete agli indignati sui quali la polizia si avventa e colpisce costantemente.

Non ignoriamo che adesso in Spagna governano gli ammiratori di Franco, ci ha inviato membri della Divisione Azzurra insieme agli SS ed agli SA nazisti per uccidere i sovietici. Quasi cinquantamila di loro parteciparono nella cruenta aggressione. Nell’operazione più crudele e dolorosa di quella guerra: l’assedio di Leningrado, dove morirono un milione di cittadini russi, la Divisione Azzurra fecce parte delle forze che cercarono di strangolare l’eroica città. Il popolo russo non perdonerà mai quell’orrendo crimine.

La destra fascista di Aznar, Rajoy e altri servitori dell’impero, deve sapere qualcosa delle sedicimila perdite che hanno avuto i predecessori della Divisione Azzurra e le Croci di Ferro con le quale Hitler premiò gli ufficiali ed i soldati di quella divisione. Non ha nulla di strano quello che fa oggi la polizia gestapo con gli uomini e le donne che domandano il diritto al lavoro ed al pane nel paese con più disoccupazione di Europa.

Perché mentono così sfacciatamente i mass media dell’impero?

Quelli che gestiscono questi media, s’impegnano ad ingannare ed abbruttire il mondo con le grossolane bugie, pensando forse che costituisce una risorsa principale per mantenere il sistema globale di dominazione e saccheggio imposto, ed in modo particolare alle vittime vicine alla sede della metropoli, i quasi seicentomilioni di latinoamericani e caraibici che vivono in questo emisfero.

La repubblica sorella del Venezuela è diventata l’obiettivo fondamentale di quella politica. La ragione è ovvia. Senza il Venezuela, l’impero avrebbe imposto il trattato di libero commercio a tutti i popoli del continente che ci sono al Sud degli Stati Uniti, dove si trovano le maggiori riserve di terra, acqua dolce, e minerali del pianeta, così come grandi risorse energetiche che, somministrate con spirito solidario verso gli altri popoli del mondo, costituiscono risorse che non possono né devono cadere nelle mani delle multinazionali che impongono un sistema suicida ed infame.

Basta, per esempio, guardare la cartina geografica per capire la criminale spoliazione che significò per Argentina toglierle un pezzo del suo territorio nell’estremo sud del continente. Lì hanno impiegato i britannici, il loro decadente apparato militare per uccidere inesperti reclute argentine che indossavano le uniformi estive mentre si era già in pieno inverno. Gli Stati Uniti ed il loro alleato Augusto Pinochet diedero all’Inghilterra uno supporto svergognato. Adesso, alla vigilia dell’Olimpiade di Londra, il loro primo ministro David Cameron proclama anche, come lo aveva già fatto Margaret Tatcher, il loro diritto di usare i sottomarini nucleari per uccidere gli argentini. Il governo di quel paese non sa che il mondo è in cambiamento, e il disprezzo del nostro emisfero e della maggioranza dei popoli verso gli oppressori aumenta ogni giorno.

Il caso delle Malvine non è l’unico. Qualcuno conosce per caso come finirà il conflitto in Afghanistan? Pochi giorni fa i soldati statunitensi oltraggiavano i cadaveri dei combattenti afgani, uccisi dai bombardieri senza pilota della NATO.

Tre giorni fa un’agenzia europea pubblicò che “il presidente afgano Hamid Karzai, diede il suo avallo ad un negoziato di pace con i Talebani, sottolineando che questo fatto deve essere risolto dai cittadini dello stesso paese”.

Poi aggiunse: “… il processo di pace e riconciliazione appartiene alla nazione afgana e nessun paese o organizzazione straniera può togliere agli afgani questo diritto.”

D’altra parte, un comunicato pubblicato dalla nostra stampa comunicava da Parigi che “Francia sospese oggi tutte le operazioni di formazione ed aiuto al combattimento in Afghanistan e minacciò con anticipare il ritiro delle truppe, dopo che un soldato afgano ultimasse quattro militari francesi nella valle Tgahab, della provincia di Kapisa […] Sarkozy diede istruzioni al ministro di difesa Gerard Longuet per spostarsi immediatamente a Kabul, e vide la possibilità di un ritiro anticipato del contingente.”

Sparita l’URSS ed il Campo Socialista, il governo degli Stati Uniti concepiva che Cuba non poteva sostenersi. George W. Bush aveva già preparato un governo controrivoluzionario per presiedere il nostro paese. Lo stesso giorno che Bush iniziò la sua criminale guerra contro l’Iraq, io chiesi alle autorità del nostro paese la cessazione della tolleranza che si applicava ai capi controrivoluzionari che in quei giorni chiedevano istericamente un’invasione contro Cuba. In realtà la loro attitudine costituiva un atto di tradimento alla Patria.

Bush e le sue stupidaggini imperarono durante otto anni e la Rivoluzione cubana ha perdurato ormai da più di mezzo secolo. La frutta matura non è caduta nel seno dell’impero. Cuba non sarà una forza in più con cui potrà allargarsi l’impero sui popoli d’America. Il sangue di Martì non si è versato invano.

Domani pubblicherò un’altra Riflessione come complemento di quest’ultima.

LINK:  La fruta que no cayó

DA: Prensa Latina -Agenzia di Stampa LatinoAmericana

Venezuela: La minaccia del buon esempio?

di: Eva Golinger

Washington non ha mai nascosto il suo disprezzo per il presidente del Venezuela Chavez e i  mass media hanno trasformato un leader democratico in un dittatore. Il Venezuela rappresenta davvero una minaccia per gli Stati Uniti o tutto questo clamore mediatico è solo una scusa per un cambiamento di regime? 

[NOTA: ho accompagnato il presidente Chavez nel suo ultimo viaggio in Iran ad  ottobre 2010 e posso attestare il legittimo rapporto tra entrambe le nazioni. Non abbiamo fatto visita agli impianti nucleari,  abbiamo invece visitato i cantieri per edifici residenziali che sono stati successivamente utilizzati come modello per un programma di edilizia residenziale pubblica attualmente in corso in Venezuela, in joint venture con l'Iran. Ho anche visitato personalmente, diversi anni fa, la fabbrica  iraniana-venezuelana di trattori a Bolivar  e ne ho anche guidato uno. Posso  dire con certezza che non era nè radioattivo né era una copertura per una bomba atomica.]

La visita del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad in America Latina questa settimana ha causato  frenesia a Washington. Il pensiero che il Nemico numero 1 degli Stati Uniti fosse a poche miglia di distanza, a sud del confine,ad  ingraziarsi le nazioni un tempo dominate dalla agenda di Washington, era troppo da sopportare per un governo che cerca disperatamente di isolare l’Iran e sbarazzarsi della nazione persiana della Rivoluzione islamica. 

I giorni prima dell’arrivo di Ahmadinejad in Venezuela, la sua prima tappa di un tour che lo porterà a visitare altre quattro nazioni latinoamericane, il Dipartimento di Stato americano ha avvertito la regione di ricevere il presidente iraniano e di rafforzare i legami, mentre Washington stava intensificando le sanzioni contro l’Iran e l’aumento della pressione sul governo di Ahmadinejad. Come segno della sua severità, Washington ha anche espulso un diplomatico venezuelano che lavorava come console generale a Miami, per presunti collegamenti ad un infondato complotto iraniano contro gli Stati Uniti.

Il presidente del Venezuela Hugo Chavez ha liquidato gli avvertimenti di Washington come le parole di un “impero ridicolo” che non “ci domina più in America Latina”. ”Siamo nazioni sovrane”, ha chiarito Chavez, mentre riceveva il  Presidente iraniano a braccia aperte. Chavez ha anche ironizzato riguardo le accuse di Washington che il rapporto iraniano-venezuelano  rappresenti una minaccia per gli Stati Uniti.

“Ci accusano in continuazione di piani per attaccare gli Stati Uniti. Dicono che stiamo costruendo una bomba per lanciarla contro Washington. Vedete quella collina lì ? Quella collina adesso si aprira’ e ne uscira’ un’enorme bomba atomica  che io e il presidente Ahmadinejad  lanceremo contro la Casa Bianca”, ha scherzato il presidente Chavez  con i giornalisti che erano giunti al palazzo presidenziale per la visita del presidente iraniano.

“La sola guerra che il Venezuela e l’Iran stanno conducendo insieme è la guerra contro la fame, contro la povertà, contro l’esclusione”, ha chiarito Chavez in tono severo.

Da anni ormai, i funzionari del governo degli Stati Uniti, gli analisti esterni, i  think tank, i consulenti del governo e i commentatori dei media hanno lanciato allucinanti accuse contro il Venezuela, sostenendo che la nazione sudamericana stia costruendo basi missilistiche con l’Iran per pianificare attacchi contro gli Stati Uniti e campi di addestramento terroristici dove ospitare i membri di Al Qaeda, Hezbollah e la Guardia Rivoluzionaria Iraniana. Queste affermazioni assurde si spingono fino ad asserire che  le joint venture venezuelane-iraniane, come fabbriche di auto e biciclette e centrali del latte non servano ad altro se non a nascondere  i siti segreti sotterranei per l’ arricchimento dell’uranio delle bombe nucleari da lanciare contro gli Stati Uniti. Anche un volo commerciale tra Caracas e Teheran è stato rivendicato da questi “analisti” degli Stati Uniti e da alcuni membri del Congresso, come Connie Mack e Ileana Ros-Lehtinen (entrambi repubblicani della Florida), come un “volo del terrore” per il trasporto di “materiali radioattivi” e “terroristi”.

Quanto ridicole possono sembrare le accuse Washington contro il Venezuela, tali accuse, pericolose e prive di fondamento, vengono utilizzate per amplificare le ostilità contro la nazione sudamericana, incanalare milioni di dollari di finanziamenti ai gruppi anti-Chavez  nel tentativo di destabilizzare il governo venezuelano e di perpetuare ulteriormente una campagna mediatica atta a demonizzare il capo di Stato venezuelano, raffigurando questo paese produttore di petrolio come una dittatura.

Nel corso degli ultimi anni, mentre  si intensifica la campagna contro il Venezuela,il  gergo comune nei mass media, riferendosi al Presidente Chavez,  comprende termini come “dittatore”, “autoritario”, “tiranno”, “terrorista”, “minaccia” e ritrae il paese latino-americano come uno “stato fallito” dove i diritti umani sono costantemente “violati” e la libertà di espressione è inesistente. Chiunque abbia visitato il Venezuela durante l’amministrazione Chavez sa che non solo non esiste alcuna dittatura, ma la democrazia è aperta, vivace e partecipativa, fiorisce la libertà di parola e i venezuelani godono di una maggiore garanzia dei diritti umani rispetto ai loro vicini del nord degli Stati Uniti. Ai mezzi di comunicazione è necessario ricordare che il presidente Chavez è stato eletto con oltre il 60% dei voti nei trasparenti processi elettorali, con l’80% di partecipazione elettorale certificata da osservatori internazionali.

Come  ha sottolineato di recente il presidente Chavez, il governo venezuelano sta investendo ogni anno di più in programmi sociali e in misure contro la povertà , mentre paesi come gli Stati Uniti stanno tagliando i servizi sociali. In Venezuela, la povertà è stata ridotta di oltre il 50% negli ultimi dieci anni, grazie alle politiche sociali dell’amministrazione Chavez, mentre negli Stati Uniti, 1 bambino su 5 vive attualmente in condizioni di estrema povertà. La disoccupazione, a dicembre 2011,  in Venezuela era al 6,5% rispetto all’8,5 % degli USA. L’esclusione, la mancanza di opportunità, l’astensione degli elettori ed  altre piaghe sociali sono in continuo aumento negli Stati Uniti.

“Obama, non pensarci più. Fatti gli affari tuoi e prenditi cura del tuo paese, dove  hai un sacco di problemi “, ha suggerito il presidente Chavez durante un recente discorso. Chavez è stato anche pronto a sottolineare che Obama ha appena tagliato l’ assistenza federale  per il gasolio necessario per il riscaldamento  delle famiglie a basso reddito, lasciando migliaia di persone a soffrire in questo gelido inverno, dovendo scegliere tra cibo o calore. Nel frattempo, il governo venezuelano ha appena rinnovato e ampliato il suo programma di assistenza relativo al gasolio per il riscaldamento domestico alle comunità negli Stati Uniti attraverso la Citgo. Negli ultimi 7 anni, la società venezuelana Citgo è stata l’unica società petrolifera negli Stati Uniti disposta a fornire a costi ridotti il gasolio per la casa a chi ne aveva bisogno. E ‘ironico che il governo venezuelano stia aiutando le persone negli Stati Uniti mentre il governo degli Stati Uniti e le sue imprese si rifiutano di farlo.

VENEZUELA & IRAN: LA MINACCIA REALE

Il rapporto tra il Venezuela e l’Iran può causare allarme in alcuni ambienti a Washington, ma non per i motivi descritti dai media. Come membri fondatori dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) nel 1960, il Venezuela e l’Iran hanno condiviso stretti rapporti da decenni. Entrambi i paesi hanno interessi strategici in tutto il mondo. Tuttavia, non è da poco tempo che queste relazioni vadano oltre i semplici interessi energetici.

L’entrata dell’Iran in America Latina come partner commerciale, insieme a Cina e Russia, è la vera minaccia per l’egemonia statunitense nella regione. Le  società statunitensi che hanno monopolizzato l’emisfero per oltre un secolo, vengono ora sostituite da imprese asiatiche, mediorientali ed europee disposte a fornire offerte più allettanti a paesi come il Venezuela. Gli accordi con l’Iran, per esempio, includono il trasferimento di tecnologia e non solo l’acquisto dei prodotti. Le fabbriche iraniane di automobili  in Venezuela non si limitano solo all’assemblaggio di un prodotto iraniano. Gli accordi prevedono infatti che esse forniscano ai venezuelani l’abilità tecnica per la produzione di vetture, dalle materie prime al prodotto finito. Questo è essenziale per assicurare sviluppo,crescita e stabilità economica a lungo termine.

Le false accuse contro il Venezuela di terrorismo e di essere un paese guerrafondaio – nessuna delle quali è mai stata suffragata da prove reali – sono tentativi pericolosi per spaventare l’opinione pubblica nel giustificare un qualche tipo di aggressione contro una nazione pacifica. Il Venezuela non ha mai invaso, aggredito, minacciato o intervenuto in un altro paese, né ha bombardato e assassinato i cittadini di altre nazioni. Il Venezuela ha una politica di pace e non hai mai infranto o violato questa promessa.

Il Venezuela ha anche il diritto sovrano di intraprendere relazioni con le altre nazioni come meglio crede e di sviluppare le proprie politiche interne per favorire il benessere della sua gente. Questa sembra essere la più grande minaccia agli Stati Uniti.

LINK:  Venezuela: The Threat of a Good Example?

DI: Coriintempesta

6 Agosto 2011: l’Italia rasa al suolo dalla BCE

Le porte sono aperte, e i servi rimpinzati si fanno beffe della loro consegna russando.

William Shakespeare – Macbeth – Atto II, Scena Seconda.

Questi giorni sonnacchiosi, d’Agosto, questa falsa Estate che già si tinge delle dolenti piogge autunnali, questi cieli bigi sul mare, le nuvole di vapore sui colli e sui monti, sembrano un messaggio degli Dei ai mortali: lascia il chiasso delle spiagge e dei ristoranti all’aperto, smettila d’osservare ostinatamente il dito e lascia spaziare l’occhio in cielo, perché questa è un’Estate di guerra. La Libia? Sì, anche, ma non è questa la grande guerra che è in atto: anzi, sono più d’una, almeno tre o quattro. Vediamole nell’ordine.

a) La guerra per il primato geostrategico nel Pianeta fra USA e Cina.

b) La guerra, interna all’Unione Europea, fra la BCE e la Commissione Europea.

c) L’eterna guerra fra John Maynard Keynes e Milton Friedman.

d) La (finta) guerra fra i nani e le ballerine italiane.


La guerra per il primato geostrategico nel Pianeta fra USA e Cina

La notizia del declassamento del debito USA, da AAA ad AA+ (con outlook negativo), è di portata storica, verrebbe quasi da dire “la notizia del secolo” ma siamo prudenti, poiché il secolo che avanza – almeno, secondo chi scrive – ne riserverà altre di ben diversa portata. In ogni modo, sarebbe come se al Soglio Pontificio fosse salito il cardinal Milingo, con Vasco Rossi al Quirinale e il mago Otelma ministro dell’Economia. Tutto ciò era inevitabile: anzi, il giudizio è stato ancor troppo bonario.

Già nel 2003 – nel mio “Europa Svegliati” – mettevo in guardia contro la spaventosa spirale del debito USA che nelle sue tre componenti – debito interno, debito estero e debito delle famiglie – raggiungeva cifre paurose, ben superiori al 120% dell’attuale debito interno italiano. Cos’è cambiato? Perché Standard & Poor’s ha osato tanto? Talvolta, è analizzando le reazioni che si scopre un fenomeno, come avviene spesso nella Fisica.

La reazione di Pechino non è stata né bonaria e né tranquillizzante: anzi, boriosa, come quella di chi ha perso la pazienza.

La Cina ha adesso ogni diritto di chiedere che gli Usa affrontino i loro problemi di debito…garantire la sicurezza degli asset in dollari della Cina…Washington deve ora affrontare seriamente una dolorosa realtà…riduzioni a quello che (la Cina) definisce le gigantesche spese militari e i costi salati del welfare…

I cinesi non sono così stupidi da credere che basti una loro ramanzina per far cadere l’architrave del pensiero politico USA – quel “noi non baratteremo mai il nostro stile di vita” – poiché su quella (falsa) certezza dell’american dream si basa il potere bipartisan demo-repubblicano. Se i cinesi osano tanto – sapendo che devono continuare a smerciare computer e televisori – non sarà che gli USA non sono più, per Pechino, quel cliente così “essenziale” per la loro economia?

Non si tratta certamente di una “chiusura” netta ed irrevocabile, tanto meno subitanea, bensì di un processo che vede aumentare le economie – e dunque il commercio, l’import-export, i consumi, ecc – dei Paesi del BRIC & associati, i quali possono pagare anche con le loro merci – e quindi in un quadro di “sana” economia – e non con i “dollarotti” carta straccia. Similmente, i Paesi dell’Europa Centrale – con la Germania a dirigere il coro – mantengono ancora un significativo gap tecnologico nei confronti della Cina, mentre gli USA hanno esportato e venduto le loro aziende agli orientali: adesso, si guardano le mani e scoprono d’esser rimasti con un pugno di mosche. Una guerra?

Molto improbabile, per tante ragioni. Una guerra di logoramento “ai fianchi” della Cina – un attacco in Corea, tanto per scegliere un luogo – comporterebbe un dispiegamento di forze simile al Vietnam, che gli USA non possono assolutamente più sostenere: se ne vanno, bastonati, anche dall’Afghanistan, che non è certo la Cina! Anche un attacco atomico non risolverebbe nulla, perché porterebbe alla mutua distruzione, anche se il potenziale USA è superiore: bastano 10 missili a bersaglio negli USA per distruggere l’economia statunitense per secoli.

Quello che attende gli USA è un lento decadimento, come avvenne per la Gran Bretagna, ma con una sostanziale differenza: gli inglesi riuscirono – grazie alla loro esperienza imperiale ed al Commonwealth – a compiere un “atterraggio morbido” che agli USA – per mentalità, dissidi interni, pochezza politica quando si tratta di mediare e dimensioni – non è detto che riesca.  Ciò che attende gli statunitensi sono due eventi: il moltiplicarsi delle enclave di miseria, come le “Flint” di Michael Moore, e l’inevitabile china della parabola di Barack Obama. Il Presidente USA ha sbagliato troppo, fra il 2008 ed il 2010, quando non era una “anatra zoppa”: ha sottovalutato il potere della lobby israeliana, che osserva la politica statunitense quasi solo alla luce delle sue decisioni per il Medio Oriente. Obama non poteva aspettarsi altro: dopo le elezioni del 2010, parecchi parlamentari del Tea Party – Sarah Palin in testa – andarono in Israele per colloqui a vario titolo, anche con Benjamin Netanyahu, sempre con il “chiodo fisso” delle elezioni del 2012.

“…il Tea Party difende ideologicamente lo Stato Ebraico d’Israele, con gli stessi parametri di logica e buonsenso che sono stati la base per la diffusione del suo Movimento.”

La risposta di Obama – tardiva e fragile – fu l’appoggio alle rivolte in Nord Africa: ho sempre sostenuto che un conto sono le legittime aspirazioni delle popolazioni, un altro la “copertura” diplomatica USA, che era la “risposta” al “colpo a segno” sull’anatra che siede al 1600 di Pennsylvania Avenue. Con la perdita della maggioranza democratica al Congresso, oggi Obama ha dovuto trattare con i repubblicani un piano economico che non prevede maggiori tasse per i ricchi, l’unica possibilità di riuscire a salvare il salvabile.

Stranamente, Moody’s e Fitch non hanno seguito (per ora) S&P nel declassamento, il che – se a pensar male ci s’azzecca – farebbe pensare ad una ritorsione israeliana per la politica statunitense di destabilizzazione del Mediterraneo, sempre aborrita da Tel Aviv. In definitiva, la Cina è il convitato di pietra che assiste – senza far nulla – al duello fra le potenze occidentali, con l’oramai acclarato dissidio (dichiarazioni di facciata a parte) fra Obama e la dirigenza israeliana. Il futuro?

Una fase di grande instabilità negli USA, tormentati dai “residui” (e dai costi) delle avventure neocoloniali di Bush (Iraq ed Afghanistan) e dalla crisi economica dilagante: una crisi che non è monetaria, bensì nasce dalle basi oramai evanescenti dell’economia USA. Insomma, non è tanto Wall Street quanto Main Street a determinare la scansione della crisi e soluzioni vere – come quella di far finalmente pagare chi più ha – non sono più in agenda per l’ostilità del Congresso. Il Mediterraneo sarà probabilmente abbandonato a se stesso (i fondi USA per questo scacchiere sono già stati “tagliati”): di conseguenza, saranno Francia e GB a ritrovarsi sulle spalle i problemi del “bluff” libico, con conseguenze oggi imprevedibili. Se in casa democratica si piange, in quella repubblicana c’è poco da ridere: Sarah Palin avrà pure una buona mira per sparare all’alce, ma governare oggi gli USA è tutt’altra cosa. Peggio che ritrovarsi a fare il sindaco di Napoli. Le persone capaci scarseggiano (Obama, bisogna riconoscerlo, era forse l’unica “novità” della politica americana), ancor più in casa repubblicana: se a Roma impazza l’influenza, a Washington sono già alla polmonite.


La guerra, interna all’Unione Europea, fra la BCE e la Commissione Europea

La misteriosa “missiva” giunta da Francoforte – con le firme di Trichet e di Draghi – mette il governo italiano di fronte ad un aut aut: o mettere a posto i conti subito (come, poi…) o niente acquisto dei BTP italiani da parte della BCE. La sottigliezza, di non poco conto, è che non è giunta da Bruxelles o da Strasburgo – i luoghi della politica europea – bensì, direttamente, dalla BCE.

Che l’Europa sia un gigante economico ed un nano politico è cosa risaputa: basti pensare ad una baronessa inglese alla politica estera che, il suo stesso governo, definisce“inadeguata”. Oppure alla bulgara Rumyana Zheleva, “ballerina” che fu bocciataall’audizione preliminare per diventare commissaria: Die Welt si chiese se, con l’eventuale nomina della Zheleva, si sarebbe raggiunto il limite della nomina della “moglie di un gangster all’Eurocommissione”.

Sull’altro versante, invece, camuffati da abili “maghi” dell’economia planetaria, siedono persone determinate e capaci nel difendere gli interessi, congiunti, della grande imprenditoria e del sistema bancario: se volete, Bankenstein. Piccolo particolare: nessuno li ha eletti, nessuno di noi può mettere bocca sul loro operato. In altre parole, sono dei “tecnici” che non dovrebbero (e non potrebbero) assumere ruoli politici: del resto, con quali “credenziali” S&P si prende la briga di destabilizzare il pianeta con l’abbassamento del rating USA?

Si fa presto a dire che i nanerottoli politici sono soltanto gli attori inviati sul proscenio dai loro burattinai banchieri: molto dipende anche dalla statura dei politici. Un simile andazzo è possibile proprio per la loro pochezza: saremmo curiosi di sapere come se la caverebbero i signori di Francoforte se dovessero trattare con un De Gaulle, un Brandt, un Palme o, anche, con un Craxi od un Andreotti. Le mire “politiche” della BCE non sono un segreto per nessuno: sono loro stessi ad ammetterle.

La missiva giunta al Governo Italiano, dunque, fa già parte della “seconda fase” del piano di Francoforte (anche senza un ministro delle finanze europeo): giungere al veto sulle politiche economiche dei singoli Stati. Una sorta di commissariamento delle economie europee oppure – se preferite, per come stanno le cose nella realtà – un IV Reich che conquista l’Europa senza sparare un colpo di fucile.


L’eterna guerra fra John Maynard Keynes e Milton Friedman

Perché si è giunti a questo punto?

Tralasciando nella trattazione il signoraggio – non per scarsa importanza, bensì per non ingigantire l’articolo – la disputa fra i “Chicago Boys” liberisti ad oltranza ed i fautori dell’intervento dello Stato in Economia è alla base delle odierne angosce. Un assioma che va sfatato è quello che le economie cosiddette “liberiste” – portate avanti dai Conservatori inglesi, dai Repubblicani statunitensi e dalla destra italiana – non indebitino lo Stato: la risposta è nei fatti. La Banda Bassotti americana che s’inventò la truffa dei subprime, successivamente, chiese aiuto proprio allo Stato e, il “piano Paulson” di 700 miliardi di dollari, viene tuttora pagato dai contribuenti americani, per lo più dal ceto medio, mentre i grandi finanzieri pagano poco o nulla e le banche sono tuttora libere di sfornare derivati. “Tossici”? Lo sapremo fra qualche anno.

In Italia, come s’evince da questo grafico, i governi di Silvio Berlusconi hanno condotto ad aumenti del debito: 6,2 punti nel 1994 (in sei mesi!) e ben 12,7 punti nel triennio 2008-2011. Solo nel quinquennio 2001-2006 riuscirono a far scendere il debito di un misero 2,9 in cinque anni. Per contro, i governi di centro sinistra abbatterono il debito di 11,7 punti nel quinquennio 1996-2001 e di 3 punti nel secondo, breve governo Prodi, in soli due anni: soprattutto il primo abbattimento (1996-2001), fu possibile per l’intervento in economia (rottamazioni, finanziamenti a vari settori) che aumentò il PIL.

La teoria della Scuola di Chicago non è quella d’abbattere il debito, bensì quella di non tassare gli alti redditi (come in Italia): in questo modo, il bilancio dello Stato va in rosso ed è necessario ripianarlo con la “macelleria sociale”. A quel punto, il gioco può riprendere con nuovi abbattimenti di tasse per i più ricchi e sempre maggiori prelievi (o mancata assistenza) per i meno abbienti. Oggi, difatti, Tremonti ha nel mirino l’assistenza (invalidi, assegni alle famiglie più povere, accompagnamento per gli anziani, ecc) e, ancora una volta, le pensioni: tagliare gli astronomici costi della politica? Non ci pensa nemmeno, anche se ne parla.

Utilizzare la teoria di Keynes è più arduo, perché il rischio di finanziare “a pioggia” o, peggio, in modo clientelare l’economia conduce ai medesimi effetti di destabilizzazione, soprattutto sul fronte del debito: in altre parole, per adoperare quella “leva” ci vogliono economisti con le palle e le contropalle, non i miseri figuri che osserviamo sulla scena. In definitiva, l’argomento attiene più alla sfera generale dell’umanesimo e della filosofia che a quella delle semplici teorie economiche: l’Uomo deve assumersi l’onere di controllare i flussi economici o lasciarli correre? Anche considerando il quadro planetario di consumo esagerato di risorse non rinnovabili? Può affidare il proprio futuro economico ad una colossale rete di computer, i quali sono programmati con due soglie: vendere od acquistare, secondo il prezzo? Perché, assistiamo sempre più frequentemente al blocco dei listini per eccesso di rialzo o di ribasso? Addirittura a poco chiari “guasti tecnici” per arrestare le contrattazioni? Il sistema del cosiddetto “autogoverno” del mercato non funziona: osserviamo la realtà. Quali sono i Paesi che sono fuori da questo infernale girone?

A parte le cosiddette “economie emergenti” – la Cina ha miliardi di dollari nelle casse dello Stato – è emblematico il caso russo: se qualcuno ricorda i tempi di Eltsin, rammenterà che la vita media s’era drammaticamente accorciata, la povertà era endemica e i russi si salvarono soprattutto col poco che riuscivano a trarre dagli orti delle dacie. Addirittura, l’Aeroflot – la compagnia aerea russa – non aveva kerosene per far volare gli aerei: in un Paese ricco di risorse energetiche! Putin – piaccia o non piaccia – diede una sterzata: in che senso? Forte dell’appoggio che aveva nei servizi segreti (dai quali proveniva) e nell’Armata, riportò allo Stato il “clou” delle risorse russe – l’energia – e le sottrasse agli oligarchi. Ovvio che il processo non fu indolore, e nemmeno affermiamo che la Russia sia oggi un paradiso, però la situazione economica della popolazione – dagli anni bui del dopo URSS – è migliorata sostanzialmente. E il Venezuela di Chavez? Non ha, anch’esso, nazionalizzato il petrolio del Paese sottraendolo alle mire degli speculatori? Cosa fece Mossadeq in Iran? Non, però, di solo petrolio si tratta, perché l’impatto delle “deregulation” sulle popolazioni e sui bilanci degli Stati (sempre chiamati a saldare i conti) sono stati devastanti: crollo della domanda interna, insicurezza sociale, aumento della povertà, della frammentazione sociale, delle malattie della povertà come l’alcolismo, ecc.

In definitiva, per chi ancora crede nel “respiro” di libertà economica propalato da Milton Friedman e dalla “Scuola di Chicago”, ci sono alcune domande alle quali rispondere. A trent’anni dall’elezione di Reagan, si può affermare che il Pianeta sia più ricco? Sì. Si può affermare che le popolazioni siano più ricche? No.

Senza scomodare Marx ed il Capitale, vorremmo che prendessero in esame un neutro parametro, l’indice Gini: cosa misura? Indica la condivisione dei beni all’interno degli Stati, ossia la distribuzione della ricchezza fra le classi sociali. Il coefficiente di Gini, è un numerò che varia fra zero ed uno: zero la perfetta omogeneità nella distribuzione dei beni, uno la massima eterogeneità. Esiste una classifica (non molto aggiornata) degli Stati per uguaglianza/disuguaglianza di reddito: l’Italia è al 52° posto, gli USA al 74°, mentre sopra all’Italia troviamo quasi tutte le nazioni europee. Paesi che ancora godono della “tripla A”, come la Francia e la Germania, hanno una distribuzione della ricchezza più equanime dello Stivale: in fondo alla classifica, ci sono le nazioni meno affidabili, per il rating del debito, del Pianeta.

Eppure, da decenni, la tesi sostenuta dai “Chicago Boys” è proprio quella che solo arricchendo una modesta parte della popolazione – in Italia, il 10% della popolazione possiede il 45% della ricchezza nazionale – è la sola ricetta possibile, giustificando il tutto con un aumento dei capitali disponibili e, dunque, degli investimenti. Osservino la classifica, meditino sull’altro aspetto – la domanda interna – e ci diano una risposta.

Aspettiamo.


La (finta) guerra fra i nani e le ballerine italiane

Gianni Letta ha affermato che “tutto sta crollando”. Perché? Facciamo un passo indietro. Si parla spesso del “sacco” del Britannia: ci sono migliaia di pagine web che lo citano e ne abbiamo scelta una a caso (ma non troppo). Ciò che, forse, non molti ricordano, fu la campagna d’opinione che precedette, negli anni, quegli eventi: l’industria di stato veniva bollata ovunque come inutile e dannosa, le ferrovie inefficienti, le poste inconcludenti, ecc, ecc.

Oggi, con un annuncio dell’altoparlante, le Ferrovie decretano – nella massima tranquillità – che il treno numero tale è stato soppresso. Spiegazioni? Nessuna. Un tempo – mi confessò un capostazione – per sopprimere un treno bisognava stendere un lungo rapporto, e non era assolutamente detto che il firmatario non fosse convocato dalla direzione territoriale per fornire chiarimenti. Nei primi giorni di Giugno del 2011, le Poste andarono completamente in tilt per un “cambio di software”: a parte i disguidi – giorni d’attesa per inviare una raccomandata o ritirare la pensione – aspetto ancora oggi una lettera di mia madre con un’importante delega nei miei confronti: speriamo veramente, dopo quasi tre mesi, che sia finita al macero. Magari giungerà ai miei figli dopo la mia morte.

Sono vissuto in un’Italia nella quale, quando un insegnante era malato e telefonava a scuola per avvertire, nella mattinata stessa – quasi sempre – già arrivava il supplente, che si metteva subito a far lezione, magari con prima un po’ di ripasso. Oggi, per 10 e più giorni le classi hanno il classico “tappabuchi” che sostituisce per un’ora, che non conosce i ragazzi, che può fare poco o nulla. Per un certo periodo presi il treno delle 6.20 del mattino per recarmi all’Università: ricordo che era una vaporiera. Che non perse mai un colpo ed un minuto. S’andava a lavorare con contratti a tempo indeterminato – era la normalità – e con 35 anni di contributi s’andava in pensione a qualsiasi età. Il pubblico impiego era più favorito, ma non era del tutto un errore: auguri, ai docenti che entreranno in classe con 67 primavere sulle spalle. Furono gli anni nei quali s’impennò il debito pubblico?

Torniamo ad osservare il grafico del rapporto debito/PIL: quando s’impennò?  Nei primi anni ’80: sono gli anni della “Milano da bere”, del “soldo che fa soldo” da solo, della Borsa come una giostra che tutti arricchisce: che ce ne facciamo di quei pachidermi dell’IRI? Reagan lancia il suo carpe diem, che chiama “edonismo reaganiano”: quanto bella sei ricchezza, ch’ora sosti in ogni via. Invece.

Parallelamente, la finanza locale s’espandeva a macchia d’olio, lo Stato “decentrava” i servizi alle amministrazioni periferiche: successivamente, iniziò a tagliare i fondi. Le amministrazioni locali, conseguentemente, iniziarono ad alzare le tasse locali ed a tagliare i servizi, fino a chiudere ospedali moderni. Rami secchi. Il cosiddetto “piano Brunetta” per la Sanità italiana (e la manovra di Tremonti) prevedono la non sostituzione di 8.000 – attenzione: ottomila! – medici che andranno in pensione nei prossimi anni. Altre fonti giungono ad ipotizzare un taglio di 17.000 medici.

Oggi, la frittata è fatta: è la guerra fra gli stegocrati e la popolazione italiana. Un governo centrale che deve succhiare continuamente denaro per mantenere gl’incerti equilibri parlamentari: poi, a cascata, la medesima situazione per regioni, province, comuni, circoscrizioni e comunità montane. Un esercito di un milione di persone che campa di politica e non risolve niente, se non ingrassare il proprio conto in banca e quello dei propri parenti. Tutto è stato sacrificato sull’altare della “governabilità”, persino la possibilità d’eleggere i propri rappresentanti senza doverli scegliere da una lista di “eletti”: l’Italia è diventata più “governabile”?

La scelta dei nani e delle ballerine pare sia quella d’aumentare, ancora una volta, l’età pensionabile: toccare i patrimoni? Ma non scherziamo. Quando sento parlare di “tagli alle auto blu” “alla politica” “ai voli di stato” la mano scende alla pistola, perché già li sento ronzare dalle parti del mio culo: questa volta, assistenza o previdenza? Entrambe? Non importa: basta che paghino i poveracci. Perché bisogna difendere l’euro.

Non sono mai stato un detrattore della moneta unica, perché aspettavo d’osservarne gli esiti: oggi, alla luce di quanto sta accadendo, la controproposta da fare a sir Mario Draghi doveva essere “E se ce ne andiamo dalla moneta unica?” Questa gente fa la voce grossa fin quando trova come interlocutori solo nani e ballerine: l’Argentina, rispose agli ispettori del FMI che potevano andarsene quando volevano, a patto che il viaggio lo pagassero i loro caporioni. E’ sprofondata nell’Atlantico Meridionale? Non ci sembra.

Smettiamola, per favore, con questo senso di colpa dei cosiddetti “PIIGS”: la situazione del debito USA è peggiore non solo di quella dei Paesi europei “poco virtuosi”, bensì della somma di tutti essi. Allora? Nella prima parte dell’articolo abbiamo spiegato che la situazione è l’ennesima guerra finanziaria fra blocchi, alla quale partecipa anche l’istituto di Francoforte: dobbiamo pagare anche questa guerra? Ci spaventano con mille input per un’eventuale ritorno alla Lira: cosa potrebbe succedere?

L’Italia, a quel punto, diventerebbe meno “appetibile” alla speculazione internazionale, poiché è l’euro che interessa, non una moneta minore di un Paese mezzo collassato. E dopo? Cosa ne avrebbero in cambio? Proviamo, invece, a meditare di riprendere il controllo – rigidamente allo Stato – dell’emissione monetaria, con il vantaggio (mica da poco!) di decidere noi una eventuale svalutazione: la Germania ci gioca sopra da tempo, poiché la moneta forte consente solo a pochi di reggere sul mercato delle esportazioni. In questo modo, tedeschi e francesi si sono già impadroniti della grande distribuzione, a parte Ipercoop e poco altro, e stanno allargando i loro interessi all’industria privata (Lactatis) e pubblica (Italcantieri). Cosa fanno, invece, nani e ballerine italiane?

Si riuniscono come dei congiurati a Ferragosto per decidere come stramazzare la popolazione: lo fanno da anni, sempre d’Estate. L’unico che, ancora, si lascia scappare d’aver capito cosa sta succedendo è Umberto Bossi: spiace dirlo, ma è così. Riferendosi alla famosa “lettera” della BCE, si è lasciato scappare: “Mi sa che quella lettera è stata scritta a Roma”. Mica scemo: sono le stesse “direttive” che Draghi emanava quando era “solo” Governatore della Banca d’Italia, e non della BCE in pectore. Ma chi vogliono prendere per il sedere?

A fronte di quel milione di persone che campano di politica e di corruzione, come rispondono nani e ballerine italiane? Casini afferma che Tremonti è da “ricoverare”, mentre Bersani studia – imbeccato da Napolitano – come “aiutare”. Di Pietro dice di non capire: non è una novità. Forza Sud non voterà leggi che danneggino il Sud, Forza Nord quelle che danneggino il Nord: il Centro, per definizione, sta al centro e si fa gli affari suoi. I Responsabili si mostrano disponibili: dipende dalla disponibilità di poltrone. Fini è “allibito”, Stracquadanio “basito”. Cosa faranno?

Per definizione, nani e ballerine sono servi: non hanno opinioni. Quando si prospetterà di non concedere più loro gli avanzi della mensa – niente più cosce di pollo mangiucchiate da rosicchiare, niente più monete per una fellatio a comando – si prostreranno ai loro padroni e continueranno a danzare chinando il capo, ossequienti. D’altro canto, il destino di nani e ballerine, giullari e cortigiane, è soltanto quello d’obbedire ai loro padroni: la sera con le danze nel salone del castello, la notte contorcendosi, a comando, sotto le coltri.

di: Carlo Bertani

L’ Olandese Volante

Rivoluzioni colorate e “cambio di regime”: i tentativi di Washington per destabilizzare la Bielorussia

Il 29 e 30 giugno, il Segretario di Stato Hillary Clinton era a Vilnius, in Lituania, per partecipare ad un incontro della “Community of Democracies” e per visitare uno dei tanti internazionali “campi tech.” finanziati dagli Usa. Questi campi ospitano gli attivisti della ” società civile” (l’opposizione) delle varie nazioni i cui governi non sono graditi dagli Stati Uniti e insegnano loro le capacità organizzative di internet e dei vari social network per essere in seguito utilizzate per promuovere, con le parole ufficiali, la ” transizione democratica ”, o più correttamente, le rivoluzioni colorate e il cambio di regime. Secondo AP, “gran parte della giornata di apertura di questi incontri affronta le nuove meccaniche della protesta, come i social network.” Durante la sua visita, la Clinton ha affermato che “gli Stati Uniti hanno investito 50 milioni di dollari per sostenere la libertà di Internet e abbiamo addestrato oltre 5.000 attivisti in tutto il mondo.” Questo è, ovviamente, in aggiunta ai centinaia di milioni che gli Stati Uniti spendono in altri modi per tentare di destabilizzare i suoi nemici e forzare le “ transizioni democratiche.

La scelta di Vilnius non è un caso: si trova a 30 chilometri dal confine bielorusso. Questo campo tecnologico ospita 85 attivisti della regione, ”principalmente dalla Bielorussia”. La Bielorussia è attualmente presa di mira da un’ azione concertata diretta verso una  rivoluzione arancione, finanziata e controllata a distanza dall’Occidente. Allo stesso tempo, il paese viene sottoposto a pressioni relativamente nuove da est: alcuni elementi russi hanno evidentemente deciso che la Bielorussia e le sue proficue imprese statali dovrebbero appartenere a loro, e contribuiscono a loro modo allo sforzo per destabilizzare il governo.

Sono appena tornato a Parigi da un secondo viaggio in Bielorussia. I media occidentali  ritrasmettono fedelmente la mostruosa immagine della Bielorussia che i nostri governi vogliono trasmettere, e così mi piacerebbe riferire sulla situazione di questo paese poco conosciuto e incoraggiare gli altri a visitarlo per sperimentare da soli la cultura, l’ economia, l’ ospitalità e il carattere bielorusso. Ho partecipato ad una conferenza internazionale sulla resistenza al nazifascismo a Brest, il 22 giugno, nel 70 ° anniversario dell’invasione nazista dell’Unione Sovietica. In un paese che ha perso tra un terzo e un quarto della sua popolazione durante la guerra, il ricordo delle devastazioni degli attacchi stranieri e l’eroismo di coloro che resistettero è molto forte e vivo. Situata pericolosamente tra l’ Europa e la Russia, completamente pianeggiante e avendo a diposizione poche risorse naturali, la Bielorussia ha lottato duramente per costruire un riuscito Stato indipendente. E ora non è incline a perdere la sua sovranità.

Gli Stati Uniti e gli altri paesi occidentali stanno attaccando il governo del presidente Alexander Lukashenko sin da quando si è rifiutato di seguire il cammino degli altri paesi ex sovietici nel 1990, che hanno svenduto le industrie statali agli oligarchi, distrutto il sistema di protezione sociale e  permesso al cleptocratico capitalismo mafioso di prendere il sopravvento. Sotto Lukashenko, la Bielorussia si è gradualmente  sviluppata  in una forte economia di mercato socialmente orientata, con il più alto tasso di crescita nella CSI anche durante le correnti turbolenze finanziarie  (in base al CIS Interstate Statistical Committee, tra gennaio e aprile 2011 l’industria bielorussa è cresciuta del 12,9% su base annua), pur continuando a mantenere gratuita la sua assistenza sanitaria, tutela del lavoro, servizi sociali,  programmi di pensionamento,  bassa disoccupazione,  alloggi e servizi finanziati dalla Stato ed un elevato livello di istruzione. Questa è una delle ragioni per cui il paese è naturalmente sotto il fuoco dell’ Occidente, i cui governi in bancarotta stanno, in maniera ossessiva, ripetendo ai loro cittadini che “non esiste alternativa”: dobbiamo ridurre drasticamente o affossare le pensioni e gli altri programmi sociali, licenziare gli impiegati statali , flessibilizzare la forza lavoro, privatizzare l’istruzione, la sanità, le infrastrutture e tutto il possibile, ecc ecc.. Situata proprio accanto all’Europa in crisi, la Bielorussia è più che una spina nel suo fianco, è la prova certa che la propaganda neoliberale degli europei e degli americani sono solo bugie.

Questo sembra essere uno dei motivi per cui gli attacchi contro il modello economico bielorusso e il suo governo hanno recentemente avuto un impulso maggiore. La sua economia è una sacca isolata di produzione orientata all’esportazione accanto alle economie occidentali di consumo. La Bielorussia era la zona più industrializzata dell’Unione Sovietica, producendo macchine, petrolio e prodotti chimici per l’intera sfera sovietica e ricevendo  energia e materie prime dall’ Oriente. Il 75% dell’economia riguarda l’esportazione, l’80% è di produzione statale e ci sono molti partenariati pubblici-privati. Le piccole imprese sono principalmente private. Il paese ha recentemente beneficiato di una buona dose di investimenti stranieri, per esempio dalla Cina, che ha investito in progetti infrastrutturali e con la quale la Bielorussia ha un unico programma commerciale di credit – swap. Il PIL è cresciuto del 7,6% nel 2010. I segnali di crescita si vedono ovunque, molto più ora che durante la mia prima visita al paese di due anni fa, e lo skyline di Minsk è disseminato di gru.

La prima impressione che uno ha della Bielorussia è di quanto sia pulita – per strada non trovi neanche un mozzicone di sigaretta – mentre la seconda è l’immenso numero di alberi e parchi nelle città. (La terza potrebbe essere le auto moderne, i telefoni cellulari e il cosmopolita way of life dei suoi cittadini). La cucina bielorussa è sana e gustosa, i prodotti agricoli sono locali, senza troppo uso di roba chimica e poco costosi. Il sistema di distribuzione del cibo non è parassitato dagli avidi grandi distributori privati. I pomodori sono davvero rossi all’interno e hanno un sapore reale di pomodoro, non biancastri e insapore, come in Occidente.

Il Coefficiente di Gini del paese, che misura l’uguaglianza di reddito, è eccellente (29,7, molto meglio rispetto alla Francia o gli Stati Uniti, o dei suoi vicini di casa della Russia e della Polonia). Il Paese sta attirando immigrati provenienti dagli altri Stati della CSI in fuga dalla corruzione, la criminalità e la droga verso un paese,la Bielorussia, con poco criminalità , bassa disoccupazione, servizi sociali, strade pulite e città verdi.

Queste sono alcune delle ragioni per cui il governo del presidente Lukashenko è veramente popolare tra la maggior parte dei bielorussi, i quali naturalmente confrontano lo sviluppo della loro società in 20 anni con quello dei loro vicini. Ed è proprio questa popolarità che rappresenta un problema per l’Occidente e la sua voglia di un ”democratico” cambiamento  di regime.

I governi occidentali sostengono che le elezioni presidenziali del 19 dicembre siano state caratterizzate da brogli ed usano questo per giustificare i loro recenti attacchi. Ho parlato con un certo numero di osservatori internazionali di quella elezione che affermano di non aver visto alcuna frode o irregolarità e gli exit- poll hanno confermato che la maggior parte dei bielorussi ha votato per rieleggere il presidente Lukashenko. Uno di questi rapporti può essere letto qui. Gli osservatori della CSI hanno riferito di aver assistito ad una regolare elezione,mentre l’OSCE, prevedibilmente, ha dichiarato il contrario. La copertura selettiva di queste elezioni nei media occidentali è stupefacente, e per comprendere gli eventi consiglio la visione di questo breve documentario: ” Ploshcha: Beating Glass with Iron”.

Circa un mese prima delle elezioni, i maggiori candidati dell’opposizione hanno passato più tempo ad invitare i loro sostenitori a protestare nella piazza centrale di Minsk la sera delle elezioni, che a fare la loro campagna elettorale in modo normale, delineando le loro politiche e invitando le persone al voto. La sera delle elezioni, verso le 7:00, prima della chiusura dei seggi elettorali e ben prima dell’ annuncio dei risultati, i gruppi dell’ opposizione si erano radunati nella Piazza Ottobre a Minsk, il tradizionale luogo dove si svolgono le dimostrazioni, sventolando la  bandiera blu europea e l’ ex  bandiera bielorussa rossa e bianca, simbolo dell’opposizione. I candidati presidenziali hanno poi invitato i loro sostenitori a dirigersi verso il palazzo del governo centrale e “chiedere loro di liberare gli uffici”, radunando a Piazza dell’ Indipendenza, proprio di fronte al Parlamento, una folla di circa 7.000 persone. Va comunque detto che questi, su  1,3 milioni di elettori a Minsk, sono un piccolo numero. I candidati dell’opposizione hanno fatto sapere di contestare i risultati elettorali e hanno annunciato di formare un nuovo governo, il “governo di salvataggio”, leggendo un comunicato stampa, chiaramente preparato in anticipo, prima ancora dell’ annuncio dei risultati. La polizia non ha interferito con la manifestazione fino a quando un folto gruppo di persone ben preparate ha cercato di entrare con la forza nell’edificio del Parlamento, con aste metalliche e pale. Poteva andare peggio: nelle settimane prima delle elezioni, le autorità di frontiera bielorusse avevano sequestrato una serie di carichi di aste metalliche, granate, coltelli, pistole ed esplosivi. La polizia è intervenuta e ha impedito quello che era chiaramente un tentativo di colpo di Stato, seguendo lo schema utilizzato nella “rivoluzione dei tulipani” in Kirghizistan nel 2005. I rappresentanti dell’opposizione hanno in seguito affermato che l’attacco al Parlamento era stato fatto da provocatori del governo, ma molte delle persone arrestate e / o filmate mentre cercavano di entrare nel Parlamento sono state identificate come aventi rapporti con i vari gruppi dell’ opposizione.

L’obiettivo era apparentemente duplice: prendere il potere occupando gli edifici o almeno ottenere  filmati degli scontri tra la polizia e i manifestanti, preferibilmente con parecchio sangue da mostrare. Anche se non ci sono stati feriti gravi, il secondo obiettivo è stato raggiunto in quanto ormai i governi ed i media occidentali parlavano già della “violenta repressione” di una manifestazione dell’opposizione, e accusavano il governo di violare i diritti umani. L’ipocrisia dell’Occidente, che (con la Russia) pagò per le campagne di gran parte dell’opposizione bielorussa, e di chi cerca di favorire una transizione ”democratica” rovesciando violentemente un processo elettorale democratico, è straordinaria. Come molti ben sanno, gli Stati Uniti non si trovano di certo nella posizione per poter dar lezioni riguardo i diritti umani. Ho sperimentato direttamente il modo in cui la polizia degli Stati Uniti protegge i diritti umani dei manifestanti non violenti, ad esempio il 16 aprile 2000 davanti al palazzo del Tesoro a Washington, quando poliziotti anti – sommossa hanno violentemente disperso un gruppo di attivisti nonviolenti seduti in strada che protestavano contro le politiche della Banca Mondiale e del FMI. Un giovane vicino a me che non è riuscito a fuggire abbastanza velocemente ha avuto 3 costole rotte dal manganello di un poliziotto. A quanto pare, la polizia bielorussa, visto quello che stava succedendo, si è molto contenuta. Le persone ancora in carcere dopo gli eventi del 19 dicembre, tra cui 3 ex-candidati, sono stati condannati per partecipazione o istigazione della rivolta. Immaginate la reazione se un simile evento avesse avuto luogo davanti al Campidoglio.

Molti degli ex-candidati presidenziali (erano 10 candidati in tutto) hanno ben documentati rapporti con l’Occidente, il che non è sorprendente dato i milioni che gli Stati Uniti e l’ Europa spendono per  la “transizione democratica” nel Paese. Essi richiedono generalmente la privatizzazione delle imprese statali, la liberalizzazione dell’economia e l’adesione alla NATO. Un certo numero queste persone ha trascorso parecchio tempo a studiare il cambiamento di regime al George C. Marshall Center European Center for Security Studies in Germania, un partneriato tra i militari americani (US European Command) e il governo tedesco, che, secondo l’ambasciata Usa a Minsk , ospita 25 bielorussi all’anno. A partire dal 2001, gli Stati Uniti hanno emanato una serie di Belarus Democracy Acts , applicando sanzioni economiche, liste nere dei visti e il congelamento dei beni di  persone e aziende collegate al Governo e fornendo decine di milioni di dollari l’anno per la promozione della”democrazia”. Nel mese di febbraio di quest’anno, citando le recenti elezioni, il Dipartimento di Stato americano ha annunciato un aumento della sua “assistenza alla democrazia” per la società civile bielorussa del 30%, a 15 milioni di dollari l’anno. Nel 2009 il National Endowment for Democracy ha dato 2,7 milioni di dollari per finanziare i media “indipendenti” bielorussi, la società civile (promuovendo “idee e valori democratici … e l’economia di mercato”), varie ONG e gruppi politici. Un cable di  Wikileaks (VILNIUS 000732, datato 12 giugno 2005) ha confermato il contrabbando di denaro in Bielorussia da parte dei contractors dell’ USAID, anche se una tale prova è quasi superflua. Sempre a febbraio, l’UE, i singoli paesi europei, il Canada e gli Stati Uniti hanno messo insieme una ”bottino di guerra” di € 87.000.000 mirando al cambiamento di regime in Bielorussia. Con così tanto denaro da offrire a chiunque voglia un lavoro come attivista, non è difficile trovare acquirenti. Ai giovani che incontrano difficoltà viene offerta istruzione gratuita in Occidente. Ci sono prove che molti di coloro che partecipavano agli scontri della notte del 19 dicembre sono stati pagati per la loro partecipazione, da elementi sia occidentali o russi.

L’Occidente non è l’unica fonte di finanziamento, né di pressione interventista. Uno dei più importanti ex-candidati è stato finanziato dai russi. Mentre la pressione occidentale è qualcosa di conosciuto in Bielorussia, i tentativi russi di destabilizzazione sono relativamente nuovi. Gli oligarchi russi hanno adocchiato le redditizie imprese dello stato bielorusso, e poichè il governo ha storicamente rifiutato di venderle loro, la cleptocrazia russa ha iniziato a tentare di rovesciare Lukashenko. I media russi hanno iniziato una campagna congiunta contro il governo bielorusso, mandando in onda documentari favorevoli all’ opposizione e indulgendo in sbavature e disinformazione. Gli operatori russi ora si stanno facendo strada, un mio amico bielorusso mi ha sottolineato le costose auto con i vetri oscurati sull’autostrada Minsk-Mosca  che si dirigono verso la capitale bielorussa. I prezzi del petrolio russo sono aumentati notevolmente  - il 30% a gennaio - e il prezzo del gas importato dalla Russia è quadruplicato in quattro anni. Anche se l’economia si è diversificata dopo l’indipendenza, essa fa ancora affidamento sull’ importazione dell’ energia e delle materie prime. L’impennata dei prezzi proprio di energia e materie prime ha avuto un impatto duro in Bielorussia, dove il costo dell’energia ora costituisce 78 centesimi di ogni dollaro dei beni prodotti. I prezzi elevati delle materie prime spiegano il deficit commerciale nonostante la forte crescita industriale e delle esportazioni.

Nel gennaio di quest’anno, mentre i russi aumentavano fortemente i prezzi del petrolio, la Bielorussia è stata sottoposto ad un grande attacco speculativo sulla sua valuta. I russi controllano il 37% del settore bancario del paese e, in accordo con gli analisti di Minsk, all’inizio di questo anno le banche russe hanno iniziato a vendere i loro rubli bielorussi. Nel mese di gennaio è stata acquistata, con rubli bielorussi, una quantità 50 volte maggiore di valuta straniera rispetto a dicembre, e la musica non è cambiata nei mesi di febbraio e marzo. Questo ha scatenato l’effetto desiderato: l’inflazione al 33% nella prima metà dell’anno, panico generale e una corsa agli sportelli dove la gente ha cercato di convertire i propri rubli bielorussi in dollari o in oro. La banca centrale fu costretta a svalutare il rublo bielorusso del 36%, anche se non ha stampato moneta, al contrario di quello che riportano alcuni media. Gli attacchi speculativi non sono stati affrontati nei notiziari; Ria Novosti, ad esempio, ha spesso affermato che “il rublo bielorusso è crollato nei primi cinque mesi dell’anno come risultato di un deficit commerciale di grandi dimensioni, dei generosi aumenti salariali e prestiti concessi dal governo in vista delle elezioni presidenziali del dicembre 201, i quali hanno stimolato una forte domanda di valuta estera. ” Ma il deficit commerciale non è una novità e non dovrebbe accendere un crollo di valuta, mentre gli aumenti salariali o i finanziamenti non dovrebbero  logicamente provocare una domanda di valuta estera.

Secondo i residenti di Minsk, il problema principale di questa primavera non è stata una mancanza di prodotti sugli scaffali, come si legge in Occidente, ma l’aumento dei prezzi, la carenza di valuta estera e la tesaurizzazione, che ha in qualche modo interrotto la catena di fornitura. Quando ero lì a metà-fine giugno, gli scaffali erano ben forniti, i negozi ed i mercati erano pieni di clienti e non c’erano file alle pompe di benzina, al contrario di ciò che i media occidentali hanno raccontato. L’inflazione ora sembra si stia stabilizzando. Le proteste al confine occidentale con i commercianti transfrontalieri sono state ampiamente documentate dai media occidentali, sempre alla ricerca di segni di inquietudine, ma difficilmente raccontano che il traffico di prodotti bielorussi a basso costo e la benzina per la vendita con profitto in Occidente è una pratica dannosa per l’economia bielorussa, in particolare modo nel contesto delle attuali difficoltà economiche. È per questo che il governo ha recentemente limitato i valichi di frontiera ad una volta ogni 5 giorni (in precedenza i commercianti andavano spesso 5 volte al giorno) e limitato che i prodotti possano essere esportati singolarmente. La scarsità di valuta estera spiega il ritardo nel pagamento delle fatture al fornitore di energia elettrica russo (che richiede il pagamento in dollari), spingendo di recente a fermare temporaneamente la fornitura di energia in Bielorussia un certo numero di volte . Questo, riportato ampiamente dalla stampa internazionale, è più abbaiare che mordere, dato che la Russia fornisce solamente il 12% circa dell’ elettricità e non ci sono stati blackout.

A causa della spirale del rublo bielorusso, il governo ha dovuto ricorrere a prestiti esteri. Ha fatto appello al FMI per un prestito di $ 8 miliardi,anche se il FMI ha risposto il 13 giugno che un prestito sarebbe stato collegato agli usuali programmi di aggiustamento strutturale, privatizzazioni, un congelamento dei salari, ecc .ecc. Il FMI ha esortato il governo di non aver ancora emanato condizioni simili che erano state impostate con l’ultimo prestito ricevuto nel 2009 durante la crisi finanziaria mondiale; ad esempio, è stata creato un ente governativo per supervisionare le privatizzazioni ma alla fine le privatizzazioni non sono state fatte. D’altra parte, è stato raramente riportato che il FMI ha anche salutato i provvedimenti da parte del governo  per concludere la crisi finanziaria del paese, ad esempio aumentando i tassi d’interesse e il sostegno dei disoccupati e poveri.

Se il paese otterrà un prestito dal FMI o no, il tradizionale rifiuto di privatizzare sta volgendo al termine, dal momento che al paese è stato concesso un prestito d’emergenza di 3 miliardi dollari di dalla Comunità economica eurasiatica, controllata dai russi, che aveva anche condizioni allegate per la privatizzazione di 7,5 miliardi dollari di imprese statali in 3 anni. Questo è parte di quello verso cui gli oligarchi russi si stanno muovendo. La prima erogazione di tale prestito, $ 800 milioni, è stata rilasciata il 21 giugno, mettendo fine ai problemi finanziari immediati. Tuttavia, i russi non potrebbero ottenere sempre le vantaggiose offerte che avevano voluto, né saranno necessariamente  i beneficiari delle privatizzazioni. Le vendite effettive e le IPO sono in trattativa, e il presidente Lukashenko è stato molto chiaro sul fatto che, per legge bielorussa, le privatizzazioni di imprese pubbliche devono seguire rigide condizioni. Il 17 giugno, ha affermato, ”Le condizioni sono state esplicitate: la società dovrebbe svilupparsi, non dovrebbe essere chiusa,le paghe dei lavoratori dovrebbero aumentare ogni anno, devono essere protetti socialmente e, soprattutto, la società dovrebbe essere modernizzata . Cioè, se venite a comprare, dovreste investire nel suo sviluppo. ” Il 30 giugno, il Venezuela, con il quale la Bielorussia ha stretti legami economici e diplomatici (tra gli altri accordi, il Venezuela ha fornito petrolio per la Bielorussia), ha annunciato il suo interesse ad acquisire partecipazioni in società di stato bielorusso. Gli analisti a Minsk dicono che il paese si sta orientando lontano dalla Russia e verso la Cina. E’ in preparazione una offerta sulle borse estere di una quota di minoranza della enorme società dello stato che lavora potassio e fertilizzanti, la Belaruskali, e il gasdotto nazionale sarà molto probabilmente venduto a Gazprom. Altre imprese statali sono al blocco, e il futuro è ignoto, ma il Presidente Lukashenko ha recentemente dichiarato che ”vorrei darvi garanzie che non accetteremo esperimenti rischiosi o un abbassamento inaccettabile degli standard di vita. Continueremo l’attuazione di un modello economico bielorusso, che è risultato essere stabile in circostanze varie e complesse per oltre 15 anni”.

L’economia sembra mostrare ora segni di stabilizzazione. Nonostante i recenti problemi finanziari, il debito della Bielorussia rimane ad un livello straordinariamente basso: compreso il recente prestito, il debito pubblico non supererà il 45% del PIL, sia il debito pubblico nazionale che estero. Il tetto del debito estero è del 25% del PIL. Il governo ha segnalato un leggero avanzo commerciale di 116 milioni dollari a maggio, apparentemente a causa delle restrizioni all’importazione promulgate questa primavera. Il ministero delle finanze ha di recente abbassato le previsioni di crescita 2011 del PIL al 4,5% mentre la Banca Mondiale al 2,5%; addirittura al 2,5%, l’economia è chiaramente resistente. La Banca Mondiale ha aggiunto che il modello economico della Bielorussia non è praticabile, ma piuttosto dovrebbe essere più interessata al modello statunitense di credito basato sui consumi e con un debito estero alle stelle.

Nel mese di giugno, in coincidenza con questi problemi finanziari, i governi occidentali sono tornati all’attacco, quasi per approfittarsi di questo momento, con lo scopo di destabilizzare il governo bielorusso. Il 14 giugno, il presidente Obama ha rinnovato e rafforzato le sanzioni statunitensi contro il paese, dichiarando una “emergenza nazionale” (non per gli Stati Uniti , ma per la Bielorussia) e citando, incredibilmente, che la Bielorussia costituisce “una inusuale e straordinaria minaccia alla sicurezza nazionale e politica estera degli Stati Uniti “. L’ unica cosa su cui può aver ragione è semplicemente il fatto che il successo del modello economico bielorusso costituisce una minaccia al dogma neoliberista. E ‘anche possibile che per Obama il paese rappresenti una ”minaccia” per la politica estera degli Stati Uniti in quanto si trova accanto alla Russia, e può essere catturato nelle crescenti tensioni tra Stati Uniti e russi sulla NATO e lo scudo missilistico. Se gli Stati Uniti riuscissero a installare un governo fantoccio in Bielorussia, sarebbe un grande passo in avanti nel  tentativo di circondare la Russia, che ha stretti legami militari con la Bielorussia e il cui scudo missilistico si trova proprio lì.

Sia come sia, le sanzioni provengono da tutti i fronti. Il 17 giugno il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite ha votato per condannare le “violazioni dei diritti umani” in seguito alla recenti elezioni presidenziali. Il 20 giugno, l’Unione europea a sua volta rinforzato le sanzioni contro la Bielorussia, aggiungendo aziende e nomi alla lista nera (il governo bielorusso ha dichiarato la sua intenzione di citare in giudizio gli iniziatori delle sanzioni), e la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo ha riorientato le sue attività di finanziamento lontano dal governo e verso la ”società civile”.

E  la “società civile” non ha perso l’opportunità fornita dai campi tech USA e dai recenti problemi finanziari. Dall’inizio di giugno, si è registrato un nuovo movimento da parte dei vari gruppi di opposizione in Bielorussia, che si fa chiamare ”rivoluzione attraverso i social network.” Hanno organizzato tramite internet o da twitter  le loro manifestazioni settimanali nelle vie centrali, dove i partecipanti battono le mani, senza striscioni o canti. Dopo le violenze del 19 dicembre, le proteste sono state vietate nella zona centrale di Minsk, anche se sono ammesse in alcune altre zone della città. Qualunque cosa si pensi di questo divieto, è chiaro che queste proteste provengono dagli stessi filo-occidentali e ben finanziati gruppi, con un nuovo volto high-tech. Ascoltando i media occidentali, le proteste sono state represse violentemente e i manifestanti sono stati arbitrariamente arrestati. Secondo le autorità bielorusse, i partecipanti sono stati arrestati per aver oltraggiato gli agenti. Io purtroppo non ho avuto la possibilità di vedere le manifestazioni mentre ero in Bielorussia, e, personalmente, non posso fare un rapporto più dettagliato. Parecchi video delle manifestazioni sono disponibili sul web e non ho notato nessuna violenza , non ci sono manganelli alzati e non c’è sangue. Si possono vedere i manifestanti essere arrestati, ma non ci sono le immagini  precedenti gli arresti. Se ci fossero state pesanti violenze da parte della polizia, potete star certi che quelle immagini avrebbero fatto il giro del web. Naturalmente, il governo dovrebbe rendere disponibili le immagini che mostrino che si tratta effettivamente di partecipanti violenti quelli che vengono arrestati, dal momento che gli arresti fanno solo il gioco dei manifestanti e danno ai governi occidentali maggior foraggio per imporre le loro sanzioni. Il numero dei partecipanti non è chiaro dal video, i quali sono generalmente inquadrati da vicino.

Ho parlato con la gente, compresi i giovani, riguardo le proteste. Un giovane, quando seppe che ero dagli Stati Uniti, mi disse: “Flashmob! Divertente!, mostrandomi i pollici in su. Per lui, era chiaramente più un divertente incontro pubblico che una vera e propria dichiarazione politica. Un altro giovane mi ha detto, “Quando ho letto i media occidentali, mi sono chiesto se era il mio paese. Sono in una zona di guerra?”. Ciò che è chiaro nei video è che la folla è benestante. I partecipanti bielorussi ai campo tecnologici della Clinton, secondo AP, hanno “descritto l’opposizione attiva come in gran parte limitata agli studenti e ai cittadini istruiti. Il movimento necessita del sostegno della classe operaia, riferiscono gli attivisti”. Chiaramente, la classe operaia bielorussa ha le proprie ragioni per non sostenere questi movimenti: sono generalmente soddisfatti con le politiche del presidente Lukashenko. Se i movimenti sono limitati all’ élite filo-occidentale, agli operatori finanziari occidentali o russi, e ai giovani che desiderano fare una festa nelle strade, allora non avranno futuro, indipendentemente da quanti milioni gli Stati Uniti e gli altri gli riversano addosso.

Il 6 luglio, gli Usa hanno rinnovato il Belarus Democracy Act,  promosso dal deputato Christopher Smith del New Jersey, presidente della Commissione di Helsinki. Nel corso del dibattito, il repubblicano Ron Paul ha denunciato tutto ciò dicendo:

“Mi oppongo alla nuova autorizzazione del Democracy Act Bielorussia. Il titolo di questo disegno di legge avrebbe divertito George Orwell, in quanto è in effetti un disegno di legge per il cambio di regime statunitense . Da dove il Congresso degli Stati Uniti trae l’autorità morale o giuridica per stabilire quale siano i partiti politici o le organizzazioni in Bielorussia – o altrove – che devono essere finanziate dagli Usa e quelle che devono essere destabilizzate? Come si può sostenere che il sostegno americano per il cambio di regime in Bielorussia sia in qualche modo la promozione della democrazia? Noi scegliamo i partiti che devono essere sostenuti e finanziati e questo, in qualche modo,  questo dovrebbe riflettere la volontà del popolo bielorusso? Come si sentirebbero gli americani se venisse tutto capovolto e un potente paese straniero esigesse che solo un partito politico, selezionato e finanziato,potrebbe legittimamente riflettere la volontà del popolo americano? Mi piacerebbe sapere quanti milioni di dollari dei contribuenti  il governo degli Stati Uniti ha sprecato cercando di rovesciare il governo in Bielorussia. Vorrei sapere quanto denaro è stato sperperato dalle organizzazioni di copertura finanziate dal governo degli Stati Uniti come il National Endowment for Democracy, l’International Republican Institute, Freedom House  e altri …. E’ l’ arroganza della nostra politica estera che porta a questo tipo di legislazione schizofrenica, in cui chiediamo che il resto del mondo si pieghi alla volontà della politica estera americana e  noi questo lo chiamiamo democrazia. Ci chiediamo mai  perché non siamo più amati e ammirati all’estero?. Infine, mi oppongo fermamente alle sanzioni che questa normativa impone sulla Bielorussia. Dobbiamo tenere presente che le sanzioni e i blocchi verso paesi stranieri sono considerati atti di guerra. Dobbiamo continuare ad agire come fossimo in guerra contro un altro paese? Possiamo permettercelo? [...] Non abbiamo alcuna autorità costituzionale per intervenire negli affari interni della Bielorussia o di qualsiasi altra nazione sovrana “.

Non posso che concordare, e spero che il governo e il popolo della Bielorussia resista coraggiosamente agli attacchi in corso, e proteggano con successo la loro indipendenza. Alla conferenza internazionale a Brest sulla resistenza al nazismo, i partecipanti hanno descritto più e più volte il coraggio eroico e la forza del popolo bielorusso negli anni della guerra sotto gli invasori provenienti dall’Occidente. I bielorussi dovranno continuare a basarsi su tale carattere forte per diverso tempo, poichè gli attacchi non sono ancora finiti.

di: Michèle Brand

LINK: Colored Revolutions and “Regime Change”: Washington Attempts to Destabilize Belarus

DI: Coriintempesta

 

 

 

 

 

 

 

 

La svolta a destra di Chavez: Realismo di Stato contro la Solidarietà Internazionale

Introduzione

Il governo radicale ”Socialista Bolivariano” di Hugo Chavez ha arrestato un certo numero di capi della guerriglia colombiana e un giornalista radicale con cittadinanza svedese e li ha consegnati al regime di destra del presidente Juan Manuel Santos, ottenendo anche l’approvazione e la gratitudine del governo colombiano. La stretta collaborazione in corso tra un presidente di sinistra e un regime con una famigerata storia di violazioni dei diritti umani,  torture e sparizione di prigionieri politici, ha suscitato proteste diffuse tra i sostenitori della libertà civile, la sinistra e i populisti in America Latina e in Europa, soddisfacendo invece l’ imperiale establishment Euro-americano.

Il 26 aprile 2011, funzionari venezuelani dell’immigrazione, facendo affidamento esclusivamente su informazioni fornite dalla polizia segreta colombiana (DAS), hanno arrestato un cittadino naturalizzato svedese e  giornalista (Joaquin Perez Becerra), di origine colombiana, che era appena arrivato nel paese. Sulla base delle accuse della polizia segreta colombiana ,secondo le quali  era un ’capo delle FARC’, Perez è stato estradato in Colombia in 48 ore. Nonostante il fatto che ciò era in violazione dei protocolli diplomatici internazionali e della Costituzione venezuelana, questa azione ha avuto l’appoggio personale del presidente Chavez.

Un mese dopo, le forze armate venezuelane insieme alle loro contro – parti colombiane hanno catturato uno dei leader delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC), Guillermo Torres (con il nome di guerra Julian Conrado) che è ora in attesa di essere estradato in Colombia in un carcere venezuelano senza la possibilità di poter disporre di un avvocato. Il 17 marzo la Venezuelan Military Intelligence (DIM) ha arrestato due presunti guerriglieri del National Liberation Army (ELN), Carlos Tirado e Carlos Perez, e li ha consegnati alla polizia segreta colombiana.

Il nuovo volto pubblico di Chavez come partner del regime repressivo colombiano non è così nuovo, dopo tutto. Il 13 dicembre2004, Rodrigo Granda, un portavoce internazionale delle FARC, e cittadino naturalizzato venezuelano, la cui famiglia risiede a Caracas, è stato rapito da agenti in borghese dell’intelligence venezuelana  nel centro di Caracas, dove aveva partecipato a una conferenza internazionale e portato segretamente in Colombia con l’ ”approvazione” dell’ambasciatore venezuelano a Bogotà. Dopo diverse settimane di proteste internazionali, anche da molti partecipanti alla conferenza, il presidente Chavez ha rilasciato una dichiarazione descrivendo il ’rapimento’ come una violazione della sovranità del Venezuela e ha minacciato di rompere le relazioni con la Colombia. In tempi più recenti, il Venezuela ha intensificato l’estradizione di rivoluzionari oppositori politici del narco –regime colombiano. Nei primi cinque mesi del 2009, il Venezuela ha estradato 15 presunti membri delL’ ELN e nel novembre 2010 un militante delle FARC e due sospetti membri del ELN sono stati consegnati alla polizia colombiana. Nel gennaio 2011 Teran Nilson Ferreira, uno dei sospetti leader dell’ ELN, è stato consegnato ai militari colombiani. La collaborazione tra il più noto regime autoritario di destra dell’America Latina  e il più noto governo  radicale ’socialista’ solleva importanti questioni sul significato delle identità politiche e come queste si rapportano alla politica interna e internazionale e più specificatamente quali principi e interessi guidano le politiche dello Stato.

Solidarietà Rivoluzionaria e gli interessi dello Stato

La recente ’svolta ‘ nella politica del Venezuela, dall’ esprimere simpatia e perfino l’appoggio per le lotte rivoluzionarie e i movimenti in America Latina fino alla sua attuale collaborazione con i regimi di destra filo-imperiali, ha numerosi precedenti storici. Può essere utile esaminare i contesti e le circostanze di queste collaborazioni.

In Russia il governo rivoluzionario bolscevico diede inizialmente tutto il suo sincero sostegno alle sommosse rivoluzionarie in Germania,Ungheria, Finlandia e altrove. Con le sconfitte di queste rivolte e il consolidamento dei regimi capitalisti, lo stato russo e gli interessi economici divennero di primaria importanza tra i leader bolscevichi.  Il commercio e gli accordi di investimenti, i trattati di pace e il riconoscimento diplomatico tra la Russia comunista e gli Stati capitalisti occidentali definirono la nuova politica di ”co-esistenza”. Con l’avvento del fascismo, l’Unione Sovietica sotto Stalin fu ulteriormente  subordinata alla politica comunista al fine di garantire alleanze da Stato a Stato, prima con gli alleati occidentali e, in mancanza, con la Germania nazista.Il patto Hitler-Stalin venne concepito dai sovietici come un modo per impedire l’invasione tedesca e mettere al sicuro i propri confini da un nemico giurato di destra. Stalin consegnò a Hitler un certo numero di importanti leader comunisti tedeschi in esilio che avevano chiesto asilo in Russia. Non sorprende che vennero torturati e giustiziati. Questa pratica si fermò solo dopo che Hitler invase la Russia e Stalin incoraggiò le decimate truppe di comunisti tedeschi a ri-unirsi nella resistenza ‘anti-nazista’.

Nei primi anni 1970, mentre la Cina di Mao si riconciliava con gli Stati Uniti di Nixon e rompeva con l’Unione Sovietica, la politica estera cinese si spostava verso il supporto dei contro-rivoluzionari sostenuti dagli USA, tra cui Holden Roberts in Angola e Pinochet in Cile. La Cina denunciò qualsiasi governo di sinistra e movimento, che per quanto debole, aveva legami con l’Urss, e abbracciò i loro nemici, indipendentemente da quanto fossero asserviti agli interessi imperiali euro-americani.  Nell URSS di Stalin e nella Cina di Mao, gli “interessi dello Stato” di breve termine vinsero sulla solidarietà rivoluzionaria. Quali erano questi ’ interessi dello Stato’?

Nel caso dell’Unione Sovietica, Stalin scommise sul fatto che un ‘patto di pace’ con la Germania di Hitler li avrebbe difesi da una invasione imperialista nazista e parzialmente posto fine all’ accerchiamento della Russia. Stalin non si è più fidato nella forza della solidarietà internazionale della classe operaia per prevenire la guerra, soprattutto alla luce di una serie di sconfitte rivoluzionarie e dall’ arretramento generalizzato della sinistra nei decenni precedenti (Germania, Spagna, Ungheria e Finlandia). L’avanzata del fascismo e l’estrema destra, l’ incessante ostilità occidentale verso l’URSS e la politica europea occidentale di placare Hitler, convinsero Stalin  a cercare il patto di pace con la Germania. Al fine di dimostrare la  ‘sincerità’ verso il nuovo ’partner di pace’, l’URSS ha minimizzato le critiche nei confronti dei nazisti, sollecitando i partiti comunisti di tutto il mondo a concentrarsi sugli attacchi all’Occidente, anziché alla Germania di Hitler, e venne  incontro alla richiesta di Hitler di estradare i “terroristi” comunisti tedeschi” che avevano trovato asilo in Unione Sovietica.

Il perseguimento degli ’interessi dello Stato’ a breve termine da parte di Stalin attraverso patti con l’ ”estrema destra” si concluse in una catastrofe strategica: la Germania nazista fu libera di conquistare prima l’Europa occidentale e poi girò i suoi cannoni sulla Russia, invadendo un URSS impreparato e occupando metà del paese. Nel frattempo il movimento internazionale di solidarietà anti-fascista era stato indebolita e temporaneamente disorientato dagli  zig-zag delle politiche di Stalin.

Nella metà degli anni 1970, la “riconciliazione” della Repubblica Popolare Cinese con gli Stati Uniti, portò ad una svolta nella politica internazionale: l’ imperialismo americano diventò un alleato contro il male maggiore dell’ “imperialismo sovietico sociale”.  Di conseguenza la Cina, sotto la presidenza di Mao Tse Tung, ha esortato i suoi sostenitori internazionali a denunciare i regimi progressisti che ricevevano aiuti sovietici (Cuba, Vietnam, Angola,ecc) e ha ritirato il suo sostegno alla resistenza armata rivoluzionaria contro gli stati clienti pro-USA nel Sud -est asiatico. Il Patto della Cina con Washington era quello di assicurare immediatamente gli” interessi dello Stato” : il riconoscimento diplomatico e la fine dell’ embargo commerciale. I vantaggi  commerciali e diplomatici a breve termine di Mao sono stati garantiti sacrificando i maggiori obiettivi strategici fondamentali di promozione dei valori socialisti in patria e la rivoluzione all’estero. In questo modo la Cina ha perso la sua credibilità tra i rivoluzionari del Terzo Mondo e gli anti-imperialisti, per guadagnarsi le grazie della Casa Bianca e un maggiore accesso al mercato mondiale capitalista. Il “pragmatismo” a breve termine ha portato ad una trasformazione a lungo termine: la Repubblica Popolare di Cina è diventata una dinamica potenza capitalista emergente, con alcune delle più grandi disuguaglianze sociali in Asia e forse nel mondo.

Venezuela: gli interessi dello Stato contro la Solidarietà Internazionale

L’ascesa della politica radicale in Venezuela, che è la causa e la conseguenza dell’ elezione del presidente Chavez (1999), ha coinciso con l’ascesa dei movimenti sociali rivoluzionari  in America Latina dalla fine del 1990 alla metà del primo decennio del 21 ° secolo (1995-2005). I regimi neo-liberali sono stati rovesciati in Ecuador, Bolivia e in Argentina; i movimenti sociali di massa hanno sfidato l’ ortodossia neoliberista che aveva preso piede in tutto il mondo, i movimenti di guerriglia colombiana sono avanzati verso le principali città e politici di centro-sinistra sono stati eletti al potere in Brasile, Argentina,Bolivia, Paraguay, Ecuador e Uruguay. La crisi economica degli Stati Uniti ha minato la credibilità del programma di libero commercio di Washington.  La crescente domanda asiatica di materie prime ha stimolato un boom economico in America Latina, che ha finanziato i programmi sociali e le nazionalizzazioni. Nel caso del Venezuela, un fallito colpo di stato militare appoggiato dagli USA e il boicottaggio dei ‘padroni’, nel 2002-2003, costrinse il governo Chavez a fare affidamento sulle masse e a svoltare a sinistra. Chavez ha proceduto alla ”ri-nazionalizzazione” del petrolio e delle industrie connesse e a formulare una ideologia ”Bolivariana socialista ”. La radicalizzazione di Chavez ha trovato un clima favorevole in America Latina e gli abbondanti introiti provenienti dalla crescita del prezzo del petrolio sono serviti a finanziare i suoi programmi sociali. Chavez ha mantenuto una posizione plurale abbracciando i governi di centro-sinistra, il supporto ai movimenti sociali radicali e sostenendo le proposte della guerriglia colombiana ’per una soluzione negoziata. Chavez ha chiesto il riconoscimento dei guerriglieri colombiani come legittimi’ belligeranti ”e non” come terroristi. La politica estera del Venezuela è stata orientata verso l’isolamento della sua  principale minaccia proveniente da Washington, promuovendo esclusivamente le organizzazioni Latine / Caraibiche , rafforzando il commercio regionale e gli investimenti e garantendo alleati regionali in opposizione all’intervento americano, accordi militari, basi e colpi di stato militari appoggiati dagli USA. In risposta al finanziamento degli Stati Uniti ai gruppi di opposizione venezuelana (elettorali e extra-parlamentari ), Chavez ha fornito sostegno morale e politico ai gruppi anti-imperialisti in America Latina.

Dopo che Israele e i sionisti americani hanno cominciato ad attaccare il Venezuela, Chavez ha esteso il suo sostegno ai palestinesi e ampliato i legami con l’Iran e con altri movimenti arabi e regimi anti-imperialisti. Soprattutto, Chavez ha rafforzato i suoi legami politici ed economici con Cuba, consultandosi  con la leadership cubana, per formare un asse radicale di opposizione all’imperialismo. Lo sforzo di Washington di soffocare la rivoluzione cubana attraverso l’ embargo economico è stato effettivamente compromesso dagli accordi economici a lungo termine di Chavez con l’Avana. Fino alla parte successiva di questo decennio, la politica estera del Venezuela - i suoi ’interessi di Stato’ - è coincisa con gli interessi dei regimi di sinistra e dei movimenti sociali in America Latina. Chavez si scontrò a livello diplomatico con gli Stati clienti di Washington nell ‘emisfero, in particolare con la Colombia, guidata dai narco-squadroni della morte del presidente Alvaro Uribe (2002-2010). Tuttavia, gli ultimi anni hanno testimoniato diverse modifiche esterne ed interne e un graduale spostamento verso il centro. L’ascesa rivoluzionaria in America Latina ha cominciato a stemperarsi: i rivolgimenti di massa hanno portato alla nascita di regimi di centro-sinistra, che, a loro volta, hanno smobilitato i movimenti radicali ed hanno adottato strategie  affidandosi all’ esportazione agro-minerale, perseguendo nel frattempo autonomia nella politica estera indipendente dal controllo americano. I movimenti guerriglieri colombiani sono in ritiro e sulla difensiva - la loro capacità di tamponare il Venezuela da un regime ostile colombiano è diminuita.

Chavez si è adeguato a queste ’nuove realtà’ diventando un acritico sostenitore dei  regimi ‘social- liberali’ di Lula in Brasile, Morales in Bolivia, Correa in Ecuador, Vazquez in Uruguay e di Bachelet in Cile. Ha scelto sempre più  il supporto diplomatico immediato dai regimi attuali che il supporto a lungo termine, che potrebbe derivare da una rinascita dei movimenti di massa. I legami commerciali con il Brasile e l’Argentina e il sostegno diplomatico dai suoi compagni degli stati latinoamericani nei confronti di una crescente aggressione degli Stati Uniti sono diventati centrali per la politica estera venezuelana. La base della politica venezuelana non era più la politica interna dei regimi di centro-sinistra e centristi, ma il loro grado di sostegno ad una politica estera indipendente. I ripetuti interventi degli Stati Uniti non sono riusciti a dar vita ad un colpo di stato o a garantire vittorie elettorali contro Chavez. Di conseguenza Washington  si è attivata sempre più con l’ utilizzo di minacce esterne contro Chavez attraverso il suo stato cliente colombiano,  destinatario di 5 miliardi di dollari in aiuti militari. Il rafforzamento militare della Colombia, i suoi valichi di frontiera e l’infiltrazione degli squadroni della morte in Venezuela, hanno costretto Chavez ad un acquisto su larga scala di armi russe e verso la formazione di un’alleanza regionale (ALBA).

Il colpo di stato militare appoggiato dagli Usa in Honduras ha precipitato un profondo ripensamento della politica del Venezuela .Il colpo di stato aveva deposto un centrista liberale democraticamente eletto, il presidente Zelaya , membro dell’ALBA ed ha istituito un regime repressivo asservito alla Casa Bianca. Tuttavia, il colpo di stato ha avuto l’effetto di isolare gli Stati Uniti in America Latina,tant’ è che  non un solo governo ha sostenuto il nuovo regime a Tegucigalpa. Anche i regimi neo-liberali di Colombia, Messico, Perù e Panama hanno votato per espellere l’ Honduras dall’ Organizzazione degli Stati Americani. Da un lato, il Venezuela ha considerato tale’”unità” di destra e di centro-sinistra come una opportunità per riparare gli steccati con i regimi conservatori, e, dall’altro, per capire che l’amministrazione Obama era pronta a utilizzare l ‘ opzione militare ”per riguadagnare la sua posizione dominante.

Il timore di un intervento militare degli Stati Uniti è stato notevolmente rafforzato dall’ accordo Obama-Uribe, iche ha istituito sette basi militari strategiche degli Stati Uniti vicino al confine con il Venezuela. Chavez  ha esitato a rispondere a questa minaccia immediata: a un certo punto ha quasi rotto le relazioni commerciali e diplomatiche con la Colombia, solo poi riconciliare subito con Uribe, anche se quest’ultimo non aveva dimostrato alcun desiderio di siglare un patto di co-esistenza. Nel frattempo, le elezioni del Congresso del 2010 in Venezuela  hanno condotto ad un aumento importante nel contributo elettorale alla destra sostenuta dagli Stati Uniti (circa il 50%) e la loro maggiore rappresentanza al Congresso (40%). Mentre la destra ha aumentato il proprio supporto all’interno del Venezuela, la sinistra in Colombia, sia i guerriglieri che l’ opposizione, hanno perso terreno elettorale. Chavez non potrebbe contare su alcun immediato contro-peso ad  una provocazione militare.

Chavez si è trovato di fronte diverse opzioni: la prima fu il ritorno alla politica precedente di solidarietà internazionale con i movimenti radicali, la seconda è stata quello di continuare a lavorare con i regimi di centro-sinistra, pur mantenendo una forte critica e una ferma opposizione ai regimi neo-liberali sostenuti dagli Stati Uniti, e la terza opzione era quella di svoltare a destra, più precisamente cercare un riavvicinamento con il neoeletto presidente della Colombia, Santos e firmare un ampio accordo politico, militare ed economico, col quale  il Venezuela accetta di collaborare per eliminare gli avversari di sinistra della Colombia in cambio di promesse di non aggressione (con la Colombia che limita le  narco – transfrontaliere e le incursioni militari). Il Venezuela e Chavez hanno deciso che le FARC erano un ostacolo e che il sostegno dei movimenti sociali di  massa radicali colombiani non era tanto importante quanto le più strette relazioni diplomatiche con il presidente Santos. Chavez ha calcolato che aderire con le richieste politiche di Santos fornirebbe maggiore sicurezza allo Stato venezuelano che fare affidamento sul sostegno dei movimenti di solidarietà internazionale e sui propri alleati radicali tra i sindacati e gli intellettuali.

In linea con questa svolta a destra, il regime di Chavez ha soddisfatto le richieste di Santos  - arrestando guerriglieri FARC / ELN, nonché un importante giornalista di sinistra, e l’estradizione ad uno Stato che ha mostrato violazioni dei diritti umani nelle Americhe per oltre due decenni , in termini di tortura e di uccisioni extra-giudiziarie. Questa svolta a destra acquisisce un carattere ancor più inquietante se si considera che la Colombia detiene oltre 7600 prigionieri politici, di cui più di 7000 sono sindacalisti, contadini,indigeni, studenti. In altre parole non combattenti.

Nell’ acconsentire alle richieste di Santos, il Venezuela non ha nemmeno seguito i protocolli stabiliti della maggior parte dei governi democratici: non ha richiesto  garanzie contro la tortura e il rispetto per un giusto processo. Inoltre, quando i critici hanno sottolineato che queste estradizioni hanno violato le procedure costituzionali del Venezuela, Chavez ha lanciato una feroce campagna calunniando i suoi critici come agenti dell’imperialismo impegnati in un complotto per destabilizzare il suo regime. Il ritrovato alleato di Chavez a destra, il presidente Santos, non ha però ricambiato: la Colombia mantiene tuttora stretti legami militari con il primo nemico del Venezuela a Washington. Infatti, Santos aderisce energicamente all’ordine del giorno della Casa Bianca: con successo ha pressato Chavez a riconoscere il regime illegittimo di Lobos in Honduras, il risultato di un colpo di stato appoggiato dagli Usa, in cambio del ritorno del deposto ex presidente Zelaya. Chavez ha fatto quello che nessun altro presidente del centro-sinistra latino -americano ha osato fare: ha promesso di sostenere il ripristino del regime illegittimo honduregno nella OEA.Sulla base dell’ accordo Chavez-Santos, l’ opposizione latino -americana a Lobos è crollata e l’ obiettivo strategico di Washington  è stato realizzato: un regime fantoccio è stato legittimato.

L’accordo di Chavez  con  Santos per riconoscere l’assasino regime di Lobos ha tradito l’eroica lotta del movimento di massa honduregno. Non uno dei funzionari honduregni responsabili di oltre un centinaio di omicidi e sparizioni di dirigenti,contadini, giornalisti,attivisti dei diritti umani e pro-democrazia sono soggetti ad alcuna indagine giudiziaria. Chavez ha dato la sua benedizione per l’impunità e la prosecuzione di un totale apparato repressivo, sostenuto dalla oligarchia honduregna e dal Pentagono.

In altre parole, per dimostrare la sua disponibilità a sostenere il  ’patto di amicizia e di pace ‘ con Santos, Chavez è stato disposto a sacrificare la lotta di uno dei movimenti più promettenti e coraggiosi a favore della democrazia in America.

E cosa cerca Chavez in questa sua sistemazione con la destra?

Sicurezza? Chavez ha ricevuto solo “promesse” verbali  e qualche espressione di gratitudine da Santos. Ma l’enorme comando militare filo-Usa e la missione degli Stati Uniti rimangono in vigore. Ovvero, non ci sarà lo smantellamento delle forze colombiane para-militari-ammassate lungo il confine con il Venezuela e gli accordi militari per le basi Usa, che minacciano la sicurezza nazionale venezuelana, non cambieranno.

Secondo diplomatici venezuelani, la tattica di Chavez è quella di ‘guadagnare ’ Santos dalla tutela degli Usa. Con l’ amicizia di Santos, Chavez spera che Bogotà non possa partecipare ad alcuna operazione militare congiunta con gli Stati Uniti o collaborare in future campagne di propaganda-destabilizzazione. Nel breve periodo da quando è stato siglato il patto  Santos-Chavez , un imbaldanzito Washington ha annunciato un embargo nei confronti della società petrolifera di Stato venezuelana con il sostegno dell’opposizione venezuelana al Congresso. Santos, da parte sua, non ha rispettato l’embargo, ma non  un solo paese al mondo ha seguito Washington .Chiaramente, il presidente Santos non potrebbe compromettere gli annuali 10 miliardi di dollari di commercio tra la Colombia e il Venezuela, al fine di soddisfare i capricci diplomatici del segretario di Stato Hillary Clinton.

Conclusione

In contrasto con la politica di Chavez di consegnare gli esiliati di sinistra e guerriglieri a un regime autoritario di destra, il presidente Allende del Cile (1970-73)  istitui’ una delegazione che accoglieva combattenti armati in fuga dalle persecuzioni in Bolivia e in Argentina e offri’ loro asilo. Per molti anni, soprattutto negli anni 1980, il Messico, sotto i regimi di centro-destra, ha apertamente riconosciuto i diritti di asilo per i profughi della guerriglia e di sinistra dal Centro America - El Salvador e Guatemala. La Rivoluzionaria Cuba, per decenni, ha offerto asilo e cure mediche ai rifugiati di sinistra e guerriglieri dalle dittature latinoamericane, rigettando le richieste per la loro estradizione. Ancora nel 2006, quando il governo cubano stava perseguendo relazioni amichevoli con la Colombia e poi quando il suo ministro degli Esteri Felipe Perez Roque ha espresso profonde riserve per quanto riguarda le FARC in conversazioni con l’autore, Cuba ha rifiutato l’estradizione dei guerriglieri nei paesi d’origine dove sarebbero stati torturati e maltrattati. Un giorno prima di lasciare la Presidenza nel 2011, il Presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva ha negato la richiesta  dell’ Italia di estradare Cesare Battisti, un ex guerrigliero italiano. Come un giudice brasiliano ha detto – e Chavez dovrebbe ascoltare: ”La posta in gioco è la sovranità nazionale. E’ semplicissimo”.

Nessuno potrebbe criticare gli sforzi di Chavez  per diminuire le tensioni di frontiera attraverso lo sviluppo di migliori relazioni diplomatiche con la Colombia e  ampliare i flussi commerciali e gli investimenti tra i due paesi. Ciò che è inaccettabile è quello di descrivere il regime assassino colombiano come un “amico”del popolo del Venezuela e  un partner per la pace e la democrazia, mentre migliaia di detenuti politici pro-democrazia marciscono per anni nelle carceri colombiane su accuse inventate. Sotto Santos, gli attivisti civili continuano ad essere uccisi quasi ogni giorno. L’uccisione più recente è stata ieri ( 9 giugno 2011): Ana Fabricia Cordoba è stata assassinata dalle forze armate colombiane.

L’ abbraccio di Chavez  al narco – presidente Santos  va oltre i requisiti per il mantenimento delle corrette relazioni diplomatiche e commerciali. La sua collaborazione con l’intelligence colombiana, con i militari e le agenzie di polizia segreta nel dare la caccia e deportare uomini di sinistra (senza giusto processo!) sa di complicità nella repressione dittatoriale e serve ad allontanare i maggiori tifosi della trasformazione Bolivariana in Venezuela.

Il ruolo di Chavez nella legittimazione del colpo di stato in Honduras, senza alcuna considerazione per le “richieste di giustizia” dei movimenti popolari’ , è una chiara resa all’ agenda di Santos –Obama.  Questa linea di azione pone gli interessi dello Stato del Venezuela sui diritti dei movimenti popolari di massa in Honduras.La collaborazione di Chavez con Santos sulla sorveglianza dei membri di sinistra e sul compromettere le lotte popolari in Honduras solleva gravi interrogativi sulle affermazioni di solidarietà rivoluzionaria del Venezuela. E certamente semina profonda sfiducia  sulle future relazioni di Chavez  con i movimenti popolari che potrebbero essere impegnati in una lotta con uno dei partner diplomatici ed economici di centro-destra di Chavez .

Quello che è particolarmente preoccupante è che i regimi più democratici e anche quelli di centro-sinistra non sacrificano i movimenti sociali di massa sull’altare della ”sicurezza” quando normalizzano le relazioni con un avversario. Sicuramente,la destra, in particolare gli Stati Uniti, protegge i suoi ex clienti, alleati,esiliati oligarchi.

Perché il Venezuela sostiene le richieste dei colombiani, mentre si lamenta del fatto che gli Stati Uniti proteggono i terroristi colpevoli di crimini in Venezuela, può essere spiegato solo attraverso lo spostamento ideologico di Chavez a destra, rendendo il Venezuela più vulnerabile alla pressione per maggiori concessioni in futuro.

Chavez non è più interessato al sostegno della sinistra radicale: la sua definizione di politica di Stato ruota intorno alla garanzia della stabilità’ del socialismo bolivariano in un solo paese, anche se questo significa sacrificare i militanti colombiani di uno stato di polizia e i movimenti pro-democrazia in Honduras a un regime illegittimo imposto dagli Stati Uniti.

La storia fornisce un mix di lezioni.Gli affari di Stalin con  Hitler furono un disastro strategico per il popolo sovietico: una volta che i fascisti  ottennero ciò che volevano hanno girato intorno e invasero la Russia. Chavez finora non ha ricevuto alcuna concessione ‘reciproca’ di fiducia dalla macchina militare di Santos. Anche nel senso stretto degli ’ interessi dello Stato’, ha sacrificato alleati leali per vuote promesse. Lo stato imperiale statunitense è il primo alleato di Santos e fornitore militare. La Cina ha sacrificato la solidarietà internazionale per un patto con gli Stati Uniti, una politica che ha portato a un non regolamentato sfruttamento capitalistico e a profonde ingiustizie sociali.

Quando e se accadrà il confronto successivo tra Stati Uniti e Venezuela, Chavez, almeno, potrà contare sulla ”neutralità” della Colombia? Se le relazioni passate e presenti sono una indicazione, la Colombia sarà a fianco del suo mega-benefattore e mentore ideologico. Quando si verifica una nuova rottura , può Chavez contare sul sostegno dei militanti, che sono stati incarcerati, dei movimenti popolari di massa che ha messo da parte e dei movimenti internazionali e degli intellettuali che ha calunniato? Mentre gli Stati Uniti si muovono verso nuovi confronti con il Venezuela e intensificano le  sanzioni economiche, la solidarietà nazionale e internazionale sarà di vitale importanza per la difesa del Venezuela. Chi sarà in piedi per la rivoluzione bolivariana, i Santos e Lobos  di questo ”mondo realista”? O i movimenti di solidarietà nelle strade di Caracas e delle Americhe?

di: Prof. James Petras

LINK: Chavez’s Right Turn: State Realism versus International Solidarity

TRADUZIONE: CoriInTempesta

Geopolitica del narcotraffico

Per il dominio sulla produzione di droghe si sono combattute guerre e si sorreggono tuttora interi sistemi politici in diverse parti del mondo

Il sistema moderno, basato sul paradigma capitalista e sulla forma liberaldemocratica, ha fra i suoi punti-chiave il controllo delle principali fonti e risorse economiche.
Non è un mistero che gran parte dei conflitti moderni dietro motivazioni di tipo umanitario nascondano in realtà necessità di ben altra natura, come il controllo delle materie prime di cui è dotato il Paese in questione.
Come materie prime si intendono tutte quelle risorse di base necessarie per la produzione di beni secondi: materie tessili, prodotti agricoli e animali, legname, minerali. In particolare nell’attuale panorama economico assumono un ruolo di primaria importanza le fonti energetiche: in generale l’opinione pubblica ha ben presente che le guerre in Iraq e in Libia hanno come posta in gioco le risorse di petrolio e gas naturale a disposizione dei governi di Baghdad e Tripoli. Il regime libico si è attestato come quarto esportatore di petrolio nel continente africano, in gran parte verso l’Italia, l’Iraq possiede una stima dell’11% dell’oro nero a livello globale. I cambiamenti originatisi in questi anni all’interno del sistema, con l’indebolimento della superpotenza statunitense e l’affermazione della Cina come “competitor” turbocapitalista, costantemente affamato di energia per sostenere la propria crescita, ha rimesso in discussione equilibri che in questo ambito si davano ormai per assodati da decenni, con una lotta fra poteri forti come mai si era vista prima.
Su questo, come detto, si è scritto molto e l’opinione pubblica ha già le idee chiare, spesso anche troppo semplificate (l’aggressione all’Iraq e la destituzione di Saddam Hussein fu anche il frutto di una serie di baratti geopolitici tra Usa e Israele per cercare di normalizzare definitivamente la regione, il petrolio c’entra ma non spiega tutto).
Un aspetto che però si tende spesso a non considerare è che l’economia globale si regge anche su leve “non ufficiali”, anzi, a tutti gli effetti illecite, ma il cui controllo garantisce comunque una posizione dominante alla potenza che lo acquisisce.
Il riferimento principale è in questo caso il narcotraffico. Si stima che la droga sia uno dei principali motori alla base dell’economia mondiale. Sulla produzione ed esportazione delle sostanze stupefacenti si sono combattute guerre e si sorreggono tuttora interi sistemi politici in diverse parti del mondo. Del resto è sufficiente risalire a nemmeno due secoli fa per osservare i primi conflitti armati scoppiati sulla base di questa motivazione: le due Guerre dell’Oppio (1839-1842; 1856-1860) combattute fra Gran Bretagna e Cina. La ragione? Già allora una delle risorse principali dell’economia di Londra era il commercio dell’oppio, che vedeva nel Celeste Impero uno dei suoi mercati di riferimento. Il tutto naturalmente con pesanti ripercussioni interne sulla società cinese per l’incidenza della tossicodipendenza. Entrambe le guerre videro la sconfitta della Cina e di ogni suo tentativo di frenare la penetrazione dell’oppio britannico entro i propri confini, oltretutto a tariffe doganali bassissime.
Da allora è cambiato molto meno di quanto si potrebbe credere: il narcotraffico è sempre una leva fondamentale per gli equilibri finanziari, anzi, ben più di allora, essendo un mercato in continua espansione che difficilmente conosce crisi. La sola differenza da allora è che oggi non lo si ammette. I protagonisti principali di questo gioco sono da individuare sia tra gli Stati nazionali sia tra altri attori geopolitici i cui rapporti con le entità statuali possono essere di conflittualità o di connivenza, o anche entrambe nello stesso momento: le mafie.
È interessante notare come la mappa dei conflitti su scala mondiale ricalchi quella del possesso delle fonti energetiche e delle sostanze stupefacenti.
In particolare questo processo ha subito un’accelerazione decisa sin dalla fine degli anni ’90, con l’intervento nella ex-Jugoslavia.
Per prima cosa, occorre distinguere fra i Paesi in cui le sostanze vengono prodotte e i cosiddetti “corridoi della droga”, ossia quegli Stati attraverso i quali la merce transita per arrivare alle destinazioni finali, come ad esempio l’Europa occidentale o gli Usa.

L’eroina afgana
La produzione di oppio (da cui a sua volta si ricava una serie di stupefacenti, fra cui l’eroina) è concentrata soprattutto in Asia, lungo la fascia che taglia verticalmente il continente dalla parte centrale sino al Sud-Est. Il primo produttore, secondo le stime ufficiali delle agenzie per la lotta al narcotraffico, risulta essere l’Afghanistan, al centro della cosiddetta “Mezzaluna d’oro” (che include anche India, Pakistan, India e Nepal), contrapposta al “Triangolo d’oro” (Myanmar, Laos, Thailandia e Vietnam), storico epicentro del traffico di droga ma recentemente sorpassato dal subcontinente indiano. Proprio l’Afghanistan, quindi, Paese in via di democratizzazione forzata a suon di bombardamenti Usa e occupazione militare Nato da quasi dieci anni. Come confermato da diverse fonti, il crollo del regime talebano seguito all’invasione angloamericana del 2001 ha portato a una netta inversione nella politica tenuta da Kabul sulle colture di oppio (il quale costituisce da sempre una risorsa centrale per l’agricoltura locale). I dati forniti a tal proposito dall’“Afghanistan Opium Survey” facente capo alle Nazioni Unite sono illuminanti. Tenendo conto che oltre il 90% dell’oppio presente sul mercato mondiale proviene dal Paese delle Montagne, la discrepanza fra la produzione del 2001 (ultimo anno del governo del mullah Omar) e le annate recenti ha del clamoroso. Si passa da 74 tonnellate (frutto di una forte campagna di repressione e di alcuni decreti religiosi emessi dagli Studenti del Corano) alle oltre 8000 odierne, concentrate non solo nelle zone amministrate dagli insorti (in cui i proventi vengono reinvestiti in armi), ma anche in quelle sotto controllo governativo. Di più: sotto il controllo di parenti stretti dello stesso presidente Hamid Karzai, come il fratello Ahmed Wali Karzai, più volte accusato di essere il signore della droga nella zona di Kandahar. Al centro delle coltivazioni si è rivelata essere negli ultimi anni la violentissima provincia meridionale di Helmand, il cui controllo è ferocemente conteso tra le fazioni in guerra.
La massiccia immissione sui mercati mondiali dell’oppio afgano ha portato, dopo anni di decremento, a un improvviso e inaspettato ritorno dell’eroina, droga che si credeva ormai superata. Come se non bastasse, l’Afghanistan sta “diversificando” la sua produzione, diventando (e questa è una novità assoluta) uno dei maggiori produttori al mondo anche per quanto concerne marijuana e cannabinoidi in genere.

Le rotte dell’oppio e il narco-Stato kosovaro
L’oppio prodotto nelle coltivazioni afgane può intraprendere due grandi rotte: una verso Sud, l’altra verso Nord. Entrambe naturalmente in direzione occidentale.
I due passaggi di transito sono quindi da una parte l’Iran, che apre le porte alla Turchia e da qui ai Balcani. Da anni gli iraniani stanno combattendo, lasciati soli dal resto della comunità internazionale, una durissima guerra con i contrabbandieri che è costata la vita a centinaia di membri delle forze di sicurezza della Repubblica Islamica. Perno di questi traffici è la turbolenta provincia del Sistan-Belucistan, in cui convergono le colture provenienti non solo dai papaveri afgani, ma anche dal Pakistan, e in cui le bande malavitose godono di connivenze e appoggi con i locali separatisti sunniti (il cui gruppo di riferimento è Jundallah).
Al Nord il percorso segue invece quello delle repubbliche ex-sovietiche dell’Asia Centrale. Risalendo le strade polverose dell’Afghanistan occidentale, in particolare della province di Farah e Badghis (dove fra l’altro sono stazionate le truppe italiane, spesso attaccate proprio dai contrabbandieri), l’oppio (spesso già lavorato in Afghanistan, e quindi pronto per essere messo sul mercato senza bisogno di passare attraverso nuove lavorazioni) viene fatto passare attraverso il Turkmenistan e successivamente in Kazakistan, spesso con la connivenza delle forze di sicurezza locali, fra le più corrotte al mondo, e dei maggiorenti.
Da qui si arriva già a un primo mercato di rilievo: la Russia. Va detto infatti che, pur essendo entrambi punti di transito, tanto la Russia quanto l’Iran hanno comunque avuto colpi pesantissimi dall’esplosione dell’eroina afgana in termini di tossicodipendenza. I numeri parlano chiaro: Teheran stima in più di 1 milione i propri cittadini tossicodipendenti. Le agenzie Onu elevano il dato addirittura fino ad oltre 3 milioni. Un vero e proprio flagello sociale, simbolicamente rappresentato dal Black Crack, la droga dei poveri. Lo stesso in Russia, cui è destinato oltre il 20% dell’eroina afgana, a causa del quale muoiono ogni anno circa quarantamila persone. Questo è il motivo principale delle critiche politiche che Mosca rivolge periodicamente alla Nato in Afghanistan, e per cui la Federazione Russa cerca di mobilitare l’Organizzazione di Shangai per la Cooperazione (organismo che unisce Russia, Cina e diversi Paesi dell’Asia Centrale) in funzione anti-droga.
C’è però un altro dettaglio che merita di essere analizzato: lo snodo principale dell’eroina afgana nei Balcani è un altro territorio sotto tutela occidentale, esattamente come l’Afghanistan: il Kosovo. Il tutto nasce dalla sconsiderata decisione di creare uno Stato-mafia in Europa, retto da una cricca di terroristi e malavitosi come sono a tutti gli effetti gli uomini dell’Uck che ora indossano il doppiopetto nei palazzi del potere di Pristina. L’eroina è il primo business in ordine di importanza per questa terra di nessuno, assieme ad altri traffici di ogni tipo. Secondo fonti indipendenti, dietro al narcotraffico nel Kosovo ci sarebbe nientemeno che l’ex-premier benedetto dall’Occidente, Ramush Haradinaj, il quale ha continuati negli anni a coltivare i canali di autofinanziamento illecito che servivano inizialmente a finanziare la lotta armata contro il governo centrale serbo.

La cocaina e l’America Latina
L’altro settore di punta del narcotraffico mondiale è rappresentato ovviamente dalla cocaina. Questo mercato si sviluppa soprattutto in un altro quadrante geopolitico, ovvero l’America Latina.
Non bisogna scordare che almeno fino all’inizio del terzo millennio tutto il subcontinente americano rientrava nella sfera diretta di influenza politica, economica e militare degli Stati Uniti, con la teoria del “cortile di casa” sin dai tempi della dottrina Monore. Naturale, quindi, che le principali risorse di queste terre fossero sottoposte a tutela statunitense; anche qui le risorse energetiche (il petrolio del Caribe, per esempio), quelle agricole (l’industria bananiera) e la cocaina. La coltivazione della coca è da sempre parte della storia di diversi di questi Paesi e ha sempre avuto un ruolo tradizionale nella vita delle popolazioni indigene di Bolivia, Perù, Venezuela e Colombia, che hanno sempre visto nelle foglie di coca un aiuto farmacologico naturale. La lavorazione del prodotto-cocaina verso Stati Uniti ed Europa ha finito per danneggiare in primis queste popolazioni, che improvvisamente hanno visto criminalizzare una delle poche risorse agricole su cui potevano contare in misura stabile. In questo senso vanno lette anche molte delle battaglie condotte dai presidenti di Bolivia e Venezuela (Evo Morales e Hugo Chavez) in favore della coltivazione della coca come attività non necessariamente volta al narcotraffico.
Anche in questo caso, però, non tutto è come sembra: il principale produttore ed esportatore dello stupefacente è, guarda caso, anche l’alleato di ferro degli Usa nella regione (tanto da ospitarne pure basi militari sul proprio territorio), ossia la Colombia. Il confine tra repressione e controllo del traffico è come in Afghanistan molto sottile e ambiguo. Ufficialmente la Colombia riceve aiuti economici e militari da Washington per la lotta al narcotraffico: il noto Plan Colombia, in vigore da fine anni ’90. In realtà quello che maggiormente interessa agli Stati Uniti è il controllo politico del Paese e della regione, con la repressione militare dei movimenti rivoluzionari di estrema sinistra attivi da decenni, le Farc (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia) e l’Eln (Esercito de Liberacion Nacional). Una delle pratiche più discusse condotte congiuntamente da Washington e Bogotà è l’irrorazione di glifosato sulle coltivazioni di coca. Casualmente queste avvengono in massima parte nelle aree fuori dal controllo governativo e amministrate dai ribelli. Per tutti gli anni ’80 e ’90 il vero potere in Colombia fu detenuto di fatto dai cartelli di Calì e Medellin, quest’ultimo capeggiato da Pablo Escobar. Se è vero che Escobar venne fisicamente eliminato il 2 dicembre 1993 in un’operazione congiunta di Delta Force e Navy Seals Usa in cooperazione con il Search Bloc colombiano (unità appositamente creata per dargli la caccia), è altrettanto vero che l’ascesa del boss presenta dei punti oscuri nei rapporti con gli Usa. Negli anni gli statunitensi hanno dato il sospetto di colpire le coltivazioni di coca gestite da chi non andava bene loro politicamente, chiudendo un occhio (o forse due) su quelle dei propri alleati del momento. Non si spiegherebbe altrimenti l’ascesa negli anni ’90 di Salvatore Mancuso e dei paramiliari delle Autodefensas Unidas de Colombia (Auc), capaci di diventare uno Stato nello Stato con coperture politiche e giudiziarie senza trovare alcun ostacolo per il solo merito di svolgere un ruolo di contenimento della guerriglia di estrema sinistra. Nella pratica, quella di usare personaggi del narcotraffico per garantirsi il controllo politico di certe aree e poi scaricarli una volta che siano diventati troppo ingombranti è una tattica che gli Usa hanno utilizzato più di una volta. Un altro esempio in questo senso è rappresentato dal dittatore di Panama, Manuel Noriega. Personaggio che ha iniziato la propria carriera da militare, addestrato per operazioni di contro-insorgenza presso la famigerata School of the Americas di Fort Benning in Georgia, Noriega fu secondo diverse fonti il principale punto di riferimento della Cia in America Centrale durante tutti gli anni ’70 e buona parte degli ’80. Organizzò per conto di Washington i rifornimenti, l’assistenza e l’addestramento dei Contras in Nicaragua e delle milizie di Roberto D’Aubuisson in El Salvador. Una volta esauritosi il “pericolo rosso”, Noriega era rimasto sempre più potente nel suo feudo panamense, sfruttando lo strategico canale per i suoi interessi e minacciando più volte la sua chiusura agli Usa. Le mosse di Washington per esautorare l’(ex) uomo di fiducia furono per prima cosa l’incriminazione della Dea per narcotraffico (5 febbraio 1988), poi l’organizzazione dell’opposizione interna (già allora i primi tentativi di “rivoluzioni colorate”…) con l’aiuto dell’ambasciata statunitense, e, in seguito ai fallimenti di tutte queste manovre (Noriega era riuscito a farsi rieleggere umiliando il candidato sostenuto dagli Usa), il ricorso all’invasione militare, con la cosiddetta “Operazione Giusta Causa” (20 dicembre 1989). Noriega, inizialmente rifugiatosi presso la Nunziatura Apostolica, si arrese alle truppe statunitensi il 3 gennaio 1990. Estradato negli Stati Uniti, venne processato nel 1992 con le accuse principali di narcotraffico e riciclaggio di denaro sporco, venendo condannato a una pena complessiva di 40 anni di reclusione, poi ridotti a 30. Peccato però che durante tutto il processo furono in tanti tra coloro che avevano collaborato con lui durante gli anni ’70 (operativi di Cia, Dea, ma anche del Mossad israeliano) ad ammettere candidamente che Washington era a conoscenza del ruolo del dittatore panamense nel traffico di droga almeno sin dal 1972, quando però era ancora un “good guy” utile alla Casa Bianca.

Le droghe sintetiche e la criminalità israeliana
Per concludere questo quadro generale, un accenno va fatto a un altro mercato in rapida espansione. Quello delle “pasticche”, delle droghe sintetiche, la più nota delle quali è l’ecstasy. Un prodotto esploso a partire da metà anni ’90, la cui produzione non dipende da alcun fattore climatico come avviene invece nei casi succitati. I gruppi criminali israeliani, una realtà di cui si parla e si sa molto poco ma le cui attività sono parecchio ramificate, sono stati indicati in diversi rapporti stilati dall’Unione Europea e dal Dipartimento di Stato Usa come i principali attori in questo traffico. Emblematica la vicenda del cittadino con doppio passaporto israeliano-statunitense Hai Waknine, condannato da un giudice federale di Los Angeles a dieci anni di reclusione nel 2006. Waknine, assieme al complice Jacob “Cookie” Orgad era il punto di riferimento per lo spaccio in California. I due erano i referenti negli Usa del grande boss dell’ecstasy Itzhak Albergil, poi arrestato insieme al fratello Meir dalla polizia israeliana. Secondo le ricostruzioni degli organi inquirenti, la mafia israeliana utilizza laboratori in Europa (soprattutto in Olanda, ma anche in Belgio e Polonia), per poi distribuire la merce su tutti i mercati occidentali. Addirittura l’80% dell’ecstasy consumato negli Usa ha questa filiera di produzione. Il monopolio israeliano su questa droga presenta grosse sorprese: diverse inchieste hanno rivelato come i corrieri spesso siano anche ebrei praticanti ultra-ortodossi, i quali sicuramente non destano grossi sospetti negli scali internazionali. Fra gli insospettabili colti con le mani nel sacco si trova anche Goneen Segev, già ministro dell’Energia di Israele, beccato all’aeroporto di Amsterdam con 25000 pillole in valigia. Fra l’altro è anche segnalato il reclutamento da parte dei gruppi criminali israeliani di passati appartenenti alle agenzie di sicurezza, ottimi da ingaggiare per la loro esperienza sul campo.

E se in Nord Africa…
Questo è un affresco generale (per ovvi motivi di spazio) ma sostanzialmente completo delle coperture politiche e degli intrecci geopolitici inconfessabili del traffico di droga mondiale.
Per ultimo, fa pensare una domanda posta a voce alta dal Direttore dell’Agenzia russa per il controllo sugli stupefacenti, Viktor Ivanov: siamo sicuri che la recente instabilità del Maghreb non abbia nulla a che vedere col ruolo in continua crescita dei cartelli della droga in questi Paesi (in particolare in Tunisia)?

di: Alessandro Iacobellis

Dateci Chavez,vi diamo Obama

Lunedi ‘, mentre Barack Obama stava chiacchierando amichevolmente con la Camera di Commercio statunitense, Hugo Chavez era impegnato a distribuire computer portatili in una scuola di Caracas.. Dopo di che, il presidente venezuelano si è precipitato fuori ad una riunione in un impianto di distribuzione di cibo che fornisce 110 milioni di dollari in pasti preparati per i poveri del Venezuela.Infine, ha concluso il suo pomeriggio facendo un’apparizione in uno dei cantieri dove si stanno  costruendo molte case nuove  per le vittime delle massicce inondazioni di gennaio.

Mentre Obama si è rivelato essere il presidente più deludente  del secolo scorso, Chavez continua a stupire con la sua volontà di migliorare la vita lavorativa della gente comune. Per esempio, in soli 12 anni, Chavez ha creato un fiorente servizio pubblico nazionale di sanità con 533 centri diagnostici e strutture sanitarie diffuse in tutta la capitale. L’assistenza sanitaria è gratuita e ci sono state oltre oltre 55 milioni di visite da quando Chavez ha lanciato il programma Misión Barrio Adentro .Paragona questo al misero omaggio che Obama ha fatto al gigante americano HMO, col quale ha cercato di promuovere l’assistenza sanitaria universale.Che scherzo.

Chavez ha anche aperto la strada ad un maggiore impegno politico e all’attivismo mediante l’istituzione di più di 30.000 consigli comunali e 236 comuni, tutti incentrati sul maggior numero di persone che entrano nel processo politico, permettendo loro di portare avanti il cambiamento. Negli Stati Uniti, le organizzazioni di base vengono lasciate fuori dai loro leader di partito che prendono ordini  dalle élite che controllano entrambe le parti. E, per quanto riguarda Obama, se ne potrebbe  fregare di quello che pensano i suoi sostenitori, che è il perché è andato a strisciare alla Camera di Commercio.

E che cosa ha fatto Chavez per allentare la morsa che le imprese hanno sui media? Ecco cosa Gregorio Wilpert dice nel suo articolo “An Assessment of Venezuela’s Bolivarian Revolution at Twelve Years”:

“Per quanto riguarda i media, i venezuelani comuni orano partecipano alla creazione di nuove ed indipendenti emittenti radiofoniche e televisive in tutto il paese .I precedente governi hanno perseguitato i media ma le istituzioni statali stanno ora sostenendo attivamente queste comunità- non con i finanziamenti  ma con la formazione e l’avviamento degli impianti.

La combinazione di una maggiore coesione e una maggiore partecipazione ha portato a una maggiore accettazione del sistema politico democratico del Venezuela, secondo i sondaggi annuali di Latinobarometro ,che consentono di fare un confronto con le altre democrazie in America Latina. Ovvero sempre più venezuelani credono nella democrazia che i cittadini di qualsiasi altro paese dell’America Latina.L’ottanta per cento dei venezuelani dicono che “la democrazia è preferibile a qualsiasi altro sistema di governo.” (An Assessment of Venezuela’s Bolivarian Revolution at Twelve Years”, Gregory Wilpert, Venezuelanalysis.com)

La settimana scorsa Chavez si è unito alla lotta contro la Coca-Cola, partecipando ad una manifestazione di operai in sciopero nella città di Valencia, sede del principale impianto di imbottigliamento della Coca in Venezuela,dicendo che se l’industria non vuole seguire “la Costituzione e le leggi”, poi il Venezuela potrebbe “vivere senza Coca-Cola”.
Giusto Hugo!Digli di imbottigliare la sabbia!

I 1,3000 lavoratori in sciopero stavano solo chiedendo un piccolo aumento per soddisfare le loro spese in aumento, ma, naturalmente ciò taglia i profitti aziendali e per questo la Coca-Cola sta combattendo contro le loro richieste.

Provate ad immaginare far questo all’”amico-degli affari” Obama verso una grande società?

La settimana scorsa, Chavez ha annunciato che il suo governo avrebbe speso altri 700 milioni di dollari  per combattere il problema dei senza-tetto e costruire altre 40.000 abitazioni. Il presidente ha intensificato i suoi sforzi da quando le inondazioni hanno devastato il paese all’inizio dell’anno lasciando decine di migliaia di persone senza riparo. Chavez è deciso a non fare gli stessi errori di George Bush dopo Katrina, quando le vittime del disastro sono state lasciate a se stesse forzando un terzo della popolazione di New Orleans a fuggire in altre parti del paese.

E quale effetto ha avuto Chavez su l’economia venezuelana?: Ecco ancora Wilpert:

“Così come il governo di Chavez ha democratizzato il sistema politico di Venezuela nel corso degli ultimi 12 anni, ha fatto lo stesso con il suo sistema economico, sia a livello macro-economico che al livello micro-economico.

A  livello macro-economico questo è stato ottenuto aumentando il controllo statale sull’economia e smantellando il neo-liberismo in Venezuela. Il governo di Chavez ha riconquistato il controllo statale sulla precedente semi-indipendente industria nazionale petrolifera.Il governo ha nazionalizzato i sub-appaltatori privati dell’industria petrolifera e li ha integrati nella società petrolifera di Stato, dando ai lavoratori maggiori vantaggi e una migliore retribuzione.Inoltre ha anche parzialmente nazionalizzato le operazioni transnazionali dell’industria petrolifera in modo che  controllassero non più del 40% della produzione in ogni impianto. Poi, il governo ha eliminato la pratica degli “accordi di servizio”, coi quali le compagnie petrolifere transnazionali hanno goduto di  lucrative concessioni per la produzione di petrolio. E,forse la cosa più importante, il governo ha aumentato i propri diritti provenienti dalla produzione del petrolio da un basso 1% ad un minimo del 33%.

Nel settore non-petrolifero il governo ha nazionalizzato le (precedentemente privatizzate) industrie chiave, quali: produzione di acciaio (Sidor), telecomunicazioni (CANTV), distribuzione di energia elettrica (la produzione era già nelle mani dello Stato), produzione di cemento (Cemex), banche (Banco de Venezuela) e la distribuzione di cibo (Exito). (“An Assessment of Venezuela’s Bolivarian Revolution at Twelve Years”, Gregory Wilpert, Venezuelanalysis.com)
Quindi, caro lettore, i popoli stanno meglio con le industrie di telecomunicazioni e le aziende elettriche di proprietà privata da tagliagole come la Enron (e gli altri pirati di Wall Street) o dovrebbero essere trasformate in servizi di pubblica utilità?

Per il petrolio? Sono più adatte per il compito la BP e l’ Exxon che il settore pubblico?

E per quanto riguarda il sistema bancario: Vi sentireste più sicuri con lo zio Sam o con la Goldman Sachs?

Chavez ha ridotto drasticamente della metà il tasso di povertà, ha abbassato la disoccupazione dal 15% nel 1999 al 7% di oggi e ridotto le disuguaglianze al livello più basso in America Latina. In Venezuela le persone sono sempre più sane e vivono più a lungo.. Sono retribuite meglio e più politicamente impegnate. “”L’84% dei venezuelani dichiara di essere soddisfatto della vita, il secondo più alto in America Latina”. E, indovinate un po ‘, Chavez sta rafforzando la sicurezza sociale e i programmi per il pensionameto, non sta cercando di distruggerli consegnandoli a Wall Street, sotto forma di conti privati.

E la generosità di Chavez non si è limitata solo al Venezuela.In realtà, egli è stato il primo capo di Stato ad offrire cibo e aiuti medici alle vittime di Katrina (anche se  non leggerai mai questo  su un giornale americano!).Ed è sempre lui che fornisce gratis il combustibile per il riscaldamento per i poveri nel nord-est degli Stati Uniti. La Citgo,di proprietà del Venezuela, si è unita con Citiziens Energy per “fornire ,gratis e sottocosto,centinaia di migliaia di barili di combustibile usato per il  riscaldamento delle famiglie bisognose americane e per i rifugi dei senzatetto attraverso gli Stati Uniti” .”Ogni anno, chiediamo alle maggiori compagnie petrolifere e alle nazioni produttrici di petrolio di aiutare i nostri cittadini anziani ed i poveri durante l’inverno, e solo una società, la CITGO, e un solo paese, il Venezuela, ha risposto ai nostri appelli “.

Proprio così, nessun altra compagnia petrolifera ha dato anche un solo centesimo puzzolente in beneficenza..Chavez ha fornito oltre 170 milioni di litri di petrolio per il riscaldamento dal 2005.

Al contrario, Barack Obama non ha fatto nulla per i poveri, i senzatetto, i lavoratori comuni, o la classe media. Zilch. E ‘stato una perdita assoluta per tutti, tranne che per i più ricchi dei ricchi. Forse dovremmo scambiarlo con Chavez?

Vale la pena di provare.

di Mike Whitney

LEGGI ANCHE :Perchè Washington odia Chavez

LINK: Can we swap Obama for Chavez?

TRADUZIONE: Cori In Tempesta

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