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Tag: cia

La CIA finanzia uno studio sulla geoingegneria

geoingegneria

di: Steve Watson

La CIA sta finanziando uno studio scientifico per determinare la possibilità di alterare il clima del pianeta, con lo scopo di scongiurare il cambiamento climatico, secondo alcuni documenti rilasciati dalla National Academy of Sciences. Leggi Tutto…

L’ultimo mistero di Neruda. Caccia a un agente della Cia

neruda

Il premio Nobel Pablo Neruda ricevette il Nobel nel 1971. Morì due anni dopo, il 23 settembre del 1973. La causa ufficiale della morte è sempre stata una malattia incurabile

Cile, la procura sulle tracce del presunto killer del poeta morto quarant’anni fa

di: Paolo Manzo

Quarant’anni dopo, s’infittisce ancora di più il giallo della morte del Nobel della Letteratura Pablo Neruda, avvenuta il 23 settembre del 1973.

Il giudice cileno Mario Carroza, infatti, a capo dell’inchiesta sul caso, ha dato ordine alla polizia di catturare il presunto killer del poeta: un uomo biondo con occhi azzurri, età tra i 27 e i 30 anni, 1 metro e 80 di altezza e noto ai più come «dottor Price». Leggi Tutto…

La teoria del complotto in America Latina: spunti per interessanti riflessioni

chavez

di: William Bavone

Di seguito riportiamo la traduzione di parte di un’intervista rilasciata da Percy Francisco Alvarado Godoy (1) dal titolo Confermando un’ipotesi: Chavez è stato assassinato dalla CIA (2) e parte di un articolo dello stesso Godoy, pubblicato sul proprio blog e dal titolo Non solo si cerca di assassinare Maduro in Venezuela (2). Tali contributi non vogliono “imporre” al lettore una visione complottista delle dinamiche che interessano l’America Latina, ma perlomeno suscitare quesiti ed una visione critica e attenta di ogni singolo evento che avviene in quello o in qualsiasi altro continente. Non sempre esistono complotti (ovviamente), ma spesso si verificano eventi di dubbia “spontaneità”. Leggi Tutto…

I nuovi cablo di Wikileaks: i Kissinger Files

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di: Ludovica Amici

Come già anticipato da Assange qualche mese fa, Wikileaks è tornato a colpire. Sono stati pubblicati oggi sul sito dei nuovi documenti chiamati “I Kissinger Files”. Si tratta di un database di 1.707.499 cablogrammi che riguardano le comunicazioni tra Henry Kissinger – segretario di Stato durante le presidenze di Nixon e Ford – e le ambasciate di tutto il mondo. Sono documenti che rivelano le informazioni e i numerosi scandali che hanno visto coinvolte tutte la nazioni negli anni tra il 1973 e il 1976.

Questi files, uniti a quelli già pubblicati da Wikileaks chiamati “Cablegate”, formano la più grande libreria pubblica della diplomazia statunitense e per questo definita dal sito PlusD (Wikileaks Public Library of the United States Diplomacy).

A “fischiare” questa volta non è stato un whistleblower. I cablo sono stati ottenuti dal National Archives and Record Administration (NARA) e raccolti attraverso il lavoro meticoloso di un anno per poi renderli accessibili al pubblico in formato digitale. Verbali dettagliati delle riunioni del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti mostrano che la Cia e altre agenzie avevano tentato di riclassificare questi documenti sotto la seconda amministrazione Bush, almeno fino al 2009.

Sono documenti di intelligence e rivelazioni sul coinvolgimento americano con le dittature fasciste dell’America Latina ma anche con quella di Franco in Spagna e con il Regime dei Colonnelli in Grecia. E non mancano anche le notizie sull’Italia, in particolar modo quelle sull’appoggio del Vaticano al regime di Pinochet.

Come riportato da L’Espresso che ne ha l’esclusiva, uno dei cablogrammi, datato 18 ottobre 1973 e inviato a Washington dall’Ambasciata Usa presso la Santa Sede, riporta la conversazione tra Kissinger e l’allora vice segretario di Stato Vaticano, Giovanni Benelli. Un dialogo avvenuto cinque settimane dopo che il generale Pinochet prese il potere con il golpe che rovesciò il governo di Salvador Allende, in cui di fronte alla carneficina perpetrata dai militari e ai cinquemila dissidenti finiti in carcere, il Vaticano negò la gravità dei massacri e degli abusi dell’ex dittatore cileno Augusto Pinochet bollandoli come “propaganda comunista”.

Poi c’è il cablo che riguarda il visto negato a Giorgio Napolitano che voleva recarsi negli Stati Uniti per tenere conferenze in quattro università. Sono gli anni in cui il Pci è il principale nemico dell’America.

Gli americani sono terrorizzati per il compromesso storico, perchè porterebbe i comunisti di Berlinguer al governo. Kissinger definisce Napolitano in un cablo del 1976 “La star culturale del polo pro-occidente del partito”.

I “Kissinger cables” rivelano anche il rapporto speciale tra gli Stati Uniti, Formigoni, e Comunione e Liberazione. Gli americani si sentono rassicurati da quel “movimento fortemente anticomunista e orientato ai giovani”, messo in piedi da don Giussani per contrastare il Partito comunista italiano.

 Ancora sull’Italia ci sono cablo che raccontano dell’incidente stradale di Berlinguer in Bulgaria. Quell’episodio fatto passare appunto per un incidente, ma che ha sempre lasciato il sospetto che fosse in realtà il tentativo di assassinare un leader scomodo.

E poi il quotidiano The Hindu fa sapere che uno dei cablogrammi parla del defunto primo ministro indiano Rajiv Gandhi, il quale venne impiegato dalla ditta svedese Saab-Scandia per vendere i suoi jet da combattimento Viggen in India. Svolgendo così il ruolo di intermediario. Una rivelazione che sta scuotendo la politica indiana.

C’è anche un cablogramma che parla di Margaret Thatcher. Datato febbraio 1975, espone le prime impressioni del nuovo leader del partito conservatore. La Thatcher viene definita una donna con “una mente veloce e profonda, che lavora duramente”. “Un pò condiscendente” con i media, ma “onesta e diretta” con i suoi colleghi”, ha scritto il diplomatico. “La personificazione del sogno britannico della classe media che diventa realtà”. La “voce autentica di una borghese assediata, ansiosa di arrestare la tendenza apparentemente inesorabile della società verso collettivismo”, riferisce il cablogramma. I documenti contengono anche relazioni diplomatiche sulla guerra del 1973 tra Israele, Egitto e Siria (la “guerra dello Yom Kippur”).

A proposito di questi nuovi cablogrammi, Assange, dall’amabsciata dell’Ecuador a Londra dove è rifugiato, ha fatto sapere che “queste nuove rivelazioni sono come una fonte che è possibile intervistare in continuazione, rendendo prontamente disponibili dei files che prima erano di difficile accesso”.

Una grossa mole di materiale geopolitico mai pubblicato che nei prossimi giorni continuerà a far emergere storie significative.

FONTE: IlFattoQuotidiano.it – Il Blog di Ludovica Amici

11 settembre 2001. E noi insistiamo

di: Giulietto Chiesa

Continua il lavoro di ricerca della verità  sull’11 settembre 2001. Il panel di Consensus 911(consensus911.org) ha individuato, con grande precisione e importanti dettagli, che tutte le (pochissime) immagini dei presunti 19 dirottatori dei quattro voli American Airlines e United Airlines sono state manomesse, o falsificate.

In sintesi (chi vuole esaminare la documentazione può farlo visitando il sito che la contiene) non esiste una sola immagine attendibile di nessuno degli imbarchi dei presunti terroristi islamici che furono effettuati quella mattina nei diversi aeroporti di partenza.

In realtà le cosiddette “prove” degli imbarchi sono concentrate soltanto in due  videoIl primo, che  mostrava l’imbarco di Mohammed Atta e di Abdul al-Omari all’aeroporto di Portland.

Il secondo contiene immagini che “mostrerebbero” l’imbarco di 5 dirottatori islamici all’aeroporto Dulles International di Washington (quello AA77, che si sarebbe poi schiantato contro il Pentagono). Il condizionale e il virgolettato sono d’obbligo, come vedremo tra poco. E, comunque, qui finisce la documentazione ufficiale. Degli altri 12 presunti dirottatori non sono mai state fornite immagini.

Ora il panel internazionale di esperti (del quale mi onoro di fare parte) ha concluso che anche quelle pochissime immagini sono false. Per altro esse risultano manipolate (da chi?) in diversi modi e in diversi punti.

Questo vale per Atta e Abdul al-Omari, che vengono ritratti in sette (7!) fotogrammi che (nella versione del processo a Zakharias Moussaoui) contengono date sbagliate e orari non corrispondenti alla versione ufficiale. Oltre alle incredibili contraddizioni delle diverse versioni, fornite da CIA, FBI, 9/11 Commission Report. Una riguardante le storie dei due bagagli non imbarcati (inspiegabilmente), ritrovati all’aeroporto Logan di Boston e contenenti importanti documenti che certificavano l’esistenza del progetto di dirottamento, oltre che una specie di confessione di Atta. E la storia delle due auto, una Mitsubishi, abbandonata da Atta nel parcheggio di Boston, e una Nissan, abbandonata nel Jetport di Portland.

In particolare risulta del tutto ridicola la scoperta della confessione di Atta in un bagaglio che avrebbe dovuto essere imbarcato sull’aereo destinato a schiantarsi  contro la torre nord del World Trade Center. Mohammed Atta doveva proprio essere ubriaco per scrivere la confessione e poi portarsela con sé nella tomba. Se non fosse stato che “qualcuno”, provvidenzialmente, non imbarcò proprio quella valigia, in modo tale che l’Fbi potesse ritrovarla. Il fatto è che tutta intera la storia del viaggio a Portland di Atta non sta in piedi comunque la si voglia utilizzare. Ve l’immaginate uno che ha organizzato il più grande atto terroristico della storia, che se ne va a Portland, rischiando seriamente  di arrivare in ritardo all’appuntamento con il volo fatale in partenza da Boston? Sarebbero bastati quindici minuti di ritardo e l’11 settembre non sarebbe proprio esistito.  Chi ci crede?  Gli sceneggiatori dell’11/9 devono avere fatto un pò di confusione.

Questo vale, ancora più clamorosamente, per il video dei 5 (cinque) dirottatori del volo AA77 (quello su cui sarebbe stata imbarcata anche la signora Barbara Olson, che, secondo la vulgata ufficiale fece una telefonata al marito in cui gli fece la telecronaca della  sua imminente fine in una telefonata che dorò  zero secondi). Quel video  fu reso noto solo nel 2004. La Commissione non lo conosceva. Nemmeno l’Fbi lo conosceva . Fu l’Associated Press a tirarlo fuori dal cappello a cilindro, il giorno prima della pubblicazione del rapporto, dopo averlo ricevuto da un ufficio legale che rappresentava alcune delle famiglie delle vittime.  L’autenticità di questo video (unico, sebbene quell’aeroporto fosse dotato di 300 videocamere) è oltremodo dubbia per molti motivi, che chi vuole potrà andare a leggersi (Point Video-2: Was the Airport Video of the Alleged AA 77 Hijackers Authentic?Official 9/11 Videotaped Evidence).

Ma uno di essi è clamoroso. Le telecamere di sorveglianza riprendono , per economizzare spazio, immagini distanziate di un secondo una dall’altra. Il video, nella parte che mostra i due terroristi al-Midhar e Moqed, è stato girato a una velocità molto superiore, pari a quella di un normale videoregistratore, cioè a 30 fotogrammi al secondo. Il che indica in tutta evidenza che esso è stato inserito dopo, cioè non viene dalla videocamera dell’aeroporto Dulles. Per giunta, a differenza di ogni video prodotto a fini di sorveglianza, questo non contiene né la data, né l’ora, né l’indicazione del luogo sotto osservazione. Insomma non certifica niente. Quel video può essere stato girato in un qualunque momento in un qualunque aeroporto americano.

E ci fermiamo qui. Chi vuole approfondire lo studio può farlo. Esistono sul sito indicato anche la traduzione in francese e spagnolo. Tra non molto aggiungeremo anche italiano, tedesco  e olandese.

La ricerca continua.

Recentemente è uscito uno splendido articolo di Paul Craig Roberts, in occasione dell’anniversario dell’11 settembre,  che ricostruisce la  sua personale, immediata percezione del significato di ciò che accadde in quel giorno. Craig Roberts ricorda ciò che lo inquietò in quei primi minuti, dopo l’attentato. “Come ex membro dell’apparato del Congresso e come funzionario di nomina presidenziale per alti compiti, io avevo accesso a segreti di primaria importanza in termini di sicurezza. Ai miei compiti di assistente al segretario al tesoro degli Stati Uniti si aggiungevano responsabilità nella Fema (Federal Emergency Management Agency, ndr) in caso diattacco nucleare. C’era una montagna dove nascondersi alla quale si supponeva che io avrei dovuto fare rapporto nel caso di un attacco nucleare e in cui  io sarei stato incaricato di assumere  il governo degli Stati Uniti  nel caso che nessun più alto dirigente fosse sopravvissuto all’attacco. E più la faccenda dell’11/9 era raccontata dai media, più diventava inverosimile.

 Non è credibile che non solo la CIA e l’FBI abbiano fallito nel compito di individuare il complotto, ma anche tutte le altre16 agenzie di intelligence, ivi inclusa la National security Agency, che spia chiunque sul pianeta, e la Defense Intelligence Agency, il Mossad israeliano, e le agenzie d’intelligence degli alleati di Washington nella Nato.

Semplicemente ci sono troppi osservatori e troppi infiltrati nei gruppi terroristici per poter accettare che un attacco di tale complessità si sia potuto realizzare senza essere scoperto e sia stato possibile portarlo a compimento senza essere impedito” .

Come si capisce, non siamo di fronte alla riflessione  dell’ultimo impiegato del Dipartimento di Stato. Lui capì subito. Molti di noi, privi della sua esperienza e conoscenza, capirono  un po’ dopo. Molti altri stanno capendo.

Molti altri ancora capiranno. Anche se temo che sarà tardi.

FONTE: IlFattoQuotidiano.it

“Ho sempre pensato che Tangentopoli fosse pilotata dalla Cia”

L’ex ministro democristiano Paolo Cirino Pomicino

di: Francesco Grignetti

Paolo Cirino Pomicino è uno di quelli che non si sono mai rassegnati alla fine della Prima Repubblica. Per lui, Mani Pulite se non proprio un complotto, fu quantomeno un’operazione pilotata da suggeritori interessati. Così, quando ha letto le rivelazioni dell’ex ambasciatore Bartholomew, ha fatto un salto sulla sedia. «Ecco, ci siamo… Mi domando solo perché certi racconti arrivino oggi. Forse, andreottianamente, a pensar male si farà peccato, ma ci si azzecca».

Nessuna meraviglia,dunque, Pomicino? Anche lei, al pari degli ex socialisti come Formica e De Michelis, era convinto di una “manina” americana dietro Tangentopoli?

«E’ quanto ho scritto nei miei libri. Quando l’ex console americano a Milano Semler dice che era informato già alla fine del ‘91 di come sarebbero andate le cose, per me torna tutto. C’è un episodio rivelatore: nella primavera di quell’anno mi venne a trovare Carlo De Benedetti e mi disse che assieme ad alcuni suoi amici imprenditori voleva dare vita a un nuovo progetto politico. Mi chiese se avessi voluto diventare il “suo ministro”. Mi misi a ridere. Pochi mesi dopo però capii che non scherzava affatto. E’ dalla primavera del ‘91, metabolizzata la caduta del Muro, che si fa strada il disegno di cambiare la classe politica italiana. Sul versante italiano, chi si rifaceva al vecchio partito d’azione pensò che fosse giunto il momento di prendere la guida del Paese. Sul versante americano, cambiata l’Amministrazione, le strutture d’intelligence ritennero che gli italiani si erano spinti un po’ troppo in là. Non dimentichiamo che l’episodio di Sigonella era accaduto appena cinque anni prima. E gli americani, intendo gli uomini della loro intelligence, non se ne erano dimenticati».

Due spinte diverse, ma convergenti. Ma la magistratura milanese che c’entra?

«Ora ci arrivo. E’ storia, anche se poco nota da noi, che la Cia agli inizi degli Anni Novanta abbia avuto ordine di fare anche intelligence economica e di raccogliere informazioni sull’Europa corrotta. Ora, che in Italia ci fosse un sistema di finanziamento illecito ai partiti è noto oggi ed era noto allora. Io lo dissi pure in una riunione dei vertici della democrazia cristiana, che il finanziamento illecito era il nostro fianco scoperto. Ritengo che la Cia abbia raccolto informazioni e le abbia girate alla magistratura di Milano dove c’era un pm, ex poliziotto, che non andava troppo per il sottile».

La Cia, eh?

«Nello stesso periodo la Francia allontanò sei agenti segreti americani che indagavano sulla loro industria degli armamenti e su presunte mazzette verso Taiwan. In Germania, sempre nello stesso periodo, il cancelliere Kohl fu fatto dimettere per un finanziamento non dichiarato. In Italia, in quel periodo, capitarono davvero diverse cose strane. Qualcuno ricorda lo strano furto della pistola d’ordinanza dalla macchina dell’allora capo della polizia, Vincenzo Parisi? Reagì con una frase stizzita: “Qualcuno vuole fare dell’Italia una terra di nessuno”. Oppure vogliamo parlare del panfilo Britannia, dove si ritrovarono a parlare di come privatizzare la nostra industria di Stato? Era il giugno ‘92».

Scusi, Pomicino, ma Bartholomew racconta però che lui, in Italia dalla metà del ‘93, inviato espressamente da Clinton perché vedeva che l’Italia era in preda alle convulsioni di Tangentopoli, frenò certi rapporti milanesi che non condivideva. Che c’entra con lo schema delineato finora?

«C’entra perché un conto è muovere le cose per riconquistare un’influenza perduta, e fare i conti con Andreotti e Craxi che si muovono troppo liberamente sullo scacchiere arabo e mediterraneo; altro è destabilizzare un Paese cruciale per le loro alleanze. Bartholomew ha una visione più larga e si rende conto che l’interesse americano è diverso. E ferma le macchine».

 FONTE: LaStampa.it

Ci fu una regia occulta degli Usa dietro Mani pulite? Le rivelazioni dell’ex ambasciatore americano

di: Orlando Sacchelli

Domenica scorso è morto Reginald Bartholomew, ambasciatore degli Stati Uniti in Italia dal 1993 al 1997.

Aveva 76 anni e servì il suo Paese sotto la presidenza di Bill Clinton.

Prima di morire ha voluto togliersi alcuni sassolini dalle scarpe, raccontano dettagli inediti sulla sua esperienza nel Belpaese in quelli che furono anni molto caldi, in piena “Mani pulite”, con la crisi finale (e poi la scomparsa) della Prima Repubblica e la nascita della Seconda. Bartholomew ha raccontato tutto a Maurizio Molinari, corrispondente deLa Stampa dagli Usa.

“Quella era la stagione di Mani Pulite – racconta l’ex ambasciatore – un pool di magistrati di Milano che nell’intento di combattere la corruzione politica dilagante era andato ben oltre, violando sistematicamente i diritti di difesa degli imputati in maniera inaccettabile in una democrazia come l’Italia”.

Sembra di risentire le parole di Bettino Craxi. Invece no. A puntare il dito contro certi metodi è un uomo non coinvolto direttamente nello scontro politico italiano. Un personaggio che potremmo definire super partes. “La classe politica si stava sgretolando – ha ricordato Bartholomew – ponendo rischi per la stabilità di un alleato strategico nel bel mezzo del Mediterraneo”.

Qualcosa, aggiunge, nel consolato a Milano “non quadrava”. L’ex ambasciatore quel punto “rivendica il merito di aver rimesso sui binari della politica il rapporto fra Washington e l’Italia”. In che modo? Pose fine a quello strano legame diretto che si era creato tra il Consolato e il pool di Mani pulite – tollerato dal suo predecessere Peter Secchia – e riportò la gestione dei rapporti a Roma, all’ambasciata. Potrebbe essere la conferma, sia pure indiretta, dell’esistenza di un rapporto tra gli Usa e l’inchiesta che spazzò via la classe politica che aveva governato l’Italia per oltre 40 anni. Una “manina” oltreoceano aveva schiacciato il bottone per far saltare tutti i vecchi equilibri (ormai superati vista la caduta del Muro) e ridisegnare la politica nel nostro Paese? L’ex ministro socialista Rino Formica alcuni mesi fa parlò del ruolo che, a suo dire, avrebbe giocato l’Fbi.

Bartholomew racconta a Molinari anche di un’importante iniziativa che prese. Quella di far venire a Villa Taverna (sede dell’ambasciata Usa a Roma) il giudice della Corte Suprema americana Antonino Scalia, approfittando di una sua visita in Italia. Gli fece incontrare “sette importanti giudici italiani” e li spinse a confrontarsi sui metodi usati dalla Procura di Milano. “Nessuno obiettò quando Scalia disse che il comportamento di Mani pulite con la detenzione preventiva violava i diritti basilari degli imputati”, andando contro i “principi cardine del diritto anglosassone”.

Il racconto poi vira sui nuovi interlocutori politici degli Usa dopo il disfacimento della vecchia classe politica: D’Alema, Fini e, inevitabilmente, Berlusconi. Il Cavaliere si presentò accompagnato da Letta e “voleva il mio imprimatur per la sua entrata in politica”. C’è anche un curioso aneddoto su Prodi, che si offese a morte per non essere stato ricevuto alla Casa Bianca dopo il suo ingresso a Palazzo Chigi nel 1996.

Bartholomew si sofferma anche sull’avviso di garanzia a Berlusconi del 1994, che fu anticipato dai giornali quando Berlusconi presiedeva, a Napoli, i lavori per la Conferenza mondiale sulla criminalità organizzata, sotto l’egida dell’Onu. L’ex ambasciatore rivela che fu “un’offesa al presidente degli Stati Uniti, perché era al vertice e il pool di Mani Pulite aveva deciso di sfruttarlo per aumentare l’impatto della sua iniziativa giudiziaria contro Berlusconi”. C’è un po’ di confusione sulle date: l’avviso, infatti, arrivò il 21 novembre 1994 e non nel luglio precedente durante i lavori del G7. La sostanza però non cambia di molto.

Alcuni osservano che Bartholomew fu ambasciatore in Italia proprio negli anni in cui prese corpo il grande piano di privatizzazioni (o svendita?) del patrimonio pubblico del nostro Paese, pianificato a bordo del panfilo reale Britannia nel giugno 1992. Ma questo è un altro mistero su cui presto, forse, bisognerebbe provare a fare piena luce.

Parlando a Radio 24 Antonio Di Pietro ha commentato la ricostruzione dell’ex ambasciatore: “Queste cose dette da una persona che non c’è mi spingono a dire ‘pace all’anima sua’.

Altrimenti l’avremmo chiamato immediatamente a rispondere delle sue affermazioni per dirci ‘chi, come, dove e quando’. Io non ho mai incontrato questo Bartholemew, invece so che gli Stati Uniti all’epoca furono molto collaborativi per quanto riguarda le rogatorie che noi effettuammo. Vent’anni dopo una persona fa delle affermazioni in relazione a comportamenti che lo stesso suo Paese ha fatto in modo totalmente diverso, mi sembra una cosa che non ha né capo né piedi. Bartholemew è una persona che vuole sconfessare se stesso e il suo Paese e quindi non fa onore al suo Paese, ma ripeto non c’è più quindi pace all’anima sua”.

Di tutt’altro avviso è Bobo Craxi, responsabile Esteri del Psi nonché figlio dell’ex leader socialista: “”Appare con tutta evidenza l’inquietante intreccio, nel 1992-94, tra il pool dei magistrati milanesi e il Consolato generale dell’alleato americano. La mano straniera che ha orientato il golpe mediatico-giudiziario non è un’invenzione, ma è rivelato dalle parole del diplomatico americano: c’è materia per storici e per politici. Se non vi fosse anchilosi, bisognerebbe per lo meno promuovere una commissione d’inchiesta”. Ma secondo Bobo Craxi “non verrà fatta neanche un’interrogazione parlamentare, in questa legislatura”.Per Stefania Craxi (Riformisti italiani) “la verità si fa lentamente strada”. La primogenita di Bettino Craxi si domanda: “Come mai nessuno si agita per proporre una Commissione parlamentare di inchiesta, l’unico strumento che potrebbe forse squarciare il fitto velo di ipocrisia che ancora copre quella torbida stagione?”.

Si fa sentire anche l’ex procuratore capo di Milano ai tempi di Mani pulite, Francesco Saverio Borrelli: Mi stupiscono queste dichiarazioni perché provengono da un americano e se ci sono prassi poliziesche o carcerarie contrarie ai diritti dell’uomo sono proprio certe prassi seguite negli Usa“.

Anche lui, come Di Pietro, dice di non voler polemizzare con un defunto, ma respinge in modo secco quelle dichiarazioni “perché non c’è nulla di fondato”. Gherado Colomboe Pier Camillo Davigo, invece, preferiscono non commentare.

FONTE: IlGiornale.it

 

La Santa Alleanza USA – al-Qaida

di: Igor Ignatchenko

La Siria è inondata da terroristi di ogni genere. Al-Qaida ha commesso una serie di atti terroristici. Secondo l’ex comandante dell’Accademia Navale turca Ammiraglio Türker Erturk, essa ha il sostegno dagli Stati Uniti.

Afferma che l’Occidente e i suoi alleati arabi hanno deciso di ripetere lo “scenario salvadoregno“, contando sui gruppi terroristici invece che sull’opposizione. Gli attentati suicidi a Damasco lo confermano. Lasciatemi ricordare l’operazione volta a destabilizzare il Salvador con l’aiuto di attentatori suicidi, guidata da John Negroponte, che in seguito divenne ambasciatore USA in Iraq, e il futuro ambasciatore statunitense in Siria Robert Ford.

Peter Oborne, commentatore del Daily Telegraph, ha confermato che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno recentemente intensificato la cooperazione clandestina con al-Qaida, per riunire gli sforzi nella lotta contro il governo siriano.

Nel suo articolo Syria’s Crisis is Leading Us to Unlikely Bedfellows, sottolinea che le azioni terroristiche a Damasco, commesse l’anno scorso, avevano tutti i segni distintivi di quelle commesse dall’organizzazione terroristica in Iraq. Secondo il giornalista britannico, i militanti di al-Qaida sono giunti in Siria dalla Libia attraverso il “corridoio turco”. Peter Oborne vede “la triplice alleanza Washington-Londra-al-Qaida” come una grave minaccia per il Regno Unito.

Omar al-Bakri, un estremista religioso residente in Libano, ha confessato in un’intervista al Daily Telegraph che militanti di al-Qaida, sostenuti da al-Mustaqbal di Saad al-Hariri, si erano già infiltrati in Siria dal Libano. Nel corso di una conferenza stampa tenutasi a Baghdad, il ministro degli esteri iracheno Hoshyar Zebari ha confermato il fatto che al-Qaida si infiltra in Siria attraverso il confine iracheno, al fine di commettere atti terroristici e trasportare armi.
The Guardian ha recentemente pubblicato un articolo intitolato Syria Would Be Disastrous for Its People. L’autore Sami Ramadani sottolinea il fatto che un’alleanza tra Stati Uniti e al-Qaida ha preso forma. Gli Stati Uniti e la Turchia vogliono intensamente destabilizzare la Siria, usando i fondi petroliferi forniti da Qatar e Arabia Saudita. Mentre Hillary Clinton sta cercando di convincere la comunità internazionale che l’intervento in Siria è un passo necessario, la CIA è coinvolta attivamente nel sostegno e nell’addestramento dei militanti. Come è noto, gli Stati Uniti e gli alleati della NATO hanno reclutato i capi delle organizzazioni terroristiche e criminali comuni provenienti da diversi paesi del mondo come mercenari, per infiltrarli tramite operazioni speciali nei campi di addestramento situati in Turchia e in Libano. Per esempio, mentre era a Homs, un membro della missione degli osservatore della della Lega Araba, che lavorava per i servizi speciali iracheni, restava molto sorpreso nel vedere mercenari pakistani, iracheni e afghani. Particolarmente impressionante è stato il fatto che alcuni di loro erano stati i suoi rapitori in Iraq. E’ importante notare che oltre un centinaio di mercenari provenienti dai paesi arabi e altri paesi, tra cui un numero significativo di legionari francesi, sono stati catturati dalle autorità siriane dopo aver liberato Homs.

Hala Jaber, un corrispondente del Sunday Times, è certo che estremisti religiosi e mercenari stranieri infiltrati in Siria dai paesi limitrofi, hanno contribuito all’esacerbazione delle violenze, per far porre fine alla missione degli osservatori internazionali. Hala Jaber ha sottolineato che gli appelli degli sceicchi sauditi ad attraversare la frontiera siriana, sono stati seguiti da decine di persone provenienti da Libano, Tunisia, Algeria, Arabia Saudita, Libia, Egitto, Giordania e Kuwait, fanatizzate dal desiderio di creare un califfato arabo in Siria e nella regione.

The British Times ha pubblicato un articolo, nel gennaio di quest’anno, che indicava che l’Arabia Saudita e il Qatar si erano legati con un accordo segreto per finanziare l’acquisizione di armi da parte dell’opposizione siriana per rovesciare il regime di Bashar Assad. Un accordo segreto tra i governi di Arabia Saudita e Qatar e l’opposizione siriana, era stato raggiunto dopo la riunione dei ministri degli esteri delle Nazioni della Lega araba a Cairo, nel mese di gennaio. Un rappresentante dell’opposizione siriana aveva detto al quotidiano britannico che l’Arabia Saudita ha offerto tutta l’assistenza. Aveva aggiunto che anche la Turchia ha preso parte attiva al sostegno dell’opposizione, fornendo armi attraverso il confine Siria-Turchia.

Mehmet Ali Ediboglu, un deputato della provincia di Hatay, ha detto al giornale National, organo degli Emirati Arabi Uniti, che c’erano grandi quantità di armi da fuoco turche in Siria. Ediboglu faceva parte della squadra del Partito popolare repubblicano turco che era giunta in Siria nel settembre 2011. I funzionari siriani hanno mostrato alla delegazione i camion carichi di armi scaricati nel deserto della zona cuscinetto tra i checkpoint di Siria e Turchia. Secondo un’intervista del deputato turco, le armi sono state consegnate dai Fratelli musulmani.

Il sito israeliano Debka, vicino all’intelligence israeliana Mossad, riportava nel lontano agosto 2011 che la NATO aveva consegnato sistemi di difesa aerea spallegiabili, armi anticarro, lanciagranate e mitragliatrici pesanti alle forze di opposizione, dal territorio della Turchia. “Ribelli siriani hanno ricevuto addestramento in Turchia“, aveva riferito Debka. NATO e Stati Uniti hanno organizzato una campagna per reclutare migliaia di volontari musulmani provenienti da diversi paesi, per aumentare la potenza dei “ribelli” siriani. L’esercito turco gli ha fornito addestramento e un sicuro passaggio attraverso il confine Siria-Turchia.

Secondo il Guardian, l’Arabia Saudita è pronta ad offrire assistenza finanziaria ai militanti dell’esercito libero siriano, incitando le defezioni di massa nei ranghi militari della Siria, e aumentando la pressione sul governo di Assad. Riyadh ha già discusso i piani di lunga durata con Washington e altri stati arabi. Come notano i media britannici, riferendosi a fonti anonime di tre capitali arabe, l’idea originaria non era dei sauditi, ma piuttosto dai loro alleati arabi disposti ad eliminare la sovranità siriana. L’incoraggiamento ai disertori siriani coincideva con le forniture di armi in Siria. The Guardian afferma che i colloqui con i funzionari dei paesi arabi chiarivano che le forniture di armi da Arabia Saudita e Qatar (compresi fucili automatici, lanciagranate e missili anticarro) erano iniziate a metà maggio. Gli interlocutori arabi del Guardian hanno detto che l’accordo finale per inviare le armi dai depositi in Turchia ai ribelli, era stato ottenuto con fatica, con Ankara che prima insisteva sulla copertura diplomatica dagli stati arabi e dagli Stati Uniti. Gli autori di questo articolo hanno detto che la Turchia ha anche permesso la creazione di un centro di comando a Istanbul, che sta coordinando le linee logistiche in consultazione con i leader dell’ELS in Siria. The Guardian ha assistito al trasferimento di armi ai primi di giugno, vicino alla frontiera turca.

Mentre l’autorevole New York Times ha riferito che la CIA ha già organizzato le forniture di armi e attrezzature all’opposizione. Secondo la fonte, esperti agenti della CIA stanno “lavorando” nella distribuzione illegale di fucili d’assalto, lanciarazzi anticarro e altre munizioni all’opposizione siriana. Armi e munizioni sono state portate in Siria, in particolare con l’aiuto della rete della Fratellanza musulmana siriana, dice Eric Schmitt, l’autore di questo articolo. Le spese per fucili, lanciagranate e sistemi anticarro vengono condivise da Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Gli agenti della CIA forniscono assistenza in loco, per la consegna della merce verso la destinazione desiderata. Gli operatori delle agenzie potrebbero aiutare i ribelli ad organizzare una rudimentale rete di intelligenza e controspionaggio per combattere Bashar Assad. Andrea Stone di Huffington Post conferma questa informazione. Osserva che gli ufficiali della Central Intelligence Agency hanno lavorato nella Turchia meridionale da marzo, consigliando ad Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti quali elementi dell’esercito libero siriano (ELS) avrebbero dovuto armare. Inoltre, il Vicepresidente del partito laburista turco, Bulent Aslanoglu, ha confermato che circa 6000 persone di nazionalità araba, afgana e turca sono state reclutate dalla Central Intelligence Agency degli Stati Uniti, per compiere attentati terroristici in Siria.

L’alleanza di Stati Uniti e al-Qaida non confonde Reuel Marc Gerecht, ex agente della CIA e senior fellow presso laFoundation for Defense of Democracies. Sulle pagine del Wall Street Journal sostiene la necessità di “un’operazione muscolare della CIA lanciata da Turchia, Giordania e persino dal Kurdistan iracheno“. Pensa che il limitato impegno della CIA contro Assad, venuto a conoscenza del pubblico grazie ai media occidentali, non porterà a nulla in termini concreti per coloro che cercano di rovesciare il regime al potere in Siria. Gerecht pone particolare importanza sul fatto che “Assad, che dipende dalla minoranza sciita alawita (circa il 10%-15% della popolazione) per la sua forza militare, non ha la forza per una contro-insurrezione su fronti multipli“. Lo studioso dellaFoundation for Defense of Democracies pensa che “un approccio coordinato, guidato dalla CIA, nel tentativo di inviare armi anticarro, antiaerei e anti-persona attraverso i vuoti nella sicurezza delle frontiere del regime, non sarebbe difficile. La mancanza di uomini del regime e la geografia della Siria, con basse montagne, steppe aride e deserti proibitivi, probabilmente la rendono vulnerabile all’opposizione, se l’opposizione ha abbastanza potenza di fuoco“. L’ex agente della CIA è sicuro che questa azione siriana non sarebbe un un’impresa enorme: “Anche quando la CIA ha potenziato il suo aiuto alle forze afgane antisovietiche nel 1986-87, i numeri coinvolti (all’estero e a Washington) erano piccoli, circa due dozzine. Un’operazione aggressiva in Siria probabilmente richiederà più manovalanza della CIA di quella, ma probabilmente meno di 50 ufficiali statunitensi lavorano con i servizi alleati“.

Secondo Gerecht, è soprattutto il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan che ha irreversibilmente rotto con Assad. La Giordania, il paese arabo che gode del rapporto più intimo con gli Stati Uniti, è anch’essa contraria a Damasco. Inoltre, il veterano della CIA assicura che il Kurdistan iracheno, sempre più gravido di funzionari statunitensi sul suo suolo, probabilmente darà alla CIA un considerevole margine di manovra, con Washington che ha promesso di sostenere i curdi in ogni controversia con Baghdad e Teheran.
 

É gradita la ripubblicazione viene con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

LINK: USA and Al Qaeda: Holy Alliance

Traduzione di:  Alessandro Lattanzio – SitoAurora – 

http://aurorasito.wordpress.com/2012/07/18/la-santa-alleanza-usa-al-qaida/

Da che pulpito viene la predica

di: Manlio Dinucci

«Profondamente preoccupati per l’intensificazione della violenza», che rischia di allargare il conflitto a dimensioni regionali, chiedono con fermezza «la cessazione della violenza armata in tutte le sue forme». Chi sono i non-violenti? I membri del Gruppo di azione per la Siria che, riunitisi a Ginevra il 30 giugno, hanno emesso un comunicato finale. Alla testa dei non-violenti vi sono gli Stati uniti, registi dell’operazione bellica con cui, dopo la distruzione dello stato libico, tentano di smantellare anche quello siriano.

Agenti della Cia, scrive il New York Times, operano segretamente nella Turchia meridionale, reclutando e armando i gruppi che combattono il governo siriano. Attraverso una rete ombra transfrontaliera, in cui opera anche il Mossad, essi ricevono fucili automatici, munizioni, razzi anticarro, esplosivi. Con un video su YouTube, mostrano come sanno ben usarli: un camion civile, mentre passa accanto a un magazzino, viene distrutto dall’esplosione di un potente ordigno telecomandato.

Esprime la sua «opposizione all’ulteriore militarizzazione del conflitto», che deve essere «risolto attraverso un pacifico dialogo», anche la Turchia: quella che fornisce il centro di comando a Istanbul, da cui viene diretta l’operazione, e le basi militari in cui vengono addestrati i gruppi armati prima di infiltrarli in Siria; quella che, prendendo a pretesto l’abbattimento di un proprio aereo militare che volava a bassa quota lungo la costa siriana per saggiarne le difese antiaeree, ora ammassa le proprie truppe al confine minacciando un intervento «difensivo». Che farebbe da innesco a un attacco su larga scala della Nato in base all’articolo 5, rispolverato per l’occasione mentre per l’attacco alla Libia è stato usato il non-articolo 5. Dichiarano di essere «impegnati a difendere la sovranità, indipendenza, unità nazionale e integrità territoriale della Siria» anche gli altri membri del Gruppo: Francia, Gran Bretagna, Arabia Saudita, Qatar. Quelli che attuano in Siria la stessa operazione già effettuata in Libia: addestrando e armando il «Libero esercito siriano» e altri gruppi (circa un centinaio), reclutati in vari paesi, i cui membri sono pagati dall’Arabia Saudita; utilizzando anche militanti e interi gruppi armati islamici, prima bollati come pericolosi terroristi; infiltrando in Siria forze speciali, come quelle qatariane inviate l’anno scorso in Libia, camuffate da gruppi interni di opposizione. E i membri del Gruppo di azione che chiedono «libertà di movimento in tutto il paese per i giornalisti», sono gli stessi che, mistificando anche le immagini, conducono una martellante campagna mediatica su scala mondiale per attribuire al governo siriano la responsabilità di tutte le stragi. Gli stessi che hanno organizzato l’attentato terroristico in cui sono rimasti uccisi tre giornalisti siriani, quando un loro gruppo armato ha attaccato la televisione al-Ekhbaria a Damasco, colpendola con razzi e facendola poi saltare in aria. Salta così in aria anche l’assicurazione di Russia e Cina, membri del Gruppo di azione, che nessuno dall’esterno può prendere decisioni concernenti il popolo siriano. Le potenze occidentali hanno già deciso, azionando la loro macchina bellica, di annettere di nuovo la Siria al loro impero.

IlManifesto.it

La Storia segreta di Washington con i Fratelli Musulmani

di: Ian Johnson

Mentre gli uomini forti del Nord Africa e del Medio Oriente sostenuti dagli USA vengono rovesciati o scossi dalle proteste popolari, Washington è alle prese con una fondamentale questione di politica estera: come affrontare la potente ma opaca Fratellanza musulmana. In Egitto, la Fratellanza ha assunto un ruolo sempre più forte nelle proteste, rilasciando una dichiarazione che invocava le immediate dimissioni di Mubarak. E anche se è tutt’altro che chiaro il ruolo che la Fratellanza avrebbe se Mubarak dovesse dimettersi, il presidente egiziano ha dichiarato che lascerà. In ogni caso, è probabile che il movimento sarà un giocatore importante in un qualsiasi governo di transizione.

Giornalisti e opinionisti stanno già pesando i punti di forza e i pericoli di questo movimento islamista vecchio di 83 anni, le cui varie sedi nazionali sono la forza di opposizione più potente in quasi tutti questi paesi.

Alcuni si chiedono come la Fratellanza tratterà con Israele, o se ha davvero rinunciato alla violenza. Molti, tra cui l’amministrazione Obama, sembrano pensare che sia un movimento con cui l’occidente può fare accordi, anche se la Casa Bianca nega contatti formali.

Se questa discussione evoca un senso di déjà vu, è perché nel corso degli ultimi sessant’anni ciò è già accaduto molte volte, con risultati quasi identici. Dagli anni ’50, gli Stati Uniti hanno segretamente stretto alleanze con i Fratelli e le loro propaggini su temi diversi, come la lotta contro il comunismo e appassire le tensioni tra i musulmani europei. E se guardiamo alla storia, possiamo vedere uno schema familiare: ogni volta che i leader statunitensi hanno deciso che la Fratellanza potesse essere utile e hanno cercato di piegarla agli obiettivi degli USA, è stata anche la volta, forse non a caso, che l’unica parte che ne ha chiaramente beneficiato sia stata la Fratellanza stessa.

Come possono gli statunitensi non essere a conoscenza di questa storia? Grazie a una miscela di illusioni e ossessione nazionale del segreto, che ha avvolto gli estesi rapporti del governo degli Stati Uniti con la Fratellanza.

Pensate al Presidente Eisenhower. Nel 1953, l’anno prima che la Confraternita venisse messa fuori legge da Nasser, un programma segreto di propaganda degli Stati Uniti, guidato dall’US Information Agency, aveva portato oltre tre dozzine di studiosi e leader locali islamici, per lo più dei paesi musulmani, in quello che ufficialmente era stata una conferenza accademica all’Università di Princeton. La vera ragione dietro l’incontro fu un tentativo di impressionare i visitatori con la forza spirituale e morale degli Stati Uniti, poiché si pensava che potessero influenzare l’opinione popolare musulmana meglio dei loro ossificati governanti.

L’obiettivo finale era promuovere un programma anticomunista in questi paesi di recente indipendenza, molti dei quali erano a maggioranza musulmana.

Uno dei leader, secondo il libretto degli appuntamenti di Eisenhower, era “L’Onorevole Saeed Ramahdan, Delegato dei Fratelli musulmani“.*  La persona in questione (nella romanizzazione standard, Said Ramadan), era il genero del fondatore della Fratellanza, e all’epoca indicato ampiamente come facente parte del gruppo del “ministro degli esteri.” (Era anche il padre del controverso studioso islamico svizzero Tariq Ramadan .)

I funzionari di Eisenhower sapevano cosa stavano facendo. Nella battaglia contro il comunismo, hanno capito che la religione era una forza che gli Stati Uniti avrebbero potuto usare, l’Unione Sovietica era atea, mentre gli Stati Uniti sostenevano la libertà religiosa. Le analisi della Central Intelligence Agency su Said Ramadan erano piuttosto brutali, definendolo un “falangista” e un “fascista interessato al raggruppamento di individui per il potere.” Ma la Casa Bianca andò avanti e lo invitò comunque.

Entro la fine del decennio, la CIA stava apertamente sostenendo Ramadan. Anche se è troppo semplice chiamarlo un agente degli Stati Uniti, negli anni ’50 e ’60 gli Stati Uniti lo sostennero, mentre guidava una moschea a Monaco di Baviera, cacciando fuori i musulmani locali per costruire quello che sarebbe diventato uno dei più importanti centri della Fratellanza, un rifugio per il gruppo assediato durante gli anni della sua clandestinità. Alla fine, gli Stati Uniti non trassero molto dai loro sforzi, mentre Ramadan era più interessato a diffondere la sua agenda islamista che combattere il comunismo. Negli anni successivi, aveva sostenuto la rivoluzione iraniana e probabilmente aiutato la fuga di un attivista pro-Teheran che aveva ucciso uno dei diplomatici dello scià a Washington.

La cooperazione continuava. Durante la guerra del Vietnam, l’attenzione degli Stati Uniti era concentrata altrove, ma con l’inizio della guerra sovietica in Afghanistan, l’interesse nel coltivare gli islamisti riprese. Tale periodo di sostegno ai mujahidin, alcuni dei quali divenuti al-Qaida, è ben noto, ma Washington ha continuato a flirtare con gli islamisti, e in particolare con la Fratellanza.

Negli anni dopo gli attentati dell’11 settembre, gli Stati Uniti inizialmente si scontrarono con la Fratellanza, dichiarando che molti dei suoi membri principali fossero sostenitori del terrorismo. Ma nel secondo mandato di Bush, gli USA stavano perdendo due guerre nel mondo musulmano, e affrontavano l’ostilità delle minoranze musulmane in Germania, Francia e altri paesi europei, dove la Fratellanza aveva stabilito una presenza influente. Gli Stati Uniti cambiarono tranquillamente posizione.

L’amministrazione Bush ha messo a punto una strategia per stabilire stretti rapporti con i gruppi musulmani in Europa, che erano ideologicamente vicini alla Fratellanza, immaginando che potessero essere un interlocutore nei rapporti con i gruppi più radicali, come gli estremisti locali a Parigi, Londra e Amburgo. E, come nel 1950, i funzionari del governo vollero proiettare al mondo musulmano l’immagine che Washington era vicina agli islamisti residenti in occidente. Quindi, a partire dal 2005, il Dipartimento di Stato ha lanciato un tentativo per corteggiare la Fratellanza. Nel 2006, ad esempio, ha organizzato una conferenza a Bruxelles tra questi Fratelli musulmani europei e i musulmani americani, come l’Islamic Society of North America, che erano considerati vicini alla Fratellanza. Tutto questo era stato sostenuto dalle analisi della CIA, con una del 2006 che affermava che la Fratellanza presentava “impressionanti dinamismo interno, organizzazione e conoscenza dei media.” Nonostante le preoccupazioni degli alleati occidentali, secondo cui sostenere la Fratellanza in Europa era troppo rischioso, la CIA spinse per la cooperazione.

Per quanto riguarda l’amministrazione Obama, assunse alcune delle persone del team di Bush che avevano contribuito a elaborare questa strategia.

Perché l’interesse duraturo per la Confraternita?

Dalla sua fondazione nel 1928 da parte del maestro e imam egiziano Hassan al-Banna, la Fratellanza è riuscita a esprimere le aspirazioni della classe media oppressa e spesso confusa del mondo musulmano. Ha spiegato la loro arretratezza in un interessante mix di fondamentalismo e fascismo (o politiche reazionarie e xenofobe): i musulmani di oggi non sono abbastanza buoni musulmani e devono ritornare al vero spirito del Corano. Gli stranieri, soprattutto ebrei, fanno parte di una vasta cospirazione per opprimere i musulmani. Questo messaggio è stato, ed è ancora, fornito attraverso un moderno partito politico-struttura, che comprende gruppi di donne, associazioni giovanili, pubblicazioni e media elettronici e, a volte, bracci paramilitari. Ha inoltre dato i natali a molti dei ceppi più violenti dell’islamismo radicale, da Hamas ad al-Qaida, anche se molti di questi gruppi ora trovano la Fratellanza troppo convenzionale. Non c’è da stupirsi che la Fratellanza, per tutti i suoi aspetti preoccupanti, è interessante agli occhi dei responsabili politici occidentali, desiderosi di guadagnare influenza in questa parte strategica del mondo.

Ma la Fratellanza è stata un partner difficile. Nei paesi in cui aspira a entrare nel mainstream politico, rinuncia all’uso della violenza a livello locale. Quindi la Fratellanza Musulmana in Egitto dice che non cerca più di rovesciare il regime violentemente, anche se i suoi membri non dicono nulla nell’invocare la distruzione di Israele. In Egitto, la Fratellanza dice anche che vuole i tribunali religiosi per imporre la shariah, ma a volte ha anche detto che i tribunali secolari potrebbero avere l’ultima parola. Questo non vuol dire che la sua moderazione sia solo una messinscena, ma è giusto dire che la Fratellanza ha solo parzialmente abbracciato i valori della democrazia e del pluralismo.

Il chierico più potente del gruppo, residente in Qatar, è Youssef Qaradawi, che incarna questa visione biforcata del mondo. Dice che alle donne dovrebbe essere consentito di lavorare e che in alcuni paesi, i musulmani possono detenere dei mutui (che si basano sugli interessi, un tabù per i fondamentalisti). Ma Qaradawi sostiene la lapidazione degli omosessuali e l’uccisione di bambini israeliani, perché essi crescono e potrebbero servire come soldati.

Qaradawi non è certo un emarginato. Negli anni passati, è stato spesso citato come candidato a leader del ramo egiziano. E’ molto probabile che sia il chierico più influente del mondo musulmano, il venerdì, per esempio, migliaia di manifestanti egiziani in piazza Tahrir ascoltano la trasmissione del suo sermone. Ha inoltre dichiarato che i manifestanti che sono morti sfidando il governo sono dei martiri.

Questa è un’indicazione della crescente influenza della Fratellanza nell’ondata di proteste in tutta la regione. In Egitto, la Fratellanza, dopo un avvio lento, è diventato un giocatore chiave nel campo della coalizione antigovernativa, il nuovo vice presidente, Omar Suleiman, ha invitato la Confraternita ai colloqui. In Giordania, dove il gruppo è legale, il re Abdullah ha incontrato la Fratellanza per la prima volta in un decennio. E a Tunisi, il leader dell’opposizione islamista Rachid Ghanouchi, che è stato un pilastro della rete europea della Fratellanza, è da poco tornato a casa dal suo esilio a Londra.

Tutto ciò indica la più grande differenza tra allora e adesso. Mezzo secolo fa, l’Occidente ha scelto di avvalersi della Confraternita per guadagni tattici a breve termine, poi ha sostenuto molti dei governi autoritari che hanno anche cercato di cancellare il gruppo. Ora, con quei governi vacillanti, l’Occidente ha poca scelta, dopo decenni di oppressione, è la Confraternita, con la sua miscela di antico fondamentalismo e moderni metodi politici, che rimane in piedi.

* L’agenda degli appuntamenti e i dettagli della visita di Ramadan sono negli archivi presidenziali di Eisenhower ad Abilene, Kansas. Vedasi il mio libro A Mosque in Munich, pp 116-119, per i dettagli della visita. Sull’utilizzo post-9/11 della Fratellanza, vedasi p. 222-228.

LINK: Washington’s Secret History with the Muslim Brotherhood – Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora – http://aurorasito.wordpress.com

Tibet, svelati dossier sulla guerriglia. “I soldi della Cia al Dalai Lama”

di: Andrea Tarquini

La Sueddeutsche Zeitung: nel 1951 il leader della non violenza approvò la lotta armata. Gli Usa addestrarono per anni i guerriglieri, salvo poi sacrificare l’appoggio alla causa per la realpolitik e la normalizzazione dei rapporti con la Cina

BERLINO – Il Dalai Lama sapeva dall’inizio dell’appoggio della Cia, i servizi segreti americani, alla lotta armata del popolo tibetano contro l’occupante cinese. A quanto pare approvò, pur essendo simbolo mondiale della non violenza. Cominciò con impegni segreti Usa col legittimo governo tibetano, dunque col Dalai Lama in persona, dal 1951 al 1956, dopo la brutale occupazione cinese del Tibet nel 1950. La storia è narrata dagli investigative reporters della Sueddeutsche Zeitung, e sicuramente avrà provocato salti di gioia all’ambasciata cinese a Berlino.

I primi contatti risalgono a un anno dopo l’aggressione cinese.

Sono tra il Dalai Lama e agenti americani attraverso l’ambasciata Usa a New Delhi e il consolato a Calcutta. Il Pentagono assicurò al Dalai Lama in persona, scrive la Sueddeutsche, armi leggere e aiuti finanziari al movimento di resistenza. Nell’estate 1956, l’operazione della Cia in Tibet diventa un dossier a sé, assume il nome di “ST Circus”.

Si propone, dicono carte segrete e testimonianze dei veterani Cia come John Kenneth Knaus, di “fare il possibile per tenere in vita il concetto di un Tibet autonomo”. E “sviluppare resistenza contro sviluppi in Tibet guidati dalla Cina comunista”. Knaus racconta il suo primo, freddo incontro con il Dalai Lama. Washington si impegnò ad addestrare guerriglieri tibetani nella lotta armata contro l’occupante cinese, ad armarli, e anche a versare 180mila dollari l’anno, scrive il quotidiano liberal di Monaco citando un presunto dossier segreto, “somme dichiarate come aiuto finanziario al Dalai Lama”.

Ai memorandum della Cia seguirono i fatti. I guerriglieri tibetani furono addestrati in campi segreti prima in isole dei mari del sud, poi a Camp Hale sulle montagne rocciose, dove le condizioni climatiche erano simili a quelle tibetane. I contatti col Dalai Lama e col suo seguito c’erano sempre, anche durante la sua avventurosa fuga dal Tibet occupato a Dharamsala in India. I guerriglieri addestrati dalla Cia furono fino a 85mila, la loro organizzazione si chiamava “Chushi Gangdrug”.

Ufficiali e istruttori tibetani formati dagli americani venivano paracadutati da vecchi bombardieri Boeing B17 (le gloriose Fortezze volanti che piegarono Hitler e il Giappone) in volo a bassa quota sul Tibet occupato senza contrassegni. I guerriglieri attaccavano in piccoli gruppi. “Uccidevamo volentieri quanti più cinesi possibile, e a differenza di quando macellavamo bestie per cibarci, non ci veniva di dire preghiere per la loro morte”, dice un veterano della resistenza tibetana.

Il Dalai Lama, scrive la Sueddeutsche, non è che abbia mentito, ma certo non ha raccontato finora tutta la verità sui suoi rapporti con la lotta armata. Lui che viene salutato come il Papa, “Sua Santità”, nel titolo del quotidiano tedesco è definito con un attacco malizioso “Heiliger Schein”, apparenza di santità.

L’operazione Cia col Dalai Lama cominciò nei Cinquanta, ma finì bruscamente. Dopo il viaggio segreto dell’allora Segretario di Stato Usa Henry Kissinger a Pechino, inizio della normalizzazione Usa-Cina. La causa tibetana fu sacrificata allora alla realpolitik delle due potenze. Molti guerriglieri tibetani si spararono in bocca o si tagliarono la gola o le vene piuttosto che cadere in mano al Guabuo, la Gestapo cinese. Altri, mastini della guerra, fuggirono a sud e si arruolarono nei migliori corpi speciali indiani.

LaRepubblica.it

Chi ci difende dalle atrocità

di: Manlio Dinucci

Chi dubitava che Barack Obama non meritasse il Premio Nobel per la pace, ora deve ricredersi. Il presidente ha annunciato la creazione dell’Atrocities Prevention Board, un apposito comitato della Casa Bianca per la «prevenzione delle atrocità». Lo presiede la sua ispiratrice, Samantha Power, assistente speciale del presidente e direttrice per i diritti umani al National Security Council, formato dai più importanti consiglieri di politica estera. Nella scalata al potere (cui sembra predestinata dal suo cognome), la Power, aspirante segretaria di stato, ha sempre fatto leva sulla denuncia di presunte atrocità, attribuite a quelli che di volta in volta gli Usa bollano quali nemici numero uno. Sotto le ali del suo patron, il potente finanziere George Soros, la Power ha contribuito a elaborare la dottrina «Responsabilità di proteggere», che attribuisce agli Stati uniti e alleati il diritto di intervenire militarmente nei casi in cui, a loro insindacabile giudizio, si stiano per commettere «atrocità di massa». Con tale motivazione ufficiale, in specifico quella di proteggere la popolazione di Bengasi minacciata di sterminio dalle forze governative, il presidente Obama ha deciso l’anno scorso di fare guerra alla Libia. Ora la dottrina viene istituzionalizzata con la creazione dell’Atrocities Prevention Board. Attraverso la Comunità di intelligence (formata dalla Cia e altre 16 agenzie federali), esso stabilisce quali sono i casi di «potenziali atrocità di massa e genocidi», allertando il presidente. Predispone quindi gli strumenti politici, economici e militari per la «prevenzione». In tale quadro, il Dipartimento della difesa sta sviluppando «ulteriori principi operativi, specifici per la prevenzione e la risposta alle atrocità». D’ora in poi sarà l’Atrocities Prevention Board a preparare il terreno a nuove guerre. Ed è già al lavoro: di fronte alla «indicibile violenza cui è soggetto il popolo siriano, dobbiamo fare tutto ciò che possiamo», ha dichiarato il presidente Obama, sottolineando che, oggi come in passato, «la prevenzione delle atrocità di massa costituisce una fondamentale responsabilità morale per gli Stati uniti d’America». Peccato che l’Atrocities Prevention Board sia stato creato solo ora. Altrimenti avrebbe potuto prevenire le atrocità di massa di cui è costellata la storia statunitense, a iniziare dal genocidio delle popolazioni autoctone nordamericane. Basti ricordare, limitandosi agli ultimi cinquant’anni, le guerre contro Vietnam, Cambogia, Libano, Somalia, Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, Libia; i colpi di stato orchestrati dagli Usa in Indonesia, Cile, Argentina, Salvador. Milioni di persone imprigionate, torturate e uccise. Per prevenire altre atrocità, l’Atrocities Prevention Board dovrebbe assicurare alla giustizia i responsabili, impuniti, delle torture e uccisioni ad Abu Ghraib, a Guantanamo e in decine di prigioni segrete della Cia. Dovrebbe anche acquisire agli atti i video con cui soldati Usa documentano, per divertirsi, l’uccisione di civili in Afghanistan*, che il Pentagono ha cercato prima di occultare e poi di sminuire. Se li guardi bene Samantha Power, per capire che cosa è veramente una «atrocità di massa».

*V. http://www.rollingstone.com/politics/news/the-kill-team-20110327

IlManifesto.it

Wikileaks: il corpo di Osama è negli Usa. Una mail top secret svela il mistero

WASHINGTON – Il corpo di Osama bin Laden non è stato sepolto in mare dopo che il leader terrorista internazionale è stato ucciso nel raid ad Abbottabad lo scorso maggio, ma traferito in segreto negli Stati Uniti. È quanto si legge in una delle mail della Stratfor, società privata di intelligence americana, ottenute dagli hacker di Anonymous e pubblicate da Wikileaks.

La mail riservata. «Pare che abbiamo preso con noi il corpo, grazie a Dio», scriveva il 2 maggio dello scorso anno George Friedman, Ceo della Stratfor.

Secondo questo messaggio il corpo di Osama, contrariamente a quanto è stato annunciato da Washington, sarebbe stato trasferito in un aereo della Cia in una struttura medica militare a Dover, in Delaware. Da lì poi spostato all’istituto militare di patologia di Bethesda, il polo della ricerca medica federale alle porte di Washington, sempre secondo un’altra mail, questa volta di Fred Burton, vice presidente della società. Nella stessa mail Burton esprime forti «dubbi sul fatto che Osama fosse stato gettato in mare» e la convinzione che l’Fbi e le altre agenzie di sicurezza non lo avrebbero mai permesso. Prima di lavorare per la Stratfor, Burton era un agente speciale dei servizi di sicurezza del dipartimento di stato.

IlMessaggero.it

Il Business delle Rivoluzioni da Laboratorio-Chi ha creato le Rivoluzioni Colorate? [Prima Parte]

 

Israele & Usa, il gran gioco delle parti

Articolo inviato al blog

di: mcc43

Si costruisce ormai da mesi una generale assuefazione all’idea di un attacco  per tenere l’Iran fuori dal club delle nazioni  dotate di bomba nucleare.

Non importa che l’Iran ne abbia a più riprese negato l’intenzione e riaffermato che i progetti sono rivolti all’uso civile.
Mahmoud Ahmadinejiad  non è credibile perchè è fuori della cerchia dei fedeli della Casa Bianca e amico di un’autentica spina nel fianco degli Usa. Ogni sua affermazione è per antonomasia  ”delirante”  secondo gli  ossequienti compilatori di notizie.

Nella fase presente della partita anti-Iran, è finita la tattica del “si farà?” e si gioca secondo quella successiva: “lo farà autonomamente Israele?

No, non attaccherà autonomamente, è la risposta logica; non si può andare senza scudo contro la potenza militare di Teheran, ma la partita viene condotta in modo da trasformare questa ovvia precondizione in una futura malaugurata necessità, di cui l’Iran stessa sarà accusata.

Obama: secondo mandato?

Forse per via della tenacia dei libici e dei siriani che hanno rallentato l’agenda geopolitica, il derby Israele Iran  si gioca nell’anno delle elezioni americane, con un Barak Obama sotto il  fatidico 50%    di job appovation(l’approvazione complessiva del suo operato). Una percentuale troppo bassa per assicurargli la rielezione.

I tre presidenti non rieletti, Ford, Carter e Bush senior, erano sotto il 50; eccezione pilotata quella di George Bush, rieletto nonostante una job approvation del 48% grazie ai brogli e alla decisione di Al Gore di non contestare il risultato.

Obama: Job approval al 12.2.12

 Il tasso di approvazione di Obama, come si vede dal grafico,  ha recuperato dall’imbarazzante 42% di agosto  dell’anno scorso, ma in modo instabile; ora è al 46%, più in basso del 48% di cui disponeva a  febbraio 2011.

La prima impressione è che agli americani non sia importato molto della campagna “vittoriosa” in Libia. Obama, premio Nobel per la Pace, deve quindi stare attento a  non inciampare in un errore di politica estera, proprio mentre sta recuperando approvazione sulla politica economica.

Il gioco delle parti

2011: Avevo raccolto in questi articoli– Israele costretta a procedere con i piedi di piombo e – Never ending war: capitolo Iran  le rivelazioni su un piano di attacco ai siti nucleari  iraniani formalizzato già alla fine del 2010, confermato nelle intenzioni da indiscrezioni di fonte CIA. In questo gioco delle parti, ora è stato calato l’asso sul tavolo del mainstream.

2012:  Il 2 Febbraio il  Washington Post  riportava le dichiarazioni di Leon Panetta, ex capo della CIA e Segretario della Difesa, sulla probabilità che Israele proceda ad attaccare l’Iran in Aprile, Maggio o Giugno, prima dell’inizio, secondo le fonti israeliane, della costruzione della bomba. La reazione Usa?

Leon Panetta e i suoi bravi ragazzi

“Si dice – scrive il columnist –  che Obama e Panetta abbiano già preavvisato Israele dell’opposizione  USA a un suo attacco, nella convinzione che ciò vanificherebbe il crescente successo del programma di  sanzioni economiche  e altri sforzi non-militari per fermare l’Iran. Ma La Casa Bianca non ha ancora deciso con precisione come reagire in caso di un attacco Israeliano”

Le intenzioni di Netanyahu non sono ancora definitive, ma Israele sottolinea una possibile similitudine con la Siria che non rispose all’attacco israeliano a un suo reattore nel 2007, anche l’Iran potrebbe frenarsi per non entrare in una guerra totale.  Si fa anche un parallelo con l’attacco all’Uganda del 1976, per liberare gli ostaggi di Entebbe, dal quale nacque un cambio di regime del paese (!!).
L’intenzione sarebbe un’azione militare limitata al sito dell’arricchimento dell’uranio di Natanz e altri; gli iraniani risponderebbero con una rappresaglia, forse attraverso razzi di Hezbollaz dal Libano, e si stima che lo stato di Israele ptrebbe subire 500 vittime. (!!) I leader israeliani accetterebbero,  perfino si augurerebbero,  di procedere da soli per dimostrare la capacità di fare da sé in un periodo nel quale la sicurezza del paese è scossa dalla “primavera araba”-

Fin qui, dunque, il copione prevede Israele vogliosa di indipendenza operativa, con dei costi umani già messi nel conto e gli Usa riottosi alla prospettiva.

Ma il 12 febbraio il Telegraph , come se nulla fosse,  titola “Il Mossad sonda le reazioni in caso di un attacco all’Iran”

Tamir Pardo

Il capo dell’ufficio intelligence per l’estero Tamir Pardo è stato segretamente a Washington in questo mese per sondare le probabili reazioni degli Usa a un attacco unilaterale di Israele contro gli impianti nucleari iraniani. Il contenuto delle discussioni con la controparte americana sono state rivelate da un articolo di News Week intitolato “Il gioco pericoloso di Obama con l’Iran”.

Fonti ufficiali  dicono che la linea di richieste di Pardo a David Petreus, capo della CIA è“ Quale è il nostro (USA) atteggiamento sull’Iran? Siamo pronti a bombardare? Lo faremo [in seguito]? Che cosa significa per noi che  Israele lo faccia in ogni caso?”

Petreus, parlando il mese scorso  a un selezionato gruppo di senatori in udienza non secretata, ha confermato di  aver incontrato Tamir Pardo per discutere la crescente preoccupazione di Israele sulle aspirazioni nucleari iraniane.

Quando gli è stato chiesto se Israele intende colpire, James Clapper, direttore della US National Defense ha risposto che su questo preferiva rispondere alla questione a porte chiuse.

Fonti Usa citate da Newsweek aggiungono che Israele ha rifiutato di rendere nota   una significativa mole di dati sui preparativi militari; Israele ha rifiutato di commentare questa notizia.

Secondo Yehuda Ben Meir, ex vice ministro degli esteri, un completo appoggio degli USA non è un prerequisito perché Israele attacchi. “E’ questione di sfumature” ha detto.

Fin dai colloqui di gennaio (si comprende dalla dichiarazione di Petreus), Israele e Usa  hanno  concertato un programma che prevede un attacco apparentemente autonomo da parte di Israele, il che alleggerisce la posizione di Obama davanti agli elettori. Un attacco che si spera fulmineo e risolutivo, ma se la risposta dell’Iran sarà robusta,  Obama “dovrà” intervenire. Si tratterà, infatti, di proteggere un paese amico e ciò è perfettamente consonante con l’immaginario filmico americano e potrebbe corroborare le possibilità di rielezione.

Manca solo la data scritta nel mainstream.

Diceva ben chiaramente  il WashingtonPost

“Funzionari dell’amministrazione mettono in guardia Teheran di non fraintendere: gli Stati Uniti hanno un impegno da 60 anni  per la sicurezza israeliana, e se fossero  colpiti i centri abitati di Israele, gli Stati Uniti potrebbero sentirsi obbligati a correre in difesa di Israele.

Fase tre: trovare un motivo per agire

Gli attentati terroristici sono un motivo che l’opinione pubblica considera valido, dopo i fatti dell’11.9.

Un attentato in India, uno sventato in Georgia e un altro sul quale non c’è chiarezza a Bangkok, ma Ehud Barak ha accusato direttamente Teheran perché lo scoppio è avvenuto  a poche miglia dall’Ambasciata israeliana. il Jerusalem Post lo riporta con grande evidenza e  il Governo è chiarissimo “sappiamo chi sono i mandanti e pareggeremo i conti.”

E’ iniziato il count down.

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promemoria su

Il club delle potenze nucleari

Il 13 febbraio era un anniversario: la Francia nel 1960 entrava nel club delle potenze nucleari facendo esplodere  Gerboise bleu , più o meno “topolino blu”.

Un test avvenuto non in Francia, no, ma a Reggane nel Sahara Algerino. Naturalmente vi sono state conseguenze sulla popolazione, ma la Francia persiste nel sostenere che le sue erano radiazioni … innocue.

ps. in seguito la Francia ha testato nel Sahara algerino le armi chimiche.

Anonima Assassini di stato

di: Manlio Dinucci

Suscitano unanime condanna i killer delle bande criminali che, se scoperti, sono puniti con la pena capitale o l’ergastolo.

Quando invece a inviarli è lo Stato, sono comunemente considerati legali e ricompensati per i loro meriti. È questo il caso dei killer professionisti delle forze speciali statunitensi. Nate come Berretti Verdi, ufficializzati dal presidente democratico Kennedy nel 1961 e impiegati nella guerra del Vietnam, le forze speciali furono promosse dal repubblicano Reagan, che nel 1987 costituì un apposito Comando delle operazioni speciali, lo Ussocom.

Dopo essere state usate dal repubblicano Bush nella «guerra globale al terrorismo» soprattutto in Afghanistan e Iraq, ora, con il democratico Obama, stanno assumendo ulteriore importanza. Come emerge da un’inchiesta del Washington Post, le forze per le operazioni speciali sono oggi dispiegate in 75 paesi, rispetto a 60 due anni fa. Decide e pianifica le operazioni la Comunità di intelligence, formata dalla Cia e altre 16 organizzazioni federali. In Afghanistan – confermano funzionari del Pentagono intervistati dal New York Times – le forze convenzionali Usa diminuiranno nel 2013 il loro ruolo di combattimento, «la cui responsabilità passerà alle forze per le operazioni speciali», che «resteranno nel paese ben oltre la fine della missione Nato nel 2014». Loro compito sarà quello di «dare la caccia ai leader degli insorti, catturarli o ucciderli, e addestrare truppe locali». Verrà creato un apposito comando delle operazioni speciali, le cui unità saranno organizzate in una nuova «Forza di attacco in Afghanistan». Quello adottato in questo paese sarà un «modello» per altri. Una direttiva segreta, nel settembre 2009, ha autorizzato «una forte espansione delle attività militari clandestine, con l’invio di commandos per le operazioni speciali in paesi, sia amici che ostili, del Medio Oriente, dell’Asia centrale e del Corno d’Africa». Il Comando delle operazioni speciali, che ufficialmente dispone di circa 54mila specialisti dei quattro settori delle forze armate, organizzati in «piccole unità d’élite», ha il compito di «eliminare o catturare nemici e distruggere obiettivi». Si occupa inoltre di «guerra non-convenzionale condotta da forze esterne, addestrate e organizzate dallo Ussocom; controinsurrezione per aiutare governi alleati a reprimere una ribellione; operazione psicologica per influenzare l’opinione pubblica straniera così che appoggi le azioni militari Usa». Nel quadro della «guerra non-convenzionale», lo Ussocom impiega anche compagnie militari private, come la Xe Services (già Blackwater, nota per le sue azioni in Iraq) che risulta impegnata in varie operazioni speciali, anche in Iran. L’uso di tali forze offre il vantaggio di non richiedere l’approvazione del Congresso e di rimanere segreto, non suscitando reazioni nell’opinione pubblica. I commandos delle operazioni speciali in genere non portano neppure l’uniforme, ma si camuffano con abbigliamento locale. Gli assassini e le torture che compiono restano così anonimi. E poiché sono gli Stati uniti a dettar legge nella Nato, molto probabilmente gli alleati stanno adottando lo stesso modello. Quello dell’Anonima Assassini delle «grandi democrazie» occidentali.

IlManifesto.it

Gruppi armati all’interno della Siria: Preludio all’ intervento USA-NATO ?

di: Michel Chossudovsky

Russia e Cina hanno posto il veto al progetto di risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che puntava a condannare il regime siriano di Bashar al Assad, indicando l’esistenza di gruppi armati coinvolti nell’uccisione di civili nonché di atti terroristici.

Questi gruppi armati sono stati coinvolti sin dall’inizio del “movimento di protesta” a Daraa, nella Siria meridionale, nel marzo 2011.

La dichiarazione dell’ambasciatore russo alle Nazioni Unite, Viktor Churkin, non menziona però chi ci sia dietro questi gruppi armati.

Churkin ha detto che i promotori occidentali della  risoluzione non avevano incluso proposte fondamentali, ad esempio come isolare l’opposizione siriana dai gruppi estremisti violenti o una chiamata alle armi verso gli altri stati per usare la loro influenza in modo da impedire tali alleanze“. (Russia Today, 4 febbraio 2012)

Paradossalmente, la decisione della Russia di porre il veto sulla risoluzione è coerente con la relazione della missione degli osservatori della Lega Araba in Siria, che confermano l’esistenza di una “entità armata”.

Inaspettatamente, però, né Washington né la Lega Araba, che hanno commissionato,  in primo luogo, la missione degli osservatori in Siria, hanno accettato la relazione provvisoria presentata dalla Missione della Lega Araba.

Perché? 

Perché la missione – integrata da osservatori indipendenti provenienti da paesi della Lega Araba – fornisce una valutazione equilibrata e oggettiva di ciò che sta accadendo sul terreno all’interno della Siria. Non funge da megafono per Washington e per i governi degli stati arabi.

Essa sottolinea l’esistenza di una “entità armata”, riconoscendo che “gruppi armati dell’ opposizione”, tra cui il Syria Free Army, sono coinvolti in atti criminali e terroristici.

In alcune zone, questa entità armata ha reagito attaccando le forze di sicurezza siriane e i cittadini, provocando il governo a rispondere con ulteriori atti di violenza. Alla fine, sono i cittadini innocenti a pagare il prezzo di tali azioni con la vita o restando gravemente feriti.”

A Homs, Hama e Idlib, gli osservatori della missione hanno assistito ad atti di violenza commessi contro le forze governative e i  civili che hanno causato diversi morti e feriti. Esempi di tali atti sono l’attacco ad un autobus di civili, che ha provocato la morte di otto persone e ferendone molte altre, tra cui donne e bambini, e quello ad un treno che trasportava gasolio. In un altro incidente a Homs, è stato colpito un autobus della polizia, con due poliziotti che sono rimasti uccisi. Una gasdotto e alcuni piccoli ponti sono stati fatti saltare in aria.

Incidenti di questo tipo comprendono attacchi contro edifici, contro treni che trasportano carburante, contro veicoli adibiti al trasporto di gasolio ed esplosioni mirate contro la polizia, contro i membri dei media e le condutture di carburante. Alcuni di questi attacchi sono stati condotti dal Syria Free Army e  altri da gruppi armati dell’opposizione “.

Mentre la missione non identifica le potenze straniere dietro “l’entità armata”, la sua relazione dissipa le bugie dei media mainstream e le loro falsificazioni, usate da Washington per spingere ad un “cambio di regime” in Siria.

Il rapporto accenna anche al fatto che sono state esercitate, da parte dei funzionari del governo,  pressioni politiche per sostenere senza riserve la posizione politica di Washington.

Inoltre, gli osservatori sono stati anche sotto pressione per difendere le menzogne ​​e le falsificazioni dei media mainstream,  utilizzate per demonizzare il governo di Bashar al Assad:

Alcuni osservatori hanno rinnegato le loro funzioni e hanno rotto il giuramento che avevano preso. Hanno preso contatto con i funzionari provenienti dai loro paesi riferendo resoconti esagerati degli eventi. Quei funzionari, di conseguenza, hanno contribuito a sviluppare un quadro desolante e infondato della situazione.”

In recenti sviluppi, la Lega Araba ha annunciato che la missione in Siria verrà  sospesa.

Gruppi armati all’interno della Siria 

È ampiamente dimostrato che i gruppi armati, tra cui salafiti, milizie affiliate ad Al Qaeda  e i Fratelli Musulmani, sono segretamente sostenuti dalla Turchia, da Israele e dall’ Arabia Saudita.

L’insurrezione in Siria ha caratteristiche simili a quella della Libia, che è stata supportata direttamente dalle forze speciali britanniche che operano a Bengasi. Secondo l’ex funzionario della CIA Philip Giraldi:

La NATO è già clandestinamente impegnata nel conflitto siriano, con la Turchia che prende il comando fungendo da proxy degli Stati Uniti. Il ministro degli Esteri di Ankara, Ahmet Davitoglu, ha ammesso apertamente che il suo paese è pronto a invadere, non appena vi sia un accordo tra gli alleati occidentali. L’intervento dovrebbe basarsi su principi umanitari, per difendere la popolazione civile in base alla “responsabilità di proteggere”, dottrina che è stata invocata per giustificare l’ intervento in Libia. Fonti turche indicano che l’intervento potrebbe iniziare con la creazione di una zona cuscinetto lungo il confine turco-siriano per poi essere allargata. Aleppo, la città più grande e più cosmopolita della Siria, sarebbe la punta di diamante mirata dalle forze di liberazione.”

Aerei non contrassegnati della NATO stanno arrivando alle basi militari turche vicino ad Iskenderum ,sul confine siriano, consegnando le armi degli arsenali di Muammar Gheddafi così come i volontari  del Consiglio di transizione nazionale della Libia che hanno esperienza nell’aizzare i volontari locali contro i soldati, una competenza che hanno acquisito affrontando l’esercito di Gheddafi. Iskenderum è anche la sede del Free Syrian Army, il braccio armato del Consiglio nazionale siriano. Addestratori delle forze speciali francesi e inglesi sono sul campo, assistendo i ribelli siriani, mentre la CIA e gli uomini delle Operazioni Speciali degli Stati Uniti stanno fornendo sistemi di comunicazione e intelligence per aiutare la causa dei ribelli, permettendo ai combattenti di evitare concentrazioni di soldati siriani.”

Il ruolo di Robert Ford, ambasciatore degli Stati Uniti 

L’ambasciatore americano Robert Stephen Ford, che è arrivato a Damasco a gennaio 2011, ha svolto un ruolo centrale nel gettare le basi per una insurrezione armata in Siria. Come “Numero Due” presso l’ambasciata Usa a Baghdad (2004-2005) sotto la guida dell’ambasciatore John D. Negroponte, Ford ha svolto un ruolo chiave nell’attuazione della ‘”Opzione Salvador” del Pentagono in Iraq . Questa consisteva nel sostenere squadroni della morte iracheni e le forze paramilitari modellate sull’esperienza di quanto avvenuto in  Centro America all’inizio del 1980.

Il mandato di Ford a Damasco è quindi quello di replicare l’ “Opzione Salvador” in Siria, favorendo segretamente lo sviluppo di una insurrezione armata.

Alcune relazioni puntano allo sviluppo di una vera e propria e ben organizzata rivolta armata , supportata, addestrata ed equipaggiata dalla NATO e dal comando supremo della Turchia. Secondo fonti di intelligence israeliane:

Il quartier generale della NATO a Bruxelles e il comando supremo turco nel frattempo stanno elaborando piani per il loro primo passo militare in Siria, cioè armare i ribelli con armi per contrastare carri armati ed elicotteri utilizzati dal regime di Assad per reprimere l’opposizione. Invece di ripetere il modello libico degli attacchi aerei, gli strateghi della NATO stanno pensando a inviare grandi quantità di missili anti-carro e anti-aria, mortai e mitragliatrici pesanti nei centri protesta, per respingere di nuovo i blindati delle forze governative.” (DEBKAfile, NATO to give rebels anti-tank weapons, 14 agosto 2011)

Un intervento guidato da USA-NATO, che inevitabilmente coinvolgerebbe anche Israele, è già sul tavolo del Pentagono. Secondo fonti militari e di intelligence, la NATO, la Turchia e l’Arabia Saudita hanno già discusso “quale tipo di forma richiederebbe questo intervento [in Siria] ” (Ibid)

LINK: Armed Groups Inside Syria: Prelude to a US-NATO Intervention?

DI: Coriintempesta

La frutta che non è mai caduta

di: Fidel Castro Ruz

Cuba è stata costretta a lottare per la propria esistenza di fronte ad una potenza espansionista, ubicata a poche miglia dalle coste, che proclamava l’annessione della nostra isola, il cui unico destino era cadere nel loro seno come frutta matura. Eravamo condannati a non esistere come nazione.

Nella gloriosa legione di patrioti che durante la seconda metà del XIX secolo lottò contro l’abominabile dominazione spagnola per 300 anni, Josè Martì è stato chi con più chiarezza percepì questo drammatico destino.

Così lo ha reso noto nelle ultime righe che scrisse quando, alla vigilia del forte combattimento previsto contro una coraggiosa e ben equipaggiata colonna spagnola, dichiarò che l’obiettivo principale delle loro lotte era: “… impedire in tempo con l’indipendenza di Cuba, che gli Stati Uniti si estendano per le Antille e cadano, con la loro forza, sulle nostre terre di America. Quanto ho fatto fino ad oggi e farò, è per tutto ciò”.

Senza capire questa profonda verità, oggi non si potrebbe essere patriota, né rivoluzionario.

I mass media, il monopolio delle molte risorse tecniche, e gli abbondanti fondi destinati a ingannare ed abbrutire le masse, costituiscono, senza dubbio, considerevoli ostacoli, ma non invincibili.

Cuba ha dimostrato che – dalla sua condizione di fattoria coloniale yankee, in congiunto all’analfabetismo ed alla povertà generalizzata del suo popolo –, era possibile affrontare il paese che minacciava con il definitivo assorbimento della nazione cubana. Nessuno può affermare che esistesse una borghesia nazionale che si opponeva all’impero, si è sviluppata talmente vicina all’impero che inviò negli Stati Uniti, poco dopo il trionfo della Rivoluzione, quattordicimila bambini senza protezione, anche se questa decisione è stata associata alla perfida bugia che sarebbe stata tolta la Patria Potestà, che la storia registrò come operazione Peter Pan ed è stata qualificata come la miglior manovra di manipolazione di bambini con finalità politica ricordata nell’emisfero occidentale.

Il territorio nazionale è stato invaso, appena due anni dopo il trionfo rivoluzionario, da forze mercenarie, – integrate da antichi soldati di Batista, e figli dei latifondisti e borghesi – armati e scortati dagli Stati Uniti con navi della loro flotta, inclusi portaerei con strumenti pronti a entrare in azione, che accompagnarono gli invasori fino alla nostra isola. La sconfitta e la cattura di quasi il totale dei mercenari in meno di settantadue ore e la distruzione dei loro aerei che operavano dal Nicaragua e i loro mezzi di trasporto navali, costituì un’umiliante sconfitta per l’impero e i loro alleati latinoamericani che sottovalutarono la capacità di lotta del popolo cubano.

L’URSS davanti all’interruzione del rifornimento di petrolio da parte degli Stati Uniti, l’ulteriore sospensione totale della quota storica di zucchero nel mercato di quel paese, e il divieto di commercio creato per più di cento anni, rispose a ognuna delle misure fornendo combustibile, acquistando il nostro zucchero, facendo commercio con il nostro paese e finalmente fornendo le armi che Cuba non poteva acquistare in altri mercati.

L’idea di una campagna sistematica d’attacchi pirata organizzati dalla CIA, i sabotaggi e le azioni militari di bande create e armate da loro, prima e dopo l’attacco mercenario, che finirebbe in un’invasione militare degli Stati Uniti contro Cuba, diedero origine agli avvenimenti che posero il mondo al bordo d’una guerra nucleare totale, con la quale nessuna delle due parti e la stessa umanità avrebbe potuto sopravvivere.

Questi avvenimenti, senza dubbio, costarono la carica a Nikita Jruschov, che aveva sottovalutato l’avversario e tralasciò criteri che gli sono stati trasmessi e non consultò per la sua decisione finale, coloro che stavamo in prima linea. Quella che poteva essere un’importante vittoria morale, divenne così un costoso rovescio politico per l’URSS. Per molti anni continuarono a realizzare le peggiori aggressioni contro Cuba e non poche, come il criminale bloqueo, si commettono ancora.

Jruschov fece gesti straordinari verso il nostro paese. In quell’occasione io criticai senza titubanze l’accordo inconsulto con gli Stati Uniti, ma sarebbe ingrato e ingiusto non riconoscere la sua straordinaria solidarietà nei momenti difficili e decisivi per il nostro popolo nella sua storica battaglia per l’indipendenza e la rivoluzione, di fronte al poderoso impero degli Stati Uniti. Capisco che la situazione era terribilmente tesa e lui non voleva perdere un minuto, quando prese la decisione di ritirare i proiettili e gli yankee s’impegnarono, molto segretamente, a rinunciare all’invasione.

Nonostante i decenni trascorsi, che sono ormai mezzo secolo, la frutta cubana non è caduta nelle mani degli yankee.

Le notizie che adesso giungono dalla Spagna, Francia, Iraq, Afghanistan, Pakistan, Iran, Siria, Inghilterra, le Malvine e altri numerosi punti del pianeta, sono serie, e tutte fanno pensare ad un disastro politico ed economico per l’insensatezza degli Stati Uniti e dei loro alleati.

Parlerò di pochi temi. Devo rilevare, stando a quello che molti raccontano, che la selezione di un candidato repubblicano per aspirare alla presidenza di questo globalizzato e inclusivo impero, è a sua volta, e lo dico seriamente, la maggior competizione d’idiozie e d’ignoranza che si sia mai ascoltata. Siccome ho diverse cose da fare, non posso dedicare tempo a questo tema. Sapevo comunque molto bene che sarebbe stato così.

Illustrano di più alcuni articoli che desidero analizzare perché mostrano l’incredibile cinismo che genera la decadenza dell’Occidente. Uno di questi, con sbalorditiva tranquillità, parla di un prigioniero politico cubano, che, come si afferma, è morto dopo uno sciopero della fame durato cinquanta giorni. Un giornalista di Granma, Juventud Rebelde, di un giornale radio o qualsiasi mezzo d’informazione rivoluzionario, si può sbagliare in qualsiasi apprezzamento su qualsiasi tema, pero non fabbrica mai una notizia o inventa una menzogna.

Nella nota di Granma si afferma che non c’è stato questo sciopero della fame; era un recluso per un delitto comune, condannato a quattro anni per un’aggressione, che provocò lesioni al viso di sua moglie; che la stessa suocera aveva richiesto l’intervento delle autorità; che i familiari più stretti hanno seguito tutti i procedimenti utilizzati nel trattamento medico e che erano grati per gli sforzi degli specialisti che l’avevano assistito. È stato ricoverato, dice la nota, nel miglior ospedale della regione orientale, come si fa con tutti i cittadini. È morto per un problema multi organico secondario, associato ad un processo respiratorio settico severo.

Il paziente aveva ricevuto tutte le attenzioni che si applicavano in un paese che possiede uno dei miglior servizi medici al mondo, che si offrono gratuitamente, nonostante il bloqueo imposto dall’imperialismo alla nostra Patria. È semplicemente un dovere che si compie in un paese dove la Rivoluzione è orgogliosa di aver rispettato sempre, durante più di cinquanta anni, i principi che le hanno dato la sua invincibile forza.

Sarebbe meglio che il governo spagnolo, visti gli ottimi rapporti che ha con Washington, viaggi negli Stati Uniti e se informi di quanto occorre nelle prigioni yankee, la condotta spietata che applica ai milioni di prigionieri, la politica eseguita con la sedia elettrica, e gli orrori che si commettono con i detenuti nelle carceri e quelli che protestano nelle strade.

Ieri, lunedì 23 gennaio, un forte editoriale di Granma, intitolato “Le verità di Cuba” in una pagina completa di questo giornale, spiegò dettagliatamente l’insolita sfacciataggine della campagna bugiarda scatenata contro la nostra rivoluzione da alcuni governi “tradizionalmente compromessi con la sovversione contro Cuba”.

Il nostro popolo conosce bene le norme che hanno retto il comportamento irreprensibile della nostra Rivoluzione dal primo combattimento, che non è stata mai infangata durante più di mezzo secolo. Sa anche che non potrà essere mai incalzato né ricattato dai nemici. Le nostre leggi e le norme si compieranno con sicurezza.

È bello segnalarlo con tutta chiarezza e franchezza. Il governo spagnolo e la scalcinata Unione Europea, immersa in una profonda crisi economica, devono sapere a cosa attenersi. Fa pena leggere nelle agenzie di notizie le dichiarazioni di ambedue quando utilizzano le loro sfacciate bugie per attaccare Cuba. Occupatevi prima di salvare l’euro, se potete. Risolvete la disoccupazione cronica che in numero ascendente soffrono i giovani, e rispondete agli indignati sui quali la polizia si avventa e colpisce costantemente.

Non ignoriamo che adesso in Spagna governano gli ammiratori di Franco, ci ha inviato membri della Divisione Azzurra insieme agli SS ed agli SA nazisti per uccidere i sovietici. Quasi cinquantamila di loro parteciparono nella cruenta aggressione. Nell’operazione più crudele e dolorosa di quella guerra: l’assedio di Leningrado, dove morirono un milione di cittadini russi, la Divisione Azzurra fecce parte delle forze che cercarono di strangolare l’eroica città. Il popolo russo non perdonerà mai quell’orrendo crimine.

La destra fascista di Aznar, Rajoy e altri servitori dell’impero, deve sapere qualcosa delle sedicimila perdite che hanno avuto i predecessori della Divisione Azzurra e le Croci di Ferro con le quale Hitler premiò gli ufficiali ed i soldati di quella divisione. Non ha nulla di strano quello che fa oggi la polizia gestapo con gli uomini e le donne che domandano il diritto al lavoro ed al pane nel paese con più disoccupazione di Europa.

Perché mentono così sfacciatamente i mass media dell’impero?

Quelli che gestiscono questi media, s’impegnano ad ingannare ed abbruttire il mondo con le grossolane bugie, pensando forse che costituisce una risorsa principale per mantenere il sistema globale di dominazione e saccheggio imposto, ed in modo particolare alle vittime vicine alla sede della metropoli, i quasi seicentomilioni di latinoamericani e caraibici che vivono in questo emisfero.

La repubblica sorella del Venezuela è diventata l’obiettivo fondamentale di quella politica. La ragione è ovvia. Senza il Venezuela, l’impero avrebbe imposto il trattato di libero commercio a tutti i popoli del continente che ci sono al Sud degli Stati Uniti, dove si trovano le maggiori riserve di terra, acqua dolce, e minerali del pianeta, così come grandi risorse energetiche che, somministrate con spirito solidario verso gli altri popoli del mondo, costituiscono risorse che non possono né devono cadere nelle mani delle multinazionali che impongono un sistema suicida ed infame.

Basta, per esempio, guardare la cartina geografica per capire la criminale spoliazione che significò per Argentina toglierle un pezzo del suo territorio nell’estremo sud del continente. Lì hanno impiegato i britannici, il loro decadente apparato militare per uccidere inesperti reclute argentine che indossavano le uniformi estive mentre si era già in pieno inverno. Gli Stati Uniti ed il loro alleato Augusto Pinochet diedero all’Inghilterra uno supporto svergognato. Adesso, alla vigilia dell’Olimpiade di Londra, il loro primo ministro David Cameron proclama anche, come lo aveva già fatto Margaret Tatcher, il loro diritto di usare i sottomarini nucleari per uccidere gli argentini. Il governo di quel paese non sa che il mondo è in cambiamento, e il disprezzo del nostro emisfero e della maggioranza dei popoli verso gli oppressori aumenta ogni giorno.

Il caso delle Malvine non è l’unico. Qualcuno conosce per caso come finirà il conflitto in Afghanistan? Pochi giorni fa i soldati statunitensi oltraggiavano i cadaveri dei combattenti afgani, uccisi dai bombardieri senza pilota della NATO.

Tre giorni fa un’agenzia europea pubblicò che “il presidente afgano Hamid Karzai, diede il suo avallo ad un negoziato di pace con i Talebani, sottolineando che questo fatto deve essere risolto dai cittadini dello stesso paese”.

Poi aggiunse: “… il processo di pace e riconciliazione appartiene alla nazione afgana e nessun paese o organizzazione straniera può togliere agli afgani questo diritto.”

D’altra parte, un comunicato pubblicato dalla nostra stampa comunicava da Parigi che “Francia sospese oggi tutte le operazioni di formazione ed aiuto al combattimento in Afghanistan e minacciò con anticipare il ritiro delle truppe, dopo che un soldato afgano ultimasse quattro militari francesi nella valle Tgahab, della provincia di Kapisa […] Sarkozy diede istruzioni al ministro di difesa Gerard Longuet per spostarsi immediatamente a Kabul, e vide la possibilità di un ritiro anticipato del contingente.”

Sparita l’URSS ed il Campo Socialista, il governo degli Stati Uniti concepiva che Cuba non poteva sostenersi. George W. Bush aveva già preparato un governo controrivoluzionario per presiedere il nostro paese. Lo stesso giorno che Bush iniziò la sua criminale guerra contro l’Iraq, io chiesi alle autorità del nostro paese la cessazione della tolleranza che si applicava ai capi controrivoluzionari che in quei giorni chiedevano istericamente un’invasione contro Cuba. In realtà la loro attitudine costituiva un atto di tradimento alla Patria.

Bush e le sue stupidaggini imperarono durante otto anni e la Rivoluzione cubana ha perdurato ormai da più di mezzo secolo. La frutta matura non è caduta nel seno dell’impero. Cuba non sarà una forza in più con cui potrà allargarsi l’impero sui popoli d’America. Il sangue di Martì non si è versato invano.

Domani pubblicherò un’altra Riflessione come complemento di quest’ultima.

LINK:  La fruta que no cayó

DA: Prensa Latina -Agenzia di Stampa LatinoAmericana

Ambasciatore con diploma in “rivoluzione colorata”

di: John Lewis

Fino a poco tempo fa Senior Director alla Sicurezza Nazionale USA per gli Affari russi ed eurasiatici, Michael McFaul, un docente quarantottenne dell’Università di Stanford, alla fine del 2011 è stato nominato ambasciatore in Russia. McFaul è ben noto per aver lanciato la politica del reset con la Russia, ma non solo.

Studioso della Russia da molto tempo, ha scritto circa 20 libri e molti articoli sulla politica interna russa.

Contemporaneamente, l’ambasciatore fresco di nomina ha una ricca esperienza nell’organizzazione delle rivoluzioni colorate nello spazio post-sovietico.

Questo viene confermato nelle sue monografie e nelle sue stesse ammissioni durante apparizioni pubbliche e sedute speciali al Congresso americano. Tra le monografie ricordiamo Russia’s Unfinished Revolution: Political Change from Gorbachev to Putin (“L’incompleta Rivoluzione Russa: il Cambiamento Politico da Gorbachev a Putin)”, Popular Choice and Managed Democracy: The Russian Elections of 1999 and 2000 (“Scelta Popolare e Democrazia Controllata: Le Elezioni in Russia del 1999 e del 2000”),Democracy and Authoritarianism in the Рostcommunist World (“Democrazia e Autoritarismo nel Mondo Post-Comunista”) e Advancing Democracy Abroad: Why We Should and How We Can (“Esportare la Democrazia: Perché Dovremmo e Come Possiamo”). Michael McFaul è stato l’autore della relazione finale dell’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID) in cui s’illustrano i particolari del lavoro svolto sull’elettorato ucraino prima delle elezioni del 2004, quando Viktor Juščenko strappò una vittoria che è stata largamente celebrata dall’establishment americano.

Il nuovo inviato di Washington parla correntemente il russo ed è già stato molte volte in Russia ed in Ucraina per studiare l’opinione degli elettori di ogni estrazione sociale allo scopo di trovare dei metodi per influenzarla.

Ha anche attivamente preso parte nel pianificare e rianimare le tecniche di manipolazione delle elezioni politiche nell’area post-sovietica.

Come ha dichiarato pubblicamente, le organizzazioni non-governative americane hanno stanziato complessivamente 18,3 milioni di dollari per sostenere Viktor Juščenko nelle elezioni presidenziali ucraine del 2004. Sebbene questo appartenga ormai alla storia, è interessante capire come i dollari americani siano stati spesi prima e durante il voto.

Come ricorda il nuovo ambasciatore americano a Mosca, i soldi provenivano principalmente dai canali di USAID e vennero spesi lungo cinque direttrici finalizzate alla propaganda ed alle informazioni da distribuire tra gli elettori e tra i comitati elettorali. Per stessa ammissione di Michael McFaul, i soldi hanno determinato il risultato delle elezioni ucraine del 2004, così entusiasticamente accolto a Washington.

Su sua raccomandazione in qualità di direttore della distribuzione dei fondi, la maggior parte di tutti questi flussi finanziari – per la precisione 12,45 milioni di dollari, ossia il 68% della somma totale – venne speso per il monitoraggio delle elezioni e per incoraggiare i vari partiti politici a far emergere il loro sostegno a Viktor Juščenko.

I fondi vennero dati in appoggio alla missione di 250 osservatori americani che lavoravano per l’Ufficio OSCE per le Istituzioni Democratiche e i Diritti Umani (ODIHR), il quale ha organizzato il lavoro di tutti i partiti politici e dei dirigenti ed ha analizzato il processo pre-elettorale.

Alcuni fondi andarono ai “centri di coordinamento distrettuale” destinati ad osservare la campagna elettorale e a trasmettere le informazioni al “gruppo di osservazione elettorale centrale”. In parte i soldi andarono al Comitato di Elettori dell’Ucraina attraverso l’Istituto Nazionale Democratico degli Stati Uniti (NDI). Il comitato ha osservato gli organi di informazione ucraina, l’organizzazione dei gruppi di monitoraggio civile locale e la formazione degli osservatori elettorali regionali.

Con l’aiuto del NDI e dell’Istituto Repubblicano Internazionale (IRI), l’americana Freedom House ha stanziato fondi per la formazione al monitoraggio della società civile, per assicurare l’affluenza degli elettori, per la distribuzione pre-elettorale di manifesti ed altri materiali propagandistici, per la missione composta da 1000 osservatori specializzati appartenenti a ONG internazionali, compresi “attivisti” provenienti dalla Georgia, dalla Polonia, dalla Serbia e dalla Slovacchia. L’IRI ha sovvenzionato la formazione di specialisti per la creazione di coalizione tra partiti, per la pianificazione pre-elettorale, per attività particolari tra le donne ed i bambini e per lo studio dell’opinione per tutti i partiti che appoggiavano Juščenko.

Contemporaneamente, la NDI ha assegnato soldi per garantire l’unità tra i sostenitori dei partiti pro-Juščenko e per migliorare la cooperazione tra i distretti elettorali a livello locale e regionale. Alcuni fondi sono andati alla formazione dei membri di partito, i quali hanno selezionato degli specialisti che avrebbero lavorato con gli elettori e con gli esperti in analisi dei processi elettorali, dei rapporti con i media, e della raccolta degli exit polls.

L’associazione degli Ex-Membri del Congresso degli Stati Uniti, aiutata dalla Fondazione USA-Ucraina, ha finanziato la formazione al monitoraggio della situazione interna prima e durante le elezioni. Alcune attività hanno avuto luogo tra i funzionari dei servizi di sicurezza ucraini. Lo scopo è stato quello di causare una spaccatura politica al loro interno e così prevenire il loro intervento per disperdere manifestazioni di votanti.

2,62 milioni di dollari sono arrivati dall’Associazione Americana per lo Sviluppo per organizzare tavole rotonde con la partecipazione di deputati alla Rada, rappresentanti di strutture statuali e dirigenti di ONG ucraine.

Molta attenzione venne rivolta al miglioramento professionale dei direttori dei comitati elettorali. Sovvenzioni particolari furono ricevute da gruppi civili che sostenevano la riforma della legislazione elettorale dell’Ucraina.

Parallelamente, l’Associazione Americana per lo Sviluppo ha assegnato soldi per la formazione del personale dei comitati elettorali pro-Juščenko, dei membri dei partiti e degli avvocati. In questi corsi di formazione prioritario era l’insegnamento dei metodi per rilevare le violazioni e i brogli.

1,13 milioni di dollari andarono ai media pro-Juščenko, e vennero in parte spesi per la formazione di giornalisti della carta stampata e di internet, per migliorare le loro particolari capacità di affrontare la campagna elettorale e le elezioni nella loro complessità. Una fondazione in particolare, la Fondazione per lo Sviluppo dei Media, venne aperta all’ambasciata americana a Kiev per incoraggiare i singoli giornalisti, il personale delle ONG, e gli organi di informazione. Michael McFaul riconosce che, allo stesso fine, delle “sovvenzioni” speciali furono fornite da “qualche altra ambasciata occidentale” in Ucraina.

Parte dei fondi americani diretti al lavoro con i media ucraini venne assegnata attraverso i canali dell’OSCE.

1,12 milioni di dollari andarono alla ricerca nel campo delle elezioni presidenziali e sui metodi per garantire un’alta affluenza.

Furono spesi anche per fomentare i media locali nel periodo pre-elettorale, per sondaggi da parte di enti di ricerca, per la formazione degli osservatori elettorali e degli scrutatori della società civile potenziando le loro capacità di esaminare gli exit polls.

Il coordinamento della distribuzione dei fondi fu affidata all’Istituto per Comunità Sostenibili, alla Fondazione Nazionale per la Democrazia, all’ucraina Fondazione Eurasia ed al Comitato sulla Democrazia appositamente istituito all’ambasciata americana a Kiev (quest’ultima ha sovvenzionato le ONG ucraine, compresa la divulgazione di informazioni elettorali).

Particolare attenzione venne data alla strategia di distruzione della prima tornata elettorale, che non finì in favore di Viktor Juščenko, attraverso la diffusione di informazioni sulle cosiddette “significative violazioni verificatesi durante il voto”. L’informazione fu preparata e diffusa da circa 10 mila persone, principalmente da membri del “Comitato degli Elettori dell’Ucraina”.

Infine, 985 mila dollari vennero stanziati attraverso L’Associazione Americana dell’Ordine degli Avvocati – Iniziativa di Diritto dell’Europa Centrale ed Euroasiatica (ABA/CEELI) per affinare le capacità degli elettori, degli avvocati, dei membri dei partiti e delle ONG con il proposito di monitorare completamente la campagna elettorale.

Vale la pena menzionare quello che Michael McFaul ha detto sulla vittoria di Viktor Juščenko nel 2004, ossia che fu assicurata principalmente dall’intensa cooperazione con i giovani ucraini, resa possibile dalle sovvenzioni americane.

In seguito, Michael McFaul ha usato ampiamente questa “esperienza” maturata nella manipolazione degli elettori ucraini, ad esempio in occasione delle elezioni presidenziali e parlamentari che si tennero in Russia nel 2007-2008.

Il Comitato per gli Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti USA ha appositamente indetto delle sedute speciali il 17 maggio 2007. Si decise di realizzare un adeguato studio concettuale ed analitico prima che la Russia fosse in campagna elettorale, iniziando a definire le strade ed i metodi per condurre le attività corrispondenti.

Furono così coinvolti analisti americani di spicco e studiosi della Russia, incluso Michael McFaul. Alle sedute, quest’ultimo presentò raccomandazioni concrete e proposte pratiche che vennero accolte per essere implementate.

Oggi gli esperti americani preparano raccomandazioni su come amministrare e mettere a disposizione fondi sostanziosi per il supporto politico e morale ai partiti di opposizione e a singoli organi di informazione russi prima delle elezioni presidenziali del 2012. La strategia elaborata immagina di influire significativamente sui cittadini russi che lavorano in strutture pubbliche o private e tra gli eletti alla Duma. Dalle dichiarazioni del 2011 di Michael McFaul, in qualità di capo dell’ambasciata americana a Mosca, traspare l’intenzione di stabilire delle strutture per il dialogo sui diritti umani, sulla libertà dei media, e sulla lotta contro la corruzione in Russia. Esprimendo le sue opinioni a Radio Liberty nel giugno 2011, McFaul ha dichiarato di avere intenzione di fare del concetto di “reset” uno strumento per coinvolgere il governo russo nella discussione sulla democrazia ed i diritti umani.

Viene consigliato di sostenere durante le elezioni coloro che possiedono la stoffa del leader, anche se le loro opinioni dovessero risultare oscure. Particolare importanza è legata alle intensa attività di propaganda tra i cittadini che esprimono il loro scontento nei confronti della politica del regime in vigore, e tra i giovani che, come dimostrano studi di centri sociologici, compongono il 60% dei dimostranti che il 24 dicembre 2011 si sono radunati nella manifestazione moscovita lungo il viale dedicato all’Accademico Sacharov.

Arrivando a Mosca nella sua nuova veste, il precedente direttore del Centro sulla Democrazia, lo Sviluppo e lo Stato di Diritto dell’Università di Stanford sta per stabilire contatti con l’opposizione “non-sistemica” russa, sperando di prevenire la vittoria elettorale di Vladimir Putin alle imminenti elezioni presidenziali; a dispetto del largo consenso che Putin ha tra gli elettori, come sottolineano i sondaggi sociologici. Washington vorrebbe vedere vincere la gara da qualcun’altro, qualcuno in sintonia con l’Occidente ed i cui piani non includano la difesa degli interessi dello Stato russo. Michael McFaul pensa che “alcune dittature” sono incapaci di progredire nello sviluppo della democrazia e dovrebbero essere assistite, come scritto dal New York Times il 24 febbraio 2011 in un articolo intitolato “Seizing Up Revolutions in Waiting”.

Larry Diamond, un professore della Stanford Univeristy che lo conosce da vicino avendoci lavorato assieme, afferma che McFaul, una volta in Russia, si atterrà alla politica di valorizzare i principi ed i valori americani, e che tenterà di appoggiare e coinvolgere diverse forze politiche e sociali in Russia nelle sue attività.

Questo è quanto ha riportato lo Stanford Daily il 26 settembre 2011.

Tutte queste attività verranno coordinate dall’ambasciatore americano in Russia, che non ha mai avuto particolari simpatie per il paese. Per esempio, sovente egli ha espresso apertamente la sua opinione negativa su Vladimir Putin, il capo del governo russo. Questo è quanto riporta il New York Times (del 29 maggio 2011) e quanto lo stesso Michael McFaul ha scritto nella rivista Foreign Affairs (di gennaio/febbraio 2008) e in molte altre pubblicazioni.

Su sua iniziativa, i principali quotidiani americani hanno cominciato a pubblicare articoli finalizzati alla sconfitta di Vladimir Putin, o almeno a minimizzare la sua vittoria, alle elezioni presidenziali nel marzo 2012. Non viene tenuto segreto lo scopo alternativo: indebolire l’autorità di Vladimir Putin nel caso in cui vincesse le elezioni, sminuire la politica del governo tesa a risolvere gli urgenti problemi sociali ed economici e indebolire la posizione internazionale di Mosca in generale.

Al ritratto politico del nuovo ambasciatore americano dovrebbe essere aggiunto il fatto che, nella storia, è il secondo capo dell’ambasciata a non essere diplomatico di professione. McFaul ha appoggiato l’aggressione georgiana dell’agosto 2008 contro l‘Ossezia del Sud. Non molto tempo fa, inoltre, ha fatto il possibile per escludere la Russia dal processo di definizione del futuro della Libia dopo il rovesciamento di Mu’ammar Gaddafi nell’ottobre 2011.

Si è anche schierato contro l’ipotesi di obbligazioni legalmente vincolanti per gli USA a non usare la difesa missilistica contro le forze nucleari strategiche russe, e contro il raggiungimento di un accordo con Mosca per una comune difesa missilistica europea sulla base di reciproca comprensione ed uguaglianza.

Infine, verso la fine del 2011, il Congresso americano ha confermato 50 milioni di dollari per la propaganda anti-russa prima delle elezioni presidenziali. E’ il doppio della somma stanziata per lo stesso scopo nel 2008.

Questo ed il fatto che Michael McFaul stia arrivando in Russia nel periodo tra le elezioni parlamentari e quelle presidenziali, danno molti argomenti su cui pensare riguardo agli sforzi ininterrotti di Washington per interferire apertamente e su più piani negli affari interni russi. Ecco nella sostanza cos’è la politica di “reset” nelle relazioni USA-Russia. La politica che, come alcuni esperti americani hanno affermato, è stata elaborata proprio dallo stesso Michael McFaul.

Traduzione di Serena Bonato
Testo original in inglese :  Ambassador with diploma in «color revolution»

FONTE: GEOPOLITICA – Rivista dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie 

L’Europa nella «rotazione» Usa

di: Manlio Dinucci

Due brigate corazzate pesanti Usa di stanza in Germania, per complessivi 7mila uomini, stanno facendo i bagagli per tornare a casa: lo ha annunciato il segretario alla difesa Leon Panetta. Finalmente Washington, sotto la presidenza di un Premio Nobel per la pace, ha imboccato la via del disarmo cominciando a ritirare le sue forze dall’Europa? Tutt’altro.

Esse scenderanno da 81mila a 74mila uomini, di cui circa la metà truppe terrestri, ma quelle ritirate saranno sostituite da «unità rotanti». Gli europei possono dunque stare tranquilli: gli Usa non li lasceranno soli in un mondo così pericoloso. Anzi, «gli europei vedranno sul loro territorio più forze statunitensi», poiché le basi in Europa serviranno a una più frequente rotazione di forze Usa in Medio Oriente, Africa, Asia ed Europa orientale. Le truppe terrestri saranno concentrate in due unità: una brigata corazzata leggera in Germania e una aviotrasportata a Vicenza. Un altro passo avanti nel «riallineamento» strategico effettuato dal Pentagono, che ridisloca le proprie forze dall’Europa centrale e settentrionale a quella meridionale e orientale, per proiettarle più efficacemente nelle aree d’importanza strategica. In tale quadro – scrive l’ambasciata Usa a Roma in un cablogramma filtrato attraverso WikiLeaks – l’Italia è «divenuta la base del più importante dispositivo militare schierato fuori dagli States, e con il Comando Africa (che ha in Italia due sottocomandi) sarà partner ancora più significativo della nostra proiezione di forza». Lo conferma l’ultimo inventario ufficiale delle 4.214 basi militari che gli Usa hanno sul proprio territorio e delle 611 che mantengono in altri paesi (Base Structure Report 2011). In Italia il Pentagono possiede 1.395 edifici e ne ha in affitto o concessione altri 1.062, per una superficie complessiva di quasi 2 milioni di metri quadri. Essi sono distribuiti in 40 siti principali, cui se ne aggiungono altri minori portando il totale a 60. Ciò significa che, dopo il Vaticano, è il Pentagono il più grosso proprietario immobiliare in Italia. Un investimento molto redditizio, non solo perché l’Italia contribuisce economicamente al mantenimento di tali basi, ma perché esse permettono una «proiezione di forza» più rapida e meno costosa di quella effettuata dal territorio continentale degli Stati uniti. L’altro fondamentale vantaggio è che in Italia tutti i governi, sia di centro-destra che di centro-sinistra, sono stati finora a piena disposizione del Pentagono. Vicenza, Aviano, Ghedi Torre, Livorno, Pisa, Napoli, Gaeta, Sigonella, Niscemi e altre località fanno ormai parte della geografia del Pentagono. Qui gli Usa basano i loro comandi, le loro forze di proiezione rapida, i loro armamenti (compresi quelli nucleari), i loro più avanzati sistemi di telecomunicazioni militari. Da qui ruotano le forze statunitensi, svolgendo non solo la loro funzione militare, ma una importante funzione politica: «Nella misura in cui rimangono in Europa significative forze statunitensi – spiega una commissione congressuale – la leadership può essere mantenuta». Per questo, assicura Panetta, l’impegno militare Usa in Europa è «incrollabile».

IlManifesto.it

Perché agli USA serve una grande guerra

di: Viktor Burbaki

Attualmente ci troviamo nel mezzo d’una fase di turbolenza del ciclo evolutivo mondiale, cominciata negli anni ’80 e destinata a terminare per la metà del XXI secolo. Nel corso di tale processo, gli USA stanno evidentemente perdendo il loro status di superpotenza…

Stime fornite dagli esperti dell’Accademia Russa delle Scienze mostrano che l’attuale periodo di forte instabilità dovrebbe terminare attorno al 2017-2019, con una crisi. La crisi non sarà profonda quanto quelle del 2008-2009 e del 2011-2012, e segnerà la transizione verso un’economia edificata su una nuova base tecnologica. Il rinnovamento economico probabilmente comporterà, nel 2016-2020, grossi mutamenti nell’equilibrio mondiale di potenza e grandi conflitti politico-militari che coinvolgeranno sia i pesi massimi dell’agone globale, sia i paesi in via di sviluppo. Presumibilmente, gli epicentri dei conflitti saranno nel Medio Oriente e nell’Asia Centrale post-sovietica.

Il secolo del dominio politico-militare e della supremazia economica globale degli USA è prossimo alla fine. Gli USA hanno fallito la prova dell’unipolarità e, feriti dai permanenti conflitti mediorientali, mancano oggi delle risorse necessarie a mantenere la guida mondiale.

La multipolarità implica una distribuzione più equa delle risorse mondiali ed una profonda trasformazione d’istituzioni internazionali come l’ONU, il FMI, la Banca Mondiale ecc. Al momento il Washington Consensus pare morto e sepolto, e l’agenda globale dovrebbe avere al primo posto la costruzione di un’economia con molti meno livelli d’incertezza, più rigidi regolamenti finanziari, ed una maggiore equità nell’allocazione dei ritorni e profitti economici.

I centri dello sviluppo economico stanno slittando dall’Occidente, che vanta la rivoluzione industriale tra i suoi grandi meriti, all’Asia. Cina e India dovrebbero prepararsi ad una corsa economica senza precedenti, con sullo sfondo una più ampia competizione tra le economie, che sfruttano i modelli del capitalismo di Stato e della democrazia tradizionale. Cina e India, i due paesi più popolosi al mondo, definiranno le direzioni ed il ritmo dello sviluppo futuro, ma la grande battaglia per la supremazia mondiale sarà combattuta tra USA e Cina: in palio c’è anche la scelta del sistema politico e del modello socie-economico post-industriale per il XXI secolo.

La domanda che sorge è: come reagiranno a questa transizione gli USA?

***

Va tenuto conto che qualsiasi strategia statunitense parte dall’assunto che sia inaccettabile perdere la supremazia mondiale.

Il collegamento tra leadership mondiale e prosperità nel XXI secolo è un assioma per le élites statunitensi, indipendente da tutti i dettagli politici.

Modelli matematici delle dinamiche geopolitiche globali portano a concludere che l’unica opzione a disposizione degli USA per arrestare il rapido disfacersi del suo status geopolitico impareggiato, sia quella di vincere un conflitto convenzionale su larga scala.

Non è un segreto che occasionalmente hanno funzionato (si pensi al collasso dell’URSS) anche metodi non militari di sbarazzarsi dei rivali, e le corrispondenti tecnologie sono costantemente affinate negli USA. D’altro canto, ad oggi paesi come la Cina o l’Iran sono apparsi evidentemente immuni alla manipolazione esterna. Se le attuali dinamiche geopolitiche dovessero persistere, ci si può attendere il cambiamento di leadership mondiale per il 2025, ed il solo modo per gli USA di arrestare questo processo è scatenare una grande guerra…

Il paese che stia per perdere la supremazia non ha altra opzione che colpire per primo, ed è ciò che Washington sta facendo da circa 15 anni. La peculiare tattica degli USA è di scegliere come bersagli non i candidati alternativi alla supremazia geopolitica, ma paesi che appaiono più facili da affrontare al momento. Attaccando Jugoslavia, Afghanistan o Iraq, gli USA hanno cercato di gestire problemi puramente economici, o regionali; ma una questione più grande richiederà senz’altro un bersaglio assai più significativo. Gli analisti militari ritengono che i candidati più a rischio d’essere presi a bersaglio nel nome d’una nuova redistribuzione globale siano l’Iran più la Siria ed i gruppi sciiti quali il libanese Hezbollah.

La redistribuzione è, di fatto, in corso. La Primavera Araba, tramata e gestita da Washington, ha creato le condizioni appropriate ad una fusione del mondo musulmano in un singolo califfato. Gli USA ritengono che questa nuova formazione aiuterà la vacillante superpotenza a mantenere la propria presa sulle risorse energetiche chiave a livello mondiale, e a salvaguardare i suoi interessi rispetto all’Asia e all’Africa. Senza dubbio, la sfida che ha indotto gli USA ad architettare questo nuovo tipo di sistemazione è il crescente potere della Cina.

Liberarsi di Iran e Siria, che si frappongono sulla strada del dominio globale statunitense, sarebbe il prossimo passo naturale per Washington. I tentativi di rovesciare il regime iraniano fomentando disordini tra la popolazione sono falliti clamorosamente, ed analisti militari sospettano che all’Iran spetti uno scenario analogo a quelli visti in Iraq e Afghanistan. Il piano ha serie possibilità di realizzarsi, anche se oggi persino il ritiro da Iraq e Afghanistan pone considerevoli problemi agli USA.

La realizzazione del progetto del Grande Medio Oriente – assieme a notevoli danni alla posizione di Russia e Cina – sarebbe l’obiettivo centrale che gli USA sperano di conseguire combattendo una grande guerra… Il disegno è divenuto ampiamente noto negli USA dopo la pubblicazione sul Armed Forces Journal della celebre mappa di Peters. La motivazione di fondo sta nell’espellere Russia e Cina dal Mediterraneo e dal Medio Oriente, nel tagliar fuori la Russia dal Caucaso Meridionale e dall’Asia Centrale, e nel disconnettere la Cina dai suoi fornitori d’energia più importanti.

Il materializzarsi del Grande Medio Oriente rovinerebbe le prospettive russe di costante e pacifico sviluppo; infatti l’instabile Caucaso del Sud, controllato dagli USA, trasmetterebbe ondate destabilizzanti nel Caucaso del Nord. Dal momento che la destabilizzazione sarebbe condotta da forze fondamentaliste islamiche, tutte le regioni russe a prevalenza musulmana sarebbero coinvolte.

Gli USA non sono più in grado di sostenere il Washington Consensus facendo affidamento su strumenti politici ed economici.

Il cinese Jemin Jibao ha dipinto un quadro di strabiliante chiarezza, quando ha scritto che gli USA sono diventati un parassita mondiale che stampa illimitate quantità di dollari e le esporta per pagare le sue importazioni, e dunque sostiene gli eccessivi livelli di vita nordamericani derubando il resto del mondo. Il primo ministro russo ha espresso una visione simile durante il suo viaggio in Cina, il 17 novembre 2011.

Attualmente la Cina sta lavorando alacremente per limitare la sfera di circolazione del dollaro. La quota di valuta statunitense nelle riserve cinesi sta precipitando, e nell’aprile 2011 la Banca Centrale cinese ha annunciato il progetto di escludere totalmente il dollaro nelle compensazioni internazionali. Il colpo inferto al dominio valutario statunitense non è ovviamente destinato a rimanere senza risposta. Anche l’Iran sta cercando di ridurre la quota del dollaro nelle sue transazioni: nel luglio 2011 ha aperto una borsa petrolifera iraniana, dove sono accettati solo l’euro e la moneta persiana. Iran e Cina stanno negoziando di barattare prodotti cinesi col petrolio iraniano, rendendo così possibile, tra le altre cose, scavalcare le sanzioni imposte all’Iran. Il dirigente iraniano ha affermato che il volume degli scambi con la Cina dovrà raggiungere i 100 miliardi di dollari, e ciò renderebbe inefficaci i piani statunitensi per isolare l’Iran.

Gli sforzi statunitensi per destabilizzare il Medio Oriente potrebbero attribuirsi in parte al calcolo che la ricostruzione della regione, se devastata, richiederebbe massicce iniezioni di dollari, favorendo così la rivitalizzazione dell’economia statunitense. Nel 2011 la strategia statunitense mirante a preservare il dominio globale ha cominciato a tradursi in politiche basate sulla forza, dal momento che Washington vede nel deprezzamento dei possedimenti in dollari una possibile soluzione alla crisi. Una grande guerra potrebbe servire allo scopo. Il vincitore sarebbe in grado d’imporre al mondo le sue condizioni, come avvenne nel 1944 con la creazione del sistema di Bretton-Woods. Per Washington, guidare il mondo può valere una grande guerra.

Può l’Iran, fornitagli la necessaria assistenza, mettere fine all’espansione universale statunitense? La questione sarà trattata nel prossimo articolo.

Fonte: Strategic Culture Foundation

Traduzione di Daniele ScaleaGeopolitica Rivista

Obama firma la legge sulla detenzione indefinita

da: www.aclu.org

WASHINGTON – Oggi il presidente Obama ha firmato la legge National Defense Authorization Act (NDAA). La legge contiene una generica disposizione per la detenzione indefinita universale. Mentre il presidente Obama ha emesso una dichiarazione di sottoscrizione affermando che aveva delle “serie riserve” sui provvedimenti, la dichiarazione si applica soltanto a come la sua amministrazione utilizzerebbe le autorizzazioni concesse dalla NDAA e non influirebbe su come la legge viene interpretata da successive amministrazioni. La Casa Bianca aveva minacciato il veto ad una precedente versione della NDAA, ma ha invertito la rotta poco prima che il Congresso votasse il disegno di legge finale.

“Oggi l’azione del presidente Obama è una sventura sulla sua eredità perché sarà conosciuto per sempre come il presidente che ha firmato la legge sulla detenzione indefinita senza accuse o processo “, ha dichiarato Anthony D. Romero, direttore dell’ACLU. “Lo statuto è particolarmente pericoloso perché non ha nessuna limitazione temporale o geografica e può essere utilizzato da questo e da futuri presidenti per detenere militarmente persone catturate lontano da qualsiasi campo di battaglia. L’ACLU combatterà l’autorizzazione alla detenzione universale dovunque potrà, sia in tribunale, che al Congresso che a livello internazionale”.

Sotto l’amministrazione Bush, pretese simili di autorizzazione alla detenzione universale erano utilizzate per trattenere sotto custodia militare anche un cittadino USA detenuto sul suolo USA  e molti al Congresso ora asseriscono che la NDAA dovrebbe essere utilizzata nuovamente nello stesso modo. L’ACLU ritiene che qualsiasi detenzione militare di cittadini americani o altri all’interno degli Stati Uniti sia incostituzionale ed illegale, compreso in base alla NDAA. Inoltre, l’ampiezza dell’autorizzazione alla detenzione della NDAA viola il diritto internazionale perché non è limitata alle persone catturate nel contesto di un effettivo conflitto armato come richiesto dalle leggi di guerra.

“Siamo incredibilmente delusi che il presidente Obama abbia firmato questa legge anche se la sua amministrazione aveva già sostenuto eccessivamente l’autorizzazione alla detenzione in tribunale”, ha dichiarato Romero. “Qualunque speranza che l’amministrazione Obama avrebbe rigettato gli eccessi costituzionali di George Bush nella guerra al terrore si è oggi spenta. Con sollievo, abbiamo tre branche di governo, e la parola finale appartiene alla Corte Suprema, che deve ancora decidere sulla portata dell’autorizzazione alla detenzione. Ma anche il Congresso ed il presidente hanno un ruolo da giocare nel ripulire dalla confusione che hanno creato perché nessun cittadino americano o chiunque altro dovrebbe vivere nella paura di questo o di qualunque futuro presidente che abusi dell’autorizzazione alla detenzione della NDAA”.

La legge contiene anche provvedimenti che rendono difficile trasferire i sospetti fuori della detenzione militare, che ha indotto il direttore del FBI Robert Mueller a testimoniare che potrebbe danneggiare le indagini penali. Essa limita anche i trasferimenti di detenuti dichiarati innocenti dalla struttura di detenzione di Guantanamo Bay a paesi stranieri per nuovo insediamento o rimpatrio, rendendo più difficile chiudere  Guantanamo, come il presidente Obama si era impegnato a fare in uno dei suoi primi atti in carica.

di: http://freebooter.interfree.it 

LINK: http://freebooter.interfree.it/obsid.htm

Preparativi per attaccare l’ Iran con armi nucleari. “Nessuna opzione è fuori dal tavolo”

di: Michel Chossudovsky

Quando una guerra nucleare sponsorizzata dagli USA diventa uno” strumento di pace “, condonata e accettata dalle istituzioni mondiali e dalle più alta autorità, comprese le Nazioni Unite, non si può tornare indietro: la società umana è stata precipitata a capofitto sul sentiero dell’ auto – distruzione. “( Towards a World War III Scenario , Global Research, maggio 2011)

Il mondo è a un bivio pericoloso. L’America è su un sentiero di guerra. 

La terza guerra mondiale non è più un concetto astratto.

Gli Stati Uniti e i suoi alleati si stanno preparando a lanciare una guerra nucleare contro l’Iran con conseguenze devastanti. 

Questa avventura militare minaccia, nel vero senso della parola, il futuro dell’umanità.

Il progetto militare globale del Pentagono è la conquista del mondo.

Il dispiegamento militare delle forze USA-NATO sta avvenendo contemporaneamente in diverse regioni del mondo.

I pretesti e le “giustificazioni” per la guerra abbondano. L’Iran è oggi annunciato come una minaccia per Israele e il Mondo.

La guerra contro l’Iran è sul tavolo del Pentagono da più di otto anni. In sviluppi recenti , sono state lanciate rinnovate minacce e accuse contro Teheran.

Una “guerra di stealth” è già iniziata. Gli agenti del Mossad sono sul terreno. Formazioni paramilitari segrete sono in fase di lancio in Iran mentre i droni della Cia sono già stati schierati.

Nel frattempo, Washington, Londra, Bruxelles e Tel Aviv hanno lanciato specifiche  iniziative destabilizzanti per soffocare l’Iran diplomaticamente, finanziariamente ed economicamente .

Il Congresso degli Stati Uniti ha formulato un regime di sanzioni economiche ancora più pesante:

 “E’ emerso, a Washington, un consenso bipartisan favorevole a strangolare l’economia iraniana”. Ovvero consistente nell’attuazione di “un emendamento al disegno di legge di autorizzazione alla difesa 2012, progettato per “portare al collasso l’economia iraniana “… rendendo praticamente impossibile a Teheran di vendere il suo petrolio“. (Tom Burghardt,  Target Iran: Washington’s Countdown to War , Global Research, dicembre 2011). :

Questa nuova ondata di clamore diplomatico insieme alla minaccia di sanzioni economiche ha anche contribuito ad innescare un alone di incertezza nel mercato del greggio, con conseguenze potenzialmente devastanti per l’economia globale.

Nel frattempo, i media hanno rinnovato la loro propaganda relativa al presunta programma nucleare iraniano, che punta ad “attività legate alla possibile militarizzazione.”

In recenti sviluppi, a fatica ammessi dai media americani, il presidente Barack Obama ha incontrato privatamente (il 16 dicembre), a porte chiuse,  il Ministro della Difesa israeliano Ehud Barak. L’incontro si è tenuto alla periferia di Washington DC presso l’Hotel Gaylord, a National Harbor, Maryland, sotto gli auspici della Union for Reform Judaism .

L’importanza di questo tempistivo incontro privato sotto gli auspici della URJ non può essere sottovalutata. I resoconti suggeriscono che il faccia a faccia O.Barack / E. Barak sia stato incentrato in gran parte sulla questione di un attacco USA-Israele contro l’Iran.

Scrivendo su Haaretz, l’analista politico israeliano Amir Oren ha descritto questo incontro come una potenziale “luce verde” per Israele nel lanciare una guerra totale contro l’Iran:

E ‘possibile che l’incontro di venerdì scorso, durato mezz’ora, presso l’Hotel Gaylord a National Harbor, nel Maryland, tra il presidente americano Barack Obama e il ministro della Difesa Ehud Barak verrà ricordato nella storia di Israele come il momento in cui Barack O. ha dato il via libera ad E. Barak – nel bene e nel male – per attaccare l’Iran ..? Questo può essere visto come una sorta di flashback del colloquio tra il ministro della Difesa Ariel Sharon e il Segretario di Stato Alexander Haig a Washington nel maggio del 1982, che ha dato origine alla (erronea) impressione di Israele che ci fosse un’intesa con gli Stati Uniti per andare in guerra contro il Libano (No sign U.S. has given Israel green light to strike Iran – Haaretz Daily Newspaper | Israel News)

Dopo questo incontro privato, Obama ha tenuto un discorso alla Plenaria Biennale della  Union for Reform Judaism, per rassicurare il suo pubblico che “la cooperazione tra i nostri militari [e i servizi segreti] non è mai stata più forte.”

Obama ha evidenziato che l’Iran è una minaccia per la sicurezza di Israele, degli Stati Uniti e per il mondo … Ed è per questo che la nostra politica è stata assolutamente chiara: Siamo determinati a impedire all’Iran di acquisire armi nucleari …. Ed è per questo … abbiamo imposto le più ampie, le più dure  sanzioni che il regime iraniano abbia mai affrontato …. Ed è per questo che, posso assicurarvi, non lasceremo alcuna opzione fuori dal tavolo “. (Trascrizione - President Obama Union for Reform Judaism Speech Video Dec. 16. 2011: Address at URJ Biennial, 71st General Assembly  – enfasi aggiunta).

Verso un attacco “coordinato” Stati Uniti-Israele contro l’Iran

Nelle ultime settimane, i tabloid statunitensi sono stati letteralmente tappezzati con le  dichiarazioni di Hillary Clinton e del segretario della Difesa Leon Panetta che “nessuna opzione è fuori dal tavolo“. Panetta ha lasciato intendere, tuttavia, “che Israele non dovrebbe prendere in considerazione un’azione unilaterale contro l’Iran“, sottolineando “che qualsiasi operazione militare contro l’Iran da parte di Israele deve essere coordinata con gli Stati Uniti e avere il suo sostegno“. (Dichiarazione del 2 dicembre di Panetta presso il Centro Saban citata in U.S. Defense Secretary: Iran could get nuclear bomb within a year – Haaretz , 11 dicembre 2011, enfasi aggiunta)

La minaccia della guerra nucleare contro l’Iran

La dichiarazione che “nessuna opzione è fuori dal tavolo” intima che gli Stati Uniti non solo prevedono un attacco all’Iran, ma che questo attacco potrebbe includere l’uso di armi nucleari tattiche Bunker Buster con una capacità esplosiva tra un terzo e sei volte la bomba di Hiroshima. Con crudele ironia, queste bombe nucleari “umanitare” e “peace-making” “Made in America” ​​- che secondo il “parere scientifico” sotto contratto del Pentagono sono “innocue per la popolazione civile circostante” – sono previste per essere usate contro l’ Iran, come rappresaglia al suo inesistente programma di armi nucleari.

Mentre l’Iran non ha armi nucleari, quello che viene raramente riconosciuto, è che i cinque (ufficialmente) “Stati non-nucleari”, Germania, Belgio, Paesi Bassi, Italia e Turchia, hanno  armi nucleari tattiche degli Stati Uniti sul loro territorio, sotto il comando nazionale nelle loro rispettive basi militari. Questo arsenale nucleare è previsto che possa essere utilizzato contro l’Iran.

L’ accumulo e il dispiegamento delle bombe tattiche B61 in questi cinque “stati non nucleari” è stato concepito per obiettivi in Medio Oriente. Inoltre, in conformità con i “piani d’attacco della NATO”, queste bombe termonucleari B61 bunker buster (conservate dagli “stati non nucleari”) potrebbero essere lanciate contro obiettivi in Russia o in paesi del Medio Oriente come la Siria e l’Iran (citato in  National Resources Defense Council, Nuclear Weapons in Europe , febbraio 2005, enfasi aggiunta)

Mentre questi “stati nucleari non dichiarati ‘accusano Teheran di sviluppare armi nucleari, senza alcuna prova documentale, essi stessi hanno testate nucleari, destinate a colpire l’ Iran, la Siria e la Russia. (Vedi Michel Chossudovsky,  Europe’s Five “Undeclared Nuclear Weapons States” , Global Research, 12 febbraio 2010)

Le armi nucleari di Israele  sono puntate contro l’Iran. Il  congiunto “Coordinamento”  USA-Israele per il dispiegamento delle armi nucleari

E’ Israele, piuttosto che l’Iran, una minaccia alla sicurezza globale.

Israele possiede 100-200 testate nucleari strategiche , che sono completamente schierate contro l’Iran.

Già nel 2003, Washington e Tel Aviv avevano confermato che stavano collaborando allo “ sviluppo dei missili cruise Harpoon , in dotazione degli Stati Uniti, armati con testate nucleari sui sottomarini classe Dolphin della flotta di Israele.”(The Observer, 12 October 2003) .

Secondo il generale russo Leonid Ivashov:

I circoli politici e militari israeliani stavano rilasciando dichiarazioni sulla possibilità di attacchi missilistici e nucleari contro l’Iran fin dall’ottobre 2006, quando l’idea è stata immediatamente sostenuta da G. Bush. Attualmente [2007] è propagandato sotto forma di una “necessità” di attacchi nucleari. Al pubblico viene insegnato a credere che non c’è niente di mostruoso riguardo tale possibilità e che, al contrario, un attacco nucleare è piuttosto fattibile. Presumibilmente, non c’è altro modo per “fermare” l’Iran. (General Leonid Ivashov, Iran Must Get Ready to Repel a Nuclear Attack, Global Research, January 2007 enfasi aggiunta)

Vale la pena notare che all’inizio del secondo mandato di Bush, il vice presidente Dick Cheney aveva accennato, senza mezzi termini, al fatto che l’Iran era “proprio in cima alla lista” degli stati canaglia nemici dell’America, e che Israele avrebbe, così parlando, “bombardato al posto nostro”, senza il coinvolgimento militare degli Stati Uniti e senza che noi facessimo alcun tipo pressione su di loro “per farlo”.

In questo contesto, l’ analista politico e storico Michael Carmichael ha sottolineato l’integrazione e il coordinamento delle decisioni militari tra gli Stati Uniti e Israele riguardanti il ​​dispiegamento di armi nucleari:

Piuttosto che  un attacco nucleare americano diretto contro difficili obiettivi  iraniani,  Israele ha ricevuto il compito di lanciare un gruppo coordinato di attacchi nucleari contro obiettivi rappresentati dagli impianti nucleari nelle città iraniane di Natanz, Isfahan e Arak (Michael Carmichael, Global Research, January 2007)

“Nessuna opzione fuori dal tavolo”. Cosa significa nel contesto della pianificazione militare? L’ integrazione di sistemi convenzionali e armi nucleari

Le regole e le linee guida dei militari americani che disciplinano l’uso di armi nucleari sono state “liberalizzate” (ovvero “liberalizzate” in relazione a quelle in vigore durante la Guerra Fredda). La decisione di usare armi nucleari tattiche contro l’Iran non dipende più dal comandante in capo, vale a dire il presidente Barack Obama. Si tratta di una decisione strettamente militare. La nuova dottrina afferma che il Comando, il Controllo e il Coordinamento (CCC) per quanto riguarda l’uso di armi nucleari dovrebbe essere “flessibile”, in modo da permettere ai comandi di combattimento geografici di decidere se e quando utilizzare queste armi nucleari:

Conosciuta ufficialmente a Washington come “Joint Publication 3-12″, la nuova dottrina nucleare (Doctrine for Joint Nuclear Operations (DJNO) (marzo 2005)), chiede di “integrare gli attacchi nucleari e convenzionali” sotto un  unificato e “integrato” Comando e Controllo (C2).

Questo descrive  in gran parte la pianificazione della guerra come un processo di gestione decisionale, in cui gli obiettivi militari e strategici saranno raggiunti, attraverso un mix di strumenti, con poca preoccupazione per la perdita di vite umane.

Ciò significa che se sarà lanciato un attacco all’Iran, le armi nucleari tattiche saranno parte integrante dell’arsenale utilizzato.

Da un punto di vista decisionale militare, “nessuna opzione fuori dal tavolo” significa che i militari applicheranno “l’uso più efficiente della forza”. In questo contesto, le armi nucleari e convenzionali fanno parte di ciò che il Pentagono chiama “la cassetta degli attrezzi”, dalla quale i comandanti militari possono scegliere gli strumenti di cui hanno bisogno in conformità con le “circostanze in evoluzione” nel “teatro di guerra”. (Vedi Michel Chossudovsky, Is the Bush Administration Planning a Nuclear Holocaust?Global Research, 22 febbraio 2006)

Una volta che viene presa la decisione di lanciare un’operazione militare  (ad esempio attacchi aerei contro l’Iran), i comandanti nel teatro di guerra possono muoversi con una certa discrezionalità.  Questo significa, in pratica, che una volta che la decisione presidenziale è presa, USSTRATCOM, in collegamento con i comandanti sul campo, può decidere gli obiettivi e il tipo di armi da utilizzare. Le armi nucleari tattiche stoccate sono ormai considerate come parte integrante dell’arsenale. In altre parole, le armi nucleari sono diventate “parte della cassetta degli attrezzi”, usata in teatri di guerra convenzionali.( Michel Chossudovsky, Targeting Iran, Is the US Administration Planning a Nuclear Holocaust , Global Research, febbraio 2006, enfasi aggiunta)

L’integrazione della guerra convenzionale e nucleare 

Di notevole importanza riguardo il pianificato attacco contro l’Iran, alcuni documenti statunitensi militari puntano verso l’integrazione delle armi convenzionali e nucleari e l’uso di armi atomiche in una opzione preventiva in un teatro di guerra convenzionale.

Questa proposta di “integrazione” dei sistemi di armi tradizionali e nucleari venne formulata per la prima volta nel 2003 sotto il CONPLAN 8022. Quest’ultimo viene descritto come “un concept plan  per il rapido utilizzo del potenziale bellico nucleare, convenzionale, o di informazioni di guerra per distruggere – preventivamente, se necessario -” obiettivi urgenti “in tutto il mondo [tra cui l’Iran]. ” (Vedi Michel Chossudovsky,  US, NATO and Israel Deploy Nukes directed against Iran, Global Research, 27 settembre 2007). (Coordinato dal Comando Strategico degli Stati Uniti, CONPLAN è diventata operativo all’inizio del 2004. – Robert S. Norris and Hans M. Kristensen, Bulletin of Atomic Scientists ).

Il CONPLAN apre un vero e proprio vaso di Pandora militare. Si offusca la linea di demarcazione tra le armi convenzionali e quelle nucleari. Si apre la porta per l’uso preventivo, “ovunque nel mondo”, delle armi nucleari.

L’assenza di sensibilizzazione dell’opinione pubblica

La “comunità internazionale” ha approvato un attacco all’Iran in nome della pace nel mondo.

“Rendere il mondo più sicuro” è la giustificazione per lanciare un’operazione militare che potrebbe potenzialmente causare un olocausto nucleare.

Mentre si può concettualizzare la perdita di vite umane e la distruzione derivante dalle attuali guerre in Iraq e in Afghanistan, è impossibile comprendere appieno la devastazione che potrebbe derivare da una terza guerra mondiale, con l’utilizzo di “nuove tecnologie” e di armi avanzate, comprese le armi nucleari, fino a quando ciò non si verifica e diventa una realtà.

I media mainstream sono coinvolti nel blocco deliberato delle notizie e del dibattito su questi preparativi di guerra. La guerra contro l’Iran ed i pericoli di una escalation non sono considerate da “prima pagina”. I media mainstream hanno escluso l approfondimento e il dibattito sulle implicazioni di questi piani di guerra.

L’Iran non costituisce una minaccia nucleare.

La minaccia alla sicurezza globale proviene dall’alleanza militare USA-NATO-Israele che contempla – nel quadro del CONPLAN – l’uso di armi termonucleari contro uno stato non nucleare.

Con le parole del generale Ivashov, “Al pubblico viene insegnato a credere che non c’è niente di mostruoso riguardo tale possibilità“. Le armi nucleari sono “parte della cassetta degli attrezzi”.

Un attacco all’Iran avrebbe conseguenze devastanti, scatenerebbe una guerra regionale totale  dal Mediterraneo Orientale all’Asia Centrale, che potrebbe condurre l’umanità in uno scenario di Terza Guerra Mondiale.

L’amministrazione Obama rappresenta una minaccia nucleare.

La NATO costituisce una minaccia nucleare

I cinque “stati non-nucleari” europei (Germania, Italia, Belgio, Paesi Bassi, Turchia) con armi tattiche nucleari dispiegate sotto il comando nazionale, da utilizzare contro l’Iran, costituiscono una minaccia nucleare.

Il governo israeliano del primo ministro Benjamin Netanyahu, non solo costituisce una minaccia nucleare, ma anche una minaccia per la sicurezza del popolo d’Israele, il quale viene indotto in errore per quanto riguarda le implicazioni di un attacco USA-Israele contro l’Iran.

La compiacenza dell’opinione pubblica occidentale – tra cui segmenti del movimento contro la guerra negli Stati Uniti – è inquietante. Non è stata espressa alcuna preoccupazione a livello politico per le probabili conseguenze di un attacco USA-NATO-Israele contro l’Iran, usando armi nucleari contro uno Stato non nucleare.

Tale azione si tradurrebbe nell ‘impensabile”: un olocausto nucleare su gran parte del Medio Oriente.

Va notato che un incubo nucleare si sarebbe verificato anche senza l’uso di armi nucleari. Il bombardamento degli impianti nucleari iraniani con armi convenzionali può contribuire a scatenare un disastro tipo Chernobyl-Fukushima  con un’estesa ricaduta radioattiva.

Discorso di Barack Obama all’Union of Reform Judaism – 16 Dicembre, 2011

Trascrizione (Alcuni Estratti)

“Voglio dare il benvenuto al Vice Primo Ministro di Israele e Ministro della Difesa Ehud Barak. (Applausi) La cooperazione tra i nostri militari non è mai stata più forte e voglio ringraziare Ehud per la sua leadership e il suo impegno permanente per la sicurezza di Israele e per la ricerca di una giusta e duratura pace (Applausi)

Un’altra grave preoccupazione – e che rappresenta una minaccia per la sicurezza di Israele, degli Stati Uniti e per il mondo – è il programma nucleare iraniano. Ed è per questo che la nostra politica è stata assolutamente chiara: siamo determinati ad impedire all’Iran di acquisire armi nucleari. (Applausi) Ed è per questo che abbiamo lavorato meticolosamente dal momento in cui ho assunto l’incarico con gli alleati e i partner, e abbiamo imposto le più ampie, le più dure  sanzioni che il regime iraniano abbia mai affrontato.Non abbiamo solo parlato, lo abbiamo fatto. E abbiamo intenzione di mantenere la pressione. (Applausi) Ed è per questo che, posso assicurarvi, non lasceremo alcuna opzione fuori dal tavolo. Siamo stati chiari .

Continueremo a restare al fianco dei nostri amici e alleati israeliani, proprio come abbiamo fatto quando essi avevano più bisogno di noi. Nel mese di settembre, quando una folla minacciava l’ambasciata israeliana al Cairo, abbiamo lavorato per garantire che gli uomini e le donne che lavoravano li potessero essere al sicuro. (Applausi) L’anno scorso, quando gli incendi  minacciavano Haifa, abbiamo inviato aerei antincendio per domare il fuoco.

(Applauso)

Sotto la mia Presidenza, gli Stati Uniti d’America hanno fatto da guida, da Durban alle Nazioni Unite, contro i tentativi di utilizzare i forum internazionali per delegittimare Israele. E continueremo a farlo. (Applausi) Questo è quello che amici e gli alleati devono fare l’un per l’altro. Quindi non lasciate che nessun altro racconti una storia diversa. Ci siamo stati, e continueremo ad esserci. Questi sono i fatti. “(Applausi)

LINK: Preparing to Attack Iran with Nuclear Weapons: “No Option can be taken off the Table”. 

DI: Coriintempesta

Usa, le bugie di Obama sul traffico internazionale di cocaina

La cocaina sequestrata nel 2011 ha superato la stima della produzione mondiale fornita dal Dipartimento di Stato Usa

Nonostante Washington dica il contrario, la Colombia continua ad essere il maggior paese produttore e la stessa guardia costiera statunitense smentisce clamorosamente i dati della Casa Bianca. Le cinque domande di Narcoleaks sulle imbarazzanti contraddizioni made in Usa sul narcotraffico.

Obama, we have a problem. La cocaina sequestrata in tutto il mondo nel 2011 ha superato la stima della produzione mondiale fornita dagli Stati uniti d’America. Ad un mese dalla fine dell’anno, sono state intercettate sulle rotte mondiali oltre 734 tonnellate, ma il Dipartimento di Stato Usa afferma che al mondo se ne producono soltanto 700. Una contraddizione destinata ad ampliarsi fino alla fine dell’anno: al 31 dicembre stimiamo verranno sequestrate tra le 744-794 tonnellate di cocaina. Come dire: il contadino dice di avere dieci polli e la volpe gliene mangia 12. E tuttavia il contadino riesce a vendere comunque polli al mercato. È evidente che qualcuno sta sbagliando a fare i conti. Noi di Narcoleaks pensiamo che non si tratti soltanto di un semplice errore.

Non tornano i conti neanche con le ultime dichiarazioni ufficiali dell’Unodc (Ufficio Onu per la droga e la criminalità), delle autorità Usa e del Governo colombiano secondo cui laproduzione di cocaina in Perù avrebbe superato quella colombiana. Un’affermazione smentita dai dati sui sequestri: nel 2011, circa l’80 percento della cocaina sequestrata e di cui è stato appurato e reso noto il Paese di produzione, proviene dalla Colombia, mentre dal Perù poco più del 10 percento. I dati ufficiali sulla Colombia sono ancora più sconcertanti. L’ultima stima fornita dagli americani sulla produzione annua di cocaina in Colombia parla di 290 tonnellate. Ad oggi, però, i sequestri di cocaina colombiana effettuati da diversi paesi è pari a 351.8 tonnellate, cioè al 121.3 percento della produzione colombiana stimata dal Dipartimento di Stato Usa.

A mettere un punto sulla vicenda, ironia della sorte, è la stessa Policia Nacional de Colombia con un suo dispaccio ufficiale.

Lo scorso 14 ottobre, nel dipartimento di Meta, ha individuato un “maxi cristalizadero” con circa 6 tonnellate di cocaina, ma soprattutto con una capacità produttiva tra i 500 e gli 800 chili di cocaina al giorno, cioè tra le 182 e le 292 tonnellate di cocaina l’anno. Se prendiamo per vera la produzione annua stimata dal Dipartimento di Stato americano di 290 tonnellate, vuol dire che in Colombia esiste un solo laboratorio di cocaina. E questo è davvero ridicolo. In Colombia, annualmente vengono individuati e distrutti tra 250 e 300 cristalizaderos attivi e con capacità produttive spaventose, e sono solo una parte di quelli esistenti realmente.

Ma non è ancora finita. A colpire nel cuore le stime fornite dal Dipartimento di Stato americano, qualche giorno fa è stato il “fuoco amico”. Il primo di dicembre, un dispaccio ufficiale della U.S. Coast Guard afferma che nel 2011 le autorità statunitensi hanno accertato un traffico di cocaina verso i propri confini di 771 tonnellate, di cui più dell’85 percento trasportate via mare.  Smentendo i dati diffusi dal Dipartimento di Stato (e dalle Nazioni unite), secondo i quali il traffico verso gli Stati Uniti negli ultimi anni si sarebbe ridotto a 200 tonnellate .

Le imbarazzanti contraddizioni sono sotto gli occhi di tutti e non serve sbirciare tra i cable per vederle. Le analisi di Narcoleaks sono il frutto di un monitoraggio quotidiano compiuto da un gruppo di giornalisti e ricercatori italiani in collaborazione con l’agenzia di stampa Redattore Sociale. Oltre 100 le fonti ufficiali istituzionali e giornalistiche controllate ogni giorno dal primo gennaio scorso, più di 4.700 operazioni antidroga che hanno portato al sequestro di ingenti quantitativi di cocaina: una media di 14 importanti operazioni al giorno e di 2 tonnellate di cocaina intercettate quotidianamente in tutto il mondo. La raccolta dei dati di Narcoleaks avviene in modo minuzioso, senza tralasciare i dettagli di ogni sequestro per evitare doppie registrazioni e per cogliere le diverse dinamiche. Narcoleaks ha conteggiato unicamente i sequestri per i quali è certo l’alto grado di purezza della cocaina.

“We don’t publish secrets. We collect evidence”: non pubblichiamo segreti, ma raccogliamo prove. È questo il motto di Narcoleaks. Non commettiamo nessun tipo di infrazione, non sveliamo nessun segreto di Stato, non abbiamo mai neanche pensato di ottenere file top secret. La nostra forza è nell’evidenza e nella visione d’insieme che purtroppo manca per fenomeni come il traffico internazionale di cocaina. Troppo spesso i media internazionali si fidano ad occhi chiusi dei dati delle Istituzioni governative  senza verificare quanto propongono nei loro report annuali. E’ sgradevole, inoltre, sapere che all’interno dei grandi organismi investigativi e nelle grandi sessioni di discussione sulle politiche di contrasto al narcotraffico, ci sia una piena consapevolezza dei dati “sballati”, ma che nessuno abbia il coraggio di farli emergere. Gli interessi sono enormi, i sistemi per occultare la realtà sono sofisticati ma, le bugie hanno le gambe corte e basta un errore per mandare all’aria anche la più collaudata missione spaziale.

Detto questo, al presidente degli Stati uniti d’America Barak Obama, al Segretario di Stato Hillary Clinton, e al direttore dell’Office of National Drug Control Policy, Gil Kerlikowske,chiediamo:

1) Come è possibile che la quantità di cocaina sequestrata sia superiore a quella prodotta secondo i vostri dati ufficiali?

2) Come è possibile che il Dipartimento di Stato affermi che nel mondo si producono 700 tonnellate di cocaina, quando la U.S. Guard Coast afferma che il solo traffico di cocaina dal Sud America agli Usa è di ben 771 tonnellate?

 

3) Come è possibile che diverse autorità americane siano in netta contraddizione tra di loro?

4) Perché si continua ad affermare che la produzione di cocaina colombiana è calata quando tutti i dati disponibili dicono il contrario?

5) Alla luce di queste contraddizioni, sono giustificati i miliardi di dollari spesi per finanziare il Plan Colombia?

PeaceReporter

 

I tentacoli dei neoconservatori: da Hitler ad Obama

Articolo inviato al blog
di: Stefano Zecchinelli
Anche all’inferno le case non sono tutte brutte
Ma la paura di essere gettati per strada
divora gli abitanti delle ville non meno
di quelli delle baraccheBertolt Brecht
Al futuro o al passato, a un tempo in cui il pensiero sia libero, gli uomini siano gli uni diversi dagli altri e non vivano in solitudine… a un tempo in cui la verità esista e non sia possibile disfare ciò che è stato fatto:
Dall’età dell’uniformità, dall’età della solitudine, dall’età del Grande Fratello, dall’età del bispensiero…
Salve!”  George Orwell
‘La mia fede nell’avvenire comunista del genere umano non è meno ardente, anzi è ancora più salda, che nei giorni della mia giovinezza.
Natascia si è appena avvicinata alla finestra che dà sul cortile, e l’ha aperta in modo che l’aria entri più liberamente nella mia stanza. Posso vedere la lucida striscia verde dell’erba ai piedi del muro, e il limpido cielo azzurro al disopra del muro, e sole dappertutto.
La vita è bella. Possano le generazioni future liberarla da ogni male, oppressione e violenza, e goderla in tutto il suo splendore’Leon Trotsky
1. In un recentissimo articolo ‘’Karol Woytila: da Hitler a Bush’’ 1, mi sono premurato per grandi linee di tracciare un filo nero che collega la teologia dell’Opus Dei alla filosofia dei neoconservatori americani.
In questo intervento, invece, voglio approfondire il discorso sul neoconservatorismo cercando di rivenire le sue radici filosofiche e politiche. Il discorso ovviamente è molto complesso, e richiede delle ricerche che non possono essere circoscritte ad un solo articolo-saggio.
Per prima cosa cercherò di chiarire che cosa è stato (e cosa è) il neoconservatorismo, cosa di per sé, molto difficile.
2. Come disse uno di loro, Irving Krinstol, ex intellettuale di sinistra, il prefisso ‘’neo’’ indica una novità, dato che molti neoconservatori erano in passato  liberal o attivisti nella ‘’Nuova sinistra’’.
Volendo dare una definizione rapida il neoconservatorismo è una dottrina politica che avversa lo stato sociale a favore della privatizzazione selvaggia delle risorse e addirittura degli stati, violentemente anticomunista, e in politica estera è contrassegnata da un forte occidentalismo. Tutte cose che approfondiremo a breve.
Adesso voglio provare ad individuare le origini storiche del movimento.
3. Uno dei primi teorici del controllo mediatico delle masse è stato il comunista Willi Munzenberg il quale costruì una sorta di ‘’impero’’ (questo termine ovviamente va contestualizzato) mediatico.
Questo teorico del movimento operaio fece una grande propaganda a difesa della Rivoluzione d’ottobre, denunciò l’assassinio di Sacco e Vanzetti, fece il possibile per far ricadere la colpa dell’incendio del Parlamento tedesco sui nazisti, insomma tutte cose molto nobili che richiederebbero uno studio a parte.
Munzenberg, anticipando Orwell e la neo-lingua, convinse buona parte dell’opinione pubblica che l’incendio del Parlamento era opera dei nazisti, accusando questi ultimi, e quindi rispondendo ad una accusa con una accusa.
Ma il vero merito di questo teorico è quello di aver compreso la necessità di avere dalla propria parte gli intellettuali, i quali, vanitosi e bramosi di gloria, si fanno tenere sotto controllo con il denaro e le lusinghe.
Un altro teorico di questa materia è Edward Bernays, nipote di Freud, che scrisse un manuale intitolato‘’Propaganda’’, ed il titolo del primo capitolo è rivelatore: ”Organizzare il caos”.
Manipolando il consenso, creando un senso comune fasullo, si crea un governo invisibile, e si dirigono le forze di classe a sbattere contro un muro; queste cose saranno alla base della Operazione Chaos, e della strategia delle Commissione Trilaterale molti anni dopo.
Bernays nel 1947, quando negli Usa iniziava la caccia alla streghe del maccartismo, pubblicò un altro libro ‘’La costruzione del consenso’’, poi preso in esame da Chomsky, che spiegò (Chomsky), come la psicologia sia fondamentale, per dare alle masse un nemico falso.
Un altro punto centrale degli studi, contrapposti politicamente, di Munzenberg e Bernays, è la figura del capo: tutte cose di grande importanza trattate in letteratura da Thomas Mass, Elias Canetti (cito‘’Masse e potere’’), ed aggiungerei anche Brecht ed Orwell.
Dopo la fine della seconda guerra mondiale molte tecniche adottate dal dirigente comunista tedesco furono utilizzate dagli Usa. Frances Stonor Saunders nel libro ‘’Chi conduce la danza? La CIA e la guerra fredda culturale” spiega l’operazione che portò la CIA a finanziare molti intellettuali anticomunisti.
Ciò che interessava agli Usa, e questo è importantissimo, erano i comunisti antistalinisti i quali avevano collaborato con Munzenberg, ed avevano smesso di sostenere l’Urss dopo il ‘’patto di non aggressione’’ del 1939.
Gli anticomunisti liberali non avevano bisogno di essere fomentati, e quindi bisognava guardare a molti ex-trotskisti. Non è un caso che gente come Irving Kristol, James Burnham, Sidney Hook, e Lionel Trilling, siano passati dalla parte dell’imperialismo yankee.
Gli strateghi a stelle e strisce cercarono di dare a questi intellettuali l’immagine che la loro fosse una terra aperta al dibattito dove le forme artistiche trovavano una libera espressione; al realismo socialista, che in realtà era lo zdanovismo, fu contrapposto, giusto per citare un esempio, l’espressionismo.
Nel 1954 la CIA finanziò un festival della musica a Roma dove vennero esaltati stili musicali nuovi ed esenti da ortodossie musicali. Un ulteriore esempio è il pittore Jackson Pollock, ex comunista, che passo dalla parte del Condor garante di libertà.
Nulla da dire a questo pulviscolo di umanità; l’arte, come disse Brecht, ha il ruolo di contribuire alla emancipazione delle classi più deboli. Chi fa di questa un motivo di vanto intellettuale è bene che affoghi nella stessa spazzatura nel nazista Celine.
All’inizio degli anni ’50 l’Ufficio di Strategia Psicologica della CIA dà la direttiva di esportare in tutto il mondo gli ideali di libertà su cui si fonda la terra del Condor; vediamo che si gettano le basi, che caratterizzeranno il nuovo mondo unipolare, e il carattere messianico dell’impero yankee.
Secondo Donald Jameson la CIA deve ristudiare, e ha ristudiato (e studia), la teoria di Gramsci sull’egemonia culturale; quindi le classi dominanti devono guadagnarsi il consenso attraverso la persuasione, egemonizzando culturalmente, ed eticamente le masse.
E’ necessario creare movimenti popolari gonfi di ‘’falsa coscienza’’ borghese per poi rivolgerle contro un falso nemico, fargli vivere una astrazione; questo, e i recenti avvenimenti lo dimostrano, è reso più facile da internet, e la presenza dei social network.
Abbiamo elementi sufficienti per iniziare a tirare le prime somme.
Quindi le borghesie (dovrei fare esplicito riferimento all’imperialismo più forte, quello americano), hanno utilizzato tutti gli strumenti del movimento operaio, hanno rapinato la classe operaia delle armi che le sue avanguardie avevano creato.

Nulla da eccepire, in fondo la borghesia nasce, anche essa, come classe rivoluzionaria. Provo ad andare oltre.
Joe Hill, militante dell’ Industrial Workers of the World il sindacato di classe Americano, nel 1912 durante uno sciopero a Lorenzo (Massachusetts) usò la musica come strumento di solidarietà fra lavoratori che provenivano da nazionalità, e quindi parlavano lingue, diverse.
Molti anni dopo, dal 15 agosto al 18 agosto 1969, si tenne il festival di Woodstock che documenti inoppugnabili dimostrano che è stato voluto dalla CIA come parte integrante dell’Operazione MK ULTRA.
La cultura hippy non ha solo distrutto, a dispetto di quello che pensano tanti cretini che giocano a fare i rivoluzionari, il movimento operaio americano, ma è stata il trampolino di lancio, penso a quel mare di letame della liberalizzazione dei costumi, per una nuova fase del capitalismo ultra-liberistica.
Il Progetto MK ULTRA consiste in usa serie di attività svolte dalla CIA, negli anni ’50 e ’60, per controllare il comportamento di determinate persone; ci sono ottime prove, che dimostrano che l’ingegneria del suono del Festival di Woodstock, potesse, in qualche modo, portare al condizionamento mentale. 2
Molto bene, è in questo drammatico scenario, che dobbiamo iniziare ad analizzare, le basi filosofiche dei neoconservatori.
4. Sono entrato nella fase più ‘’calda’’ della argomentazione: cercherò di inquadrare il pensiero filosofico di Leo Strauss, uno dei massimi ideologi neoconservatori.
Questo studio è stato fatto in parte nel mio lavoro già citato all’inizio di questo testo (quello sull’amico di Pinochet, Karol Woytila), ma è bene ritornarci.
Il pensiero politico di Strauss rielabora la categoria ‘’amico-nemico’’ di Carl Schmitt. Schmitt, nel saggio‘’Il custode della Costituzione’’, rinviene nell’articolo 48 della Costituzione tedesca, il potere da parte dello stato sovrano di sospendere la Costituzione stessa, e in vista di una minaccia esterna proclamare lo stato di eccezione. Direi che è un punto di partenza su cui è bene riflettere.
Nel 1933 Schmitt aiutò Strauss ad avere una borsa di studio alla Rockefeller Foundation, e i due rimasero in continui rapporti anche dopo la presa del potere dei nazisti.
Le teorie di Schmitt, accompagnate alla filosofia di Strauss, ebbero fortuna durante la guerra fredda; furono, diciamo così, la ‘’sovrastruttura politica’’ (solo per fare un esempio), della teoria economica della scuola di Chicago.
Il nemico esterno da abbattere era il comunismo, demonizzato attraverso l’utilizzo dei media, e della loro demoniaca neo-lingua.
Strauss, sulla scia del razzista Tocqueville, era un ateo devoto: insomma, Dio non esiste ma la chiesa e la religione sono fondamentali per moralizzare le masse tenendole buone in un angolo; insomma non farle partecipare.
Questo bel personaggio, percorrendo la strada del nichilismo filosofo del pre-nazista Nietzsche, ritiene che solo pochi eletti possono sapere la verità, ed il popolaccio è bene che si faccia da parte. Non è un caso che ‘’il loro’’ (ho orrore a mettere il nostro!) violenti il passo di Platone ‘’sulla nobile menzogna’’, e non è casuale (ma guarda un po’) che questa interpretazione verrà ritenuta valida, in ‘’Introduzione alla lettura di Hegel’’, dal suo amico (ed agente del Kgb in Francia) Alexandre Kogève.
Io ho avuto gioco facile a rinvenire dei collegamenti con la teologia dell’Opus Dei che si fonda sul principio calvinista della depravazione totale dell’uomo; gli uomini sono delle belve e hanno bisogno di essere domati dalle elite, i popoli sono belligeranti e allora hanno bisogno (ecco che torna il carattere messianico dell’impero!) di essere guidati dagli Stati Uniti d’America.
Per concludere Strauss riprende più che altro la figura di Callicle, sinistro protagonista di ‘’Il Gorgia’’ di Platone, che piaceva molto anche a Nietzsche; Callicle credeva solo nell’utilizzo cieco del potere a discapito dei più deboli.
Il cristianesimo viene fatto coincidere con l’occidentalismo, ma anche questa concezione filosofica di base è a dir poco orripilante. Come si possono fare guerre (che poi sono guerre imperialiste) in nome dello ‘’scontro di civiltà’’? I filosofi si dovrebbero rivoltare nella tomba. Dico solo che Aristotele, nella sua”Logica”, che sarà alla base della filosofia ellenica, riprende gran parte della filosofia orientale.
Concludo questa parte dicendo che l’occidentalismo è la morte dell’ellenismo, e l’ateismo devoto è un atroce assassinio del cristianesimo delle origini.
5. Chiuso il capitolo su Leo Strauss è bene approfondire, seppur in sintesi, il rapporto fra cattolicesimo (o se si vuole ateismo devoto) e capitalismo.
Già Rafael Termes, membro dell’Opus Dei, ‘’filosofo’’ ed industriale, fondatore nel 1958 in Spagna della IESA Business School, disse che il capitalismo rappresenta la vera volontà divina.
Il filo nero che collega la teologia calvinista a Max Weber, smascherato senza pietà dall’immenso filosofo marxista Gyorgy Lukàcs in ‘’La distruzione della ragione’’, e che da Marx Weber porta all’Opus Dei e a neoconservatori come Rafael Termes e Michael Novak, è davvero drammatico. Ancora una volta proverò a cogliere la radice del problema.
Intanto devo dire che il metodo weberiano, denominato metodo dell’ ‘’isolamento atomistico’’, è riduttivo perchè circoscrive l’origine del capitalismo ai soli paesi protestanti, ed europei.
Quindi, rispondendo i filosofi a pressioni sociali, riflette un po’ l’ambizione degli imperi centrali di sottrarsi all’egemonia anglo-americana, e di svolgere un ruolo di primo piano nel nuovo capitalismo globale; tentativo che poi si concretizzerà con il fascismo europeo, e Weber che ”si mette’’ (in modo figurato, intendiamoci) a braccetto con Hitler.
Non è un caso che alcuni anni prima di scrivere

‘’L’Etica protestante e lo spirito del capitalismo’’, Weber avesse denunciato la ‘’polonizzazione’’ del proletariato slesiano, provincia prussiana, accusando i signorotti locali di aver permesso la ‘’sgermanizzazione’’ delle masse.
Senza tirarla per le lunghe, e procedendo in modo schematico, per ‘’il nostro’’ (riferito a Weber) il ‘500 sarà un secolo di grandi svolte quanto al contrario il mercantilismo fonda le sue radici nel Medio Evo tagliato fuori dalla analisi del sociologo in questione. Il nostro, come ora vedremo, ha tutto l’interesse a non fare capire come il pensiero di Lutero e Calvino, trovava origine nella teologia medioevale.
Il rifiuto del razionalismo umanistico di Lutero, infatti, viene ripreso, per filo e per segno, dal teologo fiorentino Dominici e dal suo testo ‘’Lucula noctis’’. Per Lutero direi che basta questo.
Calvino, al pari di altri teologi del capitalismo come Grozio e Locke, era un giurista.
Parlare di Calvino significa chiarire l’origine della concezione teologica della depravazione totale; cosa non da poco, dato che sarà questa ideologia a mettere a tavola insieme, Karol Woytila, Pinochet, e ora possiamo invitare a spregio dell’ignobile sinistra ‘’colta” anche Obama.
Il peccato originale di Adamo rende l’uomo indegno della comunione dei beni – dice Calvino -, quindi tutte le cose devono ritornare sotto il dominio di Dio che stabilisce le nuove limitazioni; i diritti alla proprietà privata.
Il pensiero teologico e filosofico di Calvino è sintetizzato nel testo ‘’Istituzione della religione cristiana’’ del 1559 dove ci sono ampie parti dedicate all’azione sociale della Chiesa; è interessante notare che l’oscurantismo teologico spesso pone soluzioni politiche laiche soprattutto per ciò che riguarda il condizionamento dei lavoratori.
Tutta questa produzione ha un grande filo conduttore: quello di tagliare con il Medio Evo, e proclamare il ‘500 come secolo custode, in virtù della Riforma protestante, dello ‘’spirito del capitalismo”. E’ facile capire come questa affermazione sia falsa dato che i fondamenti giuridici dell’attuale modello sociale risiedono nella Scuola di Bologna che nasce nel 1200 (circa!), e la legalizzazione dell’usura è solo del 1515 ( quasi in rapporto di causa ed effetto) con i ‘’Monti di pietà’’ di papa Leone X.
I ‘’Monti di pietà’’ legalizzano, sulla strada tracciata in giurisprudenza dalla Scuola di Bologna, prestiti a chi non riesce a reggere il mercato.
Tirando le somme: il cristianesimo è il protestantesimo, e quest’ultimo è il capitalismo come prodotto della volontà divina. Detto e fatto: l’etica puritana del lavoro si rovescerà nel cattolicesimo che con Michael Novak riconosce il suo vero fondamento, teologico e politico, nel calvinismo.
Il nuovo ‘’Mein kampf’’ si chiama ‘’L’etica cattolica e lo spirito del capitalismo’’, una forma di nazismo democratico da esportare.
6. Le borghesie americane hanno creato, quella che il filosofo Costanzo Preve, ha definito una ideocrazia; non si è mai vista una società tanto ideologicizzata, in cui nazione ed ideologia coincidono perfettamente. Insomma siamo davanti ad una religione civile; schiere di preti militanti che predicano il culto del Dio denaro.
Mi permetto di citare Gramsci:
‘’L’Azione cattolica segna l’inizio di una epoca nuova nella storia della religione cattolica: quando essa da concezione totalitaria (nel duplice senso: che era una totale concezione del mondo di una società nel suo totale) diventa parziale (anche nel duplice senso) e deve avere un proprio partito. I diversi ordini religiosi rappresentano la reazione della Chiesa (comunità dei fedeli o comunità del clero), dall’alto o dal basso, contro le disgregazioni parziali della concezione del mondo (eresie, scismi, ecc., e anche la degenerazione delle gerarchie); l’Azione cattolica rappresenta la reazione contro l’apostasia di intere masse, imponente, cioè contro il superamento di massa della concezione religiosa del mondo. Non è più la Chiesa che fissa il terreno e i mezzi della lotta; essa invece deve accettare il terreno impostole dagli avversari o dall’indifferenza e servirsi di armi prese a prestito dall’arsenale dei suoi avversari (l’organizzazione politica di massa). La Chiesa, cioè, è sulla difensiva, ha perduto l’autonomia dei movimenti e delle iniziative, non è più una forza ideologica mondiale, ma solo una forza subalterna’’. 3
Ed ancora:
‘’Diverso carattere ha avuto questa lotta nei diversi periodi storici. Nella fase moderna, essa è una lotta per l’egemonia nell’educazione popolare; almeno questo è il tratto più caratteristico, cui tutti gli altri sono subordinati. Quindi è lotta tra due categorie di intellettuali, lotta per subordinare il clero, come tipica categoria di intellettuali, alle direttive dello Stato, cioè della classe dominante (libertà dell’insegnamento – organizzazioni giovanili – organizzazioni femminili – organizzazioni professionali)’’. 4
Il grande sardo definì il clero una ‘’classe-casta’’ che dispone di una propria ideologia, e che esercita una sua egemonia culturale.
Vediamo che con l’americanismo questo contrasto fra clero ed intellettuali laici è venuto meno; utilizzando il metodo marxista ragionerò un po’ su questa cosa.
In primis ribadisco che quando il capitalismo entra in crisi, come ho detto molte volte, la borghesia deve ripudiare tutti i suoi vecchi ideali razionalistici e libertari, ed usare le armi del suo vecchio nemico: l’aristocrazia. La filosofia, come concezione del mondo dei dominanti, si fa, per dirla con Lukàcs, ‘’guardia frontiera’’ della reazione.
Pierre Naville, uno degli ultimi giganti del marxismo novecentesco, parlando nel suo ultimo quaderno di Khomeini che minacciò la condanna a morte di Rushdie, l’autore dei ‘’Versi satanici’’, dice:
‘’Da quel che si legge nei giornali si tratta di una visione satanica che travalica l’Islam e si estende in tutto il mondo attuale. Un satanismo impregnato della tecnologia moderna (l’angelo Gabriele che atterra col paracadute), il che, in effetti, dà al libro una portata universale. Allora, non è solo il Corano ad essere in gioco, ma anche la Bibbia, compresa quella anglicana. Non so perché questo libro mi ricorda il dizionario Khazar. Queste due opere esibiscono gli abissi mistici, pozzi di interi furori, che suscitano le odierne invenzioni terrestri. Non si tratta solo di un ritorno delle religioni alla testa dei paesi più sviluppati, ma di una vera mistica del potere che ricorda Bisanzio’’. 5
Tutto il capitalismo globale nella fase della sua decadenza assume un carattere mistico cosa che ha favorito l’integrazione del clero nelle istituzioni politiche; la particolarità è che l’imperialismo americano (cosa che si evince dai discorsi dei suoi presidenti) ha avuto (ed ancora ha!), in quanto imperialismo più forte, addirittura un carattere messianico.
Chi vince militarmente un conflitto non solo impone la sua economia, ma a poco a poco modifica tutta la sua sovrastruttura imponendo un nuovo sistema di valori; l’egemonia culturale è preceduta dalla egemonia informativa, e l’egemonia informativa implica il controllo dei ‘’mezzi di produzione del pensiero’’.
Chi non capisce questo non può fare una seria analisi del mondo unipolare, e non capirà nemmeno l’attuale scontro fra poli imperialistici.
7. Ho debuttato in questo saggio dicendo che molti neoconservatori venivano dal trotskismo.
Lasciando stare il grande Leon Trotsky, eroico comandante dell’Armata rossa e teorico marxista di prima grandezza, e ammettendo il carattere fetido del neo-trotskismo, che nulla ha a che fare con il fondatore della Quarta Internazionale, è giusto che dica qualcosa anche su ciò.
Michael Lind affermò che il concetto di ‘’rivoluzione globale e democratica’’ è stato ripreso da questa schiera di avvoltoi affamati, dal concetto di rivoluzione permanente.
Questa è una vera follia, dato che la rivoluzione permanente o ininterrotta (la seconda parte della definizione di questa teoria marxista, viene quasi sempre occultata), trova le sue origini già nel‘’Manifesto dei comunisti’’ di Marx ed Engels, e si fonda sulla transizione (trans dal latino oltre) dei diritti democratici in lotta per il socialismo.
Somiglianza? In questo caso si ritorna al wilsonismo che nasce come risposta della borghesia all’internazionalismo proletario. Wilson nel 1918 fonda la Lega delle Nazioni, e Lenin da lì a poco avrebbe fondato la Terza Internazionale; ecco un altro esempio di come la borghesia si appropri delle armi del movimento operaio.
Chi studia questi argomenti sa che James Burnham ha copiato ‘’La burocraticizzazione del mondo’’ di Bruno Rizzi, scrivendo nel 1941, poco dopo aver rotto con il movimento operaio americano, ‘’La rivoluzione manageriale’’; operazione abbastanza disgustosa, denunciata a suo tempo solo da Pierre Naville, che, oltre tutto, è stato inascoltato.
Quella di Rizzi era una analisi, che per certi aspetti ricalcherà lo studio del gruppo francese‘’Socialismo o Barbarie’’, spietata verso il governo dei tecnici, mentre Burnham, con la sua oscena apologia delle elite, pone le coordinate per ‘’lo scontro di civiltà, pianificato dopo la vittoria degli Usa della ‘’guerra fredda’’.
Il lettore può rendersi conto dell’enorme complessità della questione. I neoconservatori, non sono un fenomeno che appartiene alla destra economica (il movimento neoconservatore ha raccolto anche tanti ex maosti), ma sono una conseguenza della fine della coppia dicotomica destra e sinistra, esprimendo al meglio (o al peggio, dipende dai punti di vista!) il carattere assoluto e totalizzate del pensiero unico neocapitalistico.
8. Nel 1954 W.H. Morris Jones scrive un saggio ‘’In difesa dell’apatia’’, parlando di un suo ruolo benefico per le democrazie liberali. La stessa cosa verrà esposta sia nel ‘’Memorandum’’ di Lewis Powell, che nel documento ‘’La crisi della democrazia’’ curato da Huntington, Crozier, e Watanuki; riporto qualche valida citazione (chi volesse approfondire può studiare anche la meravigliosa ricerca di Paolo Barnad 6) per far capire al lettore come ragiona il vero Potere.
‘’ Il business deve imparare le lezioni messe in pratica dal mondo dei lavoratori, cioè che il potere politico è indispensabile, che deve essere coltivato con assiduità, e usato in modo aggressivo se necessario, senza imbarazzo’’. (Lewis Powell)
A conferma di quando dicevo: la borghesia si è appropriata di tutte le armi delle avanguardie politiche, e dei teorici della classe operaia.
Prendo adesso il documento ‘’La crisi della democrazia’’; questa frase mette davvero i brividi:
‘’ I partiti comunisti hanno perso terreno quasi ovunque nell’Europa occidentale. La loro ideologia è sbiadita, e appare come una Chiesa omologata il cui carisma è in parte scomparso.

Perché mai partiti così sedati e moderati dovrebbero costituire una minaccia alla democrazia proprio quando ne rispettano le fondamenta?’’.
La democrazia con l’adozione del modello capitalistico manageriale viene svuotata di contenuto; la partecipazione doveva diventare (ed è diventata!) vana da tutti i punti di vista.
Da una parte, quindi, la classe operaia viene assorbita culturalmente nel ceto medio (culturalmente ho detto!), e dall’altra, anche se gli effetti si vedranno qualche anno dopo, abbiamo l’occidentalizzazione delle mezze classi nelle periferie dell’imperialismo yankee.
I media svolgono una funzione importantissima: nasce l’idea dell’uomo comune, l’uomo onesto e simpatico, a prescindere che sia un ”morto di fame” o un manager in carriera con il sangue agli occhi..
Ovviamente l’uomo medio ha bisogno di identificarsi nel capo, e allora ci rendiamo conto di come i processi sociali, di volta in volta, abbiano dato alle classi dominanti l’uomo giusto per le loro esigenze, da Reagan ad Obama.
Che dire, come disse Trotsky su Hitler ‘’il capo va là dove lo conducono le masse’’ ed ancora ‘’Hitler ha in sé, qualcosa di ogni piccolo borghese, ma nessun piccolo borghese potrebbe essere Hitler’’. E’ entrato nelle zucche dei più, che l’attuale democrazia totalizzante, è una forma di hitlerismo morbido? Spero di sì.
Uno scienziato della competenza di Chomsky arriverà a queste conclusioni:
‘’Voglio sottolineare ancora una volta che quando le società si democraticizzano e la coercizione smette di essere uno strumento di controllo e di emarginazione facile da mettere in opera, le elite si rivolgono naturalmente alla propaganda. Si tratta di un fenomeno non soltanto naturale, ma del tutto consapevole, apertamente analizzato nelle opere scientifiche o meno che preconizzano l’uso della propaganda”. 7
La gente in questo modo viene travolta dalla banalizzazione della vita in comunità; nel capitalismo manageriale la stupidità diventa un fenomeno sociale.
Più tardi analizzerò il motivo di ciò ma nel prossimo paragrafo voglio riprendere, molto brevemente, un argomento già da me trattato: il concetto di ”totalitarismo”.
9. Uno dei mie ultimissimi articoli 8, riguardava il concetto di totalitarismo, e la presunta convergenza fra regimi totalitari contrapposti ideologicamente. Siccome l’argomento è pertinente voglio ritornarci.
Il libro della incredibilmente sopravvalutata maestrina di scuola media Hannah Arendt ‘’Le origini del totalitarismo’’ (1951), non ha nulla di originale, e tali argomentazioni furono avanzate in precedenza da teorici socialdemocratici come Rudolf Hilferding di ben altra levatura intellettuale.
Secondo la Arendt stalinismo e nazismo convergono in quanto fanno capo a due società altamente ideologicizzate; alla luce delle riflessioni su fatte questa posizione appare del tutto risibile.
In realtà l’allieva di Heidegger, con tutti i suoi limiti, rinviene nella Nep la distinzione fra leninismo e stalinismo, e ben si guarda con il far coincidere marxismo e totalitarismo.
Nel 1956 Brzezinsky pubblica ‘’Dittatura totalitaria e autocrazia’’, dove, aggravando gli errori della Arendt, proclama il comunismo come unico vero regime totalitario.
In ‘’L’origine del totalitarismo’’, in cui i critici di sinistra hanno subito messo in evidenza la contrapposizione ideologica fra i due regimi che rende impossibile la convergenza, il fatto economico scompare, cioè non si tiene conto della diversa struttura economica e sociale di Urss, e paesi fascisti. Prima di sbugiardare l’avvoltoio su citato, ribadirò una cosa di vitale importanza.
Furono le oligarchie economiche a mettere al potere Hitler per difendersi dal movimento operaio, e coprire gli scandali finanziari, evasione fiscale classico reato borghese, che avevano travolto gli junker.
Questa cosa mette in imbarazzo il mondo liberale, perché tenendo questo tenore di argomentazione, potremmo dire che un domani le borghesie, per proteggersi dalle rivendicazioni delle classi più deboli, non avrebbero problemi ad affidarsi ad un regime simile al fascismo.
Lukàcs ammonì, del resto, l’allievo Hofmann proprio su ciò: ogni epoca ha una differente involuzione del capitale monopolistico, e l’attuale democrazia manipolata ha dei caratteri totalizzanti che non fanno invidia alla mistica fascista.
Brzezinsky, nel suo bollettino politico, dice che è totalitario qualsiasi regime che centralizza l’economia; sulla nera via di Hayek, la democrazia viene fatta coincidere con il mercato. Ingegnoso espediente per iniziare la ‘’strategia del contenimento’’ contro i paesi dell’Est.
Le parole come vedete assumono una valenza importantissima: i neoconservatori parlano di pluralismo ideologico, ma in realtà, ed ogni termine si rovescia nel suo contrario, alludono alle ragioni del santo mercato. Ecco che la terra della libertà di impresa, ora nel nome dello ‘’scontro di civiltà’’, inizia e porta avanti la sua guerra contro chi non privatizza.
Per chi volesse saperne di più, consiglio, arrivati a questo punto, ‘’Totalitarismo, triste storia di un non concetto’’ di Vladimiro Giacchè, davvero molto documentato sulla egemonia mediatica.
10. L’ultima parte di questo mio lavoro riguarda altri due ’non concetto’’: quello di ‘’democrazia profonda’’, e quello di ”non violenza”.
Un marxista sa, ed è bene introdurre il discorso in questo modo, che la democrazia non è un valore immanente, e le borghesie ne fanno a meno quando non riescono a gestire il conflitto di classe.
E’ stato così, che gli Usa, per combattere il ‘’nemico’’ sovietico, hanno impedito la nascita di stati nazionali indipendenti, appoggiandosi a giunte militari a loro asservite; oppure, hanno cinicamente riciclato quadri dei servizi segreti fascisti. Niente da dire, la morale dell’imperialismo è ‘’niente di ciò che è disumano mi è estraneo’’.
Vinta la guerra fredda la situazione è iniziata a cambiare, vediamo in che maniera.
Nel 1993 viene fondata a Berlino da Peter Eigen Transparency International, ma la nascita di questa organizzazione, per essere preciso, segue queste tre fasi: 1)  la fase di incubazione che va dall’ ’84 all’ ’89; 2) la fase organizzativa che va dall’ ’89 al ’93; 3) e poi abbiamo la nascita ufficiale nel 1993.
La fondazione di T.I. è stata promossa da delle consultazioni inter-religiose, fra Filippo Duca di Edimburgo, e i principali esponenti delle tre religioni monoteiste; il loro compito era quello di moralizzare l’economia attraverso organi moralizzatori come la Banca Mondiale del Commercio. In questo modo si dà inizio alla lotta contro la corruzione dei governi; facile a dirsi, questo è un aspetto di facciata, e con la neo-lingua tutto si rovescia (e lo ripeterò sempre!) nel suo contrario. Meglio chiarire questi concetti, che sono un po’ difficili.
Le masse ‘’che non devono più partecipare alla vita pubblica’’, di cui ho parlato nel Paragrafo 8, sono un presupposto fondamentale per la liquefazione dei vecchi stati nazionali, che in un modo o nell’altro, si basavano sul primato dei governi, e su una distinzione, seppur effimera, fra gli schieramenti politici.
Il passaggio ai blocchi imperialistici continentali, anche se è ancora un processo in atto, richiede la definitiva scomparsa dei confini nazionali; in termini marxisti, da una parte abbiamo la tendenza delle borghesie, o di una parte di esse ad internazionalizzarsi, e dall’altra, il continuo ricorso ai regionalismi per compromettere l’unità di classe.
L’imperialismo per fare ciò si appoggia a movimenti politici di carattere puramente massonico (assumendo l’analisi che Gramsci fa del rotarismo nel Quaderno 22), come, giusto per fare un esempio, la Lega Nord, o il Movimento dei federalisti europei. Non è un caso che la prima esponente di T.I. in Italia è stata Teresa Brassiolo, consigliere comunale della Lega Nord a Milano.
Mettendo da parte questi problemi che meriterebbero un saggio a parte, è bene che richiami l’attenzione del lettore sul nuovo concetto di democrazia: per Eigen dovevano essere gli organi moralizzatori (Banca mondiale del commercio, o Fondo monetario internazionale) a screditare la vittima, ridurla in miseria, e attraverso l’attività dei media, travolgerla dagli scandali.
Di contro è importante che si comprenda che la mafiosità non è una disfunzione della democrazia borghese, ma è una sua parte integrante soprattutto nella fase di decadenza capitalistica.
Bertolt Brecht in ‘’La resistibile ascesa di Arturo Ui’’, scritta fra il 1940-’41, descrive la presa del potere di Hitler come una tratta fra mafiosi al mercato ortofrutticolo; non è il politico corrotto, ma è tutto il capitalismo che genera mafiosità.
La nuova arma della borghesia è questa: movimenti popolari che, ed ecco il rovescio della medaglia rispetto alle squadracce fasciste, in modo non violento rivendicano una democrazia profonda, e legalitaria.
Molto bene, l’ultimo ‘’non concetto’’ su cui dirò qualcosa è la ‘’non violenza’’.
11. Sulla ‘’violenza’’ e il suo presunto rovescio la ‘’non violenza” inizierò (per l’ennesima volta, a costo di essere ripetitivo!) col ribadire la posizione dei marxisti.
La questione per chi ‘’balla con Lenin’’ è semplicissima: l’unica vera violenza è la violenza sistematica della accumulazione capitalistica, il resto non conta.
I comunisti non si curano delle forme politiche, e quindi non riducono tutto allo scontro dittatura democrazia, ma prendono in esame le basi sociali dei regimi, e le loro strutture economiche e sociali.
In questo Trotsky è stato un maestro, basta leggere le sue prese di posizione (ovviamente in funzione antimperialistica) sulla monarchia etiope o il Brasile di Getulio Vargas, mentre i neo-trotskisti, o forse dovrei dire i trotsko-imperialisti, si mettono dietro ai taglia gole dell’Uck kosovaro, e ultimamente dei monarchici di Bengasi. Davvero pietosi!
Assurdo quindi accettare il concetto di democrazia proposto dai dominanti, e la loro ‘’non violenza’’, che diventa, come tutti i ‘’non concetti’’, il suo contrario.
Il filosofo americano Gene Sharp nel 1983 fonda l’Istituto Albert Einstein, dove studia la ‘’non violenza’’, per risolvere i conflittii in tutto il mondo.
Ovviamente Sharp, in linea con l’idea di conflitto dei neoconservatori yankee, prende di mira gli stati canaglia che non rientrano nel ‘’cortile di casa’’ Usa.
I suoi testi tradotti in Italiano sono: ‘’Politica dell’azione non violenta’’, ‘’Verso una Europa inconquistabile’’, e ‘’La via della non violenza’’.
A Sharp è attribuibile il fenomeno delle ”Rivoluzioni Colorate”; l’imperialismo più forte (vediamo come i neoconservatori in parte hanno cambiato tattica) unendo fattori destabilizzanti interni ed esterni, rovesciano governi a loro avversi. Prove documentali rendono forte l’ipotesi che gli eventi di Piazza Tien An Men siano i primi tentativi di sperimentare tali azioni, che poi (basta pensare alla Georgia, all’Ucraina, o all’Iran) sono diventati una prassi per i condor a stelle e strisce.
Inoltre questi movimenti hanno dietro tutto un marketing politico: dagli slogan, al colore che rappresenta la ‘’rivoluzione’’; buttiamola così, la ‘’società dello spettacolo’’ di Debord, all’ennesima potenza.
Sono questi i due volti dell’azione politica dei neoconservatori americani: da una parte la guerra di civiltà contro un sanguinario dittatore (l’hitlerizzazione del nemico inizia con Nasser, e ci sembrava strano!), e quindi lo scontro armato presentato come missione umanitaria (vedi la guerra in Iraq), e dall’altra il movimento pacifico che chiede democrazia. Due facce delle stessa medaglia, dietro cui si allunga l’ombra della svastica.
Da Solidarnosc a Bengasi, una storia sporca, di cui la sempre più nera borghesia americana un giorno dovrà rispondere.
12. Detto questo posso congedarmi. Quando gli Usa fanno le loro sporche guerre dicono sempre ‘’noi”, riferendosi agli Stati Uniti d’America, come paese, con il suo bagaglio storico e culturale, e con una sua cittadinanza; questa è una calunnia.

Personalmente, da pensatore dialettico, tutte le volte che mi compare la faccia sporca di Bush subito dopo mi sforzo di pensare ad Edgar Lee Master o a Bob Dylan, al grande movimento operaio dei primi anni del novecento, a dissidenti come Noam Chomsky. Lottare contro questa Gestapo a stelle e strisce significa difendere le dolci parole della poesia in musica di Bob Dylan, una cosa per cui vale la pena riempire la propria vita, affinchè un giorno verrà proibito per sempre ai cannoni di tuonare.
  Note:
1)    Articolo pubblicato nel Blog Bentornata Bandiera Rossa e Marxismo Libertario
2)    In questo sito sono raccolti i materiali dell’FBI: http://www.fbi.gov/foia/foiaindex/mkultra.htm
3)    Antonio Gramsci ‘’Il Vaticano e l’Italia’’ Ed. Riuniti 1974 pag. 49
4)    Antonio Gramsci ‘’Il Vaticano e l’Italia’’ Ed. Riuniti 1974 pag. 58
5)    Pierre Naville ‘’Ricordi e pensieri. L’ultimo quaderno (1988-1993)’’ Ed. Massari 2010 pag.40
6)    Paolo Barnard ‘’Ecco come morimmo’’ Fonte:http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=151
7)    Noam Chomsky ‘’Due ore di lucidità’’ Ed. Baldini&Castoldi 1999 pag. 20
8)    Stefano Zecchinelli ‘’Note critiche alla ideologia borghese della convergenza fra opposti totalitarismi’’ pubblicato nel Blog Bentornata Bandiera Rossa
Siti consultati:

Tutte le bombe del Presidente

di: Manlio Dinucci

Su un atollo delle Isole Marshall, nel Pacifico, è piombata dallo spazio a velocità supersonica, giovedì scorso, una strana bomba che lo U.S. Army ha lanciato dalle Hawaii, distanti 4mila km. Non è che gli Usa abbiano deciso di attaccare anche la minuscola Repubblica delle Marshall. Anzi, in base a un accordo del 1983, essa ha affidato la propria difesa agli Stati uniti. E gli Stati uniti – che dal 1946 al 1958 hanno effettuato qui 67 test nucleari, tra cui l’esplosione a Bikini della più potente bomba all’idrogeno da 15 megaton – continuano a usare le Marshall come proprio poligono. La bomba che ha colpito l’atollo è una Advanced Hypersonic Weapon: lanciata con un razzo nell’alta atmosfera, plana e, manovrando, arriva sull’obiettivo a una velocità di circa 6mila km l’ora. È una delle armi del programma «Prompt Global Strike» (Pronto Attacco Globale), con la quale gli Usa stanno acquisendo la capacità di colpire, con testate non-nucleari, entro un’ora qualsiasi obiettivo in qualsiasi parte del mondo. Varato dal repubblicano Bush, il programma non era andato avanti perché prevedeva la riconversione di missili balistici nucleari per lanciare testate non-nucleari, cosa che avrebbe messo in allarme Russia e Cina, rischiando una guerra nucleare accidentale.

C’è voluto il democratico Obama (nonché Premio Nobel per la Pace) a trovare la soluzione: le bombe volanti, come quella appena testata, vengono lanciate con missili a traiettoria non-balistica, così da non creare equivoci. Esse sono solo una parte dell’arsenale del «Pronto Attacco Globale». La nuova strategia prevede che, mentre viene colpito dallo spazio con bombe volanti supersoniche, il paese nemico viene attaccato con i Mald-J: sono mini-velivoli automatici che, lanciati a mille km di distanza, saturano le difese, apparendo ai radar come caccia in arrivo, e quindi neutralizzano i radar con interferenze elettroniche. Questi mini-velivoli, che la Raytheon ha cominciato a fornire due mesi fa alla U.S. Air Force, offrono il duplice vantaggio di non mettere in pericolo gli equipaggi degli aerei e di poter essere lanciati a migliaia da pochi aerei cargo, tipo i C-130J. Solo dopo entrano in azione i cacciabombadieri con equipaggio, dotati di bombe a guida laser potenziate, come le Enhanced Paveway che, ha comunicato la Raytheon dieci giorni fa, sono ora utilizzabili da una più ampia gamma di aerei. Tali bombe hanno però limitata efficacia contro strutture sotterranee. Vi ha provveduto la Boeing, che una settimana fa ha annunciato di aver cominciato a fornire alla U.S. Air Force, da settembre, una nuova superbomba da 30mila libbre, denominata Mop (Massive Ordnance Penetrator).

Con il suo peso di quasi 14 tonnellate e la testata a uranio impoverito, può penetrare attraverso 60 metri di cemento armato, distruggendo il bunker sotterraneo con la detonazione di due tonnellate e mezza di alto esplosivo. La Mop, trasportabile con il bombardiere stealth B-2 Spirit (usato in marzo contro la Libia), ha la potenza distruttiva di una piccola atomica (salvo le radiazioni). Innamorato della superbomba è Leon Panetta, scelto da Obama quale nuovo segretario alla difesa. Come ex direttore della Cia, ha la passione per le tecniche più micidiali.

IlManifesto.it

Se tu vivessi in Iran, non vorresti avere la bomba nucleare?

di: Mehdi Hasan

Immaginate per un attimo di essere un mullah iraniano. Seduti a gambe incrociate sul vostro tappeto persiano a Teheran, sorseggiando una tazza di chai, il vostro sguardo è fisso sulla cartina del Medio Oriente appesa al muro. Quello che osservate su quella mappa è inquietante: il vostro paese, la Repubblica islamica dell’Iran, è circondato da virulenti nemici e rivali regionali, con alcuni di questi dotati anche di armi nucleari.

Sul confine orientale, gli Stati Uniti hanno 100.000 soldati in servizio in Afghanistan. Sul confine occidentale, l’ Iraq è occupato dal 2003 dagli Stati Uniti, con quest’ultimi intenzionati a trattenere una piccola forza di contractor e agenti della CIA, anche dopo il ritiro ufficiale previsto per il mese prossimo. A sud- est vi è il Pakistan, nazione che dispone di armi nucleari, a nord-ovest vi è la Turchia, alleato NATO degli Stati Uniti, a nord-est il Turkmenistan, che ha operato come base di rifornimento per gli aerei da trasporto militare degli Stati Uniti dal 2002. A sud, oltre il Golfo Persico, osservate un gruppo di stati clienti degli Stati Uniti: il Bahrain, sede della Quinta Flotta americana, il Qatar, dove si trova il quartier generale del Comando Centrale USA, l’ Arabia Saudita, il cui re ha esortato l’America ad attaccare “l’Iran “e a ” tagliare la testa del serpente “.

Poi, naturalmente, a meno di un migliaio di chilometri a ovest, c’è Israele, il vostro nemico mortale, in possesso di oltre un centinaio di testate nucleari e con una storia nota di aggressioni preventive contro i suoi avversari.

La mappa che state osservando indica in modo chiaro che l’Iran è, letteralmente, circondato dagli Stati Uniti e dai suoi alleati.

Se questo non fosse abbastanza preoccupante, il vostro paese sembra anche essere sotto attacco (segreto). Diversi scienziati nucleari sono stati misteriosamente assassinati e, alla fine dello scorso anno, un sofisticato virus informatico è riuscito ad arrestare circa un quinto delle centrifughe nucleari dell’Iran. Lo scorso fine settimana, il “pioniere” del programma missilistico della Repubblica islamica, il generale Hassan Moghaddam, è stato ucciso – e con lui altre 16 persone – in una enorme esplosione in una base delle Guardie Rivoluzionarie, distante 40 km da Teheran. Andate online per scoprire i rapporti dei giornalisti occidentali che ritengono che dietro l’esplosione ci sia l’ombra del Mossad.

E poi fermatevi per ricordare la fondamentale lezione di geopolitica che voi e i vostri connazionali avete imparato nel corso degli ultimi dieci anni: gli Stati Uniti e i loro alleati hanno optato per la guerra contro l’Iraq, che non aveva  alcuna arma nucleare, mentre scelgono la diplomazia con la Corea del Nord, che invece possiede testate nucleari.

Se eravate un nostro mullah di Teheran, non avreste voluto che l’Iran possedesse la bomba – o, come minimo, una  “latenza nucleare” (cioè la capacità e la tecnologia di costruire rapidamente un’arma nucleare se minacciati di essere attaccati)?

Diciamolo chiaramente: non c’è ancora alcuna prova concreta sul fatto che l’Iran stia costruendo una bomba. L’ultimo rapporto dell’AIEA, nonostante il suo molto discusso riferimento alle “possibili dimensioni militari del programma nucleare iraniano“, ammette anche che i suoi ispettori continuano “a verificare la non diversione del materiale nucleare dichiarato negli  impianti nucleari [dell’Iran] “. I leader della Repubblica islamica – dal leader supremo, l’ Ayatollah Khamenei, al roboante presidente Mahmoud Ahmadinejad – sostengono che il loro obiettivo è solo quello di sviluppare un programma nucleare civile e non la costruzione di bombe atomiche.

Tuttavia, non sarebbe razionale per l’Iran – geograficamente circondato, politicamente isolato, e sentendosi minacciato –  volere il proprio arsenale di armi nucleari, a scopo difensivo e deterrente?Il Nuclear Posture Review del governo statunitense ammette che queste armi hanno un “ruolo fondamentale nel dissuadere potenziali avversari” e mantenere la “stabilità strategica” con le altre potenze nucleari. Nel 2006, il ministro della Difesa del Regno Unito ha affermato che il nostro deterrente nucleare strategico è stato progettato per “scoraggiare e prevenire il ricatto nucleare e gli atti di aggressione contro i nostri interessi vitali che non possono essere neutralizzati con altri mezzi“.

Come ha osservato George Perkovich, principale analista della politica nucleare degli Stati Uniti: “Il governo degli Stati Uniti non ha mai pubblicamente e oggettivamente valutato le motivazioni dei leader iraniani per la ricerca di armi nucleari e cosa gli Stati Uniti e altri potrebbero fare per rimuovere quelle motivazioni“. Invece, la Repubblica Islamica viene liquidata come irrazionale e megalomane.

Ma non sono solamente i leader iraniani a non essere disposti a fare marcia indietro sulla questione nucleare. Martedì scorso, circa 1.000 studenti iraniani hanno formato una catena umana attorno all’impianto di Isfahan, cantando “Morte all’America” e “Morte a Israele“. La loro protesta potrebbe essere stata organizzata dalle autorità, ma anche i dirigenti e i membri del Movimento Verde dell’ opposizione tendono a sostenere il programma iraniano di arricchimento dell’uranio. Secondo un sondaggio del 2010 condotto dall’ Università del Maryland, il 55% degli iraniani sono favorevoli al perseguimento da parte del loro paese del nucleare e, incredibilmente, il 38%  supporta la costruzione di una bomba nucleare.

Quindi che si deve fare? Le sanzioni non hanno funzionato e non funzioneranno. Gli iraniani non accettano compromessi su quello che ritengono essere un loro “inalienabile” diritto al nucleare sotto l’ambito del Trattato di non proliferazione. L’azione militare, come ha ammesso la settimana scorsa il segretario alla Difesa Leon Panetta , potrebbe avere “conseguenze indesiderate“, tra cui una reazione contro ” le forze Usa nella regione“. La minaccia di un attacco indurirà solamente la determinazione per un deterrente nucleare; la belligeranza fa crescere belligeranza.

Il semplice fatto è che non c’è alternativa alla diplomazia, non importa quanto aggressivi o paranoici possano sembrare i leader iraniani agli occhi degli occidentali. Se si vuole evitare che l’ Iran si doti delle armi nucleari, i politici americani devono ridurre la loro minacciosa retorica e affrontare la reale e razionale percezione, per le strade di Teheran e di Isfahan, dell’ America e di Israele come una minaccia militare per la Repubblica islamica. Gli iraniani sono timorosi, nervosi, stanno sulla difensiva – e, come mostra la mappa del Medio Oriente, forse non hanno tutti i torti. Come recita il vecchio adagio: “solo perchè sei paranoico non vuol dire che loro non sono davvero là fuori a cercarti“.

LINK:  If you lived in Iran, wouldn’t you want the nuclear bomb?

Di: Coriintempesta

War Tour: partenze e arrivi

di: Manlio Dinucci

Al Pentagono lo chiamano «repositioning», riposizionamento di forze militari. È il grande Tour della guerra, le cui località preferite sono in Asia e Africa. In partenza dall’Iraq le truppe Usa. Immanuel Wallerstein la definisce «una sconfitta paragonabile a quella subita in Vietnam», perché i «leader politici iracheni hanno costretto gli Stati uniti a ritirare le truppe» e «il ritiro è stato una vittoria per il nazionalismo iracheno». Secondo lui, dopo due guerre, l’embargo e otto anni di occupazione che hanno provocato milioni di morti ed enormi distruzioni, l’Iraq ne esce più forte e indipendente, se riesce a imporre la sua volontà alla maggiore potenza mondiale. Ben diversi i fatti.

Durante l’occupazione, la Cia e il Dipartimento di stato hanno lavorato in profondità per «una soluzione politica in Iraq basata sul federalismo», secondo l’emendamento fatto passare in senato nel 2007 dall’attuale vicepresidente Joe Biden. Esso prevede «il decentramento dell’Iraq in tre regioni semi-autonome: curda, sunnita e sciita», con un «limitato governo centrale a Baghdad». Il «decentramento», ossia la disgregazione dello stato unitario, è già in atto nel basilare settore energetico, con i poteri locali che fanno accordi diretti con le multinazionali, tra le quali dominano quelle statunitensi. E le truppe Usa che lasciano l’Iraq non tornano a casa, ma vengono in gran parte «riposizionate» in altri paesi del Golfo, dove già gli Usa hanno un contingente di 40mila uomini, 23mila dei quali in Kuwait, sostenuto da potenti forze navali ed aeree.

Per di più, negli Emirati arabi uniti, sta nascendo un esercito segreto a disposizione del Pentagono e della Cia. «Questa robusta presenza militare in tutta la regione prova che il nostro impegno verso l’Iraq continua», assicura Hillary Clinton. Il piano prevede di potenziare militarmente le monarchie della regione, creando una sorta di «Nato del Golfo». E servirsene anche in Africa, come già avvenuto con la partecipazione del Qatar e degli Emirati alla guerra di Libia, mentre truppe irachene parteciperanno nel 2012 in Giordania all’esercitazione regionale anti-guerriglia Eager Lion. È il nuovo modo di fare la guerra – sostengono a Washington – testato dall’operazione in Libia, che ha dimostrato come, senza inviare truppe e subire perdite, «i leader di alcune potenze di media grandezza possono essere rovesciati a distanza», usando armi aeree e navali e facendo assumere il peso maggiore agli alleati. Tra questi i nuovi leader libici che, secondo fonti attendibili, hanno proposto alla Nato di creare in Libia una grande base militare permanente. Il piano, deciso in realtà a Washington, prevede la presenza di 15-20mila militari, di cui circa 12mila europei, con ingenti forze aeree e navali. Essenziali per la «sicurezza interna» e a disposizione per altre guerre contro l’Iran e la Siria.

Ne sarà contento Uri Avnery, che ha «benedetto» la guerra della Nato in Libia, sostenendo però che «la Libia si è liberata da sola». E Farid Adly, convinto che «la bandiera di re Idris, quella dell’indipendenza, non è un sintomo di ritorno al passato», sarà soddisfatto di vederla sventolare su una nuova grande base straniera, che sostituirà quella di Wheelus Field concessa agli Usa dall’illuminato re Idris, ma chiusa dal tirannico Gheddafi.

IlManifesto

Un’altra vittoria del War Party

di: Manlio Dinucci

Il War Party (WP), il partito transnazionale della guerra, ha iscritto nel suo albo d’oro un altro successo: la guerra di Libia. Decisa dalla Cupola del potere – il massimo organo dirigente la cui composizione è segreta, ma di cui, si sa, fanno parte i delegati dei più influenti gruppi multinazionali e finanziari e dell’apparato militare-industriale – è stata magistralmente condotta dalla Segreteria transnazionale, fomentando e armando la dissidenza interna (attraverso agenti segreti e commandos infltrati) così da farla apparire una «rivoluzione». Il segretario generale del WP, Barack Obama, sottolineando che «la morte di Gheddafi dimostra la giustezza del nostro ruolo nel proteggere il popolo libico», annuncia che in tal modo «abbiamo rinnovato la leadership americana nel mondo». Washington ha messo «una maschera europea sul comando dell’operazione», spiegano funzionari dell’amministrazione, ma sono stati gli Usa «la spina dorsale dell’operazione Nato», fornendo agli alleati intelligence, rifornimento dei caccia in volo e bombe a guida di precisione. In questa guerra – sottolinea il vice di Obama, Joseph Biden – «non abbiamo perso una sola vita»: quindi, più di quelle del passato, essa indica «come comportarci col mondo mentre andiamo avanti».

L’operazione in Libia, spiegano i funzionari, prova che «i leader di alcune potenze di media grandezza possono essere rovesciati a distanza», senza invio di truppe sul terreno, usando armi aeree e navali e facendo assumere agli alleati, in questo caso europei e arabi, il «peso maggiore» dell’operazione. Indubbio è il merito dei membri della Segreteria del WP, soprattutto il francese Sarkozy. Dopo la «normalizzazione» con la Libia, egli fu il primo ad accogliere Gheddafi con tutti gli onori a Parigi nel dicembre 2007 (un anno e mezzo prima che Berlusconi lo ricevesse a Roma), stipulando un accordo da 10 miliardi di euro per fornire alla Libia centrali nucleari e impegnando la Libia a negoziati esclusivi con la Francia per l’acquisto di armamenti, tra cui caccia Rafale. Poco più di tre anni dopo, sono stati invece i Rafale francesi ad attaccare la Libia, quando la Cupola del potere ha deciso che il modo migliore per sfruttare le risorse libiche non erano gli accordi ma la guerra. Lo scorso marzo, un figlio di Gheddafi dichiarò che la Libia aveva contribuito a finanziare la campagna elettorale di Sarkozy e di averne le prove. Si capisce quindi perché il presidente francese abbia definito l’uccisione di Gheddafi una «tappa importante». Meritorio anche il ruolo della sezione italiana del WP: dopo aver stracciato il trattato di non-aggressione, il governo Berlusconi ha partecipato alla guerra con basi, navi e aerei, che hanno effettuato oltre 1.100 raid.

E nello stesso giorno in cui Gheddafi veniva ucciso, la marina militare annunciava di aver ripristinato le strutture Eni per lo sfruttamento del gas libico e Finmeccanica riapriva, in Libia, lo stabilimento elicotteristico AgustaWestland. Mentre l’attivista di «sinistra» del WP Bersani spiega che «la missione in Libia rientra nella nostra Costituzione, perché l’art. 11 ripudia la guerra ma non l’uso della forza per ragioni di giustizia». E il presidente Napolitano assicura che «non siamo entrati in guerra».

IlManifesto.it

Libia: il ritorno del colonialismo

Articolo inviato al blog
di: Salvatore Santoru

Considerazioni sull’uccisione di Gheddafi e dintorni

L’obiettivo (seppur non dichiarato e sempre negato) della NATO e del Cnt è stato raggiunto. Gheddafi è morto. Gheddafi è stato ucciso. La sua morte ha certamente una forte valenza simbolica. Il Colonnello,nonostante tutte le contraddizioni e le ambiguità in questi 42 anni, era pur sempre un’icona della decolonizzazione, dell’indipendenza e del riscatto dell’ Africa nella lotta contro i potentati occidentali. Dopo la rivoluzione repubblicana del 1969    contro la monarchia di Re Idris, ritenuto fantoccio delle multinazionali occidentali, le basi militari inglesi e statunitensi vennero chiuse e le proprietà petrolifere (durante il regno di Idris in mano a poche compagnie angloamericane) nazionalizzate. Questo fatto non è mai stato digerito dall’Occidente imperialista, così come il sostegno dato dal “Rais” alle lotte di liberazione nel continente,tra le quali va menzionata quella in Sudafrica contro l’apartheid razzista sostenuto e finanziato dal “mondo libero”. Anche negli ultimi tempi,nonostante fosse presentato come  un fedele alleato dei paesi occidentali, Gheddafi era ritenuto non pienamente affidabile da essi (ed essi  intanto stavano  preparando la guerra già da anni). Costituiva ancora una “minaccia” ai loro interessi e tutti quei proclami per l’Africa unita e indipendente che facevano concorrenza al progetto neocolonialista Africom non andavano bene.E così, approfittando della “primavera araba” (arrivata in qualche modo anche in Libia) e dei disordini di quel febbraio(quando in Egitto e Tunisia i popoli in rivolta cacciavano i tiranni fantocci dell’imperialismo)gli strateghi della NATO hanno colto in peno  l’attimo fuggente, innescando una guerra civile usata come pretesto per l’ intervento militare,ormai giunto al suo settimo mese. Ora la “missione” è ufficialmente finita ,dicono i “vincitori”.Adesso è il momento di “ricostruire” dopo aver saccheggiato (business più business e ancora business) garantendo l’occupazione militare,a quanto pare fondamentale per una sana “democrazia petroliera”(ovvero le multinazionali dei paesi vincitori  hanno il diritto di sfruttare le risorse in modo libero e uguale).Intanto grazie alla conquista della Libia,un’altro pezzo è stato aggiunto al  grosso puzzle e mentre  la  vittoria  viene annunciata dai messaggeri dell’Impero demopetromonarchico (dal Quatar agli USA) Obama (il “pacifista” che ama la guerra)e gli altri compagni di conquiste (senza dimenticare i loro padroni militari,industriali e banchieri che formano la cupola dell’Impero occidentale) si trova/no impegnati ad aggredire la Somalia e il Burundi, altri pezzi fondamentali per ricostruire l’Africa che fu: colonia da sfruttare a piacimento da parte di avidi criminali senza scrupolo che hanno costituito e costituiscono  il capitalismo occidentale in versione coloniale. La morte di Gheddafi(lasciando stare in questa sede i giudizi sul suo operato) simbolicamente rappresenta la fine di un’epoca e l’inizio di una “nuova era”:il ritorno del colonialismo in Libia e in Africa.