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Tag: Cina

Il vento dell’Est temuto dagli Usa

di: Manlio Dinucci

cinaIl summit «informale» tra il presidente Obama e il presidente cinese Xi Jinping, il 7-8 giugno in California, sarà trasmesso in mondovisione secondo la sceneggiatura washingtoniana della calda atmosfera familiare, condita di sorrisi e facezie. Ma, spente le telecamere, i toni cambieranno. Sul tappeto ci sono molte questioni scottanti. Gli Usa, al primo posto mondiale negli investimenti diretti esteri (Ide), hanno investito oltre 55 miliardi di dollari in Cina (prima destinazione mondiale degli Ide), dove le multinazionali statunitensi hanno sempre più delocalizzato la loro produzione manifatturiera, gran parte della quale viene reimportata negli Usa. In tal modo però gli Stati uniti hanno contratto con la Cina un deficit commerciale che nel 2012 ha superato i 315 miliardi di dollari, 20 in più rispetto al 2011. Leggi Tutto…

Uno scudo missilistico Usa per proteggere il Pacifico

di: Maurizio Molinari

Il Pentagono: servirà contro la Corea del Nord. Gli esperti: l’obiettivo è la Cina

NEW YORK – Tre potenti radar X-Band in Giappone e nelle Filippine, navi antimissile Aegis nel Mar del Sud della Cina e silos con intercettori in Sud Corea o in Australia: è la radiografia dello scudo anti-balistico che il Pentagono sta realizzando in Estremo Oriente con l’intento dichiarato di proteggere gli alleati dai midssili nordcoreani anche se il risultato sarà di contenere la corsa agli armamenti della Cina.

A svelare i piani del ministro della Difesa, Leon Panetta, è la decisione di installare in un’imprecisata isola del Giappone meridionale un radar X-Band, in grado di intercettare e seguire i vettori balistici, aggiungendolo a quello analogo già operativo nella prefettura di Aomori, nel nord del Giappone, dal 2006. Se a ciò si aggiunge che, secondo il «Wall Street Journal», Panetta sta discutendo con il governo di Manila l’installazione di un terzo radar con le stesse caratteristiche si arriva a comprendere il progetto di creare un sistema in grado di intercettare qualsiasi missile in partenza dalla Nord Corea.

Se gli X-Band riescono a «seguire» i missili poi per eliminarli servono gli intercettori e le mosse di Panetta suggeriscono il dispiegamento in Estremo Oriente degli stessi armamenti adoperati nell’Europa del Sud-Est per fronteggiare il rischio dei missili iraniani ovvero le navi anti-missile Aegis, già di stanza nello specchio di mare fra Sud Corea e Giappone, e gli intercettori basati a terra.

Quest’ultimo al momento è il tassello mancante ma poiché gli Usa preferiscono posizionarli sul territorio di stretti alleati i candidati naturali sono Corea del Sud e Australia, in quanto il Giappone già ospita i radar. A conferma di tale direzione di marcia ci sono i documenti del Centro studi del Congresso di Washington secondo cui il Pentagono vuole portare a 36 le navi Aegis in servizio – con un aumento di 10 unità – stanziandone il 60 per cento nello scacchiere di Asia-Pacifico. L’Us Air Force sta invece costruendo sei «Thaad», aerei in grado di lanciare intercettori da alta quota, che potrebbero operare dalla base americana di Guam. Sebbene i portavoci del Pentagono ribadiscano che il nascituro scudo anti-missile asiatico punta a «neutralizzare le minacce della Nord Corea» gli scarsi risultati ottenuti da Pyongyang nei quattro tentativi finora svolti di lanciare un missile intercontinentale – dal 1998 all’aprile scorso – portano a dire che il disegno strategico sia tutt’altro. «Se gli americani si schierano nell’Asia dell’Sud-Est l’intenzione è di contrastare lo sviluppo del sistema missilistico cinese» osserva Richard Bitzinger, docente di strategia alla Nanyang Technological University di Singapore.

Il riferimento non è solo allo schieramento da parte di Pechino di circa 1200 missili a corto raggio lungo le coste che fronteggiano l’isola nazionalista di Taiwan ma anche allo sviluppo da parte della Marina cinese di vettori anti-nave capaci di colpire un’unità in navigazione a 1500 km dalla costa. Tali vettori costituiscono la maggiore minaccia per il rafforzamento dello schieramento navale Usa in Estremo Oriente di cui Panetta e il Segretario di Stato Hillary Clinton hanno discusso nei recenti viaggi nella regione. «Sebbene il Pentagono parli di Nord Corea la realtà è che lo sguardo è rivolto alla Cina» riassume Steven Hildreth, esperto missilistico del Centro di ricerche del Congresso.

La necessità è di proteggere le unità della Settima Flotta dell’Us Navy, destinate ad aumentare di numero, con un sistema antimissile pressoché identico a quello di cui la Nato ha annunciato il dispiegamento in Europa. Le contromosse di Pechino, per Bitzinger, potrebbero portare ad «acquistare in fretta sistemi d’arma più sofisticati». «E’ prevedibile che Pechino reagisca con allarme, perché una delle conseguenze dello scudo è di aumentare la protezione di Taiwan», concorda Jeffrey Lewis, direttore del Centro di non-proliferazione di Monterey in California.

LINK: LaStampa.it

Imperialismo olimpionico

di: Manlio Dinucci

Tra le squadre alle Olimpiadi di Londra ce n’è una multinazionale, formata da giornalisti che, allenati da coach politici, eccellono in tutte le discipline della falsificazione. La medaglia d’oro va ai britannici, primi nello screditare gli atleti cinesi, descritti come «imbroglioni, scherzi di natura, robot». Un secondo dopo che la nuotatrice Ye Shiwen ha vinto, la Bbc ha insinuato il dubbio del doping. Il Mirror parla di «brutali fabbriche di addestramento», in cui gli atleti cinesi vengono «costruiti come automi» con tecniche «ai limiti della tortura», e di «atleti geneticamente modificati». La medaglia d’argento va al Sole 24 Ore che, tramite l’inviata Colledani, descrive così gli atleti cinesi: «La stessa faccia squadrata, la stessa concentrazione militaresca, fotocopia l’uno dell’altro, macchine senza sorriso, automi senza eroismo», creati da una catena di montaggio che «sforna ragazzini come bulloni», costringendoli alla scelta «piuttosto che fame e povertà, meglio disciplina e sport».

C’è nostalgia a Londra dei bei tempi andati, quando nell’Ottocento i cinesi venivano «scientificamente» descritti come «pazienti, ma pigri e furfanti»; quando gli imperialisti britannici inondavano la Cina col loro oppio, dissanguandola e asservendola; quando, dopo che le autorità cinesi ne proibirono l’uso, la Cina fu costretta con la guerra a cedere alle potenze straniere (tra cui l’Italia) parti del proprio territorio, definite «concessioni»; quando all’entrata del parco Huangpu, nella «concessione» britannica a Shanghai, c’era il cartello «Vietato l’ingresso ai cani e ai cinesi». Liberatasi nel 1949, la nuova Cina, non essendo riconosciuta dagli Usa e dai loro alleati, venne di fatto esclusa dalle Olimpiadi, alle quali poté partecipare solo nel 1984. Da allora è stato un crescendo di successi sportivi. Non è però questo a preoccupare le potenze occidentali, ma il fatto che la Cina sta emergendo come potenza in grado di sfidare il predominio dell’Occidente su scala globale. Emblematico che perfino le uniformi della squadra Usa alle Olimpiadi siano made in China.

Dal 2014 saranno usate solo quelle made in America, ha promesso il Comitato olimpico Usa, organizzazione «non profit» finanziata dalle multinazionali. Che, con le briciole di quanto ricavano dallo sfruttamento delle risorse umane e materiali di Asia, Africa e America latina, finanziano il reclutamento di atleti da queste regioni per farli gareggiare sotto la bandiera a stelle e strisce. La Cina invece considera «lo sport come una guerra senza uso di armi», accusa il Mirror. Ignorando che la bandiera olimpica è stata issata da militari britannici, che hanno usato le armi nelle guerre di aggressione. La Cina è l’ultima ad avere «atleti di stato», accusa Il Sole 24 Ore. Ignorando che, dei 290 olimpionici italiani, ben 183 sono dipendenti statali in veste di membri delle forze armate, poiché solo queste (per una precisa scelta politica) gli permettono di dedicarsi a tempo pieno allo sport. Una militarizzazione dello sport, che il ministro Di Paola chiama «binomio sport-vita militare, fondato su un’etica condivisa, caratteristica dell’appartenenza ad un corpo militare così come ad un gruppo sportivo». Allora quella contro la Libia non è stata una guerra, ma l’allenamento per le Olimpiadi.

IlManifesto.it

Conversazioni con Fidel Castro: Hiroshima e i pericoli di una guerra nucleare

di: Fidel Castro Ruz e Michel Chossudovsky

Questo testo è stato originariamente pubblicato nel novembre 2010

Nota introduttiva

Dal 12 al 15  ottobre 2010, ho avuto approfondite e dettagliate conversazioni con Fidel Castro a L’Avana, riguardanti i pericoli di una guerra nucleare, la crisi economica globale e il carattere del Nuovo Ordine Mondiale. Questi incontri hanno portato ad una ampia e fruttuosa intervista.

La prima parte di questa intervista, pubblicata da Global Research e da CubaDebate, è focalizzata sui pericoli di una guerra nucleare.

Il mondo è a un bivio pericoloso. Abbiamo raggiunto un  punto di cruciale importanza nella nostra storia.

Questa intervista con Fidel Castro fornisce una comprensione della natura della guerra moderna:  se venisse avviata un’operazione militare contro la Repubblica islamica dell’Iran, gli Stati Uniti e i suoi alleati potrebbero non essere in grado di vincere una guerra convenzionale ed esiste la possibilità che questa guerra si evolva verso una guerra nucleare.

I dettagli degli attuali preparativi della guerra all’Iran sono stati sottratti all’opinione pubblica.

Come affrontare la diabolica e assurda tesi, portata avanti dall’amministrazione statunitense, che l’uso di armi nucleari tattiche contro l’Iran  “renderà il mondo un posto più sicuro”?

Un concetto centrale portato avanti da Fidel Castro nell’intervista è la “Battaglia delle Idee“. Il leader della Rivoluzione cubana ritiene che solo una profonda” Battaglia delle Idee” possa cambiare il corso della storia del Mondo. L’obiettivo è quello di prevenire l’impensabile, ovvero una guerra nucleare che minaccia di distruggere la vita sulla terra.

I media corporativi sono coinvolti in atti di camuffamento. Gli effetti devastanti di una guerra nucleare vengono o sottovalutati o non affatto menzionati. In questo contesto, il messaggio di Fidel al mondo deve essere ascoltato; tutti, a livello nazionale e internazionale, dovrebbero capire la gravità della situazione attuale e agire con forza a tutti i livelli della società per invertire la marea della guerra.

La “Battaglia delle Idee” fa parte di un processo rivoluzionario. Contro una raffica di disinformazione dei media, la volontà di Fidel Castro è quella di diffondere la parola in lungo e in largo, per informare l’opinione pubblica mondiale, per poter “rendere possibile l’impossibile“, per contrastare un’avventura militare che, nel vero senso della parola, minaccia il futuro dell’umanità.

Quando una guerra nucleare, sponsorizzata dagli USA, diventa uno “strumento di pace“, condonata e accettata dalle istituzioni mondiali e dalle più alta autorità, comprese le Nazioni Unite, non si può più tornare indietro: la società umana è stata precipitata a capofitto sul sentiero dell’ auto – distruzione. 

La “Battaglia delle Idee” di Fidel si deve tradurre in un movimento mondiale. La gente deve mobilitarsi contro questa diabolica agenda militare.

Questa guerra può essere evitata se i popoli fanno pressioni sui loro governi e rappresentanti eletti, si organizzano a livello locale nelle città, nei villaggi e nei comuni, diffondono la parola, informano i loro concittadini in merito alle implicazioni di una guerra termonucleare, avviano un dibattito e una discussione all’interno delle forze armate .

Quello che serve è un movimento di massa di persone che contestino con forza la legittimità della guerra, un movimento globale di persone che criminalizzi la guerra.

Nel suo discorso del 15 ottobre, Fidel Castro ha avvertito il mondo riguardo i pericoli di una guerra nucleare:

Ci sarebbe un” danno collaterale “, come  affermano sempre i leader politici e militari statunitensi, per giustificare la morte di persone innocenti. In una guerra nucleare il ” danno collaterale “sarebbe la vita di tutta l’umanità. Dobbiamo avere il coraggio di proclamare che tutte le armi nucleari e convenzionali, tutto ciò che viene utilizzato per fare la guerra, deve sparire! “

La “Battaglia delle Idee” consiste nell’affrontare i criminali di guerra che occupano posizioni di rilievo, nello spezzare il consenso guidato a favore di una guerra globale, nel cambiare la mentalità di centinaia di milioni di persone, nel condurre ad una abolizione delle armi nucleari. In sostanza, la “Battaglia delle Idee” consiste nel ristabilire la verità e porre le fondamenta della pace nel mondo.

Michel Chossudovsky, Global Research, Center for Research on Globalization (CRG),

Montreal -Hiroshima Day, 6 agosto 2012 – Montreal – Remembrance Day, 11 novembre 2010.

CONVERSAZIONI

Professor Michel Chossudovsky: Sono molto onorato di avere questa opportunità di scambiare opinioni sulle diverse questioni fondamentali che riguardano la società umana nel suo insieme. Penso che il concetto che Lei ha sollevato nei suoi recenti testi, relativo alla minaccia contro l’Homo sapiens, sia fondamentale. Qual è questa minaccia, il rischio di una guerra nucleare e la minaccia per gli esseri umani, all’ Homo sapiens?

Comandante in Capo Fidel Castro Ruz: Da parecchio tempo, direi anni, ma in particolare da alcuni mesi, ho cominciato a preoccuparmi per l’imminenza di una probabile e pericolosa guerra che possa rapidamente evolversi verso una guerra nucleare. Prima di allora avevo concentrato tutti i miei sforzi sull’analisi del sistema capitalistico in generale e dei metodi che la tirannia imperiale ha imposto all’umanità. Gli Stati Uniti applicano al mondo la violazione dei principali diritti fondamentali.

Durante la Guerra Fredda, nessuno parlava della guerra, cosi come delle armi nucleari. Si parlava di una pace apparente, vale a dire quella tra l’URSS e gli Stati Uniti garantita dal famoso MAD (Mutual Assured Destruction, Distruzione Mutua Assicurata) . Sembrava che il mondo avrebbe goduto dei piaceri di una pace che sarebbe durata per un tempo illimitato.

Michel Chossudovsky: … Questo concetto di ” Distruzione Mutua Assicurata” si è concluso con la guerra fredda e ha portato quindi alla ridefinizione della dottrina nucleare , dato che, in realtà, non abbiamo mai pensato a una guerra nucleare durante la Guerra Fredda. Beh, ovviamente, c’era un pericolo, come affermò anche Robert McNamara ad un certo punto. Ma, dopo la Guerra Fredda e in particolare dopo l’11 settembre [2001], la dottrina nucleare americana cominciò ad essere riformulata.

Fidel Castro Ruz:  Lei mi ha chiesto quando è stato che siamo venuti a conoscenza del rischio imminente di una guerra nucleare e questo risale al periodo di cui ho parlato di in precedenza, appena sei mesi fa. Una delle cose che maggiormente ha richiamato la nostra attenzione per quanto riguarda un pericolo di guerra, è stato l’affondamento della Cheonan durante una manovra militare.  Era il fiore all’occhiello della Marina sudcoreana, una nave estremamente sofisticata. Fu in quei giorni che trovammo su GlobalReasearch un articolo che offriva una informazione chiara e veramente coerente riguardo l’affondamento della Cheonan, che non poteva essere opera di un sottomarino che era stato prodotto dall’ Unione Sovietica più di sessanta anni fa , il quale aveva a bordo una tecnologia obsoleta e che non richiedeva apparecchiature sofisticate per poter essere intercettato dalla Cheonan, durante una manovra congiunta con le navi più moderne degli Stati Uniti. La provocazione nei confronti della Repubblica democratica di Corea si sommava alle nostre precedenti preoccupazioni riguardo un’aggressione contro l’Iran. Abbiamo seguito attentamente il processo politico in quel paese. Conoscevamo perfettamente quanto accaduto durante gli anni ’50, quando l’Iran nazionalizzò le attività della British Petroleum, che all’epoca si chiamava Anglo Persian Oil Company. A mio parere, le minacce contro l’Iran divennero imminenti nel mese di giugno [2010], dopo l’adozione della risoluzione 1929 del 9 giugno 2010, quando il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite condannò l’Iran per le sue ricerche e  produzione di piccole quantità  di uranio arricchito al 20 per cento, accusandolo di essere una minaccia per il mondo. La posizione adottata da ogni singolo membro del Consiglio di Sicurezza è nota: 12 Stati membri hanno votato a favore (cinque di essi avevano il diritto di veto), uno si è astenuto e Brasile e Turchia hanno votato contro. Poco dopo che la risoluzione venne adottata – la più aggressiva di tutte le risoluzioni – una portaerei degli Stati Uniti in assetto da combattimento, oltre a un sottomarino nucleare, attraversarono, con l’aiuto del governo egiziano, il Canale di Suez. Si unirono poi le unità navali di Israele , dirigendosi verso il Golfo Persico e nei mari vicino l’ Iran. Le sanzioni imposte dagli Stati Uniti e dai loro alleati della NATO contro l’Iran erano assolutamente illegali e ingiuste. Non riesco a capire il motivo per cui la Russia e la Cina non posero il veto a quella pericolosa risoluzione 1929 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. A mio parere, questo ha terribilmente complicato la situazione politica e ha posto il mondo sull’orlo della guerra. Mi ricordo di precedenti attacchi israeliani contro i centri di ricerca nucleare arabi . Prima attaccarono e distrussero quello in Iraq nel giugno 1981. Non chiesero il permesso a nessuno, non parlarono con nessuno. Semplicemente attaccarono e gli iracheni dovettero sopportare i colpi. Nel 2007 fecero lo stesso contro un centro di ricerca che si stava costruendo in  Siria. C’è qualcosa in questo episodio che davvero non capisco: quello che non mi era chiaro erano le tattiche di base e le ragioni per cui la Siria non denunciò l’attacco israeliano contro quel centro di ricerca in cui, senza dubbio, stavano facendo qualcosa, stavano lavorando su qualcosa per la quale, come è noto,  ricevevano una certa cooperazione da parte della Corea del Nord. Quella era una cosa legale e non si stava commettendo alcuna violazione. Lo dico qui e voglio essere molto onesto: non capisco perché questo non venne denunciato, perché, a mio parere,  sarebbe stato importante. Si tratta di due precedenti molto importanti. Credo che ci siano molte ragioni per pensare che cercheranno di fare lo stesso contro l’Iran: distruggere i suoi centri di ricerca o centri di generazione di energia del paese. Come è noto, i residui dell’uranio della generazione di energia sono la materia prima per produrre plutonio.

Michel Chossudovsky: E’ vero che la risoluzione del Consiglio di Sicurezza sta in qualche modo contribuendo ad annullare il programma di cooperazione militare che Russia e la Cina hanno con l’Iran, in particolare la Russia collabora con l’Iran nel contesto del sistema di difesa aerea fornendogli il suo Sistema S-300. Ricordo che appena dopo la decisione del Consiglio di Sicurezza, con l’avvallo di Cina e Russia, il ministro degli esteri russo disse: “Beh, abbiamo approvato la risoluzione, ma non abbiamo intenzione di invalidare la nostra cooperazione militare con l’Iran”. Era il mese di giugno. Ma pochi mesi dopo, Mosca ha confermato che la cooperazione militare [con l’Iran] stava per essere bloccata, così ora l’Iran sta affrontando una situazione molto grave, perché ha bisogno di tecnologia russa per mantenere la sua sicurezza, ossia il suo sistema [S-300] di difesa aerea. Ma penso che tutte le minacce contro  Russia e la Cina siano finalizzate ad impedire ai due paesi di farsi coinvolgere nella questione Iran. In altre parole, se c’è una guerra con l’Iran, le altre potenze, ovvero la Cina e la Russia, non interverranno in alcun modo;  congeleranno la loro cooperazione militare con l’Iran e quindi questo è un modo [per gli Stati Uniti e la NATO] di estendere la loro guerra in Medio Oriente senza che vi sia un confronto con Cina e Russia. Credo che, più o meno, sia questo lo scenario in questo momento. Ci sono molteplici tipi di minacce dirette contro la Russia e la Cina. Il fatto che i confini della Cina siano militarizzati- il Mar del Sud della Cina, il Mar Giallo, il confine con l’Afghanistan, e anche lo Stretto di Taiwan- è in qualche modo una minaccia per dissuadere Cina e Russia dal giocare il ruolo di potenze nella geopolitica mondiale, aprendo così la strada e persino la creazione di consenso verso una guerra contro l’Iran che si trova ora col suo sistema di difesa aerea indebolito [Con il congelamento dell’ accordo di cooperazione militare con la Russia]. L’Iran è una “anatra seduta” dal punto di vista della sua capacità di difendersi utilizzando il suo sistema di difesa aerea.

Fidel Castro Ruz: A mio modesto e sereno parere, sulla risoluzione sarebbe dovuto essere stato posto il veto. Perché, sempre secondo me, questo ha, in diversi modi, reso tutto più complicato. Militarmente, a causa di quello che Lei sta spiegando, ad esempio, col fatto che esisteva un’impegno e che era stato firmato con l’Iran un contratto per la fornitura del sistema S-300, che sono, prima di tutto, armi anti-aeree molto efficaci. Poi ci sono altre cose riguardanti le forniture di carburante, che sono molto importanti per la Cina, in quanto quest’ultimo è il paese con la più alta crescita economica. La sua economia in crescita genera una sempre maggiore domanda di petrolio e di gas. Anche se ci sono accordi con la Russia per le forniture, i cinesi stanno anche sviluppando l’energia eolica e altre forme di energia rinnovabile. Hanno inoltre enormi riserve di carbone e l’ energia nucleare non crescerà molto, solo circa il 5% per molti anni. In altre parole, la necessità di gas e petrolio per l’economia cinese è enorme e non riesco a immaginare, davvero, come saranno in grado di ottenere tutta questa energia e a quale prezzo, se il paese dove hanno importanti investimenti viene distrutto dagli Stati Uniti. Ma il rischio peggiore è la natura stessa di questa guerra in Iran. L’Iran è un paese musulmano che ha milioni di combattenti addestrati e che sono fortemente motivati. Ci sono decine di milioni di persone che si stanno formando militarmente, vengono educati e preparati politicamente, uomini e donne. Ci sono milioni di combattenti addestrati e determinati a morire. Queste sono persone che non si faranno intimidire. Poi ci sono gli afghani, che stanno venendo uccisi dai droni americani, ci sono i pakistani, gli iracheni, che hanno visto uno- due milioni di connazionali morire a causa della guerra antiterrorismo inventata da Bush. Non si può vincere una guerra contro il mondo musulmano, è pura follia.

Michel Chossudovsky: Questo è vero, le loro forze convenzionali sono imponenti, l’Iran può mobilitare in un solo giorno diversi milioni di soldati, dispiegati al confine con l’Afghanistan e l’Iraq. E anche se ci fosse una guerra lampo, gli Stati Uniti non possono evitare una guerra convenzionale condotta molto vicino alle sue basi militari nella regione.

Fidel Castro Ruz: Il fatto è che gli Stati Uniti questa guerra convenzionale la perderebbero. Il problema è che nessuno può vincere una guerra convenzionale contro milioni di persone. Questi non concentrerebbero le loro forze in gran numero in un unico luogo per farsi uccidere dagli americani. Beh, ero un guerrigliero e ricordo che ho dovuto pensare seriamente a come utilizzare le forze che avevamo a disposizione e mai avrei commesso l’errore di concentrarle in un unico luogo, perché più sono concentrate, maggiori saranno le vittime causate da armi di distruzione di massa ….

Michel Chossudovsky: Come accennato in precedenza, una questione della massima importanza: la decisione della Russia e della Cina nel Consiglio di Sicurezza, il loro sostegno alla risoluzione 1929, è infatti nociva anche per loro, perché, in primo luogo, la Russia non ha la possibilità di esportare le armi, congelando cosi la sua principale fonte di reddito. L’Iran è stato uno dei principali clienti e acquirenti di armi russe ed era un’importante fonte di reddito in valuta che sosteneva l’economia dei beni di consumo della Russia, coprendo così le esigenze della sua popolazione. D’altro canto, la Cina ha bisogno, come menzionato, di accesso alle fonti di energia. Il fatto che Cina e Russia abbiano accettato l’accordo al Consiglio di sicurezza dell’ONU, equivale a dire: “Accettiamo che si uccida la nostra economia e, in qualche modo, i nostri accordi commerciali con un paese terzo“.Questo è molto grave perché questa [la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU] non rappresenta solo un danno per l’Iran, ma danneggia anche questi due paesi e, suppongo, anche se non sono un politico, che ci devono essere divisioni enormi all’interno della leadership, sia in Russia e in Cina, perché questo accada, perchè la Russia accetti di non usare il suo potere di veto nel Consiglio di Sicurezza. Ho parlato con i giornalisti russi, i quali mi hanno riferito che quello non era esattamente un accordo all’interno del governo, era più una linea guida. Ma ci sono persone nel governo con un diverso punto di vista per quanto riguarda gli interessi della Russia e la sua posizione in Consiglio di sicurezza dell’ONU. Come vedete questo?

Fidel Castro Ruz: Come vedo la situazione generale? L’alternativa in Iran, anzi, mi permetta di metterla in questo modo- la guerra convenzionale sarebbe persa dagli Stati Uniti e la guerra nucleare non è un’alternativa per nessuno. D’altra parte, la guerra nucleare diventerebbe inevitabilmente globale. Quindi il pericolo esistente, a mio parere, con la situazione attuale in Iran e tenendo conto delle ragioni che stanno presentando e molti altri fatti, mi porta alla conclusione che la guerra finirebbe per essere una guerra nucleare.

Michel Chossudovsky: In altre parole, poiché gli Stati Uniti e i suoi alleati non sono in grado di vincere la guerra convenzionale, hanno intenzione di usare le armi nucleari. Ma anche quella sarebbe una guerra che non potrebbero vincere, perché perderemmo tutto.

Fidel Castro Ruz: Perderebbero tutti, è una guerra che perderebbero tutti. Cosa avrebbe guadagnato la Russia se si scatenasse una guerra nucleare laggiù? Cosa avrebbe guadagnato la Cina? Che tipo di guerra sarebbe, come reagirebbe il mondo? Quale  effetto avrebbe sull’economia mondiale? Lei lo ha spiegato all’università quando parlò del sistema centralizzato di difesa progettato dal Pentagono. Sembra fantascienza, ma non assomiglia neanche lontanamente all’ultima guerra mondiale. L’altra cosa molto importante è il tentativo [del Pentagono] di trasformare le armi nucleari  in armi convenzionali tattiche. Oggi, 13 ottobre [201o], stavo leggendo, proprio a riguardo di questo, una nota di un’agenzia che riportava che i cittadini di Hiroshima e Nagasaki avevano dato luogo a forti proteste per il fatto che gli Stati Uniti avevano appena effettuato test nucleari sub – critici. Vengono definiti sub – critici in quanto si utilizza l’arma nucleare senza distribuire tutta l’energia che può essere ottenuta con la massa critica. Dice: ” Indignazione a Hiroshima e Nagasaki per un test nucleare degli Stati Uniti.” …”Le città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, vittime di un attacco nucleare alla fine della seconda guerra mondiale, hanno condannato oggi il test nucleare effettuato dagli Stati Uniti il settembre scorso, denominato sub- critico in quanto non scatena reazioni nucleari a catena“. “Il test, il primo di questo tipo in quel paese dal 2006, ha avuto luogo il 15 settembre in qualche parte nel Nevada, Stati Uniti. E’ stato ufficialmente confermato dal Dipartimento per l’energia americano, come riportato dal Japan Times. “

Che cosa ha scritto quel giornale?

Sono profondamente deplorato perché speravo che il presidente Barack Obama assumesse la leadership nell’ eliminazione delle armi nucleari“,ha dichiarato il governatore di Nagasaki, Hodo Nakamura, in una conferenza stampa.

Seguono una serie di notizie relative.

Il test ha anche causato diverse proteste tra i cittadini di Hiroshima e Nagasaki, tra cui alcuni superstiti degli attacchi atomici che hanno devastato le due città nel mese di agosto del 1945“.

Non possiamo tollerare alcuna azione degli Stati Uniti che tradisce la promessa del presidente Barack Obama di andare avanti verso un mondo senza armi nucleari, ha dichiarato Yukio Yoshioka, il vice direttore del Consiglio per le Vittime della Bomba Atomica di Hiroshima”.

Il governo ha dichiarato che non ha alcuna intenzione di protestare.” Lascia la protesta ad un ambito sociale e prosegue: “Con questo, il numero di test nucleari sub – critici  compiuti dagli Stati Uniti raggiunge la cifra di 26 dal luglio 1997, data in cui venne effettuato il primo di questi test“.

Continua:

Washington ritiene che questi test non violano il Trattato per la Proibizione Completa dei Test Nucleari (CTBT) , in quanto non scatenano alcuna reazione a catena e quindi non rilasciano  energia nucleare. Per cui possono essere considerati test di laboratorio.”

Gli Stati Uniti sostengono di dover effettuare questi test in quanto necessari per mantenere la “sicurezza del loro arsenale nucleare“, che è analogo a dire: dato che abbiamo questi imponenti arsenali nucleari, facciamo questi test per garantire la nostra sicurezza.

Michel Chossudovsky: Torniamo alla questione della minaccia contro l’Iran, perché Lei ha detto che gli Stati Uniti e i suoi alleati non sono in grado di vincere una guerra convenzionale. Questo è vero, ma le armi nucleari potrebbero essere utilizzate come alternativa alla guerra convenzionale e questa è evidentemente una minaccia contro l’umanità, come avete sottolineato nei vostri scritti. Il motivo della mia preoccupazione è che, dopo la Guerra Fredda, è  stata sviluppata l’idea delle armi nucleari con un “volto umanitario“, dicendo che quelle armi non sono veramente pericolose, che non danneggiano i civili, cambiando cosi, in qualche modo, l’etichetta di queste armi. Pertanto, secondo i loro criteri, le armi nucleari [tattiche] non sono diverse dalle armi convenzionali ed ora i manuali militari dicono che le armi nucleari tattiche sono armi che non rappresentano alcuna minaccia per i civili. Quindi, potremmo ritrovarci nella situazione in cui, chi decide di attaccare l’Iran con armi nucleari, non sarebbe consapevole delle conseguenze che questo potrebbe avere per il Medio Oriente, per l’Asia centrale, ma anche per l’intera umanità, dato che direbbero: “Beh, secondo i nostri criteri, queste armi nucleari [tattiche, quindi sicure per i civili] sono diverse da quelle impiegate durante la Guerra Fredda e, quindi, possiamo usarle contro l’Iran come un arma che non minaccia la sicurezza globale”.  Come vede questo? E’ estremamente pericoloso, perché credono alla loro stessa propaganda. Si tratta di propaganda all’interno delle forze armate e all’interno dell’apparato politico. Quando le armi nucleari tattiche sono state riclassificate nel 2002-2003, il senatore Edward Kennedy disse che si trattava di un modo per offuscare il confine tra le armi convenzionali e quelle nucleari. Ma la situazione in cui siamo giunti oggi è questa, siamo in un’ era in cui le armi nucleari vengono considerate al paro dei Kalashnikov. Sto esagerando, ma in qualche modo le armi nucleari fanno ora parte della cassetta degli attrezzi, la cassetta degli attrezzi è il termine che usano, da cui poi si sceglie il tipo di arma da utilizzare. Così,un’arma nucleare potrebbe essere utilizzata in un teatro di guerra convenzionale, guidandoci all’ impensabile, ovvero uno scenario di guerra nucleare a livello regionale ma con ripercussioni anche a livello globale.

Fidel Castro Ruz: Ho ascoltato quello che Lei ha detto al programma La Mesa Redonda [sulla TV cubana] riguardo tali armi, presumibilmente innocue per persone che vivono in prossimità delle aree in cui verrebbero usate e la cui la potenza potrebbe variare da una terzo di quella venne sganciata su Hiroshima fino a sei volte la potenza di quella stessa arma. Oggi sappiamo benissimo il terribile danno che provocò quella bomba. Una sola bomba uccise all’istante 100.000 persone. Provate a immaginare una bomba che ha sei volte la potenza di quella di Hiroshima o due volte superiore, oppure con una potenza equivalente o con una potenza del 30 per cento. E ‘assurdo. Bisogna poi anche tenere a mente quello che Lei ha spiegato all’università, riguardo il tentativo di presentarla come un’ arma umanitaria che potrebbe anche essere disponibile per le truppe durante le operazioni. Così, in ogni momento, qualsiasi comandante nel teatro delle operazioni potrebbe essere autorizzato ad utilizzare l’arma perchè  più efficiente delle altre, qualcosa che sarebbe considerato suo dovere secondo la dottrina militare e la formazione che ricevono nelle accademie militari.

Michel Chossudovsky: In questo senso, non credo che questa arma nucleare possa essere utilizzata senza l’approvazione, diciamo, del Pentagono, vale a dire le sue strutture di comando centralizzate [ad esempio, il comando strategico].Penso invece che potrebbe essere utilizzata senza l’approvazione del Presidente degli Stati Uniti e comandante in capo delle forze armate. In altre parole, non è proprio la stessa logica che prevalse durante la Guerra Fredda, dove c’era il telefono rosso e …

Fidel Castro Ruz: Capisco, professore, quello che Lei dice riguardo l’uso di quell’arma, che il suo uso debba avere l’approvazione dai piani alti del Pentagono, e mi sembra giusto che Lei faccia questo chiarimento in modo che non potranno accusarla di esagerane i pericoli.  Però, dopo che si è imparato a conoscere gli antagonismi e le argomentazioni tra il Pentagono e il Presidente degli Stati Uniti, non ci sono davvero troppi dubbi su quale sarebbe la decisione del Pentagono se il capo del teatro delle operazioni ne richiedesse l’uso perché lo ritiene necessario o indispensabile.

Michel Chossudovsky: C’è anche un altro elemento. Ad ora, il dispiegamento di armi nucleari tattiche, per quanto ne so, è stato intrapreso da diversi paesi europei che appartengono alla NATO. È il caso di Belgio, Olanda, Turchia, Italia e Germania.Quindi, ci sono un sacco di queste “piccole bombe nucleari” molto vicino al teatro di guerra. E poi abbiamo anche Israele. Ora, non credo che Israele stia per iniziare una guerra per conto suo, che sarebbe impossibile in termini di strategia e processo decisionale. Nella guerra moderna, con la centralizzazione delle comunicazioni e della logistica e tutto il resto, iniziare una grande guerra sarebbe una decisione centralizzata.Tuttavia, Israele potrebbe agire se gli Stati Uniti gli concedessero il via libera per lanciare il primo attacco. Fa parte delle possibilità, anche se ci sono alcuni analisti che ora dicono che la guerra contro l’Iran avrà inizio in Libano e in Siria con una guerra convenzionale di confine e sarà questo a fornire il pretesto per una escalation delle operazioni militari.

Fidel Castro Ruz: Ieri, il 13 ottobre [2010], una moltitudine di persone ha accolto Ahmadinejad in Libano come un eroe nazionale. Stavo leggendo una notizia questa mattina a riguardo. Inoltre, conosciamo anche le preoccupazioni di Israele , in considerazione del fatto che i libanesi sono persone molto combattive, che dispongono oggi di un numero di missili reattivi tre volte superiore a quelli che avevano nel precedente conflitto con Israele ed era una grande preoccupazione per Israele, perché, come hanno affermato i tecnici israeliani, hanno bisogno dell’aviazione per affrontare quell’arma. E quindi dichiarano che potrebbero attaccare l’Iran solo per un numero limitato di ore, non tre giorni, perché dovrebbero prestare attenzione a tale pericolo. Questo è il motivo per cui, da questi punti di vista, ogni giorno che passa sono sempre più interessati, dato che queste armi fanno parte dell’arsenale iraniano di armi convenzionali. Per esempio, tra le armi convenzionali, hanno centinaia di lanciarazzi per combattere le navi da guerra di superficie in quella zona del Mar Caspio. Dalla guerra delle Falkland siamo a conoscenza del fatto che una nave da guerra di superficie è in grado di schivare uno, due o tre razzi. Ma come può però una grande nave da guerra difendersi contro una pioggia di armi di questo tipo?. Quelle sono navi veloci, gestite da persone ben addestrate, perché gli iraniani stanno formando personale da 30 anni e hanno sviluppato efficienti armi convenzionali. Lei stesso sa e conosce quello che è accaduto durante l’ultima guerra mondiale, prima della comparsa delle armi nucleari. Cinquanta milioni di persone sono morte a causa del potere distruttivo delle armi convenzionali. Oggi la guerra non è come la guerra che fu combattuta nel XIX secolo, prima della comparsa delle armi nucleari. E le guerre erano allora già altamente distruttive. Le armi nucleari fecero la loro comparsa all’ultimo minuto perché Truman voleva usarle. Ha voluto testare la bomba di Hiroshima, creando la massa critica di uranio e l’altra a Nagasaki, creando una massa critica di plutonio. Le due bombe uccisero immediatamente circa 100.000 persone . Non sappiamo poi quante sono state ferite e colpite dalle radiazioni e poi morte in seguito o quelle che hanno sofferto per lunghi anni questi effetti. Inoltre, una guerra nucleare creerebbe un inverno nucleare. Sto parlando riguardo i pericoli di una guerra, considerando il danno immediato che potrebbe causare. Ne basta un numero ridotto, le armi di cui dispone una delle due potenze minori, l’India ed il Pakistan. La loro esplosione sarebbe sufficiente a creare un inverno nucleare, da cui nessun essere umano potrebbe sopravvivere, dal momento che durerebbe tra gli 8 e i 10 anni. In poche settimane la luce del sole non sarebbe più visibile. L’umanità ha meno di 200.000 anni. Finora rientrava tutto nella normalità. Venivano soddisfatte le leggi della natura, le leggi della vita si sono sviluppate sul pianeta Terra da più di 3 miliardi di anni. Gli uomini, l’Homo sapiens, gli esseri intelligenti, non esistevano quando erano trascorsi 8 decimi di un milione di anni, secondo tutti gli studi. Duecento anni fa, era tutto era praticamente sconosciuto. Oggi sappiamo le leggi che governano l’evoluzione della specie. Oggi scienziati, teologi, anche i più devoti religiosi che inizialmente facevano l’eco alla campagna lanciata dalle grandi istituzioni ecclesiastiche contro la teoria darwiniana,  accettano le leggi dell’evoluzione come reali, senza che questo impedisca la loro sincera pratica delle loro credenze religiose in cui, molto spesso, le persone trovano conforto per le loro maggiori difficoltà. Credo che nessuno sulla Terra voglia che la specie umana sparisca. E questa è la ragione per cui io sono del parere che ciò che dovrebbe sparire non siano solo le armi nucleari, ma anche quelle convenzionali. Dobbiamo fornire una garanzia per la pace a tutti i popoli, senza distinzione, agli iraniani e agli israeliani. Le risorse naturali devono essere distribuite.Loro dovrebbero! Non voglio dire che lo farebbero, o che sarebbe stato facile farlo. Ma non ci sarebbe altra alternativa per l’umanità, in un mondo di dimensioni e risorse limitate, anche se si sviluppasse tutto il potenziale scientifico per creare fonti di energia rinnovabili. Siamo quasi 7 miliardi di abitanti e abbiamo quindi bisogno di implementare una politica demografica. Abbiamo bisogno di molte cose e, quando poi le metti tutte insieme, ti chiedi : saranno gli esseri umani in grado di capire questo e superare tutte queste difficoltà? Ti rendi conto che solo l’entusiasmo può veramente portare una persona a dire che affronterà e risolverà facilmente un problema di tali proporzioni.

Michel Chossudovsky: Quello che Lei ha appena detto è estremamente importante, quando parlavate di Truman. Truman disse che Hiroshima era una base militare e che non ci sarebbe stato alcun danno per i civili. Questa nozione di danno collaterale riflette la continuità della dottrina nucleare [dell’America] dal 1945  ad oggi. Cioè, non al livello della realtà, ma a livello di dottrina e propaganda [militare]. Voglio dire, nel 1945 si diceva: Salviamo l’umanità uccidendo 100.000 persone e neghiamo il fatto che Hiroshima era una città popolata, affermando che si trattava di una base militare. Ma oggi le falsità sono diventate molto più sofisticate, più diffuse e le arme nucleari sono ad un livello più avanzato. Così, stiamo trattando il futuro dell’umanità e la minaccia di una guerra nucleare a livello globale. Le bugie e le finzioni sottostanti il discorso politico e militare [U.S.A] ci guiderebbero ad una catastrofe mondiale, dove i politici nemmeno si renderebbero conto delle loro stesse menzogne. Lei ha detto che gli esseri umani intelligenti esistono da 200.000 anni, ma quella stessa intelligenza, incorporata in varie istituzioni, vale a dire i media, i servizi segreti, le Nazioni Unite… sarà proprio quello che ci distruggerà. Perché crediamo alle nostre bugie che ci conducono verso una guerra nucleare, senza renderci conto che questa sarebbe l’ultima guerra, come disse chiaramente Einstein. Una guerra nucleare non può garantire la continuità dell’umanità, è una minaccia contro il mondo.

Fidel Castro Ruz: Ottimo discorso professore. Il danno collaterale, in questo caso, potrebbe essere l’umanità. La guerra è un crimine e non c’è bisogno di alcuna nuova legge per descriverla come tale perché, a partire da Norimberga, la guerra è già stata considerata un crimine, il più grande crimine contro l’umanità e la pace e il più orribile di tutti i crimini.

Michel Chossudovsky – I testi di Norimberga lo dicono chiaramente: “.. La guerra è un atto criminale, è l’atto definitivo di guerra contro la pace“. Questa parte dei testi di Norimberga viene spesso citata. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Alleati volevano usarla contro i vinti e non sto dicendo che non avesse validità, ma i crimini che hanno commesso loro, compresi i crimini commessi contro la Germania e il Giappone, non vengono mai menzionati. E, nel caso del Giappone, con l’uso di un’arma nucleare. E’ una questione estremamente importante per me e se stiamo parlando di una “contro-alleanza per la pace”, la criminalizzazione della guerra mi sembra essere un aspetto fondamentale. Sto parlando dell’ abolizione della guerra, un atto criminale che deve essere eliminato.

Fidel Castro Ruz – Beh.. e chi giudicherebbe i principali criminali?

Michel Chossudovsky – Il problema è che controllano anche il sistema giudiziario e i tribunali. In tal modo anche i giudici sono criminali. Che cosa possiamo fare?

Fidel Castro Ruz: Dico che questo fa parte della “Battaglia delle Idee“. Bisogna esigere che il mondo non venga guidato in una catastrofe nucleare. Si tratta di preservare la vita.  Non lo sappiamo, ma si presume che se l’uomo diventa consapevole della propria esistenza, quella del suo popolo, quella dei suoi cari, anche i capi militari statunitensi sarebbero coscienti del risultato, anche se sono stati educati per seguire gli ordini, spesso genocidi, come l’uso di armi nucleari tattiche o strategiche, perché questo è ciò che gli è stato insegnato nelle accademie [militari]. Mentre tutto questo è pura follia, nessun politico è esente dal dovere di trasmettere queste verità al popolo. Bisogna credere in loro, altrimenti non ci sarebbe nulla per cui lottare.

Michel Chossudovsky -Penso che quello che Lei sta dicendo è che, al momento attuale, il grande dibattito nella storia umana dovrebbe concentrarsi sul pericolo di una guerra nucleare che minaccia il futuro dell’umanità stessa e che qualsiasi discussione che abbiamo riguardo i bisogni primari o dell’ economia richieda che impediamo il verificarsi di questa guerra e che si instauri la pace globale, in modo da poter poi pianificare il tenore di vita in tutto il mondo sulla base delle esigenze primarie. Ma se non risolviamo il problema della guerra, nemmeno il capitalismo sopravviverà, o no?

Fidel Castro Ruz – No, non può sopravvivere, dopo tutte le analisi che abbiamo condotto, non può sopravvivere. Il sistema capitalista e l’economia di mercato che soffocano la vita umana, non scompariranno durante la notte, ma è l’imperialismo basato sulla forza, sulle armi nucleari e su quelle convenzionali con la tecnologia moderna, che deve scomparire se vogliamo che l’umanità sopravviva. Ora, c’è qualcosa che sta avvenendo in questo momento e che caratterizza il processo di disinformazione in tutto il mondo, ed è il seguente: in Cile, 33 minatori sono rimasti intrappolati a 700 metri di profondità e il mondo è in festa alla notizia che questi uomini sono stati portati in salvo. Beh, semplicemente, cosa farebbe  il mondo se si rendesse conto che 6,877,596,300 di persone hanno bisogno di essere salvate. Se 33 uomini hanno creato  gioia universale e tutti i mass media parlano solo di questo in questi giorni, perché non salvare i quasi 7 miliardi di persone intrappolate dal terribile pericolo di perire in una morte orribile come quella di Hiroshima e Nagasaki?

Michel Chossudovsky – Questo è anche, chiaramente, la questione della copertura mediatica che viene data a diversi eventi e la propaganda proveniente dai media. Penso che sia stata un incredibile operazione umanitaria quella intrapresa dai cileni, ma è vero anche che, se c’è una minaccia per l’umanità, come Lei ha detto, dovrebbe essere sulla prima pagina di tutti i giornali del mondo dato che la società umana, nella sua totalità, potrebbe essere vittima di una decisione che è stata presa, anche da un generale a tre stelle, ignaro delle conseguenze delle armi nucleari. Ma qui stiamo parlando di come i media, in particolare quelli Occidentali, offuschino il problema più grave che interessa potenzialmente il mondo di oggi, che è il pericolo di una guerra nucleare e questo dobbiamo prenderlo sul serio, perché sia Hillary Clinton che Obama hanno detto di aver contemplato una cosiddetta guerra preventiva contro l’Iran con armi nucleari. Ebbene, come possiamo rispondere? Cosa dice a Hillary Clinton e Barak Obama riguardo le loro dichiarazioni sull’uso unilaterale delle armi nucleari contro l’Iran, un paese che non comporta pericoli per nessuno?

Fidel Castro Ruz – Sì, sono a conoscenza di due cose.  Di quello che è stato discusso. Questo è stato pubblicato recentemente, le discussioni in seno al Consiglio di Sicurezza degli Stati Uniti. Questo è il valore del libro scritto da Bob Woodward, in quanto ha rivelato come si sono verificate tutte queste discussioni. Conosciamo le posizioni di Biden, di Hillary, di Obama, e in effetti, in queste discussioni, colui che si è mostrato più fermo contro l’estensione della guerra, che è stato in grado di discutere con i militari, è stato Obama. Questo è un fatto. Sto scrivendo l’ultima riflessione, in realtà, a tale proposito. L’unico che è arrivato li e gli diede un consiglio, è stato un avversario, data la sua appartenenza al Partito Repubblicano: Colin Powell. Gli ha ricordato che lui era il Presidente degli Stati Uniti d’America. Un consiglio incoraggiante. Penso che dovremmo far si che che questo messaggio arrivi a tutti, che tutti possano leggere quello che abbiamo discusso. Credo che siano in molti a leggere i suoi articoli su Global Research. Sono felice ogni volta che argomentate, ragionevolmente, e portate avanti questi problemi, in quanto ritengo esista un deficit reale di informazioni per i motivi che Lei stesso ha spiegato. Ora, dobbiamo inventare. Quali sono i modi per far conoscere tutto questo? Al tempo dei Dodici Apostoli, che erano 12 e non di più,  fu dato loro il compito di diffondere gli insegnamenti che un predicatore gli aveva trasmesso. Certo, avevano centinaia di anni davanti a loro. Noi no. Ma stavo guardando l’elenco delle personalità che hanno collaborato con Global Research e ci sono più di 20 persone di spicco, gente di prestigio, che pone le stesse domande. Ma anche loro hanno poco tempo a disposizione.

Michel Chossudovsky – Il movimento contro la guerra negli Stati Uniti, in Canada e in Europa è diviso. Alcune persone pensano che la minaccia venga dall’Iran, altri dicono che [gli iraniani] sono terroristi e c’è molta disinformazione nel movimento stesso. Inoltre, in occasione del World Social Forum, il problema della guerra nucleare non rientra nel dibattito tra le persone di sinistra o progressisti. Durante la Guerra Fredda si parlava del pericolo di un conflitto nucleare e la gente ne aveva consapevolezza. Nell’ultima riunione tenutasi a New York sulla non proliferazione, alle Nazioni Unite, l’attenzione è stata posta sulla minaccia nucleare proveniente da entità non statali, da terroristi. Il presidente Obama ha affermato che la minaccia proveniva da Al Qaeda, che dispone di armi nucleari. Inoltre, se qualcuno legge i suoi discorsi, quello che il Presidente sembra insinuare è che questi terroristi abbiano la capacità di produrre piccole bombe nucleari, quelle che chiamano “bombe sporche“. Beh, è un modo di distorcere i problemi e spostarne l’attenzione.

Fidel Castro Ruz – Questo è ciò che gli raccontano, questo è ciò che il suo stesso popolo gli racconta e glielo fanno credere.  […]

Michel Chossudovsky – Ho una domanda, perché c’è un aspetto importante legato alla Rivoluzione cubana. A mio parere, il dibattito sul futuro dell’umanità è anche parte di un discorso rivoluzionario. Se la società nel suo complesso dovesse essere minacciata dalla guerra nucleare, è necessario avere, in qualche forma, una rivoluzione del pensiero, nonché delle azioni, contro questo evento[vale a dire la guerra nucleare].

Fidel Castro Ruz – Dobbiamo dire, ripeto, che l’umanità è intrappolata a 800 metri sotto terra e che dobbiamo uscire, dobbiamo fare un’operazione di salvataggio. Questo è il messaggio che dobbiamo trasmettere a un gran numero di persone. Se saranno in tanti a crederci a questo messaggio, faranno quello che Lei sta facendo e sosterranno quello che Lei sta sostenendo. Non dipenderà più da chi è a dirlo, ma sul fatto che qualcuno  lo dica. Bisogna capire come si possono raggiungere le masse informate. La soluzione non è rappresentata dai giornali. C’è l’Internet, Internet è più economico, Internet è più accessibile. Io mi sono avvicinato a voi tramite Internet mentre ero alla ricerca di notizie, non attraverso le agenzie, non attraverso la stampa, non dalla CNN.  Tramite newsletter ricevo giornalmente più di 100 pagine di articoli. Ieri stavate sostenendo che negli Stati Uniti, qualche tempo fa, i due terzi dell’opinione pubblica erano contro la guerra in Iran e, oggi, circa il cinquanta per cento è favorevole all’azione militare contro l’Iran.

Michel Chossudovsky – E’ quello che è accaduto, anche negli ultimi mesi, dove si diceva: “Sì, la guerra nucleare è molto pericolosa, è una minaccia, ma la minaccia viene dall’Iran“, e c’erano manifessti a New York con su scritto: “Di no al nucleare iraniano” e il messaggio di questi manifesti è stato quello di presentare l’Iran come una minaccia alla sicurezza globale, anche se la minaccia non esiste perché non hanno alcuna arma nucleare. Comunque la situazione è questa e il The New York Times, all’inizio di questa settimana, ha pubblicato un articolo sostenendo che , sì, gli omicidi politici sono legali. Poi, quando abbiamo una stampa che ci dà cose del genere, con la distribuzione che hanno, il lavoro che dobbiamo fare è enorme. Abbiamo capacità limitate per invertire questo processo [della disinformazione dei media] con la limitata distribuzione dei mezzi di comunicazione alternativi. In aggiunta a ciò, oggi, molti di questi media alternativi vengono finanziati dall’establishment economico.

Fidel Castro Ruz – Eppure dobbiamo combattere.

Michel Chossudovsky – Sì, continuiamo a lottare, ma il messaggio era quello che Lei ha detto ieri. Che nel caso di una guerra nucleare, il danno collaterale sarebbe l’umanità nel suo insieme.

Fidel Castro Ruz – Sarebbe l’umanità, l’esistenza dell’umanità.

Michel Chossudovsky – E’ anche vero che Internet deve continuare a funzionare come strumento di sensibilizzazione per evitare la guerra.

Fidel Castro Ruz – Beh, è l’unico mezzo con cui siamo in grado di impedirlo. E’ come l’esempio che ho citato: ci sono quasi 7 miliardi di persone intrappolate a 800 metri di profondità, dobbiamo usare il fenomeno del Cile per rivelare queste cose.

Michel Chossudovsky – Paragonate il salvataggio dei 33 minatori, dicendo che ci sono questi uomini sotto terra che devono essere soccorsi, che hanno ricevuto un’ampia copertura mediatica e che allo stesso tempo ci sono quasi 7 miliardi di persone che sono a 800 metri di profondità e non capiscano cosa sta succedendo, ma dobbiamo salvarli, perché l’umanità nel suo insieme è minacciata dalle armi nucleari degli Stati Uniti e dei suoi alleati, dato che sono loro che dicono di volerne far uso.

Fidel Castro Ruz – E le useranno [le armi nucleari] se non ci sara alcuna opposizione, se non ci sarà alcuna resistenza. Vengono ingannati, sono drogati di superiorità militare e di tecnologia moderna e non sanno cosa stanno facendo. Non capiscono le conseguenze e ritengono di poter continuare cosi. È impossibile.

Michel Chossudovsky – Oppure credono che questa sia semplicemente una sorta di arma convenzionale.

Fidel Castro Ruz – Sì, sono ingannati e credono che si possa ancora usare quell’arma. Credono di essere in un’altra epoca, non ricordano cosa disse Einstein quando affermava che non sapeva con quali armi si sarebbe combattuta la terza guerra mondiale ma la quarta sarebbe stata combattuta sicuramente con bastoni e pietre. Ci ho aggiunto: “… solo che non ci sarebbe  nessuno ad usare i bastoni e le pietre”. Questa è la realtà, l’ho scritto lì nel breve discorso che mi ha suggerito di sviluppare.

Michel Chossudovsky – Il problema che vedo è che l’uso di armi nucleari non comporta necessariamente la fine del genere umano da un giorno all’altro, perché l’impatto radioattivo è cumulativo.

Fidel Castro Ruz – Può ripetere, per favore.

Michel Chossudovsky – L’arma nucleare comporta diverse conseguenze: una è l’esplosione e la distruzione nel teatro di guerra, che è il fenomeno di Hiroshima, e l’altra sono gli effetti delle radiazioni che aumentano nel tempo.

Fidel Castro Ruz – Sì, l’ inverno nucleare, come lo chiamiamo noi. Il prestigioso ricercatore americano, dell’Università di Rutgers (New Jersey), il Professore Emerito Alan Robock, ha inconfutabilmente dimostrato che lo scoppio di una guerra tra due delle otto potenze nucleari che possiedono la minima quantità di armi di questo tipo, si tradurrebbe in un “inverno nucleare“. Ha lavorato con un gruppo di ricercatori che hanno utilizzato modelli computerizzati ultra-scientifici. Sarebbe sufficiente che esplodano 100 delle 25.000 armi nucleari strategiche possedute dalle otto potenze menzionate per far si che si generino temperature sotto lo zero in tutto il pianeta e una lunga notte che durerebbe circa otto anni. Il professor Robock sostiene che è così terribile che le persone stiano cadendo in uno “stato di negazione“, non vogliono pensarci, è più facile far finta che non esista “. Me lo disse personalmente durante una conferenza internazionale che stava tenendo e dove ho avuto l’onore di conversare con lui. Parto da un presupposto: se scoppia una guerra in Iran, sarà inevitabilmente una guerra nucleare e una guerra globale. Ecco perché ieri si diceva che non era giusto permettere un tale accordo nel Consiglio di Sicurezza, perché rende tutto questo più facile, capite? Una guerra in Iran oggi non resterebbe confinata a livello locale, perché gli iraniani non si piegherebbero. Se rimane convenzionale, sarebbe una guerra che gli Stati Uniti e l’Europa non possono vincere e, sostengo, si trasformerebbe rapidamente in una guerra nucleare. Se gli Stati Uniti dovessero commettere l’errore di usare armi nucleari tattiche, si creerebbe una situazione di sdegno a livello mondiale e gli USA alla fine perderebbero il controllo della situazione. Obama ha avuto una accesa discussione con il Pentagono su cosa fare in Afghanistan; immaginate ora Obama, con i soldati americani e israeliani, combattere contro milioni di iraniani. I sauditi non stanno andando a combattere in Iran, né i soldati pakistani o qualsiasi altro paese arabo o musulmano. Quello che potrebbe accadere è che gli yankee abbiano gravi conflitti con le tribù pachistane che stanno attaccando e uccidendo con i loro droni, e loro lo sanno. Quando sferrano un colpo contro quelle tribù, prima attaccano e poi avvertono il governo, senza dire nulla in anticipo e questa è una delle cose che più irrita i pakistani. C’è un forte sentimento antiamericano lì.  E’ sbagliato pensare che gli iraniani si arrendano se venissero colpiti con armi nucleari tattiche. Il mondo sarebbe davvero scioccato ma potrebbe essere troppo tardi.

Michel Chossudovsky – Non possono vincere una guerra convenzionale.

Fidel Castro Ruz – Non possono vincere.

Michel Chossudovsky – E questo possiamo vederlo in Iraq, in Afghanistan. Possono distruggere un intero paese ma non possono vincere da un punto di vista militare.

Fidel Castro Ruz – Ma distruggerlo [un paese] a che prezzo, a quale prezzo per il mondo, a quali costi economici, in marcia verso la catastrofe? I problemi che Lei ha citato si aggravano, il popolo americano reagirebbe , perché il popolo americano è spesso lento a reagire ma alla fine lo fanno. Gli americani reagiscono alle vittime, ai morti. Un sacco di gente ha sostenuto l’amministrazione Nixon durante la guerra in Vietnam, lui suggerì anche l’uso di armi nucleari a Kissinger, ma lui lo dissuase poi dal compiere quel passo criminale. Gli Stati Uniti furono costretti dal popolo americano a porre fine alla guerra, ma hanno dovuto negoziare e consegnare il Sud. L’Iran dovrebbe rinunciare al petrolio nella zona. Adesso sono di nuovo in Vietnam, comprando petrolio, negoziando. In Iran perderebbero molte vite e, forse, gran parte degli impianti petroliferi della zona sarebbero distrutti. Nella situazione attuale, è probabile che non capiscano il nostro messaggio. Se scoppia la guerra, la mia opinione è che, sia essi che il resto del mondo, non ci guadagnerebbero nulla. Se fosse solo una guerra convenzionale, che è molto improbabile, perderebbero irrimediabilmente e se  questa si trasforma in una guerra nucleare globale, avrebbe perso l’umanità .

Michel Chossudovsky -L’Iran ha le forze convenzionali … significative.

Fidel Castro Ruz – Sono milioni.

Michel Chossudovsky – Forze di terra, ma anche razzi e anche l’Iran ha la capacità di difendersi.

Fidel Castro Ruz – E finche rimarrà un solo uomo con una pistola, questo sarà un nemico che dovranno sconfiggere.

Michel Chossudovsky -E sono parecchi milioni ad avere le pistole.

Fidel Castro Ruz – Milioni, e saranno costretti a sacrificare molte vite americane. Purtroppo, sarebbe solo in quel momento che gli americani reagirebbero. Se non lo fanno ora lo faranno più tardi, quando sarà troppo tardi. Dobbiamo scrivere, dobbiamo divulgare questo tanto quanto possiamo. Ricordate che i cristiani sono stati perseguitati, portati nelle catacombe, li uccisero, li gettarono in pasto ai leoni, ma sono riusciti a mantenere le loro credenze per secoli e in seguito fecero lo stesso ai musulmani e questi non si piegarono mai. C’è una vera e propria guerra contro il mondo musulmano. Perché queste lezioni di storia vengono dimenticate? Ho letto molti degli articoli che ha scritto sui rischi di questa guerra.

Michel Chossudovsky – Torniamo alla questione dell’Iran. Credo che sia molto importante che l’opinione pubblica mondiale comprenda lo scenario di guerra. È chiaro che perderebbero la guerra, quella convenzionale, la stanno perdendo in Iraq e in Afghanistan e l’Iran dispone di molte più forze convenzionali rispetto a quelle della NATO in Afghanistan.

Fidel Castro Ruz – Molto più esperte e motivate. Gli USA ora sono in conflitto con quelle forze in Afghanistan e in Iraq e con una che non menzionano: i pakistani dello stesso gruppo etnico di quelli della resistenza in Afghanistan. Nelle discussioni alla Casa Bianca, essi ritengono che la guerra sia persa, questo è ciò che il libro di Bob Woodward, “Obama Wars“, ci dice. Immaginate poi se, oltre a questo, si aggiunge una guerra per liquidare quello che resterà dopo i primi colpi in Iran. Così si ritroveranno o in una situazione di guerra convenzionale che non possono vincere, o saranno costretti a condurre una guerra nucleare globale, con una forte sollevazione a livello mondiale. E io non so chi può giustificare il tipo di guerra che devono condurre, hanno 450 obiettivi segnalati in Iran e, alcuni di questi, secondo loro, dovranno essere attaccati con testate nucleari tattiche a causa della loro posizione in zone di montagna e a causa della profondità [sotterranea] in cui sono situate. Moriranno nello scontro anche tanti russi e persone di altre nazionalità che stanno collaborando con loro. Quale sarà la reazione dell’opinione mondiale di fronte a questo attacco che oggi viene irresponsabilmente promosso dai media con l’appoggio di molti americani?

Michel Chossudovsky – Un’ altra questione è che  Iran, Iraq, Afghanistan, sono tutti i paesi limitrofi in un certo modo. L’Iran confina con l’Afghanistan e con l’Iraq e gli Stati Uniti e la NATO hanno strutture militari nei paesi che occupano. Cosa succederà? Suppongo che le truppe iraniane passeranno immediatamente la frontiera.

Fidel Castro Ruz -Beh, non so quale tattica utilizzeranno ma, al loro posto, consiglierei di non concentrare le loro truppe, perché se le truppe sono concentrate saranno vittime di attacco con armi nucleari tattiche. In altre parole, da come viene descritta la minaccia, la cosa migliore per loro sarebbe di utilizzare una tattica simile a quella che adottammo nel sud dell’Angola, quando sospettavamo che il Sud Africa disponesse di armi nucleari. Abbiamo creato gruppi tattici di 1000 uomini con potenza di fuoco terrestre e anti-aerea . Le armi nucleari non avrebbero mai potuto raggiungere un gran numero di soldati. Razzi antiaerei  e altre armi simili sostenevano le nostre forze. Le armi e le condizioni del del terreno cambiano e la tattica deve continuamente cambiare.

Michel Chossudovsky: Dispersi.

Fidel Castro Ruz – Dispersi, ma non con gli uomini isolati, vi erano circa 1000 uomini con armi adeguate, il terreno era sabbioso, ovunque arrivavano dovevano scavare e proteggersi, mantenendo sempre la massima distanza tra i componenti. Al nemico non venne mai data la possibilità di assestare un colpo decisivo contro i 60.000 soldati cubani e angolani nel sud dell’Angola. Quello che abbiamo fatto in quel fraterno paese fu quello che avrebbe fatto un esercito con un centinaio di migliaia di forti soldati e operando con criteri tradizionali. Noi non eravamo in 100000 nel sud dell’Angola, c’erano 60.000 uomini, angolani e cubani. Per esigenze tecniche, i gruppi tattici erano principalmente costituiti da cubani, poichè sapevano guidare carri armati, usare missili, cannoni antiaerei, le comunicazioni; ma la fanteria era composta da soldati cubani e angolani, con grande spirito combattivo, che non esitarono nemmeno un secondo nel confrontarsi con l’esercito bianco dell’ Apartheid sostenuto dagli Stati Uniti e Israele. Chi gestiva le numerose armi nucleari che avevano in quel momento? Nel caso dell’Iran, giungono sempre notizie secondo cui gli iraniani stanno scavando nel terreno e quando gli si fanno domande relative a ciò rispondono che stanno costruendo cimiteri per seppellire gli invasori. Non so se è ironia, ma penso che dovrebbero scavare parecchio per proteggere le loro forze dall’attacco che li sta minacciando.

Michel Chossudovsky – Vero, ma l’Iran ha la possibilità di mobilitare milioni di truppe.

Fidel Castro Ruz – Non solo truppe, ma anche i posti di comando sono decisivi. A mio parere, il decentramento è molto importante. Gli attaccanti cercheranno di prevenire la trasmissione di ordini. Ogni unità di combattimento deve sapere in anticipo cosa fare in circostanze diverse. L’attaccante cercherà di colpire e destabilizzare la catena di comando, con le sue armi radio-elettroniche . Tutti questi fattori devono essere tenuti in considerazione. L’umanità non ha mai vissuto una situazione simile. In ogni caso, l’Afghanistan, cosi come l’Iraq, sono “sciocchezze”  quando confrontate con quello con cui stanno andando a sbattere in Iran: l’armamento, l’addestramento, la mentalità, il tipo di soldato … Se 31 anni fa i combattenti iraniani ripulivano i campi minati avanzandoci spora, oggi gli iraniani saranno senza dubbio gli avversari più temibili che gli Stati Uniti abbiano mai incontrato.

I nostri ringraziamenti e apprezzamento a CubaDebate per la trascrizione e la traduzione dallo spagnolo.

Messaggio di Fidel sui pericoli della guerra nucleare

Registrato l’ultimo giorno delle conversazioni, il 15 ottobre 2010, il video originale di Global Research / Cuba Debate (copyright nostro) è stato rimosso per presunte violazioni del copyright insieme a molti altri video da Youtube.

Pubblichiamo un video di RT del nostro video originale:

TRASCRIZIONE

L’uso di armi nucleari in una nuova guerra significherebbe la fine dell’umanità. Questo fu previsto dallo scienziato Albert Einstein, che era in grado di misurare la loro capacità distruttiva nel generare milioni di gradi di calore, che vaporizzano tutto all’interno di un ampio raggio di azione. Questo brillante ricercatore aveva promosso lo sviluppo di questa arma in modo da non renderla a disposizione del genocida regime nazista.

I singoli governi in tutto il mondo hanno l’obbligo di rispettare il diritto alla vita di ogni nazione e della totalità dei popoli del pianeta.

Oggi c’è un rischio imminente di guerra con l’uso di questo tipo di arma e non ho il minimo dubbio che un attacco da parte degli Stati Uniti e di Israele contro la Repubblica islamica dell’Iran evolverebbe verso un conflitto nucleare globale.

I popoli del mondo hanno l’obbligo di esigere dai loro leader politici il diritto di vivere. Quando la vita del genere umano, del tuo popolo e delle persone a te più care corrono un tale rischio, nessuno può permettersi di restare indifferente, non un solo minuto può essere perso nel chiedere rispetto di tale diritto. Domani sarà troppo tardi.

Lo stesso Albert Einstein ha dichiarato inequivocabilmente: “Non so con quali armi sarà combattuta la III guerra mondiale ma la IV guerra mondiale  sarà combattuta con bastoni e pietre”. Siamo pienamente consapevoli di quello che voleva trasmetterci e aveva assolutamente ragione. Ma sulla scia di una guerra nucleare globale, non ci sarebbe nessuno per usare quei bastoni e quelle pietre.

Ci sarebbe un “danno collaterale”, come affermano sempre i leader politici e militari statunitensi, per giustificare la morte di persone innocenti.

In una guerra nucleare il “danno collaterale” sarebbe la vita di tutta l’umanità.

Dobbiamo avere il coraggio di proclamare che tutte le armi nucleari e convenzionali, tutto ciò che viene utilizzato per fare la guerra, deve sparire!

Fidel Castro Ruz

15 ottobre 2010

LINK: Conversations with Fidel Castro: Hiroshima and the Dangers of a Nuclear War

DI: Coriintempesta

Siria, non chiamatela Rivoluzione…

di: Marcello Foa

A guidarmi è l’istinto dell’inviato, che tante ne ha viste e con il passare degli anni è diventato sospettoso, ma le stragi in Siria mi convincono sempre meno. A leggere i titoli sui giornali e sui siti internet, si ha l’impressione che un’eroica minoranza stia resistendo da mesi alla repressione dell’esercito di Assad. E’ una rivoluzione del popolo, del cuore, dei giusti contro gli ingiusti. E noi non possiamo che stare con questo manipolo di straordinari, commoventi rivoltosi. Se fosse davvero così, io non avrei dubbi, però l’esperienza e la logica suggeriscono una lettura diversa o perlomeno maggior cautela.

In circostanze del genere, quando un esercito usa i carri armati e spara sulla folla, la rivolta di piazza finisce istantaneamente. Alcune volte mi è capitato di fuggire sotto il sibilare dei proiettili, ho visto case distrutte a cannonate :  la popolazione civile, per quanto arrabbiata, ripiega impaurita.

In Siria, invece, starebbe resistendo da mesi e le cannonate non basterebbero a incrinarne la resistenza. I conti non tornano, infatti quella in corso, più che una rivolta di popolo, sembra sempre di più una guerra civile alimentata da bande armate, composte verosimilmente da mercenari e guidati dai servizi segreti.

La rivoluzione è l’alibi è la cornice mediatica, ma la situazione, se analizzata con lucidità ed esperienza, appare ben più sofisticata e ruoli e responsabilità per nulla chiari. Chi sta combattendo contro chi ? Assad, che è un dittatore, è nel mirino di Usa, Europa e Israele, questo è evidente ; ma viene difeso a livello diplomatico dai cinesi e dai russi e, sul terreno, dagli iraniani che vedono in lui uno dei pochi alleati e fanno di tutto per tenerlo al potere.

Quella a cui, da lontano, assistiamo, è una guerra sporchissima, in cui i carnefici non sono sempre quelli indicati in prima battuta. La strage avvenuta qualche settimana fa a Hula, le cui immagini vengono ripetute in continuazione, non sarebbe stata compiuta dall’esercito di Assad, come scritto da tutti i media, ma da ribelli sunniti armati; infatti la maggior parte delle vittime, come ha scoperto la Frankfurter Allgemeine Zeitung, erano soprattutto alawite ovvero appartenevano ai clan etnici dello stesso Assad.E siccome è inimmaginabile che Assad abbia fatto fuori i propri sostenitori permettendo che i media internazionali gliene addossassero la colpa, lo scoop del giornale tedesco spalanca la porta a un’altra verità: a uccidere sono stati i rivoltosi ma la responsabilità è stata addossata al regime.

Sia chiaro: non difendo Assad. Il padre era un dittatore sanguinario, il figlio appare più fragile, ma sempre dittatore è. Se dovesse cadere , pochi lo rimpiangerebbero; però, ancora una volta, in una vicenda internazionale l’influenza dei media si rivela decisiva; grazie alla dabbenaggine dei giornalisti, considerato che la maggior parte di loro nemmeno si accorge di essere manipolata. Rilancia come vere, comprovate, assolute notizie che invece, se davvero i giornalisti conoscessero le tecniche di spin e manipolazione mediatica, andrebbero scrutinate con attenzione e, talvolta, smascherate in tempo reale.

Oggi non sappiamo chi siano davvero i rivoltosi ei controrivoltosi, mentre i media trasmettono fatti veri o parzialmente veri, frammisti a clamorose panzane, l’ultima l’ho sentita stamattina alla radio: Al Qaida avrebbe un ruolo crescente nella rivolta in Siria; sì proprio Al Qaida, che dal 2001 è stata data per morta tante volte e altrettante resuscitate e di cui, come si è saputo a distanza di anni, nemmeno Bin Laden aveva il controllo tanto era frammentata e sfilacciata.

Ecco nel grande caos siriano, mancava solo Al Qaida, la cui presenza è inverosimile, ma senz’altro funzionale a certi scopi.

E chi vuole capire ripassi. Infine, però, mi chiedo: quanti vogliono davvero capire?

Link: Il blog di Marcello Foa

Il pozzo afghano senza fondo

di: Manlio Dinucci

«È meraviglioso udire gli uccelli che salutano col loro canto questa bella giornata qui a Kabul»: sono le romantiche parole con cui Hillary Clinton ha aperto la cerimonia ufficiale tra gli alberi del blindatissimo palazzo presidenziale nella capitale afghana. Mentre parlava, altri uccelli con la coda a stelle e strisce volavano nei cieli afghani: i caccia F/A 18 che, decollati dalla portaerei Stennis nel Mare Arabico, volteggiano sull’Afghanistan. Scelta la preda, la attaccano con missili e bombe a guida laser e la mitragliano col cannone da 20 mm, che a ogni raffica spara 200 proiettili a uranio impoverito.

Questi e altri aerei, il cui prezzo supera i 100 milioni di dollari, costano 20mila dollari per ogni ora di volo: dato che ogni missione dura circa otto ore, essa comporta una spesa di oltre 150mila dollari, cui si aggiunge quella delle armi impiegate. E l’anno scorso, secondo le cifre ufficiali, gli aerei Usa/Nato hanno effettuato 35mila missioni di attacco sull’Afghanistan. Non stupisce quindi che solo gli Stati uniti abbiano speso finora, per questa guerra, circa 550 miliardi di dollari. Un pozzo senza fondo, che continuerà a inghiottire miliardi di dollari ed euro. A Kabul la Clinton ha annunciato la buona novella: «Ho il piacere di annunciare che il presidente Obama ha ufficialmente designato l’Afghanistan maggiore alleato non-Nato degli Stati uniti». Ciò significa che esso acquista lo status di cui gode Israele e che, in base all’«Accordo di partnership strategica», gli Usa si impegnano a garantire la sua «sicurezza». Secondo funzionari dell’amministrazione, gli Usa manterranno in Afghanistan 10-30mila uomini, soprattutto delle forze speciali, affiancati da compagnie militari private. E continueranno a impiegare in Afghanistan la propria forza aerea, compresi i droni da attacco. Il «maggiore alleato non-Nato» riceverà dalla Nato un aiuto militare di oltre 4 miliardi di dollari annui. L’Italia, che si impegna a versare 120 milioni annui, continerà a fornire, secondo le parole del ministro della difesa Di Paola, «assistenza e supporto alle forze di sicurezza afghane».  Il governo afghano riceverà inoltre, come deciso dalla conferenza dei «donatori» a Tokyo, altri 4 miliardi annui per le «esigenze civili». E anche in questo campo, ha dichiarato il ministro degli esteri Terzi, «l’Italia farà la sua parte». Secondo la motivazione ufficiale, si aiuterà in tal modo la «società civile afghana». Secondo l’esperienza reale, ogni dollaro ed euro, speso ufficialmente a fini civili, sarà usato per rafforzare il dominio militare Usa/Nato su questo paese. La cui posizione geografica è di primaria importanza strategica per le potenze occidentali e i loro gruppi multinazionali, che si spingono sempre più ad est,  sfidando Russia e Cina.  Per convincere i cittadini statunitensi ed europei, pesantemente colpiti dai tagli alle spese sociali, che occorre prelevare altri miliardi di dollari ed euro dalle casse pubbliche per destinarli all’Afghanistan, si racconta che essi servono a portare migliori condizioni di vita al popolo afghano, in particolare alle donne e ai bambini. La favola che Hillary Clinton ha raccontato, accompagnata dal cinguettio degli uccellini di Kabul e dal coro di quanti gioiscono per tale munificenza.

IlManifesto.it

Da che pulpito viene la predica

di: Manlio Dinucci

«Profondamente preoccupati per l’intensificazione della violenza», che rischia di allargare il conflitto a dimensioni regionali, chiedono con fermezza «la cessazione della violenza armata in tutte le sue forme». Chi sono i non-violenti? I membri del Gruppo di azione per la Siria che, riunitisi a Ginevra il 30 giugno, hanno emesso un comunicato finale. Alla testa dei non-violenti vi sono gli Stati uniti, registi dell’operazione bellica con cui, dopo la distruzione dello stato libico, tentano di smantellare anche quello siriano.

Agenti della Cia, scrive il New York Times, operano segretamente nella Turchia meridionale, reclutando e armando i gruppi che combattono il governo siriano. Attraverso una rete ombra transfrontaliera, in cui opera anche il Mossad, essi ricevono fucili automatici, munizioni, razzi anticarro, esplosivi. Con un video su YouTube, mostrano come sanno ben usarli: un camion civile, mentre passa accanto a un magazzino, viene distrutto dall’esplosione di un potente ordigno telecomandato.

Esprime la sua «opposizione all’ulteriore militarizzazione del conflitto», che deve essere «risolto attraverso un pacifico dialogo», anche la Turchia: quella che fornisce il centro di comando a Istanbul, da cui viene diretta l’operazione, e le basi militari in cui vengono addestrati i gruppi armati prima di infiltrarli in Siria; quella che, prendendo a pretesto l’abbattimento di un proprio aereo militare che volava a bassa quota lungo la costa siriana per saggiarne le difese antiaeree, ora ammassa le proprie truppe al confine minacciando un intervento «difensivo». Che farebbe da innesco a un attacco su larga scala della Nato in base all’articolo 5, rispolverato per l’occasione mentre per l’attacco alla Libia è stato usato il non-articolo 5. Dichiarano di essere «impegnati a difendere la sovranità, indipendenza, unità nazionale e integrità territoriale della Siria» anche gli altri membri del Gruppo: Francia, Gran Bretagna, Arabia Saudita, Qatar. Quelli che attuano in Siria la stessa operazione già effettuata in Libia: addestrando e armando il «Libero esercito siriano» e altri gruppi (circa un centinaio), reclutati in vari paesi, i cui membri sono pagati dall’Arabia Saudita; utilizzando anche militanti e interi gruppi armati islamici, prima bollati come pericolosi terroristi; infiltrando in Siria forze speciali, come quelle qatariane inviate l’anno scorso in Libia, camuffate da gruppi interni di opposizione. E i membri del Gruppo di azione che chiedono «libertà di movimento in tutto il paese per i giornalisti», sono gli stessi che, mistificando anche le immagini, conducono una martellante campagna mediatica su scala mondiale per attribuire al governo siriano la responsabilità di tutte le stragi. Gli stessi che hanno organizzato l’attentato terroristico in cui sono rimasti uccisi tre giornalisti siriani, quando un loro gruppo armato ha attaccato la televisione al-Ekhbaria a Damasco, colpendola con razzi e facendola poi saltare in aria. Salta così in aria anche l’assicurazione di Russia e Cina, membri del Gruppo di azione, che nessuno dall’esterno può prendere decisioni concernenti il popolo siriano. Le potenze occidentali hanno già deciso, azionando la loro macchina bellica, di annettere di nuovo la Siria al loro impero.

IlManifesto.it

Siria – Nuovo accordo Sykes-Picot ?

di: Prof. M.D. Nalapat

Il 16 maggio 1916, nel bel mezzo della prima guerra mondiale, Parigi e Londra approvarono un accordo segreto per smembrare l’impero ottomano e dividersi il Medio Oriente.

L’accordo Sykes-Picot impostò nuovi confini per molti paesi della regione e diede inizio ad un periodo di controllo diretto del Medio Oriente che l’Occidente ha cercato di perpetuare nel presente.

Dopo l’invasione dell’Iraq, nel 2003, da parte degli Stati Uniti e del suo ex padrone coloniale, il Regno Unito, la NATO è stata trasparente nel suo desiderio di esercitare ancora una volta il controllo diretto sui paesi della regione. Quei pochi regimi che si sono opposti all’egemonia della NATO si trovano ad affrontare un azione congiunta da parte della stessa NATO e dei suoi sostenitori regionali per rovesciarli.

Dopo l’Iraq, è toccato alla Libia, ora è il turno della  Siria. Il prossimo sarà l’Iran. 

Credo che le vittime in Libia siano molto superiori alle cifre ufficiali dichiarate dalla coalizione. La Libia è diventata un manicomio di conflitti tribali e religiosi e dove le organizzazioni mafiose in concorrenza hanno tagliato il paese, unite solo dalla loro sottomissione agli interessi commerciali del loro creatore e benefattore, la NATO.

Anche la cosiddetta missione di pace in Siria ha come vicedirettore un diplomatico della Francia, il principale attore, nel 2011, del cambiamento di regime a Tripoli e paese che sta attivamente facendo pressioni per un intervento militare in Siria. Solamente il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon, con la sua completa fiducia negli stati membri della NATO, ritiene che Jean-Marie Guehenno avrà un ruolo “neutrale” in Siria.

La NATO sta inoltre incoraggiando la Turchia a credere che possa recuperare lo status di gui godeva durante l’Impero ottomano, provocando Ankara in un atteggiamento iper-attivo di sostegno alle operazioni della NATO per i cambiamenti di regime.

Per quanto riguarda il Qatar e l’Arabia Saudita, sono così accecati dal loro odio per il regime anti-monarchico e sciita di Bashar al-Assad, che sono disposti a unirsi con la NATO per destabilizzare un governo arabo, ignari del fatto che un giorno potrebbero ottenere lo stesso trattamento.

A differenza della Libia, la Siria non è isolata. L’intensificazione della guerra civile sponsorizzata dalla NATO , che sta mettendo salafiti e wahhabiti contro sciiti, drusi, sunniti moderati e cristiani, innescherebbe disordini settari in tutta la regione.

Se questo non è ancora avvenuto, il merito deve andare a Russia e Cina, che sono finora riuscite a bloccare la NATO per un intervento militare diretto. L’alleanza ha bisogno di sapere che il 2012 non è il 1916, e che i loro sforzi in corso per ripetere l’accordo Sykes-Picot porteranno dritti al disastro.

L’autore è direttore e professore della Scuola di Geopolitica all’Università di Manipal (India)

LINK: No repeat of Sykes-Picot in Mideast chaos

DI: Coriintempesta

Tibet, svelati dossier sulla guerriglia. “I soldi della Cia al Dalai Lama”

di: Andrea Tarquini

La Sueddeutsche Zeitung: nel 1951 il leader della non violenza approvò la lotta armata. Gli Usa addestrarono per anni i guerriglieri, salvo poi sacrificare l’appoggio alla causa per la realpolitik e la normalizzazione dei rapporti con la Cina

BERLINO – Il Dalai Lama sapeva dall’inizio dell’appoggio della Cia, i servizi segreti americani, alla lotta armata del popolo tibetano contro l’occupante cinese. A quanto pare approvò, pur essendo simbolo mondiale della non violenza. Cominciò con impegni segreti Usa col legittimo governo tibetano, dunque col Dalai Lama in persona, dal 1951 al 1956, dopo la brutale occupazione cinese del Tibet nel 1950. La storia è narrata dagli investigative reporters della Sueddeutsche Zeitung, e sicuramente avrà provocato salti di gioia all’ambasciata cinese a Berlino.

I primi contatti risalgono a un anno dopo l’aggressione cinese.

Sono tra il Dalai Lama e agenti americani attraverso l’ambasciata Usa a New Delhi e il consolato a Calcutta. Il Pentagono assicurò al Dalai Lama in persona, scrive la Sueddeutsche, armi leggere e aiuti finanziari al movimento di resistenza. Nell’estate 1956, l’operazione della Cia in Tibet diventa un dossier a sé, assume il nome di “ST Circus”.

Si propone, dicono carte segrete e testimonianze dei veterani Cia come John Kenneth Knaus, di “fare il possibile per tenere in vita il concetto di un Tibet autonomo”. E “sviluppare resistenza contro sviluppi in Tibet guidati dalla Cina comunista”. Knaus racconta il suo primo, freddo incontro con il Dalai Lama. Washington si impegnò ad addestrare guerriglieri tibetani nella lotta armata contro l’occupante cinese, ad armarli, e anche a versare 180mila dollari l’anno, scrive il quotidiano liberal di Monaco citando un presunto dossier segreto, “somme dichiarate come aiuto finanziario al Dalai Lama”.

Ai memorandum della Cia seguirono i fatti. I guerriglieri tibetani furono addestrati in campi segreti prima in isole dei mari del sud, poi a Camp Hale sulle montagne rocciose, dove le condizioni climatiche erano simili a quelle tibetane. I contatti col Dalai Lama e col suo seguito c’erano sempre, anche durante la sua avventurosa fuga dal Tibet occupato a Dharamsala in India. I guerriglieri addestrati dalla Cia furono fino a 85mila, la loro organizzazione si chiamava “Chushi Gangdrug”.

Ufficiali e istruttori tibetani formati dagli americani venivano paracadutati da vecchi bombardieri Boeing B17 (le gloriose Fortezze volanti che piegarono Hitler e il Giappone) in volo a bassa quota sul Tibet occupato senza contrassegni. I guerriglieri attaccavano in piccoli gruppi. “Uccidevamo volentieri quanti più cinesi possibile, e a differenza di quando macellavamo bestie per cibarci, non ci veniva di dire preghiere per la loro morte”, dice un veterano della resistenza tibetana.

Il Dalai Lama, scrive la Sueddeutsche, non è che abbia mentito, ma certo non ha raccontato finora tutta la verità sui suoi rapporti con la lotta armata. Lui che viene salutato come il Papa, “Sua Santità”, nel titolo del quotidiano tedesco è definito con un attacco malizioso “Heiliger Schein”, apparenza di santità.

L’operazione Cia col Dalai Lama cominciò nei Cinquanta, ma finì bruscamente. Dopo il viaggio segreto dell’allora Segretario di Stato Usa Henry Kissinger a Pechino, inizio della normalizzazione Usa-Cina. La causa tibetana fu sacrificata allora alla realpolitik delle due potenze. Molti guerriglieri tibetani si spararono in bocca o si tagliarono la gola o le vene piuttosto che cadere in mano al Guabuo, la Gestapo cinese. Altri, mastini della guerra, fuggirono a sud e si arruolarono nei migliori corpi speciali indiani.

LaRepubblica.it

La formula Krugman per uscire dalla crisi. “Insegnanti e welfare contro la depressione”

di: Federico Rampini

Intervista al premio Nobel diventato un “guru” per la nuova sinistra americana. “I governi devono spendere di più”, come nel New Deal. C’è chi lo vede già prossimo segretario al Tesoro Usa, se Obama sarà rieletto. Ma lui dice: “Mi basta fare il castigatore delle idee sbagliate”

NEW YORK – “Calma, calma, sono solo un economista”. Paul Krugman è divertito, un po’ imbarazzato, ma anche abituato: una sua apparizione in pubblico a New York suscita le ovazioni e urla di approvazione degne di una rockstar.

La scena si ripete quando sale sul placoscenico del centro culturale 92Y sulla Lexington Avenue per discutere il suo nuovo libro. Ressa da stadio, folla in delirio.

In fondo il tifo popolare se l’è meritato, questo premio Nobel dell’economia trasformatosi in opinionista del New York Times (e Repubblica), censore dei tecnocrati dell’eurozona, keynesiano a oltranza, guru della nuova sinistra americana. Si è conquistato questa “base di massa” perché osa spingersi dove altri non vanno.

Il suo blog è uno strumento di battaglia politica contro l’egemonia culturale della destra. Il suo nuovo libro, nell’edizione americana promette o intima “Fuori da questa depressione, subito!”. Depressione?

Addirittura? L’editore italiano Garzanti, che lo pubblica a fine mese, non se l’è sentita di usare un termine che evoca gli anni Trenta, le code dei disoccupati alle mense dei poveri, il nazifascismo. E così il titolo italiano suona un po’ più tradizionale: “Fuori da questa crisi, adesso”.

Perché Krugman non esita invece a usare un termine ben più drammatico? “Quella che attraversiamo  –  risponde  –  la chiamo la Depressione Minore, per distinguerla dagli anni Trenta. La differenza è meno sostanziale di quanto si creda. Anche allora ci fu una prima recessione, poi una ripresa inadeguata, poi la ricaduta. I tassi di disoccupazione reali di cui soffriamo non sono tanto inferiori a quelli di allora. E se guardiamo al numero di disoccupati a lungo termine, che qui in America restano oltre i 4 milioni, siamo proprio a livelli da anni Trenta”.

Il messaggio che questo libro martella con insistenza è che il male va combattuto, oggi come allora, con un deciso intervento statale. “Abbiamo bisogno che i nostri governi spendano di più, non di meno  –  sintetizza il 59enne docente alla Princeton University  –  perché quando la domanda privata è insufficiente, questa è l’unica soluzione. Assumere insegnanti. Costruire infrastrutture. Fare quello che fu fatto con la seconda guerra mondiale, possibilmente scegliendo spese utili”.

Quell’avverbio “subito” che tuona nel titolo del suo libro, Krugman lo esplicita senza esitazioni: se l’Occidente applicasse la ricetta giusta, potremmo essere fuori da questa crisi in 18 mesi. Un anno e mezzo! Attenzione: questa non è una promessa da comizio elettorale. Il bello di Krugman, quello che ti affascina nel personaggio, è l’impegno con cui tiene insieme il suo “ruolo pubblico”, di opinionista schierato e aggressivo, con il rigore scientifico del teorico che macina grafici e statistiche come un computer. Capace di passare dall’uno all’altro in pochi istanti, per rispondere all’obiezione politica principale: la sua ricetta oggi appare inascoltata, inapplicabile, impraticabile, perché siamo terrorizzati dal livello del debito pubblico.

Non è solo un problema europeo. Anche qui negli Stati Uniti 15.300 miliardi di dollari di debiti, quasi il 100% del Pil, sembrano un ostacolo insormontabile per la sua terapia keynesiana. “Falso, falso  –  risponde secco  –  anzitutto dal punto di vista storico. In passato gli Stati Uniti ebbero un debito ancora superiore, durante le seconda guerra mondiale; la Gran Bretagna per quasi un secolo. Il Giappone ha tuttora un debito statale molto più elevato in percentuale del suo Pil eppure paga interessi dello 0,9% sui suoi buoni del Tesoro.

Quindi non esistono soglie di insostenibilità come quelle che ci vengono propagandate. Inoltre è dimostrato, e lo vediamo accadere sotto i nostri occhi, che in tempi di depressione le politiche di austerity aggravano il problema: accentuano la recessione, di conseguenza cade il gettito fiscale, così in seguito ai tagli il debito aumenta anziché diminuire”.

Resta però il problema politico, e non solo in Europa dove c’è un ostacolo che si chiama Angela Merkel. Anche qui, Barack Obama non ha osato sfidare i repubblicani con una seconda manovra di spesa pubblica anti-crisi. “Anzitutto perché all’inizio Obama sottovalutò la gravità di questa crisi  –  risponde Krugman  –  mentre adesso sta cambiando posizione. Il fatto è che a lui conviene battersi fino in fondo per le sue idee, tenere duro, non cercare compromessi. Se Obama vince a novembre, io credo che governerà meglio nel suo secondo mandato”.

Un’altra obiezione frequente alla sua ricetta keynesiana, riguarda la qualità, l’efficacia, la rapidità della spesa pubblica.

La macchina burocratica è spesso inefficiente, non solo nell’Europa mediterranea ma anche qui negli Stati Uniti. Krugman ha una risposta anche a questo. “La prima cosa da fare  –  spiega  –  è cancellare l’effetto distruttivo dei tagli di spesa. Per esempio, qui negli Stati Uniti, bisogna cominciare col ri-assumere le migliaia di insegnanti licenziati a livello locale. Queste sono manovre di spesa dagli effetti istantanei. In Europa, la manovra equivalente è restituire le prestazioni del Welfare State che sono state ingiustamente tagliate”.

Veniamo dunque al malato più grave del momento: l’eurozona. A questo paziente in coma, Krugman sta dedicando un’attenzione smisurata. Spesso i suoi editoriali sul New York Times sono duri attacchi all’austerity d’impronta germanica, appelli ai dirigenti europei perché rinsaviscano prima che sia troppo tardi. “Guardate cos’è accaduto all’Irlanda  –  dice  –  cioè a un paese che si può considerare l’allievo modello, il più virtuoso nell’applicare le ricette dell’austerity volute dal governo tedesco. L’Irlanda ha avuto una finta ripresa e poi è ricaduta nella recessione. All’estremo opposto ci sono quei paesi asiatici, dalla Cina alla Corea del Sud, che hanno manovrato con energia le leve della spesa pubblica, e così hanno evitato la crisi”.

Krugman considera probabile l’uscita della Grecia dall’euro, ma lo preoccupa di più il “dopo”. Denuncia il rischio di un “effetto-domino, se la Germania non cambia strada”. Avverte che le conseguenze di una disintegrazione dell’Unione “sarebbero perfino più gravi sul piano politico che su quello economico”. I suoi modelli, oltre ai paesi asiatici, sono la Svezia e perfino la piccola Islanda: “Perché dopo la bancarotta ha avuto il coraggio di cancellare tutti i propri debiti con le banche, negare i rimborsi, ed è ripartita dopo una svalutazione massiccia”.

Uno schiaffo nei confronti della finanza globale, che il premio Nobel considera legittimo e benefico (per l’Islanda). E su questo conclude toccando una questione scottante: perché anche la sinistra quando va al potere diventa succube dei banchieri? Perché Obama all’inizio del suo primo mandato nominò così tanti consiglieri legati a Wall Street? La risposta di Krugman è fulminante: “Perché danno la sensazione di sapere. Sono davvero impressionanti, quelli di Wall Street: danno a intendere di capirne qualcosa, anche dopo avere distrutto il mondo, o quasi”.

Qualcuno già punta su Krugman come prossimo segretario al Tesoro, se Obama viene rieletto a novembre. “Si vede che non hanno mai visto il caos che regna sulla mia scrivania e nel mio ufficio”, scherza l’economista più influente e controverso d’America. Poi chiude: “A me piace il mio ruolo attuale, che definirei così: il castigatore delle idee sbagliate”.

LaRepubblica.it

Ci si prepara alle guerre del 2020

di: Tommaso Di Francesco e Manlio Dinucci

Una notizia incoraggiante per i disoccupati, i precari, le famiglie colpite in Italia dai tagli alle spese sociali: «Il contributo dell’Italia al fondo per sostenere le forze di sicurezza afghane al termine della transizione, a fine 2014, sarà di sostanza e in linea con la quantità e la qualità della sua presenza in questo decennio in Afghanistan». Lo ha assicurato il ministro Giulio Terzi a Bruxelles durante il Ministeriale Esteri e Difesa della Nato.

L’ammontare complessivo del fondo sarà deciso al Summit Nato, che si svolgerà a Chicago il 20-21 maggio, ma il segretario generale Anders Rasmussen lo ha già quantificato in almeno 4 miliardi di dollari annui.

Il grosso della spesa per mantenere le «forze di sicurezza» afghane, circa 350mila uomini, graverà sui maggiori paesi dell’Alleanza, Italia compresa. Rasmussen, lo presenta come un affare, sottolineando che è molto meno costoso finanziare le forze locali piuttosto che dispiegare truppe internazionali in Afghanistan.

Entro il 2014, è prevista l’uscita progressiva delle truppe Nato, circa 130mila uomini. Ma, ha sottolineato il segretario Usa alla Difesa Leon Panetta, «non abbandoneremo l’Afghanistan». In altre parole, la Nato non se ne andrà.

Da un lato, addestrerà e armerà le «forze di sicurezza» governative, che saranno di fatto sotto comando Nato; dall’altro, potenzierà le forze per le operazioni speciali, anzitutto quelle Usa organizzate in una nuova «Forza di attacco», che continueranno a operare in Afghanistan dopo il 2014. Allo stesso tempo molte funzioni, prima svolte dagli eserciti ufficiali, verranno affidate a contractor di compagnie militari private (solo quelli alle dipendenze del Pentagono superano i 110mila).

Questa ridislocazione di forze rientra nel progressivo spostamento del centro focale della strategia Usa/Nato verso la regione Asia/Pacifico. Riguardo alla Siria, Rasmussen ha dichiarato che «non abbiamo intenzione di intervenire», ma, ha precisato, «seguiamo la situazione da vicino». Molto da vicino, dato che servizi segreti e forze speciali di paesi Nato già armano e addestrano i «ribelli». Riguardo all’Iran, proseguono i preparativi di guerra in stretto coordinamento con Israele. La Nato però guarda oltre, al confronto con Russia e Cina.

«Non consideriamo la Russia una minaccia per i paesi Nato, e la Russia non dovrebbe considerare la Nato una minaccia per la Russia», ha assicurato Rasmussen al meeting di Bruxelles, sottolineando che «il nostro sistema di difesa antimissile non è progettato per minacciare la Russia». Intanto però, con l’allargamento ad est, la Nato continua a spostare forze e basi (anche a capacità nucleare) a ridosso della Russia, e, con la motivazione della «minaccia iraniana», sta installando in Europa sistemi radar e missilistici che le permetteranno di acquisire un ulteriore vantaggio strategico sulla Russia.

Ma è soprattutto alla Cina che guarda la Nato, preparandosi a potenziare le proprie capacità militari con una serie di misure tecniche e organizzative, denominata «Smart Defence» (Difesa intelligente). Al prossimo Summit di Chicago, i capi di stato e di governo della Nato «getteranno le fondamenta delle future forze dell’Alleanza per il 2020 e oltre». In tale quadro si inserisce lo «Schriever Wargame», una esercitazione organizzata dal Comando della forza aerospaziale Usa, focalizzata sull’«uso dello spazio e del cyberspazio in un futuro conflitto». Nell’ultima edizione, nel 2010, lo scenario era quello di un conflitto nel Pacifico, chiaramente (anche se non esplicitamente) con la Cina.

Allo «Schriever Wargame 2012», in svolgimento dal 19 al 26 aprile, partecipa per la prima volta anche l’Italia. Gli Usa, ha dichiarato un portavoce Nato, «incoraggiano gli alleati europei a investire di più in tali capacità: partecipare allo Schriever Wargame dà loro l’opportunità di lavorare insieme su sistemi basati nello spazio, che saranno sempre più impotanti per le future operazioni». Lo scenario di quest’anno è una spedizione Nato nel Corno d’Africa, contro «pirati sostenuti da al-Shabaad, affiliata di al-Qaeda in Africa».

La Nato ormai non ha più confini: dal Nord Atlantico è arrivata all’Oceano Indiano e al Pacifico, scavalcando le montagne afghane, ed è ormai lanciata verso le guerre spaziali del 2020. Mentre in Italia mancano i soldi per ricostruire le case terremotate dell’Abruzzo.

IlManifesto.it

Le spese militari uccidono

di Manlio Dinucci

Nel tempo che impiegherete a leggere questo articolo, nel mondo si saranno spesi altri 10 milioni di dollari in armi, eserciti e guerre. La spesa militare mondiale ammonta infatti a 3,3 milioni di dollari al minuto. Ossia 198 milioni ogni ora, 4,7 miliardi ogni giorno. Il che equivale a 1.738 miliardi di dollari in un anno.

Sono i dati relativi al 2011, pubblicati ieri dal Sipri, l’autorevole istituto internazionale con sede a Stoccolma.

A fare da locomotiva della spesa militare sono ancora gli Stati uniti, con 711 miliardi, equivalenti al 41% del totale mondiale.

L’annunciato taglio di 45 miliardi annui nel prossimo decennio è tutto da vedere.

I risparmi dovrebbero essere effettuati riducendo le forze terrestri e restringendo i benefit (compresa l’assistenza medica) dei veterani.

Obiettivo del Pentagono è rendere le forze Usa più agili, più flessibili e pronte ad essere dispiegate ancora più rapidamente. La riduzione delle forze terrestri si inquadra nella nuova strategia, testata con la guerra di Libia: usare la schiacciante superiorità aerea e navale Usa e far assumere il peso maggiore agli alleati.

Ma non per questo le guerre costano meno: i fondi necessari, come è avvenuto per quella contro la Libia, vengono autorizzati dal Congresso di volta in volta, aggiungendoli al bilancio del Pentagono. E a questo si aggiungono anche altre voci di carattere militare, tra cui circa 125 miliardi annui per i militari a riposo e 50 per il Dipartimento della sicurezza della patria, portando la spesa Usa a circa la metà di quella mondiale.

Nelle stime del Sipri, la Cina resta al secondo posto rispetto al 2010, con una spesa stimata in 143 miliardi di dollari, equivalenti all’8% di quella mondiale. Ma il suo ritmo di crescita (170% in termini reali nel 2002-2011) è maggiore di quello della spesa statunitense (59% nello stesso periodo). Tale accelerazione è dovuta fondamentalmente al fatto che gli Usa stanno attuando una politica di «contenimento» della Cina, spostando sempre più il centro focale della loro strategia nella regione Asia/Pacifico.

In rapido aumento anche la spesa della Russia, che passa, con 72 miliardi di dollari nel 2011, dal quinto al terzo posto tra i paesi con le maggiori spese militari.

Seguono Gran Bretagna, Francia, Giappone, Arabia Saudita, India, Germania, Brasile e Italia. La spesa militare italiana viene stimata dal Sipri, per il 2011, in 34,5 miliardi di dollari, equivalenti a circa 26 miliardi di euro annui. L’equivalente di una grossa Finanziaria.

Nella ripartizione regionale, Nord America, Europa e Giappone totalizzano circa il 70% della spesa militare mondiale: è quindi la triade, che finora ha costituito il «centro» dell’economia mondiale, a investire le maggiori risorse in campo militare. Ciò ha un effetto trainante sulle regioni economicamente meno sviluppate: ad esempio, l’Africa conta appena il 2% della spesa militare mondiale, ma il Nord Africa ha registrato la più rapida crescita della spesa militare tra le subregioni (109% in termini reali nel 2002-2011) e anche quella della Nigeria è in rapida crescita.

La spesa militare continua così ad aumentare in termini reali. Secondo le stime del Sipri, è salita a circa 250 dollari annui per ciascuno dei 7 miliardi di abitanti del pianeta. Una cifra apparentemente trascurabile per un cittadino medio di un paese come l’Italia. Ma che, sommata alle altre, diventa un fiume di denaro pubblico che finisce in un pozzo senza fondo. Prima ancora di uccidere quando viene convertita in armi ed eserciti, la spesa militare uccide sottraendo risorse vitali a miliardi di esseri umani.

IlManifesto.it

E se abolissimo il Fmi?

di: Fabio Chiusi

Non è stato capace di prevedere la grande crisi. Né di risolverla. Anzi, forse le sue scelte l’aggravano. Eppure condiziona in modo antidemocratico i Paesi che tiene per il collo. A iniziare dalla Grecia, ma non solo. Allora, perché tenerci il Fondo Monetario Internazionale? Lo abbiamo chiesto a esperti e studiosi di tendenze diverse

Tra le sue principali funzioni c’è quella di formulare previsioni sull’andamento dell’economia mondiale, ma non è stato in grado di prevedere la bufera sui debiti sovrani. Elargisce prestiti miliardari, ma è accusato di imporre condizioni talmente restrittive da svuotare la sovranità dei paesi che ne beneficiano, stritolarne l’economia reale e le popolazioni che ne traggono sostentamento.

Dovrebbe «incoraggiare la cooperazione monetaria globale, garantire la stabilità finanziaria, facilitare gli scambi internazionali, promuovere l’occupazione e una crescita economica sostenibile e ridurre la povertà nel mondo» ma – argomentano i critici – in realtà è una istituzione disperatamente in cerca di identità e missione.

Se il Fondo Monetario Internazionale finisse dalla parte dell’imputato in un ipotetico processo, la requisitoria del pubblico ministero inizierebbe all’incirca a questo modo. E, a giudizio degli economisti dei più diversi orientamenti interpellati da ‘l’Espresso’, ci sarebbero buone probabilità di giungere a una sentenza di condanna.

Perché a detta dei critici il Fondo, nelle cui mani – insieme alla Commissione dell’Unione europea e alla Bce – riposa il futuro della Grecia e dell’intera Eurozona, è una istituzione antidemocratica, opaca, preda degli interessi di pochi e che, in definitiva, così com’è non si capisce nemmeno bene a che serva.

Nata alla fine della Seconda Guerra Mondiale, l’organizzazione che raccoglie 187 Paesie gestisce centinaia di miliardi di euro dovrebbe essere urgentemente riformata. A partire dalla sua funzione, come spiega Franco Bruni, docente di Teoria e politica monetaria internazionale all’Università Bocconi: «Da quando, all’inizio degli anni ’70, è caduto il sistema di Bretton Woods», argomenta, «il Fmi è una istituzione in cerca di lavoro. Perché è finita quella che costituiva la sua funzione principale: la regia di un mondo di cambi fissi».

Da allora, dice Bruni, «ne ha fatte di tutti i colori»: dal riciclo dei petroldollari all’espansione delle sue attività nei paesi in via di sviluppo», finendo per «pestarsi i piedi con la Banca Mondiale» a causa dell’estensione dei suoi finanziamenti ad ambiti che nulla hanno a che vedere con il sistema dei cambi.

Non solo: «Con il passare degli anni ha iniziato a giudicare, tramite visite regolari, i sistemi di vigilanza, regolazione e stabilità finanziaria dei Paesi bisognosi del suo intervento», aggiunge Bruni. Un ruolo intensificatosi a partire dalle prime crisi degli anni ’90, conclude, ma che ha generato la confusione nell’attribuzione di compiti e responsabilità, e le relative accuse di ‘commissariare’ la politica, che appare evidente in questi mesi sull’orlo del baratro.

Parte essenziale di una riforma del Fondo sarebbe una ridefinizione del peso dei suoi azionisti. Oggi, infatti, i soli Stati Uniti detengono un forte potere di veto sulle sue scelte, dato che detengono il 17,7 per cento dei voti all’interno del Board dei Governatori, la sua più alta autorità decisionale.

La Cina, pur detenendo il 45 per cento del debito estero americano, è al 4 per cento. Economie in forte sviluppo come il Brasile e l’India non vanno oltre l’1,7 e il 2,4 per cento, rispettivamente.

«Questo è assolutamente un problema», sostiene il responsabile economico del Pd,Stefano Fassina, già economista per il Fondo dal 2000 al 2005, «perché pesa negativamente sulla legittimità del Fmi: è evidente che la distribuzione delle quote riflette un mondo che non c’è più, e la credibilità delle sue politiche ne risente».

Quanto all’Europa, il peso è distribuito ai singoli Paesi. Con la conseguenza che, qualora emergano dissensi, la sua voce conta meno di quanto potrebbe se vi fosse un rappresentante unico. In ogni caso, aggiunge l’economista Tito Boeri, anche lui in passato consulente del Fondo, «c’è ancora molto una impostazione Occidentale, che ignora il peso crescente dei paesi emergenti. Se c’è da ricalibrare il Fondo dev’essere sicuramente in quella direzione». Con una precisazione: «Chi solleva questo problema, tuttavia, dovrebbe rendersi conto che la naturale implicazione è dare più peso a loro. L’Italia conterebbe ancora meno». Per quanto le quote siano state parzialmente ridefinite nel 2010, lo squilibrio resta.

Un ulteriore problema è rappresentato dalla complessità della governance del Fondo, oggi distribuita all’interno di un intreccio incredibile di organi. Un Board dei governatori, uno per Paese (di norma il ministro delle finanze o il capo della banca centrale), cui spetta ridefinire il peso delle quote e l’ammissione di nuovi membri. Due comitati ministeriali che consigliano i governatori. Un Board esecutivo, i cui 24 membri dovrebbero rappresentare gli interessi di 187 Paesi, anche 24 alla volta, e controllarne lo stato di salute finanziaria.

Le decisioni sono prese per consenso o voto formale sotto la direzione di un ‘direttore operativo’ e del suo staff. Attualmente a capo del Fondo c’è Christine Lagarde, uno stipendio da circa 31.700 euro al mese, 551.700 dollari l’anno: 130 mila in più del predecessore Dominique Strauss-Kahn.

Nonostante il Fondo sia dotato al suo interno di un Ufficio di Valutazione Indipendente, di un Ufficio per l’Etica e addirittura di una hotline attiva 24 ore su 24 per chi volesse spifferarne i difetti, più di qualcuno argomenta inoltre che l’intera macchina sia tutt’altro che efficiente e trasparente. E non solo gli ‘indignati’ accampati nelle piazze di tutto il mondo: «Serve una governance interna snella», argomenta Bruni, «perché in questo momento il governo del Fondo è estremamente complicato. C’è una gerarchia di due organi che si pestano i piedi, sono pieni di carte. Io ho visto come lavorano, è impossibile. Serve un consiglio direttivo professionale, scelto non in base a criteri politici, non Christine Lagarde, ma veri banchieri internazionali con grandi capacità».

Ma non è un problema solo di burocrazia. Il sociologo Luciano Gallino, autore di un recente volume intitolato ‘Finanzcapitalismo’, non ha dubbi: «L’Fmi è un organismo intrinsecamente non democratico, quindi il suo funzionamento è opaco per definizione. Probabilmente è trasparente a chi ne sta dentro e chi ne influenza le decisioni.» Perché non democratico? «Perché il Fondo rappresenta nel modo più chiaro e netto la struttura della finanza internazionale con le sue esigenze. Quindi non soltanto di democratico non ha nulla: ha ostacolato in vario modo i sistemi democratici in molti paesi», attacca Gallino, «perché la sua ricetta è sempre stata ‘ti presto dei soldi a condizione che attui riforme – le chiamano così – intrinsecamente non democratiche': privatizzare tutto il privatizzabile, tagliare le pensioni, la sanità, la scuola pubblica, ridurre il ruolo dello Stato».

Il problema è che il Fondo «nei suoi fondamenti incorpora la mitologia economica neoliberista, e mi sembra molto difficile riformarla: la mitologia neoliberista non si riforma. Bisogna pensare a riformare l’architettura del sistema finanziario internazionale e in questa riforma si potrebbe trovare anche una collocazione diversa del FMI», argomenta Gallino. Che ricorda come fu lo stesso Ufficio di Valutazione del Fondo, nel 2008 e con «mezza dozzina di banche già fallite negli Stati Uniti e in Europa», a criticare l’orientamento dell’istituto. In cui per il sociologo vige «un pensiero totalitario, non molto diverso da quello totalitario dell’estrema sinistra di stampo sovietico.»

Critiche che si aggiungono a quelle formulate dall’ex capo economista, Kenneth Rogoff, a settembre dello scorso anno: «Soltanto un anno fa, al meeting annuale dell’Fmi a Washington», ha scritto in un intervento sul ‘Sole 24 Ore’, «i funzionari più esperti sostenevano che il panico per la crisi del debito sovrano in Europa era una tempesta in un bicchier d’acqua. L’Fmi sosteneva che perfino le dinamiche del debito della Grecia non fossero un problema serio».

Segnali insomma di una perdita di credibilità, e di una capacità previsionale non eccelsa. Anche se, precisa Fassina, più che di mancata comprensione in alcuni casi potrebbe trattarsi di una precisa strategia comunicativa. Perché «bisogna tener conto che se il Fondo dice che la Grecia fallisce, la Grecia fallisce un minuto dopo».

Qualche segnale positivo, aggiunge l’esponente Pd, viene dal fatto che negli ultimi anni il Fondo abbia fatto «delle correzioni di linea significative», anche grazie al nuovo capo economico Olivier Blanchard, allontanandosi dall’ortodossia. E a uno studio, prodotto dagli economisti del Fondo, che smentisce le teorie di chi «come Alesina e Giavazzi parla di politiche di austerità espansive. E dimostra che, al contrario, sono recessive», dice Fassina.

Ma molto resta da fare. E se c’è chi, come il professor Bruni, afferma che «bisogna portare via il Fmi da Washington» perché «non è bello che i funzionari del Fondo che esaminano la politica monetaria del Gabon o dell’Indonesia arrivino a un posto che è a poche centinaia di metri dal Tesoro americano», l’economista e senatore Fli Mario Baldassarri ricorda che il problema è sistemico: «Io farei un processo all’Occidente e all’Europa, non solo al Fondo. Nel senso che l’Occidente si sta suicidando e l’Europa non esiste. Non è mai esistita».

Per Baldassarri, «occorre una nuova governance, un nuovo G8 che proceda a fare la nuova Bretton Woods, il nuovo Fmi, la nuova Banca Mondiale». A quel tavolo dovrebbero sedere con pari dignità le potenze emergenti, e un rappresentante degli ‘Stati Uniti d’Europa’. «Altrimenti continueremo ad alimentare la ricchezza cinese, che tra l’altro non serve ancora a migliorare il tenore di vita dei cinesi», argomenta il senatore. Ma perché ciò avvenga servono risposte politiche, «non tecnicalità del Fondo».

Espresso- Repubblica.it

Gruppi armati all’interno della Siria: Preludio all’ intervento USA-NATO ?

di: Michel Chossudovsky

Russia e Cina hanno posto il veto al progetto di risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che puntava a condannare il regime siriano di Bashar al Assad, indicando l’esistenza di gruppi armati coinvolti nell’uccisione di civili nonché di atti terroristici.

Questi gruppi armati sono stati coinvolti sin dall’inizio del “movimento di protesta” a Daraa, nella Siria meridionale, nel marzo 2011.

La dichiarazione dell’ambasciatore russo alle Nazioni Unite, Viktor Churkin, non menziona però chi ci sia dietro questi gruppi armati.

Churkin ha detto che i promotori occidentali della  risoluzione non avevano incluso proposte fondamentali, ad esempio come isolare l’opposizione siriana dai gruppi estremisti violenti o una chiamata alle armi verso gli altri stati per usare la loro influenza in modo da impedire tali alleanze“. (Russia Today, 4 febbraio 2012)

Paradossalmente, la decisione della Russia di porre il veto sulla risoluzione è coerente con la relazione della missione degli osservatori della Lega Araba in Siria, che confermano l’esistenza di una “entità armata”.

Inaspettatamente, però, né Washington né la Lega Araba, che hanno commissionato,  in primo luogo, la missione degli osservatori in Siria, hanno accettato la relazione provvisoria presentata dalla Missione della Lega Araba.

Perché? 

Perché la missione – integrata da osservatori indipendenti provenienti da paesi della Lega Araba – fornisce una valutazione equilibrata e oggettiva di ciò che sta accadendo sul terreno all’interno della Siria. Non funge da megafono per Washington e per i governi degli stati arabi.

Essa sottolinea l’esistenza di una “entità armata”, riconoscendo che “gruppi armati dell’ opposizione”, tra cui il Syria Free Army, sono coinvolti in atti criminali e terroristici.

In alcune zone, questa entità armata ha reagito attaccando le forze di sicurezza siriane e i cittadini, provocando il governo a rispondere con ulteriori atti di violenza. Alla fine, sono i cittadini innocenti a pagare il prezzo di tali azioni con la vita o restando gravemente feriti.”

A Homs, Hama e Idlib, gli osservatori della missione hanno assistito ad atti di violenza commessi contro le forze governative e i  civili che hanno causato diversi morti e feriti. Esempi di tali atti sono l’attacco ad un autobus di civili, che ha provocato la morte di otto persone e ferendone molte altre, tra cui donne e bambini, e quello ad un treno che trasportava gasolio. In un altro incidente a Homs, è stato colpito un autobus della polizia, con due poliziotti che sono rimasti uccisi. Una gasdotto e alcuni piccoli ponti sono stati fatti saltare in aria.

Incidenti di questo tipo comprendono attacchi contro edifici, contro treni che trasportano carburante, contro veicoli adibiti al trasporto di gasolio ed esplosioni mirate contro la polizia, contro i membri dei media e le condutture di carburante. Alcuni di questi attacchi sono stati condotti dal Syria Free Army e  altri da gruppi armati dell’opposizione “.

Mentre la missione non identifica le potenze straniere dietro “l’entità armata”, la sua relazione dissipa le bugie dei media mainstream e le loro falsificazioni, usate da Washington per spingere ad un “cambio di regime” in Siria.

Il rapporto accenna anche al fatto che sono state esercitate, da parte dei funzionari del governo,  pressioni politiche per sostenere senza riserve la posizione politica di Washington.

Inoltre, gli osservatori sono stati anche sotto pressione per difendere le menzogne ​​e le falsificazioni dei media mainstream,  utilizzate per demonizzare il governo di Bashar al Assad:

Alcuni osservatori hanno rinnegato le loro funzioni e hanno rotto il giuramento che avevano preso. Hanno preso contatto con i funzionari provenienti dai loro paesi riferendo resoconti esagerati degli eventi. Quei funzionari, di conseguenza, hanno contribuito a sviluppare un quadro desolante e infondato della situazione.”

In recenti sviluppi, la Lega Araba ha annunciato che la missione in Siria verrà  sospesa.

Gruppi armati all’interno della Siria 

È ampiamente dimostrato che i gruppi armati, tra cui salafiti, milizie affiliate ad Al Qaeda  e i Fratelli Musulmani, sono segretamente sostenuti dalla Turchia, da Israele e dall’ Arabia Saudita.

L’insurrezione in Siria ha caratteristiche simili a quella della Libia, che è stata supportata direttamente dalle forze speciali britanniche che operano a Bengasi. Secondo l’ex funzionario della CIA Philip Giraldi:

La NATO è già clandestinamente impegnata nel conflitto siriano, con la Turchia che prende il comando fungendo da proxy degli Stati Uniti. Il ministro degli Esteri di Ankara, Ahmet Davitoglu, ha ammesso apertamente che il suo paese è pronto a invadere, non appena vi sia un accordo tra gli alleati occidentali. L’intervento dovrebbe basarsi su principi umanitari, per difendere la popolazione civile in base alla “responsabilità di proteggere”, dottrina che è stata invocata per giustificare l’ intervento in Libia. Fonti turche indicano che l’intervento potrebbe iniziare con la creazione di una zona cuscinetto lungo il confine turco-siriano per poi essere allargata. Aleppo, la città più grande e più cosmopolita della Siria, sarebbe la punta di diamante mirata dalle forze di liberazione.”

Aerei non contrassegnati della NATO stanno arrivando alle basi militari turche vicino ad Iskenderum ,sul confine siriano, consegnando le armi degli arsenali di Muammar Gheddafi così come i volontari  del Consiglio di transizione nazionale della Libia che hanno esperienza nell’aizzare i volontari locali contro i soldati, una competenza che hanno acquisito affrontando l’esercito di Gheddafi. Iskenderum è anche la sede del Free Syrian Army, il braccio armato del Consiglio nazionale siriano. Addestratori delle forze speciali francesi e inglesi sono sul campo, assistendo i ribelli siriani, mentre la CIA e gli uomini delle Operazioni Speciali degli Stati Uniti stanno fornendo sistemi di comunicazione e intelligence per aiutare la causa dei ribelli, permettendo ai combattenti di evitare concentrazioni di soldati siriani.”

Il ruolo di Robert Ford, ambasciatore degli Stati Uniti 

L’ambasciatore americano Robert Stephen Ford, che è arrivato a Damasco a gennaio 2011, ha svolto un ruolo centrale nel gettare le basi per una insurrezione armata in Siria. Come “Numero Due” presso l’ambasciata Usa a Baghdad (2004-2005) sotto la guida dell’ambasciatore John D. Negroponte, Ford ha svolto un ruolo chiave nell’attuazione della ‘”Opzione Salvador” del Pentagono in Iraq . Questa consisteva nel sostenere squadroni della morte iracheni e le forze paramilitari modellate sull’esperienza di quanto avvenuto in  Centro America all’inizio del 1980.

Il mandato di Ford a Damasco è quindi quello di replicare l’ “Opzione Salvador” in Siria, favorendo segretamente lo sviluppo di una insurrezione armata.

Alcune relazioni puntano allo sviluppo di una vera e propria e ben organizzata rivolta armata , supportata, addestrata ed equipaggiata dalla NATO e dal comando supremo della Turchia. Secondo fonti di intelligence israeliane:

Il quartier generale della NATO a Bruxelles e il comando supremo turco nel frattempo stanno elaborando piani per il loro primo passo militare in Siria, cioè armare i ribelli con armi per contrastare carri armati ed elicotteri utilizzati dal regime di Assad per reprimere l’opposizione. Invece di ripetere il modello libico degli attacchi aerei, gli strateghi della NATO stanno pensando a inviare grandi quantità di missili anti-carro e anti-aria, mortai e mitragliatrici pesanti nei centri protesta, per respingere di nuovo i blindati delle forze governative.” (DEBKAfile, NATO to give rebels anti-tank weapons, 14 agosto 2011)

Un intervento guidato da USA-NATO, che inevitabilmente coinvolgerebbe anche Israele, è già sul tavolo del Pentagono. Secondo fonti militari e di intelligence, la NATO, la Turchia e l’Arabia Saudita hanno già discusso “quale tipo di forma richiederebbe questo intervento [in Siria] ” (Ibid)

LINK: Armed Groups Inside Syria: Prelude to a US-NATO Intervention?

DI: Coriintempesta

Venezuela: La minaccia del buon esempio?

di: Eva Golinger

Washington non ha mai nascosto il suo disprezzo per il presidente del Venezuela Chavez e i  mass media hanno trasformato un leader democratico in un dittatore. Il Venezuela rappresenta davvero una minaccia per gli Stati Uniti o tutto questo clamore mediatico è solo una scusa per un cambiamento di regime? 

[NOTA: ho accompagnato il presidente Chavez nel suo ultimo viaggio in Iran ad  ottobre 2010 e posso attestare il legittimo rapporto tra entrambe le nazioni. Non abbiamo fatto visita agli impianti nucleari,  abbiamo invece visitato i cantieri per edifici residenziali che sono stati successivamente utilizzati come modello per un programma di edilizia residenziale pubblica attualmente in corso in Venezuela, in joint venture con l’Iran. Ho anche visitato personalmente, diversi anni fa, la fabbrica  iraniana-venezuelana di trattori a Bolivar  e ne ho anche guidato uno. Posso  dire con certezza che non era nè radioattivo né era una copertura per una bomba atomica.]

La visita del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad in America Latina questa settimana ha causato  frenesia a Washington. Il pensiero che il Nemico numero 1 degli Stati Uniti fosse a poche miglia di distanza, a sud del confine,ad  ingraziarsi le nazioni un tempo dominate dalla agenda di Washington, era troppo da sopportare per un governo che cerca disperatamente di isolare l’Iran e sbarazzarsi della nazione persiana della Rivoluzione islamica. 

I giorni prima dell’arrivo di Ahmadinejad in Venezuela, la sua prima tappa di un tour che lo porterà a visitare altre quattro nazioni latinoamericane, il Dipartimento di Stato americano ha avvertito la regione di ricevere il presidente iraniano e di rafforzare i legami, mentre Washington stava intensificando le sanzioni contro l’Iran e l’aumento della pressione sul governo di Ahmadinejad. Come segno della sua severità, Washington ha anche espulso un diplomatico venezuelano che lavorava come console generale a Miami, per presunti collegamenti ad un infondato complotto iraniano contro gli Stati Uniti.

Il presidente del Venezuela Hugo Chavez ha liquidato gli avvertimenti di Washington come le parole di un “impero ridicolo” che non “ci domina più in America Latina”. “Siamo nazioni sovrane”, ha chiarito Chavez, mentre riceveva il  Presidente iraniano a braccia aperte. Chavez ha anche ironizzato riguardo le accuse di Washington che il rapporto iraniano-venezuelano  rappresenti una minaccia per gli Stati Uniti.

“Ci accusano in continuazione di piani per attaccare gli Stati Uniti. Dicono che stiamo costruendo una bomba per lanciarla contro Washington. Vedete quella collina lì ? Quella collina adesso si aprira’ e ne uscira’ un’enorme bomba atomica  che io e il presidente Ahmadinejad  lanceremo contro la Casa Bianca”, ha scherzato il presidente Chavez  con i giornalisti che erano giunti al palazzo presidenziale per la visita del presidente iraniano.

“La sola guerra che il Venezuela e l’Iran stanno conducendo insieme è la guerra contro la fame, contro la povertà, contro l’esclusione”, ha chiarito Chavez in tono severo.

Da anni ormai, i funzionari del governo degli Stati Uniti, gli analisti esterni, i  think tank, i consulenti del governo e i commentatori dei media hanno lanciato allucinanti accuse contro il Venezuela, sostenendo che la nazione sudamericana stia costruendo basi missilistiche con l’Iran per pianificare attacchi contro gli Stati Uniti e campi di addestramento terroristici dove ospitare i membri di Al Qaeda, Hezbollah e la Guardia Rivoluzionaria Iraniana. Queste affermazioni assurde si spingono fino ad asserire che  le joint venture venezuelane-iraniane, come fabbriche di auto e biciclette e centrali del latte non servano ad altro se non a nascondere  i siti segreti sotterranei per l’ arricchimento dell’uranio delle bombe nucleari da lanciare contro gli Stati Uniti. Anche un volo commerciale tra Caracas e Teheran è stato rivendicato da questi “analisti” degli Stati Uniti e da alcuni membri del Congresso, come Connie Mack e Ileana Ros-Lehtinen (entrambi repubblicani della Florida), come un “volo del terrore” per il trasporto di “materiali radioattivi” e “terroristi”.

Quanto ridicole possono sembrare le accuse Washington contro il Venezuela, tali accuse, pericolose e prive di fondamento, vengono utilizzate per amplificare le ostilità contro la nazione sudamericana, incanalare milioni di dollari di finanziamenti ai gruppi anti-Chavez  nel tentativo di destabilizzare il governo venezuelano e di perpetuare ulteriormente una campagna mediatica atta a demonizzare il capo di Stato venezuelano, raffigurando questo paese produttore di petrolio come una dittatura.

Nel corso degli ultimi anni, mentre  si intensifica la campagna contro il Venezuela,il  gergo comune nei mass media, riferendosi al Presidente Chavez,  comprende termini come “dittatore”, “autoritario”, “tiranno”, “terrorista”, “minaccia” e ritrae il paese latino-americano come uno “stato fallito” dove i diritti umani sono costantemente “violati” e la libertà di espressione è inesistente. Chiunque abbia visitato il Venezuela durante l’amministrazione Chavez sa che non solo non esiste alcuna dittatura, ma la democrazia è aperta, vivace e partecipativa, fiorisce la libertà di parola e i venezuelani godono di una maggiore garanzia dei diritti umani rispetto ai loro vicini del nord degli Stati Uniti. Ai mezzi di comunicazione è necessario ricordare che il presidente Chavez è stato eletto con oltre il 60% dei voti nei trasparenti processi elettorali, con l’80% di partecipazione elettorale certificata da osservatori internazionali.

Come  ha sottolineato di recente il presidente Chavez, il governo venezuelano sta investendo ogni anno di più in programmi sociali e in misure contro la povertà , mentre paesi come gli Stati Uniti stanno tagliando i servizi sociali. In Venezuela, la povertà è stata ridotta di oltre il 50% negli ultimi dieci anni, grazie alle politiche sociali dell’amministrazione Chavez, mentre negli Stati Uniti, 1 bambino su 5 vive attualmente in condizioni di estrema povertà. La disoccupazione, a dicembre 2011,  in Venezuela era al 6,5% rispetto all’8,5 % degli USA. L’esclusione, la mancanza di opportunità, l’astensione degli elettori ed  altre piaghe sociali sono in continuo aumento negli Stati Uniti.

“Obama, non pensarci più. Fatti gli affari tuoi e prenditi cura del tuo paese, dove  hai un sacco di problemi “, ha suggerito il presidente Chavez durante un recente discorso. Chavez è stato anche pronto a sottolineare che Obama ha appena tagliato l’ assistenza federale  per il gasolio necessario per il riscaldamento  delle famiglie a basso reddito, lasciando migliaia di persone a soffrire in questo gelido inverno, dovendo scegliere tra cibo o calore. Nel frattempo, il governo venezuelano ha appena rinnovato e ampliato il suo programma di assistenza relativo al gasolio per il riscaldamento domestico alle comunità negli Stati Uniti attraverso la Citgo. Negli ultimi 7 anni, la società venezuelana Citgo è stata l’unica società petrolifera negli Stati Uniti disposta a fornire a costi ridotti il gasolio per la casa a chi ne aveva bisogno. E ‘ironico che il governo venezuelano stia aiutando le persone negli Stati Uniti mentre il governo degli Stati Uniti e le sue imprese si rifiutano di farlo.

VENEZUELA & IRAN: LA MINACCIA REALE

Il rapporto tra il Venezuela e l’Iran può causare allarme in alcuni ambienti a Washington, ma non per i motivi descritti dai media. Come membri fondatori dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) nel 1960, il Venezuela e l’Iran hanno condiviso stretti rapporti da decenni. Entrambi i paesi hanno interessi strategici in tutto il mondo. Tuttavia, non è da poco tempo che queste relazioni vadano oltre i semplici interessi energetici.

L’entrata dell’Iran in America Latina come partner commerciale, insieme a Cina e Russia, è la vera minaccia per l’egemonia statunitense nella regione. Le  società statunitensi che hanno monopolizzato l’emisfero per oltre un secolo, vengono ora sostituite da imprese asiatiche, mediorientali ed europee disposte a fornire offerte più allettanti a paesi come il Venezuela. Gli accordi con l’Iran, per esempio, includono il trasferimento di tecnologia e non solo l’acquisto dei prodotti. Le fabbriche iraniane di automobili  in Venezuela non si limitano solo all’assemblaggio di un prodotto iraniano. Gli accordi prevedono infatti che esse forniscano ai venezuelani l’abilità tecnica per la produzione di vetture, dalle materie prime al prodotto finito. Questo è essenziale per assicurare sviluppo,crescita e stabilità economica a lungo termine.

Le false accuse contro il Venezuela di terrorismo e di essere un paese guerrafondaio – nessuna delle quali è mai stata suffragata da prove reali – sono tentativi pericolosi per spaventare l’opinione pubblica nel giustificare un qualche tipo di aggressione contro una nazione pacifica. Il Venezuela non ha mai invaso, aggredito, minacciato o intervenuto in un altro paese, né ha bombardato e assassinato i cittadini di altre nazioni. Il Venezuela ha una politica di pace e non hai mai infranto o violato questa promessa.

Il Venezuela ha anche il diritto sovrano di intraprendere relazioni con le altre nazioni come meglio crede e di sviluppare le proprie politiche interne per favorire il benessere della sua gente. Questa sembra essere la più grande minaccia agli Stati Uniti.

LINK:  Venezuela: The Threat of a Good Example?

DI: Coriintempesta

Preparativi per attaccare l’ Iran con armi nucleari. “Nessuna opzione è fuori dal tavolo”

di: Michel Chossudovsky

Quando una guerra nucleare sponsorizzata dagli USA diventa uno” strumento di pace “, condonata e accettata dalle istituzioni mondiali e dalle più alta autorità, comprese le Nazioni Unite, non si può tornare indietro: la società umana è stata precipitata a capofitto sul sentiero dell’ auto – distruzione. “( Towards a World War III Scenario , Global Research, maggio 2011)

Il mondo è a un bivio pericoloso. L’America è su un sentiero di guerra. 

La terza guerra mondiale non è più un concetto astratto.

Gli Stati Uniti e i suoi alleati si stanno preparando a lanciare una guerra nucleare contro l’Iran con conseguenze devastanti. 

Questa avventura militare minaccia, nel vero senso della parola, il futuro dell’umanità.

Il progetto militare globale del Pentagono è la conquista del mondo.

Il dispiegamento militare delle forze USA-NATO sta avvenendo contemporaneamente in diverse regioni del mondo.

I pretesti e le “giustificazioni” per la guerra abbondano. L’Iran è oggi annunciato come una minaccia per Israele e il Mondo.

La guerra contro l’Iran è sul tavolo del Pentagono da più di otto anni. In sviluppi recenti , sono state lanciate rinnovate minacce e accuse contro Teheran.

Una “guerra di stealth” è già iniziata. Gli agenti del Mossad sono sul terreno. Formazioni paramilitari segrete sono in fase di lancio in Iran mentre i droni della Cia sono già stati schierati.

Nel frattempo, Washington, Londra, Bruxelles e Tel Aviv hanno lanciato specifiche  iniziative destabilizzanti per soffocare l’Iran diplomaticamente, finanziariamente ed economicamente .

Il Congresso degli Stati Uniti ha formulato un regime di sanzioni economiche ancora più pesante:

 “E’ emerso, a Washington, un consenso bipartisan favorevole a strangolare l’economia iraniana”. Ovvero consistente nell’attuazione di “un emendamento al disegno di legge di autorizzazione alla difesa 2012, progettato per “portare al collasso l’economia iraniana “… rendendo praticamente impossibile a Teheran di vendere il suo petrolio“. (Tom Burghardt,  Target Iran: Washington’s Countdown to War , Global Research, dicembre 2011). :

Questa nuova ondata di clamore diplomatico insieme alla minaccia di sanzioni economiche ha anche contribuito ad innescare un alone di incertezza nel mercato del greggio, con conseguenze potenzialmente devastanti per l’economia globale.

Nel frattempo, i media hanno rinnovato la loro propaganda relativa al presunta programma nucleare iraniano, che punta ad “attività legate alla possibile militarizzazione.”

In recenti sviluppi, a fatica ammessi dai media americani, il presidente Barack Obama ha incontrato privatamente (il 16 dicembre), a porte chiuse,  il Ministro della Difesa israeliano Ehud Barak. L’incontro si è tenuto alla periferia di Washington DC presso l’Hotel Gaylord, a National Harbor, Maryland, sotto gli auspici della Union for Reform Judaism .

L’importanza di questo tempistivo incontro privato sotto gli auspici della URJ non può essere sottovalutata. I resoconti suggeriscono che il faccia a faccia O.Barack / E. Barak sia stato incentrato in gran parte sulla questione di un attacco USA-Israele contro l’Iran.

Scrivendo su Haaretz, l’analista politico israeliano Amir Oren ha descritto questo incontro come una potenziale “luce verde” per Israele nel lanciare una guerra totale contro l’Iran:

E ‘possibile che l’incontro di venerdì scorso, durato mezz’ora, presso l’Hotel Gaylord a National Harbor, nel Maryland, tra il presidente americano Barack Obama e il ministro della Difesa Ehud Barak verrà ricordato nella storia di Israele come il momento in cui Barack O. ha dato il via libera ad E. Barak – nel bene e nel male – per attaccare l’Iran ..? Questo può essere visto come una sorta di flashback del colloquio tra il ministro della Difesa Ariel Sharon e il Segretario di Stato Alexander Haig a Washington nel maggio del 1982, che ha dato origine alla (erronea) impressione di Israele che ci fosse un’intesa con gli Stati Uniti per andare in guerra contro il Libano (No sign U.S. has given Israel green light to strike Iran – Haaretz Daily Newspaper | Israel News)

Dopo questo incontro privato, Obama ha tenuto un discorso alla Plenaria Biennale della  Union for Reform Judaism, per rassicurare il suo pubblico che “la cooperazione tra i nostri militari [e i servizi segreti] non è mai stata più forte.”

Obama ha evidenziato che l’Iran è una minaccia per la sicurezza di Israele, degli Stati Uniti e per il mondo … Ed è per questo che la nostra politica è stata assolutamente chiara: Siamo determinati a impedire all’Iran di acquisire armi nucleari …. Ed è per questo … abbiamo imposto le più ampie, le più dure  sanzioni che il regime iraniano abbia mai affrontato …. Ed è per questo che, posso assicurarvi, non lasceremo alcuna opzione fuori dal tavolo “. (Trascrizione - President Obama Union for Reform Judaism Speech Video Dec. 16. 2011: Address at URJ Biennial, 71st General Assembly  – enfasi aggiunta).

Verso un attacco “coordinato” Stati Uniti-Israele contro l’Iran

Nelle ultime settimane, i tabloid statunitensi sono stati letteralmente tappezzati con le  dichiarazioni di Hillary Clinton e del segretario della Difesa Leon Panetta che “nessuna opzione è fuori dal tavolo“. Panetta ha lasciato intendere, tuttavia, “che Israele non dovrebbe prendere in considerazione un’azione unilaterale contro l’Iran“, sottolineando “che qualsiasi operazione militare contro l’Iran da parte di Israele deve essere coordinata con gli Stati Uniti e avere il suo sostegno“. (Dichiarazione del 2 dicembre di Panetta presso il Centro Saban citata in U.S. Defense Secretary: Iran could get nuclear bomb within a year – Haaretz , 11 dicembre 2011, enfasi aggiunta)

La minaccia della guerra nucleare contro l’Iran

La dichiarazione che “nessuna opzione è fuori dal tavolo” intima che gli Stati Uniti non solo prevedono un attacco all’Iran, ma che questo attacco potrebbe includere l’uso di armi nucleari tattiche Bunker Buster con una capacità esplosiva tra un terzo e sei volte la bomba di Hiroshima. Con crudele ironia, queste bombe nucleari “umanitare” e “peace-making” “Made in America” ​​- che secondo il “parere scientifico” sotto contratto del Pentagono sono “innocue per la popolazione civile circostante” – sono previste per essere usate contro l’ Iran, come rappresaglia al suo inesistente programma di armi nucleari.

Mentre l’Iran non ha armi nucleari, quello che viene raramente riconosciuto, è che i cinque (ufficialmente) “Stati non-nucleari”, Germania, Belgio, Paesi Bassi, Italia e Turchia, hanno  armi nucleari tattiche degli Stati Uniti sul loro territorio, sotto il comando nazionale nelle loro rispettive basi militari. Questo arsenale nucleare è previsto che possa essere utilizzato contro l’Iran.

L’ accumulo e il dispiegamento delle bombe tattiche B61 in questi cinque “stati non nucleari” è stato concepito per obiettivi in Medio Oriente. Inoltre, in conformità con i “piani d’attacco della NATO”, queste bombe termonucleari B61 bunker buster (conservate dagli “stati non nucleari”) potrebbero essere lanciate contro obiettivi in Russia o in paesi del Medio Oriente come la Siria e l’Iran (citato in  National Resources Defense Council, Nuclear Weapons in Europe , febbraio 2005, enfasi aggiunta)

Mentre questi “stati nucleari non dichiarati ‘accusano Teheran di sviluppare armi nucleari, senza alcuna prova documentale, essi stessi hanno testate nucleari, destinate a colpire l’ Iran, la Siria e la Russia. (Vedi Michel Chossudovsky,  Europe’s Five “Undeclared Nuclear Weapons States” , Global Research, 12 febbraio 2010)

Le armi nucleari di Israele  sono puntate contro l’Iran. Il  congiunto “Coordinamento”  USA-Israele per il dispiegamento delle armi nucleari

E’ Israele, piuttosto che l’Iran, una minaccia alla sicurezza globale.

Israele possiede 100-200 testate nucleari strategiche , che sono completamente schierate contro l’Iran.

Già nel 2003, Washington e Tel Aviv avevano confermato che stavano collaborando allo “ sviluppo dei missili cruise Harpoon , in dotazione degli Stati Uniti, armati con testate nucleari sui sottomarini classe Dolphin della flotta di Israele.”(The Observer, 12 October 2003) .

Secondo il generale russo Leonid Ivashov:

I circoli politici e militari israeliani stavano rilasciando dichiarazioni sulla possibilità di attacchi missilistici e nucleari contro l’Iran fin dall’ottobre 2006, quando l’idea è stata immediatamente sostenuta da G. Bush. Attualmente [2007] è propagandato sotto forma di una “necessità” di attacchi nucleari. Al pubblico viene insegnato a credere che non c’è niente di mostruoso riguardo tale possibilità e che, al contrario, un attacco nucleare è piuttosto fattibile. Presumibilmente, non c’è altro modo per “fermare” l’Iran. (General Leonid Ivashov, Iran Must Get Ready to Repel a Nuclear Attack, Global Research, January 2007 enfasi aggiunta)

Vale la pena notare che all’inizio del secondo mandato di Bush, il vice presidente Dick Cheney aveva accennato, senza mezzi termini, al fatto che l’Iran era “proprio in cima alla lista” degli stati canaglia nemici dell’America, e che Israele avrebbe, così parlando, “bombardato al posto nostro”, senza il coinvolgimento militare degli Stati Uniti e senza che noi facessimo alcun tipo pressione su di loro “per farlo”.

In questo contesto, l’ analista politico e storico Michael Carmichael ha sottolineato l’integrazione e il coordinamento delle decisioni militari tra gli Stati Uniti e Israele riguardanti il ​​dispiegamento di armi nucleari:

Piuttosto che  un attacco nucleare americano diretto contro difficili obiettivi  iraniani,  Israele ha ricevuto il compito di lanciare un gruppo coordinato di attacchi nucleari contro obiettivi rappresentati dagli impianti nucleari nelle città iraniane di Natanz, Isfahan e Arak (Michael Carmichael, Global Research, January 2007)

“Nessuna opzione fuori dal tavolo”. Cosa significa nel contesto della pianificazione militare? L’ integrazione di sistemi convenzionali e armi nucleari

Le regole e le linee guida dei militari americani che disciplinano l’uso di armi nucleari sono state “liberalizzate” (ovvero “liberalizzate” in relazione a quelle in vigore durante la Guerra Fredda). La decisione di usare armi nucleari tattiche contro l’Iran non dipende più dal comandante in capo, vale a dire il presidente Barack Obama. Si tratta di una decisione strettamente militare. La nuova dottrina afferma che il Comando, il Controllo e il Coordinamento (CCC) per quanto riguarda l’uso di armi nucleari dovrebbe essere “flessibile”, in modo da permettere ai comandi di combattimento geografici di decidere se e quando utilizzare queste armi nucleari:

Conosciuta ufficialmente a Washington come “Joint Publication 3-12″, la nuova dottrina nucleare (Doctrine for Joint Nuclear Operations (DJNO) (marzo 2005)), chiede di “integrare gli attacchi nucleari e convenzionali” sotto un  unificato e “integrato” Comando e Controllo (C2).

Questo descrive  in gran parte la pianificazione della guerra come un processo di gestione decisionale, in cui gli obiettivi militari e strategici saranno raggiunti, attraverso un mix di strumenti, con poca preoccupazione per la perdita di vite umane.

Ciò significa che se sarà lanciato un attacco all’Iran, le armi nucleari tattiche saranno parte integrante dell’arsenale utilizzato.

Da un punto di vista decisionale militare, “nessuna opzione fuori dal tavolo” significa che i militari applicheranno “l’uso più efficiente della forza”. In questo contesto, le armi nucleari e convenzionali fanno parte di ciò che il Pentagono chiama “la cassetta degli attrezzi”, dalla quale i comandanti militari possono scegliere gli strumenti di cui hanno bisogno in conformità con le “circostanze in evoluzione” nel “teatro di guerra”. (Vedi Michel Chossudovsky, Is the Bush Administration Planning a Nuclear Holocaust?Global Research, 22 febbraio 2006)

Una volta che viene presa la decisione di lanciare un’operazione militare  (ad esempio attacchi aerei contro l’Iran), i comandanti nel teatro di guerra possono muoversi con una certa discrezionalità.  Questo significa, in pratica, che una volta che la decisione presidenziale è presa, USSTRATCOM, in collegamento con i comandanti sul campo, può decidere gli obiettivi e il tipo di armi da utilizzare. Le armi nucleari tattiche stoccate sono ormai considerate come parte integrante dell’arsenale. In altre parole, le armi nucleari sono diventate “parte della cassetta degli attrezzi”, usata in teatri di guerra convenzionali.( Michel Chossudovsky, Targeting Iran, Is the US Administration Planning a Nuclear Holocaust , Global Research, febbraio 2006, enfasi aggiunta)

L’integrazione della guerra convenzionale e nucleare 

Di notevole importanza riguardo il pianificato attacco contro l’Iran, alcuni documenti statunitensi militari puntano verso l’integrazione delle armi convenzionali e nucleari e l’uso di armi atomiche in una opzione preventiva in un teatro di guerra convenzionale.

Questa proposta di “integrazione” dei sistemi di armi tradizionali e nucleari venne formulata per la prima volta nel 2003 sotto il CONPLAN 8022. Quest’ultimo viene descritto come “un concept plan  per il rapido utilizzo del potenziale bellico nucleare, convenzionale, o di informazioni di guerra per distruggere – preventivamente, se necessario -” obiettivi urgenti “in tutto il mondo [tra cui l’Iran]. ” (Vedi Michel Chossudovsky,  US, NATO and Israel Deploy Nukes directed against Iran, Global Research, 27 settembre 2007). (Coordinato dal Comando Strategico degli Stati Uniti, CONPLAN è diventata operativo all’inizio del 2004. – Robert S. Norris and Hans M. Kristensen, Bulletin of Atomic Scientists ).

Il CONPLAN apre un vero e proprio vaso di Pandora militare. Si offusca la linea di demarcazione tra le armi convenzionali e quelle nucleari. Si apre la porta per l’uso preventivo, “ovunque nel mondo”, delle armi nucleari.

L’assenza di sensibilizzazione dell’opinione pubblica

La “comunità internazionale” ha approvato un attacco all’Iran in nome della pace nel mondo.

“Rendere il mondo più sicuro” è la giustificazione per lanciare un’operazione militare che potrebbe potenzialmente causare un olocausto nucleare.

Mentre si può concettualizzare la perdita di vite umane e la distruzione derivante dalle attuali guerre in Iraq e in Afghanistan, è impossibile comprendere appieno la devastazione che potrebbe derivare da una terza guerra mondiale, con l’utilizzo di “nuove tecnologie” e di armi avanzate, comprese le armi nucleari, fino a quando ciò non si verifica e diventa una realtà.

I media mainstream sono coinvolti nel blocco deliberato delle notizie e del dibattito su questi preparativi di guerra. La guerra contro l’Iran ed i pericoli di una escalation non sono considerate da “prima pagina”. I media mainstream hanno escluso l approfondimento e il dibattito sulle implicazioni di questi piani di guerra.

L’Iran non costituisce una minaccia nucleare.

La minaccia alla sicurezza globale proviene dall’alleanza militare USA-NATO-Israele che contempla – nel quadro del CONPLAN – l’uso di armi termonucleari contro uno stato non nucleare.

Con le parole del generale Ivashov, “Al pubblico viene insegnato a credere che non c’è niente di mostruoso riguardo tale possibilità“. Le armi nucleari sono “parte della cassetta degli attrezzi”.

Un attacco all’Iran avrebbe conseguenze devastanti, scatenerebbe una guerra regionale totale  dal Mediterraneo Orientale all’Asia Centrale, che potrebbe condurre l’umanità in uno scenario di Terza Guerra Mondiale.

L’amministrazione Obama rappresenta una minaccia nucleare.

La NATO costituisce una minaccia nucleare

I cinque “stati non-nucleari” europei (Germania, Italia, Belgio, Paesi Bassi, Turchia) con armi tattiche nucleari dispiegate sotto il comando nazionale, da utilizzare contro l’Iran, costituiscono una minaccia nucleare.

Il governo israeliano del primo ministro Benjamin Netanyahu, non solo costituisce una minaccia nucleare, ma anche una minaccia per la sicurezza del popolo d’Israele, il quale viene indotto in errore per quanto riguarda le implicazioni di un attacco USA-Israele contro l’Iran.

La compiacenza dell’opinione pubblica occidentale – tra cui segmenti del movimento contro la guerra negli Stati Uniti – è inquietante. Non è stata espressa alcuna preoccupazione a livello politico per le probabili conseguenze di un attacco USA-NATO-Israele contro l’Iran, usando armi nucleari contro uno Stato non nucleare.

Tale azione si tradurrebbe nell ‘impensabile”: un olocausto nucleare su gran parte del Medio Oriente.

Va notato che un incubo nucleare si sarebbe verificato anche senza l’uso di armi nucleari. Il bombardamento degli impianti nucleari iraniani con armi convenzionali può contribuire a scatenare un disastro tipo Chernobyl-Fukushima  con un’estesa ricaduta radioattiva.

Discorso di Barack Obama all’Union of Reform Judaism – 16 Dicembre, 2011

Trascrizione (Alcuni Estratti)

“Voglio dare il benvenuto al Vice Primo Ministro di Israele e Ministro della Difesa Ehud Barak. (Applausi) La cooperazione tra i nostri militari non è mai stata più forte e voglio ringraziare Ehud per la sua leadership e il suo impegno permanente per la sicurezza di Israele e per la ricerca di una giusta e duratura pace (Applausi)

Un’altra grave preoccupazione – e che rappresenta una minaccia per la sicurezza di Israele, degli Stati Uniti e per il mondo – è il programma nucleare iraniano. Ed è per questo che la nostra politica è stata assolutamente chiara: siamo determinati ad impedire all’Iran di acquisire armi nucleari. (Applausi) Ed è per questo che abbiamo lavorato meticolosamente dal momento in cui ho assunto l’incarico con gli alleati e i partner, e abbiamo imposto le più ampie, le più dure  sanzioni che il regime iraniano abbia mai affrontato.Non abbiamo solo parlato, lo abbiamo fatto. E abbiamo intenzione di mantenere la pressione. (Applausi) Ed è per questo che, posso assicurarvi, non lasceremo alcuna opzione fuori dal tavolo. Siamo stati chiari .

Continueremo a restare al fianco dei nostri amici e alleati israeliani, proprio come abbiamo fatto quando essi avevano più bisogno di noi. Nel mese di settembre, quando una folla minacciava l’ambasciata israeliana al Cairo, abbiamo lavorato per garantire che gli uomini e le donne che lavoravano li potessero essere al sicuro. (Applausi) L’anno scorso, quando gli incendi  minacciavano Haifa, abbiamo inviato aerei antincendio per domare il fuoco.

(Applauso)

Sotto la mia Presidenza, gli Stati Uniti d’America hanno fatto da guida, da Durban alle Nazioni Unite, contro i tentativi di utilizzare i forum internazionali per delegittimare Israele. E continueremo a farlo. (Applausi) Questo è quello che amici e gli alleati devono fare l’un per l’altro. Quindi non lasciate che nessun altro racconti una storia diversa. Ci siamo stati, e continueremo ad esserci. Questi sono i fatti. “(Applausi)

LINK: Preparing to Attack Iran with Nuclear Weapons: “No Option can be taken off the Table”. 

DI: Coriintempesta

Storia non censurata: perché fu assassinato Josef Stalin

Poco dopo che il dittatore sovietico minacciò di sconvolgere i mercati finanziari mondiali minando il sistema monetario basato sul dollaro concordato alla Conferenza di Bretton Woods, fu ucciso per mano dei suoi collaboratori militari e di partito

di: Daniel W. Michaels*

Nell’articolo intitolato “Perché Josef Stalin fu assassinato”, l’ex funzionario dell’ufficio dei servizi segreti ed attualmente storico militare Arsen Martirosyan fornisce interessanti ragioni militari, geopolitiche e finanziarie perché – secondo la sua opinione – agenti occidentali dei servizi segreti cospirarono con i traditori Krusciov e Zhukov per uccidere Josef Stalin (1).

Martkirosyan cita di preferenza l‘esperto di cospirazioni Yuri Mukhin al fine di dimostrare che la guerra di Stalin con i dissidenti del partito comunista ed il piano del dittatore di privarli dei loro poteri fatalmente gli si ritorse contro. Entrambi gli autori accanitamente stalinisti assolvono Lavrenti Beria dall’accusa di aver partecipato in alcun modo alla morte d Stalin. In effetti, a causa della sua conoscenza delle imprese di Stalin, i cospiratori dovettero liquidare anche Beria. Zhukov presiedette il tribunale che condannò a morte Beria.

I nemici di Stalin nel partito

Nel suo libro “L’assassinio di Stalin e di Beria”, l’autore Mukhin rende ben chiaro che molto tempo prima della sua morte, Stalin aveva tentato di rimuovere dal potere alcuni dei membri anziani dell’èlite del partito (2).

Il primo tentativo di Stalin di mettere fine alle repressioni provocate dai leaders del partito ebbe luogo nel 1937. Dopo avere assunto il potere assoluto nell’unione sovietica Stalin naturalmente voleva che i dirigenti del partito fossero fedeli soltanto a lui e non al suo predecessore. Come il presidente Eisenhower aveva messo in guardia sul pericolo che un complesso militar-industriale assumesse eccessivo potere negli Stati Uniti, Stalin temeva che un partito industriale-militare minacciasse di usurpare tutto il potere nell’Unione sovietica e quindi prese le misure per scongiurare questa evenienza.

Per raggiungere questo scopo, Stalin tentò di avvicendare l’élite includendo uomini giovani, in gran parte russi, nelle posizioni più eminenti (3). Dopo la Seconda guerra mondiale, Stalin fece un’altra mossa più drastica per ridurre il loro potere tentando di separare il partito dal governo. Consci che i residui giorni di potere stavano per finire, alti membri del partito cospirarono, probabilmente con i servizi segreti occidentali, per uccidere Stalin.

Secondo gli autori Martirosyan e Mukhin, gli interessi dei dirigenti dissidenti e capi militari nell’Unione sovietica coincidevano con quelli del complesso antisovietico statunitense militare-industriale nel desiderare la estromissione di Stalin dal potere – ciascun gruppo per proprio conto. Il Nuovo Testamento dice che il desiderio del denaro è la radice di ogni sorta di malvagità (Timoteo 6:10) (4).

In questo contesto, la guerra di Stalin contro dirigenti fossilizzati inadatti a governare si manifesta nelle misure estreme contro la gerarchia del partito. Quando si resero conto che Stalin minacciava di rimuoverli dal potere, decisero di ucciderlo. Immediatamente dopo la guerra, Stalin lanciò un’indagine per determinare la ragione delle tragiche perdite nel 22 giugno 1941 e nei mesi seguenti, nonostante il fatto che il Vozhd e i suoi capi militari sapevano che un attacco era imminente. L’indagine preoccupò così tanto il generale Zhukov, sostiene Martyrosian, che si unì con Krusciov (che dal suo canto temeva le intenzioni di Stalin), nel rovesciare il governo il 26 giugno 1953. Nel 1989 il rinnovato “Giornale di Storia Militare” pubblicò alcuni dei risultati dell’indagine di Stalin che dimostravano che l’apparato militare il 18-19 giugno 1941 non aveva cognizione di un attacco imminente.

Così schiaccianti erano i risultati dell’indagine di Stalin sulla competenza dei funzionari militari e dei servizi segreti in generale che il Giornale non pubblicò ulteriori scoperte. Soltanto Beria, il più stretto collaboratore di Stalin, aveva completa conoscenza delle indagini. Comprensibilmente, i capi militari responsabili del disastro avrebbero preferito ridurre al silenzio anche lui.

Beria sospettava di Krusciov e di Semyon Ignatief, l’ex capo del MGB (Ministero della sicurezza di Stato), di essere stati i caporioni del complotto per uccidere Stalin. Ignatjef capeggiò l’MGB dal 1951 al 1953, durante il periodo cruciale prima della morte di Stalin. Ignatjef aveva rimpiazzato Viktor Abakumov, un giovane russo nominato da Stalin ed un protetto di Beria, che fu arrestato nell’agosto del 1951. Poco dopo la morte di Stalin il 5 marzo 1953, Beria, che aveva rapidamente assunto il controllo dei servizi segreti, liberò Abakumov. Ma quando il 25 giugno 1953 Beria chiese l’approvazione del Comitato Centrale e del Politbureau di arrestare Ignatjev, il consenso gli venne rifiutato ed egli venne arrestato.

Sei mesi più tardi, il 23 dicembre, Beria fu condannato a morte. La fazione Krusciov-Zhukov aveva ora conquistato il potere. Così, entrambi Beria ed Abakunov furono giustiziati nel 1953. Ignatievf, comunque, forse come premio per avere partecipato al colpo di Stato, visse pacificamente fino alla morte nel 1983. Fu l’unico capo della polizia segreta, fino a quel momento, a morire secondo natura. E se Stalin, come sostenevano Krusciov e Ignatiev, fosse deceduto di morte naturale, sarebbe stato il primo massimo funzionario sovietico a morire di morte naturale. (Naturalmente, sottraendogli l’aiuto di farmaci dopo l’infarto che avrebbero evitato l’emorragia fino alla morte, ciò sarebbe stato scambiato come morte naturale).

I nemici di Stalin in Occidente

L’autore Martirosyan fa una lista di regioni economiche e finanziarie perché le potenze occidentali desiderassero Stalin defunto.

Per esempio, quando terminò la Seconda guerra mondiale e l’Occidente calcolò i vantaggi geopolitici che Stalin ed il comunismo avevano ottenuto nei primi sette anni della guerra fredda, e cioè spostare in avanti i confini dell’impero sovietico profondamente nell’Europa centrale nell’Asia, la presa della Cecoslovacchia, il passaggio della Cina al comunismo, il sostegno al Nord Corea durante la guerra contro gli Stati Uniti, e forse la cosa più importante, lo sviluppo della fissione nucleare (sotto la supervisione di Beria), l’Occidente finalmente si rese conto di aver aiutato a creare una minaccia molto più grande alla sua sicurezza di quanto fosse stata la Germania nella sua immaginazione e propaganda. Stalin era adesso un mortale nemico. In effetti, lo slancio che aveva impresso nel dopoguerra e fino alla morte, fu portato avanti fino al 1950 quando i sovietici irruppero nella corsa allo spazio. Inoltre, gli Stati Uniti non erano ancora riusciti a superare la Grande Depressione, e la domanda se si potesse ancora stabilire un’economia di pace attendeva ancora una risposta.

L’Occidente, ed in particolare gli Stati Uniti, sostengono gli autori, avevano un’altra ragione, ancora più vitale, per desiderare di vedere un cambiamento nella guida suprema a Mosca. Il 1° marzo 1950, asserisce Martirosyan, il governo dell’Urss pubblicò il seguente decreto sulla stampa sovietica:

“La continua rivalutazione delle valute internazionali dei Paesi dell’Occidente ha già portato alla svalutazione delle valute europee. Rappresentanti responsabili del governo degli Stati Uniti hanno ripetutamente detto che l’incessante aumento dei prezzi di articoli di consumo di massa e la continua inflazione che ne consegue, ha già prodotto un sostanziale declino del potere di acquisto del dollaro. In conseguenza diretta di questa situazione, il potere di acquisto del rublo è divenuto maggiore del suo valore di cambio ufficiale. Il governo dell’Urss riconosce pertanto la necessità di aumentare il cambio ufficiale del rublo e di sostituire la pratica di fissare il tasso di cambio sul dollaro, stabilito nel giugno 1937 ad un gold standard più stabile, basato sul contenuto in oro del rublo.

Il Consiglio dei Ministri dell’Urss pertanto decreta:

1. A far data dal 1 marzo 1950 stabilisce la fine dal rapporto di cambio del rublo in relazione alle valute straniere basate sul dollaro sostituendolo con un gold standard basato sul contenuto in oro del rublo.

2. Fissa il contenuto in oro del rublo a 0,222168 di grammo di oro fino.

3. Determina dal 1° marzo 1950 il prezzo di acquisto Gosbank dell’oro a 4 rubi e 45 kopeki per un grammo di oro fino.

4. Dal 1° marzo 1950 stabilisce il tasso relativo alle valute straniere sulla base del contenuto in oro del rublo come dal paragrafo 2 a 4 rubli ed 84 kopeki. Evidentemente giubilante per lo sconfinamento di campo del suo idolo Josef Stalin – l’America “sancta sanctorum” – la base sulla quale vive la sua esistenza parassitica – l’onnipotente dollaro! Non solo Stalin rifiutò di usare il dollaro nel commercio crescente dell’Unione sovietica, ma diede inoltre un alt! alla valutazione delle merci in dollari. Si può immaginare quanto Stalin fu odiato negli Stati Uniti e in Inghilterra. In realtà ciò che fece fu minare il sistema di valutazione in oro che era stato stabilito dopo la guerra basato su 34,5 dollari per un’oncia di oro. Con questo sistema gli americani inondarono con un torrente di carta verde l’economia mondiale.

In un articolo a parte Martirosyan, a proposito dell’importanza dell’oro, racconta la storia di come e perché Charles De Gaulle, Presidente della Francia, cadde in disgrazia con inglesi e americani nei turbolenti anni ’60. Poco dopo essere stato eletto presidente, De Gaulle, nel suo desiderio di mantenere l’indipendenza della Francia, cambiò bruscamente tutte le riserve di dollari in oro. Ciò che accadde fu che il ministro francese delle finanze aveva spiegato al Presidente in modo semplice il vero valore del dollaro come mezzo di scambio. Il ministro disse al Presidente: “Immagini, se può, Presidente, un’asta in cui un dipinto di Raffaello venga offerto a Fritz, un tedesco, Abdullah, un arabo, a Ivan, un russo, a John, un americano. Ciascuno di essi avanza la sua proposta ed offre di pagare il quadro con il bene più pregiato del suo paese: un arabo con il petrolio, un tedesco con la tecnologia, Ivan con l’oro, ma l’americano, sorridente, offre il doppio degli altri e vince l’asta. Prende un pacchetto di banconote da cento dollari dal portafoglio, paga e se ne va con il quadro”.

Quando De Gaulle chiese dov’era il trucco, il ministro spiegò: “Secondo tutte le apparenze, l’americano vinse la gara per il quadro per 10.000 dollari, ma in realtà lo pagò tre dollari, perché il valore reale di ciascuna banconota da 100 dollari era solo di tre dollari l’una. Quindi, poiché il dollaro è stato dichiarato il mezzo di pagamento universale, tutti i tesori del mondo – petrolio, oro, tecnologia – possono essere scambiati con la carta verde”.

Perfino prima che la guerra mondiale finisse, nel luglio 1944, le Nazioni unite, sostenute principalmente dagli americani, convocarono la conferenza di Bretton Woods allo scopo di stabilire un nuovo ordine di pagamenti nel mondo del dopoguerra designando il dollaro statunitense come valuta di riserva mondiale. Precedentemente era stata la sterlina inglese a sostenere questo ruolo. Malgrado Stalin rifiutasse di inviare un rappresentante ufficiale alla conferenza, fu tenuto perfettamente al corrente circa piani e procedure, perché il gentiluomo che rappresentava gli Stati Uniti, il “Senior U.S. Treasury official”, Harry Dexter White, era un agente sovietico. Fu reso perfettamente chiaro a Stalin che le riserve in oro erano essenziali per le operazioni future del sistema monetario proposto. Egli apprese anche che la progettata Banca Mondiale ed il Fondo Monetario Internazionale erano inizialmente pianificati su “oro senza padrone”, cioè oro “nazista”, oro ebraico, oro zarista et similia. Naturalmente, nel mezzo e dopo il caos militare e politico della Seconda Guerra Mondiale, che comportava furti, confische, saccheggi e “liberazioni”, la proprietà era difficile da accertare.

Si ricorderà che nel periodo interlocutorio dopo la Prima Guerra Mondiale, gli alleati vittoriosi domandarono oltre 200 miliardi di Marchi-oro tedeschi come riparazione di guerra alla sconfitta Germania, fino a quando la Germania nazionalsocialista ricorse al sistema del baratto nel commercio internazionale per evitare di essere imprigionata nel sistema monetario allora esistente.

Stalin fu lesto nel valutare lo status dell’oro russo accumulato sotto gli Zar così come l’oro ed i gioielli posseduti dalla famiglia reale zarista. Nel 1946, al tempo in cui circolava la voce che la principessa Anastasia era miracolosamente sfuggita al massacro di Yekaterinenburg, probabilmente come strattagemma per stabilirne la proprietà, Stalin organizzò l’Operazione Krest (croce) e l’operazione Mogila (tomba) sotto la direzione di Molotov per determinare il valore dei beni della famiglia dello Zar. Oltre alle ricerche d’archivio, i sovietici fecero indagini nel luogo di sepoltura della famiglia assassinata.

Secondo Martirosyan, su informazione del ministro Witte, lo Zar aveva inviato diverse spedizioni di oro russo negli Sati Uniti; in seguito lo Zar inviò i gioielli personali ed il tesoro alla famiglia reale inglese per la loro custodia.

Purtroppo, quando i sovietici avevano in prigionia lo Zar e la sua famiglia, gli inglesi fecero poco o niente per aiutarli per timore che la famiglia reale britannica ne fosse minacciata (vedi inoltre il libro di Martirosyan “Who brought the War to the USSR? Mosca, 2007).

Martirosyan cita la comprensibile riluttanza degli illeciti possessori dell’oro e degli inestimabili gioielli, specialmente dopo che si era saputo delle operazioni “Krest” e “Mogila“, di restituirli ai loro legittimi proprietari come un’ulteriore ragione per volere morto Stalin.

Un precedente lavoro investigativo condotto da Aleksei Chichkin (“A forgotten Idea With no Statute or Limitations”) citato da Martirosyan, indica che nell’aprile 1952 l’URSS convocò una conferenza economica internazionale a Mosca, nella quale Stalin propose la creazione del suo proprio “Mercato Comune” transcontinentale fuori dalla zona del dollaro nel quale un paniere di valute guidate dal rublo sostenuto dall’oro sarebbe stato il fondamento della valuta di scambio al di fuori dalla zona del dollaro. I Paesi dell’Europa orientale, Cina, Iran, Islanda, Irlanda e diversi Paesi del Sudamerica parteciparono alla conferenza. Comunque, meno di un anno dopo Stalin sarebbe morto.

Conclusione

Martirosyan e Mukhin sono entrambi convinti che Stalin sia stato ucciso da uno dei suoi più vicini collaboratori, ma certamente non Beria, agendo insieme ai servizi segreti occidentali. Se un veleno o un anticoagulante somministrato segretamente a Stalin non sappiamo, ma il semplice fatto che il pronto soccorso fu ritardato o non prestato al sofferente dittatore convinse gli autori che Stalin stava morendo. Sulla base del cui prodest (la morte del dittatore), Martirosyan addita Kruscev e Zhukov. Martirosyan inoltre sospetta che i servizi segreti occidentali fossero convolti. Si crede che trotzkisti che vivevano nell’Urss o all’occidente, suoi acerrimi nemici, abbiano aiutato gli esecutori.

Krusciov assunse il potere nel 1955. Riabilitò Zhukov; denunciò Stalin ed i suoi crimini nel 1956 al 20° Congresso del Partito; fu ospite d’onore negli Stati Uniti nel 1959; autorizzò l’installazione di missili nucleari a Cuba nel 1961; fu rimosso dal potere e si ritirò nel 1964. Quando morì l’11 settembre 1971 gli fu negato il funerale di Stato e l’inumazione nel Cremlino con uomini di valore comunisti come Stalin, Chernenko, Andropov, Brezhnef, Dzherzinsky ed altri.

Immediatamente dopo la morte di Stalin Zhukov ritornò a Mosca per la condanna e l’esecuzione di Beria; ordinò un test nucleare su soldati sovietici non protetti nel 1954; sostenne forti azioni repressive per schiacciare la rivoluzione ungherese nel 1956; in associazione con Krusciov nel 1957 contro il cosiddetto “Gruppo antipartito” guidato da Molotv; sostenne l’avventura sovietica cubana. Adesso è celebrato in America da molti storici dell’establishment come grande stratega.

Poscritto
Reuter, 1° agosto 2011: il Primo Ministro russo Vladimir Putin ha oggi accusato gli Stati Uniti di vivere al di là dei propri mezzi “come parassiti”. La sua dichiarazione fa eco con Stalin, Martirosyan, Mukhin ed una pletora di economisti mondiali. Parafrasando Putin:

“Essi (gli americani) vivono al di là dei propri mezzi addossando parte del peso dei loro problemi sull’economia mondiale. Essi vivono come parassiti sull’ economia globale e sul monopolio del dollaro. In America c’è una disfunzione sistemica, essa colpirà tutti. Paesi come la Russia e la Cina posseggono gran parte delle loro riserve di obbligazioni. Ci dovrebbero essere altre valute di riserva.

Come dice il proverbio: più le cose cambiano, più restano le stesse.

Note finali:

1. Arsen Martirosyan.

http://www.delostalina.ru/?p=498#_ftn1 2. Yuri Mukhin, “Ubiystvo Stalina I Berii”, Mosca, 2007

3. Nel 19° Congresso del Partito comunista, nel1952, Stalin introdusse una nuova Carta per il Partito comunista nella quale gran parte del potere era concentrata nel Bureau del Praesidum composto da Stalin, Beria, Krusciov, Ignatjef ed altri tre. Voroshilov, Kaganovic, Molotov e Mikoyan erano già stati privati di gran parte dei poteri.

4. Nei secoli susseguenti man mano che si sviluppavano sétte protestanti, l’accumulazione della ricchezza si percepì piuttosto come dono di Dio sulla. Fu generalmente accettato che i possessori di alti uffici nella società ed i militari godevano del favore di Dio nella forma tangibile di ricchezza e privilegi. Inoltre, certi requisiti e privilegi di alti uffici furono accettati come diritti

Note sull’Autore:

Daniel W. Michaels è stato per oltre 40 anni traduttore di tedesco e russo per il Dipartimento della Difesa statunitense, gli ultimi venti anni dei quali al servizio segreto della Marina. Inoltre, egli ha contribuito con articoli storici e geografici.

Tratto da Barnesreview.com

Traduzione di Alfio Faro

Rinascita.eu

Libia: un video-linciaggio per distrarre dalla pista Clinton-Goldman Sachs

Si può anche prescindere dalla questione della autenticità o meno dei video del linciaggio di Gheddafi, per constatare che la scelta della NATO di spettacolarizzare la morte di Gheddafi, rivela decisamente il carattere di una PSYOP (Psychological Operation), cioè di un atto di guerra psicologica. Al Jazeera, l’emittente dell’emiro del Qatar, ha assunto decisamente il ruolo di organo della guerra psicologica della NATO e della CIA, e questa sua ultima PSYOP del video-linciaggio è volta a confondere le acque e distrarre l’attenzione rispetto a dati ancora più inconfessabili.

Il 23 ottobre i festeggiamenti per la “liberazione” della Libia si sono svolti a Bengasi, non a Tripoli. Bengasi è sempre in festa, e festeggia soprattutto in nome e per conto di altre città della Libia.

A Bengasi infatti, e non a Tripoli, si sono svolti il 21 agosto scorso i festeggiamenti per la “liberazione” di Tripoli; un doppione dei festeggiamenti svoltisi il 18 marzo scorso per la proclamazione da parte del consiglio di Sicurezza dell’ONU della “no fly zone” (con il senno di poi questa locuzione inglese risulta particolarmente ridicola). La terna delle feste di Bengasi si è conclusa domenica, con l’ormai consueto spettacolo pirotecnico.[1]

Nella Libia “liberata” il governo provvisorio risiede ancora a Bengasi, ad indicare che l’effettivo controllo del territorio libico da parte della NATO e dei sedicenti ribelli è ancora al livello di sette mesi fa.

Da ciò si comprende che i video dovevano servire a creare l’illusione di una conclusione definitiva della vicenda, una “vittoria” da dare in pasto all’opinione pubblica mondiale, da tenere però impegnata in estenuanti dibattiti morali sulla liceità della vendetta, in modo da evitare che si possa seguire la pista dei soldi.

Il linciaggio di Gheddafi dovrebbe anche dimostrare, secondo la Nato, che i “ribelli” dopotutto sono dei barbari immaturi per la democrazia e incapaci di gestire uno Stato di Diritto; risulta perciò assolutamente necessaria la tutela internazionale, soprattutto per quanto riguarda l’eventuale ministero del Tesoro del nascente Stato libero della Libia. Come sorprendersi quindi che il primo atto del nuovo governo della Libia “libera” sia stato quello di chiedere alla NATO di rimanere in Libia?[2]

Si può prescindere per un momento anche dal business del petrolio libico, attualmente ritornato in mano soprattutto alla multinazionale British Petroleum, che deteneva quasi il monopolio del petrolio libico prima del colpo di Stato di Gheddafi nel 1969.[3]

Si possono infatti ricavare notizie interessanti soffermandosi anche solo sul denaro contante. Secondo notizie della BBC, i beni libici attualmente congelati in banche straniere ammontano ad almeno cinquantatre miliardi di dollari. Una delle principali banche in cui questi soldi libici sono investiti è la Goldman Sachs, la quale si è rifiutata di dare ulteriori informazioni, rifugiandosi dietro la riservatezza per “proteggere” il cliente (un’altro esempio di comicità involontaria in questa vicenda). [4]

Altra questione ancora aperta è quella dell’oro della banca centrale libica, le cui riserve auree ammontano a centoquarantaquattro tonnellate, secondo le stime per difetto operate dal Fondo Monetario Internazionale il marzo scorso.[5]

A detta dell’ex banchiere centrale libico, passato ai “ribelli”, le riserve valutarie ed auree della Libia ammontano complessivamente a centosessantotto miliardi di dollari, ma è tutto congelato, e ci vorrà una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per sbloccarlo, cioè tutto dipende dagli Stati Uniti. Secondo l’ex banchiere centrale mancherebbe all’appello circa un 20% dell’oro libico, ma la colpa sarebbe tutta di Gheddafi, che l’avrebbe sottratto per comprarsi i consensi delle tribù. La morte di Gheddafi consente perciò a chi ha sottratto effettivamente quell’oro di goderselo senza rischiare di subire indagini.[6]

Si registrano poi strane coincidenze. Hillary Clinton ed il suo clan da quale banca dipendono? Ritorna un nome familiare: Goldman Sachs. La superbanca multinazionale aveva già finanziato nel 1992 la vittoriosa campagna elettorale presidenziale di Bill Clinton; ed in effetti Robert Rubin, dirigente di Goldman Sachs, era poi diventato ministro del Tesoro dell’amministrazione Clinton.[7]

Il legame tra il clan dei Clinton e Goldman Sachs è stato consacrato anche da un matrimonio dinastico. Una figlia dei Clinton, Chelsea, ha infatti sposato un altro dirigente di Goldman Sachs, il pregiudicato per frode bancaria Marc Mezvinsky. [8]

Si potrebbe pensare che Bill Clinton, per farsi bello e darsi le arie di politico incorruttibile, abbia preso le distanze da Goldman Sachs, magari additandone pretestuosamente le magagne. Invece no. Retto ed integerrimo com’è, Bill Clinton, ha preso pubblicamente le difese di Goldman Sachs a proposito delle inchieste che l’hanno coinvolta, dichiarandosi scettico circa le accuse che hanno colpito la superbanca.[9]

Anche Hillary Clinton non ha voluto far torto al genero soltanto per darsi delle arie di essere immune dal nepotismo; ed infatti il Dipartimento di Stato, diretto da Hillary, ha coinvolto Goldman Sachs in un super-progetto internazionale, sotto l’egida della NATO, per far scuola di business a donne imprenditrici in Afghanistan e Pakistan. Insomma, una pioggia di denaro pubblico per Goldman Sachs, su iniziativa della Clinton. La notizia si trova sul sito di Goldman Sachs.[10]

Si può essere certi che i Clinton hanno la coscienza così pulita, che il timore di incappare in un sospetto di conflitto di interessi non li dissuaderà affatto dall’andare incontro alle legittime aspettative di Goldman Sachs, anche per ciò che riguarda la questione dell’ulteriore spartizione delle risorse finanziarie ed auree della Libia.

NOTE

[1] http://www.repubblica.it/esteri/2011/08/21/foto/bengasi_in_festa_per_la_sollevazione_di_tripoli-20683527/1/

http://it.euronews.net/2011/03/18/a-bengasi-festa-per-la-decisione-dell-onu/

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2011/10/23/visualizza_new.html_668694965.html

[2] http://www.tgcom.mediaset.it/mondo/articoli/articolo1025774.shtml

[3] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.thestreet.com/story/11228497/1/bps-outlook-in-libya-improves.html&ei=KOVsToWHLvTb4QTN36XZBA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=2&ved=0CCsQ7gEwATgo&prev=/search%3Fq%3DBP%2Blibya%26start%3D40%26hl%3Dit%26sa%3DN%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26biw%3D960%26bih%3D507%26prmd%3Divns

[4] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.bbc.co.uk/news/business-13552364&ei=fIalTu76Ksjxsgb7mO2SAw&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=2&ved=0CCsQ7gEwAThk&prev=/search%3Fq%3Dlibyan%2Bgold%2Bgoldman%2Bsachs%26start%3D100%26hl%3Dit%26sa%3DN%26rlz%3D1R2ACAW_it%26biw%3D960%26bih%3D507%26prmd%3Dimvns

[5] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.bbc.co.uk/news/business-12824137&ei=uY6lTsKpOY_RsgbOsaWVAw&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=2&ved=0CDUQ7gEwAQ&prev=/search%3Fq%3Dlibyan%2Bgold%2Breserves%26hl%3Dit%26rlz%3D1R2ACAW_it%26prmd%3Dimvns

[6] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.reuters.com/article/2011/08/25/us-libya-gaddafi-gold-idUSTRE77O1XO20110825&ei=9kCoTu-LKs74sgbVsezFDQ&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=3&ved=0CDMQ7gEwAg&prev=/search%3Fq%3Dlybia%2Bgold%2Bcentral%2Bbanker%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvns

[7] http://archiviostorico.corriere.it/1992/ottobre/06/GOLDMAN_SACHS_punta_Clinton_co_0_9210063639.shtml

[8] http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://news.bbc.co.uk/2/hi/8386968.stm

[9] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.huffingtonpost.com/2010/04/29/bill-clinton-im-skeptical_n_557085.html&ei=zEKkTsbiAseBOoL2ma0C&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=1&ved=0CCUQ7gEwAA&prev=/search%3Fq%3Dbill%2Bclinton%2B%2Bgoldman%2Bsachs%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvnso

[10] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www2.goldmansachs.com/media-relations/press-releases/current/10k-w-partnership.html&ei=OJ-lTtaoKNDKsgakqZH3Ag&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=1&ved=0CCYQ7gEwAA&prev=/search%3Fq%3Dgoldman%2BSachs%2BHillary%2Bclinton%26hl%3Dit%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvnso

FONTE: Comidad.org

Gheddafi, grande leader africano

di: Rodolfo Ricci

Dice il commentatore e vaticanista della Stampa, Andrea Tornielli, nel suo blog (http://2.andreatornielli.it/): “La Libia, quando Gheddafi prese il potere nel 1969, aveva un tasso di analfabetismo del 94 per cento; oggi l’88 per cento dei libici è alfabetizzato. Il Federal Research Division della Libreria del Congresso Usa scrive che “un servizio sanitario di base è fornito a tutti i cittadini libici. Salute, formazione, riabilitazione, educazione, alloggio, sostegno alla famiglia, ai disabili e agli anziani sono tutti regolarmentati dai servizi assistenziali”. Le vaccinazioni infantili coprono la quasi totalità della popolazione. C’è un medico ogni 673 cittadini. Secondo le tabelle dell’Indice di Sviluppo Umano della Banca Mondiale (miscellanea di aspettativa di vita, istruzione, reddito) la Libia è (o meglio, era) l’unico paese con livello alto dell’Africa, e veniva prima di ben nove nazioni europee.

Cito questi dati traendoli dall’illuminante libro Libia 2012 dello storico Paolo Sensini (Jaca Book), che consiglio vivamente a tutti coloro che vogliono farsi un’idea sulle ragioni della guerra e sul potere della disinformazione. Perché ho ricordato tutto questo?

Perché alcuni dei capi dei “ribelli” e del governo provvisorio – i nostri governi stendono su questo un velo di silenzio – sono ex terroristi di Al Quaeda. E se c’è una cosa davvero incerta è il futuro del paese. Li cito per ricordare come siamo molto selettivi nell’individuare i dittatori cattivi, e le popolazioni da proteggere, a seconda delle convenienze. Se le rivolte vengono sedate nel sangue in certi paesi arabi ottimi alleati dell’Occidente, facciamo finta di niente. In altri casi, come in quello della Libia (vuoi vedere che c’entrano petrolio e gas?) in poche ore eccoci tutti in fila a bombardare, ovviamente solo con bombe “intelligenti”…”

E’ solo l’ultima esternazione a cui si assiste sul web dopo l’esecuzione di Muhammar Gheddafi da parte di islamisti al seguito della alleanza neocolonialista e criminale capitanata dalla NATO che ha sganciato oltre 50.000 bombe in sette mesi di guerra sul territorio libico per annientare per sempre dalla faccia dell’Africa e della terra, la Jahmaijria socialista e il suo leader, arrivato al potere senza sparare un sol colpo nel lontano 1969.

Il fronte del capitalismo mondiale ci ha messo del tempo, ma alla fine è riuscito a raggiungere l’obiettivo che perseguiva da decenni, passando per i bombardamenti di Ronaald Reagan, (“el hombre de mierda”, secondo Galeano), che fece bombardare Tripoli uccidendo una cinquantina di membri della famiglia di Gheddafi; per l’attentato di Ustica, dove, per colpire Gheddafi, l’aviazione francese colpì invece il DC-9 dell’ITAVIA con la morte di 81 passeggeri italiani. E per altri numerosi tentativi di far fuori uno dei più intelligenti leader africani e mnondiali, il cui paese ha contribuito in termini di aiuti ai paesi del terzo mondo, più di tutti i grandi paesi del G-20 mesi insieme.

In termini di conquiste sociali ed economiche, di sviluppo e modernizzazione di un paese arretratissimo fino agli anni ’70, Gheddafi ha pochissimi “concorrenti”. Non ha eguali l’opera faraonica e strategica di creazione del grande fiume Man Made River, che costituisce la più grande opera di irrigazione dei paesi desertici e dell’intero pianeta, un’opera, che da sola e forse più della gestione indipendente ed oculata del petrolio, preoccupava fortemente il gruppo di potentati criminali che hanno aggredito la Libia sotto le insegne dell’ONU, in previsione della conquista e del controllo globale dell’acqua, una guerra planetaria che può dirsi iniziata proprio con l’aggressione alla Libia.

Se vi è qualcosa in cui Gheddafi ha sbagliato (e che deve servire di insegnamento) è quella di fidarsi del capitalismo criminale del nord, il cui apprezzamento quale scudo contro la penetrazione dell’islamismo nel nord Africa e il contenimento dei flussi migratori, non è bastato per acquisirne il riconoscimento. A posteriori si può dire che si trattava della più grande operazione di simulazione che un gruppo di paesi ha elaborato per disfarsi dell’indipendente e pericolosissimo leader che mirava all’unità africana, mentre per chi comanda, l’Africa non è altro che il continente del futuro confronto-scontro con la Cina e forse con l’India. Una sorta di patto di non aggressione violato alla prima utile occasione: la primavera araba.

Non è stato attaccato ed eliminato perchè non faceva bene, Muhammar Gheddafi, ma perchè fin troppo bene e con visione di futuro aveva fatto, lui, figlio di beduini analfabeti, nato nel ’42 – ma non sapeva neanche lui di preciso quando – , nel deserto a ridosso di Sirte.

A dimostrazione che l’intelligenza e la capacità di leadership prescinde, molto spesso, dal livello delle scuole frequentate ed è molto più legata alla capacità dell’intelligenza critica di cui ogni persona è dotata, salvo abdicarvi sotto pressione dei più forti o per adesione subalterna agli stessi, un panorama di cui è pieno il miserabile occidente avanzato.

Non è un caso che dopo il dissolvimento dell’URSS, tutti i residui bastioni di quello che fu il grande movimento dei “non allineati” è stato abbattuto senza pietà, secondo la innovativa prassi delle guerre umanitarie: Jugoslavia, Iraq, Libia. Affinché il posizionamento geostrategico occidentale fosse rafforzato in previsione degli eventi imminenti.

Ovviamente non esiste alcuna ragione umanitaria nell’attacco alla Jamajiriya, come non ne esistevano nelle precedenti aggressioni e guerre degli ultimi 15 anni. Ne sono conferma il sostegno a dittature spietate e feudali come quelle dell’alleato prediletto, l’Arabia Saudita dei Saud-Bush, e dei suoi emirati satelliti inventati dagli inglesi e cogestiti assieme agli USA del premio Nobel Barack Obama.

Ciò che colpisce in quest’epoca di fine impero è che le aggressioni si succedano sempre più frequenti e che il loro carattere oggettivamente criminale assomigli sempre più a quanto insegnato dalle politiche del decennio del Terzo Reich, incluso l’uso goebbelsiano dei media, che si mobilita a condannare le violenze dei riots londinesi e dei black blok romani, massaggiando per settimane i poveri (ma non più scusabili, se non si rivoltano) spettatori dell’occidente, e che parallelamente sostengono – da destra e da “sinistra” (insieme a settori consistenti di pacifisti pentiti) – le cinquantamila bombe umanitarie sganciate a difesa dei “civili libici” di Bengasi e di Misurata, mentre su Tripoli, Sirte, Bani Walid ecc. può piovere abbondante l’uranio impoverito e altre amenità, senza che nessuno si agiti.

Solo l’esecuzione del Cristo nel deserto filmata da decine di telefonini di ultima generazione e diffusa malgrado i suggerimenti della Nato mandante, riesce a destare qualcosa nel profondo di coscienze sempre più controllate. Ma subito dopo si riparlerà di casa nostra, con l’inconsistenza e l’insiepienza di sempre.

Finchè qualcosa non arriverà a destare gli spiriti.
Per ora non ci resta che salutare la grandezza di Muhammar Gheddafi, beduino, ispirato da Enrico Mattei, leader e combattente fino alla fine, dell’ indipendenza libica ed africana per quasi mezzo secolo.

Niente fughe in paradisi dorati, niente accaparramento di miliardi di dollari che erano alla portata sua e della sua famiglia.

Un segno invece, che non può essere oscurato facilmente, nè dimenticato.

“Sic transit gloria mundi” ha detto qualcuno. Vedremo se ciò che è stato seminato tornerà nell’ombra oppure se da esso,nuove e più accorte occasioni germoglieranno in Africa, continente del XXI secolo.

Emigrazione-Notizie

Vedi anche: La distruzione del tenore di vita di un paese: quello che la Libia aveva raggiunto, quello che è stato distrutto

Arriva il FMI, ovvero il bacio della morte

di: Debora Billi

Quando ieri ho letto un po’ ovunque i piagnistei per l’avvento cinese, perché “finiremo nelle mani della Cina”, perché “arriva il pericolo giallo”, non sono riuscita a spaventarmi. Proprio per nulla. Avevo il sentore che il nostro debito in mano ai cinesi non fosse messo peggio che in mano ai francesi, ai tedeschi, o a chiunque altro, e che ci sono sicuramenti sorti più tristi.

E infatti. Per la prima volta nella storia, l’esercito del Principe delle Tenebre si sta per avventare su un Paese del G8, ovvero il Fondo Monetario Internazionale si candida a correre a salvamento dell’Italia.

Peggio di così è impossibile. Il prestito del FMI, chiamato da molti analisti internazionali “il Bacio della Morte”, è quello che ha segnato le sorti di tantissimi Paesi in via di sviluppo. Qui un articolato paper di un’Università canadese dall’eloquente titolo “Il Bacio della Morte: gli aiuti del FMI nei mercati dei debiti sovrani”. Tra l’altro, si afferma:

Il risultato di questo semplice modello suggerisce che la pratica del FMI di offrire prestiti in tempi di crisi finanziaria, può servire a rendere più probabile l’insorgere della crisi.

Anche il premio Nobel Joseph Stiglitz ha scritto ampiamente contro il FMI. Riassume Wikipedia:

I prestiti del F.M.I. in questi paesi (Russia e satelliti) sono serviti a rimborsare i creditori occidentali,anziché aiutare le loro economie. Inoltre il F.M.I. ha appoggiato nei Paesi ex-comunisti coloro che si pronunciavano per una privatizzazione rapida, che in assenza delle istituzioni necessarie ha danneggiato i cittadini e rimpinguato le tasche di politici corrotti e uomini d’affari disonesti. 
Stiglitz sottolinea inoltre i legami di molti dirigenti del F.M.I. con i grandi gruppi finanziari americani e il loro atteggiamento arrogante nei confronti degli uomini politici e delle élites del Terzo Mondo, paragonandoli ai colonialisti di fine XIX secolo convinti che la loro dominazione fosse l’unica opportunità di progresso per i popoli “selvaggi”.

Non siamo gli unici a temere l’arrivo di questi uccellacci. Un articoletto del Telegraph di giugno scorso,“Gli avvoltoio del FMI volano in circolo sulla carcassa del Regno Unito” così commentava:

L’FMI è contento di veder crollare le economie così, come per la Grecia, può “aiutarle” con prestiti che vengono ripagati con devastanti rate di interessi e stimoli alla privatizzazione di tutto ciò che si ha di più caro.

Qualcuno invece ha il coraggio di dire no. Si tratta dell’Islanda, che da due giorni è fuori dal Fondo Monetario InternazionaleQui l’unica notizia in italiano, nessun altro giornale né sito ha ritenuto di riportarla.

L’arrivo del FMI in Islanda fu accolto in maniera estremamente fredda da gran parte della popolazione, convinta che il Fmi avrebbe affogato la nazione in uno stato di permanente debito, come ormai troppi paesi hanno già sperimentato in passato. La partenza dei funzionari del Fmi è stata quindi vista con soddisfazione da gran parte dei cittadini.

E noi invece ne festeggiamo l’arrivo. Eppure dovremmo sapere cosa prevede in cambio un prestito del FMI: l’attuazione di determinate politiche economiche, che prevedono la distruzione del welfare, la riduzione degli stipendi, il licenziamento di vaste parti del settore pubblico, riforme delle pensioni, tasse e privatizzazioni.

Soprattutto queste ultime. Il risultato è che regolarmente la situazione peggiora: con la svendita delle imprese pubbliche ai privati, si smette di incamerare introiti; con le tasse e i licenziamenti, si annienta il potere d’acquisto delle famiglie; come risultato della caduta della domanda, le imprese private falliscono e licenziano altra gente. Tale disastro constringe lo Stato a chiedere altri prestiti al FMI, in una spirale che trascina sempre più in fondo.

Non oso pensare che mostro verrà fuori dagli intrallazzi di questo governo con il FMI. Ma non riesco neppure a figurarmi un altro ipotetico governo italiano che abbia il fegato di dire di no.

FONTE: Debora Billi

La Libia e il mondo in cui viviamo

di: William Blum

“Perché ci state attaccando? Perché state uccidendo i nostri figli? Perché state distruggendo le nostre infrastrutture?”

- (30 aprile 2011) Discorso TV del leader libico Muammar Gheddafi, poche ore dopo che la NATO aveva colpito un’ obiettivo a Tripoli, uccidendo il figlio 29enne di Gheddafi, Saif al-Arab, tre nipoti del Colonnello, tutti sotto i dodici anni di età, e parecchi amici e vicini.

Nel suo discorso Gheddafi si era appellato alle nazioni della NATO per un cessate il fuoco e per avviare dei negoziati dopo sei settimane di bombardamenti e attacchi con missili cruise contro il suo paese.

Bene, vediamo se riusciamo a ricavare una qualche comprensione delle complesse turbolenze libiche.

Il Santo Triumvirato  – gli Stati Uniti, la NATO e l’Unione europea – non riconoscono alcun potere superiore e credono, letteralmente, di poter fare nel mondo quello che vogliono, a chi vogliono, per tutto il tempo che vogliono, e chiamano tutto quello che vogliono “umanitario”.

Se il Santo Triumvirato decide di non voler rovesciare il governo in Siria o in Egitto o in Tunisia o in Bahrain o in Arabia Saudita o nello Yemen e in Giordania, non importa quanto crudeli, oppressivi  o religiosamente intolleranti siano quei governi con il loro popolo, non importa quanto essi impoveriscano e torturino la loro gente, non importa quanti manifestanti essi uccidano nella loro Piazza della Libertà; il Triumvirato, semplicemente, non li rovescia.

Se il triumvirato decide di voler rovesciare il governo della Libia, anche se questo governo è laico e ha utilizzato la sua ricchezza petrolifera per il bene del popolo della Libia e dell’Africa, forse più di ogni governo in tutta l’Africa e il Medio Oriente, ma continua a insistere, nel corso degli anni, nello sfidare le ambizioni imperiali del Triumvirato in Africa e ad aumentare le sue richieste alle compagnie petrolifere del Triumvirato, allora il Triumvirato, semplicemente, rovescia il governo della Libia.

Se il Triumvirato vuole punire Gheddafi e i suoi figli, esso provvederà, insieme agli amici del Triumvirato presso la Corte Penale Internazionale, ad emettere mandati di cattura per loro.

Se il Triumvirato non vuole punire i leader di Siria, Egitto,Tunisia, Bahrain, Arabia Saudita, Yemen e Giordania, esso, semplicemente, non chiederà alla Corte Penale Internazionale di emettere mandati di cattura per loro. E’ da quando è stata formata la Corte, nel 1998, che gli Stati Uniti hanno rifiutato di ratificarla e hanno fatto del proprio meglio per denigrarla e ostacolarla, poichè Washington è preoccupata che un giorno i funzionari americani possano essere incriminati per i loro molti crimini di guerra e contro l’umanità. Bill Richardson, come ambasciatore Usa alle Nazioni Unite, ha detto al mondo, nel 1998, che gli Stati Uniti dovrebbero essere esentati dai procedimenti della Corte perché hanno “particolari responsabilità globali”. Ma questo non impedisce agli Stati Uniti di utilizzare la Corte quando gli fa comodo ai fini della loro politica estera.

Se il Triumvirato vuole sostenere una forza militare ribelle per rovesciare il governo della Libia, allora non importa quanto siano fanatici  religiosi, legati ad al-Qaeda , [1] commettano-decapitazioni-torture, siano monarchici o quanto i vari gruppi siano spaccati in fazioni; il Triumvirato li sosterrà, come ha fatto con alcune forze in Afghanistan e Iraq, e con la speranza che, dopo la vittoria, le forze libiche non si rivelino jihadisti come accaduto in Afghanistan, o fratricidi come in Iraq. Una potenziale fonte di conflitti all’interno dei ribelli e all’interno del paese, se governato da loro, è che una dichiarazione costituzionale fatta dal consiglio dei ribelli afferma, pur garantendo la democrazia e i diritti dei non musulmani, che “l’Islam è la religione dello Stato e la principale fonte di legislazione nella giurisprudenza islamica. “[2]

In aggiunta alla lista delle affascinanti qualità dei ribelli abbiamo il rapporto di Amnesty International riguardante gli arresti di massa di persone di colore in tutta la nazione compiuti dai ribelli poiché, secondo loro, sarebbero “mercenari stranieri”. Prove sempre più evidenti dimostrano invece che un gran numero di essi erano semplicemente dei lavoratori immigrati. Secondo la Reuters (29 agosto):

“Sabato scorso i giornalisti videro i corpi in putrefazione di 22 uomini di origine africana su una spiaggia di Tripoli. I volontari che erano venuti a seppellirli hanno riferito ai giornalisti che erano mercenari uccisi dai ribelli.”

Per completare questo ritratto dei nuovi beniamini dell’ Occidente abbiamo questa relazione del The Independent di Londra(27 agosto):

“Gli omicidi sono stati spietati. Sono avvenuti in un ospedale di campo, in una tenda contrassegnata in modo chiaro con il simbolo della mezzaluna islamica. Alcuni dei morti erano in barella, con l’ago di una flebo ancora attaccato al braccio . Alcuni erano sul retro di un’ambulanza, colpita dai proiettili. Altri erano a terra, nel tentativo apparente di strisciare per mettersi al sicuro quando sono stati raggiunti dagli spari. “

Se la propaganda del Triumvirato è abbastanza intelligente e abbastanza ingannevole e dipinge un un immane tragedia iniziata da Gheddafi in Libia, molti progressisti americani ed europei insisteranno sul fatto che, anche se non hanno mai sostenuto l’imperialismo, questa volta stanno facendo un’eccezione, perché……..

>> Il popolo libico sta venendo salvato da un “massacro”, sia reale che potenziale. Questo massacro, però, sembra essere stato grossolanamente esagerato dal Triumvirato, da Al Jazeera, e dal proprietario di questa emittente, il governo del Qatar, e niente si avvicina ad una  prova affidabile che dimostri che un massacro è veramente accaduto, né una fossa comune o qualsiasi altra cosa. Le storie delle stragi sembrano essere alla pari con con quelle degli stupri sotto effetto di Viagra diffuse da al Jazeera (la Fox News della rivolta libica). Il Qatar, va notato, ha svolto un ruolo militare attivo nella guerra civile dalla parte della NATO. Va inoltre osservato che il massacro principale in Libia è stato quello dei sei mesi di bombardamenti quotidiani del Triumvirato, uccidendo un numero imprecisato di persone e distruggendo gran parte delle infrastrutture. Il Prof Juan Cole, della Michigan University, quintessenza del vero credente nelle buone intenzioni della politica estera americana, che riesce comunque ad avere una presenza regolare sui media progressisti, ha scritto recentemente che “Gheddafi non era uomo da compromessi … la sua macchina militare avrebbe falciato i rivoluzionari se gli fosse stato permesso”. Chiaro? Sappiamo tutti, naturalmente, che Sarkozy, Obama, e Cameron hanno fatto compromessi senza fine nella loro devastazione della Libia; ad esempio, non hanno utilizzato armi nucleari.

>> Le Nazioni Unite hanno dato l’ approvazione per un intervento militare, cioè, i principali membri del Triumvirato hanno dato la loro approvazione, dopo che Russia e Cina, codardamente, si sono astenute invece di esercitare il loro potere di veto; (forse sperando di ricevere la stessa cortesia dagli Stati Uniti, dal Regno Unito e dalla Francia quando saranno loro le nazioni ad aggredire).

>> Il popolo della Libia sta venendo “liberato”, qualunque cosa al mondo significhi, ora e per il futuro. Gheddafi è un “dittatore”, insistono. Che effettivamente potrebbe anche essere il termine corretto da utilizzare, ma bisogna chiedere: Lui è un dittatore piuttosto benevolo o è l’altro genere di dittatore favorito da Washington? Inoltre: Dato che gli Stati Uniti hanno abitualmente sostenuto dittatori per tutto il secolo passato, perché lui no?

Il Triumvirato, e i suoi media servili, vorrebbero far credere al mondo che quello che è successo in Libia è solo un altro esempio della primavera araba, una sollevazione popolare di manifestanti non-violenti contro un dittatore per ottenere libertà e democrazia che, diffondendosi spontaneamente dalla Tunisia e Egitto, è arrivata in Libia. Ma ci sono diverse ragioni per mettere in discussione questa analisi a favore della visione della rivolta dei ribelli libici come un tentativo programmato e violento per prendere il potere a nome del proprio movimento politico, per quanto eterogeneo, nella sua fase iniziale, possa apparire tale movimento. Per esempio:

1.Hanno ben presto cominciato a sventolare la bandiera monarchica. Monarchia che Gheddafi aveva rovesciato.

2. Era una ribellione armata e violenta fin quasi dall’inizio. Nel giro di pochi giorni infatti, abbiamo potuto leggere di “cittadini armati con le armi sequestrate dalle basi dell’ esercito ” [3 ] e di “poliziotti che avevano partecipato allo scontro sono stati catturati e impiccati dai manifestanti” [4]

3. La loro rivolta non ha avuto luogo nella capitale, ma nel cuore della regione petrolifera del paese; hanno poi iniziato la produzione di petrolio e hanno dichiarato che i paesi stranieri sarebbero stati ricompensati di oro nero in relazione a quanto ogni paese avesse aiutato la loro causa

4. Hanno istituito ben presto una Banca Centrale, una cosa piuttosto strana per un movimento di protesta

5. Il sostegno internazionale è venuto in fretta, prima ancora dal Qatar e da Al Jazeera, la CIA e l’intelligence francese

L’idea che un leader non abbia il diritto di reprimere una ribellione armata contro lo Stato è troppo assurda da discutere.

Non molto tempo fa, l‘Iraq e la Libia erano i due Stati più moderni e laici del Medio Oriente / Africa del Nord con forse il più alto standard di vita nella regione. Poi sono arrivati gli Stati Uniti d’America e hanno ritenuto opportuno renderli un caso disperato. Il desiderio di sbarazzarsi di Gheddafi era stato in costruzione per anni, il leader libico non era mai stata una pedina affidabile. La primavera araba ha fornito una eccellente opportunità e la relativa copertura. Quanto al perché, scegliete tra i seguenti:

>> Il piano di Gheddafi di condurre il commercio della Libia in Africa di materie prime e di petrolio con una valuta nuova – il dinaro d’oro africano, un cambiamento che avrebbe potuto infliggere un grave colpo alla posizione dominante degli Stati Uniti nell’economia mondiale. (Nel 2000, Saddam Hussein annunciò che il petrolio iracheno sarebbe stato scambiato in euro e non più in dollari; seguirono sanzioni e poi l’invasione ).Per ulteriori approfondimenti si veda qui.

>> Un paese ospitante per l’ Africom, il Comando statunitense in Africa, uno dei sei comandi regionali in cui il Pentagono ha diviso il mondo. Molti paesi africani contattati per essere appunto il paese ospitante hanno rifiutato, a volte anche in termini relativamente forti. L’ Africom ha attualmente sede a Stoccarda, in Germania. Secondo un funzionario del Dipartimento di Stato: “Abbiamo un grosso problema di immagine laggiù … L’opinione pubblica è davvero contraria ad andare a letto con gli Stati Uniti. Essi semplicemente non si fidano degli Stati Uniti…” [5]

>> Una base militare americana per sostituire quella chiusa da Gheddafi dopo aver preso il potere nel 1969.C’è solo una base in Africa, a Gibuti. Si vede per una in Libia  dopo che la situazione si sarà stabilizzata. Forse sarà situata vicino ai pozzi petroliferi americani. O forse al popolo libico sarà data una scelta – una base americana o una base NATO.

>> Un altro esempio della disperata ricerca  da parte della NATO di una ragion d’essere della sua esistenza sin dalla fine della guerra fredda e del Patto di Varsavia.

>> Il ruolo di Gheddafi  nella creazione dell’ Unione africana. Ai padroni delle imprese non piace quando i loro schiavi salariati creano un sindacato. Il leader libico ha anche sostenuto gli Stati Uniti d’Africa perché sa che in un Africa di 54 stati indipendenti, essi continueranno ad essere abbattuti uno per uno e abusati e sfruttati dai membri del Triumvirato. Gheddafi ha inoltre chiesto una maggiore potenza per i piccoli paesi delle Nazioni Unite.

>> L’affermazione del figlio di Gheddafi, Saif el Islam, che la Libia aveva contribuito a finanziare la campagna elettorale di Nicolas Sarkozy, potrebbe aver umiliato il presidente francese e questo spiega la sua ossessione e la sua fretta nel voler essere visto come colui che gioca un ruolo di primo piano nell’ attuazione della “no fly zone “e delle altre misure contro Gheddafi. Un fattore determinante potrebbe essere stato il fatto che la Francia si è indebolita nelle sue ex e neo-colonie in Africa e in Medio Oriente, in parte anche per l’influenza di Gheddafi.

>> Gheddafi è stato uno straordinario sostenitore della causa palestinese e un critico delle politiche israeliane, e in alcune occasioni ha giudicato altri paesi africani e arabi, così come l’Occidente, per le loro politiche o la loro retorica, un motivo in più per la sua mancanza di popolarità tra i leader mondiali di tutti i colori.

>> Nel gennaio del 2009, Gheddafi ha reso noto che stava studiando la possibilità di nazionalizzare le compagnie petrolifere straniere in Libya.[7] Lui ha anche un’altra moneta di scambio : la prospettiva di utilizzare le compagnie petrolifere russe, cinesi e indiane. Durante l’attuale periodo di ostilità, ha invitato questi paesi a compensare la perdita di produzione. Ma tali scenari ora non avranno luogo. Il Triumvirato cercherà invece  di privatizzare la National Oil Corporation, trasferendo la ricchezza petrolifera della Libia in mani straniere.

>> L’impero americano è turbato da qualsiasi minaccia alla sua egemonia. Nel periodo storico attuale l’impero è interessato principalmente alla Russia e alla Cina. La Cina ha esteso gli investimenti energetici e edilizi in Libia e altrove in Africa. L’americano medio non sa né si preoccupa di questo. L’ imperialista americano medio si preoccupa molto, se non altro perchè in questo momento di crescenti richieste di tagli al bilancio militare è fondamentale che i potenti “nemici” siano nominati e mantenuti.

>> Per molte altre ragioni, vedete l’articolo “Perché un cambio di regime in Libia?” di Ismael Hossein-Zadeh, ed i cable dei diplomatici americani pubblicati da Wikileaks – 07TRIPOLI967 11-15-07 (include una denuncia in merito al “nazionalismo delle risorse” libico ).

La parola di un uomo che le maggiori potenze militari del mondo hanno cercato di uccidere

Ricordi della mia vita“, scritto dal colonnello Muammar Gheddafi, 8 aprile 2011, estratti:

Adesso la maggiore forza nella storia militare mi attacca; il mio figliuolo africano, Obama, vuole uccidermi, togliere la libertà al nostro paese, prendere le nostre case gratuite, la nostra medicina gratuita, la nostra istruzione gratuita, il nostro cibo gratuito e sostituirli con il saccheggio in stile statunitense, chiamato “capitalismo”, ma tutti noi del Terzo Mondo sappiamo cosa significa: significa che le corporazioni governano i paesi, governano il mondo, e la gente soffre, quindi non mi rimangono alternative, devo resistere.

E se Allah vuole, morirò seguendo la sua via, la via che ha arricchito il nostro paese con terra coltivabile, cibo e salute e ci ha permesso di aiutare anche i nostri fratelli e sorelle africani ed arabi a lavorare con noi nella Jamahiriya libica.

Non voglio morire, ma se succede, per salvare questo paese, il mio popolo e tutte le migliaia che sono i miei figli, così sia.

Che questo testamento sia la mia voce di fronte al mondo: che ho combattuto contro gli attacchi dei crociati della NATO, che ho combattuto contro la crudeltà, contro il tradimento, che ho combattuto l’Occidente e le sue ambizioni coloniali, e che sono rimasto con i miei fratelli africani, i miei veri fratelli arabi e musulmani, come un faro di luce, quando gli altri stavano costruendo castelli.

Ho vissuto in una casa modesta ed in una tenda. Non ho mai dimenticato la mia gioventù a Sirte, non spesi follemente il nostro tesoro nazionale, e, come Saladino, il nostro grande leader musulmano che riscattò Gerusalemme all’Islam, presi poco per me ….

In Occidente, alcuni mi hanno chiamato “pazzo”, “demente”, però conoscono la verità, ma continuano a mentire ; sanno che il nostro paese è indipendente e libero, che non è in mani coloniali, che la mia visione, il mio percorso è, ed è stato chiaro per il mio popolo : lotterò fino al mio ultimo respiro per mantenerci liberi, che Allah Onnipotente ci aiuti a rimanere fedeli e liberi.

PARTE FINALE DELL’ ARTICOLO E NOTE: Libya And The World We Live In 

DI: Coriintempesta

Sette punti sulla guerra contro la Libia

di: Domenico Losurdo
Ormai persino i ciechi possono essere in grado di vedere e di capire quello che sta avvenendo in Libia:

1. E’ in atto una guerra promossa e scatenata dalla Nato. Tale verità finisce col filtrare sugli stessi organi di «informazione» borghesi. Su «La Stampa» del 25 agosto Lucia Annunziata scrive: è una guerra «tutta “esterna”, cioè fatta dalle forze Nato»; è il «sistema occidentale, che ha promosso la guerra contro Gheddafi». Una vignetta dell’«International Herald Tribune» del 24 agosto ci fa vedere «ribelli» che esultano, ma stando comodamente a cavallo di un aereo che porta impresso lo stemma della Nato.

2.Si tratta di una guerra preparata da lungo tempo. Il «Sunday Mirror» del 20 marzo ha rivelato che già «tre settimane» prima della risoluzione dell’Onu erano all’opera in Libia «centinaia» di soldati britannici, inquadrati in uno dei corpi militari più sofisticati e più temuti del mondo (SAS). Rivelazioni o ammissioni analoghe si possono leggere sull’«International Herald Tribune» del 31 marzo, a proposito della presenza di «piccoli gruppi della Cia» e di «un’ampia forza occidentale in azione nell’ombra», sempre «prima dello scoppio delle ostilità il 19 marzo».

3.  Questa guerra non ha nulla a che fare con la protezione dei diritti umani. Nell’articolo già citato, Lucia Annunziata osserva angosciata: «La Nato che ha raggiunto la vittoria non è la stessa entità che ha avviato la guerra». Nel frattempo, l’Occidente è gravemente indebolito dalla crisi economica; riuscirà a mantenere il controllo su un continente che sempre più avverte il richiamo delle «nazioni non occidentali» e in particolare della Cina? D’altro canto, lo stesso quotidiano che ospita l’articolo di Annunziata, «La Stampa», si apre il 26 agosto con un titolo a tutta pagina: «Nuova Libia, sfida Italia-Francia». Per chi ancora non avesse compreso di che tipo di sfida si tratta, l’editoriale di Paolo Baroni (Duello all’ultimo affare) chiarisce: dall’inizio delle operazioni belliche, caratterizzate dal frenetico attivismo di Sarkozy, «si è subito capito che la guerra contro il Colonnello si sarebbe trasformata in un conflitto di tutt’altro tipo: Guerra economica, con un nuovo avversario, l’Italia ovviamente».

4.  Promossa per motivi abietti, la guerra viene condotta in modo criminale. Mi limito solo ad alcuni dettagli ripresi da un quotidiano insospettabile. L’«International Herald Tribune» del 26 agosto, con un articolo di K. Fahim e R. Gladstone riporta: «In un accampamento al centro di Tripoli sono stati ritrovati i corpi crivellati di proiettili di più 30 combattenti pro-Gheddafi. Almeno due erano legati con manette di plastica, e ciò lascia pensare che abbiano subito un’esecuzione. Di questi morti cinque sono stati trovati in un ospedale da campo; uno era su un’ambulanza, steso su una barella e allacciato con una cinghia e con una flebo intravenosa ancora al suo braccio».

5.  Barbara come tutte le guerre coloniali, l’attuale guerra contro la Libia dimostra l’ulteriore imbarbarimento dell’imperialismo. In passato innumerevoli sono stati i tentativi della Cia di assassinare Fidel Castro, ma questi tentativi erano condotti in segreto, con un senso se non di vergogna, comunque di timore per le possibili reazioni dell’opinione pubblica internazionale. Oggi, invece, assassinare Gheddafi o altri capi di Stato sgraditi all’Occidente è un diritto proclamato apertamente. Il «Corriere della Sera» del 26 agosto 2011 titola trionfalmente: «Caccia a Gheddafi e ai figli casa per casa». Mentre scrivo, i Tornados britannici, avvalendosi anche della collaborazione e delle informazioni fornite dalla Francia, sono impegnati a bombardare Sirte e a sterminare un’intera famiglia.

6.  Non meno barbara della guerra, è stata ed è la campagna di disinformazione. Senza alcun senso del pudore, la Nato ha martellato sistematicamente la menzogna secondo cui le sue operazioni belliche miravano solo alla protezione dei civili! E la stampa, la «libera» stampa occidentale? A suo tempo essa ha pubblicato con evidenza la «notizia», secondo cui Gheddafi riempiva i suoi soldati di viagra in modo che più agevolmente potessero commettere stupri di massa. Questa «notizia» cadeva rapidamente nel ridicolo, ed ecco allora un’altra «notizia», secondo cui i soldati libici sparano sui bambini. Non viene addotta alcuna prova, non c’è alcun riferimento a tempi e a luoghi determinati, alcun rinvio a questa o a quella fonte: l’importante è criminalizzare il nemico da annientare.

7.  A suo tempo Mussolini presentò l’aggressione fascista contro l’Etiopia come una campagna per liberare quel paese dalla piaga della schiavitù; oggi la Nato presenta la sua aggressione contro la Libia come una campagna per la diffusione della democrazia. A suo tempo Mussolini non si stancava di tuonare contro l’imperatore etiopico Hailè Selassié quale «Negus dei negrieri»; oggi la Nato esprime il suo disprezzo per Gheddafi «il dittatore». Come non cambia la natura guerrafondaia dell’imperialismo, così le sue tecniche di manipolazione rivelano significativi elementi di continuità. Al fine di chiarire chi oggi realmente esercita la dittatura a livello planetario, piuttosto che Marx o Lenin, voglio citare Immanuel Kant. Nello scritto del 1798 (Il conflitto delle facoltà), egli scrive: «Cos’è un monarca assoluto? E’ colui che quando comanda: “la guerra deve essere”, la guerra in effetti segue». Argomentando in tal modo, Kant prendeva di mira in particolare l’Inghilterra del suo tempo, senza lasciarsi ingannare dalle forme «liberali» di quel paese. E’ una lezione di cui far tesoro: i «monarchi assoluti» del nostro tempo, i tiranni e dittatori planetari del nostro tempo siedono a Washington, a Bruxelles e nelle più importanti capitali occidentali.

FONTE: Blog di Domenico Losurdo

6 Agosto 2011: l’Italia rasa al suolo dalla BCE

Le porte sono aperte, e i servi rimpinzati si fanno beffe della loro consegna russando.

William Shakespeare – Macbeth – Atto II, Scena Seconda.

Questi giorni sonnacchiosi, d’Agosto, questa falsa Estate che già si tinge delle dolenti piogge autunnali, questi cieli bigi sul mare, le nuvole di vapore sui colli e sui monti, sembrano un messaggio degli Dei ai mortali: lascia il chiasso delle spiagge e dei ristoranti all’aperto, smettila d’osservare ostinatamente il dito e lascia spaziare l’occhio in cielo, perché questa è un’Estate di guerra. La Libia? Sì, anche, ma non è questa la grande guerra che è in atto: anzi, sono più d’una, almeno tre o quattro. Vediamole nell’ordine.

a) La guerra per il primato geostrategico nel Pianeta fra USA e Cina.

b) La guerra, interna all’Unione Europea, fra la BCE e la Commissione Europea.

c) L’eterna guerra fra John Maynard Keynes e Milton Friedman.

d) La (finta) guerra fra i nani e le ballerine italiane.


La guerra per il primato geostrategico nel Pianeta fra USA e Cina

La notizia del declassamento del debito USA, da AAA ad AA+ (con outlook negativo), è di portata storica, verrebbe quasi da dire “la notizia del secolo” ma siamo prudenti, poiché il secolo che avanza – almeno, secondo chi scrive – ne riserverà altre di ben diversa portata. In ogni modo, sarebbe come se al Soglio Pontificio fosse salito il cardinal Milingo, con Vasco Rossi al Quirinale e il mago Otelma ministro dell’Economia. Tutto ciò era inevitabile: anzi, il giudizio è stato ancor troppo bonario.

Già nel 2003 – nel mio “Europa Svegliati” – mettevo in guardia contro la spaventosa spirale del debito USA che nelle sue tre componenti – debito interno, debito estero e debito delle famiglie – raggiungeva cifre paurose, ben superiori al 120% dell’attuale debito interno italiano. Cos’è cambiato? Perché Standard & Poor’s ha osato tanto? Talvolta, è analizzando le reazioni che si scopre un fenomeno, come avviene spesso nella Fisica.

La reazione di Pechino non è stata né bonaria e né tranquillizzante: anzi, boriosa, come quella di chi ha perso la pazienza.

La Cina ha adesso ogni diritto di chiedere che gli Usa affrontino i loro problemi di debito…garantire la sicurezza degli asset in dollari della Cina…Washington deve ora affrontare seriamente una dolorosa realtà…riduzioni a quello che (la Cina) definisce le gigantesche spese militari e i costi salati del welfare…

I cinesi non sono così stupidi da credere che basti una loro ramanzina per far cadere l’architrave del pensiero politico USA – quel “noi non baratteremo mai il nostro stile di vita” – poiché su quella (falsa) certezza dell’american dream si basa il potere bipartisan demo-repubblicano. Se i cinesi osano tanto – sapendo che devono continuare a smerciare computer e televisori – non sarà che gli USA non sono più, per Pechino, quel cliente così “essenziale” per la loro economia?

Non si tratta certamente di una “chiusura” netta ed irrevocabile, tanto meno subitanea, bensì di un processo che vede aumentare le economie – e dunque il commercio, l’import-export, i consumi, ecc – dei Paesi del BRIC & associati, i quali possono pagare anche con le loro merci – e quindi in un quadro di “sana” economia – e non con i “dollarotti” carta straccia. Similmente, i Paesi dell’Europa Centrale – con la Germania a dirigere il coro – mantengono ancora un significativo gap tecnologico nei confronti della Cina, mentre gli USA hanno esportato e venduto le loro aziende agli orientali: adesso, si guardano le mani e scoprono d’esser rimasti con un pugno di mosche. Una guerra?

Molto improbabile, per tante ragioni. Una guerra di logoramento “ai fianchi” della Cina – un attacco in Corea, tanto per scegliere un luogo – comporterebbe un dispiegamento di forze simile al Vietnam, che gli USA non possono assolutamente più sostenere: se ne vanno, bastonati, anche dall’Afghanistan, che non è certo la Cina! Anche un attacco atomico non risolverebbe nulla, perché porterebbe alla mutua distruzione, anche se il potenziale USA è superiore: bastano 10 missili a bersaglio negli USA per distruggere l’economia statunitense per secoli.

Quello che attende gli USA è un lento decadimento, come avvenne per la Gran Bretagna, ma con una sostanziale differenza: gli inglesi riuscirono – grazie alla loro esperienza imperiale ed al Commonwealth – a compiere un “atterraggio morbido” che agli USA – per mentalità, dissidi interni, pochezza politica quando si tratta di mediare e dimensioni – non è detto che riesca.  Ciò che attende gli statunitensi sono due eventi: il moltiplicarsi delle enclave di miseria, come le “Flint” di Michael Moore, e l’inevitabile china della parabola di Barack Obama. Il Presidente USA ha sbagliato troppo, fra il 2008 ed il 2010, quando non era una “anatra zoppa”: ha sottovalutato il potere della lobby israeliana, che osserva la politica statunitense quasi solo alla luce delle sue decisioni per il Medio Oriente. Obama non poteva aspettarsi altro: dopo le elezioni del 2010, parecchi parlamentari del Tea Party – Sarah Palin in testa – andarono in Israele per colloqui a vario titolo, anche con Benjamin Netanyahu, sempre con il “chiodo fisso” delle elezioni del 2012.

“…il Tea Party difende ideologicamente lo Stato Ebraico d’Israele, con gli stessi parametri di logica e buonsenso che sono stati la base per la diffusione del suo Movimento.”

La risposta di Obama – tardiva e fragile – fu l’appoggio alle rivolte in Nord Africa: ho sempre sostenuto che un conto sono le legittime aspirazioni delle popolazioni, un altro la “copertura” diplomatica USA, che era la “risposta” al “colpo a segno” sull’anatra che siede al 1600 di Pennsylvania Avenue. Con la perdita della maggioranza democratica al Congresso, oggi Obama ha dovuto trattare con i repubblicani un piano economico che non prevede maggiori tasse per i ricchi, l’unica possibilità di riuscire a salvare il salvabile.

Stranamente, Moody’s e Fitch non hanno seguito (per ora) S&P nel declassamento, il che – se a pensar male ci s’azzecca – farebbe pensare ad una ritorsione israeliana per la politica statunitense di destabilizzazione del Mediterraneo, sempre aborrita da Tel Aviv. In definitiva, la Cina è il convitato di pietra che assiste – senza far nulla – al duello fra le potenze occidentali, con l’oramai acclarato dissidio (dichiarazioni di facciata a parte) fra Obama e la dirigenza israeliana. Il futuro?

Una fase di grande instabilità negli USA, tormentati dai “residui” (e dai costi) delle avventure neocoloniali di Bush (Iraq ed Afghanistan) e dalla crisi economica dilagante: una crisi che non è monetaria, bensì nasce dalle basi oramai evanescenti dell’economia USA. Insomma, non è tanto Wall Street quanto Main Street a determinare la scansione della crisi e soluzioni vere – come quella di far finalmente pagare chi più ha – non sono più in agenda per l’ostilità del Congresso. Il Mediterraneo sarà probabilmente abbandonato a se stesso (i fondi USA per questo scacchiere sono già stati “tagliati”): di conseguenza, saranno Francia e GB a ritrovarsi sulle spalle i problemi del “bluff” libico, con conseguenze oggi imprevedibili. Se in casa democratica si piange, in quella repubblicana c’è poco da ridere: Sarah Palin avrà pure una buona mira per sparare all’alce, ma governare oggi gli USA è tutt’altra cosa. Peggio che ritrovarsi a fare il sindaco di Napoli. Le persone capaci scarseggiano (Obama, bisogna riconoscerlo, era forse l’unica “novità” della politica americana), ancor più in casa repubblicana: se a Roma impazza l’influenza, a Washington sono già alla polmonite.


La guerra, interna all’Unione Europea, fra la BCE e la Commissione Europea

La misteriosa “missiva” giunta da Francoforte – con le firme di Trichet e di Draghi – mette il governo italiano di fronte ad un aut aut: o mettere a posto i conti subito (come, poi…) o niente acquisto dei BTP italiani da parte della BCE. La sottigliezza, di non poco conto, è che non è giunta da Bruxelles o da Strasburgo – i luoghi della politica europea – bensì, direttamente, dalla BCE.

Che l’Europa sia un gigante economico ed un nano politico è cosa risaputa: basti pensare ad una baronessa inglese alla politica estera che, il suo stesso governo, definisce“inadeguata”. Oppure alla bulgara Rumyana Zheleva, “ballerina” che fu bocciataall’audizione preliminare per diventare commissaria: Die Welt si chiese se, con l’eventuale nomina della Zheleva, si sarebbe raggiunto il limite della nomina della “moglie di un gangster all’Eurocommissione”.

Sull’altro versante, invece, camuffati da abili “maghi” dell’economia planetaria, siedono persone determinate e capaci nel difendere gli interessi, congiunti, della grande imprenditoria e del sistema bancario: se volete, Bankenstein. Piccolo particolare: nessuno li ha eletti, nessuno di noi può mettere bocca sul loro operato. In altre parole, sono dei “tecnici” che non dovrebbero (e non potrebbero) assumere ruoli politici: del resto, con quali “credenziali” S&P si prende la briga di destabilizzare il pianeta con l’abbassamento del rating USA?

Si fa presto a dire che i nanerottoli politici sono soltanto gli attori inviati sul proscenio dai loro burattinai banchieri: molto dipende anche dalla statura dei politici. Un simile andazzo è possibile proprio per la loro pochezza: saremmo curiosi di sapere come se la caverebbero i signori di Francoforte se dovessero trattare con un De Gaulle, un Brandt, un Palme o, anche, con un Craxi od un Andreotti. Le mire “politiche” della BCE non sono un segreto per nessuno: sono loro stessi ad ammetterle.

La missiva giunta al Governo Italiano, dunque, fa già parte della “seconda fase” del piano di Francoforte (anche senza un ministro delle finanze europeo): giungere al veto sulle politiche economiche dei singoli Stati. Una sorta di commissariamento delle economie europee oppure – se preferite, per come stanno le cose nella realtà – un IV Reich che conquista l’Europa senza sparare un colpo di fucile.


L’eterna guerra fra John Maynard Keynes e Milton Friedman

Perché si è giunti a questo punto?

Tralasciando nella trattazione il signoraggio – non per scarsa importanza, bensì per non ingigantire l’articolo – la disputa fra i “Chicago Boys” liberisti ad oltranza ed i fautori dell’intervento dello Stato in Economia è alla base delle odierne angosce. Un assioma che va sfatato è quello che le economie cosiddette “liberiste” – portate avanti dai Conservatori inglesi, dai Repubblicani statunitensi e dalla destra italiana – non indebitino lo Stato: la risposta è nei fatti. La Banda Bassotti americana che s’inventò la truffa dei subprime, successivamente, chiese aiuto proprio allo Stato e, il “piano Paulson” di 700 miliardi di dollari, viene tuttora pagato dai contribuenti americani, per lo più dal ceto medio, mentre i grandi finanzieri pagano poco o nulla e le banche sono tuttora libere di sfornare derivati. “Tossici”? Lo sapremo fra qualche anno.

In Italia, come s’evince da questo grafico, i governi di Silvio Berlusconi hanno condotto ad aumenti del debito: 6,2 punti nel 1994 (in sei mesi!) e ben 12,7 punti nel triennio 2008-2011. Solo nel quinquennio 2001-2006 riuscirono a far scendere il debito di un misero 2,9 in cinque anni. Per contro, i governi di centro sinistra abbatterono il debito di 11,7 punti nel quinquennio 1996-2001 e di 3 punti nel secondo, breve governo Prodi, in soli due anni: soprattutto il primo abbattimento (1996-2001), fu possibile per l’intervento in economia (rottamazioni, finanziamenti a vari settori) che aumentò il PIL.

La teoria della Scuola di Chicago non è quella d’abbattere il debito, bensì quella di non tassare gli alti redditi (come in Italia): in questo modo, il bilancio dello Stato va in rosso ed è necessario ripianarlo con la “macelleria sociale”. A quel punto, il gioco può riprendere con nuovi abbattimenti di tasse per i più ricchi e sempre maggiori prelievi (o mancata assistenza) per i meno abbienti. Oggi, difatti, Tremonti ha nel mirino l’assistenza (invalidi, assegni alle famiglie più povere, accompagnamento per gli anziani, ecc) e, ancora una volta, le pensioni: tagliare gli astronomici costi della politica? Non ci pensa nemmeno, anche se ne parla.

Utilizzare la teoria di Keynes è più arduo, perché il rischio di finanziare “a pioggia” o, peggio, in modo clientelare l’economia conduce ai medesimi effetti di destabilizzazione, soprattutto sul fronte del debito: in altre parole, per adoperare quella “leva” ci vogliono economisti con le palle e le contropalle, non i miseri figuri che osserviamo sulla scena. In definitiva, l’argomento attiene più alla sfera generale dell’umanesimo e della filosofia che a quella delle semplici teorie economiche: l’Uomo deve assumersi l’onere di controllare i flussi economici o lasciarli correre? Anche considerando il quadro planetario di consumo esagerato di risorse non rinnovabili? Può affidare il proprio futuro economico ad una colossale rete di computer, i quali sono programmati con due soglie: vendere od acquistare, secondo il prezzo? Perché, assistiamo sempre più frequentemente al blocco dei listini per eccesso di rialzo o di ribasso? Addirittura a poco chiari “guasti tecnici” per arrestare le contrattazioni? Il sistema del cosiddetto “autogoverno” del mercato non funziona: osserviamo la realtà. Quali sono i Paesi che sono fuori da questo infernale girone?

A parte le cosiddette “economie emergenti” – la Cina ha miliardi di dollari nelle casse dello Stato – è emblematico il caso russo: se qualcuno ricorda i tempi di Eltsin, rammenterà che la vita media s’era drammaticamente accorciata, la povertà era endemica e i russi si salvarono soprattutto col poco che riuscivano a trarre dagli orti delle dacie. Addirittura, l’Aeroflot – la compagnia aerea russa – non aveva kerosene per far volare gli aerei: in un Paese ricco di risorse energetiche! Putin – piaccia o non piaccia – diede una sterzata: in che senso? Forte dell’appoggio che aveva nei servizi segreti (dai quali proveniva) e nell’Armata, riportò allo Stato il “clou” delle risorse russe – l’energia – e le sottrasse agli oligarchi. Ovvio che il processo non fu indolore, e nemmeno affermiamo che la Russia sia oggi un paradiso, però la situazione economica della popolazione – dagli anni bui del dopo URSS – è migliorata sostanzialmente. E il Venezuela di Chavez? Non ha, anch’esso, nazionalizzato il petrolio del Paese sottraendolo alle mire degli speculatori? Cosa fece Mossadeq in Iran? Non, però, di solo petrolio si tratta, perché l’impatto delle “deregulation” sulle popolazioni e sui bilanci degli Stati (sempre chiamati a saldare i conti) sono stati devastanti: crollo della domanda interna, insicurezza sociale, aumento della povertà, della frammentazione sociale, delle malattie della povertà come l’alcolismo, ecc.

In definitiva, per chi ancora crede nel “respiro” di libertà economica propalato da Milton Friedman e dalla “Scuola di Chicago”, ci sono alcune domande alle quali rispondere. A trent’anni dall’elezione di Reagan, si può affermare che il Pianeta sia più ricco? Sì. Si può affermare che le popolazioni siano più ricche? No.

Senza scomodare Marx ed il Capitale, vorremmo che prendessero in esame un neutro parametro, l’indice Gini: cosa misura? Indica la condivisione dei beni all’interno degli Stati, ossia la distribuzione della ricchezza fra le classi sociali. Il coefficiente di Gini, è un numerò che varia fra zero ed uno: zero la perfetta omogeneità nella distribuzione dei beni, uno la massima eterogeneità. Esiste una classifica (non molto aggiornata) degli Stati per uguaglianza/disuguaglianza di reddito: l’Italia è al 52° posto, gli USA al 74°, mentre sopra all’Italia troviamo quasi tutte le nazioni europee. Paesi che ancora godono della “tripla A”, come la Francia e la Germania, hanno una distribuzione della ricchezza più equanime dello Stivale: in fondo alla classifica, ci sono le nazioni meno affidabili, per il rating del debito, del Pianeta.

Eppure, da decenni, la tesi sostenuta dai “Chicago Boys” è proprio quella che solo arricchendo una modesta parte della popolazione – in Italia, il 10% della popolazione possiede il 45% della ricchezza nazionale – è la sola ricetta possibile, giustificando il tutto con un aumento dei capitali disponibili e, dunque, degli investimenti. Osservino la classifica, meditino sull’altro aspetto – la domanda interna – e ci diano una risposta.

Aspettiamo.


La (finta) guerra fra i nani e le ballerine italiane

Gianni Letta ha affermato che “tutto sta crollando”. Perché? Facciamo un passo indietro. Si parla spesso del “sacco” del Britannia: ci sono migliaia di pagine web che lo citano e ne abbiamo scelta una a caso (ma non troppo). Ciò che, forse, non molti ricordano, fu la campagna d’opinione che precedette, negli anni, quegli eventi: l’industria di stato veniva bollata ovunque come inutile e dannosa, le ferrovie inefficienti, le poste inconcludenti, ecc, ecc.

Oggi, con un annuncio dell’altoparlante, le Ferrovie decretano – nella massima tranquillità – che il treno numero tale è stato soppresso. Spiegazioni? Nessuna. Un tempo – mi confessò un capostazione – per sopprimere un treno bisognava stendere un lungo rapporto, e non era assolutamente detto che il firmatario non fosse convocato dalla direzione territoriale per fornire chiarimenti. Nei primi giorni di Giugno del 2011, le Poste andarono completamente in tilt per un “cambio di software”: a parte i disguidi – giorni d’attesa per inviare una raccomandata o ritirare la pensione – aspetto ancora oggi una lettera di mia madre con un’importante delega nei miei confronti: speriamo veramente, dopo quasi tre mesi, che sia finita al macero. Magari giungerà ai miei figli dopo la mia morte.

Sono vissuto in un’Italia nella quale, quando un insegnante era malato e telefonava a scuola per avvertire, nella mattinata stessa – quasi sempre – già arrivava il supplente, che si metteva subito a far lezione, magari con prima un po’ di ripasso. Oggi, per 10 e più giorni le classi hanno il classico “tappabuchi” che sostituisce per un’ora, che non conosce i ragazzi, che può fare poco o nulla. Per un certo periodo presi il treno delle 6.20 del mattino per recarmi all’Università: ricordo che era una vaporiera. Che non perse mai un colpo ed un minuto. S’andava a lavorare con contratti a tempo indeterminato – era la normalità – e con 35 anni di contributi s’andava in pensione a qualsiasi età. Il pubblico impiego era più favorito, ma non era del tutto un errore: auguri, ai docenti che entreranno in classe con 67 primavere sulle spalle. Furono gli anni nei quali s’impennò il debito pubblico?

Torniamo ad osservare il grafico del rapporto debito/PIL: quando s’impennò?  Nei primi anni ’80: sono gli anni della “Milano da bere”, del “soldo che fa soldo” da solo, della Borsa come una giostra che tutti arricchisce: che ce ne facciamo di quei pachidermi dell’IRI? Reagan lancia il suo carpe diem, che chiama “edonismo reaganiano”: quanto bella sei ricchezza, ch’ora sosti in ogni via. Invece.

Parallelamente, la finanza locale s’espandeva a macchia d’olio, lo Stato “decentrava” i servizi alle amministrazioni periferiche: successivamente, iniziò a tagliare i fondi. Le amministrazioni locali, conseguentemente, iniziarono ad alzare le tasse locali ed a tagliare i servizi, fino a chiudere ospedali moderni. Rami secchi. Il cosiddetto “piano Brunetta” per la Sanità italiana (e la manovra di Tremonti) prevedono la non sostituzione di 8.000 – attenzione: ottomila! – medici che andranno in pensione nei prossimi anni. Altre fonti giungono ad ipotizzare un taglio di 17.000 medici.

Oggi, la frittata è fatta: è la guerra fra gli stegocrati e la popolazione italiana. Un governo centrale che deve succhiare continuamente denaro per mantenere gl’incerti equilibri parlamentari: poi, a cascata, la medesima situazione per regioni, province, comuni, circoscrizioni e comunità montane. Un esercito di un milione di persone che campa di politica e non risolve niente, se non ingrassare il proprio conto in banca e quello dei propri parenti. Tutto è stato sacrificato sull’altare della “governabilità”, persino la possibilità d’eleggere i propri rappresentanti senza doverli scegliere da una lista di “eletti”: l’Italia è diventata più “governabile”?

La scelta dei nani e delle ballerine pare sia quella d’aumentare, ancora una volta, l’età pensionabile: toccare i patrimoni? Ma non scherziamo. Quando sento parlare di “tagli alle auto blu” “alla politica” “ai voli di stato” la mano scende alla pistola, perché già li sento ronzare dalle parti del mio culo: questa volta, assistenza o previdenza? Entrambe? Non importa: basta che paghino i poveracci. Perché bisogna difendere l’euro.

Non sono mai stato un detrattore della moneta unica, perché aspettavo d’osservarne gli esiti: oggi, alla luce di quanto sta accadendo, la controproposta da fare a sir Mario Draghi doveva essere “E se ce ne andiamo dalla moneta unica?” Questa gente fa la voce grossa fin quando trova come interlocutori solo nani e ballerine: l’Argentina, rispose agli ispettori del FMI che potevano andarsene quando volevano, a patto che il viaggio lo pagassero i loro caporioni. E’ sprofondata nell’Atlantico Meridionale? Non ci sembra.

Smettiamola, per favore, con questo senso di colpa dei cosiddetti “PIIGS”: la situazione del debito USA è peggiore non solo di quella dei Paesi europei “poco virtuosi”, bensì della somma di tutti essi. Allora? Nella prima parte dell’articolo abbiamo spiegato che la situazione è l’ennesima guerra finanziaria fra blocchi, alla quale partecipa anche l’istituto di Francoforte: dobbiamo pagare anche questa guerra? Ci spaventano con mille input per un’eventuale ritorno alla Lira: cosa potrebbe succedere?

L’Italia, a quel punto, diventerebbe meno “appetibile” alla speculazione internazionale, poiché è l’euro che interessa, non una moneta minore di un Paese mezzo collassato. E dopo? Cosa ne avrebbero in cambio? Proviamo, invece, a meditare di riprendere il controllo – rigidamente allo Stato – dell’emissione monetaria, con il vantaggio (mica da poco!) di decidere noi una eventuale svalutazione: la Germania ci gioca sopra da tempo, poiché la moneta forte consente solo a pochi di reggere sul mercato delle esportazioni. In questo modo, tedeschi e francesi si sono già impadroniti della grande distribuzione, a parte Ipercoop e poco altro, e stanno allargando i loro interessi all’industria privata (Lactatis) e pubblica (Italcantieri). Cosa fanno, invece, nani e ballerine italiane?

Si riuniscono come dei congiurati a Ferragosto per decidere come stramazzare la popolazione: lo fanno da anni, sempre d’Estate. L’unico che, ancora, si lascia scappare d’aver capito cosa sta succedendo è Umberto Bossi: spiace dirlo, ma è così. Riferendosi alla famosa “lettera” della BCE, si è lasciato scappare: “Mi sa che quella lettera è stata scritta a Roma”. Mica scemo: sono le stesse “direttive” che Draghi emanava quando era “solo” Governatore della Banca d’Italia, e non della BCE in pectore. Ma chi vogliono prendere per il sedere?

A fronte di quel milione di persone che campano di politica e di corruzione, come rispondono nani e ballerine italiane? Casini afferma che Tremonti è da “ricoverare”, mentre Bersani studia – imbeccato da Napolitano – come “aiutare”. Di Pietro dice di non capire: non è una novità. Forza Sud non voterà leggi che danneggino il Sud, Forza Nord quelle che danneggino il Nord: il Centro, per definizione, sta al centro e si fa gli affari suoi. I Responsabili si mostrano disponibili: dipende dalla disponibilità di poltrone. Fini è “allibito”, Stracquadanio “basito”. Cosa faranno?

Per definizione, nani e ballerine sono servi: non hanno opinioni. Quando si prospetterà di non concedere più loro gli avanzi della mensa – niente più cosce di pollo mangiucchiate da rosicchiare, niente più monete per una fellatio a comando – si prostreranno ai loro padroni e continueranno a danzare chinando il capo, ossequienti. D’altro canto, il destino di nani e ballerine, giullari e cortigiane, è soltanto quello d’obbedire ai loro padroni: la sera con le danze nel salone del castello, la notte contorcendosi, a comando, sotto le coltri.

di: Carlo Bertani

L’ Olandese Volante

P.I.L. : Paradossale Indice di Lucro

Articolo inviato al blog
di: Daniele
Un anonimo proverbio dice che i numeri sono come le persone: basta torturarli e loro ti diranno ogni cosa; e questo lo sa bene il mondo della politica, che di queste torture è maestro (ai numeri intendo).
I numeri infatti possono diventare ottimi sostituti a buone argomentazioni, in assenza delle quali è sufficiente citare qualche dato a caso per confondere abbastanza le idee da convincere delle proprie posizioni, come il tasso di mortalità dei koala dell’ Arizona, la percentuale ottenuta dal Partito dei vegani nelle amministrative di Copenaghen oppure esternazioni sul fatidico e temuto Prodotto Interno Lordo.

Un nome che certo non ispira molta fiducia, ma grazie al quale ogni Paese occidentale o meno può facilmente sotterrare ogni problematica sociale, a patto di avere un buon ranking nella classifica mondiale.
Ma che cos’ è davvero il P.I.L.? Possiamo per certo assumere che un singolo valore numerico per come venga calcolato possa esprimere il livello di ordine ed efficienza di un Paese nonchè la tanto agognata felicità dei cittadini?
Non vogliamo ora dilungarci su questioni metafisiche in merito a cosa debba dare la felicità ad un uomo, perchè il Pil nasconde contraddizioni ad un ambito molto più pratico e terreno.
Partendo con una definizione rigorosa, il Pil è una grandezza macroeconomica che esprime il valore complessivo dei beni e servizi prodotti all’interno di un Paese in un certo intervallo di tempo (solitamente un anno).
Da ciò possiamo constatare che l’ implicazione considerata sia che una produzione maggiore implica maggiore “benessere”, qualsivoglia significato abbia questa parola.
Il punto chiave di tutto il discorso sta nella “produzione”, considerata appunto sintomo e sorgente di un buono stato delle cose, dove per produzione si intende l’ erogazione di qualsiasi bene e/o servizio all’ interno del Paese, o, in altre parole, qualsiasi azione retribuita monetariamente.
A contribuire alla crescita del Pil sono quindi i prodotti Barilla esportati in tutto al Mondo, che portano ricchezza e motivo di vanto ad ogni italiano, ma nella malaugurata ipotesi che uno stabilimento Barilla prenda fuoco, ci si affiderebbe a pompieri, ditte per la ricostruzione, industria sanitaria per i danni alle persone, e tutto ciò crea anch’ esso “produzione”, e ahimè, contribuisce nell’ aumento del Pil.
Incidenti stradali e catastrofi naturali sono tutte il primo anello di una catena fatta di servizi che mettono in circolo quantità enormi di soldi, basti pensare ai costi delle riparazioni, i servizi di soccorso, e non per ultime le spese sanitarie, che vanno anch’ esse ad aumentare il Pil. Quest’ ultime inoltre aumentano notevolmente al verificarsi di un epidemia o della diffusione di un nuovo batterio killer, e anche in questo caso il giro di soldi dovuto all’ industria farmaceutica va ad aumentare il Pil.
Paradossalmente invece, se nella popolazione si instaurassero abitudini alimentari sane, tali da diminuire la diffusione delle patologie, verrebbero spesi meno soldi per le cure, e si registrerebbe un calo del Pil
Ma non finisce qui.
Anche ad un aumento di ingorghi stradali consegue un maggior consumo di carburante, e il finale è lo stesso; l’ aumento della criminalità aumenta il Pil, grazie alle spese di assicurazione che verrebbero messe in atto, o al mercato dei sistemi di antifurto, senza contare che le spese di mantenimento dei carcerati si aggiungono alla lista.
Per quanto riguarda le infrastrutture invece, la costruzione di un ponte o di una linea ferroviaria superflua aumentano il Pil (oltre che i danni ambientali), e nella sciagurata ipotesi in cui la struttura venga successivamente abbattuta per la sua inutilità le spese di smantellamento aumentano ancora di più il totale. Infine, la costruzione di un ponte robusto comporta una crescita del Pil minore rispetto a quella di un ponte cedevole, perchè in quest’ ultimo caso saranno necessari più lavori di manuntenzione, quindi più spese, quindi più “produzione”.
Dall’ altra parte invece, troviamo tutto ciò che è comunemente considerato elemento di salute sociale, ma di cui il Pil “se ne frega”: il Volontariato per definizione non comporta un giro di soldi, e quindi un incremento dell’ attività nel sociale non viene considerata dal Pil, anzi, se il volontario va ad occuparsi di attività prima relegate ad un lavoratore, il Pil addirittura cala.
Interessante in questo contesto è il “paradosso della cuoca”, per cui nel momento in cui il padrone di casa decide di sposare la cuoca al suo servizio, questa non svolge più lavoro retribuito, e il Pil nazionale cala pur mantenendo la stessa produzione di prima.
Il Pil infatti non considera l’ autoconsumo, le economie di scambio non monetario e l’ autoproduzione dei beni alimentari; tutte attività inesistenti ai suoi occhi; idem per un pannello solare che rende energeticamente indipendente un abitazione.
Gli esempi potrebbero essere infiniti, ma credo siano sufficienti questi per capire come non sia possibile tramite una cifra monetaria constatare le complesse dinamiche all’ interno di una società che può anche essere molto variegata come nel caso della Cina, dove il Pil aumenta esponenzialmente ogni anno ma il divario economico tra città e città è titanico.
Alla base del problema però, sta la convinzione nel poter considerare la ricchezza monetaria quale lo specchio del benessere individuale e collettivo. Questo risulta errato soprattutto a causa della struttura stessa della nostra società, che offre vantaggi dal consumo indiscriminato di risorse, favorisce gli sprechi e crea possibilità di guadagno laddove vi sono problematiche sociali, come nel caso delle malattie.
In un sistema del genere, una maggiore produzione monetaria può quindi implicare eccessi in ogni direzione, talvolta nocivi per la comunità stessa.
Per concludere, vale la pena farlo con le parole di (ebbene si) un politico statunitense del passato, nonchè Robert “Bobby” Kennedy, che tenne il seguente discorso nel 1968 all’ Università del Kansas, tre mesi prima di venire assassinato.
Queste le sue parole:
“Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.
Non possiamo misurare i successi del paese sulla base del PIL.
Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.
Il PIL mette nel conto le serrature per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari.
Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia, la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese.
Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.” – RFK, 1968.

I giganti della Terra verso il grande crash

«Usa, Europa e Cina – i tre pilastri dell’economia globale – corrono come folli verso la crisi, sebbene da posizioni diverse. La collisione è imminente, e sarà letale».

di Mike Davis – Il manifesto, 31 luglio 2011.

Secoli fa, a 14 o 15 anni, io e la mia vecchia banda bramavamo l’immortalità nel catorcio fumante di una brontolante Ford 40 o di una Chevy 57. Il nostro J.K. Rowling era Henry Felsen, l’ex-marine autore dei best-seller Hot Rod (1950), Street Rod (1953) eCrush Club (1958). Felsen era il nostro Omero dell’asfalto, che esaltando giovani eroi destinati alla morte ci invitava a emulare la loro leggenda. Uno dei suoi libri si conclude con uno scontro apocalittico presso un incrocio, che stermina l’intera classe di laureandi di una piccola città dello Stato dell’Iowa.

Amavamo così tanto questo passaggio che eravamo soliti rileggerlo a voce alta l’un l’altro.

Difficile non pensare al grande Felsen, morto nel 1995, quando si sfogliano le pagine economiche di questi tempi. Dopo tutto, ci sono i repubblicani del Tea Party, con l’acceleratore spinto violentemente, che ghignano come demoni mentre si avvicinano alla Deadman’s Curve (John Boehner e David Brooks, nei posti posteriori, muoiono di paura.) L’analogia con Felsen sembra ancora più forte quando si prospetta una visione globale. Dall’alto la situazione economica mondiale si profila chiaramente come uno schianto in attesa di accadere. E da tre direzioni distinte Stati uniti, Unione europea e Cina stanno accelerando alla cieca verso lo stesso incrocio.

La domanda è: qualcuno sopravviverà per partecipare al ballo di fine anno?

Tremano i tre pilastri del McWorld

Riprendiamo dall’ovvio, tuttavia raramente discusso. Sebbene il giorno del giudizio per il limite di indebitamento sia scongiurato, Obama ha già impegnato la fattoria e venduto i capretti. Con una straordinaria noncuranza per l’ala liberal del suo partito, si è offerto di mettere i sacrosanti resti di quella che era la rete di sicurezza del New Deal sul podio del banditore, per placare un ipotetico «centro» e vincere di nuovo le elezioni a ogni costo (Dick Nixon, vecchio socialista, dove sei ora che abbiamo bisogno di te?).

Risultato: come i Fenici nella Bibbia, sacrificheremo i nostri figli (e i loro insegnanti) a Moloch, che oggi si chiama Deficit. La strage nel settore pubblico, insieme a un brusco taglio delle indennità di disoccupazione, andrà a propagarsi sull’intero lato della domanda dell’economia, fino a quando la disoccupazione avrà raggiunto la doppia cifra percentuale e Lady Gaga canterà: «Fratello, avresti dieci centesimi?».

Non dimentichiamo: viviamo in un’economia globalizzata, in cui gli americani sono i consumatori di ultima istanza e il dollaro è ancora il porto sicuro per il plusvalore accumulato dall’intero pianeta. La nuova recessione che i repubblicani stanno impunemente architettando metterà in dubbio di colpo tutti tre i pilastri del McWorld, già assai più traballanti di quanto si pensi: consumo americano, stabilità europea e crescita cinese.

Dall’altra parte dell’Atlantico, l’Unione europea si dimostra per quello che è: un sindacato di grandi banche e mega creditori, accanitamente determinato a far sì che i greci svendano il Partenone e che gli irlandesi emigrino in Australia.

Non c’è bisogno di essere keynesiani per capire che, se ciò dovesse accadere, la situazione non farà altro che precipitare in futuro (se i posti di lavoro tedeschi sono ancora salvi è solo perché la Cina e gli altri BRICs – Brasile, Russia e India – hanno acquistato tante macchine utensili e Mercedes).

Ovvio, oggi la Cina sostiene il mondo, ma la domanda è: per quanto tempo ancora? Ufficialmente, la Repubblica popolare cinese è nel bel mezzo di una transizione epocale da un’economia basata sulle esportazioni a una basata sui consumi. Il fine ultimo di un simile passaggio non è solo trasformare il cinese medio in un automobilista di periferia, ma anche spezzare la dipendenza perversa che lega la crescita cinese al deficit commerciale americano che Pechino è obbligato, a sua volta, a finanziare per evitare che lo Yen si apprezzi.

Ma sfortunatamente per i cinesi, e forse per il mondo intero, il previsto boom dei consumatori si sta rapidamente trasformando in una pericolosa bolla immobiliare. La Cina ha contratto il virus Dubai, e ora ogni città con più di un milione di abitanti (sono almeno 160, all’ultimo conteggio) aspira a differenziarsi con un grattacielo di Rem Koolhaas o un mega centro commerciale, prossima meta dello shopping mondiale. Il risultato è stato un’orgia di edilizia.

E nonostante l’immagine rassicurante dei saggi mandarini di Pechino che controllano a sangue freddo il sistema finanziario, la Cina oggi sembra funzionare come 160 ripetizioni della serie Boardwalk Empire, dove i grandi capi politici della città e gli speculatori immobiliari privati stipulano i loro patti segreti con le gigantesche banche di stato. In effetti, si è sviluppato un vero e proprio sistema bancario ombra grazie alle grandi banche che spostano i prestiti dal loro bilancio verso società fiduciarie fasulle, evadendo i tappi ufficiali sul prestito totale. La scorsa settimana l’agenzia di rating Moody ha riferito che il sistema bancario cinese nasconde un trilione e mezzo di dollari in prestiti sospetti, soprattutto per mastodontici progetti municipali. Un altro servizio di rating ha avvertito che i «cattivi crediti» potrebbero costituire fino al 30% dei portafogli bancari cinesi.

Nel frattempo la speculazione immobiliare sta asciugando i risparmi domestici via via che le famiglie urbane, di fronte ai prezzi delle case alle stelle, si precipitano a investire negli immobili prima che questi siano spazzati via dal mercato (ricorda nulla?). Secondo Business Week, gli investimenti nell’edilizia residenziale costituiscono ormai il 9% del Pil, contro il 3,4% del 2003.

Una Lehman Brothers cinese? 

Chengdu diverrà la nuova Orlando, e la China Construction Bank la prossima Lehman Brothers? Strana la credulità di così tanti «esperti» peraltro conservatori, convinti che la leadership comunista cinese abbia scoperto la legge del moto perpetuo creando un’economia di mercato immune dai cicli economici o dalle manie speculative.

Se la Cina avrà un atterraggio a dir poco duro, lo stesso sarà per i principali fornitori come Brasile, Indonesia o Australia. Il Giappone, già impantanato in una recessione in seguito a tre mega catastrofi, è estremamente sensibile a ulteriori shock provenienti dai suoi principali mercati. E la primavera araba rischia di trasformarsi in inverno se i nuovi governi non riusciranno ad aumentare l’occupazione o a contenere l’inflazione dei prezzi alimentari.

Mentre i tre grandi blocchi economici mondiali accelerano verso una depressione sincronizzata, devo dire che non sono più tanto entusiasta, come lo ero a 14 anni, dalla prospettiva di un classico finale alla Felsen – metallo aggrovigliato e giovani corpi dilaniati.

© Copyright 2011 Mike Davis.

Sul medesimo argomento, leggi l’articolo di Giulietto Chiesa: I quattro giganti ciechi alla sfida del futuro prossimo

 

FONTE: MegaChip.info

La svolta a destra di Chavez: Realismo di Stato contro la Solidarietà Internazionale

Introduzione

Il governo radicale “Socialista Bolivariano” di Hugo Chavez ha arrestato un certo numero di capi della guerriglia colombiana e un giornalista radicale con cittadinanza svedese e li ha consegnati al regime di destra del presidente Juan Manuel Santos, ottenendo anche l’approvazione e la gratitudine del governo colombiano. La stretta collaborazione in corso tra un presidente di sinistra e un regime con una famigerata storia di violazioni dei diritti umani,  torture e sparizione di prigionieri politici, ha suscitato proteste diffuse tra i sostenitori della libertà civile, la sinistra e i populisti in America Latina e in Europa, soddisfacendo invece l’ imperiale establishment Euro-americano.

Il 26 aprile 2011, funzionari venezuelani dell’immigrazione, facendo affidamento esclusivamente su informazioni fornite dalla polizia segreta colombiana (DAS), hanno arrestato un cittadino naturalizzato svedese e  giornalista (Joaquin Perez Becerra), di origine colombiana, che era appena arrivato nel paese. Sulla base delle accuse della polizia segreta colombiana ,secondo le quali  era un ‘capo delle FARC’, Perez è stato estradato in Colombia in 48 ore. Nonostante il fatto che ciò era in violazione dei protocolli diplomatici internazionali e della Costituzione venezuelana, questa azione ha avuto l’appoggio personale del presidente Chavez.

Un mese dopo, le forze armate venezuelane insieme alle loro contro – parti colombiane hanno catturato uno dei leader delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC), Guillermo Torres (con il nome di guerra Julian Conrado) che è ora in attesa di essere estradato in Colombia in un carcere venezuelano senza la possibilità di poter disporre di un avvocato. Il 17 marzo la Venezuelan Military Intelligence (DIM) ha arrestato due presunti guerriglieri del National Liberation Army (ELN), Carlos Tirado e Carlos Perez, e li ha consegnati alla polizia segreta colombiana.

Il nuovo volto pubblico di Chavez come partner del regime repressivo colombiano non è così nuovo, dopo tutto. Il 13 dicembre2004, Rodrigo Granda, un portavoce internazionale delle FARC, e cittadino naturalizzato venezuelano, la cui famiglia risiede a Caracas, è stato rapito da agenti in borghese dell’intelligence venezuelana  nel centro di Caracas, dove aveva partecipato a una conferenza internazionale e portato segretamente in Colombia con l’ ”approvazione” dell’ambasciatore venezuelano a Bogotà. Dopo diverse settimane di proteste internazionali, anche da molti partecipanti alla conferenza, il presidente Chavez ha rilasciato una dichiarazione descrivendo il ‘rapimento’ come una violazione della sovranità del Venezuela e ha minacciato di rompere le relazioni con la Colombia. In tempi più recenti, il Venezuela ha intensificato l’estradizione di rivoluzionari oppositori politici del narco –regime colombiano. Nei primi cinque mesi del 2009, il Venezuela ha estradato 15 presunti membri delL’ ELN e nel novembre 2010 un militante delle FARC e due sospetti membri del ELN sono stati consegnati alla polizia colombiana. Nel gennaio 2011 Teran Nilson Ferreira, uno dei sospetti leader dell’ ELN, è stato consegnato ai militari colombiani. La collaborazione tra il più noto regime autoritario di destra dell’America Latina  e il più noto governo  radicale ‘socialista’ solleva importanti questioni sul significato delle identità politiche e come queste si rapportano alla politica interna e internazionale e più specificatamente quali principi e interessi guidano le politiche dello Stato.

Solidarietà Rivoluzionaria e gli interessi dello Stato

La recente ‘svolta ‘ nella politica del Venezuela, dall’ esprimere simpatia e perfino l’appoggio per le lotte rivoluzionarie e i movimenti in America Latina fino alla sua attuale collaborazione con i regimi di destra filo-imperiali, ha numerosi precedenti storici. Può essere utile esaminare i contesti e le circostanze di queste collaborazioni.

In Russia il governo rivoluzionario bolscevico diede inizialmente tutto il suo sincero sostegno alle sommosse rivoluzionarie in Germania,Ungheria, Finlandia e altrove. Con le sconfitte di queste rivolte e il consolidamento dei regimi capitalisti, lo stato russo e gli interessi economici divennero di primaria importanza tra i leader bolscevichi.  Il commercio e gli accordi di investimenti, i trattati di pace e il riconoscimento diplomatico tra la Russia comunista e gli Stati capitalisti occidentali definirono la nuova politica di “co-esistenza”. Con l’avvento del fascismo, l’Unione Sovietica sotto Stalin fu ulteriormente  subordinata alla politica comunista al fine di garantire alleanze da Stato a Stato, prima con gli alleati occidentali e, in mancanza, con la Germania nazista.Il patto Hitler-Stalin venne concepito dai sovietici come un modo per impedire l’invasione tedesca e mettere al sicuro i propri confini da un nemico giurato di destra. Stalin consegnò a Hitler un certo numero di importanti leader comunisti tedeschi in esilio che avevano chiesto asilo in Russia. Non sorprende che vennero torturati e giustiziati. Questa pratica si fermò solo dopo che Hitler invase la Russia e Stalin incoraggiò le decimate truppe di comunisti tedeschi a ri-unirsi nella resistenza ‘anti-nazista’.

Nei primi anni 1970, mentre la Cina di Mao si riconciliava con gli Stati Uniti di Nixon e rompeva con l’Unione Sovietica, la politica estera cinese si spostava verso il supporto dei contro-rivoluzionari sostenuti dagli USA, tra cui Holden Roberts in Angola e Pinochet in Cile. La Cina denunciò qualsiasi governo di sinistra e movimento, che per quanto debole, aveva legami con l’Urss, e abbracciò i loro nemici, indipendentemente da quanto fossero asserviti agli interessi imperiali euro-americani.  Nell URSS di Stalin e nella Cina di Mao, gli “interessi dello Stato” di breve termine vinsero sulla solidarietà rivoluzionaria. Quali erano questi ‘ interessi dello Stato’?

Nel caso dell’Unione Sovietica, Stalin scommise sul fatto che un ‘patto di pace’ con la Germania di Hitler li avrebbe difesi da una invasione imperialista nazista e parzialmente posto fine all’ accerchiamento della Russia. Stalin non si è più fidato nella forza della solidarietà internazionale della classe operaia per prevenire la guerra, soprattutto alla luce di una serie di sconfitte rivoluzionarie e dall’ arretramento generalizzato della sinistra nei decenni precedenti (Germania, Spagna, Ungheria e Finlandia). L’avanzata del fascismo e l’estrema destra, l’ incessante ostilità occidentale verso l’URSS e la politica europea occidentale di placare Hitler, convinsero Stalin  a cercare il patto di pace con la Germania. Al fine di dimostrare la  ‘sincerità’ verso il nuovo ‘partner di pace’, l’URSS ha minimizzato le critiche nei confronti dei nazisti, sollecitando i partiti comunisti di tutto il mondo a concentrarsi sugli attacchi all’Occidente, anziché alla Germania di Hitler, e venne  incontro alla richiesta di Hitler di estradare i “terroristi” comunisti tedeschi” che avevano trovato asilo in Unione Sovietica.

Il perseguimento degli ‘interessi dello Stato’ a breve termine da parte di Stalin attraverso patti con l’ “estrema destra” si concluse in una catastrofe strategica: la Germania nazista fu libera di conquistare prima l’Europa occidentale e poi girò i suoi cannoni sulla Russia, invadendo un URSS impreparato e occupando metà del paese. Nel frattempo il movimento internazionale di solidarietà anti-fascista era stato indebolita e temporaneamente disorientato dagli  zig-zag delle politiche di Stalin.

Nella metà degli anni 1970, la “riconciliazione” della Repubblica Popolare Cinese con gli Stati Uniti, portò ad una svolta nella politica internazionale: l’ imperialismo americano diventò un alleato contro il male maggiore dell’ “imperialismo sovietico sociale”.  Di conseguenza la Cina, sotto la presidenza di Mao Tse Tung, ha esortato i suoi sostenitori internazionali a denunciare i regimi progressisti che ricevevano aiuti sovietici (Cuba, Vietnam, Angola,ecc) e ha ritirato il suo sostegno alla resistenza armata rivoluzionaria contro gli stati clienti pro-USA nel Sud -est asiatico. Il Patto della Cina con Washington era quello di assicurare immediatamente gli” interessi dello Stato” : il riconoscimento diplomatico e la fine dell’ embargo commerciale. I vantaggi  commerciali e diplomatici a breve termine di Mao sono stati garantiti sacrificando i maggiori obiettivi strategici fondamentali di promozione dei valori socialisti in patria e la rivoluzione all’estero. In questo modo la Cina ha perso la sua credibilità tra i rivoluzionari del Terzo Mondo e gli anti-imperialisti, per guadagnarsi le grazie della Casa Bianca e un maggiore accesso al mercato mondiale capitalista. Il “pragmatismo” a breve termine ha portato ad una trasformazione a lungo termine: la Repubblica Popolare di Cina è diventata una dinamica potenza capitalista emergente, con alcune delle più grandi disuguaglianze sociali in Asia e forse nel mondo.

Venezuela: gli interessi dello Stato contro la Solidarietà Internazionale

L’ascesa della politica radicale in Venezuela, che è la causa e la conseguenza dell’ elezione del presidente Chavez (1999), ha coinciso con l’ascesa dei movimenti sociali rivoluzionari  in America Latina dalla fine del 1990 alla metà del primo decennio del 21 ° secolo (1995-2005). I regimi neo-liberali sono stati rovesciati in Ecuador, Bolivia e in Argentina; i movimenti sociali di massa hanno sfidato l’ ortodossia neoliberista che aveva preso piede in tutto il mondo, i movimenti di guerriglia colombiana sono avanzati verso le principali città e politici di centro-sinistra sono stati eletti al potere in Brasile, Argentina,Bolivia, Paraguay, Ecuador e Uruguay. La crisi economica degli Stati Uniti ha minato la credibilità del programma di libero commercio di Washington.  La crescente domanda asiatica di materie prime ha stimolato un boom economico in America Latina, che ha finanziato i programmi sociali e le nazionalizzazioni. Nel caso del Venezuela, un fallito colpo di stato militare appoggiato dagli USA e il boicottaggio dei ‘padroni’, nel 2002-2003, costrinse il governo Chavez a fare affidamento sulle masse e a svoltare a sinistra. Chavez ha proceduto alla “ri-nazionalizzazione” del petrolio e delle industrie connesse e a formulare una ideologia “Bolivariana socialista “. La radicalizzazione di Chavez ha trovato un clima favorevole in America Latina e gli abbondanti introiti provenienti dalla crescita del prezzo del petrolio sono serviti a finanziare i suoi programmi sociali. Chavez ha mantenuto una posizione plurale abbracciando i governi di centro-sinistra, il supporto ai movimenti sociali radicali e sostenendo le proposte della guerriglia colombiana ‘per una soluzione negoziata. Chavez ha chiesto il riconoscimento dei guerriglieri colombiani come legittimi’ belligeranti “e non” come terroristi. La politica estera del Venezuela è stata orientata verso l’isolamento della sua  principale minaccia proveniente da Washington, promuovendo esclusivamente le organizzazioni Latine / Caraibiche , rafforzando il commercio regionale e gli investimenti e garantendo alleati regionali in opposizione all’intervento americano, accordi militari, basi e colpi di stato militari appoggiati dagli USA. In risposta al finanziamento degli Stati Uniti ai gruppi di opposizione venezuelana (elettorali e extra-parlamentari ), Chavez ha fornito sostegno morale e politico ai gruppi anti-imperialisti in America Latina.

Dopo che Israele e i sionisti americani hanno cominciato ad attaccare il Venezuela, Chavez ha esteso il suo sostegno ai palestinesi e ampliato i legami con l’Iran e con altri movimenti arabi e regimi anti-imperialisti. Soprattutto, Chavez ha rafforzato i suoi legami politici ed economici con Cuba, consultandosi  con la leadership cubana, per formare un asse radicale di opposizione all’imperialismo. Lo sforzo di Washington di soffocare la rivoluzione cubana attraverso l’ embargo economico è stato effettivamente compromesso dagli accordi economici a lungo termine di Chavez con l’Avana. Fino alla parte successiva di questo decennio, la politica estera del Venezuela – i suoi ‘interessi di Stato’ – è coincisa con gli interessi dei regimi di sinistra e dei movimenti sociali in America Latina. Chavez si scontrò a livello diplomatico con gli Stati clienti di Washington nell ‘emisfero, in particolare con la Colombia, guidata dai narco-squadroni della morte del presidente Alvaro Uribe (2002-2010). Tuttavia, gli ultimi anni hanno testimoniato diverse modifiche esterne ed interne e un graduale spostamento verso il centro. L’ascesa rivoluzionaria in America Latina ha cominciato a stemperarsi: i rivolgimenti di massa hanno portato alla nascita di regimi di centro-sinistra, che, a loro volta, hanno smobilitato i movimenti radicali ed hanno adottato strategie  affidandosi all’ esportazione agro-minerale, perseguendo nel frattempo autonomia nella politica estera indipendente dal controllo americano. I movimenti guerriglieri colombiani sono in ritiro e sulla difensiva – la loro capacità di tamponare il Venezuela da un regime ostile colombiano è diminuita.

Chavez si è adeguato a queste ‘nuove realtà’ diventando un acritico sostenitore dei  regimi ‘social- liberali’ di Lula in Brasile, Morales in Bolivia, Correa in Ecuador, Vazquez in Uruguay e di Bachelet in Cile. Ha scelto sempre più  il supporto diplomatico immediato dai regimi attuali che il supporto a lungo termine, che potrebbe derivare da una rinascita dei movimenti di massa. I legami commerciali con il Brasile e l’Argentina e il sostegno diplomatico dai suoi compagni degli stati latinoamericani nei confronti di una crescente aggressione degli Stati Uniti sono diventati centrali per la politica estera venezuelana. La base della politica venezuelana non era più la politica interna dei regimi di centro-sinistra e centristi, ma il loro grado di sostegno ad una politica estera indipendente. I ripetuti interventi degli Stati Uniti non sono riusciti a dar vita ad un colpo di stato o a garantire vittorie elettorali contro Chavez. Di conseguenza Washington  si è attivata sempre più con l’ utilizzo di minacce esterne contro Chavez attraverso il suo stato cliente colombiano,  destinatario di 5 miliardi di dollari in aiuti militari. Il rafforzamento militare della Colombia, i suoi valichi di frontiera e l’infiltrazione degli squadroni della morte in Venezuela, hanno costretto Chavez ad un acquisto su larga scala di armi russe e verso la formazione di un’alleanza regionale (ALBA).

Il colpo di stato militare appoggiato dagli Usa in Honduras ha precipitato un profondo ripensamento della politica del Venezuela .Il colpo di stato aveva deposto un centrista liberale democraticamente eletto, il presidente Zelaya , membro dell’ALBA ed ha istituito un regime repressivo asservito alla Casa Bianca. Tuttavia, il colpo di stato ha avuto l’effetto di isolare gli Stati Uniti in America Latina,tant’ è che  non un solo governo ha sostenuto il nuovo regime a Tegucigalpa. Anche i regimi neo-liberali di Colombia, Messico, Perù e Panama hanno votato per espellere l’ Honduras dall’ Organizzazione degli Stati Americani. Da un lato, il Venezuela ha considerato tale'”unità” di destra e di centro-sinistra come una opportunità per riparare gli steccati con i regimi conservatori, e, dall’altro, per capire che l’amministrazione Obama era pronta a utilizzare l ‘ opzione militare “per riguadagnare la sua posizione dominante.

Il timore di un intervento militare degli Stati Uniti è stato notevolmente rafforzato dall’ accordo Obama-Uribe, iche ha istituito sette basi militari strategiche degli Stati Uniti vicino al confine con il Venezuela. Chavez  ha esitato a rispondere a questa minaccia immediata: a un certo punto ha quasi rotto le relazioni commerciali e diplomatiche con la Colombia, solo poi riconciliare subito con Uribe, anche se quest’ultimo non aveva dimostrato alcun desiderio di siglare un patto di co-esistenza. Nel frattempo, le elezioni del Congresso del 2010 in Venezuela  hanno condotto ad un aumento importante nel contributo elettorale alla destra sostenuta dagli Stati Uniti (circa il 50%) e la loro maggiore rappresentanza al Congresso (40%). Mentre la destra ha aumentato il proprio supporto all’interno del Venezuela, la sinistra in Colombia, sia i guerriglieri che l’ opposizione, hanno perso terreno elettorale. Chavez non potrebbe contare su alcun immediato contro-peso ad  una provocazione militare.

Chavez si è trovato di fronte diverse opzioni: la prima fu il ritorno alla politica precedente di solidarietà internazionale con i movimenti radicali, la seconda è stata quello di continuare a lavorare con i regimi di centro-sinistra, pur mantenendo una forte critica e una ferma opposizione ai regimi neo-liberali sostenuti dagli Stati Uniti, e la terza opzione era quella di svoltare a destra, più precisamente cercare un riavvicinamento con il neoeletto presidente della Colombia, Santos e firmare un ampio accordo politico, militare ed economico, col quale  il Venezuela accetta di collaborare per eliminare gli avversari di sinistra della Colombia in cambio di promesse di non aggressione (con la Colombia che limita le  narco – transfrontaliere e le incursioni militari). Il Venezuela e Chavez hanno deciso che le FARC erano un ostacolo e che il sostegno dei movimenti sociali di  massa radicali colombiani non era tanto importante quanto le più strette relazioni diplomatiche con il presidente Santos. Chavez ha calcolato che aderire con le richieste politiche di Santos fornirebbe maggiore sicurezza allo Stato venezuelano che fare affidamento sul sostegno dei movimenti di solidarietà internazionale e sui propri alleati radicali tra i sindacati e gli intellettuali.

In linea con questa svolta a destra, il regime di Chavez ha soddisfatto le richieste di Santos  – arrestando guerriglieri FARC / ELN, nonché un importante giornalista di sinistra, e l’estradizione ad uno Stato che ha mostrato violazioni dei diritti umani nelle Americhe per oltre due decenni , in termini di tortura e di uccisioni extra-giudiziarie. Questa svolta a destra acquisisce un carattere ancor più inquietante se si considera che la Colombia detiene oltre 7600 prigionieri politici, di cui più di 7000 sono sindacalisti, contadini,indigeni, studenti. In altre parole non combattenti.

Nell’ acconsentire alle richieste di Santos, il Venezuela non ha nemmeno seguito i protocolli stabiliti della maggior parte dei governi democratici: non ha richiesto  garanzie contro la tortura e il rispetto per un giusto processo. Inoltre, quando i critici hanno sottolineato che queste estradizioni hanno violato le procedure costituzionali del Venezuela, Chavez ha lanciato una feroce campagna calunniando i suoi critici come agenti dell’imperialismo impegnati in un complotto per destabilizzare il suo regime. Il ritrovato alleato di Chavez a destra, il presidente Santos, non ha però ricambiato: la Colombia mantiene tuttora stretti legami militari con il primo nemico del Venezuela a Washington. Infatti, Santos aderisce energicamente all’ordine del giorno della Casa Bianca: con successo ha pressato Chavez a riconoscere il regime illegittimo di Lobos in Honduras, il risultato di un colpo di stato appoggiato dagli Usa, in cambio del ritorno del deposto ex presidente Zelaya. Chavez ha fatto quello che nessun altro presidente del centro-sinistra latino -americano ha osato fare: ha promesso di sostenere il ripristino del regime illegittimo honduregno nella OEA.Sulla base dell’ accordo Chavez-Santos, l’ opposizione latino -americana a Lobos è crollata e l’ obiettivo strategico di Washington  è stato realizzato: un regime fantoccio è stato legittimato.

L’accordo di Chavez  con  Santos per riconoscere l’assasino regime di Lobos ha tradito l’eroica lotta del movimento di massa honduregno. Non uno dei funzionari honduregni responsabili di oltre un centinaio di omicidi e sparizioni di dirigenti,contadini, giornalisti,attivisti dei diritti umani e pro-democrazia sono soggetti ad alcuna indagine giudiziaria. Chavez ha dato la sua benedizione per l’impunità e la prosecuzione di un totale apparato repressivo, sostenuto dalla oligarchia honduregna e dal Pentagono.

In altre parole, per dimostrare la sua disponibilità a sostenere il  ‘patto di amicizia e di pace ‘ con Santos, Chavez è stato disposto a sacrificare la lotta di uno dei movimenti più promettenti e coraggiosi a favore della democrazia in America.

E cosa cerca Chavez in questa sua sistemazione con la destra?

Sicurezza? Chavez ha ricevuto solo “promesse” verbali  e qualche espressione di gratitudine da Santos. Ma l’enorme comando militare filo-Usa e la missione degli Stati Uniti rimangono in vigore. Ovvero, non ci sarà lo smantellamento delle forze colombiane para-militari-ammassate lungo il confine con il Venezuela e gli accordi militari per le basi Usa, che minacciano la sicurezza nazionale venezuelana, non cambieranno.

Secondo diplomatici venezuelani, la tattica di Chavez è quella di ‘guadagnare ‘ Santos dalla tutela degli Usa. Con l’ amicizia di Santos, Chavez spera che Bogotà non possa partecipare ad alcuna operazione militare congiunta con gli Stati Uniti o collaborare in future campagne di propaganda-destabilizzazione. Nel breve periodo da quando è stato siglato il patto  Santos-Chavez , un imbaldanzito Washington ha annunciato un embargo nei confronti della società petrolifera di Stato venezuelana con il sostegno dell’opposizione venezuelana al Congresso. Santos, da parte sua, non ha rispettato l’embargo, ma non  un solo paese al mondo ha seguito Washington .Chiaramente, il presidente Santos non potrebbe compromettere gli annuali 10 miliardi di dollari di commercio tra la Colombia e il Venezuela, al fine di soddisfare i capricci diplomatici del segretario di Stato Hillary Clinton.

Conclusione

In contrasto con la politica di Chavez di consegnare gli esiliati di sinistra e guerriglieri a un regime autoritario di destra, il presidente Allende del Cile (1970-73)  istitui’ una delegazione che accoglieva combattenti armati in fuga dalle persecuzioni in Bolivia e in Argentina e offri’ loro asilo. Per molti anni, soprattutto negli anni 1980, il Messico, sotto i regimi di centro-destra, ha apertamente riconosciuto i diritti di asilo per i profughi della guerriglia e di sinistra dal Centro America – El Salvador e Guatemala. La Rivoluzionaria Cuba, per decenni, ha offerto asilo e cure mediche ai rifugiati di sinistra e guerriglieri dalle dittature latinoamericane, rigettando le richieste per la loro estradizione. Ancora nel 2006, quando il governo cubano stava perseguendo relazioni amichevoli con la Colombia e poi quando il suo ministro degli Esteri Felipe Perez Roque ha espresso profonde riserve per quanto riguarda le FARC in conversazioni con l’autore, Cuba ha rifiutato l’estradizione dei guerriglieri nei paesi d’origine dove sarebbero stati torturati e maltrattati. Un giorno prima di lasciare la Presidenza nel 2011, il Presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva ha negato la richiesta  dell’ Italia di estradare Cesare Battisti, un ex guerrigliero italiano. Come un giudice brasiliano ha detto – e Chavez dovrebbe ascoltare: “La posta in gioco è la sovranità nazionale. E’ semplicissimo”.

Nessuno potrebbe criticare gli sforzi di Chavez  per diminuire le tensioni di frontiera attraverso lo sviluppo di migliori relazioni diplomatiche con la Colombia e  ampliare i flussi commerciali e gli investimenti tra i due paesi. Ciò che è inaccettabile è quello di descrivere il regime assassino colombiano come un “amico”del popolo del Venezuela e  un partner per la pace e la democrazia, mentre migliaia di detenuti politici pro-democrazia marciscono per anni nelle carceri colombiane su accuse inventate. Sotto Santos, gli attivisti civili continuano ad essere uccisi quasi ogni giorno. L’uccisione più recente è stata ieri ( 9 giugno 2011): Ana Fabricia Cordoba è stata assassinata dalle forze armate colombiane.

L’ abbraccio di Chavez  al narco – presidente Santos  va oltre i requisiti per il mantenimento delle corrette relazioni diplomatiche e commerciali. La sua collaborazione con l’intelligence colombiana, con i militari e le agenzie di polizia segreta nel dare la caccia e deportare uomini di sinistra (senza giusto processo!) sa di complicità nella repressione dittatoriale e serve ad allontanare i maggiori tifosi della trasformazione Bolivariana in Venezuela.

Il ruolo di Chavez nella legittimazione del colpo di stato in Honduras, senza alcuna considerazione per le “richieste di giustizia” dei movimenti popolari’ , è una chiara resa all’ agenda di Santos –Obama.  Questa linea di azione pone gli interessi dello Stato del Venezuela sui diritti dei movimenti popolari di massa in Honduras.La collaborazione di Chavez con Santos sulla sorveglianza dei membri di sinistra e sul compromettere le lotte popolari in Honduras solleva gravi interrogativi sulle affermazioni di solidarietà rivoluzionaria del Venezuela. E certamente semina profonda sfiducia  sulle future relazioni di Chavez  con i movimenti popolari che potrebbero essere impegnati in una lotta con uno dei partner diplomatici ed economici di centro-destra di Chavez .

Quello che è particolarmente preoccupante è che i regimi più democratici e anche quelli di centro-sinistra non sacrificano i movimenti sociali di massa sull’altare della “sicurezza” quando normalizzano le relazioni con un avversario. Sicuramente,la destra, in particolare gli Stati Uniti, protegge i suoi ex clienti, alleati,esiliati oligarchi.

Perché il Venezuela sostiene le richieste dei colombiani, mentre si lamenta del fatto che gli Stati Uniti proteggono i terroristi colpevoli di crimini in Venezuela, può essere spiegato solo attraverso lo spostamento ideologico di Chavez a destra, rendendo il Venezuela più vulnerabile alla pressione per maggiori concessioni in futuro.

Chavez non è più interessato al sostegno della sinistra radicale: la sua definizione di politica di Stato ruota intorno alla garanzia della stabilità’ del socialismo bolivariano in un solo paese, anche se questo significa sacrificare i militanti colombiani di uno stato di polizia e i movimenti pro-democrazia in Honduras a un regime illegittimo imposto dagli Stati Uniti.

La storia fornisce un mix di lezioni.Gli affari di Stalin con  Hitler furono un disastro strategico per il popolo sovietico: una volta che i fascisti  ottennero ciò che volevano hanno girato intorno e invasero la Russia. Chavez finora non ha ricevuto alcuna concessione ‘reciproca’ di fiducia dalla macchina militare di Santos. Anche nel senso stretto degli ‘ interessi dello Stato’, ha sacrificato alleati leali per vuote promesse. Lo stato imperiale statunitense è il primo alleato di Santos e fornitore militare. La Cina ha sacrificato la solidarietà internazionale per un patto con gli Stati Uniti, una politica che ha portato a un non regolamentato sfruttamento capitalistico e a profonde ingiustizie sociali.

Quando e se accadrà il confronto successivo tra Stati Uniti e Venezuela, Chavez, almeno, potrà contare sulla “neutralità” della Colombia? Se le relazioni passate e presenti sono una indicazione, la Colombia sarà a fianco del suo mega-benefattore e mentore ideologico. Quando si verifica una nuova rottura , può Chavez contare sul sostegno dei militanti, che sono stati incarcerati, dei movimenti popolari di massa che ha messo da parte e dei movimenti internazionali e degli intellettuali che ha calunniato? Mentre gli Stati Uniti si muovono verso nuovi confronti con il Venezuela e intensificano le  sanzioni economiche, la solidarietà nazionale e internazionale sarà di vitale importanza per la difesa del Venezuela. Chi sarà in piedi per la rivoluzione bolivariana, i Santos e Lobos  di questo “mondo realista”? O i movimenti di solidarietà nelle strade di Caracas e delle Americhe?

di: Prof. James Petras

LINK: Chavez’s Right Turn: State Realism versus International Solidarity

TRADUZIONE: CoriInTempesta

Singapore diventa una base navale Usa

Un altro tassello nella strategia di accerchiamento della Cina

Non esistono solo le rivoluzioni colorate nel nuovo modello di governance globale messo a punto dagli Usa. La buona, vecchia,deterrenza armi in pugno va sempre di moda. È in questo senso che vanno lette le più recenti mosse statunitensi in Estremo Oriente.

Due su tutte: l’annuncio che la Us Navy sbarcherà a Singapore; un nuovo accordo per la fornitura di dieci Boeing C-17 da trasporto tattico all’India.

Nella ridefinizione delle alleanze asiatiche, Washington risponde così all’avvicinamento tra Cina e Pakistan costruendo il proprio avvicinamento tra Cina e Pakistan costruendo il proprio “filo di perle” da contrapporre a quello cinese.

Robert Gates ha annunciato nel suo ultimo viaggio in Asia da segretario alla Difesa statunitense (lascerà a carica il 30 giugno) che il Pentagono ha compiuto molti passi avanti “per assumere una posizione difensiva meglio distribuita geograficamente, più determinata dal punto di vista operativo e sostenibile politicamente nell’area dell’Asia e del Pacifico”. Il ministro della Difesa di Singapore ha aggiunto che questa strategia si tradurrà, tra le alte cose, nell’ancoraggio permanente di due navi da combattimento da superficie (Littoral Combat Ships) di nuova costruzione nel porto della città-Stato a sud della penisola malese. È la prima volta che succede: Singapore, di fatto, diventa una base Usa.
È interessante osservare che l’annuncio arriva proprio mentre la Cina riceve un’offerta dal Pakistan per allestire la sua prima base navale all’estero, a Gwadar: “Abbiamo chiesto ai nostri fratelli cinesi di costruire una base a Gwadar”, ha dichiarato esplicitamente il ministro della Difesa pachistano, Chaudhry Ahmad Mukhtar. Pechino non ha mai confermato, ma della base cinese sulla costa occidentale del Pakistan si vocifera da tempo. Gwadar sarebbe ilterminale ideale per le merci made in China che transitano sulla Karakoram Highway e, in senso contrario, per le materie prime che arrivano dal Golfo Persico e dalla Penisola Arabica. La strategia del filo di perle cinese non è prettamente militare, è soprattutto commerciale: serve a garantirsi risorse sul lungo periodo.

In India, intanto, fa notizia l’accordo da 4,1 miliardi di dollari che consentirà alla Indian Air Force (Iaf) di dotarsi dei nuovi aerei cargo; un accordo approvato dal congresso Usa, che di solito pone vincoli alla vendita di tecnologia strategica ai Paesi formalmente non alleati degli Usa. È la transazione militare più consistente finora registrata tra i due Paesi. Dato che l’India non ha alcun patto militare con gli Stati Uniti, è probabile che per il momento i velivoli siano consegnati senza alcune tecnologie particolarmente sensibili. Resta da vedere se a breve-medio periodo, Delhi siglerà il cosiddetto Communication Interoperability and Security Memorandum of Agreement (Cismoa), un patto che consente alle compagnie Usa di trasferire equipaggiamento militare hi-tech a Paesi amici. Da tempo è in corso un riavvicinamento tra India e Usa in funzione anticinese (per entrambi) e soprattutto antipachistana (per l’India).

Se Singapore e India sono in qualche modo delle new entry nella costellazione filo-Usa, Washington non manca di rafforzare militarmente le alleanze già esistenti.
È di questi giorni la notizia che il Pentagono starebbe procedendo all’aggiornamento tecnologico della flotta di caccia F-16 A/B di Taiwan. È una mossa sottile, tesa ad ottenere il consenso del congresso, che teme le reazioni cinesi. L’aggiornamento dei “vecchi” F-16 li renderebbe cioè simili ai più recenti F-16 C/D, scongiurando al tempo stesso la fornitura di questi ultimi a Taipei. Tale ipotesi era già stata definita da Pechino la “linea rossa” che Washington non avrebbe dovuto oltrepassare.
Dopo Fukushima, anche le polemiche con il Giappone a proposito della base militare di Okinawa – che il Pentagono intende trasferire dalla località di FutenmaHenoko, nell’isola stessa, e la popolazione locale vorrebbe fuori dalla prefettura – sembrano silenti o, quanto meno, trascurabili.

di: Gabriele Battaglia

PeaceReporter

Verso la Terza Guerra Mondiale: le origini [Parte 1]

di: Andrew Gavin Marshall

Introduzione
Di fronte al crollo economico globale totale, le possibilità di un conflitto mondiale sono in aumento. Storicamente, i periodi di declino imperiale e crisi economica sono contrassegnati da un aumento di violenza e guerre internazionali. Il declino dei grandi imperi europei è stato segnato dalla prima e dalla seconda guerra mondiale e dalla Grande Depressione che avvenne nel periodo intermedio.
Attualmente, il mondo sta assistendo al declino dell’impero americano, in sé un prodotto della fine della seconda guerra mondiale. Come egemone imperiale del dopoguerra, l’America creò l’odierno sistema monetario internazionale regnando sia come leader che come arbitro della politica economica globale.
Per dirigere l’economia politica globale, gli Stati Uniti hanno creato la singola più grande e potente forza militare nella storia del mondo. Il controllo sull’economia globale richiede che ci sia una costante presenza e azione militare.
Ora che sia l’impero americano che l’economia politica globale sono in crisi e prossimi al crollo, la prospettiva di una conclusione violenta all’età imperiale americana sta aumentando drasticamente.
Questo saggio è suddiviso in tre parti. La prima parte riguarda la strategia geopolitica degli Stati Uniti-NATO dalla conclusione della guerra fredda all’inizio del Nuovo Ordine Mondiale, delineando la strategia imperiale occidentale che ha portato alla guerra in Jugoslavia e “alla guerra al terrore”.  La seconda parte analizza la natura “delle rivoluzioni morbide” o “colorate” nella strategia imperiale degli Stati Uniti, concentrandosi sull l’instaurazione dell’egemonia sull’Europa Orientale e l’Asia centrale. La terza parte analizza la natura della strategia imperiale per costruire un nuovo ordine mondiale, con particolare attenzione ai conflitti in aumento  in Afghanistan, nel Pakistan, nell’Iran, America Latina, in Europa Orientale ed in Africa; ed il potenziale che questi conflitti hanno per far iniziare una nuova guerra mondiale contro la Cina e la Russia.

Definire una nuova strategia imperiale
Nel 1991, con il crollo dell’Unione Sovietica, la politica estera degli Stati Uniti-NATO ha dovuto ripensare il proprio ruolo nel mondo. La Guerra Fredda è servita a  giustificare l’espansione imperialista degli Stati Uniti nel mondo allo scopo di “contenere” la minaccia sovietica. La NATO in sé è stata creata ed esiste con l’ unico obiettivo di forgiare l’alleanza anti-Sovietica. Con la caduta dell’URSS, la NATO non aveva più alcun motivo di esistere e gli Stati Uniti hanno dovuto trovare un nuovo scopo per la propria strategia imperialista nel mondo.

Nel 1992, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, sotto la direzione del Segretario della Difesa Dick Cheney (successivamente vice di George W.Bush) e il Sottosegretario del Pentagono alla Difesa, Paul Wolfowitz (più tardi sarà Segretario delegato della Difesa di George Bush e presidente della banca mondiale) scrisse un documento guida della difesa per la politica estera americana nell’era post-guerra fredda, comunemente indicato come “il Nuovo Ordine Mondiale”.

Il documento guida di pianificazione della difesa venne rilasciato nel 1992 rivelando che “in un’ampia dichiarazione per una nuova politica che è nella relativa fase di elaborazione definitiva, il Dipartimento della Difesa afferma che la missione politica e militare dell’America nell’era post-guerra fredda sarà quella di accertarsi che a nessuna superpotenza rivale sia permesso di emergere nell’ Europa occidentale, nell’Asia o nei territori dell’ex Unione Sovietica” e che, “il documento classificato crea le condizioni per un mondo dominato da una superpotenza la cui posizione può essere perpetuata tramite un comportamento costruttivo e una forza militare sufficiente a scoraggiare qualsiasi nazione o gruppo di nazioni dallo sfidare il primato americano”

Inoltre “la nuova bozza delinea un mondo in cui c’è un potenza militare dominante i cui leader devono attuare i meccanismi per dissuadere i potenziali competitori persino dall’aspirare anche ad un ruolo regionale o globale più grande”. Tra le sfide necessarie alla supremazia americana, il documento “ha postulato le guerre regionali contro l’Iraq e la Corea del Nord” ed iindividua la Cina e la Russia come le maggiori minacce. Il documento inoltre “suggerisce che gli Stati Uniti potrebbero anche considerare la possibilità di estendere nell’ Europa centrale e orientale le operazioni di ‘contenimento’, similmente a quanto avviene per i paesi dell’Arabia Saudita, Kuwait e gli altri paesi arabi lungo il Golfo Persico.„ [1]

NATO e Jugoslavia
Le guerre in Jugoslavia durante tutto il 1990 sono servite come pretesto per l’esistenza della NATO nel mondo e per l’ampliamento degli interessi imperiali americani nell’Europa dell’est. La Banca Mondiale e FMI hanno posto le basi per la destabilizzazione della Jugoslavia. Dopo aver a lungo vissuto sotto il dittatore Josip Tito, morto nel 1980, la Jugoslavia ha attraversato una crisi di leadership. Nel 1982, i funzionari della politica estera americana hanno organizzato un piano di prestiti da parte del FMI e della Banca Mondiale, indicati come Programmi di aggiustamento strutturale (SAPs), con lo scopo di gestire la crisi del debito che sfiorava i 20 miliardi di dollari. L’effetto di questi prestiti, nell’ambito dei SAPs, ha fatto si che essi provocassero “uno sconvolgimento economico e politico…La crisi economica ha minacciato la stabilità politica…ed ha inoltre rischiato di aggravare le già alte tensioni etniche”.[2]

Nel 1989, Slobodan Milosevic divenne presidente della Serbia, la più grande e potente delle repubbliche jugoslave. Sempre nel 1989, il premier della Yugoslavia viaggiò negli Stati Uniti per incontrare il presidente George H.W. Bush, al fine di negoziare un altro pacchetto di aiuti finanziari. Nel 1990, parti’ il programma finanziario della Banca Mondiale/Fondo Monetario Internazionale, e le spese dello stato jugoslavo andarono esclusivamente al rimborso del debito. Di conseguenza, i programmi sociali vennero smantellati, la moneta fu svalutata, gli stipendi congelati mentre i prezzi subirono un forte rialzo. Le riforme “alimentarono tendenze separatiste dovute a fattori economici  e divisioni etniche, praticamente garantendo de facto la secessione della Repubblica”, che condusse al distaccamento della Croazia e della Slovenia nel 1991. [3]

Nel 1990, fu rilasciato dalla comunità di intelligence degli Stati Uniti un rapporto intitolato ‘National Intelligence Estimate (NIE)’, che prevedeva la scissione della Jugoslavia e lo scoppio della guerra civile, attribuendo al presidente serbo Slobodan Milosevic la responsabilità della successiva destabilizzazione[4].

Nel 1991, scoppiò il conflitto tra la Jugoslavia e la Croazia, dopo che quest’ultima dichiarò la propria indipendenza. Un cessate il fuoco venne raggiunto nel 1992. Eppure i croati continuarono a mettere in campo piccole offensive militari fino al 1995 non che partecipando anche alla guerra in Bosnia. Nel 1995, la Croazia intraprese l’operazione Tempesta, per cercare di riconquistare la regione della Krajina. Un generale croato è stato recentemente messo sotto processo alla Corte Internazionale dell’Aia per crimini di guerra durante questa battaglia, che è stata fondamentale per guidare i serbi fuori dalla Croazia e “cementare l’indipendenza della Croazia”. Gli Stati Uniti sostennero queste operazioni e la CIA fornì attivamente informazioni di intelligence alle forze croate  provocando tra i 150.000 e 200.000 profughi serbi, in gran parte tramite omicidi, saccheggi, incendiando i villaggi e compiendo atti di pulizia etnica. [5]
L’esercito croato fu addestrato  da consiglieri americani, mentre gli uomini della CIA supportavano tutto il resto delle operazioni.[6].

L’amministrazione Clinton diede il ‘via libera’ all’Iran per armare i musulmani bosniaci e “dal 1992 fino al gennaio 1996 ci fu un afflusso di armi iraniane e consulenti in Bosnia”. Inoltre, “l’Iran e altri paesi musulmani contribuirono a portare i mujihadeen combattenti in Bosnia per combattere con i musulmani contro i serbi, i‘guerrieri sacri’ delll’Afghanistan, Cecenia, Algeria e Yemen, alcuni dei quali avevano anche sospetti legami con i campi di addestramento di Osama bin Laden in Afghanistan”.

Fu “l’intervento occidentale nei Balcani [ad] esacerbare le tensioni e contribuito a sostenere le ostilità. Riconoscendo le repubbliche e i gruppi separatisti nel 1990/1991, le élites occidentali – americani, britannici, francesi e tedeschi – minarono le strutture di governo in Jugoslavia aumentando le insicurezze, infiammando i conflitti ed inasprendo le tensioni etniche. Ed offrendo sostegno logistico alle varie parti durante la guerra, l’intervento occidentale sostenne di fatto lo stesso conflitto nella metà degli anni 1990. La scelta di Clinton di prendere le parti dei musulmani bosniaci sulla scena internazionale e le richieste della sua amministrazione alle Nazioni Unite di alleggerire l’embargo militare in modo che i musulmani e i croati potessero essere armati contro i serbi, deve essere vista in questa luce” [7].

Durante la guerra in Bosnia, “ci fu atto un grande traffico di contrabbando di armi attraverso la Croazia,  organizzato dalle agenzie clandestine degli Stati Uniti, Turchia e Iran, insieme con una serie di gruppi radicali islamici, tra cui i mujihadeen afghani e il filo-iraniano Hezbollah”. Inoltre, “i servizi segreti di Ucraina, Grecia e Israele erano impegnati ad armare i serbo-bosniaci”.[8] Anche l’ intelligence tedesca,la BND,favorì i traffici di armi verso i musulmani di Bosnia e Croazia per combattere contro i serbi. [9] Gli Stati Uniti avevano influenzato la guerra nella regione in una  varietà di modi. Come  riportò l’Observer nel 1995, una parte importante del loro coinvolgimento avvenne attraverso la “Military Professional Resources Inc. (MPRI), una società privata con sede in Virginia composta da generali in pensione e funzionari dei servizi segreti. L’ambasciata americana a Zagabria ammise che la MPRI stava addestrando i croati su licenza del governo degli Stati Uniti”. Inoltre, gli olandesi “erano convinti del coinvolgimento delle forze speciali americane nell’addestramento dell’esercito bosniaco e serbo-bosniaco (UAV)”. [ 10]

Già nel 1988, il leader della Croazia incontrò il cancelliere tedesco Helmut Kohl per creare “una politica comune con l’obiettivo di spezzare la Jugoslavia” e portare la Slovenia e la Croazia nella “zona economica tedesca”. Ufficiali dell’esercito degli Stati Uniti sono vennero spediti in Croazia, Bosnia, Albania e Macedonia come “consulenti” e portati nelle forze speciali statunitensi per offrire aiuto. [11] Durante i nove mesi del cessate il fuoco della guerra in Bosnia-Erzegovina, sei generali degli Stati Uniti hanno incontrato i leader dell’esercito bosniaco per pianificare l’offensiva che ruppe il cessate-il-fuoco. [12] Nel 1996, la mafia albanese, in collaborazione con l’Esercito di liberazione del Kosovo (UCK), un’organizzazione militante di guerriglia, prese il controllo delle rotte di enormi traffici di cocaina attraverso i Balcani. L’UCK era legato ai combattenti mujaheddin in Afghanistan, compreso Osama bin Laden. [13] Nel 1997 l’UCK iniziò le ostilità contro le forze serbe [14] e nel 1998 il Dipartimento di Stato americano rimosse l’UCK dalla lista delle organizzazioni terroristiche. [15] Prima e dopo il 1998, l’UCK ricevette armi,addestramento e il sostegno dagli Stati Uniti e della NATO,con  il Segretario di Stato di Clinton, Madeline Albright, che aveva stretti rapporti politici con il leader dell’UCK Hashim Thaci. [16]

Sia la CIA che l’intelligence tedesca, il BND, appoggiarono,prima e dopo il bombardamento della NATO del 1999,i terroristi dell’UCK in Jugoslavia.Il BND aveva contatti con l’UCK sin dai primi anni ‘90, nello stesso periodo in cui l’UCK intratteneva rapporti con Al-Qaeda [17]. Diversi membri dell’UCK furono addestrati da Osama bin Laden in Afghanistan e persino l’ONU dichiarò che gran parte degli atti di violenza che si sono verificati provenivano da membri dell’UCK, specialmente quelli alleati con Hashim Thaci. [18] Nel marzo del 1999 i bombardamenti della NATO nel Kosovo furono giustificati dal pretesto di porre fine alla repressione serba degli albanesi del Kosovo, definita un genocidio. L’amministrazione Clinton dichiarò che erano almeno 100.000 gli albanesi del Kosovo dispersi e “ che potrebbero essere stati uccisi” dai serbi. Bill Clinton in persona paragonò gli eccidi in Kosovo all’Olocausto degli ebrei. Il Dipartimento di Stato americano aveva affermato che si temeva che fossero fino a 500.000 gli albanesi morti. Alla fine, la stima ufficiale fu ridotta a 10000 e dopo le relative indagine, è stato rivelato gli albanesi morti per mano dei serbi non  potevano essere più di 2500. Durante la campagna di bombardamenti della NATO, tra i 400 e i 1500 civili serbi rimasero uccisi, con crimini di guerra della NATO, compreso il bombardamento di una stazione televisiva serba e un ospedale. [19]
Nel 2000, il Dipartimento di Stato Usa, insieme con l’American Enterprise Institute, AEI, tenne una conferenza in materia di integrazione euro-atlantica in Slovacchia. Tra i partecipanti vi erano molti capi di stato, funzionari degli affari esteri e ambasciatori di vari paesi europei, nonché i funzionari delle Nazioni Unite e della NATO. [20] Una lettera di corrispondenza tra un uomo politico tedesco presente alla riunione e il Cancelliere tedesco rivelò la vera natura della campagna della NATO in Kosovo. Con la conferenza che chiedeva una rapida dichiarazione di indipendenza per il Kosovo, palesando il fatto che la guerra in Jugoslavia era stata portata avanti con per allargare la NATO, la Serbia sarebbe dovuta essere esclusa definitivamente dal piano di sviluppo europeo per giustificare una presenza militare americana nella regione e l’espansione territoriale nei Balcani è stata in ultima analisi progettata allo scopo di contenere la Russia [21].
Di importanza significativa è il fatto che “la guerra ha creato una ragion d’ essere per la sopravvivenza della NATO in un mondo post-guerra fredda, dato che che si è disperatamente tentato di giustificare la sua esistenza e il suo desiderio di espansione”. Inoltre, “ i russi pensavano che la NATO si sarebbe sciolta dopo la guerra fredda, ma essa non solo si è allargata, ma è entrata anche in guerra intromettendosi in una disputa interna di un paese slavo dell’Europa orientale”. Questo è stata vista come una grande minaccia dalla Russia. Così, “gran parte dei rapporti tesi tra gli Stati Uniti e la Russia negli ultimi dieci anni possono essere ricondotti proprio alla guerra del 1999 contro la Jugoslavia”.[22]

La Guerra al Terrore e il Progetto per il Nuovo Secolo Americano (PNAC)
Quando Bill Clinton divenne Presidente, i falchi neo-conservatori dell’ amministrazione di George H.W. Bush formarono un think tank  chiamato  ‘Progetto per il Nuovo Secolo Americano’, o PNAC. Nel 2000 pubblicarono una relazione dal titolo ‘Ricostruire la Difesa dell’America: Strategia, Forze e Risorse per un nuovo secolo’. Sulla base del documento ‘Defense Policy Guidance’, affermano che “gli Stati Uniti devono mantenere forze sufficienti in grado di organizzare e vincere in breve tempo guerre multiple e simultanee su larga scala”. [23] Inoltre “è necessario mantenere forze di combattimento sufficienti a combattere e vincere su più teatri di guerra contemporaneamente” [24] e che “è importante che il Pentagono inizi a calcolare le forze necessarie per proteggere, senza alcun aiuto esterno, gli interessi americani in Europa, Asia orientale e nel Golfo in ogni momento”.[25 ]
È interessante notare che il documento afferma che “gli Stati Uniti hanno per decenni cercato di svolgere un ruolo più permanente nella sicurezza regionale del Golfo. Mentre il conflitto irrisolto con l’Iraq fornisce una giustificazione immediata, la necessità di una presenza sostanziale di forze americane nel Golfo trascende la questione del regime di Saddam Hussein”.[26] Tuttavia, nel sostenere un massiccio incremento delle spese per la difesa e per l’espansione dell’impero americano in tutto il mondo, tra cui la distruzione forzata di numerosi paesi attraverso i principali teatri di guerra, il rapporto afferma che “il processo di trasformazione, anche se porterà a cambiamenti rivoluzionari, sarà probabilmente lungo e potrebbe comprendere anche un evento catastrofico e catalizzatore – come una nuova Pearl Harbor”.[27].Tale evento si verificò un anno dopo con i fatti del l’11 settembre 2001. Molti tra gli autori di quel rapporto e i membri del PNAC erano diventati funzionari nell’amministrazione Bush, trovandosi dunque nella posizione maggiormente conveniente per mettere in atto il loro “Progetto” dopo aver ottenuto la loro “nuova Pearl Harbor”.

Il piano di guerra era “già in fase di sviluppo da parte dei think tanks di estrema destra negli anni Novanta, organizzazioni in cui militavano i guerrieri della guerra fredda provenienti dai servizi segreti, delle chiese evangeliche, delle multinazionali industrie belliche e delle compagnie petrolifere forgiavano i loro piani per realizzare un Nuovo Ordine Mondiale”. Per fare questo, “gli Stati Uniti avrebbero bisogno di usare tutti i mezzi – diplomatici, economici e militari, anche guerre di aggressione – per garantirsi la possibilità di avere il controllo permanente delle risorse del pianeta e la capacità di controllare ogni possibile rivale, anche quelli deboli”.

Tra le persone coinvolte nel PNAC e nei piani per l’impero vi erano “Dick Cheney – Vice Presidente, Lewis Libby – capo dello staff di Cheney, Donald Rumsfeld – Ministro della Difesa, Paul Wolfowitz – vice di Rumsfeld, Peter Rodman – responsabile di “Questioni di Sicurezza Globale”, John Bolton – Segretario di Stato per il controllo degli armamenti, Richard Armitage – Vice Ministro degli Esteri, Richard Perle – ex Vice Ministro della Difesa sotto Reagan, oggi capo del Defense Policy Board, William Kristol – direttore del PNAC e consigliere di Bush, noto come il cervello del presidente, Zalmay Khalilzad, che divenne poi ambasciatore in Afghanistan e in Iraq in seguito ai cambiamenti di regime in quei paesi”. [28]

“La Grande Scacchiera” di Brzezinsky
Il falco-stratega Zbigniew Brzezinski, co-fondatore della Commissione Trilaterale insieme a David Rockefeller, ex consigliere alla Sicurezza nazionale e il personaggio chiave nella politica estera dell’amministrazione di Jimmy Carter, ha scritto anche un libro sulla geostrategia americana. Brzezinski inoltre è anche  membro del Council on Foreign Relations (CFR) e del Gruppo Bilderberg, nonche del consiglio di Amnesty International, il Consiglio Atlantico e il National Endowment for Democracy. Attualmente è  amministratore fiduciario e consulente presso il Centro di Studi Strategici e Internazionali (CSIS), il più importante thinkthank politico americano. Nel suo libro pubblicato nel 1997, “La Grande Scacchiera” Brzezinski delineò una strategia per l’America nel mondo. Scrisse, “Per l’America, l’obiettivo geopolitico principale è l’Eurasia. Per mezzo millennio gli affari del mondo sono stati dominati da potenze eurasiatiche e da popoli che hanno combattuto l’uno contro l’altro per il dominio regionale tentando di allungare le mani sul potere globale”. “Il modo in cui  l’America ‘controlla’ l’Eurasia è fondamentale. Essa è il continente più grande del mondo ed è geopoliticamente assiale. Un potenza che domini l’Eurasia controllerebbe due delle tre regioni del mondo più avanzate ed economicamente produttive . Un semplice sguardo alla cartina suggerisce anche che il controllo dell’Eurasia comporterebbe quasi automaticamente la subordinazione dell’Africa”. [29]

Brzezinski continua a delineare una strategia per l’impero americano affermando che “è imperativo che non emerga nessuno sfidante euroasiatico in grado di dominare l’Eurasia e quindi di competere con l’America. La formulazione di una geostrategia eurasiatica globale e integrata è dunque lo scopo di questo libro”.[30] “Due azioni base sono necessarie: in primo luogo, identificare gli stati eurasiatici geostrategicamente dinamici che sono in grado di provocare un cambiamento potenzialmente importante nell’equilibrio internazionale del potere e decifrare i principali obiettivi esterni delle loro èlite politiche e le probabili conseguenze se riuscissero a raggiungerli. In secondo luogo, formulare specifiche politiche per gli Stati Uniti con lo scopo di compensare, cooptare e/o controllare quanto sopra”. [31]

Ciò significa che in primo luogo è di importanza primaria identificare gli stati potenzialmente in grado di uscire dalla sfera di influenza degli Stati Uniti e in seguito“compensare, cooptare e/o controllare” questi stati e i contesti in cui  agiscono. Uno di questi Stati  è l’Iran, essendo uno dei maggiori produttori al mondo di petrolio e che si trova in una posizione lungo l’asse  Europa, Asia, Medio Oriente. L’Iran potrebbe alterare l’equilibrio dei poteri in Eurasia se fosse strettamente alleato con la Russia o la Cina, o con entrambi, dando a queste due nazioni notevoli forniture di petrolio e nello stesso tempo esercitando una notevole influenza sul Golfo mettendo quindi in discussione l’egemonia americana nella regione.

Brzezinski a questo punto diventa più esplicito, scrivendo, “Per dirla con una terminologia che richiama il periodo più violento degli antichi imperi, i tre maggiori imperativi della geostrategia imperiale sono impedire la collusione e assicurare la sudditanza da parte dei vassalli, garantire i flussi tributari ed evitare alleanze tra i barbari”. [32]

Brzezinski definisce le repubbliche dell’Asia Centrale i ‘Balcani Euroasiatici’, scrivendo, “Inoltre, esse [le repubbliche dell’Asia Centrale],sono importanti dal punto di vista della sicurezza e delle ambizioni storiche, almeno quanto tre dei loro più potenti vicini, cioè la Russia, la Turchia e l’Iran, con la Cina che si sta facendo notare per un crescente interesse politico nella regione. Ma i Balcani Eurasiatici sono infinitamente più importanti come potenziale premio economico. Una concentrazione enorme di gas naturale e di riserve di petroli osi trova in quelle regioni , oltre a importanti minerali, compreso l’oro”. [33]

Continua dicendo che: “Ne consegue che l’interesse primario dell’America è quello di contribuire a garantire che nessuna singola potenza arrivi a controllare questo spazio geopolitico e che la comunità mondiale possa avere libero accesso finanziario ed economico”. [34] Questo è un chiaro esempio del ruolo che ha  l’America come motore dell’impero; con una politica estera imperiale destinata a  mantenere le posizioni stragiche degli USA , ma soprattutto e “infinitamente più importante” è quello di garantire “un vantaggio economico” per “la comunità internazionale”. In altre parole, gli Stati Uniti è una potenza egemone imperiale che lavora per gli interessi finanziari internazionali.

Brzezinski ha anche avvertito del fatto che “per gli Stati Uniti può divenire necessario come far fronte al le coalizioni regionali che cerchino di spingere l’America fuori dall’Eurasia, minacciando in tal modo lo status dell’America come potenza mondiale.” [35] e  “spinge per concessioni a chiunque manovri e manipoli al fine di prevenire l’emergere di una coalizione ostile che alla fine sarebbe in grado di sfidare il primato degli Stati Uniti”. Quindi, “Il compito più immediato è quello di assicurarsi che nessuno stato o una combinazione di stati sia in grado di ottenere la capacità di espellere gli Stati Uniti dall’Eurasia o anche di diminuire significativamente il suo ruolo decisivo di arbitro”. [36]

La guerra al terrore e il surplus di imperialismo

Nel 2000 il Pentagono ha pubblicato  un documento chiamato ‘Joint Vision 2020′, che delineava un progetto per realizzare quello che hanno chiamato ‘Full Spectrum Dominance’. “Con ‘Full-Spectrum Dominance’ si intende la capacità delle forze militari Usa, operando da sole o con gli alleati, di sconfiggere ogni avversario e controllare ogni situazione in tutta la gamma delle operazioni militari”. Il rapporto “indirizza la ‘Full-Spectrum Dominance’ verso tutti i tipi di conflitto, dalla guerra nucleare alle guerre con un numero elevato di uomini fino a quellesu scala minore. Affronta anche le situazioni amorfe come le operazioni di mantenimento della pace e interventi umanitari”. Inoltre, “Lo sviluppo di una griglia globale di informazione fornirà il contesto per importanti decisioni”. [37]

Da economista politico, Ellen Wood spiega che, “Il dominio senza confini di una economia globale,e dei diversi stati che l’amministrano, richiede un intervento militare senza fine, in termini di tempo e obiettivi “. [38] Inoltre, “Il dominio imperiale in una economia capitalista globale richiede un delicato e contraddittorio equilibrio tra la repressione della concorrenza  e il mantenimento di condizioni di competitività economica per i mercati e generare profitti. Questa è una delle contraddizioni fondamentali del nuovo ordine mondiale”. [39]

Dopo l’11 settembre 2001, la “dottrina Bush” è stata messa in atto,richiedendo “un diritto unilaterale ed esclusivo di attacco preventivo, in qualsiasi momento, dovunque, libero da eventuali accordi internazionali, per garantire che le (nostre) forze militari siano abbastanza forti da dissuadere i potenziali avversari dal perseguire un potenziamento militare nella speranza di superare o eguagliare il potere degli Stati Uniti”. [40].

La NATO ha intrapreso,nella sua storia, la sua  prima invasione di terra di un’altra nazione con l’occupazione nel 2001 dell’Afghanistan . La guerra in Afghanistan è stata di fatto prevista prima degli eventi dell’11 settembre 2001, con la ripartizione degli  accordi  stipulati tra le grandi compagnie petrolifere occidentali e i talebani per l’oleodotto transafgano. La guerra è stata progettata durante l’estate del 2001 con il piano di entrare in guerra nella metà ottobre [41].

L’Afghanistan è  estremamente importante dal punto di vista geopolitico in quanto  “Il trasporto di tutto il combustibile fossile del bacino del Caspio attraverso la Russia o l’Azerbaigian potrebbe migliorare notevolmente il controllo politico ed economico della Russia sulle repubbliche dell’Asia centrale, che è precisamente quello che l’Occidente ha cercato di impedire negli ultimi 10 anni.. Le tubazioni attraverso l’Iran arricchirebbe un regime che gli Stati Uniti cercano di isolare. Il passaggio attraverso la Cina, indipendentemente da considerazioni strategiche, avrebbe invece costi proibitivi. Mentre i gasdotti  attraverso l’Afghanistan permetterebbero  agli Usa sia  di perseguire l’obiettivo di “diversificazione dell’approvvigionamento energetico” sia di penetrare nei  mercati più redditizi del mondo”. [42]

Come ha sottolineato il San Francisco Chronicle  due settimane dopo gli attacchi dell’11 settembre:“Al di la della determinazione americana di colpire gli autori degli attentati dell’ 11 settembre, al di là della possibilità di lunghe ed estenuanti battaglie con numerosi civili morti nei mesi e anni a venire, quello che si nasconde dietro la guerra contro il terrorismo può essere riassunta in una sola parola: petrolio”. Spiega ulteriormente: “La mappa dei santuari del terrorismo e degli obiettivi in Medio Oriente e nell’Asia Centrale è uguale anche, con uno straordinario grado di approssimazione, alla mappa delle principali fonti energetiche del mondo nel 21 ° secolo. La difesa di queste risorse energetiche – più che un semplice ’scontro tra Islam e Occidente – sarà il principale punto che infiammerà il conflitto globale per i decenni a venire”.

Tra i molti stati dove si incrociano terrorismo e riserve di petrolio e gas di importanza vitale per gli USA e l’Occidente troviamo l’Arabia Saudita, Libia, Bahrein, Emirati del Golfo, Iran, Iraq, Egitto, Sudan e Algeria, Turkmenistan, Kazakistan, Azerbaigian, Cecenia, Georgia e Turchia orientale. E’ importante sottolineare che “questa regione rappresenta oltre il 65 per cento della produzione mondiale di petrolio e gas naturale”. Inoltre, “E’ inevitabile che la guerra contro il terrorismo sia vista da molti come una guerra per conto delle americane Chevron, Exxon Mobil e Arco; della francese Total Fina Elf ; della British Petroleum, della Royal Dutch Shell e delle altre gigantesche multinazionali che hanno  fatto investimenti di centinaia di miliardi di dollari nella regione”. [43]

Non è un segreto che la guerra in Iraq aveva molto a che fare con il petrolio. Nell’estate del 2001 Dick Cheney convocò una task force per l’Energia,  diverse  riunioni  segrete in cui è stata decisa la politica energetica  degli Stati Uniti. Nel corso di questi incontri e attraverso altri mezzi di comunicazione, Cheney e i suoi collaboratori si sono incontrati con alti funzionari e dirigenti della Shell Oil, della British Petroleum (BP),della  Exxon Mobil, Conoco e Chevron. [44] All’ incontro, tenutosi prima dell’11 settembre e prima che si facesse alcuna menzione alla guerra contro l’Iraq, vennero presentati e discussi documenti riguardanti i giacimenti petroliferi, oleodotti, raffinerie e terminali iracheni, e “documenti analogamente significativi sull’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti (UAE) con una mappa con ogni giacimento petrolifero, oleodotto, raffineria e terminale”.[45] Sia la Royal Dutch Shell che la British Petroleum hanno ricevuto i contratti più favorevoli per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi iracheni. [46]

La guerra in Iraq, così come quella in Afghanistan, servono essenzialmente  agli interessi americani e, più in generale, agli interessi imperiali-strategici dell’Occidente nella regione. In particolare, le guerre sono state strategiche per eliminare, minacciare o contenere le potenze regionali, come pure installare direttamente decine di basi militari nella regione, che istituisce praticamente una presenza imperiale. Lo scopo di tutto ciò è  mirato essenzialmente verso gli altri attori nella regione, accerchiando la Russia e la Cina e minacciando il loro accesso al petrolio ed alle riserve di gas. L’Iran è ora circondata, con l’Iraq da un lato e l’Afghanistan dall’altro.

Considerazioni conclusive

La prima parte di questo saggio ha delineato la strategia imperiale dell’ USA-NATO per l’instaurazione del Nuovo Ordine Mondiale dopo lo smembramento dell’Unione Sovietica nel 1991. L’obiettivo primario è  circondare la  Russia e la Cina e prevenire  il sorgere di una nuova superpotenza. Il compito degli  Stati Uniti è di agire come potenza egemone imperiale e servire gli interessi finanziari internazionali ed imporre un Nuovo Ordine Mondiale. La prossima parte di questo saggio esamina le rivoluzioni ‘colorate’ in tutta l’Europa orientale e Asia centrale, continuando la politica degli Stati Uniti e della NATO di contenere la Russia e la Cina e il controllo dell’accesso alle grandi riserve di gas naturale e delle rotte di trasporto. Le ‘rivoluzioni colorate’ sono state una forza centrale nella strategia geopolitica imperiale , e la loro analisi è la chiave per comprendere il Nuovo Ordine Mondiale.

LINK: An Imperial Strategy for a New World Order: The Origins of World War III

DI: CoriInTempesta

http://work.colum.edu/~amiller/wolfowitz1992.htm

http://globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=370

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[4]        David Binder, Yugoslavia Seen Breaking Up Soon. The New York Times: November 28, 1990

[5]        Ian Traynor, Croat general on trial for war crimes. The Guardian: March 12, 2008: http://www.guardian.co.uk/world/2008/mar/12/warcrimes.balkans

[6]        Adam LeBor, Croat general Ante Gotovina stands trial for war crimes. The Times Online: March 11, 2008: http://www.timesonline.co.uk/tol/news/world/europe/article3522828.ece

[7]        Brendan O’Neill, ‘You are only allowed to see Bosnia in black and white’. Spiked: January 23, 2004: http://www.spiked-online.com/Articles/0000000CA374.htm

[8]        Richard J. Aldrich, America used Islamists to arm the Bosnian Muslims. The Guardian: April 22, 2002: http://www.guardian.co.uk/world/2002/apr/22/warcrimes.comment/print

[9]        Tim Judah, German spies accused of arming Bosnian Muslims. The Telegraph: April 20, 1997: http://www.serbianlinks.freehosting.net/german.htm

[10]      Charlotte Eagar, Invisible US Army defeats Serbs. The Observer: November 5, 1995: http://charlotte-eagar.com/stories/balkans110595.shtml

[11]      Gary Wilson, New reports show secret U.S. role in Balkan war. Workers World News Service: 1996: http://www.workers.org/ww/1997/bosnia.html

[12]      IAC, The CIA Role in Bosnia. International Action Center: http://www.iacenter.org/bosnia/ciarole.htm

[13]      History Commons, Serbia and Montenegro: 1996-1999: Albanian Mafia and KLA Take Control of Balkan Heroin Trafficking Route. The Center for Cooperative Research: http://www.historycommons.org/topic.jsp?topic=country_serbia_and_montenegro

[14]      History Commons, Serbia and Montenegro: 1997: KLA Surfaces to Resist Serbian Persecution of Albanians. The Center for Cooperative Research: http://www.historycommons.org/topic.jsp?topic=country_serbia_and_montenegro

[15]      History Commons, Serbia and Montenegro: February 1998: State Department Removes KLA from Terrorism List. The Center for Cooperative Research: http://www.historycommons.org/topic.jsp?topic=country_serbia_and_montenegro

[16]      Marcia Christoff Kurop, Al Qaeda’s Balkan Links. The Wall Street Journal: November 1, 2001: http://www.freerepublic.com/focus/fr/561291/posts

[17]      Global Research, German Intelligence and the CIA supported Al Qaeda sponsored Terrorists in Yugoslavia. Global Research: February 20, 2005: http://globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=431

[18]      Michel Chossudovsky, Kosovo: The US and the EU support a Political Process linked to Organized Crime. Global Research: February 12, 2008: http://globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=8055

[19]      Andrew Gavin Marshall, Breaking Yugoslavia. Geopolitical Monitor: July 21, 2008: http://www.geopoliticalmonitor.com/content/backgrounders/2008-07-21/breaking-yugoslavia/

[20]      AEI, Is Euro-Atlantic Integration Still on Track? Participant List. American Enterprise Institute: April 28-30, 2000: http://www.aei.org/research/nai/events/pageID.440,projectID.11/default.asp

[21]      Aleksandar Pavi, Correspondence between German Politicians Reveals the Hidden Agenda behind Kosovo’s “Independence”. Global Research: March 12, 2008: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=8304

[22]      Stephen Zunes, The War on Yugoslavia, 10 Years Later. Foreign Policy in Focus: April 6, 2009: http://www.fpif.org/fpiftxt/6017

[23]      PNAC, Rebuilding America’s Defenses. Project for the New American Century: September 2000, page 6: http://www.newamericancentury.org/publicationsreports.htm

[24]      Ibid. Page 8

[25]      Ibid. Page 9

[26]      Ibid. Page 14

[27]      Ibid. Page 51

[28]      Margo Kingston, A think tank war: Why old Europe says no. The Sydney Morning Herald: March 7, 2003: http://www.smh.com.au/articles/2003/03/07/1046826528748.html

[29]      Brzezinski, Zbigniew. The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives. Basic Books, 1997: Pages 30-31

[30]      Brzezinski, Zbigniew. The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives. Basic Books, 1997: Page xiv

[31]      Brzezinski, Zbigniew. The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives. Basic Books, 1997: Page 41

[32]      Brzezinski, Zbigniew. The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives. Basic Books, 1997: Page 40

[33]      Brzezinski, Zbigniew. The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives. Basic Books, 1997: Page 124

[34]      Brzezinski, Zbigniew. The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives. Basic Books, 1997: Page 148

[35]      Brzezinski, Zbigniew. The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives. Basic Books, 1997: Page 55

[36]      Brzezinski, Zbigniew. The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives. Basic Books, 1997: Page 198

[37]      Jim Garamone, Joint Vision 2020 Emphasizes Full-spectrum Dominance. American Forces Press Service: June 2, 2000:

http://www.defenselink.mil/news/newsarticle.aspx?id=45289

[38]      Ellen Wood, Empire of Capital. Verso, 2003: page 144

[39]      Ellen Wood, Empire of Capital. Verso, 2003: page 157

[40]      Ellen Wood, Empire of Capital. Verso, 2003: page 160

[41]      Andrew G. Marshall, Origins of Afghan War. Geopolitical Monitor: September 14, 2008:

http://www.geopoliticalmonitor.com/content/backgrounders/2008-09-14/origins-of-the-afghan-war/

[42]      George Monbiot, America’s pipe dream. The Guardian: October 23, 2001:

http://www.guardian.co.uk/world/2001/oct/23/afghanistan.terrorism11

[43]      Frank Viviano, Energy future rides on U.S. war. San Francisco Chronicle: September 26, 2001:

http://www.sfgate.com/cgi-bin/article.cgi?file=/chronicle/archive/2001/09/26/MN70983.DTL

[44]      Dana Milbank and Justin Blum, Document Says Oil Chiefs Met With Cheney Task Force. Washington Post: November 16, 2005:

http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2005/11/15/AR2005111501842_pf.html

[45]      Judicial Watch, CHENEY ENERGY TASK FORCE DOCUMENTS FEATURE MAP OF IRAQI OILFIELDS.Commerce Department: July 17, 2003: http://www.judicialwatch.org/printer_iraqi-oilfield-pr.shtml

[46]      TERRY MACALISTER, Criticism as Shell signs $4bn Iraq oil deal. Mail and Guardian: September 30, 2008: http://www.mg.co.za/article/2008-09-30-criticism-as-shell-signs-4bn-iraq-oil-deal

Al-Jazeera, BP group wins Iraq oil contract. Al Jazeera Online: June 30, 2009: http://english.aljazeera.net/news/middleeast/2009/06/200963093615637434.html

1945 – 1998: il nucleare che nessun referendum ha fermato

Tra il 1945 e il 1998 USA, URSS, Gran Bretagna, Francia e Cina hanno condotto test nucleari per un numero pari a 2053.

In testa alla classifica delle esplosioni nucleari troviamo gli Usa con 1032, seguono poi URSS con 715, Francia con 210, Gran Bretagna e Cina appaiate a 45.

[1] I test avvennero in cima a torri, su chiatte, sospesi a palloni aerostatici, sganciati da aerei, lanciati da razzi fino alla quota di 480 chilometri sulla superficie terrestre; sott’acqua a 60 metri di profondità; in pozzi e sotto terra, fino a più di 240 metri sotto il suolo e in tunnel orizzontali. Circa il 25% dei test fu realizzato nell’atmosfera. I 511 test atmosferici raggiunsero una potenza totale di 438 megatoni, pari a 29.000 bombe come quelle di Hiroshima. Più di metà del valore complessivo dei megatoni fu concentrato in un periodo di sedici mesi, da settembre 1961 al dicembre 1962.[..]

Alla fine del 1958, gli esperimenti nucleari avevano prodotto sul pianeta circa 65 chili di stronzio 90, con una radioattività totale di 8,5 milioni di curie; la radioattività del cesio 137 alla stessa epoca ammontava a 15 milioni di curie. Il fall out degli esperimenti americani e britannici, di grande potenza e, tutti senza eccezione, in località nei pressi dell’equatore si sono distribuiti uniformemente sopra l’intero globo. Tra il 1952 ed il 1957, gli USA eseguirono 90 test nel poligono nucleare del deserto del Nevada. Quelle esplosioni rilasciarono una quantità di iodio 131 superiore di dieci volte a quella che si sprigionò dalla centrale di Cernobyl. Gli stessi test esposero mediamente ogni cittadino statunitense ad una radiazione pari a 2 rad; sono solo 0,24 rad annuali quelli provenienti dalla radioattività naturale. Alcuni medici hanno calcolato che circa 10.000 tumori alla tiroide saranno causati da questa pioggia contaminante invisibile.

Le esplosioni nucleari diffondono nell’aria atomi di plutonio 239 ed uranio 235, due materie che sono la cosa terrena più vicina alla dannazione eterna. Il plutonio è centomila volte più velenoso del cianuro di potassio, un solo grammo disperso nell’ambiente spegne ogni forma di vita in un’area di 500 metri quadri; un milionesimo di grammo uccide un uomo. I periodi di dimezzamento del plutonio 239 e dell’uranio 235 sono rispettivamente di 24.400 anni e 720 milioni di anni: il più breve di questi tempi supera abbondantemente tutta la durata della civiltà umana, dalle sue origini pi` remote ad oggi. La bomba H presenta un nuovo pericolo; produce importanti quantità di carbonio 14. I neutroni liberati al momento dell’esplosione bombardano l’azoto dell’aria, esattamente come le radiazioni cosmiche, formando carbonio 14. Fra 5.600 anni, ci sarà ancora sulla terra la metà del carbonio 14 prodotto dagli attuali esperimenti.

Due premi Nobel a confronto: Müller vs. Teller

In questo desolante panorama di demenza si levano ogni tanto voci, purtroppo isolate, che denunciano chiaramente tutta la micidiale pericolosità di esperimenti i quali in realtà non sono altro che simulacri di quella guerra che le superpotenze non potranno mai combattere senza sterminarsi a vicenda. Hermann Müller, premio Nobel 1946 per la medicina, ha reso noti per esempio senza mezze misure i gravissimi danni genetici causati dalle radiazioni provenienti dalle esplosioni sperimentali. Per questa sua decisa critica, il professor Müller ha dovuto affrontare la censura ed il sabotaggio da parte della Commissione per l’Energia Atomica (AEC), che gli vietò di presentare la sua relazione alla Conferenza di Ginevra per la pace (1955). Questi ostacoli però non gli hanno impedito di far conoscere al pubblico la verità sui test nucleari: “Qualsiasi dose di radiazioni è geneticamente indesiderabile -scriveva Müller in quegli anni – Gli esperimenti atomici in corso provocheranno certamente un danno alle generazioni future. Non solo: ogni radiazione assorbita aumenta le probabilità di un individuo di morire in anticipo sul termine assegnategli dalla Natura. In questo senso si può affermare che le esplosioni sperimentali hanno danneggiato sinora almeno trecentomila persone. La percentuale, se riferita a tutta la popolazione mondiale, è piccola, ma la cifra è enorme. Quanto al danno genetico, non è necessario pensare a mostri con due teste: è certo, però, che nei prossimi duemila anni nasceranno individui più deboli, meno longevi, affetti da deformità più o meno accentuate, da malattie in parte nuove. Riprendere gli esperimenti nucleari è equivalso a sparare a raffica alle generazioni future”.

Queste coraggiose ed oneste dichiarazioni venivano rilasciate nel periodo in cui il Servizio di Sanità Pubblica degli USA garantiva che il fall out era “nei limiti della sicurezza” ed Edward Teller amava ripetere che la ricaduta di pulviscolo radioattivo esponeva allo stesso danno biologico causato da una sigaretta fumata ogni due mesi.

Nel 1963, l’incalzante aumento della radioattività costrinse le potenze nucleari al trattato Limited Test Ban (LTBT) che proibiva le esplosioni sperimentali nell’atmosfera, negli oceani e nello spazio cosmico, limitandole al sottosuolo, per ridurre il danno planetario del fall out di scorie radioattive. Il trattato non serviva affatto a limitare l’uso delle armi nucleari, anzi ne incoraggiava la proliferazione con l’alibi che, sottoterra, le bombe non presentavano rischi per la popolazione. Tutta la faccenda era cosi grave; gestita dai politici e dai militari-scienziati, i quali potevano eludere le proteste della gente. Il LTBT fece scatenare una serie apocalittica di esplosioni sotterranee sempre più potenti e sempre più numerose. Fino al 1983, i test nucleari seguirono il ritmo forsennato di uno alla settimana. Nel solo 1968, gli USA eseguirono ben 55 esplosioni sotterranee, i russi 18.

[1] “Test Nucleari: giocare col plutonio” di Paolo CortesiFONTE

1945- 1998” – video dell’ artista nipponico Isao Hashimoto.

P.S.: Senza dimenticare QUESTO e QUESTO


Osama a chi giova

Brzezinski e Osama bin Laden

Osama bin Laden è stato ucciso ad Abbottabad, in Pakistan, il 2 Maggio 2011. È stato ucciso dal corpo speciale dei Seals statunitensi con un’operazione ordinata dal presidente americano. Tutto il mondo lo sa e le reazioni a questo evento sono state le più diverse. Ma questa morte ha cambiato qualcosa da qualche parte? Ha una qualche importanza?

La prima domanda che la gente si pone è se questa morte segnali la fine di al-Qaeda. Da qualche tempo è chiaro che al-Qaeda oggi non è un’organizzazione unica ma una specie di franchise. Ammesso che Osama comandasse direttamente qualche gruppo, comandava quelli in Pakistan e in Afghanistan. Ci sono formazioni autonome che si autodefiniscono al-Qaeda in altre parti del mondo e in particolare in Iraq, Yemen, e nel Maghreb. Gruppi che rendevano simbolicamente omaggio a Osama ma prendevano decisioni autonome.

Inoltre la potenza bellica e politica delle varie formazioni sembrava in fase di declino già da un po’ e questo non tanto per l’eliminazione dei capi di al-Qaeda ad opera degli Usa o di altri governi ma per via della sensazione diffusa presso gran parte delle altre forze islamiste che sia possibile raggiungere più obiettivi imboccando altre strade. La morte di Osama può ispirare qualche tentativo immediato di “vendetta” da parte di al-Qaeda ma è improbabile che rallenti il processo che ha reso al-Qaeda sempre più irrilevante sulla scena mondiale.

La morte di Osama cambierà la situazione in Pakistan o in Afghanistan? Il governo pakistano già tentennava prima: oggi negli Usa come in Pakistan si mormora in merito a quello che il governo pakistano sapeva, e da quanto tempo. La posizione ufficiale è che Osama viveva da circa sette anni in una villa attaccata alla più importante accademia militare senza che il governo ne sapesse nulla. Il governo sostiene anche di essere stato all’oscuro del raid statunitense, che ritiene una violazione illegittima della sovranità del paese.

Nessuno dei due argomenti è particolarmente credibile. Certo che sapevano dov’era Osama, o comunque alcuni ufficiali pakistani di certo lo sapevano. Com’è possibile il contrario? E naturalmente gli Stati uniti sapevano che il Pakistan sapeva e che non diceva. Fa tutto parte del rapporto difficile e ambiguo intrattenuto dai due alleati per gli ultimi dieci anni. La morte di Osama cambierà qualcosa in quel quadro? Ne dubito. L’alleanza continua a essere necessaria per tutte e due le parti.

Se poi i pakistani fossero o meno informati dell’imminente raid statunitense dipende dai pakistani di cui stiamo parlando. Ovviamente gli Usa volevano tenere segreto il raid a tutti coloro che nel paese avrebbero potuto interferire o avvertire Osama. Ma davvero nessuno sapeva? Sono emerse due prove del contrario. Un articolo uscito sul Guardian dopo la morte di Osama riferisce una conversazione tra ufficiali statunitensi e pakistani secondo cui l’ex presidente Musharraf nel 2001 avrebbe raggiunto con George W. Bush un accordo in base al quale si dichiarava anticipatamente d’accordo rispetto a un raid unilaterale contro Osama in qualunque momento venisse individuato a patto che i pakistani dopo lo denunciassero pubblicamente. Musharraf ora nega ma chi gli crede?

Altra prova, ancora più persuasiva: Xinhua, l’agenzia stampa cinese, ha pubblicato una notizia proprio il giorno della morte di Osama, riferendo le dichiarazioni di testimoni oculari: durante l’operazione nella zona era stata staccata la corrente, che di fatto è mancata per due ore prima dell’incursione – e questo non poteva che essere opera di un ente pakistano informato del raid imminente. E i cinesi hanno agenti segreti in Pakistan validi almeno quanto quelli che hanno negli Stati uniti. Dunque sembra plausibile che mentre alcune organizzazioni pakistane erano all’oscuro altre fossero informate. Sul versante statunitense, alcuni membri del Congresso si agitano all’idea che i pakistani sapessero che Osama viveva ad Abbottabad e di conseguenza vogliono tagliare o ridurre gli aiuti finanziari e militari al Pakistan. Ma questo naturalmente andrebbe contro la conservazione di un’influenza statunitense in Pakistan, ed è improbabile che si verifichi un vero cambiamento nei rapporti attuali tra i due paesi.

Quanto all’Afghanistan, è chiaro che già da qualche tempo i taleban avevano preso le distanze da al-Qaeda e da Osama, per poter perseguire il loro progetto di tornare al potere. La morte di Osama non potrà che rafforzare la loro posizione in Afghanistan, e accelerare il processo che condurrà alla cacciata degli Usa dal paese, cosa di cui le forze armate statunitensi in verità si rallegrano. Negli Stati uniti qualcuno dirà che questa “vittoria” dovrebbe permettere il necessario negoziato politico con i taleban. E alcuni che si opponevano comunque all’intervento statunitense sosterranno che non esiste più una minaccia plausibile a giustificare la permanenza delle truppe nel paese. Che questo sia uno scenario possibile si può constatare ascoltando il grido di angoscia levatosi tra gli elementi non-pashtun dell’Afghanistan del nord rispetto a entrambe le conclusioni.

Ma allora, l’uccisione di Osama fa una qualche differenza almeno negli Stati uniti? Sì, questo sì. Il presidente Obama, ordinando quell’operazione, ha corso un grosso rischio politico, soprattutto decidendo di condurla con i Seals invece che bombardando la residenza. Se qualcosa fosse andato storto lui sarebbe finito politicamente. Ma niente è andato storto. E tutti gli argomenti repubblicani sul capo debole, soprattutto in materia militare, sono stati confutati. Questo lo aiuterà alle prossime elezioni, non c’è dubbio. Però, come hanno osservato tanti commentatori, lo aiuterà, ma solo un poco. L’economia continua a essere la grossa questione interna della politica statunitense. E la rielezione di Obama e le prospettive elettorali dei democratici saranno influenzate soprattutto dalle questioni di portafoglio nel 2012.
E allora fa differenza la morte di Osama? Non tanta.

di: Immanuel Wallerstein

Traduzione di Maria Baiocchi

Il Manifesto