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Tag: colonialismo

Rinascono le truppe coloniali

di: Manlio Dinucci

Un anno fa la Nato, demolito lo stato libico con 10mila attacchi aerei e forze speciali infiltrate, concludeva l’operazione «Protettore Unificato» eliminando per mano dei servizi segreti lo stesso Gheddafi. Non finiva però con questo la guerra. Le fratture, in cui si era infilato il cuneo dall’esterno per scardinare lo stato libico, si sono allargate e ramificate. A Bani Walid, accerchiata e bombardata dalle milizie di Misurata, c’è oggi un’intera popolazione che resiste. Tripoli controlla solo una parte minore della «nuova Libia», in preda a scontri armati tra milizie, omicidi e sparizioni.

Secondo il presidente Mohamed Magarief, ciò è dovuto a «ritardi e negligenze» nella formazione di un esercito nazionale. Non deve però preoccuparsi: il problema sta per essere risolto. Non a Tripoli, ma a Washington. Gli Stati uniti, dopo aver diretto l’operazione «Protettore Unificato», s’incaricano ora di proteggere la «nuova Libia» dotandola di un esercito. Il Pentagono e il Dipartimento di stato sono già al lavoro per formare una «forza d’élite» libica di 500 uomini, quale nucleo attorno a cui costruire il futuro esercito. Il finanziamento iniziale è di 8 milioni di dollari, ricavati dalla riduzione dell’aiuto al Pakistan per le «operazioni anti-terrorismo». Missione ufficiale della «forza d’elite», la cui formazione è già stata approvata dal Congresso, sarà quella di «contrastare e sconfiggere le organizzazioni terroriste ed estremiste violente». È in corso la scelta degli uomini, selezionati da funzionari del Pentagono, del Dipartimento di stato e della Cia, attraverso uno screening per valutarne la capacità fisica, il modo di pensare e soprattutto l’atteggiamento verso gli Stati uniti. Titolo preferenziale la conoscenza dell’inglese (o meglio dell’americano), lingua con cui verranno dati loro gli ordini. Saranno infatti addestrati e di fatto comandati da forze speciali statunitensi, trasferite in Libia dal Pakistan e dallo Yemen. Una mossa di alta strategia quella di Washington. In primo luogo, le truppe selezionate, addestrate e comandate dal Pentagono, saranno solo nominalmente libiche: in realtà avranno il ruolo che avevano un tempo le truppe indigene coloniali. In secondo luogo, dato che per formare un esercito libico ci vorranno anni, la dislocazione di forze speciali Usa in Libia avrà carattere non transitorio ma permanente. Gli Usa disporranno quindi in Libia di proprie basi militari, collegate a quelle in Sicilia: già oggi Bengasi e altre città sono sorvolate da droni decollati da Sigonella e teleguidati dagli Usa. Le basi serviranno a operazioni non solo in territorio libico, ma in altre parti del continente (dove il Comando Africa sta effettuando quest’anno 14 maggiori «esercitazioni militari») e in Medio Oriente (dove già sono infiltrate in Siria milizie libiche). In terzo luogo, gli Usa disporranno di uno strumento di potere non solo militare, ma politico ed economico, che garantirà loro l’accesso privilegiato al petrolio libico. E gli alleati europei? Saranno forse chiamati a dare una mano, sempre però sotto comando Usa. Un grosso contributo lo può dare l’Italia, forte dell’esperienza trentennale di dominio coloniale in Libia e dell’uso degli ascari. In Etiopia, agli ordini di ufficiali italiani, effettuarono i massacri che spianarono la strada all’Impero.

Il nuovo autoritarismo: dalle democrazie alle dittature tecnocratiche

di: James Petras

Introduzione

Viviamo in un tempo di cambiamenti di regime, dinamici, regressivi. Un periodo in cui sono in piena accelerazione grandi trasformazioni politiche e l’arretramento drammatico di norme legislative di natura socio-economica introdotte un mezzo secolo fa; tutto questo provocato da una crisi economica prolungata e sempre più profonda e da un’offensiva portata avanti dalla grande finanza in tutto il mondo.

Questo articolo analizza come gli importanti cambiamenti di regime in corso hanno un profondo impatto sui modi di governare, sulle strutture di classe, sulle istituzioni economiche, sulla libertà politica e la sovranità nazionale.

Viene individuato un processo in due fasi di regressione politica.

La prima fase prevede il passaggio da una democrazia in disfacimento ad una democrazia oligarchica; la seconda fase, attualmente in atto in Europa, coinvolge il passaggio dalla democrazia oligarchica ad una dittatura colonial-tecnocratica.

Si individueranno le caratteristiche tipiche di ogni regime, concentrando l’attenzione sulle specifiche condizioni e sulle forze socio-economiche che stanno dietro ad ogni “transizione”.

Si procederà a chiarire i concetti chiave, il loro significato operativo: in particolare la natura e la dinamica delle “democrazie decadenti”, delle democrazie oligarchiche e della “dittatura colonial-tecnocratica”.

La seconda metà del saggio puntualizzerà le politiche della dittatura colonial-tecnocratica, il regime che più si è discostato dal principio di democrazia rappresentativa sovrana.

Verranno chiarite le differenze e gli elementi simili tra le dittature tradizionali militar-civili e fasciste e le più aggiornate dittature colonial-tecnocratiche, mirando l’analisi sull’ideologia del “tecnicismo apolitico” e della gestione del potere tecnocratico, come preliminare per l’esplorazione della catena gerarchica profondamente colonialista del processo decisionale.

La penultima sezione metterà in evidenza il motivo per cui le classi dirigenti imperiali e i loro collaborazionisti nazionali hanno ribaltato la pre-esistente formula di gestione del potere oligarchico “democratico”, la ricetta del “governare indirettamente”, a favore di una presa di potere senza più paraventi.

Dalle principali classi dominanti finanziarie di Europa e degli Stati Uniti è stata consumata la svolta verso un diretto dominio coloniale (in buona sostanza, un colpo di stato, con un altro nome).

Verrà valutato l’impatto socio-economico del dominio di tecnocrati colonialisti designati di imperio, e la ragione del governare per decreto, prevaricando forzatamente il precedente processo di persuasione, manipolazione e cooptazione.

Nella sezione conclusiva valuteremo la polarizzazione della lotta di classe in un periodo di dittatura colonialista, nel contesto di istituzioni svuotate e delegittimate elettoralmente e di politiche sociali radicalmente regressive.

Il saggio affronterà le questioni parallele delle lotte per la libertà politica e la giustizia sociale a fronte di governi imposti da dominatori colonialisti tecnocratici, alla fine venuti alla ribalta.

La posta in gioco va oltre i cambi di regime in corso, per identificare le configurazioni istituzionali fondamentali che definiranno le opportunità di vita, le libertà personali e politiche delle generazioni future, per i decenni a venire.

Democrazie decadenti e la transizione verso democrazie oligarchiche.

Il decadimento della democrazia è evidente in ogni sfera della politica. La corruzione ha pervaso ogni settore, i partiti e i leader si contendono i contributi finanziari dei ricchi e dei potenti; posizioni all’interno dei poteri legislativo ed esecutivo hanno tutte un prezzo; ogni parte della legislazione è influenzata da potenti “lobbies” corporative che spendono milioni per la scrittura di leggi a loro profitto e per individuare le manovre più opportune alla loro approvazione.

Eminenti faccendieri che agiscono nei posti di influenza come il criminale statunitense Jack Abramoff si vantano del fatto che “ogni membro del congresso ha il suo prezzo”.

Il voto dei cittadini non conta per nulla: le promesse elettorali dei politici non hanno relazione alcuna con il loro comportamento quando sono in carica. Bugie e inganni sono considerati “normali” nel processo politico.

L’esercizio dei diritti politici è sempre più sottoposto alla sorveglianza della polizia e i cittadini attivi sono soggetti ad arresti arbitrari.

L’élite politica esaurisce il tesoro pubblico sovvenzionando guerre coloniali, e le spese per queste avventure militari eliminano i programmi sociali, gli enti pubblici e i servizi fondamentali.

I legislatori si impegnano con demagogia al vetriolo in conflitti da vere marionette, sul tipo dei burattini Punch (Pulcinella) e Judy (Colombina), in manifestazioni pubbliche di partigianeria, mentre in privato fanno festa insieme alla mangiatoia pubblica.

A fronte di istituzioni legislative ormai screditate, e del palese, volgare mercato di compravendita dei pubblici uffici, i funzionari dirigenti, eletti e nominati, sequestrano i poteri legislativo e giudiziario.

La democrazia in decomposizione si trasforma in una “democrazia oligarchica” come governo auto-imposto di funzionari dell’esecutivo; vengono scavalcate le norme democratiche e si ignorano gli interessi della maggioranza dei cittadini. Una giunta esecutiva di funzionari eletti e non eletti risolve questioni come quelle della guerra e della pace, alloca miliardi di dollari o di euro presso una oligarchia finanziaria, e mossa da pregiudizi di classe riduce il tenore di vita di milioni di cittadini tramite “pacchetti di austerità”.

L’assemblea legislativa abdica alle sue funzioni, legislativa e di controllo, e si inchina davanti ai “fatti compiuti” della giunta esecutiva (il governo di oligarchi) . Alla cittadinanza viene assegnato il ruolo di spettatore passivo – anche se si diffondono sempre più in profondità la rabbia, il disgusto e l’ostilità.

Le voci isolate dei rappresentanti il dissenso sono soffocate dalla cacofonia dei mass media che si limitano a dare la parola ai prestigiosi “esperti” e accademici, compari pagati dall’oligarchia finanziaria e consiglieri della giunta esecutiva.

I cittadini non faranno più riferimento ai parlamenti, alle assemble legislative, per trovare soccorso o riparazione per il sequestro e l’abuso di potere messo in atto dall’esecutivo.

Per fortificare il loro potere assoluto, le oligarchie castrano le costituzioni, adducendo catastrofi economiche e minacce assolutamente pervasive di “terroristi”.

Un mastodontico e crescente apparato statale di polizia, con poteri illimitati, impone vincoli all’opposizione civica e politica. Dato che i poteri legislativi sono fiaccati e le autorità esecutive allargano la loro sfera di azione, le libertà democratiche ancora presenti sono ridotte attraverso “limitazioni burocratiche” imposte al tempo, luogo e forme dell’azione politica. Lo scopo è quello di minimizzare l’azione della minoranza critica, che potrebbe mobilitare simpateticamente e divenire la maggioranza.

Come la crisi economica peggiora, e i detentori di titoli e gli investitori esigono tassi di interesse sempre più alti, l’oligarchia estende e approfondisce le misure di austerità. Si allargano le diseguaglianze, e viene messa in luce la natura oligarchica della giunta esecutiva. Le basi sociali del regime si restringono. I lavoratori qualificati e ben pagati, gli impiegati della classe media e i professionisti cominciano a sentire l’erosione acuta di stipendi, salari, pensioni, il peggioramento delle condizioni di lavoro e di prospettive di carriera futura.

Il restringersi del sostegno sociale mina le pretese di legittimità democratica da parte della giunta di governo. A fronte del malcontento e del discredito di massa, e con settori strategici della burocrazia civile in rivolta, scoppia la lotta tra fazioni, tra le cricche rivali all’interno dei “partiti ufficialmente al governo”.

L’“oligarchia democratica” è spinta e tirata nelle varie direzioni: si decretano tagli alla spesa sociale, ma questi possono trovare solo limitati appoggi alla loro applicazione. Si decretano imposte regressive, che non possono venire riscosse. Si scatenano guerre coloniali, che non si possono vincere. La giunta esecutiva si dibatte tra azioni di forza e di compromesso: robuste promesse per i banchieri internazionali e poi, sotto pressioni di massa, si tenta di ritornare sugli errori.

A lungo andare, la democrazia oligarchica non è più utile per l’élite finanziaria. Le sue pretese di rappresentanza democratica non possono più ingannare le masse. Il prolungarsi dello stato conflittuale tra le fazioni dell’élite erode la loro volontà di imporre a pieno l’agenda dell’oligarchia finanziaria.

A questo punto, la democrazia oligarchica come formula politica ha fatto il suo corso.

L’élite finanziaria è già pronta e decisa a scartare ogni pretesa di governo da parte di questi oligarchi democratici. Sono considerati sì volonterosi, ma troppo deboli; troppo soggetti a pressioni interne da fazioni rivali e non disposti a procedere a tagli selvaggi nei bilanci sociali, a ridurre ancora di più i livelli di vita e le condizioni di lavoro.

Arriva in primo piano il vero potere che muoveva le fila dietro le giunte esecutive. I banchieri internazionali scartano la “giunta indigena” e impongono al governo banchieri non-eletti – doppiando i loro banchieri privati ​​da tecnocrati.

La transizione verso la dittatura coloniale “tecnocratica”            

Il governo dei banchieri stranieri, alla fine venuto direttamente alla ribalta, è mascherato da un’ideologia che descrive questo come un governo condotto da tecnocrati esperti, apolitici e scevri da interessi privati. Dietro alla retorica tecnocratica, la realtà è che i funzionari designati hanno una carriera di operatori per- e- con i grandi interessi finanziari privati ​​e internazionali.

Lucas Papdemos, nominato Primo ministro greco, ha lavorato per la Federal Reserve Bank di Boston e, come capo della Banca centrale greca, è stato il responsabile della falsificazione dei libri contabili a copertura di quei bilanci fraudolenti che hanno portato la Grecia all’attuale disastro finanziario.

Mario Monti, designato Primo ministro dell’Italia, ha ricoperto incarichi per l’Unione europea e la Goldman Sachs.

Queste nomine da parte delle banche si basano sulla lealtà totale di questi signori e sul loro impegno senza riserve di imporre politiche regressive, le più inique sulle popolazioni di lavoratori di Grecia e Italia.

I cosiddetti tecnocrati non sono soggetti a fazioni di partito, nemmeno lontanamente sono sensibili a qualsiasi protesta sociale. Essi sono liberi da qualsiasi impegno politico … tranne uno, quello di assicurare il pagamento del debito ai detentori stranieri dei titoli di Stato – in particolare di restituire i prestiti alle più importanti istituzioni finanziarie europee e nord americane.

I tecnocrati sono totalmente dipendenti dalle banche estere per le loro nomine e permanenze in carica. Non hanno alcuna infarinatura di base organizzativa politica nei paesi che governano. Costoro governano perché banchieri stranieri minacciavano di bancarotta i paesi, se non venivano accettate queste nomine. Hanno indipendenza zero, nel senso che i “tecnocrati” sono soltanto strumenti e rappresentanti diretti dei banchieri euro-americani.

I “tecnocrati”, per natura del loro mandato, sono funzionari coloniali esplicitamente designati su comando dei banchieri imperiali e godono del loro sostegno.

In secondo luogo, né loro né i loro mentori colonialisti sono stati eletti dal popolo su cui governano. Sono stati imposti dalla coercizione economica e dal ricatto politico.

In terzo luogo, le misure da loro adottate sono destinate ad infliggere la sofferenza massima per alterare completamente i rapporti di forza tra lavoro e capitale, massimizzando il potere di quest’ultimo di assumere, licenziare, fissare salari e condizioni di lavoro.

In altre parole, l’agenda tecnocratica impone una dittatura politica ed economica.

Le istituzioni sociali e i processi politici associati con il sistema di sicurezza sociale democratico-capitalista, corrotto da democrazie decadenti, eroso dalle democrazie oligarchiche, sono minacciati di demolizione totale dalle prevaricanti dittature coloniali tecnocratiche.

Il linguaggio di “sociale / regressione” è pieno di eufemismi, ma la sostanza è chiara. I programmi sociali in materia di sanità pubblica, istruzione, pensioni, e tutela dei disabili sono tagliati o eliminati e i “risparmi” trasferiti ai pagamenti tributari per i detentori di titoli esteri (banche).

I pubblici dipendenti vengono licenziati, allungata la loro età pensionabile, e i salari ridotti e il diritto di permanenza in ruolo eliminato. Le imprese pubbliche sono vendute a oligarchi capitalisti stranieri e domestici, con decurtamento dei servizi ed eliminazione brutale dei dipendenti. I datori di lavoro stracciano i contratti collettivi di lavoro. I lavoratori sono licenziati e assunti a capriccio dei padroni. Ferie, trattamento di fine rapporto, salari di ingresso e pagamento degli straordinari sono drasticamente ridotti.

Queste politiche regressive pro-capitalisti sono mascherate da “riforme strutturali”.

Processi consultativi sono sostituiti da poteri dittatoriali del capitale – poteri “legiferati” e messi in attuazione dai tecnocrati designati allo scopo.

Dai tempi del regime di dominio fascista di Mussolini e della giunta militare greca (1967 – 1973) non si era mai visto un tale assalto regressivo contro le organizzazioni popolari e contro i diritti democratici.

Raffronto fra dittatura fascista e dittatura tecnocratica

Le precedenti dittature fasciste e militari hanno molto in comune con gli attuali despoti tecnocratici per quanto concerne gli interessi capitalistici che loro difendono e le classi sociali che loro opprimono. Ma ci sono differenze importanti che mascherano le continuità.

La giunta militare in Grecia, e in Italia Mussolini, avevano preso il potere con la forza e la violenza, avevano messo al bando tutti i partiti dell’opposizione, avevano schiacciato i sindacati e chiuso i parlamenti eletti.

Alla attuale dittatura “tecnocratica” viene consegnato il potere dalle élites politiche della democrazia oligarchica – una transizione “pacifica”, almeno nella sua fase iniziale.

A differenza delle precedenti dittature, gli attuali regimi dispotici conservano le facciate elettorali, ma svuotate di contenuti e mutilate, come entità certificate senza obiezioni per offrire una sorta di “pseudo-legittimazione”, che seduce la stampa finanziaria, ma si fa beffe di solo pochi stolti cittadini. Infatti, dal primo giorno di governo tecnocratico gli slogan incisivi dei movimenti organizzati in Italia denunciavano: “No ad un governo di banchieri”, mentre in Grecia lo slogan che ha salutato il fantoccio pragmatista Papdemos è stato “Unione Europea, Fondo Monetario, fuori dai piedi!”

Le dittature in precedenza avevano iniziato il loro corso come stati di polizia del tutto vomitevoli, che arrestavano gli attivisti dei movimenti per la democrazia e i sindacalisti, prima di perseguire le loro politiche in favore del capitalismo. Gli attuali tecnocrati prima lanciano il loro malefico assalto a tutto campo contro le condizioni di vita e di lavoro, con il consenso parlamentare, e poi di fronte ad una resistenza intensa e determinata posta in essere dai “parlamenti della strada”, procedono per gradi ad aumentare la repressione caratteristica di uno stato di polizia… mettendo in pratica un governo da stato di polizia incrementale.

Politiche delle dittature tecnocratiche: campo di applicazione, intensità e metodo

L’organizzazione dittatoriale di un regime tecnocratico deriva dalle sue politiche e dalla missione politica. Al fine di imporre politiche che si traducono in massicci trasferimenti di ricchezza, di potere e di diritti giuridici, dal lavoro e dalle famiglie al capitale, soprattutto al capitale straniero, risulta essenziale un regime autoritario, soprattutto in previsione di un’accanita e determinata resistenza.

L’oligarchia finanziaria internazionale non può assicurare per tanto tempo una “stabile e sostenibile” sottrazione di ricchezza con una qualche parvenza di governance democratica, e tanto meno una democrazia oligarchica in decomposizione.

Da qui, l’ultima risorsa per i banchieri in Europa e negli Stati Uniti è di designare direttamente uno di loro a esercitare pressioni, a farsi largo e ad esigere una serie di cambiamenti di vasta portata, regressivi a lungo termine. La missione dei tecnocrati è di imporre un quadro istituzionale duraturo, che garantirà per il futuro il pagamento di interessi elevati, a spese di decenni di impoverimento e di esclusione popolare.

La missione della “dittatura tecnocratica” non è quella di porre in essere un’unica politica regressiva di breve durata, come il congelamento salariale o il licenziamento di qualche migliaio di insegnanti. L’intento dei dittatori tecnocrati è quello di convertire l’intero apparato statale in un torchio efficiente in grado di estrarre continuamente e di trasferire le entrate fiscali e i redditi, dai lavoratori e dai dipendenti in favore dei detentori dei titoli.

Per massimizzare il potere e i profitti del capitale a scapito dei lavoratori, i tecnocrati garantiscono ai capitalisti il ​ ​potere assoluto di fissare i termini dei contratti di lavoro, per quanto riguarda assunzioni, licenziamenti, longevità, orario e condizioni di lavoro.

Il “metodo di governo” dei tecnocrati è quello di avere orecchio solo per i banchieri stranieri, i detentori di titoli e gli investitori privati.

Il processo decisionale è chiuso e limitato alla cricca di banchieri e tecnocrati senza la minima trasparenza. Soprattutto, in base a regole colonialiste, i tecnocrati devono ignorare le proteste di manifestanti, se possibile, o, se necessario, rompere loro la testa.

Sotto la pressione delle banche, non c’è tempo per le mediazioni, i compromessi o le dilazioni, come avveniva sotto le democrazie decadenti e oligarchiche.

Dieci sono le trasformazioni storiche che dominano l’agenda delle dittature tecnocratiche e dei loro mentori colonialisti.
1)        Massicci spostamenti delle disponibilità di bilancio, dalle spese per i bisogni sociali ai pagamenti dei titoli di stato e alle rendite
2)      Cambiamenti su larga scala nelle politiche di reddito, dai salari ai profitti, ai pagamenti degli interessi e alla rendita.
3)      Politiche fiscali fortemente regressive, con l’aumento delle imposte sui consumi (aumento dell’IVA) e sui salari, e con la diminuzione della tassazione su detentori di titoli ed investitori.
4)      Eliminazione della sicurezza del lavoro (“flessibilità del lavoro”), con l’aumento di un esercito di riserva di disoccupati a salari più bassi, intensificando lo sfruttamento della manodopera impiegata (“maggiore produttività”).
5)      Riscrittura dei codici del lavoro, minando l’equilibrio di poteri tra capitale e lavoro organizzato.

Salari, condizioni di lavoro e problemi di salute sono strappati dalle mani di coloro che militano nel sindacato e consegnati alle “commissioni aziendali” tecnocratiche.

6)      Lo smantellamento di mezzo secolo di imprese e di istituzioni pubbliche, e privatizzazione delle telecomunicazioni, delle fonti di energia, della sanità, dell’istruzione e dei fondi pensione. Privatizzazioni per migliaia di miliardi di dollari sono sopravvenienze attive su una dimensione storica mondiale. Monopoli privati ​ ​rimpiazzano i pubblici e forniscono un minor numero di posti di lavoro e servizi, senza l’aggiunta di nuova capacità produttiva.

7)      L’asse economico si sposta dalla produzione e dai servizi per il consumo di massa nel mercato interno alle esportazioni di beni e servizi particolarmente adatti sui mercati esteri. Questa nuova dinamica richiede salari più bassi per “competere” a livello internazionale, ma contrae il mercato interno. La nuova strategia si traduce in un aumento degli utili in moneta forte ricavati dalle esportazioni per pagare il debito ai detentori di titoli di stato, provocando così maggiore miseria e disoccupazione per il lavoro domestico. Secondo questo “modello” tecnocratico, la prosperità si accumula per quegli investitori avvoltoio che acquistano lucrativamente da produttori locali finanziariamente strozzati e speculano su immobili a buon mercato.

8 ) La dittatura tecnocratica, per progettazione e politiche, mira ad una “struttura di classe bipolare”, in cui vengono impoverite le grandi masse dei lavoratori qualificati e la classe media, che soffrono la mobilità verso il basso, mentre si va arricchendo uno strato di detentori di titoli e di padroni di aziende locali che incassano pagamenti per interessi e per il basso costo della manodopera.

9)      La deregolamentazione del capitale, la privatizzazione e la centralità del capitale finanziario producono un più esteso possesso colonialista (straniero) della terra, delle banche, dei settori economici strategici e dei servizi “sociali”. La sovranità nazionale è sostituita dalla sovranità imperiale nell’economia e nella politica.

10)  Il potere unificato di tecnocrati colonialisti e di detentori imperialisti di titoli detta la politica che concentra il potere in una unica élite non-eletta.

Costoro governano, supportati da una base sociale ristretta e senza legittimità popolare. Sono politicamente vulnerabili, quindi, sempre dipendenti da minacce economiche e da situazioni di violenza fisica.

I tre stadi del governo dittatoriale tecnocratico

Il compito storico della dittatura tecnocratica è quello di far arretrare le conquiste politiche, sociali ed economiche guadagnate dalla classe operaia, dai dipendenti pubblici e dai pensionati dopo la sconfitta del capitalismo fascista nel 1945.

Il disfacimento di oltre sessanta anni di storia non è un compito facile, men che meno nel bel mezzo di una profonda crisi socio-economica in pieno sviluppo, in cui la classe operaia ha già sperimentato drastici tagli dei salari e dei profitti, e il numero dei disoccupati giovani (18 – 30 anni) in tutta l’Unione europea e nel Nord America varia tra il 25 e il 50 per cento.

L’ordine del giorno proposto dai “tecnocrati” – parafrasando i loro mentori colonialisti nelle banche – consiste in sempre più drastiche riduzioni delle condizioni di vita e di lavoro.

Le proposte di “austerità” si verificano a fronte di crescenti disuguaglianze economiche tra il 5% dei ricchi e il 60 % degli appartenenti alle classi subalterne tra Sud Europa e Nord Europa.

Di fronte alla mobilità verso il basso e al pesante indebitamento, la classe media e soprattutto i suoi “figli ben educati”, sono indignati contro i tecnocrati che pretendono ancor di più tagli sociali. L’indignazione si estende dalla piccola borghesia agli uomini di affari e ai professionisti sull’orlo della bancarotta e della perdita di status.

I governanti tecnocratici giocano costantemente sulla insicurezza di massa e sulla paura di un “collasso catastrofico”, se la loro “medicina amara” non venisse trangugiata dalle classi medie angosciate, che temono la prospettiva di sprofondare nella condizione di classe operaia o peggio.

I tecnocrati lanciano appelli alla generazione presente per sacrifici, in realtà per un suicidio, per salvare le generazioni future. Con atteggiamenti dettati all’umiltà e alla gravità, parlano di “equi sacrifici”, un messaggio smentito dal licenziamento di decine di migliaia di dipendenti e dalla vendita per miliardi di euro / dollari del patrimonio nazionale a banchieri e investitori speculatori stranieri. L’abbassamento della spesa pubblica per pagare gli interessi ai detentori di titoli e per invogliare gli investitori privati ​​erode ogni richiamo all’“unità nazionale” e all’“equo sacrificio”.

Il regime tecnocratico si sforza di agire con decisione e rapidità per imporre la sua agenda brutale regressiva, l’arretramento di sessanta anni di storia, prima che le masse abbiano tempo di sollevarsi e di cacciarli.

Per precludere l’opposizione politica, i tecnocrati domandano “unità nazionale”, (l’unità di banchieri e oligarchi), l’appoggio dei partiti in disfacimento elettorale e dei loro leader e la loro sottomissione totale alle richieste dei banchieri colonialisti.

La traiettoria politica dei tecnocrati avrà vita breve alla luce dei cambiamenti sistemici draconiani e delle strutture repressive che propongono; il massimo che possono realizzare è quello di dettare e tentare di attuare le loro politiche, e poi tornarsene ai loro santuari lucrativi nelle banche estere.

Governo tecnocratico : prima fase

Con l’appoggio unanime dei mass-media e il pieno sostegno di banchieri potenti, i tecnocrati approfittano della caduta dei politici disprezzati e screditati dei regimi elettorali del passato.

Essi proiettano un’immagine pulita del governo, che parla di un regime efficiente e competente, capace di azioni decisive.

Promettono di porre fine alle condizioni di vita progressivamente in deterioramento e alla paralisi politica dovuta allo scontro fra le fazioni dei partiti.

All’inizio della loro assunzione di potere, i dittatori tecnocratici sfruttano il disgusto popolare, giustificato, nei confronti dei politici privilegiati “nullafacenti” per assicurarsi una misura del consenso popolare, o almeno l’acquiescenza passiva da parte della maggioranza dei cittadini, che sta annegando nei debiti e alla ricerca di un “salvatore”.

Va notato che fra la minoranza politicamente più preparata e socialmente consapevole, che i banchieri ricorrano ad un “regime tecnocratico” da colonia, questo provoca poco effetto: gli appartenenti alle minoranze immediatamente identificano il regime tecnocratico come illegittimo, dato che fa derivare i suoi poteri da banchieri stranieri. Essi affermano i diritti dei cittadini e la sovranità nazionale. Fin dall’inizio, anche sotto la copertura dell’assunzione del potere in uno stato di emergenza, i tecnocrati devono affrontare un nucleo di opposizione di massa.

I banchieri realisticamente riconoscono che i tecnocrati devono muoversi con rapidità e decisione.

Politiche shock dei tecnocrati : seconda fase

I tecnocrati lanciano un “100 giorni” del più eclatante e grossolano conflitto di classe contro la classe operaia dai tempi dei regimi militare / fascista.

In nome del Libero Mercato, del Detentore di Titoli e dell’Empia Alleanza fra oligarchi politici e banchieri, i tecnocrati dettano editti e fanno passare leggi, immediatamente buttando sul lastrico decine di migliaia di dipendenti pubblici. Decine di imprese pubbliche sono mandate in blocco all’asta. Viene abolita la certezza del posto di lavoro e licenziare senza giusta causa diventa la legge del paese. Sono decretate imposte regressive e le famiglie vengono impoverite. La piramide del reddito complessivo viene capovolta. I tecnocrati allargano e approfondiscono le disuguaglianze e l’immiserimento.

L’euforia iniziale che salutava il governo tecnocratico viene sostituita da biasimi amari. La classe media inferiore, che ricercava una risoluzione dittatoriale paternalistica della propria condizione, riconosce “un altro raggiro politico”.

Come il regime tecnocratico corre a gran velocità a completare la sua missione per i banchieri stranieri, lo stato d’animo popolare inacidisce, l’amarezza si diffonde anche tra i “collaboratori passivi” dei tecnocrati. Non cadono briciole dal tavolo di un regime colonialista, imposto al potere per massimizzare il deflusso delle entrate statali a tutto vantaggio dei detentori del debito pubblico.

L’oligarchia politica compromessa cerca di far rivivere le sue fortune e “contesta” le peculiarità dello “tsunami” tecnocratico, che sta distruggendo il tessuto sociale della società.

La dimensione e la portata del programma estremista della dittatura, e il continuo accumulo di frustrazioni di massa, spaventano i collaborazionisti appartenenti ai partiti politici, mentre i banchieri li incalzano per tagli alle garanzie sociali sempre più grandi e più profondi.

I tecnocrati di fronte alla tempesta popolare che sta montando cominciano a farsi piccoli e ritirarsi in buon ordine. I banchieri esigono da loro maggiore spina dorsale e offrono nuovi prestiti per “mantenerli in corsa”. I tecnocrati si dibattono in difficoltà – alternando richieste di tempo e sacrifici con promesse di prosperità “dietro l’angolo”.

Per lo più fanno assegnamento sulla mobilitazione costante della polizia e di fatto sulla militarizzazione della società civile.

Missione compiuta: guerra civile o il ritorno della democrazia oligarchica?

La riuscita dell’“esperimento” con un regime dittatoriale colonialista tecnocratico è difficile da prevedere. Una ragione è dovuta al fatto che le misure adottate sono così estreme ed estese, tali da unificare allo stesso tempo quasi tutte le classi sociali importanti (tranne la “crema” del 5%) contro di loro. La concentrazione del potere in una élite “designata” la isola ulteriormente e unifica la maggior parte dei cittadini a favore della democrazia, contro la sottomissione colonialista e governanti non eletti.

Le misure approvate dai tecnocrati devono far fronte alla prospettiva improbabile della loro piena attuazione, in particolare a causa di funzionari e impiegati pubblici a cui si impongono licenziamenti, tagli di stipendio e pensioni ridotte. I tagli a tutta l’amministrazione pubblica minano le tattiche del “divide et impera”.

Data la portata e la profondità del declassamento del settore pubblico, e l’umiliazione di servire un regime chiaramente sotto tutela colonialista, è possibile che incrinature e rotture si verificheranno negli apparati militari e di polizia, soprattutto se vengono provocate sollevazioni popolari che diventano violente.

A questo punto, le giunte tecnocratiche non possono assicurare che le loro politiche saranno attuate. In caso contrario, i ricavi vacilleranno, scioperi e proteste spaventeranno gli acquirenti predatori delle imprese pubbliche. La grande spremitura ed estorsione pregiudicherà le imprese locali, la produzione diminuirà, la recessione si approfondirà.

Il governo dei tecnocrati è per sua natura transitoria.

Sotto la minaccia di rivolte di massa, i nuovi governanti fuggiranno all’estero presso i loro santuari finanziari. I collaborazionisti appartenenti alle oligarchie locali si affretteranno ad aggiungere miliardi di euro/dollari ai loro conti bancari all’estero, a Londra, New York e Zurigo.

La dittatura tecnocratica farà ogni sforzo per riportare al potere i politici democratici oligarchici, a condizione che siano mantenute le variazioni regressive poste in essere. Il governo tecnocratico vedrà la sua fine con “vittorie di carta”, a meno che i banchieri stranieri insistano che il “ritorno alla democrazia” operi all’interno del “nuovo ordine”.

L’applicazione della forza potrebbe rivelarsi un boomerang.

I tecnocrati e gli oligarchi democratici, rinnovando la minaccia di una catastrofe economica in caso di inosservanza, riceveranno un contrordine dalla realtà della miseria effettivamente esistente e dalla disoccupazione di massa.

Per milioni, la catastrofe che stanno vivendo, risultante dalle politiche tecnocratiche, prevale su qualsiasi minaccia futura.

La maggioranza ribelle può scegliere di sollevarsi e rovesciare il vecchio ordine, e cogliere l’opportunità di istituire una repubblica socialista democratica indipendente.

Una delle conseguenze impreviste di imporre una dittatura di tecnocrati designati, radicalmente colonialista, è che viene cancellato il panorama politico delle oligarchie politiche parassite e si pongono le fondamenta per un taglio netto. Questo facilita il rigetto del debito e la ricostruzione del tessuto sociale per una repubblica democratica indipendente.

Il pericolo grave è quello che i politici screditati del vecchio ordine tenteranno con la demagogia di impadronirsi delle bandiere democratiche delle lotte “anti-dittatoriali anti-tecnocratiche”, per rimettere in piedi quello che Marx definiva “la vecchia merda dell’ordine precedente”.

Gli oligarchi politici riciclati si adatteranno al nuovo ordine “ristrutturato” dei pagamenti dell’eterno debito, come parte di un accordo per conservare il processo in corso di regressione sociale senza fine.

La lotta rivoluzionaria contro i dominatori tecnocratici colonialisti deve continuare e intensificarsi per bloccare la restaurazione degli oligarchi democratici.

LINK: The New Authoritarianism: From Decaying Democracies to Technocratic Dictatorships and Beyond 

TRADUZIONE: Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova

Sinistrainrete.info

Libia: il ritorno del colonialismo

Articolo inviato al blog
di: Salvatore Santoru

Considerazioni sull’uccisione di Gheddafi e dintorni

L’obiettivo (seppur non dichiarato e sempre negato) della NATO e del Cnt è stato raggiunto. Gheddafi è morto. Gheddafi è stato ucciso. La sua morte ha certamente una forte valenza simbolica. Il Colonnello,nonostante tutte le contraddizioni e le ambiguità in questi 42 anni, era pur sempre un’icona della decolonizzazione, dell’indipendenza e del riscatto dell’ Africa nella lotta contro i potentati occidentali. Dopo la rivoluzione repubblicana del 1969    contro la monarchia di Re Idris, ritenuto fantoccio delle multinazionali occidentali, le basi militari inglesi e statunitensi vennero chiuse e le proprietà petrolifere (durante il regno di Idris in mano a poche compagnie angloamericane) nazionalizzate. Questo fatto non è mai stato digerito dall’Occidente imperialista, così come il sostegno dato dal “Rais” alle lotte di liberazione nel continente,tra le quali va menzionata quella in Sudafrica contro l’apartheid razzista sostenuto e finanziato dal “mondo libero”. Anche negli ultimi tempi,nonostante fosse presentato come  un fedele alleato dei paesi occidentali, Gheddafi era ritenuto non pienamente affidabile da essi (ed essi  intanto stavano  preparando la guerra già da anni). Costituiva ancora una “minaccia” ai loro interessi e tutti quei proclami per l’Africa unita e indipendente che facevano concorrenza al progetto neocolonialista Africom non andavano bene.E così, approfittando della “primavera araba” (arrivata in qualche modo anche in Libia) e dei disordini di quel febbraio(quando in Egitto e Tunisia i popoli in rivolta cacciavano i tiranni fantocci dell’imperialismo)gli strateghi della NATO hanno colto in peno  l’attimo fuggente, innescando una guerra civile usata come pretesto per l’ intervento militare,ormai giunto al suo settimo mese. Ora la “missione” è ufficialmente finita ,dicono i “vincitori”.Adesso è il momento di “ricostruire” dopo aver saccheggiato (business più business e ancora business) garantendo l’occupazione militare,a quanto pare fondamentale per una sana “democrazia petroliera”(ovvero le multinazionali dei paesi vincitori  hanno il diritto di sfruttare le risorse in modo libero e uguale).Intanto grazie alla conquista della Libia,un’altro pezzo è stato aggiunto al  grosso puzzle e mentre  la  vittoria  viene annunciata dai messaggeri dell’Impero demopetromonarchico (dal Quatar agli USA) Obama (il “pacifista” che ama la guerra)e gli altri compagni di conquiste (senza dimenticare i loro padroni militari,industriali e banchieri che formano la cupola dell’Impero occidentale) si trova/no impegnati ad aggredire la Somalia e il Burundi, altri pezzi fondamentali per ricostruire l’Africa che fu: colonia da sfruttare a piacimento da parte di avidi criminali senza scrupolo che hanno costituito e costituiscono  il capitalismo occidentale in versione coloniale. La morte di Gheddafi(lasciando stare in questa sede i giudizi sul suo operato) simbolicamente rappresenta la fine di un’epoca e l’inizio di una “nuova era”:il ritorno del colonialismo in Libia e in Africa.

Il Grande Gioco africano

di: Manlio Dinucci

Dopo che il «Protettore Unificato» ha demolito lo stato libico, con almeno 40mila bombe sganciate in oltre 10mila missioni di attacco, e fornito armi anche a gruppi islamici fino a ieri classificati come pericolosi terroristi, a Washington si dicono preoccupati che le armi dei depositi governativi finiscano «in mani sbagliate». Il Dipartimento di stato è quindi corso ai ripari, inviando in Libia squadre di contractor militari che, finanziati finora con 30 milioni di dollari, dovrebbero mettere «in stato di sicurezza» l’arsenale libico. Ma, dietro la missione ufficiale, vi è certo quella di assumere tacitamente il controllo delle basi militari libiche.

Nonostante il declamato impegno di non inviare «boots on the ground», operano da tempo sul terreno in Libia agenti segreti e forze speciali di Stati uniti, Gran Bretagna, Francia, Italia, Qatar e altri, che hanno guidato gli attacchi aerei e diretto le operazioni terrestri. Loro compito, ora, è assicurare che la Libia «pacificata» resti sotto il controllo delle potenze che sono andate a «liberarla». Il 14 ottobre, lo stesso giorno in cui il Dipartimento di stato rendeva noto l’invio di contractor in Libia, il presidente Obama annunciava l’invio di forze speciali in Africa centrale, all’inizio un centinaio di militari. Loro compito ufficiale è quello di «consiglieri» delle forze armate locali, impegnate contro l’«Esercito di resistenza del Signore». Operazione finanziata dal Dipartimento di stato, finora, con 40 milioni di dollari. Il compito reale di questi corpi d’élite, inviati da Washigton, è creare una rete di controllo militare dell’area comprendente Uganda, Sud Sudan, Burundi, Repubblica centrafricana e Repubblica democratica del Congo.

E mentre gli Stati uniti inviano proprie forze in Uganda e Burundi, ufficialmente per proteggerli dalle atrocità dell’«Esercito del Signore» che si dice ispirato al misticismo cristiano, Uganda e Burundi combattono in Somalia per conto degli Stati uniti, con migliaia di soldati, il gruppo islamico al-Shabab. Sostenuti dal Pentagono che, lo scorso giugno, ha fornito loro armi per 45 milioni di dollari, compresi piccoli droni e visori notturni.

Il 16 ottobre, due giorni dopo l’annuncio dell’operazione Usa in Africa centrale, il Kenya ha inviato truppe in Somalia. Iniziativa ufficialmente motivata con la necessità di proteggersi dai banditi e pirati somali, in realtà promossa dagli Stati uniti per propri fini strategici, dopo il fallimento dell’intervento militare etiopico, anch’esso promosso dagli Stati uniti. E in Somalia, dove il «governo» sostenuto da Washington controlla appena un quartiere di Mogadiscio, opera da tempo la Cia, con commandos locali appositamente addestrati e armati e con contractor di compagnie miltari private. Gli Stati uniti mirano, dunque, al controllo militare delle aree strategiche del continente: la Libia, all’intersezione tra Mediterraneo, Africa e Medioriente; l’Africa orientale e centrale, a cavallo tra Oceano Indiano e Atlantico. Il gioco, apparentemente complicato, diventa chiaro guardando una carta geografica. Meglio su un atlante storico, per vedere come il neocolonialismo somigli in modo impressionante al vecchio colonialismo.

IlManifesto.it

Sette punti sulla guerra contro la Libia

di: Domenico Losurdo
Ormai persino i ciechi possono essere in grado di vedere e di capire quello che sta avvenendo in Libia:

1. E’ in atto una guerra promossa e scatenata dalla Nato. Tale verità finisce col filtrare sugli stessi organi di «informazione» borghesi. Su «La Stampa» del 25 agosto Lucia Annunziata scrive: è una guerra «tutta “esterna”, cioè fatta dalle forze Nato»; è il «sistema occidentale, che ha promosso la guerra contro Gheddafi». Una vignetta dell’«International Herald Tribune» del 24 agosto ci fa vedere «ribelli» che esultano, ma stando comodamente a cavallo di un aereo che porta impresso lo stemma della Nato.

2.Si tratta di una guerra preparata da lungo tempo. Il «Sunday Mirror» del 20 marzo ha rivelato che già «tre settimane» prima della risoluzione dell’Onu erano all’opera in Libia «centinaia» di soldati britannici, inquadrati in uno dei corpi militari più sofisticati e più temuti del mondo (SAS). Rivelazioni o ammissioni analoghe si possono leggere sull’«International Herald Tribune» del 31 marzo, a proposito della presenza di «piccoli gruppi della Cia» e di «un’ampia forza occidentale in azione nell’ombra», sempre «prima dello scoppio delle ostilità il 19 marzo».

3.  Questa guerra non ha nulla a che fare con la protezione dei diritti umani. Nell’articolo già citato, Lucia Annunziata osserva angosciata: «La Nato che ha raggiunto la vittoria non è la stessa entità che ha avviato la guerra». Nel frattempo, l’Occidente è gravemente indebolito dalla crisi economica; riuscirà a mantenere il controllo su un continente che sempre più avverte il richiamo delle «nazioni non occidentali» e in particolare della Cina? D’altro canto, lo stesso quotidiano che ospita l’articolo di Annunziata, «La Stampa», si apre il 26 agosto con un titolo a tutta pagina: «Nuova Libia, sfida Italia-Francia». Per chi ancora non avesse compreso di che tipo di sfida si tratta, l’editoriale di Paolo Baroni (Duello all’ultimo affare) chiarisce: dall’inizio delle operazioni belliche, caratterizzate dal frenetico attivismo di Sarkozy, «si è subito capito che la guerra contro il Colonnello si sarebbe trasformata in un conflitto di tutt’altro tipo: Guerra economica, con un nuovo avversario, l’Italia ovviamente».

4.  Promossa per motivi abietti, la guerra viene condotta in modo criminale. Mi limito solo ad alcuni dettagli ripresi da un quotidiano insospettabile. L’«International Herald Tribune» del 26 agosto, con un articolo di K. Fahim e R. Gladstone riporta: «In un accampamento al centro di Tripoli sono stati ritrovati i corpi crivellati di proiettili di più 30 combattenti pro-Gheddafi. Almeno due erano legati con manette di plastica, e ciò lascia pensare che abbiano subito un’esecuzione. Di questi morti cinque sono stati trovati in un ospedale da campo; uno era su un’ambulanza, steso su una barella e allacciato con una cinghia e con una flebo intravenosa ancora al suo braccio».

5.  Barbara come tutte le guerre coloniali, l’attuale guerra contro la Libia dimostra l’ulteriore imbarbarimento dell’imperialismo. In passato innumerevoli sono stati i tentativi della Cia di assassinare Fidel Castro, ma questi tentativi erano condotti in segreto, con un senso se non di vergogna, comunque di timore per le possibili reazioni dell’opinione pubblica internazionale. Oggi, invece, assassinare Gheddafi o altri capi di Stato sgraditi all’Occidente è un diritto proclamato apertamente. Il «Corriere della Sera» del 26 agosto 2011 titola trionfalmente: «Caccia a Gheddafi e ai figli casa per casa». Mentre scrivo, i Tornados britannici, avvalendosi anche della collaborazione e delle informazioni fornite dalla Francia, sono impegnati a bombardare Sirte e a sterminare un’intera famiglia.

6.  Non meno barbara della guerra, è stata ed è la campagna di disinformazione. Senza alcun senso del pudore, la Nato ha martellato sistematicamente la menzogna secondo cui le sue operazioni belliche miravano solo alla protezione dei civili! E la stampa, la «libera» stampa occidentale? A suo tempo essa ha pubblicato con evidenza la «notizia», secondo cui Gheddafi riempiva i suoi soldati di viagra in modo che più agevolmente potessero commettere stupri di massa. Questa «notizia» cadeva rapidamente nel ridicolo, ed ecco allora un’altra «notizia», secondo cui i soldati libici sparano sui bambini. Non viene addotta alcuna prova, non c’è alcun riferimento a tempi e a luoghi determinati, alcun rinvio a questa o a quella fonte: l’importante è criminalizzare il nemico da annientare.

7.  A suo tempo Mussolini presentò l’aggressione fascista contro l’Etiopia come una campagna per liberare quel paese dalla piaga della schiavitù; oggi la Nato presenta la sua aggressione contro la Libia come una campagna per la diffusione della democrazia. A suo tempo Mussolini non si stancava di tuonare contro l’imperatore etiopico Hailè Selassié quale «Negus dei negrieri»; oggi la Nato esprime il suo disprezzo per Gheddafi «il dittatore». Come non cambia la natura guerrafondaia dell’imperialismo, così le sue tecniche di manipolazione rivelano significativi elementi di continuità. Al fine di chiarire chi oggi realmente esercita la dittatura a livello planetario, piuttosto che Marx o Lenin, voglio citare Immanuel Kant. Nello scritto del 1798 (Il conflitto delle facoltà), egli scrive: «Cos’è un monarca assoluto? E’ colui che quando comanda: “la guerra deve essere”, la guerra in effetti segue». Argomentando in tal modo, Kant prendeva di mira in particolare l’Inghilterra del suo tempo, senza lasciarsi ingannare dalle forme «liberali» di quel paese. E’ una lezione di cui far tesoro: i «monarchi assoluti» del nostro tempo, i tiranni e dittatori planetari del nostro tempo siedono a Washington, a Bruxelles e nelle più importanti capitali occidentali.

FONTE: Blog di Domenico Losurdo

I “ribelli” libici cominciano a vendere il petrolio agli USA

Il primo carico di petrolio libico è arrivato negli Stati Uniti l’8 giugno, a seguito di un accordo firmato dagli Stati Uniti e il Consiglio nazionale di transizione, l’ auto proclamato governo legittimo della Libia. La vendita rivela finalmente le vere ragioni dietro la campagna della NATO, precedentemente descritte come un tentativo di fornire la sicurezza dei civili libici. I civili continuano a soffrire, le forze della NATO continuano a tentare di sbloccare la situazione e l’ America sembra essere l ‘unica sponda del conflitto  a beneficiare della cosiddetta ”operazione di salvataggio”.

Nel frattempo i rappresentanti dei paesi arabi e occidentali si sono riuniti negli Emirati Arabi Uniti per discutere il futuro della Libia dopo la presunta fine di Gheddafi. Ma il Colonnello non sembra avere fretta di arrendersi, il che è stato chiaramente dimostrato dalla mancanza di risultati dei bombardamenti della NATO di Tripoli.

Un piano ”per prendere tutte le misure necessarie per proteggere i civili e i civile delle zone popolate”, dichiarato dalla risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite  sta fallendo miseramente. Tuttavia, mentre i civili libici subiscono le azioni sia dei ribelli che delle truppe governative, il petrolio libico è stato tranquillamente trasportato in America. Come ha confermato mercoledi il Dipartimento di Stato americano, il governo ribelle che controlla le regioni orientali della Libia aveva fatto la sua prima vendita.

L’accordo segue l’annuncio fatto ad aprile dall’ Office of Foreign Assets Control del Dipartimento del Tesoro che ha istituito un nuova politica di licenze con la Libia. Gli Stati Uniti hanno dovuto prendere questo provvedimento per facilitare le transazioni petrolifere con il Consiglio nazionale di transizione.

Secondo una dichiarazione scritta da parte del Dipartimento di Stato, Tesoro, una raffineria di petrolio degli Stati Uniti, ha firmato un accordo con il Consiglio nazionale di transizione con sede a Bengasi, in Libia per 1,2 milioni di barili di greggio libico. Il valore in dollari della transazione è ancora sconosciuta.

La dichiarazione afferma che la vera ragione dietro l’accordo con CNT sia l’intenzione di sostenere il popolo libico. Tuttavia, bisogna essere estremamente ingenui per credere che ogni persona libica finita sotto queste caotico fuoco incrociato otterrebbe un singolo centesimo da questo accordo.

Mentre gli Stati Uniti stanno risolvendo con successo il proprio problema del petrolio, i leaders occidentali e arabi si preparano a decidere il futuro della Libia. I membri del cosiddetto Gruppo di Contatto - una coalizione di vari paesi ed organizzazioni internazionali che hanno riconosciuto ufficialmente il CNT come il legittimo governo della Libia - si incontreranno negli Emirati Arabi Uniti. E ‘la terza riunione del gruppo incaricato di discutere le possibilità di sviluppo del paese dopo la fine del regime di Gheddafi.

E ‘un fatto sorprendente che nonostante l’inizio  degli scambi di petrolio con il CNT, gli Stati Uniti non hanno ancora riconosciuto il nuovo governo della Libia. ”Stiamo ancora valutando ma non c’è nessuna decisione definitiva ad oggi”, ha detto un funzionario Usa, commentando il possibile riconoscimento del CNT.

Mentre i membri del Gruppo di contatto stanno decidendo il futuro del post-Gheddafi in Libia, Gheddafi stesso non manifesta alcuna intenzione di rinunciare al suo potere. ”Noi non ci arrenderemo, noi non ci arrenderemo”, ha dichiarato il leader assediato in risposta all’ intensificato bombardamento di Tripoli da parte delle forze aeree della NATO. La NATO deve affrontare il fatto che tutte le sue strategie per porre fine al conflitto rimangono altro che parole vuote,mentre il paese affonda sempre più nel caos.

L’ultima relazione del Consiglio ONU sui diritti umani  afferma che i crimini di guerra nel travagliato paese continuano e questo significa che i cittadini della Libia continuano a pagare un prezzo sanguinoso per le ambizioni europee e il petrolio americano.

LINK: US oil deal reveals real reasons behind Libyan campaign

TRADUZIONE: CoriInTempesta

Libia, ribelli vendono petrolio agli UsaLaStampa.it

A cosa serve il Tribunale Penale Internazionale?

Lo scorso 16 maggio, Luis Moreno Ocampo, procuratore capo del Tribunale penale internazionale (TPI) dell’Aia, ha ufficialmente  chiesto un mandato di arresto per il leader libico Gheddafi  per ”crimini contro l’umanità”. Inoltre sono stati accusati il figlio del Colonnello, Seif al-Islam e il capo dell’intelligence libica Abdullah Senussi.

Il giurista statunitense David Scheffer ha detto all’agenzia France Presse che : ” La NATO senza dubbio apprezzerà le indagini della Corte e l’accusa verso i leaders libici, Gheddafi compreso.”

Beh, sì. E nessuno è più indicato a conoscere ciò che apprezza la NATO di David Scheffer.

Il giorno prima, Tripoli aveva fatto un’altra offerta di una tregua, chiedendo la fine dei bombardamenti della NATO e di avviare i negoziati di pace con i ribelli armati basati a Bengasi. La risposta della NATO ha assunto la forma dell’atto d’accusa del TPI. Quando le bombe della Nato cadono su un paese per spodestare un leader, quel leader deve essere trattato come un criminale comune. Il suo posto non può essere al tavolo dei negoziati, ma dietro le sbarre. Un atto d’accusa internazionale trasforma comodamente un’aggressione militare della NATO in una azione di polizia per arrestare ”una persona accusata di crimini di guerra” -un’espressione che evacua la presunzione di ”innocenza fino a prova contraria “.

Si tratta di uno schema ricorrente.

Il 24 marzo 1999, la NATO cominciò a bombardare la Jugoslavia a sostegno dei ribelli armati albanesi in Kosovo. Due mesi dopo, a metà maggio, mentre i bombardamenti si intensificavano contro le infrastrutture della Serbia, il procuratore capo del Tribunale penale internazionale per la Iugoslavia (ICTY) a L’Aia,Louise Arbour, emise un atto di accusa contro il presidente jugoslavo Slobodan Milosevic per crimini contro l’umanità. Quasi tutti i presunti ”crimini contro l’umanità”  avvennero  in Kosovo durante il caos dovuto proprio ai bombardamenti della NATO.

Il 31 marzo 2011, la NATO ha cominciato a bombardare la Libia, e questa volta la Corte penale internazionale è stata ancora più veloce. E le accuse sono ancora meno consistenti. Ocampo ha detto che  vi erano prove che  Gheddafi abbia  personalmente ordinato gli attacchi contro gli ”innocenti civili libici”.

In Libia, come nella guerra del Kosovo, le accuse sono quelle fatte dai ribelli armati sostenuti dalla NATO, senza alcuna traccia riconoscibile di una indipendente indagine neutrale.

Durante la primavera del 1999, David Scheffer, che aveva allora  segretario di Stato americano l’ambasciatrice Madeleine Albright in generale per i crimini di guerra, ha visitato Louise Arbour e le ha procurato relazioni NATO su cui basare le sue accuse. Infatti, Scheffer aveva in precedenza contribuito a costituire l’ICTY secondo le istruzione della signora Albright. Le accuse del maggio 1999 raggiunsero il loro scopo principale immediatamente:  bloccare i negoziati e continuare a giustificare i bombardamenti della NATO. Come dice Madeleine Albright , “Noi non stiamo trattando con Milosevic … Ie imputazioni, a mio avviso, chiariscono la situazione, in quanto dimostrano veramente che stiamo facendo la cosa giusta in termini di risposta al tipo di crimini contro l’umanità che Milosevic ha commesso. ”( Michael Mandel, How America Gets Away With Murder, PlutoPress, 2004, pp.141-145).

In sintesi, in entrambi i casi un “tribunale/corte internazionale penale  “ interviene nel bel mezzo di un bombardamento della Nato ad accusare il leader del paese che è bombardato di “crimini contro l’umanità” sulla base di prove inconsistenti fornite dalla stessa NATO o dai suoi ribelli clienti.

Così la Corte penale internazionale si rivela essere il proseguimento della ICTY, che è, non uno strumento  di giustizia internazionale, ma il braccio giudiziario di intervento occidentale nei paesi più deboli. La Corte penale internazionale potrebbe anche significare Copertura dei crimini imperialisti.

E certo non si merita il suo titolo ufficiale, in quanto ignora diligentemente i veri ”crimini internazionali”, come l’aggressività degli Stati Uniti e della NATO o le stragi di civili che ne derivano. Anzi, finora gli unici  presunti reati che si è impegnata a perseguire sono stati tutti il risultato di conflitti interni che si svolgono in paesi del continente africano. In breve, la Corte penale internazionale finora agisce principalmente come un modo per esercitare pressioni politiche  o per giustifica l’azione militare contro quei deboli governi che le potenze occidentali vogliono sostituire con  leader da loro scelti.

Per quanto riguarda l’atto di accusa contro Gheddafi, Scheffer è citato da AFP  dicendo che la mossa potrebbe aumentare la pressione su Gheddafi a pensare di trovare rifugio in un paese che non abbia accettato la giurisdizione della CPI. Questo è un commento senza senso, dato che la Libia di per sé non ha accettato la giurisdizione della CPI. Nemmeno il Sudan, che non ha impedito alla CPI di andare dal suo presidente, Omar Al Bashir, anche se la CPI dovrebbe applicarsi solo ai paesi che hanno riconosciuto la sua giurisdizione. Ma il non riconoscimento della giurisdizione della CPI si rivela essere di nessuna protezione per i paesi deboli. E proprio mentre la NATO e la Corte penale internazionale continuano a perseguire Gheddafi con il pretesto che egli stia ”uccidendo il suo stesso popolo”, in Afghanistan le forze armate della NATO continuano a uccidere impunemente persone che non sono loro connazionali.

La CPI si è sviluppata in una delle testimonianze più evidenti di due pesi e due misure. Gli Stati Uniti manipolano la Corte penale internazionale, senza riconoscere la sua giurisdizione e dopo aver ulteriormente protetto sé stessi mediante accordi bilaterali con una lunga lista di paesi che prevedono l’immunità per i cittadini degli Stati Uniti, cosi come da leggi del Congresso degli Stati Uniti per proteggere i cittadini dalla Corte penale internazionale.

Altri paesi della NATO hanno riconosciuto la giurisdizione della CPI, ma non vi è alcun segno che possano mai essere tormentati dal tribunale internazionale.

Domenica scorsa, due avvocati francesi notoriamente anticonformisti, Jacques Vergès e l’ex ministro degli Esteri Roland Dumas, hanno annunciato la loro intenzione di intentare una causa contro il presidente Nicolas Sarkozy per ”crimini contro l’umanità”in Libia. In una conferenza stampa a Tripoli, Dumas ha deplorato che la missione NATO per proteggere i civili in realtà li sta uccidendo, e si è detto pronto a difendere Gheddafi alla Corte penale internazionale. Nel frattempo, i due avvocati intendono rappresentare le famiglie delle vittime dei bombardamenti della NATO nel contenzioso contro Sarkozy nei tribunali francesi.”Stiamo andando a sfondare il muro del silenzio”, ha annunciato Vergès.

Ci sono prove più consistenti delle vittime civili dei bombardamenti della NATO, tra cui i tre nipoti del Colonnello Gheddafi, che dei ”crimini contro l’umanità “ attribuiti da Ocampo al leader libico. Ma il pubblico francese è stato ipnotizzato dalla propaganda raffigurante Gheddafi come un mostro assetato di sangue il cui unico desiderio è quello di ”uccidere il suo stesso popolo”. Dato che la maggior parte delle persone in Occidente non sa assolutamente nulla di Libia, va bene qualsiasi cosa….

Lunedi ‘, mentre la Francia e la Gran Bretagna si preparano a inviare elicotteri da combattimento per sostenere i ribelli armati e caccaire Gheddafi, il segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen ha annunciato che  il ”regno di terrore di Gheddafi sta volgendo al termine”.

La reale “pioggia di terrore”  è la pioggia di bombe della NATO che cade sugli inermi di Tripoli, con il chiaro intento di terrorizzare i libici ad arrendersi ai ribelli appoggiati dalla NATO.

E non vi è alcun segno che stia volgendo al termine.

di: Diana Johnstone

LINK: What Does the ICC Stand For? The Imperialist Crime Cover-Up

TRADUZIONE: CoriInTempesta

Il matrimonio reale inglese e il suo “piccolo sporco segreto” in Bahrain

Il matrimonio reale britannico si sta trasformando rapidamente in un disastro di pubbliche relazioni, con la notizia che il principe ereditario del Bahrain ha rispettosamente rifiutato l’invito alla manifestazione a causa della “situazione che regna” nel reame del Golfo Persico.

Tuttavia, la vera storia dietro i titoli dei giornali, è che il rifiuto diplomatico rivela che la dirigenza britannica è ben consapevole della repressione feroce condotta dai governanti del Bahrain, con le forze armate degli Stati vicini del Golfo, compresi gli alleati dell’occidente, Arabia Saudita, Kuwait, Qatar , Emirati Arabi e Oman.

Il principe ereditario Salman bin Hamad Al Khalifa ha detto che, secondo quanto riferito, lui non voleva che la sua presenza “offuscasse” il matrimonio reale che si terrà presso l’Abbazia di Westminster a Londra, questo Venerdì.

Il principe del Bahrein è tra i 40 sovrani di tutto il mondo a essere stati invitati dalla dirigenza britannica, ad unirsi ai 2.000 altri ospiti, tra cui capi di governo e celebrità, per partecipare alle nozze del principe William e della sua fidanzata Kate Middleton. William è il figlio dell’erede al trono della Gran Bretagna, il principe Carlo.

I reali britannici sono finiti, in questi ultimi giorni, sotto il fuoco della stampa britannica, per aver invitato il principe del Bahrein, che è anche il vice comandante supremo delle forze di difesa del Bahrain. Nonostante la mancanza di copertura nei media mainstream britannici, e occidentali in generale, tuttavia, c’è stata una protesta pubblica in Gran Bretagna per la brutale repressione del movimento pro-democrazia. Più di 30 civili sono stati uccisi dalla violenza di Stato – che è culminata il 16 marzo, dopo che le forze degli altri paesi del Golfo, guidate dei sauditi, hanno fatto ingresso nella piccola isola di circa 700.000 abitanti.

Migliaia di altri sono stati feriti dall’esercito e dalla polizia, che hanno aperto il fuoco sui manifestanti pacifici. Fino a 1.000 persone sono finite illegalmente detenute, o “scomparse“, tra cui medici, infermieri, avvocati, operatori dei diritti umani e blogger. Quattro persone, tra cui il giornalista del Bahrain Karim Fakhrawi [1], sono morte durante la detenzione, recando segni di tortura. La maggioranza sciita in Bahrain è particolarmente presa di mira dai governanti sunniti e dai loro alleati del Golfo. Centinaia sono stati licenziati dai posti di lavoro, accusati di essere il supporto della rivolta anti-governativa, che ha avuto inizio il 14 febbraio.

Mentre le continue violazioni, tra cui l’occupazione militare degli ospedali e la detenzione illegale di pazienti feriti, hanno suscitato condanne dal Comitato ONU sui diritti umani, Amnesty International, Human Rights Watch, Medici Senza Frontiere e della statunitense Physicians for Human Rights, il governo britannico, insieme a Washington e altri governi occidentali, è stato vistosamente inerte.

L’ex potenza coloniale del Bahrain, la Gran Bretagna, e il governo degli Stati Uniti, sono ben consapevoli della repressione. La Quinta Flotta degli Stati Uniti ha sede nella strategica isola del Golfo Persico, che funge da posto di ascolto e sorveglianza della proiezione di potenza geopolitica occidentale nella regione, in particolare contro l’Iran. E’ incredibile che i governi occidentali non siano a conoscenza della repressione. In effetti, è molto probabile che questi governi hanno dato la loro approvazione ai governanti del Bahrein e del Golfo ad effettuare il giro di vite sul movimento pro-democrazia, e sulla popolazione sciita in generale.
Pochi giorni prima che le forze saudite entrassero in Bahrein, il re Hamad bin Isa Al Khalifa ha ricevuto separatamente, in visita personale, il segretario alla difesa USA Robert Gates e l’alto consigliere della sicurezza nazionale britannico Sir Peter Ricketts; quest’ultimo ha riferito direttamente al primo ministro britannico David Cameron.

Gran Bretagna e Stati Uniti sono i principali fornitori di attrezzature militari al Bahrain – tra cui i gas lacrimogeni, elicotteri e mezzi blindati che vengono utilizzati per schiacciare le proteste pro-democrazia.

La Gran Bretagna ha un ruolo particolarmente importante nelle politiche repressive del regime del Bahrain. Quando la Gran Bretagna concesse l’indipendenza nominale allo sceiccato petrolifero nel 1971, molti dei militari britannici incaricati della sicurezza rimasero al loro posto. Il capo della sicurezza del Bahrain, tra il 1968 al 1998, fu il colonnello Ian Henderson, che si crede agisca ancora come consigliere del re. Henderson in passato è stato oggetto di diverse relazioni dei gruppi internazionali per i diritti umani, per il suo coinvolgimento nel supervisionare la tortura e la repressione in Bahrain. [2]

Dopo che l’ultima repressione era iniziata, i governanti del Bahrain ed i loro alleati del Golfo hanno cercato di legittimare lo stato di emergenza dichiarato il 14 marzo come una misura necessaria per schiacciare un “progetto eversivo” nel paese e nella regione, fomentato dall’Iran. Il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, ha cercato di puntellare tali accuse, denunciando “l’interferenza iraniana“. Ma, come il fiasco delle nozze regali inglesi indica, la Gran Bretagna (e gli USA) sono profondamente consapevoli delle inquietanti preoccupazioni umanitarie in Bahrain.

Ufficialmente, il principe ereditario del Bahrein “non ha invitato” se stesso. In un comunicato, ha detto: “Speravo che il Regno del Bahrein avrebbe avuto una rappresentanza di alto profilo, in questo evento glamour, riflettendo così il legame di amicizia dei nostri paesi. Tuttavia, l’attuale situazione che regna in Bahrain mi impedisce di parteciparvi.” Le scommesse sono che il Foreign Office britannico si sia preoccupato per la crescente controversia mediatica in Gran Bretagna sulla prevista partecipazione al matrimonio dal monarca del Bahrein, e abbia consigliato quest’ultimo di non invitarsi.
Se il governo britannico ha creduto veramente alle giustificazioni ufficiali per la repressione in Bahrain, non avrebbe fatto una tale mossa. La volontà del monarca del Bahrein di non offuscare l’occasione, sembra essere una opportunistica ammissione accidentale che ci sono inquietanti violazioni perpetrate dal regime. E il governo britannico sa bene che sta proteggendo un piccolo sporco segreto in Bahrain, e che se i media scavano di più, potrebbero portarlo alla luce. Ma l’istituzione britannica non ha limitato i danni del tutto. È ancora in programma la partecipazione al matrimonio reale di uno dei principi della Casa di Saud. Che causerà altre domande sulle connessioni della Gran Bretagna con la repressione in Arabia Saudita contro il suo movimento pro-democrazia, come pure il coinvolgimento in corso di quest’ultimo in Bahrain.

Inoltre, la lista degli invitati indica il cinico doppio standard, in materia di politica estera della Gran Bretagna. L’analista di media Paul Kane sottolinea: “Per così dire, a così tanti diversi livelli, per esempio, il contrasto tra i governanti del Bahrein, che ottengono l’invito alle nozze reali britannica – qualcosa che viene preso per compendiare e definire la gentilezza e la nobiltà e le conquiste culturale delle élites occidentali – e i governanti libici, che ricevono munizioni, presumibilmente caricate con l’uranio impoverito, sulla loro testa“.

* Finian Cunningham è un giornalista e musicista. E’ corrispondente per il Medio Oriente di Global Research.


NOTE
[1]http://www.cpj.org/killed/2011/karim-fakhrawi.php

[2] http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=23619

http://globalresearch.ca/PrintArticle.php?articleId=24493

Traduzione di Alessandro Lattanzio

http://www.aurora03.da.ru

http://www.bollettinoaurora.da.ru

http://aurorasito.wordpress.com/

Iraq. Crolla anche l’ultima bugia sull’invasione anglo-americana

“Vorrei affrontare la questione del petrolio per chiarire che la teoria della cospirazione è onestamente una delle più assurde ipotesi che si possono fare quando si analizza la situazione, soprattutto perché le riserve dell’Iraq sono state anche le nostre riserve. E con questo voglio dire che probabilmente metteremo presto fine agli accordi petroliferi con Saddam. Non è il petrolio il problema, sono le armi”.

Così il 6 febbraio del 2003, a poco più di un mese dall’invasione del Paese arabo da parte truppe anglo-americane, l’allora primo ministro britannico Tony Blair replicava alle accuse di chi intravedeva tra le tante false motivazioni che stavano spingendo Londra a entrare in guerra insieme a Washington la sola volontà di appropriarsi dell’oro nero di Baghdad.
Una posizione ribadita più volte dal governo della Gran Bretagna e dalla Casa Bianca fino a qualche mese fa, quando le bugie che hanno coperto per anni le reali motivazioni dell’aggressione all’Iraq hanno iniziato ad essere smascherate.
Una serie di rivelazioni iniziata con le denunce di manipolazione dei propri rapporti da parte degli ispettori Onu, inviati in Iraq per verificare la presenza di armi di distruzioni di massa, e che ha visto il suo culmine con la confessione del disertore iracheno che aveva fornito agli Usa le presunte prove dell’esistenza di un programma per la creazione di armi chimiche, sul quale l’uomo ha candidamente ammesso di essersi inventato tutto. [Leggi qui-[1]

CURVEBALL: Lies Leading Bush to Iraq War! – Watch more Funny Videos
Non serviva certo un grande analista per capire a questo punto che la reale motivazione che ha spinto Stati Uniti e Gran Bretagna a muovere guerra all’Iraq era impossessarsi delle risorse petrolifere del Paese arabo. Una motivazione in realtà apparsa chiara fin da subito, ma che soltanto ieri ha trovato una conferma ufficiale attraverso la pubblicazione sul quotidiano The Indipendent di alcuni appunti riguardanti il contenuto di riunioni riservate fra gli esponenti delle maggiori compagnie petrolifere britanniche e alcuni membri del governo londinese dell’epoca. Le note risalgono ai agli ultimi mesi del 2002 e ai primi del 2003 e mostrano come entrambe le parti pubblicamente abbiano sempre negato di aver fatto o ricevuto pressioni per partecipare all’invasione dell’Iraq insieme con gli Stati Uniti, mentre segretamente si accordavano per garantirsi una futura fetta delle riserve petrolifere di Baghdad.
Il 12 marzo 2003, circa una settimana prima dell’inizio del conflitto l’amministrazione della British Petroleum (Bp) emette una nota nella quale sottolinea di non avere “alcun interesse strategico in Iraq” auspicando però che “se ci sarà una guerra” e se qualcuno dovesse “arrivare al potere”  condivida le risorse in maniera paritaria, ad ogni modo concludeva la nota “non siamo certamente noi a spingere per il coinvolgimento della Gran Bretagna”.
Tuttavia stando a un memorandum del ministero degli Esteri londinese datato 13 novembre 2002, che riporta il contenuto di un’incontro con i vertici di Bp, per la compagnia petrolifera l’Iraq rappresentava “una prospettiva importantissima”, tanto che gli amministratori della società si dicevano “ansiosi” di mettere le mani sulle riserve del Paese arabo, premendo allo stesso tempo sul governo affinché lavorasse perché nessuno potesse impedire loro di impossessarsi del “potenziale” iracheno definito “enorme anche a lungo termine”.
Una posizione che aveva già trovato il sostegno dell’allora ministro del commercio Elizabeth Symons, secondo la quale sarebbe stato difficile accettare “che le compagnie petrolifere britanniche vengano estromesse dall’Iraq se la Gran Bretagna assumerà un ruolo fondamentale di supporto agli Usa nel risolvere questa crisi”. Il pericolo più grande per il governo e le società, si evince dai testi pubblicati, era che non partecipando all’invasione i contratti per l’estrazione finissero nelle mani di aziende nordamericane e francesi, con le quali Washington aveva già avuto alcuni incontri a riguardo. E tutto questo ben prima che il segretario di Stato Usa dell’amministrazione Bush, Colin Powell, mettesse in atto la sua arte interpretativa di fronte l’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2003, quando per convincere gli alleati a sostenere l’attacco sventolò una boccetta di acqua sporca spacciandola per antrace proveniente dall’Iraq. In un promemoria del ministero degli Esteri britannico datato 6 novembre 2002 si legge infatti che il governo londinese invitava la Bp a un colloquio sulle opportunità nel Paese arabo “post cambio di regime”.
Tutto era già deciso, i dibattiti che ne sono seguiti, le questioni morali, le dichiarazioni e il voto dell’Onu erano solo una farsa per coprire le loro reali intenzioni, mostrandosi al mondo come i salvatori dell’Iraq, quegli “esportatori di democrazia” che però la democrazia non l’hanno nemmeno entro i propri confini.

L’articolo dell’Indipendent:Secret memos expose link between oil firms and invasion of Iraq

[1]Ringraziamo Giuseppe A. per la segnalazione

Articolo Originale di Matteo Bernabei su Rinascita–LINK

Quel che non sapete del Gruppo Bilderberg

Thierry Meyssan* Voltairenet 9 aprile 2011 Mosca (Russia)
Una versione di questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano russo a grande diffusione Komsomolskaya Pravda.

Per diversi anni, s’è diffusa l’idea che il gruppo Bilderberg sia un governo mondiale in embrione. Avendo avuto accesso agli archivi di questo club molto segreto, Thierry Meyssan dimostra che questa descrizione è un diversivo usato per mascherare le vere identità e funzione del Gruppo: il Bilderberg è una creazione della NATO. Mira a convincere i leader e attraverso di loro, a manipolare l’opinione pubblica, per farla aderire ai concetti e alle azioni dell’Alleanza Atlantica.

Ogni anno, dal 1954, un centinaio delle personalità più eminenti di Europa occidentale e Nord America s’incontrano, a porte chiuse e sotto un’altissima protezione, in seno al Gruppo Bilderberg. Il loro seminario dura tre giorni e nulla traspare sulle loro discussioni. Dalla disgregazione dell’Unione Sovietica, i giornalisti sono interessati a questa organizzazione elitaria e segreta. Alcuni autori vi hanno visto un governo mondiale embrionale e gli attribuiscono le principali decisioni politiche, culturali, economiche e militari della seconda metà del ventesimo secolo. Una interpretazione sostenuta da Fidel Castro, ma nulla lo conferma né lo smentisce.
Per sapere cosa è o non è il Gruppo Bilderberg, ho cercato documenti e testimoni. Ho avuto accesso a tutti i suoi dati del periodo 1954-1966 e a numerosi altri elementi, e ho potuto chiacchierare con uno dei suoi ex-ospiti, che conosco da molto tempo. Nessun giornalista, fino ad oggi, e certamente non gli autori di successo che ha reso popolari gli stereotipi presenti, hanno avuto accesso ai documenti interni del Bilderberg.
Ecco cosa ho scoperto e capito.

Il primo incontro
70 personalità provenienti da 12 paesi parteciparono alla prima riunione del Gruppo. Si trattava di un seminario di tre giorni, 29-31 maggio 1954, in prossimità di Arnhem (Olanda). Gli ospiti furono divisi in due alberghi nelle vicinanze, ma i dibattiti si tennero in quello principale, diede il nome al gruppo.
Gli inviti, carta intestata del Palazzo Soestdijk, erano sibillini: “Apprezzerei  sinceramente la vostra presenza alla conferenza internazionale, senza carattere ufficiale, che si terrà in Olanda a fine maggio. Questa conferenza vuole esplorare una serie di questioni di grande importanza per la civiltà occidentale, e si propone di stimolare la comprensione reciproca e la buona volontà attraverso un libero scambio di opinioni“. Erano firmati dal principe consorte dei Paesi Bassi, Bernhard zur Lippe-Biesterfeld, e accompagnati da alcune pagine d’informazione amministrativa sul trasporto e l’alloggio. Al massimo, si apprende che i delegati arrivarono dagli Stati Uniti e da 11 paesi dell’Europa occidentale, e 6 sessioni di 3 ore ciascuna furono previste.
Dato il passato nazista del principe Bernhard (che aveva servito nella cavalleria delle SS fino al suo matrimonio nel 1937, con la Principessa Juliana) e nel contesto del maccartismo, è chiaro che le “questioni di grande importanza per la civiltà occidentale” ruotavano intorno alla lotta contro il comunismo.
Una volta lì, l’impressione degli ospiti fu temperata dai due presidenti: l’imprenditore statunitense John S. Coleman e l’uscente ministro belga degli affari esteri Paul van Zeeland. Il primo era un attivista del libero scambio, il secondo un sostenitore della Comunità europea di difesa (CED) [1]. Infine, si scorgeva all’estremità della tribuna Joseph Retinger, eminenza grigia degli inglesi. Tutto ciò suggerisce che le monarchie olandesi e britannica promossero questo incontro per sostenere la difesa europea e il modello economico capitalistico del libero mercato, contro l’anti-americanismo che i comunisti e i gollisti promuovevano. Tuttavia, le apparenze ingannano. Non si trattava do fare una campagna per la CED, ma di mobilitare le élite per la Guerra Fredda.
SAR il Principe Bernhard fu scelto per convocare questa conferenza, perché il suo status di principe consorte gli dava un carattere ufficioso, senza essere ufficiale. Nascondeva lo sponsor: un’organizzazione intergovernativa che si propone di manipolare i governi di alcuni dei suoi Stati membri.
John S. Coleman non era nemmeno il presidente della Camera di Commercio degli Stati Uniti, ma creò il comitato “Comitato cittadino per una politica nazionale del commercio” (Citizen’s Committee for a National Trade Policy – CCNTP). Secondo lui, il libero scambio assoluto, vale a dire, la rinuncia a tutti i dazi doganali, avrebbe consentito ai paesi alleati degli Stati Uniti di aumentare la loro ricchezza e finanziare la Comunità europea di difesa (vale a dire dire, riarmare la Germania e integrare il suo potente potenziale militare nella NATO). Tuttavia, i documenti in nostro possesso dimostrano che il CCNTP di cittadino aveva solo il nome. Questa in realtà era una iniziativa di Charles D. Jackson, il consigliere per la guerra psicologica della Casa Bianca. L’operazione era pilotata a monte da William J. Donovan, l’ex comandante dell’OSS (i servizi segreti degli Stati Uniti durante la guerra), ora responsabile della costruzione del ramo statunitense del nuovo servizio segreto della NATO, Gladio [2].
Paul van Zeeland non  era solo il promotore della Comunità europea di difesa, ma anche un politico di grande esperienza. Alla Liberazione, ha presieduto la Lega indipendente per la cooperazione europea (LICE) il cui obiettivo era creare una unione doganale e monetaria. Questa organizzazione fu creata dal già citato  Joseph Retinger. In particolare Retinger, che fungeva da segretario della conferenza Bilderberg, servì durante la guerra nel servizio segreto inglese (OES), del generale Colin Gubbins. Avventuriero polacco, Retinger si trovò consulente del governo di Sikorski in esilio nel Regno Unito. A Londra, ha ospitato il microcosmo dei governi in esilio, creando quindi il miglior indirizzario dell’Europa libera. Il suo amico Sir Gubbins aveva ufficialmente lasciato il servizio e il SOE era stato sciolto. ora dirigeva una piccola azienda di tappeti e tessili, che serviva da “copertura“. Infatti, accanto al suo omologo Donovan, fu responsabile della creazione della filiale inglese di Gladio. Ha partecipato a tutte le riunioni preparatorie della Conferenza del Bilderberg e fu presente tra gli ospiti, seduto accanto a Charles D. Jackson.
All’insaputa dei partecipanti, furono dunque i servizi segreti della NATO ad essere il potente ospite. Bernhard, Coleman e Van Zeeland furono dei paraventi.
Non dispiaccia ai giornalisti fantasiosi che hanno creduto di discernere nel Bilderberg la volontà di creare un governo mondiale segreto, questo club è uno strumento della lobby influente della NATO che promuove i propri interessi. E’ molto più grave e pericoloso, perché è la NATO che mira ad essere un governo mondiale segreto, garantendosi la perennità dello status quo internazionale e dell’influenza degli Stati Uniti. D’altronde, la sicurezza di ciascuna riunione successiva non sarà fornita dalla polizia del paese ospitante, ma dai soldati dell’Alleanza. Tra i dieci relatori iscritti, vi furono due ex primi ministri (Guy Mollet, Francia, Alcide de Gasperi, Italia), tre funzionari del Piano Marshall, il falco della Guerra Fredda (Paul H. Nitze) e soprattutto un finanziere molto potente (David Rockefeller). Secondo i documenti preparatori, una ventina di partecipanti ne era già a conoscenza. Sapevano più o meno in dettaglio, chi sono i burattinai e hanno redatto in anticipare il loro intervento. I più piccoli dettagli furono adattati e non vi fu alcun elemento di improvvisazione. Invece, gli altri cinquanta partecipanti non sapevano nulla di ciò che stava accadendo. Furono scelti per influenzare i governi e l’opinione pubblica dei loro rispettivi paesi. Il seminario fu organizzato per convincerli e spingerli a impegnarsi a diffondere il messaggio che si voleva diffondere.
Gli interventi non affrontavano i grandi problemi internazionali, ma analizzavano la strategia ideologica assunta dai sovietici e spiegavano come doveva essere contrastata nel “mondo libero“. I primi interventi valutavano la minaccia comunista. I “comunisti coscienti” sono individui che intendono mettere le loro patria al servizio dell’Unione Sovietica per imporre un mondo collettivista. Dovevano essere combattuti. Ma questa lotta era difficile, perché questi “comunisti coscienti” in Europa erano incorporati nella massa degli elettori comunisti che non sapevano nulla circa i loro piani malvagi, e li seguono nella speranza di migliori condizioni sociali. Gradualmente, la retorica si induriva. Il “mondo libero” deve affrontare il “complotto comunista mondiale“, non solo in generale, ma anche rispondendo alle domande specifiche sugli investimenti statunitensi in Europa o sulla decolonizzazione. Infine, gli oratori giunsero al problema principale -i sovietici, assicuravano, stanno sfruttando a loro profitto: per motivi culturali e storici, i leader politici del “mondo libero” che usavano argomenti diversi negli Stati Uniti e in Europa, argomenti che a volte si contraddicevano-. Il caso più emblematico era quello delle purghe organizzata dal senatore McCarthy negli Stati Uniti. Erano essenziali per salvare la democrazia, ma il metodo scelto era percepito in Europa come una forma di totalitarismo.
Il messaggio finale era che nessuna trattativa diplomatica, nessun compromesso, era possibile con i “Rossi“. Si doveva evitare ad ogni costo che i comunisti svolgessero un ruolo in Europa occidentale, ma ci voleva astuzia: se non si potevano arrestare e fucilare, bisognava neutralizzarli con discrezione, senza che i loro elettori se ne rendessero conto. In breve, l’ideologia che si sviluppò era quella della NATO e di Gladio. Non è mai stato detto che si sarebbero truccate le elezioni, ne che sarebbero stati uccisi i tiepidi, ma tutti i partecipanti  convennero che per salvare il “mondo libero” si doveva mettere la libertà tra  parentesi.
Sebbene la proposta della Comunità europea di difesa (CED) fosse venuta meno dopo tre mesi, sotto i colpi dei deputati comunisti e degli “estremisti nazionalisti” (vale a dire, gollisti) del Parlamento francese, la conferenza fu considerata un successo. Nonostante le apparenze, non era destinato a sostenere la creazione della CED o qualsiasi altra misura politica specifica, ma a diffondere  un’ideologia della classe dominante, e quindi attraverso di essa, nella società. Oggettivamente, gli europei occidentali erano sempre meno consapevoli della libertà di cui erano privati ed erano sempre più consapevoli delle libertà di cui erano stati privati i popoli dell’Est.

Il Bilderberg diventa un’organizzazione
Una seconda conferenza si svolse in Francia, il 18-20 marzo 1955. A Barbizon. A poco a poco l’idea che queste conferenze fossero annuale e che bisognassero di una segreteria permanente s’impose. Il principe Bernhard si ritira quando fu colto in flagrante per i suoi traffici d’influenza (scandalo Lockheed). Cedette la presidenza all’ex Primo Ministro britannico Alec Douglas Home (1977-1980), all’ex cancelliere tedesco e presidente Walter Scheel (1981-1985), all’ex governatore della Banca d’Inghilterra Eric Roll (1986-89), all’ex Segretario generale della NATO Peter Carrington (1990-1998), e infine, all’ex vice presidente della Commissione europea, Etienne Davignon (dal 1999).
Per molti anni il presidente del gruppo Bilderberg era assistito da due segretari generali, uno per l’Europa e il Canada (Stati vassalli) e uno per gli Stati Uniti (il sovrano), tuttavia, non vi è un segretario generale dal 1999. Da un anno all’altro, i dibattiti furono altamente ridondanti, poiché gli ospiti cambiavano. C’era sempre un nucleo duro che preparava il seminario in anticipo e ai nuovi arrivati era inculcata la retorica atlantista del momento.
Attualmente, i seminari annuali riuniscono oltre 120 partecipanti, di cui sempre un terzo costituisce ancora il nucleo duro. Sono stati selezionati dall’Alleanza in base all’importanza delle loro relazioni e alla loro capacità di influenzare, a prescindere dalle loro funzioni nella società. Pertanto, restano i membri del nucleo quando cambiano lavoro.
Ecco l’elenco esatto di questo zoccolo duro, compresi i membri del Consiglio di Amministrazione, che servono da paraventi per gli ospiti, e dei soci meni visibili, per non spaventare i nuovi arrivati.

Consiglio di Amministrazione
Josef Ackermann, banchiere svizzero, capo della Deutsche Bank, Vice-Presidente del Forum di Davos.
Roger C. Altman, banchiere statunitense, consulente della campagna elettorale di John Kerry e Hillary Clinton, direttore della banca di investimenti Evercore Partners Inc.
Francisco Pinto Balsemão, ex primo ministro socialista del Portogallo (1981-83), presidente e fondatore del più grande gruppo televisivo portoghese SIC. (T)
Franco Bernabè, banchiere italiano, l’attuale capo di Telecom Italia (T)
Henri de Castries, CEO dell’assicuratore francese AXA.
Juan Luis Cebrián, direttore del gruppo stampa e media spagnolo Prisa.
W. Edmund Clark, banchiere canadese, AD del Toronto-Dominion Bank Financial Group
Kenneth Clarke, ex vice presidente del British American Tobacco (1998-2007), Guardasigilli e ministro della Giustizia britannico, vicepresidente del Movimento europeo del Regno Unito.
George A. David, amministratore delegato della Coca-Cola.
Étienne Davignon, uomo d’affari belga, ex vicepresidente della commissione europea (1981-1985), attuale vice-presidente di Suez-Tractebel.
Anders Eldrup, amministratore delegato della compagnia petrolifera e del gas danese DONG Energy.
Thomas Enders, direttore di Airbus.
Victor Halberstadt, professore di Economia presso l’Università olandese di Leida, è consigliere di diverse società come Goldman Sachs o Daimler-Chrysler.
James A. Johnson, finanziere degli Stati Uniti, è stato uno dei principali responsabili del Partito Democratico e uno degli architetti della nomina di Barack Obama. E’ il vice-presidente della banca di investimento Perseus.
John Kerr of Kinlochard, già ambasciatore britannico a Washington, è il vice presidente del Royal gruppo petrolifero olandese Royal Dutch Shell (T)
Klaus Kleinfeld, CEO tedesco del colosso statunitense dell’alluminio, Alcoa.
Mustafa V. Koç, amministratore delegato di Koç Holding, la prima azienda turca.
Marie-Josée Drouin-Kravis, editorialista economica della stampa e della radiotelevisione canadese. Ricercatrice guerrafondaia presso l’Hudson Institute. E’ la terza moglie di Henry Kravis.
Jessica T. Mathews, ex direttrice degli Affari Globali al Consiglio di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti. Attuale direttrice della Fondazione Carnegie.
Thierry de Montbrial, economista, direttore e fondatore dell’Istituto Francese per le Relazioni Internazionali (IFRI) e della World Policy Conference.
Mario Monti, economista italiano, ex commissario europeo per la Concorrenza (1999-2005), co-fondatore del Gruppo Spinelli per il federalismo europeo.
Egil Myklebust, ex presidente del padronato norvegese direttore della Scandinavian Airlines System (SAS).
Matthias Nass, vicedirettore del giornale tedesco Die Zeit.
Jorma Ollila, uomo d’affari finlandese, ex CEO di Nokia, presidente attuale del gruppo petrolifero Royal Dutch Shell.
Richard N. Perle, ex presidente del Consiglio consultivo della Difesa al Pentagono, è un leader chiave degli straussiani (discepoli di Leo Strauss) e come tale, una delle maggiori figure del neo-conservatorismo.
Heather Reisman, donna d’affari canadese, amministratrice delegata del Gruppo Editoriale Indigo-Chapters.
Rudolf Scholten, ex ministro delle Finanze austriaco, Governatore della Banca Centrale.
Peter D. Sutherland, ex commissario europeo irlandese per la concorrenza, poi direttore generale dell’Organizazione Mondiale del Commercio. Ex direttore di BP. Attuale presidente di Goldman Sachs International. Ex presidente della sezione europea della Commissione Trilaterale, e Vice-Presidente della Tavola Rotonda Europea degli industriali, ora presidente onorario del Movimento europeo in Irlanda.
J. Martin Taylor, ex parlamentare britannico, amministratore delegato del gigante chimico e agroalimentare Syngenta.
Peter A. Thiel, imprenditore  degli Stati Uniti, amministratore delegato di PayPal, presidente della Clarium Capital Management e a tal titolo, azionista di Facebook.
Daniel L. Vasella, CEO del gruppo farmaceutico svizzero Novartis.
Jacob Wallenberg, banchiere svedese, è amministratore di molte società transnazionali.

Membri occulti del nucleo duro
Carl Bildt, ex primo ministro liberale della Svezia (1991-94), ex inviato speciale dell’Unione europea e dell’ONU nei Balcani (1995-97, 1999-2001), attuale ministro degli affari esteri svedese. (T)
Oscar Bronner, CEO del quotidiano austriaco Der Standard.
Timothy C. Collins, finanziere degli Stati Uniti, direttore del fondo di investimento Ripplewood. (T)
John Elkann, amministratore delegato del gruppo italiano Fiat Auto (il nonno Gianni Agnelli è stato per quarant’anni uno dei leader del Gruppo Bilderberg. Ha ereditato il patrimonio di famiglia dopo la morte per cancro del nonno Giovanni Agnelli e la prematura scomparsa dello zio Edoardo. Tuttavia, fonti della polizia sono convinte che Edoardo sia stato assassinato dopo essersi convertito all’Islam sciita, in modo che la ricchezza andasse al ramo ebraico della famiglia).
Martin S. Feldstein, ex consigliere economico di Ronald Reagan (1982-84), e attuale consigliere economico di Barack Obama. E’ stato anche consigliere di George W. Bush per l’intelligence estera. E’ docente ad Harvard. (T)
Henry A. Kissinger, ex consigliere per la sicurezza nazionale e segretario di stato degli USA, figura centrale del complesso militare-industriale statunitense, attuale presidente della società di consulenza Kissinger Associates.
Henry R. Kravis, finanziere degli Stati Uniti che gestisce i fondi d’investimento KKR. Si tratta di uno dei più importanti collettore di fondi per il partito repubblicano.
Neelie Kroes, ex ministro liberale dei Trasporti olandese, commissario europeo per la concorrenza e attuale commissario alla società digitale.
Bernardine Léon Gross, diplomatico spagnolo, Segretario Generale della Presidenza del governo socialista di Jose Luis Zapatero.
Frank McKenna, ex membro della Commissione di sorveglianza dei servizid’intelligence del Canada, ambasciatore del Canada a Washington (2005-06), Vice-Presidente della Toronto-Dominion Bank.
Beatrice dei Paesi Bassi, Regina d’Olanda. È la figlia del principe Bernhard.
George Osborne, ministro delle Finanze britannico. Questo neo-conservatore è visto come un euroscettico. Si deve capire che è contrario alla partecipazione del Regno Unito all’Unione europea, ma che è un sostenitore dell’organizzazione del continente in seno all’Unione.
Robert S. Prichard, economista canadese, direttore del gruppo stampa e audiovisivo Torstar.
David Rockefeller, il patriarca di una lunga serie di finanzieri. E’ il membro più anziano del nucleo duro dei Bilderbergers. E’ anche presidente della Commissione Trilaterale, un’organizzazione simile che incorpora dei partecipanti asiatici.
James D. Wolfensohn, finanziere australiano che ha preso la cittadinanza statunitense per diventare Presidente della Banca Mondiale (1995-2005), ora direttore della società di consulenza Wolfensohn & Co.
Robert B. Zoellick, diplomatico statunitense, ex delegato al commercio degli Stati Uniti(2001-05), attuale presidente della Banca Mondiale.
I Bilderbergers non sono vincolanti alle aziende o alle istituzioni in cui lavorano. Tuttavia, è interessante osservare la diversità dei loro settori di attività.

La lobby della più potente organizzazione militare del mondo
Negli ultimi anni, il numero di argomenti discussi, in occasione di seminari annuali, è aumentato in base all’attualità internazionale. Ma questo non ci dice nulla, perché queste discussioni non hanno alcuno obiettivo in sè, sono solo scuse per inviare messaggi. Purtroppo, non abbiamo accesso ai documenti preparatori più recenti e possiamo solo fare congetture circa le parole d’ordine che la NATO cerca di diffondere attraverso questi opinion leader.
La reputazione del Gruppo Bilderberg ha portato alcuni autori ad attribuirgli la capacità di fare nomine. E’ stupido ed oscura i veri burattinai che sono in seno all’Alleanza atlantica.
Ad esempio, è stato riferito che durante le ultime elezioni presidenziali negli Stati Uniti, Barack Obama e Hillary Clinton sono andati per un giorno, il 6 giugno 2008, a negoziare di nascosto la fine della loro rivalità. In realtà sono andati al seminario annuale del Gruppo Bilderberg, a Chantilly (Virginia, USA).  Ma il giorno dopo, la signora Clinton ha annunciato il suo ritiro dalla corsa.  Alcuni autori hanno concluso che la decisione fu presa durante la riunione del Bilderberg. Questo non è logico, dal momento che la decisione era certo da tre giorni, dato il numero di voti al senatore Obama nel Comitato delle nomination del Partito democratico.
Secondo la nostra fonte, qualcos’altro è successo. Barack Obama e Hillary Clinton hanno concluso di nascosto un accordo finanziario e politico. Il senatore Obama ha salvato i fondi della sua rivale e gli ha offerto una posizione nella sua amministrazione (Clinton ha negato la vice-presidenza e ha scelto il Dipartimento di Stato), in cambio del suo sostegno attivo durante la campagna contro il candidato repubblicano. Poi, i due leader sono stati introdotti da James A. Johnson alla conferenza del Bilderberg, dove i partecipanti hanno assicurato che avrebbero lavorato insieme. Già da molto tempo, Barack Obama era il candidato della NATO. Obama e la sua famiglia hanno sempre lavorato per la CIA e il Pentagono [3]. Inoltre, il finanziamento iniziale della sua campagna fu forniti dalla Corona d’Inghilterra attraverso l’uomo d’affari Nadhmi Auchi. Nel presentare il senatore nero al Bilderberg, l’Alleanza atlantica organizzava a livello internazionale le pubbliche relazioni del futuro presidente degli Stati Uniti.
Allo stesso modo, è stato segnalato che il Gruppo Bilderberg ha tenuto un pranzo improvvisato, al di fuori del seminario, il 14 novembre 2009 presso il Castello di Val Duchesse, di proprietà del re del Belgio.  L’ex primo ministro del Belgio Herman Van Rompuy vi aveva pronunciato un discorso. E, cinque giorni dopo, fu eletto presidente del Consiglio europeo. Anche in questo caso, alcuni autori hanno torto nel concludere che il gruppo Bilderberg sia stato il “kingmaker“.
In realtà, il presidente dell’Unione europea non poteva essere scelto al di fuori degli ambienti NATO, come ricorderete, l’Unione europea è cresciuta dalle clausole segrete del Piano Marshall. E questa scelta dovrebbe essere approvata dagli Stati membri. Questo tipo di decisione richiede lunghi negoziati e non si prende in una cena tra amici.
Sempre secondo la nostra fonte, il Presidente del Gruppo Bilderberg, Etienne Davignon, ha convocato questa cena speciale per presentare van Rompuy ai suoi agenti d’influenza. La cosa era tanto più necessaria, poiché era la prima personalità ad occupare la nuova carica di presidente dell’Unione ad essere totalmente sconosciuta al di fuori del proprio paese. Durante il pasto, il signor Van Rompuy hadelineato il suo programma per la creazione di una tassa europea per finanziare direttamente le istituzioni dell’Unione, senza passare per gli Stati membri. Non è rimasto ai Bilderbergers che proclamare ovunque potessero, che conoscono Herman von Rompuy e testimoniano le sue qualità di presiedere l’Unione.
La realtà del gruppo Bilderberg è meno romantica di quanto alcuni autori di successo hanno immaginato. Lo spiegamento incredibile di forze militari per garantirne la sicurezza non è tanto destinata unicamente alla protezione, ma a impressionare coloro che vi partecipano. Non mostra il proprio potere, ma dimostra che l’unico potere reale in Occidente è la NATO. Liberi di sostenerla e d’essere sostenuti da essa, o combatterla ed essere schiacciati inesorabilmente.
Inoltre, sebbene il Gruppo Bilderberg abbia sviluppato, al suo debutto, una retorica anti-comunista, non era rivolta contro l’URSS e che non è rivolta oggi contro la Russia. Ne consegue che la strategia della Alleanza non è un patto contro Mosca, ma la difesa -e forse l’estensione- della zona di influenza di Washington. Alla sua creazione, la NATO aveva sperato di integrare l’Unione Sovietica, che sarebbe equivalso a un impegno di Mosca a non contestare la divisione del mondo nelle Conferenze di Postdam e di Jalta. Recentemente l’Alleanza ha accolto il presidente Dmitrij Medvedev al vertice di Lisbona e ha proposto che la Russia vi aderisse. Non si tratterebbe di una sottomissione, ma del riconoscimento del Nuovo Ordine Mondiale, in cui tutta l’Europa centrale e orientale è caduta nell’orbita degli Stati Uniti. Un’adesione della Russia sarebbe, in qualche modo, un trattato di pace: Mosca ammetterebbe la sconfitta nella guerra fredda e la nuova divisione del mondo.
In questo caso, il gruppo Bilderberg inviterebbe personalità russa nelle sue riunioni annuali. Non chiederebbe loro d’influenzare l’opinione pubblica in Russia per americanizzarla, ma per convincerla a rinunciare ai sogni di grandezza del passato.

Thierry Meyssan, analista politico francese, fondatore e presidente del Réseau Voltaire e  della conferenza Axis for Peace. Pubblica rubriche settimanali di politica estera nella stampa estera araba e russo. Ultimo libro pubblicato: L’Effroyable imposture 2, ed. JP Bertand (2007).

Note
[1] La CED era un progetto volto a creare un esercito europeo integrato nella NATO. Fu respinta dal Parlamento francese nel 1954, su iniziativa dei gollisti e del partito comunista. Bisognò attendere il 2010-11 affinché questo progetto iniziasse con la realizzazione dell’intesa franco-britannica in seno alla NATO e nella guerra alla Libia.
[2] “Gli eserciti segreti della NATO“, di Daniele Ganser. Questa opera è stata pubblicata a puntate su Voltairenet.org.
[3] “La biographie cachée des Obama: une famille au service de la CIA” (2 parte), Wayne Madsen, Réseau Voltaire, 30 agosto e 20 settembre 2010.

Traduzione di Alessandro Lattanzio Aurora03.da.ru

La guerra contro la Libia in una prospettiva storica

I leader di 14 potenze capitaliste in Europa,più gli Stati Uniti,si sono incontrati 126 anni fa per una conferenza a Berlino,per decidere come tutta la terra dell’Africa e le vaste risorse sarebbero state divise come colonie e le zone di controllo tra di loro.Nessun africano fu invitato alla conferenza.

La Conferenza di Berlino del 1884,più di ogni altro singolo evento,è divenuta emblematica della dinamica trasformazione del capitalismo in un sistema di imperialismo globale.

Nel 1902,il 90 per cento del territorio africano era sotto il controllo europeo.L’ autogoverno africano è stato cancellato dalla carta geografica nella maggior parte del continente.Solo l’Etiopia rimase uno stato indipendente.Anche la Liberia era tecnicamente indipendente ma lo era di fatto sotto il controllo degli Stati Uniti.

La cosiddetta “Scramble for Africa“da parte della Gran Bretagna,della Francia,del Belgio,dell’Italia,della Germania,degli Stati Uniti e delle altre potenze capitaliste era essenziale per la crescita e l’arricchimento della classe capitalista di oggi,che comprendeva i proprietari delle più grandi banche, sindacati e monopoli.

L’Africa fu saccheggiata e depredata e,di conseguenza,i capitalisti occidentali sono entrati nel 20 °secolo con la più grande fortuna della storia della razza umana.

La “Spartizione dell’Africa”continua

Non si può fare a meno di pensare alla Conferenza di Berlino del 1884 quando si analizza la Conferenza di Londra del 29 marzo 2011.E ‘stata convocata dagli stessi  governi imperialisti che  parteciparono alla riunione del 1884.Gli africani questa volta sono stati invitati,ma l’Unione Africana ha rifiutato di partecipare.Quasi tutte le nazioni africane erano assenti.Solo la Tunisia e il Marocco hanno inviato rappresentanti.

(…..)

Al fine di evitare l’impressione che si stia facendo una analogia esatta tra la Conferenza di Berlino del 1884 e quella che ha avuto luogo il 29 marzo,vale la pena di riconoscere che alcune cose sono cambiate dal 1884.

Gli imperialisti che si sono incontrati a Berlino,ad esempio,non hanno dovuto perdere tempo fingendo di preoccuparsi dei diritti umani degli africani o della democrazia.I banchieri e i potentati aziendali nel 19 ° secolo potevano parlare senza mezzi termini riguardo i loro “interessi vitali”come nient’altro che le loro nude ambizioni coloniali di saccheggiare i territori africani,le risorse e il lavoro.Essi non avevano troppa preoccupazione dell’”opinione pubblica “nel 1884.

Questa è una differenza precisa.Oggi i governi imperialisti nelle loro dichiarazioni pubbliche devono promettere che non essi non hanno alcun incentivo imperiale o materiale quando invadono,bombardano e occupano paesi e che le loro sono motivazioni  pure-salvare vite umane e la promozione della libertà.Nel caso della Libia sono mossi dalla necessità di “proteggere la vita dei civili”.

Un’altra differenza principale è l’emergere del neocolonialismo come sostituzione del vecchio colonialismo.Le rivolte anti-coloniali negli anni 1940,1950 e 1960 dei popoli dell’Africa,dell’Asia e del Medio Oriente sono coincise con l’indebolimento della Gran Bretagna, della Francia e del resto delle potenze europee capitaliste come conseguenza della distruzione della Seconda Guerra Mondiale.Mentre le potenze imperialiste cercarono di sopprimere i movimenti anti-coloniali, coloro che resistettero al colonialismo  ricevettero un sostegno materiale dall’URSS,dalla Cina,dalla Corea del Nord,dalla Germania dell’Est,dalla Cecoslovacchia e poi da Cuba.Le ex colonie raggiunsero una indipendenza formale.

Gli ‘interessi vitali’ in Libia

La Libia era stata una colonia italiana e fu poi occupata dalle forze britanniche e francesi nel 1942.Le Nazioni Unite hanno dichiarato l’indipendenza della Libia nel 1951 sotto la guida di un monarchia ereditaria che venne poi rovesciata da un colpo di stato militare,guidato da Gheddafi,nel 1969.

La Libia ha anche le maggiori riserve di petrolio dell’Africa ed è anche parte di quel Medio Oriente ricco di petrolio che l’imperialismo statunitense ritiene essere una regione cruciale su cui deve essere applicato l’esercizio del controllo di tipo coloniale.Questo è ciò che intende il Segretario della Difesa Robert Gates quando ripete in televisione che la Libia è stata bombardata in quanto la regione rappresenta un “interesse vitale” degli Stati Uniti.

La Conferenza di Londra è sotto il dominio degli imperialisti e delle ex potenze coloniali.Vogliono installare un governo fantoccio a Tripoli o, in alternativa, compartimentare il paese e creare un governo cliente o fantoccio che governerebbe poi su Bengasi e sul territorio ricco di petrolio della Libia orientale.Il nuovo capo militare delle forze ribelli della Libia è appena arrivato a Bengasi dopo aver trascorso gli ultimi due decenni nella periferia della Virginia,come riporta McClatchy il 26 marzo. [LEGGI L'ARTICOLO]

Gli Stati Uniti,la Gran Bretagna e la Francia hanno speso,solo nella settimana scorsa, oltre 600 milioni di dollari per sganciare bombe e missili sulla Libia.Ma loro non si aspettano,in caso di vittoria,di esercitare necessariamente il potere coloniale sul terreno.L’esercizio del loro controllo avverrà probabilmente sotto una forma diversa.

Neocolonialismo: Vecchi maestri, nuovi metodi

Il colonialismo classico era caratterizzato dall’acquisizione da parte dell’ente coloniale del potere statale ufficiale e con esso gli obblighi formali e giuridici, amministrativi e militari che appartengono al governo.La popolazione indigena forniva personale, amministratori, burocrati e soldati sotto il comando dell’autorità gerarchica dei colonizzatori.

Il colonialismo classico si caratterizza inoltre per il controllo completo e la direzione della economia indigena al fine di acquisire le risorse naturali, la manodopera a basso costo e l’accesso ai mercati per gli interessi industriali e commerciali capitalisti del colonizzatore.Questa caratteristica è ugualmente presente sia nel colonialismo classico che nel neo-colonialismo.

Kwame Nkrumah, il primo presidente e primo ministro del Ghana e uno dei leader del movimento pan-africano,descrisse le caratteristiche di ciò che egli chiama neocolonialismo: “L’essenza del neocolonialismo è che lo Stato che è soggetto ad esso è, in teoria, indipendente e ha tutte le bardature esteriori della sovranità internazionale.In realtà il sistema economico e quindi la sua linea politica viene diretta dall’esterno”.

Nkrumah indicò profeticamente le diverse varianti del nuovo colonialismo, ma ha disposto il primato della penetrazione economica come “il metodo normale„ e centrale con cui i vecchi poteri coloniali conservano il controllo sopra le ex colonie.

“Le modalità e la forma possono assumere varie figure.Per esempio, in un caso estremo le truppe del potere imperiale possono presidiare il territorio dello Stato neo-coloniale e  controllarne il governo.Più spesso,tuttavia,il controllo neo-colonialista viene esercitato attraverso mezzi economici o monetari.” [LEGGI:I ribelli libici hanno già istituito una nuova banca centrale della Libia]

Kwame Nkrumah fu rovesciato da un colpo di stato militare appoggiato dalla CIA nel 1965 mentre era in visita di stato in Cina e Vietnam del Nord. Nkrumah era un marxista e un pan-africanista,fondatore dell’Organizzazione dell’Unità Africana (OUA e ricevette nel 1963 il Premio Lenin per la pace, la versione sovietica del Premio Nobel della Pace. Quando fu deposto dal colpo di stato militare  supportato dalla CIA, tutti i governi imperialisti dell’occidente erano giubilanti.

I bombardamenti contro la Libia oggi dovrebbero essere condannati senza esitazione da tutti i progressisti. L’ordine imperialista globale che ha preso forma nel 1880 e che continua ancora oggi è il più grande violatore dei diritti umani ovunque e il governo degli Stati Uniti è, nelle parole salienti del Dott. Martin Luther King Jr., “oggi il più grande fornitore di violenza nel mondo”.

[FONTE: The war against Libya in historical perspective][Wikipedia][The Economic Collapse Blog][McClatchy]

DI: Cori In Tempesta



Il nuovo colonialismo

Quello che stiamo osservando in Libia è la rinascita del colonialismo.Solo che questa volta non sono i diversi governi europei in competizione per gli imperi e le risorse.Il nuovo colonialismo opera sotto la copertura della “comunità mondiale”, che significa la NATO e i paesi che collaborano con essa.La NATO, l’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico, una volta era una alleanza di difesa contro una possibile invasione sovietica dell’Europa occidentale.Oggi la NATO fornisce truppe europee in nome della egemonia americana.

Washington esercita l’egemonia mondiale sotto le sembianze del selettivo “intervento umanitario” e  del” portare la libertà e la democrazia ai popoli oppressi.”Su base opportunistica, Washington individua i paesi per l’intervento tra quelli che non sono suoi “partner internazionali”.

Preso alla sprovvista, forse, dalle rivolte popolari in Tunisia ed Egitto, ci sono alcune indicazioni secondo cui Washington abbia risposto in modo opportunistico e abbia incoraggiato la rivolta in Libia.Khalifa Hifter, un presunto agente libico della CIA negli ultimi 20 anni,è andato in Libia a capo dell’esercito ribelle.

Gheddafi si fece da solo obbiettivo dell’imperialismo occidentale rifiutandosi di far parte dell’US Africa Command.Gheddafi ha visto lo schema di Washington per quello che è, un piano colonialista di divide et impera.L’U.S. Africa Command (AFRICOM) è stata creata per ordine del presidente George W. Bush nel 2007. AFRICOM descrive cosi il suo obiettivo:“Il nostro approccio si basa sul sostegno agli interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti in Africa come articolato dal Presidente e dal segretario di Stato e della Difesa nella Strategia di Sicurezza Nazionale e nella Strategia Militare Nazionale. Gli Stati Uniti e le nazioni africane hanno forti interessi comuni nella promozione della sicurezza e della stabilità nel continente africano, nei suoi Stati insulari e nelle zone marittime. Avanzare questi interessi richiede un approccio unificato che integra gli sforzi con quelli degli altri dipartimenti e agenzie del governo statunitense, così come con i nostri partner africani e internazionali”.

Quarantanove paesi partecipano all’ Africa Command,ma tra questi non vi sono la Libia, il Sudan, l’Eritrea, lo Zimbabwe e la Costa d’Avorio.Tranne che nello Zimbabwe,in questi Paesi-non membri vi è un intervento militare occidentale.[www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=23940]

Un mezzo tradizionale con cui gli Stati Uniti influenzano e controllano un paese è la formazione dei suoi militari e dei funzionari del governo.Tale programma si chiama International Military and Education Training (IMET).L’AFRICOM riferisce che “nel 2009 circa 900 militari e studenti civili provenienti da 44 paesi africani hanno ricevuto l’istruzione e la formazione negli Stati Uniti o nei loro paesi. Molti ufficiali e laureati arruolati dall’ IMET continuano a ricoprire posizioni chiave nelle loro forze armate e nei governi “.

L’AFRICOM elenca come un obiettivo strategico fondamentale la sconfitta della “rete di Al-Qaeda.”La US Trans Sahara Counter Terrorism Partnership (TSCTP) prepara e fornisce “le forze delle nazioni partner ” per impedire ai terroristi di stabilire i loro santuari e mira alla “definitiva sconfitta delle estremiste organizzazioni violente nella regione “.

A quanto pare, dopo dieci anni di “guerra al terrore”, un’onnipotente al-Qaeda oscilla in Africa tra l’ Algeria, il Burkina Faso, il Ciad,il Mali, la Mauritania,il Marocco, il Niger, la Nigeria,il Senegal e laTunisia, nel Medio Oriente, in Afghanistan, nel Pakistan e nel Regno Unito ed è una tale minaccia all’interno degli Stati Uniti da richiedere un budget di 56 miliardi dollari l’anno per l’”Homeland Security “.

La minaccia di al-Qaeda è diventata la migliore scusa di Washington per intervenire negli affari interni di altri paesi e per sovvertire le libertà civili degli Americani .

Sessantasei anni dopo la fine della seconda guerra mondiale e venti anni dopo il crollo dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno ancora un European Command, uno dei nove comandi militari e sei comandi regionali.

Nessun altro paese sente la necessità di una presenza militare mondiale. Perché Washington pensa che questo sia una buona ripartizione delle scarse risorse da dedicare 1.100 miliardi di dollari ogni anno per i “bisogni” dei militari e della sicurezza? È un segnale della paranoia di Washington? E ‘ un segnale che solo Washington ha nemici?O è l’indicazione che Washington assegna il valore massimo per l’impero e sperpera i fondi dei contribuenti  e la solvibilità del paese per i militari, mentre milioni di americani perdono le loro case e i loro posti di lavoro?

I costosi fallimenti in Iraq e Afghanistan non hanno temperato le ambizioni dell’ impero. Washington può continuare a contare sul supporto della stampa e della tv per coprire i suoi fallimenti e per nascondere la sua agenda, ma le ingenti perdite rimaranno tali. Prima o poi Washington dovrà riconoscere che la prosecuzione di un impero porta il paese alla bancarotta.

E ‘paradossale che Washington e i suoi “partner”europei ” stanno cercando di estendere il controllo su terre straniere,mentre l’immigrazione trasforma  le culture e le composizioni etniche nelle proprie nazioni.Come ispanici, asiatici, africani e musulmani di varie etnie diventano una percentuale sempre più grande delle popolazioni del “Primo Mondo”, il sostegno dell’uomo bianco per l’impero svanisce.Popoli desiderosi di istruzione e bisognosi di cibo, riparo e cure mediche saranno ostili al mantenimento di avamposti militari nei loro Paesi d’origine.

Chi  esattamente sta occupando chi?

Parti degli Stati Uniti stanno tornando al Messico. Ad esempio, il demografo Steve Murdock, un ex direttore del Census Bureau degli Stati Uniti, riferisce che due terzi dei bambini del Texas sono ispanici.Ironicamente,anche se non lo è, mentre Washington e le sue marionette della NATO sono impegnate ad occupare il mondo, a loro volta sono state occupate dal mondo.

[FONTE:The New Colonialism: Washington's Pursuit of World Hegemony]

DI: Cori In Tempesta

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