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La Santa Alleanza USA – al-Qaida

di: Igor Ignatchenko

La Siria è inondata da terroristi di ogni genere. Al-Qaida ha commesso una serie di atti terroristici. Secondo l’ex comandante dell’Accademia Navale turca Ammiraglio Türker Erturk, essa ha il sostegno dagli Stati Uniti.

Afferma che l’Occidente e i suoi alleati arabi hanno deciso di ripetere lo “scenario salvadoregno“, contando sui gruppi terroristici invece che sull’opposizione. Gli attentati suicidi a Damasco lo confermano. Lasciatemi ricordare l’operazione volta a destabilizzare il Salvador con l’aiuto di attentatori suicidi, guidata da John Negroponte, che in seguito divenne ambasciatore USA in Iraq, e il futuro ambasciatore statunitense in Siria Robert Ford.

Peter Oborne, commentatore del Daily Telegraph, ha confermato che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno recentemente intensificato la cooperazione clandestina con al-Qaida, per riunire gli sforzi nella lotta contro il governo siriano.

Nel suo articolo Syria’s Crisis is Leading Us to Unlikely Bedfellows, sottolinea che le azioni terroristiche a Damasco, commesse l’anno scorso, avevano tutti i segni distintivi di quelle commesse dall’organizzazione terroristica in Iraq. Secondo il giornalista britannico, i militanti di al-Qaida sono giunti in Siria dalla Libia attraverso il “corridoio turco”. Peter Oborne vede “la triplice alleanza Washington-Londra-al-Qaida” come una grave minaccia per il Regno Unito.

Omar al-Bakri, un estremista religioso residente in Libano, ha confessato in un’intervista al Daily Telegraph che militanti di al-Qaida, sostenuti da al-Mustaqbal di Saad al-Hariri, si erano già infiltrati in Siria dal Libano. Nel corso di una conferenza stampa tenutasi a Baghdad, il ministro degli esteri iracheno Hoshyar Zebari ha confermato il fatto che al-Qaida si infiltra in Siria attraverso il confine iracheno, al fine di commettere atti terroristici e trasportare armi.
The Guardian ha recentemente pubblicato un articolo intitolato Syria Would Be Disastrous for Its People. L’autore Sami Ramadani sottolinea il fatto che un’alleanza tra Stati Uniti e al-Qaida ha preso forma. Gli Stati Uniti e la Turchia vogliono intensamente destabilizzare la Siria, usando i fondi petroliferi forniti da Qatar e Arabia Saudita. Mentre Hillary Clinton sta cercando di convincere la comunità internazionale che l’intervento in Siria è un passo necessario, la CIA è coinvolta attivamente nel sostegno e nell’addestramento dei militanti. Come è noto, gli Stati Uniti e gli alleati della NATO hanno reclutato i capi delle organizzazioni terroristiche e criminali comuni provenienti da diversi paesi del mondo come mercenari, per infiltrarli tramite operazioni speciali nei campi di addestramento situati in Turchia e in Libano. Per esempio, mentre era a Homs, un membro della missione degli osservatore della della Lega Araba, che lavorava per i servizi speciali iracheni, restava molto sorpreso nel vedere mercenari pakistani, iracheni e afghani. Particolarmente impressionante è stato il fatto che alcuni di loro erano stati i suoi rapitori in Iraq. E’ importante notare che oltre un centinaio di mercenari provenienti dai paesi arabi e altri paesi, tra cui un numero significativo di legionari francesi, sono stati catturati dalle autorità siriane dopo aver liberato Homs.

Hala Jaber, un corrispondente del Sunday Times, è certo che estremisti religiosi e mercenari stranieri infiltrati in Siria dai paesi limitrofi, hanno contribuito all’esacerbazione delle violenze, per far porre fine alla missione degli osservatori internazionali. Hala Jaber ha sottolineato che gli appelli degli sceicchi sauditi ad attraversare la frontiera siriana, sono stati seguiti da decine di persone provenienti da Libano, Tunisia, Algeria, Arabia Saudita, Libia, Egitto, Giordania e Kuwait, fanatizzate dal desiderio di creare un califfato arabo in Siria e nella regione.

The British Times ha pubblicato un articolo, nel gennaio di quest’anno, che indicava che l’Arabia Saudita e il Qatar si erano legati con un accordo segreto per finanziare l’acquisizione di armi da parte dell’opposizione siriana per rovesciare il regime di Bashar Assad. Un accordo segreto tra i governi di Arabia Saudita e Qatar e l’opposizione siriana, era stato raggiunto dopo la riunione dei ministri degli esteri delle Nazioni della Lega araba a Cairo, nel mese di gennaio. Un rappresentante dell’opposizione siriana aveva detto al quotidiano britannico che l’Arabia Saudita ha offerto tutta l’assistenza. Aveva aggiunto che anche la Turchia ha preso parte attiva al sostegno dell’opposizione, fornendo armi attraverso il confine Siria-Turchia.

Mehmet Ali Ediboglu, un deputato della provincia di Hatay, ha detto al giornale National, organo degli Emirati Arabi Uniti, che c’erano grandi quantità di armi da fuoco turche in Siria. Ediboglu faceva parte della squadra del Partito popolare repubblicano turco che era giunta in Siria nel settembre 2011. I funzionari siriani hanno mostrato alla delegazione i camion carichi di armi scaricati nel deserto della zona cuscinetto tra i checkpoint di Siria e Turchia. Secondo un’intervista del deputato turco, le armi sono state consegnate dai Fratelli musulmani.

Il sito israeliano Debka, vicino all’intelligence israeliana Mossad, riportava nel lontano agosto 2011 che la NATO aveva consegnato sistemi di difesa aerea spallegiabili, armi anticarro, lanciagranate e mitragliatrici pesanti alle forze di opposizione, dal territorio della Turchia. “Ribelli siriani hanno ricevuto addestramento in Turchia“, aveva riferito Debka. NATO e Stati Uniti hanno organizzato una campagna per reclutare migliaia di volontari musulmani provenienti da diversi paesi, per aumentare la potenza dei “ribelli” siriani. L’esercito turco gli ha fornito addestramento e un sicuro passaggio attraverso il confine Siria-Turchia.

Secondo il Guardian, l’Arabia Saudita è pronta ad offrire assistenza finanziaria ai militanti dell’esercito libero siriano, incitando le defezioni di massa nei ranghi militari della Siria, e aumentando la pressione sul governo di Assad. Riyadh ha già discusso i piani di lunga durata con Washington e altri stati arabi. Come notano i media britannici, riferendosi a fonti anonime di tre capitali arabe, l’idea originaria non era dei sauditi, ma piuttosto dai loro alleati arabi disposti ad eliminare la sovranità siriana. L’incoraggiamento ai disertori siriani coincideva con le forniture di armi in Siria. The Guardian afferma che i colloqui con i funzionari dei paesi arabi chiarivano che le forniture di armi da Arabia Saudita e Qatar (compresi fucili automatici, lanciagranate e missili anticarro) erano iniziate a metà maggio. Gli interlocutori arabi del Guardian hanno detto che l’accordo finale per inviare le armi dai depositi in Turchia ai ribelli, era stato ottenuto con fatica, con Ankara che prima insisteva sulla copertura diplomatica dagli stati arabi e dagli Stati Uniti. Gli autori di questo articolo hanno detto che la Turchia ha anche permesso la creazione di un centro di comando a Istanbul, che sta coordinando le linee logistiche in consultazione con i leader dell’ELS in Siria. The Guardian ha assistito al trasferimento di armi ai primi di giugno, vicino alla frontiera turca.

Mentre l’autorevole New York Times ha riferito che la CIA ha già organizzato le forniture di armi e attrezzature all’opposizione. Secondo la fonte, esperti agenti della CIA stanno “lavorando” nella distribuzione illegale di fucili d’assalto, lanciarazzi anticarro e altre munizioni all’opposizione siriana. Armi e munizioni sono state portate in Siria, in particolare con l’aiuto della rete della Fratellanza musulmana siriana, dice Eric Schmitt, l’autore di questo articolo. Le spese per fucili, lanciagranate e sistemi anticarro vengono condivise da Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Gli agenti della CIA forniscono assistenza in loco, per la consegna della merce verso la destinazione desiderata. Gli operatori delle agenzie potrebbero aiutare i ribelli ad organizzare una rudimentale rete di intelligenza e controspionaggio per combattere Bashar Assad. Andrea Stone di Huffington Post conferma questa informazione. Osserva che gli ufficiali della Central Intelligence Agency hanno lavorato nella Turchia meridionale da marzo, consigliando ad Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti quali elementi dell’esercito libero siriano (ELS) avrebbero dovuto armare. Inoltre, il Vicepresidente del partito laburista turco, Bulent Aslanoglu, ha confermato che circa 6000 persone di nazionalità araba, afgana e turca sono state reclutate dalla Central Intelligence Agency degli Stati Uniti, per compiere attentati terroristici in Siria.

L’alleanza di Stati Uniti e al-Qaida non confonde Reuel Marc Gerecht, ex agente della CIA e senior fellow presso laFoundation for Defense of Democracies. Sulle pagine del Wall Street Journal sostiene la necessità di “un’operazione muscolare della CIA lanciata da Turchia, Giordania e persino dal Kurdistan iracheno“. Pensa che il limitato impegno della CIA contro Assad, venuto a conoscenza del pubblico grazie ai media occidentali, non porterà a nulla in termini concreti per coloro che cercano di rovesciare il regime al potere in Siria. Gerecht pone particolare importanza sul fatto che “Assad, che dipende dalla minoranza sciita alawita (circa il 10%-15% della popolazione) per la sua forza militare, non ha la forza per una contro-insurrezione su fronti multipli“. Lo studioso dellaFoundation for Defense of Democracies pensa che “un approccio coordinato, guidato dalla CIA, nel tentativo di inviare armi anticarro, antiaerei e anti-persona attraverso i vuoti nella sicurezza delle frontiere del regime, non sarebbe difficile. La mancanza di uomini del regime e la geografia della Siria, con basse montagne, steppe aride e deserti proibitivi, probabilmente la rendono vulnerabile all’opposizione, se l’opposizione ha abbastanza potenza di fuoco“. L’ex agente della CIA è sicuro che questa azione siriana non sarebbe un un’impresa enorme: “Anche quando la CIA ha potenziato il suo aiuto alle forze afgane antisovietiche nel 1986-87, i numeri coinvolti (all’estero e a Washington) erano piccoli, circa due dozzine. Un’operazione aggressiva in Siria probabilmente richiederà più manovalanza della CIA di quella, ma probabilmente meno di 50 ufficiali statunitensi lavorano con i servizi alleati“.

Secondo Gerecht, è soprattutto il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan che ha irreversibilmente rotto con Assad. La Giordania, il paese arabo che gode del rapporto più intimo con gli Stati Uniti, è anch’essa contraria a Damasco. Inoltre, il veterano della CIA assicura che il Kurdistan iracheno, sempre più gravido di funzionari statunitensi sul suo suolo, probabilmente darà alla CIA un considerevole margine di manovra, con Washington che ha promesso di sostenere i curdi in ogni controversia con Baghdad e Teheran.
 

É gradita la ripubblicazione viene con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

LINK: USA and Al Qaeda: Holy Alliance

Traduzione di:  Alessandro Lattanzio – SitoAurora – 

http://aurorasito.wordpress.com/2012/07/18/la-santa-alleanza-usa-al-qaida/

Storia non censurata: perché fu assassinato Josef Stalin

Poco dopo che il dittatore sovietico minacciò di sconvolgere i mercati finanziari mondiali minando il sistema monetario basato sul dollaro concordato alla Conferenza di Bretton Woods, fu ucciso per mano dei suoi collaboratori militari e di partito

di: Daniel W. Michaels*

Nell’articolo intitolato “Perché Josef Stalin fu assassinato”, l’ex funzionario dell’ufficio dei servizi segreti ed attualmente storico militare Arsen Martirosyan fornisce interessanti ragioni militari, geopolitiche e finanziarie perché – secondo la sua opinione – agenti occidentali dei servizi segreti cospirarono con i traditori Krusciov e Zhukov per uccidere Josef Stalin (1).

Martkirosyan cita di preferenza l‘esperto di cospirazioni Yuri Mukhin al fine di dimostrare che la guerra di Stalin con i dissidenti del partito comunista ed il piano del dittatore di privarli dei loro poteri fatalmente gli si ritorse contro. Entrambi gli autori accanitamente stalinisti assolvono Lavrenti Beria dall’accusa di aver partecipato in alcun modo alla morte d Stalin. In effetti, a causa della sua conoscenza delle imprese di Stalin, i cospiratori dovettero liquidare anche Beria. Zhukov presiedette il tribunale che condannò a morte Beria.

I nemici di Stalin nel partito

Nel suo libro “L’assassinio di Stalin e di Beria”, l’autore Mukhin rende ben chiaro che molto tempo prima della sua morte, Stalin aveva tentato di rimuovere dal potere alcuni dei membri anziani dell’èlite del partito (2).

Il primo tentativo di Stalin di mettere fine alle repressioni provocate dai leaders del partito ebbe luogo nel 1937. Dopo avere assunto il potere assoluto nell’unione sovietica Stalin naturalmente voleva che i dirigenti del partito fossero fedeli soltanto a lui e non al suo predecessore. Come il presidente Eisenhower aveva messo in guardia sul pericolo che un complesso militar-industriale assumesse eccessivo potere negli Stati Uniti, Stalin temeva che un partito industriale-militare minacciasse di usurpare tutto il potere nell’Unione sovietica e quindi prese le misure per scongiurare questa evenienza.

Per raggiungere questo scopo, Stalin tentò di avvicendare l’élite includendo uomini giovani, in gran parte russi, nelle posizioni più eminenti (3). Dopo la Seconda guerra mondiale, Stalin fece un’altra mossa più drastica per ridurre il loro potere tentando di separare il partito dal governo. Consci che i residui giorni di potere stavano per finire, alti membri del partito cospirarono, probabilmente con i servizi segreti occidentali, per uccidere Stalin.

Secondo gli autori Martirosyan e Mukhin, gli interessi dei dirigenti dissidenti e capi militari nell’Unione sovietica coincidevano con quelli del complesso antisovietico statunitense militare-industriale nel desiderare la estromissione di Stalin dal potere – ciascun gruppo per proprio conto. Il Nuovo Testamento dice che il desiderio del denaro è la radice di ogni sorta di malvagità (Timoteo 6:10) (4).

In questo contesto, la guerra di Stalin contro dirigenti fossilizzati inadatti a governare si manifesta nelle misure estreme contro la gerarchia del partito. Quando si resero conto che Stalin minacciava di rimuoverli dal potere, decisero di ucciderlo. Immediatamente dopo la guerra, Stalin lanciò un’indagine per determinare la ragione delle tragiche perdite nel 22 giugno 1941 e nei mesi seguenti, nonostante il fatto che il Vozhd e i suoi capi militari sapevano che un attacco era imminente. L’indagine preoccupò così tanto il generale Zhukov, sostiene Martyrosian, che si unì con Krusciov (che dal suo canto temeva le intenzioni di Stalin), nel rovesciare il governo il 26 giugno 1953. Nel 1989 il rinnovato “Giornale di Storia Militare” pubblicò alcuni dei risultati dell’indagine di Stalin che dimostravano che l’apparato militare il 18-19 giugno 1941 non aveva cognizione di un attacco imminente.

Così schiaccianti erano i risultati dell’indagine di Stalin sulla competenza dei funzionari militari e dei servizi segreti in generale che il Giornale non pubblicò ulteriori scoperte. Soltanto Beria, il più stretto collaboratore di Stalin, aveva completa conoscenza delle indagini. Comprensibilmente, i capi militari responsabili del disastro avrebbero preferito ridurre al silenzio anche lui.

Beria sospettava di Krusciov e di Semyon Ignatief, l’ex capo del MGB (Ministero della sicurezza di Stato), di essere stati i caporioni del complotto per uccidere Stalin. Ignatjef capeggiò l’MGB dal 1951 al 1953, durante il periodo cruciale prima della morte di Stalin. Ignatjef aveva rimpiazzato Viktor Abakumov, un giovane russo nominato da Stalin ed un protetto di Beria, che fu arrestato nell’agosto del 1951. Poco dopo la morte di Stalin il 5 marzo 1953, Beria, che aveva rapidamente assunto il controllo dei servizi segreti, liberò Abakumov. Ma quando il 25 giugno 1953 Beria chiese l’approvazione del Comitato Centrale e del Politbureau di arrestare Ignatjev, il consenso gli venne rifiutato ed egli venne arrestato.

Sei mesi più tardi, il 23 dicembre, Beria fu condannato a morte. La fazione Krusciov-Zhukov aveva ora conquistato il potere. Così, entrambi Beria ed Abakunov furono giustiziati nel 1953. Ignatievf, comunque, forse come premio per avere partecipato al colpo di Stato, visse pacificamente fino alla morte nel 1983. Fu l’unico capo della polizia segreta, fino a quel momento, a morire secondo natura. E se Stalin, come sostenevano Krusciov e Ignatiev, fosse deceduto di morte naturale, sarebbe stato il primo massimo funzionario sovietico a morire di morte naturale. (Naturalmente, sottraendogli l’aiuto di farmaci dopo l’infarto che avrebbero evitato l’emorragia fino alla morte, ciò sarebbe stato scambiato come morte naturale).

I nemici di Stalin in Occidente

L’autore Martirosyan fa una lista di regioni economiche e finanziarie perché le potenze occidentali desiderassero Stalin defunto.

Per esempio, quando terminò la Seconda guerra mondiale e l’Occidente calcolò i vantaggi geopolitici che Stalin ed il comunismo avevano ottenuto nei primi sette anni della guerra fredda, e cioè spostare in avanti i confini dell’impero sovietico profondamente nell’Europa centrale nell’Asia, la presa della Cecoslovacchia, il passaggio della Cina al comunismo, il sostegno al Nord Corea durante la guerra contro gli Stati Uniti, e forse la cosa più importante, lo sviluppo della fissione nucleare (sotto la supervisione di Beria), l’Occidente finalmente si rese conto di aver aiutato a creare una minaccia molto più grande alla sua sicurezza di quanto fosse stata la Germania nella sua immaginazione e propaganda. Stalin era adesso un mortale nemico. In effetti, lo slancio che aveva impresso nel dopoguerra e fino alla morte, fu portato avanti fino al 1950 quando i sovietici irruppero nella corsa allo spazio. Inoltre, gli Stati Uniti non erano ancora riusciti a superare la Grande Depressione, e la domanda se si potesse ancora stabilire un’economia di pace attendeva ancora una risposta.

L’Occidente, ed in particolare gli Stati Uniti, sostengono gli autori, avevano un’altra ragione, ancora più vitale, per desiderare di vedere un cambiamento nella guida suprema a Mosca. Il 1° marzo 1950, asserisce Martirosyan, il governo dell’Urss pubblicò il seguente decreto sulla stampa sovietica:

“La continua rivalutazione delle valute internazionali dei Paesi dell’Occidente ha già portato alla svalutazione delle valute europee. Rappresentanti responsabili del governo degli Stati Uniti hanno ripetutamente detto che l’incessante aumento dei prezzi di articoli di consumo di massa e la continua inflazione che ne consegue, ha già prodotto un sostanziale declino del potere di acquisto del dollaro. In conseguenza diretta di questa situazione, il potere di acquisto del rublo è divenuto maggiore del suo valore di cambio ufficiale. Il governo dell’Urss riconosce pertanto la necessità di aumentare il cambio ufficiale del rublo e di sostituire la pratica di fissare il tasso di cambio sul dollaro, stabilito nel giugno 1937 ad un gold standard più stabile, basato sul contenuto in oro del rublo.

Il Consiglio dei Ministri dell’Urss pertanto decreta:

1. A far data dal 1 marzo 1950 stabilisce la fine dal rapporto di cambio del rublo in relazione alle valute straniere basate sul dollaro sostituendolo con un gold standard basato sul contenuto in oro del rublo.

2. Fissa il contenuto in oro del rublo a 0,222168 di grammo di oro fino.

3. Determina dal 1° marzo 1950 il prezzo di acquisto Gosbank dell’oro a 4 rubi e 45 kopeki per un grammo di oro fino.

4. Dal 1° marzo 1950 stabilisce il tasso relativo alle valute straniere sulla base del contenuto in oro del rublo come dal paragrafo 2 a 4 rubli ed 84 kopeki. Evidentemente giubilante per lo sconfinamento di campo del suo idolo Josef Stalin – l’America “sancta sanctorum” – la base sulla quale vive la sua esistenza parassitica – l’onnipotente dollaro! Non solo Stalin rifiutò di usare il dollaro nel commercio crescente dell’Unione sovietica, ma diede inoltre un alt! alla valutazione delle merci in dollari. Si può immaginare quanto Stalin fu odiato negli Stati Uniti e in Inghilterra. In realtà ciò che fece fu minare il sistema di valutazione in oro che era stato stabilito dopo la guerra basato su 34,5 dollari per un’oncia di oro. Con questo sistema gli americani inondarono con un torrente di carta verde l’economia mondiale.

In un articolo a parte Martirosyan, a proposito dell’importanza dell’oro, racconta la storia di come e perché Charles De Gaulle, Presidente della Francia, cadde in disgrazia con inglesi e americani nei turbolenti anni ’60. Poco dopo essere stato eletto presidente, De Gaulle, nel suo desiderio di mantenere l’indipendenza della Francia, cambiò bruscamente tutte le riserve di dollari in oro. Ciò che accadde fu che il ministro francese delle finanze aveva spiegato al Presidente in modo semplice il vero valore del dollaro come mezzo di scambio. Il ministro disse al Presidente: “Immagini, se può, Presidente, un’asta in cui un dipinto di Raffaello venga offerto a Fritz, un tedesco, Abdullah, un arabo, a Ivan, un russo, a John, un americano. Ciascuno di essi avanza la sua proposta ed offre di pagare il quadro con il bene più pregiato del suo paese: un arabo con il petrolio, un tedesco con la tecnologia, Ivan con l’oro, ma l’americano, sorridente, offre il doppio degli altri e vince l’asta. Prende un pacchetto di banconote da cento dollari dal portafoglio, paga e se ne va con il quadro”.

Quando De Gaulle chiese dov’era il trucco, il ministro spiegò: “Secondo tutte le apparenze, l’americano vinse la gara per il quadro per 10.000 dollari, ma in realtà lo pagò tre dollari, perché il valore reale di ciascuna banconota da 100 dollari era solo di tre dollari l’una. Quindi, poiché il dollaro è stato dichiarato il mezzo di pagamento universale, tutti i tesori del mondo – petrolio, oro, tecnologia – possono essere scambiati con la carta verde”.

Perfino prima che la guerra mondiale finisse, nel luglio 1944, le Nazioni unite, sostenute principalmente dagli americani, convocarono la conferenza di Bretton Woods allo scopo di stabilire un nuovo ordine di pagamenti nel mondo del dopoguerra designando il dollaro statunitense come valuta di riserva mondiale. Precedentemente era stata la sterlina inglese a sostenere questo ruolo. Malgrado Stalin rifiutasse di inviare un rappresentante ufficiale alla conferenza, fu tenuto perfettamente al corrente circa piani e procedure, perché il gentiluomo che rappresentava gli Stati Uniti, il “Senior U.S. Treasury official”, Harry Dexter White, era un agente sovietico. Fu reso perfettamente chiaro a Stalin che le riserve in oro erano essenziali per le operazioni future del sistema monetario proposto. Egli apprese anche che la progettata Banca Mondiale ed il Fondo Monetario Internazionale erano inizialmente pianificati su “oro senza padrone”, cioè oro “nazista”, oro ebraico, oro zarista et similia. Naturalmente, nel mezzo e dopo il caos militare e politico della Seconda Guerra Mondiale, che comportava furti, confische, saccheggi e “liberazioni”, la proprietà era difficile da accertare.

Si ricorderà che nel periodo interlocutorio dopo la Prima Guerra Mondiale, gli alleati vittoriosi domandarono oltre 200 miliardi di Marchi-oro tedeschi come riparazione di guerra alla sconfitta Germania, fino a quando la Germania nazionalsocialista ricorse al sistema del baratto nel commercio internazionale per evitare di essere imprigionata nel sistema monetario allora esistente.

Stalin fu lesto nel valutare lo status dell’oro russo accumulato sotto gli Zar così come l’oro ed i gioielli posseduti dalla famiglia reale zarista. Nel 1946, al tempo in cui circolava la voce che la principessa Anastasia era miracolosamente sfuggita al massacro di Yekaterinenburg, probabilmente come strattagemma per stabilirne la proprietà, Stalin organizzò l’Operazione Krest (croce) e l’operazione Mogila (tomba) sotto la direzione di Molotov per determinare il valore dei beni della famiglia dello Zar. Oltre alle ricerche d’archivio, i sovietici fecero indagini nel luogo di sepoltura della famiglia assassinata.

Secondo Martirosyan, su informazione del ministro Witte, lo Zar aveva inviato diverse spedizioni di oro russo negli Sati Uniti; in seguito lo Zar inviò i gioielli personali ed il tesoro alla famiglia reale inglese per la loro custodia.

Purtroppo, quando i sovietici avevano in prigionia lo Zar e la sua famiglia, gli inglesi fecero poco o niente per aiutarli per timore che la famiglia reale britannica ne fosse minacciata (vedi inoltre il libro di Martirosyan “Who brought the War to the USSR? Mosca, 2007).

Martirosyan cita la comprensibile riluttanza degli illeciti possessori dell’oro e degli inestimabili gioielli, specialmente dopo che si era saputo delle operazioni “Krest” e “Mogila“, di restituirli ai loro legittimi proprietari come un’ulteriore ragione per volere morto Stalin.

Un precedente lavoro investigativo condotto da Aleksei Chichkin (“A forgotten Idea With no Statute or Limitations”) citato da Martirosyan, indica che nell’aprile 1952 l’URSS convocò una conferenza economica internazionale a Mosca, nella quale Stalin propose la creazione del suo proprio “Mercato Comune” transcontinentale fuori dalla zona del dollaro nel quale un paniere di valute guidate dal rublo sostenuto dall’oro sarebbe stato il fondamento della valuta di scambio al di fuori dalla zona del dollaro. I Paesi dell’Europa orientale, Cina, Iran, Islanda, Irlanda e diversi Paesi del Sudamerica parteciparono alla conferenza. Comunque, meno di un anno dopo Stalin sarebbe morto.

Conclusione

Martirosyan e Mukhin sono entrambi convinti che Stalin sia stato ucciso da uno dei suoi più vicini collaboratori, ma certamente non Beria, agendo insieme ai servizi segreti occidentali. Se un veleno o un anticoagulante somministrato segretamente a Stalin non sappiamo, ma il semplice fatto che il pronto soccorso fu ritardato o non prestato al sofferente dittatore convinse gli autori che Stalin stava morendo. Sulla base del cui prodest (la morte del dittatore), Martirosyan addita Kruscev e Zhukov. Martirosyan inoltre sospetta che i servizi segreti occidentali fossero convolti. Si crede che trotzkisti che vivevano nell’Urss o all’occidente, suoi acerrimi nemici, abbiano aiutato gli esecutori.

Krusciov assunse il potere nel 1955. Riabilitò Zhukov; denunciò Stalin ed i suoi crimini nel 1956 al 20° Congresso del Partito; fu ospite d’onore negli Stati Uniti nel 1959; autorizzò l’installazione di missili nucleari a Cuba nel 1961; fu rimosso dal potere e si ritirò nel 1964. Quando morì l’11 settembre 1971 gli fu negato il funerale di Stato e l’inumazione nel Cremlino con uomini di valore comunisti come Stalin, Chernenko, Andropov, Brezhnef, Dzherzinsky ed altri.

Immediatamente dopo la morte di Stalin Zhukov ritornò a Mosca per la condanna e l’esecuzione di Beria; ordinò un test nucleare su soldati sovietici non protetti nel 1954; sostenne forti azioni repressive per schiacciare la rivoluzione ungherese nel 1956; in associazione con Krusciov nel 1957 contro il cosiddetto “Gruppo antipartito” guidato da Molotv; sostenne l’avventura sovietica cubana. Adesso è celebrato in America da molti storici dell’establishment come grande stratega.

Poscritto
Reuter, 1° agosto 2011: il Primo Ministro russo Vladimir Putin ha oggi accusato gli Stati Uniti di vivere al di là dei propri mezzi “come parassiti”. La sua dichiarazione fa eco con Stalin, Martirosyan, Mukhin ed una pletora di economisti mondiali. Parafrasando Putin:

“Essi (gli americani) vivono al di là dei propri mezzi addossando parte del peso dei loro problemi sull’economia mondiale. Essi vivono come parassiti sull’ economia globale e sul monopolio del dollaro. In America c’è una disfunzione sistemica, essa colpirà tutti. Paesi come la Russia e la Cina posseggono gran parte delle loro riserve di obbligazioni. Ci dovrebbero essere altre valute di riserva.

Come dice il proverbio: più le cose cambiano, più restano le stesse.

Note finali:

1. Arsen Martirosyan.

http://www.delostalina.ru/?p=498#_ftn1 2. Yuri Mukhin, “Ubiystvo Stalina I Berii”, Mosca, 2007

3. Nel 19° Congresso del Partito comunista, nel1952, Stalin introdusse una nuova Carta per il Partito comunista nella quale gran parte del potere era concentrata nel Bureau del Praesidum composto da Stalin, Beria, Krusciov, Ignatjef ed altri tre. Voroshilov, Kaganovic, Molotov e Mikoyan erano già stati privati di gran parte dei poteri.

4. Nei secoli susseguenti man mano che si sviluppavano sétte protestanti, l’accumulazione della ricchezza si percepì piuttosto come dono di Dio sulla. Fu generalmente accettato che i possessori di alti uffici nella società ed i militari godevano del favore di Dio nella forma tangibile di ricchezza e privilegi. Inoltre, certi requisiti e privilegi di alti uffici furono accettati come diritti

Note sull’Autore:

Daniel W. Michaels è stato per oltre 40 anni traduttore di tedesco e russo per il Dipartimento della Difesa statunitense, gli ultimi venti anni dei quali al servizio segreto della Marina. Inoltre, egli ha contribuito con articoli storici e geografici.

Tratto da Barnesreview.com

Traduzione di Alfio Faro

Rinascita.eu

Dieci anni dopo: Chi è Osama bin Laden?

di: Prof. Michel Chossudovsky

L’articolo sottostante intitolato Chi è Osama bin Laden? è stato redatto l’11 settembre 2001 e pubblicato sul sito Global Research la sera del 12 settembre 2001.

Da allora è apparso su numerosi siti web ed è uno degli articoli, riguardanti Osama bin Laden e Al Qaeda, più letti su Internet.

Sin dal principio, l’obiettivo era quello di utilizzare l’ 11 / 9 come pretesto per l’avvio della prima fase della guerra in Medio Oriente, che consisteva nel bombardamento e nell’ occupazione dell’Afghanistan.

Poche ore dopo gli attentati, Osama bin Laden era identificato come l’architetto dell’ 11 / 9. Il giorno seguente,era stata lanciata la “guerra al terrorismo”. La campagna di disinformazione mediatica viaggiava a pieno regime.

L’Afghanistan venne identificato come uno “stato sponsor del terrorismo” mentre gli attacchi  furono classificati come un atto di guerra, un attacco contro l’America da parte di una potenza straniera.

Venne fatto valere il diritto all’auto-difesa. Il 12 settembre, meno di 24 ore dopo l’attacco, la NATO invocava per la prima volta nella sua storia l’ “Articolo 5 del Trattato di Washington – la clausola di difesa collettiva”, dichiarando gli attacchi al World Trade Center (WTC) e al Pentagono ”essere un attacco contro tutti i membri della NATO.”

Quello che accadde successivamente, le invasioni dell’ Afghanistan (ottobre 2001) e dell’Iraq (marzo 2003) è già parte della storia. Sulla scia della “liberazione” della Libia sponsorizzata dalla NATO (agosto 2011), la Siria e l’Iran costituiscono la fase successiva della roadmap militare di USA-NATO .

L’ 11 Settembre rimane il pretesto e la giustificazione per intraprendere una guerra senza confini. Ironicamente, la guerra globale al terrorismo (GWOT) è condotta non contro i terroristi ma con “con i terroristi” (WTT), con il pieno sostegno, come in Libia, delle brigate paramilitari affiliate ad Al Qaeda sotto la supervisione USA-NATO  .

Michel Chossudovsky, 7 set 2011

Estratti dalla prefazione di  America’s “War on Terrorism” , seconda edizione, Global Research, 2005.

Alle undici della mattina dell’11 settembre, l’amministrazione Busha aveva già annunciato che Al Qaeda era responsabile degli attacchi al World Trade Center (WTC) e al Pentagono. Questa affermazione venne fatta prima della conduzione di un’indagine approfondita da parte della polizia.

Quella stessa sera, alle 21.30, fu formato un “gabinetto di guerra”  integrato da un numero ristretto di importanti membri dell’ intelligence e consiglieri militari. E alle 23.00, al termine di quello storico incontro alla Casa Bianca, venne lanciata ufficialmente la “guerra al terrorismo”.

La decisione fu annunciata per intraprendere la guerra contro i talebani e Al Qaeda. La mattina seguente, il 12 settembre, in coro, i media americani stavano invocando un intervento militare contro l’Afghanistan.

Appena quattro settimane dopo, il 7 ottobre, l’Afghanistan venne bombardato e invaso dalle truppe statunitensi. Il popolo americano fu portato a credere che la decisone di andare in guerra era stata presa sulla spinta del momento, la sera dell’ 11 settembre, in risposta agli attacchi e alle loro tragiche conseguenze.

Era ben lontano però il pubblico a rendersi conto che un un teatro di guerra di cosi vaste dimensioni non è mai pianificato ed eseguito nel giro di settimane. La decisione di lanciare una guerra e di inviare truppe in Afghanistan era stata presa ben prima dell’ 11 / 9. L’ ”imponente atto terroristico che ha prodotto numerose vittime”, come successivamente ha descritto il Comandante generale del CentCom Tommy Franks, è servito a galvanizzare l’opinione pubblica per sostenere una agenda di guerra che era già nella sua fase di progettazione definitiva.

I tragici eventi dell’ 11 / 9 fornirono la necessaria giustificazione per intraprendere una guerra con  ”motivi umanitari”, con il pieno appoggio dell’opinione pubblica mondiale e l’approvazione della “comunità internazionale”.

Diversi importanti  intellettuali “progressisti” presentarono motivazioni morali ed etiche per giustificare la “rappresaglia contro il terrorismo”. La dottrina militare della “giusta causa” (jus ad bellum) è stata accettata e sostenuta come una legittima risposta agli attacchi, senza esaminare il fatto che Washington non solo aveva sostenuto il ”network del terrorismo islamico” ma era stato anche determinante nell’installazione del governo talebano nel 1996.

In seguito all’ 11 / 9, il movimento contro la guerra era completamente isolato. I sindacati e le organizzazioni della società civile avevano inghiottito le bugie dei media e la propaganda del governo. Avevano accettato una guerra di vendetta contro l’Afghanistan, un paese impoverito di 30 milioni di persone.

Ho iniziato a scrivere la sera del 11 settembre, fino a tarda notte, passando attraverso montagne di note di ricerca che avevo raccolto in precedenza sulla storia di Al Qaeda. Il mio primo testo intitolato “Chi è Osama bin Laden?” è stato completato e pubblicato il 12 settembre. (Vedi il testo completo sotto).

Sin dal primo momento ho messo in dubbio la versione ufficiale, che descriveva diciannove dirottatori di Al Qaeda coinvolti in una operazione altamente sofisticata e organizzata. Il mio primo obiettivo è stato quello di rivelare la vera natura di questo illusorio “nemico dell’America” ​​che ”stava minacciando la Patria”.

Il mito del ”nemico esterno” e la minaccia dei ”terroristi islamici” sono stati la pietra angolare della dottrina militare dell’ amministrazione Bush, usati come pretesto per invadere l’Afghanistan e l’Iraq, per non menzionare l’abrogazione delle libertà civili e del governo costituzionale in America.

Senza un ”nemico esterno”, non ci potrebbe essere la “guerra al terrorismo”. L’ intera agenda della sicurezza nazionale crollerebbe “come un castello di carte”. I criminali di guerra nei piani alti non avrebbero nulla a cui aggrapparsi.

E’ stato pertanto fondamentale per lo sviluppo di un coerente movimento contro la guerra e per i diritti civili, rivelare la natura di Al Qaeda e del suo rapporto in evoluzione alle successive amministrazioni degli Stati Uniti. Come ampiamente documentato, ma raramente menzionato dai media mainstream, Al Qaeda è una creazione della CIA che risale alla guerra in Afghanistan. Questo era un fatto noto, corroborato da numerose fonti tra cui i documenti ufficiali del Congresso degli Stati Uniti. La comunità di intelligence aveva più volte ammesso di aver effettivamente sostenuto Osama bin Laden, ma che, a seguito della Guerra Fredda: ”ci si rivolse contro.

Dopo l’ 11 / 9, la campagna di disinformazione dei media è servita non solo ad affogare la verità, ma anche ad uccidere gran parte delle prove storiche su come questo illusorio ”nemico esterno” era stato inventato e trasformato nel ”nemico numero uno”.

Chi è Osama Bin Laden?

Poche ore dopo gli attacchi terroristici al World Trade Center e al Pentagono, l’amministrazione Bush giunse alla conclusione, senza fornire prove, che “Osama bin Laden e al-Qaeda, la sua organizzazione,sono i principali sospettati”. George Tenet, direttore della Cia, ha dichiarato che bin Laden ha la capacità di pianificare “attacchi multipli con o alcun avvertimento“.

Il segretario di Stato Colin Powell ha definito gli attacchi ”un atto di guerra” e il presidente Bush ha confermato la sera, in un discorso televisivo alla nazione, che non avrebbe “fatto alcuna distinzione tra i terroristi che hanno commesso questi atti e coloro che li ospitano”. L’ex direttore della CIA, James Woolsey, ha puntato il dito contro gli “stati sponsor”, implicando la complicità di uno o più governi stranieri. Con le parole dell’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Lawrence Eagleburger, ”penso che dimostreremo che quando veniamo attaccati in questo modo, siamo terribili nella nostra forza e nella nostra punizione”.

Nel frattempo, ripetendo a pappagallo le dichiarazioni ufficiali, il mantra dei media occidentali ha approvato il lancio di ”azioni punitive” dirette contro obiettivi civili in Medio Oriente. Come ha scritto William Saffire sul New York Times: ”Quando abbiamo ragionevolmente determinato le  basi e i campi di coloro che ci hanno attaccato, li dobbiamo polverizzare – riducendoli al minimo, ma accettando il rischio di danni collaterali” – ed agire apertamente o segretamente per destabilizzare le nazioni che ospitano i terroristi “.

Il  seguente testo delinea la storia di Osama Bin Laden e i collegamenti della”Jihad” islamica con la formulazione della politica estera degli Stati Uniti durante la Guerra Fredda e le sue conseguenze.

Il primo sospettato di New York e Washington per gli attacchi terroristi, bollato dall’Fbi come “terrorista internazionale” per il suo ruolo negli attentati alle ambasciate africane degli Stati Uniti, il saudita Osama bin Laden è stato reclutato durante la guerra in Afghanistan dei sovietici ”ironicamente sotto l’egida della la CIA, per combattere gli invasori sovietici ”. [1]

Nel 1979 venne lanciata “la più grande operazione segreta nella storia della CIA”, in risposta all’invasione sovietica dell’Afghanistan e a sostegno del governo filo-comunista di Babrak Kamal: [2]

Sotto l’ impulso attivo della CIA e dell’ISI pakistano [Inter Services Intelligence], che voleva trasformare la jihad afghana in una guerra globale intrapresa da tutti gli stati musulmani contro l’Unione Sovietica, circa 35.000 radicali musulmani provenienti da oltre 40 paesi islamici si unirono alla lotta in Afghanistan tra il 1982 e nel 1992. Decine di migliaia sono andati a studiare nelle madrasa pakistane. Alla fine, più di 100.000 musulmani integralisti stranieri furono direttamente influenzati dalla jihad afghana.[3]

La ”Jihad” islamica fu sostenuta dagli Stati Uniti e dall’Arabia Saudita, con una parte sostanziale dei finanziamenti generati dal traffico di droga della Mezzaluna d’ Oro:

Nel marzo del 1985, il presidente Reagan firmò il National Security Decision Directive 166,…[ il quale] autorizzava aiuto militare segreto ai mujahideen e chiariva che la guerra segreta afghana aveva un nuovo obiettivo: la sconfitta delle truppe sovietiche in Afghanistan attraverso azioni occulte e incoraggiare il ritiro sovietico. La nuova assistenza segreta degli Stati Uniti iniziò con un drammatico aumento delle forniture di armi – un aumento costante di 65.000 tonnellate ogni anno dal1987, … così come di un ”flusso continuo” di specialisti della CIA e del Pentagono che si recavano al quartier generale segreto dell’ ISI , sulla strada principale vicino a Rawalpindi, in Pakistan.Qui gli specialisti della Cia incontravano i funzionari dell’intelligence pakistana per aiutarli a pianificare le operazioni per i ribelli afgani.[4]

La Central Intelligence Agency (CIA), utilizzando l’Inter Services Intelligence (ISI) dei militari pakistani, ha svolto un ruolo chiave nella formazione dei Mujahideen. A sua volta, l’ addestramento alla guerriglia sponsorizzata dalla Cia è stato integrato con gli insegnamenti dell’Islam:

I temi predominanti erano che l’Islam rappresentasse una completa ideologia socio-politica, che il sacro Islam veniva violato  delle truppe sovietiche atee e che il popolo islamico dell’Afghanistan dovrebbe riaffermare la propria indipendenza rovesciando il regime di sinistra afghano appoggiato da Mosca.” [5]

L’ apparato dell’intelligence Pakistana

L’ ISI venne usata come un “intermediario”. Il sostegno segreto della Cia alla ”jihad” avveniva indirettamente attraverso l’ISI pakistano, – vale a dire la CIA non dava il suo supporto direttamente ai mujahideen. In altre parole, affinchè  queste operazioni segrete si rivelassero ”di successo”, Washington fu attenta a non rivelare l’obiettivo ultimo della ”jihad”, che consisteva nel distruggere l’Unione Sovietica.

Nelle parole di Milton Beardman della CIA: “Non abbiamo addestrato gli arabi”. Tuttavia, secondo Abdel Monam Saidali, dell’Al-aram Center for Strategic Studies del Cairo, bin Laden e gli “arabi afghani” avevano ricevuto ” un tipo di addestramento molto sofisticato che era stato permesso dalla CIA” [6]

Beardman ha confermato, a questo proposito, che Osama bin Laden non era consapevole del ruolo che stava giocando per conto di Washington. Con le parole di bin Laden (citate da Beardman): “Né io né i miei fratelli abbiamo visto la prova dell’ aiuto americano”. [7]

Motivati ​​dal nazionalismo e dal fervore religioso, i guerrieri islamici erano inconsapevoli che combattevano l’esercito sovietico per conto dello Zio Sam. Anche se ci furono contatti ai livelli più alti della gerarchia dell’intelligence, i leader dei ribelli islamici non furono mai in contatto con Washington o la CIA.

Con l’appoggio della CIA e le grandi quantità di aiuti militari statunitensi, l’ISI pakistana aveva sviluppato una “struttura parallela che gestiva un enorme potere su tutti gli aspetti del governo”.[8] Lo staff dell’ Isi era composto da ufficiali militari e dell’intelligence, burocrati, agenti sotto copertura e informatori, stimati in circa 150.000. [9]

Nel frattempo, le operazioni della CIA avevano anche rinforzato il regime militare pakistano guidato dal generale Zia Ul Haq:

Le relazioni tra la CIA e l’ ISI [i servizi segreti militari del Pakistan] si sono intensificate a seguito della cacciata di Bhutto da parte di [Generale] Zia e l’avvento del regime militare”… Per gran parte della guerra afghana, il Pakistan è stato più aggressivamente anti-sovietico persino degli stessi Stati Uniti.”

Poco dopo che l’esercito sovietico invase l’Afghanistan nel 1980, Zia [ul Haq] mandò il suo capo dell’ISI a destabilizzare gli stati sovietici dell’Asia centrale. La CIA accettò questo piano solo nell’ottobre del 1984 …. La CIA era più cauta dei pakistani. Sia il Pakistan che gli Stati Uniti adottarono una strategia di inganni con l’Afghanistan, mostrando pubblicamente di negoziare un accordo mentre privatamente si accordavano sul fatto che l’escalation militare era stata la migliore scelta. ”[10]

Il triangolo della droga nella Mezzaluna d’Oro

La storia del traffico di droga in Asia Centrale è intimamente collegata alle operazioni segrete della CIA. Prima della guerra sovietico-afghana, la produzione di oppio in Afghanistan e Pakistan era diretta verso piccoli mercati regionali. Non vi era produzione locale di eroina. [11] A questo proposito, lo studio di Alfred McCoy conferma che in due anni di operazioni CIA in Afghanistan, ”la terra di confine Pakistan – Afghanistan divenne il maggior produttore di eroina al mondo, fornendo il 60 per cento della domanda negli Stati Uniti. In Pakistan, la popolazione tossico – dipendente passò da quasi zero nel 1979 … a 1,2 milioni nel 1985 – una crescita molto più rapida che in qualunque altra nazione”: [12]

La CIA controllava questo traffico di eroina. Quando i guerriglieri mujaheddin conquistavano territori all’interno dell’Afghanistan, ordinavano ai contadini di piantare oppio come tassa rivoluzionaria. Dall’altra parte del confine, in Pakistan, i leader afghani e i gruppi locali, sotto la protezione dell’Intelligence pakistana, gestivano centinaia di laboratori per la lavorazione dell’ eroina. Durante questo decennio segnato dall’ enorme circolazione della droga, la Drug Enforcement Agency a Islamabad evitò di pretendere grosse confische o arresti …Funzionari degli Stati Uniti avevano rifiutato di indagare sulle accuse di traffico di eroina da parte dei suoi alleati afghani `perché la politica americana stupefacenti in Afghanistan è stata subordinata alla guerra contro l’influenza sovietica. ’Nel 1995, l’ex direttore della CIA per le operazioni afghane, Charles Cogan, ha ammesso che la CIA aveva effettivamente sacrificato la guerra alla droga per combattere la Guerra Fredda. “La nostra missione principale è stata quella di arrecare il maggior danno possibile ai sovietici. Noi in realtà non avevamo le risorse o il tempo per dedicarci a un’indagine sul narcotraffico”… “Non penso che abbiamo bisogno di chiedere scusa per questo. Ogni situazione ha la sua ricaduta…. C’è stata una ricaduta in termini di droga, sì. Ma l’obiettivo principale è stato compiuto. I sovietici hanno lasciato l’Afghanistan.” [13]

Sulla scia della Guerra Fredda

In seguito alla Guerra Fredda, la regione dell’Asia centrale non è solo strategica per le sue estese riserve di petrolio ma anche perché essa produce i tre quarti della produzione mondiale di oppio, che rappresenta i miliardi di dollari di ricavi dei gruppi d’affari,  delle istituzioni finanziarie, dei servizi segreti e della criminalità organizzata. Il ricavato annuale del traffico nella Mezzaluna d’Oro (tra i 100 e 200 miliardi di dollari) rappresenta circa un terzo del fatturato mondiale annuo del narcotraffico, stimato dalle Nazioni Unite sull’ordine dei 500 miliardi di dollari.[14]

Con la disintegrazione dell’Unione Sovietica, si è avuta una nuova ondata nella produzione di oppio. (Secondo le stime dell’ONU, la produzione di oppio in Afghanistan nel 1998-99 – coincidente con la formazione delle insurrezioni armate nelle ex repubbliche sovietiche – ha raggiunto un record di 4600 tonnellate.

La vasta rete di intelligence militare dell’ ISI non venne smantellata alla fine della Guerra Fredda. La CIA ha continuato a sostenere la”Jihad” islamica anche fuori del Pakistan. Furono avviate nuove iniziative segrete in Asia centrale, nel Caucaso e nei Balcani. I militari del Pakistan e l’apparato di intelligence servirono essenzialmente “da catalizzatore per la disintegrazione dell’Unione Sovietica e la nascita di sei nuove repubbliche musulmane dell’Asia centrale”.[16]

Nel frattempo, i missionari islamici della setta wahhabita dell’Arabia Saudita si erano stabiliti nelle repubbliche musulmane, così come all’interno della federazione russa, sconfinando le istituzioni dello Stato laico. Nonostante la sua ideologia anti-americana, il fondamentalismo islamico stava ampiamente servendo gli interessi strategici di Washington nella ex Unione Sovietica.

Dopo il ritiro delle truppe sovietiche nel 1989, la guerra civile in Afghanistan è continuata inesorabile. I talebani erano supportati dai deobandi pakistani e dal loro partito politico, Jamiat-ul-Ulema-e-Islam (Jui). Nel 1993, lo Jui è entrato nella coalizione di governo del Primo Ministro Benazzir Bhutto. Furono stabiliti i legami tra lo Jui, l’Esercito e l’ ISI. Nel 1995, con la caduta del governo Hezb-I-Islami di Hektmatyar a Kabul, i talebani non solo insediarono un governo oltranzista islamico, ma anche ”consegnarono il controllo dei campi di addestramento in Afghanistan alle fazioni Jui …” [17]

E lo JUI, con il sostegno dei movimenti wahhabiti sauditi, giocò un ruolo chiave nel reclutare volontari per combattere nei Balcani e nella ex Unione Sovietica.

Il Jane Defense Weekly conferma a tal riguardo che ”metà degli uomini e delle attrezzature dei talebani personale provengono dal Pakistan, sotto l’opera dell’ISI”. [18]

In realtà sembrerebbe che, dopo il ritiro sovietico, entrambi le parti nella guerra civile afghana abbiano continuato a ricevere sostegno segreto attraverso ISI pakistano. [19]

In altre parole, sostenuto dai servizi segreti militari pakistani (ISI), che a sua volta erano controllati dalla CIA, lo Stato islamico dei talebani è stato largamente funzionale agli interessi geopolitici americani. Il traffico di droga della Mezzaluna d’Oro è stato anche usato per finanziare ed equipaggiare l’Esercito musulmano bosniaco (a partire dai primi anni 1990) e l’ UCK nel Kossovo. Negli ultimi mesi ci sono prove riguardo al fatto che i mercenari mujaheddin stavano combattendo nelle fila dell’ UCK, durante i loro attacchi terroristici in Macedonia.

Senza dubbio, questo spiega perché Washington ha chiuso gli occhi sul regno del terrore imposto dai Talebani, compresa la palese violazione dei diritti delle donne, la chiusura delle scuole per le bambine, il licenziamento delle donne che lavoravano negli uffici pubblici e l’imposizione delle ”leggi punitive della Sharia ”.[20]

La guerra in Cecenia

Per quanto riguarda la Cecenia, i principali leader ribelli Shamil Basayev e Al Khattab sono stati addestrati e indottrinati nei campi sponsorizzato dalla Cia in Afghanistan e Pakistan. Secondo Yossef Bodansky, direttore della Task Force del Congresso americano sul terrorismo e la guerra non convenzionale, la guerra in Cecenia era stata pianificata durante un summit segreto di Hizb Allah International tenuto nel 1996 a Mogadiscio, in Somalia. [21] Al summit hanno partecipato Osama bin Laden e funzionari di alto livello dell’intelligence iraniana e pakistana. A questo proposito, il coinvolgimento dell’Isi pakistano in Cecenia ”va ben oltre la fornitura ai ceceni di armi e competenza: l’Isi e i suoi rappresentanti fondamentalisti islamici sono in effetti al comando di questa guerra”. [22]

La principale rotta degli oleodotti della Russia transita attraverso la Cecenia e il Daghestan. Nonostante la sbrigativa condanna da parte di Washington del terrorismo islamico, i beneficiari indiretti della guerra in Cecenia furono le compagnie petrolifere anglo-americani , in lizza per il controllo delle risorse petrolifere e per i corridoi degli oleodotti del bacino del Mar Caspio.

I due principali eserciti dei ribelli ceceni, (guidati rispettivamente dal comandante Shamil Basayev e Emir Khattab) stimati in circa 35.000 uomini, furono sostenuti dall’ISI pakistano, che ha anche giocato un ruolo chiave nell’organizzare e addestrare l’esercito ribelle ceceno:

[Nel 1994] l’Isi pakistano ha fatto si che Basayev e i suoi fidati luogotenenti ricevessero un intensivo indottrinamento islamico e addestramento alla guerriglia nella provincia di Khost, in Afghanistan, al campo di Amir Muawia, istituito nei primi anni 1980 dalla CIA e dall’ISI e gestito dal famoso signore della guerra afghano Gulbuddin Hekmatyar. Nel luglio del 1994, dopo essersi diplomato a Amir Muawia, Basayev è stato trasferito a Markaz-i-Dawar, in Pakistan, per essere addestrato alle tecniche avanzate di guerriglia. In Pakistan, Basayev incontrò i più importanti militari pakistani e ufficiali dell’ intelligence: il generale Aftab Shahban Mirani, ministro della Difesa, il generale Naserullah Babar, ministro dell’ Interno, e il capo del settore dell’Isi incaricato di sostenere le cause islamiche, il generale Javed Ashraf (ora tutti in pensione). Questi collegamenti con personaggi di alto livello si sono rivelati molto utili per Basayev. ”[23]

Dopo il suo addestramento e indottrinamento, Basayev è stato assegnato a guidare l’assalto contro le truppe federali russe nella prima guerra cecena nel 1995. La sua organizzazione aveva anche sviluppato forti collegamenti con gruppi criminali a Mosca, nonché legami con il crimine organizzato albanese e l’UCK. Nel 1997-98, secondo il Servizio di Sicurezza Federale della Russia(FSB) , i”signori della guerra ceceni hanno cominciato ad acquistare beni immobili in Kosovo …attraverso svariate ditte immobiliari registrate come copertura in Jugoslavia”. [24]

L’ organizzazione di Basayev è stata anche coinvolta in una serie di attività illegali tra cui il traffico narcotici, intercettazioni illegali e il sabotaggio di oleodotti russi, rapimenti, prostituzione, commercio di dollari falsi e contrabbando di materiali nucleari.

Durante il suo addestramento in Afghanistan, Shamil Basayev era collegato con il veterano comandante saudita dei mujahidin ”AlKhattab”, che aveva combattuto come volontario in Afghanistan.Appena pochi mesi dopo il ritorno di Basayev a Grozny, Khattab è stato invitato (all’inizio del 1995) ad installare una base militare in Cecenia per l’addestramento dei combattenti mujahideen. Secondo la BBC, l’ impiego di Khattab  in Cecenia era stato “organizzato attraverso la [International] Islamic Relief Organisation, un’organizzazione religiosa militante basata in Arabia Saudita, finanziata da moschee e ricchi individui che canalizzano i fondi in Cecenia” .[26]

Considerazioni conclusive

Sin dai tempi della Guerra Fredda, Washington ha consapevolmente appoggiato Osama bin Laden, mentre allo stesso tempo lo inseriva nella “lista dei maggiori ricercati” dell’ FBI come il più pericoloso terrorista del mondo.

Mentre i mujaheddin sono occupati a combattere la guerra dell’America nei Balcani e nell’ex Unione Sovietica, l’FBI – agendo come una forza di polizia statunitense, sta conducendo una guerra interna contro il terrorismo, operando in alcuni aspetti indipendentemente dalla CIA che – fin dalla guerra in Afghanistan –  ha sostenuto il terrorismo internazionale attraverso le sue operazioni segrete.

Per una crudele ironia, mentre la jihad islamica – definita dall’amministrazione Bush come “una minaccia all’America” ​​-viene condannata come responsabile degli attacchi terroristici al World Trade Centre e al Pentagono, queste stesse organizzazioni islamiche costituiscono uno strumento chiave nelle operazioni militari e di intelligence degli USA nei Balcani e nella ex Unione Sovietica.

A seguito degli attacchi terroristici a New York e Washington, la verità deve prevalere per evitare che l’amministrazione Bush, insieme ai suoi partner della Nato, intraprenda un’avventura militare che minacci il futuro dell’umanità.

LINK: Ten Years Later: Who Is Osama bin Laden? 

DI: Coriintempesta

La “liberazione” della Libia: le forze speciali della NATO e Al-Qaeda si prendono per mano

di: Prof. Michel Chossudovsky

Sono stati commessi molti crimini di guerra . La NATO ha le mani sporche di sangue. I capi di governo e i capi di stato dei paesi membri della NATO sono responsabili di crimini di guerra

I ribelli “pro-democrazia” sono guidati dalle brigate paramilitari di Al Qaeda sotto la supervisione delle forze speciali della Nato. La “liberazione” di Tripoli è stata condotta da “ex” membri del Gruppo combattente islamico della Libia (LIFG).

I jihadisti e la NATO lavorano con la mano nel guanto. Queste “ex” brigate affiliate  di Al Qaeda  costituiscono la spina dorsale della ribellione “pro-democrazia”.

Le forze speciali della NATO passano inosservate. La loro identità non è nota o svelata. Si fondono nel paesaggio della ribellione libica di mitragliatrici e pickup. Non sono evidenziati nelle foto.

Queste forze speciali composte dai Navy SEALS americani, dalle SAS inglesi e dai legionari francesi, mascherati da ribelli civili, vengono segnalate essere dietro le principali operazioni dirette contro gli edifici governativi chiave, tra cui Bab al-Aziziya, il compound di Gheddafi nel centro di Tripoli.

Molte relazioni confermano che le SAS inglesi erano già sul terreno in Libia orientale prima dell’inizio della campagna aerea.

Le forze speciali sono in stretto coordinamento con le operazioni aeree della NATO. ” Unità altamente addestrate, note come squadre ‘Smash’  per le loro abilità e capacità distruttive, hanno effettuato missioni di ricognizione segreta per fornire  informazioni aggiornate sulle forze armate libiche”.(SAS ‘Smash’ squads on the ground in Libya to mark targets for coalition jets, Daily Mirror, March 21, 2011)

Le forze speciali della Nato e le brigate islamiche sponsorizzate dalla CIA sotto il comando di “ex” jihadisti costituiscono la spina dorsale della capacità di combattimento sul terreno, sostenuta dalla campagna aerea, che ora include anche le incursioni degli elicotteri Apache.

Il resto delle forze ribelli sono felici uomini armati dal grilletto inesperto (compresi gli adolescenti – vedi foto sotto), che hanno la funzione di creare un clima di panico e intimidazione.

Quello a cui ci troviamo di fronte è un’operazione accuratamente pianificata dai servizi segreti militari per invadere e occupare un paese sovrano.

Libyan rebels

Uccidere la Verità. Il ruolo dei media occidentali

I media occidentali costituiscono un importante strumento di guerra. I crimini di guerra della NATO vengono offuscati. La resistenza popolare contro l’invasione guidata dalla NATO  non viene menzionata.

Viene infuso nella coscienza interiore di milioni di persone un racconto di “liberazione” e “di forze ribelli di opposizione pro-democrazia”. Questo prende il nome di “NATO Consensus”.

Il ” NATO Consensus “, il quale sostiene il “mandato umanitario” dell’alleanza atlantica, non può essere contestato. I bombardamenti di aree civili, cosi come il ruolo di una milizia terrorista, sono banalizzati o non vengono affatto menzionati.

Uccidere la verità è parte integrante del programma militare. Le realtà vengono capovolte. La bugia diventa la verità. Si tratta di una dottrina inquisitoria.Il “NATO consensus”  sminuisce di gran lunga l’ Inquisizione spagnola.

L’invasione criminale e l’occupazione della Libia non sono menzionate. La vita dei giornalisti indipendenti a Tripoli, che riportano quanto sta realmente accadendo, è  minacciata. Le parole d’ ordine sono “Liberazione” e “Rivoluzione” con il mandato della NATO limitato alla R2P (“Responsabilità di proteggere”).

Liberazione o invasione? Camuffando la natura delle operazioni militari per non parlare delle atrocità della NATO, i media occidentali hanno contribuito a fornire al Consiglio di transizione una parvenza di legittimità e riconoscimento internazionale. Quest’ultimo non sarebbe stato imminente senza il sostegno dei media occidentali.

Le forze speciali della NATO e gli agenti dei servizi segreti sul terreno sono in collegamento permanente con gli strateghi militari coinvolti nel coordinamento delle sortite d’attacco della NATO e dei bombardamenti sulla capitale libica.

Bombardamenti intensivi su Tripoli

Il 27 agosto, la NATO ha riconosciuto la condotta di 20.633 sortite dal 31 marzo e di 7768  sortite d’attacco. (Queste cifre non includono i bombardamenti intensivi condotti nelle due settimane precedenti al 31 marzo). Ogni caccia o bombardiere trasporta numerosi missili, razzi, ecc a seconda della specifica artiglieria del velivolo.

Moltiplicate il numero di sortite d’attacco (7768 dal 31 marzo) per il numero medio di missili o bombe lanciato da ognuno degli aerei e avrete una vaga idea delle dimensioni e della portata di questa operazione militare. Un Dassault Mirage 2000 francese ,per esempio, può trasportare 18 missili sotto le ali. I bombardieri americani B-2 Stealth sono equipaggiati con bombe anti-bunker.

France's Mirage 2000 used in Operation Odyssey Dawn against Libya,

USAF Stealth B-2 Bomber used in Operation Odyssey Dawn

Conformemente al mandato umanitario della NATO, veniamo informati dai media che queste decine di migliaia di attacchi non hanno provocato vittime tra i civili (con l’eccezione di qualche “danno collaterale”).

Non sorprende che, già a metà aprile, dopo tre settimane di bombardamenti, l’Alleanza Atlantica ha annunciato che “gli aerei della NATO impegnati nelle missioni di combattimento in Libia stanno iniziando ad esaurire le bombe” (UPI, 16 aprile 2011);

“La ragione per cui abbiamo bisogno di più funzionalità, non è perché non stiamo colpendo ciò che vediamo – è che così possiamo avere la capacità di farlo,” ha detto al Post un funzionario della Nato . “Uno dei problemi è il tempo di volo, l’altro sono le munizioni.”(Ibid)

I bombardamenti su Tripoli si sono intensificati nel corso delle ultime due settimane. Erano destinati a sostenere le operazioni di terra delle forze speciali e delle brigate islamiche paramilitari guidate dalla NATO. Con una capacità limitata a terra, gli strateghi della Nato hanno deciso di intensificare i bombardamenti.

Il corrispondente di Global Research a Tripoli, la cui vita è minacciata per rivelare i crimini di guerra della Nato, ha descritto un cambiamento nel modello dei bombardamenti, a partire da metà luglio, con raid aerei sempre più intensivi che hanno portato poi, il 20 agosto, ad un’invasione di terra.

“Fino alle 02:35 CET [17 luglio], si potevano sentire i rumori stridenti dei caccia su Tripoli. Le esplosioni hanno innescato un clima di paura e panico in tutta la città, un toccante effetto psicologico ed emotivo su decine di migliaia di persone, dai giovani agli anziani. Questo ha inoltre allertato le persone e le ha condotte ad uscire fuori sui loro balconi, mentre erano testimoni del bombardamento del loro paese.

Una delle esplosioni ha causato un enorme nube a forma di fungo, indicando l’eventuale uso di bombe anti-bunker. … C’era qualcosa di insolito nel modello di queste operazioni di bombardamenti della NATO.

I bombardamenti di questa notte non erano come le altre notti. I suoni erano diversi. I pennacchi di fumo erano diversi. Nei bombardamenti precedenti il fumo di solito saliva in verticale, mentre stasera i pennacchi di fumo erano orizzontali e restavano in sospensione sopra Tripoli con una nube bianca all’orizzonte.

Le persone che non sono state direttamente colpite dalle bombe, nel raggio di 15 chilometri, avevano bruciore agli occhi, mal di schiena, mal di testa. “(Mahdi Darius Nazemroaya,  NATO Launches Bombing Blitzkrieg over Tripoli hitting Residential Areas , Global Research, 17 luglio 2011)

L’uccisione di massa di civili in un contesto di guerra lampo così come la creazione di un clima generalizzato di panico ha lo scopo di ridurre la resistenza della popolazione all’ invasione guidata dalla NATO.

Il numero delle vittime

Secondo le fonti del nostro inviato a Tripoli, sarebbe di circa 3000 il numero delle vittime nel corso della scorsa settimana (20-26 agosto). Gli ospedali sono in uno stato di tumulto, incapaci di soccorere i feriti. Il Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR) conferma che le forniture mediche scarseggiano in tutto il paese.

In recenti sviluppi, l’ Unicef ​​ha avvertito della carenza di acqua a causa dei bombardamenti della NATO sulle infrastrutture idriche in tutto il paese. “Questo potrebbe trasformarsi in un’epidemia sanitaria senza precedenti” ha dichiarato Christian Balslev-Olesen dell’Unicef ​​di Libia.

Gli aerei da guerra della NATO hanno deliberatamente preso di mira la veglia pacifica dei libici che erano dentro alcune tende di fronte al compound di Gheddafi in una strage raccapricciante. I media mainstream hanno riconosciuto il massacro, pur affermando che la causa di queste morti erano i colpi di armi da fuoco negli scontri tra lealisti e ribelli. Le vittime sono:

“Le identità dei morti non erano chiare, ma ,con ogni probabilità erano attivisti che avevano creato una tendopoli improvvisata per esprimere solidarietà a Gheddafi, sfidando la campagna di bombardamenti della NATO. (Forbes.com, 25 agosto 2011)

Non si tratta di danni collaterali. Sono stati commessi crimini di guerra . La NATO ha le mani sporche di sangue. I capi di governo e i capi di stato dei paesi membri della NATO sono criminali di guerra.

Il ruolo centrale di Al Qaeda nella “liberazione di Tripoli”

Secondo la CNN, in una logica contorta, i terroristi si sono pentiti: gli “ex terroristi” ora non sono più “terroristi”.

Vien detto che il LIFG è stata sciolto.

A seguito del loro ripudio della violenza, questi ex leader del LIFG hanno creato una nuova organizzazione politica chiamata Movimento islamico per il cambiamento, che secondo la Cnn “è impegnata a lavorare all’interno di futuro processo democratico”. “Il Movimento islamico libico per il Cambiamento (Al-Haraka Al-Islamiya AlLibiya Lit-Tahghir), è costituito da ex membri dell’ ormai defunto [sostenuto dalla Cia] Gruppo combattente islamico libico (LIFG)”(Reuters, 26 agosto 2011)

Quindi, gli ex “cattivi ragazzi ” (i terroristi) vengono annunciati come “bravi ragazzi” impegnati a “combattere il terrorismo”. Gli ‘”ex” membri del Gruppo combattente islamico della Libia (LIFG) sono descritti come “attivisti pro-democrazia”, che “hanno assunto posizioni di leadership in diverse brigate dei ribelli”.

Il LIFG, affiliato ad Al Qaeda e sostenuto dalla CIA, è stato trasformato dalla CIA nel Movimento islamico per il Cambiamento (IMC), che supporta la ribellione pro-democrazia .

Quando è stato sciolto il LIFG?

Con amara ironia, il Gruppo Combattente Islamico della Libia (LIFG) è stato elencato fino al giugno 2011 dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite come reale organizzazione terroristica. Il 21 giugno 2011, l’elenco delle organizzazioni terroristiche è opportunamente sparito dal sito del  Consiglio di sicurezza in attesa del rinnovo del sito Web. (Vedi allegato sottostante)

The LIFG entry was included in the (updated March 24, 2011, accessed April 3, 2011) United Nations Security Council “terror list” as follows 

QE.L.11.01. Name: LIBYAN ISLAMIC FIGHTING GROUP

Name (original script):

A.k.a.: LIFG F.k.a.: na Address: na Listed on: 6 Oct. 2001 (amended on 5 Mar. 2009)

(The LIFG Listing is on p. 70,http://www.un.org/sc/committees/1267/pdf/consolidatedlist.pdf, (accessed April 3, 2011, no longer accessible)

Other information: Review pursuant to Security Council resolution 1822 (2008) was concluded on 21 Jun. 2010. The website is down and is currently being revamped

Chi guida le Brigate Islamiche della Libia?

Recenti studi confermano ciò che era noto e documentato fin dall’inizio della “ribellione” a metà marzo: le posizioni chiave di comando militare della ribellione sono detenute dagli “ex”comandanti del Gruppo Combattente Islamico della Libia  (LIFG) “.

Il comandante dell’ assalto di Tripoli è Abdel Hakim Belhadj, (noto anche come Abu Abdullah al-Sadeq, Hakim al-Hasidi). Gli è stato affidata, con l’approvazione della NATO,  “una delle brigate ribelli più potenti a Tripoli [che] si occupò degli sforzi dei ribelli all’inizio di questa settimana per prendere d’assalto il compound Bab al-Azziziyah di Gheddafi,  rafforzando ulteriormente la sua posizione di spicco nelle fila dei ribelli. “(CNN, op cit)

“Sadeeq era una figura ben nota del movimento jihadista. Ha combattuto il governo sostenuto dai sovietici in Afghanistan e ha contribuito a fondare [con il supporto della CIA] il Gruppo combattente islamico  della Libia “. (Ibidt)

Ma Saddeeq, secondo la CNN, si è pentito. Non è più un terrorista (cioè un cattivo ragazzo) “, ma una potente voce contro il terrorismo di Al Qaeda”. (Ibid, enfasi aggiunta)

“Nel 2009, Sadeeq e altri leader del LIFG , ripudiarono formalmente il terrorismo in stile Al Qaeda e dispersero la loro campagna per rovesciare il regime libico.

La svolta fu il risultato di due anni di dialogo con il regime mediato da Benotman [un ex comandante LIFG ora alle dipendenze della Quilliam Foundation basata a Londra con un mandato nella risoluzione dei conflitti]. La CNN ha intervistato personalità di spicco del LIFG nel carcere di Abu Salim a Tripoli nel settembre 2009, poco prima che i leader del gruppo venissero rilasciati. Anche se erano dietro le sbarre della prigione,il disconoscimento dei leader della violenza sembrava genuino.(Ibid)

Secondo DebkaFile (sito vicino all’ intelligence israeliana), le  “brigate filo-Al Qaeda” guidate dal comandante del LIFG AbdelHakim Belhadj costituiscono la forza dominante della ribellione, ignorando l’autorità del Consiglio di transizione. Esse sono in controllo di edifici strategici tra cui il compound di Gheddafi.

“Il capo del LIFG [Abdel Hakim Belhadj] ora si mostra come” Comandante del Consiglio militare di Tripoli “. Quando gli è stato chiesto da nostre fonti se prevedeva di passare il controllo della capitale libica al Consiglio nazionale di transizione, che è stato riconosciuto dall’ Occidente, il combattente jihadista fece un gesto di licenziamento senza rispondere. (Debka, Le brigate filo-Al Qaeda  controllano le roccaforti di Gheddafi a Tripoli sequestrate dai ribelli, 28 agosto 2011).

Abdul Hakim Belhhadj ha ricevuto addestramento militare nei campi di guerriglia dell’ Afghanistan patrocinati dalla CIA . Una precedente relazione suggerisce che egli ha circa 1.000 uomini sotto il proprio comando. (Libyan rebels at pains to distance themselves from extremists – The Globe and Mail , 12 marzo 2011)

La coalizione USA-NATO  sta armando i jihadisti. Le armi vengono incanalate verso il LIFG dalla Arabia Saudita, che storicamente, fin dall’inizio della guerra in Afghanistan, ha segretamente sostenuto Al Qaeda. I sauditi stanno fornendo ai ribelli, in collaborazione con Washington e Bruxelles,  razzi anticarro e missili terra-aria (Si veda Michel Chossudovsky “Our Man in Tripoli”: US-NATO Sponsored Islamic Terrorists Integrate Libya’s Pro-Democracy Opposition, Global Research, 3 April 2011).

Una “democrazia” gestita da terroristi

Altri reports confermano anche che un gran numero di terroristi imprigionati nel carcere di Abu Salim sono stati liberati dalle forze ribelli. Ora sono reclutati dalle ex brigate islamiche del LIFG, guidate dagli “ex” comandanti jihadisti pro-democrazia.

La Jihad islamica della NATO

Ci sono indicazioni che la NATO, in coordinamento con i servizi segreti occidentali (tra cui il Mossad israeliano), è coinvolta nel reclutamento di combattenti islamici. Fonti di intelligence israeliane confermano che la NATO, in cooperazione con la Turchia, sta direttamente formando e reclutando in diversi Paesi musulmani una nuova generazione jihadista di “Freedom Fighters”. I Mujahideen, dopo aver subito la formazione, vengono programmati  per partecipare alle campagne militari “umanitarie” pro democrazia della NATO. Il rapporto di Debka  si riferisce alla Siria, prossima sulla tabella di marcia militare della NATO:

“Le nostre fonti riferiscono che è una campagna [NATO] per arruolare migliaia di volontari musulmani nei paesi del Medio Oriente e nel mondo musulmano per combattere al fianco dei ribelli siriani …” (Debka File 15 agosto, 2011 http://www.debka.com/article/21207 /)

Per l’invasione guidata dalla NATO e l’occupazione della Libia si stanno usando combattenti islamici come spina dorsale per  una presunta transizione alla democrazia.

Considerazioni conclusive

I tragici eventi del 11 / 9 hanno svolto un ruolo chiave nello sviluppare  una massiccia campagna di propaganda orientata a giustificare una “guerra al terrorismo” contro il capo di Al Qaeda, Osama bin Laden .Tuttavia, in tutto il Medio Oriente e in Asia Centrale, l’alleanza militare occidentale sta utilizzando le brigate islamiche,addestrate e curate dalla CIA, dall’ MI6 e dal Mossad, per intraprendere la sua “guerra globale al terrorismo”.

La guerra al terrorismo rappresenta un largo consenso instillato nelle menti di milioni di persone. Quello che non è noto all’opinione pubblica occidentale è che la santa crociata dell’Occidente contro il terrorismo islamico piuttosto che prendere di mira i terroristi comprende la presenza di terroristi nei suoi ranghi, cioè i “freedom fighters” di Al Qaeda sono stati integrati nei ranghi delle operazioni militari dirette da USA-NATO.

State tranquilli, nel caso della Libia, i ribelli sono “bravi ragazzi”: sono “ex” piuttosto che membri “attivi” di Al Qaeda.

I media occidentali non hanno segnalato i crimini di guerra commessi dalla NATO. Hanno respinto con disinvoltura le atrocità della NATO: 8000 sortite d’ attacco rappresentano più di 50.000 missili e bombe lanciate contro il popolo libico.

Ci sono vari modi di nascondere la verità. Fin dall’inizio della campagna aerea, i media hanno negato l’esistenza di una guerra. Le sue cause e conseguenze vengono distorte. A sua volta, una campagna di propaganda efficace richiede che sia fatta obiettivo la mentalità della gente sui giornali, sulle reti televisive e on-line.

Le persone devono essere distratte dal comprendere la guerra alla Libia.Le atrocità commesse dalla Nato con il sostegno delle Nazioni Unite compaiono raramente sulle prime pagine. Il modo migliore per camuffare la verità? Riorientare le  notizie sulla Libia verso una serie di banali “punti di discussione”,tra cui la dimensione della piscina Gheddafi, le sue guardie del corpo femminili,i suoi interventi plastici, ecc (The Guardian, 23 agosto 2011)

Quello che non viene elencato dai giornalisti sono i 3000 uomini,donne e bambini che hanno perso la vita nel corso di una settimana di bombardamenti Blitzkrieg con l’uso dei più avanzati sistemi bellici nella storia umana.

In questo contesto di menzogne ​​e falsificazioni, la vita di molti giornalisti indipendenti bloccati a Tripoli , tra cui Mahdi Darius Nazemroaya di Global Research, viene minacciata, per aver detto la verità.

FONTE: The “Liberation” of Libya: NATO Special Forces and Al Qaeda Join Hands 

Di: Coriintempesta

Sette punti sulla guerra contro la Libia

di: Domenico Losurdo
Ormai persino i ciechi possono essere in grado di vedere e di capire quello che sta avvenendo in Libia:

1. E’ in atto una guerra promossa e scatenata dalla Nato. Tale verità finisce col filtrare sugli stessi organi di «informazione» borghesi. Su «La Stampa» del 25 agosto Lucia Annunziata scrive: è una guerra «tutta “esterna”, cioè fatta dalle forze Nato»; è il «sistema occidentale, che ha promosso la guerra contro Gheddafi». Una vignetta dell’«International Herald Tribune» del 24 agosto ci fa vedere «ribelli» che esultano, ma stando comodamente a cavallo di un aereo che porta impresso lo stemma della Nato.

2.Si tratta di una guerra preparata da lungo tempo. Il «Sunday Mirror» del 20 marzo ha rivelato che già «tre settimane» prima della risoluzione dell’Onu erano all’opera in Libia «centinaia» di soldati britannici, inquadrati in uno dei corpi militari più sofisticati e più temuti del mondo (SAS). Rivelazioni o ammissioni analoghe si possono leggere sull’«International Herald Tribune» del 31 marzo, a proposito della presenza di «piccoli gruppi della Cia» e di «un’ampia forza occidentale in azione nell’ombra», sempre «prima dello scoppio delle ostilità il 19 marzo».

3.  Questa guerra non ha nulla a che fare con la protezione dei diritti umani. Nell’articolo già citato, Lucia Annunziata osserva angosciata: «La Nato che ha raggiunto la vittoria non è la stessa entità che ha avviato la guerra». Nel frattempo, l’Occidente è gravemente indebolito dalla crisi economica; riuscirà a mantenere il controllo su un continente che sempre più avverte il richiamo delle «nazioni non occidentali» e in particolare della Cina? D’altro canto, lo stesso quotidiano che ospita l’articolo di Annunziata, «La Stampa», si apre il 26 agosto con un titolo a tutta pagina: «Nuova Libia, sfida Italia-Francia». Per chi ancora non avesse compreso di che tipo di sfida si tratta, l’editoriale di Paolo Baroni (Duello all’ultimo affare) chiarisce: dall’inizio delle operazioni belliche, caratterizzate dal frenetico attivismo di Sarkozy, «si è subito capito che la guerra contro il Colonnello si sarebbe trasformata in un conflitto di tutt’altro tipo: Guerra economica, con un nuovo avversario, l’Italia ovviamente».

4.  Promossa per motivi abietti, la guerra viene condotta in modo criminale. Mi limito solo ad alcuni dettagli ripresi da un quotidiano insospettabile. L’«International Herald Tribune» del 26 agosto, con un articolo di K. Fahim e R. Gladstone riporta: «In un accampamento al centro di Tripoli sono stati ritrovati i corpi crivellati di proiettili di più 30 combattenti pro-Gheddafi. Almeno due erano legati con manette di plastica, e ciò lascia pensare che abbiano subito un’esecuzione. Di questi morti cinque sono stati trovati in un ospedale da campo; uno era su un’ambulanza, steso su una barella e allacciato con una cinghia e con una flebo intravenosa ancora al suo braccio».

5.  Barbara come tutte le guerre coloniali, l’attuale guerra contro la Libia dimostra l’ulteriore imbarbarimento dell’imperialismo. In passato innumerevoli sono stati i tentativi della Cia di assassinare Fidel Castro, ma questi tentativi erano condotti in segreto, con un senso se non di vergogna, comunque di timore per le possibili reazioni dell’opinione pubblica internazionale. Oggi, invece, assassinare Gheddafi o altri capi di Stato sgraditi all’Occidente è un diritto proclamato apertamente. Il «Corriere della Sera» del 26 agosto 2011 titola trionfalmente: «Caccia a Gheddafi e ai figli casa per casa». Mentre scrivo, i Tornados britannici, avvalendosi anche della collaborazione e delle informazioni fornite dalla Francia, sono impegnati a bombardare Sirte e a sterminare un’intera famiglia.

6.  Non meno barbara della guerra, è stata ed è la campagna di disinformazione. Senza alcun senso del pudore, la Nato ha martellato sistematicamente la menzogna secondo cui le sue operazioni belliche miravano solo alla protezione dei civili! E la stampa, la «libera» stampa occidentale? A suo tempo essa ha pubblicato con evidenza la «notizia», secondo cui Gheddafi riempiva i suoi soldati di viagra in modo che più agevolmente potessero commettere stupri di massa. Questa «notizia» cadeva rapidamente nel ridicolo, ed ecco allora un’altra «notizia», secondo cui i soldati libici sparano sui bambini. Non viene addotta alcuna prova, non c’è alcun riferimento a tempi e a luoghi determinati, alcun rinvio a questa o a quella fonte: l’importante è criminalizzare il nemico da annientare.

7.  A suo tempo Mussolini presentò l’aggressione fascista contro l’Etiopia come una campagna per liberare quel paese dalla piaga della schiavitù; oggi la Nato presenta la sua aggressione contro la Libia come una campagna per la diffusione della democrazia. A suo tempo Mussolini non si stancava di tuonare contro l’imperatore etiopico Hailè Selassié quale «Negus dei negrieri»; oggi la Nato esprime il suo disprezzo per Gheddafi «il dittatore». Come non cambia la natura guerrafondaia dell’imperialismo, così le sue tecniche di manipolazione rivelano significativi elementi di continuità. Al fine di chiarire chi oggi realmente esercita la dittatura a livello planetario, piuttosto che Marx o Lenin, voglio citare Immanuel Kant. Nello scritto del 1798 (Il conflitto delle facoltà), egli scrive: «Cos’è un monarca assoluto? E’ colui che quando comanda: “la guerra deve essere”, la guerra in effetti segue». Argomentando in tal modo, Kant prendeva di mira in particolare l’Inghilterra del suo tempo, senza lasciarsi ingannare dalle forme «liberali» di quel paese. E’ una lezione di cui far tesoro: i «monarchi assoluti» del nostro tempo, i tiranni e dittatori planetari del nostro tempo siedono a Washington, a Bruxelles e nelle più importanti capitali occidentali.

FONTE: Blog di Domenico Losurdo

Come distruggere il Fantasy Reality della NATO sulla Libia?

Quanto ancora ci vorrà perché le persone si rendano conto di essere state ingannate fin dal primo giorno sulla guerra in Libia? Che cosa occorre per far capire alla gente che la Francia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti, insieme ai loro non democratici monarchi degli stati del Golfo hanno messo in opera un piano diabolico per distruggere il potere di Gheddafi?

Come Kuhn ha descritto nel campo della scienza, ci sono paradigmi ai quali la gente aderisce e che utilizza per spiegare il mondo.

Dopo una serie di anomalie il paradigma non è più in grado di spiegare molti fenomeni e infine si disintegra per far posto a un altro paradigma capace di spiegare più di quello precedente.

Mettiamo a confronto le due realtà, con le loro caratteristiche che sono ora in lizza per rimanere o diventare il paradigma, ciascuno con le proprie caratteristiche.

Provate a valutare entrambe le realtà e a vedere quale delle due è in grado di spiegare più fatti.

1. La Realtà della NATO

- Veniamo in pace.

- Veniamo a proteggere i civili.

- Veniamo a imporre una no-fly zone.

- Veniamo a imporre un embargo sulle armi.

- Non affianchiamo i ribelli, siamo dalla parte dei libici.

- Gheddafi ha perso ogni legittimità ed è un dittatore spietato

- I nostri media non dicono nient’altro che la verità.

- Noi facciamo quello che la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU ci dice di fare.

- Credete a ciò che vi viene detto.

- Niente truppe sul terreno.

2. UN NUOVO PARADIGMA

- Nella prima settimana nella quale la no-fly zone è entrata in vigore non c’era più motivo di sparare su qualsiasi cosa con tale fine.

- L’embargo sulle armi poteva essere controllato dal mare e dalle frontiere: non era necessario alcun bombardamento per stabilirlo.

- L’embargo sulle armi è stato applicato per una parte in conflitto solamente: al governo libico non è stato permesso di armarsi, i ribelli sono armati da Francia e Qatar (e da molti altri stati, probabilmente)

- Il governo libico e l’Unione africana vogliono avviare colloqui di pace: la NATO e ribelli non vogliono parlare di pace e continuano a bombardare il paese.

- La NATO è chiaramente schierata con i ribelli e viola quindi la risoluzione delle Nazioni Unite che non dice certo nulla riguardo al fatto che certi civili siano più degni di protezione di altri.

- L’obiettivo della NATO è diventato distruggere la possibilità del popolo libico di difendersi contro i bombardieri stranieri e da alcuni gruppi ribelli che non rappresentano il popolo della Libia: molti soldati sono stati uccisi anche quando erano in una posizione difensiva, proteggendo i loro civili dalle atrocità commesse dalle forze ribelli.

- La risoluzione dell’ONU nulla dice in merito allo spodestare il leader di un paese sovrano: la NATO intende scacciare Gheddafi e aiuta i ribelli a ricercarlo.

- Gheddafi è amato da milioni di persone e molti stanno sempre più odiando la NATO e la sua fanteria ribelle (1)

- La televisione di Stato libica è stata bombardata perché ha mostrato le atrocità e le numerose morti causate da NATO e Ribelli: ciò non era gradito, pertanto occorreva ridurla in rovine a dispetto delle regole delle Nazioni Unite contrarie a tali atti.

- La battaglia di Tripoli non è finita e già le compagnie petrolifere stanno combattendo tra loro per ottenere il controllo dei giacimenti di petrolio libico, i presidenti dei paesi NATO stanno pianificando che cosa fare con la Libia: come se avessero il diritto di determinare il futuro della Libia.

- La scelleratezza della NATO per Tripoli: bombardare a tappeto l’entrata ovest di Tripoli e uccidere tutti quelli che si trovano lì; non importa che ci siano civili o soldati che difendono la loro città; poi consentire ai killer islamici più spietati, provenienti dalla Libia orientale e altri mercenari dal Qatar, di entrare in città carichi di armi della NATO e del Qatar; portare individui dell’MI6 e della CIA e alcuni altri mercenari di organizzazioni come le Blackwater, per capitanare questi ribelli killer.

Fornire ulteriori aiuti, dando loro barche e trasportandoli con elicotteri in certi quartieri di Tripoli. Assicurarsi che non ci sia nessuno della stampa – rinchiuderli nell’hotel Rixos – e poi: lasciare che il massacro cominci! Usare alcuni filmati falsi di un’altra Piazza Verde, e attendere pochi giorni per assicurarsi che tutti i morti (che includono probabilmente molti civili che proteggevano la loro città) vengano rimossi dalle strade e proclamare la vittoria sulla Libia. Radunare i presidenti quanto prima e consegnare il potere alle loro marionette Jalil e Jabril (non c’è un governo ufficiale da settimane).

Se la battaglia va per le lunghe, non esitare a utilizzare gli elicotteri da guerra per sparare contro chiunque si opponga ai loro ribelli killer, e ignorare il fatto che molte persone a Tripoli non vogliono i ribelli e odiano la NATO per i suoi bombardamenti che continuano da più di 5 mesi, come ladri nella notte.

CONCLUSIONE

È spesso molto difficile che si verifichi il cambiamento per un mutamento di paradigma. Una volta che le persone hanno avuto il lavaggio del cervello affinché credano a un certo paradigma non sono per lo più in grado di cambiare questo punto di vista. Max Planck ha detto una volta che perché si verifichi un cambio di paradigma le persone che sostengono il vecchio paradigma devono semplicemente passare a miglior vita.

Noi non abbiamo tutto questo tempo.

Possiamo guardare tutti i punti del Paradigma Fantasy della NATO e chiederci quanto siano veri questi elementi.

Una volta che voi permettete all’incertezza di farsi pian piano strada, c’è un’altra disperata tendenza a mantenersi attaccati al vecchio paradigma, fino a che alla fine crolla completamente facendovi abbracciare il nuovo paradigma con tutte le conseguenze: non possiamo fidarci delle notizie sulle nostre TV, internet, radio. Non possiamo fidarci dei nostri governi, non possiamo fidarci della NATO, che è di certo una pillola difficile da ingoiare, ma forse è giunto il momento di affrontare questo nuovo paradigma. Tocca a voi.

 

P.S. Guardate i nuovi video sul mio canale. Yvonne de Vito (2) e un’intervista a un giovane libico a Londra che ci spiega che molti libici non stanno tanto combattendo per Gheddafi, quanto per proteggere il loro paese dalle potenze straniere. Vedono nel Qatar, negli Emirati Uniti e nella NATO i propri nemici (3)

(1) http://waterput.yolasite.com/english/nato-has-declared-war-on-millions-of-green-libyans

(2) http://www.youtube.com/watch?v=XWnnhNdcVbg

(3) http://www.youtube.com/watch?v=7mo8b3M4QBc (I libici che hanno disertato erano perlopiù la parte più corrotta della popolazione)

Fonte: http://waterput.yolasite.com/english/how-to-destroy-nato-s-fantasy-reality-on-libya-.

Traduzione per Megachip a cura di Pietrina Savini.

Tripoli, oggi più che mai suol d’amore. Il nostro.

di: Fulvio Grimaldi

La storia è un resoconto perlopiù falso di eventi perlopiù insignificanti provocati da governanti perlopiù delinquenti e da soldati perlopiù idioti. (Ambrose Bierce, scrittore Usa, 1842-1914)

Liquidiamo per prima cosa gli sciacalli collateralisti travestiti da sinistri, oggi tutti o rintanati in un abisso di vergogna, o garruli, più impudichi, celebratori di diritti umani e democrazia ristabiliti. Come Vendola – “Israele ha fatto fiorire il deserto” – Rossanda -“Brigate internazionali a sostegno dei giovani rivoluzionari di Bengasi”, o il poco noto sedicente esperto di Latinoamerica e spocchioso tuttologo dell’intossicazione imperialista, Carotenuto – “I cecchini di Gheddafi sparano sui bambini”. Li scopriamo, sotto gli scintillanti panni arcobaleno, imbrattati di merda e grondanti di sangue del popolo libico e confinati per l’eternità nella fangazza dei caimani, peggiori del guiitto mannaro: traditori e rinnegati.

Calpesta questi vermi Hugo Chavez che, ancora una volta, ha tuonato contro le aberranti nefandezze  dei “democratici governi europei e Usa impegnati a radere al suolo Tripoli, le scuole, gli ospedali, le case, i posti di lavoro, i campi coltivati, le fabbriche, i rifornimenti idrici ed elettrici con il suo milione e mezzo di abitanti”, adducendo a scusa una “rivoluzione” che non è che un colpo di Stato “mirato a prendersi il paese e le sue ricchezze” .

Dietro a Chavez c’è quasi l’intera America Latina, quasi tutta l’Africa, gran parte dell’Asia, a dispetto degli infingardi medvedeviani e cinesi. E questi cavalieri dell’Apocalisse, rappresentanti di un mero 7% dell’umanità, in maggioranza, poi, nemmeno  omologati sui crimini dei loro “rappresentanti”, osano definirsi “comunità  internazionale”. Senza contare che ormai, nella “comunità internazionale”, questi non sono da tempo rappresentanti di nessuno, se non della manica di criminali psicopatici rintanati nei forzieri.
E veniamo a come sembra stiano le cose secondo le uniche voci oneste sopravvissute a Tripoli. Sopravvissute, perchè ne va della loro vita, visto che le spie della Cia e dell’MI6, fattesi passare per giornalisti nell’Hotel Rixos, li hanno minacciati di morte e cercano di farli fuori. Me li ricordo, quei “giornalisti” yankee e britannici, in ascolto spocchioso e irridente alle nostre conferenze stampa in cui portavamo documenti, immagini e testimonianze degli orrori compiuti dai mercenari e dalla Nato. Ricordo le loro domande di spie: “A quale formazione politica appartieni?” “Cosa guadagnate dal farvi trombettieri delle truffe e bugie di Gheddafi?” “Chi vi paga?” “Siete complici dei mercenari di Gheddafi che stuprano bambini”. “Vi rendete conto che siete operativi del terrorismo contro la democrazia e la comunità internazionale?”
Ora quell’hotel, senza più personale, si è diviso in due contrapposti fortini: da un lato i giornalisti veri, in prima linea Thierry Meyssan e Darius Nazemroaya, che gli agenti angloamericani cercano di far fuori, dall’altro i mercenari mediatici. Gli stessi che viaggiando per le strade della Libia segnalavano alla Nato i posti di blocco da disintegrare. E’ per le strade così “ripulite” che le bande del mercenariato Nato hanno potuto avanzare grazie all’intervento incessante degli elicotteri d’assalto, dei droni e dei bombardieri, che spazzavano gli spazi davanti a loro. Nulla di quanto sta avvenendo è merito di questo branco di belve subumane unicamente motivate dal bottino e dagli orgasmi da sevizie e morte. Senza le stragi Nato non sarebbero stati capaci di far altro che continuare a dare la caccia agli africani neri, alle ragazze da violentare e poi uccidere (stile narcos al soldo degli Usa in Messico), a chi non si schierava con loro. La forza d’urto principale è stata esercitata dalle montagne alle spalle di Tripoli nelle quali nelle scorse settimane erano arrivate, su piste improvvisate, valanghe di armamenti pesanti, con il beneplacito del governo dellaTunisia, da qualcuno (Giuliana Sgrena e mistificatori vari) ancora definito espressione della “primavera dei gelsomini” (qualifica tesa a sacralizzare anche le operazioni Cia delle rivoluzioni arancioni, dei garofani, delle rose e di colori e fiori vari). Governo tunisino che, rivoluzionariamente, spargendo gelsomini, è balzato sul carro da morto di passaggio e ha riconosciuto il sedicente Consiglio di Transizione, così tagliando il cordone ombelicale a tutto un popolo, E’ la democrazia, cretino!

I tumulti di Tripoli, comunque, sembra non siano tanto merito di contingenti di mercenari invasori, in ogni caso guidati e appoggiati da teste di cuoio occidentali, quanto da “cellule dormienti” infiltrate da tempo e che si sono mosse al segnale lanciato da certi muezzin dai minareti a partire da sabato scorso. Il meccanismo, ripetuto in questi giorni, è questo: la Nato lancia di notte attacchi di portata terrificante su una zona, o un centro, distruggendo tutto e facendo fuggire o uccidendo la popolazione (1.300 in 9 ore domenica scorsa, 5000 feriti). Nel vuoto si precipitano i mercenari con telecamere al seguito, sbraitano, sparacchiano e… spariscono, mentre l’area torna ad essere popolata da abitanti che rientrano sotto la protezione delle forze lealiste. Si parla addirittura di “ribelli” cacciati dalle loro posizioni 80 km a ovest di Tripoli (Zauija).

Così, pare, oggi a Tripoli, dove sarebbe in corso la controffensiva dei lealisti che avrebbe svuotato la città dai mercenari per il 90%, salvo sacche nei sobborghi. E a ennesima dimostrazione della rozzezza dei bugiardi: i figli di Gheddafi, Seif e Mohammed, sono liberi e in lotta. Il problema grande è che, come si creano distanze tra i due fronti, i killer Nato hanno agio di infierire su Resistenza e popolazione civile, ovviamente, come fatto a partire del 19 marzo, senza il minimo riguardo per la popolazione nella quale i combattenti patrioti si muovono. L’altra notte è passato su RAI Tre un grande film su Marzabotto. Sinistri e celebranti vari commemorano in lacrime quegli eventi. in Libia la nostra “comunità internazionale” di Marzabotto e S.Anna di Stazzema ne hanno perpetrato centinaia, all’ennesima potenza. E’ la democrazia, cretino! E ora stanno facendo a Tripoli quello che hanno fatto a Dresda, a Baghdad, a Falluja, a Gaza. Terminator nutriti di morte, amici, anzi padroni omaggiati, di Napolitano, Bersani, Flavio Lotti, Pannella e tutta la fangazza sinistrata d’Italia. Lordi tutti del sangue di un popolo genocidato dopo l’altro. A quando l’incendio purificatore e salvifico che li incenerirà?


Non finisce qui. Non c’è nessuna stretta finale, Gheddafi morirà in combattimento o trucidato, come Saddam e Milosevic, in qualche postribolo da tutti consacrato tribunale e dove, sullo scranno delle marchette, sono assise “madame” come Carla del Ponte, Antonio Cassese (quello del tribunale farsa prima della Jugoslavia e poi del Libano), Moreno Ocampo. Così come si omaggia Napolitano, il peggiore presidente mai avuto nella Repubblica, “difensore della Costituzione”. Colui che rischia, avvenuta la nemesi, di passare alla storia giusta con il titolo di “presidente fellone”. Accanto a gentaccia come Laval, Petain, Badoglio e, oggi, accanto a pagliacci zannuti Nato alla Karzai, Al Maliki, Micheletti, Calderon, Abu Mazen, Mesic…
Gheddafi, mille Gheddafi, continueranno a guidare la lotta dei libici, dovesse durare un’altra volta trent’anni, come sotto i macellai Graziani, Badoglio, Mussolini (avete constatato come questi massacratori dei mandanti Obama e Cameron e banchieri che li manovrano, siano addirittura peggio, molto peggio, di quegli antesignani della civiltà superiore bianca cristiana?). Alimentiamo i fuochi sacri dei libici. A partire dalle palle infuocate di verità da lanciare addosso alle prostitute nel postribolo.
MondoCane

Oslo: tutto quello che già sapete

di: Gianluca Freda

Tutto quello che avreste voluto sapere sugli attentati in Norvegia, ma avete evitato di chiedere, un po’ perché ci arrivavate anche da soli, un po’ perché è sempre la solita solfa.

Sui motivi del doppio attentato terroristico in Norvegia, il cui tragico bilancio è finora di un centinaio di morti, l’unica cosa che bisogna tenere presente è che – come sempre – tali motivi vanno ricercati in direzione diversa, se non del tutto opposta, a quelli insinuati dai giornali e dalle TV di regime dell’occidente. A chiarire la situazione, forse sono utili alcune notizie uscite in sordina nei giorni e negli anni scorsi. Fare due più due non è difficile.

Q: – Quali interessi ci sono dietro l’attentato?

A: Norvegia e Russia hanno raggiunto nel corso degli ultimi anni accordi di cooperazione sempre più stretti tanto per lo sfruttamento dei giacimenti di gas e petrolio dell’Artico, quanto per la partnership commerciale nello sfruttamento di giacimenti mediorientali (in Iraq in particolare). Quest’asse energetico privilegiato tra Russia ed Europa mette a rischio gli interessi strategici americani e il controllo USA sul continente europeo. Era inevitabile che arrivassero, prima o dopo, gli opportuni “avvertimenti”:

1) Dal sito “La voce della Russia”, 07-07-2011:

Entra in vigore l’accordo Russia-Norvegia: nuovi orizzonti nell’Artico

Oggi entra in vigore l’accordo fra la Russia e la Norvegia sulla delimitazione delle zone di competenza nell’Artide e sulla cooperazione nel Mar di Barents e nel Mar Glaciale Artico. Con questo documento, firmato il 15 settembre del 2010,  si sono conclusi 40 anni di controversie. L’accordo apre nuove possibilita’ per il libero sfruttamento dei ricchissimi  giacimenti di gas e petrolio nell’area di 175 mila chilometri quadrati e regola la collaborazione nel settore ittico. Secondo il ministro degli esteri russo Lavrov, si tratta di un’intesa opportuna e reciprocamente vantaggiosa.

2) Da “Sky – TG24” del 12-12-2009:

Iraq, russi e norvegesi si accaparrano il petrolio

Nel corso dell’asta per l’assegnazione di appalti ventennali sui pozzi iracheni, che si è svolta a Baghdad, la compagnia russa Lukoil e la norvegese Statoil hanno ottenuto la concessione per uno dei maggiori giacimenti petroliferi, nel Sud dell’Iraq. Lo ha annunciato il ministro del petrolio iracheno. Si tratta di uno dei giacimenti più grandi finora mai sfruttati, con delle riserve di quasi 13 miliardi di barili. La coppia Lukoil-Statoil ha strappato il contratto grazie a un’offerta che prevede di accrescere la produzione di 1,8 milioni di barili al giorno.

3) Dal “Corriere della Sera” del 26-10-2007:

Gazprom si allea con la Norvegia E il petrolio tocca nuovi record

MILANO – Gazprom ha scelto la norvegese StatoilHydro come secondo partner nel maxi-giacimento di gas a Shtokman. Il colosso russo guidato da Alexej Miller aveva già selezionato la francese Total come primo partner per sviluppare la fase iniziale del progetto, la cui stima ammonta a 15-20 miliardi di dollari. Le riserve di questo giacimento ammontano a 3.700 miliardi di metri cubi di gas e oltre 31 milioni di tonnellate di gas condensato. […]

Q: – Perché l’attentatore doveva essere “di estrema destra”?

A: Fin dal termine della Seconda Guerra Mondiale, gli USA hanno ristrutturato la politica europea su basi anti-russe, favorendo in particolare i movimenti socialdemocratici filoamericani e isolando la destra europea anti-statunitense. La destra è tradizionalmente portatrice di ideologie nazionaliste, avverse tanto al dominio americano sul continente quanto agli strumenti politici (“democrazia”) ed economici (moneta unica) attraverso i quali tale dominio viene garantito. Solo in Francia, all’epoca di De Gaulle, la creazione di questo ostracismo verso la destra europea era temporaneamente fallita. Il partito filo-russo in Europa è ovviamente trasversale agli schieramenti politici, ma nel linguaggio della propaganda si tende a definire “populismo di destra” ogni posizione politica che non si uniformi ad una visione filoamericana dell’europeismo e che prenda anche solo ipoteticamente in considerazione la creazione di rapporti più stretti con la Russia. Tali forze politiche sono quelle che maggiormente preoccupano gli Stati Uniti, essendo poco malleabili, scarsamente controllate, avverse all’unione economica europea (attraverso la quale gli USA mantengono l’Europa nella morsa del debito, dunque sotto controllo), in crescita di consensi e – soprattutto – animate da una prospettiva “eurasiatica” che guarda alla Russia come ideale partner politico ed economico con cui rimpiazzare nel futuro la superpotenza americana in declino. Occorre dunque, ogni volta che sia possibile, demonizzarle (magari definendole “xenofobe” e “antisemite” a intervalli regolari) e screditarle, attribuendo ad esse la paternità di azioni ignominiose.

Anche qui riporto qualche articolo:

1) Dal sito di economia “Risk and Forecast”, 12-03-2009:

Gli amici di estrema destra della Russia

Recenti notizie di stampa affermano che i partiti di estrema destra in Europa sarebbero finanziati – almeno in parte – dalla Russia. Sebbene tali affermazioni necessitino di essere provate, è un dato di fatto che diversi partiti di estrema destra dell’est europeo sono diventati accaniti sostenitori degli interessi russi e ammiratori del modello politico-economico della Russia. Diversi gruppi di estrema destra, nei paesi post-comunisti, guardano all’infrastruttura politica autoritaria di Vladimir Putin come ad un modello e premono allo stesso tempo per una maggiore apertura verso la Russia e per la rottura della comunità Euro-Atlantica. In Europa orientale, il sostegno verso l’estrema destra ha evidenziato negli ultimi anni un trend in ascesa. Dal punto di vista russo, un partenariato con gli ultranazionalisti potrebbe facilitare i suoi tentativi di influenzare la politica interna di questi paesi, almeno finché Mosca non riuscirà a trovare un alleato ancor più influente nell’ambito dello spettro politico. […]

2) Da “L’interprete internazionale” del 15-04-2011:

Marine Le Pen: No alla NATO, sì alla Russia

“Marine Le Pen promette l’uscita dalla Nato e un partenariato con la Russia”, titola l’agenzia. In un discorso tenuto ai corrispondenti esteri a Nanterre, la Le Pen avrebbe detto che, in caso di una sua vittoria alle presidenziali, la Francia farebbe della Russia un partner privilegiato e lascerebbe la Nato. “Penso che la Francia abbia tutto l’interesse a volgersi verso l’Europa, ma alla grande Europa. E in particolare a lavorare ad un partenariato con la Russia”, avrebbe detto, invocando “ragioni evidenti, di civiltà e geostrategiche”. E sull’Alleanza atlantica: “le scelte fatte dal presidente della Repubblica (ovvero Sarkozy, ndr), che appaiono come scelte di sistematico allineamento (sugli Usa, ndr), non mi paiono positive”.

3) Dal sito dell’emittente iraniana IRIB, 11-05-2010:

Ucraina: proteste contro la politica pro-Russia del presidente Yanukovych

KIEV – Migliaia di manifestanti sono scesi per le strade della capitale ucraina per protestare contro la decisione del presidente Viktor Yanukovych a stabilire legami più stretti con la Russia. Le proteste di oggi contro il governo del presidente Yanukovych hanno avuto luogo quasi un mese dopo la firma di un accordo tra Mosca e Kiev, definita dai dimostranti arrabbiati un atto “contro la sovranità dell’Ucraina”. Il nuovo accordo tra i due paesi vicini consentirebbe a Mosca un ampio uso di porti navali dell’Ucraina nel Mar Nero, in cambio dell’esportazione di una piccola quantità del gas naturale dalla Russia verso l’ex repubblica sovietica.[…]

Q: - Di quali altre colpe si è macchiata la Norvegia verso i dominatori Usraeliani per meritarsi una punizione così sanguinosa?

A. Vediamo un po’:

1) Da “Views and News from Norway” del 14-02-2011:

La Norvegia tra coloro che vogliono spaccare la NATO

Nuove indiscrezioni di Wikileaks hanno rivelato quanto siano profonde le divisioni all’interno della NATO su questioni chiave della sicurezza europea. Il governo norvegese è accusato di essere parte di una presunta “banda dei cinque” filorussa, insieme a Francia, Germania, Olanda e Spagna. […] In una riunione d’emergenza del Consiglio della NATO tenutasi il 12 agosto [2008] in occasione del conflitto tra Russia e Georgia, gli alleati non riuscirono a trovare una posizione comune sulla guerra. La “banda dei cinque”, come la definiscono gli americani, avrebbe affermato che l’annuncio dell’ingresso di Georgia e Ucraina nella NATO avrebbe avuto il solo scopo di provocare i russi, mentre la parte opposta considerava la decisione di non garantire a questi paesi una piena partecipazione come una sorta di “luce verde” data ai russi per fare ciò che volevano. Solo il 19 agosto si riuscì ad arrivare ad una dichiarazione comune sulla crisi. […]

2) Dal sito “Workers World”, 21-07-2011:

Escalation dei bombardamenti NATO contro la Libia

[…] Anche la Norvegia [insieme all’ Olanda] sta ritirando la propria partecipazione [alla guerra in Libia]. A partire dal 1° agosto, le sue forze aeree non saranno più coinvolte negli attacchi. Questa crescente riluttanza da parte di diversi paesi membri della NATO ha portato il ministro della difesa britannico, Liam Fox, ad accusare questi governi, il 13 luglio scorso, di non fornire sufficienti forze aeree per la campagna in corso. […]

3) Da “Tundra Tabloids” del 27-03-2011 (ovvove supvemo!)

Norvegia: il partito socialista proporrà una mozione in cui si chiede di bombardare Israele in caso di azioni contro Hamas a Gaza.

Siamo arrivati a questo. Il Sosialistisk Venstreparti (Partito Socialista di Sinistra) di Kristin Halvorsen, facente parte della coalizione di governo norvegese, conta di far votare una mozione in cui si richiede un’azione militare contro Israele nel caso che questi dovesse decidere di agire contro Hamas a Gaza! […]

4) Da “Rohama.org” del 15-01-2011:

La Norvegia sarà la prima nazione europea a riconoscere la Palestina

Jonas Gahr Stoere, Ministro degli Esteri norvegese, ha detto ad una conferenza stampa svoltasi a Ramallah, insieme al Primo Ministro palestinese Salam Fayyad, che il suo paese sarà uno dei primi a riconoscere il futuro stato palestinese una volta che le sue istituzioni saranno approntate secondo gli schemi e i progetti previsti dall’Autorità Nazionale Palestinese. […]

5) Dal sito norvegese “Politisk.tv2.no” del 21-07-2011: (ovvove degli ovvovi!)

Jonas Gahr Støre [Ministro degli Esteri norvegese]: l’occupazione deve finire, il muro deve essere demolito e bisogna farlo subito!

 

utoya

Il ministro degli esteri è stato accolto con richieste di riconoscimento dello Stato Palestinese quando, giovedì, si è recato in visita ad un campo estivo della gioventù laburista a Utoya.

N.B.: guarda caso, il campo di Utoya che il ministro Store aveva visitato il 21 luglio (qui sopra vedete una foto della visita) è stato proprio il teatro della strage compiuta il giorno successivo dal folle “estremista di destra”. Con tutta la buona volontà, non riesco proprio a immaginare un avvertimento dal significato più eloquente di questo.

Q: Quali metodi hanno utilizzato i servizi segreti per il doppio attentato?

A: Qui si possono fare solo delle ipotesi, ma poiché il modus operandi è stato osservato in molti attacchi precedenti dello stesso tipo l’immaginazione non dovrà essere sottoposta a sforzi eccessivi.

Il primo sistema, piuttosto ben rodato, è quello di organizzare,  contemporaneamente o a ridosso degli attentati, delle “esercitazioni militari” che seguiranno – guarda un po’ la coincidenza – la stessa falsariga di ciò che avverrà durante gli attentati “veri”. Il sistema è stato messo a punto dai servizi segreti israeliani ed ha lo scopo di far circolare liberamente – col pretesto dell’”esercitazione” – gli uomini, i mezzi e i materiali che dovranno servire a portare a termine l’attacco. Questo sistema è stato utilizzato, com’è noto, per gli attacchi dell’11 settembre negli Stati Uniti, quando il NORAD e il Consiglio di Stato Maggiore americano avevano in corso “esercitazioni” riguardanti il dirottamento di un aereo governativo e lo schianto di un velivolo contro un palazzo. Stesso discorso per gli attentati a Londra del 7 luglio 2005, avvenuti “incidentalmente” proprio nel momento in cui governo e polizia stavano conducendo una “simulazione” di attentato nella metropolitana londinese.

 

drill

Qualcosa di simile è avvenuto per l’attacco “con autobomba” nel centro di Oslo, che non ha colpito solo la sede del giornale Verdens Gang, come alcune fonti di stampa hanno riportato, bensì vari edifici governativi, affinché il messaggio arrivasse forte e chiaro. Da notare che, in molti casi, gli attacchi attribuiti ad “autobombe” sono realizzati in realtà con esplosivi piazzati preliminarmente in punti sensibili degli obiettivi da colpire. L’attacco era stato anticipato, mercoledì scorso, da una tipica “esercitazione” della polizia antiterrorismo proprio nel centro di Oslo, a 200 metri di distanza dalla Operahuset. La polizia – dice l’articolo – ha fatto esplodere delle cariche esplosive a scopo di “simulazione”, ma si è “dimenticata” di comunicare ai residenti di avere delle esercitazioni in corso, suscitando così spavento e allarme nella popolazione. Il capo dell’ufficio stampa della polizia di Oslo, Unni Grondal, aveva dichiarato all’Afterpost“E’ qualcosa di cui non eravamo stati avvisati. Non succederà più”. Invece è successo di nuovo poche ore dopo.

Per ciò che riguarda l’attacco all’isola di Utoya, è rilevante notare l’assurdità delle versioni pubblicate dalla stampa mainstream, secondo le quali il biondo “estremista di destra”, Anders Behring Breivik, avrebbe fatto tutto da solo: avrebbe piazzato l’autobomba nella capitale e poi se ne sarebbe andato tranquillamente a Utoya a massacrare un centinaio di persone. Non credo ci sia bisogno di spiegare, a chi vive nel mondo concreto e non in un film di Chuck Norris, perché quest’affermazione sia ridicola. E’ chiaro che le operazioni sono state eseguite da persone diverse. Ed è certo come l’oro che la stessa strage di Utoya è stata compiuta da un commando composto da diverse persone, visto che quasi tutti i testimoni sopravvissuti parlano di più persone coinvolte nell’attacco, né si capisce come un unico individuo, per quanto ben armato, possa aver compiuto una strage di simili proporzioni senza incontrare resistenza.

E’ da notare che il Mossad israeliano recluta spesso informatori e operativi tra i rifugiati, in particolare palestinesi, ma non solo, che richiedono asilo politico in Norvegia. Il Mossad opera in Norvegia in cooperazione con i servizi segreti locali, sotto la copertura del cosiddetto “Kilowatt Group”, una rete d’intelligence che vede la partecipazione, oltre che di Israele e Norvegia, anche di altri paesi quali Svizzera, Svezia e Sudafrica e che si maschera – manco a dirlo – sotto la finalità di facciata della “lotta al terrorismo”.

Infine, non va dimenticato che la creazione di “psicopatici e assassini seriali” attraverso il lavaggio del cervello è sempre stato una specialità delle pratiche di controllo mentale dell’MK-Ultra, il quale possiede anche un suo braccio norvegese. Questo articolo del sito Forward America, riferendo degli esperimenti compiuti in Norvegia, riporta tra l’altro:

“Il numero del Norway Post del 4 settembre 2000, ha rivelato che anche il governo norvegese, tra gli anni ’50 e i ’60, iniettò LSD a bambini, pazienti in cura psichiatrica e ad altre persone. Dieci dei soggetti morirono. Uno dei motivi che rendevano urgenti gli esperimenti di controllo mentale era il fatto che il mondo intero aveva visto cosa fossero stati capaci di fare i comunisti cinesi alle menti dei prigionieri americani. Era anche risaputo che l’URSS aveva catturato molti scienziati tedeschi che avevano compiuto esperimenti sul controllo mentale”.

Se si necessita di uno o più psicopatici pronti a compiere una strage in qualunque paese del mondo, le organizzazioni d’intelligence, grazie ad un’esperienza ormai cinquantennale nel campo, possono fornirne a volontà. Penseranno poi i giornali a dipingerli come “fanatici di estrema destra”, con la svastica tatuata sul cranio e il ritratto del Fűhrer sul comodino. Il pubblico non esiterà un attimo a bersi storielle di questo tipo. L’importante è che le autorità politiche delle nazioni colpite, avendo orecchie per intendere, intendano il messaggio e ne facciano tesoro. Chissà se dopo questa “folle” strage, compiuta da un “pazzo isolato” sul suolo nazionale norvegese, il primo ministro Jens Stoltenberg – i cui figli, guarda la coincidenza, si trovavano al meeting laburista di Utoya e si sono salvati per miracolo – e il Ministro degli Esteri Jonas Gahr Stoere – che era stato a Utoya poco prima e ha rischiato di rimanere coinvolto nella sparatoria – avranno capito l’antifona e imparato a essere più ubbidienti?

FONTE: Blogghete

Guerra in Libia, le foto choc: usano i bambini contro il Raìs

Il Daily Mail pubblica le immagini: bimbi di 7 anni con le armi in mano. E’ il volto( sporco) del conflitto: Sarkò che dice?

E se i cattivi fossero i ribelli che combattono Gheddafi? Non ci sarebbe nulla di che stupirsi: i più cinici amano ripetere che in guerra, specie se civile, vale tutto. Il guaio è che come sempre, quando si parla di bombe umanitarie e liberazioni contro il dittatore crudele, si finisce sempre per dipingere scenari apocalittici in stile lotta del bene contro il male. La realtà, però, è un’altra. In Libia, per esempio, le forze di Bengasi utilizzano bambini di 7, 8, 9 anni: li fanno lavorare nei laboratori improvvisati in cui si costruiscono armi e auto blindate da inviare sul fronte contro le truppe lealiste, gli danno quelle stesse armi in mano e li allenano. Poi, se necessario, magari li spediranno a sparare contro i soldati del Colonnello, più esperti e senza dubbio meglio forniti. Le immagini, choccanti, realizzate dalla prestigiosa agenzia Reuters le ha pubblicate il sito del tabloid britannico Daily Mail. Il reportage riassume meglio di tutti i servizi lo stallo della guerra di Bengasi, che da settimane vede le due forze, esercito e ribelli, confrontarsi senza prevalere. Nel servizio del Daily Mail si riportano anche le testimonianze di uomini come Sadiq Mubakar Krain, ex caporeparto di una industria petrolifera ora impegnato nella costruzione di razzi e mortai: “E’ la prima volta che lo faccio”, spiega. Probabilmente, anche per molte donne ritratte con velo integrale e mitragliatore in mano è la prima volta al fronte. Tutti particolari che hanno indotto l’Osservatorio internazionale per i Diritti umani a condannare i ribelli. Joe Stork, responsabile dell’area Medio Oriente e Nord Africa, ha detto: “L’opposizione ha l’obbligo di proteggere i civili e le loro proprietà nelle aree sotto controllo”. Parole cadute nel silenzio di chi, come il presidente francese Nicolas Sarkozy, ha sempre descritto la missione Nato in Libia come l’inevitabile affondo contro il Satana di turno, Muammar Gheddafi.

tratto da: Libero-News.it

Al-Jazeera, tra Usa e Fratelli Musulmani

Intervista a Faysal Jallul, analista politico e scrittore libanese, sul ruolo del network nelle rivoluzioni arabe

Al Jazeera? Un luogo dove si incontrano gli interessi dei Fratelli musulmani e quelli degli statunitensi”. Cosi l’analista politico e scrittore libanese Faysal Jallul definisce il ruolo giocato in queste rivoluzioni arabe dall’emittente satellitare qatariota al Jazeera in un’intervista a PeaceReporter. Autore di diversi libri sul mondo arabo, Jallul ci offre anche il punto della situazione delle rivolte nel mondo arabo.

“In Arabia Saudita non ci sara’ nessuna rivoluzione perche’ non c’e’ al Jazira”. E’ questo un annedoto che in questi giorni circola tra le strade di Beirut. Come giudica il ruolo del canale  qatariota in queste rivoluzioni?
Certo, l’annedoto rispecchia quella che e’ una realta’. Al Jazeera ha certamente giocato un ruolo fondamentale nelle rivoluzioni della Tunisia, Egitto, Siria e Yemen. Al Jazeera io la definisco il posto dove si incontrano gli interessi dei fratelli musulmani e degli Stati Uniti cosi come nello stesso Qatar del resto un paese sotto influenza statutinense e del salafismo islamico. Tutto fa pensare che le due parti siano d’accordo.  Certo il Qatar, questo piccolo paese, non potra’ mai avere il ruolo di leadership nel mondo arabo .

Eppure al Jazeera era il canale che trasmetteva in tutto il mondo i crimini israeliani nella guerra di luglio 2006 sul Libano e nella Guerra in Gaza nel Dicembre 2008?
Certo ci trovavamo allora in una fase preparatoria di quello che era il progetto saudita-statunitense con al Jazeera. All’inizio la sua rivoluzione e’ stata quella di ospitare in studio,  in una televisione araba, ospiti  israeliani ed  intervistarli assieme a quelli  arabi. Poi piano piano al Jazeera ha cominciato a criticare i vari regimi arabi eccetto l’Arabia Saudita e i paesi del golfo che sono sotto la manna saudita.  Si puo’ semplificare dicendo che la  Jazeera  di allora era quella dove c’erano persone come Ghassan Ben Jeddo, quella di adesso e’ un al Jazeera dove gli ospiti pro-Usa occupano sempre piu’ spazio nei loro programmi.

Nell’ultimo suo libro dedicato allo Yemen lei fa un ritratto socio-politico di questo paese.  Quali sono le condizioni del regime di Ali Abdallah Saleh oggi dopo l’attentanto nel suo palazzo presidenziale il 3 giugno scorso?
Il Presidente yemenita e’ ancora in condizioni molto gravi ma non critiche ma  il suo ritorno in patria e’ ancora lontanto. Il regime non cadra’ anche perche’ ha il sostegno statunitense che vede in Saleh un attore importante nella lotta contro il terrorismo di al Qaeda. Certo e’ che le richieste delle persone sono legittime in un paese che resta comunque molto povero e dove la presenza dello Stato e’ scarsa.

Cosa chiede l’opposizione yemenita oggi?
L’opposizione yemenita e’  composta da tre correnti politiche tra i quali quelli dei Fratelli musulmani. La loro richiesta e’ quella di uno stato civile ma non hanno un vero programma politico ne’ riforme economiche per salvare le condizioni di un paese dove la maggior parte della popolazione e’ povera.

Non sembrano placarsi invece le proteste in Siria, quale sara’ il futuro per il regime di Assad?
Non credo che il regime di Assad cada anche’ perche la situazione economica e sociale siriana e’ diversa da quella tunisina e egiziana, quello che manca in Siria certo e’ una liberta’ di espressione e politica. Io penso che Assad non sia molto furbo perche’ potrebbe utilizzare degli argomenti poiltici per difendersi  invece di utilizzare la propaganda della cospirazione.  La Siria e’ l’unico paese del mondo arabo che non ha debito pubblico, e’ il terzo paese piu’ sicuro al mondo e ha un’economia indipendente. Il suo sbaglio e’ quello di preferire le armi al diaologo politico. Il regime di Assad e’ indispensabile per la stabilita’ dell’Iraq ed un incrocio tra l’Iran Hezbollah Hamas e Israele e’ per questo che ne’ gli Usa ne’l’Europa appoggiano un’ eventuale caduta di Assad.

La Turchia si erano molto riavvicinata  al regime di Assad.  Adesso sta gocando un dopo gioco anche con la questione dei profughi siriani, la sua posizione non e’ chiara e il suo sostegno debole. Come spiega questa attitudine?

La Turchia e’membro della Nato e si sa che I fratelli musulmani turchi non inquietano ne’ gli Statunitensi  ne’ l’Alleanza Atlantica. Ci sono degli analisti che dicono che I fratelli musulmani  sono arrivati ad un accordo con gli Stati uniti e le potenze occidentali per far cadere I regimi autoritari. I nuovi regimi sarebbero composti dai Fratelli musulmani. La Turchia anche gioca questa carta. Hanno chiesto al regime siriano di dialogare e di negoziare con gli islamisti per integrarli al gioco politico ma il presidente Assad ha  rifiutato categoricamente.

scritto per noi da
Erminia Calabrese

di:PeaceReporter

Dubbi anche sul martire della rivolta in Tunisia

Il ragazzo che si diede fuoco a Sidi Bouziz. Gli scettici: invenzione dei media

28 dicembre 2010, il presidente Ben Ali visita Mohammad Bouazizi in ospedale

E se la maggior parte della nostra realtà fosse fatta dalla connessione di tante irrealtà, come insinuava Borges? Dopo la blogger siriana lesbica Amina, che come tutti ormai sanno è uno stempiato e corpulento signore americano di Edimburgo, comincia a sfaldarsi l’epica recente di Mohammad Bouazizi,l’ambulante di Sidi Bouziz che si diede fuoco per protesta, scatenando la rivolta tunisina. Nell’era della rete globale, una vicenda non è più persuasiva perché vera, ma diventa vera perché persuasiva. Vecchia storia? Forse, ma confondere il mito con la realtà è un grave rischio sociale, persino per chi crede che la stessa realtà sia un mito.

Con la compassione dovuta alla persona e il rispetto riservato a un eroe della primavera araba, bisogna dire che a sei mesi dalla sua scomparsa, l’unica certezza che abbiamo sul «martire» Muhammad Bouazizi, per gli amici «Basbusa», è la sua morte all’età di 26 anni, in seguito alle ustioni riportate dopo essersi dato fuoco il 17 dicembre dello scorso anno. Tutti i momenti cruciali della narrazione sono già trascolorati in una nebbia grigia che talvolta nasconde palesi falsità.

La vulgata rivoluzionaria, riprodotta all’infinito sul web, racconta l’umiliazione del venditore ambulante Mohammed davanti al municipio di Sidi Bouziz. Pescato a vendere illegalmente cibo, fu preso a sberle da una poliziotta che gli sequestrò la bancarella. Se a noi un uomo schiaffeggiato da una donna può strappare un moto ancestrale d’indignazione, figuriamoci nel Maghreb. Ecco, in fila uno dietro l’altro, gli elementi che frullati su internet formeranno una leggenda intessuta di realtà: un regime crudele e corrotto, che nega le opportunità ai giovani tunisini, fissato per sempre nell’atto di angariare un figlio del popolo che chiede solo di lavorare. Poi il giovane si versò addosso una latta di benzina e fece scattare l’accendino.

«Come un solo fiammifero può accendere una rivoluzione», titolò il New York Times on line il 21 gennaio, e giù a citare Quang Duc, il monaco vietnamita che si diede fuoco nel 1963 per protesta contro la guerra in Vietnam e Jan Palach, il ventenne ceco che s’immolò col fuoco nel 1969 contro l’invasione sovietica. Il produttore tunisino Tarak Ben Ammar annunciò di volerne trarre un film «al più presto». La narrazione si moltiplica diventando il processo della creazione del mito. Una tendenza che ora si sta rovesciando. «Sembra che per alcuni tunisini – ha scritto Wyre Davies sul sito della Bbc – il martire ventiseienne non sia più un eroe politico ma una creazione dei media, fabbricata da persone estranee ai fatti, con una visione romantica dell’origine della primavera araba». Così Fedia Hamdi, la poliziotta di 46 anni che schiaffeggiò Mohammed, appare oggi anche lei una vittima. Gettata in prigione da Ben Ali, è stata processata e assolta con tante scuse dalla nuova Tunisia (forse) democratica. Si è stabilito infatti che non ha mai schiaffeggiato il giovane. Si era limitata a chiedergli di smettere di vendere abusivamente commestibili proprio davanti al municipio. Fedia ricorda che il giovane era molto arrabbiato ma dice di non sapersi spiegare perché poi si sia dato fuoco, né se volesse davvero uccidersi in quel modo.

Prima di morire per protesta Mohammed contribuì con la sua indignazione a ingrossare il fiume di parole d’ordine «rivoluzionarie» che si diffusero a velocità prodigiosa attraverso i social network. Il fatto è che lui non era affatto un maniaco del web, un «geek» che passa le notti chattando e scambiandosi file. Infatti France24 ha scoperto che le poesie e le canzoni rivoluzionarie generalmente attribuite a Muhammed Bouaziz sono state composte da un altro ragazzo, con lo stesso nome. «Sono stati verosimilmente quei post ad alimentare la rivolta», ha osservato Wyre Davies.

La scoperta dell’omonimo autore degli interventi su Internet ha sollevato in Tunisia una coltre di diffidenza su tutta la vicenda che ha coinvolto i parenti del vero ambulante. Si è saputo allora che la famiglia aveva accettato diverse migliaia di dollari di risarcimento quando il presidente Ben Ali era ormai prossimo all’esilio. I Bouazizi hanno lasciato la casa miserabile di Sidi Bouzid per spostarsi nel quartiere residenziale di La Marsa a Tunisi.

L’ondata emotiva che ha portato in pochi giorni la storia di Muhammed a diventare patrimonio del villaggio globale in Tunisia sta già vivendo una fosca stagione di riflusso, esagerata dal clima di sospetto che circonda i veri esisti della rivoluzione, in attesa di votare sulla nuova costituzione. Mentre in Francia si dedicano piazze al martire tunisino, in patria, addirittura nella sua Sidi Bouzid, capita che le targhe a lui intitolate siano divelte o imbrattate.

Internet sopperisce a un mondo dove scarseggiano eroi e modelli ma la scelta se crederci oppure no resta ancora a noi, la rete stessa ci fornisce gli strumenti di verifica.

di: CLAUDIO GALLO

LaStampa.it

Il grande inganno di Amina la blogger. “Non era in Siria”

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Il suo ormai famoso diario di oppositrice lesbica veniva scritto da Edimburgo dove abita da anni

Le ultime tracce di A Gay Girl in Damascus risalgono al 6 giugno scorso quando la cugina Rania annota sull’omonimo blog d’aver parlato con gli zii preoccupatissimi per il suo arresto avvenuto il giorno precedente nella capitale siriana. Quelle di Amina Abdallah Arraf al Omari, alias A Gay Girl in Damascus, si perdono invece nelle viscere di Edimburgo, a migliaia di chilometri dalla guerra civile che minaccia il Paese governato dagli Assad. Sì, perché dopo ricerche, appelli internazionali, tamtam internettiani per la soluzione del giallo, una cosa è certa: se esiste una blogger omosessuale siriana prigioniera del Mukhabarat baathista non si tratta di Amina Abdallah Arraf al Omari, la ragazza che per mesi ha descritto telematicamente al mondo la rivolta dal punto di vista di una lesbica cresciuta in America e tornata in patria tra il 2009 e il 2010 per sposare la causa riformista.

Chi scrive è stata in contatto e-mail con Amina fino a lunedì, quando ha risposto entusiasta all’aggancio procuratole con una casa editrice italiana interessata alla sua storia.

La presunta blogger Amina

Prima di allora c’erano stati aggiornamenti dettagliati sulle manifestazioni, commenti al discorso al mondo arabo del presidente Obama, una lunga intervista del genere al Guardian e a grandi quotidiani americani: scambi regolari e sempre più intimi al limite dell’amicizia. Virtuale. «Ci scusiamo con i nostri lettori a proposito di Amina Abdallah» annuncia il sito networkedblogs.com iZhIM, il provider americano che la aiutò ad aprire e pubblicizzare l’ormai celebre blog. Secondo le informazioni raccolte la ragazza sarebbe sì una trentacinquenne probabilmente omosessuale con origini mediorientali, ma residente in Scozia. Ci scusiamo anche noi, che pur conoscendo a fondo la Siria per aver raccontato sul campo la nascita della rivolta, dipendiamo ora da informazioni digitali per l’impossibilità di tornare nel Paese.

In questi giorni, sebbene nessuno abbia più risposto alla e-mail né ai commenti sul blog, si sono fatti vivi (via posta elettronica) vari conoscenti di A Gay Girl in Damascus. Dalle loro testimonianze incrociate risulta che nel 2006 una trentenne arabo-americana di nome Amina Arraf ha collaborato a distanza, riscuotendo regolarmente gli assegni dello stipendio, con una società di giochi elettronici di Atlanta, Georgia. E’ descritta come «colta», «ossessiva sul Medioriente», «una geek fissata con la scrittura» e «intellettualmente provocatoria», caratteristica quest’ultima che, dopo due ammonizioni, le sarebbe costata l’allontanamento dal lavoro «per le idee politiche e religiose non apprezzate nell’ambiente prevalentemente ebraico». Questa Amina, che pare parlasse inglese, arabo ma anche tedesco e un po’ di ebraico, s’era specializzata in storia del tardo Impero romano e nel 2010 avrebbe dovuto trasferirsi per studio a Edimburgo, città d’origine della madre irlandeseamericana.

A quel punto, secondo alcuni, avrebbe pendolato tra la Scozia e Damasco, dove aveva vissuto tra i 5 e i 10 anni. Un suo profilo localizzato a Edimburgo era presente fino a venerdì nel motore «cerca partner» di Facebook. «Dall’autunno il suo account risultava a Edimburgo, ma lo motivò con una spiegazione tecnologica» ricorda l’ex datore di lavoro. Chi avrebbe finora sospettato il contrario? «La bufala di Amina non aiuta certo i riformisti siriani» chiosa il giornalista americano Andy Carvin, tra i primi ad avanzare sospetti su Twitter. Chiunque e dovunque sia, l’Amina conosciuta online aveva letto molto ma non il fotografo di guerra Robert Capa quando scriveva che «la miglior propaganda è la verità».

di: Francesca Paci

LaStampa.it

In Svizzera il conclave dei potenti

L’annuale riunione a porte chiuse del gruppo Bilderberg si terrà dal 9 al 12 a St.Moritz


Si terrà dal 9 al 12 giugno a St.Moritz, in Svizzera, la riunione del gruppo Bilderberg, il conclave che ogni anno, dal 1954, raccoglie l’élite economica, politica e militare occidentale per discutere a porte chiuse, nella massima riservatezza, dei principali problemi globali del momento e delle politiche da promuovere nelle sedi internazionali ufficiali (Ue, Fmi, G8, G20, ecc).

Grand Hotel Kempinski (foto) o all’Hotel Suvretta House (foto). Ma, visti gli ordini del giorno dei passati meeting, è facile immaginare che si parlerà di guerra in Libia e di rivoluzione in Siria, di Afghanistan e Pakistan, di crisi economica e prezzo del petrolio e, se non sarà già stata decisa, della successione di Strauss-Kahn alla guida del Fondo monetario internazionale.

Giovani socialisti grigionesi hanno già presentato alle autorità cantonali la richiesta di tenere una manifestazione anti-Bilderberg l’11 giugno a St. Moritz, all’insegna dello slogan‘L’essere umano prima del mercato – Osare più democrazia”. Ma, viste le rigidissime misure di sicurezza solitamente adottate in occasione di questi summit, è difficile che la protesta verrà autorizzata.

A parte questo, l’unica voce critica alzatasi contro il summit globalista è quella di Dominique Baettig, parlamentare della destra nazionalista dell’Udc-Svp (quella delle campagne xenofobe contro i minareti e contro gli immigrati italiani), lo stesso personaggio che a febbraio costrinse Bush ad annullare la sua visita in Svizzera dopo aver chiesto al governo elvetico di arrestare l’ex presidente Usa per crimini di guerra.

Baettig ha scritto una lettera al Dipartimento federale di giustizia e polizia, stigmatizzando anche stavolta il fatto che diversi partecipanti all’incontro – dallo stesso George Bush, al suo ex vice Dick Cheney all’inossidabile Henry Kissinger – sono responsabili di crimini di guerra e contro l’umanità, e denunciando quelli che, a suo dire, sono gli obiettivi dell’élite riunita dal Bilderberg.

”Questo discreto ma influente gruppo promuove un modello sociale ultraliberista con una moneta unica mondiale e l’Fmi come tesoriere” – scrive Baettig – ”gioca con le paure globalizzate, manipolando i mass media controllati, per imporre terapie d’urto dagli effetti sociali devastanti” che ”favoriscono l’indebitamento degli Stati nei confronti delle banche”.

”Privatizzano eserciti e polizie, pianificano azioni contro Stati sovrani” e ”programmano la fine della democrazia, con lo spostamento del potere dagli Stati a istituzioni sovranazionali non elette”.

Se queste innegabili tendenze globali siano o meno frutto di decisioni prese a tavolino durante gli incontri del Bilderberg lo sa solo chi vi prende parte. Da quando questa organizzazione privata, lo scorso anno, ha deciso di uscire dall’ombra con la pubblicazione di un sito web ufficiale si conoscono i nomi dei partecipanti* e gli ordini del giorno, ma non le decisioni prese: quelle rimangono coperte dal massimo riserbo.

Le personalità italiane che, secondo le liste ufficiali, hanno partecipato agli ultimi incontri del Bilderberg sono Mario Draghi, Romano Prodi, Mario Monti, Paolo Scaroni, Tommaso Padoa-Schioppa, John Elkann, Franco Bernabè, Domenico Siniscalco, Fulvio Conti e Gianfelice Rocca.

di: Enrico Piovesana

PeaceReporter.net

Guerra in Libia: “Fase Due”

Una nuova fase della guerra si sta svolgendo verso  un processo di escalation militare e nell’atterraggio finale di commandos USA-NATO sulle coste della Libia.

E’ in corso uno spiegamento di potenza navale nel mediterraneo senza precedenti

Il 1 ° giugno, gli Stati membri dell’Alleanza atlantica (NATO) a Bruxelles hanno deciso di “rinnovare la missione”, vale a dire estendere la guerra in Libia “per altri 90 giorni fino alla fine di settembre”.

La USS George HW Bush , la nave più moderna nell’arsenale della marina statunitense, è entrata nel Mediterraneo, fino ad unirsi con la Sesta Flotta a Napoli.

La super portaerei USS George HW Bush (CVN77) è la più grande nave da guerra del mondo: “ quattro ettari e mezzo di spazio sul suo ponte di volo che la rendono in grado di ospitare 90 aerei ed elicotteri con  5.500 membri di equipaggio”. Dotata di sofisticati sistemi di guerra elettronica, è la più grande “base militare mobile” del mondo (Manlio Dinucci, “Boots on the Ground”: Sarkozy and Cameron Prepare to Land in Libya, Global Research).

Il gruppo di battaglia della USS George HW Bush  è stato inviato nel suo “viaggio inaugurale” verso l’area delle operazioni navali della Sesta Flotta, ovvero il Mediterraneo. E’ stato “certificato pronto per le operazioni di combattimento” un mese prima dell’inizio della guerra in Libia.USS George H.W. Bush Strike Group Certified Combat Ready , 21 febbraio 2011)

Le dimensioni della USS George HW Bush, i suoi sistemi avanzati di armi, le sue capacità distruttive, per non parlare del suo costo, sono l’espressione pura e semplice delle ambizioni imperiali impazzite dell’ America’.

"Freedom at Work" è il “logo umanitario” della USS GHWB

Sotto la dottrina “Shock and Awe” , la USS George H. W. Bush è destinata a stupire e  a sottomettere completamente il nemico.

Escalation militare

Sono state condotte, dall’inizio della guerra il 19 marzo, circa 10.000 incursioni . La NATO riconosce un totale di 9.036 incursioni, di cui 3.443 d’attacco nel corso di un periodo di due mesi (31 marzo 2011-31 maggio 2011).

Il dispiegamento della USS George HW Bush e del suo Gruppo di battaglia insieme ad altre navi da guerra degli alleati, schiude una nuova fase della guerra.

Le operazioni militari non sono più limitate ad una campagna di bombardamenti ad alta quota, dove gli obiettivi sono “pre-approvati” e pianificati in anticipo. Sono previsti elicotteri e operazioni aeree a bassa quota . Quest’ ultime servono per supportare i commandos USA-NATO e le forze ribelli a terra.

L’HMS Ocean , la più grande nave da guerra inglese e schierata a  Cipro, è attrezzata come portaelicotteri, per gli elicotteri Apache.

A metà maggio, si sono svolte esercitazioni navali al largo della costa di Cipro che coinvolgono navi da guerra della marina britannica e olandese con l’ HMS Ocean protagonista come portaaerei. “L’esercitazione comprendeva  difesa aerea e fuoco dal vivo in mare con esercitazioni anfibie nelle acque costiere”.

A sua volta, la Francia ha confermato che avrebbe dispiegato i suoi elicotteri da combattimento Tiger.

Possiamo quindi aspettarci nelle settimane a venire un importante cambiamento nella natura delle operazioni militari; l’invio di commandos  a sostegno delle operazioni di terra, con elicotteri e aerei a bassa quota che svolgono un ruolo importante. (Questi voli a bassa quota non sarebbero limitati ai droni Predator).

Il carattere delle operazioni di volo, pertanto, diventerà più mirato. L’obiettivo dichiarato è di “portare la campagna aerea più vicina al terreno”. La  USS GNWB e il suo gruppo di battaglia  avranno un ruolo chiave nell’attuazione della fase successiva della guerra.

Simulare il teatro di guerra del Mediterraneo: i Giochi di guerra “Saxon Warrior”

Nella settimana prima del suo “viaggio inaugurale” per il Mediterraneo, la USS HW Bush (CVN77) insieme con i suoi Carrier Strike Group 2, ha partecipato a giochi di guerra su vasta scala al largo della costa della Cornovaglia (UK) sotto l’egida della HM Royal Navy (19-26 maggio 2011).

Soprannominati “Exercise Saxon Warrior”, i giochi di guerra sono stati effettuati in un ambiente marittimo, con la partecipazione delle navi da guerra inglesi, americane, francesi, tedesche, svedesi e spagnole. Alla fine, i giochi di guerra hanno visto la partecipazione di 26 unità navali distinte. ( EGFE Movements » Exercise Saxon Warrior ).

I “Saxon Warrior” sono tra i più grandi giochi di guerra condotta dalla Royal Navy, in stretto collegamento con la Marina degli Stati Uniti, la NATO e il Pentagono:

“[Sono] destinati a perfezionare le competenze del gruppo Carrier Strike Bush … in modo che possa funzionare senza problemi con le forze europee nel corso della sua implementazione corrente.[Nel Mediterraneo nei confronti della Libia ((MC)]

“Il gruppo di battaglia della George HW Bush  è ben preparato per questa implementazione,” ha detto l’ammiraglio Nora Tyson,  comandante del gruppo di lavoro e prima donna ammiraglio di una forza di trasporto statunitense.

“Siamo felici di essere protagonisti nei Saxon Warrior. Rappresentano l’occasione ideale per tutte le navi del gruppo per migliorare la nostra capacità di operare in modo trasparente ed efficace con le altre unità della NATO. “( George Bush bound for Portsmouth after war games with Royal Navy enfasi aggiunta)

I giochi di guerra hanno una relazione diretta con la “vera guerra”. I Saxon Warrior hanno simulato sia la struttura di comando multi-nazionale sia la configurazione navale della guerra condotta dalla NATO nel Mediterraneo, ovvero a livello di marina, aviazione,  schieramento degli elicotteri e le eventuali operazioni di forze di terra. I 5500 marinai a bordo della USS George HW Bush sono destinati ad essere utilizzati in caso di sbarco del commando in territorio nemico:

[Il Saxon Warrior è] “un esercizitazione per sviluppare le competenze nello specifico teatro di guerra, ma anche per rafforzare la cooperazione tra le forze multi-nazionali e le agenzie governative. … Saxon Warrior presenta una miriade di sfide per la forza multi-nazionale e multi-piattaforma   attraverso la creazione di un vario e imprevedibile ambiente di guerra sulla base di fittizi scenari geo-politici e militari. ” (George H.W. Bush Strike Group Participates in Saxon Warrior, http://www.navy.mil/search/display.asp?story_id=60543, eenfasi aggiunta)

Poichè condotta sotto l’egida della Marina britannica, esercitazioni con aerei militari a bassa quota e con elicotteri sono state effettuate anche nel Sud Ovest dell’Inghilterra e in parti del Galles , simulando le condizioni di un fittizio paese nemico. L’attenzione per le operazioni con elicotteri e  volo a bassa quota è pienamente coerente con la fase successiva della guerra in Libia (come discusso in precedenza).

I giochi di guerra “Saxon Warrior” sono visti dai militari USA come fornire “un’opportunità, come un dispiegamento di forze, per integrare i partner della coalizione nella nostra struttura di comando e questo sta accadendo per la prima volta,” ( Capt. Patrick. O. Shea, USS Gettysburg commanding officer, Military News: Gettysburg Participates in Saxon Warrior, 24 Maggio 2011).

Mentre La Royal Navy ha coordinato i giochi di guerra, la forza navale statunitense, in termini di schieramenti militari e di “strutture di comando simulato” era di gran lunga l’attore principale.

L’esercitazione di otto giorni ha coinvolto scenari indipendenti di “single-mission”  “che comprendono combattimenti di superficie, sottomarini e aerei.” L’esercitazione si è conclusa il 26 maggio  “con una guerra simulata” in un ambiente marittimo.

Anche se sulla base di “immaginari” scenari geopolitici e militari, i partecipanti a “Saxon Warrior” erano profondamente consapevoli che si stavano addestrando per la guerra in Libia:

“Ci stiamo addestrando in una operazione di schieramneto, in modo da migliorare la nostra disponibilità  se dovessimo essere coinvolti in operazioni nel mondo reale”. (Ibid, enfasi aggiunta)

I Saxon Warrior presentano l’opportunità di affrontare una varietà di situazioni geopolitiche che cambiano di giorno in giorno, …

“Saxon Warrior ci offre un ambiente stimolante in cui utilizzare le nostre abilità di combattimento di guerra”, “Dobbiamo pensare in fretta al di fuori dei schemi. Più siamo agili, più saremo pronti per qualsiasi missione che si presenta durante il dispiegamento. Questa è la bellezza di Saxon Warrior “.

“La bellezza di operare con i partner della coalizione è che noi facciamo pratica con loro, imparariamo i loro punti di forza e quindi questi punti di forza si fondono insieme per rendere la coalizione la più potente possibile.” George H.W. Bush Strike Group participates in Saxon Warrior 11 norfolknavyflagship.com, maggio 26, 2011, enfasi aggiunta)

L’Asse Militare Anglo-Americano
Questi giochi di guerra sono parte di un quadro di collaborazione militare avanzata tra Londra e Washington, che prevedono l’integrazione de facto delle strutture di comando britannico e statunitense. I giochi di guerra sono stati pianificati in modo da coincidere con la visita di Stato ufficiale del presidente Barack Obama nel Regno Unito,  evidenziati come “Special Relationship” tra Gran Bretagna e America.

Di notevole importanza, le riunioni di alto livello tra il presidente Barack Obama e il primo ministro David Cameron erano propizie alla costituzione formale di una  National Security Board comune, con il compito di coordinare il processo decisionale militare, nonché la politica estera. Guidata dagli Stati Uniti e da consiglieri per sicurezza nazionale della Gran Bretagna, la National Security Board comune intende consolidare ulteriormente l’asse militare anglo-americano

La prossima fase della guerra in Libia

Ciò che si sta svolgendo è una escalation delle operazioni militari, che nello stesso tempo sta portando ad una guerra di lunga durata.

Questo cambiamento nella direzione delle operazioni militari orientate verso il sostegno di aerei ed elicotteri ai commandos ” sul terreno”  non porterà necessariamente ad una totale invasione, almeno nel futuro prevedibile.

L’USS HW Bush e il suo gruppo vettore comune avranno un ruolo chiave nel sostenere le operazioni di terra attraverso elicotteri e aerei a bassa quota .

” La portaerei George H.W. Bush è affiancata da un gruppo di battaglia formato dai cacciatorpediniere lanciamissili Truxtun e Mitscher, dagli incrociatori lanciamissili Gettysburg e Anzio e da otto squadriglie aeree. Va a rafforzare la Sesta flotta, il cui comando è a Napoli, affiancandosi ad altre unità, tra cui i sottomarini nucleari Providence, Florida e Scranton. Si è aggiunto alla Sesta flotta anche uno dei più potenti gruppi da attacco anfibio, guidato dalla Uss Bataan, che da sola può sbarcare oltre 2mila marines, dotati di elicotteri e aerei a decollo veriticale, artiglieria e carrarmati. È affiancata da altre due navi da assalto anfibio, la Mesa Verde e la Whidbey Island, che ha effettuato il 13-18 maggio una visita a Taranto. Ha quattro enormi mezzi da sbarco a cuscino d’aria che, avendo un raggio d’azione di 300 miglia, possono trasportare velocemente fin sopra la costa 200 uomini alla volta, senza che la nave sia in vista. Manlio Dinucci, “Boots on the Ground”: Sarkozy and Cameron Prepare to Land in Libya, Global Research, 31 Mag 2011)

Le forze speciali sono state sul campo in Libia fin dall’inizio della campagna aerea.

Saranno dispiegate anche  forze mercenarie a contratto presso la NATO. (Manlio Dinucci, A Secret Army of Mercenaries for the Middle East and North Africa, Global Research, 24 maggio 2011).

“Shock and Awe”

Come parte di una strategia “Shock and Awe”, saranno sganciate sulla Libia bombe bunker buster BLU 109 da 2000 libbre con i caccia Tornado della RAF (Royal Air Force) della Gran Bretagna. Shock and Awe è parte della “dottrina del dominio rapido” o “forza decisiva”, utilizzata per intimidire l’avversario fino alla sottomissione, come pure per terrorizzare la popolazione civile. (Vedi video sotto)

 Tornado GR4A della Royal Air Force

Armi nucleari contro la Libia

Val la pena notare che è stato previsto  l’uso di armi nucleari tattiche Shock and Awe  contro la Libia come parte di questa “guerra umanitaria”. Nel 1996, la Libia è stato il “paese scelto” in Medio Oriente e Nord Africa per essere preso di mira con un’arma nucleare tattica B61-11. Quest’ultima è una bomba distruggi-bunker dotata di una testata nucleare.

Il piano per bombardare la Libia non è mai stato scartato. Di massima importanza, poco dopo l’inizio della campagna di bombardamenti il ​​19 marzo, il Pentagono ha ordinato la verifica della funzionalità della bomba nucleare B61-11. Questi test sono stati condotti utilizzando le stesse  B2 Stealth Bombers, fuori dalla stessa base militare americana in Missouri, le quali sono state utilizzate per coordinare i bombardamenti  B2 Stealth sulla Libia all’inizio della guerra il 19 marzo. (vedi Michel Chossudovsky, Dangerous Crossroads: Is America Considering the Use of Nuclear Weapons against Libya? Global Research, 7 aprile 2011)

Queste diverse evoluzioni mirano ad un pericoloso processo di escalation militare, che potrebbe potenzialmente estendersi oltre i confini della Libia. Le più ampie implicazioni economiche e geo-strategiche di questa guerra sono di vasta portata.

di: Prof. Michel Chossudovsky

LINK: Military Escalation: “Phase Two” of the War on Libya

TRADUZIONE: CoriInTempesta

Libia: cronaca di un’aggressione

«La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza»
George Orwell,
La teoria e la pratica del collettivismo oligarchico, in 1984 (parte II, capitolo 9)

Sono ormai trascorsi più di due mesi da quando è scoppiata la cosiddetta “rivolta delle popolazioni libiche”. Poco prima, il 14 gennaio, a seguito di ampi sollevamenti popolari nella vicina Tunisia, veniva deposto il presidente Zine El-Abidine Ben Ali, al potere dal 1987.
È stata poi la volta dell’Egitto di Hosni Mubarak, spodestato anch’egli l’11 febbraio dopo esser stato, ininterrottamente per oltre trent’anni, il dominus incontrastato del suo paese.
La rivolta passa quindi dalla Giordania allo Yemen, dall’Algeria alla Siria. E inaspettatamente si propaga a macchia d’olio anche in Oman e Barhein, dove i rispettivi regimi reagiscono molto violentemente contro il dissenso popolare senza che questo, tuttavia, si tramuti in una ferma condanna dei governi occidentali nei loro confronti. Solo il re del Marocco sembra voler prevenire il peggio e il 10 marzo propone la riforma della costituzione.
Due mesi in cui, una volta poste in standby le vicende di Tunisia ed Egitto, tutti i grandi media internazionali hanno concentrato il loro focus sull’ “evidente e sistematica violazione dei diritti umani” (Risoluzione 1970 adottata dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu il 26 febbraio 2011) e sui “crimini contro l’umanità” (Risoluzione 1973 adottata dal Consiglio di Sicurezza il 17 marzo 2011) perpetrati da Gheddafi contro il “suo stesso popolo”.
Una risoluzione, quest’ultima, priva di ogni fondamento giuridico e che viola in maniera patente la Carta dell’Onu. Si tratta insomma di un vero e proprio pateracchio giurisprudenziale in cui una violazione ne richiama un’altra: la “delega” agli Stati membri delle funzioni del Consiglio di Sicurezza è a sua volta collegata alla “no-fly zone”, che è anch’essa illegittima al di là di come viene applicata, perché l’Onu può intervenire ai sensi dell’articolo 2 e dello stesso Capitolo vii della Carta di San Francisco solo in conflitti tra Stati, e non in quelli interni agli Stati membri, che appartengono al loro “dominio riservato”.
Se nel caso tunisino ed egiziano le cancellerie occidentali si erano dimostrate molto prudenti circa i possibili sviluppi politici, economici e militari di questi paesi, con il riacutizzarsi dell’antagonismo storico tra la Cirenaica da un lato, dove si concentrano le maggiori ricchezze petrolifere della Libia, e la Tripolitania e il Fezzan dall’altro, potenze come Francia, Stati Uniti e Regno Unito si trovano subito concordi nel sostenere i rivoltosi in buona parte composti da islamisti radicali (particolarmente numerosi sarebbero i “fratelli musulmani” provenienti dall’Egitto, gli jihadisti algerini e gli afghani) capeggiati da due alti dignitari del passato governo libico come l’ex ministro della Giustizia Mustafa Mohamed Abud Al Jalil e dall’ex ministro dell’Interno, il generale Abdul Fatah Younis, oltre che da nostalgici di re Idris i, deposto militarmente da Gheddafi e dagli ufficiali nasseriani l’1 settembre 1969.
Già prima che l’insurrezione infiammasse la Cirenaica, tuttavia, manipoli di truppe scelte occidentali, con alla testa gli inglesi dei sas, operavano segretamente in loco, con lo scopo di addestrare e organizzare militarmente le fila dei ribelli. Contemporaneamente, in maniera non ufficiale, alcuni paesi occidentali, Francia e Gran Bretagna in primis, rifornivano gli insorti di armi e automezzi che avrebbero dovuto consentire loro di marciare vittoriosamente fino a Tripoli.
Così, subito dopo i primi momenti in cui filtrano notizie piuttosto confuse e contraddittorie circa gli sviluppi della situazione sul campo, la Francia, alle ore 17,45 di sabato 19 marzo, due giorni dopo la promulgazione della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu 1973, rompe gli indugi e anticipa le mosse della “Coalizione dei volenterosi”, in accordo con Usa e Gran Bretagna, cui si aggiungono presto Spagna, Qatar, Emirati, Giordania, Belgio, Norvegia, Danimarca e Canada.
Per “proteggere la popolazione civile” di Bengasi e Tripoli dalle “stragi del pazzo sanguinario Gheddafi”, il presidente francese Nicolas Sarkozy impone una no-fly zone ma senza alcuna intenzione – per carità, questo no, perché la risoluzione dell’Onu “non lo consentirebbe” – di detronizzare il “dittatore”, ponendosi così di fatto come il capofila con l’operazione “Alba dell’Odissea”, che ha portato finora a compimento più di ottocento missioni d’attacco.
La scelta degli alleati non può dunque che essere per i “ribelli”, così fotogenici nelle riprese mentre sparacchiano in aria con i loro mitragliatori pesanti montati su pick-up a beneficio delle telecamere. Tuttavia la loro entità si è mostrata subito risibile, limitata e di poco peso nel Paese, un’armata Brancaleone che continuerà a infrangersi contro lo scoglio rappresentato dall’esercito fedele a Gheddafi, senza oltretutto godere dell’appoggio di larga parte della popolazione. E portare a termine una “rivolta popolare”, senza essere sostenuti dall’appoggio del popolo, risulta impresa assai ostica oltre che originale.
Anche l’istituzione su loro richiesta di un fantomatico governo ombra denominato pomposamente Consiglio nazionale di transizione (cnt) e prontamente riconosciuto come legittimo dal ministro degli Esteri italiano Franco Frattini, ha fatto sì che alcuni stati occidentali inviassero ufficialmente elementi di spicco dei propri eserciti con il compito di “addestrare gli insorti”. Inoltre è stato reso ufficiale anche il rifornimento di armi e mezzi contro pagamento in petrolio, che prima avveniva segretamente.
Insomma, un’operazione dal sapore epico e romantico soltanto nel nome, ma nella sostanza un attacco militare in piena regola alla sovranità della Gran Jamahiriya Araba Libica Socialista.

I motivi della guerra raccontati dai grandi mezzi di comunicazione

Ma che cosa ha potuto realmente giustificare la pretesa di una simile ingerenza armata contro il governo di Tripoli travestita da “intervento umanitario”?
Come sempre accade in simili casi, il tutto ha preso l’abbrivio da una potente campagna mediatica in cui, senza alcuna evidenza di prove ma solo in virtù di una ripetizione a nastro dello stesso messaggio, si è stabilito fin dal principio che “Gheddafi aveva fatto bombardare gli insorti a Tripoli” uccidendo “più di 10.000 persone”. Una “notizia” di cui inizialmente si sono fatti latori i due più importanti media del mondo arabo: Al Jazeera e Al Arabiya.

Dopo l’iniziale lancio informativo, il numero di “10.000 persone fatte bombardare da Gheddafi” è immediatamente rimbalzato su tutti i media internazionali fino a diventare un “fatto” indiscutibile quasi per postulato, anche se non vi era nessuna immagine o prova tangibile che potesse suffragare una simile carneficina.

Ma ciò che conta per plasmare l’opinione pubblica è la prima impressione che essa ne riceve, e che imprime il messaggio nel cervello in maniera indelebile. È successo per le narrazioni degli eventi storici più importanti, ultimo dei quali è senz’ombra di dubbio il capolavoro spettacolare passato alla storia come gli “attentati terroristici di Al-Qāida dell’11 settembre 2001”.
Fin da quei primi momenti, il mantra recitato infinite volte nelle redazioni del Big Brother è stato unicamente questo, diventando da subito la Versione Ufficiale. Non vi era più dunque nessuno spazio residuo per il dubbio, almeno sui grandi circuiti dell’informazione.
Un altro elemento che ha giocato un ruolo decisivo, anche in termini di avallo dei conflitti bellici degli anni passati, è stata poi la pressoché totale adesione della “sinistra” in quasi tutte le sue declinazioni alla Versione Mediatica Ufficiale. Una specie di riflesso pavloviano che ha portato, senza alcun tipo di vaglio o discernimento critico e, cosa ancora più grave, senza neppure porsi la questione di chi fossero realmente “gli insorti di Bengasi”, a fornire una sorta di tacito avallo alle operazioni dei manovratori. Il che, di fatto, ha agevolato la strada a quei poteri internazionali che lavoravano da tempo per un intervento militare contro la Libia.

Partenza per la Libia

Per tutte queste ragioni, una volta offertami la possibilità di recarmi a Tripoli per verificare insieme a un gruppo di autentici “volenterosi” denominati The Non-Governmental Fact Finding Commission on the Current Events in Libya come stavano realmente le cose, ho deciso immediatamente di prender parte alla spedizione.

Giunti a Djerba, il viaggio in territorio libico ci ha presentato subito la dura realtà di uno scenario militare costellato da centinaia di posti di blocco che coprivano l’intero tracciato dal confine tunisino fino a Tripoli. Ma una volta giunti alle porte della capitale il contesto che si profilava angoscioso in quelle prime lunghe ore di viaggio muta di colpo in uno scenario di piena normalità e senza alcun segno tipico di uno stato di guerra incipiente. Già questo primo impatto contraddiceva in nuce i racconti dei giornalisti embedded che avevano descritto con sussiego gli scenari caotici, foschi e sanguinolenti delle “stragi” volute dal raìs.
La prima sensazione che ho avuto la mattina seguente mentre attraversavamo le strade di Tripoli diretti verso il Sud-Est del paese, è stata quella di un appoggio popolare forte, passionale e incondizionato nei confronti di Gheddafi. Del resto, come fa giustamente rilevare l’analista politico Mustafà Fetouri, “una delle conseguenze inattese dell’intervento militare in Libia è quella di aver rafforzato la credibilità del regime conferendogli ancora più forza e legittimità nelle zone sotto il suo controllo”.

Arrivati nella città di Bani Waled, a circa 125 km a sud di Tripoli, la nostra delegazione viene accolta calorosamente dai responsabili della locale Facoltà di ingegneria elettronica.

Qui la sensazione avvertita qualche ora prima attraversando la capitale diventa realtà palpabile, e le dimostrazioni d’appoggio incondizionato a favore del leader libico non danno adito ad alcun possibile fraintendimento. Veniamo poi condotti in un ampio complesso abitativo circondato da mura, dove siamo accolti dai capi Tribù dei Warfalla, la più grande tribù della Tripolitania, tutti quanti fasciati nei loro tradizionali abiti. Aiutati da interpreti ma anche da un anziano capo clan che parla un buon italiano, ci viene ribadita la stretta alleanza della tribù con Gheddafi e la loro completa determinazione a lottare, nel caso malaugurato fossero invasi militarmente, “fino alla fine”. “Se decidessero di invadere la Libia, sapremo noi come rispondere”, ci dice uno dei capo tribù brandendo in alto con le sue nodose mani un fiammante kalashnikov. Non c’è nessuna tracotanza nelle sue parole, ma solo la fermissima determinazione a non permettere che il loro paese venga gettato nel caos così com’è avvenuto per il Kosovo, l’Afghanistan e l’Iraq, che dall’occupazione militare anglo-americana sono diventati forse i luoghi più pericolosi della terra.

Dovunque ci si muova, sia a Tripoli che nelle sue immediate periferie, la domanda che ci viene continuamente rivolta dalle persone con cui veniamo in contatto è la seguente: “Perché Francia, Inghilterra e Stati Uniti ci bombardano? Che cosa gli abbiamo fatto? Perché l’Italia, dopo aver stipulato col nostro paese un trattato di amicizia e di non aggressione, ci ha fatto questo?”. Domande sacrosante, a cui le aggressioni militari anglo-americane degli anni scorsi forniscono una risposta fin troppo scontata.

Nei giorni successivi continuiamo le nostre esplorazioni visitando scuole di vario ordine e grado a Tripoli e dintorni, dove ritroviamo le stesse manifestazioni di appoggio e partecipazione. Ciò che stupisce in questi ragazzi, che la stampa occidentale vorrebbe dipingere come scarsamente «emancipati» rispetto ai nostri selvaggi con telefonino, è la piena consapevolezza di ciò che sta avvenendo ai danni del loro paese e il pericolo che incombe sulle sorti della Libia nel caso venisse invasa militarmente.
Muovendoci per la capitale non riscontriamo nessun segno di bombardamenti contro la popolazione libica da parte di Gheddafi, che è poi il motivo scatenante per cui sono state promulgate le due Risoluzioni Onu che hanno di fatto aperto la strada all’aggressione militare.

Gli unici riscontri tangibili della guerra li troviamo invece in alcune località non distanti dai sobborghi di Tripoli, a Tajoura, Suk Jamal e Fajlum, dove a seguito di ripetuti bombardamenti Nato hanno trovato la morte oltre quaranta civili, come confermano anche i documenti ufficiali mostratici dalle autorità mediche all’ospedale civile di Tajoura.

La conferma ufficiale della situazione che si è venuta determinando sul terreno ce la fornisce in un incontro all’Hotel Rixos anche Mussa Ibrahim, portavoce del governo libico, che ci illustra la posizione del governo a questo proposito. Dopo aver tracciato un quadro sugli sviluppi bellici e diplomatici negli ultimi due mesi, Ibrahim si domanda perché gli organismi internazionali preposti non abbiamo consentito, prima di dare inizio ai bombardamenti, l’invio in Libia di una missione d’inchiesta per verificare i fatti, come richiesto da Gheddafi a più riprese.
L’Occidente, o quel ristretto novero di paesi che si è arrogato abusivamente il diritto di parlare a nome del mondo intero, ha anche rifiutato l’offerta di Chavez di fare da mediatore per la Libia, nonostante essa fosse sostenuta da molti paesi latino-americani e dalla stessa Unione Africana.

Possiamo verificare di persona la sera a Bāb al ‘Azīzīyah, la residenza-bunker di Gheddafi, quanto siano fuorvianti le informazioni che circolano sui grandi media occidentali a proposito della popolarità di Gheddafi tra la gente di Tripoli e più in generale della Libia. Lo spettacolo che si apre davanti ai nostri occhi entrando nel parco dove si trova la vecchia abitazione di Gheddafi bombardata dagli americani il 15 aprile 1986, contraddice al primo colpo d’occhio le versioni propagandistiche circolanti in Occidente. Qui ogni sera, da quando sono iniziati i “bombardamenti umanitari” contro la Jamahiriya Araba Libica, va in scena un grande happening animato da migliaia di persone.

Il senso vero di questo assembramento, di cui i mezzi di comunicazione occidentale si guardano bene dal dare conto, “è la vicinanza e l’affetto dei libici nei confronti di brother Gheddafi”, come mi spiega un giovane e colto ingegnere elettronico che ci guida lungo tutta la nostra visita. Per questo si ritrovano lì tutte le sere, per fargli sentire con la loro viva presenza tutto il calore e far scudo con i loro stessi corpi a nuove possibili incursioni.

L’ultimo appuntamento con membri del governo è con il vice ministro degli Esteri, Khaled Kaim, che con grande dovizia di particolari ripercorre istante per istante gli sviluppi della crisi, dalla presenza riscontrata fin dall’inizio dalle autorità libiche di vari elementi dei “fratelli musulmani” e altri jihadisti stranieri tra i “rivoltosi di Bengasi”, alla strana sincronia con cui, il 26 febbraio, il personale di diverse ambasciate presenti a Tripoli è partito senz’alcuna spiegazione plausibile, fino alle ragioni geopolitiche che hanno fatto sì che la Libia diventasse un obbiettivo appetibile per le mire occidentali già da molti anni.

Non ci resta, prima di congedarci, che incontrare l’ultima personalità di rilievo in programma sulla nostra agenda, monsignor Giovanni Martinelli, il vescovo di Tripoli, uno degli ultimi tra gli italiani rimasti in città dopo l’esplosione della crisi che, insieme alla combattiva rappresentante di import-export italo-libica Tiziana Gamannossi, ci conferma nel corso del colloquio quanto già avevamo accertato durante la nostra missione d’indagine: ossia che “!il governo libico non ha bombardato la sua popolazione, ma che gli unici morti a causa dei bombardamenti sono stati provocati dalla Nato a Tajoura; che l’unica possibile soluzione del contenzioso è il dialogo, non le bombe”; che i ‘ribelli di Bengasi’ si sono macchiati di gravi crimini gettando il paese nel caos”.

Martinelli aggiunge anche che l’attacco militare alleato nei confronti della Libia è ingiusto e sbagliato sia da un punto di vista tattico che da quello strategico, perché “le bombe rafforzeranno Gheddafi e gli permetteranno di vincere”. Il suo è un giudizio ponderato e sofferto, espresso da un uomo che non nutre nessun favore aprioristico nei confronti del colonnello, ma del quale riconosce con equilibrio meriti e demeriti nella sua conduzione del paese.

Se in effetti vogliamo guardare la sostanza e non la propaganda bellica che alligna stabilmente sui media ai danni della Libia, quando Gheddafi prese il potere il livello di analfabetismo in Libia era del 94 per cento, mentre oggi oltre il 76 per cento dei libici sono alfabetizzati e sono parecchi i giovani che frequentano università straniere. La popolazione del paese, al contrario dei vicini egiziani e tunisini, non manca di alimenti e servizi sociali indispensabili.

A questo punto il quadro che abbiamo davanti ai nostri occhi ha assunto dei contorni piuttosto delineati; sarebbe interessante proseguire verso la parte orientale del paese, dove si stanno consumando gli scontri più aspri, ma per ragioni di sicurezza ci viene vivamente sconsigliato di intraprendere un simile viaggio. Anche così, tuttavia, vi sono gli elementi necessari per capire che le Risoluzioni 1970 e 1973 promulgate dal Consiglio di Sicurezza sono destituite di ogni fondamento. E dunque che le ragioni di questo intervento armato vanno ricercate altrove.

L’incarico di riferire minuziosamente tutto ciò che è stato raccolto nel corso della missione viene affidato a David Roberts, portavoce del British Civilians For Peace in Libya, durante la conferenza stampa aperta a tutti i media internazionali presenti a Tripoli che si tiene nel lussuoso Hotel Rixos. Dopo l’esposizione dei risultati cui la commissione è pervenuta, si procede a evidenziare tutte le omissioni e le manipolazioni vere e proprie compiute dai media fin dall’inizio della guerra.

La cosa non è affatto gradita ad alcuni giornalisti e mezzobusti delle grandi testate inglesi e americane presenti in sala, i quali reagiscono in maniera indispettita e rabbiosa negando di aver compiuto un “lavoro sporco” e assicurando anzi di aver scrupolosamente fornito tutte le informazioni in loro possesso.
Una patente menzogna, visto e considerato che con i pochi mezzi a nostra disposizione avevamo quasi totalmente decostruito il castello montato per aria, è proprio il caso di dire, nei mesi precedenti.

Le vere ragioni della guerra alla Libia

Ecco che così, a poco a poco, dopo aver verificato in prima persona come stavano realmente le cose sul posto, e grazie alla rete e ai molteplici siti o blog interessati a fare vera informazione e non propaganda, si facevano sempre più strada quelli che, verosimilmente, sembravano i reali motivi di un intervento occidentale contro la Libia pianificato da tempo. Ossia, in primo luogo, impossessarsi degli enormi giacimenti di petrolio libici, senza contare le enormi riserve di gas naturale.

Ma non è tutto. Dal momento in cui Washington ha cancellato la Libia dalla lista di proscrizione degli “Stati canaglia”, Gheddafi ha cercato di ricavarsi uno spazio diplomatico internazionale con ripetuti incontri in patria e nelle maggiori capitali europee. Cosa è cambiato da allora per giustificare l’accanimento di Gran Bretagna e Francia contro il regime di Tripoli quando prima andavano d’amore e d’accordo?

La risposta è stata data dal quotidiano statunitense “The Washington Times”. Questo stesso giornale ha rivelato lo scorso marzo che sono i 200 miliardi di dollari dei fondi sovrani libici a fare andare in fibrillazione gli occidentali. Perché tale è il denaro che circola nelle banche centrali, in particolare in quelle britanniche, statunitensi e francesi. “Queste sono le vere ragioni dell’intervento della Nato in Libia”, afferma Nouredine Leghliel, analista borsistico algerino trasferitosi in Svezia, che è stato uno dei primi esperti a sollevare la questione. Questi 200 miliardi di dollari, di cui gli occidentali non parlano che a mezza voce, sono al momento “congelati” nelle banche centrali europee. Il motivo? Che questa vera e propria montagna di denaro sia associata alla famiglia Gheddafi, “cosa che è totalmente falsa”, come sottolinea Leghliel.

“Più continua il caos, più la guerra dura e più gli occidentali traggono profitto da questa situazione che torna a loro vantaggio”, chiarisce ancora Leighliel. Il caos nella regione farebbe comodo a tutto l’Occidente. I britannici, soffocati dalla crisi della finanza, troverebbero così le risorse necessarie. Gli statunitensi, per mire squisitamente militari, si installerebbero in modo definitivo nella fascia del Sahel e la Francia potrà ricoprire il ruolo di subappaltatore in questa regione da lei considerata come una sua appendice.

L’assalto ai fondi sovrani libici, com’è facilmente prevedibile, avrà un impatto particolarmente forte in Africa. Qui la Libyan Arab African Investment Company ha effettuato investimenti in oltre 25 paesi, programmando di accrescerli nei prossimi cinque anni soprattutto nei settori minerario, manifatturiero, turistico e in quello delle telecomunicazioni.

Ancora più importanti sono stati gli investimenti libici nella realizzazione dei tre organismi finanziari varati dall’Unione africana: la Banca africana d’investimento, con sede a Tripoli; il Fondo monetario africano (fma), con sede a Yaoundé, la capitale del Camerun; la Banca centrale africana ad Abuja, la capitale nigeriana.

La creazione del nuovo organismo è (o era) ritenuta una tappa cruciale verso l’autonomia monetaria del continente. Infatti, secondo le Nazioni Unite per l’Africa, il peso sulla bilancia commerciale mondiale africana si è contratto notevolmente negli ultimi venticinque anni, passando dal 6 al 2 per cento; effetto dovuto, sempre secondo le Nazioni Unite, alla presenza di una cinquantina di monete nazionali non convertibili tra di loro. Ciò rappresenterebbe un freno agli scambi commerciali tra gli stati africani, perciò il principale compito del fma è promuovere gli scambi commerciali creando il mercato comune africano.

Quanto appena esposto potrebbe essere la vera ragione, o una delle maggiori motivazioni, che hanno causato l’intervento armato, occulto prima, dichiarato ed esplicito dopo, delle vecchie potenze coloniali del Continente Nero: Francia, Regno Unito e Stati Uniti. Comunque sia, il congelamento dei fondi libici e la conseguente guerra assestano un colpo durissimo all’intero progetto.

Ma se l’Occidente vuole veramente cacciare Gheddafi per appropriarsi della Libia e delle sue risorse, dovrà rassegnarsi presto a cambiare strategia. In altre parole dovrà far scendere i propri eroici soldati dagli aerei e dalle navi, dove bombardano comodamente seduti con in mano il joystick della playstation e mandarli in terra di Libia, a combattere, ammazzare e venire a loro volta ammazzati.

A quel punto sarà tuttavia necessario gettare la maschera, evitare di nascondersi dietro il pretesto di “interventi umanitari”, manifestare apertamente le proprie ambizioni e accettare la fila di bare che tornano a casa ogni settimana. Ma ne saranno capaci, dopo che il mondo assiste sbigottito all’impantanamento a cui sono costrette le più grandi potenze militari della storia dopo un conflitto che dura da più di dieci in Afghanistan e Iraq?

di: Paolo Sensini

Rinascita.eu

Prossima tappa per la realizzazione del Nuovo Secolo Americano: guerra alla Siria e all’Iran

Articolo inviato al blog
di Salvatore Santoru

Il PNAC, ossia il Progetto per un nuovo secolo americano, è una lobby che dal 1997, anno della sua nascita,si assume lo scopo di promuovere una leadership globale a guida statunitense. Tra i fondatori di questo “istituto di ricerca”, il cui presidente è Wiliam Kristol, spiccano i nomi di Dick Cheney, già segretario alla Difesa nell’amministrazione di George Bush padre  e vicepresidente in quella del figlio, e di Donald Rumsfeld,già segretario alla Difesa sotto Ford e Bush figlio. Il PNAC ha fortemente sostenuto la recente  politica imperialista degli States, dalle guerre in Afghanistan e Iraq in poi. Non solo: questa gruppo di pressione, che praticamente sotto la presidenza Bush ha aumentato a dismisura il suo potere, nel 2000 aveva già elaborato il piano necessario per arrivare alla completa “americanizzazione” del mondo(o di maggior parte di esso): Rebuilding America’s Defenses(http://www.newamericancentury.org/RebuildingAmericasDefenses.pdf).

Bush_Cheney_Rumsfeld

In questo documento sono indicati i potenziali nemici degli USA e alleati, i cosiddetti “Stati canaglia”: dall’Iran alla Siria,alla Libia e alla Corea della Nord. Dopo l’inizio della guerra in Libia (20 marzo 2011) il progetto sta giungendo al suo compimento,e dopo di esso verrà attuata la nuova strategia di guerra:non più contro il “terrore” o gli “stati canaglia” ma guerra permanente contro il mondo(http://it.peacereporter.net/articolo/28435/Guerra+globale+permanente). Ora è finita con la morte mediatica di Osama Bin Laden(2 maggio 2011)e Mullah Omar(21 maggio 2011) la stagione della guerra al terrore,ad al Quaeda o ai talebani: come ho già scritto (http://coriintempesta.altervista.org/blog/al-qaeda-e-la-cia/)Al Quaeda e il fondamentalismo islamico sono tornati ad essere utili per le nuove guerre dell’Occidente,e non a caso è stato detto che Osama e Obama sono arrivati a una “convergenza postuma”(http://it.peacereporter.net/articolo/28565/Osama+e+Obama%2C+convergenza+postuma).Ora è iniziata a seconda fase del Progetto del Nuovo Secolo Americano:destabilizzazione e guerra contro gli stati tendenti al nazionalismo laico e al “socialismo islamico” e controrivoluzione e repressione dei fermenti di libertà e (vera)democrazia delle masse arabe (http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=8297): in seguito ci sarà il ritorno del “pericolo  rosso” e dunque sarà la volta della guerra(fredda e calda) contro la Cina e infine contro i paesi socialisti come Cuba, Boliuvia,Venezuela, Nicaragua e nuovamente Vietnam. Ma procederanno passo per passo.Per ora la prossima tappa per la realizzazione del Nuovo Secolo Americano è la  guerra alla Siria e all’Iran.
Staremo a vedere.

Al Qaeda e la CIA: ritorno alle origini

Articolo inviato al blog

di Salvatore Santoru

Come è ampiamente noto,al Qaeda,che in arabo significa “La Base”,o “Database”,fu creata negli anni ottanta,durante la guerra in Afghanistan, dalla CIA tramite il servizio segreto pakistano,ISI,in funzione antisovietica.Questo database inizialmente doveva servire a coordinare la rete di guerriglieri islamisti impegnati nella lotta contro il comunismo,e in seguito ad organizzare la rete globale della “Jihad” internazionale,tramite gruppi operanti generalmente nei paesi dell’ex blocco sovietico(ad es in Cecenia)e in altre parti dell’Europa(ad es nell’ex Jugoslavia).A partire dagli anni novanta questa organizzazione,che ha alle spalle diversi atti di terrorismo e di azioni criminali,è diventata per l’opinione pubblica statunitense ed europea l’emblema del terrore,ed in nome di essa le grandi potenze occidentali hanno potuto invadere e saccheggiare paesi sovrani con la scusa della “lotta al terrorismo”.Dopo gli attentati dell’ 11 settembre 2001(su cui rimangono ancora molti dubbi sul reale coinvolgimento di al Qaeda,e si pensa che possono essere stati autoattentati)negli Stati Uniti,la paura del terrorismo si è trasformata in “emergenza nazionale” e vi è stata una rapida restrizione delle libertà civili,grazie a provvedimenti dallo stampo totalitario come il Patriot Act.Sempre per via della” paura del nemico terrorista”,è stato più facile convincere l’opinione pubblica sulla “necessità” dell’invasione dell’Afghanistan nell’ottobre dello stesso anno,invasione che è stata seguita,a marzo 2003,da quella sull’Iraq.A dieci anni dall’inizio del conflitto afghano,iniziato ufficialmente per eliminare la rete quaedista e catturare Osama Bin Laden(ritenuto la mente del gruppo,e degli attacchi dell’11/9),ma più realisticamente per il controllo del traffico della droga combattuto dal governo talebano del Mullah Omar,e per interessi economici e politici e per il controllo delle risorse del paese,la presunta causa dell’invasione,lo “sceicco del terrore” è ufficialmente stato ucciso il 2 maggio 2011(anche se molto probabilmente era già morto nel 2001,o forse,nel 2006).La morte di Bin Laden,che è sopratutto mediatica,segna molto probabilmente la fine di un ciclo:il ciclo della guerra al terrore inaugurato sotto la presidenza Bush.Inoltre con essa si ha l’avanzamento del progetto del PNAC(Progetto per il Nuovo Secolo Americano)e l’inizio della guerra a tutto campo contro i cosiddetti “Stati canaglia”.Primo passo nel nuovo ciclo di guerre,i bombardamenti sulla Libia(non più stato canaglia dal 2004 e partner della “lotta al terrorismo “ultimamente),a seguire probabilmente tentativi di attacco all’asse Iran-Siria.Il fondamentalismo islamico ,così torna amico,visto che la nuova strategia dell’Impero prevede la destabilizzazione dei regimi che si rifanno al nazionalismo laico arabo(panarabismo,o al socialismo islamico,come la Libia)da sempre avversi all’integralismo religioso.Così le potenze occidentali e i fondamentalisti islamici,la CIA e al Qaeda sono tornati/e nuovamente d’accordo e quest’ultima è tornata alle “origini”.Probabilmente l’accordo tra le due parti si basa sul rovesciamento degli Stati laici nel Nord Africa e nel Medio Oriente,sia quelli dei dittatori burattini di Zio Sam,come Ben Alì e Mubarak,sia quelli considerati “antiamericanisti” come la Libia o la Siria,e l’instaurazione di governi islamisti,e in cambio tutta una serie di vantaggi per l’Occidente:sia le cadute di governi ostili alle politiche di Waschington ,dell’Europa e di Israele,e sia la conquista di risorse e il controllo di territori ritenuti strategici.Staremo a vedere.


“Fabbricare Pretesti” a Cuba:come si prepara il cambio “di regime”

Ho letto con molto interesse ed entusiasmo l’ editoriale del quotidiano Granma  intitolato “Fabbricare Pretesti”[vedi sotto],del 15 maggio 2011. Stavo seguendo con molta preoccupazione le ultime provocazioni da Madrid, Miami e Washington. Il 1 Aprile 2011 Aznar, le cui radici si trovano nella peggiore  tradizione  franchista, si lamentava, come riporta Europa Press, che “non è giusto fare una cosa in Libia e il contrario a Cuba … per proteggere le vite”. I nemici di Cuba non hanno mai tregua nelle loro perniciosa attività contro il popolo cubano. Tuttavia, da questa ultima dichiarazione, sono iniziate una nuova serie di azioni altrettanto aggressive quanto diffamatorie . Per esempio, il programma  Telefono senza paura (Háblalo Sin Miedo) è stato istituito da blogger mercenari negli Stati Uniti e Cuba al fine di dare l’impressione che sull’ isola si stiano verificando “perturbazioni”  e che “i cubani ” chiedono a gran voce l’ aiuto di Washington e dei suoi alleati”.

Vi è anche l’ultimo programma di “attivismo civico” in fase di sviluppo da parte di mercenari a Madrid, Miami e Cuba. Alcuni dei suoi rappresentanti avevano recentemente visitato Washington per sollecitare il sostegno. L’obiettivo è quello di creare incidenti a Cuba. Tra i più coinvolti sono quelli che di recente erano stati rilasciati dalla prigione ed i loro collaboratori.

Chi può credere che a Cuba ci siano “dissidenti” pacifici o mercenari? In primo luogo, la violazione delle leggi cubane ha l’obiettivo, come loro stessi hanno dichiarato apertamente in più di una occasione, di portare ad un “cambiamento di regime ” a Cuba.. Questo è di gran lunga lontano dal costituire un obiettivo pacifico. In secondo luogo, la partecipazione di quasi tutte le tendenze dell’ “opposizione” ,in un modo o nell’altro in questa attività di “attivismo civico”, mostra che esiste una nuova fase di provocazione caratterizzata da un rischio di violenza. E così il quotidiano Granma ha tutto il diritto di chiedere quanto segue:

Nel passato si è cercato d’isolare Cuba o di provocare disordini interni per provocare un intervento nordamericano. Cosa si pretende con questa campagna? Solo denigrare o qualcosa di peggio? Sarà che a coloro che muovono i fili dei salariati interni piacerebbe moltissimo invocare la protezione dei civili per bombardare L’Avana?

Sulla base di 52 anni di esperienza e di lotta eroica, Cuba sa rispondere con serenità e fermezza di fronte azioni di mercenari. Allo stesso modo, la gente onesta in tutto il pianeta sostenga  il diritto all’autodeterminazione di Cuba, un diritto che dovrebbe applicarsi a qualsiasi nazione del mondo, anche se questo dispiace ai capi delle potenze imperiali.

Le questioni sollevate dal Granma, che sono fondamentali a Cuba, sono fondamentali anche per il mondo: non c’è spazio per i tentennamenti rispetto alla difesa di Cuba nello scontro con le forze delle potenze imperiali.

Popoli e governi che sono effettivamente mossi da uno spirito di rispetto per la giustizia internazionale in tutti i continenti, insistano sul fatto che Washington e i suoi alleati rispettino la sovranità di Cuba. Ancora una volta, come sempre, oggi non stiamo lasciando Cuba da sola.

LINK:”Creating Incidents” in Cuba: America’s Design to Trigger “Regime Change”

DI: CoriInTempesta

Sotto l’ editoriale del GranMa

Fabbricare pretesti

La Rivoluzione Cubana è stata oggetto di centinaia di campagne di disinformazione generalmente orchestrate dal governo nordamericano, con la complicità di alleati europei e la partecipazione delle poderose forze e degli interessi che controllano gli empori mediatici, che però non hanno potuto sviare i cubani dai loro ideali d’indipendenza e socialismo, nè confondere i popoli del pianeta che, nonostante tutto, scoprono con la loro saggezza e l’istinto dove sta la  verità.

Sono campagne senza limiti politici, nè etici, che si scontrano con la forza morale di Cuba e sporcano solo i loro autori.

La più recente, che proviene dai super premiati informatori, si è sgonfiata in 72 ore.

I politici bugiardi, i media della stampa che hanno calunniato per interesse politico e i giornalisti che hanno riportato un fatto che non è avvenuto, senza tentare la minima conferma, non dovranno avere impunità e per lo meno dovranno confessare l’errore e chiedere scusa alla famiglia, per la mancanza di rispetto al suo lutto.

Curiosamente, tutti loro tacciono di fronte al milione di morti civili in Iraq e Afganistan, su quelli che definiscono ‘danni collaterali’ e di fronte alle esecuzioni extra giudiziarie con aerei senza pilota, nei paesi sovrani.

Guardano un prudente silenzio di fronte all’uso della tortura, oscurano l’esistenza delle carceri nordamericane segrete in Europa, impediscono le investigazioni sui crimini commessi ad Abu Graib  e nella Base Navale di Guantánamo, usurpata a Cuba, e sui voli segreti della CIA, con persone sequestrate in altri Stati.

Non si commuovono nemmeno di fronte alla forma brutale in cui i governi dell’Europa scaricano sui più poveri e sugli immigranti le conseguenze della crisi economica. Guardano dall’altra parte quando si reprimono con inusitata violenza disoccupati o studenti in queste opulente società. Senza dubbio vanno a caccia di pretesti per denigrare Cuba e in mancanza di  questi, li fabbricano.

Con tutta la loro sfacciataggine hanno insistito per trasformare una pancreatite in un assassinio politico, una giustificata detenzione della polizia di meno di tre ore per alterazione dell’ordine senza il minor uso della forza, in una scarica di botte mortale; una persona con precedenti  penali condannata a due anni di carcere per delitti comuni in un dissidente politico, vittima di una lunga condanna.

Il popolo condivide la protesta della famiglia, il cui dolore è offeso e la indignazione dei medici, praticamente accusati di complicità in un omicidio. Il mondo conosce infiniti esempi sulla vocazione umanistica dei nostri medici che non hanno mai risparmiato energie, e  a rischio della propria vita, hanno prestato e prestano servizio in tutti i continenti.

Il legislatore David Rivera, celebre per corruzione elettorale e per le sue campagne estremiste per eliminare il diritto dei cubani emigrati di viaggiare nel proprio paese, che solo poche settimane fa ha accusato l’ex presidente Carter d’essere un agente cubano, ha affermato sotto giuramento nel Congresso degli Stati Uniti che ‘il morto è caduto assassinato a colpi e bastonate nel centrale parco di Villa Clara, la scorsa domenica’.

Non si è nemmeno preoccupato di verificare che anche i peggio intenzionati riconoscono che stava nel parco prima e dopo la breve detenzione di giovedì  5 maggio e non domenica.  quando era già ricoverato. Non sorprende che dica menzogne, ma sì che lo faccia tanto  vergognosamente.

Un tale  Salafranca, europarlamentare del Partito Popolare, con molti meriti  anticubani e pro yanquee , che dice che i rapporti sui voli segreti della CIA ‘non apportano dati addizionali’, e si chiude gli occhi per astenersi su qualsiasi condanna, ha assicurato, nel Parlamento Europeo, che la persona è morta dopo la detenzione e le botte da parte della polizia cubana.

El País, della Spagna del Gruppo Prisa e delle confabulazioni del  PP, ha pubblicato un dispaccio con il titolo ‘muore un dissidente cubano dopo le botte della polizia’.

ABC storicamente al servizio delle peggiori cause, scrive ‘muore oppositore cubano dopo le botte della polizia castrista’. Non interessa loro confermare la sincerità dei fatti  presunti e non si prendono nemmeno il fastidio  di dissimulare l’inghippo con titoli differenti .

Insolitamente, anche lo stesso Presidente Barack Obama, a Miami, di fronte a una domanda delle ben tendenziosa Univisión, anche se ha detto che mancava la precisazione di dettagli, si è pronunciato solamente sui fatti del Parco Vidal, che non sono mai avvenuti.

È curioso che Obama, sempre tanto occupato, possa ritenere nella sua memoria il caso di una persona detenuta in un parco cubano, dove ha potuto ritornare poco dopo.  Senza dubbio non ha detto niente e possibilmente nemmeno si ricorda il viso angosciato o il racconto della bambina irachena Samar Hassan, pubblicato dal quotidiano The New York Times, lo scorso 7 maggio, che narrava la terribile esperienza dell’assassinio dei suoi genitori da parte di una pattuglia nordamericana mentre ritornavano dall’ospedale  dove avevano fatto medicare il suo fratellino.

Ma nel caso di Cuba la mancanza maggiore non sono le menzogne volgari che si fabbricano ogni giorno e si riproducono;  quello che è imperdonabile è che si censurino le grandi verità  e la storia di un popolo eroico e bloccato, che è stato capace di  realizzare quello che per la gran maggioranza dell’Umanità è ancora un sogno.

Nel passato si è cercato d’isolare Cuba o di provocare disordini interni per provocare un intervento nordamericano.

Cosa si pretende con questa campagna? Solo denigrare o qualcosa di peggio?

Sarà che a coloro che muovono i fili dei salariati interni piacerebbe moltissimo invocare la protezione dei civili per bombardare L’Avana?

Il nostro popolo non si lascerà confondere dai controrivoluzionari interni che cercano il pretesto mediatico per promuovere un conflitto con gli Stati Uniti e saprà rispondere con serenità e fermezza alle azioni di questi mercenari.

Gli argomenti della Rivoluzione cubana non si fabbricano con le menzogna dei nostri nemici, si costruiscono con la dignità e l’onore del nostro popolo, che ha imparato che la verità è l’arma più limpida degli uomini.

Traduzione: Gioia Minuti

Dieci fatti da chiarire sulla morte di Bin Laden

Semplicemente una settimana dopo che il presidente Obama ha annunciato la morte di Osama Bin Laden, vi è già letteralmente un diluvio di prove che indicano chiaramente che l’intero episodio è stato prodotto per fini politici e per riportare gli americani ad uno stato di castrazione intelletuale  post 11/9 in modo che  possano essere facilmente manipolati verso le elezioni del 2012. Ecco i dieci fatti che dimostrano che la favola di Bin Laden è una bufala artificiosa.

1) Prima dell’incursione di domenica scorsa, ogni analista di intelligence, commentatore geopolitico o capo di stato che si rispetti,come il veterano agente della CIA Robert Baer,  l’ex primo ministro pakistano Benazir Bhutto o l’ex capo dell’ antiterrorismo dell’FBI Dale Watson, dichiaravano che Osama Bin Laden era già morto e che probabilmente era morto già da molti anni. Inoltre, nel 2002 ad Alex Jones fu detto direttamente da due fonti distinte di alto livello che Bin Laden era già morto e che la sua morte sarebbe stata annunciata nel momento politicamente più opportuno. Il  dottor Steve R. Pieczenik, un uomo che ha tenuto numerose cariche influenti sotto cinque diversi presidenti, ha detto all’ Alex Jones Show la settimana scorsa che Bin Laden era  morto a causa della sindrome di Marfan poco dopo essere stato visitato dai medici della CIA presso l’ospedale americano di Dubai nel luglio 2001.

2) La versione ufficiale di come è avvenuta l’ incursione nel compound di Abbottabad è completamente crollata in pochi giorni. Prima c’era stata una sparatoria di 40 minuti, poi non vi è stata alcuna sparatoria e c’era un solo uomo che era armato; Bin Laden all’ inizio era armato e poi non lo era; prima Bin Laden ha usato  sua moglie come scudo umano e poi invece non lo ha fatto più. Prima il compound è stato descritto come un “palazzo da un milione di dollari “mentre poi si è rivelato essere un posto fatiscente che valeva meno di un quarto di quello. Quasi ogni singolo aspetto della versione ufficiale è cambiato da quando Obama ha descritto il raid domenica scorsa.

3) Il presunto corpo di Bin Laden è stato frettolosamente gettato in mare per prevenire ogni corretta procedura di identificazione. La Casa Bianca ha dichiarato che ciò era secondo i normali rituali di sepoltura islamica, tuttavia numerosi studiosi islamici di tutto il mondo hanno contestato tale affermazione, sottolineando che un musulmano può essere sepolto in mare solo se è morto in mare. Anche se la Casa Bianca ha affermato che la morte di Bin Laden il 1 ° maggio è stata accertata con il DNA e con le prove di riconoscimento facciale, tali prove non sono mai state rilasciate per una indagine pubblica e l’amministrazione Obama ha rifiutato di rilasciare le foto del cadavere di Bin Laden, suggerendo quindi una cover-up.

4) Nonostante il fatto che la Casa Bianca abbia pubblicato le foto della  “Situation Room” che si proponevano di dimostrare che Barack Obama, Hillary Clinton, Joe Biden e il resto del personale di sicurezza di Obama stavano guardando l’ incursione che ha ucciso Bin Laden , il direttore della CIA Panetta ha in seguito ammesso che Obama non avrebbe potuto vedere il raid, perché il live feed è stato tagliato prima che i Navy Seals entrassero nel compound. Le foto sono state descritte da molti come avere un  “significato storico“. Un immagine mostra Hillary Clinton con la mano sulla bocca come se stesse assistendo ad un momento cruciale del raid. I rapporti dei media, al momento,sostengono che la foto rappresenti il momento in cui “i leader del mondo libero hanno visto il  capo del terrore colpito nell’ occhio sinistro.” Tuttavia, le foto sono state fatte come una trovata pubblicitaria per il pubblico; nessuno in quelle foto ha mai visto la morte di Bin Laden in diretta, né ha visto i Navy Seals entrare nel compound.

5)Mentre anche i giornalisti mainstream hanno cominciato a gettare sospetti sulla versione ufficiale dietro il raid, i media hanno riferito che Al-Qaeda stessa aveva confermato ogni dettaglio del discorso di Obama. Tuttavia, il condotto per una tale affermazione è stato infatti una organizzazione chiamata SITE, che è un noto fronte di propaganda del Pentagono (gestito dalla figlia di una spia israeliana),presa in numerose occasioni a rilasciare falsi video di “Al-Qaeda” nei momenti più politicamente convenienti sia per l’ amministrazioni Bush che per quella Obama. L’organizzazione SITE  non è altro che un appaltatore del governo statunitense, ricevendo circa 500.000 dollari l’anno da Zio Sam, ma nonostante ciò i mezzi di comunicazione aziendale hanno istantaneamente ingoiato e rigurgitato l’affermazione che “al Qaeda”aveva confermato la versione ufficiale dopo che il SITE li ha diretti verso un anonimo intervento su un sito web islamico.

6) Quasi ogni singola persona che viveva vicino al presunto compound dove era nascosto Bin Laden ad Abbottabad che è stata in seguito intervistata dai giornalisti ha detto con assoluta certezza di non aver mai visto Bin Laden e che non c’era nulla che potesse fargli pensare che lo sceicco vivesse li. Dal momento che la città è un terreno di sosta per l’esercito pakistano, il quale ha una struttura di addestramento situata praticamente a pochi passi di distanza dal presunto compound di Bin Laden, ai residenti è stato richiesto un documento d’identità quando si sono trasferiti nella zona. Le truppe pakistane e la polizia anti-terrorismo della città hanno rifiutato di confermare che Bin Laden avesse vissuto nella casa. Barack Obama ha ammesso lui stesso a “60 Minutes” che la Casa Bianca non aveva una certezza assoluta  che Osama viveva lì prima del raid e questa incertezza ha indotto il timore che i Navy SEALS  avrebbero potuto trovarsi di fronte un “principe di Dubai” o qualche altro individuo che non era Bin Laden.

7) I video rilasciati dalla Casa Bianca lo scorso fine settimana con l’intento di mostrare Osama Bin Laden registrare messaggi di Al-Qaeda  nell’ottobre-novembre 2010 sono quasi identici ai filmati rilasciati dal SITE quasi quattro anni fa. Ricordate, nel maggio 2010 il Washington Post ha riportato l’ammissione della CIA nel creare falsi video di Bin Laden. Nonostante l’insistenza della Casa Bianca che il filmato di Bin Laden sia recente, lo sceicco sembra più giovane e più sano di quello che compare nei nastri rilasciati quasi un decennio fa, con la barba  apparentemente tinta di nero . Un video a parte che pretende di mostrare Bin Laden nel suo compound mentre sfoglia i canali televisivi via satellite ritrae un uomo molto più vecchio con la barba grigia. Gli analisti hanno sottolineato che l’uomo ha la forma delle orecchie diversa da quello nelle immagini del lontano 2001. Un medico ha invece fatto notare il fatto che l’uomo nei nastri pubblicati sabato non ha problemi a muovere il braccio sinistro, mentre i video a partire dal 2001 illustrano chiaramente come Bin Laden non riuscisse a muovere il suo arto superiore sinistro a causa di un danno permanente probabilmente correlato al danno ai nervi periferici. Anche il perché il cameraman filmerebbe la parte posteriore della testa di Bin Laden mentre lui guarda la televisione è dubbio. I residenti nella città di Abbottabad sostengono che l’uomo nel video  non è Osama, mentre addirittura  una persona  sostiene che l’uomo mostrato dalla Casa Bianca come Bin Laden è in realtà il suo vicino di nome Han Akhbar.

8)Nonostante il fatto che numerosi neo-cons siano venuti fuori nei giorni dopo la presunta incursione  per affermare, erroneamente, che i sospetti terroristi torturati a Guantanamo abbiano portato alla scoperta di Bin Laden, non si capisce perche invece Osama stesso, il presunto terrorista più ricercato al mondo e un tesoro di importantissime informazioni, pur essendo disarmato, non è stata preso per un interrogatorio ma è stato immediatamente colpito alla testa secondo il racconto ufficiale.

9) Il governo degli Stati Uniti è stato preso in numerose occasioni nel corso dell’ultimo decennio a mettere in scena operazioni militari con la finalità di generare artificiosi sentimento pro-guerra tra il pubblico americano. Sia il “salvataggio” di Jessica Lynch e la morte di Pat Tillman erano favole complete, scritte e messe in scena in disaccordo completo con la verità e lanciate contro gli americani come parte di un’offensiva guerra psicologica per sollecitare il sostegno alla guerra al terrorismo, quasi identica a quella che stiamo vedendo ora con il baraccone Bin Laden. Tenuto conto del fatto che il governo americano è stato catturato in flagrante  a scrivere storie di pura fantasia per giustificare la guerra al terrorismo, in particolare nei casi di Jessica Lynch e Pat Tillman, perché mai dovremmo credere loro adesso?

10) Nonostante il fatto che Obama abbia annunciato domenica scorsa in diretta televisiva che ora il mondo è  “più sicuro” perché Bin Laden era morto, la sua amministrazione, con l’aiuto dei mass media , ha immediatamente colto la situazione per terrorizzare gli americani con la paura di un imminente “rappresaglia” di attacchi terroristici all’interno degli Stati Uniti, sostenendo  poi che Bin Laden aveva formulato una “aspirazione piuttosto che un operativo” piano per far deragliare i treni Stati Uniti che viaggiano oltre 500 miglia all’ora, anche se nessun treno negli Stati Uniti può effettivamente viaggiare a tale velocità. Ciò ha portato gli  “esperti del terrore” a dire di come gli agenti della TSA siano ora necessari nei centri commerciali , mentre il senatore di New York Chuckie Schumer ha chiesto che la no fly-list possa essere estesa per treni e metropolitane. Obama si è affrettato ad andare a Ground Zero mentre  ha disperatamente cercato di usare la bufala Bin Laden per suscitare il fasullo patriottismo come un mezzo per incrementare i suoi numeri nei sondaggi. Altri, come il democratico Bill Richardson, hanno sfruttato la situazione per cercare di spingere, attraverso politiche che non avevano alcun collegamento con Bin Laden e il terrorismo, il cap and trade. La fretta con cui è stata sfruttata l’intera favola di Bin Laden  per fini politici e come  stratagemma psicologico per riportare gli americani ad uno stato  di castrazione intellettuale post-9/11 era dolorosamente trasparente, in modo chiaro suggerisce che la farsa intera è stata pianificata con largo anticipo per realizzare proprio questi obiettivi nel periodo fino al 2012.

LINK: 10 Facts That Prove The Bin Laden Fable Is a Contrived Hoax

DI:CoriInTempesta

Bufale belliche

La guerra di Libia è un caso da manuale. Chiunque fosse interessato ad approfondire il rapporto tra comunicazione e conflitti del XXI secolo, dovrebbe studiarlo. L’ultimo numero speciale di Limes, dedicato alla vicenda libica parla di collasso dell’informazione, di domino della narrativa, di una vera e propria campagna di disinformazione costruita ad arte per legittimare la guerra umanitaria. Karim Mezran – saggista e direttore del Centro studi americani – è autore di uno degli articoli presenti nel numero, non a caso intitolato “Glossarietto delle bufale belliche”. Un viaggio nelle imprecisioni linguistiche del giornalismo, ma anche nelle manipolazioni di Al Jazeera, che ha costruito un universo immaginario decisivo nel creare il clima d’opinione favorevole alla guerra

“Al Jazeera” si è posta come portavoce della primavera araba. Eppure il proprietario del network è il Qatar, che non è propriamente una democrazia. Che ruolo ha avuto questa emittente nel caso libico?

Lo stato più assolutista del Medioriente detiene la proprietà della televisione del canale satellitare più “liberalista” che ci sia. Al Jazeera addirittura provoca con la propria campagna stampa autentiche rivolte e destabilizzazioni in tutta la regione. Sulla Tunisia ho avuto pochi ritorni, c’è stata una rivolta spontanea proveniente dall’interno ma subito sequestrata dalle elites di Tunisi e dalla media borghesia che male vedevano la corruzione del gruppetto di potere di Ben Ali. Bisogna ancora vedere gli effetti di ciò che è successo. Sull’Egitto, invece,ha spinto di più. Ha mandato i suoi inviati in giro. Anche lì si è visto qualche tentativo di sobillare le folle dicendo che migliaia di sostenitori di Mubarak a cavallo e cammelli attaccava i manifestanti in piazza. In realtà erano poche dozzine, a detta dei testimoni. Ma al di là di queste incongruenze era difficile rilevare chissà quali campagne mediatiche. Fin lì i giornalisti di Al Jazeera hanno fatto il loro lavoro, magari hanno amplificato un po’ l’eco della manifestazione e della repressione, ma restando nei limiti. Questa, almeno, era la mia impressione. Poi, però, è scoppiata la vicenda libica e lì mi si è aperta una voragine. La Libia è l’unico caso in cui ho la possibilità di controllare direttamente le informazioni. Qui posso dirlo con certezza. Fin dagli inizi sulla Libia è partita una campagna informativa ad altissimi livelli.

Ricordiamo ancora i diecimila morti e le fossi comuni annunciate con enfasi dai media. Si è rivelata una menzogna. Però ha predisposto l’opinione pubblica all’intervento militare, no?

Le fosse comuni è la menzogna più clamorosa. Tutti i nostri giornalisti hanno preso una bufala. Quelle erano le fosse del cimitero di Tajoura, si vedeva il cemento delle coperture. Una menzogna allucinante. Ho provato a chiamare anche il direttore di Repubblica per invocare un minimo di controllo sulle notizie. Nessuno controlla niente, si acchiappa tutto. I giornali prendono a bocca aperta qualunque cosa Al Jazeera dica. E ci siamo dimenticati i mercenari che ammazzavano la gente a Bengasi, stando sempre a quel che stampa e televisioni riportavano nei primi giorni? Si è scoperto che erano gli operai di un cantiere edile, aizzati dal proprietario contro i dimostranti che volevano dare fuoco. Una delle foto di questi presunti mercenari congolesi ritraeva in realtà un operaio nero con un casco giallo. Si disse pure di bombardamenti su Tripoli ordinati da Gheddafi. Nessuno ha sentito nulla. Tripoli non è Manhattan, se degli aerei bombardano, la gente se ne accorge. I giornalisti andarono negli ospedali per vedere le vittime. Non trovandone, dissero che il regime aveva fatto portare via i cadaveri. E, ancora, le pile di cadaveri al mercato di Tajoura… Mia zia abita lì di fronte, aveva fatto la spesa come sempre, non ha visto nulla, né nessuno ha detto qualcosa. Si è detto che ai bordi di una superstrada c’erano cadaveri ammucchiati… mio cugino la fa tutti i giorni per andare a lavorare, non ha visto nulla. Tutte queste false notizie sono state date la prima settimana. Poi ho smesso di stargli dietro. E’ scoppiata la guerra e da quel momento è diventato difficile controllare. Tra l’altro, se ci fossero stati diecimila morti in Libia, i feriti sarebbero stati almeno trentamila, facendo un semplice calcolo statistico. In un paese come quello avrebbe significato ospedali straripanti. La popolazione ammonta a sei milioni di abitanti, perlopiù sparsi in un territorio vastissimo. Per fare diecimila morti ce ne vuole… Ho avuto modo di parlare con Alberto Negri che è stato tre settimane a Bengasi. Mi ha detto che gli unici morti che ha visto sono ventitré soldati di Gheddafi fatti secchi da un missile Tomahawk. Purtroppo i corrispondenti che vanno sul posto si limitano a riportare voci che acquistano consistenza mano a mano che vengono passate dagli uni agli altri.

Si sono impantanati in una guerra che non ha vie d’uscita. E ora?

Non hanno capito niente di quello che succede. Gli americani, che pure non riescono a resistere alle guerre umanitarie, quando sono arrivati sul posto – ci hanno mandato la Cia – si sono resi conto che la situazione non era come gliela aveva raccontata Sarkozy e si sono defilati.

La patata ora è nelle mani di francesi e inglesi, con il governo italiano che s’è accodato…
Non è una patata, semmai un tortino. E’ quello che cercavano, volevano papparsi il paese. Non è – come cerca di convincerci Bernard-Henri Lévy – una campagna umanitaria. Se non riescono a uscirne è solo perché hanno toppato. Ma c’è stata una manovra con un ruolo di Sarkozy. La rivolta spontanea di Bengasi ha costretto ad anticipare i tempi di un colpo di stato che era in preparazione. I libici lo sapevano, c’erano stati incontri tra uomini del regime e servizi segreti francesi. Ora, siamo tutti addestrati a non credere nelle teorie complottistiche, ma qui qualcosa di strano è accaduto. La caserma di Aderna, dalla quale sono state prese le armi, non è stata attaccata da dimostranti in erba.

C’è anche una questione di diritto internazionale. Questa è un’ingerenza bella e buona nella sovranità di uno Stato, o no?

Io sono l’ultimo che difenderebbe Gheddafi, figuriamoci. Ma – tanto per fare un esempio – se per ipotesi la comunità cubana della Florida decidesse di fare una secessione e di marciare alla volta della città di Tallahassee, sparando sui poliziotti, l’esercito americano cosa farebbe? Gheddafi ha mandato l’esercito a reprimere un’insorgenza armata come avrebbe fatto un qualsiasi altro Stato. Che sia un delinquente d’accordo, ma qui c’è stata un’improvvisa delegittimazione di un regime fino a ieri in ottime relazioni diplomatiche con tutti i paesi occidentali. Ed è accaduto tutto nel giro di quarantott’ore di bombardamento di notizie infondate.

Ma, insomma, c’è stata una sintonia o, quanto meno una reciprocità, tra le mire politiche di Francia & Co e la campagna mediatica di “Al Jazeera”?

Può essere una coincidenza, ma è anomala. Strano, ma non vogliamo sospettare di tutto. Una grancassa mediatica pazzesca e guarda caso, Sarkozy si erge a custode dei diritti umani contro il criminale Gheddafi.

Qual è lo scenario futuro più probabile, ora? In Libia c’è una guerra civile, un paese spaccato, o no?

Sì, ma i media non la rappresentano come una guerra civile, continuano a parlare di una rivolta popolare contro un regime repressivo che ha dalla sua parte soltanto schiere di miliziani tribali. La narrazione è questa: Gheddafi con i suoi mercenari contro il popolo insorto. Il ruolo dei media è stato decisivo. Ripeto, un regime legittimato da tutti a livello internazionale, che viene abbattuto in pochi giorni da parte della stampa.

I media hanno avuto un ruolo non solo nel legittimare la politica dei paesi occidentali. Un’influenza l’hanno anche sulle società civile dei paesi arabi e in qualche caso sono anche diventati attori interni alle proteste. Come mai hanno conquistato questo ruolo? C’è un vuoto di egemonia, hanno sostituito i partiti, mancano i movimenti, cosa succede?

Tutte queste cose messe assieme. Non c’è nulla, poi arriva una tv che si dichiara libera – sulla base di non si sa quale criterio – e si innesta nel vuoto delle società mediorientali e producono la loro
“narrazione”. Da questo punto di vista, Al Jazeera e Al Arabiya hanno compiuto una vera e propria rivoluzione mediatica. Positiva per certi aspetti, ma negativa per altri, nella misura in cui la loro azione diventa un’ingerenza nella sovranità degli Stati. Limitiamoci a ricordare quello che dovrebbe essere il dogma del giornalismo, e cioè la cautela e il controllo delle fonti. L’uso di Twitter e la presenza dei blogger ha reso il controllo dell’informazione molto più difficile. Ormai basta che su un blog si riporti una voce di presunti massacri per mettere in moto una campagna mediatica.

Viene da chiedersi: sono i mezzi di comunicazione che non funzionano come si deve, magari condizionati dalla velocità e dalla catena di montaggio delle notizie, oppure in questo caso c’è stata una campagna mediatica diretta dall’alto?

Sempre nei primi giorni della vicenda libica mi è capitato di vedere una trasmissione su Repubblica tv. A un certo punto mandano un’intervista a un contatto del luogo. Era uno sconosciuto imprenditore di Bengasi che ha detto una serie di fandonie. Asseriva di aver visto corpi fatti a pezzi e gettati dalle finestre, centinaia di giovani bengasini che avanzavano a petto nudo contro i carri armati. Come si fa a costruire notizie in questo modo? Secondo me, per venire alla domanda, sì, c’è stata una campagna orchestrata. La disinformazione è stata troppo massiccia. Sulla base di tutte queste informazioni sbagliate Sarkozy, improvvisamente celere, salta su e decide che Gheddafi è un criminale di guerra, e non per i quarant’anni di potere precedenti, ma per le fesserie dette e scritte nel giro di una settimana. E’ questo che fa imbufalire. Ma come, l’avete trattato come un fratello, l’avete ricevuto con tutti gli onori agli Champs-Élysées malgrado quarant’anni di massacri e mistificazioni, e poi, sulla base di quattro fesserie di Al Jazeera l’avete condannato per reati di guerra, bloccando di fatto ogni iniziativa diplomatica di pace?

Tonino Bucci 06/05/2011

Sotto l’ intervista a Amedeo Ricucci, giornalista RAI.

Dove era Osama l’11 settembre 2001?

Il seguente articolo è stato pubblicato il 9 settembre 2006

“Andare a cercare Bin Laden” è servito, negli ultimi cinque anni, a sostenere la leggenda del terrorista “più ricercato” del mondo, che “tormenta gli americani e milioni di altre persone in tutto il mondo.”

Donald Rumsfeld ha ripetutamente affermato che il luogo dove si nascondeva Osama bin Laden era sconosciuto: “E ‘come cercare un ago in pagliaio”.

Nel novembre 2001, i B-52 americani bombardarono a tappeto una rete di caverne nelle montagne di Tora Bora nell’ Afghanistan orientale, dove Osama bin Laden e i suoi seguaci sarebbero stati nascosti. Queste caverne sono state descritte come “l’ultima roccaforte di Osama”.

Gli  “analisti dei servizi segreti” della CIA hanno poi concluso che Osama era scappato dalla sua caverna di Tora Bora, nella prima settimana di dicembre 2001. Nel gennaio 2002, il Pentagono ha avviato una ricerca a livello mondiale di Osama e dei suoi uomini, oltre i confini dell’Afghanistan. Questa operazione, che fu definita dal Segretario di Stato Colin Powell come un “inseguimento scottante”, venne realizzata con il sostegno della “comunità internazionale” e gli alleati europei. Le autorità di intelligence statunitensi hanno confermato, a questo proposito, che: “Mentre al Qaeda è stata notevolmente frammentata, … l’uomo maggiormente ricercato – bin Laden stesso resta un passo avanti rispetto agli Stati Uniti, con il nucleo della sua rete del terrore in tutto il mondo ancora in ordine. – (Global News Wire – Asia Africa Intelligence Wire, InfoProd, January 20, 2002)

Negli ultimi cinque anni, i militari USA e gli apparati di intelligence (con spese notevoli per i contribuenti degli Stati Uniti) sono stati “alla ricerca di Osama”.

Venne istituita una unità della CIA con un budget multimilionario proprio con il mandato di trovare Osama. Questa unità è stata apparentemente sciolta nel 2005. “Gli esperti dell’ intelligence concordano sul fatto che si stia nascondendo in una zona remota del Pakistan, ma “non riusciamo a trovarlo”.

“La maggior parte degli analisti dell’intelligence sono convinti che Osama bin Laden è da qualche parte sul confine tra il Pakistan e l’Afghanistan. Ultimamente, è stato detto che probabilmente si nasconda nelle vicinanze della cima di Hindu Kush Tirich Mir ,alta 7700 metri, nella zona tribale di Chitral,nel Pakistan nord-occidentale”. (Hobart Mercury -Australia- 9 settembre 2006)

Il presidente Bush ha ripetutamente promesso di “stanarlo” dalla sua grotta, catturandolo vivo o morto, se necessario attraverso assalti di terra o con attacchi missilistici. Secondo una recente dichiarazione del Presidente Bush, Osama è nascosto in una remota area del Pakistan che “è estremamente montuosa e inaccessibile, … con montagne alte tra i 9.000 e 15.000 metri….”. “Non possiamo prenderlo, perché, secondo il presidente, non ci sono infrastrutture di comunicazione che ci permetterebbero effettivamente di andarlo a prendere”. (Citazione del Balochistan Times, 23 aprile 2006)

La ricerca di Osama è diventata un processo altamente ritualizzato che alimenta la catena delle notizie su base quotidiana. Non è solo parte della campagna di disinformazione dei media ma fornisce anche una giustificazione per l’arresto arbitrario, la detenzione e la tortura di numerosi “sospetti”, “combattenti nemici” e “complici”, che presumibilmente potrebbero essere a conoscenza del luogo dove è rintanato Osama. E tale informazione è ovviamente fondamentale per “la sicurezza degli americani”.

La ricerca di Osama serve sia per gli obiettivi politici che per quelli militari. I Democratici e Repubblicani competono infatti nel loro proposito di estirpare il “terrorismo islamico”.

The Path to 9 / 11, una serie di cinque ore della ABC sulla “ricerca di Osama” – che ha fatto il suo debutto il 10 e 11 settembre per ricordare il quinto anniversario degli attentati – casualmente accusa Bill Clinton di essere stato troppo occupato con lo scandalo di Monica Lewinsky per combattere il terrorismo.” Il messaggio del film è che i Democratici abbiano trascurato la “guerra al terrorismo”.

Il nocciolo della questione è che ogni singola amministrazione fin da Jimmy Carter ha sostenuto e finanziato la rete del “terrorismo islamico”, creata durante l’amministrazione Carter all’inizio della guerra sovietico-afgana. (Si veda Michel Chossudovsky, Chi è Osama bin Laden , 12 settembre 2001).

Dove era Osama l’ 11 Settembre?

Ci sono prove che il luogo dove si nascondeva Osama era noto all’amministrazione Bush.

Il 10 settembre 2001, il “Nemico Numero Uno” era in un ospedale militare pakistano a Rawalpindi, con la cortesia dell’ indefettibile alleato dell’America, il Pakistan, come confermato da una relazione di Dan Rather, CBS News. ( Vedi il nostro ottobre 2003 un articolo su questo tema )

Avrebbe potuto essere arrestato in breve tempo e ci avrebbe  ” risparmiato un sacco di guai”, ma poi non avremmo avuto più la leggenda di Osama, che ha alimentato la catena dell’informazione  così come i discorsi di George W., nel corso degli ultimi cinque anni.

Secondo Dan Rather, della CBS, Bin Laden è stato ricoverato in ospedale a Rawalpindi il giorno prima degli attacchi dell’11/9, il 10 settembre 2001.

“Pakistan-L’ Intelligence Pakistana (ISI) ha riferito alla CBS che bin Laden era stato sottoposto ad un intervento di dialisi a Rawalpindi, quartier generale dell’ esercito del Pakistan.

Dan Rather, CBS : Mentre gli Stati Uniti e i loro alleati nella guerra al terrorismo spingono nella caccia ad Osama bin Laden, stasera CBS News ha informazioni in esclusiva su dove era e cosa stava facendo bin Laden nelle ultime ore prima che i suoi seguaci colpissero gli Stati Uniti l’11 settembre.

Questo è il risultato del duro lavoro di giornalismo di inchiesta di un team della CBS News e di uno dei migliori corrispondenti esteri nel settore, Barry Petersen. Ecco la sua relazione.

(Inizio nastro) BARRY PETERSEN, corrispondente della CBS (voce fuori campo): Tutti ricordano cosa è successo l’11 settembre. Qui c’è la storia di ciò che sarebbe potuto accadere la sera prima. Si tratta di un racconto tanto contorto quanto lo è la caccia ad Osama bin Laden.

Alla CBS News è stato riferito che la notte prima dell’ attacco terrorista  dell’11 settembre, Osama bin Laden era in Pakistan. E’ stato sottoposto ad un trattamento medico con il supporto di quei militari che giorni dopo assicurarono il proprio sostegno agli Stati Uniti nella guerra al terrorismo in Afghanistan.

Quella notte, dice una operatrice medica che vuole proteggere la sua identità, è stato trasferito fuori tutto il personale di ruolo nel reparto di urologia e mandata una squadra segreta per sostituirli. Lei dice che era un trattamento per una persona molto speciale. La squadra speciale, ovviamente,non era all’altezza.

“I militari lo avevano circondato,” dice il dipendente dell’ ospedale che non ha voluto riferire la sua identità , “e ho visto il paziente misterioso aiutato a scendere da una macchina. Da quel momento,” dice, “ho visto molte immagini di quell’ uomo. E’ l’ uomo che conosciamo come Osama bin Laden. Ho anche sentito due ufficiali dell’esercito parlare tra di loro. Dicevano che Osama bin Laden doveva essere guardato con attenzione e curato “. Chi conosce bin Laden sostiene che soffra di numerosi disturbi, problemi alla schiena e allo stomaco. Ahmed Rashid, che ha scritto molto sui talebani, afferma che i militari lo hanno aiutato spesso prima dell’ 11/ 9.

(…)

PETERSEN (in video): I medici presso l’ospedale hanno riferito alla CBS News che non vi era niente di speciale quella notte, ma hanno rifiutato la nostra richiesta di vedere tutti registri. I funzionari del governo stasera hanno negato che bin Laden avesse ricevuto assistenza medica quella notte.

(Voce fuori campo): Ma è stato il presidente pachistano Musharraf a dire in pubblico quello che molti sospettavano, cioè che bin Laden soffra di malattie renali, dicendo anche di pensare che oramai stesse per morire. A testimonianza di questo si può guardare questo video più recente, che lo mostra pallido e smunto con la sua mano sinistra che non è mai in movimento. I funzionari dell’amministrazione Bush ammettono di non  sapere se bin Laden è malato o addirittura morto.

Donald Rumsfeld, segretario alla Difesa: Per quanto riguarda la questione della salute di Osama ..io ho….non ne ho alcuna conoscenza.

PETERSEN: gli Stati Uniti non hanno modo di sapere chi nell’esercito pakistano o nei servizi segreti abbia sostenuto i talebani o Osama bin Laden fino alla notte prima dell’11 / 9, organizzando la dialisi per tenerlo in vita. Quindi gli Stati Uniti non possono sapere se quelle stesse persone potrebbero aiutarlo di nuovo, magari per ottenere la libertà.

Barry Petersen, CBS News, Islamabad.

(Fine)

Va osservato che l’ospedale è direttamente sotto la giurisdizione delle Forze Armate del Pakistan, che hanno stretti legami con il Pentagono. I consiglieri militari USA con sede a Rawalpindi collaborarono strettamente con le Forze Armate del Pakistan. Ancora una volta, non si è cercato di arrestare il più noto latitante d’ America, ma forse Bin Laden stava servendo un altro “scopo migliore”. Rumsfeld ha sostenuto all’ epoca di non essere a conoscenza dei fatti riguardanti la salute di Osama. (CBS News, 28 gennaio 2002)

La relazione della CBS è un pezzo fondamentale per la nostra comprensione del 11 / 9.

Si confuta l’affermazione della amministrazione sul fatto che il nascondiglio di bin Laden era sconosciuto. Punta ad un collegamento con il Pakistan, suggerisce una cover-up ai più alti livelli dell’amministrazione Bush.

Dan Rather e Barry Petersen non riescono a trarre le implicazioni del loro rapporto di gennaio 2002. Essi suggeriscono che gli Stati Uniti erano stati deliberatamente indotti in errore dagli agenti dei servizi segreti pakistani. Non riescono a porre la domanda:

Perché l’ amministrazione degli Stati Uniti afferma di non riuscire a trovare Osama?

Se devono attenersi alla loro relazione, la conclusione è ovvia. L’amministrazione sta mentendo. Il rifugio di Osama bin Laden era noto.

Se il rapporto della CBS è accurato e Osama era stato effettivamente ricoverato nell’ospedale militare pakistano il 10 settembre, per gentile concessione dell’ alleato dell’America, o era ancora in ospedale a Rawalpindi l’ 11 settembre, quando si sono verificati gli attacchi o era stato rilasciato dall’ ospedale  nelle ultime ore prima degli attacchi. In altre parole, era noto dove era Osama ai funzionari degli Stati Uniti la mattina del 12 settembre, quando il Segretario di Stato Colin Powell ha avviato negoziati con il Pakistan, al fine di arrestarlo ed estradarlo. Tali negoziati, guidati dal generale Mahmoud Ahmad, capo dei servizi segreti militari del Pakistan per conto del governo del presidente Pervez Musharraf, ebbero luogo il 12 e 13 settembre nell’ufficio del vice segretario di Stato Richard Armitage.

Osama sarebbe potuto essere arrestato in tempi brevi il 10 settembre 2001. Ma allora non avremmo avuto il privilegio di cinque anni di storie su di lui raccontate dai media. L’amministrazione Bush ha disperatamente bisogno della finzione di un “nemico esterno d’America”.

L’ al Qaeda di Osama bin Laden,conosciuta e documentata, è un a costruzione degli apparati di intelligence degli Stati Uniti. La sua funzione essenziale è di dare un volto alla “guerra al terrorismo”. L’immagine deve essere chiara.

Secondo la Casa Bianca, “la nostra più grande minaccia è questa ideologia dell’estremismo violento e il suo più grande sostenitore pubblico è Osama bin Laden. Bin Laden rimane l’obiettivo numero uno, in termini del nostro impegno, ma non è l’unico obiettivo”.-  Recente dichiarazione dell’ Assistente per la Sicurezza Interna della Casa Bianca Frances Townsend, 5 settembre 2006).

La dottrina della sicurezza nazionale si basa sulla finzione dei terroristi islamici, guidati da Osama, che vengono rappresentati come una “minaccia per il mondo civilizzato”. Nelle parole del presidente Bush, “Bin Laden e i suoi alleati terroristi hanno manifestato in modo chiaro le loro intenzioni come Lenin e Hitler prima di loro. La domanda è: potremo ascoltarli? Presteremo attenzione a ciò che questi uomini malvagi dicono? Siamo all’offensiva. Non ci fermeremo. Noi non ci ritiriamo. E non ci ritireremo dalla lotta fino a quando questa minaccia per la civiltà sarà stato rimossa. ” (Citatazione dalla CNN, 5 settembre 2006)

L ‘”inseguimento scottante” ad Osama nelle montagne del Pakistan deve continuare, perché senza di Osama la legittimità della fragile amministrazione Bush crolla come un mazzo di carte.

Inoltre, la ricerca di Osama protegge i veri architetti degli attacchi dell’ 11/9. Mentre non vi è alcuna prova che Al Qaeda sia dietro gli attacchi, come rivelato da numerosi studi e documenti, ci sono sempre maggiori prove della complicità e di copertura fornita dai più alti livelli dello Stato, dall’apparato militare e dai servizi di intelligence.

L’arresto dei presunti complici e sospetti non ha nulla a che fare con la “sicurezza nazionale”. Si crea l’illusione che gli arabi e i musulmani siano dietro gli attentati, manovrando la conduzione di una vera indagine criminale sugli attacchi dell’11 settembre. E ciò con cui abbiamo a che fare e’ la criminalizzazione dei piu’ alti gradi dello Stato.

di: Michel Chossudovsky– Copyright Michel Chossudovsky

LINK: Where was Osama on September 11, 2001?

TRADUZIONE: Cori In Tempesta

Osama Bin Laden è morto…per la nona volta

Quando Obama la scorsa notte ha pronunciato la morte di Osama Bin Laden in un annuncio televisivo ascoltato in tutto il mondo, era almeno il nono capo di stato o funzionario di alto rango ad averlo fatto.

Tenuto conto dei documentati problemi renali di Bin Laden e la conseguente necessità di dialisi, i funzionari governativi, capi di Stato ed esperti di antiterrorismo hanno ripetutamente opinato che Osama Bin Laden era effettivamente morto da diverso tempo.

Nel luglio del 2001, Osama Bin Laden venne trasportato all’ospedale americano di Dubai per i problemi ai reni e secondo fonti di intelligence francesi,  lì c’era anche un addetto locale della CIA. Quando l’agente in seguito si vantò del suo incontro con gli amici, fu prontamente richiamato a Washington.

Alla vigilia dell’11 settembre, Osama Bin Laden si trovava in un ospedale militare pakistano sotto l’occhio vigile dell’ ISI, l’equivalente pakistano della CIA, con profondi legami con la comunità dell’intelligence americana.

Nell’ottobre del 2001, Bin Laden è apparso in un videomessaggio indossando una mimetica militare e il copricapo islamico, con lo sguardo visibilmente pallido e scarno. Nel dicembre del 2001, venne invece rilasciato un altro videotape mostrando il “Re del Terrore” gravemente malato e apparentemente non in grado di muovere il braccio sinistro.

Il 26 dicembre 2001, Fox News riportò un racconto del Pakistan Observer secondo cui i talebani afghani avevano ufficialmente pronunciato la morte di Osama Bin Laden all’inizio dello stesso mese. Secondo il rapporto, il corpo di Osama venne sepolto meno di 24 ore più tardi in una tomba anonima secondo le pratiche del Wahabbismo sunnita. Quello che seguì fu una serie di dichiarazioni da parte di funzionari che affermavano ciò che era già evidente: vivendo presumibilmente nelle grotte e nei bunker nel passaggio montuoso tra l’ Afghanistan e il Pakistan, Osama sarebbe stato privato delle apparecchiature necessarie per le  dialisi.

Il 18 gennaio 2002, il presidente pakistano Pervez Musharraf annunciò senza mezzi termini: “Credo francamente che ora sia morto.”

Il 17 luglio 2002, l’allora capo dell’ antiterrorismo del FBI, Dale Watson, parlando in una conferenza di funzionari di polizia disse ” personalmente penso che [Bin Laden] non sia più con noi,”  aggiungendo che “io non ho alcuna prova a sostegno di questo “.

Nell’ottobre 2002, il presidente afgano Hamid Karzai disse alla CNN che “sono giunto a credere che [Bin Laden] sia probabilmente morto.”

Nel novembre 2005, il senatore Harry Reid, rivelò che gli era stato detto che Osama potrebbe essere rimasto ucciso nel terremoto che colpi’ il Pakistan l’ ottobre di quello stesso anno.

Nel settembre 2006, l’intelligence francese fece trapelare un rapporto che suggeriva la morte di Osama in Pakistan.

Il 2 novembre 2007, l’ex primo ministro pakistano Benazir Bhutto disse a David Frost di Al-Jazeera che lo sceicco Omar aveva ucciso Osama Bin Laden.

Nel marzo 2009, l’ex ufficiale dell’intelligence estera statunitense e professore di relazioni internazionali alla Boston University Angelo Codevilla ha dichiarato: “Tutte le prove suggeriscono che oggi sia più vivo Elvis Presley che Osama Bin Laden”.

Nel maggio 2009, il presidente pakistano Asif Ali Zardari confermò che le sue “controparti nelle agenzie di spionaggio americane„ non avevano sentito nulla da Bin Laden durante questi sette anni e confermò che “non penso che sia vivo.„

Ora nel 2011, il presidente Obama si è aggiunto al mix di persone in posizioni di autorità che hanno pronunciato la morte di Osama Bin Laden. Alcuni potrebbero far notare che nessuna delle precedenti relazioni ha avuto alcuna credibilità, ma come sta emergendo ora che il corpo di Osama è stato sepolto in mare meno di 12 ore dopo la sua morte, senza quindi alcuna possibilità di una conferma indipendente della sua identità, la stessa questione di credibilità deve  essere mossa a questa nuova notizia. A questo punto, l’unica prova che abbiamo riguardo la morte di Osama Bin Laden sono alcune immagini in tv e la parola di un uomo che occupa attualmente l’Ufficio Ovale.

FONTE:  Osama Bin Laden Pronounced Dead… For the Ninth Time

DI: Cori In Tempesta

Hai il Casio al polso? Sei di Al Qaeda

Diffusi file segreti sulla prigione per terroristi nell’isola di Cuba .«Imprigionati molti innocenti». Orologi “Casio” per identificare gli affiliati alla rete di Bin Laden

LONDRA
L’inferno di Guantanamo nei files di Wikileaks: l’organizzazione di Julian Assange ha distribuito quasi 800 documenti militari top secret sugli uomini che sono stati imprigionati nella base prigione per sospetti terroristi nell’isola di Cuba. I documenti, messi nelle mani di varie testate mondiali tra cui il Washington Post negli Usa e in Gran Bretagna il Daily Telegraph, sono datati tra 2002 e 2009 e forniscono nuove e dettagliate indicazioni sui 172 individui ancora sotto chiave a Guantanamo. Il New York Times ha ottenuto i files da un’altra fonte sotto patto di anonimato.

I documenti diffusi da Assange confermano come tra i prigionieri finiti nella base-prigione per sospetti terroristi a Cuba ci fossero individui privi di alcun valore nella “scala del rischio terroristico”. Tra questi, secondo il Guardian che ha scandagliato i documenti dopo averli ricevuti dal New York Times, Mohammed Sadiq, un contadino afghano all’epoca di 89 anni malato di demenza senile, e un ragazzino di 14 imprigionato dopo esser stato rapito e costretto ad arruolarsi in una banda talebana. Sadiq era finito a Guantanamo dopo che in una perquisizione in casa sua erano stati trovati documenti sospetti appartenenti a suo figlio. Dopo quattro mesi in prigione in Afghanistan era stato trasferito a Cuba e interrogato per sei settimane al termine delle quali era stato giudicato «non affiliato ad al Qaida e privo di valore di intelligence per gli Stati Uniti». Ciononostante il vecchio era stato rimpatriato solo quattro mesi più tardi.

Nessuno dei file diffusi da Wikileaks fa però menzione delle tecniche di interrogatorio più controverse usate a Guantanamo, tra cui il waterboarding, le posizioni forzate e la privazione del sonno che sarebbero state usate su alcuni detenuti per farli confessare. Il Pentagono ha definito «deplorevole» la pubblicazione dei documenti e ha sottolineato la natura incompleta delle valutazioni che in termini militari si chiamano ’Detainee Assessment Briefs’, o DABs.

I file consegnati alla stampa internazionale hanno inoltre rivelato che secondo l’intelligence americana un orologio Casio da cinque euro poteva essere «il segno» di appartenenza ad al Qaida. Documenti usati per addestrare lo staff della base prigione di Cuba ottenuti dal Guardian indicano nel possesso del modello F-91W un possibile segnale di affiliazione alla rete terroristica. «Si sa che il Casio veniva dato agli studenti dei corsi di al Qaida per la fabbricazione di bombe in Afghanistan dove agli allievi erano date istruzioni su come far funzionare il timer. Un terzo dei detenuti catturati con questo modello al polso avevano collegamenti con esplosivi, o perchè avevano fatto corsi, o perchè collegati a luoghi dove venivano costruite bombe o per aver avuto rapporti con persone identificate come esperti di esplosivi», si legge nel documento entrato in possesso del giornale.

LEGGI: I documenti su Guantanamo

FONTE:LaStampa.it

Il segno di riconoscimento svelato dai file di Wikileaks

FRANCESCO GRIGNETTI

Anche il tunisino «milanese» Bin Adil Mabrouk, arrestato nel 2001 al confine tra Afghanistan e Pakistan, e trattenuto nove anni a Guantanamo (per essere poi trasferito in Italia, dove è stato detenuto per un altro anno e mezzo, processato, condannato ed espulso la settimana scorsa in Tunisia) aveva un orologio Casio al polso quando fu bloccato alla frontiera pakistana. Per la Cia quell’orologio da 5 euro era considerato un indizio di appartenenza ad Al Qaeda.

«Si sa che il Casio veniva dato agli studenti dei corsi qadeisti per la fabbricazione di bombe in Afghanistan, dove agli allievi erano date istruzioni su come far funzionare il timer. Un terzo dei detenuti catturati con questo modello al polso aveva collegamenti con esplosivi, o perché aveva fatto i corsi, o perché collegato a luoghi dove venivano costruite bombe, o per aver avuto rapporti con persone identificate come esperti di esplosivi», si legge nei documenti della Cia.

FONTE: LaStampa.it

LEGGI ANCHE: Al Qaeda è un’invenzione di comodo

Perchè l’ occidente vuole la caduta di Gheddafi?

Nota: il presidente statunitense Obama ha congelato 30 miliardi di dollari di fondi libici destinati ai progetti africani, dando invece 25 milioni di dollari ai ribelli per il cambio di regime in Libia, che gli Stati Uniti e l’ UE hanno promesso di realizzare. La Francia, il Regno Unito e l’Italia hanno inviato esperti militari per rafforzare i ribelli. Obama ha approvato azioni segrete della CIA prima del bombardamento della Libia, iniziato a metà marzo.


E ‘stata la Libia di [Mouammar] Gheddafi che ha offerto a tutta l’ Africa la sua prima rivoluzione nei tempi moderni – collegando tutto il continente tramite telefoni, televisioni, trasmissioni radiofoniche e diverse altre applicazioni tecnologiche come la telemedicina e l’insegnamento a distanza. E grazie al ponte radio WMAX è stata resa disponibile una connessione a basso costo in tutto il continente, anche nelle zone rurali.

Iniziò tutto nel 1992, quando 45 nazioni africane stabilirono il Rascom (Regional African Satellite Communication Organization), facendo cosi in modo che l’Africa potesse avere il proprio satellite e poter quindi abbattere i costi di comunicazione nel continente. Questo è stato un momento in cui le telefonate da e verso l’Africa erano le più costose del mondo a causa dei 500 milioni di dollari annui di tassa intascati dall’ Europa per l’utilizzo dei suoi satelliti (come l’Intelsat) per le conversazioni telefoniche, comprese quelle all’interno del paese stesso.

Per il proprio satellite gli Africani hanno sborsato 400 milioni di dollari, non dovendo più pagare cosi 500 milioni di dollari di locazione annuale. Quale banchiere  non finanzierebbe un progetto del genere? Ma il problema è rimasto – come possono gli schiavi che cercano di liberarsi dallo sfruttamento del loro padrone chiedere aiuto al padrone stesso per conseguire tale libertà? Non sorprende che la Banca Mondiale, il Fondo monetario internazionale, gli Stati Uniti e l’ Europa hanno fatto solo vaghe promesse per 14 anni. Gheddafi ha posto fine a queste richieste inutili ai benefattori occidentali con i loro tassi di interesse esorbitanti, mettendo sul piatto 300 milioni di dollari, insieme ai 50 milioni dell’ African Development Bank e gli ulteriori 27 milioni della West African Development Bank –  ed è così che l’Africa ha avuto il suo primo satellite per le comunicazioni, il 26 dicembre 2007.

La Cina e la Russia hanno seguito l’esempio ed hanno condiviso la propria tecnologia contribuendo a lanciare satelliti per il Sud Africa, la Nigeria, l’Angola e l’Algeria, mentre un secondo satellite africano è stato lanciato nel luglio 2010. Il primo satellite costruito e totalmente realizzato sul suolo africano, in Algeria, è fissato per il 2020. Questo satellite è destinato a competere con i migliori del mondo, ma con un costo dieci volte inferiore, una vera e propria sfida.

Questo mostra come un gesto simbolico di soli 300 milioni di dollari ha cambiato la vita di un intero continente. La Libia di Gheddafi ha tolto all’Occidente non solo i 500 milioni di dollari all’anno d’affitto dei satelliti, ma anche i miliardi di dollari di debito e degli interessi che il prestito iniziale avrebbe generato per gli anni a venire e in maniera esponenziale, contribuendo in tal modo a mantenere un sistema occulto al fine di saccheggiare il continente.

Fondo Monetario Africano, Banca Centrale Africana, Banca africana per gli investimenti

I 30 miliardi di dollari congelati da Obama appartengono alla Banca centrale libica ed erano stati stanziati come contributo libico a tre progetti chiave che avrebbero aggiunto il tocco finale alla federazione africana –  l’ African Investment Bank a Sirte, (Libia), l’istituzione con 42 miliardi di dollari di fondi di capitale nel 2011 dell’ African Monetary Fund a Yaounde e dell’ African Central Bank ad Abuja, in  Nigeria. Quando si inizia a stampare denaro africano suonerà la campana a morto per il franco CFA attraverso il quale Parigi è stato in grado di mantenere la sua presa su alcuni paesi africani per gli ultimi cinquant’anni. E’ facile capire l’ira francese contro Gheddafi.

L’ African Monetary Fund dovrebbe sostituire completamente le attività del Fondo monetario internazionale in Africa, il quale, con soli 25 miliardi di dollari, è stato in grado di portare un intero continente in ginocchio facendogli ingoiare privatizzazioni discutibili come ,ad esempio,costringere i paesi africani a passare dal settore pubblico a monopoli privati​​. Non sorprende quindi che il 16-17 dicembre 2010  gli africani all’unanimità hanno respinto i tentativi da parte dei paesi occidentali di aderire al Fondo Monetario Africano, facendogli sapere che questo era aperto solo alle nazioni africane.

E ‘sempre più evidente che dopo la Libia la coalizione occidentale andrà in Algeria, perché, a parte le proprie enormi risorse energetiche, il Paese ha riserve di liquidità di circa 150 miliardi di euro. Questo è ciò che attira i paesi che stanno bombardando la Libia, i quali hanno una cosa in comune – sono praticamente in bancarotta. Gli Stati Uniti da soli, hanno un debito impressionante di 14, 000 miliardi di dollari; la Francia, la Gran Bretagna e l’ Italia hanno ciascuno  2.000 miliardi di deficit pubblico rispetto ai meno 400 miliardi di dollari del debito pubblico di 46 paesi africani messi insieme.

Incitare false guerre in Africa, nella speranza che ciò possa rivitalizzare le loro economie che stanno sprofondando sempre più nella depressione,finirà per accelerare il declino occidentale , effettivamente iniziato nel 1884 durante la famigerata conferenza di Berlino. [LEGGI: La guerra contro la Libia in una prospettiva storica ] Come l’economista americano Adam Smith predisse nel 1865 quando ha pubblicamente sostenuto Abraham Lincoln per l’abolizione della schiavitù, l’ economia di ogni paese basata sulla schiavitù dei neri è destinata a scendere negli inferi il giorno che questi paesi si risveglieranno”.

L’unità regionale come un ostacolo alla creazione degli Stati Uniti d’Africa

Per destabilizzare e distruggere l’ Unione africana la quale stava virando pericolosamente (per l’Occidente) verso gli Stati Uniti d’Africa sotto la guida di Gheddafi, l’ Unione europea ha provato, senza successo, di creare l’Unione per il Mediterraneo (UPM). Il Nord Africa in qualche modo doveva essere tagliato fuori dal resto dell’Africa, utilizzando il vecchio cliché  razzista dei secoli 18 e 19: cioè che gli africani di origine araba erano più evoluti e civilizzati rispetto al resto del continente. Questo non è riuscito grazie a Gheddafi che ha capito ben presto a che gioco si stava giocando quando solo una manciata di paesi africani erano stati invitati ad aderire al gruppo del Mediterraneo senza informare l’Unione africana mentre erano invitati tutti i 27 Stati membri dell’Unione europea.

Senza la forza trainante della Federazione africana, l’ UPM è fallita ancora prima di iniziare, mentre il ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, sta ora tentando di rilanciare l’idea. Ciò che i leader africani non riescono a capire è che, fintanto che l’Unione europea continuerà a finanziare l’Unione africana, lo status quo rimarrà, perché non ci sarà nessuna vera indipendenza. Per questo motivo l’ Unione europea ha promosso e finanziato raggruppamenti regionali in Africa.

E ‘ovvio che la West African Economic Community (ECOWAS), che ha un’ambasciata a Bruxelles e, per la maggior parte, i suoi finanziamenti giungono dall’Unione europea, è un avversario rumoroso alla federazione africana. Questo il motivo per cui Lincoln ha combattuto nella guerra di secessione degli Stati Uniti.Infatti nel momento in cui un gruppo di paesi si riuniscono in una organizzazione politica regionale si indebolisce il gruppo principale. Questo è ciò che l’Europa ha voluto e gli africani non hanno mai capito il piano di gioco, creando una pletora di gruppi regionali come il  COMESA, l’ UDEAC, il SADC e il Great Maghreb, il quale non vide mai la luce grazie a Gheddafi che capi’  quello che stava succedendo.

Gheddafi, l’africano che ripuli’ il  Continente dall’umiliazione dell’ Apartheid

Gheddafi per la maggior parte degli africani è un uomo generoso, un umanista, conosciuto per il suo sostegno disinteressato verso la lotta contro il regime razzista in Sud Africa. Se fosse stato un egoista, lui non avrebbe rischiato di provocare l’ira dell’Occidente per aiutare l’ANC sia militarmente che finanziariamente nella lotta contro l’apartheid. Questo è il motivo per cui Mandela, subito dopo la sua liberazione da 27 anni di carcere, ha deciso di rompere l’embargo delle Nazioni Unite e viaggiare in Libia il 23 ottobre 1997. Per cinque lunghi anni, nessun aereo ha potuto atterrare in Libia a causa dell’embargo. Era necessario prendere un aereo per la città tunisina di Jerba e proseguire su strada per cinque ore in modo da arrivare a Ben Gardane, da qui attraversare il confine e proseguire su una strada nel deserto per tre ore prima di raggiungere Tripoli. L’altra soluzione era quella di passare per Malta e prendere un traghetto notturno fino a raggiungere la costa libica. Un viaggio infernale per un intero popolo, semplicemente per punire un uomo.

Mandela parlò chiaro quando l’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton disse che la visita era stata  ‘sgradita’ – ‘Nessun paese può pretendere di essere il poliziotto del mondo e nessuno Stato può dettare all’altro ciò che deve fare’ -, aggiungendo che  ‘quelli che ieri erano amici dei nostri nemici hanno oggi la faccia tosta di dirmi di non andare a visitare il mio fratello Gheddafi e avvisandoci ora di essere ingrati e di dimenticare i nostri amici del passato.’

Infatti, l’ Occidente ha sempre considerato i razzisti sudafricani di essere loro fratelli che avevano bisogno di essere protetti. Ecco perché i membri dell’ANC, tra cui Nelson Mandela, sono stati considerati pericolosi terroristi. E’ stato solo il 2 luglio 2008, che il Congresso degli Stati Uniti alla fine ha votato una legge per rimuovere il nome di Nelson Mandela e dei suoi compagni dell’ ANC dalla lista nera ma non perché  si siano resi conto di quanto stupido era tale elenco, ma solo perché volevano celebrare il 90 ° compleanno di Mandela. Se l’Occidente era veramente dispiaciuto per il suo passato sostegno ai nemici di Mandela e veramente sincero quando inaugura strade e piazze col suo nome, come può continuare a fare la guerra contro qualcuno che ha aiutato Mandela e il suo popolo ad essere vittoriosi, ovvero Gheddafi?

Quelli che vogliono esportare la democrazia sono realmente democratici?

Il 19 marzo 2003, il presidente George Bush ha cominciato a bombardare l’Iraq con il pretesto di portare la democrazia. Il 19 marzo 2011, esattamente otto anni dopo, è stato il turno del presidente francese di dover sganciare bombe sulla Libia, ancora una volta, sostenendo che era per portare la democrazia. Il presidente Usa, nonchè  Premio Nobel  per la Pace , dice che scatenando i missili cruise dai sottomarini si può spodestare il dittatore e introdurre la democrazia.

La domanda che chiunque abbia un minimo di intelligenza non può non porsi è la seguente: paesi come la Francia, l’ Inghilterra, gli USA, l’ Italia, la Norvegia, la Danimarca, la Polonia, che difendono il loro diritto a bombardare la Libia sulla forza del loro auto-proclamato stato democratico sono davvero democratici ? Se sì, sono più democratici della Libia di Gheddafi? La risposta in realtà è un clamoroso NO, per la pura e semplice ragione che la democrazia non esiste. Questo non è un parere personale, ma una citazione di qualcuno la cui città natale, Ginevra, ospita la maggior parte delle istituzioni delle Nazioni Unite. La citazione è di Jean Jacques Rousseau, nato a Ginevra nel 1712 e che scrive nel quarto capitolo del terzo libro del famoso Contratto Sociale che ‘non c’è mai stata una vera democrazia e non ci sarà mai.’

Rousseau ha precisato i seguenti quattro punti affinchè un paese possa essere identificato come una democrazia e secondo questi la Libia di Gheddafi  è molto più democratica degli USA, della Francia e degli altri che sostengono di esportare la democrazia:

  • Lo Stato: più grande è il paese, tanto meno potrà essere democratico. Secondo Rousseau, lo Stato deve essere estremamente piccolo in modo che le persone possono incontrarsi e conoscersi. Prima di chiedere alla gente di votare, si deve garantire che tutti conoscono tutti, altrimenti il voto sarà un atto senza alcuna base democratica, un simulacro della democrazia per eleggere un dittatore.

Lo stato libico si basa su un sistema di alleanze tribali, che per definizione raggruppano insieme gente in piccole entità. Lo spirito democratico è molto più presente in una tribù, in un villaggio, che in un grande paese, semplicemente perché le persone si conoscono, condividono un comune ritmo di vita che comporta una sorta di auto-regolamentazione o addirittura auto-censura, in quanto la reazioni e le contro-reazioni di altri membri provocano ripercussioni sul gruppo. Da questa prospettiva, sembrerebbe che la Libia si adatti meglio alle condizioni poste da Rousseau rispetto agli Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna; tutte società altamente urbanizzate dove la maggior parte dei vicini di casa non si dicono nemmeno ciao e quindi non si conoscono, anche se hanno vissuto fianco a fianco per 20 anni. Questi paesi sono passati direttamente alla fase successiva – ‘il voto’- che è stato abilmente santificato per offuscare il fatto che votare sul futuro del paese è inutile se l’ elettore non conosce gli altri cittadini e spingendo ciò ai limiti del ridicolo con il diritto di voto dato alle persone che vivono all’estero.

  • La semplicità nelle abitudini e nei modelli di comportamento sono inoltre essenziali se si vuole evitare di spendere la maggior parte del tempo a discutere procedure legali e giudiziarie al fine di far fronte alla moltitudine di conflitti di interesse inevitabili in una società grande e complessa. I Paesi occidentali si definiscono nazioni civili con una struttura sociale più complessa mentre la Libia è descritta come un paese primitivo con un semplice set di costumi. Questo aspetto indica anche che la Libia risponde meglio ai criteri democratici di Rousseau di tutti coloro che cercano di dare lezioni di democrazia. I conflitti nelle società complesse sono frequentemente vinti da chi ha più potere, motivo per cui i ricchi riescono a evitare la prigione, in quanto possono permettersi di assumere i migliori avvocati. Nella città di New York, per esempio, dove il 75 per cento della popolazione è bianca, l’80 per cento dei posti di direzione sono occupati da bianchi che rappresentano solo il 20 per cento delle persone incarcerate.
  • Parità di status e di ricchezza: Uno sguardo alla lista 2010 di Forbes mostra chi sono le persone più ricche in ciascuno dei paesi che attualmente stanno bombardando la Libia e la differenza tra loro e quelli che guadagnano i salari più bassi in quelle nazioni; se si fa lo stesso per la Libia,questo rivelerà che in termini di distribuzione della ricchezza, la nazione di Gheddafi ha molto di più da  insegnare a coloro che ora la combattono, e non il contrario. Quindi anche qui, utilizzando i criteri di Rousseau, la Libia è più democratica delle nazioni che pomposamente fingono di esportare la democrazia. Negli Stati Uniti, il 5 per cento della popolazione possiede il 60 per cento della ricchezza nazionale, il che rende la società più ineguale e squilibrata nel mondo.
  • Niente lussi: secondo Rousseau non ci può essere alcun lusso se ci deve essere la democrazia. Il lusso, dice, fa la ricchezza una necessità che diventa poi una virtù in sé, e non diventa il benessere del popolo ad essere l’obiettivo da raggiungere a tutti i costi ;il lusso corrompe sia i ricchi che i poveri, i primi attraverso il possesso e i secondi per l’ invidia, rende la nazione morbida e preda di vanità, distanzia il popolo dallo Stato e lo schiavizza, rendendo la gente “schiavi di opinione”.

C’è più lusso in Francia che in Libia? Le relazioni sui lavoratori dipendenti che si suicidano a causa di stressanti condizioni di lavoro anche in società pubbliche o semi-pubbliche, tutto in nome della massimizzazione del profitto per una minoranza e il loro mantenimento nel lusso, accade nell’ Occidente, non certo nella Libia.

Il sociologo americano C. Wright Mills scrisse nel 1956 che la democrazia americana è stata una ‘dittatura della elite ‘. Secondo Mills, gli Stati Uniti non rappresentano una democrazia perché è il denaro che parla durante le elezioni e non il popolo. I risultati di ogni elezione sono l’espressione della voce dei soldi e non della voce del popolo. Dopo Bush junior e Bush senior, già si sta parlando di un più giovane Bush per le primarie repubblicane del 2012 . Inoltre, come Max Weber ha sottolineato, dal momento che il potere politico dipende dalla burocrazia, gli Usa hanno 43 milioni di burocrati e di personale militare che effettivamente governano il paese, ma senza essere eletti e senza essere responsabili verso il popolo per le loro azioni. Una persona (un ricco) viene eletto, ma il potere reale sta con la casta dei ricchi, che quindi ottengono le nomine di ambasciatori, generali, ecc..

Quante persone di queste sedicenti democrazie sanno che la Costituzione del Perù vieta al presidente uscente di provare a candidarsi per un secondo mandato consecutivo? Quanti sanno che in Guatemala, non solo un presidente uscente non può cercare la rielezione per la stessa carica,ma nessuno della famiglia di quella persona può aspirare al suo posto? O che il Ruanda è l’unico paese al mondo che ha il 56 per cento di donne parlamentari? Quante persone sanno che nel 2007 nell’l’indice della CIA i quattro miglior paesi governati al mondo erano in Africa? Che il primo premio va alla Guinea Equatoriale il cui debito pubblico rappresenta solo il 1,14 per cento del PIL?

Rousseau sostiene che le guerre civili, le rivolte e le ribellioni siano gli ingredienti dell’ inizio della democrazia. Perché la democrazia non è un fine, ma un processo permanente della riaffermazione dei diritti naturali degli esseri umani che nei paesi di tutto il mondo (senza eccezioni) sono calpestati da un pugno di uomini e donne che hanno dirottato il potere del popolo per perpetuare la loro supremazia. Ci sono qua e là, gruppi di persone che hanno usurpato il termine ‘democrazia’ – invece di essere un ideale da perseguire è diventata un’etichetta da assegnare o uno slogan che viene utilizzato da persone che possono gridare più forte di altri. Se un paese è calmo, come la Francia o gli Stati Uniti, vale a dire senza ribellioni, significa solo, dal punto di vista di Rousseau, che il sistema dittatoriale è sufficientemente repressivo per prevenire qualsiasi rivolta.

Non sarebbe una cattiva cosa se i libici si ribellassero. Quello che è sbagliato è  affermare che la gente stoicamente accetta un sistema che li reprime ovunque, senza reagire. Rousseau conclude: ‘quam periculosam Malo libertatem servitium quietum – traduzione – Se gli dei fossero persone, si sarebbero governate democraticamente. Un tale governo perfetto non è applicabile agli esseri umani. Pretendere che qualcuno sta uccidendo i libici per il loro bene è una bufala.

Quali insegnamenti per l’Africa?

Dopo 500 anni di un rapporto profondamente iniquo con l’ Occidente, è chiaro che non abbiamo gli stessi criteri su ciò che è buono e cattivo. Abbiamo interessi profondamente divergenti. Come si può non deplorare il ‘sì’  di tre paesi sub-sahariani (Nigeria, Sud Africa e Gabon) alla risoluzione 1973 che ha inaugurato l’ultima forma di colonizzazione battezzando ‘la protezione dei popoli’, che legittima le teorie razziste che hanno comunicato gli Europei dal 18 ° secolo e secondo le quale il Nord Africa non ha nulla a che fare con l’Africa sub-sahariana, che il Nord Africa è più evoluto, colto e civilizzato rispetto al resto dell’Africa?

Come se la Tunisia, l’Egitto, la Libia e l’Algeria non abbiano fatto parte dell’Africa, anche le Nazioni Unite sembrano trascurare il ruolo dell’Unione Africana negli affari degli stati membri. Lo scopo è quello di isolare i paesi africani sub-sahariani per controllarli. Effettivamente, l’Algeria (16 miliardi di US$ ) e la Libia (10 miliardi di US$) insieme contribuiscono al 62 per cento dei 42 miliardi di dollari che costituiscono il capitale del African Monetary Fund (AMF). Il paese più grande e popoloso dell’Africa sub sahariana, la Nigeria, seguita poi dal Sud Africa, sono molto indietro con solo 3 miliardi di dollari ciascuno.

E ‘sconcertante, per non dire altro, che per la prima volta nella storia delle Nazioni Unite, la guerra è stata dichiarata contro un popolo senza avere esplorato la minima possibilità di una soluzione pacifica della crisi. La Nigeria e il Sud Africa sono disposte a votare ‘sì’ ad ogni richiesta dell’ Occidente  perché ingenuamente credono alle vaghe promesse di un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza con diritto di veto. Entrambi dimenticano che la Francia non ha alcun potere di offrire nulla. Se così fosse, Mitterand avrebbe a lungo fatto il necessario per la Germania di Helmut Kohl.

Una riforma delle Nazioni Unite non è all’ordine del giorno. L’unico modo per fare qualcosa è di utilizzare il metodo cinese – tutte e 50 le nazioni africane dovrebbero uscire dalle Nazioni Unite e tornare solo se la loro richiesta di lunga data sia finalmente soddisfatta, ovvero un seggio per l’intera federazione africana o niente. Questo metodo non-violento è l’unica arma a disposizione della giustizia per noi poveri e deboli. Dovremmo semplicemente smetterla con le Nazioni Unite, perché questa organizzazione, attraverso la sua stessa struttura e gerarchia, è al servizio dei più potenti.

Dovremmo lasciare le Nazioni Unite per far registrare il nostro rifiuto di una visione del mondo basata sulla distruzione di coloro che sono più deboli. Sono liberi di continuare come prima, ma almeno non saremo parte di essi e non potranno dire che siamo d’accordo quando invece non ci hanno mai chiesto il nostro parere. E anche quando abbiamo espresso il nostro punto di vista, come abbiamo fatto sabato 19 marzo a Nouakchott quando ci siamo opposti all’azione militare, il nostro parere è stato semplicemente ignorato e le bombe hanno cominciato a cadere lo stesso sul popolo africano.

Gli eventi di oggi ricordano quello che è successo in passato con la Cina. Oggi, si riconosce il governo di Ouattara o il governo ribelle in Libia, come hanno fatto alla fine della Seconda Guerra Mondiale con la Cina. La cosidetta comunità internazionale ha scelto Taiwan come l’unico rappresentante del popolo cinese invece della Cina di Mao. Ci sono voluti 26 anni affinchè, il 25 ottobre 1971,  le Nazioni Unite lasciassero passare la risoluzione 2758 che tutti gli africani dovrebbero leggere per porre fine alla follia umana. La Cina venne ammessa e alle proprie condizioni, rifiutandosi di essere  membro se non avesse avuto il diritto di veto. Quando tale domanda venne soddisfatta e la risoluzione presentata,  il ministro degli esteri cinese impiegò un anno a rispondere per iscritto al Segretario Generale delle Nazioni Unite il 29 settembre 1972, con una lettera che non era di ringraziamento, ma che precisava le garanzie richieste affinchè la dignità della Cina fosse stata rispettata.

Che cosa spera di raggiungere l’Africa dalle Nazioni Unite senza giocare duro? Abbiamo visto come in Costa d’Avorio un burocrate delle UN considera se stesso al di sopra della costituzione del paese. Siamo entrati in questa organizzazione, accettando di essere schiavi e di credere che saremmo stati invitati a cenare al loro stesso tavolo…

Quando l’Unione africana ha approvato la vittoria di Ouattara e ha trascurato le relazioni contrarie provenienti dai suoi osservatori elettorali, proprio per soddisfare i nostri ex padroni, come possiamo pretendere di essere rispettati? Quando il presidente sudafricano Zuma dichiara che Ouattara non ha vinto le elezioni e poi dice l’esatto contrario durante un viaggio a Parigi, si ha diritto di mettere in dubbio la credibilità di questi leader che pretendono di rappresentare e di parlare a nome di un miliardo di africani.

La forza dell’Africa e la sua reale libertà arriveranno solo se si possono prendere ben ponderate decisioni e assumersene le conseguenze. Dignità e rispetto hanno un prezzo. Siamo pronti a pagarlo? In caso contrario, il nostro posto è in una cucina e nei bagni, al fine di rendere comodi gli altri.

di Jean-Paul Pougala

LINK: Why the West Wants the Fall of Gaddafi?

TRADUZIONE: Cori In Tempesta

Guerra in Libia: era tutto programmato?

17 aprile 2011

By coriintempesta

Guerra in Libia: era tutto programmato?Le operazioni militari di queste dimensioni e vastità non sono mai improvvisate. La guerra in Libia e l’insurrezione armata sono state pianificate mesi prima del movimento di protesta araba…
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E’ morto un Uomo di pace e verità

15 aprile 2011

By coriintempesta

E’ morto un Uomo di pace e veritàLo ricordiamo con le sue parole: “Prendi dei gattini, dei teneri micetti e mettili dentro una scatola” mi dice Jamal, chirurgo dell’ospedale Al Shifa, il principale di Gaza, mentre…
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Quel che non sapete del Gruppo Bilderberg

14 aprile 2011

By coriintempesta

Quel che non sapete del Gruppo BilderbergThierry Meyssan* Voltairenet 9 aprile 2011 Mosca (Russia) Una versione di questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano russo a grande diffusione Komsomolskaya Pravda. Per diversi anni, s’è diffusa…
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Travaglio Sachs e Goldman per tutti

12 aprile 2011

By coriintempesta

Travaglio Sachs e Goldman per tuttiBreve, ma molto grave: un esempio di come ci fottono. Nel caso che prendo in esame, al primo livello sta il Potere, cioè la grande finanza del Libero Mercato…
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I ribelli libici avevano armi occidentali fin dall’inizio

11 aprile 2011

By coriintempesta

I ribelli libici avevano armi occidentali fin dall’inizioGià dal primo giorno in cui hanno tentato il colpo di stato,i ribelli libici erano armati con armi provenienti da fuori la Libia.E’ quello che viene dimostrato in questo…
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Bombardatevi i coglioni

10 aprile 2011

By coriintempesta

Russell Harding, vice comandante dell’operazione Unified Protector condotta dalla Nato in Libia, ha dichiarato che non chiederà scusa per i libici uccisi dal “fuoco amico“. Chiamare un assassinio “fuoco…
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Mr.President

9 aprile 2011

By coriintempesta

Mr.PresidentLettera di Adam Kadmon al Presidente Obama. Wikio Wikio
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Lo sfacelo della scuola berlingueriana

8 aprile 2011

By coriintempesta

Lo sfacelo della scuola berlinguerianaLa democrazia, il regime dell’incompetenza, che vive in una costante dialettica antimeritocratica fra potere “democratico” della massa e autoritarismo dei governanti Se si vuole inquadrare criticamente lo stato della…
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Piombo Fuso. I “30 denari” del giudice Goldstone

5 aprile 2011

By coriintempesta

Piombo Fuso. I “30 denari” del giudice GoldstoneL’autore del contestato rapporto che accusava Israele di crimini di guerra fa dietrofront e si pente: “Se solo avessi saputo”. A distanza di quasi un anno e mezzo dall’approvazione…
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La guerra contro la Libia in una prospettiva storica

Geopolitica del narcotraffico

Per il dominio sulla produzione di droghe si sono combattute guerre e si sorreggono tuttora interi sistemi politici in diverse parti del mondo

Il sistema moderno, basato sul paradigma capitalista e sulla forma liberaldemocratica, ha fra i suoi punti-chiave il controllo delle principali fonti e risorse economiche.
Non è un mistero che gran parte dei conflitti moderni dietro motivazioni di tipo umanitario nascondano in realtà necessità di ben altra natura, come il controllo delle materie prime di cui è dotato il Paese in questione.
Come materie prime si intendono tutte quelle risorse di base necessarie per la produzione di beni secondi: materie tessili, prodotti agricoli e animali, legname, minerali. In particolare nell’attuale panorama economico assumono un ruolo di primaria importanza le fonti energetiche: in generale l’opinione pubblica ha ben presente che le guerre in Iraq e in Libia hanno come posta in gioco le risorse di petrolio e gas naturale a disposizione dei governi di Baghdad e Tripoli. Il regime libico si è attestato come quarto esportatore di petrolio nel continente africano, in gran parte verso l’Italia, l’Iraq possiede una stima dell’11% dell’oro nero a livello globale. I cambiamenti originatisi in questi anni all’interno del sistema, con l’indebolimento della superpotenza statunitense e l’affermazione della Cina come “competitor” turbocapitalista, costantemente affamato di energia per sostenere la propria crescita, ha rimesso in discussione equilibri che in questo ambito si davano ormai per assodati da decenni, con una lotta fra poteri forti come mai si era vista prima.
Su questo, come detto, si è scritto molto e l’opinione pubblica ha già le idee chiare, spesso anche troppo semplificate (l’aggressione all’Iraq e la destituzione di Saddam Hussein fu anche il frutto di una serie di baratti geopolitici tra Usa e Israele per cercare di normalizzare definitivamente la regione, il petrolio c’entra ma non spiega tutto).
Un aspetto che però si tende spesso a non considerare è che l’economia globale si regge anche su leve “non ufficiali”, anzi, a tutti gli effetti illecite, ma il cui controllo garantisce comunque una posizione dominante alla potenza che lo acquisisce.
Il riferimento principale è in questo caso il narcotraffico. Si stima che la droga sia uno dei principali motori alla base dell’economia mondiale. Sulla produzione ed esportazione delle sostanze stupefacenti si sono combattute guerre e si sorreggono tuttora interi sistemi politici in diverse parti del mondo. Del resto è sufficiente risalire a nemmeno due secoli fa per osservare i primi conflitti armati scoppiati sulla base di questa motivazione: le due Guerre dell’Oppio (1839-1842; 1856-1860) combattute fra Gran Bretagna e Cina. La ragione? Già allora una delle risorse principali dell’economia di Londra era il commercio dell’oppio, che vedeva nel Celeste Impero uno dei suoi mercati di riferimento. Il tutto naturalmente con pesanti ripercussioni interne sulla società cinese per l’incidenza della tossicodipendenza. Entrambe le guerre videro la sconfitta della Cina e di ogni suo tentativo di frenare la penetrazione dell’oppio britannico entro i propri confini, oltretutto a tariffe doganali bassissime.
Da allora è cambiato molto meno di quanto si potrebbe credere: il narcotraffico è sempre una leva fondamentale per gli equilibri finanziari, anzi, ben più di allora, essendo un mercato in continua espansione che difficilmente conosce crisi. La sola differenza da allora è che oggi non lo si ammette. I protagonisti principali di questo gioco sono da individuare sia tra gli Stati nazionali sia tra altri attori geopolitici i cui rapporti con le entità statuali possono essere di conflittualità o di connivenza, o anche entrambe nello stesso momento: le mafie.
È interessante notare come la mappa dei conflitti su scala mondiale ricalchi quella del possesso delle fonti energetiche e delle sostanze stupefacenti.
In particolare questo processo ha subito un’accelerazione decisa sin dalla fine degli anni ’90, con l’intervento nella ex-Jugoslavia.
Per prima cosa, occorre distinguere fra i Paesi in cui le sostanze vengono prodotte e i cosiddetti “corridoi della droga”, ossia quegli Stati attraverso i quali la merce transita per arrivare alle destinazioni finali, come ad esempio l’Europa occidentale o gli Usa.

L’eroina afgana
La produzione di oppio (da cui a sua volta si ricava una serie di stupefacenti, fra cui l’eroina) è concentrata soprattutto in Asia, lungo la fascia che taglia verticalmente il continente dalla parte centrale sino al Sud-Est. Il primo produttore, secondo le stime ufficiali delle agenzie per la lotta al narcotraffico, risulta essere l’Afghanistan, al centro della cosiddetta “Mezzaluna d’oro” (che include anche India, Pakistan, India e Nepal), contrapposta al “Triangolo d’oro” (Myanmar, Laos, Thailandia e Vietnam), storico epicentro del traffico di droga ma recentemente sorpassato dal subcontinente indiano. Proprio l’Afghanistan, quindi, Paese in via di democratizzazione forzata a suon di bombardamenti Usa e occupazione militare Nato da quasi dieci anni. Come confermato da diverse fonti, il crollo del regime talebano seguito all’invasione angloamericana del 2001 ha portato a una netta inversione nella politica tenuta da Kabul sulle colture di oppio (il quale costituisce da sempre una risorsa centrale per l’agricoltura locale). I dati forniti a tal proposito dall’“Afghanistan Opium Survey” facente capo alle Nazioni Unite sono illuminanti. Tenendo conto che oltre il 90% dell’oppio presente sul mercato mondiale proviene dal Paese delle Montagne, la discrepanza fra la produzione del 2001 (ultimo anno del governo del mullah Omar) e le annate recenti ha del clamoroso. Si passa da 74 tonnellate (frutto di una forte campagna di repressione e di alcuni decreti religiosi emessi dagli Studenti del Corano) alle oltre 8000 odierne, concentrate non solo nelle zone amministrate dagli insorti (in cui i proventi vengono reinvestiti in armi), ma anche in quelle sotto controllo governativo. Di più: sotto il controllo di parenti stretti dello stesso presidente Hamid Karzai, come il fratello Ahmed Wali Karzai, più volte accusato di essere il signore della droga nella zona di Kandahar. Al centro delle coltivazioni si è rivelata essere negli ultimi anni la violentissima provincia meridionale di Helmand, il cui controllo è ferocemente conteso tra le fazioni in guerra.
La massiccia immissione sui mercati mondiali dell’oppio afgano ha portato, dopo anni di decremento, a un improvviso e inaspettato ritorno dell’eroina, droga che si credeva ormai superata. Come se non bastasse, l’Afghanistan sta “diversificando” la sua produzione, diventando (e questa è una novità assoluta) uno dei maggiori produttori al mondo anche per quanto concerne marijuana e cannabinoidi in genere.

Le rotte dell’oppio e il narco-Stato kosovaro
L’oppio prodotto nelle coltivazioni afgane può intraprendere due grandi rotte: una verso Sud, l’altra verso Nord. Entrambe naturalmente in direzione occidentale.
I due passaggi di transito sono quindi da una parte l’Iran, che apre le porte alla Turchia e da qui ai Balcani. Da anni gli iraniani stanno combattendo, lasciati soli dal resto della comunità internazionale, una durissima guerra con i contrabbandieri che è costata la vita a centinaia di membri delle forze di sicurezza della Repubblica Islamica. Perno di questi traffici è la turbolenta provincia del Sistan-Belucistan, in cui convergono le colture provenienti non solo dai papaveri afgani, ma anche dal Pakistan, e in cui le bande malavitose godono di connivenze e appoggi con i locali separatisti sunniti (il cui gruppo di riferimento è Jundallah).
Al Nord il percorso segue invece quello delle repubbliche ex-sovietiche dell’Asia Centrale. Risalendo le strade polverose dell’Afghanistan occidentale, in particolare della province di Farah e Badghis (dove fra l’altro sono stazionate le truppe italiane, spesso attaccate proprio dai contrabbandieri), l’oppio (spesso già lavorato in Afghanistan, e quindi pronto per essere messo sul mercato senza bisogno di passare attraverso nuove lavorazioni) viene fatto passare attraverso il Turkmenistan e successivamente in Kazakistan, spesso con la connivenza delle forze di sicurezza locali, fra le più corrotte al mondo, e dei maggiorenti.
Da qui si arriva già a un primo mercato di rilievo: la Russia. Va detto infatti che, pur essendo entrambi punti di transito, tanto la Russia quanto l’Iran hanno comunque avuto colpi pesantissimi dall’esplosione dell’eroina afgana in termini di tossicodipendenza. I numeri parlano chiaro: Teheran stima in più di 1 milione i propri cittadini tossicodipendenti. Le agenzie Onu elevano il dato addirittura fino ad oltre 3 milioni. Un vero e proprio flagello sociale, simbolicamente rappresentato dal Black Crack, la droga dei poveri. Lo stesso in Russia, cui è destinato oltre il 20% dell’eroina afgana, a causa del quale muoiono ogni anno circa quarantamila persone. Questo è il motivo principale delle critiche politiche che Mosca rivolge periodicamente alla Nato in Afghanistan, e per cui la Federazione Russa cerca di mobilitare l’Organizzazione di Shangai per la Cooperazione (organismo che unisce Russia, Cina e diversi Paesi dell’Asia Centrale) in funzione anti-droga.
C’è però un altro dettaglio che merita di essere analizzato: lo snodo principale dell’eroina afgana nei Balcani è un altro territorio sotto tutela occidentale, esattamente come l’Afghanistan: il Kosovo. Il tutto nasce dalla sconsiderata decisione di creare uno Stato-mafia in Europa, retto da una cricca di terroristi e malavitosi come sono a tutti gli effetti gli uomini dell’Uck che ora indossano il doppiopetto nei palazzi del potere di Pristina. L’eroina è il primo business in ordine di importanza per questa terra di nessuno, assieme ad altri traffici di ogni tipo. Secondo fonti indipendenti, dietro al narcotraffico nel Kosovo ci sarebbe nientemeno che l’ex-premier benedetto dall’Occidente, Ramush Haradinaj, il quale ha continuati negli anni a coltivare i canali di autofinanziamento illecito che servivano inizialmente a finanziare la lotta armata contro il governo centrale serbo.

La cocaina e l’America Latina
L’altro settore di punta del narcotraffico mondiale è rappresentato ovviamente dalla cocaina. Questo mercato si sviluppa soprattutto in un altro quadrante geopolitico, ovvero l’America Latina.
Non bisogna scordare che almeno fino all’inizio del terzo millennio tutto il subcontinente americano rientrava nella sfera diretta di influenza politica, economica e militare degli Stati Uniti, con la teoria del “cortile di casa” sin dai tempi della dottrina Monore. Naturale, quindi, che le principali risorse di queste terre fossero sottoposte a tutela statunitense; anche qui le risorse energetiche (il petrolio del Caribe, per esempio), quelle agricole (l’industria bananiera) e la cocaina. La coltivazione della coca è da sempre parte della storia di diversi di questi Paesi e ha sempre avuto un ruolo tradizionale nella vita delle popolazioni indigene di Bolivia, Perù, Venezuela e Colombia, che hanno sempre visto nelle foglie di coca un aiuto farmacologico naturale. La lavorazione del prodotto-cocaina verso Stati Uniti ed Europa ha finito per danneggiare in primis queste popolazioni, che improvvisamente hanno visto criminalizzare una delle poche risorse agricole su cui potevano contare in misura stabile. In questo senso vanno lette anche molte delle battaglie condotte dai presidenti di Bolivia e Venezuela (Evo Morales e Hugo Chavez) in favore della coltivazione della coca come attività non necessariamente volta al narcotraffico.
Anche in questo caso, però, non tutto è come sembra: il principale produttore ed esportatore dello stupefacente è, guarda caso, anche l’alleato di ferro degli Usa nella regione (tanto da ospitarne pure basi militari sul proprio territorio), ossia la Colombia. Il confine tra repressione e controllo del traffico è come in Afghanistan molto sottile e ambiguo. Ufficialmente la Colombia riceve aiuti economici e militari da Washington per la lotta al narcotraffico: il noto Plan Colombia, in vigore da fine anni ’90. In realtà quello che maggiormente interessa agli Stati Uniti è il controllo politico del Paese e della regione, con la repressione militare dei movimenti rivoluzionari di estrema sinistra attivi da decenni, le Farc (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia) e l’Eln (Esercito de Liberacion Nacional). Una delle pratiche più discusse condotte congiuntamente da Washington e Bogotà è l’irrorazione di glifosato sulle coltivazioni di coca. Casualmente queste avvengono in massima parte nelle aree fuori dal controllo governativo e amministrate dai ribelli. Per tutti gli anni ’80 e ’90 il vero potere in Colombia fu detenuto di fatto dai cartelli di Calì e Medellin, quest’ultimo capeggiato da Pablo Escobar. Se è vero che Escobar venne fisicamente eliminato il 2 dicembre 1993 in un’operazione congiunta di Delta Force e Navy Seals Usa in cooperazione con il Search Bloc colombiano (unità appositamente creata per dargli la caccia), è altrettanto vero che l’ascesa del boss presenta dei punti oscuri nei rapporti con gli Usa. Negli anni gli statunitensi hanno dato il sospetto di colpire le coltivazioni di coca gestite da chi non andava bene loro politicamente, chiudendo un occhio (o forse due) su quelle dei propri alleati del momento. Non si spiegherebbe altrimenti l’ascesa negli anni ’90 di Salvatore Mancuso e dei paramiliari delle Autodefensas Unidas de Colombia (Auc), capaci di diventare uno Stato nello Stato con coperture politiche e giudiziarie senza trovare alcun ostacolo per il solo merito di svolgere un ruolo di contenimento della guerriglia di estrema sinistra. Nella pratica, quella di usare personaggi del narcotraffico per garantirsi il controllo politico di certe aree e poi scaricarli una volta che siano diventati troppo ingombranti è una tattica che gli Usa hanno utilizzato più di una volta. Un altro esempio in questo senso è rappresentato dal dittatore di Panama, Manuel Noriega. Personaggio che ha iniziato la propria carriera da militare, addestrato per operazioni di contro-insorgenza presso la famigerata School of the Americas di Fort Benning in Georgia, Noriega fu secondo diverse fonti il principale punto di riferimento della Cia in America Centrale durante tutti gli anni ’70 e buona parte degli ’80. Organizzò per conto di Washington i rifornimenti, l’assistenza e l’addestramento dei Contras in Nicaragua e delle milizie di Roberto D’Aubuisson in El Salvador. Una volta esauritosi il “pericolo rosso”, Noriega era rimasto sempre più potente nel suo feudo panamense, sfruttando lo strategico canale per i suoi interessi e minacciando più volte la sua chiusura agli Usa. Le mosse di Washington per esautorare l’(ex) uomo di fiducia furono per prima cosa l’incriminazione della Dea per narcotraffico (5 febbraio 1988), poi l’organizzazione dell’opposizione interna (già allora i primi tentativi di “rivoluzioni colorate”…) con l’aiuto dell’ambasciata statunitense, e, in seguito ai fallimenti di tutte queste manovre (Noriega era riuscito a farsi rieleggere umiliando il candidato sostenuto dagli Usa), il ricorso all’invasione militare, con la cosiddetta “Operazione Giusta Causa” (20 dicembre 1989). Noriega, inizialmente rifugiatosi presso la Nunziatura Apostolica, si arrese alle truppe statunitensi il 3 gennaio 1990. Estradato negli Stati Uniti, venne processato nel 1992 con le accuse principali di narcotraffico e riciclaggio di denaro sporco, venendo condannato a una pena complessiva di 40 anni di reclusione, poi ridotti a 30. Peccato però che durante tutto il processo furono in tanti tra coloro che avevano collaborato con lui durante gli anni ’70 (operativi di Cia, Dea, ma anche del Mossad israeliano) ad ammettere candidamente che Washington era a conoscenza del ruolo del dittatore panamense nel traffico di droga almeno sin dal 1972, quando però era ancora un “good guy” utile alla Casa Bianca.

Le droghe sintetiche e la criminalità israeliana
Per concludere questo quadro generale, un accenno va fatto a un altro mercato in rapida espansione. Quello delle “pasticche”, delle droghe sintetiche, la più nota delle quali è l’ecstasy. Un prodotto esploso a partire da metà anni ’90, la cui produzione non dipende da alcun fattore climatico come avviene invece nei casi succitati. I gruppi criminali israeliani, una realtà di cui si parla e si sa molto poco ma le cui attività sono parecchio ramificate, sono stati indicati in diversi rapporti stilati dall’Unione Europea e dal Dipartimento di Stato Usa come i principali attori in questo traffico. Emblematica la vicenda del cittadino con doppio passaporto israeliano-statunitense Hai Waknine, condannato da un giudice federale di Los Angeles a dieci anni di reclusione nel 2006. Waknine, assieme al complice Jacob “Cookie” Orgad era il punto di riferimento per lo spaccio in California. I due erano i referenti negli Usa del grande boss dell’ecstasy Itzhak Albergil, poi arrestato insieme al fratello Meir dalla polizia israeliana. Secondo le ricostruzioni degli organi inquirenti, la mafia israeliana utilizza laboratori in Europa (soprattutto in Olanda, ma anche in Belgio e Polonia), per poi distribuire la merce su tutti i mercati occidentali. Addirittura l’80% dell’ecstasy consumato negli Usa ha questa filiera di produzione. Il monopolio israeliano su questa droga presenta grosse sorprese: diverse inchieste hanno rivelato come i corrieri spesso siano anche ebrei praticanti ultra-ortodossi, i quali sicuramente non destano grossi sospetti negli scali internazionali. Fra gli insospettabili colti con le mani nel sacco si trova anche Goneen Segev, già ministro dell’Energia di Israele, beccato all’aeroporto di Amsterdam con 25000 pillole in valigia. Fra l’altro è anche segnalato il reclutamento da parte dei gruppi criminali israeliani di passati appartenenti alle agenzie di sicurezza, ottimi da ingaggiare per la loro esperienza sul campo.

E se in Nord Africa…
Questo è un affresco generale (per ovvi motivi di spazio) ma sostanzialmente completo delle coperture politiche e degli intrecci geopolitici inconfessabili del traffico di droga mondiale.
Per ultimo, fa pensare una domanda posta a voce alta dal Direttore dell’Agenzia russa per il controllo sugli stupefacenti, Viktor Ivanov: siamo sicuri che la recente instabilità del Maghreb non abbia nulla a che vedere col ruolo in continua crescita dei cartelli della droga in questi Paesi (in particolare in Tunisia)?

di: Alessandro Iacobellis

Iraq. Crolla anche l’ultima bugia sull’invasione anglo-americana

“Vorrei affrontare la questione del petrolio per chiarire che la teoria della cospirazione è onestamente una delle più assurde ipotesi che si possono fare quando si analizza la situazione, soprattutto perché le riserve dell’Iraq sono state anche le nostre riserve. E con questo voglio dire che probabilmente metteremo presto fine agli accordi petroliferi con Saddam. Non è il petrolio il problema, sono le armi”.

Così il 6 febbraio del 2003, a poco più di un mese dall’invasione del Paese arabo da parte truppe anglo-americane, l’allora primo ministro britannico Tony Blair replicava alle accuse di chi intravedeva tra le tante false motivazioni che stavano spingendo Londra a entrare in guerra insieme a Washington la sola volontà di appropriarsi dell’oro nero di Baghdad.
Una posizione ribadita più volte dal governo della Gran Bretagna e dalla Casa Bianca fino a qualche mese fa, quando le bugie che hanno coperto per anni le reali motivazioni dell’aggressione all’Iraq hanno iniziato ad essere smascherate.
Una serie di rivelazioni iniziata con le denunce di manipolazione dei propri rapporti da parte degli ispettori Onu, inviati in Iraq per verificare la presenza di armi di distruzioni di massa, e che ha visto il suo culmine con la confessione del disertore iracheno che aveva fornito agli Usa le presunte prove dell’esistenza di un programma per la creazione di armi chimiche, sul quale l’uomo ha candidamente ammesso di essersi inventato tutto. [Leggi qui-[1]

CURVEBALL: Lies Leading Bush to Iraq War! – Watch more Funny Videos
Non serviva certo un grande analista per capire a questo punto che la reale motivazione che ha spinto Stati Uniti e Gran Bretagna a muovere guerra all’Iraq era impossessarsi delle risorse petrolifere del Paese arabo. Una motivazione in realtà apparsa chiara fin da subito, ma che soltanto ieri ha trovato una conferma ufficiale attraverso la pubblicazione sul quotidiano The Indipendent di alcuni appunti riguardanti il contenuto di riunioni riservate fra gli esponenti delle maggiori compagnie petrolifere britanniche e alcuni membri del governo londinese dell’epoca. Le note risalgono ai agli ultimi mesi del 2002 e ai primi del 2003 e mostrano come entrambe le parti pubblicamente abbiano sempre negato di aver fatto o ricevuto pressioni per partecipare all’invasione dell’Iraq insieme con gli Stati Uniti, mentre segretamente si accordavano per garantirsi una futura fetta delle riserve petrolifere di Baghdad.
Il 12 marzo 2003, circa una settimana prima dell’inizio del conflitto l’amministrazione della British Petroleum (Bp) emette una nota nella quale sottolinea di non avere “alcun interesse strategico in Iraq” auspicando però che “se ci sarà una guerra” e se qualcuno dovesse “arrivare al potere”  condivida le risorse in maniera paritaria, ad ogni modo concludeva la nota “non siamo certamente noi a spingere per il coinvolgimento della Gran Bretagna”.
Tuttavia stando a un memorandum del ministero degli Esteri londinese datato 13 novembre 2002, che riporta il contenuto di un’incontro con i vertici di Bp, per la compagnia petrolifera l’Iraq rappresentava “una prospettiva importantissima”, tanto che gli amministratori della società si dicevano “ansiosi” di mettere le mani sulle riserve del Paese arabo, premendo allo stesso tempo sul governo affinché lavorasse perché nessuno potesse impedire loro di impossessarsi del “potenziale” iracheno definito “enorme anche a lungo termine”.
Una posizione che aveva già trovato il sostegno dell’allora ministro del commercio Elizabeth Symons, secondo la quale sarebbe stato difficile accettare “che le compagnie petrolifere britanniche vengano estromesse dall’Iraq se la Gran Bretagna assumerà un ruolo fondamentale di supporto agli Usa nel risolvere questa crisi”. Il pericolo più grande per il governo e le società, si evince dai testi pubblicati, era che non partecipando all’invasione i contratti per l’estrazione finissero nelle mani di aziende nordamericane e francesi, con le quali Washington aveva già avuto alcuni incontri a riguardo. E tutto questo ben prima che il segretario di Stato Usa dell’amministrazione Bush, Colin Powell, mettesse in atto la sua arte interpretativa di fronte l’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2003, quando per convincere gli alleati a sostenere l’attacco sventolò una boccetta di acqua sporca spacciandola per antrace proveniente dall’Iraq. In un promemoria del ministero degli Esteri britannico datato 6 novembre 2002 si legge infatti che il governo londinese invitava la Bp a un colloquio sulle opportunità nel Paese arabo “post cambio di regime”.
Tutto era già deciso, i dibattiti che ne sono seguiti, le questioni morali, le dichiarazioni e il voto dell’Onu erano solo una farsa per coprire le loro reali intenzioni, mostrandosi al mondo come i salvatori dell’Iraq, quegli “esportatori di democrazia” che però la democrazia non l’hanno nemmeno entro i propri confini.

L’articolo dell’Indipendent:Secret memos expose link between oil firms and invasion of Iraq

[1]Ringraziamo Giuseppe A. per la segnalazione

Articolo Originale di Matteo Bernabei su Rinascita–LINK

Guerra in Libia: era tutto programmato?

Le operazioni militari di queste dimensioni e vastità non sono mai improvvisate. La guerra in Libia e l’insurrezione armata sono state pianificate mesi prima del movimento di protesta araba …

Libia, 19 marzo 2011. Viene imposta una “No Fly Zone” sotto la risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza dell’ONU : inizia una “guerra umanitaria”.

Siamo stati portati a credere che il movimento di protesta in Egitto e Tunisia si era diffuso anche in Libia.
L’insurrezione in Libia venne presentata come una risposta spontanea ad una ondata di attivismo pro-democrazia che aveva trascinato il mondo arabo.

A sua volta, siamo stati indotti a credere che “la comunità internazionale” avesse deciso in risposta a tali avvenimenti in corso per “proteggere la vita dei civili” e sottoporre la questione al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

I media hanno poi riferito che è stato solo una volta che il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha adottato la risoluzione 1973, che gli Stati Uniti e i paesi membri della NATO hanno preso la decisione di intervenire militarmente in Libia con una “No Fly Zone” …

LA GUERRA IN LIBIA era conosciuta e DECISA con largo anticipo. La pianificazione militare era in una “fase avanzata di preparazione”.
LA RISOLUZIONE DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA 1973 DELL’ONU RELATIVA ALLA LIBIA  era già pronta sul tavolo , mesi prima dell’inizio dell’insurezione pro-DEMOCRAZIA nella Libia ORIENTALE.

Leggere attentamente [“” indicano citazioni da “The Southern Mistral 2011″ Giochi di guerra, Scenario ]

Il 2 novembre 2010, più di quattro mesi prima dell’inizio dell’operazione Alba dell’Odissea, la Francia e il Regno Unito hanno annunciato lo svolgimento di giochi di guerra nell’ambito dell’operazione “Southern MISTRAL 2011″ contro “un paese immaginario ‘chiamato” Southland “, in cui era instaurata una” dittatura “che probabilmente” era responsabile di un attacco contro gli interessi nazionali della Francia “.

L’ operazione aerea (umanitaria) franco-britannica contro “Southland” doveva essere effettuata in virtù di una immaginaria “Risoluzione 3003 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite “.

I giochi di guerra avrebbero dovuto iniziare il 21 marzo 2011 anche se in realtà non ebbero mai luogo.L’ OPERAZIONE “Southern Mistral” si è svolta in diretta il 19 marzo 2011 (due giorni prima della data prevista).

Qui di seguito vi sono le citazioni esatte con i relativi colori dal sito web dei giochi di guerra franco-britannici, ospitato dalla Air Force francese:

“SOUTHLAND: dittatura responsabile di un attacco contro gli interessi nazionali della Francia.
FRANCIA: prende la decisione di mostrare la sua determinazione a Southland (sotto la Risoluzione 3003 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite).
REGNO UNITO: paese alleato come stabilito nella convenzione bilaterale. Il Regno Unito sostiene la Francia attraverso il dispiegamento delle sue risorse aeree. (Commandement de la défense aérienne et des opérations aériennes,  Southern Mistral 2011:  Scenario)

I giochi di guerra erano previsti dal 21 al 25 marzo 2011.

“Sei Tornado GR4 della Royal Air Force, una nave cisterna Vickers VC-10 e un Boeing E3D verranno schierati insieme ai Mirage 2000D, 2000N e 2000C dell’ aeronautica francese operando con una flotta di una trentina di velivoli tra cui elicotteri, navi cisterna Boeing e aeromobili radar Awacs.

L’Air Raid Southern Storm sarà comandato e controllato dal National Air Operations Centre (CNOA) di Lione, Mont-Verdun (BA 942).

Un Air Operations Cell schierata nella base aerea di Nancy (BA 133) seguirà in tempo reale tutte le missioni in aria e riprodurrà i raid aerei.

Allo stesso tempo, il Paratrooper Commando Air 20 (CPA20) riceverà il suo omologo britannico a Digione: la RAF Regiment. Insieme si alleneranno per le missioni volte a proteggere la base aerea su teatri operativi in ​​conformità a quanto avviene oggi in Afghanistan.

Inoltre, i membri della RAF Regiment si addestreranno a Captieux per  misure di polizia aerea dagli elicotteri. Queste procedure specifiche sono attuate su base giornaliera attraverso gli elicotteri della difesa aerea a reazione rapida FAF pronti ad intervenire contro i ” slow movers ” [ Welcome to Southern Mistral 11 ]

Sulla base della geografia occidentale, per la maggior parte della Francia ,è stato creato un paese immaginario: Southland, tracciando un’ artificiale confine all’interno della Francia per simulare questo paese “.

“SOUTHLAND: dittatura responsabile di un attacco contro gli interessi nazionali della Francia.

FRANCIA: prende la decisione di mostrare la sua determinazione a Southland (sotto la Risoluzione 3003 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite).
REGNO UNITO: paese alleato come stabilito nella convenzione bilaterale. Il Regno Unito sostiene la Francia attraverso il dispiegamento delle sue risorse aeree. (Commandement de la défense aérienne et des opérations aériennes,  Southern Mistral 2011:  Scenario)

NAVARRA: paese alleato che garantisce all’aeronautica francese e britannica di poter sorvolare il proprio territorio.

(Vedi Commandement de la défense et aérienne operazioni des Aériennes, Operazione Southern Mistral: Scenario).

Questi giochi di guerra franco-britannica non ebbero mai luogo. L’ OPERAZIONE “SOUTHERN MISTRAL” andò IN DIRETTA il 19 marzo 2011 CONTRO “Southland”.

“Operazione Southern MISTRAL” = “Operazione Alba dell’Odissea”

“Southland” = “Libia”

” Risoluzione numero 3003 del Consiglio di Sicurezza ” = “Risoluzione numero 1973 del Consiglio di Sicurezza “.

“Dittatura” = “Il Regime di Gheddafi”

Secondo lo scenario di guerra, la risoluzione 3003 del Consiglio di Sicurezza è stata proposta dalla Francia, mentre nella “realtà” la Risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza dell’ONU è stata proposta da Francia, Regno Unito e dal Libano.

L’unica differenza sostanziale è che “Southland” (cioè la Libia), il cosiddetto immaginario paese del sud per i giochi di guerra è stato inserito all’interno del territorio del sud della Francia (Vedi mappa sopra dove il VERDE rappresenta il Regno Unito , la Francia è BLU, Southland è ROSSO e Navarra è ARANCIONE). L’immaginaria posizione di questo immaginario paese del sud chiamato “Southland” non rappresentò davvero un problema, perché i giochi di guerra vennero rinviati …

L’ Air Force francese annunciò (in inglese) la “sospensione dell’ esercizitazione Southern Mistral 2011 [contro SOUTHLAND] … – a causa della attualità internazionale [BOMBARDAMENTO della Libia], l’esercitazione Southern Mistral 2011 è stata sospesa -.” Suspension of exercise Southern Mistral 2011. . La versione francese utilizza il termine Mise en veille che significa “mettere in stand-by” ( Mise en veille de l’exercice Southern Mistral 2011 ).

Cosa si può dire per quanto riguarda questi giochi di guerra, degli attacchi contro la Libia e delle Risoluzioni 3003 e 1973  del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite  ?….

Invitiamo i nostri lettori a pensare e riflettere sulla logica della pianificazione militare.

Le operazioni militari di queste dimensioni e vastità non sono mai improvvisate. La guerra in Libia e l’insurrezione armata sono state pianificate mesi prima del movimento di protesta arabo. Con le parole di Denis Kucinich:

“Mentre i giochi di guerra non sono rari, le somiglianze tra  ‘Southern Mistral’ e ‘l’ Operazione Alba dell’Odissea’ evidenziano quante domande senza risposta rimangono per quanto riguarda la nostra pianificazione militare proprio per la Libia.

I giochi di guerra ‘Southern Mistral’  prevedevano attacchi aerei congiunti di Gran Bretagna e Francia nei confronti di un dittatore senza nome di un paese immaginario, “Southland”. Il finto attacco era stata autorizzato da una finta Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. I giochi di guerra ‘Southern Mistral’ erano  stati previsti per il 21-25 Marzo 2011.

Il 19 marzo 2011, gli Stati Uniti si sono uniti alla Francia e alla Gran Bretagna in un attacco aereo contro Muammar Gheddafi in Libia ai sensi della Risoluzione 1973 delle Nazioni Unite.

La pianificazione di una esercitazione militare congiunta che poi finisce per somigliare ad una reale azione militare potrebbe essere vista come una notevole pianificazione da parte di francesi e di inglesi, ma evidenzia anche le questioni riguardanti il ruolo degli Usa nella pianificazione della guerra ‘. Non sappiamo da quanto tempo l’attacco alla Libia era in preparazione, ma il Congresso deve scoprirlo. Non sappiamo cosa rappresentano realmente i ribelli libici e come sono diventati armati, ma il Congresso deve scoprirlo. (Denis Kucinich,Kucinich: President Had Time to Consult with International Community, Not Congress? | Congressman Dennis J. Kucinich. , Comunicato stampa, 29 marzo 2011)

DI: Prof. Michel Chossudovsky

LINK: When War Games Go Live: “Staging” a “Humanitarian War” against “SOUTHLAND”

TRADUZIONE: Cori In Tempesta