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Senza via d’uscita

di: Paolo Cardenàwww.vincitorievinti.com -
italiaNei giorni scorsi si è letto a proposito di  uno studio, svolto da parte dell’esecutivo, finalizzato all’abbattimento del debito pubblico di circa 400 miliardi di euro. Un intervento shock tale da ridurre l’indebitamento a circa 1600 miliardi di euro, ossia poco più del 100% (110% ?) del PIL. Dei 400 miliardi di debito da tagliare,  100 deriverebbero dalla vendita di beni pubblici per 15-20 miliardi l’anno (in sostanza il programma Grilli); 40-50 miliardi dalla costituzione e cessione di società per le concessioni demaniali; 25-35 miliardi dalla tassazione ordinaria delle attività finanziarie detenute in Svizzera (5-7 miliardi l’anno); i restanti 215-235 miliardi dall’operazione shock, appunto.
Verrebbe individuata una porzione di beni patrimoniali e diritti dello Stato, a livello centrale e periferico, disponibili e non strategici, e venduta a una società di diritto privato di nuova costituzione partecipata principalmente da banche, assicurazioni, fondazioni bancarie ed altri soggetti . La società emetterebbe obbligazioni a 15-20 anni garantite dai beni. Essendo emessi da un soggetto privato, tali titoli non entrerebbero nel computo del debito pubblico. Lo Stato incasserebbe il corrispettivo portandolo direttamente a riduzione del debito pubblico, con conseguente risparmio di interessi. Negli anni di vita del prestito obbligazionario la società procederebbe alla valorizzazione della redditività dei beni. Alla scadenza dei singoli lotti del prestito obbligazionario, ovvero anche Leggi Tutto…

11 segni che l’Italia sta finendo in una depressione economica

PISA TORRE

di: Michael Snyder

Quando si ha troppo debito, iniziano ad accadere cose davvero brutte. Purtroppo questo è esattamente ciò che sta accadendo in Italia in questo momento. Le dure misure di austerità stanno facendo rallentare l’economia italiana ancora più di prmia. Eppure, anche con tutte le misure di austerità, il governo italiano continua solo ad accumulare più debito. Questo è esattamente lo stesso percorso che ha intrapreso la Grecia.

L’austerità provoca un calo nelle entrate pubbliche, cosa che impedisce il raggiungimento degli obiettivi di riduzione del deficit, cosa che provoca ancora più misure di austerità. Ma se l’Italia crolla economicamente, sarà un affare molto più grande di quello che è stato in Grecia. L’Italia è la nona economia su tutto il pianeta. In realtà l’Italia era ottava, ma ora la Russia l’ha sorpassata. Leggi Tutto…

La spirale del debito pubblico

di: Beppe Grillo

Il debito pubblico italiano sfiora i 2.000 miliardi.Marcia al ritmo di 100 miliardi in più all’anno. Il 94% del debito è dello Stato, il 6% degli Enti locali. La leggenda che il debito sia dovuto all’aver vissuto sopra le nostre possibilità è falsa. Il debito pubblico non è cresciuto in questi anni per le troppe spese. Nel solo 2011 lo Stato ha avuto un avanzo primario di 16 miliardi, ma gli interessi, pari a 72 miliardi (nel 2012 saranno almeno 90 miliardi), hanno causato un deficit di 62 miliardi. E’ una macchina infernale.

Dal 1980 al 2011 le spese sono state inferiori al gettito fiscale per 484 miliardi (siamo stati quindi più che virtuosi), ma gli interessi sul debito di 2.141 miliardi, che abbiamo dovuto pagare nello stesso periodo, ci hanno impoverito. Negli ultimi vent’anni il PIL è cresciuto lentamente, mentre il debito è esploso. Il rapporto debito pubblico/PIL è aumentato dal 98,5% del 1991 al 120% del 2011.

Chi sono i possessori del nostro debito? A chi paghiamo gli interessi che distruggono il bilancio dello Stato? Soltanto il 15% sono famiglie, il 40% sono soggetti esteri (di cui più del 50% in Francia e in Germania), il 19% fondi e assicurazioni, il 20% banche italiane e il 6% la Banca d’Italia (*). Il debito pubblico è trasformato regolarmente in oggetto di speculazione dai mercati. Quando gli Stati vendono nuovi titoli per restituire quelli in scadenza, i mercati usano la speculazione al ribasso per imporre tassi di interesse più alti. La tecnica dell’usuraio. Il debito diventa quindi una opportunità per massimizzare i guadagni dei mercati a spese delle comunità nazionali. Come conseguenza si aggravano le disparità sociali. L’11% delle famiglie italiane vive in povertà e il 7,6% è a rischio (**), dal 2008 al giugno del 2012 le famiglie italiane hanno subito un salasso di 330 miliardi di euro (***).

Se i poteri finanziari usano la speculazione per aumentare i loro guadagni e obbligano i governi al pagamento degli interessi al più alto tasso possibile, il risultato è la recessione degli Stati indebitati e la loro cessione di sovranità. La Grecia dopo tre anni di austerità è scesa da 180 miliardi a 150 di spesa per i consumi e la disoccupazione è salita da 200.000 a quasi un milione di persone (****). Nel lungo termine la recessione distrugge il Paese, ma il debito non diminuisce. Il mito della crescita che dovrebbe nel tempo ridurre il peso del debito si è dimostrata falsa. Nel 2012 In Italia ci sarà una diminuzione del PIL intorno al 3% e per il 2013 non è atteso nessun miglioramento. La globalizzazione sposta inesorabilmente la produzione nei Paesi dove il costo del lavoro è più basso. L’ambiente e un modello di crescita infinito non sono compatibili. Ogni europeo consuma in media 16 tonnellate di materiali all’anno che corrispondono a 51 se si aggiungono detriti e rifiuti dovuti alle catene produttive.

La spirale di debito crescente e gli interessi speculativi stanno disintegrando l’Italia insieme ad altri Stati europei. Ci sono alternative. Le stanno applicando alcuni Paesi del Sud America e l’Islanda. Il peso della crisi va distribuito tra creditori (in massima parte banche e istituti finanziari) e cittadini, va avviata una durissima lotta alla speculazione, valutato il congelamento degli interessi per alcuni anni, e analizzate le voci del debito per valutarne la legittimità di ognuna. Stiamo correndo contro un muro e ci dicono che non c’è alternativa. Il rischio è che si arrivi comunque al default con la svalutazione del debito e la Nazione impoverita e in ginocchio.

(*) dato marzo 2012

(**) Istat luglio 2012

(***) Il sole 24 ore luglio 2012

(****) elaborazione dati Ameco 2012

> L’articolo è tratto dal documento: “Debito pubblico – kit per la partecipazione di base” del Centro Nuovo Modello di Sviluppo

Fonte: Blog di Beppe Grillo

L’euro è un grande successo – non scherzo

Su Opendemocracy Greg Palast, giornalista e documentarista USA, ripercorre le idee di Mundell, il progenitore dell’euro, per sostenere che il preteso “malfunzionamento” della moneta unica in realtà fu accuratamente progettato per portare alla svalutazione interna del lavoro – che senza lo shock dell’euro sarebbe stata politicamente impossibile.

di: Greg Palast 

 L’euro è stato la massima espressione della supply side economics (l’economia dell’offerta, ndt), progettato per funzionare durante una crisi economica esattamente come ha fatto – smontare i tradizionali strumenti economici per la ripresa e forzare gli stati alla “svalutazione interna”, alle privatizzazioni e agli attacchi ai diritti del lavoro. Ha funzionato perfettamente.

 L’idea che l’euro ha “fallito” è pericolosamente ingenua. L’euro sta facendo esattamente quello che il suo progenitore – e quell’1% di ricchi che lo ha approvato – avevano previsto e programmato che facesse.

Questo progenitore è l’economista Robert Mundell, allora dell’Università di Chicago. L’architetto della “supply-side economics” è ora professore alla Columbia University, ma io lo conoscevo per il suo rapporto col mio professore di Chicago, Milton Friedman, molto prima che la ricerca di Mundell sulle valute e i tassi di cambio producesse il progetto dell’Unione monetaria europea e della moneta unica.

Mundell, allora, era più interessato alla ristrutturazione del suo bagno. Il Nobel Professor Mundell, che possedeva una antica villa in Toscana, mi disse, irritato:

“Non mi fanno nemmeno fare una toilette. Hanno delle regole secondo le quali non posso avere un bagno in questa stanza!

Potete immaginare?

 “Si dà il caso che non posso. Ma io non ho una villa italiana, quindi non posso immaginare la frustrazione di un regolamento in materia di costruzione di bagni.

Ma Mundell, un pragmatico canadese-americano, era destinato a farci qualcosa: costruire un’arma che avrebbe spazzato via le norme e regolamenti governativi sul lavoro. (Lui odiava davvero i sindacati degli idraulici che gli facevano pagare un sacco di soldi per spostare il suo trono.) “E’ molto difficile licenziare i lavoratori in Europa”, si lamentava. La sua risposta: l’euro.

L’euro avrebbe davvero fatto il suo lavoro quando la crisi avrebbe colpito, spiegava Mundell. Rimuovere il controllo governativo sulla moneta avrebbe impedito ai brutti piccoli funzionari eletti di utilizzare le ricette monetarie e fiscali keynesiane per tirare fuori dalla recessione un paese.

“L’euro mette la politica monetaria fuori dalla portata dei politici”, ha detto Mundell. “[E] senza la politica fiscale, l’unico modo per i paesi di riuscire a mantenere i posti di lavoro è dalla riduzione competitiva delle regole per le imprese.”

Ha citato le leggi sul lavoro, le normative ambientali e, naturalmente, le tasse. Tutto sarebbe stato spazzato via con l’euro.

Alla democrazia non sarebbe stato permesso di interferire con il mercato – o con l’impianto idraulico.

Come un altro premio Nobel, Paul Krugman, ha osservato, la creazione della zona euro ha violato la regola economica d i base nota come “area monetaria ottimale”. Questa regola era stata concepita da Bob Mundell.

Ma Mundell non se ne preoccupava. Per lui, l’euro non aveva lo scopo di trasformare l’Europa in un potente unione economica. Si trattava di Reagan e Thatcher. “Ronald Reagan non sarebbe stato eletto presidente senza l’influenza di Mundell,” ha scritto una volta Jude Wanniski sul Wall Street Journal. La supply-side economics introdotta da Mundell è diventata il modello teorico per la Reaganomics – o come la definiva George Bush il Vecchio – “economia voodoo”: la credenza magica nella panacea del libero mercato che ha ispirato anche le politiche della signora Thatcher.

Mundell mi ha spiegato che, di fatto, l’euro è un tutt’uno con la Reaganomics:

“La disciplina monetaria impone la disciplina fiscale anche ai politici.”

E quando le crisi arrivano, le nazioni economicamente disarmate hanno poco da fare se non cancellare le regolamentazioni governative, privatizzare in massa le imprese statali, tagliare le tasse e distruggere il modello di welfare state europeo.

Così, vediamo che il primo ministro (non eletto) Mario Monti sta chiedendo la “riforma” del diritto del lavoro in Italia, per rendere più facile ai datori di lavoro come Mundell licenziare gli idraulici toscani. Mario Draghi, il capo (non eletto) della Banca centrale europea, chiede le “riforme strutturali” – un eufemismo per la frantumazione delle regole sul lavoro. Essi citano la nebulosa teoria secondo cui questa “svalutazione interna” di ogni paese, li renderà tutti più competitivi.

Monti e Draghi non possono spiegare in un modo credibile come, se tutti i paesi del continente deprezzano la forza lavoro, ciascuno possa ottenere un vantaggio competitivo. Ma non c’è bisogno che spieghino le loro politiche, basta lasciar lavorare i mercati sulle obbligazioni di ogni nazione. Quindi, l’unione monetaria è guerra di classe con altri mezzi.

La crisi in Europa e le fiamme della Grecia hanno prodotto il bagliore di ciò che il filosofo della supply-side economics, Joseph Schumpeter, chiamava “distruzione creativa”. Il seguace di Schumpeter e apologeta del libero mercato Thomas Friedman, volato ad Atene per visitare il “santuario improvvisato” di una banca bruciata, dove sono morte tre persone dopo che era stata bombardata dal fuoco dei manifestanti anarchici, ha colto l’occasione per un’omelia sulla globalizzazione e l’ “irresponsabilità” greca.

Le fiamme, la disoccupazione di massa, la svendita dei beni nazionali, avrebbero portato a ciò che Friedman chiama “rigenerazione” della Grecia e, in ultima analisi, di tutta la zona euro. In modo che Mundell e gli altri proprietari di ville possano mettere i loro servizi igienici ovunque diavolo vogliono.

Lungi dal fallimento, l’euro, che è stato una creatura di Mundell, è riuscito probabilmente oltre i sogni più arditi del suo stesso progenitore.

LINK:  The Euro is a big success – no kidding

DI: InvestireOggi.it

Monti prepara ulteriori tagli per 26 miliardi di euro

di: Marianne Arens

Questo articolo è stato precedentemente pubblicato in inglese il 10 luglio 2012

“Spending review” è il termine dato dal premier italiano Mario Monti al suo ultimo pacchetto di austerità, approvato dal suo governo la settimana scorsa. Il bilancio dello Stato dovrà essere ridotto di ulteriori 26 miliardi di euro nei prossimi due anni.

La spesa pubblica deve essere ridotta di altri 4,5 miliardi di euro entro la fine di quest’anno. In primavera erano già state drasticamente tagliate le pensioni, mentre sono aumentati i prezzi al consumo e le tasse.

Gli ultimi dati ufficiali del maggio 2012, pubblicati dall’agenzia governativa di statistica ISTAT, mostrano che la disoccupazione giovanile (persone dai 15 ai 24 anni) è salita ad un incredibile 36,2 per cento.

In questo periodo, secondo i rapporti di due associazioni dei consumatori pubblicati pochi giorni fa, il costo della vita di una famiglia media è aumentato di quasi 2.500 € all’anno.

Nel 2013 il bilancio dello Stato verrà ridotto di altri 10,5 miliardi di euro e nel 2014 di ulteriori 11 miliardi di euro. Nel settembre del 2013 l’IVA passerà dal 21 al 23 per cento, aggravando la situazione per la classe operaia e le famiglie a basso reddito.

Ci sarà una riduzione del 10 percento dei posti di lavoro nel servizio pubblico. Per ogni cinque dipendenti statali che andranno in pensione, solo uno verrà sostituito. Questo colpirà duramente il settore della sanità pubblica in particolare. Sono in discussione la chiusura di 150 ospedali e la soppressione di 80.000 posti letto negli ospedali.

L’ organizzazione amministrativa delle Regioni verrà ristrutturata per motivi finanziari. Delle attuali 107 province resteranno solamente 59 delle più grandi (dovranno comprendere almeno 50 comuni, avere una superficie di 30.000 chilometri quadrati e una popolazione di almeno 350.000 abitanti). Dieci province urbane saranno trasformate in cosiddette aree metropolitane.

Il Ministero dell’Interno chiuderà una prefettura su cinque; 40 dei 200 prefetti attualmente in carica verranno pensionati. Più di 3.000 organizzazioni, uffici amministrativi e imprese parzialmente gestite dallo Stato saranno eliminati. In Emilia Romagna, per esempio, questo colpisce più di 360 organizzazioni.

La regione Emilia Romagna è particolarmente toccata dalla politica della “spending review” di Monti, perché poche settimane fa è stata colpita dal peggior terremoto della sua storia. Fra medici, infermieri e assistenti sociali, già solamente in questa zona saranno eliminati 6.500 posti di lavoro, e verranno soppressi 4.000 posti letto.

Il pacchetto di austerità ha lo scopo di soddisfare le condizioni del patto fiscale europeo, prima ancora che il governo italiano lo abbia approvato. Monti ancora una volta ha invitato i membri del parlamento ad accettare il patto fiscale e il meccanismo di stabilizzazione europeo (ESM) entro la fine di luglio. Ha fatto riferimento al suo “successo” all’ultimo vertice dell’Unione Europea a Bruxelles. (vedi in inglese “EU summit measures mean deeper attacks on the working class”)

Il governo Monti non è stato eletto democraticamente. Si tratta di un governo delle grandi imprese e delle banche. E’ stato messo al potere nel novembre 2011 dal presidente della repubblica, l’ottantasettenne ex-membro del Partito Comunista Giorgio Napolitano, in seguito alle pressioni dei mercati finanziari. Da allora, Monti ha sistematicamente lavorato al fine di smantellare tutte le conquiste del dopoguerra della classe operaia e a rendere certo che questa sostenga i costi della crisi bancaria.

Il nuovo pacchetto di austerità sarà sottoposto al parlamento il 31 luglio. Tutti i partiti parlamentari e i sindacati sono d’accordo su tutti i punti essenziali del pacchetto.

Il partito di Berlusconi, il PdL (Popolo della Libertà), ha sostenuto il decreto e ha osservato che conteneva molte misure che Berlusconi stesso aveva in programma. Osvaldo Napoli, un rappresentante della PdL, ha detto alla radio: ” Credo che la spending review sia necessaria al Paese, era già nel programma del governo Berlusconi. Monti deve andare avanti e non deve guardare la politica.”

Non solo i partiti di destra, ma anche quelli del centro-sinistra sono totalmente d’accordo sulla necessità dei tagli. Quando la “spending review” è stata resa pubblica venerdì scorso, alcuni di questi politici ne ha criticato qualche dettaglio, ma ha sostenuto la linea generale.

Pier Luigi Bersani, segretario dei Democratici (PD, successore del Partito Comunista), era particolarmente entusiasta nel sostenere Monti. Venerdì scorso ha criticato alcune misure, ma poi ha concluso: “Nel decreto ci sono cose buone e le appoggeremo con convinzione.”

Anche Antonio di Pietro, del piccolo partito Italia dei Valori, ha concordato con la linea generale: “Una correzione, una riduzione delle spese pubbliche deve essere fatta.”

I partiti presenti in parlamento avevano già attivamente sostenuto Monti due settimane fa, subito prima della sua partenza per il vertice UE a Bruxelles, approvando la sua riforma della legislazione del lavoro. La Camera dei Deputati a Roma, il 28 giugno, ha approvato questa legge a grande maggioranza. La legge attacca le conquiste storiche della classe operaia italiana in materia di flessibilità del lavoro. (vedi in inglese “Monti government deregulates Italian jobs market”)

La riforma della legge sul lavoro rende più facile licenziare i lavoratori per motivi economici ed è un regalo da parte del governo a datori di lavoro come il capo della Fiat Sergio Marchionne, che da tempo chiedeva un tale provvedimento e che ha più volte minacciato di spostare la produzione di automobili fuori dal Paese.

Il governo Monti e i datori di lavoro sono in grado di far passare i loro attacchi ai posti di lavoro, alla qualità di vita e alla posizione sociale dei lavoratori perché la classe operaia non ha voce né alcun rappresentante che parli a suo nome. Le organizzazioni che subentrarono dopo lo scioglimento del Partito Comunista, come Rifondazione Comunista (l’ultima volta in parlamento nel 2008), come pure i sindacati, sostengono gli attacchi della borghesia, infatti li considerano vitali per la sopravvivenza dell’economia italiana.

Il 3 luglio, alcuni giorni prima della pubblicazione della “spending review”, Susanna Camusso, a capo del più grande sindacato italiano, CGIL (Confederazione Generale Italiana del Lavoro), ha partecipato a Palazzo Chigi ad una consultazione con il governo e le sue “parti sociali”. Non ci può essere alcun dubbio che in questo incontro lei sia stata messa al corrente delle linee fondamentali della “spending review” di Monti.

Fu solo a marzo che la CGIL, insieme al FIOM, il sindacato dei lavoratori metalmeccanici tradizionalmente legato all’ex Partito Comunista Italiano, aveva annunciato che il sindacato avrebbe indetto uno sciopero generale se la riforma del mercato del lavoro fosse passata in parlamento. Tuttavia, la riforma del lavoro è stata approvata e lo sciopero generale non si è verificato.

Camusso, invece, è apparsa in pubblico insieme al nuovo capo della Confindustria, Giorgio Squinzu, e ha commentato sulla “spending review “. Fianco a fianco con il capo dei datori di lavoro, ha chiesto le revisioni in nome dell’“interesse nazionale” italiano.

Il Presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola (ex membro di Rifondazione, oggi membro della Sinistra Ecologia e Libertà, SEL), ha pateticamente criticato la “review” come un attacco alla costituzione italiana. Vendola ha definito il decreto “ammazza Italia”, annunciando che avrebbe fatto appello al Presidente Napolitano contro questo pacchetto di austerità.

Tutto questo è un miserabile tentativo di deviare ogni lotta di principio contro il programma del governo. Vendola si è accorto che gli attacchi susciteranno una massiccia opposizione da parte della popolazione ed è in prima fila, insieme con i sindacati, per incanalare la rabbia del pubblico in azioni innocue.

Vendola è interessato soprattutto a promuovere se stesso come successore di Napolitano. Le prossime elezioni sono previste per la primavera del 2013 e Vendola è considerato come il candidato preferito del centro-sinistra. Egli è conosciuto come un ardente sostenitore dell’eurobond e accanito sostenitore degli interessi economici italiani in seno all’Unione europea.

Quanto al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, al quale Vendola vuole fare appello, egli ha già firmato la “spending review” venerdì scorso, poche ore dopo la sua pubblicazione.

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Il vertice di Bruxelles

di Rodolfo Ricci

Dentro e fuori dall’ortodossia neoliberista, ma sempre rigorosamente contro il lavoro e per lo smantellamento dello stato sociale

Secondo la ricostruzione de l’Unità, gli esiti del compromesso raggiunto ieri al vertice decisivo di Bruxelles sarebbero riassumibili come segue: ” L’accordo prevede che i paesi ‘virtuosi’ sotto la pressione di spread ‘eccessivì possano usufruire dell’acquisto di una parte dei loro titoli di Stato da parte dei fondi di salvataggio dell’Eurozona (l’Efsf e il suo successore permanente, l’Esm), senza per questo doversi sottoporre a condizioni aggiuntive rispetto agli impegni già presi con la Commissione e l’Eurogruppo nell’ambito delle cosiddette raccomandazioni ‘country specific’, che applicano il ‘Semestre europeo’, il Patto di stabilità e la ‘procedura sugli squilibri macroeconomici. In sostanza, il paese interessato dovrà comunque fare una richiesta formale di attivazione dell’intervento del Fondo di salvataggio, e sottoscrivere un ‘Memorandum of understanding’ (‘Protocollo d’intesa’) con la Commissione europea. Su questo punto Monti non ha ottenuto quello che voleva (l’attivazione automatica dell’intervento quando gli spread superassero una determinata soglia).

I vari mezzi di comunicazione mainstream stanno accoppiando il risultato raggiunto (attribuito in gran parte a Mario Monti e sostenuto da Spagna e Francia), ad una sorta di semi ritirata dell’area tedesca dal fronte del rigore e dell’austerità e soprattutto di rifiuto di solidarietà nella condivisione dei debiti dei Piigs.

Questo serve a convincere l’opinione pubblica nazionale della validità dell’impostazione montiana e di conseguenza tende a rafforzare l’attuale quadro politico, nelle ultime settimane piuttosto vacillante.

Ma qual è in effetti, il nucleo del contendere, o del conteso ?

Il meccanismo ideato da Monti per ridurre la forbice dello spread sui titoli del debito pubblico tra paesi del nord e del sud Europa è così impostato: I paesi virtuosi, cioè quelli che adottano, come l’Italia montiana, politiche di rigore, di contenimento del deficit, di riduzione del debito, di tagli alla spesa ritenuta improduttiva (leggi spesa sociale, pubblica e welfare), insomma dell’armamentario delle politiche di riaggiustamento strutturale, non possono essere lasciati soli di fronte ai movimenti di attacco speculativo lanciati dai mercati. Di fronte a tali attacchi, è necessario che essi siano protetti da un meccanismo semi automatico (su cui ci sarà la prossima complessa negoziazione, perché Merkel chiede una verifica esterna da parte della Troika, mentre Italiani, Spagnoli e Francesi, ritengono che sia sufficiente l’approntamento delle misure indicate da BCE, FMI e Commissione).

Sembra di assistere ad una tenzone tutta ideologica, giocata all’interno della dogmatica del pensiero neoliberista: come la Germania si fa forte dell’aver applicato prima e meglio degli anglosassoni, i principi del pensiero unico neoliberista inventato dagli anglosassoni, così Monti, si fa forte dell’aver fatto bene i compiti a casa (controriforma delle pensioni, del mercato del lavoro, spending review, lancio del mega programma di privatizzazioni). Di qui la richiesta pressante di andare a Bruxelles con in tasca la fiducia parlamentare sulla legge Fornero, ministro che ritiene che il lavoro non sia un diritto, ma una cosa da conquistare a prezzo di sacrifici; opinione anticostituzionale che può ben essere abbinata alla valutazione di Marchionne secondo il quale, la sentenza di riassunzione degli operai di Pomigliano iscritti alla Fiom sia niente di più che una manifestazione folkloristica della giustizia italiana.

Di fronte a misure che la stessa Merkel ed Obama avevano aggettivato come “impressionanti”, (misure adottate dall’Italia e analogamente da Spagna e Grecia), non è possibile che questi paesi vengano poi lasciati alla cinica sorte dei mercati, dal momento che stanno eseguendo –  si ritiene – proprio ciò che i mercati richiedono.

Allo stesso tempo, le ragioni addotte da Monti e la loro accettazione a livello comunitario, pone una duratura ipoteca sulle future politiche che l’Italia e gli altri paesi, dovranno continuare ad applicare nel futuro prossimo e a medio-lungo termine, poiché, se il gioco funziona, a prescindere dall’orientamento dei governi che si succederanno al vertice dei singoli paesi, se essi non vogliono perire di spread, dovranno adottare con continuità le disposizioni dei centri del neoliberismo globale.

Ciò che in molti cercano di far passare come una sorta di parziale liberazione dalle rigidità tedesche, si traduce, come si vede, in una ulteriore, sottile e duratura camicia di forza, in grado di determinare senza via d’uscita alternativa, il futuro politico dei singoli paesi. E’ anche per questo che la Merkel ha avuto difficoltà a contestarne la validità dogmatica e ha abbozzato.

Il problema di Merkel è che in questo modo viene introdotto un meccanismo seppure parziale di trasferimento delle difficoltà dei singoli paesi anche a quelli dell’area tedesca, nel caso in cui i paesi viziosi applicando le ricette che proprio i tedeschi e la Merkel ritengono valide, quindi diventando virtuosi, non riscontrino gradimento sufficiente nella valutazione dei mercati (i quali in realtà sembrano valutare in questi ultimi mesi le mancate condizioni di crescita piuttosto che la situazione debitoria in sé).

Allo stesso tempo, stiamo assistendo ad una prima importante crepa nella valutazione, pressoché unanime, che i mercati siano i decisori e i giudici finali della solidità finanziaria dei singoli paesi: l’intervento dell’Efsf e a regime dell’ESM sugli spread ritenuti eccessivi (ma ancora non si sa quale sarà la percentuale di soglia che farà scattare l’intervento) tende a ridurre la potenza giudicante dei mercati, quindi può essere intesa come una irruzione della politica dentro i “liberi”meccanismi di mercato, ritenuti, con la scelta fatta, non adeguati a decidere da soli se i singoli paesi siano o meno sulla retta via.

Si assiste in un certo senso ad una battaglia giocata tutta dentro la scolastica neoliberista, che utilizza, ma allo stesso tempo contraddice, i principi dell’ideologia del pensiero unico, trasferendo gli elementi di debolezza che gli sono insiti, su un piano di potere normativo e coercitivo: una nuova dittatura.

Ciò che se ne può dedurre è che sono certamente in atto dinamiche più di natura geopolitica tra i singoli paesi e tra aree continentali, piuttosto che i miraggi di inversioni di tendenza che qualcuno si arrischia a intravvedere: resta infatti ferma e intoccabile la politica di aggressione al welfare e al sociale come strumento di finanziamento del rientro dei deficit e del debito come previsto dall’Euro Plus, dal Six Pact e dal Fiscal Compact, coi suoi corollari di pareggio di bilancio in costituzione e di ratifiche dei vari parlamenti in oltraggio alle rispettive costituzioni, che si traduce in un trasferimento definitivo di sovranità e di annullamento dei processi democratici, dovunque queste misure saranno assunte; le determinazioni prese ieri a Bruxelles rafforzano quindi l’attacco concentrico alle rispettive classi medie e subalterne dell’intero continente; allo stesso tempo, la lettura geopolitica, serve a comprendere che è in atto il tentativo di ricostruire un equilibrio tra le varie borghesie nazionali (finanziarie e multinazionali) che, per sostenere il processo descritto ed in cambio di ciò, non possono né intendono correre il rischio di vedersi ridotte ai minimi termini rispetto a quelle del paese guida (la Germania) , anche perché, se ciò accadesse, verrebbe meno il loro potere di controllo sui rispettivi paesi, già considerevolmente intaccato.

E’ dunque questa l’operazione tutta politica realizzata in concomitanza con la semifinale Italia-Germania del 28 giugno 2012, vinta da Mario Balotelli-Monti, secondo la vulgata massmediatica odierna, a spese delle rispettive classi lavoratrici e produttive che, ovviamente, hanno già e dovranno in futuro continuare a finanziare il servizio sul debito consolidato, oltre a Efsf ed Esm, con successivi salassi sui redditi reali.

Ciò che non viene minimamente intaccato resta infatti il principio fondamentale che i paesi dell’Eurozona debbano approvvigionarsi esclusivamente sui mercati internazionali ai quali, o direttamente o indirettamente, continueranno ad affluire fiumi di interessi, con una banca non sovrana (la BCE), che fa da garante sistemica. Difficile dire se il gioco reggerà, anche se un altro solido paletto costituente sembra essere stato poggiato.

Per quanto ci riguarda, le prossime mosse che la politica nostrana sarà chiamata a ratificare per restare tra i virtuosi, riguarderanno la spesa sanitaria e la generale riduzione della funzione pubblica, a cui farà seguito, prima che la legislatura si interrompa, il superpiano di dismissioni che cancellerà ogni residua ambizione di sovranità nazionale.

Alla luce di queste imminenti ulteriori catastrofi, l’unità di un fronte antiliberista nei diversi paesi dovrebbe essere l’unico obiettivo sensato su cui impegnarsi.

Fonte: SinistraInRete

Quando attaccheremo la Siria?

di: Ron Paul

Quando attaccheremo la Siria? I piani, le voci, e la propaganda di guerra per attaccare la Siria e deporre Assad sono in circolazione da molti mesi.

La settimana scorsa, però, è stato riportato che il Pentagono ha infatti messo a punto piani per  realizzare ciò.  A mio parere, tutte le prove per giustificare questo attacco sono false. Non hanno maggiore credibilità dei pretesti  adottati per l’invasione dell’Iraq del 2003 o l’attacco alla Libia del 2011.

Gli esiti fallimentari di quelle guerre dovrebbero indurci ad una pausa prima di impegnarci  nell’occupazione e nel cambio di regime iniziato contro la Siria.

Non ci sono preoccupazioni di sicurezza nazionale che richiedano una tale e folle escalation di violenze in Medio Oriente. Non ci dovrebbero essere dubbi sul fatto che è nei nostri interessi di sicurezza rimanere completamente fuori dal conflitto interno che infuria in Siria.

Siamo già troppo impegnati a sostenere le forze dentro la Siria che  desiderano di rovesciare l’attuale governo. Senza interferenze esterne, quel conflitto- ora caratterizzato come una guerra civile – sarebbe probabilmente inesistente.

Indipendentemente dal fatto di attaccare o no un altro paese, occupandolo ed istituendovi un nuovo regime che speriamo di poter controllare, si pone una seria domanda costituzionale: da dove un Presidente riceve un tale potere?

E’dalla seconda guerra mondiale che l’autorità con i poteri legali per entrare in guerra  viene ignorata. E’ stata sostituita da organismi internazionali come le Nazioni Unite e la NATO, o lo stesso Presidente, sempre ignorando il Congresso. E purtroppo, la gente non si oppone.

I nostri ultimi Presidenti sostengono esplicitamente  che il potere di entrare in guerra non è del Congresso degli Stati Uniti. Questo è sempre successo a partire dal 1950, quando entrammo nella guerra in Corea sotto la risoluzione delle Nazioni Unite ma senza l’approvazione del Congresso.

E ancora una volta, stiamo per intraprendere un’azione militare contro la Siria, riattivando anche, irresponsabilmente, la Guerra Fredda con la Russia. Siamo ora impegnati in un gioco di “polli” con la Russia, che rappresenta una minaccia molto più grande per la nostra sicurezza rispetto alla Siria.

Come reagiremmo noi se, in Messico, la Russia chiedesse una soluzione umanitaria contro le violenze sul confine USA-Messico? La prenderemmo come una preoccupazione legittima per noi. Ma, per noi, essere impegnati in Siria, dove i russi hanno una base navale legale, è l’ equivalente dei russi impegnati  in Messico.

Siamo ipocriti nel condannare i russi che stanno proteggendo i loro interessi nelle loro zone  per le stesse cose che stiamo facendo noi stessi, a migliaia di chilometri di distanza dalle nostre coste. Non è nel nostro interesse farci coinvolgere, fornendo segretamente assistenza e incoraggiare la guerra civile, allo scopo di effettuare un cambio di regime in Siria.

Falsamente abbiamo accusato i russi di aver fornito elicotteri militari ad Assad. E questa è una provocazione inutile. Falsamente abbiamo accusato il governo di Assad  dei massacri perpetrati da una violenta fazione ribelle. E’ questa si chiama propaganda di guerra.

La maggior parte delle persone ben informate ora riconoscono che la guerra contro la Siria è il prossimo passo per arrivare al governo iraniano, ed è qualcosa che i neo – cons ammettono apertamente.

Controllare il petrolio iraniano, proprio come abbiamo fatto in Arabia Saudita e stiamo cercando di fare in Iraq, è il vero obiettivo dei neo-conservatori che sono stati a capo della nostra politica estera  per un paio di decenni.

La guerra è inevitabile senza un significativo e rapido cambiamento della nostra politica estera. I disaccordi tra i nostri due partiti politici sono piccoli. Entrambi concordano sul sequestro di tutti i fondi di guerra che devono essere annullati. Nessuna delle due parti vuole abbandonare la nostra crescente presenza aggressiva  in Medio Oriente e nell’ Asia meridionale.

Questo crisi può facilmente andare fuori controllo e diventare una guerra molto più grande di un altra semplice pratica di occupazione e cambiamento di regime che il popolo americano è stato abituato ad accettare o ignorare.

E ‘ tempo che gli Stati Uniti inizino una politica di diplomazia, puntando alla pace, al commercio e all’amicizia. Dobbiamo abbandonare i nostri progetti militari atti a promuovere e garantire un impero americano.

Inoltre, siamo in crisi, non possiamo permettercelo, e la cosa peggiore è che stiamo realizzando la strategia portata avanti da Osama bin Laden, il cui obiettivo era sempre stato quello di affossarci nel Medio Oriente e di trascinarci alla bancarotta.

E’tempo di riportare a casa le nostre truppe e stabilire una politica estera di non – interventismo, che è l’unica strada per la pace e la prosperità.

Questa settimana presenterò delle proposte di legge per  vietare all’Amministrazione, in assenza di una dichiarazione di guerra del Congresso, di sostenere – direttamente o indirettamente – ogni operazione militare o paramilitare in Siria. Spero che i miei colleghi si uniranno a me in questo progetto.

LINK: When Will We Attack Syria?

TRADUZIONE VIDEO:  http://www.youtube.com/user/Ryuzakero

Voglio uscire dall’euro

di: Enzo Di Frenna

La Bce ci sta strozzando. Questa banca centrale anomala è l’unica autorizzata a stampare l’euro, ma regala miliardi alle banche – anche italiane – per farle diventare vacche grasse. Gli istituti di credito incassano fiumi di denaro che non prestano alle imprese e alle famiglie,  ma li spendono per comprare titoli di Stato e lucrare sui tassi di interesse. A me pare una truffa. Abbiamo un cappio al collo che si stringe e i banchieri ne possiedono la corda. Volete farvi strozzare?

Quando un’azienda fallisce, chi ha investito accetta il rischio di perdere i propri soldi.

Il debito italiano è principalmente nelle mani delle banche e ogni anno paghiamo 100 miliardi di interessi. Il blogger Claudio Messora in questo post descrive bene l’attività degli “speciali del debito“. E dunque: perché dobbiamo pagare noi? Perché rinunciare al nostro futuro?

Perché dobbiamo assistere ai suicidi di imprenditori e lavoratori ridotti alla fame?

L’Italia deve riappropriarsi della propria moneta. Non voglio nessuna Bce che manovra i flussi finanziari a favore delle banche e non dei popoli. Bisogna organizzare una raccolta di firme e indire un referendum popolareLa proposta di Beppe Grillo di uscire dall’euro e tornare alla lira ha un fondamento. Bisogna dire basta con la dittatura delle banche. Basta con Draghi & Monti, per anni consulenti della peggiore banca d’investimento mondiale – la Goldman Sachs, tra i principali responsabili del crollo finanziario del 2008 – che fanno gli interessi dei poteri forti. Cioè i banchieri.

Voglio che l’Italia riprenda a stampare moneta. Voglio difendere la mia terra e riportare la sovranità nelle mani del popolo.

Sono stufo del predominio delle banche che dominano la mia vita. Sono stufo dell’euro manovrato dalla finanza. Voglio uscire da questa trappola. E voi?

IlFattoQuotidiano.it

Cos’è realmente il M.E.S., il Meccanismo Europeo di Stabilità

di: Andrea Mantellini*

Le democrazie europee non dovrebbero permettere di farsi comandare da dittature finanziarie e, a capo dei Paesi, ci dovrebbero essere politici eletti dal popolo

Il M.E.S. (Meccanismo Europeo di Stabilità, acronimo inglese E.S.M.) è un trattato approvato nel dicembre 2011 dal Parlamento Europeo con l’obiettivo di affrontare la crisi dei debiti dei paesi dell’area euro. E’ stata creata una nuova istituzione che ha pieni poteri per accordare prestiti o cercare di risolvere il problema delle insolvenze. Il M.E.S. altro non è, se non un fondo di garanzia tra i 17 paesi membri dell’euro – zona con lo scopo di soccorrere i paesi in difficoltà. Sembrerebbe una cosa buona, MA in realtà questo trattato contiene dei punti molto controversi.

E’ un’organizzazione governata da un rappresentante per ogni paese membro del Trattato di Stabilità e all’art. 5 del M.E.S. questo rappresentante viene definito “governatore”, inoltre lo stesso è “il ministro delle Finanze del paese membro”.

Per cui il rappresentante dell’Italia potrebbe essere Mario Monti e quello della Grecia Papademos. Il Meccanismo di Stabilità avrà una dotazione iniziale di 700 miliardi di euro. La somma sarà divisa in 7 milioni di quote da 100.000 euro l’una. Questi soldi saranno pagati al M.E.S. dai singoli paesi aderenti secondo alcune quote o soglie di contribuzione. L’Italia per soglia di contribuzione è terza, contribuendo col 18% della somma totale, la Francia è seconda col 20,03%, la Germania prima col 27,1%. Fatti i debiti calcoli, l’Italia (cioè lo Stato, quindi noi!) deve dare circa 126 miliardi di euro. Quindi l’entrata in vigore di questo trattato ci renderà più poveri di 126 miliardi di euro! L’art. 9 stabilisce che il gruppo dei 17 governatori può imporre in qualsiasi momento ad ogni paese membro quanto stabilito, insieme ai tempi del pagamento (che saranno di una settimana!), basta che a deciderlo sia la maggioranza dei governatori.

L’art. 10 dice addirittura che il gruppo dei governatori può cambiare QUANDO VUOLE la somma da versare e che DEVE comunque cambiarla ogni 5 anni. Se, dunque, domani il gruppo decide che 126 miliardi non bastano, dovremo pagarne di più! La somma verrà decisa a LORO INSINDACABILE GIUDIZIO! Il problema che, una volta costituito un fondo, non si può più recedere, perché viene costruita una gabbia, una blindatura del gruppo dei 17 governatori che li mette in grado di decidere qualsiasi cosa senza poter essere perseguibili dalla magistratura! Infatti l’art. 27 dice che “Il M.E.S., le sue proprietà, i suoi fondi, i suoi beni sono IMMUNI da qualsiasi procedimento giudiziario! Gli archivi e i documenti del M.E.S. sono INVIOLABILI, così come le sedi del M.E.S.! Il M.E.S. non avrà restrizioni, obblighi alcuni, controlli, regolamenti o moratorie di nessun tipo e non avrà l’obbligo di essere accreditato come istituto di credito o altri tipi di entità che necessitano autorizzazioni o licenze.” Non soltanto questo fondo potrà chiedere ai paesi membri a suo insindacabile giudizio qualsiasi somma, ma sarà anche non controllabile, come non controllabili ed inviolabili saranno i suoi 17 governatori! Infatti l’art. 30 dice che “il presidente del gruppo dei 17 governatori – ministri delle Finanze e dei loro subalterni (perché ogni ministro delle Finanze ha diritto di nominare anche dei subalterni che lo sostituiscano quando lui non sarà disponibile) – saranno IMMUNI da qualsiasi procedimento giudiziario, rispettivamente agli atti perpetrati nelle loro vesti ufficiali e i loro documenti saranno INVIOLABILI”. Un bel privilegio, dunque, che si può estendere anche ad ambiti o sfere che non hanno nulla a che fare col M.E.S.. Se ci fosse ad esempio un’indagine in corso, ci si potrebbe sempre richiamare al fatto che si è membri del M.E.S., e quindi intoccabili! Inoltre si potrebbero conservare nelle sede del M.E.S. anche documenti non riguardanti il Meccanismo di Stabilità, tanto le sedi non possono essere perquisite. In tal modo i 17 governatori potrebbero evitare indagini e processi anche per fatti e vicende non inerenti al M.E.S.!

Credo che in una vera democrazia tutta questa segretezza non ci debba essere e che il potere giudiziario debba avere libero accesso agli atti e giurisdizione su chiunque! Inoltre credo che le democrazie europee non debbano permettere di farsi comandare da DITTATURE FINANZIARIE e che a capo dei paesi ci debbano essere politici eletti dal popolo. Il mercato deve essere fatto per l’uomo, non l’uomo per il mercato, per cui ai mercati medesimi NON DEVE ESSERE CONCESSO di destabilizzare un intero paese, mandando sul lastrico milioni di famiglie ed inducendo alcuni al suicidio!

Andrea Mantellini* – cons. Circoscrizione 1 Comune di Forlì -

Rinascita.eu

Calcoli ed errori del «governo tecnico» Monti

di: Vladimir Nesterov

Vignetta di Andrej Fomin

Negli ultimi tre anni l’Unione europea ha affrontato la crisi economica più grave della sua storia. Non si tratta tanto di preservare il modello di mercato «socialmente orientato» di cui è stata così fiera degli ultimi trent’anni. La questione è che la malaccorta estensione dell’UE a spese degli Stati post-socialisti, ha frantumato le fondamenta economico-finanziarie dell’Unione, ad ha bloccato i veterani, che non avevano compreso di non essere immuni dai problemi economici…

La Grecia oggi è di fronte a un default. E’ ancora chiamato tecnico, ma non rende la vita più facile alla maggior parte della popolazione del paese. E ci sono paesi più grandi, che si profilano dietro la Grecia. Nouriel Roubini, l’economista che aveva previsto la crisi attuale, dice: «Spagna e Italia potrebbero finire nel mirino».

Su cosa basa le sue stime, soprattutto per quanto riguarda l’Italia, che non ha alcuna esitazione a mettere nella categoria della «periferia» dell’UE?

Il debito pubblico in Italia ha raggiunto il livello record di 1.935 milioni di euro nel gennaio 2012, come la banca centrale italiana ha annunciato il 15 marzo. E’ aumentato di 37,9 milioni di euro dal dicembre 2011. Il 2011 ha portato il debito pubblico a oltre il 120,1% del Prodotto nazionale lordo (PNL).  Secondo la Banca centrale, il debito cresce insieme con le spese di servizio.

Entro la fine dello scorso anno, i mercati europei hanno praticamente perso ogni fiducia nella capacità della leadership italiana nel risolvere il problema più acuto, adempiere agli obblighi sul debito sovrano, determinando le dimissioni di Silvio Berlusconi. Lo spread tra titoli italiani e bund tedeschi è sceso sotto l’importante soglia psicologica di 500 punti, per la prima volta nella storia. I rendimenti dei titoli italiani sono saliti al 6,9%, superiori di tre volte la redditività dei titoli tedeschi.

Nessuno osa prevedere cosa succederà domani. Soprattutto tenendo conto del fatto che le consegne di petrolio dall’Iran all’Italia sono terminate. Le sanzioni dell’Unione europea dovrebbero finire il 1° luglio, ma sapendo che Cina, India e  Giappone non vi hanno aderito, l’Iran ha deciso di anticpare le mosse. Di conseguenza, alcuni paesi, Italia compresa, affrontano momenti difficili. Il petrolio proveniente dall’Iran copriva il 30% delle importazioni italiane. Il risultato è stato l’alto prezzo della benzina, che a marzo è aumentata a € 1,96 al litro, in media, in tutto il paese. Il prezzo del diesel è cresciuto a oltre € 1,8. Dallo scorso dicembre alla Pasqua, il prezzo della benzina ha superato il livello psicologicamente importante dei 2 euro al litro.

L’aumento dei prezzi dei carburanti avrà conseguenze drammatiche per i trasporti, l’88% di essi avviene sulle strade. Sarà difficile per gli agricoltori, perché i costi di produzione salgono insieme alle spese per il carburante per i trasporti; in media il 19% dall’inizio di quest’anno.

Inoltre, l’aumento del prezzo del carburante è il principale fattore a determinare l’inflazione nel paese. Il costo del paniere minimo del consumatore italiano è cresciuto del 4% a febbraio, rispetto all’indice medio annuo. Ha superato il record degli ultimi cinque anni, insieme al tasso di inflazione generale del 3,3%.

Non sarà una sorpresa se, nelle condizioni attuali i rendimenti obbligazionari italiani saliranno al 7% tra uno o due mesi.

Sullo sfondo del debito pubblico in crescita, ciò significherà il collasso finanziario, perché i mercati dei prestiti semplicemente chiuderanno. Chi avrebbe creduto nella capacità dell’Italia di pagare il servizio dei debiti di tale percentuale, e senza nemmeno parlare di pagarlo? Nel frattempo, secondo le stime degli esperti, l’Italia dovrà prendere in prestito oltre 200 miliardi di euro in più nel 2012.  Avrà anche da riscattare 91 miliardi di euro di debiti preferenziali, entro la fine di aprile.

Le misure adottate dal «governo tecnico» di Mario Monti, salito al potere a dicembre al posto del governo di Silvio Berlusconi, non sembrano portare a risultati positivi. Al contrario hanno solo esacerbato la situazione. La recessione continua, l’economia si sta convertendo in una sorta di ristretta «pelle di zigrino». Il 12 marzo, l’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) italiano ha riportato che il PIL nazionale si è ridotto, nel IV trimestre del 2011, dello 0,7% rispetto al III trimestre, e dello 0,4% in termini annuali. La flessione della domanda interna dei consumatori contribuisce alla crisi. La spesa dei consumatori, nel IV trimestre, è scesa dello 0,7% in termini trimestrali, e del 1,2% in termini annuali. Gli investimenti nell’economia, di conseguenza, sono diminuiti del 2,4% e 3,1%. Le previsioni del 2012 non sono di certo troppo rosee. La Commissione europea prevede che l’economia diminuirà dell’1,3%.

«Manovra finanziaria» contro società

Le misure adottate dal governo di Mario Monti, definite «manovra finanziaria», sono volte a risparmiare 33 miliardi di euro nei prossimi tre anni. Hanno un evidente orientamento anti-sociale. I critici della «manovra finanziaria» hanno notato subito che presupponeva un aumento del carico fiscale su tutti i cittadini, e delle misure minime per creare incentivi per la crescita economica.

Le misure includono anche la reintroduzione di una tassa sulla proprietà della prima casa, che era stata abolita nel 2008, che andrà a comporre lo 0,4% sulla prima casa e lo 0,75% sulle seconde case e le altre. La misura prevede solo la riduzione di 50 euro di sconto per ogni figlio, fino all’età di 26 anni. Inoltre, uno 0,76% fiscale su beni immobili esteri, auto di lusso, yacht e aerei privati deve essere introdotto. Accise sulle sigarette e IVA saliranno di molto.

Una delle decisioni più dure è l’aumento dell’età pensionabile per uomini e donne. Secondo il governo, il piano prevede che l’età pensionabile maschile debba essere di 66 anni, quella femminile 62 anni, a partire dal 2012. Dal 2018 l’età pensionabile sarà 66 anni anche per le donne. Non ci vorranno meno di 42 anni e un mese per un uomo e 40 anni e un mese per una donna, di lavoro, per avere diritto alla pensione. Coloro il cui importo complessivo annuo delle pensioni supera i 200.000 euro, dovranno pagare il 15% della cosiddetta «tassa di solidarietà».

Oltre a ciò, il governo di Mario Monti ha attaccato l’articolo 18, che è  considerato il principale vantaggio sociale dei cittadini degli ultimi quaranta anni. L’articolo limita i diritti dei datori di lavoro nel licenziare i dipendenti che hanno un contratto a tempo indeterminato, garantendo la sicurezza  del posto di lavoro. Monti ed i suoi ministri lo trovano un peso sul mercato del lavoro, che impedisce la rotazione e l’occupazione dei giovani. E’ bello assumere giovani. Ma cosa faranno i lavoratori di 40-60 anni che hanno bisogno di sfamare le loro famiglie? Questo è ciò di cui Mario Monti e i suoi ministri «competenti» non si preoccupano.

La voglia di protesta è in aumento

La «manovra finanziaria» ha dovuto affrontare una dura, anche se scoordinata, resistenza dalla maggior parte della società. Alla fine di gennaio i camionisti di tutta Italia sono scesi in sciopero. Hanno bloccato alcune strade centrali, paralizzando l’intero paese. Le fabbriche FIAT si sono fermate, Napoli affronta il problema dello smaltimento dei rifiuti ancora una volta, gli alimentari sugli scaffali dei negozi della Sicilia si sono svuotati. L’isola era anche rimasta benzina e la mafia locale ne aveva approfittato.

Poi i tassisti hanno fatto un grande sciopero facendo soffrire i turisti. Poco dopo, anche il personale degli aeroporti romani di Fiumicino e Ciampino, i lavoratori ferroviari e regionali dell’Alitalia-CAI e i dipendenti della compagnia aerea Meridiana, hanno fatto uno sciopero nazionale. Sono stati seguiti dai farmacisti, avvocati, notai e dai lavoratori delle stazioni di servizio.

Un’altra manifestazione NO TAV, il 29 febbraio, è diventata una vera e propria tragedia. L’evento era volto a protestate contro la prevista costruzione di una nuova linea ferroviaria ad alta velocità tra Torino e Lione. In Piemonte, i manifestanti hanno bloccato le strade e incendiato automobili. E’ finita tra gli scontri con i poliziotti, che hanno dovuto ricorrere al lancio di gas e ai getti d’acqua. Come riportano i media italiani, cinque uomini erano rimasti feriti.

La disoccupazione, divisione tra colpa e colpevole

La situazione sta peggiorando. La disoccupazione è in aumento. Nulla dice che calerà con la recessione. A gennaio la disoccupazione è salita al 9,2%. E’ il tasso più alto degli ultimi 11 anni, secondo i dati ISTAT. Nel dicembre 2011 la disoccupazione era all’8,9%, nel gennaio dello scorso anno all’8,1%. Il numero dei disoccupati è salito a 2,29 milioni.

La cosa più pericolosa per il paese è il rapido incremento della disoccupazione tra i giovani, fino al 31,1%. Quasi uno giovane italiano su tre è senza lavoro. Ciò vuol dire che è impossibile lasciare i genitori e avere una famiglia propria. Il numero di queste persone di età inferiore a 35, è 1,1 milioni.  Diventa un problema di sicurezza nazionale. È certo difficile pretendere che la pace sociale prevalga in Italia nel prossimo futuro.

E’ interessante notare che la piccola e parte della media borghesia si sono unite alle proteste. Per aumentare le entrate fiscali, il governo esige che ogni imprenditore, anche il più piccolo, debba emettere assegni. A cosa porterà ciò?

Il giornale Legno Storto risponde. Dice: «I media principali, gli infiniti programmi televisivi… servono a distogliere il malcontento pubblico dai veri colpevoli, i politici, i burocrati, i manager, e ad iniziare una guerra tra poveri. Gli alimentari e i panificatori sono i nemici. E ci sono persone che ci credono. Creano siti web e pagine Facebook per denunciare chi non emette assegni (scontrini? NdT). Non hanno alcuna idea del perché i commercianti lo facciano?  Pensano che i commercianti debbano pagarsi la loro quarta auto, mentre agiscono per evitare di pagare la tassa al 70% di un altro prestito bancario (che nessuno vuole dargli).

E’ una questione di sopravvivenza ad ogni costo, perché non hanno altro che le loro imprese. Parlando di yacht, non è così difficile trovare i loro proprietari. Il lusso è una cosa ovvia. Nessun servizio anticrimine è necessario per vedere ciò di cui non è chiara la provenienza…»

Eppure, non importa l’intensità e la scala delle proteste di massa in Italia, esse non rappresentano una minaccia grave per Monti. Sembra che il destino dell’Italia non sarà deciso a Roma. Dipende principalmente dalla situazione nella zona euro e nell’UE in generale. Se Berlino continuerà a cercare di salvare l’euro, l’Italia ha il poco invidiabile destino di una periferia europea gravata da nuove tasse, dai prossimi Monti e da proteste separate.

È gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

LINK: Calculations and Miscalculations of Monti’s «Technical Cabimet»

Traduzione di Alessandro Lattanzio – http://aurorasito.wordpress.com  – SitoAurora

Un pozzo senza fondo: i 90 F-35 costeranno oltre 10 miliardi di euro

di: Tommaso Di Francesco e Manlio Dinucci
Monti, con sostegno bipartisan, si è limitato a ridurre da 131 a 90 il numero dei caccia da acquistare

La crisi economica, ha documentato il Censis, ha colpito in Italia soprattutto i giovani, un milione dei quali ha perso il lavoro negli ultimi tre anni. Tranquilli, perché al loro futuro ci pensa la Lockheed Martin: «Proteggere le generazioni di domani – assicura nella sua pubblicità – significa impegnarsi per la quinta generazione di oggi». Si riferisce all’F-35 Lightning II, «l’unico velivolo di quinta generazione in grado di garantire la sicurezza delle nuove generazioni».

Sono stati dunque lungimiranti i governi che hanno deciso di far partecipare l’Italia alla realizzazione di questo caccia (prima denominato Joint Strike Fighter) della statunitense Lockheed Martin. Con il sostegno di uno schieramento bipartisan, il primo memorandum d’intesa venne firmato al Pentagono nel 1998 dal governo D’Alema; il secondo, nel 2002, dal governo Berlusconi; il terzo, nel 2007, dal governo Prodi.

E nel 2009 è stato di nuovo un governo Berlusconi a deliberare l’acquisto di 131 caccia che, a onor del vero, era già stato deciso dal governo Prodi. L’Italia partecipa al programma dell’F-35 come partner di secondo livello, contribuendo allo sviluppo e alla costruzione del caccia. E ora arriva il governo «tecnico» di Monti a confermare tutto con il ministro-ammiraglio Di Paola. Vi sono impegnate oltre venti industrie: Alenia Aeronautica, Galileo Avionica, Datamat e Otomelara di Finmeccanica e altre tra cui la Piaggio. Negli stabilimenti Alenia verranno prodotte oltre mille ali dell’F-35. Presso l’aeroporto militare di Cameri (Novara) sarà realizzata una linea di assemblaggio e collaudo dei caccia per i paesi europei, che verrà poi trasformata in centro di manutenzione, revisione, riparazione e modifica. A tale scopo sono stati stanziati oltre 600 milioni di euro, presentandolo come un grande affare per l’Italia. Ma non si dice quanto verranno a costare i pochi posti di lavoro creati in questa industria bellica. Non si dice che, mentre i miliardi dei contratti per l’F-35 entreranno nelle casse di aziende private, i miliardi per l’acquisto dei caccia usciranno dalle casse pubbliche.

Spesa militare: 25 miliardi

Per partecipare al programma, l’Italia si è impegnata a versare un miliardo di euro, cui si aggiungerà la spesa per l’acquisto ora di 90 F-35 (inizialmente ne erano previsti 131). Allo stato attuale, essa può essere quantificata in oltre 10 miliardi di euro. Va inoltre considerato che l’aeronautica sta acquistando anche un centinaio di caccia Eurofighter Typhoon, costruiti da un consorzio europeo, il cui costo attuale è quantificabile anche quesyo in oltre 10 miliardi di euro. E, come avviene per tutti i sistemi d’arma, l’F-35 verrà a costare più del previsto.

Il prezzo dei primi caccia prodotti – documenta la Corte dei conti Usa – è risultato quasi il doppio rispetto a quello preventivato. Il costo complessivo del programma, previsto in 382 miliardi di dollari per 2.443 caccia che saranno acquistati dagli Usa e da otto partner internazionali, sarà dunque molto più alto. Perfino il senatore John McCain, noto «falco», ha definito «vergognoso» il fatto che il prezzo dei primi 28 aerei sfori di 800 milioni di dollari quello preventivato. Nessuno sa con esattezza quanto verrà a costare l’F-35. La Lockheed aveva parlato di un prezzo medio di 65 milioni per aereo, al valore del dollaro 2010, ma poi è stato chiarito che il prezzo non comprendeva il motore né i costosissimi sistemi elettronici e all’infrarosso.

L’Italia si è dunque impegnata ad acquistare 90 caccia F-35 senza sapere quale sarà il prezzo finale. Anche perché differisce a seconda delle varianti: a decollo/atterraggio convenzionale, per le portaerei, e a decollo corto/atterraggio verticale. L’Italia ne acquisterà circa 50 della prima variante e circa 40 della terza, che saranno usati anche per la portaerei Cavour. E, una volta acquistati, dovrà pagare altri miliardi per ammodernarli con i sistemi che la Lockheed produrrà. Un pozzo senza fondo, che inghiottirà altro denaro pubblico, facendo crescere la spesa militare, già salita a 25 miliardi annui.

Arma per la guerra d’attacco

Non ci si poteva illudere che il governo Monti cambiasse rotta, sganciando l’Italia da questo costosissimo programma: si è limitato solo a ridurre il numero dei caccia da acquistare.

L’ammiraglio Di Paola, oggi ministro della difesa, è infatti il maggiore sostenitore dell’F-35: fu lui, in veste di direttore nazionale degli armamenti, a firmare al Pentagono, il 24 giugno 2002, il memorandum d’intesa che impegnava l’Italia a partecipare al programma come partner di secondo livello. E l’F-35 Lightning (Fulmine) – che, assicura la Lockeed, «come un fulmine colpisce il nemico con forza distruttiva e inaspettatamente» – è il sistema d’arma ideale per la strategia enunciata da Di Paola quando era capo di stato maggiore della difesa: trasformare le forze armate in uno «strumento proiettabile», dotato di spiccata capacità «expeditionary» coerente col «livello di ambizione nazionale». Che l’F-35 garantirà insieme alla «sicurezza delle nuove generazioni».

IlManifesto.it

E se abolissimo il Fmi?

di: Fabio Chiusi

Non è stato capace di prevedere la grande crisi. Né di risolverla. Anzi, forse le sue scelte l’aggravano. Eppure condiziona in modo antidemocratico i Paesi che tiene per il collo. A iniziare dalla Grecia, ma non solo. Allora, perché tenerci il Fondo Monetario Internazionale? Lo abbiamo chiesto a esperti e studiosi di tendenze diverse

Tra le sue principali funzioni c’è quella di formulare previsioni sull’andamento dell’economia mondiale, ma non è stato in grado di prevedere la bufera sui debiti sovrani. Elargisce prestiti miliardari, ma è accusato di imporre condizioni talmente restrittive da svuotare la sovranità dei paesi che ne beneficiano, stritolarne l’economia reale e le popolazioni che ne traggono sostentamento.

Dovrebbe «incoraggiare la cooperazione monetaria globale, garantire la stabilità finanziaria, facilitare gli scambi internazionali, promuovere l’occupazione e una crescita economica sostenibile e ridurre la povertà nel mondo» ma – argomentano i critici – in realtà è una istituzione disperatamente in cerca di identità e missione.

Se il Fondo Monetario Internazionale finisse dalla parte dell’imputato in un ipotetico processo, la requisitoria del pubblico ministero inizierebbe all’incirca a questo modo. E, a giudizio degli economisti dei più diversi orientamenti interpellati da ‘l’Espresso’, ci sarebbero buone probabilità di giungere a una sentenza di condanna.

Perché a detta dei critici il Fondo, nelle cui mani – insieme alla Commissione dell’Unione europea e alla Bce – riposa il futuro della Grecia e dell’intera Eurozona, è una istituzione antidemocratica, opaca, preda degli interessi di pochi e che, in definitiva, così com’è non si capisce nemmeno bene a che serva.

Nata alla fine della Seconda Guerra Mondiale, l’organizzazione che raccoglie 187 Paesie gestisce centinaia di miliardi di euro dovrebbe essere urgentemente riformata. A partire dalla sua funzione, come spiega Franco Bruni, docente di Teoria e politica monetaria internazionale all’Università Bocconi: «Da quando, all’inizio degli anni ’70, è caduto il sistema di Bretton Woods», argomenta, «il Fmi è una istituzione in cerca di lavoro. Perché è finita quella che costituiva la sua funzione principale: la regia di un mondo di cambi fissi».

Da allora, dice Bruni, «ne ha fatte di tutti i colori»: dal riciclo dei petroldollari all’espansione delle sue attività nei paesi in via di sviluppo», finendo per «pestarsi i piedi con la Banca Mondiale» a causa dell’estensione dei suoi finanziamenti ad ambiti che nulla hanno a che vedere con il sistema dei cambi.

Non solo: «Con il passare degli anni ha iniziato a giudicare, tramite visite regolari, i sistemi di vigilanza, regolazione e stabilità finanziaria dei Paesi bisognosi del suo intervento», aggiunge Bruni. Un ruolo intensificatosi a partire dalle prime crisi degli anni ’90, conclude, ma che ha generato la confusione nell’attribuzione di compiti e responsabilità, e le relative accuse di ‘commissariare’ la politica, che appare evidente in questi mesi sull’orlo del baratro.

Parte essenziale di una riforma del Fondo sarebbe una ridefinizione del peso dei suoi azionisti. Oggi, infatti, i soli Stati Uniti detengono un forte potere di veto sulle sue scelte, dato che detengono il 17,7 per cento dei voti all’interno del Board dei Governatori, la sua più alta autorità decisionale.

La Cina, pur detenendo il 45 per cento del debito estero americano, è al 4 per cento. Economie in forte sviluppo come il Brasile e l’India non vanno oltre l’1,7 e il 2,4 per cento, rispettivamente.

«Questo è assolutamente un problema», sostiene il responsabile economico del Pd,Stefano Fassina, già economista per il Fondo dal 2000 al 2005, «perché pesa negativamente sulla legittimità del Fmi: è evidente che la distribuzione delle quote riflette un mondo che non c’è più, e la credibilità delle sue politiche ne risente».

Quanto all’Europa, il peso è distribuito ai singoli Paesi. Con la conseguenza che, qualora emergano dissensi, la sua voce conta meno di quanto potrebbe se vi fosse un rappresentante unico. In ogni caso, aggiunge l’economista Tito Boeri, anche lui in passato consulente del Fondo, «c’è ancora molto una impostazione Occidentale, che ignora il peso crescente dei paesi emergenti. Se c’è da ricalibrare il Fondo dev’essere sicuramente in quella direzione». Con una precisazione: «Chi solleva questo problema, tuttavia, dovrebbe rendersi conto che la naturale implicazione è dare più peso a loro. L’Italia conterebbe ancora meno». Per quanto le quote siano state parzialmente ridefinite nel 2010, lo squilibrio resta.

Un ulteriore problema è rappresentato dalla complessità della governance del Fondo, oggi distribuita all’interno di un intreccio incredibile di organi. Un Board dei governatori, uno per Paese (di norma il ministro delle finanze o il capo della banca centrale), cui spetta ridefinire il peso delle quote e l’ammissione di nuovi membri. Due comitati ministeriali che consigliano i governatori. Un Board esecutivo, i cui 24 membri dovrebbero rappresentare gli interessi di 187 Paesi, anche 24 alla volta, e controllarne lo stato di salute finanziaria.

Le decisioni sono prese per consenso o voto formale sotto la direzione di un ‘direttore operativo’ e del suo staff. Attualmente a capo del Fondo c’è Christine Lagarde, uno stipendio da circa 31.700 euro al mese, 551.700 dollari l’anno: 130 mila in più del predecessore Dominique Strauss-Kahn.

Nonostante il Fondo sia dotato al suo interno di un Ufficio di Valutazione Indipendente, di un Ufficio per l’Etica e addirittura di una hotline attiva 24 ore su 24 per chi volesse spifferarne i difetti, più di qualcuno argomenta inoltre che l’intera macchina sia tutt’altro che efficiente e trasparente. E non solo gli ‘indignati’ accampati nelle piazze di tutto il mondo: «Serve una governance interna snella», argomenta Bruni, «perché in questo momento il governo del Fondo è estremamente complicato. C’è una gerarchia di due organi che si pestano i piedi, sono pieni di carte. Io ho visto come lavorano, è impossibile. Serve un consiglio direttivo professionale, scelto non in base a criteri politici, non Christine Lagarde, ma veri banchieri internazionali con grandi capacità».

Ma non è un problema solo di burocrazia. Il sociologo Luciano Gallino, autore di un recente volume intitolato ‘Finanzcapitalismo’, non ha dubbi: «L’Fmi è un organismo intrinsecamente non democratico, quindi il suo funzionamento è opaco per definizione. Probabilmente è trasparente a chi ne sta dentro e chi ne influenza le decisioni.» Perché non democratico? «Perché il Fondo rappresenta nel modo più chiaro e netto la struttura della finanza internazionale con le sue esigenze. Quindi non soltanto di democratico non ha nulla: ha ostacolato in vario modo i sistemi democratici in molti paesi», attacca Gallino, «perché la sua ricetta è sempre stata ‘ti presto dei soldi a condizione che attui riforme – le chiamano così – intrinsecamente non democratiche': privatizzare tutto il privatizzabile, tagliare le pensioni, la sanità, la scuola pubblica, ridurre il ruolo dello Stato».

Il problema è che il Fondo «nei suoi fondamenti incorpora la mitologia economica neoliberista, e mi sembra molto difficile riformarla: la mitologia neoliberista non si riforma. Bisogna pensare a riformare l’architettura del sistema finanziario internazionale e in questa riforma si potrebbe trovare anche una collocazione diversa del FMI», argomenta Gallino. Che ricorda come fu lo stesso Ufficio di Valutazione del Fondo, nel 2008 e con «mezza dozzina di banche già fallite negli Stati Uniti e in Europa», a criticare l’orientamento dell’istituto. In cui per il sociologo vige «un pensiero totalitario, non molto diverso da quello totalitario dell’estrema sinistra di stampo sovietico.»

Critiche che si aggiungono a quelle formulate dall’ex capo economista, Kenneth Rogoff, a settembre dello scorso anno: «Soltanto un anno fa, al meeting annuale dell’Fmi a Washington», ha scritto in un intervento sul ‘Sole 24 Ore’, «i funzionari più esperti sostenevano che il panico per la crisi del debito sovrano in Europa era una tempesta in un bicchier d’acqua. L’Fmi sosteneva che perfino le dinamiche del debito della Grecia non fossero un problema serio».

Segnali insomma di una perdita di credibilità, e di una capacità previsionale non eccelsa. Anche se, precisa Fassina, più che di mancata comprensione in alcuni casi potrebbe trattarsi di una precisa strategia comunicativa. Perché «bisogna tener conto che se il Fondo dice che la Grecia fallisce, la Grecia fallisce un minuto dopo».

Qualche segnale positivo, aggiunge l’esponente Pd, viene dal fatto che negli ultimi anni il Fondo abbia fatto «delle correzioni di linea significative», anche grazie al nuovo capo economico Olivier Blanchard, allontanandosi dall’ortodossia. E a uno studio, prodotto dagli economisti del Fondo, che smentisce le teorie di chi «come Alesina e Giavazzi parla di politiche di austerità espansive. E dimostra che, al contrario, sono recessive», dice Fassina.

Ma molto resta da fare. E se c’è chi, come il professor Bruni, afferma che «bisogna portare via il Fmi da Washington» perché «non è bello che i funzionari del Fondo che esaminano la politica monetaria del Gabon o dell’Indonesia arrivino a un posto che è a poche centinaia di metri dal Tesoro americano», l’economista e senatore Fli Mario Baldassarri ricorda che il problema è sistemico: «Io farei un processo all’Occidente e all’Europa, non solo al Fondo. Nel senso che l’Occidente si sta suicidando e l’Europa non esiste. Non è mai esistita».

Per Baldassarri, «occorre una nuova governance, un nuovo G8 che proceda a fare la nuova Bretton Woods, il nuovo Fmi, la nuova Banca Mondiale». A quel tavolo dovrebbero sedere con pari dignità le potenze emergenti, e un rappresentante degli ‘Stati Uniti d’Europa’. «Altrimenti continueremo ad alimentare la ricchezza cinese, che tra l’altro non serve ancora a migliorare il tenore di vita dei cinesi», argomenta il senatore. Ma perché ciò avvenga servono risposte politiche, «non tecnicalità del Fondo».

Espresso- Repubblica.it

Quando la creazione di moneta diventa un crimine contro i popoli

New York – Il diritto di battere moneta e’ un “regalo reale”. Le banche centrali di Stati Uniti e Inghilterra mettono denaro a disposizione dei loro stati a tassi convenienti e quando ne hanno bisogno. L’Europa invece non ha ancora ben chiara la differenza tra liberalismo e perdita di sovranita’.

Per evitare che la politica demagogica defraudasse il cittadino formica in nome del cittadino cicala, l’Europa con l’articolo 123 del trattato europeo ha confiscato questo diritto (di battere moneta per aiutare lo stato), come denuncia un docente di Finanza ed Etica sul quotidiano Les Temps.

Il prestito a uno stato dipende dalla buona volonta’ del prestatore e il tasso di interesse cambia in funzione del rischio di default dello stato.

Il regalo messo a disposizione ha un costo che non rappresenta il rischio di credito e puo’ essere fatto alle banche, alle imprese o agli Stati. La questione etica risiede nella scelta congiunturale del beneficiario del regalo.

A dicembre 2011, per esempio, la Bce ha prestato 489 miliardi di euro alle banche a tre anni, che secondo il Financial Times saliranno presto a 1.000 miliardi. Sono le cifre del regalo. In termini numerici, su un totale debitorio di oltre 270 miliardi di euro, gli aiuti alla Grecia ammontano a 145 miliardi di euro e prevedono l’intervento del braccio operativo della Bce, il fondo salva stati.

Se non fossero sostenute dalle acrobazie della Bce e accompagnate sotto braccio da Francoforte, le banche versebbero in questo momento nello stesso stato dell’Italia, o forse peggio, della Grecia, scrive il professore dell’Universita’ di Grenoble Denis Dupre’. Mille e 500 miliardi al tasso dell’1% invece del 7%, corrisponde a un regalo da 90 miliardi su tre anni.

Il vero problema e’ che questo meccanismo non e’ nemmeno produttivo. Le banche non prestano piu’ alle societa’, acuendo la crisi. Cinicamente possono persino pensare a riacquistare azioni proprie per far salire i livelli di capitale e attirare nuovi azionisti, quando vogliono e quando ne hanno bisogno. E dopo l’entrata in vigore delle norme di Basilea III succede sempre piu’ spesso.

L’ossessione della Bce per la salute delle banche, a cui va riservato il regalo, domina anche la questione della liberta’ democratica dei cittadini. L’Europa reagi’ mollemente alle violazioni della liberta’ di stampa in Ungheria nel 2010, ma ora che il governo vuole ristabilire una certa indipendenza dall’Unione economica e monetaria, aumentando i poteri della banca nazionale, Bruxelles ha condannato senza appello l’esecutivo di Budapest.

Il miliardario Soros ha chiesto che la Bce presti denaro all’1% a Italia e Spagna, non alle banche. Ma non e’ all’ordine del giorno. Senza questi aiuti, gli Stati in difficolta’ sono condannati di fatto al rimborso massimo cosi’ come calibrato e deciso dalla troika composta da Ue, Fmi e Bce.

Dopo la lettera della Bce inviata nell’agosto dell’anno scorso al governo Berlusconi per chiedere misure di austerita’, in Grecia i salari pubblici sono stati fatti scendere del 40%, il 25% delle piccole imprese e’ fallito e vengono chiesti ulteriori sforzi.

A gennaio 2012 la Germania ha persino proposto di mettere la Grecia sotto tutela, inviando un commissario europeo che disponga del diritto di veto sulle decisioni riguardanti il budget.

Le banche greche hanno 48 miliardi di dollari di bond ellenici in pancia e in caso di ristrutturazione andrebbero in crisi nera, visto che un’ipotetica perdita del 30% del capitale vorrebbe dire perdite per 15 miliardi rispetto a riserve di appena 28,8 miliardi di dollari. Altri 22 miliardi di bond sono in mano a Fondi pensione greci che andrebbero in rosso. Dei restanti 270 miliardi di debito del Partenone, 130 sono in mano a investitori pubblici (official creditors come Bce, Fmi, Ue e Banca Mondiale) mentre i restanti 140 miliardi sono in mano a privati, dove spiccano le banche francesi con 63 miliardi, le tedesche con 40 miliardi, le britanniche con 15,1, le portoghesi con 10,8 mentre le italiane hanno solo 4,7 miliardi di dollari, secondo i dati di fine 2010.

I cittadini e i manager d’impresa devono battersi perche’ questi 270 miliardi non siano versati nelle casse delle banche. O e’ forse meglio aspettare un ritorno dei colonnelli in Grecia per chiedere la modifica dell’articolo 123 del trattato europeo che vieta la creazione monetaria per gli stati?

Nel 2007, all’inizio della crisi, poteva essere letta come una sorta di sottomissione a una condizione di servitu’ volontaria, con l’obiettivo di non schiacciare gli interessi privati o non dover rinegoziare un trattato che di per se’ e’ molto complesso. Cinque anni piu’ tardi, si puo’ considerare a tutti gli effetti un crimine contro i popoli.

Denis Dupré e’ professore di finanza e etica, titolare della poltrona di manager responsabile dell’Universita’ di Grenoble

Fonte: Wall Street Italia

La diplomazia armata di Monti

di: Manlio Dinucci

Giulio Terzi di Sant’Agata, ministro degli esteri del governo Monti, ha illustrato al Senato la partecipazione dell’Italia agli «sforzi della comunità internazionale per promuovere la pace». Di pace se ne intende, per essere stato consigliere politico alla Nato, ambasciatore in Israele e quindi negli Stati uniti, dove ha contribuito alla «straordinaria collaborazione bilaterale nei principali scenari di crisi».

Mentre la crisi finanziaria alimenta a livello globale gravi tensioni politiche e sociali, afferma il ministro, è ancor più «interesse dell’Italia» partecipare alle «operazioni in scenari di crisi», dove si gioca la «credibilità internazionale» del Paese. Anche perché la nuova strategia Usa prevede la riduzione delle «forze di manovra» in Europa a favore di altri teatri di impiego, in particolare nel Pacifico. L’Italia deve quindi impegnarsi ancora di più in «missioni internazionali di pace e stabilizzazione», che siano «realmente integrate», ossia «uniscano le componenti militari e civili». Per affrontare «le sfide della stabilizzazione che provengono dalla Libia, le criticità in Afghanistan e in Libano, le crisi in Corno d’Africa». In Libia, dopo il «successo dell’operazione condotta dalla Nato», l’Italia «continuerà a sostenere molto attivamente la nuova dirigenza», soprattutto formando le sue «forze di sicurezza». E, il 20 febbraio, ospiterà a Napoli il vertice ministeriale del Dialogo 5+5 e il Foromed per «il rilancio del dialogo e della cooperazione tra le due sponde del Mediterraneo». Dialogo che l’Italia ha condotto in modo esemplare, sganciando sulla Libia un migliaio di bombe. Ma già si preparano altre «operazioni»: in Siria, avverte Terzi, «la situazione non è più sostenibile». Questa è la «diplomazia della sicurezza», con cui il governo Monti intende «tutelare all’estero i nostri interessi politici, economici e finanziari». Nonostante le minori risorse disponibili, chiarisce al Senato il ministro della difesa Giampaolo Di Paola, «non può essere sacrificata la capacità operativa del nostro strumento militare a tutela della sicurezza e dell’ordine internazionale». Sono quindi necessarie «forze armate sì ridotte, ma più moderne, meglio addestrate e meglio equipaggiate». Compresa la «difesa missilistica», importante perché «la minaccia (l’Iran e quant’altro), che ci piaccia o no, c’è». Su tali scelte, sottolinea Di Paola, esiste «una continuità che attraversa i confini virtuali dell’alternanza di governo e che accomuna gli schieramenti politici di maggioranza e opposizione». Immediata la conferma: PdL e Pd si schierano compatti col governo, mentre l’IdV assume qualche posizione critica e la Lega fa alcuni distinguo. Il sen. Tempestini (Pd) chiede il «rafforzamento della credibilità internazionale del Paese», e preannuncia un decreto-legge per rendere permanente il finanziamento delle «missioni». Già lo aveva chiesto invano il sen. Scanu (Pd) al governo Berlusconi, perché «ci preme costruire la credibilità dell’Italia» e perché «le Forze armate sono un ambito di straordinaria importanza del nostro Paese». «Che tristezza – aveva esclamato – sentir dire che non dobbiamo più mantenere certi impegni nel teatro internazionale perché sono finiti i soldi». Ora non sarà più triste: li troverà il governo Monti tagliando ancora di più le spese sociali.

IlManifesto.it

Così le banche speculano coi soldi Bce

di: Vittorio Malaguti

Gli istituti di credito ricomprano le loro obbligazioni invece di finanziare le imprese. Grazie a queste operazioni finanziarie, Unicredit potrà incassare fino a 500 milioni di euro di utili

L’argomento è di quelli che i banchieri preferiscono evitare con cura. Comprensibile, dal loro punto di vista. Di questi tempi, con migliaia di aziende con l’acqua alla gola, è meglio non parlare di come gli istituti di credito italiani hanno intenzione di utilizzare la colossale iniezione di liquidità, qualcosa come 116 miliardi di euro, che hanno ricevuto dalla Banca centrale europea (Bce) a un tasso irrisorio, l’1 per cento. Meglio lasciar perdere, quindi. Oppure affidarsi a difese d’ufficio come quella di Giovanni Sabatini, direttore generale dell’Abi (la Confindustria delle banche), che in una recente intervista al Sole 24 Ore ha definito “sostitutiva e non aggiuntiva ” la liquidità fornita dalla Bce.

Come dire: in autunno la crisi del debito ci ha impedito di raccogliere quanto volevamo sui mercati e i prestiti dell’istituto di Francoforte ci danno una mano a tirare avanti.

Tutto vero, il punto in discussione però è un altro. E cioè: come verranno impiegati questi soldi? I banchieri ne parlano malvolentieri, ma non è un mistero che buona parte della liquidità servirà a sottoscrivere Bot e Btp. Il governo, sempre a caccia di sottoscrittori del debito pubblico, non può che apprezzare questa scelta. E, per di più, l’operazione fa bene anche al conto economico degli istituti, visto che la liquidità ottenuta all’ 1 per cento viene impiegata in titoli con rendimento ben superiore.

Non finisce qui. Di recente le banche hanno trovato anche un altro modo molto redditizio per utilizzare la montagna di soldi piovuta in cassa grazie alla Bce. Questa volta i prestiti di Francoforte servono a comprare, o meglio a ricomprare, le obbligazioni a suo tempo collocate dagli stessi istituti di credito. Funziona così. In circolazione ci sono bond per miliardi delle maggiori banche che hanno quotazioni molto lontane dalla parità. Poniamo, per esempio, 90. Se l’istituto li acquista, si assicura per 90 ciò che fra qualche anno avrebbe dovuto rimborsare a 100. Il guadagno è quindi pari al 10 per cento. In più, molto spesso, i titoli già sul mercato hanno caratteristiche tali che in un futuro prossimo non potranno più essere utilizzati per il calcolo dei ratios patrimoniali di vigilanza. Di conseguenza, se queste obbligazioni vengono ricomprate e cancellate, poi possono essere sostituite con altri bond che invece, a differenza delle altre, servono a migliorare i requisiti di patrimonio.

Tutto facile, facilissimo, soprattutto se le banche sono in grado di mettere in campo un arsenale con miliardi di euro da spendere. Per primo è partito Unicredit, che proprio ieri ha chiuso con successo il suo maxi aumento di capitale da 7, 5 miliardi. L’istituto guidato da Federico Ghizzoni ha annunciato che comprerà 3 miliardi di proprie obbligazioni. Nelle prossime settimane, se arriverà il via libera da Bankitalia, la stessa strada potrebbe essere seguita anche da altre banche come Ubi, Banco Popolare, Monte dei Paschi. In palio ci sono profitti per centinaia di milioni. Unicredit, per esempio, potrebbe riuscire a guadagnare poco meno di 500 milioni. E in tempi di bilanci non proprio brillanti quei soldi fanno molto comodo. E il denaro per ridare fiato alle aziende? A quello i banchieri ci penseranno più avanti. Magari dopo il prossimo finanziamento targato Bce. A meno che anche quella non sia “liquidità sostitutiva e non aggiuntiva”, per dirla con l’Abi

Fonte: IlFattoQuotidiano.it

Italia, si torna alla lira?

Almeno due banche di caratura mondiale “hanno preso delle misure” per ritornare ad effettuare transazioni in vecchie valute della zona euro tra cui lira, dracma e escudo. Lo scrive il Wall Street Journal citando fonti ben informate. Le banche in questione hanno già contattato Swift, l’azienda belga che gestisce i sistemi per le transazioni finanziarie internazionali, per avere la tecnologia e i codici necessari, riferiscono le fonti. Un portavoce di Swift ha detto al quotidiano finanziario che l’azienda è pronta a fare tutto quanto sarà necessario per garantire il regolare svolgimento delle transazioni, ma che “non è il caso fare commenti su questioni specificamente legate alla zona euro”. Secondo il Wall Street Journal, le banche stanno studiando tutti gli aspetti del possibile impatto che avrebbe l’uscita di uno o più paesi dalla zona euro.

Di Andrea Deugeni – Secondo giorno a Bruxelles per il presidente del Consiglio e ministro dell’Economia, Mario Monti, impegnato all’Ecofin dopo che ieri ha incassato la fiducia dell’Eurogruppo sulla manovra allo studio. Appuntamento in cui i ministri finanziari di Eurolandia, anche se era un argomento ufficialmente non fissato in agenda, hanno avuto un primo scambio di vedute sulle recenti proposte franco-tedesche, (in cui sarebbe coinvolta anche l’Italia) di modifica dei trattati che aprano la strada a una vera unione delle politiche di bilancio.

Modifica che preveda la chiusura del rubinetto dei trasferimenti comunitaril’esclusione dal diritto di voto con conseguente annullamento del diritto di veto emulte più pesanti per chi viola le regole di Maastricht su deficit e debito.

Inutile dire che la richiesta di un inasprimento della procedura delle sanzioni per i Paesi più spendaccioniarriva da Berlinodicktat contabili che, nella testa di Angela Merkel, sarebbero gli unici in grado di mettere in sicurezza l’euro. Ma mentre la Germania si prepara a dare al via alla nuova fase fiscale dell’Unione Europea, dalla Svizzera rimbalzano voci che Frau Angela si starebbe predisponendo una via di fuga nel caso la crisi dell’eurodebito dovesse avvitarsi nel breve e allargare il contagio a Francia e Germania, le economie più forti del Vecchio Continente.

Il piano B sarebbe quello dell’immediato ritorno al marco tanto che Berlino si sarebbe in gran segreto portata avanti, tornando a stampare lavecchia moneta con l’aquila teutonica in Ticino, in due tipografie, una delle quali già stampa anche rubli russi e dong vietnamiti. La scelta della Svizzera sarebbe dettata dal fatto che, stando ai trattati istitutivi dell’Unione Monetaria (Uem), i Paesi che aderiscono all’euro non possono tornare a battere il vecchio conio.

Per ora, si tratta soltanto di un’indiscrezione che se confermata, però, getterebbe i mercati finanziari nel panico più totale. Intanto le voci sono giunte anche a Strasburgo dove Mara Bizzotto, europarlamentare della Lega Nord ha presentato un’interrogazione urgente alla Commissione “affinché sia fatta chiarezza al più presto sull’argomento”.

“Il fallimento dell’euro è ormai sotto gli occhi di tutti, e la cosa che stupisce di più è che un Paese come la Germania, vero pilastro della moneta unica, stia già pensando di scaricare l’Unione Europea. Secondo economisti e addetti ai lavori, infatti, Berlino avrebbe già incaricato due aziende svizzere di stampare marchi in quantità consistenti”, ha aggiunto la Bizzotto.

Da lunedì scorso abbiamo ricominciato a stampare i marchi e smesso di stampare Euro”. A renderlo noto non è un parlamentare tedesco ma un lavoratore della zecca di Berlino che ha confidato la notiziaadAffaritaliani.it.

La notizia è top secret – rivela la fonte che, per ovvie ragioni, ha preferito rimanere anonima – tanto che gliorgani di stampa tedesca lo sanno ma non lo dicono per evitare crisi di panico nei mercati. Dal 28 novembre nella zecca di Berlino e nelle altre zecche tedesche abbiamo smesso di stampare Euro e abbiamo ripreso a stampare i marchi”.

Il 28 novembre è stato anche il giorno nel quale lo stato tedesco ha ammesso, tramite il portavoce di Angela Merkel, Steffen Seibert, che i mezzi finanziari della Germania “non sono infiniti” e che “non abbiamo una forza finanziaria infinita e l’Europa non può pretendere di avere una forza che non ha. La Germania è forte ma non dispone di forze illimitate”.

“Continuando a questo ritmo – aggiunge il lavoratore – saremmo tranquillamente in grado di sopperire alla richiesta di moneta necessaria per coprire il nostro mercato interno se venisse a mancare l’Euro. Sulle monete c’è scritta la data del prossimo anno”.

Forse, la mossa tedesca è solo una precauzione e un modo per essere già pronti nel caso di catastrofe dell’Euro anche se la vendita del debito pubblico italiano in mano alla Germania – circa 8 miliardi di Euro – fatta in estate prima che venisse fuori la crisi delle nostre finanze non fa presagire niente di buono.

Per quanto riguarda la ventilata ipotesi di ‘nuovo Euro’ invece – una moneta della fascia Nord più forte e stabile che coinvolgerebbe Germania, Svezia e Norvegia, e una della fascia sud più debole e soggetta a svalutazioni – dalla zecca non arriva nessuna conferma. “Ne abbiamo sentito parlare – ammette – ma non abbiamo visto nessun cliché né cominciato a stamparne qualcuna per prova”.

Francesco Bertolucci

FONTE: http://affaritaliani.libero.it


Monti e la morte della Politica

di: Matteo Guinness

Bisogna fare sacrifici, per il bene dell’Italia, dice Mario Monti. Bisogna stringere i denti e accettare il compromesso dato la situazione di emergenza, rispondono in coro i partiti politici. E si celebra così l’ennesimo funerale della Politica.

Un governo voluto dai poteri tecnocratici -che fino ad ora non hanno fatto altro che proteggere le banche multinazionali colpevoli del il crollo economico- impone al popolo italiano misure di austerità durissime. Se fino ad oggi si fosse navigato nell’oro, si fosse governato e amministrato per il benessere degli italiani, qualcuno avrebbe anche potuto accettarlo; ma come si può bere la fandonia dei sacrifici, quando i sacrifici si fanno da anni e sono stati prodotti proprio dal sistema economico che i nostri politici oggi sostengono? Vengono “vanificati i sacrifici di quattro generazioni” dice lo stesso Monti, appunto sacrifici sui sacrifici.

Che nessuno si lasci ingannare dalle lacrime di coccodrillo del boia che piange mentre uccide il condannato: il pianto della Fornero non è altro che l’ennesima burla alle spalle dei popoli europei.

Quello che più di altro infastidisce e lascia sconcertati è l’appiattimento ideale, la totale mancanza di alternativa e di critica. Specialmente le forze politiche che dovrebbero essere sociali per l’ennesima volta chiamano al compromesso al ribasso: c’è sempre, da decenni, una causa maggiore che obbliga ad accettare qualsiasi porcata da far digerire alla popolazione italiana; e non parliamo dei pochi con barche o auto blu, le misure prese per queste categorie di persone sono la più classica manovra populista e demagocica. Questa volta sono tasse da far gravare sui più poveri, come l’Ici, l’Iva, l’Irpef, e l’allungamento dell’età pensionistica per tutte le future generazioni (altro che “per i nati nel 1952”). Anche se qualcuno proverà come al solito a trovare la scusa della necessità di misure di questo tipo per avere il voto delle camere, in realtà queste misure sono scaturite da una netta visione liberista voluta dai poteri economici di carattere multinazionale che, ripetiamo, sono gli stessi che hanno prodotto l’attuale crisi economica. Come in molti hanno fatto notare, se l’euro è sotto attacco è perché la crisi prodotta dalla folle finanza targata Usa, rende necessario il salvataggio del dollaro –moneta ormai globale e virtuale- così da garantire ancora la supremazia statunitense sull’”occidente” messa in pericolo anche dalla possibilità di un euro forte. Ma guarda caso chi controlla i flussi globali ci ha imposto un governo basato sui propri principi e visioni, un governo in cui il ministro degli esteri dichiara come prima cosa che c’è bisogno di rinforzare l’alleanza con gli Stati Uniti. Segno evidente che gli interessi di italiani, europei, eurasiatici, sono del tutto esclusi: costoro si preoccupano per la sopravvivenza del dominio globale degli Usa e null’altro. Non a caso un finto movimento come quello degli “indignati”, senza progetti e senza futuro, oggi che si prendono misure letali per i cittadini è sparito dalla circolazione: il controllo dell’opinione pubblica è fondamentale per garantirsi la sopravvivenza e il dominio.

Ciò è ulteriormente confermato dalle parole di Obama, Merkel, Sarkozy che diffondono un vero e proprio terrorismo nei confronti dell’euro, portando la speculazione a livelli incredibili. I vari economisti considerano questo comportamento un semplice sbaglio, ma nella società della comunicazione, dove i politici spendono milioni di dollari per consulenti di immagine, ogni singola parola, ogni sorriso è costruito come su un set cinematografico. Se i capi di questi Paesi decidono di creare il panico nelle borse con le loro dichiarazioni, lo fanno di proposito. Perché?

Ed è per questo che dicevamo che la Politica, quella vera, ha celebrato l’ennesimo funerale: non c’è alternativa, sia nei partiti che nelle masse e i pochi che hanno da anni chiara la situazione (come modestamente gli animatori di questo giornale e altre riviste) attendono e sperano in tempi più consapevoli, dove chi ha una lettura esatta di quanto succede non debba sentirsi affibbiare epiteti ridicoli da quelle stesse persone che come sempre, accettano il peggio per poi lamentarsi della delusione avuta (ultimi esempi Obama e presto anche Monti). Serve un riscatto, un balzo di coraggio che squarci il grigio del pensiero unico di marca atlantista. Serve un’Europa Potenza, in un’Eurasia sovrana e libera dall’ingerenza Usa, perché da qui passa anche la più piccola modifica alle pensioni per i nostri concittadini.

Pubblicato anche su Stato&Potenza

Tranquilli, al futuro ci pensa il nuovo F35

Sprechi militari L'impegno dell'Italia nella produzione e nell'acquisto (ne ha ordinati 131 senza sapere quanto salato sarà il prezzo finale) dell'aereo Lockheed Martin. Un pozzo senza fondo.

di: Manlio Dinucci

Un programma costosissimo, sostenuto da uno schieramento bipartisan, che il governo Monti non metterà in discussione visto che il ministro della Difesa ne è il maggiore sostenitore. 

La crisi economica, documenta il Censis, ha colpito in Italia soprattutto i giovani, un milione dei quali ha perso il lavoro negli ultimi tre anni. Aumentano quindi le preoccupazioni per il futuro. Tranquilli, a loro e ai loro figli ci pensa la Lockheed Martin: «Proteggere le generazioni di domani – assicura nella sua pubblicità – significa impegnarsi per la quinta generazione di oggi». Si riferisce all’F-35 Lightning II, «l’unico velivolo di quinta generazione in grado di garantire la sicurezza delle nuove generazioni».

Sono stati dunque lungimiranti i governi che hanno deciso di far partecipare l’Italia alla realizzazione di questo caccia (prima denominato Joint Strike Fighter) della statunitense Lockheed Martin. Con il sostegno di uno schieramento bipartisan, il primo memorandum d’intesa venne firmato al Pentagono nel 1998 dal governo D’Alema; il secondo, nel 2002, dal governo Berlusconi; il terzo, nel 2007, dal governo Prodi. E nel 2009 è stato di nuovo un governo Berlusconi a deliberare l’acquisto di 131 caccia che, a onor del vero, era già stato deciso dal governo Prodi. L’Italia partecipa al programma dell’F-35 come partner di secondo livello, contribuendo allo sviluppo e alla costruzione del caccia.
Vi sono impegnate oltre venti industrie: Alenia Aeronautica, Galileo Avionica, Datamat e Otomelara di Finmeccanica e altre tra cui la Piaggio. Negli stabilimenti Alenia verranno prodotte oltre mille ali dell’F-35. Presso l’aeroporto militare di Cameri (Novara) sarà realizzata una linea di assemblaggio e collaudo dei caccia per i paesi europei, che verrà poi trasformata in centro di manutenzione, revisione, riparazione e modifica. A tale scopo sono stati stanziati oltre 600 milioni di euro, presentandolo come un grande affare per l’Italia. Ma non si dice quanto verranno a costare i pochi posti di lavoro creati in questa industria bellica. Non si dice che, mentre i miliardi dei contratti per l’F-35 entreranno nelle casse di aziende private, i miliardi per l’acquisto dei caccia usciranno dalle casse pubbliche.
Per partecipare al programma, l’Italia si è impegnata a versare un miliardo di euro, cui si aggiungerà la spesa per l’acquisto dei 131 caccia. Allo stato attuale, essa può essere quantificata in circa 15 miliardi di euro. Va inoltre considerato che l’aeronautica sta acquistando anche un centinaio di caccia Eurofighter Typhoon, costruiti da un consorzio europeo, il cui costo attuale è quantificabile in oltre 10 miliardi di euro. E, come avviene per tutti i sistemi d’arma, l’F-35 verrà a costare più del previsto.
Il prezzo dei primi caccia prodotti – documenta la Corte dei conti Usa – è risultato quasi il doppio rispetto a quello preventivato. Il costo complessivo del programma, previsto in 382 miliardi di dollari per 2.443 caccia che saranno acquistati dagli Usa e da otto partner internazionali, sarà dunque molto più alto. Perfino il senatore John McCain, noto «falco», ha definito «vergognoso» il fatto che il prezzo dei primi 28 aerei sfori di 800 milioni di dollari quello preventivato. Nessuno sa con esattezza quanto verrà a costare l’F-35. La Lockheed aveva parlato di un prezzo medio di 65 milioni per aereo, al valore del dollaro 2010, ma poi è stato chiarito che il prezzo non comprendeva il motore né i costosissimi sistemi elettronici e all’infrarosso (come andare ad acquistare un’auto, scoprendo che nel prezzo non sono compresi il motore e la centralina elettronica).
L’Italia si è dunque impegnata ad acquistare 131 caccia F-35 senza sapere quale sarà il prezzo finale. Anche perché differisce a seconda delle varianti: a decollo/atterraggio convenzionale, per le portaerei, e a decollo corto/atterraggio verticale. L’Italia ne acquisterà 69 della prima variante e 62 della terza, che saranno usati anche per la portaerei Cavour. E, una volta acquistati, dovrà pagare altri miliardi per ammodernarli con i sistemi che la Lockheed produrrà. Un pozzo senza fondo, che inghiottirà altro denaro pubblico, facendo crescere la spesa militare, già salita a 25 miliardi annui.
Non ci si può illudere che il governo Monti cambi rotta, sganciando l’Italia da questo costosissimo programma. L’ammiraglio Di Paola, oggi ministro della difesa, è il maggiore sostenitore dell’F-35: fu lui, in veste di direttore nazionale degli armamenti, a firmare al Pentagono, il 24 giugno 2002, il memorandum d’intesa che impegnava l’Italia a partecipare al programma come partner di secondo livello. E l’F-35 Lightning (Fulmine) – che, assicura la Lockeed, «come un fulmine colpisce il nemico con forza distruttiva e inaspettatamente» – è il sistema d’arma ideale per la strategia enunciata da Di Paola quando era capo di stato maggiore della difesa: trasformare le forze armate in uno «strumento proiettabile», dotato di spiccata capacità «expeditionary» coerente col «livello di ambizione nazionale». Che l’F-35 garantirà insieme alla «sicurezza delle nuove generazioni».

IlManifesto.it

Il nuovo autoritarismo: dalle democrazie alle dittature tecnocratiche

di: James Petras

Introduzione

Viviamo in un tempo di cambiamenti di regime, dinamici, regressivi. Un periodo in cui sono in piena accelerazione grandi trasformazioni politiche e l’arretramento drammatico di norme legislative di natura socio-economica introdotte un mezzo secolo fa; tutto questo provocato da una crisi economica prolungata e sempre più profonda e da un’offensiva portata avanti dalla grande finanza in tutto il mondo.

Questo articolo analizza come gli importanti cambiamenti di regime in corso hanno un profondo impatto sui modi di governare, sulle strutture di classe, sulle istituzioni economiche, sulla libertà politica e la sovranità nazionale.

Viene individuato un processo in due fasi di regressione politica.

La prima fase prevede il passaggio da una democrazia in disfacimento ad una democrazia oligarchica; la seconda fase, attualmente in atto in Europa, coinvolge il passaggio dalla democrazia oligarchica ad una dittatura colonial-tecnocratica.

Si individueranno le caratteristiche tipiche di ogni regime, concentrando l’attenzione sulle specifiche condizioni e sulle forze socio-economiche che stanno dietro ad ogni “transizione”.

Si procederà a chiarire i concetti chiave, il loro significato operativo: in particolare la natura e la dinamica delle “democrazie decadenti”, delle democrazie oligarchiche e della “dittatura colonial-tecnocratica”.

La seconda metà del saggio puntualizzerà le politiche della dittatura colonial-tecnocratica, il regime che più si è discostato dal principio di democrazia rappresentativa sovrana.

Verranno chiarite le differenze e gli elementi simili tra le dittature tradizionali militar-civili e fasciste e le più aggiornate dittature colonial-tecnocratiche, mirando l’analisi sull’ideologia del “tecnicismo apolitico” e della gestione del potere tecnocratico, come preliminare per l’esplorazione della catena gerarchica profondamente colonialista del processo decisionale.

La penultima sezione metterà in evidenza il motivo per cui le classi dirigenti imperiali e i loro collaborazionisti nazionali hanno ribaltato la pre-esistente formula di gestione del potere oligarchico “democratico”, la ricetta del “governare indirettamente”, a favore di una presa di potere senza più paraventi.

Dalle principali classi dominanti finanziarie di Europa e degli Stati Uniti è stata consumata la svolta verso un diretto dominio coloniale (in buona sostanza, un colpo di stato, con un altro nome).

Verrà valutato l’impatto socio-economico del dominio di tecnocrati colonialisti designati di imperio, e la ragione del governare per decreto, prevaricando forzatamente il precedente processo di persuasione, manipolazione e cooptazione.

Nella sezione conclusiva valuteremo la polarizzazione della lotta di classe in un periodo di dittatura colonialista, nel contesto di istituzioni svuotate e delegittimate elettoralmente e di politiche sociali radicalmente regressive.

Il saggio affronterà le questioni parallele delle lotte per la libertà politica e la giustizia sociale a fronte di governi imposti da dominatori colonialisti tecnocratici, alla fine venuti alla ribalta.

La posta in gioco va oltre i cambi di regime in corso, per identificare le configurazioni istituzionali fondamentali che definiranno le opportunità di vita, le libertà personali e politiche delle generazioni future, per i decenni a venire.

Democrazie decadenti e la transizione verso democrazie oligarchiche.

Il decadimento della democrazia è evidente in ogni sfera della politica. La corruzione ha pervaso ogni settore, i partiti e i leader si contendono i contributi finanziari dei ricchi e dei potenti; posizioni all’interno dei poteri legislativo ed esecutivo hanno tutte un prezzo; ogni parte della legislazione è influenzata da potenti “lobbies” corporative che spendono milioni per la scrittura di leggi a loro profitto e per individuare le manovre più opportune alla loro approvazione.

Eminenti faccendieri che agiscono nei posti di influenza come il criminale statunitense Jack Abramoff si vantano del fatto che “ogni membro del congresso ha il suo prezzo”.

Il voto dei cittadini non conta per nulla: le promesse elettorali dei politici non hanno relazione alcuna con il loro comportamento quando sono in carica. Bugie e inganni sono considerati “normali” nel processo politico.

L’esercizio dei diritti politici è sempre più sottoposto alla sorveglianza della polizia e i cittadini attivi sono soggetti ad arresti arbitrari.

L’élite politica esaurisce il tesoro pubblico sovvenzionando guerre coloniali, e le spese per queste avventure militari eliminano i programmi sociali, gli enti pubblici e i servizi fondamentali.

I legislatori si impegnano con demagogia al vetriolo in conflitti da vere marionette, sul tipo dei burattini Punch (Pulcinella) e Judy (Colombina), in manifestazioni pubbliche di partigianeria, mentre in privato fanno festa insieme alla mangiatoia pubblica.

A fronte di istituzioni legislative ormai screditate, e del palese, volgare mercato di compravendita dei pubblici uffici, i funzionari dirigenti, eletti e nominati, sequestrano i poteri legislativo e giudiziario.

La democrazia in decomposizione si trasforma in una “democrazia oligarchica” come governo auto-imposto di funzionari dell’esecutivo; vengono scavalcate le norme democratiche e si ignorano gli interessi della maggioranza dei cittadini. Una giunta esecutiva di funzionari eletti e non eletti risolve questioni come quelle della guerra e della pace, alloca miliardi di dollari o di euro presso una oligarchia finanziaria, e mossa da pregiudizi di classe riduce il tenore di vita di milioni di cittadini tramite “pacchetti di austerità”.

L’assemblea legislativa abdica alle sue funzioni, legislativa e di controllo, e si inchina davanti ai “fatti compiuti” della giunta esecutiva (il governo di oligarchi) . Alla cittadinanza viene assegnato il ruolo di spettatore passivo – anche se si diffondono sempre più in profondità la rabbia, il disgusto e l’ostilità.

Le voci isolate dei rappresentanti il dissenso sono soffocate dalla cacofonia dei mass media che si limitano a dare la parola ai prestigiosi “esperti” e accademici, compari pagati dall’oligarchia finanziaria e consiglieri della giunta esecutiva.

I cittadini non faranno più riferimento ai parlamenti, alle assemble legislative, per trovare soccorso o riparazione per il sequestro e l’abuso di potere messo in atto dall’esecutivo.

Per fortificare il loro potere assoluto, le oligarchie castrano le costituzioni, adducendo catastrofi economiche e minacce assolutamente pervasive di “terroristi”.

Un mastodontico e crescente apparato statale di polizia, con poteri illimitati, impone vincoli all’opposizione civica e politica. Dato che i poteri legislativi sono fiaccati e le autorità esecutive allargano la loro sfera di azione, le libertà democratiche ancora presenti sono ridotte attraverso “limitazioni burocratiche” imposte al tempo, luogo e forme dell’azione politica. Lo scopo è quello di minimizzare l’azione della minoranza critica, che potrebbe mobilitare simpateticamente e divenire la maggioranza.

Come la crisi economica peggiora, e i detentori di titoli e gli investitori esigono tassi di interesse sempre più alti, l’oligarchia estende e approfondisce le misure di austerità. Si allargano le diseguaglianze, e viene messa in luce la natura oligarchica della giunta esecutiva. Le basi sociali del regime si restringono. I lavoratori qualificati e ben pagati, gli impiegati della classe media e i professionisti cominciano a sentire l’erosione acuta di stipendi, salari, pensioni, il peggioramento delle condizioni di lavoro e di prospettive di carriera futura.

Il restringersi del sostegno sociale mina le pretese di legittimità democratica da parte della giunta di governo. A fronte del malcontento e del discredito di massa, e con settori strategici della burocrazia civile in rivolta, scoppia la lotta tra fazioni, tra le cricche rivali all’interno dei “partiti ufficialmente al governo”.

L’“oligarchia democratica” è spinta e tirata nelle varie direzioni: si decretano tagli alla spesa sociale, ma questi possono trovare solo limitati appoggi alla loro applicazione. Si decretano imposte regressive, che non possono venire riscosse. Si scatenano guerre coloniali, che non si possono vincere. La giunta esecutiva si dibatte tra azioni di forza e di compromesso: robuste promesse per i banchieri internazionali e poi, sotto pressioni di massa, si tenta di ritornare sugli errori.

A lungo andare, la democrazia oligarchica non è più utile per l’élite finanziaria. Le sue pretese di rappresentanza democratica non possono più ingannare le masse. Il prolungarsi dello stato conflittuale tra le fazioni dell’élite erode la loro volontà di imporre a pieno l’agenda dell’oligarchia finanziaria.

A questo punto, la democrazia oligarchica come formula politica ha fatto il suo corso.

L’élite finanziaria è già pronta e decisa a scartare ogni pretesa di governo da parte di questi oligarchi democratici. Sono considerati sì volonterosi, ma troppo deboli; troppo soggetti a pressioni interne da fazioni rivali e non disposti a procedere a tagli selvaggi nei bilanci sociali, a ridurre ancora di più i livelli di vita e le condizioni di lavoro.

Arriva in primo piano il vero potere che muoveva le fila dietro le giunte esecutive. I banchieri internazionali scartano la “giunta indigena” e impongono al governo banchieri non-eletti – doppiando i loro banchieri privati ​​da tecnocrati.

La transizione verso la dittatura coloniale “tecnocratica”            

Il governo dei banchieri stranieri, alla fine venuto direttamente alla ribalta, è mascherato da un’ideologia che descrive questo come un governo condotto da tecnocrati esperti, apolitici e scevri da interessi privati. Dietro alla retorica tecnocratica, la realtà è che i funzionari designati hanno una carriera di operatori per- e- con i grandi interessi finanziari privati ​​e internazionali.

Lucas Papdemos, nominato Primo ministro greco, ha lavorato per la Federal Reserve Bank di Boston e, come capo della Banca centrale greca, è stato il responsabile della falsificazione dei libri contabili a copertura di quei bilanci fraudolenti che hanno portato la Grecia all’attuale disastro finanziario.

Mario Monti, designato Primo ministro dell’Italia, ha ricoperto incarichi per l’Unione europea e la Goldman Sachs.

Queste nomine da parte delle banche si basano sulla lealtà totale di questi signori e sul loro impegno senza riserve di imporre politiche regressive, le più inique sulle popolazioni di lavoratori di Grecia e Italia.

I cosiddetti tecnocrati non sono soggetti a fazioni di partito, nemmeno lontanamente sono sensibili a qualsiasi protesta sociale. Essi sono liberi da qualsiasi impegno politico … tranne uno, quello di assicurare il pagamento del debito ai detentori stranieri dei titoli di Stato – in particolare di restituire i prestiti alle più importanti istituzioni finanziarie europee e nord americane.

I tecnocrati sono totalmente dipendenti dalle banche estere per le loro nomine e permanenze in carica. Non hanno alcuna infarinatura di base organizzativa politica nei paesi che governano. Costoro governano perché banchieri stranieri minacciavano di bancarotta i paesi, se non venivano accettate queste nomine. Hanno indipendenza zero, nel senso che i “tecnocrati” sono soltanto strumenti e rappresentanti diretti dei banchieri euro-americani.

I “tecnocrati”, per natura del loro mandato, sono funzionari coloniali esplicitamente designati su comando dei banchieri imperiali e godono del loro sostegno.

In secondo luogo, né loro né i loro mentori colonialisti sono stati eletti dal popolo su cui governano. Sono stati imposti dalla coercizione economica e dal ricatto politico.

In terzo luogo, le misure da loro adottate sono destinate ad infliggere la sofferenza massima per alterare completamente i rapporti di forza tra lavoro e capitale, massimizzando il potere di quest’ultimo di assumere, licenziare, fissare salari e condizioni di lavoro.

In altre parole, l’agenda tecnocratica impone una dittatura politica ed economica.

Le istituzioni sociali e i processi politici associati con il sistema di sicurezza sociale democratico-capitalista, corrotto da democrazie decadenti, eroso dalle democrazie oligarchiche, sono minacciati di demolizione totale dalle prevaricanti dittature coloniali tecnocratiche.

Il linguaggio di “sociale / regressione” è pieno di eufemismi, ma la sostanza è chiara. I programmi sociali in materia di sanità pubblica, istruzione, pensioni, e tutela dei disabili sono tagliati o eliminati e i “risparmi” trasferiti ai pagamenti tributari per i detentori di titoli esteri (banche).

I pubblici dipendenti vengono licenziati, allungata la loro età pensionabile, e i salari ridotti e il diritto di permanenza in ruolo eliminato. Le imprese pubbliche sono vendute a oligarchi capitalisti stranieri e domestici, con decurtamento dei servizi ed eliminazione brutale dei dipendenti. I datori di lavoro stracciano i contratti collettivi di lavoro. I lavoratori sono licenziati e assunti a capriccio dei padroni. Ferie, trattamento di fine rapporto, salari di ingresso e pagamento degli straordinari sono drasticamente ridotti.

Queste politiche regressive pro-capitalisti sono mascherate da “riforme strutturali”.

Processi consultativi sono sostituiti da poteri dittatoriali del capitale – poteri “legiferati” e messi in attuazione dai tecnocrati designati allo scopo.

Dai tempi del regime di dominio fascista di Mussolini e della giunta militare greca (1967 – 1973) non si era mai visto un tale assalto regressivo contro le organizzazioni popolari e contro i diritti democratici.

Raffronto fra dittatura fascista e dittatura tecnocratica

Le precedenti dittature fasciste e militari hanno molto in comune con gli attuali despoti tecnocratici per quanto concerne gli interessi capitalistici che loro difendono e le classi sociali che loro opprimono. Ma ci sono differenze importanti che mascherano le continuità.

La giunta militare in Grecia, e in Italia Mussolini, avevano preso il potere con la forza e la violenza, avevano messo al bando tutti i partiti dell’opposizione, avevano schiacciato i sindacati e chiuso i parlamenti eletti.

Alla attuale dittatura “tecnocratica” viene consegnato il potere dalle élites politiche della democrazia oligarchica – una transizione “pacifica”, almeno nella sua fase iniziale.

A differenza delle precedenti dittature, gli attuali regimi dispotici conservano le facciate elettorali, ma svuotate di contenuti e mutilate, come entità certificate senza obiezioni per offrire una sorta di “pseudo-legittimazione”, che seduce la stampa finanziaria, ma si fa beffe di solo pochi stolti cittadini. Infatti, dal primo giorno di governo tecnocratico gli slogan incisivi dei movimenti organizzati in Italia denunciavano: “No ad un governo di banchieri”, mentre in Grecia lo slogan che ha salutato il fantoccio pragmatista Papdemos è stato “Unione Europea, Fondo Monetario, fuori dai piedi!”

Le dittature in precedenza avevano iniziato il loro corso come stati di polizia del tutto vomitevoli, che arrestavano gli attivisti dei movimenti per la democrazia e i sindacalisti, prima di perseguire le loro politiche in favore del capitalismo. Gli attuali tecnocrati prima lanciano il loro malefico assalto a tutto campo contro le condizioni di vita e di lavoro, con il consenso parlamentare, e poi di fronte ad una resistenza intensa e determinata posta in essere dai “parlamenti della strada”, procedono per gradi ad aumentare la repressione caratteristica di uno stato di polizia… mettendo in pratica un governo da stato di polizia incrementale.

Politiche delle dittature tecnocratiche: campo di applicazione, intensità e metodo

L’organizzazione dittatoriale di un regime tecnocratico deriva dalle sue politiche e dalla missione politica. Al fine di imporre politiche che si traducono in massicci trasferimenti di ricchezza, di potere e di diritti giuridici, dal lavoro e dalle famiglie al capitale, soprattutto al capitale straniero, risulta essenziale un regime autoritario, soprattutto in previsione di un’accanita e determinata resistenza.

L’oligarchia finanziaria internazionale non può assicurare per tanto tempo una “stabile e sostenibile” sottrazione di ricchezza con una qualche parvenza di governance democratica, e tanto meno una democrazia oligarchica in decomposizione.

Da qui, l’ultima risorsa per i banchieri in Europa e negli Stati Uniti è di designare direttamente uno di loro a esercitare pressioni, a farsi largo e ad esigere una serie di cambiamenti di vasta portata, regressivi a lungo termine. La missione dei tecnocrati è di imporre un quadro istituzionale duraturo, che garantirà per il futuro il pagamento di interessi elevati, a spese di decenni di impoverimento e di esclusione popolare.

La missione della “dittatura tecnocratica” non è quella di porre in essere un’unica politica regressiva di breve durata, come il congelamento salariale o il licenziamento di qualche migliaio di insegnanti. L’intento dei dittatori tecnocrati è quello di convertire l’intero apparato statale in un torchio efficiente in grado di estrarre continuamente e di trasferire le entrate fiscali e i redditi, dai lavoratori e dai dipendenti in favore dei detentori dei titoli.

Per massimizzare il potere e i profitti del capitale a scapito dei lavoratori, i tecnocrati garantiscono ai capitalisti il ​ ​potere assoluto di fissare i termini dei contratti di lavoro, per quanto riguarda assunzioni, licenziamenti, longevità, orario e condizioni di lavoro.

Il “metodo di governo” dei tecnocrati è quello di avere orecchio solo per i banchieri stranieri, i detentori di titoli e gli investitori privati.

Il processo decisionale è chiuso e limitato alla cricca di banchieri e tecnocrati senza la minima trasparenza. Soprattutto, in base a regole colonialiste, i tecnocrati devono ignorare le proteste di manifestanti, se possibile, o, se necessario, rompere loro la testa.

Sotto la pressione delle banche, non c’è tempo per le mediazioni, i compromessi o le dilazioni, come avveniva sotto le democrazie decadenti e oligarchiche.

Dieci sono le trasformazioni storiche che dominano l’agenda delle dittature tecnocratiche e dei loro mentori colonialisti.
1)        Massicci spostamenti delle disponibilità di bilancio, dalle spese per i bisogni sociali ai pagamenti dei titoli di stato e alle rendite
2)      Cambiamenti su larga scala nelle politiche di reddito, dai salari ai profitti, ai pagamenti degli interessi e alla rendita.
3)      Politiche fiscali fortemente regressive, con l’aumento delle imposte sui consumi (aumento dell’IVA) e sui salari, e con la diminuzione della tassazione su detentori di titoli ed investitori.
4)      Eliminazione della sicurezza del lavoro (“flessibilità del lavoro”), con l’aumento di un esercito di riserva di disoccupati a salari più bassi, intensificando lo sfruttamento della manodopera impiegata (“maggiore produttività”).
5)      Riscrittura dei codici del lavoro, minando l’equilibrio di poteri tra capitale e lavoro organizzato.

Salari, condizioni di lavoro e problemi di salute sono strappati dalle mani di coloro che militano nel sindacato e consegnati alle “commissioni aziendali” tecnocratiche.

6)      Lo smantellamento di mezzo secolo di imprese e di istituzioni pubbliche, e privatizzazione delle telecomunicazioni, delle fonti di energia, della sanità, dell’istruzione e dei fondi pensione. Privatizzazioni per migliaia di miliardi di dollari sono sopravvenienze attive su una dimensione storica mondiale. Monopoli privati ​ ​rimpiazzano i pubblici e forniscono un minor numero di posti di lavoro e servizi, senza l’aggiunta di nuova capacità produttiva.

7)      L’asse economico si sposta dalla produzione e dai servizi per il consumo di massa nel mercato interno alle esportazioni di beni e servizi particolarmente adatti sui mercati esteri. Questa nuova dinamica richiede salari più bassi per “competere” a livello internazionale, ma contrae il mercato interno. La nuova strategia si traduce in un aumento degli utili in moneta forte ricavati dalle esportazioni per pagare il debito ai detentori di titoli di stato, provocando così maggiore miseria e disoccupazione per il lavoro domestico. Secondo questo “modello” tecnocratico, la prosperità si accumula per quegli investitori avvoltoio che acquistano lucrativamente da produttori locali finanziariamente strozzati e speculano su immobili a buon mercato.

8 ) La dittatura tecnocratica, per progettazione e politiche, mira ad una “struttura di classe bipolare”, in cui vengono impoverite le grandi masse dei lavoratori qualificati e la classe media, che soffrono la mobilità verso il basso, mentre si va arricchendo uno strato di detentori di titoli e di padroni di aziende locali che incassano pagamenti per interessi e per il basso costo della manodopera.

9)      La deregolamentazione del capitale, la privatizzazione e la centralità del capitale finanziario producono un più esteso possesso colonialista (straniero) della terra, delle banche, dei settori economici strategici e dei servizi “sociali”. La sovranità nazionale è sostituita dalla sovranità imperiale nell’economia e nella politica.

10)  Il potere unificato di tecnocrati colonialisti e di detentori imperialisti di titoli detta la politica che concentra il potere in una unica élite non-eletta.

Costoro governano, supportati da una base sociale ristretta e senza legittimità popolare. Sono politicamente vulnerabili, quindi, sempre dipendenti da minacce economiche e da situazioni di violenza fisica.

I tre stadi del governo dittatoriale tecnocratico

Il compito storico della dittatura tecnocratica è quello di far arretrare le conquiste politiche, sociali ed economiche guadagnate dalla classe operaia, dai dipendenti pubblici e dai pensionati dopo la sconfitta del capitalismo fascista nel 1945.

Il disfacimento di oltre sessanta anni di storia non è un compito facile, men che meno nel bel mezzo di una profonda crisi socio-economica in pieno sviluppo, in cui la classe operaia ha già sperimentato drastici tagli dei salari e dei profitti, e il numero dei disoccupati giovani (18 – 30 anni) in tutta l’Unione europea e nel Nord America varia tra il 25 e il 50 per cento.

L’ordine del giorno proposto dai “tecnocrati” – parafrasando i loro mentori colonialisti nelle banche – consiste in sempre più drastiche riduzioni delle condizioni di vita e di lavoro.

Le proposte di “austerità” si verificano a fronte di crescenti disuguaglianze economiche tra il 5% dei ricchi e il 60 % degli appartenenti alle classi subalterne tra Sud Europa e Nord Europa.

Di fronte alla mobilità verso il basso e al pesante indebitamento, la classe media e soprattutto i suoi “figli ben educati”, sono indignati contro i tecnocrati che pretendono ancor di più tagli sociali. L’indignazione si estende dalla piccola borghesia agli uomini di affari e ai professionisti sull’orlo della bancarotta e della perdita di status.

I governanti tecnocratici giocano costantemente sulla insicurezza di massa e sulla paura di un “collasso catastrofico”, se la loro “medicina amara” non venisse trangugiata dalle classi medie angosciate, che temono la prospettiva di sprofondare nella condizione di classe operaia o peggio.

I tecnocrati lanciano appelli alla generazione presente per sacrifici, in realtà per un suicidio, per salvare le generazioni future. Con atteggiamenti dettati all’umiltà e alla gravità, parlano di “equi sacrifici”, un messaggio smentito dal licenziamento di decine di migliaia di dipendenti e dalla vendita per miliardi di euro / dollari del patrimonio nazionale a banchieri e investitori speculatori stranieri. L’abbassamento della spesa pubblica per pagare gli interessi ai detentori di titoli e per invogliare gli investitori privati ​​erode ogni richiamo all’“unità nazionale” e all’“equo sacrificio”.

Il regime tecnocratico si sforza di agire con decisione e rapidità per imporre la sua agenda brutale regressiva, l’arretramento di sessanta anni di storia, prima che le masse abbiano tempo di sollevarsi e di cacciarli.

Per precludere l’opposizione politica, i tecnocrati domandano “unità nazionale”, (l’unità di banchieri e oligarchi), l’appoggio dei partiti in disfacimento elettorale e dei loro leader e la loro sottomissione totale alle richieste dei banchieri colonialisti.

La traiettoria politica dei tecnocrati avrà vita breve alla luce dei cambiamenti sistemici draconiani e delle strutture repressive che propongono; il massimo che possono realizzare è quello di dettare e tentare di attuare le loro politiche, e poi tornarsene ai loro santuari lucrativi nelle banche estere.

Governo tecnocratico : prima fase

Con l’appoggio unanime dei mass-media e il pieno sostegno di banchieri potenti, i tecnocrati approfittano della caduta dei politici disprezzati e screditati dei regimi elettorali del passato.

Essi proiettano un’immagine pulita del governo, che parla di un regime efficiente e competente, capace di azioni decisive.

Promettono di porre fine alle condizioni di vita progressivamente in deterioramento e alla paralisi politica dovuta allo scontro fra le fazioni dei partiti.

All’inizio della loro assunzione di potere, i dittatori tecnocratici sfruttano il disgusto popolare, giustificato, nei confronti dei politici privilegiati “nullafacenti” per assicurarsi una misura del consenso popolare, o almeno l’acquiescenza passiva da parte della maggioranza dei cittadini, che sta annegando nei debiti e alla ricerca di un “salvatore”.

Va notato che fra la minoranza politicamente più preparata e socialmente consapevole, che i banchieri ricorrano ad un “regime tecnocratico” da colonia, questo provoca poco effetto: gli appartenenti alle minoranze immediatamente identificano il regime tecnocratico come illegittimo, dato che fa derivare i suoi poteri da banchieri stranieri. Essi affermano i diritti dei cittadini e la sovranità nazionale. Fin dall’inizio, anche sotto la copertura dell’assunzione del potere in uno stato di emergenza, i tecnocrati devono affrontare un nucleo di opposizione di massa.

I banchieri realisticamente riconoscono che i tecnocrati devono muoversi con rapidità e decisione.

Politiche shock dei tecnocrati : seconda fase

I tecnocrati lanciano un “100 giorni” del più eclatante e grossolano conflitto di classe contro la classe operaia dai tempi dei regimi militare / fascista.

In nome del Libero Mercato, del Detentore di Titoli e dell’Empia Alleanza fra oligarchi politici e banchieri, i tecnocrati dettano editti e fanno passare leggi, immediatamente buttando sul lastrico decine di migliaia di dipendenti pubblici. Decine di imprese pubbliche sono mandate in blocco all’asta. Viene abolita la certezza del posto di lavoro e licenziare senza giusta causa diventa la legge del paese. Sono decretate imposte regressive e le famiglie vengono impoverite. La piramide del reddito complessivo viene capovolta. I tecnocrati allargano e approfondiscono le disuguaglianze e l’immiserimento.

L’euforia iniziale che salutava il governo tecnocratico viene sostituita da biasimi amari. La classe media inferiore, che ricercava una risoluzione dittatoriale paternalistica della propria condizione, riconosce “un altro raggiro politico”.

Come il regime tecnocratico corre a gran velocità a completare la sua missione per i banchieri stranieri, lo stato d’animo popolare inacidisce, l’amarezza si diffonde anche tra i “collaboratori passivi” dei tecnocrati. Non cadono briciole dal tavolo di un regime colonialista, imposto al potere per massimizzare il deflusso delle entrate statali a tutto vantaggio dei detentori del debito pubblico.

L’oligarchia politica compromessa cerca di far rivivere le sue fortune e “contesta” le peculiarità dello “tsunami” tecnocratico, che sta distruggendo il tessuto sociale della società.

La dimensione e la portata del programma estremista della dittatura, e il continuo accumulo di frustrazioni di massa, spaventano i collaborazionisti appartenenti ai partiti politici, mentre i banchieri li incalzano per tagli alle garanzie sociali sempre più grandi e più profondi.

I tecnocrati di fronte alla tempesta popolare che sta montando cominciano a farsi piccoli e ritirarsi in buon ordine. I banchieri esigono da loro maggiore spina dorsale e offrono nuovi prestiti per “mantenerli in corsa”. I tecnocrati si dibattono in difficoltà – alternando richieste di tempo e sacrifici con promesse di prosperità “dietro l’angolo”.

Per lo più fanno assegnamento sulla mobilitazione costante della polizia e di fatto sulla militarizzazione della società civile.

Missione compiuta: guerra civile o il ritorno della democrazia oligarchica?

La riuscita dell’“esperimento” con un regime dittatoriale colonialista tecnocratico è difficile da prevedere. Una ragione è dovuta al fatto che le misure adottate sono così estreme ed estese, tali da unificare allo stesso tempo quasi tutte le classi sociali importanti (tranne la “crema” del 5%) contro di loro. La concentrazione del potere in una élite “designata” la isola ulteriormente e unifica la maggior parte dei cittadini a favore della democrazia, contro la sottomissione colonialista e governanti non eletti.

Le misure approvate dai tecnocrati devono far fronte alla prospettiva improbabile della loro piena attuazione, in particolare a causa di funzionari e impiegati pubblici a cui si impongono licenziamenti, tagli di stipendio e pensioni ridotte. I tagli a tutta l’amministrazione pubblica minano le tattiche del “divide et impera”.

Data la portata e la profondità del declassamento del settore pubblico, e l’umiliazione di servire un regime chiaramente sotto tutela colonialista, è possibile che incrinature e rotture si verificheranno negli apparati militari e di polizia, soprattutto se vengono provocate sollevazioni popolari che diventano violente.

A questo punto, le giunte tecnocratiche non possono assicurare che le loro politiche saranno attuate. In caso contrario, i ricavi vacilleranno, scioperi e proteste spaventeranno gli acquirenti predatori delle imprese pubbliche. La grande spremitura ed estorsione pregiudicherà le imprese locali, la produzione diminuirà, la recessione si approfondirà.

Il governo dei tecnocrati è per sua natura transitoria.

Sotto la minaccia di rivolte di massa, i nuovi governanti fuggiranno all’estero presso i loro santuari finanziari. I collaborazionisti appartenenti alle oligarchie locali si affretteranno ad aggiungere miliardi di euro/dollari ai loro conti bancari all’estero, a Londra, New York e Zurigo.

La dittatura tecnocratica farà ogni sforzo per riportare al potere i politici democratici oligarchici, a condizione che siano mantenute le variazioni regressive poste in essere. Il governo tecnocratico vedrà la sua fine con “vittorie di carta”, a meno che i banchieri stranieri insistano che il “ritorno alla democrazia” operi all’interno del “nuovo ordine”.

L’applicazione della forza potrebbe rivelarsi un boomerang.

I tecnocrati e gli oligarchi democratici, rinnovando la minaccia di una catastrofe economica in caso di inosservanza, riceveranno un contrordine dalla realtà della miseria effettivamente esistente e dalla disoccupazione di massa.

Per milioni, la catastrofe che stanno vivendo, risultante dalle politiche tecnocratiche, prevale su qualsiasi minaccia futura.

La maggioranza ribelle può scegliere di sollevarsi e rovesciare il vecchio ordine, e cogliere l’opportunità di istituire una repubblica socialista democratica indipendente.

Una delle conseguenze impreviste di imporre una dittatura di tecnocrati designati, radicalmente colonialista, è che viene cancellato il panorama politico delle oligarchie politiche parassite e si pongono le fondamenta per un taglio netto. Questo facilita il rigetto del debito e la ricostruzione del tessuto sociale per una repubblica democratica indipendente.

Il pericolo grave è quello che i politici screditati del vecchio ordine tenteranno con la demagogia di impadronirsi delle bandiere democratiche delle lotte “anti-dittatoriali anti-tecnocratiche”, per rimettere in piedi quello che Marx definiva “la vecchia merda dell’ordine precedente”.

Gli oligarchi politici riciclati si adatteranno al nuovo ordine “ristrutturato” dei pagamenti dell’eterno debito, come parte di un accordo per conservare il processo in corso di regressione sociale senza fine.

La lotta rivoluzionaria contro i dominatori tecnocratici colonialisti deve continuare e intensificarsi per bloccare la restaurazione degli oligarchi democratici.

LINK: The New Authoritarianism: From Decaying Democracies to Technocratic Dictatorships and Beyond 

TRADUZIONE: Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova

Sinistrainrete.info

“Piano segreto della Merkel per commissariare gli stati europei in crisi”

Secondo il Telegraph, Berlino lavora alla nascita di un direttorio capace di soccorrere i paesi in crisi, riducendo però la loro sovranità politica ed economica

di: 

Un piano segreto per la creazione di un Fondo monetario europeo capace di sostituirsi alla sovranità degli stato membri in difficoltà.

Ad architettarlo, stando a quanto rivela il Daily Telegraph on line citando un documento di sei pagine del ministero degli Esteri tedesco, sarebbe appunto la Germania.

Il documento esamina anche esplicitamente le possibili strade per limitare le modifiche al trattato per renderne più facile la ratifica. Questo anche per dissuadere Londra da un referendum sull’Ue. Il Fondo avrà il potere di mettere i paesi in crisi in amministrazione controllata e di gestire la loro economia, scrive il quotidiano britannico.

Secondo il Telegraph, il documento, chiamato “Il futuro dell’Ue: i necessari miglioramenti di integrazione politica per la creazione di un’Unione di Stabilita”, svela che la maggiore economia dell’Ue sta creando le condizioni perché gli altri paesi europei, che sono troppo grandi per essere salvati, possano fare default, andando così in bancarotta.

E questo alimenta i timori che “i piani tedeschi per affrontare la crisi dell’eurozonaprevedano un’erosione della sovranità nazionale che potrebbe aprire la strada ad un “super stato” europeo con proprie tasse e piani di spesa decisi a Bruxelles”.

Nel testo si fa anche un riferimento alla modifica dei trattati: “Limitare l’effetto delle modifiche al trattato nei paesi dell’Eurozona renderebbe più facile la ratifica, che tuttavia verrebbe richiesta da tutti gli stati membri (in questo modo sarebbero necessari meno referendum, e questo interesserebbe anche la Gran Bretagna)”.

Insomma, il Fondo avrebbe il potere di gestire la politica economica e fiscale dello Stato in difficoltà. Il piano viene rivelato nel giorno in cui il premier britannico David Cameron incontra a Berlino il cancelliere tedesco Angela Merkel per parlare delle modifiche da apportare ai trattati europei e di crisi economica. E, sempre oggi, la Merkel ha detto:

“L’eurozona ha perso credibilità e deve riguadagnarla passo dopo passo”. Il problema è come bisognerà farlo.

IlGiornale.it

Il Colpo di Stato dei banchieri

di: Paul Joseph Watson

Proprio come avevamo avvertito , gli stessi terroristi finanziari responsabili del crollo economico hanno sfruttato la crisi per presentarsi come i salvatori e supervisionare un colpo di stato dei banchieri – con gli scagnozzi di Goldman Sachs che ora sono in controllo sia dell’ Italia che della Banca centrale europea.

L’obiettivo del colpo di stato è quello di sfruttare la crisi del debito come un mezzo attraverso il  quale creare un superstato federale europeo che trasferirà tutto il restante controllo sulle vicende nazionali a Bruxelles. I globalisti hanno già iniziato il processo, selezionando due burattini non eletti per sostituire i primi ministri, democraticamente eletti, in Grecia e in Italia.

Silvio Berlusconi è stato il Gheddafi d’ Europa. Nonostante il suo  carattere ripugnante, Berlusconi si stava rivelando un ostacolo per il colpo di stato dei banchieri ed è stato frettolosamente allontanato, non per volontà del popolo, bensi, come spiega Stephen Faris del Time, tramite l’azione di insider che controllano i mercati.

“Lunedi gli investitori sembravano prendere la decisione collettiva che lui non poteva più essere affidabile nel dirigere la terza economia della zona euro e hanno mandato il costo del denaro per l’ Italia verso livelli di crisi. Alla fine della settimana, non solo Berlusconi era finito, ma lo era anche  l’idea stessa di tenere una votazione per sostituirlo. I mercati avevano parlato, e a loro non piaceva affatto l’idea di affidarsi agli elettori. “Il paese ha bisogno di riforme, non delle elezioni”, ha detto venerdi Herman Van Rompuy, presidente del Consiglio europeo, durante la sua visita a Roma . “

A sostituire Berlusconi andrà il massimo fantoccio globalista, l’ex commissario europeo Mario Monti, un consulente internazionale per Goldman Sachs, il presidente europeo della Commissione Trilaterale di David Rockefeller e anche un membro di spicco del Gruppo Bilderberg. Monti è la persona giusta di cui fidarsi e che non commetterà errori, soprattutto in vista della prossima fase del colpo di stato, quando la crisi dell’euro sarà dirottata per concentrare il potere ancora di più nelle mani delle stesse persone che l’hanno causata.

“Questa è la banda di criminali che ci hanno portato a questo disastro finanziario. E’ come chiedere ai piromani di andare a spegnere gli incendi “, ha commentato Alessandro Sallusti, direttore de Il Giornale, quotidiano milanese di proprietà della famiglia Berlusconi.

Allo stesso modo, quando il primo ministro greco George Papandreou ha avuto il coraggio di proporre al popolo della Grecia  un referendum, nel giro di pochi giorni è stato liquidato e sostituito con Lucas Papademos, ex vice-presidente della BCE, visiting professor ad Harvard ed ex- economista presso la Federal Reserve di Boston.

Papademos e Monti sono stati insediati come leader non eletti per la precisa ragione che essi “non sono direttamente responsabili nei confronti del pubblico”, osserva Faris, illustrando ancora una volta le fondamenta sostanzialmente dittatoriali e antidemocratiche di tutta l’Unione europea.

Venerdì scorso, abbiamo anche evidenziato come l’assalto della retorica apocalittica per il crollo della zona euro potrebbe essere solo un altro espediente per concentrare ancora più potere nelle mani della UE, nel suo tentativo di creare un governo europeo economico centralizzato che imporrebbe le sue decisioni a tutti gli Stati Membri.

Ed ecco che la Banca centrale europea è ora acclamata come il soggetto in grado di “salvare la zona euro” tramite appunto il salvataggio dell’ Italia, della Francia e della Spagna.

E chi è stato appena nominato come presidente della Banca centrale europea e annunciato come il “salvatore dell’Europa“? Nientemeno che Mario Draghi – l’ ex Vice Presidente di Goldman Sachs International. State cominciando a notare una tendenza?

Naturalmente, questo piano di salvataggio porterà a compimento esattamente quello che gli eurocrati hanno voluto tutti insieme, una più stretta “unione politica”, come ha chiesto ieri il cancelliere tedesco Angela Merkel  o, in altre parole, un superstato federale che sventrerà quanto rimasto dell’indipendenza e della sovranità agli Stati nazionali europei, consegnandolo a Bruxelles.

L’intera crisi del debito della UE non è altro che un flagrante colpo di stato dei banchieri progettato per potenziare gli stessi terroristi finanziari che hanno causato il crollo iniziale nel 2008 attraverso l’improvviso ritiro di grandi quantità di credito dal mercato.

I delinquenti che hanno fatto esplodere la bolla ora si stanno insediando come gli eroi che guideranno la riscossa per prevenire la depressione in tutto il mondo – con gli Stati nazione europei che cederanno il controllo delle loro economie in favore di non eletti dittatori dell’ UE come Herman Van Rompuy e José Manuel Barroso.

LINK: Banker Coup: Goldman Sachs Takes Over Europe

DI: Coriintempesta

 VEDI ANCHE: Stati Uniti d’Europa

Tutti gli uomini di Goldman Sachs

di: Francesco Piccioni

I «padroni dell’universo». Un soprannome modesto per gli uomini di punta di Goldman Sachs (GS). Una banca d’affari con 142 anni di vita, più volte sull’orlo del baratro, da sempre creatrice di conflitti di interesse terrificanti, da far impallidire – per dimensione e pervasività – quelli berlusconiani.

Famosa per «prestare» i propri uomini alle istituzioni, quasi dei civil servants con il pessimo difetto di passare spesso dalla banca privata ai posti di governo. Come peraltro i membri della Trilaterale o del Bilderberg Group. Mario Monti è uomo accorto: è presente in tutti e tre. Per GS ha fatto finora l’international advisor, come anche Gianni Letta, dal 2007, nonostante il ruolo di governo. Cos’è un advisor? Beh, è un consigliere; una persona in grado di indicare a una banca internazionale i migliori affari in circolazione. Specie quando uno Stato deve privatizzate le società pubbliche. Sta nella buca del suggeritore, ma può diventare premier…

E G&S ha comunicato ai mercati in tal caso lo spread per i Btp italiani calerebbe a 350 punti in un lampo.

È la banca che ha inventato (subito copiata dalle altre) i prodotti derivati, quei 600mila miliardi di dollari virtuali che stanno strangolando il mondo. Che ha aiutato i conservatori greci a nascondere lo stato reale dei conti pubblici davanti alla Ue. Che ha mandato l’amministratore delegato Henry Paulson, nel 2006, a fare il ministro del tesoro di Bush figlio. Dopo il crack di Lehmann Brothers inventò il piano Tarp: 700 miliardi di dollari statali per salvare le banche private anche a costo di far esplodere il debito pubblico Usa.

G&S riuscì in quel caso a intascare buona parte dei 180 miliardi destinati al salvataggio di Aig, gruppo assicurativo. Prima di lui era stato su quella poltrona Robert Rubin, con Clinton presidente; c’era poi tornato molto vicino, con Obama, ma dovette lasciare quasi subito il team economico: troppo evidente il suo doppio ruolo. Robert Zoellick è invece partito da G&S per coprire decine di ruoli per conto dei repubblicani, fino a diventare 11° presidente della Banca Mondiale.

Ma anche gli italiani si difendono bene. Romano Prodi era stato lui advisor, prima di tornare all’Iri per privatizzarla e spiccare quindi il volo verso la presidenza del consiglio, per ben due volte. Al suo fianco, negli anni, Massimo Tononi, ex funzionario della sede di Londra e quindi sottosegretario all’economia tra il 2006 e il 2008.

Ma il più noto è certamente Mario Draghi. Dal 2002 al 2005 è stato vicepresidente e membro del management Committee Worldwide della Goldman Sachs; in pratica il responsabile per l’Europa. Ha lasciato l’incarico per diventare governatore della Banca d’Italia e prendere la presidenza del Financial Stability Forum (ora rinominato Board), incaricato di trovare e mettere a punto nuove regole per il sistema finanziario globale. Compito improbo, che ha partorito molte raccomandazioni ma nessun risultato operativo di rilievo (le regole di Basilea 3 sono tutto sommato a tutela della solidità delle banche, non certo limitative di certe «audacie» speculative).

Dall’inizio di questo mese siede alla presidenza della Banca Centrale Europea, ma prima ancora di entrarci aveva scritto e poi fatto co-firmare a Trichet – la lettera segreta con cui il governo veniva messo alle strette: o le «riforme consigliate» in tempi stretti o niente acquisti di Btp. Forse rimpiange di ver lasciato il Financial Stability Board. Ma non deve preoccuparsi: al suo posto Mark Carney, governatore della Banca centrale canadese. Anche lui, per 13 lunghi anni, al fianco dei «padroni dell’universo» targati Goldman Sachs.

IlManifesto.it

Presidente Berlusconi, per il bene dell’Italia, NON SI DIMETTA.

Presidente,

perdoni l’approccio informale. Sono il giornalista e autore Paolo Barnard, lavoro da due anni con il gruppo di macroeconomisti del Levy Institute Bard College di New York sulla crisi dell’Eurozona. Siamo guidati dal Prof. L. Randall Wray dell’Università del Missouri Kansas City, che coordina altri 10 colleghi inglesi e australiani.

Presidente, è incomprensibile che Lei non scelga di salvare la nazione, e il Suo governo, rendendo pubblico che:

a) l’Euro fu disegnato precisamente per affossare gli Stati del sud Europa, fra cui l’Italia.

b) esistono responsabili italiani ed europei di questo “colpo di Stato finanziario di proporzioni storiche. (una definizione del tutto ragionata offerta dell’economista americano Michael Hudson)

Presidente, dalle pagine del Financial Times, del Wall Street Journal e persino del New York Times, da mesi economisti del calibro di Martin Wolf, Joseph Stiglitz, Paul Krugman, Nouriel Roubini, Marshall Auerback, Le stanno suggerendo la via d’uscita. A Parigi, l’eccellente Prof. Alain Parguez dell’Università di Besancon ne ha trattato esaustivamente. Wray e i suoi colleghi Mosler, Tcherneva e Hudson pure. Nel dettaglio, essi hanno scritto che:

L’Italia è stata condannata a un’aggressione senza precedenti da parte dei mercati dall’operato dei governi di centrosinistra che La hanno preceduta, poiché essi hanno portato il nostro Paese nel catastrofico costrutto dell’Eurozona. Le famiglie italiane e il Suo governo non devono pagare per colpe non loro. Lei deve dire alla nazione ciò che sta veramente accadendo, e chi ci ha condotti a questo dramma. 

L’Euro fu pensato nel 1943 dal francese Francois Perroux con il dichiarato intento di “Togliere agli Stati la loro ragion d’essere“. La moneta unica è infatti un progetto franco-germanico da quasi mezzo secolo (Attali, Delors, Issing, Weigel et al.), col fine di congelare le svalutazioni competitive d’Italia e Spagna, e col fine di deprimere i redditi del sud Europa per delocalizzare in esso manodopera industriale per l’esclusivo vantaggio del Neomercantilismo franco-tedesco.

Specificamente, la moneta unica:

- Esclude un prestatore di ultima istanza sul modello Federal Reserve USA, proprio per portare la sfiducia dei mercati sui debiti dell’Eurozona.

- I debiti dell’Eurozona non sono più sovrani, poiché l’Euro è moneta che ogni Stato può solo usare, non emettere, e che ogni Stato deve prendere in prestito dai mercati di capitali privati che lo acquisiscono all’emissione. L’Euro è moneta di nessuno, non sovrana per alcuno.

- I due punti precedenti hanno distrutto il fondamentale più importante della macroeconomia di Stato, che è “Ability to pay“, cioè la capacità di uno Stato di onorare sempre il proprio debito emettendo la propria moneta sovrana. L’attuale aggressività dei mercati contro il nostro Paese (ed altri) è dovuta in larghissima parte proprio alla loro consapevolezza della nostra perdita di “Ability to pay”, la cui presenza è infatti l’unica rassicurazione che può calmare i mercati. Motivo per il quale il Giappone dello Yen sovrano, che registra il 200% di debito/PIL, non è da essi aggredito e ha inflazione vicina allo 0%. Motivo per cui l’Italia della Lira sovrana mai si trovò in condizioni simili al dramma attuale, nonostante parametri ben peggiori di quelli oggi presenti.

- L’Euro è moneta insostenibile, disegnata precisamente affinchél’assenza radicale di “Ability to pay” nei governi più deboli dell’Eurozona inneschi un circolo vizioso di crisi che alimenta la sfiducia dei mercati che alimenta crisi. Non se ne esce, qualsiasi correttivo non altera, né mai altererà, questo fondamentale negativo, e i mercati infatti non si placano.

- Le estreme misure di austerità per la riduzione del deficit di bilancio che vengono oggi imposte al Suo governo, sono distruttive per la Aggregate Demand di cui qualsiasi economia necessita per crescere. Sono cioè  il farmaco che causa la malattia, invece di curarla.

Anche questo non accade per un caso.

- Tali misure ci vengono imposte proprio perché il nostro debito pubblico non è più sovrano, a causa dell’adozione di una moneta non sovrana. Infatti, ogni spazio di manovra del Suo governo al fine di stimolare crescita e riduzione del debito attraverso scelte di spesa sovrana (fiscal policy), è stato annullato dall’adozione della moneta unica, che, ribadisco, l’Italia non può emettere come invece fanno USA o Giappone. Si tratta di una perdita di sovranità governativa senza precedenti nella storia repubblicana, e di cui le misure imposte dalla Commissione UE come il European Semester e l’Europact sono l’espressione più estreme, ma di cui noi cittadini e Lei paghiamo le estreme conseguenze.

- L’Euro e i Trattati europei che l’hanno introdotto, sbandierati a salvezza nazionale dal centrosinistra, stanno, per i motivi sopraccitati, umiliando l’Italia, nazione che ha uno dei risparmi privati migliori del mondo, 9.000 miliardi in ricchezza privata, una capacità industriale invidiata dai G20, banche assai più sane della media occidentale, e parametri di deficit che sono inferiori ad altri Stati dell’Eurozona. Lei, Presidente, sarà il capro espiatorio, noi italiani ne soffriremo conseguenze devastanti per generazioni.

Presidente, Lei deve e può denunciare pubblicamente la realtà di questa moneta disegnata per fallire. Lei può e deve smascherare le responsabilità del centrosinistra italiano e dei governi ‘tecnici’ in queste scelte sovranazionali catastrofiche.

Presidente, il team di macroeconomisti accademici del Levy Institute Bard College di New York e dell’Università del Missouri Kansas City, sono coloro che hanno strutturato il piano Jefes che ha portato l’Argentina dal default al divenire una delle economie più in crescita del mondo di oggi. Essi sono a Sua disposizione per definire sia la strategia comunicativa che quella economica per salvare l’Italia, e il Suo governo, da un destino tragico e che non meritiamo.

In ultimo una precisazione di ordine morale.

Presidente, io non sono un Suo elettore, e avrei cose dure da dire sul segno che la Sua entrata in politica ha lasciato in Italia. Ma non sono un cieco fanatico vittima della cultura dell’odio irrazionale che ha posseduto gli elettori dell’opposizione in questo Paese, guidati da falsari ideologici disprezzabili, come Eugenio Scalfari, Paolo Flores d’Arcais, Paolo Savona, e i loro scherani mediatici come Michele Santoro, Marco Travaglio e codazzo al seguito.

Perciò come prima cosa mi ripugna che Lei sia bollato come il responsabile di colpe che Lei non ha, e che sono tutte a carico del centrosinistra italiano. Incolpare un innocente, per quanto criticabile egli sia, è sempre inaccettabile. Ma soprattutto,

Presidente, se l’Italia verrà consegnata dal golpe finanziario in atto contro di noi, e da elettori sconsiderati e ignoranti, nelle mani del Partito Democratico, per noi sarà la fine.

 Sarà l’entrata trionfale a Roma dei carnefici del Neoliberismo più impietoso, sarà la calata della Shock Therapy su un popolo ignaro, cioè il saccheggio del bene comune più scientificamente organizzato di ogni tempo, quello che nell’Est europeo ha già mietuto più di 40 milioni di vite in due decadi, senza contare le sofferenze sociali inenarrabili che porta con sé.

I volti di Mario Monti, di Massimo D’Alema, di Mario Draghi, di Romano Prodi, dell’infimo Bersani, sono le maschere funebri di questa nazione, veri criminali e falsari di portata storica. Il cerimoniere complice si chiama Giorgio Napolitano.

Mi appello a Lei Presidente perché mi rendo conto che i miei connazionali non hanno la più pallida idea di ciò che il centrosinistra italiano ha già inflitto al nostro Paese, di ciò che gli infliggerebbe se salisse al governo, ma soprattutto di chi li guida dietro le quinte. Le eminenze grigie sono le elite Neoclassiche, Neomercantili e Neoliberiste, gente senza nessuna pietà.

Resista Presidente, affinché Lei possa usare il tempo che Le rimane per smascherare il “colpo di Stato finanziario” che sta travolgendo, fra gli altri, la nostra Italia. I mercati finanziari della “classe predatrice”, così ben descritta nella sua abiezione dall’americano James Galbraith, la odiano a morte, ci odiano a morte. Sia, Presidente, colui che piazza la mina nei cingoli della loro macchina infernale, rivelandone l’inganno chiamato Euro e Trattato di Lisbona. Gli italiani non lo faranno. Non ne sono capaci.

PaoloBarnard.info

”Se l’Italia non fosse nell’euro…”

di: Enrico Piovesana

Il giornalista economico britannico Evans-Pritchard: “L’economia italiana è debole solo secondo i parametri di Maastricht. Se avesse ancora una banca centrale sovrana non sarebbe in questa situazione. La Bce? Incompetente e arrogante”

Il giornalista economico britannico Ambrose Evans-Pritchard, responsabile della sezione economica internazionale del Telegraph, ha scritto pochi giorni fa in un suo articolo:

“Lasciatemi aggiungere che l’Italia non è fondamentalmente insolvente. È in questi pasticci perché non ha un prestatore di ultima istanza, una banca centrale sovrana o una moneta sovrana. La struttura dell’euro ha trasformato uno stato solvente in uno insolvente. Ha invertito l’alchimia”.

Affermazioni degne di nota che Peacereporter ha chiesto a Evans-Pritchard di spiegare.

 Fondamentalmente la posizione debitoria italiana è solida - ci ha detto il giornalista britannico al telefono - perché non esiste solo il rapporto debito pubblico/Pil stabilito dal Trattato di Maastricht.

Se tra i criteri di sostenibilità di un economia si considera anche il debito privato, l’Italia risulta uno dei Paesi più stabili d’Europa. L’indebitamento delle famiglie italiane e delle società non finanziarie italiane è il più basso d’Europa (42 per cento del Pil, contro il 103 britannico, l’84 spagnolo, il 63 tedesco e il 51 francese, ndr) e ciò rende il debito aggregato italiano (pubblico più privato) inferiore a quello di Gran Bretagna, Spagna e Francia, e analogo a quello della Germania.

Inoltre lo Stato italiano è uno dei pochi al mondo ad avere un avanzo primario, ovvero a incassare più di quello che spende, al netto degli interessi che paga sul debito pubblico.

Considerate queste condizioni, se il vostro Paese non fosse entrato nell’euro e aveste quindi una banca centrale sovrana in grado di attuare una politica monetaria autonoma espansiva a sostegno dello sviluppo la situazione dell’Italia sarebbe molto migliore. Ovviamente stiamo parlando in linea puramente teorica, perché ormai che siete dentro non potete uscirne: sarebbe una catastrofe per voi e per l’Europa in generale.

Il problema è che la direzione in cui stiamo andando è proprio questa, perché la politica economia della Bce produce risultati nefasti.

La politica monetaria restrittiva della Bce, che anche in questi ultimi anni di piena recessione ha pedissequamente osservato il suo dovere statutario di tenere bassa l’inflazione tenendo alto il costo del denaro, ha ristretto il credito e di conseguenza ha rallentato la crescita di tutta l’Europa. E ora pretende di salvare Paesi in recessione come Grecia e Italia imponendo loro riduzioni salariali e tagli occupazionali che bloccheranno crescita e sviluppo.Incompetenza, per non dire di peggio.

A questo si sommano la pericolosità politica dell’azione della Bce, che impone i suoi diktat in maniera arrogante e offensiva della sovranità nazionale. Si pensi al piano per la Grecia che prevede l’apertura ad Atene di uffici europei permanenti per monitorare l’applicazione di queste misure, come una sorta di viceré europeo.

PeaceReporter

Italia: preparativi per un governo di austerity di “sinistra”

di:  Marc Wells

Questo articolo è stato precedentemente pubblicato in inglese il 30 settembre 2011 e in tedesco il 5 ottobre 2011

C’è una crescente opposizione popolare in Italia alle politiche di austerità in corso di attuazione da parte del primo ministro Silvio Berlusconi.

La recente manovra da 54 miliardi di euro è parte di un programma pluriennale di tagli alla spesa sociale e aumento di tasse regressive. L’attacco contro la classe lavoratrice è stato implementato sia dall’attuale governo di centrodestra di Berlusconi, così come dal precedente governo di centro sinistra guidato da Romano Prodi.

Nemmeno approvato il provvedimento che l’elite finanziaria ed industriale ha subito iniziato a fare progetti per il prossimo attacco. Il Wall Street Journal ha subito sottolineato che la misura era insufficiente. “Gli economisti temono che la proporzione del debito pubblico resterà elevata”, ha scritto.

Il debito pubblico in Italia ha superato il 120 per cento del PIL, secondo soltanto alla Grecia nell’Eurozona.

Vladimir Pillonca, un economista della Société Générale francese, ha dichiarato: “Ci sono rischi concreti che ulteriori misure saranno necessarie”. Ciò in un contesto di crescita economica stagnante e di una serie di downgrade del credito al governo italiano, nonché di sette grandi banche e persino di Fiat.

Strati della classe dirigente italiana sono sempre più preoccupati che il governo Berlusconi, a causa dei numerosi scandali personali, delle politiche “ad personam” del primo ministro stesso e del tangibile odio popolare nei suoi confronti, si trovi sempre più in difficoltà nell’attuare ciò che è richiesto. Ci sono quindi tentativi di mettere insieme un governo più “di sinistra” per smantellare ciò che resta delle conquiste passate dei lavoratori.

La scorsa settimana Confindustria ha presentato il “Manifesto per salvare l’Italia”. Il documento delinea una strategia in 5 punti:

• Riforma delle pensioni per aumentare l’età pensionabile a 70 anni

• Riduzione dei contributi ai fondi pensionistici e sanitari

• Vendita dei beni pubblici per la riduzione del debito pubblico

• Privatizzazione e liberalizzazione di istruzione e assistenza sanitaria, tra gli altri servizi sociali fondamentali

• Piano di assegnazione dei maggiori contratti di infrastrutture sociali per gli investitori privati

Una variante di questo piano è stata presentata ai primi di agosto con il pieno appoggio della “sinistra” e i sindacati sotto il titolo di “Patto per la crescita.” (vedi: “Il governo prepara nuovi tagli dopo il panico nei mercati azionari“)

Ancora una volta, la “sinistra” ha colto al volo l’opportunità di dimostrare la sua fedeltà a Confindustria. Il segretario del Partito Democratico Enrico Letta ha dichiarato: “Le imprese hanno preso una strada di grande allarme che noi condividiamo: non si può continuare così. Tra l’altro non era mai accaduto nella storia italiana che Confindustria, il sistema delle imprese, chiedesse un cambio di governo e le dimissioni del governo in carica come sta accadendo oggi”.

Il Partito Democratico è pronto ad agire come agente e per conto di Confindustria nella implementazione di politiche che vanno anche oltre quelle attuate da Berlusconi. Lo scorso agosto, in una intervista a Il Sole 24 Ore, Letta ha dichiarato che il PD vuole perseguire “la flessibilità in uscita [pensionamento] in un range tra i 62 e i 70 anni… Certo poi si potrebbe discutere l’accelerazione del passaggio al contributivo pieno”. Una tale riforma ridurrebbe significativamente le prestazioni pensionistiche per i lavoratori.

Più significativa è la posizione del sindacato ex-stalinista CGIL che ha confermato la sua approvazione prima del patto per la crescita. Il 24 settembre, ha pubblicato un comunicato stampa dal titolo ” Confindustria-CGIL asse contro la crisi per ‘salvare l’Italia’”. Il documento afferma esplicitamente che il fondamento della coalizione è “un fronte comune tra sindacati e Confindustria”.

Il Segretario generale della CGIL Susanna Camusso ha elogiato il manifesto di Confindustria. Ha ripetutamente citato il documento, fornendo supporto completo in ogni suo punto. Tutto questo viene giustificato nella maniera più opportunista: Berlusconi è odiato.

La coalizione tra i sindacati e Confindustria prepara la strada ad enormi concessioni imposte alla classe lavoratrice. Il compito delle organizzazioni sindacali è di subordinare i lavoratori ai dettami di Confindustria e della borghesia.

Così come inquietante è l’emergere sulla scena politica di Alessandro Profumo, un rappresentante dell’oligarchia finanziaria parassitaria direttamente responsabile della crisi economica. Profumo ha annunciato la sua possibile candidatura per un governo di tecnocrati.

Profumo di carriera è radicato nel sistema finanziario. È stato l’amministratore delegato di Credito Italiano e di Unicredit fino al 2010, ed è attualmente il vice presidente della Associazione Bancaria Italiana (ABI). È anche membro del consiglio di sicurezza per Sberbank, la più grande banca in Russia. Il principale azionista di Sberbank, Suleiman Kerimov, controlla anche una quota consistente di Gazprom, compagnia energetica.

Profumo è anche una figura chiave nei settori del petrolio e del gas come membro del consiglio di amministrazione del gigante petrolifero Eni. Eni ha svolto un ruolo cruciale nell’intervento italiano in Libia. Il suo rapporto con il Consiglio Nazionale di Transizione libico (CNT) ha portato al primo accordo di sfruttamento del petrolio, raggiunto il 26 settembre. (Vedi in inglese “Italy moves to secure its share of the booty in Libya“).

Letta si è subito precipitato ad accogliere la candidatura di Profumo: “Lo candiderei subito, è una persona appassionata e competente. Ci sarebbe bisogno di persone come lui”.

Profumo è stato un aperto sostenitore della “sinistra”.

Ha sponsorizzato il sindaco Giuliano Pisapia alle elezioni amministrative del maggio scorso. Pisapia è stato deputato e membro del partito ex-stalinista Rifondazione Comunista. Ha vinto le primarie a Milano del Partito Democratico sulla base dell’alleanza Federazione della Sinistra (un rimpasto di ex-stalinisti compresa Rifondazione) e Sinistra Ecologia e Libertà (SEL).

Tutte le organizzazioni della pseudo-sinistra hanno celebrato come una vittoria l’elezione di un candidato sostenuto da banchieri come Profumo. Oggi Pisapia commenta con entusiasmo la possibile candidatura di Profumo stesso: “Ne penso solo bene. Sarebbe sicuramente un apporto prezioso per una buona politica”.

Profumo ha sintetizzato il suo programma in una recente intervista al Corriere della Sera: “Serve uno sforzo da 400 miliardi.

Lo può fare solo un governo tecnico”. In un recente articolo che ha scritto per Il Sole 24 Ore, Profumo sottolinea l’importanza della “qualità delle regole per la competitività… Capire come devono cambiare le norme sul lavoro, le strutture dei mercati, le infrastrutture per mantenere e favorire la competitività risulterà fondamentale, decisivo.”. Questo è il programma che la “sinistra” sta ora sponsorizzando.

Quattrocento miliardi di euro sono un quinto del PIL italiano. Tale programma porterebbe a tutti gli effetti alla distruzione del sistema pensionistico, della pubblica istruzione e dell’assistenza sanitaria.

Il supporto per un governo di tecnocrati è un chiaro segnale ai mercati finanziari che la “sinistra” è pronta ad attuare tutte le misure (anche autoritarie) necessarie per la difesa dei rapporti capitalistici e la protezione degli investimenti privati.

Word Socialist Web Site

Oscuro futuro imposto dalla BCE:sta a noi evitarlo e realizzare il cambiamento

Articolo inviato al blog
di: Salvatore Santoru

L’ormai famosa “lettera segreta della BCE” al governo italiano del 5 agosto 2011 e  recentemente pubblicata su vari quotidiani nazionali,costituisce l’ennesima dimostrazione di come opera il potere,o meglio il vero Potere,in Italia,Europa e non solo.Potere che è  l’espressione di grosse banche d’affari,di giganti industriali,di lobby varie aventi come scopo il perseguimento dei propri interessi(oscuri o meno)a scapito dei nostri,e pronte a tutto pur di continuare nel loro progetto.Il loro ragionamento è tale che pur di salvare i loro profitti,sono disposti a mandare al macello milioni (se non miliardi)di persone come “via d’uscita” dalla crisi generata dalla loro stessa avidità e “mania di potenza”.

E quando i loro camerieri politicanti non adempiono totalmente al  lavoro o sono troppo lenti nel servire il lucroso pasto,arrivano le lamentele di lorsignori pronti a licenziare i vecchi per far spazio al “nuovo”.Come esempio a riguardo , basti pensare alla Confindustria che se sino a ieri era felicemente tra le “menti”  del berlusconismo e del  giullare di Arcore, oggi  è ritornata magicamente alla verginità diventando accerima nemica del suo brillante(ex)alunno colpevole di non essere troppo presentabile agli Dei del mercato finanziario,ma sopratutto di essere troppo poco affidabile per le “questioni delicate”(quelle che contano per l’Olimpo finanziario s’intende).Per queste si è fatto avanti il centrosinistra,il mitologico PD,addiritura abbiamo assistito al risveglio di Prodi!(che avviene sempre in tali situazioni),Letta e compagnia,memori della precendente(1992) svendita dell’Italia ,più il sempre presente(ieri come oggi)Draghi,probabilmente nostalgici della lussuosa gita nel panfilo di “Sua Maestà”,il Britannia.E quando Romano,Mario e amici si incontrano ciò vuol dire solo una cosa:che la malasorte è pronta a colpire nuovamente nello Stivale,indipendentemente da come si presenta(FMI,BCE,CE,ecc).Ovvero,nuove “liberalizzazioni”/privatizzazioni a raffica,tagli,svendite dei patrimoni pubblici,licenziamenti,disocuppazione e così via.Ovvero,tutte cose consigliate(imposte) dal Trichet e dal Drago nella lettera per Berlusconi,3Monti e compagni,ma valide anche per i probabili sostituti Monti,Prodi,D’Alema ecc,questi ultimi rivelatisi nel tempo assai più(stando agli standard gelminiani)”tendenti al merito”.E intanto mentre in Grecia si occupano ministeri,in Spagna ci si “indigna” nelle strade,in Italia per ora (quasi)tutto tace,complice la bipartisan copertura mediatica della propaganda neoliberista “per uscire dalla crisi” avanzata dagli stessi colpevoli(ma intanto ci si scanna per la questione Ballando con le Stelle/Bailà),complice la collusione della “sinistra” istituzionale(non solo italiana,basti vedere in tutta Europa i  vari governi “socialisti”  ad esempio)che oramai si comporta quasi  come la destra neoliberista(della tradizione dei Chicago Boys per intenderci),se non in egual modo.E intanto i banchieri(più le varie troike tecnocratiche e gli industriali) ringraziano,e continuano a truffare come nulla fosse,e il grosso apparato neoliberista procede nel togliere diritti,libertà e dulcis in fondo,quel poco di democrazia(conquistata grazie alle lotte popolari)che ancora era rimasto.E noi cosa facciamo?Continuiamo a dividerci tra squadre di calcio e a distrarci da gossip e reality show come se nulla fosse lasciando campo libero a coloro che ci considerano nemici e ostacoli(per dirla con gli Indignados “Non siamo noi che siamo contro il sistema,è il sistema che è contro di noi”).La soluzione per uscire dalla crisi c’è:non pagare il debito,fare rispettare i nostri diritti e la nostra(precaria) libertà,non lasciarci più manipolare e non delegare,e infine diventare noi i veri decisori della nostra vita e del nostro futuro.

 

Arriva il FMI, ovvero il bacio della morte

di: Debora Billi

Quando ieri ho letto un po’ ovunque i piagnistei per l’avvento cinese, perché “finiremo nelle mani della Cina”, perché “arriva il pericolo giallo”, non sono riuscita a spaventarmi. Proprio per nulla. Avevo il sentore che il nostro debito in mano ai cinesi non fosse messo peggio che in mano ai francesi, ai tedeschi, o a chiunque altro, e che ci sono sicuramenti sorti più tristi.

E infatti. Per la prima volta nella storia, l’esercito del Principe delle Tenebre si sta per avventare su un Paese del G8, ovvero il Fondo Monetario Internazionale si candida a correre a salvamento dell’Italia.

Peggio di così è impossibile. Il prestito del FMI, chiamato da molti analisti internazionali “il Bacio della Morte”, è quello che ha segnato le sorti di tantissimi Paesi in via di sviluppo. Qui un articolato paper di un’Università canadese dall’eloquente titolo “Il Bacio della Morte: gli aiuti del FMI nei mercati dei debiti sovrani”. Tra l’altro, si afferma:

Il risultato di questo semplice modello suggerisce che la pratica del FMI di offrire prestiti in tempi di crisi finanziaria, può servire a rendere più probabile l’insorgere della crisi.

Anche il premio Nobel Joseph Stiglitz ha scritto ampiamente contro il FMI. Riassume Wikipedia:

I prestiti del F.M.I. in questi paesi (Russia e satelliti) sono serviti a rimborsare i creditori occidentali,anziché aiutare le loro economie. Inoltre il F.M.I. ha appoggiato nei Paesi ex-comunisti coloro che si pronunciavano per una privatizzazione rapida, che in assenza delle istituzioni necessarie ha danneggiato i cittadini e rimpinguato le tasche di politici corrotti e uomini d’affari disonesti. 
Stiglitz sottolinea inoltre i legami di molti dirigenti del F.M.I. con i grandi gruppi finanziari americani e il loro atteggiamento arrogante nei confronti degli uomini politici e delle élites del Terzo Mondo, paragonandoli ai colonialisti di fine XIX secolo convinti che la loro dominazione fosse l’unica opportunità di progresso per i popoli “selvaggi”.

Non siamo gli unici a temere l’arrivo di questi uccellacci. Un articoletto del Telegraph di giugno scorso,“Gli avvoltoio del FMI volano in circolo sulla carcassa del Regno Unito” così commentava:

L’FMI è contento di veder crollare le economie così, come per la Grecia, può “aiutarle” con prestiti che vengono ripagati con devastanti rate di interessi e stimoli alla privatizzazione di tutto ciò che si ha di più caro.

Qualcuno invece ha il coraggio di dire no. Si tratta dell’Islanda, che da due giorni è fuori dal Fondo Monetario InternazionaleQui l’unica notizia in italiano, nessun altro giornale né sito ha ritenuto di riportarla.

L’arrivo del FMI in Islanda fu accolto in maniera estremamente fredda da gran parte della popolazione, convinta che il Fmi avrebbe affogato la nazione in uno stato di permanente debito, come ormai troppi paesi hanno già sperimentato in passato. La partenza dei funzionari del Fmi è stata quindi vista con soddisfazione da gran parte dei cittadini.

E noi invece ne festeggiamo l’arrivo. Eppure dovremmo sapere cosa prevede in cambio un prestito del FMI: l’attuazione di determinate politiche economiche, che prevedono la distruzione del welfare, la riduzione degli stipendi, il licenziamento di vaste parti del settore pubblico, riforme delle pensioni, tasse e privatizzazioni.

Soprattutto queste ultime. Il risultato è che regolarmente la situazione peggiora: con la svendita delle imprese pubbliche ai privati, si smette di incamerare introiti; con le tasse e i licenziamenti, si annienta il potere d’acquisto delle famiglie; come risultato della caduta della domanda, le imprese private falliscono e licenziano altra gente. Tale disastro constringe lo Stato a chiedere altri prestiti al FMI, in una spirale che trascina sempre più in fondo.

Non oso pensare che mostro verrà fuori dagli intrallazzi di questo governo con il FMI. Ma non riesco neppure a figurarmi un altro ipotetico governo italiano che abbia il fegato di dire di no.

FONTE: Debora Billi

Wall Street e la City puntano su un crollo dell’Italia

di: Filippo Ghira

La stampa anglosassone, Financial Times e Wall Street Journal, boccia la manovra e spera nella fine dell’euro

La stampa anglosassone, espressione dei veri poteri forti che hanno in mano i destini della finanza e quindi dell’economia internazionale, ha espresso un giudizio negativo sul contenuto della manovra finanziaria. Il fatto non dovrebbe preoccupare in quanto lascia il tempo che trova il fatto che un giornalista dia un giudizio negativo sull’azione di questo o quel governo. Nel caso specifico però gli attacchi del Financial Times e del New York Times devono essere presi nella dovuta considerazione perché sono l’annuncio di nuove speculazioni contro l’Italia. Non si tratta comunque di un fatto nuovo. Gli ambienti finanziari di oltre Manica e di oltre Atlantico si muovono infatti in maniera coordinata. Il mondo anglo-sassone non ha mai nutrito particolare simpatia per l’Italia e per il suo ruolo nel Mediterraneo, nel vicino Oriente e in Asia Centrale e negli ultimi anni per i rapporti strettissimi stabiliti oltre che con la Russia anche con la Libia di Gheddafi.

Così le difficoltà del nostro Paese a tenere sotto controllo la dinamica dei conti pubblici, a cercare di ridurre il disavanzo e il debito per rientrare nei limiti del Patto di Stabilità, come ci chiedono la Commissione europea e la Bce, attraverso una manovra finanziaria aggiuntiva dagli effetti devastanti, ha rappresentato un invito a nozze per i due quotidiani che, dietro l’apparente e dichiarata obiettività, nascondono invece la sporcizia e il comportamento criminale degli ambienti che li ispirano.

Tale realtà è particolarmente grave per una gazzetta come il FT che appartiene ad un Paese che non fa parte del sistema dell’euro, avendo preferito restare attaccato alla sterlina e che all’interno dell’Unione europea ha continuato a svolgere il ruolo di cavallo di Troia degli interessi anglosassoni. Non è un caso che proprio dai paradisi fiscali sotto la sovranità di Londra, le isole del Canale (Guernsey e Jersey) e i dominions dei Caraibi, siano transitati i capitali che hanno operato la massiccia speculazione contro i titoli di Stato greci, portoghesi, spagnoli, irlandesi e italiani e quindi contro la stabilità dell’euro. Soltanto gli idioti di questa sinistra italiota possono utilizzare le uscite del FT (o del settimanale confratello Economist) e del WSJ per rafforzare le proprie critiche nei confronti di un governo, quello di Berlusconi, che ha mille e più motivi per essere criticato. A questi imbecilli, che dovrebbero avere soprattutto a cuore la stabilità dell’Italia, non viene da pensare che gli attacchi della City e di Wall Street siano motivati da ragioni squisitamente di bottega. Come ad esempio la volontà di mettere le mani sulle aziende pubbliche, come Enel, Eni, Finmeccanica e Fincantieri che con buona pace di Frattini rappresentano il nostro vero Ministero degli Esteri e senza le quali il nostro ruolo sullo scenario internazionale sarebbe ridotto a zero. A nessuno di questi imbecilli che auspicano le privatizzazioni, e ai molti che nel centrodestra condividono tale idea criminale, giustificata con la necessità di fare cassa e di abbattere il debito pubblico, viene di pensare, o perché sono ignoranti (nel senso che non conoscono i fatti) o perché sono in malafede, che siamo giunti alla fine di un processo storico. Una fase che prese il via in piena Mani Pulite e che venne avviata dalla Crociera del Britannia del 2 giugno 1992, quando i rappresentanti della City londinese radunarono sul panfilo reale i rappresentanti delle imprese a partecipazione statale per indottrinarli sulla bellezza delle privatizzazioni. Poi ad ottobre partì la speculazione anglo-americana contro la lira (con Soros in prima fila), la nostra moneta fu svalutata del 30% e le imprese pubbliche divennero più convenienti per quella stessa percentuale. A bordo si vide Mario Draghi, allora direttore generale del Tesoro, che fece un discorso introduttivo e quindi scese prima che il panfilo salpasse da Civitavecchia per l’Isola del Giglio per poi tornare in serata. Quel Draghi che poi lavorò alla Goldman Sachs, per poi approdare alla Banca d’Italia ed ottenere ahinoi, anche con il sostegno mediatico inglese, la presidenza della Bce dal 1 novembre prossimo. A tutti gli idioti, specie nel centrosinistra, che delirano per l’indipendenza della stampa britannica, vogliamo ricordare che nel febbraio 1978 la copertina di uno dei numeri dell’Economist riportava l’immagine di Aldo Moro rappresentato come un burattino tirato dai fili e con la didascalia: “E’ finita la commedia”. Poi vennero Via Fani e via Caetani… Basterebbe quindi riciclare il buon vecchio Carlo Marx per ricordarsi e tenere sempre presente che sono la finanza e l’economia a muovere il mondo e che la politica, purtroppo, finisce per esserne soltanto una sovrastruttura, pur potendosi ritagliare qualche angoletto di indipendenza. Purtroppo i signori del PD sono così impegnati sul fronte interno ed estero a presentarsi come il partito delle banche e i fautori del Libero Mercato da avere scordato che esiste un minimo di decenza dal quale non si può derogare. Ed è sconfortante prendere atto che il loro massimo desiderio sia quello di un governo “tecnico” guidato ad esempio da un Mario Monti che, guarda guarda, come i vari Romano Prodi, Mario Draghi e il non compianto Tommaso Padoa Schioppa, vanta rapporti di lavoro o di consulenza con la Goldman Sachs. La banca salvata da Barack Obama con 7,5 miliardi di dollari e considerata dal cittadino medio Usa come il simbolo della più odiosa e odiata speculazione finanziaria.
Per la cronaca il FT considera la manovra aggiuntiva “un fiasco colossale” in quanto essa è stata “annacquata” togliendo il contributo di solidarietà a carico dei ricchi e non contenendo riforme strutturali. Così essa danneggerà l’economia italiana invece di accelerare la crescita. Sulla stessa linea il WSJ che titola “Atene e Roma tengono in ostaggio l’Europa. Se la Bce dovesse interrompere gli acquisti dei Btp italiani decennali, auspica il WSJ,  il conseguente rialzo dei rendimenti potrebbe far cadere il governo Berlusconi, aprendo la strada ad un governo tecnico. In questo caso, gongola il quotidiano dei gangsters americani, il lungo processo per ricostruire la credibilità della terza economia europea potrebbe ricominciare seriamente. Dichiarazioni che confermano che niente avviene per caso e che ignorano volutamente che i rischi che l’economia mondiale corre per una possibile bancarotta italiana sono niente di fronte ai disastri provocati nel 2007-2008  dalla speculazione anglo-americana sull’economia mondiale. Una speculazione che il WSJ e il duo mondezza Bush e Obama avevano bellamente ignorato considerandola la cosa più normale del mondo e che anzi hanno alimentato e premiato.

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FONTE: Rinascita

La Libia e il mondo in cui viviamo

di: William Blum

“Perché ci state attaccando? Perché state uccidendo i nostri figli? Perché state distruggendo le nostre infrastrutture?”

- (30 aprile 2011) Discorso TV del leader libico Muammar Gheddafi, poche ore dopo che la NATO aveva colpito un’ obiettivo a Tripoli, uccidendo il figlio 29enne di Gheddafi, Saif al-Arab, tre nipoti del Colonnello, tutti sotto i dodici anni di età, e parecchi amici e vicini.

Nel suo discorso Gheddafi si era appellato alle nazioni della NATO per un cessate il fuoco e per avviare dei negoziati dopo sei settimane di bombardamenti e attacchi con missili cruise contro il suo paese.

Bene, vediamo se riusciamo a ricavare una qualche comprensione delle complesse turbolenze libiche.

Il Santo Triumvirato  – gli Stati Uniti, la NATO e l’Unione europea – non riconoscono alcun potere superiore e credono, letteralmente, di poter fare nel mondo quello che vogliono, a chi vogliono, per tutto il tempo che vogliono, e chiamano tutto quello che vogliono “umanitario”.

Se il Santo Triumvirato decide di non voler rovesciare il governo in Siria o in Egitto o in Tunisia o in Bahrain o in Arabia Saudita o nello Yemen e in Giordania, non importa quanto crudeli, oppressivi  o religiosamente intolleranti siano quei governi con il loro popolo, non importa quanto essi impoveriscano e torturino la loro gente, non importa quanti manifestanti essi uccidano nella loro Piazza della Libertà; il Triumvirato, semplicemente, non li rovescia.

Se il triumvirato decide di voler rovesciare il governo della Libia, anche se questo governo è laico e ha utilizzato la sua ricchezza petrolifera per il bene del popolo della Libia e dell’Africa, forse più di ogni governo in tutta l’Africa e il Medio Oriente, ma continua a insistere, nel corso degli anni, nello sfidare le ambizioni imperiali del Triumvirato in Africa e ad aumentare le sue richieste alle compagnie petrolifere del Triumvirato, allora il Triumvirato, semplicemente, rovescia il governo della Libia.

Se il Triumvirato vuole punire Gheddafi e i suoi figli, esso provvederà, insieme agli amici del Triumvirato presso la Corte Penale Internazionale, ad emettere mandati di cattura per loro.

Se il Triumvirato non vuole punire i leader di Siria, Egitto,Tunisia, Bahrain, Arabia Saudita, Yemen e Giordania, esso, semplicemente, non chiederà alla Corte Penale Internazionale di emettere mandati di cattura per loro. E’ da quando è stata formata la Corte, nel 1998, che gli Stati Uniti hanno rifiutato di ratificarla e hanno fatto del proprio meglio per denigrarla e ostacolarla, poichè Washington è preoccupata che un giorno i funzionari americani possano essere incriminati per i loro molti crimini di guerra e contro l’umanità. Bill Richardson, come ambasciatore Usa alle Nazioni Unite, ha detto al mondo, nel 1998, che gli Stati Uniti dovrebbero essere esentati dai procedimenti della Corte perché hanno “particolari responsabilità globali”. Ma questo non impedisce agli Stati Uniti di utilizzare la Corte quando gli fa comodo ai fini della loro politica estera.

Se il Triumvirato vuole sostenere una forza militare ribelle per rovesciare il governo della Libia, allora non importa quanto siano fanatici  religiosi, legati ad al-Qaeda , [1] commettano-decapitazioni-torture, siano monarchici o quanto i vari gruppi siano spaccati in fazioni; il Triumvirato li sosterrà, come ha fatto con alcune forze in Afghanistan e Iraq, e con la speranza che, dopo la vittoria, le forze libiche non si rivelino jihadisti come accaduto in Afghanistan, o fratricidi come in Iraq. Una potenziale fonte di conflitti all’interno dei ribelli e all’interno del paese, se governato da loro, è che una dichiarazione costituzionale fatta dal consiglio dei ribelli afferma, pur garantendo la democrazia e i diritti dei non musulmani, che “l’Islam è la religione dello Stato e la principale fonte di legislazione nella giurisprudenza islamica. “[2]

In aggiunta alla lista delle affascinanti qualità dei ribelli abbiamo il rapporto di Amnesty International riguardante gli arresti di massa di persone di colore in tutta la nazione compiuti dai ribelli poiché, secondo loro, sarebbero “mercenari stranieri”. Prove sempre più evidenti dimostrano invece che un gran numero di essi erano semplicemente dei lavoratori immigrati. Secondo la Reuters (29 agosto):

“Sabato scorso i giornalisti videro i corpi in putrefazione di 22 uomini di origine africana su una spiaggia di Tripoli. I volontari che erano venuti a seppellirli hanno riferito ai giornalisti che erano mercenari uccisi dai ribelli.”

Per completare questo ritratto dei nuovi beniamini dell’ Occidente abbiamo questa relazione del The Independent di Londra(27 agosto):

“Gli omicidi sono stati spietati. Sono avvenuti in un ospedale di campo, in una tenda contrassegnata in modo chiaro con il simbolo della mezzaluna islamica. Alcuni dei morti erano in barella, con l’ago di una flebo ancora attaccato al braccio . Alcuni erano sul retro di un’ambulanza, colpita dai proiettili. Altri erano a terra, nel tentativo apparente di strisciare per mettersi al sicuro quando sono stati raggiunti dagli spari. “

Se la propaganda del Triumvirato è abbastanza intelligente e abbastanza ingannevole e dipinge un un immane tragedia iniziata da Gheddafi in Libia, molti progressisti americani ed europei insisteranno sul fatto che, anche se non hanno mai sostenuto l’imperialismo, questa volta stanno facendo un’eccezione, perché……..

>> Il popolo libico sta venendo salvato da un “massacro”, sia reale che potenziale. Questo massacro, però, sembra essere stato grossolanamente esagerato dal Triumvirato, da Al Jazeera, e dal proprietario di questa emittente, il governo del Qatar, e niente si avvicina ad una  prova affidabile che dimostri che un massacro è veramente accaduto, né una fossa comune o qualsiasi altra cosa. Le storie delle stragi sembrano essere alla pari con con quelle degli stupri sotto effetto di Viagra diffuse da al Jazeera (la Fox News della rivolta libica). Il Qatar, va notato, ha svolto un ruolo militare attivo nella guerra civile dalla parte della NATO. Va inoltre osservato che il massacro principale in Libia è stato quello dei sei mesi di bombardamenti quotidiani del Triumvirato, uccidendo un numero imprecisato di persone e distruggendo gran parte delle infrastrutture. Il Prof Juan Cole, della Michigan University, quintessenza del vero credente nelle buone intenzioni della politica estera americana, che riesce comunque ad avere una presenza regolare sui media progressisti, ha scritto recentemente che “Gheddafi non era uomo da compromessi … la sua macchina militare avrebbe falciato i rivoluzionari se gli fosse stato permesso”. Chiaro? Sappiamo tutti, naturalmente, che Sarkozy, Obama, e Cameron hanno fatto compromessi senza fine nella loro devastazione della Libia; ad esempio, non hanno utilizzato armi nucleari.

>> Le Nazioni Unite hanno dato l’ approvazione per un intervento militare, cioè, i principali membri del Triumvirato hanno dato la loro approvazione, dopo che Russia e Cina, codardamente, si sono astenute invece di esercitare il loro potere di veto; (forse sperando di ricevere la stessa cortesia dagli Stati Uniti, dal Regno Unito e dalla Francia quando saranno loro le nazioni ad aggredire).

>> Il popolo della Libia sta venendo “liberato”, qualunque cosa al mondo significhi, ora e per il futuro. Gheddafi è un “dittatore”, insistono. Che effettivamente potrebbe anche essere il termine corretto da utilizzare, ma bisogna chiedere: Lui è un dittatore piuttosto benevolo o è l’altro genere di dittatore favorito da Washington? Inoltre: Dato che gli Stati Uniti hanno abitualmente sostenuto dittatori per tutto il secolo passato, perché lui no?

Il Triumvirato, e i suoi media servili, vorrebbero far credere al mondo che quello che è successo in Libia è solo un altro esempio della primavera araba, una sollevazione popolare di manifestanti non-violenti contro un dittatore per ottenere libertà e democrazia che, diffondendosi spontaneamente dalla Tunisia e Egitto, è arrivata in Libia. Ma ci sono diverse ragioni per mettere in discussione questa analisi a favore della visione della rivolta dei ribelli libici come un tentativo programmato e violento per prendere il potere a nome del proprio movimento politico, per quanto eterogeneo, nella sua fase iniziale, possa apparire tale movimento. Per esempio:

1.Hanno ben presto cominciato a sventolare la bandiera monarchica. Monarchia che Gheddafi aveva rovesciato.

2. Era una ribellione armata e violenta fin quasi dall’inizio. Nel giro di pochi giorni infatti, abbiamo potuto leggere di “cittadini armati con le armi sequestrate dalle basi dell’ esercito ” [3 ] e di “poliziotti che avevano partecipato allo scontro sono stati catturati e impiccati dai manifestanti” [4]

3. La loro rivolta non ha avuto luogo nella capitale, ma nel cuore della regione petrolifera del paese; hanno poi iniziato la produzione di petrolio e hanno dichiarato che i paesi stranieri sarebbero stati ricompensati di oro nero in relazione a quanto ogni paese avesse aiutato la loro causa

4. Hanno istituito ben presto una Banca Centrale, una cosa piuttosto strana per un movimento di protesta

5. Il sostegno internazionale è venuto in fretta, prima ancora dal Qatar e da Al Jazeera, la CIA e l’intelligence francese

L’idea che un leader non abbia il diritto di reprimere una ribellione armata contro lo Stato è troppo assurda da discutere.

Non molto tempo fa, l‘Iraq e la Libia erano i due Stati più moderni e laici del Medio Oriente / Africa del Nord con forse il più alto standard di vita nella regione. Poi sono arrivati gli Stati Uniti d’America e hanno ritenuto opportuno renderli un caso disperato. Il desiderio di sbarazzarsi di Gheddafi era stato in costruzione per anni, il leader libico non era mai stata una pedina affidabile. La primavera araba ha fornito una eccellente opportunità e la relativa copertura. Quanto al perché, scegliete tra i seguenti:

>> Il piano di Gheddafi di condurre il commercio della Libia in Africa di materie prime e di petrolio con una valuta nuova – il dinaro d’oro africano, un cambiamento che avrebbe potuto infliggere un grave colpo alla posizione dominante degli Stati Uniti nell’economia mondiale. (Nel 2000, Saddam Hussein annunciò che il petrolio iracheno sarebbe stato scambiato in euro e non più in dollari; seguirono sanzioni e poi l’invasione ).Per ulteriori approfondimenti si veda qui.

>> Un paese ospitante per l’ Africom, il Comando statunitense in Africa, uno dei sei comandi regionali in cui il Pentagono ha diviso il mondo. Molti paesi africani contattati per essere appunto il paese ospitante hanno rifiutato, a volte anche in termini relativamente forti. L’ Africom ha attualmente sede a Stoccarda, in Germania. Secondo un funzionario del Dipartimento di Stato: “Abbiamo un grosso problema di immagine laggiù … L’opinione pubblica è davvero contraria ad andare a letto con gli Stati Uniti. Essi semplicemente non si fidano degli Stati Uniti…” [5]

>> Una base militare americana per sostituire quella chiusa da Gheddafi dopo aver preso il potere nel 1969.C’è solo una base in Africa, a Gibuti. Si vede per una in Libia  dopo che la situazione si sarà stabilizzata. Forse sarà situata vicino ai pozzi petroliferi americani. O forse al popolo libico sarà data una scelta – una base americana o una base NATO.

>> Un altro esempio della disperata ricerca  da parte della NATO di una ragion d’essere della sua esistenza sin dalla fine della guerra fredda e del Patto di Varsavia.

>> Il ruolo di Gheddafi  nella creazione dell’ Unione africana. Ai padroni delle imprese non piace quando i loro schiavi salariati creano un sindacato. Il leader libico ha anche sostenuto gli Stati Uniti d’Africa perché sa che in un Africa di 54 stati indipendenti, essi continueranno ad essere abbattuti uno per uno e abusati e sfruttati dai membri del Triumvirato. Gheddafi ha inoltre chiesto una maggiore potenza per i piccoli paesi delle Nazioni Unite.

>> L’affermazione del figlio di Gheddafi, Saif el Islam, che la Libia aveva contribuito a finanziare la campagna elettorale di Nicolas Sarkozy, potrebbe aver umiliato il presidente francese e questo spiega la sua ossessione e la sua fretta nel voler essere visto come colui che gioca un ruolo di primo piano nell’ attuazione della “no fly zone “e delle altre misure contro Gheddafi. Un fattore determinante potrebbe essere stato il fatto che la Francia si è indebolita nelle sue ex e neo-colonie in Africa e in Medio Oriente, in parte anche per l’influenza di Gheddafi.

>> Gheddafi è stato uno straordinario sostenitore della causa palestinese e un critico delle politiche israeliane, e in alcune occasioni ha giudicato altri paesi africani e arabi, così come l’Occidente, per le loro politiche o la loro retorica, un motivo in più per la sua mancanza di popolarità tra i leader mondiali di tutti i colori.

>> Nel gennaio del 2009, Gheddafi ha reso noto che stava studiando la possibilità di nazionalizzare le compagnie petrolifere straniere in Libya.[7] Lui ha anche un’altra moneta di scambio : la prospettiva di utilizzare le compagnie petrolifere russe, cinesi e indiane. Durante l’attuale periodo di ostilità, ha invitato questi paesi a compensare la perdita di produzione. Ma tali scenari ora non avranno luogo. Il Triumvirato cercherà invece  di privatizzare la National Oil Corporation, trasferendo la ricchezza petrolifera della Libia in mani straniere.

>> L’impero americano è turbato da qualsiasi minaccia alla sua egemonia. Nel periodo storico attuale l’impero è interessato principalmente alla Russia e alla Cina. La Cina ha esteso gli investimenti energetici e edilizi in Libia e altrove in Africa. L’americano medio non sa né si preoccupa di questo. L’ imperialista americano medio si preoccupa molto, se non altro perchè in questo momento di crescenti richieste di tagli al bilancio militare è fondamentale che i potenti “nemici” siano nominati e mantenuti.

>> Per molte altre ragioni, vedete l’articolo “Perché un cambio di regime in Libia?” di Ismael Hossein-Zadeh, ed i cable dei diplomatici americani pubblicati da Wikileaks – 07TRIPOLI967 11-15-07 (include una denuncia in merito al “nazionalismo delle risorse” libico ).

La parola di un uomo che le maggiori potenze militari del mondo hanno cercato di uccidere

Ricordi della mia vita“, scritto dal colonnello Muammar Gheddafi, 8 aprile 2011, estratti:

Adesso la maggiore forza nella storia militare mi attacca; il mio figliuolo africano, Obama, vuole uccidermi, togliere la libertà al nostro paese, prendere le nostre case gratuite, la nostra medicina gratuita, la nostra istruzione gratuita, il nostro cibo gratuito e sostituirli con il saccheggio in stile statunitense, chiamato “capitalismo”, ma tutti noi del Terzo Mondo sappiamo cosa significa: significa che le corporazioni governano i paesi, governano il mondo, e la gente soffre, quindi non mi rimangono alternative, devo resistere.

E se Allah vuole, morirò seguendo la sua via, la via che ha arricchito il nostro paese con terra coltivabile, cibo e salute e ci ha permesso di aiutare anche i nostri fratelli e sorelle africani ed arabi a lavorare con noi nella Jamahiriya libica.

Non voglio morire, ma se succede, per salvare questo paese, il mio popolo e tutte le migliaia che sono i miei figli, così sia.

Che questo testamento sia la mia voce di fronte al mondo: che ho combattuto contro gli attacchi dei crociati della NATO, che ho combattuto contro la crudeltà, contro il tradimento, che ho combattuto l’Occidente e le sue ambizioni coloniali, e che sono rimasto con i miei fratelli africani, i miei veri fratelli arabi e musulmani, come un faro di luce, quando gli altri stavano costruendo castelli.

Ho vissuto in una casa modesta ed in una tenda. Non ho mai dimenticato la mia gioventù a Sirte, non spesi follemente il nostro tesoro nazionale, e, come Saladino, il nostro grande leader musulmano che riscattò Gerusalemme all’Islam, presi poco per me ….

In Occidente, alcuni mi hanno chiamato “pazzo”, “demente”, però conoscono la verità, ma continuano a mentire ; sanno che il nostro paese è indipendente e libero, che non è in mani coloniali, che la mia visione, il mio percorso è, ed è stato chiaro per il mio popolo : lotterò fino al mio ultimo respiro per mantenerci liberi, che Allah Onnipotente ci aiuti a rimanere fedeli e liberi.

PARTE FINALE DELL’ ARTICOLO E NOTE: Libya And The World We Live In 

DI: Coriintempesta

La ex-sinistra italiana e la nuova manovra di austerità

di: Di Marc Wells – 30 agosto 2011 -

Questo articolo è stato precedentemente pubblicato in inglese il 29 agosto 2011

A meno di un mese dal passaggio della manovra da €79 miliardi che eliminerà le conquiste storiche della classe lavoratrice del dopoguerra, il primo ministro Silvio Berlusconi, sollecitato dalla Banca Centrale Europea (BCE), ha messo a punto un’ulteriore manovra di aggiustamento che aggiunge €45,5 miliardi di tagli e tasse regressive. Queste misure colpiranno duramente la classe lavoratrice e determineranno condizioni di vita intollerabili per vasti strati della popolazione.

Secondo Il Corriere della Sera, il totale dei tagli e nuove tasse per i prossimi tre anni ammonta a €195 miliardi. Questa è una stima approssimativa e conservatrice, che non tiene in considerazione l’impatto finale della misura sul bilancio pubblico, per non parlare di un successivo provvedimento attualmente in discussione che estende ulteriormente l’età pensionabile.

Nonostante le dimensioni gigantesche del pacchetto, gli economisti di Nomura International, per esempio, affermano che “il piano non è sufficientemente ambizioso, data l’entità dei problemi strutturali italiani.” Prevedono che le agenzie di rating Moody’s e Standard & Poor’s troveranno un “ulteriore motivo di downgrade” del rating del Paese già dal mese di settembre. È lecito attendersi che manovre come questa non siano le ultime di questa portata.

La manovra di Berlusconi è principalmente un attacco frontale contro i lavoratori del settore pubblico. Oltre a tagli sul bilancio dello Stato pari a oltre €17 miliardi, 54.000 posti di lavoro statali saranno eliminati, mentre 87.000 saranno persi a livello di governo locale (regioni, province e comuni). Tutti i settori del governo vedranno un acceleramento del processo di privatizzazione dei servizi pubblici.

L’attacco ai diritti dei lavoratori più anziani continuerà. L’età pensionabile per le donne, per esempio, sarà aumentata a 65 anni a partire dal 2016, per essere pienamente attuata entro il 2027. Altri durissimi attacchi sono in discussione.

I dipendenti pubblici in molti casi perderanno la tredicesima, e potranno essere trasferiti con facilità.

I pagamenti per il Trattamento di Fine Rapporto (TFR) saranno ritardati fino a due anni. Una serie di cambiamenti nei rapporti di lavoro aumenterà l’insicurezza e la vulnerabilità dei lavoratori, incrementando la piaga della precarietà.

Una pletora di imposte regressive, da quelle sulle vendite di sigarette al carburante ai giochi, penalizza la popolazione attiva, mentre altre tasse imposte alle compagnie energetiche si tradurranno in aumenti delle tariffe.

L’establishment politico, da destra a “sinistra”, accetta e insiste sul “pareggio dei conti”. In particolare vale la pena considerare la risposta dei pablisti di Sinistra Critica.

Questo gruppo di finta sinistra e senza principi è affiliato con il Segretariato Unificato che si separò dal movimento Trotskyista sotto la guida di Michel Pablo e Ernest Mandel nel 1953.

Nella loro dichiarazione, i pablisti italiani lamentano del fatto che: “La decisione del governo Berlusconi di anticipare la manovra, rispondendo così ai diktat di Bce [Banca Centrale Europea] e ‘mercati internazionali’ svela le ipocrisie e le litanie dell’ultimo mese”. Per loro, si tratta di “un capitalismo al palo che non riesce a garantire più né benessere né un futuro degno “.

La retorica utilizzata da Sinistra Critica ha uno scopo specifico: nascondere il loro supporto alla manovra.

Sinistra Critica nasce nel 2005 come tendenza all’interno di Rifondazione Comunista, che a sua volta è una permutazione politica dello stalinista PCI, il cui record di tradimenti nel dopoguerra è alla base del progressivo deterioramento delle condizioni della classe lavoratrice italiana.

Come il suo alleato in Francia, il Nuovo Partito Anticapitalista (NPA), Sinistra Critica è un partito di ordine borghese, con una prospettiva nazionalista di centro-sinistra.

I suoi leader Franco Turigliatto, Salvatore Cannavò e Luigi Malabarba hanno tutti una storia lunga e deplorevole all’interno del movimento pablista e sono stati eletti durante il governo Prodi del 2006-08, fornendo supporto cruciale e credibilità di “sinistra” alle politiche imperialiste e anti-classe lavoratrice di quella amministrazione.

Nel 2007, Sinistra Critica operava all’interno di Rifondazione, uno dei nove partiti che sostenevano il governo Prodi II, le cui politiche di destra hanno trovato forte opposizione da parte della stragrande maggioranza della popolazione italiana.

Turigliatto, senatore sotto il governo Prodi II, svolse un ruolo particolarmente perfido. Alla fine del febbraio 2007, votò contro la politica estera di Prodi, ma una settimana dopo contribuì a far ottenere la vittoria contro una mozione di sfiducia che permise quindi al governo di sopravvivere temporaneamente.

Quel voto nello specifico approvava un ultimatum di 12 punti del governo Prodi che comprendeva, tra l’altro, l’approvazione incondizionata delle sue politiche imperialiste in Afghanistan e in Libano, la “riforma” del sistema pensionistico e la costruzione della ferrovia ad alta velocità TAV, nonostante la fortissima opposizione fra i lavoratori.

Questo è il modus operandi di Sinistra Critica. Predica e diffonde una retorica di “sinistra”, comprese le critiche della sinistra ufficiale borghese, mentre lavora a tutto spiano affinché i lavoratori non intraprendano una lotta indipendente dai vari partiti ex-stalinisti, le burocrazie sindacali e socialdemocratiche.

Quando il mese scorso Berlusconi si rivolse alle “parti sociali” (sindacati, grandi imprese e banche), i sindacati hanno fornito il supporto necessario per attuare queste misure (vedi: “Il governo prepara nuovi tagli dopo il panico nei mercati azionari“). Sinistra Critica è pienamente consapevole di ciò. In egual misura al ruolo svolto all’interno del governo Prodi, il presente e consapevole impegno dei pablisti è quello di incoraggiare le illusioni nella capacità dei sindacati a opporsi alle misure di austerità e di altri attacchi.

Questo è il motivo per cui Sinistra Critica dichiara disonestamente che “segnali inquietanti giungono dal fronte sindacale”, quando si subordinano a “Confindustria in una corsa alla ‘responsabilità nazionale’”. I pablisti chiedono retoricamente: “

Ora che il governo ha deciso di andare davvero in questa direzione – tra l’altro applicando il pareggio di bilancio in Costituzione e quindi decidendo di appendere le sorti del Paese alle volontà dei “mercati”, cioè della grande finanza e della speculazione – come farà la Cgil a giustificare una sua contrarietà?”

La risposta è molto semplice: non c’è nessuna opposizione a tale “volontà dei mercati”, non dai sindacati, né da Sinistra Critica. I sindacati accettano incondizionatamente le relazioni capitaliste e funzionano come veicolo per subordinare gli interessi dei lavoratori alle esigenze del capitale. Qualsiasi organizzazione, come Sinistra Critica, che presenta i sindacati in contrasto con le politiche di libero mercato, sta esplicitamente cercando di ingannare i lavoratori.

Questo è esattamente ciò che sta facendo Sinistra Critica, sostenendo l’iniziativa “Dobbiamo fermarli”; una bravata organizzata dai sindacati, in particolare dalla CGIL, per darsi un pò di credibilità e disorientare i lavoratori.

Questa operazione fasulla, compresa l’organizzazione di una manifestazione il 15 ottobre, ha lo scopo di permettere al governo il tempo necessario per avviare la piena attuazione di tutte le sue misure e demoralizzare la popolazione.

Il partner politico di Turigliatto, Salvatore Cannavò, è uno dei principali leader del Segretariato Unificato pablista. Durante il governo Prodi, Cannavò è stato Deputato. Anch’egli ha sostenuto Prodi e poi lasciato Rifondazione—di cui era membro sin dalla sua fondazione nel 1991—con Turigliatto per creare Sinistra Critica, dopo che il precedente partito era stato completamente screditato.

Gli articoli di Cannavò rivelano una vasta gamma di opportunismo politico. Lo spontaneismo è glorificato; la classe operaia internazionale è inesistente. Ciò che esiste per questo veterano operatore politico è il presente quadro politico borghese e la possibilità di navigarlo attraverso perverse alleanze con i partiti della cosiddetta “sinistra” e di centro-sinistra.

In un recente articolo dal titolo “Elezioni comunali: la sconfitta di Berlusconi” celebra la “sconfitta per la destra” e gli avanzamenti del centro-sinistra, che caratterizza non come il nemico dei lavoratori ma come “un’alternativa alla destra” che “ha riacquisito un po’ di credibilità”.

Cannavò sta spianando la strada per una nuova coalizione con le stesse forze borghesi con le quali si alleò nel governo 2006. È disposto ad andare fino alla destra come tutti gli altri suoi colleghi di “sinistra”. Nel caso del Partito Democratico, uno dei discendenti del PCI, ciò include la possibilità di alleanze con il neo-fascista Gianfranco Fini (vedi: “Governo in crisi in Italia: il segretario dei democratici sostiene il post-fascista Fini“).

Un’altra figura di spicco di Sinistra Critica, Luigi Malabarba, merita altrettanta attenzione. Malabarba è un operaio all’Alfa Romeo. Ha una lunga storia come sindacalita dei metalmeccanici FIOM-CGIL, così come dei SinCobas (ora USB, una organizzazione sindacale nazionalista). Come Turigliatto e Cannavò, lo sviluppo politico di Malabarba è stato plasmato dal pablismo e dal suo principale esponente, l’arci-opportunista Livio Maitan.

Senatore sia durante i governi Berlusconi II e III (2001-06), così come parte del governo Prodi II, fino ad ottobre 2006, Malabarba è stato membro del Comitato Parlamentare di Controllo sui Servizi Segreti (ora COPASIR).

L’ex-stalinista ed ex primo ministro Massimo D’Alema ha perfettamente caratterizzato questa istituzione quando ha preso il posto di presidente del Comitato nel 2010: “Intendo lavorare nello spirito che ha fin qui guidato il Comitato: collaborazione istituzionale e senso dello Stato”. Il ruolo di questa istituzione è esattamente quello di coprire i crimini dello stato italiano.

Questo elemento della ex-sinistra rimane fedele alla sua eredità di collaborazione di classe e di difesa degli interessi nazionali sostenendo appieno lo stato capitalista e i sindacati. Il suo ruolo nella situazione attuale in Italia è quello di incoraggiare fallimentari scioperi giornalieri e sterili politiche di protesta, assicurando quindi sconfitte dopo sconfitte.

La lotta contro i tagli e le misure di austerità inizia proprio con una ferma rottura e lotta contro i sindacati e i partiti di ex-sinistra come Sinistra Critica, il cui unico scopo è quello di garantire la subordinazione dei lavoratori alle imposizioni delle grandi imprese e i crescenti attacchi da parte dello Stato.

FONTE: Word Socialist Web Site