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Tag: Destra

La ex-sinistra italiana e la nuova manovra di austerità

di: Di Marc Wells - 30 agosto 2011 -

Questo articolo è stato precedentemente pubblicato in inglese il 29 agosto 2011

A meno di un mese dal passaggio della manovra da €79 miliardi che eliminerà le conquiste storiche della classe lavoratrice del dopoguerra, il primo ministro Silvio Berlusconi, sollecitato dalla Banca Centrale Europea (BCE), ha messo a punto un’ulteriore manovra di aggiustamento che aggiunge €45,5 miliardi di tagli e tasse regressive. Queste misure colpiranno duramente la classe lavoratrice e determineranno condizioni di vita intollerabili per vasti strati della popolazione.

Secondo Il Corriere della Sera, il totale dei tagli e nuove tasse per i prossimi tre anni ammonta a €195 miliardi. Questa è una stima approssimativa e conservatrice, che non tiene in considerazione l’impatto finale della misura sul bilancio pubblico, per non parlare di un successivo provvedimento attualmente in discussione che estende ulteriormente l’età pensionabile.

Nonostante le dimensioni gigantesche del pacchetto, gli economisti di Nomura International, per esempio, affermano che “il piano non è sufficientemente ambizioso, data l’entità dei problemi strutturali italiani.” Prevedono che le agenzie di rating Moody’s e Standard & Poor’s troveranno un “ulteriore motivo di downgrade” del rating del Paese già dal mese di settembre. È lecito attendersi che manovre come questa non siano le ultime di questa portata.

La manovra di Berlusconi è principalmente un attacco frontale contro i lavoratori del settore pubblico. Oltre a tagli sul bilancio dello Stato pari a oltre €17 miliardi, 54.000 posti di lavoro statali saranno eliminati, mentre 87.000 saranno persi a livello di governo locale (regioni, province e comuni). Tutti i settori del governo vedranno un acceleramento del processo di privatizzazione dei servizi pubblici.

L’attacco ai diritti dei lavoratori più anziani continuerà. L’età pensionabile per le donne, per esempio, sarà aumentata a 65 anni a partire dal 2016, per essere pienamente attuata entro il 2027. Altri durissimi attacchi sono in discussione.

I dipendenti pubblici in molti casi perderanno la tredicesima, e potranno essere trasferiti con facilità.

I pagamenti per il Trattamento di Fine Rapporto (TFR) saranno ritardati fino a due anni. Una serie di cambiamenti nei rapporti di lavoro aumenterà l’insicurezza e la vulnerabilità dei lavoratori, incrementando la piaga della precarietà.

Una pletora di imposte regressive, da quelle sulle vendite di sigarette al carburante ai giochi, penalizza la popolazione attiva, mentre altre tasse imposte alle compagnie energetiche si tradurranno in aumenti delle tariffe.

L’establishment politico, da destra a “sinistra”, accetta e insiste sul “pareggio dei conti”. In particolare vale la pena considerare la risposta dei pablisti di Sinistra Critica.

Questo gruppo di finta sinistra e senza principi è affiliato con il Segretariato Unificato che si separò dal movimento Trotskyista sotto la guida di Michel Pablo e Ernest Mandel nel 1953.

Nella loro dichiarazione, i pablisti italiani lamentano del fatto che: “La decisione del governo Berlusconi di anticipare la manovra, rispondendo così ai diktat di Bce [Banca Centrale Europea] e ‘mercati internazionali’ svela le ipocrisie e le litanie dell’ultimo mese”. Per loro, si tratta di “un capitalismo al palo che non riesce a garantire più né benessere né un futuro degno “.

La retorica utilizzata da Sinistra Critica ha uno scopo specifico: nascondere il loro supporto alla manovra.

Sinistra Critica nasce nel 2005 come tendenza all’interno di Rifondazione Comunista, che a sua volta è una permutazione politica dello stalinista PCI, il cui record di tradimenti nel dopoguerra è alla base del progressivo deterioramento delle condizioni della classe lavoratrice italiana.

Come il suo alleato in Francia, il Nuovo Partito Anticapitalista (NPA), Sinistra Critica è un partito di ordine borghese, con una prospettiva nazionalista di centro-sinistra.

I suoi leader Franco Turigliatto, Salvatore Cannavò e Luigi Malabarba hanno tutti una storia lunga e deplorevole all’interno del movimento pablista e sono stati eletti durante il governo Prodi del 2006-08, fornendo supporto cruciale e credibilità di “sinistra” alle politiche imperialiste e anti-classe lavoratrice di quella amministrazione.

Nel 2007, Sinistra Critica operava all’interno di Rifondazione, uno dei nove partiti che sostenevano il governo Prodi II, le cui politiche di destra hanno trovato forte opposizione da parte della stragrande maggioranza della popolazione italiana.

Turigliatto, senatore sotto il governo Prodi II, svolse un ruolo particolarmente perfido. Alla fine del febbraio 2007, votò contro la politica estera di Prodi, ma una settimana dopo contribuì a far ottenere la vittoria contro una mozione di sfiducia che permise quindi al governo di sopravvivere temporaneamente.

Quel voto nello specifico approvava un ultimatum di 12 punti del governo Prodi che comprendeva, tra l’altro, l’approvazione incondizionata delle sue politiche imperialiste in Afghanistan e in Libano, la “riforma” del sistema pensionistico e la costruzione della ferrovia ad alta velocità TAV, nonostante la fortissima opposizione fra i lavoratori.

Questo è il modus operandi di Sinistra Critica. Predica e diffonde una retorica di “sinistra”, comprese le critiche della sinistra ufficiale borghese, mentre lavora a tutto spiano affinché i lavoratori non intraprendano una lotta indipendente dai vari partiti ex-stalinisti, le burocrazie sindacali e socialdemocratiche.

Quando il mese scorso Berlusconi si rivolse alle “parti sociali” (sindacati, grandi imprese e banche), i sindacati hanno fornito il supporto necessario per attuare queste misure (vedi: “Il governo prepara nuovi tagli dopo il panico nei mercati azionari“). Sinistra Critica è pienamente consapevole di ciò. In egual misura al ruolo svolto all’interno del governo Prodi, il presente e consapevole impegno dei pablisti è quello di incoraggiare le illusioni nella capacità dei sindacati a opporsi alle misure di austerità e di altri attacchi.

Questo è il motivo per cui Sinistra Critica dichiara disonestamente che “segnali inquietanti giungono dal fronte sindacale”, quando si subordinano a “Confindustria in una corsa alla ‘responsabilità nazionale’”. I pablisti chiedono retoricamente: “

Ora che il governo ha deciso di andare davvero in questa direzione – tra l’altro applicando il pareggio di bilancio in Costituzione e quindi decidendo di appendere le sorti del Paese alle volontà dei “mercati”, cioè della grande finanza e della speculazione – come farà la Cgil a giustificare una sua contrarietà?”

La risposta è molto semplice: non c’è nessuna opposizione a tale “volontà dei mercati”, non dai sindacati, né da Sinistra Critica. I sindacati accettano incondizionatamente le relazioni capitaliste e funzionano come veicolo per subordinare gli interessi dei lavoratori alle esigenze del capitale. Qualsiasi organizzazione, come Sinistra Critica, che presenta i sindacati in contrasto con le politiche di libero mercato, sta esplicitamente cercando di ingannare i lavoratori.

Questo è esattamente ciò che sta facendo Sinistra Critica, sostenendo l’iniziativa “Dobbiamo fermarli”; una bravata organizzata dai sindacati, in particolare dalla CGIL, per darsi un pò di credibilità e disorientare i lavoratori.

Questa operazione fasulla, compresa l’organizzazione di una manifestazione il 15 ottobre, ha lo scopo di permettere al governo il tempo necessario per avviare la piena attuazione di tutte le sue misure e demoralizzare la popolazione.

Il partner politico di Turigliatto, Salvatore Cannavò, è uno dei principali leader del Segretariato Unificato pablista. Durante il governo Prodi, Cannavò è stato Deputato. Anch’egli ha sostenuto Prodi e poi lasciato Rifondazione—di cui era membro sin dalla sua fondazione nel 1991—con Turigliatto per creare Sinistra Critica, dopo che il precedente partito era stato completamente screditato.

Gli articoli di Cannavò rivelano una vasta gamma di opportunismo politico. Lo spontaneismo è glorificato; la classe operaia internazionale è inesistente. Ciò che esiste per questo veterano operatore politico è il presente quadro politico borghese e la possibilità di navigarlo attraverso perverse alleanze con i partiti della cosiddetta “sinistra” e di centro-sinistra.

In un recente articolo dal titolo “Elezioni comunali: la sconfitta di Berlusconi” celebra la “sconfitta per la destra” e gli avanzamenti del centro-sinistra, che caratterizza non come il nemico dei lavoratori ma come “un’alternativa alla destra” che “ha riacquisito un po’ di credibilità”.

Cannavò sta spianando la strada per una nuova coalizione con le stesse forze borghesi con le quali si alleò nel governo 2006. È disposto ad andare fino alla destra come tutti gli altri suoi colleghi di “sinistra”. Nel caso del Partito Democratico, uno dei discendenti del PCI, ciò include la possibilità di alleanze con il neo-fascista Gianfranco Fini (vedi: “Governo in crisi in Italia: il segretario dei democratici sostiene il post-fascista Fini“).

Un’altra figura di spicco di Sinistra Critica, Luigi Malabarba, merita altrettanta attenzione. Malabarba è un operaio all’Alfa Romeo. Ha una lunga storia come sindacalita dei metalmeccanici FIOM-CGIL, così come dei SinCobas (ora USB, una organizzazione sindacale nazionalista). Come Turigliatto e Cannavò, lo sviluppo politico di Malabarba è stato plasmato dal pablismo e dal suo principale esponente, l’arci-opportunista Livio Maitan.

Senatore sia durante i governi Berlusconi II e III (2001-06), così come parte del governo Prodi II, fino ad ottobre 2006, Malabarba è stato membro del Comitato Parlamentare di Controllo sui Servizi Segreti (ora COPASIR).

L’ex-stalinista ed ex primo ministro Massimo D’Alema ha perfettamente caratterizzato questa istituzione quando ha preso il posto di presidente del Comitato nel 2010: “Intendo lavorare nello spirito che ha fin qui guidato il Comitato: collaborazione istituzionale e senso dello Stato”. Il ruolo di questa istituzione è esattamente quello di coprire i crimini dello stato italiano.

Questo elemento della ex-sinistra rimane fedele alla sua eredità di collaborazione di classe e di difesa degli interessi nazionali sostenendo appieno lo stato capitalista e i sindacati. Il suo ruolo nella situazione attuale in Italia è quello di incoraggiare fallimentari scioperi giornalieri e sterili politiche di protesta, assicurando quindi sconfitte dopo sconfitte.

La lotta contro i tagli e le misure di austerità inizia proprio con una ferma rottura e lotta contro i sindacati e i partiti di ex-sinistra come Sinistra Critica, il cui unico scopo è quello di garantire la subordinazione dei lavoratori alle imposizioni delle grandi imprese e i crescenti attacchi da parte dello Stato.

FONTE: Word Socialist Web Site

E se non pagassimo il debito?

La decisione del governo Berlusconi di anticipare la manovra, rispondendo così ai diktat di Bce e “mercati internazionali” svela le ipocrisie e le litanie dell’ultimo mese: la crisi economica si traduce in quello che era lecito immaginarsi, l’ennesimo “massacro sociale” prodotto dalla corsa sfrenata ai profitti di un capitalismo al palo che non riesce a garantire più né benessere né un futuro degno. Si può certo puntare il dito contro il debito pubblico italiano, il terzo debito del mondo ma senza dimenticare due dati. Quel debito c’era anche un mese fa, un anno fa, tre anni fa e non ha prodotto nessun attacco speculativo, nessuna crisi emergenziale. Secondo, quel debito è la misura non solo della dissennatezza della politica italiana degli ultimi trent’anni ma anche di una gigantesca redistribuzione del reddito dai salari, stipendi e pensioni ai profitti delle grandi banche e della società finanziarie internazionali che detengono gran parte del debito italiano. E’ dunque utile cercare di guardare la sostanza dei problemi.

Negli ultimi due decenni il capitalismo, grazie alla spinta delle politiche dominanti, portate avanti da governi di centrodestra e centrosinistra, ha cercato di salvare sé stesso e la sua assenza di spinta propulsiva accumulando una valanga di debiti. Gli economisti più avvertiti spiegano bene che la lievitazione di “sub-prime” e similari è servita per compensare l’assenza di investimenti produttivi in grado di tenere alti i profitti. Solo che, a un certo punto, per evitare il collasso del sistema, i governi si sono accollati la mole di questi debiti trasferendoli sui bilanci pubblici. Oggi il conto è presentato a lavoratori e lavoratrici, a giovani precari, a donne e pensionati. Non è un caso se l’unica misura concreta presa dal governo Berlusconi sia quella di anticipare il taglio delle agevolazioni fiscali e assistenziali, cioè le misure che interessano la maggioranza della popolazione, spesso quella che paga le tasse e che vive del proprio lavoro. Allo stesso tempo neanche un euro viene prelevato dalle tasche delle fasce più ricche.

A questa decisione, “ordinata” dalla Bce e dai suoi controllori, l’opposizione parlamentare non sa cosa rispondere, balbetta frasi incomprensibili oscillanti tra il senso di responsabilità ordinato dal presidente Napolitano e la necessità di segnalare una diversità che non esiste. Il Parlamento non offrirà risposte né sorprese interessanti visto che si è messo sotto tutela della banche e della finanza.

E anche il sindacato si è voluto incatenare a questa logica, mettendosi sotto la tutela di Confindustria, facendo proprio il dogma del pareggio di bilancio e rilanciando misure come privatizzazioni e riforma del mercato del lavoro. Cosa hanno prodotto tonnellate di leggi – legge Treu, legge 30 etc. – che hanno precarizzato il lavoro oppure le grandi privatizzazioni italiane – Telecom, Autostrade, Alitalia – negli ultimi dieci-quindi anni? Nulla. Il pareggio di bilancio in Costituzione, tra l’altro, impicca l’Italia alle variabili della finanza: che succede se una volta approvato un bilancio in pareggio si verifica un rialzo dei tassi di interesse, facendo aumentare la spesa, o se arriva una recessione imprevista?

In questo clima misure come la Patrimoniale non vengono prese in considerazioni da nessuno: la stessa Cgil l’ha proposta qualche mese fa per poi dimenticarsene.

Ma anche sul debito occorre fare una riflessione più seria. Esiste ormai in Europa una corrente di pensiero (vedi il libro “Les dettes illégitimes” di François Chesnais) che arriva addirittura a proporre il non rimborso del debito a certe condizioni. “L’ingiunzione di pagare il debito – spiega Chesnais – si basa implicitamente su questa idea che il denaro, frutto del risparmio pazientemente accumulato con il duro lavoro, sia stato effettivamente prestato. Questo può essere il caso per i risparmi delle famiglie o dei fondi del sistema di pensione per capitalizzazione. Non è il caso delle banche e degli hedge funds. Quando questi “prestano” agli Stati, comprando buoni del Tesoro aggiudicati dal Ministero delle Finanze, lo fanno con somme fittizie, la cui messa a disposizione si basa su una rete di relazioni e di transazioni interbancarie”.

Un esempio di non pagamento del debito, con ri-negoziazione con i creditori, spiega ancora l’economista francese, è quanto realizzato nel 2007 dal presidente dell’Ecuador, Rafael Correa che ha realizzato un audit pubblico quantificando il debito detenuto da società di speculazione internazionale o dai banchieri nordamericani i quali sono stati costretti a negoziare con il governo ecuadoregno. Cose da terzo mondo, si dirà, ma la Grecia non ha dimostrato che la situazione in Europa può essere analoga e che quindi il problema non può essere eluso? Anche perché come si può pensare davvero di rientrare da un debito del 120% per Pil senza annientare il nostro Paese?

 

Salvatore Cannavò, “Il Fatto” visto su Rivista Eurasia

Il Pendolo del bipolarismo

Un luogo comune sul sistema politico odierno, in Italia come nel resto d’occidente, è la considerazione positiva che accompagna l’idea di bipolarismo. Le direttive ideologiche diffuse tramite i soliti giornali fedeli al sistema americano-centrico parlano chiaro: il bipolarismo è una conquista della civiltà perché consente la cosiddetta “alternanza” di forze politiche al potere e , tramite questa, l’effettivo svolgimento della democrazia. In realtà, come per tutti i dogmi diffusi dai canali mediatici, le qualità del bipolarismo sono tutte da dimostrare, anzi è palese che dietro questo concetto si nasconde la solita malcelata tirannia atlantica. Il bipolarismo, che nei casi più vincenti può evolversi in bipartitismo e quindi rendere il tutto più controllabile ed efficiente sotto la guida di due gruppi politici ben affiatati, in realtà nell’uniche condizioni in cui si è manifestato e cioè in sistemi di liberismo economico e democratico, è l’ultimo stadio del cosiddetto “sviluppo”. Lo “sviluppo” è la logica politica con cui si impone l’americanismo o l’atlantismo (a seconda del senso in cui consideriamo la questione): parte dalle conquiste coloniali, passa per l’imposizione di governi amici, promuove la democrazia ed il libero mercato, infine se riesce ad imporre il bipolarismo ha raggiunto il suo scopo, si rivela vincente e riesce a consegnare nelle mani statunitensi qualsiasi territorio sottoposto a tale trattamento. Negli stadi intermedi, che possiamo riscontrare oggi per esempio in Iraq, vengono usate varie strategie, dalle più antiche tipo il divide et impera fra sciiti e sunniti, alle più moderne, ma nell’ultimo stadio di conquista e cioè lo stadio del bipolarismo, dove per esempio ci troviamo noi in Italia, la strategia è quasi infallibile anche perché supportata dall’offensiva mediatica della “multinazionale del consenso”. Il bipolarismo funziona come un pendolo: la guida dell’oscillazione è sempre la stessa, è solo il termine del pendolo che passa regolarmente da una parte all’altra (qualcuno direbbe da destra a sinistra, ma questi concetti non hanno più il minimo significato). Così anche il nostro sistema politico riceve le direttive principali, che sono coerenti e unidirezionali, dal centro atlantico e le trasmette in pratica sul nostro territorio, attraverso la farsa bipolare oscillante. Le classi dirigenti che si alternano al potere, nel fingersi del tutto ostili sono in realtà totalmente affini; il loro darsi il cambio ha quindi una logica ben precisa. I due schieramenti così come vengono dipinti dalla propaganda, dovrebbero infatti rappresentare diverse categorie di persone; allora il compito del bipolarismo risiede proprio nel consentire il porre in essere di alcune scelte-leggi quando governa un polo ed altri tipi di scelte-leggi quando governa l’altro. In realtà, ripetiamo, queste non sono davvero scelte che rispondono a diverse idee politiche, sono totalmente affini e coerenti, però vengono dipinte come se fossero inconciliabili dalla propaganda mediatica per giustificare questo sistema; queste scelte sono perfettamente coerenti, ma non possono essere prese da un solo polo perché non verrebbero accettate da diversi gruppi che questo stesso polo rappresenta. Alcune leggi può farle solo la sedicente “sinistra”, altre solo la sedicente “destra”, con il risultato di ritrovarsi tutte queste leggi (ripetiamo) coerenti, che vengono accettate in questo modo da tutta la popolazione che giustifica una legge nociva con la democraticità del bipolarismo. Così avremo leggi a favore dell’affidamento dei figli alle coppie omosessuali fatte da “sinistra”, perché è questa che si è arrogata il diritto di rappresentare determinate categorie abituate a considerare favorevolmente una scelta del genere; queste leggi però una volta varate, anche se a parole osteggiate dalla “destra” nel momento in cui toccherà a quest’ultima il compito di governare, non verranno assolutamente cancellate, perché in realtà fanno parte della coerenza liberal-democratica; il dichiararsi contrari a leggi fatte della parte alla quale si finge di opporsi, fa proprio parte del giogo bipolare, si crea spirito di appartenenza e quindi fedeltà a tale sistema litigando, ma si procede coerentemente nel binario unico della dittatura liberal-democratica. Le leggi a favore delle scuole private, degli ospedali privati, spesso fatte da “destra” non vengono mai assolutamente annullate dalla “sinistra” proprio perché fanno parte della stessa concezione politica; lo scontro è totalmente fittizio. Gli esempi potrebbero continuare all’infinito, ma il succo della questione è ormai chiaro: con il suo moto ipnotizzatore il pendolo bipolare porta acqua sempre al solito mulino, fa girare sempre le lancette del tempo liberistaUn luogo comune sul sistema politico odierno, in Italia come nel resto d’occidente, è la considerazione positiva che accompagna l’idea di bipolarismo. Le direttive ideologiche diffuse tramite i soliti giornali fedeli al sistema americano-centrico parlano chiaro: il bipolarismo è una conquista della civiltà perché consente la cosiddetta “alternanza” di forze politiche al potere e , tramite questa, l’effettivo svolgimento della democrazia. In realtà, come per tutti i dogmi diffusi dai canali mediatici, le qualità del bipolarismo sono tutte da dimostrare, anzi è palese che dietro questo concetto si nasconde la solita malcelata tirannia atlantica. Il bipolarismo, che nei casi più vincenti può evolversi in bipartitismo e quindi rendere il tutto più controllabile ed efficiente sotto la guida di due gruppi politici ben affiatati, in realtà nell’uniche condizioni in cui si è manifestato e cioè in sistemi di liberismo economico e democratico, è l’ultimo stadio del cosiddetto “sviluppo”. Lo “sviluppo” è la logica politica con cui si impone l’americanismo o l’atlantismo (a seconda del senso in cui consideriamo la questione): parte dalle conquiste coloniali, passa per l’imposizione di governi amici, promuove la democrazia ed il libero mercato, infine se riesce ad imporre il bipolarismo ha raggiunto il suo scopo, si rivela vincente e riesce a consegnare nelle mani statunitensi qualsiasi territorio sottoposto a tale trattamento. Negli stadi intermedi, che possiamo riscontrare oggi per esempio in Iraq, vengono usate varie strategie, dalle più antiche tipo il divide et impera fra sciiti e sunniti, alle più moderne, ma nell’ultimo stadio di conquista e cioè lo stadio del bipolarismo, dove per esempio ci troviamo noi in Italia, la strategia è quasi infallibile anche perché supportata dall’offensiva mediatica della “multinazionale del consenso”. Il bipolarismo funziona come un pendolo: la guida dell’oscillazione è sempre la stessa, è solo il termine del pendolo che passa regolarmente da una parte all’altra (qualcuno direbbe da destra a sinistra, ma questi concetti non hanno più il minimo significato). Così anche il nostro sistema politico riceve le direttive principali, che sono coerenti e unidirezionali, dal centro atlantico e le trasmette in pratica sul nostro territorio, attraverso la farsa bipolare oscillante. Le classi dirigenti che si alternano al potere, nel fingersi del tutto ostili sono in realtà totalmente affini; il loro darsi il cambio ha quindi una logica ben precisa. I due schieramenti così come vengono dipinti dalla propaganda, dovrebbero infatti rappresentare diverse categorie di persone; allora il compito del bipolarismo risiede proprio nel consentire il porre in essere di alcune scelte-leggi quando governa un polo ed altri tipi di scelte-leggi quando governa l’altro. In realtà, ripetiamo, queste non sono davvero scelte che rispondono a diverse idee politiche, sono totalmente affini e coerenti, però vengono dipinte come se fossero inconciliabili dalla propaganda mediatica per giustificare questo sistema; queste scelte sono perfettamente coerenti, ma non possono essere prese da un solo polo perché non verrebbero accettate da diversi gruppi che questo stesso polo rappresenta. Alcune leggi può farle solo la sedicente “sinistra”, altre solo la sedicente “destra”, con il risultato di ritrovarsi tutte queste leggi (ripetiamo) coerenti, che vengono accettate in questo modo da tutta la popolazione che giustifica una legge nociva con la democraticità del bipolarismo. Così avremo leggi a favore dell’affidamento dei figli alle coppie omosessuali fatte da “sinistra”, perché è questa che si è arrogata il diritto di rappresentare determinate categorie abituate a considerare favorevolmente una scelta del genere; queste leggi però una volta varate, anche se a parole osteggiate dalla “destra” nel momento in cui toccherà a quest’ultima il compito di governare, non verranno assolutamente cancellate, perché in realtà fanno parte della coerenza liberal-democratica; il dichiararsi contrari a leggi fatte della parte alla quale si finge di opporsi, fa proprio parte del giogo bipolare, si crea spirito di appartenenza e quindi fedeltà a tale sistema litigando, ma si procede coerentemente nel binario unico della dittatura liberal-democratica. Le leggi a favore delle scuole private, degli ospedali privati, spesso fatte da “destra” non vengono mai assolutamente annullate dalla “sinistra” proprio perché fanno parte della stessa concezione politica; lo scontro è totalmente fittizio. Gli esempi potrebbero continuare all’infinito, ma il succo della questione è ormai chiaro: con il suo moto ipnotizzatore il pendolo bipolare porta acqua sempre al solito mulino, fa girare sempre le lancette del tempo liberista.

Continente Eurasia – Anno 2 Numero 7 – settembre 2006

Matteo Pistilli

L’altra Islanda che resiste all’Europa

di: Marco Santopadre

Non è usuale, dalle nostre parti, sentir parlare di Islanda, un paese abitato da 320mila anime in tutto e relegato nelle estreme e fredde propaggini settentrionali del continente europeo. Eppure gli islandesi meriterebbero più attenzione da parte dei media, visto che sono stati i primi europei a sviluppare una risposta di massa alla gestione della crisi da parte dei governi locali e delle istituzioni economiche internazionali. Qualche giorno fa, ad Atene, durante le manifestazioni dei sindacati e degli «indignati» contro i tagli e le privatizzazioni del governo Papandreou, abbiamo incontrato Thorvaldur Thorvaldsson, un attivista della sinistra radicale islandese, e ne abbiamo approfittato per porgli qualche domanda.

Qual è il vostro giudizio sugli avvenimenti che hanno scosso l’Islanda negli ultimi anni?

La protesta popolare è esplosa nell’ottobre del 2008, dopo il collasso del sistema bancario che ha rivelato in maniera scioccante una crisi fino a quel momento latente del sistema economico capitalista. È emerso allora un movimento di massa che per mesi, ogni settimana, ha manifestato nelle piazze del paese, e in particolare davanti al parlamento. Agli inizi del 2009 la protesta ha imposto un significativo cambio di governo. Prima l’esecutivo era formato dai conservatori, e poi è passato nelle mani di socialdemocratici e verdi. Questa svolta, su pressione della piazza, ha generato una grande illusione e una grande speranza.

L’idillio tra partiti di centrosinistra e movimento di protesta è durato per un po’. Nelle elezioni politiche della primavera del 2009 i due partiti hanno ottenuto la maggioranza assoluta. Ma presto la speranza di un cambiamento significativo di rotta, economicamente parlando, è stata frustrata. La gente si è resa conto che il nuovo governo stava proseguendo sulla stessa via di quello precedente, in ossequio ai diktat di banche e istituzioni internazionali. La disillusione è aumentata quando il governo di centrosinistra ha chiesto l’adesione dell’Islanda all’Unione europea, conducendo un’ingannevole campagna propagandistica secondo la quale se il paese fosse stato già membro dell’Ue le nostre banche non sarebbero fallite… Per un po’ i sondaggi hanno concesso un leggero vantaggio a coloro che erano d’accordo con l’ingresso dell’Islanda nell’Unione. Ma poi, man mano che le bugie venivano smontate, i contrari hanno raggiunto una quota tra il 60 e il 70%. Anche se il governo continua a tentare di imporre questa scelta al paese, grazie alla profonda contrarietà dell’opinione pubblica il processo di adesione è stato comunque già ritardato di anni, e i negoziati veri e propri sono iniziati da poco. Se mai decideranno di indire sull’argomento un referendum, lo perderanno.

Perché siete così contrari ad entrare nell’Unione europea?

Se entrassimo nell’Ue sarebbe più difficile per noi contrastare le politiche che i vari governi adottano per scaricare la crisi sui ceti sociali meno abbienti. Potremmo dire che l’Unione ha inglobato queste politiche nel suo Dna, ne ha fatto la sua vera Costituzione. Naturalmente l’Unione è interessata anche alle nostre risorse, per questo preme affinché la nostra adesione sia rapida. Vogliono il nostro patrimonio ittico e le nostre riserve di idrocarburi. Per non parlare del controllo che potrebbero stabilire su un quadrante marino così esteso e così vicino al Polo nord, strategicamente fondamentale. Inoltre pensiamo che la nostra resistenza all’ingresso nella confederazione rappresenti un sostegno a chi, all’interno dei suoi confini, oggi discute sull’opportunità o meno di rimanerci. Ormai non siamo più ai tempi delle vane promesse di un futuro migliore, ma dobbiamo tracciare un bilancio realistico e spietato di questa esperienza fallimentare. Non si può non riconoscere che l’adesione all’Ue ha comportato un peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei cittadini di molti paesi.

Cosa pensa della questione del debito e delle misure che il Fondo monetario internazionale sta imponendo ai vari paesi?

Dopo il fallimento delle banche l’Islanda è stato il primo paese del continente europeo ad essere sottoposto da decenni ad un piano di aggiustamento del Fmi. Il fatto che un paese europeo avesse «bisogno» dell’aiuto di questa istituzione finanziaria internazionale ha generato uno shock nell’opinione pubblica. Ma i cosiddetti aiuti dell’Fmi non sono affatto tali, anzi impediscono ai popoli e ai paesi di risollevarsi. L’Islanda è stata obbligata a chiedere un prestito di 2.1 miliardi all’Fmi. Ogni scadenza delle varie tranche del debito è servita al Fondo per obbligarci ad accettare condizioni capestro che servivano a garantire le banche britanniche che hanno speculato nel nostro paese ma poi sono fallite. Sulla questione del pagamento del debito il governo è stato sconfitto ben due volte in altrettanti referendum, e con percentuali altissime, dopo che il Presidente si era rifiutato di accettare l’imposizione di un altro prestito. I prestiti sono stati «concessi» in cambio di un ulteriore processo di privatizzazione di ogni aspetto della nostra economia. Nel 2013, data entro la quale il nostro debito dovrebbe essere estinto e il prestito restituito con enorme sacrificio per gli islandesi, cominceranno i veri problemi: perché i soldi per farlo non ci saranno, e la cifra da restituire non sarà più di 2,1 miliardi, ma sarà salita per gli interessi a 2 e mezzo, se non di più.

E noi non potremo pagare. Così, il governo islandese dovrà chiedere un altro megaprestito per pagare gli interessi nel frattempo maturati su quello precedente. L’Fmi a quel punto diventerà l’unico e incontrastato padrone dell’Islanda, e imporrà ulteriori tagli. È così che lavora il Fondo monetario.

All’inizio della crisi si era diffusa la voce che ci sarebbero stati dei cambiamenti importanti nel suo modo di procedere, che in Europa l’Fmi si sarebbe comportato diversamente rispetto ai metodi normalmente utilizzati nel cosiddetto Terzo mondo.

Una speranza infondata, basata sul pregiudizio di superiorità dell’Europa rispetto al resto del pianeta.

Perché mai l’Fmi dovrebbe essere meno aggressivo e invadente con i paesi europei? Se non ci saranno profondi cambiamenti politici ed economici, a breve lo standard di vita per le grandi masse di cittadini europei andrà drammaticamente a fondo. In questi anni «l’esercito di schiavi», se così posso chiamarlo, sta ingrossando le sue fila, mentre lo strato benestante della popolazione si sta assottigliando e i ricchi diventano sempre più ricchi. Bisogna cambiare, e subito! La nostra organizzazione politica si è formata sulla spinta della nuova situazione che si era venuta a creare nel 2008 in occasione del fallimento delle banche. Al centro della nostra piattaforma e della nostra azione politica abbiamo posto il recupero della nostra sovranità nazionale e popolare, oltre che la proprietà comune, collettiva delle risorse naturali. Le infrastrutture economiche devono essere riportate sotto il controllo pubblico, sottratte alla dittatura del mercato. Inoltre difendiamo un allargamento della democrazia e della partecipazione politica a tutti i livelli. Non ci accontentiamo della democrazia formale, pretendiamo che le persone abbiamo più strumenti a disposizione per dire la propria. L’azione dei partiti e dei governi non può prescindere dall’opinione delle persone e dalla volontà popolare, non può restare impermeabile . Stiamo lavorando per veicolare questi valori nel movimento popolare, in particolare all’interno dei sindacati e nelle organizzazioni impegnate nella mobilitazione contro l’Ue.

Cosa pensa che accadrà a breve per quanto riguarda le crisi negli altri paesi europei: la Grecia, la Spagna, l’Italia?

Penso sia solo una questione di tempo per tutti questi paesi. Le differenze sociali e di classe aumentano, e lasciano spazio a due sole opzioni. Si possono svendere tutti i beni pubblici e obbedire senza eccezioni ai mercati, cosa che stanno facendo tutti i governi finora, anche quelli cosiddetti di sinistra, accontentando tutte le richieste del capitale. Oppure i popoli si possono organizzare e unire a partire da un proprio programma indipendente, sviluppando processi realisticamente rivoluzionari.

Unirsi e organizzarsi: è l’unico modo per poter imporre dei reali cambiamenti nell’immediato futuro. È ciò di cui abbiamo estrema necessità.

FONTE: IlManifesto.it

Un complotto contro Berlusconi: i poteri forti puntano su Mario Monti

di: Paolo Bracalini

Incontro segreto a Milano con De Benedetti, Prodi e i banchieri Passera, Bazoli e Caloia. Lo sdegno di Antonio Martino: “Questa sinistra ama i colpi di Stato”. Fini “candida” Maroni: fai fuori il Cavaliere e avrai i voti di Fli, Udc e Pd. Ma la Lega gela i congiurati: fedeli al Cav

Roma - Sotto lo stile british c’è un certo attivismo italiano, ambizioni che il Professore (sorta di nuovo Prodi) coltiva con discrezione e costanza. A Roma si è dato parecchio da fare negli ultimi tempi, Mario Monti. Una presidenza del Consiglio sarebbe il coronamento meritato per una carriera eccezionale, tra accademia (è presidente della Bocconi) e istituzioni (la Ue, di cui è stato non dimenticato commissario). L’economista gode di sponsor pesanti. A cominciare dal capo dello Stato, che ha già espresso il suo gradimento circa l’ipotesi di un governo di transizione sotto la guida di Monti.

Questo basterebbe già a farne il candidato per eccellenza di un post governo Berlusconi. Ma la sfera d’influenza del bocconiano va oltre, arriva in altre stanze dei bottoni, quelle dei grandi banchieri e imprenditori (alcuni dei quali anche editori, cosa che non guasta in vista dell’operazione). Gli stessi che ha ritrovato in prima fila l’altro giorno a Milano (lo nota La Stampa) ad ascoltare l’ex premier Prodi. Cioè Giovanni Bazoli, presidente di Intesa San Paolo (grande azionista di Rcs-Corriere della sera, di cui Monti è editorialista), Corrado Passera, ad di Intesa, Angelo Caloia, banchiere cattolico, ex Ior, e poi Carlo De Benedetti, capo della Cir e gran promotore – tramite Repubblica, spesso con esiti nefasti – di candidati leader del centrosinistra.

Il Corriere è la vetrina di Monti, Paolo Mieli un suo autorevole sponsor, ma anche Repubblica sembra aver messo gli occhi sul professore, specie da quando Scalfari e De Benedetti hanno messo una lapide (lunga quanto le articolesse del fondatore) sulla carta Tremonti, come asso per far fuori Berlusconi.

Da tre a un solo Monti, uno che – per usare le parole dell’ingegnere in una recente intervista a Die Zeit – «potrebbe guidare l’opposizione con successo, tutto il centrosinistra vuole Monti. Gode di prestigio a livello mondiale, potrebbe ridare all’Italia il rispetto che merita». «Meglio un Monti di Tre-monti» ha detto la Bindi, lasciando al Colle «la decisione» su quel nome «autorevolissimo».

Una concentrazione di poteri, politici e finanziari, ha individuato chiaramente in Monti l’uomo da portare a Palazzo Chigi. Con la partenza di Mario Draghi per la Bce, siamo quasi al candidato unico. L’economista attende una «chiamata», ma nel frattempo si muove. Va ospite della Annunziata su Raitre.

Incontra Casini ed Enrico Letta, altro colonnello del Pd che insieme a D’Alema e Veltroni si augura un governo Monti, con due priorità: legge elettorale e manovrona fiscale.

Ma si vocifera di un’altra sponda, meno scontata. La Lega, in particolare Maroni, avrebbe espresso il suo assenso a Monti premier, in un incontro di un mesetto fa, come nome gradito al Colle, quindi sempre nell’ottica leghista di assecondare le preferenze di Napolitano. Una soluzione diametralmente opposta alle tesi ufficiali del Carroccio, che esclude sempre «pasticci da prima Repubblica», perché l’unico governo valido è quello «votato dalla gente». Su questo però non mancano le uscite sibilline, come quando Bossi disse che se «l’opposizione vuole il governo tecnico ne deve parlare con me», una specie di disponibilità, almeno così si può interpretare. Possibile sia un altro dei tavoli aperti dalla diplomazia leghista, con Bobo nelle vesti di ambasciatore (specie col Pd), quando non in quelle di candidato premier.

Ma un governo Monti avrebbe più simpatie in quegli ambienti finanziari internazionali che già hanno accolto il professore nel loro gotha.

Di Goldman Sachs Monti è stato advisor (e prima di lui Prodi, che ora lo acclama: «Se le cose volgono al peggio per te sarà difficile tirarti indietro»), mentre è chairman europeo della crème dei cosiddetti poteri forti internazionali, la Trilateral Commission, una sorta di sinedrio finanziario globale, fondato anni addietro da Rockfeller. Nello european group ci sono anche Enrico Letta, Carlo Pesenti (anche lui azionista di Rcs), John Elkann (idem). Tutti «europeisti tecnocratici», li ha definiti qualcuno, ma che insieme ai banchieri tirano la volata al loro uomo per il dopo (quanto prima) Berlusconi.

FONTE: Il Giornale

Strategia della distrazione per l’ultimo round

Articolo inviato al blog
di: Salvatore Santoru
L’elemento principale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche utilizzando la tecnica del diluvio o dell’inondazione di distrazioni continue e di informazioni insignificanti.
Noam Chomsky-Le 10 strategie della manipolazione mediatica
In Italia la strategia della distrazione  è una costante degli ultimi 17 anni,cioè dall’avvento del berlusconismo. Il magnate mediatico di Arcore quando entrò nel 1994 in politica per cercare di risolvere i suoi problemi giudiziari rivoluzionò a suo modo la politica dello Stivale,adeguandola agli standard del capitalismo mediatico di salsa atlantista.
Da allora sono passati 17 anni di teatrino politico tragicomico ,battibecchi a base di slogan  tra  ”maggioranza” e “opposizione”,governi di centrosinistra e di centrodestra apparentemente opposti ma in realtà dagli uguali obbiettivi:svendere e privatizzare le risorse pubbliche,adeguarsi ai diktat neoliberisti,distrarre le masse mentre le si depreda,alimentare la paura con il pretesto della “sicurezza” e dar man forte  alla repressione sociale.
Berlusconismo ultimo round
Ora Berlusconi e il suo movimento si trovano all’ultimo round:il Cavaliere è stato abbandonato da coloro che ne hanno sostenuto l’entrata in politica,cioè i poteri forti italiani e internazionali,l’elitè politica statunitense e la finanza internazionale,  e da essi ora è contrastato con forza.I recenti attacchi da parte del Financial Times,dell’Economist  e di altri giornali e riviste voci del capitalismo mondiale e dell’alta finanza angloamericana,insieme alle critiche di Confindustria e delle altre lobby industriali,ne sono una piccola dimostrazione.Non solo:Berlusconi   è anche attaccato da una  parte della massoneria italiana e internazionale,e  la borghesia italiana  da un pò di tempo ha imparato a detestarlo.Praticamente i poteri che hanno appoggiato il fondatore di Mediaset nella sua discesa nel campo politico,vale a dire buona parte della borghesia ,della finanza e della massoneria italiana e non,ora gli si rivolgono contro insieme ai suoi tradizionali nemici: la magistratura(o buona parte di essa),e la borghesia,la massoneria e la finanza che guardano al suo storico avversario  De Benedetti ,compagno di cappuccio,squadra e compasso ai tempi della P2.
Perchè vogliono cacciare Berlusconi?
Ci sono vari motivi per i quali le lobby politico/finanziarie e i vari poteri forti vogliono cacciare Berlusconi,ne elenco brevemente 2: 1) Dà fastidio ai loro interessi:il signor B è sceso in politica praticamente per fare i suoi interessi e non quelli della gente.Ciò andava benissimo per i poteri forti e le varie lobby,ma a lungo andare gli interessi del primo arrivavano a scontrarsi con quelli dei secondi e da lì la rottura.2 La sua politica estera:Berlusconi ha tentato anche in politica estera di seguire il suo spirito imprenditoriale/egoista e ha stretto o saldato amicizie con chi gli sembrava più conveniente per gli affari,e anche in questo caso gli interessi personali di Berlusconi si sono scontrati con i poteri forti e le elitè politico/finanziarie sopratutto anglostatunitensi:maggiormente ha dato fastidio ai poteri forti/lobby atlantiste   il consolidamento dei rapporti di Berlusconi con Gheddafi,Putin,Lukashenko,malvisti all’Occidente o con burattini degli USA(un pò come lui)lasciati al loro destino,come Mubarak e Ben Alì.
Strategia della distrazione
Come sanno tutti gli italiani più o meno informati da anni,Berlusconi è un uomo estremamente corrotto e i suoi governi sono stati caratterizzati dall’aumento del clientelismo,appunto della corruzione,del degrado morale e così via.Le recenti campagne scandalistiche(ultima ma non meno importante quella del “bunga bunga”)non hanno aggiunto niente di nuovo a quello che già si sapeva,tranne ulteriore gossip da vendere all’italiano medio.Questi scandali,creati o meno ad arte,fanno parte della strategia di distrazione,e sono vere e proprie armi di distrazione di massa.In poche parole il gioco funziona così:fare indignare il cittadino per questi scandali,mentre intanto nei palazzi si decidono questioni più importanti e scandalose che passano in secondo piano rispetto al tormentone del momento.Così invece di parlare delle guerre imperialiste e dei costi esorbitanti di esse,dei reali contenuti delle varie manovre finanziarie(ultima quella varata da Tremonti)degli attacchi speculativi e della fregatura dei tagli che le lobby e organismi internazionali del Potere(come il Fondo Monetario Internazionale)vogliono imporre,la politica italiana  si riduce  a puntate di pseudo soap-opere, e con la divisione degli schieramenti in gruppi di tifosi per questa o quella squadra:Berlusconi  e i tipi come lui contro la magistratura e i giustizialisti.Naturalmente questi due schieramenti e rispettive sette,fanno parte della stessa medaglia,poichè se  da un lato sono in disaccordo,su un punto(quello più importante)sono d’accordo:attuare politiche in linea con i diktat liberisti e con l’ordine capitalista,depredare le risorse pubbliche e la gente e così via.
Il postberlusconismo
Dopo che il periodo del berlusconismo sarà finito non è detto che ci saranno miglioramenti senza se e senza
ma,come invece affermano i fautori dell’antiberlusconismo radicale(“Meglio tutti che Berlusconi”).Anzi,per il momento la situazione è tutt’altro che rosea.Tra i  nuovi aspiranti idoli dell’antiberlusconismo troviamo gente come Gianfranco  Fini,un post(ex?) fascista che ha sostenuto da sempre Berlusconi,sino a cambiare idea e a travestirsi da moderato proprio quando le lobby e i poteri forti hanno deciso di rompere con Berlusconi,e Fini instancabile sostenitore del neoliberismo nonchè (stando a Wikileaks)”uomo degli USA” e ultrasionista qual’è ai giudizi dei padroni ci tiene non poco,lo stesso Fini che auspica un nuovo governo di centodestra che si rifaccia alle ricette di Mario Draghi(da poco guida della Banca Centrale Europea)che anche Cossiga(non certo un santo,anzi)definì come un ‘affarista senza scrupoli,quel Mario Draghi coinvolto nella stagione delle svendite e sostenitore di tagli e privatizzazioni selvagge.Ci sono rischi tutt’altro che innocui per la stagione postberlusconiana:un berlusconismo senza Berlusconi,in poche parole cambiare tutto per non cambiare niente,un governo “tecnocratico” con Draghi e company a fare da “menti”,una deriva autoritaria similfascista(che tragga linfa dalla crisi,così come il fascismo è salito al potere grazie al sostegno di una parte della popolazione e sopratutto dei poteri forti in peridi di crisi,anche cavalcando il malcontento verso il parlamentarismo corrotto di cui Giolitti,un pò come Berlusconi oggi, era stato il simbolo).Certamente sarebbe ora che finisse il periodo storico noto come berlusconismo,e tutti concordiamo nel non volere più il corrotto magnate di Arcore,ma ci sono mezzi e mezzi,e il fine non deve sempre giustificare i mezzi,come invece diceva Macchiavelli. Sarebbe ora che il popolo non si facesse più fregare sia  da un Berlusconi qualunque,sia da altri strani personaggi che cavalcano il malcontento per i loro interessi,e che finalmente facesse valere i suoi diritti che in una  democrazia (vera) gli spettano.

In Svizzera il conclave dei potenti

L’annuale riunione a porte chiuse del gruppo Bilderberg si terrà dal 9 al 12 a St.Moritz


Si terrà dal 9 al 12 giugno a St.Moritz, in Svizzera, la riunione del gruppo Bilderberg, il conclave che ogni anno, dal 1954, raccoglie l’élite economica, politica e militare occidentale per discutere a porte chiuse, nella massima riservatezza, dei principali problemi globali del momento e delle politiche da promuovere nelle sedi internazionali ufficiali (Ue, Fmi, G8, G20, ecc).

Grand Hotel Kempinski (foto) o all’Hotel Suvretta House (foto). Ma, visti gli ordini del giorno dei passati meeting, è facile immaginare che si parlerà di guerra in Libia e di rivoluzione in Siria, di Afghanistan e Pakistan, di crisi economica e prezzo del petrolio e, se non sarà già stata decisa, della successione di Strauss-Kahn alla guida del Fondo monetario internazionale.

Giovani socialisti grigionesi hanno già presentato alle autorità cantonali la richiesta di tenere una manifestazione anti-Bilderberg l’11 giugno a St. Moritz, all’insegna dello slogan‘L’essere umano prima del mercato – Osare più democrazia”. Ma, viste le rigidissime misure di sicurezza solitamente adottate in occasione di questi summit, è difficile che la protesta verrà autorizzata.

A parte questo, l’unica voce critica alzatasi contro il summit globalista è quella di Dominique Baettig, parlamentare della destra nazionalista dell’Udc-Svp (quella delle campagne xenofobe contro i minareti e contro gli immigrati italiani), lo stesso personaggio che a febbraio costrinse Bush ad annullare la sua visita in Svizzera dopo aver chiesto al governo elvetico di arrestare l’ex presidente Usa per crimini di guerra.

Baettig ha scritto una lettera al Dipartimento federale di giustizia e polizia, stigmatizzando anche stavolta il fatto che diversi partecipanti all’incontro – dallo stesso George Bush, al suo ex vice Dick Cheney all’inossidabile Henry Kissinger – sono responsabili di crimini di guerra e contro l’umanità, e denunciando quelli che, a suo dire, sono gli obiettivi dell’élite riunita dal Bilderberg.

”Questo discreto ma influente gruppo promuove un modello sociale ultraliberista con una moneta unica mondiale e l’Fmi come tesoriere” – scrive Baettig – ”gioca con le paure globalizzate, manipolando i mass media controllati, per imporre terapie d’urto dagli effetti sociali devastanti” che ”favoriscono l’indebitamento degli Stati nei confronti delle banche”.

”Privatizzano eserciti e polizie, pianificano azioni contro Stati sovrani” e ”programmano la fine della democrazia, con lo spostamento del potere dagli Stati a istituzioni sovranazionali non elette”.

Se queste innegabili tendenze globali siano o meno frutto di decisioni prese a tavolino durante gli incontri del Bilderberg lo sa solo chi vi prende parte. Da quando questa organizzazione privata, lo scorso anno, ha deciso di uscire dall’ombra con la pubblicazione di un sito web ufficiale si conoscono i nomi dei partecipanti* e gli ordini del giorno, ma non le decisioni prese: quelle rimangono coperte dal massimo riserbo.

Le personalità italiane che, secondo le liste ufficiali, hanno partecipato agli ultimi incontri del Bilderberg sono Mario Draghi, Romano Prodi, Mario Monti, Paolo Scaroni, Tommaso Padoa-Schioppa, John Elkann, Franco Bernabè, Domenico Siniscalco, Fulvio Conti e Gianfelice Rocca.

di: Enrico Piovesana

PeaceReporter.net

Referendum: quello che non viene detto

Il referendum sulla Determinazione della Tariffa del Servizio Idrico. Una panoramica sulle leggi, e gli effetti della eventuale abrogazione

di Gabriele Pazzaglia e Marco Ottanelli

Volete voi che sia abrogato il comma 1, dell’art. 154 (Tariffa del servizio idrico integrato) del Decreto Legislativo n. 152 del 3 aprile 2006 “Norme in materia ambientale”, limitatamente alla seguente parte: “dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito”?

Il quesito in questione chiede la abrogazione di poche parole di uno dei tanti articoli che compongono il Decreto Legislativo in materia ambientale del 2006, riguardante il modo in cui si “costruisce” la tariffa del servizio idrico, insomma, il come viene stabilito quanto si paga in bolletta.

Una piccola premessa storico-politica: il Decreto di cui si parla è stato approvato ai tempi del Governo Prodi II, quindi da una maggioranza parlamentare di sinistra. L’elemento non è di poco conto, perché dimostra quanto nel tempo e negli opposti schieramenti affondi la “privatizzazione dell’acqua”, che quindi non è cosa né recentissima, né di univoca volontà.

Comunque, si chiede di abrogare un qualcosa; questo qualcosa remunera il capitale investito. Che vuol dire? Attualmente il “metodo normalizzato” (cioè il metodo indicato nelle norme vigenti) per il calcolo della tariffa idrica prevede che l’interesse sui capitali investiti nella gestione idrica (da applicare alla tariffa) sia calcolato in modo forfettario al 7% annuo del valore del capitale investito: questa scelta, come detto anche dagli economisti Boitani e Massarutto del sito lavoce.it, è “arbitraria e discutibile”. Ora, è pur vero che quel 7 per cento non è “profitto puro”, ma ingloba in sé, ad esempio, gli interessi passivi sui finanziamenti, ma è anche vero che il valore del 7 %, fissato appunto arbitrariamente nel 1996 (ancora governo di centrosinistra!) rappresenta oggi un valore ormai privo di qualsiasi riferimento con il “vero” costo del capitale (nel 1996, ricordiamolo, c’era ancora la lira, ed i tassi relativi!). E però, attenzione: esso viene riconosciuto a tutte le gestioni, anche a quelle pubbliche, non solo a quelle private.

Una ulteriore nota storico-politica: questa parte della tariffa, con l’obiettivo dichiarato di rendere economicamente conveniente l’investimento, è stata introdotta e calcolata da un Decreto Ministeriale del 1° agosto 1996, atto che prende il nome dal ministro dei lavori pubblici dell’epoca, e che per questo viene chiamato Decreto Di Pietro. Ebbene sì, non si tratta di un atto della destra capitalista e berlusconiana, ma, guarda caso, di un decreto di quello stesso on. Antonio Di Pietro che, seppur con quesiti differenti, aveva presentato referenda per “l’acqua bene comune” e che ora partecipa a questo referendum apparentementedalla parte del Sì. Evidentemente, alla sinistra, e al Di Pietro, del 1996, pareva di andare incontro ad una modernizzazione, che oggi contestano.

Per comprendere come e quanto la eventuale vittoria del Sì possa cambiare la situazione attuale, è bene cercare di capire come si compone, dunque, e di quali e quante voci, la tariffa del servizio idrico integrato. Per farlo, andiamo a leggere l’intero comma 1 dell’ art. 154. Esso recita:

  1. La tariffa costituisce il corrispettivo del servizio idrico integrato ed e’ determinata tenendo conto della qualità della risorsa idrica e del servizio fornito, delle opere e degli adeguamenti necessari, dell’entità dei costi di gestione delle opere, dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito e dei costi di gestione delle aree di salvaguardia, nonché di una quota parte dei costi di funzionamento dell’Autorità d’ambito, in modo che sia assicurata la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio secondo il principio del recupero dei costi e secondo il principio “chi inquina paga”. Tutte le quote della tariffa del servizio idrico integrato hanno natura di corrispettivo.

Come si legge chiaramente, il referendum abrogherebbe solo l’inciso in rosso,lasciando in vigore tutte le altre componenti della tariffa idrica. Per quanto la mancata remunerazione del capitale investito possa essere, in via del tutto teorica, un fattore disincentivante per i privati, ci pare piuttosto palese che i consigli di amministrazione delle privatizzate, o partecipate, o delle gestioni completamente pubbliche, possano agevolmente trasferire quella quota di tariffa ad altre flessibili voci, in particolare quelle concernenti “i costi di gestione” delle opere e delle aree di salvaguardia, ma, perché no, anche quelle su qualità del servizio o dei costi delle Autorità.

Pur venendo meno quel 7% di remunerazione, 7 % così brutale nella sua ingiustificata fissità, rimane salvo il fatto che, qualunque sia il risultato del referendum, deve essere assicurata la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio. E ci mancherebbe solo che la gestione, pubblica o privata che sia, debba, per legge e volontà popolare, andare obbligatoriamente in deficit. In poche parole, le intenzioni, le buone intenzioni dei referendari rischiano di non bastare affatto, anzi, di scatenare rincari che potrebbero anche superare nel loro sommarsi, privi come sarebbero di limiti, quel 7% .

Il comitato promotore, nella sua relazione introduttiva al quesito, afferma che “abrogando questa parte dell’articolo sulla norma tariffaria, si eliminerebbe il “cavallo di Troia” che, introdotto dalla Legge n. 36/94 (Legge Galli), ha aperto la strada ai privati nella gestione dei servizi idrici, avviando l’espropriazione alle popolazioni di un bene comune e di un diritto umano universale. “

A parte la retorica, si conferma quindi che l’acqua (o meglio, la sua gestione) è già “privatizzata” da parecchio tempo, e non è una novità recente, né tantomeno un rischio incombente, ma una realtà ben attiva in quasi tutto il Paese, almeno dal 1994, e si sostiene che esso spazzerebbe via quell’esca golosa della remunerazione, presente fin dalla legge Galli (che usava un linguaggio identico alla legge del 2006);

Ora, essendo stata la legge Galli esplicitamente abrogata dal D. Leg. del 2006, che la completamente sostituita, non si capisce perchè la Galli stessa venga citata, se non in forma evocativa; si torna ancora una volta alle buone intenzioni, un po’ troppo poco per assicurare gli effetti voluti.

D’altronde, è proprio il comitato promotore, proprio nella sua relazione introduttiva, a affermare, in primo luogo, che “si  tratta in questo caso di abrogare poche parole, di grande rilevanza simbolica”. Ma i simboli non fermano gli affari, mai. Dunque, in definitiva, riteniamo che la eventuale vittoria del Sì non comporterà alcun cambiamento sulla gestione, sulla remunerazione, sul profitto e sulla tariffazione, e quindi, sulle tasche dei consumatori, rispetto ad una situazione che, immutata da almeno il 1994, ha attraversato indenne tutta la cosiddetta Seconda Repubblica, chiunque governasse.

[FONTE]

Il referendum sulle Centrali Nucleari. Una panoramica sulle leggi, e gli effetti della eventuale abrogazione

di Gabriele Pazzaglia e Marco Ottanelli

«Volete voi che sia abrogato il decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, nel testo risultante per effetto di modificazioni ed integrazioni successive, recante “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e perequazione tributaria”, limitatamente alle seguenti parti: (seguono articoli e commi che si desidera abrogare leggibili qua)

Per cominciare, sgombriamo il campo da ogni equivoco: i referenda del 1987 contro il nucleare, vinti con il 65,1 % di affluenza e l’80,6% di “Sì”  non resero affatto illegale la costruzione e l’uso delle centrali nucleari in Italia. Per la precisione, ebbero l’effetto tecnico di cancellare solo alcune disposizioni di legge concepite per rendere più facili e rapidi gli insediamenti energetici che sfruttano l’atomo, ma non istituirono un divieto sul nucleare. Per essere precisi, hanno soppresso: 1) la norma che consentiva al Cipe (ossia al governo) di decidere le aree dove localizzare gli impianti nucleari; 2) le norme che prevedevano l’erogazione di contributi a comuni e regioni dove erano ubicati impianti nucleari;  3) la norma che autorizzava l’Enel a partecipare a progetti nucleari all’estero.
Comunque, l’esito è stato il progressivo abbandono del nucleare. Attenzione: progressivo. A dimostrazione di ciò, fu necessaria una legge ulteriore, una moratoria di cinque anni che bloccò qualsiasi processo decisionale in merito alla realizzazione dei nuovi impianti e fu necessario un voto del Parlamento  nel 1990 che chiese la chiusura definitiva di tutte le centrali elettronucleari. Nel 1998 venne creata la Sogin (Società gestione impianti nucleari), a cui fu commissionato lo smantellamento di tutte le centrali nucleari italiane e il trasferimento in un deposito nazionale dei rifiuti radioattivi (mai individuato). L’immane costo economico per il ”decommissioning” pari a migliaia di miliardi di lire fu riversato sulle bollette elettriche dei cittadini alla voce oneri nucleari, la “componente A3
Cosa dunque votiamo oggi? Votiamo su alcune norme che hanno ripristinato la possibilità oggettiva (teoricamente era possibile farlo anche prima, seppur in modo estremamente oneroso, macchinoso, sconveniente) di ripartire con il nucleare. Gli effetti del terzo referendum dell’87, quello che impediva all’Enel di partecipare alla realizzazione di impianti nucleari all’estero sono stati i superati fin dal 1998dalla privatizzazione della stessa società di Pier Luigi Bersani. Ed è infatti proprio l’ allora Ministro per lo Sviluppo Economico Bersani a firmare nel dicembre del 2007 Segretario dell’Energia degli Stati Uniti d’America, Bodman, un accordo bilaterale, il GNEP, Partnership Globale sull’Energia Nucleare, nel quale si programma e la cooperazione nucleare tra Italia e Usa.
Secondo quanto rivelato da Wikileaks, l’allora ambasciatore Usa a Roma, Ronald Spogli, riporta come l’attuale Segretario del PD Bersani si impegni, e impegni il nostro paese, a riprendere la strada del nucleare, e arrivi a minimizzare il risultato del referendum del 1987, sostenendo che esso “non esclude l’Italia dalla generazione di energia nucleare, l’ha solo sospesa”, e che l’accordo GNEP “può giocare un ruolo importante nel modificare gli atteggiamenti italiani nei confronti dell’energia nucleare”. In seguito, la  legge 99/2009 praticamente cancella  gli effetti degli altri due referenda  del 1987 con la costituzione di un’Agenzia per la sicurezza nucleare (art. 29), di cui è stato fatto presidente Umberto Veronesi; e con la delega al governo per riscrivere la legge sulla localizzazione degli impianti nucleari.
Dunque, con la legge del 2009, il ritorno al nucleare è diventato sempre più concreto. Nello stesso anno il governo firma un accordo di collaborazione industriale sul nucleare civile con il governo francese e con l’amministrazione Obama (il secondo caso pare una conferma del patto Bersani). Il quesito referendario è complesso, e sostanzialmente inintelleggibile per un comune cittadino, facendo riferimenti a decine di commi, di decine di articoli di tre diverse leggi. Ma la sostanza è che si chiedono di abrogare tutti quei riferimenti normativi alle centrali e all’uso della energia nucleare prodotta in Italia, allo stoccaggio delle scorie, ai finanziamenti e rimborsi, alla possibilità di dichiarare di pubblica utilità le opere necessarie per la costruzione di impianti nucleari ed il fatto che possano essere dichiarate urgenti ed indifferibili (come stabilito da una legge del 1962 di ratifica della Comunità Europea dell’Energia Atomica, oggi assorbita nella UE).Tutta la parte riguardante invece la dislocazione, l’ubicazione geografica e la costruzione sul territorio delle centrali, è già stata eliminata da una sentenza della Corte costituzionale, la 165/2011 , su ricorso di Toscana, Puglia e Provincia Autonoma di Trento.

A nostro avviso, quindi, la vittoria del Sì comporterebbe un blocco totale di ogni previsione di costruzione e messa in opera di centrali ad energia nucleare e ad ogni impiego dell’atomo per produrre energia sul territorio nazionale, privandola anche di ogni mezzo e sostegno economico, mentre non si dovrebbero estinguere i contratti di importazione della stessa energia dall’estero né forse scomparirà la relativa Agenzia, ridotta però ad un ente di carattere meramente scientifico.

NB: Rimane il dubbio dell’effetto della moratoria post Fukushima in discussione al Parlamento, e sulla quale si dovrà pronunciare, in caso di approvazione, la Cassazione: se quest’ultima ritenesse che tale moratoria risponda positivamente e congruamente alle richieste dei referendari, e quindi inutile e sorpassato il quesito, non dovremmo più votare.
Il referendum sul Legittimo Impedimento. Una panoramica sulla legge, e gli effetti della eventuale abrogazione
di Gabriele Pazzaglia e Marco Ottanelli
«Volete voi che sia abrogata la legge 7 aprile 2010, n. 51, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 81 dell’8 aprile 2010, recante “Disposizioni in materia di impedimento a comparire in udienza”?»
L’efficacia giuridica del referendum è secondo noi scarsa rilevando, questo atto, soprattutto sul piano politico e ben poco su quello tecnico-giuridico. Infatti, anche se la legge in questione (la 51 del 2010) era stata pensata per permettere al Presidente del Consiglio e ai ministri di rinviare i loro eventuali processi (anche se processi effettivi a carico del Presidente c’erano), dopo l’intervento della Corte costituzionale (sent 23/2011) la situazione è ben diversa da quella di partenza.
L’origine della legge è nota: dopo l’annullamento del Lodo Alfano da parte della Corte la maggioranza parlamentare tenta, ancora, di introdurre una più o meno esplicita immunità per Presidente del Consiglio: è il terzo tentativo dopo quello del Lodo Maccanico-Schifani e quello, appunto, Alfano. Chi scrive la legge prova a giocare d’astuzia: prima di tutto, invece di esplicitare che si tratta di una sospensione del processo, si utilizza l’espressione “legittimo impedimento” cioè ci si ricollega ad una disciplina già esistente per tutti i cittadini, dettando regole speciali che si applicano solo al Presidente del Consiglio e ai Ministri: in pratica si impedisce al giudice di valutare se l’impedimento indicato da quei “cittadini speciali” è veramente legittimo o se è un pretesto per non andare in Tribunale. Il risultato è che se un cittadino qualunque abusa di questa possibilità il giudice può continuare il processo dichiarandolo contumace o assente, mentre se lo stesso abuso viene da un membro del Governo il giudice deve rinviare giocoforza l’udienza. Inoltre, nella speranza di riuscire ad inserirsi in quella giurisprudenza della Corte secondo la quale alcune leggi temporanee possono essere “graziate” dall’incostituzionalità, si dice che la protezione è solo una legge-tampone, giusto il tempo di approvare una riforma costituzionale delle immunità.
La Corte costituzionale, su ricorso del Tribunale di Milano, dichiara l’incostituzionalità parziale della legge eliminando lo scudo relativo al solo Presidente del Consiglio (che era l’unico sotto processo). Di fatto però viene meno tutta la protezione perché il giudice torna nel pieno del suo potere di verificare se l’impedimento è veramente legittimo o è solo una scusa per guadagnare tempo. La protezione si riduce nel dovere del giudice di fissare un calendario d’udienza compatibile con quello del componente del Governo.  Ciò che rimane in piedi è, da un lato, la descrizione delle attività politiche che il giudice deve prendere in considerazione per calendarizzare le udienze (regola che la Corte di cassazione aveva già sviluppato a proposito dei parlamentari in una idea di equilibro dei poteri, e che continuerà quindi ad essere utilizzata anche in caso di vittoria del referendum) e, dall’altra, la protezione ai ministri (formalmente ancora applicabile ma che, essendo uguale a quella relativa al Presidente del Consiglio, che è stata annullata, appare condannata ad una inevitabile, qualora si ponesse il caso, incostituzionalità). A tutto questo va aggiunto che, visto che la norma è temporanea, e che è dal 9 aprile 2010 che stanno decorrendo i 18 mesi indicati dalla norma stessa, il 9 ottobre 2011 si estinguerà in ogni caso ciò che resta di questa ombra di legge. Per questo il significato del referendum è solo politico, e ben poco sostanziale, perché sarà soprattutto un messaggio, una appello di una parte ben precisa: “si deve credere davvero e fino in fondo all’eguaglianza di tutti davanti alla legge e per questo devono essere rifiutati i trucchetti legislativi che macchiano il potere dei propri abusi?” In effetti, è il solito plebiscito pro o contro Berlusconi. Ma dal punto di vista più concernente lo spirito della chiamata referendaria, esso avrà un effetto, lo ripetiamo, quasi neutro, con il rischio oltretutto di non essere votato (e quindi di affossare il quorum e l’istituto referendario stesso) da quella larga parte di elettorato che si riconosce nel centrodestra.

Si fa presto a dire “sovranità”

I poteri occulti della finanza ci tengono sotto scacco e si arricchiscono attraverso valori artificiali creati dal nulla

Dai sistemi di controllo come Echelon e Swift al signoraggio bancario

Indipendentemente dalle posizioni politiche, la maggior parte dei cittadini concorda sulla gravità di alcuni problemi che non possono essere occultati. Il debito pubblico in particolare pesa come una spada di Damocle sulla testa delle famiglie e, soprattutto su quella dei giovani. Sembra quasi che un genio maligno voglia creare continuamente problemi ad un’Italia che si è sempre distinta, da molti decenni, per la sua creatività e per alcune virtù che fanno da contrappeso ai vizi ed alle debolezze evidenti.
I cittadini di questo nostro Paese confuso hanno una grande capacità di lavoro, non solo nelle regioni settentrionali come si crede, e non esitano ad affrontare difficoltà di ogni genere quando sono convinti della reale utilità di ciò che fanno. Ne è testimonianza il fatto che sono ancora in numero molto importante quelli che, malgrado la crisi, continuano a risparmiare o che comunque si sono salvati dal disastro proprio per aver accantonato qualcosa nel timore di tempi difficili. Questo comportamento virtuoso appartiene alle famiglie ma anche a migliaia di aziende.
Da destra e da sinistra si continua a dire che la politica non si occupa di cose serie ma solo di scandali di basso profilo e pettegolezzi.
La sinistra sostiene che Berlusconi si dedica solo alla giustizia per varare leggi ad hoc e salvarsi da una condanna inevitabile. Ed ha ragione. I pidiellini sostengono che i sinistri non hanno idee e progetti e si occupano monotematicamente di Berlusconi, che sembra essere l’unico scopo del loro impegno politico.
I giornalisti italiani più famosi e ricchi sono quelli che si occupano di escort, ballerine e di vizi privati e qualche volta fanno finta di affrontare problemi seri come la crisi economica; di cui però raccontano le cifre senza neppure interrogarsi sulle cause del disastro e della genesi del debito che grava sulle famiglie. Quando lo fanno si limitano a mistificare. Il problema vero è che solo qualche raro patriota ha la stoffa ed il coraggio di affrontare temi vitali per la comunità nazionale.
Si tratta infatti di difendere l’interesse nazionale di fronte ad un sistema di asservimento che trasforma uomini liberi in servi del vero potere, quello che impartisce ordini alla politica e alla comunicazione per rafforzare una egemonia che dura da troppo tempo. Questi padroni sono i padroni della moneta.
Proprio l’esplosione nei numeri e nello spazio della nuova informazione elettronica, che non costa e non è facilmente controllabile, ha determinato una diffusione della conoscenza di alcuni meccanismi che sono la base della vera oligarchia. Ormai si parla sempre più diffusamente della creazione del debito e del signoraggio finanziario.
Abbiamo già visto in una serie di articoli pubblicati su Linea i meccanismi attraverso i quali si muove la grande speculazione finanziaria per affamare interi popoli. Ne hanno trattato anche alcuni giornalisti coraggiosi come Pino Buongiorno che, su alcuni settimanali europei, ha svelato, con nome e cognome, le strategie dei cosiddetti “padroni dell’universo”.
Di questa realtà maledettamente operativa, che si realizza sulla pelle delle famiglie e della sovranità politica e finanziaria nazionale, comincia a rendersi ben conto anche il Ministro per l’Economia, Giulio Tremonti, il quale, intorno ad alcuni temi, cerca anche di creare una rete di solidarietà europea.
Abbiamo visto come, negli anni, l’alta finanza abbia avuto a disposizione tutti gi strumenti di controllo per mantenere ben saldo il proprio potere. Prima, per decenni, il metodo Echelon, il grande orecchio planetario. Dopo l’11 settembre il micidiale sistema Swift dopo il quale e con il quale tutti i flussi finanziari sono stati monitorati ad insaputa degli interessati e con la sostanziale rinuncia dell’Europa alla propria sovranità.
Il cuore del potere è però quello che ruota intorno al signoraggio bancario e che rappresenta una espropriazione di sovranità, questa veramente antidemocratica, ai danni dello Stato e contro gli interessi del popolo. Chi emette moneta indebita gli stati e si appropria del valore creato dal nulla. Questo potere arbitrario è anche la fonte dell’enorme debito pubblica che grava su tutti, famiglie, produttori, bimbi appena nati e rappresenta il fardello che ognuno paga ai creatori del denaro dal nulla.
Si tratta di un tema di cui parleremo ancora e più diffusamente ma che, ogni giorno, dovrebbe aprire i telegiornali ed i quotidiani. Questa in verità è l’autentica guerra di liberazione dalla schiavitù. Queste sono le motivazioni reali che dovrebbero essere alla base delle rivolte del mondo meno sviluppato.
La situazione è però cambiata nel volgere di pochi anni. Fino ad un decennio fa le persone che si occupavano del signoraggio, della sua genesi e delle conseguenze erano poche e si conoscevano tutti tra loro. Amici che, spesso, operavano nello spirito delle intuizioni di Pound.
Voglio ricordare in particolare qualcuno che non c’è più: Giacinto Auriti, colui che ha dato il contributo più importante, e Giano Accame che ha inserito il tema della lotta all’usura nell’ambito di una visione sociale.
Oggi è sufficiente servirsi di un motore di ricerca per trovare, su internet, anche tanti giovani e giovanissimi, che hanno intuito l’importanza di questo tema fondamentale per la libertà dei popoli dal debito.

Vincenzo Centorame

Vieni via con me a dire stronzate in TV

Qualcuno anni fa, ha giustamente detto che le cose che non hanno un contrario non esistono. Non esistono, quindi non hanno importanza, ma purtroppo bisogna lo stesso subirle, come tutti abbiamo dovuto subirci o in Tv o di conseguenza in telegiornali e quotidiani le chiacchiere della trasmissione di Fazio e Saviano “Vieni via con me”.

Parliamoci chiaro, a parte l’attacco ad una precisa parte politica che può piacere o meno, le cose  dette e ridette in quel programma non fanno una piega. La legalità, la giustizia piacciono a tutti…per questo è semplicemente aria fritta, cose inesistenti.

Soprattutto si sono toccati vertici di idiozia al momento della spiegazione dei termini “destra” e “sinistra” da parte di  Fini e Bersani. Quasi quasi bisognerebbe ringraziarli questi due parolai, perchè ci hanno confermato l’inesistenza delle differenze fra i due concetti. Prendete quello che hanno detto e fatelo dire all’altro: non farebbe una piega lo stesso; per i più deboli, per il rispetto delle istituzioni… per la Pace (mi raccomando con la P maiuscola) e anche però per il mercato (Bersani cioè la parte sinistra ci ha tenuto a metterlo in chiaro proprio all’inizio)… Insomma non erano riusciti a spiegare questa differenza quintali di carta sfornata dai vari Bobbio, con le mille spiegazioni in cui si opponeva uguaglianza (sinistra) a libertà (destra), tutte mai complete, nessuna utile a capire davvero, piene di eccezioni più che di regole (un suggerimento di lettura); e chiaramente non ci sono riusciti questi due personaggi, anzi hanno semplicemente confermato l’uguaglianza fra le due.

Ma purtroppo toccherà ancora sopportare fesserie del genere, soprattutto in una società in cui il comunismo si considera di “sinistra” e il fascismi di  ”destra”; addirittura da parte di coloro che si considerano seguaci di queste idee… Quando costoro probabilmente non hanno mai letto Marx che ci tiene a spiegare per bene che destra e sinistra sono categorie borghesi estranee totalmente al comunismo e non hanno mai letto nemmeno Mussolini che dice le stesse identiche cose riguardo il fascismo.

Ma in Tv vanno quelli che strizzano l’occhio al comunismo a definirsi di sinistra, e quelli che lo fanno col fascismo a dirsi di destra…. fin quando ci faremo prendere in giro?

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