Disoccupazione mondiale. Sono 93 milioni i lavoratori disoccupati nelle nazioni del G20

di: Michael Snyder

disoccupazioneSapevate che il numero totale dei lavoratori disoccupati nei paesi del G20 è pari a 93 milioni e che è in continuo aumento ogni giorno che passa? Vedete, la verità è che gli Stati Uniti non sono gli unici a doversi confrontare  con una sistemica crisi della disoccupazione. Questo è ciò che sta letteralmente accadendo in tutto il pianeta. Quindi quale è il motivo che sta causando questa crisi? Esiste qualche speranza di recupero? Beh, purtroppo ci sono diverse tendenze a lungo termine che si sono sviluppate per decenni e che hanno giocato un ruolo importante nel portarci a questo punto. Prima di tutto, le grandi multinazionali che ormai dominano totalmente l’economia mondiale hanno capito che possono fare molti più soldi sostituendo i lavoratori costosi che vivono nelle maggiori nazioni industrializzate con i lavoratori che vivono in paesi dove è legale pagare salari da schiavi. Non è quindi un grande mistero il motivo per cui c’è un problema enorme con la disoccupazione nel mondo occidentale. Se si gestisce una multinazionale, perché si dovrebbero assumere lavoratori che costeranno Continue reading

La fine dell’UE

eu

di: Gianni Petrosillo

Solo i moralisti vivono di pregiudizi e solo gli sciocchi, che solitamente coincidono con i primi, non cambiano idea, poiché basandosi su dogmi incontrastabili non hanno pensieri da approfondire ma riti da consumare. Il precetto non si discute anche quando è dannoso e chiaramente disastroso. Lo è, ad esempio, quello dell’Europa unita (su mere basi monetarie) a tutti i costi, così come pedissequamente accettato dalla nostra classe digerente stolida e rigorista col portafogli altrui. Eppure i nostri guai cominciano lì dove inizia l’euro e, probabilmente, non finiranno finché questa fisima valutaria non sarà derubricata da aspirazione inclusiva  qual era ad illusione storica qual è. Continue reading

Debito pubblico: l’Italia migliore d’Europa (e non è uno scherzo)

debito

di: Marcello Foa

La fonte è molto autorevole: la Neue Zürcher Zeitung (Nzz). L’autore dello studio molto competente in materia: l’economista Bernd Raffelhüschen, professore di Scienze finanziarie presso l’Università di Friburgo, in Germania. La conclusione è molto sorprendente: l’Italia è il Paese che ha il debito pubblico più sostenibile d’Europa.

Possibile? Sì, se si considera oltre al debito esplicito anche quello implicito ovvero gli impegni già presi dallo Stato per i decenni a venire e legati in particolare all’invecchiamento della popolazione: dunque le pensioni in maturazione nei prossimi anni, la spesa sanitaria che dovrà essere sopportata da una popolazione più anziana; il tutto considerando il saldo primario dello Stato. Continue reading

L’Impero Finanziario e il carcere globale dei debitori

finanza

di: Jerome Roos

Non ci devono essere dubbi: viviamo nell’ epoca dell’ Impero Finanziario. A differenza delle conquiste militari che hanno guidato le espansioni territoriali degli imperi del passato, il moderno Impero Finanziario non consiste nell’esercizio visibile dell’ideologia del Grande Bastone (anche se, indubbiamente, l’imperialismo militare continua anche oggi), ma piuttosto assume la forma di una mano invisibile . Mentre alla fine del 19° e all’ inizio del 20° secolo  la logica del dominio è stata guidata dal potere strumentale degli stati imperiali, l’Impero del 21 ° secolo non ha più bisogno di alcun bastone per sottomettere gli stati sovrani: attraverso i meccanismi globali di applicazione della disciplina di mercato e dalle condizioni del FMI, il potere strutturale del capitale finanziario ora garantisce che tutti si inchineranno davanti ai mercati monetari. Continue reading

La maggiore liquidità non genera inflazione: il Giappone insegna

giappone

di: Emanuela Melchiorre

La Banca Centrale del Giappone ha dichiarato di voler procedere ad un allentamento monetario sia quantitativo sia qualitativo della propria base monetaria. In particolare, aumenteranno gli interventi sui titoli di Stato del Paese fino all’astronomica cifra di circa 530 miliardi dollari (50.000 miliardi di yen). L’operazione riguarderà titoli di stato di tutte le scadenze presenti sul mercato. Saranno incrementati anche gli acquisti di exchange-traded funds (ETF) e di fondi comuni di investimento immobiliare. Dopo l’annuncio, dato a borse aperte, il Nikkei, che era rimasto per tutta la giornata in territorio negativo di circa 2 punti percentuali, ha terminato la giornata con un +2,2%. Continue reading

I “BRICS”, alternativa al predominio degli USA?

brics

Articolo inviato al blog

di: Luciano Lago

Si è svolta recentemente a Durban (26/27 marzo), senza molto clamore e quasi ignorata dai media in Italia, la riunione dei paesi appartenenti al gruppo dei cosi detti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) ovvero il gruppo dei paesi emergenti la cui importanza economica, industriale e politica avanza di anno in anno sulla scena globale.
Questi cinque Paesi del gruppo BRICS si propongono di fatto come una alternativa al predominio unipolare degli USA e dei paesi occidentali (OCSE) ed alle istituzioni economiche e geopolitiche globali esistenti. Continue reading

La Globalizzazione della Povertà e il Nuovo Ordine Mondiale

Tratto da The Globalization of Poverty and the New World Order  – di Michel Chossudovsky -

globalizzazione

Prefazione alla seconda edizione 

Appena poche settimane dopo il colpo di stato militare in Cile, avvenuto l’11 settembre 1973, con cui il governo eletto del presidente Salvador Allende venne rovesciato dalla giunta militare guidata da Augusto Pinochet, quest’ultimo ordinò un aumento del prezzo del pane da 11 a 40 escudos, un aumento del 264%. Questo trattamento economico era stato progettato da un gruppo di economisti chiamato “Chicago Boys“.

Al momento del colpo di stato militare insegnavo all’Istituto di Economia dell’Università Cattolica del Cile, che pullulava di “Chicago Boys”, discepoli di Milton Friedman. Quell’ 11 settembre, nelle ore successive al bombardamento del Palazzo Presidenziale della Moneda, i nuovi governanti militari imposero un coprifuoco di 72 ore. Alcuni giorni dopo, alla riapertura dell’Università, i “Chicago Boys” festeggiavano. Neanche una settimana dopo, molti dei miei colleghi vennero chiamati a ricoprire posizioni chiave nel governo militare.

Mentre i prezzi alimentari erano saliti alle stelle, i salari erano stati congelati per garantire “stabilità economica e scongiurare pressioni inflazionistiche“. Da un giorno all’altro, un intero paese venne fatto precipitare nella povertà abissale: in meno di un anno, in Cile, il prezzo del pane era aumentato di 36 volte e l’85 per cento della popolazione cilena era stata spinta al di sotto della soglia di povertà.

Questi eventi mi colpirono profondamente nel mio lavoro come economista. Attraverso la manomissione dei prezzi, dei salari e dei tassi di interesse, la vita delle persone era stata distrutta, l’intera economia nazionale era stata destabilizzata. Ho cominciato a capire che la riforma macro-economica non era né “neutrale” – come rivendicato dal mainstream accademico – nè separata dal più ampio processo di trasformazione sociale e politico. Nei miei primi scritti sulla giunta militare cilena, consideravo il cosiddetto “libero mercato” come un efficiente strumento di “repressione economica“.

Due anni dopo, nel 1976, sono tornato in America Latina come visiting professor all’Università Nazionale di Cordoba, nel cuore industriale dell’Argentina. Il mio soggiorno è coinciso con un altro colpo di stato militare. Decine di migliaia di persone furono  arrestate e moltissimi desaparecidos sono stati assassinati. Il colpo di stato militare in Argentina era una “copia” di quello guidato dalla CIA in Cile. Dietro i massacri e le violazioni dei diritti umani, erano state anche ordinate le riforme del “libero mercato” – questa volta sotto la supervisione dei creditori newyorkesi dell’Argentina.

Le mortali prescrizioni economiche del Fondo monetario internazionale (FMI), applicate con il pretesto del “programma di aggiustamento strutturale“, non erano ancora state lanciate ufficialmente. L’esperienza del Cile e dell’ Argentina sotto i “Chicago Boys” era una prova generale delle cose che sarebbero successe in seguito. A tempo debito, i proiettili economici del sistema di libero mercato stavano colpendo un paese dopo l’altro. A partire dall’assalto della crisi del debito degli anni 1980, la stessa medicina economica del FMI è stata sistematicamente applicata in più di 150 paesi in via di sviluppo. Dal mio precedente lavoro in Cile, Argentina e Perù, ho iniziato a studiare l’impatto globale di queste riforme. Alimentandosi senza sosta sulla povertà e sulla dislocazione economica, stava prendendo forma un Nuovo Ordine Mondiale.

Nel frattempo, la maggior parte dei regimi militari in America Latina erano stati sostituiti da “democrazie” parlamentari, cui era affidato il raccapricciante compito di mettere all’asta l’economia nazionale nel quadro dei programmi di privatizzazioni sponsorizzati dalla Banca Mondiale. Nel 1990, tornai all’Università Cattolica del Perù, dove avevo insegnato dopo aver lasciato il Cile nei mesi successivi al golpe militare del 1973.

Ero arrivato a Lima nel pieno della campagna elettorale del 1990. L’economia del paese era in crisi. Il populista governo uscente del presidente Alan Garcia era stato inserito nella “lista nera” del FMI. Alberto Fujimori divenne il nuovo Presidente il 28 luglio 1990. E appena qualche giorno dopo, anche il Perù venne colpito dalla  “terapia d’urto economica”  - questa volta con una vendetta. Il Perù fu punito per non essersi adeguato ai diktat del FMI: il prezzo del carburante venne fatto aumentare di 31 volte e il prezzo del pane aumentò più di dodici volte in un solo giorno. Il FMI – in stretta consultazione con il Tesoro degli Stati Uniti – aveva operato dietro le quinte. Queste riforme –  eseguite in nome della “democrazia” – furono molto più devastanti rispetto a quelle applicate in Cile e in Argentina sotto il pugno del regime militare. Negli anni ’80 e ’90 ho viaggiato molto in Africa.Il mio campo di ricerca per questa prima edizione era stato, infatti, il Ruanda che, nonostante gli alti livelli di povertà, aveva raggiunto l’autosufficienza nella produzione alimentare. Dai primi anni del 1990, l’economia nazionale del Ruanda venne distrutta e il suo sistema agricolo, una volta vibrante, fu destabilizzato. Il FMI aveva chiesto l ‘”apertura” del mercato interno per l’esportazione sottocosto delle eccedenze di grano statunitensi ed europee. L’obiettivo era quello di “incoraggiare gli agricoltori ruandesi ad essere più competitivi“. (Vedi il Capitolo 7.)

Dal 1992 al 1995, per le mie ricerche ho viaggiato in India, Bangladesh e Vietnam e sono tornato in America Latina per completare il mio studio sul Brasile. In tutti i paesi che ho visitato, tra cui Kenya, Nigeria, Egitto, Marocco e le Filippine, ho osservato lo stesso modello di manipolazione economica e di interferenze politiche da parte delle istituzioni di Washington. In India, causa diretta delle riforme del FMI, milioni di persone erano state ridotte alla fame. In Vietnam – che rappresenta una delle più prospere economie per la produzione del riso nel mondo – erano esplose carestie su scala locale direttamente derivanti dalla soppressione del controllo dei prezzi e la deregolamentazione del mercato del grano.

In concomitanza con la fine della Guerra Fredda, al culmine della crisi economica, ho viaggiato in diverse città e zone rurali in Russia. Le riforme sponsorizzate dal FMI erano entrate in una nuova fase – allungando la loro presa mortale sui paesi dell’ex blocco orientale. A partire dal 1992, vaste aree dell’ex Unione Sovietica, dagli stati baltici alla Siberia orientale, vennero spinte nella povertà abissale.

I lavori per la prima edizione di questo libro si conclusero all’inizio del 1996, con l’inserimento di uno studio dettagliato sulla disintegrazione economica della Jugoslavia. (Vedi il Capitolo 17.) Era stato avviato, messo a punto dagli economisti della Banca Mondiale, un “programma di fallimento“. Nel 1989-90, circa 1100 imprese industriali sono state spazzate via e più di 614.000 lavoratori del settore industriale sono stati licenziati. E questo era solo l’inizio di una frattura economica molto più profonda della Federazione Jugoslava.

Dopo la pubblicazione della prima edizione nel 1997, il mondo è cambiato radicalmente, la “globalizzazione della povertà” ha esteso la sua presa a tutte le principali regioni del mondo tra cui l’Europa Occidentale e il Nord America.

Distruggendo la sovranità nazionale e i diritti dei cittadini era stato installato un Nuovo Ordine Mondiale.  In virtù delle nuove regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), istituito nel 1995, furono concessi  “diritti ben radicati” alle più grandi banche del mondo e alle multinazionali. I debiti pubblici sono cresciuti a dismisura, le istituzioni statali sono crollate e l’accumulazione di ricchezza privata è progredita senza sosta.

La guerre guidate dagli Stati Uniti in Afghanistan (2001) e Iraq (2003) hanno segnato una svolta importante nell’evoluzione di questo Nuovo Ordine Mondiale. Mentre è in stampa la seconda edizione, le forze americane e inglesi hanno invaso l’Iraq, distruggendo le sue infrastrutture pubbliche e uccidendo migliaia di civili. Dopo 13 anni di sanzioni economiche, la guerra in Iraq ha portato un’intera popolazione in condizioni di povertà.

La guerra e la globalizzazione vanno di pari passo. Supportata dalla macchina da guerra degli Stati Uniti, si è aperta una nuova e mortale fase della globalizzazione guidata dalle multinazionali. Mettendo in mostra la più grande potenza militare dopo la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno intrapreso un’avventura militare che minaccia il futuro dell’umanità.

La decisione di invadere l’Iraq non aveva nulla a che fare con “le armi di distruzione di massa di Saddam ” o dei suoi presunti legami con Al Qaeda. L’Iraq possiede l’11 per cento delle riserve mondiali di petrolio, cinque volte più grandi di quelle degli Stati Uniti. Il 70% delle riserve mondiali di petrolio e gas naturale sono infatti situate in quell’area dell’ Asia Centrale - Medio Oriente che si estende dalla punta della penisola araba al bacino del Mar Caspio .

Questa guerra, che era stata in fase di progettazione per diversi anni, minaccia di sommergere una regione molto più ampia. Un documento del 1995 del Central Command americano conferma che “lo scopo del coinvolgimento degli Stati Uniti. . . è quello di proteggere gli interessi vitali degli USA nella regione – l’accesso ininterrotto e sicuro al petrolio del Golfo  da parte degli USA e dei suoi alleati“.

Dopo l’invasione, l’economia irachena è stata posta sotto la giurisdizione del governo di occupazione militare statunitense, guidato dal generale in pensione Jay Gardner, un ex CEO di uno dei più grandi produttori americani di armi.

In collaborazione con l’amministrazione statunitense e il Club di Parigi dei creditori ufficiali, il FMI e la Banca Mondiale hanno in programma di svolgere un ruolo chiave nella ricostruzione “post-bellica” dell’Iraq “. Il programma nascosto è quello di imporre il dollaro come valuta proxy dell’Iraq, in un assetto di comitato valutario simile a quello imposto alla Bosnia-Erzegovina sotto l’Accordo di Dayton del 1995. (Vedi il  Capitolo 17). A sua volta, le vaste riserve petrolifere irachene sono candidate ad essere prese in consegna dai giganti petroliferi anglo-americani.

La spirale del debito estero dell’Iraq verrà utilizzata come strumento di saccheggio economico. Saranno imposte condizionalità. L’intera economia nazionale sarà messa all’asta. Il FMI e la Banca mondiale saranno chiamati a fornire legittimità al saccheggio della ricchezza petrolifera irachena.

Il dispiegamento della macchina da guerra americana pretende di allargare la sfera di influenza economica americana in un’area che si estende dal Mediterraneo al confine occidentale della Cina. Gli Stati Uniti hanno stabilito una presenza militare permanente non solo in Iraq e in Afghanistan, ma hanno anche  basi militari in diverse delle ex repubbliche sovietiche. In altre parole, la militarizzazione supporta la conquista di nuove frontiere economiche e l’imposizione a livello mondiale del sistema di “libero mercato“.

Depressione Globale

L’assalto della guerra guidata dagli Usa sta avvenendo al culmine di una depressione economica mondiale, che ha le sue radici storiche nella crisi del debito dei primi anni 1980. La guerra americana di conquista ha un impatto diretto sulla crisi economica. Le risorse statali negli Usa sono state reindirizzate al finanziamento del complesso militare-industriale e al rinforzo della sicurezza interna a scapito del finanziamento dei tanto necessari programmi sociali.

Sulla scia dell’11 settembre 2001, attraverso una massiccia campagna di propaganda, è stata rafforzata la traballante legittimità del “sistema globale di libero mercato“, aprendo le porte a una nuova ondata di deregolamentazioni e privatizzazioni, con la conseguente acquisizione da parte dei privati della maggior parte, se non di tutti, i servizi pubblici e le infrastrutture dello Stato (compresa l’assistenza sanitaria, elettricità, acqua e trasporti).

Inoltre,negli Stati Uniti, Inghilterra e nella maggior parte dei paesi dell’Unione europea, il tessuto legale della società è stata revisionato. Sulla base dell’ abrogazione dello stato di diritto, sono emerse le fondamenta di un apparato statale autoritario con poca o nessuna opposizione dalla base della società civile.
(…)

LINK:  Understand the Globalization of Poverty and the New World Order

DI: Coriintempesta

Quando le banche sono criminali

 di: Nicola Porro

Quella che vi stiamo per servire è una rassegna stampa, ragionata, su quanto abbiamo letto in una sola settimana sui giornali internazionali e sui siti del Senato americano. Ci auguriamo, si fa per dire, che non ci sia un giudice a Taranto che approfondisca questa roba: altrimenti dovremmo spegnere il mondo e sequestrare preventivamente la gran parte dei vostri quattrini depositati in banca, quali corpi del reato.

Il filo rosso di questo breve compendio è rappresentato dall’attitudine criminale delle più importanti istituzioni finanziarie del pianeta. Partiamo alla grande. Con Hsbc. Banca con sede legale a Londra, ma con ramificazioni ovunque: se non è la prima banca del mondo, poco ci manca.

Questi importanti e riveriti signori sono stati pizzicati a riciclare danaro per i narcotrafficanti, per lo più messicani. E non contenti, già che c’erano, avrebbero ripulito anche qualche miliarduccio per i terroristi arabi.

Secondo un rapporto di una commissione investigativa del Senato americano, ne hanno combinate di tutti i colori. Con un colpo di bacchetta magica sette miliardi di dollari (avete capito bene, il doppio dell’Imu sulla prima casa) sono stati trasferiti dal Messico agli Stati Uniti. In contanti. Tra il 2007 e il 2008. E provenienti dai cartelli della droga.

In un Paese dove se paghi con un biglietto da cento dollari ti guardano male o ti denunciano, Hsbc portava sacchi e sacchi di dollaroni oltre la frontiera messicana. E noi ci vergogniamo di Chiasso. Hsbc Mexico aveva una filiale alle Cayman senza uffici e personale, ma con 50mila conti e 2,1 miliardi di depositi bancari. 290 milioni di dollari (una quisquilia) in traveller’s cheque sono stati cambiati a favore di una banca giapponese, ma a beneficio di non meglio identificati investitori russi. Che evidentemente stavano facendo il giro del mondo, con un argent de poche in traveller’s cheque. Altrettante transazioni, apparentemente con il solo fine di riciclare danaro sporco, sono state fatte con Paesi in black list terroristica per l’America: dall’Iran alla Corea del Nord.

Martedì scorso i vertici della banca hanno chiuso una mega transazione giudiziaria. Hanno cioè pagato allo Stato americano 1,9 miliardi di dollari per i loro comportamenti. Tutto finito. Il boss della banca ha detto «sono profondamente dispiaciuto». L’Herald Tribune ha scritto: «siamo passati dal too big to fail (troppo grandi per fallire) al too big to jail (troppo grandi per la galera)». Negli ultimi anni Hsbc si è comportata come un’enorme lavatrice di banconote sporche, oggi paga un prezzo per il detersivo.

Non che la cosa sia originale. La ex Wachovia Bank, poi assorbita da Wells Fargo(una delle top five americane), era stata beccata a fare treschette con le casas de cambio messicane e si era beccata nel 2010 una multa da 160 milioni. Il doppio (320 milioni) è costato alla Standard Chartered per la violazione delle norme sulle transazioni bancarie fatte con l’Iran. Per inciso, se gli americani beccano l’Eni (tanto per fare un nome) o Finmeccanica a fare business con gli ayatollah, vengono fucilati senza processo. Altro che multe.

Dall’altra parte dell’Oceano, cioè in Europa, le cose non vanno tanto meglio. A scriverlo vengono quasi i brividi. Una dozzina di banche (ovviamente le più nobili) si sarebbero messe d’accordo per manipolare alcuni fondamentali tassi di interesse (Libor ed Euribor) e sono oggi sotto indagine. In sostanza riducevano di qualche decimale i tassi quando dovevano finanziarsi e li rialzavano al momento di erogare prestiti. Il 90 per cento degli europei ha i propri mutui ancorati a questi riferimenti, e l’idea che una dozzina di trader ogni mattina si mettesse d’accordo per stabilire i tassi a loro comodo fa impressione. Prove? Per ora qualche arresto e i consueti accordi stragiudiziali. Si dice che nei prossimi giorni Ubs sgancerà un miliardo di dollari. Royal Bank of Scotland è sulla stessa strada. Ubs si è già portata a casa una parziale immunità dai ministeri di Giustizia di Svizzera e Canada. E Barclays a luglio ha chiuso un accordo con le autorità, pagando una multa da 450 milioni.

Viene quasi da ridere a commentare i cinque arresti di un paio di giorni fa in Deutsche Bank a Francoforte e l’indagine sui suoi vertici per un banale (si fa per dire) caso di evasione fiscale e di manipolazione tributaria dei certificati verdi. Quelle sono cose che sappiamo fare anche da queste parti: Intesa e Unicredit hanno «transato» con l’Agenzia delle entrate per un totale di mezzo miliardo di euro.

C’è meno da scherzare invece su una recente nomina di Barclays: banca che oltre ad aver taroccato i tassi di interesse, è coinvolta in una lunga serie di indagini che passano dai quattrini ottenuti da un fondo del Qatar a pagamenti sospetti in Arabia Saudita. Ha piazzato alla direzione dei rapporti con le istituzioni governative, Hector Sants. 56 anni, con un passato in Credit Suisse e in Dlj, nel 2001 entra nella serissima (?) Fsa (la Consob inglese) per diventarne amministratore delegato fino a giugno del 2012. Insomma Barclays, non proprio la santa Maria Goretti della City, nomina in un ufficio delicatissimo proprio colui che per anni avrebbe dovuto controllarla, dall’Authority pubblica, senza riuscirci. Ci si augura che questa volta vigili meglio.

La zuppa, come sanno quelli che l’assaggiano da tempo, non ha un piglio moralistico (e se per questo non sbrodola per così tante righe come oggi), ma c’è un limite a tutto.
Huerta de Soto in un bellissimo libro ci ha spiegato come il rapporto tra banche e Stati sia storicamente marcio. Le prime raccolgono i depositi (semplifico Huerta) e invece di custodirli stretti nei forzieri, li prestano ai prìncipi per fare le guerre. È dunque normale che questi ultimi tendano a proteggere, con norme e regole, le istituzioni finanziarie così generose con le corone. Sono scomparsi i prìncipi e sono arrivati burocrati e politici, ma il gioco non cambia. Non fanno più le guerre (o meglio non solo quelle) ma utilizzano sempre i medesimi depositi dei risparmiatori per indebitarsi e fare spesa pubblica in deficit. Un brutto circuito. Ciò che conta, conclude De Soto, è che gli uni si appoggiano agli altri. Le conclusioni dell’economista spagnolo, ma di scuola austriaca, sono tranchant. La cronaca finanziaria di questi tempi sembra però confermare i suoi più pessimistici trattati.

Nel 2007 le grandi banche internazionali hanno creato i presupposti di una crisi prima finanziaria e poi economica. Una prima volta sono state salvate, poiché il loro fallimento avrebbe compromesso la stabilità di tutto il mondo (too big to fail). Oggi nonostante i loro innumerevoli comportamenti criminali sono nuovamente salvate. Ma dalla prigione.

Quale industria può godere di un tale privilegio? Neanche quella della politica è così immune dai suoi errori. Figurarsi dai suoi ladrocini.

FONTE: IlGiornale.it – Il Blog di Nicola Porro

L’importanza di Chávez

di: Tito Pulsinelli (Caracas)

Terminata positivamente l’operazione chirurgica durata 6 ore.

Perchè le elites finanziarie lo detestano tanto? E’ lo statista che ha anticipato di un decennio il cammino per mettere a salvo il suo Paese. Ha rimettesso all’ordine del giorno valori come la sovranità, preliminare per recidere gli artigli con cui l’oligarchia finanziaria si appropriò delle risorse strategiche di tutti venezuelani. Nel 1989,  il Venezuela ebbe la sventura di subire l’equivalente dell’assalto frontale di cui è vittima oggi l’Europa meridionale. La depredazione era motivata dalle medesime ideologie onnivore, depredatrici, finalizzate a conferire a “controllori esterni” beni, risorse, autonomia e poteri istituzionali, propri delle nazioni e delle democrazie.

 Chávez è il prodotto della sintesi tra le sollevazioni popolari spontaneedel febbraio del 1989, dilagate in tutte le principali città venezuelane -debellate con il fuoco delle armi dal governo-protesi del FMI e USA- e la ribellione del 1992 di quei militari utilizzati come cecchini contro i cittadini. Altro chegolpe! Presero il controllo pieno delle cinque maggiori regioni, con la partecipazione di almeno 8000 soldati. Il movimento bolivariano è la ricomposizione della forza tellurica dei saccheggi, della sommossa popolare e della ribellione organizzata dei sottufficiali. In esso confluiscono le energie dell’equità sociale e quelle della sovranità, dell’antimperialismo e del nazionalismo (1), per aprire la prospettiva ad un altro Paese-possibile.

Poi dilagò l’antipolitica per un altro decennio, i partiti si disssolsero come neve al sole, i frammenti si coalizzavano in ammucchiate inqualificabili, incapaci di frenare l’implosione, e dilagò una conflittualità diffusa, multiforme, che si irradiava lungo mille rivoli. La democrazia rappresentativa agonizzavalentamente. Finalmente si consolidò un’ampia alleanza di forze sociali e politiche, e nel 1998 Chávez divenne presidente. Indicò tre obiettivi: processo costituente, democrazia partecipativa, nazionalizzazione verace degli idrocarburi. Senza una nuova Costituzione, infatti, serviva ben poco la conquista del potere legislativo, in uno Stato minimalista e sfasciato deliberatamente dai liberisti.

Con la nazionalizzazione dell’industria petrolifera, Chávez ha portato in dote ai suoi concittadini la riserva certificata più grande del mondo (300 miliardi di barili), che le multinazionali occidentali controllavano, asserendo cinicamente trattarsi di “bitume” (sic). Le regole delle nuove concessioni, impongono che lo Stato abbia sempre la maggioranza azionaria, e i petrolieri devono pagare il 60% di tasse (contro l’1,5% precedente).  Questa è la base del nuovo Stato sociale, che rende possibile destinare il 40% del bilancioalle politiche sociali: sanità, istruzione e previdenza sociale.

Però non furono sufficienti solo i voti, per salvaguardarlo dalla controffensiva delle elites del 2002. Il fronte di resistenza dovette subire il sequestro di Chávez e una guerra economica interna, con la serrata dei porti e dell’industria petrolifera: 20 miliardi di dollari perduti e caduta del PIL. I voti conferiscono il potere politico, ma per far fronte a quello economico, finanziario, mediatico, religioso, imperiale, ai poteri occulti e a quelli “globali”, ha funzionatola tenaglia governo + movimenti sociali, nel quadro dell’unità civico-militare. Voti più lotta permanente dispiegata su tutta la linea del fronte psico-sociale.

L’odio contro Chávez è il marchio di fuoco dei paladini della cosiddettaautonomia della banca centrale: autonoma da chi? Autonoma dai governi, dal voto dei cittadini, dalla legittimità democratica, non da oscuri ed esclusivi club venali autottoni, non dai centri finanziari internazionali, o da Goldman Sachs che ora nomina apertamente i vertici della BCE,  del Banco d’Inghilterra e persino dei governi d’Italia e Grecia. La sovranità del Venezuela è tangibile da quando la Banca centrale risponde alle autorità di Caracas, unica leva per una politica monetaria ed economica autonoma. La regolamentazione e restrizione cambiaria come scudo per impedire la fuga dei capitali o l’esportazione di tutti gli utili delle multinazionali, è l’altro criminechavista contro l’immacolato dogma liberista.

L’inviso “populismo” non nutre simpatia per i monopoli nei settori sensibili, pertanto nazionalizzò (con indennizzazione) il latifondo improduttivo e telecomunicazioni per diversificare l’offerta e garantire la concorrenza, grazie all’intervento. E’ inviso perchè perchè palesa il divorzio insanabile avvenuto tra elites e società? Sarà per questo che ha la vista lunga?

Nel 2007 non si regalarono soldi ai banca-rottieri, Chávez lasciò fallire i biscazzieri dell’azzardo globale, riscattò le banche più sane, però passarono a far parte del patrimonio pubblico. Ne sa qualcosa il gruppo spagnolo Santander. E’ istruttivo rileggersi gli anatemi dei profeti di sventura, le bolle di scomunica dei prezzolati adoratori de “i mercati”. Però  Caracas seppe resistere e percorse una strada opposta a quella imboccata dall’attuale classe dirigente europea, che finanzia a fondo perduto solo la banca privata. Non le imprese, non il consumo nè il fabbisogno sociale primario.

Chávez aiutò l’Argentina con prestiti umani, consentendo a Nestor Kirchner di mantenere alla larga il capestro offerto dal FMI o troike, che non si limita ad esigere esosi tassi di interesse, ma pianifica dall’esterno le politiche economiche, fiscali, monetarie, militari e -ovviamente-  sociali. E’ una autentica usurpazione di sovranità. Il Venezuela ha costituito un’alternativa per l’accesso al credito, nei momenti più critici della svolta antiliberista sudamericana, allargando lo spazio di manovra della Bolivia, Ecuador, Nicaragua e nazioni del Caribe. Anche con scambi non basati sul monetario, nè sul dollaro (2).

Venne sbugiardata la favola dei “globalisti”, che indica nel ritorno all’autarchia dell’isolato Stato-nazione,  l’unica alternativa possibile alle loro fisime autoritarie. Senza di loro non c’è il caos. La rivoluzione bolivariana, invece, divenne l’asse propulsore del blocco regionale sudamericano.

Con l’idea-forza della complementarietà contro la concorrenza, dello sviluppo autonomo con redistribuzione versus crescita senza regole. La sovranità e autodeterminazione come alternativa all’espansionismo darwinista “occidentale”, permeò la nuova architettura d’un continente che volta pagina. L’UNASUR (Unione delle Nazioni Sudamericane), CELAC (Comunità Stati Latino Americani e Caraibi), allargamento del MERCOSUR (Mercato Comune sudamericano), ALBA (Alleanza Bolivariana delle Americhe), la nascita di istituzioni finanziarie sovranazionali come il Banco del Sur, sono traguardi ottenuti per il gran impulso impresso da Chávez.

La sua acuta visione geopolitica multipolare, ha influito in gran misura sul fallimento del progetto colonizzatore dell’ALCA, modello d’integrazione con cui gli Stati Uniti tentarono  l’annessione non solo dei mercati, ma anche delle economie, risorse, biodiversità di tutti gli Stati nazionali a sud del Rio Bravo. L’accresciuto peso strategico dei prodotti energetici, si è aggiunto alla storica peculiarità geopolitica del Venezuela, come cerniera ed asse strutturante delle Ande, Amazzonia e Caraibi. L’arrivo al governo dei bolivariani si propagò lungo la colonna vertebrale Andina, e non tardarono a manifestarsi gli effetti in Brasile, Ecuador, Argentina e Bolivia.

Senza la benzina inviata dal Brasile di Lula non sarebbe stato possibile sconfiggere pacificamente il sabotaggio e la serrata del 2002. Due secoli prima, da Caracas scoccò la scintilla che spense il sole all’impero spagnolo.

Il Venezuela, da enclave con scambi unidirezionali -tutto l’export agli USA e viceversa per le importazioni- sta avanzando nel progetto di uno sviluppo nazionale, autonomo dai centri finanziari “globali”, perchè ridefinì con anticipo la sua collocazione nella nuova realtà della fase post-egemonica nordamericana. La rotta bolivariana ha messo il Venezuela in relazione con tutte  le potenze emergenti, con i nuovi attori globali e con due patner strategici che siedono Consiglio di sicurezza dell’ONU.

L’importanza di Chávez oltrepassa le frontiere, va al di là dei benefici del sistema di redistribuzione e del welfare garantito ai venezuelani  -in pieno auge della penuria imposta come dottrina universale- ed è un punto di riferimento decisivo per il subcontinente. E’ la stella polare che ispira le forze sovraniste, popolari, nazionali, rivoluzionarie di tutte le latitudini. E’ il cattivo maestro che ha dimostrato che ribellarsi paga, che è possibile resistere a chi è sotto minaccia permanente del potere oscurantista dei grossisti del denaro fittizio.Autoproducono il denaro ma dipendono dal lavoro di tutti, perciò cercano che sia forzato.

L’odio del vecchio giro del G7  è l’impotenza crescente verso le barriere che vanno erigendosi contro il fallimento d’un modello economico, divenuto implosione d’un progetto di socialità distruttivo, malthusiano, antinaturale, non più umanista. Chávez ha osato rivendicare un socialismo per il secolo XXI, democratico e pluralista, caratterizzato da una nuova egemonia sociale. Questo è imperdonabile se diventa forza reale che trasforma o modifica lo stato delle cose presenti.

(1) In Venezuela, il nazionalismo non è mai stato espansionista, colonialista, guerrafondaio, ha avuto -ed ha- una valenza opposta. In particolare, la gestazione del Venezuela è in stretto connubio con le radici della sua Indipendenza, dove fu la piattaforma di lancio del crollo dell’Impero spagnolo. Grazie a Bolivar, gli insorti venezuelani promossero la liberazione dell’attuale Colombia, Ecuador, Bolivia, Perù, Panama. La concezione di nazione è implicitamente derivata e collegata alla Patria Grande.

(2) Il Sucre è una unità di conto, basata sulle rispettive monete nazionali, che regola gli scambi dei membri dell’ALBA. Ha raggiunto il miliardo di dollari, al suo secondo anno.

FONTE: Selvasorg.blogspot.it/

Vedi anche: L’ex Presidente americano Carter: “Il sistema elettorale venezuelano è il migliore del mondo”

Vola l’economia della morte

di: Manlio Dinucci

Oltre 50 milioni di persone, tra cui 17 milioni di bambini, in condizione di «insicurezza alimentare», ossia senza abbastanza cibo «per mancanza di denaro e altre risorse». I dati si riferiscono non a un paese povero dell’Africa subsahariana, ma al paese con la maggiore economia del mondo: gli Stati Uniti d’America. Lo documenta il Dipartimento Usa dell’agricoltura nel settembre 2012. Durante l’amministrazione Bush (2001-2008), i cittadini statunitensi senza cibo adeguato, costretti per sopravvivere a ricorrere ai food stamps (buoni cibo) e alle organizzazioni caritatevoli, sono aumentati da 33 a 49 milioni.

Durante l’amministrazione Obama sono saliti a oltre 50 milioni, equivalenti al 16,4% della popolazione, rispetto al 12,2% nel 2001. Tra questi, circa 17 milioni sono in condizione di «bassissima sicurezza alimentare», in altre parole alla fame.

Hanno però la soddisfazione di vivere in un paese la cui «sicurezza» è garantita da una spesa militare che – documenta il Sipri – è raddoppiata durante l’amministrazione Bush e, durante quella Obama, è salita dai 621 miliardi di dollari del 2008 a oltre 711 nel 2011. Al netto dell’inflazione (al valore costante del dollaro 2010), è cresciuta dell’80% dal 2001 al 2011. La spesa militare Usa, equivalente al 41% di quella mondiale, è in realtà più alta: comprese altre voci di carattere militare (tra cui 125 miliardi annui per i militari a riposo), ammonta a circa la metà di quella mondiale. In tal modo – si sottolinea nel Budget 2012 – il Pentagono può mantenere «forze militari pronte a concentrarsi sia nelle guerre attuali, sia nei potenziali futuri conflitti».

E, allo stesso tempo, può «investire in innovazione scientifica e tecnologica a lungo termine per assicurare che la Nazione abbia accesso ai migliori sistemi di difesa disponibili al mondo». A tal fine 100 miliardi di previsti risparmi vengono «reinvestiti in settori ad alta priorità», a partire dai droni: i velivoli senza pilota che, telecomandati a oltre 10mila km di distanza, colpiscono gli obiettivi con i loro missili. Qui la realtà supera la fantascienza hollywoodiana.

La Lockheed Martin sta sviluppando un nuovo drone per le forze speciali: per accrescerne l’autonomia, da terra viene usato un raggio laser che lo alimenta mentre è in volo. La Northrop Grumman è impegnata in un progetto ancora più avanzato: quello di droni che, alimentati da energia nucleare, restano in volo ininterrottamente non per giorni ma per mesi. Sempre la Northrop Grumman sta sviluppando un velivolo robotico per portaerei, lo X-47B, in grado, grazie alla memoria programmata, di decollare, effettuare la missione e atterrare autonomamente. Dati gli enormi costi di questi programmi, il Pentagono ha già redatto una lista di affidabili paesi alleati a cui vendere i nuovi droni per la guerra robotizzata. Sicuramente ai primi posti c’è l’Italia, che ha già acquistato dalla statunitense General Atomics l’ultimo modello di drone, il velivolo MQ-9A Predator B.

In futuro acquisterà anche il drone nucleare che, decollando sulla testa dei 50 milioni di cittadini Usa in condizione di «insicurezza alimentare», volteggerà su quella dei disoccupati italiani che occupano le fabbriche in via di chiusura.

IlManifesto.it

Lo smemorato che ha perduto una generazione

di: Alessandro Robecchi

A tutti è capitato di perdere gli occhiali da sole, le chiavi di casa, persino il telefono. Ma di perdere una generazione non era fin qui successo a nessuno, e nemmeno di ammetterlo come ha fatto Mario Monti parlando espressamente di “generazione perduta”. I trenta-quarantenni (e quindi ben più di una generazione, almeno due) sarebbero perduti forever. Più o  meno una decina di milioni di persone, il cui essere “perdute” significa lavorare una vita senza garanzie, saltare da un contrattino all’altro, e raggiungere alla fine una pensione da fame che farà sembrare l’attuale “minima” uno strabiliante privilegio. Perdutii! Qualche milioncino di italiani, forse gli stessi a cui si continua a ripetere che vivono “al di sopra delle loro possibilità”, che è come curare il colera somministrando cozze avariate. Ma chi è stato così distratto? Chi si è lasciato alle spalle dieci milioni di senza speranza come nelle barzellette degli anni Sessanta si dimenticava la suocera all’Autogrill? Forse proprio i professori addetti alla formazione di quella generazione e che oggi così abilmente governano? Quelli che dicevano ci vuole la laurea, no, il master, no, lo stage, e che oggi dicono: ragazzo mio, era meglio se facevi il fabbro? Quelli che da vent’anni in qua pontificano che bisogna essere più flessibili, partendo dal signor Treu e arrivando a madama Fornero? Ecco, il succo è questo. Però non sfugga il paradosso: a dire a una generazione intera “siete perduti” non è qualche focoso arruffapopolo, qualche rivoluzionario, qualche vivace movimento, ma uno degli smemorati che ha contribuito a perderla, forse in questo momento il più autorevole. Un po’ come se lo zar si affacciasse al balcone e dicesse: “Ehi gente, che aspettate a prendere ‘sto palazzo?”. E magari arrivasse persino a citare il caro vecchio “modello tedesco”: “Avete da perdere soltanto le vostre catene”. Può farlo? Si può farlo senza rischi, con la consapevolezza che un’intera generazione perduta, spaventata e opportunamente deideologizzata risponda cordiale: “Beh, abbiamo delle catene… meglio che niente, no?”.

LINK: http://www.alessandrorobecchi.it - pubblicato in Il Manifesto

 

E se abolissimo il Fmi?

di: Fabio Chiusi

Non è stato capace di prevedere la grande crisi. Né di risolverla. Anzi, forse le sue scelte l’aggravano. Eppure condiziona in modo antidemocratico i Paesi che tiene per il collo. A iniziare dalla Grecia, ma non solo. Allora, perché tenerci il Fondo Monetario Internazionale? Lo abbiamo chiesto a esperti e studiosi di tendenze diverse

Tra le sue principali funzioni c’è quella di formulare previsioni sull’andamento dell’economia mondiale, ma non è stato in grado di prevedere la bufera sui debiti sovrani. Elargisce prestiti miliardari, ma è accusato di imporre condizioni talmente restrittive da svuotare la sovranità dei paesi che ne beneficiano, stritolarne l’economia reale e le popolazioni che ne traggono sostentamento.

Dovrebbe «incoraggiare la cooperazione monetaria globale, garantire la stabilità finanziaria, facilitare gli scambi internazionali, promuovere l’occupazione e una crescita economica sostenibile e ridurre la povertà nel mondo» ma – argomentano i critici – in realtà è una istituzione disperatamente in cerca di identità e missione.

Se il Fondo Monetario Internazionale finisse dalla parte dell’imputato in un ipotetico processo, la requisitoria del pubblico ministero inizierebbe all’incirca a questo modo. E, a giudizio degli economisti dei più diversi orientamenti interpellati da ‘l’Espresso’, ci sarebbero buone probabilità di giungere a una sentenza di condanna.

Perché a detta dei critici il Fondo, nelle cui mani – insieme alla Commissione dell’Unione europea e alla Bce – riposa il futuro della Grecia e dell’intera Eurozona, è una istituzione antidemocratica, opaca, preda degli interessi di pochi e che, in definitiva, così com’è non si capisce nemmeno bene a che serva.

Nata alla fine della Seconda Guerra Mondiale, l’organizzazione che raccoglie 187 Paesie gestisce centinaia di miliardi di euro dovrebbe essere urgentemente riformata. A partire dalla sua funzione, come spiega Franco Bruni, docente di Teoria e politica monetaria internazionale all’Università Bocconi: «Da quando, all’inizio degli anni ’70, è caduto il sistema di Bretton Woods», argomenta, «il Fmi è una istituzione in cerca di lavoro. Perché è finita quella che costituiva la sua funzione principale: la regia di un mondo di cambi fissi».

Da allora, dice Bruni, «ne ha fatte di tutti i colori»: dal riciclo dei petroldollari all’espansione delle sue attività nei paesi in via di sviluppo», finendo per «pestarsi i piedi con la Banca Mondiale» a causa dell’estensione dei suoi finanziamenti ad ambiti che nulla hanno a che vedere con il sistema dei cambi.

Non solo: «Con il passare degli anni ha iniziato a giudicare, tramite visite regolari, i sistemi di vigilanza, regolazione e stabilità finanziaria dei Paesi bisognosi del suo intervento», aggiunge Bruni. Un ruolo intensificatosi a partire dalle prime crisi degli anni ’90, conclude, ma che ha generato la confusione nell’attribuzione di compiti e responsabilità, e le relative accuse di ‘commissariare’ la politica, che appare evidente in questi mesi sull’orlo del baratro.

Parte essenziale di una riforma del Fondo sarebbe una ridefinizione del peso dei suoi azionisti. Oggi, infatti, i soli Stati Uniti detengono un forte potere di veto sulle sue scelte, dato che detengono il 17,7 per cento dei voti all’interno del Board dei Governatori, la sua più alta autorità decisionale.

La Cina, pur detenendo il 45 per cento del debito estero americano, è al 4 per cento. Economie in forte sviluppo come il Brasile e l’India non vanno oltre l’1,7 e il 2,4 per cento, rispettivamente.

«Questo è assolutamente un problema», sostiene il responsabile economico del Pd,Stefano Fassina, già economista per il Fondo dal 2000 al 2005, «perché pesa negativamente sulla legittimità del Fmi: è evidente che la distribuzione delle quote riflette un mondo che non c’è più, e la credibilità delle sue politiche ne risente».

Quanto all’Europa, il peso è distribuito ai singoli Paesi. Con la conseguenza che, qualora emergano dissensi, la sua voce conta meno di quanto potrebbe se vi fosse un rappresentante unico. In ogni caso, aggiunge l’economista Tito Boeri, anche lui in passato consulente del Fondo, «c’è ancora molto una impostazione Occidentale, che ignora il peso crescente dei paesi emergenti. Se c’è da ricalibrare il Fondo dev’essere sicuramente in quella direzione». Con una precisazione: «Chi solleva questo problema, tuttavia, dovrebbe rendersi conto che la naturale implicazione è dare più peso a loro. L’Italia conterebbe ancora meno». Per quanto le quote siano state parzialmente ridefinite nel 2010, lo squilibrio resta.

Un ulteriore problema è rappresentato dalla complessità della governance del Fondo, oggi distribuita all’interno di un intreccio incredibile di organi. Un Board dei governatori, uno per Paese (di norma il ministro delle finanze o il capo della banca centrale), cui spetta ridefinire il peso delle quote e l’ammissione di nuovi membri. Due comitati ministeriali che consigliano i governatori. Un Board esecutivo, i cui 24 membri dovrebbero rappresentare gli interessi di 187 Paesi, anche 24 alla volta, e controllarne lo stato di salute finanziaria.

Le decisioni sono prese per consenso o voto formale sotto la direzione di un ‘direttore operativo’ e del suo staff. Attualmente a capo del Fondo c’è Christine Lagarde, uno stipendio da circa 31.700 euro al mese, 551.700 dollari l’anno: 130 mila in più del predecessore Dominique Strauss-Kahn.

Nonostante il Fondo sia dotato al suo interno di un Ufficio di Valutazione Indipendente, di un Ufficio per l’Etica e addirittura di una hotline attiva 24 ore su 24 per chi volesse spifferarne i difetti, più di qualcuno argomenta inoltre che l’intera macchina sia tutt’altro che efficiente e trasparente. E non solo gli ‘indignati’ accampati nelle piazze di tutto il mondo: «Serve una governance interna snella», argomenta Bruni, «perché in questo momento il governo del Fondo è estremamente complicato. C’è una gerarchia di due organi che si pestano i piedi, sono pieni di carte. Io ho visto come lavorano, è impossibile. Serve un consiglio direttivo professionale, scelto non in base a criteri politici, non Christine Lagarde, ma veri banchieri internazionali con grandi capacità».

Ma non è un problema solo di burocrazia. Il sociologo Luciano Gallino, autore di un recente volume intitolato ‘Finanzcapitalismo’, non ha dubbi: «L’Fmi è un organismo intrinsecamente non democratico, quindi il suo funzionamento è opaco per definizione. Probabilmente è trasparente a chi ne sta dentro e chi ne influenza le decisioni.» Perché non democratico? «Perché il Fondo rappresenta nel modo più chiaro e netto la struttura della finanza internazionale con le sue esigenze. Quindi non soltanto di democratico non ha nulla: ha ostacolato in vario modo i sistemi democratici in molti paesi», attacca Gallino, «perché la sua ricetta è sempre stata ‘ti presto dei soldi a condizione che attui riforme – le chiamano così – intrinsecamente non democratiche’: privatizzare tutto il privatizzabile, tagliare le pensioni, la sanità, la scuola pubblica, ridurre il ruolo dello Stato».

Il problema è che il Fondo «nei suoi fondamenti incorpora la mitologia economica neoliberista, e mi sembra molto difficile riformarla: la mitologia neoliberista non si riforma. Bisogna pensare a riformare l’architettura del sistema finanziario internazionale e in questa riforma si potrebbe trovare anche una collocazione diversa del FMI», argomenta Gallino. Che ricorda come fu lo stesso Ufficio di Valutazione del Fondo, nel 2008 e con «mezza dozzina di banche già fallite negli Stati Uniti e in Europa», a criticare l’orientamento dell’istituto. In cui per il sociologo vige «un pensiero totalitario, non molto diverso da quello totalitario dell’estrema sinistra di stampo sovietico.»

Critiche che si aggiungono a quelle formulate dall’ex capo economista, Kenneth Rogoff, a settembre dello scorso anno: «Soltanto un anno fa, al meeting annuale dell’Fmi a Washington», ha scritto in un intervento sul ‘Sole 24 Ore’, «i funzionari più esperti sostenevano che il panico per la crisi del debito sovrano in Europa era una tempesta in un bicchier d’acqua. L’Fmi sosteneva che perfino le dinamiche del debito della Grecia non fossero un problema serio».

Segnali insomma di una perdita di credibilità, e di una capacità previsionale non eccelsa. Anche se, precisa Fassina, più che di mancata comprensione in alcuni casi potrebbe trattarsi di una precisa strategia comunicativa. Perché «bisogna tener conto che se il Fondo dice che la Grecia fallisce, la Grecia fallisce un minuto dopo».

Qualche segnale positivo, aggiunge l’esponente Pd, viene dal fatto che negli ultimi anni il Fondo abbia fatto «delle correzioni di linea significative», anche grazie al nuovo capo economico Olivier Blanchard, allontanandosi dall’ortodossia. E a uno studio, prodotto dagli economisti del Fondo, che smentisce le teorie di chi «come Alesina e Giavazzi parla di politiche di austerità espansive. E dimostra che, al contrario, sono recessive», dice Fassina.

Ma molto resta da fare. E se c’è chi, come il professor Bruni, afferma che «bisogna portare via il Fmi da Washington» perché «non è bello che i funzionari del Fondo che esaminano la politica monetaria del Gabon o dell’Indonesia arrivino a un posto che è a poche centinaia di metri dal Tesoro americano», l’economista e senatore Fli Mario Baldassarri ricorda che il problema è sistemico: «Io farei un processo all’Occidente e all’Europa, non solo al Fondo. Nel senso che l’Occidente si sta suicidando e l’Europa non esiste. Non è mai esistita».

Per Baldassarri, «occorre una nuova governance, un nuovo G8 che proceda a fare la nuova Bretton Woods, il nuovo Fmi, la nuova Banca Mondiale». A quel tavolo dovrebbero sedere con pari dignità le potenze emergenti, e un rappresentante degli ‘Stati Uniti d’Europa’. «Altrimenti continueremo ad alimentare la ricchezza cinese, che tra l’altro non serve ancora a migliorare il tenore di vita dei cinesi», argomenta il senatore. Ma perché ciò avvenga servono risposte politiche, «non tecnicalità del Fondo».

Espresso- Repubblica.it

I Partiti politici: centri di impiego e manovalanza mafiosa

di: Matteo Guinness  *

L’importanza dei partiti politici in Italia e nell’Europa occidentale rimane invariato negli anni: possono cambiare le attività principali ed i canali di potere, ma rimangono una delle ossature fondamentali su cui si regge il sistema (non a caso corrotto).

E non si cada nello stereotipo classico secondo cui i problemi dei partiti sarebbero gli sprechi legati al circo di personaggi che li animano, oppure la famosa casta.

Chi mette sul piatto tali questioni cerca semplicemente di farci guardare al dito anziché alla luna: una riforma di non si capisce cosa e una gestione più parca dei finanziamenti non cambierebbe di una virgola i problemi che viviamo oggi. Anche perché, se messi a confronto con le reali misure economiche, stiamo parlando di spiccioli, di certo rappresentanti un malgoverno, ma pur sempre di lieve entità.

Quindi i partiti rimangono fondamentali, anche se non per quello che di solito vogliono raccontarci i vari “riformatori” del sistema. Non esistendo differenze di fondo fra i vari partiti sulle scelte di politica generale, di indirizzo e di lungo periodo non è nemmeno questo il ruolo che oggi ricoprono nella nostra società. Il sistema liberale liberista accomuna destra, centro e sinistra, così come le scelte che vengono messe in atto sono per tutti di breve periodo, interessate alla competizione elettorale e all’amministrazione quotidiana. I militanti di un partito -tolte le mode e le posizioni storiche prese più che altro per sentirsi parte di qualcosa, che non frutto di vere riflessioni- sono intercambiabili, figli di una stessa cultura.

Ma allora perché gli iscritti ai partiti (e ai sindacati) rimangono, pur calando la partecipazione elettorale, la stima, la fiducia verso questi gruppi?

Perché nella realtà il ruolo dei partiti oggi è relativo alla sfera del clientelismo, o della “famiglia” se vogliamo usare uno stereotipo tutto italiano. Gli iscritti ai partiti, i partner dei partiti, i dirigenti pubblici legati ai partiti non sono altro che membri di una rete di contatti, una rete che pur avendo profondi legami con l’apparato pubblico e statale (dai governi alle amministrazioni locali) è parallela e contigua al potere privato dei partiti (fazioni di cittadini organizzati).

In una società in cui la sovranità del popolo e la democrazia sono criticate e messe in crisi, e lo dimostrano le parole di Monti (secondo il quale riuscirà a fare le “riforme” perché non è stato eletto e non si ripresenterà alle elezioni), oppure lo dimostra il caso greco (non importa la volontà popolare, le misure devono essere implementate e messe in atto proprio al sicuro da un’espressione contraria della popolazione greca che è l’oggetto di tali scelte), i partiti ritrovano la propria funzione come perno fra interessi privati e strutture pubbliche da sfruttare.

Possiamo vedere agevolmente questo quando parliamo di appalti o lavori da appaltare, in special modo locali: non c’è bisogno di citare casi più o meno famosi di cronaca per avere ben chiaro di cosa si parla, tutti noi ne abbiamo esperienza diretta. Il potere dei partiti risiede proprio nel riuscire a pilotare legalmente (perché la maggior parte delle volte è tutto fatto in maniera regolare, le illegalità sono una piccola parte e non sono il centro del problema) i responsabili, i bandi di gara, le regole e tutto l’humus intorno a tali attività.

Oppure tutti siamo a conoscenza del potere che i partiti hanno nel raccomandare e segnalare per posti di lavoro di vario genere, pubblici o privati: anche qui in maniera del tutto legale, fazioni organizzate riescono a scavalcare i cittadini italiani e, in una situazione occupazionale drammatica come quella che viviamo, diventano il centro di impiego più potente, efficiente e funzionale: per i clienti, i fedelissimi, i “picciotti” ovviamente, e questo si ripercuote su una società sempre più corrotta e corruttibile, ma sempre legalmente! Anche solo la speranza di una raccomandazione crea degli stolti indottrinati, militanti da oratorio fedelissimi alla parola del proprio capo, dal quale aspettano nient’altro che una raccomandazione. La morte dei sogni dei veri democratici, anche se dubitiamo ne siano mai esistiti.

Non ci vengano a raccontare dell’importanza dell’impegno e della militanza: i più impegnati dentro ai vari partiti “democratici” sono nient’altro che paramafiosi, parassiti dello Stato, nocivi alla pubblica amministrazione ed alla cosa pubblica in generale.

La vera riforma da attuare è principalmente etica, morale e politica. Se un sistema democratico ha fallito, bisognerà trovarne un altro: il primo passo è liberarsi da chi questo sistema lo protegge ed esporta, ovviamente per i propri interessi. Il primo passo è liberarsi dalla Nato e acquisire sovranità, per poi porre in essere scelte diverse. Ma prima deve essere a tutti chiaro, che ogni militante, ogni quadro di partito è una marionetta di chi ci affama.

Pubblicato anche su Stato&Potenza

P-DE PROFUNDIS – PD: Storia d’ un partito sull’orlo di una “crisi di nervi”

Articolo inviato al blog

di: Gaspare Serra – PANTA REI -

“TAFAZISMO DEMOCRATICO”

La Sinistra italiana si è sempre contraddistinta per tratti di puro “masochismo”, una “pulsione autodistruttiva” sintetizzabile nello slogan “facciamoci del male!”.

Ma l’ancor in fasce Partito Democratico deve aver ereditato “il meglio” dai suoi predecessori, visto che, bruciando ogni tappa, in soli 4 anni sta raggiungendo vette ancora inesplorate di “sadismo”!

Parlar male del Pd appare quantomeno inelegante… un pò come “sparare sulla Croce Rossa”!

E’ inevitabile, però, di fronte ad un Partito nato “già vecchio”, quasi “insapore” dopo 17 anni di politica in pura salsa (anti)berlusconiana!

Un partito che, mentre il proprio principale avversario (il Pdl) esce morente dalla caduta del suo leader, dal canto suo non riesce “nemmeno per inerzia” a conquistare nuovi consensi, dovendosi accontentare di mantenere le posizioni e lasciare campo agli avvoltoi (di destra e sinistra) in agguato.

Siamo di fronte ad una lenta, inesorabile “agonia”: fin dal 2008 (anno di sua fondazione) il Pd non ha dato dimostrazione di alcuno slancio (o “sussulto di dignità”), collezionando solo “divisioni” interne, “emorragie” politiche e “batoste” elettorali degne del migliore Tafazzi!

Ma dove il Pd è riuscito davvero a superare se stesso è stato con le “primarie”, ovvero le consultazioni interne alla base del centrosinistra per la scelta dei candidati di coalizione (le quali, per un’ovvia legge matematica, generalmente dovrebbero limitarsi a conferire un “imprimatur popolare” al candidato espressione del partito maggiore).

Lo strumento delle primarie, invece, più che in un punto di forza (una formidabile “spinta democratica”) si è oramai trasformato in un “handicap” per il Pd: partito “primo in Europa” ad averle introdotte (quale formidabile strumento democratico di selezione delle candidature) ma anche “unico al mondo” a perderle!

PRIMA VENDOLA… POI PISAPIA, DE MAGISTRIS E ZEDDA… ORA DORIA!

Oramai la storia si ripete sempre uguale a se stessa… Non fa più nemmeno clamore!

Nessun candidato alle primarie per il Pd (anche se indipendente, pur se proveniente dalla società civile, anche se una personalità d’indiscusso valore -quale l’architetto Boeri a Milano-) può sfuggire alla “maledizione di Veltroni”: è sufficiente l’“abbraccio mortale” del Partito ad un candidato perché questo venga automaticamente “fatto fuori”, guardato con sospetto dai suoi stessi elettori, che vedranno in lui solo un “uomo d’apparato”!

Prima venne la Puglia (la doppia vittoria alle primarie, nel 2005 e nel 2010, del governatore Nichi Vendola, nettamente preferito all’on. Boccia, il candidato di D’Alema). E tutti -nel Pd- la presero con filosofia…

Poi vennero Milano, Napoli e Cagliari (le più importanti città in cui si è corso alle ultime competizioni comunali, dove le primarie hanno premiato tutti i candidati “antagonisti” al Pd!). E alcuni -nel Pd- iniziarono a interrogarsi con circospezione…

Oggi è toccato a Genova (l’inaspettata vittoria alle primarie dell’aristocratico Marco Doria, sostenuto da Sel, contro le due donne di ferro del Pd: l’uscente sindaco Vincenzi e la senatrice Pinotti).

Se nel Pd c’è ancora qualche segnale di vita, credo che qualcuno debba adesso seriamente preoccuparsi… (preoccupare del fatto che persino Apicella potrebbe risultare un candidato vincente alle primarie se solo si presentasse come un candidato di rottura, un uomo “antisistema”… insomma un antagonista del Pd!).

Quando “dalemiani” e “veltroniani” (correnti, più che politiche, oserei direi “metapolitiche”!) si sottoporranno ad un “bagno d’umiltà” e daranno ascolto ai ripetuti segnali di “insofferenza” provenienti dal proprio elettorato?

Nel frattempo il Pd, piuttosto che lavorare per ricompattare ed ampliare il centrosinistra, sembra impegnato con tutte le sue forze per dividerlo!

Non è da sottovalutare la scelta di garantire il proprio “decisivo” sostegno:

- a Roma al governo Monti, in alleanza col Pdl e l’Udc

- ed in Sicilia al governo Lombardo, in alleanza col Terzo Polo.

Governi, pur legittimi, entrambi “ribaltonisti” e non legittimati dal voto!

Se è questa la strada che si è scelta per recuperar consensi… attendiamo impazienti le prossime primarie!

DOMANDE “SENZA RISPOSTA” AD UN PARTITO “SENZA FUTURO”…

UN PARTITO SENZA CUORE NE’ SPERANZA?

Cos’è il Partito Democratico?

Il Pd è stato presentato come un’operazione politica mai provata in Italia: il tentativo di unificare sotto l’effige di un solo partito le “radici democristiane” (dell’ex Margherita) con la “storia post-comunista” (degli ex Ds). Un esperimento politico certamente ambizioso ma che in pochi hanno ancora compreso cosa abbia prodotto: quale sia stato il risultato della “fusione a freddo” di due storie politiche apparentemente inconciliabili se non la nascita di un partito né “pesante” (stile vecchio Pci) né “liquido” (o “leggero”, stile ex Forza Italia), bensì “gassoso” (ovverossia inconsistente, “né carne né pesce”!).

Qualcuno al di sopra di ogni sospetto è arrivato, addirittura, a definirlo un “amalgama malriuscito” (Massimo D’Alema), se non un “tubetto senza dentifricio” (Arturo Parisi)!

La verità è che agli stessi dirigenti del Pd occorrerebbe una “seduta psicoanalitica” di gruppo per aiutarli a rispondere a domande del tipo “chi siamo?” e, soprattutto, “dove vogliamo andare?”.

Perché nasce il Pd?

Il Pd ha visto la luce sulla spinta della necessità di “andar oltre” un centrosinistra dimostratosi tanto capace di vincere le elezioni quanto incapace di governare.

Ma ha rappresentato davvero la migliore cura possibile per il malessere di una coalizione innegabilmente “ipertrofica”?

Gli unici risultati al momento raggiunti sono stati quelli di far sparire la Sinistra (sia comunista che socialista) dalle aule parlamentari e di mettere in crisi esistenziale milioni di elettori (tormentati da domande del tipo “chi votiamo adesso?” o, meglio, “che votiamo a fare?!”).

Il dubbio è che la rivoluzione imposta da Walter Veltroni e le sue scelte (tra cui quelle di accettare un’alleanza elettorale solo con l’Idv e di accogliere in casa la “serpe avvelenata” radicale) sono state dettate, più che da “coraggio politico”, da una “lucida follia”!

Quello che Veltroni ha venduto agli elettori come un “sogno” si è ben presto trasformato:

1- in “illusione” (quella di costruire dal nulla un partito a vocazione maggioritaria, capace di riunire omogenea-mente le anime laiche e cattoliche dello schieramento)

2- in “incubo” (quello di veder presentato come “nuovo” un partito rappresentato da personaggi “vecchi”, logori, consunti: praticamente la trasposizione della vecchia classe dirigente dei Ds e della Margherita)

3- e in “presunzione” (quella di concepire un “partito-coalizione” in un sistema politico, quale quello italiano, che né è né sarà mai bipartitico!).

Dove collocare politicamente il Pd?

Destra, Centro o Sinistra sono schematizzazioni politiche oramai superate, legate alle ideologie di un ‘900 ormai passato.

E’ comunque innegabile (e inevitabile) che nel Pd tentano di convivere due anime culturali ben diverse: quella “post-comunista” e quella “post-democristiana”.

Ma fino a che punto tale convivenza è possibile?

L’impressione è che non sia affatto chiaro cosa il Pd ambisca ad essere, mancando drammaticamente di una chiara “identità politica”.

Il risultato è un partito che “sa di niente”!

Perché mai l’elettorato cattolico dovrebbe convogliare il proprio consenso sul Pd piuttosto che sull’Udc?

E perché mai un elettore “sentimentalmente di Sinistra” dovrebbe preferire il Pd a Sinistra e Libertà o persino all’Idv (partiti quantomeno chiaramente schierati su temi come la lotta al precariato e i diritti civili, la questione morale e la lotta contro sprechi e privilegi della Casta)?

Fino a quando milioni di elettori si dovranno sentire costretti a votare il Pd “turandosi il naso”?

Il Pd oggi è fermo, “impallato” dinanzi a un bivio: due sole le strade che potrà percorrere.

L’una è quella di ambire a rappresentare la Sinistra italiana. Se la scelta ricadrà su questa strada, il Pd dovrà finalmente decidersi a “cambiar volto” (non potendo farsi rappresentare dai vari Enrico Letta, Giuseppe Fioroni o Marco Follini…), “cambiar programma” (non potendo, ad esempio, aver paura anche solo di citare le parole “diritti civili” o “laicità”!) e “cambiar comunicazione” (dovendo esprimere in maniera inequivoca un’idea ben chiara di politica e di società contrapposta a quella fin qui egemone berlusconiana).

L’altra è quella di ambire a riportar in vita le glorie passate della Democrazia Cristiana. Se la scelta ricadrà su questa strada, invece, si punti a costruire un nuovo “Partito Democratico Cristiano” (pronto a far man massa di voti nell’affollato bacino elettorale moderato per così compensare l’emorragia di consensi che si dovrà prevedibilmente fronteggiare a sinistra).

Entrambe sono scelte legittime, ma “inconciliabili”. Ed è giunta l’ora che il Pd metta termine a questo equivoco… (prima che gli elettori mettano termine a questo Partito!).

Un’alternativa al progetto politico del Pd era possibile?

Dopo la disastrosa esperienza di governo Prodi-Padoa Schioppa una svolta politica era “inevitabile” nel centrosinistra, data quantomeno la necessità:

1- di semplificare il quadro politico (essendo improponibile una “coalizione-ammucchiata” di 7-8 partiti!)

2- e di isolare le ali più estreme (di Centro come di Sinistra).

La svolta c’è stata, ed è sfociata nel Pd.

Una alternativa, comunque, era possibile e sarebbe potuta consistere nella rifondazione di un centrosinistra ancorato su due soli pilastri:

1- un partito socialdemocratico sul modello europeo, che puntasse a riunire le forze riformiste della Sinistra

2- ed un partito moderato, che puntasse a riunificare i cattolici riformisti italiani.

Due partiti leali alleati ma dalla identità e dal bacino elettorale di riferimento ben distinti e definiti.

Un’alternativa che, probabilmente, sarebbe risultata “più chiara” agli elettori, “più credibile” sullo scenario europeo e “più logica” rapportata alla realtà politica italiana…

UNA “ROTTAMAZIONE” E’ POSSIBILE?

E’ arrivata nel Pd l’ora di “rottamare” l’usato sicuro?

Rimarrà a futura memoria lo sfogo di Nanni Moretti del 2001, quando, da una gremita piazza Navona, il Regista pronunciò l’ardua sentenza: “con questa classe dirigente non vinceremo mai!”.

In effetti, il centrosinistra non ha praticamente più vinto da allora (salvo l’effimera vittoria dell’Unione di Prodi nel 2006…) ma la classe dirigente di allora è praticamente rimasta la stessa di oggi!

D’Alema “ha fallito” il suo progetto politico più ambizioso (la Bicamerale) e sarà ricordato più come ottimo ministro degli Esteri che come Premier o segretario di partito…

Veltroni “ha fallito” il suo progetto politico più ambizioso (la vocazione maggioritaria del Pd) e sarà ricordato più come ottimo sindaco che come vice Premier o segretario di partito…

Com’è immaginabile, allora, sperare ancora di vincere le elezioni col contributo (o con la regia!) di chi ha solo saputo perderle in questi anni?

La responsabilità principale dei vari D’Alema, Veltroni, Fassino, Bersani è stata l’assoluta “assenza di autocritica” ed “incapacità di assumersi le responsabilità” (traendone, ovviamente, le conseguenze).

Tutto ciò ha prodotto la resistenza ai vertici del Pd di una classe dirigente “sfrontata e fallita”: tutti si sono sempre ritenuti “indispensabili”, nessuno si è mai reso disponibile a fare un passo indietro una volta concluso il proprio ciclo politico.

Il Pd, perciò, avrà un futuro solo nei limiti in cui i suoi elettori sapranno “riappropriarsi” del loro partito, fin ora gestito dai suoi dirigenti come se si trattasse di “cosa loro”!

Come può ripartire il Pd?

Nell’aprile 2010, dalle colonne de Il Messaggero, il Professore (Romano Prodi) ha proposto un profondo rinnovamento in senso “democratico e federale” del Partito, incentrato su tre punti:

1- consentire agli iscritti di eleggere i propri segretari regionali attraverso le primarie

2- sostituire tutti gli organi del Partito con un solo Esecutivo nazionale, formato dai venti segretari regionali (non più da un’infinita serie di benemeriti ed aventi diritto, tra cui ex segretari ed ex presidenti del Consiglio!);

3- ed attribuire all’Esecutivo nazionale il compito di nominare il segretario nazionale ed impartire la linea del Partito (senza più il timore che la stessa sia costantemente messa in discussione dalle varie correnti interne).

Perché non far tesoro di questi suggerimenti?

UN “NUOVO ULIVO” E’ AUSPICABILE?

La prospettiva di un nuovo centrosinistra (un’alleanza Pd-Idv-Sel) rappresenta più un’opportunità, una necessità o una minaccia?

Il motto del centrosinistra in questi anni è stato “uniti per dividersi!”: coalizioni “frammentate e disomogenee” (l’Ulivo prima, l’Unione poi…) non hanno messo alcun freno ai propri “istinti kamikaziani”!

Ma è possibile ritornare a quelle alleanze senza incombere negli stessi errori?

L’impressione è di “si”: salvo stravolgimenti del quadro politico (stile “Prima Repubblica”, per intendersi) e passata la “sbronza veltroniana” dell’“autosufficienza”, è chiaro a tutti che non esiste alcuna alternativa credibile!

Come si può, del resto, proporre un’alleanze che vada da Fini a Vendola (in stile “Comitato di liberazione nazionale”), ancor più amplia della tanta bistrattata “Unione”?

Nonostante le “avance democratiche” al Terzo Polo, così, almeno l’elettorato del Pd pare avere le idee chiare in merito, “bocciando senza appello” una simile prospettiva.

Accade così che:

- mentre alle primarie pugliesi gli elettori hanno premiato Vendola anche per ostacolare una possibile alleanza regionale con l’Udc (favorita dalla candidatura Boccia)

- in Sicilia, per evitare lo stesso esito, il Partito ha impedito lo svolgimento del referendum chiesto dai Circoli locali in merito al sostegno al governo Lombardo!

“Dopo quattro anni siamo usciti dal problema identitario (…). Non siamo più una ipotesi o un esperimento o un partito in cerca di dna(…). Siamo il primo partito italiano(…),ormai esistiamo e non possiamo più permetterci sedute psicanalitiche”: questa la risposta di Pier Luigi Bersani alle critiche rivolte al Partito dopo la sconfitta genovese.

Come interpretarla?

Come un’orgogliosa difesa? O un’amara rassegnazione???

◆ ◇ ◆ ◇ ◆ ◇ ◆ ◇ ◆ ◇ ◆ ◇ ◆ ◇ ◆ ◇ ◆ ◇ ◆ ◇ ◆ ◇ ◆◇ ◆ ◇ ◆ ◇ ◆ ◇ ◆ ◇ ◆

SUGGERIMENTI FACEBOOK…

Visita la pagina “PANTA REI”:

http://www.facebook.com/blog.di.GaspareSerra

Entra nel gruppo “TERZA REPUBBLICA… (per una nuova stagione riformista!)”:

http://www.facebook.com/groups/62981451472

Visita la pagina “L’ANTICASTA (più riforme e trasparenza, meno sprechi e burocrazia!)”:

http://www.facebook.com/nuovarepubblica

Dieci miti sul capitalismo

di: Lubov Lulko

Il capitalismo nella sua versione neoliberista si è ormai esaurito . Gli squali della finanza non vogliono perdere i profitti e spostano il peso principale del debito verso i pensionati e i poveri. Un fantasma della ‘”Primavera d’Europa” si aggira per il Vecchio Mondo e gli oppositori del capitalismo spiegano alla gente come le loro vite stanno venendo distrutte. Questo è il tema di questo articolo dell’ economista portoghese Guilherme Alves Coelho.

Si dice che ogni nazione ha il governo che si merita. Questo non è del tutto vero. Le persone possono venire ingannate dalla aggressiva propaganda che plasma gli schemi mentali e sono quindi facilmente manipolabili. Le bugie e le manipolazioni sono una contemporanea arma di distruzione di massa e di oppressione dei popoli. 

Sono efficaci tanto quanto i tradizionali mezzi di guerra. In molti casi, si completano a vicenda. Entrambi i metodi vengono utilizzati per ottenere la vittoria nelle elezioni e distruggere i paesi indisciplinati.

Ci sono molti modi per gestire l’opinione pubblica in cui l’ideologia del capitalismo è stata portata al livello di miti. E’ una combinazione di false verità che vengono ripetute un milione di volte, nel corso delle generazioni, e quindi, per molti, diventano indiscutibili. Sono state progettate per rappresentare il capitalismo come credibile e mobilitare il sostegno e la fiducia delle masse. Questi miti vengono veicolati e promossi mediante i strumenti dei media, istituzioni educative, tradizioni familiari, le dottrine della chiesa, ecc. Ecco i più comuni di questi miti.

Mito 1. Sotto il capitalismo, chi lavora duro può diventare ricco

Il sistema capitalista fornirà automaticamente la ricchezza agli individui che lavorano sodo. I lavoratori inconsciamente formano una speranza illusoria, ma se non va bene, potranno incolpare per questo fallimento solamente se stessi.

In realtà, sotto il capitalismo, la probabilità di successo, indipendentemente da quanto si può avere lavorato, è la stessa di vincere ad una lotteria. La ricchezza, con rare eccezioni, non viene creata dal duro lavoro, ma è il risultato di frodi e mancanza di rimorsi da parte di  coloro che hanno maggiore influenza e potere. E’ un mito che il successo sia il risultato di duro lavoro e, in combinazione con fortuna e una buona dose di fede, dipenda dalla capacità di impegnarsi in attività imprenditoriali e dal livello di competitività. Questo mito crea i seguaci del sistema che lo sostengono. La religione, in particolare quella Protestante, opera anche per sostenere questo mito.

Mito 2. Il capitalismo crea ricchezza e prosperità per tutti

Questo mito è destinato a far credere che la ricchezza, accumulata nelle mani di una minoranza, prima o poi verrà ridistribuita fra tutti. L’obiettivo è quello di consentire al datore di lavoro di accumulare ricchezza senza fare troppe domande. Allo stesso tempo viene mantenuta la speranza che i lavoratori, prima o poi, saranno premiati per il loro lavoro e la loro dedizione.  Anche Marx giunse alla conclusione che l’obiettivo ultimo del capitalismo non era la distribuzione della ricchezza, ma la sua accumulazione e la sua concentrazione. Il crescente divario tra ricchi e poveri negli ultimi decenni, soprattutto dopo la costituzione dello Stato Neo-liberale, ha sfatato questo mito. Esso è stato uno dei miti più comuni durante la fase di “benessere sociale” del dopoguerra e il suo compito principale era la distruzione dei paesi socialisti.

Mito 3. Siamo tutti sulla stessa barca

La società capitalista non ha classi, pertanto le responsabilità per i fallimenti e le crisi ricadono su tutti e tutti devono pagare. L’obiettivo è quello di creare un complesso di colpa per i lavoratori, permettendo ai capitalisti di aumentare i ricavi e di trasferire le spese al popolo. Infatti, la responsabilità ricade interamente sull’ elite composta da miliardari che appoggiano il governo e vengono da esso supportati, e hanno sempre goduto di grandi privilegi riguardo la tassazione, appalti, speculazioni finanziarie, offshore, nepotismo, ecc.. Questo mito viene impiantato dalle élite al fine di evitare la sua responsabilità per la difficile situazione del popolo e obbligare il popolo a pagare per gli errori dell’elite.

Mito 4. Il capitalismo è sinonimo di libertà

La vera libertà si ottiene solo sotto il capitalismo, con l’aiuto della cosiddetta “auto-regolamentazione del mercato”. L’obiettivo è rendere il capitalismo una sorta di religione e viene negato alle persone il diritto di partecipare all’adozione di decisioni macroeconomiche. Infatti, la libertà decisionale è la massima libertà, ma di questa godono solo una ristretta cerchia di potenti individui, non il popolo e nemmeno le agenzie governative. Durante i summit e i forum, nei circoli ristretti a porte chiuse, i capi delle grandi aziende, banche e multinazionali prenderanno importanti decisioni finanziarie ed economiche di carattere strategico. I mercati, quindi, non sono auto-regolati, ma vengono manipolati. Questo mito è stato usato per giustificare l’interferenza negli affari interni di paesi non-capitalisti, sulla base del presupposto che essi non hanno la libertà, ma hanno regole.

Mito 5. Il capitalismo è sinonimo di democrazia

La democrazia può esistere solo sotto il capitalismo. Questo mito, che segue da quello precedente, è stato creato al fine di evitare la discussione di altri modelli di ordine sociale, replicando che ogni forma di alternativa è una dittatura. Al capitalismo sono assegnati, distorcendone il loro reale significato, concetti come libertà e democrazia. In realtà, la società è divisa in classi e i ricchi, ovvero la parte ultra-minoritaria, dominano su tutti gli altri. Questa “democrazia” capitalista non è altro che una dittatura mascherata, e le “riforme democratiche” sono viste come processi che si oppongono al progresso. Come il mito precedente, anche questo serve come pretesto per criticare e attaccare i paesi non capitalisti.

Mito 6. Le elezioni sono sinonimo di democrazia

Le elezione sono sinonimo di democrazia. L’obiettivo è quello di denigrare o demonizzare altri sistemi ed evitare il sorgere di discussioni su sistemi politici ed elettorali in cui i leader sono determinati attraverso elezioni non-borghesi, per esempio, sulla base dell’ età, dell’ esperienza o della popolarità dei candidati. In realtà, è il sistema capitalista che manipola e corrompe, dove  l’elezioni sono solo un atto formale. Basta osservare il semplice fatto che le elezioni sono sempre vinte dai rappresentanti della minoranza borghese. Il mito che le elezioni borghesi garantiscano la presenza della democrazia è uno dei miti più radicati a cui credono persino alcuni partiti e forze di sinistra.

Mito 7. Alternare i partiti al Governo equivale ad avere un’ alternativa

Si vuol far credere che i partiti borghesi che periodicamente si alternano al potere dispongono di politiche alternative. L’obiettivo è quello di perpetuare il sistema capitalistico all’interno della classe dominante, alimentando il mito che la democrazia si riduce alle elezioni. In realtà, è ovvio che un sistema parlamentare bipartitico o multipartitico è un sistema a partito unico. Si tratta di due o più fazioni di una stessa forza politica che, alternandosi, fanno credere di avere una politica alternativa. La gente sceglie sempre un agente del sistema. Il mito che i partiti borghesi abbiano politiche diverse e facciano anche opposizione, è uno dei miti più importanti, ed è costantemente pubblicizzato per far funzionare il sistema capitalista.

Mito 8. Il politico eletto rappresenta i cittadini e può quindi decidere per loro

Al politico è stata concessa l’autorizzazione da parte del popolo e può governare come meglio crede. Lo scopo di questo mito è quello di sfamare il popolo con vuote promesse e nascondere le reali misure che verranno attuate nella pratica. Infatti, il leader eletto non adempie queste promesse, o, peggio, comincia ad attuare misure non dichiarate durante la sua campagna elettorale, spesso contrastanti e persino incostituzionali. Tali politici di solito, nel bel mezzo del loro mandato, raggiungono il loro minimo di popolarità e, in questi casi, la perdita della rappresentanza non conduce ad una sostituzione di quel politico attraverso mezzi costituzionali, ma al contrario, porta alla degenerazione della democrazia capitalista in una dittatura reale o dissimulata. La sistematica pratica di falsificazione della democrazia sotto il capitalismo è una delle ragioni del crescente numero di persone che ormai non si recano più alle urne.

Mito 9. Non c’è alternativa al capitalismo

Il capitalismo non è perfetto, ma è l’unico sistema economico e politico possibile e quindi il più appropriato. L’obiettivo è quello di eliminare lo studio e la promozione di altri sistemi ed eliminarne la concorrenza con tutti i mezzi possibili, inclusa la forza. In realtà, ci sono altri sistemi politici ed economici e il più conosciuto è il socialismo scientifico. Anche nell’ambito del capitalismo, ci sono versioni di “socialismo democratico” del Sud America o del “capitalismo socialista” europeo. Questo mito ha lo scopo di intimidire la gente, per impedire che incominci a discutere riguardo le alternative al capitalismo.

Mito 10. Il risparmio genera ricchezza

Vuol far credere che la crisi economica è causata dall’ eccesso di benefici per i lavoratori. Se vengono rimossi, il governo si salverà e il paese diventerà ricco. L’obiettivo è quello di spostare  sul settore pubblico, compresi i pensionati, la responsabilità per il pagamento del debito capitalista. Un altro obiettivo è quello di far accettare la povertà, sostenendo che sia qualcosa di  temporaneo. Esso è altresì destinato a facilitare la privatizzazione del settore pubblico. Le persone sono convinte che i risparmi sono la “salvezza”, senza menzionare che questi risparmi giungono attraverso la privatizzazione dei settori più redditizi i cui futuri guadagni andranno persi. Questa politica porta ad una diminuzione delle entrate dello Stato e la riduzione dei benefici, delle pensioni e dei sussidi.

LINK: Ten myths about capitalism

DI: Coriintempesta

Debito Sovrano e “Tripla A”. La AAA del popolo: Audit, Azione e Abolizione delle politiche economiche neoliberiste

di: Damien Millet and Eric Toussaint

AAA … tre lettere che suonano come una risata beffarda e che indicano il massimo rating del credito assegnato dalle stesse agenzie di rating. Una società o uno Stato con con la tripla A  è considerato degno di credito dai prestatori e dagli speculatori e può ottenere quindi prestiti a tassi più vantaggiosi. Ma per ottenere – o mantenere – questo grado simbolico, i governi europei dovranno prendere ogni tipo di provvedimento, compresa l’applicazione di politiche di austerità che porteranno le loro economie sotto il diktat dei creditori. La tripla  A è la facciata che nasconde la regressione sociale su grande scala, la violazioni dei diritti umani, e sangue, sudore e lacrime per i cittadini più vulnerabili. 

AAA … Tre lettere che risuonano come la risata della iena, mentre i creditori traggono profitti, mentre vengono sacrificati i diritti delle persone con la complicità attiva dei capi di Stati europei, la Commissione europea, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca centrale europea. 

I creditori e gli speculatori hanno deciso di correre i rischi più temerari, convinti che le autorità pubbliche li avrebbero salvati in tempo di crisi. Fino ad ora hanno avuto ragione. Sono stati organizzati salvataggi bancari, gli Stati hanno fornito garanzie del valore di migliaia di miliardi di euro, le volontà dei creditori sono state assecondate. Gli Stati membri hanno speso somme colossali per salvare le banche prima di imporre massicce misure di austerità a cui spesso il popolo si oppone con determinazione. Proteste di piazza, scioperi generali, i movimenti degli Indignati e le lotte sociali sono motivi di speranza se possono riuscire a federarsi a livello europeo. E’ tempo che i popoli d’Europa si uniscano.

Per tre decenni, le politiche neoliberiste hanno fatto aumentare l’indebitamento ad un livello intollerabile per le classi medie e medio-basso, che sono poi quelle che devono sostenere, in gran parte, gli oneri del rimborso. Il debito pubblico dei paesi europei ha due cause principali: da un lato, la contro-rivoluzione  fiscale iniziata negli anni 1980 e che ha favorito i più ricchi, e dall’altra parte, le risposte degli Stati alla attuale crisi provocata dagli investimenti sfrenati da parte dei banchieri e degli hedge fund. La deregolamentazione finanziaria ha tolto garanzie essenziali e ha permesso la creazione di prodotti sempre più complessi, portando a gravi eccessi e ad una crisi economica e finanziaria globale.

Le attuali politiche proteggono i responsabili della crisi e obbligano le vittime – in altre parole i popoli – a pagare le spese. Per questo motivo il debito è in gran parte  illegittimo. Finché persiste la logica attuale, i diktat dei creditori porteranno costante regressione sociale. Un audit del debito pubblico da parte dei cittadini, insieme ad una moratoria senza sanzioni per i rimborsi, è l’unica soluzione per determinare l’ illegittima, o perfino odiosa, parte del debito. Questa parte deve essere incondizionatamente abolita. E  per questo debito illegittimo da abolire, i popoli devono continuare a mobilitarsi e attraverso la loro azione concertata imporre una politica diversa che rispetti i diritti fondamentali e ambientali.

Questa azione deve essere il modo attraverso il quale costruire un’Europa fondata sulla solidarietà e sulla cooperazione, un’Europa che rifiuta i dettami concorrenziali dell’attuale sistema. La logica neo-liberale ha portato alla crisi e ha rivelato le proprie debolezze. Questa logica, che è alla base di tutti i documenti fondanti dell’Unione europea, in particolare il Patto di Stabilità e Crescita e il Trattato del Meccanismo Europeo di Stabilità, deve essere vigorosamente compromessa. Le politiche di bilancio e quelle fiscali non dovrebbero essere uniformi, dal momento che le economie europee sono molto disparate, ma dovrebbero piuttosto essere coordinate al fine di trovare una soluzione che innalzi lo standard. L’Europa deve anche abbandonare il suo atteggiamento  di assediata nei confronti dei richiedenti l’ immigrazione e diventare un partner giusto e solidale per i popoli del sud. Il primo passo deve essere quello di cancellare senza condizioni il debito del Terzo Mondo. E’ chiaro che gli attuali trattati europei devono essere abrogati e sostituiti con nuovi nel contesto di un autentico processo costituente democratico che sarà la pietra angolare per un’Europa diversa.

Audit-Azione-Abolizione: questa è la AAA vogliamo, un AAA del popolo, non delle agenzie di rating. Poniamo questa richiesta al centro del dibattito pubblico per affermare che le scelte politiche, economiche e finanziarie alternative sono possibili. Solo potenti lotte sociali  possono rendere la ” AAA dei popoli ” una realtà e un mezzo per effettuare un cambiamento radicale nella logica.

LINK: Sovereign Debt and “Triple A Ratings”: The People’s AAA : Audit, Action and Abolition of Neoliberal Economic Policies

DI: Coriintempesta

“Quelli che vediamo oggi sono le Camice Brune, le SS devono ancora arrivare”

di: Paolo Barnard

Nulla di quanto è scritto di seguito è Fanta Horror. Sono un giornalista con delle responsabilità, non un folle che ama spaventare la gente.

Dovete andare in Africa per sapere cosa vi aspetta. Africa sud sahariana. I pacchetti di austerità di cui oggi si parla come ‘rimedio’ alla crisi di credibilità dei nostri governi in Eurozona, furono disegnati, esattamente come si disegna un motore, 35 anni fa dal Fondo Monetario Internazionale (FMI). Non si chiamavano austerità, ma Structural Adjustment Programmes (SAPs). Tagli a tutto il settore pubblico e spesa pubblica, privatizzazioni, tasse, isteria da deficit, allungamento età pensionabile, finanziarizzazione della società, ecc. Lo scopo: depredare alla morte i Paesi africani che stavano organizzando il proprio riscatto col New International Economic Order all’inizio degli anni ’70. E così fu. Non li hanno cambiati di una virgola quei programmi, solo il nome: austerità. Oggi gli esecutori di questi crimini sociali in Europa rispondono ai nomi di Ollin Rehn, Herman Von Rompuy, Draghi, Monti ecc. Essi sono le Camice Brune. Ora torniamo in Africa, perché dovete conoscere le nostre prossime SS.

Liberia, Ellen Johnson Sirleaf, la prima presidente africana, ha da tempo incontrato le SS finanziarie. Sei anni fa esse hanno impugnato il debito sovrano e privato della Liberia, e oggi stanno uccidendo il Paese, letteralmente. Sono i Vulture Funds, tradotto: I Fondi degli Avvoltoi, gruppi di speculatori specializzati in recupero crediti su scala gigantesca. Ecco cosa possono fare all’Italia.

L’Italia farà default, fallirà e uscirà dall’Euro. Questo è certo nell’ordine del 99,9%. Se in un mondo magico l’Italia che torna alla lira si armasse di Modern Money Theory, programmi di piena occupazione, pieno Stato Sociale, spesa a deficit in moneta sovrana (la nuova lira), e tutte le altre misure descritte a fondo ne Il Più Grande Crimine, non avrei più ragione di scrivere oltre. Sonni tranquilli per 60 milioni di italiani. Ma è una favola. Accadrà l’esatto contrario, e quindi continuo a scrivere.

Le solite Camice Brune saranno al timone a Roma. Uno dei problemi più gravi sarà come onorare il debito bancario e privato, ovvero: i debiti delle banche italiane verso creditori esteri e italiani, e soprattutto i debiti di cittadini e aziende (mutui, prestiti ecc…) verso le banche in generale. Ci saranno frotte di creditori furiosi, da placare. In breve tempo sarà chiaro che l’Italia del default non potrà ripagare il 100% dei debiti sopra descritti. Per i creditori le strade saranno due: o ficcarsi in litigi legali per 20 anni e più, oppure vendere i propri crediti ai Vulture Funds, i Fondi degli Avvoltoi. Questo accadrà, non sappiamo in quale misura, ma accadrà, e inaugurerà l’entrata delle SS finanziarie in Italia. Per me e per voi saranno dolori veri, ma veri, vita di tutti i giorni nella pena di una povertà mai più vista dagli anni ‘50. Ecco come lavorano le SS finanziarie.

Prima cosa, le Camice Brune al governo immediatamente si piegheranno al diktat del FMI di sostenere il più possibile le richieste dei creditori. Palazzo Chigi darà il semaforo verde, nessun reale intervento di politica sovrana a difesa dei cittadini, se non misure ‘cosmetiche’. Una quota di creditori, a quel punto, venderanno il proprio credito verso di noi cittadini e aziende agli Avvoltoi, scontato del 50-70% circa. Cioè: i Vulture Funds pagheranno 30.000/50.000 euro un credito che valeva 100.000 euro. In quel momento essi diverranno i legali proprietari del debito di un italiano, di un’azienda italiana, di centinaia di migliaia di italiani e migliaia di aziende. Di seguito: agiranno come un clan di Camorristi che ha comprato il debito di un barista da un prestatore privato. Gli piomberanno addosso con ogni mezzo legale e terrorismo economico per succhiargli tutto ciò che possono, sempre però sulla base del 100% del debito. Cioè: il beneficio della resa del creditore originale, che si è accontentato di incassare solo del 30% del suo credito, non verrà trasferito al debitore.

Voi persone per bene non capite cosa significhi trovarsi debitori di un Vulture Fund, di un avvoltoio. Siete abituati al volto del vostro cassiere all’Unicredit, al Monte dei Paschi. Anche tu, imprenditore, non sai come prende allo stomaco il fiato di un SS finanziario quando lo devi ricevere nel tuo ufficio. E sarà inutile dall’interno del Lager economico Italia volgere lo sguardo al governo, ai sindacati, alle Regioni. Il debito sovrano dell’Italia del default sarà stato trasferito, con decisione del Consiglio Europeo, sotto la giurisdizione britannica o dello Stato di New York, per cui a Roma sarà la Notte dei Lunghi Coltelli, cioè il resto delle SS finanziarie del FMI, della UE dei tecnocrati alla Rompuy e Draghi, saranno impegnate a ripulire i palazzi governativi per sempre. Inutile neppure pensarci a loro.

Questo è il quadro assai probabile, vicino al certo.

L’economista americano Michael Hudson ha scritto: “C’è ora il pericolo che i Vulture Funds si stabiliscano in cima alla piramide della legalità internazionale, da dove possono opprimere intere nazioni”.

Non ci credete? Liberia e Islanda, andateci, basta un volo. Lì è accaduto, ora, now. And they are bleeding.

(Lo so che svelare queste cose vi causa ancor più impotenza e disperazione. So bene che non siete capaci di reagire, non lo fareste neppure ad appiccarvi fuoco. Ma il mio mestiere è raccontare ciò che vedo.)

PaoloBarnard.info

Occupy Wall Street e l’ “Autunno Americano”: è una “Rivoluzione Colorata”?

di: Michel Chossudovsky

C’è un movimento di protesta popolare che si sta dispiegando in tutta l’America, comprendente persone di ogni ceto sociale, di tutte le età, consapevoli della necessità di un cambiamento sociale e impegnati a invertire la marea.

La base di questo movimento rappresenta una risposta all’ “agenda di Wall Street” di frodi finanziarie e  manipolazione, servite per innescare la disoccupazione e la povertà in tutto il paese.

Questo movimento costituisce, nella sua forma attuale, uno strumento di riforma significativa e di cambiamento sociale in America?

Qual è la struttura organizzativa del movimento? Chi sono i suoi principali artefici?

Il movimento o segmenti all’interno di esso sono stati cooptati?

Questa è una questione importante, che deve essere affrontata da coloro che fanno parte del Movimento Occupy Wall Street così come da coloro che, in tutta l’America, sostengono la democrazia reale.

Introduzione

Storicamente, i movimenti sociali progressisti sono stati infiltrati, i loro leader cooptati e manipolati, attraverso il finanziamento di organizzazioni non governative, sindacati e partiti politici. Lo scopo ultimo del “finanziamento del dissenso” è quello di impedire al movimento di protesta di sfidare la legittimità dell’ elite di Wall Street:

Con amara ironia, una parte dei fraudolenti guadagni finanziari a Wall Street, negli ultimi anni, sono stati riciclati alle fondazioni esenti da tasse delle élite e a quelle di beneficenza. Questi guadagni finanziari non sono stati utilizzati solo per acquistare i politici, ma sono anche stati convogliati alle ONG, agli istituti di ricerca, i centri sociali,gruppi religiosi, ambientalisti, media alternativi, per i diritti umani,ecc..

L’obiettivo interno è  “fabbricare il dissenso” e stabilire i confini di un opposizione “politicamente corretta”. A loro volta, molte ONG sono infiltrate da informatori che spesso agiscono per conto di agenzie di intelligence occidentali. Inoltre, un segmento sempre più ampio dei media progressisti di notizie alternative su internet è diventato dipendente dai finanziamenti di fondazioni private e associazioni di beneficenza.

L’obiettivo delle élite è stato quello di frammentare il movimento popolare in un vasto  mosaico “fai da te” (Vedi Michel Chossudovsky, Manufacturing Dissent: the Anti-globalization Movement is Funded by the Corporate Elites, Global Research, 20 settembre 2010).

Fabbricare il dissenso

Allo stesso tempo,  il” dissenso fabbricato” è intento a promuovere divisioni politiche e sociali (ad esempio all’interno e tra i partiti politici e i movimenti sociali). A sua volta, incoraggia la creazione di fazioni all’interno di ogni organizzazione.

Per quanto riguarda il movimento anti-globalizzazione, questo processo di divisione e frammentazione risale ai primi giorni del World Social Forum. (Vedi Michel Chossudovsky,Manufacturing Dissent: The Anti-globalization Movement is Funded by the Corporate Elites, Global Research, 20 settembre2010)

La maggior parte delle organizzazioni progressiste del periodo post seconda guerra mondiale, compresa la “sinistra” Europea sono state, nel corso degli ultimi 30 anni,trasformate e rimodulate. Il sistema di libero mercato (neoliberismo) è il consenso della “sinistra”. Questo vale, tra gli altri, per il Partito socialista in Francia, il partito laburista in Gran Bretagna, i socialdemocratici in Germania, per non parlare del partito dei Verdi in Francia e Germania.

Negli Stati Uniti, il bipartitismo non è il risultato dell’interazione dei partiti politici del Congresso. Una manciata di potenti gruppi di lobby aziendali controllano sia i repubblicani che i democratici. Il “consenso bi-partisan” è stabilito dalle élites che operano dietro le quinte. E ‘applicato dai principali gruppi lobbistici, che esercitano una morsa su entrambi i maggiori partiti politici.

A loro volta, i leader della American Federation of Labor and Congress of Industrial Organizations(AFL-CIO) sono stati cooptati dall’ establishment aziendale contro la base del movimento operaio degli Stati Uniti. I leader delle organizzazioni dei lavoratori partecipano alle riunioni annuali del Forum economico mondiale di Davos (WEF).Collaborano con il Business Roundtable. Ma al tempo stesso, la base del movimento operaio degli Stati Uniti, ha cercato di effettuare modifiche organizzative che contribuiscono a democratizzare la leadership dei sindacati.

Le élite promuoveranno un “rituale del dissenso” con alta visibilità dei media, con il supporto della rete televisiva, della stampa corporativa così come di internet.

Le élite economiche - che controllano le principali fondazioni – supervisionano anche il finanziamento di numerose organizzazioni della società civile, che storicamente sono state coinvolte nel movimento di protesta contro lo stabilito ordine economico e sociale. I programmi di molte organizzazioni non governative (comprese quelli coinvolti nel movimento Occupare Wall Street) si basano parecchio sui finanziamenti da fondazioni private tra cui la Ford, Rockefeller, MacArthur, fondazioni Tides,tra gli altri.

Storicamente, il movimento anti-globalizzazione  emerso negli anni 1990 si è opposto a Wall Street e ai giganti del petrolio del Texas controllati da Rockefeller, et al. Eppure, le basi e le associazioni di beneficenza di Rockefeller, Ford et al hanno, nel corso degli anni, generosamente finanziato le reti progressiste anti-capitalista  e gli ambientalisti , al fine di sorvegliare e in ultima analisi, dare forma alle loro varie attività.

Le “Rivoluzioni colorate”

Nel corso dell’ultimo decennio, le “rivoluzioni colorate” sono emerse in diversi paesi. Si tratta di operazioni di intelligence degli Stati Uniti  consistenti nel sostenere segretamente i movimenti di protesta al fine di innescare il  “cambio di regime” sotto la bandiera di un movimento pro-democrazia.Le “Rivoluzioni colorate” sono finanziate dal National Endowment for Democracy, l ‘International Republican Institute e Freedom House,tra gli altri. L’obiettivo finale di una “rivoluzione colorata” è quella di fomentare disordini sociali e utilizzare il movimento di protesta per rovesciare il governo esistente. L’obiettivo finale è, quindi, quello di instaurare un  governo filo-americano (o un regime fantoccio).

Dalla Primavera Araba” a “Occupy Wall Street“: il ruolo di OTPOR

Nella “primavera araba” egiziana, le principali organizzazioni della società civile, comprese Kifaya (Basta!) e il Movimento Giovanile del 6 Aprile, non erano supportate solo da fondazioni  basate negli Stati Uniti tra cui Freedom House e il National Endowment for Democracy (NED), ma hanno anche avuto l’approvazione del Dipartimento di Stato americano. (Per i dettagli si veda Michel Chossudovsky, The Protest Movement in Egypt: “Dictators” do not Dictate, They Obey Orders, Global Research, 29 Gennaio 2011

dissidenti egiziani -Freedom House

Il Segretario di Stato americano Hillary Clinton e dissidenti egiziani -Maggio 2009-

La cooptazione dei leader dei vari gruppi dell’ opposizione in Egitto è stata attuata attraverso vari canali tra cui Freedom House e il National Endowment for Democracy, entrambi i quali hanno legami con i servizi segreti americani.

Il Movimento Giovanile del 6 Aprile, il quale per un certo numero di anni è stato in collegamento permanente con l’ambasciata americana al Cairo, è stato addestrato dal Centre for Applied Non Violent Action and Strategies (CANVAS) della Serbia, una società di consulenza e formazione specializzata in “Rivoluzioni”. Il  CANVAS è stato fondato nel 2003 dall’ OTPOR, un’organizzazione serba sostenuta dalla CIA,che ha svolto un ruolo centrale nella caduta di Slobodan Milosevic in seguito ai bombardamenti NATO della Jugoslavia nel 1999.

Appena due mesi dopo la fine dei bombardamenti della Jugoslavia del’99, l’ OTPOR svolgeva un ruolo centrale nell’installazione di un  governo “ad interim” in Serbia sponsorizzato da USA-NATO. Questi sviluppi hanno anche aperto la strada verso la secessione del Montenegro dalla Jugoslavia, l’istituzione della base militare statunitense Bondsteel e la  formazione dello Stato Mafioso in Kosovo.

Nell’agosto del 1999, la CIA pare abbia creato un programma di formazione per OTPOR a Sofia, capitale  della Bulgaria:

Nell’estate del 1999, il capo della CIA, George Tenet, ha messo su un reparto a Sofia, in Bulgaria” per educare “l’opposizione serba, come confermato lo scorso 28agosto[2000] dalla BBC.

Il programma della CIA è un programma per fasi successive. Nella fase iniziale, essi lusingano il patriottismo e lo ‘spirito di indipendenza” dei serbi, agendo come se essi rispettassero queste qualità. Ma dopo aver seminato confusione e distrutto l’unità del Paese, la CIA e la NATO si spingerebbero molto b en più lontano. “

(Gerard Mugemangano e Michel Collon,”To be partly controlled by the CIA ? That doesn’t bother me much.”, Interview with two activists of the Otpor student movement, International Action Center (IAC),To be partly controlled by the CIA ? 6 Ottobre 2000. Vedi anche CIA is tutoring Serbian group, Otpor“,The Monitor, Sofia, tradotto da Blagovesta Doncheva, Emperors Clothes,  8 settembre 2000).

Il” Business della Rivoluzione”

Il Centre for Applied Non Violent Action and Strategies (CANVAS) dell’OTPOR si descrive come “una rete internazionale di formatori e consulenti” coinvolti nel “Business Revolution”. Finanziato dal National Endowment for Democracy (NED), costituisce consulenza e formazione di gruppi di opposizione sponsorizzati dagli Stati Uniti in oltre 40 paesi.

L’ OTPOR ha giocato un ruolo chiave in Egitto.

Egitto -Tahir Square: quello che sembrava essere un processo di democratizzazione spontaneo era una operazione di intelligence accuratamente pianificata. Guarda il video qui sotto.

Sia il Movimento Giovanile del 6 Aprile che  Kifaya (Basta!) hanno ricevuto una formazione preliminare dal CANVAS a Belgrado “nell’ambito delle strategie di rivoluzione non violenta”. “Secondo Stratfor, le tattiche utilzzate dal Movimento e da Kifaya” provenivano direttamente dal programma di addestramento del Canvas. “(Citato in Tina Rosenberg, Revolution UForeign Policy,16 febbraio 2011)

Logo del Movimento Giovanile del 6 Aprile, Egitto

Vale la pena notare la somiglianza dei loghi e dei nomi coinvolti nelle “rivoluzioni colorate” sponsorizzate da CANVAS-OTPOR. Il Movimento Giovanile del 6 Aprile in Egitto ha  usato il pugno chiuso come suo logo, Kifaya (“Basta!”) ha ripreso lo stesso nome come il movimento di protesta giovanile supportato da OTPOR in Georgia, che era stato chiamato Kmara! (“Basta!”). Entrambi i gruppi sono stati formati dal  CANVAS.

Il ruolo del CANVAS-OPTOR nel Movimento Occupy Wall Street

CANVAS-OPTOR è attualmente coinvolto nel Movimento  Occupy Wall Street.

Diverse importanti organizzazioni attualmente coinvolte nel movimento Occupare Wall Street hanno avuto un ruolo significativo nella ”Primavera araba”. Di rilevanza, ” Anonymous ” è stato coinvolto nel condurre attacchi informatici su siti web del governo egiziano,  in piena “primavera araba”.

Lo scorso agosto, ” Anonymous ” ha condotto simili attacchi informatici  contro il Ministero della Difesa siriano. Questi attacchi informatici sono state intrapresi a sostegno dell’ “opposizione” siriana in esilio, che è in gran parte integrata dagli islamisti. (Vedi Syrian Ministry Of Defense Website Hacked By ‘Anonymous’, Huffington Post, 8 agosto 2011).

Le azioni di ” Anonymous ” in Siria sono coerenti con il quadro delle”rivoluzioni colorate”. Essi cercano di demonizzare il regime siriano e creare instabilità politica. (Per l’analisi sulle opposizionidella Siria, si veda Michel Chossudovsky,  SYRIA: Who is Behind The Protest Movement? Fabricating a Pretext for a US-NATO “Humanitarian Intervention” Global Research, 3 maggio 2011)

Sia CANVAS  che Anonymous sono ora attivamente coinvolti nel Movimento Occupy Wall Street. [http://anonops.blogspot.com]

Il ruolo preciso del CANVAS nel Movimento Occupy Wall Street resta da valutare.

Ivan Marovic, uno dei leader del CANVAS, ha recentemente tenuto un discorso dinanzi i manifestanti a New York City.

Marovic ha già riconosciuto in passato che non c’è nulla di spontaneo nella progettazione di un “evento rivoluzionario”:

“Sembra come se le persone fossero appena scese in strada. Ma è il risultato di mesi o anni di preparazione. E ‘molto noioso fino a quando non si arriva al punto dove è possibile organizzare manifestazioni di massa o scioperi. Se è attentamente pianificato, dal momento in cui ha inizio, si conclude tutto nel giro di settimane “. (Citato in in Tina Rosenberg,Revolution UForeign Policy,16 febbraio 2011)

Questa dichiarazione del portavoce di OTPOR Ivan Marovic suggerisce che i movimenti di protesta nel mondo arabo non si sono diffusi spontaneamente da un paese all’altro, come invece viene ritratto dai media occidentali. I movimenti di protesta nazionali sono stati pianificati con largo anticipo e anche la cronologia e la sequenza di questi movimenti  sono state previste.

Allo stesso modo, la dichiarazione di Marovic suggerisce anche che il Movimento Occupy Wall Street è stato oggetto di attenta pianificazione avanzata da un certo numero di organizzazioni chiave riguardo la tattica e la strategia.

Vale la pena notare che una delle tattiche dell’ OTPOR è “non cercare di evitare gli arresti”, ma piuttosto di” provocarli e usarli a vantaggio del movimento.” , come strategia di pubbliche relazioni. (Ibid)

Il Pugno Chiuso del Movimento Occupy Wall Street su http://occupywallst.org

La PARTE II del presente articolo esaminerà il fulcro del movimento  Occupy Wall Street  , compreso il ruolo di organizzatori delle ONG.

LINK:  Occupy Wall Street and “The American Autumn”: Is It a “Colored Revolution”?

DI: CoriInTempesta

Wall Street e la City puntano su un crollo dell’Italia

di: Filippo Ghira

La stampa anglosassone, Financial Times e Wall Street Journal, boccia la manovra e spera nella fine dell’euro

La stampa anglosassone, espressione dei veri poteri forti che hanno in mano i destini della finanza e quindi dell’economia internazionale, ha espresso un giudizio negativo sul contenuto della manovra finanziaria. Il fatto non dovrebbe preoccupare in quanto lascia il tempo che trova il fatto che un giornalista dia un giudizio negativo sull’azione di questo o quel governo. Nel caso specifico però gli attacchi del Financial Times e del New York Times devono essere presi nella dovuta considerazione perché sono l’annuncio di nuove speculazioni contro l’Italia. Non si tratta comunque di un fatto nuovo. Gli ambienti finanziari di oltre Manica e di oltre Atlantico si muovono infatti in maniera coordinata. Il mondo anglo-sassone non ha mai nutrito particolare simpatia per l’Italia e per il suo ruolo nel Mediterraneo, nel vicino Oriente e in Asia Centrale e negli ultimi anni per i rapporti strettissimi stabiliti oltre che con la Russia anche con la Libia di Gheddafi.

Così le difficoltà del nostro Paese a tenere sotto controllo la dinamica dei conti pubblici, a cercare di ridurre il disavanzo e il debito per rientrare nei limiti del Patto di Stabilità, come ci chiedono la Commissione europea e la Bce, attraverso una manovra finanziaria aggiuntiva dagli effetti devastanti, ha rappresentato un invito a nozze per i due quotidiani che, dietro l’apparente e dichiarata obiettività, nascondono invece la sporcizia e il comportamento criminale degli ambienti che li ispirano.

Tale realtà è particolarmente grave per una gazzetta come il FT che appartiene ad un Paese che non fa parte del sistema dell’euro, avendo preferito restare attaccato alla sterlina e che all’interno dell’Unione europea ha continuato a svolgere il ruolo di cavallo di Troia degli interessi anglosassoni. Non è un caso che proprio dai paradisi fiscali sotto la sovranità di Londra, le isole del Canale (Guernsey e Jersey) e i dominions dei Caraibi, siano transitati i capitali che hanno operato la massiccia speculazione contro i titoli di Stato greci, portoghesi, spagnoli, irlandesi e italiani e quindi contro la stabilità dell’euro. Soltanto gli idioti di questa sinistra italiota possono utilizzare le uscite del FT (o del settimanale confratello Economist) e del WSJ per rafforzare le proprie critiche nei confronti di un governo, quello di Berlusconi, che ha mille e più motivi per essere criticato. A questi imbecilli, che dovrebbero avere soprattutto a cuore la stabilità dell’Italia, non viene da pensare che gli attacchi della City e di Wall Street siano motivati da ragioni squisitamente di bottega. Come ad esempio la volontà di mettere le mani sulle aziende pubbliche, come Enel, Eni, Finmeccanica e Fincantieri che con buona pace di Frattini rappresentano il nostro vero Ministero degli Esteri e senza le quali il nostro ruolo sullo scenario internazionale sarebbe ridotto a zero. A nessuno di questi imbecilli che auspicano le privatizzazioni, e ai molti che nel centrodestra condividono tale idea criminale, giustificata con la necessità di fare cassa e di abbattere il debito pubblico, viene di pensare, o perché sono ignoranti (nel senso che non conoscono i fatti) o perché sono in malafede, che siamo giunti alla fine di un processo storico. Una fase che prese il via in piena Mani Pulite e che venne avviata dalla Crociera del Britannia del 2 giugno 1992, quando i rappresentanti della City londinese radunarono sul panfilo reale i rappresentanti delle imprese a partecipazione statale per indottrinarli sulla bellezza delle privatizzazioni. Poi ad ottobre partì la speculazione anglo-americana contro la lira (con Soros in prima fila), la nostra moneta fu svalutata del 30% e le imprese pubbliche divennero più convenienti per quella stessa percentuale. A bordo si vide Mario Draghi, allora direttore generale del Tesoro, che fece un discorso introduttivo e quindi scese prima che il panfilo salpasse da Civitavecchia per l’Isola del Giglio per poi tornare in serata. Quel Draghi che poi lavorò alla Goldman Sachs, per poi approdare alla Banca d’Italia ed ottenere ahinoi, anche con il sostegno mediatico inglese, la presidenza della Bce dal 1 novembre prossimo. A tutti gli idioti, specie nel centrosinistra, che delirano per l’indipendenza della stampa britannica, vogliamo ricordare che nel febbraio 1978 la copertina di uno dei numeri dell’Economist riportava l’immagine di Aldo Moro rappresentato come un burattino tirato dai fili e con la didascalia: “E’ finita la commedia”. Poi vennero Via Fani e via Caetani… Basterebbe quindi riciclare il buon vecchio Carlo Marx per ricordarsi e tenere sempre presente che sono la finanza e l’economia a muovere il mondo e che la politica, purtroppo, finisce per esserne soltanto una sovrastruttura, pur potendosi ritagliare qualche angoletto di indipendenza. Purtroppo i signori del PD sono così impegnati sul fronte interno ed estero a presentarsi come il partito delle banche e i fautori del Libero Mercato da avere scordato che esiste un minimo di decenza dal quale non si può derogare. Ed è sconfortante prendere atto che il loro massimo desiderio sia quello di un governo “tecnico” guidato ad esempio da un Mario Monti che, guarda guarda, come i vari Romano Prodi, Mario Draghi e il non compianto Tommaso Padoa Schioppa, vanta rapporti di lavoro o di consulenza con la Goldman Sachs. La banca salvata da Barack Obama con 7,5 miliardi di dollari e considerata dal cittadino medio Usa come il simbolo della più odiosa e odiata speculazione finanziaria.
Per la cronaca il FT considera la manovra aggiuntiva “un fiasco colossale” in quanto essa è stata “annacquata” togliendo il contributo di solidarietà a carico dei ricchi e non contenendo riforme strutturali. Così essa danneggerà l’economia italiana invece di accelerare la crescita. Sulla stessa linea il WSJ che titola “Atene e Roma tengono in ostaggio l’Europa. Se la Bce dovesse interrompere gli acquisti dei Btp italiani decennali, auspica il WSJ,  il conseguente rialzo dei rendimenti potrebbe far cadere il governo Berlusconi, aprendo la strada ad un governo tecnico. In questo caso, gongola il quotidiano dei gangsters americani, il lungo processo per ricostruire la credibilità della terza economia europea potrebbe ricominciare seriamente. Dichiarazioni che confermano che niente avviene per caso e che ignorano volutamente che i rischi che l’economia mondiale corre per una possibile bancarotta italiana sono niente di fronte ai disastri provocati nel 2007-2008  dalla speculazione anglo-americana sull’economia mondiale. Una speculazione che il WSJ e il duo mondezza Bush e Obama avevano bellamente ignorato considerandola la cosa più normale del mondo e che anzi hanno alimentato e premiato.

[email protected]

FONTE: Rinascita

E se non pagassimo il debito?

La decisione del governo Berlusconi di anticipare la manovra, rispondendo così ai diktat di Bce e “mercati internazionali” svela le ipocrisie e le litanie dell’ultimo mese: la crisi economica si traduce in quello che era lecito immaginarsi, l’ennesimo “massacro sociale” prodotto dalla corsa sfrenata ai profitti di un capitalismo al palo che non riesce a garantire più né benessere né un futuro degno. Si può certo puntare il dito contro il debito pubblico italiano, il terzo debito del mondo ma senza dimenticare due dati. Quel debito c’era anche un mese fa, un anno fa, tre anni fa e non ha prodotto nessun attacco speculativo, nessuna crisi emergenziale. Secondo, quel debito è la misura non solo della dissennatezza della politica italiana degli ultimi trent’anni ma anche di una gigantesca redistribuzione del reddito dai salari, stipendi e pensioni ai profitti delle grandi banche e della società finanziarie internazionali che detengono gran parte del debito italiano. E’ dunque utile cercare di guardare la sostanza dei problemi.

Negli ultimi due decenni il capitalismo, grazie alla spinta delle politiche dominanti, portate avanti da governi di centrodestra e centrosinistra, ha cercato di salvare sé stesso e la sua assenza di spinta propulsiva accumulando una valanga di debiti. Gli economisti più avvertiti spiegano bene che la lievitazione di “sub-prime” e similari è servita per compensare l’assenza di investimenti produttivi in grado di tenere alti i profitti. Solo che, a un certo punto, per evitare il collasso del sistema, i governi si sono accollati la mole di questi debiti trasferendoli sui bilanci pubblici. Oggi il conto è presentato a lavoratori e lavoratrici, a giovani precari, a donne e pensionati. Non è un caso se l’unica misura concreta presa dal governo Berlusconi sia quella di anticipare il taglio delle agevolazioni fiscali e assistenziali, cioè le misure che interessano la maggioranza della popolazione, spesso quella che paga le tasse e che vive del proprio lavoro. Allo stesso tempo neanche un euro viene prelevato dalle tasche delle fasce più ricche.

A questa decisione, “ordinata” dalla Bce e dai suoi controllori, l’opposizione parlamentare non sa cosa rispondere, balbetta frasi incomprensibili oscillanti tra il senso di responsabilità ordinato dal presidente Napolitano e la necessità di segnalare una diversità che non esiste. Il Parlamento non offrirà risposte né sorprese interessanti visto che si è messo sotto tutela della banche e della finanza.

E anche il sindacato si è voluto incatenare a questa logica, mettendosi sotto la tutela di Confindustria, facendo proprio il dogma del pareggio di bilancio e rilanciando misure come privatizzazioni e riforma del mercato del lavoro. Cosa hanno prodotto tonnellate di leggi – legge Treu, legge 30 etc. – che hanno precarizzato il lavoro oppure le grandi privatizzazioni italiane – Telecom, Autostrade, Alitalia – negli ultimi dieci-quindi anni? Nulla. Il pareggio di bilancio in Costituzione, tra l’altro, impicca l’Italia alle variabili della finanza: che succede se una volta approvato un bilancio in pareggio si verifica un rialzo dei tassi di interesse, facendo aumentare la spesa, o se arriva una recessione imprevista?

In questo clima misure come la Patrimoniale non vengono prese in considerazioni da nessuno: la stessa Cgil l’ha proposta qualche mese fa per poi dimenticarsene.

Ma anche sul debito occorre fare una riflessione più seria. Esiste ormai in Europa una corrente di pensiero (vedi il libro “Les dettes illégitimes” di François Chesnais) che arriva addirittura a proporre il non rimborso del debito a certe condizioni. “L’ingiunzione di pagare il debito – spiega Chesnais – si basa implicitamente su questa idea che il denaro, frutto del risparmio pazientemente accumulato con il duro lavoro, sia stato effettivamente prestato. Questo può essere il caso per i risparmi delle famiglie o dei fondi del sistema di pensione per capitalizzazione. Non è il caso delle banche e degli hedge funds. Quando questi “prestano” agli Stati, comprando buoni del Tesoro aggiudicati dal Ministero delle Finanze, lo fanno con somme fittizie, la cui messa a disposizione si basa su una rete di relazioni e di transazioni interbancarie”.

Un esempio di non pagamento del debito, con ri-negoziazione con i creditori, spiega ancora l’economista francese, è quanto realizzato nel 2007 dal presidente dell’Ecuador, Rafael Correa che ha realizzato un audit pubblico quantificando il debito detenuto da società di speculazione internazionale o dai banchieri nordamericani i quali sono stati costretti a negoziare con il governo ecuadoregno. Cose da terzo mondo, si dirà, ma la Grecia non ha dimostrato che la situazione in Europa può essere analoga e che quindi il problema non può essere eluso? Anche perché come si può pensare davvero di rientrare da un debito del 120% per Pil senza annientare il nostro Paese?

 

Salvatore Cannavò, “Il Fatto” visto su Rivista Eurasia

Ecco tutta la verità sul crollo dei mercati. La manovra non c’entra

La speculazione attacca l’euro e ora tocca a noi. Unica soluzione: che l’Europa si decida a salvare la Grecia. Nessuna scelta politica può cambiare l’umore ribassista del mercato

Se domani mattina, Silvio Berlusconi mollasse Palazzo Chigi e al suo posto arrivasse… sceglie­te chi più vi garba. Se domani mattina la mano­vra ­fiscale d’improvviso raddoppiasse la sua en­tità, con tagli virtuosi alla spesa pubblica. Se do­mani mattina i politici decidessero finalmente di dimezzare i propri appannaggi. Se domani mattina ci svegliassimo in questo quadretto; eb­bene, nulla cambierebbe sui mercati finanzia­ri. Dobbiamo metterci una volta per tutte nella zucca l’idea che la speculazione che sta colpen­­do l’Italia nulla ha a che vedere con la condotta della politica economica di questo governo. Lo abbiamo scritto prima dell’approvazione della manovra finanziaria e lo ribadiamo oggi con le Borse scese a capofitto e i titoli di Stato sulla via greca.L’attacco è all’euro e al suo fianco più de­bole. Ma siccome il pregiudizio del nostro ombeli­co ( cioè riportare al nostro misero dibattito poli­tico, i grandi movimenti della storia) fa premio sulla ragione, conviene prendere a prestito qualche straniero. Al di sopra dei sospetti. Ecco­vi serviti. L’ Economist ,di questa settimana,pur criticando come sempre la politica del Cav, scri­ve: «Dopo tutto l’Italia, con tutti i suoi difetti, non è una grande Grecia. Il suo debito pubblico è alto ma è stato stabile per anni. Il suo bilancio è in avanzo primario.

L’Italia ha un record nel tagliare le spese e aumentare le tasse quando è necessario farlo. Per gli standard europei le sue banche sono decentemente capitalizzate. Il suo ricco risparmio privato, comporta che mol­to del suo debito sia finanziato in casa». Il tede­sco Wolfgang Munchau, ieri sul Financial Ti­mes : «È difficile capire perché i mercati hanno deciso di andare in panico sull’Italia.I suoi problemi non sono nuovi». E allora per quale motivo un titolo di Stato italiano a dieci anni è improvvisamente sali­to al 6 per cento? Perché ieri non c’era praticamente un operatore che si azzardasse a comprare Btp a due anni targati Roma? Perché all’ultima asta, gli uomini di Tre­monti hanno dovuto usare tutta la loro «moral suasion» per piazzare un po’ di carta in giro? Perché le quotazioni delle banche italiane, che venerdì hanno brillantemen­te­passato gli stress test europei, ie­ri dal fondo in cui erano piombate hanno iniziato a scavare ancora più in giù? Partiamo da quest’ultima do­manda la cui risposta purtroppo è anche la più semplice e che me­glio indica la situazione in cui ci troviamo. Gli stress test mettono sotto sforzo la tenuta del bilancio di una banca. Come in laboratorio si ipotizzano in provetta degli eventi gravissimi e si vede la reazio­ne ipotetica dei conti della banca. Sapete quale era uno degli eventi gravissimi ipotizzati dagli stress test? Che i tassi di interesse a lunga fossero del 5,9 per cento. Ieri aveva­no superato il sei per cento. Quello paventato dagli stress test non è più uno scenario futuribile, è la re­altà. Siamo già stressati. È chiaro dunque che il mercato si sia bevu­to questi test con la leggerezza di un bicchiere d’acqua e che ieri si sia messo a vendere le banche co­me ai tempi di Lehman. La radice del male sono dunque i tassi di interesse a cui dobbiamo piazzare i nostri tanti titoli di Sta­to. E il contagio non si sta ferman­do. Parte dall’Irlanda,passa per la Grecia,il Portogallo,la Spagna.Ar­riva all’Italia. Ieri ha toccato persi­no i titoli francesi. I tassi sono il ter­mometro di una malattia che si chiama euro. Quello è il vero obiet­tivo della speculazione: la mone­ta unica.

Un esperimento mai pro­vato in natura, che mette insieme le monete di 17 Paesi, la politica monetaria gestita da una banca centrale unica per tutti, ma man­tiene divergenti politiche fiscali ed economiche. Anche negli Stati uniti c’è il dollaro per tutti. Anche là c’è qualche divergenza di politi­ca fiscale. Anche loro hanno la lo­ro Grecia: il Minnesota nelle setti­mane scorse è fallito ed ha licen­ziato i suoi 22mila dipendenti. E la loro situazione di finanza pubbli­c­a è ben peggiore di quella dell’Eu­rozona, con un debito superiore al Pil e un deficit del 9 per cento. Ma, c’è un grande Ma : Obama ha la Fed. La Banca centrale america­na negli ultimi anni si calcola che abbia stampato moneta per 2mila miliardi di dollari e nel frattempo ha tenuto i tassi di interesse prati­camente a zero. Con questa poten­za di fuoco la speculazione si but­ta dove il gioco è più facile: l’Euro­pa e i suoi Paesi più indebitati. Quella che manca, per rispon­dere alla domande poste, è una po­litica europea. Nel pieno della ba­garre italiana, la Signora Merkel ha deciso di rimandare il vertice europeo, che si doveva tenere ve­nerdì scorso. I diciassette dell’eu­ro come scrive il Ft «nel pieno del­la crisi, si sono semplicemente gi­rati da una altra parte». Fischiet­tando. Prima con la Grecia, e ora con l’Italia,si sta perdendo tempo prezioso. Quando i tassi salgono, portarli giù non è più un gioco da ragazzi. Più passa il tempo e più è costoso. Ha ragione, ragionissi­ma, Giulio Tremonti ad avvertire la Signora: siamo sul Titanic e sal­ta anche la prima classe.

Se dopo­domani i vertici europei non da­r­anno una risposta precisa alla cri­si in corso, l’euro rischia per davve­ro di saltare. Certo saranno dolori per l’Italia: ma il giocattolo salta tutto insieme. Le risposte esisto­no, sono state già abbondante­mente discusse e sono principal­mente due.1.L’emissionedi un grande Bot europeo che abbia dietro di sé la forza unita dei diciassette, con i lo­ro debiti e i loro attivi. Certo i Paesi più virtuosi come la Germania non amano questa soluzione. Ma l’alternativa è che le loro banche, piene di titoli italiani, saltino. 2. Una politica monetaria della Bce accomodante, sullo stile della Fed. La sua indipendenza e la sua straordinaria incapacità di segui­re il tono dei mercati (ha alzato i tassi di interesse qualche settima­na prima del fallimento di Leh­man e li ha rialzati nuovamente poche settimane fa) non ci fa ben sperare. Scrive l’ex direttore del Ft tede­sco, Munchau: «Il mio consiglio a Tremonti è di affrontare la Me­rkel ».

Altro che cucù, non si tratta solo di salvare l’Italia, ma di tene­re in piedi un pezzo d’Europa.

di: Nicola Porro

IlGiornale.it

Padroni dell’universo e sovranità dei popoli: il caso BlackRock

di Gaetano Colonna – 18/07/2011

«C’è un’espressione inglese che viene usata di frequente dagli addetti ai lavori: Masters of the Universe, “padroni dell’universo”, per definire il potere dei grandi gruppi finanziari mondiali. Un caso concreto, la BlackRock, illustra come la potenza del denaro speculativo abbia raggiunto dimensioni e capacità mai viste nella storia.»

In queste settimane, e probabilmente ancor di più nei prossimi mesi, la questione di chi controlla l’economia mondiale potrebbe diventare argomento frequente di discussione. Clarissa da anni sta cercando di fornire analisi che le persone comuni possano agevolmente seguire e che possano risultare di stimolo ad ulteriori approfondimenti.

I nostri lettori vengono in questo modo invitati ad accompagnarci in un lavoro di ricerca che sviluppiamo nella logica di quello che scriveva anni fa Ezra Pound: «Resta il dovere di tentare di escogitare un’economia sana, e di tentare di imporla con il metodo più violento in assoluto: far sì che le gente rifletta».

In merito al controllo dell’attuale economia mondializzata, abbiamo scritto di recente che esso si sviluppa a partire da grandi centri finanziari - un’espressione questa che, se non spiegata in modo concreto, rischia suggerire al comune cittadino l’immagine di oscuri burattinai che tirano i fili delle speculazioni che ogni giorno spostano per il mondo migliaia di miliardi, distruggendo in pochi secondi, come accaduto anche nella Borsa italiana nelle ultime settimane, la ricchezza prodotta col lavoro di popoli interi. In realtà, il solo vantaggio di oggi è che queste forze si mostrano con estrema evidenza, per cui basta applicarsi con attenzione per comprendere come esse operano in concreto.

C’è un’espressione inglese che viene usata di frequente dagli addetti ai lavori: masters of the universe, “padroni dell’universo”, per definire il potere dei grandi gruppi finanziari mondiali. Per farne comprendere la portata, faremo un caso concreto, senza con questo voler attirare su di un nome l’odio o il risentimento di nessuno, semplicemente per illustrare come la potenza del denaro speculativo abbia raggiunto dimensioni e capacità mai viste nella storia.

BlackRock, l’esempio che proponiamo, è una società americana con sede a New York che, al 31 marzo 2011, dispone di 9.300 dipendenti, dislocati in 26 Paesi del mondo in Nord e Sud America, Europa, Asia, Australia, Medio Oriente ed Africa. Il suo attuale amministratore delegato è Laurence D. Fink, che ne è stato anche il fondatore, nel 1988.

Fink, quando lavorava alla First Boston, una delle principali banche americane, ebbe un’intuizione fondamentale, che lo rende uno dei precursori del sistema dei titoli derivati basati sui mutui ipotecari: si rese conto infatti che le banche avrebbero potuto creare, coi crediti immobiliari presenti nel proprio portafoglio, un nuovo tipo di prodotto da collocare sui mercati finanziari, creando cioè proprio quel mercato che è stato all’origine del crack finanziario dell’estate del 2007 e del successivo dilagare dell’attuale crisi internazionale.

Ai primi successi che permisero a Fink di far guadagnare alla First Boston cento milioni di dollari in soli tre mesi, seguirono delle perdite consistenti, che portarono al licenziamento dello stesso Fink, il quale però, grazie a questa esperienza non del tutto positiva, aveva maturato un’idea ancora più stimolante: proprio rispetto all’altissima rischiosità dei nuovi prodotti finanziari, che negli anni Novanta avrebbero avuto un vero e proprio boom, egli aveva conoscenze dei meccanismi sottostanti ideali per offrire agli investitori indicazioni in grado di ottimizzare i guadagni e ridurre i rischi. «Wall Strett – scrive Heike Buchter suDie Zeit, è divisa in due gruppi: il sell side cioè le banche, che confezionano e vendono i prodotti finanziari, e il buy side, i clienti che li comprano: grandi investitori come i fondi pensione, le fondazioni, i fondi di investimento o le divisioni finanziarie delle multinazionali. (…)

Fink avrebbe messo le conoscenze maturate nel sell side a disposizione del buy side e avrebbe valutato da esperto indipendente le offerte delle banche»(1).

In pochi anni, questo lavoro ha in realtà collocato BlackRock in una posizione di controllo su entrambi i versanti della speculazione finanziaria internazionale, grazie al fatto che la società era in grado di svolgere sia i compiti di consulenza nella valutazione e scelta dei migliori investimenti, sia nella intermediazione e nella gestione di interi pacchetti di titoli, inclusi quelli maggiormente a rischio e quindi anche maggiormente redditizi.

Da questa posizione privilegiata, l’azione di BlackRock non ha più conosciuto confini. Oggi la società di gestione patrimoniale statunitense è divenuta, ad esempio, la principale azionista della borsa tedesca (che di recente si è fusa proprio con quella di New York) e controlla quote azionarie delle principali aziende della Germania: Adidas, Allianza, Basf, Deutsche Bank, le industrie farmaceutiche Merck, il produttore di materiali edili HeidelbergCement, solo per fare qualche nome.

Lo stesso è avvenuto anche altrove, come in Italia, a seguito di una delle più importanti operazioni sviluppate da BlackRock, la fusione con Barclays Global Investor, rilevata da BlackRock nell’estate 2009 per 13,5 miliardi di dollari. Questa operazione, alla quale hanno partecipato con 2,8 miliardi di dollari anche i fondi sovrani, si noti, di Cina (Cic) e Kuwait (Kia), il super gestore Usa ha ora in portafoglio fra l’altro il 2,7% di Eni, il 3,8% di Unicredit (dal 2,2% della sola Barclays), il 3% di EnelIntesa SanpaoloMediobanca e Ubi(rispetto a quote Barclays pari al 2%), il 2,9% di Generali (dal 2%) e diFonsai, il 2,8% di Telecom e di Bulgari, il 5,8% di Mediaset (prima era sotto il 5% e diventa così il secondo socio dopo Fininvest), il 2,7% di Fiat, il 2,2% diAtlantia e di Finmeccanica, il 3,5% di Banco Popolare (dal 2%), il 2% diTerna (2).

Al 31 marzo 2011, BlackRock dichiara nei suoi documenti ufficiali pubblici di gestire 3.648 miliardi di dollari di patrimoni amministrati: una cifra incredibile, pari all’intero Prodotto Interno Lordo della Germania, superiore anche a quello italiano che oltrepassa i 2.000 miliardi di dollari. Si tratta probabilmente della più grande azienda finanziaria della storia che, in virtù dei collegamenti con i maggiori investitori privati e istituzionali del mondo, dispone ovviamente di un potere senza equivalenti.

In una recente occasione (3), abbiamo già visto infatti che BlackRock detienequote azionarie anche delle maggiori agenzie di rating,come Moody’s eStandard&Poor’s, agenzie che hanno acquisito il potere, da una parte, di valutare l’affidabilità di banche e Stati, ma, dall’altra, anche degli stessi prodotti che BlackRock controlla e offre ai suoi clienti, senza che questo abbia dato finora luogo a nessun tipo di reazione politica.

Non può sorprenderci, quindi, che la società americana abbia acquistato in tal modo anche un peso politico senza pari, dal momento che le stesse autorità di governo si sono rivolte a lei nei momenti più drammatici della crisi attuale: nel marzo del 2008, ad esempio, quando è stato deciso il salvataggio dellaBear Stearns, l’allora responsabile della Federal Reserve, Tim Geithner, ha chiesto alla BlackRock un rapporto sull’esposizione dell’istituto di credito rispetto ai famigerati subprime, i titoli legati ai mutui ipotecari spazzatura; lo stesso è avvenuto poco dopo, quando il governo Usa ha affidato a BlackRock il compito di gestire i titoli spazzatura di Aig, il colosso assicurativo di cui era in corso un affannoso salvataggio. Ma non basta: riportavamo infatti, nello studio che Clarissa ha dedicato nel 2008 alla crisi dei mutui, un’altra rilevante notizia sul ruolo della BlackRock:

«Come se non bastasse, e questo forse dà anche l’idea della gravità della crisi in atto, si sta provvedendo anche diversamente, attraverso la creazione di “superfondi”: abbiamo notizia di uno negli Stati Uniti ed uno in Francia. J.P. Morgan, Bank of America, Citygroup intendono costituire un superfondo da 50-60 miliardi di dollari, rilevando l’attivo di alcuni dei veicoli di investimento creati dalle banche (SIV). Si tratta di creare una sorta di Super-SIV (fonte:International Herald Tribune, 15 ottobre 2007), denominato Master Liquidity Enhance Conduit e gestito dalla società di investimenti BlackRock. Un fondo di cui sarebbe ispiratore addirittura il segretario del Tesoro Usa, Hank Paulson, già CEO di Goldman Sachs»(4).

Vediamo bene quindi come il potere di un colosso finanziario internazionale riesca a diventare fondamentale anche sul piano politico, quando crisi come quella ancora in corso richiedono l’intervento dello Stato e quest’ultimo si trova obbligato a ricorrere proprio ai grandi della finanza, soprattutto in quanto, come nel caso di Paulson, segretario al Tesoro con Bush, ma anche del già ricordato Tim Geithner, poi segretario al Tesoro Usa con Obama, uomini da tempo legati al mondo della finanza mondiale siedono nei governi come responsabili dell’economia.

«Dopo lo scoppio della crisi, non c’è stata operazione di salvataggio a cui Fink non abbia preso parte. Agli interventi per la Bear Stearns e per l’Aig sono seguiti altri: la BlackRock ha assistito la Federal Reserve nelle sue transazioni miliardarie con i titoli legati ai mutui ipotecari e le ha offerto una consulenza per l’ingresso nel capitale della banca Citigroup. I suoi esperti sono stati assoldati anche per esaminare i conti dei colossi ipotecari Fannie Mac e Freddie Mac.

L’azienda inoltre ha ottenuto molti contratti di consulenza con lo Stato senza che fosse indetta una gara pubblica»(5).

Oggi, le attività di consulenza, che ancora nel 2006 rappresentavano solo una parte insignificante delle attività di BlackRock, contano per oltre il 20% del suo fatturato e hanno portato alla creazione di sofisticati servizi informativi come il sistema Aladdin, un centro di calcolo composto da cinquemila computer dislocati in quattro località segrete che eseguono circa duecento milioni di operazioni alla settimana, per conto di una rete di 40 clienti principali, che calcolano «ogni giorno, ogni minuto e a volte anche ogni secondo il valore delle azioni, delle obbligazioni, delle monete e dei titoli di credito contenuti nei portafogli d’investimento», allo scopo di prevedere «come potrebbero variare i prezzi dei titoli se dovesse cambiare il contesto». Secondo quanto ha dichiarato a Die ZeitRob Goldstein, il “custode di Aladdin”, «la nostra attenzione diviene quasi maniacale quando bisogna conoscere nel dettaglio ogni singolo strumento e poi farci un’idea dell’intero portafoglio. È una specie di risonanza magnetica, a cui sottoponiamo i portafogli di tutti gli investitori»(6).

Su questa via, per BlackRock si sta aprendo anche una nuova tipologia di servizio che rappresenta la logica estensione del potere politico acquisito da questi masters of the universe finanziari, grazie al fatto che sono divenuti tali proprio in quanto, come abbiamo visto, dispongono di risorse finanziarie pari a quelle delle maggiori potenze industriali del pianeta, sono quelli che potremmo definire degli Stati finanziari totalmente indipendenti.

Nel giugno 2011, infatti, destinato all’attenzione degli esperti, il centro studi di BlackRock, il BlackRock Investment Institute, ha pubblicato un agile studio di una decina di pagine, intitolato Introducing the BlackRock Sovereign Risk Index: A More Comprehensive View of Credit Quality che indica con chiarezza la nuova direzione “politica” della grande multinazionale di gestione patrimoniale. Partendo dalla premessa secondo cui «gli investitori si stanno rendendo conto dell’importanza del rischio del debito sovrano sui mercati globali del debito, ma quantificarne in modo appropriato il costo rimane difficile», BlackRock illustra in questa pubblicazione il proprio sistema di valutazione, un indice appunto del rischio connesso al debito pubblico degli Stati: giacché i debiti pubblici sono collocati sui mercati finanziari mondiali, BlackRock estende la propria attività di valutazione e consulenza anche alla questione del “rischio Paese”.

Senza entrare in un’analisi eccessivamente tecnica, che potrebbe scoraggiare il lettore, basterà dire che l’indice di BlackRock prende in considerazione sedici indicatori, raggruppati in cinque aree principali, a ognuna delle quali è assegnato un peso percentuale: spazio fiscale (che conta per il 40%), posizione finanziaria esterna (20%), salute del settore finanziario (30%), volontà di pagare (10%). La ponderazione di questi elementi determina appunto la “graduatoria finale” dell’indice, dalla quale apprendiamo, ad esempio, che l’Italia si trova, come livello di rischio del proprio debito pubblico, ad essere ad un livello superiore a India, Sud Africa, Messico, Turchia, Spagna, Argentina, Irlanda, Ungheria; e a stare meglio solo rispetto a Egitto, Venezuela, Portogallo e Grecia.

Lasciamo volentieri agli specialisti finanziari la valutazione della validità delle diciassette righe dedicate al caso Italia, sufficienti nel rapporto a concludere che «crediamo che l’Italia sia forse un caso in cui i mercati sono troppo ottimisti in merito al suo rischio sovrano e dovrebbero essere più propensi ad assumere posizioni difensive»: esse, unite alle contemporanee uscite della previsione di Moody’s e Standard&Poor’s, di cui ricordiamo la stessa BlackRock è azionista, hanno avuto sicuramente effetto nell’indirizzare l’attacco della speculazione sulla Borsa di Milano, vista l’ampiezza e autorevolezza dei patrimoni finanziari che questo gestore amministra a livello mondiale.

Al di là del fatto che questo tipo di analisi abbia un valore “scientifico” e che indici di questo tipo siano davvero affidabili, la questione di fondo che si pone ad un Paese sovrano è quella del rapporto con forze della finanza mondiale le cui capacità eccedono quelle produttive dello stesso Paese e che sono con ogni evidenza in grado di condizionarne, dall’esterno e dall’interno, le scelte sul piano socio-economico, sulla base di una pura logica di profitto, non soggetta in alcun modo al controllo ed alla valutazione da parte dei popoli che compongono queste comunità. In questo senso, dunque, parlavamo di schiavitù del debito, come soggezione, appunto, delle nostre comunità nazionali a entità che sfuggono a qualsiasi controllo democratico, pur avendo il potere di influenzare scelte fondamentali, come quelle di un modello di organizzazione sociale ed economica.

Il fatto che lo scorso 12 luglio il commissario europeo della concorrenzaJoaquin Almunia abbia affermato (7) che non esistono elementi per avviare un’azione dell’antitrust europeo contro le agenzie di rating («non vediamo finora la possibilità di reagire contro questo oligopolio»), dimostra che nemmeno un’entità politico-economica del livello dell’Unione Europea ha le idee e il coraggio necessari per individuare e percorrere nuove vie, che sottraggano i nostri popoli alla presa di poteri mondiali che stanno riconfigurando la stessa democrazia politica così come essa è stata pensata e attuata fino ad oggi.

 

1) H. Buchter, “L’astro nascente di Wall Street”, Die Zeit, inInternazionale, n. 899, 27 maggio 2011.

2) S. Bocconi, “Se BlackRock importa i fondi sovrani a Piazza Affari“,Corriere della Sera, 11 dicembre 2009.

3) G. Colonna, “Come si conquista un paese: l’attacco della finanza internazionale all’Italia”,
http://www.clarissa.it/ultimora_nuovo_int.php?id=146, ripreso daMegachip.

4) Intervento “Crisi dei mutui e finanza mondiale”, conferenza del 14 dicembre 2007; testo scaricabile suhttp://www.clarissa.it/editoriale_int.php?

id=207&tema=Conferenze

5) H. Butcher, cit.

6) Ivi.

7) “Almunia: dalle agenzie nessun abuso sull’antitrust”, Il Sole 24 Ore, 13 luglio 2011.

Fonte: http://www.clarissa.it/editoriale_int.php?id=301.

Se a votare sono i mercati

Il peso dell’accumulazione di capitali e l’importanza di operazioni economiche speculative, con le banche in prima fila. Così il voto dei cittadini non conta più. E alla democrazia si sostituisce la dittatura della finanza.

«A votare sono stati i mercati». Credo di aver letto per la prima volta questa espressione, o qualcosa di simile, sul quotidiano La Repubblica nella prima metà degli anni ’90. Meno di un anno dopo il fallimento della banca d’affari Barings – una delle più antiche e “rispettabili” del Regno Unito – aveva aperto uno squarcio sul mistero dei mercati che «votano». Lì per lì la colpa era stata data a un giovane e intraprendente impiegato della filiale di Singapore che, all’insaputa dei suoi dirigenti, aveva perso l’equivalente di un miliardo di euro operando allo scoperto sulla borsa di Tokyo. Poi, poco a poco, si era venuto a sapere che di quei “giochi” era al corrente tutto lo staff dirigente della banca. E quelli di molte altre banche, che facevano esattamente la stessa cosa, su altri titoli o su altre piazze.

Già allora c’erano dunque tutti gli elementi per capire alcune cose: primo, che quelle operazioni, e altre consimili, si dovevano impedire; ma nessuna delle maggioranze al governo dei principali paesi dell’Occidente lo volle fare. E nessuna delle forze di opposizione – politica, o sociale, o associativa, o culturale – ne aveva fatto, né ne avrebbe fatto in seguito, la sua bandiera.

Eppure – secondo punto – la questione era della massima importanza; perché se a votare sono «i mercati» (e che mercati!), è chiaro che il voto dei cittadini non conta più; e alla democrazia si sostituisce la dittatura della finanza.

Oggi siamo a una resa dei conti. La finanza globale, con il suo «voto», controlla ormai il mondo intero.

Ma non controlla se stessa. Quello che succede non è il risultato di un lucido piano concordato a tavolino, ma l’effetto di un meccanismo cieco che si chiama accumulazione del capitale. L’accumulazione del capitale non ha paura delle crisi, anche di quelle che provocano gigantesche distruzioni di ricchezza, comprese le guerre. E infatti, le conseguenze delle misure prese per fare fronte alla crisi finanziaria sono l’equivalente di un bombardamento sulla popolazione, sui posti di lavoro, sui redditi, sulle strutture produttive, sulla residua integrità del territorio di un paese. L’importante è che dopo la crisi o la distruzione si ricominci; perché è il meccanismo, e non il risultato, quello che va salvato.

Questo è il modo in cui procede la “crescita”; invocarla per porre rimedio all’impasse attuale vuol dire sostenere una continua riproposizione di quel meccanismo.

La crisi attuale ci insegna dunque che la politica italiana – come quella di molti altri paesi europei – si fa in sede Ue; e che a farla è il «voto» dei mercati, cioè il capitale finanziario. Poi, che il voto dei cittadini non conta niente; i referendum hanno detto chiaramente che i cittadini italiani non vogliono le privatizzazioni: né dell’acqua né dei servizi pubblici locali; mentre la manovra appena approvata si regge su privatizzazioni destinate ad azzerare per sempre qualsiasi forma di federalismo (alla faccia della Lega), mettendo i servizi pubblici in mano alla finanza e relegando i sindaci al compito di gestire l’anagrafe e dare la caccia agli extracomunitari.

Ma non esistono neanche più i partiti. Quando sono in gioco questioni cruciali, la cosiddetta opposizione si rivela per quello che è: un mero puntello del Governo.

Perché per loro, alle scelte del Governo – che non sono una «politica», essendo l’esatto contrario di quello che il Governo era andato sostenendo e promettendo fino a tre giorni fa – come alle scelte dell’Unione Europea – quali che siano; perché nessuno sa quali saranno – cioè ai diktat della finanza internazionale non c’è alternativa.

Nessuno prova più a proporre qualcosa, se non invocare generiche misure per la «crescita»; senza neanche più elencarle – tranne minuzie come l’abolizione degli Ordini professionali o quella delle Province, senza spiegare con che cosa sostituirle – perché ogni proposta potrebbe venir vanificata, da un giorno all’altro, da un nuovo sobbalzo dei mercati finanziari. Così Berlusconi e il suo Governo, tenuto in sella dai nuovi «responsabili», che si guardano bene dal chiamare alla mobilitazione contro queste misure – e se ne vantano – possono perpetuare le loro truffe e i loro imbrogli (da Bertolaso a Milanese, passando per Bisignani e compagnia – senza nemmeno intaccare il costo stratosferico dei propri e degli altrui parlamentari. Per non parlare di una vera patrimoniale: quella che Tremonti ha fatto per anni, al contrario, con i condoni e gli scudi fiscali.

La Grecia, come Stato, è già fallita; ormai lo riconoscono tutti. Non ha né avrà mai più la possibilità di fare fronte ai suoi debiti. Ma prima di dichiararla tale si vuole raschiare il barile fino al fondo: succhiare tutto quello che si può ancora estrarre dai redditi dei suoi cittadini e impadronirsi di tutti i servizi pubblici e i beni comuni di cui è ancora in possesso. Quello che l’Ue deve decidere è che cosa caricare sui redditi dei contribuenti, soprattutto tedeschi, ma non solo: se i costi dell’insolvenza della Grecia, per salvare le banche cariche di bond greci, oppure l’insolvenza delle banche che hanno quei bond. Ma il problema potrebbe ripresentarsi altrove; perché nel bel mezzo di questo dilemma il «contagio» si è trasmesso ad altri paesi già in bilico; e fermarlo adesso è molto più difficile e costoso: naturalmente per chi dovrà farsene carico, cioè i lavoratori e i disoccupati europei. Per di più in un contesto assai turbolento. Anche gli Stati Uniti sono sull’orlo del default. E neanche il governo cinese, loro principale creditore, se la passa più tanto bene; e potrebbe cominciare a presentargli il conto. Insomma, tutto lascia credere – ma ben pochi lo dicono, perché il problema è per ora quello di passare all’incasso di quanto si è già estorto – che questa manovra mostruosa non metterà affatto «al sicuro» i conti dello Stato italiano, come non erano «al sicuro» quando Tremonti ce lo assicurava una settimana, un mese, un anno o dieci anni fa. E che è sempre più probabile che il punto di approdo di questa deriva sia comunque il default; in un contesto internazionale in cui non saremmo certo i soli. Allora tanto vale arrivarci subito.

Sicuramente la minaccia di farlo potrebbe costringere l’Unione Europea a cambiare rotta, almeno per un po’: assumendo o garantendo il debito di tutti i paesi membri e dando loro un po’ di respiro. Ma per fare che? Il problema vero non è il debito, ma un meccanismo di «crescita» bloccato; che non riprenderà certo se banche e Stati europei avranno la possibilità di mettere sul mercato qualche decina di miliardi in più. Perché quei mercati sono in gran parte saturi e quelle produzioni e quegli investimenti non fanno «sviluppo» né occupazione, ma solo danni e violenza.

Valga per tutti il Tav Torino-Lione, che ormai si configura come niente altro che una truffa all’Unione Europea: tutti sanno che non verrà mai portato a termine; ma potrebbe tenere in vita per qualche anno i costruttori a cui il Sindaco di Torino e il Presidente del Piemonte hanno legato le loro fortune: a spese della popolazione della valle, che è un esempio vivente di democrazia partecipata; e dell’intero popolo italiano, ingannato (ma fino a quando?) con la favola della «modernizzazione» delle infrastrutture. Ma sono forse diversi il piano «Fabbrica Italia» di Marchionne, o il programma di incenerimento dei rifiuti in tutta Italia (proprio mentre si dimostra che la raccolta differenziata può arrivare all’80 per cento; e la riduzione fare anche di più), o i progetti edilizi sull’area dell’Expò milanese?

Certo, le cose giuste da fare non mancherebbero: dalla conversione energetica (efficienza e fonti rinnovabili) a quella agricola e alimentare; dalla mobilità sostenibile di persone e merci alla salvaguardia del territorio; dal potenziamento della ricerca – mirata ai temi della conversione ecologica – e dell’istruzione, di base e permanente, al potenziamento dei servizi pubblici locali come volano di un’economia centrata sui territori (cioè con rapporti più diretti tra produzione e mercati locali, in modo da sottrarsi – senza impossibili protezionismi – alla morsa di una concorrenza globale che distrugge le economie locali, crea disoccupazione e impone condizioni di lavoro inaccettabili); da una riforma della Pubblica amministrazione che metta in mano a chi ci lavora e chi la utilizza il compito di individuare le sacche di inefficienza e nuovi modi per assolvere ai propri compiti (l’opposto di quello che fa Brunetta, con i risultati che tutti vedono) a un reddito garantito che metta tutti in grado di trovare il modo di valorizzare al meglio le proprie capacità e i propri saperi.

Ma chi può fare tutto ciò, e altro ancora? Per ora nessuno. Ma è nella risposta di massa di tutti gli indignati d’Europa, se e nella misura in cui si svilupperà e riuscirà a imporsi, che si potranno creare gli embrioni di organizzazioni e di strutture di gestione alternative a quelle esistenti; in grado di imporre anche all’agenda politica dell’Unione Europea gli obiettivi di una politica che ci risollevi dal mondo di macerie in cui la sua governance ci sta precipitando.

di: Guido Viale

tratto da: IlManifesto.it

Fantasmi della realtà e potere dei banchieri

Si stanno rappresentando in questi giorni, in diversi paesi d’Europa, straordinarie commedie dell’assurdo. Gli attori più in vista sono gli uomini di Governo – in Francia, in Spagna, in Grecia, in Germania, in Italia – ma sono coadiuvati talmente bene in questa recita da tutti gli altri responsabili della vita politica e sociale, e prima di tutto dai giornalisti, che noi, poveri cittadini-sudditi, non riusciamo a capire perché il loro frenetico agire ci sembri così privo di una concreta direzione di senso e temibile proprio per questo.

Lo spettacolo offerto dagli “attori” italiani è tragico e surreale al tempo stesso. Berlusconi, Tremonti, Bossi, recitano a meraviglia i loro piccoli scontri sul bilancio, sul trasferimento di qualche Ministero al Nord, sulla necessità del governo centrale di aiutare lo smaltimento dei rifiuti a Napoli, come se davvero questi fossero i problemi politici di una Nazione che non soltanto deve provvedere alla vita ordinata di 60 milioni di persone ma che, per la sua posizione geografica, per i suoi impegni con l’Ue e con la Nato, è al centro di interessi economici e militari a livello mondiale.

Le opposizioni stanno al gioco con una puntualità e una solerzia quasi incredibili, tenendo ben fissa l’attenzione dei cittadini, ma in apparenza anche la propria, sui piccoli particolari di queste dispute come se davvero fossero racchiusi qui i maggiori problemi degli Italiani. Se qualche volta la polemica sembra diventare più forte, è soltanto perché lo scambio di invettive ha assunto termini maggiormente violenti e volgari, ma si tratta in tutti i casi di invettive a vuoto: servono ad alimentare la commedia. Della politica vera, dei drammatici problemi veri, non parla nessuno, né al governo né all’opposizione.

I problemi più importanti

Sono problemi che chiunque è in grado di vedere e che, volendo limitarsi esclusivamente ai più gravi ed impellenti, possiamo indicare nel modo seguente:

  1. L’ inesistenza dell’Europa come realtà politica, dalla quale però dipendiamo come se esistesse (la vicenda della guerra in Libia decisa da Sarkozy ne è una soltanto una delle ultime e sconvolgenti prove).

  2. L’ appartenenza dell’Italia alla Nato, organizzazione militare che non si sa più a quale direttiva politica obbedisca data la mancanza di un’autorità politica europea e la contemporanea perdita di potere dei singoli Stati d’Europa (nessuno s’interroga, per esempio, su quale ruolo stia svolgendo nella politica estera l’Inghilterra, sempre sorella degli Stati Uniti ma con un piede dentro e uno fuori dell’Ue).

  3. Il potere assoluto dei banchieri, a livello mondiale ed europeo, che ha completamente esautorato i politici nazionali e sta mano a mano svuotando l’essenza stessa dei singoli Stati costringendoli a vendere i loro possessi e finanche il proprio territorio (la Grecia è soltanto la prima di una catena già pronta).

  4. L’irrazionalità di una sola moneta come espressione e strumento di 17 Stati totalmente differenti per il loro peso politico e le loro dimensioni economiche. E’ evidente che, o si disfa al più presto questa costruzione sul vuoto, oppure si verificherà un catastrofico fallimento collettivo. C’è forse bisogno di una qualsiasi dimostrazione in questo campo? L’euro è soltanto il diverso nome del marco. Un marco privo, però, dello Stato di cui era espressione. Per questo la Germania ha funzionato fino adesso come lo “Stato ombra” dell’euro. Ma è chiaro che la Germania non può continuare a reggere questa mastodontica finzione senza farsi trascinare anch’essa nel baratro: prestarsi soldi fra debitori (l’Italia, tanto per fare un esempio, ha iscritto nelle uscite del proprio bilancio il denaro prestato alla Grecia) è una pratica da “pazzi”, che nessun “povero” metterebbe in atto e che nessun usuraio accetterebbe, ma che i banchieri della Bce e del Fmi fingono di trovare normale e necessaria, spingendola fino all’estremo al solo scopo di rimanere alla fine  “proprietari”, concretamente proprietari di tutta l’ Europa dell’euro.

  5. L’eliminazione degli intellettuali dalla leadership, concordemente attuata da tutti i partiti europei, fatti esperti dallo scontro-sottomissione degli intellettuali nella Russia bolscevica. I partiti più importanti in Europa sono anche oggi quelli essenzialmente comunisti, reduci del comunismo e più o meno suoi eredi. L’Italia ne rappresenta la più fulgida testimonianza: il Presidente della Repubblica è appartenuto per tutta la vita, fino dai tempi di Stalin, al Partito comunista. Con il trattato di Maastricht gli intellettuali sono stati praticamente aboliti; non si sente più nessuna voce che possieda autorità tranne quella dei banchieri. Segno evidente di una tragica realtà: se sono morti gli intellettuali, è morta la civiltà europea.

  6. La complicità di tutti i mezzi d’informazione con il disegno dei politici e dei banchieri. Una complicità così assoluta quale mai si era verificata prima nella storia perché non obbligata da nessuna censura. Gli oltre 500 milioni di cittadini d’Europa coinvolti nell’operazione disumana di lavorare senza saperlo al proprio suicidio, vi sono stati condannati non tanto dai politici quanto dai giornalisti. Senza il silenzio dell’informazione non sarebbe stato possibile condurre in porto un disegno di puro potere quale quello in atto.

Politici e banchieri in commedia

Se ciò che ho messo sinteticamente in luce è il quadro generale, per quanto riguarda i piccoli avvenimenti di quest’ultimo periodo a casa nostra non si può fare a meno di rilevare gli errori compiuti dai partiti di governo. Il Pdl e la Lega avrebbero avuto il dovere di piegarsi almeno per un momento a riflettere sui motivi delle sconfitte riportate nelle ultime elezioni e nei referendum. Per farlo, però, sarebbe stato necessario abbandonare il gioco della finzione come unica attività dei politici, uscire dalla “rappresentazione”, scendere dal palcoscenico dell’assurdo, cosa che evidentemente non hanno il coraggio di fare. Che non sia facile è chiaro. Bisognerebbe, infatti, rivelare agli Italiani che la sovranità e l’indipendenza della Nazione non esistono più, che tutte le funzioni vitali della società e del potere sono state consegnate in mani straniere e che quello che sembra ancora autonomo ed efficiente è di fatto pura apparenza. E’ sufficiente un solo esempio.

Tutto il gran parlare e il gran manovrare che si verificato in questi giorni intorno ai nomi del Signor Draghi, del signor Bini Smaghi e di altri importanti banchieri, appartiene al mondo della “rappresentazione”, della “commedia surreale”. In realtà i politici e il governo italiano non possiedono in questo campo alcun potere. Il signor Draghi, il signor Bini Smaghi, il signor Trichet (presidente della Bce) sono, chi in un modo chi in un altro, i proprietari, i possessori, gli “azionisti” delle Banche centrali. La Banca d’Italia, la cui direzione il signor Draghi sta per lasciare nelle mani del probabile signor Bini Smaghi, non è per nulla la Banca “di” Italia, non appartiene allo Stato italiano; quel “di”, particella possessiva, è un falso perché si tratta di una banca di proprietà di cittadini privati, possessori, come il signor Draghi,  di parti del suo capitale, e continua a portare il nome di quando era effettivamente di proprietà dello Stato italiano ed emetteva la moneta dello Stato, esclusivamente allo scopo di ingannare i cittadini italiani. Stesso discorso si può fare per la Banca centrale europea, anch’essa proprietà di ricchissimi banchieri privati come i Rothschild, i Rockfeller e gli altri banchieri possessori del capitale della Banca d’Inghilterra, della Banca d’Olanda  e ovviamente anche della Banca d’Italia come il signor Draghi. Lo Stato italiano, quindi, non ha, come nessun altro Stato europeo, alcun potere sulle nomine e tutto il gran parlare che si è fatto sul rispetto delle “procedure” da parte del Governo, sull’approvazione da parte del Parlamento europeo della nomina di un “illustre italiano” nelle vesti del signor Draghi, è stata una commedia, finzione allo stato puro: i banchieri si scelgono, si cooptano fra loro, tenendo nascosto il proprio potere dietro la copertura dei politici.

In conclusione: non c’è nessuno, in Italia, che non lavori a ingannare i cittadini, ivi compresi – è necessario ripeterlo e sottolinearlo – i giornalisti, la cui complicità è determinante in quanto costituisce il fattore indispensabile alla riuscita della rappresentazione.

Rimane la domanda fondamentale: perché i politici hanno rinunciato al proprio potere trasferendolo nelle mani dei banchieri? Nessuno ha ancora dato una risposta soddisfacente a questo interrogativo ed è questo il motivo per il quale siamo tutti paralizzati: siamo prigionieri in una rete fittissima ma non sappiamo contro chi combattere per liberarcene.

Il regno di Bruxelles

Laddove i banchieri non sono soli a comandare, troviamo insieme ad essi altri privati, non soggetti a nessuna votazione democratica, quali i Commissari dell’Ue e i Consiglieri del Consiglio d’Europa, di cui probabilmente gli Italiani non conoscono neanche il nome. In quel di Bruxelles le commedie dell’assurdo abbondano, tanto più che, lontani da qualsiasi controllo, si sono moltiplicati i ruoli, gli attori e i fiumi di denaro necessari alle rappresentazioni. Gli obbligati “passaggi” di alcune normative attraverso il Parlamento europeo, per esempio, costituiscono soltanto una delle innumerevoli, mirabili finzioni che sono state ideate per ingannare i poveri sudditi dell’Ue. Infatti le decisioni importanti vengono  prese in ristretti gruppi di élite (il Bilderberg, l’Aspen Institute, per esempio) e la loro consegna al Parlamento obbedisce ad un rituale pro-forma, ad un’apparente spolverata di democraticità, così come soltanto pro-forma vengono consegnate poi per la ratifica finale ai singoli Parlamenti nazionali. Il nostro Parlamento, ubbidientissimo e servile come nessun altro, a sua volta le approva  senza preoccuparsi neanche di farcelo sapere. A tutt’oggi l’80% delle normative in vigore in Italia è dettato da Bruxelles, ma gli Italiani credono ancora di essere cittadini di uno Stato sovrano.

Insomma, dobbiamo guardare in faccia la realtà: lo Stato italiano esiste soltanto di nome e noi, suoi sudditi, serviamo a tenere in vita, con i nostri soldi e la nostra credulità, una miriade di istituzioni “crea carte” e “passa carte” prive di reale potere. Si tratta, però, di istituzioni che, come succede sempre negli Stati totalitari, creano per sé a poco a poco il potere che non possiedono costruendo e organizzando cerchi sempre più larghi di nuove istituzioni, di inestricabili burocrazie. Non per nulla un esperto della Russia bolscevica quale Bukowski ha affermato che l’Ue ne costituisce una copia. Non si tratta di un’affermazione esagerata: gli avvenimenti che lo provano sono sotto gli occhi di tutti, anche se per la maggioranza dei cittadini, accecati dalla “rappresentazione” della democrazia, è difficile accorgersene. Ma presto la burocrazia mostrerà la durezza della sua faccia.

Dittatura europea e Val di Susa

E’ di questi giorni lo scontro dei cittadini con il governo “democratico” a causa della cosiddetta “Alta velocità” in Val di Susa. Si tratta di un’opera imposta dall’Ue, ovviamente non per collegare Torino a Lione, affermazione incongrua e ridicola, ma per poter fingere che l’Europa sia un unico territorio, trasformando le Alpi e l’Italia in un “corridoio” europeo (non sono io ad avergli dato questo nome: l’hanno chiamato così coloro che si sono autoproclamati proprietari dell’Europa). “Traforare le Alpi”per far passare un treno da Torino a Lione è un’operazione talmente folle che è impossibile trovare aggettivi sufficienti a definirla. L’insensibilità dei padroni dell’Europa e dei loro servi italiani per ciò che è la “natura”, il territorio, il paesaggio, come la prima e assoluta bellezza di cui è divinamente ricca l’Italia, sarebbe sufficiente a negarne l’autorità e il potere. Deve essere comunque chiaro a tutti, e affermato con assoluta determinazione, che il territorio di una Nazione è proprietà del suo popolo, e non può essere alienato in nessun modo se non per espressa volontà del popolo.

I politici odierni non sono  monarchi, non possiedono, come un tempo i re, i territori che governano. Il governo italiano ha dimostrato in questa occasione, più e meglio che in molte altre, il suo disprezzo per la democrazia, opponendo la forza della polizia alla sovranità dei cittadini, mentre il suo primo dovere sarebbe stato quello di rifiutare l’imposizione dell’Ue per un’opera  ingegneristicamente mostruosa, rischiosa fino all’impossibile, priva di una qualsiasi giustificazione. Appellarsi al denaro fornito dall’Ue, come i politici sono soliti fare,  costituisce l’ennesima prova del disprezzo che nutrono per l’Italia, per il suo territorio, per la sua bellezza. Una prova, inoltre, della loro incapacità a credere che esista qualcuno al mondo la cui anima non somigli a quella dei banchieri.

di: Ida Magli
Italiani Liberi

Prima si salva l’euro…poi il popolo ellenico

L’euro ha ormai distrutto l’economia e le politiche sociali della Grecia. Sarkozy ha impugnato il tridente e si appresta a fulminare il Partenone.

Finiti i motti nazionali come “Patria, famiglia, Lavoro” – tanto per dirne uno – oramai l’asse Carolingio, protettore dell’ideologia unione-europeista impone : “Unità, Euro, liberalismo” per un’Europa prospera, libera e benestante.Tuttavia da quando i Paesi hanno firmato il Trattato di Maastricht e soppresso la moneta nazionale a discapito di una cartastraccia uniforme, sono meno prosperi e meno liberi di prima. I popoli rabbiosi e “indignati” nel vedere scomparire i risparmi di una vita, il patrimonio personale svendersi, e la morte lenta dello Stato-nazione si stanno mobilitando e continuano a farlo già da qualche settimana . In Grecia infatti, le proteste dinanzi al Parlamento di Atene stanno facendo tremare le élites euro-mondialiste.

L’incontro Sarkozy-Merkel, riunitosi ieri a Berlino, ha interessato la stampa francese e internazionale poiché il punto cardinale del vertice è stato il piano di salvataggio dell’euro (mascherato come salvataggio della Grecia). I giornali francesi come Le Figaro, Le Monde, Libération e L’express, si sono limitati a riportare la notizia, senza aprire però il dibattito sulle problematiche fondamentali che spaventano i guardiani della “doxa monetaria euro”, ovvero : Quanto costa ai popoli mantenere l’euro? Perché l’euro ad ogni costo? L’euro non è stato un errore? Questi sono probabilmente titoli di giornale che non vedremo mai nei quotidiani europei, questioni che tuttavia andrebbero approfondite poiché sono sempre più numerosi gli economisti che confermano il fallimento dell’Eurozona o che pronosticano una fallita della moneta unica nei prossimi anni.

E al vertice di ieri a Berlino la prassi è stata identica: la cancelliera e Sarkozy, hanno pensato a come salvare l’euro, l’ipotesi di uno smantellamento dell’Eurozona non è stato abbordato poiché le cure mediche prescritte invitano, su base volontaria, il settore privato – banche, assicurazioni, e fondi d’investimento – a partecipare all’iniziativa di salvataggio, inserendosi nel mercato economico e acquistando il debito greco. Forti sono state le critiche di Marine Le Pen, presidentessa del Fronte Nazionale, che ha invitato il capo dell’Eliseo, definito nel suo proclama, “Ayatollah dell’Euro”, a riconoscere il fallimento assoluto della moneta unica. Nel suo comunicato stampa ha continuato spiegando che è inutile attuare versamenti di decine di miliardi di euro nel buco del debito pubblico greco, poiché la Grecia non ci guadagnerebbe nulla, e a perderci saranno gli interessi della Francia e dei suoi cittadini.

La Grecia, deve quindi ridare alla sua Banca Centrale il potere di battere la Dracma, quindi riacquisire la sua moneta nazionale, svalutarla progressivamente al fine di dare ossigeno ai mercati e all’economia. E’ il momento che gli ellenici si riprendano il loro passato e il loro futuro, Bruxelles o vertici franco-tedeschi non possono decidere le sorti di una penisola che ha scritto la storia della nostra Europa, allora gridiamo : Pame Hellas!( Forza Grecia!).

di: Sebastiano Caputo

Rinascita.eu

In Svizzera il conclave dei potenti

L’annuale riunione a porte chiuse del gruppo Bilderberg si terrà dal 9 al 12 a St.Moritz


Si terrà dal 9 al 12 giugno a St.Moritz, in Svizzera, la riunione del gruppo Bilderberg, il conclave che ogni anno, dal 1954, raccoglie l’élite economica, politica e militare occidentale per discutere a porte chiuse, nella massima riservatezza, dei principali problemi globali del momento e delle politiche da promuovere nelle sedi internazionali ufficiali (Ue, Fmi, G8, G20, ecc).

Grand Hotel Kempinski (foto) o all’Hotel Suvretta House (foto). Ma, visti gli ordini del giorno dei passati meeting, è facile immaginare che si parlerà di guerra in Libia e di rivoluzione in Siria, di Afghanistan e Pakistan, di crisi economica e prezzo del petrolio e, se non sarà già stata decisa, della successione di Strauss-Kahn alla guida del Fondo monetario internazionale.

Giovani socialisti grigionesi hanno già presentato alle autorità cantonali la richiesta di tenere una manifestazione anti-Bilderberg l’11 giugno a St. Moritz, all’insegna dello slogan‘L’essere umano prima del mercato – Osare più democrazia”. Ma, viste le rigidissime misure di sicurezza solitamente adottate in occasione di questi summit, è difficile che la protesta verrà autorizzata.

A parte questo, l’unica voce critica alzatasi contro il summit globalista è quella di Dominique Baettig, parlamentare della destra nazionalista dell’Udc-Svp (quella delle campagne xenofobe contro i minareti e contro gli immigrati italiani), lo stesso personaggio che a febbraio costrinse Bush ad annullare la sua visita in Svizzera dopo aver chiesto al governo elvetico di arrestare l’ex presidente Usa per crimini di guerra.

Baettig ha scritto una lettera al Dipartimento federale di giustizia e polizia, stigmatizzando anche stavolta il fatto che diversi partecipanti all’incontro – dallo stesso George Bush, al suo ex vice Dick Cheney all’inossidabile Henry Kissinger – sono responsabili di crimini di guerra e contro l’umanità, e denunciando quelli che, a suo dire, sono gli obiettivi dell’élite riunita dal Bilderberg.

”Questo discreto ma influente gruppo promuove un modello sociale ultraliberista con una moneta unica mondiale e l’Fmi come tesoriere” – scrive Baettig – ”gioca con le paure globalizzate, manipolando i mass media controllati, per imporre terapie d’urto dagli effetti sociali devastanti” che ”favoriscono l’indebitamento degli Stati nei confronti delle banche”.

”Privatizzano eserciti e polizie, pianificano azioni contro Stati sovrani” e ”programmano la fine della democrazia, con lo spostamento del potere dagli Stati a istituzioni sovranazionali non elette”.

Se queste innegabili tendenze globali siano o meno frutto di decisioni prese a tavolino durante gli incontri del Bilderberg lo sa solo chi vi prende parte. Da quando questa organizzazione privata, lo scorso anno, ha deciso di uscire dall’ombra con la pubblicazione di un sito web ufficiale si conoscono i nomi dei partecipanti* e gli ordini del giorno, ma non le decisioni prese: quelle rimangono coperte dal massimo riserbo.

Le personalità italiane che, secondo le liste ufficiali, hanno partecipato agli ultimi incontri del Bilderberg sono Mario Draghi, Romano Prodi, Mario Monti, Paolo Scaroni, Tommaso Padoa-Schioppa, John Elkann, Franco Bernabè, Domenico Siniscalco, Fulvio Conti e Gianfelice Rocca.

di: Enrico Piovesana

PeaceReporter.net

Il Libero Mercato vuole eliminare i resti dello Stato Sociale

La recessione economica che stiamo vivendo, conseguenza della crisi finanziaria scoppiata a cavallo del 2007-2008 innescata dalle speculazioni delle banche e delle finanziarie anglosassoni sul mercato dei mutui subprime, sembra non avere insegnato nulla agli operatori del settore, alle autorità di controllo e di indirizzo e a tutti coloro che hanno in mano i destini dei popoli e il futuro di tutti.
Ad iniziare dai politici. Nonostante la crisi abbia dimostrato che il Libero Mercato non è la panacea di tutti i mali, anzi in molti casi ne è la causa, e che non esiste alcuna “mano invisibile” (alla Adamo Smith) in grado di sistemare le cose per il meglio e garantire benefici per tutti. Nonostante sia stata l’assenza di controlli e di freni statali a permettere agli speculatori di fare il proprio porco comodo. Nonostante tutto questo, molti tecnocrati continuano a sostenere che l’assenza dello Stato nell’economia aiuterebbe anzi favorirebbe una ripresa economica. Il grave è che ci sono ben poche personalità politiche che si prendano la briga di rispondergli per le rime e rivendicare il ruolo centrale svolto dallo Stato attraverso le opere pubbliche e dallo Stato imprenditore attraverso le aziende pubbliche per sostenere una crescita economica reale e lo sviluppo. E soprattutto tutto quello che si può e si deve ancora fare per garantire l’interesse generale di un singolo Paese la cui difesa non può essere certamente appaltata ad organismi tecnocratici e sovranazionali come la Commissione europea, la Banca centrale europea, il Fondo monetario internazionale, la Banca Mondiale e il Financial stability board. I quali, essendo guidati immancabilmente da ex dirigenti e funzionari banche e di società multinazionali, sono portati, per forma mentis a lavorare ed agire per far nascere un unico grande mercato globale.
Un mercato sul quale potranno essere spostati a piacimento, da Paese a Paese, merci e prodotti finiti, capitali e forza lavoro. Un mercato globale nel quale la presenza degli Stati, e una economia di tipo misto, vengono considerati come un ostacolo da spazzare via con decisione e senza pietà. Un mercato nel quale varrà soltanto la legge del più forte e quella della maggior efficienza e dove considerazioni di tipo sociale verranno accantonate, ignorate e messe nell’angolo. Si tratta del resto di un traguardo fisiologico, già presente nelle premesse fondanti del Libero Mercato. Ed è grave anzi gravissimo che proprio le forze politiche di una Sinistra che un tempo si richiamavano al comunismo, al socialismo e alla socialdemocrazia, che volevano una trasformazione della società in senso più equo con una diversa distribuzione del reddito, siano oggi quelle che più si adoperano per scavalcare a destra le forze moderate nel chiedere più mercato e più liberalizzazioni.
Si tratta certamente degli effetti della eterna sindrome del convertito in virtù della quale si diventa più realisti del re e si cerca di lucidarsi le ali per arrivare a spiccare il volo verso il paradiso in terra che, in questo caso, è rappresentato dal Libero Mercato. Ma si tratta pur sempre di una deriva storica di fronte alla quale non si può non provare un senso di fastidio. Una posizione che per costoro è molto difficile da sostenere dal punto di vista politico ed elettorale. In particolare in Italia. Tanto che i partiti della cosiddetta Sinistra, in un Paese condizionato dalle ideologie totalitarie cattolica e marxista come il nostro, sono stati costantemente sconfitti dal punto di vista elettorale. Le loro derive politiche e culturali sono state infatti interpretate come un’anomalia tanto che il loro elettorato è stato spinto a transitare altrove, ad esempio alla Lega che ha sostituito il radicamento di classe con quello localistico. Ma non è ovviamente un caso solo italiano.
Anche in altri Paesi a grande tradizioni bipartitiche non valgono più i tradizionali concetti di Destra e di Sinistra e gli avversari o i nemici non sono più quelli interni ma gli immigrati che la globalizzazione spinge in Europa in cerca di uno straccio di lavoro e li porta inevitabilmente a scontrarsi con i locali e ad aggiungersi alla sterminata schiera dei nuovi poveri creati dalla globalizzazione dei mercati e dalla impossibilità dei Paesi avanzati del cosiddetto Occidente di fare fronte alla concorrenza dei Paesi emergenti, i quali basano la loro forza su un costo del lavoro bassissimo. Quando i mercati erano meno aperti e le frontiere era protette dai dazi, forse c’era meno concorrenza in determinati settori ma quantomeno c’era uno Stato sociale che come quello italiano della Prima Repubblica tutelava i poveri e i disoccupati con un complesso sistema di ammortizzatori sociali. Oggi nella nuova realtà che stiamo vivendo ognuno è abbandonato a se stesso in nome dell’immortale principio: “Arrangiatevi!”.
Non è un caso che continuino ad aumentare i nostalgici del “come eravamo” e che anche a livello di certi politici di governo si stia pensando a reintrodurre dazi non solo per contrastare una concorrenza estera sleale ma anche per creare un sistema di assistenza sociale che non abbandoni cittadini e lavoratori al libero gioco del Mercato.

L’esperienza italiana

Per quanto riguarda il nostro Paese, dobbiamo ricordare che la nascita dello Stato imprenditore negli anni trenta, attraverso l’IRI di Alberto Beneduce, non fu soltanto il risultato della crisi finanziaria scoppiata Wall Street nell’autunno del 1929 e poi propagatasi a tutto il mondo. Essa fu amplificata in Italia dalla debolezza del sistema industriale e finanziario nazionale e con gli intrecci azionari tra banche e grande industria. Le principali aziende industriali, Fiat e Ansaldo in testa, erano uscite a pezzi dall’esperienza della Prima Guerra Mondiale.
Certo avevano guadagnato una barca di soldi con le forniture militari ma la successiva riconversione da una produzione di guerra ad una civile le aveva messe in ginocchio. Così, anticipando di 30 anni quella che fu la politica della Mediobanca di Enrico Cuccia (peraltro genero di Beneduce) cercarono di assumere il controllo delle banche verso le quali erano debitrici attraverso la “ingegneria finanziaria”. La Fiat degli Agnelli con il Credito italiano e l’Ansaldo dei Perrone con la Banca Commerciale. La strategia era ovvia: diventare padroni delle banche e utilizzarne le risorse per annullare i propri debiti. La duplice manovra fallì per l’opposizione dello stesso governo fascista. Ma la Grande Depressione in Italia fu l’occasione per impostare un sistema di economia mista che nel secondo dopoguerra favorì il decollo economico dell’Italia. Il nostro Paese non sarebbe infatti mai cresciuto se non ci fossero state le aziende pubbliche, quelle per intenderci delle tanto deprecate Partecipazioni Statali che, tanto per dirne una, realizzarono il sistema autostradale italiano. Certo fu anche una maniera di prendere atto del fenomeno della motorizzazione di massa di cui la Fiat fu la prima beneficiaria. Ma pensiamo che cosa sarebbe successo se l’incarico di realizzare le autostrade fosse stato lasciato nelle mani delle imprese private che non pensano certo all’interesse generale del Paese ma soltanto al loro profitto immediato. Saremmo ancora per le autostrade a livello di Terzo Mondo.
Pensiamo ancora a quello che rappresento l’Eni (Ente nazionale idrocarburi) creato da Enrico Mattei per garantire l’Approvvigionamento energetico al nostro Paese, a tutte le nostre aziende e ai cittadini in genere. Pensiamo a tutti gli ostacoli che il povero Mattei (assassinato nel 1962 dai concorrenti anglo-americani) dovette affrontare e superare per portare avanti il suo progetto. Pensiamo anche agli ostacoli che gli pose spudoratamente una parte del mondo politico italiota, quello della maggioranza di governo legato alle Sette Sorelle. Pensiamo a tutta l’ignobile campagna di stampa che gli scatenò contro sul Corriere della Sera una firma storica come Indro Montanelli con la considerazione che Mattei, pur non essendosi mai arricchito di suo, versava soldi ai partiti, dal Pci al Msi, perché non ostacolassero i suoi progetti e quindi rappresentava un vettore di corruzione. Come se le principali aziende private italiane non avessero fatto lo stesso. E come se le Sette Sorelle non avessero sempre unto le ruote dei politici dei Paesi dove ricercavano i giacimenti di petrolio e di gas. Oggi, gli eredi dei nemici dell’Eni di Mattei di allora, hanno alzato il tiro contro l’Eni che Scaroni ha portato a dialogare fruttuosamente con la Gazprom russa in nome di un’intesa di tipo europeo “continentale”. Un Eni che era riuscito a stabilire una più che fruttuosa presenza in quella Libia che l’attacco degli “atlantici” sta disarticolando grazie anche, e questo è un assurdo, grazie al contributo italiano. Quando si dice l’autolesionismo. Oggi l’Eni, soprattutto dal punto di vista simbolico, è quello che ci resta per testimoniare che un tempo c’era uno Stato sociale e uno Stato imprenditore. Attacchi all’Eni arrivano dai tanti utili idioti in Italia, dalla Commissione europea e dalla Bce. Ieri Lorenzo Bini Smaghi, membro italiano del direttivo della Banca centrale, ha ammonito sul fatto che in Europa “non possiamo più permetterci che un 40% del Prodotto interno lordo venga dallo Stato”. Della serie: vendete l’Eni.

di: Filippo Ghira

[email protected]

Geopolitica del narcotraffico

Per il dominio sulla produzione di droghe si sono combattute guerre e si sorreggono tuttora interi sistemi politici in diverse parti del mondo

Il sistema moderno, basato sul paradigma capitalista e sulla forma liberaldemocratica, ha fra i suoi punti-chiave il controllo delle principali fonti e risorse economiche.
Non è un mistero che gran parte dei conflitti moderni dietro motivazioni di tipo umanitario nascondano in realtà necessità di ben altra natura, come il controllo delle materie prime di cui è dotato il Paese in questione.
Come materie prime si intendono tutte quelle risorse di base necessarie per la produzione di beni secondi: materie tessili, prodotti agricoli e animali, legname, minerali. In particolare nell’attuale panorama economico assumono un ruolo di primaria importanza le fonti energetiche: in generale l’opinione pubblica ha ben presente che le guerre in Iraq e in Libia hanno come posta in gioco le risorse di petrolio e gas naturale a disposizione dei governi di Baghdad e Tripoli. Il regime libico si è attestato come quarto esportatore di petrolio nel continente africano, in gran parte verso l’Italia, l’Iraq possiede una stima dell’11% dell’oro nero a livello globale. I cambiamenti originatisi in questi anni all’interno del sistema, con l’indebolimento della superpotenza statunitense e l’affermazione della Cina come “competitor” turbocapitalista, costantemente affamato di energia per sostenere la propria crescita, ha rimesso in discussione equilibri che in questo ambito si davano ormai per assodati da decenni, con una lotta fra poteri forti come mai si era vista prima.
Su questo, come detto, si è scritto molto e l’opinione pubblica ha già le idee chiare, spesso anche troppo semplificate (l’aggressione all’Iraq e la destituzione di Saddam Hussein fu anche il frutto di una serie di baratti geopolitici tra Usa e Israele per cercare di normalizzare definitivamente la regione, il petrolio c’entra ma non spiega tutto).
Un aspetto che però si tende spesso a non considerare è che l’economia globale si regge anche su leve “non ufficiali”, anzi, a tutti gli effetti illecite, ma il cui controllo garantisce comunque una posizione dominante alla potenza che lo acquisisce.
Il riferimento principale è in questo caso il narcotraffico. Si stima che la droga sia uno dei principali motori alla base dell’economia mondiale. Sulla produzione ed esportazione delle sostanze stupefacenti si sono combattute guerre e si sorreggono tuttora interi sistemi politici in diverse parti del mondo. Del resto è sufficiente risalire a nemmeno due secoli fa per osservare i primi conflitti armati scoppiati sulla base di questa motivazione: le due Guerre dell’Oppio (1839-1842; 1856-1860) combattute fra Gran Bretagna e Cina. La ragione? Già allora una delle risorse principali dell’economia di Londra era il commercio dell’oppio, che vedeva nel Celeste Impero uno dei suoi mercati di riferimento. Il tutto naturalmente con pesanti ripercussioni interne sulla società cinese per l’incidenza della tossicodipendenza. Entrambe le guerre videro la sconfitta della Cina e di ogni suo tentativo di frenare la penetrazione dell’oppio britannico entro i propri confini, oltretutto a tariffe doganali bassissime.
Da allora è cambiato molto meno di quanto si potrebbe credere: il narcotraffico è sempre una leva fondamentale per gli equilibri finanziari, anzi, ben più di allora, essendo un mercato in continua espansione che difficilmente conosce crisi. La sola differenza da allora è che oggi non lo si ammette. I protagonisti principali di questo gioco sono da individuare sia tra gli Stati nazionali sia tra altri attori geopolitici i cui rapporti con le entità statuali possono essere di conflittualità o di connivenza, o anche entrambe nello stesso momento: le mafie.
È interessante notare come la mappa dei conflitti su scala mondiale ricalchi quella del possesso delle fonti energetiche e delle sostanze stupefacenti.
In particolare questo processo ha subito un’accelerazione decisa sin dalla fine degli anni ’90, con l’intervento nella ex-Jugoslavia.
Per prima cosa, occorre distinguere fra i Paesi in cui le sostanze vengono prodotte e i cosiddetti “corridoi della droga”, ossia quegli Stati attraverso i quali la merce transita per arrivare alle destinazioni finali, come ad esempio l’Europa occidentale o gli Usa.

L’eroina afgana
La produzione di oppio (da cui a sua volta si ricava una serie di stupefacenti, fra cui l’eroina) è concentrata soprattutto in Asia, lungo la fascia che taglia verticalmente il continente dalla parte centrale sino al Sud-Est. Il primo produttore, secondo le stime ufficiali delle agenzie per la lotta al narcotraffico, risulta essere l’Afghanistan, al centro della cosiddetta “Mezzaluna d’oro” (che include anche India, Pakistan, India e Nepal), contrapposta al “Triangolo d’oro” (Myanmar, Laos, Thailandia e Vietnam), storico epicentro del traffico di droga ma recentemente sorpassato dal subcontinente indiano. Proprio l’Afghanistan, quindi, Paese in via di democratizzazione forzata a suon di bombardamenti Usa e occupazione militare Nato da quasi dieci anni. Come confermato da diverse fonti, il crollo del regime talebano seguito all’invasione angloamericana del 2001 ha portato a una netta inversione nella politica tenuta da Kabul sulle colture di oppio (il quale costituisce da sempre una risorsa centrale per l’agricoltura locale). I dati forniti a tal proposito dall’“Afghanistan Opium Survey” facente capo alle Nazioni Unite sono illuminanti. Tenendo conto che oltre il 90% dell’oppio presente sul mercato mondiale proviene dal Paese delle Montagne, la discrepanza fra la produzione del 2001 (ultimo anno del governo del mullah Omar) e le annate recenti ha del clamoroso. Si passa da 74 tonnellate (frutto di una forte campagna di repressione e di alcuni decreti religiosi emessi dagli Studenti del Corano) alle oltre 8000 odierne, concentrate non solo nelle zone amministrate dagli insorti (in cui i proventi vengono reinvestiti in armi), ma anche in quelle sotto controllo governativo. Di più: sotto il controllo di parenti stretti dello stesso presidente Hamid Karzai, come il fratello Ahmed Wali Karzai, più volte accusato di essere il signore della droga nella zona di Kandahar. Al centro delle coltivazioni si è rivelata essere negli ultimi anni la violentissima provincia meridionale di Helmand, il cui controllo è ferocemente conteso tra le fazioni in guerra.
La massiccia immissione sui mercati mondiali dell’oppio afgano ha portato, dopo anni di decremento, a un improvviso e inaspettato ritorno dell’eroina, droga che si credeva ormai superata. Come se non bastasse, l’Afghanistan sta “diversificando” la sua produzione, diventando (e questa è una novità assoluta) uno dei maggiori produttori al mondo anche per quanto concerne marijuana e cannabinoidi in genere.

Le rotte dell’oppio e il narco-Stato kosovaro
L’oppio prodotto nelle coltivazioni afgane può intraprendere due grandi rotte: una verso Sud, l’altra verso Nord. Entrambe naturalmente in direzione occidentale.
I due passaggi di transito sono quindi da una parte l’Iran, che apre le porte alla Turchia e da qui ai Balcani. Da anni gli iraniani stanno combattendo, lasciati soli dal resto della comunità internazionale, una durissima guerra con i contrabbandieri che è costata la vita a centinaia di membri delle forze di sicurezza della Repubblica Islamica. Perno di questi traffici è la turbolenta provincia del Sistan-Belucistan, in cui convergono le colture provenienti non solo dai papaveri afgani, ma anche dal Pakistan, e in cui le bande malavitose godono di connivenze e appoggi con i locali separatisti sunniti (il cui gruppo di riferimento è Jundallah).
Al Nord il percorso segue invece quello delle repubbliche ex-sovietiche dell’Asia Centrale. Risalendo le strade polverose dell’Afghanistan occidentale, in particolare della province di Farah e Badghis (dove fra l’altro sono stazionate le truppe italiane, spesso attaccate proprio dai contrabbandieri), l’oppio (spesso già lavorato in Afghanistan, e quindi pronto per essere messo sul mercato senza bisogno di passare attraverso nuove lavorazioni) viene fatto passare attraverso il Turkmenistan e successivamente in Kazakistan, spesso con la connivenza delle forze di sicurezza locali, fra le più corrotte al mondo, e dei maggiorenti.
Da qui si arriva già a un primo mercato di rilievo: la Russia. Va detto infatti che, pur essendo entrambi punti di transito, tanto la Russia quanto l’Iran hanno comunque avuto colpi pesantissimi dall’esplosione dell’eroina afgana in termini di tossicodipendenza. I numeri parlano chiaro: Teheran stima in più di 1 milione i propri cittadini tossicodipendenti. Le agenzie Onu elevano il dato addirittura fino ad oltre 3 milioni. Un vero e proprio flagello sociale, simbolicamente rappresentato dal Black Crack, la droga dei poveri. Lo stesso in Russia, cui è destinato oltre il 20% dell’eroina afgana, a causa del quale muoiono ogni anno circa quarantamila persone. Questo è il motivo principale delle critiche politiche che Mosca rivolge periodicamente alla Nato in Afghanistan, e per cui la Federazione Russa cerca di mobilitare l’Organizzazione di Shangai per la Cooperazione (organismo che unisce Russia, Cina e diversi Paesi dell’Asia Centrale) in funzione anti-droga.
C’è però un altro dettaglio che merita di essere analizzato: lo snodo principale dell’eroina afgana nei Balcani è un altro territorio sotto tutela occidentale, esattamente come l’Afghanistan: il Kosovo. Il tutto nasce dalla sconsiderata decisione di creare uno Stato-mafia in Europa, retto da una cricca di terroristi e malavitosi come sono a tutti gli effetti gli uomini dell’Uck che ora indossano il doppiopetto nei palazzi del potere di Pristina. L’eroina è il primo business in ordine di importanza per questa terra di nessuno, assieme ad altri traffici di ogni tipo. Secondo fonti indipendenti, dietro al narcotraffico nel Kosovo ci sarebbe nientemeno che l’ex-premier benedetto dall’Occidente, Ramush Haradinaj, il quale ha continuati negli anni a coltivare i canali di autofinanziamento illecito che servivano inizialmente a finanziare la lotta armata contro il governo centrale serbo.

La cocaina e l’America Latina
L’altro settore di punta del narcotraffico mondiale è rappresentato ovviamente dalla cocaina. Questo mercato si sviluppa soprattutto in un altro quadrante geopolitico, ovvero l’America Latina.
Non bisogna scordare che almeno fino all’inizio del terzo millennio tutto il subcontinente americano rientrava nella sfera diretta di influenza politica, economica e militare degli Stati Uniti, con la teoria del “cortile di casa” sin dai tempi della dottrina Monore. Naturale, quindi, che le principali risorse di queste terre fossero sottoposte a tutela statunitense; anche qui le risorse energetiche (il petrolio del Caribe, per esempio), quelle agricole (l’industria bananiera) e la cocaina. La coltivazione della coca è da sempre parte della storia di diversi di questi Paesi e ha sempre avuto un ruolo tradizionale nella vita delle popolazioni indigene di Bolivia, Perù, Venezuela e Colombia, che hanno sempre visto nelle foglie di coca un aiuto farmacologico naturale. La lavorazione del prodotto-cocaina verso Stati Uniti ed Europa ha finito per danneggiare in primis queste popolazioni, che improvvisamente hanno visto criminalizzare una delle poche risorse agricole su cui potevano contare in misura stabile. In questo senso vanno lette anche molte delle battaglie condotte dai presidenti di Bolivia e Venezuela (Evo Morales e Hugo Chavez) in favore della coltivazione della coca come attività non necessariamente volta al narcotraffico.
Anche in questo caso, però, non tutto è come sembra: il principale produttore ed esportatore dello stupefacente è, guarda caso, anche l’alleato di ferro degli Usa nella regione (tanto da ospitarne pure basi militari sul proprio territorio), ossia la Colombia. Il confine tra repressione e controllo del traffico è come in Afghanistan molto sottile e ambiguo. Ufficialmente la Colombia riceve aiuti economici e militari da Washington per la lotta al narcotraffico: il noto Plan Colombia, in vigore da fine anni ’90. In realtà quello che maggiormente interessa agli Stati Uniti è il controllo politico del Paese e della regione, con la repressione militare dei movimenti rivoluzionari di estrema sinistra attivi da decenni, le Farc (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia) e l’Eln (Esercito de Liberacion Nacional). Una delle pratiche più discusse condotte congiuntamente da Washington e Bogotà è l’irrorazione di glifosato sulle coltivazioni di coca. Casualmente queste avvengono in massima parte nelle aree fuori dal controllo governativo e amministrate dai ribelli. Per tutti gli anni ’80 e ’90 il vero potere in Colombia fu detenuto di fatto dai cartelli di Calì e Medellin, quest’ultimo capeggiato da Pablo Escobar. Se è vero che Escobar venne fisicamente eliminato il 2 dicembre 1993 in un’operazione congiunta di Delta Force e Navy Seals Usa in cooperazione con il Search Bloc colombiano (unità appositamente creata per dargli la caccia), è altrettanto vero che l’ascesa del boss presenta dei punti oscuri nei rapporti con gli Usa. Negli anni gli statunitensi hanno dato il sospetto di colpire le coltivazioni di coca gestite da chi non andava bene loro politicamente, chiudendo un occhio (o forse due) su quelle dei propri alleati del momento. Non si spiegherebbe altrimenti l’ascesa negli anni ’90 di Salvatore Mancuso e dei paramiliari delle Autodefensas Unidas de Colombia (Auc), capaci di diventare uno Stato nello Stato con coperture politiche e giudiziarie senza trovare alcun ostacolo per il solo merito di svolgere un ruolo di contenimento della guerriglia di estrema sinistra. Nella pratica, quella di usare personaggi del narcotraffico per garantirsi il controllo politico di certe aree e poi scaricarli una volta che siano diventati troppo ingombranti è una tattica che gli Usa hanno utilizzato più di una volta. Un altro esempio in questo senso è rappresentato dal dittatore di Panama, Manuel Noriega. Personaggio che ha iniziato la propria carriera da militare, addestrato per operazioni di contro-insorgenza presso la famigerata School of the Americas di Fort Benning in Georgia, Noriega fu secondo diverse fonti il principale punto di riferimento della Cia in America Centrale durante tutti gli anni ’70 e buona parte degli ’80. Organizzò per conto di Washington i rifornimenti, l’assistenza e l’addestramento dei Contras in Nicaragua e delle milizie di Roberto D’Aubuisson in El Salvador. Una volta esauritosi il “pericolo rosso”, Noriega era rimasto sempre più potente nel suo feudo panamense, sfruttando lo strategico canale per i suoi interessi e minacciando più volte la sua chiusura agli Usa. Le mosse di Washington per esautorare l’(ex) uomo di fiducia furono per prima cosa l’incriminazione della Dea per narcotraffico (5 febbraio 1988), poi l’organizzazione dell’opposizione interna (già allora i primi tentativi di “rivoluzioni colorate”…) con l’aiuto dell’ambasciata statunitense, e, in seguito ai fallimenti di tutte queste manovre (Noriega era riuscito a farsi rieleggere umiliando il candidato sostenuto dagli Usa), il ricorso all’invasione militare, con la cosiddetta “Operazione Giusta Causa” (20 dicembre 1989). Noriega, inizialmente rifugiatosi presso la Nunziatura Apostolica, si arrese alle truppe statunitensi il 3 gennaio 1990. Estradato negli Stati Uniti, venne processato nel 1992 con le accuse principali di narcotraffico e riciclaggio di denaro sporco, venendo condannato a una pena complessiva di 40 anni di reclusione, poi ridotti a 30. Peccato però che durante tutto il processo furono in tanti tra coloro che avevano collaborato con lui durante gli anni ’70 (operativi di Cia, Dea, ma anche del Mossad israeliano) ad ammettere candidamente che Washington era a conoscenza del ruolo del dittatore panamense nel traffico di droga almeno sin dal 1972, quando però era ancora un “good guy” utile alla Casa Bianca.

Le droghe sintetiche e la criminalità israeliana
Per concludere questo quadro generale, un accenno va fatto a un altro mercato in rapida espansione. Quello delle “pasticche”, delle droghe sintetiche, la più nota delle quali è l’ecstasy. Un prodotto esploso a partire da metà anni ’90, la cui produzione non dipende da alcun fattore climatico come avviene invece nei casi succitati. I gruppi criminali israeliani, una realtà di cui si parla e si sa molto poco ma le cui attività sono parecchio ramificate, sono stati indicati in diversi rapporti stilati dall’Unione Europea e dal Dipartimento di Stato Usa come i principali attori in questo traffico. Emblematica la vicenda del cittadino con doppio passaporto israeliano-statunitense Hai Waknine, condannato da un giudice federale di Los Angeles a dieci anni di reclusione nel 2006. Waknine, assieme al complice Jacob “Cookie” Orgad era il punto di riferimento per lo spaccio in California. I due erano i referenti negli Usa del grande boss dell’ecstasy Itzhak Albergil, poi arrestato insieme al fratello Meir dalla polizia israeliana. Secondo le ricostruzioni degli organi inquirenti, la mafia israeliana utilizza laboratori in Europa (soprattutto in Olanda, ma anche in Belgio e Polonia), per poi distribuire la merce su tutti i mercati occidentali. Addirittura l’80% dell’ecstasy consumato negli Usa ha questa filiera di produzione. Il monopolio israeliano su questa droga presenta grosse sorprese: diverse inchieste hanno rivelato come i corrieri spesso siano anche ebrei praticanti ultra-ortodossi, i quali sicuramente non destano grossi sospetti negli scali internazionali. Fra gli insospettabili colti con le mani nel sacco si trova anche Goneen Segev, già ministro dell’Energia di Israele, beccato all’aeroporto di Amsterdam con 25000 pillole in valigia. Fra l’altro è anche segnalato il reclutamento da parte dei gruppi criminali israeliani di passati appartenenti alle agenzie di sicurezza, ottimi da ingaggiare per la loro esperienza sul campo.

E se in Nord Africa…
Questo è un affresco generale (per ovvi motivi di spazio) ma sostanzialmente completo delle coperture politiche e degli intrecci geopolitici inconfessabili del traffico di droga mondiale.
Per ultimo, fa pensare una domanda posta a voce alta dal Direttore dell’Agenzia russa per il controllo sugli stupefacenti, Viktor Ivanov: siamo sicuri che la recente instabilità del Maghreb non abbia nulla a che vedere col ruolo in continua crescita dei cartelli della droga in questi Paesi (in particolare in Tunisia)?

di: Alessandro Iacobellis

Si fa presto a dire “sovranità”

I poteri occulti della finanza ci tengono sotto scacco e si arricchiscono attraverso valori artificiali creati dal nulla

Dai sistemi di controllo come Echelon e Swift al signoraggio bancario

Indipendentemente dalle posizioni politiche, la maggior parte dei cittadini concorda sulla gravità di alcuni problemi che non possono essere occultati. Il debito pubblico in particolare pesa come una spada di Damocle sulla testa delle famiglie e, soprattutto su quella dei giovani. Sembra quasi che un genio maligno voglia creare continuamente problemi ad un’Italia che si è sempre distinta, da molti decenni, per la sua creatività e per alcune virtù che fanno da contrappeso ai vizi ed alle debolezze evidenti.
I cittadini di questo nostro Paese confuso hanno una grande capacità di lavoro, non solo nelle regioni settentrionali come si crede, e non esitano ad affrontare difficoltà di ogni genere quando sono convinti della reale utilità di ciò che fanno. Ne è testimonianza il fatto che sono ancora in numero molto importante quelli che, malgrado la crisi, continuano a risparmiare o che comunque si sono salvati dal disastro proprio per aver accantonato qualcosa nel timore di tempi difficili. Questo comportamento virtuoso appartiene alle famiglie ma anche a migliaia di aziende.
Da destra e da sinistra si continua a dire che la politica non si occupa di cose serie ma solo di scandali di basso profilo e pettegolezzi.
La sinistra sostiene che Berlusconi si dedica solo alla giustizia per varare leggi ad hoc e salvarsi da una condanna inevitabile. Ed ha ragione. I pidiellini sostengono che i sinistri non hanno idee e progetti e si occupano monotematicamente di Berlusconi, che sembra essere l’unico scopo del loro impegno politico.
I giornalisti italiani più famosi e ricchi sono quelli che si occupano di escort, ballerine e di vizi privati e qualche volta fanno finta di affrontare problemi seri come la crisi economica; di cui però raccontano le cifre senza neppure interrogarsi sulle cause del disastro e della genesi del debito che grava sulle famiglie. Quando lo fanno si limitano a mistificare. Il problema vero è che solo qualche raro patriota ha la stoffa ed il coraggio di affrontare temi vitali per la comunità nazionale.
Si tratta infatti di difendere l’interesse nazionale di fronte ad un sistema di asservimento che trasforma uomini liberi in servi del vero potere, quello che impartisce ordini alla politica e alla comunicazione per rafforzare una egemonia che dura da troppo tempo. Questi padroni sono i padroni della moneta.
Proprio l’esplosione nei numeri e nello spazio della nuova informazione elettronica, che non costa e non è facilmente controllabile, ha determinato una diffusione della conoscenza di alcuni meccanismi che sono la base della vera oligarchia. Ormai si parla sempre più diffusamente della creazione del debito e del signoraggio finanziario.
Abbiamo già visto in una serie di articoli pubblicati su Linea i meccanismi attraverso i quali si muove la grande speculazione finanziaria per affamare interi popoli. Ne hanno trattato anche alcuni giornalisti coraggiosi come Pino Buongiorno che, su alcuni settimanali europei, ha svelato, con nome e cognome, le strategie dei cosiddetti “padroni dell’universo”.
Di questa realtà maledettamente operativa, che si realizza sulla pelle delle famiglie e della sovranità politica e finanziaria nazionale, comincia a rendersi ben conto anche il Ministro per l’Economia, Giulio Tremonti, il quale, intorno ad alcuni temi, cerca anche di creare una rete di solidarietà europea.
Abbiamo visto come, negli anni, l’alta finanza abbia avuto a disposizione tutti gi strumenti di controllo per mantenere ben saldo il proprio potere. Prima, per decenni, il metodo Echelon, il grande orecchio planetario. Dopo l’11 settembre il micidiale sistema Swift dopo il quale e con il quale tutti i flussi finanziari sono stati monitorati ad insaputa degli interessati e con la sostanziale rinuncia dell’Europa alla propria sovranità.
Il cuore del potere è però quello che ruota intorno al signoraggio bancario e che rappresenta una espropriazione di sovranità, questa veramente antidemocratica, ai danni dello Stato e contro gli interessi del popolo. Chi emette moneta indebita gli stati e si appropria del valore creato dal nulla. Questo potere arbitrario è anche la fonte dell’enorme debito pubblica che grava su tutti, famiglie, produttori, bimbi appena nati e rappresenta il fardello che ognuno paga ai creatori del denaro dal nulla.
Si tratta di un tema di cui parleremo ancora e più diffusamente ma che, ogni giorno, dovrebbe aprire i telegiornali ed i quotidiani. Questa in verità è l’autentica guerra di liberazione dalla schiavitù. Queste sono le motivazioni reali che dovrebbero essere alla base delle rivolte del mondo meno sviluppato.
La situazione è però cambiata nel volgere di pochi anni. Fino ad un decennio fa le persone che si occupavano del signoraggio, della sua genesi e delle conseguenze erano poche e si conoscevano tutti tra loro. Amici che, spesso, operavano nello spirito delle intuizioni di Pound.
Voglio ricordare in particolare qualcuno che non c’è più: Giacinto Auriti, colui che ha dato il contributo più importante, e Giano Accame che ha inserito il tema della lotta all’usura nell’ambito di una visione sociale.
Oggi è sufficiente servirsi di un motore di ricerca per trovare, su internet, anche tanti giovani e giovanissimi, che hanno intuito l’importanza di questo tema fondamentale per la libertà dei popoli dal debito.

Vincenzo Centorame