Egitto di nuovo nel caos: le rivoluzioni colorate buone e quelle cattive

tahrir-300x199Altra grande manifestazione in Egitto per il 30 giugno: ma la stampa e la società civile occidentale ormai non se ne interessa più; dai paginoni sulla rivoluzione si è passati a trafiletti di cronaca internazionale: come mai?

Come riflette Maurizio Blondet sul suo effedieffe, Piazza Tahrir, pur continuando incessantemente a protestare contro il governo dei Fratelli Musulmani e il Presidente Morsi, non rientra più negli interessi dei mass media. Questo per un motivo molto semplice: dopo la “rivoluzione” che ha portato proprio la Fratellanza Musulmana al potere, l’Egitto è di nuovo e saldamente alleato con gli Stati Uniti. Quindi il processo di rinnovamento è per l’occidente completato. E poco importa se la situazione alimentare del paese sia emergenziale: tre ministri degli esteri Usa hanno già visitato il Paese, consacrando così un governo non riconosciuto dalla magigoranza della popolazione e Obama ha ripreso gli aiuti militari con più di un miliardo di dollari da poco elargito. Continue reading

Dagli amici mi guardi Iddio

di: Manlio Dinucci

Il primo a congratularsi col neopresidente egiziano Mohamed Morsi è stato il presidente Obama. Gli ha telefonato con tono amichevole, assicurando che gli Stati uniti «continueranno ad appoggiare la transizione dell’Egitto alla democrazia» e vogliono «promuovere i comuni interessi sulla base del mutuo rispetto». I due presidenti, annuncia la Casa Bianca, si sono impegnati a «sviluppare la partnership Usa-Egitto, stando in stretto contatto nei prossimi mesi».

Gli Stati uniti stanno dunque scaricando la casta militare, da oltre trent’anni base della loro influenza in Egitto, per sostenere l’organizzazione islamica dei Fratelli Musulmani, considerata finora ostile? Tutt’altro. Subito dopo Morsi, Obama ha chiamato il generale Ahmed Shafik, candidato dei militari alla presidenza, incoraggiandolo a proseguire il suo impegno politico «a sostegno del processo democratico». Impegno che i militari hanno ben dimostrato sciogliendo il Parlamento.

Con il determinante aiuto di Washington: l’assistenza militare all’Egitto, sottolinea il Dipartimento di stato, costituisce «un importante pilastro delle relazioni bilaterali». L’Egitto riceve ogni anno dagli Usa un aiuto militare di circa 1,5 miliardi di dollari. Gode inoltre di un privilegio riservato a pochi paesi: i fondi sono depositati in un conto della Federal Reserve Bank a New York, dove fruttano notevoli interessi. Ciò accresce il potere d’acquisto delle forze armate egiziane, la cui lista della spesa nel supermercato bellico Usa comprende: carrarmati M1A1 Abrams (coprodotti in Egitto), caccia F-16, elicotteri Apache e altri armamenti. Inoltre il Pentagono regala loro armi che ha in eccesso, per un valore annuo di centinaia di milioni.

In cambio le forze armate Usa hanno libero accesso in Egitto, dove si svolge ogni due anni l’esercitazione Bright Star, la maggiore della regione. Altrettanto generoso è l’«aiuto economico» di Washington. L’Egitto è in piena crisi: il deficit statale è salito a 25 miliardi di dollari e il debito estero a 34, mentre le riserve di valuta estera sono scese da 36 miliardi nel 2011 a 15 nel 2012.

Ma ecco che gli Stati uniti tendono la loro mano amichevole. L’amministrazione Obama ha stanziato 2 miliardi di dollari per promuovere investimenti privati Usa nella regione, soprattutto in Egitto. Qui saranno effettuati altri investimenti Usa, agevolati dal Cairo in cambio dello sgravio di un miliardo dal debito estero. L’Egitto riceverà inoltre un credito di un miliardo di dollari, garantito dagli Usa, per riavere «accesso ai mercati di capitali». E, sempre grazie agli Usa, il Fondo monetario internazionale è pronto ad aprire all’Egitto una linea di credito.

Mentre l’ambasciata Usa al Cairo lancia un nuovo programma per aiutare giovani imprenditori egiziani a iniziare o sviluppare proprie attività. Tutte le carte di Washington, a questo punto, sono sul tavolo: quelle economiche, per strangolare l’Egitto e allevare al suo interno una classe imprenditoriale filo-Usa; quelle politiche, per dare al paese un volto civile democratico che non comprometta l’influenza Usa nel paese; quelle militari, da giocare con un colpo di stato se falliscono le altre. C’è però un’incognita: un sondaggio Gallup indica che, in dieci mesi, gli egiziani contrari all’aiuto Usa sono saliti dal 52% all’82%.

IlManifesto.it

La Storia segreta di Washington con i Fratelli Musulmani

di: Ian Johnson

Mentre gli uomini forti del Nord Africa e del Medio Oriente sostenuti dagli USA vengono rovesciati o scossi dalle proteste popolari, Washington è alle prese con una fondamentale questione di politica estera: come affrontare la potente ma opaca Fratellanza musulmana. In Egitto, la Fratellanza ha assunto un ruolo sempre più forte nelle proteste, rilasciando una dichiarazione che invocava le immediate dimissioni di Mubarak. E anche se è tutt’altro che chiaro il ruolo che la Fratellanza avrebbe se Mubarak dovesse dimettersi, il presidente egiziano ha dichiarato che lascerà. In ogni caso, è probabile che il movimento sarà un giocatore importante in un qualsiasi governo di transizione.

Giornalisti e opinionisti stanno già pesando i punti di forza e i pericoli di questo movimento islamista vecchio di 83 anni, le cui varie sedi nazionali sono la forza di opposizione più potente in quasi tutti questi paesi.

Alcuni si chiedono come la Fratellanza tratterà con Israele, o se ha davvero rinunciato alla violenza. Molti, tra cui l’amministrazione Obama, sembrano pensare che sia un movimento con cui l’occidente può fare accordi, anche se la Casa Bianca nega contatti formali.

Se questa discussione evoca un senso di déjà vu, è perché nel corso degli ultimi sessant’anni ciò è già accaduto molte volte, con risultati quasi identici. Dagli anni ’50, gli Stati Uniti hanno segretamente stretto alleanze con i Fratelli e le loro propaggini su temi diversi, come la lotta contro il comunismo e appassire le tensioni tra i musulmani europei. E se guardiamo alla storia, possiamo vedere uno schema familiare: ogni volta che i leader statunitensi hanno deciso che la Fratellanza potesse essere utile e hanno cercato di piegarla agli obiettivi degli USA, è stata anche la volta, forse non a caso, che l’unica parte che ne ha chiaramente beneficiato sia stata la Fratellanza stessa.

Come possono gli statunitensi non essere a conoscenza di questa storia? Grazie a una miscela di illusioni e ossessione nazionale del segreto, che ha avvolto gli estesi rapporti del governo degli Stati Uniti con la Fratellanza.

Pensate al Presidente Eisenhower. Nel 1953, l’anno prima che la Confraternita venisse messa fuori legge da Nasser, un programma segreto di propaganda degli Stati Uniti, guidato dall’US Information Agency, aveva portato oltre tre dozzine di studiosi e leader locali islamici, per lo più dei paesi musulmani, in quello che ufficialmente era stata una conferenza accademica all’Università di Princeton. La vera ragione dietro l’incontro fu un tentativo di impressionare i visitatori con la forza spirituale e morale degli Stati Uniti, poiché si pensava che potessero influenzare l’opinione popolare musulmana meglio dei loro ossificati governanti.

L’obiettivo finale era promuovere un programma anticomunista in questi paesi di recente indipendenza, molti dei quali erano a maggioranza musulmana.

Uno dei leader, secondo il libretto degli appuntamenti di Eisenhower, era “L’Onorevole Saeed Ramahdan, Delegato dei Fratelli musulmani“.*  La persona in questione (nella romanizzazione standard, Said Ramadan), era il genero del fondatore della Fratellanza, e all’epoca indicato ampiamente come facente parte del gruppo del “ministro degli esteri.” (Era anche il padre del controverso studioso islamico svizzero Tariq Ramadan .)

I funzionari di Eisenhower sapevano cosa stavano facendo. Nella battaglia contro il comunismo, hanno capito che la religione era una forza che gli Stati Uniti avrebbero potuto usare, l’Unione Sovietica era atea, mentre gli Stati Uniti sostenevano la libertà religiosa. Le analisi della Central Intelligence Agency su Said Ramadan erano piuttosto brutali, definendolo un “falangista” e un “fascista interessato al raggruppamento di individui per il potere.” Ma la Casa Bianca andò avanti e lo invitò comunque.

Entro la fine del decennio, la CIA stava apertamente sostenendo Ramadan. Anche se è troppo semplice chiamarlo un agente degli Stati Uniti, negli anni ’50 e ’60 gli Stati Uniti lo sostennero, mentre guidava una moschea a Monaco di Baviera, cacciando fuori i musulmani locali per costruire quello che sarebbe diventato uno dei più importanti centri della Fratellanza, un rifugio per il gruppo assediato durante gli anni della sua clandestinità. Alla fine, gli Stati Uniti non trassero molto dai loro sforzi, mentre Ramadan era più interessato a diffondere la sua agenda islamista che combattere il comunismo. Negli anni successivi, aveva sostenuto la rivoluzione iraniana e probabilmente aiutato la fuga di un attivista pro-Teheran che aveva ucciso uno dei diplomatici dello scià a Washington.

La cooperazione continuava. Durante la guerra del Vietnam, l’attenzione degli Stati Uniti era concentrata altrove, ma con l’inizio della guerra sovietica in Afghanistan, l’interesse nel coltivare gli islamisti riprese. Tale periodo di sostegno ai mujahidin, alcuni dei quali divenuti al-Qaida, è ben noto, ma Washington ha continuato a flirtare con gli islamisti, e in particolare con la Fratellanza.

Negli anni dopo gli attentati dell’11 settembre, gli Stati Uniti inizialmente si scontrarono con la Fratellanza, dichiarando che molti dei suoi membri principali fossero sostenitori del terrorismo. Ma nel secondo mandato di Bush, gli USA stavano perdendo due guerre nel mondo musulmano, e affrontavano l’ostilità delle minoranze musulmane in Germania, Francia e altri paesi europei, dove la Fratellanza aveva stabilito una presenza influente. Gli Stati Uniti cambiarono tranquillamente posizione.

L’amministrazione Bush ha messo a punto una strategia per stabilire stretti rapporti con i gruppi musulmani in Europa, che erano ideologicamente vicini alla Fratellanza, immaginando che potessero essere un interlocutore nei rapporti con i gruppi più radicali, come gli estremisti locali a Parigi, Londra e Amburgo. E, come nel 1950, i funzionari del governo vollero proiettare al mondo musulmano l’immagine che Washington era vicina agli islamisti residenti in occidente. Quindi, a partire dal 2005, il Dipartimento di Stato ha lanciato un tentativo per corteggiare la Fratellanza. Nel 2006, ad esempio, ha organizzato una conferenza a Bruxelles tra questi Fratelli musulmani europei e i musulmani americani, come l’Islamic Society of North America, che erano considerati vicini alla Fratellanza. Tutto questo era stato sostenuto dalle analisi della CIA, con una del 2006 che affermava che la Fratellanza presentava “impressionanti dinamismo interno, organizzazione e conoscenza dei media.” Nonostante le preoccupazioni degli alleati occidentali, secondo cui sostenere la Fratellanza in Europa era troppo rischioso, la CIA spinse per la cooperazione.

Per quanto riguarda l’amministrazione Obama, assunse alcune delle persone del team di Bush che avevano contribuito a elaborare questa strategia.

Perché l’interesse duraturo per la Confraternita?

Dalla sua fondazione nel 1928 da parte del maestro e imam egiziano Hassan al-Banna, la Fratellanza è riuscita a esprimere le aspirazioni della classe media oppressa e spesso confusa del mondo musulmano. Ha spiegato la loro arretratezza in un interessante mix di fondamentalismo e fascismo (o politiche reazionarie e xenofobe): i musulmani di oggi non sono abbastanza buoni musulmani e devono ritornare al vero spirito del Corano. Gli stranieri, soprattutto ebrei, fanno parte di una vasta cospirazione per opprimere i musulmani. Questo messaggio è stato, ed è ancora, fornito attraverso un moderno partito politico-struttura, che comprende gruppi di donne, associazioni giovanili, pubblicazioni e media elettronici e, a volte, bracci paramilitari. Ha inoltre dato i natali a molti dei ceppi più violenti dell’islamismo radicale, da Hamas ad al-Qaida, anche se molti di questi gruppi ora trovano la Fratellanza troppo convenzionale. Non c’è da stupirsi che la Fratellanza, per tutti i suoi aspetti preoccupanti, è interessante agli occhi dei responsabili politici occidentali, desiderosi di guadagnare influenza in questa parte strategica del mondo.

Ma la Fratellanza è stata un partner difficile. Nei paesi in cui aspira a entrare nel mainstream politico, rinuncia all’uso della violenza a livello locale. Quindi la Fratellanza Musulmana in Egitto dice che non cerca più di rovesciare il regime violentemente, anche se i suoi membri non dicono nulla nell’invocare la distruzione di Israele. In Egitto, la Fratellanza dice anche che vuole i tribunali religiosi per imporre la shariah, ma a volte ha anche detto che i tribunali secolari potrebbero avere l’ultima parola. Questo non vuol dire che la sua moderazione sia solo una messinscena, ma è giusto dire che la Fratellanza ha solo parzialmente abbracciato i valori della democrazia e del pluralismo.

Il chierico più potente del gruppo, residente in Qatar, è Youssef Qaradawi, che incarna questa visione biforcata del mondo. Dice che alle donne dovrebbe essere consentito di lavorare e che in alcuni paesi, i musulmani possono detenere dei mutui (che si basano sugli interessi, un tabù per i fondamentalisti). Ma Qaradawi sostiene la lapidazione degli omosessuali e l’uccisione di bambini israeliani, perché essi crescono e potrebbero servire come soldati.

Qaradawi non è certo un emarginato. Negli anni passati, è stato spesso citato come candidato a leader del ramo egiziano. E’ molto probabile che sia il chierico più influente del mondo musulmano, il venerdì, per esempio, migliaia di manifestanti egiziani in piazza Tahrir ascoltano la trasmissione del suo sermone. Ha inoltre dichiarato che i manifestanti che sono morti sfidando il governo sono dei martiri.

Questa è un’indicazione della crescente influenza della Fratellanza nell’ondata di proteste in tutta la regione. In Egitto, la Fratellanza, dopo un avvio lento, è diventato un giocatore chiave nel campo della coalizione antigovernativa, il nuovo vice presidente, Omar Suleiman, ha invitato la Confraternita ai colloqui. In Giordania, dove il gruppo è legale, il re Abdullah ha incontrato la Fratellanza per la prima volta in un decennio. E a Tunisi, il leader dell’opposizione islamista Rachid Ghanouchi, che è stato un pilastro della rete europea della Fratellanza, è da poco tornato a casa dal suo esilio a Londra.

Tutto ciò indica la più grande differenza tra allora e adesso. Mezzo secolo fa, l’Occidente ha scelto di avvalersi della Confraternita per guadagni tattici a breve termine, poi ha sostenuto molti dei governi autoritari che hanno anche cercato di cancellare il gruppo. Ora, con quei governi vacillanti, l’Occidente ha poca scelta, dopo decenni di oppressione, è la Confraternita, con la sua miscela di antico fondamentalismo e moderni metodi politici, che rimane in piedi.

* L’agenda degli appuntamenti e i dettagli della visita di Ramadan sono negli archivi presidenziali di Eisenhower ad Abilene, Kansas. Vedasi il mio libro A Mosque in Munich, pp 116-119, per i dettagli della visita. Sull’utilizzo post-9/11 della Fratellanza, vedasi p. 222-228.

LINK: Washington’s Secret History with the Muslim Brotherhood - Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora - http://aurorasito.wordpress.com

La democrazia imperiale

di: Manlio Dinucci

Il giorno dopo che il Parlamento egiziano è stato sciolto dalla Corte costituzionale, di fatto su ordine del Consiglio supremo delle forze armate, è sceso in campo il Dipartimento di stato Usa, garantendo che il Consiglio si è impegnato a trasferire il potere, il 1° luglio, al presidente eletto. Washington assicura che, per tutta la «transizione alla democrazia» in Egitto, è rimasto in stretto contatto con il Consiglio militare supremo. Nessuno ne dubita: l’amministrazione Obama ha deciso tre mesi fa di riprendere il finanziamento delle forze armate egiziane, sospeso dal Congresso quando alcuni impiegati di organizzazioni «non-governative» Usa erano stati arrestati per aver finanziato sottobanco, con milioni di dollari, vari gruppi egiziani nel quadro dei «programmi di addestramento alla democrazia».

Una volta rilasciati, Washington ha sbloccato l’aiuto militare di quest’anno: 1,3 miliardi di dollari, depositati in un conto a firma congiunta, cui si aggiungono 250 milioni per programmi economici e politici in Egitto, più un’altra ingente cifra per programmi segreti. Il risultato si è visto. Forte del sostegno di Washington, il Consiglio militare supremo ha fatto cancellare la legge, varata in maggio dal parlamento, che vietava la candidatura di ex alti funzionari del regime di Mubarak: ha potuto così candidare alle presidenziali il generale Ahmed Shafik, nominato da Mubarak primo ministro poco prima di essere deposto. E, dopo aver fatto sciogliere il parlamento, il Consiglio militare supremo ha promulgato, mentre si tenevano le elezioni, una «costituzione ad interim» che rafforza ulteriormente i suoi poteri, in attesa di quella definitiva redatta da una commissione di un centinaio di membri, nominati dal Consiglio stesso. Così, anche nel caso che si insedi alla presidenza il candidato dei Fratelli musulmani Mohamed Morsi, il potere reale resterà nelle mani del Consiglio supremo. Quella casta militare finanziata e armata dagli Stati uniti, che durante il regime di Mubarak è stata la vera detentrice del potere. La stessa che il presidente Obama ha presentato quale garante della «ordinata e pacifica transizione», quando Mubarak, dopo essere stato al servizio degli Usa per oltre trent’anni, è stato rovesciato dalla sollevazione popolare. Mentre denunciano «violazioni della democrazia» in Siria e Iran, gli Stati uniti esportano il loro «modello di democrazia» anche in altri paesi del Nordafrica e Medioriente. Nello Yemen, ha ammesso ufficialmente il presidente Obama, forze militari Usa conducono operazioni dirette. Formalmente contro Al Qaeda, in realtà contro la ribellione popolare. E, tramite Arabia saudita e Gran Bretagna, Washington arma il regime yemenita, che riceverà forniture militari per 3,3 miliardi di dollari. Lo stesso fa con la monarchia del Bahrain che, dopo aver ferocemente represso (con l’aiuto di Arabia Saudita, Emirati e Qatar) la lotta popolare per i fondamentali diritti democratici, ha imprigionato e torturato una ventina di medici, accusati di aver aiutato gli insorti, curando i feriti. Premesso che il governo del Bahrain deve «risolvere gravi questioni relative ai diritti umani», Washington annuncia nuove forniture di armi, che verranno usate per reprimere nel sangue la lotta per la democrazia,

IlManifesto.it

Iran: supervirus “Flame” riaccende lo scontro con Israele

(AGI) – Gerusalemme, 29 mag. – Potrebbe essere un nuovo capitolo della guerra segreta fra Iran e Israele il supervirus Flame, che sembra aver rubato per anni segreti da migliaia di computer in Medio Oriente, regime degli ayatollah in primis.
Teheran ha annunciato di aver realizzato un anti-virus destinato a distruggere quello che e’ stato gia’ ribattezzato come il baco piu’ potente e sofisticato della storia informatica: una vera e propria arma cibernetica, come lo hanno definito gli esperti russi che ieri sono riusciti a identificarlo. E, come da copione, l’Iran ha puntato il dito contro lo Stato ebraico, gia’ accusato di aver prodotto nel 2010 il malware Stuxnet, che infetto’ il sistema che gestisce il suo controverso programma nucleare.
“E’ nella natura di alcuni Paesi o regimi illegittimi produrre virus e colpire altre nazioni”, ha denunciato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Ramin Mehmanparast, riferendosi ad Israele.

Sibillina la reazione dello Stato ebraico, con il vicepremier Moshe Yaalon che e’ arrivato a giustificare gli attacchi con virus informatici.
“Per chiunque veda la minaccia iraniana come significativa, e’ regionevole intraprendere passi differenti, fra cui questi attacchi con virus, per sventarla”, ha osservato Yaalon. Il numero 2 del governo ebraico ha inoltre sottolineato come Israele sia un Paese “ricco dal punto di vista tecnologico” e in grando di esplorare “ogni sorta di possibilita’”. Parole che sono suonate quasi come un’implicita ammissione, anche se i contorni della minaccia Flame sono tutt’altro che chiari, specie se si considera che il virus e’ stato rilevato anche nello Stato ebraico. “Una volta che Flame e’ penetrato nel pc, inizia alcune operazioni automatiche dal controllare il traffico effettuato sulla rete, registrare conversazioni (via pc come Skype) o scattare foto delle immagini che appaiono sul video, e intercettare cosa viene digitato sulla tastiera”, ha spiegato Vitaly Kamluk, a capo della societa’ di protezione informatica russa Kaspersky, che ha identificato il virus. Flame, che viene descritto come molto piu’ potente di Stuxnet, avrebbe gia’ rubato “grandi volumi di dati” dai computer iraniani, secondo gli esperti di Maher. Il malware “ha prodotto danni sostanziali”, hanno spiegato da Teheran, aggiungendo che il livello di complessita’, accuratezza e alta funzionalita’ del virus indica una “relazione” col predecessore Stuxnet. In sostanza, chi ha realizzato il vecchio virus sarebbe dietro il nuovo – e ancora piu’ invasivo – baco. Gli scienziati del regime degli ayatollah hanno tuttavia fatto sapere di aver gia’ preso le contromisure. “Abbiamo messo a punto gli strumenti per riconoscere ed identificare questo virus e da oggi sono a disposizione delle organizzazioni e compagnie iraniane che ne facciano richiesta”, si legge sul sito web di Maher. Secondo la societa’ russa Kaspersky, Flame ha infettato almeno 5mila computer: l’Iran e’ il Paese piu’ colpito, seguito Israele, Territori Palestinesi, Sudan, Siria, Libano, Arabia Saudita ed Egitto. (AGI) .

AGI – Agenzia Giornalistica Italia -

Piombo fuso e veleni a gocce: vita da palestinese sotto l’imperio israeliano

Articolo inviato al blog

di: mcc43

Tutto è cominciato venerdì [9 marzo] quando, dopo il lancio di due colpi di mortaio contro Israele, un raid israeliano ha ucciso il leader dei Comitati di Resistenza Popolare Zuhir al-Qaisi e il genero.

Secondo l’esercito, al Qaisi stava preparando un grave attentato in Israele al confine con l’Egitto. 

L’uccisione di al Qaisi ha scatenato la ripresa su larga scala dei lanci di missili e colpi di mortaio contro le città israeliane di Bèer Sheva, Ashdod, Kiryat Malachi, Netivot e Ashkelon. Le forze israeliane hanno reagito con una serie di raid contro cellule che stavano sparando missili e officine dove vengono assemblate armi.

Non è proprio così. In realtà tutto è cominciato l’11 novembre 2011 in questo articolo di Debkafile, un ente israeliano di analisi politiche, fiancheggiatore del Mossad, che costruisce lo sfondo sul quale far ballare gli eventi al suono della politica di Tel Aviv.

[…] la Jihad sostenuta dall’Iran ha impiegato le armi contrabbandate dalla Libia cinque mesi fa come ha rivelato DEBKAfile l’11 novembre 2011. Cinquanta mercenari libici dei Fratelli Musulmani sono arrivati nella Striscia di Gaza il mese scorso da Tripoli sulle ruote dei minivan equipaggiati dei nuovi lanciamissili visti in azione negli scontri libici contro l’esercito di Gheddafi.

Ovvero: noi ve l’avevamo detto! E poi:

Agenti dei servizi segreti occidentali che operano nella Striscia di Gaza hanno provato a far saltare fuori dagli islamisti libici chi fosse dietro il contrabbando dei lanciamissili, ma sono stati bloccati dagli aderenti palestinesi della Jihad islamica che hanno fatto muro. Dall’arrivo, i libici addestravano le squadre palestinesi all’uso di diversi sistemi missilistici, indisturbati da qualsiasi interferenza militare israeliana.

Ovvero: faranno peggio, pertanto fuoco a volontà.

Lo stile comunicativo è quello di Don Basilio “la calunnia è un venticello che incomincia a sussurrar, si propaga, si raddoppia e produce un’esplosione, come un colpo di cannone” ma fa tanta presa sui nostri media.

§§§

Noi lettori non abbiamo alcun modo di appurare se i lanciarazzi siano arrivati dalla Libia, ma, sempre che esistano,  personalmente lo considero credibile. Allora mi vengono in mente tanti:  perché?

-perché chiamarlo  “contrabbando” se i lanciamissili non erano proprietà dell’esercito libico regolare,   bensì dotazione delle bande islamiste?

-perché sottolineare – in questo contesto – che Hamas è sostenuta dall’Iran?

-perché alludere genericamente a servizi segreti “occidentali” se ad avere più di tutti interesse ad indagare sono proprio gli israeliani?

-perché mancano fonti, non c’è nemmeno il solito “ da Debka files”,  della notizia dei 50 terroristi islamici arrivati a Gaza?

-perché , se la Jjhad di Gaza ha fatto muro, gli israeliani sono al corrente che i libici hanno addestrato i palestinesi?

-perché  se davvero erano a conoscenza del pericolo incombente, sono stati lasciati indisturbati, questi terroristi islamici, fino a quando su Israele sono piovuti due missili, questa volta insolitamente facendo dei feriti?

Difendere i civili israeliani è meno importante del superiore interesse di rammentare, dimostrandolo, che l’esistenza di Israele è sempre a rischio?

Lo sfoggio di potenza di fuoco di una delle nazioni meglio armate del mondo ha fatto in tre giorni – fino all’11 mattino- 17 vittime nella strisca di Gaza. Quanto bisogno ha Israele di validarsi agli occhi del mondo, arrivando a superare in così larga misura perfino la legge del taglione?

Israele è una comunità profondamente traumatizzata [dice lo scrittore David Grossman]  che ha difficoltà a distinguere  pericoli reali dall’aura di traumi precedenti e talvolta penso che il primo ministro s’infiammi mescolando i pericoli effettivi con l’eco di quelli del passato.  Netanyahu e Jehoud Barak bombarderebbero l’Iran in parte per bisogni strategici, ma anche per quello che è in Netanyahu un sentimento di storica responsabilità di salvare il “popolo dell’eternità”.  Egli ha una visione secondo la quale siamo fin dalla Bibbia  il “popolo eterno” e le nostre negoziazioni, secondo questa sua visione, sono con l’eternità, con la prima corrente storica del genere umano, mentre gli Usa, con tutto il rispetto, sono solo un’ altra superpotenza come Roma, Atene o Babilonia, alle quali noi siamo sopravvissuti. Temo che questo modo di pensare possa incoraggiare  Netanyhau a fare il gran passo di invadere l’Iran”

Personalmente accetto tranquillamente che gli Ebrei si considerino un “popolo sacerdotale” (similmente potrebbero gli arabi), secondo la definizione che agli inizi del secolo scorso ne diede  il rabbino livornese Elia Benamozegh nel saggio Israele e l’Umanità. Per  questa ragione, è grande il mio sconcerto di fronte al fatto che uno stato, quindi una istituzione che esercita un dominio presente e concreto, voglia definire se stesso  “ebraico” e che adotti schemi d’azione militare che lo apparentano ai pistoleri del Far West americano.

Ritengo ci sia molta plausibilità nelle argomentazioni di Grossman, che nel romanzo Vedi alla voce Amore ha descritto in modo magistrale la compulsa reticenza dei sopravvissuti. Da questo, forse, nasce un collettivo, pietrificato, rifiuto di proseguire le analisi storiche sulla Shoa, quasi che finanche l’ipotesi di diminuire di qualche unità il numero delle vittime significasse negare in toto la tragedia.

La striscia di Gaza ha una densità di circa 6000 persone per Km quadrato, o più precisamente, come scrive  Berretti Bianchi, il sito degli obiettori di coscienza:

La Striscia di Gaza si estende su di un’ area di 360 km quadrati, di cui il 42% sono occupati dagli insediamenti; nel restante 58% vivono 1.220.000 palestinesi con una densità di circa 5.800 persone per km quadrato. Nei 150 km quadrati occupati dagli israeliani vivono 4/5000 coloni difesi da circa 8.000 soldati, con una densità di 25/30 persone per km quadrato (soldati esclusi). A est di Gaza sono decine gli insediamenti militari che non sono stati evacuati nonostante gli accordi di Oslo del 1994, qui sono di stanza centinaia di carri armati, mai rimossi dai loro campi.

Bombardare Gaza significa mettere a priori nel conto che i cosiddetti  “omicidi mirati”, sebbene propagandati come operazioni “chirurgiche” , spargeranno una scia di sangue. Significa sapere a priori che l’uccisione di un bambino rinfocolerà l’odio, rilancerà vendette; e tutto sarà la precondizione per altro “piombo fuso” che la Debkafile oggi mette in prima pagina “la Jihad islamica pagherà caro il lancio dei missili Fajr” (stranamente il nome di questi missili di superficie, Fajr,  è anche l’ora della prima preghiera islamica) e “rivela” che le sue fonti avvisano di “una spettacolare operazione” che i terroristi starebbero preparando contro Israele.

Ma la ragione della furia dei bombardamenti, secondo le dischiarazioni israeliane, risale a un ben preciso episodio precedente: Israele voleva uccidere Al-Quisi, che come detto all’inizio, era a capo del PRC, comitati di resistenza popolare. Ragione  notoriamente falsa.
dall’articolo del giornalista Yossi Gurvitz di 972mag.com

C’è un grosso problema serio con questo comunicato: si attribuisce ad Al-Queisi la responsabilità per l’attentato terroristico nei pressi di Eilat in agosto. Ma, come è stato scritto su questo blog più volte, gli attaccanti non provenivano da Gaza, ma piuttosto dal Sinai. Questo non ha impedito al IDF [forze militari israeliane] di uccidere sei membri della leadership PRC diverse ore dopo l’attacco, né ha impedito al Primo Ministro Netanyahu di annunciare che “i responsabili dell’attacco sono già stati puniti.”

Due mesi dopo l’attacco, le indiscrezioni uscite dall’establishment della sicurezza hanno permesso di ricostruire la verità ed escludere la responsabilità di Gaza.

Alla richiesta di commentare, il portavoce dell’IDF ha rifiutato; in seguito l’esercito egiziano ha arrestato un residente del Sinai, accusandolo di aver pianificato l’attacco di Eilat.
[sull'attentato di Eilat vedere post Dopo Eilat in Medio Oriente , di agosto 2011]

§§§

2009: “Piombo fuso”

La tracotanza dell’esercito e dei funzionari israeliani impera ovunque ed in Cisgiordania, contemporaneamente al bombardamento di Gaza, il governo di Tel Aviv ha fatto arrestare 120 palestinesi.

Nel blog STORIE DELL’ALTRO MONDO scrive una nostra connazionale che vive in Medio Oriente. Ora si trova nella Valle del Giordano; questo il suo ultimo post:

Storie di quotidiana (a)normalità

Due giorni fa Mohammad stava portando al pascolo le sue pecore nella piccola comunità di Ein al-Hilwah nel nord della Valle del Giordano. Ha fatto l’errore di attraversare la strada principale, la strada Allon che viene utilizzata dai coloni per raggiungere gli insediamenti israeliani del nord. L’esercito è arrivato e l’ha multato. 1000 shekel, 200 euro, forse il suo guadagno di un mese, solo per non aver obbedito ad ordini assurdi. Stessa storia oggi, nel piccolo villaggio di Furuj Beit Dajan, nella Valle del Giordano, a pochi passi dal check-point di Hamra. Arriviamo che l’esercito se ne sta andando, sta rientrando nella vicina base militare.

Parliamo con la comunità di beduini che è stata minacciata, la cui sopravvivenza si basa sulla pastorizia. Stesse minacce, stesso folle sistema di divieti e ordini militari. “Ci hanno detto che non possiamo attraversare né la strada principale, né la strada davanti a noi. Dove portiamo a pascolare le pecore?” ci racconta il capo della comunità puntando un indice verso il cielo.

Il motivo di questi divieti senza senso? Motivi di sicurezza, dicono gli israeliani. Trasferimento forzato e silenzioso, dico io. Dopo averli privati dell’acqua corrente e dell’elettricità, le autorità israeliane stanno sottraendo a queste comunità della Valle del Giordano anche lo spazio vitale per sopravvivere. E presto o tardi gli abitanti saranno costretti ad andarsene.

… e dove, domando io?

Netanyhau può anche venire riverito alla Casa Bianca, la Debka può pure dettare le notizie ai nostri media e l’AIPAC, American Israel Public Affairs Committee, perfino influire sulla poltrona presidenziale di una superpotenza, nella società si tengano pure elezioni, forse lodevolmente senza brogli,
ma non basta.

Non basta a dare alla condotta militare e alla politica estera dello stato di Israele i connotati della civiltà democratica.

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altri articoli su Israele qui   http://mcc43.wordpress.com/category/israele/

e Palestina qui:  http://mcc43.wordpress.com/category/palestina/


Task force del Corno d’Africa

di: Manlio Dinucci

Un aereo militare Usa è precipitato a Gibuti: lo annuncia l’Africom, il Comando Africa degli Stati uniti, precisando che l’incidente è avvenuto durante un «volo di routine». Resta da vedere che cosa si intende per «routine». L’aereo era un U-28, un turboelica di fabbricazione svizzera, usato dalle forze speciali: dotato dei più avanzati sistemi elettronici, capace di decollare e atterrare su piste erbose o in terra battuta, è particolarmente adatto alle missioni segrete. A bordo di quello precipitato, c’erano tre ufficiali della Squadra delle operazioni speciali di Hurlburt (Florida) e uno della 25a Squadra di intelligence.Operavano da Camp Lemonnier, la principale base militare dell’Africom sul continente, sede della Task force congiunta del Corno d’Africa. Situata a Gibuti, in una posizione geostrategica di primaria importanza sullo stretto di Bab el Mandeb, dove la costa africana dista una trentina di chilometri da quella della penisola arabica, passaggio obbligato di una delle più importanti vie marittime, in particolare per le petroliere che transitano attraverso il Mar Rosso.

La Task force di stanza a Gibuti dispone di circa 3.500 specialisti delle forze speciali e dei servizi segreti, compresi contractor di compagnie militari private, assistiti per i servizi logistici da circa 1.200 impiegati sia gibutini che di altri paesi. Suo compito ufficiale è «contribuire alla sicurezza e stabilità» in una vasta «area operativa», comprendente dieci paesi africani – tra cui Somalia, Etiopia, Eritrea, Kenya, Tanzania, Uganda, Burundi – e in un’«area d’interesse» di cui fanno parte altri paesi africani (tra cui Madagascar, Mozambico, Ciad, Egitto, Sudan, Congo) e anche lo Yemen nonostante sia nella penisola arabica. Come lo faccia non si sa, dato che le sue operazioni sono coperte da segreto militare, ma se ne vedono i risultati. Sempre più frequenti sono le incursioni soprattutto in Somalia e nello Yemen, effettuate anche con i droni armati Predator, che la Cia ha dislocato a Camp Lemonnier. Altro importante compito della Task Force è l’addestramento di truppe africane, che vengono impiegate nelle operazioni dell’Africom. In tale quadro, con un finanziamento di 7 milioni di dollari, è stato formato e armato un nuovo battaglione motorizzato gibutino, comprendente 850 soldati, da impiegare in Somalia. Qui, sempre sotto la regia dell’Africom che ha finanziato l’operazione con oltre 50 milioni di dollari, hanno inviato migliaia di soldati anche Etiopia, Kenya, Uganda e Burundi. Ufficialmente per combattere, su richiesta del «governo» somalo, il gruppo islamico al-Shabab, che si dice legato ad Al Qaeda (il mitico mostro tentacolare, descritto ancora come estremamente pericoloso nonostante sia stato decapitato con l’eliminazione di Bin Laden). In tal modo la Task force del Corno d’Africa contribuisce a «scoraggiare i conflitti e proteggere gli interessi statunitensi». E, a riprova degli alti fini della sua missione, annuncia che quest’anno la base di Lemonnier sarà dotata delle più avanzate tecnologie «amiche dell’ambiente». «Risparmiare energia sul campo di battaglia – assicura il segretario alla difesa Leon Panetta – significa risparmiare denaro e vite umane».

IlManifesto

I «liberatori» venuti dal Qatar

di: Manlio Dinucci

I miraggi sono frequenti, specie nel deserto libico. Ne è affetto Farid Adly che, convinto della «genuinità della rivoluzione», continua a vedere un Cnt che «ha sì chiesto, accortamente, l’aiuto delle forze internazionali, ma si è anche opposto a qualsiasi intervento di terra» (Progetto Lavoro, ottobre). Eppure molti dei «ribelli libici», che la televisione ci mostra, non sono libici. Sono commandos del Qatar, addestrati e diretti dal Pentagono, camuffabili grazie alla lingua e all’aspetto. Lo abbiamo già detto, ma ora c’è la conferma ufficiale: «Noi qatariani eravamo tra i ribelli libici sul terreno, a centinaia in ogni regione», ha dichiarato il capo di stato maggiore Hamad bin Ali al-Atiya, precisando che «abbiamo gestito l’addestramento e le comunicazioni dei ribelli, supervisionato i loro piani, assicurato il loro collegamento con le forze Nato» (The Guardian, 26 ottobre). Il Qatar, scrive Le Figaro (6 novembre), ha inviato in Libia almeno 5mila uomini delle forze speciali, che «sono arrivati con le valige piene di soldi, cosa che ha permesso loro di far ribellare delle tribù». E non è escluso che sia stato un agente segreto qatariano ad assassinare Gheddafi, «per ordine di una entità straniera, o un paese o un leader, perché non voleva che i suoi segreti fossero rivelati», come ha dichiarato alla Cnn Mahmoud Jibril, già primo ministro del Cnt. Lo stesso Jibril e Abdurrahman Shalgham, ambasciatore del Cnt alle Nazioni Unite, accusano ora il Qatar di «voler dominare la Libia». In realtà, questa monarchia del Golfo ha il compito di dare un volto arabo e islamico all’occupazione neocoloniale della Libia da parte delle potenze occidentali. Mentre la Qatar Airways inaugura la linea aerea Doha-Bengasi, viene potenziata la Libya TV, «il primo canale indipendente della nuova Libia» che trasmette dal Qatar. E mentre il fondo sovrano qatariano si accaparra quote dei fondi sovrani libici «congelati», tra cui quello in mano alla Unicredit, Doha firma un accordo col Cnt per aiutarlo a organizzare un nuovo sistema giudiziario. La competenza della monarchia ereditaria qatariana è indubbia: come documenta Amnesty International, frequenti sono le condanne soprattutto di immigrati per «blasfemia», fino a 7 anni di carcere, e per «rapporti sessuali illeciti», 30-100 colpi di frusta, mentre per gli oppositori (sono illegali i partiti politici) c’è la condanna a morte senza processo. Con questa «monarchia illuminata» l’Italia ha rapporti privilegiati. Frequenti le visite bipartisan a Doha, effettuate da Boniver, Frattini, Moratti, Craxi, Scajola, Bonino, D’Alema, Parisi, Dini e altri. Storica quella del presidente Napolitano due anni fa, mentre Bersani (allora ministro) accoglieva a Roma una delegazione qatariana. E quest’anno, durante la guerra di Libia, il parlamento ha approvato con voto bipartisan l’accordo di cooperazione militare col Qatar. Di cui l’on. Franco Narducci (Pd), il 27 luglio alla Camera, ha elencato i meriti: «E’ uno dei maggiori alleati dell’Occidente, collabora con la Nato ed è intervenuto anche nel Bahrein», schiacciando nel sangue la richiesta popolare di democrazia. L’emiro del Qatar può essere sicuro: il nuovo governo italiano onorerà l’accordo, votato dal Pd che ne esalta «il profilo politico e strategico.»

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In Libia il business armato

di: Manlio Dinucci

Terminata l’Operazione Protettore Unificato, mentre la Nato «continua a monitorare la situazione, pronta ad aiutare se necessario», si è aperta in Libia la corsa all’oro anche per le imprese occidentali minori. Esse si affiancano alle potenti compagnie petrolifere e banche d’investimento statunitensi ed europee, che hanno già occupato le posizioni chiave. La Farnesina si è impegnata a «facilitare la partecipazione delle piccole e medie imprese italiane alla costruzione della Libia liberata». Ma, già prima, era giunta a Tripoli una delegazione di 80 imprese francesi e il ministro della difesa Philip Hammond aveva sollecitato quelle britanniche a «fare le valige» e a correre in Libia. Vi sono grossi affari in vista, dopo che la Nato ha demolito lo stato libico. E c’è il forziere aperto su cui mettere le mani: almeno 170 miliardi di dollari di fondi sovrani «congelati», cui si aggiungono gli introiti dell’export petrolifero, che possono risalire a 30 miliardi annui. C’è però un problema: il clima di tensione che rende pericoloso per gli imprenditori muoversi nel paese. La prima preziosa merce da vendere in Libia è quindi la «sicurezza». Se ne occupa tra le altre la compagnia militare britannica Sne Special Projects Ltd: la dirige un ex parà che ha lavorato come contractor in Israele, Iraq, Afghanistan, Pakistan, Sudan e Nigeria, assistito da ex ufficiali dell’intelligence militare, delle forze speciali e delle forze anti-sommossa e anti-terrorismo. La compagnia, che precisa di essere presente a Bengasi, Misurata e Tripoli fin dal maggio 2011, ha aperto, in una lussuosa villa della capitale a 15 minuti dall’aeroporto, un residence per Vip presidiato da contractor britannici e libici superarmati, cui si aggiunge un centro degli affari sempre nella capitale. La tariffa del «taxi» con cui li trasporta dall’aeroporto è un po’ cara, 800 dollari invece degli usuali 5. La macchina è però un pesante blindato, collegato via satellite a un centro operativo a Tripoli e uno in Gran Bretagna, a loro volta collegati al sistema di sorveglianza Nato. In partnership con la Trango Limited, compagnia britannica specializzata nell’assistenza a imprese in aree ad alto rischio, la Special Projects fornisce, in particolare alle piccole e medie imprese del settore energetico, una gamma completa di servizi: informazioni di ogni tipo (corredate da foto e video), libero transito di persone e materiali sotto scorta ai confini con l’Egitto e la Tunisia, contatti interpersonali nel Cnt per concludere vantaggiosi affari. Servizi analoghi forniscono le compagnie statunitensi Scn Resources Group e Security Contracting Network, e varie altre installatesi in Libia. Ad usufruirne sono non solo le imprese occidentali, in corsa per accaparrarsi i contratti più lucrosi prima che arrivino di nuovo i cinesi, ma anche il Dipartimento di stato Usa e altri ministeri occidentali, per le operazioni in Libia sia dirette che tramite organizzazioni «non profit» da loro pagate. Il vuoto lasciato dal crollo dello stato libico, sotto i colpi della Nato, viene così colmato da una rete sotterranea di interessi e poteri. E, in caso di pericolose reazioni popolari, c’è sempre il blindato della Special Projects che permette di raggiungere velocemente l’aeroporto.

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Libia: il ritorno del colonialismo

Articolo inviato al blog
di: Salvatore Santoru

Considerazioni sull’uccisione di Gheddafi e dintorni

L’obiettivo (seppur non dichiarato e sempre negato) della NATO e del Cnt è stato raggiunto. Gheddafi è morto. Gheddafi è stato ucciso. La sua morte ha certamente una forte valenza simbolica. Il Colonnello,nonostante tutte le contraddizioni e le ambiguità in questi 42 anni, era pur sempre un’icona della decolonizzazione, dell’indipendenza e del riscatto dell’ Africa nella lotta contro i potentati occidentali. Dopo la rivoluzione repubblicana del 1969    contro la monarchia di Re Idris, ritenuto fantoccio delle multinazionali occidentali, le basi militari inglesi e statunitensi vennero chiuse e le proprietà petrolifere (durante il regno di Idris in mano a poche compagnie angloamericane) nazionalizzate. Questo fatto non è mai stato digerito dall’Occidente imperialista, così come il sostegno dato dal “Rais” alle lotte di liberazione nel continente,tra le quali va menzionata quella in Sudafrica contro l’apartheid razzista sostenuto e finanziato dal “mondo libero”. Anche negli ultimi tempi,nonostante fosse presentato come  un fedele alleato dei paesi occidentali, Gheddafi era ritenuto non pienamente affidabile da essi (ed essi  intanto stavano  preparando la guerra già da anni). Costituiva ancora una “minaccia” ai loro interessi e tutti quei proclami per l’Africa unita e indipendente che facevano concorrenza al progetto neocolonialista Africom non andavano bene.E così, approfittando della “primavera araba” (arrivata in qualche modo anche in Libia) e dei disordini di quel febbraio(quando in Egitto e Tunisia i popoli in rivolta cacciavano i tiranni fantocci dell’imperialismo)gli strateghi della NATO hanno colto in peno  l’attimo fuggente, innescando una guerra civile usata come pretesto per l’ intervento militare,ormai giunto al suo settimo mese. Ora la “missione” è ufficialmente finita ,dicono i “vincitori”.Adesso è il momento di “ricostruire” dopo aver saccheggiato (business più business e ancora business) garantendo l’occupazione militare,a quanto pare fondamentale per una sana “democrazia petroliera”(ovvero le multinazionali dei paesi vincitori  hanno il diritto di sfruttare le risorse in modo libero e uguale).Intanto grazie alla conquista della Libia,un’altro pezzo è stato aggiunto al  grosso puzzle e mentre  la  vittoria  viene annunciata dai messaggeri dell’Impero demopetromonarchico (dal Quatar agli USA) Obama (il “pacifista” che ama la guerra)e gli altri compagni di conquiste (senza dimenticare i loro padroni militari,industriali e banchieri che formano la cupola dell’Impero occidentale) si trova/no impegnati ad aggredire la Somalia e il Burundi, altri pezzi fondamentali per ricostruire l’Africa che fu: colonia da sfruttare a piacimento da parte di avidi criminali senza scrupolo che hanno costituito e costituiscono  il capitalismo occidentale in versione coloniale. La morte di Gheddafi(lasciando stare in questa sede i giudizi sul suo operato) simbolicamente rappresenta la fine di un’epoca e l’inizio di una “nuova era”:il ritorno del colonialismo in Libia e in Africa.

Hillary Clinton ride e va alla conquista della Libia libera

Venimmo, vedemmo, è  morto“.

Hillary Clinton, Segretario di Stato Americano.

Hillary Clinton alla conquista della Libia libera

di: Manlio Dinucci

Accolta all’aeroporto di Tripoli da una folla di miliziani al grido di «Allah akbar», la segretaria di stato Hillary Clinton si è detta «fiera di mettere piede sul suolo di una Libia libera». Quindi, dopo aver incontrato il presidente del Cnt Mustafa Abdel Jalil, ha tenuto una conferenza stampa in un centro islamico per chiarire come gli Stati uniti intendono contribuire al futuro del paese. Anzitutto la Nato continuerà a «proteggere i civili libici finché non cesserà il pericolo costituito da Gheddafi e dai suoi seguaci». I termini temporali sono assai vaghi: secondo un alto funzionario al seguito della Clinton, Gheddafi e i suoi sono rimasti un «letale elemento di turbativa» che potrebbe bloccare l’evoluzione del paese. Ciò significa che la Nato si prepara a presidiare la Libia con le proprie forze militari.

La Clinton ha quindi affrontato il tema della ricostruzione economica, sottolineando che la Libia ha «la fortuna di possedere ricchezze e risorse». Ciò di cui ha bisogno sono «expertise e assistenza tecnica internazionali». A tale scopo sarà creato un comitato congiunto statunitense-libico, per individuare le priorità che ha il paese. Come stanno facendo in Tunisia ed Egitto, gli Stati uniti stabiliranno una partnership con la Libia, per rafforzare il commercio, gli investimenti e i legami tra le imprese dei due paesi e integrare la Libia più strettamente nei mercati globali. Il programma non lascia dubbi: gli Stati uniti, scavalcando gli altri «amici della Libia» tra cui l’Italia, intendono portare il paese africano nella loro sfera di dominio economico.

In tale quadro si inserisce l’«assistenza economica» alla Libia. Finora, ha ammesso la Clinton, è stata relativamennte scarsa, a causa della politica di austerità e di una forte opposizione nel Congresso. Da febbraio ad oggi gli Usa hanno fornito al Cnt aiuti per l’ammontare di 135 milioni di dollari. Ben poca cosa, se si considera che i fondi sovrani libici congelati lo scorso febbraio in banche statunitensi (con una operazione che, nel codice penale, si chiama «rapina a mano armata») ammontano a circa 32 miliardi di dollari. Il Tesoro Usa l’ha definita «la più grossa somma di denaro mai bloccata negli Stati uniti», impegnandosi a tenerla «in deposito per il futuro della Libia». Finora però l’ha tenuta ben stretta: ciò che Washington ha dato al Cnt ammonta allo 0,4% dei capitali libici confiscati. A Tripoli, la Clinton ha annunciato che «stiamo lavorando per restituire miliardi di dollari dei capitali congelati». Quando e in che misura, dipende chiaramente dalla disponibilità del nuovo governo libico di spalancare le porte del paese alle multinazionali statunitensi e mettere l’economia sotto la supervisione di Washington, sia direttamente che attraverso il Fondo monetario internazionale.

Funzionale a tale piano è l’annuncio, fatto dalla Clinton, che sarà raddoppiato il numero di studenti libici formati negli Stati uniti col programma Fulbright e che in tutta la Libia saranno aperte nuove classi di lingua inglese con insegnanti statunitensi. Saranno scuole non solo di lingua ma di democrazia: lo garantisce il fatto che «il Governo degli Stati uniti sostiene i diritti umani ovunque per chiunque».

IlManifesto.it

Occupy Wall Street e l’ “Autunno Americano”: è una “Rivoluzione Colorata”?

di: Michel Chossudovsky

C’è un movimento di protesta popolare che si sta dispiegando in tutta l’America, comprendente persone di ogni ceto sociale, di tutte le età, consapevoli della necessità di un cambiamento sociale e impegnati a invertire la marea.

La base di questo movimento rappresenta una risposta all’ “agenda di Wall Street” di frodi finanziarie e  manipolazione, servite per innescare la disoccupazione e la povertà in tutto il paese.

Questo movimento costituisce, nella sua forma attuale, uno strumento di riforma significativa e di cambiamento sociale in America?

Qual è la struttura organizzativa del movimento? Chi sono i suoi principali artefici?

Il movimento o segmenti all’interno di esso sono stati cooptati?

Questa è una questione importante, che deve essere affrontata da coloro che fanno parte del Movimento Occupy Wall Street così come da coloro che, in tutta l’America, sostengono la democrazia reale.

Introduzione

Storicamente, i movimenti sociali progressisti sono stati infiltrati, i loro leader cooptati e manipolati, attraverso il finanziamento di organizzazioni non governative, sindacati e partiti politici. Lo scopo ultimo del “finanziamento del dissenso” è quello di impedire al movimento di protesta di sfidare la legittimità dell’ elite di Wall Street:

Con amara ironia, una parte dei fraudolenti guadagni finanziari a Wall Street, negli ultimi anni, sono stati riciclati alle fondazioni esenti da tasse delle élite e a quelle di beneficenza. Questi guadagni finanziari non sono stati utilizzati solo per acquistare i politici, ma sono anche stati convogliati alle ONG, agli istituti di ricerca, i centri sociali,gruppi religiosi, ambientalisti, media alternativi, per i diritti umani,ecc..

L’obiettivo interno è  “fabbricare il dissenso” e stabilire i confini di un opposizione “politicamente corretta”. A loro volta, molte ONG sono infiltrate da informatori che spesso agiscono per conto di agenzie di intelligence occidentali. Inoltre, un segmento sempre più ampio dei media progressisti di notizie alternative su internet è diventato dipendente dai finanziamenti di fondazioni private e associazioni di beneficenza.

L’obiettivo delle élite è stato quello di frammentare il movimento popolare in un vasto  mosaico “fai da te” (Vedi Michel Chossudovsky, Manufacturing Dissent: the Anti-globalization Movement is Funded by the Corporate Elites, Global Research, 20 settembre 2010).

Fabbricare il dissenso

Allo stesso tempo,  il” dissenso fabbricato” è intento a promuovere divisioni politiche e sociali (ad esempio all’interno e tra i partiti politici e i movimenti sociali). A sua volta, incoraggia la creazione di fazioni all’interno di ogni organizzazione.

Per quanto riguarda il movimento anti-globalizzazione, questo processo di divisione e frammentazione risale ai primi giorni del World Social Forum. (Vedi Michel Chossudovsky,Manufacturing Dissent: The Anti-globalization Movement is Funded by the Corporate Elites, Global Research, 20 settembre2010)

La maggior parte delle organizzazioni progressiste del periodo post seconda guerra mondiale, compresa la “sinistra” Europea sono state, nel corso degli ultimi 30 anni,trasformate e rimodulate. Il sistema di libero mercato (neoliberismo) è il consenso della “sinistra”. Questo vale, tra gli altri, per il Partito socialista in Francia, il partito laburista in Gran Bretagna, i socialdemocratici in Germania, per non parlare del partito dei Verdi in Francia e Germania.

Negli Stati Uniti, il bipartitismo non è il risultato dell’interazione dei partiti politici del Congresso. Una manciata di potenti gruppi di lobby aziendali controllano sia i repubblicani che i democratici. Il “consenso bi-partisan” è stabilito dalle élites che operano dietro le quinte. E ‘applicato dai principali gruppi lobbistici, che esercitano una morsa su entrambi i maggiori partiti politici.

A loro volta, i leader della American Federation of Labor and Congress of Industrial Organizations(AFL-CIO) sono stati cooptati dall’ establishment aziendale contro la base del movimento operaio degli Stati Uniti. I leader delle organizzazioni dei lavoratori partecipano alle riunioni annuali del Forum economico mondiale di Davos (WEF).Collaborano con il Business Roundtable. Ma al tempo stesso, la base del movimento operaio degli Stati Uniti, ha cercato di effettuare modifiche organizzative che contribuiscono a democratizzare la leadership dei sindacati.

Le élite promuoveranno un “rituale del dissenso” con alta visibilità dei media, con il supporto della rete televisiva, della stampa corporativa così come di internet.

Le élite economiche - che controllano le principali fondazioni – supervisionano anche il finanziamento di numerose organizzazioni della società civile, che storicamente sono state coinvolte nel movimento di protesta contro lo stabilito ordine economico e sociale. I programmi di molte organizzazioni non governative (comprese quelli coinvolti nel movimento Occupare Wall Street) si basano parecchio sui finanziamenti da fondazioni private tra cui la Ford, Rockefeller, MacArthur, fondazioni Tides,tra gli altri.

Storicamente, il movimento anti-globalizzazione  emerso negli anni 1990 si è opposto a Wall Street e ai giganti del petrolio del Texas controllati da Rockefeller, et al. Eppure, le basi e le associazioni di beneficenza di Rockefeller, Ford et al hanno, nel corso degli anni, generosamente finanziato le reti progressiste anti-capitalista  e gli ambientalisti , al fine di sorvegliare e in ultima analisi, dare forma alle loro varie attività.

Le “Rivoluzioni colorate”

Nel corso dell’ultimo decennio, le “rivoluzioni colorate” sono emerse in diversi paesi. Si tratta di operazioni di intelligence degli Stati Uniti  consistenti nel sostenere segretamente i movimenti di protesta al fine di innescare il  “cambio di regime” sotto la bandiera di un movimento pro-democrazia.Le “Rivoluzioni colorate” sono finanziate dal National Endowment for Democracy, l ‘International Republican Institute e Freedom House,tra gli altri. L’obiettivo finale di una “rivoluzione colorata” è quella di fomentare disordini sociali e utilizzare il movimento di protesta per rovesciare il governo esistente. L’obiettivo finale è, quindi, quello di instaurare un  governo filo-americano (o un regime fantoccio).

Dalla Primavera Araba” a “Occupy Wall Street“: il ruolo di OTPOR

Nella “primavera araba” egiziana, le principali organizzazioni della società civile, comprese Kifaya (Basta!) e il Movimento Giovanile del 6 Aprile, non erano supportate solo da fondazioni  basate negli Stati Uniti tra cui Freedom House e il National Endowment for Democracy (NED), ma hanno anche avuto l’approvazione del Dipartimento di Stato americano. (Per i dettagli si veda Michel Chossudovsky, The Protest Movement in Egypt: “Dictators” do not Dictate, They Obey Orders, Global Research, 29 Gennaio 2011

dissidenti egiziani -Freedom House

Il Segretario di Stato americano Hillary Clinton e dissidenti egiziani -Maggio 2009-

La cooptazione dei leader dei vari gruppi dell’ opposizione in Egitto è stata attuata attraverso vari canali tra cui Freedom House e il National Endowment for Democracy, entrambi i quali hanno legami con i servizi segreti americani.

Il Movimento Giovanile del 6 Aprile, il quale per un certo numero di anni è stato in collegamento permanente con l’ambasciata americana al Cairo, è stato addestrato dal Centre for Applied Non Violent Action and Strategies (CANVAS) della Serbia, una società di consulenza e formazione specializzata in “Rivoluzioni”. Il  CANVAS è stato fondato nel 2003 dall’ OTPOR, un’organizzazione serba sostenuta dalla CIA,che ha svolto un ruolo centrale nella caduta di Slobodan Milosevic in seguito ai bombardamenti NATO della Jugoslavia nel 1999.

Appena due mesi dopo la fine dei bombardamenti della Jugoslavia del’99, l’ OTPOR svolgeva un ruolo centrale nell’installazione di un  governo “ad interim” in Serbia sponsorizzato da USA-NATO. Questi sviluppi hanno anche aperto la strada verso la secessione del Montenegro dalla Jugoslavia, l’istituzione della base militare statunitense Bondsteel e la  formazione dello Stato Mafioso in Kosovo.

Nell’agosto del 1999, la CIA pare abbia creato un programma di formazione per OTPOR a Sofia, capitale  della Bulgaria:

Nell’estate del 1999, il capo della CIA, George Tenet, ha messo su un reparto a Sofia, in Bulgaria” per educare “l’opposizione serba, come confermato lo scorso 28agosto[2000] dalla BBC.

Il programma della CIA è un programma per fasi successive. Nella fase iniziale, essi lusingano il patriottismo e lo ‘spirito di indipendenza” dei serbi, agendo come se essi rispettassero queste qualità. Ma dopo aver seminato confusione e distrutto l’unità del Paese, la CIA e la NATO si spingerebbero molto b en più lontano. “

(Gerard Mugemangano e Michel Collon,”To be partly controlled by the CIA ? That doesn’t bother me much.”, Interview with two activists of the Otpor student movement, International Action Center (IAC),To be partly controlled by the CIA ? 6 Ottobre 2000. Vedi anche CIA is tutoring Serbian group, Otpor“,The Monitor, Sofia, tradotto da Blagovesta Doncheva, Emperors Clothes,  8 settembre 2000).

Il” Business della Rivoluzione”

Il Centre for Applied Non Violent Action and Strategies (CANVAS) dell’OTPOR si descrive come “una rete internazionale di formatori e consulenti” coinvolti nel “Business Revolution”. Finanziato dal National Endowment for Democracy (NED), costituisce consulenza e formazione di gruppi di opposizione sponsorizzati dagli Stati Uniti in oltre 40 paesi.

L’ OTPOR ha giocato un ruolo chiave in Egitto.

Egitto -Tahir Square: quello che sembrava essere un processo di democratizzazione spontaneo era una operazione di intelligence accuratamente pianificata. Guarda il video qui sotto.

Sia il Movimento Giovanile del 6 Aprile che  Kifaya (Basta!) hanno ricevuto una formazione preliminare dal CANVAS a Belgrado “nell’ambito delle strategie di rivoluzione non violenta”. “Secondo Stratfor, le tattiche utilzzate dal Movimento e da Kifaya” provenivano direttamente dal programma di addestramento del Canvas. “(Citato in Tina Rosenberg, Revolution UForeign Policy,16 febbraio 2011)

Logo del Movimento Giovanile del 6 Aprile, Egitto

Vale la pena notare la somiglianza dei loghi e dei nomi coinvolti nelle “rivoluzioni colorate” sponsorizzate da CANVAS-OTPOR. Il Movimento Giovanile del 6 Aprile in Egitto ha  usato il pugno chiuso come suo logo, Kifaya (“Basta!”) ha ripreso lo stesso nome come il movimento di protesta giovanile supportato da OTPOR in Georgia, che era stato chiamato Kmara! (“Basta!”). Entrambi i gruppi sono stati formati dal  CANVAS.

Il ruolo del CANVAS-OPTOR nel Movimento Occupy Wall Street

CANVAS-OPTOR è attualmente coinvolto nel Movimento  Occupy Wall Street.

Diverse importanti organizzazioni attualmente coinvolte nel movimento Occupare Wall Street hanno avuto un ruolo significativo nella ”Primavera araba”. Di rilevanza, ” Anonymous ” è stato coinvolto nel condurre attacchi informatici su siti web del governo egiziano,  in piena “primavera araba”.

Lo scorso agosto, ” Anonymous ” ha condotto simili attacchi informatici  contro il Ministero della Difesa siriano. Questi attacchi informatici sono state intrapresi a sostegno dell’ “opposizione” siriana in esilio, che è in gran parte integrata dagli islamisti. (Vedi Syrian Ministry Of Defense Website Hacked By ‘Anonymous’, Huffington Post, 8 agosto 2011).

Le azioni di ” Anonymous ” in Siria sono coerenti con il quadro delle”rivoluzioni colorate”. Essi cercano di demonizzare il regime siriano e creare instabilità politica. (Per l’analisi sulle opposizionidella Siria, si veda Michel Chossudovsky,  SYRIA: Who is Behind The Protest Movement? Fabricating a Pretext for a US-NATO “Humanitarian Intervention” Global Research, 3 maggio 2011)

Sia CANVAS  che Anonymous sono ora attivamente coinvolti nel Movimento Occupy Wall Street. [http://anonops.blogspot.com]

Il ruolo preciso del CANVAS nel Movimento Occupy Wall Street resta da valutare.

Ivan Marovic, uno dei leader del CANVAS, ha recentemente tenuto un discorso dinanzi i manifestanti a New York City.

Marovic ha già riconosciuto in passato che non c’è nulla di spontaneo nella progettazione di un “evento rivoluzionario”:

“Sembra come se le persone fossero appena scese in strada. Ma è il risultato di mesi o anni di preparazione. E ‘molto noioso fino a quando non si arriva al punto dove è possibile organizzare manifestazioni di massa o scioperi. Se è attentamente pianificato, dal momento in cui ha inizio, si conclude tutto nel giro di settimane “. (Citato in in Tina Rosenberg,Revolution UForeign Policy,16 febbraio 2011)

Questa dichiarazione del portavoce di OTPOR Ivan Marovic suggerisce che i movimenti di protesta nel mondo arabo non si sono diffusi spontaneamente da un paese all’altro, come invece viene ritratto dai media occidentali. I movimenti di protesta nazionali sono stati pianificati con largo anticipo e anche la cronologia e la sequenza di questi movimenti  sono state previste.

Allo stesso modo, la dichiarazione di Marovic suggerisce anche che il Movimento Occupy Wall Street è stato oggetto di attenta pianificazione avanzata da un certo numero di organizzazioni chiave riguardo la tattica e la strategia.

Vale la pena notare che una delle tattiche dell’ OTPOR è “non cercare di evitare gli arresti”, ma piuttosto di” provocarli e usarli a vantaggio del movimento.” , come strategia di pubbliche relazioni. (Ibid)

Il Pugno Chiuso del Movimento Occupy Wall Street su http://occupywallst.org

La PARTE II del presente articolo esaminerà il fulcro del movimento  Occupy Wall Street  , compreso il ruolo di organizzatori delle ONG.

LINK:  Occupy Wall Street and “The American Autumn”: Is It a “Colored Revolution”?

DI: CoriInTempesta

Dopo le bombe, arriva il Fmi a «ricostruire»

di: Manlio Dinucci

Al termine del G8 di Marsiglia, la neodirettrice del Fondo monetario internazionale, la francese Christine Lagarde, ha fatto un solenne annuncio: «Il Fondo riconosce il consiglio di transizione quale governo della Libia ed è pronto, inviando appena possibile il proprio staff sul campo, a fornirgli assistenza tecnica, consiglio politico e sostegno finanziario per ricostruire l’economia e iniziare le riforme».

Nessun dubbio, in base alla consolidata esperienza del Fmi, che le riforme significheranno spalancare le porte alle multinazionali, privatizzare le proprietà pubbliche e indebitare l’economia. A iniziare dal settore petrolifero, in cui l’Fmi aiuterà il nuovo governo a «ripristinare la produzione per generare reddito e ristabilire un sistema di pagamenti».

Le riserve petrolifere libiche - le maggiori dell’Africa, preziose per l’alta qualità e il basso costo di estrazione – e quelle di gas naturale sono già al centro di un’aspra competizione tra gli «amici della Libia». L’Eni ha firmato il 29 agosto un memorandum con il Cnt di Bengasi, al fine di restare il primo operatore internazionale di idrocarburi in Libia. Ma il suo primato è insidiato dalla Francia: il Cnt si è impegnato il 3 aprile a concederle il 35% del petrolio libico. E in gara ci sono anche Stati uniti, Gran Bretagna, Germania e altri. Le loro multinazionali otterranno le licenze di sfruttamento a condizioni molto più favorevoli di quelle finora praticate, che lasciavano fino al 90% del greggio estratto alla compagnia statale libica. E non è escluso che anche questa finisca nelle loro mani, attraverso la privatizzazione imposta dal Fmi.

Oltre che all’oro nero le multinazionali europee e statunitensi mirano all’oro bianco libico: l’immensa riserva di acqua fossile della falda nubiana (stimata in 150mila km3), che si estende sotto Libia, Egitto, Sudan e Ciad.

Quali possibilità di sviluppo essa offra lo ha dimostrato la Libia, che ha costruito una rete di acquedotti lunga 4mila km (costata 25 miliardi di dollari) per trasportare l’acqua, estratta in profondità da 1.300 pozzi nel deserto, fino alle città costiere (Bengasi è stata tra le prime) e all’oasi al Khufrah, rendendo fertili terre desertiche. Non a caso, in luglio, la Nato ha colpito l’acquedotto e distrutto la fabbrica presso Brega che produceva i tubi necessari alle riparazioni. Su queste riserve idriche vogliono mettere le mani – attraverso le privatizzazioni promosse dal Fmi – le multinazionali dell’acqua, soprattutto quelle francesi (Suez, Veolia e altre) che controllano quasi la metà del mercato mondiale dell’acqua privatizzata.

A riparare l’acquedotto e altre infrastrutture ci penseranno le multinazionali statunitensi, come la Kellogg Brown & Root, specializzate a ricostruire ciò che le bombe Usa/Nato distruggono: in Iraq e Afghanistan hanno ricevuto in due anni contratti per circa 10 miliardi di dollari.

L’intera «ricostruzione», sotto la regia del Fmi, sarà pagata con i fondi sovrani libici (circa 70 miliardi di dollari più altri investimenti esteri per un totale di 150), una volta «scongelati», e con i nuovi ricavati dall’export petrolifero (circa 30 miliardi annui prima della guerra).

 Verranno gestiti dalla nuova «Central Bank of Libya», che con l’aiuto del Fmi sarà trasformata in una filiale della Hsbc (Londra), della Goldman Sachs (New York) e di altre banche multinazionali di investimento. Esse potranno in tal modo penetrare ancor più in Africa, dove tali fondi sono investiti in oltre 25 paesi, e minare gli organismi finanziari indipendenti dell’Unione africana – la Banca centrale, la Banca di investimento e il Fondo monetario – nati soprattutto grazie agli investimenti libici. La «sana gestione finanziaria pubblica», che l’Fmi si impegna a realizzare, sarà garantita dal nuovo ministro delle finanze e del petrolio Ali Tarhouni, già docente della Business School dell’Università di Washington, di fatto nominato dalla Casa bianca.

Fonte: IlManifesto.it

La Libia e il mondo in cui viviamo

di: William Blum

“Perché ci state attaccando? Perché state uccidendo i nostri figli? Perché state distruggendo le nostre infrastrutture?”

- (30 aprile 2011) Discorso TV del leader libico Muammar Gheddafi, poche ore dopo che la NATO aveva colpito un’ obiettivo a Tripoli, uccidendo il figlio 29enne di Gheddafi, Saif al-Arab, tre nipoti del Colonnello, tutti sotto i dodici anni di età, e parecchi amici e vicini.

Nel suo discorso Gheddafi si era appellato alle nazioni della NATO per un cessate il fuoco e per avviare dei negoziati dopo sei settimane di bombardamenti e attacchi con missili cruise contro il suo paese.

Bene, vediamo se riusciamo a ricavare una qualche comprensione delle complesse turbolenze libiche.

Il Santo Triumvirato  - gli Stati Uniti, la NATO e l’Unione europea – non riconoscono alcun potere superiore e credono, letteralmente, di poter fare nel mondo quello che vogliono, a chi vogliono, per tutto il tempo che vogliono, e chiamano tutto quello che vogliono “umanitario”.

Se il Santo Triumvirato decide di non voler rovesciare il governo in Siria o in Egitto o in Tunisia o in Bahrain o in Arabia Saudita o nello Yemen e in Giordania, non importa quanto crudeli, oppressivi  o religiosamente intolleranti siano quei governi con il loro popolo, non importa quanto essi impoveriscano e torturino la loro gente, non importa quanti manifestanti essi uccidano nella loro Piazza della Libertà; il Triumvirato, semplicemente, non li rovescia.

Se il triumvirato decide di voler rovesciare il governo della Libia, anche se questo governo è laico e ha utilizzato la sua ricchezza petrolifera per il bene del popolo della Libia e dell’Africa, forse più di ogni governo in tutta l’Africa e il Medio Oriente, ma continua a insistere, nel corso degli anni, nello sfidare le ambizioni imperiali del Triumvirato in Africa e ad aumentare le sue richieste alle compagnie petrolifere del Triumvirato, allora il Triumvirato, semplicemente, rovescia il governo della Libia.

Se il Triumvirato vuole punire Gheddafi e i suoi figli, esso provvederà, insieme agli amici del Triumvirato presso la Corte Penale Internazionale, ad emettere mandati di cattura per loro.

Se il Triumvirato non vuole punire i leader di Siria, Egitto,Tunisia, Bahrain, Arabia Saudita, Yemen e Giordania, esso, semplicemente, non chiederà alla Corte Penale Internazionale di emettere mandati di cattura per loro. E’ da quando è stata formata la Corte, nel 1998, che gli Stati Uniti hanno rifiutato di ratificarla e hanno fatto del proprio meglio per denigrarla e ostacolarla, poichè Washington è preoccupata che un giorno i funzionari americani possano essere incriminati per i loro molti crimini di guerra e contro l’umanità. Bill Richardson, come ambasciatore Usa alle Nazioni Unite, ha detto al mondo, nel 1998, che gli Stati Uniti dovrebbero essere esentati dai procedimenti della Corte perché hanno “particolari responsabilità globali”. Ma questo non impedisce agli Stati Uniti di utilizzare la Corte quando gli fa comodo ai fini della loro politica estera.

Se il Triumvirato vuole sostenere una forza militare ribelle per rovesciare il governo della Libia, allora non importa quanto siano fanatici  religiosi, legati ad al-Qaeda , [1] commettano-decapitazioni-torture, siano monarchici o quanto i vari gruppi siano spaccati in fazioni; il Triumvirato li sosterrà, come ha fatto con alcune forze in Afghanistan e Iraq, e con la speranza che, dopo la vittoria, le forze libiche non si rivelino jihadisti come accaduto in Afghanistan, o fratricidi come in Iraq. Una potenziale fonte di conflitti all’interno dei ribelli e all’interno del paese, se governato da loro, è che una dichiarazione costituzionale fatta dal consiglio dei ribelli afferma, pur garantendo la democrazia e i diritti dei non musulmani, che “l’Islam è la religione dello Stato e la principale fonte di legislazione nella giurisprudenza islamica. “[2]

In aggiunta alla lista delle affascinanti qualità dei ribelli abbiamo il rapporto di Amnesty International riguardante gli arresti di massa di persone di colore in tutta la nazione compiuti dai ribelli poiché, secondo loro, sarebbero “mercenari stranieri”. Prove sempre più evidenti dimostrano invece che un gran numero di essi erano semplicemente dei lavoratori immigrati. Secondo la Reuters (29 agosto):

“Sabato scorso i giornalisti videro i corpi in putrefazione di 22 uomini di origine africana su una spiaggia di Tripoli. I volontari che erano venuti a seppellirli hanno riferito ai giornalisti che erano mercenari uccisi dai ribelli.”

Per completare questo ritratto dei nuovi beniamini dell’ Occidente abbiamo questa relazione del The Independent di Londra(27 agosto):

“Gli omicidi sono stati spietati. Sono avvenuti in un ospedale di campo, in una tenda contrassegnata in modo chiaro con il simbolo della mezzaluna islamica. Alcuni dei morti erano in barella, con l’ago di una flebo ancora attaccato al braccio . Alcuni erano sul retro di un’ambulanza, colpita dai proiettili. Altri erano a terra, nel tentativo apparente di strisciare per mettersi al sicuro quando sono stati raggiunti dagli spari. “

Se la propaganda del Triumvirato è abbastanza intelligente e abbastanza ingannevole e dipinge un un immane tragedia iniziata da Gheddafi in Libia, molti progressisti americani ed europei insisteranno sul fatto che, anche se non hanno mai sostenuto l’imperialismo, questa volta stanno facendo un’eccezione, perché……..

>> Il popolo libico sta venendo salvato da un “massacro”, sia reale che potenziale. Questo massacro, però, sembra essere stato grossolanamente esagerato dal Triumvirato, da Al Jazeera, e dal proprietario di questa emittente, il governo del Qatar, e niente si avvicina ad una  prova affidabile che dimostri che un massacro è veramente accaduto, né una fossa comune o qualsiasi altra cosa. Le storie delle stragi sembrano essere alla pari con con quelle degli stupri sotto effetto di Viagra diffuse da al Jazeera (la Fox News della rivolta libica). Il Qatar, va notato, ha svolto un ruolo militare attivo nella guerra civile dalla parte della NATO. Va inoltre osservato che il massacro principale in Libia è stato quello dei sei mesi di bombardamenti quotidiani del Triumvirato, uccidendo un numero imprecisato di persone e distruggendo gran parte delle infrastrutture. Il Prof Juan Cole, della Michigan University, quintessenza del vero credente nelle buone intenzioni della politica estera americana, che riesce comunque ad avere una presenza regolare sui media progressisti, ha scritto recentemente che “Gheddafi non era uomo da compromessi … la sua macchina militare avrebbe falciato i rivoluzionari se gli fosse stato permesso”. Chiaro? Sappiamo tutti, naturalmente, che Sarkozy, Obama, e Cameron hanno fatto compromessi senza fine nella loro devastazione della Libia; ad esempio, non hanno utilizzato armi nucleari.

>> Le Nazioni Unite hanno dato l’ approvazione per un intervento militare, cioè, i principali membri del Triumvirato hanno dato la loro approvazione, dopo che Russia e Cina, codardamente, si sono astenute invece di esercitare il loro potere di veto; (forse sperando di ricevere la stessa cortesia dagli Stati Uniti, dal Regno Unito e dalla Francia quando saranno loro le nazioni ad aggredire).

>> Il popolo della Libia sta venendo “liberato”, qualunque cosa al mondo significhi, ora e per il futuro. Gheddafi è un “dittatore”, insistono. Che effettivamente potrebbe anche essere il termine corretto da utilizzare, ma bisogna chiedere: Lui è un dittatore piuttosto benevolo o è l’altro genere di dittatore favorito da Washington? Inoltre: Dato che gli Stati Uniti hanno abitualmente sostenuto dittatori per tutto il secolo passato, perché lui no?

Il Triumvirato, e i suoi media servili, vorrebbero far credere al mondo che quello che è successo in Libia è solo un altro esempio della primavera araba, una sollevazione popolare di manifestanti non-violenti contro un dittatore per ottenere libertà e democrazia che, diffondendosi spontaneamente dalla Tunisia e Egitto, è arrivata in Libia. Ma ci sono diverse ragioni per mettere in discussione questa analisi a favore della visione della rivolta dei ribelli libici come un tentativo programmato e violento per prendere il potere a nome del proprio movimento politico, per quanto eterogeneo, nella sua fase iniziale, possa apparire tale movimento. Per esempio:

1.Hanno ben presto cominciato a sventolare la bandiera monarchica. Monarchia che Gheddafi aveva rovesciato.

2. Era una ribellione armata e violenta fin quasi dall’inizio. Nel giro di pochi giorni infatti, abbiamo potuto leggere di “cittadini armati con le armi sequestrate dalle basi dell’ esercito ” [3 ] e di “poliziotti che avevano partecipato allo scontro sono stati catturati e impiccati dai manifestanti” [4]

3. La loro rivolta non ha avuto luogo nella capitale, ma nel cuore della regione petrolifera del paese; hanno poi iniziato la produzione di petrolio e hanno dichiarato che i paesi stranieri sarebbero stati ricompensati di oro nero in relazione a quanto ogni paese avesse aiutato la loro causa

4. Hanno istituito ben presto una Banca Centrale, una cosa piuttosto strana per un movimento di protesta

5. Il sostegno internazionale è venuto in fretta, prima ancora dal Qatar e da Al Jazeera, la CIA e l’intelligence francese

L’idea che un leader non abbia il diritto di reprimere una ribellione armata contro lo Stato è troppo assurda da discutere.

Non molto tempo fa, l‘Iraq e la Libia erano i due Stati più moderni e laici del Medio Oriente / Africa del Nord con forse il più alto standard di vita nella regione. Poi sono arrivati gli Stati Uniti d’America e hanno ritenuto opportuno renderli un caso disperato. Il desiderio di sbarazzarsi di Gheddafi era stato in costruzione per anni, il leader libico non era mai stata una pedina affidabile. La primavera araba ha fornito una eccellente opportunità e la relativa copertura. Quanto al perché, scegliete tra i seguenti:

>> Il piano di Gheddafi di condurre il commercio della Libia in Africa di materie prime e di petrolio con una valuta nuova - il dinaro d’oro africano, un cambiamento che avrebbe potuto infliggere un grave colpo alla posizione dominante degli Stati Uniti nell’economia mondiale. (Nel 2000, Saddam Hussein annunciò che il petrolio iracheno sarebbe stato scambiato in euro e non più in dollari; seguirono sanzioni e poi l’invasione ).Per ulteriori approfondimenti si veda qui.

>> Un paese ospitante per l’ Africom, il Comando statunitense in Africa, uno dei sei comandi regionali in cui il Pentagono ha diviso il mondo. Molti paesi africani contattati per essere appunto il paese ospitante hanno rifiutato, a volte anche in termini relativamente forti. L’ Africom ha attualmente sede a Stoccarda, in Germania. Secondo un funzionario del Dipartimento di Stato: “Abbiamo un grosso problema di immagine laggiù … L’opinione pubblica è davvero contraria ad andare a letto con gli Stati Uniti. Essi semplicemente non si fidano degli Stati Uniti…” [5]

>> Una base militare americana per sostituire quella chiusa da Gheddafi dopo aver preso il potere nel 1969.C’è solo una base in Africa, a Gibuti. Si vede per una in Libia  dopo che la situazione si sarà stabilizzata. Forse sarà situata vicino ai pozzi petroliferi americani. O forse al popolo libico sarà data una scelta - una base americana o una base NATO.

>> Un altro esempio della disperata ricerca  da parte della NATO di una ragion d’essere della sua esistenza sin dalla fine della guerra fredda e del Patto di Varsavia.

>> Il ruolo di Gheddafi  nella creazione dell’ Unione africana. Ai padroni delle imprese non piace quando i loro schiavi salariati creano un sindacato. Il leader libico ha anche sostenuto gli Stati Uniti d’Africa perché sa che in un Africa di 54 stati indipendenti, essi continueranno ad essere abbattuti uno per uno e abusati e sfruttati dai membri del Triumvirato. Gheddafi ha inoltre chiesto una maggiore potenza per i piccoli paesi delle Nazioni Unite.

>> L’affermazione del figlio di Gheddafi, Saif el Islam, che la Libia aveva contribuito a finanziare la campagna elettorale di Nicolas Sarkozy, potrebbe aver umiliato il presidente francese e questo spiega la sua ossessione e la sua fretta nel voler essere visto come colui che gioca un ruolo di primo piano nell’ attuazione della “no fly zone “e delle altre misure contro Gheddafi. Un fattore determinante potrebbe essere stato il fatto che la Francia si è indebolita nelle sue ex e neo-colonie in Africa e in Medio Oriente, in parte anche per l’influenza di Gheddafi.

>> Gheddafi è stato uno straordinario sostenitore della causa palestinese e un critico delle politiche israeliane, e in alcune occasioni ha giudicato altri paesi africani e arabi, così come l’Occidente, per le loro politiche o la loro retorica, un motivo in più per la sua mancanza di popolarità tra i leader mondiali di tutti i colori.

>> Nel gennaio del 2009, Gheddafi ha reso noto che stava studiando la possibilità di nazionalizzare le compagnie petrolifere straniere in Libya.[7] Lui ha anche un’altra moneta di scambio : la prospettiva di utilizzare le compagnie petrolifere russe, cinesi e indiane. Durante l’attuale periodo di ostilità, ha invitato questi paesi a compensare la perdita di produzione. Ma tali scenari ora non avranno luogo. Il Triumvirato cercherà invece  di privatizzare la National Oil Corporation, trasferendo la ricchezza petrolifera della Libia in mani straniere.

>> L’impero americano è turbato da qualsiasi minaccia alla sua egemonia. Nel periodo storico attuale l’impero è interessato principalmente alla Russia e alla Cina. La Cina ha esteso gli investimenti energetici e edilizi in Libia e altrove in Africa. L’americano medio non sa né si preoccupa di questo. L’ imperialista americano medio si preoccupa molto, se non altro perchè in questo momento di crescenti richieste di tagli al bilancio militare è fondamentale che i potenti “nemici” siano nominati e mantenuti.

>> Per molte altre ragioni, vedete l’articolo “Perché un cambio di regime in Libia?” di Ismael Hossein-Zadeh, ed i cable dei diplomatici americani pubblicati da Wikileaks - 07TRIPOLI967 11-15-07 (include una denuncia in merito al “nazionalismo delle risorse” libico ).

La parola di un uomo che le maggiori potenze militari del mondo hanno cercato di uccidere

Ricordi della mia vita“, scritto dal colonnello Muammar Gheddafi, 8 aprile 2011, estratti:

Adesso la maggiore forza nella storia militare mi attacca; il mio figliuolo africano, Obama, vuole uccidermi, togliere la libertà al nostro paese, prendere le nostre case gratuite, la nostra medicina gratuita, la nostra istruzione gratuita, il nostro cibo gratuito e sostituirli con il saccheggio in stile statunitense, chiamato “capitalismo”, ma tutti noi del Terzo Mondo sappiamo cosa significa: significa che le corporazioni governano i paesi, governano il mondo, e la gente soffre, quindi non mi rimangono alternative, devo resistere.

E se Allah vuole, morirò seguendo la sua via, la via che ha arricchito il nostro paese con terra coltivabile, cibo e salute e ci ha permesso di aiutare anche i nostri fratelli e sorelle africani ed arabi a lavorare con noi nella Jamahiriya libica.

Non voglio morire, ma se succede, per salvare questo paese, il mio popolo e tutte le migliaia che sono i miei figli, così sia.

Che questo testamento sia la mia voce di fronte al mondo: che ho combattuto contro gli attacchi dei crociati della NATO, che ho combattuto contro la crudeltà, contro il tradimento, che ho combattuto l’Occidente e le sue ambizioni coloniali, e che sono rimasto con i miei fratelli africani, i miei veri fratelli arabi e musulmani, come un faro di luce, quando gli altri stavano costruendo castelli.

Ho vissuto in una casa modesta ed in una tenda. Non ho mai dimenticato la mia gioventù a Sirte, non spesi follemente il nostro tesoro nazionale, e, come Saladino, il nostro grande leader musulmano che riscattò Gerusalemme all’Islam, presi poco per me ….

In Occidente, alcuni mi hanno chiamato “pazzo”, “demente”, però conoscono la verità, ma continuano a mentire ; sanno che il nostro paese è indipendente e libero, che non è in mani coloniali, che la mia visione, il mio percorso è, ed è stato chiaro per il mio popolo : lotterò fino al mio ultimo respiro per mantenerci liberi, che Allah Onnipotente ci aiuti a rimanere fedeli e liberi.

PARTE FINALE DELL’ ARTICOLO E NOTE: Libya And The World We Live In 

DI: Coriintempesta

Demolizioni & Restauri Corp.

di: Manlio Dinucci

C’è una società multinazionale che, nonostante la crisi, lavora a più non posso. Si occupa di demolizioni e restauri. Non di edifici, ma di interi stati. La casa madre è a Washington, dove nella White House risiede il Chief executive officer (Ceo), l’amministrazione delegato.
I principali quartieri generali regionali si trovano a Parigi e Londra, sotto rampanti direttori e avidi comitati d’affari, ma la multinazionale ha filiali in tutti i continenti. Gli stati da demolire sono quelli situati nelle aree ricche di petrolio o con una importante posizione geostrategica, ma che sono del tutto o in parte fuori del controllo della multinazionale. Si privilegiano, nella lista delle demolizioni, gli stati che non hanno una forza militare tale da mettere in pericolo, con una rappresaglia, quella dei demolitori.

L’operazione inizia infilando dei cunei nelle crepe interne, che ogni stato ha. Nella Federazione jugoslava, negli anni ’90, vennero fomentate le tendenze secessioniste, sostenendo e armando i settori etnici e politici che si opponevano al governo di Belgrado. In Libia, oggi, si sostengono e si armano i settori tribali ostili al governo di Tripoli. Tale operazione viene attuata facendo leva su nuovi gruppi dirigenti, spesso formati da politici passati all’opposizione per accaparrarsi dollari e posti di potere. Si chiede quindi l’autorizzazione dell’ufficio competente, il Consiglio di sicurezza dell’Onu, motivando l’intervento con la necessità di sfrattare il dittatore che occupa i piani alti (ieri Milosevic, oggi Gheddafi). Basta il timbro con scritto «si autorizzano tutte le misure necessarie» ma, se non viene dato (come nel caso della Jugoslavia), si procede lo stesso. La squadra dei demolitori, già approntata, entra in azione con un massiccio attacco aeronavale e operazioni terrestri all’interno del paese, attorno a cui è stato fatto il vuoto con un ferreo embargo. Intanto l’ufficio pubblicitario della multinazionale conduce una martellante campagna mediatica per presentare la guerra come necessaria per difendere i civili, minacciati di sterminio dal feroce dittatore. Completata la demolizione, si procede alla costruzione di un nuovo stato (come in Iraq e Afghanistan) o di un insieme di staterelli (come nella ex Jugoslavia) in mano ad amministratori fidati. L’altro importante settore della multinazionale è quello del restauro di stati pericolanti. Come l’Egitto e la Tunisia, lo Yemen e il Bahrain, le cui fondamenta sono state scosse dal movimento popolare che ha defenestrato o messo in difficoltà i regimi garanti degli interessi delle potenze occidentali. Secondo la direttiva del Ceo di assicurare una ordinata e pacifica transizione, il restauro viene effettuato consolidando anzitutto il pilastro su cui già poggiava il potere – la struttura portante delle forze armate – ridipingendolo con i colori arcobaleno della democrazia. Si restaurano così gli stati colpiti dal terremoto sociale, su cui la multinazionale fonda la sua influenza in Nordafrica e Medio Oriente, e allo stesso tempo, provocando una scossa artificiale, se ne demolisce uno relativamente indipendente. Già alla casa madre brindano allo scongiurato pericolo della rivoluzione araba. Ma in profondità, nelle società arabe, crescono le tensioni che preparano un nuovo sisma sotto le fondamenta del palazzo imperiale

FONTE: IlManifesto.it

M.D. Nazemroaya: “Vi racconto cosa sta succedendo in Libia (e in Siria)”

Mahdi Darius Nazemroaya, sociologo canadese, è ricercatore associato del Centre for Research on Globalization (CRG). Si occupa in particolare di studiare le dinamiche geopolitiche e le relazioni internazionali nel Vicino e Medio Oriente. Attualmente si trova in Libia nell’ambito d’una missione indipendente per appurare sul terreno i fatti legati all’esplosione della guerra civile ed all’intervento straniero. I ricercatori dell’IsAG 

M.D. Nazemroaya: “Vi racconto cosa sta succedendo in Libia (e in Siria)”Giovanni Andriolo e Chiara Felli l’hanno intervistato in esclusiva per “Eurasia”.

Dopo mesi di combattimenti, quali sono le sue considerazioni (anche in qualità di testimone oculare) circa le operazioni militari condotte dalla NATO?

Senza dubbio, deve essere sottolineato il fatto che i bombardamenti della NATO hanno deliberatamente avuto quali obiettivi i civili libici e dunque hanno cercato di punire la popolazione civile in Libia. Impianti idrici, ospedali, cliniche mediche, scuole, industrie alimentari, alberghi, veicoli civili, ristoranti, case, strutture governative e aree residenziali: tutto è stato bombardato. Ciò include anche la Corte Suprema Libica, un autobus con civili, una struttura medica dedicata alla Sindrome di Down, un centro di vaccinazione per i bambini e l’Università Nasser. L’affermazione della Nato, secondo cui sono stati oggetto di operazioni i comandi militari e gli edifici di controllo, appare insensata e falsa.

L’obiettivo della NATO non è quello di proteggere i civili, ma anzi di spingere questi ultimi ad incolpare il Colonnello Gheddafi ed il suo regime della guerra e dei crimini di guerra commessi contro la popolazione libica dalla NATO. La NATO ritiene che la brutalità delle proprie operazioni nei confronti dei civili e la strategia di ridurre la disponibilità di carburante, denaro, medicine, cibo ed acqua possano condurre ad un cambio di regime a Tripoli, inducendo la popolazione a detronizzare Gheddafi.

Muammar Gheddafi è diventato un bersaglio militare che la NATO ha cercato di uccidere durante i propri attacchi. Ora, questa azione non solo risulta essere illegale, ma, per di più, è parte di un calcolato progetto di destabilizzazione del paese. Anche se Topolino, il cartone animato dei bambini, fosse il leader libico, la NATO lo demonizzerebbe paragonandolo ad una sorta di Hitler, giustificando così le operazioni contro di lui. La NATO crede che se Gheddafi verrà ucciso, vi sarà come conseguenza una lotta sanguinosa per il potere che permetterà all’organizzazione di esercitare ed estendere la propria influenza su tutta la regione nord-africana. Uno dei principali obiettivi di questo progetto consiste nel far accendere una intensa guerra civile in Libia creando un conflitto tribale che potrebbe riversarsi al di là dei confini libici fino al Niger, all’Algeria, al Sudan, al Ciad nonché alle altre nazioni africane.

Finora, le cose non sono andate come il Pentagono e la NATO avevano pianificato. Le operazioni della NATO sono un vero e proprio disastro militare e politico. La campagna militare condotta dalla NATO ha di fatto contribuito a galvanizzare la maggior parte della popolazione nel supporto al Colonnello Gheddafi. Anche coloro che si opponevano al leader libico, ora hanno cambiato il proprio atteggiamento. Si può dunque affermare che la NATO abbia perso la sua guerra in Libia. Essa non è riuscita a rovesciare il Colonnello e la posizione di quest’ultimo sembra molto simile a quella ricoperta dallo Sceicco Hassan Nasrallah dopo la sconfitta di Israele nella guerra del Libano del 2006.

Parlando degli attori interni alla Libia, quali gruppi o fazioni stanno attualmente supportando Muammar Gheddafi? E quali sono contro di lui?

Politicamente, tutti i capi delle maggiori tribù supportano il Colonnello Gheddafi. Quasi l’intero apparato militare, dei servizi segreti, delle forze di sicurezza supporta Gheddafi e non lo ha mai abbandonato. Soprattutto, la maggior parte del popolo libico supporta il Colonnello Gheddafi.

Il popolo e i gruppi che sono contro il Colonnello Gheddafi sono una serie di ex funzionari corrotti del regime, come Mahmoud Jibril, che si sono uniti al Gruppo Combattente Islamico Libico e ad alcuni altri gruppi minori, tra i quali i Comunisti libici. Inoltre, ci sono anche alcuni amici e alleati di Muammar Gheddafi che si trovano ancora a Tripoli ma che sono disposti a cambiare partito qualora ritenessero che il vento stia mutando direzione.

Chi è destinato a guadagnare di più dalla rimozione di Muammar Gheddafi? Quali interessi sono in gioco nella crisi libica?

Gli attori che cercano di trarre vantaggio dalla rimozione del Colonnello Gheddafi possono essere raggruppati in due categorie. Tali categorie sono quelle degli attori interni e degli attori esterni. Gli attori interni sono individui libici che vogliono mantenere il loro benessere e il loro potere o accrescerlo. Molti di questi sono schierati con ilConsiglio di Transizione di Bengasi e con la NATO, ma c’è dell’altro da dire a proposito.

Attualmente, ritengo che Saif Al-Islam Gheddafi e i suoi complici abbiano qualcosa da guadagnare dalla rimozione del padre, Muammar Gheddafi. Per anni Saif Al-Islam si è preparato per diventare il prossimo leader della Libia. Washington e la NATO avrebbero molto da guadagnare, se ciò accadesse. Inoltre, proprio Washington e la NATO intendono attivamente promuovere Saif Al-Islam come nuovo leader libico. Anche diversi suoi alleati avrebbero molto da guadagnare. Sono queste persone che stanno spingendo per un negoziato con gli Stati Uniti e la NATO e che potrebbero essere in procinto di avviare negoziati separati.

Tutto ciò potrebbe portare ad uno scontro di poteri interni tra i due principali campi per la leadership di Tripoli. Queste due fazioni sono la vecchia guardia di ministri e ufficiali, come Abdullah Senussi, attorno a Muammar Gheddafi e il gruppo di ministri e ufficiali scelti da Saif Al-Islam. Personalmente, ritengo che Saif Al-Islam non sia adatto per alcuna posizione di governo e che sarebbe un disastro per la Libia. E’ anche importante notare come tutti gli ufficiali del Consiglio di Transizione che hanno disertato e tradito Gheddafi fossero stati nominati da Saif Al-Islam. Anche Musa Kusa, in età da pensione, era stato trattenuto come Ministro degli esteri da Saif Al-Islam.

Cosa succederà in Libia? I recenti sviluppi della situazione, si vedano i progressi dei ribelli, porteranno alla fine delle operazioni militari? O saremo costretti a parlare di “pantano libico”?

Fin dall’inizio, l’obiettivo della NATO è stato quello di balcanizzare la Libia dividendola in tre sezioni più piccole: la Tripolitania, il Fezzan e la Cirenaica.

Questo progetto risale ad un antico piano imperialista che britannici, francesi ed italiani, con il supporto statunitense, hanno cercato di riproporre più volte già nel 1943 e nel 1951. Vi furono i primi tentativi di stabilire una amministrazione fiduciaria separata nel 1943 dopo la sconfitta di Italia e Germania nel Nord Africa durante la Seconda Guerra Mondiale. Successivi negoziati internazionali avrebbero toccato la questione della definizione di diverse zone o sfere di influenza in una Libia divisa, ma Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia non riuscirono ad ottenere l’assenso sovietico. I governi italiano e britannico nel 1949 presentarono il Piano Bevin-Sforza per la partizione della Libia alle Nazioni Unite, ma questo non ebbe successo. Anche dopo il 1951, queste nazioni cercarono di dividere la Libia stabilendo un emirato federale sotto il loro “delegato” Re Idris I. Questa è una forma di balcanizzazione molto simile all’attuale federalismo che gli Stati Uniti sono riusciti ad imporre all’Iraq dopo l’invasione del 2003.

Attualmente, l’amministrazione Obama e la NATO sono nel pantano libico. Silvio Berlusconi, David Cameron e Nicolas Sarkozy devono tutti affrontare problemi politici di grande ampiezza. La NATO non può continuare senza definizioni la guerra contro la Libia a meno che non si cambi la strategia. Nè i cosiddetti ribelli possono avanzare in modo significativo sul terreno. Essi sono numericamente minori e questo non aiuta ad ottenere il supporto popolare in Libia. Non sono stati capaci di effettuare grosse incursioni dopo i primi bombardamenti NATO, anche se sono aumentate grazie alle forze speciali e ai consulenti militari NATO, ai jihadisti stranieri nonché ai mercenari.

Deve essere inoltre rilevato con attenzione che la NATO vuole prolungare i combattimenti a livello locale senza avere un ruolo palese. Il suo dilemma, tuttavia, è che non può vincere nè tantomeno può continuare a sostenere i bombardamenti sui civili libici. Così, si assisterà ad un cambiamento di tattica quando la NATO si ritirerà e ricorrerà segretamente ad una guerra sotto copertura e a maggiori operazioni di intelligence. Sarà possibile inoltre assistere a combattimenti al di fuori delle aree strategiche, mentre si cercherà di rendere più sicure zone come quelle di Misurata o Brega quali enclave protette dalla NATO stessa.

Parallelamente, la NATO ha l’obiettivo di mobilitare numerose ONG all’interno della Libia. Queste ONG lavoreranno segretamente per la NATO sul territorio col pretesto della “costruzione della democrazia” e di missioni umanitarie. La NATO ha già inviato segretamente una delegazione a Tripoli per cercare di negoziare l’ingresso di tali ONG nell’ambito dell’accordo di pace tra la NATO e il regime libico.

È nota la proposta del governo turco, una sorta di “road map” per condurre al termine la crisi libica: vi si richiede l’immediato cessate-il-fuoco, la protezione dei civili e una transizione democratica. Ritiene che possa essere una soluzione realizzabile?

Il governo di Ankara affermò simultaneamente la sua amicizia verso la Siria e la Libia. La Turchia ha operato come un “cavallo di Troia” e dunque il suo governo non è mai stato un onesto mediatore. Attraverso l’assistenza alla CIA nonché ad altri servizi di intelligence, i servizi turchi hanno lavorato duramente contro la Libia ed aiutato a destabilizzare la nazione fin dai primi giorni del conflitto.

La proposta turca è fasulla ed è stata male interpretata. Ankara ha lasciato intendere di voler agire da negoziatore tra il governo di Tripoli e il Consiglio di Transizione di Benghazi. In realtà, il governo turco stava lavorando affinchè il Consiglio di Transizione si rafforzasse, dunque a beneficio della NATO. Come la Germania, la Turchia ha sostenuto questa guerra dalle prime battute e non si è opposta al Quartier Generale della NATO. Ha inoltre preso parte alle operazioni navali contro la Libia, è inoltre l’autorità aerea selezionata dalla NATO a Benghazi che ha permesso la spedizione di armi ed, in ultimo, ha garantito la cittadinanza turca ai membri del Consiglio di Transizione.

D’altronde, la realizzazione di un sistema democratico in Libia non è certo un obiettivo della Turchia. L’attuale politica neo-ottomana di Ankara non è basata su un benevolo desiderio di pace e democrazia. È parte di un piano di politica estera nelle mani del governo turco come parte di un sistema imperiale globale. Ankara attualmente si sta adoperando intensamente per favorire l’ascesa di governi cleptocratici in Libia e in tutti i paesi arabi, sotto l’etichetta di riforme democratiche e di democratizzazione. D’altra parte, la Turchia non viene presentata quale modello di democrazia per gli arabi data la mancanza di qualifiche prettamente democratiche. La “road map” turca è solo un miraggio, alla stregua del supporto del governo alla causa palestinese. La proposta di Ankara deve essere intesa esclusivamente come strumento per aprire le porte della Libia al moderno sistema imperiale promosso dagli Stati Uniti.

In uno dei suoi ultimi articoli pubblicati da Global Research, lei parla di una collaborazione israelo-saudita che starebbe favorendo un piano statunitense di smantellamento dei Governi dell’Iran e dei paesi suoi alleati, attraverso la creazione di situazioni di protesta e di settarismo in diversi paesi arabi: ritiene che una tale collaborazione abbia giocato un ruolo, almeno parziale, nella crisi libica?

L’attacco alla Libia è parte di una guerra più ampia, mirante a ristrutturare l’area dalla costa atlantica del Marocco fino all’ex Asia Centrale Sovietica e al confine sino-afghano. Anche in Libia, questo progetto è diretto contro l’Iran e i suoi alleati. A questo proposito, gli stessi metodi di divisione e conquista che sono stati usati in Iraq sono stati utilizzati anche contro i Libici. Queste tattiche hanno operato nella direzione di rafforzare ciò che in arabo può essere chiamato “fitna” (“guerra civile” NDR) tra le varie regioni, tribù e gruppi etnici in Libia. Le differenze etniche in Libia sono un fattore inesistente a livello virtuale, ma al regionalismo e al tribalismo possono essere assegnati connotati politici che rischiano di diventare esplosivi. E’ anche in un tale contesto che le potenze NATO stanno parlando di una divisione tra Berberi e Arabi nel Nord Africa, come pretesto che essi vogliono utilizzare per dividere il Nord Africa e destabilizzare il Continente africano. La strategia della NATO per assassinare il Colonnello Gheddafi mira ad attizzare queste differenze attraverso un vuoto di potere.

Riguardo alla collaborazione israelo-saudita, gli Israeliani sono stati attivi in Libia e hanno parlato con entrambi i fronti. Il Mossad ha mandato segretamente agenti a Bengasi e a Tripoli per parlare ad entrambe le fazioni libiche a nome di Tel Aviv. Nello stesso tempo, gli Arabi Khaliji (del Golfo) hanno lavorato attivamente contro Tripoli e hanno supportato il Consiglio di Transizione. Nello specifico, il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein sono stati molto attivi contro Tripoli nei fronti politico, diplomatico, militare, finanziario e mediatico. Ormai, il ruolo saudita non può essere ignorato. Sono stati l’Arabia Saudita e i paesi del Golfo a dirigere la richiesta della Lega Araba verso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU contro la Libia. Essi hanno inoltre architettato la sospensione della Libia dalla Lega Araba. Al Arabiya, che è posseduto dai Sauditi, ha inoltre diffuso le prime accuse secondo cui un membro della Corte Internazionale per i Crimini contro l’Umanità avrebbe dichiarato che migliaia di civili erano stati uccisi a Bengasi dal regime libico.

E’ interessante che esistano timori nei quartieri generali del Pentagono e della NATO che Iran e Libia possano formare un’alleanza strategica contro Washington e la NATO. La stampa israeliana ha dichiarato che la Guardia Rivoluzionaria Iraniana avrebbe mandato in segreto consulenti e personale militari in Libia per assistere i Libici contro la NATO. Tripoli e Tehran hanno molte cose in comune e ora ancora di più. Entrambi stanno iniziando a considerare di stringere maggiori contatti reciproci. Un asse strategico può entrare in attività tra Tripoli e Tehran, e questa è una causa reale di preoccupazione per Washington e la NATO.

I media e i social network hanno un ruolo fondamentale nella diffusione delle informazioni. Lei ritiene che, in alcuni casi, ci sia stata una qualche distorsione di quanto sta accadendo, come nel caso della Siria o della stessa Libia?

Non può trascurarsi la manipolazione che sui media è stata operata dalle forze armate degli Stati Uniti e dagli altri membri della NATO, come Francia e Gran Bretagna. Tale manipolazione è avvenuta allo scopo di fabbricare il consenso dell’opinione pubblica e di fornire una precisa percezione della gestione delle operazioni. Senza dubbio, i media ed internet sono stati ingredienti essenziali nel lancio della guerra in Libia e nel destabilizzare la Siria. In entrambi i paesi, infatti, Facebook, Twitter, cellulari e Youtube sono stati usati per diffondere materiale contro i due regimi di Tripoli e Damasco. La CNN, la BBC, Al Jazeera, Al Arabiya, Fox News, Sky News, France24, TF1 e numerosi altri network e giornali si sono rimessi alle fonti di questi social media come fossero particolarmente autorevoli, senza neppure verificare le informazioni postate o le rivendicazioni che sono state fatte.

Nei primi giorni di protesta e violenza in Libia e Siria, questi social media sono stati immediatamente mobilitati dall’esterno. Vi furono ben presto pagine di Facebook etweets circa quanto stava accadendo, con migliaia di sconosciuti iscritti. Gli autori di queste pagine, tuttavia, sono alquanto discutibili. Infatti, tali pagine erano tutte scritte in inglese ed altre lingue straniere e molto ben progettate. Non sono dunque sembrate in alcun modo spontanee e gli account coinvolti non erano nella lingua madre di Siria e Libia, ovvero l’arabo.

Nel caso della Siria, questi siti internet sono stati creati nel febbraio 2011, prima delle proteste, e risultano presentare affermazioni simili a quelle dei principali media circa proteste in quella nazione che non si sono mai materializzate. Una specifica pagina, nel caso siriano, è “The Syrian Revolution 2011” che incitava ad una giornata della colleravenerdì 4 febbraio 2011. Il nome di questa pagina su Facebook era in inglese e il numero di persone che si sono iscritte non si è effetivamente tradotto in una eguale mobilitazione fisica. Inoltre, molti degli account erano registrati sotto utenti che si suppone vivano in piccole aree urbane della Siria dove è sensibilmente ridotto il numero di persone che ha effettivo accesso ad internet.

Vi è anche un legame diretto tra le organizzazioni in Siria e Libia che hanno lanciato queste campagne ed i canali presenti a Washington. Questi social media non sono stati solo citati quali fonti veritiere, ma sono stati attivamente mobilitati ed usati dai maggiori network contro il governo di Damasco e Tripoli. Il materiale usato dalla CNN ed altri network ha alimentato le domande sull’integrità dei principali media e le loro connessioni con il complesso militare-industriale, dal quale il Presidente Dwight Eisenhower aveva cercato di mettere in guardia l’opinione pubblica.

Per esempio, la CNN in un reportage di Sara Sidner ha utilizzato un video di Youtube relativo ad uno stupro. Sembra che la stessa CNN abbia montato tale video. La CNN ha affermato che il video riguardasse una donna di Misurata che veniva violentata da soldati libici. In realtà, lo stupro ha avuto luogo a Tripoli ed era un crimine domestico avvenuto prima dei combattimenti di Misurata e senza coinvolgimento alcuno di soldati libici.

Gli Stati Uniti e i loro alleati hanno usato i social network contro l’Iran a seguito delle ultime elezioni presidenziali e li stanno utilizzando ora contro Libia e Siria. Stanno inoltre preparandosi a ricorrervi contro i loro oppositori in Bolivia, Cuba, Venezuela, Bielorussia, Russia, Serbia, Ecuador, Armenia, Libano, Ucraina, Cina e molte altre nazioni che desiderano controllare. A parte l’addestramento di persone dell’opposizione che viene effettuato dal Dipartimento di Stato nordamericano col pretesto di promuovere la democrazia, questa situazione spiega al meglio il perchè, per più di un decennio, sia il Pentagono che la NATO abbiano cercato di dare enfasi ad una strategia militare all’interno del cyberspazio. L’uso dei social media è ricaduto sotto il controllo e le politiche del Social Media in Strategic Communication (SMSC) del Pentagono, il cui proposito è utilizzare i media quale strumento di guerra. Sia le forze militari statunitensi che quelle israeliane sono conosciute per avere dei team di persone specializzate nell’andare su internet e lasciare commenti, cercando in tal modo di influenzare l’opinione pubblica attraverso la partecipazione a forum e conversazioni online. Questo include anche curare Wikipedia ed altri simili siti di enciclopedie open source. È inoltre noto pubblicamente che le forze aeree degli USA abbiano ordinato dei software per gestire le innumerevoli personalità online quale parte di questo progetto militare.

Inoltre, gli Stati Uniti, paradossalmente, hanno provvisto regimi come quelli in Bahrein, Arabia Saudita, negli Emirati Arabi Uniti e in Kuwait di tecnologia e software necessari per contrastare e impedire l’uso dei social network da parte dei loro cittadini. Tali network sono stati utilizzati anche per applicazioni militari. Twitter, ad esempio, è stato utilizzato in Libia per fornire la localizzazione degli obiettivi per le forze militari della NATO.

Quali forze stanno cercando di rovesciare Basher Al-Assad in Siria? Si tratta soltanto di una sollevazione popolare? O lei vede forze esterne all’opera in Siria per smantellare il regime di Assad? Qual è il ruolo di Turchia e Israele nel caso siriano?

In Siria esistono tensioni e rabbia reali, ma gli eventi di questi mesi non sono causati da una sollevazione popolare. Gli Stati Uniti, l’Unione Europea, i Saud, il Qatar, la minoritaria Alleanza del 14 marzo guidata da Hariri in Libano, la Giordania e Israele hanno fomentato i problemi in Siria attraverso la manipolazione mediatica, attraverso agenti provocatori e infiammando la rabbia interna legittima e illegittima. A prescindere da ciò che ognuno pensa del Presidente Basher Al-Assad, è innegabile che egli sia estremamente popolare tra il popolo siriano.

Gli eventi in Siria e in Libia sono coordinati. Scavando in profondità si può vedere come le stesse persone abbiano aiutato ad orchestrare questi eventi dal Cairo, inclusi Bernard-Henri Lévy e Mahmoud Jibril. Le persone e organizzazioni che hanno favorito lo scoppio del conflitto in Libia sono gli stessi attori che hanno tentato di rovesciare il Presidente Basher Al-Assad e il regime siriano. Al Jazeera e il National Endowment for Democracy (NED) sono due di queste entità. La direzione di Al Jazeera ha legami molti stretti con Mahmoud Jibril, che ha lavorato per la testata qatariota. In parallelo, le organizzazioni per i diritti umani che hanno aiutato a demonizzare Damasco e Tripoli lanciando false accuse di repressione di massa sono legate al NED e agli individui che hanno fomentato la violenza in Libia e in Siria.

I mezzi d’informazione principali stanno sovvertendo i fatti. I partiti e le forze coinvolti nel disordine siriano hanno nei fatti marginalizzato ogni reale voce democratica in Siria. Per ironia della sorte, queste forze sono presentate come opposte al Governo siriano sulla premessa che il regime siriano non è democratico. Tuttavia, la massa di queste forze che spingono per la caduta di Basher Al-Assad sono a loro volta contro la democrazia. Tra queste forze ci sono i Fratelli Musulmani e il Partito di Tahrir, che sono partiti multinazionali con uffici a Londra, dove vengono istruiti dagli Inglesi. Questi partiti sono inoltre una minoranza in Siria e non offrono alcuna alternativa politica migliore del regime siriano. E nemmeno rappresentano l’Islam in molti delle loro credenze e comportamenti.

La Turchia è stata attivamente coinvolta nella cospirazione contro Siria e Libia. Ho visto una prova inconfutabile di ciò a Tripoli, dove i servizi segreti turchi sono stati molto attivi nell’aiutare a preparare il terreno per le operazioni contro la Libia. E’ stata l’intelligenceturca a stabilire i contatti che CIA, MI6 e altre agenzie di spionaggio della NATO stanno usando in Libia.

Il ruolo turco nella destabilizzazione della Siria è diventato molto chiaro. Dopo le elezioni parlamentari turche, il linguaggio del Primo Ministro Erdogan sulla Siria è cambiato rapidamente da quello della amichevole retorica preelettorale alle dure minacce. Il Governo turco ha mostrato la sua vera faccia dopo che Erdogan è stato rieletto dal popolo turco.

Tutti i problemi in Siria sono emersi nelle aree di confine del paese. La prima ondata di violenza è avvenuta vicino al confine giordano, poi la violenza è esplosa vicino al confine libanese e infine una insurrezione armata è sorta vicino al confine con la Turchia. Ankara ha fornito un grande supporto coperto e scoperto contro il regime siriano e le sue forze. E’ stata addirittura discussa in Turchia la proposta di usare l’esercito turco per creare una zona cuscinetto dentro la Siria. A questo punto, i media turchi sono stati mobilitati contro la Siria e l’esercito turco ha violato attivamente il territorio siriano quando gruppi armati supportati segretamente dalla Turchia hanno iniziato ad attaccare l’esercito siriano.

Allo stesso tempo, Ankara ha iniziato un’azione politica contro la Siria, fornendo supporto logistico e politico ai gruppi di opposizione siriani, che sono stati addirittura ospitati ad una conferenza in suolo turco vicino al confine con la Siria, e fornendo anche il luogo dei combattimenti tra gli insorgenti e l’esercito siriano. Il Governo turco ha iniziato a intimare a Damasco di “riformare”. La parola “riformare” è un termine in codice che significa “obbedire” e “sottomettersi” e non ha nulla a che vedere con il processo autentico di democratizzazione o libertà in Siria. A questo proposito, Ankara ha ordinato alla Siria di cambiare la propria politica, di entrare nell’orbita della NATO, di smarcarsi dall’alleanza strategica con l’Iran e di interrompere il supporto verso Hezbollah e i gruppi di resistenza palestinesi.

Il comportamento della Turchia non va analizzato separatamente da quello di NATO e Israele. Malgrado Tel Aviv sia stata molto silenziosa, Israele non è stato assente dalla campagna per la sottomissione della Siria. I servizi segreti di Turchia e Israele hanno collaborato in modo stretto e si sono coordinati contro la Siria e i suoi alleati. In realtà, in Libano e in Siria sono state catturate diverse spie israeliane collegate agli eventi siriani. Il ruolo di Israele nella destabilizzazione e nella ristrutturazione dell’Asia sud-occidentale e del Nord Africa non deve essere dimenticato. Il Piano Yinon israeliano per dividere la regione è una testimonianza reale di ciò.

Analizzando le nuove posizioni in politica estera del Cairo (relazioni normalizzate con l’Iran, rivalutazione dei legami con Israele, per citarne alcune), lei pensa che l’Egitto possa riconquistare la sua influenza regionale, anche attraverso l’espresso impegno delle forze armate di promuovere un sistema democratico?

Vi sono stati dei cambiamenti superficiali, l’Egitto vive ancora una situazione instabile e dinamica. I principali media stanno nascondendo numerosi fatti circa gli eventi locali e vi è una continua lotta nel paese. In realtà, Il Cairo non ha sperimentato alcun reale cambio di regime o una trasformazione democratica. Il riavvicinamento a Tehran non ha ancora dato i suoi frutti. La stessa promessa di porre fine all’assedio contro i palestinesi a Gaza non è stata onorata. Tutti i precedenti attori politici sono presenti al potere. Le forze armate egiziane governano la nazione così come succedeva con il Presidente Mubarak e il Presidente Sadat. I Fratelli Musulmani sono stati cooptati nell’intento di fornire un cambiamento che si mostri come una sorta di lifting politico alle sembianze dell’Egitto.

Tuttavia, lo spirito della popolazione egiziana è mutato e non è più preoccupata di opporsi ai propri leader: un reale sentimento rivoluzionario pervade la società egiziana. Se l’Egitto riuscirà a giungere ad una autentica trasformazione politica, il mondo intero assisterà ad una robusta presenza del Cairo in Africa e nel mondo arabo tale da porlo in competizione con Washington, Tel Aviv e l’Unione Europea. L’Egitto di Nasser era un centro fondamentale di resistenza e opposizione a Washington, nel sostegno alla resistenza algerina contro l’occupazione francese, a quella yemenita contro gli inglesi e a quella palestinese contro l’occupazione israeliana. Il Cairo supportava l’indipendenza e i movimenti anti-imperialisti in Africa e nel mondo intero. Se il popolo egiziano riuscirà a costruire con successo un sistema libero da qualsiasi tutela esterna, allora tornerà ad essere un forte leader pan-arabo e pan-africano.

Nel mondo arabo si materializzerà una nuova dinamica. Se davvero vi sarà una trasformazione, l’Egitto potrà competere con Turchia, Iran, Arabia Saudita, Israele, Stati Uniti e Unione Europea per il primato di influenza tra gli arabi. Entrerebbe in contrasto con numerose altre potenze che stanno cercando di stabilire il loro controllo in Africa. Allo stesso tempo, Il Cairo indubbiamente si sposterà geopoliticamente verso l’Iran, la Siria, la Russia e la Cina. Coopererà con Damasco e Tehran contro le potenze esterne in Medio Oriente e si potrà addirittura coordinare con Tripoli per realizzare l’unificazione dell’Africa.

Perché le proteste nella Penisola Araba (Arabia Saudita o Bahrein, per esempio) non sono state perseguite nello stesso modo in cui lo sono state in Nord Africa?

Le proteste nella Penisola Araba sono un effetto collaterale delle conseguenze degli eventi in Tunisia e in Egitto. Queste proteste sono autoctone e organiche, e riflettono il malcontento interno dei popoli della Penisola Araba. Queste proteste inoltre si sono trovate ad andare contro gli interessi strategici, politici ed economici di Washington, dell’Unione Europea e di Israele. Questo è il motivo per cui tali proteste arabe sono state liquidate e ignorate da Associated Press, Sky News, CNN e BBC.

Nulla è stato fatto in Bahrein e in Oman, mentre la Siria è isolata e la Libia è stata attaccata dalla NATO. Attorno alla Penisola Araba, nulla è detto riguardo al Regno Hashemita di Giordania e al Marocco. Anche queste insurrezioni dovrebbero essere esaminate e analizzate nel contesto degli interessi della politica estera statunitense. Una volta che ciò fosse fatto, allora una serie di contatti potrebbero essere stabiliti tra queste rivolte e il comportamento degli Stati Uniti e della UE nei loro riguardi. In realtà, Mahmoud Jibril del Consiglio di Transizione con base a Bengasi, che gli USA presentano come un campione di libertà e democrazia, ha supportato gli Al-Khalifa in Bahrein e gli altri dittatori del mondo arabo. Mahmoud Jibril è inoltre stato l’uomo che ha aiutato molti dei regimi arabi a presentare una facciata radiosa al mondo mentre essi massacravano i propri cittadini.

Mentre zone di interdizione aerea erano imposte in Libia, nulla è stato fatto nei confronti delle uccisioni e delle torture in Bahrein. Washington e l’Unione Europea hanno tutti pressoché ignorato i crimini in Bahrein contro il popolo da parte del regime degli Al-Khalifa. Inoltre, essi hanno voltato la testa mentre l’Arabia Saudita interveniva militarmente in Bahrein e mentre i Saud uccidevano e reprimevano i propri cittadini.

FONTE: Eurasia


Al-Jazeera, tra Usa e Fratelli Musulmani

Intervista a Faysal Jallul, analista politico e scrittore libanese, sul ruolo del network nelle rivoluzioni arabe

Al Jazeera? Un luogo dove si incontrano gli interessi dei Fratelli musulmani e quelli degli statunitensi”. Cosi l’analista politico e scrittore libanese Faysal Jallul definisce il ruolo giocato in queste rivoluzioni arabe dall’emittente satellitare qatariota al Jazeera in un’intervista a PeaceReporter. Autore di diversi libri sul mondo arabo, Jallul ci offre anche il punto della situazione delle rivolte nel mondo arabo.

“In Arabia Saudita non ci sara’ nessuna rivoluzione perche’ non c’e’ al Jazira”. E’ questo un annedoto che in questi giorni circola tra le strade di Beirut. Come giudica il ruolo del canale  qatariota in queste rivoluzioni?
Certo, l’annedoto rispecchia quella che e’ una realta’. Al Jazeera ha certamente giocato un ruolo fondamentale nelle rivoluzioni della Tunisia, Egitto, Siria e Yemen. Al Jazeera io la definisco il posto dove si incontrano gli interessi dei fratelli musulmani e degli Stati Uniti cosi come nello stesso Qatar del resto un paese sotto influenza statutinense e del salafismo islamico. Tutto fa pensare che le due parti siano d’accordo.  Certo il Qatar, questo piccolo paese, non potra’ mai avere il ruolo di leadership nel mondo arabo .

Eppure al Jazeera era il canale che trasmetteva in tutto il mondo i crimini israeliani nella guerra di luglio 2006 sul Libano e nella Guerra in Gaza nel Dicembre 2008?
Certo ci trovavamo allora in una fase preparatoria di quello che era il progetto saudita-statunitense con al Jazeera. All’inizio la sua rivoluzione e’ stata quella di ospitare in studio,  in una televisione araba, ospiti  israeliani ed  intervistarli assieme a quelli  arabi. Poi piano piano al Jazeera ha cominciato a criticare i vari regimi arabi eccetto l’Arabia Saudita e i paesi del golfo che sono sotto la manna saudita.  Si puo’ semplificare dicendo che la  Jazeera  di allora era quella dove c’erano persone come Ghassan Ben Jeddo, quella di adesso e’ un al Jazeera dove gli ospiti pro-Usa occupano sempre piu’ spazio nei loro programmi.

Nell’ultimo suo libro dedicato allo Yemen lei fa un ritratto socio-politico di questo paese.  Quali sono le condizioni del regime di Ali Abdallah Saleh oggi dopo l’attentanto nel suo palazzo presidenziale il 3 giugno scorso?
Il Presidente yemenita e’ ancora in condizioni molto gravi ma non critiche ma  il suo ritorno in patria e’ ancora lontanto. Il regime non cadra’ anche perche’ ha il sostegno statunitense che vede in Saleh un attore importante nella lotta contro il terrorismo di al Qaeda. Certo e’ che le richieste delle persone sono legittime in un paese che resta comunque molto povero e dove la presenza dello Stato e’ scarsa.

Cosa chiede l’opposizione yemenita oggi?
L’opposizione yemenita e’  composta da tre correnti politiche tra i quali quelli dei Fratelli musulmani. La loro richiesta e’ quella di uno stato civile ma non hanno un vero programma politico ne’ riforme economiche per salvare le condizioni di un paese dove la maggior parte della popolazione e’ povera.

Non sembrano placarsi invece le proteste in Siria, quale sara’ il futuro per il regime di Assad?
Non credo che il regime di Assad cada anche’ perche la situazione economica e sociale siriana e’ diversa da quella tunisina e egiziana, quello che manca in Siria certo e’ una liberta’ di espressione e politica. Io penso che Assad non sia molto furbo perche’ potrebbe utilizzare degli argomenti poiltici per difendersi  invece di utilizzare la propaganda della cospirazione.  La Siria e’ l’unico paese del mondo arabo che non ha debito pubblico, e’ il terzo paese piu’ sicuro al mondo e ha un’economia indipendente. Il suo sbaglio e’ quello di preferire le armi al diaologo politico. Il regime di Assad e’ indispensabile per la stabilita’ dell’Iraq ed un incrocio tra l’Iran Hezbollah Hamas e Israele e’ per questo che ne’ gli Usa ne’l’Europa appoggiano un’ eventuale caduta di Assad.

La Turchia si erano molto riavvicinata  al regime di Assad.  Adesso sta gocando un dopo gioco anche con la questione dei profughi siriani, la sua posizione non e’ chiara e il suo sostegno debole. Come spiega questa attitudine?

La Turchia e’membro della Nato e si sa che I fratelli musulmani turchi non inquietano ne’ gli Statunitensi  ne’ l’Alleanza Atlantica. Ci sono degli analisti che dicono che I fratelli musulmani  sono arrivati ad un accordo con gli Stati uniti e le potenze occidentali per far cadere I regimi autoritari. I nuovi regimi sarebbero composti dai Fratelli musulmani. La Turchia anche gioca questa carta. Hanno chiesto al regime siriano di dialogare e di negoziare con gli islamisti per integrarli al gioco politico ma il presidente Assad ha  rifiutato categoricamente.

scritto per noi da
Erminia Calabrese

di:PeaceReporter

Nato/al Quaeda: l’ alleanza reazionaria contro le rivoluzioni arabe

 

Articolo inviato al blog
di Salvatore Santoru

Introduzione

Gennaio 2011: nel mondo arabo inizia quell’evento rivoluzionario che la stampa occidentale chiamerà “primavera araba”, popoli che si ribellano alle dittature chiedendo libertà e partecipazione politica, due elementi troppo spesso assenti nella storia recente (e non solo) del mondo arabo (o almeno di una certa parte di questo variegato mondo ). Il 14 gennaio in Tunisia Zine El-Abidine Ben Ali, a seguito delle proteste popolari contro il carovita (e non solo), fugge e così termina, in anticipo, il suo mandato presidenziale, l’11 febbraio tocca a Hosni Mubarak , in Egitto, dimettersi dopo 18 giorni di manifestazioni e rivolte del popolo, rivolte che vedono il proprio epicentro, nella capitale Cairo, in piazza Tahir. Le rivolte contagiano un pò tutto il Medio Oriente e il Nord Africa, dal Marocco sino al Bahrein e all’Arabia Saudita.

NATO e network islamista si incontrano

A questo punto della situazione entra in gioco la NATO o meglio gli interessi delle potenze occidentali più forti: l’obbiettivo è quello di approfittare della situazione che si è creata, della caduta dei vecchi regimi per condizionare le fasi di transizioni e instaurare un nuovo regime, che in fin dei conti deve essere una continuazione, se non qualcosa di peggio,del  vecchio. Per fare ciò , si giunge a un’alleanza (in apparenza)paradossale:le forze della NATO e l’integralismo/fondamentalismo islamico. Entrambi hanno interessi comuni:spodestare i vecchi regimi più o meno “laici”(alcuni solo in apparenza,vedasi l’Egitto “colluso” con l’integralismo religioso)e instaurarne di nuovi, autoritari e se possibile tendenti all’islamismo radicale, magari basati sulla Sharia (legge islamica),cosa che farebbe molto piacere al network ultraislamista, e disponibili, se possibile, a “collaborare” e a rendere vita facile alle compagnie petrolifere occidentali, cosa che farebbe molto piacere alle forze della NATO (il cui presunto interesse per le democrazie e i diritti umani serve solo per convincere ,dopo un accurato lavaggio, il cervello dell’occidentale medio in modo che accetti le guerre “umanitarie” e il saccheggio coloniale). Questa “strana” alleanza la si può vedere operare in Libia,ma anche in Egitto,e pure in Siria.

Egitto,da Mubarak all’asse militari/Fratelli Musulmani

Caduto il vecchio tiranno che governava il paese da ben trent’anni, l’Egitto si avvia a una nuova fase. Sembra in un primo momento che la situazione stia volgendo a favore del popolo e delle sue aspirazioni,che hanno scatenato la rivoluzione. Ma non è così. Viene istituito un governo di transizione, provvisorio, guidato dai militari,che da sempre sono vicini a Washington, con la “benedizione spirituale” dei Fratelli Musulmani,più vecchie personalità del regime. Inizialmente il nuovo governo rispetta e soddisfa alcune aspirazioni della gente,ma più si va avanti,più ci si rende conto che il nuovo regime non è altro che una continuazione del vecchio, giusto si dà qualche ritocco qua e là che serve per darsi una qualche credibilità davanti alle masse. Repressioni poliziesche, scontri e persecuzioni intereligiosi (come nei confronti dei copti)sono di nuovo all’ordine del giorno,proprio come nella precedente dittatura. I movimenti giovanili,sociali e le forze che hanno dato man forte alle rivolte, vengono messi da parte,e al loro posto si preferiscono i Fratelli Musulmani,che se da altre parti del Medio Oriente , vengono considerati vicini a ideologie integraliste e pure fondamentaliste,ora vengono presentati come portatori di “libertà e democrazia” .Certo,con la Sharia. Fratelli Musulamani ed esercito fanno parte del cosiddetto “blocco reazionario” che fa gli interessi dell’alta borghesia nazionale (i compradores) e fa comodo ai progetti dell’asse USA-Israele nell’area. In poche parole , si è cambiato tutto per non cambiare niente,o meglio NATO e integralisti hanno fatto in modo che finisse così.

Guerra in Libia e questione siriana

La Libia, come tutti gli altri paesi della regione, è stata contagiata dalla “primavera araba”. Tuttavia, mentre avvenivano manifestazioni pacifiche per chiedere maggiori libertà e diritti, l’asse NATO/AL Quaeda ne ha approfittato per innescare una strana rivolta armata(con salafiti, nostalgici di Re Idris I, sostenitori delle multinazionali petrolifere,celebre lo slogan “Oil for the west” ecc) tendente a rovesciare Gheddafi. Quando il colpo di stato è fallito, allora si è ricorsi alle bombe “intelligenti” e al massacro di civili (“danni collaterali”) per tentare di arrivare all’obiettivo da sempre perseguito da potenze occidentali e fondamentalisti: eliminare il colonnello, considerato dagli uni come troppo pericoloso per gli interessi dell’elitè occidentale, dagli altri come troppo laico e “traditore” del presunto spirito “puro” dell’Islam (che salafiti, quaedisti e company dicono di seguire), più la garanzia del petrolio nelle mani delle varie BP e Total, i beni del leader libico(e non solo sui) nelle mani dell’alta finanza imperiale, la privatizzazione di beni, sevizi e così via del paese (a partire dalle banche)e se possibile l’eliminazione di un’ ostacolo all’AFRICOM,ossia alla (ri)colonizzazione dell’Africa da parte delle potenze (ex)coloniali.Per l’eliminazione o per la completa “sconfitta morale” di Gheddafi, ci penserà il TPI, come già avvenuto per Milosevic. Inoltre,come nell’ex Jugoslavia, la NATO ha giocato nella divisione del paese:cosi ora la Libia è divisa tra la Tripolitania, rimasta “fedele” al governo centrale, e la Cireneica, “fedele” al Consiglio di Transizione libico, governo “provvisorio” creato e composto da ex funzionari del governo di Gheddafi (tra cui vari responsabili di violazioni di diritti umani)elementi riconducibili alla galassia islamista radicale,dal Gruppo Combattente Islamico libico, collegato con frange di Al Quaeda, elementi filo-monarchici ecc.

Grazie a questa divisione, AFRICOM può cantare vittoria,disponendo della Cirenaica e avendo ora la strada tutta in discesa per la conquista totale (o almeno di una gran parte) dell’Africa. La guerra,presentata all’opinione pubblica come animata dalla “responsabilità di proteggere” i civili “dalla violenza del tiranno”,e dipinta come una missione di pace lampo,prosegue da più di tre mesi,e sta causando oltre a ingenti perdite finanziarie per i “volenterosi della Coalizione”(l’Italia spende più di 1 miliardo di euro,700 per le operazioni sul campo,e 400 per finanziare i “ribelli”)perdite umane(all’incirca sino ad ora sembra siano 700 le vittime delle neocolonialismo “alleato”). C’è il rischio di un prolungamento a tempo indeterminato, così come avvene e avviene in Iraq e Afghanistan,c’è il rischio di un “nuovo Vietnam”,guerra in cui se da un lato gli USA persero militarmente,dall’altro il complesso militare-industriale e altre lobby vinsero grazie alla destabilizzazione del paese,e ai danni provocati ad esso,e sopratutto al suo popolo(i vietnamiti).Intanto la NATO ,dopo la Libia,sta puntando anche verso la Siria.In Siria,come in tutte le altre regioni mediorientali, è arrivato il vento di cambiamento innescato dalle rivoluzioni di Tunisia e Egitto:infatti movimenti,singoli cittadini ogni giorno invocano libertà e partecipazione, negati dal regime guidato dalla famiglia Assad. Anche,in questa situazione, naturalmente la NATO e i vari gruppi islamisti radicali(c’è da ricordare anche che la famiglia Assad è aluita,mentre la maggioranza della popolazione è sunnita)vogliono metterci gli artigli,ed infatti abbiamo notizia di anomali gruppi armati infiltrati tra i manifestanti o singoli che tentano di rovesciare il regime con violenza ,e si discostano dallo spirito delle rivolte .L’obbiettivo delle potenze delle NATO,in particolare della Francia(cui la Siria è un’ex colonia)è quello di destabilizzare il regime,se possibile con gruppi paramilitari islamisti,o se ciò dovesse fallire,tramite Israele condurre una nuova guerra.In questi ultimi giorni,pare che si sta arrivando a trattative tra Assad e certi leader oppositori,e pare che gli USA e le altre potenze della NATO stiano mollando la presa e tollerando lo stesso Assad, in cambio di maggiori aperture verso Israele e la presa di distanza dall’Iran e da Hezbollah(i rapporti Siria-USA sono molte volte ambigui:essa è un cosiddetto stato canaglia per l’elitè politico/militare a stelle e strisce, ma allo stesso tempo si sono cercate e si cercano collaborazioni con esso,sopratutto durante l’amministrazione Bush).Comunque le uniche vittime di questa situazione(come sempre),nel caso si arrivasse a una guerra contro la Siria,o nel caso si arrivasse ad accordi Siria-NATO,con apertura della prima verso Israele, sono il popolo siriano e il popolo palestinese,popoli che come spesso succedde,devono subire le aggressioni imperialiste e la corruzione di governi dediti più ai propri interessi che a quelli della gente.

Controrivoluzione permanente

L’alleanza NATO/AL Quaeda ha innescato per contrastare le masse arabe in rivolta,una “controrivoluzione permanente”.Questa strategia consiste nell’armare e finanziare i governi più reazionari in modo da eliminare ogni possibile “pericolo” di democrazia e libertà,che metterebbe a rischio gli interessi economici,strategici e geopolitici delle grandi potenze occidentali:ciò avviene nel Quatar,negli Emirati Arabi Uniti,in Bahrein,in Marocco,in Arabia Saudita,più o meno in Yemen,e altri paesi)e nel manovrare o infiltrare le rivolte nei paesi,che dittature o meno,possono essere da ostacolo al processo integralcolonialista,in modo tale che ,nel caso di guerre civili o di guerre con la G maiuscola,la controrivoluzione avanzi e permanga sino a quando verrà inaugurata la nuova fase(cambiamento di regime):ciò sta accadendo in Libia,e c’è il rischio che avvenga in Siria e in altri paesi.L’operare insieme per attuare controrivoluzioni permanenti non è nuovo nè alla NATO, agli USA e alle altre potenze,nè ad Al Quada:pensiamo alla guerra in Afghanistan,quando dopo l’invasione “social”imperialista dell’URSS gli USA armarono (crearono?)il fenomeno del terrorismo islamista,che usarono per sconfiggere i sovietici,ma anche per distruggere le aspirazioni di libertà del popolo afghano,dei partigiani afghani,di coloro i quali combattevano contro l’invasore russo(che a parole si dichiarava socialista,ma nei fatti tendeva all’imperialismo più o meno capitalista)e venivano a loro volta infiltrati e manovrati dagli integralisti islamici per volere statunitense .Questa pesante ingerenza imperialista degli USA,e la creazione di network islamisti estremisti,porterà alla destabilizzazione permanente dell’Afghanistan,dato in pasto ai signori della droga,e a altri criminali,poi in parte messi fuori gioco dal regime talebano,basato su un duro autoritarismo e spirito reazionario, nonchè sulla Sharia, e poi nuovamente attaccato dall’Impero(e alleati) con l a sua retorica e lo stupro continuo di parole come libertà e democrazia, con le sue bombe e le sue truppe di conquista. Nella controrivoluzione permanente sono coinvolti oltre alla NATO e all’islamismo radicale organizzato anche le varie monarchie di Nord Africa e Medio Oriente,il cosidetto Concilio per la Cooperazione del Golfo (GCC) ,la potente Casa di Saud(Arabia Saudita),il maggior alleato degli USA per va del petrolio,nonchè la più brutale e repressiva e ricca dittatura mediorientale(dove le donne,per esempio,non possono neanche guidare un’automobile).Ai controrivoluzionari non dispiacerebbe affatto l’idea di un ritorno graduale alla monarchia nell’area mediorientale e nordafricana,e l’affermazione di rappresentanti del governo provvisorio libico di Bengasi secondo cui anche la monarchia potrebbe essere una forma politica praticabile nel futuro,sta ad indicare che la via per questi progetti,è tutt’altro che in salita(tra l’altro anche in Occidente l’idea monarchica e/o reazionaria sta tornando in auge,segno che i tempi per l’illusione delle false democrazie ,in realtà oligarchie più o meno “reazionarie”sono giunti al termine,o quasi).

Conclusione

Come abbiamo visto NATO e Al Queda sostanzialmente perseguono simili obbiettivi ed hanno tutto l’interesse di sfruttare,tenere nell’ignoranza,insomma contrastare l’emancipazione del popolo arabo,da sempre,storicamente,combattuta dai vari imperialismi,da quello ottomano a quello inglese,francese,statunitense e via,così come da dittature reazionarie molte volte sostenute economicamente e militarmente dall’imperialismo occidentale.Ora i rappresentanti del capitalismo globalista occidentale e quelli dell’integralismo jiahdista mediorientale e africano hanno intenzione di “spartirsi” la torta,e di giungere a patti:tirannie fondamentaliste libere di propagandare odio in cambio di contratti vantaggiosi e privatizzazioni in favore delle multinazionali. Può darsi che fra non molto tempo si giunga a un’ennesimo scontro(3 guerra mondiale?)tra “l’Occidente giudeocristiano” e “l’Oriente” (o parte di esso)islamico”,che in realtà(contando anche il fatto che l’estremismo islamico versione terrorista è una creazione dell’elitè occidentale)sarebbe un’ennesima guerra contro i popoli orientali ,ma anche contro gli stessi popoli occidentali,nel caso di una generalizzazione del conflitto. Ci sarebbe ancora molto da dire,sulla natura dei recenti conflitti in Nord Africa e in Africa,ad esempio della guerra “interimperialista” e non dichiarata tra gli USA e la Cina,o meglio fra gli interessi delle due potenze,o in Medio Oriente degli “occasionali “scontri tra interessi russi e statunitensi e cosi via,ma ciò sarebbe meglio trattarlo altrove. C’è da sperare che altre,ennesime guerre ,”umanitarie” o meno,non abbiano inzio,che le rivoluzioni arabe,nonostante le strumentalizzazioni,le infiltrazioni e le manovrature, giungano a termine e con esse arrivino finalmente le realizzazioni di libertà dei popoli mediorientali e africani,cosi come c’è da sperare che ciò avvenga per europei,americani(nord,sud,centro),asiatici ecc,insomma che avvengano vere autodeterminazioni di tutti i popoli. Le decisioni vengono prese dai potenti nei palazzi,ma la storia l’ha fanno i popoli,e sta ai(e a noi parte del popolo/i) popoli,a noi popoli,ora più che mai,decidere i nostri futuri,le nostre sorti,le nostre aspirazioni,i nostri obbiettivi. Sta a noi popoli scegliere se volere o meno la libertà,e se il potere/i la nega/no sta a noi dissentire e riacquistarla,non con il denaro(strumento del potere),ma con l’autodeterminazione,la solidarietà,il rispetto reciproco, il coraggio, in poche parole, con la libertà, la libertà di voler essere liberi.

 

 


Libia: cronaca di un’aggressione

«La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza»
George Orwell,
La teoria e la pratica del collettivismo oligarchico, in 1984 (parte II, capitolo 9)

Sono ormai trascorsi più di due mesi da quando è scoppiata la cosiddetta “rivolta delle popolazioni libiche”. Poco prima, il 14 gennaio, a seguito di ampi sollevamenti popolari nella vicina Tunisia, veniva deposto il presidente Zine El-Abidine Ben Ali, al potere dal 1987.
È stata poi la volta dell’Egitto di Hosni Mubarak, spodestato anch’egli l’11 febbraio dopo esser stato, ininterrottamente per oltre trent’anni, il dominus incontrastato del suo paese.
La rivolta passa quindi dalla Giordania allo Yemen, dall’Algeria alla Siria. E inaspettatamente si propaga a macchia d’olio anche in Oman e Barhein, dove i rispettivi regimi reagiscono molto violentemente contro il dissenso popolare senza che questo, tuttavia, si tramuti in una ferma condanna dei governi occidentali nei loro confronti. Solo il re del Marocco sembra voler prevenire il peggio e il 10 marzo propone la riforma della costituzione.
Due mesi in cui, una volta poste in standby le vicende di Tunisia ed Egitto, tutti i grandi media internazionali hanno concentrato il loro focus sull’ “evidente e sistematica violazione dei diritti umani” (Risoluzione 1970 adottata dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu il 26 febbraio 2011) e sui “crimini contro l’umanità” (Risoluzione 1973 adottata dal Consiglio di Sicurezza il 17 marzo 2011) perpetrati da Gheddafi contro il “suo stesso popolo”.
Una risoluzione, quest’ultima, priva di ogni fondamento giuridico e che viola in maniera patente la Carta dell’Onu. Si tratta insomma di un vero e proprio pateracchio giurisprudenziale in cui una violazione ne richiama un’altra: la “delega” agli Stati membri delle funzioni del Consiglio di Sicurezza è a sua volta collegata alla “no-fly zone”, che è anch’essa illegittima al di là di come viene applicata, perché l’Onu può intervenire ai sensi dell’articolo 2 e dello stesso Capitolo vii della Carta di San Francisco solo in conflitti tra Stati, e non in quelli interni agli Stati membri, che appartengono al loro “dominio riservato”.
Se nel caso tunisino ed egiziano le cancellerie occidentali si erano dimostrate molto prudenti circa i possibili sviluppi politici, economici e militari di questi paesi, con il riacutizzarsi dell’antagonismo storico tra la Cirenaica da un lato, dove si concentrano le maggiori ricchezze petrolifere della Libia, e la Tripolitania e il Fezzan dall’altro, potenze come Francia, Stati Uniti e Regno Unito si trovano subito concordi nel sostenere i rivoltosi in buona parte composti da islamisti radicali (particolarmente numerosi sarebbero i “fratelli musulmani” provenienti dall’Egitto, gli jihadisti algerini e gli afghani) capeggiati da due alti dignitari del passato governo libico come l’ex ministro della Giustizia Mustafa Mohamed Abud Al Jalil e dall’ex ministro dell’Interno, il generale Abdul Fatah Younis, oltre che da nostalgici di re Idris i, deposto militarmente da Gheddafi e dagli ufficiali nasseriani l’1 settembre 1969.
Già prima che l’insurrezione infiammasse la Cirenaica, tuttavia, manipoli di truppe scelte occidentali, con alla testa gli inglesi dei sas, operavano segretamente in loco, con lo scopo di addestrare e organizzare militarmente le fila dei ribelli. Contemporaneamente, in maniera non ufficiale, alcuni paesi occidentali, Francia e Gran Bretagna in primis, rifornivano gli insorti di armi e automezzi che avrebbero dovuto consentire loro di marciare vittoriosamente fino a Tripoli.
Così, subito dopo i primi momenti in cui filtrano notizie piuttosto confuse e contraddittorie circa gli sviluppi della situazione sul campo, la Francia, alle ore 17,45 di sabato 19 marzo, due giorni dopo la promulgazione della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu 1973, rompe gli indugi e anticipa le mosse della “Coalizione dei volenterosi”, in accordo con Usa e Gran Bretagna, cui si aggiungono presto Spagna, Qatar, Emirati, Giordania, Belgio, Norvegia, Danimarca e Canada.
Per “proteggere la popolazione civile” di Bengasi e Tripoli dalle “stragi del pazzo sanguinario Gheddafi”, il presidente francese Nicolas Sarkozy impone una no-fly zone ma senza alcuna intenzione – per carità, questo no, perché la risoluzione dell’Onu “non lo consentirebbe” – di detronizzare il “dittatore”, ponendosi così di fatto come il capofila con l’operazione “Alba dell’Odissea”, che ha portato finora a compimento più di ottocento missioni d’attacco.
La scelta degli alleati non può dunque che essere per i “ribelli”, così fotogenici nelle riprese mentre sparacchiano in aria con i loro mitragliatori pesanti montati su pick-up a beneficio delle telecamere. Tuttavia la loro entità si è mostrata subito risibile, limitata e di poco peso nel Paese, un’armata Brancaleone che continuerà a infrangersi contro lo scoglio rappresentato dall’esercito fedele a Gheddafi, senza oltretutto godere dell’appoggio di larga parte della popolazione. E portare a termine una “rivolta popolare”, senza essere sostenuti dall’appoggio del popolo, risulta impresa assai ostica oltre che originale.
Anche l’istituzione su loro richiesta di un fantomatico governo ombra denominato pomposamente Consiglio nazionale di transizione (cnt) e prontamente riconosciuto come legittimo dal ministro degli Esteri italiano Franco Frattini, ha fatto sì che alcuni stati occidentali inviassero ufficialmente elementi di spicco dei propri eserciti con il compito di “addestrare gli insorti”. Inoltre è stato reso ufficiale anche il rifornimento di armi e mezzi contro pagamento in petrolio, che prima avveniva segretamente.
Insomma, un’operazione dal sapore epico e romantico soltanto nel nome, ma nella sostanza un attacco militare in piena regola alla sovranità della Gran Jamahiriya Araba Libica Socialista.

I motivi della guerra raccontati dai grandi mezzi di comunicazione

Ma che cosa ha potuto realmente giustificare la pretesa di una simile ingerenza armata contro il governo di Tripoli travestita da “intervento umanitario”?
Come sempre accade in simili casi, il tutto ha preso l’abbrivio da una potente campagna mediatica in cui, senza alcuna evidenza di prove ma solo in virtù di una ripetizione a nastro dello stesso messaggio, si è stabilito fin dal principio che “Gheddafi aveva fatto bombardare gli insorti a Tripoli” uccidendo “più di 10.000 persone”. Una “notizia” di cui inizialmente si sono fatti latori i due più importanti media del mondo arabo: Al Jazeera e Al Arabiya.

Dopo l’iniziale lancio informativo, il numero di “10.000 persone fatte bombardare da Gheddafi” è immediatamente rimbalzato su tutti i media internazionali fino a diventare un “fatto” indiscutibile quasi per postulato, anche se non vi era nessuna immagine o prova tangibile che potesse suffragare una simile carneficina.

Ma ciò che conta per plasmare l’opinione pubblica è la prima impressione che essa ne riceve, e che imprime il messaggio nel cervello in maniera indelebile. È successo per le narrazioni degli eventi storici più importanti, ultimo dei quali è senz’ombra di dubbio il capolavoro spettacolare passato alla storia come gli “attentati terroristici di Al-Qāida dell’11 settembre 2001”.
Fin da quei primi momenti, il mantra recitato infinite volte nelle redazioni del Big Brother è stato unicamente questo, diventando da subito la Versione Ufficiale. Non vi era più dunque nessuno spazio residuo per il dubbio, almeno sui grandi circuiti dell’informazione.
Un altro elemento che ha giocato un ruolo decisivo, anche in termini di avallo dei conflitti bellici degli anni passati, è stata poi la pressoché totale adesione della “sinistra” in quasi tutte le sue declinazioni alla Versione Mediatica Ufficiale. Una specie di riflesso pavloviano che ha portato, senza alcun tipo di vaglio o discernimento critico e, cosa ancora più grave, senza neppure porsi la questione di chi fossero realmente “gli insorti di Bengasi”, a fornire una sorta di tacito avallo alle operazioni dei manovratori. Il che, di fatto, ha agevolato la strada a quei poteri internazionali che lavoravano da tempo per un intervento militare contro la Libia.

Partenza per la Libia

Per tutte queste ragioni, una volta offertami la possibilità di recarmi a Tripoli per verificare insieme a un gruppo di autentici “volenterosi” denominati The Non-Governmental Fact Finding Commission on the Current Events in Libya come stavano realmente le cose, ho deciso immediatamente di prender parte alla spedizione.

Giunti a Djerba, il viaggio in territorio libico ci ha presentato subito la dura realtà di uno scenario militare costellato da centinaia di posti di blocco che coprivano l’intero tracciato dal confine tunisino fino a Tripoli. Ma una volta giunti alle porte della capitale il contesto che si profilava angoscioso in quelle prime lunghe ore di viaggio muta di colpo in uno scenario di piena normalità e senza alcun segno tipico di uno stato di guerra incipiente. Già questo primo impatto contraddiceva in nuce i racconti dei giornalisti embedded che avevano descritto con sussiego gli scenari caotici, foschi e sanguinolenti delle “stragi” volute dal raìs.
La prima sensazione che ho avuto la mattina seguente mentre attraversavamo le strade di Tripoli diretti verso il Sud-Est del paese, è stata quella di un appoggio popolare forte, passionale e incondizionato nei confronti di Gheddafi. Del resto, come fa giustamente rilevare l’analista politico Mustafà Fetouri, “una delle conseguenze inattese dell’intervento militare in Libia è quella di aver rafforzato la credibilità del regime conferendogli ancora più forza e legittimità nelle zone sotto il suo controllo”.

Arrivati nella città di Bani Waled, a circa 125 km a sud di Tripoli, la nostra delegazione viene accolta calorosamente dai responsabili della locale Facoltà di ingegneria elettronica.

Qui la sensazione avvertita qualche ora prima attraversando la capitale diventa realtà palpabile, e le dimostrazioni d’appoggio incondizionato a favore del leader libico non danno adito ad alcun possibile fraintendimento. Veniamo poi condotti in un ampio complesso abitativo circondato da mura, dove siamo accolti dai capi Tribù dei Warfalla, la più grande tribù della Tripolitania, tutti quanti fasciati nei loro tradizionali abiti. Aiutati da interpreti ma anche da un anziano capo clan che parla un buon italiano, ci viene ribadita la stretta alleanza della tribù con Gheddafi e la loro completa determinazione a lottare, nel caso malaugurato fossero invasi militarmente, “fino alla fine”. “Se decidessero di invadere la Libia, sapremo noi come rispondere”, ci dice uno dei capo tribù brandendo in alto con le sue nodose mani un fiammante kalashnikov. Non c’è nessuna tracotanza nelle sue parole, ma solo la fermissima determinazione a non permettere che il loro paese venga gettato nel caos così com’è avvenuto per il Kosovo, l’Afghanistan e l’Iraq, che dall’occupazione militare anglo-americana sono diventati forse i luoghi più pericolosi della terra.

Dovunque ci si muova, sia a Tripoli che nelle sue immediate periferie, la domanda che ci viene continuamente rivolta dalle persone con cui veniamo in contatto è la seguente: “Perché Francia, Inghilterra e Stati Uniti ci bombardano? Che cosa gli abbiamo fatto? Perché l’Italia, dopo aver stipulato col nostro paese un trattato di amicizia e di non aggressione, ci ha fatto questo?”. Domande sacrosante, a cui le aggressioni militari anglo-americane degli anni scorsi forniscono una risposta fin troppo scontata.

Nei giorni successivi continuiamo le nostre esplorazioni visitando scuole di vario ordine e grado a Tripoli e dintorni, dove ritroviamo le stesse manifestazioni di appoggio e partecipazione. Ciò che stupisce in questi ragazzi, che la stampa occidentale vorrebbe dipingere come scarsamente «emancipati» rispetto ai nostri selvaggi con telefonino, è la piena consapevolezza di ciò che sta avvenendo ai danni del loro paese e il pericolo che incombe sulle sorti della Libia nel caso venisse invasa militarmente.
Muovendoci per la capitale non riscontriamo nessun segno di bombardamenti contro la popolazione libica da parte di Gheddafi, che è poi il motivo scatenante per cui sono state promulgate le due Risoluzioni Onu che hanno di fatto aperto la strada all’aggressione militare.

Gli unici riscontri tangibili della guerra li troviamo invece in alcune località non distanti dai sobborghi di Tripoli, a Tajoura, Suk Jamal e Fajlum, dove a seguito di ripetuti bombardamenti Nato hanno trovato la morte oltre quaranta civili, come confermano anche i documenti ufficiali mostratici dalle autorità mediche all’ospedale civile di Tajoura.

La conferma ufficiale della situazione che si è venuta determinando sul terreno ce la fornisce in un incontro all’Hotel Rixos anche Mussa Ibrahim, portavoce del governo libico, che ci illustra la posizione del governo a questo proposito. Dopo aver tracciato un quadro sugli sviluppi bellici e diplomatici negli ultimi due mesi, Ibrahim si domanda perché gli organismi internazionali preposti non abbiamo consentito, prima di dare inizio ai bombardamenti, l’invio in Libia di una missione d’inchiesta per verificare i fatti, come richiesto da Gheddafi a più riprese.
L’Occidente, o quel ristretto novero di paesi che si è arrogato abusivamente il diritto di parlare a nome del mondo intero, ha anche rifiutato l’offerta di Chavez di fare da mediatore per la Libia, nonostante essa fosse sostenuta da molti paesi latino-americani e dalla stessa Unione Africana.

Possiamo verificare di persona la sera a Bāb al ‘Azīzīyah, la residenza-bunker di Gheddafi, quanto siano fuorvianti le informazioni che circolano sui grandi media occidentali a proposito della popolarità di Gheddafi tra la gente di Tripoli e più in generale della Libia. Lo spettacolo che si apre davanti ai nostri occhi entrando nel parco dove si trova la vecchia abitazione di Gheddafi bombardata dagli americani il 15 aprile 1986, contraddice al primo colpo d’occhio le versioni propagandistiche circolanti in Occidente. Qui ogni sera, da quando sono iniziati i “bombardamenti umanitari” contro la Jamahiriya Araba Libica, va in scena un grande happening animato da migliaia di persone.

Il senso vero di questo assembramento, di cui i mezzi di comunicazione occidentale si guardano bene dal dare conto, “è la vicinanza e l’affetto dei libici nei confronti di brother Gheddafi”, come mi spiega un giovane e colto ingegnere elettronico che ci guida lungo tutta la nostra visita. Per questo si ritrovano lì tutte le sere, per fargli sentire con la loro viva presenza tutto il calore e far scudo con i loro stessi corpi a nuove possibili incursioni.

L’ultimo appuntamento con membri del governo è con il vice ministro degli Esteri, Khaled Kaim, che con grande dovizia di particolari ripercorre istante per istante gli sviluppi della crisi, dalla presenza riscontrata fin dall’inizio dalle autorità libiche di vari elementi dei “fratelli musulmani” e altri jihadisti stranieri tra i “rivoltosi di Bengasi”, alla strana sincronia con cui, il 26 febbraio, il personale di diverse ambasciate presenti a Tripoli è partito senz’alcuna spiegazione plausibile, fino alle ragioni geopolitiche che hanno fatto sì che la Libia diventasse un obbiettivo appetibile per le mire occidentali già da molti anni.

Non ci resta, prima di congedarci, che incontrare l’ultima personalità di rilievo in programma sulla nostra agenda, monsignor Giovanni Martinelli, il vescovo di Tripoli, uno degli ultimi tra gli italiani rimasti in città dopo l’esplosione della crisi che, insieme alla combattiva rappresentante di import-export italo-libica Tiziana Gamannossi, ci conferma nel corso del colloquio quanto già avevamo accertato durante la nostra missione d’indagine: ossia che “!il governo libico non ha bombardato la sua popolazione, ma che gli unici morti a causa dei bombardamenti sono stati provocati dalla Nato a Tajoura; che l’unica possibile soluzione del contenzioso è il dialogo, non le bombe”; che i ‘ribelli di Bengasi’ si sono macchiati di gravi crimini gettando il paese nel caos”.

Martinelli aggiunge anche che l’attacco militare alleato nei confronti della Libia è ingiusto e sbagliato sia da un punto di vista tattico che da quello strategico, perché “le bombe rafforzeranno Gheddafi e gli permetteranno di vincere”. Il suo è un giudizio ponderato e sofferto, espresso da un uomo che non nutre nessun favore aprioristico nei confronti del colonnello, ma del quale riconosce con equilibrio meriti e demeriti nella sua conduzione del paese.

Se in effetti vogliamo guardare la sostanza e non la propaganda bellica che alligna stabilmente sui media ai danni della Libia, quando Gheddafi prese il potere il livello di analfabetismo in Libia era del 94 per cento, mentre oggi oltre il 76 per cento dei libici sono alfabetizzati e sono parecchi i giovani che frequentano università straniere. La popolazione del paese, al contrario dei vicini egiziani e tunisini, non manca di alimenti e servizi sociali indispensabili.

A questo punto il quadro che abbiamo davanti ai nostri occhi ha assunto dei contorni piuttosto delineati; sarebbe interessante proseguire verso la parte orientale del paese, dove si stanno consumando gli scontri più aspri, ma per ragioni di sicurezza ci viene vivamente sconsigliato di intraprendere un simile viaggio. Anche così, tuttavia, vi sono gli elementi necessari per capire che le Risoluzioni 1970 e 1973 promulgate dal Consiglio di Sicurezza sono destituite di ogni fondamento. E dunque che le ragioni di questo intervento armato vanno ricercate altrove.

L’incarico di riferire minuziosamente tutto ciò che è stato raccolto nel corso della missione viene affidato a David Roberts, portavoce del British Civilians For Peace in Libya, durante la conferenza stampa aperta a tutti i media internazionali presenti a Tripoli che si tiene nel lussuoso Hotel Rixos. Dopo l’esposizione dei risultati cui la commissione è pervenuta, si procede a evidenziare tutte le omissioni e le manipolazioni vere e proprie compiute dai media fin dall’inizio della guerra.

La cosa non è affatto gradita ad alcuni giornalisti e mezzobusti delle grandi testate inglesi e americane presenti in sala, i quali reagiscono in maniera indispettita e rabbiosa negando di aver compiuto un “lavoro sporco” e assicurando anzi di aver scrupolosamente fornito tutte le informazioni in loro possesso.
Una patente menzogna, visto e considerato che con i pochi mezzi a nostra disposizione avevamo quasi totalmente decostruito il castello montato per aria, è proprio il caso di dire, nei mesi precedenti.

Le vere ragioni della guerra alla Libia

Ecco che così, a poco a poco, dopo aver verificato in prima persona come stavano realmente le cose sul posto, e grazie alla rete e ai molteplici siti o blog interessati a fare vera informazione e non propaganda, si facevano sempre più strada quelli che, verosimilmente, sembravano i reali motivi di un intervento occidentale contro la Libia pianificato da tempo. Ossia, in primo luogo, impossessarsi degli enormi giacimenti di petrolio libici, senza contare le enormi riserve di gas naturale.

Ma non è tutto. Dal momento in cui Washington ha cancellato la Libia dalla lista di proscrizione degli “Stati canaglia”, Gheddafi ha cercato di ricavarsi uno spazio diplomatico internazionale con ripetuti incontri in patria e nelle maggiori capitali europee. Cosa è cambiato da allora per giustificare l’accanimento di Gran Bretagna e Francia contro il regime di Tripoli quando prima andavano d’amore e d’accordo?

La risposta è stata data dal quotidiano statunitense “The Washington Times”. Questo stesso giornale ha rivelato lo scorso marzo che sono i 200 miliardi di dollari dei fondi sovrani libici a fare andare in fibrillazione gli occidentali. Perché tale è il denaro che circola nelle banche centrali, in particolare in quelle britanniche, statunitensi e francesi. “Queste sono le vere ragioni dell’intervento della Nato in Libia”, afferma Nouredine Leghliel, analista borsistico algerino trasferitosi in Svezia, che è stato uno dei primi esperti a sollevare la questione. Questi 200 miliardi di dollari, di cui gli occidentali non parlano che a mezza voce, sono al momento “congelati” nelle banche centrali europee. Il motivo? Che questa vera e propria montagna di denaro sia associata alla famiglia Gheddafi, “cosa che è totalmente falsa”, come sottolinea Leghliel.

“Più continua il caos, più la guerra dura e più gli occidentali traggono profitto da questa situazione che torna a loro vantaggio”, chiarisce ancora Leighliel. Il caos nella regione farebbe comodo a tutto l’Occidente. I britannici, soffocati dalla crisi della finanza, troverebbero così le risorse necessarie. Gli statunitensi, per mire squisitamente militari, si installerebbero in modo definitivo nella fascia del Sahel e la Francia potrà ricoprire il ruolo di subappaltatore in questa regione da lei considerata come una sua appendice.

L’assalto ai fondi sovrani libici, com’è facilmente prevedibile, avrà un impatto particolarmente forte in Africa. Qui la Libyan Arab African Investment Company ha effettuato investimenti in oltre 25 paesi, programmando di accrescerli nei prossimi cinque anni soprattutto nei settori minerario, manifatturiero, turistico e in quello delle telecomunicazioni.

Ancora più importanti sono stati gli investimenti libici nella realizzazione dei tre organismi finanziari varati dall’Unione africana: la Banca africana d’investimento, con sede a Tripoli; il Fondo monetario africano (fma), con sede a Yaoundé, la capitale del Camerun; la Banca centrale africana ad Abuja, la capitale nigeriana.

La creazione del nuovo organismo è (o era) ritenuta una tappa cruciale verso l’autonomia monetaria del continente. Infatti, secondo le Nazioni Unite per l’Africa, il peso sulla bilancia commerciale mondiale africana si è contratto notevolmente negli ultimi venticinque anni, passando dal 6 al 2 per cento; effetto dovuto, sempre secondo le Nazioni Unite, alla presenza di una cinquantina di monete nazionali non convertibili tra di loro. Ciò rappresenterebbe un freno agli scambi commerciali tra gli stati africani, perciò il principale compito del fma è promuovere gli scambi commerciali creando il mercato comune africano.

Quanto appena esposto potrebbe essere la vera ragione, o una delle maggiori motivazioni, che hanno causato l’intervento armato, occulto prima, dichiarato ed esplicito dopo, delle vecchie potenze coloniali del Continente Nero: Francia, Regno Unito e Stati Uniti. Comunque sia, il congelamento dei fondi libici e la conseguente guerra assestano un colpo durissimo all’intero progetto.

Ma se l’Occidente vuole veramente cacciare Gheddafi per appropriarsi della Libia e delle sue risorse, dovrà rassegnarsi presto a cambiare strategia. In altre parole dovrà far scendere i propri eroici soldati dagli aerei e dalle navi, dove bombardano comodamente seduti con in mano il joystick della playstation e mandarli in terra di Libia, a combattere, ammazzare e venire a loro volta ammazzati.

A quel punto sarà tuttavia necessario gettare la maschera, evitare di nascondersi dietro il pretesto di “interventi umanitari”, manifestare apertamente le proprie ambizioni e accettare la fila di bare che tornano a casa ogni settimana. Ma ne saranno capaci, dopo che il mondo assiste sbigottito all’impantanamento a cui sono costrette le più grandi potenze militari della storia dopo un conflitto che dura da più di dieci in Afghanistan e Iraq?

di: Paolo Sensini

Rinascita.eu

Bufale belliche

La guerra di Libia è un caso da manuale. Chiunque fosse interessato ad approfondire il rapporto tra comunicazione e conflitti del XXI secolo, dovrebbe studiarlo. L’ultimo numero speciale di Limes, dedicato alla vicenda libica parla di collasso dell’informazione, di domino della narrativa, di una vera e propria campagna di disinformazione costruita ad arte per legittimare la guerra umanitaria. Karim Mezran – saggista e direttore del Centro studi americani – è autore di uno degli articoli presenti nel numero, non a caso intitolato “Glossarietto delle bufale belliche”. Un viaggio nelle imprecisioni linguistiche del giornalismo, ma anche nelle manipolazioni di Al Jazeera, che ha costruito un universo immaginario decisivo nel creare il clima d’opinione favorevole alla guerra

“Al Jazeera” si è posta come portavoce della primavera araba. Eppure il proprietario del network è il Qatar, che non è propriamente una democrazia. Che ruolo ha avuto questa emittente nel caso libico?

Lo stato più assolutista del Medioriente detiene la proprietà della televisione del canale satellitare più “liberalista” che ci sia. Al Jazeera addirittura provoca con la propria campagna stampa autentiche rivolte e destabilizzazioni in tutta la regione. Sulla Tunisia ho avuto pochi ritorni, c’è stata una rivolta spontanea proveniente dall’interno ma subito sequestrata dalle elites di Tunisi e dalla media borghesia che male vedevano la corruzione del gruppetto di potere di Ben Ali. Bisogna ancora vedere gli effetti di ciò che è successo. Sull’Egitto, invece,ha spinto di più. Ha mandato i suoi inviati in giro. Anche lì si è visto qualche tentativo di sobillare le folle dicendo che migliaia di sostenitori di Mubarak a cavallo e cammelli attaccava i manifestanti in piazza. In realtà erano poche dozzine, a detta dei testimoni. Ma al di là di queste incongruenze era difficile rilevare chissà quali campagne mediatiche. Fin lì i giornalisti di Al Jazeera hanno fatto il loro lavoro, magari hanno amplificato un po’ l’eco della manifestazione e della repressione, ma restando nei limiti. Questa, almeno, era la mia impressione. Poi, però, è scoppiata la vicenda libica e lì mi si è aperta una voragine. La Libia è l’unico caso in cui ho la possibilità di controllare direttamente le informazioni. Qui posso dirlo con certezza. Fin dagli inizi sulla Libia è partita una campagna informativa ad altissimi livelli.

Ricordiamo ancora i diecimila morti e le fossi comuni annunciate con enfasi dai media. Si è rivelata una menzogna. Però ha predisposto l’opinione pubblica all’intervento militare, no?

Le fosse comuni è la menzogna più clamorosa. Tutti i nostri giornalisti hanno preso una bufala. Quelle erano le fosse del cimitero di Tajoura, si vedeva il cemento delle coperture. Una menzogna allucinante. Ho provato a chiamare anche il direttore di Repubblica per invocare un minimo di controllo sulle notizie. Nessuno controlla niente, si acchiappa tutto. I giornali prendono a bocca aperta qualunque cosa Al Jazeera dica. E ci siamo dimenticati i mercenari che ammazzavano la gente a Bengasi, stando sempre a quel che stampa e televisioni riportavano nei primi giorni? Si è scoperto che erano gli operai di un cantiere edile, aizzati dal proprietario contro i dimostranti che volevano dare fuoco. Una delle foto di questi presunti mercenari congolesi ritraeva in realtà un operaio nero con un casco giallo. Si disse pure di bombardamenti su Tripoli ordinati da Gheddafi. Nessuno ha sentito nulla. Tripoli non è Manhattan, se degli aerei bombardano, la gente se ne accorge. I giornalisti andarono negli ospedali per vedere le vittime. Non trovandone, dissero che il regime aveva fatto portare via i cadaveri. E, ancora, le pile di cadaveri al mercato di Tajoura… Mia zia abita lì di fronte, aveva fatto la spesa come sempre, non ha visto nulla, né nessuno ha detto qualcosa. Si è detto che ai bordi di una superstrada c’erano cadaveri ammucchiati… mio cugino la fa tutti i giorni per andare a lavorare, non ha visto nulla. Tutte queste false notizie sono state date la prima settimana. Poi ho smesso di stargli dietro. E’ scoppiata la guerra e da quel momento è diventato difficile controllare. Tra l’altro, se ci fossero stati diecimila morti in Libia, i feriti sarebbero stati almeno trentamila, facendo un semplice calcolo statistico. In un paese come quello avrebbe significato ospedali straripanti. La popolazione ammonta a sei milioni di abitanti, perlopiù sparsi in un territorio vastissimo. Per fare diecimila morti ce ne vuole… Ho avuto modo di parlare con Alberto Negri che è stato tre settimane a Bengasi. Mi ha detto che gli unici morti che ha visto sono ventitré soldati di Gheddafi fatti secchi da un missile Tomahawk. Purtroppo i corrispondenti che vanno sul posto si limitano a riportare voci che acquistano consistenza mano a mano che vengono passate dagli uni agli altri.

Si sono impantanati in una guerra che non ha vie d’uscita. E ora?

Non hanno capito niente di quello che succede. Gli americani, che pure non riescono a resistere alle guerre umanitarie, quando sono arrivati sul posto – ci hanno mandato la Cia – si sono resi conto che la situazione non era come gliela aveva raccontata Sarkozy e si sono defilati.

La patata ora è nelle mani di francesi e inglesi, con il governo italiano che s’è accodato…
Non è una patata, semmai un tortino. E’ quello che cercavano, volevano papparsi il paese. Non è – come cerca di convincerci Bernard-Henri Lévy – una campagna umanitaria. Se non riescono a uscirne è solo perché hanno toppato. Ma c’è stata una manovra con un ruolo di Sarkozy. La rivolta spontanea di Bengasi ha costretto ad anticipare i tempi di un colpo di stato che era in preparazione. I libici lo sapevano, c’erano stati incontri tra uomini del regime e servizi segreti francesi. Ora, siamo tutti addestrati a non credere nelle teorie complottistiche, ma qui qualcosa di strano è accaduto. La caserma di Aderna, dalla quale sono state prese le armi, non è stata attaccata da dimostranti in erba.

C’è anche una questione di diritto internazionale. Questa è un’ingerenza bella e buona nella sovranità di uno Stato, o no?

Io sono l’ultimo che difenderebbe Gheddafi, figuriamoci. Ma – tanto per fare un esempio – se per ipotesi la comunità cubana della Florida decidesse di fare una secessione e di marciare alla volta della città di Tallahassee, sparando sui poliziotti, l’esercito americano cosa farebbe? Gheddafi ha mandato l’esercito a reprimere un’insorgenza armata come avrebbe fatto un qualsiasi altro Stato. Che sia un delinquente d’accordo, ma qui c’è stata un’improvvisa delegittimazione di un regime fino a ieri in ottime relazioni diplomatiche con tutti i paesi occidentali. Ed è accaduto tutto nel giro di quarantott’ore di bombardamento di notizie infondate.

Ma, insomma, c’è stata una sintonia o, quanto meno una reciprocità, tra le mire politiche di Francia & Co e la campagna mediatica di “Al Jazeera”?

Può essere una coincidenza, ma è anomala. Strano, ma non vogliamo sospettare di tutto. Una grancassa mediatica pazzesca e guarda caso, Sarkozy si erge a custode dei diritti umani contro il criminale Gheddafi.

Qual è lo scenario futuro più probabile, ora? In Libia c’è una guerra civile, un paese spaccato, o no?

Sì, ma i media non la rappresentano come una guerra civile, continuano a parlare di una rivolta popolare contro un regime repressivo che ha dalla sua parte soltanto schiere di miliziani tribali. La narrazione è questa: Gheddafi con i suoi mercenari contro il popolo insorto. Il ruolo dei media è stato decisivo. Ripeto, un regime legittimato da tutti a livello internazionale, che viene abbattuto in pochi giorni da parte della stampa.

I media hanno avuto un ruolo non solo nel legittimare la politica dei paesi occidentali. Un’influenza l’hanno anche sulle società civile dei paesi arabi e in qualche caso sono anche diventati attori interni alle proteste. Come mai hanno conquistato questo ruolo? C’è un vuoto di egemonia, hanno sostituito i partiti, mancano i movimenti, cosa succede?

Tutte queste cose messe assieme. Non c’è nulla, poi arriva una tv che si dichiara libera – sulla base di non si sa quale criterio – e si innesta nel vuoto delle società mediorientali e producono la loro
“narrazione”. Da questo punto di vista, Al Jazeera e Al Arabiya hanno compiuto una vera e propria rivoluzione mediatica. Positiva per certi aspetti, ma negativa per altri, nella misura in cui la loro azione diventa un’ingerenza nella sovranità degli Stati. Limitiamoci a ricordare quello che dovrebbe essere il dogma del giornalismo, e cioè la cautela e il controllo delle fonti. L’uso di Twitter e la presenza dei blogger ha reso il controllo dell’informazione molto più difficile. Ormai basta che su un blog si riporti una voce di presunti massacri per mettere in moto una campagna mediatica.

Viene da chiedersi: sono i mezzi di comunicazione che non funzionano come si deve, magari condizionati dalla velocità e dalla catena di montaggio delle notizie, oppure in questo caso c’è stata una campagna mediatica diretta dall’alto?

Sempre nei primi giorni della vicenda libica mi è capitato di vedere una trasmissione su Repubblica tv. A un certo punto mandano un’intervista a un contatto del luogo. Era uno sconosciuto imprenditore di Bengasi che ha detto una serie di fandonie. Asseriva di aver visto corpi fatti a pezzi e gettati dalle finestre, centinaia di giovani bengasini che avanzavano a petto nudo contro i carri armati. Come si fa a costruire notizie in questo modo? Secondo me, per venire alla domanda, sì, c’è stata una campagna orchestrata. La disinformazione è stata troppo massiccia. Sulla base di tutte queste informazioni sbagliate Sarkozy, improvvisamente celere, salta su e decide che Gheddafi è un criminale di guerra, e non per i quarant’anni di potere precedenti, ma per le fesserie dette e scritte nel giro di una settimana. E’ questo che fa imbufalire. Ma come, l’avete trattato come un fratello, l’avete ricevuto con tutti gli onori agli Champs-Élysées malgrado quarant’anni di massacri e mistificazioni, e poi, sulla base di quattro fesserie di Al Jazeera l’avete condannato per reati di guerra, bloccando di fatto ogni iniziativa diplomatica di pace?

Tonino Bucci 06/05/2011

Sotto l’ intervista a Amedeo Ricucci, giornalista RAI.

Iraq,si stava meglio quando si stava peggio

Dal 9 all’ 11 marzo all’Universita di Gent si è tenuto  un prestigioso seminario internazionale sull’istruzione in Iraq  in tempo di guerra e occupazione. Organizzato dal Tribunale di Bruxelles e dal  Centro di Ricerca per il Medio Oriente e Nord Africa presso l’Università di Gent (MENARG), questa iniziativa ha riunito fino a 200 esperti iracheni e internazionali in materia di istruzione e cultura e attivisti provenienti da tutto il mondo.

Il Prof. Sami Zemni dell’Università di Gent ha delineato nel corso della sessione di apertura un quadro molto fosco della formazione in Iraq. Un recente rapporto Unesco afferma che cinque dei 30 milioni di iracheni oggi sono analfabeti – anche se il paese nel 1982  ha ricevuto un premio per la lotta contro l’analfabetismo dalla stessa UNESCO! Il 40% dei bambini iracheni lasciano la scuola in giovane età a causa della guerra: devono lavorare per aumentare il reddito familiare, o sono sfollati con le loro famiglie, o per loro non è sicuro andare a scuola. Più di 400 docenti universitari sono stati assassinati in una campagna sistematica.

Funzionari degli Stati Uniti come Paul Wolfowitz (Vice Segretario alla Difesa) hanno spudoratamente  chiamato questo una politica di “stato finale”, la distruzione di ogni stato che loro scelgono come obiettivo:. Questa politica ha portato anche ad un deplorevole stato  dei  servizi pubblici: fogne, acqua,elettricità. L’assistenza sanitaria è una catastrofe. Il Prof. Saad Jawad Naji (Università di Baghdad) ha dato al pubblico alcune cifre sconcertanti. In un rapporto recentemente pubblicato dal ministero della Sanità iracheno si dice che dopo l’invasione e l’occupazione dell’Iraq nel 2003, tra gli 8000 e i 9000 medici hanno lasciato il paese mentre più di 2000 medici sono stati uccisi.

Uno scandalo dimenticato

Hans von Sponeck è stato nominato nell’ottobre 1998 come Coordinatore Umanitario delle Nazioni Unite in Iraq,che in quel momento soffriva pesantemente sotto le sanzioni imposte dall’occidente. In segno di protesta, si dimise nel febbraio 2000, e da allora è stato molto attivo come autore, oratore, professore e attivista contro l’occupazione dell’Iraq. Von Sponeck ha definito la situazione in Iraq uno ” scandalo internazionale dimenticato “, e ha sottolineato che “tutti gli elementi di diritto internazionale, come si è sviluppato in oltre 150 anni, sono stati violati.” Otto anni di guerra e di distruzione hanno trasformato l’Iraq nella ” cintura di spazzatura più grande del mondo”, con masse di ordigni distrutti, inesplosi e campi minati.E il paese sembra aver gettato anche l’educazione del suo popolo nella pattumiera.Von Sponeck ha citato un rapporto di Oxfam: “il 92% dei bambini iracheni soffre di difficoltà di apprendimento.”

L’ex capo delle Nazioni Unite ha accusato gli Stati Uniti e la Gran Bretagna per questa situazione disastrosa, ma ha sottolineato che tutti noi abbiamo la responsabilità di non dimenticare l’Iraq. Anche Saad Naji Sawad ha sottolineato di andare oltre la critica, e di proporre anche soluzioni e di agire.

E questo è esattamente ciò che il Tribunale di Bruxessels sta facendo da molti anni,in questo caso difendendo l’istruzione irachena con una Carta di Gent, in difesa del mondo accademico iracheno, immediatamente sottoscritta dai Rettori di cinque università belghe e una serie di personalità nazionali e internazionali.

Una rivolta araba, anche nell’Iraq occupato

Come Il Cairo (Egitto) anche  Baghdad ha le sue Tahrir Square. Venerdì 4 marzo, tra le 10.000 e le 12.000 persone hanno protestato in piazza contro la corruzione e la repressione del governo di Al Maliki. Yahya Al-Kubaisa è un giovane professore iracheno ad Amman (Giordania) che segue gli avvenimenti nel suo paese da vicino. Mi dice che la rivolta popolare in Iraq è unica, “il cambiamento qualitativo  più importante in Iraq dal 2003″ .E come un vero  professore, sistematicamente ne identifica le ragioni:

“1. E ‘la prima volta che le giovani generazioni irachene scendono  nelle strade.

Il movimento è nazionale. Tutto il paese esprime le stesse richieste, volte contro il governo nazionale.Che vanno contro l’immagine settaria e gli sforzi nel tentativo di dividere l’Iraq secondo linee settarie.

Le proteste si svolgono in tutto l’Iraq, in 16 dei 18 Governatorati (province, ndr).

4. In realtà è la prima volta dal ’60 che si può parlare di pacifiche manifestazioni civili e spontanee. ”

Chiedo sulle richieste dei manifestanti, e sembrano essere straordinariamente parallele a quelle in Tunisia o in Egitto. Yahya Al Kubaisi: “Classificherei le esigenze in quattro categorie . Ci sono slogan per migliori servizi pubblici (acqua, elettricità salute, l’assistenza,). I dimostranti stanno anche portando slogan contro la diffusa corruzione. La gente vuole più posti di lavoro. E vogliono più libertà e si oppongono alle violazioni dei diritti umani. Queste esigenze non sono necessariamente presenti ovunque nello stesso momento o luogo. E per cautela vengono proposte non per la caduta del regime, ma per la “riforma” del regime “.

LINK:How the US-NATO Alliance has “Killed” Education in Iraq

TRADUZIONE:Cori In Tempesta

Chi si nasconde dietro la Rivoluzione Egiziana?

AlJazeera, la CNN, la BBC e molti altri hanno inondato i nostri schermi televisivi mostrandoci i giovani egiziani che lottano  nelle strade per la democrazia. Citazioni, video, fotografie e racconti sono arrivati alle persone di tutto il mondo. Milioni di egiziani, ha poi sostenuto AlJazeera, sono scesi in piazza per il “Giorno della Partenza”. Jon Leyne della BBC ha detto che sembrava come se “tutto l’Egitto” fosse sceso a Piazza Tahrir.

I manifestanti sono stati rappresentati nel modo piu superficiale e ambiguo possibile. Ci hanno detto che la Fratellanza Musulmana ha svolto soltanto un piccolo ruolo nelle proteste e che la stragrande maggioranza di quelli che erano in strada erano laici, giovani, e ardenti di “cambiamento”. Poi è arrivato il Nobel per la pace Laurette Mohamed ElBaradei, un uomo di ritorno al suo paese dopo “esser stato su” negli Stati Uniti come direttore generale dell’AIEA.

Ma, come in un copione di Hollywood, dopo un breve e limitato intervallo di tempo e di incredulità, i titoli iniziano a scendere e possiamo quindi vedere chi è il responsabile del divertente racconto che abbiamo appena visto.

E ‘stato ben stabilito chi sia Mohamed ElBaradei .Seduto come fiduciario nel think-tank di politica estera degli Stati Uniti,l’ International Crisis Group , ha mentito e tradito la sua nazione  fingendo disprezzo per la politica estera americana, mentre frequentava  apertamente gli uomini che l’hanno prodotta.Gli americani credono che sia appena “volato indietro” per l’Egitto.Più vicino alla verità è il fatto che Mohamed El Baradei era stato in Egitto dal febbraio 2010 per una campagna per le elezioni egiziane del novembre 2010.

Naturalmente ha perso le elezioni, ma non prima di assemblare diversi gruppi sotto il suo “Fronte Nazionale per il Cambiamento“.Questo comprendeva il Movimento del 6 Aprile , i Fratelli musulmani, i membri del partito del Fronte democratico e un gruppo di personalità popolari egiziane. Stranamente, questa gente sta ancora occupando Piazza Tahrir.

Il Movimento del 6 aprile cominciò nel 2008 , ed esiste come gruppo su Facebook, ed era stato “blogging”, “Twitterato” e messo in rete per conto del fantoccio USA ElBaradei prima che  atterasse al Cairo all’inizio del 2010. Cosi mentre i giovani”tecnologici” sembrano aver ingannato il resto del mondo,non lo fecero con la polizia di Mubarak che arrestò due membri del Movimento del 6 Aprile pochi giorni prima del loro ricevimento con ElBaradei. Ora essi affiancano ElBaradei in Piazza Tahrir in un rinnovato sforzo di alimentare il caos, la destabilizzazione e la pressione dopo il ripudio di Mubarak alle loro richieste.

Questa rivoluzione è stata portata da … (tratto da Movement.org )

Se il lungo appoggio del Movimento del 6 aprile ad ElBaradei non è abbastanza sospetto, forse il suo appoggio a Movement.org, che collabora con il Dipartimento di Stato Usa,lo è. Essi hanno partecipato a un evento del 2008 a Washington, poco dopo la loro creazione con molti altri gruppi che ora li sostengono.. I tentacoli della élite globocratica che patrocina Movement.org includono Google (CFR), Pepsi (CFR), Omnicom Group (CFR) e MTV. Degna di nota è Edelman, una società di pubbliche relazioni che ha svolto attività di lobbying per i servizi della tailandese Thaksin Shinwatra , leader di un’altra rivoluzione colorata sostenuta da stranieri.

Con il Movimento del 6 aprile che rappresenta il cervello e la voce della coalizione di ElBaradei, le articolazioni che trascinano sopra la terra sarebbero i sindacati indipendenti. La National Endowment for Democracy ha alimentato “i Centro di Solidarietà “, non facendo mistero del suo ruolo nella costruzione in Egitto di sindacati indipendenti. Esclama con orgoglio sul proprio sito web la creazione di una nuova federazione di sindacati indipendenti.

“Nello spirito del movimento pro-democrazia, il 30 gennaio 2011, i rappresentanti dei sindacati indipendenti egiziani, i pensionati  e importanti aree industriali, insieme con i lavoratori del tessile e dell’ abbigliamento, metalli, farmaceutico, chimico, del ferro e dell’acciaio, automobilistico e altre industrie e dei dipendenti del governo che hanno lottato per decenni per il diritto di costituire sindacati liberi dal controllo del governo, annunciano la creazione di una nuova federazione di sindacati indipendenti egiziani.

La nuova federazione ha fatto sapere di supportare e partecipare ad uno sciopero nazionale, richiesto dagli attivisti dell’opposizione, a partire dal 1° febbraio 2011, il cui scopo è di porre fine ai giorni d’oppressione in Egitto”.

Ci si deve seriamente chiedere che cosa il consiglio di amministrazione della National Endowment for Democracy ha da guadagnare appogiando tutto ciò.E a questa domanda un menbro della NED,consigliere del CSIS, ex ambasciatore americano in Iraq e in Afghanistan, Zalmay Khalilzad, risponde nel suo articolo trovato nella rivista Foreign Policy . In questo pezzo egli scrive un incredibile ultimatum delle riforme che gli Stati Uniti dovrebbero chiedere all’Egitto, riforme che metterebbero il loro uomo ElBaradei nel palazzo,riforme possibili solo con la speculazione permessa dai gravi disordini causati per le strade.

E mentre AlJazeera è sapientemente ambigua con le loro relazioni, altre agenzie di informazione fanno oggettivamente copertura su chi siano alcuni di questi manifestanti.

Si scopre cosi che il cuore della  nobile protesta  non è altro che il Dipartimento di Stato,guidato da un uomo che è un membro della US International Crisis Group, che include gli uomini che hanno contribuito a creare e coltivare il regime di Murbarak.

L’élite globocratica quindi interamente dipendende  dall’inevitabilità delle emozioni del mondo, avendo la meglio su di loro, evocando reazioni istintive e di simpatia immediata per questi manifestanti.Quasi troppo ridicolo a credere, e sicuramente abbastanza per fare malati. E adesso che sappiamo chi sono i manifestanti, dovrebbe essere evidente il motivo per cui dobbiamo curarci.

Di Tony Cartalucci

10 Febbraio 2011

LINK: Who are Egypt’s Protesters?

TRADUZIONE:Cori In Tempesta

Dieci sconvolgenti video delle proteste in Egitto

La scorsa settimana i media mainstream non hanno fatto un buon lavoro nel comunicare quanto intenso sia divenuto il massacro e la violenza in Egitto.
Camion e automobili passano su gruppi di manifestanti ad alta velocità, decine di manifestanti vengono uccisi e la violenza sembra diventare sempre piu folle ogni giorno che passa.(..) Questi sono 10 dei video più sconvolgenti delle proteste in Egitto(..).

#1 In questo primo video, un camion dei pompieri passa sopra un manifestante e non si ferma neanche ….

# 2 In questo video seguente, un veicolo passa su un intero gruppo di manifestanti e continua a ad andare ….

# 3 Nel video seguente, un veicolo passa sopra decine di manifestanti ad alta velocità  e il caos che irrompe in seguito è assolutamente incredibile ….

#4 Questo video successivo contiene spezzoni di un manifestante colpito a morte  mezzo alla strada ….

# 5 Il video seguente proveniente da RT mostra il caos incredibile che è scoppiato quando un gruppo di teppisti pro-Mubarak  su cavalli e cammelli hanno attaccato un grande raduno di manifestanti anti-governativi ….

# 6 Se non volete vedere i filmati di Anderson Cooper che riceve pugni e viene picchiato dai manifestanti, allora non guardate  il video successivo …

# 7 Se non ti piacciono i cadaveri, allora non guardare  questo video ….

# 8 Il breve video che segue di RT contiene una raccolta molto inquietante delle proteste degli ultimi giorni ….

# 9 In questo video potrai quasi sentire la rabbia dei manifestanti che lanciano pietre contro la polizia ….

# 10 Infine, avete visto il video del misterioso “cavaliere fantasma” che è stato catturato nei filmati dei mainstream riguardo le proteste egiziane?  Che cosa  è questa cosa? Andate al minuto 1:18 del video postato qui sotto e guardate da soli ….

TRATTO DA: 10 Shocking Videos Of The Protests In Egypt That Are Almost Too Graphic To Watch

DI:Cori In Tempesta

Brzezinski e L’elite globale hanno davvero paura?

Interessante articolo che descrive i timori di uno dei più importanti strateghi della strategia globale statunitense; un appunto che ci sentiamo di fare è riguardo alla loro valutazione di internet: questa in realtà è controllata, per ora, quasi esclusivamente dagli Stati Uniti stessi, che quindi tramite questa possono pilotare idee e sentimenti in tutto il globo.

Il “risveglio politico globale” molto temuto da Zbigniew Brzezinski è in pieno svolgimento. Le rivolte in Egitto, Yemen, Tunisia e in altri paesi rappresentano un grido veramente monumentale in tutto il mondo per la libertà che rischia di danneggiare enormemente l’agenda per un governo mondiale, ma solo se i rivoluzionari potranno evitare di essere cooptati da una paranoica e disperata elite globale.

Nel corso di un discorso al Council on Foreign Relations  a Montreal l’anno scorso, Zbigniew Brzezinski, il co-fondatore con David Rockefeller della Commissione Trilaterale e regolare partecipante del Bilderberg, ha avvertito di un “risveglio politico globale”, principalmente composto dai giovani nei paesi in via di sviluppo, che minacciava di rovesciare l’ordine internazionale esistente.
La lettura completa delle parole di Brzezinski, alla luce delle rivolte globali che ora vediamo diffondersi a macchia d’olio in tutto il pianeta, offre una panoramica sorprendente di quanto sia di fondamentale importanza l’esito di questa fase della storia moderna al futuro corso geopolitico del mondo, e di conseguenza la sopravvivenza e la crescita della libertà umana in generale:

Per la prima volta nella storia, quasi tutta l’umanità è politicamente attiva, politicamente consapevole e politicamente interattiva … Il risultato globale di questo attivismo politico sta generando un impulso nella ricerca di dignità personale, rispetto culturale e opportunità economiche in un mondo dolorosamente segnato dai ricordi di secolare dominazione straniera coloniale o imperiale … L’anelito a livello mondiale per la dignità umana è la sfida centrale inerente il fenomeno del risveglio politico globale … questo  risveglio è socialmente massiccio e politicamente radicalizzante… L’accesso quasi universale alla radio, televisione e sempre di più ad Internet sta creando una comunità di percezioni condivise e d’invidia che può essere galvanizzata e canalizzata da demagogiche passioni politiche o religiose. Queste energie oltrepassano i confini sovrani e rappresentano una sfida sia per gli Stati esistenti, nonché per la gerarchia esistente a livello mondiale, su cui l’America ancora si appollaia…

I giovani del Terzo Mondo sono particolarmente inquieti, risentiti. La rivoluzione demografica che essi rappresentano è quindi una bomba a orologeria politica..La loro potenziale  punta della lancia  rivoluzionaria potrebbe emergere tra le decine di milioni di studenti concentrati negli spesso intellettualmente discutibile istituti di istruzione”terziari” dei paesi in via di sviluppo. A seconda della definizione del livello di istruzione terziaria, vi sono attualmente in tutto il mondo tra gli 80 e 130 milioni di studenti. In genere provenienti dal socialmente insicuro ceto medio e infiammati da un senso di indignazione sociale, questi milioni di studenti sono rivoluzionari-in-attesa, già semi-mobilitati nelle grandi congregazioni, collegati da Internet e pre-posizionati per una ripetizione  su scala più grande di ciò che è accaduto anni prima a Città del Messico o in piazza Tiananmen. La loro energia fisica e la frustrazione emotiva è solo in attesa di essere innescata da una causa, o una fede, o da un odio …

[Le] maggiori potenze mondiali, vecchie e nuove, affrontano una nuova realtà: mentre la letalità della loro forza militare è più grande che mai, la loro capacità di imporre il controllo sulle masse politicamente risvegliate del mondo è a un minimo storico .Per dirla senza mezzi termini: in tempi precedenti, era più facile controllare un milione di persone che  uccidere fisicamente un milione, oggi, è infinitamente più facile uccidere un milione di persone che controllarne un milione.

Zbigniew Brzezinski

E ‘importante sottolineare che Brzezinski non stava elogiando l’inizio di questo “risveglio politico globale”, lo stava screditando.. Come uno dei principali architetti della “gerarchia esistente a livello mondiale”, a cui fa riferimento, Brzezinski stesso è sotto minaccia diretta, così come la continua capacità dell’élite globale in generale per il controllo degli affari del mondo.

Brzezinski si rammarica del fatto che Internet ha reso quasi impossibile per le élite globali  controllare l’ambiente politico, controllare i pensieri e il comportamento di un milione di persone,  ed è proprio per questo che l’Egitto si è mosso ieri per spegnere il World Wide Web in un disperato tentativo di evitare che gli attivisti si organizzino contro lo Stato.

Come è di routine ogni volta che sommosse e rivoluzioni improvvisamente appaiono dal nulla, la storia ci ammonisce a non prendere quello che si vede al valore nominale, e ricordare le numerose e artificiose “rivoluzioni colorate” che sono servite a ben poco di diverso da quello di consentire al FMI / Banca mondiale di rovesciare un potere canaglia e afferrare il paese attraverso i regimi fantocci installati successivamente.

Tuttavia, l’effetto domino della rivoluzione globale accelerato nelle ultime settimane sembra essere nato da un genuino, dalla base, anelito organico per la vera libertà, e la fine dei regimi dittatoriali che gli Stati Uniti e l’elite bancaria hanno sostenuto.

La rivolta globale che si va diffondendo in tutto il Medio Oriente e Nord Africa, avendo già toccato l’Europa con i disordini e scioperi in Italia, Francia, Grecia e Regno Unito lo scorso anno, si caratterizza come una reazione contro la dittatura, la brutalità della polizia e la repressione politica. Questi fattori sono stati ribollenti correnti sotterranee di risentimento per anni, ma solo grazie ad una maggiore educazione e un più facile accesso alle informazioni e la capacità di organizzarsi attraverso Internet si ha una nuova generazione di attivisti che ha detto finalmente basta.. La spirale dei prezzi alimentari, l’inflazione del combustibile, i salari più bassi e l’alta disoccupazione hanno svolto un ruolo centrale.

Come Andrew Gavin Marshall scrive nel suo ottimo articolo, Are We Witnessing the Start of a Global Revolution? “Non dobbiamo mettere da parte queste proteste e rivolte come istigate da parte dell’Occidente, ma piuttosto che esse emergano organicamente, e l’Occidente sta successivamente tentando di cooptare e controllare questi movimenti emergenti “.

Nel caso di Egitto, Yemen e Tunisia, tutti e tre i regimi hanno goduto del supporto multi-decade del complesso militare-industriale degli Stati Uniti. Tutti e tre erano stati  completamente sudditi compatibili per il nuovo ordine mondiale. Non c’era esigenza “delle rivoluzioni colorate” inventate o messe in scena spinte dall’elite globale in questi paesi. Infatti, il dado era tratto, quando la amministrazione Obama ha espresso il suo sostegno per i 30 anni di dittatura di Hosni Mubarak , sotto forma di un colloquio con PBS ieri, quando il vice-presidente Joe Biden ha lasciato intendere che le richieste dei manifestanti erano illegittime.

“L’azione riflessa delle potenze imperiali è armare e sostenere ulteriormente i regimi oppressivi, come pure la possibilità di organizzare una destabilizzazione attraverso operazioni di infiltrazione o di guerra aperta (come si sta facendo nello Yemen)”, scrive Marshall. “L’alternativa è quella di avviare una strategia di” democratizzazione “, in cui le agenzie di aiuti occidentali ONG e organizzazioni della società civile, stabiliscano contatti e relazioni forti con la società civile nazionale in queste regioni e nazioni. L’obiettivo di questa strategia è quello di organizzare, finanziare e dare aiuto diretto alla società civile nazionale per la produzione di un sistema democratico, fatto a immagine Occidentale e, quindi, mantenere la continuità nella gerarchia internazionale. In sostanza, il progetto di “democratizzazione” implica la creazione di strutture esteriori visibili di uno stato democratico (elezioni multipartitiche, attività della società civile, “indipendenza” dei media, ecc) e tuttavia mantenere la continuità nella sottomissione alle corporazioni della Banca Mondiale, il FMI, le multinazionali e le potenze occidentali “.

Ricorda – ogni paese che mantiene la propria sovranità, che agisce principalmente nel suo interesse e nel tentativo di costruire se stesso come uno Stato forte, prospero e culturalmente forte è un nemico per i globalisti. La gerarchia internazionale esige il rispetto, la dipendenza, la debolezza e una diluizione del patrimonio e della cultura in modo che ogni nazione sia avvolta nella sfera di controllo del governo mondiale.

Non commettere errori a questo proposito, stiamo assistendo a una rivoluzione globale, l’età della collera è caduta su di noi come un domino che raggiunge ogni angolo del pianeta. Se l’esito sarà quello di rovesciare l’attuale gerarchia globale, come Zbigniew Brzezinski teme, resta da vedere, ma  sicuramente dipenderà da chi controlla i nuovi governi che andranno a sostituire i governanti spodestati – la gente che ha iniziato il processo di cambiamento, o la Banca mondiale, il FMI, le ONG e il resto delle élite globali che sono disperate per salvare il loro programma di governo mondiale dal deragliamento.

Paul Joseph Watson
Prison Planet.com
Venerdì 28 Gen 2011

LINK: Brzezinski’s Feared “Global Awakening” Has Arrived

TRADUZIONE:Cori In Tempesta