Senza via d’uscita

di: Paolo Cardenàwww.vincitorievinti.com -
italiaNei giorni scorsi si è letto a proposito di  uno studio, svolto da parte dell’esecutivo, finalizzato all’abbattimento del debito pubblico di circa 400 miliardi di euro. Un intervento shock tale da ridurre l’indebitamento a circa 1600 miliardi di euro, ossia poco più del 100% (110% ?) del PIL. Dei 400 miliardi di debito da tagliare,  100 deriverebbero dalla vendita di beni pubblici per 15-20 miliardi l’anno (in sostanza il programma Grilli); 40-50 miliardi dalla costituzione e cessione di società per le concessioni demaniali; 25-35 miliardi dalla tassazione ordinaria delle attività finanziarie detenute in Svizzera (5-7 miliardi l’anno); i restanti 215-235 miliardi dall’operazione shock, appunto.
Verrebbe individuata una porzione di beni patrimoniali e diritti dello Stato, a livello centrale e periferico, disponibili e non strategici, e venduta a una società di diritto privato di nuova costituzione partecipata principalmente da banche, assicurazioni, fondazioni bancarie ed altri soggetti . La società emetterebbe obbligazioni a 15-20 anni garantite dai beni. Essendo emessi da un soggetto privato, tali titoli non entrerebbero nel computo del debito pubblico. Lo Stato incasserebbe il corrispettivo portandolo direttamente a riduzione del debito pubblico, con conseguente risparmio di interessi. Negli anni di vita del prestito obbligazionario la società procederebbe alla valorizzazione della redditività dei beni. Alla scadenza dei singoli lotti del prestito obbligazionario, ovvero anche Continue reading

11 segni che l’Italia sta finendo in una depressione economica

PISA TORRE

di: Michael Snyder

Quando si ha troppo debito, iniziano ad accadere cose davvero brutte. Purtroppo questo è esattamente ciò che sta accadendo in Italia in questo momento. Le dure misure di austerità stanno facendo rallentare l’economia italiana ancora più di prmia. Eppure, anche con tutte le misure di austerità, il governo italiano continua solo ad accumulare più debito. Questo è esattamente lo stesso percorso che ha intrapreso la Grecia.

L’austerità provoca un calo nelle entrate pubbliche, cosa che impedisce il raggiungimento degli obiettivi di riduzione del deficit, cosa che provoca ancora più misure di austerità. Ma se l’Italia crolla economicamente, sarà un affare molto più grande di quello che è stato in Grecia. L’Italia è la nona economia su tutto il pianeta. In realtà l’Italia era ottava, ma ora la Russia l’ha sorpassata. Continue reading

Il “film geopolitico” della crisi

di: Fabio Falchi

wstreA differenza di molti commentatori, interessati in particolar modo ad evidenziare gli squilibri del sistema finanziario internazionale per comprendere l’attuale crisi del capitalismo occidentale, noi abbiamo sempre cercato di comprendere tali squilibri alla luce del conflitto geopolitico. Per questo motivo, siamo convinti che anche un libro, indubbiamente utile e prezioso, come Il film della crisi, di Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini, (1) non colga appieno il significato di quella mutazione del capitalismo che Luciano Gallino definisce come “finanzcapitalismo”. (2) Ovverosia quell’enorme espansione del capitalismo finanziario, favorita dalla deregolamentazione dei movimenti internazionali dei capitali che si iniziò negli anni Ottanta con la Thatcher e Reagan e che portò, nel 1999, all’abolizione della legge bancaria del 1933, nota come Glass-Steagall Act, da parte dell’amministrazione Clinton. Continue reading

L’Europa concede, Letta “ringrazia”

letta

Articolo inviato al blog

di: Luciano Lago

Il governo “Alfetta “, composto dal duo Letta/Alfano, che ha sancito le “larghe intese” tra le principali forze politiche, ha salutato come un “successo” la chiusura della procedura d’infrazione per eccessivo deficit di bilancio sancita dalla Commissione Europea in questo fine Maggio 2013. Arrivata la notizia da Bruxelles, il presidente Letta ha subito dichiarato trionfante:

“ Siamo orgogliosi di questo risultato, questo è merito di tutti gli italiani e dell’azione dei precedenti governi, in particolare del governo Monti al quale va il mio personale ringraziamento. Ora rispetteremo gli obblighi europei ed il programma votato dalle Camere». Continue reading

Eurozona, quelli che “la benzina aumenterà settanta volte sette…”

euro

di: Alberto Bagnai

Tira una brutta aria nelle roccaforti del Pude (Partito Unico Dell’Euro), aria di imminente smobilitazione. Le crepe nel muro di gomma sono sempre più evidenti, il dibattito è aperto perfino nel paese che, per i più ingenui, avrebbe meno interesse ad aprirlo (la Germania), l’opposizione all’Eurss si fa, da scientifica, politica, e in paesi più democratici del nostro fa incetta di voti. Questa, peraltro, è un’altra fonte di preoccupazione, visto che lo spazio politico della verità tecnica (l’euro è insostenibile) è stato improvvidamente lasciato alle destre più becere da chi ha ucciso il dibattito a sinistra (in Italia il Pd). Continue reading

La fine dell’UE

eu

di: Gianni Petrosillo

Solo i moralisti vivono di pregiudizi e solo gli sciocchi, che solitamente coincidono con i primi, non cambiano idea, poiché basandosi su dogmi incontrastabili non hanno pensieri da approfondire ma riti da consumare. Il precetto non si discute anche quando è dannoso e chiaramente disastroso. Lo è, ad esempio, quello dell’Europa unita (su mere basi monetarie) a tutti i costi, così come pedissequamente accettato dalla nostra classe digerente stolida e rigorista col portafogli altrui. Eppure i nostri guai cominciano lì dove inizia l’euro e, probabilmente, non finiranno finché questa fisima valutaria non sarà derubricata da aspirazione inclusiva  qual era ad illusione storica qual è. Continue reading

Crisi, non c’è speranza a meno che..

debito

di: Marcello Foa

Parto dai dati citati da uno dei nuovi blogger del Giornale, l’imprenditore Davide Erba, che in questo post, evidenzia come il risparmio privato degli italiani superi gli 8mila miliardi di euro, una cifra che è pari a 4 volte il debito pubblico italiano.

Riprendo un altro post interessante di Maurizio Mazziero, che dimostra come “l’aggiustamento dei conti pubblici in un quadro di finanze sane” vantato dal governo sia illusorio. I dati di bilancio rivelano che nei primi 3 mesi del 2013 l’Italia il debito pubblico è aumentato di altri 46 miliardi, e se si considera che in tutto il 2012 l’incremento è stato di 81 miliardi, il dato è catastrofico. tanto piû che, sempre nei primi tre mesi, lo Stato ha registrato incassi per 91 miliardi e pagamenti per 105 ovvero non ha tagliato la spesa pubblica che continua a crescere. Continue reading

L’Europa come una “mamma affettuosa”, secondo Letta

poverty

Articolo inviato al blog

di: Luciano Lago

Una doccia fredda per l’Italia. Arrivano dall’ISTAT i dati economici su primo trimestre dell’anno in corso e sono disastrosi, peggiori delle previsioni: “nel primo trimestre del 2013, il Pil italiano – corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato – è infatti diminuito dello 0,5% rispetto al trimestre precedente e del 2,3% a confronto con il primo trimestre del 2012. Secondo l’Istat, che stamani ha diffuso gli ultimi dati aggiornati, la variazione acquisita per il 2013 – ovvero il risultato nel caso ci sia una variazione nulla fino alla fine dell’anno – è pari a -1,5%, mentre nel Documento di economia e finanza 2013 il Governo ha stimato una diminuzione dell’1,3 per cento. Continue reading

Luttwak 1996: “L’Italia? meglio senza Euro”

LUTTWAK
Ecco un Edward Luttwak profetico. Nel 1996 prevedeva il disastro: l’Europa di Maastricht, l’Euro, la follia dell’austerity di Mario Monti. 17 anni dopo, è attuale.
14 ottobre 1996 – Corriere Economia – PROFEZIE . LUTTWAK CRITICA GLI ESTREMISTI MONETARI: “PROVOCHERANNO UN MASSACRO “

di: Riccardo Orizio.

«Finirà come nel 1940. Allora l’Italia non aveva alcuna convenienza ad entrare in guerra, ma l’istinto del gregge fece sì che Mussolini, che pure l’aveva intuito, facesse questo errore. Si diceva: tutte le potenze mondiali entrano nel conflitto, perché noi dobbiamo starne fuori? Siamo forse di serie B? E così l’Italia commise un grande errore. Maastricht è paragonabile a quel momento storico: sarà un massacro e l’Italia, per paura di finire come la Grecia e perdere la faccia, andrà al massacro economico programmato dagli estremisti ai quali avete affidato l’unificazione monetaria. D’altra parte, nella loro storia gli europei si sono sempre fatti travolgere da tragiche passioni concettuali». Continue reading

Politiche di austerità in Europa intensificano le divisioni nazionali

austerity

di: Stefan Steinberg

Questo articolo è stato precedentemente pubblicato in inglese il 6 maggio 2013

Durante le ultime settimane, negli ambienti politici e nei media, ha imperversato il dibattito sul valore dell’attuazione delle misure di austerità in Europa.La causa delle polemiche è il rapido peggioramento della crisi economica e l’emergere di un’opposizione di massa alle politiche di austerità.

Le elezioni italiane del mese di febbraio sono state la più recente e più chiara espressione della crescente ostilità all’austerità. Il regime tecnocrate, non eletto, di Mario Monti, che aveva effettuato una serie di drastici tagli alla spesa pubblica per volere dell’Unione Europea e delle banche, ha subìto una sconfitta devastante. La destra populista del comico Beppo Grillo è stata la beneficiaria iniziale del diffuso sentimento anti-governativo, che ha esposto l’avversione di milioni, non solo verso il governo Monti, ma verso tutti i partiti tradizionali. Continue reading

E intanto l’Italia versa altri 2,8 miliardi al Fondo Salva Stati (e banche)

euro
di: Paolo Cardenà
In questi giorni gli italiani  sembrano particolarmente interessati al matrimonio di Valeria Marini, piuttosto che allo scudetto della Juventus, o alla morte di Andreotti.
Le cose serie, come al solito,  vengono poste in secondo piano grazie alla complicità della stampa sussidiata che non ne parla affatto, o che, nella migliore delle ipotesi, riserva minimi spazi alle notizie che invece meriterebbero maggior risalto e una profonda riflessione da parte di tutti: mondo politico in primis. Continue reading

L’euro, le risposte che non ti daranno

euro

Articolo inviato al blog

di: Luciano Lago

I cittadini europei devono oggi iniziare a chiedersi cosa è veramente l’euro? Soltanto una moneta comune o piuttosto un sistema? Siamo compartecipi di questa unione monetaria o ne dobbiamo soltanto subire le conseguenze?

La risposta che i sostenitori del partito unico dell’euro non ti daranno mai:

Il sistema dell’euro e dell’Unione Monetaria , dietro la facciata, è in realtà un nuovo ordine sociale totalitaristico, programmato già molti anni addietro, completato poi nel corso degli anni 90 mediante l’istituzione di più importanti trattati europei (Maastricht nel 92 e Lisbona nel 2009) .

Questo nuovo ordine prevede che non vi siano più Stati sovrani, prevede che debba scomparire il concetto di Stato sovrano e di Nazione sovrana, che il potere debba essere interamente trasferito ad una elite, una classe di tecnocrati finanziari che prende ogni potere di controllo sulle questioni fondamentali come l’emissione monetaria, la regolamentazione delle banche, il bilancio di ogni stato e quindi le spese destinate alla previdenza, alle spese sociali, all’istruzione, la regolamentazione dei settori chiave come quelli del credito, della concorrenza, delle imprese, delle assicurazioni, del commercio, dell’agricoltura, della pesca, ecc..

Un sistema che diventa totalitario nel momento in cui una oligarchia non eletta da nessuno si arroga il diritto di decidere su tutte le materie fondamentali per la vita dei cittadini senza doverli consultare in alcun modo.

I parlamenti nazionali sono esautorati (con l’eccezione del Bundestag tedesco) e svuotati dei loro poteri legislativi, limitandosi alla ratifica delle norme europee che rivestono un carattere di “preminenza” sulle normative nazionali.

Questa caratteristica totalitaria ed opprimente del sistema europeo è stata rilevata anche da intellettuali di un certo spessore come Enzensberger in Germania
http://www.effedieffe.com/index.php?option=com_content&view=article&id=232690:enzensberger-lintellettuale-piu-lucido-deuropa-contro-leuropa&catid=35:worldwide&Itemid=152

Anche in Francia molte voci discordi con il totalitarismo europeo come ad es. Jean Paul Fitoussi, intellettuale di molto seguito, si è espresso molto criticamente nei confronti del sistema europeo descrivendolo come assolutista che non risponde ai cittadini e che riveste tutti i caratteri della dittatura.

In Italia viene rotto il silenzio uniforme dei media (tutti asserviti al partito dell’euro) da economisti non allineati come Loretta Napoleoni, Alberto Bagnai, Claudio Moffa o dalla stessa scienziata ed antropologa Ida Magli che ha recentemente pubblicato un libro denuncia molto chiaro dal titolo “La Dittatura Europea”.
http://www.disinformazione.it/dittatura_europea.htm

Risulta facile intuire l’enorme consistenza di interessi che sussiste dietro ogni decisione dell’oligarchia di Brussels : in pratica è la gestione diretta del grande capitale finanziario attraverso dei fiduciari (presenti nella Commissione) per orientare a proprio favore ogni regolamentazione ed ogni normativa favorendo il sistema dei “mercati aperti”, sistema fondamentale per la libera circolazione dei capitali e quindi per i movimenti incontrollati della grande finanza speculativa e per il business delle grandi corporations internazionali.

Funzionali a questo sistema sono organismi interni come la Commissione Europea, la Corte di Giustizia e la BCE oltre a quelli esterni come il Fondo Monetario Internazionale, il WTO, la Banca Mondiale ed altre entità finanziarie collegate alle grandi banche come le agenzie di rating che operano le loro classificazioni ai fini del credito, dell’affidabilità dei singoli stati ed istituzioni pubbliche dei singoli paesi.

Un meccanismo diabolico che permette a queste entità finanziarie di esercitare la loro supervisione su ogni governo e ricattare i singoli stati mediante il controllo dell’emissione monetaria ,lo “spread” e le classificazioni del credito.

Il ricatto è tanto più pressante nei confronti dei paesi considerati economie deboli come i paesi mediterranei e l’Irlanda sui quali ha un gioco facile la speculazione finanziaria e l’imposizione di tassi di interesse da usura sul finanziamento del debito e sulla stessa emissione monetaria.

Allo stesso tempo ma in forme diverse vengono oggi attaccati e ricattati quei paesi che non hanno aderito al sistema ed hanno tentato di sottrarsi a questo controllo come l’Islanda e L’Ungheria, rifiutando le direttive economiche della oligarchia finanziaria e cercando un loro percorso di politica economica a salvaguardia della propria sovranità nazionale.

Questo è in sintesi il sistema dell’euro ed i cittadini di molti paesi dell’Europa, stritolati dalla crisi provocata dalla grande finanza e dalle sue manovre speculative, iniziano ad accorgersi sulla loro pelle dei grandi “vantaggi” che sono stati ottenuti da questo sistema a suo tempo esaltato e magnificato come “grande conquista” dei popoli europei che in realtà sta gettando sul lastrico in ogni paese migliaia di persone e famiglie per assenza di lavoro e prospettive ed ha prodotto il più pauroso arretramento nei diritti e nelle condizioni di vita per le popolazioni negli ultimi 70 anni di storia dell’Europa.

Basteranno a smuovere questa situazione i movimenti di protesta che stanno sorgendo massicciamente nei vari paesi come Alba dorata in Grecia, il movimento 5 Stelle di Grillo in Italia ed altri in Spagna e Portogallo?

Questo è l’interrogativo di fondo per le prospettive del futuro ma bisogna considerare che molte tematiche dei movimenti di protesta hanno come epicentro e come obiettivo primario la classe politica “la casta” che è stata al governo negli ultimi 15 anni ed alla quale si imputa buona parte della responsabilità del disastro. Questo potrebbe risultare fuorviante poiché la dimensione del disastro in termini sia economici che di perdita di sovranità è tale che non può essere stata causata soltanto dalle classi politiche al potere, per quanto corrotte ed incapaci. Risulta importante non perdere di vista che esiste una oligarchia sopranazionale che ha imposto le scelte ed a questa si sono adeguati i politici nazionali in una funzione di “camerieri” del potere.

Quando la minestra è acida non puoi prendertela soltanto con il cameriere ma devi individuare il cuoco che l’ha cucinata.

Grecia, la distruzione di una nazione

grecia

di: Giacomo Gabellini

La Grecia è nel caos, ma le origini del disastro risalgono al 2009, quando vennero a galla i dati autentici riguardo allo stato reale in cui versava l’economia nazionale. La Grecia aveva ereditato dalla dittatura dei colonnelli guidata da Georgios Papadopoulos un regime fiscale che faceva acqua da tutte le parti, favorendo in maniera massiccia l’evasione. Per occultare questa ed altre inadeguatezze, i dirigenti greci – assistiti delle banche d’investimento Goldman Sachs e JP Morgan Chase – avevano falsificato i conti per aderire all’Eurozona. Nel 2002 Goldman Sachs aveva acquistato oltre 2 miliardi di euro di titoli di debito pubblico greco convertendoli immediatamente in yen e dollari, per poi rivenderli alla Grecia adottando i parametri fissati da un falso tasso di cambio applicato dall’istituto bancario.

Tale “curiosa” transazione era il frutto di un’intesa sottobanco tra il governo di Atene e gli operatori della Goldman Sachs; un originale escamotage che ha permesso agli amministratori ellenici di iscrivere una falsa voce di attivo sui libri contabili del Paese che corrispondeva ad una simmetrica ed altrettanto falsa voce di passivo per quanto riguarda il bilancio della banca.

Questo falso guadagno ha consentito allo Stato greco di mantenere il rapporto tra deficit e Prodotto Interno Lordo al di sotto della linea di sbarramento del 3%, che rappresenta uno dei requisiti fondamentali per l’ingresso nell’Eurozona. Come ricompensa per tali servigi, la Goldman Sachs pretese la restituzione della cifra iniziale (più di 2 miliardi di euro) elevata di un esorbitante tasso di interesse. Nel 2009, il partito socialista Pasok vinse le elezioni, e non appena il primo ministro George Papandreou ebbe modo di esaminare i libri contabili del Paese si accorse del trucco, rivelando immediatamente la falsificazione dei conti pubblici operata dai suoi predecessori. Malgrado il Prodotto Interno Lordo del Paese ellenico costituisse appena il 3% di quello della zona-euro e uno sforzo congiunto dei Paesi più forti avrebbe potuto ristabilire piuttosto agevolmente la situazione, i governi di Berlino e Parigi si opposero frontalmente e ostinatamente a qualsiasi proposta finalizzata a fornire aiuti esterni allo Stato ellenico.

Anziché imporre la garanzia del debito greco attraverso la BCE in modo da blindare la solidità economico-finanziaria del Paese, il tandem Merkel-Sarkozy pensò bene di adottare il Private Sector Involvement (PSI), una “procedura di coinvolgimento del settore privato” nell’assorbimento dei debito greco, volto a ricondurre il rapporto debito/Prodotto Interno Lordo della Grecia al di sotto della soglia del 120,5% e, soprattutto, a scongiurare qualsiasi perdita finanziaria a carico della BCE e delle Banche Centrali dei vari Paesi europei. Questo accordo ha sobbarcato sul settore privato un carico di perdite sproporzionatamente alto di perdite rispetto al settore pubblico, penalizzando pesantemente i privati che avevano investito nel debito greco e incoraggiando, in misura complementare, l’attività predatoria degli speculatori. Ciò ha innescato una pericolosa crisi di fiducia nei confronti del sistema-Europa e messo in dubbio la solidità degli Stati. Da quel momento, i titoli di debito emessi dai vari Paesi europei, considerati fino ad allora “risk-free” (o “a rischio 0”), sono divenuti il bersaglio prediletto della speculazione internazionale e delle agenzie di rating, il cui fuoco incrociato si è abbattuto sia sul debito greco sia su quelli di Irlanda, Portogallo, Spagna ed Italia (i cosiddetti PIIGS), facendo lievitare pericolosamente gli spread rispetto ai titoli tedeschi, in modo da far schizzare verso l’alto i tassi di interesse sui titoli di Stato, aggravando enormemente il problema.

spread

I tassi usurai pretesi dai mercati finanziari costrinsero successivamente Atene a chiedere aiuto alla BCE e al FMI, che offrirono due prestiti in poco più di un anno, quantificabili rispettivamente in  110 e in 109 miliardi di euro, ponendo però come condizione l’applicazione di una radicale terapia d’urto. Di fronte a questo aut aut, Papandreou propose un referendum per chiedere al popolo greco il parere sul da farsi.  Intimoriti dalla mossa di Atene, i dirigenti di Bruxelles avviarono una pesante campagna di pressione volta a costringere Papandreou alle dimissioni, che vennero rassegnate nel novembre del 2011. La Commissione Europea esigeva infatti l’instaurazione di un governo tecnico, che accettasse le condizioni poste da BCE e FMI e attuasse le misure “necessarie” a prescindere dal consenso popolare. Il testimone lasciato dal governo Papandreou fu così ereditato dal nuovo esecutivo guidato da Lucas Papademos, che in qualità di ex governatore della Banca Centrale ellenica si era reso corresponsabile della falsificazione dei conti del Paese.

La certosina applicazione, da parte dei tecnocrati, delle direttive impartite dalla cosiddetta “trojka” o “trimurti” (formata da FMI, BCE e Commissione Europea), fece precipitare il Paese nel caos. Il parlamento ellenico cedette al ricatto che gli era stato posto da questa “trojka”, approvando un “memorandum d’intesa” – molto simile a un diktat da occupazione militare – comprensivo di una serie di riforme (taglio dei servizi sociali, decurtazione di stipendi e pensioni, riduzione dei dipendenti pubblici, depotenziamento radicale dei contratti collettivi dei lavoratori) da macelleria sociale per ottenere un finanziamento da 130 miliardi di euro promesso dall’Unione Europea. Non appena il memorandum passò, le tensioni sociali infiammarono piazza Syntagma, provocando le dimissione di sei ministri del governo di Papademos.

Alcuni partiti d’opposizione proposero di non accettare il prestito, poiché le condizioni poste dalla “trojka” erano proibitive e non avrebbero in alcun modo aiutato l’economia greca. Alexis Tsipras, leader di Syriza, richiese invece una moratoria di tre anni per il pagamento del debito, così da utilizzare tutte le risorse a disposizione per comprimere il più possibile il disavanzo primario, in moda da affrontare al meglio la recessione e adottare misure di risanamento dell’economia e del settore pubblico. La Germania dilaniata dalla Seconda Guerra Mondiale, ricevette questo genere di trattamento, ottenendo il diritto di non saldare il proprio debito fino al 1953. Sia Papademos che il suo successore Antonis Samaras rispedirono queste proposte al mittente e adottarono, in ottemperanza agli “indiscutibili” impegni presi, la drastica terapia d’urto pretesa dalla “trojka”, che acuì la fase recessiva e comportò il congelamento delle attività bancarie, determinando il blocco totale del credito alle imprese e il conseguente inceppamento del sistema, cosa che provocò un crollo delle entrate fiscali, aggravando la posizione debitoria del Paese. La caduta delle entrate tributarie, peraltro, fu favorita anche dal corposo processo di trasferimento di capitali ellenici all’estero, stimato in circa 300 miliardi di euro dal funzionario del Tesoro greco Dimitri Kousselas, che BCE, FMI e Commissione Europea non fecero nulla per frenare.

Le politiche di austerità richieste dalla “troijka” hanno prodotto risultati alquanto significativi. Alla fine del 2012, la morsa della disoccupazione attanagliava oltre 4 milioni di greci; i lavoratori operanti nel settore privato sono passati dai 2,6 milioni del 2010 a 1,7 milioni del 2012, e di questi 1,7 milioni solo 600.000 sono stati regolarmente retribuiti per aver lavorato a pieno ritmo (8 ore al giorno per 5 giorni alla settimana); sempre nel 2012, appena 225.000 cittadini hanno potuto ricevere un assegno di disoccupazione.

La relazione annuale redatta dalla Banca di Grecia ha rilevato inoltre che la porzione di popolazione intenta a vivere al di sotto della soglia di povertà è passata dal 16% del 2011 al 23% dell’anno seguente. Al drastico aumento del fenomeno della povertà infantile, è andato peraltro a sommarsi un calo medio dei salari lordi pari al 20,6% nell’arco del biennio 2010-2012.

In tutta questa desolante vicenda, va inoltre sottolineato il fatto che buona parte del denaro destinato al “salvataggio” della Grecia è stato erogato dai Paesi della zona-euro, ciascuno in misura proporzionale alle proprie quote di partecipazione al capitale della BCE. Ciò ha esposto in primo luogo Germania e Francia che, detenendo le quote più consistenti, si sono indebitate in misura proporzionalmente maggiore con le banche per ottenere i soldi necessari a salvare la Grecia dal fallimento, consentendole a sua volta di onorare i propri debiti con le banche. Questa situazione paradossale ed esplosiva ha spinto i detentori dei titoli di Stato emessi da Atene ad accendere polizze assicurative che li tutelassero dalla bancarotta greca, spalancando la strada alla speculazione internazionale. Le sinergia negativa scaturita dalle operazioni effettuate da investitori intimoriti e speculatori senza scrupoli hanno fatto schizzare verso l’alto la domanda internazionale (e il prezzo) di Credit Default Swap, che istituti come Goldman Sachs hanno avuto modo di vendere in grande quantità, incassando ingenti guadagni. Appare pertanto significativo il fatto che una delle prime misure che il nuovo primo ministro Papademos (membro della Commissione Trilaterale ed ex funzionario della BCE e della Federal Reserve di Boston) aveva deciso di adottare fu quella relativa alla nomina di Petros Christodoulos, ex operatore della Goldman Sachs, come responsabile dell’organismo incaricato di gestire il debito ellenico.

Il disastro greco ha, se non altro, aperto prospettive del tutto nuove. Un eventuale fallimento della Grecia potrebbe infatti innescare il temutissimo effetto domino, suscettibile di  provocare l’implosione dell’Unione Europea e il conseguente (probabile) ripristino delle monete locali da parte di tutti i Paesi membri dell’Eurozona. Battendo questa via, la Grecia ripristinerebbe la dracma, che verrebbe svalutata presumibilmente del 50% (o più) circa rispetto all’euro, rendendo competitive le merci locali. Il problema è che la Grecia esporta quanto la provincia di Vicenza, ed importa quasi tutto ciò di cui ha bisogno. Con l’adozione dell’euro, il Paese ellenico ha registrato una serie di deficit esorbitanti, dovuti al fatto che la nuova valuta aveva accresciuto il potere d’acquisto dei beni esteri da parte dei cittadini greci. Ciò ha determinato un netto declino del comparto industriale, orientando l’economia nazionale verso attività rientranti nel settore terziario. Senza un solido sistema manifatturiero e con la dracma deprezzata, la Grecia si ritroverebbe a dover acquistare merci all’estero a prezzi proibitivi.

La situazione del Paese appare pertanto disperata, e le dirigenze politiche (Commissione Europea) ed economiche (BCE) hanno pesantissime responsabilità rispetto al deflagrare della situazione. Nel novembre 2011, ad esempio, la “troijka” ha barattato, dietro pressioni esercitate dall’esecutivo di Atene, un prestito – ad interesse – per permettere ai greci di pagare gli interessi sul loro debito, in cambio del solenne impegno assunto dal governo ellenico di registrare un avanzo sui conti correnti di bilancio. Per realizzare questa promessa, sono stati effettuati tagli addizionali a pensioni e salari (già ridotti a 400-500 euro) e contrazioni della spesa pubblica di vario genere allo scopo di incamerare circa 9 miliardi di euro entro la fine del 2013. Per la Grecia, 9 miliardi di euro corrispondono a 4 punti percentuali di Prodotto Interno Lordo, equivalenti, per l’Italia, a 60 miliardi di tagli ulteriori in un solo anno. Come era più che prevedibile, la terapia d’urto improntata alla più brutale austerità ha prodotto esiti contrari a quelli che la “troijka” si proponeva di ottenere, con il risultato che se nel 2009 il debito greco ammontava al 130% del Prodotto Interno Lordo, nel 2012 ha ampiamente sfondato la soglia del 160% del Prodotto Interno Lordo. Ciò è dovuto al fatto che l’aumento soverchiante delle tasse imposto ai cittadini greci ha generato un calo del gettito fiscale (il gettito dell’IVA ha registrato un -8,7% nel secondo trimestre e un -10% nel terzo trimestre del 2012). L’introito fiscale connesso ai redditi e alle proprietà, dopo diversi mesi di crescita, è andato declinando (da +29% del secondo trimestre 2012 rispetto allo stesso trimestre del 2011, a +10% del terzo trimestre rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente) e diverse stime rivelano che anche questa voce finirà ben presto in passivo. L’austerità ad oltranza ha naturalmente depresso l’economia nazionale, determinando sostanziosi e ripetuti cali della produzione industriale (-7,1% del terzo trimestre 2012 rispetto allo stesso trimestre del 2011, -7,3% nel quarto trimestre del 2012 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente). Si tratta di «Un circolo vizioso – commenta l’economista Jacques Sapir –, dove la spirale infernale austerità-degradazione-austerità può condurre soltanto ad un colpo politico, cioè ad un rovesciamento del governo analogo a quello verificatosi in Russia (portando all’avvento di Putin): un esito che non bisogna temere, ma al contrario sperare»1.

Visti i successi ottenuti da Putin con le sue cure economiche (ben differenti da quelle caldeggiate dal Fondo Monetario Internazionale), è difficile non condividere l’auspicio di Sapir. Proprio le voci relative a questo “colpo politico” sono alla base dell’arrivo di diverse centinaia di mercenari dell’agenzia statunitense Blackwater (coinvolta in diversi scandali durante l’occupazione americana dell’Iraq), giunti in Grecia con l’incarico di controllare l’operato della polizia locale nonché di proteggere il governo e il parlamento dalle sommosse popolari scatenate da migliaia di cittadini inferociti per le tremende condizioni di vita provocate dal collasso economico nazionale e dalle misure d’austerità imposte da Atene dietro varie sollecitazioni della “troijka”.

Ma riflettendo sui risultati catastrofici prodotti dalle terapie d’urto somministrate alla Grecia, diversi analisti (tra cui proprio Jacques Sapir) sono giunti alla conclusione che il Paese resterà ben presto insolvente. Il che, considerando gli sforzi profusi dall’Europa e dal Fondo Monetario Internazionale per “salvare” la Grecia, avvicinerà verosimilmente il punto di non ritorno, corrispondente alla deflagrazione definitiva dell’euro causata dalla rigidità e dall’inadeguatezza degli euro-burocrati di Bruxelles e delle guide politiche tedesche.

NOTE

1. Jacques Sapir, Greece: the road to insolvency.

FONTE: Stato&Potenza

“Democrazia Vendesi”. Dalla crisi (e dall’euro) si può uscire!

DEMOCRAZIA VENDESI

Il tour di Loretta Napoleoni per presentare il suo ultimo libro “Democrazia vendesi” ha fatto tappa a Roma. Assieme a lei Pierluigi Paoletti, Dario Tamburrano e Myrta Merlino hanno discusso della crisi economica (e non solo) in cui versa il nostro paese e delle possibili vie d’uscita. Tra queste ultime: l’abbandono della moneta unica, la ristrutturazione del debito e l’utilizzo di monete complementari come lo SCEC

di: Andrea Degl’Innocenti

Il debito, l’euro, la democrazia. Solo qualche anno fa un libro su argomenti del genere avrebbe attirato un piccolo gruppetto di appassionati di macro economia e poco più. Invece il 1 febbraio alla facoltà di Scienze Politiche di Roma Tre sembra quasi di essere alla presentazione di un romanzo di Stephen King o dell’ultimo capitolo della saga di Harry Potter.

Esagerazioni a parte – ma neanche troppo – arrivo con una buona mezz’ora di anticipo sull’inizio della conferenza stampa di presentazione di“Democrazia Vendesi” di Loretta Napoleoni e già diverse persone sono presenti in sala. Alla fine l’aula sarà quasi piena, nonostante le notevoli dimensioni.

La differenza con le folle che accalcano le presentazioni dei libri di King o della Rowling è che al posto dei fan urlanti c’è una massa di persone concentrate e intraprendenti, che cercano di assorbire il più possibile dei concetti che vengono esposti. In molti riprendono la conferenza con le proprie telecamere, altri fanno foto e prendono appunti.

Loretta Napoleoni l’ho conosciuta pochi giorni prima, per via di un’intervista per il Cambiamento.

È una persona molto disponibile, schietta e preparata. Le sue posizioni riguardo all’Europa, all’euro, considerate estreme e radicali fino a poco tempo fa, sono sempre più ascoltate e prese come riferimento a livello internazionale, di pari passo con la deriva dell’economia dell’Europa unita (o perlomeno della sua periferia).

Al suo fianco al tavolo dei relatori siede Pierluigi Paoletti, presidente di Arcipelago SCEC, che ha collaborato alla stesura del libro, mentre sulla sinistra siede Dario Tamburrano, rappresentante di Transition Italia. Al centro nelle vesti di moderatrice, Myrta Merlino, giornalista di La7.

La conferenza scorre via piacevole. Alcuni attori leggono dei brani tratti dal libro, la Merlino fa le domande ai relatori, che illustrano con chiarezza la situazione che, neanche a dirlo, non è delle migliori. La moneta unica ci impedisce di essere competitivi rispetto alle economie più forti della zona euro (la Germania ed i paesi del Nord), con le quali il divario dall’avvento dell’euro ad oggi è aumentato vertiginosamente.

Il rapporto fra debito pubblico e Pil, poi, non è mai stato così alto (1,26 circa) e continua a crescere. Inoltre l’Italia ha sottoscritto ilFiscal Compact, un accordo europeo che prevede il pareggio di bilancio obbligatorio per gli stati della zona euro (il governo Monti ha già provveduto ad inserirlo in costituzione) e la riduzione del rapporto debito/pil allo 0,6 in 20 anni.

“Peccato che tutto ciò sia impossibile” commenta Paoletti, “visto che il debito cresce a ritmi sempre più alti per via dell’accumularsi degli interessi.Per ripagarlo dovremmo crescere a ritmi cinesi. È una storia vecchia quanto l’uomo: da sempre chi ha ripagato i debiti con altri debiti è finito schiavo dei propri creditori”.

Dunque sarà questa la nostra fine? Finiremo schiavi della Deutsche Bank o di qualche altro potente istituto di credito, colonizzati dalla finanza internazionale, capaci solo di fornire manodopera a basso costo e consumo assicurato per i prodotti stranieri? Per fortuna c’è ancora qualche speranza di salvezza. “Potremmo innanzitutto creare un’euro a due velocità” propone la Napoleoni, “una moneta che unisca le economia nord-europee, più produttive e competitive ed un’altra, molto più debole, che invece accomuni i paesi della periferia di Eurolandia”.

“E poi dovremmo togliere il pareggio di bilancio dalla costituzione e rinegoziare il nostro debito”, continua. “I creditori stranieri sanno già che non saremo mai ingrado di ripagare il debito, dunque non dovrebbe essere troppo difficile convincerli a ridurre le proprie pretese. Con una buona negoziazione dovremmo essere in grado di abbattere il nostro debito verso l’estero a circa il 45 per cento dell’attuale”. Discorso diverso vale invece per il debito in mano ai risparmiatori italiani. “In quel caso il governo potrebbe usare una moneta complementare per ripagare parte del debito: ad esempio lo SCEC”.

Certo è che per uscire da una crisi sistemica quale è quella attuale non è sufficiente una ricetta economica. “Ci sono temi che la presente campagna elettorale sembra aver completamente dimenticato” afferma Tamburrano, “ma che invece sono essenziali per il nostro futuro. Parlo di indipendenza energetica e sovranità alimentare: se non affronteremo questi due nodi fondamentali continueremo a dipendere dal cibo e dall’energia d’importazione e dunque saremo essere facile oggetto di ricatti e ritorsioni nel caso in cui prendessimo scelte non condivise a livello internazionale come quelle di cui abbiamo parlato”.

Gli stimoli sono molti, tanti quanti le soluzioni e gli spunti offerti dai relatori, spesso integrati dalle domande e osservazioni di un pubblico attento e partecipe. Alla fine riassume bene il sentire comune una psichiatra e politologa presente in sala, fra il pubblico: “Ultimamente, dopo anni di lotte e rivendicazioni, mi sono scoperta piuttosto pessimista sul futuro. Oggi, dopo avervi ascoltato, lo sono un po’ di meno”.

FONTE: Il Cambiamento

Alla mercè degli speculatori

speculazione

Articolo inviato al blog

di: Luciano Lago

Grazie all’euro ed ha chi lo ha fortemente voluto, oggi, allo stato attuale, noi come italiani, siamo tutti condannati ad essere indebitati a vita per effetto del meccanismo diabolico creato ad arte dalla cupola del potere bancario e finanziario che si è di fatto impadronita delle economie e dei del destino dei popoli europei spodestando gli Stati nazionali e privando i cittadini di ogni sovranità.

Questo è accaduto ed è potuto accadere grazie al tradimento ed al servilismo di un gruppo di politicanti che si sono venduti alle centrali del poter finanziario che si chiamano BCE, FMI, Golman Sachs (le più conosciute) con la regia della Commissione Europea al servizio di queste entità.

Le menzogne propagandate dai media e dai politici sul problema del debito pubblico non possono occultare la realtà, che la causa dei nostri problemi risiede nell’introduzione dell’euro e del meccanismo infernale del signoraggio bancario sulla moneta che produce interessi sugli interessi che vanno a vantaggio di una ristretta oligarchia di banchieri e finanzieri, speculatori senza scrupoli, che stanno riducendo alla miseria ed alla disperazione interi settori di popolazione. Vedi la Grecia e quanto sta accadendo in quel paese nel silenzio dei media: un intero popolo sprofondato nel medioevo con altissimo indice di bimbi denutriti e di malati deceduti per assenza di medicinali e di assistenza.

Crimini contro l’umanità, questa la denuncia che è stata presentata da alcuni giuristi tedeschi contro la troika formata da Van Rompuy, Barroso e la Merkel.

La denuncia è stata presentata da una coppia di coniugi Tedeschi e attivisti per i Diritti Umani: SARAH LUZIA HASSEL REUSING e VOLKER REUSING.

http://www.losai.eu/denunciati-van-rompuy-la-merkel-barroso-e-altri-2-esponenti-per-crimini-contro-lumanita/#.UQjXoR3QR2A.

Con la vigliacca approvazione degli ultimi trattati europei il Fiscal Compact ed il MES (meccanismo di stabilità) ci siamo autocondannati ad essere indebitati a vita noi, i nostri figli ed i nostri nipoti grazie al vile collaborazionismo dei partiti tutti centro destra e sinistra che ci hanno venduto come “polli al mercato”. Venduti ai voleri della oligarchia tecno finanziaria insediata a Brussels e Francoforte (non eletta da nessuno) e che ha il potere di decidere per noi tutti e di incidere sulla vita dei cittadini.

Inutile pensare di uscire fuori da questa situazione per vie legali e democratiche, tutto previsto dall’oligarchia: sono arrivati anche a far modificare con l’inganno la costituzione della Repubblica grazie anche alla vile acquiescenza di un personaggio che siede alla presidenza della Repubblica e che meriterebbe di essere portato a processo davanti ad una giuria popolare.

Inoltre dobbiamo essere coscienti che è in corso un vero e proprio “attacco all’Italia “ che , mai come in questo momento, è un paese che risulta oggetto di una sopraffazione delle centrali di potere internazionale che vogliono sperimentare nel nostro paese delle tecniche di sottomissione e di distruzione nuove ed estremamente efficaci (dall’avvelenamento dell’atmosfera e dei mari ai terremoti artificiali).

Vedere http://www.stampalibera.com/?p=59233

D’altre parte risulta del tutto vano aspettarsi un pronunciamento sulle varie denunce presentate da vari comitati di cittadini contro le autorità politiche ed istituzionali che hanno favorito il golpe finanziario in Italia. Anche buona parte della magistratura italiana si dimostra asservita al potere e collegata perfino ai circoli massonici che influenzano le decisioni ed i provvedimenti giudiziari di alcuni Tribunali. Vedi a tal proposito la denuncia fatta dall’ex magistrato Paolo Ferraro

http://blog.antiilluminati.org/2012/05/04/il-magistrato-paolo-ferraro-denuncia-pubblicamente-la-massoneria-e-i-poteri-forti/

Tanto meno è possibile sperare che qualche cambiamento sostanziale possa essere apportato dalla nuova contesa elettorale che si profila a breve e che appare sempre più come una indegna sceneggiata fatta appositamente per ingannare l’opinione pubblica ma, in realtà sappiamo bene che, chiunque o qualsiasi coalizione esca vincente, tutte le decisioni che contano verranno prese come prima nella sede delle centrali di potere di Brussels, Francoforte e Londra. Il Parlamento italiano è stato di fatto svuotato di qualsiasi potere legislativo in quanto deve attenersi alle normative europee che sono preminenti rispetto alla legge italiana ed il bilancio pubblico risulta già impegnato al 98% con le spese previste dai vari trattati.

Non vorremmo essere pessimisti ma realisticamente riteniamo che soltanto una massiccia rivolta popolare (ad es. uno sciopero fiscale) o un fenomeno insurrezionale potrebbero cambiare le cose ma troppo grande è la capacità delle centrali di potere di influenzare i media e manipolare le informazioni cloroformizzando l’opinione pubblica che appare confusa e rassegnata salvo qualche settore di coscienza critica che cerca approdo dai vari finti tribuni della protesta.

Nonostante tutto non bisogna essere né rassegnati né pessimisti: il vero obiettivo è restare in piedi nella tempesta. Importante sarà che alcuni gruppi, delle vere elite intellettuali in questo paese, si organizzino per diffondere quanto più possibile un’opera di controinformazione, che si raccolgano adesioni e sostegno in quella parte dei cittadini che rifiutino di farsi massacrare dal sistema e si realizzino dei comitati autonomi, non legati ai partiti ma vigili e pronti per gli avvenimenti che potranno presto manifestarsi.

 

Delors: Londra deve uscire dall’Unione Europea

inghilterra

di: Filippo Ghira[email protected] -

Che ci sta a fare la perfida Albione nell’Unione Europea? La domanda è molto meno retorica di quel che sembra. Soprattutto se viene posta da un tecnocrate come il socialista francese Jacques Delors, già presidente della Commissione europea. Una persona quindi che, per propria forma mentis, da sempre sostiene la necessità che gli Stati membri cedano progressivamente la propria sovranità politica ed economica ad una autorità centrale, la Commissione appunto, e quella finanziaria alla Banca centrale europea.

Già prima di Natale Delors aveva toccato tale questione basando il proprio ragionamento sul veto che Londra ha posto a metà dicembre su una bozza di accordo relativa al bilancio comunitario per il periodo 2014-2020. Un autentico siluro perché il governo Cameron è riuscito a tirarsi dietro anche altri 10 Paesi dell’Unione, in particolare i membri più giovani che dall’entrata nell’Europa dei 27 avevano sperato di ricavare più vantaggi dei costi che sarebbero stati chiamati a sopportare.

In una intervista ad un quotidiano tedesco, Delors ha sostenuto che la Gran Bretagna potrebbe uscire dall’Unione europea ed optare per un’altra forma di legame privilegiato politico ed economico. Dove il potrebbe deve essere inteso come dovrebbe. I britannici, ha accusato Delors, si interessano soltanto ai loro interessi economici, niente di più.

Prima di Natale, Delors aveva polemicamente ricordato di essere stato sempre contrario all’entrata della Gran Bretagna nell’allora Comunità Economica europea. Nel 1972, quando era consigliere del primo ministro gollista, Jacques Chaban Delmas, l’allora presidente della Repubblica, Georges Pompidou,  dovette faticare non poco per convincerlo a non opporsi all’entrata di Londra, sostenendo che una Europa senza Londra non aveva senso. Il socialista Delors condivideva quindi l’idea di Charles De Gaulle, presidente francese dal 1958 al 1969 che si era sempre opposto a tale ipotesi vedendo nella Gran Bretagna un cavallo di Troia che gli Usa volevano utilizzare per silurare la nascita di un’Europa forte politicamente, militarmente ed economicamente e che, come tale, sarebbe stata portata ad allacciare rapporti con la Russia in campo energetico, mettendo così in forse la supremazia Usa.

Soprattutto un’Europa “continentale” che avrebbe potuto fare benissimo a meno di una Gran Bretagna che per motivi linguistici, legami storici ed interessi finanziari ed economici viene portata a privilegiare maggiormente il rapporto con i cugini di oltre oceano. Anche il veto sul bilancio è stato interpretato da Delors come una ulteriore dimostrazione di questo approccio dei britannici che mentre sulla ribalta ostentano grandi sentimenti europeisti, dietro le quinte lavorno invece per destabilizzare un’Unione europea che stenta a decollare dovendo rendere conto a 27 diverse realtà nazionali. Ognuna con i propri interessi e con poca voglia di rinunciarvi per sperare in un futuro che dovrebbe essere migliore e del quale finora si sono visti soltanto gli aspetti più negativi. Una apertura dei mercati realizzata per aiutare le banche e le multinazionali ma che, sull’altro versante, ha provocato l’arrivo di beni prodotti ad un costo del lavoro 10 volte più basso e tale da costringere decine di migliaia di piccole imprese a chiudere, perché non più concorrenziali. Tale stato di cose è ben chiaro al socialista Delors ed è confortante prendere atto che in Francia, o con i post-gollisti o con i socialisti al governo, ci siano personaggi di rilievo che ancora sappiano parlare come francesi e come europei “continentali”.

L’anomalia della presenza di Londra nell’Unione è poi data dalla sua non partecipazione al sistema dell’euro. E questo conferma che gli inglesi vogliono continuare a fare parte per se stessi e mantenere una sterlina che rappresenta un trampolino di lancio ideale per una uscita veloce e quasi indolore dall’Unione. Assurdo diventa così pure il fatto che oltre il 70% delle transazioni di titoli emessi in euro passi per la piazza di Londra, tanto che la City si è trasformata nel maggior centro finanziario attivo nell’euro e che essa fornisce servizi all’intera unione economica europea. Ma al tempo stesso la City è una piazza finanziaria che risponde in minima parte alle direttive europee. Così pur non facendo parte dell’euro, la Gran Bretagna condiziona pesantemente la nostra moneta unica e il differenziale di rendimento (il famigerato spread) tra i titoli pubblici più forti, i tedeschi Bund, e quelli sottoposti ad attacchi speculativi, come i Bonos spagnoli e i Btp italiani. Uno spread il cui alto livello costituisce un invito a nozze per gli speculatori. Inutile dire che la suddetta speculazione muove preferibilmente da Wall Street, dalla City e dai paradisi fiscali posti sotto la sovranità anglo-americana. Il che testimonia dell’approccio schizofrenico dei Paesi europei incapaci non soltanto di tutelare i propri interessi ma anche di individuare i propri nemici reali.

FONTE: Rinascita.eu

La dittatura dello spread e il programma della shock economy in Italia

L’Allegoria del Buon Governo

L’Allegoria del Buon Governo

di: Piero Valerio

Ieri è stata una giornata di fibrillazione e passione in Italia: tutti gli occhi degli analisti, degli opinionisti e degli organi di informazione erano puntati sull’andamento dello spread, che dopo essere sceso nei giorni scorsi intorno ai 300 punti base, è risalito sopra quota 350 punti base. L’indice di Piazza Affari è crollato di -2,21%. I titoli bancari sono andati a picco. L’Italia si è avvicinata di nuovo pericolosamente al cosiddetto baratro. Visi preoccupati dappertutto, catastrofismo a fiotti, paura sparsa a piene mani e raffiche di dati allarmanti. Persino il Vaticano ha ritenuto opportuno pronunciarsi, per bocca del Presidente della Conferenza Episcopale Italiana Bagnasco: “La casa brucia. Irresponsabile chi pensa a sé. Non si possono mandare in malora i sacrifici di un anno. Monti? Errore non avvalersene in futuro”. Ma cosa è accaduto di così straordinariamente minaccioso per l’Italia? Come mai la propaganda di regime italiana si è mossa all’unisono con tanta aggressività e compattezza? E’ accaduto un fatto normalissimo. Uno dei partiti di maggioranza, il PDL, che appoggiava il governo dei banchieri guidato da Monti ha avuto l’insolenza di dire la verità: tutti i dati economici, dal PIL, all’occupazione, alla produzione industriale, ai consumi, ai risparmi, al debito pubblico, alla pressione fiscale sono peggiorati dopo un anno di governo Monti, e quindi il PDL ha preferito non garantire più il suo sostegno incondizionato.

Cosa c’è di tanto strano in tutto questo? Niente. E’ una normalissima dinamica democratica che si ripete da sempre in tutti i paese che possono ancora reputarsi tali. Tuttavia nello stato di diritto di eccezione in cui si trova incastrata da anni l’Italia all’interno dell’eurozona, commissariata di fatto dai “mercati” finanziari, ogni azione, che abbia una lontana parvenza di democraticità, diventa incredibilmente pericolosa e delicata.

Tralascio ovviamente tutto lo squallore dei tatticismi e delle questioni interne al PDL, basate su alcune rivendicazioni tipiche di un partito padronale (la riforma della giustizia, la legge sulle intercettazioni, l’incandidabilità dei condannati etc), e vado subito al sodo: in linea di principio la bocciatura al governo Monti non fa una piega. I presunti tecnici, che in realtà sono solo degli sciacalli mercenari al soldo degli interessi dei grandi poteri finanziari internazionali, hanno fallito su tutta la linea e qualcuno doveva farglielo notare a livello pubblico e istituzionale. In realtà, prima della bocciatura del PDL, il governo Monti allineato ai principi folli dell’”austerità espansiva” dell’eurozona era stato bocciato addirittura dal FMI, che senza mezzi termini ha dimostrato in un suo documento, con tanto di grafici e dati inequivocabili, che continuando a fare tagli alla spesa pubblica e aumenti di tasse la situazione economica avrebbe finito per peggiorare inesorabilmente. Tutti i più accreditati ed autorevoli economisti del mondo, da qualunque latitudine del globo, hanno fatto notare a più riprese, non senza qualche accenno di ironia e sarcasmo, che la strada percorsa dall’Europa è senza ritorno e non ha via di uscita. Chi governa oggi in Europa probabilmente sa già di stare percorrendo una vicolo cieco, che prefigura la recessione come unica soluzione alla crisi: secondo loro, la deflazione dei salari dei lavoratori è l’unico modo per incoraggiare i nuovi investimenti, mentre la deflazione dei prezzi favorirà alla fine i consumi, perché la ricchezza finanziaria reale accumulata dalle famiglie aumenterà il suo potere d’acquisto e chi ha qualche risparmio da parte sarà invogliato a spendere. Chiariamo subito che una tale eventualità non è mai accaduta in passato nella storia del mondo, perché sappiamo bene quanto pesino le pessime aspettative e l’incertezza sul futuro sulle scelte di investimento e di consumo degli agenti economici, eppure l’Europa continua ad andare avanti e ad incoraggiare quei governanti che assecondano indefessamente questa strategia suicida di stampo neoliberista, mercantilista ed imperialista. Perché?

Perché i tecnocrati europei non sono affatto interessati alla ripresa economica nel vecchio continente. Assolutamente no.

Quella caso mai arriverà per sfinimento, quando i lavoratori, i sindacati saranno sfiancati e accetteranno tutte le ricette amare imposte dai loro governanti, rassegnandosi ad una vita di indigenza senza fine e smettendo persino di nutrire aspettative per il futuro. L’intenzione dei tecnocrati europei, in perfetta sinergia con gli interessi finanziari dei “mercati” che sono i veri committenti del miope progetto europeista, è invece quello di legittimare il loro predominio assoluto e annientare qualsiasi timida reazione democratica da parte della popolazione. Cosa fa un monarca, un despota, un dittatore quando vuole dimostrare la forza della sua reggenza e mortificare le resistenze dei sudditi? Impone delle misure impopolari e assurde, che in qualsiasi altro contesto sarebbero ritenute senza senso e disumane. Non lo fa per sfizio, per spregiudicatezza o malvagità ma solo per un preciso calcolo psicologico, che deve condurre a determinati risultati. Anche il Dio del Vecchio Testamento agì così con i suoi patriarchi, chiedendo addirittura ad Abramo di uccidere il figlio Isacco per dimostrare la sua abnegazione e fedeltà al divino.

Un pensiero unico monocratico, monoteistico si fonda su queste premesse, deve essere innanzitutto accettato incondizionatamente per fede, e non presuppone nelle fasi successive un lavorio razionale della mente.

Anzi, più si affievolisce la ragione e maggiori sono le probabilità che la fede si corrobori, e inversamente, più ci si incaponisce sul ragionamento e sulla logica e più si finisce per allontanarsi dalla via della salvezza fideistica e si viene etichettati come eretici. Togliamoci subito dalla testa che i tecnocrati europei siano quindi stupidi, incapaci, incompetenti, perché non è così. Loro sanno perfettamente quello che fanno, sanno che lo scopo dell’euro è quello di annientare i salari e i diritti democratici delle popolazioni e continueranno a sostenere questo piano finché non verrà cancellato persino il dubbio nella mente degli ultimi irriducibili riluttanti che ci sia qualcosa di sbagliato in tutto questo.

Per abbattere gli ostacoli che li separano dal loro obiettivo e piegare le residue spinte democratiche che qua e la vengono dal basso, i tecnocrati europei spingono molto sull’incessante opera di pressione della propaganda di regime, che deve essere a reti unificate, capillare, implacabile, compatta, intrisa da una sfilza di messaggi subliminali che devono avere lo scopo di rassicurare il popolo, il volgo e di abituare i sudditi a considerare lo status quo totalitario come altamente desiderabile. Volete un esempio? Ieri, uno degli eurocrati che è andato a ritirare ad Oslo il Premio Nobel per la Pace, consegnato non a caso all’Unione Europea nell’anno del suo più basso consenso popolare, ha fatto riferimento ad un quadro del pittore senese del Trecento, Ambrogio Lorenzetti, come significativa ed evocativa immagine a cui richiamarsi:l’Allegoria del Buon Governo (vedi sopra). Guardatelo bene quel quadro, in modo da poterlo imprimere nella mente. Cosa vi suscita istintivamente? Non ci vuole molto a capire che si tratta di un riferimento esplicito ad una forma di governo particolare: la monarchia teocratica. A sinistra siede in trono la Giustizia retta dal divino, e a destra si erge imperioso il Monarca con tanto di scudo e di lancia. In mezzo e sotto queste due Autorità ultraterrene e insindacabili si trovano le masse, il formicolio brulicante della gente, i popoli, le persone comuni, che come sempre accade in questi casi vengono raffigurate di dimensioni molto inferiori e in atteggiamento spesso implorante, supplichevole, ammirato e ossequioso nei confronti dell’Autorità. Gli angeli della Giustizia da una parte decapitano gli eretici, i disubbidienti e dall’altro premiano i mercanti, la gente operosa, che si impegna per donare i frutti del duro lavoro al Monarca.

Voi vi domanderete, non è un po’ fuori luogo associare l’immagine moderna dell’Europa a quella di una monolitica monarchia teocratica di stampo medievale? Ma è scemo l’eurocrate a richiamarsi a quel quadro tanto reazionario e anacronistico, che potrebbe suscitare non poche critiche e obiezioni di opportunità? E io vi ripeto no, l’eurocrate non è scemo per niente, la sua è una scelta voluta e ben ponderata, perché lui voleva proprio approfittare di un’importante occasione ufficiale per sedimentare nell’immaginario collettivo il messaggio che intendeva lanciare: l’Europa è un’Autorità ultraterrena che sta al di sopra delle parti, fatta di tecnocrati ed oligarchi che credono ciecamente nell’infallibilità inappellabile dei“mercati”, nella permanenza ad oltranza dell’ordine costituito, in una precisa gerarchia di ruoli e poteri che sovrasta e domina dall’alto la stessa democrazia dei popoli. E questi ultimi, i popoli delle varie nazioni, devono impegnarsi con grande sofferenza e sacrificio per meritare la benevolenza dell’Autorità (lo spread), pena la bocciatura e la dannazione eterna. Questa è la nuova simbologia che deve passare oggi in Europa e di cui la propaganda deve farsi instancabilmente portavoce.

Si tratta evidentemente di un cambio imbarazzante e coraggioso di paradigma che gli eurocrati stanno cercando di istigare e promuovere, non senza qualche azzardo e qualche rischio, rispetto a ciò a cui fino a poco tempo fa c’eravamo abituati, spesso inconsciamente, quando veniva pronunciata la parola Europa. In pratica gli eurocrati stanno ostinatamente tentando di cancellare e archiviare le origini democratiche ed illuministe dell’Europa che affondano nella Rivoluzione Francese, per rispolverare le medievali radici monarchiche e aristoteliche del Sacro Romano Impero. Voltaire deve essere sostituito con San Tommaso D’Aquino. Il flusso inarrestabile della storia, le umane sorti e progressive, devono essere stemperate e governate dall’alto da un’inattaccabile e granitica piramide del potere, in cui ai vertici c’è sempre e solo l’oro, l’euro, i soldi, di cui i tecnocrati e banchieri sono gli unici e indiscussi depositari. Scommetto con chiunque che se provassi a ripetere in rapida successione le parole Europa, Democrazia, Libertà, Quadro, la prima immagine che vi verrebbe in mente, per normale associazione di idee, è lo splendido dipinto del pittore francese Eugene Delacroix “La Libertà che guida il popolo” (vedi sopra) del 1830. In questo caso la Libertà in primo piano è una donna del popolo a seno scoperto che trascina tutti i suoi compagni di lotta alla rivolta, alla conquista dei diritti democratici sottratti dai regnanti, anche a costo di sacrificare la propria vita e di essere massacrata dal fuoco nemico dei soldati del re. C’è una bella differenza di significato fra la tensione dissacrante e dirompente della Libertà, che calpesta pure la morte e non ne teme le conseguenze, e la sacralità dell’ordine gerarchico ed immutabile del quadro visto prima ed evocato dall’eurocrate, il cui intento non tanto nascosto era appunto quello di sostituire nella mente dei sudditi l’immagine di Delacroix con quella di Lorenzetti, eliminando persino il ricordo del primo ed esaltando la magnificenza del secondo.

E’ un’operazione di marketing molto subdola e raffinata, che non ha nulla di improvvisato o casuale ma fa parte di un piano studiato da anni a tavolino da esperti di comunicazione, che lavorano all’interno degli apparati europeisti e sono parte integrante dell’intero progetto. Se il diavolo si nasconde nei dettagli, possiamo senz’altro concludere che in quest’ennesima iniziativa promozionale dell’Europa, presentata in pompa magna a Oslo per solleticare la suscettibilità al luccichio dei lustrini dei sudditi, c’è senz’altro qualcosa di diabolico, luciferino. La “nuova” immagine dell’Europa deve istantaneamente ricollegarsi ai grandi Imperi totalitari di qualunque epoca e provenienza, romano, prussiano, francese, spagnolo, asburgico, ridimensionando a puro aneddoto o didascalia tutto ciò che è accaduto in mezzo, dalla Rivoluzione Francese in poi. Le rivolte risorgimentali europee per la fondazione delle eroiche Repubbliche Costituzionali sono solo una parentesi caotica e sanguinosa, che ha avuto il demerito di interrompere la ben più gloriosa impostazione secolare, imperiale, tomistica e  reazionaria europea, che secondo una ben consolidata prassi riceveva continua forza e sostegno dalla sacra legittimazione del potere ecclesiastico. Così come accadeva in un vero Impero teocratico autoreferenziale, le Costituzioni Democratiche e Liberali non servono più, sono ridondanti, perché possono essere agevolmente sostituite dai moderni trattati mercantili dell’Unione Europea, molto più flessibili ed efficienti, e dalla impareggiabile Bibbia che rappresenta un robusto e solido appiglio alla tradizione del passato per i più nostalgici. Cosa volete di più dalla vita?

Come sappiamo bene questa fase convulsa di revisionismo storico è iniziata e ha ricevuto una violenta accelerazione quando i 17 paesi dell’eurozona hanno rinunciato alla propria moneta nazionale per accettare una nuova moneta che fosse svincolata e indipendente dagli apparati democratici degli stati membri. E’ stata casuale questa scelta di iniziare dalla moneta invece che dalla integrazione istituzionale, politica e costituzionale?

No. Perché mai gli eurocrati dovevano dedicarsi ad una laboriosa e impegnativa attività di sintesi delle costituzioni democratiche nazionali quando il loro vero obiettivo era quello di stralciarle tutte insieme e per sempre?

In fondo, su quale potere si basa la supremazia di un Sovrano, di un Monarca, di un Despota? Non certo sulle carte costituzionali concesse ai sudditi, che sono un sintomo di estrema debolezza e arretramento della monarchia, ma sulla ricchezza e la forza militare. E infatti gli eurocrati hanno sia l’una che l’altra, perché si sono autonomamente assegnati il privilegio di battere moneta e con questa moneta sono liberi di finanziare come vogliono, quando vogliono, chi vogliono, in particolare l’esercito di tecnocrati, funzionari, politicanti europeisti che hanno invaso i palazzi istituzionali e lavorano esclusivamente al servizio della loro stessa sopravvivenza e degli interessi dei poteri forti che rappresentano. Serve altro ad un Sovrano per iniziare a regnare? No, bastano i soldi, l’oro e un manipolo agguerrito di soldati fedeli. Tecnicamente sappiamo poi che l’euro non è servito soltanto per togliere agli apparati democratici la possibilità di utilizzare la leva della spesa pubblica per fini sociali e per tutelare i diritti della cittadinanza, ma anche come nuovo strumento di redistribuzione interna della ricchezza: la moneta unica ha costretto i singoli governi a puntare solamente su una strategia di svalutazione salariale come unica forma di competizione commerciale e allo stesso tempo ha consentito ai grandi detentori di capitale di investire, spostare liberamente i soldi da un paese all’altro dell’eurozona senza incorrere in alcun rischio di svalutazione monetaria. E’ facile quindi fare un rapido calcolo per capire chi ha vinto e chi ha perso con l’euro. E non è affatto necessario conoscere tutti i principi della dottrina economica per fare i conti della serva.

Il gioco è fatto, le regole sono molto semplici e chi non le capisce è soltanto un mentecatto, buono solo come carne da macello. In pratica chi detiene il capitale ha stabilito le regole ed ora fa in modo che chi non rispetta le regole venga punito in base a criteri di giudizio che discendono dall’imposizione e dalla passiva accettazione di quelle stesse regole. Facciamo un esempio per capirci. In Europa i tecnocrati e gli oligarchi hanno stabilito dogmaticamente e arbitrariamente che l’emissione della moneta deve essere privata, autonoma, indipendente dalla politica perchè hanno decretato per trattato che la spesa pubblica dello Stato è un male assoluto e i “mercati” sono molto più efficienti nel processo di allocazione delle risorse finanziarie. Ora, senza entrare nel merito della correttezza scientifica ed economica della regola di cui ci sarebbe tanto da discutere, chi giudica se l’applicazione di questa regola sia effettivamente corretta? Chi dice se uno Stato sta usando bene o male la spesa pubblica? Un ente esterno e terzo ai due contendenti? Assolutamente no, ma i “mercati” stessi, che sono la controparte che si è avvantaggiata di più dall’introduzione di quella regola, e il loro metro di giudizio si chiama spread.

Se uno Stato utilizza molto la spesa pubblica per finanziare la sanità o l’istruzione, indebitandosi oltremisura con i “mercati” perché privo della sua sovranità monetaria e costretto a chiedere i soldi ai privati, questi ultimi lo puniranno perché da una tale operazione ricevono ben pochi ritorni economici effettivi, a parte gli interessi sui titoli pubblici acquistati. Se uno Stato invece utilizza una quota molto più elevata di spesa pubblica per finanziare o salvare una banca privata, i “mercati” lo premieranno perché verranno rivalutati i titoli di quella specifica banca e garantiti tutti i debiti contratti da quella banca nei confronti degli stessi “mercati”. Stesso discorso vale per la tassazione: più uno Stato tassa e maggiore sarà il premio dei“mercati”, che avranno migliori garanzie di rimborso sui titoli pubblici acquistati, meno uno Stato tassa e più i “mercati” lo puniranno per il motivo opposto a quello espresso sopra. Capite bene che questa è una regola assurda, perché il giudizio che ne deriva non è imparziale, obiettivo o condiviso da tutte le controparti in gioco, ma viene stabilito univocamente da chi è parte attiva in quella ipotetica contesa. E’ come se in una partita di calcio non ci sia l’arbitro, ma siano solo gli undici giocatori di una squadra a decidere quando fischiare il fallo o quando lasciare continuare il gioco, senza concedere alcuna possibilità di replica agli avversari.

Per intenderci, se uno Stato ristruttura una scuola attrezzandola con tutte le infrastrutture più moderne e facendo continui corsi di aggiornamento ai professori, perché devono essere solo i “mercati” a decretare l’opportunità o correttezza di una tale operazione? Non potrebbe essere anche importante ascoltare il giudizio di studenti, professori, famiglie, piccoli imprenditori appaltatori coinvolti che potranno usufruire di quel nuovo servizio e investimento? Al massimo non sarebbe più opportuno fare una media fra le due categorie di giudizi, siano essi qualitativi o quantitativi? Capite bene che un tale meccanismo di giudizio si basa su una stortura illogica di fondo, perché è stata l’imposizione della regola, ovvero la cessione del processo di emissione di moneta ad una banca autonoma, privata, indipendente, a decretare per forza di cose da quale parte penderà la bilancia del metro di giudizio adottato. Nei paesi in cui non esiste quella regola, il giudizio su una o l’altra manovra di finanza pubblica, come la stessa ristrutturazione di una scuola, viene emesso in base a criteri del tutto diversi, perché è lospread a discendere dalla regola e non viceversa (normalmente la spesa pubblica non fa aumentare lo spread, ma lospread aumenta a causa della “regola” di finanziare la spesa pubblica soltanto con i soldi dei privati): come sappiamo ci sono paesi come il Giappone, che pur avendo debito pubblico doppio rispetto all’Italia, non vengono e non possono materialmente essere puniti dai “mercati” con la clava dello spread, perchè hanno mantenuto intatta la loro prerogativa sovrana di finanziare tutta o parte della spesa pubblica con i soldi emessi direttamente dalla Banca Centrale Bank of Japan.

In Europa è stato in pratica reintrodotto lo stesso macabro e contorto schema logico utilizzato per giustificare le torture medievali: il dogma stabilisce che tutte le donne giovani (gli Stati) possono essere accusate di stregoneria (la spesa pubblica) e sottoposte a tortura (lo spread), in base a giudizio insindacabile degli inquisitori (i mercati). Come facevano gli inquisitori ad essere sicuri che il loro giudizio era esatto? Ponevano le giovani donne a tortura finchè non erano loro stesse a confessare di essere delle streghe. Nel dogma c’era già inclusa insomma la certezza della sua infallibilità, perché il giudizio che ne derivava era tutt’uno con il dogma stesso; così come oggi la spesa pubblica viene criminalizzata da tutte le parti perché già penalizzata in partenza dal fatto di essere finanziata a debito dai “mercati” privati dei capitali. E non di rado sentirete tanti deficienti dire che se aumentiamo la spesa pubblica oltre i livelli di tassazione saremo attaccati dai “mercati”che ci richiederanno uno spread più alto sui nostri titoli, senza considerare nemmeno lontanamente da quale “regola”assurda prende spunto il loro giudizio. Tuttavia se noi siamo severissimi nello stigmatizzare la tortura medievale come uno dei punti più bassi toccati dalla barbarie e inciviltà umana di fronte al quale sentiamo ancora un brivido di terrore e incredulità, non siamo altrettanto severi a capire di essere caduti nella stessa trappola mentale, giustificando la tortura finanziaria dello spread. Oggi siamo tutti allineati e concordi a ritenere le torture medievali orribili, crudeli, malvage e il metro di giudizio degli inquisitori iniquo, parziale e niente affatto obiettivo, in quanto la confessione veniva estorta con la forza, ma non abbiamo la stessa intelligenza e il medesimo scatto morale per capire che lo spread è lo stessa cosa, perché i suoi giudizi di merito discendono dall’esistenza di una “regola”, di un dogma, senza il quale cadrebbe miseramente tutto l’impianto accusatorio.

Basta vedere come gongolavano ieri tutti gli opinionisti e i giornalisti di regime ricordandoci ad ogni minuto come sia aumentato lo spread in seguito alle dimissioni irrevocabili annunciate da Monti sabato scorso, per capire in quale abisso di idiozia e inciviltà siamo precipitati. Monti come sappiamo bene piaceva molto ai “mercati” perché assecondava alla lettera tutte le loro indicazioni: in particolare garantiva ai “mercati” il rimborso dei titoli di stato a qualunque prezzo o costo sociale, tramite tagli della spesa pubblica e aumenti delle tasse, mentre indirizzava tutti gli aumenti di spesa pubblica per salvare le banche come Monte Paschi di Siena, rimborsare i derivati di Morgan Stanley, versare le quote di partecipazione ai Meccanismi Europei di Stabilità scriteriati come l’EFSF o il MES, rispettare i termini di accordi capestro come il Fiscal Compact. Cosa c’è quindi di così straordinario o incredibile nell’aumento dello spread di ieri, visto che Monti garantiva la stabilità dei “mercati” e tutelava soltanto i loro interessi? Nulla. Era abbastanza prevedibile che andasse così. E’ come dire:“vedete, lo sapevo io che quella donna è una strega perché ha confessato!”.

Ma il giudizio non è esatto, non tanto per reali questioni di merito quanto piuttosto perché la “regola” da cui emana e si ricava quel giudizio è sbagliata e totalmente arbitraria, in quanto obbligava le giovani donne (gli Stati) ad essere indiscriminatamente sottoposte a tortura (finanziaria, lo spread) al fine di estorcere il giudizio, la confessione che volevamo ottenere. Se le giovani donne non fossero state costrette con la forza (per dogma, per decreto, per trattato) a subire la tortura e avessero avuto la possibilità di difendersi in un regolare processo (per gli stati significa continuare a gestire la propria sovranità e politica monetaria), nessuna di loro avrebbe mai confessato deliberatamente di essere una strega. Fin qui ci siamo tutti, spero, e il parallelismo con ciò che accade giornalmente agli stati una volta democratici d’Europa è evidente: i governi sono stati privati della loro sovranità monetaria e costretti a finanziarsi soltanto dai privati e questi ultimi possono torturare quanto vogliono i governi e indirizzarne le scelte, perché sanno benissimo che gli stati non hanno più armi finanziarie per difendersi. Lo spread non sarà mai quindi un criterio attendibile di valutazione del benessere o dell’”innocenza” di una nazione, ma solo il normale effetto dell’unico giudizio che avevamo preventivamente deciso di ottenere: se uno stato farà l’interesse dei “mercati” sarà sicuramente virtuoso, in caso contrario sarà vizioso, malato, corrotto, delinquenziale, criminale, mafioso, canaglia e chi più ne ha più ne metta.

E ripeto, le persone che oggi non riescono ad afferrare questi semplici ragionamenti sono le stesse rispettabili persone, politicamente corrette e animate da impalpabili e oltremodo vacui valori etici fondati sulla pace e la fratellanza universale, che si indignerebbero non poco se qualcuno dicesse loro che se fossero vissute nel medioevo avrebbero giustificato con la medesima superficialità e imbecillità le accuse ingiuste di stregoneria rivolte alle giovani donne innocenti. Orrore. Queste persone odiano la violenza, soprattutto quando viene inferta sulla donne o lesiva dei diritti umani, ma non si accorgono di giustificare lo stesso meccanismo logico quando i “mercati” torturano gli Stati democratici e i diritti di intere popolazioni. Perché la persone veramente stupide e idiote sono quelle che non sospettano assolutamente di esserlo e hanno al contrario un’elevata considerazione di se stesse. E qui stiamo parlando di un’apoteosi e di una vetta inarrivabile di imbecillità, che difficilmente potrà ripetersi in futuro su così larga scala, in nazioni mediamente evolute come quelle occidentali. E sono quasi certo che fra 100 anni gli storici avranno parecchio materiale da studiare e scartabellare sul caso Europa, per capire su quali basi puramente psicologiche e culturali si fonda la forza di una solida Dittatura monocratica.

Un altro raccapricciante corto circuito logico è avvenuto per esempio qualche giorno fa quando è stato confermato il piano di salvataggio della Grecia da € 44 miliardi tramite il fondo europeo EFSF. Tutti gli organi di stampa di regime hanno salutato con grande favore la decisione del governo greco europeista di destinare circa € 38 miliardi di questi aiuti per riacquistare (buy-back) i propri titoli di debito pubblico circolanti e in possesso di grandi operatori finanziari, banche, hedge funds, soprattutto americani. Secondo voi non è normale che i “mercati”, attraverso i loro organi di propaganda asserviti, con la stessa severità con cui hanno punito le dimissioni di Monti, dovevano per forza di cose esultare per la decisione del governo greco? Certo che sì. Nello specifico, se il governo greco garantisce ai venditori privati un prezzo di riacquisto che assicura agli speculatori finanziari rendimenti che vanno dal 100% al 400%, il giubilo dei “mercati” sarà incontenibile. Ma evidentemente siamo ancora nell’ambito dell’imbecillità e della stregoneria, perché se lo stesso giudizio venisse rimesso ad un semplice cittadino e contribuente greco bene informato la reazione sarebbe sicuramente meno entusiasta ed esaltante, perché il debito della Grecia è rimasto tale e quale, ma sono cambiati soltanto i creditori, che da privati sono diventati istituzionali e quindi giuridicamente e politicamente molto più invasivi ed invadenti. Nel grafico sotto possiamo vedere come sono stati mediamente distribuiti tutti i fondi di salvataggio forniti alla Grecia: solo il 19% di questi aiuti sono stati utilizzati per rifinanziare la spesa pubblica greca, mentre il restante 81% è ritornato direttamente nella casse degli istituti bancari nazionali e stranieri, con le relative plusvalenze (o minusvalenze in caso di haircut sul valore nominale dei titoli). Ora, non è necessaria chissà quale arguzia e brillantezza di intelletto per capire a chi “serve” veramente l’euro e l’eurozona.

Per avere un’immediata dimostrazione empirica di come invece questa particolare tipologia di crisi bancarie, iniziate per eccesso di debito privato (ormai lo sanno anche le pietre che la crisi dell’eurozona nasce da un eccesso debito privato e si è solo in un secondo momento trasformata in una crisi di debito pubblico, quando i singoli governi nazionali sono stati costretti ad andare in soccorso delle loro banche fallite) possano essere risolte in tutt’altra maniera, basta osservare cosa è accaduto in Islanda negli ultimi quattro anni. Dopo il fallimento delle tre maggiori banche private, il governo è stato costretto democraticamente e a furor di popolo a perseguire penalmente i banchieri truffatori, a nazionalizzare i tre istituti bancari, a riconvertire in valuta nazionale i debiti interni denominati in valuta estera, ad alleggerire il peso dei debiti per i mutuatari nazionali, ad imporre un rigido controllo dei flussi di capitali verso l’estero per difendere la parità di cambio della propria moneta nazionale che rischiava una violenta svalutazione. Osservando il grafico riportato sotto sull’andamento del PIL dell’Islanda, possiamo subito notare come la ripresa dell’isola scandinava è stata repentina ed immediata, e pur nelle mille difficoltà ancora da affrontare, il paese è ormai uscito dalla crisi finanziaria anteponendo alle ragioni dei propri creditori esteri (non tutti speculatori finanziari per la verità, ma anche semplici risparmiatori inglesi e olandesi truffati allo stesso modo dai criminali banchieri islandesi), le rivendicazioni politiche e sociali del proprio popolo. E se pure il FMI ha dovuto ammettere in un suo recente documento che il controllo sui movimenti dei capitali (cosa osteggiatissima nell’eurozona, che come abbiamo detto è nata sul presupposto opposto della libera circolazione dei capitali, a tutto vantaggio dei “mercati”) può favorire il rilancio dell’economia del paese coinvolto, significa che ormai l’evidenza è conclamata e non più aggirabile. Ed è molto più probabile che l’eurozona crollerà a colpi di evidenze sperimentali, piuttosto che sperare nel risveglio di un popolo europeo ormai intorpidito e massacrato culturalmente, dopo anni di sistematica manipolazione dell’informazione.

Terminata la giornata di “tortura finanziaria mediatica” da spread pompata dagli organi della propaganda di regime, concludo con una mia personale suggestione, che non ha in sé nulla di complottistico ma si fonda solo su una naturale tendenza a cercare di mettere insieme i tasselli. Il 13 novembre scorso si è tenuta a Roma una riunione straordinaria del Gruppo Bilderberg, rigorosamente a porte chiuse, a cui hanno partecipato i soliti immancabili grandi managers delle banche e delle società finanziarie internazionali, per incontrare in particolare alcuni protagonisti del governo tecnico di Mario Monti ed altri esponenti bipartisan della politica, dell’imprenditoria, della finanza, dell’informazione italiana (quasi tutti già appartenenti ad un’altra organizzazione o comitato d’affari internazionale dalle finalità molto dubbie come l’Aspen Institute Italia). Di cosa dovevano parlare di così urgente? Vuoi vedere che il tema principale della riunione era proprio la riorganizzazione politica italiana dopo la fine del governo Monti? E se tutta questa messa in scena del ritorno in campo di Berlusconi e dello sgambetto a Monti fosse funzionale alla ben più credibile e apprezzata candidatura del professore bocconiano alle prossime elezioni? Se qualcuno ha ascoltato bene il discorso del segretario del PDL Angelino Alfano alla Camera, con cui il galoppino e fedele scudiero del cavaliere si apprestava a sospendere la fiducia al governo Monti, si sarà accorto che la bocciatura ai tecnici non era dovuta tanto ad una mancanza assoluta di qualcosa ma ad un’assenza di determinazione: i tecnici erano stati troppo leggeri e avevano fatto “troppo poco” sul versante delle riforme strutturali. Detto in altre parole, Alfano e tutto il PDL speravano che Mario Monti avesse potuto fare di più sul fronte della liberalizzazione e flessibilità del mercato del lavoro (ovvero svalutazioni dei salari), privatizzazioni e svendita di patrimonio pubblico, in modo da favorire le grandi imprese e i detentori di capitale “italiani”. Quindi nulla osta al piano estorsivo e predatorio imperniato sull’euro, che estrae valore e ricchezza dal basso per convogliarlo verso l’alto, mentre l’unica pecca dei tecnocrati italiani era stata quella di non aver battuto i pugni abbastanza a livello comunitario, europeo, per far valere di più le ragioni dei capitalisti italiani nei confronti soprattutto di quelli tedeschi e francesi.

Tutto qui. Di maggiore tutela dei diritti democratici, contrattuali e sociali dei cittadini non se ne parla proprio. La mattanza anzi deve essere portata ancora più a fondo per essere molto più redditizia per i capitalisti, i grandi imprenditori, i banchieri. Ci vuole un’altra bordata di shock economy, per instillare ancora più paure, fobie, minacce incomprensibili nel popolo e costringerlo ad accettare misure impopolari che in caso di normalità e stabilità economica sarebbero ampiamente osteggiate. L’applicazione di queste politiche di privatizzazioni selvagge, tagli alla spesa pubblica e liberalizzazioni dei salari verrà ovviamente effettuata senza il consenso popolare, approfittando di una causa esterna (principalmente lo spread) e aumentando come da programma sia la disoccupazione che l’impoverimento generale.

Immaginatevi quindi in uno scenario del genere uno scontro fittizio fra Mario Monti e Silvio Berlusconi, che si fronteggiano in un finto duello al fulmicotone per polarizzare il confronto e l’attenzione degli italiani (sempre sensibili alla logica delle appartenenze calcistiche) e per escludere dal dibattito tutti gli estremismi, compresi i nascenti movimenti sovranisti e anti-europeisti oppure lo stesso Movimento 5 Stelle, che fa paura non tanto per i suoi contenuti inesistenti ma per la sua intrinseca imprevedibilità e ingovernabilità politica interna. Per spiazzare la concorrenza, Berlusconi e Monti fanno finta di essere avversari in modo da rafforzarsi a vicenda, con il solito appoggio esterno al professore del PD di Bersani, che pur di non governare e contemporaneamente non indebolire l’assetto europeista attuale continuerebbe volentieri a recitare la parte della povera vittima incastrata suo malgrado fra due fuochi. “Tutto cambia affinché nulla cambi”, avrebbe detto il Principe Fabrizio del Gattopardo.

FONTE: Tempesta-Perfetta.blogspot.it

Gli italiani sono “disonesti”? No, sono schiavizzati!

di: Enrico Galoppini

Alcuni giorni fa, Domenico Scilipoti, parlamentare già dell’IdV e noto inizialmente per aver formato il Movimento di Responsabilità Nazionale a sostegno dell’ultima fase di un Governo Berlusconi colpito da “scandali” e “tradimenti”, è stato invitato ad una trasmissione de “La7” nella quale, in studio, sono ospiti fissi giornalisti della “autorevole” stampa estera.

Scilipoti, da un po’ di tempo, s’è fatto portavoce d’istanze sovraniste monetarie, culminate in un recente convegno presso la Camera dei Deputati, assieme al prof. Claudio Moffa, dedicato alla discussione dialcune proposte mirate alla restituzione della proprietà della moneta al popolo italiano.

Ma prima di procedere, invito a seguire con attenzione lo spezzone video della trasmissione in oggetto:

Ora, se uno non è completamente plagiato dai “media” e dalla mentalità che inducono, e se la sua capacità di discernimento non s’è ottenebrata del tutto, non faticherà a scorgere in quel che ha visto e ascoltato quanto segue.

Ma per prima cosa, una questione di “metodo”. Accettare l’invito in queste trasmissioni, sia “leggere”, sia “impegnate”, per parlare di questioni molto serie è completamente tempo perso. Gli autori, i conduttori e gli ospiti fissi di questi programmi – ammesso che lavorino “in autonomia” – preparano una situazione perfetta per screditare, di fronte ad un pubblico che conoscono bene come i proverbiali “polli”, l’invitato “scomodo” diturno. Ci sono mille sistemi: s’interrompe l’ospite mentre parla (meglio se sul più bello), si sminuisce, si travisa (“ma vuole tornare alla lira?”), si ridicolizza, si spaccia per assurda una cosa ragionevole (“ma come, un condono fiscale?”), si crea un clima non consono all’argomento trattato eccetera eccetera.

Molto meglio, quindi, se si ha qualcosa d’importante da dire, andare in mezzo alla gente, parlare faccia a faccia, ovunque si renda possibile, uscendo da quella parvenza di realtà che è la televisione: Grillo, questo, l’ha capito bene, proibendo ai suoi di partecipare a questi “salotti televisivi” e prediligendo le piazze. Molto più efficace il passa parola e il contatto reale che farsi infilare nel “panino” confezionato dagli ideatori diuna trasmissione televisiva, destinata ad un pubblico per sua naturadistratto e condizionabile al massimo grado.

Che cosa sono, altrimenti, situazioni come quella che avete potuto osservare e giudicare in quel breve filmato?

Si consideri l’atteggiamento di tutti i presenti in studio. Si studino bene le espressioni, le smorfie, le mosse, le battute, i toni… Dall’inizio alla fine è come se l’ospite fosse lì per esser messo alla berlina, esposto al pubblico ludibrio, per il semplice fatto di essere “strano” perché afferma cose “strane”. Sì, perché è proprio così grazie all’indottrinamento di massa: come per magia, agli occhi della massa inebetita e più o meno “acculturata”, tutti quelli che sollevano una questione che esuladall’ordinario tergiversare mediatico appaiono come degli individui “strani”, come dei “pazzi” che vengono a sovvertire il magnifico ordine costituito.

Cosa c’è di strano, mi chiedo, nel parlare della sovranità monetaria? Nel tentare d’introdurre presso un pubblico che non sia quello degli specialisti e di coloro che sono già informati una questione di così cruciale importanza per tutti? Anche se la massa non se ne rende conto (ma dicosa mai s’è resa conto?), dalla sovranità monetaria discende, né più né meno come afferma ad un certo punto Scilipoti, la soluzione di almeno l’80% dei problemi degli italiani (e di ogni altra nazione che affrontasse una volta per tutte tale questione).

Naturalmente stiamo parlando di “problemi materiali”, ma chi l’ha detto – e qui mi rivolgo a chi pensa che o si mette mano ai massimi sistemi o niente da fare – che quelli non contano? Pensano di campare d’aria? Anzi, siccome alla fin fine non esistono nella vita compartimenti stagni, sarà bene cominciare ad entrare nell’ordine d’idee che anche le faccende cosiddette “materiali” hanno delle ripercussioni sui piani “morale” e “spirituale”, sempre che tali “piani” esistano come realtà separate edistinte. La differenza, infatti, non è data dalle cose in sé, ma dall’atteggiamento, dall’attitudine con cui le si affronta. I soldi, perciò, non sono necessariamente “lo sterco del demonio”, ma possono trasformarsi, se solo ci sforzassimo di essere uomini e non le dantesche “pecore matte”, in uno strumento di “liberazione” di tutta una serie dipotenzialità, affrancandoci, grazie ad una loro sana e naturale gestione (moneta popolare non gravata da debito), da una perenne rincorsa per procurarceli per poi ridarli indietro ai loro veri proprietari (di qualcuno pur saranno, no?) sotto forma di balzelli d’ogni tipo (come l’assurda ed inconcepibile IMU), mentre i più – poveri fessi – s’illudono che i “loro soldi” siano effettivamente di “loro proprietà”!

Invece no, non può essere così in un regime in cui la moneta, anziché essere dei cittadini, è delle banche private (che la massa ritiene “pubbliche”), le quali per di più non vengono sottoposte, grazie a “leggi”ad hoc, alla medesima tassazione asfissiante che tocca a tutte le altre imprese e ai privati cittadini, col pretesto del “debito pubblico” e del rischio che “i servizi” non possano più essere erogati (cosa del tutto falsa, perché se la moneta è di proprietà del popolo lo Stato può erogare tutti i servizi che vuole, ma adesso non può farlo perché deve indebitarsi, come fanno d’altra parte tutti gli enti pubblici, che infatti per non “fallire” s’indebitano sempre più, “tagliano” e svendono beni concreti ai privatissimi prestatori di danaro).

Intendiamoci, per affrontare con la famosa “gente” un tema così importante come quello della moneta e della relativa sovranità bisogna: 1) essere estremamente preparati, specialmente se ci si trova incalzati, in pubblico, da personaggi incaricati di ridicolizzare, spargere illazioni, intorbidire le acque, sviare il discorso ecc.; 2) parlare il più chiaro possibile e puntare dritti al cuore del problema, evitando di atteggiarsi a “professore”, ovviamente senza banalizzare fino al punto di stravolgere le cose. La famosa “gente” non aspetta altro che qualcuno parli un linguaggio comprensibile, ma i cosiddetti “esperti” ufficiali complicano appositamente ogni cosa per rivestire d’una nebbia ciò che è molto più semplice di quanto lo fanno sembrare.

Quindi, le fonti primarie per comprendere come funziona la “truffa monetaria” sono: quelle di autori che 1) sono fuori dalla “accademia”, poiché essa è incaricata di riprodurre il consenso verso l’attuale sistema finanziario, sia presso gli addetti ai lavori, sia presso chi crede di sapere tutto perché ascolta gli “esperti” delle “pagine economiche”; 2) non ricercano una visibilità, una celebrità a tutti i costi, e nemmeno una “cattedra”, ma sono mossi da un’insopprimibile tensione morale, che non può che derivare da un afflato religioso, più o meno cosciente.

Non a caso, Giacinto Auriti, che in Italia è stato il pioniere della lotta contro l’usurocrazia e il potere assoluto dei “signori del denaro”, era un cattolico, non di quelli “modernisti” tutto fumo e poco arrosto o “riformati” che, nella migliore tradizione americana, elevano preghiere affinché il loro conto in banca si rimpinzi sempre più. E, soprattutto, lui che era un “professore”, non disdegnava di parlare con nessuno, fino al più umile lavoratore; non come fanno gli “intellettuali” e la quasi totalità dei suoi colleghi, ben rinserrati nei loro fortilizi e schifati alla sola idea d’incontrare un “plebeo”. Inoltre Auriti aveva capito che l’unico modo per comparire in televisione e non farsi infinocchiare era quello di tenere dei veri e propri monologhi, come quelli andati in onda su un canale locale abruzzese, alla faccia dei benpensanti che ritengono indispensabile sempre un “confronto”: ma tra chi, tra un uomo preparato, cristallino e disinteressato, e un prezzolato, disonesto preoccupato solo di farsi una “posizione” e di compiacere il suo padrone? Ma di quale “confronto” parlano questi ipocriti? Un uomo può confrontarsi solo con un suo pari e non con una marionetta o un servo del potere. Se poi si seguono queste pionieristiche trasmissioni del compianto Auriti, si noterà che da casa giungevano telefonate in studio: quale trasmissione di qualsiasi canale nazionale in cui si trattano argomenti politici ed economici ammette l’intervento, senza filtri, del pubblico a casa? Un’altra dimostrazione che quest’uomo non temeva “l’imprevisto”, l’eventuale reazione ostile, perché alla fine il “nemico”, se davvero non è mosso da perfidia inguaribile o perché ha un qualche tornaconto nel tenere in piedi un sistema iniquo, è solo uno che non sa, e la cui avversità è dettata perciò da una pura e semplice ignoranza.

Ad un certo punto, però, uno potrebbe obiettare che se Scilipoti – così come l’avv. Marra, ospite di un’altra trasmissione in cui gli viene riservato analogo ‘trattamento di riguardo - viene chiamato in tv a parlare di faccende così “scomode”, ciò è la dimostrazione che in “democrazia” esiste un vero “pluralismo” delle opinioni ammesse e portate a conoscenza del pubblico. Ragioniamo un attimo, però. Quante volte, in proporzione a quelle in cui si discute di “casta”, cronaca nera, politica politicante (tipo le “primarie”) ed altre mille stupidaggini di nessun interesse collettivo (anche quando sembrano “importanti”), i telespettatori possono venire anche solo lambiti da temi d’importanza così cruciale per le loro vite come quello della proprietà della moneta? Si contano sulla punta delle dita. Quindi, il sospetto è che siccome Lorsignori (le tv sono di proprietà degli stessi “signori del denaro”) sanno benissimo che sempre più persone stanno accorgendosi della loro truffa, giochino d’anticipo (come stanno facendo con le “scie chimiche”), imbastendo queste finte occasioni di “confronto” e di “informazione” per cercare ditamponare la falla che s’è aperta nella loro barca.

Ma non ce la possono fare, anche se cantano vittoria. Ormai la loro barca fa acqua da tutte le parti. Per un semplice motivo: disconoscono lanatura umana, che intendono piegare tramite i loro giochi di prestigio, ma che alla fine riemerge e pretende i suoi diritti. L’uomo, infatti, può raccontarsi tutte le favole che vuole, ma queste possono inebriarlo fintanto che le cose gli vanno bene, fornendogli una “giustificazione ideologica” e una “descrizione razionale” della realtà concreta che si trova a vivere. Detto in altri termini, gli uomini finché hanno la pancia piena e stanno al caldo non si lamentano, e sono pertanto disposti ad adottare qualsiasi “favola” per dire a se stessi di aver “compreso” il mondo in cui vivono. L’uomo è fatto così: ha anche bisogno di una “narrazione coerente” della realtà in cui vive. Da cui, il “bisogno” delle “ideologie”. Ma quando si rende conto che non c’è più trippa per gatti, che l’inverno lo passerà all’addiaccio e che, insomma, anziché la chimerica “luce alla fine del tunnel della crisi” vista per certa dai soliti camerieri dell’usura, là in fondo c’è solo un enorme buco nero che inghiottirà i suoi beni e anche lasua vita, ebbene, a quel punto non è più disposto ad ascoltare le “favole”. Vuole la trippa e tanti saluti ai bei discorsi e alle “teorie”.

Lorsignori e i loro lustrascarpe hanno ben poco da ridere. Si stanno incartocciando in una logica inesorabile che li condurrà alla disfatta, anche se si presentano sicuri di sé, imbattibili e con la verità in tasca. Èla tipica sbruffoneria di chi si considera superiore per ‘diritto divino’, di chi, a forza di disprezzare lo schiavo non si rende conto che quello non ha più l’anello al naso.

Quando si sentono troppo sicuri, commettono poi degli errori imperdonabili. Cosa può pensare in effetti un italiano che si sente dare del “disonesto” da uno straniero che per giunta viene qua a fare la bella vita impartendoci la “moralina”? Lo sappiamo bene come funziona tra italiani: è tutto un lamentarsi, ci diamo continuamente le martellate sui… ma se qualcun altro ci viene ad insultare, allora facciamo quadrato e mostriamo i pugni. È così, punto e basta, ed è un istinto sano, checché ne dicano pedagoghi, sociologi ed antropologi da strapazzo imbevuti d’una ideologia fallimentare destinata al pattume assieme alla teoria e alla pratica monetaria vigente.

Se siamo dei “ladri” lo stabiliamo noi, e soprattutto saremo noi italiani a chiarire chi è il vero ladro e chi, invece, schiacciato dai camerieri dell’usura, che “italiani” non sono più perché per loro l’idea di“patria” è solo un “patetico residuo del passato”, tenta solo di stare a galla e di dare da mangiare alla propria famiglia, mentre voi vi rimpinzate alla faccia nostra.

Da che pulpito proviene poi quest’ironia da quattro soldi, quest’abitudine a trattare da “pazzo” ogni italiano che dimostra un minimo di coraggio e diamor proprio! Sarà bene ricordare che le “oneste” Inghilterra, Francia, Olanda e Spagna, mettendo assieme le loro rapine ai danni del mondo intero, orchestrate dai grandi finanzieri che oggi rapinano anche noi, non sono nemmeno lontanamente paragonabili all’Italia e ai suoi “crimini”, che al confronto fanno la figura delle marachelle d’un mariuolo rispetto allasistematica attività delinquenziale d’una banda di tagliagole.

L’Italia, però, stante la sua sudditanza politica, militare, economica e, in specie, culturale, è costretta a fare continua ammenda e solenne promessa dinon provare mai più ad essere “grande”. Figuriamoci riprendersi lasovranità monetaria per il bene di tutti!

Ma a loro, alle “grandi democrazie” di lungo corso, tutto è permesso: continuare a sfruttare intere popolazioni africane, asiatiche e latino-americane, ed anche i loro stessi “sudditi” (si pensi a che carne da macello è un “americano medio”), e poi venire qua a ridacchiare sul nostro conto, a sbeffeggiarci in casa nostra, come se non sapessero di trovarsi in una terra sotto occupazione e servaggio dal 1945. Condizione che, piuttosto che alimentare comportamenti virtuosi, “civili” ed educare ad un “carattere”, incoraggia tutte le viltà e gli istinti più bassi. Lo possiamo affermare con cognizione di causa, perché finché l’Italia è stata una nazione libera e sovrana i lavori pubblici, tanto per fare solo un esempio d’attualità, finivano in tempo (talvolta in anticipo), e alla fine è pure capitato che risultasse un avanzo di cassa rispetto alla previsione dispesa!

Perciò, se gli italiani sono “disonesti” (il che, allo stato attuale, non è solo un’illazione), lo sono a causa del malcostume e del menefreghismo indotti dalla mancanza di libertà, perché solo la condizione di uomini liberi a casa propria è di sprone ad impegnarsi per traguardi che travalicano il mero tornaconto personale. Come fa un italiano, in questa situazione di “morte della Patria”, ad agire disinteressatamente? Non è possibile, anzi, è una corsa al magna magna più esasperato, perché da un lato il “Badrone” manda avanti i più scaltri e servili (e, diciamocelo, i più scemi), dall’altro la“liberal-democrazia” – la forma politico-istituzionale impostaci – esprime solo individualità interessate al proprio orticello, che raccontano a pappagallo la favoletta dell’interesse generale risultante dalla sommatoria dei singoli interessi individuali soddisfatti.

In uno stato di servitù, qual è quello che a tutta vista non dev’esser chiaro a questi “autorevoli” commentatori della stampa estera, ci si riduce esattamente come quelle popolazioni delle “Repubbliche delle banane” del Centro America, o come quelle del cosiddetto “Terzo mondo” in cui lacorruzione e il malaffare sembrano una malattia congenita, quando è risaputo che tutto dipende dall’esempio e dalla guida che ricevono dall’alto (infatti appena va al potere un personaggio imprevisto con le idee a posto, come Thomas Sankara in Burkina Faso, lo fanno subito fuori).

Che ridano, che sbeffeggino, che scatenino a ruota libera la loro funambolica parlantina e diano libero sfogo alle loro arti incantatorie (c’è chi, ad un certo punto del filmato, dice che l’aver cambiato gruppo parlamentare “non è democratico”: ma che significa???). Vogliono farci credere di essere dei “ladri” per convincerci che siamo dei falliti, ieri, oggi e domani, congenitamente incapaci di combinare qualcosa di buono, ma in realtà hanno paura di noi e di quello che può rappresentare un’Italia libera, sovrana e indipendente.

Altrimenti non si prodigherebbero a tal punto  nell’inondarci di propaganda e spazzatura mentale, trattenendoci nella morsa di oltre cento basi militari e nella camicia di forza dellamoneta-debito.

Sanno bene che la “crisi” non è una situazione passeggera, ma una condizione permanente preparataci appositamente, per ridurci in schiavitù. Cosa ci sia da ridere, lo sanno solo loro, quando si accorgeranno di aver passato la vita a tenere bordone ad un sistema iniquo e, più che altro, realizzeranno che pure loro sono delle pedine di un gioco che nemmeno immaginano, tanto sono felici, adesso, di sedere allamensa del “Badrone”.

Credono di poter giochicchiare e cincischiare all’infinito confidando nelle loro capacità di “illusionisti”, ma non si accorgono che stanno facendo dei passi falsi. In giro, con la pancia vuota, monta rabbia ed insofferenza verso le “chiacchiere”, e, soprattutto, aumenta la voglia di capire e disapere davvero chi, come e perché ci sta strangolando.

Ridete ancora per un po’… Ci sarà ben poco da ridere quando gli italiani esploderanno e si libereranno dalle vostre catene.

FONTE: EuropeanPhoenix

La teoria dei cicli di Nikolai Kondratiev

di: Alexander Aivazov e Andrej Kobyakov

La crisi finanziaria che è scoppiata negli Stati Uniti e che dopo ha coinvolto tutto il mondo, richiede adeguate misure da parte della comunità globale. Ma quali azioni dovrebbero essere considerate adeguate in questo caso?

 Per rispondere a questa domanda dobbiamo prima identificare le vere ragioni sottostanti che hanno creato la crisi, e stimare la sua lunghezza e profondità. Gli economisti liberali dogmatici continuano a convincerci che in diversi mesi, o almeno in uno o due anni, tutto si “calmerà”, il mondo tornerà ad un progressivo sviluppo, mentre la Russia si sposterà verso un modello economico dell’innovazione.

È veramente così?

Più di 80 anni fa l’importante economista russo Prof. Nikolai D. Kondratiev descrisse e dimostrò teoricamente l’esistenza di grandi cicli di sviluppo economico (45-60 anni), all’interno dei quali le “riserve dei maggiori valori materiali” globali vengono nuovamente riempite, cioè in cui le forze produttive mondiali messe assieme a ogni ciclo trascendono verso un livello più alto.

Secondo Kondratiev, ogni ciclo ha una fase ascendente e una declinante. La dinamica interna di cicli (denominati cicli K in base al suo nome) e il principio della loro fluttuazione si basano sul meccanismo di accumulazione, concentrazione, dispersione e svalutazione del capitale come fattori chiave dello sviluppo dell’economia (capitalista) di mercato.

Inoltre Kondratiev indicò che questa regolarità ciclica esisterà finché persiste la modalità capitalista di produzione. “Ogni nuova fase del ciclo è predeterminata dall’accumulazione di fattori della fase precedente, ogni nuovo ciclo segue il ciclo precedente in modo tanto naturale quanto una fase di ciascun ciclo segue l’altra fase. Però bisogna capire che ogni nuovo ciclo emerge in nuove particolari condizioni storiche, su un nuovo livello di sviluppo delle forze produttive, e perciò non è una semplice reiterazione del ciclo precedente”. [Non una semplice reiterazione, ma di fatto una reiterazione, in base allo schema oggettivo di Kondratiev. Vero solo in un particolare sistema economico-finanziario].

Nikolai Kondratiev riuscì a studiare solo due grandi cicli e mezzo, terminando la sua ricerca sulla fase crescente del terzo ciclo. Egli pubblicò il suo rapporto quando si era già nella fase discendente del terzo ciclo, nel 1926, e quando la grandezza e lunghezza della fase discendente non poteva ancora essere stabilita (così egli predisse la grande depressione).

Purtroppo per la scienza economica internazionale Nikolai Kondratiev cadde in disgrazia: nel 1928 egli perse la sua posizione di direttore del suo istituto di ricerca; nel 1930 fu arrestato per “attività antisovietiche” infine condannato a morte. I marxisti ortodossi, comprendendo la stoNikolai ria come un processo lineare unidirezionale e prevedendo il crollo del capitalismo il “ giorno dopo”, percepirono la sua teoria del graduale miglioramento dell’ordine capitalista come un’eresia pericolosa. Altri critici videro nel regolare declino dell’economia che egli aveva descritto un sabotaggio dei piani economici quinquennali (sebbene Kondratiev avesse preso parte alla elaborazione del primo piano quinquennale). Come risultato l’eredità scientifica di Kondratiev fu occultata per quasi sessant’anni. Solo nel 1984 l’economista Stanislav Menshikov, uno scienziato di fama mondiale coinvolto nelle previsioni economiche per conto delle Nazioni Unite, amico e coautore di John Kenneth Galbraith, riabilitò il nome di Kondratiev in un articolo sulla rivista “Communist”.

Nel 1989 Menshikov e sua moglie pubblicarono col titolo “Long Waves in Economy: When the Society Changes its Skin” [“Le onde lunghe in economia: quando la società cambia la sua pelle”] la più profonda analisi della teoria di Kondratiev. Un altro prominente autore russo, Sergey Glazyev, contribuì alla teoria di Kondratiev, fornendo un’analisi strutturale dei sottostanti cambiamenti negli “schemi (modi) tecnologici”.

Il nome di Kondratiev era ben noto agli economisti occidentali. Però Stanislav Menshikov notò un fenomeno curioso: l’interesse alla teoria dei grandi cicli solitamente ringiovaniva durante le fasi declinanti, negli anni 20-30 e negli anni 70 e 80, mentre nelle fasi crescenti, quando l’economia globale si sviluppa progressivamente e le fluttuazioni, concordemente alla teoria di Kondratiev, non sono molto profonde, l’interesse scompare.

Una Depressione prevista

Le previsioni di Nikolai Kondratiev furono pienamente confermate nel periodo della grande depressione che coincise con il punto più basso della fase declinante del terzo periodo. Una periodizzazione ulteriore è argomento di polemica. I ricercatori si dividono principalmente in due gruppi, applicando differenti approcci alla determinazione di cicli.

Il primo gruppo che basa le sue analisi principalmente sugli indici dell’economia reale—quantità della produzione, dinamica dell’impiego, attività di investimento e varie proporzioni strutturali—ritengono che la fase declinante del terzo ciclo terminò all’inizio della seconda guerra mondiale.

La fase crescente del quarto ciclo iniziò durante la guerra e continuò sino a metà degli anni 60. La crisi del dollaro Usa e il crollo sistema di Bretton Woods nel 1968-71 divenne il punto critico per la transizione alla fase declinante, che corrispose con la crisi petrolifera e la stagflazione degli anni 70. La “Reaganomics” negli Stati Uniti e la politica di Margaret Thatcher in Gran Bretagna segnarono la transizione al successivo quinto ciclo K, con la sua fase crescente che ha coperto la seconda metà degli anni 80 e gli anni 90.

Come al solito, alla fine della fase crescente, nella cosiddetta zona di saturazione, ci troviamo di fronte a fenomeni quali la diminuzione della percentuale di guadagno nel settore dell’economia reale e un imponente fuoriuscita di capitali verso la sfera della speculazione finanziaria che generò prima un surriscaldamento del mercato azionario (fine anni 90) e poi del mercato dei mutui (inizio anni 2000).

Il secondo gruppo di ricercatori, che si basa piuttosto sugli indici finanziari, cioè sulla dinamica del mercato azionario e sulla dinamica del tasso di guadagno sulle obbligazioni, estende la fase declinante del terzo ciclo per l’intero periodo della seconda guerra mondiale e la ricostruzione postbellica sino al 1949. In modo simile al primo gruppo, essi collocano il punto estremo della fase crescente a inizio anni 70, ma interpretano il declino di quel periodo come una “recessione primaria” seguita da un plateau che dura sino all’inizio del ventunesimo secolo. Essi indicano che un simile plateau è corrisposto agli andamenti crescenti del mercato azionario nei cicli precedenti, rispettivamente nel 1816-1835, 1864-1874, e 1921-1929. Il secondo gruppo di ricercatori stima la durata media di un ciclo in cinquant’anni, ma l’ultimo ciclo nella loro descrizione viene stranamente protratto oltre i sessant’anni.

Perciò, nonostante le significative differenze metodologiche degli approcci, entrambi i gruppi di analisti identificano negli anni 2000 l’inizio di un declino, cioè di una fase di depressione.

L’attuale crisi è all’inizio

Di fronte al declino ci aspettiamo un nuovo scoppio di interesse verso la teoria di Kondratiev. Nel frattempo i monetaristi liberali le cui idee hanno dominato la scienza economica negli ultimi 25 anni vengono screditate, i loro sforzi di interpretare l’attuale crisi come una fluttuazione temporanea nell’economia globale, rivela solo la loro ignoranza economica. L’esperienza dei precedenti cicli K indica che le misure tradizionali contro la crisi sono efficienti solo nella fase crescente del ciclo, nel periodo di fiorente crescita quando le recessioni sono leggere e transitorie sullo sfondo di uno sviluppo progressivo dell’economia globale.
Gerhard Mensch, uno scienziato che ha studiato simili processi durante la fase declinante degli anni 70, ha sottolineato che sotto le condizioni di deterioramento della congiuntura economica i metodi monetaristi per risolvere il problema sono inefficienti, dato che politiche restrittive del credito inevitabilmente colpiscono i prezzi al consumo, mentre politiche liberali pro-attive favoriscono operazioni di speculazione. E’ piuttosto naturale che l’approccio fortemente restrittivo scelto dalla Banca centrale europea risulti in una crescita dell’inflazione, sebbene cinque anni fa gli effetti della stessa politica risultarono opposti.

All’inizio della crisi l’inflazione in Europa non superava il 2%, ma ad oggi il potere d’acquisto è crollato, nonostante gli elevati livelli dei tassi di rifinanziamento introdotti dalla BCE. Nel frattempo la politica liberale, condotta sino a un periodo recente negli Stati Uniti, ha alimentato la speculazione sul mercato azionario e l’espansione di capitali fittizi (gonfiati), stimolando un incremento speculativo dei prezzi nei settori dei beni più commerciabili: mercato immobiliare, oro, petrolio e cibo. L’incremento dei prezzi non ha alcuna relazione con la quantità di produzione e con la saturazione della domanda.

Nonostante tutti gli sforzi intrapresi dal (l’ex) presidente della BCE Jean-Claude Trichet e dal presidente della Federal Reserve Ben Bernanke, cambiamenti positivi non vengono raggiunti. L’economia globale deve passare attraverso un periodo di “ ricarica” sbarazzandosi del capitale sovraccumulato tramite una sua massiccia svalutazione nel processo di una inevitabile e lunga recessione. La svalutazione del capitale monetario probabilmente procederà attraverso una catena di crack finanziari, che daranno inizio al terzo default del dollaro Usa (come già avvenne negli anni 20-30 e negli anni 70). Perciò, l’economia globale verrà scossa molte volte, l’attuale crisi è solo un colpettino alla cravatta segno di eventi più grandi che arriveranno nei prossimi anni. L’economia globale probabilmente raggiungerà il suo punto più basso alla fine della fase declinante del quinto ciclo K, tra il 2012 e il 2015.

Il crollo del sistema finanziario Usa può avvenire uno o due anni in anticipo nel caso che il nuovo presidente Usa scelga un approccio dogmatico agli attuali problemi.

Titolo originale: “Nikolai Kondratiev’s “Long Wave”: The Mirror of the Global Economic Crisis
Alexander Aivazov e Andrei Kobyakov
rpmonitor.ru/ – mlnews

Box

I TRE CICLI ANALIZZATI

I. Fase crescente: dalla fine degli anni 80 del 1700, inizio anni 90, sino al 1810-1817.

Fase declinante: dal 1810-1817 al 1844-1851.

II. Fase crescente: dal 1844-1851 al 1870-1875.

Fase declinante: dal 1870-1875 al 1890-1896.

III. Fase crescente: dal 1890-1896 al 1914-1920.

La nuova ricerca (primo gruppo)

I ricercatori del primo gruppo sono convinti che i cicli si comprimono con l’intensificazione del progresso scientifico-tecnologico: dagli anni 40 la lunghezza di un ciclo si è ridotta da 50-55 a 40-45 anni. La continuazione della regolarità di Kondratiev risulta in questo modo:

Fase declinante del terzo ciclo: dal 1914-1920 (negli Stati Uniti dalla fine degli anni 20) al 1936-1940.

IV. Fase crescente: dal 1936-1940 al 1966-1971.

Fase declinante: dal 1966-1971 al 1980-1985.

V. Fase crescente: dal 1980-1985 al 2000-2007.

Fase declinante: dal 2000-2007 sino approssimativamente al 2015-2025 (previsione).

VI. Fase crescente: dal 2015-2025 al 2035-2045 (previsione).

In base al secondo gruppo di analisti, la regolarità di Kondratiev prosegue in questo modo:

Fase declinante del terzo ciclo: dal 1914-1920 al 1949.

IV. Fase crescente: dagli anni 50-70, con una “recessione primaria” sino al 1982, seguita da un plateau sino agli anni 2000.

Fase declinante a partire da inizio, metà degli anni 2000.

LE ONDE DI KONDRATIEV

Quando si parla di onde, in natura si pensa a quelle marine o a quelle elettromagnetiche, mentre in Borsa si pensa a quelle di Elliot.

Oggi però voglio parlarvi delle onde di Kondratiev, una teoria risalente agli anni ’20. L’argomento è in realtà d’estrema attualità, visto che è strettamente legato all’andamento dell’economia e dei mercati finanziari in generale, e a quello delle materie prime (o commodities) in particolare.

Nel 1925 l’economista russo Nikolai Kondratiev (1892-1938) osservò che lo sviluppo delle economie di mercato è caratterizzato da onde o supercicli, lunghi 50-60 anni, ognuna delle quali suddivisibile di quattro fasi: espansione, recessione, depressione e ripresa.

Negli anni Trenta del ‘900 l’austriaco Joseph Schumpeter (1883-1950) riconsiderò la teoria e scoprì che queste onde K corrispondono agli sviluppi dei cicli di innovazione. Sono le nuove tecnologie, quindi, che caratterizzano questi supercicli e che permettono la creazione di nuove industrie e attività, spesso in nuove localizzazioni divenute più vantaggiose. Il primo ciclo di Kondratiev (1770-1825; Rivoluzione industriale) corrisponde ai primi sviluppi in Gran Bretagna della siderurgia basata sul carbon fossile e dell’industria tessile basata sul vapore. Queste nuove tecnologie causarono la concentrazione dell’attività industriali, fino a quel momento frammentate e disseminate in un numero sterminato di piccole officine e laboratori, in grandi fabbriche localizzate sul carbone.

L’applicazione del vapore ai trasporti ferroviari e marittimi sostenne il secondo ciclo (1825-1880; Era del vapore e delle ferrovie) creando, sempre in Inghilterra, nuovi impianti industriali non solo sui bacini carboniferi, ma anche in centri come Crewe, Derby o Swindon.

Il terzo ciclo (1880-1930; Era dell’acciaio, dell’elettricità e dell’ingegneria pesante)sostenuto dall’invenzione dell’elettricità, del telegrafo, del telefono e del motore a scoppio, nonché dallo sviluppo dell’industria petrolchimica, interessò soprattutto gli Stati Uniti, la Germania e la Francia, con conseguente passaggio del primato industriale dalla Gran Bretagna all’Europa continentale ed agli Stati Uniti.

Il quarto ciclo (1930-1980; Era del petrolio, dell’automobile e della produzione di massa) sostenuto, oltre che dall’ulteriore sviluppo della petrolchimica, da industrie ad alta tecnologia come quella televisiva e hi-fi, aerospaziale, delle fibre sintetiche e dell’elettronica, ha interessato soprattutto gli Stati Uniti, la Germania e ancora il Regno Unito.

Oggi viviamo in un quinto ciclo innovativo (Era dell’informatica e delle telecomunicazioni) che sta dando vita ad un’economia dell’informazione, che sfrutta l’energia immateriale del cervello umano per la ricerca e lo sviluppo (R&S) in campi come servizi per l’industria, creazione di software, biotecnologia e robotica, ecc, e che in modo sempre più diretto tende a legare la costosa R&S all’industria finale e ai servizi. In queste nuove attività gli Stati Uniti hanno un temibile rivale nelGiappone.

La recessione degli anni Settanta fu il risultato congiunto dell’aumento dei prezzi del greggio e della transizione dal quarto al quinto ciclo, che qualcuno ha individuato anche nel concetto di società post-industriale. Infatti, nei Paesi più sviluppati l’industria ha progressivamente ceduto il passo ai servizi, anche a causa della forte concorrenza dei nuovi paesi industrilizzati (o NIC) e dei produttori emergenti del Terzo Mondo.

Veniamo ai nostri giorni. Si legge ovunque dell’interesse per le commodities, prima fra tutte il petrolio, ma si teme, al contempo, che la lunga ascesa delle quotazioni, che dura ormai da circa un quinquennio, possa riservare brutte sorprese. Ci sono però economisti e investitori, (come Marc Faber, Shane Oliver ed altri – fra i quali mi annovero, nel mio piccolo), che ritengono che l’attuale fase storica rialzista delle commodities sia solo all’inizio.

Se si condivide la teoria delle onde K, infatti, il superciclo attuale è ancora in una fase di espansione, caratterizzata da un incremento degli investimenti capitali, da nuove tecnologie e da nuovi mercati. In questo contesto la domanda di materie prime soprattutto da parte di NIC quali Cina e India è, non solo forte, ma ancora in costante aumento, a fronte di un’offerta contenuta, sia nello stock che nella dinamica di crescita.
Kondratiev non beneficiò mai delle sue analisi: nel 1930 venne arrestato con l’accusa di appartenere ad un partito politico illegale nella Russia staliniana e dopo 8 anni di carcere, fu giustiziato. Le sue idee, però, sopravvissero e potrebbero trovare ulteriore conferma fra 15-20 anni.

FONTE: Rinascita.eu

Smascherata la Germania ora faccia cadere Monti

di: Magdi Cristiano Allam - twitter@magdicristiano -

È ora di riscattare la nostra sovranità dal servilismo del premier nei confronti dei diktat di Berlino

Riprendiamoci la sovranità! È il messaggio chiaro e forte di Silvio Berlusconi nel giorno in cui denuncia la fine della democrazia, l’avvento della magistratocrazia, il regime di riscossione fiscale e, soprattutto, la dittatura della Germania della Merkel che impone il suo arbitrio in Europa e quindi anche in Italia.

«La Germania ha un comportamento egemonico ed egoistico nell’Unione europea», ha tuonato Berlusconi, «il governo ha adottato al 100 per 100 le indicazioni della Germania egemone, anche sul piano dell’economia», facendo precipitare l’Italia nella spirale della recessione.

L’accusa, gravissima, che investe non solo la responsabilità ma anche l’intenzionalità e la credibilità di Mario Monti, arriva nelle stesse ore in cui, parlando ai giovani imprenditori, il presidente della Confindustria Giorgio Squinzi ha lanciato l’ennesimo grido d’allarme: «Le nostre aziende stanno soffrendo, forse anche morendo di fisco».Ciò che è implicito nella denuncia di Berlusconi è che questa recessione non è il frutto né dell’ingenuità di un incompetente né della buona fede di un esperto che persegue una propria strategia che a suo avviso dovrebbe corrispondere all’interesse nazionale dell’Italia. L’accusa rivolta a Monti è di essersi sottomesso al 100 per 100 all’arbitrio di uno Stato estero, storicamente rivale e certamente concorrente dell’Italia sul piano economico. Basti considerare che nel 2000, con la lira che potevamo svalutare, le esportazioni delle imprese italiane superavano quelle tedesche, la nostra bilancia dei pagamenti era migliore di quella della Germania, così come il reddito pro-capite e il livello di occupazione degli italiani era migliore di quello odierno.

La storia registrerà questi dati oggettivi per evidenziare la responsabilità di quanti, da Ciampi a Prodi a Giuliano Amato, hanno di fatto svenduto la nostra moneta nazionale pur di poter far parte dell’euro, con il risultato che oggi gli italiani stanno indubbiamente peggio e che i tedeschi stanno sicuramente meglio. Ed è solo un caso che coloro che hanno svenduto la lira fanno parte degli stessi poteri finanziari forti a cui ha aderito Mario Monti: dalla Goldman Sachs a Moodys, dal gruppo Bilderberg alla commissione Trilaterale? È un caso che chi volle favorire la Germania sottoscrivendo un tasso di cambio avvilente della lira nei confronti dell’euro, faccia parte della medesima consorteria di potere di chi oggi sta deliberatamente facendo precipitare l’Italia nel baratro della recessione?

A questo punto Berlusconi vada fino in fondo. Basta con gli equilibrismi nell’illusione che il grande burattinaio Napolitano, in cambio del suo sostegno al Monti-bis, gli garantisca un salvacondotto per uscire indenne dalla persecuzione giudiziaria di una magistratura che dal ’93 sta ricattando e assoggettando al proprio arbitrio gli italiani con dei veri e propri colpi di stato «legalizzati». Ritiri senza indugi il sostegno a Monti e si faccia promotore in Italia di una missione storica: riscattare la nostra sovranità monetaria, legislativa, giudiziaria e in definitiva nazionale. L’accusa di Berlusconi alla sottomissione di Monti allo strapotere della Germania è fondata sulla base di fatti, così come è incontestabile il fatto che gli italiani stanno pagando un prezzo inaccettabile per una recessione che non potrà che peggiorare se continueremo nella follia suicida di ripianare il debito contraendo altro debito. Guarda caso a giovarsene sono solo le banche e guarda caso il nostro debito pubblico è detenuto principalmente dalle banche tedesche.Bene ha fatto Berlusconi ad accusare Monti di servilismo nei confronti della Germania. Meglio ancora farà se promuoverà il riscatto della nostra sovranità. Con lui ci sarà la stragrande maggioranza degli italiani onesti che lavorano e producono, quel 97% di micro, piccoli e medi imprenditori che sono le principali vittime della strategia di Monti.

FONTE: IlGiornale.it

Se il capo dello Stato ci svende alla Merkel

Il capo dello Stato per salvare l’Italia dalla bancarotta vuole consegnarci alla Cancelliera. E calarsi le braghe davanti alla Ue

di: Vittorio Feltri

Hanno dato il premio Nobel per la pace all’Unione europea. Non stupisce. Quando non si sa a chi conferire un premio, lo si assegna a chi non esiste. Non è un caso se l’onorificenza fu regalata anche a Barack Obama prim’ancora che cominciasse a la­vorare alla Casa Bianca. Un Nobel sulla fi­ducia, un auspicio, una speranza. Peccato che poi il presidente americano abbia con­tinua­to nella politica bellica del suo prede­cessore, George W. Bush, passato alla sto­ria come guerrafondaio. Lo dimostra il fat­to che in Afghanistan il fuoco non sia cessa­to, e non cesserà presto. Dettagli.Bisogna riconoscere che da oltre ses­sant’anni, cioè dalla fine della seconda guerra mondiale, nel Vecchio Continente non avvengono scontri armati, se si esclu­dono le invasioni sovietiche dell’Ungheria e di Praga. Sorvoliamo su Varsavia. Robet­ta comunista, quindi accettabile. Vero, presidente Giorgio Napolitano?

Detto questo, ricordiamo che oggi, glo­balizzati come siamo, non usiamo più i cannoni per farci del male, ma la finanza: il risultato finale, morti a parte, è lo stesso. C’è chi perde le penne e chi fa i soldi.Il con­flitto in atto in Europa ( e non solo) vede pro­tagonista soprattutto la Germania, more solito . I tedeschi sono bravi, tenaci e ubbi­dienti, capaci di farsi rispettare, comanda­no e vincono. Tra poco  tempo disporranno dell’ago­gnato Quarto Reich senza aver sparato un colpo.

Cosicché dimo­streranno urbi et orbi che il Nobel all’Europa in fondo è merito loro. Così sia.

Chi avesse dei dubbi sui destini fatali di Berlino, e di Angela Me­rkel (fosse nostra…), ascolti o leg­ga il discorso pronunciato ieri a Napoli dal capo dello Stato. «Oc­corre che l’Europa… partendo dal dato irrinunciabile della moneta comune, seguiti ad andare avan­ti… sulla strada dell’approfondi­mento dell’unione economica e monetaria sia nel campo della fi­nanza e delle banche, sia in quello delle politiche economiche e di bi­lancio. Le innovazioni richieste comportano ulteriori trasferime­n­ti di poteri decisionali e di quote di sovranità; in questo senso si pone ormai la questione degli avanza­menti necessari nel processo d’in­tegrazione anche sul piano politi­co­istituzionale».Il linguaggio è quello che è, da ufficio studi che studia poco, ma il senso, sia pure faticosamente, emerge: se l’Italia vuole salvarsi, ceda il timone all’Ue,cioè alla Ger­mania (che conta), rinunci alla propria sovranità, si adatti al ruo­lo di periferia terrona del Reich, si faccia governare dalla cancellie­ra, e che Dio ce la mandi buona. Lessico oscuro, concetto chiaro: Napolitano, col silenzio-assenso del suo braccio destro (o sini­stro?) Monti Mario, annuncia al popolo che l’Unità d’Italia non ba­sta, occorre calare le brache al­l’Unione (europea).Forse non ha torto. Piuttosto che farsi governare dai Franco Fio­rito e dai Domenico Zambetti, me­glio gettarsi fra le braccia di Ange­la, con rispetto parlando. Ovvio, per acconsentire al trasferimento di quote della sovranità alla patria della signora teutonica è necessa­rio mettersi l’orgoglio nazionale sotto le suole, ma è sempre meglio che fidarsi dei banchettatori lazia­li e lombardi, stando con i quali al massimo crescono il debito pub­blico e il tasso di colesterolo, ma non certo l’economia e neppure il Pil.Prepariamoci a cantare Deut­schland über alles e a dimenticare La società dei magnaccioni . Affon­derà Er barcarolo romano ? Mah! Di sicuro affonderanno i partiti ca­sarecci o nostrali (come direbbe Matteo Renzi). La Merkel è l’uni­co dio e Napolitano è il suo profe­ta. Le prossime elezioni saranno una formalità; chi governerà è già scritto nei sacri testi del Quirinale. Tutti zitti e pedalare.

Capito Bersa­ni? Non ti agitare.

FONTE: IlGiornale.it

Gli squali dell’Emporio Ambrosetti

di: Alessandro Robecchi

I banchieri, gli imprenditori, i finanzieri, i geni dell’economia di mercato e gli altri guru del disastro riuniti al famoso Workshop Ambrosetti vorrebbero un governo Monti-bis. E’ come se la vasca dei pescecani dell’acquario di Genova votasse «Lo squalo» per la nomination all’Oscar. Ora, io non so cosa vende esattamente l’Emporio Ambrosetti elegantemente allestito a Cernobbio. Probabilmente vende previsioni macroeconomiche sul futuro del mondo. Una merce piuttosto deperibile, a giudicare dalle previsioni passate. Basta scorrere la rassegna stampa delle ultime edizioni per farsi quattro risate: «Imprenditori e banchieri: torna l’ottimismo», titolava il Corriere nel 2010. E Il Sole 24 Ore nel 2009: «Ritorno alla crescita tra due anni». E Tremonti nel 2008: «Lo sviluppo è anche il nucleare». E Il Messaggero nel 2010:

«Meno tasse per il rilancio». E Mario Monti nel 2008: «L’UE allargata è più sicura».

Insomma, ne avessero azzeccata una che è una, anche per sbaglio, anche per caso, per culo, per avventura o per la legge dei grandi numeri. Invece: niente. I giornali che seguono l’evento come se fosse una riunione di infallibili sciamani ebbri di peyote, continuano a registrare quelle previsioni come oro colato e a usare frasi come «Gotha dell’economia» e «Salotto buono della finanza». I nomi, più o meno, sono sempre quelli: i grandi banchieri sono sempre loro, gli illuminati imprenditori pure, gli astuti finanzieri sono sempre gli stessi, i geniali economisti anche, e al massimo può succedere che qualche banchiere si ripresenti in veste di ministro, o qualche professore coi i galloni di premier. Chissà, forse è all’Emporio Ambrosetti che si avvera il famoso miracolo italiano. Perché anche chi vive dando i numeri del Lotto ogni tanto è tenuto ad azzeccarne uno. Persino nelle tribù del Borneo lo sciamano viene cacciato dopo aver sbagliato troppi vaticinii. A Cernobbio no: tutti aspettano con ansia, annuendo, le nuove mirabolanti previsioni del «Gotha dell’economia». Fossimo sani di mente, dovremmo annuire anche noi. E poi fare esattamente il contrario.

IlManifesto.it

Sussulto di dignità: la Bulgaria dice no all’euro

di: WSI

Uno schiaffo ai burocrati di Bruxelles dal piu’ povero dei paesi dell’eurozona. “Il progettato ingresso nella moneta unica ha perso di significato”. “Il vento e’ cambiato… In questo momento, non vedo alcun beneficio dall’ingresso nell’euro, solo costi”, dice Boyko Borisov primo ministro dell’ex paese comunista.

La Bulgaria, il paese dell’Unione Europea piu’ povero ma allo stesso tempo raro esempio di politica fiscale virtuosa nel blocco dei 27, ha congelato a tempo indeterminato il progetto di adottare l’euro come moneta. Si tratta dell’ultimo caso di nazione prudente a prendere le distanze da Bruxelles e dalla disastrosa politica Ue, un’Unione incapace di gestire la crisi dei debiti sovrani, il cui effetto e’ mancata crescita, tasse piu’ alte e sacrifici per centinaia di milioni di cittadini.

Dalla capitale della Bulgaria Sofia, il primo ministro Boyko Borisov e il ministro delle finanze Simeon Djankov hanno spiegato che la decisione di non andare avanti con il piano strategico a lungo termine di adozione dell’euro, arriva in risposta al deterioramento delle condizioni economiche e alla crescita dell’incertezza sulle prospettive della Ue.

Ugualmente importanti, nelle parole dei due politici dell’ex paese comunista, il decisivo cambio di atteggiamento della pubblica opinione in Bulgaria, dove questo e’ il terzo anno consecutivo in cui sono in vogore misure di austerity.

“Il vento e’ cambiato, sia per cio’ che pensiamo noi al governo sia tra la gente… In questo momento, non vedo alcun beneficio dall’ingresso nell’eurozona, solo costi”, ha detto il ministro delle finanze Djankov. “I cittadini giustamente vogliono sapere chi dovremo salvare (dal collasso) quando entriamo nell’euro; e’ troppo rischioso per noi ed inoltre non e’ certo quali siano le regole ne’ come potranno cambiare tra un anno o due”.

FONTE: WallStreetItalia

ERF: la nuova spada di Brenno

di: Monia Benini

Non basta mai. I nostri aguzzini continuano a inventarsi nuovi metodi di tortura. Continuano a stillarci il sangue e a trarre profitto dalle nostre tragedie.

Non bastava dunque il MES, il Meccanismo Europeo di Stabilità, la cui entrata in vigore è ora legata alle decisioni della Corte Costituzionale tedesca, l’organo costituzionale tedesco. Non era sufficiente neppure il fiscal compact, o meglio il pareggio di bilancio, che trasforma un’entità illegittima – il debito – in una leva costituzionale bastevole a giustificare qualunque tipo di provvedimento che il governo di turno decida di calare sulle teste degli Italiani.

Ora l’Unione Europea sforna l’ERF, European Redemption Fund, o per meglio dire il Fondo Europeo di Redenzione (o Riscatto). Il 13 giugno scorso infatti il Parlamento europeo ha approvato, con il voto su due risoluzioni, il regolamento per il rafforzamento della governance dell’UE.

La prima risoluzione (clicca qui), denominata Gauzes, dal nome del relatore, è stata approvata con il 73% dei voti a favore (qui è possibile vedere il dettaglio) e ha messo nero su bianco un principio da far accapponare la pelle: l’assoggettamento a tutela giuridica di uno Stato membro (a decorrere dal 2017). Ciò significa che ‘le autorità dello Stato membro interessato attuano le misure raccomandate (dalle istituzioni europee, NdA) relative all’assistenza tecnica (…) e presentano alla Commissione un piano di ripresa e di liquidazione dei debiti per approvazione. Cioè il Governo nazionale perde ogni tipo di potere decisionale e operativo; in altre parole lo Stato è privato totalmente della propria sovranità. In altri termini potremmo dire che è commissariato. Formalmente occupato dall’esercito della grande finanza internazionale. Nessun complottismo, dunque…è una vera e propria dittatura dell’euro e dell’UE. Non a caso, l’ex presidente Cossiga si esprimeva in questi termini: “l’organizzazione politica più antidemocratica che esiste oggi al mondo è l’Unione Europea. (…) se uno stato sovrano si fosse dato un’organizzazione istituzionale come quella dell’UE saremmo scesi tutti quanti in piazza. Armati.”

La risoluzione Ferreira (clicca qui), approvata con il 74% dei voti favorevoli (vedi qui), stringe il cappio, introducendo appunto il nuovo fondo, l’ERF – il Fondo Europeo di Redenzione (o Riscatto). Tecnicamente, è l’articolo 6 quinquies a definire il biblico provvedimento, ‘al fine di ridurre il debito eccessivo nell’arco di un periodo di 25 anni’. Gli Stati membri dovrebbero trasferire ‘gli importi debitori superiori al 60% del PIL all’ERF nell’arco di un periodo di avviamento di 5 anni’, attuare ‘una strategia di consolidamento di bilancio e un’agenda di riforme strutturali’,costituire ‘garanzie per coprire adeguatamente i prestiti concessi dall’ERF’, ridurre ‘i rispettivi disavanzi strutturali durante il periodo di avviamento per rispettare le norme di bilancio’. Il passaggio sicuramente più insidioso è quello relativo alle garanzie: secondo gli analisti tedeschi, l’Italia dovrebbe partecipare al fondo con la quota più grande (40%), ovvero oltre 950 miliardi di euro. Per coprire il prestito dell’ERF, l’Italia potrebbe essere costretta a cedere (almeno per 25 anni) una frazione più o meno cospicua del gettito delle imposte nazionali, a vendere una parte del patrimonio (asset) pubblico, a dare in pegno le proprie riserve auree e di valuta estera. Perdendo tutto, nel caso non riesca a onorare il prestito dell’ERF. Siamo dunque in un nuovo circolo vizioso: riforme strutturali e ripianamento di un debito illegittimo, attraverso un nuovo ricorso a prestito (ovvio, no?! secondo la logica degli usurai è infatti normale che una persona indebitata faccia ricorso a nuovi prestiti!). Ma questa volta gli strozzini vogliono garanzie a copertura: ci penseranno le nostre tasse e il patrimonio del nostro paese.

Il Parlamento Europeo (con poche lodevoli eccezioni) fiancheggia dunque, più o meno ignaro, le istituzioni antidemocratiche europee, come la Commissione e la BCE, e aiuta le banche e la finanza mondiale a dissanguarci, attraverso il nuovo Fondo Europeo di Redenzione.

Fra l’altro, il nome attribuito a questo malefico meccanismo è profetico: nell’Antico Testamento (Salmi) si legge che il denaro sarà sempre insufficiente per il riscatto dell’anima. Da un punto di vista meno spirituale, tutto quanto si possiede è dunque insufficiente per la redenzione.

Non c’è più limite alle pretese di questa Europa: una nuova spada di Brenno è stata messa sul piatto della bilancia e l’oro già versato non basta più. Il percorso è obbligato e dobbiamo mandare a casa le marionette che ci governano, spezzando al contempo i fili di chi le dirige. Altrimenti non ci resterà che la seconda parte della tradizione romana: “Non auro, sed ferro, recuperanda est Patria”.

Parliamoci chiaro: se ci sembrava essere di aver raggiunto il fondo con le ‘raccomandazioni’ poco amorevoli dell’UE, il pareggio di bilancio, il meccanismo europeo di stabilità, dobbiamo cambiare idea: l’ERF ci sta traghettando all’inferno. Non abbiamo scuse: solo noi possiamo realmente ‘redimerci’, riscattarci come cittadini, affrancandoci da questa Europa e dai partiti complici e conniventi con banche e grande finanza. Solo poi possiamo liberarci dalla dittatura del Dio denaro.

FONTE: TesteLibere.it

L’euro è un grande successo – non scherzo

Su Opendemocracy Greg Palast, giornalista e documentarista USA, ripercorre le idee di Mundell, il progenitore dell’euro, per sostenere che il preteso “malfunzionamento” della moneta unica in realtà fu accuratamente progettato per portare alla svalutazione interna del lavoro – che senza lo shock dell’euro sarebbe stata politicamente impossibile.

di: Greg Palast 

 L’euro è stato la massima espressione della supply side economics (l’economia dell’offerta, ndt), progettato per funzionare durante una crisi economica esattamente come ha fatto – smontare i tradizionali strumenti economici per la ripresa e forzare gli stati alla “svalutazione interna”, alle privatizzazioni e agli attacchi ai diritti del lavoro. Ha funzionato perfettamente.

 L’idea che l’euro ha “fallito” è pericolosamente ingenua. L’euro sta facendo esattamente quello che il suo progenitore – e quell’1% di ricchi che lo ha approvato – avevano previsto e programmato che facesse.

Questo progenitore è l’economista Robert Mundell, allora dell’Università di Chicago. L’architetto della “supply-side economics” è ora professore alla Columbia University, ma io lo conoscevo per il suo rapporto col mio professore di Chicago, Milton Friedman, molto prima che la ricerca di Mundell sulle valute e i tassi di cambio producesse il progetto dell’Unione monetaria europea e della moneta unica.

Mundell, allora, era più interessato alla ristrutturazione del suo bagno. Il Nobel Professor Mundell, che possedeva una antica villa in Toscana, mi disse, irritato:

“Non mi fanno nemmeno fare una toilette. Hanno delle regole secondo le quali non posso avere un bagno in questa stanza!

Potete immaginare?

 “Si dà il caso che non posso. Ma io non ho una villa italiana, quindi non posso immaginare la frustrazione di un regolamento in materia di costruzione di bagni.

Ma Mundell, un pragmatico canadese-americano, era destinato a farci qualcosa: costruire un’arma che avrebbe spazzato via le norme e regolamenti governativi sul lavoro. (Lui odiava davvero i sindacati degli idraulici che gli facevano pagare un sacco di soldi per spostare il suo trono.) “E’ molto difficile licenziare i lavoratori in Europa”, si lamentava. La sua risposta: l’euro.

L’euro avrebbe davvero fatto il suo lavoro quando la crisi avrebbe colpito, spiegava Mundell. Rimuovere il controllo governativo sulla moneta avrebbe impedito ai brutti piccoli funzionari eletti di utilizzare le ricette monetarie e fiscali keynesiane per tirare fuori dalla recessione un paese.

“L’euro mette la politica monetaria fuori dalla portata dei politici”, ha detto Mundell. “[E] senza la politica fiscale, l’unico modo per i paesi di riuscire a mantenere i posti di lavoro è dalla riduzione competitiva delle regole per le imprese.”

Ha citato le leggi sul lavoro, le normative ambientali e, naturalmente, le tasse. Tutto sarebbe stato spazzato via con l’euro.

Alla democrazia non sarebbe stato permesso di interferire con il mercato – o con l’impianto idraulico.

Come un altro premio Nobel, Paul Krugman, ha osservato, la creazione della zona euro ha violato la regola economica d i base nota come “area monetaria ottimale”. Questa regola era stata concepita da Bob Mundell.

Ma Mundell non se ne preoccupava. Per lui, l’euro non aveva lo scopo di trasformare l’Europa in un potente unione economica. Si trattava di Reagan e Thatcher. “Ronald Reagan non sarebbe stato eletto presidente senza l’influenza di Mundell,” ha scritto una volta Jude Wanniski sul Wall Street Journal. La supply-side economics introdotta da Mundell è diventata il modello teorico per la Reaganomics – o come la definiva George Bush il Vecchio – “economia voodoo”: la credenza magica nella panacea del libero mercato che ha ispirato anche le politiche della signora Thatcher.

Mundell mi ha spiegato che, di fatto, l’euro è un tutt’uno con la Reaganomics:

“La disciplina monetaria impone la disciplina fiscale anche ai politici.”

E quando le crisi arrivano, le nazioni economicamente disarmate hanno poco da fare se non cancellare le regolamentazioni governative, privatizzare in massa le imprese statali, tagliare le tasse e distruggere il modello di welfare state europeo.

Così, vediamo che il primo ministro (non eletto) Mario Monti sta chiedendo la “riforma” del diritto del lavoro in Italia, per rendere più facile ai datori di lavoro come Mundell licenziare gli idraulici toscani. Mario Draghi, il capo (non eletto) della Banca centrale europea, chiede le “riforme strutturali” – un eufemismo per la frantumazione delle regole sul lavoro. Essi citano la nebulosa teoria secondo cui questa “svalutazione interna” di ogni paese, li renderà tutti più competitivi.

Monti e Draghi non possono spiegare in un modo credibile come, se tutti i paesi del continente deprezzano la forza lavoro, ciascuno possa ottenere un vantaggio competitivo. Ma non c’è bisogno che spieghino le loro politiche, basta lasciar lavorare i mercati sulle obbligazioni di ogni nazione. Quindi, l’unione monetaria è guerra di classe con altri mezzi.

La crisi in Europa e le fiamme della Grecia hanno prodotto il bagliore di ciò che il filosofo della supply-side economics, Joseph Schumpeter, chiamava “distruzione creativa”. Il seguace di Schumpeter e apologeta del libero mercato Thomas Friedman, volato ad Atene per visitare il “santuario improvvisato” di una banca bruciata, dove sono morte tre persone dopo che era stata bombardata dal fuoco dei manifestanti anarchici, ha colto l’occasione per un’omelia sulla globalizzazione e l’ “irresponsabilità” greca.

Le fiamme, la disoccupazione di massa, la svendita dei beni nazionali, avrebbero portato a ciò che Friedman chiama “rigenerazione” della Grecia e, in ultima analisi, di tutta la zona euro. In modo che Mundell e gli altri proprietari di ville possano mettere i loro servizi igienici ovunque diavolo vogliono.

Lungi dal fallimento, l’euro, che è stato una creatura di Mundell, è riuscito probabilmente oltre i sogni più arditi del suo stesso progenitore.

LINK:  The Euro is a big success – no kidding

DI: InvestireOggi.it

Riprendiamoci la sovranità: sarà più facile battere la crisi

La partecipazione del popolo e le decisioni di chi è stato eletto per guidarlo sono necessarie per reagire all’emergenza. Ma tecnici e politici non vogliono ascoltare…

di: Marcello Veneziani

È possibile in questo fran­gente sospendere per un momento le cifre e gli indici, e tirar fuori un’idea politica? È possibile riporta­re al centro del discorso pubblico un linguaggio sconosciuto ai tecni­ci e agli eurocrati? Lo riassumo in una parola chiave che è cultura e prassi politica: sovranità.

Una paro­la che è affermazione di principio, ri­vendicazione di competenza e di re­sponsabilità, assegnazione di com­piti e azione conseguente. Non è un concetto astratto ma si esprime in vari ambiti reali dove si esercita il po­tere e il consenso, la vita e lo spazio pubblico. La sovranità non è solo il potere sugli uomini e sulle cose, è il riconoscimento, o l’invocazione, di un principio e di un atto che non si inscrive dentro il fluire ordinario delle cose, ma che lo sovrasta, s’in­nalza sopra l’accadere e dunque lo modifica. Sovrano non è chi segue la realtà ma chi la cambia, decide un altro corso. Il male principale della nostra epoca è la riduzione dei processi storici e umani a puro auto­matismo: ovvero non si può fare che in questo modo, la tecnica o i bi­lanci hanno delle esigenze indero­gabili, matematiche, da cui non si può prescindere e tantomeno mo­dificare.

Sovrano è colui che libera l’uomo dall’automa e lo restituisce alla responsabilità di decidere. Ca­liamo queste considerazioni nel­l’emergenza dei nostri giorni e nel­la convinzione ineluttabile che non si possa fare altro rispetto agli impe­rativi della finanza e della tecnica. La sovranità in questa fase si ribella al fatalismo della tecnica e della fi­nanza, non sottosta al suo diktat ma si pone appunto sopra e restituisce facoltà di decidere non solo le azio­ni ma anche le norme su cui fonda­re l’autonomia. Applichiamo così la sovranità ai diversi ambiti. Sovranità politica rispetto all’eco­nomia e ai mercati perché la politi­ca resta, nonostante tutto, il luogo in cui si rappresentano e si tutelano gli interessi generali e i principi con­divisi, il luogo in cui l’identità di un popolo si fa volontà di destino. La tecnica espleta le procedure, alla politica tocca però decidere l’orien­tamento, la direzione, le priorità.

Sovranità nazionale per afferma­re l’importanza decisiva dell’unità, della sua tradizione e della sua di­gnità che non può essere umiliata e svenduta da poteri a nonimie sovra­nazionali, che rispondono solo ai propri obbiettivi privati.

Anche nel­la prospettiva europea non si può saltare, per esempio col fiscal com­pact, il gradino della sovranità na­zionale. È possibile integrare nel contesto europeo le sovranità na­zionali, non dis-integrarle. Sovrani­tà pop­olare perché non si può calpe­stare la volontà di un popolo espres­sa dalla sua maggioranza subordi­nando un paese alle oligarchie fi­nanziarie e tecnocratiche, burocra­tiche e giudiziarie, ideologiche e mediatiche. Nessuna deificazione della democrazia e delle maggio­ranze, conosciamo bene i suoi limi­ti e le sue storture, ma resta prima­rio l’ancoraggio al sentire comune. Sovranità monetaria perché un paese resta sovrano se dispone del­la sua moneta, se è in grado di gover­narla e non di esserne succube, se non è strozzato dagli imperativi fi­nanziari o dalle ingiunzioni delle agenzie di rating. La moneta dev’es­sere al servizio dei cittadini, e non il contrario. Sovranità linguistica, nel senso che in Italia la lingua sovrana resta l’italiano. Va incoraggiato il bilin­guismo, ammirati i poliglotti, va dif­fuso l’inglese, tutelati i dialetti, ma l’italiano va difeso e promosso per­ché è il segno vivente e parlante del­la nostra identità e insieme è una delle lingue più nobili e gloriose al mondo.

Infine sovranità statuale perché uno Stato non può fallire ed elemo­sinare aiuti dalle banche, la nostra economia reale è solida, le nostre ri­serve aure­e sono rilevanti e le fami­glie italiane dispongono di beni rea­li come le case.

Non può lo Stato ab­dicare in favore dei mercati, delle banche o di poteri per definizione ir­responsabili nel senso che non ri­spondono a nessuno.

La sovranità infine ha bisogno di simboli di continuità e di identifica­zione. Per rendere vivente e non so­lo vigente la tradizione di un popo­lo, sorse la monarchia che dà un no­me, un volto e una storia regale alla sovranità.

Incarnando la sovranità in una persona e non in un potere impersonale, si umanizza il potere e si stabilisce il principio che la so­vranità debba essere esercitata e fi­nalizzata all’umano e non ad altri paradigmi tecnici, normativi o fi­nanziari. Nella storia, la monarchia si espresse nella duplice versione di assoluta o costituzionale; oggi nelle due versioni di ereditaria ed eletti­va, ovvero dinastica o presidenzia­le. L’investitura ereditaria viene temperata dal ruolo, per cui il sovra­no regna ma non governa; la regali­tà elettiva, invece, è a tempo, ma vie­ne rafforzata dalla possibilità di esercitare la sua sovranità pur bilan­ciata e vigilata da altri poteri. La decisione sovrana spetta a chi rappresenta la costellazione delle sovranità prima indicate, e ne ha la piena responsabilità di cosa fa e di come lo fa. La crisi si fronteggia con la sovranità, che implica la parteci­pazione del popolo sovrano e la de­cisione di chi è stato eletto per gui­darlo. Rispetto a questa domanda di sovranità, il governo dei tecnici è estraneo e la politica presente è ina­deguata. Sono buone ragioni per nutrire sfiducia ma non sono ragio­ni ­sufficienti per rimuovere l’urgen­za di ripristinare la sovranità. La ri­fondazione della polis riparte dalla sovranità. 

IlGiornale.it

Monti prepara ulteriori tagli per 26 miliardi di euro

di: Marianne Arens

Questo articolo è stato precedentemente pubblicato in inglese il 10 luglio 2012

“Spending review” è il termine dato dal premier italiano Mario Monti al suo ultimo pacchetto di austerità, approvato dal suo governo la settimana scorsa. Il bilancio dello Stato dovrà essere ridotto di ulteriori 26 miliardi di euro nei prossimi due anni.

La spesa pubblica deve essere ridotta di altri 4,5 miliardi di euro entro la fine di quest’anno. In primavera erano già state drasticamente tagliate le pensioni, mentre sono aumentati i prezzi al consumo e le tasse.

Gli ultimi dati ufficiali del maggio 2012, pubblicati dall’agenzia governativa di statistica ISTAT, mostrano che la disoccupazione giovanile (persone dai 15 ai 24 anni) è salita ad un incredibile 36,2 per cento.

In questo periodo, secondo i rapporti di due associazioni dei consumatori pubblicati pochi giorni fa, il costo della vita di una famiglia media è aumentato di quasi 2.500 € all’anno.

Nel 2013 il bilancio dello Stato verrà ridotto di altri 10,5 miliardi di euro e nel 2014 di ulteriori 11 miliardi di euro. Nel settembre del 2013 l’IVA passerà dal 21 al 23 per cento, aggravando la situazione per la classe operaia e le famiglie a basso reddito.

Ci sarà una riduzione del 10 percento dei posti di lavoro nel servizio pubblico. Per ogni cinque dipendenti statali che andranno in pensione, solo uno verrà sostituito. Questo colpirà duramente il settore della sanità pubblica in particolare. Sono in discussione la chiusura di 150 ospedali e la soppressione di 80.000 posti letto negli ospedali.

L’ organizzazione amministrativa delle Regioni verrà ristrutturata per motivi finanziari. Delle attuali 107 province resteranno solamente 59 delle più grandi (dovranno comprendere almeno 50 comuni, avere una superficie di 30.000 chilometri quadrati e una popolazione di almeno 350.000 abitanti). Dieci province urbane saranno trasformate in cosiddette aree metropolitane.

Il Ministero dell’Interno chiuderà una prefettura su cinque; 40 dei 200 prefetti attualmente in carica verranno pensionati. Più di 3.000 organizzazioni, uffici amministrativi e imprese parzialmente gestite dallo Stato saranno eliminati. In Emilia Romagna, per esempio, questo colpisce più di 360 organizzazioni.

La regione Emilia Romagna è particolarmente toccata dalla politica della “spending review” di Monti, perché poche settimane fa è stata colpita dal peggior terremoto della sua storia. Fra medici, infermieri e assistenti sociali, già solamente in questa zona saranno eliminati 6.500 posti di lavoro, e verranno soppressi 4.000 posti letto.

Il pacchetto di austerità ha lo scopo di soddisfare le condizioni del patto fiscale europeo, prima ancora che il governo italiano lo abbia approvato. Monti ancora una volta ha invitato i membri del parlamento ad accettare il patto fiscale e il meccanismo di stabilizzazione europeo (ESM) entro la fine di luglio. Ha fatto riferimento al suo “successo” all’ultimo vertice dell’Unione Europea a Bruxelles. (vedi in inglese “EU summit measures mean deeper attacks on the working class”)

Il governo Monti non è stato eletto democraticamente. Si tratta di un governo delle grandi imprese e delle banche. E’ stato messo al potere nel novembre 2011 dal presidente della repubblica, l’ottantasettenne ex-membro del Partito Comunista Giorgio Napolitano, in seguito alle pressioni dei mercati finanziari. Da allora, Monti ha sistematicamente lavorato al fine di smantellare tutte le conquiste del dopoguerra della classe operaia e a rendere certo che questa sostenga i costi della crisi bancaria.

Il nuovo pacchetto di austerità sarà sottoposto al parlamento il 31 luglio. Tutti i partiti parlamentari e i sindacati sono d’accordo su tutti i punti essenziali del pacchetto.

Il partito di Berlusconi, il PdL (Popolo della Libertà), ha sostenuto il decreto e ha osservato che conteneva molte misure che Berlusconi stesso aveva in programma. Osvaldo Napoli, un rappresentante della PdL, ha detto alla radio: ” Credo che la spending review sia necessaria al Paese, era già nel programma del governo Berlusconi. Monti deve andare avanti e non deve guardare la politica.”

Non solo i partiti di destra, ma anche quelli del centro-sinistra sono totalmente d’accordo sulla necessità dei tagli. Quando la “spending review” è stata resa pubblica venerdì scorso, alcuni di questi politici ne ha criticato qualche dettaglio, ma ha sostenuto la linea generale.

Pier Luigi Bersani, segretario dei Democratici (PD, successore del Partito Comunista), era particolarmente entusiasta nel sostenere Monti. Venerdì scorso ha criticato alcune misure, ma poi ha concluso: “Nel decreto ci sono cose buone e le appoggeremo con convinzione.”

Anche Antonio di Pietro, del piccolo partito Italia dei Valori, ha concordato con la linea generale: “Una correzione, una riduzione delle spese pubbliche deve essere fatta.”

I partiti presenti in parlamento avevano già attivamente sostenuto Monti due settimane fa, subito prima della sua partenza per il vertice UE a Bruxelles, approvando la sua riforma della legislazione del lavoro. La Camera dei Deputati a Roma, il 28 giugno, ha approvato questa legge a grande maggioranza. La legge attacca le conquiste storiche della classe operaia italiana in materia di flessibilità del lavoro. (vedi in inglese “Monti government deregulates Italian jobs market”)

La riforma della legge sul lavoro rende più facile licenziare i lavoratori per motivi economici ed è un regalo da parte del governo a datori di lavoro come il capo della Fiat Sergio Marchionne, che da tempo chiedeva un tale provvedimento e che ha più volte minacciato di spostare la produzione di automobili fuori dal Paese.

Il governo Monti e i datori di lavoro sono in grado di far passare i loro attacchi ai posti di lavoro, alla qualità di vita e alla posizione sociale dei lavoratori perché la classe operaia non ha voce né alcun rappresentante che parli a suo nome. Le organizzazioni che subentrarono dopo lo scioglimento del Partito Comunista, come Rifondazione Comunista (l’ultima volta in parlamento nel 2008), come pure i sindacati, sostengono gli attacchi della borghesia, infatti li considerano vitali per la sopravvivenza dell’economia italiana.

Il 3 luglio, alcuni giorni prima della pubblicazione della “spending review”, Susanna Camusso, a capo del più grande sindacato italiano, CGIL (Confederazione Generale Italiana del Lavoro), ha partecipato a Palazzo Chigi ad una consultazione con il governo e le sue “parti sociali”. Non ci può essere alcun dubbio che in questo incontro lei sia stata messa al corrente delle linee fondamentali della “spending review” di Monti.

Fu solo a marzo che la CGIL, insieme al FIOM, il sindacato dei lavoratori metalmeccanici tradizionalmente legato all’ex Partito Comunista Italiano, aveva annunciato che il sindacato avrebbe indetto uno sciopero generale se la riforma del mercato del lavoro fosse passata in parlamento. Tuttavia, la riforma del lavoro è stata approvata e lo sciopero generale non si è verificato.

Camusso, invece, è apparsa in pubblico insieme al nuovo capo della Confindustria, Giorgio Squinzu, e ha commentato sulla “spending review “. Fianco a fianco con il capo dei datori di lavoro, ha chiesto le revisioni in nome dell’“interesse nazionale” italiano.

Il Presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola (ex membro di Rifondazione, oggi membro della Sinistra Ecologia e Libertà, SEL), ha pateticamente criticato la “review” come un attacco alla costituzione italiana. Vendola ha definito il decreto “ammazza Italia”, annunciando che avrebbe fatto appello al Presidente Napolitano contro questo pacchetto di austerità.

Tutto questo è un miserabile tentativo di deviare ogni lotta di principio contro il programma del governo. Vendola si è accorto che gli attacchi susciteranno una massiccia opposizione da parte della popolazione ed è in prima fila, insieme con i sindacati, per incanalare la rabbia del pubblico in azioni innocue.

Vendola è interessato soprattutto a promuovere se stesso come successore di Napolitano. Le prossime elezioni sono previste per la primavera del 2013 e Vendola è considerato come il candidato preferito del centro-sinistra. Egli è conosciuto come un ardente sostenitore dell’eurobond e accanito sostenitore degli interessi economici italiani in seno all’Unione europea.

Quanto al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, al quale Vendola vuole fare appello, egli ha già firmato la “spending review” venerdì scorso, poche ore dopo la sua pubblicazione.

WordSocialistWebSite

Il vertice di Bruxelles

di Rodolfo Ricci

Dentro e fuori dall’ortodossia neoliberista, ma sempre rigorosamente contro il lavoro e per lo smantellamento dello stato sociale

Secondo la ricostruzione de l’Unità, gli esiti del compromesso raggiunto ieri al vertice decisivo di Bruxelles sarebbero riassumibili come segue: ” L’accordo prevede che i paesi ‘virtuosi’ sotto la pressione di spread ‘eccessivì possano usufruire dell’acquisto di una parte dei loro titoli di Stato da parte dei fondi di salvataggio dell’Eurozona (l’Efsf e il suo successore permanente, l’Esm), senza per questo doversi sottoporre a condizioni aggiuntive rispetto agli impegni già presi con la Commissione e l’Eurogruppo nell’ambito delle cosiddette raccomandazioni ‘country specific’, che applicano il ‘Semestre europeo’, il Patto di stabilità e la ‘procedura sugli squilibri macroeconomici. In sostanza, il paese interessato dovrà comunque fare una richiesta formale di attivazione dell’intervento del Fondo di salvataggio, e sottoscrivere un ‘Memorandum of understanding’ (‘Protocollo d’intesa’) con la Commissione europea. Su questo punto Monti non ha ottenuto quello che voleva (l’attivazione automatica dell’intervento quando gli spread superassero una determinata soglia).

I vari mezzi di comunicazione mainstream stanno accoppiando il risultato raggiunto (attribuito in gran parte a Mario Monti e sostenuto da Spagna e Francia), ad una sorta di semi ritirata dell’area tedesca dal fronte del rigore e dell’austerità e soprattutto di rifiuto di solidarietà nella condivisione dei debiti dei Piigs.

Questo serve a convincere l’opinione pubblica nazionale della validità dell’impostazione montiana e di conseguenza tende a rafforzare l’attuale quadro politico, nelle ultime settimane piuttosto vacillante.

Ma qual è in effetti, il nucleo del contendere, o del conteso ?

Il meccanismo ideato da Monti per ridurre la forbice dello spread sui titoli del debito pubblico tra paesi del nord e del sud Europa è così impostato: I paesi virtuosi, cioè quelli che adottano, come l’Italia montiana, politiche di rigore, di contenimento del deficit, di riduzione del debito, di tagli alla spesa ritenuta improduttiva (leggi spesa sociale, pubblica e welfare), insomma dell’armamentario delle politiche di riaggiustamento strutturale, non possono essere lasciati soli di fronte ai movimenti di attacco speculativo lanciati dai mercati. Di fronte a tali attacchi, è necessario che essi siano protetti da un meccanismo semi automatico (su cui ci sarà la prossima complessa negoziazione, perché Merkel chiede una verifica esterna da parte della Troika, mentre Italiani, Spagnoli e Francesi, ritengono che sia sufficiente l’approntamento delle misure indicate da BCE, FMI e Commissione).

Sembra di assistere ad una tenzone tutta ideologica, giocata all’interno della dogmatica del pensiero neoliberista: come la Germania si fa forte dell’aver applicato prima e meglio degli anglosassoni, i principi del pensiero unico neoliberista inventato dagli anglosassoni, così Monti, si fa forte dell’aver fatto bene i compiti a casa (controriforma delle pensioni, del mercato del lavoro, spending review, lancio del mega programma di privatizzazioni). Di qui la richiesta pressante di andare a Bruxelles con in tasca la fiducia parlamentare sulla legge Fornero, ministro che ritiene che il lavoro non sia un diritto, ma una cosa da conquistare a prezzo di sacrifici; opinione anticostituzionale che può ben essere abbinata alla valutazione di Marchionne secondo il quale, la sentenza di riassunzione degli operai di Pomigliano iscritti alla Fiom sia niente di più che una manifestazione folkloristica della giustizia italiana.

Di fronte a misure che la stessa Merkel ed Obama avevano aggettivato come “impressionanti”, (misure adottate dall’Italia e analogamente da Spagna e Grecia), non è possibile che questi paesi vengano poi lasciati alla cinica sorte dei mercati, dal momento che stanno eseguendo –  si ritiene – proprio ciò che i mercati richiedono.

Allo stesso tempo, le ragioni addotte da Monti e la loro accettazione a livello comunitario, pone una duratura ipoteca sulle future politiche che l’Italia e gli altri paesi, dovranno continuare ad applicare nel futuro prossimo e a medio-lungo termine, poiché, se il gioco funziona, a prescindere dall’orientamento dei governi che si succederanno al vertice dei singoli paesi, se essi non vogliono perire di spread, dovranno adottare con continuità le disposizioni dei centri del neoliberismo globale.

Ciò che in molti cercano di far passare come una sorta di parziale liberazione dalle rigidità tedesche, si traduce, come si vede, in una ulteriore, sottile e duratura camicia di forza, in grado di determinare senza via d’uscita alternativa, il futuro politico dei singoli paesi. E’ anche per questo che la Merkel ha avuto difficoltà a contestarne la validità dogmatica e ha abbozzato.

Il problema di Merkel è che in questo modo viene introdotto un meccanismo seppure parziale di trasferimento delle difficoltà dei singoli paesi anche a quelli dell’area tedesca, nel caso in cui i paesi viziosi applicando le ricette che proprio i tedeschi e la Merkel ritengono valide, quindi diventando virtuosi, non riscontrino gradimento sufficiente nella valutazione dei mercati (i quali in realtà sembrano valutare in questi ultimi mesi le mancate condizioni di crescita piuttosto che la situazione debitoria in sé).

Allo stesso tempo, stiamo assistendo ad una prima importante crepa nella valutazione, pressoché unanime, che i mercati siano i decisori e i giudici finali della solidità finanziaria dei singoli paesi: l’intervento dell’Efsf e a regime dell’ESM sugli spread ritenuti eccessivi (ma ancora non si sa quale sarà la percentuale di soglia che farà scattare l’intervento) tende a ridurre la potenza giudicante dei mercati, quindi può essere intesa come una irruzione della politica dentro i “liberi”meccanismi di mercato, ritenuti, con la scelta fatta, non adeguati a decidere da soli se i singoli paesi siano o meno sulla retta via.

Si assiste in un certo senso ad una battaglia giocata tutta dentro la scolastica neoliberista, che utilizza, ma allo stesso tempo contraddice, i principi dell’ideologia del pensiero unico, trasferendo gli elementi di debolezza che gli sono insiti, su un piano di potere normativo e coercitivo: una nuova dittatura.

Ciò che se ne può dedurre è che sono certamente in atto dinamiche più di natura geopolitica tra i singoli paesi e tra aree continentali, piuttosto che i miraggi di inversioni di tendenza che qualcuno si arrischia a intravvedere: resta infatti ferma e intoccabile la politica di aggressione al welfare e al sociale come strumento di finanziamento del rientro dei deficit e del debito come previsto dall’Euro Plus, dal Six Pact e dal Fiscal Compact, coi suoi corollari di pareggio di bilancio in costituzione e di ratifiche dei vari parlamenti in oltraggio alle rispettive costituzioni, che si traduce in un trasferimento definitivo di sovranità e di annullamento dei processi democratici, dovunque queste misure saranno assunte; le determinazioni prese ieri a Bruxelles rafforzano quindi l’attacco concentrico alle rispettive classi medie e subalterne dell’intero continente; allo stesso tempo, la lettura geopolitica, serve a comprendere che è in atto il tentativo di ricostruire un equilibrio tra le varie borghesie nazionali (finanziarie e multinazionali) che, per sostenere il processo descritto ed in cambio di ciò, non possono né intendono correre il rischio di vedersi ridotte ai minimi termini rispetto a quelle del paese guida (la Germania) , anche perché, se ciò accadesse, verrebbe meno il loro potere di controllo sui rispettivi paesi, già considerevolmente intaccato.

E’ dunque questa l’operazione tutta politica realizzata in concomitanza con la semifinale Italia-Germania del 28 giugno 2012, vinta da Mario Balotelli-Monti, secondo la vulgata massmediatica odierna, a spese delle rispettive classi lavoratrici e produttive che, ovviamente, hanno già e dovranno in futuro continuare a finanziare il servizio sul debito consolidato, oltre a Efsf ed Esm, con successivi salassi sui redditi reali.

Ciò che non viene minimamente intaccato resta infatti il principio fondamentale che i paesi dell’Eurozona debbano approvvigionarsi esclusivamente sui mercati internazionali ai quali, o direttamente o indirettamente, continueranno ad affluire fiumi di interessi, con una banca non sovrana (la BCE), che fa da garante sistemica. Difficile dire se il gioco reggerà, anche se un altro solido paletto costituente sembra essere stato poggiato.

Per quanto ci riguarda, le prossime mosse che la politica nostrana sarà chiamata a ratificare per restare tra i virtuosi, riguarderanno la spesa sanitaria e la generale riduzione della funzione pubblica, a cui farà seguito, prima che la legislatura si interrompa, il superpiano di dismissioni che cancellerà ogni residua ambizione di sovranità nazionale.

Alla luce di queste imminenti ulteriori catastrofi, l’unità di un fronte antiliberista nei diversi paesi dovrebbe essere l’unico obiettivo sensato su cui impegnarsi.

Fonte: SinistraInRete

La formula Krugman per uscire dalla crisi. “Insegnanti e welfare contro la depressione”

di: Federico Rampini

Intervista al premio Nobel diventato un “guru” per la nuova sinistra americana. “I governi devono spendere di più”, come nel New Deal. C’è chi lo vede già prossimo segretario al Tesoro Usa, se Obama sarà rieletto. Ma lui dice: “Mi basta fare il castigatore delle idee sbagliate”

NEW YORK - “Calma, calma, sono solo un economista”. Paul Krugman è divertito, un po’ imbarazzato, ma anche abituato: una sua apparizione in pubblico a New York suscita le ovazioni e urla di approvazione degne di una rockstar.

La scena si ripete quando sale sul placoscenico del centro culturale 92Y sulla Lexington Avenue per discutere il suo nuovo libro. Ressa da stadio, folla in delirio.

In fondo il tifo popolare se l’è meritato, questo premio Nobel dell’economia trasformatosi in opinionista del New York Times (e Repubblica), censore dei tecnocrati dell’eurozona, keynesiano a oltranza, guru della nuova sinistra americana. Si è conquistato questa “base di massa” perché osa spingersi dove altri non vanno.

Il suo blog è uno strumento di battaglia politica contro l’egemonia culturale della destra. Il suo nuovo libro, nell’edizione americana promette o intima “Fuori da questa depressione, subito!”. Depressione?

Addirittura? L’editore italiano Garzanti, che lo pubblica a fine mese, non se l’è sentita di usare un termine che evoca gli anni Trenta, le code dei disoccupati alle mense dei poveri, il nazifascismo. E così il titolo italiano suona un po’ più tradizionale: “Fuori da questa crisi, adesso”.

Perché Krugman non esita invece a usare un termine ben più drammatico? “Quella che attraversiamo  -  risponde  -  la chiamo la Depressione Minore, per distinguerla dagli anni Trenta. La differenza è meno sostanziale di quanto si creda. Anche allora ci fu una prima recessione, poi una ripresa inadeguata, poi la ricaduta. I tassi di disoccupazione reali di cui soffriamo non sono tanto inferiori a quelli di allora. E se guardiamo al numero di disoccupati a lungo termine, che qui in America restano oltre i 4 milioni, siamo proprio a livelli da anni Trenta”.

Il messaggio che questo libro martella con insistenza è che il male va combattuto, oggi come allora, con un deciso intervento statale. “Abbiamo bisogno che i nostri governi spendano di più, non di meno  -  sintetizza il 59enne docente alla Princeton University  -  perché quando la domanda privata è insufficiente, questa è l’unica soluzione. Assumere insegnanti. Costruire infrastrutture. Fare quello che fu fatto con la seconda guerra mondiale, possibilmente scegliendo spese utili”.

Quell’avverbio “subito” che tuona nel titolo del suo libro, Krugman lo esplicita senza esitazioni: se l’Occidente applicasse la ricetta giusta, potremmo essere fuori da questa crisi in 18 mesi. Un anno e mezzo! Attenzione: questa non è una promessa da comizio elettorale. Il bello di Krugman, quello che ti affascina nel personaggio, è l’impegno con cui tiene insieme il suo “ruolo pubblico”, di opinionista schierato e aggressivo, con il rigore scientifico del teorico che macina grafici e statistiche come un computer. Capace di passare dall’uno all’altro in pochi istanti, per rispondere all’obiezione politica principale: la sua ricetta oggi appare inascoltata, inapplicabile, impraticabile, perché siamo terrorizzati dal livello del debito pubblico.

Non è solo un problema europeo. Anche qui negli Stati Uniti 15.300 miliardi di dollari di debiti, quasi il 100% del Pil, sembrano un ostacolo insormontabile per la sua terapia keynesiana. “Falso, falso  -  risponde secco  -  anzitutto dal punto di vista storico. In passato gli Stati Uniti ebbero un debito ancora superiore, durante le seconda guerra mondiale; la Gran Bretagna per quasi un secolo. Il Giappone ha tuttora un debito statale molto più elevato in percentuale del suo Pil eppure paga interessi dello 0,9% sui suoi buoni del Tesoro.

Quindi non esistono soglie di insostenibilità come quelle che ci vengono propagandate. Inoltre è dimostrato, e lo vediamo accadere sotto i nostri occhi, che in tempi di depressione le politiche di austerity aggravano il problema: accentuano la recessione, di conseguenza cade il gettito fiscale, così in seguito ai tagli il debito aumenta anziché diminuire”.

Resta però il problema politico, e non solo in Europa dove c’è un ostacolo che si chiama Angela Merkel. Anche qui, Barack Obama non ha osato sfidare i repubblicani con una seconda manovra di spesa pubblica anti-crisi. “Anzitutto perché all’inizio Obama sottovalutò la gravità di questa crisi  -  risponde Krugman  -  mentre adesso sta cambiando posizione. Il fatto è che a lui conviene battersi fino in fondo per le sue idee, tenere duro, non cercare compromessi. Se Obama vince a novembre, io credo che governerà meglio nel suo secondo mandato”.

Un’altra obiezione frequente alla sua ricetta keynesiana, riguarda la qualità, l’efficacia, la rapidità della spesa pubblica.

La macchina burocratica è spesso inefficiente, non solo nell’Europa mediterranea ma anche qui negli Stati Uniti. Krugman ha una risposta anche a questo. “La prima cosa da fare  -  spiega  -  è cancellare l’effetto distruttivo dei tagli di spesa. Per esempio, qui negli Stati Uniti, bisogna cominciare col ri-assumere le migliaia di insegnanti licenziati a livello locale. Queste sono manovre di spesa dagli effetti istantanei. In Europa, la manovra equivalente è restituire le prestazioni del Welfare State che sono state ingiustamente tagliate”.

Veniamo dunque al malato più grave del momento: l’eurozona. A questo paziente in coma, Krugman sta dedicando un’attenzione smisurata. Spesso i suoi editoriali sul New York Times sono duri attacchi all’austerity d’impronta germanica, appelli ai dirigenti europei perché rinsaviscano prima che sia troppo tardi. “Guardate cos’è accaduto all’Irlanda  -  dice  -  cioè a un paese che si può considerare l’allievo modello, il più virtuoso nell’applicare le ricette dell’austerity volute dal governo tedesco. L’Irlanda ha avuto una finta ripresa e poi è ricaduta nella recessione. All’estremo opposto ci sono quei paesi asiatici, dalla Cina alla Corea del Sud, che hanno manovrato con energia le leve della spesa pubblica, e così hanno evitato la crisi”.

Krugman considera probabile l’uscita della Grecia dall’euro, ma lo preoccupa di più il “dopo”. Denuncia il rischio di un “effetto-domino, se la Germania non cambia strada”. Avverte che le conseguenze di una disintegrazione dell’Unione “sarebbero perfino più gravi sul piano politico che su quello economico”. I suoi modelli, oltre ai paesi asiatici, sono la Svezia e perfino la piccola Islanda: “Perché dopo la bancarotta ha avuto il coraggio di cancellare tutti i propri debiti con le banche, negare i rimborsi, ed è ripartita dopo una svalutazione massiccia”.

Uno schiaffo nei confronti della finanza globale, che il premio Nobel considera legittimo e benefico (per l’Islanda). E su questo conclude toccando una questione scottante: perché anche la sinistra quando va al potere diventa succube dei banchieri? Perché Obama all’inizio del suo primo mandato nominò così tanti consiglieri legati a Wall Street? La risposta di Krugman è fulminante: “Perché danno la sensazione di sapere. Sono davvero impressionanti, quelli di Wall Street: danno a intendere di capirne qualcosa, anche dopo avere distrutto il mondo, o quasi”.

Qualcuno già punta su Krugman come prossimo segretario al Tesoro, se Obama viene rieletto a novembre. “Si vede che non hanno mai visto il caos che regna sulla mia scrivania e nel mio ufficio”, scherza l’economista più influente e controverso d’America. Poi chiude: “A me piace il mio ruolo attuale, che definirei così: il castigatore delle idee sbagliate”.

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