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Tag: europa

L’Europa come una “mamma affettuosa”, secondo Letta

poverty

Articolo inviato al blog

di: Luciano Lago

Una doccia fredda per l’Italia. Arrivano dall’ISTAT i dati economici su primo trimestre dell’anno in corso e sono disastrosi, peggiori delle previsioni: “nel primo trimestre del 2013, il Pil italiano – corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato – è infatti diminuito dello 0,5% rispetto al trimestre precedente e del 2,3% a confronto con il primo trimestre del 2012. Secondo l’Istat, che stamani ha diffuso gli ultimi dati aggiornati, la variazione acquisita per il 2013 – ovvero il risultato nel caso ci sia una variazione nulla fino alla fine dell’anno – è pari a -1,5%, mentre nel Documento di economia e finanza 2013 il Governo ha stimato una diminuzione dell’1,3 per cento. Leggi Tutto…

L’Impero Finanziario e il carcere globale dei debitori

finanza

di: Jerome Roos

Non ci devono essere dubbi: viviamo nell’ epoca dell’ Impero Finanziario. A differenza delle conquiste militari che hanno guidato le espansioni territoriali degli imperi del passato, il moderno Impero Finanziario non consiste nell’esercizio visibile dell’ideologia del Grande Bastone (anche se, indubbiamente, l’imperialismo militare continua anche oggi), ma piuttosto assume la forma di una mano invisibile . Mentre alla fine del 19° e all’ inizio del 20° secolo  la logica del dominio è stata guidata dal potere strumentale degli stati imperiali, l’Impero del 21 ° secolo non ha più bisogno di alcun bastone per sottomettere gli stati sovrani: attraverso i meccanismi globali di applicazione della disciplina di mercato e dalle condizioni del FMI, il potere strutturale del capitale finanziario ora garantisce che tutti si inchineranno davanti ai mercati monetari. Leggi Tutto…

Una Repubblica fondata sulla “Stabilità Finanziaria”

euro

Articolo inviato al blog

di: Luciano Lago

Nella giornata del 16 aprile il dr. Grilli, ministro dell’Economia e delle Finanze del governo “tecnico” di Monti e soci, a proposito dei debiti della Pubblica amministrazione nei confronti delle imprese, ha espressamente dichiarato che” il limite del 3% sul deficit di bilancio è un numero sacro ed inviolabile, per noi è come la Bibbia”. Non ha aggiunto “ce lo ha chiesto l’Europa” ma è stato chiaro a tutti che questo intendeva come massimo ossequio ai trattati. Leggi Tutto…

Economia, il neoliberismo che uccide indirettamente

liberismo

di: Giuseppe Bianchimani

Voglio precisare, che l’economia alla quale mi riferisco, è l’economia moderna di stampo neoliberista, un’ economia che ha smesso di osservare la gente, ha smesso di individuare i rapporti sociali che intercorrono tra gli individui, un’economia che per il totale ossequio, più che ossequio sembra un asservimento a teorie e formule matematiche, si è distaccata dalla realtà e priva di Leggi Tutto…

L’eurocrazia di Brussels pianifica nuovi strumenti di controllo

euro

Segue ” La fine dell’Europa” di Salvatore Santoru

Articolo inviato al blog

di: Luciano Lago

L’oligarchia europea che comanda a Brussels e Francoforte, dopo l’operazione di prelievo forzoso attuata a Cipro, si appresta ad esportare questo modello di intervento in altri paesi (indovinate quali?) del sud Europa che presentano una forte situazione debitoria. Inutile aggiungere che trattasi della Spagna, del Portogallo e dell’Italia.

Nonostante le prime smentite ufficiali (fatte per “calmierare” i mercati), il portavoce della Commissione Europea Olivier Bailly, ha rilasciato dichiarazioni all’agenzia Reuters circa una bozza di legge della stessa commissione con la quale si prevede la possibilità di istituzionalizzare il sistema di prelievo forzoso sui conti bancari anche in tutti i paesi dell’eurozona.

Questo sistema , secondo le affermazioni di questo signore, dovrebbe consentire alla finanza di consolidare i debiti delle banche ed integrare il sistema bancario europeo.

A questo proposito sono molto indicative le affermazioni fatte ultimamente dalla Cristine Lagarde, direttrice del FMI, la quale ha sostenuto, in un recente suo intervento, che “ci stiamo muovendo verso un’era illuminata della grande finanza globale e della regolamentazione basata sull’esperienza e sulla ragione”.

Secondo la relazione del FMI, una delle priorità per l’eurozona consiste nel trovare” modalità e disposizioni governative per ricapitalizzare il MES” o ESM (meccanismo di stabilità) quel meccanismo a cui soltanto l’Italia dovrà corrispondere 127 miliardi di euro e che servirà per finanziare gli stati in difficoltà (accordo sottoscritto dal governo Monti e ratificato dal parlamento nel Luglio 2012).
[http://pensareliberi.com/2011/12/17/mes-meccanismo-europeo-di-stabilita-un-colpo-di-stato-in-17-paesi/]

In pratica l’Italia dovrà bussare alle grandi banche (FMI, Goldman Sachs,Morgan Stanley, ecc.) per avere il finanziamento delle quote da versare al MES che sarà poi utilizzato quanto prima dall’Italia stessa per finanziare il proprio debito. Indovinate chi ci guadagna in questo meccanismo che addebiterà interessi sugli interessi?

La banche naturalmente.

Avevate forse dei dubbi?

Vietato però sostenere o affermare che ci troviamo nel grande “sistema dell’usura” e della dittatura bancaria poiché si potrebbe passare per “anti europeisti” ed essere accusati da Repubblica, Corriere della Sera, dalla Stampa e dall’Unità di “complottismo” e disfattismo anti europeo.

La Commissione Europea e gli altri centri di potere tuttavia non si fermano a questo, sembra che siano sempre in perenne attività di pianificazione e mettono quindi allo studio altri meccanismi per vincolare sempre di più gli Stati e sottrarre a questi ogni possibile autonomia arrivando ad un controllo totale della gestione finanziaria.

Ecco quindi che hanno previsto un nuovo organismo: l’European Resolution Autorithy (ERA), una entità indipendente ed autonoma che avrà il compito di monitorare le banche con poteri superiori ad ogni autorità statale.
[http://www.reuters.com/article/2012/10/22/us-europe-banking-barnier-idUSBRE89L0AN20121022]

L’ultima creatura nella “diabolica” mente degli eurocrati sarà poi L’SSM (Single Resolution Mecanism), altro organismo di supervisione che avrà la finalità di consentire al MES di ricapitalizzare autonomamente le banche e che avrà caratteristica di segreto professionale per chi lavora ed opera all’interno di questo organismo. Da notare che anche per il MES è previsto di operare nella totale riservatezza con funzionari di alto livello che godranno di una tale immunità nelle funzioni svolte.

In pratica assistiamo al fenomeno di una vera e propria oligarchia tecno finanziaria europea (non eletta da nessuno) che pianifica una serie di “strumenti finanziari” appositamente predisposti per assumere su di sé ogni potere di decisione e controllo, sottraendo ogni sovranità agli Stati Nazionali ed ai Parlamenti delle singole nazioni che avranno l’esclusivo compito di ratificare decisioni già prese a Brussels e a Francoforte.

Lo hanno realizzato e capito e questo fenomeno i nuovi movimenti di protesta come il “5 Stelle” che recentemente hanno conquistato posti e visibilità sulla scena politica italiana? Ci vengono dei forti e ragionevoli dubbi.

Naturalmente questi nuovi organismi europei ci vengono “venduti” come meccanismi che permetteranno una sempre “maggiore integrazione europea”; si certo pensiamo noi ma integrazione di che, delle banche a spese dei cittadini, come facilmente dimostrato dagli esempi di Cipro e della Grecia.

I sostenitori di questa Europa non si rendono conto che questa “eurocrazia” è totalmente protesa a tutelare gli interessi delle grandi banche e non ha nulla a che vedere con l’Europa dei popoli . Piuttosto questa eurocrazia costituisce una “trappola” della grande finanza nella quale sono caduti i cittadini europei che vengono vessati e derubati nei loro risparmi e nei loro diritti.

Questo avviene grazie alla complicità di classi politiche vendute in toto agli interessi di questi gruppi che sono talmente forti da poter controllare i media, da inserire i loro fiduciari all’interno dei governi e dei più importanti organismi pubblici in modo da esercitare ogni forma di pressione e di influenza orientata a rendere “irreversibili” le decisioni e le scelte attuate dall’eurocrazia.

Arriverà però il momento della presa di coscienza delle persone e dei cittadini ed è facile prevedere che, come sempre succede nella Storia, cambiare e rivoltare questo sistema (che si va sempre più consolidando) non sarà indolore e presenterà dei costi e dei sacrifici notevoli che sperimenteranno per primi coloro che avranno il coraggio di fare opposizione e sfidare quella cappa di conformismo e di assuefazione che è precisamente la miglior difesa dell’oligarchia insediatasi a Brussels e Francoforte.

Articolo inviato al blog

di: Salvatore Santoru

L’Europa è finita.Oh meglio,questa Europa unita è finita.La pessima gestione della crisi greca e cipriota  sancisce il  definitivo abbandono di quel sogno europeista che ci è stato  propagandato per anni.Ma d’altronde non poteva durare più di così.Non poteva durare più di così  un’Europa basata su un’unificazione forzata invece che spontanea,sull’omologazione invece che sul rispetto di differenze e diversità,su una base fortemente oligarchica e tecnocratica invece che democratica.Una sua implosione era nell’aria,e questo era talmente evidente,che solo gli euroburocrati non se ne sono accorti,continuando ostinatamente con le loro politiche fallimentari,sordi ad ogni minima critica.Ormai si è giunti a un bivio:abbandonare questo progetto ormai moribondo e pensare a un’altra Europa,oppure continuare su questa via verso la costruzione del “superstato” europeo,con tutti gli effetti collaterali connessi.Ai posteri l’ardua sentenza.

http://informazioneconsapevole.blogspot.it

Brevi riflessioni sulla situazione politica italiana, aprile 2013. Governi, governicchi e quaquaraqua.

governissimo

di: Matteo Guinness

La nomina dei presidenti della Camera e del Senato è stata opera di accordo segreto fra PdL e Pd e i parlamentari del Movimento cinque stelle non se ne sono accorti; questo nella migliore delle ipotesi, ossia a non voler pensar male.

Tutti quanti abbiamo espresso un minimo di interesse per il rinnovamento apportato da un gruppo capace di mettere in difficoltà partiti che hanno perso ogni credibilità, ma nessuno pensi che i problemi dell’Italia siano quelli messi ai primi punti del programma di governo di Bersani e aspiranti alleati (PdL). Legiferare per evitare sprechi in politica è solo un atto dovuto e di minima educazione politica e la riforma elettorale, se verrà fatta, avrà l’unico scopo di far perdere seggi al Movimento cinque stelle.

A meno che, per chi è fedele al detto che “a pensar male ci si indovina sempre”, non si metterà ai primi punti di un programma argomenti come wifi libero, blocco della tav… ossia immense fesserie, che però il movimento grillino potrebbe considerare e propagandare come questioni interessanti. Per ora non sembrano esserci altre strade capaci di sbloccare la situazione, e la prova l’abbiamo svelando il chiaro bluff di Bersani che parla di un governo a due binari (un’altra fesseria che dobbiamo subire): ma più realisticamente chi vuole un governo di “sinistra” sta sperando nella morte per vecchiaia di Silvio Berlusconi.

Un governassimo mascherato è quindi molto probabile, l’interesse di Pd e PdL oggi come oggi non è affrontare i drammi italiani, bensì fare una legge elettorale che gli consenta di riprendersi i voti che hanno perso a favore di Grillo (http://coriintempesta.altervista.org/blog/ma-quale-sistema-elettorale/). Il Partito Democratico già ha offerto al PdL questi risultati in cambio di un appoggio segreto al proprio governo: ossia di segreto c’è poco, ma basta ingannare la pancia elettorale dei due partiti e portare a casa il risultato.

Anche i cinque stelle soffrono questo stallo, ed hanno un limite forse troppo grande: la formazione di quasi tutti i parlamentari è culturalmente fallimentare (lo provano gli elogi alla Boldrini) e vede in maniera positiva una immaginifica società civile. Bisognerebbe sperare che la guida di Grillo rimanga salda, ma nemmeno in questo caso ci sarebbe la garanzia correttezza. Lo stesso Grillo è scivolato nella propaganda più becera a pochi giorni dal voto riscoprendo tematiche “stataliste” quando fino a poco tempo prima (e chiaramente non lo filava nessuno) si definiva un capitalista vero. Ma è per lo “statalismo” che è stato votato da milioni di persone: gli italiani di oggi vogliono casa e lavoro (e reddito di cittadinanza) nessun altro tema può essere espressione della nazione, men che meno l’ambientalismo (pensiamo ai parametri di Kyoto, tutti rispettati dall’Italia che non inquina più perché… non ha più industrie!!).

Già anni addietro avevamo segnalato la triste parabola che minaccia il futuro del partito grillino: un successo al quale avrebbe fatto seguito l’inutilità politica. (http://coriintempesta.altervista.org/blog/lettera-aperta-a-beppe-grillo-e-ai-grillini )

Per spezzare l’immobilismo e peggio ancora per spazzare via anni di politica anti-italiana, bisogna assolutamente superare l’attuale situazione, sia su un piano internazionale, che nazionale.

1) “…la verità è che in Italia, come nel resto dell’Europa occidentale, manca la sovranità!

Nel nostro Paese sono presenti migliaia di militari americani, giunti per assicurarsi la nostra terra alla fine della seconda guerra mondiale e mai più andati via! Ma non è questione dei soli militari. Il fatto è che i politici che voi attaccate (giustamente) per la loro corruzione ed incapacità, non hanno realmente nessun tipo di potere. Essi sono solo marionette mosse a piacimento dai burattinai internazionali, dagli Stati Uniti, dalle Organizzazioni transnazionali, finanziarie e non, da questi controllate. Come potete pensare di raggiungere i vostri obiettivi andando ad operare sull’effetto della malattia (i nostri parlamentari e tutto il sistema politico italiano) senza invece agire sulla sua causa (il complesso del sistema politico ed economico atlantico)?”

2) “Per ritornare a Berlusconi, è evidente come la contrapposizione così naturale nella politica italiana sia tornata e con il biscione abbia forse toccato il livello più alto: considerato lui stesso inaccettabile e fatto oggetto di ostracismo continuo e a tratti esagerato (di nuovo, con tanti saluti per i contenuti politici), ha risposto con la stessa tecnica attaccandosi ad un ridicolo anticomunismo. E di nuovo la storia si ripete in farsa, dove potevano esserci ideali a contrapporsi su un piano politico (il fascismo contro il comunismo per esempio, o il liberismo contro uno di questi e via dicendo), ci siamo trovati di fronte a due anti ideali, l’antifascismo contro l’anticomunismo: lasciamo a ognuno il giudizio su tale sterile degenerazione. E qualcuno chiede pure il motivo del calo della partecipazione.”

Per quanto riguarda il nostro Paese è pure brutto segno l’antiberlusconismo estremo di Grillo: questo andrebbe abbandonato insieme con il berlusconismo (http://coriintempesta.altervista.org/blog/situazione-politica-italiana-brevi-riflessioni-prima-delle-elezioni-di-febbraio-2013/ ). Fra l’altro lo stesso conflitto di interessi può facilmente essere ricondotto a quello che veramente è, ossia la normalità in un sistema liberale e democratico, pensando proprio al Movimento Cinque Stelle: chi più di altri influenzano quel gruppo? Persone come Casaleggio e Grillo che non sono nemmeno parlamentari, e se il secondo è il presidente del partito, il primo non ha la minima carica. Allo stesso modo per influenzare la politica non c’è bisogno di guidare un partito, ergo il conflitto di interessi di cui accusiamo Berlusconi è in realtà l’ennesima strategia per inquinare le acque: persone che non citiamo mai possono benissimo avere lo stesso ruolo del biscione per altri partiti e non risultare mai in nessuna cronaca.

Rimaniamo alla finestra per indagare, senza farci ingannare, i prossimi sviluppi. Ricordando che stiamo andando incontro a grossi pericoli, che vengono tutti dagli squilibri internazionali: Europa ai margini della coalizione atlantica che non riesce più a produrre ricchezza e lavoro, Stati Uniti che vogliono una zona di libero scambio per dare l’ultimo colpo all’Europa stessa, un governo dell’euro come minimo discutibile. Con coraggio bisogna affrontare questi temi, non prima di aver garantito a tutti gli italiani la sopravvivenza quotidiana in questa emergenza a cui ci ha condotto il liberalismo in ogni sua incarnazione, economica e non.

L’Europa vola sul nEUROn

neuron

di: Manlio Dinucci

Mentre l’euro continua a perdere quota rischiando di precipitare, decolla il nEUROn. Non è un euro di nuovo corso. È un velivolo non pilotato da combattimento di nuovo tipo. Gli attuali droni, come il Predatore statunitense, vengono pilotati a distanza da operatori seduti a una consolle, in una base negli Usa a oltre 10mila km di distanza: attraverso videocamere e sensori all’infrarosso, individuano l’obiettivo (una casa, un gruppo di persone, un’auto in movimento), colpendolo con missili «Fuoco dell’inferno». Questi e altri droni vengono sempre più impiegati nelle «guerre coperte» in Afghanistan, Pakistan, Iraq, Yemen, Somalia, Libia e altrove. Per sostenere l’operazione militare francese in Mali, viene ora installata in Niger una base di droni Usa, che si aggiunge a quelle già operative in Etiopia e in altri paesi africani.

La U.S. Air Force sta addestrando più «piloti remoti» per i droni che piloti di cacciabombardieri. Non mancano però i problemi: i piloti alla consolle non rischiano la vita, ma sono soggetti a forte stress che, secondo uno studio del Pentagono, provoca in molti casi ansia e depressione. La guerra evidentemente deprime, anche quando si uccide premendo un pulsante a 10mila km di distanza. Tali problemi saranno però tra non molto superati: si stanno sperimentando velivoli completamente robotizzati, come l’X-37B della U.S. Air Force, che possono fare a meno anche dei piloti alla consolle.

Tra questi velivoli non pilotati da combattimento si distingue il nEUROn, nato da un programma europeo guidato dalla francese Dassault, al quale partecipa l’Alenia Aermacchi come primo partner industriale, con una quota del 22% anche dei costi (quantificati nella fase iniziale in 400 milioni di euro). Partecipa al programma, con Alenia Aermacchi come capofila nazionale, un gruppo di società italiane tra cui la Selex Galileo (Finmeccanica). Il prototipo del nEUROn (al cui sviluppo partecipano anche Svezia, Spagna, Grecia e Svizzera) ha già effettuato il primo volo.

Ora, per circa due anni, sarà sottoposto a un intenso programma di test, anche a Decimomannu, per verificare la sua capacità stealth (invisibilità ai radar) e quella di lancio di missili e bombe a guida laser dal vano di carico interno, con un sistema «intelligente» progettato dall’Alenia che «effettuerà automaticamente il riconoscimento del bersaglio». Una volta immessi i dati della missione, sarà l’intelligenza artificiale del nEUROn a guidare il velivolo sull’obiettivo. In completo silenzio radio e con la possibilità di controllare una intera squadra d’attacco di nEUROn in modo automatico dai caccia di ultima generazione. In tal modo, nel 21° secolo, la guerra imperialista diventa automatizzata e invisibile. Così che i parlamentari, che con voto bipartisan sostengono tale politica, possano presentarsi ancora con il volto della democrazia.

FONTE: IlManifesto.it

Non ve lo dicono, ma i bambini in Spagna hanno sempre più fame

Non solo Grecia: in Spagna crescono i bambini che possono contare su un solo pasto al giorno. E i fabbri hanno iniziato a rifiutarsi di forzare le case pignorate da chi non riesce più a pagare il mutuo. Cosa c’è, esattamente a metà tra la Grecia e la Spagna? Il prossimo più grande successo dell’euro: l’Italia.

spagna

di: Valerio Valentini

In molti sono rimasti allibiti, in Italia, quando si è squarciata la criminale cappa del silenzio che per mesi aveva avvolto la crisi greca, portando alla luce le sofferenze di un intero Paese ridotto alla fame e alla miseria dalla Troika. Quello stesso silenzio, oggi sta imbavagliando un altro Paese dell’Europa: la Spagna. Forse perché troppo concentrati sulla campagna elettorale, o forse per la necessità di non svelare, a ridosso delle elezioni, le atrocità delle politiche economiche e sociali europee (benedette da una larga maggioranza), i nostri media non si interessano affatto alla crisi spagnola.

spagna fame

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Uno degli ultimi allarmi, però, è stato lanciato dai quotidiani della Comunità Valenciana, che riportano i dati di una ricerca realizzata dalla “Casa della Carità”. Nel 2012, sono stati 11.600 i bambini che si sono nutriti facendo ricorso alla Caritas locale, e di questi circa la metà hanno tra i 4 e gli 11 anni. Rispetto al 2011, la cifra è raddoppiata.

Già nei mesi scorsi “Save the Children” denunciava come nella penisola iberica fossero sempre di più gli adolescenti che ogni giorno facevano un unico pasto, quello dato loro nelle mense scolastiche. La Caritas spagnola conferma ora questi dati, rivelando che, non a caso, il numero di bambini in cerca di cibo cresce sensibilmente nei fine settimana, quando cioè le scuole sono chiuse.

E questa realtà non riguarda purtroppo solo i più piccoli. Il numero delle madri che ricorrono all’assistenza della Caritas è aumentato del 44% nell’ultimo anno, mentre la crisi occupazionale ha colpito soprattutto gli ultraquarantenni, tra i quali la percentuale di indigenti è aumentata del 10% nel 2012.

Non si tratta, come si potrebbe pensare, di senza tetto o di clochard. Sono persone che hanno, almeno per il momento, una casa, e a volte anche un salario minimo. Semplicemente, non possono permettersi cibo e bevande, e quindi ricorrono alle associazioni di volontariato. I giornali locali descrivono lunghe file di bambini esultanti perché “vanno tutti insieme a mangiare al ristorante”. Che però è la Caritas.

C’è poi un altro dato a dirci di come le condizioni di vita a Valencia, la terza città del Paese per numero di abitanti, si stiano deteriorando. Quelle stesse associazioni di volontariato che denunciano un aumento del 12,5% di cittadini spagnoli che reclamano ogni giorno un pasto gratuito, registrano al contempo un calo del 29% per quanto riguarda l’affluenza dei rumeni, la comunità straniera più numerosa nella regione. Si tratta, perlopiù, di immigrati che preferiscono far ritorno nel Paese d’origine.

Da Valencia a Madrid, dove si fanno sempre più ricorrenti scene in cui gruppi di cittadini aderenti alla campagna “Stop Desahucios” si oppongono all’entrata delle forze dell’ordine nei condomini dove si devono eseguire degli sfratti. Negli ultimi quattro anni sono state 350 mila le famiglie spagnole sfrattate, la stragrande maggioranza delle quali a causa di mutui stipulati con delle banche coinvolte nella speculazione immobiliare. Anche in questo caso, i dati dei tribunali spagnoli, riportati dal WSJ, parlano chiaro: se nel primo semestre del 2008 gli sfratti furono 19.930, nella prima metà del 2012 hanno superato quota 37 mila. Ormai si prosegue al ritmo di 500 al giorno, anche grazie a delle leggi in materia che alcuni giudici spagnoli ritengono “volte a salvaguardare oltremisura gli interesse delle banche politicamente influenti”. Questo esponenziale aumento delle procedure di sfratto è dovuto soprattutto alle nuove disposizioni del governo di Mariano Rajoy. Il quale, per ripagare i prestiti ricevuti dall’Europa, ha dato avvio ad un piano di privatizzazione degli immobili che non sta risparmiando neppure le case popolari.

case spagna

…sempre più persone in fila alla Caritas, in Spagna, per mangiare…

La situazione sembra vicina al collasso. Il dato più sconcertante è quello che fotografa un netto aumento di casi di suicidio di persone che hanno ricevuto ingiunzioni di sfratto. Nel dicembre scorso, inoltre, ha fatto scalpore la notizia di una donna incinta che ha avuto un parto prematuro a causa dello shock provocato dall’arrivo delle forze dell’ordine. A seguito di questi eventi, ad alzare la voce è stato uno dei maggiori sindacati dei fabbri, letteralmente subissati dalle richieste di forzare le serrature di appartamenti ipotecati: tutti gli aderenti a tale organizzazione si rifiuteranno, d’ora in poi, di partecipare alle operazioni di sfratto. E anche i sindacati delle forze dell’ordine lamentano un eccessivo stress degli agenti, a cui hanno deciso di offrire sostegno legale nel caso in cui vogliano rifiutarsi di eseguire le ingiunzioni. Nuovi obiettori di coscienza, insomma.

Trovatosi impreparato di fronte a queste resistenze crescenti, il governo Rajoy ha varato alla fine del 2012 un decreto che prevede una sospensione degli sfratti per un periodo di due anni; ma solo per famiglie con persone handicappate o con introiti mensili inferiori a 1.600 euro. Gli attivisti di “PAH”, un’associazione che tutela i diritti delle persone con ipoteche a carico, denuncia il fatto che il decreto non ha congelato l’accumulazione dei debiti, per cui tra due anni migliaia di persone si ritroveranno in una situazione insostenibile a causa dei debiti accumulati. E lanciano anche un altro allarme: il rischio, quantomai concreto, di un mercato nero dei fabbri, facili da reclutare a causa del disperato bisogno di denaro tra la popolazione spagnola.

E così, dopo la Grecia, anche la Spagna si avvia a diventare “la manifestazione più concreta del grande successo dell’euro”, per utilizzare le parole pronunciate nel settembre 2011 da Mario Monti. Una delle sue più celebri pillole di saggezza che gli sono valse la nomina a senatore a vita e a presidente del consiglio.

Noi, però, possiamo star tranquilli (nonostante qualche brivido francamente venga, a guardare cosa c’è a metà tra la Grecia e la Spagna, su una qualsiasi cartina del Mediterraneo). Perlomeno così dicono, ogni giorno, frotte di economisti e di politici. Frotte di frottole?

FONTE: Irib – Redazione Italiana

C’è anche la Nato economica

nato

di: Manlio Dinucci

«Amore per il popolo italiano»: lo ha dichiarato il presidente Obama ricevendo alla Casa bianca il presidente Napolitano «l’indomani di San Valentino». Perché tanto amore? Il popolo italiano «accoglie e ospita le nostre truppe sul proprio suolo». Accoglienza molto apprezzata dal Pentagono, che possiede in Italia (secondo i dati ufficiali 2012) 1.485 edifici, con una superficie di 942mila m2, cui se ne aggiungono 996 in affitto o concessione. Sono distribuiti in 37 siti principali (basi e altre strutture militari) e 22 minori.

Nel giro di un anno, i militari Usa di stanza in Italia sono aumentati di oltre 1.500, superando i 10mila. Compresi i dipendenti civili, il personale del Pentagono in Italia ammonta a circa 14mila unità. Alle strutture militari Usa si aggiungono quelle Nato, sempre sotto comando Usa: come il Comando interforze, col suo nuovo quartier generale di Lago Patria (Napoli). «Ospitando» alcune delle più importanti strutture militari Usa/Nato, l’Italia svolge un ruolo cardine nella strategia statunitense che, dopo la guerra alla Libia, non solo mira alla Siria e all’Iran ma va oltre, spostando il suo centro focale verso la regione Asia/Pacifico per fronteggiare la Cina in ascesa.

Per coinvolgere gli alleati europei in tale strategia, Washington deve rafforzare l’alleanza atlantica, anche economicamente. Da qui il progetto di un «accordo di libero scambio Usa-Unione europea», riproposto da Obama nell’incontro con Napolitano.

Accordo che riscuote l’incondizionato appoggio del presidente italiano ancor prima che sia scritto e ne siano valutate le conseguenze per l’economia italiana (soprattutto per le pmi e le aziende agricole). Si tratta, sottolinea Napolitano, di «un nuovo stadio storico nei rapporti tra Europa e Stati Uniti, non solo economicamente ma anche da un punto di vista politico». Si prospetta dunque una «Nato economica», funzionale al sistema politico-economico occidentale dominato dagli Stati uniti.

Sostenuta dai grandi multinazionali, come Goldman Sachs. Il nome è una garanzia: dopo aver partecipato alla truffa internazionale dei mutui subprime e aver così contribuito a provocare la crisi finanziaria che dagli Stati uniti ha investito l’Europa, Goldman Sachs ha speculato sulla crisi europea, istruendo i suoi principali clienti su come fare soldi con la crisi e, subito dopo, piazzando al governo in Italia (grazie a Napolitano) il suo consulente Mario Monti.

Il cui governo è stato subito garantito dal segretario del Pd Bersani come «autorevole e a forte caratura tecnica». Lo stesso Bersani, intervistato da America 24, dichiara ora che, «nella tradizione di governo del centrosinistra di assoluta fedeltà e amicizia con gli Stati uniti, siamo assolutamente favorevoli a che fra Europa e Stati uniti si creino meccanismi di libero scambio». Comunque vada il voto, l’adesione dell’Italia alla Nato economica è assicurata.

FONTE: IlManifesto.it

Situazione politica italiana. Brevi riflessioni prima delle elezioni di febbraio 2013

italia elezioni

di: Matteo Guinness

La drammaticità della situazione politica italiana, coerente ma distinta dalla situazione economica, sociale e via dicendo è evidenziata da una questione allo stesso tempo assurda e curiosa: Silvio Berlusconi, con le sue uscite spesso improbabili e grezze, ha spesso ragione. Seppur a molti tale affermazione potrà apparire bizzarra – soprattutto a coloro che si riempiono la bocca di opinioni, ma non trovano neanche il tempo di leggere un giornale qualsiasi, al massimo il sito internet de La Repubblica – ci preme sottolineare di nuovo quanto questa affermazione sia drammatica. Siamo uno Stato talmente malridotto, che per sentire un paio di affermazioni come si deve, bisogna aspettare le parole di un guitto come Berlusconi. Però c’è poco da fare, ha ragione lui. Ha ragione quando afferma che le “mazzette” della Finmeccanica sono l’usuale prassi per competere a livello internazionale e nessun altro Stato pensa di boicottarsi da solo; ha ragione quando spara a zero sulla magistratura, sulla giustizia a orologeria, che non riguarda solo i suoi casi, ma anche avversari come per quanto riguarda il Monte dei Paschi per esempio.

Ha ragione perché evidentemente in Italia la magistratura è divisa in gruppi, basta farsi un giro sui siti internet delle correnti e studiarsi (si, studiarsi, miei cari lettori del sito di Repubblica) i contributi presenti, per capire come sia avanzato il dibattito su come intendere la giustizia e su come agire nella società tramite la propria azione.

La vera crisi, ed è un discorso che ci porterebbe troppo lontano, proviene innanzitutto dal sistema costituzionalista: la divisione dei poteri serve a limitare (allo stesso scopo serve la Costituzione, a limitare la sovranità del popolo, leggetevi un po’ meglio quell’articolo 1 della Carta) il potere di uno Stato, le scelte, le strategie. Dall’altro lato a sfidare la possibilità di elaborare strategie di lungo periodo c’è una costruzione europea che è tutto meno che unità politica. Certo questo non può essere una scusa: evidentemente in Italia troviamo delle specificità che creano più contraddizioni e limiti che altrove; chi potrebbe mai immaginarsi il sistema costituzionalista inglese che ai primi del novecento mette sotto inchiesta il proprio sistema colonialista esteso su mezzo mondo? Fantapolitica, che invece diventa realtà in Italia producendo situazioni paradossali che a pagare è lo Stato e i suoi sovrani: i cittadini.

Nel nostro Paese (e qui di nuovo ha agio – ahinoi – Berlusconi ogni tanto a ricordarcelo), scontiamo ancora la specificità derivata dal fascismo e dal suo peggior prodotto, l’antifascismo (Amedeo Bordiga docet): una vera e propria guerra civile che dopo la totale sparizione del fascismo è continuata, utilizzata per fini politici da chi proprio su un fantasioso antifascismo senza fascismo ha fondato la propria legittimità (con tanti saluti per temi e politiche concrete). Ma la guerra civile è ben presto evoluta a causa della guerra fredda, con la parte comunista a giocare un doppio ruolo: da una parte continuare imperterrita la battaglia antifascista (ripetiamo, per motivi di testimonianza, oggi diremmo di propaganda) e dall’altra ad essere vittima del nuovo antifascismo, l’anticomunismo. C’è infatti voluto davvero poco per spostare lo scontro della guerra civile silenziosa e strisciante in Italia, da fascimo/antifascismo in comunismo/anticomunismo. Questo oltre ad avere importanza da un punto di vista ideologico, per il fatto che in realtà dietro l’antifascismo si nasconde il rifiuto di ogni sistema diverso da quello liberale e democratico (non a caso oggi fascisti sono considerati anche: Stalin, Assad, Amhadinejad, Chavez, Putin… e vi prego di trattenere le risate), ha importanza anche perché ci dimostra la caratteristica del nostro scontro politico, sempre alla ricerca di una scelta esclusiva in cui uno dei fattori è considerato inaccettabile. Se questo sia colpa dell’esperienza fascista o dell’antifascismo in questo frangente ha la stessa importanza del fatto se sia nato prima l’uovo o la gallina.

Per ritornare a Berlusconi, è evidente come la contrapposizione così naturale nella politica italiana sia tornata e con il biscione abbia forse toccato il livello più alto: considerato lui stesso inaccettabile e fatto oggetto di ostracismo continuo e a tratti esagerato (di nuovo, con tanti saluti per i contenuti politici), ha risposto con la stessa tecnica attaccandosi ad un ridicolo anticomunismo. E di nuovo la storia si ripete in farsa, dove potevano esserci ideali a contrapporsi su un piano politico (il fascismo contro il comunismo per esempio, o il liberismo contro uno di questi e via dicendo), ci siamo trovati di fronte a due anti ideali, l’antifascismo contro l’anticomunismo: lasciamo a ognuno il giudizio su tale sterile degenerazione. E qualcuno chiede pure il motivo del calo della partecipazione.

Berlusconi comunque non nasce dal nulla, ma è a sua volta figlio di un periodo della storia italiana ancora macchiato da una sorta di guerra civile, o meglio da una strategia internazionale, presentata alla società civile come ennesimo scontro interno: mani pulite (erede di un altro periodo di raccordo, gli anni di piombo, “strategia della tensione” utilizzata dalle stesse istituzioni per incanalare questa caratteristica tutta italiana a proprio vantaggio). Nel periodo di passaggio dal mondo bipolare a quello monopolare (durato pochissimo per l’emergere di nuove potenze), il potere giudiziario è stato utilizzato come un manganello politico per epurare una classe dirigente e farne avanzare un’altra; quindi attraverso la degenerazione del costituzionalismo si è riprodotto quel carattere da guerra civile che ci portiamo come un fardello anche oggi.

Per concludere queste brevi riflessioni ne aggiungiamo un’altra, diventata dubbio amletico man mano che ci si avvicina alle imminenti elezioni del 23-24 febbraio: da astensionisti impenitenti forse in questo caso è possibile esprimere un voto utile dando la propria preferenza al Movimento cinque stelle espressione di Beppe Grillo. Questa potrebbe essere una scelta accettabile almeno per due serie di motivi: la prima dipende dal carattere di militanti e candidati (a meno di riciclati che presto scopriremo) e cioè dal fatto che effettivamente chi anima il movimento grillino è fuori dalla logica di guerra civile fascismo-antifascismo, comunismo-anticomunismo, antifascismo-anticomunismo vigente da quasi cento anni nel nostro Paese. Da lì derivano le mancate risposte di Grillo quando viene posto davanti ai militanti di Casapound o quando gli viene chiesto dell’antifascismo, semplicemente dice “non mi compete” e non perché sia un fascista, ma perché non gli interessa l’argomento, finalmente superato. A questa buona notizia si aggiunge l’ingresso in Parlamento di numerosi deputati non legati ai partiti classici vera malattia di questo Stato e di ogni democrazia liberale (nota:http://britneynationalparty.wordpress.com/2013/01/10/la-colpa-e-solo-e-tutta-dei-militanti/), e non legati a lobby (almeno per il momento).

D’altra parte il programma e la capacità del Movimento a cinque stelle non ci convincono nemmeno un pochino, quindi rimane comprensibile chi non se la sente di votarlo.

Ci avviciniamo ad una tornata elettorale molto interessante, vero epitaffio di un sistema che continua ad arrancare, ma è destinato a morire. Di nuovo con l’amarezza nel cuore quando pensiamo che le cose più sensate riesce a dirle un Berlusconi, ma rinfrancati dalle parole degli esperti di finanza, riportati da un articolo del Corriere della Sera:

“Riferisce l’economista Daniel Gros, direttore del Ceps (Centre for european policy studies) di Bruxelles: «In queste settimane ho parlato della situazione italiana con diversi gestori di hedge fund (fondi di investimento su scala mondiale ndr). L’idea dominante è che Mario Monti sia il risultato di una bolla mediatica e che alla fine prenderà al massimo il 15% dei voti, diventando uno dei tanti politici italiani. E se gli elettori dovessero richiamare Berlusconi, poco male. Tanto sul piano del consolidamento fiscale qualsiasi governo italiano non avrà altra scelta se non seguire la linea imposta dall’Europa».”

Grazie a Dio il Parlamento è ormai impotente. E non per colpa nostra.

Anche su:  BritneyNationalParty

 

Troppi euroscettici. L’Europa finanzia un pool per oscurarli

Bruxelles destina 2,5 milioni in vista delle elezioni 2014. La campagna di propaganda andrà su web, tv e giornali

eurotroll

di: 

Sul web è subito partito l’allarme: arrivano le «pattuglie pro-Ue» e il bavaglio agli euroscettici.

Non è proprio così, ma certo la notizia che ha scovato ieri il britannico Daily Telegraph è curiosa: «L’immagine dell’Unione europea» presso i suoi cittadini è «in pericolo», e il Parlamento europeo si appresta a finanziare (per 2 milioni e mezzo) una struttura interna addetta a contrastare le opinioni anti-europee, non solo monitorando il dibattito in rete, ma anche intervenendo là dove necessario.

Secondo Bruno Waterfield, corrispondente da Bruxelles del Telegraph (giornale filo-conservatore, e dunque assai critico verso la Ue), il «documento riservato» preparato a Strasburgo prefigura un «blitz propagandistico senza precedenti» in vista delle elezioni europee nel 2014.

La preoccupazione, si legge nel documento, è che «la crisi economica, con l’alto tasso di disoccupazione, soprattutto tra i giovani, stia provocando una sempre minor fiducia nelle istituzioni europee da parte dei cittadini: è evidente che l’immagine dell’Unione è in sofferenza», e che i vari movimenti anti-europeisti trovano ascolto crescente, soprattutto nei paesi più a rischio. Bisogna dare una risposta a queste tendenze, è il monito che arriva dagli uffici di Bruxelles, e «per rovesciare la percezione che l’Europa sia il problema, è necessario comunicare all’opinione pubblica che la risposta a questa sfida è “più Europa”, e non meno».

Di qui la nuova strategia di «comunicazione istituzionale» abbozzata nel documento: occorre «monitorare la pubblica opinione», per essere in grado di «identificare in uno stadio precoce se le pubbliche discussioni su social media e blog siano potenzialmente in grado di attirare l’attenzione dei media e dei cittadini».

I funzionari del Parlamento europeo addetti alla comunicazione riceveranno dal prossimo mese un addestramento ad hoc: «Dovranno essere in grado di seguire in tempo reale le discussioni e gli umori, di individuare i trending topics (gli argomenti che fanno tendenza sulla rete, ndr) e di reagire rapidamente, in modo mirato e efficace, per intervenire nella conversazione e influenzarla, fornendo fatti e cifre per smontare i miti che si creano».

A questo scopo, verrà incrementata a 2 milioni di euro la spesa per l’«analisi qualitativa dei media», con la necessità di trovare circa 900mila euro extra-budget. E il Telegraph fa una severa disamina delle cifre che l’Europa si appresta a spendere per la propria «immagine» e per mettere riparo alla disaffezione dei cittadini verso gli organismi elettivi della Ue. In vista del voto del 2014, insomma, notevoli fondi verranno spostati su quella che il giornale britannico definisce «autopromozione dei parlamentari europei». Dieci milioni di euro per un «controverso museo dell’Europa», quasi un centinaio per una «Casa della storia europea» che aprirà nel 2015 per «promuovere la consapevolezza dell’identità europea», e poi un incremento dell’85% delle spese per «seminari, simposi e attività culturali», mentre le spese per «informazione audiovisiva» cresceranno a più di cinque milioni. Per non parlare dell’aumento del 15% dei finanziamenti del Parlamento ai partiti europei, come il Ppe o il Pse.

FONTE: IlGiornale.it

Un esempio (un po’ triste) di giornalismo di propaganda

di: Riccardo Orioles

Merkel ad Atene, scontri” ecc. Repubblica non è molto amica dei greci, almeno di quelli poveri, ma questo naturalmente – libertà di stampa – è affare suo. Sotto il titolo allarmistico (che, ripeto, è suo diritto pubblicare) però mette (repubblica.it, 9 settembre, ore 15) una foto decisamente scorretta: manifestanti con – in primo piano – una bandiera greca e accanto unabandiera nazista. A me, lettore qualunque, è cascato il cuore. “Dunque i greci – ho pensato – sono arrivati a questo punto? Allora davvero i fascisti hanno egemonizzato la protesta? Maledetti greci! Fa bene, l’Europa, a suonarvele! Dagli giù duro, Merkel, a questi  nazisti dei miei stivali!”.

Ma leggendo attentamente il pezzo (cosa che non tutti i lettori fanno) mi sono accorto che la bandiera nazista c’entrava come il cavolo a merenda. I dimostranti infatti l’avevano portata là per bruciarla: cosa che hanno fatto con gran solennità e slogan antifascisti. La manifestazione (apprende ancora il lettore attento) era organizzata dei sindacati, era una manifestazione democratica (anche se non necessariamente condivisibile) al cento per cento, ed era antifascista e antinazista senza equivoci e senza sfumature.

Questo, dalla titolazione e dalla foto, decisamente non si capiva. I capiredattori di Repubblica sanno perfettamente cos’è un titolo e cos’è una foto d’apertura. Hanno fatto un’operazione politica precisa (in Grecia, chi protesta è nazista) per la quale nel Purgatorio dei giornalisti dovranno spalar carbone per un paio di anni. Ma in fondo la colpa è mia, che di fronte a Repubblica abbasso istintivamente le difese che invece mi vengono spontanee davanti a Vespa, Sallusti o Emilio Fede.

IlFattoQuotidiano.it

Napolitano e l’ipotesi di golpe bianco.Cronache delle mutazioni istituzionali

di: nique la police

Quando Giorgio Napolitano fu eletto presidente della repubblica nella primavera 2006 nell’elettorato di centrosinistra, e là dove si fabbrica opinione pubblica, prevalsero due convizioni. La prima, all’epoca prevalente,  che era stato eletto un vero guardiano della costituzione. La seconda è che l’indirizzo della presidenza, dopo Ciampi e Cossiga, sarebbe stato meno monetario e più politico (dopo il periodo Ciampi, ex presidente della Banca d’Italia) più legato alla continuità delle forme istituzionali e meno ai momenti di rottura (visto il periodo Cossiga, quello del “picconatore”). Nonostante sia stato votato  quasi esclusivamente dal centrosinistra Napolitano era un candidato presidente apprezzato anche dal centrodestra. Riporta il Corriere della Sera dell’epoca: “Dal centrodestra sono venute molte esplicite dichiarazioni di apprezzamento per Giorgio Napolitano, tali da far pensare che la divisione degli schieramenti sul suo nome sia molto più formale che sostanziale”. Va considerato che a suo tempo, fine anni ’80 la corrente milanese di Napolitano nel Pci riceveva pubblicamente, per la propria rivista, finanziamenti da Publitalia ricambiando con articoli sulla “modernizzazione” (testuale) del modello di impresa berlusconiano.

Ma è storia vecchia, solo per far capire che l’apprezzamento del centrodestra per Napolitano (l’unico che difese nel Pci, anche qui pubblicamente, Craxi contro la linea berlingueriana delle mani pulite) aveva comunque radici lontane. E anche per far comprendere che Napolitano è un soggetto politico apparentemente statico. Nella continuità, della indigeribile retorica istituzionale che lo contraddistingue, metabolizza continuamente le trasformazioni.

I tempi infatti cambiano, anche velocemente, vista la dura situazione nazionale e internazionale. Nel burrascoso triennio dell’ultimo governo Berlusconi, Napolitano ha seguito di fatto la seguente linea:  gioco di interdizione formale, ma senza rompere clamorosamente (anche se ci è andato vicino a causa di qualche pittoresca pretesa di decreto da parte di Berlusconi), verso le leggi aziendali del presidente del consiglio (comprese le leggi personali); gioco di difesa delle prerogative istituzionali nel momento in cui il governo di centrodestra arrivava vicino al piano rottura con l’ordinamento della repubblica (sempre a causa delle leggi personali).  La defestrazione di Berlusconi, su cui Napolitano ha lavorato alacremente non prima di aver stoppato un Monti già pronto nell’agosto 2011, chiude poi non solo una fase del settennato ma anche della vita della repubblica. Pensare Napolitano con gli occhi rivolti al periodo precedente alla caduta di Berlusconi è qualcosa che può solo disorientare rispetto a quanto accade oggi.

Il vero punto di svolta pubblico della presidenza Napolitano, che fa completamente saltare le due considerazioni prevalenti all’epoca della sua elezione,  avviene a Bruges nell’autunno del 2011. Siamo nel periodo rovente del passaggio di consegne da Berlusconi a Monti.  In quella conferenza, nel Belgio dove ha sede l’Unione Europea, Napolitano sostiene testualmente che per l’Italia è giunto il momento della “necessaria cessione di una parte di sovranità”. Qualcosa di più grosso della stessa cessione della sovranità monetaria, del trattato di Maastricht e di tutti i vincoli posti fino a quel momento da Bruxelles. Un presidente della repubblica che va all’estero in un momento cruciale parlando di cessione di sovranità del proprio paese, senza alcun mandato corale, dovrebbe quanto meno essere sotto controllo critico del parlamento e dell’opinione pubblica. Ma, si sa, in molti paesi a liberismo maturo (a suo tempo fece scuola la Nuova Zelanda) il modello della pubblicità della discussione politica reale non viene praticato. Basta che alcune reti e nessi istituzionali si parlino, decidano e poi vengono compiuti atti forti, pubblici. Che magari vengono affogati nei media grazie al gossip politico di giornata. Il resto, capisca o non capisca (o faccia finta di non capire), seguirà necessariamente.

A questa che è una seria, vera rottura, pubblica e politica, nei confronti della costituzione, Napolitano ne fa seguire almeno un’altra importante stavolta sul piano formale. E si parla dell’introduzione, controfirmata (e prima ancora auspicata), in costituzione dell’obbligo del pareggio di bilancio. La costituzionalizzazione del liberismo, di cui il pareggio di bilancio è regola aurea, è una rottura epocale (alla quale corrisponde, come da dettato liberista, una devoluzione accelerata della protezione normativa del lavoro) tanto quanto è fragoroso il silenzio con il quale è stata approvata.

Non si tratta di questioni da poco. Che cambiano la natura stessa dell’istituto della presidenza della repubblica.  Una istituzione infatti che, prima che sia introdotta la costituzionalizzazione del liberismo, va all’estero a declamare pubblicamente, la propria cessione di sovranità significa una cosa: che questa istituzione si fa garante, verso l’estero, dell’esecutività della cessione del potere sovrano a livello continentale e nazionale. Niente a che vedere con la funzione del presidente della repubblica assegnata dalla costituzione del ’48, insomma.  Già,  ma con quale razionalità politica? Non ci vuole molto a capirlo, seguendo l’interpretazione dell’Economist. Testata, che segue Draghi passo per passo, e che ha interpretato un articolo del presidente della Bce per Die Zeit come una lettura estensiva e politica del ruolo della banca centrale europea. Lettura che ci fa comprendere verso quale ristrutturazione di ruolo e potere, e a quale livello di separazione dalla società e dal resto delle istituzioni, tenda il nucleo forte di poteri delle istituzioni italiane.

Draghi, al di là delle formule di rito, non intravede infatti un’unione politica per la prossima fase dell’area euro, e qui la sentenza di Karlsruhe sembra dargli ragione, ma “un accumulo di sovranità su selezionate politiche economiche”. Tradotto in altri termini: una unione politica europea significherebbe farsi carico dell’intera popolazione continentale, mentre il liberismo è una politica che si materializza solo là dove si può privatizzare e accumulare. Piuttosto è necessario un ulteriore trasferimento selettivo di poteri rispetto al passato, verso una evoluzione della governance economica e finanziaria, che renda possibile quelle politiche performative richieste dalle leggi odierne di concentrazione del grande capitale economico e finanziario. Leggi di concentrazione del capitale che non coincidono più con  la necessità di governare gli stati ma con quella di potenziare le evoluzioni delle politiche di governance. In poche parole il liberismo si concentra, nei dispositivi di governance, dove pensa di innovare e accumulare, al resto pensano gli spiriti animali delle singole società, l’atomizzazione sociale dei mondi neoliberali, l’ordine pubblico e la provvidenza. Per far questo naturalmente stati periferici come l’Italia devono trasferire maggiori quote di sovranità ma non verso “una più compiuta unione politica del continente”, come recitano le formule ufficiali, quanto verso questo accumulo di sovranità di selezionate politiche economiche. Accumulo che taglia in due il continente in un, invisibile quanto robusto e costituito dalle tecnologie della governance, confine tra una minoranza di inclusi ed una  maggioranza di esclusi. La Bce più che la grande politica tiene così in mano la big governance: essendo un attore monetario e finanziario forte, autonomo che entra in dialettica con i dispositivi di potere attivati dalla cessione di sovranità dei singoli stati. Cessione che è un fenomeno rovinoso per paesi come l’Italia e una sfida da affrontare per paesi come Francia e Germania. Napolitano, in questo modo, è una figura di garanzia per quelle ristrette reti di potere italiano che, proprio cedendo sovranità nazionale, pagano le quote per entrare nel gioco della big governance. Se poi esistono elettori del Pd che, alla festa di quel partito, si mettono la mano sul cuore come i giocatori sudamericani quando parte l’inno nazionale pensando a Napolitano e alla bandiera, nessuno può farci nulla. La storia infinita degli abusi della credibilità popolare ha visto questo e ben altro.

 

Dopo il discorso di Bruges, e la costituzionalizzazione del liberismo, la presidenza Napolitano si caratterizza infatti per la firma sull’approvazione del fiscal compact, formalmente conseguente a questa costituzionalizzazione: è l’oneroso impegno italiano ad approvare meccanicamente i dispositivi di governance, su deficit e bilancio, definiti nell’area euro. Per quanto il fiscal compact sia un dispositivo altamente instabile sul piano normativo e finanziario (la Frankfurter Rundschau su questo ha fatto ad inizio anno un articolo di rara efficacia esplicativa sul piano giuridico ed economico) nelle intenzioni di chi l’ha approvato rappresenta la formalizzazione di questo trasferimento di sovranità. Mai discusso a livello pubblico in Italia, mai posto a discussione in nessun passaggio elettorale. E, una volta approvato, parole di Napolitano, questo trasferimento viene definito come indiscutibile specie a livello di dibattito per le elezioni politiche. In poche parole: si cambia la forma politica, sociale ed economica dell’Italia, usando un parlamento in crisi, senza discussioni reali e chi critica, o vuol sottoporre queste mutazioni alla volontà popolare, è un populista. Quanto allo sganciamento dei nuclei forti delle istituzioni italiane dalla società, e dal resto delle istituzioni, bravo chi lo vede oggi. Al massimo, visto il livello del dibattito politico attuale, sarà materia per gli storici.

Davvero viene da dire che se il fascismo realizzava i propri obiettivi politici usando il manganello come procedura oggi, con Napolitano garante, si usa la procedura come manganello. E, una volta chiusa la procedura, si può anche votare perché questo genere di norme è costruito come inattaccabile e indiscutibile. La retorica degli “impegni assunti con l’Europa” copre tutto.Finchè dura.

Come al solito però il diavolo ci mette maliziosamente la coda: questo trasferimento di sovranità, verso selezionate politiche economiche e finanziarie a livello continentale, non garantisce alcuna stabilità alle stesse reti di potere italiane che vi si sono annidate dentro. La contrazione economica italiana e il rischio di degenerazione della situazione finanziaria nazionale, anche ma non solo a causa del rischio sistemico dell’eurozona, sono tali da mettere in discussione le stesse reti di potere che hanno promosso il trasferimento di sovranità verso la governance europea. Istituzione che dimostra così sia la difficoltà di governare realmente persino le proprie crisi che una sete di trasferimento di potere, e di risorse, praticamente senza pausa di continuità. Nella valorizzazione del grande capitale, nonostante questo sforzo sistemico europeo, c’è qualcosa che non funziona, evidentemente. Da cosa comprendiamo che lo stesso potere italiano, quello che ha promosso il trasferimento di sovranità, è a rischio? Anche qui dalle parole dello stesso Draghi il quale, nel più recente discorso pubblico, ha detto chiaramente che gli aiuti finanziari (anche se qui la parola “aiuti” va intesa in senso orwelliano) saranno concessi a paesi come l’Italia e la Spagna, o la Slovenia, solo se questi accettano un sostanziale, o peggio ancora formale, commissariamento.

Per le reti di potere italiane, di cui Napolitano si è fatto garante, che hanno operato il trasferimento di sovranità descritto si tratterebbe di una secca sconfitta. Avrebbero trasferito potere senza contropartita reale, addirittura ponendo in discussione la loro stessa esistenza politica. La discussione sul “Monti dopo Monti” che occupa le televisioni e i giornali, come si vede, è tutt’altro che senza significato reale. Significa piuttosto proseguire verso quelle politiche di bilancio, quelle della “crescita” in assenza di una politica nazionale autonoma non esistono, in modo tale da evitare il commissariamento, e quindi la fine di un potere reale, delle stesse reti istituzionali che hanno operato le ristrutturazioni in atto. Quelle in nome del quale si è trasferita la sovranità italiana.

C’è un però: nonostante il trasferimento di sovranità è rimasto il “residuo” della sovranità originaria. Quella che, nelle democrazie rappresentative come quella italiana, è chiamata sovranità popolare. Che va contenuta e regolata altrimenti cade anche tutta questa architettura del trasferimento di sovranità operata tramite Napolitano. In poche parole, il rischio di chi ha ristrutturato il potere in italia consiste nel fatto che si possono formare, alle elezioni, combinazioni di maggioranze che entrano in conflitto con il trasferimento di sovranità verso l’”Europa” avvenuto come operazione tecnica e naturale. In effetti nel paese la situazione sociale è pessima, il risentimento verso i partiti è generalizzato e qualcosa del genere può accadere a livello elettorale. Anche qui, non a caso a questo punto, Napolitano si è fatto pubblicamente garante, con un discorso esplicito, del controllo e della riduzione a razionalità “europea” di qualsiasi tipo di maggioranza esca dalle urne. E questo discorso pubblico, sulla sorveglianza degli “impegni assunti con l’Europa”, secondo il classico schema dell’un per cento che assume vincolanti impegni per il 99, rappresenta comunque una sorta di coronamento della fine di un settennato. Napolitano è infatti di fronte ad un bivio. Se dalla urne esce una maggioranza “europea”, che vincola il 99 per cento della popolazione al trasferimento di sovranità senza discussioni, allora la fine del settennato di Napolitano sarà di tipo cerimoniale. Si celebrerà il trasferimento di sovranità, assieme alla costituzionalizzazione del liberismo, come “contributo all’integrazione tra istituzioni europee” che, come abbiamo visto, invece è una sovrapposizione di quei pochi, per quanto complessi, poteri necessari a garantire solo i terreni di accumulazione economico-finanziari, spaccando l’europa in due (con i paesi singoli disposti a macchia di leopardo tra zone in e out). Se invece dalle elezioni non uscirà questo esito, ed è quello che si teme, allora ci si prepari ad un Napolitano, proprio perchè consapevole di essere a fine mandato, che si sente libero di operare qualche significativa forzatura. Chi ha lavorato, alacremente bisogna dire, per trasferire la sovranità in queso modo non si ferma certo davanti all’ultimo miglio. E la creatività giuridica permette oggi miriadi di forme di golpe bianco.

Napolitano, comunque vadano le cose, passerà alla storia, nonostante le attese del 2006, come il garante del processo di dissoluzione reale della costituzione del ’48. Per molti un paradosso. Ma quando si sviluppa, in una carriera politica, applaudendo i carri armati in Ungheria e Cecoslovacchia per continuarla come ambasciatore del compromesso storico presso il governo Andreotti, tutto è possibile. E’ bene ricordarlo.

Ps. Su quella produzione permanente di avanspettacolo politico detta sinistra residua è meglio ridursi a pochi cenni. Basti ricordare Asor Rosa che addirittura suggerì, dalle pagine del Manifesto, un golpe a Napolitano per liberarsi di Berlusconi. Oppure Nichi Vendola, il cui eclettismo politico ha raggiunto livelli di vertigine, che ha recentemente detto di sentirsi garantito da Napolitano proprio quando questi è entrato in conflitto con la magistratura di Palermo sulla vicenda stato-mafia. Non ci sarà da stupirsi se, con il successore di Napolitano, la sinistra residua si costruirà tutta una mitologia dell’attuale presidente della repubblica attribuendo al nuovo tutti gli orrori compiuti dal vecchio. Certe aree culturali e politiche possono fare una cosa sola: rimettersi alla serena clemenza dei futuri storici di questo periodo. Sempre se, tra l’università voluta da Luigi Berlinguer e le politiche di rigore di Monti e Napolitano, ci sarà ancora il mestiere di storico in questo paese

 FONTE: Senzasoste.it

Ma quale sistema elettorale…

di: Matteo Guinness

In occasione delle elezioni e soprattutto nei momenti in cui si discutono le riforme ai sistemi elettorali, è bene ricordare cosa sia un sistema elettorale e le logiche in base alle quali viene scelto.
Infatti nel dibattito politico questi fondamentali punti vengono del tutto evitati, per utilizzare un linguaggio propagandistico e per costruire opinioni a sostegno delle varie scelte dei partiti. In realtà per chi segue la politica e i partiti, non è difficile notare come uno stesso partito o addirittura lo stesso uomo politico possano cambiare opinione, anche radicalmente, su quello che precedentemente hanno considerato il miglior sistema elettorale; inutile fare esempi a riguardo, è più importante far notare ai più disattenti il motivo di questi cambi di opinioni. La spiegazione è presto fatta anche soltanto dando una definizione di sistema elettorale: questo è un sistema matematico che trasforma i voti in seggi.

Per cui a seconda dei voti presi, cioè con lo stesso numero di voti presi, un sistema elettorale anziché un altro ci danno risultati diversi. Quindi gli appartenenti ad uno schieramento, dopo aver ben presente all’incirca quanti voti prenderà il proprio partito e l’area territoriale in cui è più forte (qui sta l’importanza vitale dei sondaggi sempre più precisi che vengono usati dai professionisti della politica), opteranno per una formula elettorale anziché un’altra per avere più seggi possibili con quel determinato numero di voti. A grandi linee la cosa è valida per le distinzioni maggioritario e proporzionale, preferiti i primi dai grandi partiti e i secondi dai piccoli che altrimenti non avrebbero possibilità di avere seggi, ma la questione è ancora più sottile, perché all’interno di questi macro-sistemi, va scelta anche la formula che trasforma i voti in seggi – calcolando e ridistribuendo gli scarti – che è oggetto di grandi lotte fra i partiti; ci sono formule che premiano partiti radicati territorialmente, formule che premiano partiti che si aggirano intorno ad una determinata percentuale, formule che a loro volta premiano i partiti che prendono più voti. Lasciamo ad ognuno la curiosità di andarsi a studiare le varie formule elettorali matematiche (potenzialmente infinite) su qualsiasi libro di politologia, ma deve essere chiaro che dietro la scelta di un sistema elettorale non c’è nessun tipo di concetto ideale, ma quest’ultimi mascherano soltanto i veri motivi delle scelte e quindi sono deleteri per una corretta comprensione della realtà; i partiti politici cambiando nel tempo il proprio bacino di voti, e i singoli politici passando da un partito ad un altro, si ritrovano quindi a sostenere sistemi elettorali completamente diversi perché è diversa la formula che premia in quel momento il proprio gruppo. Addirittura, oltre alle formule matematiche, i partiti tendono a voler cambiare anche le circoscrizioni elettorali, cioè quelle aree territoriali che racchiudono un determinato collegio, così da inserire in una determinata area alcune zone (precedentemente di un altro collegio) in cui il partito X è ben radicato e che quindi possano portare i voti per vincere in quella precisa circoscrizione; questa attività è conosciuta come gerrymandering ed è sviluppata soprattutto negli Stati Uniti, ma anche nel resto dei sistemi democratici è possibile notare cambiamenti e passaggi di intere zone da un collegio all’altro con l’unico obiettivo di premiare questo o quel gruppo.

Tutto questo deve essere chiaro per una comprensione corretta della realtà: non bisogna farsi ingannare dal taglio “ideologico” che i partiti danno alla scelta dei sistemi elettorali. Per esempio alla fine degli anni 2000 i sistemi hanno avuto lo scopo di premiare i maggiori partiti, quindi PdL e PD, soprattutto il primo essendo spesso in vantaggio, ma sostenuto anche dal secondo con l’obiettivo di assicurare per il futuro un sistema simile a quelli inglese e americano e cioè un bipartitismo tutto interno e sottomesso alla liberal-democrazia, dove il potere politico possa oscillare beatamente fra il filoamericanismo del PdL ed il filoamericanismo del PD. E’ divertente notare come i vari cambi di alleanze (di rapporti tra PD e Italia Dei Valori per esempio) abbiano portato anche a cambi di opinioni (possiamo ricordare i referendum elettorali come quello del 2009, il quale, per dirne una, è stato promosso dal partito di Di Pietro che però poi lo ha combattuto); di esempi del genere ce ne sono in continuazione e lasciamo al lettore il piacere di scoprirli e di sorridere alle azioni truffaldine di chi non si occupa degli interessi del continente Europeo, come per esempio la ricerca di sovranità dal “padrone” finanziario e atlantico, ma cerca soltanto di appagare gli interessi del proprio partito e della propria pancia. E’ interessante, per concludere, dare un’occhiata ai negoziati per la riforma elettorale in vista delle elezioni del 2013: il famigerato porcellum, odiato e criticato dalle sinistre allora, concede oggi un vantaggio proprio al PD.

Per questo i negoziati per modificarlo vedono questo partito dettare l’agenda, frenato solo dal momento contingente caratterizzato da un governo tecnico di unità destra-sinistra e la crisi economica di cui sappiamo. Oggi più che mai tenere gli occhi aperti e informarsi è necessario nel tentativo di uscire senza troppi danni dalla situazione presente, caratterizzata dalla piaga del giornalismo prezzolato e soprattutto da quella dei partiti politici capaci di raccomandare e pilotare le scelte che ricadono sul futuro di tutti noi.

Le Sfide della Crisi Europea: Policy e Geopolitica

di: Matteo Pistilli

La crisi europea rende necessario prendere decisioni e fare delle scelte al più presto. In particolare pone delle sfide per chi pone in essere analisi da trasformare in politiche efficaci. Ciò che deve rappresentare il cuore di tali ricerche è la sistemazione geopolitica e socio-economica dell’Europa, così da rendere possibile il ritorno ad un ruolo guida del vecchio continente, come partner delle aree emergenti.

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False democrazie a confronto: Il caso greco e quello francese

di: Sebastiano Caputo & Lorenzo Vitelli

Il caso greco: 

17 giugno. La vittoria delle elezioni legislative in Grecia è assegnata al partito Nea Dimokratia (29,66%), partito liberalconservatore. Il suo leader Antonis Samaras, raggiunto l’accordo con il Pasok e il centro sinistra del Dimar, ha allestito il nuovo governo. Ma la sfida che si prospetta è difficile: risanare l’economia per ridare fiducia ai mercati, trovare un compromesso – non troppo scomodo per l’Ue – con le misure di austerity europee.

Ma questo non era quello che volevano i greci. Se guardiamo a queste elezioni lucidamente, con un sguardo che si proietti dall’alto, non possiamo che trarne una conclusione negativa. Il Pasok, movimento socialista pan ellenico, partito in vita dal 1981, è stato, sotto la presidenza di Papandreou, al centro della crisi del 2008 e del disastro della falsificazione dei bilanci di governo. Pur deludendo, finalmente, a queste elezioni, è riuscito ad attingere il 12,28% dei consensi, anche se parlare di consensi sembra difficile. Questo partito rimane nell’ottica europea, credendo ancora, assieme a Nea Dimokratia, in un possibile salvataggio in extremis della Grecia all’interno dell’Ue. Entrambi questi due partiti appoggiano le misure della Troika, credendo fermamente alle manovre della Commissione, e sommati, hanno raggiunto il 41,94% dei voti.

Come spiegarsi che, dopo mesi di misure di austerità, dopo il rigore merkeliano addossato sulle spalle di un popolo tradito dalla propria classe dirigente, dopo i bambini svenuti sui banchi di scuola per la malnutrizione, dopo gli accordi tra Stato ed imprese di distribuzione energetica per tagliare luce e gas a chi non pagava le tasse, i cittadini cadessero ancora nella trappola? Molti hanno pensato che in Grecia non si doveva stare poi così male da tirarsi indietro, altri dicono che la paura di rimettere in causa un sistema come l’Ue sarebbe stato un azzardo. E adesso l’Unione Europea e la Merkel – che finalmente è lei ad aver vinto le elezioni greche – danno per guarita la carcassa europea, una carcassa che il voto ellenico ha risanato, sia al suo interno, sia esternamente, grazie al vento di fiducia che respireranno i mercati.

Ma la situazione è diversa, e, dall’altro lato Syriza (26,89%), Alba Dorata (6,92%), i Greci Indipendenti (7,51%) e il Partito Comunista (4,50%), formano un’ala del parlamento che raggiunge il 45,82% dei consensi. Poco più del 45% dei votanti ha espresso la sua opposizione, attraverso questi partiti, nei confronti della Troika, del sistema euro, delle politiche di austerità, della dittatura economica della Germania, ma ancora una volta la legge elettorale ha assegnato un bonus di 50 parlamentari al primo partito, Nea Dimokratia, tradendo così, nuovamente, le speranze di un popolo martoriato. Senza contare l’astensionismo, superiore al 30% dei possibili votanti, disillusi dal potere che il voto “democratico” può assegnare loro, il popolo greco ha così espresso il suo sdegno. L’Europa e le sue democrazie, dunque, ancora una volta e più di prima, vengono rimesse in causa dai loro popoli.

Il caso francese: 

Un mese esatto dopo le elezioni presidenziali francesi, si concludono anche quelle legislative. Stessi risultati, stesse sorprese, ma rimangono tanti dubbi sulla legittimità della nuova Assemblea Nazionale. Perché come vuole la ripartizione dei seggi su base maggioritaria, per l’ennesima volta in quarant’anni di Quinta Repubblica, saranno la sinistra – il partito socialista – e la destra – l’Unione per un Movimento Popolare – a spartirsi i 577 seggi in palio al Palais Bourbon. Con qualche differenza però, poiché rispetto agli altri anni, di voci fuori dal coro ce ne sarà più di una. La notizia principalmente sbandierata dai media omologati è che stando ai dati ufficiali pubblicati ieri dal ministero dell’Interno per la Francia metropolitana e territori d’Oltremare, dopo 17 anni di governatorato di centro-destra, François Hollande, eletto con il 52 per cento dei consensi alle presidenziali contro Nicolas Sarkozy, si è imposto erede indiscusso del mitterandismo portando il Partito Socialista e i suoi alleati (il Front de Gauche, i Verdi e indipendenti) al Parlamento con una maggioranza assoluta, vale a dire 343 seggi. Mentre il raggruppamento di destra – composto dall’Unione per un Movimento Popolare e i partiti satelliti di centro – si è affermato seconda forza del Paese, conquistando 229 poltrone.

La contro-notizia è che nonostante l’ostracismo – mediatico e istituzionale -, gli uomini e i partiti fuori dallo status quo politico che vige in Francia – da quando Charles De Gaulle lasciò il potere -, sono riusciti, per la prima volta, a raccogliere almeno le briciole di un sistema maggioritario che ha lasciato fuori dall’Assemblea Nazionale milioni di francesi. Un sistema maggioritario lontano dall’equità e dalla rappresentatività reale, perché oltre al fatto di far incrementare il numero di astenuti (durante queste elezioni legislative è stato pari al 43,7 per cento!), imponendo all’elettore di scegliere tra i due grandi partiti del Paese (“tra la peste e il colera”), non ha permesso al Fronte Nazionale di Marine Le Pen – il quale aveva ottenuto il 18 per cento dei consensi un mese fa alle presidenziali – e ad altri partiti minori di avere una rappresentanza parlamentate proporzionale al numero di elettori.

Nonostante alle presidenziali un francese su cinque abbia votato Front National, le elezioni di ieri hanno sancito il ritorno del partito al Parlamento, ma con soli 3 deputati (per 6,5 milioni di frontisti!). La leader del Fn è stata sconfitta nella circoscrizione di Hénin-Beaumont con il 49,89 per cento dei voti – risultato per il quale è già stato presentato un ricorso perché la Le Pen sarebbe stata distaccata dalla socialista di soli 116 voti -, mentre la nipote di Jean-Marie Le Pen, la 22enne Marion Maréchal-Le Pen (figlia della sorella di Marine e da oggi la più giovane paramentare di tutti i tempi in Francia) è stata eletta e come lei anche l’ex socialista Gilbert Collard e il presidente della Ligue du Sud, Jacques Bompard. Queste voci sono in estrema minoranza, tuttavia potrebbero proporre una riforma elettorale che instauri un sistema proporzionale invece dell’attuale maggioritario. Una legge che, finalmente, ridia al popolo il mezzo più forte per esercitare il potere: il voto. Ma il bilancio di queste elezioni rimane catastrofico, perché a perdere è la democrazia stessa: ci sono troppi astenuti come ci sono troppi elettori tenuti fuori dalle mura del Palais Bourbon, in un Paese, la Francia, che i benpensanti amano chiamare “la terre de la liberté, de l’égalité et de la fraternité”.

Fonte: L’Intellettuale Dissidente

Evo Morales, la dignità della politica

di: Fabio Marcelli

Ho avuto recentemente l’onore di essere, insieme al compagno e amico Luciano Vasapollo, professore universitario da sempre impegnato nella ricerca militante e nelle lotte sociali, fra gli organizzatori dell’incontro tra il presidente della Repubblica plurinazionale della Bolivia, Evo Morales, e i rappresentanti dei movimenti sociali italiani.

E’ stato un incontro importante, dal quale sono scaturiti spunti di riflessione e insegnamenti a mio avviso validi anche per una situazione come quella italiana, così differente, da tanti punti di vista, da quella boliviana. Uno dei punti toccati da Evo nel suo intervento, con il quale ha ricostruito con la consueta semplicità e capacità comunicativa il suo itinerario da leader comunitario a presidente della Repubblica, è stato quello del rapporto con la politica.

 “Quand’ero un giovane lavoratore indigeno dell’altopiano – ha raccontato Evo – la politica da un lato ci sembrava una cosa sporca, appannaggio esclusivo di un ceto di mezzi delinquenti e traffichini senza scrupoli. Dall’altro, era unaffare assolutamente vietato, a pena di sanzioni di ogni genere, agli indigeni, i quali, secondo la mentalità dell’allora classe dirigente boliviana, dovevano dedicarsi a pala y pico, pala e piccone, e abbandonare ogni velleità di confrontarsi con problematiche e attività più complesse”.

“Mai avrei potuto immaginare – ha proseguito il presidente boliviano – che sarei diventato prima un deputato e poi addirittura presidente della Repubblica”. Eppure ha dovuto farlo, per dare espressione alle rivendicazioni della grande maggioranza del popolo, quella che la Costituzione boliviana qualifica come nación originaria indígena y campesina (nazione originaria indigena e contadina).

E’ nel nome di questa maggioranza che Evo ha governato bene il Paese in questi ultimi quattro anni e il primo dato indiscutibile è la stabilità istituzionale finalmente raggiunta, dopo che nell’ultimo anno precedente alle elezioni presidenziali che gli diedero la vittoria si erano alternati circa cinque differenti governi.  Nuove frontiere della democrazia con lo spazio dato, nella Costituzione del 2009, alla rappresentanza delle minoranze e a forme di democrazia diretta, come la possibilità di revocare i deputati che non si comportino bene e i referendum.  Ancora l’affermazione del principio della salvaguardia dei beni comuni e dei servizi sociali ad essi afferenti: non dimentichiamo che Evo si è affermato dopo la rivolta popolare contro la privatizzazione dell’acqua.

Poi,  il risanamento dei conti pubblici ottenuto grazie alla nazionalizzazione delle risorse, in primo luogo gli idrocarburi, a spese delle multinazionali parassitarie. Se prima queste ultime si prendevano l’82% dei ricavi lasciando il 18% ai boliviani, oggi il rapporto si è invertito: 82% ai boliviani e 18% , in taluni casi anche meno, alle multinazionali. Le somme così recuperate sono state investite a beneficio dei settori più poveri, per garantire il soddisfacimento dei bisogni essenziali gravemente trascurati dal vecchio regime neocoloniale. E per finire, la forte autoriduzione delle spettanze dei membri del governo a fronte di un notevole incremento dei salari. Il tutto sotto l’occhio vigile del grande fratello statunitense che ha già tentato un colpo di Stato contro la nuova Bolivia e continua a tramare nell’ombra. Del resto, come ha ricordato Evo con una battuta, l’unico Stato del continente americano che non abbia subito colpi di Stato sono gli Stati Uniti, per la semplice ragione che non ospitano alcun ambasciatore statunitense…

Qualche insegnamento valido anche per noi da questo racconto si può sicuramente trarre. Primo,occorre fare politica, superando disgusto e repressione, altrimenti sarà la politica a farsi noi, come ha ricordato di recente Beppe Grillo. Secondo, sono necessarie estensioni della democrazia, ampliando e rendendo più funzionale  la rappresentanza politica e introducendo forme dipartecipazione e democrazia diretta. Terzo, la nazionalizzazione e redistribuzione delle risorse costituiscono passaggi fondamentali anche per contrastare la crisi economica e i deficit e l’indebitamento degli Stati.

Dal laboratorio latino-americano, quindi, continuano a venire stimoli interessanti e importanti anche per noi europei. A condizione , beninteso, di superare un po’ di quella di boria e l’infondato sentimento di superiorità  che a volte purtroppo ci contraddistinguono.

IlFattoQuotidiano.it

Rothschild-Rockefeller matrimonio d’interesse

di: Maurizio Molinari - CORRISPONDENTE DA NEW YORK

Alleanza transatlantica fra le più potenti dinastie di banchieri

I banchieri d’Europa, finanziatori di Papi e imperatori, si alleano con la dinastia più ricca e rispettata di Wall Street con un patto di entità segreta il cui intento è rigenerare la vitalità della finanza transatlantica aggredita dalle crisi e sfidata dai nuovi rivali emergenti sui mercati di Asia e Russia.

L’intesa fra Lord Jacob Rothschild, 76 anni, e David Rockefeller, che ne ha venti di più, segna un momento di fine e al tempo stesso di inizio della finanza occidentale come oggi noi la conosciamo. Ciò che termina è la parabola parallela di due imperi riusciti a crescere e fiorire nei rispettivi mondi senza mai scontrarsi. La casata degli «Scudi Rossi» (Rothschild) di Francoforte sul Meno si origina nel 1744 da Mayer Amschel, cambiavalute ebreo del principe d’Assia, per diventare durante le guerre napoleoniche indispensabile allo sforzo bellico che consente al Duca di Wellington di vincere a Waterloo per poi conquistare titoli nobiliari e fortune nell’Impero d’Austria come nel Regno Unito, arrivando a finanziare imprese dall’apertura del Canale di Suez alla creazione della Rhodesia.

Mentre il ramo francese della famiglia inaugura ferrovie e miniere destinate a trasformare l’Esagono in una moderna potenza industriale, con la ramificazione italiana che all’inizio del XIX secolo passa per Napoli da dove i Rothschild costruiscono un solido rapporto con il Vaticano fino al punto da essere definiti dall’Enciclopedia Judaica come i «guardiani dei tesori del Pontefice» Gregorio XVI.

Sopravvissuti alle tempeste del Novecento grazie ad un profilo meno vistoso, i Rothschild dal 1980 sono guidati da Lord Jacob, il IV barone, il cui trust nel 2008 vantava proprietà per 3,4 miliardi di dollari riuscite a sopravvivere alla tempesta finanziaria degli ultimi anni grazie «a scelte manageriali molto conservatrici» come lui stesso ha spesso ripetuto a partire dal 2010. La cassaforte di Lord Jacob è la RIT Capital Partner, di base a Londra, che ora acquista il 37 per cento dei Rockefeller Financial Services ovvero la nave ammiraglia della corazzata di Wall Street guidata da David Rockefeller, dotata di un portafoglio stimato in almeno 34 miliardi di dollari.

Sin dalla fondazione nel 1882 da parte di John D.Rockefeller, capo della dinastia, la Financial Services ha accompagnato genesi e trasformazioni della potenza economica americana, dagli iniziali investimenti industriali in petrolio, acciaio e carbone allo sviluppo delle ferrovie fino al debutto della moderna finanza, simboleggiata dal complesso di 16 edifici del Rockefeller Center costruiti nel bel mezzo di Manhattan. Al momento della morte il patriarca John era considerato l’uomo più ricco d’America. Fra i suoi cinque figli è stato David a esserne l’erede nella gestione di un immenso patrimonio che lo ha portato, fra l’altro, a diventare presidente e quindi principale azionista della banca JP Morgan Chase. È stato proprio David Rockefeller nel 2011 a introdurre Lord Rothschild, che conosce da oltre 50 anni e con cui condivide la passione per la filantropia, al proprio Ceo americano, Reuben Jeffrey.

Da questo colloquio hanno avuto inizio i contatti prima esplorativi, poi divenuti sempre più concreti, che hanno portato ad un acquisto di quote dei Financial Services per un valore destinato a rimanere coperto dal più assoluto segreto, nel rispetto di una tradizione di riservatezza che la vecchia finanza europea condivide con gli «Old Money» di Wall Street.

Ci possono essere tuttavia ben pochi dubbi sul fatto che l’investimento guidato dalla banca franco-svizzera Edmond de Rothschild Group, di cui il Financial Times per primo ha dato notizia, miri a consolidare le fondamenta industriali di un gigante finanziario euro-americano che si presenta come la più importante roccaforte transatlantica su un mercato globale dove i protagonisti più aggressivi sono i banchieri delle economie emergenti, dalla Russia a Cina e India, intenzionati a sfruttare il momento favorevole per insediarsi a Parigi, Francoforte, Londra e New York. Ovvero, le piazze finanziarie dell’Occidente che Lord Jacob e David Rockefeller hanno contribuito a creare.

LaStampa.it

I disoccupati nel 2012 saranno 200 milioni

di: Patrick Martin

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro, nel suo rapporto annuale sulla situazione del mercato del lavoro nel mondo,  rilasciato lunedi, prevede che saranno oltre 200 milioni i  disoccupati nel 2012. L’agenzia delle Nazioni Unite ha stimato che sono stati 50 milioni i posti di lavoro spazzati via dalla crisi finanziaria del 2008, prevedendo poi nessun tipo di ripresa, per almeno altri cinque anni in tutto il mondo, per quanto riguarda l’occupazione e i redditi.

Il World of Work Report 2012 prevede un tasso globale di disoccupazione del 6,1 per cento nel 2012, con un aumento della disoccupazione totale nel mondo da 196 milioni nel 2011 a 202 milioni nel 2012.

La disoccupazione totale è destinata ad aumentare di altri cinque milioni nel 2013, a un tasso del 6,2 per cento. (Le percentuali sono artificialmente basse perché l’OIL utilizza i dati ufficiali riguardanti la disoccupazione in ogni paese, quando invece le percentuali reali sono molto più elevate. Negli Stati Uniti, ad esempio, il tasso ufficiale è dell’ 8,3 per cento ma, considerando quelli che sono costretti a lavorare part-time o hanno smesso di cercare lavoro, la percentuale reale si avvicina  al 14 per cento).

Si prevede che la disoccupazione continui ad aumentare fino a raggiungere i 210 milioni di persone entro la fine del 2016, dice il rapporto, aggiungendo che : “E ‘improbabile che l’economia mondiale crescerà a un ritmo sufficiente nei prossimi due anni sia per chiudere il deficit esistente dei posti di lavoro sia per fornire occupazione agli oltre 80 milioni di persone che dovrebbero entrare nel mercato del lavoro. “

Il rapporto condanna le politiche di austerità adottate nella maggior parte dei paesi industrializzati, in particolare in Europa e negli Stati Uniti, affermando che i tagli alla spesa per i programmi sociali hanno prodotto “conseguenze devastanti” per l’occupazione, mentre i disavanzi di bilancio sono effettivamente cresciuti in quanto le misure di austerità hanno esacerbato la crisi economica .

La relazione osserva che decine di paesi, particolarmente in Europa, hanno introdotto misure volte a “riformare” i loro mercati del lavoro, rendendo più facile per i datori di lavoro licenziare i lavoratori o tagliare i loro salari e benefici. In quasi tutti i casi, il risultato è stato quello di “ridurre la stabilità del lavoro ed esacerbare le disuguaglianze senza riuscire ad aumentare i livelli occupazionali.” Quello che si è ottenuto è stata la crescita di un massiccio esercito di disoccupati di lunga durata: il 40 per cento delle persone in cerca di lavoro nei paesi sviluppati, di età compresa tra i 25 e i 49 anni, sono persone cronicamente disoccupate che non lavorano da più di un anno.

Alcuni principali risultati del rapporto dell’ILO meritano di essere citati:

 L’ inedita e prolungata natura della crisi:

“Questo non è un normale rallentamento dell’ occupazione. Dopo quattro anni dall’inizio della crisi globale, gli squilibri del mercato del lavoro stanno diventando sempre più strutturali e quindi più difficili da sradicare. Alcuni gruppi, come i disoccupati di lunga durata, sono a rischio di esclusione dal mercato del lavoro. Ciò significa che essi non sarebbero in grado di ottenere un nuovo impiego anche se ci fosse una forte ripresa. “

Il fallimento delle politiche di austerità:

“In quei paesi che, in misura maggiore, hanno perseguito l’austerità e la deregolamentazione, soprattutto i paesi dell’Europa meridionale, la crescita economica e occupazionale ha continuato a deteriorarsi. Inoltre, in molti casi, le misure  non sono riuscite a stabilizzare le posizioni fiscali. “

 La crescita del posti di lavoro part-time, temporaneo e “precario”:

“Inoltre, per una percentuale crescente di coloro che hanno un lavoro, l’occupazione è diventata più instabile o precaria. Nelle economie avanzate, i lavoratori part-time  e a tempo determinato involontari sono aumentati rispettivamente di due terzi e più della metà. “

L’impatto catastrofico sui giovani:

“La disoccupazione giovanile è aumentata di circa l’80 per cento nelle economie avanzate e di due terzi nelle economie in via di sviluppo. In media, oltre il 36 per cento dei disoccupati in cerca di lavoro nelle economie avanzate sono stati senza lavoro per più di un anno “.

In aumento la povertà e la disuguaglianza:

“La crisi ha portato ad un aumento dei tassi di povertà nella metà delle economie avanzate e in un terzo nelle economie in via di sviluppo. Allo stesso modo, le disuguaglianze sono cresciute  nella metà delle economie avanzate e in un quarto delle economie emergenti e in via di sviluppo. Le disuguaglianze sono anche aumentate riguardo l’accesso all’istruzione, alla disponibilità di cibo, terra e credito. “

La crescita del malcontento popolare e le agitazioni sociali:

“Su 106 paesi con dati disponibili, il 54 per cento ha riferito, nel 2011, un aumento nel punteggio dell’indice di disagio sociale (Social Unrest Index)  rispetto al 2010 (più alto è il punteggio, maggiore è il rischio stimato). Le due regioni del mondo che mostrano il rischio più elevato di disordini sono l’Africa Sub-Sahariana e Medio Oriente – Nord Africa, ma ci sono anche importanti aumenti nelle economie avanzate e in Europa centrale e orientale “.

Mentre gli economisti e gli analisti dell’OIL sono liberali sostenitori del capitalismo,  aderendo generalmente alla visione del riformismo keynesiano piuttosto che alle panacee del libero mercato di ultra-destra, i dati che hanno fornito rappresentano uno sconcertante atto d’accusa  al sistema del profitto. Essi hanno fornito i dati ma solo una prospettiva marxista è in grado di fornire l’alternativa politica per la classe operaia.

La massiccia crescita della mancanza di lavoro, in mezzo al crescente bisogno sociale, è un atto d’accusa devastante al sistema capitalista. Milioni di persone hanno bisogno di lavoro, ma questo vasto potenziale umano non può essere mobilitato a causa del profitto e della dittatura del capitale finanziario.

Per rispondere al fallimento del sistema capitalista, la classe operaia deve avanzare un esauriente e globale programma socialista, portando un assalto rivoluzionario diretto alle cause fondamentali della crisi: la proprietà privata dei mezzi di produzione e la divisione del mondo in stati-nazione antagonisti, ciascuno dominato da una élite capitalista che cerca di massimizzare i propri profitti e il proprio potere.

La classe operaia deve portare la ricchezza della società, prodotta dal suo lavoro, nelle proprie mani, cogliendo i beni delle giganti corporazioni multinazionali e rendendoli pubblicamente disponibili e sotto il controllo democratico. Lo sviluppo dell’economia mondiale deve quindi procedere sulla base di un piano internazionale, elaborato per produrre sia la rapida crescita economica che l’abolizione della povertà e della miseria sociale, elevando gli standard di vita delle persone che lavorano in tutto il mondo a un livello decente.

Questo programma non è né utopico né inverosimile. Al contrario, è la prospettiva di una costante depressione del capitalismo, la polarizzazione sociale e la guerra imperialista a risultare irrealistica, anche assurda, dal punto di vista degli interessi della stragrande maggioranza del genere umano.

 LINK: ILO report: Worldwide unemployment over 200 million

DI: Coriintempesta

L’importanza della sovranità monetaria

di: PierGiorgio Gawronski

Nei mesi scorsi la Bce ha “stampato moneta”, ben 214 mld., per sostenere sui mercati finanziari i prezzi – limitare gli spread – dei titoli del debito pubblico di Italia, Spagna, e altri paesi europei. Non riuscendovi, ha immesso altri 1000 mld (Ltro) per salvare il sistema bancario e gli Stati europei dal fallimento. In Gennaio Scalfari – in alcuni editoriali ispirati dai suoi contatti in Banca d’Italia – annunciava trionfalmente: “la fiducia nel nostro debito sta tornando”!

Ma il calo degli spread è stato parziale ed effimero. Oggi possiamo dire: come previsto, il tentativo è fallito.

Costi alti, pochi benefici (anche al confronto con altre banche centrali): un sicuro segnale d’inefficienza.

Che fare?

La Bce potrebbe risolvere la situazione, azzerare gli spread (non solo ridurli) spendendo 50 cent. È il costo dell’inchiostro di un comunicato stampa che annuncia la garanzia della Bce sui titoli pubblici.

La Bce è l’unica al mondo in grado di offrire tale garanzia, eliminando alla radice il “rischio di default” e gli spread che ne derivano.

Alcuni dettagli tecnici (saltate pure). Ad essere garantiti sarebbero solo i titoli di nuova emissione; quelli già sul mercato determinano una spesa pubblica per interessi ormai fissa fino a scadenza, quindi non ci interessano

- emessi fra oggi e il 2015

- di durata limitata (5 anni)

- emessi da paesi con spread superiori ai 200 bp sui titoli decennali

- emessi da paesi con i bilanci pubblici strutturali in buone condizioni, solventi, come Italia e Spagna; e/o disposti ad entrare in un programma speciale di disciplina fiscale, con temporanee cessioni di sovranità fiscale.

- Per i paesi non solventi (a causa del debito eccessivo), la Bce offrirebbe la garanzia solo dopo una ristrutturazione (riduzione) del debito a livelli sostenibili.

- La garanzia può limitarsi al 20% della somma dovuta: difficile infatti che Italia o Spagna restituiscano ai creditori meno dell’80% del dovuto.

La disciplina fiscale si applicherebbe ai bilanci strutturali; lasciando margini per le politiche anticicliche (Romer).

Le cessioni di sovranità scatterebbero solo quando non fossero rispettati i patti.

I titoli garantiti dalla Bce resterebbero tali fino a scadenza (altrimenti che garanzia è?): ma la Bce potrebbe sempre rifiutarsi di garantire i titoli successivi, se il paese in questione non rispettasse i patti.

Per maggiore sua tutela, la Bce potrebbe annunciare che: solo fra sei mesi offrirà la sua garanzia ai titoli emessi oggi, solo se il paese realizzerà nel frattempo le manovre concordate. Se i risparmiatori vedranno che le manovre si fanno, anticiperanno l’arrivo della garanzia, e gli spread crolleranno subito.

Nel caso peggiore, ed inverosimile, in cui la Bce garantisse i titoli emessi da tutti i Piigs nel 2012-2015, e poi fosse costretta a onorare tutte le garanzie offerte (i Piigs facessero default su tutti i titoli garantiti per almeno il 20% delle somme dovute), il costo per la Bce sarebbe di circa 250 mld. Molto meno dei costi attuali, in cambio di benefici enormemente superiori: risolutivi.

Grazie a questa manovra di quasi azzeramento degli spread, il rapporto debito/Pil, ad es. in Italia, comincerebbe a scendere senza altre manovre. L’economia si rinfrancherebbe, generando maggiori entrate fiscali, rinforzando il circolo virtuoso. Inoltre la Bce (e le banche: tedesche, francesi, ecc.) farebbe profitti stellari con la rivalutazione dei titoli Piigs in portafoglio. A tutto beneficio dei suoi azionisti: Germania in testa. La crisi – finanziaria – sarebbe risolta.

Le altre banche centrali non hanno bisogno di fare comunicati stampa. Nei paesi che conservano la sovranità monetaria è scontato che le banche centrali non tollereranno mai un default dello Stato. Per questo lì la crisi degli spread non è mai nata, anche in condizioni fiscali peggiori delle nostre (Fig.2). La Bce invece ha detto e ripetuto che in caso di default non sarebbe intervenuta. Ha minato la fiducia: deve recuperare il terreno perduto. Perché non lo fanno? Perché non vogliono farlo. Quest’analisi sarà oggetto del mio prossimo post.

I neo Hooveriani vi diranno che – per una sequela di astrusi pretesti teorici, politici, legali – tutto ciò non si può fare: i soldi alle banche bisogna continuare a darli. Ma allo stesso tempo, dicono di voler limitare la quantità di moneta: intendono quella in mano alla gente; quella che potrebbe rilanciare l’economia.

Analizzano la moneta M dal solo lato dell’offerta (la quantità di M immessa). Dietro alle loro analisi c’è un’ipotesi nascosta: la stabilità della domanda di moneta (la quantità di M necessaria all’economia per funzionare bene). Se la quantità di moneta “giusta” non varia, un aumento dell’offerta di M non può che causare un eccesso di domanda di beni e servizi, oltre le capacità produttive, provocando inflazione, iper-inflazione. Citeranno Weimar, lo Zimbabwe! Attribuiranno ai loro interlocutori l’intenzione di stampare moneta all’infinito.

Ma se invece la domanda di liquidità (M) fosse fortemente aumentata, dall’esplosione della crisi del 2008 in poi? In tal caso, laddove l’offerta di M non si fosse adeguata, questa sarebbe una politica destabilizzante nel senso contrario: provocherebbe crisi finanziarie, depressione della domanda (consumi) e recessione. Qual è la verità sulla moneta?

Domandatevi: i problemi delle famiglie, delle imprese, dello Stato, sono causati dall’inflazione o dalla recessione?

IlFattoQuotidiano.it

Cos’è realmente il M.E.S., il Meccanismo Europeo di Stabilità

di: Andrea Mantellini*

Le democrazie europee non dovrebbero permettere di farsi comandare da dittature finanziarie e, a capo dei Paesi, ci dovrebbero essere politici eletti dal popolo

Il M.E.S. (Meccanismo Europeo di Stabilità, acronimo inglese E.S.M.) è un trattato approvato nel dicembre 2011 dal Parlamento Europeo con l’obiettivo di affrontare la crisi dei debiti dei paesi dell’area euro. E’ stata creata una nuova istituzione che ha pieni poteri per accordare prestiti o cercare di risolvere il problema delle insolvenze. Il M.E.S. altro non è, se non un fondo di garanzia tra i 17 paesi membri dell’euro – zona con lo scopo di soccorrere i paesi in difficoltà. Sembrerebbe una cosa buona, MA in realtà questo trattato contiene dei punti molto controversi.

E’ un’organizzazione governata da un rappresentante per ogni paese membro del Trattato di Stabilità e all’art. 5 del M.E.S. questo rappresentante viene definito “governatore”, inoltre lo stesso è “il ministro delle Finanze del paese membro”.

Per cui il rappresentante dell’Italia potrebbe essere Mario Monti e quello della Grecia Papademos. Il Meccanismo di Stabilità avrà una dotazione iniziale di 700 miliardi di euro. La somma sarà divisa in 7 milioni di quote da 100.000 euro l’una. Questi soldi saranno pagati al M.E.S. dai singoli paesi aderenti secondo alcune quote o soglie di contribuzione. L’Italia per soglia di contribuzione è terza, contribuendo col 18% della somma totale, la Francia è seconda col 20,03%, la Germania prima col 27,1%. Fatti i debiti calcoli, l’Italia (cioè lo Stato, quindi noi!) deve dare circa 126 miliardi di euro. Quindi l’entrata in vigore di questo trattato ci renderà più poveri di 126 miliardi di euro! L’art. 9 stabilisce che il gruppo dei 17 governatori può imporre in qualsiasi momento ad ogni paese membro quanto stabilito, insieme ai tempi del pagamento (che saranno di una settimana!), basta che a deciderlo sia la maggioranza dei governatori.

L’art. 10 dice addirittura che il gruppo dei governatori può cambiare QUANDO VUOLE la somma da versare e che DEVE comunque cambiarla ogni 5 anni. Se, dunque, domani il gruppo decide che 126 miliardi non bastano, dovremo pagarne di più! La somma verrà decisa a LORO INSINDACABILE GIUDIZIO! Il problema che, una volta costituito un fondo, non si può più recedere, perché viene costruita una gabbia, una blindatura del gruppo dei 17 governatori che li mette in grado di decidere qualsiasi cosa senza poter essere perseguibili dalla magistratura! Infatti l’art. 27 dice che “Il M.E.S., le sue proprietà, i suoi fondi, i suoi beni sono IMMUNI da qualsiasi procedimento giudiziario! Gli archivi e i documenti del M.E.S. sono INVIOLABILI, così come le sedi del M.E.S.! Il M.E.S. non avrà restrizioni, obblighi alcuni, controlli, regolamenti o moratorie di nessun tipo e non avrà l’obbligo di essere accreditato come istituto di credito o altri tipi di entità che necessitano autorizzazioni o licenze.” Non soltanto questo fondo potrà chiedere ai paesi membri a suo insindacabile giudizio qualsiasi somma, ma sarà anche non controllabile, come non controllabili ed inviolabili saranno i suoi 17 governatori! Infatti l’art. 30 dice che “il presidente del gruppo dei 17 governatori – ministri delle Finanze e dei loro subalterni (perché ogni ministro delle Finanze ha diritto di nominare anche dei subalterni che lo sostituiscano quando lui non sarà disponibile) – saranno IMMUNI da qualsiasi procedimento giudiziario, rispettivamente agli atti perpetrati nelle loro vesti ufficiali e i loro documenti saranno INVIOLABILI”. Un bel privilegio, dunque, che si può estendere anche ad ambiti o sfere che non hanno nulla a che fare col M.E.S.. Se ci fosse ad esempio un’indagine in corso, ci si potrebbe sempre richiamare al fatto che si è membri del M.E.S., e quindi intoccabili! Inoltre si potrebbero conservare nelle sede del M.E.S. anche documenti non riguardanti il Meccanismo di Stabilità, tanto le sedi non possono essere perquisite. In tal modo i 17 governatori potrebbero evitare indagini e processi anche per fatti e vicende non inerenti al M.E.S.!

Credo che in una vera democrazia tutta questa segretezza non ci debba essere e che il potere giudiziario debba avere libero accesso agli atti e giurisdizione su chiunque! Inoltre credo che le democrazie europee non debbano permettere di farsi comandare da DITTATURE FINANZIARIE e che a capo dei paesi ci debbano essere politici eletti dal popolo. Il mercato deve essere fatto per l’uomo, non l’uomo per il mercato, per cui ai mercati medesimi NON DEVE ESSERE CONCESSO di destabilizzare un intero paese, mandando sul lastrico milioni di famiglie ed inducendo alcuni al suicidio!

Andrea Mantellini* - cons. Circoscrizione 1 Comune di Forlì -

Rinascita.eu

Breve storia della Massoneria…

di: Umberto Bianchi

Massoneria. Un termine che evoca, in chi lo pronuncia, una molteplicità di sensazioni, tutte però accomunate da un unico ed onnipresente denominatore: il mistero, proprio perché si parla di un’ordine esoterico, ovverosia legato ad una modalità di rapportarsi con la realtà, legato all’idea di una conoscenza nascosta rivelata per simboli e per ciò stesso, comprensibile solamente a pochi eletti. Massoneria non costituisce solamente “un” ordine esoterico tra i tanti bensì, a detta di taluni, “l’ordine” esoterico par excellence, rappresentando “de facto” l’ultima parvenza ufficiale, in un’Occidente fondamentalmente scettico ed agnostico, di un sapere misterico tale da poter vantare una plurisecolare presenza sullo scenario occidentale. Massoneria evoca complotti, uomini incappucciati, servizi deviati e chissà quali altre oscure trame, ma anche interi pezzi di storia patria che videro le organizzazioni massoniche fornire un rilevante apporto ideologico, culturale ed alfine operativo alla realizzazione del disegno dell’Unità d’Italia. Massoneria è tutto questo, ma anche di più. Massoneria ci riporta ad una modalità d’agire antica quanto l’uomo stesso, ovverosia quella di legarsi in società segrete che prendevano le proprie mosse dall’esigenza di rapportarsi ad un totem protettore, ad un animale sacro che spesso richiamava alla mente degli adepti l’uccisione di un padre primordiale, al cui posto quest’ultimo veniva eretto, a monito e simbolo dei limiti all’azione degli appartenenti al clan comunitario.

Freud a parte, la società segreta rappresenta l’esaltazione dell’idea di un’azione sottoposta a particolari vincoli ed obblighi, nel nome di un particolare status o appartenenza, generalmente inseriti in un più ampio contesto comunitario. Ci vengono alla mente le società segrete di adolescenti rinvenibili nei contesti tribali di mezzo mondo quale, per esempio, quella degli “uomini-coccodrillo” della Nuova Guinea, o di altre consimili nel continente africano, tutte caratterizzate dai cosiddetti “riti di passaggio” da un’età ad un’altra e di cui fanno parte anche le donne nel passaggio dalla pubertà all’età adulta. Queste società non svolgono solamente un’azione di definizione ed esaltazione di particolari ruoli comunitari legati al singolo momento della vita dell’individuo, bensì divengono un vero e proprio contenitore di conoscenze segrete destinate ai più virtuosi della comunità, inizialmente anziani e guerrieri, ma in seguito (e qui risiede il punto di discrimine) anche ad altri individui in grado di mostrare la propria “valentia”, nel settore di competenza all’interno di una comunità. Iniziamo allora a vedere come, per esempio tra gli indiani Hopi del Messico o tra le popolazioni della Sierra Leone e della Costa d’Avorio esista il Poro, una vera e propria società segreta, i cui membri occupano le più importanti cariche all’interno delle comunità di riferimento.

Le origini

Volgendo il nostro sguardo all’Europa, i primi gruppi esoterici di cui si abbia ufficiale conoscenza, sono quelli riferiti al contesto della civiltà classica, con particolare riferimento ai praticanti dei cosiddetti “misteri di Eleusi”, (che traevano origine dalla complicata vicenda del rapimento di Kore-Persefone, figlia di Demetra, dea delle messi, da parte di Ade-Plutone) ai seguaci dell’Orfismo ( ovvero di tutta quella serie di conoscenze che traevano spunto dalla vicenda mitologica di Orfeo) ed a quelli del filosofo greco Pitagora, le cui idee di matematica e di musica sacre, rimandavano ad un ordine occulto della realtà, di cui solo pochi eletti avrebbero potuto intendere il senso compiuto. Questi ultimi due gruppi, in particolare, presentano le caratteristiche di un primo compiuto corpus dottrinale teologico, inserito all’interno della cornice di società a carattere iniziatico, tanto da far sobbalzare dall’indignazione due grandi della filosofia di quel tempo, quali Parmenide ed Eraclito che, in quel primevo tentativo di dare un ordine logico allo sterminato corpus mitologico ellenico, avevano ravvisato un qualche tentativo di privazione della libertà del pensiero. Sia come sia, anche all’interno della quanto mai algida e razionale società greca, le correnti di pensiero esoterico continuarono a farsi silenziosamente strada. I semi gettati dal pitagorismo, al pari delle suggestioni platoniche che invitavano l’uomo a rivolgere le proprie attenzioni alla iperurania dimensione del mondo delle idee (da “idein/vedere”), avrebbero dato i loro frutti con la vicenda dell’Ellenismo, ovvero quando, in seguito alle conquiste di Alessandro Magno, la cultura greca verrà a stretto contatto con i principali filoni religiosi del Vicino Oriente. La sintesi della cultura ellenica con le culture egizia, anatolica, fenicia, iranica, giudaica, darà luogo ad altrettante svariate misteriosofie, rispondendo in questo alle necessità di salvezza individuale ed al turbamento che la fine della polis greca  e l’insediamento dell’impersonale stato universale ellenistico avevano ingenerato nelle coscienze dei cittadini della sterminata ecumene ellenistica. Il fenomeno del sincretismo ellenistico non può però essere completamente compreso se non se ne comprende la matrice culturale neoplatonica e gnostica alla base delle quali sta la tendenza del pensiero platonico ad assumere via via una valenza sempre più radicalmente dualista ed emanazionista. Il mondo materiale è separato ed al contempo legato all’Uno di matrice spirituale, attraverso una serie di emanazioni che ne rappresentano degli stadi intermedi, nella veste di vere e proprie degradazioni, sino alla dimensione della materia.

Mentre però il neoplatonismo tramite Plotino, Ammonio Sacca, Porfirio, Giamblico ed altri, manterrà una visione sostanzialmente olistica, cioè unitaria dell’intera realtà, considerando la stessa materia nella propria negatività, quale prodotto del principio di complementarietà che anima l’intero neoplatonismo per cui Uno e molteplice, materia e spirito, pur nella loro radicale differenza sono  accomunati ad una visione organica d’insieme, ad un logos che ne anima e ne giustifica l’esistenza. Con la Gnosi, invece, materia e spirito sono qui intese quali inconciliabili dimensioni, tra cui non vi può essere alcun punto in comune.

L’impatto della Gnosi si ripercuoterà sul mondo tardo antico, sino all’Evo Medio, accompagnato dalla versione iranica di quest’ultima, il Manicheismo, che rappresenterà una forma ancor più estrema di dualismo. E sarà il dualismo il grande protagonista delle dottrine eretiche che renderanno insonni le notti della Chiesa romana. Pauliciani, Bogomili ed infine Catari saranno i tragici ed involontari protagonisti di un’epopea che si concluderà con la cosiddetta “crociata degli Albigesi”, ovvero una delle più spaventose operazioni di pulizia etnica e di persecuzione ideologica, condotta in Linguadoca da una Chiesa cattolica decisa a farla finita con chiunque deviasse dalla propria versione della dottrina di Cristo. Di poco posteriore a quella dei Catari, vi è un’altra persecuzione che rappresenterà uno dei fondamentali pilastri ideologici della nascita della futura massoneria: la soppressione dell’ordine misterico-cavalleresco dei Templari decisa nel 1312 per mano di Filippo il Bello sotto l’immancabile spinta della Chiesa romana, ambedue interessati all’immenso patrimonio detenuto da quest’ultimo. Il Rinascimento assisterà ad un vero e proprio risveglio delle scienze umane e della filosofia neoplatonica, nella sua versione più misteriosofica ed aperta alle suggestioni offerte dalla riscoperta di tutti quei testi fondamentali dell’ermetismo e dell’alchimia che, in auge durante l’Ellenismo, con la fine del mondo antico erano invece caduti in una sorta di vero e proprio dimenticatoio. Il cardinal Bessarione, Pomponio Leto, Marsilio Ficino, Pico della Mirandola e tanti altri saranno i protagonisti della speranza nella rinascita di una cultura “altra”, in grado di collocarsi cioè, oltre le pastoie dell’arido aristotelismo di S. Tommaso e della Scolastica. Quel grande afflato di entusiasmo misterico che attraverserà l’intera Rinascenza troverà simbolicamente la propria tragica conclusione nel 1600 con il rogo del filosofo ermetico Giordano Bruno a Campo dè Fiori, in un’Europa attraversata da conati di oscurantismo e dai sussulti di un guerra civile interreligiosa che vedeva orami contrapporsi “ urbi et orbi” i fautori della Riforma Protestante e del suo nazionalismo mercantilistico ed i sostenitori del vecchio ordinamento cattolico a carattere universalistico, che nella Controriforma avevano trovato una risposta all’iniziale espansionismo luterano.

Ma non sarà solo in Italia che le varie misteriosofie troveranno terreno fertile. Quando nel 1583 Rodolfo II, imperatore del Sacro Romano Impero, deciderà di trasferire la capitale dell’Impero da Vienna a Praga, la splendida città boema diverrà un vero e proprio salotto per esoteristi, scienziati e filosofi di mezzo mondo, questo grazie agli interessi culturali ed al mecenatismo di questa controversa figura di imperatore. Suoi illustri ospiti saranno scienziati del calibro di Tycho Brae e di Keplero, o esoteristi come il mago inglese John Dee, il medium Edward Kelly e l’alchimista Michael Sendivogius, senza contare la presenza di pittori del calibro di un Arcimboldo, di un Giambologna o di un Albrecht Durer. Resta preminente però, il fatto che la Praga in quegli anni balzerà agli onori della cronaca in quanto capitale europea del pensiero magico, ruolo questo perduto dal Bel Paese che,all’indomani del Concilio di Trento era oramai tornato sotto l’asfissiante tutela ecclesiastica. La speranza di fare di Praga la capitale di un pensiero “altro” andrà però infrangendosi su una serie di delusioni, rappresentate inizialmente dalla ingloriosa fine del regno di Rodolfo II e successivamente dalla disastrosa battaglia della Montagna Bianca che vedrà nella sconfitta della lega protestante guidata da Federico V, margravio del Palatinato, la fine di una speranza.

Costui aveva difatti, con un gesto simbolico, reinsediato la propria corte a Praga, attirando presso di sé le speranze dei vari cenacoli esoterici europei, che in lui avevano visto un redivivo Rodolfo II. Ben presto sarà l’Inghilterra a dare ospitalità ai vari gruppi in fuga da quel continente europeo, afflitto da un pesante clima di intolleranza e che, contrariamente a quanto si può credere, favorirà il sorgere di gruppi e consorterie esoteriche in grado di fungere da porto franco e punto d’incontro tra persone di differenti estrazioni politiche e religiose. Delle vere e proprie zone grigie ove poter dialogare, confrontarsi e ricercare obiettivi comuni, senza incorrere nei rigori delle censure delle confessioni religiose d’appartenenza, cattoliche o protestanti che fossero. A tal proposito va menzionato un episodio significativo: l’apparizione nel 1614 a Kassel  di “Fama Fraternitatis Rosae Crucis”, un anonimo opuscolo avente per oggetto le peregrinazioni esoteriche di Christian Rosencreuz, a cui l’anno seguente seguirà un altrettanto anonimo “Fama Fraternitatis”, sino alla pubblicazione nel 1616 di “Le nozze chimiche di Christian Rosencreuz”, da parte del teologo Johannes Valentino Andreae. Tutti e tre gli opuscoli sono intrisi di cultura ermetica ed alchemica e, anche se i primi due sono anonimi, qualcuno ha supposto che fossero frutto della mano stessa di Andreae. Sia come sia, la loro apparizione generò un grande scalpore nell’intera Europa; qualcuno, tra cui lo stesso Andreae, parlò di uno scherzo tirato ad arte; fatto sta che gli autori, o l’autore, dei pamphlet non fu mai scoperto, creando in tal modo la leggenda di un misterioso cenacolo formato dalle menti più illuminate dell’epoca, portatore di una misteriosa conoscenza ermetica e che, tra i propri sodali avrebbe addirittura annoverato personaggi come Leonardo da Vinci e Giordano Bruno. E qui arriviamo alla nascita della vera e propria massoneria.

La nascita

In seguito ai prodromi della guerra dei Trenta Anni, molti esponenti di spicco dei vari cenacoli esoterici, migrarono in Inghilterra e Scozia, dove trovarono un clima più favorevole allo studio dell’astrologia e dell’esoterismo in generale. Alcuni tra questi gruppi, per darsi più lustro, cominciarono a voler far affondare le proprie origini nelle antiche corporazione dei costruttori di piramidi egizi, tra i “colegia fabrorum” romani o tra i mastri costruttori di cattedrali dell’Evo Medio. Per questo motivo, legato più che altro ad una moda culturale, personaggi di elevato lignaggio iniziarono a frequentare le varie corporazioni professionali o logge allora esistenti, sino a snaturarne completamente l’essenza, sancendo in tal modo il passaggio dalla massoneria cosiddetta “operativa” (cioè legata meramente ad un ordine professionale, quale il muratore, lo scalpellino, l’architetto, etc.) a quella “speculativa”, cioè imperniata all’edificazione di una costruzione per le anime, un vero e proprio tempio di conoscenze, a cui l’adepto avrebbe dovuto attingere, quale appunto quello mitico di Salomone, la cui costruzione, macchiata dall’omicidio rituale del suo architetto Hiram Abif, diverrà parte integrante della mitografia massonica. Le varie Logge diverranno così il ricettacolo delle menti illuminate dell’epoca, avendo come primo esempio il misterioso “Ordo Rosicrucianum”. Come abbiamo sinora visto, le società segrete trovano origine nella notte dei tempi, ma la Massoneria “si et si”, o quantomeno per come noi la conosciamo nella sua attuale veste, ha i propri natali ufficiali in quel di Londra, il 24 giugno del 1717, con la fondazione della Gran Loggia di Londra, più tardi Gran Loggia d’Inghilterra. Nata dall’unificazione di tre differenti gruppi massonici o logge, annovera immediatamente tra le proprie fila letterati, uomini di pensiero e religiosi come quel James Anderson, pastore presbiteriano che, con le sue “Costituzioni” cercherà di dare un primo, fondamentale, assetto istituzionale ed ideologico alla novella muratoria. Fondamentale è, tra l’altro, quella prescrizione che richiede agli adepti l’adesione al credo in un “Grande Architetto dell’Universo”, termine con cui si suole indicare il credo in un’entità metafisica superiore, al di là di qualsiasi particolarismo religioso confinato alla sfera del libero arbitrio dell’individuo. Ma, al di là dell’apparente compattezza ideologica e dottrinale, ben presto le Logge massoniche, nel loro sorgere e prender piede in Francia, Scozia e Germania, inizieranno anche a differenziarsi in quelli che ne avrebbero dovuto essere i comuni principi ispiratori. Tra questi a primeggiare, sarà l’Illuminismo. Molti, anche se non tra tutti i suoi ispiratori, daranno la loro adesione alle Logge massoniche, all’epoca un vezzo comune a molti famosi personaggi. Basterebbe solo pensare ad un  Goethe, ad un Mozart o ad un Newton, solo per citarne alcuni, tralasciando volutamente il caustico Voltaire. E qui già ci dovremmo porre la domanda su cosa sia realmente stato il fenomeno illuminista, almeno ai suoi albori. Da parte di vari autori si è parlato di una forma di neoplatonismo poi travolta da una deriva di tipo scientista-materialista. Come abbiamo già accennato, la letteratura ufficiale massonica fa risalire la “veneranda istituzione” ad un comune bagaglio di conoscenze misteriche che partendo dalle corporazioni dei fabbricanti egizi di piramidi, attraversa i secoli incarnandosi via via in organizzazioni quali i “collegia fabrorum” romani, le corporazioni dei costruttori di cattedrali dell’Evo Medio, i Cavalieri Templari, sino ai misteriosi adepti alla Rosacroce.

Successivi sviluppi e conclusioni

L’evocazione di comuni radici non nasconde, però, il dato di fatto che la massoneria nasca già attraversata da profonde discrepanze. La prima e più rilevante, sorge su uno dei punti più importanti delle “costituzioni” di Anderson, cioè la già citata prescrizione riguardo al credo nel “Grande Architetto dell’Universo”. Così accanto alle varie fratellanze massoniche legate all’idea-base dell’esistenza di un Entità Suprema, sorgeranno presto gruppi massonici ispirati al più radicale laicismo ed ateismo, che, nella Francia sconvolta dalla Rivoluzione, per esempio, troveranno il proprio ideale brodo di coltura e terreno di affermazione grazie all’influenza giacobina, non senza condividere il proprio percorso con altri simili gruppi, come quello germanico degli Illuminati di Baviera. Ma le divisioni non riguarderanno solamente il concetto di laicità. Massoneria Scozzese, Gran Loggia d’Inghilterra, Grande Oriente d’Italia, ma anche il Rito di Memphis e Misraim, gli Eletti Cohens” seguaci sia di Martinez De Pasqually (Martinesisti) che di Claude De Saint Martin (Martinisti), la Massoneria Neotemplare di Von Hund e tanti altri ancora, rappresentano gruppi tendenti a privilegiare uno o più aspetti di quel percorso del sapere esoterico di cui abbiamo poc’anzi parlato. Come in un immane caleidoscopio, le varie logge massoniche accolgono al proprio interno cabalistica, Vangelo di S.Giovanni, sapienza egizio-alessandrina, pratiche astrologiche, conoscenze alchemiche, neoplatonismo, Gnosi, pitagorismo, neopaganesimo e sinanche occultismo, in tal modo accentuando quel carattere di contradditorietà, includente tutto ed il suo contrario. Qui le conclamate simpatie per la razionale civiltà dei Lumi, faranno il paio con l’occultismo di personaggi alla Papus, alla Eliphas Levi, alla Oswald Wirth o alla Ciro Formisano (Kremmerz), destando non poche inquietudini nella società occidentale. Alla massoneria saranno attribuite adesioni di personaggi circondati da un alone di mistero, come il conte Cagliostro ed il principe di Sansevero, ma anche di intere dinastie regnanti, di uomini politici ed esponenti di punta dell’economia e della finanza mondiale, alimentando in tal modo la “leggenda nera” di un complotto ispirato da “superiori sconosciuti”, in nome della creazione di uno stato universale, così come preconizzato dall’intellettuale “fin de siecle” Yves D’Alveidre, nel suo “L’Archeometra”. Persino di città come Washington, Parigi o Londra si dice portino l’impronta di un progetto esoterico, ispirato dalle varie obbedienze muratorie, con un occhio alla posizione degli astri e del Sole. A volte tollerata, a volte perseguitata da Chiesa e Stato ma mai, comunque, ufficialmente riconosciuta, la massoneria appoggerà indifferentemente insurrezioni e contro insurrezioni, ribellioni e restaurazioni. E così accanto al conclamato appoggio alla Rivoluzione Americana, a quella Francese, ai vari  Risorgimenti europei (ed in primis, a quello italiano) avremo il beneplacito sostegno a regimi ultraconservatori e reazionari come quello dell’anti italiano Napoleone 3°. In Italia, in particolare, dal Risorgimento sino al Ventennio, la maggior parte dei governi sarà più o meno espressione dei desiderata della massoneria, che esprimerà rivoluzionari alla Garibaldi e alla Mazzini (il quale, in un momento successivo, criticherà duramente l’eccessiva moderazione e la poca propensione all’azione rivoluzionaria dell’istituzione, ponendosene de facto, al di fuori, sic! riformisti e moderati come Cavour, Crispi, Giolitti e Nathan (sindaco di Roma), ma anche quella casa Savoia che a fine Ottocento non esiterà a ricorrere alle cannonate del generale Bava Beccaris per sedare le giuste rivendicazioni del popolo affamato, sino alla sinistra figura del generale Badoglio ed alla sua coorte di traditori che, durante l’ultimo conflitto mondiale contribuiranno alla sconfitta ed alla resa italiana, grazie alle loro relazioni di affiliazione massonica con la Gran Bretagna e le sue logge. Proibite o messe “in sonno” durante il Ventennio, le logge massoniche dal dopoguerra ad oggi, continueranno a rappresentare una silenziosa, ma costante presenza nella vita del nostro paese. Le vicende legate alla loggia P2 di Licio Gelli ed ai risultati della commissione Anselmi, torneranno a conferire all’intera istituzione massonica quell’aura di negatività superata solamente dalla propaganda del Ventennio. L’elezione di Gustavo Raffi quale guida del Grande Oriente d’Italia(la più antica e numerosa delle istituzioni massoniche italiane), accompagnata da un’attività di apertura al mondo esterno, tramite conferenze, etc., aperte a chiunque, sembra proprio voler rappresentare un momento di forte discontinuità e rottura con l’idea di una massoneria “coperta” e semi clandestina nel suo relazionarsi con la società. Tutte queste vicende, però, non tolgono i dubbi sulla reale essenza e portata di un fenomeno quale quello massonico che, a ben vedere, si presenta molto più variegato e complesso rispetto a certe vicende ufficiali. Per esempio, qualcuno ha, per associazione d’idee, accostato alla massoneria anche realtà che, con quella ufficiale, avrebbero in verità poco o nulla da spartire, quali per esempio gli Ariosofi di Von Sebottendorf e Von List, l’Ordo Templum Orientis di Aleister Crowley, i Teosofi, Anne Blavatsky e addirittura alcune alcune realtà del satanismo. E’ anche vero, però che, la storia e la genesi di tutte queste realtà sono in qualche modo legate ed interconnesse a deviazioni ed interpretazioni di quel comune filone di pensiero esoterico, delle cui vicende abbiamo già parlato. Arrivati a questo punto della nostra analisi, non ci si può esimere dall’interrogarci su quale coerenza possano avere gruppi che, nel loro proclamarsi fautori dell’egualitarismo democratico e del liberalismo, quali dirette filiazioni dell’Illuminismo, adottano invece rituali e simbologie che rimandano a realtà e tradizioni che si situano sul versante opposto. A ben vedere, la tradizione egizia, non può certo richiamare alla mente l’ideologia liberale e la stessa osservazione vale per tutte le altre tradizioni richiamate dalla massoneria: dall’elitario ed antidemocratico pitagorismo, passando attraverso la tradizione ermetica o a quella alchemica, o ai cavalieri del Tempio, nulla ci sembra evocare un’idea di eguaglianza, anzi. Certe espressioni del sapere esoterico, sono per definizione quanto di più ristretto ed esclusivo possa esistere. L’unica tra le radici massoniche che, in qualche modo ci può riconnettere ai contenuti fondanti della Modernità è quella ebraica. Questo perché lo spirito biblico sta alla base dello spirito della svolta economicista e mercantilista della Modernità, per l’appunto tutta imperniata sul protestantesimo di marca calvinista. Ma, a ben vedere, la stessa Qabbalah, libro sacro di quell’esoterismo ebraico tanto caro a certe comunioni massoniche, altri non è che un concentrato di sapere misterico imperniato su un’idea di esclusivismo gerarchico tale, da far addirittura contemplare delle precise indicazioni sul diritto di appartenenza, esclusivamente ereditario, alla casta dei rabbini-maghi, rappresentata in questo caso dagli appartenenti alla tribù dei Levi. Di fronte a questa incoerenza ontologica, si può dare una risposta la cui valenza deve rientrare per forza nell’ambito della ricerca psicanalitica e sociologica. La tendenza innata dell’uomo a costituire degli alvei di appartenenza privilegiata all’interno dei contesti sociali in cui vive, porta anche all’adozione di determinati simboli, in quanto richiami ad un passato prestigioso, anche a costo di snaturarne valenze e significati. Il grande Renè Guenon ebbe a descrivere un processo simile, nei termini di una scienza iniziatica i cui simboli verrebbero rigirati e stravolti nel nome di una perversa ed innaturale eterogenesi dei fini. Quella stessa eterogenesi che, dunque, sembra guidare l’intera storia di certa massoneria e dei suoi sviluppi nei secoli. Da cenacoli iniziatico-sapienziali a vere e proprie congreghe politico-affaristiche di elevato lignaggio, certe massonerie divengono il miglior veicolo per l’elaborazione, la pianificazione e la messa in opera di un’azione volta ad assoggettare il mondo all’unica, omologante legge di stampo occidentale, che del primato dell’economia finanziaria sull’uomo e sulla sua vita, fa il proprio asse portante. Inizialmente portato avanti dallo stato-canaglia britannico, il progetto mondialista avrà negli USA e nei propri stati-satellite il miglior prosecutore.

Oggi, in piena Post- Modernità, le ramificazioni del progetto mondialista non necessitano più né di una nazione di riferimento, né delle vecchie istituzioni massoniche, oramai superate ed abbandonate in favore di molto più potenti ed efficaci “Club”, “Commissioni” e via dicendo. A proposito di mondialismo, abbiamo sinora parlato di “certe” massonerie, proprio perché riteniamo pericoloso e fuorviante parlare in certi termini di un’esperienza che, proprio in quanto esoterica, non è facilmente catalogabile secondo criteri di scienza esatta. Figure come un Reghini, un Armentano, un Frosini ed altri ancora, attraverso il tentativo di rifondare la massoneria, riattivando il Rito Filosofico Italiano e partecipando in prima persona all’esperienza del Gruppo di Ur, impressero all’istituzione massonica una svolta in direzione di quel neopitagorismo che, con un forte richiamo al paganesimo romano e mediterraneo, si situava in una prospettiva ideologica e dottrinale ben lontana da suggestioni cabalistiche. Questi personaggi di sicuro, con la Massoneria non ci fecero certo i soldi, né ricevettero gratificazioni di altro tipo ma, in compenso, cercarono di dare un contributo ed una spinta chiarificatrice a quel contesto di idee “tradizionalista” che allora, sulla falsariga dell’esperienza fascista, iniziava a muovere i propri primi passi, in direzione di un proprio specifico assetto. Il discorso potrebbe continuare ancora per intere pagine, senza però portarci ad alcun risultato certo, se non quello della fondamentale ed occidentalissima “ambiguità” ontologica dell’esperienza massonica. Il che ci porta, giuocoforza, ad essere prudenti nell’emettere giudizi affrettati per non ricadere in stereotipi che altro non fanno il gioco di chi, invece, ha tutto l’interesse a confondere le acque.

mirorenzaglia.org

F-35, il caccia della guerra che verrà (VIDEO)

Il caccia F-35, di cui si dovrebbero dotare a breve le Forze Armate italiane, è un aereo ‘caccia da attacco combinato’ (Joint strike fighter) e rappresenta il piu’ importante progetto bellico globale mai realizzato che prevede la cooperazione di 9 Paesi con la supervisione della Lockheed Martin statunitense. L’Italia ha gia’ acquistato tre velivoli ma a regime dovrebbe arrivare a 131 esemplari per un costo previsto, al momento, intorno ai 15 miliardi di euro. L’F35 è un aereo multifunzionale (a decollo verticale) ma per i critici,oltre ad essere molto costoso, è un caccia predisposto allo scenario di guerra permanente, anche con armi nucleari. Intanto, a seguito delle difficolta’ del programma, alcuni Paesi, come la Danimarca, hanno deciso di congelare l’accordo.

LINK: Italy’s Integration with Pentagon’s Warfare Tactics

DI: Coriintempesta

LEGGI ANCHE: Un pozzo senza fondo: i 90 F-35 costeranno oltre 10 miliardi di euro

 

P-DE PROFUNDIS – PD: Storia d’ un partito sull’orlo di una “crisi di nervi”

Articolo inviato al blog

di: Gaspare Serra – PANTA REI -

“TAFAZISMO DEMOCRATICO”

La Sinistra italiana si è sempre contraddistinta per tratti di puro “masochismo”, una “pulsione autodistruttiva” sintetizzabile nello slogan “facciamoci del male!”.

Ma l’ancor in fasce Partito Democratico deve aver ereditato “il meglio” dai suoi predecessori, visto che, bruciando ogni tappa, in soli 4 anni sta raggiungendo vette ancora inesplorate di “sadismo”!

Parlar male del Pd appare quantomeno inelegante… un pò come “sparare sulla Croce Rossa”!

E’ inevitabile, però, di fronte ad un Partito nato “già vecchio”, quasi “insapore” dopo 17 anni di politica in pura salsa (anti)berlusconiana!

Un partito che, mentre il proprio principale avversario (il Pdl) esce morente dalla caduta del suo leader, dal canto suo non riesce “nemmeno per inerzia” a conquistare nuovi consensi, dovendosi accontentare di mantenere le posizioni e lasciare campo agli avvoltoi (di destra e sinistra) in agguato.

Siamo di fronte ad una lenta, inesorabile “agonia”: fin dal 2008 (anno di sua fondazione) il Pd non ha dato dimostrazione di alcuno slancio (o “sussulto di dignità”), collezionando solo “divisioni” interne, “emorragie” politiche e “batoste” elettorali degne del migliore Tafazzi!

Ma dove il Pd è riuscito davvero a superare se stesso è stato con le “primarie”, ovvero le consultazioni interne alla base del centrosinistra per la scelta dei candidati di coalizione (le quali, per un’ovvia legge matematica, generalmente dovrebbero limitarsi a conferire un “imprimatur popolare” al candidato espressione del partito maggiore).

Lo strumento delle primarie, invece, più che in un punto di forza (una formidabile “spinta democratica”) si è oramai trasformato in un “handicap” per il Pd: partito “primo in Europa” ad averle introdotte (quale formidabile strumento democratico di selezione delle candidature) ma anche “unico al mondo” a perderle!

PRIMA VENDOLA… POI PISAPIA, DE MAGISTRIS E ZEDDA… ORA DORIA!

Oramai la storia si ripete sempre uguale a se stessa… Non fa più nemmeno clamore!

Nessun candidato alle primarie per il Pd (anche se indipendente, pur se proveniente dalla società civile, anche se una personalità d’indiscusso valore -quale l’architetto Boeri a Milano-) può sfuggire alla “maledizione di Veltroni”: è sufficiente l’“abbraccio mortale” del Partito ad un candidato perché questo venga automaticamente “fatto fuori”, guardato con sospetto dai suoi stessi elettori, che vedranno in lui solo un “uomo d’apparato”!

Prima venne la Puglia (la doppia vittoria alle primarie, nel 2005 e nel 2010, del governatore Nichi Vendola, nettamente preferito all’on. Boccia, il candidato di D’Alema). E tutti -nel Pd- la presero con filosofia…

Poi vennero Milano, Napoli e Cagliari (le più importanti città in cui si è corso alle ultime competizioni comunali, dove le primarie hanno premiato tutti i candidati “antagonisti” al Pd!). E alcuni -nel Pd- iniziarono a interrogarsi con circospezione…

Oggi è toccato a Genova (l’inaspettata vittoria alle primarie dell’aristocratico Marco Doria, sostenuto da Sel, contro le due donne di ferro del Pd: l’uscente sindaco Vincenzi e la senatrice Pinotti).

Se nel Pd c’è ancora qualche segnale di vita, credo che qualcuno debba adesso seriamente preoccuparsi… (preoccupare del fatto che persino Apicella potrebbe risultare un candidato vincente alle primarie se solo si presentasse come un candidato di rottura, un uomo “antisistema”… insomma un antagonista del Pd!).

Quando “dalemiani” e “veltroniani” (correnti, più che politiche, oserei direi “metapolitiche”!) si sottoporranno ad un “bagno d’umiltà” e daranno ascolto ai ripetuti segnali di “insofferenza” provenienti dal proprio elettorato?

Nel frattempo il Pd, piuttosto che lavorare per ricompattare ed ampliare il centrosinistra, sembra impegnato con tutte le sue forze per dividerlo!

Non è da sottovalutare la scelta di garantire il proprio “decisivo” sostegno:

- a Roma al governo Monti, in alleanza col Pdl e l’Udc

- ed in Sicilia al governo Lombardo, in alleanza col Terzo Polo.

Governi, pur legittimi, entrambi “ribaltonisti” e non legittimati dal voto!

Se è questa la strada che si è scelta per recuperar consensi… attendiamo impazienti le prossime primarie!

DOMANDE “SENZA RISPOSTA” AD UN PARTITO “SENZA FUTURO”…

UN PARTITO SENZA CUORE NE’ SPERANZA?

Cos’è il Partito Democratico?

Il Pd è stato presentato come un’operazione politica mai provata in Italia: il tentativo di unificare sotto l’effige di un solo partito le “radici democristiane” (dell’ex Margherita) con la “storia post-comunista” (degli ex Ds). Un esperimento politico certamente ambizioso ma che in pochi hanno ancora compreso cosa abbia prodotto: quale sia stato il risultato della “fusione a freddo” di due storie politiche apparentemente inconciliabili se non la nascita di un partito né “pesante” (stile vecchio Pci) né “liquido” (o “leggero”, stile ex Forza Italia), bensì “gassoso” (ovverossia inconsistente, “né carne né pesce”!).

Qualcuno al di sopra di ogni sospetto è arrivato, addirittura, a definirlo un “amalgama malriuscito” (Massimo D’Alema), se non un “tubetto senza dentifricio” (Arturo Parisi)!

La verità è che agli stessi dirigenti del Pd occorrerebbe una “seduta psicoanalitica” di gruppo per aiutarli a rispondere a domande del tipo “chi siamo?” e, soprattutto, “dove vogliamo andare?”.

Perché nasce il Pd?

Il Pd ha visto la luce sulla spinta della necessità di “andar oltre” un centrosinistra dimostratosi tanto capace di vincere le elezioni quanto incapace di governare.

Ma ha rappresentato davvero la migliore cura possibile per il malessere di una coalizione innegabilmente “ipertrofica”?

Gli unici risultati al momento raggiunti sono stati quelli di far sparire la Sinistra (sia comunista che socialista) dalle aule parlamentari e di mettere in crisi esistenziale milioni di elettori (tormentati da domande del tipo “chi votiamo adesso?” o, meglio, “che votiamo a fare?!”).

Il dubbio è che la rivoluzione imposta da Walter Veltroni e le sue scelte (tra cui quelle di accettare un’alleanza elettorale solo con l’Idv e di accogliere in casa la “serpe avvelenata” radicale) sono state dettate, più che da “coraggio politico”, da una “lucida follia”!

Quello che Veltroni ha venduto agli elettori come un “sogno” si è ben presto trasformato:

1- in “illusione” (quella di costruire dal nulla un partito a vocazione maggioritaria, capace di riunire omogenea-mente le anime laiche e cattoliche dello schieramento)

2- in “incubo” (quello di veder presentato come “nuovo” un partito rappresentato da personaggi “vecchi”, logori, consunti: praticamente la trasposizione della vecchia classe dirigente dei Ds e della Margherita)

3- e in “presunzione” (quella di concepire un “partito-coalizione” in un sistema politico, quale quello italiano, che né è né sarà mai bipartitico!).

Dove collocare politicamente il Pd?

Destra, Centro o Sinistra sono schematizzazioni politiche oramai superate, legate alle ideologie di un ‘900 ormai passato.

E’ comunque innegabile (e inevitabile) che nel Pd tentano di convivere due anime culturali ben diverse: quella “post-comunista” e quella “post-democristiana”.

Ma fino a che punto tale convivenza è possibile?

L’impressione è che non sia affatto chiaro cosa il Pd ambisca ad essere, mancando drammaticamente di una chiara “identità politica”.

Il risultato è un partito che “sa di niente”!

Perché mai l’elettorato cattolico dovrebbe convogliare il proprio consenso sul Pd piuttosto che sull’Udc?

E perché mai un elettore “sentimentalmente di Sinistra” dovrebbe preferire il Pd a Sinistra e Libertà o persino all’Idv (partiti quantomeno chiaramente schierati su temi come la lotta al precariato e i diritti civili, la questione morale e la lotta contro sprechi e privilegi della Casta)?

Fino a quando milioni di elettori si dovranno sentire costretti a votare il Pd “turandosi il naso”?

Il Pd oggi è fermo, “impallato” dinanzi a un bivio: due sole le strade che potrà percorrere.

L’una è quella di ambire a rappresentare la Sinistra italiana. Se la scelta ricadrà su questa strada, il Pd dovrà finalmente decidersi a “cambiar volto” (non potendo farsi rappresentare dai vari Enrico Letta, Giuseppe Fioroni o Marco Follini…), “cambiar programma” (non potendo, ad esempio, aver paura anche solo di citare le parole “diritti civili” o “laicità”!) e “cambiar comunicazione” (dovendo esprimere in maniera inequivoca un’idea ben chiara di politica e di società contrapposta a quella fin qui egemone berlusconiana).

L’altra è quella di ambire a riportar in vita le glorie passate della Democrazia Cristiana. Se la scelta ricadrà su questa strada, invece, si punti a costruire un nuovo “Partito Democratico Cristiano” (pronto a far man massa di voti nell’affollato bacino elettorale moderato per così compensare l’emorragia di consensi che si dovrà prevedibilmente fronteggiare a sinistra).

Entrambe sono scelte legittime, ma “inconciliabili”. Ed è giunta l’ora che il Pd metta termine a questo equivoco… (prima che gli elettori mettano termine a questo Partito!).

Un’alternativa al progetto politico del Pd era possibile?

Dopo la disastrosa esperienza di governo Prodi-Padoa Schioppa una svolta politica era “inevitabile” nel centrosinistra, data quantomeno la necessità:

1- di semplificare il quadro politico (essendo improponibile una “coalizione-ammucchiata” di 7-8 partiti!)

2- e di isolare le ali più estreme (di Centro come di Sinistra).

La svolta c’è stata, ed è sfociata nel Pd.

Una alternativa, comunque, era possibile e sarebbe potuta consistere nella rifondazione di un centrosinistra ancorato su due soli pilastri:

1- un partito socialdemocratico sul modello europeo, che puntasse a riunire le forze riformiste della Sinistra

2- ed un partito moderato, che puntasse a riunificare i cattolici riformisti italiani.

Due partiti leali alleati ma dalla identità e dal bacino elettorale di riferimento ben distinti e definiti.

Un’alternativa che, probabilmente, sarebbe risultata “più chiara” agli elettori, “più credibile” sullo scenario europeo e “più logica” rapportata alla realtà politica italiana…

UNA “ROTTAMAZIONE” E’ POSSIBILE?

E’ arrivata nel Pd l’ora di “rottamare” l’usato sicuro?

Rimarrà a futura memoria lo sfogo di Nanni Moretti del 2001, quando, da una gremita piazza Navona, il Regista pronunciò l’ardua sentenza: “con questa classe dirigente non vinceremo mai!”.

In effetti, il centrosinistra non ha praticamente più vinto da allora (salvo l’effimera vittoria dell’Unione di Prodi nel 2006…) ma la classe dirigente di allora è praticamente rimasta la stessa di oggi!

D’Alema “ha fallito” il suo progetto politico più ambizioso (la Bicamerale) e sarà ricordato più come ottimo ministro degli Esteri che come Premier o segretario di partito…

Veltroni “ha fallito” il suo progetto politico più ambizioso (la vocazione maggioritaria del Pd) e sarà ricordato più come ottimo sindaco che come vice Premier o segretario di partito…

Com’è immaginabile, allora, sperare ancora di vincere le elezioni col contributo (o con la regia!) di chi ha solo saputo perderle in questi anni?

La responsabilità principale dei vari D’Alema, Veltroni, Fassino, Bersani è stata l’assoluta “assenza di autocritica” ed “incapacità di assumersi le responsabilità” (traendone, ovviamente, le conseguenze).

Tutto ciò ha prodotto la resistenza ai vertici del Pd di una classe dirigente “sfrontata e fallita”: tutti si sono sempre ritenuti “indispensabili”, nessuno si è mai reso disponibile a fare un passo indietro una volta concluso il proprio ciclo politico.

Il Pd, perciò, avrà un futuro solo nei limiti in cui i suoi elettori sapranno “riappropriarsi” del loro partito, fin ora gestito dai suoi dirigenti come se si trattasse di “cosa loro”!

Come può ripartire il Pd?

Nell’aprile 2010, dalle colonne de Il Messaggero, il Professore (Romano Prodi) ha proposto un profondo rinnovamento in senso “democratico e federale” del Partito, incentrato su tre punti:

1- consentire agli iscritti di eleggere i propri segretari regionali attraverso le primarie

2- sostituire tutti gli organi del Partito con un solo Esecutivo nazionale, formato dai venti segretari regionali (non più da un’infinita serie di benemeriti ed aventi diritto, tra cui ex segretari ed ex presidenti del Consiglio!);

3- ed attribuire all’Esecutivo nazionale il compito di nominare il segretario nazionale ed impartire la linea del Partito (senza più il timore che la stessa sia costantemente messa in discussione dalle varie correnti interne).

Perché non far tesoro di questi suggerimenti?

UN “NUOVO ULIVO” E’ AUSPICABILE?

La prospettiva di un nuovo centrosinistra (un’alleanza Pd-Idv-Sel) rappresenta più un’opportunità, una necessità o una minaccia?

Il motto del centrosinistra in questi anni è stato “uniti per dividersi!”: coalizioni “frammentate e disomogenee” (l’Ulivo prima, l’Unione poi…) non hanno messo alcun freno ai propri “istinti kamikaziani”!

Ma è possibile ritornare a quelle alleanze senza incombere negli stessi errori?

L’impressione è di “si”: salvo stravolgimenti del quadro politico (stile “Prima Repubblica”, per intendersi) e passata la “sbronza veltroniana” dell’“autosufficienza”, è chiaro a tutti che non esiste alcuna alternativa credibile!

Come si può, del resto, proporre un’alleanze che vada da Fini a Vendola (in stile “Comitato di liberazione nazionale”), ancor più amplia della tanta bistrattata “Unione”?

Nonostante le “avance democratiche” al Terzo Polo, così, almeno l’elettorato del Pd pare avere le idee chiare in merito, “bocciando senza appello” una simile prospettiva.

Accade così che:

- mentre alle primarie pugliesi gli elettori hanno premiato Vendola anche per ostacolare una possibile alleanza regionale con l’Udc (favorita dalla candidatura Boccia)

- in Sicilia, per evitare lo stesso esito, il Partito ha impedito lo svolgimento del referendum chiesto dai Circoli locali in merito al sostegno al governo Lombardo!

“Dopo quattro anni siamo usciti dal problema identitario (…). Non siamo più una ipotesi o un esperimento o un partito in cerca di dna(…). Siamo il primo partito italiano(…),ormai esistiamo e non possiamo più permetterci sedute psicanalitiche”: questa la risposta di Pier Luigi Bersani alle critiche rivolte al Partito dopo la sconfitta genovese.

Come interpretarla?

Come un’orgogliosa difesa? O un’amara rassegnazione???

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Monti e la morte della Politica

di: Matteo Guinness

Bisogna fare sacrifici, per il bene dell’Italia, dice Mario Monti. Bisogna stringere i denti e accettare il compromesso dato la situazione di emergenza, rispondono in coro i partiti politici. E si celebra così l’ennesimo funerale della Politica.

Un governo voluto dai poteri tecnocratici -che fino ad ora non hanno fatto altro che proteggere le banche multinazionali colpevoli del il crollo economico- impone al popolo italiano misure di austerità durissime. Se fino ad oggi si fosse navigato nell’oro, si fosse governato e amministrato per il benessere degli italiani, qualcuno avrebbe anche potuto accettarlo; ma come si può bere la fandonia dei sacrifici, quando i sacrifici si fanno da anni e sono stati prodotti proprio dal sistema economico che i nostri politici oggi sostengono? Vengono “vanificati i sacrifici di quattro generazioni” dice lo stesso Monti, appunto sacrifici sui sacrifici.

Che nessuno si lasci ingannare dalle lacrime di coccodrillo del boia che piange mentre uccide il condannato: il pianto della Fornero non è altro che l’ennesima burla alle spalle dei popoli europei.

Quello che più di altro infastidisce e lascia sconcertati è l’appiattimento ideale, la totale mancanza di alternativa e di critica. Specialmente le forze politiche che dovrebbero essere sociali per l’ennesima volta chiamano al compromesso al ribasso: c’è sempre, da decenni, una causa maggiore che obbliga ad accettare qualsiasi porcata da far digerire alla popolazione italiana; e non parliamo dei pochi con barche o auto blu, le misure prese per queste categorie di persone sono la più classica manovra populista e demagocica. Questa volta sono tasse da far gravare sui più poveri, come l’Ici, l’Iva, l’Irpef, e l’allungamento dell’età pensionistica per tutte le future generazioni (altro che “per i nati nel 1952”). Anche se qualcuno proverà come al solito a trovare la scusa della necessità di misure di questo tipo per avere il voto delle camere, in realtà queste misure sono scaturite da una netta visione liberista voluta dai poteri economici di carattere multinazionale che, ripetiamo, sono gli stessi che hanno prodotto l’attuale crisi economica. Come in molti hanno fatto notare, se l’euro è sotto attacco è perché la crisi prodotta dalla folle finanza targata Usa, rende necessario il salvataggio del dollaro –moneta ormai globale e virtuale- così da garantire ancora la supremazia statunitense sull’”occidente” messa in pericolo anche dalla possibilità di un euro forte. Ma guarda caso chi controlla i flussi globali ci ha imposto un governo basato sui propri principi e visioni, un governo in cui il ministro degli esteri dichiara come prima cosa che c’è bisogno di rinforzare l’alleanza con gli Stati Uniti. Segno evidente che gli interessi di italiani, europei, eurasiatici, sono del tutto esclusi: costoro si preoccupano per la sopravvivenza del dominio globale degli Usa e null’altro. Non a caso un finto movimento come quello degli “indignati”, senza progetti e senza futuro, oggi che si prendono misure letali per i cittadini è sparito dalla circolazione: il controllo dell’opinione pubblica è fondamentale per garantirsi la sopravvivenza e il dominio.

Ciò è ulteriormente confermato dalle parole di Obama, Merkel, Sarkozy che diffondono un vero e proprio terrorismo nei confronti dell’euro, portando la speculazione a livelli incredibili. I vari economisti considerano questo comportamento un semplice sbaglio, ma nella società della comunicazione, dove i politici spendono milioni di dollari per consulenti di immagine, ogni singola parola, ogni sorriso è costruito come su un set cinematografico. Se i capi di questi Paesi decidono di creare il panico nelle borse con le loro dichiarazioni, lo fanno di proposito. Perché?

Ed è per questo che dicevamo che la Politica, quella vera, ha celebrato l’ennesimo funerale: non c’è alternativa, sia nei partiti che nelle masse e i pochi che hanno da anni chiara la situazione (come modestamente gli animatori di questo giornale e altre riviste) attendono e sperano in tempi più consapevoli, dove chi ha una lettura esatta di quanto succede non debba sentirsi affibbiare epiteti ridicoli da quelle stesse persone che come sempre, accettano il peggio per poi lamentarsi della delusione avuta (ultimi esempi Obama e presto anche Monti). Serve un riscatto, un balzo di coraggio che squarci il grigio del pensiero unico di marca atlantista. Serve un’Europa Potenza, in un’Eurasia sovrana e libera dall’ingerenza Usa, perché da qui passa anche la più piccola modifica alle pensioni per i nostri concittadini.

Pubblicato anche su Stato&Potenza

Il nuovo autoritarismo: dalle democrazie alle dittature tecnocratiche

di: James Petras

Introduzione

Viviamo in un tempo di cambiamenti di regime, dinamici, regressivi. Un periodo in cui sono in piena accelerazione grandi trasformazioni politiche e l’arretramento drammatico di norme legislative di natura socio-economica introdotte un mezzo secolo fa; tutto questo provocato da una crisi economica prolungata e sempre più profonda e da un’offensiva portata avanti dalla grande finanza in tutto il mondo.

Questo articolo analizza come gli importanti cambiamenti di regime in corso hanno un profondo impatto sui modi di governare, sulle strutture di classe, sulle istituzioni economiche, sulla libertà politica e la sovranità nazionale.

Viene individuato un processo in due fasi di regressione politica.

La prima fase prevede il passaggio da una democrazia in disfacimento ad una democrazia oligarchica; la seconda fase, attualmente in atto in Europa, coinvolge il passaggio dalla democrazia oligarchica ad una dittatura colonial-tecnocratica.

Si individueranno le caratteristiche tipiche di ogni regime, concentrando l’attenzione sulle specifiche condizioni e sulle forze socio-economiche che stanno dietro ad ogni “transizione”.

Si procederà a chiarire i concetti chiave, il loro significato operativo: in particolare la natura e la dinamica delle “democrazie decadenti”, delle democrazie oligarchiche e della “dittatura colonial-tecnocratica”.

La seconda metà del saggio puntualizzerà le politiche della dittatura colonial-tecnocratica, il regime che più si è discostato dal principio di democrazia rappresentativa sovrana.

Verranno chiarite le differenze e gli elementi simili tra le dittature tradizionali militar-civili e fasciste e le più aggiornate dittature colonial-tecnocratiche, mirando l’analisi sull’ideologia del “tecnicismo apolitico” e della gestione del potere tecnocratico, come preliminare per l’esplorazione della catena gerarchica profondamente colonialista del processo decisionale.

La penultima sezione metterà in evidenza il motivo per cui le classi dirigenti imperiali e i loro collaborazionisti nazionali hanno ribaltato la pre-esistente formula di gestione del potere oligarchico “democratico”, la ricetta del “governare indirettamente”, a favore di una presa di potere senza più paraventi.

Dalle principali classi dominanti finanziarie di Europa e degli Stati Uniti è stata consumata la svolta verso un diretto dominio coloniale (in buona sostanza, un colpo di stato, con un altro nome).

Verrà valutato l’impatto socio-economico del dominio di tecnocrati colonialisti designati di imperio, e la ragione del governare per decreto, prevaricando forzatamente il precedente processo di persuasione, manipolazione e cooptazione.

Nella sezione conclusiva valuteremo la polarizzazione della lotta di classe in un periodo di dittatura colonialista, nel contesto di istituzioni svuotate e delegittimate elettoralmente e di politiche sociali radicalmente regressive.

Il saggio affronterà le questioni parallele delle lotte per la libertà politica e la giustizia sociale a fronte di governi imposti da dominatori colonialisti tecnocratici, alla fine venuti alla ribalta.

La posta in gioco va oltre i cambi di regime in corso, per identificare le configurazioni istituzionali fondamentali che definiranno le opportunità di vita, le libertà personali e politiche delle generazioni future, per i decenni a venire.

Democrazie decadenti e la transizione verso democrazie oligarchiche.

Il decadimento della democrazia è evidente in ogni sfera della politica. La corruzione ha pervaso ogni settore, i partiti e i leader si contendono i contributi finanziari dei ricchi e dei potenti; posizioni all’interno dei poteri legislativo ed esecutivo hanno tutte un prezzo; ogni parte della legislazione è influenzata da potenti “lobbies” corporative che spendono milioni per la scrittura di leggi a loro profitto e per individuare le manovre più opportune alla loro approvazione.

Eminenti faccendieri che agiscono nei posti di influenza come il criminale statunitense Jack Abramoff si vantano del fatto che “ogni membro del congresso ha il suo prezzo”.

Il voto dei cittadini non conta per nulla: le promesse elettorali dei politici non hanno relazione alcuna con il loro comportamento quando sono in carica. Bugie e inganni sono considerati “normali” nel processo politico.

L’esercizio dei diritti politici è sempre più sottoposto alla sorveglianza della polizia e i cittadini attivi sono soggetti ad arresti arbitrari.

L’élite politica esaurisce il tesoro pubblico sovvenzionando guerre coloniali, e le spese per queste avventure militari eliminano i programmi sociali, gli enti pubblici e i servizi fondamentali.

I legislatori si impegnano con demagogia al vetriolo in conflitti da vere marionette, sul tipo dei burattini Punch (Pulcinella) e Judy (Colombina), in manifestazioni pubbliche di partigianeria, mentre in privato fanno festa insieme alla mangiatoia pubblica.

A fronte di istituzioni legislative ormai screditate, e del palese, volgare mercato di compravendita dei pubblici uffici, i funzionari dirigenti, eletti e nominati, sequestrano i poteri legislativo e giudiziario.

La democrazia in decomposizione si trasforma in una “democrazia oligarchica” come governo auto-imposto di funzionari dell’esecutivo; vengono scavalcate le norme democratiche e si ignorano gli interessi della maggioranza dei cittadini. Una giunta esecutiva di funzionari eletti e non eletti risolve questioni come quelle della guerra e della pace, alloca miliardi di dollari o di euro presso una oligarchia finanziaria, e mossa da pregiudizi di classe riduce il tenore di vita di milioni di cittadini tramite “pacchetti di austerità”.

L’assemblea legislativa abdica alle sue funzioni, legislativa e di controllo, e si inchina davanti ai “fatti compiuti” della giunta esecutiva (il governo di oligarchi) . Alla cittadinanza viene assegnato il ruolo di spettatore passivo – anche se si diffondono sempre più in profondità la rabbia, il disgusto e l’ostilità.

Le voci isolate dei rappresentanti il dissenso sono soffocate dalla cacofonia dei mass media che si limitano a dare la parola ai prestigiosi “esperti” e accademici, compari pagati dall’oligarchia finanziaria e consiglieri della giunta esecutiva.

I cittadini non faranno più riferimento ai parlamenti, alle assemble legislative, per trovare soccorso o riparazione per il sequestro e l’abuso di potere messo in atto dall’esecutivo.

Per fortificare il loro potere assoluto, le oligarchie castrano le costituzioni, adducendo catastrofi economiche e minacce assolutamente pervasive di “terroristi”.

Un mastodontico e crescente apparato statale di polizia, con poteri illimitati, impone vincoli all’opposizione civica e politica. Dato che i poteri legislativi sono fiaccati e le autorità esecutive allargano la loro sfera di azione, le libertà democratiche ancora presenti sono ridotte attraverso “limitazioni burocratiche” imposte al tempo, luogo e forme dell’azione politica. Lo scopo è quello di minimizzare l’azione della minoranza critica, che potrebbe mobilitare simpateticamente e divenire la maggioranza.

Come la crisi economica peggiora, e i detentori di titoli e gli investitori esigono tassi di interesse sempre più alti, l’oligarchia estende e approfondisce le misure di austerità. Si allargano le diseguaglianze, e viene messa in luce la natura oligarchica della giunta esecutiva. Le basi sociali del regime si restringono. I lavoratori qualificati e ben pagati, gli impiegati della classe media e i professionisti cominciano a sentire l’erosione acuta di stipendi, salari, pensioni, il peggioramento delle condizioni di lavoro e di prospettive di carriera futura.

Il restringersi del sostegno sociale mina le pretese di legittimità democratica da parte della giunta di governo. A fronte del malcontento e del discredito di massa, e con settori strategici della burocrazia civile in rivolta, scoppia la lotta tra fazioni, tra le cricche rivali all’interno dei “partiti ufficialmente al governo”.

L’“oligarchia democratica” è spinta e tirata nelle varie direzioni: si decretano tagli alla spesa sociale, ma questi possono trovare solo limitati appoggi alla loro applicazione. Si decretano imposte regressive, che non possono venire riscosse. Si scatenano guerre coloniali, che non si possono vincere. La giunta esecutiva si dibatte tra azioni di forza e di compromesso: robuste promesse per i banchieri internazionali e poi, sotto pressioni di massa, si tenta di ritornare sugli errori.

A lungo andare, la democrazia oligarchica non è più utile per l’élite finanziaria. Le sue pretese di rappresentanza democratica non possono più ingannare le masse. Il prolungarsi dello stato conflittuale tra le fazioni dell’élite erode la loro volontà di imporre a pieno l’agenda dell’oligarchia finanziaria.

A questo punto, la democrazia oligarchica come formula politica ha fatto il suo corso.

L’élite finanziaria è già pronta e decisa a scartare ogni pretesa di governo da parte di questi oligarchi democratici. Sono considerati sì volonterosi, ma troppo deboli; troppo soggetti a pressioni interne da fazioni rivali e non disposti a procedere a tagli selvaggi nei bilanci sociali, a ridurre ancora di più i livelli di vita e le condizioni di lavoro.

Arriva in primo piano il vero potere che muoveva le fila dietro le giunte esecutive. I banchieri internazionali scartano la “giunta indigena” e impongono al governo banchieri non-eletti – doppiando i loro banchieri privati ​​da tecnocrati.

La transizione verso la dittatura coloniale “tecnocratica”            

Il governo dei banchieri stranieri, alla fine venuto direttamente alla ribalta, è mascherato da un’ideologia che descrive questo come un governo condotto da tecnocrati esperti, apolitici e scevri da interessi privati. Dietro alla retorica tecnocratica, la realtà è che i funzionari designati hanno una carriera di operatori per- e- con i grandi interessi finanziari privati ​​e internazionali.

Lucas Papdemos, nominato Primo ministro greco, ha lavorato per la Federal Reserve Bank di Boston e, come capo della Banca centrale greca, è stato il responsabile della falsificazione dei libri contabili a copertura di quei bilanci fraudolenti che hanno portato la Grecia all’attuale disastro finanziario.

Mario Monti, designato Primo ministro dell’Italia, ha ricoperto incarichi per l’Unione europea e la Goldman Sachs.

Queste nomine da parte delle banche si basano sulla lealtà totale di questi signori e sul loro impegno senza riserve di imporre politiche regressive, le più inique sulle popolazioni di lavoratori di Grecia e Italia.

I cosiddetti tecnocrati non sono soggetti a fazioni di partito, nemmeno lontanamente sono sensibili a qualsiasi protesta sociale. Essi sono liberi da qualsiasi impegno politico … tranne uno, quello di assicurare il pagamento del debito ai detentori stranieri dei titoli di Stato – in particolare di restituire i prestiti alle più importanti istituzioni finanziarie europee e nord americane.

I tecnocrati sono totalmente dipendenti dalle banche estere per le loro nomine e permanenze in carica. Non hanno alcuna infarinatura di base organizzativa politica nei paesi che governano. Costoro governano perché banchieri stranieri minacciavano di bancarotta i paesi, se non venivano accettate queste nomine. Hanno indipendenza zero, nel senso che i “tecnocrati” sono soltanto strumenti e rappresentanti diretti dei banchieri euro-americani.

I “tecnocrati”, per natura del loro mandato, sono funzionari coloniali esplicitamente designati su comando dei banchieri imperiali e godono del loro sostegno.

In secondo luogo, né loro né i loro mentori colonialisti sono stati eletti dal popolo su cui governano. Sono stati imposti dalla coercizione economica e dal ricatto politico.

In terzo luogo, le misure da loro adottate sono destinate ad infliggere la sofferenza massima per alterare completamente i rapporti di forza tra lavoro e capitale, massimizzando il potere di quest’ultimo di assumere, licenziare, fissare salari e condizioni di lavoro.

In altre parole, l’agenda tecnocratica impone una dittatura politica ed economica.

Le istituzioni sociali e i processi politici associati con il sistema di sicurezza sociale democratico-capitalista, corrotto da democrazie decadenti, eroso dalle democrazie oligarchiche, sono minacciati di demolizione totale dalle prevaricanti dittature coloniali tecnocratiche.

Il linguaggio di “sociale / regressione” è pieno di eufemismi, ma la sostanza è chiara. I programmi sociali in materia di sanità pubblica, istruzione, pensioni, e tutela dei disabili sono tagliati o eliminati e i “risparmi” trasferiti ai pagamenti tributari per i detentori di titoli esteri (banche).

I pubblici dipendenti vengono licenziati, allungata la loro età pensionabile, e i salari ridotti e il diritto di permanenza in ruolo eliminato. Le imprese pubbliche sono vendute a oligarchi capitalisti stranieri e domestici, con decurtamento dei servizi ed eliminazione brutale dei dipendenti. I datori di lavoro stracciano i contratti collettivi di lavoro. I lavoratori sono licenziati e assunti a capriccio dei padroni. Ferie, trattamento di fine rapporto, salari di ingresso e pagamento degli straordinari sono drasticamente ridotti.

Queste politiche regressive pro-capitalisti sono mascherate da “riforme strutturali”.

Processi consultativi sono sostituiti da poteri dittatoriali del capitale – poteri “legiferati” e messi in attuazione dai tecnocrati designati allo scopo.

Dai tempi del regime di dominio fascista di Mussolini e della giunta militare greca (1967 – 1973) non si era mai visto un tale assalto regressivo contro le organizzazioni popolari e contro i diritti democratici.

Raffronto fra dittatura fascista e dittatura tecnocratica

Le precedenti dittature fasciste e militari hanno molto in comune con gli attuali despoti tecnocratici per quanto concerne gli interessi capitalistici che loro difendono e le classi sociali che loro opprimono. Ma ci sono differenze importanti che mascherano le continuità.

La giunta militare in Grecia, e in Italia Mussolini, avevano preso il potere con la forza e la violenza, avevano messo al bando tutti i partiti dell’opposizione, avevano schiacciato i sindacati e chiuso i parlamenti eletti.

Alla attuale dittatura “tecnocratica” viene consegnato il potere dalle élites politiche della democrazia oligarchica – una transizione “pacifica”, almeno nella sua fase iniziale.

A differenza delle precedenti dittature, gli attuali regimi dispotici conservano le facciate elettorali, ma svuotate di contenuti e mutilate, come entità certificate senza obiezioni per offrire una sorta di “pseudo-legittimazione”, che seduce la stampa finanziaria, ma si fa beffe di solo pochi stolti cittadini. Infatti, dal primo giorno di governo tecnocratico gli slogan incisivi dei movimenti organizzati in Italia denunciavano: “No ad un governo di banchieri”, mentre in Grecia lo slogan che ha salutato il fantoccio pragmatista Papdemos è stato “Unione Europea, Fondo Monetario, fuori dai piedi!”

Le dittature in precedenza avevano iniziato il loro corso come stati di polizia del tutto vomitevoli, che arrestavano gli attivisti dei movimenti per la democrazia e i sindacalisti, prima di perseguire le loro politiche in favore del capitalismo. Gli attuali tecnocrati prima lanciano il loro malefico assalto a tutto campo contro le condizioni di vita e di lavoro, con il consenso parlamentare, e poi di fronte ad una resistenza intensa e determinata posta in essere dai “parlamenti della strada”, procedono per gradi ad aumentare la repressione caratteristica di uno stato di polizia… mettendo in pratica un governo da stato di polizia incrementale.

Politiche delle dittature tecnocratiche: campo di applicazione, intensità e metodo

L’organizzazione dittatoriale di un regime tecnocratico deriva dalle sue politiche e dalla missione politica. Al fine di imporre politiche che si traducono in massicci trasferimenti di ricchezza, di potere e di diritti giuridici, dal lavoro e dalle famiglie al capitale, soprattutto al capitale straniero, risulta essenziale un regime autoritario, soprattutto in previsione di un’accanita e determinata resistenza.

L’oligarchia finanziaria internazionale non può assicurare per tanto tempo una “stabile e sostenibile” sottrazione di ricchezza con una qualche parvenza di governance democratica, e tanto meno una democrazia oligarchica in decomposizione.

Da qui, l’ultima risorsa per i banchieri in Europa e negli Stati Uniti è di designare direttamente uno di loro a esercitare pressioni, a farsi largo e ad esigere una serie di cambiamenti di vasta portata, regressivi a lungo termine. La missione dei tecnocrati è di imporre un quadro istituzionale duraturo, che garantirà per il futuro il pagamento di interessi elevati, a spese di decenni di impoverimento e di esclusione popolare.

La missione della “dittatura tecnocratica” non è quella di porre in essere un’unica politica regressiva di breve durata, come il congelamento salariale o il licenziamento di qualche migliaio di insegnanti. L’intento dei dittatori tecnocrati è quello di convertire l’intero apparato statale in un torchio efficiente in grado di estrarre continuamente e di trasferire le entrate fiscali e i redditi, dai lavoratori e dai dipendenti in favore dei detentori dei titoli.

Per massimizzare il potere e i profitti del capitale a scapito dei lavoratori, i tecnocrati garantiscono ai capitalisti il ​ ​potere assoluto di fissare i termini dei contratti di lavoro, per quanto riguarda assunzioni, licenziamenti, longevità, orario e condizioni di lavoro.

Il “metodo di governo” dei tecnocrati è quello di avere orecchio solo per i banchieri stranieri, i detentori di titoli e gli investitori privati.

Il processo decisionale è chiuso e limitato alla cricca di banchieri e tecnocrati senza la minima trasparenza. Soprattutto, in base a regole colonialiste, i tecnocrati devono ignorare le proteste di manifestanti, se possibile, o, se necessario, rompere loro la testa.

Sotto la pressione delle banche, non c’è tempo per le mediazioni, i compromessi o le dilazioni, come avveniva sotto le democrazie decadenti e oligarchiche.

Dieci sono le trasformazioni storiche che dominano l’agenda delle dittature tecnocratiche e dei loro mentori colonialisti.
1)        Massicci spostamenti delle disponibilità di bilancio, dalle spese per i bisogni sociali ai pagamenti dei titoli di stato e alle rendite
2)      Cambiamenti su larga scala nelle politiche di reddito, dai salari ai profitti, ai pagamenti degli interessi e alla rendita.
3)      Politiche fiscali fortemente regressive, con l’aumento delle imposte sui consumi (aumento dell’IVA) e sui salari, e con la diminuzione della tassazione su detentori di titoli ed investitori.
4)      Eliminazione della sicurezza del lavoro (“flessibilità del lavoro”), con l’aumento di un esercito di riserva di disoccupati a salari più bassi, intensificando lo sfruttamento della manodopera impiegata (“maggiore produttività”).
5)      Riscrittura dei codici del lavoro, minando l’equilibrio di poteri tra capitale e lavoro organizzato.

Salari, condizioni di lavoro e problemi di salute sono strappati dalle mani di coloro che militano nel sindacato e consegnati alle “commissioni aziendali” tecnocratiche.

6)      Lo smantellamento di mezzo secolo di imprese e di istituzioni pubbliche, e privatizzazione delle telecomunicazioni, delle fonti di energia, della sanità, dell’istruzione e dei fondi pensione. Privatizzazioni per migliaia di miliardi di dollari sono sopravvenienze attive su una dimensione storica mondiale. Monopoli privati ​ ​rimpiazzano i pubblici e forniscono un minor numero di posti di lavoro e servizi, senza l’aggiunta di nuova capacità produttiva.

7)      L’asse economico si sposta dalla produzione e dai servizi per il consumo di massa nel mercato interno alle esportazioni di beni e servizi particolarmente adatti sui mercati esteri. Questa nuova dinamica richiede salari più bassi per “competere” a livello internazionale, ma contrae il mercato interno. La nuova strategia si traduce in un aumento degli utili in moneta forte ricavati dalle esportazioni per pagare il debito ai detentori di titoli di stato, provocando così maggiore miseria e disoccupazione per il lavoro domestico. Secondo questo “modello” tecnocratico, la prosperità si accumula per quegli investitori avvoltoio che acquistano lucrativamente da produttori locali finanziariamente strozzati e speculano su immobili a buon mercato.

8 ) La dittatura tecnocratica, per progettazione e politiche, mira ad una “struttura di classe bipolare”, in cui vengono impoverite le grandi masse dei lavoratori qualificati e la classe media, che soffrono la mobilità verso il basso, mentre si va arricchendo uno strato di detentori di titoli e di padroni di aziende locali che incassano pagamenti per interessi e per il basso costo della manodopera.

9)      La deregolamentazione del capitale, la privatizzazione e la centralità del capitale finanziario producono un più esteso possesso colonialista (straniero) della terra, delle banche, dei settori economici strategici e dei servizi “sociali”. La sovranità nazionale è sostituita dalla sovranità imperiale nell’economia e nella politica.

10)  Il potere unificato di tecnocrati colonialisti e di detentori imperialisti di titoli detta la politica che concentra il potere in una unica élite non-eletta.

Costoro governano, supportati da una base sociale ristretta e senza legittimità popolare. Sono politicamente vulnerabili, quindi, sempre dipendenti da minacce economiche e da situazioni di violenza fisica.

I tre stadi del governo dittatoriale tecnocratico

Il compito storico della dittatura tecnocratica è quello di far arretrare le conquiste politiche, sociali ed economiche guadagnate dalla classe operaia, dai dipendenti pubblici e dai pensionati dopo la sconfitta del capitalismo fascista nel 1945.

Il disfacimento di oltre sessanta anni di storia non è un compito facile, men che meno nel bel mezzo di una profonda crisi socio-economica in pieno sviluppo, in cui la classe operaia ha già sperimentato drastici tagli dei salari e dei profitti, e il numero dei disoccupati giovani (18 – 30 anni) in tutta l’Unione europea e nel Nord America varia tra il 25 e il 50 per cento.

L’ordine del giorno proposto dai “tecnocrati” – parafrasando i loro mentori colonialisti nelle banche – consiste in sempre più drastiche riduzioni delle condizioni di vita e di lavoro.

Le proposte di “austerità” si verificano a fronte di crescenti disuguaglianze economiche tra il 5% dei ricchi e il 60 % degli appartenenti alle classi subalterne tra Sud Europa e Nord Europa.

Di fronte alla mobilità verso il basso e al pesante indebitamento, la classe media e soprattutto i suoi “figli ben educati”, sono indignati contro i tecnocrati che pretendono ancor di più tagli sociali. L’indignazione si estende dalla piccola borghesia agli uomini di affari e ai professionisti sull’orlo della bancarotta e della perdita di status.

I governanti tecnocratici giocano costantemente sulla insicurezza di massa e sulla paura di un “collasso catastrofico”, se la loro “medicina amara” non venisse trangugiata dalle classi medie angosciate, che temono la prospettiva di sprofondare nella condizione di classe operaia o peggio.

I tecnocrati lanciano appelli alla generazione presente per sacrifici, in realtà per un suicidio, per salvare le generazioni future. Con atteggiamenti dettati all’umiltà e alla gravità, parlano di “equi sacrifici”, un messaggio smentito dal licenziamento di decine di migliaia di dipendenti e dalla vendita per miliardi di euro / dollari del patrimonio nazionale a banchieri e investitori speculatori stranieri. L’abbassamento della spesa pubblica per pagare gli interessi ai detentori di titoli e per invogliare gli investitori privati ​​erode ogni richiamo all’“unità nazionale” e all’“equo sacrificio”.

Il regime tecnocratico si sforza di agire con decisione e rapidità per imporre la sua agenda brutale regressiva, l’arretramento di sessanta anni di storia, prima che le masse abbiano tempo di sollevarsi e di cacciarli.

Per precludere l’opposizione politica, i tecnocrati domandano “unità nazionale”, (l’unità di banchieri e oligarchi), l’appoggio dei partiti in disfacimento elettorale e dei loro leader e la loro sottomissione totale alle richieste dei banchieri colonialisti.

La traiettoria politica dei tecnocrati avrà vita breve alla luce dei cambiamenti sistemici draconiani e delle strutture repressive che propongono; il massimo che possono realizzare è quello di dettare e tentare di attuare le loro politiche, e poi tornarsene ai loro santuari lucrativi nelle banche estere.

Governo tecnocratico : prima fase

Con l’appoggio unanime dei mass-media e il pieno sostegno di banchieri potenti, i tecnocrati approfittano della caduta dei politici disprezzati e screditati dei regimi elettorali del passato.

Essi proiettano un’immagine pulita del governo, che parla di un regime efficiente e competente, capace di azioni decisive.

Promettono di porre fine alle condizioni di vita progressivamente in deterioramento e alla paralisi politica dovuta allo scontro fra le fazioni dei partiti.

All’inizio della loro assunzione di potere, i dittatori tecnocratici sfruttano il disgusto popolare, giustificato, nei confronti dei politici privilegiati “nullafacenti” per assicurarsi una misura del consenso popolare, o almeno l’acquiescenza passiva da parte della maggioranza dei cittadini, che sta annegando nei debiti e alla ricerca di un “salvatore”.

Va notato che fra la minoranza politicamente più preparata e socialmente consapevole, che i banchieri ricorrano ad un “regime tecnocratico” da colonia, questo provoca poco effetto: gli appartenenti alle minoranze immediatamente identificano il regime tecnocratico come illegittimo, dato che fa derivare i suoi poteri da banchieri stranieri. Essi affermano i diritti dei cittadini e la sovranità nazionale. Fin dall’inizio, anche sotto la copertura dell’assunzione del potere in uno stato di emergenza, i tecnocrati devono affrontare un nucleo di opposizione di massa.

I banchieri realisticamente riconoscono che i tecnocrati devono muoversi con rapidità e decisione.

Politiche shock dei tecnocrati : seconda fase

I tecnocrati lanciano un “100 giorni” del più eclatante e grossolano conflitto di classe contro la classe operaia dai tempi dei regimi militare / fascista.

In nome del Libero Mercato, del Detentore di Titoli e dell’Empia Alleanza fra oligarchi politici e banchieri, i tecnocrati dettano editti e fanno passare leggi, immediatamente buttando sul lastrico decine di migliaia di dipendenti pubblici. Decine di imprese pubbliche sono mandate in blocco all’asta. Viene abolita la certezza del posto di lavoro e licenziare senza giusta causa diventa la legge del paese. Sono decretate imposte regressive e le famiglie vengono impoverite. La piramide del reddito complessivo viene capovolta. I tecnocrati allargano e approfondiscono le disuguaglianze e l’immiserimento.

L’euforia iniziale che salutava il governo tecnocratico viene sostituita da biasimi amari. La classe media inferiore, che ricercava una risoluzione dittatoriale paternalistica della propria condizione, riconosce “un altro raggiro politico”.

Come il regime tecnocratico corre a gran velocità a completare la sua missione per i banchieri stranieri, lo stato d’animo popolare inacidisce, l’amarezza si diffonde anche tra i “collaboratori passivi” dei tecnocrati. Non cadono briciole dal tavolo di un regime colonialista, imposto al potere per massimizzare il deflusso delle entrate statali a tutto vantaggio dei detentori del debito pubblico.

L’oligarchia politica compromessa cerca di far rivivere le sue fortune e “contesta” le peculiarità dello “tsunami” tecnocratico, che sta distruggendo il tessuto sociale della società.

La dimensione e la portata del programma estremista della dittatura, e il continuo accumulo di frustrazioni di massa, spaventano i collaborazionisti appartenenti ai partiti politici, mentre i banchieri li incalzano per tagli alle garanzie sociali sempre più grandi e più profondi.

I tecnocrati di fronte alla tempesta popolare che sta montando cominciano a farsi piccoli e ritirarsi in buon ordine. I banchieri esigono da loro maggiore spina dorsale e offrono nuovi prestiti per “mantenerli in corsa”. I tecnocrati si dibattono in difficoltà – alternando richieste di tempo e sacrifici con promesse di prosperità “dietro l’angolo”.

Per lo più fanno assegnamento sulla mobilitazione costante della polizia e di fatto sulla militarizzazione della società civile.

Missione compiuta: guerra civile o il ritorno della democrazia oligarchica?

La riuscita dell’“esperimento” con un regime dittatoriale colonialista tecnocratico è difficile da prevedere. Una ragione è dovuta al fatto che le misure adottate sono così estreme ed estese, tali da unificare allo stesso tempo quasi tutte le classi sociali importanti (tranne la “crema” del 5%) contro di loro. La concentrazione del potere in una élite “designata” la isola ulteriormente e unifica la maggior parte dei cittadini a favore della democrazia, contro la sottomissione colonialista e governanti non eletti.

Le misure approvate dai tecnocrati devono far fronte alla prospettiva improbabile della loro piena attuazione, in particolare a causa di funzionari e impiegati pubblici a cui si impongono licenziamenti, tagli di stipendio e pensioni ridotte. I tagli a tutta l’amministrazione pubblica minano le tattiche del “divide et impera”.

Data la portata e la profondità del declassamento del settore pubblico, e l’umiliazione di servire un regime chiaramente sotto tutela colonialista, è possibile che incrinature e rotture si verificheranno negli apparati militari e di polizia, soprattutto se vengono provocate sollevazioni popolari che diventano violente.

A questo punto, le giunte tecnocratiche non possono assicurare che le loro politiche saranno attuate. In caso contrario, i ricavi vacilleranno, scioperi e proteste spaventeranno gli acquirenti predatori delle imprese pubbliche. La grande spremitura ed estorsione pregiudicherà le imprese locali, la produzione diminuirà, la recessione si approfondirà.

Il governo dei tecnocrati è per sua natura transitoria.

Sotto la minaccia di rivolte di massa, i nuovi governanti fuggiranno all’estero presso i loro santuari finanziari. I collaborazionisti appartenenti alle oligarchie locali si affretteranno ad aggiungere miliardi di euro/dollari ai loro conti bancari all’estero, a Londra, New York e Zurigo.

La dittatura tecnocratica farà ogni sforzo per riportare al potere i politici democratici oligarchici, a condizione che siano mantenute le variazioni regressive poste in essere. Il governo tecnocratico vedrà la sua fine con “vittorie di carta”, a meno che i banchieri stranieri insistano che il “ritorno alla democrazia” operi all’interno del “nuovo ordine”.

L’applicazione della forza potrebbe rivelarsi un boomerang.

I tecnocrati e gli oligarchi democratici, rinnovando la minaccia di una catastrofe economica in caso di inosservanza, riceveranno un contrordine dalla realtà della miseria effettivamente esistente e dalla disoccupazione di massa.

Per milioni, la catastrofe che stanno vivendo, risultante dalle politiche tecnocratiche, prevale su qualsiasi minaccia futura.

La maggioranza ribelle può scegliere di sollevarsi e rovesciare il vecchio ordine, e cogliere l’opportunità di istituire una repubblica socialista democratica indipendente.

Una delle conseguenze impreviste di imporre una dittatura di tecnocrati designati, radicalmente colonialista, è che viene cancellato il panorama politico delle oligarchie politiche parassite e si pongono le fondamenta per un taglio netto. Questo facilita il rigetto del debito e la ricostruzione del tessuto sociale per una repubblica democratica indipendente.

Il pericolo grave è quello che i politici screditati del vecchio ordine tenteranno con la demagogia di impadronirsi delle bandiere democratiche delle lotte “anti-dittatoriali anti-tecnocratiche”, per rimettere in piedi quello che Marx definiva “la vecchia merda dell’ordine precedente”.

Gli oligarchi politici riciclati si adatteranno al nuovo ordine “ristrutturato” dei pagamenti dell’eterno debito, come parte di un accordo per conservare il processo in corso di regressione sociale senza fine.

La lotta rivoluzionaria contro i dominatori tecnocratici colonialisti deve continuare e intensificarsi per bloccare la restaurazione degli oligarchi democratici.

LINK: The New Authoritarianism: From Decaying Democracies to Technocratic Dictatorships and Beyond 

TRADUZIONE: Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova

Sinistrainrete.info

Tutta l’Europa sotto il peso dello «scudo» americano e Nato

di: Manlio Dinucci e Tommaso Di Francesco

Reazione di Medvedev: missili Iskander a Kaliningrad Sistema antimissile, così Washington prepara non più sicurezza ma più tensioni belliche

Il presidente russo Medvedev ha accusato ieri gli Stati uniti di aver imposto ai loro alleati lo «scudo antimissili» in Europa, avvertendo di nuovo che la Russia prenderà delle contromisure, tra cui l’installazione nell’enclave di Kaliningrad di un nuovo sistema radar e di missili mobili Iskander a corto raggio (fino a 500 km), che possono trasportare anche testate nucleari. È un bluff nella partita elettorale, in vista delle legislative del 4 dicembre e delle presidenziali del 4 marzo? Indubbiamente Medvedev e Putin, che perdono consensi, alzano i toni per dimostrare che sotto la loro direzione la Russia non piega la testa di fronte alla strapotenza Usa/Nato. Eppure non è solo questione di mosse elettorali.
Sta crescendo in Russia, soprattutto nelle forze armate, un sentimento anti-Usa, motivato in particolare dalla decisione dell’amministrazione Obama di realizzare a qualsiasi costo lo «scudo» in Europa. A Washington continuano a ripetere che esso non è diretto contro la Russia, ma servirà a fronteggiare la minaccia dei missili iraniani. A Mosca lo considerano invece un tentativo di acquisire un decisivo vantaggio strategico sulla Russia. Il nuovo piano infatti prevede, rispetto al precedente, un numero maggiore di missili dislocati ancora più a ridosso del territorio russo. Inoltre, poiché saranno gli Usa a controllarli, nessuno potrà sapere se sono intercettori o missili per l’attacco nucleare. E, con i nuovi sistemi aviotrasportati e satellitari, il Pentagono potrà monitorare la Russia più efficacemente di quanto è in grado di fare oggi.
Il contenzioso si è acuito negli ultimi mesi. In aprile, gli Usa hanno condotto «il più riuscito test del sistema di difesa missilistica che schiereranno in Europa». In maggio, la Romania ha acconsentito all’installazione sul proprio territorio di missili mobili statunitensi Sm-3, che saranno dislocati anche in Polonia. A questo punto Mosca ha chiesto a Washington «garanzie legali» che il sistema non è diretto contro la Russia, proponendo un trattato Russia-Nato in cui siano specificati numero, tipi e luoghi di installazione di missili e radar. Ma, in giugno, il segretario della Nato Rasmussen ha respinto la proposta, argomentando che la questione può essere risolta con una «maggiore fiducia» e non con «complicate formule legali che renderebbero difficile il consenso e la ratifica tra i 28 paesi Nato e la Russia». Subito dopo gli Usa hanno inviato nel Mar Nero l’incrociatore Monterey, dotato del sistema Aegis anti-missili, e la Russia ha protestato. In settembre, la Turchia ha annunciato di voler installare sul proprio territorio, entro l’anno, un radar dello «scudo» Usa, e la Russia ha di nuovo chiesto garanzie. In ottobre, gli Stati uniti hanno stipulato un accordo con la Spagna: con l’uso della base di Rota faranno stazionare in permanenza nel Mediterraneo e nell’Atlantico orientale navi da guerra dotate del sistema Aegis antimissili.
Allo stesso tempo gli Usa hanno annunciato che radar anti-missili saranno installati nell’Europa meridionale (anche in Italia), per «proteggere l’intero territorio della Nato», e che i missili Sm-3 saranno poi sostituiti con missili in grado di intercettare non solo quelli a corto e medio raggio, ma anche i missili balistici intercontinentali. L’obiettivo strategico è evidente: se un giorno gli Stati uniti riuscissero a realizzare uno «scudo» antimissili affidabile, essi sarebbero in grado di lanciare un first strike contro un paese dotato anch’esso di armi nucleari, come la Russia, fidando sulla capacità dello «scudo» di neutralizzare gli effetti della rappresaglia.
Lo «scudo», che la Russia intende contrastare con «metodi adeguati e asimmetrici», non servirà quindi a creare una «Europa più sicura». Viceversa servirà a creare nuove tensioni, giustificando un ulteriore rafforzamento della presenza militare Usa in Europa. Così da legare i paesi dell’Europa orientale sempre più al carro di Washington e mantenere la sua leadership su quelli dell’Europa occidentale.

IlManifesto

“Piano segreto della Merkel per commissariare gli stati europei in crisi”

Secondo il Telegraph, Berlino lavora alla nascita di un direttorio capace di soccorrere i paesi in crisi, riducendo però la loro sovranità politica ed economica

di: 

Un piano segreto per la creazione di un Fondo monetario europeo capace di sostituirsi alla sovranità degli stato membri in difficoltà.

Ad architettarlo, stando a quanto rivela il Daily Telegraph on line citando un documento di sei pagine del ministero degli Esteri tedesco, sarebbe appunto la Germania.

Il documento esamina anche esplicitamente le possibili strade per limitare le modifiche al trattato per renderne più facile la ratifica. Questo anche per dissuadere Londra da un referendum sull’Ue. Il Fondo avrà il potere di mettere i paesi in crisi in amministrazione controllata e di gestire la loro economia, scrive il quotidiano britannico.

Secondo il Telegraph, il documento, chiamato “Il futuro dell’Ue: i necessari miglioramenti di integrazione politica per la creazione di un’Unione di Stabilita”, svela che la maggiore economia dell’Ue sta creando le condizioni perché gli altri paesi europei, che sono troppo grandi per essere salvati, possano fare default, andando così in bancarotta.

E questo alimenta i timori che “i piani tedeschi per affrontare la crisi dell’eurozonaprevedano un’erosione della sovranità nazionale che potrebbe aprire la strada ad un “super stato” europeo con proprie tasse e piani di spesa decisi a Bruxelles”.

Nel testo si fa anche un riferimento alla modifica dei trattati: “Limitare l’effetto delle modifiche al trattato nei paesi dell’Eurozona renderebbe più facile la ratifica, che tuttavia verrebbe richiesta da tutti gli stati membri (in questo modo sarebbero necessari meno referendum, e questo interesserebbe anche la Gran Bretagna)”.

Insomma, il Fondo avrebbe il potere di gestire la politica economica e fiscale dello Stato in difficoltà. Il piano viene rivelato nel giorno in cui il premier britannico David Cameron incontra a Berlino il cancelliere tedesco Angela Merkel per parlare delle modifiche da apportare ai trattati europei e di crisi economica. E, sempre oggi, la Merkel ha detto:

“L’eurozona ha perso credibilità e deve riguadagnarla passo dopo passo”. Il problema è come bisognerà farlo.

IlGiornale.it

Stati Uniti d’Europa

di: Enrico Piovesana

La crisi sta funzionando come volano per accelerare la creazione di un’unione federale europea che sottragga sovranità economica ai governi nazionali per centralizzarla nelle mani di un apparato sovranazionale

Più la crisi economica si aggrava, più il rafforzamento dell’Unione europea viene presentato come unica soluzione in grado di scongiurare il collasso dell’euro. Lo scenario auspicato ormai in maniera esplicita da più parti è quello di un’unione federale sul modello di quello nordamericano, che sottragga sovranità economica ai governi nazionali per centralizzarla nelle mani di unapparato sovranazionale.

Oltre ai sempre più insistenti appelli per la creazione di “un’autorità centrale europea capace di gestire la crisi” (l’ultimo in ordine di tempo, George Soros, sul New York Times di martedì), un’autorità con potere di emettere titoli di Stato e imporre sanzioni economiche ai Paesi che sgarrano, si sente sempre più spesso parlare di ’Stati Uniti d’Europa’: negli ultimi giorni lo hanno fatto il premier britannico David Cameron, auspicando questo sbocco per l’Ue, e il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, candidandosi addirittura a diventarne futuro presidente.

L’idea che all’autorità degli Stati nazionali, già in piena crisi di rappresentatività della volontà popolare, si sostituisca quella di un Superstato centrale europeo, ancor più distante dai cittadini e vicino ai poteri forti (banche, multinazionali, ecc.), evoca in molti euroscettici lo spettro di un modello tecnocratico e autocratico che cancellerà ogni traccia di democrazia, intesa non come processo elettorale, ma come reale potere dei cittadini di influenzare le decisioni dei governanti.

Paure che si sono andate rafforzando negli ultimi anni, in seguito al modo assai poco democratico in cui i burocrati europei sono riusciti a imporre a tutti gli Stati membri la ratifica del Trattato di Lisbona del 2007, che in pratica è la carta costitutiva dei futuri ‘Stati Uniti d’Europa’. Il documento, già bocciato con referendum da francesi e olandesi nel 2005, venne ripresentato tale e quale direttamente ai parlamenti per la ratifica finale.

Lo ammise candidamente uno dei suoi estensori, Giuliano Amato, in un’intervista all’EuObserver. “Hanno deciso che il documento dovesse essere illeggibile, per nascondere la valenza costituzionale. Insomma il tipo di documento burocratico di Bruxelles che non cambia nulla e che quindi viene ratificato dai parlamenti senza bisogno di referendum. Capendo che esso conteneva qualcosa di nuovo, il referendum sarebbe stato necessario“.

Gli irlandesi però hanno capito e nel 2008 hanno bocciato il Trattato con un referendum popolare. Mostrando un inquietante noncuranza per la volontà di un intero popolo, l’Unione europea ha ignorato l’esito del referendum, che in teoria avrebbe dovuto bloccare il processo di ratifica, e nel 2009 ha costretto Dublino a indire un nuovo referendum, facendo di tutto per rovesciare il verdetto popolare dell’anno prima.

E infine riuscendoci.

A soffiare sul fuoco delle paure degli euroscettici democratici è stata poi la scoperta, nel 2009, del ‘Rapporto della Casa Rossa’: un’informativa dei servizi segreti Usa del novembre 1944 (codice EW-Pa 128) che dava conto di come i vertici del regime nazista stessero pianificando per il dopoguerra, assieme ai principali banchieri e industriali tedeschi, la risurrezione di un ‘Quarto Reich’ sotto forma di un mercato comune europeo con una singola valuta comune basata sul marco tedesco.

Al di là di queste suggestioni storiche, a legittimare i dubbi sul carattere democratico del disegno europeista ci pensano le parole degli stessi suoi fautori. Di nuovo Giuliano Amato, in un’intervista a La Stampa di diversi anni fa.

Sbriciolare a poco a poco pezzi di sovranità, evitare bruschi passaggi da poteri nazionali a poteri federali. Non credo a un dèmos europeo e al sovrano federale.

(…) Perché non tornare all’epoca precedente Hobbes? (…)

Il Medio Evo è bellissimo: sa avere suoi centri decisionali, senza affidarsi interamente a nessuno. E’ al di là della parentesi dello Stato nazionale. (…) Anche oggi abbiamo poteri, senza territori su cui piantare bandiere. Senza sovranità non avremo il totalitarismo. La democrazia non ha bisogno di sovrani”.

FONTE: PeaceReporter

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Inchiesta/ Attacco speculativo all’Italia: chi vuole “eliminare” Berlusconi?

di: Enrica Perucchietti

Tra gli addetti ai lavori serpeggia una convinzione sull’attuale crisi dell’euro, alternativa a quella che ci viene trasmessa ogni giorno insieme alla nostra quotidiana razione di terrorismo psicologico. Pochi, però, avranno il coraggio di confermarvi, se non in via strettamente ufficiosa, la sensazione non ancora dimostrabile, che vi sia una manovra per far crollare l’euro e forse far fallire il progetto dell’unione monetaria. A ciò si aggiunga la recente pressione – o meglio, alta tensione – sulla situazione del debito in Italia che ha avuto però inizio con un attacco speculativo nei confronti del nostro Paese il febbraio 2010.

Dunque, un anno e mezzo fa.

Che possa esistere un’intelligence di matrice angloamericana dietro il crollo finanziario attuale è sostenuto da politici di diversi schieramenti e da giornalisti per lo più stranieri. A lanciare l’allarme sulla crisi finanziaria che si sarebbe abbattuta sull’Italia e sul Governo Berlusconi è stato, in tempi ancora non sospetti, lo storico Webster Tarpley, che ha vissuto in Italia – per la precisione a Torino – per molti anni e conosce bene la situazione del nostro Paese.

Tarpley, inoltre, è stato uno dei primi a rendere pubblici i dubbi nei confronti di Obama quando quest’ultimo era ancora soltanto un candidato democratico alla Casa Bianca. Quando in tutto il mondo serpeggiava l’Obamamania, come ho dimostrato nel mio saggio, L’altra faccia di Obama, Tarpley ha avuto il coraggio di schierarsi come voce fuori dal coro e “stonare” portando prove a conferma dei legami occulti di Obama con le lobby di Wall Street, la CIA e soprattutto con Brzezinski, già consigliere per la politica estera sotto Jimmy Carter e strenuo sostenitore della Guerra Fredda permamente. L’influenza di questa eminenza grigia è ora meglio riscontrabile nella politica estera dell’amministrazione Obama e nel recente conflitto in Libia che si dimostra essere l’ennesimo tassello – ma non l’ultimo – dell’opera di espansionismo americano e di militarizzazione del Medio Oriente in chiave anti cino-sovietica.

È proprio su questo fronte che si possono forse ravvisare i germi che hanno spinto il Governo italiano a finire sotto l’attacco speculativo americano. Da un lato la strategia per rivalutare il dollaro passa attraverso l’attacco e la svalutazione dell’euro non frontale ma trasversale, come vedremo meglio più avanti.

Dall’altra il nostro Paese potrebbe pagare – come ha pagato la Norvegia in modo più tragico e “scenografico” – l’alleanza con la Russia di Putin. In questo senso il cofondatore del PDL, e segretario nazionale della Destra Libertaria-PDL, Luciano Buonocore, da me raggiunto telefonicamente, ha spiegato che il grande errore dell’Unione Europea è stato proprio quello di non aprirsi alla Russia, allargando così verso est i propri confini. Le ragioni sono ovvie: così facendo andrebbe rivisto il comando all’interno della NATO, e per alcuni Paesi membri come Francia e Inghilterra la cosa non può essere accettata.

Dall’altro la politica estera intessuta in questi anni da Berlusconi con l’alleanza russa, potrebbe aver interrotto involontariamente quell’asse strategico USA-Gran Bretagna che il Premier aveva costruito con i precedenti governi Bush-Blair.

Che esista una vera e propria intelligence che possa aver orchestrato il piano speculativo per svalutare l’euro e far crollare i mercati è la convinzione di Webster Tarpley che dichiara: «Questo era già chiaro dal febbraio 2010, quando il Wall Street Journal pubblicò un servizio su una cena cospiratoria (8 febbraio) tenutasi nella sede di una piccola banca d’affari specializzata, la Monness Crespi and Hardt, alla quale parteciparono persone di grande influenza. In quell’occasione si cercavano strategie per evitare un’ondata di vendite di dollari da parte delle banche centrali ed il conseguente crollo del dollaro. L’unica maniera per rafforzare il biglietto verde passava attraverso un attacco all’euro». Data però la difficoltà ad attaccare una moneta così forte come l’euro «gli sciacalli degli hedge funds di New York – fra cui anche certi protagonisti della distruzione di Lehman Brothers – hanno cercato i fianchi più deboli del sistema europeo e li hanno individuati nei mercati dei titoli di stato dei piccoli paesi del meridione europeo e comunque della periferia – Grecia e Portogallo – dove era possibile contare sulla complicità di politici dell’Internazionale Socialista al servizio della CIA e di Soros», o, più in generale, delle lobby di Wall Street e delle famiglie che detengono il potere finanziario negli USA: Soros, Rotschild, Rockefeller etc. anche se Soros ha più volte pubblicamente dichiarato la necessità di metterli al bando.

A questo punto l’attacco speculativo sarebbe stato affiancato da una campagna diffamatoria e di stampo terrorista accompagnata da pessime valutazioni delle agenzie di rating: «un mix che può comportare tracolli dei prezzi e un vero e proprio panico».

A tutto ciò si aggiunga il ricorso ai famigerati credit default swaps o derivati di assicurazione già definiti dal terzo uomo più ricco del mondo, Warren Buffett, come “armi finanziarie di distruzione di massa”. E se lo dice lui che dei mercati finanziari è sovrano…

Eppure la riforma dei mercati tanto auspicata da Paul Volcker con la fine della deregulation selvaggia che ha dominato i mercati fino al crollo di Lehman Brothers, Fannie Mae e Freddie Mac non è avvenuta: la Volcker Rule è stata imbavagliata prima che potesse far sentire i suoi effetti sui mercati. Si devono ringraziare i democratici per questo che, spalleggiati ovviamente dai repubblicani, hanno impedito la messa la bando dei derivati tossici che – insieme ai mutui subprime – avevano già causato la bolla finanziaria nel 2007. Si deve anche ringraziare Obama che, vinte le elezioni, ha messo da parte il vecchio gigante dell’economia, Volcker, che aveva voluto vicino a sé per le foto di ruolo in campagna elettorale. Una volta arrivato alla Casa Bianca, non c’era più bisogno di un piano per scongiurare un’altra crisi finanziaria. L’importante era agire in fretta per salvare le Banche too big to fail, troppo grandi per fallire. Su questo fronte il ministro Geithner ha fatto un ottimo lavoro…

Ma ora il Presidente americano, seppur rabbioso per la perdita delle tre A da parte della S&P, si dice ottimista per il futuro. Peccato che le agenzie di rating, che si occupano per i non addetti ai lavori di classificare titoli obbligazionari e imprese in base alla loro rischiosità, avevano mantenuto una tripla A per Lehman, Merrill Lynch e AIG fino alla vigilia della bolla finanziaria. Un’evidenza della loro “corruttibilità” almeno secondo Webster Tarpley che denuncia il fatto che queste agenzie si occupino ora di definire o meno la solvibilità dell’Italia. E a proposito della crisi italiana, Tarpley individua nell’attacco all’euro «un tentativo di esportare la depressione economica mondiale verso l’Europa, creando un caos di piccole monete che saranno facile preda alla speculazione, a differenza dell’euro che è abbastanza forte per potersi difendere. Si tratta di scaricare la crisi sull’Europa, sempre con l’idea di indebolire a tal punto l’euro da impedire a questa moneta di fungere da riserva mondiale accanto al dollaro o al posto del dollaro».

Ma lo storico americano si spinge oltre ipotizzando un vero e proprio complotto per decretare la fine del governo Berlusconi: «Bisogna tuttavia riconoscere che la cacciata di Berlusconi rappresenta da un paio di anni uno dei primi obiettivi angloamericani in Europa. Berlusconi è troppo vicino a Putin, troppo coinvolto nel South Stream popeline [progetto sviluppato da Eni e Gazprom per la costruzione di un gasdotto che connetterà Russia ed Europa eliminando ogni Paese extra-UE nel suo tragitto], troppo indipendente da tanti punti di vista. Si vede questo nei documenti pubblicati da Wikileaks, un’operazione della CIA mirata a colpire i bersagli degli angloamericani, da Gheddafi a Ben Ali a Mubarak a Putin e la signora Rodriguez de Kirchner in Argentina. Qui da noi leggiamo che Berlusconi è il più grande amico della Russia all’interno della UE – cosa positiva per la pace mondiale a mio parere, ma intollerabile per l’impero angloamericano in fase di crollo. Gli stessi impulsi nazionalistici italiani e lo stesso mestiere dell’Italia come ponte fra l’Europa da una parte e il Nord Africa, il Medio Oriente e la sfera russa dall’altra sono presenti, sebbene in forma debole, nell’azione di Berlusconi. Purtroppo molti in Italia sono accecati dall’odio appena si tratta di Berlusconi. Io ho visto che quelli che erano accecati dal loro odio nei confronti di Bush sono caduti nella trappola di Obama – vale a dire di Soros e di Rockefeller – e quelli che erano accecati dal loro odio nei confronti di Obama sono caduti a loro volta nella trappola del Tea Party – vale a dire dei fratelli Koch ultrareazionari. In Italia quelli che sono accecati dal loro odio nei confronti di Berlusconi cadono fatalmente nella trappola di De Benedetti, Soros e compagnia bella».

A posteriori il pensiero corre a coloro che il Premier accusò di “remare contro” durante la campagna per le amministrative, oppure quando tra i consueti fumi della paranoia emerse però il nome di quel tale Pisapia che oltre ad aver espugnato la Madonnina, è noto per essere avvocato di fiducia di quel De Benedetti… Proprio quel De Benedetti a cui faceva riferimento Tarpley. Forse che gli “interessi” o i poteri forti che spalleggiano De Benedetti abbiano in qualche modo influito nella vittoria elettorale di Milano? Forse che ora a qualcuno, a quella “compagnia bella” faccia comodo sostituire l’attuale maggioranza di governo con qualcuno di più “utile” a interessi “globali”?

Su chi si nasconda dietro la “compagnia bella” possiamo avere soltanto delle “idee”… accreditate da quell’insistente vociferare di una bocciatura del ministro Tremonti a san Mortiz all’ultima riunione dei Bilderberg. Gli stessi Bilderberg che decidono le sorti economiche del pianeta, indipendentemente dal fatto che alla casa Bianca ci sia un democratico o un repubblicano, e a Roma un esponente del PD o del PDL…

da: IlDemocratico.com

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