La grande truffa della Nato economica, il Ttip (II)

ttip

di: Paolo FerreroIlFattoQuotidiano.it -

Nella prima puntata di questo articolo, pubblicata su questo blog il 19 luglio scorso, ho segnalato come il Transatlantic trade and Investment Partnership produrrebbe gravissimi danni alla civiltà europea ed italiana in particolare. Questo in termini di distruzione del welfare pubblico e dei beni comuni, di distruzione dell’ambiente, dell’agricoltura di qualità ed in particolare di quella basata sui cicli corti, ecc.

In questa seconda ed ultima puntata vorrei segnalare gli altri problemi che emergono da questo trattato sul piano economico e geopolitico. Continua a leggere

Disoccupazione mondiale. Sono 93 milioni i lavoratori disoccupati nelle nazioni del G20

di: Michael Snyder

disoccupazioneSapevate che il numero totale dei lavoratori disoccupati nei paesi del G20 è pari a 93 milioni e che è in continuo aumento ogni giorno che passa? Vedete, la verità è che gli Stati Uniti non sono gli unici a doversi confrontare  con una sistemica crisi della disoccupazione. Questo è ciò che sta letteralmente accadendo in tutto il pianeta. Quindi quale è il motivo che sta causando questa crisi? Esiste qualche speranza di recupero? Beh, purtroppo ci sono diverse tendenze a lungo termine che si sono sviluppate per decenni e che hanno giocato un ruolo importante nel portarci a questo punto. Prima di tutto, le grandi multinazionali che ormai dominano totalmente l’economia mondiale hanno capito che possono fare molti più soldi sostituendo i lavoratori costosi che vivono nelle maggiori nazioni industrializzate con i lavoratori che vivono in paesi dove è legale pagare salari da schiavi. Non è quindi un grande mistero il motivo per cui c’è un problema enorme con la disoccupazione nel mondo occidentale. Se si gestisce una multinazionale, perché si dovrebbero assumere lavoratori che costeranno Continua a leggere

La grande truffa della Nato economica, il Ttip (I)

trade

di: Paolo Ferrero

Il 14 giugno scorso Enrico Letta – insieme ai suoi colleghi capi di governo europei, ha dato il via libera alla Commissione Europea per aprire le trattative con gli Stati Uniti al fine di stipulare ilTransatlantic Trade and Investment Partnership, cioè la costruzione di un mercato unicoper merci, investimenti e servizi tra Europa e Nord America.

Il 12 luglio scorso si è conclusa a Washington la prima sessione di trattative ufficiali tra la Ue e gli Usa e il capo negoziatore dell’Unione Europea, Ignazio Garzia-Bercero, uscendo dai colloqui, ha commentato “è stata una settimana molto produttiva”. Questo perché “l’obiettivo principale è stato raggiunto: abbiamo avuto un giro di colloqui sostanziali su tutta ala gamma di argomenti che intendiamo inserire in questo accordo”. Su questa base le delegazioni di Usa e Ue hanno riconvocato la nuova sessione di trattative nella settimana del 7 ottobre a Bruxelles. Continua a leggere

Estremismo islamico e pacifismo: quale occidente?

pace

di: Matteo Pistilli

“Non tutti gli islamici sono terroristi. Ma molti terroristi sono islamici”: così inizia un articolo di un giornale locale presente da anni nel nostro paese (“Il corace”). Potremmo allo stesso modo dire che “Non tutti gli ebrei sono banchieri, ma molti banchieri sono ebrei”, oppure un ancor più simpatico “Non tutti i gay sono pedofili, ma molti pedofili sono gay”: per tali affermazioni la condanna sarebbe giusta e garantita, ma a quanto pare predicare odio contro un non ben delineato islam è lecito e pure giusto visto che parliamo dell’articolo principale della rivista in questione. Continua a leggere

L’Europa concede, Letta “ringrazia”

letta

Articolo inviato al blog

di: Luciano Lago

Il governo “Alfetta “, composto dal duo Letta/Alfano, che ha sancito le “larghe intese” tra le principali forze politiche, ha salutato come un “successo” la chiusura della procedura d’infrazione per eccessivo deficit di bilancio sancita dalla Commissione Europea in questo fine Maggio 2013. Arrivata la notizia da Bruxelles, il presidente Letta ha subito dichiarato trionfante:

“ Siamo orgogliosi di questo risultato, questo è merito di tutti gli italiani e dell’azione dei precedenti governi, in particolare del governo Monti al quale va il mio personale ringraziamento. Ora rispetteremo gli obblighi europei ed il programma votato dalle Camere». Continua a leggere

Bufale, complottismo, notizie pilotate e realtà: alcuni esempi

complottismo

di: Informazione Scorretta

Ogni tanto è utile fare degli esperimenti riguardo il mondo dell’informazione e dei mass media: prendiamo le notizie più diffuse ed emozionanti di questo periodo e riflettiamoci sopra.

Possiamo partire dalla tematica del femminicidio: questo è definito come aggressione (anche se non mortale fra l’altro) verso una donna, compiuta avendo come unico movente la questione che la vittima sia appunto donna. Da più parti questo concetto viene spinto al massimo, ma… Come facciamo a capire se davvero il movente sia il genere sessuale? Per quanto riguarda le ultime notizie di cronaca: due delinquenti a Roma sparano su macchine in corsa, prendono di mira una macchina con due donne. Il giorno dopo i giornali fanno paginoni dicendo che l’aggressione è dovuta alla violenza contro le donne, ma possiamo leggere oltre… Questi due infami hanno sparato anche a macchine vuote e parcheggiate: che lo abbiano fatto perché l’automobile è femmina? Qualcosa nella costruzione dell’emergenza Continua a leggere

La fine dell’UE

eu

di: Gianni Petrosillo

Solo i moralisti vivono di pregiudizi e solo gli sciocchi, che solitamente coincidono con i primi, non cambiano idea, poiché basandosi su dogmi incontrastabili non hanno pensieri da approfondire ma riti da consumare. Il precetto non si discute anche quando è dannoso e chiaramente disastroso. Lo è, ad esempio, quello dell’Europa unita (su mere basi monetarie) a tutti i costi, così come pedissequamente accettato dalla nostra classe digerente stolida e rigorista col portafogli altrui. Eppure i nostri guai cominciano lì dove inizia l’euro e, probabilmente, non finiranno finché questa fisima valutaria non sarà derubricata da aspirazione inclusiva  qual era ad illusione storica qual è. Continua a leggere

L’Europa come una “mamma affettuosa”, secondo Letta

poverty

Articolo inviato al blog

di: Luciano Lago

Una doccia fredda per l’Italia. Arrivano dall’ISTAT i dati economici su primo trimestre dell’anno in corso e sono disastrosi, peggiori delle previsioni: “nel primo trimestre del 2013, il Pil italiano – corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato – è infatti diminuito dello 0,5% rispetto al trimestre precedente e del 2,3% a confronto con il primo trimestre del 2012. Secondo l’Istat, che stamani ha diffuso gli ultimi dati aggiornati, la variazione acquisita per il 2013 – ovvero il risultato nel caso ci sia una variazione nulla fino alla fine dell’anno – è pari a -1,5%, mentre nel Documento di economia e finanza 2013 il Governo ha stimato una diminuzione dell’1,3 per cento. Continua a leggere

L’Impero Finanziario e il carcere globale dei debitori

finanza

di: Jerome Roos

Non ci devono essere dubbi: viviamo nell’ epoca dell’ Impero Finanziario. A differenza delle conquiste militari che hanno guidato le espansioni territoriali degli imperi del passato, il moderno Impero Finanziario non consiste nell’esercizio visibile dell’ideologia del Grande Bastone (anche se, indubbiamente, l’imperialismo militare continua anche oggi), ma piuttosto assume la forma di una mano invisibile . Mentre alla fine del 19° e all’ inizio del 20° secolo  la logica del dominio è stata guidata dal potere strumentale degli stati imperiali, l’Impero del 21 ° secolo non ha più bisogno di alcun bastone per sottomettere gli stati sovrani: attraverso i meccanismi globali di applicazione della disciplina di mercato e dalle condizioni del FMI, il potere strutturale del capitale finanziario ora garantisce che tutti si inchineranno davanti ai mercati monetari. Continua a leggere

Una Repubblica fondata sulla “Stabilità Finanziaria”

euro

Articolo inviato al blog

di: Luciano Lago

Nella giornata del 16 aprile il dr. Grilli, ministro dell’Economia e delle Finanze del governo “tecnico” di Monti e soci, a proposito dei debiti della Pubblica amministrazione nei confronti delle imprese, ha espressamente dichiarato che” il limite del 3% sul deficit di bilancio è un numero sacro ed inviolabile, per noi è come la Bibbia”. Non ha aggiunto “ce lo ha chiesto l’Europa” ma è stato chiaro a tutti che questo intendeva come massimo ossequio ai trattati. Continua a leggere

Economia, il neoliberismo che uccide indirettamente

liberismo

di: Giuseppe Bianchimani

Voglio precisare, che l’economia alla quale mi riferisco, è l’economia moderna di stampo neoliberista, un’ economia che ha smesso di osservare la gente, ha smesso di individuare i rapporti sociali che intercorrono tra gli individui, un’economia che per il totale ossequio, più che ossequio sembra un asservimento a teorie e formule matematiche, si è distaccata dalla realtà e priva di Continua a leggere

L’eurocrazia di Brussels pianifica nuovi strumenti di controllo

euro

Segue ” La fine dell’Europa” di Salvatore Santoru

Articolo inviato al blog

di: Luciano Lago

L’oligarchia europea che comanda a Brussels e Francoforte, dopo l’operazione di prelievo forzoso attuata a Cipro, si appresta ad esportare questo modello di intervento in altri paesi (indovinate quali?) del sud Europa che presentano una forte situazione debitoria. Inutile aggiungere che trattasi della Spagna, del Portogallo e dell’Italia.

Nonostante le prime smentite ufficiali (fatte per “calmierare” i mercati), il portavoce della Commissione Europea Olivier Bailly, ha rilasciato dichiarazioni all’agenzia Reuters circa una bozza di legge della stessa commissione con la quale si prevede la possibilità di istituzionalizzare il sistema di prelievo forzoso sui conti bancari anche in tutti i paesi dell’eurozona.

Questo sistema , secondo le affermazioni di questo signore, dovrebbe consentire alla finanza di consolidare i debiti delle banche ed integrare il sistema bancario europeo.

A questo proposito sono molto indicative le affermazioni fatte ultimamente dalla Cristine Lagarde, direttrice del FMI, la quale ha sostenuto, in un recente suo intervento, che “ci stiamo muovendo verso un’era illuminata della grande finanza globale e della regolamentazione basata sull’esperienza e sulla ragione”.

Secondo la relazione del FMI, una delle priorità per l’eurozona consiste nel trovare” modalità e disposizioni governative per ricapitalizzare il MES” o ESM (meccanismo di stabilità) quel meccanismo a cui soltanto l’Italia dovrà corrispondere 127 miliardi di euro e che servirà per finanziare gli stati in difficoltà (accordo sottoscritto dal governo Monti e ratificato dal parlamento nel Luglio 2012).
[http://pensareliberi.com/2011/12/17/mes-meccanismo-europeo-di-stabilita-un-colpo-di-stato-in-17-paesi/]

In pratica l’Italia dovrà bussare alle grandi banche (FMI, Goldman Sachs,Morgan Stanley, ecc.) per avere il finanziamento delle quote da versare al MES che sarà poi utilizzato quanto prima dall’Italia stessa per finanziare il proprio debito. Indovinate chi ci guadagna in questo meccanismo che addebiterà interessi sugli interessi?

La banche naturalmente.

Avevate forse dei dubbi?

Vietato però sostenere o affermare che ci troviamo nel grande “sistema dell’usura” e della dittatura bancaria poiché si potrebbe passare per “anti europeisti” ed essere accusati da Repubblica, Corriere della Sera, dalla Stampa e dall’Unità di “complottismo” e disfattismo anti europeo.

La Commissione Europea e gli altri centri di potere tuttavia non si fermano a questo, sembra che siano sempre in perenne attività di pianificazione e mettono quindi allo studio altri meccanismi per vincolare sempre di più gli Stati e sottrarre a questi ogni possibile autonomia arrivando ad un controllo totale della gestione finanziaria.

Ecco quindi che hanno previsto un nuovo organismo: l’European Resolution Autorithy (ERA), una entità indipendente ed autonoma che avrà il compito di monitorare le banche con poteri superiori ad ogni autorità statale.
[http://www.reuters.com/article/2012/10/22/us-europe-banking-barnier-idUSBRE89L0AN20121022]

L’ultima creatura nella “diabolica” mente degli eurocrati sarà poi L’SSM (Single Resolution Mecanism), altro organismo di supervisione che avrà la finalità di consentire al MES di ricapitalizzare autonomamente le banche e che avrà caratteristica di segreto professionale per chi lavora ed opera all’interno di questo organismo. Da notare che anche per il MES è previsto di operare nella totale riservatezza con funzionari di alto livello che godranno di una tale immunità nelle funzioni svolte.

In pratica assistiamo al fenomeno di una vera e propria oligarchia tecno finanziaria europea (non eletta da nessuno) che pianifica una serie di “strumenti finanziari” appositamente predisposti per assumere su di sé ogni potere di decisione e controllo, sottraendo ogni sovranità agli Stati Nazionali ed ai Parlamenti delle singole nazioni che avranno l’esclusivo compito di ratificare decisioni già prese a Brussels e a Francoforte.

Lo hanno realizzato e capito e questo fenomeno i nuovi movimenti di protesta come il “5 Stelle” che recentemente hanno conquistato posti e visibilità sulla scena politica italiana? Ci vengono dei forti e ragionevoli dubbi.

Naturalmente questi nuovi organismi europei ci vengono “venduti” come meccanismi che permetteranno una sempre “maggiore integrazione europea”; si certo pensiamo noi ma integrazione di che, delle banche a spese dei cittadini, come facilmente dimostrato dagli esempi di Cipro e della Grecia.

I sostenitori di questa Europa non si rendono conto che questa “eurocrazia” è totalmente protesa a tutelare gli interessi delle grandi banche e non ha nulla a che vedere con l’Europa dei popoli . Piuttosto questa eurocrazia costituisce una “trappola” della grande finanza nella quale sono caduti i cittadini europei che vengono vessati e derubati nei loro risparmi e nei loro diritti.

Questo avviene grazie alla complicità di classi politiche vendute in toto agli interessi di questi gruppi che sono talmente forti da poter controllare i media, da inserire i loro fiduciari all’interno dei governi e dei più importanti organismi pubblici in modo da esercitare ogni forma di pressione e di influenza orientata a rendere “irreversibili” le decisioni e le scelte attuate dall’eurocrazia.

Arriverà però il momento della presa di coscienza delle persone e dei cittadini ed è facile prevedere che, come sempre succede nella Storia, cambiare e rivoltare questo sistema (che si va sempre più consolidando) non sarà indolore e presenterà dei costi e dei sacrifici notevoli che sperimenteranno per primi coloro che avranno il coraggio di fare opposizione e sfidare quella cappa di conformismo e di assuefazione che è precisamente la miglior difesa dell’oligarchia insediatasi a Brussels e Francoforte.

Articolo inviato al blog

di: Salvatore Santoru

L’Europa è finita.Oh meglio,questa Europa unita è finita.La pessima gestione della crisi greca e cipriota  sancisce il  definitivo abbandono di quel sogno europeista che ci è stato  propagandato per anni.Ma d’altronde non poteva durare più di così.Non poteva durare più di così  un’Europa basata su un’unificazione forzata invece che spontanea,sull’omologazione invece che sul rispetto di differenze e diversità,su una base fortemente oligarchica e tecnocratica invece che democratica.Una sua implosione era nell’aria,e questo era talmente evidente,che solo gli euroburocrati non se ne sono accorti,continuando ostinatamente con le loro politiche fallimentari,sordi ad ogni minima critica.Ormai si è giunti a un bivio:abbandonare questo progetto ormai moribondo e pensare a un’altra Europa,oppure continuare su questa via verso la costruzione del “superstato” europeo,con tutti gli effetti collaterali connessi.Ai posteri l’ardua sentenza.

http://informazioneconsapevole.blogspot.it

Brevi riflessioni sulla situazione politica italiana, aprile 2013. Governi, governicchi e quaquaraqua.

governissimo

di: Matteo Guinness

La nomina dei presidenti della Camera e del Senato è stata opera di accordo segreto fra PdL e Pd e i parlamentari del Movimento cinque stelle non se ne sono accorti; questo nella migliore delle ipotesi, ossia a non voler pensar male.

Tutti quanti abbiamo espresso un minimo di interesse per il rinnovamento apportato da un gruppo capace di mettere in difficoltà partiti che hanno perso ogni credibilità, ma nessuno pensi che i problemi dell’Italia siano quelli messi ai primi punti del programma di governo di Bersani e aspiranti alleati (PdL). Legiferare per evitare sprechi in politica è solo un atto dovuto e di minima educazione politica e la riforma elettorale, se verrà fatta, avrà l’unico scopo di far perdere seggi al Movimento cinque stelle.

A meno che, per chi è fedele al detto che “a pensar male ci si indovina sempre”, non si metterà ai primi punti di un programma argomenti come wifi libero, blocco della tav… ossia immense fesserie, che però il movimento grillino potrebbe considerare e propagandare come questioni interessanti. Per ora non sembrano esserci altre strade capaci di sbloccare la situazione, e la prova l’abbiamo svelando il chiaro bluff di Bersani che parla di un governo a due binari (un’altra fesseria che dobbiamo subire): ma più realisticamente chi vuole un governo di “sinistra” sta sperando nella morte per vecchiaia di Silvio Berlusconi.

Un governassimo mascherato è quindi molto probabile, l’interesse di Pd e PdL oggi come oggi non è affrontare i drammi italiani, bensì fare una legge elettorale che gli consenta di riprendersi i voti che hanno perso a favore di Grillo (http://coriintempesta.altervista.org/blog/ma-quale-sistema-elettorale/). Il Partito Democratico già ha offerto al PdL questi risultati in cambio di un appoggio segreto al proprio governo: ossia di segreto c’è poco, ma basta ingannare la pancia elettorale dei due partiti e portare a casa il risultato.

Anche i cinque stelle soffrono questo stallo, ed hanno un limite forse troppo grande: la formazione di quasi tutti i parlamentari è culturalmente fallimentare (lo provano gli elogi alla Boldrini) e vede in maniera positiva una immaginifica società civile. Bisognerebbe sperare che la guida di Grillo rimanga salda, ma nemmeno in questo caso ci sarebbe la garanzia correttezza. Lo stesso Grillo è scivolato nella propaganda più becera a pochi giorni dal voto riscoprendo tematiche “stataliste” quando fino a poco tempo prima (e chiaramente non lo filava nessuno) si definiva un capitalista vero. Ma è per lo “statalismo” che è stato votato da milioni di persone: gli italiani di oggi vogliono casa e lavoro (e reddito di cittadinanza) nessun altro tema può essere espressione della nazione, men che meno l’ambientalismo (pensiamo ai parametri di Kyoto, tutti rispettati dall’Italia che non inquina più perché… non ha più industrie!!).

Già anni addietro avevamo segnalato la triste parabola che minaccia il futuro del partito grillino: un successo al quale avrebbe fatto seguito l’inutilità politica. (http://coriintempesta.altervista.org/blog/lettera-aperta-a-beppe-grillo-e-ai-grillini )

Per spezzare l’immobilismo e peggio ancora per spazzare via anni di politica anti-italiana, bisogna assolutamente superare l’attuale situazione, sia su un piano internazionale, che nazionale.

1) “…la verità è che in Italia, come nel resto dell’Europa occidentale, manca la sovranità!

Nel nostro Paese sono presenti migliaia di militari americani, giunti per assicurarsi la nostra terra alla fine della seconda guerra mondiale e mai più andati via! Ma non è questione dei soli militari. Il fatto è che i politici che voi attaccate (giustamente) per la loro corruzione ed incapacità, non hanno realmente nessun tipo di potere. Essi sono solo marionette mosse a piacimento dai burattinai internazionali, dagli Stati Uniti, dalle Organizzazioni transnazionali, finanziarie e non, da questi controllate. Come potete pensare di raggiungere i vostri obiettivi andando ad operare sull’effetto della malattia (i nostri parlamentari e tutto il sistema politico italiano) senza invece agire sulla sua causa (il complesso del sistema politico ed economico atlantico)?”

2) “Per ritornare a Berlusconi, è evidente come la contrapposizione così naturale nella politica italiana sia tornata e con il biscione abbia forse toccato il livello più alto: considerato lui stesso inaccettabile e fatto oggetto di ostracismo continuo e a tratti esagerato (di nuovo, con tanti saluti per i contenuti politici), ha risposto con la stessa tecnica attaccandosi ad un ridicolo anticomunismo. E di nuovo la storia si ripete in farsa, dove potevano esserci ideali a contrapporsi su un piano politico (il fascismo contro il comunismo per esempio, o il liberismo contro uno di questi e via dicendo), ci siamo trovati di fronte a due anti ideali, l’antifascismo contro l’anticomunismo: lasciamo a ognuno il giudizio su tale sterile degenerazione. E qualcuno chiede pure il motivo del calo della partecipazione.”

Per quanto riguarda il nostro Paese è pure brutto segno l’antiberlusconismo estremo di Grillo: questo andrebbe abbandonato insieme con il berlusconismo (http://coriintempesta.altervista.org/blog/situazione-politica-italiana-brevi-riflessioni-prima-delle-elezioni-di-febbraio-2013/ ). Fra l’altro lo stesso conflitto di interessi può facilmente essere ricondotto a quello che veramente è, ossia la normalità in un sistema liberale e democratico, pensando proprio al Movimento Cinque Stelle: chi più di altri influenzano quel gruppo? Persone come Casaleggio e Grillo che non sono nemmeno parlamentari, e se il secondo è il presidente del partito, il primo non ha la minima carica. Allo stesso modo per influenzare la politica non c’è bisogno di guidare un partito, ergo il conflitto di interessi di cui accusiamo Berlusconi è in realtà l’ennesima strategia per inquinare le acque: persone che non citiamo mai possono benissimo avere lo stesso ruolo del biscione per altri partiti e non risultare mai in nessuna cronaca.

Rimaniamo alla finestra per indagare, senza farci ingannare, i prossimi sviluppi. Ricordando che stiamo andando incontro a grossi pericoli, che vengono tutti dagli squilibri internazionali: Europa ai margini della coalizione atlantica che non riesce più a produrre ricchezza e lavoro, Stati Uniti che vogliono una zona di libero scambio per dare l’ultimo colpo all’Europa stessa, un governo dell’euro come minimo discutibile. Con coraggio bisogna affrontare questi temi, non prima di aver garantito a tutti gli italiani la sopravvivenza quotidiana in questa emergenza a cui ci ha condotto il liberalismo in ogni sua incarnazione, economica e non.

L’Europa vola sul nEUROn

neuron

di: Manlio Dinucci

Mentre l’euro continua a perdere quota rischiando di precipitare, decolla il nEUROn. Non è un euro di nuovo corso. È un velivolo non pilotato da combattimento di nuovo tipo. Gli attuali droni, come il Predatore statunitense, vengono pilotati a distanza da operatori seduti a una consolle, in una base negli Usa a oltre 10mila km di distanza: attraverso videocamere e sensori all’infrarosso, individuano l’obiettivo (una casa, un gruppo di persone, un’auto in movimento), colpendolo con missili «Fuoco dell’inferno». Questi e altri droni vengono sempre più impiegati nelle «guerre coperte» in Afghanistan, Pakistan, Iraq, Yemen, Somalia, Libia e altrove. Per sostenere l’operazione militare francese in Mali, viene ora installata in Niger una base di droni Usa, che si aggiunge a quelle già operative in Etiopia e in altri paesi africani.

La U.S. Air Force sta addestrando più «piloti remoti» per i droni che piloti di cacciabombardieri. Non mancano però i problemi: i piloti alla consolle non rischiano la vita, ma sono soggetti a forte stress che, secondo uno studio del Pentagono, provoca in molti casi ansia e depressione. La guerra evidentemente deprime, anche quando si uccide premendo un pulsante a 10mila km di distanza. Tali problemi saranno però tra non molto superati: si stanno sperimentando velivoli completamente robotizzati, come l’X-37B della U.S. Air Force, che possono fare a meno anche dei piloti alla consolle.

Tra questi velivoli non pilotati da combattimento si distingue il nEUROn, nato da un programma europeo guidato dalla francese Dassault, al quale partecipa l’Alenia Aermacchi come primo partner industriale, con una quota del 22% anche dei costi (quantificati nella fase iniziale in 400 milioni di euro). Partecipa al programma, con Alenia Aermacchi come capofila nazionale, un gruppo di società italiane tra cui la Selex Galileo (Finmeccanica). Il prototipo del nEUROn (al cui sviluppo partecipano anche Svezia, Spagna, Grecia e Svizzera) ha già effettuato il primo volo.

Ora, per circa due anni, sarà sottoposto a un intenso programma di test, anche a Decimomannu, per verificare la sua capacità stealth (invisibilità ai radar) e quella di lancio di missili e bombe a guida laser dal vano di carico interno, con un sistema «intelligente» progettato dall’Alenia che «effettuerà automaticamente il riconoscimento del bersaglio». Una volta immessi i dati della missione, sarà l’intelligenza artificiale del nEUROn a guidare il velivolo sull’obiettivo. In completo silenzio radio e con la possibilità di controllare una intera squadra d’attacco di nEUROn in modo automatico dai caccia di ultima generazione. In tal modo, nel 21° secolo, la guerra imperialista diventa automatizzata e invisibile. Così che i parlamentari, che con voto bipartisan sostengono tale politica, possano presentarsi ancora con il volto della democrazia.

FONTE: IlManifesto.it

Non ve lo dicono, ma i bambini in Spagna hanno sempre più fame

Non solo Grecia: in Spagna crescono i bambini che possono contare su un solo pasto al giorno. E i fabbri hanno iniziato a rifiutarsi di forzare le case pignorate da chi non riesce più a pagare il mutuo. Cosa c’è, esattamente a metà tra la Grecia e la Spagna? Il prossimo più grande successo dell’euro: l’Italia.

spagna

di: Valerio Valentini

In molti sono rimasti allibiti, in Italia, quando si è squarciata la criminale cappa del silenzio che per mesi aveva avvolto la crisi greca, portando alla luce le sofferenze di un intero Paese ridotto alla fame e alla miseria dalla Troika. Quello stesso silenzio, oggi sta imbavagliando un altro Paese dell’Europa: la Spagna. Forse perché troppo concentrati sulla campagna elettorale, o forse per la necessità di non svelare, a ridosso delle elezioni, le atrocità delle politiche economiche e sociali europee (benedette da una larga maggioranza), i nostri media non si interessano affatto alla crisi spagnola.

spagna fame

continua a leggere su SOS Villaggio dei Bambini

Uno degli ultimi allarmi, però, è stato lanciato dai quotidiani della Comunità Valenciana, che riportano i dati di una ricerca realizzata dalla “Casa della Carità”. Nel 2012, sono stati 11.600 i bambini che si sono nutriti facendo ricorso alla Caritas locale, e di questi circa la metà hanno tra i 4 e gli 11 anni. Rispetto al 2011, la cifra è raddoppiata.

Già nei mesi scorsi “Save the Children” denunciava come nella penisola iberica fossero sempre di più gli adolescenti che ogni giorno facevano un unico pasto, quello dato loro nelle mense scolastiche. La Caritas spagnola conferma ora questi dati, rivelando che, non a caso, il numero di bambini in cerca di cibo cresce sensibilmente nei fine settimana, quando cioè le scuole sono chiuse.

E questa realtà non riguarda purtroppo solo i più piccoli. Il numero delle madri che ricorrono all’assistenza della Caritas è aumentato del 44% nell’ultimo anno, mentre la crisi occupazionale ha colpito soprattutto gli ultraquarantenni, tra i quali la percentuale di indigenti è aumentata del 10% nel 2012.

Non si tratta, come si potrebbe pensare, di senza tetto o di clochard. Sono persone che hanno, almeno per il momento, una casa, e a volte anche un salario minimo. Semplicemente, non possono permettersi cibo e bevande, e quindi ricorrono alle associazioni di volontariato. I giornali locali descrivono lunghe file di bambini esultanti perché “vanno tutti insieme a mangiare al ristorante”. Che però è la Caritas.

C’è poi un altro dato a dirci di come le condizioni di vita a Valencia, la terza città del Paese per numero di abitanti, si stiano deteriorando. Quelle stesse associazioni di volontariato che denunciano un aumento del 12,5% di cittadini spagnoli che reclamano ogni giorno un pasto gratuito, registrano al contempo un calo del 29% per quanto riguarda l’affluenza dei rumeni, la comunità straniera più numerosa nella regione. Si tratta, perlopiù, di immigrati che preferiscono far ritorno nel Paese d’origine.

Da Valencia a Madrid, dove si fanno sempre più ricorrenti scene in cui gruppi di cittadini aderenti alla campagna “Stop Desahucios” si oppongono all’entrata delle forze dell’ordine nei condomini dove si devono eseguire degli sfratti. Negli ultimi quattro anni sono state 350 mila le famiglie spagnole sfrattate, la stragrande maggioranza delle quali a causa di mutui stipulati con delle banche coinvolte nella speculazione immobiliare. Anche in questo caso, i dati dei tribunali spagnoli, riportati dal WSJ, parlano chiaro: se nel primo semestre del 2008 gli sfratti furono 19.930, nella prima metà del 2012 hanno superato quota 37 mila. Ormai si prosegue al ritmo di 500 al giorno, anche grazie a delle leggi in materia che alcuni giudici spagnoli ritengono “volte a salvaguardare oltremisura gli interesse delle banche politicamente influenti”. Questo esponenziale aumento delle procedure di sfratto è dovuto soprattutto alle nuove disposizioni del governo di Mariano Rajoy. Il quale, per ripagare i prestiti ricevuti dall’Europa, ha dato avvio ad un piano di privatizzazione degli immobili che non sta risparmiando neppure le case popolari.

case spagna

…sempre più persone in fila alla Caritas, in Spagna, per mangiare…

La situazione sembra vicina al collasso. Il dato più sconcertante è quello che fotografa un netto aumento di casi di suicidio di persone che hanno ricevuto ingiunzioni di sfratto. Nel dicembre scorso, inoltre, ha fatto scalpore la notizia di una donna incinta che ha avuto un parto prematuro a causa dello shock provocato dall’arrivo delle forze dell’ordine. A seguito di questi eventi, ad alzare la voce è stato uno dei maggiori sindacati dei fabbri, letteralmente subissati dalle richieste di forzare le serrature di appartamenti ipotecati: tutti gli aderenti a tale organizzazione si rifiuteranno, d’ora in poi, di partecipare alle operazioni di sfratto. E anche i sindacati delle forze dell’ordine lamentano un eccessivo stress degli agenti, a cui hanno deciso di offrire sostegno legale nel caso in cui vogliano rifiutarsi di eseguire le ingiunzioni. Nuovi obiettori di coscienza, insomma.

Trovatosi impreparato di fronte a queste resistenze crescenti, il governo Rajoy ha varato alla fine del 2012 un decreto che prevede una sospensione degli sfratti per un periodo di due anni; ma solo per famiglie con persone handicappate o con introiti mensili inferiori a 1.600 euro. Gli attivisti di “PAH”, un’associazione che tutela i diritti delle persone con ipoteche a carico, denuncia il fatto che il decreto non ha congelato l’accumulazione dei debiti, per cui tra due anni migliaia di persone si ritroveranno in una situazione insostenibile a causa dei debiti accumulati. E lanciano anche un altro allarme: il rischio, quantomai concreto, di un mercato nero dei fabbri, facili da reclutare a causa del disperato bisogno di denaro tra la popolazione spagnola.

E così, dopo la Grecia, anche la Spagna si avvia a diventare “la manifestazione più concreta del grande successo dell’euro”, per utilizzare le parole pronunciate nel settembre 2011 da Mario Monti. Una delle sue più celebri pillole di saggezza che gli sono valse la nomina a senatore a vita e a presidente del consiglio.

Noi, però, possiamo star tranquilli (nonostante qualche brivido francamente venga, a guardare cosa c’è a metà tra la Grecia e la Spagna, su una qualsiasi cartina del Mediterraneo). Perlomeno così dicono, ogni giorno, frotte di economisti e di politici. Frotte di frottole?

FONTE: Irib – Redazione Italiana

C’è anche la Nato economica

nato

di: Manlio Dinucci

«Amore per il popolo italiano»: lo ha dichiarato il presidente Obama ricevendo alla Casa bianca il presidente Napolitano «l’indomani di San Valentino». Perché tanto amore? Il popolo italiano «accoglie e ospita le nostre truppe sul proprio suolo». Accoglienza molto apprezzata dal Pentagono, che possiede in Italia (secondo i dati ufficiali 2012) 1.485 edifici, con una superficie di 942mila m2, cui se ne aggiungono 996 in affitto o concessione. Sono distribuiti in 37 siti principali (basi e altre strutture militari) e 22 minori.

Nel giro di un anno, i militari Usa di stanza in Italia sono aumentati di oltre 1.500, superando i 10mila. Compresi i dipendenti civili, il personale del Pentagono in Italia ammonta a circa 14mila unità. Alle strutture militari Usa si aggiungono quelle Nato, sempre sotto comando Usa: come il Comando interforze, col suo nuovo quartier generale di Lago Patria (Napoli). «Ospitando» alcune delle più importanti strutture militari Usa/Nato, l’Italia svolge un ruolo cardine nella strategia statunitense che, dopo la guerra alla Libia, non solo mira alla Siria e all’Iran ma va oltre, spostando il suo centro focale verso la regione Asia/Pacifico per fronteggiare la Cina in ascesa.

Per coinvolgere gli alleati europei in tale strategia, Washington deve rafforzare l’alleanza atlantica, anche economicamente. Da qui il progetto di un «accordo di libero scambio Usa-Unione europea», riproposto da Obama nell’incontro con Napolitano.

Accordo che riscuote l’incondizionato appoggio del presidente italiano ancor prima che sia scritto e ne siano valutate le conseguenze per l’economia italiana (soprattutto per le pmi e le aziende agricole). Si tratta, sottolinea Napolitano, di «un nuovo stadio storico nei rapporti tra Europa e Stati Uniti, non solo economicamente ma anche da un punto di vista politico». Si prospetta dunque una «Nato economica», funzionale al sistema politico-economico occidentale dominato dagli Stati uniti.

Sostenuta dai grandi multinazionali, come Goldman Sachs. Il nome è una garanzia: dopo aver partecipato alla truffa internazionale dei mutui subprime e aver così contribuito a provocare la crisi finanziaria che dagli Stati uniti ha investito l’Europa, Goldman Sachs ha speculato sulla crisi europea, istruendo i suoi principali clienti su come fare soldi con la crisi e, subito dopo, piazzando al governo in Italia (grazie a Napolitano) il suo consulente Mario Monti.

Il cui governo è stato subito garantito dal segretario del Pd Bersani come «autorevole e a forte caratura tecnica». Lo stesso Bersani, intervistato da America 24, dichiara ora che, «nella tradizione di governo del centrosinistra di assoluta fedeltà e amicizia con gli Stati uniti, siamo assolutamente favorevoli a che fra Europa e Stati uniti si creino meccanismi di libero scambio». Comunque vada il voto, l’adesione dell’Italia alla Nato economica è assicurata.

FONTE: IlManifesto.it

Situazione politica italiana. Brevi riflessioni prima delle elezioni di febbraio 2013

italia elezioni

di: Matteo Guinness

La drammaticità della situazione politica italiana, coerente ma distinta dalla situazione economica, sociale e via dicendo è evidenziata da una questione allo stesso tempo assurda e curiosa: Silvio Berlusconi, con le sue uscite spesso improbabili e grezze, ha spesso ragione. Seppur a molti tale affermazione potrà apparire bizzarra – soprattutto a coloro che si riempiono la bocca di opinioni, ma non trovano neanche il tempo di leggere un giornale qualsiasi, al massimo il sito internet de La Repubblica – ci preme sottolineare di nuovo quanto questa affermazione sia drammatica. Siamo uno Stato talmente malridotto, che per sentire un paio di affermazioni come si deve, bisogna aspettare le parole di un guitto come Berlusconi. Però c’è poco da fare, ha ragione lui. Ha ragione quando afferma che le “mazzette” della Finmeccanica sono l’usuale prassi per competere a livello internazionale e nessun altro Stato pensa di boicottarsi da solo; ha ragione quando spara a zero sulla magistratura, sulla giustizia a orologeria, che non riguarda solo i suoi casi, ma anche avversari come per quanto riguarda il Monte dei Paschi per esempio.

Ha ragione perché evidentemente in Italia la magistratura è divisa in gruppi, basta farsi un giro sui siti internet delle correnti e studiarsi (si, studiarsi, miei cari lettori del sito di Repubblica) i contributi presenti, per capire come sia avanzato il dibattito su come intendere la giustizia e su come agire nella società tramite la propria azione.

La vera crisi, ed è un discorso che ci porterebbe troppo lontano, proviene innanzitutto dal sistema costituzionalista: la divisione dei poteri serve a limitare (allo stesso scopo serve la Costituzione, a limitare la sovranità del popolo, leggetevi un po’ meglio quell’articolo 1 della Carta) il potere di uno Stato, le scelte, le strategie. Dall’altro lato a sfidare la possibilità di elaborare strategie di lungo periodo c’è una costruzione europea che è tutto meno che unità politica. Certo questo non può essere una scusa: evidentemente in Italia troviamo delle specificità che creano più contraddizioni e limiti che altrove; chi potrebbe mai immaginarsi il sistema costituzionalista inglese che ai primi del novecento mette sotto inchiesta il proprio sistema colonialista esteso su mezzo mondo? Fantapolitica, che invece diventa realtà in Italia producendo situazioni paradossali che a pagare è lo Stato e i suoi sovrani: i cittadini.

Nel nostro Paese (e qui di nuovo ha agio – ahinoi – Berlusconi ogni tanto a ricordarcelo), scontiamo ancora la specificità derivata dal fascismo e dal suo peggior prodotto, l’antifascismo (Amedeo Bordiga docet): una vera e propria guerra civile che dopo la totale sparizione del fascismo è continuata, utilizzata per fini politici da chi proprio su un fantasioso antifascismo senza fascismo ha fondato la propria legittimità (con tanti saluti per temi e politiche concrete). Ma la guerra civile è ben presto evoluta a causa della guerra fredda, con la parte comunista a giocare un doppio ruolo: da una parte continuare imperterrita la battaglia antifascista (ripetiamo, per motivi di testimonianza, oggi diremmo di propaganda) e dall’altra ad essere vittima del nuovo antifascismo, l’anticomunismo. C’è infatti voluto davvero poco per spostare lo scontro della guerra civile silenziosa e strisciante in Italia, da fascimo/antifascismo in comunismo/anticomunismo. Questo oltre ad avere importanza da un punto di vista ideologico, per il fatto che in realtà dietro l’antifascismo si nasconde il rifiuto di ogni sistema diverso da quello liberale e democratico (non a caso oggi fascisti sono considerati anche: Stalin, Assad, Amhadinejad, Chavez, Putin… e vi prego di trattenere le risate), ha importanza anche perché ci dimostra la caratteristica del nostro scontro politico, sempre alla ricerca di una scelta esclusiva in cui uno dei fattori è considerato inaccettabile. Se questo sia colpa dell’esperienza fascista o dell’antifascismo in questo frangente ha la stessa importanza del fatto se sia nato prima l’uovo o la gallina.

Per ritornare a Berlusconi, è evidente come la contrapposizione così naturale nella politica italiana sia tornata e con il biscione abbia forse toccato il livello più alto: considerato lui stesso inaccettabile e fatto oggetto di ostracismo continuo e a tratti esagerato (di nuovo, con tanti saluti per i contenuti politici), ha risposto con la stessa tecnica attaccandosi ad un ridicolo anticomunismo. E di nuovo la storia si ripete in farsa, dove potevano esserci ideali a contrapporsi su un piano politico (il fascismo contro il comunismo per esempio, o il liberismo contro uno di questi e via dicendo), ci siamo trovati di fronte a due anti ideali, l’antifascismo contro l’anticomunismo: lasciamo a ognuno il giudizio su tale sterile degenerazione. E qualcuno chiede pure il motivo del calo della partecipazione.

Berlusconi comunque non nasce dal nulla, ma è a sua volta figlio di un periodo della storia italiana ancora macchiato da una sorta di guerra civile, o meglio da una strategia internazionale, presentata alla società civile come ennesimo scontro interno: mani pulite (erede di un altro periodo di raccordo, gli anni di piombo, “strategia della tensione” utilizzata dalle stesse istituzioni per incanalare questa caratteristica tutta italiana a proprio vantaggio). Nel periodo di passaggio dal mondo bipolare a quello monopolare (durato pochissimo per l’emergere di nuove potenze), il potere giudiziario è stato utilizzato come un manganello politico per epurare una classe dirigente e farne avanzare un’altra; quindi attraverso la degenerazione del costituzionalismo si è riprodotto quel carattere da guerra civile che ci portiamo come un fardello anche oggi.

Per concludere queste brevi riflessioni ne aggiungiamo un’altra, diventata dubbio amletico man mano che ci si avvicina alle imminenti elezioni del 23-24 febbraio: da astensionisti impenitenti forse in questo caso è possibile esprimere un voto utile dando la propria preferenza al Movimento cinque stelle espressione di Beppe Grillo. Questa potrebbe essere una scelta accettabile almeno per due serie di motivi: la prima dipende dal carattere di militanti e candidati (a meno di riciclati che presto scopriremo) e cioè dal fatto che effettivamente chi anima il movimento grillino è fuori dalla logica di guerra civile fascismo-antifascismo, comunismo-anticomunismo, antifascismo-anticomunismo vigente da quasi cento anni nel nostro Paese. Da lì derivano le mancate risposte di Grillo quando viene posto davanti ai militanti di Casapound o quando gli viene chiesto dell’antifascismo, semplicemente dice “non mi compete” e non perché sia un fascista, ma perché non gli interessa l’argomento, finalmente superato. A questa buona notizia si aggiunge l’ingresso in Parlamento di numerosi deputati non legati ai partiti classici vera malattia di questo Stato e di ogni democrazia liberale (nota:http://britneynationalparty.wordpress.com/2013/01/10/la-colpa-e-solo-e-tutta-dei-militanti/), e non legati a lobby (almeno per il momento).

D’altra parte il programma e la capacità del Movimento a cinque stelle non ci convincono nemmeno un pochino, quindi rimane comprensibile chi non se la sente di votarlo.

Ci avviciniamo ad una tornata elettorale molto interessante, vero epitaffio di un sistema che continua ad arrancare, ma è destinato a morire. Di nuovo con l’amarezza nel cuore quando pensiamo che le cose più sensate riesce a dirle un Berlusconi, ma rinfrancati dalle parole degli esperti di finanza, riportati da un articolo del Corriere della Sera:

“Riferisce l’economista Daniel Gros, direttore del Ceps (Centre for european policy studies) di Bruxelles: «In queste settimane ho parlato della situazione italiana con diversi gestori di hedge fund (fondi di investimento su scala mondiale ndr). L’idea dominante è che Mario Monti sia il risultato di una bolla mediatica e che alla fine prenderà al massimo il 15% dei voti, diventando uno dei tanti politici italiani. E se gli elettori dovessero richiamare Berlusconi, poco male. Tanto sul piano del consolidamento fiscale qualsiasi governo italiano non avrà altra scelta se non seguire la linea imposta dall’Europa».”

Grazie a Dio il Parlamento è ormai impotente. E non per colpa nostra.

Anche su:  BritneyNationalParty

 

Troppi euroscettici. L’Europa finanzia un pool per oscurarli

Bruxelles destina 2,5 milioni in vista delle elezioni 2014. La campagna di propaganda andrà su web, tv e giornali

eurotroll

di: 

Sul web è subito partito l’allarme: arrivano le «pattuglie pro-Ue» e il bavaglio agli euroscettici.

Non è proprio così, ma certo la notizia che ha scovato ieri il britannico Daily Telegraph è curiosa: «L’immagine dell’Unione europea» presso i suoi cittadini è «in pericolo», e il Parlamento europeo si appresta a finanziare (per 2 milioni e mezzo) una struttura interna addetta a contrastare le opinioni anti-europee, non solo monitorando il dibattito in rete, ma anche intervenendo là dove necessario.

Secondo Bruno Waterfield, corrispondente da Bruxelles del Telegraph (giornale filo-conservatore, e dunque assai critico verso la Ue), il «documento riservato» preparato a Strasburgo prefigura un «blitz propagandistico senza precedenti» in vista delle elezioni europee nel 2014.

La preoccupazione, si legge nel documento, è che «la crisi economica, con l’alto tasso di disoccupazione, soprattutto tra i giovani, stia provocando una sempre minor fiducia nelle istituzioni europee da parte dei cittadini: è evidente che l’immagine dell’Unione è in sofferenza», e che i vari movimenti anti-europeisti trovano ascolto crescente, soprattutto nei paesi più a rischio. Bisogna dare una risposta a queste tendenze, è il monito che arriva dagli uffici di Bruxelles, e «per rovesciare la percezione che l’Europa sia il problema, è necessario comunicare all’opinione pubblica che la risposta a questa sfida è “più Europa”, e non meno».

Di qui la nuova strategia di «comunicazione istituzionale» abbozzata nel documento: occorre «monitorare la pubblica opinione», per essere in grado di «identificare in uno stadio precoce se le pubbliche discussioni su social media e blog siano potenzialmente in grado di attirare l’attenzione dei media e dei cittadini».

I funzionari del Parlamento europeo addetti alla comunicazione riceveranno dal prossimo mese un addestramento ad hoc: «Dovranno essere in grado di seguire in tempo reale le discussioni e gli umori, di individuare i trending topics (gli argomenti che fanno tendenza sulla rete, ndr) e di reagire rapidamente, in modo mirato e efficace, per intervenire nella conversazione e influenzarla, fornendo fatti e cifre per smontare i miti che si creano».

A questo scopo, verrà incrementata a 2 milioni di euro la spesa per l’«analisi qualitativa dei media», con la necessità di trovare circa 900mila euro extra-budget. E il Telegraph fa una severa disamina delle cifre che l’Europa si appresta a spendere per la propria «immagine» e per mettere riparo alla disaffezione dei cittadini verso gli organismi elettivi della Ue. In vista del voto del 2014, insomma, notevoli fondi verranno spostati su quella che il giornale britannico definisce «autopromozione dei parlamentari europei». Dieci milioni di euro per un «controverso museo dell’Europa», quasi un centinaio per una «Casa della storia europea» che aprirà nel 2015 per «promuovere la consapevolezza dell’identità europea», e poi un incremento dell’85% delle spese per «seminari, simposi e attività culturali», mentre le spese per «informazione audiovisiva» cresceranno a più di cinque milioni. Per non parlare dell’aumento del 15% dei finanziamenti del Parlamento ai partiti europei, come il Ppe o il Pse.

FONTE: IlGiornale.it

Un esempio (un po’ triste) di giornalismo di propaganda

di: Riccardo Orioles

Merkel ad Atene, scontri” ecc. Repubblica non è molto amica dei greci, almeno di quelli poveri, ma questo naturalmente – libertà di stampa – è affare suo. Sotto il titolo allarmistico (che, ripeto, è suo diritto pubblicare) però mette (repubblica.it, 9 settembre, ore 15) una foto decisamente scorretta: manifestanti con – in primo piano – una bandiera greca e accanto unabandiera nazista. A me, lettore qualunque, è cascato il cuore. “Dunque i greci – ho pensato – sono arrivati a questo punto? Allora davvero i fascisti hanno egemonizzato la protesta? Maledetti greci! Fa bene, l’Europa, a suonarvele! Dagli giù duro, Merkel, a questi  nazisti dei miei stivali!”.

Ma leggendo attentamente il pezzo (cosa che non tutti i lettori fanno) mi sono accorto che la bandiera nazista c’entrava come il cavolo a merenda. I dimostranti infatti l’avevano portata là per bruciarla: cosa che hanno fatto con gran solennità e slogan antifascisti. La manifestazione (apprende ancora il lettore attento) era organizzata dei sindacati, era una manifestazione democratica (anche se non necessariamente condivisibile) al cento per cento, ed era antifascista e antinazista senza equivoci e senza sfumature.

Questo, dalla titolazione e dalla foto, decisamente non si capiva. I capiredattori di Repubblica sanno perfettamente cos’è un titolo e cos’è una foto d’apertura. Hanno fatto un’operazione politica precisa (in Grecia, chi protesta è nazista) per la quale nel Purgatorio dei giornalisti dovranno spalar carbone per un paio di anni. Ma in fondo la colpa è mia, che di fronte a Repubblica abbasso istintivamente le difese che invece mi vengono spontanee davanti a Vespa, Sallusti o Emilio Fede.

IlFattoQuotidiano.it

Napolitano e l’ipotesi di golpe bianco.Cronache delle mutazioni istituzionali

di: nique la police

Quando Giorgio Napolitano fu eletto presidente della repubblica nella primavera 2006 nell’elettorato di centrosinistra, e là dove si fabbrica opinione pubblica, prevalsero due convizioni. La prima, all’epoca prevalente,  che era stato eletto un vero guardiano della costituzione. La seconda è che l’indirizzo della presidenza, dopo Ciampi e Cossiga, sarebbe stato meno monetario e più politico (dopo il periodo Ciampi, ex presidente della Banca d’Italia) più legato alla continuità delle forme istituzionali e meno ai momenti di rottura (visto il periodo Cossiga, quello del “picconatore”). Nonostante sia stato votato  quasi esclusivamente dal centrosinistra Napolitano era un candidato presidente apprezzato anche dal centrodestra. Riporta il Corriere della Sera dell’epoca: “Dal centrodestra sono venute molte esplicite dichiarazioni di apprezzamento per Giorgio Napolitano, tali da far pensare che la divisione degli schieramenti sul suo nome sia molto più formale che sostanziale”. Va considerato che a suo tempo, fine anni ’80 la corrente milanese di Napolitano nel Pci riceveva pubblicamente, per la propria rivista, finanziamenti da Publitalia ricambiando con articoli sulla “modernizzazione” (testuale) del modello di impresa berlusconiano.

Ma è storia vecchia, solo per far capire che l’apprezzamento del centrodestra per Napolitano (l’unico che difese nel Pci, anche qui pubblicamente, Craxi contro la linea berlingueriana delle mani pulite) aveva comunque radici lontane. E anche per far comprendere che Napolitano è un soggetto politico apparentemente statico. Nella continuità, della indigeribile retorica istituzionale che lo contraddistingue, metabolizza continuamente le trasformazioni.

I tempi infatti cambiano, anche velocemente, vista la dura situazione nazionale e internazionale. Nel burrascoso triennio dell’ultimo governo Berlusconi, Napolitano ha seguito di fatto la seguente linea:  gioco di interdizione formale, ma senza rompere clamorosamente (anche se ci è andato vicino a causa di qualche pittoresca pretesa di decreto da parte di Berlusconi), verso le leggi aziendali del presidente del consiglio (comprese le leggi personali); gioco di difesa delle prerogative istituzionali nel momento in cui il governo di centrodestra arrivava vicino al piano rottura con l’ordinamento della repubblica (sempre a causa delle leggi personali).  La defestrazione di Berlusconi, su cui Napolitano ha lavorato alacremente non prima di aver stoppato un Monti già pronto nell’agosto 2011, chiude poi non solo una fase del settennato ma anche della vita della repubblica. Pensare Napolitano con gli occhi rivolti al periodo precedente alla caduta di Berlusconi è qualcosa che può solo disorientare rispetto a quanto accade oggi.

Il vero punto di svolta pubblico della presidenza Napolitano, che fa completamente saltare le due considerazioni prevalenti all’epoca della sua elezione,  avviene a Bruges nell’autunno del 2011. Siamo nel periodo rovente del passaggio di consegne da Berlusconi a Monti.  In quella conferenza, nel Belgio dove ha sede l’Unione Europea, Napolitano sostiene testualmente che per l’Italia è giunto il momento della “necessaria cessione di una parte di sovranità”. Qualcosa di più grosso della stessa cessione della sovranità monetaria, del trattato di Maastricht e di tutti i vincoli posti fino a quel momento da Bruxelles. Un presidente della repubblica che va all’estero in un momento cruciale parlando di cessione di sovranità del proprio paese, senza alcun mandato corale, dovrebbe quanto meno essere sotto controllo critico del parlamento e dell’opinione pubblica. Ma, si sa, in molti paesi a liberismo maturo (a suo tempo fece scuola la Nuova Zelanda) il modello della pubblicità della discussione politica reale non viene praticato. Basta che alcune reti e nessi istituzionali si parlino, decidano e poi vengono compiuti atti forti, pubblici. Che magari vengono affogati nei media grazie al gossip politico di giornata. Il resto, capisca o non capisca (o faccia finta di non capire), seguirà necessariamente.

A questa che è una seria, vera rottura, pubblica e politica, nei confronti della costituzione, Napolitano ne fa seguire almeno un’altra importante stavolta sul piano formale. E si parla dell’introduzione, controfirmata (e prima ancora auspicata), in costituzione dell’obbligo del pareggio di bilancio. La costituzionalizzazione del liberismo, di cui il pareggio di bilancio è regola aurea, è una rottura epocale (alla quale corrisponde, come da dettato liberista, una devoluzione accelerata della protezione normativa del lavoro) tanto quanto è fragoroso il silenzio con il quale è stata approvata.

Non si tratta di questioni da poco. Che cambiano la natura stessa dell’istituto della presidenza della repubblica.  Una istituzione infatti che, prima che sia introdotta la costituzionalizzazione del liberismo, va all’estero a declamare pubblicamente, la propria cessione di sovranità significa una cosa: che questa istituzione si fa garante, verso l’estero, dell’esecutività della cessione del potere sovrano a livello continentale e nazionale. Niente a che vedere con la funzione del presidente della repubblica assegnata dalla costituzione del ’48, insomma.  Già,  ma con quale razionalità politica? Non ci vuole molto a capirlo, seguendo l’interpretazione dell’Economist. Testata, che segue Draghi passo per passo, e che ha interpretato un articolo del presidente della Bce per Die Zeit come una lettura estensiva e politica del ruolo della banca centrale europea. Lettura che ci fa comprendere verso quale ristrutturazione di ruolo e potere, e a quale livello di separazione dalla società e dal resto delle istituzioni, tenda il nucleo forte di poteri delle istituzioni italiane.

Draghi, al di là delle formule di rito, non intravede infatti un’unione politica per la prossima fase dell’area euro, e qui la sentenza di Karlsruhe sembra dargli ragione, ma “un accumulo di sovranità su selezionate politiche economiche”. Tradotto in altri termini: una unione politica europea significherebbe farsi carico dell’intera popolazione continentale, mentre il liberismo è una politica che si materializza solo là dove si può privatizzare e accumulare. Piuttosto è necessario un ulteriore trasferimento selettivo di poteri rispetto al passato, verso una evoluzione della governance economica e finanziaria, che renda possibile quelle politiche performative richieste dalle leggi odierne di concentrazione del grande capitale economico e finanziario. Leggi di concentrazione del capitale che non coincidono più con  la necessità di governare gli stati ma con quella di potenziare le evoluzioni delle politiche di governance. In poche parole il liberismo si concentra, nei dispositivi di governance, dove pensa di innovare e accumulare, al resto pensano gli spiriti animali delle singole società, l’atomizzazione sociale dei mondi neoliberali, l’ordine pubblico e la provvidenza. Per far questo naturalmente stati periferici come l’Italia devono trasferire maggiori quote di sovranità ma non verso “una più compiuta unione politica del continente”, come recitano le formule ufficiali, quanto verso questo accumulo di sovranità di selezionate politiche economiche. Accumulo che taglia in due il continente in un, invisibile quanto robusto e costituito dalle tecnologie della governance, confine tra una minoranza di inclusi ed una  maggioranza di esclusi. La Bce più che la grande politica tiene così in mano la big governance: essendo un attore monetario e finanziario forte, autonomo che entra in dialettica con i dispositivi di potere attivati dalla cessione di sovranità dei singoli stati. Cessione che è un fenomeno rovinoso per paesi come l’Italia e una sfida da affrontare per paesi come Francia e Germania. Napolitano, in questo modo, è una figura di garanzia per quelle ristrette reti di potere italiano che, proprio cedendo sovranità nazionale, pagano le quote per entrare nel gioco della big governance. Se poi esistono elettori del Pd che, alla festa di quel partito, si mettono la mano sul cuore come i giocatori sudamericani quando parte l’inno nazionale pensando a Napolitano e alla bandiera, nessuno può farci nulla. La storia infinita degli abusi della credibilità popolare ha visto questo e ben altro.

 

Dopo il discorso di Bruges, e la costituzionalizzazione del liberismo, la presidenza Napolitano si caratterizza infatti per la firma sull’approvazione del fiscal compact, formalmente conseguente a questa costituzionalizzazione: è l’oneroso impegno italiano ad approvare meccanicamente i dispositivi di governance, su deficit e bilancio, definiti nell’area euro. Per quanto il fiscal compact sia un dispositivo altamente instabile sul piano normativo e finanziario (la Frankfurter Rundschau su questo ha fatto ad inizio anno un articolo di rara efficacia esplicativa sul piano giuridico ed economico) nelle intenzioni di chi l’ha approvato rappresenta la formalizzazione di questo trasferimento di sovranità. Mai discusso a livello pubblico in Italia, mai posto a discussione in nessun passaggio elettorale. E, una volta approvato, parole di Napolitano, questo trasferimento viene definito come indiscutibile specie a livello di dibattito per le elezioni politiche. In poche parole: si cambia la forma politica, sociale ed economica dell’Italia, usando un parlamento in crisi, senza discussioni reali e chi critica, o vuol sottoporre queste mutazioni alla volontà popolare, è un populista. Quanto allo sganciamento dei nuclei forti delle istituzioni italiane dalla società, e dal resto delle istituzioni, bravo chi lo vede oggi. Al massimo, visto il livello del dibattito politico attuale, sarà materia per gli storici.

Davvero viene da dire che se il fascismo realizzava i propri obiettivi politici usando il manganello come procedura oggi, con Napolitano garante, si usa la procedura come manganello. E, una volta chiusa la procedura, si può anche votare perché questo genere di norme è costruito come inattaccabile e indiscutibile. La retorica degli “impegni assunti con l’Europa” copre tutto.Finchè dura.

Come al solito però il diavolo ci mette maliziosamente la coda: questo trasferimento di sovranità, verso selezionate politiche economiche e finanziarie a livello continentale, non garantisce alcuna stabilità alle stesse reti di potere italiane che vi si sono annidate dentro. La contrazione economica italiana e il rischio di degenerazione della situazione finanziaria nazionale, anche ma non solo a causa del rischio sistemico dell’eurozona, sono tali da mettere in discussione le stesse reti di potere che hanno promosso il trasferimento di sovranità verso la governance europea. Istituzione che dimostra così sia la difficoltà di governare realmente persino le proprie crisi che una sete di trasferimento di potere, e di risorse, praticamente senza pausa di continuità. Nella valorizzazione del grande capitale, nonostante questo sforzo sistemico europeo, c’è qualcosa che non funziona, evidentemente. Da cosa comprendiamo che lo stesso potere italiano, quello che ha promosso il trasferimento di sovranità, è a rischio? Anche qui dalle parole dello stesso Draghi il quale, nel più recente discorso pubblico, ha detto chiaramente che gli aiuti finanziari (anche se qui la parola “aiuti” va intesa in senso orwelliano) saranno concessi a paesi come l’Italia e la Spagna, o la Slovenia, solo se questi accettano un sostanziale, o peggio ancora formale, commissariamento.

Per le reti di potere italiane, di cui Napolitano si è fatto garante, che hanno operato il trasferimento di sovranità descritto si tratterebbe di una secca sconfitta. Avrebbero trasferito potere senza contropartita reale, addirittura ponendo in discussione la loro stessa esistenza politica. La discussione sul “Monti dopo Monti” che occupa le televisioni e i giornali, come si vede, è tutt’altro che senza significato reale. Significa piuttosto proseguire verso quelle politiche di bilancio, quelle della “crescita” in assenza di una politica nazionale autonoma non esistono, in modo tale da evitare il commissariamento, e quindi la fine di un potere reale, delle stesse reti istituzionali che hanno operato le ristrutturazioni in atto. Quelle in nome del quale si è trasferita la sovranità italiana.

C’è un però: nonostante il trasferimento di sovranità è rimasto il “residuo” della sovranità originaria. Quella che, nelle democrazie rappresentative come quella italiana, è chiamata sovranità popolare. Che va contenuta e regolata altrimenti cade anche tutta questa architettura del trasferimento di sovranità operata tramite Napolitano. In poche parole, il rischio di chi ha ristrutturato il potere in italia consiste nel fatto che si possono formare, alle elezioni, combinazioni di maggioranze che entrano in conflitto con il trasferimento di sovranità verso l’”Europa” avvenuto come operazione tecnica e naturale. In effetti nel paese la situazione sociale è pessima, il risentimento verso i partiti è generalizzato e qualcosa del genere può accadere a livello elettorale. Anche qui, non a caso a questo punto, Napolitano si è fatto pubblicamente garante, con un discorso esplicito, del controllo e della riduzione a razionalità “europea” di qualsiasi tipo di maggioranza esca dalle urne. E questo discorso pubblico, sulla sorveglianza degli “impegni assunti con l’Europa”, secondo il classico schema dell’un per cento che assume vincolanti impegni per il 99, rappresenta comunque una sorta di coronamento della fine di un settennato. Napolitano è infatti di fronte ad un bivio. Se dalla urne esce una maggioranza “europea”, che vincola il 99 per cento della popolazione al trasferimento di sovranità senza discussioni, allora la fine del settennato di Napolitano sarà di tipo cerimoniale. Si celebrerà il trasferimento di sovranità, assieme alla costituzionalizzazione del liberismo, come “contributo all’integrazione tra istituzioni europee” che, come abbiamo visto, invece è una sovrapposizione di quei pochi, per quanto complessi, poteri necessari a garantire solo i terreni di accumulazione economico-finanziari, spaccando l’europa in due (con i paesi singoli disposti a macchia di leopardo tra zone in e out). Se invece dalle elezioni non uscirà questo esito, ed è quello che si teme, allora ci si prepari ad un Napolitano, proprio perchè consapevole di essere a fine mandato, che si sente libero di operare qualche significativa forzatura. Chi ha lavorato, alacremente bisogna dire, per trasferire la sovranità in queso modo non si ferma certo davanti all’ultimo miglio. E la creatività giuridica permette oggi miriadi di forme di golpe bianco.

Napolitano, comunque vadano le cose, passerà alla storia, nonostante le attese del 2006, come il garante del processo di dissoluzione reale della costituzione del ’48. Per molti un paradosso. Ma quando si sviluppa, in una carriera politica, applaudendo i carri armati in Ungheria e Cecoslovacchia per continuarla come ambasciatore del compromesso storico presso il governo Andreotti, tutto è possibile. E’ bene ricordarlo.

Ps. Su quella produzione permanente di avanspettacolo politico detta sinistra residua è meglio ridursi a pochi cenni. Basti ricordare Asor Rosa che addirittura suggerì, dalle pagine del Manifesto, un golpe a Napolitano per liberarsi di Berlusconi. Oppure Nichi Vendola, il cui eclettismo politico ha raggiunto livelli di vertigine, che ha recentemente detto di sentirsi garantito da Napolitano proprio quando questi è entrato in conflitto con la magistratura di Palermo sulla vicenda stato-mafia. Non ci sarà da stupirsi se, con il successore di Napolitano, la sinistra residua si costruirà tutta una mitologia dell’attuale presidente della repubblica attribuendo al nuovo tutti gli orrori compiuti dal vecchio. Certe aree culturali e politiche possono fare una cosa sola: rimettersi alla serena clemenza dei futuri storici di questo periodo. Sempre se, tra l’università voluta da Luigi Berlinguer e le politiche di rigore di Monti e Napolitano, ci sarà ancora il mestiere di storico in questo paese

 FONTE: Senzasoste.it

Ma quale sistema elettorale…

di: Matteo Guinness

In occasione delle elezioni e soprattutto nei momenti in cui si discutono le riforme ai sistemi elettorali, è bene ricordare cosa sia un sistema elettorale e le logiche in base alle quali viene scelto.
Infatti nel dibattito politico questi fondamentali punti vengono del tutto evitati, per utilizzare un linguaggio propagandistico e per costruire opinioni a sostegno delle varie scelte dei partiti. In realtà per chi segue la politica e i partiti, non è difficile notare come uno stesso partito o addirittura lo stesso uomo politico possano cambiare opinione, anche radicalmente, su quello che precedentemente hanno considerato il miglior sistema elettorale; inutile fare esempi a riguardo, è più importante far notare ai più disattenti il motivo di questi cambi di opinioni. La spiegazione è presto fatta anche soltanto dando una definizione di sistema elettorale: questo è un sistema matematico che trasforma i voti in seggi.

Per cui a seconda dei voti presi, cioè con lo stesso numero di voti presi, un sistema elettorale anziché un altro ci danno risultati diversi. Quindi gli appartenenti ad uno schieramento, dopo aver ben presente all’incirca quanti voti prenderà il proprio partito e l’area territoriale in cui è più forte (qui sta l’importanza vitale dei sondaggi sempre più precisi che vengono usati dai professionisti della politica), opteranno per una formula elettorale anziché un’altra per avere più seggi possibili con quel determinato numero di voti. A grandi linee la cosa è valida per le distinzioni maggioritario e proporzionale, preferiti i primi dai grandi partiti e i secondi dai piccoli che altrimenti non avrebbero possibilità di avere seggi, ma la questione è ancora più sottile, perché all’interno di questi macro-sistemi, va scelta anche la formula che trasforma i voti in seggi – calcolando e ridistribuendo gli scarti – che è oggetto di grandi lotte fra i partiti; ci sono formule che premiano partiti radicati territorialmente, formule che premiano partiti che si aggirano intorno ad una determinata percentuale, formule che a loro volta premiano i partiti che prendono più voti. Lasciamo ad ognuno la curiosità di andarsi a studiare le varie formule elettorali matematiche (potenzialmente infinite) su qualsiasi libro di politologia, ma deve essere chiaro che dietro la scelta di un sistema elettorale non c’è nessun tipo di concetto ideale, ma quest’ultimi mascherano soltanto i veri motivi delle scelte e quindi sono deleteri per una corretta comprensione della realtà; i partiti politici cambiando nel tempo il proprio bacino di voti, e i singoli politici passando da un partito ad un altro, si ritrovano quindi a sostenere sistemi elettorali completamente diversi perché è diversa la formula che premia in quel momento il proprio gruppo. Addirittura, oltre alle formule matematiche, i partiti tendono a voler cambiare anche le circoscrizioni elettorali, cioè quelle aree territoriali che racchiudono un determinato collegio, così da inserire in una determinata area alcune zone (precedentemente di un altro collegio) in cui il partito X è ben radicato e che quindi possano portare i voti per vincere in quella precisa circoscrizione; questa attività è conosciuta come gerrymandering ed è sviluppata soprattutto negli Stati Uniti, ma anche nel resto dei sistemi democratici è possibile notare cambiamenti e passaggi di intere zone da un collegio all’altro con l’unico obiettivo di premiare questo o quel gruppo.

Tutto questo deve essere chiaro per una comprensione corretta della realtà: non bisogna farsi ingannare dal taglio “ideologico” che i partiti danno alla scelta dei sistemi elettorali. Per esempio alla fine degli anni 2000 i sistemi hanno avuto lo scopo di premiare i maggiori partiti, quindi PdL e PD, soprattutto il primo essendo spesso in vantaggio, ma sostenuto anche dal secondo con l’obiettivo di assicurare per il futuro un sistema simile a quelli inglese e americano e cioè un bipartitismo tutto interno e sottomesso alla liberal-democrazia, dove il potere politico possa oscillare beatamente fra il filoamericanismo del PdL ed il filoamericanismo del PD. E’ divertente notare come i vari cambi di alleanze (di rapporti tra PD e Italia Dei Valori per esempio) abbiano portato anche a cambi di opinioni (possiamo ricordare i referendum elettorali come quello del 2009, il quale, per dirne una, è stato promosso dal partito di Di Pietro che però poi lo ha combattuto); di esempi del genere ce ne sono in continuazione e lasciamo al lettore il piacere di scoprirli e di sorridere alle azioni truffaldine di chi non si occupa degli interessi del continente Europeo, come per esempio la ricerca di sovranità dal “padrone” finanziario e atlantico, ma cerca soltanto di appagare gli interessi del proprio partito e della propria pancia. E’ interessante, per concludere, dare un’occhiata ai negoziati per la riforma elettorale in vista delle elezioni del 2013: il famigerato porcellum, odiato e criticato dalle sinistre allora, concede oggi un vantaggio proprio al PD.

Per questo i negoziati per modificarlo vedono questo partito dettare l’agenda, frenato solo dal momento contingente caratterizzato da un governo tecnico di unità destra-sinistra e la crisi economica di cui sappiamo. Oggi più che mai tenere gli occhi aperti e informarsi è necessario nel tentativo di uscire senza troppi danni dalla situazione presente, caratterizzata dalla piaga del giornalismo prezzolato e soprattutto da quella dei partiti politici capaci di raccomandare e pilotare le scelte che ricadono sul futuro di tutti noi.

Le Sfide della Crisi Europea: Policy e Geopolitica

di: Matteo Pistilli

La crisi europea rende necessario prendere decisioni e fare delle scelte al più presto. In particolare pone delle sfide per chi pone in essere analisi da trasformare in politiche efficaci. Ciò che deve rappresentare il cuore di tali ricerche è la sistemazione geopolitica e socio-economica dell’Europa, così da rendere possibile il ritorno ad un ruolo guida del vecchio continente, come partner delle aree emergenti.

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False democrazie a confronto: Il caso greco e quello francese

di: Sebastiano Caputo & Lorenzo Vitelli

Il caso greco: 

17 giugno. La vittoria delle elezioni legislative in Grecia è assegnata al partito Nea Dimokratia (29,66%), partito liberalconservatore. Il suo leader Antonis Samaras, raggiunto l’accordo con il Pasok e il centro sinistra del Dimar, ha allestito il nuovo governo. Ma la sfida che si prospetta è difficile: risanare l’economia per ridare fiducia ai mercati, trovare un compromesso – non troppo scomodo per l’Ue – con le misure di austerity europee.

Ma questo non era quello che volevano i greci. Se guardiamo a queste elezioni lucidamente, con un sguardo che si proietti dall’alto, non possiamo che trarne una conclusione negativa. Il Pasok, movimento socialista pan ellenico, partito in vita dal 1981, è stato, sotto la presidenza di Papandreou, al centro della crisi del 2008 e del disastro della falsificazione dei bilanci di governo. Pur deludendo, finalmente, a queste elezioni, è riuscito ad attingere il 12,28% dei consensi, anche se parlare di consensi sembra difficile. Questo partito rimane nell’ottica europea, credendo ancora, assieme a Nea Dimokratia, in un possibile salvataggio in extremis della Grecia all’interno dell’Ue. Entrambi questi due partiti appoggiano le misure della Troika, credendo fermamente alle manovre della Commissione, e sommati, hanno raggiunto il 41,94% dei voti.

Come spiegarsi che, dopo mesi di misure di austerità, dopo il rigore merkeliano addossato sulle spalle di un popolo tradito dalla propria classe dirigente, dopo i bambini svenuti sui banchi di scuola per la malnutrizione, dopo gli accordi tra Stato ed imprese di distribuzione energetica per tagliare luce e gas a chi non pagava le tasse, i cittadini cadessero ancora nella trappola? Molti hanno pensato che in Grecia non si doveva stare poi così male da tirarsi indietro, altri dicono che la paura di rimettere in causa un sistema come l’Ue sarebbe stato un azzardo. E adesso l’Unione Europea e la Merkel – che finalmente è lei ad aver vinto le elezioni greche – danno per guarita la carcassa europea, una carcassa che il voto ellenico ha risanato, sia al suo interno, sia esternamente, grazie al vento di fiducia che respireranno i mercati.

Ma la situazione è diversa, e, dall’altro lato Syriza (26,89%), Alba Dorata (6,92%), i Greci Indipendenti (7,51%) e il Partito Comunista (4,50%), formano un’ala del parlamento che raggiunge il 45,82% dei consensi. Poco più del 45% dei votanti ha espresso la sua opposizione, attraverso questi partiti, nei confronti della Troika, del sistema euro, delle politiche di austerità, della dittatura economica della Germania, ma ancora una volta la legge elettorale ha assegnato un bonus di 50 parlamentari al primo partito, Nea Dimokratia, tradendo così, nuovamente, le speranze di un popolo martoriato. Senza contare l’astensionismo, superiore al 30% dei possibili votanti, disillusi dal potere che il voto “democratico” può assegnare loro, il popolo greco ha così espresso il suo sdegno. L’Europa e le sue democrazie, dunque, ancora una volta e più di prima, vengono rimesse in causa dai loro popoli.

Il caso francese: 

Un mese esatto dopo le elezioni presidenziali francesi, si concludono anche quelle legislative. Stessi risultati, stesse sorprese, ma rimangono tanti dubbi sulla legittimità della nuova Assemblea Nazionale. Perché come vuole la ripartizione dei seggi su base maggioritaria, per l’ennesima volta in quarant’anni di Quinta Repubblica, saranno la sinistra – il partito socialista – e la destra – l’Unione per un Movimento Popolare – a spartirsi i 577 seggi in palio al Palais Bourbon. Con qualche differenza però, poiché rispetto agli altri anni, di voci fuori dal coro ce ne sarà più di una. La notizia principalmente sbandierata dai media omologati è che stando ai dati ufficiali pubblicati ieri dal ministero dell’Interno per la Francia metropolitana e territori d’Oltremare, dopo 17 anni di governatorato di centro-destra, François Hollande, eletto con il 52 per cento dei consensi alle presidenziali contro Nicolas Sarkozy, si è imposto erede indiscusso del mitterandismo portando il Partito Socialista e i suoi alleati (il Front de Gauche, i Verdi e indipendenti) al Parlamento con una maggioranza assoluta, vale a dire 343 seggi. Mentre il raggruppamento di destra – composto dall’Unione per un Movimento Popolare e i partiti satelliti di centro – si è affermato seconda forza del Paese, conquistando 229 poltrone.

La contro-notizia è che nonostante l’ostracismo – mediatico e istituzionale -, gli uomini e i partiti fuori dallo status quo politico che vige in Francia – da quando Charles De Gaulle lasciò il potere -, sono riusciti, per la prima volta, a raccogliere almeno le briciole di un sistema maggioritario che ha lasciato fuori dall’Assemblea Nazionale milioni di francesi. Un sistema maggioritario lontano dall’equità e dalla rappresentatività reale, perché oltre al fatto di far incrementare il numero di astenuti (durante queste elezioni legislative è stato pari al 43,7 per cento!), imponendo all’elettore di scegliere tra i due grandi partiti del Paese (“tra la peste e il colera”), non ha permesso al Fronte Nazionale di Marine Le Pen – il quale aveva ottenuto il 18 per cento dei consensi un mese fa alle presidenziali – e ad altri partiti minori di avere una rappresentanza parlamentate proporzionale al numero di elettori.

Nonostante alle presidenziali un francese su cinque abbia votato Front National, le elezioni di ieri hanno sancito il ritorno del partito al Parlamento, ma con soli 3 deputati (per 6,5 milioni di frontisti!). La leader del Fn è stata sconfitta nella circoscrizione di Hénin-Beaumont con il 49,89 per cento dei voti – risultato per il quale è già stato presentato un ricorso perché la Le Pen sarebbe stata distaccata dalla socialista di soli 116 voti -, mentre la nipote di Jean-Marie Le Pen, la 22enne Marion Maréchal-Le Pen (figlia della sorella di Marine e da oggi la più giovane paramentare di tutti i tempi in Francia) è stata eletta e come lei anche l’ex socialista Gilbert Collard e il presidente della Ligue du Sud, Jacques Bompard. Queste voci sono in estrema minoranza, tuttavia potrebbero proporre una riforma elettorale che instauri un sistema proporzionale invece dell’attuale maggioritario. Una legge che, finalmente, ridia al popolo il mezzo più forte per esercitare il potere: il voto. Ma il bilancio di queste elezioni rimane catastrofico, perché a perdere è la democrazia stessa: ci sono troppi astenuti come ci sono troppi elettori tenuti fuori dalle mura del Palais Bourbon, in un Paese, la Francia, che i benpensanti amano chiamare “la terre de la liberté, de l’égalité et de la fraternité”.

Fonte: L’Intellettuale Dissidente

Evo Morales, la dignità della politica

di: Fabio Marcelli

Ho avuto recentemente l’onore di essere, insieme al compagno e amico Luciano Vasapollo, professore universitario da sempre impegnato nella ricerca militante e nelle lotte sociali, fra gli organizzatori dell’incontro tra il presidente della Repubblica plurinazionale della Bolivia, Evo Morales, e i rappresentanti dei movimenti sociali italiani.

E’ stato un incontro importante, dal quale sono scaturiti spunti di riflessione e insegnamenti a mio avviso validi anche per una situazione come quella italiana, così differente, da tanti punti di vista, da quella boliviana. Uno dei punti toccati da Evo nel suo intervento, con il quale ha ricostruito con la consueta semplicità e capacità comunicativa il suo itinerario da leader comunitario a presidente della Repubblica, è stato quello del rapporto con la politica.

 “Quand’ero un giovane lavoratore indigeno dell’altopiano – ha raccontato Evo – la politica da un lato ci sembrava una cosa sporca, appannaggio esclusivo di un ceto di mezzi delinquenti e traffichini senza scrupoli. Dall’altro, era unaffare assolutamente vietato, a pena di sanzioni di ogni genere, agli indigeni, i quali, secondo la mentalità dell’allora classe dirigente boliviana, dovevano dedicarsi a pala y pico, pala e piccone, e abbandonare ogni velleità di confrontarsi con problematiche e attività più complesse”.

“Mai avrei potuto immaginare – ha proseguito il presidente boliviano – che sarei diventato prima un deputato e poi addirittura presidente della Repubblica”. Eppure ha dovuto farlo, per dare espressione alle rivendicazioni della grande maggioranza del popolo, quella che la Costituzione boliviana qualifica come nación originaria indígena y campesina (nazione originaria indigena e contadina).

E’ nel nome di questa maggioranza che Evo ha governato bene il Paese in questi ultimi quattro anni e il primo dato indiscutibile è la stabilità istituzionale finalmente raggiunta, dopo che nell’ultimo anno precedente alle elezioni presidenziali che gli diedero la vittoria si erano alternati circa cinque differenti governi.  Nuove frontiere della democrazia con lo spazio dato, nella Costituzione del 2009, alla rappresentanza delle minoranze e a forme di democrazia diretta, come la possibilità di revocare i deputati che non si comportino bene e i referendum.  Ancora l’affermazione del principio della salvaguardia dei beni comuni e dei servizi sociali ad essi afferenti: non dimentichiamo che Evo si è affermato dopo la rivolta popolare contro la privatizzazione dell’acqua.

Poi,  il risanamento dei conti pubblici ottenuto grazie alla nazionalizzazione delle risorse, in primo luogo gli idrocarburi, a spese delle multinazionali parassitarie. Se prima queste ultime si prendevano l’82% dei ricavi lasciando il 18% ai boliviani, oggi il rapporto si è invertito: 82% ai boliviani e 18% , in taluni casi anche meno, alle multinazionali. Le somme così recuperate sono state investite a beneficio dei settori più poveri, per garantire il soddisfacimento dei bisogni essenziali gravemente trascurati dal vecchio regime neocoloniale. E per finire, la forte autoriduzione delle spettanze dei membri del governo a fronte di un notevole incremento dei salari. Il tutto sotto l’occhio vigile del grande fratello statunitense che ha già tentato un colpo di Stato contro la nuova Bolivia e continua a tramare nell’ombra. Del resto, come ha ricordato Evo con una battuta, l’unico Stato del continente americano che non abbia subito colpi di Stato sono gli Stati Uniti, per la semplice ragione che non ospitano alcun ambasciatore statunitense…

Qualche insegnamento valido anche per noi da questo racconto si può sicuramente trarre. Primo,occorre fare politica, superando disgusto e repressione, altrimenti sarà la politica a farsi noi, come ha ricordato di recente Beppe Grillo. Secondo, sono necessarie estensioni della democrazia, ampliando e rendendo più funzionale  la rappresentanza politica e introducendo forme dipartecipazione e democrazia diretta. Terzo, la nazionalizzazione e redistribuzione delle risorse costituiscono passaggi fondamentali anche per contrastare la crisi economica e i deficit e l’indebitamento degli Stati.

Dal laboratorio latino-americano, quindi, continuano a venire stimoli interessanti e importanti anche per noi europei. A condizione , beninteso, di superare un po’ di quella di boria e l’infondato sentimento di superiorità  che a volte purtroppo ci contraddistinguono.

IlFattoQuotidiano.it

Rothschild-Rockefeller matrimonio d’interesse

di: Maurizio Molinari - CORRISPONDENTE DA NEW YORK

Alleanza transatlantica fra le più potenti dinastie di banchieri

I banchieri d’Europa, finanziatori di Papi e imperatori, si alleano con la dinastia più ricca e rispettata di Wall Street con un patto di entità segreta il cui intento è rigenerare la vitalità della finanza transatlantica aggredita dalle crisi e sfidata dai nuovi rivali emergenti sui mercati di Asia e Russia.

L’intesa fra Lord Jacob Rothschild, 76 anni, e David Rockefeller, che ne ha venti di più, segna un momento di fine e al tempo stesso di inizio della finanza occidentale come oggi noi la conosciamo. Ciò che termina è la parabola parallela di due imperi riusciti a crescere e fiorire nei rispettivi mondi senza mai scontrarsi. La casata degli «Scudi Rossi» (Rothschild) di Francoforte sul Meno si origina nel 1744 da Mayer Amschel, cambiavalute ebreo del principe d’Assia, per diventare durante le guerre napoleoniche indispensabile allo sforzo bellico che consente al Duca di Wellington di vincere a Waterloo per poi conquistare titoli nobiliari e fortune nell’Impero d’Austria come nel Regno Unito, arrivando a finanziare imprese dall’apertura del Canale di Suez alla creazione della Rhodesia.

Mentre il ramo francese della famiglia inaugura ferrovie e miniere destinate a trasformare l’Esagono in una moderna potenza industriale, con la ramificazione italiana che all’inizio del XIX secolo passa per Napoli da dove i Rothschild costruiscono un solido rapporto con il Vaticano fino al punto da essere definiti dall’Enciclopedia Judaica come i «guardiani dei tesori del Pontefice» Gregorio XVI.

Sopravvissuti alle tempeste del Novecento grazie ad un profilo meno vistoso, i Rothschild dal 1980 sono guidati da Lord Jacob, il IV barone, il cui trust nel 2008 vantava proprietà per 3,4 miliardi di dollari riuscite a sopravvivere alla tempesta finanziaria degli ultimi anni grazie «a scelte manageriali molto conservatrici» come lui stesso ha spesso ripetuto a partire dal 2010. La cassaforte di Lord Jacob è la RIT Capital Partner, di base a Londra, che ora acquista il 37 per cento dei Rockefeller Financial Services ovvero la nave ammiraglia della corazzata di Wall Street guidata da David Rockefeller, dotata di un portafoglio stimato in almeno 34 miliardi di dollari.

Sin dalla fondazione nel 1882 da parte di John D.Rockefeller, capo della dinastia, la Financial Services ha accompagnato genesi e trasformazioni della potenza economica americana, dagli iniziali investimenti industriali in petrolio, acciaio e carbone allo sviluppo delle ferrovie fino al debutto della moderna finanza, simboleggiata dal complesso di 16 edifici del Rockefeller Center costruiti nel bel mezzo di Manhattan. Al momento della morte il patriarca John era considerato l’uomo più ricco d’America. Fra i suoi cinque figli è stato David a esserne l’erede nella gestione di un immenso patrimonio che lo ha portato, fra l’altro, a diventare presidente e quindi principale azionista della banca JP Morgan Chase. È stato proprio David Rockefeller nel 2011 a introdurre Lord Rothschild, che conosce da oltre 50 anni e con cui condivide la passione per la filantropia, al proprio Ceo americano, Reuben Jeffrey.

Da questo colloquio hanno avuto inizio i contatti prima esplorativi, poi divenuti sempre più concreti, che hanno portato ad un acquisto di quote dei Financial Services per un valore destinato a rimanere coperto dal più assoluto segreto, nel rispetto di una tradizione di riservatezza che la vecchia finanza europea condivide con gli «Old Money» di Wall Street.

Ci possono essere tuttavia ben pochi dubbi sul fatto che l’investimento guidato dalla banca franco-svizzera Edmond de Rothschild Group, di cui il Financial Times per primo ha dato notizia, miri a consolidare le fondamenta industriali di un gigante finanziario euro-americano che si presenta come la più importante roccaforte transatlantica su un mercato globale dove i protagonisti più aggressivi sono i banchieri delle economie emergenti, dalla Russia a Cina e India, intenzionati a sfruttare il momento favorevole per insediarsi a Parigi, Francoforte, Londra e New York. Ovvero, le piazze finanziarie dell’Occidente che Lord Jacob e David Rockefeller hanno contribuito a creare.

LaStampa.it

I disoccupati nel 2012 saranno 200 milioni

di: Patrick Martin

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro, nel suo rapporto annuale sulla situazione del mercato del lavoro nel mondo,  rilasciato lunedi, prevede che saranno oltre 200 milioni i  disoccupati nel 2012. L’agenzia delle Nazioni Unite ha stimato che sono stati 50 milioni i posti di lavoro spazzati via dalla crisi finanziaria del 2008, prevedendo poi nessun tipo di ripresa, per almeno altri cinque anni in tutto il mondo, per quanto riguarda l’occupazione e i redditi.

Il World of Work Report 2012 prevede un tasso globale di disoccupazione del 6,1 per cento nel 2012, con un aumento della disoccupazione totale nel mondo da 196 milioni nel 2011 a 202 milioni nel 2012.

La disoccupazione totale è destinata ad aumentare di altri cinque milioni nel 2013, a un tasso del 6,2 per cento. (Le percentuali sono artificialmente basse perché l’OIL utilizza i dati ufficiali riguardanti la disoccupazione in ogni paese, quando invece le percentuali reali sono molto più elevate. Negli Stati Uniti, ad esempio, il tasso ufficiale è dell’ 8,3 per cento ma, considerando quelli che sono costretti a lavorare part-time o hanno smesso di cercare lavoro, la percentuale reale si avvicina  al 14 per cento).

Si prevede che la disoccupazione continui ad aumentare fino a raggiungere i 210 milioni di persone entro la fine del 2016, dice il rapporto, aggiungendo che : “E ‘improbabile che l’economia mondiale crescerà a un ritmo sufficiente nei prossimi due anni sia per chiudere il deficit esistente dei posti di lavoro sia per fornire occupazione agli oltre 80 milioni di persone che dovrebbero entrare nel mercato del lavoro. “

Il rapporto condanna le politiche di austerità adottate nella maggior parte dei paesi industrializzati, in particolare in Europa e negli Stati Uniti, affermando che i tagli alla spesa per i programmi sociali hanno prodotto “conseguenze devastanti” per l’occupazione, mentre i disavanzi di bilancio sono effettivamente cresciuti in quanto le misure di austerità hanno esacerbato la crisi economica .

La relazione osserva che decine di paesi, particolarmente in Europa, hanno introdotto misure volte a “riformare” i loro mercati del lavoro, rendendo più facile per i datori di lavoro licenziare i lavoratori o tagliare i loro salari e benefici. In quasi tutti i casi, il risultato è stato quello di “ridurre la stabilità del lavoro ed esacerbare le disuguaglianze senza riuscire ad aumentare i livelli occupazionali.” Quello che si è ottenuto è stata la crescita di un massiccio esercito di disoccupati di lunga durata: il 40 per cento delle persone in cerca di lavoro nei paesi sviluppati, di età compresa tra i 25 e i 49 anni, sono persone cronicamente disoccupate che non lavorano da più di un anno.

Alcuni principali risultati del rapporto dell’ILO meritano di essere citati:

 L’ inedita e prolungata natura della crisi:

“Questo non è un normale rallentamento dell’ occupazione. Dopo quattro anni dall’inizio della crisi globale, gli squilibri del mercato del lavoro stanno diventando sempre più strutturali e quindi più difficili da sradicare. Alcuni gruppi, come i disoccupati di lunga durata, sono a rischio di esclusione dal mercato del lavoro. Ciò significa che essi non sarebbero in grado di ottenere un nuovo impiego anche se ci fosse una forte ripresa. “

Il fallimento delle politiche di austerità:

“In quei paesi che, in misura maggiore, hanno perseguito l’austerità e la deregolamentazione, soprattutto i paesi dell’Europa meridionale, la crescita economica e occupazionale ha continuato a deteriorarsi. Inoltre, in molti casi, le misure  non sono riuscite a stabilizzare le posizioni fiscali. “

 La crescita del posti di lavoro part-time, temporaneo e “precario”:

“Inoltre, per una percentuale crescente di coloro che hanno un lavoro, l’occupazione è diventata più instabile o precaria. Nelle economie avanzate, i lavoratori part-time  e a tempo determinato involontari sono aumentati rispettivamente di due terzi e più della metà. “

L’impatto catastrofico sui giovani:

“La disoccupazione giovanile è aumentata di circa l’80 per cento nelle economie avanzate e di due terzi nelle economie in via di sviluppo. In media, oltre il 36 per cento dei disoccupati in cerca di lavoro nelle economie avanzate sono stati senza lavoro per più di un anno “.

In aumento la povertà e la disuguaglianza:

“La crisi ha portato ad un aumento dei tassi di povertà nella metà delle economie avanzate e in un terzo nelle economie in via di sviluppo. Allo stesso modo, le disuguaglianze sono cresciute  nella metà delle economie avanzate e in un quarto delle economie emergenti e in via di sviluppo. Le disuguaglianze sono anche aumentate riguardo l’accesso all’istruzione, alla disponibilità di cibo, terra e credito. “

La crescita del malcontento popolare e le agitazioni sociali:

“Su 106 paesi con dati disponibili, il 54 per cento ha riferito, nel 2011, un aumento nel punteggio dell’indice di disagio sociale (Social Unrest Index)  rispetto al 2010 (più alto è il punteggio, maggiore è il rischio stimato). Le due regioni del mondo che mostrano il rischio più elevato di disordini sono l’Africa Sub-Sahariana e Medio Oriente – Nord Africa, ma ci sono anche importanti aumenti nelle economie avanzate e in Europa centrale e orientale “.

Mentre gli economisti e gli analisti dell’OIL sono liberali sostenitori del capitalismo,  aderendo generalmente alla visione del riformismo keynesiano piuttosto che alle panacee del libero mercato di ultra-destra, i dati che hanno fornito rappresentano uno sconcertante atto d’accusa  al sistema del profitto. Essi hanno fornito i dati ma solo una prospettiva marxista è in grado di fornire l’alternativa politica per la classe operaia.

La massiccia crescita della mancanza di lavoro, in mezzo al crescente bisogno sociale, è un atto d’accusa devastante al sistema capitalista. Milioni di persone hanno bisogno di lavoro, ma questo vasto potenziale umano non può essere mobilitato a causa del profitto e della dittatura del capitale finanziario.

Per rispondere al fallimento del sistema capitalista, la classe operaia deve avanzare un esauriente e globale programma socialista, portando un assalto rivoluzionario diretto alle cause fondamentali della crisi: la proprietà privata dei mezzi di produzione e la divisione del mondo in stati-nazione antagonisti, ciascuno dominato da una élite capitalista che cerca di massimizzare i propri profitti e il proprio potere.

La classe operaia deve portare la ricchezza della società, prodotta dal suo lavoro, nelle proprie mani, cogliendo i beni delle giganti corporazioni multinazionali e rendendoli pubblicamente disponibili e sotto il controllo democratico. Lo sviluppo dell’economia mondiale deve quindi procedere sulla base di un piano internazionale, elaborato per produrre sia la rapida crescita economica che l’abolizione della povertà e della miseria sociale, elevando gli standard di vita delle persone che lavorano in tutto il mondo a un livello decente.

Questo programma non è né utopico né inverosimile. Al contrario, è la prospettiva di una costante depressione del capitalismo, la polarizzazione sociale e la guerra imperialista a risultare irrealistica, anche assurda, dal punto di vista degli interessi della stragrande maggioranza del genere umano.

 LINK: ILO report: Worldwide unemployment over 200 million

DI: Coriintempesta

L’importanza della sovranità monetaria

di: PierGiorgio Gawronski

Nei mesi scorsi la Bce ha “stampato moneta”, ben 214 mld., per sostenere sui mercati finanziari i prezzi – limitare gli spread – dei titoli del debito pubblico di Italia, Spagna, e altri paesi europei. Non riuscendovi, ha immesso altri 1000 mld (Ltro) per salvare il sistema bancario e gli Stati europei dal fallimento. In Gennaio Scalfari – in alcuni editoriali ispirati dai suoi contatti in Banca d’Italia – annunciava trionfalmente: “la fiducia nel nostro debito sta tornando”!

Ma il calo degli spread è stato parziale ed effimero. Oggi possiamo dire: come previsto, il tentativo è fallito.

Costi alti, pochi benefici (anche al confronto con altre banche centrali): un sicuro segnale d’inefficienza.

Che fare?

La Bce potrebbe risolvere la situazione, azzerare gli spread (non solo ridurli) spendendo 50 cent. È il costo dell’inchiostro di un comunicato stampa che annuncia la garanzia della Bce sui titoli pubblici.

La Bce è l’unica al mondo in grado di offrire tale garanzia, eliminando alla radice il “rischio di default” e gli spread che ne derivano.

Alcuni dettagli tecnici (saltate pure). Ad essere garantiti sarebbero solo i titoli di nuova emissione; quelli già sul mercato determinano una spesa pubblica per interessi ormai fissa fino a scadenza, quindi non ci interessano

- emessi fra oggi e il 2015

- di durata limitata (5 anni)

- emessi da paesi con spread superiori ai 200 bp sui titoli decennali

- emessi da paesi con i bilanci pubblici strutturali in buone condizioni, solventi, come Italia e Spagna; e/o disposti ad entrare in un programma speciale di disciplina fiscale, con temporanee cessioni di sovranità fiscale.

- Per i paesi non solventi (a causa del debito eccessivo), la Bce offrirebbe la garanzia solo dopo una ristrutturazione (riduzione) del debito a livelli sostenibili.

- La garanzia può limitarsi al 20% della somma dovuta: difficile infatti che Italia o Spagna restituiscano ai creditori meno dell’80% del dovuto.

La disciplina fiscale si applicherebbe ai bilanci strutturali; lasciando margini per le politiche anticicliche (Romer).

Le cessioni di sovranità scatterebbero solo quando non fossero rispettati i patti.

I titoli garantiti dalla Bce resterebbero tali fino a scadenza (altrimenti che garanzia è?): ma la Bce potrebbe sempre rifiutarsi di garantire i titoli successivi, se il paese in questione non rispettasse i patti.

Per maggiore sua tutela, la Bce potrebbe annunciare che: solo fra sei mesi offrirà la sua garanzia ai titoli emessi oggi, solo se il paese realizzerà nel frattempo le manovre concordate. Se i risparmiatori vedranno che le manovre si fanno, anticiperanno l’arrivo della garanzia, e gli spread crolleranno subito.

Nel caso peggiore, ed inverosimile, in cui la Bce garantisse i titoli emessi da tutti i Piigs nel 2012-2015, e poi fosse costretta a onorare tutte le garanzie offerte (i Piigs facessero default su tutti i titoli garantiti per almeno il 20% delle somme dovute), il costo per la Bce sarebbe di circa 250 mld. Molto meno dei costi attuali, in cambio di benefici enormemente superiori: risolutivi.

Grazie a questa manovra di quasi azzeramento degli spread, il rapporto debito/Pil, ad es. in Italia, comincerebbe a scendere senza altre manovre. L’economia si rinfrancherebbe, generando maggiori entrate fiscali, rinforzando il circolo virtuoso. Inoltre la Bce (e le banche: tedesche, francesi, ecc.) farebbe profitti stellari con la rivalutazione dei titoli Piigs in portafoglio. A tutto beneficio dei suoi azionisti: Germania in testa. La crisi – finanziaria – sarebbe risolta.

Le altre banche centrali non hanno bisogno di fare comunicati stampa. Nei paesi che conservano la sovranità monetaria è scontato che le banche centrali non tollereranno mai un default dello Stato. Per questo lì la crisi degli spread non è mai nata, anche in condizioni fiscali peggiori delle nostre (Fig.2). La Bce invece ha detto e ripetuto che in caso di default non sarebbe intervenuta. Ha minato la fiducia: deve recuperare il terreno perduto. Perché non lo fanno? Perché non vogliono farlo. Quest’analisi sarà oggetto del mio prossimo post.

I neo Hooveriani vi diranno che – per una sequela di astrusi pretesti teorici, politici, legali – tutto ciò non si può fare: i soldi alle banche bisogna continuare a darli. Ma allo stesso tempo, dicono di voler limitare la quantità di moneta: intendono quella in mano alla gente; quella che potrebbe rilanciare l’economia.

Analizzano la moneta M dal solo lato dell’offerta (la quantità di M immessa). Dietro alle loro analisi c’è un’ipotesi nascosta: la stabilità della domanda di moneta (la quantità di M necessaria all’economia per funzionare bene). Se la quantità di moneta “giusta” non varia, un aumento dell’offerta di M non può che causare un eccesso di domanda di beni e servizi, oltre le capacità produttive, provocando inflazione, iper-inflazione. Citeranno Weimar, lo Zimbabwe! Attribuiranno ai loro interlocutori l’intenzione di stampare moneta all’infinito.

Ma se invece la domanda di liquidità (M) fosse fortemente aumentata, dall’esplosione della crisi del 2008 in poi? In tal caso, laddove l’offerta di M non si fosse adeguata, questa sarebbe una politica destabilizzante nel senso contrario: provocherebbe crisi finanziarie, depressione della domanda (consumi) e recessione. Qual è la verità sulla moneta?

Domandatevi: i problemi delle famiglie, delle imprese, dello Stato, sono causati dall’inflazione o dalla recessione?

IlFattoQuotidiano.it

Cos’è realmente il M.E.S., il Meccanismo Europeo di Stabilità

di: Andrea Mantellini*

Le democrazie europee non dovrebbero permettere di farsi comandare da dittature finanziarie e, a capo dei Paesi, ci dovrebbero essere politici eletti dal popolo

Il M.E.S. (Meccanismo Europeo di Stabilità, acronimo inglese E.S.M.) è un trattato approvato nel dicembre 2011 dal Parlamento Europeo con l’obiettivo di affrontare la crisi dei debiti dei paesi dell’area euro. E’ stata creata una nuova istituzione che ha pieni poteri per accordare prestiti o cercare di risolvere il problema delle insolvenze. Il M.E.S. altro non è, se non un fondo di garanzia tra i 17 paesi membri dell’euro – zona con lo scopo di soccorrere i paesi in difficoltà. Sembrerebbe una cosa buona, MA in realtà questo trattato contiene dei punti molto controversi.

E’ un’organizzazione governata da un rappresentante per ogni paese membro del Trattato di Stabilità e all’art. 5 del M.E.S. questo rappresentante viene definito “governatore”, inoltre lo stesso è “il ministro delle Finanze del paese membro”.

Per cui il rappresentante dell’Italia potrebbe essere Mario Monti e quello della Grecia Papademos. Il Meccanismo di Stabilità avrà una dotazione iniziale di 700 miliardi di euro. La somma sarà divisa in 7 milioni di quote da 100.000 euro l’una. Questi soldi saranno pagati al M.E.S. dai singoli paesi aderenti secondo alcune quote o soglie di contribuzione. L’Italia per soglia di contribuzione è terza, contribuendo col 18% della somma totale, la Francia è seconda col 20,03%, la Germania prima col 27,1%. Fatti i debiti calcoli, l’Italia (cioè lo Stato, quindi noi!) deve dare circa 126 miliardi di euro. Quindi l’entrata in vigore di questo trattato ci renderà più poveri di 126 miliardi di euro! L’art. 9 stabilisce che il gruppo dei 17 governatori può imporre in qualsiasi momento ad ogni paese membro quanto stabilito, insieme ai tempi del pagamento (che saranno di una settimana!), basta che a deciderlo sia la maggioranza dei governatori.

L’art. 10 dice addirittura che il gruppo dei governatori può cambiare QUANDO VUOLE la somma da versare e che DEVE comunque cambiarla ogni 5 anni. Se, dunque, domani il gruppo decide che 126 miliardi non bastano, dovremo pagarne di più! La somma verrà decisa a LORO INSINDACABILE GIUDIZIO! Il problema che, una volta costituito un fondo, non si può più recedere, perché viene costruita una gabbia, una blindatura del gruppo dei 17 governatori che li mette in grado di decidere qualsiasi cosa senza poter essere perseguibili dalla magistratura! Infatti l’art. 27 dice che “Il M.E.S., le sue proprietà, i suoi fondi, i suoi beni sono IMMUNI da qualsiasi procedimento giudiziario! Gli archivi e i documenti del M.E.S. sono INVIOLABILI, così come le sedi del M.E.S.! Il M.E.S. non avrà restrizioni, obblighi alcuni, controlli, regolamenti o moratorie di nessun tipo e non avrà l’obbligo di essere accreditato come istituto di credito o altri tipi di entità che necessitano autorizzazioni o licenze.” Non soltanto questo fondo potrà chiedere ai paesi membri a suo insindacabile giudizio qualsiasi somma, ma sarà anche non controllabile, come non controllabili ed inviolabili saranno i suoi 17 governatori! Infatti l’art. 30 dice che “il presidente del gruppo dei 17 governatori – ministri delle Finanze e dei loro subalterni (perché ogni ministro delle Finanze ha diritto di nominare anche dei subalterni che lo sostituiscano quando lui non sarà disponibile) – saranno IMMUNI da qualsiasi procedimento giudiziario, rispettivamente agli atti perpetrati nelle loro vesti ufficiali e i loro documenti saranno INVIOLABILI”. Un bel privilegio, dunque, che si può estendere anche ad ambiti o sfere che non hanno nulla a che fare col M.E.S.. Se ci fosse ad esempio un’indagine in corso, ci si potrebbe sempre richiamare al fatto che si è membri del M.E.S., e quindi intoccabili! Inoltre si potrebbero conservare nelle sede del M.E.S. anche documenti non riguardanti il Meccanismo di Stabilità, tanto le sedi non possono essere perquisite. In tal modo i 17 governatori potrebbero evitare indagini e processi anche per fatti e vicende non inerenti al M.E.S.!

Credo che in una vera democrazia tutta questa segretezza non ci debba essere e che il potere giudiziario debba avere libero accesso agli atti e giurisdizione su chiunque! Inoltre credo che le democrazie europee non debbano permettere di farsi comandare da DITTATURE FINANZIARIE e che a capo dei paesi ci debbano essere politici eletti dal popolo. Il mercato deve essere fatto per l’uomo, non l’uomo per il mercato, per cui ai mercati medesimi NON DEVE ESSERE CONCESSO di destabilizzare un intero paese, mandando sul lastrico milioni di famiglie ed inducendo alcuni al suicidio!

Andrea Mantellini* - cons. Circoscrizione 1 Comune di Forlì -

Rinascita.eu

Breve storia della Massoneria…

di: Umberto Bianchi

Massoneria. Un termine che evoca, in chi lo pronuncia, una molteplicità di sensazioni, tutte però accomunate da un unico ed onnipresente denominatore: il mistero, proprio perché si parla di un’ordine esoterico, ovverosia legato ad una modalità di rapportarsi con la realtà, legato all’idea di una conoscenza nascosta rivelata per simboli e per ciò stesso, comprensibile solamente a pochi eletti. Massoneria non costituisce solamente “un” ordine esoterico tra i tanti bensì, a detta di taluni, “l’ordine” esoterico par excellence, rappresentando “de facto” l’ultima parvenza ufficiale, in un’Occidente fondamentalmente scettico ed agnostico, di un sapere misterico tale da poter vantare una plurisecolare presenza sullo scenario occidentale. Massoneria evoca complotti, uomini incappucciati, servizi deviati e chissà quali altre oscure trame, ma anche interi pezzi di storia patria che videro le organizzazioni massoniche fornire un rilevante apporto ideologico, culturale ed alfine operativo alla realizzazione del disegno dell’Unità d’Italia. Massoneria è tutto questo, ma anche di più. Massoneria ci riporta ad una modalità d’agire antica quanto l’uomo stesso, ovverosia quella di legarsi in società segrete che prendevano le proprie mosse dall’esigenza di rapportarsi ad un totem protettore, ad un animale sacro che spesso richiamava alla mente degli adepti l’uccisione di un padre primordiale, al cui posto quest’ultimo veniva eretto, a monito e simbolo dei limiti all’azione degli appartenenti al clan comunitario.

Freud a parte, la società segreta rappresenta l’esaltazione dell’idea di un’azione sottoposta a particolari vincoli ed obblighi, nel nome di un particolare status o appartenenza, generalmente inseriti in un più ampio contesto comunitario. Ci vengono alla mente le società segrete di adolescenti rinvenibili nei contesti tribali di mezzo mondo quale, per esempio, quella degli “uomini-coccodrillo” della Nuova Guinea, o di altre consimili nel continente africano, tutte caratterizzate dai cosiddetti “riti di passaggio” da un’età ad un’altra e di cui fanno parte anche le donne nel passaggio dalla pubertà all’età adulta. Queste società non svolgono solamente un’azione di definizione ed esaltazione di particolari ruoli comunitari legati al singolo momento della vita dell’individuo, bensì divengono un vero e proprio contenitore di conoscenze segrete destinate ai più virtuosi della comunità, inizialmente anziani e guerrieri, ma in seguito (e qui risiede il punto di discrimine) anche ad altri individui in grado di mostrare la propria “valentia”, nel settore di competenza all’interno di una comunità. Iniziamo allora a vedere come, per esempio tra gli indiani Hopi del Messico o tra le popolazioni della Sierra Leone e della Costa d’Avorio esista il Poro, una vera e propria società segreta, i cui membri occupano le più importanti cariche all’interno delle comunità di riferimento.

Le origini

Volgendo il nostro sguardo all’Europa, i primi gruppi esoterici di cui si abbia ufficiale conoscenza, sono quelli riferiti al contesto della civiltà classica, con particolare riferimento ai praticanti dei cosiddetti “misteri di Eleusi”, (che traevano origine dalla complicata vicenda del rapimento di Kore-Persefone, figlia di Demetra, dea delle messi, da parte di Ade-Plutone) ai seguaci dell’Orfismo ( ovvero di tutta quella serie di conoscenze che traevano spunto dalla vicenda mitologica di Orfeo) ed a quelli del filosofo greco Pitagora, le cui idee di matematica e di musica sacre, rimandavano ad un ordine occulto della realtà, di cui solo pochi eletti avrebbero potuto intendere il senso compiuto. Questi ultimi due gruppi, in particolare, presentano le caratteristiche di un primo compiuto corpus dottrinale teologico, inserito all’interno della cornice di società a carattere iniziatico, tanto da far sobbalzare dall’indignazione due grandi della filosofia di quel tempo, quali Parmenide ed Eraclito che, in quel primevo tentativo di dare un ordine logico allo sterminato corpus mitologico ellenico, avevano ravvisato un qualche tentativo di privazione della libertà del pensiero. Sia come sia, anche all’interno della quanto mai algida e razionale società greca, le correnti di pensiero esoterico continuarono a farsi silenziosamente strada. I semi gettati dal pitagorismo, al pari delle suggestioni platoniche che invitavano l’uomo a rivolgere le proprie attenzioni alla iperurania dimensione del mondo delle idee (da “idein/vedere”), avrebbero dato i loro frutti con la vicenda dell’Ellenismo, ovvero quando, in seguito alle conquiste di Alessandro Magno, la cultura greca verrà a stretto contatto con i principali filoni religiosi del Vicino Oriente. La sintesi della cultura ellenica con le culture egizia, anatolica, fenicia, iranica, giudaica, darà luogo ad altrettante svariate misteriosofie, rispondendo in questo alle necessità di salvezza individuale ed al turbamento che la fine della polis greca  e l’insediamento dell’impersonale stato universale ellenistico avevano ingenerato nelle coscienze dei cittadini della sterminata ecumene ellenistica. Il fenomeno del sincretismo ellenistico non può però essere completamente compreso se non se ne comprende la matrice culturale neoplatonica e gnostica alla base delle quali sta la tendenza del pensiero platonico ad assumere via via una valenza sempre più radicalmente dualista ed emanazionista. Il mondo materiale è separato ed al contempo legato all’Uno di matrice spirituale, attraverso una serie di emanazioni che ne rappresentano degli stadi intermedi, nella veste di vere e proprie degradazioni, sino alla dimensione della materia.

Mentre però il neoplatonismo tramite Plotino, Ammonio Sacca, Porfirio, Giamblico ed altri, manterrà una visione sostanzialmente olistica, cioè unitaria dell’intera realtà, considerando la stessa materia nella propria negatività, quale prodotto del principio di complementarietà che anima l’intero neoplatonismo per cui Uno e molteplice, materia e spirito, pur nella loro radicale differenza sono  accomunati ad una visione organica d’insieme, ad un logos che ne anima e ne giustifica l’esistenza. Con la Gnosi, invece, materia e spirito sono qui intese quali inconciliabili dimensioni, tra cui non vi può essere alcun punto in comune.

L’impatto della Gnosi si ripercuoterà sul mondo tardo antico, sino all’Evo Medio, accompagnato dalla versione iranica di quest’ultima, il Manicheismo, che rappresenterà una forma ancor più estrema di dualismo. E sarà il dualismo il grande protagonista delle dottrine eretiche che renderanno insonni le notti della Chiesa romana. Pauliciani, Bogomili ed infine Catari saranno i tragici ed involontari protagonisti di un’epopea che si concluderà con la cosiddetta “crociata degli Albigesi”, ovvero una delle più spaventose operazioni di pulizia etnica e di persecuzione ideologica, condotta in Linguadoca da una Chiesa cattolica decisa a farla finita con chiunque deviasse dalla propria versione della dottrina di Cristo. Di poco posteriore a quella dei Catari, vi è un’altra persecuzione che rappresenterà uno dei fondamentali pilastri ideologici della nascita della futura massoneria: la soppressione dell’ordine misterico-cavalleresco dei Templari decisa nel 1312 per mano di Filippo il Bello sotto l’immancabile spinta della Chiesa romana, ambedue interessati all’immenso patrimonio detenuto da quest’ultimo. Il Rinascimento assisterà ad un vero e proprio risveglio delle scienze umane e della filosofia neoplatonica, nella sua versione più misteriosofica ed aperta alle suggestioni offerte dalla riscoperta di tutti quei testi fondamentali dell’ermetismo e dell’alchimia che, in auge durante l’Ellenismo, con la fine del mondo antico erano invece caduti in una sorta di vero e proprio dimenticatoio. Il cardinal Bessarione, Pomponio Leto, Marsilio Ficino, Pico della Mirandola e tanti altri saranno i protagonisti della speranza nella rinascita di una cultura “altra”, in grado di collocarsi cioè, oltre le pastoie dell’arido aristotelismo di S. Tommaso e della Scolastica. Quel grande afflato di entusiasmo misterico che attraverserà l’intera Rinascenza troverà simbolicamente la propria tragica conclusione nel 1600 con il rogo del filosofo ermetico Giordano Bruno a Campo dè Fiori, in un’Europa attraversata da conati di oscurantismo e dai sussulti di un guerra civile interreligiosa che vedeva orami contrapporsi “ urbi et orbi” i fautori della Riforma Protestante e del suo nazionalismo mercantilistico ed i sostenitori del vecchio ordinamento cattolico a carattere universalistico, che nella Controriforma avevano trovato una risposta all’iniziale espansionismo luterano.

Ma non sarà solo in Italia che le varie misteriosofie troveranno terreno fertile. Quando nel 1583 Rodolfo II, imperatore del Sacro Romano Impero, deciderà di trasferire la capitale dell’Impero da Vienna a Praga, la splendida città boema diverrà un vero e proprio salotto per esoteristi, scienziati e filosofi di mezzo mondo, questo grazie agli interessi culturali ed al mecenatismo di questa controversa figura di imperatore. Suoi illustri ospiti saranno scienziati del calibro di Tycho Brae e di Keplero, o esoteristi come il mago inglese John Dee, il medium Edward Kelly e l’alchimista Michael Sendivogius, senza contare la presenza di pittori del calibro di un Arcimboldo, di un Giambologna o di un Albrecht Durer. Resta preminente però, il fatto che la Praga in quegli anni balzerà agli onori della cronaca in quanto capitale europea del pensiero magico, ruolo questo perduto dal Bel Paese che,all’indomani del Concilio di Trento era oramai tornato sotto l’asfissiante tutela ecclesiastica. La speranza di fare di Praga la capitale di un pensiero “altro” andrà però infrangendosi su una serie di delusioni, rappresentate inizialmente dalla ingloriosa fine del regno di Rodolfo II e successivamente dalla disastrosa battaglia della Montagna Bianca che vedrà nella sconfitta della lega protestante guidata da Federico V, margravio del Palatinato, la fine di una speranza.

Costui aveva difatti, con un gesto simbolico, reinsediato la propria corte a Praga, attirando presso di sé le speranze dei vari cenacoli esoterici europei, che in lui avevano visto un redivivo Rodolfo II. Ben presto sarà l’Inghilterra a dare ospitalità ai vari gruppi in fuga da quel continente europeo, afflitto da un pesante clima di intolleranza e che, contrariamente a quanto si può credere, favorirà il sorgere di gruppi e consorterie esoteriche in grado di fungere da porto franco e punto d’incontro tra persone di differenti estrazioni politiche e religiose. Delle vere e proprie zone grigie ove poter dialogare, confrontarsi e ricercare obiettivi comuni, senza incorrere nei rigori delle censure delle confessioni religiose d’appartenenza, cattoliche o protestanti che fossero. A tal proposito va menzionato un episodio significativo: l’apparizione nel 1614 a Kassel  di “Fama Fraternitatis Rosae Crucis”, un anonimo opuscolo avente per oggetto le peregrinazioni esoteriche di Christian Rosencreuz, a cui l’anno seguente seguirà un altrettanto anonimo “Fama Fraternitatis”, sino alla pubblicazione nel 1616 di “Le nozze chimiche di Christian Rosencreuz”, da parte del teologo Johannes Valentino Andreae. Tutti e tre gli opuscoli sono intrisi di cultura ermetica ed alchemica e, anche se i primi due sono anonimi, qualcuno ha supposto che fossero frutto della mano stessa di Andreae. Sia come sia, la loro apparizione generò un grande scalpore nell’intera Europa; qualcuno, tra cui lo stesso Andreae, parlò di uno scherzo tirato ad arte; fatto sta che gli autori, o l’autore, dei pamphlet non fu mai scoperto, creando in tal modo la leggenda di un misterioso cenacolo formato dalle menti più illuminate dell’epoca, portatore di una misteriosa conoscenza ermetica e che, tra i propri sodali avrebbe addirittura annoverato personaggi come Leonardo da Vinci e Giordano Bruno. E qui arriviamo alla nascita della vera e propria massoneria.

La nascita

In seguito ai prodromi della guerra dei Trenta Anni, molti esponenti di spicco dei vari cenacoli esoterici, migrarono in Inghilterra e Scozia, dove trovarono un clima più favorevole allo studio dell’astrologia e dell’esoterismo in generale. Alcuni tra questi gruppi, per darsi più lustro, cominciarono a voler far affondare le proprie origini nelle antiche corporazione dei costruttori di piramidi egizi, tra i “colegia fabrorum” romani o tra i mastri costruttori di cattedrali dell’Evo Medio. Per questo motivo, legato più che altro ad una moda culturale, personaggi di elevato lignaggio iniziarono a frequentare le varie corporazioni professionali o logge allora esistenti, sino a snaturarne completamente l’essenza, sancendo in tal modo il passaggio dalla massoneria cosiddetta “operativa” (cioè legata meramente ad un ordine professionale, quale il muratore, lo scalpellino, l’architetto, etc.) a quella “speculativa”, cioè imperniata all’edificazione di una costruzione per le anime, un vero e proprio tempio di conoscenze, a cui l’adepto avrebbe dovuto attingere, quale appunto quello mitico di Salomone, la cui costruzione, macchiata dall’omicidio rituale del suo architetto Hiram Abif, diverrà parte integrante della mitografia massonica. Le varie Logge diverranno così il ricettacolo delle menti illuminate dell’epoca, avendo come primo esempio il misterioso “Ordo Rosicrucianum”. Come abbiamo sinora visto, le società segrete trovano origine nella notte dei tempi, ma la Massoneria “si et si”, o quantomeno per come noi la conosciamo nella sua attuale veste, ha i propri natali ufficiali in quel di Londra, il 24 giugno del 1717, con la fondazione della Gran Loggia di Londra, più tardi Gran Loggia d’Inghilterra. Nata dall’unificazione di tre differenti gruppi massonici o logge, annovera immediatamente tra le proprie fila letterati, uomini di pensiero e religiosi come quel James Anderson, pastore presbiteriano che, con le sue “Costituzioni” cercherà di dare un primo, fondamentale, assetto istituzionale ed ideologico alla novella muratoria. Fondamentale è, tra l’altro, quella prescrizione che richiede agli adepti l’adesione al credo in un “Grande Architetto dell’Universo”, termine con cui si suole indicare il credo in un’entità metafisica superiore, al di là di qualsiasi particolarismo religioso confinato alla sfera del libero arbitrio dell’individuo. Ma, al di là dell’apparente compattezza ideologica e dottrinale, ben presto le Logge massoniche, nel loro sorgere e prender piede in Francia, Scozia e Germania, inizieranno anche a differenziarsi in quelli che ne avrebbero dovuto essere i comuni principi ispiratori. Tra questi a primeggiare, sarà l’Illuminismo. Molti, anche se non tra tutti i suoi ispiratori, daranno la loro adesione alle Logge massoniche, all’epoca un vezzo comune a molti famosi personaggi. Basterebbe solo pensare ad un  Goethe, ad un Mozart o ad un Newton, solo per citarne alcuni, tralasciando volutamente il caustico Voltaire. E qui già ci dovremmo porre la domanda su cosa sia realmente stato il fenomeno illuminista, almeno ai suoi albori. Da parte di vari autori si è parlato di una forma di neoplatonismo poi travolta da una deriva di tipo scientista-materialista. Come abbiamo già accennato, la letteratura ufficiale massonica fa risalire la “veneranda istituzione” ad un comune bagaglio di conoscenze misteriche che partendo dalle corporazioni dei fabbricanti egizi di piramidi, attraversa i secoli incarnandosi via via in organizzazioni quali i “collegia fabrorum” romani, le corporazioni dei costruttori di cattedrali dell’Evo Medio, i Cavalieri Templari, sino ai misteriosi adepti alla Rosacroce.

Successivi sviluppi e conclusioni

L’evocazione di comuni radici non nasconde, però, il dato di fatto che la massoneria nasca già attraversata da profonde discrepanze. La prima e più rilevante, sorge su uno dei punti più importanti delle “costituzioni” di Anderson, cioè la già citata prescrizione riguardo al credo nel “Grande Architetto dell’Universo”. Così accanto alle varie fratellanze massoniche legate all’idea-base dell’esistenza di un Entità Suprema, sorgeranno presto gruppi massonici ispirati al più radicale laicismo ed ateismo, che, nella Francia sconvolta dalla Rivoluzione, per esempio, troveranno il proprio ideale brodo di coltura e terreno di affermazione grazie all’influenza giacobina, non senza condividere il proprio percorso con altri simili gruppi, come quello germanico degli Illuminati di Baviera. Ma le divisioni non riguarderanno solamente il concetto di laicità. Massoneria Scozzese, Gran Loggia d’Inghilterra, Grande Oriente d’Italia, ma anche il Rito di Memphis e Misraim, gli Eletti Cohens” seguaci sia di Martinez De Pasqually (Martinesisti) che di Claude De Saint Martin (Martinisti), la Massoneria Neotemplare di Von Hund e tanti altri ancora, rappresentano gruppi tendenti a privilegiare uno o più aspetti di quel percorso del sapere esoterico di cui abbiamo poc’anzi parlato. Come in un immane caleidoscopio, le varie logge massoniche accolgono al proprio interno cabalistica, Vangelo di S.Giovanni, sapienza egizio-alessandrina, pratiche astrologiche, conoscenze alchemiche, neoplatonismo, Gnosi, pitagorismo, neopaganesimo e sinanche occultismo, in tal modo accentuando quel carattere di contradditorietà, includente tutto ed il suo contrario. Qui le conclamate simpatie per la razionale civiltà dei Lumi, faranno il paio con l’occultismo di personaggi alla Papus, alla Eliphas Levi, alla Oswald Wirth o alla Ciro Formisano (Kremmerz), destando non poche inquietudini nella società occidentale. Alla massoneria saranno attribuite adesioni di personaggi circondati da un alone di mistero, come il conte Cagliostro ed il principe di Sansevero, ma anche di intere dinastie regnanti, di uomini politici ed esponenti di punta dell’economia e della finanza mondiale, alimentando in tal modo la “leggenda nera” di un complotto ispirato da “superiori sconosciuti”, in nome della creazione di uno stato universale, così come preconizzato dall’intellettuale “fin de siecle” Yves D’Alveidre, nel suo “L’Archeometra”. Persino di città come Washington, Parigi o Londra si dice portino l’impronta di un progetto esoterico, ispirato dalle varie obbedienze muratorie, con un occhio alla posizione degli astri e del Sole. A volte tollerata, a volte perseguitata da Chiesa e Stato ma mai, comunque, ufficialmente riconosciuta, la massoneria appoggerà indifferentemente insurrezioni e contro insurrezioni, ribellioni e restaurazioni. E così accanto al conclamato appoggio alla Rivoluzione Americana, a quella Francese, ai vari  Risorgimenti europei (ed in primis, a quello italiano) avremo il beneplacito sostegno a regimi ultraconservatori e reazionari come quello dell’anti italiano Napoleone 3°. In Italia, in particolare, dal Risorgimento sino al Ventennio, la maggior parte dei governi sarà più o meno espressione dei desiderata della massoneria, che esprimerà rivoluzionari alla Garibaldi e alla Mazzini (il quale, in un momento successivo, criticherà duramente l’eccessiva moderazione e la poca propensione all’azione rivoluzionaria dell’istituzione, ponendosene de facto, al di fuori, sic! riformisti e moderati come Cavour, Crispi, Giolitti e Nathan (sindaco di Roma), ma anche quella casa Savoia che a fine Ottocento non esiterà a ricorrere alle cannonate del generale Bava Beccaris per sedare le giuste rivendicazioni del popolo affamato, sino alla sinistra figura del generale Badoglio ed alla sua coorte di traditori che, durante l’ultimo conflitto mondiale contribuiranno alla sconfitta ed alla resa italiana, grazie alle loro relazioni di affiliazione massonica con la Gran Bretagna e le sue logge. Proibite o messe “in sonno” durante il Ventennio, le logge massoniche dal dopoguerra ad oggi, continueranno a rappresentare una silenziosa, ma costante presenza nella vita del nostro paese. Le vicende legate alla loggia P2 di Licio Gelli ed ai risultati della commissione Anselmi, torneranno a conferire all’intera istituzione massonica quell’aura di negatività superata solamente dalla propaganda del Ventennio. L’elezione di Gustavo Raffi quale guida del Grande Oriente d’Italia(la più antica e numerosa delle istituzioni massoniche italiane), accompagnata da un’attività di apertura al mondo esterno, tramite conferenze, etc., aperte a chiunque, sembra proprio voler rappresentare un momento di forte discontinuità e rottura con l’idea di una massoneria “coperta” e semi clandestina nel suo relazionarsi con la società. Tutte queste vicende, però, non tolgono i dubbi sulla reale essenza e portata di un fenomeno quale quello massonico che, a ben vedere, si presenta molto più variegato e complesso rispetto a certe vicende ufficiali. Per esempio, qualcuno ha, per associazione d’idee, accostato alla massoneria anche realtà che, con quella ufficiale, avrebbero in verità poco o nulla da spartire, quali per esempio gli Ariosofi di Von Sebottendorf e Von List, l’Ordo Templum Orientis di Aleister Crowley, i Teosofi, Anne Blavatsky e addirittura alcune alcune realtà del satanismo. E’ anche vero, però che, la storia e la genesi di tutte queste realtà sono in qualche modo legate ed interconnesse a deviazioni ed interpretazioni di quel comune filone di pensiero esoterico, delle cui vicende abbiamo già parlato. Arrivati a questo punto della nostra analisi, non ci si può esimere dall’interrogarci su quale coerenza possano avere gruppi che, nel loro proclamarsi fautori dell’egualitarismo democratico e del liberalismo, quali dirette filiazioni dell’Illuminismo, adottano invece rituali e simbologie che rimandano a realtà e tradizioni che si situano sul versante opposto. A ben vedere, la tradizione egizia, non può certo richiamare alla mente l’ideologia liberale e la stessa osservazione vale per tutte le altre tradizioni richiamate dalla massoneria: dall’elitario ed antidemocratico pitagorismo, passando attraverso la tradizione ermetica o a quella alchemica, o ai cavalieri del Tempio, nulla ci sembra evocare un’idea di eguaglianza, anzi. Certe espressioni del sapere esoterico, sono per definizione quanto di più ristretto ed esclusivo possa esistere. L’unica tra le radici massoniche che, in qualche modo ci può riconnettere ai contenuti fondanti della Modernità è quella ebraica. Questo perché lo spirito biblico sta alla base dello spirito della svolta economicista e mercantilista della Modernità, per l’appunto tutta imperniata sul protestantesimo di marca calvinista. Ma, a ben vedere, la stessa Qabbalah, libro sacro di quell’esoterismo ebraico tanto caro a certe comunioni massoniche, altri non è che un concentrato di sapere misterico imperniato su un’idea di esclusivismo gerarchico tale, da far addirittura contemplare delle precise indicazioni sul diritto di appartenenza, esclusivamente ereditario, alla casta dei rabbini-maghi, rappresentata in questo caso dagli appartenenti alla tribù dei Levi. Di fronte a questa incoerenza ontologica, si può dare una risposta la cui valenza deve rientrare per forza nell’ambito della ricerca psicanalitica e sociologica. La tendenza innata dell’uomo a costituire degli alvei di appartenenza privilegiata all’interno dei contesti sociali in cui vive, porta anche all’adozione di determinati simboli, in quanto richiami ad un passato prestigioso, anche a costo di snaturarne valenze e significati. Il grande Renè Guenon ebbe a descrivere un processo simile, nei termini di una scienza iniziatica i cui simboli verrebbero rigirati e stravolti nel nome di una perversa ed innaturale eterogenesi dei fini. Quella stessa eterogenesi che, dunque, sembra guidare l’intera storia di certa massoneria e dei suoi sviluppi nei secoli. Da cenacoli iniziatico-sapienziali a vere e proprie congreghe politico-affaristiche di elevato lignaggio, certe massonerie divengono il miglior veicolo per l’elaborazione, la pianificazione e la messa in opera di un’azione volta ad assoggettare il mondo all’unica, omologante legge di stampo occidentale, che del primato dell’economia finanziaria sull’uomo e sulla sua vita, fa il proprio asse portante. Inizialmente portato avanti dallo stato-canaglia britannico, il progetto mondialista avrà negli USA e nei propri stati-satellite il miglior prosecutore.

Oggi, in piena Post- Modernità, le ramificazioni del progetto mondialista non necessitano più né di una nazione di riferimento, né delle vecchie istituzioni massoniche, oramai superate ed abbandonate in favore di molto più potenti ed efficaci “Club”, “Commissioni” e via dicendo. A proposito di mondialismo, abbiamo sinora parlato di “certe” massonerie, proprio perché riteniamo pericoloso e fuorviante parlare in certi termini di un’esperienza che, proprio in quanto esoterica, non è facilmente catalogabile secondo criteri di scienza esatta. Figure come un Reghini, un Armentano, un Frosini ed altri ancora, attraverso il tentativo di rifondare la massoneria, riattivando il Rito Filosofico Italiano e partecipando in prima persona all’esperienza del Gruppo di Ur, impressero all’istituzione massonica una svolta in direzione di quel neopitagorismo che, con un forte richiamo al paganesimo romano e mediterraneo, si situava in una prospettiva ideologica e dottrinale ben lontana da suggestioni cabalistiche. Questi personaggi di sicuro, con la Massoneria non ci fecero certo i soldi, né ricevettero gratificazioni di altro tipo ma, in compenso, cercarono di dare un contributo ed una spinta chiarificatrice a quel contesto di idee “tradizionalista” che allora, sulla falsariga dell’esperienza fascista, iniziava a muovere i propri primi passi, in direzione di un proprio specifico assetto. Il discorso potrebbe continuare ancora per intere pagine, senza però portarci ad alcun risultato certo, se non quello della fondamentale ed occidentalissima “ambiguità” ontologica dell’esperienza massonica. Il che ci porta, giuocoforza, ad essere prudenti nell’emettere giudizi affrettati per non ricadere in stereotipi che altro non fanno il gioco di chi, invece, ha tutto l’interesse a confondere le acque.

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F-35, il caccia della guerra che verrà (VIDEO)

Il caccia F-35, di cui si dovrebbero dotare a breve le Forze Armate italiane, è un aereo ‘caccia da attacco combinato’ (Joint strike fighter) e rappresenta il piu’ importante progetto bellico globale mai realizzato che prevede la cooperazione di 9 Paesi con la supervisione della Lockheed Martin statunitense. L’Italia ha gia’ acquistato tre velivoli ma a regime dovrebbe arrivare a 131 esemplari per un costo previsto, al momento, intorno ai 15 miliardi di euro. L’F35 è un aereo multifunzionale (a decollo verticale) ma per i critici,oltre ad essere molto costoso, è un caccia predisposto allo scenario di guerra permanente, anche con armi nucleari. Intanto, a seguito delle difficolta’ del programma, alcuni Paesi, come la Danimarca, hanno deciso di congelare l’accordo.

LINK: Italy’s Integration with Pentagon’s Warfare Tactics

DI: Coriintempesta

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