La Globalizzazione della Povertà e il Nuovo Ordine Mondiale

Tratto da The Globalization of Poverty and the New World Order  – di Michel Chossudovsky -

globalizzazione

Prefazione alla seconda edizione 

Appena poche settimane dopo il colpo di stato militare in Cile, avvenuto l’11 settembre 1973, con cui il governo eletto del presidente Salvador Allende venne rovesciato dalla giunta militare guidata da Augusto Pinochet, quest’ultimo ordinò un aumento del prezzo del pane da 11 a 40 escudos, un aumento del 264%. Questo trattamento economico era stato progettato da un gruppo di economisti chiamato “Chicago Boys“.

Al momento del colpo di stato militare insegnavo all’Istituto di Economia dell’Università Cattolica del Cile, che pullulava di “Chicago Boys”, discepoli di Milton Friedman. Quell’ 11 settembre, nelle ore successive al bombardamento del Palazzo Presidenziale della Moneda, i nuovi governanti militari imposero un coprifuoco di 72 ore. Alcuni giorni dopo, alla riapertura dell’Università, i “Chicago Boys” festeggiavano. Neanche una settimana dopo, molti dei miei colleghi vennero chiamati a ricoprire posizioni chiave nel governo militare.

Mentre i prezzi alimentari erano saliti alle stelle, i salari erano stati congelati per garantire “stabilità economica e scongiurare pressioni inflazionistiche“. Da un giorno all’altro, un intero paese venne fatto precipitare nella povertà abissale: in meno di un anno, in Cile, il prezzo del pane era aumentato di 36 volte e l’85 per cento della popolazione cilena era stata spinta al di sotto della soglia di povertà.

Questi eventi mi colpirono profondamente nel mio lavoro come economista. Attraverso la manomissione dei prezzi, dei salari e dei tassi di interesse, la vita delle persone era stata distrutta, l’intera economia nazionale era stata destabilizzata. Ho cominciato a capire che la riforma macro-economica non era né “neutrale” – come rivendicato dal mainstream accademico – nè separata dal più ampio processo di trasformazione sociale e politico. Nei miei primi scritti sulla giunta militare cilena, consideravo il cosiddetto “libero mercato” come un efficiente strumento di “repressione economica“.

Due anni dopo, nel 1976, sono tornato in America Latina come visiting professor all’Università Nazionale di Cordoba, nel cuore industriale dell’Argentina. Il mio soggiorno è coinciso con un altro colpo di stato militare. Decine di migliaia di persone furono  arrestate e moltissimi desaparecidos sono stati assassinati. Il colpo di stato militare in Argentina era una “copia” di quello guidato dalla CIA in Cile. Dietro i massacri e le violazioni dei diritti umani, erano state anche ordinate le riforme del “libero mercato” – questa volta sotto la supervisione dei creditori newyorkesi dell’Argentina.

Le mortali prescrizioni economiche del Fondo monetario internazionale (FMI), applicate con il pretesto del “programma di aggiustamento strutturale“, non erano ancora state lanciate ufficialmente. L’esperienza del Cile e dell’ Argentina sotto i “Chicago Boys” era una prova generale delle cose che sarebbero successe in seguito. A tempo debito, i proiettili economici del sistema di libero mercato stavano colpendo un paese dopo l’altro. A partire dall’assalto della crisi del debito degli anni 1980, la stessa medicina economica del FMI è stata sistematicamente applicata in più di 150 paesi in via di sviluppo. Dal mio precedente lavoro in Cile, Argentina e Perù, ho iniziato a studiare l’impatto globale di queste riforme. Alimentandosi senza sosta sulla povertà e sulla dislocazione economica, stava prendendo forma un Nuovo Ordine Mondiale.

Nel frattempo, la maggior parte dei regimi militari in America Latina erano stati sostituiti da “democrazie” parlamentari, cui era affidato il raccapricciante compito di mettere all’asta l’economia nazionale nel quadro dei programmi di privatizzazioni sponsorizzati dalla Banca Mondiale. Nel 1990, tornai all’Università Cattolica del Perù, dove avevo insegnato dopo aver lasciato il Cile nei mesi successivi al golpe militare del 1973.

Ero arrivato a Lima nel pieno della campagna elettorale del 1990. L’economia del paese era in crisi. Il populista governo uscente del presidente Alan Garcia era stato inserito nella “lista nera” del FMI. Alberto Fujimori divenne il nuovo Presidente il 28 luglio 1990. E appena qualche giorno dopo, anche il Perù venne colpito dalla  ”terapia d’urto economica”  - questa volta con una vendetta. Il Perù fu punito per non essersi adeguato ai diktat del FMI: il prezzo del carburante venne fatto aumentare di 31 volte e il prezzo del pane aumentò più di dodici volte in un solo giorno. Il FMI – in stretta consultazione con il Tesoro degli Stati Uniti – aveva operato dietro le quinte. Queste riforme –  eseguite in nome della “democrazia” – furono molto più devastanti rispetto a quelle applicate in Cile e in Argentina sotto il pugno del regime militare. Negli anni ’80 e ’90 ho viaggiato molto in Africa.Il mio campo di ricerca per questa prima edizione era stato, infatti, il Ruanda che, nonostante gli alti livelli di povertà, aveva raggiunto l’autosufficienza nella produzione alimentare. Dai primi anni del 1990, l’economia nazionale del Ruanda venne distrutta e il suo sistema agricolo, una volta vibrante, fu destabilizzato. Il FMI aveva chiesto l ‘”apertura” del mercato interno per l’esportazione sottocosto delle eccedenze di grano statunitensi ed europee. L’obiettivo era quello di “incoraggiare gli agricoltori ruandesi ad essere più competitivi“. (Vedi il Capitolo 7.)

Dal 1992 al 1995, per le mie ricerche ho viaggiato in India, Bangladesh e Vietnam e sono tornato in America Latina per completare il mio studio sul Brasile. In tutti i paesi che ho visitato, tra cui Kenya, Nigeria, Egitto, Marocco e le Filippine, ho osservato lo stesso modello di manipolazione economica e di interferenze politiche da parte delle istituzioni di Washington. In India, causa diretta delle riforme del FMI, milioni di persone erano state ridotte alla fame. In Vietnam – che rappresenta una delle più prospere economie per la produzione del riso nel mondo – erano esplose carestie su scala locale direttamente derivanti dalla soppressione del controllo dei prezzi e la deregolamentazione del mercato del grano.

In concomitanza con la fine della Guerra Fredda, al culmine della crisi economica, ho viaggiato in diverse città e zone rurali in Russia. Le riforme sponsorizzate dal FMI erano entrate in una nuova fase – allungando la loro presa mortale sui paesi dell’ex blocco orientale. A partire dal 1992, vaste aree dell’ex Unione Sovietica, dagli stati baltici alla Siberia orientale, vennero spinte nella povertà abissale.

I lavori per la prima edizione di questo libro si conclusero all’inizio del 1996, con l’inserimento di uno studio dettagliato sulla disintegrazione economica della Jugoslavia. (Vedi il Capitolo 17.) Era stato avviato, messo a punto dagli economisti della Banca Mondiale, un “programma di fallimento“. Nel 1989-90, circa 1100 imprese industriali sono state spazzate via e più di 614.000 lavoratori del settore industriale sono stati licenziati. E questo era solo l’inizio di una frattura economica molto più profonda della Federazione Jugoslava.

Dopo la pubblicazione della prima edizione nel 1997, il mondo è cambiato radicalmente, la “globalizzazione della povertà” ha esteso la sua presa a tutte le principali regioni del mondo tra cui l’Europa Occidentale e il Nord America.

Distruggendo la sovranità nazionale e i diritti dei cittadini era stato installato un Nuovo Ordine Mondiale.  In virtù delle nuove regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), istituito nel 1995, furono concessi  ”diritti ben radicati“ alle più grandi banche del mondo e alle multinazionali. I debiti pubblici sono cresciuti a dismisura, le istituzioni statali sono crollate e l’accumulazione di ricchezza privata è progredita senza sosta.

La guerre guidate dagli Stati Uniti in Afghanistan (2001) e Iraq (2003) hanno segnato una svolta importante nell’evoluzione di questo Nuovo Ordine Mondiale. Mentre è in stampa la seconda edizione, le forze americane e inglesi hanno invaso l’Iraq, distruggendo le sue infrastrutture pubbliche e uccidendo migliaia di civili. Dopo 13 anni di sanzioni economiche, la guerra in Iraq ha portato un’intera popolazione in condizioni di povertà.

La guerra e la globalizzazione vanno di pari passo. Supportata dalla macchina da guerra degli Stati Uniti, si è aperta una nuova e mortale fase della globalizzazione guidata dalle multinazionali. Mettendo in mostra la più grande potenza militare dopo la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno intrapreso un’avventura militare che minaccia il futuro dell’umanità.

La decisione di invadere l’Iraq non aveva nulla a che fare con “le armi di distruzione di massa di Saddam ” o dei suoi presunti legami con Al Qaeda. L’Iraq possiede l’11 per cento delle riserve mondiali di petrolio, cinque volte più grandi di quelle degli Stati Uniti. Il 70% delle riserve mondiali di petrolio e gas naturale sono infatti situate in quell’area dell’ Asia Centrale - Medio Oriente che si estende dalla punta della penisola araba al bacino del Mar Caspio .

Questa guerra, che era stata in fase di progettazione per diversi anni, minaccia di sommergere una regione molto più ampia. Un documento del 1995 del Central Command americano conferma che “lo scopo del coinvolgimento degli Stati Uniti. . . è quello di proteggere gli interessi vitali degli USA nella regione – l’accesso ininterrotto e sicuro al petrolio del Golfo  da parte degli USA e dei suoi alleati“.

Dopo l’invasione, l’economia irachena è stata posta sotto la giurisdizione del governo di occupazione militare statunitense, guidato dal generale in pensione Jay Gardner, un ex CEO di uno dei più grandi produttori americani di armi.

In collaborazione con l’amministrazione statunitense e il Club di Parigi dei creditori ufficiali, il FMI e la Banca Mondiale hanno in programma di svolgere un ruolo chiave nella ricostruzione “post-bellica” dell’Iraq “. Il programma nascosto è quello di imporre il dollaro come valuta proxy dell’Iraq, in un assetto di comitato valutario simile a quello imposto alla Bosnia-Erzegovina sotto l’Accordo di Dayton del 1995. (Vedi il  Capitolo 17). A sua volta, le vaste riserve petrolifere irachene sono candidate ad essere prese in consegna dai giganti petroliferi anglo-americani.

La spirale del debito estero dell’Iraq verrà utilizzata come strumento di saccheggio economico. Saranno imposte condizionalità. L’intera economia nazionale sarà messa all’asta. Il FMI e la Banca mondiale saranno chiamati a fornire legittimità al saccheggio della ricchezza petrolifera irachena.

Il dispiegamento della macchina da guerra americana pretende di allargare la sfera di influenza economica americana in un’area che si estende dal Mediterraneo al confine occidentale della Cina. Gli Stati Uniti hanno stabilito una presenza militare permanente non solo in Iraq e in Afghanistan, ma hanno anche  basi militari in diverse delle ex repubbliche sovietiche. In altre parole, la militarizzazione supporta la conquista di nuove frontiere economiche e l’imposizione a livello mondiale del sistema di “libero mercato“.

Depressione Globale

L’assalto della guerra guidata dagli Usa sta avvenendo al culmine di una depressione economica mondiale, che ha le sue radici storiche nella crisi del debito dei primi anni 1980. La guerra americana di conquista ha un impatto diretto sulla crisi economica. Le risorse statali negli Usa sono state reindirizzate al finanziamento del complesso militare-industriale e al rinforzo della sicurezza interna a scapito del finanziamento dei tanto necessari programmi sociali.

Sulla scia dell’11 settembre 2001, attraverso una massiccia campagna di propaganda, è stata rafforzata la traballante legittimità del “sistema globale di libero mercato“, aprendo le porte a una nuova ondata di deregolamentazioni e privatizzazioni, con la conseguente acquisizione da parte dei privati della maggior parte, se non di tutti, i servizi pubblici e le infrastrutture dello Stato (compresa l’assistenza sanitaria, elettricità, acqua e trasporti).

Inoltre,negli Stati Uniti, Inghilterra e nella maggior parte dei paesi dell’Unione europea, il tessuto legale della società è stata revisionato. Sulla base dell’ abrogazione dello stato di diritto, sono emerse le fondamenta di un apparato statale autoritario con poca o nessuna opposizione dalla base della società civile.
(…)

LINK:  Understand the Globalization of Poverty and the New World Order

DI: Coriintempesta

Catastroika: privatization goes public

catastroika

Il documentario mostra e dimostra la catastrofe che segue la privatizzazione e la liberalizzazione, per risolvere una crisi voluta, che ne è la giustificazione. La giustificazione per depredare intere nazioni del patrimonio e dei beni pubblici del suo popolo, usando sistemi repressivi e liberticidi e inducendo i lavoratori a una condizione di schiavitù.
I creatori di Debtocracy (qui), documentario con due milioni di visualizzazioni trasmesse dal Giappone all’America Latina, analizzano lo spostamento dei beni dallo Stato in mani private.Viaggiano nei paesi sviluppati, alla ricerca di dati in materia di privatizzazioni e ricercano indizi sul giorno dopo il massiccio programma di privatizzazioni della Grecia.

LINK: http://www.catastroika.com/indexen.php

Il sindaco degli espropri non si arrende. “Una marcia contro le riforme di Rajoy”

da: LaRepubblica.it

Il comunista Sanchez Gordillo, alla guida di un piccolo centro dell’Andalusia, la scorsa settimana ha preso d’assalto un supermarket per distribuire cibo ai disoccupati. Ora vuole convincere i suoi colleghi alla rivolta. “Il vero pericolo non sono io ma le banche”

Juan Manuel Sanchez Gordillo (a sinistra) durante una manifestazione

MADRID - Gli arresti e le incriminazioni non fermano Juan Manuel Sanchez Gordillo. Dopo l’esproprio proletario di un supermercato per donare generi alimentari alle famiglie più povere del comune, il sindaco di Marinaleda, uno dei centri dell’Andalusia più colpiti dalla crisi economica, ha annunciato che domani si metterà in marcia per convincere i suoi colleghi della regione meridionale della Spagna a boicottare le riforme e le misure di austerità varate dal governo conservatore di Mariano Rajoy.

 La marcia di protesta partità da Jodar, il municipio dal più alto tasso di disoccupazione dell’Andalusia, e poi, sfidando il caldo torrido, toccherà in tre settimane altri centri della regione. Sanchez Gordillo spera di convincere gli altri sindaci a non ripagare il debito pubblico, a fermare i licenziamenti e a scongiurare gli sfratti.

L’iniziativa, come detto, arriva dopo la clamorosa azione di qualche giorno fa, quando il primo cittadino di Marinelda ha fatto da “palo” mentre un gruppo di attivisti portava fuori da un supermercato tre carrelli pieni di pasta, fagioli, lenticchie e latte, che sono poi stati donati a 36 famiglie di disoccupati di Siviglia. La polizia ha arrestato sette persone, ma Sanchez Gordillo, che è anche deputato regionale dell’Andalusia, se l’è cavata grazie all’immunità parlamentare (ma ha annunciato che intende rinunciarvi).

Non è certo la prima volta che questo amministratore sessantenne, pur governando un comune 2.700 abitanti, conquista gli onori della cronaca nazionale. Da circa 30 anni grazie a una schiacciante maggioranza di sinistra è saldamente alla guida del municipio dove ha creato un sistema di cooperative agricole, guidando i contadini all’occupazione di terre demaniali. “Dicono che sono pericoloso – commenta spavaldo il sindaco – ma i banchieri che se la sono cavata dopo le truffe? E le banche che prendono soldi in prestito dalla Bce al tasso dell’1% e rivendono lo stesso prestito agli spagnoli chiedendo un interesse del 6%? Loro non sono pericolosi?”.

LINK: LaRepubblica.it

 

E se abolissimo il Fmi?

di: Fabio Chiusi

Non è stato capace di prevedere la grande crisi. Né di risolverla. Anzi, forse le sue scelte l’aggravano. Eppure condiziona in modo antidemocratico i Paesi che tiene per il collo. A iniziare dalla Grecia, ma non solo. Allora, perché tenerci il Fondo Monetario Internazionale? Lo abbiamo chiesto a esperti e studiosi di tendenze diverse

Tra le sue principali funzioni c’è quella di formulare previsioni sull’andamento dell’economia mondiale, ma non è stato in grado di prevedere la bufera sui debiti sovrani. Elargisce prestiti miliardari, ma è accusato di imporre condizioni talmente restrittive da svuotare la sovranità dei paesi che ne beneficiano, stritolarne l’economia reale e le popolazioni che ne traggono sostentamento.

Dovrebbe «incoraggiare la cooperazione monetaria globale, garantire la stabilità finanziaria, facilitare gli scambi internazionali, promuovere l’occupazione e una crescita economica sostenibile e ridurre la povertà nel mondo» ma – argomentano i critici – in realtà è una istituzione disperatamente in cerca di identità e missione.

Se il Fondo Monetario Internazionale finisse dalla parte dell’imputato in un ipotetico processo, la requisitoria del pubblico ministero inizierebbe all’incirca a questo modo. E, a giudizio degli economisti dei più diversi orientamenti interpellati da ‘l’Espresso’, ci sarebbero buone probabilità di giungere a una sentenza di condanna.

Perché a detta dei critici il Fondo, nelle cui mani – insieme alla Commissione dell’Unione europea e alla Bce – riposa il futuro della Grecia e dell’intera Eurozona, è una istituzione antidemocratica, opaca, preda degli interessi di pochi e che, in definitiva, così com’è non si capisce nemmeno bene a che serva.

Nata alla fine della Seconda Guerra Mondiale, l’organizzazione che raccoglie 187 Paesie gestisce centinaia di miliardi di euro dovrebbe essere urgentemente riformata. A partire dalla sua funzione, come spiega Franco Bruni, docente di Teoria e politica monetaria internazionale all’Università Bocconi: «Da quando, all’inizio degli anni ’70, è caduto il sistema di Bretton Woods», argomenta, «il Fmi è una istituzione in cerca di lavoro. Perché è finita quella che costituiva la sua funzione principale: la regia di un mondo di cambi fissi».

Da allora, dice Bruni, «ne ha fatte di tutti i colori»: dal riciclo dei petroldollari all’espansione delle sue attività nei paesi in via di sviluppo», finendo per «pestarsi i piedi con la Banca Mondiale» a causa dell’estensione dei suoi finanziamenti ad ambiti che nulla hanno a che vedere con il sistema dei cambi.

Non solo: «Con il passare degli anni ha iniziato a giudicare, tramite visite regolari, i sistemi di vigilanza, regolazione e stabilità finanziaria dei Paesi bisognosi del suo intervento», aggiunge Bruni. Un ruolo intensificatosi a partire dalle prime crisi degli anni ’90, conclude, ma che ha generato la confusione nell’attribuzione di compiti e responsabilità, e le relative accuse di ‘commissariare’ la politica, che appare evidente in questi mesi sull’orlo del baratro.

Parte essenziale di una riforma del Fondo sarebbe una ridefinizione del peso dei suoi azionisti. Oggi, infatti, i soli Stati Uniti detengono un forte potere di veto sulle sue scelte, dato che detengono il 17,7 per cento dei voti all’interno del Board dei Governatori, la sua più alta autorità decisionale.

La Cina, pur detenendo il 45 per cento del debito estero americano, è al 4 per cento. Economie in forte sviluppo come il Brasile e l’India non vanno oltre l’1,7 e il 2,4 per cento, rispettivamente.

«Questo è assolutamente un problema», sostiene il responsabile economico del Pd,Stefano Fassina, già economista per il Fondo dal 2000 al 2005, «perché pesa negativamente sulla legittimità del Fmi: è evidente che la distribuzione delle quote riflette un mondo che non c’è più, e la credibilità delle sue politiche ne risente».

Quanto all’Europa, il peso è distribuito ai singoli Paesi. Con la conseguenza che, qualora emergano dissensi, la sua voce conta meno di quanto potrebbe se vi fosse un rappresentante unico. In ogni caso, aggiunge l’economista Tito Boeri, anche lui in passato consulente del Fondo, «c’è ancora molto una impostazione Occidentale, che ignora il peso crescente dei paesi emergenti. Se c’è da ricalibrare il Fondo dev’essere sicuramente in quella direzione». Con una precisazione: «Chi solleva questo problema, tuttavia, dovrebbe rendersi conto che la naturale implicazione è dare più peso a loro. L’Italia conterebbe ancora meno». Per quanto le quote siano state parzialmente ridefinite nel 2010, lo squilibrio resta.

Un ulteriore problema è rappresentato dalla complessità della governance del Fondo, oggi distribuita all’interno di un intreccio incredibile di organi. Un Board dei governatori, uno per Paese (di norma il ministro delle finanze o il capo della banca centrale), cui spetta ridefinire il peso delle quote e l’ammissione di nuovi membri. Due comitati ministeriali che consigliano i governatori. Un Board esecutivo, i cui 24 membri dovrebbero rappresentare gli interessi di 187 Paesi, anche 24 alla volta, e controllarne lo stato di salute finanziaria.

Le decisioni sono prese per consenso o voto formale sotto la direzione di un ‘direttore operativo’ e del suo staff. Attualmente a capo del Fondo c’è Christine Lagarde, uno stipendio da circa 31.700 euro al mese, 551.700 dollari l’anno: 130 mila in più del predecessore Dominique Strauss-Kahn.

Nonostante il Fondo sia dotato al suo interno di un Ufficio di Valutazione Indipendente, di un Ufficio per l’Etica e addirittura di una hotline attiva 24 ore su 24 per chi volesse spifferarne i difetti, più di qualcuno argomenta inoltre che l’intera macchina sia tutt’altro che efficiente e trasparente. E non solo gli ‘indignati’ accampati nelle piazze di tutto il mondo: «Serve una governance interna snella», argomenta Bruni, «perché in questo momento il governo del Fondo è estremamente complicato. C’è una gerarchia di due organi che si pestano i piedi, sono pieni di carte. Io ho visto come lavorano, è impossibile. Serve un consiglio direttivo professionale, scelto non in base a criteri politici, non Christine Lagarde, ma veri banchieri internazionali con grandi capacità».

Ma non è un problema solo di burocrazia. Il sociologo Luciano Gallino, autore di un recente volume intitolato ‘Finanzcapitalismo’, non ha dubbi: «L’Fmi è un organismo intrinsecamente non democratico, quindi il suo funzionamento è opaco per definizione. Probabilmente è trasparente a chi ne sta dentro e chi ne influenza le decisioni.» Perché non democratico? «Perché il Fondo rappresenta nel modo più chiaro e netto la struttura della finanza internazionale con le sue esigenze. Quindi non soltanto di democratico non ha nulla: ha ostacolato in vario modo i sistemi democratici in molti paesi», attacca Gallino, «perché la sua ricetta è sempre stata ‘ti presto dei soldi a condizione che attui riforme – le chiamano così – intrinsecamente non democratiche’: privatizzare tutto il privatizzabile, tagliare le pensioni, la sanità, la scuola pubblica, ridurre il ruolo dello Stato».

Il problema è che il Fondo «nei suoi fondamenti incorpora la mitologia economica neoliberista, e mi sembra molto difficile riformarla: la mitologia neoliberista non si riforma. Bisogna pensare a riformare l’architettura del sistema finanziario internazionale e in questa riforma si potrebbe trovare anche una collocazione diversa del FMI», argomenta Gallino. Che ricorda come fu lo stesso Ufficio di Valutazione del Fondo, nel 2008 e con «mezza dozzina di banche già fallite negli Stati Uniti e in Europa», a criticare l’orientamento dell’istituto. In cui per il sociologo vige «un pensiero totalitario, non molto diverso da quello totalitario dell’estrema sinistra di stampo sovietico.»

Critiche che si aggiungono a quelle formulate dall’ex capo economista, Kenneth Rogoff, a settembre dello scorso anno: «Soltanto un anno fa, al meeting annuale dell’Fmi a Washington», ha scritto in un intervento sul ‘Sole 24 Ore’, «i funzionari più esperti sostenevano che il panico per la crisi del debito sovrano in Europa era una tempesta in un bicchier d’acqua. L’Fmi sosteneva che perfino le dinamiche del debito della Grecia non fossero un problema serio».

Segnali insomma di una perdita di credibilità, e di una capacità previsionale non eccelsa. Anche se, precisa Fassina, più che di mancata comprensione in alcuni casi potrebbe trattarsi di una precisa strategia comunicativa. Perché «bisogna tener conto che se il Fondo dice che la Grecia fallisce, la Grecia fallisce un minuto dopo».

Qualche segnale positivo, aggiunge l’esponente Pd, viene dal fatto che negli ultimi anni il Fondo abbia fatto «delle correzioni di linea significative», anche grazie al nuovo capo economico Olivier Blanchard, allontanandosi dall’ortodossia. E a uno studio, prodotto dagli economisti del Fondo, che smentisce le teorie di chi «come Alesina e Giavazzi parla di politiche di austerità espansive. E dimostra che, al contrario, sono recessive», dice Fassina.

Ma molto resta da fare. E se c’è chi, come il professor Bruni, afferma che «bisogna portare via il Fmi da Washington» perché «non è bello che i funzionari del Fondo che esaminano la politica monetaria del Gabon o dell’Indonesia arrivino a un posto che è a poche centinaia di metri dal Tesoro americano», l’economista e senatore Fli Mario Baldassarri ricorda che il problema è sistemico: «Io farei un processo all’Occidente e all’Europa, non solo al Fondo. Nel senso che l’Occidente si sta suicidando e l’Europa non esiste. Non è mai esistita».

Per Baldassarri, «occorre una nuova governance, un nuovo G8 che proceda a fare la nuova Bretton Woods, il nuovo Fmi, la nuova Banca Mondiale». A quel tavolo dovrebbero sedere con pari dignità le potenze emergenti, e un rappresentante degli ‘Stati Uniti d’Europa’. «Altrimenti continueremo ad alimentare la ricchezza cinese, che tra l’altro non serve ancora a migliorare il tenore di vita dei cinesi», argomenta il senatore. Ma perché ciò avvenga servono risposte politiche, «non tecnicalità del Fondo».

Espresso- Repubblica.it

La Grecia brucia

di: Piergiorgio Odifreddi

La Grecia è arrivata alla resa dei conti. Il Parlamento si accinge a capitolare di fronte al plotone d’esecuzione costituito dalla cosiddetta troika, formata dall’Unione Europea, la Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale. La società civile sta protestando violentemente di fronte al Parlamento.

Il primo ministro Papademos, alter ego del nostro Monti, ha dichiarato che “il vandalismo e la distruzione non hanno un posto nella democrazia”: le stesse parole usate ieri, in maniera preventiva, dal nostro presidente Napolitano.

Naturalmente, i mandanti (im)morali della troika, e gli esecutori materiali del governo greco, presentano le misure che stanno per essere adottate come “inevitabili e necessarie”: le stesse parole che abbiamo sentito anche noi, fino alla nausea, dal colpo di mano del 9 novembre 2011 a oggi. E queste misure (udite, udite!) consistono in: “Una radicale riforma del mercato del lavoro, con una profonda liberalizzazione.

Una diminuzione di oltre il 20% del salario minimo garantito, e un taglio delle pensioni. Una drastica economia di spesa in settori pubblici, come gli ospedali e le autonomie locali. E la vendita dei gioielli di famiglia, come le quote pubbliche in petrolio, gas, acqua e lotteria”.

Queste misure non si chiamano “austerità”, o “sacrifici”, ma distruzione dello stato sociale e svendita del pubblico al privato. Esse sono dello stesso tenore, vanno nella stessa direzione, e sono ispirate dalla stessa insana ideologia, delle “riforme” che il nostro governo sta cercando di far passare anche da noi. E che, per ora, il nostro popolo ex-sovrano ha mostrato di accettare con maggior spirito di sopportazione, e minor spirito di sopravvivenza, di quello greco.

Nel suo editoriale di ieri su Repubblica, parlando delle conseguenze del possibile default della Grecia, del Portogallo e dell’Irlanda, Scalfari ha scritto che “il fallimento di due o tre paesi dell’Eurozona avrebbe ripercussioni molto serie sul sistema bancario internazionale, obbligando gli Stati nazionali a nazionalizzare totalmente o parzialmente una parte notevole dei rispettivi sistemi bancari”. Ma, più che una minaccia, questa dovrebbe essere percepita come una speranza!

Perché ormai è chiaro che le banche hanno una buona parte di responsabilità nella crisi mondiale, avendola fomentata con una manovra di strozzinaggio in due tempi: dapprima, finanziando e comprando una larga parte dei debiti sovrani degli stati, e poi, minacciando di chiederne la restituzione. Gli uomini delle banche al governo, in Grecia come in Italia, ci spiegano che dobbiamo piegarci al ricatto, pagando il riscatto della svendita dello stato. I dimostranti di Atene dimostrano, appunto, che si può dire no agli strozzini, anche quando ti puntano la pistola alla tempia, e sono pronti a premere il grilletto.

Dal Blog di Piergiorgio Odifreddi

Perché agli USA serve una grande guerra

di: Viktor Burbaki

Attualmente ci troviamo nel mezzo d’una fase di turbolenza del ciclo evolutivo mondiale, cominciata negli anni ’80 e destinata a terminare per la metà del XXI secolo. Nel corso di tale processo, gli USA stanno evidentemente perdendo il loro status di superpotenza…

Stime fornite dagli esperti dell’Accademia Russa delle Scienze mostrano che l’attuale periodo di forte instabilità dovrebbe terminare attorno al 2017-2019, con una crisi. La crisi non sarà profonda quanto quelle del 2008-2009 e del 2011-2012, e segnerà la transizione verso un’economia edificata su una nuova base tecnologica. Il rinnovamento economico probabilmente comporterà, nel 2016-2020, grossi mutamenti nell’equilibrio mondiale di potenza e grandi conflitti politico-militari che coinvolgeranno sia i pesi massimi dell’agone globale, sia i paesi in via di sviluppo. Presumibilmente, gli epicentri dei conflitti saranno nel Medio Oriente e nell’Asia Centrale post-sovietica.

Il secolo del dominio politico-militare e della supremazia economica globale degli USA è prossimo alla fine. Gli USA hanno fallito la prova dell’unipolarità e, feriti dai permanenti conflitti mediorientali, mancano oggi delle risorse necessarie a mantenere la guida mondiale.

La multipolarità implica una distribuzione più equa delle risorse mondiali ed una profonda trasformazione d’istituzioni internazionali come l’ONU, il FMI, la Banca Mondiale ecc. Al momento il Washington Consensus pare morto e sepolto, e l’agenda globale dovrebbe avere al primo posto la costruzione di un’economia con molti meno livelli d’incertezza, più rigidi regolamenti finanziari, ed una maggiore equità nell’allocazione dei ritorni e profitti economici.

I centri dello sviluppo economico stanno slittando dall’Occidente, che vanta la rivoluzione industriale tra i suoi grandi meriti, all’Asia. Cina e India dovrebbero prepararsi ad una corsa economica senza precedenti, con sullo sfondo una più ampia competizione tra le economie, che sfruttano i modelli del capitalismo di Stato e della democrazia tradizionale. Cina e India, i due paesi più popolosi al mondo, definiranno le direzioni ed il ritmo dello sviluppo futuro, ma la grande battaglia per la supremazia mondiale sarà combattuta tra USA e Cina: in palio c’è anche la scelta del sistema politico e del modello socie-economico post-industriale per il XXI secolo.

La domanda che sorge è: come reagiranno a questa transizione gli USA?

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Va tenuto conto che qualsiasi strategia statunitense parte dall’assunto che sia inaccettabile perdere la supremazia mondiale.

Il collegamento tra leadership mondiale e prosperità nel XXI secolo è un assioma per le élites statunitensi, indipendente da tutti i dettagli politici.

Modelli matematici delle dinamiche geopolitiche globali portano a concludere che l’unica opzione a disposizione degli USA per arrestare il rapido disfacersi del suo status geopolitico impareggiato, sia quella di vincere un conflitto convenzionale su larga scala.

Non è un segreto che occasionalmente hanno funzionato (si pensi al collasso dell’URSS) anche metodi non militari di sbarazzarsi dei rivali, e le corrispondenti tecnologie sono costantemente affinate negli USA. D’altro canto, ad oggi paesi come la Cina o l’Iran sono apparsi evidentemente immuni alla manipolazione esterna. Se le attuali dinamiche geopolitiche dovessero persistere, ci si può attendere il cambiamento di leadership mondiale per il 2025, ed il solo modo per gli USA di arrestare questo processo è scatenare una grande guerra…

Il paese che stia per perdere la supremazia non ha altra opzione che colpire per primo, ed è ciò che Washington sta facendo da circa 15 anni. La peculiare tattica degli USA è di scegliere come bersagli non i candidati alternativi alla supremazia geopolitica, ma paesi che appaiono più facili da affrontare al momento. Attaccando Jugoslavia, Afghanistan o Iraq, gli USA hanno cercato di gestire problemi puramente economici, o regionali; ma una questione più grande richiederà senz’altro un bersaglio assai più significativo. Gli analisti militari ritengono che i candidati più a rischio d’essere presi a bersaglio nel nome d’una nuova redistribuzione globale siano l’Iran più la Siria ed i gruppi sciiti quali il libanese Hezbollah.

La redistribuzione è, di fatto, in corso. La Primavera Araba, tramata e gestita da Washington, ha creato le condizioni appropriate ad una fusione del mondo musulmano in un singolo califfato. Gli USA ritengono che questa nuova formazione aiuterà la vacillante superpotenza a mantenere la propria presa sulle risorse energetiche chiave a livello mondiale, e a salvaguardare i suoi interessi rispetto all’Asia e all’Africa. Senza dubbio, la sfida che ha indotto gli USA ad architettare questo nuovo tipo di sistemazione è il crescente potere della Cina.

Liberarsi di Iran e Siria, che si frappongono sulla strada del dominio globale statunitense, sarebbe il prossimo passo naturale per Washington. I tentativi di rovesciare il regime iraniano fomentando disordini tra la popolazione sono falliti clamorosamente, ed analisti militari sospettano che all’Iran spetti uno scenario analogo a quelli visti in Iraq e Afghanistan. Il piano ha serie possibilità di realizzarsi, anche se oggi persino il ritiro da Iraq e Afghanistan pone considerevoli problemi agli USA.

La realizzazione del progetto del Grande Medio Oriente – assieme a notevoli danni alla posizione di Russia e Cina – sarebbe l’obiettivo centrale che gli USA sperano di conseguire combattendo una grande guerra… Il disegno è divenuto ampiamente noto negli USA dopo la pubblicazione sul Armed Forces Journal della celebre mappa di Peters. La motivazione di fondo sta nell’espellere Russia e Cina dal Mediterraneo e dal Medio Oriente, nel tagliar fuori la Russia dal Caucaso Meridionale e dall’Asia Centrale, e nel disconnettere la Cina dai suoi fornitori d’energia più importanti.

Il materializzarsi del Grande Medio Oriente rovinerebbe le prospettive russe di costante e pacifico sviluppo; infatti l’instabile Caucaso del Sud, controllato dagli USA, trasmetterebbe ondate destabilizzanti nel Caucaso del Nord. Dal momento che la destabilizzazione sarebbe condotta da forze fondamentaliste islamiche, tutte le regioni russe a prevalenza musulmana sarebbero coinvolte.

Gli USA non sono più in grado di sostenere il Washington Consensus facendo affidamento su strumenti politici ed economici.

Il cinese Jemin Jibao ha dipinto un quadro di strabiliante chiarezza, quando ha scritto che gli USA sono diventati un parassita mondiale che stampa illimitate quantità di dollari e le esporta per pagare le sue importazioni, e dunque sostiene gli eccessivi livelli di vita nordamericani derubando il resto del mondo. Il primo ministro russo ha espresso una visione simile durante il suo viaggio in Cina, il 17 novembre 2011.

Attualmente la Cina sta lavorando alacremente per limitare la sfera di circolazione del dollaro. La quota di valuta statunitense nelle riserve cinesi sta precipitando, e nell’aprile 2011 la Banca Centrale cinese ha annunciato il progetto di escludere totalmente il dollaro nelle compensazioni internazionali. Il colpo inferto al dominio valutario statunitense non è ovviamente destinato a rimanere senza risposta. Anche l’Iran sta cercando di ridurre la quota del dollaro nelle sue transazioni: nel luglio 2011 ha aperto una borsa petrolifera iraniana, dove sono accettati solo l’euro e la moneta persiana. Iran e Cina stanno negoziando di barattare prodotti cinesi col petrolio iraniano, rendendo così possibile, tra le altre cose, scavalcare le sanzioni imposte all’Iran. Il dirigente iraniano ha affermato che il volume degli scambi con la Cina dovrà raggiungere i 100 miliardi di dollari, e ciò renderebbe inefficaci i piani statunitensi per isolare l’Iran.

Gli sforzi statunitensi per destabilizzare il Medio Oriente potrebbero attribuirsi in parte al calcolo che la ricostruzione della regione, se devastata, richiederebbe massicce iniezioni di dollari, favorendo così la rivitalizzazione dell’economia statunitense. Nel 2011 la strategia statunitense mirante a preservare il dominio globale ha cominciato a tradursi in politiche basate sulla forza, dal momento che Washington vede nel deprezzamento dei possedimenti in dollari una possibile soluzione alla crisi. Una grande guerra potrebbe servire allo scopo. Il vincitore sarebbe in grado d’imporre al mondo le sue condizioni, come avvenne nel 1944 con la creazione del sistema di Bretton-Woods. Per Washington, guidare il mondo può valere una grande guerra.

Può l’Iran, fornitagli la necessaria assistenza, mettere fine all’espansione universale statunitense? La questione sarà trattata nel prossimo articolo.

Fonte: Strategic Culture Foundation

Traduzione di Daniele ScaleaGeopolitica Rivista

Le smart bombs di Wall Street

di: Manlio Dinucci

Ci sono vari tipi di smart bombs, «bombe intelligenti», usate da quello che Les Leopold definisce efficacemente il «governo segreto di Wall Street», la potente oligarchia finanziaria che controlla lo stato (http://www.voltairenet.org/Wall-Street-secret-government). Le prime sono quelle propagandistiche che colpiscono il cervello, annebbiando gli occhi e facendo vedere cose inesistenti.

Sono oggi massicciamente impiegate per mistificare la realtà della crisi, per convincerci che essa è provocata dal debito pubblico e che, per salvarci, dobbiamo fare duri sacrifici tagliando le spese sociali. Il debito pubblico è però conseguenza, non causa della crisi. Essa è dovuta al funzionamento stesso del mercato finanziario, dominato da potenti banche e gruppi multinazionali. Basti pensare che il valore delle azioni quotate a Wall Street, e nelle Borse europee e giapponesi, supera quello di tutti i beni e servizi prodotti annualmente nel mondo. Le operazioni speculative, effettuate con enormi capitali, creano un artificioso aumento dei prezzi delle azioni e di altri titoli, che non corrisponde a una effettiva crescita dell’economia reale: una «bolla speculativa» che prima o poi esplode, provocando una crisi finanziaria. A questo punto intervengono gli stati con operazioni di «salvataggio», riversando denaro pubblico (e quindi accrescendo il debito) nelle casse delle grandi banche e dei gruppi finanziari privati che hanno provocato la crisi. Solo negli Stati uniti, l’ultimo «salvataggio» ammonta a oltre 7mila miliardi di dollari, dieci volte più di quanto ufficialmente dichiarato. Come ciò possa avvenire lo spiega il fatto che i candidati presidenziali sono finanziati, attraverso «donazioni» e in altri modi, dalle grandi banche, tra cui la Goldman Sachs, e che l’amministrazione Obama, appena entrata in carica, ha nominato in posti chiave loro persone di fiducia, facenti parte della Commissione Trilaterale. La stessa in cui Mario Monti, consulente internazionale della Goldman Sachs e ora capo del governo italiano, riveste il ruolo di presidente del gruppo europeo. Non c’è quindi da stupirsi se il governo segreto di Wall Street impiega, in funzione dei suoi interessi, anche «bombe intelligenti» reali. Non a caso le ultime guerre, effettuate dagli Stati uniti e dalla Nato, hanno «intelligentemente» colpito stati situati nelle aree ricche di petrolio (Iraq e Libia) o con una importante posizione regionale (Jugoslavia e Afghanistan). Stati come l’Iraq di Saddam Hussein, che minacciava di sganciarsi dal dollaro vendendo petrolio in euro e altre valute, o come la Libia di Gheddafi, che programmava di creare il dinaro d’oro quale concorrente del dollaro e promoveva organismi finanziari autonomi dell’Unione africana, il cui sviluppo avrebbe ridotto l’influenza della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale. Per analoghe ragioni si prendono ora di mira Siria e Iran. Crisi e guerra sono due facce della stessa medaglia. Anche perché la guerra fa crescere la spesa militare che, appesantendo il debito pubblico, impone ulteriori sacrifici.

L’Italia, stima il Sipri, è arrivata a una spesa militare annua di 28 miliardi di euro, all’incirca il costo della manovra. Ma non se ne parla. Le bombe di Wall Street sono davvero intelligenti.

IlManifesto.it

Monti e la morte della Politica

di: Matteo Guinness

Bisogna fare sacrifici, per il bene dell’Italia, dice Mario Monti. Bisogna stringere i denti e accettare il compromesso dato la situazione di emergenza, rispondono in coro i partiti politici. E si celebra così l’ennesimo funerale della Politica.

Un governo voluto dai poteri tecnocratici -che fino ad ora non hanno fatto altro che proteggere le banche multinazionali colpevoli del il crollo economico- impone al popolo italiano misure di austerità durissime. Se fino ad oggi si fosse navigato nell’oro, si fosse governato e amministrato per il benessere degli italiani, qualcuno avrebbe anche potuto accettarlo; ma come si può bere la fandonia dei sacrifici, quando i sacrifici si fanno da anni e sono stati prodotti proprio dal sistema economico che i nostri politici oggi sostengono? Vengono “vanificati i sacrifici di quattro generazioni” dice lo stesso Monti, appunto sacrifici sui sacrifici.

Che nessuno si lasci ingannare dalle lacrime di coccodrillo del boia che piange mentre uccide il condannato: il pianto della Fornero non è altro che l’ennesima burla alle spalle dei popoli europei.

Quello che più di altro infastidisce e lascia sconcertati è l’appiattimento ideale, la totale mancanza di alternativa e di critica. Specialmente le forze politiche che dovrebbero essere sociali per l’ennesima volta chiamano al compromesso al ribasso: c’è sempre, da decenni, una causa maggiore che obbliga ad accettare qualsiasi porcata da far digerire alla popolazione italiana; e non parliamo dei pochi con barche o auto blu, le misure prese per queste categorie di persone sono la più classica manovra populista e demagocica. Questa volta sono tasse da far gravare sui più poveri, come l’Ici, l’Iva, l’Irpef, e l’allungamento dell’età pensionistica per tutte le future generazioni (altro che “per i nati nel 1952”). Anche se qualcuno proverà come al solito a trovare la scusa della necessità di misure di questo tipo per avere il voto delle camere, in realtà queste misure sono scaturite da una netta visione liberista voluta dai poteri economici di carattere multinazionale che, ripetiamo, sono gli stessi che hanno prodotto l’attuale crisi economica. Come in molti hanno fatto notare, se l’euro è sotto attacco è perché la crisi prodotta dalla folle finanza targata Usa, rende necessario il salvataggio del dollaro –moneta ormai globale e virtuale- così da garantire ancora la supremazia statunitense sull’”occidente” messa in pericolo anche dalla possibilità di un euro forte. Ma guarda caso chi controlla i flussi globali ci ha imposto un governo basato sui propri principi e visioni, un governo in cui il ministro degli esteri dichiara come prima cosa che c’è bisogno di rinforzare l’alleanza con gli Stati Uniti. Segno evidente che gli interessi di italiani, europei, eurasiatici, sono del tutto esclusi: costoro si preoccupano per la sopravvivenza del dominio globale degli Usa e null’altro. Non a caso un finto movimento come quello degli “indignati”, senza progetti e senza futuro, oggi che si prendono misure letali per i cittadini è sparito dalla circolazione: il controllo dell’opinione pubblica è fondamentale per garantirsi la sopravvivenza e il dominio.

Ciò è ulteriormente confermato dalle parole di Obama, Merkel, Sarkozy che diffondono un vero e proprio terrorismo nei confronti dell’euro, portando la speculazione a livelli incredibili. I vari economisti considerano questo comportamento un semplice sbaglio, ma nella società della comunicazione, dove i politici spendono milioni di dollari per consulenti di immagine, ogni singola parola, ogni sorriso è costruito come su un set cinematografico. Se i capi di questi Paesi decidono di creare il panico nelle borse con le loro dichiarazioni, lo fanno di proposito. Perché?

Ed è per questo che dicevamo che la Politica, quella vera, ha celebrato l’ennesimo funerale: non c’è alternativa, sia nei partiti che nelle masse e i pochi che hanno da anni chiara la situazione (come modestamente gli animatori di questo giornale e altre riviste) attendono e sperano in tempi più consapevoli, dove chi ha una lettura esatta di quanto succede non debba sentirsi affibbiare epiteti ridicoli da quelle stesse persone che come sempre, accettano il peggio per poi lamentarsi della delusione avuta (ultimi esempi Obama e presto anche Monti). Serve un riscatto, un balzo di coraggio che squarci il grigio del pensiero unico di marca atlantista. Serve un’Europa Potenza, in un’Eurasia sovrana e libera dall’ingerenza Usa, perché da qui passa anche la più piccola modifica alle pensioni per i nostri concittadini.

Pubblicato anche su Stato&Potenza

Il nuovo autoritarismo: dalle democrazie alle dittature tecnocratiche

di: James Petras

Introduzione

Viviamo in un tempo di cambiamenti di regime, dinamici, regressivi. Un periodo in cui sono in piena accelerazione grandi trasformazioni politiche e l’arretramento drammatico di norme legislative di natura socio-economica introdotte un mezzo secolo fa; tutto questo provocato da una crisi economica prolungata e sempre più profonda e da un’offensiva portata avanti dalla grande finanza in tutto il mondo.

Questo articolo analizza come gli importanti cambiamenti di regime in corso hanno un profondo impatto sui modi di governare, sulle strutture di classe, sulle istituzioni economiche, sulla libertà politica e la sovranità nazionale.

Viene individuato un processo in due fasi di regressione politica.

La prima fase prevede il passaggio da una democrazia in disfacimento ad una democrazia oligarchica; la seconda fase, attualmente in atto in Europa, coinvolge il passaggio dalla democrazia oligarchica ad una dittatura colonial-tecnocratica.

Si individueranno le caratteristiche tipiche di ogni regime, concentrando l’attenzione sulle specifiche condizioni e sulle forze socio-economiche che stanno dietro ad ogni “transizione”.

Si procederà a chiarire i concetti chiave, il loro significato operativo: in particolare la natura e la dinamica delle “democrazie decadenti”, delle democrazie oligarchiche e della “dittatura colonial-tecnocratica”.

La seconda metà del saggio puntualizzerà le politiche della dittatura colonial-tecnocratica, il regime che più si è discostato dal principio di democrazia rappresentativa sovrana.

Verranno chiarite le differenze e gli elementi simili tra le dittature tradizionali militar-civili e fasciste e le più aggiornate dittature colonial-tecnocratiche, mirando l’analisi sull’ideologia del “tecnicismo apolitico” e della gestione del potere tecnocratico, come preliminare per l’esplorazione della catena gerarchica profondamente colonialista del processo decisionale.

La penultima sezione metterà in evidenza il motivo per cui le classi dirigenti imperiali e i loro collaborazionisti nazionali hanno ribaltato la pre-esistente formula di gestione del potere oligarchico “democratico”, la ricetta del “governare indirettamente”, a favore di una presa di potere senza più paraventi.

Dalle principali classi dominanti finanziarie di Europa e degli Stati Uniti è stata consumata la svolta verso un diretto dominio coloniale (in buona sostanza, un colpo di stato, con un altro nome).

Verrà valutato l’impatto socio-economico del dominio di tecnocrati colonialisti designati di imperio, e la ragione del governare per decreto, prevaricando forzatamente il precedente processo di persuasione, manipolazione e cooptazione.

Nella sezione conclusiva valuteremo la polarizzazione della lotta di classe in un periodo di dittatura colonialista, nel contesto di istituzioni svuotate e delegittimate elettoralmente e di politiche sociali radicalmente regressive.

Il saggio affronterà le questioni parallele delle lotte per la libertà politica e la giustizia sociale a fronte di governi imposti da dominatori colonialisti tecnocratici, alla fine venuti alla ribalta.

La posta in gioco va oltre i cambi di regime in corso, per identificare le configurazioni istituzionali fondamentali che definiranno le opportunità di vita, le libertà personali e politiche delle generazioni future, per i decenni a venire.

Democrazie decadenti e la transizione verso democrazie oligarchiche.

Il decadimento della democrazia è evidente in ogni sfera della politica. La corruzione ha pervaso ogni settore, i partiti e i leader si contendono i contributi finanziari dei ricchi e dei potenti; posizioni all’interno dei poteri legislativo ed esecutivo hanno tutte un prezzo; ogni parte della legislazione è influenzata da potenti “lobbies” corporative che spendono milioni per la scrittura di leggi a loro profitto e per individuare le manovre più opportune alla loro approvazione.

Eminenti faccendieri che agiscono nei posti di influenza come il criminale statunitense Jack Abramoff si vantano del fatto che “ogni membro del congresso ha il suo prezzo”.

Il voto dei cittadini non conta per nulla: le promesse elettorali dei politici non hanno relazione alcuna con il loro comportamento quando sono in carica. Bugie e inganni sono considerati “normali” nel processo politico.

L’esercizio dei diritti politici è sempre più sottoposto alla sorveglianza della polizia e i cittadini attivi sono soggetti ad arresti arbitrari.

L’élite politica esaurisce il tesoro pubblico sovvenzionando guerre coloniali, e le spese per queste avventure militari eliminano i programmi sociali, gli enti pubblici e i servizi fondamentali.

I legislatori si impegnano con demagogia al vetriolo in conflitti da vere marionette, sul tipo dei burattini Punch (Pulcinella) e Judy (Colombina), in manifestazioni pubbliche di partigianeria, mentre in privato fanno festa insieme alla mangiatoia pubblica.

A fronte di istituzioni legislative ormai screditate, e del palese, volgare mercato di compravendita dei pubblici uffici, i funzionari dirigenti, eletti e nominati, sequestrano i poteri legislativo e giudiziario.

La democrazia in decomposizione si trasforma in una “democrazia oligarchica” come governo auto-imposto di funzionari dell’esecutivo; vengono scavalcate le norme democratiche e si ignorano gli interessi della maggioranza dei cittadini. Una giunta esecutiva di funzionari eletti e non eletti risolve questioni come quelle della guerra e della pace, alloca miliardi di dollari o di euro presso una oligarchia finanziaria, e mossa da pregiudizi di classe riduce il tenore di vita di milioni di cittadini tramite “pacchetti di austerità”.

L’assemblea legislativa abdica alle sue funzioni, legislativa e di controllo, e si inchina davanti ai “fatti compiuti” della giunta esecutiva (il governo di oligarchi) . Alla cittadinanza viene assegnato il ruolo di spettatore passivo – anche se si diffondono sempre più in profondità la rabbia, il disgusto e l’ostilità.

Le voci isolate dei rappresentanti il dissenso sono soffocate dalla cacofonia dei mass media che si limitano a dare la parola ai prestigiosi “esperti” e accademici, compari pagati dall’oligarchia finanziaria e consiglieri della giunta esecutiva.

I cittadini non faranno più riferimento ai parlamenti, alle assemble legislative, per trovare soccorso o riparazione per il sequestro e l’abuso di potere messo in atto dall’esecutivo.

Per fortificare il loro potere assoluto, le oligarchie castrano le costituzioni, adducendo catastrofi economiche e minacce assolutamente pervasive di “terroristi”.

Un mastodontico e crescente apparato statale di polizia, con poteri illimitati, impone vincoli all’opposizione civica e politica. Dato che i poteri legislativi sono fiaccati e le autorità esecutive allargano la loro sfera di azione, le libertà democratiche ancora presenti sono ridotte attraverso “limitazioni burocratiche” imposte al tempo, luogo e forme dell’azione politica. Lo scopo è quello di minimizzare l’azione della minoranza critica, che potrebbe mobilitare simpateticamente e divenire la maggioranza.

Come la crisi economica peggiora, e i detentori di titoli e gli investitori esigono tassi di interesse sempre più alti, l’oligarchia estende e approfondisce le misure di austerità. Si allargano le diseguaglianze, e viene messa in luce la natura oligarchica della giunta esecutiva. Le basi sociali del regime si restringono. I lavoratori qualificati e ben pagati, gli impiegati della classe media e i professionisti cominciano a sentire l’erosione acuta di stipendi, salari, pensioni, il peggioramento delle condizioni di lavoro e di prospettive di carriera futura.

Il restringersi del sostegno sociale mina le pretese di legittimità democratica da parte della giunta di governo. A fronte del malcontento e del discredito di massa, e con settori strategici della burocrazia civile in rivolta, scoppia la lotta tra fazioni, tra le cricche rivali all’interno dei “partiti ufficialmente al governo”.

L’“oligarchia democratica” è spinta e tirata nelle varie direzioni: si decretano tagli alla spesa sociale, ma questi possono trovare solo limitati appoggi alla loro applicazione. Si decretano imposte regressive, che non possono venire riscosse. Si scatenano guerre coloniali, che non si possono vincere. La giunta esecutiva si dibatte tra azioni di forza e di compromesso: robuste promesse per i banchieri internazionali e poi, sotto pressioni di massa, si tenta di ritornare sugli errori.

A lungo andare, la democrazia oligarchica non è più utile per l’élite finanziaria. Le sue pretese di rappresentanza democratica non possono più ingannare le masse. Il prolungarsi dello stato conflittuale tra le fazioni dell’élite erode la loro volontà di imporre a pieno l’agenda dell’oligarchia finanziaria.

A questo punto, la democrazia oligarchica come formula politica ha fatto il suo corso.

L’élite finanziaria è già pronta e decisa a scartare ogni pretesa di governo da parte di questi oligarchi democratici. Sono considerati sì volonterosi, ma troppo deboli; troppo soggetti a pressioni interne da fazioni rivali e non disposti a procedere a tagli selvaggi nei bilanci sociali, a ridurre ancora di più i livelli di vita e le condizioni di lavoro.

Arriva in primo piano il vero potere che muoveva le fila dietro le giunte esecutive. I banchieri internazionali scartano la “giunta indigena” e impongono al governo banchieri non-eletti – doppiando i loro banchieri privati ​​da tecnocrati.

La transizione verso la dittatura coloniale “tecnocratica”            

Il governo dei banchieri stranieri, alla fine venuto direttamente alla ribalta, è mascherato da un’ideologia che descrive questo come un governo condotto da tecnocrati esperti, apolitici e scevri da interessi privati. Dietro alla retorica tecnocratica, la realtà è che i funzionari designati hanno una carriera di operatori per- e- con i grandi interessi finanziari privati ​​e internazionali.

Lucas Papdemos, nominato Primo ministro greco, ha lavorato per la Federal Reserve Bank di Boston e, come capo della Banca centrale greca, è stato il responsabile della falsificazione dei libri contabili a copertura di quei bilanci fraudolenti che hanno portato la Grecia all’attuale disastro finanziario.

Mario Monti, designato Primo ministro dell’Italia, ha ricoperto incarichi per l’Unione europea e la Goldman Sachs.

Queste nomine da parte delle banche si basano sulla lealtà totale di questi signori e sul loro impegno senza riserve di imporre politiche regressive, le più inique sulle popolazioni di lavoratori di Grecia e Italia.

I cosiddetti tecnocrati non sono soggetti a fazioni di partito, nemmeno lontanamente sono sensibili a qualsiasi protesta sociale. Essi sono liberi da qualsiasi impegno politico … tranne uno, quello di assicurare il pagamento del debito ai detentori stranieri dei titoli di Stato – in particolare di restituire i prestiti alle più importanti istituzioni finanziarie europee e nord americane.

I tecnocrati sono totalmente dipendenti dalle banche estere per le loro nomine e permanenze in carica. Non hanno alcuna infarinatura di base organizzativa politica nei paesi che governano. Costoro governano perché banchieri stranieri minacciavano di bancarotta i paesi, se non venivano accettate queste nomine. Hanno indipendenza zero, nel senso che i “tecnocrati” sono soltanto strumenti e rappresentanti diretti dei banchieri euro-americani.

I “tecnocrati”, per natura del loro mandato, sono funzionari coloniali esplicitamente designati su comando dei banchieri imperiali e godono del loro sostegno.

In secondo luogo, né loro né i loro mentori colonialisti sono stati eletti dal popolo su cui governano. Sono stati imposti dalla coercizione economica e dal ricatto politico.

In terzo luogo, le misure da loro adottate sono destinate ad infliggere la sofferenza massima per alterare completamente i rapporti di forza tra lavoro e capitale, massimizzando il potere di quest’ultimo di assumere, licenziare, fissare salari e condizioni di lavoro.

In altre parole, l’agenda tecnocratica impone una dittatura politica ed economica.

Le istituzioni sociali e i processi politici associati con il sistema di sicurezza sociale democratico-capitalista, corrotto da democrazie decadenti, eroso dalle democrazie oligarchiche, sono minacciati di demolizione totale dalle prevaricanti dittature coloniali tecnocratiche.

Il linguaggio di “sociale / regressione” è pieno di eufemismi, ma la sostanza è chiara. I programmi sociali in materia di sanità pubblica, istruzione, pensioni, e tutela dei disabili sono tagliati o eliminati e i “risparmi” trasferiti ai pagamenti tributari per i detentori di titoli esteri (banche).

I pubblici dipendenti vengono licenziati, allungata la loro età pensionabile, e i salari ridotti e il diritto di permanenza in ruolo eliminato. Le imprese pubbliche sono vendute a oligarchi capitalisti stranieri e domestici, con decurtamento dei servizi ed eliminazione brutale dei dipendenti. I datori di lavoro stracciano i contratti collettivi di lavoro. I lavoratori sono licenziati e assunti a capriccio dei padroni. Ferie, trattamento di fine rapporto, salari di ingresso e pagamento degli straordinari sono drasticamente ridotti.

Queste politiche regressive pro-capitalisti sono mascherate da “riforme strutturali”.

Processi consultativi sono sostituiti da poteri dittatoriali del capitale – poteri “legiferati” e messi in attuazione dai tecnocrati designati allo scopo.

Dai tempi del regime di dominio fascista di Mussolini e della giunta militare greca (1967 – 1973) non si era mai visto un tale assalto regressivo contro le organizzazioni popolari e contro i diritti democratici.

Raffronto fra dittatura fascista e dittatura tecnocratica

Le precedenti dittature fasciste e militari hanno molto in comune con gli attuali despoti tecnocratici per quanto concerne gli interessi capitalistici che loro difendono e le classi sociali che loro opprimono. Ma ci sono differenze importanti che mascherano le continuità.

La giunta militare in Grecia, e in Italia Mussolini, avevano preso il potere con la forza e la violenza, avevano messo al bando tutti i partiti dell’opposizione, avevano schiacciato i sindacati e chiuso i parlamenti eletti.

Alla attuale dittatura “tecnocratica” viene consegnato il potere dalle élites politiche della democrazia oligarchica – una transizione “pacifica”, almeno nella sua fase iniziale.

A differenza delle precedenti dittature, gli attuali regimi dispotici conservano le facciate elettorali, ma svuotate di contenuti e mutilate, come entità certificate senza obiezioni per offrire una sorta di “pseudo-legittimazione”, che seduce la stampa finanziaria, ma si fa beffe di solo pochi stolti cittadini. Infatti, dal primo giorno di governo tecnocratico gli slogan incisivi dei movimenti organizzati in Italia denunciavano: “No ad un governo di banchieri”, mentre in Grecia lo slogan che ha salutato il fantoccio pragmatista Papdemos è stato “Unione Europea, Fondo Monetario, fuori dai piedi!”

Le dittature in precedenza avevano iniziato il loro corso come stati di polizia del tutto vomitevoli, che arrestavano gli attivisti dei movimenti per la democrazia e i sindacalisti, prima di perseguire le loro politiche in favore del capitalismo. Gli attuali tecnocrati prima lanciano il loro malefico assalto a tutto campo contro le condizioni di vita e di lavoro, con il consenso parlamentare, e poi di fronte ad una resistenza intensa e determinata posta in essere dai “parlamenti della strada”, procedono per gradi ad aumentare la repressione caratteristica di uno stato di polizia… mettendo in pratica un governo da stato di polizia incrementale.

Politiche delle dittature tecnocratiche: campo di applicazione, intensità e metodo

L’organizzazione dittatoriale di un regime tecnocratico deriva dalle sue politiche e dalla missione politica. Al fine di imporre politiche che si traducono in massicci trasferimenti di ricchezza, di potere e di diritti giuridici, dal lavoro e dalle famiglie al capitale, soprattutto al capitale straniero, risulta essenziale un regime autoritario, soprattutto in previsione di un’accanita e determinata resistenza.

L’oligarchia finanziaria internazionale non può assicurare per tanto tempo una “stabile e sostenibile” sottrazione di ricchezza con una qualche parvenza di governance democratica, e tanto meno una democrazia oligarchica in decomposizione.

Da qui, l’ultima risorsa per i banchieri in Europa e negli Stati Uniti è di designare direttamente uno di loro a esercitare pressioni, a farsi largo e ad esigere una serie di cambiamenti di vasta portata, regressivi a lungo termine. La missione dei tecnocrati è di imporre un quadro istituzionale duraturo, che garantirà per il futuro il pagamento di interessi elevati, a spese di decenni di impoverimento e di esclusione popolare.

La missione della “dittatura tecnocratica” non è quella di porre in essere un’unica politica regressiva di breve durata, come il congelamento salariale o il licenziamento di qualche migliaio di insegnanti. L’intento dei dittatori tecnocrati è quello di convertire l’intero apparato statale in un torchio efficiente in grado di estrarre continuamente e di trasferire le entrate fiscali e i redditi, dai lavoratori e dai dipendenti in favore dei detentori dei titoli.

Per massimizzare il potere e i profitti del capitale a scapito dei lavoratori, i tecnocrati garantiscono ai capitalisti il ​ ​potere assoluto di fissare i termini dei contratti di lavoro, per quanto riguarda assunzioni, licenziamenti, longevità, orario e condizioni di lavoro.

Il “metodo di governo” dei tecnocrati è quello di avere orecchio solo per i banchieri stranieri, i detentori di titoli e gli investitori privati.

Il processo decisionale è chiuso e limitato alla cricca di banchieri e tecnocrati senza la minima trasparenza. Soprattutto, in base a regole colonialiste, i tecnocrati devono ignorare le proteste di manifestanti, se possibile, o, se necessario, rompere loro la testa.

Sotto la pressione delle banche, non c’è tempo per le mediazioni, i compromessi o le dilazioni, come avveniva sotto le democrazie decadenti e oligarchiche.

Dieci sono le trasformazioni storiche che dominano l’agenda delle dittature tecnocratiche e dei loro mentori colonialisti.
1)        Massicci spostamenti delle disponibilità di bilancio, dalle spese per i bisogni sociali ai pagamenti dei titoli di stato e alle rendite
2)      Cambiamenti su larga scala nelle politiche di reddito, dai salari ai profitti, ai pagamenti degli interessi e alla rendita.
3)      Politiche fiscali fortemente regressive, con l’aumento delle imposte sui consumi (aumento dell’IVA) e sui salari, e con la diminuzione della tassazione su detentori di titoli ed investitori.
4)      Eliminazione della sicurezza del lavoro (“flessibilità del lavoro”), con l’aumento di un esercito di riserva di disoccupati a salari più bassi, intensificando lo sfruttamento della manodopera impiegata (“maggiore produttività”).
5)      Riscrittura dei codici del lavoro, minando l’equilibrio di poteri tra capitale e lavoro organizzato.

Salari, condizioni di lavoro e problemi di salute sono strappati dalle mani di coloro che militano nel sindacato e consegnati alle “commissioni aziendali” tecnocratiche.

6)      Lo smantellamento di mezzo secolo di imprese e di istituzioni pubbliche, e privatizzazione delle telecomunicazioni, delle fonti di energia, della sanità, dell’istruzione e dei fondi pensione. Privatizzazioni per migliaia di miliardi di dollari sono sopravvenienze attive su una dimensione storica mondiale. Monopoli privati ​ ​rimpiazzano i pubblici e forniscono un minor numero di posti di lavoro e servizi, senza l’aggiunta di nuova capacità produttiva.

7)      L’asse economico si sposta dalla produzione e dai servizi per il consumo di massa nel mercato interno alle esportazioni di beni e servizi particolarmente adatti sui mercati esteri. Questa nuova dinamica richiede salari più bassi per “competere” a livello internazionale, ma contrae il mercato interno. La nuova strategia si traduce in un aumento degli utili in moneta forte ricavati dalle esportazioni per pagare il debito ai detentori di titoli di stato, provocando così maggiore miseria e disoccupazione per il lavoro domestico. Secondo questo “modello” tecnocratico, la prosperità si accumula per quegli investitori avvoltoio che acquistano lucrativamente da produttori locali finanziariamente strozzati e speculano su immobili a buon mercato.

8 ) La dittatura tecnocratica, per progettazione e politiche, mira ad una “struttura di classe bipolare”, in cui vengono impoverite le grandi masse dei lavoratori qualificati e la classe media, che soffrono la mobilità verso il basso, mentre si va arricchendo uno strato di detentori di titoli e di padroni di aziende locali che incassano pagamenti per interessi e per il basso costo della manodopera.

9)      La deregolamentazione del capitale, la privatizzazione e la centralità del capitale finanziario producono un più esteso possesso colonialista (straniero) della terra, delle banche, dei settori economici strategici e dei servizi “sociali”. La sovranità nazionale è sostituita dalla sovranità imperiale nell’economia e nella politica.

10)  Il potere unificato di tecnocrati colonialisti e di detentori imperialisti di titoli detta la politica che concentra il potere in una unica élite non-eletta.

Costoro governano, supportati da una base sociale ristretta e senza legittimità popolare. Sono politicamente vulnerabili, quindi, sempre dipendenti da minacce economiche e da situazioni di violenza fisica.

I tre stadi del governo dittatoriale tecnocratico

Il compito storico della dittatura tecnocratica è quello di far arretrare le conquiste politiche, sociali ed economiche guadagnate dalla classe operaia, dai dipendenti pubblici e dai pensionati dopo la sconfitta del capitalismo fascista nel 1945.

Il disfacimento di oltre sessanta anni di storia non è un compito facile, men che meno nel bel mezzo di una profonda crisi socio-economica in pieno sviluppo, in cui la classe operaia ha già sperimentato drastici tagli dei salari e dei profitti, e il numero dei disoccupati giovani (18 – 30 anni) in tutta l’Unione europea e nel Nord America varia tra il 25 e il 50 per cento.

L’ordine del giorno proposto dai “tecnocrati” – parafrasando i loro mentori colonialisti nelle banche – consiste in sempre più drastiche riduzioni delle condizioni di vita e di lavoro.

Le proposte di “austerità” si verificano a fronte di crescenti disuguaglianze economiche tra il 5% dei ricchi e il 60 % degli appartenenti alle classi subalterne tra Sud Europa e Nord Europa.

Di fronte alla mobilità verso il basso e al pesante indebitamento, la classe media e soprattutto i suoi “figli ben educati”, sono indignati contro i tecnocrati che pretendono ancor di più tagli sociali. L’indignazione si estende dalla piccola borghesia agli uomini di affari e ai professionisti sull’orlo della bancarotta e della perdita di status.

I governanti tecnocratici giocano costantemente sulla insicurezza di massa e sulla paura di un “collasso catastrofico”, se la loro “medicina amara” non venisse trangugiata dalle classi medie angosciate, che temono la prospettiva di sprofondare nella condizione di classe operaia o peggio.

I tecnocrati lanciano appelli alla generazione presente per sacrifici, in realtà per un suicidio, per salvare le generazioni future. Con atteggiamenti dettati all’umiltà e alla gravità, parlano di “equi sacrifici”, un messaggio smentito dal licenziamento di decine di migliaia di dipendenti e dalla vendita per miliardi di euro / dollari del patrimonio nazionale a banchieri e investitori speculatori stranieri. L’abbassamento della spesa pubblica per pagare gli interessi ai detentori di titoli e per invogliare gli investitori privati ​​erode ogni richiamo all’“unità nazionale” e all’“equo sacrificio”.

Il regime tecnocratico si sforza di agire con decisione e rapidità per imporre la sua agenda brutale regressiva, l’arretramento di sessanta anni di storia, prima che le masse abbiano tempo di sollevarsi e di cacciarli.

Per precludere l’opposizione politica, i tecnocrati domandano “unità nazionale”, (l’unità di banchieri e oligarchi), l’appoggio dei partiti in disfacimento elettorale e dei loro leader e la loro sottomissione totale alle richieste dei banchieri colonialisti.

La traiettoria politica dei tecnocrati avrà vita breve alla luce dei cambiamenti sistemici draconiani e delle strutture repressive che propongono; il massimo che possono realizzare è quello di dettare e tentare di attuare le loro politiche, e poi tornarsene ai loro santuari lucrativi nelle banche estere.

Governo tecnocratico : prima fase

Con l’appoggio unanime dei mass-media e il pieno sostegno di banchieri potenti, i tecnocrati approfittano della caduta dei politici disprezzati e screditati dei regimi elettorali del passato.

Essi proiettano un’immagine pulita del governo, che parla di un regime efficiente e competente, capace di azioni decisive.

Promettono di porre fine alle condizioni di vita progressivamente in deterioramento e alla paralisi politica dovuta allo scontro fra le fazioni dei partiti.

All’inizio della loro assunzione di potere, i dittatori tecnocratici sfruttano il disgusto popolare, giustificato, nei confronti dei politici privilegiati “nullafacenti” per assicurarsi una misura del consenso popolare, o almeno l’acquiescenza passiva da parte della maggioranza dei cittadini, che sta annegando nei debiti e alla ricerca di un “salvatore”.

Va notato che fra la minoranza politicamente più preparata e socialmente consapevole, che i banchieri ricorrano ad un “regime tecnocratico” da colonia, questo provoca poco effetto: gli appartenenti alle minoranze immediatamente identificano il regime tecnocratico come illegittimo, dato che fa derivare i suoi poteri da banchieri stranieri. Essi affermano i diritti dei cittadini e la sovranità nazionale. Fin dall’inizio, anche sotto la copertura dell’assunzione del potere in uno stato di emergenza, i tecnocrati devono affrontare un nucleo di opposizione di massa.

I banchieri realisticamente riconoscono che i tecnocrati devono muoversi con rapidità e decisione.

Politiche shock dei tecnocrati : seconda fase

I tecnocrati lanciano un “100 giorni” del più eclatante e grossolano conflitto di classe contro la classe operaia dai tempi dei regimi militare / fascista.

In nome del Libero Mercato, del Detentore di Titoli e dell’Empia Alleanza fra oligarchi politici e banchieri, i tecnocrati dettano editti e fanno passare leggi, immediatamente buttando sul lastrico decine di migliaia di dipendenti pubblici. Decine di imprese pubbliche sono mandate in blocco all’asta. Viene abolita la certezza del posto di lavoro e licenziare senza giusta causa diventa la legge del paese. Sono decretate imposte regressive e le famiglie vengono impoverite. La piramide del reddito complessivo viene capovolta. I tecnocrati allargano e approfondiscono le disuguaglianze e l’immiserimento.

L’euforia iniziale che salutava il governo tecnocratico viene sostituita da biasimi amari. La classe media inferiore, che ricercava una risoluzione dittatoriale paternalistica della propria condizione, riconosce “un altro raggiro politico”.

Come il regime tecnocratico corre a gran velocità a completare la sua missione per i banchieri stranieri, lo stato d’animo popolare inacidisce, l’amarezza si diffonde anche tra i “collaboratori passivi” dei tecnocrati. Non cadono briciole dal tavolo di un regime colonialista, imposto al potere per massimizzare il deflusso delle entrate statali a tutto vantaggio dei detentori del debito pubblico.

L’oligarchia politica compromessa cerca di far rivivere le sue fortune e “contesta” le peculiarità dello “tsunami” tecnocratico, che sta distruggendo il tessuto sociale della società.

La dimensione e la portata del programma estremista della dittatura, e il continuo accumulo di frustrazioni di massa, spaventano i collaborazionisti appartenenti ai partiti politici, mentre i banchieri li incalzano per tagli alle garanzie sociali sempre più grandi e più profondi.

I tecnocrati di fronte alla tempesta popolare che sta montando cominciano a farsi piccoli e ritirarsi in buon ordine. I banchieri esigono da loro maggiore spina dorsale e offrono nuovi prestiti per “mantenerli in corsa”. I tecnocrati si dibattono in difficoltà – alternando richieste di tempo e sacrifici con promesse di prosperità “dietro l’angolo”.

Per lo più fanno assegnamento sulla mobilitazione costante della polizia e di fatto sulla militarizzazione della società civile.

Missione compiuta: guerra civile o il ritorno della democrazia oligarchica?

La riuscita dell’“esperimento” con un regime dittatoriale colonialista tecnocratico è difficile da prevedere. Una ragione è dovuta al fatto che le misure adottate sono così estreme ed estese, tali da unificare allo stesso tempo quasi tutte le classi sociali importanti (tranne la “crema” del 5%) contro di loro. La concentrazione del potere in una élite “designata” la isola ulteriormente e unifica la maggior parte dei cittadini a favore della democrazia, contro la sottomissione colonialista e governanti non eletti.

Le misure approvate dai tecnocrati devono far fronte alla prospettiva improbabile della loro piena attuazione, in particolare a causa di funzionari e impiegati pubblici a cui si impongono licenziamenti, tagli di stipendio e pensioni ridotte. I tagli a tutta l’amministrazione pubblica minano le tattiche del “divide et impera”.

Data la portata e la profondità del declassamento del settore pubblico, e l’umiliazione di servire un regime chiaramente sotto tutela colonialista, è possibile che incrinature e rotture si verificheranno negli apparati militari e di polizia, soprattutto se vengono provocate sollevazioni popolari che diventano violente.

A questo punto, le giunte tecnocratiche non possono assicurare che le loro politiche saranno attuate. In caso contrario, i ricavi vacilleranno, scioperi e proteste spaventeranno gli acquirenti predatori delle imprese pubbliche. La grande spremitura ed estorsione pregiudicherà le imprese locali, la produzione diminuirà, la recessione si approfondirà.

Il governo dei tecnocrati è per sua natura transitoria.

Sotto la minaccia di rivolte di massa, i nuovi governanti fuggiranno all’estero presso i loro santuari finanziari. I collaborazionisti appartenenti alle oligarchie locali si affretteranno ad aggiungere miliardi di euro/dollari ai loro conti bancari all’estero, a Londra, New York e Zurigo.

La dittatura tecnocratica farà ogni sforzo per riportare al potere i politici democratici oligarchici, a condizione che siano mantenute le variazioni regressive poste in essere. Il governo tecnocratico vedrà la sua fine con “vittorie di carta”, a meno che i banchieri stranieri insistano che il “ritorno alla democrazia” operi all’interno del “nuovo ordine”.

L’applicazione della forza potrebbe rivelarsi un boomerang.

I tecnocrati e gli oligarchi democratici, rinnovando la minaccia di una catastrofe economica in caso di inosservanza, riceveranno un contrordine dalla realtà della miseria effettivamente esistente e dalla disoccupazione di massa.

Per milioni, la catastrofe che stanno vivendo, risultante dalle politiche tecnocratiche, prevale su qualsiasi minaccia futura.

La maggioranza ribelle può scegliere di sollevarsi e rovesciare il vecchio ordine, e cogliere l’opportunità di istituire una repubblica socialista democratica indipendente.

Una delle conseguenze impreviste di imporre una dittatura di tecnocrati designati, radicalmente colonialista, è che viene cancellato il panorama politico delle oligarchie politiche parassite e si pongono le fondamenta per un taglio netto. Questo facilita il rigetto del debito e la ricostruzione del tessuto sociale per una repubblica democratica indipendente.

Il pericolo grave è quello che i politici screditati del vecchio ordine tenteranno con la demagogia di impadronirsi delle bandiere democratiche delle lotte “anti-dittatoriali anti-tecnocratiche”, per rimettere in piedi quello che Marx definiva “la vecchia merda dell’ordine precedente”.

Gli oligarchi politici riciclati si adatteranno al nuovo ordine “ristrutturato” dei pagamenti dell’eterno debito, come parte di un accordo per conservare il processo in corso di regressione sociale senza fine.

La lotta rivoluzionaria contro i dominatori tecnocratici colonialisti deve continuare e intensificarsi per bloccare la restaurazione degli oligarchi democratici.

LINK: The New Authoritarianism: From Decaying Democracies to Technocratic Dictatorships and Beyond 

TRADUZIONE: Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova

Sinistrainrete.info

Il Colpo di Stato dei banchieri

di: Paul Joseph Watson

Proprio come avevamo avvertito , gli stessi terroristi finanziari responsabili del crollo economico hanno sfruttato la crisi per presentarsi come i salvatori e supervisionare un colpo di stato dei banchieri - con gli scagnozzi di Goldman Sachs che ora sono in controllo sia dell’ Italia che della Banca centrale europea.

L’obiettivo del colpo di stato è quello di sfruttare la crisi del debito come un mezzo attraverso il  quale creare un superstato federale europeo che trasferirà tutto il restante controllo sulle vicende nazionali a Bruxelles. I globalisti hanno già iniziato il processo, selezionando due burattini non eletti per sostituire i primi ministri, democraticamente eletti, in Grecia e in Italia.

Silvio Berlusconi è stato il Gheddafi d’ Europa. Nonostante il suo  carattere ripugnante, Berlusconi si stava rivelando un ostacolo per il colpo di stato dei banchieri ed è stato frettolosamente allontanato, non per volontà del popolo, bensi, come spiega Stephen Faris del Time, tramite l’azione di insider che controllano i mercati.

“Lunedi gli investitori sembravano prendere la decisione collettiva che lui non poteva più essere affidabile nel dirigere la terza economia della zona euro e hanno mandato il costo del denaro per l’ Italia verso livelli di crisi. Alla fine della settimana, non solo Berlusconi era finito, ma lo era anche  l’idea stessa di tenere una votazione per sostituirlo. I mercati avevano parlato, e a loro non piaceva affatto l’idea di affidarsi agli elettori. ”Il paese ha bisogno di riforme, non delle elezioni”, ha detto venerdi Herman Van Rompuy, presidente del Consiglio europeo, durante la sua visita a Roma . ”

A sostituire Berlusconi andrà il massimo fantoccio globalista, l’ex commissario europeo Mario Monti, un consulente internazionale per Goldman Sachs, il presidente europeo della Commissione Trilaterale di David Rockefeller e anche un membro di spicco del Gruppo Bilderberg. Monti è la persona giusta di cui fidarsi e che non commetterà errori, soprattutto in vista della prossima fase del colpo di stato, quando la crisi dell’euro sarà dirottata per concentrare il potere ancora di più nelle mani delle stesse persone che l’hanno causata.

“Questa è la banda di criminali che ci hanno portato a questo disastro finanziario. E’ come chiedere ai piromani di andare a spegnere gli incendi ”, ha commentato Alessandro Sallusti, direttore de Il Giornale, quotidiano milanese di proprietà della famiglia Berlusconi.

Allo stesso modo, quando il primo ministro greco George Papandreou ha avuto il coraggio di proporre al popolo della Grecia  un referendum, nel giro di pochi giorni è stato liquidato e sostituito con Lucas Papademos, ex vice-presidente della BCE, visiting professor ad Harvard ed ex- economista presso la Federal Reserve di Boston.

Papademos e Monti sono stati insediati come leader non eletti per la precisa ragione che essi “non sono direttamente responsabili nei confronti del pubblico”, osserva Faris, illustrando ancora una volta le fondamenta sostanzialmente dittatoriali e antidemocratiche di tutta l’Unione europea.

Venerdì scorso, abbiamo anche evidenziato come l’assalto della retorica apocalittica per il crollo della zona euro potrebbe essere solo un altro espediente per concentrare ancora più potere nelle mani della UE, nel suo tentativo di creare un governo europeo economico centralizzato che imporrebbe le sue decisioni a tutti gli Stati Membri.

Ed ecco che la Banca centrale europea è ora acclamata come il soggetto in grado di “salvare la zona euro” tramite appunto il salvataggio dell’ Italia, della Francia e della Spagna.

E chi è stato appena nominato come presidente della Banca centrale europea e annunciato come il ”salvatore dell’Europa“? Nientemeno che Mario Draghi - l’ ex Vice Presidente di Goldman Sachs International. State cominciando a notare una tendenza?

Naturalmente, questo piano di salvataggio porterà a compimento esattamente quello che gli eurocrati hanno voluto tutti insieme, una più stretta “unione politica”, come ha chiesto ieri il cancelliere tedesco Angela Merkel  o, in altre parole, un superstato federale che sventrerà quanto rimasto dell’indipendenza e della sovranità agli Stati nazionali europei, consegnandolo a Bruxelles.

L’intera crisi del debito della UE non è altro che un flagrante colpo di stato dei banchieri progettato per potenziare gli stessi terroristi finanziari che hanno causato il crollo iniziale nel 2008 attraverso l’improvviso ritiro di grandi quantità di credito dal mercato.

I delinquenti che hanno fatto esplodere la bolla ora si stanno insediando come gli eroi che guideranno la riscossa per prevenire la depressione in tutto il mondo – con gli Stati nazione europei che cederanno il controllo delle loro economie in favore di non eletti dittatori dell’ UE come Herman Van Rompuy e José Manuel Barroso.

LINK: Banker Coup: Goldman Sachs Takes Over Europe

DI: Coriintempesta

 VEDI ANCHE: Stati Uniti d’Europa

Italia,il liberismo cambia faccia:dalla repubblica del bunga bunga alla repubblica tenica delle banche,dei mercati e dello spread

Articolo inviato al blog
di: Salvatore Santoru

Berlusconi si è dimesso ufficialmente ieri alle 21:41.Quasi vent’anni ,tra corruzione,clientelismo,affarismo e leggi “ad personam” è durato il suo regime.Regime che è riuscito come non mai ad imporre i dogmi dell’ideologia neoliberista al popolo italiano,tra propaganda mediatica,tv spazzatura e intralazzi vari.Ieri il Cavaliere è “stato dimesso”, ma non per un’iniziativa popolare o per elezioni,ma bensì per “il giudizio dei mercati” e per volere degli stessi poteri che nel 94 hanno sostenuto e finanziato la sua entrata in politica:da Confindustria alle banche,ai vari poteri forti e/o occulti e così via.E intanto il  trono vagante,con il consenso di destra/sinistra/centro,viene occupato da Mario Monti,colui che  a proposito di “mr Bunga Bunga” disse:” va ringraziato,nel 94 ci salvò dalla sinistra di Occhetto e avviò la rivoluzione liberale in Italia”.Lo stesso Monti che in  un suo articolo sul “Corriere della Sera”datato 2 gennaio 2011,dice :

“In Italia, data la maggiore influenza avuta dalla cultura marxista e la quasi assenza di una cultura liberale, si è protratta più a lungo, in una parte dell’ opinione pubblica e della classe dirigente, la priorità data alla rivendicazione ideale, su basi di istanze etiche, rispetto alla rivendicazione pragmatica, fondata su ciò che può essere ottenuto, anche con durezza ma in modo sostenibile, cioè nel vincolo della competitività.

Questo arcaico stile di rivendicazione, che finisce spesso per fare il danno degli interessi tutelati, è un grosso ostacolo alle riforme. Ma può venire superato. L’abbiamo visto di recente con le due importanti riforme dovute a Mariastella Gelmini e a Sergio Marchionne. Grazie alla loro determinazione, verrà un po’ ridotto l’handicap dell’Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili.”

Dunque i suoi esempi di “grandi riformatori” sarebbero Marchionne e la Gelmini.Insomma,prepariamoci al peggio.E c’è anche dell’altro.Lo stimato economista,nonchè  presidente della Bocconi in una sua recente intervista all’Infedele su La 7,ha affermato :”l’euro è un sucesso,soprattutto per la Grecia”.E così  che inizia la Terza Repubblica,fondata sulle “banche,sulla tecnica e sull’infallibilità dei mercati e delle borse”.Festeggiate pure  se vi va di farlo,ma riflettete sul perchè l’ex tessera 1816 P2,è stato dimesso proprio ora,e chiedetevi:ma non era meglio se si fosse dimesso per un’iniziativa popolare o per elezioni(magari anche anni fa),invece che per il “giudizio dei mercati” e i capricci dello “spread”,cioè per un’azione(un colpo di stato finanziario) con cui non abbiamo niente a che fare(anzi),e perlopiù per un’imposizione degli stessi che per quasi vent’anni lo hanno tenuto in galoppo?

Tutti gli uomini di Goldman Sachs

di: Francesco Piccioni

I «padroni dell’universo». Un soprannome modesto per gli uomini di punta di Goldman Sachs (GS). Una banca d’affari con 142 anni di vita, più volte sull’orlo del baratro, da sempre creatrice di conflitti di interesse terrificanti, da far impallidire – per dimensione e pervasività – quelli berlusconiani.

Famosa per «prestare» i propri uomini alle istituzioni, quasi dei civil servants con il pessimo difetto di passare spesso dalla banca privata ai posti di governo. Come peraltro i membri della Trilaterale o del Bilderberg Group. Mario Monti è uomo accorto: è presente in tutti e tre. Per GS ha fatto finora l’international advisor, come anche Gianni Letta, dal 2007, nonostante il ruolo di governo. Cos’è un advisor? Beh, è un consigliere; una persona in grado di indicare a una banca internazionale i migliori affari in circolazione. Specie quando uno Stato deve privatizzate le società pubbliche. Sta nella buca del suggeritore, ma può diventare premier…

E G&S ha comunicato ai mercati in tal caso lo spread per i Btp italiani calerebbe a 350 punti in un lampo.

È la banca che ha inventato (subito copiata dalle altre) i prodotti derivati, quei 600mila miliardi di dollari virtuali che stanno strangolando il mondo. Che ha aiutato i conservatori greci a nascondere lo stato reale dei conti pubblici davanti alla Ue. Che ha mandato l’amministratore delegato Henry Paulson, nel 2006, a fare il ministro del tesoro di Bush figlio. Dopo il crack di Lehmann Brothers inventò il piano Tarp: 700 miliardi di dollari statali per salvare le banche private anche a costo di far esplodere il debito pubblico Usa.

G&S riuscì in quel caso a intascare buona parte dei 180 miliardi destinati al salvataggio di Aig, gruppo assicurativo. Prima di lui era stato su quella poltrona Robert Rubin, con Clinton presidente; c’era poi tornato molto vicino, con Obama, ma dovette lasciare quasi subito il team economico: troppo evidente il suo doppio ruolo. Robert Zoellick è invece partito da G&S per coprire decine di ruoli per conto dei repubblicani, fino a diventare 11° presidente della Banca Mondiale.

Ma anche gli italiani si difendono bene. Romano Prodi era stato lui advisor, prima di tornare all’Iri per privatizzarla e spiccare quindi il volo verso la presidenza del consiglio, per ben due volte. Al suo fianco, negli anni, Massimo Tononi, ex funzionario della sede di Londra e quindi sottosegretario all’economia tra il 2006 e il 2008.

Ma il più noto è certamente Mario Draghi. Dal 2002 al 2005 è stato vicepresidente e membro del management Committee Worldwide della Goldman Sachs; in pratica il responsabile per l’Europa. Ha lasciato l’incarico per diventare governatore della Banca d’Italia e prendere la presidenza del Financial Stability Forum (ora rinominato Board), incaricato di trovare e mettere a punto nuove regole per il sistema finanziario globale. Compito improbo, che ha partorito molte raccomandazioni ma nessun risultato operativo di rilievo (le regole di Basilea 3 sono tutto sommato a tutela della solidità delle banche, non certo limitative di certe «audacie» speculative).

Dall’inizio di questo mese siede alla presidenza della Banca Centrale Europea, ma prima ancora di entrarci aveva scritto e poi fatto co-firmare a Trichet – la lettera segreta con cui il governo veniva messo alle strette: o le «riforme consigliate» in tempi stretti o niente acquisti di Btp. Forse rimpiange di ver lasciato il Financial Stability Board. Ma non deve preoccuparsi: al suo posto Mark Carney, governatore della Banca centrale canadese. Anche lui, per 13 lunghi anni, al fianco dei «padroni dell’universo» targati Goldman Sachs.

IlManifesto.it

Italia, un ‘regime change’ senza armi

di: Enrico Piovesana

Il bombardamento speculativo, l’ultimatum di Draghi e Trichet, l’invasione delle truppe in doppio petto di Bce e Fmi che occupano i ministeri e l’imposizione di un governo-fantoccio

La soluzione ai nostri guai sarebbe quindiMario Monti, tecnocrate che gode della piena fiducia dei mercati. Non stupisce, visto che l’ex commissario europeo è anche consulente di Goldman Sachs (la superbanca che ha causato il collasso greco e l’affossamento dei Btp italiani) e della Coca Cola, presidente europeo della Commissione Trilaterale di David Rockefeller e membro direttivo del potente club Bilderberg.

Ma come si è arrivati a questo?

Lo scorso luglio i mercati internazionali, soprattutto statunitensi (grandi banche d’affari, fondi d’investimento, agenzie di rating, multinazionali e compagnie assicurative) hanno scatenato il loro attacco speculativo contro l’Italia: non perché le condizioni economiche del nostro Paese fossero improvvisamente peggiorate, ma per la definitiva perdita di credibilità e di fiducia del governo Berlusconi.

Inizialmente sostenuto dai mercati internazionali per le sue promesse di ‘rivoluzione liberale’, ultimamente il Cavaliere, sempre più invischiato nei suoi scandali sessuali e concentrato a difendere i suoi interessi personali, veniva giudicato dai mercati irrimediabilmente inadeguato a portare avanti le riforme e le politiche economiche da essi richieste.

La crescente apprensione dei mercati si è tramutata in paura a giugno, con la vittoria del referendum contro la privatizzazione dell’acqua: un campanello d’allarme sulla pericolosa piega democratica che rischiava di prendere l’Italia nel vuoto di potere creato da Berlusconi.

In un Paese inaffidabile e indisciplinato come l’Italia, i mercati non potevano certo affidare il cambio di regime al popolo bue, rischiando di vedersi rieletto Berlusconi o di vederlo sostituito da un governo troppo sbilanciato a sinistra. Hanno giudicato più sicuro prendere direttamente il controllo dell’Italia con il pretesto dell’emergenza.

Da qui l’attacco speculativo di luglio con borse e spread impazziti, traduzione economica della dottrina militare Shock and Awe, colpisci e intimorisci.

Insomma, terrorismo finanziario. Il Paese, messo in ginocchio e gettato nel panico, è pronto ad accettare qualsiasi cosa.

L’ultimatum è arrivato ad agosto nella lettera dei banchieri Trichet e Draghi, che dettavano al governo Berlusconi le condizioni per la fine dei bombardamenti speculativi: in sostanza una resa incondizionata alle politiche dettate da banche, finanza e grandi imprese: privatizzazioni, deregulation del mercato del lavoro, taglio a salari, pensioni e servizi sociali.

La confusa e tentennante risposta del governo Berlusconi ha scatenato l’offensiva finale dei mercati, che in poche settimane hanno portato l’Italia sull’orlo del default. Il Cavaliere, con la pistola puntata alle tempia, è stato costretto a farsi da parte, mentre a Roma sbarcavano le truppe in doppio petto di Bce e Fmi, che occupavano i ministeri-chiave prendendo di fatto in mano le redini del Paese.

Nel frattempo si mette in piedi un governo-fantoccio guidato dal consulente di Goldman Sachs che, almeno a giudicare dai nomi che circolano sui probabili ministri, sarà formato in gran parte da banchieri e da personaggi strettamente legati alle banche: Giuliano Amato, consulente di Deutsche Bank ed esperto in manovre lacrime e sangue, Fabrizio Saccomanni, direttore generale della Banca d’Italia, Lorenzo Bini Smaghi, appena uscito dal comitato esecutivo della Banca centrale europea, Domenico Siniscalco, vicepresidente di Morgan Stanley, Piero Gnudi, consigliere d’amministrazione di Unicredit.

“Missione compiuta!” disse Bush sulla portaerei dopo la caduta di Saddam.

Altrettanto potranno dire nei prossimi giorni i grandi banchieri internazionali, brindando a champagne sui loro yacht alla salute del governo Monti. Alla faccia del ’99 per cento’ degli italiani, inconsapevolmente caduti dalla padella alla brace.

Nulla di nuovo sotto il sole. Per imporre le proprie regole e tutelare i propri interessi, i poteri forti economici e finanziari (statunitensi ma non solo) hanno organizzato golpe in Africa e in America Latina, invasioni militari in Asia, Medio Oriente e Nordafrica, rivoluzioni colorate nell’ex blocco comunista. Per i Paesi europei basta un massiccio attacco speculativo e il gioco è fatto. All’Italia è già capitato nel 1992, e oggi la storia si ripete.

PeaceReporter

”Se l’Italia non fosse nell’euro…”

di: Enrico Piovesana

Il giornalista economico britannico Evans-Pritchard: “L’economia italiana è debole solo secondo i parametri di Maastricht. Se avesse ancora una banca centrale sovrana non sarebbe in questa situazione. La Bce? Incompetente e arrogante”

Il giornalista economico britannico Ambrose Evans-Pritchard, responsabile della sezione economica internazionale del Telegraph, ha scritto pochi giorni fa in un suo articolo:

“Lasciatemi aggiungere che l’Italia non è fondamentalmente insolvente. È in questi pasticci perché non ha un prestatore di ultima istanza, una banca centrale sovrana o una moneta sovrana. La struttura dell’euro ha trasformato uno stato solvente in uno insolvente. Ha invertito l’alchimia”.

Affermazioni degne di nota che Peacereporter ha chiesto a Evans-Pritchard di spiegare.

 Fondamentalmente la posizione debitoria italiana è solida - ci ha detto il giornalista britannico al telefono - perché non esiste solo il rapporto debito pubblico/Pil stabilito dal Trattato di Maastricht.

Se tra i criteri di sostenibilità di un economia si considera anche il debito privato, l’Italia risulta uno dei Paesi più stabili d’Europa. L’indebitamento delle famiglie italiane e delle società non finanziarie italiane è il più basso d’Europa (42 per cento del Pil, contro il 103 britannico, l’84 spagnolo, il 63 tedesco e il 51 francese, ndr) e ciò rende il debito aggregato italiano (pubblico più privato) inferiore a quello di Gran Bretagna, Spagna e Francia, e analogo a quello della Germania.

Inoltre lo Stato italiano è uno dei pochi al mondo ad avere un avanzo primario, ovvero a incassare più di quello che spende, al netto degli interessi che paga sul debito pubblico.

Considerate queste condizioni, se il vostro Paese non fosse entrato nell’euro e aveste quindi una banca centrale sovrana in grado di attuare una politica monetaria autonoma espansiva a sostegno dello sviluppo la situazione dell’Italia sarebbe molto migliore. Ovviamente stiamo parlando in linea puramente teorica, perché ormai che siete dentro non potete uscirne: sarebbe una catastrofe per voi e per l’Europa in generale.

Il problema è che la direzione in cui stiamo andando è proprio questa, perché la politica economia della Bce produce risultati nefasti.

La politica monetaria restrittiva della Bce, che anche in questi ultimi anni di piena recessione ha pedissequamente osservato il suo dovere statutario di tenere bassa l’inflazione tenendo alto il costo del denaro, ha ristretto il credito e di conseguenza ha rallentato la crescita di tutta l’Europa. E ora pretende di salvare Paesi in recessione come Grecia e Italia imponendo loro riduzioni salariali e tagli occupazionali che bloccheranno crescita e sviluppo.Incompetenza, per non dire di peggio.

A questo si sommano la pericolosità politica dell’azione della Bce, che impone i suoi diktat in maniera arrogante e offensiva della sovranità nazionale. Si pensi al piano per la Grecia che prevede l’apertura ad Atene di uffici europei permanenti per monitorare l’applicazione di queste misure, come una sorta di viceré europeo.

PeaceReporter

Italia: preparativi per un governo di austerity di “sinistra”

di:  Marc Wells

Questo articolo è stato precedentemente pubblicato in inglese il 30 settembre 2011 e in tedesco il 5 ottobre 2011

C’è una crescente opposizione popolare in Italia alle politiche di austerità in corso di attuazione da parte del primo ministro Silvio Berlusconi.

La recente manovra da 54 miliardi di euro è parte di un programma pluriennale di tagli alla spesa sociale e aumento di tasse regressive. L’attacco contro la classe lavoratrice è stato implementato sia dall’attuale governo di centrodestra di Berlusconi, così come dal precedente governo di centro sinistra guidato da Romano Prodi.

Nemmeno approvato il provvedimento che l’elite finanziaria ed industriale ha subito iniziato a fare progetti per il prossimo attacco. Il Wall Street Journal ha subito sottolineato che la misura era insufficiente. “Gli economisti temono che la proporzione del debito pubblico resterà elevata”, ha scritto.

Il debito pubblico in Italia ha superato il 120 per cento del PIL, secondo soltanto alla Grecia nell’Eurozona.

Vladimir Pillonca, un economista della Société Générale francese, ha dichiarato: “Ci sono rischi concreti che ulteriori misure saranno necessarie”. Ciò in un contesto di crescita economica stagnante e di una serie di downgrade del credito al governo italiano, nonché di sette grandi banche e persino di Fiat.

Strati della classe dirigente italiana sono sempre più preoccupati che il governo Berlusconi, a causa dei numerosi scandali personali, delle politiche “ad personam” del primo ministro stesso e del tangibile odio popolare nei suoi confronti, si trovi sempre più in difficoltà nell’attuare ciò che è richiesto. Ci sono quindi tentativi di mettere insieme un governo più “di sinistra” per smantellare ciò che resta delle conquiste passate dei lavoratori.

La scorsa settimana Confindustria ha presentato il “Manifesto per salvare l’Italia”. Il documento delinea una strategia in 5 punti:

• Riforma delle pensioni per aumentare l’età pensionabile a 70 anni

• Riduzione dei contributi ai fondi pensionistici e sanitari

• Vendita dei beni pubblici per la riduzione del debito pubblico

• Privatizzazione e liberalizzazione di istruzione e assistenza sanitaria, tra gli altri servizi sociali fondamentali

• Piano di assegnazione dei maggiori contratti di infrastrutture sociali per gli investitori privati

Una variante di questo piano è stata presentata ai primi di agosto con il pieno appoggio della “sinistra” e i sindacati sotto il titolo di “Patto per la crescita.” (vedi: ”Il governo prepara nuovi tagli dopo il panico nei mercati azionari“)

Ancora una volta, la “sinistra” ha colto al volo l’opportunità di dimostrare la sua fedeltà a Confindustria. Il segretario del Partito Democratico Enrico Letta ha dichiarato: “Le imprese hanno preso una strada di grande allarme che noi condividiamo: non si può continuare così. Tra l’altro non era mai accaduto nella storia italiana che Confindustria, il sistema delle imprese, chiedesse un cambio di governo e le dimissioni del governo in carica come sta accadendo oggi”.

Il Partito Democratico è pronto ad agire come agente e per conto di Confindustria nella implementazione di politiche che vanno anche oltre quelle attuate da Berlusconi. Lo scorso agosto, in una intervista a Il Sole 24 Ore, Letta ha dichiarato che il PD vuole perseguire “la flessibilità in uscita [pensionamento] in un range tra i 62 e i 70 anni… Certo poi si potrebbe discutere l’accelerazione del passaggio al contributivo pieno”. Una tale riforma ridurrebbe significativamente le prestazioni pensionistiche per i lavoratori.

Più significativa è la posizione del sindacato ex-stalinista CGIL che ha confermato la sua approvazione prima del patto per la crescita. Il 24 settembre, ha pubblicato un comunicato stampa dal titolo ” Confindustria-CGIL asse contro la crisi per ‘salvare l’Italia’”. Il documento afferma esplicitamente che il fondamento della coalizione è “un fronte comune tra sindacati e Confindustria”.

Il Segretario generale della CGIL Susanna Camusso ha elogiato il manifesto di Confindustria. Ha ripetutamente citato il documento, fornendo supporto completo in ogni suo punto. Tutto questo viene giustificato nella maniera più opportunista: Berlusconi è odiato.

La coalizione tra i sindacati e Confindustria prepara la strada ad enormi concessioni imposte alla classe lavoratrice. Il compito delle organizzazioni sindacali è di subordinare i lavoratori ai dettami di Confindustria e della borghesia.

Così come inquietante è l’emergere sulla scena politica di Alessandro Profumo, un rappresentante dell’oligarchia finanziaria parassitaria direttamente responsabile della crisi economica. Profumo ha annunciato la sua possibile candidatura per un governo di tecnocrati.

Profumo di carriera è radicato nel sistema finanziario. È stato l’amministratore delegato di Credito Italiano e di Unicredit fino al 2010, ed è attualmente il vice presidente della Associazione Bancaria Italiana (ABI). È anche membro del consiglio di sicurezza per Sberbank, la più grande banca in Russia. Il principale azionista di Sberbank, Suleiman Kerimov, controlla anche una quota consistente di Gazprom, compagnia energetica.

Profumo è anche una figura chiave nei settori del petrolio e del gas come membro del consiglio di amministrazione del gigante petrolifero Eni. Eni ha svolto un ruolo cruciale nell’intervento italiano in Libia. Il suo rapporto con il Consiglio Nazionale di Transizione libico (CNT) ha portato al primo accordo di sfruttamento del petrolio, raggiunto il 26 settembre. (Vedi in inglese “Italy moves to secure its share of the booty in Libya“).

Letta si è subito precipitato ad accogliere la candidatura di Profumo: “Lo candiderei subito, è una persona appassionata e competente. Ci sarebbe bisogno di persone come lui”.

Profumo è stato un aperto sostenitore della “sinistra”.

Ha sponsorizzato il sindaco Giuliano Pisapia alle elezioni amministrative del maggio scorso. Pisapia è stato deputato e membro del partito ex-stalinista Rifondazione Comunista. Ha vinto le primarie a Milano del Partito Democratico sulla base dell’alleanza Federazione della Sinistra (un rimpasto di ex-stalinisti compresa Rifondazione) e Sinistra Ecologia e Libertà (SEL).

Tutte le organizzazioni della pseudo-sinistra hanno celebrato come una vittoria l’elezione di un candidato sostenuto da banchieri come Profumo. Oggi Pisapia commenta con entusiasmo la possibile candidatura di Profumo stesso: “Ne penso solo bene. Sarebbe sicuramente un apporto prezioso per una buona politica”.

Profumo ha sintetizzato il suo programma in una recente intervista al Corriere della Sera: “Serve uno sforzo da 400 miliardi.

Lo può fare solo un governo tecnico”. In un recente articolo che ha scritto per Il Sole 24 Ore, Profumo sottolinea l’importanza della “qualità delle regole per la competitività… Capire come devono cambiare le norme sul lavoro, le strutture dei mercati, le infrastrutture per mantenere e favorire la competitività risulterà fondamentale, decisivo.”. Questo è il programma che la “sinistra” sta ora sponsorizzando.

Quattrocento miliardi di euro sono un quinto del PIL italiano. Tale programma porterebbe a tutti gli effetti alla distruzione del sistema pensionistico, della pubblica istruzione e dell’assistenza sanitaria.

Il supporto per un governo di tecnocrati è un chiaro segnale ai mercati finanziari che la “sinistra” è pronta ad attuare tutte le misure (anche autoritarie) necessarie per la difesa dei rapporti capitalistici e la protezione degli investimenti privati.

Word Socialist Web Site

Il ruolo delle Banche Internazionali all’origine del primo conflitto mondiale

di: Gian Paolo Pucciarelli

Il Quarterly Journal of Economics, in un articolo pubblicato a Washington nel mese di aprile del 1887, rileva l’insostenibile debito pubblico dei Paesi europei, formulando l’auspicio d’un urgente risanamento dei loro bilanci, esplicitamente espresso nel seguente monito:“Le finanze d’Europa sono a tal punto compromesse dall’indebitamento generale che i governi dovrebbero chiedersi se una guerra, malgrado i suoi orrori, non sia preferibile al mantenimento di una precaria e costosa pace”.

Fra lo sconcerto generale che, come si può supporre, il menzionato articolo ebbe allora modo di provocare, si apprendeva che le potenze europee, sottoposte a rigidi vincoli finanziari, perché debitrici, sarebbero state costrette a seguire fra il 1887 e il 1914 determinati orientamenti politici tali da condurre a un conflitto senza precedenti nella storia, allo scopo di pagare il loro debito pubblico [public debts of Europe (sic)]. In breve la guerra (mondiale) sarebbe stata la sola alternativa alla bancarotta.

Il “trimestrale”, destinato a diventare prestigioso negli ambienti economici internazionali, attribuiva l’origine del colossale debito pubblico europeo (qualcosa come 5.300 milioni di dollari di allora da pagare annualmente in linea interessi) alle allegre gestioni dei cosiddetti “sinking funds” (fondi governativi, costituiti a garanzia dei bonds emessi dallo Stato), omettendo di precisare che proprio questi sono parte fondamentale del meccanismo adottato dal Sistema Bancario Internazionale per indebitare i governi e dichiararli insolventi, quando il prelievo fiscale non sia più sufficiente a rimborsare (in linea capitale e interessi) il “prestito” loro concesso. La tecnica, dell’Investment Banking, prevede fra l’altro la “mobilizzazione del credito”, cioè il reinvestimento dei fondi (attraverso i servizi della Banca Centrale), e particolare attenzione alle procedure di ammortamento cui sono soggetti gli strumenti (per esempio gli armamenti) che il debitore ha acquisito, grazie al prestito concessogli. Nell’Europa d’inizio Novecento il clima politico, carico di tensioni, sembrava prossimo a scatenare la tempesta, del resto annunciata da fermenti rivoluzionari e pressanti rivendicazioni delle forze sociali, restando alle diplomazie il merito di aver riconosciuto il diritto di autodeterminazione dei popoli, senza ledere naturalmente certi privilegi imperialistici. Circostanza da cui emergeva la necessità di provvedere comunque all’incremento delle spese per la difesa, malgrado il già insostenibile debito pubblico o, viceversa, proprio in conseguenza di questo. Le banche (internazionali e/o le affiliate, operanti nei rispettivi paesi), erogatrici del prestito, intendevano in ogni caso tutelare il proprio capitale investito con il reintegro e l’aggiornamento degli armamenti, resi obsoleti dal rapido sviluppo industriale, suggerendone in molti casi l’urgente impiego. Anche l’industria pesante si sarebbe adeguata al nuovo indirizzo, che obbligava i governi a disporre conversioni della produzione economica, da cui le banche avrebbero tratto doppio profitto, in previsione e nel corso dell’eventuale conflitto (acquisto di armi) e nella fase successiva alla fine delle ostilità (ricostruzione). Il Sistema Bancario Internazionale agiva in perfetta simbiosi con le proprie affiliate (acciaierie, chimica, munizioni) formando l’efficiente struttura finanziaria – industriale, chiamata anche “Conglomerate” o “Corporate Banking”, tesa ad alimentare ostilità di vecchia data nel teatro europeo e a seminare discordie col volontario aiuto delle diplomazie.

Gli effetti dell’influenza esercitata sui governi dalle banche internazionali sono evidenti in particolare nel cruciale periodo 1907 – 1914 (crisi finanziaria, intrighi a non finire intorno alla Anglo Persian Oil Company, piano di saccheggio del dissolvendo Impero Turco Ottomano, costituzione del Federal Reserve System) durante il quale si osservano chiari segnali dell’imminente conflitto. In questo scenario, la Gran Bretagna intende consolidare il proprio impero (India) e affermare il proprio dominio sugli oceani, senza dimenticare l’influenza finanziaria che essa esercita, grazie alla Bank of England, sulla sua ex colonia nordamericana, gli Stati Uniti d’America, attraverso il binomio, all’epoca costituito fra Re Giorgio V e Leopold Rothschild della Rothschild House di Londra (che a sua volta si avvale dei propri agenti negli States, Morgan e Rockefeller).

Principale antagonista della Gran Bretagna è la Germania del Kaiser Guglielmo II (nipote del Re inglese Edoardo VII), incline a potenziare la flotta per la conservazione delle proprie colonie e a non rinunciare alle aspirazioni germaniche sui territori dell’Impero Turco Ottomano. Spinta dal revanscismo, dopo la sconfitta nella guerra franco prussiana, la Francia è acerrima nemica della Germania per l’eterna contesa dell’Alsazia-Lorena. L’Italia giolittiana, concluso a suo vantaggio nel 1912 la guerra con la Turchia per la Libia, si annovera fin dal 1850 fra i migliori clienti di Casa Rothschild, cui si dovrebbe, secondo alcuni, grazie ai pluriennali finanziamenti ai Savoia, la sospirata Unità Nazionale. Il quadro non è completo. Manca la Russia zarista, che nello scenario prebellico costituisce un caso a parte, se vogliamo credere a chi sostiene che tra gli equivoci delle Tesi su Feuerbach e le proteste sociali dell’epoca c’era di mezzo, come sempre… la Banca. Vale a dire che si può anche pagare lautamente l’aria fritta, purché, rivenduta in forma d’ideologia, svolga opportune funzioni livellatrici, determinando illusioni sufficienti a preferire alla fame i presunti benefici dell’economia collettiva. Ciò significa fra l’altro che la diffusione di un ideale rivoluzionario e l’indebitamento generale sono mezzi giustificati dallo stesso fine: il controllo delle masse. Nel contesto, il ruolo della “Banca” si svolge secondo le regole del già citato “Sistema” che comprende l’Istituto di emissione (Banca Centrale), le Banche d’investimenti, le Banche commerciali e l’intera rete delle banche locali. Il sistema, operante attraverso articolazioni nazionali, dovrebbe adeguarsi alla politica economica dei singoli Paesi, secondo le direttive impartite alla Banca Centrale dai Ministeri di Economia, Tesoro e Finanze. Ma così non avviene, perché la Banca Centrale controlla lo Stato, invece di essere da questo controllata. Questo succede perché il capitale di maggioranza dell’Istituto di Emissione è in mani private, dietro le quali operano tranquillamente le Banche d’Investimenti Internazionali.

E’ del resto quanto precisamente prevede una “clausola” del contratto di prestito erogato dalle Investment International Banks, per cui il ruolo dell’“Istituto di emissione” diviene ad esse subalterno. Questo è determinato dalla progressiva cessione di quote o azioni del proprio capitale, pretesa ogniqualvolta le Banche d’Investimento internazionali erogano un prestito a favore dello Stato (procedura che può facilitare in tempi brevi l’acquisizione dell’intero capitale della Banca Centrale – vedi al proposito il caso dell’odierna Bankitalia).

Il creditore dello Stato può dunque pretendere il rimborso del prestito, quando a suo giudizio, il debito pubblico diventasse insostenibile. In tal caso la dichiarazione d’insolvenza permetterebbe al creditore di pretendere l’immediato rimborso del prestito, obbligando il governo ad adottare idonee misure finanziarie o, in alternativa, iniziative della politica estera miranti a creare nuove opportunità d’investimento, che prevedono fra l’altro il ricorso al più efficace degli strumenti finanziari, la guerra.

Nell’inverno del 1914, divenne urgente rispettare le scadenze, sotto la minaccia, incombente su molte teste coronate dell’Europa di allora, di veder confiscati i propri tesori, ben custoditi nei forzieri delle Banche londinesi, aderenti al “Sistema delle Banche Internazionali”.

Il caso dei Romanov è significativo.

Vale la pena al proposito osservare lo sviluppo delle relazioni anglo-russe a cominciare dal 1876, anno in cui si costituiscono a Londra, grazie anche agli introiti della Società del Canale di Suez (finanziata al 50 % dalla Rothschild Bank che acquista un anno prima per conto della Corona inglese la quota egiziana, pagando 4 milioni di sterline a Ismail Pascià), quelle che saranno poi chiamate “Accepting Houses”, speciali organismi bancari, affiliati alla Hambros e alla Rothschild Bank, che avranno il compito di amministrare il mercato dei bonds o obbligazioni emesse dallo Stato debitore (oggetto di particolari attenzioni sarebbe stato ad esempio il debito per le riparazioni di guerra di 31 miliardi di dollari della Repubblica di Weimar). Ma nel caso della Russia Zarista, sembra documentato il contratto a lungo termine che Alessandro II stipulò con la Rothschild Bank di Londra al fine di ottenere sostegno finanziario per muovere guerra alla Turchia nel 1877. Le pretese che lo Zar avanzò, a guerra conclusa, su Costantinopoli e il Bosforo, furono respinte dal primo ministro britannico Benjamin Disraeli, non solo perché intralciavano le rotte inglesi verso l’India, ma anche perché l’Impero di tutte le Russie risultava insolvente nei confronti dei Rothschild. Ragione per cui lo stesso Disraeli prospettò l’opportunità politica di concedere prestiti contro il rilascio di garanzie reali da parte del successore di Alessandro II, lo Zar Alessandro III, risultato poi altrettanto inaffidabile. La costituzione “in pegno” di buona parte del tesoro dei Romanov, custodita nelle casse delle Accepting Houses londinesi, faceva peraltro riscontro al successivo ingresso della Russia fra le Potenze dell’Intesa, dopo che Nicola II era stato convinto che un ulteriore aiuto finanziario dei Rothschild (secondo la procedure e le clausole sopra descritte) gli sarebbe stato necessario per potenziare un esercito sufficiente a fronteggiare la presunta minaccia degli Imperi Centrali. Visto poi che lo Zar continuava ad essere insolvente anche per gli esiti nefasti della guerra russo-giapponese, Londra (o meglio, le Filiali londinesi dell’Investment Banking) predisponevano il gigantesco tranello di cui sarebbero state vittime lo stesso Zar e il popolo russo. Non prima però che si fosse resa politicamente giustificabile quella guerra totale da tempo prevista per “salvare” i governi europei dalla bancarotta. Il tutto preceduto dall’avvio di un piano, concordato a tavolino con gli Stati Uniti, rappresentati dal presidente Theodore Roosevelt. Costui infatti si sarebbe proposto quale diligente servitore dell’International Banking fin dalla guerra ispano-americana, condotta allo scopo di favorire il nascente monopolio della canna da zucchero di Cuba e l’espansionismo degli States nei Caraibi e sul Pacifico (Porto Rico e Filippine). La collaborazione con le “Accepting Houses” londinesi sarebbe stata poi evidente nel pool di banche internazionali, costituito allo scopo di determinare il crollo dell’Impero Zarista. Il fine apparente sarebbe stato perseguito a tutela degli interessi delle banche inglesi e a salvaguardia dell’Impero Britannico. La potente Bank of England, che nel frattempo avrebbe fatto carte false per fondare negli Stati Uniti la propria filiale (cioè la Federal Reserve Bank), avrebbe avuto ampie possibilità di azione nelle Borse internazionali, principalmente Wall Street, attraverso cui sarebbero stati disposti flussi di denaro, destinati alla fondazione dell’Unione Sovietica. Sembrano ampiamente documentati i trasferimenti di denaro eseguiti a favore dei rivoluzionari Bolscevichi fra il 1905 e il 1920 attraverso la Kuhn Loeb & Company di New York, i banchieri Jacob Schiff e Olof Aschberg, i quali operavano sotto la regia di Alexander Helphand, alias “Parvus”, il coordinatore dei finanziamenti ai rivoltosi per conto delle banche tedesche Warburg. Fra i diretti beneficiari di tali fondi si contavano gli illustri Vladimir Ilich Ulianov, detto Lenin, e Lev Trotzki, profeti del marxismo e costruttori della futura società sovietica. (Nel 2008, all’Hoover Institution Archives di Stanford – California sono state declassificate ricevute bancarie dei trasferimenti di denaro, per complessivi 20 milioni di dollari, eseguiti da Jacob Schiff a favore di Lenin e Trotzky dal 1915 al 1917).

Manovre finanziarie d’indubbia efficacia, rispetto ai meno soddisfacenti risultati di analoghe operazioni, eseguite per esempio a sostegno della rivolta dei Boxer in Cina nel primo anno del XX secolo, che in ogni caso rappresentavano un banco di prova per i successivi interventi dell’International Banking al fianco d’ingorde corporations anglo-americane, decise in quel tempo a primeggiare nel sistematico saccheggio delle risorse minerarie cinesi. Gli americani, saldamente stabiliti a Canton, e gli inglesi nella valle del fiume Yang Tse, sembravano decisi a sloggiare i Russi da Port Arthur, i giapponesi da Formosa e dalla Corea, i tedeschi dalle miniere dello Shantung, i francesi dall’Indocina e dai territori meridionali. In quella circostanza i soldi consegnati ai rivoltosi (Boxer) sarebbero serviti a giustificare la presenza sul territorio cinese di ventimila Marines, guidati dal tecnico minerario e faccendiere Herbert Hoover (futuro presidente degli Stati Uniti) contro gli stessi Boxer; la conveniente tattica adottata dagli americani consisteva nel sostenere prima la rivolta, per poi sedarla, trasformandola in pretesto per acquisire nuove terre di sfruttamento, facendosi largo fra i concorrenti. Questo precedente potrebbe suggerire la risposta agli interrogativi che un dubbio troppo ingombrante obbligava a porsi: perché i Capitalisti occidentali avrebbero sostenuto la rivoluzione bolscevica e favorito la costituzione di una società comunista nell’Unione Sovietica? Una risposta che può avere chiunque osservi gli sviluppi del Capitalismo nell’arco di tempo, compreso tra il 1919 e il 1989, e possa rilevare, dietro la politica del confronto, che peraltro sarebbe stato necessario ribadire nel secondo conflitto mondiale, la funzione di controllo indiretto assegnata all’Unione Sovietica, allo scopo di impedire il pericoloso flusso sul mercato del libero scambio di materie prime, offerte a prezzi sensibilmente inferiori, rispetto a quelli stabiliti dai Cartelli occidentali, membri di un selezionato gruppo, chiamato anche Capitalismo oligarchico, cui sarebbe spettata, grazie alla proficua collaborazione dell’International Banking, la facoltà arbitraria ed esclusiva di condurre, direttamente o indirettamente, ogni attività produttiva e commerciale della libera economia di mercato. Fra gli obiettivi immediati del Sistema Bancario Internazionale che allora sosteneva i rivoluzionari bolscevichi, vi erano: il già citato crollo del regime Zarista, il sequestro del tesoro dei Romanov (conservato nelle casse della Rothschild Bank, dopo la messa in mora di Nicola II) e l’eliminazione di un pericoloso concorrente (lo stesso Zar) nella corsa al petrolio del Golfo Persico.

Lo stesso Capitalismo, del resto, (in procinto di confrontarsi con un sistema che rappresentasse, più o meno formalmente, il suo esatto “opposto”) avrebbe anche (e proprio per questo) avuto modo di attestarsi su posizioni più radicali, per altro giustificate, o in via di eterna giustificazione, dalle teorie in esso congenite (legge del massimo profitto col minimo impiego). Il cosiddetto liberismo, in cui dominerebbe il principio del “laissez faire”, o delle limitazioni dell’intervento dello Stato nelle attività della libera impresa, avrebbe tratto dalle tesi marxiane occasione di svilupparsi in senso verticale, riducendo il libero mercato a un’area di privilegio, in cui il rischio d’impresa sarebbe stato sensibilmente ridotto, a giovamento esclusivo di chi potesse disporre di mezzi finanziari, idonei a influenzare l’economia dello Stato attraverso il perpetuo “debito – ricatto”. Superfluo aggiungere che la costituzione del sistema sovietico, in cui vige il divieto di attivare ogni libera impresa, e la prevista minaccia dell’espansione comunista, sarebbero stati funzionali all’idea di un “monopolio” del capitale, non solo dividendo il mondo in zone di competenza territoriale, ma favorendo l’affermazione in Occidente di un’esclusiva “Power Elite” capitalistica. Il Capitalismo oligopolistico avrebbe così avuto modo di consolidarsi, grazie al comunismo, scongiurando il rischio che dalla Russia Zarista potesse nascere una federazione di Stati, tesa ad espandersi nell’Est Europeo e in Asia per crearvi una nuova forza capitalistica, pronta ad entrare in competizione con gli Stati Uniti d’America. Il Manifesto del Comunismo avrebbe assunto così valore di simulacro a Wall Street, dove Lenin sarebbe stato selezionato quale guida di uno Stato accentratore, garante dell’illusorio potere conferito al proletariato, allo scopo di pervenire al controllo assoluto delle masse, attraverso il sistema dell’economia pianificata.

Primo passo: la nazionalizzazione delle banche russe, e la costituzione di una Banca Statale Sovietica, prevista nel programma di Lenin e con favore accolta da Wall Street.
A sostegno di queste tesi, sembra opportuno osservare certi aspetti della strategia di mercato, legata agli sviluppi dell’industria petrolifera americana, a partire dai primi anni del Novecento. Di particolare interesse, a tal proposito, sono le iniziative adottate dal Gruppo Petrolifero Rothschild – Rockefeller, all’indomani dell’entrata in vigore della legge “antitrust”, lo Sherman Act, e in previsione dei piani Ford per la costruzione di automobili in serie.

Circostanza che avrebbe spinto il Gruppo (l’associazione dei due imperi “Banche – Petrolio” non è ovviamente casuale) ad assumere un rigido controllo del mercato petrolifero internazionale, in conseguenza dello smembramento della Standard Oil e a seguito del cosiddetto “Caso Spindletop” (*). Il riferimento alla moneta statunitense (Petrodollari), sarebbe stato da allora preteso per ogni transazione sul mercato internazionale riguardante i prodotti petroliferi, adottando un sistema di contenimento delle fluttuazioni del prezzo del greggio che scongiurasse pericolose e non lucrative tendenze al ribasso. Il che avrebbe indotto il Gruppo Rothschild-Rockefeller a promuovere efficaci campagne di stampa tese a diffondere infondate notizie sulla presunta scarsità delle riserve (e risorse) petrolifere mondiali, al fine di evitare che si producessero dannosi effetti “dumping” nel mercato interno (visto che la domanda di combustibile era in crescita grazie al lancio dell’automobile Ford Modello T). Ma sarebbe stato soprattutto opportuno non limitare la capacità di competizione del Gruppo sui mercati internazionali. A tal scopo, era evidente che il controllo politico delle aree petrolifere mondiali più promettenti, come quelle del Golfo Persico, Medio Oriente, Caucaso e Caspio, sarebbe stato indispensabile. L’Impero Zarista, che comprendeva allora anche l’immensa area del Kazakhstan, avrebbe rappresentato uno dei più temibili concorrenti fra i potenziali produttori di petrolio, certamente deciso a sfruttare i propri giacimenti e a commercializzare il suo combustibile sul mercato internazionale a un prezzo assolutamente più basso rispetto a quello imposto dalle Compagnie del Gruppo Rothschild-Rockefeller, per via della scarsa domanda di petrolio, determinata dal non florido sviluppo industriale della Russia Zarista. Per evitare tale evenienza, il Gruppo in questione avrebbe così sostenuto i rivoluzionari bolscevichi e il nuovo regime che fosse stato in grado di garantire il controllo politico di popoli e territori dell’ex Impero Zarista, grazie al vasto consenso popolare, di cui si proponeva interprete, impegnandosi a costruire la società comunista e ad imporre e esportare (sotto il velo del nobile compito assegnato al Komintern) il severo divieto a intraprendere qualsiasi attività economica o industriale non sottoposta al controllo dello “Stato Accentratore” e dunque in contrasto col piano anti-concorrenza del Capitalismo occidentale.

Nello stesso progetto si possono inquadrare le ragioni che indussero il World Jewish Congress a realizzare il piano di costituzione di uno Stato ebraico in Palestina, posto a guardia del Canale di Suez e degli interessi petroliferi angloamericani in Medio Oriente. Non trascurando infine le iniziative, prese nel primo dopoguerra tendenti ad impedire la formazione di un secondo polo capitalistico nell’Europa continentale.

L’esordio della Federal Reserve avviene nel 1914 e qualche mese più tardi scoppia la Prima Guerra Mondiale. Una coincidenza!? La Fed opera a stretto contatto con la Borsa Newyorkese, autentico ponte costruito nell’occasione fra l’America e l’Europa, allo scopo di rendere vane le pretese del Kaiser sul territorio iracheno (ferrovia Berlino – Baghdad), e obbligando il suo naturale alleato, l’impero austro-ungarico, a far divampare la “polveriera balcanica”. A tale scopo sono costituiti il Belgian Relief Committee (per aiutare il “neutrale” Belgio invaso dalle truppe germaniche, ma soprattutto per permettere a queste ultime di continuare a combattere una guerra non voluta) e l’American International Corporation, grazie alla quale a Wall Street sarà dato il via a una serie di investimenti, da cui trarranno profitti colossali il gruppo Rothschild – Rockfeller e il “pool” di banche internazionali ad esso associato. Nell’occasione diventerà operativo il già citato Corporate Banking, creato apposta per obbligare i governi delle Potenze belligeranti ad usufruire del sostegno finanziario, destinato all’acquisto di armi dal War Industry Board di Bernard Baruch, banchiere associato al “pool”, esponente di spicco dell’Organizzazione Sionista Mondiale e persuasivo consigliere dei presidenti americani. Il grande business della guerra!? Non occorre chiederlo a Lord Walter Rothschild, né all’esimio Colonnello Mandell House che nel 1913 ha già stilato i Quattordici Punti, enunciati dal Presidente Wilson alla Conferenza di pace di Parigi del 1919 (valgono un Premio Nobel, la frantumazione di tre imperi e focolai infiniti d’odio e rancori dal mare del Nord all’Oceano Indiano). La strategia dell’Investment Banking, coordinata dalle Rothschild Houses e da quella che diverrà nota col nome di Standard Oil Company of New Jersey (poi Exxon), risulta dunque vincente anche negli States grazie al Sistema Fed, attraverso il quale sono già rientrati, sotto forma di tasse pagate dai contribuenti americani, i 25 miliardi di dollari, creati dal nulla, e anticipati ai belligeranti per dare inizio alla Prima Guerra Mondiale. Nell’occasione si distinguono i Chairmen della Fed, Charles S. Hamlin e William P.G. Harding, quest’ultimo manager del War Finance Corporation, attivissimo nelle forniture di armamenti ancor prima dell’entrata in guerra degli Stati Uniti il 6 aprile 1917.

Nel bel mezzo della guerra, ha modo fra l’altro di prendere forma la cultura dello stereotipo, o dell’estrema semplificazione cui tenderebbe a conformarsi il giudizio dell’immaginario collettivo, indispensabile alla costruzione del consenso e più tardi all’interpretazione “ragionata” del cosiddetto “politicamente corretto”. (Tante grazie a Walter Lippmann e al suo indimenticato “Public Opinion”!)

A Wall Street e alla Fed di New York intanto gli Investitori si fregano le mani. In attesa che il già concepito Committee on Foreign Relations, succursale a Washington del Royal Institut for International Affairs di Londra, dia inizio alle sue poliedriche attività, la strategia bellica anglo americana trova proficua applicazione in tre settori: finanziario (come abbiamo visto), militare e propagandistico. Compito della stampa americana è, ad esempio, inventare di sana pianta atrocità che i tedeschi avrebbero commesso, in pace e in guerra. La tecnica del reiterato inganno, perpetrato ai danni del popolo statunitense, sarà più tardi chiaramente visibile nell’intero operato dell’Amministrazione Wilson, per quanto un giudizio critico sul ruolo dei presidenti degli Stati Uniti fosse fin da allora apertamente ammesso dalla storiografia ufficiale. Presupposto che rende legittima, almeno sul piano etico, una piena adesione alle tesi del Professor Carroll Quigley, diffusamente espresse nel suo “Tragedy & Hope” , in cui si rileva, sulla base di indiscutibili prove, l’assoluta dipendenza della Casa Bianca dalla volontà dei Banchieri Internazionali. Esempi significativi della costruzione del consenso, teso a legittimare azioni impopolari del governo e comunque ritenute socialmente e politicamente dannose al rivestimento democratico della leadership statunitense, sembrano i casi Lusitania e Sussex, creati ad arte (come poi l’effetto Pearl Harbour e decenni più tardi, l’incidente del Tonchino, senza dimenticare il più recente “911”) per convincere l’opinione pubblica americana sull’opportunità dell’entrata in guerra (dichiarata o no) degli Stati Uniti.

Alla cultura dello stereotipo si affiancherà poi la cosiddetta “Spirale del Silenzio”, teoria sviluppata da Betty Neumann, secondo la quale il potere dei media (e dei più importanti “oracoli” accademici) si manifesta soprattutto attraverso gli effetti persuasivi che riesce a produrre sul pubblico di massa, il quale non può fare a meno, salvo rare eccezioni, di prendere per vera la versione di un fatto storico che gli è imposta, sebbene risultino chiari i propositi censori a fini propagandistici dei mezzi d’informazione. Per cui, chi dissentisse da una “verità multimediale” accettata e condivisa dalle moltitudini, rinuncerebbe alla fine a porla in discussione, constatando di rappresentare una minoranza ristretta e “inaffidabile”.

(Per fortuna le vittime della spirale del silenzio tendono a diminuire, producendo stimoli a un’indagine non mutuata dai media “ufficiali”, e comunque propensa a considerare menzogne… le mezze verità.)

Nel 1916 fu compito di un giudice, membro della Corte Suprema degli Stati Uniti, Louis Dembitz Brandeis, confermare per intero la menzogna dell’affondamento della “S.S. Sussex, ad opera del solito “criminale” U-Boat tedesco nel Canale della Manica. Lo stesso presidente degli Stati Uniti sarebbe stato pronto a dichiarare questa “verità”, costruita ad arte, quando avrebbe chiesto al Congresso, in data 2 aprile 1917, di approvare la dichiarazione di guerra alla Germania (malgrado l’offerta di pace da quest’ultima proposta alla Gran Bretagna, già sul punto di chiedere invece, visto il corso degli eventi bellici ad essa sfavorevoli, la resa incondizionata). Fra i pochi estimatori della Verità (quella che non offende il buon senso e il Divino Creatore), si annovera l’ebreo Benjamin Freedman, che dimostrerà sulla scorta di prove inconfutabili come le fotografie pubblicate dalla stampa americana e inglese non riproducessero la carcassa della S.S. Sussex, ma quelle di un traghetto francese in riparazione nei cantieri di Boulogne sur Mère.

L’affondamento del Lusitania (1915) acquistava peso politico dopo la seconda elezione del presidente Wilson (la Casa Bianca si conquista anche con le menzogne!). Ma l’opinione pubblica americana si convince con le buone o con le cattive. Ci penserà William Randolph Hearst ad avviare opportune campagne interventiste, per salvare la faccia di Woodrow Wilson dagli sputi dei suoi elettori. Intanto (dicembre 1916 ) i tempi per un ingresso degli Stati Uniti nella Guerra Mondiale sembravano maturi, perché qualcuno, che stava molto in alto, sapeva manipolare a tal punto la Casa Bianca e Downing Street da pretendere il rispetto dell’Accordo di Londra, sottoscritto in segreto alla fine del 1916, dal presidente Wilson e dal premier Lloyd George.

L’intervento degli States segnava una svolta decisiva negli sviluppi del primo conflitto. In pochi mesi a partire dall’aprile 1917, il corso della guerra, decisamente favorevole alle Potenze dell’Intesa, determinava fra l’altro le condizioni propizie per il successo della Rivoluzione Bolscevica nell’ottobre del 1917.

Evento calcolato, nell’imminenza della prevista pace separata tra Russia e Germania, caldamente suggerita dagli anglo americani, visto il malcontento che regnava fra le truppe dello Zar.

Il Kaiser, visto l’andamento della guerra, avrebbe poi accolto l’invito di levarsi dai piedi, archiviando per sempre le aspirazioni di un grande Impero Germanico, esteso a lambire le acque del Golfo Persico. Nell’occasione, gli sarebbe stato richiesto l’ultimo favore: consentire libero transito al treno blindato che trasportava Lenin e Company fino a Pietrogrado, per instauravi il nuovo regime, poco incline ad accettare le esitazioni “socialdemocratiche” di Kerenski, ma ben disposto a ricevere tanti auguri d’un radioso futuro dal liberale presidente americano Wilson, fin troppo pronto a manifestare alla Conferenza di Parigi la necessità d’un appoggio, morale e materiale, degli Stati Uniti al governo che Lenin avrebbe meditato e scelto di instaurare sulle rovine dell’Impero Zarista.

Rinascita.eu

Leggi anche: Il Grande Inganno: l’oro e la guerra

Oscuro futuro imposto dalla BCE:sta a noi evitarlo e realizzare il cambiamento

Articolo inviato al blog
di: Salvatore Santoru

L’ormai famosa “lettera segreta della BCE” al governo italiano del 5 agosto 2011 e  recentemente pubblicata su vari quotidiani nazionali,costituisce l’ennesima dimostrazione di come opera il potere,o meglio il vero Potere,in Italia,Europa e non solo.Potere che è  l’espressione di grosse banche d’affari,di giganti industriali,di lobby varie aventi come scopo il perseguimento dei propri interessi(oscuri o meno)a scapito dei nostri,e pronte a tutto pur di continuare nel loro progetto.Il loro ragionamento è tale che pur di salvare i loro profitti,sono disposti a mandare al macello milioni (se non miliardi)di persone come “via d’uscita” dalla crisi generata dalla loro stessa avidità e “mania di potenza”.

E quando i loro camerieri politicanti non adempiono totalmente al  lavoro o sono troppo lenti nel servire il lucroso pasto,arrivano le lamentele di lorsignori pronti a licenziare i vecchi per far spazio al “nuovo”.Come esempio a riguardo , basti pensare alla Confindustria che se sino a ieri era felicemente tra le “menti”  del berlusconismo e del  giullare di Arcore, oggi  è ritornata magicamente alla verginità diventando accerima nemica del suo brillante(ex)alunno colpevole di non essere troppo presentabile agli Dei del mercato finanziario,ma sopratutto di essere troppo poco affidabile per le “questioni delicate”(quelle che contano per l’Olimpo finanziario s’intende).Per queste si è fatto avanti il centrosinistra,il mitologico PD,addiritura abbiamo assistito al risveglio di Prodi!(che avviene sempre in tali situazioni),Letta e compagnia,memori della precendente(1992) svendita dell’Italia ,più il sempre presente(ieri come oggi)Draghi,probabilmente nostalgici della lussuosa gita nel panfilo di “Sua Maestà”,il Britannia.E quando Romano,Mario e amici si incontrano ciò vuol dire solo una cosa:che la malasorte è pronta a colpire nuovamente nello Stivale,indipendentemente da come si presenta(FMI,BCE,CE,ecc).Ovvero,nuove “liberalizzazioni”/privatizzazioni a raffica,tagli,svendite dei patrimoni pubblici,licenziamenti,disocuppazione e così via.Ovvero,tutte cose consigliate(imposte) dal Trichet e dal Drago nella lettera per Berlusconi,3Monti e compagni,ma valide anche per i probabili sostituti Monti,Prodi,D’Alema ecc,questi ultimi rivelatisi nel tempo assai più(stando agli standard gelminiani)”tendenti al merito”.E intanto mentre in Grecia si occupano ministeri,in Spagna ci si “indigna” nelle strade,in Italia per ora (quasi)tutto tace,complice la bipartisan copertura mediatica della propaganda neoliberista “per uscire dalla crisi” avanzata dagli stessi colpevoli(ma intanto ci si scanna per la questione Ballando con le Stelle/Bailà),complice la collusione della “sinistra” istituzionale(non solo italiana,basti vedere in tutta Europa i  vari governi “socialisti”  ad esempio)che oramai si comporta quasi  come la destra neoliberista(della tradizione dei Chicago Boys per intenderci),se non in egual modo.E intanto i banchieri(più le varie troike tecnocratiche e gli industriali) ringraziano,e continuano a truffare come nulla fosse,e il grosso apparato neoliberista procede nel togliere diritti,libertà e dulcis in fondo,quel poco di democrazia(conquistata grazie alle lotte popolari)che ancora era rimasto.E noi cosa facciamo?Continuiamo a dividerci tra squadre di calcio e a distrarci da gossip e reality show come se nulla fosse lasciando campo libero a coloro che ci considerano nemici e ostacoli(per dirla con gli Indignados “Non siamo noi che siamo contro il sistema,è il sistema che è contro di noi”).La soluzione per uscire dalla crisi c’è:non pagare il debito,fare rispettare i nostri diritti e la nostra(precaria) libertà,non lasciarci più manipolare e non delegare,e infine diventare noi i veri decisori della nostra vita e del nostro futuro.

 

La distruzione del tenore di vita di un paese: quello che la Libia aveva raggiunto, quello che è stato distrutto

di: Prof. Michel Chossudovsky

“Non c’è domani” sotto una rivolta di Al Qaeda promossa dalla NATO .

Mentre veniva insediato un governo di ribelli “pro-democrazia”, il paese è stato distrutto.

Sullo sfondo della propaganda di guerra, le conquiste economiche e sociali della Libia nel corso degli ultimi venti anni sono state brutalmente rovesciate:

La Giamahiria Araba Libica ha avuto un alto tenore di vita e un robusto apporto calorico pro capite giornaliero di 3144 calorie. Il paese ha fatto passi da gigante nel campo della sanità pubblica e, dal 1980, il tasso di mortalità infantile è sceso dal 70 ogni mille nati vivi al 19 nel 2009. L’aspettativa di vita è salita dai 61 ai 74 anni  durante lo stesso arco di anni. (FAO, Roma,Libya, Country Profile)

Secondo settori della ”sinistra progressista” che hanno avallato il mandato R2P (responsabilità di proteggere) della NATO, per non parlare dei terroristi che vengono accolti, senza riserve, come “liberatori“:

 La gente è entusiasta di ricominciare da capo. C’è un vero senso di rinascita, una sensazione che le loro vite stanno ricominciando nuovamente“.(DemocracyNow.org, 14 settembre 2011- enfasi aggiunta)

Ripartire“ sulla scia della distruzione? Paura e disperazione sociale, innumerevoli morti e atrocità, ampiamente documentate dai media indipendenti. Nessuna euforia ….Si è verificata una storica inversione nello sviluppo economico e sociale del paese. I risultati ottenuti sono stati cancellati.

L’invasione  e l’occupazione della NATO contrassegnano la rovinosa “rinascita“ del livello di vita della Libia. Questa è la verità proibita e taciuta: un intera nazione è stata destabilizzata e distrutta, la sua gente spinta verso un abissale povertà.

L’obiettivo dei bombardamenti della NATO è stato sin dall’inizio quello di distruggere lo standard di vita del paese , le sue infrastrutture sanitarie, le sue scuole e gli ospedali, il suo sistema di distribuzione dell’acqua. E poi “ricostruire” con l’aiuto di finanziatori e creditori sotto la guida del FMI e della Banca mondiale.

I diktat del ”libero mercato” sono una condizione indispensabile per l’ installazione di una “dittatura democratica” in stile occidentale.

Circa 9.000 sortite d’attacco, decine di migliaia di obiettivi civili: aree residenziali,edifici governativi, impianti di approvvigionamento idrico e di energia elettrica. (Vedi comunicato della Nato, 5 settembre 2011. – 8.140 sortite d’attacco dal 31 marzo al 5 settembre 2011)

Una nazione intera è stata bombardata con gli ordigni più avanzati, tra cui munizioni all’uranio impoverito.

Già nel mese di agosto, l’UNICEF ha avvertito che i bombardamenti della NATO sulle infrastrutture idriche della Libia “potrebbero trasformarsi in un’epidemia sanitaria senza precedenti“. (Christian Balslev-Olesen , responsabile dell’ Ufficio Unicef ​​ in Libia, agosto 2011).

Nel frattempo gli investitori e i finanziatori si sono posizionati. ”La guerra fa bene agli affari. La NATO, il Pentagono e le istituzioni finanziarie internazionali basate a Washington (IFIs) operano in stretto coordinamento. Quello che è stato distrutto dalla NATO verrà ricostruito, finanziato da creditori esteri della Libia sotto la guida del ” Washington Consensus ”:

“In particolare, la Banca Mondiale è stata incaricata di esaminare la necessità di riparazione e ripristino dei servizi nei settori dell’acqua, dell’energia e dei trasporti [bombardati dalla Nato] e, in collaborazione con il Fondo Monetario Internazionale, sostenere la preparazione del bilancio [le misure di austerità] e aiutare il settore bancario a rimettersi in piedi [la banca centrale libica è stato uno dei primi edifici governativi adessere bombardato]. ” (World Bank to Help Libya Rebuild and Deliver Essential Services to Citizens enfasi aggiunta)

I risultati dello sviluppo della Libia

Qualunque siano le proprie opinioni riguardo Gheddafi, il  governo libico post-coloniale  ha giocato un ruolo chiave nell’eliminazione della povertà e nello sviluppo delle infrastrutture sanitarie ed educative del paese. Secondo la giornalista italiana Yvonne de Vito: “A differenza di altri paesi che hanno attraversato una rivoluzione - la Libia è considerata la Svizzera del continente africano ed è molto ricca, le sue scuole ed i suoi ospedali sono gratuiti per il popolo. Le condizioni per le donne sono molto migliori rispetto ad altri paesi arabi ”. (Russia Today, 25 agosto 2011)

Questi sviluppi sono in netto contrasto con quello che molti paesi del Terzo Mondo sono stati in grado di “conquistare” sotto la  ”democrazia” e la “governance” in stile occidentale nell’ambito del programma di aggiustamento strutturale (SAP) del FMI-Banca Mondiale .

Assistenza Sanitaria pubblica

L’ assistenza sanitaria pubblica in Libia prima dell’ ”intervento umanitario” della NATO era la migliore in Africa. ”L’assistenza sanitaria è [era] a disposizione di tutti i cittadini gratuitamente dal settore pubblico. Il paese vanta il più alto tasso di alfabetizzazione e di iscrizioni alle strutture educative in Nord Africa. Il governo sta [stava] in modo sostanziale aumentando il budget di sviluppo per i servizi sanitari … . (OMS- Libya Country Brief )

Confermato dalla Food and Agriculture Organization (FAO), la denutrizione era inferiore al 5%, con un apporto calorico giornaliero pro capite di 3144 calorie. (I dati FAO dell’apporto calorico indicano la disponibilita anzichè il consumo).

La Gran Giamahiria Araba Libica forniva ai suoi cittadini quello che è negato a molti americani:assistenza sanitaria e istruzione gratuita, come confermato dai dati OMS e dall’UNESCO.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS): l’ aspettativa di vita alla nascita era di 72,3 anni (2009), tra le più alte nel mondo sviluppato.

Il tasso di mortalità sotto i 5 anni ogni 1000 nati vivi è diminuito da 71 nel 1991 a 14 nel 2009
(http://www.who.int/countryfocus/cooperation_strategy/ccsbrief_lby_en.pdf)

Libia Informazioni generali – 2009 - FONTE: UNESCO -  Libya Country Profile -

Popolazione totale (000)
  6 420
Crescita demografica annua (%) ^
  2,0
Popolazione 0-14 anni (%)
  28
Popolazione rurale (%) ^
  22
Tasso di fertilità (nati per donna) ^
  2,6
Tasso di mortalità infantile (0 / 00) ^
  17
Speranza di vita alla nascita (anni) ^
  75
PIL pro capite (PPP) US $ ^
  16 502
Tasso di crescita del PIL (%) ^
  2,1
Servizio del debito totale come% del RNL ^
 
I bambini in età scolare primaria che non frequentano la scuola (%)
(1978)

2

Libia (2009) - Fonte OMS-  http://www.emro.who.int/emrinfo/index.aspx?Ctry=liy


Aspettativa di vita totale alla nascita (anni) 72,3

Aspettativa di vita uomini alla nascita (anni) 70,2

Aspettativa di vita donne alla nascita (anni): 74,9

Neonati sottopeso (%): 4.0

Bambini sottopeso (%): 4,8

Tasso di mortalità perinatale per 1000 nati vivi: 19

Tasso di mortalità neonatale: 11,0

Tasso di mortalità infantile (per 1000 nati vivi): 14.0

 Tasso di mortalità sotto i cinque anni (per 1000 nati vivi): 20.1

Rapporto di mortalità materna (per 10.000 nati vivi): 23

Educazione

Il tasso di alfabetizzazione degli adulti era dell’ordine del 89%,(2006), (94% per i maschi e 83% per le femmine). Il 99,9% dei giovani sa leggere e scrivere (dati UNESCO del 2006, vedi Libya Country Report)

La percentuale lorda delle iscrizioni alle scuole primarie era del 97% per i maschi e 97% per le ragazze.
(vedi tabelle UNESCO presso  http://stats.uis.unesco.org/unesco/TableViewer/document.aspx?ReportId=121&IF_Language=eng&BR_Country=4340&BR_Region=40525 )

Il rapporto insegnante-allievo nella scuola primaria della Libia era dell’ordine di 17 ( dati UNESCO- 1983), il 74% dei bambini che hanno terminato la scuola elementare sono stati iscritti alla scuola secondaria (dati UNESCO- 1983).

Sulla base di dati più recenti, che confermano un marcato aumento delle iscrizioni scolastiche, il Gross Enrolment Ratio (GER) nelle scuole secondarie era dell’ordine del 108% nel 2002. Il GER è il numero di alunni iscritti a un determinato livello di istruzione indipendentemente dall’età, espressa in percentuale della popolazione nella fascia di età teorica per quel livello di istruzione.

Per le iscrizioni all’educazione terziaria (post-secondaria, college e università), il Gross Enrolment Ratio  (GER) era dell’ordine del 54% nel 2002 (52 per i maschi, 57 per le femmine).

(Per ulteriori dettagli vedere http://stats.uis.unesco.org/unesco/TableViewer/document.aspx?ReportId=121&IF_Language=eng&BR_Country=4340&BR_Region=40525 )

I diritti della donna

Per quanto riguarda i diritti della donna, i dati della Banca Mondiale indicano il raggiungimento di risultati significativi .

“In un periodo di tempo relativamente breve, la Libia ha raggiunto l’accesso universale all’istruzione primaria, con il 98% lordo di iscrizioni per la secondaria, e il 46% per l’istruzione terziaria. Negli ultimi dieci anni, le iscrizioni delle ragazze sono aumentate del 12% a tutti i livelli dell’istruzione. Nell’istruzione secondaria e terziaria, le ragazze hanno superato in numero i ragazzi del 10%. ”(Banca mondiale- Libya Country Brief, enfasi aggiunta)

Il controllo dei prezzi sui generi alimentari di prima necessità

Nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo, i prezzi dei prodotti alimentari di prima necessità sono saliti alle stelle, a causa della deregolamentazione del mercato, la soppressione dei controlli dei prezzi e la eliminazione dei sussidi, sotto i consigli di “libero mercato” della Banca Mondiale e del FMI.

Negli ultimi anni, gli alimenti essenziali e i prezzi del carburante sono aumentati a spirale a causa del commercio speculativo sulle principali borse delle materie prime.

La Libia è stato uno dei pochi paesi in via di sviluppo che ha mantenuto un sistema di controllo dei prezzi degli alimenti essenziali.

Robert Zoellick, presidente della Banca Mondiale,  ha riconosciuto in una dichiarazione dell’ aprile 2011 che il prezzo degli alimenti di prima necessità era aumentato del 36 per cento nel corso dell’ultimo anno. (Vedi Robert Zoellick, World Bank )

La Grande Giamahiria Araba Libica aveva stabilito un sistema di controllo dei prezzi sugli alimenti di prima necessità mantenuto fino all’inizio della guerra guidata dalla NATO .

Mentre l’aumento dei prezzi alimentari nella vicina Tunisia ed in Egitto era alla base del disagio sociale e del dissenso politico, il sistema di aiuti alimentari in Libia era mantenuto.

Questi sono i fatti confermati da numerose agenzie specializzate delle Nazioni Unite.

“La diplomazia dei missili” e “Il Libero Mercato”

La guerra e la globalizzazione sono strettamente correlate. Il FMI e la NATO lavorano in tandem, in collegamento con i think tanks di Washington.

I paesi che si mostrano riluttanti ad accettare i proiettili rivestiti di zucchero della “medicina economica” del FMI saranno eventualmente oggetto di una operazione umanitaria della NATO.

Déjà Vu? Sotto l’Impero britannico, la “ gun boat diplomacy“ era un mezzo per imporre il “libero commercio“. Il 5 ottobre 1850, il rappresentante in Inghilterra del Regno di Siam, Sir James Brooke consigliò al governo di Sua Maestà che:

Se queste giuste richieste [di imporre il libero scambio] dovessero essere rifiutate, dovrà essere inviata una forza, per appoggiarle immediatamente con la rapida distruzione delle difese del fiume [Chaopaya]. Il Siam deve imparare la lezione che già da lungo tempo doveva essergli impartita- il suo Governo può essere rinnovato, un Re disposto con più favore può essere posto sul trono, e così verrà acquisita grande influenza nella regione che per l’Inghilterra assumerà un’importanza commerciale immensa. ”(The Mission di Sir James Brooke, citato in M.L. Manich Jumsai, King Mongkut and Sir John Bowring, Chalermit, Bangkok, 1970, p. 23)

Oggi lo chiamiamo “cambio di regime” e  ”diplomazia dei missili“, che prende inevitabilmente la forma di una “No Fly Zone“ sponsorizzata dalle Nazioni Unite . Il suo obiettivo è quello di imporre la mortale “medicina economica” del FMI di misure di austerità e privatizzazioni.

I programmi di “ricostruzione“ dei paesi dilaniati dalla guerra finanziati dalla  Banca Mondiale sono coordinati con i piani militari di USA-NATO. Essi sono sempre formulati prima dell’offensiva della campagna militare …

La confisca delle attività finanziarie libiche

Le attività finanziarie libiche all’estero congelate sono stimate nell’ordine di 150 miliardi dollari, con i paesi della NATO che sono in possesso di più di 100 miliardi.

Prima della guerra, la Libia non aveva debiti. In realtà tutto il contrario. Era una nazione creditrice che investiva nei vicini paesi africani.

L’intervento militare R2P ha lo scopo di guidare la Gran Giamahiria Araba Libica nella morsa di un paese indebitato in via di sviluppo, sotto la sorveglianza delle istituzioni di Bretton Woods basate a Washington.

Con amara ironia, dopo aver rubato la ricchezza petrolifera della Libia e aver confiscato le sue attività finanziarie all’estero, la “comunità dei donatori“ ha promesso di prestare il denaro (rubato) per finanziare la ” ricostruzione” della Libia.

Il FMI ha promesso ulteriori $ 35 miliardi in finanziamenti [prestiti] ai paesi colpiti dalle rivolte della Primavera araba e ha formalmente riconosciuto il Consiglio Nazionale di Transizione come potere legittimo, aprendo l’accesso a una miriade di istituti di credito internazionali mentre il paese [Libia] cerca di ricostruirsi dopo sei mesi di guerra….

L’aver ottenuto il riconoscimento da parte del FMI è importante per i leader provvisori della Libia in quanto significa che le banche internazionali per lo sviluppo e i donatori, come la Banca Mondiale, possono ora offrire i loro finanziamenti.

I colloqui di Marsiglia sono venuti pochi giorni dopo che i leader mondiali,a Parigi, hanno concordato per liberare miliardi di dollari in beni congelati [denaro rubato] per aiutare [attraverso prestiti] i provvisori governanti della Libia a  ripristinare i servizi essenziali e la ricostruzione dopo un conflitto che ha posto fine a 42 anni di dittatura.

L’accordo di finanziamento da parte del Gruppo delle Sette principali economie più la Russia è mirato al sostegno delle iniziative di riforma [ aggiustamento strutturale promosso dal FMI] sulla scia delle rivolte in Nord Africa e del Medio Oriente.

Il finanziamento è per lo più sotto forma di prestiti, piuttosto che contributi a fondo perduto,ed è fornito per metà da paesi del G8 e da paesi arabi e per metà dagli istituti di credito e da varie banche per lo sviluppo. (Financial Post 10 settembre 2011)

 

LINK: Destroying a Country’s Standard of Living: What Libya Had Achieved, What has been Destroyed 

DI: Coriintempesta

Arriva il FMI, ovvero il bacio della morte

di: Debora Billi

Quando ieri ho letto un po’ ovunque i piagnistei per l’avvento cinese, perché “finiremo nelle mani della Cina”, perché “arriva il pericolo giallo”, non sono riuscita a spaventarmi. Proprio per nulla. Avevo il sentore che il nostro debito in mano ai cinesi non fosse messo peggio che in mano ai francesi, ai tedeschi, o a chiunque altro, e che ci sono sicuramenti sorti più tristi.

E infatti. Per la prima volta nella storia, l’esercito del Principe delle Tenebre si sta per avventare su un Paese del G8, ovvero il Fondo Monetario Internazionale si candida a correre a salvamento dell’Italia.

Peggio di così è impossibile. Il prestito del FMI, chiamato da molti analisti internazionali “il Bacio della Morte”, è quello che ha segnato le sorti di tantissimi Paesi in via di sviluppo. Qui un articolato paper di un’Università canadese dall’eloquente titolo “Il Bacio della Morte: gli aiuti del FMI nei mercati dei debiti sovrani”. Tra l’altro, si afferma:

Il risultato di questo semplice modello suggerisce che la pratica del FMI di offrire prestiti in tempi di crisi finanziaria, può servire a rendere più probabile l’insorgere della crisi.

Anche il premio Nobel Joseph Stiglitz ha scritto ampiamente contro il FMI. Riassume Wikipedia:

I prestiti del F.M.I. in questi paesi (Russia e satelliti) sono serviti a rimborsare i creditori occidentali,anziché aiutare le loro economie. Inoltre il F.M.I. ha appoggiato nei Paesi ex-comunisti coloro che si pronunciavano per una privatizzazione rapida, che in assenza delle istituzioni necessarie ha danneggiato i cittadini e rimpinguato le tasche di politici corrotti e uomini d’affari disonesti. 
Stiglitz sottolinea inoltre i legami di molti dirigenti del F.M.I. con i grandi gruppi finanziari americani e il loro atteggiamento arrogante nei confronti degli uomini politici e delle élites del Terzo Mondo, paragonandoli ai colonialisti di fine XIX secolo convinti che la loro dominazione fosse l’unica opportunità di progresso per i popoli “selvaggi”.

Non siamo gli unici a temere l’arrivo di questi uccellacci. Un articoletto del Telegraph di giugno scorso,“Gli avvoltoio del FMI volano in circolo sulla carcassa del Regno Unito” così commentava:

L’FMI è contento di veder crollare le economie così, come per la Grecia, può “aiutarle” con prestiti che vengono ripagati con devastanti rate di interessi e stimoli alla privatizzazione di tutto ciò che si ha di più caro.

Qualcuno invece ha il coraggio di dire no. Si tratta dell’Islanda, che da due giorni è fuori dal Fondo Monetario InternazionaleQui l’unica notizia in italiano, nessun altro giornale né sito ha ritenuto di riportarla.

L’arrivo del FMI in Islanda fu accolto in maniera estremamente fredda da gran parte della popolazione, convinta che il Fmi avrebbe affogato la nazione in uno stato di permanente debito, come ormai troppi paesi hanno già sperimentato in passato. La partenza dei funzionari del Fmi è stata quindi vista con soddisfazione da gran parte dei cittadini.

E noi invece ne festeggiamo l’arrivo. Eppure dovremmo sapere cosa prevede in cambio un prestito del FMI: l’attuazione di determinate politiche economiche, che prevedono la distruzione del welfare, la riduzione degli stipendi, il licenziamento di vaste parti del settore pubblico, riforme delle pensioni, tasse e privatizzazioni.

Soprattutto queste ultime. Il risultato è che regolarmente la situazione peggiora: con la svendita delle imprese pubbliche ai privati, si smette di incamerare introiti; con le tasse e i licenziamenti, si annienta il potere d’acquisto delle famiglie; come risultato della caduta della domanda, le imprese private falliscono e licenziano altra gente. Tale disastro constringe lo Stato a chiedere altri prestiti al FMI, in una spirale che trascina sempre più in fondo.

Non oso pensare che mostro verrà fuori dagli intrallazzi di questo governo con il FMI. Ma non riesco neppure a figurarmi un altro ipotetico governo italiano che abbia il fegato di dire di no.

FONTE: Debora Billi

Dopo le bombe, arriva il Fmi a «ricostruire»

di: Manlio Dinucci

Al termine del G8 di Marsiglia, la neodirettrice del Fondo monetario internazionale, la francese Christine Lagarde, ha fatto un solenne annuncio: «Il Fondo riconosce il consiglio di transizione quale governo della Libia ed è pronto, inviando appena possibile il proprio staff sul campo, a fornirgli assistenza tecnica, consiglio politico e sostegno finanziario per ricostruire l’economia e iniziare le riforme».

Nessun dubbio, in base alla consolidata esperienza del Fmi, che le riforme significheranno spalancare le porte alle multinazionali, privatizzare le proprietà pubbliche e indebitare l’economia. A iniziare dal settore petrolifero, in cui l’Fmi aiuterà il nuovo governo a «ripristinare la produzione per generare reddito e ristabilire un sistema di pagamenti».

Le riserve petrolifere libiche - le maggiori dell’Africa, preziose per l’alta qualità e il basso costo di estrazione – e quelle di gas naturale sono già al centro di un’aspra competizione tra gli «amici della Libia». L’Eni ha firmato il 29 agosto un memorandum con il Cnt di Bengasi, al fine di restare il primo operatore internazionale di idrocarburi in Libia. Ma il suo primato è insidiato dalla Francia: il Cnt si è impegnato il 3 aprile a concederle il 35% del petrolio libico. E in gara ci sono anche Stati uniti, Gran Bretagna, Germania e altri. Le loro multinazionali otterranno le licenze di sfruttamento a condizioni molto più favorevoli di quelle finora praticate, che lasciavano fino al 90% del greggio estratto alla compagnia statale libica. E non è escluso che anche questa finisca nelle loro mani, attraverso la privatizzazione imposta dal Fmi.

Oltre che all’oro nero le multinazionali europee e statunitensi mirano all’oro bianco libico: l’immensa riserva di acqua fossile della falda nubiana (stimata in 150mila km3), che si estende sotto Libia, Egitto, Sudan e Ciad.

Quali possibilità di sviluppo essa offra lo ha dimostrato la Libia, che ha costruito una rete di acquedotti lunga 4mila km (costata 25 miliardi di dollari) per trasportare l’acqua, estratta in profondità da 1.300 pozzi nel deserto, fino alle città costiere (Bengasi è stata tra le prime) e all’oasi al Khufrah, rendendo fertili terre desertiche. Non a caso, in luglio, la Nato ha colpito l’acquedotto e distrutto la fabbrica presso Brega che produceva i tubi necessari alle riparazioni. Su queste riserve idriche vogliono mettere le mani – attraverso le privatizzazioni promosse dal Fmi – le multinazionali dell’acqua, soprattutto quelle francesi (Suez, Veolia e altre) che controllano quasi la metà del mercato mondiale dell’acqua privatizzata.

A riparare l’acquedotto e altre infrastrutture ci penseranno le multinazionali statunitensi, come la Kellogg Brown & Root, specializzate a ricostruire ciò che le bombe Usa/Nato distruggono: in Iraq e Afghanistan hanno ricevuto in due anni contratti per circa 10 miliardi di dollari.

L’intera «ricostruzione», sotto la regia del Fmi, sarà pagata con i fondi sovrani libici (circa 70 miliardi di dollari più altri investimenti esteri per un totale di 150), una volta «scongelati», e con i nuovi ricavati dall’export petrolifero (circa 30 miliardi annui prima della guerra).

 Verranno gestiti dalla nuova «Central Bank of Libya», che con l’aiuto del Fmi sarà trasformata in una filiale della Hsbc (Londra), della Goldman Sachs (New York) e di altre banche multinazionali di investimento. Esse potranno in tal modo penetrare ancor più in Africa, dove tali fondi sono investiti in oltre 25 paesi, e minare gli organismi finanziari indipendenti dell’Unione africana – la Banca centrale, la Banca di investimento e il Fondo monetario – nati soprattutto grazie agli investimenti libici. La «sana gestione finanziaria pubblica», che l’Fmi si impegna a realizzare, sarà garantita dal nuovo ministro delle finanze e del petrolio Ali Tarhouni, già docente della Business School dell’Università di Washington, di fatto nominato dalla Casa bianca.

Fonte: IlManifesto.it

La rivolta di Al Qaeda in Siria: il reclutamento di jihadisti per le “guerre umanitarie” della NATO

di: Prof. Michel Chossudovsky

Cosa ha provocato la crisi in Siria?

Tale crisi non è stata il risultato di divisioni politiche interne, ma piuttosto la conseguenza di un piano deliberato dall’ alleanza USA-NATO per innescare il caos sociale, per screditare il governo siriano di Bashar Al Assad e, infine, per destabilizzare la Siria come Stato – Nazione.

Dalla metà di marzo 2011, gruppi armati islamici segretamente supportati dai servizi segreti occidentali e israeliani hanno condotto attacchi terroristici contro edifici governativi e appiccato incendi dolosi.

Come ampiamente documentato, uomini armati addestrati e cecchini hanno preso di mira la polizia, le forze armate e i civili disarmati.

L’obiettivo di questa insurrezione armata è quello di innescare la reazione della polizia e delle forze armate,  compreso il dispiegamento di carri armati e mezzi blindati, al fine di giustificare un eventuale intervento ”umanitario” militare, sotto il mandato della ”responsabilità di proteggere” della NATO.

La natura del sistema politico siriano

Certamente vi è motivo di tensione e di proteste di massa in Siria: la disoccupazione è aumentata negli ultimi anni, le condizioni sociali si sono deteriorate, soprattutto dopo l’approvazione nel 2006 di ampie riforme economiche sotto la guida del Fmi. Le successive includono misure di austerità, il congelamento dei salari, la deregolamentazione del sistema finanziario, la riforma del commercio e le privatizzazioni. (Vedi FMI Repubblica Araba di Siria –Dichiarazione conclusiva FMI articolo Missione Consultazione IV, http://www.imf.org/external/np/ms/2006/051406.htm, 2006).

Inoltre, ci sono gravi divisioni all’interno del governo e dei militari. Il quadro politico populista del partito Baath è stato in gran parte eroso. Una fazione all’interno dell’establishment politico al potere ha abbracciato l’agenda neoliberista. A sua volta, l’adozione della “medicina economica”  del  FMI è servita ad arricchire l’elite economica dominante. Le fazioni pro-USA  si sono sviluppate anche nelle più alte sfere delle forze armate siriane e dell’ intelligence.

Ma il movimento ”pro-democrazia”, integrato dagli islamisti e sostenuto dalla NATO e dalla “comunità internazionale”, non proviene dal sostegno della società civile siriana.

Le proteste, in gran parte dominate dagli islamisti, rappresentano una frazione molto piccola dell’ opinione pubblica siriana. Sono di natura settaria. Non affrontano le più ampie questioni di disuguaglianza sociale, diritti civili e della disoccupazione.

La maggioranza del popolo siriano (compresi gli oppositori del governo al-Assad) non supportano il “movimento di protesta”, caratterizzato da una guerriglia armata. Tutto il contrario.

Ironia della sorte, nonostante la sua natura autoritaria, vi è un notevole sostegno popolare per il governo del presidente BasharAl Assad, sostegno confermato dalle grandi manifestazioni filo-governative .

La Siria costituisce l’unico (ancora) stato indipendente laico nel mondo arabo. La sua base populista, anti-imperialista e laica deriva dalla dominante del partito Baath, che integra i Musulmani, i Cristiani e i Drusi. Esso è anche al fianco della lotta del popolo palestinese.

Alla fine, l’obiettivo della alleanza USA-NATO è quello di soppiantare e distruggere lo Stato laico siriano, soppiantare o cooptare le elite economiche nazionali ed eventualmente sostituire il governo siriano di Bashar Al Assad con un sceiccato arabo, una repubblica islamica filo – USA o una “democrazia” compiacente agli Stati Uniti.

Il ruolo dell’ alleanza militare USA-NATO-Israele  nello scatenare una insurrezione armata non viene affrontato dai media occidentali. Inoltre, diverse ”voci progressiste” hanno accettato il ”NATO consensus” al valore nominale: ”una protesta pacifica” che viene “violentemente repressa dalla polizia e dalle forze armate siriane”.

L’insurrezione è integrata da terroristi

Al Jazeera, la stampa israeliana e quella libanese confermano che “i manifestanti” avevano bruciato il quartier generale del partito Baath e il Palazzo di Giustizia di Daraa a metà marzo, mentre allo stesso tempo andavano sostenendo che le manifestazioni erano “pacifiche”.

I terroristi hanno infiltrato il movimento di protesta civile. Simili atti di incendi dolosi sono stati condotti a fine luglio a Hama. Alcuni edifici pubblici, tra cui il Tribunale e la Banca Agricola, sono stati dati alle fiamme.

Questa guerriglia è diretta contro lo Stato laico. Il suo obiettivo ultimo è la destabilizzazione politica e un cambio di regime. Le squadre di uomini armati sono coinvolte in atti terroristici diretti sia contro le forze siriane che i civili.

I civili che appoggiano il governo sono oggetto di minacce e intimidazioni nonchè di omicidi mirati da parte di uomini armati:

A Karak, un villaggio vicino Dara’a, i salafiti  hanno costretto gli abitanti a partecipare alle proteste anti-governative e a rimuovere le foto del Presidente Assad dalle loro case. Diversi testimoni hanno riferito che un giovane musulmano che si era rifiutato di rimuovere una foto è stato trovato impiccato la mattina seguente di fronte il portico della sua casa.

La gente vuole uscire e chiedere pacificamente alcuni cambiamenti, ma i gruppi musulmani salafiti proseguono furtivamente il loro obiettivo, che non è quello di apportare modifiche per il miglioramento della Siria, ma conquistare il paese con i loro programmi“. (International Christian Concern – ICC -, 4 maggio 2011, enfasi aggiunta)

Alla fine di luglio, i terroristi hanno attaccato un treno che viaggiava tra Aleppo e Damasco:

Il treno trasportava 480 passeggeri … I terroristi hanno smontato i binari provocando cosi l’incidente … La carrozza del macchinista è stata bruciata … Le altre carrozze erano deragliate e si erano capovolte su un fianco … (citato inTerrorists attacked a train traveling from Aleppo to Damascus – YouTube,Truth Syria). La maggior parte dei passeggeri del treno ”erano bambini, donne e  diversi pazienti che stavano viaggiando per sottoporsi ad interventi chirurgici.” (Saboteurs Target a Train Traveling from Aleppo to Damascus, Driver Martyred – Local – jpnews-sy.com, 24 luglio 2011)

Il reclutamento dei Mujaheddin: la NATO e la Turchia

Questa insurrezione in Siria ha le stesse caratteristiche di quella della Libia: è integrata da brigate paramilitari affiliate ad Al Qaeda. I recenti sviluppi indicano una vera e propria insurrezione armata,integrata dai “freedom fighters” islamisti, sostenuti, addestrati ed equipaggiati dalla NATO e dall’ Alto Comando della Turchia.

Secondo fonti di intelligence israeliane:

Il Quartier Generale della NATO a Bruxelles e l’ Alto Comando turco stanno nel frattempo elaborando piani per il loro primo passo militare in Siria, ovvero armare i ribelli per la lotta contro i carri armati e gli elicotteri con cui il regime di Assad reprime il dissenso. Invece di ripetere gli attacchi aerei come in Libia, gli strateghi della NATO stanno pensando di inviare grandi quantità di missili anti-carro e anti-aeri , mortai e mitragliatrici pesanti nei centri di protesta per respingere i blindati delle forze governative. (DEBKAfile, NATO to give rebels anti-tank weapons, 14 AGOSTO 2011)

Un intervento guidato dalla NATO è sul tavolo. Secondo fonti militari e di intelligence, la NATO, la Turchia e l’ Arabia Saudita hanno anche discusso ” l’ aspetto che tale intervento richiederebbe “.

Il cambiamento della struttura di comando militare della Turchia

Alla fine di luglio, il comandante in capo dell’esercito e capo dello Stato Maggiore Congiunto della Turchia, il generale Isik Kosaner, si è dimesso insieme con i comandanti della Marina e dell’Aeronautica. Il Generale Kosaner rappresentava una posizione ampiamente laica all’interno delle Forze Armate. Al suo posto, come comandante dell’esercito e capo dello Stato Maggiore Congiunto, è stato nominato il Generale Necdet Ozel.

Questi sviluppi sono di importanza cruciale. Indicano un cambiamento nel comando militare della Turchia in favore dei Fratelli Musulmani, includendo il potenziato supporto per l’insurrezione armata nel nord della Siria.

Fonti militari confermano anche che i ribelli siriani ”sono stati addestrati all’uso delle nuove armi con ufficiali militari turchi in impianti improvvisati nelle basi turche vicino al confine siriano.”(DEBKAfile, NATO to give rebels anti-tank weapons, 14 AGOSTO 2011 )

La consegna delle armi ai ribelli è attuata “via terra, vale a dire attraverso la Turchia e sotto la protezione dell’esercito turco …. In alternativa, le armi verrebbero trasportate in Siria sotto la protezione militare turca e trasferite ai leader dei ribelli nei rendez-vous pre-organizzati  ”. (Ibid, enfasi aggiunta)

Questi diversi sviluppi  puntano verso la possibilità di un coinvolgimento diretto delle truppe turche nel conflitto, che potrebbe potenzialmente portare ad un più ampio processo di confronto militare tra Siria e Turchia, così come il coinvolgimento diretto delle truppe turche in territorio siriano.

Una guerra che coinvolga le truppe di terra turche comporterebbe l’invio di queste nella Siria del Nord e nel “ritagliarsi una zona militare dalla quale verrebbe fornito ai ribelli siriani aiuto militare, logistico e medico”.(Assad may opt for war to escape Russian, Arab, European ultimatums, http://www.debka.com/article/21255/  Debkafile, 31 agosto 2011).

Come nel caso della Libia, il sostegno finanziario viene incanalato alle forze ribelle siriane dall’Arabia Saudita. ”Ankara e Riad forniranno ai movimenti anti-Assad , clandestinamente,grandi quantità di armi e fondi “ (Ibid).

Il dispiegamento delle truppe saudite e GCC è contemplato anche nel sud della Siria, in coordinamento con la Turchia (Ibid):

Il reclutamento di migliaia di jihadisti

La NATO e l’Alto Comando turco contemplano anche  lo sviluppo di una jihad diretta al reclutamento di migliaia di “combattenti per la libertà”, che ricorda l’arruolamento dei Mujahideen  per intraprendere la jihad della CIA (guerra santa) nel periodo di massimo splendore della guerra in Afghanistan:

Sarebbe anche stata discussa, a Bruxelles e Ankara, dicono le nostre fonti, una campagna per arruolare migliaia di volontari musulmani nei paesi del Medio Oriente e nel mondo musulmano per combattere a fianco dei ribelli siriani. L’esercito turco avrebbe ospitato questi volontari, e curato il loro addestramento e il loro passaggio sicuro in Siria. (Ibid, enfasi aggiunta):

Questo reclutamento di mujaheddin per combattere le guerre umanitarie della NATO (tra cui Libia e Siria) è ben avviato. Circa 1500 jihadisti dall’Afghanistan, addestrati dalla CIA, sono stati  spediti a combattere con i ribelli “pro-democrazia” sotto la guida dell’ ”ex” Comandante del Gruppo Islamico Combattente della Libia (LIFG) Abdel Hakim Belhadj:

La maggior parte degli uomini sono stati reclutati dall’Afghanistan. Sono uzbeki, hazari e persiani. Come è possibile vedere dai filmati, questi uomini, vestiti di shalwar in stile uzbeco e Hazara-Uzbek Kurta sono stati trovati a combattere nelle città libiche. ”(The Nation, Pakistan)

Il modello libico delle forze ribelli integrate dalle brigate islamiche, insieme alle forze speciali della NATO ,è previsto essere applicato anche  in Siria, dove i combattenti islamici sostenuti dai servizi segreti occidentali e israeliani sono già stati schierati.

L’attivazione di divisioni tra fazioni all’interno della società siriana

La Siria è uno Stato laico in cui musulmani e cristiani hanno condiviso un patrimonio comune del periodo paleocristiano e convissuto per secoli.

Viene incanalato sostegno segreto  ai combattenti jihadisti, che a loro volta sono responsabili di atti di violenza settaria contro alawiti, cristiani e drusi. Ai primi di maggio, nell’ ambito del “movimento di protesta” anti-governo, diversi uomini armati sono stati segnalati per aver attaccato le case dei cristiani a Daraa, nel sud della Siria:

In un villaggio cristiano di fuori di Dara’a, nel sud della Siria,testimoni oculari hanno riferito che venti uomini a volto coperto in moto hanno aperto il fuoco su una casa cristiana gridando commenti maligni contro i cristiani in strada. Secondo un’altra fonte ICC in Siria, le chiese hanno ricevuto lettere minatorie durante le vacanze di Pasqua dicendo loro di unirsi manifestanti salafiti o di andarsene.

La scorsa settimana a Duma, un sobborgo di Damasco, i salafiti cantavano: “Alawiti nella tomba e i cristiani a Beirut!“, come riportano fonti ICC e Tayyar.org, una agenzia di stampa libanese. I Cristiani in Siria sono preoccupati che il programma di molti  intransigenti islamici in Siria, tra cui i salafiti, è quello di assumere la direzione del governo e mandare fuori dal paese i cristiani . ”Se i salafiti musulmani guadagneranno influenza politica, faranno in modo che non ci sarà nessuna traccia di cristianesimo in Siria,”ha detto un leader cristiano siriano a ICC.

“Vogliamo migliorare la vita e i diritti in Siria sotto questo presidente, ma noi non vogliamo il terrorismo. I Cristiani saranno i primi a pagare il prezzo del terrorismo. … Quello che i cristiani stanno chiedendo è la consapevolezza che quando avvengono cambiamenti, questi devono avvenire non sotto i programmi di qualcuno o per determinate persone, ma per il popolo della Siria in modo pacifico sotto il governo attuale”, ha detto Aidan Clay, Direttore Regionale dell’ ICC per il Medio Oriente,: ”A differenza dell’ Egitto, dove i cristiani hanno prevalentemente sostenuto la rivoluzione che ha rimosso il presidente Hosni Mubarak dal potere, i cristiani siriani hanno voluto la pace, mentre esigono una maggiore libertà sotto il governo attuale. I Cristiani prevedono che seguirà solo caos e spargimento di sangue se le richieste dei salafiti saranno soddisfatte. Esortiamo il governo statunitense ad agire con saggezza e con attenzione nello sviluppo di politiche che hanno profonde implicazioni politiche per le minoranze della Siria, non sostenedo indirettamente un punto d’appoggio che può essere utilizzato dai salafiti per svolgere la loro agenda radicale. ”

(Syrian Christians Threatened by Salafi Protestors, Persecution News, International Christian Concern -ICC -, 4 Maggio 2011)

Gli attacchi ai cristiani in Siria ricordano le uccisioni da parte dei squadroni della morte contro i cristiani caldei in Iraq.

Verso un governo siriano in esilio. La formazione di un Consiglio di Salvezza Nazionale (NSC) sul modello del Consiglio Nazionale di Transizione della Libia  (TC)

Un primo passo verso l’instaurazione di un governo provvisorio in esilio era stato previsto nella  cosiddetta Conferenza di Salvezza Nazionale di Istanbul (16 luglio 2011) integrata da circa 300 siriani in esilio. Questa conferenza  ha portato alla formazione di un Consiglio di Salvezza Nazionale (NSC), composto da 25 membri, sul modello del Consiglio di Transizione della Libia.

“I presenti alla fine hanno concordato un’iniziativa che selezionerà 25 dei 300 presenti ad Istanbul e altri 50 dalla Siria, realizzando un consiglio di 75 membri per rappresentare la rivolta in corso. I 75 membri del consiglio lavoreranno anche verso la formazione di un governo di unità nazionale che può guidare la Siria in un periodo transitorio, in caso di caduta del regime. Questo periodo transitorio cercherà di amministrare un road-map che ri-strutturi lo stato siriano da una dittatura, smantelli uno stato di polizia per una democrazia rappresentativa. Tuttavia, i presenti hanno ha rifiutato l’idea di formare un governo ombra in questo momento ….”( Syrian opposition conference in Istanbul and the formation of a joint council Syria Revolts, , 18 luglio 2011)

Il NSC ha previsto la formazione di un “ Gabinetto” composto da 11 membri che potrebbe agire come un governo provvisorio de facto in caso di un “crollo del regime”. Il NSC è dominato dai fuorilegge dei Fratelli musulmani  e dai liberali della comunità  degli esuli siriani. ( Syrian exiles vote for ‘transitional government’, Sidney Morning Herald, 19 luglio 2011)

Il ruolo centrale del generale David Petraeus: Nuovo capo della CIA del Presidente Obama

David Petraeus, recentemente nominato capo della CIA,  il quale ha guidato il  programma “Counterinsurgency” del MNSTC  a Baghdad nel 2004, in coordinamento con l’ambasciatore John Negroponte, è previsto svolgere un ruolo chiave di intelligence in relazione alla Siria - tra cui il sostegno segreto alle forze di opposizione e ai “freedom fighters”, l’infiltrazione dei servizi segreti siriani e delle forze armate, ecc.. Tali lavori saranno eseguiti in collaborazione con l’Ambasciatore Robert S. Ford. Entrambi hanno lavorato insieme in Iraq dove erano parte della larga squadra di Negroponte a Baghdad nel 2004-2005.

Secondo i rapporti, il generale Petraeus si è recato in Turchia a metà luglio per incontrare i membri del Consiglio di Salvezza Nazionale. L’incontro, organizzato dal ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoğlu, ha avuto luogo subito dopo la Conferenza di Salvezza Nazionale (16-18 luglio 2011): “La fonte  sottolinea l’ evidente sostegno del generale, durante la riunione, verso l’idea di creare un governo in esilio , un governo guidato dai Fratelli Musulmani e dai loro alleati e assistito da funzionari militari americani … “(Vedi TheSyrian Opposition and the CIA – Another Evidence of Treason – YouTube).

Mentre la visita ufficiale del segretario di Stato Hillary Clinton in Turchia è coincisa con lo svolgimento della Conferenza di Salvezza Nazionale, non ci sono conferme che la Clinton si fosse incontrata con i membri del NSC. Ufficialmente, Hillary Clinton ha incontrato i membri dell’opposizione siriana ”per la prima volta” il 2 agosto.(Syria Opposition Meets With Clinton – WSJ.com, 3 agosto 2011)

Il ruolo dei media occidentali

I media occidentali hanno giocato un ruolo centrale nell’ offuscamento della natura delle interferenze straniere in Siria, incluso il supporto esterno verso gli insorti armati. In coro hanno descritto i recenti avvenimenti in Siria come un “movimento di protesta pacifico” rivolto contro il governo di Bashar Al Assad, quando invece le prove confermano ampiamente che i gruppi paramilitari  islamici sono coinvolti in atti terroristici. Questi stessi gruppi islamici si sono infiltrati nella manifestazioni di protesta.

Le distorsioni dei media occidentali abbondano. Enormi manifestazioni “pro-governo” (comprese fotografie) sono presentate con disinvoltura come “prova” di un movimento di protesta di massa contro il governo. I rapporti sulle vittime sono basati su non confermate ”testimonianze oculari” o sulle fonti dell’ opposizione siriana in esilio.

Sham News e il londinese Syria Observatory for Human Rights vengono abbondantemente citati dai media occidentali come  “fonti attendibili” con le solite avvertenze.

Il sito sraeliano Debka, evitando il problema della rivolta armata,riconosce tacitamente che le forze siriane devono affrontare una organizzazione paramilitare:

[Le forze siriane] stanno ora affrontando una forte resistenza: ad attenderle ci sono trappole anti-carro e barriere fortificate presidiate da manifestanti armati di mitragliatrici pesanti.” (DEBKAfile)

Da quando  manifestanti civili armati di ”mitragliatrici pesanti” e ” trappole anti-carro” sono pacifici ? Quello con cui abbiamo a che fare è una formazione paramilitare.

Mentre Shaam News viene citata come fonte dei rapporti e delle foto di Associated Press , essa non è una agenzia di stampa riconosciuta. SNN si descrive come ”un gruppo di giovani attivisti patriottici siriani che chiedono libertà e la dignità per il popolo siriano…” con pagine su Facebook e Twitter. ( Vedi Shaam News Network)

Una foto di Associated Press di una manifestazione di massa a Hama riporta il seguente avviso

L’ Associated Press non è in grado di verificare in modo indipendente l’autenticità, i contenuti, il luogo o la data di questa foto . Foto:HO / Shaam News Network.

Eppure queste stesse foto non confermate vengono abbondantemente utilizzate dai media mainstream.

L’assenza di dati verificabili, tuttavia, non ha impedito ai media occidentali di spingere ”cifre autorevoli” sul numero delle vittime:”Oltre 1.600 morti, 2.000 feriti (Al Jazeera, 27 luglio) e quasi 3.000 persone scomparse (CNN, 28 luglio ). ”

Quali sono le fonti di questi dati? Chi è responsabile per queste vittime?

L’ambasciatore americano Robert S. Ford ha candidamente dichiarato ad una audizione presso la commissione del Senato che: “L’arma più pericolosa che ho visto era una fionda”

E questo slogan della fionda, che è una bugia, è stato citato continuamente per sostenere il carattere non violento del movimento di protesta e per fornire un “volto umanitario” all’Ambasciatore Robert S. Ford, il quale, non dimentichiamolo, faceva parte del piano di Negroponte per istituire squadroni della morte in Iraq, sul modello di El Salvador e Honduras.

La menzogna diventa la verità.

Responsabilità del governo siriano

Il governo siriano, i suoi militari e le sue forze di polizia, portano un fardello di responsabilità per il modo in cui hanno risposto alla rivolta che ha causato morti di civili e di militari.  Ma questo problema, che è oggetto di aperta discussione in Siria, non può essere significativamente affrontato senza analizzare come gli Stati Uniti e i loro alleati hanno sostenuto e finanziato l’insurrezione integrata da gruppi paramilitari islamisti e dagli squadroni della morte.

La responsabilità primaria per le morti dei civili spetta a Washington, Bruxelles e Ankara, che hanno sostenuto la formazione e l’incursione dei “Freedom Fighters” islamici. Essi hanno anche facilitato il finanziamento e la consegna delle armi agli insorti.

Dal momento che l’esistenza di una insurrezione armata (sostenuta dalle potenze straniere) non è riconosciuta dai governi della NATO e dai media , queste morte sono attribuite senza ulteriori spiegazioni esclusivamente alle forze del governo che “spararano sui civili indifesi” o alle forze governative che sparano sui poliziotti disertori …

Crocevia pericoloso: verso un ampliamento del conflitto in Medio Oriente e Asia centrale 

Un escalation è parte integrante del programma militare. La destabilizzazione degli Stati sovrani attraverso il “cambio di regime” è strettamente coordinata con la pianificazione militare. C’è una roadmap militare caratterizzata da una sequenza di teatri di guerra USA – NATO.

I preparativi di guerra per attaccare la Siria e l’Iran sono stati in “uno avanzato stato di allerta” per diversi anni.

I pianificatori militari  degli Stati Uniti,  della NATO e di Israele hanno delineato i contorni di una campagna ”umanitaria” militare, in cui la Turchia (la seconda più grande forza militare all’interno della NATO),giocherebbe un ruolo centrale.

In recenti sviluppi, la Turchia ha lasciato intendere che Ankara sta prendendo in considerazione un’azione militare contro la Siria, se il governo di al-Assad non cessa ”immediatamente e incondizionatamente”  “ le sue azioni contro i ”contestatori”. Con amara ironia, i combattenti islamici che operano all’interno della Siria, i quali stanno terrorizzando la popolazione civile, sono stati addestrati e finanziati proprio dal governo turco di Erdogan.

Queste  velate minacce puntano verso il possibile coinvolgimento delle truppe turche nel territorio siriano, che potrebbe poi evolvere verso un vero e proprio intervento “umanitario” militare dalla NATO.

Siamo ad un bivio pericoloso. Se sarà lanciata un’operazione militare contro la Siria, nella grande regione del Medio Oriente e dell’Asia centrale, che si estende dal  Nord Africa e dal Mediterraneo orientale al confine di Afghanistan-Pakistan con la Cina, verrebbe inghiottita nel turbine di una guerra prolungata.

Ci sono attualmente quattro distinti teatri di guerra: Afghanistan-Pakistan, Iraq, Palestina e Libia.

Un attacco alla Siria porterebbe alla integrazione di questi separati teatri di guerra , conducendo alla fine verso una più vasta guerra del Medio Oriente-Asia Centrale.

La strada per Teheran passa per Damasco. Una guerra promossa da USA-NATO  contro l’Iran comporterebbe, come primo passo,una campagna di destabilizzazione (“cambio di regime”),comprese le operazioni segrete di intelligence a sostegno delle forze ribelli contro il governo siriano.

Una guerra contro la Siria potrebbe evolvere verso una campagna militare USA-NATO diretta contro l’Iran, dove la Turchia e Israele sarebbero direttamente coinvolti. Questo contribuirebbe inoltre alla destabilizzazione del Libano già in corso.

E ‘fondamentale diffondere le informazioni e rompere i canali di disinformazione dei media.

Una comprensione critica e imparziale di ciò che accade in Siria è di cruciale importanza per invertire l’ ondata di escalation militare diretta verso una più vasta guerra regionale.

LINK: The Al Qaeda Insurgency in Syria:Recruiting Jihadists to Wage NATO’s “HumanitarianWars”

DI: Coriintempesta

Parte I e II:

I) A “Humanitarian War” on Syria? Military Escalation. Towards a Broader Middle East-Central Asian War? 

II) The Pentagon’s “Salvador Option”: The Deployment of Death Squads in Iraq and Syria

L’ Fmi imbroglia(anche l’Italia). Ecco la prova

Da molto tempo diffido del Fondo monetario internazionale, delle sue analisi e delle riforme che propone ai singoli Stati. L’Fmi non è sottoposto al controllo popolare ed è gestito secondo criteri che restano avvolti nell’ombra. Basta grattare un po’ la superficie per accorgersi che qualcosa non va e che l’autorevolezza che tutti gli attribuiscono è ingiustificata e pericolosa, cos^come ingiustificato e pericoloso è il potere immenso delle agenzie di rating.

Ora i miei sospetti trovano confermo, grazie a un’inchiesta indipendente, meritoriamente ripresa recentemente dall’Unità, in un bell’articolo di Ronny Mazzocchi, che vi invito a leggere qui. Mi ha colpito questa frase: «la ricerca del FMI partiva da posizioni già predefinite e che spesso le raccomandazioni di politica economica non seguivano le analisi condotte». E ancora: “Buona parte dell’attività di ricerca del Fondo monetario ha subito in quegli anni un fortissimo condizionamento politico con il risultato di renderla funzionale alle direttive che i vari direttori generali avevano stabilito e che coincidevano proprio con il Washington Consensus” ovvero con le teorie elaborate dall’economista John Williamson d’intesa con certe lobby economico-finanziarie ben radicate nell’establishment statunitense.

Dunque: il Fmi mirava a raggiungere obiettivi che non erano affatto coincidenti con quelli degli Stati membri, ma, piuttosto, con quelli di queste lobby e che hanno condotto molti Stati sull’orlo della catastrofe (strozzati dai debiti concessi dallo stesso Fmi e dalla Banca Mondiale), con l’ingiustificato trasferimento di risorse e di aziende nazionali in mani straniere ovvero in quelle lobbz che condizionano lo stesso Fmi.

Questo non è liberismo, ma manipolazione dei mercati.

Pare che, secondo quanto scrive Marzocchi, con la direzione di Strauss-Kahn la situazione fosse migliorata, perlomeno sui risultati delle ricerche, che non sarebbero stati più manipolati; però dubito che l’impianto sia cambiato. E allora smettiamola di considerare il Fmi come un’autorità suprema indiscutibile e l’Italia non si faccia dettare l’agenda da organismi internazionali come questo, che non operano certo nel nostro interesse.

Quando lo capirà la nostra classe politica?

dal blog di Marcello Foa

L’altra Islanda che resiste all’Europa

di: Marco Santopadre

Non è usuale, dalle nostre parti, sentir parlare di Islanda, un paese abitato da 320mila anime in tutto e relegato nelle estreme e fredde propaggini settentrionali del continente europeo. Eppure gli islandesi meriterebbero più attenzione da parte dei media, visto che sono stati i primi europei a sviluppare una risposta di massa alla gestione della crisi da parte dei governi locali e delle istituzioni economiche internazionali. Qualche giorno fa, ad Atene, durante le manifestazioni dei sindacati e degli «indignati» contro i tagli e le privatizzazioni del governo Papandreou, abbiamo incontrato Thorvaldur Thorvaldsson, un attivista della sinistra radicale islandese, e ne abbiamo approfittato per porgli qualche domanda.

Qual è il vostro giudizio sugli avvenimenti che hanno scosso l’Islanda negli ultimi anni?

La protesta popolare è esplosa nell’ottobre del 2008, dopo il collasso del sistema bancario che ha rivelato in maniera scioccante una crisi fino a quel momento latente del sistema economico capitalista. È emerso allora un movimento di massa che per mesi, ogni settimana, ha manifestato nelle piazze del paese, e in particolare davanti al parlamento. Agli inizi del 2009 la protesta ha imposto un significativo cambio di governo. Prima l’esecutivo era formato dai conservatori, e poi è passato nelle mani di socialdemocratici e verdi. Questa svolta, su pressione della piazza, ha generato una grande illusione e una grande speranza.

L’idillio tra partiti di centrosinistra e movimento di protesta è durato per un po’. Nelle elezioni politiche della primavera del 2009 i due partiti hanno ottenuto la maggioranza assoluta. Ma presto la speranza di un cambiamento significativo di rotta, economicamente parlando, è stata frustrata. La gente si è resa conto che il nuovo governo stava proseguendo sulla stessa via di quello precedente, in ossequio ai diktat di banche e istituzioni internazionali. La disillusione è aumentata quando il governo di centrosinistra ha chiesto l’adesione dell’Islanda all’Unione europea, conducendo un’ingannevole campagna propagandistica secondo la quale se il paese fosse stato già membro dell’Ue le nostre banche non sarebbero fallite… Per un po’ i sondaggi hanno concesso un leggero vantaggio a coloro che erano d’accordo con l’ingresso dell’Islanda nell’Unione. Ma poi, man mano che le bugie venivano smontate, i contrari hanno raggiunto una quota tra il 60 e il 70%. Anche se il governo continua a tentare di imporre questa scelta al paese, grazie alla profonda contrarietà dell’opinione pubblica il processo di adesione è stato comunque già ritardato di anni, e i negoziati veri e propri sono iniziati da poco. Se mai decideranno di indire sull’argomento un referendum, lo perderanno.

Perché siete così contrari ad entrare nell’Unione europea?

Se entrassimo nell’Ue sarebbe più difficile per noi contrastare le politiche che i vari governi adottano per scaricare la crisi sui ceti sociali meno abbienti. Potremmo dire che l’Unione ha inglobato queste politiche nel suo Dna, ne ha fatto la sua vera Costituzione. Naturalmente l’Unione è interessata anche alle nostre risorse, per questo preme affinché la nostra adesione sia rapida. Vogliono il nostro patrimonio ittico e le nostre riserve di idrocarburi. Per non parlare del controllo che potrebbero stabilire su un quadrante marino così esteso e così vicino al Polo nord, strategicamente fondamentale. Inoltre pensiamo che la nostra resistenza all’ingresso nella confederazione rappresenti un sostegno a chi, all’interno dei suoi confini, oggi discute sull’opportunità o meno di rimanerci. Ormai non siamo più ai tempi delle vane promesse di un futuro migliore, ma dobbiamo tracciare un bilancio realistico e spietato di questa esperienza fallimentare. Non si può non riconoscere che l’adesione all’Ue ha comportato un peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei cittadini di molti paesi.

Cosa pensa della questione del debito e delle misure che il Fondo monetario internazionale sta imponendo ai vari paesi?

Dopo il fallimento delle banche l’Islanda è stato il primo paese del continente europeo ad essere sottoposto da decenni ad un piano di aggiustamento del Fmi. Il fatto che un paese europeo avesse «bisogno» dell’aiuto di questa istituzione finanziaria internazionale ha generato uno shock nell’opinione pubblica. Ma i cosiddetti aiuti dell’Fmi non sono affatto tali, anzi impediscono ai popoli e ai paesi di risollevarsi. L’Islanda è stata obbligata a chiedere un prestito di 2.1 miliardi all’Fmi. Ogni scadenza delle varie tranche del debito è servita al Fondo per obbligarci ad accettare condizioni capestro che servivano a garantire le banche britanniche che hanno speculato nel nostro paese ma poi sono fallite. Sulla questione del pagamento del debito il governo è stato sconfitto ben due volte in altrettanti referendum, e con percentuali altissime, dopo che il Presidente si era rifiutato di accettare l’imposizione di un altro prestito. I prestiti sono stati «concessi» in cambio di un ulteriore processo di privatizzazione di ogni aspetto della nostra economia. Nel 2013, data entro la quale il nostro debito dovrebbe essere estinto e il prestito restituito con enorme sacrificio per gli islandesi, cominceranno i veri problemi: perché i soldi per farlo non ci saranno, e la cifra da restituire non sarà più di 2,1 miliardi, ma sarà salita per gli interessi a 2 e mezzo, se non di più.

E noi non potremo pagare. Così, il governo islandese dovrà chiedere un altro megaprestito per pagare gli interessi nel frattempo maturati su quello precedente. L’Fmi a quel punto diventerà l’unico e incontrastato padrone dell’Islanda, e imporrà ulteriori tagli. È così che lavora il Fondo monetario.

All’inizio della crisi si era diffusa la voce che ci sarebbero stati dei cambiamenti importanti nel suo modo di procedere, che in Europa l’Fmi si sarebbe comportato diversamente rispetto ai metodi normalmente utilizzati nel cosiddetto Terzo mondo.

Una speranza infondata, basata sul pregiudizio di superiorità dell’Europa rispetto al resto del pianeta.

Perché mai l’Fmi dovrebbe essere meno aggressivo e invadente con i paesi europei? Se non ci saranno profondi cambiamenti politici ed economici, a breve lo standard di vita per le grandi masse di cittadini europei andrà drammaticamente a fondo. In questi anni «l’esercito di schiavi», se così posso chiamarlo, sta ingrossando le sue fila, mentre lo strato benestante della popolazione si sta assottigliando e i ricchi diventano sempre più ricchi. Bisogna cambiare, e subito! La nostra organizzazione politica si è formata sulla spinta della nuova situazione che si era venuta a creare nel 2008 in occasione del fallimento delle banche. Al centro della nostra piattaforma e della nostra azione politica abbiamo posto il recupero della nostra sovranità nazionale e popolare, oltre che la proprietà comune, collettiva delle risorse naturali. Le infrastrutture economiche devono essere riportate sotto il controllo pubblico, sottratte alla dittatura del mercato. Inoltre difendiamo un allargamento della democrazia e della partecipazione politica a tutti i livelli. Non ci accontentiamo della democrazia formale, pretendiamo che le persone abbiamo più strumenti a disposizione per dire la propria. L’azione dei partiti e dei governi non può prescindere dall’opinione delle persone e dalla volontà popolare, non può restare impermeabile . Stiamo lavorando per veicolare questi valori nel movimento popolare, in particolare all’interno dei sindacati e nelle organizzazioni impegnate nella mobilitazione contro l’Ue.

Cosa pensa che accadrà a breve per quanto riguarda le crisi negli altri paesi europei: la Grecia, la Spagna, l’Italia?

Penso sia solo una questione di tempo per tutti questi paesi. Le differenze sociali e di classe aumentano, e lasciano spazio a due sole opzioni. Si possono svendere tutti i beni pubblici e obbedire senza eccezioni ai mercati, cosa che stanno facendo tutti i governi finora, anche quelli cosiddetti di sinistra, accontentando tutte le richieste del capitale. Oppure i popoli si possono organizzare e unire a partire da un proprio programma indipendente, sviluppando processi realisticamente rivoluzionari.

Unirsi e organizzarsi: è l’unico modo per poter imporre dei reali cambiamenti nell’immediato futuro. È ciò di cui abbiamo estrema necessità.

FONTE: IlManifesto.it

Rivoluzioni colorate e “cambio di regime”: i tentativi di Washington per destabilizzare la Bielorussia

Il 29 e 30 giugno, il Segretario di Stato Hillary Clinton era a Vilnius, in Lituania, per partecipare ad un incontro della “Community of Democracies” e per visitare uno dei tanti internazionali “campi tech.” finanziati dagli Usa. Questi campi ospitano gli attivisti della ” società civile” (l’opposizione) delle varie nazioni i cui governi non sono graditi dagli Stati Uniti e insegnano loro le capacità organizzative di internet e dei vari social network per essere in seguito utilizzate per promuovere, con le parole ufficiali, la ” transizione democratica ”, o più correttamente, le rivoluzioni colorate e il cambio di regime. Secondo AP, “gran parte della giornata di apertura di questi incontri affronta le nuove meccaniche della protesta, come i social network.” Durante la sua visita, la Clinton ha affermato che “gli Stati Uniti hanno investito 50 milioni di dollari per sostenere la libertà di Internet e abbiamo addestrato oltre 5.000 attivisti in tutto il mondo.” Questo è, ovviamente, in aggiunta ai centinaia di milioni che gli Stati Uniti spendono in altri modi per tentare di destabilizzare i suoi nemici e forzare le “ transizioni democratiche.

La scelta di Vilnius non è un caso: si trova a 30 chilometri dal confine bielorusso. Questo campo tecnologico ospita 85 attivisti della regione, ”principalmente dalla Bielorussia”. La Bielorussia è attualmente presa di mira da un’ azione concertata diretta verso una  rivoluzione arancione, finanziata e controllata a distanza dall’Occidente. Allo stesso tempo, il paese viene sottoposto a pressioni relativamente nuove da est: alcuni elementi russi hanno evidentemente deciso che la Bielorussia e le sue proficue imprese statali dovrebbero appartenere a loro, e contribuiscono a loro modo allo sforzo per destabilizzare il governo.

Sono appena tornato a Parigi da un secondo viaggio in Bielorussia. I media occidentali  ritrasmettono fedelmente la mostruosa immagine della Bielorussia che i nostri governi vogliono trasmettere, e così mi piacerebbe riferire sulla situazione di questo paese poco conosciuto e incoraggiare gli altri a visitarlo per sperimentare da soli la cultura, l’ economia, l’ ospitalità e il carattere bielorusso. Ho partecipato ad una conferenza internazionale sulla resistenza al nazifascismo a Brest, il 22 giugno, nel 70 ° anniversario dell’invasione nazista dell’Unione Sovietica. In un paese che ha perso tra un terzo e un quarto della sua popolazione durante la guerra, il ricordo delle devastazioni degli attacchi stranieri e l’eroismo di coloro che resistettero è molto forte e vivo. Situata pericolosamente tra l’ Europa e la Russia, completamente pianeggiante e avendo a diposizione poche risorse naturali, la Bielorussia ha lottato duramente per costruire un riuscito Stato indipendente. E ora non è incline a perdere la sua sovranità.

Gli Stati Uniti e gli altri paesi occidentali stanno attaccando il governo del presidente Alexander Lukashenko sin da quando si è rifiutato di seguire il cammino degli altri paesi ex sovietici nel 1990, che hanno svenduto le industrie statali agli oligarchi, distrutto il sistema di protezione sociale e  permesso al cleptocratico capitalismo mafioso di prendere il sopravvento. Sotto Lukashenko, la Bielorussia si è gradualmente  sviluppata  in una forte economia di mercato socialmente orientata, con il più alto tasso di crescita nella CSI anche durante le correnti turbolenze finanziarie  (in base al CIS Interstate Statistical Committee, tra gennaio e aprile 2011 l’industria bielorussa è cresciuta del 12,9% su base annua), pur continuando a mantenere gratuita la sua assistenza sanitaria, tutela del lavoro, servizi sociali,  programmi di pensionamento,  bassa disoccupazione,  alloggi e servizi finanziati dalla Stato ed un elevato livello di istruzione. Questa è una delle ragioni per cui il paese è naturalmente sotto il fuoco dell’ Occidente, i cui governi in bancarotta stanno, in maniera ossessiva, ripetendo ai loro cittadini che “non esiste alternativa”: dobbiamo ridurre drasticamente o affossare le pensioni e gli altri programmi sociali, licenziare gli impiegati statali , flessibilizzare la forza lavoro, privatizzare l’istruzione, la sanità, le infrastrutture e tutto il possibile, ecc ecc.. Situata proprio accanto all’Europa in crisi, la Bielorussia è più che una spina nel suo fianco, è la prova certa che la propaganda neoliberale degli europei e degli americani sono solo bugie.

Questo sembra essere uno dei motivi per cui gli attacchi contro il modello economico bielorusso e il suo governo hanno recentemente avuto un impulso maggiore. La sua economia è una sacca isolata di produzione orientata all’esportazione accanto alle economie occidentali di consumo. La Bielorussia era la zona più industrializzata dell’Unione Sovietica, producendo macchine, petrolio e prodotti chimici per l’intera sfera sovietica e ricevendo  energia e materie prime dall’ Oriente. Il 75% dell’economia riguarda l’esportazione, l’80% è di produzione statale e ci sono molti partenariati pubblici-privati. Le piccole imprese sono principalmente private. Il paese ha recentemente beneficiato di una buona dose di investimenti stranieri, per esempio dalla Cina, che ha investito in progetti infrastrutturali e con la quale la Bielorussia ha un unico programma commerciale di credit – swap. Il PIL è cresciuto del 7,6% nel 2010. I segnali di crescita si vedono ovunque, molto più ora che durante la mia prima visita al paese di due anni fa, e lo skyline di Minsk è disseminato di gru.

La prima impressione che uno ha della Bielorussia è di quanto sia pulita – per strada non trovi neanche un mozzicone di sigaretta – mentre la seconda è l’immenso numero di alberi e parchi nelle città. (La terza potrebbe essere le auto moderne, i telefoni cellulari e il cosmopolita way of life dei suoi cittadini). La cucina bielorussa è sana e gustosa, i prodotti agricoli sono locali, senza troppo uso di roba chimica e poco costosi. Il sistema di distribuzione del cibo non è parassitato dagli avidi grandi distributori privati. I pomodori sono davvero rossi all’interno e hanno un sapore reale di pomodoro, non biancastri e insapore, come in Occidente.

Il Coefficiente di Gini del paese, che misura l’uguaglianza di reddito, è eccellente (29,7, molto meglio rispetto alla Francia o gli Stati Uniti, o dei suoi vicini di casa della Russia e della Polonia). Il Paese sta attirando immigrati provenienti dagli altri Stati della CSI in fuga dalla corruzione, la criminalità e la droga verso un paese,la Bielorussia, con poco criminalità , bassa disoccupazione, servizi sociali, strade pulite e città verdi.

Queste sono alcune delle ragioni per cui il governo del presidente Lukashenko è veramente popolare tra la maggior parte dei bielorussi, i quali naturalmente confrontano lo sviluppo della loro società in 20 anni con quello dei loro vicini. Ed è proprio questa popolarità che rappresenta un problema per l’Occidente e la sua voglia di un ”democratico” cambiamento  di regime.

I governi occidentali sostengono che le elezioni presidenziali del 19 dicembre siano state caratterizzate da brogli ed usano questo per giustificare i loro recenti attacchi. Ho parlato con un certo numero di osservatori internazionali di quella elezione che affermano di non aver visto alcuna frode o irregolarità e gli exit- poll hanno confermato che la maggior parte dei bielorussi ha votato per rieleggere il presidente Lukashenko. Uno di questi rapporti può essere letto qui. Gli osservatori della CSI hanno riferito di aver assistito ad una regolare elezione,mentre l’OSCE, prevedibilmente, ha dichiarato il contrario. La copertura selettiva di queste elezioni nei media occidentali è stupefacente, e per comprendere gli eventi consiglio la visione di questo breve documentario: ” Ploshcha: Beating Glass with Iron”.

Circa un mese prima delle elezioni, i maggiori candidati dell’opposizione hanno passato più tempo ad invitare i loro sostenitori a protestare nella piazza centrale di Minsk la sera delle elezioni, che a fare la loro campagna elettorale in modo normale, delineando le loro politiche e invitando le persone al voto. La sera delle elezioni, verso le 7:00, prima della chiusura dei seggi elettorali e ben prima dell’ annuncio dei risultati, i gruppi dell’ opposizione si erano radunati nella Piazza Ottobre a Minsk, il tradizionale luogo dove si svolgono le dimostrazioni, sventolando la  bandiera blu europea e l’ ex  bandiera bielorussa rossa e bianca, simbolo dell’opposizione. I candidati presidenziali hanno poi invitato i loro sostenitori a dirigersi verso il palazzo del governo centrale e “chiedere loro di liberare gli uffici”, radunando a Piazza dell’ Indipendenza, proprio di fronte al Parlamento, una folla di circa 7.000 persone. Va comunque detto che questi, su  1,3 milioni di elettori a Minsk, sono un piccolo numero. I candidati dell’opposizione hanno fatto sapere di contestare i risultati elettorali e hanno annunciato di formare un nuovo governo, il “governo di salvataggio”, leggendo un comunicato stampa, chiaramente preparato in anticipo, prima ancora dell’ annuncio dei risultati. La polizia non ha interferito con la manifestazione fino a quando un folto gruppo di persone ben preparate ha cercato di entrare con la forza nell’edificio del Parlamento, con aste metalliche e pale. Poteva andare peggio: nelle settimane prima delle elezioni, le autorità di frontiera bielorusse avevano sequestrato una serie di carichi di aste metalliche, granate, coltelli, pistole ed esplosivi. La polizia è intervenuta e ha impedito quello che era chiaramente un tentativo di colpo di Stato, seguendo lo schema utilizzato nella “rivoluzione dei tulipani” in Kirghizistan nel 2005. I rappresentanti dell’opposizione hanno in seguito affermato che l’attacco al Parlamento era stato fatto da provocatori del governo, ma molte delle persone arrestate e / o filmate mentre cercavano di entrare nel Parlamento sono state identificate come aventi rapporti con i vari gruppi dell’ opposizione.

L’obiettivo era apparentemente duplice: prendere il potere occupando gli edifici o almeno ottenere  filmati degli scontri tra la polizia e i manifestanti, preferibilmente con parecchio sangue da mostrare. Anche se non ci sono stati feriti gravi, il secondo obiettivo è stato raggiunto in quanto ormai i governi ed i media occidentali parlavano già della “violenta repressione” di una manifestazione dell’opposizione, e accusavano il governo di violare i diritti umani. L’ipocrisia dell’Occidente, che (con la Russia) pagò per le campagne di gran parte dell’opposizione bielorussa, e di chi cerca di favorire una transizione ”democratica” rovesciando violentemente un processo elettorale democratico, è straordinaria. Come molti ben sanno, gli Stati Uniti non si trovano di certo nella posizione per poter dar lezioni riguardo i diritti umani. Ho sperimentato direttamente il modo in cui la polizia degli Stati Uniti protegge i diritti umani dei manifestanti non violenti, ad esempio il 16 aprile 2000 davanti al palazzo del Tesoro a Washington, quando poliziotti anti – sommossa hanno violentemente disperso un gruppo di attivisti nonviolenti seduti in strada che protestavano contro le politiche della Banca Mondiale e del FMI. Un giovane vicino a me che non è riuscito a fuggire abbastanza velocemente ha avuto 3 costole rotte dal manganello di un poliziotto. A quanto pare, la polizia bielorussa, visto quello che stava succedendo, si è molto contenuta. Le persone ancora in carcere dopo gli eventi del 19 dicembre, tra cui 3 ex-candidati, sono stati condannati per partecipazione o istigazione della rivolta. Immaginate la reazione se un simile evento avesse avuto luogo davanti al Campidoglio.

Molti degli ex-candidati presidenziali (erano 10 candidati in tutto) hanno ben documentati rapporti con l’Occidente, il che non è sorprendente dato i milioni che gli Stati Uniti e l’ Europa spendono per  la “transizione democratica” nel Paese. Essi richiedono generalmente la privatizzazione delle imprese statali, la liberalizzazione dell’economia e l’adesione alla NATO. Un certo numero queste persone ha trascorso parecchio tempo a studiare il cambiamento di regime al George C. Marshall Center European Center for Security Studies in Germania, un partneriato tra i militari americani (US European Command) e il governo tedesco, che, secondo l’ambasciata Usa a Minsk , ospita 25 bielorussi all’anno. A partire dal 2001, gli Stati Uniti hanno emanato una serie di Belarus Democracy Acts , applicando sanzioni economiche, liste nere dei visti e il congelamento dei beni di  persone e aziende collegate al Governo e fornendo decine di milioni di dollari l’anno per la promozione della”democrazia”. Nel mese di febbraio di quest’anno, citando le recenti elezioni, il Dipartimento di Stato americano ha annunciato un aumento della sua “assistenza alla democrazia” per la società civile bielorussa del 30%, a 15 milioni di dollari l’anno. Nel 2009 il National Endowment for Democracy ha dato 2,7 milioni di dollari per finanziare i media “indipendenti” bielorussi, la società civile (promuovendo “idee e valori democratici … e l’economia di mercato”), varie ONG e gruppi politici. Un cable di  Wikileaks (VILNIUS 000732, datato 12 giugno 2005) ha confermato il contrabbando di denaro in Bielorussia da parte dei contractors dell’ USAID, anche se una tale prova è quasi superflua. Sempre a febbraio, l’UE, i singoli paesi europei, il Canada e gli Stati Uniti hanno messo insieme una ”bottino di guerra” di € 87.000.000 mirando al cambiamento di regime in Bielorussia. Con così tanto denaro da offrire a chiunque voglia un lavoro come attivista, non è difficile trovare acquirenti. Ai giovani che incontrano difficoltà viene offerta istruzione gratuita in Occidente. Ci sono prove che molti di coloro che partecipavano agli scontri della notte del 19 dicembre sono stati pagati per la loro partecipazione, da elementi sia occidentali o russi.

L’Occidente non è l’unica fonte di finanziamento, né di pressione interventista. Uno dei più importanti ex-candidati è stato finanziato dai russi. Mentre la pressione occidentale è qualcosa di conosciuto in Bielorussia, i tentativi russi di destabilizzazione sono relativamente nuovi. Gli oligarchi russi hanno adocchiato le redditizie imprese dello stato bielorusso, e poichè il governo ha storicamente rifiutato di venderle loro, la cleptocrazia russa ha iniziato a tentare di rovesciare Lukashenko. I media russi hanno iniziato una campagna congiunta contro il governo bielorusso, mandando in onda documentari favorevoli all’ opposizione e indulgendo in sbavature e disinformazione. Gli operatori russi ora si stanno facendo strada, un mio amico bielorusso mi ha sottolineato le costose auto con i vetri oscurati sull’autostrada Minsk-Mosca  che si dirigono verso la capitale bielorussa. I prezzi del petrolio russo sono aumentati notevolmente  - il 30% a gennaio - e il prezzo del gas importato dalla Russia è quadruplicato in quattro anni. Anche se l’economia si è diversificata dopo l’indipendenza, essa fa ancora affidamento sull’ importazione dell’ energia e delle materie prime. L’impennata dei prezzi proprio di energia e materie prime ha avuto un impatto duro in Bielorussia, dove il costo dell’energia ora costituisce 78 centesimi di ogni dollaro dei beni prodotti. I prezzi elevati delle materie prime spiegano il deficit commerciale nonostante la forte crescita industriale e delle esportazioni.

Nel gennaio di quest’anno, mentre i russi aumentavano fortemente i prezzi del petrolio, la Bielorussia è stata sottoposto ad un grande attacco speculativo sulla sua valuta. I russi controllano il 37% del settore bancario del paese e, in accordo con gli analisti di Minsk, all’inizio di questo anno le banche russe hanno iniziato a vendere i loro rubli bielorussi. Nel mese di gennaio è stata acquistata, con rubli bielorussi, una quantità 50 volte maggiore di valuta straniera rispetto a dicembre, e la musica non è cambiata nei mesi di febbraio e marzo. Questo ha scatenato l’effetto desiderato: l’inflazione al 33% nella prima metà dell’anno, panico generale e una corsa agli sportelli dove la gente ha cercato di convertire i propri rubli bielorussi in dollari o in oro. La banca centrale fu costretta a svalutare il rublo bielorusso del 36%, anche se non ha stampato moneta, al contrario di quello che riportano alcuni media. Gli attacchi speculativi non sono stati affrontati nei notiziari; Ria Novosti, ad esempio, ha spesso affermato che “il rublo bielorusso è crollato nei primi cinque mesi dell’anno come risultato di un deficit commerciale di grandi dimensioni, dei generosi aumenti salariali e prestiti concessi dal governo in vista delle elezioni presidenziali del dicembre 201, i quali hanno stimolato una forte domanda di valuta estera. ” Ma il deficit commerciale non è una novità e non dovrebbe accendere un crollo di valuta, mentre gli aumenti salariali o i finanziamenti non dovrebbero  logicamente provocare una domanda di valuta estera.

Secondo i residenti di Minsk, il problema principale di questa primavera non è stata una mancanza di prodotti sugli scaffali, come si legge in Occidente, ma l’aumento dei prezzi, la carenza di valuta estera e la tesaurizzazione, che ha in qualche modo interrotto la catena di fornitura. Quando ero lì a metà-fine giugno, gli scaffali erano ben forniti, i negozi ed i mercati erano pieni di clienti e non c’erano file alle pompe di benzina, al contrario di ciò che i media occidentali hanno raccontato. L’inflazione ora sembra si stia stabilizzando. Le proteste al confine occidentale con i commercianti transfrontalieri sono state ampiamente documentate dai media occidentali, sempre alla ricerca di segni di inquietudine, ma difficilmente raccontano che il traffico di prodotti bielorussi a basso costo e la benzina per la vendita con profitto in Occidente è una pratica dannosa per l’economia bielorussa, in particolare modo nel contesto delle attuali difficoltà economiche. È per questo che il governo ha recentemente limitato i valichi di frontiera ad una volta ogni 5 giorni (in precedenza i commercianti andavano spesso 5 volte al giorno) e limitato che i prodotti possano essere esportati singolarmente. La scarsità di valuta estera spiega il ritardo nel pagamento delle fatture al fornitore di energia elettrica russo (che richiede il pagamento in dollari), spingendo di recente a fermare temporaneamente la fornitura di energia in Bielorussia un certo numero di volte . Questo, riportato ampiamente dalla stampa internazionale, è più abbaiare che mordere, dato che la Russia fornisce solamente il 12% circa dell’ elettricità e non ci sono stati blackout.

A causa della spirale del rublo bielorusso, il governo ha dovuto ricorrere a prestiti esteri. Ha fatto appello al FMI per un prestito di $ 8 miliardi,anche se il FMI ha risposto il 13 giugno che un prestito sarebbe stato collegato agli usuali programmi di aggiustamento strutturale, privatizzazioni, un congelamento dei salari, ecc .ecc. Il FMI ha esortato il governo di non aver ancora emanato condizioni simili che erano state impostate con l’ultimo prestito ricevuto nel 2009 durante la crisi finanziaria mondiale; ad esempio, è stata creato un ente governativo per supervisionare le privatizzazioni ma alla fine le privatizzazioni non sono state fatte. D’altra parte, è stato raramente riportato che il FMI ha anche salutato i provvedimenti da parte del governo  per concludere la crisi finanziaria del paese, ad esempio aumentando i tassi d’interesse e il sostegno dei disoccupati e poveri.

Se il paese otterrà un prestito dal FMI o no, il tradizionale rifiuto di privatizzare sta volgendo al termine, dal momento che al paese è stato concesso un prestito d’emergenza di 3 miliardi dollari di dalla Comunità economica eurasiatica, controllata dai russi, che aveva anche condizioni allegate per la privatizzazione di 7,5 miliardi dollari di imprese statali in 3 anni. Questo è parte di quello verso cui gli oligarchi russi si stanno muovendo. La prima erogazione di tale prestito, $ 800 milioni, è stata rilasciata il 21 giugno, mettendo fine ai problemi finanziari immediati. Tuttavia, i russi non potrebbero ottenere sempre le vantaggiose offerte che avevano voluto, né saranno necessariamente  i beneficiari delle privatizzazioni. Le vendite effettive e le IPO sono in trattativa, e il presidente Lukashenko è stato molto chiaro sul fatto che, per legge bielorussa, le privatizzazioni di imprese pubbliche devono seguire rigide condizioni. Il 17 giugno, ha affermato, ”Le condizioni sono state esplicitate: la società dovrebbe svilupparsi, non dovrebbe essere chiusa,le paghe dei lavoratori dovrebbero aumentare ogni anno, devono essere protetti socialmente e, soprattutto, la società dovrebbe essere modernizzata . Cioè, se venite a comprare, dovreste investire nel suo sviluppo. ” Il 30 giugno, il Venezuela, con il quale la Bielorussia ha stretti legami economici e diplomatici (tra gli altri accordi, il Venezuela ha fornito petrolio per la Bielorussia), ha annunciato il suo interesse ad acquisire partecipazioni in società di stato bielorusso. Gli analisti a Minsk dicono che il paese si sta orientando lontano dalla Russia e verso la Cina. E’ in preparazione una offerta sulle borse estere di una quota di minoranza della enorme società dello stato che lavora potassio e fertilizzanti, la Belaruskali, e il gasdotto nazionale sarà molto probabilmente venduto a Gazprom. Altre imprese statali sono al blocco, e il futuro è ignoto, ma il Presidente Lukashenko ha recentemente dichiarato che ”vorrei darvi garanzie che non accetteremo esperimenti rischiosi o un abbassamento inaccettabile degli standard di vita. Continueremo l’attuazione di un modello economico bielorusso, che è risultato essere stabile in circostanze varie e complesse per oltre 15 anni”.

L’economia sembra mostrare ora segni di stabilizzazione. Nonostante i recenti problemi finanziari, il debito della Bielorussia rimane ad un livello straordinariamente basso: compreso il recente prestito, il debito pubblico non supererà il 45% del PIL, sia il debito pubblico nazionale che estero. Il tetto del debito estero è del 25% del PIL. Il governo ha segnalato un leggero avanzo commerciale di 116 milioni dollari a maggio, apparentemente a causa delle restrizioni all’importazione promulgate questa primavera. Il ministero delle finanze ha di recente abbassato le previsioni di crescita 2011 del PIL al 4,5% mentre la Banca Mondiale al 2,5%; addirittura al 2,5%, l’economia è chiaramente resistente. La Banca Mondiale ha aggiunto che il modello economico della Bielorussia non è praticabile, ma piuttosto dovrebbe essere più interessata al modello statunitense di credito basato sui consumi e con un debito estero alle stelle.

Nel mese di giugno, in coincidenza con questi problemi finanziari, i governi occidentali sono tornati all’attacco, quasi per approfittarsi di questo momento, con lo scopo di destabilizzare il governo bielorusso. Il 14 giugno, il presidente Obama ha rinnovato e rafforzato le sanzioni statunitensi contro il paese, dichiarando una “emergenza nazionale” (non per gli Stati Uniti , ma per la Bielorussia) e citando, incredibilmente, che la Bielorussia costituisce “una inusuale e straordinaria minaccia alla sicurezza nazionale e politica estera degli Stati Uniti “. L’ unica cosa su cui può aver ragione è semplicemente il fatto che il successo del modello economico bielorusso costituisce una minaccia al dogma neoliberista. E ‘anche possibile che per Obama il paese rappresenti una ”minaccia” per la politica estera degli Stati Uniti in quanto si trova accanto alla Russia, e può essere catturato nelle crescenti tensioni tra Stati Uniti e russi sulla NATO e lo scudo missilistico. Se gli Stati Uniti riuscissero a installare un governo fantoccio in Bielorussia, sarebbe un grande passo in avanti nel  tentativo di circondare la Russia, che ha stretti legami militari con la Bielorussia e il cui scudo missilistico si trova proprio lì.

Sia come sia, le sanzioni provengono da tutti i fronti. Il 17 giugno il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite ha votato per condannare le “violazioni dei diritti umani” in seguito alla recenti elezioni presidenziali. Il 20 giugno, l’Unione europea a sua volta rinforzato le sanzioni contro la Bielorussia, aggiungendo aziende e nomi alla lista nera (il governo bielorusso ha dichiarato la sua intenzione di citare in giudizio gli iniziatori delle sanzioni), e la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo ha riorientato le sue attività di finanziamento lontano dal governo e verso la ”società civile”.

E  la “società civile” non ha perso l’opportunità fornita dai campi tech USA e dai recenti problemi finanziari. Dall’inizio di giugno, si è registrato un nuovo movimento da parte dei vari gruppi di opposizione in Bielorussia, che si fa chiamare ”rivoluzione attraverso i social network.” Hanno organizzato tramite internet o da twitter  le loro manifestazioni settimanali nelle vie centrali, dove i partecipanti battono le mani, senza striscioni o canti. Dopo le violenze del 19 dicembre, le proteste sono state vietate nella zona centrale di Minsk, anche se sono ammesse in alcune altre zone della città. Qualunque cosa si pensi di questo divieto, è chiaro che queste proteste provengono dagli stessi filo-occidentali e ben finanziati gruppi, con un nuovo volto high-tech. Ascoltando i media occidentali, le proteste sono state represse violentemente e i manifestanti sono stati arbitrariamente arrestati. Secondo le autorità bielorusse, i partecipanti sono stati arrestati per aver oltraggiato gli agenti. Io purtroppo non ho avuto la possibilità di vedere le manifestazioni mentre ero in Bielorussia, e, personalmente, non posso fare un rapporto più dettagliato. Parecchi video delle manifestazioni sono disponibili sul web e non ho notato nessuna violenza , non ci sono manganelli alzati e non c’è sangue. Si possono vedere i manifestanti essere arrestati, ma non ci sono le immagini  precedenti gli arresti. Se ci fossero state pesanti violenze da parte della polizia, potete star certi che quelle immagini avrebbero fatto il giro del web. Naturalmente, il governo dovrebbe rendere disponibili le immagini che mostrino che si tratta effettivamente di partecipanti violenti quelli che vengono arrestati, dal momento che gli arresti fanno solo il gioco dei manifestanti e danno ai governi occidentali maggior foraggio per imporre le loro sanzioni. Il numero dei partecipanti non è chiaro dal video, i quali sono generalmente inquadrati da vicino.

Ho parlato con la gente, compresi i giovani, riguardo le proteste. Un giovane, quando seppe che ero dagli Stati Uniti, mi disse: “Flashmob! Divertente!, mostrandomi i pollici in su. Per lui, era chiaramente più un divertente incontro pubblico che una vera e propria dichiarazione politica. Un altro giovane mi ha detto, “Quando ho letto i media occidentali, mi sono chiesto se era il mio paese. Sono in una zona di guerra?”. Ciò che è chiaro nei video è che la folla è benestante. I partecipanti bielorussi ai campo tecnologici della Clinton, secondo AP, hanno “descritto l’opposizione attiva come in gran parte limitata agli studenti e ai cittadini istruiti. Il movimento necessita del sostegno della classe operaia, riferiscono gli attivisti”. Chiaramente, la classe operaia bielorussa ha le proprie ragioni per non sostenere questi movimenti: sono generalmente soddisfatti con le politiche del presidente Lukashenko. Se i movimenti sono limitati all’ élite filo-occidentale, agli operatori finanziari occidentali o russi, e ai giovani che desiderano fare una festa nelle strade, allora non avranno futuro, indipendentemente da quanti milioni gli Stati Uniti e gli altri gli riversano addosso.

Il 6 luglio, gli Usa hanno rinnovato il Belarus Democracy Act,  promosso dal deputato Christopher Smith del New Jersey, presidente della Commissione di Helsinki. Nel corso del dibattito, il repubblicano Ron Paul ha denunciato tutto ciò dicendo:

“Mi oppongo alla nuova autorizzazione del Democracy Act Bielorussia. Il titolo di questo disegno di legge avrebbe divertito George Orwell, in quanto è in effetti un disegno di legge per il cambio di regime statunitense . Da dove il Congresso degli Stati Uniti trae l’autorità morale o giuridica per stabilire quale siano i partiti politici o le organizzazioni in Bielorussia – o altrove – che devono essere finanziate dagli Usa e quelle che devono essere destabilizzate? Come si può sostenere che il sostegno americano per il cambio di regime in Bielorussia sia in qualche modo la promozione della democrazia? Noi scegliamo i partiti che devono essere sostenuti e finanziati e questo, in qualche modo,  questo dovrebbe riflettere la volontà del popolo bielorusso? Come si sentirebbero gli americani se venisse tutto capovolto e un potente paese straniero esigesse che solo un partito politico, selezionato e finanziato,potrebbe legittimamente riflettere la volontà del popolo americano? Mi piacerebbe sapere quanti milioni di dollari dei contribuenti  il governo degli Stati Uniti ha sprecato cercando di rovesciare il governo in Bielorussia. Vorrei sapere quanto denaro è stato sperperato dalle organizzazioni di copertura finanziate dal governo degli Stati Uniti come il National Endowment for Democracy, l’International Republican Institute, Freedom House  e altri …. E’ l’ arroganza della nostra politica estera che porta a questo tipo di legislazione schizofrenica, in cui chiediamo che il resto del mondo si pieghi alla volontà della politica estera americana e  noi questo lo chiamiamo democrazia. Ci chiediamo mai  perché non siamo più amati e ammirati all’estero?. Infine, mi oppongo fermamente alle sanzioni che questa normativa impone sulla Bielorussia. Dobbiamo tenere presente che le sanzioni e i blocchi verso paesi stranieri sono considerati atti di guerra. Dobbiamo continuare ad agire come fossimo in guerra contro un altro paese? Possiamo permettercelo? [...] Non abbiamo alcuna autorità costituzionale per intervenire negli affari interni della Bielorussia o di qualsiasi altra nazione sovrana “.

Non posso che concordare, e spero che il governo e il popolo della Bielorussia resista coraggiosamente agli attacchi in corso, e proteggano con successo la loro indipendenza. Alla conferenza internazionale a Brest sulla resistenza al nazismo, i partecipanti hanno descritto più e più volte il coraggio eroico e la forza del popolo bielorusso negli anni della guerra sotto gli invasori provenienti dall’Occidente. I bielorussi dovranno continuare a basarsi su tale carattere forte per diverso tempo, poichè gli attacchi non sono ancora finiti.

di: Michèle Brand

LINK: Colored Revolutions and “Regime Change”: Washington Attempts to Destabilize Belarus

DI: Coriintempesta

 

 

 

 

 

 

 

 

Attacco all’oro dell’Italia

di Attilio Folliero e Cecilia Laya/DM, Caracas 11/07/2011 – Ultimo aggiornato 16/07/2011
Cosa si nasconde dietro gli attacchi all’italia? L’italia è un paese in crisi economica con un debito pubblico che rappresenta praticamente il 120% del PIL, ma ha ancora enormi ricchezze e tante imprese pubbliche che fanno grossi guadagni e quindi molto appetibili. Ma c’è una ricchezza di cui nessuno parla: l’Italia ha la quarta riserva di oro al mondo. L’attacco all’Italia è finalizzato a “derubarla” delle sue imprese pubbliche e delle sue immense riserve auree. L’oro è un prodotto strategico e lo sarà sempre di più nel futuro immediato, per cui fa gola.
Attacco all’ oro dell’Italia
Lo scorso mese di maggio l’agenzia di rating, Standard & Poor’s, aveva tagliato la prospettiva italiana da stabile a negativa, con la motivazione che il potenziale ingorgo politico poteva contribuire ad un rilassamento nella gestione del debito pubblico, da cui derivava un impegno incerto nelle riforme a sostegno della produttività. Quindi per S&P’s diminuiscono le prospettive dell’Italia per ridurre il debito pubblico.
Dopo Standard & Poor’s anche Moody’s inizia il pressing contro l’Italia, annunciando che il rating italiano ”Aa2” è sotto osservazione e potrebbe essre ridotto. Le motivazioni, ovviamente sono le solite: le debolezze strutturali dell’Italia, la probabile crescita degli interessi, l’incapacità di tenere sotto controllo i conti pubblici e quindi il debito pubblico.
Dalla settimana scorsa, l’attacco all’ Italia si concretizza: inizia il crollo della borsa, aumentano gli interessi sul debito pubblico Italiano e la manovra presentata dal Governo con l’inasprimento di bolli e balzelli sui titoli di stato potrebbe far allontanare gli investitori da questi titoli, con la conseguenza di far aumentare ulteriormente gli interessi. Successivamente tale manovra è stata ritirata.
Nella sola giornata del’11 luglio i buoni italiani a due anni sono crollati del 19,88%, pssando da 3,53 a 4,203; negli ultimi giorni hanno un po recuperato, ma siamo sempre a livelli che triplicano i tassi dell’aprile del 2010, poco più di un anno fa; infatti il 16 aprile i bond a 2 anni erano a 1,27.
Anche la borsa italiana è scesa fino a 18.295,19 l’11 luglio, per poi risalire leggermente nei giorni successivi e chiudere la settimana del 15 luglio a 18.450,45; se consideriamo che lo scorso 18 febbraio aveva raggiunto il massimo per l’anno in corso a 23.273,80, significa che da allora, in questi ultimi cinque mesi ha perso il 20% circa.
Inoltre, se consideriamo che l’indice della borsa italiana era a 41.074,00 il 9 di ottobre del 2007, giorno in cui il Dow Jones fece registrare il suo massimo storico, significa che da allora sta perdendo circa il 55% e se, infine, consideriamo che approssimativamente 4 anni fa, il 18 maggio del 2007 l’indice della borsa italiana era a 44.364,00 significa che da allora sta perdendo il 60% circa. Ricordiamo anche, che il 9 marzo del 2009 l’indice FTSE MIB era sceso a 12.332,00; quindi al momento è ancora ben sopra quella quota e dunque se dovesse continuare a scendere non sarebbe una novità. Due anni fa, insomma la borsa era in una situazione peggiore.
Come mai l’attacco all’italia?
Il Financial Times in un articolo dello scorso 10 luglio titolava: “Gli hedge fund Usa scommettono contro i bond italiani”. In realtà, da anni i giornali anglo-americani ed in particolare gli organi ufficiali del capitalismo, come il “The Economist” o il “Financial Times” sono all’attacco dell’Italia. Si sono scagliati anche contro Silvio Berlusconi, massimo rappresentante del capitalismo italiano, praticamente da 17 anni alla guida del paese, alternandosi con i rappresentanti del liberismo del centro-sinistra (Ciampi, Dini, Amato, Prodi).
 
Come abbiamo già scritto in varie occasioni, il signor Berlusconi, sceso in política per risolvere esclusivamente i suoi problemi, nel pensare troppo agli affari suoi ha finito per frapporsi agli interessi delle grandi multinazionali, della globalizzazione, dei fautori di progetti vuoti come il “Nabucco”.
Il Cavaliere sa bene che le necessità energetiche (primariamente quelle sue e poi, indirettamente quelle degli italiani) non possono essere coperte dai globalisti, dagli anglo-statunitensi e con la sua adesione al progetto di oleodotto South Stream, che si contrappone all’oleodotto “Nabucco”, di interesse anglo-statunitense, necessariamente ha finito per inimicarsi gli USA, che evidentemente hanno deciso di scaricarlo, di liberarsi di lui quanto prima (consiglio sul tema l’articolo: “Gli Stati Uniti, il gasdotto South Strean, Berlusconi e la sinistra”).
Per questa ragione, ultimamente abbiamo assistito a continui viaggi in Usa di politici italiani, alleati (oggi ex) ed avversari di Berlusconi. Negli USA sono stati il suo ex alleato Gianfranco Fini (Vedasi: “E’ Fini la nuova carta degli USA” oppure “Giancarlo Fini interlocutore privilegiato degli USA“) e Massimo D’Alema, rappresentante del partito anglo-statunitense in Italia, di cui la fedeltà al liberismo è ben provata, fin dall’epoca dei bombardamenti della ex Jugoslavia, quando era capo del governo italiano; negli USA è stato perfino Nichi Vendola che ha incontrato il non certo progressista Schwarzenegger (Vedasi: Vendola incontra Schwarzenegger“).
Sembra veramente strano, ma tutti stanno giocando contro l’Italia ed in particolare contro Berlusconi che alla fine, per certi versi, un po’ facendo marcia indietro, un po’ grazie alle circostanze è risucito, almeno per il momento, a salvare la pelle, ovviamente quella politica, ossia la sua carica di capo del governo. In ogni caso il suo destino è segnato; non andrà avanti per troppo tempo.
E gli italiani, in particolare il proletariato italiano, andrà di male in peggio! I neo moralisti e puritani nostrani che stanno attaccando Berlusconi per via degli scandali sessuali e che presto si sostituiranno al governo di Silvio Berlusconi, sono i rappresentanti di Goldman Sachs, della BCE, del FMI, del partito dei globalisti e degli anglo-statunitensi, che continuamente attaccano l’Italia.
Dunque, perchè i continui attacchi anglosassoni al Cavaliere ed all’Italia? Berlusconi certamente non è attaccato per i suoi scandali sessuali! E’ da ingenui credere una cosa del genere.
L’Italia è un paese in crisi, in profonda crisi economica, con un debito pubblico praticamente impagabile, attorno al 120% del PIL e con le principali imprese del paese che a causa della caduta dei tassi di guadagno si stanno riubicando altrove, in zone che permettono guadagni superiori a quelli dell’Italia. Ma l’italia, pur in profonda crisi ha ancora tanti gioielli, molto appetibili e che le multinazionali anglo-americane sperano di “comprare” a prezzi stracciati.
Gli interessi dei globalisti e degli anglosassoni puntano a privatizzare quanto c’è rimasto da privatizzare in Italia: dall’ENI, di cui una parte è ancora in mano allo stato, così come pure l’Enel, oltre a Finmeccanica, Fincantieri, Trenitalia, Poste, Televisione pubblica, Ospedali e centri sanitari all’avanguardia nella ricerca, Università, Scuole e imprese municipalizzate, come quelle dell’acqua e della raccolta dei rifuti. A tutto ciò va aggiunto che l’Italia possiede un ricco patrimonio paesaggistico e ambientale, decisamente invidiabile e un ricchissimo patrimonio artístico; in Italia è concentrato il 60/65% di tutti i beni artistici e archeologici dell’umanità.
A tutto questo va aggiunta una ulteriore ricchezza posseduta dall’Italia, di cui nessuno parla: il suo oro!
Nessuno ne parla, ma l’Italia ha la quarta riserva di oro del mondo, che allo scorso giugno ammontava a ben 2.451,80 tonnellate, che al prezzo odierno dell’oro equivale a circa 100 miliardi di euro. Solo FMI e due stati, USA e Germania, hanno riserve auree superiori alla riserva italiana. L’oro è un prodotto altamente strategico destinato a rivalutarsi fortemente nel futuro inmediato, per cui questa ricchezza è molto appetibile.
In questo momento, l’oro italiano è il principale obiettivo su cui hanno messo gli occhi i globalizzatori.
Quindi, l’Italia pur essendo un paese in forte crisi, possiede ingenti ricchezze. Come impossessarsi o meglio derubare queste ricchezze all’Italia ed al popolo italiano? Approfittando dell’enorme debito pubblico, i grandi predatori con l’aiuto dei propri rappresentanti all’interno del paese, ovvero i liberisti nostrani, gli stipendiati di Goldman Sachs, FMI, BCE, Federal Reserve, World Bank, WTO ed affini faranno pressione per ridurre il debito pubblico attraverso la privatizzazione, la vendita, ovviamente a prezzi fortemente scontati, dei beni sopra citati. Come già successo con la privatizzazione delle grandi banche statali, ad esempio, negli anni novanta, lo stato incasserà delle somme che andranno ad incidere in minima parte sulla riduzione del debito, ma allo stesso tempo l’Italia perderà definitivamente i grandi guadagni che queste imprese producono.
La privatizzazione, come insegna la storia, non è mai servita a risolvere i problema di un paese, anzi li ha ingigantiti. Pertanto, nei prossimi anni l’Italia andrà incontro a problemi economici moltio più gravi. Il mancato introito dei guadagni derivanti dalle imprese pubbliche privatizzate, la riduzione della spesa pubblica e lo smantellamento del welfare state, dello stato assistenziale, ma anche l’incremento della disoccupazione e la riduzione dei consumi accentuerà la crisi, che porterà alla chiusura di ulteriori imprese; tutto ciò si ripercuote ovviamente anche sugli introiti dello stato, dato che si determina una riduzione del gettito fiscale, una riduzione delle imposte dirette ed indirette e per conseguenza lo stato avrà sempre meno soldi da distribuire. Come insegna la storia recente, per esempio dell’Argentina o dell’Ecuador, per restare all’America Latina, la conseguenza diretta sarà una inevitabile esplosione sociale, placabile solo con la repressione, con la forza ovvero con una dittatura.
Il futuro dell’Italia appare sempre più nero ed inveitabilmente il popolo italiano sarà costretto a riprendere la via dell’emigrazione.
Come mai gli attacchi a Berlusconi, uno dei massimi rappresentati del capitalismo italiano? Berlusconi, da quando è al governo, fra una orgia e l’altra non ha avuto il tempo di continuare con la svendita del patrimonio italiano, occupandosi esclusivamente degli affari suoi, ovvero di come risolvere i propri problema giudiziari. Ai globalizzatori ha concesso poco, certamente molto meno di chi lo ha preceduto e quindi è normale che sia attaccato. Berlusconi, però dovrebbe comuqnue essere ringraziato dai globalizzatori anglo-aemricani, perchè con la sua política ha contribuito non poco ad incrementare il debito pubblico italiano, dando quindi una grossa mano ai globalizzatori che sulla base del forte debito pubblico, lasciato in eredità anche da Berlusconi, potranno chiedere a gran voce che si proceda con la massima urgenza alla privatizzazione di tutto quanto è possibile svendere.
Ricordiamo che Berlusconi, la prima volta che arriva al Governo era stato preceduto da Carlo Azeglio Ciampi, e questi poco dopo essere diventato capo del governo, il 30 giugno del 1993 nomina un Comitato di consulenza per le privatizzazioni, presieduto da Mario Draghi, uomo Goldman Sachs, non a caso, oggi, arrivato alla presidenza della BCE.
Ciampi aveva proseguito la svendita del patrimonio italiano iniziata dal socialista Giuliano Amato, braccio destro di Craxi (inspiegabile miracolato dai giudici che provvidero a far piazza pulita della classe politrica italiana di allora) e dal “lottizzatore” democristiano Romano Prodi; Romani Prodi venne così definito, per il suo comportamento quando era presidente dell’IRI, da Franco Bechis in un articolo pubblicato su Milano Finanza: “Prodi, all’Iri, lottizzò come un democristiano“.
Sul tema delle privatizzazioni in Italia, invitiamo ancora una volta a leggere l’articolo di Eugenio Caruso su Impresa oggi: “Iri tra conservazione e privatizzazioni
Insomma l’attacco al Cavaliere si spiega perchè non è considerato all’altezza dei suoi predecessori privatizzatori e quindi si preme per un immediato ritorno di questi.
L’attacco all’ Italia è finalizzato al furto del suo oro, del suo enorme patrimonio ambientale, artístico e archeologico e delle imprese pubbliche dai grandi guadagni.

Il nuovo attacco alla CASTA nasconde il progetto di governo tecnico direttamente gestito dai mercati

di: Rodolfo Ricci

Come già accaduto in altre situazioni critiche nel recente passato, in Italia si è di nuovo scatenata la grande campagna contro la casta politica: la pagina su facebook, creata tre giorni fa e gestita, sembra, da un ex dipendente di Montecitorio nel frattempo licenziato (che si presenta con lo pseudonimo di Spider Truman) ha acquisito in 60 ora di presenza sul web, oltre 200 mila contatti.

Nella pagina sono state pubblicate una serie di indiscrezioni e di documenti che danno un quadro impressionante e desolante dei privilegi dei parlamentari e che diventano, in occasione del varo della ennesima manovra lacrime e sangue di 80 miliardi di Euro per placare il grande Minotauro -“i mercati”- e la grande finanza speculativa mondiale, un vero e proprio giustificato incitamento alla protesta.

L’operazione, è parte di una campagna molto ben supportata da diversi importanti media e organi di stampa (vedi La Repubblica, e il TG3, fra gli altri), che cerca di orientare il malcontento contro la classe politica e in particolare contro la maggioranza berlusconiana che, ponendo la fiducia, ha rifiutato di approvare, tra gli altri, un emendamento del PD che mirava alla riduzione dei costi della politica.

Questo emendamento, riduceva i costi della politica di 80 milioni di Euro circa, a fronte di un costo complessivo della politica in Italia stimato tra i 4 e i 5 miliardi all’anno. Quindi, ben poca cosa, anche se ovviamente superiore ai 7 milioni di Euro che la maggioranza si è autoridotta con la manovra, essenzialmente attraverso una norma che riduce l’uso delle auto-blu.

Una riduzione utile dei costi della politica, in un frangente come quello attuale, dovrebbe essere di ben altro spessore: almento 500 milioni / un miliardo, altrimenti, su un piano di contribuzione alla riduzione del debito pubblico, serve davvero a poco ed è essenzialmente demagogica.

Non è stato invece evidenziato da nessuno o da pochissimi, che tra gli emendamenti del PD, ve ne era uno, decisivo, che mirava allo smembramento della SNAM rete gas dall’ENI, e la messa sul mercato quindi, della parte più redditizia della multinazionale energetica a partecipazione pubblica; lo stesso emendamento conteneva la proposta di mettere sul mercato tutte le quote eccedenti il 20% di proprietà pubblica di ENI, Enel, Poste, Ferrovie e Finmeccanica e di privatizzare totalmente le circa 20.000 imprese partecipate degli enti locali (regioni, provincie, comuni, ecc.), secondo la visione salvifica della crisi del debito italiano, offerta da Enrico Letta, nella sua intervista a La Repubblica dell’11 luglio.

Questa proposta è pienamente condivisa da Gianfranco Fini, Pierferdinando Casini, che la aveva già fatta intravedere in un suo intervento di poco più di un mese fa (“stiamo lavorando ad un grande piano per la salvezza dell’Italia”) e pare corrispondere anche agli intendimenti di D’Alema, che di privatizzazioni se ne intende. Non è invece condiviso da Fassina, responsabile economico del PD, le cui posizioni sono tuttavia messe in sordina dall’apparato mediatico e praticamente ininfluenti. Questo distinguo di un esponente della segreteria, pone tuttavia la necessità di un chiarimento pubblico ed interno sui reali orientamenti del PD, che per serietà non dovrebbe essere rimandato.

Il progetto lettiano, casinian-finiano, si traduce nel governo tecnico direttamente gestito dai mercati

La nuova e giustificata attenzione alla casta sottoposta a un pubblico processo, analogamente a quanto avvenne agli inizi degli anni ’90, mette in secondo piano (anzi nasconde completamente), i reali obiettivi che ci sono dietro: si tratta del governo tecnico di salvezza nazionale a guida di primari esponenti del mondo finanziario (per esempio, Mario Monti) che dovrebbe succedere a quello di un Berlusconi in pieno disfacimento, ai quali, chissà perchè, viene riconosciuta una superiorità antropologica ed etica rispetto agli esponenti politici.

Ma se la politica sta semplicemente facendo (con questa manovra e con le successive già imminenti) ciò che gli viene chiesto dai mercati (e non dalla gente che dovrebbe rappresentare), come è possibile un giudizio di questo genere ? 

Il perchè consiste semplicemente nel fatto che il vero obiettivo dell’operazione è portare al governo direttamente, senza alcuna mediazione, gli esponenti di questo mondo, in modo che si possa procedere alla rapida svendita di tutti i beni pubblici e di ciò che resta delle grandi aziende di stato, secondo il progetto lettiano e mettendo in totale discussione lo spirito dei risultati referendari di solo un mese fa.

Che questa ipotesi di salvezza nazionale sia destinata al fallimento in partenza è dimostrato dal fatto che ogni politica di privatizzazione adottata degli ultimi 20 anni non ha portato alcun beneficio, se non provvisorio, alla riduzione del debito che anzi, a partire da queste scelte, è sempre aumentato. Ogni grande privatizzazione si è tradotta e si tradurrà concretamente solo in un trasferimento di enormi valori alla dinamica speculativa della finanza mondiale. (in proposito si veda l’effetto odierno, addirittura negativo, della megamanovra nel giudizio di mercati, che, stanto all’ulteriore aumento della differenza di spread tra titoli italiani e tedeschi, si permettono di ignorarla, attendono invece un cambio di governo, cioè il governo annunciato da Letta).

Trasferimenti dallo Stato al privato, dai cittadini alle grandi famiglie delle banche di investimento e dei fondi speculativi, che, in mancanza di essi, crollerebbero.

In questo momento, il messaggio alla casta politica, in subbuglio e per certi versi riottosa ad eseguire i nuovi dictat del mercato, non per suo merito, ma essenzialmente per la sua insita natura clientelare e corporativa, è il seguente:

O fate i bravi, oppure sarete tutti scalzati via in un solo attimo.
Crediamo che non ci si debba prestare a questo giochetto. Se la politica è diventata un’ancella dei poteri economici, e scambia questa funzione con corruzione e privilegi, la soluzione del problema non sta nella sua eliminazione e nella devoluzione del suo potere ai mercati, ma nella ricostruzione di una reale ed effettiva democrazia e di una nuova politica partecipata: la parola d’ordine di un progetto politico alternativo è quindi “fuori la casta, ma fuori anche i poteri ad essa sovrastanti”: lobbies economico-finanziarie, tecnocrati e rappresentanti vari delle oligarchie della rendita.
L’alternativa è cioè nella sconfitta di un progetto di risanamento pubblico guidato secondo i paradigmi monetaristi e neoliberisti, comunque esso si presenti, sia se a dirigerlo siano i rappresentanti delle lobbies reazionarie di quella che, come sosteneva Pasolini, è la borghesia più ignorante d’Europa (quella italiana, con il suo PDL, con la sua Lega, e con la new economy criminale delle mafie), sia se a dirigerlo si candidino quelli che rappresentano i poteri transnazionali della finanza globalizzata che nessuno ha mai eletto (FMI, Banca Centrale Europea, Commissione Europea) e i relativi circoli di compensazione (meta-massonerie come il gruppo Bilderberg, la Commissione Trilaterale, l’Aspen Institute), la cui affidabilità è storicamente nota e a cui fa riferimento parte del PD.

Non cadiamo nel grande trabocchetto che si sta preparando.

Bisogna rilanciare la proposta di democrazia partecipata e diffusa. Il futuro di più generazioni dipenda dall’esito di questa fase. E riguarda il 90% del popolo italiano nel suo insieme. Che sia di ispirazioni ideali di sinistra, o di centro, o di destra.

Ad una trasversalità bipartisan dei poteri bisogna opporre una trasversalità dei beni pubblici e della partecipazione popolare come è avvenuto ed avviene in Val di Susa e come è avvenuto per i referendum contro il nucleare e per l’acqua pubblica, il cui esito dimostra che vi è una maturità del corpo elettorale che trascende le divisioni tradizionali e su cui può essere ricostruito un patto sociale nazionale.

Bisogna rapidamente costruire una nuova soggettività politica e sociale capace di rappresentare questa novità e di conciliare le urgenze strutturali – che si risolvono solo con una vasta ridistribuzione del reddito nazionale effettuata anche per via retroattiva -, con l’ampia tematica dei diritti (dal lavoro, ai generi, ai gay, ai migranti, ecc.), in modo da chiudere gli spazi di manovra a possibili sbocchi autoritari.

Qui gli emendamenti presentati dal PD: evidenziato in giallo l’emendamento citato nell’articolo.

Fonte: SINISTRAINRETE

Come si conquista un Paese: l’attacco della finanza internazionale all’Italia

L’attacco della speculazione che venerdì 8 luglio 2011 è stato diretto dalla finanza internazionale contro la Borsa italiana, provocando un ribasso del 3,47% pari a una perdita di 14,1 miliardi di capitalizzazione, non è una semplice operazione finanziaria.

Chi continua a parlare dei “mercati finanziari” come di una divinità che organizza la vita delle società contemporanee sa perfettamente che questi anonimi “mercati finanziari” hanno nomi e cognomi.

Sono uomini e gruppi che hanno precisi interessi e chiari obiettivi. Come in ogni operazione di destabilizzazione di un intero Paese, cioè, vi sono degli scopi ed essi sono oggi chiaramenteindividuabili.

L’Italia viene attaccata perché in realtà è uno dei Paesi dell’Occidente che meglio ha retto fino ad oggi la crisi finanziaria del 2007, grazie al fatto che i suoi cittadini e la rete delle sue piccole e medie imprese non hanno mai completamente dato ascolto alle sirene della globalizzazione finanziaria. Alcune sue imprese, le sue banche e le sue compagnie assicurative rappresentano quindi oggi un appetitoso obiettivo per chi spera di poterle ricomprare fra qualche mese a prezzi stracciati.

L’Italia viene attaccata perché un suo tracollo economico-finanziario rappresenterebbe il colpo definitivo all’euro e quindi al processo di unificazione europea che sulla moneta unica ha puntato (erroneamente) tutta la propria credibilità; e non vi sono dubbi che, senza l’ultimo presidio del Vecchio Continente, una visione sociale dei rapporti economici verrebbe definitivamente seppellita dalle forze montanti del capitalismo finanziario, da un lato, e dei nuovi capitalismi di Stato, come quello cinese, che, dall’altro, stanno avanzando senza freni sullo scenario mondiale.

L’Italia viene attaccata perché il nostro Paese ha una posizione determinante rispetto ai futuri assetti del Mediterraneo e del Medio Oriente e la confusa ma ancora in qualche modo persistente difficoltà italiana ad allinearsi completamente ad una politica forsennatamente filo-israeliana e didemocracy building all’americana nei Paesi arabo-islamici, rappresenta oggi un ostacolo che deve essere rimosso in breve tempo.

Infine, l’Italia viene attaccata perché la sua classe dirigente, di destra centro sinistra, ha dimostrato di non intendere minimamente quale sia la posta in gioco, essendo strutturalmente impegnata in basse lotte di potere, nella difesa di interessi personalistici e nella copertura di vaste reti di corruzione, condizionamento e compromesso che ne minano alla radice qualsiasi capacità operativa e strategica.

Il potere politico che il capitalismo finanziario mondializzato ha acquisito attraverso la capacità di destabilizzare in modo diretto interi Stati, come dimostrato ampiamente negli ultimi anni, dall’Argentina alla Grecia, dipende da una premessa fondamentale che è stata acriticamente accettata da economisti e politici, vale a dire che proprio gli strumenti della finanza (credito, debito, moneta, assicurazioni, con tutti i loro molteplici derivati moderni) siano i migliori mezzi per garantire la maggiore efficienza nella raccolta e nell’allocazione dei capitali. Il classico concetto dell’economia capitalista della efficienza dei meccanismi auto-regolatori del mercato, grazie al gioco di domanda ed offerta, è stato allargato dal mercato dei beni a quello dei capitali, nonostante costituisca uno dei presupposti del capitalismo, scientificamente e storicamente, dimostratosi del tutto insufficiente, quando non addirittura errato.

Nel caso dei mercati dei beni, questa arcaica interpretazione del rapporto fra domanda, offerta e formazione dei prezzi sostiene, come si sa, che all’aumentare del prezzo di un prodotto, giacché i produttori ne accrescono la produzione in vista di maggiori ricavi, i consumatori riducono la loro domanda, determinando una riduzione e dunque un riequilibrio fra domanda e offerta, che si rifletterebbe positivamente sui prezzi stessi. Per quanto questa presunta legge sia, già nel caso del mercato “tradizionale” dei beni, come è stato dimostrato a suo tempo da Rudolf Steiner, un’arbitraria semplificazione di un meccanismo assai più complesso ed articolato(1) – nel caso dei mercati finanziari, si tratta di una vera e propria falsificazione. Scrivono infatti alcuni economisti “non allineati”:

“Quando i prezzi [delle azioni] crescono, è comune osservare non una riduzione ma una crescita della domanda! Infatti, prezzi crescenti significano un più alto profitto per coloro che possiedono azioni, a motivo dell’incremento di valore del capitale investito. La salita del prezzo attrae in questo modo nuovi acquirenti, cosa che rafforza ulteriormente la tendenza iniziale all’aumento. La promessa di dividendi spinge i trader ad incrementare ulteriormente il movimento. Questo meccanismo funziona fino a quando la crisi, che è non prevedibile ma è inevitabile, si verifica. Questo determina l’inversione delle aspettative e quindi la crisi. Quando il processo diventa di massa, determina un “contraccolpo” che peggiora gli iniziali squilibri. Una bolla speculativa consiste quindi di un aumento cumulativo dei prezzi, che si auto-alimenta. Un processo di questo tipo non produce prezzi più convenienti, ma al contrario prezzi sperequati”(2).

La visione del mercato finanziario come potere regolatore di ultima istanza degli assetti economici mondiali, ha conferito alle forze speculative in esso presenti la possibilità di esercitare un potere di condizionamento politico: non vi è più alcun Paese al mondo che non dipenda in qualche modo da questa ristrettissima élite di signori del denaro, i quali dispongono di uno strumento ideale di controllo, costituito dalle agenzie di rating che, a livello mondiale, sono soltanto cinque, delle quali tre hanno un monopolio di fatto del settore.

Moody’sStandard&Poor’s hanno rappresentato nell’attacco all’Italia, come già avvenuto nel caso della Grecia un anno fa e in tanti altri ancora prima, la vera e propria “voce del padrone”.

Sono stati infatti gli outlook (previsioni) di queste due agenzie di rating, emanati a fine giugno, a dare al mondo della speculazione il segnale che si poteva e si doveva colpire ora l’Italia. Personaggi come Alexander Kockerbeck, vice-presidente di Moody’s, o come Alex Cataldo, responsabile Italia della stessa agenzia, emettono nelle loro interviste vere e proprie sentenze sul presente e sul futuro destino economico del nostro Paese, senza essere dotati di alcuna autorità per poterlo fare.

La fonte del loro potere, che non ha precedenti nella storia, sta infatti semplicemente nel fatto di essere emanazione di società finanziarie internazionali, che ne possiedono interamente il capitale societario, le stesse società finanziarie di cui dovrebbero valutare obiettivamente prodotti e performance.

“Il primo azionista di Moody’s, con il 13,4% del capitale, risultava a fine dicembre del 2009, secondo rilevazioni Reuters, Warren Buffett, il guru di Omaha con il suo fondo Berkshire Hathaway. Al secondo posto con il 10,5% ecco comparire Fidelity, uno dei più grandi gestori di fondi del mondo. E poi è un florilegio di gente che di mestiere compra e vende titoli: si va da State Street a BlackRock a Vanguard a Invesco a Morgan Stanley Investment. Insomma i più grandi gestori di fondi a livello mondiale sono azionisti di Moody’s. E guarda caso lo stesso copione si riproduce in Standard&Poor’s: ecco nell’azionariato comparire in evidenza, a fine 2009, i nomi di Blackrock, Fidelity, Vanguard. Gli stessi nomi. Il che pone una domanda. Che ci fanno gestori di fondi nel capitale di chi dà i voti ai bond emessi dalle stesse società che abitualmente un gestore compra e vende?”(3).

Queste agenzie non hanno alcuno status giuridico, nemmeno negli Stati Uniti; il loro ruolo è stato reso possibile semplicemente dal fatto che il governo degli Stati Uniti le ha definite Nationally Recognized Statistical Rating Organizations (NRSRO) e lo stesso ha fatto la Securities and Exchange Commission(SEC), agenzia governativa che vigila sui mercati azionari(4).

Nonostante le numerose inchieste e audizioni tenutesi negli Usa, proprio come pochi giorni fa è avvenuto in sordina anche presso la Consob italiana, senza che il pubblico sia edotto di quanto emerso, Moody’s, Standard&Poor’s e Fitch continuano da anni a macinare profitti incredibili, sebbene le loro previsioni si siano dimostrate semplicemente ridicole, come mostrano il caso del crollo della Enron o quello di Lehman Brother’s, quando di queste aziende le agenzie in questione hanno continuato a dare fino ad un minuto prima del crack valutazioni di altissima affidabilità. In merito ai loro profitti, diamo di nuovo la parola al già citato giornalista de Il Sole 24 Ore:

“Moody’s, solo nel 2009, per ogni 100 dollari che ha fatturato ne ha guadagnati sotto forma di utile operativo ben 38. Su 1,8 miliardi di ricavi fanno un margine di 680 milioni. Ma attenzione, quel 38% di redditività è un mix tra i servizi di analisi e quelli di assegnazione dei rating. Solo sul mestiere più remunerativo, quello appunto dell’assegnare pagelle, la redditività balza al 42% sui ricavi. Un exploit il 2009? Niente affatto. Gli anni d’oro sono stati altri: nel 2007 il margine operativo era al 50% dei ricavi e
nel 2006 si è toccato il picco del 62% di utili operativi sul fatturato. Un’enormità: 1,26 miliardi di margine su 2 miliardi di fatturato. Se poi si va all’utile netto la musica non cambia. Dal 2005 al 2009 Moody’s ha generato profitti per complessivi 2,8 miliardi”(5).

Si dà quindi il caso del tutto unico che i nostri Paesi siano soggetti a valutazioni di valore internazionale da parte di agenzie che da tali valutazioni traggono direttamente profitto e che sono per di più di proprietà di società finanziarie che da quelle valutazioni possono trarre a loro volta direttamente profitto! Quale affidabilità possano avere e quale valore di regolazione giuridica di mercato, lo lasciamo facilmente dedurre al lettore.

“Stimare il valore di un prodotto finanziario non è paragonabile al misurare una grandezza oggettiva, come, ad esempio, stimare il peso di un oggetto. Un prodotto finanziario è un titolo su di un reddito futuro: per valutarlo, si deve stabilire in anticipo quale sarà questo futuro. Si tratta di una stima, non di una misura obiettiva, dato che nel momento “t” il futuro non è in alcun modo determinato. Negli uffici dei trader è ciò che gli operatori si immaginano che accadrà. Il prezzo di un prodotto finanziario è il risultato di una valutazione, una opinione, una scommessa sul futuro: non vi sono garanzie che questa valutazione dei mercati sia in alcun modo superiore a qualsiasi altra forma di valutazione.

Prima di tutto, la valutazione finanziaria non è neutrale: influisce sull’oggetto che intende valutare, dà avvio e costruisce il futuro che essa immagina. Per questo, le agenzie di rating svolgono un ruolo importante nel determinare il tasso di interesse sui mercati dei bond, assegnando pagelle che sono altamente soggettive, se non addirittura guidate dal desiderio di accrescere l’instabilità come fonte di profitti speculativi. Quando queste agenzie tagliano il rating di uno Stato, accrescono il tasso di interesse richiesto dagli attori finanziari per acquistare titoli del debito pubblico di questo stesso Stato e in tal modo accrescono il rischio della stessa bancarotta che hanno annunciato”(6).

Se dunque il mito dell’efficienza dei mercati finanziari rappresenta il presupposto ideologico di queste operazioni e le agenzie di rating l’incredibile strumento di coordinamento della speculazione, capace di rendere auto-realizzantesi le proprie profezie, occorre mettere in giusta evidenza il fatto che alla base dell’attuale critica situazione dei Paesi europei sta uno specifico elemento, assai poco noto al largo pubblico, vale a dire che il Trattato di Maastricht, nel quadro delle politiche iper-liberiste allora di gran moda, ha fatto un oggettivo regalo ai poteri del capitale finanziario internazionalizzato, allorché ha sancito le modalità che gli Stati membri devono seguire per approvvigionarsi di moneta.

“A livello di Unione Europea, la finanziarizzazione del debito pubblico è stata inserita nei trattati: a partire dal trattato di Maastricht, le banche centrali hanno il divieto di finanziare direttamente gli Stati, i quali devono quindi trovare prestatori sui mercati finanziari. Questa “punizione monetaria” è accompagnata dal processo di “liberalizzazione finanziaria”, che è l’esatto opposto delle politiche adottate dopo la Grande Depressione degli anni Trenta, che prevedeva la “repressione finanziaria” (vale a dire severe restrizioni alla libertà di azione della finanza) e “liberazione monetaria” (con la fine del gold standard). Lo scopo dei trattati europei è di assoggettare gli Stati, che si presuppone siano per natura troppo propensi allo sperpero, alla disciplina dei mercati finanziari, che sono ritenuti per natura efficienti ed onniscienti”(7).

Ecco quindi come, dal livello filosofico-ideologico che santifica i “mercati finanziari”, accolto acriticamente ma interessatamente dalle élite dei tecnocrati comunitari, si sia aperto per legge il varco in Europa all’uso politico del potere del denaro, giungendo a condizionare in modo diretto la vita di intere comunità nazionali: il fatto che gli Stati (e, come loro, regioni, provincie e comuni) siano dovuti andare a cercare i soldi sui mercati finanziari, proprio mentre il credito veniva, come in Italia, trasformato per legge da funzione sociale ad attività esclusivamente lucrativa, pone i nostri Paesi in completa soggezione ai signori della moneta.

Questo non significa affatto voler sorvolare sulle oggettive responsabilità di classi dirigenti, tra cui quella italiana, che non vogliono affrontare radicalmente la questione dell’efficienza delle pubbliche amministrazioni, per il semplice fatto che il pubblico impiego rappresenta un gigantesco serbatoio clientelare che di fatto perpetua la loro sopravvivenza politica, altrimenti inspiegabile.

Significa semplicemente dire, in modo chiaro e definitivo, che l’inefficienza delle amministrazioni pubbliche, che continuano a sprecare somme enormi senza alcuna contropartita sul piano collettivo,non è una valida giustificazione per tollerare le ripetute aggressioni della speculazione internazionale.

Quando giornalisti, che per mestiere dovrebbero disporre di informazioni e dati assai più completi e articolati di quelli che arrivano al largo pubblico, scrivono ancora, su autorevoli quotidiani nazionali, che “quella che continuiamo a chiamare speculazione internazionale in realtà non è altro che la logica di mercato che cerca di sfruttare le occasioni”, non è sciocco chiedersi se si tratta di mala fede o di semplice ottusità: abbiamo infatti già visto che la cosiddetta “logica di mercato” è una logica ideologica e politica. Il mercato, come sacro regolatore dell’economia, non esiste, mentre esistonoattori che nel mercato operano, tra i quali, non certo sacri ma a quanto pare intoccabili, sono gli speculatori e le agenzie di rating di loro emanazione: di tutti costoro si sa ormai perfettamente da anni chi sono, cosa fanno e perché.

Se fossero semplicemente i deficit e le cattive amministrazioni pubbliche a giustificare le “ghiotte occasioni” per la speculazione, questi giornalisti dovrebbero allora chiedersi come mai la speculazione finanziaria colpisca l’Europa e non gli Stati Uniti, il cui debito pubblico è assai più alto di quello medio europeo, e come mai gli attacchi si dirigano contro l’Italia o la Grecia e non contro la California, uno stato americano che è in conclamata bancarotta da anni! Se fossero semplicemente il debito pubblico e la cattiva amministrazione a giustificare questi attacchi, ci si dovrebbe chiedere come mai siano sotto tiro grandi imprese bancarie e assicurative italiane, che hanno applicato alla lettera da anni i più avanzati dettami del capitalismo finanziario globalizzato. Qualcuno dei responsabili di queste aziende sembra cominci ad accorgersene, ora che si trova sotto tiro, stando almeno a quanto ha dichiarato il 9 giugno Giovanni Perissinotto, amministratore delegato del gruppo Generali:

“C’è necessità di una risposta centralizzata e coordinata a livello europeo contro attacchi speculativi, anch’essi coordinati, che stanno investendo alcuni Paesi mediterranei ma che si propongono anche di mettere in discussioni la stessa stabilità dell’euro. (…) Nei ribassi di questi giorni le imprese sono impotenti. Noi siamo disciplinati, promuoviamo l’efficienza, tagliamo i costi. In tutti i Paesi seguiamo una politica di investimenti coerente con gli impegni assunti con gli assicurati. Ma non possiamo continuare ad essere così duramente colpiti dai mercati perché difendiamo il nostro Paese. In una parola perché continuiamo ad investire in titoli di Stato italiani dove sono residenti una parte significativa dei nostri clienti”(8).

Viene quindi finalmente in evidenza, ed è forse l’unico aspetto positivo della tempesta che si annuncia nei prossimi mesi sull’Italia, la necessità di sottrarre i nostri Paesi radicalmente al condizionamento del capitale finanziario internazionalizzato, riaffermando il principio che, nelle nostre democrazie, la gestione della cosa pubblica è demandata a rappresentanti eletti dal popolo.

In questa prospettiva, la liberazione delle nostre economie passa per alcuni punti fondamentali, la cui comprensione non necessita delle spericolate alchimie degli economisti di mestiere: in primo luogo, le imprese devono tornare a rendere conto non agli azionisti ma ai consumatori ed ai lavoratori e la loro efficienza si deve misurare su questo piano, non su quello della loro attività in borsa; in secondo luogo, le pubbliche amministrazioni devono essere snellite a livello territoriale e basate su principi di semplificazione burocratica, efficienza di gestione, qualificazione del personale, spirito di servizio; in terzo luogo, il credito deve tornare ad essere considerato primariamente funzione sociale e quindi deve essere posto sotto il controllo delle forze della produzione economica e non della speculazione e, di conseguenza, lo stesso deve avvenire per la creazione della moneta e dei correlati strumenti finanziari; questi ultimi devono essere in chiara e proporzionata relazione con i beni ed i servizi effettivamente sottostanti e la loro commercializzazione deve potere seguire percorsi chiaramente tracciabili; le attività finanziarie devono essere tassate in modo proporzionale ai volumi posseduti ed all’ampiezza della loro utilizzazione.

Come segnale inequivoco della strada da intraprendere, è a nostro avviso oggi necessario richiedere con urgenza l’apertura di un’inchiesta internazionale sulla condotta delle agenzie di rating, da promuovere presso le Nazioni Unite, allo scopo di verificarne composizione azionaria, conflitti di interesse, liceità delle attività svolte ed effetti diretti ed indiretti della loro condotta sulle economie dei singoli Paesi negli ultimi venti anni; nel frattempo, le attività di rating di queste agenzie, in quanto parti interessate, dovrebbero essere sospese a tempo indeterminato. Si porrebbe in tal modo, in definitiva, all’attenzione dei popoli la questione della sovranità economica delle comunità nazionaliche deve essere oggi considerata l’irrinunciabile presupposto per intraprendere il risanamento dei nostri Paesi. Dubitiamo che le attuali classi dirigenti, tra le quali quella italiana, possano oggi porsi alla testa in Europa di un simile orientamento: ma è questa la sola via per riscattare i nostri popoli dalla schiavitù del debito.

 

1) R. Steiner, I capisaldi dell’economia, Milano, 1982, pp. 110-111.

2) Aa.Vv., “Crisis and debt in Europe: 10 pseudo “obvious facts”, 22 measures to drive the debate out of the dead end”, Real-world economics review, Issue no. 54, 27 September 2010, p. 19.

3) F. Pavesi, “Moody’s, S&P e Fitch, ecco chi comanda nelle agenzie di rating”, Il Sole 24 Ore, 9 maggio 2010.

4) F. William Engdahl, “The Financial Tsunami: Sub-Prime Mortgage Debt is but the Tip of the Iceberg”, Global Research, November 23, 2007.

5) F. Pavesi, loc. cit.

6) Aa.Vv., “Crisis and debt in Europe”, cit., p. 23.

7) Ivi, p. 26.

8 ) G. Perissinotto, “Serve una risposta europea agli attacchi”, Il Sole 24 Ore, 9 luglio 2011.

di: Gaetano Colonna

Fonte: http://www.clarissa.it/ultimora_nuovo_int.php?id=146.

 

“Debtocracy”, processo alla crisi

Un documentario prodotto e diffuso tramite internet cerca di capire come è stato accumulato l’enorme debito pubblico del paese e punta il dito contro i responsabili. Dopo il suo inaspettato successo, il dibattito è esploso


Argyris PapastathisLina Psaila

Tutti parlano di “Debtocracy”, un documentario dei giornalisti Katerina Kitidi e Aris Hatzistefanou sulla crisi greca. Girato con i loro risparmi e i contributi di qualche amico, il documentario è stato pubblicato gratuitamente su debtocracy.gr. In meno di dieci giorni lo hanno visto quasi 600mila persone. Ogni giorno sostenitori e critici del documentario scambiano le loro opinioni su Facebook, Twitter o sui blog.

I protagonisti di questo documentario (circa 200 personalità) hanno firmato una petizione per l’istituzione di un comitato internazionale che investighi sull’origine del debito e individui i responsabili. Per loro la Grecia avrebbe il diritto di rifiutare il rimborso del suo “debito ingiustificato”, cioè del debito accumulato attraverso atti di corruzione commessi contro l’interesse della società.

Debtocracy è un atto politico e presenta un punto di vista ben definito sugli avvenimenti che hanno portato la Grecia sull’orlo del baratro. Le opinioni vanno tutte in una direzione, quella scelta dagli autori, che fin dai primi minuti mettono in chiaro il loro modo di vedere le cose: “In quasi 40 anni due partiti, tre famiglie politiche e alcuni grandi imprenditori hanno portato la Grecia al fallimento. Questa gente ha smesso di pagare i cittadini per salvare i suoi creditori”.

Gli autori del documentario non danno la parola a quelli che considerano come “complici” di questo fallimento. I primi ministri e i ministri delle finanze degli ultimi dieci anni in Grecia sono presentati come i responsabili di una serie di connivenze che hanno spinto il paese nel precipizio.

Il direttore generale dell’Fmi, Dominique Strauss-Kahn, che si è presentato ai greci come il medico del paese, è paragonato al dittatore Georges Papadopoulos [primo ministro sotto il regime dei colonnelli dal 1967 al 1974]. Il parallelo è proposto fin dall’inizio del documentario, ma Strauss-Kahn non ha diritto ad alcuna replica. Alla domanda “Perché non far intervenire le persone prese di mira?” Katerina Kitidi risponde che è “una domanda che bisogna porre a molti media, che in questi ultimi tempi trasmettono un solo punto di vista sulla situazione. Noi volevamo offrire un altro approccio, che mancava da tempo”.

Come in Ecuador

Per Aris Hatzistefanou quello che conta è l’indipendenza del documentario: “Non avevamo scelta. Per evitare i vincoli che ci avrebbero imposto le case di produzione, le istituzioni o i partiti, per realizzarlo ci siamo rivolti direttamente al pubblico. Il documentario appartiene quindi ai nostri ‘coproduttori’ che hanno contribuito via internet. Ed è per questo che non ci sono stati problemi di diritti. Il nostro scopo è quello di diffonderlo il più possibile”.

Il documentario si serve dei casi dell’Ecuador e dell’Argentina per sostenere la tesi secondo la quale il rapporto di un comitato di esperti  può essere utilizzato come strumento di negoziazione per cancellare una parte del debito e il blocco degli stipendi e delle pensioni.

“Cerchiamo di prendere spunto dagli esempi di paesi che hanno detto no all’Fmi e ai creditori stranieri. A questo scopo abbiamo parlato alle persone che hanno condotto questa valutazione in Ecuador e che hanno dimostrato come gran parte del debito fosse illegale”, dice Katerina Kitidi. Debtocracy evita però di sottolineare alcune differenze significative fra l’Ecuador e la Grecia, per esempio le riserve petrolifere del paese sudamericano. (traduzione di Andrea De Ritis)

Press Europ

In Svizzera il conclave dei potenti

L’annuale riunione a porte chiuse del gruppo Bilderberg si terrà dal 9 al 12 a St.Moritz


Si terrà dal 9 al 12 giugno a St.Moritz, in Svizzera, la riunione del gruppo Bilderberg, il conclave che ogni anno, dal 1954, raccoglie l’élite economica, politica e militare occidentale per discutere a porte chiuse, nella massima riservatezza, dei principali problemi globali del momento e delle politiche da promuovere nelle sedi internazionali ufficiali (Ue, Fmi, G8, G20, ecc).

Grand Hotel Kempinski (foto) o all’Hotel Suvretta House (foto). Ma, visti gli ordini del giorno dei passati meeting, è facile immaginare che si parlerà di guerra in Libia e di rivoluzione in Siria, di Afghanistan e Pakistan, di crisi economica e prezzo del petrolio e, se non sarà già stata decisa, della successione di Strauss-Kahn alla guida del Fondo monetario internazionale.

Giovani socialisti grigionesi hanno già presentato alle autorità cantonali la richiesta di tenere una manifestazione anti-Bilderberg l’11 giugno a St. Moritz, all’insegna dello slogan‘L’essere umano prima del mercato – Osare più democrazia”. Ma, viste le rigidissime misure di sicurezza solitamente adottate in occasione di questi summit, è difficile che la protesta verrà autorizzata.

A parte questo, l’unica voce critica alzatasi contro il summit globalista è quella di Dominique Baettig, parlamentare della destra nazionalista dell’Udc-Svp (quella delle campagne xenofobe contro i minareti e contro gli immigrati italiani), lo stesso personaggio che a febbraio costrinse Bush ad annullare la sua visita in Svizzera dopo aver chiesto al governo elvetico di arrestare l’ex presidente Usa per crimini di guerra.

Baettig ha scritto una lettera al Dipartimento federale di giustizia e polizia, stigmatizzando anche stavolta il fatto che diversi partecipanti all’incontro – dallo stesso George Bush, al suo ex vice Dick Cheney all’inossidabile Henry Kissinger – sono responsabili di crimini di guerra e contro l’umanità, e denunciando quelli che, a suo dire, sono gli obiettivi dell’élite riunita dal Bilderberg.

”Questo discreto ma influente gruppo promuove un modello sociale ultraliberista con una moneta unica mondiale e l’Fmi come tesoriere” – scrive Baettig – ”gioca con le paure globalizzate, manipolando i mass media controllati, per imporre terapie d’urto dagli effetti sociali devastanti” che ”favoriscono l’indebitamento degli Stati nei confronti delle banche”.

”Privatizzano eserciti e polizie, pianificano azioni contro Stati sovrani” e ”programmano la fine della democrazia, con lo spostamento del potere dagli Stati a istituzioni sovranazionali non elette”.

Se queste innegabili tendenze globali siano o meno frutto di decisioni prese a tavolino durante gli incontri del Bilderberg lo sa solo chi vi prende parte. Da quando questa organizzazione privata, lo scorso anno, ha deciso di uscire dall’ombra con la pubblicazione di un sito web ufficiale si conoscono i nomi dei partecipanti* e gli ordini del giorno, ma non le decisioni prese: quelle rimangono coperte dal massimo riserbo.

Le personalità italiane che, secondo le liste ufficiali, hanno partecipato agli ultimi incontri del Bilderberg sono Mario Draghi, Romano Prodi, Mario Monti, Paolo Scaroni, Tommaso Padoa-Schioppa, John Elkann, Franco Bernabè, Domenico Siniscalco, Fulvio Conti e Gianfelice Rocca.

di: Enrico Piovesana

PeaceReporter.net

Verso la Terza Guerra Mondiale: le origini [Parte 1]

di: Andrew Gavin Marshall

Introduzione
Di fronte al crollo economico globale totale, le possibilità di un conflitto mondiale sono in aumento. Storicamente, i periodi di declino imperiale e crisi economica sono contrassegnati da un aumento di violenza e guerre internazionali. Il declino dei grandi imperi europei è stato segnato dalla prima e dalla seconda guerra mondiale e dalla Grande Depressione che avvenne nel periodo intermedio.
Attualmente, il mondo sta assistendo al declino dell’impero americano, in sé un prodotto della fine della seconda guerra mondiale. Come egemone imperiale del dopoguerra, l’America creò l’odierno sistema monetario internazionale regnando sia come leader che come arbitro della politica economica globale.
Per dirigere l’economia politica globale, gli Stati Uniti hanno creato la singola più grande e potente forza militare nella storia del mondo. Il controllo sull’economia globale richiede che ci sia una costante presenza e azione militare.
Ora che sia l’impero americano che l’economia politica globale sono in crisi e prossimi al crollo, la prospettiva di una conclusione violenta all’età imperiale americana sta aumentando drasticamente.
Questo saggio è suddiviso in tre parti. La prima parte riguarda la strategia geopolitica degli Stati Uniti-NATO dalla conclusione della guerra fredda all’inizio del Nuovo Ordine Mondiale, delineando la strategia imperiale occidentale che ha portato alla guerra in Jugoslavia e “alla guerra al terrore”.  La seconda parte analizza la natura “delle rivoluzioni morbide” o “colorate” nella strategia imperiale degli Stati Uniti, concentrandosi sull l’instaurazione dell’egemonia sull’Europa Orientale e l’Asia centrale. La terza parte analizza la natura della strategia imperiale per costruire un nuovo ordine mondiale, con particolare attenzione ai conflitti in aumento  in Afghanistan, nel Pakistan, nell’Iran, America Latina, in Europa Orientale ed in Africa; ed il potenziale che questi conflitti hanno per far iniziare una nuova guerra mondiale contro la Cina e la Russia.

Definire una nuova strategia imperiale
Nel 1991, con il crollo dell’Unione Sovietica, la politica estera degli Stati Uniti-NATO ha dovuto ripensare il proprio ruolo nel mondo. La Guerra Fredda è servita a  giustificare l’espansione imperialista degli Stati Uniti nel mondo allo scopo di “contenere” la minaccia sovietica. La NATO in sé è stata creata ed esiste con l’ unico obiettivo di forgiare l’alleanza anti-Sovietica. Con la caduta dell’URSS, la NATO non aveva più alcun motivo di esistere e gli Stati Uniti hanno dovuto trovare un nuovo scopo per la propria strategia imperialista nel mondo.

Nel 1992, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, sotto la direzione del Segretario della Difesa Dick Cheney (successivamente vice di George W.Bush) e il Sottosegretario del Pentagono alla Difesa, Paul Wolfowitz (più tardi sarà Segretario delegato della Difesa di George Bush e presidente della banca mondiale) scrisse un documento guida della difesa per la politica estera americana nell’era post-guerra fredda, comunemente indicato come “il Nuovo Ordine Mondiale”.

Il documento guida di pianificazione della difesa venne rilasciato nel 1992 rivelando che “in un’ampia dichiarazione per una nuova politica che è nella relativa fase di elaborazione definitiva, il Dipartimento della Difesa afferma che la missione politica e militare dell’America nell’era post-guerra fredda sarà quella di accertarsi che a nessuna superpotenza rivale sia permesso di emergere nell’ Europa occidentale, nell’Asia o nei territori dell’ex Unione Sovietica” e che, “il documento classificato crea le condizioni per un mondo dominato da una superpotenza la cui posizione può essere perpetuata tramite un comportamento costruttivo e una forza militare sufficiente a scoraggiare qualsiasi nazione o gruppo di nazioni dallo sfidare il primato americano”

Inoltre “la nuova bozza delinea un mondo in cui c’è un potenza militare dominante i cui leader devono attuare i meccanismi per dissuadere i potenziali competitori persino dall’aspirare anche ad un ruolo regionale o globale più grande”. Tra le sfide necessarie alla supremazia americana, il documento “ha postulato le guerre regionali contro l’Iraq e la Corea del Nord” ed iindividua la Cina e la Russia come le maggiori minacce. Il documento inoltre “suggerisce che gli Stati Uniti potrebbero anche considerare la possibilità di estendere nell’ Europa centrale e orientale le operazioni di ‘contenimento’, similmente a quanto avviene per i paesi dell’Arabia Saudita, Kuwait e gli altri paesi arabi lungo il Golfo Persico.„ [1]

NATO e Jugoslavia
Le guerre in Jugoslavia durante tutto il 1990 sono servite come pretesto per l’esistenza della NATO nel mondo e per l’ampliamento degli interessi imperiali americani nell’Europa dell’est. La Banca Mondiale e FMI hanno posto le basi per la destabilizzazione della Jugoslavia. Dopo aver a lungo vissuto sotto il dittatore Josip Tito, morto nel 1980, la Jugoslavia ha attraversato una crisi di leadership. Nel 1982, i funzionari della politica estera americana hanno organizzato un piano di prestiti da parte del FMI e della Banca Mondiale, indicati come Programmi di aggiustamento strutturale (SAPs), con lo scopo di gestire la crisi del debito che sfiorava i 20 miliardi di dollari. L’effetto di questi prestiti, nell’ambito dei SAPs, ha fatto si che essi provocassero “uno sconvolgimento economico e politico…La crisi economica ha minacciato la stabilità politica…ed ha inoltre rischiato di aggravare le già alte tensioni etniche”.[2]

Nel 1989, Slobodan Milosevic divenne presidente della Serbia, la più grande e potente delle repubbliche jugoslave. Sempre nel 1989, il premier della Yugoslavia viaggiò negli Stati Uniti per incontrare il presidente George H.W. Bush, al fine di negoziare un altro pacchetto di aiuti finanziari. Nel 1990, parti’ il programma finanziario della Banca Mondiale/Fondo Monetario Internazionale, e le spese dello stato jugoslavo andarono esclusivamente al rimborso del debito. Di conseguenza, i programmi sociali vennero smantellati, la moneta fu svalutata, gli stipendi congelati mentre i prezzi subirono un forte rialzo. Le riforme “alimentarono tendenze separatiste dovute a fattori economici  e divisioni etniche, praticamente garantendo de facto la secessione della Repubblica”, che condusse al distaccamento della Croazia e della Slovenia nel 1991. [3]

Nel 1990, fu rilasciato dalla comunità di intelligence degli Stati Uniti un rapporto intitolato ‘National Intelligence Estimate (NIE)’, che prevedeva la scissione della Jugoslavia e lo scoppio della guerra civile, attribuendo al presidente serbo Slobodan Milosevic la responsabilità della successiva destabilizzazione[4].

Nel 1991, scoppiò il conflitto tra la Jugoslavia e la Croazia, dopo che quest’ultima dichiarò la propria indipendenza. Un cessate il fuoco venne raggiunto nel 1992. Eppure i croati continuarono a mettere in campo piccole offensive militari fino al 1995 non che partecipando anche alla guerra in Bosnia. Nel 1995, la Croazia intraprese l’operazione Tempesta, per cercare di riconquistare la regione della Krajina. Un generale croato è stato recentemente messo sotto processo alla Corte Internazionale dell’Aia per crimini di guerra durante questa battaglia, che è stata fondamentale per guidare i serbi fuori dalla Croazia e “cementare l’indipendenza della Croazia”. Gli Stati Uniti sostennero queste operazioni e la CIA fornì attivamente informazioni di intelligence alle forze croate  provocando tra i 150.000 e 200.000 profughi serbi, in gran parte tramite omicidi, saccheggi, incendiando i villaggi e compiendo atti di pulizia etnica. [5]
L’esercito croato fu addestrato  da consiglieri americani, mentre gli uomini della CIA supportavano tutto il resto delle operazioni.[6].

L’amministrazione Clinton diede il ‘via libera’ all’Iran per armare i musulmani bosniaci e “dal 1992 fino al gennaio 1996 ci fu un afflusso di armi iraniane e consulenti in Bosnia”. Inoltre, “l’Iran e altri paesi musulmani contribuirono a portare i mujihadeen combattenti in Bosnia per combattere con i musulmani contro i serbi, i‘guerrieri sacri’ delll’Afghanistan, Cecenia, Algeria e Yemen, alcuni dei quali avevano anche sospetti legami con i campi di addestramento di Osama bin Laden in Afghanistan”.

Fu “l’intervento occidentale nei Balcani [ad] esacerbare le tensioni e contribuito a sostenere le ostilità. Riconoscendo le repubbliche e i gruppi separatisti nel 1990/1991, le élites occidentali – americani, britannici, francesi e tedeschi – minarono le strutture di governo in Jugoslavia aumentando le insicurezze, infiammando i conflitti ed inasprendo le tensioni etniche. Ed offrendo sostegno logistico alle varie parti durante la guerra, l’intervento occidentale sostenne di fatto lo stesso conflitto nella metà degli anni 1990. La scelta di Clinton di prendere le parti dei musulmani bosniaci sulla scena internazionale e le richieste della sua amministrazione alle Nazioni Unite di alleggerire l’embargo militare in modo che i musulmani e i croati potessero essere armati contro i serbi, deve essere vista in questa luce” [7].

Durante la guerra in Bosnia, “ci fu atto un grande traffico di contrabbando di armi attraverso la Croazia,  organizzato dalle agenzie clandestine degli Stati Uniti, Turchia e Iran, insieme con una serie di gruppi radicali islamici, tra cui i mujihadeen afghani e il filo-iraniano Hezbollah”. Inoltre, “i servizi segreti di Ucraina, Grecia e Israele erano impegnati ad armare i serbo-bosniaci”.[8] Anche l’ intelligence tedesca,la BND,favorì i traffici di armi verso i musulmani di Bosnia e Croazia per combattere contro i serbi. [9] Gli Stati Uniti avevano influenzato la guerra nella regione in una  varietà di modi. Come  riportò l’Observer nel 1995, una parte importante del loro coinvolgimento avvenne attraverso la “Military Professional Resources Inc. (MPRI), una società privata con sede in Virginia composta da generali in pensione e funzionari dei servizi segreti. L’ambasciata americana a Zagabria ammise che la MPRI stava addestrando i croati su licenza del governo degli Stati Uniti”. Inoltre, gli olandesi “erano convinti del coinvolgimento delle forze speciali americane nell’addestramento dell’esercito bosniaco e serbo-bosniaco (UAV)”. [ 10]

Già nel 1988, il leader della Croazia incontrò il cancelliere tedesco Helmut Kohl per creare “una politica comune con l’obiettivo di spezzare la Jugoslavia” e portare la Slovenia e la Croazia nella “zona economica tedesca”. Ufficiali dell’esercito degli Stati Uniti sono vennero spediti in Croazia, Bosnia, Albania e Macedonia come “consulenti” e portati nelle forze speciali statunitensi per offrire aiuto. [11] Durante i nove mesi del cessate il fuoco della guerra in Bosnia-Erzegovina, sei generali degli Stati Uniti hanno incontrato i leader dell’esercito bosniaco per pianificare l’offensiva che ruppe il cessate-il-fuoco. [12] Nel 1996, la mafia albanese, in collaborazione con l’Esercito di liberazione del Kosovo (UCK), un’organizzazione militante di guerriglia, prese il controllo delle rotte di enormi traffici di cocaina attraverso i Balcani. L’UCK era legato ai combattenti mujaheddin in Afghanistan, compreso Osama bin Laden. [13] Nel 1997 l’UCK iniziò le ostilità contro le forze serbe [14] e nel 1998 il Dipartimento di Stato americano rimosse l’UCK dalla lista delle organizzazioni terroristiche. [15] Prima e dopo il 1998, l’UCK ricevette armi,addestramento e il sostegno dagli Stati Uniti e della NATO,con  il Segretario di Stato di Clinton, Madeline Albright, che aveva stretti rapporti politici con il leader dell’UCK Hashim Thaci. [16]

Sia la CIA che l’intelligence tedesca, il BND, appoggiarono,prima e dopo il bombardamento della NATO del 1999,i terroristi dell’UCK in Jugoslavia.Il BND aveva contatti con l’UCK sin dai primi anni ‘90, nello stesso periodo in cui l’UCK intratteneva rapporti con Al-Qaeda [17]. Diversi membri dell’UCK furono addestrati da Osama bin Laden in Afghanistan e persino l’ONU dichiarò che gran parte degli atti di violenza che si sono verificati provenivano da membri dell’UCK, specialmente quelli alleati con Hashim Thaci. [18] Nel marzo del 1999 i bombardamenti della NATO nel Kosovo furono giustificati dal pretesto di porre fine alla repressione serba degli albanesi del Kosovo, definita un genocidio. L’amministrazione Clinton dichiarò che erano almeno 100.000 gli albanesi del Kosovo dispersi e “ che potrebbero essere stati uccisi” dai serbi. Bill Clinton in persona paragonò gli eccidi in Kosovo all’Olocausto degli ebrei. Il Dipartimento di Stato americano aveva affermato che si temeva che fossero fino a 500.000 gli albanesi morti. Alla fine, la stima ufficiale fu ridotta a 10000 e dopo le relative indagine, è stato rivelato gli albanesi morti per mano dei serbi non  potevano essere più di 2500. Durante la campagna di bombardamenti della NATO, tra i 400 e i 1500 civili serbi rimasero uccisi, con crimini di guerra della NATO, compreso il bombardamento di una stazione televisiva serba e un ospedale. [19]
Nel 2000, il Dipartimento di Stato Usa, insieme con l’American Enterprise Institute, AEI, tenne una conferenza in materia di integrazione euro-atlantica in Slovacchia. Tra i partecipanti vi erano molti capi di stato, funzionari degli affari esteri e ambasciatori di vari paesi europei, nonché i funzionari delle Nazioni Unite e della NATO. [20] Una lettera di corrispondenza tra un uomo politico tedesco presente alla riunione e il Cancelliere tedesco rivelò la vera natura della campagna della NATO in Kosovo. Con la conferenza che chiedeva una rapida dichiarazione di indipendenza per il Kosovo, palesando il fatto che la guerra in Jugoslavia era stata portata avanti con per allargare la NATO, la Serbia sarebbe dovuta essere esclusa definitivamente dal piano di sviluppo europeo per giustificare una presenza militare americana nella regione e l’espansione territoriale nei Balcani è stata in ultima analisi progettata allo scopo di contenere la Russia [21].
Di importanza significativa è il fatto che “la guerra ha creato una ragion d’ essere per la sopravvivenza della NATO in un mondo post-guerra fredda, dato che che si è disperatamente tentato di giustificare la sua esistenza e il suo desiderio di espansione”. Inoltre, “ i russi pensavano che la NATO si sarebbe sciolta dopo la guerra fredda, ma essa non solo si è allargata, ma è entrata anche in guerra intromettendosi in una disputa interna di un paese slavo dell’Europa orientale”. Questo è stata vista come una grande minaccia dalla Russia. Così, “gran parte dei rapporti tesi tra gli Stati Uniti e la Russia negli ultimi dieci anni possono essere ricondotti proprio alla guerra del 1999 contro la Jugoslavia”.[22]

La Guerra al Terrore e il Progetto per il Nuovo Secolo Americano (PNAC)
Quando Bill Clinton divenne Presidente, i falchi neo-conservatori dell’ amministrazione di George H.W. Bush formarono un think tank  chiamato  ‘Progetto per il Nuovo Secolo Americano’, o PNAC. Nel 2000 pubblicarono una relazione dal titolo ‘Ricostruire la Difesa dell’America: Strategia, Forze e Risorse per un nuovo secolo’. Sulla base del documento ‘Defense Policy Guidance’, affermano che “gli Stati Uniti devono mantenere forze sufficienti in grado di organizzare e vincere in breve tempo guerre multiple e simultanee su larga scala”. [23] Inoltre “è necessario mantenere forze di combattimento sufficienti a combattere e vincere su più teatri di guerra contemporaneamente” [24] e che “è importante che il Pentagono inizi a calcolare le forze necessarie per proteggere, senza alcun aiuto esterno, gli interessi americani in Europa, Asia orientale e nel Golfo in ogni momento”.[25 ]
È interessante notare che il documento afferma che “gli Stati Uniti hanno per decenni cercato di svolgere un ruolo più permanente nella sicurezza regionale del Golfo. Mentre il conflitto irrisolto con l’Iraq fornisce una giustificazione immediata, la necessità di una presenza sostanziale di forze americane nel Golfo trascende la questione del regime di Saddam Hussein”.[26] Tuttavia, nel sostenere un massiccio incremento delle spese per la difesa e per l’espansione dell’impero americano in tutto il mondo, tra cui la distruzione forzata di numerosi paesi attraverso i principali teatri di guerra, il rapporto afferma che “il processo di trasformazione, anche se porterà a cambiamenti rivoluzionari, sarà probabilmente lungo e potrebbe comprendere anche un evento catastrofico e catalizzatore – come una nuova Pearl Harbor”.[27].Tale evento si verificò un anno dopo con i fatti del l’11 settembre 2001. Molti tra gli autori di quel rapporto e i membri del PNAC erano diventati funzionari nell’amministrazione Bush, trovandosi dunque nella posizione maggiormente conveniente per mettere in atto il loro “Progetto” dopo aver ottenuto la loro “nuova Pearl Harbor”.

Il piano di guerra era “già in fase di sviluppo da parte dei think tanks di estrema destra negli anni Novanta, organizzazioni in cui militavano i guerrieri della guerra fredda provenienti dai servizi segreti, delle chiese evangeliche, delle multinazionali industrie belliche e delle compagnie petrolifere forgiavano i loro piani per realizzare un Nuovo Ordine Mondiale”. Per fare questo, “gli Stati Uniti avrebbero bisogno di usare tutti i mezzi – diplomatici, economici e militari, anche guerre di aggressione – per garantirsi la possibilità di avere il controllo permanente delle risorse del pianeta e la capacità di controllare ogni possibile rivale, anche quelli deboli”.

Tra le persone coinvolte nel PNAC e nei piani per l’impero vi erano “Dick Cheney – Vice Presidente, Lewis Libby – capo dello staff di Cheney, Donald Rumsfeld – Ministro della Difesa, Paul Wolfowitz – vice di Rumsfeld, Peter Rodman – responsabile di “Questioni di Sicurezza Globale”, John Bolton – Segretario di Stato per il controllo degli armamenti, Richard Armitage – Vice Ministro degli Esteri, Richard Perle – ex Vice Ministro della Difesa sotto Reagan, oggi capo del Defense Policy Board, William Kristol – direttore del PNAC e consigliere di Bush, noto come il cervello del presidente, Zalmay Khalilzad, che divenne poi ambasciatore in Afghanistan e in Iraq in seguito ai cambiamenti di regime in quei paesi”. [28]

“La Grande Scacchiera” di Brzezinsky
Il falco-stratega Zbigniew Brzezinski, co-fondatore della Commissione Trilaterale insieme a David Rockefeller, ex consigliere alla Sicurezza nazionale e il personaggio chiave nella politica estera dell’amministrazione di Jimmy Carter, ha scritto anche un libro sulla geostrategia americana. Brzezinski inoltre è anche  membro del Council on Foreign Relations (CFR) e del Gruppo Bilderberg, nonche del consiglio di Amnesty International, il Consiglio Atlantico e il National Endowment for Democracy. Attualmente è  amministratore fiduciario e consulente presso il Centro di Studi Strategici e Internazionali (CSIS), il più importante thinkthank politico americano. Nel suo libro pubblicato nel 1997, “La Grande Scacchiera” Brzezinski delineò una strategia per l’America nel mondo. Scrisse, “Per l’America, l’obiettivo geopolitico principale è l’Eurasia. Per mezzo millennio gli affari del mondo sono stati dominati da potenze eurasiatiche e da popoli che hanno combattuto l’uno contro l’altro per il dominio regionale tentando di allungare le mani sul potere globale”. “Il modo in cui  l’America ‘controlla’ l’Eurasia è fondamentale. Essa è il continente più grande del mondo ed è geopoliticamente assiale. Un potenza che domini l’Eurasia controllerebbe due delle tre regioni del mondo più avanzate ed economicamente produttive . Un semplice sguardo alla cartina suggerisce anche che il controllo dell’Eurasia comporterebbe quasi automaticamente la subordinazione dell’Africa”. [29]

Brzezinski continua a delineare una strategia per l’impero americano affermando che “è imperativo che non emerga nessuno sfidante euroasiatico in grado di dominare l’Eurasia e quindi di competere con l’America. La formulazione di una geostrategia eurasiatica globale e integrata è dunque lo scopo di questo libro”.[30] “Due azioni base sono necessarie: in primo luogo, identificare gli stati eurasiatici geostrategicamente dinamici che sono in grado di provocare un cambiamento potenzialmente importante nell’equilibrio internazionale del potere e decifrare i principali obiettivi esterni delle loro èlite politiche e le probabili conseguenze se riuscissero a raggiungerli. In secondo luogo, formulare specifiche politiche per gli Stati Uniti con lo scopo di compensare, cooptare e/o controllare quanto sopra”. [31]

Ciò significa che in primo luogo è di importanza primaria identificare gli stati potenzialmente in grado di uscire dalla sfera di influenza degli Stati Uniti e in seguito“compensare, cooptare e/o controllare” questi stati e i contesti in cui  agiscono. Uno di questi Stati  è l’Iran, essendo uno dei maggiori produttori al mondo di petrolio e che si trova in una posizione lungo l’asse  Europa, Asia, Medio Oriente. L’Iran potrebbe alterare l’equilibrio dei poteri in Eurasia se fosse strettamente alleato con la Russia o la Cina, o con entrambi, dando a queste due nazioni notevoli forniture di petrolio e nello stesso tempo esercitando una notevole influenza sul Golfo mettendo quindi in discussione l’egemonia americana nella regione.

Brzezinski a questo punto diventa più esplicito, scrivendo, “Per dirla con una terminologia che richiama il periodo più violento degli antichi imperi, i tre maggiori imperativi della geostrategia imperiale sono impedire la collusione e assicurare la sudditanza da parte dei vassalli, garantire i flussi tributari ed evitare alleanze tra i barbari”. [32]

Brzezinski definisce le repubbliche dell’Asia Centrale i ‘Balcani Euroasiatici’, scrivendo, “Inoltre, esse [le repubbliche dell’Asia Centrale],sono importanti dal punto di vista della sicurezza e delle ambizioni storiche, almeno quanto tre dei loro più potenti vicini, cioè la Russia, la Turchia e l’Iran, con la Cina che si sta facendo notare per un crescente interesse politico nella regione. Ma i Balcani Eurasiatici sono infinitamente più importanti come potenziale premio economico. Una concentrazione enorme di gas naturale e di riserve di petroli osi trova in quelle regioni , oltre a importanti minerali, compreso l’oro”. [33]

Continua dicendo che: “Ne consegue che l’interesse primario dell’America è quello di contribuire a garantire che nessuna singola potenza arrivi a controllare questo spazio geopolitico e che la comunità mondiale possa avere libero accesso finanziario ed economico”. [34] Questo è un chiaro esempio del ruolo che ha  l’America come motore dell’impero; con una politica estera imperiale destinata a  mantenere le posizioni stragiche degli USA , ma soprattutto e “infinitamente più importante” è quello di garantire “un vantaggio economico” per “la comunità internazionale”. In altre parole, gli Stati Uniti è una potenza egemone imperiale che lavora per gli interessi finanziari internazionali.

Brzezinski ha anche avvertito del fatto che “per gli Stati Uniti può divenire necessario come far fronte al le coalizioni regionali che cerchino di spingere l’America fuori dall’Eurasia, minacciando in tal modo lo status dell’America come potenza mondiale.” [35] e  “spinge per concessioni a chiunque manovri e manipoli al fine di prevenire l’emergere di una coalizione ostile che alla fine sarebbe in grado di sfidare il primato degli Stati Uniti”. Quindi, “Il compito più immediato è quello di assicurarsi che nessuno stato o una combinazione di stati sia in grado di ottenere la capacità di espellere gli Stati Uniti dall’Eurasia o anche di diminuire significativamente il suo ruolo decisivo di arbitro”. [36]

La guerra al terrore e il surplus di imperialismo

Nel 2000 il Pentagono ha pubblicato  un documento chiamato ‘Joint Vision 2020′, che delineava un progetto per realizzare quello che hanno chiamato ‘Full Spectrum Dominance’. “Con ‘Full-Spectrum Dominance’ si intende la capacità delle forze militari Usa, operando da sole o con gli alleati, di sconfiggere ogni avversario e controllare ogni situazione in tutta la gamma delle operazioni militari”. Il rapporto “indirizza la ‘Full-Spectrum Dominance’ verso tutti i tipi di conflitto, dalla guerra nucleare alle guerre con un numero elevato di uomini fino a quellesu scala minore. Affronta anche le situazioni amorfe come le operazioni di mantenimento della pace e interventi umanitari”. Inoltre, “Lo sviluppo di una griglia globale di informazione fornirà il contesto per importanti decisioni”. [37]

Da economista politico, Ellen Wood spiega che, “Il dominio senza confini di una economia globale,e dei diversi stati che l’amministrano, richiede un intervento militare senza fine, in termini di tempo e obiettivi “. [38] Inoltre, “Il dominio imperiale in una economia capitalista globale richiede un delicato e contraddittorio equilibrio tra la repressione della concorrenza  e il mantenimento di condizioni di competitività economica per i mercati e generare profitti. Questa è una delle contraddizioni fondamentali del nuovo ordine mondiale”. [39]

Dopo l’11 settembre 2001, la “dottrina Bush” è stata messa in atto,richiedendo “un diritto unilaterale ed esclusivo di attacco preventivo, in qualsiasi momento, dovunque, libero da eventuali accordi internazionali, per garantire che le (nostre) forze militari siano abbastanza forti da dissuadere i potenziali avversari dal perseguire un potenziamento militare nella speranza di superare o eguagliare il potere degli Stati Uniti”. [40].

La NATO ha intrapreso,nella sua storia, la sua  prima invasione di terra di un’altra nazione con l’occupazione nel 2001 dell’Afghanistan . La guerra in Afghanistan è stata di fatto prevista prima degli eventi dell’11 settembre 2001, con la ripartizione degli  accordi  stipulati tra le grandi compagnie petrolifere occidentali e i talebani per l’oleodotto transafgano. La guerra è stata progettata durante l’estate del 2001 con il piano di entrare in guerra nella metà ottobre [41].

L’Afghanistan è  estremamente importante dal punto di vista geopolitico in quanto  “Il trasporto di tutto il combustibile fossile del bacino del Caspio attraverso la Russia o l’Azerbaigian potrebbe migliorare notevolmente il controllo politico ed economico della Russia sulle repubbliche dell’Asia centrale, che è precisamente quello che l’Occidente ha cercato di impedire negli ultimi 10 anni.. Le tubazioni attraverso l’Iran arricchirebbe un regime che gli Stati Uniti cercano di isolare. Il passaggio attraverso la Cina, indipendentemente da considerazioni strategiche, avrebbe invece costi proibitivi. Mentre i gasdotti  attraverso l’Afghanistan permetterebbero  agli Usa sia  di perseguire l’obiettivo di “diversificazione dell’approvvigionamento energetico” sia di penetrare nei  mercati più redditizi del mondo”. [42]

Come ha sottolineato il San Francisco Chronicle  due settimane dopo gli attacchi dell’11 settembre:“Al di la della determinazione americana di colpire gli autori degli attentati dell’ 11 settembre, al di là della possibilità di lunghe ed estenuanti battaglie con numerosi civili morti nei mesi e anni a venire, quello che si nasconde dietro la guerra contro il terrorismo può essere riassunta in una sola parola: petrolio”. Spiega ulteriormente: “La mappa dei santuari del terrorismo e degli obiettivi in Medio Oriente e nell’Asia Centrale è uguale anche, con uno straordinario grado di approssimazione, alla mappa delle principali fonti energetiche del mondo nel 21 ° secolo. La difesa di queste risorse energetiche – più che un semplice ’scontro tra Islam e Occidente – sarà il principale punto che infiammerà il conflitto globale per i decenni a venire”.

Tra i molti stati dove si incrociano terrorismo e riserve di petrolio e gas di importanza vitale per gli USA e l’Occidente troviamo l’Arabia Saudita, Libia, Bahrein, Emirati del Golfo, Iran, Iraq, Egitto, Sudan e Algeria, Turkmenistan, Kazakistan, Azerbaigian, Cecenia, Georgia e Turchia orientale. E’ importante sottolineare che “questa regione rappresenta oltre il 65 per cento della produzione mondiale di petrolio e gas naturale”. Inoltre, “E’ inevitabile che la guerra contro il terrorismo sia vista da molti come una guerra per conto delle americane Chevron, Exxon Mobil e Arco; della francese Total Fina Elf ; della British Petroleum, della Royal Dutch Shell e delle altre gigantesche multinazionali che hanno  fatto investimenti di centinaia di miliardi di dollari nella regione”. [43]

Non è un segreto che la guerra in Iraq aveva molto a che fare con il petrolio. Nell’estate del 2001 Dick Cheney convocò una task force per l’Energia,  diverse  riunioni  segrete in cui è stata decisa la politica energetica  degli Stati Uniti. Nel corso di questi incontri e attraverso altri mezzi di comunicazione, Cheney e i suoi collaboratori si sono incontrati con alti funzionari e dirigenti della Shell Oil, della British Petroleum (BP),della  Exxon Mobil, Conoco e Chevron. [44] All’ incontro, tenutosi prima dell’11 settembre e prima che si facesse alcuna menzione alla guerra contro l’Iraq, vennero presentati e discussi documenti riguardanti i giacimenti petroliferi, oleodotti, raffinerie e terminali iracheni, e “documenti analogamente significativi sull’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti (UAE) con una mappa con ogni giacimento petrolifero, oleodotto, raffineria e terminale”.[45] Sia la Royal Dutch Shell che la British Petroleum hanno ricevuto i contratti più favorevoli per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi iracheni. [46]

La guerra in Iraq, così come quella in Afghanistan, servono essenzialmente  agli interessi americani e, più in generale, agli interessi imperiali-strategici dell’Occidente nella regione. In particolare, le guerre sono state strategiche per eliminare, minacciare o contenere le potenze regionali, come pure installare direttamente decine di basi militari nella regione, che istituisce praticamente una presenza imperiale. Lo scopo di tutto ciò è  mirato essenzialmente verso gli altri attori nella regione, accerchiando la Russia e la Cina e minacciando il loro accesso al petrolio ed alle riserve di gas. L’Iran è ora circondata, con l’Iraq da un lato e l’Afghanistan dall’altro.

Considerazioni conclusive

La prima parte di questo saggio ha delineato la strategia imperiale dell’ USA-NATO per l’instaurazione del Nuovo Ordine Mondiale dopo lo smembramento dell’Unione Sovietica nel 1991. L’obiettivo primario è  circondare la  Russia e la Cina e prevenire  il sorgere di una nuova superpotenza. Il compito degli  Stati Uniti è di agire come potenza egemone imperiale e servire gli interessi finanziari internazionali ed imporre un Nuovo Ordine Mondiale. La prossima parte di questo saggio esamina le rivoluzioni ‘colorate’ in tutta l’Europa orientale e Asia centrale, continuando la politica degli Stati Uniti e della NATO di contenere la Russia e la Cina e il controllo dell’accesso alle grandi riserve di gas naturale e delle rotte di trasporto. Le ‘rivoluzioni colorate’ sono state una forza centrale nella strategia geopolitica imperiale , e la loro analisi è la chiave per comprendere il Nuovo Ordine Mondiale.

LINK: An Imperial Strategy for a New World Order: The Origins of World War III

DI: CoriInTempesta

http://work.colum.edu/~amiller/wolfowitz1992.htm

http://globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=370

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[4]        David Binder, Yugoslavia Seen Breaking Up Soon. The New York Times: November 28, 1990

[5]        Ian Traynor, Croat general on trial for war crimes. The Guardian: March 12, 2008: http://www.guardian.co.uk/world/2008/mar/12/warcrimes.balkans

[6]        Adam LeBor, Croat general Ante Gotovina stands trial for war crimes. The Times Online: March 11, 2008: http://www.timesonline.co.uk/tol/news/world/europe/article3522828.ece

[7]        Brendan O’Neill, ‘You are only allowed to see Bosnia in black and white’. Spiked: January 23, 2004: http://www.spiked-online.com/Articles/0000000CA374.htm

[8]        Richard J. Aldrich, America used Islamists to arm the Bosnian Muslims. The Guardian: April 22, 2002: http://www.guardian.co.uk/world/2002/apr/22/warcrimes.comment/print

[9]        Tim Judah, German spies accused of arming Bosnian Muslims. The Telegraph: April 20, 1997: http://www.serbianlinks.freehosting.net/german.htm

[10]      Charlotte Eagar, Invisible US Army defeats Serbs. The Observer: November 5, 1995: http://charlotte-eagar.com/stories/balkans110595.shtml

[11]      Gary Wilson, New reports show secret U.S. role in Balkan war. Workers World News Service: 1996: http://www.workers.org/ww/1997/bosnia.html

[12]      IAC, The CIA Role in Bosnia. International Action Center: http://www.iacenter.org/bosnia/ciarole.htm

[13]      History Commons, Serbia and Montenegro: 1996-1999: Albanian Mafia and KLA Take Control of Balkan Heroin Trafficking Route. The Center for Cooperative Research: http://www.historycommons.org/topic.jsp?topic=country_serbia_and_montenegro

[14]      History Commons, Serbia and Montenegro: 1997: KLA Surfaces to Resist Serbian Persecution of Albanians. The Center for Cooperative Research: http://www.historycommons.org/topic.jsp?topic=country_serbia_and_montenegro

[15]      History Commons, Serbia and Montenegro: February 1998: State Department Removes KLA from Terrorism List. The Center for Cooperative Research: http://www.historycommons.org/topic.jsp?topic=country_serbia_and_montenegro

[16]      Marcia Christoff Kurop, Al Qaeda’s Balkan Links. The Wall Street Journal: November 1, 2001: http://www.freerepublic.com/focus/fr/561291/posts

[17]      Global Research, German Intelligence and the CIA supported Al Qaeda sponsored Terrorists in Yugoslavia. Global Research: February 20, 2005: http://globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=431

[18]      Michel Chossudovsky, Kosovo: The US and the EU support a Political Process linked to Organized Crime. Global Research: February 12, 2008: http://globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=8055

[19]      Andrew Gavin Marshall, Breaking Yugoslavia. Geopolitical Monitor: July 21, 2008: http://www.geopoliticalmonitor.com/content/backgrounders/2008-07-21/breaking-yugoslavia/

[20]      AEI, Is Euro-Atlantic Integration Still on Track? Participant List. American Enterprise Institute: April 28-30, 2000: http://www.aei.org/research/nai/events/pageID.440,projectID.11/default.asp

[21]      Aleksandar Pavi, Correspondence between German Politicians Reveals the Hidden Agenda behind Kosovo’s “Independence”. Global Research: March 12, 2008: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=8304

[22]      Stephen Zunes, The War on Yugoslavia, 10 Years Later. Foreign Policy in Focus: April 6, 2009: http://www.fpif.org/fpiftxt/6017

[23]      PNAC, Rebuilding America’s Defenses. Project for the New American Century: September 2000, page 6: http://www.newamericancentury.org/publicationsreports.htm

[24]      Ibid. Page 8

[25]      Ibid. Page 9

[26]      Ibid. Page 14

[27]      Ibid. Page 51

[28]      Margo Kingston, A think tank war: Why old Europe says no. The Sydney Morning Herald: March 7, 2003: http://www.smh.com.au/articles/2003/03/07/1046826528748.html

[29]      Brzezinski, Zbigniew. The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives. Basic Books, 1997: Pages 30-31

[30]      Brzezinski, Zbigniew. The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives. Basic Books, 1997: Page xiv

[31]      Brzezinski, Zbigniew. The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives. Basic Books, 1997: Page 41

[32]      Brzezinski, Zbigniew. The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives. Basic Books, 1997: Page 40

[33]      Brzezinski, Zbigniew. The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives. Basic Books, 1997: Page 124

[34]      Brzezinski, Zbigniew. The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives. Basic Books, 1997: Page 148

[35]      Brzezinski, Zbigniew. The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives. Basic Books, 1997: Page 55

[36]      Brzezinski, Zbigniew. The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives. Basic Books, 1997: Page 198

[37]      Jim Garamone, Joint Vision 2020 Emphasizes Full-spectrum Dominance. American Forces Press Service: June 2, 2000:

http://www.defenselink.mil/news/newsarticle.aspx?id=45289

[38]      Ellen Wood, Empire of Capital. Verso, 2003: page 144

[39]      Ellen Wood, Empire of Capital. Verso, 2003: page 157

[40]      Ellen Wood, Empire of Capital. Verso, 2003: page 160

[41]      Andrew G. Marshall, Origins of Afghan War. Geopolitical Monitor: September 14, 2008:

http://www.geopoliticalmonitor.com/content/backgrounders/2008-09-14/origins-of-the-afghan-war/

[42]      George Monbiot, America’s pipe dream. The Guardian: October 23, 2001:

http://www.guardian.co.uk/world/2001/oct/23/afghanistan.terrorism11

[43]      Frank Viviano, Energy future rides on U.S. war. San Francisco Chronicle: September 26, 2001:

http://www.sfgate.com/cgi-bin/article.cgi?file=/chronicle/archive/2001/09/26/MN70983.DTL

[44]      Dana Milbank and Justin Blum, Document Says Oil Chiefs Met With Cheney Task Force. Washington Post: November 16, 2005:

http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2005/11/15/AR2005111501842_pf.html

[45]      Judicial Watch, CHENEY ENERGY TASK FORCE DOCUMENTS FEATURE MAP OF IRAQI OILFIELDS.Commerce Department: July 17, 2003: http://www.judicialwatch.org/printer_iraqi-oilfield-pr.shtml

[46]      TERRY MACALISTER, Criticism as Shell signs $4bn Iraq oil deal. Mail and Guardian: September 30, 2008: http://www.mg.co.za/article/2008-09-30-criticism-as-shell-signs-4bn-iraq-oil-deal

Al-Jazeera, BP group wins Iraq oil contract. Al Jazeera Online: June 30, 2009: http://english.aljazeera.net/news/middleeast/2009/06/200963093615637434.html