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Tag: Freedom House

Feliz cumple, comandante en jefe!

di: Fabio Marcelli

Per un malinteso con la redazione questo post è stato pubblicato in anticipo qualche giorno fa. Lo riprongo oggi che è il giorno giusto. Con in più questo video della canzone che Silvio Rodriguez ha dedicato al comandante. Con un pensiero ad Angelo Di Carlo, disoccupato romagnolo che si è dato fuoco l’altroieri a Montecitorio.

 Qual è il nesso? Primo, che a Cuba, con tutti i suoi problemi, nessuno sente il bisogno di suicidarsi.

Secondo, che per evitare questi ed altri (290 negli ultimi tre anni per motivi legati alla crisi) suicidi dovremo prima poi deciderci a seguire l’esempio di Fidel e dei suoi compagni. Con tutte le specificità del caso italiano, ovviamente. E inventandoci una nostra originale rivoluzione che presumibilmente seguirà strade diverse ma con l’obiettivo comune di una società più giusta, egualitaria ed umana.

E rieccovi il post.

Molti anni fa, ma neanche moltissimi a dire il vero, accadevano ancora, in questo mondo, ribellioni e rivoluzioni di gente stanca di vivere da schiavi, che rovesciava regimi apparentemente invulnerabili. Ciò successe, ad esempio, nel 1959 a Cuba. Erano arrivati su di una mitica barca, il GranMa (nonna),  poco tempo prima, in 82 e di essi solo 12, fra di loro un italiano, Gino Doné, sopravvissero. Ma nel giro di tre anni, con l’appoggio della popolazione, primi fra tutti i contadini, vinsero, entrando all’Avana. Parliamo di Fidel, di Ernesto, di Raùl, di Camilo.

Da allora Cuba è simbolo di ribellione all’ordine imperiale, esempio per tutto il Terzo Mondo e l’America Latina in particolare. Da allora contro Cuba si sono scatenate macchinazioni di ogni tipo, dalla tentata invasione della Baia dei Porci, respinta dalla mobilitazione popolare, al terrorismo indiscriminato, contro cui si sono mossi i cinque agenti arrestati e detenuti oramai da quasi quattordici anni nelle carceri statunitensi, al discredito organizzato con fondi versati a piene mani alla stampa di tutto il mondo (sarebbe interessante sapere quanti di questi soldi sono pervenuti a giornali italiani, magari “indipendenti” e pure “di sinistra”) con la conseguenza che, in effetti, non sempre Cuba gode di ottima stampa, specie nei Paesi che non brillano per informazione sugli esteri, come ad esempio il nostro. E già mi immagino i commenti indignati che si riverseranno su questo post da parte dei cagnolini di Pavlov “formati” dalla “libera stampa” e dall’ancora più libera televisione.

Già mi pare di leggerli… Ma come? Se a Cuba non c’è la libertà? Se a Cuba non c’è la democrazia? Ma di quale libertà e democrazia stiamo parlando se i grandi “specialisti” mondiali in materia, come gli autoproclamati Freedom House, hanno stilato una classifica di violatori della libertà dalla quale, per fare un esempio, risulta assente la Colombia, primatista mondiale in uccisione di sindacalisti? O l’Honduras, dove un golpe ha rovesciato, qualche anno fa, il legittimo presidente e continuano le persecuzioni ai danni degli oppositori, con omicidi mirati e sparizioni. Che serietà dimostrano questi sedicenti paladini dei diritti umani, che rispetto pretendono?

A Cuba, in un quadro latinoamericano per lunghi e sanguinosi decenni contraddistinto da enormi violazioni dei diritti umani, non è mai avvenuta una sparizione, mai si è avuto un episodio di tortura. Quanto alla democrazia, il popolo vota i suoi rappresentanti, dal livello locale fino a quello nazionale. Certo, non possono scegliere tra un Romney e un Obama, ma tutto sommato se ne fregano altamente. E fanno bene, visto che, come negli Stati Uniti o altrove, la commedia del bipolarismo o del pluralismo partitico nasconde la sostanziale fedeltà di tutte le forze politiche a un sistema economico comunque caratterizzato da sfruttamento, esclusione, oppressione, polarizzazione sociale. A Cuba è garantito un alto livello di istruzione non solo a tutti i cittadini ma anche a ventisettemila studenti stranieri provenienti dall’America Latina e dal resto del mondo, come ha ricordato qualche tempo fa Antonio Guerrero, uno dei cinque combattenti antiterroristi imprigionati da quasi quattordici anni negli Stati Uniti, in una sua lettera ai giovani cubani.

Certo, a Cuba non mancano i problemi. Frutto in buona parte dell’embargo più volte condannato dalle Nazioni Unite ma ancora praticato dagli Stati Uniti, in parte di errori, anche gravi, più volte riconosciuti dagli stessi dirigenti cubani.  Problemi economici, cui si tenta di trovare soluzione attraverso vie originali, come quella tracciata dall’ultimo congresso del Partito comunista cubano e discussa democraticamente da milioni di Cubani. Problemi di prigionieri di coscienza, accusati di avere tradito la patria e di assecondare le trame imperialiste, la cui reclusione suscita qualche preoccupazione anche in buona fede.  Quasi tutti  peraltro sono stati liberati. E le denunce di violazione dei diritti umani sono sicuramente gonfiate ed eccessive, se è vero che l’ultimo rapp0rto di un ente autorevole come Amnesty International si limita ad alcune generiche accuse, mentre si sofferma giustamente sulla pena di morte negli Stati Uniti.

Problemi che, in massima parte, sarebbero risolti se gli Stati Uniti e i loro servi sparsi per il mondo desistessero dalla loro oramai più che sessantennale campagna contro Cuba. E prendessero atto del fatto che tanto non ce la fanno a destabilizzare i Cubani. I tranquilli, ironici Cubani. Pacifici ma non disposti a farsi mettere i piedi in testa da nessuno. E il loro grande leader, Fidel, che oggi, 13 agosto 2012, compie 86 anni. Fra gli ultimi esponenti di una generazione di rivoluzionari che ha cambiato il mondo, in attesa della prossima leva, che ci consenta di uscire dall’attuale disastrosa situazione del pianeta. Buon compleanno comandante!

LINK: IlFattoQuotidiano.it -Blog di Fabio Marcelli

Ambasciatore con diploma in “rivoluzione colorata”

di: John Lewis

Fino a poco tempo fa Senior Director alla Sicurezza Nazionale USA per gli Affari russi ed eurasiatici, Michael McFaul, un docente quarantottenne dell’Università di Stanford, alla fine del 2011 è stato nominato ambasciatore in Russia. McFaul è ben noto per aver lanciato la politica del reset con la Russia, ma non solo.

Studioso della Russia da molto tempo, ha scritto circa 20 libri e molti articoli sulla politica interna russa.

Contemporaneamente, l’ambasciatore fresco di nomina ha una ricca esperienza nell’organizzazione delle rivoluzioni colorate nello spazio post-sovietico.

Questo viene confermato nelle sue monografie e nelle sue stesse ammissioni durante apparizioni pubbliche e sedute speciali al Congresso americano. Tra le monografie ricordiamo Russia’s Unfinished Revolution: Political Change from Gorbachev to Putin (“L’incompleta Rivoluzione Russa: il Cambiamento Politico da Gorbachev a Putin)”, Popular Choice and Managed Democracy: The Russian Elections of 1999 and 2000 (“Scelta Popolare e Democrazia Controllata: Le Elezioni in Russia del 1999 e del 2000”),Democracy and Authoritarianism in the Рostcommunist World (“Democrazia e Autoritarismo nel Mondo Post-Comunista”) e Advancing Democracy Abroad: Why We Should and How We Can (“Esportare la Democrazia: Perché Dovremmo e Come Possiamo”). Michael McFaul è stato l’autore della relazione finale dell’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID) in cui s’illustrano i particolari del lavoro svolto sull’elettorato ucraino prima delle elezioni del 2004, quando Viktor Juščenko strappò una vittoria che è stata largamente celebrata dall’establishment americano.

Il nuovo inviato di Washington parla correntemente il russo ed è già stato molte volte in Russia ed in Ucraina per studiare l’opinione degli elettori di ogni estrazione sociale allo scopo di trovare dei metodi per influenzarla.

Ha anche attivamente preso parte nel pianificare e rianimare le tecniche di manipolazione delle elezioni politiche nell’area post-sovietica.

Come ha dichiarato pubblicamente, le organizzazioni non-governative americane hanno stanziato complessivamente 18,3 milioni di dollari per sostenere Viktor Juščenko nelle elezioni presidenziali ucraine del 2004. Sebbene questo appartenga ormai alla storia, è interessante capire come i dollari americani siano stati spesi prima e durante il voto.

Come ricorda il nuovo ambasciatore americano a Mosca, i soldi provenivano principalmente dai canali di USAID e vennero spesi lungo cinque direttrici finalizzate alla propaganda ed alle informazioni da distribuire tra gli elettori e tra i comitati elettorali. Per stessa ammissione di Michael McFaul, i soldi hanno determinato il risultato delle elezioni ucraine del 2004, così entusiasticamente accolto a Washington.

Su sua raccomandazione in qualità di direttore della distribuzione dei fondi, la maggior parte di tutti questi flussi finanziari – per la precisione 12,45 milioni di dollari, ossia il 68% della somma totale – venne speso per il monitoraggio delle elezioni e per incoraggiare i vari partiti politici a far emergere il loro sostegno a Viktor Juščenko.

I fondi vennero dati in appoggio alla missione di 250 osservatori americani che lavoravano per l’Ufficio OSCE per le Istituzioni Democratiche e i Diritti Umani (ODIHR), il quale ha organizzato il lavoro di tutti i partiti politici e dei dirigenti ed ha analizzato il processo pre-elettorale.

Alcuni fondi andarono ai “centri di coordinamento distrettuale” destinati ad osservare la campagna elettorale e a trasmettere le informazioni al “gruppo di osservazione elettorale centrale”. In parte i soldi andarono al Comitato di Elettori dell’Ucraina attraverso l’Istituto Nazionale Democratico degli Stati Uniti (NDI). Il comitato ha osservato gli organi di informazione ucraina, l’organizzazione dei gruppi di monitoraggio civile locale e la formazione degli osservatori elettorali regionali.

Con l’aiuto del NDI e dell’Istituto Repubblicano Internazionale (IRI), l’americana Freedom House ha stanziato fondi per la formazione al monitoraggio della società civile, per assicurare l’affluenza degli elettori, per la distribuzione pre-elettorale di manifesti ed altri materiali propagandistici, per la missione composta da 1000 osservatori specializzati appartenenti a ONG internazionali, compresi “attivisti” provenienti dalla Georgia, dalla Polonia, dalla Serbia e dalla Slovacchia. L’IRI ha sovvenzionato la formazione di specialisti per la creazione di coalizione tra partiti, per la pianificazione pre-elettorale, per attività particolari tra le donne ed i bambini e per lo studio dell’opinione per tutti i partiti che appoggiavano Juščenko.

Contemporaneamente, la NDI ha assegnato soldi per garantire l’unità tra i sostenitori dei partiti pro-Juščenko e per migliorare la cooperazione tra i distretti elettorali a livello locale e regionale. Alcuni fondi sono andati alla formazione dei membri di partito, i quali hanno selezionato degli specialisti che avrebbero lavorato con gli elettori e con gli esperti in analisi dei processi elettorali, dei rapporti con i media, e della raccolta degli exit polls.

L’associazione degli Ex-Membri del Congresso degli Stati Uniti, aiutata dalla Fondazione USA-Ucraina, ha finanziato la formazione al monitoraggio della situazione interna prima e durante le elezioni. Alcune attività hanno avuto luogo tra i funzionari dei servizi di sicurezza ucraini. Lo scopo è stato quello di causare una spaccatura politica al loro interno e così prevenire il loro intervento per disperdere manifestazioni di votanti.

2,62 milioni di dollari sono arrivati dall’Associazione Americana per lo Sviluppo per organizzare tavole rotonde con la partecipazione di deputati alla Rada, rappresentanti di strutture statuali e dirigenti di ONG ucraine.

Molta attenzione venne rivolta al miglioramento professionale dei direttori dei comitati elettorali. Sovvenzioni particolari furono ricevute da gruppi civili che sostenevano la riforma della legislazione elettorale dell’Ucraina.

Parallelamente, l’Associazione Americana per lo Sviluppo ha assegnato soldi per la formazione del personale dei comitati elettorali pro-Juščenko, dei membri dei partiti e degli avvocati. In questi corsi di formazione prioritario era l’insegnamento dei metodi per rilevare le violazioni e i brogli.

1,13 milioni di dollari andarono ai media pro-Juščenko, e vennero in parte spesi per la formazione di giornalisti della carta stampata e di internet, per migliorare le loro particolari capacità di affrontare la campagna elettorale e le elezioni nella loro complessità. Una fondazione in particolare, la Fondazione per lo Sviluppo dei Media, venne aperta all’ambasciata americana a Kiev per incoraggiare i singoli giornalisti, il personale delle ONG, e gli organi di informazione. Michael McFaul riconosce che, allo stesso fine, delle “sovvenzioni” speciali furono fornite da “qualche altra ambasciata occidentale” in Ucraina.

Parte dei fondi americani diretti al lavoro con i media ucraini venne assegnata attraverso i canali dell’OSCE.

1,12 milioni di dollari andarono alla ricerca nel campo delle elezioni presidenziali e sui metodi per garantire un’alta affluenza.

Furono spesi anche per fomentare i media locali nel periodo pre-elettorale, per sondaggi da parte di enti di ricerca, per la formazione degli osservatori elettorali e degli scrutatori della società civile potenziando le loro capacità di esaminare gli exit polls.

Il coordinamento della distribuzione dei fondi fu affidata all’Istituto per Comunità Sostenibili, alla Fondazione Nazionale per la Democrazia, all’ucraina Fondazione Eurasia ed al Comitato sulla Democrazia appositamente istituito all’ambasciata americana a Kiev (quest’ultima ha sovvenzionato le ONG ucraine, compresa la divulgazione di informazioni elettorali).

Particolare attenzione venne data alla strategia di distruzione della prima tornata elettorale, che non finì in favore di Viktor Juščenko, attraverso la diffusione di informazioni sulle cosiddette “significative violazioni verificatesi durante il voto”. L’informazione fu preparata e diffusa da circa 10 mila persone, principalmente da membri del “Comitato degli Elettori dell’Ucraina”.

Infine, 985 mila dollari vennero stanziati attraverso L’Associazione Americana dell’Ordine degli Avvocati – Iniziativa di Diritto dell’Europa Centrale ed Euroasiatica (ABA/CEELI) per affinare le capacità degli elettori, degli avvocati, dei membri dei partiti e delle ONG con il proposito di monitorare completamente la campagna elettorale.

Vale la pena menzionare quello che Michael McFaul ha detto sulla vittoria di Viktor Juščenko nel 2004, ossia che fu assicurata principalmente dall’intensa cooperazione con i giovani ucraini, resa possibile dalle sovvenzioni americane.

In seguito, Michael McFaul ha usato ampiamente questa “esperienza” maturata nella manipolazione degli elettori ucraini, ad esempio in occasione delle elezioni presidenziali e parlamentari che si tennero in Russia nel 2007-2008.

Il Comitato per gli Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti USA ha appositamente indetto delle sedute speciali il 17 maggio 2007. Si decise di realizzare un adeguato studio concettuale ed analitico prima che la Russia fosse in campagna elettorale, iniziando a definire le strade ed i metodi per condurre le attività corrispondenti.

Furono così coinvolti analisti americani di spicco e studiosi della Russia, incluso Michael McFaul. Alle sedute, quest’ultimo presentò raccomandazioni concrete e proposte pratiche che vennero accolte per essere implementate.

Oggi gli esperti americani preparano raccomandazioni su come amministrare e mettere a disposizione fondi sostanziosi per il supporto politico e morale ai partiti di opposizione e a singoli organi di informazione russi prima delle elezioni presidenziali del 2012. La strategia elaborata immagina di influire significativamente sui cittadini russi che lavorano in strutture pubbliche o private e tra gli eletti alla Duma. Dalle dichiarazioni del 2011 di Michael McFaul, in qualità di capo dell’ambasciata americana a Mosca, traspare l’intenzione di stabilire delle strutture per il dialogo sui diritti umani, sulla libertà dei media, e sulla lotta contro la corruzione in Russia. Esprimendo le sue opinioni a Radio Liberty nel giugno 2011, McFaul ha dichiarato di avere intenzione di fare del concetto di “reset” uno strumento per coinvolgere il governo russo nella discussione sulla democrazia ed i diritti umani.

Viene consigliato di sostenere durante le elezioni coloro che possiedono la stoffa del leader, anche se le loro opinioni dovessero risultare oscure. Particolare importanza è legata alle intensa attività di propaganda tra i cittadini che esprimono il loro scontento nei confronti della politica del regime in vigore, e tra i giovani che, come dimostrano studi di centri sociologici, compongono il 60% dei dimostranti che il 24 dicembre 2011 si sono radunati nella manifestazione moscovita lungo il viale dedicato all’Accademico Sacharov.

Arrivando a Mosca nella sua nuova veste, il precedente direttore del Centro sulla Democrazia, lo Sviluppo e lo Stato di Diritto dell’Università di Stanford sta per stabilire contatti con l’opposizione “non-sistemica” russa, sperando di prevenire la vittoria elettorale di Vladimir Putin alle imminenti elezioni presidenziali; a dispetto del largo consenso che Putin ha tra gli elettori, come sottolineano i sondaggi sociologici. Washington vorrebbe vedere vincere la gara da qualcun’altro, qualcuno in sintonia con l’Occidente ed i cui piani non includano la difesa degli interessi dello Stato russo. Michael McFaul pensa che “alcune dittature” sono incapaci di progredire nello sviluppo della democrazia e dovrebbero essere assistite, come scritto dal New York Times il 24 febbraio 2011 in un articolo intitolato “Seizing Up Revolutions in Waiting”.

Larry Diamond, un professore della Stanford Univeristy che lo conosce da vicino avendoci lavorato assieme, afferma che McFaul, una volta in Russia, si atterrà alla politica di valorizzare i principi ed i valori americani, e che tenterà di appoggiare e coinvolgere diverse forze politiche e sociali in Russia nelle sue attività.

Questo è quanto ha riportato lo Stanford Daily il 26 settembre 2011.

Tutte queste attività verranno coordinate dall’ambasciatore americano in Russia, che non ha mai avuto particolari simpatie per il paese. Per esempio, sovente egli ha espresso apertamente la sua opinione negativa su Vladimir Putin, il capo del governo russo. Questo è quanto riporta il New York Times (del 29 maggio 2011) e quanto lo stesso Michael McFaul ha scritto nella rivista Foreign Affairs (di gennaio/febbraio 2008) e in molte altre pubblicazioni.

Su sua iniziativa, i principali quotidiani americani hanno cominciato a pubblicare articoli finalizzati alla sconfitta di Vladimir Putin, o almeno a minimizzare la sua vittoria, alle elezioni presidenziali nel marzo 2012. Non viene tenuto segreto lo scopo alternativo: indebolire l’autorità di Vladimir Putin nel caso in cui vincesse le elezioni, sminuire la politica del governo tesa a risolvere gli urgenti problemi sociali ed economici e indebolire la posizione internazionale di Mosca in generale.

Al ritratto politico del nuovo ambasciatore americano dovrebbe essere aggiunto il fatto che, nella storia, è il secondo capo dell’ambasciata a non essere diplomatico di professione. McFaul ha appoggiato l’aggressione georgiana dell’agosto 2008 contro l‘Ossezia del Sud. Non molto tempo fa, inoltre, ha fatto il possibile per escludere la Russia dal processo di definizione del futuro della Libia dopo il rovesciamento di Mu’ammar Gaddafi nell’ottobre 2011.

Si è anche schierato contro l’ipotesi di obbligazioni legalmente vincolanti per gli USA a non usare la difesa missilistica contro le forze nucleari strategiche russe, e contro il raggiungimento di un accordo con Mosca per una comune difesa missilistica europea sulla base di reciproca comprensione ed uguaglianza.

Infine, verso la fine del 2011, il Congresso americano ha confermato 50 milioni di dollari per la propaganda anti-russa prima delle elezioni presidenziali. E’ il doppio della somma stanziata per lo stesso scopo nel 2008.

Questo ed il fatto che Michael McFaul stia arrivando in Russia nel periodo tra le elezioni parlamentari e quelle presidenziali, danno molti argomenti su cui pensare riguardo agli sforzi ininterrotti di Washington per interferire apertamente e su più piani negli affari interni russi. Ecco nella sostanza cos’è la politica di “reset” nelle relazioni USA-Russia. La politica che, come alcuni esperti americani hanno affermato, è stata elaborata proprio dallo stesso Michael McFaul.

Traduzione di Serena Bonato
Testo original in inglese :  Ambassador with diploma in «color revolution»

FONTE: GEOPOLITICA – Rivista dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie 

Il comunismo sbiadito e i forconi siciliani

di: Andrea Fais

Ricordiamo tutti il Popolo Viola: questa creatura politicamente informe, che per oltre un anno ha riempito le piazze italiane, gridando alle dimissioni di Berlusconi. Una creatura colorata, di cui ho in passato trattato personalmente all’interno del sito “Conflitti e Strategie”, individuando attendibili collegamenti tra la macchina dell’antiberlusconismo di piazza e quella dell’antiberlusconismo dei poteri forti.

Del resto, i meeting viola organizzati dalla London School of Economics, prestigioso tempio “liberal” del capitalismo anglosassone, lasciavano poco spazio alla fantasia. Travaglio ebbe, proprio a ricordare come in Italia ci trovassimo in un condizione di totale anomalia rispetto al resto dell’Occidente, confortandosi con gli autorevolissimi dati forniti da Freedom House, struttura di ingerenza e soft-power legata a doppio filo con il governo degli Stati Uniti: una garanzia insomma. In quel caso, il numero fece la forza: tutto questo gruppuscolo di sigle e di associazioni no-profit cominciò a smuovere milioni di persone, con adesioni all’interno di quella “minoranza rumorosa” che vedeva in Berlusconi il solo ed unico male dell’Italia. Le forze della sinistra radicale, che ancora presumono di richiamarsi al comunismo storico, cercarono così di cavalcare – fallendo per evidente sproporzione di forze in campo – l’ondata, dialogando con quelle realtà e prestandosi alla linea del “Berlusconi first”. Molti esponenti politici parlarono, difatti, proprio della necessità di costituire una sorta di nuovo CLN esclusivamente pensato per cacciare Berlusconi, attraverso azioni dimostrative di strada o pressioni pubbliche.

Abbiamo visto cosa è accaduto: le immagini del 14 dicembre 2010 e del 15 ottobre 2011 hanno fatto il giro del mondo, regalando al pianeta un’immagine dell’Italia assolutamente devastata e manipolata, grazie alla distorsione mediatica operata da qualche migliaio di esagitati. Pareva che il governo Berlusconi fosse in uno stato del tipo “centoventi giornate di Sodoma”, perso tra festini orgiastici e vizi borghesi, mentre l’Italia stesse affondando, preda di uno spread senza freni. Non si sapeva cosa significasse precisamente questo oscuro vocabolo finanziaro, ma fu abbastanza per allineare le richieste di Di Pietro o di Vendola a quelle del Sole24Ore: “Fate presto!”. Il resto lo sappiamo.

Il governo tecnico si impone con un colpo di coda gestito dal Quirinale, senza alcuna interpellanza elettorale, si stabilisce in pianta stabile con l’intenzione solida di restare sino alla fine del mandato naturale della legislatura (2013) e di apportare pesantissime manovre economiche e fiscali, per giustificare provvedimenti da macelleria sociale. I bicchieri di champagne stappati dalle sinistre diventano improvvisamente indigesti, restano sullo stomaco: le facce terrorizzate e sbiancate di chi fino al giorno prima aveva fatto di tutto perché si creassero le condizioni per le dimissioni di Berlusconi, erano già allora evidenti. Cosa raccontare al proprio elettorato? Di aver appoggiato un golpe bianco e poi di essersi accorti della gran debacle? Un po’ strano come meccanismo. Dunque, meglio inventarsi una fantomatica continuità tra Berlusconi e Monti, prolungando per inerzia la farsa del teatrino antiberlusconista degli ultimi dieci anni: “Berlusconi è andato via, ma il berlusconismo è rimasto e rivive in Monti, dunque contestiamolo”.

La bufala è andata.

Qualcuno – quasi tutti – ci ha creduto. D’altronde se hanno creduto per dieci o quindici anni ad uno come Bertinotti, ormai potrebbero bersi anche l’acqua del mare pensando che sia oligominerale. Chiaramente, la maggioranza più silenziosa e più produttiva del Paese, quella dei piccoli commercianti, degli operai non sindacalizzati (cioè, non disposti a farsi prendere per i fondelli dai sindacati gialli italiani), dei piccoli agricoltori, delle piccole imprese, dei piccoli esercenti e così via, non può stare a guardare lo spettacolino mediatico di una situazione al tracollo, malgrado l’abitudine di queste persone all’umiltà e al lavoro senza tante pretese, la loro dignità e la loro (virtuosa) incapacità a scadere nella ridicola boutade circense cgiellina del pubblico impiegato con un campanaccio al collo e un fischietto in bocca.

Così, in silenzio, e fuori dai profeti del dissenso e dai sindacati di potere, è sorto in Sicilia uno sciopero spontaneo ed autonomo degli autotrasportatori che si è esteso a macchia d’olio anche al mondo dell’agricoltura.

Ufficialmente non vi sono collegamenti con alcuna forza politica, anche se a Catania pare sia stata avvistata qualche bandiera di estrema destra durante un comizio. In generale, insomma, il cosiddetto Movimento dei Forconi, pare essere al di fuori di qualunque sospetto: senz’altro ci sarà del qualunquismo e non mancherà la demagogia tipica del contesto di piazza e di contestazione pubblica, tuttavia la piattaforma sociale di lotta di persone che lavorano ogni giorno come muli è senz’altro trecento spanne superiore a quella di beceri indignados fuffaroli (apprezzati pure da Soros e Draghi… che è tutto dire…) o popoli “viola”, composti da ultrà del no-globalismo negriano o da esaltati lettori dei libelli pubblicati dal gruppo editoriale di De Benedetti.

Eppure la sinistra radicale italiana non ha perso tempo a lanciare strali e sospetti, boicottando in modo anche verbalmente violento lo sciopero. Siamo al colmo. Che abbiano ricevuto l’appoggio di qualche insignificante sigla di estrema destra o meno, queste persone lavorano ogni santo giorno e vivono sopra un camion per paghe non certo soddisfacenti, così come non certo bene se la passano i tanti braccianti e piccoli produttori della filiera agricola regionale. Pensare che movimenti politici minoritari ed assolutamente irrilevanti, come quelli di estrema destra, possano organizzare di colpo un movimento di protesta che blocca un’intera regione dello Stato, tra le più popolate, è letteralmente ridicolo. Dopo aver partecipato al coro alzato da Washington e dai suoi alleati contro la repubblica socialista di Gheddafi, schierandosi – con una silenziosa complicità – dalla parte dell’imperialismo, questi personaggi politici sembrano ancora non sufficientemente paghi di dare sfoggio della loro intima natura reazionaria e anti-sociale.

C’era un tempo in cui il Partito Comunista Italiano faceva il giro delle campagne e delle fabbriche, per conoscere le condizioni sociali in modo dettagliato e capillare cascina per cascina, stabile per stabile, raccogliendo pareri e consensi dal mondo del lavoro, spiegando poi loro, alla sera o durante i comizi alla domenica, i collegamenti tra quei loro problemi quotidiani di operai e contadini della provincia italiana, ed un sistema internazionale denso di contraddizioni e strategie di conflitto ardue e complicate. Parliamo di anni in cui era ancora l’emblema di Lenin a campeggiare nelle pareti delle sedi del partito, anni in cui era la Russia bolscevica il riferimento politico principale, anni in cui personaggi come Vendola, De Magistris o Bertinotti non avrebbero mai messo piede in un circolo politico comunista: roba in bianco e nero, confinata ormai alle sole figure del neo-realismo, come quella di Giuseppe Bottazzi. Son passati cinquanta anni, eppure sembra passata un’intera era geologica.

StatoPotenza.eu

Occupy Wall Street e l’ “Autunno Americano”: è una “Rivoluzione Colorata”?

di: Michel Chossudovsky

C’è un movimento di protesta popolare che si sta dispiegando in tutta l’America, comprendente persone di ogni ceto sociale, di tutte le età, consapevoli della necessità di un cambiamento sociale e impegnati a invertire la marea.

La base di questo movimento rappresenta una risposta all’ “agenda di Wall Street” di frodi finanziarie e  manipolazione, servite per innescare la disoccupazione e la povertà in tutto il paese.

Questo movimento costituisce, nella sua forma attuale, uno strumento di riforma significativa e di cambiamento sociale in America?

Qual è la struttura organizzativa del movimento? Chi sono i suoi principali artefici?

Il movimento o segmenti all’interno di esso sono stati cooptati?

Questa è una questione importante, che deve essere affrontata da coloro che fanno parte del Movimento Occupy Wall Street così come da coloro che, in tutta l’America, sostengono la democrazia reale.

Introduzione

Storicamente, i movimenti sociali progressisti sono stati infiltrati, i loro leader cooptati e manipolati, attraverso il finanziamento di organizzazioni non governative, sindacati e partiti politici. Lo scopo ultimo del ”finanziamento del dissenso” è quello di impedire al movimento di protesta di sfidare la legittimità dell’ elite di Wall Street:

Con amara ironia, una parte dei fraudolenti guadagni finanziari a Wall Street, negli ultimi anni, sono stati riciclati alle fondazioni esenti da tasse delle élite e a quelle di beneficenza. Questi guadagni finanziari non sono stati utilizzati solo per acquistare i politici, ma sono anche stati convogliati alle ONG, agli istituti di ricerca, i centri sociali,gruppi religiosi, ambientalisti, media alternativi, per i diritti umani,ecc..

L’obiettivo interno è  “fabbricare il dissenso” e stabilire i confini di un opposizione ”politicamente corretta”. A loro volta, molte ONG sono infiltrate da informatori che spesso agiscono per conto di agenzie di intelligence occidentali. Inoltre, un segmento sempre più ampio dei media progressisti di notizie alternative su internet è diventato dipendente dai finanziamenti di fondazioni private e associazioni di beneficenza.

L’obiettivo delle élite è stato quello di frammentare il movimento popolare in un vasto  mosaico “fai da te” (Vedi Michel Chossudovsky, Manufacturing Dissent: the Anti-globalization Movement is Funded by the Corporate Elites, Global Research, 20 settembre 2010).

Fabbricare il dissenso

Allo stesso tempo,  il” dissenso fabbricato” è intento a promuovere divisioni politiche e sociali (ad esempio all’interno e tra i partiti politici e i movimenti sociali). A sua volta, incoraggia la creazione di fazioni all’interno di ogni organizzazione.

Per quanto riguarda il movimento anti-globalizzazione, questo processo di divisione e frammentazione risale ai primi giorni del World Social Forum. (Vedi Michel Chossudovsky,Manufacturing Dissent: The Anti-globalization Movement is Funded by the Corporate Elites, Global Research, 20 settembre2010)

La maggior parte delle organizzazioni progressiste del periodo post seconda guerra mondiale, compresa la “sinistra” Europea sono state, nel corso degli ultimi 30 anni,trasformate e rimodulate. Il sistema di libero mercato (neoliberismo) è il consenso della ”sinistra”. Questo vale, tra gli altri, per il Partito socialista in Francia, il partito laburista in Gran Bretagna, i socialdemocratici in Germania, per non parlare del partito dei Verdi in Francia e Germania.

Negli Stati Uniti, il bipartitismo non è il risultato dell’interazione dei partiti politici del Congresso. Una manciata di potenti gruppi di lobby aziendali controllano sia i repubblicani che i democratici. Il “consenso bi-partisan” è stabilito dalle élites che operano dietro le quinte. E ‘applicato dai principali gruppi lobbistici, che esercitano una morsa su entrambi i maggiori partiti politici.

A loro volta, i leader della American Federation of Labor and Congress of Industrial Organizations(AFL-CIO) sono stati cooptati dall’ establishment aziendale contro la base del movimento operaio degli Stati Uniti. I leader delle organizzazioni dei lavoratori partecipano alle riunioni annuali del Forum economico mondiale di Davos (WEF).Collaborano con il Business Roundtable. Ma al tempo stesso, la base del movimento operaio degli Stati Uniti, ha cercato di effettuare modifiche organizzative che contribuiscono a democratizzare la leadership dei sindacati.

Le élite promuoveranno un “rituale del dissenso” con alta visibilità dei media, con il supporto della rete televisiva, della stampa corporativa così come di internet.

Le élite economiche - che controllano le principali fondazioni – supervisionano anche il finanziamento di numerose organizzazioni della società civile, che storicamente sono state coinvolte nel movimento di protesta contro lo stabilito ordine economico e sociale. I programmi di molte organizzazioni non governative (comprese quelli coinvolti nel movimento Occupare Wall Street) si basano parecchio sui finanziamenti da fondazioni private tra cui la Ford, Rockefeller, MacArthur, fondazioni Tides,tra gli altri.

Storicamente, il movimento anti-globalizzazione  emerso negli anni 1990 si è opposto a Wall Street e ai giganti del petrolio del Texas controllati da Rockefeller, et al. Eppure, le basi e le associazioni di beneficenza di Rockefeller, Ford et al hanno, nel corso degli anni, generosamente finanziato le reti progressiste anti-capitalista  e gli ambientalisti , al fine di sorvegliare e in ultima analisi, dare forma alle loro varie attività.

Le “Rivoluzioni colorate”

Nel corso dell’ultimo decennio, le “rivoluzioni colorate” sono emerse in diversi paesi. Si tratta di operazioni di intelligence degli Stati Uniti  consistenti nel sostenere segretamente i movimenti di protesta al fine di innescare il  “cambio di regime” sotto la bandiera di un movimento pro-democrazia.Le “Rivoluzioni colorate” sono finanziate dal National Endowment for Democracy, l ‘International Republican Institute e Freedom House,tra gli altri. L’obiettivo finale di una “rivoluzione colorata” è quella di fomentare disordini sociali e utilizzare il movimento di protesta per rovesciare il governo esistente. L’obiettivo finale è, quindi, quello di instaurare un  governo filo-americano (o un regime fantoccio).

Dalla Primavera Araba” a “Occupy Wall Street“: il ruolo di OTPOR

Nella “primavera araba” egiziana, le principali organizzazioni della società civile, comprese Kifaya (Basta!) e il Movimento Giovanile del 6 Aprile, non erano supportate solo da fondazioni  basate negli Stati Uniti tra cui Freedom House e il National Endowment for Democracy (NED), ma hanno anche avuto l’approvazione del Dipartimento di Stato americano. (Per i dettagli si veda Michel Chossudovsky, The Protest Movement in Egypt: “Dictators” do not Dictate, They Obey Orders, Global Research, 29 Gennaio 2011

dissidenti egiziani -Freedom House

Il Segretario di Stato americano Hillary Clinton e dissidenti egiziani -Maggio 2009-

La cooptazione dei leader dei vari gruppi dell’ opposizione in Egitto è stata attuata attraverso vari canali tra cui Freedom House e il National Endowment for Democracy, entrambi i quali hanno legami con i servizi segreti americani.

Il Movimento Giovanile del 6 Aprile, il quale per un certo numero di anni è stato in collegamento permanente con l’ambasciata americana al Cairo, è stato addestrato dal Centre for Applied Non Violent Action and Strategies (CANVAS) della Serbia, una società di consulenza e formazione specializzata in ”Rivoluzioni”. Il  CANVAS è stato fondato nel 2003 dall’ OTPOR, un’organizzazione serba sostenuta dalla CIA,che ha svolto un ruolo centrale nella caduta di Slobodan Milosevic in seguito ai bombardamenti NATO della Jugoslavia nel 1999.

Appena due mesi dopo la fine dei bombardamenti della Jugoslavia del’99, l’ OTPOR svolgeva un ruolo centrale nell’installazione di un  governo “ad interim” in Serbia sponsorizzato da USA-NATO. Questi sviluppi hanno anche aperto la strada verso la secessione del Montenegro dalla Jugoslavia, l’istituzione della base militare statunitense Bondsteel e la  formazione dello Stato Mafioso in Kosovo.

Nell’agosto del 1999, la CIA pare abbia creato un programma di formazione per OTPOR a Sofia, capitale  della Bulgaria:

Nell’estate del 1999, il capo della CIA, George Tenet, ha messo su un reparto a Sofia, in Bulgaria” per educare “l’opposizione serba, come confermato lo scorso 28agosto[2000] dalla BBC.

Il programma della CIA è un programma per fasi successive. Nella fase iniziale, essi lusingano il patriottismo e lo ‘spirito di indipendenza” dei serbi, agendo come se essi rispettassero queste qualità. Ma dopo aver seminato confusione e distrutto l’unità del Paese, la CIA e la NATO si spingerebbero molto b en più lontano. ”

(Gerard Mugemangano e Michel Collon,”To be partly controlled by the CIA ? That doesn’t bother me much.”, Interview with two activists of the Otpor student movement, International Action Center (IAC),To be partly controlled by the CIA ? 6 Ottobre 2000. Vedi anche CIA is tutoring Serbian group, Otpor“,The Monitor, Sofia, tradotto da Blagovesta Doncheva, Emperors Clothes,  8 settembre 2000).

Il” Business della Rivoluzione”

Il Centre for Applied Non Violent Action and Strategies (CANVAS) dell’OTPOR si descrive come “una rete internazionale di formatori e consulenti” coinvolti nel ”Business Revolution”. Finanziato dal National Endowment for Democracy (NED), costituisce consulenza e formazione di gruppi di opposizione sponsorizzati dagli Stati Uniti in oltre 40 paesi.

L’ OTPOR ha giocato un ruolo chiave in Egitto.

Egitto -Tahir Square: quello che sembrava essere un processo di democratizzazione spontaneo era una operazione di intelligence accuratamente pianificata. Guarda il video qui sotto.

Sia il Movimento Giovanile del 6 Aprile che  Kifaya (Basta!) hanno ricevuto una formazione preliminare dal CANVAS a Belgrado “nell’ambito delle strategie di rivoluzione non violenta”. ”Secondo Stratfor, le tattiche utilzzate dal Movimento e da Kifaya” provenivano direttamente dal programma di addestramento del Canvas. ”(Citato in Tina Rosenberg, Revolution UForeign Policy,16 febbraio 2011)

Logo del Movimento Giovanile del 6 Aprile, Egitto

Vale la pena notare la somiglianza dei loghi e dei nomi coinvolti nelle “rivoluzioni colorate” sponsorizzate da CANVAS-OTPOR. Il Movimento Giovanile del 6 Aprile in Egitto ha  usato il pugno chiuso come suo logo, Kifaya (“Basta!”) ha ripreso lo stesso nome come il movimento di protesta giovanile supportato da OTPOR in Georgia, che era stato chiamato Kmara! (“Basta!”). Entrambi i gruppi sono stati formati dal  CANVAS.

Il ruolo del CANVAS-OPTOR nel Movimento Occupy Wall Street

CANVAS-OPTOR è attualmente coinvolto nel Movimento  Occupy Wall Street.

Diverse importanti organizzazioni attualmente coinvolte nel movimento Occupare Wall Street hanno avuto un ruolo significativo nella ”Primavera araba”. Di rilevanza, ” Anonymous “ è stato coinvolto nel condurre attacchi informatici su siti web del governo egiziano,  in piena “primavera araba”.

Lo scorso agosto, ” Anonymous ” ha condotto simili attacchi informatici  contro il Ministero della Difesa siriano. Questi attacchi informatici sono state intrapresi a sostegno dell’ “opposizione” siriana in esilio, che è in gran parte integrata dagli islamisti. (Vedi Syrian Ministry Of Defense Website Hacked By ‘Anonymous’, Huffington Post, 8 agosto 2011).

Le azioni di ” Anonymous “ in Siria sono coerenti con il quadro delle”rivoluzioni colorate”. Essi cercano di demonizzare il regime siriano e creare instabilità politica. (Per l’analisi sulle opposizionidella Siria, si veda Michel Chossudovsky,  SYRIA: Who is Behind The Protest Movement? Fabricating a Pretext for a US-NATO “Humanitarian Intervention” Global Research, 3 maggio 2011)

Sia CANVAS  che Anonymous sono ora attivamente coinvolti nel Movimento Occupy Wall Street. [http://anonops.blogspot.com]

Il ruolo preciso del CANVAS nel Movimento Occupy Wall Street resta da valutare.

Ivan Marovic, uno dei leader del CANVAS, ha recentemente tenuto un discorso dinanzi i manifestanti a New York City.

Marovic ha già riconosciuto in passato che non c’è nulla di spontaneo nella progettazione di un “evento rivoluzionario”:

“Sembra come se le persone fossero appena scese in strada. Ma è il risultato di mesi o anni di preparazione. E ‘molto noioso fino a quando non si arriva al punto dove è possibile organizzare manifestazioni di massa o scioperi. Se è attentamente pianificato, dal momento in cui ha inizio, si conclude tutto nel giro di settimane “. (Citato in in Tina Rosenberg,Revolution UForeign Policy,16 febbraio 2011)

Questa dichiarazione del portavoce di OTPOR Ivan Marovic suggerisce che i movimenti di protesta nel mondo arabo non si sono diffusi spontaneamente da un paese all’altro, come invece viene ritratto dai media occidentali. I movimenti di protesta nazionali sono stati pianificati con largo anticipo e anche la cronologia e la sequenza di questi movimenti  sono state previste.

Allo stesso modo, la dichiarazione di Marovic suggerisce anche che il Movimento Occupy Wall Street è stato oggetto di attenta pianificazione avanzata da un certo numero di organizzazioni chiave riguardo la tattica e la strategia.

Vale la pena notare che una delle tattiche dell’ OTPOR è “non cercare di evitare gli arresti”, ma piuttosto di” provocarli e usarli a vantaggio del movimento.” , come strategia di pubbliche relazioni. (Ibid)

Il Pugno Chiuso del Movimento Occupy Wall Street su http://occupywallst.org

La PARTE II del presente articolo esaminerà il fulcro del movimento  Occupy Wall Street  , compreso il ruolo di organizzatori delle ONG.

LINK:  Occupy Wall Street and “The American Autumn”: Is It a “Colored Revolution”?

DI: CoriInTempesta

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