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Tag: gheddafi

Torna la “collera” nel tormentato anniversario della ribellione in Libia

LIBIA

Articolo inviato al blog

di: mcc43

- Il Governo mostra i muscoli – La Carta Costituzionale - Poligamia rivisitata – Le milizie e la paura - La Giustizia

Il terreno scotta e  il governo libico ha deciso numerose misure preventive  delle temute proteste  nella ricorrenza del secondo anniversario del “giorno della collera” che da Bengasi il 15-17 febbraio 2011 diede inizio al rovesciamento del regime di Gheddafi. E’ possibile che il panico degli ambienti governativi sia dettato dalla consapevolezza degli scarsi risultati ottenuti e che il desiderio di festeggiare alla fine prevalga, rimandando a qualche evento di natura drammatica lo scoppio di quella che alcuni paventano: una seconda rivoluzione.

- Il Governo mostra i muscoli

A Tripoli e in tutta la regione occidentale sono stati istituiti più di 1400 posti di controllo e sono state rimesse in funzione le telecamere a circuito chiuso dell’era Gheddafi per monitorare le strade. Lo stesso accade a Bengasi.

Il 9 febbraio il governo ha disposto una plateale dimostrazione di forza sotto forma di parata militare lungo le vie della capitale.  Il messaggio chiaro e forse recepito era  “lo stato è qui e ha il potere di reprimere qualunque minaccia interna”.

Lo stesso giorno il presidente del Congresso generale, Mohamed Magariaf, ha tenuto un discorso televisivo di forte impatto sulle questioni impellenti, dalla riconciliazione nazionale allo sviluppo economico, una mossa necessaria per migliorare la sua immagine fortemente compromessa presso l’opinione pubblica. E’ recente anche il tentativo di mediazione messo in atto dal PM Ali Zeidan nel conflitto fra le tribù Tobu e Zuwayya che ha lasciato sul terreno centinaia di morti nel sud-est del paese.

Un articolo di Libya Herald, unica fonte  di tipo giornalistico in lingua inglese, è durissimo nel riassumere le mancanze che i cittadini imputano al Governo e al Congresso.

- Carta Costituzionale ancora inesistente

Tutto questo allo scopo placare una popolazione che dà forti segni d’insofferenza per la mancata evoluzione sulle questioni più critiche. Soprattutto viene avvertito grave il nulla di fatto per la stesura della Costituzione. I termini previsti sono da lungo tempo scaduti in un inconcludente  dibattere: a chi affidare il compito? A ridosso della data critica, il Congresso Generale ha deliberato: verranno indette elezioni dei membri di un’apposita Costituente, scartando l’ipotesi della scelta nominale fra i parlamentari. I libici, infatti, non hanno più fiducia nei loro rappresentanti, eletti meno di un anno fa,  e la formazione di un nuovo organismo potrebbe ridare loro la speranza. Per questa soluzione si erano da sempre espressi i federalisti della Cirenaica, una regione che è indispensabile al governo mantenere quieta proprio in vista del secondo anniversario della rivolta.

- Poligamia rivisitata

Se poco ha fatto il Congresso perche fosse stilata la Carta Costituzionale, molto attive sono state le istituzioni  nell’ambito delle questioni civili. Ha fatto un certo scalpore sui media internazionalila modifica della legislazione che regola il matrimonio. Con insipienza e consueta certezza di possedere la giusta misura della civiltà, le opinioni pubbliche sono state informate che in Libia “è stata introdotta la poligamia”, il che è secondo i nostri canoni  un regresso barbarico  senza appello.

La poligamia nella quasi totalità dei paesi musulmani, pertanto da sempre anche in Libia,  è legalmente riconosciuta, ma variamente disciplinata. Se per la felicità umana la poligamia non è né meglio né peggio del matrimonio monogamico, per la difesa dei diritti della donna fa fede, appunto, il modo in cui essa viene regolamentata.

Nella Jamahirya di Gheddafi la decisione del marito di stipulare un secondo contratto matrimoniale (tale è giuridicamente nell’Islam) era subordinata al consenso della prima moglie; in mancanza, era previsto il ricorso al Tribunale deputato a valutare le ragioni di entrambi i coniugi.

Questa clausola che salvaguardava la famiglia dai capricci e dall’arbitrio maschile è stata eliminata trasformando così la poligamia nella peggiore delle soluzioni possibili. Per la donna innanzitutto, per i figli e per i membri dei clan famigliari poi. Non sono disponibili le ragioni che hanno indotto a questo provvedimento, o meglio: ci si deve accontentare di dichiarazioni a titolo personale secondo le quali si vuole porre rimedio all’elevato numero di donne non sposate. Tesi sconfessata da altre fonti in realtà,  e che molto stupisce noi occidentali che abbiamo del matrimonio una visione molto privata e romantica. E’ da ritenere, più probabilmente,  che si sia voluto intervenire sulla pratica dei matrimoni segreti,  ovviamente, un male ancora peggiore – moralmente e per i diritti dei figli -  dell’arbitrio pubblicamente perpetrato.

- Le milizie e la paura

Il 31 dicembre scorso era la data ultima per l’integrazione delle milizie nei ranghi dell’esercito o della polizia. Numerosi  precedenti tentativi erano andati a vuoto ma, dopo l’attentato di Bengasi in cui ha trovato la morte l’ambasciatore Stevens,  si era decisa questa forte presa di posizione. Poichè, scaduto il termine, non vi sono state dichiarazioni trionfalistiche  si deve  intendere che le adesioni  sono state parziali.

TWEET

Questo tweet sintetizza il clima: c’è paura e ci si arma dimostrando come la cerimonia della consegna delle armi al governo dopo i fatti di Bengasi fosse pura propaganda.

Le cronache di incidenti e rapimenti sono quotidiane; il controllo poliziesco è invasivo, gli arresti colpiscono anche figure della rivoluzione. I rapimenti sono episodi comuni, giornalisti stranieri, come George Grant,  di Libya Herald, o uomini d’affari come  David Bachmann  , hanno dovuto lasciare almeno temporaneamente il paese perché oggetto di minacce. Vari Governi hanno invitato i cittadini a tornare in patria. E’ di questi giorni il temporaneo stop dei collegamenti aerei deciso dalle compagnie straniere, fra le quali l’Alitalia, in previsione dei disordini. Impianti stranieri sono target di attentati, come accaduto l’11 febbraio al magazzino della Pepsi Cola . Le minoranze religiose si sentono insicure, dopo le devastazioni delle moschee Sufi e recentemente l’attacco alla chiesa Cristiana di Misurata.

I confini del paese non possono essere messi in sicurezza (ed è pressante la richiesta di aiuto a livello internazionale) se non imponendo la legge marziale come nella regione del sud. Per la ricorrenza del 17 febbraio il governo ha lanciato un allarme terrorismo e disposto la chiusura per quattro giorni anche delle frontiere con Egitto e Tunisia, issolando di fatto   il paese dal resto del mondo.  Che la situazione non vada presa sotto gamba lo dimostra il Ministero degli Esteri italiano in un quadro dettagliato della situazione  rischi  per gli stranieri in Libia- visibile a questa Pagina

Ben poco viene ricordato da tutti che il territorio è disseminato di mine inesplose, funeste soprattutto per i bambini; ancor meno si cita l’inquinamento del terreno per le bombe all’uranio impoverito sganciate dalla Nato. Se ne parlerà quando, come in Iraq, nasceranno bambini con gravi malformazioni.

- La Giustizia

Gli inquirenti non sono approdati a nulla di certo sugli autori e i mandanti dell’attentato al Consolato USA dell’11 settembre. Il sistema giudiziario celebra processi di cui non è possibile conoscere la regolarità a “collaborazionisti” del regime. Perfino un’icona della rivoluzione, Mustafa Abdul Jalil, leader del CNT e referente dei governi stranieri, deve ora difendersi dall’accusa di aver messo a rischio l’unità nazionale.

Il Ministro della Giustizia ha ammesso che non si sono fatti passi avanti per il rispetto dei diritti umani, tuttavia  contemporaneamente persiste nel braccio di ferro con la Corte Penale Internazionale che non ritiene accertata la capacità di condurre equi processi, in paricolare per  Saif Al Islam Gheddafi (detenuto dalla milizia della tribù Zentan)  e  per l’ex capo dell’intelligence Al Senussi letteralmente “acquistato” dalla Mauritania.

In questo quadro disarmante stupiscono atteggiamenti di una parte, almeno, della popolazione: gli spari quotidiani senza motivo, o  specie in occasione dei matrimoni e l’infinita sequela di fuochi d’artificio. Un paese traumatizzato, arrabbiato che si contiene ancora per un residuo di speranza o per l’impossibilità di sopportare l’affiorare della disperazione.

Era la Libia, la  nazione al primo posto della classifica dell’Indice ISU, lo Sviluppo umano. Con la calcolata destabilizzazione portata avanti da Francia e Inghilterra è diventata un focolaio di terrorismo, la base dalla quale sono partiti uomini e armi  per il recente sanguinoso episodio di In Amenas, Algeria.

FONTE: http://mcc43.wordpress.com/

A Tripoli Di Paola e 20 Puma

puma

di: Manlio Dinucci

Mentre promette nel suo spot elettorale «riforme radicali contro gli sprechi e la corruzione», Mario Monti invia a Tripoli il ministro della difesa Di Paola con un pacco dono da circa 100 milioni di euro: 20 veicoli blindati da combattimento Puma, consegnati «a titolo gratuito» (ossia pagati con denaro pubblico dai contribuenti italiani) ai governanti libici, il cui impegno anti-corruzione è ben noto. Un gruppo di potere, al cui interno sono in corso feroci faide, chiamato in causa dallo stesso Consiglio di sicurezza dell’Onu per «le continue detenzioni illegali, torture ed esecuzioni extragiudiziarie».

Tutto perfettamente legale, però.

La legge sullemissioni internazionali delle Forze armate per «il consolidamento dei processi di pace e stabilizzazione», approvata tre settimane fa dal senato con voto bipartisan quasi unanime, autorizza la spesa per prorogare l’impiego di personale militare italiano in attività di «assistenza, supporto e formazione in Libia» allo scopo di «ripristinare la sicurezza pubblica». L’Italia si accoda così agli Stati uniti, che stanno formando una forza d’élite libica con il compito ufficiale di «contrastare e sconfiggere le organizzazioni terroriste ed estremiste violente».

Le stesse usate nel 2011 dalle potenze occidentali per seminare il caos in Libia, mentre la Nato la attaccava con i suoi cacciabombardieri e forze speciali (comprese quelle qatariane) infiltrate. Le stesse organizzazioni terroriste che vengono oggi armate e addestrate dalla Nato, anche in campi militari in Libia, per seminare il caos in Siria.

Il segretario alla difesa Leon Panetta ha dichiarato al Congresso che, sin dall’anno scorso, il Pentagono arma i «ribelli» in Siria. La maggior parte non è costituita da siriani, ma da gruppi e militanti di altre nazionalità, tra cui turchi e ceceni. Da fonti attendibili risulta che vi siano anche criminali sauditi, reclutati nelle carceri, cui viene promessa l’impunità se vanno a combattere in Siria.

Compito di questa raccogliticcia armata  è quello di seminare il terrore all’interno del paese: con autobombe cariche di esplosivi ad alto potenziale, con rapimenti, violenze di ogni tipo soprattutto sulle donne,  assassini in massa di civili. Chi non è debole di stomaco può trovare su Internet video girati dagli stessi «ribelli»: come quello di un ragazzino che viene spinto a tagliare la testa, con una spada, a un civile con le mani legate dietro la schiena.

Sempre più, in Siria come altrove, la strategia Usa/Nato punta sulla «guerra segreta». Non a caso Obama ha scelto quale futuro capo della Cia John Brennan, consigliere «antiterrorismo» alla Casa bianca, specialista degli assassini a distanza con i droni armati, responsabile della «kill list» autorizzata dal presidente. Dove non è escluso che ci fosse anche il nome di Chokri Belaid, il dirigente tunisino ucciso da killer professionisti con tecnica tipicamente terrorista.

FONTE: IlManifesto.it

Dossier GHEDDAFI. La morte: tante versioni pubbliche e la taciuta “pista dell’oro”

Articolo inviato al blog

di: mcc43

- Le troppe versioni ufficiali e l’inconclusiva indagine Onu
 -Interviste psyops: il bodyguard di Gheddafi
- Gheddafi rapito e riportato a Sirte?
- Riserve auree: Venezuela e Libia

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Il giorno 20 ottobre 2011 sui teleschermi e nel web si replicavano all’infinito il volto insanguinato di Muhammar Gheddafi, il branco urlante lanciato all’inseguimento, poi la sua  immobilità nella morte. Il giorno 23 l’annuncio alla folla: “Dichiariamo la Libia liberata. Alzate la testa. Siete libici liberi” Mustafa Jalil si inchinava e ringraziava Dio.  “Da oggi siamo una sola carne. Archiviamo il conflitto per il bene della Libia che avrà la legge islamica come suo fondamento”.  Obama si congratulava.  Cameron e Sarkozy l’avevano anticipato con il blitz propagandistico a Bengasi una settimana prima. **** Un anno è trascorso. Le distruzioni che hanno cancellato intere città e provocato migliaia di sfollati, la persecuzione dei libici di pelle nera, il suolo inquinato dall’uranio dei bombardamenti e dalle mine inesplose, i mutilati e l’infinita teoria di tragedie personali hanno liberato la Libia solamente dal corpo di Gheddafi, sepolto non si sa dove. Tutto ciò che si presumeva dovesse diventare nuovo è nel limbo delle speranze sempre più colorate di disillusione. Il conflitto divampante è diventato cronico.

Sì , Gheddafi non c’è più, ma sempre più spesso, riferiscono un pò meravigliati gli stranieri, si sente lo  slogan di un tempo  “Qadafi mia mia”,  sottovoce: Gheddafi al cento per cento.

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Le troppe versioni ufficiali e l’inconclusiva indagine Onu.

– Il comunicato della Nato (pdf). Consegna alla storia la versione di un aereo che avvista un convoglio armato “nei pressi di Sirte”, lo centra, distrugge un certo numero di veicoli, i restanti proseguono verso sud, vengono nuovamente colpiti; il comunicato dichiara altresì che il pilota non era al corrente della presenza di Gheddafi nel convoglio.

- I ribelli del CNT.

Sono loro a suggerire che Gheddafi è uscito da Sirte e dichiarano di averlo catturato nascosto in una conduttura [da un mese  proclamavano d'essere sul punto di scovarlo imbucato da qualche parte] già ferito alle gambe. I video mostrano che Gheddafi poteva correre, mentre è la testa ad essere abbondantemente coperta di sangue. Viene sballottato e non oppone resistenza, come persona sotto effetto di narcotici. E’ inseguito e oltraggiato da una muta urlante, “muore durante il trasporto all’ospedale”.

Il medico autore dell’autopsia riscontra, invece, due proiettili sparati da distanza ravvicinata, alla testa e allo stomaco, poco dopo essere finito nelle mani dei ribelli. In effetti alcune scene dei video mostrano  una pistola puntata alla tempia. Video a questi link  DailyMail e  HRI .Mahmoud Jibril, tuttavia, dichiara che il prigioniero è morto durante una sparatoria avvenuta dopo la sua cattura tra lealisti e forze del Cnt,  ” non vi è stata nessuna  esecuzione“.

La versione emerge confusa e palesemente imbarazzata. L’Onu ordina un’inchiesta, i risultati saranno resi noti nel mese di marzo 2012 e definiti “inconclusivi”:catturato vivo, sì, ma  non possibile stabilire in quali circostanze sia  stato ucciso.
In prossimità dell’anniversario dei fatti, ora i media aggiungono particolari che, lungi dal chiarirli, aumentano i sospetti; Time World  rivela che i ribelli  che hanno catturato Gheddafi erano in contatto telefonico con il CNT. Quali disposizioni hanno ricevuto e da chi personalmente?  Un portavoce dichiarerà poi ai giornalisti “Avevamo bisogno di sbloccarci e Gheddafi morendo ha reso le cose più facili” .

 Per convalidare la tesi “Gheddafi usciva dal nascondiglio di Sirte: Indiscrezioni e depistaggi

Nei giorni successivi ai fatti, una fioritura di notizie presentava un unico denominatore comune “Gheddafi usciva da Sirte, i ribelli lo hanno catturato”,  masi è detto anche della presenza di  SAS britannici e di agenti francesi. Si è detto altresì che i servizi segreti della Germania sapevano da settimane dove si trovava Gheddafi. Questo ha sapore di verità,  visti i mezzi tecnologici a disposizione (resta da capire se si trattava veramente di Sirte)  e rende ridicolo il recente scoop anti-Assad: un mestatore ex-membro del CNT ha dichiarato,  e i media hanno raccolto, che  Gheddafi sarebbe stato individuato perchè Assad avrebbe rivelato ai servizi segreti francesi il suo numero di cellulare.

Nei giorni scorsi un nuovo report di HRW, insieme ad un video , costituisce una durissima accusa contro le brigate di Misrata (evito il nome italiano per motivi di traduzione in altre lingue), che hanno torturato e giustiziato la settantina di soldati facenti parte del convoglio di Sirte. Alcuni dei colpevoli sono noti e segnalati alle autorità libiche che finora non hanno provveduto ad emettere alcun provvedimento giudiziario, sostiene HRW di solito indulgente con i nuovi politici della Libia.

Sugli eventi del 20 ottobre si sono aggrovigliate anche le notizie sull’altrettanto misteriosa fine di Mutassim Gheddafi; secondo una versione sarebbe stato ucciso perchè uscito allo scoperto per controllare personalmente i danni agli automezzi, ciò in perfetto contrasto con i video che lo mostrano vivo e progioniero prima di venire esposto insieme al padre nel macabro e rivoltante  spettacolo nel supermarket di Misrata.

Di quel giorno si  è detto soprattutto di una bandiera bianca  sventolata dal convoglio e ciò  si aggancia alle varie  precedenti voci di trattative segrete per la resa di Gheddafi. In questo blog avevo raccolto da fonte israeliana la notizia di un incontro segreto sotto gli auspici  Onu in Tunisia, con i nomi dei partecipanti e le condizioni poste da Gheddafi. (Il vento della speranza soffia(va) da Djerba). Trattative fallite per l’opposizione del CNT apparentemente. O accordo segreto che i governi Nato hanno trasformato poi nella trappola scattata a Sirte?

Interviste PSYOP

- Un contractor sud-africano, degente in un non meglio identificato ospedale del Nord Africa, racconta di aver fatto parte del  commando incaricato di scortare Gheddafi fuori dai confini della Libia; convinti di agire per ordine della Nato i contractors sono stati sopresi del bombardamento e si sono salvati perchè i ribelli di Misrata li hanno lasciati fuggire. Ciò  stride con la loro pratica sanguinaria,  ma potrebbe essere avvenuto per ordine degli agenti stranieri che per tutta la durata del conflitto hanno accompagnato e assistito le milizie.

Se il contractor afferma il vero, la promessa di un espatrio protetto da un commando pseudo-Nato potrebbe essere stata la mossa finale di un accordo-trappola siglato a Djerba.

- Mansour Daw, cugino e capo della guardia personale di Gheddafi ha rilasciato un’intervista che è il pezzo forte della disinformazione.
Qui il video della sua cattura, in assoluta assenza delle violenze riservate a Muhammar Gheddafi, Qui  i punti salienti  del suo racconto alla CNN (video in inglese scomparso dalla rete) riportati dal Corriere della Sera.

Daw afferma di esser sempre rimasto con Gheddafi dalla caduta di Tripoli fino al 20 ottobre, che  l’uscita da Sirte sarebbe avvenuta per volontà dello stesso  Gheddafi e  di non sapere cosa sia avvenuto di lui, avendo aver perso  i sensi a causa del bombardamento. Due elementi lo smentiscono.

La sua alta posizione nel regime non permette di credere che il feroce battaglione Tigre  di Misrata lo abbia risparmiato di propria iniziativa. L’esser stato messo in posizione di unica fonte per i  media è funzionale ad un piano preciso: sostenere che fino al momento del bombardamento Gheddafi non era prigioniero e aveva un nascondiglio a Sirte.

Falsa la dichiarazione  di essere  rimasto “sempre” insieme al leader a Sirte, al contrario, vederlo comparire sul teatro degli avvenimenti  doveva sorprendere i giornalisti come ha sorpreso me.  All’inizio del mese di settembre varie fonti rilanciavano la notizia della sua uscita dalla Libia verso il Niger, dove pure venivano segnalati funzionari dei servizi di sicurezza americani.

Questo in sintesi, il dettaglio sull’ambiguità del personaggio è leggibile  nei  post alla Tag Mansour Daw.

La pista non discussa: l’oro della Libia

Tutte le contrastanti versioni pubbliche  potrebbero nascere da un unico segreto  retroscena,  per effetto del quale Gheddafi si troverà  il 20 ottobre alle porte di Sirte-  ma non per propria volontà.

Durante le ultime settimane del conflitto le 144 tonnellate di riserva aurea della Libia  , dai media definite “l’oro di Gheddafi” , erano  argomento ricorrente, sorprendentemente archiviato dal giorno della sua morte. (nota1)

1) Dov’era nascosto l’oro delle riserve libiche?

Non è un dato che circola facilmente e non sempre si hanno disposizione gole profonde; occorrono servizi segreti. Nella pista dell’oro potrebbe comparire la rete di agenti che il Mossad sviluppa nella Tunisia post rivoluzionaria, come apertamente comunica il quotidiano israeliano on line Ynetnews   [agg. h.21 19.10 il sito nega l'accesso all'articolo! vedere nota X in calce ] Si tenga a mente che il  convegno segreto di agosto avviene proprio in quel paese, a  Djerba.

2) Gli antefatti del mese di Agosto.

Dal Venezuela un annuncio clamoroso. Il 17,  Hugo Chavez chiede il rimpatrio delle 211 tonnellate di oro venezuelano allocate nelle banche estere.   Bloomberg titola:  “Chavez svuota la Banca d’Inghilterra” e nell’articolo riporta le parole del presidente “Abbiamo 99 tonnellate di oro nella Bank of England dal 1980. Direi che è salutare riaverle a casa”.

Il mercato s’impenna, gli attacchi aerei sulla Libia s’intensificano, Al-Jazeera diffonde il falso video della caduta di Tripoli, Gheddafi comprende che il destino è segnato e se ne va.  La ri-consegna dell’oro avverrà da Londra, via Parigi,  quasi a tambur battente: in novembre il primo carico, in gennaio l’ultimo.

La Bank of England possedeva materialmente quest’oro?  O era stato smobilizzato per proprie operazioni lucrative?

In quest’analisi - che merita attenta lettura poiché gli astrusi meccanismi della finanza ricadono su tutti noi – viene argomentata la gravità della situazione nel caso della seconda ipotesi.

Acquistare sul mercato dell’oro significava sborsare, all’epoca,  1,826.80 $ per ogni oncia, cioè per 31,10 grammi. Ce ne vuole per arrivare a una tonnellata!

Quand’anche i forzieri britannici fossero stati zeppi di lingotti, la prospettiva di soddisfare Chavez  incamerando nel contempo, extra-contabilità,  200 tonnellate d’oro libico da spartire con le altre banche detentrici dell’oro venezuelano  doveva sembrare allettante.

3) Le notizie del mese di settembre

Da Tripoli, ormai sotto controllo Nato, esce la notizia  che il 20% delle riserve libiche – allocate nel paese e non all’estero- sono state vendute prima  della caduta della capitale.

Da Niamey rimbalza la notizia del “convoglio fantasma”:  Giallo su 200 camion con oro e soldi titola La Stampa, aggiungendo: forse c’è anche Gheddafi, alcuni figli e dei fedelissimi. Le autorità del  Niger comunicheranno poi trattarsi  di famiglie richiedenti asilo, ma si saprà da altre fonti della presenza di  Mansour Daw, e in Niger si trova tuttora Saadi Gheddafi.

Ai più sono sembrate notizie poco importanti mentre infuriavano i bombardamenti su Sirte e Bani Walid (nota2), per Gheddafi, invece,  s’inquadravano in una realtà che noi non conosciamo e potevano arrivargli come  significativi messaggi.

4) Ottobre: il colpo finale

Dalla Tunisia: i siti corsari danno una breve e dettagliata notizia -  traduco da Alterinfo del 21 ottobre  :

Gheddafi era stato catturato giorni prima e trasferito in elicottero.

È l’arrivo di una delegazione francese in Libia il 12 ottobre, con diversi imprenditori e l’assenza per 12 ore di membri del personale diplomatico a innescare la polemica tra i giornalisti (nota: si fa riferimento alla stampa francese.)

Prima degli eventi c’è stato un  monitoraggio satellitare 24/24 ore, con un avvicendamento di più di 100 persone, per controllare Gheddafi e i suoi ministri. Era in gioco un tesoro di euro e lingotti d’oro, stimati in 300 miliardi.
Muammar Gheddafi fu arrestato e torturato per più di 10 giorni . Completamente drogato e fisicamente distrutto, sarà consegnato, con il figlio Mutassim, a una banda di assassini per mascherare la tortura e gli abusi subiti.

È altamente probabile che questa sia un’operazione effettuata dal Mossad israeliano attraverso un distaccamento venuto dalla Tunisia che aveva ricevuto informazioni incrociate da satelliti e sistemi di sorveglianza.

Mai dai media internazionali è stato messo in dubbio l’assioma dei ribelli: Gheddafi“usciva” da Sirte, invece si dovrebbe porre molta attenzione ai fatti che di  dubbi ne suscitano alquanto.

 - La presenza di Gheddafi per due mesi a Sirte,  ignorata dalla Nato, senza che un oppositore o un cittadino lo riconoscesse e, sfinito dalle bombe e dalla fame,decidesse di consegnarlo ai ribelli per  incassare la taglia.

Il silenzio protratto del rais, essendo stato diffuso il 6 ottobre l’ultimo suo messaggio audio.

L’assurdità di un’improvvisa sortita nella pianura libica sotto il tiro della Nato per desiderio “tornare al paese natale”.

La condizione di torpore e stordimento, non di terrore, che i video mostrano. In questa foto Gheddafi si guarda la mano insanguinata per rendersi conto di essere ferito.

L’esame autoptico effettuato a Misrata in assenza di periti internazionalmente riconosciuti. Solo la figlia Aisha richiederà una seconda autopsia che avrebbe potuto accertare, oltre alla  causa della morte, psicofarmaci presenti nel sangue e in quale  misura.  Lo stesso si può dire per Mutassim che parimenti, dai video della detenzione, appare trasognato, invece che terrorizzato.

Tutto questo diventa comprensibile prendendo in considerazione  l’ipotesi di un rapimento per “convincere a rivelare” cui vien fatto  seguire il trasferimento di Gheddafi alle porte della città nella notte del 19 (nota3).

5)  Saif al Islam rimasto solo, Hilary Clinton dal CNT

Avvenuto il rapimento in un giorno successivo al 6 ottobre, forzatamente cessarono i contatti telefonici di Muhammar con il figlio Saif al Islam in Bani Walid. Ciò può spiegare perché il 17, due giorni prima dell’entrata dei ribelli nella città, Saif l’abbandona precipitosamente  finendo sotto il tiro degli aerei Nato. Morti decine dei suoi soldati, Saif ferito alla mano.

Quest’accelerazione degli eventi avviene mentre Hilary Clinton è in visita al CNT in Libia, tre giorni prima che Muhammar Gheddafi venisse esposto al mondo intero, nei video “amatoriali” prontamente diffusi in rete, stordito e ferito nelle mani dei ribelli.

6) Perchè la pista dell’oro deve restare ignota

Se la pista dell’oro fosse stata resa pubblica, non è difficile immaginare le ripercussioni sul popolo libico nel vedersi depredato dai suoi “liberatori”, nell’inerzia o nella connivenza del CNT.

Si è offerto ai libici uno spettacolo. La Nato che colpisce Gheddafi ineccepibilmente perché all’oscuro della sua presenza nel convoglio. I ribelli – autodefiniti Freedom Fighters – che stanano il dittatore sordidamente “imbucato” in un condotto. Immagine perfetta per  le future autoassoluzioni dall’inefficienza: “colpa dei quarantanni di regime”.  Hollywood non avrebbe fatto di meglio.

E’ una versione probabilmente sgradita anche al fronte dei lealisti. Aggrappati all’idea del Leone del Deserto combattente fino alla morte, come tante volte lui stesso aveva declamato, hanno sempre opposto  un netto diniego alle voci  di trattative per la resa.

Dopo il 20 ottobre, il peggio della propaganda lealista negava perfino l’avvenuta morte, attribuendola a un cugino somigliante o a un sosia, assicurava che Gheddafi era vivo e stava organizzando la resistenza.  Perfino  la dichiarazione del portavoce ufficiale Mussa Ibrahim  rispondeva a logiche di propaganda: Gheddafi è morto per le ferite causate dal bombardamento e  i traditori ribelli gli hanno sparato alla testa e all’addome per simulare che l’uccisione sia avvenuta per mano loro”.

*****

La fine di Muhammar  Gheddafi è nella morsa dello spietato complottismo internazionale e dell’inconcludenza dei sostenitori, inabili anche nella lotta contro la disinformazione mediatica.

Un lascito oscuro che pesa sulla Libia oggi ancora in fuga dalla realtà, incapace di deporre armi, localismi, meschinità personalistiche. Le milizie di Misrata assediano Bani Walid per vendicare un proprio combattente miticamente trasformato nell’eroe che ha “catturato” Gheddafi.  Per questo assedio vendicativo c’è l’assenso, con votazione non a maggioranza,  del Congresso Nazionale e  nei social media i  libici della diaspora,  i parenti dei politici,  gli affaristi stranieri in Libia tifano per la finale resa dei conti  con la città che, a torto o a ragione, si vuole simbolo del pro-gheddafismo.

I conti che davvero non tornano sono quelli finanziari. L’opulenza dei singoli è lontana quanto lo scongelamento dei fondi libici che governi e banche straniere restituiscono con il contagocce, mentre il Congresso Nazionale tace sull’insolito comportamento di una classe dirigente che, con il paese drammaticamente a corto di liquidità, non fa neppure menzione delle  riserve auree.

La Libia è un paese traumatizzato imbeccato dalla propaganda occidentale,  spinto a credere che il problema pressante sia la spaccatura fra laici e islamisti, anzichè quello di una perduta sovranità da riconquistare.

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a questo  link  tutte fonti usate per la ricostruzione dei fatti

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NOTE:

-nota1 E’ stato un inchino dell’informazione alle logiche predatorie, come lo è l’aver sorvolato sul bombardamento  Nato del monumentale  acquedotto libico, un dato ora  scomparso anche dalla rete L’attacco Nato a quella struttura sarebbe servito per spianare la strada a Gaz de France-Suez e Veolia, leader francesi nella gestione delle acque, così come alla multinazionale Kellogg Brown & Root per la ricostruzione dell’intera rete di pipeline, perché parallelamente all’acquedotto, viaggiano anche un gasdotto e un oleodotto”.

-nota2 per chi li avesse dimenticati rimando a Sirte: assedio con infamia, anche nostra   poichè dal sito Nato  i bollettini quotidiani delle missioni  e degli obiettivi colpiti sono scomparsi:  “Error404, page not found”!

-nota3  Riporta Time Wolrd nell’articolo citato in apertura, che secondo le “interviste” di HRW  quella che doveva essere un’operazione notturna divenne una manovra in pieno giorno perchè Gheddafi avrebbe deciso di prendere con sè anche i suoi soldati feriti. Ciò non collima con la vulgata di dittatore spietato, ma il pubblico si è disabituato ad andare per il sottile nel recepire  le notizie.

-nota X – fino al mattino del 19.10 il link funzionava, in serata “access denied” – La notizia della rete di spie Mossad nel Nord Africa si può anche leggere  (per ora?) a questo link Da notare : si tratta di un sito israeliano che rilancia un comunicato di febbraio 2011 di Jana News, ovvero l’agenzia di notizie della Jahamairija libica. Strani incroci davvero….

foto   (© Martin Beek / Flickr)

LINK: http://mcc43.wordpress.com/2012/10/19/dossier-gheddafi-la-morte-tante-versioni-pubbliche-e-la-taciuta-pista-delloro/

Rumorosi silenzi sull’uccisione dell’Ambasciatore Chris Stevens a Bengasi

Articolo inviato al blog

di: mcc43

Il “Consolato” era la  US Special Mission Benghazi
Rapporti con le milizie locali
Indagini FBI sorprendentemente lente
La pista non battuta: la vendetta islamista
L’Ambasciatore lasciato solo

 

Nulla di quello che accade in Libia rimane nelle ore successive come appariva all’impronta. Difficile comprendere, ancora più difficile raccontare  connessioni  sovrapposizioni  discordanze che formano l’impalcatura dell’enigma. Costringere le società a ragionare “sul falso” nell’informazione è il metodo del Nuovo Ordine Mondiale  che fa apparire ai più come liberatorie  clamorose azioni di Anonymous o  Wikileaks, sulle quali  si dovrebbe  nutrire il sospetto che siano le più subdole tattiche della falsa narrazione.

L’attacco che a Bengasi ha ucciso l’ambasciatore Chris Stevens e altri americani con lui è avvenuto durante la fiumana di manifestazioni seguite a una delle tante provocazioni contro l’Islam ed è su questo sfondo che  il Dipartimento di Stato USA ha inizialmente collocato il fatto. Versione che si è via via sgretolata sotto l’incalzare del Partito Repubblicano, dei resoconti dei reporter CNN (ved.  L’11 settembre della Libia e degli USA   )  e successivamente del Washington Post,  che facevano emergere le recenti perplessità di  Stevens sulla sicurezza a Bengasi, l’incomprensibile lassismo nel potenziare le misure cautelative, la non attuazione del piano predisposto fin da settembre 2011 per una pronta reazione ad eventuali attacchi (immagine in fondo al post).

Questo articolo   In Libya, contingency plan seemed to go awry during attack on U.S. outpost  è un raro esempio di magistrale giornalismo investigativo da parte del Washington Post che ha altresì sottolineato lo stupefacente precipitoso abbandono dell’edificio .Il ritiro del personale americano nelle ore succesive all’attacco era  comprensibilissimo per i civili, non per gli addetti a compiti di controllo e  sicurezza che avrebbero dovuto presidiare l’edificio per mantenere intatta la scena in attesa delle squadre investigative.

Che cos’era il “Consolato” di Bengasi?

Il documento rinvenuto dal WP, che riporta ora per ora gli impegni dell’Ambasciatore – lo  si può leggere in questo Pdf,- non definisce la sede come consolare ma come   US Special Mission Benghazi. L’aggettivo Special è più consonante con CIA che con  Corpo Diplomatico. Scorrendo gli impegni dei giorni intorno all’11 si scopre che l’attività “diplomatica” somigliava  a quella di un incaricato di affari, fitta di questioni petrolifere da trattare con la AGOCO; oltre alle cerimonie e incontri per la  promozione di contatti culturali dei giovani libici con gli USA.

In quali rapporti era Stevens con le milizie bengasine?

Un articolo di Eli Lake, corrispondente di Newsweek, pubblicato nel sito di informazione controcorrente  The Daily Beast, informa di un dispaccio di Stevens inviato il giorno stesso della morte nel quale  riferisce di un colloquio con le milizie che controllano l’ordine pubblico a Bengasi.  Nomina due leader miliziani che accusano gli USA di sostenere la nomina di Mahmoud Jibril a primo Premier eletto della nuova Libia (come si sa il voto del Congresso  – meno di 24 h dopo l’attentato – l’ha visto sconfitto per due voti da Mustafa Abushagur).

Avvenendo questo, minacciava  il miliziano Ahmed bin al-Gharabi ,   “non avrebbe continuato a garantirgli la sicurezza“, compito svolto fino ad allora.

Ciò conferma sia l’intromissione pesante del governo americano nella vita politica libica, a garanzia dei propri interessi economici e a fini elettorali, sia l’avversione da parte delle milizie,  di cui la debole autorità di Tripoli ha bisogno. Le dichiarazioni  del presidente del Congresso Magarief sull’esistenza di milizie “autorizzate e non autorizzate” sono risibili: molti miliziani sono contemporaneamente parte dell’esercito indipendentemente dalla loro affiliazione a gruppi armati privati. La campagna per la restituzione delle armi da parte dei cittadini è stata poco più di uno show, collegata com’era a una lotteria a premi (!) e la manifestazione Save Benghazialtrettanto di facciata, poiché terminata in scontri con “alcune milizie”. Soprattutto, si è detto, contro Ansar al Sharia che stava garantendo efficacemente la sicurezza dall’ospedale; c’è chi afferma che l’incarico dipendeva dal fatto che il direttore dell’ospedale e il  capo della milizia sono fratelli.  Interessi privati, azione pubblica, manifestazioni e  altro non hanno soltanto  il significato che si vuol loro attribuire.

Perché il team FBI, inviato senza fretta, è rimasto a Tripoli fermo per giorni?

Non so immaginare dopo il crollo del muto di Berlino un altro  paese con cui gli Stati Uniti  avrebbero mostrato un tale aplomb sul cadavere di un  loro Ambasciatore. Assumere una posizione forte con la Libia sarebbe per i loro scopi controproducente?

Le investigazioni  torpide sono  un inciucio con delle componenti del business o della politica della Libia?

Gli  Stati Uniti hanno la coda di paglia e non possono alzare la voce?

Il NYTimes riportava una dichiarazione dell’allora premier Abushagur che affermava di esser venuto a conoscenza delle attività svolte nel “consolato” dal  Wall Street Journal e successivamente all’attacco, aggiungendo: “Non abbiamo problemi a condividere l’attività di intelligence, ma la nostra sovranità è un punto chiave” .

Fatto sta che il team FBI è arrivato a Tripoli  solo il 19 e  ha dovuto attendere  il 3 ottobre per recarsi a Benghazi. Il Dipartimento di Stato si difende con “non crediate che le investigazioni avvengano solo nel compound”  e accampa ragioni di sicurezza. Richiede tanto tempo preparare una scorta armata per una visita che è durata in tutto 13 ore? E perchè non vi sono state sdegnate dichiariazioni sull’assenza di presidio al compound dove oltre ai reporter aveva facile accesso  chiunque, per prelevare… o per deporre, magari dei documenti.

Appare più credibile la dichiarazione di un portavoce del Governo  libico riferita da  ReutersUsa e Libia dovevano accordarsi sul ruolo che le due parti avrebbero avuto nell’investigazione congiunta. Ognuno ha i suoi altarini da tenere nascosti…

Poteva avere Stevens dei nemici personali?

Alcuni, ma non i grandi media, si sono chiesti  se non sia stato pericoloso, in quanto provocatorio,   inviare in un paese islamico, travagliato da presenze islamiste armate, un rappresentante nella cui rispettabile vita privata c’era la particolarità di essere omosessuale.

Nel profilo FB del suo amico  Austin Tichenor vi sono commenti alle foto del giovane Stevens che lo confermano, non si comprende per quale ragione il Dipartimento di stato non dia aperta assicurazione di  indagini in corso anche sul versante di un’assurda vendetta privata o di uno scoppio di odio fondamentalista. Timori di suscitare polemiche del/contro le comunità omosessuali?  Questo impedisce di controbattere con assoluta certezza le “rivelazioni” di una gola profonda nel sito libanese Tayyar circa  azioni dispregiative commesse su Stevens e il trascinamento per strada del suo corpo inanimato.

Perchè l’Ambasciatore è rimasto solo mentre gli altri si mettevano in salvo?

Gravemente oscuro resta  il meccanismo per cui l’ambasciatore sarebbe stato rinvenuto nella stanza senza finestre da solo.

Quanti avrebbero dovuto essere i suoi personali bodygard? Erano militari  o contractor privati? Una delle  vittime Glen Doherty era congedato dai Marine e  prestava servizio privato come contractors, perchè non dirlo apertamente?

Non si comprende la premura di diffondere il video  di un freelance bengasino in termini elogiativi dei “buoni samaritani” che  soccorrono Stevens. Chiunque sa che estraendo un frammento da un filmato più lungo si può cambiare il significato dell’azione; le frasi dei soccorritori che ringraziano Dio perchè l’uomo è ancora in vita non spiegano le intenzioni, essendo Stevens arrivato cadavere all’ospedale .

Erano, nel migliore dei casi, intrusi penetrati dentro il  compound la cui  identità è rimasta ufficialmente  ignota. Ad eccezione di chi si fa intervistare dai reporter, ma già nel caso della cattura di Gheddafi  avevamo assistito a una fioritura di affabulatori.

Provvedimento di Washington, non dichiarato ma impossibile da nascondere,  è aver  aumentato le attività dell’aviazione nel Mediterraneo nell’immediatezza dell’attacco. Per il resto la Casa Bianca  ha farfugliato, dilazionato o taciuto le spiegazioni, rendendo appropriate le richieste avanzate da taluni di  dimissioni dei portavoce del Dipartimento di Stato e non del tutto  assurdo il sospetto espresso nel titolo di  questo articolo di  Libya360°

WAS HILLARY CLINTON BEHIND THE ASSASSINATION OF CHRIS STEVENS?

e il 10 ottobre ancora da Washington Post:

Benghazi attack may cloud Clinton’s legacy

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Allo stato dei fatti, certamente ci si può chiedere, come in questo articolo di Global Reserch,

BENGHAZI ATTACK AND AMBASSADOR STEVENS: WHY “THE SOUND OF SILENCE”?

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Il piano di sicurezza non attuato

LINK: http://mcc43.wordpress.com/2012/10/09/i-rumorosi-silenzi-sulluccisione-di-chris-stevens-a-bengasi/

Libia 7 Ottobre: governo fallito, città assediata, conflitti sparsi e rapimenti misteriosi

Articolo inviato al blog

di: mcc43

Il Governo che non c’è

La guerra interna fra Bani Walid e Misurata

Il rapimento di un politico linguacciuto:  Guma El Gamaty

Trappole sulla via verso un governo

Mustafa Abushagur,   magnate delle telecomunicazioni,  è a occhio e croce una personalità decente a cui affidare il governo della Libia, almeno fino anche non sarà stata redatta  la Costituzione. Anche al secondo tentativo, invece, il suo Governo è stato bocciato dal Congresso Nazionale: voti  44 a favore,  17 astenuti e 124 contrari.

Abushagur non aveva alle spalle un partito e  l’incarico era stato strappato di stretta misura su Mahmoud Jibril che non gliel’ha perdonata. E’ il volpino Jibril che ha  pilotato Abushagur verso il voto di sfiducia: lo ha tenuto sulla corda con estenuanti trattative fino all’ultimo per poi negargli  l’appoggio proprio alla vigilia della seduta.

Va detto che Abushagur ha fallito con onore, il suo discorso in Congresso  è stato considerato dai commentatori in  Twitter degno di uno statista;  a votazioni concluse ha sollecitato la designazione di un successore per evitare – in questa fase insidiosissima – l’assoluto vuoto di potere.

Si è tolto con ironia anche qualche soddisfazione:  “adesso sarà chiaro a tutti che non appartengo ai Fratelli Musulmani” ha twittato  ribattendo alle voci sulla sua etichetta politica.  Mentre prima di affrontare il voto:

@MustafaAG

“ Ho incontrato nel corso degli ultimi due giorni  diversi membri del Congresso e ognuno di loro ha richieste per nomine di ministri della propria regione e insiste su di esse  come condizione per votare il governo”

Appetiti locali insaziabili e cecità sulla situazione globale. Questo commento di un osservatore libico riassume il problema politico, sociale e istituzionale del paese:

@eljarh

#Libya please don’t turn our 200 #GNC members into democratically elected 200 Dictators !! #LibyaPayAttention

Non si permetta ai 200 parlamentari di comportarsi come tanti piccoli dittatori, Libia stai attenta.

Altrettanto sinteticamente,  si può dire che Muhammar Gheddafi è stato vittima del Nuovo Ordine Mondiale, Abushagur vittima degli appetiti locali e che la Libia è già vittima di una diffusa presunzione di sé di quella parte di popolazione più ambiziosa e gretta .

Bani Walid sotto assedio

L’anno scorso, proprio in questi giorni,  Bani Walid era oggetto di un assedio forsennato  ved. Art.  E’ una città con forti tendenze all’indipendenza locale e si oppone al centralismo con la richiesta di un Consiglio locale. Questo le  vale lo sbrigativo epiteto di “bastione dei lealisti gheddafiani”.

Una lunga faida con Misurata fa sì che entrambe detengano prigionieri dell’altra città.  Nei frequenti scontri di questi mesi Bani Walid ha catturato Omran Shabaan un ribelle da banda armata, un eroe martire per i suoi, che giura di aver catturato Gheddafi. Non è l’unico, ma il suo racconto è funzionale alla vulgata dispregiativa  “Gheddafi era imbucato in un tunnel” che tanto piace anche ai nostri media.  I fatti completi sono in questa raccolta Celebrità e morte di un Freedom Fighter . In sintesi: alla cattura sono seguite le torture per strappargli l’indicazione del luogo dove è stato segretamene sepolto il corpo del rais.  Una nozione che il poveretto certo non possedeva. Liberato dai compagni, le sue condizioni richiesero il ricovero  in Francia (!)  dove  – opportunamente per la vulgata e la prosecuzione della faida – è deceduto.

La componente parlamentare che spalleggia Misurata ha ottenuto il voto su  un’azione armata contro Bani Walid;  poiché l’esercito nazionale è da  burletta,  in concreto chi sta assediando Bani Walid sono proprio le milizie di Misurata. Il Governo ha dato un ultimatum fino al 5, poi esteso al 10, per consegnare i “colpevoli” [ignoti o indicati come persone da indagare ?] della cattura e delle torture su  Shabaan,  imponendo agli abitanti di evacuare la città -  accerchiata! -  in previsione di un assalto.

La situazione ricorda quella di Sirte l’anno scorso:  senza cibo, carburante, medicine e ossigeno per l’ospedale. Nonostante l’ultimatum governativo non sia ancora scaduto la città  viene presa di mira dai lanciarazzi. Nella foto, una famiglia la cui casa è stata centrata.

Un  Governo che assedia una parte del paese e consente a dei privati in armi di uccidere i suoi cittadini equivale a un regime dittatoriale,  e sta provocando reazioni a sostegno della città  da parte della numerosa tribù Warfalla.

Finirà nel sangue, come fanno temere  gli scontri  ora in corso ? Alla mezzanotte del giorno 8,  la conta dei morti in Bani Waalid è arrivata a tre e i feriti di Misurata  sono nove,  informa Reuters.

O con uno scambio di prigionieri, come la più banale logica vorrebbe? Da tenere in considerazione: negli stessi giorni scontri sono in atto a  Soussa e a Derna per motivi che non devono essere molto diversi dalle rivalità locali e dalle azioni dei jihadisti.

Un rapimento misterioso

Guma El Gamaty è uno dei molti personaggi  della diaspora libica che hanno condotto, dalla loro sicura casa all’estero,  la “rivoluzione” contro Gheddafi.  Gamaty rappresentava il CNT in Gran Bretagna, con riserve minuziosamente espresse da un articolo in questo post  circa la  discrezione e il tatto diplomatico,  per diventare poi  politicamente  attivo in patria. La notte del 7 è stato rapito  mentre si trovava in compagnia di amici al caffè; le notizie parlavano degli autori come di una milizia non identificata . Tale è rimasta perchè nella conferenza stampa del suo partito è stato comunicato il  suo rilascio – sequestro lampo! – ma senza chiarirne  motivazioni e autori.  Non sfugge la coincidenza dell’aavvenimento con le febbrili ore della preparazione della lista del nuovo Governo e della bocciatura in Parlamento.

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Ognuna di queste circostanze sarebbe motivo di sdegnati commenti  internazionali, invece non vi  è clamore. Solo rari trafiletti  che spesso rivelano come l’autore non si raccapezzi nel flusso degli eventi . Perchè la Libia è stata “liberata” dai governi  della  Nato. Fine della storia.

Non per noi che riteniamo inaudito e sospetto che  per due settimane i detective FBI  siano stati bloccati a Tripoli “per motivi di sicurezza” prima di avere via libera verso la  scena del crimine. Il  cosiddetto consolato di Bengasi, dove nel contempo   passeggiavano e scoprivano documenti i reporter CNN e Washington Post.

Come si sta scrivendo la vulgata sulla morte dell’ambasciatore Chris Stevens? Un altro capitolo della storia, un altro post.

raccolta articoli e video in  : Libya and the killing of Ambassador Stevens

LINK: http://mcc43.wordpress.com/2012/10/08/libia-7-ottobre-governo-fallito-citta-assediata-conflitti-sparsi-e-rapimenti-misteriosi/

L’ 11 settembre della Libia e degli USA

Articolo inviato al blog

di: mcc43

Nella ricorrenza dell’attacco alle Twin Towers, a Bengasi è stato ucciso l’ambasciatore americano Chris Stevens. “Come e perché” sono dati ancora ignoti e in una diversa circostanza ciò sarebbe considerato inaudito. Non c’è dubbio che se fosse avvenuto, per esempio, in Algeria o Tunisia, la risposta diplomatica e militare  sarebbe stata immediata, ma la Libia è ora un “protettorato” americano, alla guida del quale vi sono libici con la doppia nazionalità Usa. La Casa Bianca ha tentato di etichettare il fatto entro le sommosse mondiali  per lo sdegno suscitato dal film Innocent Muslim. La tesi, come quella di una vendetta per l’uccisione di un membro libico di AlQaeda,  ha retto poco. A denti stretti si è dovuto definirlo atto di terrorismo. Risposta esauriente? Assolutamente no.

Chris Stevens si trovava in un edificio che solo per modo di dire era un “Consolato”. L’unico consolato americano è a Tripoli, a ridosso dell’Ambasciata e per Bengasi non era mai stato nominato un Console.Stevens era in Libia dallo scoppio della ribellione del 2011 come “consigliere” del CNT per diventare poi  ufficialmente ambasciatore l’estate scorsa. Era a Bengasi per un incontro con l’Agoco-Arabian Gulf Oil Company, che ha sede proprio a Bengasi, ed è dipendente dal NOC , National Oil Company della Libia. Praticamente a ridosso della seduta del  Congresso Nazionale che a Tripoli stava eleggendo il Primo Ministro, l’ambasciatore più amico della Libia si trovava altrove,  impegnato a discutere di petrolio. Proprio come farebbe  un incaricato d’affari. Spariti, infatti,  dal “consolato” copie di documenti e contratti petroliferi.

Non sono stati resi noti fatti della sua vita privata che giustificassero la fuga di notizie su una visita che in teoria sarebbe dovuta essere segreta. Sarebbe una pista da seguire, dal momento che Stevens a Bengasi  era praticamente di casa.

L’attacco all’edificio è avvenuto in due tempi, durando  varie ore, e di Stevens si sono subito perse le tracce. La sua guardia del corpo ha perso contatto, i marines che hanno risposto al fuoco erano là in veste di contractors con  compiti diversi dalla sicurezza dell’ambasciatore.  Morente o già cadavere, è stato portato da ignoti all’ospedale; un video mostra questi “samaritani” che, nel migliore dei casi , erano ladri introdottisi per fare razzia e più intraprendenti della polizia e dell’esercito libico!

Secondo la CNN che ha rinvenuto 7 (?)  pagine del suo diario,  già da tempo Stevens era in allarme per la crescente importanza dei gruppi jiadisti in Cirenaica- un dato non nuovo , anzi risaputo si potrebbe dire.  Lo stupefacente rinvenimento da parte dei reporter conferma l’incredibile: il sito devastato del “consolato” non era presidiato per preservarlo in vista delle debite  investigazioni.

In Libia sono arrivati una cinquantina di marine, due navi si sono messe in rotta verso le coste libiche, ma i detective FBI sono arrivati solamente il 18 settembre, senza poter immediatamente raggiungere Bengasi a causa della situazione che persisteva turbolenta ed è  sfociata  nell’oceanica manifestazione “Save Benghazi”.

Mentre si rincorrevano le notizie, poche ore dopo l’assalto di Bengasi,  a  Tripoli in seconda votazione  del Congresso Mustafa Abushagur vinceva con 96 voti su 190, battendo Mahmud Jibril, che era in testa nella prima votazione.  Ci sono state chiacchiere sull’esattezza del conteggio, ma non hanno avuto seguito nella concitazione della giornata e nel caos dei giorni seguenti.

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E’ stato raccontato dai media che la manifestazione  “Salva Bengasi”  del 22 era pacifica e chiedeva la dissoluzione delle milizie armate, prendendo di mira soprattutto Ansar al Sharia, cui si era alluso come colpevole dell’attacco al consolato. Va detto che in realtà questa milizia era la più disciplinata e apprezzata dai bengasini per aver preso il controllo dell’ospedale e averlo reso agibile.

Risultò che dopo le prime ore di manifestazione osannante gli Usa e l’amico Stevens, donne e bambini sono stati mandati a casa e i manifestanti hanno attaccato sia  le caserme di Ansar al Sharia che quelle di altre milizie. Nel corso degli scontri subito quattro morti, aumentati in seguito,  e oltre cento i feriti.

Il Presidente del Congresso (non del paese, come invece i media e la stessa Hilary Clinton continuano a ripetere!) Muhammed Al Magarief sull’onda della sommossa ha dichiarato esservi milizie legittime, associate all’esercito, e altre no. Immediata la rissa: ogni milizia si proclama legittima, spesso forte del fatto che i suoi membri sono anche soldati dell’esercito nazionale.

La giornata del 25 è stata un susseguirsi di eventi.

Conflitti armati fra reparti dell’esercito. Un gruppo di manifestanti armati ha assalito l’hotel Rixos – sede del Congresso Nazionale a suon di migliaia di dinari cash- bloccando i lavori. Sono comparse sui muri scritte contro il neo Primo Ministro Mustafà Abushagur accusato di filo americanismo (!) per la sua doppia nazionalità.

Con scarso tempismo Abushagur  ha annunciato ciò che è ormai abituale: una dilazione. La lista dei ministri che formeranno il governo di transizione, prevista per il 30 settembre, verrà presentata con dieci giorni di ritardo e … nessuno di quelli attualmente in carica si illuda di essere rinnovato. Voci rimbalzanti  sui nomi dei nuovi ministri a volte sfiorano l’incredibile:  Hakim BelHadj, il  jiadista bocciato alle elezioni, ma tanto amico del Qatar e del capo, attualmente defilato, del CNT, Mustafà Jalil, come Ministro degli Interni.

Il 25 è  stato anche il giorno del “martire”  Omnar Shaaban, il freedom fighter plurintervistato che  raccontava la vulgata Nato: aver catturato Mihammar Gheddafi nascosto,  e  ne sventolava la pistola. Non l’unico.

Ricordiamo l’adolescente che alzava al cielo una “pistola d’oro” strappata al  rais catturato. Ma Shaaban era di Misurata e la sua fantasiosa vicenda prendeva forza di verità grazie alla potente milizia cittadina.

Accadde  a Shaban di essere colpito/catturato/torturato, tutte o una sola di queste possibilità non è dato capire, dalla milizia di Bani Walid. In gravi condizioni il ragazzo è stato inviato in Francia, ma le  cure  non sono bastate (??).  E il giorno 25  il corpo del “martire” è tornato in Libia.  Ora si è in sospeso per quella che potrebbe essere la  vendetta di Misurata su Bani Walid.

Mahmoud Jibril tiene le prime pagine sfidando la glorificazione del “martire”, ripetendo che Muhamamr Gheddafi non è stato ucciso dai ribelli ma da una potenza straniera :
Joanne ♌ Leo ‏@FromJoanne

#Jibril on #Dream2TV said #Gaddafi was killed by a Foreign International Intelligence agency 2 silence him forever &not by #Libya Fighters

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L’impressione che si ricava dagli eventi che si susseguono e  contraddicono le semplificazioni dei media, è che sia in atto una guerra politica senza esclusione di colpi. Sfacciatamente dei commentatori libici in Twitter si chiedono l’un l’altro quale milizia abbia al suo fianco Mahmoud Jibril!

Il Congresso è nelle mani di 120 deputati ufficialmente “indipendenti”, ciascuno portatore di fedeltà alla sua città ( mentre si susseguono proteste per le differenze di fondi concessi a Tripoli e a Bengasi) e dei quali non è dato sapere quanti, pur non ufficialmente iscritti ai partiti islamici, abbiano simpatie per i Fratelli Musulmani o i Salafiti.

Nel dibattito di France24 visibile a questo link,  il mediatore fra governo e milizia Ansar Sharia, Abu Sidra afferma senza mezzi termini che le milizie sentiranno il dovere di entrare nell’esercito “quando i combattenti saranno sicuri che la costituzione incorporerà i principi della Sharia”. Se così stanno le cose, non c’è futuro per questo governo non ancora nato, perché la Costituzione è lontana a venire ed è improbabile che incorporerà la Sharia. Sarebbe uno  schiaffo agli Stati Uniti, così evidentemente coinvolti nel rovesciamento del regime di Gheddafi, ma tutto è nelle mani dei 120 indipendenti, dei conflitti che si verificheranno fra di loro e degli apparentamenti con i partiti, nonchè delle intromissioni degli altri paesi arabi.

Avviene una guerra politica che in realtà ha il petrolio al centro, e ciò si tace, con gli interessi del Qatar, dei Sauditi, degli Usa e di tutti i paesi europei che hanno costituito l’infausta Coalizione Nato.

Non potevano i leader di questi paesi non sapere cosa sarebbe accaduto in Libia istigando una transizione violenta e sanguinaria.  Proprio oggi è uscito un video in cui si vedono i “combattenti della libertà” strappare i denti dal cadavere (?) di Mutassin GheddafiNon si avvia una democrazia plaudendo alla tortura e all’esecuzione di quello che a tutti gli effetti doveva essere trattato come un prigioniero politico, ed è facile dire  che il sangue di Muhammar Gheddafi e dei suoi figli sta ossessionando la Libia. E ciò chissà per quanto tempo.

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Da questo riassunto per sommi capi della sanguinosa pochade libica, rimando alla raccolta di articoli in inglese e in italiano  che provvedo continuamente ad aggiornare. http://storify.com/mcc43_/libya e ai tweet che compaiono in questa pagina nella colonna di destra.

Segnalo in particolare questo articolo dell’esperto di aereonautica Davide Cenciotti nel sito The Aviationist    che effettua un continuo monitoraggio delle forze aeree americane.

Un’evacuazione “semplice” , non-combattente, delle  locali missioni diplomatiche sembra essere  opzione meno probabile, la presenza di numerosi aerei americani in alcune basi strategiche del sud Europa e l’attività costante sembra suggerire che qualcosa di più grande potrebbe essere messo in atto: un attacco su obiettivi selezionati in Libia e, probabilmente, nel nord del Mali controllato da tre gruppi islamisti armati, tra cui Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI).

LINK: http://mcc43.wordpress.com/2012/09/26/l-11-settembre-della-libia-e-degli-usa/

Libia: petrolio rosso sangue

di: Manlio Dinucci

È uscito il secondo episodio di «Humanitarian War», famosa fiction washingtoniana sulla Libia. Ecco il trailer: aiutati i libici a liberarsi dal feroce dittatore, i buoni, guidati dall’eroico Chris, continuano ad aiutarli con uguale disinteresse; ma i cattivi – i terroristi ancora annidati nel paese – uccidono Chris che «rischiava la vita per aiutare il popolo libico a costruire le fondamenta di una nuova e libera nazione» (Hillary Clinton) e, «fatto particolarmente tragico, lo uccidono a Bengasi, città che aveva aiutato a salvare» (Barack Obama); il Presidente invia una «forza di sicurezza» in Libia, ma sono gli abitanti di Bengasi, scesi spontaneamente in piazza con cartelli inneggianti a Chris, a cacciare i cattivi dalle loro tane.

In attesa del terzo episodio, uno sguardo alla realtà. Chris Stevens, ambasciatore in Libia dallo scorso maggio, era stato rappresentante speciale Usa presso il Cnt di Bengasi durante la guerra: ossia il regista dell’operazione segreta con cui erano state reclutate, finanziate e armate contro il governo di Tripoli anche milizie islamiche fino a poco prima bollate come terroriste. Novello apprendista stregone, Chris Stevens è stato travolto dalle forze da lui stesso create quando, abbattuto il governo di Tripoli, in veste di ambasciatore Usa ha diretto l’operazione per neutralizzare le milizie ritenute da Washington non affidabili e integrare nelle forze governative quelle affidabili. Operazione estremamente complessa: ci sono in Libia almeno 100mila combattenti armati, appartenenti a svariate formazioni, comprese alcune gheddafiane. Tripoli controlla oggi solo una parte minore del territorio. È iniziata la disgregazione dello stato unitario, fomentata da interessi di parte. La Cirenaica – dove si trovano i due terzi del petrolio libico – si è autoproclamata di fatto indipendente, e lo vuol essere anche il Fezzan, dove sono altri grossi giacimenti, mentre alla Tripolitania resterebbero solo quelli davanti alle coste della capitale. La balcanizzazione della Libia rientra nei piani di Washington, se non riesce a controllare lo stato unitario. Ciò che preme agli Usa e alle potenze europee è controllare il petrolio libico: oltre 47 miliardi di barili di riserve accertate, le maggiori dell’Africa. Importante per loro è disporre anche del territorio libico per lo spiegamento avanzato di forze militari. La forza di rapido spiegamento dei marines, inviata da Obama in Libia con il supporto dei droni di Sigonella, ufficialmente come risposta all’uccisione dell’ambasciatore, non è né la prima né l’ultima. Il Pentagono aveva già inviato forze speciali e contractor a presidiare le maggiori piattaforme petrolifere, e ora si prepara a un’azione «antiterrorista». Sono da tempo sbarcate le compagnie petrolifere che, con accordi ufficiali e sottobanco (grazie alla diffusa corruzione), ottengono contratti molto più vantaggiosi dei precedenti. Si prepara allo stesso tempo la privatizzazione dell’industria energetica libica. Partecipa alla spartizione del bottino anche il Qatar che, dopo aver contribuito alla guerra di Libia con forze speciali infiltrate e forniture militari, spendendo oltre 2 miliardi di dollari, ha ottenuto il 49% (ma di fatto il controllo) della Banca libica per il commercio e lo sviluppo. Un buon investimento, quello della guerra.

IlManifesto.it

L’Islam e gli esportatori di democrazia

di: Beppe Grillo

Da decenni l’Occidente esporta democrazia nel Medio Oriente. Lo fa con i bombardamenti, con l’occupazione militare, con presidi, basi, portaerei. Lo fa sempre (chi lo può negare?) a fin di bene. E’ per una questione di civiltà. E’ nel nostro DNA civilizzare il mondo, dallo sterminio degli indiani d’America, al genocidio degli indios, alla caccia grossa agli aborigeni d’Australia, alla colonizzazione dell’Africa, oggi lasciata in eredità dagli Stati alle multinazionali. Immensi bagni di sangue per affermare la superiorità morale e religiosa degli europei, ma soprattutto quella economica.

Il film che insulta l’Islam e Maometto non è la causa dell’incendio che dilaga nei Paesi musulmani, è solo l’ennesima muleta rossa sventolata in faccia a chi non tollera più ingerenze da parte dell’Occidente.

Forse si tratta di un salto, di un punto di non ritorno, di un “tipping point” per una situazione diventata insostenibile o forse no, ma le violenze si ripeteranno ancora e ancora fino a quando Stati Uniti e Europa non avranno levato le tende. L’Iraq è stato devastato da una guerra dichiarata dagli Stati Uniti a causa di “armi di distruzione di massa” inesistenti. Qualcuno ha chiesto scusa agli iracheni? Qualcuno ha processato Bush per crimini contro l’umanità? Non mi risulta.

L’Afghanistan è occupato dalle forze della Nato, Italia inclusa, senza nessuna ragione. Non vi sono prove del coinvolgimento del governo afgano nell’attacco alle Torri Gemelle. L’Afghanistan era uno Stato sovrano a cui è stata dichiarata una guerra. Vi sono stati decine di migliaia di morti civili sotto le bombe dei droni. Qualcuno ha chiesto scusa agli afgani? La “No fly zone” per gli aerei libici è stata trasformata in una “Yes fly zone” per i bombardieri americani, francesi, inglesi e italiani. Solo pochi mesi prima Gheddafi, ricevuto con tutti gli onori al Quirinale e a Palazzo Chigi, aveva sottoscritto un solenne trattato di pace con l’Italia. Ora la Siria, dove si affrontano le spietate forze governative (e probabilmente lo sono), alleate, tollerate e giustificate per un quarto di secolo dall’Occidente, e i cosiddetti ribelli armati dai Paesi del Golfo con il sostegno di Al Qaeda e delle intelligence occidentali. Alla destabilizzazione completa del Medio Oriente mancano ancora l’intervento della Turchia nel teatro di guerra e un attacco all’Iran. Le primavere arabe volgono all’inverno. Forse, non ci sono mai state.

FONTE: Il Blog di Beppe Grillo

La Santa Alleanza USA – al-Qaida

di: Igor Ignatchenko

La Siria è inondata da terroristi di ogni genere. Al-Qaida ha commesso una serie di atti terroristici. Secondo l’ex comandante dell’Accademia Navale turca Ammiraglio Türker Erturk, essa ha il sostegno dagli Stati Uniti.

Afferma che l’Occidente e i suoi alleati arabi hanno deciso di ripetere lo “scenario salvadoregno“, contando sui gruppi terroristici invece che sull’opposizione. Gli attentati suicidi a Damasco lo confermano. Lasciatemi ricordare l’operazione volta a destabilizzare il Salvador con l’aiuto di attentatori suicidi, guidata da John Negroponte, che in seguito divenne ambasciatore USA in Iraq, e il futuro ambasciatore statunitense in Siria Robert Ford.

Peter Oborne, commentatore del Daily Telegraph, ha confermato che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno recentemente intensificato la cooperazione clandestina con al-Qaida, per riunire gli sforzi nella lotta contro il governo siriano.

Nel suo articolo Syria’s Crisis is Leading Us to Unlikely Bedfellows, sottolinea che le azioni terroristiche a Damasco, commesse l’anno scorso, avevano tutti i segni distintivi di quelle commesse dall’organizzazione terroristica in Iraq. Secondo il giornalista britannico, i militanti di al-Qaida sono giunti in Siria dalla Libia attraverso il “corridoio turco”. Peter Oborne vede “la triplice alleanza Washington-Londra-al-Qaida” come una grave minaccia per il Regno Unito.

Omar al-Bakri, un estremista religioso residente in Libano, ha confessato in un’intervista al Daily Telegraph che militanti di al-Qaida, sostenuti da al-Mustaqbal di Saad al-Hariri, si erano già infiltrati in Siria dal Libano. Nel corso di una conferenza stampa tenutasi a Baghdad, il ministro degli esteri iracheno Hoshyar Zebari ha confermato il fatto che al-Qaida si infiltra in Siria attraverso il confine iracheno, al fine di commettere atti terroristici e trasportare armi.
The Guardian ha recentemente pubblicato un articolo intitolato Syria Would Be Disastrous for Its People. L’autore Sami Ramadani sottolinea il fatto che un’alleanza tra Stati Uniti e al-Qaida ha preso forma. Gli Stati Uniti e la Turchia vogliono intensamente destabilizzare la Siria, usando i fondi petroliferi forniti da Qatar e Arabia Saudita. Mentre Hillary Clinton sta cercando di convincere la comunità internazionale che l’intervento in Siria è un passo necessario, la CIA è coinvolta attivamente nel sostegno e nell’addestramento dei militanti. Come è noto, gli Stati Uniti e gli alleati della NATO hanno reclutato i capi delle organizzazioni terroristiche e criminali comuni provenienti da diversi paesi del mondo come mercenari, per infiltrarli tramite operazioni speciali nei campi di addestramento situati in Turchia e in Libano. Per esempio, mentre era a Homs, un membro della missione degli osservatore della della Lega Araba, che lavorava per i servizi speciali iracheni, restava molto sorpreso nel vedere mercenari pakistani, iracheni e afghani. Particolarmente impressionante è stato il fatto che alcuni di loro erano stati i suoi rapitori in Iraq. E’ importante notare che oltre un centinaio di mercenari provenienti dai paesi arabi e altri paesi, tra cui un numero significativo di legionari francesi, sono stati catturati dalle autorità siriane dopo aver liberato Homs.

Hala Jaber, un corrispondente del Sunday Times, è certo che estremisti religiosi e mercenari stranieri infiltrati in Siria dai paesi limitrofi, hanno contribuito all’esacerbazione delle violenze, per far porre fine alla missione degli osservatori internazionali. Hala Jaber ha sottolineato che gli appelli degli sceicchi sauditi ad attraversare la frontiera siriana, sono stati seguiti da decine di persone provenienti da Libano, Tunisia, Algeria, Arabia Saudita, Libia, Egitto, Giordania e Kuwait, fanatizzate dal desiderio di creare un califfato arabo in Siria e nella regione.

The British Times ha pubblicato un articolo, nel gennaio di quest’anno, che indicava che l’Arabia Saudita e il Qatar si erano legati con un accordo segreto per finanziare l’acquisizione di armi da parte dell’opposizione siriana per rovesciare il regime di Bashar Assad. Un accordo segreto tra i governi di Arabia Saudita e Qatar e l’opposizione siriana, era stato raggiunto dopo la riunione dei ministri degli esteri delle Nazioni della Lega araba a Cairo, nel mese di gennaio. Un rappresentante dell’opposizione siriana aveva detto al quotidiano britannico che l’Arabia Saudita ha offerto tutta l’assistenza. Aveva aggiunto che anche la Turchia ha preso parte attiva al sostegno dell’opposizione, fornendo armi attraverso il confine Siria-Turchia.

Mehmet Ali Ediboglu, un deputato della provincia di Hatay, ha detto al giornale National, organo degli Emirati Arabi Uniti, che c’erano grandi quantità di armi da fuoco turche in Siria. Ediboglu faceva parte della squadra del Partito popolare repubblicano turco che era giunta in Siria nel settembre 2011. I funzionari siriani hanno mostrato alla delegazione i camion carichi di armi scaricati nel deserto della zona cuscinetto tra i checkpoint di Siria e Turchia. Secondo un’intervista del deputato turco, le armi sono state consegnate dai Fratelli musulmani.

Il sito israeliano Debka, vicino all’intelligence israeliana Mossad, riportava nel lontano agosto 2011 che la NATO aveva consegnato sistemi di difesa aerea spallegiabili, armi anticarro, lanciagranate e mitragliatrici pesanti alle forze di opposizione, dal territorio della Turchia. “Ribelli siriani hanno ricevuto addestramento in Turchia“, aveva riferito Debka. NATO e Stati Uniti hanno organizzato una campagna per reclutare migliaia di volontari musulmani provenienti da diversi paesi, per aumentare la potenza dei “ribelli” siriani. L’esercito turco gli ha fornito addestramento e un sicuro passaggio attraverso il confine Siria-Turchia.

Secondo il Guardian, l’Arabia Saudita è pronta ad offrire assistenza finanziaria ai militanti dell’esercito libero siriano, incitando le defezioni di massa nei ranghi militari della Siria, e aumentando la pressione sul governo di Assad. Riyadh ha già discusso i piani di lunga durata con Washington e altri stati arabi. Come notano i media britannici, riferendosi a fonti anonime di tre capitali arabe, l’idea originaria non era dei sauditi, ma piuttosto dai loro alleati arabi disposti ad eliminare la sovranità siriana. L’incoraggiamento ai disertori siriani coincideva con le forniture di armi in Siria. The Guardian afferma che i colloqui con i funzionari dei paesi arabi chiarivano che le forniture di armi da Arabia Saudita e Qatar (compresi fucili automatici, lanciagranate e missili anticarro) erano iniziate a metà maggio. Gli interlocutori arabi del Guardian hanno detto che l’accordo finale per inviare le armi dai depositi in Turchia ai ribelli, era stato ottenuto con fatica, con Ankara che prima insisteva sulla copertura diplomatica dagli stati arabi e dagli Stati Uniti. Gli autori di questo articolo hanno detto che la Turchia ha anche permesso la creazione di un centro di comando a Istanbul, che sta coordinando le linee logistiche in consultazione con i leader dell’ELS in Siria. The Guardian ha assistito al trasferimento di armi ai primi di giugno, vicino alla frontiera turca.

Mentre l’autorevole New York Times ha riferito che la CIA ha già organizzato le forniture di armi e attrezzature all’opposizione. Secondo la fonte, esperti agenti della CIA stanno “lavorando” nella distribuzione illegale di fucili d’assalto, lanciarazzi anticarro e altre munizioni all’opposizione siriana. Armi e munizioni sono state portate in Siria, in particolare con l’aiuto della rete della Fratellanza musulmana siriana, dice Eric Schmitt, l’autore di questo articolo. Le spese per fucili, lanciagranate e sistemi anticarro vengono condivise da Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Gli agenti della CIA forniscono assistenza in loco, per la consegna della merce verso la destinazione desiderata. Gli operatori delle agenzie potrebbero aiutare i ribelli ad organizzare una rudimentale rete di intelligenza e controspionaggio per combattere Bashar Assad. Andrea Stone di Huffington Post conferma questa informazione. Osserva che gli ufficiali della Central Intelligence Agency hanno lavorato nella Turchia meridionale da marzo, consigliando ad Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti quali elementi dell’esercito libero siriano (ELS) avrebbero dovuto armare. Inoltre, il Vicepresidente del partito laburista turco, Bulent Aslanoglu, ha confermato che circa 6000 persone di nazionalità araba, afgana e turca sono state reclutate dalla Central Intelligence Agency degli Stati Uniti, per compiere attentati terroristici in Siria.

L’alleanza di Stati Uniti e al-Qaida non confonde Reuel Marc Gerecht, ex agente della CIA e senior fellow presso laFoundation for Defense of Democracies. Sulle pagine del Wall Street Journal sostiene la necessità di “un’operazione muscolare della CIA lanciata da Turchia, Giordania e persino dal Kurdistan iracheno“. Pensa che il limitato impegno della CIA contro Assad, venuto a conoscenza del pubblico grazie ai media occidentali, non porterà a nulla in termini concreti per coloro che cercano di rovesciare il regime al potere in Siria. Gerecht pone particolare importanza sul fatto che “Assad, che dipende dalla minoranza sciita alawita (circa il 10%-15% della popolazione) per la sua forza militare, non ha la forza per una contro-insurrezione su fronti multipli“. Lo studioso dellaFoundation for Defense of Democracies pensa che “un approccio coordinato, guidato dalla CIA, nel tentativo di inviare armi anticarro, antiaerei e anti-persona attraverso i vuoti nella sicurezza delle frontiere del regime, non sarebbe difficile. La mancanza di uomini del regime e la geografia della Siria, con basse montagne, steppe aride e deserti proibitivi, probabilmente la rendono vulnerabile all’opposizione, se l’opposizione ha abbastanza potenza di fuoco“. L’ex agente della CIA è sicuro che questa azione siriana non sarebbe un un’impresa enorme: “Anche quando la CIA ha potenziato il suo aiuto alle forze afgane antisovietiche nel 1986-87, i numeri coinvolti (all’estero e a Washington) erano piccoli, circa due dozzine. Un’operazione aggressiva in Siria probabilmente richiederà più manovalanza della CIA di quella, ma probabilmente meno di 50 ufficiali statunitensi lavorano con i servizi alleati“.

Secondo Gerecht, è soprattutto il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan che ha irreversibilmente rotto con Assad. La Giordania, il paese arabo che gode del rapporto più intimo con gli Stati Uniti, è anch’essa contraria a Damasco. Inoltre, il veterano della CIA assicura che il Kurdistan iracheno, sempre più gravido di funzionari statunitensi sul suo suolo, probabilmente darà alla CIA un considerevole margine di manovra, con Washington che ha promesso di sostenere i curdi in ogni controversia con Baghdad e Teheran.
 

É gradita la ripubblicazione viene con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

LINK: USA and Al Qaeda: Holy Alliance

Traduzione di:  Alessandro Lattanzio – SitoAurora - 

http://aurorasito.wordpress.com/2012/07/18/la-santa-alleanza-usa-al-qaida/

LIBIA,vigilia di elezioni generali: partiti e personaggi

Articolo inviato al blog

di: mcc43

7 luglio, data delle elezioni  generali per l’Assemblea Costituente, dopo le varie consultazioni amministrative locali.  Lo svolgimento sarà monitorato dagli osservatori internazionali del Carter Insitute di Atlanta, che ha già messo le mani avanti: “le misure di sicurezza impediranno agli osservatori di svolgere il loro compito in alcune aree.”  Link

Partiti iscritti: 130.

Complessivamente presentano non meno di 1207 candidati  per assicurarsi 80 seggi in quella che si chiamerà  “General National Conference”.

GNC una sigla che impareremo a sostituire al CNT che ha retto finora la politica del paese.

Dei 200 seggi totali, i restanti 120 saranno disputati da 2501 cittadini che concorreranno individualmente.

2.800.000 sono gli iscritti negli elenchi elettorali, circa l’80% degli aventi diritto. Non sappiamo come siano state risolte le concrete difficoltà nel formare le circoscrizioni cui andranno i seggi; dopo i risultati si saprà se la soluzione sarà stata soddisfacente o qualche realtà locale si sentirà danneggiata per scarsa rappresentanza.

A 30 giorni dalla prima seduta della  Conferenza  sarà scelto e confermato un Primo Ministro. Nominerà i membri del suo Governo che dovrà ricevere l’approvazione di due terzi dell’assemblea.

Entro lo stesso termine di 30 giorni saranno nominati i 60 membri ai quali sarà devoluto il compito di scrivere la nuova Costituzione,  probabilmente partendo dalla bozza per il periodo di transizione  già preparata dal governo attuale. Link

Si lamenta la mancanza di dibattito pubblico preelettorale  e parecchi candidati non hanno ancora  formalizzato il programma sul quale chiedono fiducia agli elettori. Altre proteste vengono dalla diaspora. I libici residenti all’estero, perlomeno quelli degli Stati Uniti, lamentano carenze nella facilitazione all’esercizio del voto . Link 

Tutto questo in realtà è comprensibile: si tratta di una esperienza nuova, la cui data era già stata rimandata una volta. Non era concepibile che il Governo  si prendesse altro tempo per perfezionare la preparazione. Un altro aspetto, a mio parere,  dovrebbe realmente preoccupare l’elettorato libico: la storia personale dei canditati.

Dovrebbe essere considerato, sulla via della formazione di Istituzioni legittime, inaccettabile che  un jihadista di carriera come Abdel Hakim BelHadj entri  in lizza e sia a capo di un partito; proprio nei giorni scorsi si è tenuta la convention alla presenza di circa 150 persone in una circoscrizione di Tripoli. Link

I partiti che si presentano con un maggior numero di candidati possono per sommi capi  essere descritti come segue, secondo le informazioni  ricavabili da un articolo della nuova testa LibyaHerald – Link  

**** I filoislamisti del Justice & Construction Party,braccio politico dei Fratelli musulmani, guidato da Mohammed Sawan, di Misurata, prigioniero sotto il regime che, come l’Egitto, ha sempre emarginato l’organizzazione.

**** I filoislamisti armati  del Nation Party ,

capitanati da  Bel Hadj che chiede voti soprattutto da e per i  combattenti della “rivoluzione”, ed è accusato di essere il rappresentante degli interessi del Qatar.

**** I filo-occidentali del National Forces Alliance, che fanno riferimento a Mahmoud Jibril , ex primo Ministro dimissionario per contrasti nel CNT l’anno scorso. Posti d’onore alla convention del partito a uno sceicco dell’ormai famosa città/tribù Zentan e a una signora descritta in ‘hijab-chic’ and a skintight black catsuit, vale a dire con foularino e attilata tuta nera.

**** Gli anti-Gheddafi storici del National Front Party, che fino a poche settimane fa era  noto come National Front for the Salvation of Libya, ovvero il movimento  NFSL, in odore di creazione CIA e Mossad.

Dall’estero portava avanti dal 1981 la diffamazione del regime. Particolarmente riuscita quella su Abu Salim, la prigione dove sarebbero stati uccisi in una sola notte migliaia di detenuti – il cui numero varia a seconda delle dichiarazioni-  e i cui resti non sono mai stati ritrovati, così come non vi sono testimoni oculari. Link

L’articolo del Libya Herald però non fa menzione di un partito che si è sorprendentemente ritirato dalla corsa elettorale pochi giorni fa.

Si tratta del Democratic Party (Link ) fondato il 14 luglio 2011, di orientamento laico,  accreditato di vasti consensi e di un certo feeling con Israele – Link 

Per motivare la rinuncia il fondatore Ahmed Shebani  dichiara: 

“Arriva denaro dall’estero e dai paesi arabi dentro le elezioni per sovvertire la transizione alla democrazia. Lo scopo è fare della Libia o un fallimentare stato Wahabita o una finta democrazia, per impedire il contagio democratico ai paesi petroliferi del Golfo.”

Un pessimismo che anticipa ciò che il popolo libico dovrà scoprire e che da molto in Occidente constatiamo.

” I partiti si possono comprare o corrompere, sia dall’interno che dall’esterno”

[Libro Verde di Muhammar Gheddafi, Parte Prima] .
Link testo in italiano, non verificato con quello ufficiale.

Il clima nel paese?  E’ inquieta la Cirenaica.

Vi sono stati assalti alle caserme dell’esercito nazionale ed è stato integralmente distrutto l’ufficio elettorale di Bengasi (foto vicino al titolo) da 300 persone che inneggiavano all’autonomia della Cirenaica. Link

La regione possiede i due terzi del petrolio in territorio libico, non è difficile suscitare voglie localiste alle quali certamente fanno eco gli interessi delle bande armate; finora hanno resistito allo scioglimento ma non potranno andare oltre per molto tempo quando sarà impossibile rivolgersi a muso duro ai governanti accusandoli “non siete stati eletti”.

Inoltre già c’è sentore di malumore per la formazione delle circoscrizioni: Link-video  La prospettiva di avere nell’assemblea  soli 38 rappresentanti contro i 102 della popolosa Tripoli  non giova certamente a placare gli animi.

Altra fonte Link dà altre cifre: 26 seggi Bengasi, contro 30 di Tripoli, sottolienando che è una sproporzione che favorisce Bengasi, avendo questa metà della popolazione di Tripoli.

E’ probabile che la differenza nel riportare i numeri dipenda dalla mancata indicazione di “città” o “circoscrizione” elettorale. In ogni caso ciò che chiedono i bengasini pro-federalismo che cercanod i boicottare le elezioni è che i seggi vengano divisi equamente per tre: Tripolitania, Cirenaica, Fezzan indipendentemente da ogni altra considerazione.

Poichè il blitz ha distrutto come si vede dalla foto gli elenchi elettorali, sarà possibile che le elezioni in Bengasi possano svolgersi con regolarità? Senza brogli?

Chi ci difende dalle atrocità

di: Manlio Dinucci

Chi dubitava che Barack Obama non meritasse il Premio Nobel per la pace, ora deve ricredersi. Il presidente ha annunciato la creazione dell’Atrocities Prevention Board, un apposito comitato della Casa Bianca per la «prevenzione delle atrocità». Lo presiede la sua ispiratrice, Samantha Power, assistente speciale del presidente e direttrice per i diritti umani al National Security Council, formato dai più importanti consiglieri di politica estera. Nella scalata al potere (cui sembra predestinata dal suo cognome), la Power, aspirante segretaria di stato, ha sempre fatto leva sulla denuncia di presunte atrocità, attribuite a quelli che di volta in volta gli Usa bollano quali nemici numero uno. Sotto le ali del suo patron, il potente finanziere George Soros, la Power ha contribuito a elaborare la dottrina «Responsabilità di proteggere», che attribuisce agli Stati uniti e alleati il diritto di intervenire militarmente nei casi in cui, a loro insindacabile giudizio, si stiano per commettere «atrocità di massa». Con tale motivazione ufficiale, in specifico quella di proteggere la popolazione di Bengasi minacciata di sterminio dalle forze governative, il presidente Obama ha deciso l’anno scorso di fare guerra alla Libia. Ora la dottrina viene istituzionalizzata con la creazione dell’Atrocities Prevention Board. Attraverso la Comunità di intelligence (formata dalla Cia e altre 16 agenzie federali), esso stabilisce quali sono i casi di «potenziali atrocità di massa e genocidi», allertando il presidente. Predispone quindi gli strumenti politici, economici e militari per la «prevenzione». In tale quadro, il Dipartimento della difesa sta sviluppando «ulteriori principi operativi, specifici per la prevenzione e la risposta alle atrocità». D’ora in poi sarà l’Atrocities Prevention Board a preparare il terreno a nuove guerre. Ed è già al lavoro: di fronte alla «indicibile violenza cui è soggetto il popolo siriano, dobbiamo fare tutto ciò che possiamo», ha dichiarato il presidente Obama, sottolineando che, oggi come in passato, «la prevenzione delle atrocità di massa costituisce una fondamentale responsabilità morale per gli Stati uniti d’America». Peccato che l’Atrocities Prevention Board sia stato creato solo ora. Altrimenti avrebbe potuto prevenire le atrocità di massa di cui è costellata la storia statunitense, a iniziare dal genocidio delle popolazioni autoctone nordamericane. Basti ricordare, limitandosi agli ultimi cinquant’anni, le guerre contro Vietnam, Cambogia, Libano, Somalia, Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, Libia; i colpi di stato orchestrati dagli Usa in Indonesia, Cile, Argentina, Salvador. Milioni di persone imprigionate, torturate e uccise. Per prevenire altre atrocità, l’Atrocities Prevention Board dovrebbe assicurare alla giustizia i responsabili, impuniti, delle torture e uccisioni ad Abu Ghraib, a Guantanamo e in decine di prigioni segrete della Cia. Dovrebbe anche acquisire agli atti i video con cui soldati Usa documentano, per divertirsi, l’uccisione di civili in Afghanistan*, che il Pentagono ha cercato prima di occultare e poi di sminuire. Se li guardi bene Samantha Power, per capire che cosa è veramente una «atrocità di massa».

*V. http://www.rollingstone.com/politics/news/the-kill-team-20110327

IlManifesto.it

La lotta dei TUAREG del MNLA per separarsi dal Mali, dalla fame, dagli islamisti

Articolo inviato al blog 

di: mcc43

- Essere Tuareg del MNLA

- Gheddafi e i Tuareg

- Il Richelieu del deserto

- Tuareg a Bamako

- Il neo Presidente pro-guerra

Essere  “Tuareg” del MNLA

Chi sono i Tuareg?

Circa un milione e mezzo di persone alle quali la politica internazionale ha cancellato l’identità colletiva frammentandola in cinque nazionalità (Mali, Algeria, Libia, Niger, Burkina Faso); cittadinanze formali, ma non sempre effettive.

Furono gli esploratori a denominare Tuareg  quest’etnia autoctona del Nord Africa,  ma essi si riconoscono come parte del popolo Amazigh. La tribù più antica di cui si ebbe notizia viveva nel Fezzan, il sud libico, e dal suo nome, i Libu, deriva Libia. Pochi metri sotto le loro tende, c’è petrolio o gas o oro, ma i Tuareg sono per la maggior parte poverissimi. Nomadi allevatori flagellati dalla siccità che tanto spesso uccide il bestiame. Quando non è il clima sono i governi che, per frenare le ribellioni, incendiano l’erba: le bestie muoiono e la gente patisce la fame. E ci sono anche le razzie degli animali predatori, così che l’eterno nemico dei Tuareg si chiama FAME.

“Da quando sono stati fissati dei confini, siamo diventati degli stranieri” dice uno di loro (ved.video nella barra laterale) . Organizzati in un sistema di clan e tribù, è inseno ai Tuareg del nord del Mali che si è sviluppato il più persistente e indomabile spirito di rivolta che ora si esprime nel MNLA: Movimento per la Liberazione dell’Azawad, regione inclusa nei confini maliani  contestualmente alla creazione dello stato negli anni ’60 (vedere post )-

Gli aderenti al MNLA appartengono a due tribù: gli Iforas, stanziati nella regione, e gli Idnan,  guerrieri e nomadi. Il movimento ha un supporto popolare ampio perchè non si rinchiude nell’etnia, ma si rivolge all’intera popolazione dell’Azawad:SonghaiPeulh e Arabi, come si può leggere nei documenti del sito,  voce ufficiale, non banale strumento di propaganda.

La galassia islamista si estende in tutto il Sahel e i suoi interessi si sono temporaneamente giustapposti alla lotta per l’indipendenza dell’Azawad, ma il MNLA si proclama antifondamentalista e rivendica orgogliosamente la propria laicità.

Nella dichiarazione d’Indipendenza proclamata il 6 aprile, c’è l’impegno all’adesione totale ai principi della carta dell’ONU e alla creazione di Istituzioni statali fondate su una costituzione democratica.

Lo stato indipendente dell’Azawad fondato su questi principi ha l’appoggio dal CONGRESSO MONDIALE AMAZIGH:

Gli stati occidentali non possono opporsi all’indipendenza dell’Azawad avendo sostenuto attivamente la creazione di nuovi stati come il Montenegro nel 2006 e il Sud-Sudan nel 2011. 

D’altronde chi ha il diritto di opporsi alla volontà di un popolo che vuole raggiungere la libertà? La Carta delle Nazioni Unite e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, sui diritti dei popoli autoctoni in particolare, sono scritte per tutti i popoli del mondo senza eccezioni. 

Di conseguenza ci appelliamo all’Unione Africana, all’Onu, e ai paesi che ne sono membri affinché riconoscano il nuovo stato indipendente dell’Azawad e collaborino alla costruzione della pace, allo sviluppo e al benessere in questa regione. 

Paris, le 26/03/2962 – 7/04/2012  Le Bureau et le Conseil Fédéral du CMA

Moussa Ag Assarid

Il portavoce del MLNA, scrittore e giornalista,MOUSSA AG ASSARID dichiara:

“Noi siamo pronti a discutere e dialogare con chiunque. Ciò che non ammetteremo è che militari stranieri al Mali e all’Azawad entrino nel nostro territorio per combattere contro la ribellione dei Tuareg. Se ci sarà un intervento, noi Tuareg ci coalizzeremo.”

Un passo indietro: Gheddafi e i Tuareg

Molti appartenenti al MNLA che hanno combattuto in Libia sono superficialmente etichettati come  “mercenari”. Moltio, invece, erano da tempo arruolati nell’esercito, spesso ufficiali che  vivevano in Libia e avevano con sè le famiglie.

Gheddafi a una riunione di capi Tuareg, Sebha 2009

Il sogno gheddafiano di una repubblica islamica unificante il Sahara aveva conquistato vaste simpatie presso i Tuareg,  emarginati e oppressi dagli stati di appartenenza; ad accentuare la simpatia era anche l’origine berbera della madre di Gheddafi, ma altrettanto forte era il risentimento per l’ostracismo del regime alle culture berbere, così che alcuni dei ritornati dalla Libia erano reduci dalle file del CNT. E questa è una prima divisione in seno ai combattenti Tuareg.

Stretti legami con il governo libico aveva Ibrahim Ag Bahanga, intransigente capo della ribellione precedente; allo scoppio dei moti di Bengasi prese contatto con i militari del suo clan in forza all’esercito libico convincendone una parte a  razziare le armi. Il 26 agosto, Ag Baghanga è stato ucciso al confine tra Mali e Niger, dove già reclutava in vista dell’insurrezione nell’Azawad.

Aghali Alambo, un capo Tuareg del Mali che aveva ottenuto asilo politico a Tripoli, è stato arrestato in marzo con l’accusa di traffico d’armi e legami con Al Qaeda. Come si vede, è in corso un’epurazione di coloro che avevano avuto stretti legami con Muhammar Gheddafi.

 Il Richelieu del deserto e i servizi segreti

IYAD AG GHALI è un Tuareg dalla caleidoscopica carriera che, come quella del Cardinale francese, incrocia religione, politica, astuzia.

Iyad-Ag-Ghali

Appartiene alla tribù Ifora, è massimo esperto delle caratteristiche climatiche del Sahara, diplomatico, ribelle, radicalista islamico, mediatore con Al-Qaeda per la liberazione degli ostaggi occidentali.

Da sempre è blandito dai servizi segreti di ogni paese; secondo  documenti diffusi da Wikileaks nel 2008 trattava alla pari con il Presidente Amadou Toumani TOURE’ per la sostituzione del governatore di Kidal.

Oggi è al centro delle trattative per la liberazione del Console algerino e altre sei persone rapite dal Mujao.

(Questa è la terza impresa criminale rivendicata dal Mujao, nuova branca di Al Qaeda,  dopo il rapimento della nostra ROSSELLA URRU e l’attentato a Tamanrasset in Algeria, ( ved post  Rossella Urru nelle mani del franchising del terrorismo )

Dopo la conquista di Timbuctu, e la  tempestiva “visita” di tre boss dell’Aqmi ,  Ag Ghali ha messo ben in chiaro che non gli interessa un Azawad indipendente come lo vuole il MNLA, il suo scopo è l’introduzione della legge islamica (ved. post Mali: tre fronti e un convitato di pietra) . Questa è l’altra profonda divisione del fronte Tuareg verso il governo centrale.

La differenza ideologica e operativa che rende incompatibili il MNLA e l’Ansar Din di Ag Ghali emerge anche in occasione di quest’ultimo rapimento. I combattenti del MNLA avevano avvisato il Console algerino sollecitandone l’ immediata partenza dal Mali, ma la risposta del Console fu: attendo ordini da Algeri.Purtroppo per lui sono arrivati prima i banditi del Mujao e offrono a Ag Ghali un’ occasione di accrescere il suo peso politico nella regione.

Tuareg a Bamako

La ribellione del MNLA  ha umiliato l’esercito fin dai primi giorni, provocato  una rivolta dei famigliari che assediarono il palazzo presidenziale e, in seguito, il golpe militare di Amadou SANOGO. In città vi è una forte rabbia verso tutti. Verso  i paesi vicini, dell’Ecowas, che prendono decisioni sul futuro del Mali e impongono sanzioni economiche e diplomatiche.  Verso la Francia, ex potenza coloniale, accusata (con ragione) di doppiogiochismo e  verso il MNLA visto con sospetto.

Dalle interviste realizzate a Bamako da  El Watan

“In nessun parte dell’Africa la Francia è apprezzata. Sarkozy  fa troppi trucchi. La guerra in Libia? è stato lui. La politica d’immigrazione che ci ha sbarrato le porte dell’Europa? è stato lui.”

“Bisogna impedire questa secessione, preparata e sostenuta dagli ambienti economici stranieri. Ancora una volta, è guerra per il petrolio, una rapina della nostra zona più ricca. “ dice un altro riferendosi al potenziale petrolifero e uranifero dell’Azawad.

E nelle strade di Bamako non capita più d’imbattersi in  “uomini blu”. Per timore di rappresaglie la maggior parte dei Tuareg che vivevano nella capitale sono fuggiti.”

Il neo Presidente anti-dialogo e pro-guerra

Nell’ambito della transizione del potere dai golpisti alla società civile, la Presidenza ad interim del Mali è andata al presidene dell’Assemblea nazionale DIONCUNDA TRAORE’. Nel discorso di insediamento ha fatto due promesse che hanno scarsa possibilità di realizzarsi; elezioni in 40 giorni in tutto il paese, che però è spaccato e ancora da riunire, nonchè “guerra mortale e implacabile” ai ribelli dell’Azawad. 

Diocunda Traore, neo Presidente

Come, dal momento che sono state proprio le sconfitte subite dall’esercito ad opera del MNLA a motivare il golpe militare?

Quello che sta facendo Traoré per mantenere le promesse  è ricorrere ad accordi segreti proprio  con Ag Ghali e i suoi islamisti di Ansar Dine così da spingere i Tuareg a combattersi fra di loro?

Conta certamente, Traoré, sulle truppe straniere offerte dai paesi dell’Ecowas che -  per bocca di Blaise CAMPAORE’, presidente “francese” del Burkina Faso – assicura il sostegno “senza riserve”  per stroncare la ribellione.

Traore e Campaorè parlano come se i Tuareg del Movimento di liberazione dell’Azawad fossero degli invasori e non dei cittadini del Mali portati all’esasperazione da decenni.

Considerando che il MNLA è un movimento laico che si rivolge all’Onu per un diritto sancito nella carta costituiva delle Nazioni Unite,  la “guerra mortale e implacabile” promessa dal neo presidente sarebbe più opportuna ai gruppi di AlQaeda e ai fiancheggiatori, come Ansar Din.

Voci che propongono il dialogo invece che la guerra non mancano, anche nel Parlamento Europeo. François ALFONSI, deputato, fondatore dell’Organizzazione “Amicizia Amazigh” dichiara:

 Impegnarsi con il MNLA è l’altra opzione strategica. Sarebbe incomparabilmente più vantaggiosa, evitando un disastro annunciato per gli anni a venire, e consentendo la stabilizzazione della regione di fronte al rischio islamista. Il MNLA, e le popolazioni Tuareg, saranno una difesa molto migliore contro la diffusione del fondamentalismo che un’aggressione militare maliana infiltrata da elementi occidentali.

E ‘urgente avviare un dialogo diretto con il MNLA e sfidare la diplomazia post-coloniale portata avanti dalla Francia, prima di commettere l’irreparabile.
Bruxelles, 13/04/2012

VITA TUAREG


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Qui tutti i precedenti articoli di questo blog riguardanti

il popolo Tuareg : http://mcc43.wordpress.com/tag/Tuareg/

il golpe del Mali http://mcc43.wordpress.com/tag/Mali/

Le collezioni di articoli e documenti per la preparazione dei post in www.serachees

http://www.searcheeze.com/p/mcc43/tuareg & http://www.searcheeze.com/p/mcc43/mali-colpo-di-stato

Libia un anno fa: memoria corta

di: Manlio Dinucci

Uno degli effetti delle armi di distrazione di massa è quello di cancellare la memoria di fatti anche recenti, facendone perdere le tracce. È passato così sotto silenzio il fatto che un anno fa, il 19 marzo, iniziava il bombardamento aeronavale della Libia, formalmente «per proteggere i civili». In sette mesi, l’aviazione Usa/Nato effettuava 30mila missioni, di cui 10mila di attacco, con impiego di oltre 40mila bombe e missili. Venivano inoltre infiltrate in Libia forze speciali, tra cui migliaia di commandos qatariani facilmente camuffabili. Venivano finanziati e armati i settori tribali ostili al governo di Tripoli e anche gruppi islamici, fino a pochi mesi prima definiti terroristi. L’intera operazione, ha chiarito l’ambasciatore Usa presso la Nato, è stata diretta dagli Stati uniti: prima tramite il Comando Africa, quindi tramite la Nato sotto comando Usa.

È stato così demolito lo stato libico e assassinato lo stesso Gheddafi, attribuendo l’impresa a una «rivoluzione ispiratrice» – come l’ha definita il segretario alla difesa Leon Panetta – che gli Usa sono fieri di aver sostenuto, creando «una alleanza senza eguali contro la tirannia e per la libertà». Se ne vedono ora i risultati. Lo stato unitario si sta disgregando. La Cirenaica – dove si trovano i due terzi del petrolio libico – si è autoproclamata di fatto indipendente e, a capo, è stato messo Ahmed al-Zubair al Senussi. Scelta emblematica: è il pronipote di re Idris che, messo sul trono da Gran Bretagna e Stati uniti, concesse loro, negli anni ’50 e ’60, basi militari e giacimenti petroliferi. Privilegi cancellati quando re Idris venne deposto nel 1969. Ci penserà il pronipote a restituirli. E vuol essere indipendente anche il Fezzan, dove sono altri importanti giacimenti. Alla Tripolitania resterebbero solo quelli davanti alle coste della capitale. Così le grandi compagnie petrolifere, cui la Libia di Gheddafi concedeva ristretti margini di guadagno, potranno ottenere dai capi locali, l’uno contro l’altro, condizioni ottimali. Il leader del Cnt Abdel Jalil parla di «cospirazione» e minaccia «l’uso della forza», ma non è campione dell’indipendenza libica: quella del colonialismo italiano, è convinto, fu per la Libia «un’era di sviluppo». Intanto il Consiglio di sicurezza dell’Onu estende di un altro anno la sua «missione di appoggio in Libia», complimentandosi per «i positivi sviluppi» che «migliorano le prospettive di un futuro democratico, pacifico e prospero». Non può però evitare di esprimere «preoccupazione» per «le continue detenzioni illegali, torture ed esecuzioni extragiudiziarie». Opera delle milizie armate, alimentate dalla politica del «divide et impera» del nuovo impero. Usate per accendere focolai di guerra in altri paesi, come dimostra il fatto che a Tripoli c’è un campo di addestramento dei «ribelli siriani». In Libia le prime vittime sono gli immigrati dall’Africa subsahariana che, perseguitati, sono costretti a fuggire. Solo in Niger ne sono rientrati 200-250mila, perdendo la fonte di sostentamento che manteneva milioni di persone. Molti, spinti dalla disperazione, tentano la traversata del Mediterraneo verso l’Europa. Quelli che vi perdono la vita, come gli ultimi cinque sepolti a Lampedusa, sono anch’essi vittime della guerra iniziata un anno fa. Di cui si è persa, ormai, memoria.

IlManifesto.it

Kony 2012 ed il nuovo velo di Maya

di: Ugo Gaudino

La fabbrica del consenso mediatico colpisce ancora: vittime passive, inermi e pronte a credere a qualunque soap opera strappalacrime ancora una volta sono gli spettatori, in questo caso i prodi corsari del Web, i quali, imbattendosi nel video del momento, KONY2012, non hanno saputo fare a meno di cliccare, commuoversi ed esprimere un’opinione fulminea su un argomento ignorato del tutto fino a 30 minuti prima. Chiariamo la situazione.

Spunta come un fungo un video alla moda, realizzato dalla ong Invisible Children, in cui si denunciano i crimini di Joseph Kony, leader ugandese dell’LRA, l’Esercito di Liberazione del Signore, movimento teocratico e fondamentalista creato negli anni ’80 che avrebbe sfruttato bambini-soldato e commesso atrocità indescrivibili e deprecabili.

Si invita il pubblico ad aderire all’iniziativa o quantomeno a diffondere la notizia. Dunque, un analista corretto non urlerebbe da subito allo scandalo in preda a raptus folli ed indignati, ostentando la classica saccenteria spocchiosa di chi pretende di conoscere il mondo basandosi su una misera fonte condivisa da milioni di automi. Bisogna procedere per gradi, squarciando il velo di Maya, come direbbe Schopenhauer, e raggiungendo un’adeguata consapevolezza dei fatti.

In primis, c’è da chiedersi perché su tanti paesi africani teatri di scontri cruenti e di barbarie a non finire gli osservatori – poco obiettivi – nostrani abbiano scelto proprio l’Uganda. Dimenticando, per esempio, che approssimativamente un anno fa in Costa d’Avorio c’è stato un golpe appoggiato dai francesi e dalla Nato, per deporre il legittimo presidente Gbagbo e sostituirlo col docile cane Ouattara, fedele ai diktat esteri. Dimenticando che un paese come la Libia, che viveva in pace con Gheddafi, è ora dilaniato da scontri tribali disumani, malgrado il “democratico” Consiglio Nazionale di Transizione e l’intervento a suon di bombe neocolonialiste. Dimenticando che quando in Sud Africa c’era l’apartheid non si fiatava o che in Nigeria presunti ribelli impiccarono l’attivista del movimento Ogoni Ken Saro Wiwa perché scomodo agli interessi della Shell. I paraocchi dei diritto-umanisti sono sempre più stretti e scuri, ahimè.

Secondo i cittadini ugandesi e gli esperti locali, ormai da molti anni Kony e l’LRA non spaventano più la popolazione ugandese: anzi, sembra che il leader viva in agonia, o addirittura che sia morto… Il popolo, piuttosto, è in ginocchio per colpa del proprio governo, quello del repressivo Museveni, accusato di genocidio nel Nord del paese da esperti quali il dottor Philip Kasaija, che parla di stupri e violenze contro la popolazione femminile, ed Olara Otunnu, un ex funzionario delle Nazioni Unite che condanna indubbiamente Kony ma prende di mira soprattutto l’immobilità di un governo che da anni strizza l’occhio agli interessi occidentali e che dispone di un esercito brutale. In realtà, sono tante le critiche arrivate dall’Uganda al video proposto per la trattazione superficiale di un problema grave, per un sistema di due pesi e due misure insostenibile e per un’azione volta più a pubblicizzare un intervento militare che a sollevare discussioni. E’ vero che i teocratici fondamentalisti si sono macchiati di una reputazione da macabri assassini, ma è pur vero che combattono contro una dittatura spacciata per democrazia, che rimane al potere solo in quanto funzionale agli interessi geopolitici stranieri (nel corno d’Africa, l’asse Uganda-Kenya-Etiopia serve agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna per penetrare nell’Oceano Indiano, contrastare l’azione di Stati “canaglia” come il Sudan e la Somalia, che comunque sono stati già disintegrati efficacemente negli ultimi anni, ed infine per appropriarsi delle ingenti risorse presenti).

Il discorso, quindi, deve necessariamente vertere sulle ragioni intrinseche di una tale protesta. Perché l’Uganda, perché ora e perché così prepotentemente ? Semplice, basta considerare proprio le risorse appena scoperte nella regione dei Grandi Laghi: un giacimento di petrolio da 2,5 miliardi di barili, che potrebbe coprire il fabbisogno USA nei prossimi anni, in un momento di conflitto col sempre più minaccioso blocco eurasiatico. Infatti, il Nobel per la pace Obama ha inviato un reparto di 100 militari (non è un romanzo di Orwell) in viaggio verso Kampala per prevenire attacchi dall’LRA. La coincidenza fortunosa vuole che in quel momento il paese abbia scoperto l’oro nero. Un colpo di genio. Come quando si andavano a cercare le armi di distruzione di massa di Saddam per giustificare l’intervento in Iraq, oppure quando si parlava di Bin Laden a Kabul per conquistare l’oppiaceo Afghanistan – dimenticando che Bin Laden ed Al Qaida furono finanziati dalla CIA dal 1979 sino alla fine degli anni ottanta per combattere l’URSS -, o ancora l’anno scorso quando Gheddafi doveva essere eliminato per le fosse comuni presenti solo nella mente annacquata di qualche opinionista nostrano – ma i martiri di Tawergha sono ignorati – o, infine, le granate e il macello di Assad denunciato dall’emittente degli sceicchi, Al-Jazeera, quando poi i ribelli filo-ccidentali massacrano i civili con sistematici atti di terrorismo. Pertanto, occorre interrogarsi puntualmente sui veri moventi che spingono i sicari dell’imperialismo ad agire: non si tratta di fermare la minaccia di un gruppuscolo di fanatici, che sarà esecrabile, ma di certo non peggiore del governo stesso di Museveni, che gode dell’appoggio AFRICOM, e di tanti esecutivi-fantoccio creati ad hoc per asservire i padroni (banche, multinazionali) e schiacciare popoli inermi. Inoltre, in un’indagine è importante ascoltare le due parti: e tra un Joseph Kony che parla della macelleria attuata da Museveni, per poi incolpare l’LRA e giustificare la condanna mondiale, e Invisible Children, che vanta un bilancio di diversi milioni in attivo pur essendo no-profit e che annovera tra i supporters diversi membri del Congresso e del dipartimento di stato USA, nonché alcune celebrità che fortificano la propria immagine con campagne umanitarie fittizie, l’esperienza mi insegna a credere al primo. Che va criticato per i metodi agghiaccianti, ma che almeno non finge ipocritamente di difendere cause nobili quando, oltre il velo di Maya, rappresenta la prima, mastodontica entità delittuosa, crudele ed efferata. L’AIDS, la povertà, l’inedia in Uganda non sono state create dall’LRA, e sono questioni irrisolte tanto come quella dei pargoli in tuta mimetica.

StatoPotenza.eu

Piombo fuso e veleni a gocce: vita da palestinese sotto l’imperio israeliano

Articolo inviato al blog

di: mcc43

Tutto è cominciato venerdì [9 marzo] quando, dopo il lancio di due colpi di mortaio contro Israele, un raid israeliano ha ucciso il leader dei Comitati di Resistenza Popolare Zuhir al-Qaisi e il genero.

Secondo l’esercito, al Qaisi stava preparando un grave attentato in Israele al confine con l’Egitto. 

L’uccisione di al Qaisi ha scatenato la ripresa su larga scala dei lanci di missili e colpi di mortaio contro le città israeliane di Bèer Sheva, Ashdod, Kiryat Malachi, Netivot e Ashkelon. Le forze israeliane hanno reagito con una serie di raid contro cellule che stavano sparando missili e officine dove vengono assemblate armi.

Non è proprio così. In realtà tutto è cominciato l’11 novembre 2011 in questo articolo di Debkafile, un ente israeliano di analisi politiche, fiancheggiatore del Mossad, che costruisce lo sfondo sul quale far ballare gli eventi al suono della politica di Tel Aviv.

[…] la Jihad sostenuta dall’Iran ha impiegato le armi contrabbandate dalla Libia cinque mesi fa come ha rivelato DEBKAfile l’11 novembre 2011. Cinquanta mercenari libici dei Fratelli Musulmani sono arrivati nella Striscia di Gaza il mese scorso da Tripoli sulle ruote dei minivan equipaggiati dei nuovi lanciamissili visti in azione negli scontri libici contro l’esercito di Gheddafi.

Ovvero: noi ve l’avevamo detto! E poi:

Agenti dei servizi segreti occidentali che operano nella Striscia di Gaza hanno provato a far saltare fuori dagli islamisti libici chi fosse dietro il contrabbando dei lanciamissili, ma sono stati bloccati dagli aderenti palestinesi della Jihad islamica che hanno fatto muro. Dall’arrivo, i libici addestravano le squadre palestinesi all’uso di diversi sistemi missilistici, indisturbati da qualsiasi interferenza militare israeliana.

Ovvero: faranno peggio, pertanto fuoco a volontà.

Lo stile comunicativo è quello di Don Basilio “la calunnia è un venticello che incomincia a sussurrar, si propaga, si raddoppia e produce un’esplosione, come un colpo di cannone” ma fa tanta presa sui nostri media.

§§§

Noi lettori non abbiamo alcun modo di appurare se i lanciarazzi siano arrivati dalla Libia, ma, sempre che esistano,  personalmente lo considero credibile. Allora mi vengono in mente tanti:  perché?

-perché chiamarlo  “contrabbando” se i lanciamissili non erano proprietà dell’esercito libico regolare,   bensì dotazione delle bande islamiste?

-perché sottolineare – in questo contesto – che Hamas è sostenuta dall’Iran?

-perché alludere genericamente a servizi segreti “occidentali” se ad avere più di tutti interesse ad indagare sono proprio gli israeliani?

-perché mancano fonti, non c’è nemmeno il solito “ da Debka files”,  della notizia dei 50 terroristi islamici arrivati a Gaza?

-perché , se la Jjhad di Gaza ha fatto muro, gli israeliani sono al corrente che i libici hanno addestrato i palestinesi?

-perché  se davvero erano a conoscenza del pericolo incombente, sono stati lasciati indisturbati, questi terroristi islamici, fino a quando su Israele sono piovuti due missili, questa volta insolitamente facendo dei feriti?

Difendere i civili israeliani è meno importante del superiore interesse di rammentare, dimostrandolo, che l’esistenza di Israele è sempre a rischio?

Lo sfoggio di potenza di fuoco di una delle nazioni meglio armate del mondo ha fatto in tre giorni – fino all’11 mattino- 17 vittime nella strisca di Gaza. Quanto bisogno ha Israele di validarsi agli occhi del mondo, arrivando a superare in così larga misura perfino la legge del taglione?

Israele è una comunità profondamente traumatizzata [dice lo scrittore David Grossman]  che ha difficoltà a distinguere  pericoli reali dall’aura di traumi precedenti e talvolta penso che il primo ministro s’infiammi mescolando i pericoli effettivi con l’eco di quelli del passato.  Netanyahu e Jehoud Barak bombarderebbero l’Iran in parte per bisogni strategici, ma anche per quello che è in Netanyahu un sentimento di storica responsabilità di salvare il “popolo dell’eternità”.  Egli ha una visione secondo la quale siamo fin dalla Bibbia  il “popolo eterno” e le nostre negoziazioni, secondo questa sua visione, sono con l’eternità, con la prima corrente storica del genere umano, mentre gli Usa, con tutto il rispetto, sono solo un’ altra superpotenza come Roma, Atene o Babilonia, alle quali noi siamo sopravvissuti. Temo che questo modo di pensare possa incoraggiare  Netanyhau a fare il gran passo di invadere l’Iran”

Personalmente accetto tranquillamente che gli Ebrei si considerino un “popolo sacerdotale” (similmente potrebbero gli arabi), secondo la definizione che agli inizi del secolo scorso ne diede  il rabbino livornese Elia Benamozegh nel saggio Israele e l’Umanità. Per  questa ragione, è grande il mio sconcerto di fronte al fatto che uno stato, quindi una istituzione che esercita un dominio presente e concreto, voglia definire se stesso  “ebraico” e che adotti schemi d’azione militare che lo apparentano ai pistoleri del Far West americano.

Ritengo ci sia molta plausibilità nelle argomentazioni di Grossman, che nel romanzo Vedi alla voce Amore ha descritto in modo magistrale la compulsa reticenza dei sopravvissuti. Da questo, forse, nasce un collettivo, pietrificato, rifiuto di proseguire le analisi storiche sulla Shoa, quasi che finanche l’ipotesi di diminuire di qualche unità il numero delle vittime significasse negare in toto la tragedia.

La striscia di Gaza ha una densità di circa 6000 persone per Km quadrato, o più precisamente, come scrive  Berretti Bianchi, il sito degli obiettori di coscienza:

La Striscia di Gaza si estende su di un’ area di 360 km quadrati, di cui il 42% sono occupati dagli insediamenti; nel restante 58% vivono 1.220.000 palestinesi con una densità di circa 5.800 persone per km quadrato. Nei 150 km quadrati occupati dagli israeliani vivono 4/5000 coloni difesi da circa 8.000 soldati, con una densità di 25/30 persone per km quadrato (soldati esclusi). A est di Gaza sono decine gli insediamenti militari che non sono stati evacuati nonostante gli accordi di Oslo del 1994, qui sono di stanza centinaia di carri armati, mai rimossi dai loro campi.

Bombardare Gaza significa mettere a priori nel conto che i cosiddetti  “omicidi mirati”, sebbene propagandati come operazioni “chirurgiche” , spargeranno una scia di sangue. Significa sapere a priori che l’uccisione di un bambino rinfocolerà l’odio, rilancerà vendette; e tutto sarà la precondizione per altro “piombo fuso” che la Debkafile oggi mette in prima pagina “la Jihad islamica pagherà caro il lancio dei missili Fajr” (stranamente il nome di questi missili di superficie, Fajr,  è anche l’ora della prima preghiera islamica) e “rivela” che le sue fonti avvisano di “una spettacolare operazione” che i terroristi starebbero preparando contro Israele.

Ma la ragione della furia dei bombardamenti, secondo le dischiarazioni israeliane, risale a un ben preciso episodio precedente: Israele voleva uccidere Al-Quisi, che come detto all’inizio, era a capo del PRC, comitati di resistenza popolare. Ragione  notoriamente falsa.
dall’articolo del giornalista Yossi Gurvitz di 972mag.com

C’è un grosso problema serio con questo comunicato: si attribuisce ad Al-Queisi la responsabilità per l’attentato terroristico nei pressi di Eilat in agosto. Ma, come è stato scritto su questo blog più volte, gli attaccanti non provenivano da Gaza, ma piuttosto dal Sinai. Questo non ha impedito al IDF [forze militari israeliane] di uccidere sei membri della leadership PRC diverse ore dopo l’attacco, né ha impedito al Primo Ministro Netanyahu di annunciare che “i responsabili dell’attacco sono già stati puniti.”

Due mesi dopo l’attacco, le indiscrezioni uscite dall’establishment della sicurezza hanno permesso di ricostruire la verità ed escludere la responsabilità di Gaza.

Alla richiesta di commentare, il portavoce dell’IDF ha rifiutato; in seguito l’esercito egiziano ha arrestato un residente del Sinai, accusandolo di aver pianificato l’attacco di Eilat.
[sull'attentato di Eilat vedere post Dopo Eilat in Medio Oriente , di agosto 2011]

§§§

2009: “Piombo fuso”

La tracotanza dell’esercito e dei funzionari israeliani impera ovunque ed in Cisgiordania, contemporaneamente al bombardamento di Gaza, il governo di Tel Aviv ha fatto arrestare 120 palestinesi.

Nel blog STORIE DELL’ALTRO MONDO scrive una nostra connazionale che vive in Medio Oriente. Ora si trova nella Valle del Giordano; questo il suo ultimo post:

Storie di quotidiana (a)normalità

Due giorni fa Mohammad stava portando al pascolo le sue pecore nella piccola comunità di Ein al-Hilwah nel nord della Valle del Giordano. Ha fatto l’errore di attraversare la strada principale, la strada Allon che viene utilizzata dai coloni per raggiungere gli insediamenti israeliani del nord. L’esercito è arrivato e l’ha multato. 1000 shekel, 200 euro, forse il suo guadagno di un mese, solo per non aver obbedito ad ordini assurdi. Stessa storia oggi, nel piccolo villaggio di Furuj Beit Dajan, nella Valle del Giordano, a pochi passi dal check-point di Hamra. Arriviamo che l’esercito se ne sta andando, sta rientrando nella vicina base militare.

Parliamo con la comunità di beduini che è stata minacciata, la cui sopravvivenza si basa sulla pastorizia. Stesse minacce, stesso folle sistema di divieti e ordini militari. “Ci hanno detto che non possiamo attraversare né la strada principale, né la strada davanti a noi. Dove portiamo a pascolare le pecore?” ci racconta il capo della comunità puntando un indice verso il cielo.

Il motivo di questi divieti senza senso? Motivi di sicurezza, dicono gli israeliani. Trasferimento forzato e silenzioso, dico io. Dopo averli privati dell’acqua corrente e dell’elettricità, le autorità israeliane stanno sottraendo a queste comunità della Valle del Giordano anche lo spazio vitale per sopravvivere. E presto o tardi gli abitanti saranno costretti ad andarsene.

… e dove, domando io?

Netanyhau può anche venire riverito alla Casa Bianca, la Debka può pure dettare le notizie ai nostri media e l’AIPAC, American Israel Public Affairs Committee, perfino influire sulla poltrona presidenziale di una superpotenza, nella società si tengano pure elezioni, forse lodevolmente senza brogli,
ma non basta.

Non basta a dare alla condotta militare e alla politica estera dello stato di Israele i connotati della civiltà democratica.

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altri articoli su Israele qui   http://mcc43.wordpress.com/category/israele/

e Palestina qui:  http://mcc43.wordpress.com/category/palestina/


Libia: costretti a mangiare la bandiera di Gheddafi -VIDEO-

Rinchiusi in una gabbia, simile a quelle dove sono rinchiusi gli animali in uno zoo, costretti a mangiare la bandiera verde della Libia di Gheddafi.

Questo quello che è accaduto ad alcuni neri africani, torturati dai “democratici” ribelli libici.

Libia Anno Uno: chi balla e chi spara

Articolo inviato al blog

di: mcc43

Il governo libico non ha lanciato un suo programma ufficiale di festeggiamenti. Solo iniziative delle autorità locali per il primo compleanno della “nuova” Libia. L’immagine è macchiata  dalla pubblicazione del rapporto di Amnesty. Un rapporto colpevolmente tardivo, per questo  significativa sconfessione della “democraticità” attribuita a scatola chiusa al composito clan del Consiglio Nazionale di Transizione, nonostante molti dei suoi membri restino tuttora ignoti.

 Navi Pillay, Commissario dell’ONU per i diritti umani, 26 gennaio 2012

L’illegalità ancora pervade la Libia un anno dopo lo scoppio dell’insurrezione che si è conclusa 42 anno del regime repressivo del colonnello Mu’ammar al-Gaddafi. Centinaia di armati milizie, ampiamente salutate in Libia come eroi per il loro ruolo nel rovesciare il regime precedente, sono in gran parte fuori della controllo.  […] Dopo che i combattenti, sostenuti dai bombardamenti  della NATO hanno preso controllo della maggior parte del paese alla fine di agosto,  in CNT non è riuscito a ottenere obbedienza. Nonostante l’impegno di assicurare alla giustizia i colpevoli di crimini di guerra e violazioni dei diritti umani su entrambi i lati, le autorità hanno finora fallito nell’azione .

Le milizie hanno preso prigionieri migliaia di sospetti lealisti Gheddafi, soldati e presunti stranieri “mercenari”, molti dei quali sono stati torturati o maltrattati in custodia, in alcuni casi causandone la  morte. Molti dei lealisti furono uccisi dopo la cattura, tra questi il leader stesso e uno dei suoi figli. Le milizie hanno anche saccheggiato e bruciato case e condotto attacchi per vendetta e altre rappresaglie contro i presunti supporter di Gheddafi, deportando forzatamente decine di migliaia di persone.

Chi è là per motivi di business a questo non bada. Vede altro.  Dal Blog di WD in Tripoli, fornitore di legname austriaco: Libia in avanzamento o in attesa? 

Quasi cinque mesi sono passati da quando Tripoli è  nelle mani del CNT e a molti si rizzano i capelli perché non vedono le cose in movimento.

Dal punto di vista economico alcune cose si sono fatte, la crisi di liquidità di novembre e dicembre è stata risolta, il Dinaro libico ha tenuto e sul mercato circola denaro. Le infrastrutture di base non stanno funzionando bene, ma l’approvvigionamento idrico è stabile, internet va meglio, la benzina è ampiamente disponibile a prezzi ancora più bassi rispetto a prima (amici in Europa  siate invidiosi: 0,08 Euro / litro). Tuttavia, la fornitura di energia elettrica è un problema, le interruzioni  sono frequenti di giorno, e la notte ci lasciano molto al freddo.

Chi aspettava i progetti di grandi infrastrutture dopo la liberazione (23.November 2011) ha avuto informazioni sbagliate. Ci vorrà sicuramente ancora qualche tempo prima di iniziare, e non sappiamo cosa comincerà. È ovvio che ripristinare la sicurezza e preparare le elezioni al momento è più importante al momento di costruzione di un’autostrada.

L’occhio esperto e disincantato del reporter vede molto altro, collega, raggiunge in profondità il significato degli eventi. Dal blog di Amedeo Ricucci, giornalista Rai , ora tornato in Libia.

 Da Bengasi,  Appunti libici da insonnia

Sbornia Continua. […] le celebrazioni si protraggono ormai da quattro mesi e ogni scusa è buona:  il 17 ad esempio ricorre l’inizio della rivolta e ci sono già lunghi e chiassosi cortei di miliziani che percorrono le strade del centro, almeno qui a Bengasi, esibendo per l’ennesima volta le loro armi e la loro felicità. Come il 21 ottobre, dopo la morte di Gheddafi, e poi qualche giorno dopo, per la fine della guerra, e ancora il 24 dicembre, per l’anniversario dell’indipendenza. Il Paese invece è bloccato: la ricostruzione non è ancora partita, […]Ma è vero anche che se la sbornia continua c’è il rischio di risvegliarsi con un gran mal di testa. Come è già capitato nei Paesi dell’Est dell’ex blocco comunista.

Soldi in fuga.La nuova Libia sarà pure libera ma i soldi dei libici volano all’estero, alla faccia del patriottismo. E gli unici a fare affari di questi tempi sono i trafficanti di valuta. Ieri nel bugigattolo dove ho cambiato al nero hanno portato nel giro di 10 minuti non sono quanti sacchi di dinari, freschi di stampa. E il via vai di questi portavalori sacchi in spalla è continuo. La gente infatti vuole dollari oppure euro e davanti alle banche c’è la fila di chi ritira il massimo consentito – 2000 dinari al mese, quasi 1400 euro – per poter investire in valuta, da esportare.[…]. E poi, se i libici non scommettono un dinaro sul futuro del loro Paese, chi mai dovrà farlo? E’ un paradosso che si può forse spiegare con il fatto che l’economia libica è stata per quarantadue anni un’economia assistita: grazie ai proventi del petrolio Gheddafi aveva infatti garantito a tutti un minimo di benessere, in cambio della sudditanza. Alimentando la pigrizia. Oggi che invece i libici devono riappropriarsi del loro destino denotano uno scarso senso dello stato e fanno fatica ad assumersi le loro responsabilità. Vedremo come andrà a finire.

 Ricucci vede anche uno dei molti episodi di barbarie che hanno contraddistinto “questa” rivolta araba: I bambini di Tawargha

Sorridono, i bambini di Tawargha, mentre cantano in gruppo, per i pochi visitatori che vengono a trovarli in questo campo profughi alla periferia di Tripoli, la ballata della loro disperazione. Hanno riadattato una vecchia canzone libica, mettendo in versi la loro spaventosa odissea: i miliziani di Misurata che attaccano le loro case, la città data alle fiamme, la lunga marcia a piedi 80 di km, e poi la nuova vita in queste baracche di lamiera, la paura costante di nuovi attacchi, lo stupore di chi scopre da un giorno all’altro che è il colore della propria pelle a scatenare l’odio. ” La Libia era un Paese solo - dice la canzone -da nord a sud, da est a ovest. E allora perchè quelli di Misurata ci attaccano con gli RPG?“.

Quella di Tawarga è stata la pagina più nera (e meglio occultata) della cosiddetta rivoluzione libica contro Muammar Gheddafi. E’ stata scritta il 13 agosto, ma a distanza di sei mesi continua a produrre strascichi ed a sanguinare. Un caso da manuale di epurazione etnica…

E ci sono i bambini scomparsi, i 105 di Misurata sono quelli di cui ho già parlato e di cui non si è saputo più nulla, ma bambini ne scompaiono ogni giorno 

Sulla costa si festeggia, nell’entroterra si combatte

Libia: scontri tra tribu’ locali a sud-est, 6 morti (ANSA) –

TRIPOLI, 15 FEB – Continuano i combattimenti nel sud-est della Libia tra opposte tribu’ rivali. Almeno sei persone sono morte oggi in nuovi scontri a Kufra, vicino al Ciad, tra gli Zwai e i Tibu, portando cosi’ a trenta il numero dei morti da domenica scorsa. Lo rendono noto fonti locali. Mohammed al-Harizi, portavoce del Consiglio nazionale di transizione libico (Cnt) non ha potuto confermare il bilancio, ma ha annunciato la formazione di un comitato di capi tribu’ per chiarire gli episodi di violenza.

HALA MISRATI

Questa notizia, se sarà confermata, riassume tutto:

Hala Misrati, la presentatrice  più famosa della tv dell’era Gheddafi, rapita mesi fa e stuprata dai ribelli, è deceduta OGGI nel carcere dove era detenuta, in circostanze misteriose.

Una delle molte, centinaia i casi accertati, donne che hanno subito violenza nell’era CNT.

Come possono andare a festeggiare OGGI le donne?

La “rivoluzione” libica è stata guidata con la stessa abilità al volante, per la quale i libici sono famosi:

Foto di WD in Tripoli

Dalle molte fazioni e frazioni che occupano oggi il territorio tra Tunisia ed Egitto dovrà nascere un paese.

Innegabilmente, è sotto gli occhi anche di chi se ne rallegra nei  festeggiamenti su scala locale , a tenere unite sei milioni di persone era solamente Muhammar Gheddafi.

Luglio 2009

Le due mani di Obama su quella di Gheddafi.

Il body language di Obama esprimeva un sentimento cordiale, amichevole…perfino protettivo!

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LE RIVOLUZIONI SPONTANEE SONO UN’ALTRA COSA  E FINISCONO DIVERSAMENTE 

LIBERA TUNISIA: Anno Uno

Israele & Usa, il gran gioco delle parti

Articolo inviato al blog

di: mcc43

Si costruisce ormai da mesi una generale assuefazione all’idea di un attacco  per tenere l’Iran fuori dal club delle nazioni  dotate di bomba nucleare.

Non importa che l’Iran ne abbia a più riprese negato l’intenzione e riaffermato che i progetti sono rivolti all’uso civile.
Mahmoud Ahmadinejiad  non è credibile perchè è fuori della cerchia dei fedeli della Casa Bianca e amico di un’autentica spina nel fianco degli Usa. Ogni sua affermazione è per antonomasia  ”delirante”  secondo gli  ossequienti compilatori di notizie.

Nella fase presente della partita anti-Iran, è finita la tattica del “si farà?” e si gioca secondo quella successiva: “lo farà autonomamente Israele?

No, non attaccherà autonomamente, è la risposta logica; non si può andare senza scudo contro la potenza militare di Teheran, ma la partita viene condotta in modo da trasformare questa ovvia precondizione in una futura malaugurata necessità, di cui l’Iran stessa sarà accusata.

Obama: secondo mandato?

Forse per via della tenacia dei libici e dei siriani che hanno rallentato l’agenda geopolitica, il derby Israele Iran  si gioca nell’anno delle elezioni americane, con un Barak Obama sotto il  fatidico 50%    di job appovation(l’approvazione complessiva del suo operato). Una percentuale troppo bassa per assicurargli la rielezione.

I tre presidenti non rieletti, Ford, Carter e Bush senior, erano sotto il 50; eccezione pilotata quella di George Bush, rieletto nonostante una job approvation del 48% grazie ai brogli e alla decisione di Al Gore di non contestare il risultato.

Obama: Job approval al 12.2.12

 Il tasso di approvazione di Obama, come si vede dal grafico,  ha recuperato dall’imbarazzante 42% di agosto  dell’anno scorso, ma in modo instabile; ora è al 46%, più in basso del 48% di cui disponeva a  febbraio 2011.

La prima impressione è che agli americani non sia importato molto della campagna “vittoriosa” in Libia. Obama, premio Nobel per la Pace, deve quindi stare attento a  non inciampare in un errore di politica estera, proprio mentre sta recuperando approvazione sulla politica economica.

Il gioco delle parti

2011: Avevo raccolto in questi articoli– Israele costretta a procedere con i piedi di piombo e – Never ending war: capitolo Iran  le rivelazioni su un piano di attacco ai siti nucleari  iraniani formalizzato già alla fine del 2010, confermato nelle intenzioni da indiscrezioni di fonte CIA. In questo gioco delle parti, ora è stato calato l’asso sul tavolo del mainstream.

2012:  Il 2 Febbraio il  Washington Post  riportava le dichiarazioni di Leon Panetta, ex capo della CIA e Segretario della Difesa, sulla probabilità che Israele proceda ad attaccare l’Iran in Aprile, Maggio o Giugno, prima dell’inizio, secondo le fonti israeliane, della costruzione della bomba. La reazione Usa?

Leon Panetta e i suoi bravi ragazzi

“Si dice – scrive il columnist –  che Obama e Panetta abbiano già preavvisato Israele dell’opposizione  USA a un suo attacco, nella convinzione che ciò vanificherebbe il crescente successo del programma di  sanzioni economiche  e altri sforzi non-militari per fermare l’Iran. Ma La Casa Bianca non ha ancora deciso con precisione come reagire in caso di un attacco Israeliano”

Le intenzioni di Netanyahu non sono ancora definitive, ma Israele sottolinea una possibile similitudine con la Siria che non rispose all’attacco israeliano a un suo reattore nel 2007, anche l’Iran potrebbe frenarsi per non entrare in una guerra totale.  Si fa anche un parallelo con l’attacco all’Uganda del 1976, per liberare gli ostaggi di Entebbe, dal quale nacque un cambio di regime del paese (!!).
L’intenzione sarebbe un’azione militare limitata al sito dell’arricchimento dell’uranio di Natanz e altri; gli iraniani risponderebbero con una rappresaglia, forse attraverso razzi di Hezbollaz dal Libano, e si stima che lo stato di Israele ptrebbe subire 500 vittime. (!!) I leader israeliani accetterebbero,  perfino si augurerebbero,  di procedere da soli per dimostrare la capacità di fare da sé in un periodo nel quale la sicurezza del paese è scossa dalla “primavera araba”-

Fin qui, dunque, il copione prevede Israele vogliosa di indipendenza operativa, con dei costi umani già messi nel conto e gli Usa riottosi alla prospettiva.

Ma il 12 febbraio il Telegraph , come se nulla fosse,  titola “Il Mossad sonda le reazioni in caso di un attacco all’Iran”

Tamir Pardo

Il capo dell’ufficio intelligence per l’estero Tamir Pardo è stato segretamente a Washington in questo mese per sondare le probabili reazioni degli Usa a un attacco unilaterale di Israele contro gli impianti nucleari iraniani. Il contenuto delle discussioni con la controparte americana sono state rivelate da un articolo di News Week intitolato “Il gioco pericoloso di Obama con l’Iran”.

Fonti ufficiali  dicono che la linea di richieste di Pardo a David Petreus, capo della CIA è“ Quale è il nostro (USA) atteggiamento sull’Iran? Siamo pronti a bombardare? Lo faremo [in seguito]? Che cosa significa per noi che  Israele lo faccia in ogni caso?”

Petreus, parlando il mese scorso  a un selezionato gruppo di senatori in udienza non secretata, ha confermato di  aver incontrato Tamir Pardo per discutere la crescente preoccupazione di Israele sulle aspirazioni nucleari iraniane.

Quando gli è stato chiesto se Israele intende colpire, James Clapper, direttore della US National Defense ha risposto che su questo preferiva rispondere alla questione a porte chiuse.

Fonti Usa citate da Newsweek aggiungono che Israele ha rifiutato di rendere nota   una significativa mole di dati sui preparativi militari; Israele ha rifiutato di commentare questa notizia.

Secondo Yehuda Ben Meir, ex vice ministro degli esteri, un completo appoggio degli USA non è un prerequisito perché Israele attacchi. “E’ questione di sfumature” ha detto.

Fin dai colloqui di gennaio (si comprende dalla dichiarazione di Petreus), Israele e Usa  hanno  concertato un programma che prevede un attacco apparentemente autonomo da parte di Israele, il che alleggerisce la posizione di Obama davanti agli elettori. Un attacco che si spera fulmineo e risolutivo, ma se la risposta dell’Iran sarà robusta,  Obama “dovrà” intervenire. Si tratterà, infatti, di proteggere un paese amico e ciò è perfettamente consonante con l’immaginario filmico americano e potrebbe corroborare le possibilità di rielezione.

Manca solo la data scritta nel mainstream.

Diceva ben chiaramente  il WashingtonPost

“Funzionari dell’amministrazione mettono in guardia Teheran di non fraintendere: gli Stati Uniti hanno un impegno da 60 anni  per la sicurezza israeliana, e se fossero  colpiti i centri abitati di Israele, gli Stati Uniti potrebbero sentirsi obbligati a correre in difesa di Israele.

Fase tre: trovare un motivo per agire

Gli attentati terroristici sono un motivo che l’opinione pubblica considera valido, dopo i fatti dell’11.9.

Un attentato in India, uno sventato in Georgia e un altro sul quale non c’è chiarezza a Bangkok, ma Ehud Barak ha accusato direttamente Teheran perché lo scoppio è avvenuto  a poche miglia dall’Ambasciata israeliana. il Jerusalem Post lo riporta con grande evidenza e  il Governo è chiarissimo “sappiamo chi sono i mandanti e pareggeremo i conti.”

E’ iniziato il count down.

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promemoria su

Il club delle potenze nucleari

Il 13 febbraio era un anniversario: la Francia nel 1960 entrava nel club delle potenze nucleari facendo esplodere  Gerboise bleu , più o meno “topolino blu”.

Un test avvenuto non in Francia, no, ma a Reggane nel Sahara Algerino. Naturalmente vi sono state conseguenze sulla popolazione, ma la Francia persiste nel sostenere che le sue erano radiazioni … innocue.

ps. in seguito la Francia ha testato nel Sahara algerino le armi chimiche.

I moderni tagliatori di teste

di: Manlio Dinuccci

Come dono emblematico della rinnovata «amicizia italo-libica», ad opera dei nuovi governi dei due paesi, il premier Mario Monti ha riportato in Libia la testa di Domitilla, che qualcuno aveva rubato vent’anni fa decapitando un’antica statua. Di teste tagliate, Monti in effetti se ne intende. Prima di ricevere l’investitura dal presidente Napolitano, ha fatto parte per anni della banca statunitense Goldman Sachs, le cui speculazioni (tra cui la truffa dei mutui subprime) hanno provocato tagli di posti di lavoro e di vite umane (con l’aumento dei prezzi dei cereali).

Come consulente, scrive Le Monde, egli aveva «l’incarico di apritore di porte, per sostenere gli interessi della Goldman Sachs nei corridoi del potere in Europa». Interessi non solo economici ma politici: i padroni della banca fanno parte della onnipotente élite finanziaria, organizzata quale governo ombra transnazionale, nelle cui stanze segrete si decidono non solo le grandi operazioni speculative, come l’attacco all’euro, ma anche quelle miranti a sostituire un governo con un altro più utile. È qui che è stato deciso di far cadere policamente la testa di Berlusconi: un affarista molto utile per lo smantellamento della cosa pubblica e le «liberalizzazioni», resosi però inviso per i suoi accordi economici con la Libia di Gheddafi e la Russia di Putin. Divenuto scomodo quando, come rivela il Washington Post, si è infuriato per la mossa della Francia di attaccare per prima la Libia il 19 marzo, minacciando di togliere agli alleati l’uso delle basi italiane. Richiamato dalla Clinton, è rientrato nei ranghi e l’Italia, stracciato il trattato di non-aggressione con la Libia, ha svolto «con onore» il suo ruolo nella guerra. Ciò non ha però salvato Berlusconi: abbandonato e deriso dagli alleati, ha dovuto mettere lui stesso la testa sotto la ghigliottina quando, con la regia del governo ombra transnazionale, i «mercati» hanno minacciato di far crollare il suo impero economico. E in queste stesse stanze segrete è stato deciso di far cadere la testa di Gheddafi, materialmente, demolendo lo stato da lui costruito e assassinandolo. Non a caso la guerra è iniziata con l’assalto ai fondi sovrani, almeno 170 miliardi di dollari che lo stato libico aveva investito all’estero, grazie ai proventi dell’export petrolifero che affluivano per la maggior parte nelle casse statali, lasciando ristretti margini alle compagnie straniere. Fondi investiti sempre più in Africa, per sviluppare gli organismi finanziari dell’Unione africana (la Banca di investimento, il Fondo monetario e la Banca centrale) e creare il dinaro d’oro in concorrenza al dollaro. Progetto smantellato con la guerra, decisa, prima che dai governi ufficiali, dal governo ombra di cui fa parte la Goldman Sachs. Nella quale oggi non ha più, formalmente, alcun incarico quel Mario Monti che, in veste di capo del governo italiano, è sbarcato a Tripoli, accompagnato dall’ammiraglio Di Paola, oggi ministro della difesa, che, come presidente del Comitato militare della Nato, ha svolto un ruolo di primo piano nella guerra alla Libia. Hanno portato in dono la testa di Domitilla a un «governo» creato artificiosamente dalla Nato, con il compito di tagliare (materialmente) le teste di quanti vogliono una Libia indipendente dal nuovo colonialismo.

IlManifesto.it

La guerra nelle parole della «nostra» Difesa

di: Manlio Dinucci
I «raid» si chiamano «missioni di difesa» ma i jet italiani hanno sganciato un migliaio di bombe e missili

Il contributo delle Forze armate italiane alle «operazioni in Libia» – dapprima Odissey Dawn, in seguito Unified Protector a guida Nato – è stato di «assoluto rilievo»: lo dichiara il Ministero della difesa.

Esso specifica che sette basi aeree – Trapani, Gioia del Colle, Sigonella, Decimomannu, Aviano, Amendola e Pantelleria – sono state messe a disposizione sia degli aerei italiani che di quelli alleati. Gli aerei italiani hanno compiuto 1.182 missioni, con funzioni di ricognizione, «difesa aerea» e rifornimento, effettuate da Tornado, F-16 Falcon, Eurofighter 2000, Amx, velivoli a pilotaggio remoto Predator B, G-222 e aerorifornitori KC-767 e KC130J. La Marina militare ha partecipato alle missioni aeree con velivoli AV-8B.

La Marina ha effettuato operazioni navali di embargo, pattugliamento e rifornimento, nonché missioni di sorveglianza in prossimità delle acque tunisine, in applicazione dell’intesa tra Italia e Tunisia sull’«emergenza immigrazione».

Hanno partecipato alle operazioni: la portaerei Garibaldi, il cacciatorpediniere Andrea Doria, la nave rifornitrice Etna, le navi anfibie San Giusto, San Giorgio e San Marco; le fregate Euro, Bersagliere e Libeccio; le corvette Minerva, Urania, Chimera, Driade e Fenice; i pattugliatori d’altura Comandante Borsini, Comandante Foscari e Comandante Bettica; i pattugliatori Spica, Vega, Orione e Sirio; i sommergibili Todaro e Gazzana, nonché un velivolo Atlantic con funzioni di pattugliamento.

La Difesa ha altresì contribuito alla «cooperazione umanitaria», in stretto coordinamento con il Ministero degli esteri, mettendo a disposizione aerei cargo C-130J che hanno effettuato il trasporto di materiale medico e l’evacuazione di «personale ferito», portato in Italia per essere curato.

Nel vocabolario del Ministero della difesa, la parola «guerra» non esiste. Essa viene camuffata sotto l’asettica definizione di «operazioni in Libia». Non esiste neppure la parola «bombardamento», camuffata come «missione di difesa aerea», nonostante che gli aerei italiani abbiano sganciato sulla Libia un migliaio di bombe e missili e l’aviazione Nato abbia effettuato oltre 10mila missioni di attacco, sganciando 40-50mila bombe e missili, grazie soprattutto al supporto tecnico e logistico italiano. E gli aerei cargo C-130J sono decollati da Pisa, dove si sta realizzando l’Hub aereo nazionale delle forze armate, solo per «cooperazione umanitaria», per trasportare materiale medico e «personale ferito», non per trasportare dalla linitrofa base Usa di Camp Darby le bombe che, come ha dichiarato lo stesso Pentagono, gli Usa hanno fornito agli alleati.

Né il Ministero della difesa fa sapere quante siano state in Libia le vittime civili dei bombardamenti italiani e Nato, ignorate dalla «cooperazione umanitaria».

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Happy New Year dalle Hawaii

di: Manlio Dinucci

Dopo un anno faticoso ma pieno di soddisfazioni, culminato con la guerra alla Libia e l’uccisione di Gheddafi, il presidente Obama si è concesso una meritata vacanza alle Hawaii. Da qui, il 31 dicembre, ha augurato ai suoi concittadini un Felice Anno Nuovo, ricordando che nel 2011 «l’America è divenuta più sicura» e che il 2012 «porterà un cambiamento ancora maggiore». Quindi, prima del brindisi di mezzanotte, ha firmato l’atto legislativo di autorizzazione della spesa militare per il 2012. Essa si salva dal congelamento quinquennale della spesa pubblica, che scende al livello più basso rispetto al pil negli ultimi cinquant’anni, congelando anche i salari dei dipendenti federali: il provvedimento si applica a tutti i settori «esterni alla sicurezza», quindi non a quello militare. Per dimostrare la sua buona volontà, anche il Pentagono promette qualche risparmio, eliminando sistemi d’arma non necessari, per reinvestire però le risorse nei droni da attacco e in altri armamenti high-tech. Intanto, per il 2012, riceve 553 miliardi di dollari, più del 2011, salendo di 23 miliardi rispetto al 2010. Si aggiungono a questi 118 miliardi per la guerra in Afghanistan e per le «attività di transizione in Iraq», ma si tratta solo di una prima tranche per le «operazioni d’oltremare». Anche i 17 miliardi per le armi nucleari, del cui mantenimento si occupa il Dipartimento dell’energia, sono solo l’anticipo di una spesa molto più grossa: come annuncia il Pentagono, «l’Amministrazione modernizzerà l’arsenale nucleare americano e il complesso che lo sostiene». La macchina bellica statunitense continua quindi a girare a pieno ritmo: nell’ultimo giorno lavorativo, il 30 dicembre, il Pentagono ha concluso oltre 30 grossi contratti con industrie militari, soprattutto la Lockheed, Boeing e Raytheon. Molti delle decine di contratti, stipulati ogni giorno dal Pentagono, sono la punta dell’iceberg di programmi dal costo enorme. Quello del caccia F-35, riporta la Associated Press da Washington, «col suo prezzo di 1.000 miliardi di dollari potrebbe divenire il programma più costoso nella storia militare». Ma non è solo questa la spesa militare. Al bilancio del Pentagono si aggiungono altre spese di carattere militare: 124 miliardi per i militari a riposo; 47 per il Dipartimento della sicurezza della patria. Includendo altri programmi con finalità militari, compresi alcuni della Nasa, la spesa militare Usa supera i 900 miliardi di dollari, circa un quarto del bilancio federale. Vi è inoltre la spesa del Programma nazionale di intelligence che, si specifica nel budget, è «classificata», ossia segreta. Un settore d’importanza crescente, dato che lo stesso atto legislativo firmato dal presidente Obama attribuisce ai militari e ai loro servizi segreti il «diritto» di inprigionare a tempo indeterminat e interrogare anche cittadini statunitensi, senza alcuna assistenza legale. E, per completare il suo «Happy New Year», il presidente Obama ha autorizzato il 31 dicembre dure sanzioni contro l’Iran, miranti a bloccare il suo intero sistema bancario per impedire l’export petrolifero in Occidente. Un atto di guerra, che può provocare un forte aumento del prezzo del petrolio, a vantaggio anzitutto delle compagnie statunitensi, che avranno così assicurato un «Felice Anno Nuovo».

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Human Rights Heroes: l’ennesima truffa dei democratici dirittumanisti

di: Matteo Guinness

Che la democrazia sia un furto lo diciamo da tempo: partiti che si auto-propagandano con i soldi pubblici e alimentano il circolo vizioso del voto nei loro confronti; un voto, fra l’altro, simile per ogni entità essendo tutti i gruppi liberal democratici, capitalisti, asserviti agli Stati Uniti e al libero mercato.

Anche che i diritti umani siano una fesseria è stato detto e ridetto; chi definisce diritti di carattere globale validi per tutti? Chi ha il potere di imporli in ogni angolo del globo? Come mai vengono sempre applicati nell’interesse degli Stati Uniti (e coincidono con le loro strategie) e mai se a violarli sono gli stessi Usa o Israele?

Queste ed altre questioni sono all’ordine del giorno, e di certo chi ha voglia potrà approfondire e schiarirsi le idee.

A noi interessa sottolineare che ancora di più la burla diventa gigantesca quando democrazia (specialmente virtuale e diretta) e diritti umani coincidono. E’ il caso diAmnesty International che sul proprio sito lancia la campagna “Vota il tuo eroe dei diritti umani”. Bene, sebbene internet sia del tutto controllato e tenuto d’occhio dai grandi gruppi situati negli Usa, succede che non tutti gli utenti temono conseguenze penali (anche se Obama ha approvato la legge per cui si può finire in galera senza processo e senza giudizio) e votano Muammar Gheddafi proprio eroe. Quest’ultimo, fra l’altro, prima della guerra voluta dall’occidente nei confronti del popolo libico stava per ricevere un premio proprio sui diritti umani:  http://libyanfreepress.wordpress.com/2011/11/14/gaddafi-stava-per-ricevere-un-riconoscimento-onu-per-i-diritti-umani/

E per ottime ragioni: http://coriintempesta.altervista.org/blog/la-distruzione-del-tenore-di-vita-di-un-paese-quello-che-la-libia-aveva-raggiunto-quello-che-e-stato-distrutto/

Inoltre proprio il leader libico aveva fondato un premio sui diritti umani: http://en.wikipedia.org/wiki/Al-Gaddafi_International_Prize_for_Human_Rights

Però i fautori dei diritti umani non possono accettare che un nemico degli Usa sia l’eroe del bene ed ecco allora che i campioni della democrazia e dei diritti umani falsificano il voto.

Lo falsificano cambiando la data della scadenza come potete vedere in queste due pagine:

1)http://www.amnestyusa.org/about-us/amnesty-50-years/human-rights-heroes-drawing-rules

2)http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache%3AznvmqBZ7gZ8J%3Awww.amnestyusa.org%2Fabout-us%2Famnesty-50-years%2Fhuman-rights-heroes-drawing-rules+%E2%80%9CThe+contest+begins+on+December+8%2C+2011+and+ends+January+31%2C+2012%E2%80%9D&cd=1&hl=nl&ct=clnk&gl=nl

Lo falsificano cambiando in corsa le regole e consentendo il voto solo ai cittadini americani (probabilmente più idioti degli altri e di certo più corrispondenti agli interessi Usa, non credete?)

Per il resto linkiamo un video che documenta la storia di tale truffa:

Per concludere questo breve pezzo, vogliamo sottolineare ancora una volta la morale: la democrazia e i diritti umani sono cagate pazzesche; i loro sostenitori sono dei falsi truffatori che tentano continuamente di imporre al mondo i propri interessi e la propria visione.

PUBBLICATO SU: http://britneynationalparty.wordpress.com/2012/01/03/human-rights-heroes-lennesima-truffa-dei-democratici-dirittumanisti/

In Iraq il conflitto è «surrogato»

di: Manlio Dinucci

Le nostre truppe sono uscite dall’Iraq «a testa alta», ha annunciato il comandante in capo Barack Obama. Gli Usa hanno di che essere fieri. Lasciano un paese invaso nel 2003 con la motivazione che possedeva armi di distruzione di massa, rivelatasi infondata. Messo a ferro e fuoco da oltre un milione e mezzo di soldati, che il Pentagono vi ha dislocato a rotazione insieme a centinaia di migliaia di contractor militari, usando ogni mezzo per schiacciare la resistenza: dalle bombe al fosforo contro la popolazione di Falluja alle torture nella prigione di Abu Ghraib. Provocando circa un milione di vittime civili, aggiuntesi a quelle della prima guerra contro l’Iraq e dell’embargo. Costringendo oltre 2 milioni di iracheni ad abbandonare le proprie case e altrettanti a rifugiarsi in Siria e Giordania. Lasciando un paese disastrato, con una disoccupazione a oltre il 50%, la metà dei medici che aveva prima dell’invasione, un terzo dei bambini affetti da malnutrizione, cui si aggiungono quelli con malformazioni genetiche dovute alle armi del Pentagono. Una guerra che gli Usa hanno pagato con 4.500 morti e oltre 30mila feriti tra i militari, il 30% dei quali è tornato a casa con gravi problemi psichici. Costata 1.000 miliardi di dollari, cui si aggiungeranno circa 4mila miliardi di spese indirette, come quelle per l’assistenza ai veterani. Ne è valsa però la pena: d’ora in poi «il futuro dell’Iraq sarà nelle mani del suo popolo», assicura il presidente Obama. Si è guadagnato così il Premio Nobel per la pace? C’è da dubitarne, leggendo il manuale dello U.S. Army su «La guerra surrogata per il XXI secolo»: una guerra condotta sostituendo alle forze armate tradizionali, che intervengono apertamente, forze speciali e servizi segreti che agiscono nell’ombra, con il sostegno di forze alleate di fatto sotto comando Usa. Lo confermano vari fatti. Il personale dell’ambasciata Usa a Baghdad, la più grande del mondo, passerà da 8mila a 16mila. Sarà potenziato il suo «Ufficio di cooperazione alla sicurezza», che addestra e arma le forze irachene. Dal 2005, il governo iracheno ha acquistato armamenti Usa per 5 miliardi di dollari e, secondo il programma, ne comprerà altri per 26 miliardi. Tra questi, 36 caccia F-16 con relativi armamenti (che potrebbero salire a 96), i cui piloti saranno addestrati negli Usa e le cui basi saranno di fatto sotto il controllo del Pentagono. Unità della Cia e delle forze speciali Usa continuano ad addestrare (e di fatto a dirigere) le «forze di sicurezza» che, per ordine del primo ministro Nouri al-Maliki, hanno già arrestato centinaia di ex baathisti con l’accusa, basata su «prove» fornite dal Cnt libico, di aver preparato un colpo di stato con l’appoggio di Gheddafi. Allo stesso tempo Washington lega a sé il governo regionale curdo di Masoud Barzani, con il quale la ExxonMobil ha concluso un grosso contratto per lo sfruttamento petrolifero, scavalcando il governo di Baghdad. Nel Kurdistan iracheno operano dal 2003 forze speciali Usa, agli ordini del generale Charles Cleveland. Lo stesso che – rivela il giornale egiziano «al-Arabi» – addestra e dirige oggi in Turchia i commandos dell’«esercito libero siriano» per la «guerra surrogata» alla Siria.

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Le smart bombs di Wall Street

di: Manlio Dinucci

Ci sono vari tipi di smart bombs, «bombe intelligenti», usate da quello che Les Leopold definisce efficacemente il «governo segreto di Wall Street», la potente oligarchia finanziaria che controlla lo stato (http://www.voltairenet.org/Wall-Street-secret-government). Le prime sono quelle propagandistiche che colpiscono il cervello, annebbiando gli occhi e facendo vedere cose inesistenti.

Sono oggi massicciamente impiegate per mistificare la realtà della crisi, per convincerci che essa è provocata dal debito pubblico e che, per salvarci, dobbiamo fare duri sacrifici tagliando le spese sociali. Il debito pubblico è però conseguenza, non causa della crisi. Essa è dovuta al funzionamento stesso del mercato finanziario, dominato da potenti banche e gruppi multinazionali. Basti pensare che il valore delle azioni quotate a Wall Street, e nelle Borse europee e giapponesi, supera quello di tutti i beni e servizi prodotti annualmente nel mondo. Le operazioni speculative, effettuate con enormi capitali, creano un artificioso aumento dei prezzi delle azioni e di altri titoli, che non corrisponde a una effettiva crescita dell’economia reale: una «bolla speculativa» che prima o poi esplode, provocando una crisi finanziaria. A questo punto intervengono gli stati con operazioni di «salvataggio», riversando denaro pubblico (e quindi accrescendo il debito) nelle casse delle grandi banche e dei gruppi finanziari privati che hanno provocato la crisi. Solo negli Stati uniti, l’ultimo «salvataggio» ammonta a oltre 7mila miliardi di dollari, dieci volte più di quanto ufficialmente dichiarato. Come ciò possa avvenire lo spiega il fatto che i candidati presidenziali sono finanziati, attraverso «donazioni» e in altri modi, dalle grandi banche, tra cui la Goldman Sachs, e che l’amministrazione Obama, appena entrata in carica, ha nominato in posti chiave loro persone di fiducia, facenti parte della Commissione Trilaterale. La stessa in cui Mario Monti, consulente internazionale della Goldman Sachs e ora capo del governo italiano, riveste il ruolo di presidente del gruppo europeo. Non c’è quindi da stupirsi se il governo segreto di Wall Street impiega, in funzione dei suoi interessi, anche «bombe intelligenti» reali. Non a caso le ultime guerre, effettuate dagli Stati uniti e dalla Nato, hanno «intelligentemente» colpito stati situati nelle aree ricche di petrolio (Iraq e Libia) o con una importante posizione regionale (Jugoslavia e Afghanistan). Stati come l’Iraq di Saddam Hussein, che minacciava di sganciarsi dal dollaro vendendo petrolio in euro e altre valute, o come la Libia di Gheddafi, che programmava di creare il dinaro d’oro quale concorrente del dollaro e promoveva organismi finanziari autonomi dell’Unione africana, il cui sviluppo avrebbe ridotto l’influenza della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale. Per analoghe ragioni si prendono ora di mira Siria e Iran. Crisi e guerra sono due facce della stessa medaglia. Anche perché la guerra fa crescere la spesa militare che, appesantendo il debito pubblico, impone ulteriori sacrifici.

L’Italia, stima il Sipri, è arrivata a una spesa militare annua di 28 miliardi di euro, all’incirca il costo della manovra. Ma non se ne parla. Le bombe di Wall Street sono davvero intelligenti.

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I «liberatori» venuti dal Qatar

di: Manlio Dinucci

I miraggi sono frequenti, specie nel deserto libico. Ne è affetto Farid Adly che, convinto della «genuinità della rivoluzione», continua a vedere un Cnt che «ha sì chiesto, accortamente, l’aiuto delle forze internazionali, ma si è anche opposto a qualsiasi intervento di terra» (Progetto Lavoro, ottobre). Eppure molti dei «ribelli libici», che la televisione ci mostra, non sono libici. Sono commandos del Qatar, addestrati e diretti dal Pentagono, camuffabili grazie alla lingua e all’aspetto. Lo abbiamo già detto, ma ora c’è la conferma ufficiale: «Noi qatariani eravamo tra i ribelli libici sul terreno, a centinaia in ogni regione», ha dichiarato il capo di stato maggiore Hamad bin Ali al-Atiya, precisando che «abbiamo gestito l’addestramento e le comunicazioni dei ribelli, supervisionato i loro piani, assicurato il loro collegamento con le forze Nato» (The Guardian, 26 ottobre). Il Qatar, scrive Le Figaro (6 novembre), ha inviato in Libia almeno 5mila uomini delle forze speciali, che «sono arrivati con le valige piene di soldi, cosa che ha permesso loro di far ribellare delle tribù». E non è escluso che sia stato un agente segreto qatariano ad assassinare Gheddafi, «per ordine di una entità straniera, o un paese o un leader, perché non voleva che i suoi segreti fossero rivelati», come ha dichiarato alla Cnn Mahmoud Jibril, già primo ministro del Cnt. Lo stesso Jibril e Abdurrahman Shalgham, ambasciatore del Cnt alle Nazioni Unite, accusano ora il Qatar di «voler dominare la Libia». In realtà, questa monarchia del Golfo ha il compito di dare un volto arabo e islamico all’occupazione neocoloniale della Libia da parte delle potenze occidentali. Mentre la Qatar Airways inaugura la linea aerea Doha-Bengasi, viene potenziata la Libya TV, «il primo canale indipendente della nuova Libia» che trasmette dal Qatar. E mentre il fondo sovrano qatariano si accaparra quote dei fondi sovrani libici «congelati», tra cui quello in mano alla Unicredit, Doha firma un accordo col Cnt per aiutarlo a organizzare un nuovo sistema giudiziario. La competenza della monarchia ereditaria qatariana è indubbia: come documenta Amnesty International, frequenti sono le condanne soprattutto di immigrati per «blasfemia», fino a 7 anni di carcere, e per «rapporti sessuali illeciti», 30-100 colpi di frusta, mentre per gli oppositori (sono illegali i partiti politici) c’è la condanna a morte senza processo. Con questa «monarchia illuminata» l’Italia ha rapporti privilegiati. Frequenti le visite bipartisan a Doha, effettuate da Boniver, Frattini, Moratti, Craxi, Scajola, Bonino, D’Alema, Parisi, Dini e altri. Storica quella del presidente Napolitano due anni fa, mentre Bersani (allora ministro) accoglieva a Roma una delegazione qatariana. E quest’anno, durante la guerra di Libia, il parlamento ha approvato con voto bipartisan l’accordo di cooperazione militare col Qatar. Di cui l’on. Franco Narducci (Pd), il 27 luglio alla Camera, ha elencato i meriti: «E’ uno dei maggiori alleati dell’Occidente, collabora con la Nato ed è intervenuto anche nel Bahrein», schiacciando nel sangue la richiesta popolare di democrazia. L’emiro del Qatar può essere sicuro: il nuovo governo italiano onorerà l’accordo, votato dal Pd che ne esalta «il profilo politico e strategico.»

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Il Colpo di Stato dei banchieri

di: Paul Joseph Watson

Proprio come avevamo avvertito , gli stessi terroristi finanziari responsabili del crollo economico hanno sfruttato la crisi per presentarsi come i salvatori e supervisionare un colpo di stato dei banchieri - con gli scagnozzi di Goldman Sachs che ora sono in controllo sia dell’ Italia che della Banca centrale europea.

L’obiettivo del colpo di stato è quello di sfruttare la crisi del debito come un mezzo attraverso il  quale creare un superstato federale europeo che trasferirà tutto il restante controllo sulle vicende nazionali a Bruxelles. I globalisti hanno già iniziato il processo, selezionando due burattini non eletti per sostituire i primi ministri, democraticamente eletti, in Grecia e in Italia.

Silvio Berlusconi è stato il Gheddafi d’ Europa. Nonostante il suo  carattere ripugnante, Berlusconi si stava rivelando un ostacolo per il colpo di stato dei banchieri ed è stato frettolosamente allontanato, non per volontà del popolo, bensi, come spiega Stephen Faris del Time, tramite l’azione di insider che controllano i mercati.

“Lunedi gli investitori sembravano prendere la decisione collettiva che lui non poteva più essere affidabile nel dirigere la terza economia della zona euro e hanno mandato il costo del denaro per l’ Italia verso livelli di crisi. Alla fine della settimana, non solo Berlusconi era finito, ma lo era anche  l’idea stessa di tenere una votazione per sostituirlo. I mercati avevano parlato, e a loro non piaceva affatto l’idea di affidarsi agli elettori. ”Il paese ha bisogno di riforme, non delle elezioni”, ha detto venerdi Herman Van Rompuy, presidente del Consiglio europeo, durante la sua visita a Roma . ”

A sostituire Berlusconi andrà il massimo fantoccio globalista, l’ex commissario europeo Mario Monti, un consulente internazionale per Goldman Sachs, il presidente europeo della Commissione Trilaterale di David Rockefeller e anche un membro di spicco del Gruppo Bilderberg. Monti è la persona giusta di cui fidarsi e che non commetterà errori, soprattutto in vista della prossima fase del colpo di stato, quando la crisi dell’euro sarà dirottata per concentrare il potere ancora di più nelle mani delle stesse persone che l’hanno causata.

“Questa è la banda di criminali che ci hanno portato a questo disastro finanziario. E’ come chiedere ai piromani di andare a spegnere gli incendi ”, ha commentato Alessandro Sallusti, direttore de Il Giornale, quotidiano milanese di proprietà della famiglia Berlusconi.

Allo stesso modo, quando il primo ministro greco George Papandreou ha avuto il coraggio di proporre al popolo della Grecia  un referendum, nel giro di pochi giorni è stato liquidato e sostituito con Lucas Papademos, ex vice-presidente della BCE, visiting professor ad Harvard ed ex- economista presso la Federal Reserve di Boston.

Papademos e Monti sono stati insediati come leader non eletti per la precisa ragione che essi “non sono direttamente responsabili nei confronti del pubblico”, osserva Faris, illustrando ancora una volta le fondamenta sostanzialmente dittatoriali e antidemocratiche di tutta l’Unione europea.

Venerdì scorso, abbiamo anche evidenziato come l’assalto della retorica apocalittica per il crollo della zona euro potrebbe essere solo un altro espediente per concentrare ancora più potere nelle mani della UE, nel suo tentativo di creare un governo europeo economico centralizzato che imporrebbe le sue decisioni a tutti gli Stati Membri.

Ed ecco che la Banca centrale europea è ora acclamata come il soggetto in grado di “salvare la zona euro” tramite appunto il salvataggio dell’ Italia, della Francia e della Spagna.

E chi è stato appena nominato come presidente della Banca centrale europea e annunciato come il ”salvatore dell’Europa“? Nientemeno che Mario Draghi - l’ ex Vice Presidente di Goldman Sachs International. State cominciando a notare una tendenza?

Naturalmente, questo piano di salvataggio porterà a compimento esattamente quello che gli eurocrati hanno voluto tutti insieme, una più stretta “unione politica”, come ha chiesto ieri il cancelliere tedesco Angela Merkel  o, in altre parole, un superstato federale che sventrerà quanto rimasto dell’indipendenza e della sovranità agli Stati nazionali europei, consegnandolo a Bruxelles.

L’intera crisi del debito della UE non è altro che un flagrante colpo di stato dei banchieri progettato per potenziare gli stessi terroristi finanziari che hanno causato il crollo iniziale nel 2008 attraverso l’improvviso ritiro di grandi quantità di credito dal mercato.

I delinquenti che hanno fatto esplodere la bolla ora si stanno insediando come gli eroi che guideranno la riscossa per prevenire la depressione in tutto il mondo – con gli Stati nazione europei che cederanno il controllo delle loro economie in favore di non eletti dittatori dell’ UE come Herman Van Rompuy e José Manuel Barroso.

LINK: Banker Coup: Goldman Sachs Takes Over Europe

DI: Coriintempesta

 VEDI ANCHE: Stati Uniti d’Europa

War Tour: partenze e arrivi

di: Manlio Dinucci

Al Pentagono lo chiamano «repositioning», riposizionamento di forze militari. È il grande Tour della guerra, le cui località preferite sono in Asia e Africa. In partenza dall’Iraq le truppe Usa. Immanuel Wallerstein la definisce «una sconfitta paragonabile a quella subita in Vietnam», perché i «leader politici iracheni hanno costretto gli Stati uniti a ritirare le truppe» e «il ritiro è stato una vittoria per il nazionalismo iracheno». Secondo lui, dopo due guerre, l’embargo e otto anni di occupazione che hanno provocato milioni di morti ed enormi distruzioni, l’Iraq ne esce più forte e indipendente, se riesce a imporre la sua volontà alla maggiore potenza mondiale. Ben diversi i fatti.

Durante l’occupazione, la Cia e il Dipartimento di stato hanno lavorato in profondità per «una soluzione politica in Iraq basata sul federalismo», secondo l’emendamento fatto passare in senato nel 2007 dall’attuale vicepresidente Joe Biden. Esso prevede «il decentramento dell’Iraq in tre regioni semi-autonome: curda, sunnita e sciita», con un «limitato governo centrale a Baghdad». Il «decentramento», ossia la disgregazione dello stato unitario, è già in atto nel basilare settore energetico, con i poteri locali che fanno accordi diretti con le multinazionali, tra le quali dominano quelle statunitensi. E le truppe Usa che lasciano l’Iraq non tornano a casa, ma vengono in gran parte «riposizionate» in altri paesi del Golfo, dove già gli Usa hanno un contingente di 40mila uomini, 23mila dei quali in Kuwait, sostenuto da potenti forze navali ed aeree.

Per di più, negli Emirati arabi uniti, sta nascendo un esercito segreto a disposizione del Pentagono e della Cia. «Questa robusta presenza militare in tutta la regione prova che il nostro impegno verso l’Iraq continua», assicura Hillary Clinton. Il piano prevede di potenziare militarmente le monarchie della regione, creando una sorta di «Nato del Golfo». E servirsene anche in Africa, come già avvenuto con la partecipazione del Qatar e degli Emirati alla guerra di Libia, mentre truppe irachene parteciperanno nel 2012 in Giordania all’esercitazione regionale anti-guerriglia Eager Lion. È il nuovo modo di fare la guerra – sostengono a Washington – testato dall’operazione in Libia, che ha dimostrato come, senza inviare truppe e subire perdite, «i leader di alcune potenze di media grandezza possono essere rovesciati a distanza», usando armi aeree e navali e facendo assumere il peso maggiore agli alleati. Tra questi i nuovi leader libici che, secondo fonti attendibili, hanno proposto alla Nato di creare in Libia una grande base militare permanente. Il piano, deciso in realtà a Washington, prevede la presenza di 15-20mila militari, di cui circa 12mila europei, con ingenti forze aeree e navali. Essenziali per la «sicurezza interna» e a disposizione per altre guerre contro l’Iran e la Siria.

Ne sarà contento Uri Avnery, che ha «benedetto» la guerra della Nato in Libia, sostenendo però che «la Libia si è liberata da sola». E Farid Adly, convinto che «la bandiera di re Idris, quella dell’indipendenza, non è un sintomo di ritorno al passato», sarà soddisfatto di vederla sventolare su una nuova grande base straniera, che sostituirà quella di Wheelus Field concessa agli Usa dall’illuminato re Idris, ma chiusa dal tirannico Gheddafi.

IlManifesto

In Libia il business armato

di: Manlio Dinucci

Terminata l’Operazione Protettore Unificato, mentre la Nato «continua a monitorare la situazione, pronta ad aiutare se necessario», si è aperta in Libia la corsa all’oro anche per le imprese occidentali minori. Esse si affiancano alle potenti compagnie petrolifere e banche d’investimento statunitensi ed europee, che hanno già occupato le posizioni chiave. La Farnesina si è impegnata a «facilitare la partecipazione delle piccole e medie imprese italiane alla costruzione della Libia liberata». Ma, già prima, era giunta a Tripoli una delegazione di 80 imprese francesi e il ministro della difesa Philip Hammond aveva sollecitato quelle britanniche a «fare le valige» e a correre in Libia. Vi sono grossi affari in vista, dopo che la Nato ha demolito lo stato libico. E c’è il forziere aperto su cui mettere le mani: almeno 170 miliardi di dollari di fondi sovrani «congelati», cui si aggiungono gli introiti dell’export petrolifero, che possono risalire a 30 miliardi annui. C’è però un problema: il clima di tensione che rende pericoloso per gli imprenditori muoversi nel paese. La prima preziosa merce da vendere in Libia è quindi la «sicurezza». Se ne occupa tra le altre la compagnia militare britannica Sne Special Projects Ltd: la dirige un ex parà che ha lavorato come contractor in Israele, Iraq, Afghanistan, Pakistan, Sudan e Nigeria, assistito da ex ufficiali dell’intelligence militare, delle forze speciali e delle forze anti-sommossa e anti-terrorismo. La compagnia, che precisa di essere presente a Bengasi, Misurata e Tripoli fin dal maggio 2011, ha aperto, in una lussuosa villa della capitale a 15 minuti dall’aeroporto, un residence per Vip presidiato da contractor britannici e libici superarmati, cui si aggiunge un centro degli affari sempre nella capitale. La tariffa del «taxi» con cui li trasporta dall’aeroporto è un po’ cara, 800 dollari invece degli usuali 5. La macchina è però un pesante blindato, collegato via satellite a un centro operativo a Tripoli e uno in Gran Bretagna, a loro volta collegati al sistema di sorveglianza Nato. In partnership con la Trango Limited, compagnia britannica specializzata nell’assistenza a imprese in aree ad alto rischio, la Special Projects fornisce, in particolare alle piccole e medie imprese del settore energetico, una gamma completa di servizi: informazioni di ogni tipo (corredate da foto e video), libero transito di persone e materiali sotto scorta ai confini con l’Egitto e la Tunisia, contatti interpersonali nel Cnt per concludere vantaggiosi affari. Servizi analoghi forniscono le compagnie statunitensi Scn Resources Group e Security Contracting Network, e varie altre installatesi in Libia. Ad usufruirne sono non solo le imprese occidentali, in corsa per accaparrarsi i contratti più lucrosi prima che arrivino di nuovo i cinesi, ma anche il Dipartimento di stato Usa e altri ministeri occidentali, per le operazioni in Libia sia dirette che tramite organizzazioni «non profit» da loro pagate. Il vuoto lasciato dal crollo dello stato libico, sotto i colpi della Nato, viene così colmato da una rete sotterranea di interessi e poteri. E, in caso di pericolose reazioni popolari, c’è sempre il blindato della Special Projects che permette di raggiungere velocemente l’aeroporto.

IlManifesto.it

Libia: un video-linciaggio per distrarre dalla pista Clinton-Goldman Sachs

Si può anche prescindere dalla questione della autenticità o meno dei video del linciaggio di Gheddafi, per constatare che la scelta della NATO di spettacolarizzare la morte di Gheddafi, rivela decisamente il carattere di una PSYOP (Psychological Operation), cioè di un atto di guerra psicologica. Al Jazeera, l’emittente dell’emiro del Qatar, ha assunto decisamente il ruolo di organo della guerra psicologica della NATO e della CIA, e questa sua ultima PSYOP del video-linciaggio è volta a confondere le acque e distrarre l’attenzione rispetto a dati ancora più inconfessabili.

Il 23 ottobre i festeggiamenti per la “liberazione” della Libia si sono svolti a Bengasi, non a Tripoli. Bengasi è sempre in festa, e festeggia soprattutto in nome e per conto di altre città della Libia.

A Bengasi infatti, e non a Tripoli, si sono svolti il 21 agosto scorso i festeggiamenti per la “liberazione” di Tripoli; un doppione dei festeggiamenti svoltisi il 18 marzo scorso per la proclamazione da parte del consiglio di Sicurezza dell’ONU della “no fly zone” (con il senno di poi questa locuzione inglese risulta particolarmente ridicola). La terna delle feste di Bengasi si è conclusa domenica, con l’ormai consueto spettacolo pirotecnico.[1]

Nella Libia “liberata” il governo provvisorio risiede ancora a Bengasi, ad indicare che l’effettivo controllo del territorio libico da parte della NATO e dei sedicenti ribelli è ancora al livello di sette mesi fa.

Da ciò si comprende che i video dovevano servire a creare l’illusione di una conclusione definitiva della vicenda, una “vittoria” da dare in pasto all’opinione pubblica mondiale, da tenere però impegnata in estenuanti dibattiti morali sulla liceità della vendetta, in modo da evitare che si possa seguire la pista dei soldi.

Il linciaggio di Gheddafi dovrebbe anche dimostrare, secondo la Nato, che i “ribelli” dopotutto sono dei barbari immaturi per la democrazia e incapaci di gestire uno Stato di Diritto; risulta perciò assolutamente necessaria la tutela internazionale, soprattutto per quanto riguarda l’eventuale ministero del Tesoro del nascente Stato libero della Libia. Come sorprendersi quindi che il primo atto del nuovo governo della Libia “libera” sia stato quello di chiedere alla NATO di rimanere in Libia?[2]

Si può prescindere per un momento anche dal business del petrolio libico, attualmente ritornato in mano soprattutto alla multinazionale British Petroleum, che deteneva quasi il monopolio del petrolio libico prima del colpo di Stato di Gheddafi nel 1969.[3]

Si possono infatti ricavare notizie interessanti soffermandosi anche solo sul denaro contante. Secondo notizie della BBC, i beni libici attualmente congelati in banche straniere ammontano ad almeno cinquantatre miliardi di dollari. Una delle principali banche in cui questi soldi libici sono investiti è la Goldman Sachs, la quale si è rifiutata di dare ulteriori informazioni, rifugiandosi dietro la riservatezza per “proteggere” il cliente (un’altro esempio di comicità involontaria in questa vicenda). [4]

Altra questione ancora aperta è quella dell’oro della banca centrale libica, le cui riserve auree ammontano a centoquarantaquattro tonnellate, secondo le stime per difetto operate dal Fondo Monetario Internazionale il marzo scorso.[5]

A detta dell’ex banchiere centrale libico, passato ai “ribelli”, le riserve valutarie ed auree della Libia ammontano complessivamente a centosessantotto miliardi di dollari, ma è tutto congelato, e ci vorrà una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per sbloccarlo, cioè tutto dipende dagli Stati Uniti. Secondo l’ex banchiere centrale mancherebbe all’appello circa un 20% dell’oro libico, ma la colpa sarebbe tutta di Gheddafi, che l’avrebbe sottratto per comprarsi i consensi delle tribù. La morte di Gheddafi consente perciò a chi ha sottratto effettivamente quell’oro di goderselo senza rischiare di subire indagini.[6]

Si registrano poi strane coincidenze. Hillary Clinton ed il suo clan da quale banca dipendono? Ritorna un nome familiare: Goldman Sachs. La superbanca multinazionale aveva già finanziato nel 1992 la vittoriosa campagna elettorale presidenziale di Bill Clinton; ed in effetti Robert Rubin, dirigente di Goldman Sachs, era poi diventato ministro del Tesoro dell’amministrazione Clinton.[7]

Il legame tra il clan dei Clinton e Goldman Sachs è stato consacrato anche da un matrimonio dinastico. Una figlia dei Clinton, Chelsea, ha infatti sposato un altro dirigente di Goldman Sachs, il pregiudicato per frode bancaria Marc Mezvinsky. [8]

Si potrebbe pensare che Bill Clinton, per farsi bello e darsi le arie di politico incorruttibile, abbia preso le distanze da Goldman Sachs, magari additandone pretestuosamente le magagne. Invece no. Retto ed integerrimo com’è, Bill Clinton, ha preso pubblicamente le difese di Goldman Sachs a proposito delle inchieste che l’hanno coinvolta, dichiarandosi scettico circa le accuse che hanno colpito la superbanca.[9]

Anche Hillary Clinton non ha voluto far torto al genero soltanto per darsi delle arie di essere immune dal nepotismo; ed infatti il Dipartimento di Stato, diretto da Hillary, ha coinvolto Goldman Sachs in un super-progetto internazionale, sotto l’egida della NATO, per far scuola di business a donne imprenditrici in Afghanistan e Pakistan. Insomma, una pioggia di denaro pubblico per Goldman Sachs, su iniziativa della Clinton. La notizia si trova sul sito di Goldman Sachs.[10]

Si può essere certi che i Clinton hanno la coscienza così pulita, che il timore di incappare in un sospetto di conflitto di interessi non li dissuaderà affatto dall’andare incontro alle legittime aspettative di Goldman Sachs, anche per ciò che riguarda la questione dell’ulteriore spartizione delle risorse finanziarie ed auree della Libia.

NOTE

[1] http://www.repubblica.it/esteri/2011/08/21/foto/bengasi_in_festa_per_la_sollevazione_di_tripoli-20683527/1/

http://it.euronews.net/2011/03/18/a-bengasi-festa-per-la-decisione-dell-onu/

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2011/10/23/visualizza_new.html_668694965.html

[2] http://www.tgcom.mediaset.it/mondo/articoli/articolo1025774.shtml

[3] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.thestreet.com/story/11228497/1/bps-outlook-in-libya-improves.html&ei=KOVsToWHLvTb4QTN36XZBA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=2&ved=0CCsQ7gEwATgo&prev=/search%3Fq%3DBP%2Blibya%26start%3D40%26hl%3Dit%26sa%3DN%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26biw%3D960%26bih%3D507%26prmd%3Divns

[4] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.bbc.co.uk/news/business-13552364&ei=fIalTu76Ksjxsgb7mO2SAw&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=2&ved=0CCsQ7gEwAThk&prev=/search%3Fq%3Dlibyan%2Bgold%2Bgoldman%2Bsachs%26start%3D100%26hl%3Dit%26sa%3DN%26rlz%3D1R2ACAW_it%26biw%3D960%26bih%3D507%26prmd%3Dimvns

[5] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.bbc.co.uk/news/business-12824137&ei=uY6lTsKpOY_RsgbOsaWVAw&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=2&ved=0CDUQ7gEwAQ&prev=/search%3Fq%3Dlibyan%2Bgold%2Breserves%26hl%3Dit%26rlz%3D1R2ACAW_it%26prmd%3Dimvns

[6] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.reuters.com/article/2011/08/25/us-libya-gaddafi-gold-idUSTRE77O1XO20110825&ei=9kCoTu-LKs74sgbVsezFDQ&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=3&ved=0CDMQ7gEwAg&prev=/search%3Fq%3Dlybia%2Bgold%2Bcentral%2Bbanker%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvns

[7] http://archiviostorico.corriere.it/1992/ottobre/06/GOLDMAN_SACHS_punta_Clinton_co_0_9210063639.shtml

[8] http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://news.bbc.co.uk/2/hi/8386968.stm

[9] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.huffingtonpost.com/2010/04/29/bill-clinton-im-skeptical_n_557085.html&ei=zEKkTsbiAseBOoL2ma0C&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=1&ved=0CCUQ7gEwAA&prev=/search%3Fq%3Dbill%2Bclinton%2B%2Bgoldman%2Bsachs%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvnso

[10] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www2.goldmansachs.com/media-relations/press-releases/current/10k-w-partnership.html&ei=OJ-lTtaoKNDKsgakqZH3Ag&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=1&ved=0CCYQ7gEwAA&prev=/search%3Fq%3Dgoldman%2BSachs%2BHillary%2Bclinton%26hl%3Dit%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvnso

FONTE: Comidad.org

Un’altra vittoria del War Party

di: Manlio Dinucci

Il War Party (WP), il partito transnazionale della guerra, ha iscritto nel suo albo d’oro un altro successo: la guerra di Libia. Decisa dalla Cupola del potere – il massimo organo dirigente la cui composizione è segreta, ma di cui, si sa, fanno parte i delegati dei più influenti gruppi multinazionali e finanziari e dell’apparato militare-industriale – è stata magistralmente condotta dalla Segreteria transnazionale, fomentando e armando la dissidenza interna (attraverso agenti segreti e commandos infltrati) così da farla apparire una «rivoluzione». Il segretario generale del WP, Barack Obama, sottolineando che «la morte di Gheddafi dimostra la giustezza del nostro ruolo nel proteggere il popolo libico», annuncia che in tal modo «abbiamo rinnovato la leadership americana nel mondo». Washington ha messo «una maschera europea sul comando dell’operazione», spiegano funzionari dell’amministrazione, ma sono stati gli Usa «la spina dorsale dell’operazione Nato», fornendo agli alleati intelligence, rifornimento dei caccia in volo e bombe a guida di precisione. In questa guerra – sottolinea il vice di Obama, Joseph Biden – «non abbiamo perso una sola vita»: quindi, più di quelle del passato, essa indica «come comportarci col mondo mentre andiamo avanti».

L’operazione in Libia, spiegano i funzionari, prova che «i leader di alcune potenze di media grandezza possono essere rovesciati a distanza», senza invio di truppe sul terreno, usando armi aeree e navali e facendo assumere agli alleati, in questo caso europei e arabi, il «peso maggiore» dell’operazione. Indubbio è il merito dei membri della Segreteria del WP, soprattutto il francese Sarkozy. Dopo la «normalizzazione» con la Libia, egli fu il primo ad accogliere Gheddafi con tutti gli onori a Parigi nel dicembre 2007 (un anno e mezzo prima che Berlusconi lo ricevesse a Roma), stipulando un accordo da 10 miliardi di euro per fornire alla Libia centrali nucleari e impegnando la Libia a negoziati esclusivi con la Francia per l’acquisto di armamenti, tra cui caccia Rafale. Poco più di tre anni dopo, sono stati invece i Rafale francesi ad attaccare la Libia, quando la Cupola del potere ha deciso che il modo migliore per sfruttare le risorse libiche non erano gli accordi ma la guerra. Lo scorso marzo, un figlio di Gheddafi dichiarò che la Libia aveva contribuito a finanziare la campagna elettorale di Sarkozy e di averne le prove. Si capisce quindi perché il presidente francese abbia definito l’uccisione di Gheddafi una «tappa importante». Meritorio anche il ruolo della sezione italiana del WP: dopo aver stracciato il trattato di non-aggressione, il governo Berlusconi ha partecipato alla guerra con basi, navi e aerei, che hanno effettuato oltre 1.100 raid.

E nello stesso giorno in cui Gheddafi veniva ucciso, la marina militare annunciava di aver ripristinato le strutture Eni per lo sfruttamento del gas libico e Finmeccanica riapriva, in Libia, lo stabilimento elicotteristico AgustaWestland. Mentre l’attivista di «sinistra» del WP Bersani spiega che «la missione in Libia rientra nella nostra Costituzione, perché l’art. 11 ripudia la guerra ma non l’uso della forza per ragioni di giustizia». E il presidente Napolitano assicura che «non siamo entrati in guerra».

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