L’Impero Finanziario e il carcere globale dei debitori

finanza

di: Jerome Roos

Non ci devono essere dubbi: viviamo nell’ epoca dell’ Impero Finanziario. A differenza delle conquiste militari che hanno guidato le espansioni territoriali degli imperi del passato, il moderno Impero Finanziario non consiste nell’esercizio visibile dell’ideologia del Grande Bastone (anche se, indubbiamente, l’imperialismo militare continua anche oggi), ma piuttosto assume la forma di una mano invisibile . Mentre alla fine del 19° e all’ inizio del 20° secolo  la logica del dominio è stata guidata dal potere strumentale degli stati imperiali, l’Impero del 21 ° secolo non ha più bisogno di alcun bastone per sottomettere gli stati sovrani: attraverso i meccanismi globali di applicazione della disciplina di mercato e dalle condizioni del FMI, il potere strutturale del capitale finanziario ora garantisce che tutti si inchineranno davanti ai mercati monetari. Continue reading

Grecia, la distruzione di una nazione

grecia

di: Giacomo Gabellini

La Grecia è nel caos, ma le origini del disastro risalgono al 2009, quando vennero a galla i dati autentici riguardo allo stato reale in cui versava l’economia nazionale. La Grecia aveva ereditato dalla dittatura dei colonnelli guidata da Georgios Papadopoulos un regime fiscale che faceva acqua da tutte le parti, favorendo in maniera massiccia l’evasione. Per occultare questa ed altre inadeguatezze, i dirigenti greci – assistiti delle banche d’investimento Goldman Sachs e JP Morgan Chase – avevano falsificato i conti per aderire all’Eurozona. Nel 2002 Goldman Sachs aveva acquistato oltre 2 miliardi di euro di titoli di debito pubblico greco convertendoli immediatamente in yen e dollari, per poi rivenderli alla Grecia adottando i parametri fissati da un falso tasso di cambio applicato dall’istituto bancario.

Tale “curiosa” transazione era il frutto di un’intesa sottobanco tra il governo di Atene e gli operatori della Goldman Sachs; un originale escamotage che ha permesso agli amministratori ellenici di iscrivere una falsa voce di attivo sui libri contabili del Paese che corrispondeva ad una simmetrica ed altrettanto falsa voce di passivo per quanto riguarda il bilancio della banca.

Questo falso guadagno ha consentito allo Stato greco di mantenere il rapporto tra deficit e Prodotto Interno Lordo al di sotto della linea di sbarramento del 3%, che rappresenta uno dei requisiti fondamentali per l’ingresso nell’Eurozona. Come ricompensa per tali servigi, la Goldman Sachs pretese la restituzione della cifra iniziale (più di 2 miliardi di euro) elevata di un esorbitante tasso di interesse. Nel 2009, il partito socialista Pasok vinse le elezioni, e non appena il primo ministro George Papandreou ebbe modo di esaminare i libri contabili del Paese si accorse del trucco, rivelando immediatamente la falsificazione dei conti pubblici operata dai suoi predecessori. Malgrado il Prodotto Interno Lordo del Paese ellenico costituisse appena il 3% di quello della zona-euro e uno sforzo congiunto dei Paesi più forti avrebbe potuto ristabilire piuttosto agevolmente la situazione, i governi di Berlino e Parigi si opposero frontalmente e ostinatamente a qualsiasi proposta finalizzata a fornire aiuti esterni allo Stato ellenico.

Anziché imporre la garanzia del debito greco attraverso la BCE in modo da blindare la solidità economico-finanziaria del Paese, il tandem Merkel-Sarkozy pensò bene di adottare il Private Sector Involvement (PSI), una “procedura di coinvolgimento del settore privato” nell’assorbimento dei debito greco, volto a ricondurre il rapporto debito/Prodotto Interno Lordo della Grecia al di sotto della soglia del 120,5% e, soprattutto, a scongiurare qualsiasi perdita finanziaria a carico della BCE e delle Banche Centrali dei vari Paesi europei. Questo accordo ha sobbarcato sul settore privato un carico di perdite sproporzionatamente alto di perdite rispetto al settore pubblico, penalizzando pesantemente i privati che avevano investito nel debito greco e incoraggiando, in misura complementare, l’attività predatoria degli speculatori. Ciò ha innescato una pericolosa crisi di fiducia nei confronti del sistema-Europa e messo in dubbio la solidità degli Stati. Da quel momento, i titoli di debito emessi dai vari Paesi europei, considerati fino ad allora “risk-free” (o “a rischio 0”), sono divenuti il bersaglio prediletto della speculazione internazionale e delle agenzie di rating, il cui fuoco incrociato si è abbattuto sia sul debito greco sia su quelli di Irlanda, Portogallo, Spagna ed Italia (i cosiddetti PIIGS), facendo lievitare pericolosamente gli spread rispetto ai titoli tedeschi, in modo da far schizzare verso l’alto i tassi di interesse sui titoli di Stato, aggravando enormemente il problema.

spread

I tassi usurai pretesi dai mercati finanziari costrinsero successivamente Atene a chiedere aiuto alla BCE e al FMI, che offrirono due prestiti in poco più di un anno, quantificabili rispettivamente in  110 e in 109 miliardi di euro, ponendo però come condizione l’applicazione di una radicale terapia d’urto. Di fronte a questo aut aut, Papandreou propose un referendum per chiedere al popolo greco il parere sul da farsi.  Intimoriti dalla mossa di Atene, i dirigenti di Bruxelles avviarono una pesante campagna di pressione volta a costringere Papandreou alle dimissioni, che vennero rassegnate nel novembre del 2011. La Commissione Europea esigeva infatti l’instaurazione di un governo tecnico, che accettasse le condizioni poste da BCE e FMI e attuasse le misure “necessarie” a prescindere dal consenso popolare. Il testimone lasciato dal governo Papandreou fu così ereditato dal nuovo esecutivo guidato da Lucas Papademos, che in qualità di ex governatore della Banca Centrale ellenica si era reso corresponsabile della falsificazione dei conti del Paese.

La certosina applicazione, da parte dei tecnocrati, delle direttive impartite dalla cosiddetta “trojka” o “trimurti” (formata da FMI, BCE e Commissione Europea), fece precipitare il Paese nel caos. Il parlamento ellenico cedette al ricatto che gli era stato posto da questa “trojka”, approvando un “memorandum d’intesa” – molto simile a un diktat da occupazione militare – comprensivo di una serie di riforme (taglio dei servizi sociali, decurtazione di stipendi e pensioni, riduzione dei dipendenti pubblici, depotenziamento radicale dei contratti collettivi dei lavoratori) da macelleria sociale per ottenere un finanziamento da 130 miliardi di euro promesso dall’Unione Europea. Non appena il memorandum passò, le tensioni sociali infiammarono piazza Syntagma, provocando le dimissione di sei ministri del governo di Papademos.

Alcuni partiti d’opposizione proposero di non accettare il prestito, poiché le condizioni poste dalla “trojka” erano proibitive e non avrebbero in alcun modo aiutato l’economia greca. Alexis Tsipras, leader di Syriza, richiese invece una moratoria di tre anni per il pagamento del debito, così da utilizzare tutte le risorse a disposizione per comprimere il più possibile il disavanzo primario, in moda da affrontare al meglio la recessione e adottare misure di risanamento dell’economia e del settore pubblico. La Germania dilaniata dalla Seconda Guerra Mondiale, ricevette questo genere di trattamento, ottenendo il diritto di non saldare il proprio debito fino al 1953. Sia Papademos che il suo successore Antonis Samaras rispedirono queste proposte al mittente e adottarono, in ottemperanza agli “indiscutibili” impegni presi, la drastica terapia d’urto pretesa dalla “trojka”, che acuì la fase recessiva e comportò il congelamento delle attività bancarie, determinando il blocco totale del credito alle imprese e il conseguente inceppamento del sistema, cosa che provocò un crollo delle entrate fiscali, aggravando la posizione debitoria del Paese. La caduta delle entrate tributarie, peraltro, fu favorita anche dal corposo processo di trasferimento di capitali ellenici all’estero, stimato in circa 300 miliardi di euro dal funzionario del Tesoro greco Dimitri Kousselas, che BCE, FMI e Commissione Europea non fecero nulla per frenare.

Le politiche di austerità richieste dalla “troijka” hanno prodotto risultati alquanto significativi. Alla fine del 2012, la morsa della disoccupazione attanagliava oltre 4 milioni di greci; i lavoratori operanti nel settore privato sono passati dai 2,6 milioni del 2010 a 1,7 milioni del 2012, e di questi 1,7 milioni solo 600.000 sono stati regolarmente retribuiti per aver lavorato a pieno ritmo (8 ore al giorno per 5 giorni alla settimana); sempre nel 2012, appena 225.000 cittadini hanno potuto ricevere un assegno di disoccupazione.

La relazione annuale redatta dalla Banca di Grecia ha rilevato inoltre che la porzione di popolazione intenta a vivere al di sotto della soglia di povertà è passata dal 16% del 2011 al 23% dell’anno seguente. Al drastico aumento del fenomeno della povertà infantile, è andato peraltro a sommarsi un calo medio dei salari lordi pari al 20,6% nell’arco del biennio 2010-2012.

In tutta questa desolante vicenda, va inoltre sottolineato il fatto che buona parte del denaro destinato al “salvataggio” della Grecia è stato erogato dai Paesi della zona-euro, ciascuno in misura proporzionale alle proprie quote di partecipazione al capitale della BCE. Ciò ha esposto in primo luogo Germania e Francia che, detenendo le quote più consistenti, si sono indebitate in misura proporzionalmente maggiore con le banche per ottenere i soldi necessari a salvare la Grecia dal fallimento, consentendole a sua volta di onorare i propri debiti con le banche. Questa situazione paradossale ed esplosiva ha spinto i detentori dei titoli di Stato emessi da Atene ad accendere polizze assicurative che li tutelassero dalla bancarotta greca, spalancando la strada alla speculazione internazionale. Le sinergia negativa scaturita dalle operazioni effettuate da investitori intimoriti e speculatori senza scrupoli hanno fatto schizzare verso l’alto la domanda internazionale (e il prezzo) di Credit Default Swap, che istituti come Goldman Sachs hanno avuto modo di vendere in grande quantità, incassando ingenti guadagni. Appare pertanto significativo il fatto che una delle prime misure che il nuovo primo ministro Papademos (membro della Commissione Trilaterale ed ex funzionario della BCE e della Federal Reserve di Boston) aveva deciso di adottare fu quella relativa alla nomina di Petros Christodoulos, ex operatore della Goldman Sachs, come responsabile dell’organismo incaricato di gestire il debito ellenico.

Il disastro greco ha, se non altro, aperto prospettive del tutto nuove. Un eventuale fallimento della Grecia potrebbe infatti innescare il temutissimo effetto domino, suscettibile di  provocare l’implosione dell’Unione Europea e il conseguente (probabile) ripristino delle monete locali da parte di tutti i Paesi membri dell’Eurozona. Battendo questa via, la Grecia ripristinerebbe la dracma, che verrebbe svalutata presumibilmente del 50% (o più) circa rispetto all’euro, rendendo competitive le merci locali. Il problema è che la Grecia esporta quanto la provincia di Vicenza, ed importa quasi tutto ciò di cui ha bisogno. Con l’adozione dell’euro, il Paese ellenico ha registrato una serie di deficit esorbitanti, dovuti al fatto che la nuova valuta aveva accresciuto il potere d’acquisto dei beni esteri da parte dei cittadini greci. Ciò ha determinato un netto declino del comparto industriale, orientando l’economia nazionale verso attività rientranti nel settore terziario. Senza un solido sistema manifatturiero e con la dracma deprezzata, la Grecia si ritroverebbe a dover acquistare merci all’estero a prezzi proibitivi.

La situazione del Paese appare pertanto disperata, e le dirigenze politiche (Commissione Europea) ed economiche (BCE) hanno pesantissime responsabilità rispetto al deflagrare della situazione. Nel novembre 2011, ad esempio, la “troijka” ha barattato, dietro pressioni esercitate dall’esecutivo di Atene, un prestito – ad interesse – per permettere ai greci di pagare gli interessi sul loro debito, in cambio del solenne impegno assunto dal governo ellenico di registrare un avanzo sui conti correnti di bilancio. Per realizzare questa promessa, sono stati effettuati tagli addizionali a pensioni e salari (già ridotti a 400-500 euro) e contrazioni della spesa pubblica di vario genere allo scopo di incamerare circa 9 miliardi di euro entro la fine del 2013. Per la Grecia, 9 miliardi di euro corrispondono a 4 punti percentuali di Prodotto Interno Lordo, equivalenti, per l’Italia, a 60 miliardi di tagli ulteriori in un solo anno. Come era più che prevedibile, la terapia d’urto improntata alla più brutale austerità ha prodotto esiti contrari a quelli che la “troijka” si proponeva di ottenere, con il risultato che se nel 2009 il debito greco ammontava al 130% del Prodotto Interno Lordo, nel 2012 ha ampiamente sfondato la soglia del 160% del Prodotto Interno Lordo. Ciò è dovuto al fatto che l’aumento soverchiante delle tasse imposto ai cittadini greci ha generato un calo del gettito fiscale (il gettito dell’IVA ha registrato un -8,7% nel secondo trimestre e un -10% nel terzo trimestre del 2012). L’introito fiscale connesso ai redditi e alle proprietà, dopo diversi mesi di crescita, è andato declinando (da +29% del secondo trimestre 2012 rispetto allo stesso trimestre del 2011, a +10% del terzo trimestre rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente) e diverse stime rivelano che anche questa voce finirà ben presto in passivo. L’austerità ad oltranza ha naturalmente depresso l’economia nazionale, determinando sostanziosi e ripetuti cali della produzione industriale (-7,1% del terzo trimestre 2012 rispetto allo stesso trimestre del 2011, -7,3% nel quarto trimestre del 2012 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente). Si tratta di «Un circolo vizioso – commenta l’economista Jacques Sapir –, dove la spirale infernale austerità-degradazione-austerità può condurre soltanto ad un colpo politico, cioè ad un rovesciamento del governo analogo a quello verificatosi in Russia (portando all’avvento di Putin): un esito che non bisogna temere, ma al contrario sperare»1.

Visti i successi ottenuti da Putin con le sue cure economiche (ben differenti da quelle caldeggiate dal Fondo Monetario Internazionale), è difficile non condividere l’auspicio di Sapir. Proprio le voci relative a questo “colpo politico” sono alla base dell’arrivo di diverse centinaia di mercenari dell’agenzia statunitense Blackwater (coinvolta in diversi scandali durante l’occupazione americana dell’Iraq), giunti in Grecia con l’incarico di controllare l’operato della polizia locale nonché di proteggere il governo e il parlamento dalle sommosse popolari scatenate da migliaia di cittadini inferociti per le tremende condizioni di vita provocate dal collasso economico nazionale e dalle misure d’austerità imposte da Atene dietro varie sollecitazioni della “troijka”.

Ma riflettendo sui risultati catastrofici prodotti dalle terapie d’urto somministrate alla Grecia, diversi analisti (tra cui proprio Jacques Sapir) sono giunti alla conclusione che il Paese resterà ben presto insolvente. Il che, considerando gli sforzi profusi dall’Europa e dal Fondo Monetario Internazionale per “salvare” la Grecia, avvicinerà verosimilmente il punto di non ritorno, corrispondente alla deflagrazione definitiva dell’euro causata dalla rigidità e dall’inadeguatezza degli euro-burocrati di Bruxelles e delle guide politiche tedesche.

NOTE

1. Jacques Sapir, Greece: the road to insolvency.

FONTE: Stato&Potenza

Non ve lo dicono, ma i bambini in Spagna hanno sempre più fame

Non solo Grecia: in Spagna crescono i bambini che possono contare su un solo pasto al giorno. E i fabbri hanno iniziato a rifiutarsi di forzare le case pignorate da chi non riesce più a pagare il mutuo. Cosa c’è, esattamente a metà tra la Grecia e la Spagna? Il prossimo più grande successo dell’euro: l’Italia.

spagna

di: Valerio Valentini

In molti sono rimasti allibiti, in Italia, quando si è squarciata la criminale cappa del silenzio che per mesi aveva avvolto la crisi greca, portando alla luce le sofferenze di un intero Paese ridotto alla fame e alla miseria dalla Troika. Quello stesso silenzio, oggi sta imbavagliando un altro Paese dell’Europa: la Spagna. Forse perché troppo concentrati sulla campagna elettorale, o forse per la necessità di non svelare, a ridosso delle elezioni, le atrocità delle politiche economiche e sociali europee (benedette da una larga maggioranza), i nostri media non si interessano affatto alla crisi spagnola.

spagna fame

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Uno degli ultimi allarmi, però, è stato lanciato dai quotidiani della Comunità Valenciana, che riportano i dati di una ricerca realizzata dalla “Casa della Carità”. Nel 2012, sono stati 11.600 i bambini che si sono nutriti facendo ricorso alla Caritas locale, e di questi circa la metà hanno tra i 4 e gli 11 anni. Rispetto al 2011, la cifra è raddoppiata.

Già nei mesi scorsi “Save the Children” denunciava come nella penisola iberica fossero sempre di più gli adolescenti che ogni giorno facevano un unico pasto, quello dato loro nelle mense scolastiche. La Caritas spagnola conferma ora questi dati, rivelando che, non a caso, il numero di bambini in cerca di cibo cresce sensibilmente nei fine settimana, quando cioè le scuole sono chiuse.

E questa realtà non riguarda purtroppo solo i più piccoli. Il numero delle madri che ricorrono all’assistenza della Caritas è aumentato del 44% nell’ultimo anno, mentre la crisi occupazionale ha colpito soprattutto gli ultraquarantenni, tra i quali la percentuale di indigenti è aumentata del 10% nel 2012.

Non si tratta, come si potrebbe pensare, di senza tetto o di clochard. Sono persone che hanno, almeno per il momento, una casa, e a volte anche un salario minimo. Semplicemente, non possono permettersi cibo e bevande, e quindi ricorrono alle associazioni di volontariato. I giornali locali descrivono lunghe file di bambini esultanti perché “vanno tutti insieme a mangiare al ristorante”. Che però è la Caritas.

C’è poi un altro dato a dirci di come le condizioni di vita a Valencia, la terza città del Paese per numero di abitanti, si stiano deteriorando. Quelle stesse associazioni di volontariato che denunciano un aumento del 12,5% di cittadini spagnoli che reclamano ogni giorno un pasto gratuito, registrano al contempo un calo del 29% per quanto riguarda l’affluenza dei rumeni, la comunità straniera più numerosa nella regione. Si tratta, perlopiù, di immigrati che preferiscono far ritorno nel Paese d’origine.

Da Valencia a Madrid, dove si fanno sempre più ricorrenti scene in cui gruppi di cittadini aderenti alla campagna “Stop Desahucios” si oppongono all’entrata delle forze dell’ordine nei condomini dove si devono eseguire degli sfratti. Negli ultimi quattro anni sono state 350 mila le famiglie spagnole sfrattate, la stragrande maggioranza delle quali a causa di mutui stipulati con delle banche coinvolte nella speculazione immobiliare. Anche in questo caso, i dati dei tribunali spagnoli, riportati dal WSJ, parlano chiaro: se nel primo semestre del 2008 gli sfratti furono 19.930, nella prima metà del 2012 hanno superato quota 37 mila. Ormai si prosegue al ritmo di 500 al giorno, anche grazie a delle leggi in materia che alcuni giudici spagnoli ritengono “volte a salvaguardare oltremisura gli interesse delle banche politicamente influenti”. Questo esponenziale aumento delle procedure di sfratto è dovuto soprattutto alle nuove disposizioni del governo di Mariano Rajoy. Il quale, per ripagare i prestiti ricevuti dall’Europa, ha dato avvio ad un piano di privatizzazione degli immobili che non sta risparmiando neppure le case popolari.

case spagna

…sempre più persone in fila alla Caritas, in Spagna, per mangiare…

La situazione sembra vicina al collasso. Il dato più sconcertante è quello che fotografa un netto aumento di casi di suicidio di persone che hanno ricevuto ingiunzioni di sfratto. Nel dicembre scorso, inoltre, ha fatto scalpore la notizia di una donna incinta che ha avuto un parto prematuro a causa dello shock provocato dall’arrivo delle forze dell’ordine. A seguito di questi eventi, ad alzare la voce è stato uno dei maggiori sindacati dei fabbri, letteralmente subissati dalle richieste di forzare le serrature di appartamenti ipotecati: tutti gli aderenti a tale organizzazione si rifiuteranno, d’ora in poi, di partecipare alle operazioni di sfratto. E anche i sindacati delle forze dell’ordine lamentano un eccessivo stress degli agenti, a cui hanno deciso di offrire sostegno legale nel caso in cui vogliano rifiutarsi di eseguire le ingiunzioni. Nuovi obiettori di coscienza, insomma.

Trovatosi impreparato di fronte a queste resistenze crescenti, il governo Rajoy ha varato alla fine del 2012 un decreto che prevede una sospensione degli sfratti per un periodo di due anni; ma solo per famiglie con persone handicappate o con introiti mensili inferiori a 1.600 euro. Gli attivisti di “PAH”, un’associazione che tutela i diritti delle persone con ipoteche a carico, denuncia il fatto che il decreto non ha congelato l’accumulazione dei debiti, per cui tra due anni migliaia di persone si ritroveranno in una situazione insostenibile a causa dei debiti accumulati. E lanciano anche un altro allarme: il rischio, quantomai concreto, di un mercato nero dei fabbri, facili da reclutare a causa del disperato bisogno di denaro tra la popolazione spagnola.

E così, dopo la Grecia, anche la Spagna si avvia a diventare “la manifestazione più concreta del grande successo dell’euro”, per utilizzare le parole pronunciate nel settembre 2011 da Mario Monti. Una delle sue più celebri pillole di saggezza che gli sono valse la nomina a senatore a vita e a presidente del consiglio.

Noi, però, possiamo star tranquilli (nonostante qualche brivido francamente venga, a guardare cosa c’è a metà tra la Grecia e la Spagna, su una qualsiasi cartina del Mediterraneo). Perlomeno così dicono, ogni giorno, frotte di economisti e di politici. Frotte di frottole?

FONTE: Irib – Redazione Italiana

Catastroika: privatization goes public

catastroika

Il documentario mostra e dimostra la catastrofe che segue la privatizzazione e la liberalizzazione, per risolvere una crisi voluta, che ne è la giustificazione. La giustificazione per depredare intere nazioni del patrimonio e dei beni pubblici del suo popolo, usando sistemi repressivi e liberticidi e inducendo i lavoratori a una condizione di schiavitù.
I creatori di Debtocracy (qui), documentario con due milioni di visualizzazioni trasmesse dal Giappone all’America Latina, analizzano lo spostamento dei beni dallo Stato in mani private.Viaggiano nei paesi sviluppati, alla ricerca di dati in materia di privatizzazioni e ricercano indizi sul giorno dopo il massiccio programma di privatizzazioni della Grecia.

LINK: http://www.catastroika.com/indexen.php

Un esempio (un po’ triste) di giornalismo di propaganda

di: Riccardo Orioles

Merkel ad Atene, scontri” ecc. Repubblica non è molto amica dei greci, almeno di quelli poveri, ma questo naturalmente – libertà di stampa – è affare suo. Sotto il titolo allarmistico (che, ripeto, è suo diritto pubblicare) però mette (repubblica.it, 9 settembre, ore 15) una foto decisamente scorretta: manifestanti con – in primo piano – una bandiera greca e accanto unabandiera nazista. A me, lettore qualunque, è cascato il cuore. “Dunque i greci – ho pensato – sono arrivati a questo punto? Allora davvero i fascisti hanno egemonizzato la protesta? Maledetti greci! Fa bene, l’Europa, a suonarvele! Dagli giù duro, Merkel, a questi  nazisti dei miei stivali!”.

Ma leggendo attentamente il pezzo (cosa che non tutti i lettori fanno) mi sono accorto che la bandiera nazista c’entrava come il cavolo a merenda. I dimostranti infatti l’avevano portata là per bruciarla: cosa che hanno fatto con gran solennità e slogan antifascisti. La manifestazione (apprende ancora il lettore attento) era organizzata dei sindacati, era una manifestazione democratica (anche se non necessariamente condivisibile) al cento per cento, ed era antifascista e antinazista senza equivoci e senza sfumature.

Questo, dalla titolazione e dalla foto, decisamente non si capiva. I capiredattori di Repubblica sanno perfettamente cos’è un titolo e cos’è una foto d’apertura. Hanno fatto un’operazione politica precisa (in Grecia, chi protesta è nazista) per la quale nel Purgatorio dei giornalisti dovranno spalar carbone per un paio di anni. Ma in fondo la colpa è mia, che di fronte a Repubblica abbasso istintivamente le difese che invece mi vengono spontanee davanti a Vespa, Sallusti o Emilio Fede.

IlFattoQuotidiano.it

L’euro è un grande successo – non scherzo

Su Opendemocracy Greg Palast, giornalista e documentarista USA, ripercorre le idee di Mundell, il progenitore dell’euro, per sostenere che il preteso “malfunzionamento” della moneta unica in realtà fu accuratamente progettato per portare alla svalutazione interna del lavoro – che senza lo shock dell’euro sarebbe stata politicamente impossibile.

di: Greg Palast 

 L’euro è stato la massima espressione della supply side economics (l’economia dell’offerta, ndt), progettato per funzionare durante una crisi economica esattamente come ha fatto – smontare i tradizionali strumenti economici per la ripresa e forzare gli stati alla “svalutazione interna”, alle privatizzazioni e agli attacchi ai diritti del lavoro. Ha funzionato perfettamente.

 L’idea che l’euro ha “fallito” è pericolosamente ingenua. L’euro sta facendo esattamente quello che il suo progenitore – e quell’1% di ricchi che lo ha approvato – avevano previsto e programmato che facesse.

Questo progenitore è l’economista Robert Mundell, allora dell’Università di Chicago. L’architetto della “supply-side economics” è ora professore alla Columbia University, ma io lo conoscevo per il suo rapporto col mio professore di Chicago, Milton Friedman, molto prima che la ricerca di Mundell sulle valute e i tassi di cambio producesse il progetto dell’Unione monetaria europea e della moneta unica.

Mundell, allora, era più interessato alla ristrutturazione del suo bagno. Il Nobel Professor Mundell, che possedeva una antica villa in Toscana, mi disse, irritato:

“Non mi fanno nemmeno fare una toilette. Hanno delle regole secondo le quali non posso avere un bagno in questa stanza!

Potete immaginare?

 “Si dà il caso che non posso. Ma io non ho una villa italiana, quindi non posso immaginare la frustrazione di un regolamento in materia di costruzione di bagni.

Ma Mundell, un pragmatico canadese-americano, era destinato a farci qualcosa: costruire un’arma che avrebbe spazzato via le norme e regolamenti governativi sul lavoro. (Lui odiava davvero i sindacati degli idraulici che gli facevano pagare un sacco di soldi per spostare il suo trono.) “E’ molto difficile licenziare i lavoratori in Europa”, si lamentava. La sua risposta: l’euro.

L’euro avrebbe davvero fatto il suo lavoro quando la crisi avrebbe colpito, spiegava Mundell. Rimuovere il controllo governativo sulla moneta avrebbe impedito ai brutti piccoli funzionari eletti di utilizzare le ricette monetarie e fiscali keynesiane per tirare fuori dalla recessione un paese.

“L’euro mette la politica monetaria fuori dalla portata dei politici”, ha detto Mundell. “[E] senza la politica fiscale, l’unico modo per i paesi di riuscire a mantenere i posti di lavoro è dalla riduzione competitiva delle regole per le imprese.”

Ha citato le leggi sul lavoro, le normative ambientali e, naturalmente, le tasse. Tutto sarebbe stato spazzato via con l’euro.

Alla democrazia non sarebbe stato permesso di interferire con il mercato – o con l’impianto idraulico.

Come un altro premio Nobel, Paul Krugman, ha osservato, la creazione della zona euro ha violato la regola economica d i base nota come “area monetaria ottimale”. Questa regola era stata concepita da Bob Mundell.

Ma Mundell non se ne preoccupava. Per lui, l’euro non aveva lo scopo di trasformare l’Europa in un potente unione economica. Si trattava di Reagan e Thatcher. “Ronald Reagan non sarebbe stato eletto presidente senza l’influenza di Mundell,” ha scritto una volta Jude Wanniski sul Wall Street Journal. La supply-side economics introdotta da Mundell è diventata il modello teorico per la Reaganomics – o come la definiva George Bush il Vecchio – “economia voodoo”: la credenza magica nella panacea del libero mercato che ha ispirato anche le politiche della signora Thatcher.

Mundell mi ha spiegato che, di fatto, l’euro è un tutt’uno con la Reaganomics:

“La disciplina monetaria impone la disciplina fiscale anche ai politici.”

E quando le crisi arrivano, le nazioni economicamente disarmate hanno poco da fare se non cancellare le regolamentazioni governative, privatizzare in massa le imprese statali, tagliare le tasse e distruggere il modello di welfare state europeo.

Così, vediamo che il primo ministro (non eletto) Mario Monti sta chiedendo la “riforma” del diritto del lavoro in Italia, per rendere più facile ai datori di lavoro come Mundell licenziare gli idraulici toscani. Mario Draghi, il capo (non eletto) della Banca centrale europea, chiede le “riforme strutturali” – un eufemismo per la frantumazione delle regole sul lavoro. Essi citano la nebulosa teoria secondo cui questa “svalutazione interna” di ogni paese, li renderà tutti più competitivi.

Monti e Draghi non possono spiegare in un modo credibile come, se tutti i paesi del continente deprezzano la forza lavoro, ciascuno possa ottenere un vantaggio competitivo. Ma non c’è bisogno che spieghino le loro politiche, basta lasciar lavorare i mercati sulle obbligazioni di ogni nazione. Quindi, l’unione monetaria è guerra di classe con altri mezzi.

La crisi in Europa e le fiamme della Grecia hanno prodotto il bagliore di ciò che il filosofo della supply-side economics, Joseph Schumpeter, chiamava “distruzione creativa”. Il seguace di Schumpeter e apologeta del libero mercato Thomas Friedman, volato ad Atene per visitare il “santuario improvvisato” di una banca bruciata, dove sono morte tre persone dopo che era stata bombardata dal fuoco dei manifestanti anarchici, ha colto l’occasione per un’omelia sulla globalizzazione e l’ “irresponsabilità” greca.

Le fiamme, la disoccupazione di massa, la svendita dei beni nazionali, avrebbero portato a ciò che Friedman chiama “rigenerazione” della Grecia e, in ultima analisi, di tutta la zona euro. In modo che Mundell e gli altri proprietari di ville possano mettere i loro servizi igienici ovunque diavolo vogliono.

Lungi dal fallimento, l’euro, che è stato una creatura di Mundell, è riuscito probabilmente oltre i sogni più arditi del suo stesso progenitore.

LINK:  The Euro is a big success – no kidding

DI: InvestireOggi.it

False democrazie a confronto: Il caso greco e quello francese

di: Sebastiano Caputo & Lorenzo Vitelli

Il caso greco: 

17 giugno. La vittoria delle elezioni legislative in Grecia è assegnata al partito Nea Dimokratia (29,66%), partito liberalconservatore. Il suo leader Antonis Samaras, raggiunto l’accordo con il Pasok e il centro sinistra del Dimar, ha allestito il nuovo governo. Ma la sfida che si prospetta è difficile: risanare l’economia per ridare fiducia ai mercati, trovare un compromesso – non troppo scomodo per l’Ue – con le misure di austerity europee.

Ma questo non era quello che volevano i greci. Se guardiamo a queste elezioni lucidamente, con un sguardo che si proietti dall’alto, non possiamo che trarne una conclusione negativa. Il Pasok, movimento socialista pan ellenico, partito in vita dal 1981, è stato, sotto la presidenza di Papandreou, al centro della crisi del 2008 e del disastro della falsificazione dei bilanci di governo. Pur deludendo, finalmente, a queste elezioni, è riuscito ad attingere il 12,28% dei consensi, anche se parlare di consensi sembra difficile. Questo partito rimane nell’ottica europea, credendo ancora, assieme a Nea Dimokratia, in un possibile salvataggio in extremis della Grecia all’interno dell’Ue. Entrambi questi due partiti appoggiano le misure della Troika, credendo fermamente alle manovre della Commissione, e sommati, hanno raggiunto il 41,94% dei voti.

Come spiegarsi che, dopo mesi di misure di austerità, dopo il rigore merkeliano addossato sulle spalle di un popolo tradito dalla propria classe dirigente, dopo i bambini svenuti sui banchi di scuola per la malnutrizione, dopo gli accordi tra Stato ed imprese di distribuzione energetica per tagliare luce e gas a chi non pagava le tasse, i cittadini cadessero ancora nella trappola? Molti hanno pensato che in Grecia non si doveva stare poi così male da tirarsi indietro, altri dicono che la paura di rimettere in causa un sistema come l’Ue sarebbe stato un azzardo. E adesso l’Unione Europea e la Merkel – che finalmente è lei ad aver vinto le elezioni greche – danno per guarita la carcassa europea, una carcassa che il voto ellenico ha risanato, sia al suo interno, sia esternamente, grazie al vento di fiducia che respireranno i mercati.

Ma la situazione è diversa, e, dall’altro lato Syriza (26,89%), Alba Dorata (6,92%), i Greci Indipendenti (7,51%) e il Partito Comunista (4,50%), formano un’ala del parlamento che raggiunge il 45,82% dei consensi. Poco più del 45% dei votanti ha espresso la sua opposizione, attraverso questi partiti, nei confronti della Troika, del sistema euro, delle politiche di austerità, della dittatura economica della Germania, ma ancora una volta la legge elettorale ha assegnato un bonus di 50 parlamentari al primo partito, Nea Dimokratia, tradendo così, nuovamente, le speranze di un popolo martoriato. Senza contare l’astensionismo, superiore al 30% dei possibili votanti, disillusi dal potere che il voto “democratico” può assegnare loro, il popolo greco ha così espresso il suo sdegno. L’Europa e le sue democrazie, dunque, ancora una volta e più di prima, vengono rimesse in causa dai loro popoli.

Il caso francese: 

Un mese esatto dopo le elezioni presidenziali francesi, si concludono anche quelle legislative. Stessi risultati, stesse sorprese, ma rimangono tanti dubbi sulla legittimità della nuova Assemblea Nazionale. Perché come vuole la ripartizione dei seggi su base maggioritaria, per l’ennesima volta in quarant’anni di Quinta Repubblica, saranno la sinistra – il partito socialista – e la destra – l’Unione per un Movimento Popolare – a spartirsi i 577 seggi in palio al Palais Bourbon. Con qualche differenza però, poiché rispetto agli altri anni, di voci fuori dal coro ce ne sarà più di una. La notizia principalmente sbandierata dai media omologati è che stando ai dati ufficiali pubblicati ieri dal ministero dell’Interno per la Francia metropolitana e territori d’Oltremare, dopo 17 anni di governatorato di centro-destra, François Hollande, eletto con il 52 per cento dei consensi alle presidenziali contro Nicolas Sarkozy, si è imposto erede indiscusso del mitterandismo portando il Partito Socialista e i suoi alleati (il Front de Gauche, i Verdi e indipendenti) al Parlamento con una maggioranza assoluta, vale a dire 343 seggi. Mentre il raggruppamento di destra – composto dall’Unione per un Movimento Popolare e i partiti satelliti di centro – si è affermato seconda forza del Paese, conquistando 229 poltrone.

La contro-notizia è che nonostante l’ostracismo – mediatico e istituzionale -, gli uomini e i partiti fuori dallo status quo politico che vige in Francia – da quando Charles De Gaulle lasciò il potere -, sono riusciti, per la prima volta, a raccogliere almeno le briciole di un sistema maggioritario che ha lasciato fuori dall’Assemblea Nazionale milioni di francesi. Un sistema maggioritario lontano dall’equità e dalla rappresentatività reale, perché oltre al fatto di far incrementare il numero di astenuti (durante queste elezioni legislative è stato pari al 43,7 per cento!), imponendo all’elettore di scegliere tra i due grandi partiti del Paese (“tra la peste e il colera”), non ha permesso al Fronte Nazionale di Marine Le Pen – il quale aveva ottenuto il 18 per cento dei consensi un mese fa alle presidenziali – e ad altri partiti minori di avere una rappresentanza parlamentate proporzionale al numero di elettori.

Nonostante alle presidenziali un francese su cinque abbia votato Front National, le elezioni di ieri hanno sancito il ritorno del partito al Parlamento, ma con soli 3 deputati (per 6,5 milioni di frontisti!). La leader del Fn è stata sconfitta nella circoscrizione di Hénin-Beaumont con il 49,89 per cento dei voti – risultato per il quale è già stato presentato un ricorso perché la Le Pen sarebbe stata distaccata dalla socialista di soli 116 voti -, mentre la nipote di Jean-Marie Le Pen, la 22enne Marion Maréchal-Le Pen (figlia della sorella di Marine e da oggi la più giovane paramentare di tutti i tempi in Francia) è stata eletta e come lei anche l’ex socialista Gilbert Collard e il presidente della Ligue du Sud, Jacques Bompard. Queste voci sono in estrema minoranza, tuttavia potrebbero proporre una riforma elettorale che instauri un sistema proporzionale invece dell’attuale maggioritario. Una legge che, finalmente, ridia al popolo il mezzo più forte per esercitare il potere: il voto. Ma il bilancio di queste elezioni rimane catastrofico, perché a perdere è la democrazia stessa: ci sono troppi astenuti come ci sono troppi elettori tenuti fuori dalle mura del Palais Bourbon, in un Paese, la Francia, che i benpensanti amano chiamare “la terre de la liberté, de l’égalité et de la fraternité”.

Fonte: L’Intellettuale Dissidente

Lo Spiegel: “L’Italia entrò nell’euro con trucchi contabili, e Kohl lo sapeva”

Il settimanale tedesco ha consultato centinaia di documenti governativi, dai quali emergerebbe che l’esecutivo di Ciampi e di Prodi raggiunse i requisiti con “misure cosmetiche” e un po’ di fortuna. Ma il cancelliere chiuse gli occhi per “opportunità politica”

L’ingresso dell’Italia nell’euro è stato truccato. Il nostro paese non avrebbe avuto i requisiti economico-finanziari necessari, ma per ragioni di opportunità politica la Germania di Helmut Kohlavrebbe chiuso un occhio. Lo sostiene un’inchiesta del settimanale Spiegel, dal titolo ”Operazione autoinganno”, basata sulla consultazione di centinaia di pagine di documenti del governo Kohl sull’introduzione dell’euro tra il 1994 ed il 1998. Si tratta di rapporti dell’ambasciata tedesca a Roma, di note interne dell’esecutivo e di verbali manoscritti di colloqui avuti dal cancelliere della riunificazione.

“I documenti dimostrano ciò che finora si supponeva: l’Italia non avrebbe mai dovuto essere accolta nell’euro”, scrive lo Spiegel, aggiungendo che a decidere sull’ingresso dell’Italia “non furono i criteri economici, ma le considerazioni politiche”.

“In questo modo”, denuncia il settimanale di Amburgo, “si creò il precedente per una decisione sbagliata ancora maggiore presa due anni dopo: l’ingresso nell’euro della Grecia”.

Per lo Spiegel il governo Kohl non puo’ sostenere di essere stato all’oscuro della reale situazione italiana dell’epoca, poiché “era perfettamente informato sulla situazione di bilancio. Molte misure di risparmio erano solo cosmetiche, si basavano su trucchi contabili o vennero subito ritirale non appena venne meno la pressione politica”, scrive il settimanale. “Fino al 1997 avanzato, al ministero delle Finanze non credevamo che l’Italia riuscisse a rispettare i criteri di convergenza”, ha dichiarato al settimanale Klaus Regling, attuale responsabile del fondo salvastati Efsf ed all’epoca capo dipartimento del ministero delle Finanze tedesco. Il 3 febbraio 1997 lo stesso ministero constatava che a Roma “importanti misure strutturali di risparmio sono venute quasi del tutto meno per garantire il consenso sociale”.

Il 22 aprile dello stesso anno, in una nota per Kohl era scritto che “non ci sono quasi chance che l’Italia rispetti i criteri”. Il 5 giugno il dipartimento di Economia della cancelleria comunicava che le previsioni di crescita dell’Italia apparivano “modeste” e i progressi nel consolidamento delle finanze pubbliche “sopravvalutati”. In preparazione di un vertice con una delegazione governativa italiana del 22 gennaio 1998 l’allora sottosegretario alle Finanze, Juergen Stark, constatava che in Italia “la durevolezza di solide finanze pubbliche non è ancora garantita”.

A metà marzo 1998 era Horst Koehler, allora presidente dell’Associazione delle Casse di Risparmio tedesche, a scrivere una lettera a Kohl, accompagnata da uno studio dell’Archivio dell’Economia mondiale di Amburgo, in cui era scritto che l’Italia non aveva rispettato le condizioni “per una durevole riduzione del deficit” e che pertanto costituiva “un rischio particolare” per l’euro. Lo Spiegel scrive che “Kohl rispose picche ai suoi consiglieri di allora”, anche perché, come affermaJoachim Bitterlich, allora consulente di Kohl per la politica estera, al vertice Ue di maggio 1998 “la parola d’ordine politica era: per favore non senza gli italiani”.

Spiegel rileva che i documenti visionati “fanno sorgere il sospetto che sul problema Italia il governo Kohl abbia ingannato non solo l’opinione pubblica, ma anche il Bundesverfassungsgericht (la Corte Costituzionale di Karlsruhe, ndr)”. Secondo lo storico Hans Woller, al momento di entrare nell’euro l’Italia era “sull’orlo della bancarotta finanziaria”, mentre dai documenti visionati dal settimanale risulta che nel corso del 1997 l’Italia propose per due volte di rinviare la partenza dell’euro, ma la Germania rifiutò.

Bitterlich spiega che questa data era diventata “un tabu’” e che tutte le speranze tedesche erano riposte in Carlo Azeglio Ciampi, allora ministro del Tesoro nel governo guidato da Romano Prodi. “Per tutti era come un garante dell’Italia, lui ce l’avrebbe fatta”, spiega Bitterlich, ma lo Spiegel scrive che “alla fine con una combinazione di trucchi e di circostanze fortunate gli italiani riuscirono sul piano formale a rispettare i criteri di Maastricht. Il Paese trasse vantaggio da tassi di interesse storicamente bassi, inoltre Ciampi si dimostrò un creativo giocoliere finanziario”.

Il settimanale cita in proposito l’introduzione della “tassa per l’Europa”, la vendita delle riserve auree alla banca centrale e le tasse sugli utili, con il risultato che “il deficit di bilancio scese in misura corrispondente, anche se gli esperti statistici dell’Ue in seguito non accettarono questi trucchi”. Ai primi del 1998 rappresentanti del governo olandese chiesero a Kohl un “colloquio confidenziale” alla Cancelleria, durante il quale chiesero di fare maggiori pressioni su Roma, poiché “senza ulteriori misure dell’Italia a conferma del durevole consolidamento, un ingresso dell’Italia nell’euro non è accettabile”.

Kohl respinse la proposta olandese, anche perché il governo francese gli aveva fatto sapere che senza l’ingresso nell’euro dell’Italia, neanche la Francia sarebbe entrata, con il risultato che, scrive lo ‘Spiegel’, “i tedeschi erano in una posizione di trattativa debole”. La conclusione del lungo articolo è che riguardo all’Italia “molti sapevano che i numeri erano truccati e che un’autentica riduzione del debito era fuori discussione. Nessuno però osò trarne le conseguenze e Kohl si fidò delle suadenti dichiarazioni di Ciampi, che assicurava un ‘cammino virtuoso’, con il governo di Roma che prevedeva al più tardi per il 2010 la riduzione al 60% del debito pubblico. E’ andata diversamente”

di Redazione Il Fatto Quotidiano

Cos’è realmente il M.E.S., il Meccanismo Europeo di Stabilità

di: Andrea Mantellini*

Le democrazie europee non dovrebbero permettere di farsi comandare da dittature finanziarie e, a capo dei Paesi, ci dovrebbero essere politici eletti dal popolo

Il M.E.S. (Meccanismo Europeo di Stabilità, acronimo inglese E.S.M.) è un trattato approvato nel dicembre 2011 dal Parlamento Europeo con l’obiettivo di affrontare la crisi dei debiti dei paesi dell’area euro. E’ stata creata una nuova istituzione che ha pieni poteri per accordare prestiti o cercare di risolvere il problema delle insolvenze. Il M.E.S. altro non è, se non un fondo di garanzia tra i 17 paesi membri dell’euro – zona con lo scopo di soccorrere i paesi in difficoltà. Sembrerebbe una cosa buona, MA in realtà questo trattato contiene dei punti molto controversi.

E’ un’organizzazione governata da un rappresentante per ogni paese membro del Trattato di Stabilità e all’art. 5 del M.E.S. questo rappresentante viene definito “governatore”, inoltre lo stesso è “il ministro delle Finanze del paese membro”.

Per cui il rappresentante dell’Italia potrebbe essere Mario Monti e quello della Grecia Papademos. Il Meccanismo di Stabilità avrà una dotazione iniziale di 700 miliardi di euro. La somma sarà divisa in 7 milioni di quote da 100.000 euro l’una. Questi soldi saranno pagati al M.E.S. dai singoli paesi aderenti secondo alcune quote o soglie di contribuzione. L’Italia per soglia di contribuzione è terza, contribuendo col 18% della somma totale, la Francia è seconda col 20,03%, la Germania prima col 27,1%. Fatti i debiti calcoli, l’Italia (cioè lo Stato, quindi noi!) deve dare circa 126 miliardi di euro. Quindi l’entrata in vigore di questo trattato ci renderà più poveri di 126 miliardi di euro! L’art. 9 stabilisce che il gruppo dei 17 governatori può imporre in qualsiasi momento ad ogni paese membro quanto stabilito, insieme ai tempi del pagamento (che saranno di una settimana!), basta che a deciderlo sia la maggioranza dei governatori.

L’art. 10 dice addirittura che il gruppo dei governatori può cambiare QUANDO VUOLE la somma da versare e che DEVE comunque cambiarla ogni 5 anni. Se, dunque, domani il gruppo decide che 126 miliardi non bastano, dovremo pagarne di più! La somma verrà decisa a LORO INSINDACABILE GIUDIZIO! Il problema che, una volta costituito un fondo, non si può più recedere, perché viene costruita una gabbia, una blindatura del gruppo dei 17 governatori che li mette in grado di decidere qualsiasi cosa senza poter essere perseguibili dalla magistratura! Infatti l’art. 27 dice che “Il M.E.S., le sue proprietà, i suoi fondi, i suoi beni sono IMMUNI da qualsiasi procedimento giudiziario! Gli archivi e i documenti del M.E.S. sono INVIOLABILI, così come le sedi del M.E.S.! Il M.E.S. non avrà restrizioni, obblighi alcuni, controlli, regolamenti o moratorie di nessun tipo e non avrà l’obbligo di essere accreditato come istituto di credito o altri tipi di entità che necessitano autorizzazioni o licenze.” Non soltanto questo fondo potrà chiedere ai paesi membri a suo insindacabile giudizio qualsiasi somma, ma sarà anche non controllabile, come non controllabili ed inviolabili saranno i suoi 17 governatori! Infatti l’art. 30 dice che “il presidente del gruppo dei 17 governatori – ministri delle Finanze e dei loro subalterni (perché ogni ministro delle Finanze ha diritto di nominare anche dei subalterni che lo sostituiscano quando lui non sarà disponibile) – saranno IMMUNI da qualsiasi procedimento giudiziario, rispettivamente agli atti perpetrati nelle loro vesti ufficiali e i loro documenti saranno INVIOLABILI”. Un bel privilegio, dunque, che si può estendere anche ad ambiti o sfere che non hanno nulla a che fare col M.E.S.. Se ci fosse ad esempio un’indagine in corso, ci si potrebbe sempre richiamare al fatto che si è membri del M.E.S., e quindi intoccabili! Inoltre si potrebbero conservare nelle sede del M.E.S. anche documenti non riguardanti il Meccanismo di Stabilità, tanto le sedi non possono essere perquisite. In tal modo i 17 governatori potrebbero evitare indagini e processi anche per fatti e vicende non inerenti al M.E.S.!

Credo che in una vera democrazia tutta questa segretezza non ci debba essere e che il potere giudiziario debba avere libero accesso agli atti e giurisdizione su chiunque! Inoltre credo che le democrazie europee non debbano permettere di farsi comandare da DITTATURE FINANZIARIE e che a capo dei paesi ci debbano essere politici eletti dal popolo. Il mercato deve essere fatto per l’uomo, non l’uomo per il mercato, per cui ai mercati medesimi NON DEVE ESSERE CONCESSO di destabilizzare un intero paese, mandando sul lastrico milioni di famiglie ed inducendo alcuni al suicidio!

Andrea Mantellini* - cons. Circoscrizione 1 Comune di Forlì -

Rinascita.eu

Calcoli ed errori del «governo tecnico» Monti

di: Vladimir Nesterov

Vignetta di Andrej Fomin

Negli ultimi tre anni l’Unione europea ha affrontato la crisi economica più grave della sua storia. Non si tratta tanto di preservare il modello di mercato «socialmente orientato» di cui è stata così fiera degli ultimi trent’anni. La questione è che la malaccorta estensione dell’UE a spese degli Stati post-socialisti, ha frantumato le fondamenta economico-finanziarie dell’Unione, ad ha bloccato i veterani, che non avevano compreso di non essere immuni dai problemi economici…

La Grecia oggi è di fronte a un default. E’ ancora chiamato tecnico, ma non rende la vita più facile alla maggior parte della popolazione del paese. E ci sono paesi più grandi, che si profilano dietro la Grecia. Nouriel Roubini, l’economista che aveva previsto la crisi attuale, dice: «Spagna e Italia potrebbero finire nel mirino».

Su cosa basa le sue stime, soprattutto per quanto riguarda l’Italia, che non ha alcuna esitazione a mettere nella categoria della «periferia» dell’UE?

Il debito pubblico in Italia ha raggiunto il livello record di 1.935 milioni di euro nel gennaio 2012, come la banca centrale italiana ha annunciato il 15 marzo. E’ aumentato di 37,9 milioni di euro dal dicembre 2011. Il 2011 ha portato il debito pubblico a oltre il 120,1% del Prodotto nazionale lordo (PNL).  Secondo la Banca centrale, il debito cresce insieme con le spese di servizio.

Entro la fine dello scorso anno, i mercati europei hanno praticamente perso ogni fiducia nella capacità della leadership italiana nel risolvere il problema più acuto, adempiere agli obblighi sul debito sovrano, determinando le dimissioni di Silvio Berlusconi. Lo spread tra titoli italiani e bund tedeschi è sceso sotto l’importante soglia psicologica di 500 punti, per la prima volta nella storia. I rendimenti dei titoli italiani sono saliti al 6,9%, superiori di tre volte la redditività dei titoli tedeschi.

Nessuno osa prevedere cosa succederà domani. Soprattutto tenendo conto del fatto che le consegne di petrolio dall’Iran all’Italia sono terminate. Le sanzioni dell’Unione europea dovrebbero finire il 1° luglio, ma sapendo che Cina, India e  Giappone non vi hanno aderito, l’Iran ha deciso di anticpare le mosse. Di conseguenza, alcuni paesi, Italia compresa, affrontano momenti difficili. Il petrolio proveniente dall’Iran copriva il 30% delle importazioni italiane. Il risultato è stato l’alto prezzo della benzina, che a marzo è aumentata a € 1,96 al litro, in media, in tutto il paese. Il prezzo del diesel è cresciuto a oltre € 1,8. Dallo scorso dicembre alla Pasqua, il prezzo della benzina ha superato il livello psicologicamente importante dei 2 euro al litro.

L’aumento dei prezzi dei carburanti avrà conseguenze drammatiche per i trasporti, l’88% di essi avviene sulle strade. Sarà difficile per gli agricoltori, perché i costi di produzione salgono insieme alle spese per il carburante per i trasporti; in media il 19% dall’inizio di quest’anno.

Inoltre, l’aumento del prezzo del carburante è il principale fattore a determinare l’inflazione nel paese. Il costo del paniere minimo del consumatore italiano è cresciuto del 4% a febbraio, rispetto all’indice medio annuo. Ha superato il record degli ultimi cinque anni, insieme al tasso di inflazione generale del 3,3%.

Non sarà una sorpresa se, nelle condizioni attuali i rendimenti obbligazionari italiani saliranno al 7% tra uno o due mesi.

Sullo sfondo del debito pubblico in crescita, ciò significherà il collasso finanziario, perché i mercati dei prestiti semplicemente chiuderanno. Chi avrebbe creduto nella capacità dell’Italia di pagare il servizio dei debiti di tale percentuale, e senza nemmeno parlare di pagarlo? Nel frattempo, secondo le stime degli esperti, l’Italia dovrà prendere in prestito oltre 200 miliardi di euro in più nel 2012.  Avrà anche da riscattare 91 miliardi di euro di debiti preferenziali, entro la fine di aprile.

Le misure adottate dal «governo tecnico» di Mario Monti, salito al potere a dicembre al posto del governo di Silvio Berlusconi, non sembrano portare a risultati positivi. Al contrario hanno solo esacerbato la situazione. La recessione continua, l’economia si sta convertendo in una sorta di ristretta «pelle di zigrino». Il 12 marzo, l’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) italiano ha riportato che il PIL nazionale si è ridotto, nel IV trimestre del 2011, dello 0,7% rispetto al III trimestre, e dello 0,4% in termini annuali. La flessione della domanda interna dei consumatori contribuisce alla crisi. La spesa dei consumatori, nel IV trimestre, è scesa dello 0,7% in termini trimestrali, e del 1,2% in termini annuali. Gli investimenti nell’economia, di conseguenza, sono diminuiti del 2,4% e 3,1%. Le previsioni del 2012 non sono di certo troppo rosee. La Commissione europea prevede che l’economia diminuirà dell’1,3%.

«Manovra finanziaria» contro società

Le misure adottate dal governo di Mario Monti, definite «manovra finanziaria», sono volte a risparmiare 33 miliardi di euro nei prossimi tre anni. Hanno un evidente orientamento anti-sociale. I critici della «manovra finanziaria» hanno notato subito che presupponeva un aumento del carico fiscale su tutti i cittadini, e delle misure minime per creare incentivi per la crescita economica.

Le misure includono anche la reintroduzione di una tassa sulla proprietà della prima casa, che era stata abolita nel 2008, che andrà a comporre lo 0,4% sulla prima casa e lo 0,75% sulle seconde case e le altre. La misura prevede solo la riduzione di 50 euro di sconto per ogni figlio, fino all’età di 26 anni. Inoltre, uno 0,76% fiscale su beni immobili esteri, auto di lusso, yacht e aerei privati deve essere introdotto. Accise sulle sigarette e IVA saliranno di molto.

Una delle decisioni più dure è l’aumento dell’età pensionabile per uomini e donne. Secondo il governo, il piano prevede che l’età pensionabile maschile debba essere di 66 anni, quella femminile 62 anni, a partire dal 2012. Dal 2018 l’età pensionabile sarà 66 anni anche per le donne. Non ci vorranno meno di 42 anni e un mese per un uomo e 40 anni e un mese per una donna, di lavoro, per avere diritto alla pensione. Coloro il cui importo complessivo annuo delle pensioni supera i 200.000 euro, dovranno pagare il 15% della cosiddetta «tassa di solidarietà».

Oltre a ciò, il governo di Mario Monti ha attaccato l’articolo 18, che è  considerato il principale vantaggio sociale dei cittadini degli ultimi quaranta anni. L’articolo limita i diritti dei datori di lavoro nel licenziare i dipendenti che hanno un contratto a tempo indeterminato, garantendo la sicurezza  del posto di lavoro. Monti ed i suoi ministri lo trovano un peso sul mercato del lavoro, che impedisce la rotazione e l’occupazione dei giovani. E’ bello assumere giovani. Ma cosa faranno i lavoratori di 40-60 anni che hanno bisogno di sfamare le loro famiglie? Questo è ciò di cui Mario Monti e i suoi ministri «competenti» non si preoccupano.

La voglia di protesta è in aumento

La «manovra finanziaria» ha dovuto affrontare una dura, anche se scoordinata, resistenza dalla maggior parte della società. Alla fine di gennaio i camionisti di tutta Italia sono scesi in sciopero. Hanno bloccato alcune strade centrali, paralizzando l’intero paese. Le fabbriche FIAT si sono fermate, Napoli affronta il problema dello smaltimento dei rifiuti ancora una volta, gli alimentari sugli scaffali dei negozi della Sicilia si sono svuotati. L’isola era anche rimasta benzina e la mafia locale ne aveva approfittato.

Poi i tassisti hanno fatto un grande sciopero facendo soffrire i turisti. Poco dopo, anche il personale degli aeroporti romani di Fiumicino e Ciampino, i lavoratori ferroviari e regionali dell’Alitalia-CAI e i dipendenti della compagnia aerea Meridiana, hanno fatto uno sciopero nazionale. Sono stati seguiti dai farmacisti, avvocati, notai e dai lavoratori delle stazioni di servizio.

Un’altra manifestazione NO TAV, il 29 febbraio, è diventata una vera e propria tragedia. L’evento era volto a protestate contro la prevista costruzione di una nuova linea ferroviaria ad alta velocità tra Torino e Lione. In Piemonte, i manifestanti hanno bloccato le strade e incendiato automobili. E’ finita tra gli scontri con i poliziotti, che hanno dovuto ricorrere al lancio di gas e ai getti d’acqua. Come riportano i media italiani, cinque uomini erano rimasti feriti.

La disoccupazione, divisione tra colpa e colpevole

La situazione sta peggiorando. La disoccupazione è in aumento. Nulla dice che calerà con la recessione. A gennaio la disoccupazione è salita al 9,2%. E’ il tasso più alto degli ultimi 11 anni, secondo i dati ISTAT. Nel dicembre 2011 la disoccupazione era all’8,9%, nel gennaio dello scorso anno all’8,1%. Il numero dei disoccupati è salito a 2,29 milioni.

La cosa più pericolosa per il paese è il rapido incremento della disoccupazione tra i giovani, fino al 31,1%. Quasi uno giovane italiano su tre è senza lavoro. Ciò vuol dire che è impossibile lasciare i genitori e avere una famiglia propria. Il numero di queste persone di età inferiore a 35, è 1,1 milioni.  Diventa un problema di sicurezza nazionale. È certo difficile pretendere che la pace sociale prevalga in Italia nel prossimo futuro.

E’ interessante notare che la piccola e parte della media borghesia si sono unite alle proteste. Per aumentare le entrate fiscali, il governo esige che ogni imprenditore, anche il più piccolo, debba emettere assegni. A cosa porterà ciò?

Il giornale Legno Storto risponde. Dice: «I media principali, gli infiniti programmi televisivi… servono a distogliere il malcontento pubblico dai veri colpevoli, i politici, i burocrati, i manager, e ad iniziare una guerra tra poveri. Gli alimentari e i panificatori sono i nemici. E ci sono persone che ci credono. Creano siti web e pagine Facebook per denunciare chi non emette assegni (scontrini? NdT). Non hanno alcuna idea del perché i commercianti lo facciano?  Pensano che i commercianti debbano pagarsi la loro quarta auto, mentre agiscono per evitare di pagare la tassa al 70% di un altro prestito bancario (che nessuno vuole dargli).

E’ una questione di sopravvivenza ad ogni costo, perché non hanno altro che le loro imprese. Parlando di yacht, non è così difficile trovare i loro proprietari. Il lusso è una cosa ovvia. Nessun servizio anticrimine è necessario per vedere ciò di cui non è chiara la provenienza…»

Eppure, non importa l’intensità e la scala delle proteste di massa in Italia, esse non rappresentano una minaccia grave per Monti. Sembra che il destino dell’Italia non sarà deciso a Roma. Dipende principalmente dalla situazione nella zona euro e nell’UE in generale. Se Berlino continuerà a cercare di salvare l’euro, l’Italia ha il poco invidiabile destino di una periferia europea gravata da nuove tasse, dai prossimi Monti e da proteste separate.

È gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

LINK: Calculations and Miscalculations of Monti’s «Technical Cabimet»

Traduzione di Alessandro Lattanziohttp://aurorasito.wordpress.com  - SitoAurora

E se abolissimo il Fmi?

di: Fabio Chiusi

Non è stato capace di prevedere la grande crisi. Né di risolverla. Anzi, forse le sue scelte l’aggravano. Eppure condiziona in modo antidemocratico i Paesi che tiene per il collo. A iniziare dalla Grecia, ma non solo. Allora, perché tenerci il Fondo Monetario Internazionale? Lo abbiamo chiesto a esperti e studiosi di tendenze diverse

Tra le sue principali funzioni c’è quella di formulare previsioni sull’andamento dell’economia mondiale, ma non è stato in grado di prevedere la bufera sui debiti sovrani. Elargisce prestiti miliardari, ma è accusato di imporre condizioni talmente restrittive da svuotare la sovranità dei paesi che ne beneficiano, stritolarne l’economia reale e le popolazioni che ne traggono sostentamento.

Dovrebbe «incoraggiare la cooperazione monetaria globale, garantire la stabilità finanziaria, facilitare gli scambi internazionali, promuovere l’occupazione e una crescita economica sostenibile e ridurre la povertà nel mondo» ma – argomentano i critici – in realtà è una istituzione disperatamente in cerca di identità e missione.

Se il Fondo Monetario Internazionale finisse dalla parte dell’imputato in un ipotetico processo, la requisitoria del pubblico ministero inizierebbe all’incirca a questo modo. E, a giudizio degli economisti dei più diversi orientamenti interpellati da ‘l’Espresso’, ci sarebbero buone probabilità di giungere a una sentenza di condanna.

Perché a detta dei critici il Fondo, nelle cui mani – insieme alla Commissione dell’Unione europea e alla Bce – riposa il futuro della Grecia e dell’intera Eurozona, è una istituzione antidemocratica, opaca, preda degli interessi di pochi e che, in definitiva, così com’è non si capisce nemmeno bene a che serva.

Nata alla fine della Seconda Guerra Mondiale, l’organizzazione che raccoglie 187 Paesie gestisce centinaia di miliardi di euro dovrebbe essere urgentemente riformata. A partire dalla sua funzione, come spiega Franco Bruni, docente di Teoria e politica monetaria internazionale all’Università Bocconi: «Da quando, all’inizio degli anni ’70, è caduto il sistema di Bretton Woods», argomenta, «il Fmi è una istituzione in cerca di lavoro. Perché è finita quella che costituiva la sua funzione principale: la regia di un mondo di cambi fissi».

Da allora, dice Bruni, «ne ha fatte di tutti i colori»: dal riciclo dei petroldollari all’espansione delle sue attività nei paesi in via di sviluppo», finendo per «pestarsi i piedi con la Banca Mondiale» a causa dell’estensione dei suoi finanziamenti ad ambiti che nulla hanno a che vedere con il sistema dei cambi.

Non solo: «Con il passare degli anni ha iniziato a giudicare, tramite visite regolari, i sistemi di vigilanza, regolazione e stabilità finanziaria dei Paesi bisognosi del suo intervento», aggiunge Bruni. Un ruolo intensificatosi a partire dalle prime crisi degli anni ’90, conclude, ma che ha generato la confusione nell’attribuzione di compiti e responsabilità, e le relative accuse di ‘commissariare’ la politica, che appare evidente in questi mesi sull’orlo del baratro.

Parte essenziale di una riforma del Fondo sarebbe una ridefinizione del peso dei suoi azionisti. Oggi, infatti, i soli Stati Uniti detengono un forte potere di veto sulle sue scelte, dato che detengono il 17,7 per cento dei voti all’interno del Board dei Governatori, la sua più alta autorità decisionale.

La Cina, pur detenendo il 45 per cento del debito estero americano, è al 4 per cento. Economie in forte sviluppo come il Brasile e l’India non vanno oltre l’1,7 e il 2,4 per cento, rispettivamente.

«Questo è assolutamente un problema», sostiene il responsabile economico del Pd,Stefano Fassina, già economista per il Fondo dal 2000 al 2005, «perché pesa negativamente sulla legittimità del Fmi: è evidente che la distribuzione delle quote riflette un mondo che non c’è più, e la credibilità delle sue politiche ne risente».

Quanto all’Europa, il peso è distribuito ai singoli Paesi. Con la conseguenza che, qualora emergano dissensi, la sua voce conta meno di quanto potrebbe se vi fosse un rappresentante unico. In ogni caso, aggiunge l’economista Tito Boeri, anche lui in passato consulente del Fondo, «c’è ancora molto una impostazione Occidentale, che ignora il peso crescente dei paesi emergenti. Se c’è da ricalibrare il Fondo dev’essere sicuramente in quella direzione». Con una precisazione: «Chi solleva questo problema, tuttavia, dovrebbe rendersi conto che la naturale implicazione è dare più peso a loro. L’Italia conterebbe ancora meno». Per quanto le quote siano state parzialmente ridefinite nel 2010, lo squilibrio resta.

Un ulteriore problema è rappresentato dalla complessità della governance del Fondo, oggi distribuita all’interno di un intreccio incredibile di organi. Un Board dei governatori, uno per Paese (di norma il ministro delle finanze o il capo della banca centrale), cui spetta ridefinire il peso delle quote e l’ammissione di nuovi membri. Due comitati ministeriali che consigliano i governatori. Un Board esecutivo, i cui 24 membri dovrebbero rappresentare gli interessi di 187 Paesi, anche 24 alla volta, e controllarne lo stato di salute finanziaria.

Le decisioni sono prese per consenso o voto formale sotto la direzione di un ‘direttore operativo’ e del suo staff. Attualmente a capo del Fondo c’è Christine Lagarde, uno stipendio da circa 31.700 euro al mese, 551.700 dollari l’anno: 130 mila in più del predecessore Dominique Strauss-Kahn.

Nonostante il Fondo sia dotato al suo interno di un Ufficio di Valutazione Indipendente, di un Ufficio per l’Etica e addirittura di una hotline attiva 24 ore su 24 per chi volesse spifferarne i difetti, più di qualcuno argomenta inoltre che l’intera macchina sia tutt’altro che efficiente e trasparente. E non solo gli ‘indignati’ accampati nelle piazze di tutto il mondo: «Serve una governance interna snella», argomenta Bruni, «perché in questo momento il governo del Fondo è estremamente complicato. C’è una gerarchia di due organi che si pestano i piedi, sono pieni di carte. Io ho visto come lavorano, è impossibile. Serve un consiglio direttivo professionale, scelto non in base a criteri politici, non Christine Lagarde, ma veri banchieri internazionali con grandi capacità».

Ma non è un problema solo di burocrazia. Il sociologo Luciano Gallino, autore di un recente volume intitolato ‘Finanzcapitalismo’, non ha dubbi: «L’Fmi è un organismo intrinsecamente non democratico, quindi il suo funzionamento è opaco per definizione. Probabilmente è trasparente a chi ne sta dentro e chi ne influenza le decisioni.» Perché non democratico? «Perché il Fondo rappresenta nel modo più chiaro e netto la struttura della finanza internazionale con le sue esigenze. Quindi non soltanto di democratico non ha nulla: ha ostacolato in vario modo i sistemi democratici in molti paesi», attacca Gallino, «perché la sua ricetta è sempre stata ‘ti presto dei soldi a condizione che attui riforme – le chiamano così – intrinsecamente non democratiche’: privatizzare tutto il privatizzabile, tagliare le pensioni, la sanità, la scuola pubblica, ridurre il ruolo dello Stato».

Il problema è che il Fondo «nei suoi fondamenti incorpora la mitologia economica neoliberista, e mi sembra molto difficile riformarla: la mitologia neoliberista non si riforma. Bisogna pensare a riformare l’architettura del sistema finanziario internazionale e in questa riforma si potrebbe trovare anche una collocazione diversa del FMI», argomenta Gallino. Che ricorda come fu lo stesso Ufficio di Valutazione del Fondo, nel 2008 e con «mezza dozzina di banche già fallite negli Stati Uniti e in Europa», a criticare l’orientamento dell’istituto. In cui per il sociologo vige «un pensiero totalitario, non molto diverso da quello totalitario dell’estrema sinistra di stampo sovietico.»

Critiche che si aggiungono a quelle formulate dall’ex capo economista, Kenneth Rogoff, a settembre dello scorso anno: «Soltanto un anno fa, al meeting annuale dell’Fmi a Washington», ha scritto in un intervento sul ‘Sole 24 Ore’, «i funzionari più esperti sostenevano che il panico per la crisi del debito sovrano in Europa era una tempesta in un bicchier d’acqua. L’Fmi sosteneva che perfino le dinamiche del debito della Grecia non fossero un problema serio».

Segnali insomma di una perdita di credibilità, e di una capacità previsionale non eccelsa. Anche se, precisa Fassina, più che di mancata comprensione in alcuni casi potrebbe trattarsi di una precisa strategia comunicativa. Perché «bisogna tener conto che se il Fondo dice che la Grecia fallisce, la Grecia fallisce un minuto dopo».

Qualche segnale positivo, aggiunge l’esponente Pd, viene dal fatto che negli ultimi anni il Fondo abbia fatto «delle correzioni di linea significative», anche grazie al nuovo capo economico Olivier Blanchard, allontanandosi dall’ortodossia. E a uno studio, prodotto dagli economisti del Fondo, che smentisce le teorie di chi «come Alesina e Giavazzi parla di politiche di austerità espansive. E dimostra che, al contrario, sono recessive», dice Fassina.

Ma molto resta da fare. E se c’è chi, come il professor Bruni, afferma che «bisogna portare via il Fmi da Washington» perché «non è bello che i funzionari del Fondo che esaminano la politica monetaria del Gabon o dell’Indonesia arrivino a un posto che è a poche centinaia di metri dal Tesoro americano», l’economista e senatore Fli Mario Baldassarri ricorda che il problema è sistemico: «Io farei un processo all’Occidente e all’Europa, non solo al Fondo. Nel senso che l’Occidente si sta suicidando e l’Europa non esiste. Non è mai esistita».

Per Baldassarri, «occorre una nuova governance, un nuovo G8 che proceda a fare la nuova Bretton Woods, il nuovo Fmi, la nuova Banca Mondiale». A quel tavolo dovrebbero sedere con pari dignità le potenze emergenti, e un rappresentante degli ‘Stati Uniti d’Europa’. «Altrimenti continueremo ad alimentare la ricchezza cinese, che tra l’altro non serve ancora a migliorare il tenore di vita dei cinesi», argomenta il senatore. Ma perché ciò avvenga servono risposte politiche, «non tecnicalità del Fondo».

Espresso- Repubblica.it

Quando la creazione di moneta diventa un crimine contro i popoli

New York – Il diritto di battere moneta e’ un “regalo reale”. Le banche centrali di Stati Uniti e Inghilterra mettono denaro a disposizione dei loro stati a tassi convenienti e quando ne hanno bisogno. L’Europa invece non ha ancora ben chiara la differenza tra liberalismo e perdita di sovranita’.

Per evitare che la politica demagogica defraudasse il cittadino formica in nome del cittadino cicala, l’Europa con l’articolo 123 del trattato europeo ha confiscato questo diritto (di battere moneta per aiutare lo stato), come denuncia un docente di Finanza ed Etica sul quotidiano Les Temps.

Il prestito a uno stato dipende dalla buona volonta’ del prestatore e il tasso di interesse cambia in funzione del rischio di default dello stato.

Il regalo messo a disposizione ha un costo che non rappresenta il rischio di credito e puo’ essere fatto alle banche, alle imprese o agli Stati. La questione etica risiede nella scelta congiunturale del beneficiario del regalo.

A dicembre 2011, per esempio, la Bce ha prestato 489 miliardi di euro alle banche a tre anni, che secondo il Financial Times saliranno presto a 1.000 miliardi. Sono le cifre del regalo. In termini numerici, su un totale debitorio di oltre 270 miliardi di euro, gli aiuti alla Grecia ammontano a 145 miliardi di euro e prevedono l’intervento del braccio operativo della Bce, il fondo salva stati.

Se non fossero sostenute dalle acrobazie della Bce e accompagnate sotto braccio da Francoforte, le banche versebbero in questo momento nello stesso stato dell’Italia, o forse peggio, della Grecia, scrive il professore dell’Universita’ di Grenoble Denis Dupre’. Mille e 500 miliardi al tasso dell’1% invece del 7%, corrisponde a un regalo da 90 miliardi su tre anni.

Il vero problema e’ che questo meccanismo non e’ nemmeno produttivo. Le banche non prestano piu’ alle societa’, acuendo la crisi. Cinicamente possono persino pensare a riacquistare azioni proprie per far salire i livelli di capitale e attirare nuovi azionisti, quando vogliono e quando ne hanno bisogno. E dopo l’entrata in vigore delle norme di Basilea III succede sempre piu’ spesso.

L’ossessione della Bce per la salute delle banche, a cui va riservato il regalo, domina anche la questione della liberta’ democratica dei cittadini. L’Europa reagi’ mollemente alle violazioni della liberta’ di stampa in Ungheria nel 2010, ma ora che il governo vuole ristabilire una certa indipendenza dall’Unione economica e monetaria, aumentando i poteri della banca nazionale, Bruxelles ha condannato senza appello l’esecutivo di Budapest.

Il miliardario Soros ha chiesto che la Bce presti denaro all’1% a Italia e Spagna, non alle banche. Ma non e’ all’ordine del giorno. Senza questi aiuti, gli Stati in difficolta’ sono condannati di fatto al rimborso massimo cosi’ come calibrato e deciso dalla troika composta da Ue, Fmi e Bce.

Dopo la lettera della Bce inviata nell’agosto dell’anno scorso al governo Berlusconi per chiedere misure di austerita’, in Grecia i salari pubblici sono stati fatti scendere del 40%, il 25% delle piccole imprese e’ fallito e vengono chiesti ulteriori sforzi.

A gennaio 2012 la Germania ha persino proposto di mettere la Grecia sotto tutela, inviando un commissario europeo che disponga del diritto di veto sulle decisioni riguardanti il budget.

Le banche greche hanno 48 miliardi di dollari di bond ellenici in pancia e in caso di ristrutturazione andrebbero in crisi nera, visto che un’ipotetica perdita del 30% del capitale vorrebbe dire perdite per 15 miliardi rispetto a riserve di appena 28,8 miliardi di dollari. Altri 22 miliardi di bond sono in mano a Fondi pensione greci che andrebbero in rosso. Dei restanti 270 miliardi di debito del Partenone, 130 sono in mano a investitori pubblici (official creditors come Bce, Fmi, Ue e Banca Mondiale) mentre i restanti 140 miliardi sono in mano a privati, dove spiccano le banche francesi con 63 miliardi, le tedesche con 40 miliardi, le britanniche con 15,1, le portoghesi con 10,8 mentre le italiane hanno solo 4,7 miliardi di dollari, secondo i dati di fine 2010.

I cittadini e i manager d’impresa devono battersi perche’ questi 270 miliardi non siano versati nelle casse delle banche. O e’ forse meglio aspettare un ritorno dei colonnelli in Grecia per chiedere la modifica dell’articolo 123 del trattato europeo che vieta la creazione monetaria per gli stati?

Nel 2007, all’inizio della crisi, poteva essere letta come una sorta di sottomissione a una condizione di servitu’ volontaria, con l’obiettivo di non schiacciare gli interessi privati o non dover rinegoziare un trattato che di per se’ e’ molto complesso. Cinque anni piu’ tardi, si puo’ considerare a tutti gli effetti un crimine contro i popoli.

Denis Dupré e’ professore di finanza e etica, titolare della poltrona di manager responsabile dell’Universita’ di Grenoble

Fonte: Wall Street Italia

La Grecia brucia

di: Piergiorgio Odifreddi

La Grecia è arrivata alla resa dei conti. Il Parlamento si accinge a capitolare di fronte al plotone d’esecuzione costituito dalla cosiddetta troika, formata dall’Unione Europea, la Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale. La società civile sta protestando violentemente di fronte al Parlamento.

Il primo ministro Papademos, alter ego del nostro Monti, ha dichiarato che “il vandalismo e la distruzione non hanno un posto nella democrazia”: le stesse parole usate ieri, in maniera preventiva, dal nostro presidente Napolitano.

Naturalmente, i mandanti (im)morali della troika, e gli esecutori materiali del governo greco, presentano le misure che stanno per essere adottate come “inevitabili e necessarie”: le stesse parole che abbiamo sentito anche noi, fino alla nausea, dal colpo di mano del 9 novembre 2011 a oggi. E queste misure (udite, udite!) consistono in: “Una radicale riforma del mercato del lavoro, con una profonda liberalizzazione.

Una diminuzione di oltre il 20% del salario minimo garantito, e un taglio delle pensioni. Una drastica economia di spesa in settori pubblici, come gli ospedali e le autonomie locali. E la vendita dei gioielli di famiglia, come le quote pubbliche in petrolio, gas, acqua e lotteria”.

Queste misure non si chiamano “austerità”, o “sacrifici”, ma distruzione dello stato sociale e svendita del pubblico al privato. Esse sono dello stesso tenore, vanno nella stessa direzione, e sono ispirate dalla stessa insana ideologia, delle “riforme” che il nostro governo sta cercando di far passare anche da noi. E che, per ora, il nostro popolo ex-sovrano ha mostrato di accettare con maggior spirito di sopportazione, e minor spirito di sopravvivenza, di quello greco.

Nel suo editoriale di ieri su Repubblica, parlando delle conseguenze del possibile default della Grecia, del Portogallo e dell’Irlanda, Scalfari ha scritto che “il fallimento di due o tre paesi dell’Eurozona avrebbe ripercussioni molto serie sul sistema bancario internazionale, obbligando gli Stati nazionali a nazionalizzare totalmente o parzialmente una parte notevole dei rispettivi sistemi bancari”. Ma, più che una minaccia, questa dovrebbe essere percepita come una speranza!

Perché ormai è chiaro che le banche hanno una buona parte di responsabilità nella crisi mondiale, avendola fomentata con una manovra di strozzinaggio in due tempi: dapprima, finanziando e comprando una larga parte dei debiti sovrani degli stati, e poi, minacciando di chiederne la restituzione. Gli uomini delle banche al governo, in Grecia come in Italia, ci spiegano che dobbiamo piegarci al ricatto, pagando il riscatto della svendita dello stato. I dimostranti di Atene dimostrano, appunto, che si può dire no agli strozzini, anche quando ti puntano la pistola alla tempia, e sono pronti a premere il grilletto.

Dal Blog di Piergiorgio Odifreddi

Il nuovo autoritarismo: dalle democrazie alle dittature tecnocratiche

di: James Petras

Introduzione

Viviamo in un tempo di cambiamenti di regime, dinamici, regressivi. Un periodo in cui sono in piena accelerazione grandi trasformazioni politiche e l’arretramento drammatico di norme legislative di natura socio-economica introdotte un mezzo secolo fa; tutto questo provocato da una crisi economica prolungata e sempre più profonda e da un’offensiva portata avanti dalla grande finanza in tutto il mondo.

Questo articolo analizza come gli importanti cambiamenti di regime in corso hanno un profondo impatto sui modi di governare, sulle strutture di classe, sulle istituzioni economiche, sulla libertà politica e la sovranità nazionale.

Viene individuato un processo in due fasi di regressione politica.

La prima fase prevede il passaggio da una democrazia in disfacimento ad una democrazia oligarchica; la seconda fase, attualmente in atto in Europa, coinvolge il passaggio dalla democrazia oligarchica ad una dittatura colonial-tecnocratica.

Si individueranno le caratteristiche tipiche di ogni regime, concentrando l’attenzione sulle specifiche condizioni e sulle forze socio-economiche che stanno dietro ad ogni “transizione”.

Si procederà a chiarire i concetti chiave, il loro significato operativo: in particolare la natura e la dinamica delle “democrazie decadenti”, delle democrazie oligarchiche e della “dittatura colonial-tecnocratica”.

La seconda metà del saggio puntualizzerà le politiche della dittatura colonial-tecnocratica, il regime che più si è discostato dal principio di democrazia rappresentativa sovrana.

Verranno chiarite le differenze e gli elementi simili tra le dittature tradizionali militar-civili e fasciste e le più aggiornate dittature colonial-tecnocratiche, mirando l’analisi sull’ideologia del “tecnicismo apolitico” e della gestione del potere tecnocratico, come preliminare per l’esplorazione della catena gerarchica profondamente colonialista del processo decisionale.

La penultima sezione metterà in evidenza il motivo per cui le classi dirigenti imperiali e i loro collaborazionisti nazionali hanno ribaltato la pre-esistente formula di gestione del potere oligarchico “democratico”, la ricetta del “governare indirettamente”, a favore di una presa di potere senza più paraventi.

Dalle principali classi dominanti finanziarie di Europa e degli Stati Uniti è stata consumata la svolta verso un diretto dominio coloniale (in buona sostanza, un colpo di stato, con un altro nome).

Verrà valutato l’impatto socio-economico del dominio di tecnocrati colonialisti designati di imperio, e la ragione del governare per decreto, prevaricando forzatamente il precedente processo di persuasione, manipolazione e cooptazione.

Nella sezione conclusiva valuteremo la polarizzazione della lotta di classe in un periodo di dittatura colonialista, nel contesto di istituzioni svuotate e delegittimate elettoralmente e di politiche sociali radicalmente regressive.

Il saggio affronterà le questioni parallele delle lotte per la libertà politica e la giustizia sociale a fronte di governi imposti da dominatori colonialisti tecnocratici, alla fine venuti alla ribalta.

La posta in gioco va oltre i cambi di regime in corso, per identificare le configurazioni istituzionali fondamentali che definiranno le opportunità di vita, le libertà personali e politiche delle generazioni future, per i decenni a venire.

Democrazie decadenti e la transizione verso democrazie oligarchiche.

Il decadimento della democrazia è evidente in ogni sfera della politica. La corruzione ha pervaso ogni settore, i partiti e i leader si contendono i contributi finanziari dei ricchi e dei potenti; posizioni all’interno dei poteri legislativo ed esecutivo hanno tutte un prezzo; ogni parte della legislazione è influenzata da potenti “lobbies” corporative che spendono milioni per la scrittura di leggi a loro profitto e per individuare le manovre più opportune alla loro approvazione.

Eminenti faccendieri che agiscono nei posti di influenza come il criminale statunitense Jack Abramoff si vantano del fatto che “ogni membro del congresso ha il suo prezzo”.

Il voto dei cittadini non conta per nulla: le promesse elettorali dei politici non hanno relazione alcuna con il loro comportamento quando sono in carica. Bugie e inganni sono considerati “normali” nel processo politico.

L’esercizio dei diritti politici è sempre più sottoposto alla sorveglianza della polizia e i cittadini attivi sono soggetti ad arresti arbitrari.

L’élite politica esaurisce il tesoro pubblico sovvenzionando guerre coloniali, e le spese per queste avventure militari eliminano i programmi sociali, gli enti pubblici e i servizi fondamentali.

I legislatori si impegnano con demagogia al vetriolo in conflitti da vere marionette, sul tipo dei burattini Punch (Pulcinella) e Judy (Colombina), in manifestazioni pubbliche di partigianeria, mentre in privato fanno festa insieme alla mangiatoia pubblica.

A fronte di istituzioni legislative ormai screditate, e del palese, volgare mercato di compravendita dei pubblici uffici, i funzionari dirigenti, eletti e nominati, sequestrano i poteri legislativo e giudiziario.

La democrazia in decomposizione si trasforma in una “democrazia oligarchica” come governo auto-imposto di funzionari dell’esecutivo; vengono scavalcate le norme democratiche e si ignorano gli interessi della maggioranza dei cittadini. Una giunta esecutiva di funzionari eletti e non eletti risolve questioni come quelle della guerra e della pace, alloca miliardi di dollari o di euro presso una oligarchia finanziaria, e mossa da pregiudizi di classe riduce il tenore di vita di milioni di cittadini tramite “pacchetti di austerità”.

L’assemblea legislativa abdica alle sue funzioni, legislativa e di controllo, e si inchina davanti ai “fatti compiuti” della giunta esecutiva (il governo di oligarchi) . Alla cittadinanza viene assegnato il ruolo di spettatore passivo – anche se si diffondono sempre più in profondità la rabbia, il disgusto e l’ostilità.

Le voci isolate dei rappresentanti il dissenso sono soffocate dalla cacofonia dei mass media che si limitano a dare la parola ai prestigiosi “esperti” e accademici, compari pagati dall’oligarchia finanziaria e consiglieri della giunta esecutiva.

I cittadini non faranno più riferimento ai parlamenti, alle assemble legislative, per trovare soccorso o riparazione per il sequestro e l’abuso di potere messo in atto dall’esecutivo.

Per fortificare il loro potere assoluto, le oligarchie castrano le costituzioni, adducendo catastrofi economiche e minacce assolutamente pervasive di “terroristi”.

Un mastodontico e crescente apparato statale di polizia, con poteri illimitati, impone vincoli all’opposizione civica e politica. Dato che i poteri legislativi sono fiaccati e le autorità esecutive allargano la loro sfera di azione, le libertà democratiche ancora presenti sono ridotte attraverso “limitazioni burocratiche” imposte al tempo, luogo e forme dell’azione politica. Lo scopo è quello di minimizzare l’azione della minoranza critica, che potrebbe mobilitare simpateticamente e divenire la maggioranza.

Come la crisi economica peggiora, e i detentori di titoli e gli investitori esigono tassi di interesse sempre più alti, l’oligarchia estende e approfondisce le misure di austerità. Si allargano le diseguaglianze, e viene messa in luce la natura oligarchica della giunta esecutiva. Le basi sociali del regime si restringono. I lavoratori qualificati e ben pagati, gli impiegati della classe media e i professionisti cominciano a sentire l’erosione acuta di stipendi, salari, pensioni, il peggioramento delle condizioni di lavoro e di prospettive di carriera futura.

Il restringersi del sostegno sociale mina le pretese di legittimità democratica da parte della giunta di governo. A fronte del malcontento e del discredito di massa, e con settori strategici della burocrazia civile in rivolta, scoppia la lotta tra fazioni, tra le cricche rivali all’interno dei “partiti ufficialmente al governo”.

L’“oligarchia democratica” è spinta e tirata nelle varie direzioni: si decretano tagli alla spesa sociale, ma questi possono trovare solo limitati appoggi alla loro applicazione. Si decretano imposte regressive, che non possono venire riscosse. Si scatenano guerre coloniali, che non si possono vincere. La giunta esecutiva si dibatte tra azioni di forza e di compromesso: robuste promesse per i banchieri internazionali e poi, sotto pressioni di massa, si tenta di ritornare sugli errori.

A lungo andare, la democrazia oligarchica non è più utile per l’élite finanziaria. Le sue pretese di rappresentanza democratica non possono più ingannare le masse. Il prolungarsi dello stato conflittuale tra le fazioni dell’élite erode la loro volontà di imporre a pieno l’agenda dell’oligarchia finanziaria.

A questo punto, la democrazia oligarchica come formula politica ha fatto il suo corso.

L’élite finanziaria è già pronta e decisa a scartare ogni pretesa di governo da parte di questi oligarchi democratici. Sono considerati sì volonterosi, ma troppo deboli; troppo soggetti a pressioni interne da fazioni rivali e non disposti a procedere a tagli selvaggi nei bilanci sociali, a ridurre ancora di più i livelli di vita e le condizioni di lavoro.

Arriva in primo piano il vero potere che muoveva le fila dietro le giunte esecutive. I banchieri internazionali scartano la “giunta indigena” e impongono al governo banchieri non-eletti – doppiando i loro banchieri privati ​​da tecnocrati.

La transizione verso la dittatura coloniale “tecnocratica”            

Il governo dei banchieri stranieri, alla fine venuto direttamente alla ribalta, è mascherato da un’ideologia che descrive questo come un governo condotto da tecnocrati esperti, apolitici e scevri da interessi privati. Dietro alla retorica tecnocratica, la realtà è che i funzionari designati hanno una carriera di operatori per- e- con i grandi interessi finanziari privati ​​e internazionali.

Lucas Papdemos, nominato Primo ministro greco, ha lavorato per la Federal Reserve Bank di Boston e, come capo della Banca centrale greca, è stato il responsabile della falsificazione dei libri contabili a copertura di quei bilanci fraudolenti che hanno portato la Grecia all’attuale disastro finanziario.

Mario Monti, designato Primo ministro dell’Italia, ha ricoperto incarichi per l’Unione europea e la Goldman Sachs.

Queste nomine da parte delle banche si basano sulla lealtà totale di questi signori e sul loro impegno senza riserve di imporre politiche regressive, le più inique sulle popolazioni di lavoratori di Grecia e Italia.

I cosiddetti tecnocrati non sono soggetti a fazioni di partito, nemmeno lontanamente sono sensibili a qualsiasi protesta sociale. Essi sono liberi da qualsiasi impegno politico … tranne uno, quello di assicurare il pagamento del debito ai detentori stranieri dei titoli di Stato – in particolare di restituire i prestiti alle più importanti istituzioni finanziarie europee e nord americane.

I tecnocrati sono totalmente dipendenti dalle banche estere per le loro nomine e permanenze in carica. Non hanno alcuna infarinatura di base organizzativa politica nei paesi che governano. Costoro governano perché banchieri stranieri minacciavano di bancarotta i paesi, se non venivano accettate queste nomine. Hanno indipendenza zero, nel senso che i “tecnocrati” sono soltanto strumenti e rappresentanti diretti dei banchieri euro-americani.

I “tecnocrati”, per natura del loro mandato, sono funzionari coloniali esplicitamente designati su comando dei banchieri imperiali e godono del loro sostegno.

In secondo luogo, né loro né i loro mentori colonialisti sono stati eletti dal popolo su cui governano. Sono stati imposti dalla coercizione economica e dal ricatto politico.

In terzo luogo, le misure da loro adottate sono destinate ad infliggere la sofferenza massima per alterare completamente i rapporti di forza tra lavoro e capitale, massimizzando il potere di quest’ultimo di assumere, licenziare, fissare salari e condizioni di lavoro.

In altre parole, l’agenda tecnocratica impone una dittatura politica ed economica.

Le istituzioni sociali e i processi politici associati con il sistema di sicurezza sociale democratico-capitalista, corrotto da democrazie decadenti, eroso dalle democrazie oligarchiche, sono minacciati di demolizione totale dalle prevaricanti dittature coloniali tecnocratiche.

Il linguaggio di “sociale / regressione” è pieno di eufemismi, ma la sostanza è chiara. I programmi sociali in materia di sanità pubblica, istruzione, pensioni, e tutela dei disabili sono tagliati o eliminati e i “risparmi” trasferiti ai pagamenti tributari per i detentori di titoli esteri (banche).

I pubblici dipendenti vengono licenziati, allungata la loro età pensionabile, e i salari ridotti e il diritto di permanenza in ruolo eliminato. Le imprese pubbliche sono vendute a oligarchi capitalisti stranieri e domestici, con decurtamento dei servizi ed eliminazione brutale dei dipendenti. I datori di lavoro stracciano i contratti collettivi di lavoro. I lavoratori sono licenziati e assunti a capriccio dei padroni. Ferie, trattamento di fine rapporto, salari di ingresso e pagamento degli straordinari sono drasticamente ridotti.

Queste politiche regressive pro-capitalisti sono mascherate da “riforme strutturali”.

Processi consultativi sono sostituiti da poteri dittatoriali del capitale – poteri “legiferati” e messi in attuazione dai tecnocrati designati allo scopo.

Dai tempi del regime di dominio fascista di Mussolini e della giunta militare greca (1967 – 1973) non si era mai visto un tale assalto regressivo contro le organizzazioni popolari e contro i diritti democratici.

Raffronto fra dittatura fascista e dittatura tecnocratica

Le precedenti dittature fasciste e militari hanno molto in comune con gli attuali despoti tecnocratici per quanto concerne gli interessi capitalistici che loro difendono e le classi sociali che loro opprimono. Ma ci sono differenze importanti che mascherano le continuità.

La giunta militare in Grecia, e in Italia Mussolini, avevano preso il potere con la forza e la violenza, avevano messo al bando tutti i partiti dell’opposizione, avevano schiacciato i sindacati e chiuso i parlamenti eletti.

Alla attuale dittatura “tecnocratica” viene consegnato il potere dalle élites politiche della democrazia oligarchica – una transizione “pacifica”, almeno nella sua fase iniziale.

A differenza delle precedenti dittature, gli attuali regimi dispotici conservano le facciate elettorali, ma svuotate di contenuti e mutilate, come entità certificate senza obiezioni per offrire una sorta di “pseudo-legittimazione”, che seduce la stampa finanziaria, ma si fa beffe di solo pochi stolti cittadini. Infatti, dal primo giorno di governo tecnocratico gli slogan incisivi dei movimenti organizzati in Italia denunciavano: “No ad un governo di banchieri”, mentre in Grecia lo slogan che ha salutato il fantoccio pragmatista Papdemos è stato “Unione Europea, Fondo Monetario, fuori dai piedi!”

Le dittature in precedenza avevano iniziato il loro corso come stati di polizia del tutto vomitevoli, che arrestavano gli attivisti dei movimenti per la democrazia e i sindacalisti, prima di perseguire le loro politiche in favore del capitalismo. Gli attuali tecnocrati prima lanciano il loro malefico assalto a tutto campo contro le condizioni di vita e di lavoro, con il consenso parlamentare, e poi di fronte ad una resistenza intensa e determinata posta in essere dai “parlamenti della strada”, procedono per gradi ad aumentare la repressione caratteristica di uno stato di polizia… mettendo in pratica un governo da stato di polizia incrementale.

Politiche delle dittature tecnocratiche: campo di applicazione, intensità e metodo

L’organizzazione dittatoriale di un regime tecnocratico deriva dalle sue politiche e dalla missione politica. Al fine di imporre politiche che si traducono in massicci trasferimenti di ricchezza, di potere e di diritti giuridici, dal lavoro e dalle famiglie al capitale, soprattutto al capitale straniero, risulta essenziale un regime autoritario, soprattutto in previsione di un’accanita e determinata resistenza.

L’oligarchia finanziaria internazionale non può assicurare per tanto tempo una “stabile e sostenibile” sottrazione di ricchezza con una qualche parvenza di governance democratica, e tanto meno una democrazia oligarchica in decomposizione.

Da qui, l’ultima risorsa per i banchieri in Europa e negli Stati Uniti è di designare direttamente uno di loro a esercitare pressioni, a farsi largo e ad esigere una serie di cambiamenti di vasta portata, regressivi a lungo termine. La missione dei tecnocrati è di imporre un quadro istituzionale duraturo, che garantirà per il futuro il pagamento di interessi elevati, a spese di decenni di impoverimento e di esclusione popolare.

La missione della “dittatura tecnocratica” non è quella di porre in essere un’unica politica regressiva di breve durata, come il congelamento salariale o il licenziamento di qualche migliaio di insegnanti. L’intento dei dittatori tecnocrati è quello di convertire l’intero apparato statale in un torchio efficiente in grado di estrarre continuamente e di trasferire le entrate fiscali e i redditi, dai lavoratori e dai dipendenti in favore dei detentori dei titoli.

Per massimizzare il potere e i profitti del capitale a scapito dei lavoratori, i tecnocrati garantiscono ai capitalisti il ​ ​potere assoluto di fissare i termini dei contratti di lavoro, per quanto riguarda assunzioni, licenziamenti, longevità, orario e condizioni di lavoro.

Il “metodo di governo” dei tecnocrati è quello di avere orecchio solo per i banchieri stranieri, i detentori di titoli e gli investitori privati.

Il processo decisionale è chiuso e limitato alla cricca di banchieri e tecnocrati senza la minima trasparenza. Soprattutto, in base a regole colonialiste, i tecnocrati devono ignorare le proteste di manifestanti, se possibile, o, se necessario, rompere loro la testa.

Sotto la pressione delle banche, non c’è tempo per le mediazioni, i compromessi o le dilazioni, come avveniva sotto le democrazie decadenti e oligarchiche.

Dieci sono le trasformazioni storiche che dominano l’agenda delle dittature tecnocratiche e dei loro mentori colonialisti.
1)        Massicci spostamenti delle disponibilità di bilancio, dalle spese per i bisogni sociali ai pagamenti dei titoli di stato e alle rendite
2)      Cambiamenti su larga scala nelle politiche di reddito, dai salari ai profitti, ai pagamenti degli interessi e alla rendita.
3)      Politiche fiscali fortemente regressive, con l’aumento delle imposte sui consumi (aumento dell’IVA) e sui salari, e con la diminuzione della tassazione su detentori di titoli ed investitori.
4)      Eliminazione della sicurezza del lavoro (“flessibilità del lavoro”), con l’aumento di un esercito di riserva di disoccupati a salari più bassi, intensificando lo sfruttamento della manodopera impiegata (“maggiore produttività”).
5)      Riscrittura dei codici del lavoro, minando l’equilibrio di poteri tra capitale e lavoro organizzato.

Salari, condizioni di lavoro e problemi di salute sono strappati dalle mani di coloro che militano nel sindacato e consegnati alle “commissioni aziendali” tecnocratiche.

6)      Lo smantellamento di mezzo secolo di imprese e di istituzioni pubbliche, e privatizzazione delle telecomunicazioni, delle fonti di energia, della sanità, dell’istruzione e dei fondi pensione. Privatizzazioni per migliaia di miliardi di dollari sono sopravvenienze attive su una dimensione storica mondiale. Monopoli privati ​ ​rimpiazzano i pubblici e forniscono un minor numero di posti di lavoro e servizi, senza l’aggiunta di nuova capacità produttiva.

7)      L’asse economico si sposta dalla produzione e dai servizi per il consumo di massa nel mercato interno alle esportazioni di beni e servizi particolarmente adatti sui mercati esteri. Questa nuova dinamica richiede salari più bassi per “competere” a livello internazionale, ma contrae il mercato interno. La nuova strategia si traduce in un aumento degli utili in moneta forte ricavati dalle esportazioni per pagare il debito ai detentori di titoli di stato, provocando così maggiore miseria e disoccupazione per il lavoro domestico. Secondo questo “modello” tecnocratico, la prosperità si accumula per quegli investitori avvoltoio che acquistano lucrativamente da produttori locali finanziariamente strozzati e speculano su immobili a buon mercato.

8 ) La dittatura tecnocratica, per progettazione e politiche, mira ad una “struttura di classe bipolare”, in cui vengono impoverite le grandi masse dei lavoratori qualificati e la classe media, che soffrono la mobilità verso il basso, mentre si va arricchendo uno strato di detentori di titoli e di padroni di aziende locali che incassano pagamenti per interessi e per il basso costo della manodopera.

9)      La deregolamentazione del capitale, la privatizzazione e la centralità del capitale finanziario producono un più esteso possesso colonialista (straniero) della terra, delle banche, dei settori economici strategici e dei servizi “sociali”. La sovranità nazionale è sostituita dalla sovranità imperiale nell’economia e nella politica.

10)  Il potere unificato di tecnocrati colonialisti e di detentori imperialisti di titoli detta la politica che concentra il potere in una unica élite non-eletta.

Costoro governano, supportati da una base sociale ristretta e senza legittimità popolare. Sono politicamente vulnerabili, quindi, sempre dipendenti da minacce economiche e da situazioni di violenza fisica.

I tre stadi del governo dittatoriale tecnocratico

Il compito storico della dittatura tecnocratica è quello di far arretrare le conquiste politiche, sociali ed economiche guadagnate dalla classe operaia, dai dipendenti pubblici e dai pensionati dopo la sconfitta del capitalismo fascista nel 1945.

Il disfacimento di oltre sessanta anni di storia non è un compito facile, men che meno nel bel mezzo di una profonda crisi socio-economica in pieno sviluppo, in cui la classe operaia ha già sperimentato drastici tagli dei salari e dei profitti, e il numero dei disoccupati giovani (18 – 30 anni) in tutta l’Unione europea e nel Nord America varia tra il 25 e il 50 per cento.

L’ordine del giorno proposto dai “tecnocrati” – parafrasando i loro mentori colonialisti nelle banche – consiste in sempre più drastiche riduzioni delle condizioni di vita e di lavoro.

Le proposte di “austerità” si verificano a fronte di crescenti disuguaglianze economiche tra il 5% dei ricchi e il 60 % degli appartenenti alle classi subalterne tra Sud Europa e Nord Europa.

Di fronte alla mobilità verso il basso e al pesante indebitamento, la classe media e soprattutto i suoi “figli ben educati”, sono indignati contro i tecnocrati che pretendono ancor di più tagli sociali. L’indignazione si estende dalla piccola borghesia agli uomini di affari e ai professionisti sull’orlo della bancarotta e della perdita di status.

I governanti tecnocratici giocano costantemente sulla insicurezza di massa e sulla paura di un “collasso catastrofico”, se la loro “medicina amara” non venisse trangugiata dalle classi medie angosciate, che temono la prospettiva di sprofondare nella condizione di classe operaia o peggio.

I tecnocrati lanciano appelli alla generazione presente per sacrifici, in realtà per un suicidio, per salvare le generazioni future. Con atteggiamenti dettati all’umiltà e alla gravità, parlano di “equi sacrifici”, un messaggio smentito dal licenziamento di decine di migliaia di dipendenti e dalla vendita per miliardi di euro / dollari del patrimonio nazionale a banchieri e investitori speculatori stranieri. L’abbassamento della spesa pubblica per pagare gli interessi ai detentori di titoli e per invogliare gli investitori privati ​​erode ogni richiamo all’“unità nazionale” e all’“equo sacrificio”.

Il regime tecnocratico si sforza di agire con decisione e rapidità per imporre la sua agenda brutale regressiva, l’arretramento di sessanta anni di storia, prima che le masse abbiano tempo di sollevarsi e di cacciarli.

Per precludere l’opposizione politica, i tecnocrati domandano “unità nazionale”, (l’unità di banchieri e oligarchi), l’appoggio dei partiti in disfacimento elettorale e dei loro leader e la loro sottomissione totale alle richieste dei banchieri colonialisti.

La traiettoria politica dei tecnocrati avrà vita breve alla luce dei cambiamenti sistemici draconiani e delle strutture repressive che propongono; il massimo che possono realizzare è quello di dettare e tentare di attuare le loro politiche, e poi tornarsene ai loro santuari lucrativi nelle banche estere.

Governo tecnocratico : prima fase

Con l’appoggio unanime dei mass-media e il pieno sostegno di banchieri potenti, i tecnocrati approfittano della caduta dei politici disprezzati e screditati dei regimi elettorali del passato.

Essi proiettano un’immagine pulita del governo, che parla di un regime efficiente e competente, capace di azioni decisive.

Promettono di porre fine alle condizioni di vita progressivamente in deterioramento e alla paralisi politica dovuta allo scontro fra le fazioni dei partiti.

All’inizio della loro assunzione di potere, i dittatori tecnocratici sfruttano il disgusto popolare, giustificato, nei confronti dei politici privilegiati “nullafacenti” per assicurarsi una misura del consenso popolare, o almeno l’acquiescenza passiva da parte della maggioranza dei cittadini, che sta annegando nei debiti e alla ricerca di un “salvatore”.

Va notato che fra la minoranza politicamente più preparata e socialmente consapevole, che i banchieri ricorrano ad un “regime tecnocratico” da colonia, questo provoca poco effetto: gli appartenenti alle minoranze immediatamente identificano il regime tecnocratico come illegittimo, dato che fa derivare i suoi poteri da banchieri stranieri. Essi affermano i diritti dei cittadini e la sovranità nazionale. Fin dall’inizio, anche sotto la copertura dell’assunzione del potere in uno stato di emergenza, i tecnocrati devono affrontare un nucleo di opposizione di massa.

I banchieri realisticamente riconoscono che i tecnocrati devono muoversi con rapidità e decisione.

Politiche shock dei tecnocrati : seconda fase

I tecnocrati lanciano un “100 giorni” del più eclatante e grossolano conflitto di classe contro la classe operaia dai tempi dei regimi militare / fascista.

In nome del Libero Mercato, del Detentore di Titoli e dell’Empia Alleanza fra oligarchi politici e banchieri, i tecnocrati dettano editti e fanno passare leggi, immediatamente buttando sul lastrico decine di migliaia di dipendenti pubblici. Decine di imprese pubbliche sono mandate in blocco all’asta. Viene abolita la certezza del posto di lavoro e licenziare senza giusta causa diventa la legge del paese. Sono decretate imposte regressive e le famiglie vengono impoverite. La piramide del reddito complessivo viene capovolta. I tecnocrati allargano e approfondiscono le disuguaglianze e l’immiserimento.

L’euforia iniziale che salutava il governo tecnocratico viene sostituita da biasimi amari. La classe media inferiore, che ricercava una risoluzione dittatoriale paternalistica della propria condizione, riconosce “un altro raggiro politico”.

Come il regime tecnocratico corre a gran velocità a completare la sua missione per i banchieri stranieri, lo stato d’animo popolare inacidisce, l’amarezza si diffonde anche tra i “collaboratori passivi” dei tecnocrati. Non cadono briciole dal tavolo di un regime colonialista, imposto al potere per massimizzare il deflusso delle entrate statali a tutto vantaggio dei detentori del debito pubblico.

L’oligarchia politica compromessa cerca di far rivivere le sue fortune e “contesta” le peculiarità dello “tsunami” tecnocratico, che sta distruggendo il tessuto sociale della società.

La dimensione e la portata del programma estremista della dittatura, e il continuo accumulo di frustrazioni di massa, spaventano i collaborazionisti appartenenti ai partiti politici, mentre i banchieri li incalzano per tagli alle garanzie sociali sempre più grandi e più profondi.

I tecnocrati di fronte alla tempesta popolare che sta montando cominciano a farsi piccoli e ritirarsi in buon ordine. I banchieri esigono da loro maggiore spina dorsale e offrono nuovi prestiti per “mantenerli in corsa”. I tecnocrati si dibattono in difficoltà – alternando richieste di tempo e sacrifici con promesse di prosperità “dietro l’angolo”.

Per lo più fanno assegnamento sulla mobilitazione costante della polizia e di fatto sulla militarizzazione della società civile.

Missione compiuta: guerra civile o il ritorno della democrazia oligarchica?

La riuscita dell’“esperimento” con un regime dittatoriale colonialista tecnocratico è difficile da prevedere. Una ragione è dovuta al fatto che le misure adottate sono così estreme ed estese, tali da unificare allo stesso tempo quasi tutte le classi sociali importanti (tranne la “crema” del 5%) contro di loro. La concentrazione del potere in una élite “designata” la isola ulteriormente e unifica la maggior parte dei cittadini a favore della democrazia, contro la sottomissione colonialista e governanti non eletti.

Le misure approvate dai tecnocrati devono far fronte alla prospettiva improbabile della loro piena attuazione, in particolare a causa di funzionari e impiegati pubblici a cui si impongono licenziamenti, tagli di stipendio e pensioni ridotte. I tagli a tutta l’amministrazione pubblica minano le tattiche del “divide et impera”.

Data la portata e la profondità del declassamento del settore pubblico, e l’umiliazione di servire un regime chiaramente sotto tutela colonialista, è possibile che incrinature e rotture si verificheranno negli apparati militari e di polizia, soprattutto se vengono provocate sollevazioni popolari che diventano violente.

A questo punto, le giunte tecnocratiche non possono assicurare che le loro politiche saranno attuate. In caso contrario, i ricavi vacilleranno, scioperi e proteste spaventeranno gli acquirenti predatori delle imprese pubbliche. La grande spremitura ed estorsione pregiudicherà le imprese locali, la produzione diminuirà, la recessione si approfondirà.

Il governo dei tecnocrati è per sua natura transitoria.

Sotto la minaccia di rivolte di massa, i nuovi governanti fuggiranno all’estero presso i loro santuari finanziari. I collaborazionisti appartenenti alle oligarchie locali si affretteranno ad aggiungere miliardi di euro/dollari ai loro conti bancari all’estero, a Londra, New York e Zurigo.

La dittatura tecnocratica farà ogni sforzo per riportare al potere i politici democratici oligarchici, a condizione che siano mantenute le variazioni regressive poste in essere. Il governo tecnocratico vedrà la sua fine con “vittorie di carta”, a meno che i banchieri stranieri insistano che il “ritorno alla democrazia” operi all’interno del “nuovo ordine”.

L’applicazione della forza potrebbe rivelarsi un boomerang.

I tecnocrati e gli oligarchi democratici, rinnovando la minaccia di una catastrofe economica in caso di inosservanza, riceveranno un contrordine dalla realtà della miseria effettivamente esistente e dalla disoccupazione di massa.

Per milioni, la catastrofe che stanno vivendo, risultante dalle politiche tecnocratiche, prevale su qualsiasi minaccia futura.

La maggioranza ribelle può scegliere di sollevarsi e rovesciare il vecchio ordine, e cogliere l’opportunità di istituire una repubblica socialista democratica indipendente.

Una delle conseguenze impreviste di imporre una dittatura di tecnocrati designati, radicalmente colonialista, è che viene cancellato il panorama politico delle oligarchie politiche parassite e si pongono le fondamenta per un taglio netto. Questo facilita il rigetto del debito e la ricostruzione del tessuto sociale per una repubblica democratica indipendente.

Il pericolo grave è quello che i politici screditati del vecchio ordine tenteranno con la demagogia di impadronirsi delle bandiere democratiche delle lotte “anti-dittatoriali anti-tecnocratiche”, per rimettere in piedi quello che Marx definiva “la vecchia merda dell’ordine precedente”.

Gli oligarchi politici riciclati si adatteranno al nuovo ordine “ristrutturato” dei pagamenti dell’eterno debito, come parte di un accordo per conservare il processo in corso di regressione sociale senza fine.

La lotta rivoluzionaria contro i dominatori tecnocratici colonialisti deve continuare e intensificarsi per bloccare la restaurazione degli oligarchi democratici.

LINK: The New Authoritarianism: From Decaying Democracies to Technocratic Dictatorships and Beyond 

TRADUZIONE: Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova

Sinistrainrete.info

Italia,il liberismo cambia faccia:dalla repubblica del bunga bunga alla repubblica tenica delle banche,dei mercati e dello spread

Articolo inviato al blog
di: Salvatore Santoru

Berlusconi si è dimesso ufficialmente ieri alle 21:41.Quasi vent’anni ,tra corruzione,clientelismo,affarismo e leggi “ad personam” è durato il suo regime.Regime che è riuscito come non mai ad imporre i dogmi dell’ideologia neoliberista al popolo italiano,tra propaganda mediatica,tv spazzatura e intralazzi vari.Ieri il Cavaliere è “stato dimesso”, ma non per un’iniziativa popolare o per elezioni,ma bensì per “il giudizio dei mercati” e per volere degli stessi poteri che nel 94 hanno sostenuto e finanziato la sua entrata in politica:da Confindustria alle banche,ai vari poteri forti e/o occulti e così via.E intanto il  trono vagante,con il consenso di destra/sinistra/centro,viene occupato da Mario Monti,colui che  a proposito di “mr Bunga Bunga” disse:” va ringraziato,nel 94 ci salvò dalla sinistra di Occhetto e avviò la rivoluzione liberale in Italia”.Lo stesso Monti che in  un suo articolo sul “Corriere della Sera”datato 2 gennaio 2011,dice :

“In Italia, data la maggiore influenza avuta dalla cultura marxista e la quasi assenza di una cultura liberale, si è protratta più a lungo, in una parte dell’ opinione pubblica e della classe dirigente, la priorità data alla rivendicazione ideale, su basi di istanze etiche, rispetto alla rivendicazione pragmatica, fondata su ciò che può essere ottenuto, anche con durezza ma in modo sostenibile, cioè nel vincolo della competitività.

Questo arcaico stile di rivendicazione, che finisce spesso per fare il danno degli interessi tutelati, è un grosso ostacolo alle riforme. Ma può venire superato. L’abbiamo visto di recente con le due importanti riforme dovute a Mariastella Gelmini e a Sergio Marchionne. Grazie alla loro determinazione, verrà un po’ ridotto l’handicap dell’Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili.”

Dunque i suoi esempi di “grandi riformatori” sarebbero Marchionne e la Gelmini.Insomma,prepariamoci al peggio.E c’è anche dell’altro.Lo stimato economista,nonchè  presidente della Bocconi in una sua recente intervista all’Infedele su La 7,ha affermato :”l’euro è un sucesso,soprattutto per la Grecia”.E così  che inizia la Terza Repubblica,fondata sulle “banche,sulla tecnica e sull’infallibilità dei mercati e delle borse”.Festeggiate pure  se vi va di farlo,ma riflettete sul perchè l’ex tessera 1816 P2,è stato dimesso proprio ora,e chiedetevi:ma non era meglio se si fosse dimesso per un’iniziativa popolare o per elezioni(magari anche anni fa),invece che per il “giudizio dei mercati” e i capricci dello “spread”,cioè per un’azione(un colpo di stato finanziario) con cui non abbiamo niente a che fare(anzi),e perlopiù per un’imposizione degli stessi che per quasi vent’anni lo hanno tenuto in galoppo?

Tutti gli uomini di Goldman Sachs

di: Francesco Piccioni

I «padroni dell’universo». Un soprannome modesto per gli uomini di punta di Goldman Sachs (GS). Una banca d’affari con 142 anni di vita, più volte sull’orlo del baratro, da sempre creatrice di conflitti di interesse terrificanti, da far impallidire – per dimensione e pervasività – quelli berlusconiani.

Famosa per «prestare» i propri uomini alle istituzioni, quasi dei civil servants con il pessimo difetto di passare spesso dalla banca privata ai posti di governo. Come peraltro i membri della Trilaterale o del Bilderberg Group. Mario Monti è uomo accorto: è presente in tutti e tre. Per GS ha fatto finora l’international advisor, come anche Gianni Letta, dal 2007, nonostante il ruolo di governo. Cos’è un advisor? Beh, è un consigliere; una persona in grado di indicare a una banca internazionale i migliori affari in circolazione. Specie quando uno Stato deve privatizzate le società pubbliche. Sta nella buca del suggeritore, ma può diventare premier…

E G&S ha comunicato ai mercati in tal caso lo spread per i Btp italiani calerebbe a 350 punti in un lampo.

È la banca che ha inventato (subito copiata dalle altre) i prodotti derivati, quei 600mila miliardi di dollari virtuali che stanno strangolando il mondo. Che ha aiutato i conservatori greci a nascondere lo stato reale dei conti pubblici davanti alla Ue. Che ha mandato l’amministratore delegato Henry Paulson, nel 2006, a fare il ministro del tesoro di Bush figlio. Dopo il crack di Lehmann Brothers inventò il piano Tarp: 700 miliardi di dollari statali per salvare le banche private anche a costo di far esplodere il debito pubblico Usa.

G&S riuscì in quel caso a intascare buona parte dei 180 miliardi destinati al salvataggio di Aig, gruppo assicurativo. Prima di lui era stato su quella poltrona Robert Rubin, con Clinton presidente; c’era poi tornato molto vicino, con Obama, ma dovette lasciare quasi subito il team economico: troppo evidente il suo doppio ruolo. Robert Zoellick è invece partito da G&S per coprire decine di ruoli per conto dei repubblicani, fino a diventare 11° presidente della Banca Mondiale.

Ma anche gli italiani si difendono bene. Romano Prodi era stato lui advisor, prima di tornare all’Iri per privatizzarla e spiccare quindi il volo verso la presidenza del consiglio, per ben due volte. Al suo fianco, negli anni, Massimo Tononi, ex funzionario della sede di Londra e quindi sottosegretario all’economia tra il 2006 e il 2008.

Ma il più noto è certamente Mario Draghi. Dal 2002 al 2005 è stato vicepresidente e membro del management Committee Worldwide della Goldman Sachs; in pratica il responsabile per l’Europa. Ha lasciato l’incarico per diventare governatore della Banca d’Italia e prendere la presidenza del Financial Stability Forum (ora rinominato Board), incaricato di trovare e mettere a punto nuove regole per il sistema finanziario globale. Compito improbo, che ha partorito molte raccomandazioni ma nessun risultato operativo di rilievo (le regole di Basilea 3 sono tutto sommato a tutela della solidità delle banche, non certo limitative di certe «audacie» speculative).

Dall’inizio di questo mese siede alla presidenza della Banca Centrale Europea, ma prima ancora di entrarci aveva scritto e poi fatto co-firmare a Trichet – la lettera segreta con cui il governo veniva messo alle strette: o le «riforme consigliate» in tempi stretti o niente acquisti di Btp. Forse rimpiange di ver lasciato il Financial Stability Board. Ma non deve preoccuparsi: al suo posto Mark Carney, governatore della Banca centrale canadese. Anche lui, per 13 lunghi anni, al fianco dei «padroni dell’universo» targati Goldman Sachs.

IlManifesto.it

Italia, un ‘regime change’ senza armi

di: Enrico Piovesana

Il bombardamento speculativo, l’ultimatum di Draghi e Trichet, l’invasione delle truppe in doppio petto di Bce e Fmi che occupano i ministeri e l’imposizione di un governo-fantoccio

La soluzione ai nostri guai sarebbe quindiMario Monti, tecnocrate che gode della piena fiducia dei mercati. Non stupisce, visto che l’ex commissario europeo è anche consulente di Goldman Sachs (la superbanca che ha causato il collasso greco e l’affossamento dei Btp italiani) e della Coca Cola, presidente europeo della Commissione Trilaterale di David Rockefeller e membro direttivo del potente club Bilderberg.

Ma come si è arrivati a questo?

Lo scorso luglio i mercati internazionali, soprattutto statunitensi (grandi banche d’affari, fondi d’investimento, agenzie di rating, multinazionali e compagnie assicurative) hanno scatenato il loro attacco speculativo contro l’Italia: non perché le condizioni economiche del nostro Paese fossero improvvisamente peggiorate, ma per la definitiva perdita di credibilità e di fiducia del governo Berlusconi.

Inizialmente sostenuto dai mercati internazionali per le sue promesse di ‘rivoluzione liberale’, ultimamente il Cavaliere, sempre più invischiato nei suoi scandali sessuali e concentrato a difendere i suoi interessi personali, veniva giudicato dai mercati irrimediabilmente inadeguato a portare avanti le riforme e le politiche economiche da essi richieste.

La crescente apprensione dei mercati si è tramutata in paura a giugno, con la vittoria del referendum contro la privatizzazione dell’acqua: un campanello d’allarme sulla pericolosa piega democratica che rischiava di prendere l’Italia nel vuoto di potere creato da Berlusconi.

In un Paese inaffidabile e indisciplinato come l’Italia, i mercati non potevano certo affidare il cambio di regime al popolo bue, rischiando di vedersi rieletto Berlusconi o di vederlo sostituito da un governo troppo sbilanciato a sinistra. Hanno giudicato più sicuro prendere direttamente il controllo dell’Italia con il pretesto dell’emergenza.

Da qui l’attacco speculativo di luglio con borse e spread impazziti, traduzione economica della dottrina militare Shock and Awe, colpisci e intimorisci.

Insomma, terrorismo finanziario. Il Paese, messo in ginocchio e gettato nel panico, è pronto ad accettare qualsiasi cosa.

L’ultimatum è arrivato ad agosto nella lettera dei banchieri Trichet e Draghi, che dettavano al governo Berlusconi le condizioni per la fine dei bombardamenti speculativi: in sostanza una resa incondizionata alle politiche dettate da banche, finanza e grandi imprese: privatizzazioni, deregulation del mercato del lavoro, taglio a salari, pensioni e servizi sociali.

La confusa e tentennante risposta del governo Berlusconi ha scatenato l’offensiva finale dei mercati, che in poche settimane hanno portato l’Italia sull’orlo del default. Il Cavaliere, con la pistola puntata alle tempia, è stato costretto a farsi da parte, mentre a Roma sbarcavano le truppe in doppio petto di Bce e Fmi, che occupavano i ministeri-chiave prendendo di fatto in mano le redini del Paese.

Nel frattempo si mette in piedi un governo-fantoccio guidato dal consulente di Goldman Sachs che, almeno a giudicare dai nomi che circolano sui probabili ministri, sarà formato in gran parte da banchieri e da personaggi strettamente legati alle banche: Giuliano Amato, consulente di Deutsche Bank ed esperto in manovre lacrime e sangue, Fabrizio Saccomanni, direttore generale della Banca d’Italia, Lorenzo Bini Smaghi, appena uscito dal comitato esecutivo della Banca centrale europea, Domenico Siniscalco, vicepresidente di Morgan Stanley, Piero Gnudi, consigliere d’amministrazione di Unicredit.

“Missione compiuta!” disse Bush sulla portaerei dopo la caduta di Saddam.

Altrettanto potranno dire nei prossimi giorni i grandi banchieri internazionali, brindando a champagne sui loro yacht alla salute del governo Monti. Alla faccia del ’99 per cento’ degli italiani, inconsapevolmente caduti dalla padella alla brace.

Nulla di nuovo sotto il sole. Per imporre le proprie regole e tutelare i propri interessi, i poteri forti economici e finanziari (statunitensi ma non solo) hanno organizzato golpe in Africa e in America Latina, invasioni militari in Asia, Medio Oriente e Nordafrica, rivoluzioni colorate nell’ex blocco comunista. Per i Paesi europei basta un massiccio attacco speculativo e il gioco è fatto. All’Italia è già capitato nel 1992, e oggi la storia si ripete.

PeaceReporter

Wall Street e la City puntano su un crollo dell’Italia

di: Filippo Ghira

La stampa anglosassone, Financial Times e Wall Street Journal, boccia la manovra e spera nella fine dell’euro

La stampa anglosassone, espressione dei veri poteri forti che hanno in mano i destini della finanza e quindi dell’economia internazionale, ha espresso un giudizio negativo sul contenuto della manovra finanziaria. Il fatto non dovrebbe preoccupare in quanto lascia il tempo che trova il fatto che un giornalista dia un giudizio negativo sull’azione di questo o quel governo. Nel caso specifico però gli attacchi del Financial Times e del New York Times devono essere presi nella dovuta considerazione perché sono l’annuncio di nuove speculazioni contro l’Italia. Non si tratta comunque di un fatto nuovo. Gli ambienti finanziari di oltre Manica e di oltre Atlantico si muovono infatti in maniera coordinata. Il mondo anglo-sassone non ha mai nutrito particolare simpatia per l’Italia e per il suo ruolo nel Mediterraneo, nel vicino Oriente e in Asia Centrale e negli ultimi anni per i rapporti strettissimi stabiliti oltre che con la Russia anche con la Libia di Gheddafi.

Così le difficoltà del nostro Paese a tenere sotto controllo la dinamica dei conti pubblici, a cercare di ridurre il disavanzo e il debito per rientrare nei limiti del Patto di Stabilità, come ci chiedono la Commissione europea e la Bce, attraverso una manovra finanziaria aggiuntiva dagli effetti devastanti, ha rappresentato un invito a nozze per i due quotidiani che, dietro l’apparente e dichiarata obiettività, nascondono invece la sporcizia e il comportamento criminale degli ambienti che li ispirano.

Tale realtà è particolarmente grave per una gazzetta come il FT che appartiene ad un Paese che non fa parte del sistema dell’euro, avendo preferito restare attaccato alla sterlina e che all’interno dell’Unione europea ha continuato a svolgere il ruolo di cavallo di Troia degli interessi anglosassoni. Non è un caso che proprio dai paradisi fiscali sotto la sovranità di Londra, le isole del Canale (Guernsey e Jersey) e i dominions dei Caraibi, siano transitati i capitali che hanno operato la massiccia speculazione contro i titoli di Stato greci, portoghesi, spagnoli, irlandesi e italiani e quindi contro la stabilità dell’euro. Soltanto gli idioti di questa sinistra italiota possono utilizzare le uscite del FT (o del settimanale confratello Economist) e del WSJ per rafforzare le proprie critiche nei confronti di un governo, quello di Berlusconi, che ha mille e più motivi per essere criticato. A questi imbecilli, che dovrebbero avere soprattutto a cuore la stabilità dell’Italia, non viene da pensare che gli attacchi della City e di Wall Street siano motivati da ragioni squisitamente di bottega. Come ad esempio la volontà di mettere le mani sulle aziende pubbliche, come Enel, Eni, Finmeccanica e Fincantieri che con buona pace di Frattini rappresentano il nostro vero Ministero degli Esteri e senza le quali il nostro ruolo sullo scenario internazionale sarebbe ridotto a zero. A nessuno di questi imbecilli che auspicano le privatizzazioni, e ai molti che nel centrodestra condividono tale idea criminale, giustificata con la necessità di fare cassa e di abbattere il debito pubblico, viene di pensare, o perché sono ignoranti (nel senso che non conoscono i fatti) o perché sono in malafede, che siamo giunti alla fine di un processo storico. Una fase che prese il via in piena Mani Pulite e che venne avviata dalla Crociera del Britannia del 2 giugno 1992, quando i rappresentanti della City londinese radunarono sul panfilo reale i rappresentanti delle imprese a partecipazione statale per indottrinarli sulla bellezza delle privatizzazioni. Poi ad ottobre partì la speculazione anglo-americana contro la lira (con Soros in prima fila), la nostra moneta fu svalutata del 30% e le imprese pubbliche divennero più convenienti per quella stessa percentuale. A bordo si vide Mario Draghi, allora direttore generale del Tesoro, che fece un discorso introduttivo e quindi scese prima che il panfilo salpasse da Civitavecchia per l’Isola del Giglio per poi tornare in serata. Quel Draghi che poi lavorò alla Goldman Sachs, per poi approdare alla Banca d’Italia ed ottenere ahinoi, anche con il sostegno mediatico inglese, la presidenza della Bce dal 1 novembre prossimo. A tutti gli idioti, specie nel centrosinistra, che delirano per l’indipendenza della stampa britannica, vogliamo ricordare che nel febbraio 1978 la copertina di uno dei numeri dell’Economist riportava l’immagine di Aldo Moro rappresentato come un burattino tirato dai fili e con la didascalia: “E’ finita la commedia”. Poi vennero Via Fani e via Caetani… Basterebbe quindi riciclare il buon vecchio Carlo Marx per ricordarsi e tenere sempre presente che sono la finanza e l’economia a muovere il mondo e che la politica, purtroppo, finisce per esserne soltanto una sovrastruttura, pur potendosi ritagliare qualche angoletto di indipendenza. Purtroppo i signori del PD sono così impegnati sul fronte interno ed estero a presentarsi come il partito delle banche e i fautori del Libero Mercato da avere scordato che esiste un minimo di decenza dal quale non si può derogare. Ed è sconfortante prendere atto che il loro massimo desiderio sia quello di un governo “tecnico” guidato ad esempio da un Mario Monti che, guarda guarda, come i vari Romano Prodi, Mario Draghi e il non compianto Tommaso Padoa Schioppa, vanta rapporti di lavoro o di consulenza con la Goldman Sachs. La banca salvata da Barack Obama con 7,5 miliardi di dollari e considerata dal cittadino medio Usa come il simbolo della più odiosa e odiata speculazione finanziaria.
Per la cronaca il FT considera la manovra aggiuntiva “un fiasco colossale” in quanto essa è stata “annacquata” togliendo il contributo di solidarietà a carico dei ricchi e non contenendo riforme strutturali. Così essa danneggerà l’economia italiana invece di accelerare la crescita. Sulla stessa linea il WSJ che titola “Atene e Roma tengono in ostaggio l’Europa. Se la Bce dovesse interrompere gli acquisti dei Btp italiani decennali, auspica il WSJ,  il conseguente rialzo dei rendimenti potrebbe far cadere il governo Berlusconi, aprendo la strada ad un governo tecnico. In questo caso, gongola il quotidiano dei gangsters americani, il lungo processo per ricostruire la credibilità della terza economia europea potrebbe ricominciare seriamente. Dichiarazioni che confermano che niente avviene per caso e che ignorano volutamente che i rischi che l’economia mondiale corre per una possibile bancarotta italiana sono niente di fronte ai disastri provocati nel 2007-2008  dalla speculazione anglo-americana sull’economia mondiale. Una speculazione che il WSJ e il duo mondezza Bush e Obama avevano bellamente ignorato considerandola la cosa più normale del mondo e che anzi hanno alimentato e premiato.

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FONTE: Rinascita

Inchiesta/ Attacco speculativo all’Italia: chi vuole “eliminare” Berlusconi?

di: Enrica Perucchietti

Tra gli addetti ai lavori serpeggia una convinzione sull’attuale crisi dell’euro, alternativa a quella che ci viene trasmessa ogni giorno insieme alla nostra quotidiana razione di terrorismo psicologico. Pochi, però, avranno il coraggio di confermarvi, se non in via strettamente ufficiosa, la sensazione non ancora dimostrabile, che vi sia una manovra per far crollare l’euro e forse far fallire il progetto dell’unione monetaria. A ciò si aggiunga la recente pressione – o meglio, alta tensione – sulla situazione del debito in Italia che ha avuto però inizio con un attacco speculativo nei confronti del nostro Paese il febbraio 2010.

Dunque, un anno e mezzo fa.

Che possa esistere un’intelligence di matrice angloamericana dietro il crollo finanziario attuale è sostenuto da politici di diversi schieramenti e da giornalisti per lo più stranieri. A lanciare l’allarme sulla crisi finanziaria che si sarebbe abbattuta sull’Italia e sul Governo Berlusconi è stato, in tempi ancora non sospetti, lo storico Webster Tarpley, che ha vissuto in Italia – per la precisione a Torino – per molti anni e conosce bene la situazione del nostro Paese.

Tarpley, inoltre, è stato uno dei primi a rendere pubblici i dubbi nei confronti di Obama quando quest’ultimo era ancora soltanto un candidato democratico alla Casa Bianca. Quando in tutto il mondo serpeggiava l’Obamamania, come ho dimostrato nel mio saggio, L’altra faccia di Obama, Tarpley ha avuto il coraggio di schierarsi come voce fuori dal coro e “stonare” portando prove a conferma dei legami occulti di Obama con le lobby di Wall Street, la CIA e soprattutto con Brzezinski, già consigliere per la politica estera sotto Jimmy Carter e strenuo sostenitore della Guerra Fredda permamente. L’influenza di questa eminenza grigia è ora meglio riscontrabile nella politica estera dell’amministrazione Obama e nel recente conflitto in Libia che si dimostra essere l’ennesimo tassello – ma non l’ultimo – dell’opera di espansionismo americano e di militarizzazione del Medio Oriente in chiave anti cino-sovietica.

È proprio su questo fronte che si possono forse ravvisare i germi che hanno spinto il Governo italiano a finire sotto l’attacco speculativo americano. Da un lato la strategia per rivalutare il dollaro passa attraverso l’attacco e la svalutazione dell’euro non frontale ma trasversale, come vedremo meglio più avanti.

Dall’altra il nostro Paese potrebbe pagare – come ha pagato la Norvegia in modo più tragico e “scenografico” – l’alleanza con la Russia di Putin. In questo senso il cofondatore del PDL, e segretario nazionale della Destra Libertaria-PDL, Luciano Buonocore, da me raggiunto telefonicamente, ha spiegato che il grande errore dell’Unione Europea è stato proprio quello di non aprirsi alla Russia, allargando così verso est i propri confini. Le ragioni sono ovvie: così facendo andrebbe rivisto il comando all’interno della NATO, e per alcuni Paesi membri come Francia e Inghilterra la cosa non può essere accettata.

Dall’altro la politica estera intessuta in questi anni da Berlusconi con l’alleanza russa, potrebbe aver interrotto involontariamente quell’asse strategico USA-Gran Bretagna che il Premier aveva costruito con i precedenti governi Bush-Blair.

Che esista una vera e propria intelligence che possa aver orchestrato il piano speculativo per svalutare l’euro e far crollare i mercati è la convinzione di Webster Tarpley che dichiara: «Questo era già chiaro dal febbraio 2010, quando il Wall Street Journal pubblicò un servizio su una cena cospiratoria (8 febbraio) tenutasi nella sede di una piccola banca d’affari specializzata, la Monness Crespi and Hardt, alla quale parteciparono persone di grande influenza. In quell’occasione si cercavano strategie per evitare un’ondata di vendite di dollari da parte delle banche centrali ed il conseguente crollo del dollaro. L’unica maniera per rafforzare il biglietto verde passava attraverso un attacco all’euro». Data però la difficoltà ad attaccare una moneta così forte come l’euro «gli sciacalli degli hedge funds di New York – fra cui anche certi protagonisti della distruzione di Lehman Brothers – hanno cercato i fianchi più deboli del sistema europeo e li hanno individuati nei mercati dei titoli di stato dei piccoli paesi del meridione europeo e comunque della periferia – Grecia e Portogallo – dove era possibile contare sulla complicità di politici dell’Internazionale Socialista al servizio della CIA e di Soros», o, più in generale, delle lobby di Wall Street e delle famiglie che detengono il potere finanziario negli USA: Soros, Rotschild, Rockefeller etc. anche se Soros ha più volte pubblicamente dichiarato la necessità di metterli al bando.

A questo punto l’attacco speculativo sarebbe stato affiancato da una campagna diffamatoria e di stampo terrorista accompagnata da pessime valutazioni delle agenzie di rating: «un mix che può comportare tracolli dei prezzi e un vero e proprio panico».

A tutto ciò si aggiunga il ricorso ai famigerati credit default swaps o derivati di assicurazione già definiti dal terzo uomo più ricco del mondo, Warren Buffett, come “armi finanziarie di distruzione di massa”. E se lo dice lui che dei mercati finanziari è sovrano…

Eppure la riforma dei mercati tanto auspicata da Paul Volcker con la fine della deregulation selvaggia che ha dominato i mercati fino al crollo di Lehman Brothers, Fannie Mae e Freddie Mac non è avvenuta: la Volcker Rule è stata imbavagliata prima che potesse far sentire i suoi effetti sui mercati. Si devono ringraziare i democratici per questo che, spalleggiati ovviamente dai repubblicani, hanno impedito la messa la bando dei derivati tossici che – insieme ai mutui subprime – avevano già causato la bolla finanziaria nel 2007. Si deve anche ringraziare Obama che, vinte le elezioni, ha messo da parte il vecchio gigante dell’economia, Volcker, che aveva voluto vicino a sé per le foto di ruolo in campagna elettorale. Una volta arrivato alla Casa Bianca, non c’era più bisogno di un piano per scongiurare un’altra crisi finanziaria. L’importante era agire in fretta per salvare le Banche too big to fail, troppo grandi per fallire. Su questo fronte il ministro Geithner ha fatto un ottimo lavoro…

Ma ora il Presidente americano, seppur rabbioso per la perdita delle tre A da parte della S&P, si dice ottimista per il futuro. Peccato che le agenzie di rating, che si occupano per i non addetti ai lavori di classificare titoli obbligazionari e imprese in base alla loro rischiosità, avevano mantenuto una tripla A per Lehman, Merrill Lynch e AIG fino alla vigilia della bolla finanziaria. Un’evidenza della loro “corruttibilità” almeno secondo Webster Tarpley che denuncia il fatto che queste agenzie si occupino ora di definire o meno la solvibilità dell’Italia. E a proposito della crisi italiana, Tarpley individua nell’attacco all’euro «un tentativo di esportare la depressione economica mondiale verso l’Europa, creando un caos di piccole monete che saranno facile preda alla speculazione, a differenza dell’euro che è abbastanza forte per potersi difendere. Si tratta di scaricare la crisi sull’Europa, sempre con l’idea di indebolire a tal punto l’euro da impedire a questa moneta di fungere da riserva mondiale accanto al dollaro o al posto del dollaro».

Ma lo storico americano si spinge oltre ipotizzando un vero e proprio complotto per decretare la fine del governo Berlusconi: «Bisogna tuttavia riconoscere che la cacciata di Berlusconi rappresenta da un paio di anni uno dei primi obiettivi angloamericani in Europa. Berlusconi è troppo vicino a Putin, troppo coinvolto nel South Stream popeline [progetto sviluppato da Eni e Gazprom per la costruzione di un gasdotto che connetterà Russia ed Europa eliminando ogni Paese extra-UE nel suo tragitto], troppo indipendente da tanti punti di vista. Si vede questo nei documenti pubblicati da Wikileaks, un’operazione della CIA mirata a colpire i bersagli degli angloamericani, da Gheddafi a Ben Ali a Mubarak a Putin e la signora Rodriguez de Kirchner in Argentina. Qui da noi leggiamo che Berlusconi è il più grande amico della Russia all’interno della UE – cosa positiva per la pace mondiale a mio parere, ma intollerabile per l’impero angloamericano in fase di crollo. Gli stessi impulsi nazionalistici italiani e lo stesso mestiere dell’Italia come ponte fra l’Europa da una parte e il Nord Africa, il Medio Oriente e la sfera russa dall’altra sono presenti, sebbene in forma debole, nell’azione di Berlusconi. Purtroppo molti in Italia sono accecati dall’odio appena si tratta di Berlusconi. Io ho visto che quelli che erano accecati dal loro odio nei confronti di Bush sono caduti nella trappola di Obama – vale a dire di Soros e di Rockefeller – e quelli che erano accecati dal loro odio nei confronti di Obama sono caduti a loro volta nella trappola del Tea Party – vale a dire dei fratelli Koch ultrareazionari. In Italia quelli che sono accecati dal loro odio nei confronti di Berlusconi cadono fatalmente nella trappola di De Benedetti, Soros e compagnia bella».

A posteriori il pensiero corre a coloro che il Premier accusò di “remare contro” durante la campagna per le amministrative, oppure quando tra i consueti fumi della paranoia emerse però il nome di quel tale Pisapia che oltre ad aver espugnato la Madonnina, è noto per essere avvocato di fiducia di quel De Benedetti… Proprio quel De Benedetti a cui faceva riferimento Tarpley. Forse che gli “interessi” o i poteri forti che spalleggiano De Benedetti abbiano in qualche modo influito nella vittoria elettorale di Milano? Forse che ora a qualcuno, a quella “compagnia bella” faccia comodo sostituire l’attuale maggioranza di governo con qualcuno di più “utile” a interessi “globali”?

Su chi si nasconda dietro la “compagnia bella” possiamo avere soltanto delle “idee”… accreditate da quell’insistente vociferare di una bocciatura del ministro Tremonti a san Mortiz all’ultima riunione dei Bilderberg. Gli stessi Bilderberg che decidono le sorti economiche del pianeta, indipendentemente dal fatto che alla casa Bianca ci sia un democratico o un repubblicano, e a Roma un esponente del PD o del PDL…

da: IlDemocratico.com

E se il modo di non pagare il loro debito in realtà ci fosse?

L’economista francese François Chesnais argomenta la proposta di moratoria sul debito legandola al protagonismo dei movimenti sociali

di François Chesnais.

Nella primavera del 2010 le grandi banche europee, in prima fila le banche francesi e tedesche, hanno convinto l’Unione Europea e la BCE che il rischio di insolvenza nel pagamento del debito pubblico della Grecia metteva in pericolo il loro bilancio. Le banche hanno richiesto di essere messe al riparo dalle conseguenze della loro stessa gestione.

Le grandi banche sono state aiutate nell’autunno 2008 al momento del fallimento della banca Lehman Brothers a New York, che ha portato al parossismo della crisi finanziaria. Sin dal giorno del loro salvataggio, esse non hanno purgato dai loro bilanci i titoli tossici.

Hanno anzi continuato a fare investimenti ad alto rischio. Per alcune, il minimo rischio di insolvenza significherebbe il fallimento.

Nel maggio 2010, è stato concepito un piano di salvataggio, con un asse finanziario e un asse di bilancio pubblico, che prevedeva una drastica austerità e privatizzazioni accelerate, forte diminuzione delle spese sociali, diminuzione di tutte le remunerazioni dei funzionari e riduzione del loro numero, nuovi attacchi al sistema pensionistico – sia esso un sistema per capitalizzazione o per ripartizione. I primi paesi ad aver applicato questo piano, come la Grecia e il Portogallo, sono stati presi in una spirale infernale, di cui le classi popolari e i giovani sono stati le vittime immediate.

Questa spirale avvolge di mese in mese un numero sempre più importante di paesi in Europa occidentale e mediterranea, dopo che aveva devastato i paesi baltici e balcanici. Tocca ai lavoratori, ai giovani e alle classi popolari più fragili vedersi imposto il costo del salvataggio del sistema finanziario europeo e mondiale.

 


Abbiamo bisogno delle banche nella loro forma attuale? Serve continuare a salvarle?

Due serie d’idee strettamente intrecciate ci vengono servite, sfumature a parte, dal governo [francese, ndr.] come dai dirigente dell’Ump [partito di Nicolas Sarkozy, ndr], del partito socialista e dai partiti cosiddetti centristi. La prima serie di idee riguarda il debito pubblico, la seconda le banche. I “sacrifici” chiesti sul piano delle pensioni, del gelo della rivalorizzazione dei salari nella funzione pubblica, i nuovi tagli drastici nel budget dell’insegnamento, etc. etc. sono tutti necessari, ci dicono, affinché “il debito della Francia venga onorato”. Bisogna evitare pure che la Francia perda la sua nota AAA, che le viene accordata dalle agenzie di rating, e che sia obbligata a pagare degli interessi sul debito pubblico più elevati di quelli che paga attualmente. Per quanto riguarda le banche, esse ricoprono un ruolo indispensabile e lo svolgono bene, o almeno in maniera sufficiente: e questo rende legittimo e necessario venir loro in aiuto ogni volta che lo domandano.

L’ingiunzione di “onorare il debito” così come quella di aiutare le banche poggiano entrambe sull’idea che in gioco ci siano somme di denaro frutto del risparmio paziente, accumulate con il duro lavoro, che sarebbe state prestate. “La maggior parte degli economisti” scrive uno specialista del credito che lavora negli Stati Uniti “pensa che le banche siano dei semplici intermediari tra i depositanti e i creditori. Un’altra maniera di esprimere questa opinione ampiamente condivisa sarebbe dire che le banche raccolgono il risparmio e finanziano gli investimenti. A partire da questa affermazione, non resta che un piccolo passo da compiere per concludere che, per poter realizzare un investimento, prima deve costituirsi un ammontare determinato di risparmio“1.

La realtà è tutt’altra. Le banche prestano denaro senza alcun rapporto con l’ammontare dei depositi e del risparmio privato che è loro affidato. Non sono mai state dei semplici intermediari.

Dalla loro trasformazione in gruppi finanziari diversificati dalle operazioni transnazionali, le banche sono tutto tranne che intermediari. I profitti bancari provengono dalle loro operazioni di creazione di credito.

La loro fonte si trova nei flussi di ricchezza (valore e plus valore) provenienti dalle attività di produzione. La forma scelta cambierà a seconda del creditore. Nel caso di un’impresa, si preleva una frazione del profitto. Nel caso dei privati e delle famiglie, è una parte del loro salario o della loro pensione ad essere assorbita dagli interessi che pagano sui crediti ipotecari o sulle carte di credito. Più una banca presta, più i suoi profitti sono elevati. Nel corso degli scorsi due decenni, le banche hanno concepito dei mezzi che permettono loro di seguire questa strada. Le “innovazioni finanziarie” hanno dato nascita ad una rete molto densa di transazioni interbancarie. È a partire da queste “innovazioni” che le banche hanno potuto azionare il cosiddetto “effetto di leva”, cioè un rapporto dei prestiti ai loro mezzi proprie e alle liquidità disponibili, il cui ammontare (fino a più del 30%) le mette in permanenza in situazione di grande fragilità. Le banche lo sanno, ma contano sui governi per assicurarle in qualsiasi circostanza e qualunque sia il costo sociale della rete di sicurezza, in caso estremo la socializzazione delle loro perdite.

Il FMI pubblica tutti i sei mesi pressoché simultaneamente due grandi rapporti, uno sulle prospettive dell’economia mondiale e un altro sullo stato del sistema finanziario mondiale. Il primo attira l’attenzione di tutti gli economisti. Il FMI vi presenta le sue proiezioni macroeconomiche. Si tratta insomma di un terreno familiare. Il secondo viene letto soltanto da quelli che accordano, nel contesto della mondializzazione commerciale e finanziaria, un’importanza alla finanza e alle crisi finanziarie. Nel gennaio 2011, il FMI stima già che una delle grandi incertezze della situazione economica mondiale porta sul fatto che in Europa “l’interazione tra i rischi sovrani e bancari si intensifica”(2).

Il primo capitolo del nuovo rapporto sulla situazione del sistema finanziario mondiale conferma questa previsione. Metto inoltre l’accento sulla vulnerabilità delle banche, in particolare delle banche europee (3). L’opinione del direttore del dipartimento dei mercati finanziari e monetari del FMI è la seguente:

“Circa quattro anni dopo l’inizio della crisi finanziaria, la fiducia nella stabilità del sistema bancario globale deve essere ancora ripristinata completamente”. E sottolineare, per quanto riguarda le banche europee:“alcune banche hanno ancora un effetto leva troppo importante, hanno dei mezzi propri insufficienti, tenuto conto dell’incertezza sulla qualità dei loro attivi. Questi bassi livelli di mezzi propri rendono certe banche tedesche, oltre che le casse di risparmio italiane, portoghesi e spagnoli in difficoltà, vulnerabili a nuovi choc”(4).

Il ruolo delle banche è di fornire del credito commerciale (titoli a cortissimo termine) e dei prestiti a lungo termine alle imprese per i loro investimenti. Questo ruolo è indispensabile al funzionamento del capitalismo. Lo sarebbe per qualsiasi forma di organizzazione economica fondata sulle modalità decentralizzate di proprietà sociale dei mezzi di produzione, e che presuppone il ricorso allo scambio. Il bilancio dei tre decenni di liberalizzazione finanziaria e dei quattro anni di crisi pone, in tutta la sua pienezza, il problema dell’utilità economica e sociale delle banche nella loro forma attuale. Divenute dei conglomerati finanziari, le banche hanno diritto al sostegno dei governi e dei contribuenti ogni volta che i loro bilanci sono minacciati dalle conseguenze delle loro stesse decisioni di gestione? Molte persone cominciano a dubitarne. Qualche volta lo esprimono, come ha fatto Eric Cantona [calciatore francese che ha fatto parlare di sé in Francia ed Inghilterra quando aveva lanciato un appello a ritirare i depositi bancari nel dicembre 2010], in maniere che i media non possono ignorare. Non distruggere le banche, ma appropriarsene affinché possano assolvere compiti essenziali e che sarebbero, in linea di principio, i loro, ecco la risposta che dà, tra gli altri, Frederic Lordon (5).


Verso una definizione dell’illegittimità dei debiti pubblici

La nozione di “debito odioso” è stata applicata dagli anni ’80 ai debiti dei paesi del Terzo mondo. La sua possibile applicazione al debito della Grecia ha fatto discutere. Si tratta di una nozione che risale al primo dopoguerra. La prima definizione appartiene ad Alexander Sack, giurista russo e professore di diritto internazionale a Parigi: “il debito contratto da un regime dispotico (noi diremmo oggi “dittatura” o “regime autoritario”) per degli obiettivi estranei agli interessi della Nazione, agli interessi dei cittadini”. Il Center for International Sustainable Development dell’università McGill di Montreal ne ha dato, agli inizi degli anni 2000, una definizione abbastanza simile, più direttamente legata alla fase della finanziarizzazione contemporanea. I debiti odiosi sono “quelli che sono stati contratti contro gli interessi delle popolazioni di uno Stato, senza il loro consenso e in tutta conoscenza di causa da parte dei prestatori”(6).

Questa definizione si applica perfettamente al debito specifico che pesa in Francia su comuni, regioni e persino certi ospedali, i cui rappresentanti eletti o direttori si sono recentemente costituiti in associazione per condurre azioni giudiziarie collettive contro le banche (7).

Questi enti sono stati incitati proprio dalle banche ad acquistare dei “prodotti strutturati”, destinati a facilitare con il loro rendimento elevato il finanziamento di progetti consistenti di investimento nel contesto del trasferimento delle spese dallo Stato verso le regioni. Questi titoli finanziari opachi, divenuti “titoli tossici” con la crisi dell’autunno 2008, pesano sui budget. Il fatto che siano stati acquistati mostra beninteso che il feticismo per il denaro non è esclusiva dei trader, ma ha ragione anche del giudizio dei rappresentati eletti e degli amministratori locali. Ma le banche conoscevano perfettamente i rischi che facevano correre ai loro clienti, il gioco da casinò nel quale li facevano entrare. Il supplemento di indebitamento contratto dai comuni con l’acquisto di titoli spazzatura rientra nel “debito odioso”.

La nozione più ampia di debito illegittimo mi sembra corrispondere da più vicino al debito dei paesi capitalisti avanzati, in particolare quelli dell’Europa. È anche la posizione dei militanti del Comitato per l’annullamento del debito del Terzo mondo (CADTM) (8).

I fattori che sono messi in evidenza più frequentemente riguardano le condizioni che hanno condotto un paese ad accumulare un debito elevato e mettersi nelle mani dei mercati finanziari. Qui l’illegittimità trova la sua fonte in tre meccanismi: delle spese elevate dal carattere di regali fatti al capitale; un basso livello di fiscalità diretta (imposte sul reddito, sul capitale e sul profitto delle imprese) e la sua debolissima progressività; un’evasione fiscale importante. Ritroviamo i tre fattori tanto nel caso della Grecia che in quello della Francia, così come, beninteso, in tutti i paesi attaccati oggi dai fondi speculativi e dalle banche. Parlando della Francia, il debito è nato, a partire dal 1982, dal regalo fatto al capitale finanziario al momento delle nazionalizzazioni del governo dell’Unione della sinistra. La sua crescita ha sposato poi il movimento di liberalizzazione finanziaria, la cui prima fase negli anni ’80 è stata segnata da dei tassi di interesse reali molto elevati.

(…)

Ma l’illegittimità poggia anche sulla natura delle operazioni di “prestito” che va “onorato”, per il quale bisogna pagare degli interessi e assicurare un rimborso. L’ingiunzione di pagare il debito, va ripetuto, si basa implicitamente su questa idea che il denaro, frutto del risparmio pazientemente accumulato con il duro lavoro, sia stata effettivamente prestato. Questo può essere il caso per i risparmi delle famiglie o dei fondi del sistema di pensione per capitalizzazione. Non è il caso delle banche e degli hedge funds. Quando questi “prestano” agli Stati, comprando buoni del Tesoro aggiudicati dal Ministero delle Finanze, lo fanno con somme fittizie, la cui messa a disposizione si basa su una rete di relazioni e di transazioni interbancarie. Il trasferimento di ricchezza, quella che nasce al lavoro, ha invece luogo nel senso inverso. Il debito e il servizio degli interessi sono una componente della “pompa finanziaria”, così elegantemente soprannominata da Frederic Lordon in omaggio a Jarry e a suo padre Ubu. La natura economica delle somme pretese è un fattore in più per interrogarsi sulla legittimità del debito pubblico.

L’audit del debito pubblico e il suo annullamento

Il CADTM difende da sempre la necessità dell’audit del debito come tappa verso l’annullamento.

L’audit ha per obiettivo di identificare i fattori che permettono di caratterizzare il debito come illegittimo, così come di identificare coloro che giustificano o quantomeno esigono ciononostante il rimborso di una frazione di debito a certi creditori. Non ero convinto di questa pratica finché dei militanti greci me ne hanno mostrato la portata. Finora il solo esempio di audit sul debito pubblico è quello realizzato nel 2007 in Ecuador. È il risultato di una decisione governativa: il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa voleva conoscere le condizioni in cui è nato il debito del paese. L’audit ha permesso al governo di decidere la sospensione del rimborso del debito, costituito da titoli del debito o in scadenza nel 2012 oppure nel 2030. I banchieri, soprattutto nordamericani, detentori dei titoli, sono stati così costretti a negoziare.

L’Ecuador ha potuto così recuperare titoli stimati a 3,2 miliardi di dollari per una somma di poco inferiore al miliardo di dollari. Uno scenario simile a quello dell’Ecuador non è concepibile in Europa. La rivendicazione di moratoria immediata e di audit preparatorio all’annullamento deve evidentemente essere indirizzata ai partiti politici al momento delle campagne elettorali. Qualche militante e forse persino qualche dirigente saranno sensibili a questa rivendicazione. Ciononostante, per sostenere questa rivendicazione non c’è altra strada che quella di comitati sul modello di quelli nati [in Francia, ndr] durante la campagna del 2005 contro il progetto di Trattato costituzionale europeo, oppure sul modello, più recente, dei comitati a difesa delle pensioni. C’è un solo paese dove un comitato nazionale è già stato creato, permettendo la formazione di comitati locali: si tratta della Grecia, dove è nato il Comitato greco contro il debito. Ecco come definisce i suoi obiettivi (9).

Audit sul debito ed esercizio dei diritti democratici

“Il primo obiettivo di un audit è di fare chiarezza sul passato (…). Cosa n’è stato del denaro di tale prestito, a quali condizioni questo prestito è stato concluso? Quanti interessi sono stati pagati, a che tasso, quale proporzione del principale è già stata rimborsata? Come è stato gonfiato il debito, senza che esso fosse utile alla popolazione? Quali strade hanno seguito i capitali? A chi sono serviti? Quale proporzione è stata indebitamente appropriata, da chi e come? Come ha fatto lo Stato a trovarsi impegnato, su quale decisione, presa a che titolo? Come sono diventati pubblici i debiti privati? Chi si è impegnato in progetti inadatti, chi ha spinto in questa direzione, chi ne ha approfittato?

Sono stati commessi delitti, o crimini, con questo denaro? Perché non vengono stabilite le responsabilità civili, penali e amministrative? (…). Un audit del debito pubblico non ha nulla a che vedere con la sua caricatura, che si riduce a una semplice verifica delle cifre, fatta da contabili abitudinari. I sostenitori dell’audit invocano sempre due bisogni fondamentali della società: la trasparenza e il controllo democratico dello Stato e dei governi da parte dei cittadini. Si tratta di un bisogno che ha per riferimento i diritti democratici assolutamente elementari, riconosciuti dal diritto internazionale, benché violati costantemente. Il diritto di vigilanza dei cittadini sugli atti di chi li governa, il diritto di informarsi su tutto quanto concerne la loro amministrazione, i loro obiettivi e le loro motivazioni, è intrinseco alla democrazia stessa ed è un’emanazione diretta del diritto fondamentale dei cittadini ad esercitare il loro controllo sul potere e a partecipare attivamente agli affari comuni. (…) Questo bisogno permanente di trasparenza negli affari pubblici acquisisce nell’epoca del neoliberismo più selvaggio e della corruzione più sfrenata – senza precedenti nella storia mondiale – un’enorme e supplementare importanza. Si trasforma in un bisogno sociale e politico assolutamente vitale. L’esercizio dei diritti democratici dei cittadini, considerati un tempo come “elementari” è visto dai governanti quasi come una dichiarazione di guerra al loro sistema da parte della “base”. E naturalmente, essa è tratta di conseguenza, in maniera molto repressiva (…). L’audit sul debito pubblico acquista una dinamica socialmente salutare e politicamente pressoché sovversiva. La sua utilità non può riassumersi unicamente con la difesa della trasparenza e della democrazia nella società: essa va molto più in là, perché apre la strada a dei processi che potrebbero rivelarsi estremamente pericolosi per il potere costituito e potenzialmente liberatori per la schiacciante maggioranza dei cittadini! Effettivamente, esigendo di aprire e analizzare i libri contabili del debito pubblico, o meglio ancora aprendo e analizzando direttamente quei libri, il movimento per l’audit civico osa “l’impensabile”: penetra nella zona vietata, nel sancta sanctorum del sistema capitalista, laddove, per definizione, non sono tollerati intrusi!” (fine della citazione, ndr).

Intesa così, la rivendicazione di audit del debito e soprattutto i suoi primi passi con la creazione dei comitati, in quanto l’istanza popolare dove le prove dell’illegittimità sarebbero raccolte e dibattute, costituirebbe un formidabile strumento di “re-democratizzazione” (10).

Per i detentori del debito pubblico, la salvaguardia del piccolo risparmio è spesso sollevata come questione importante, quando non è addirittura l’ostacolo determinante. In realtà non pone alcun problema. Nelle dichiarazioni d’imposta diretta, le banche calcolano quasi al centesimo l’ammontare delle differenti forme di risparmio delle famiglie. Queste sarebbero garantite, perché rappresentano soltanto una parte minuscola dei “crediti” reclamati.

L’annullamento dei debiti pubblici non può ovviamente essere una misura isolata. Qui metteremo l’accento, molto brevemente, su due aspetti. Il primo è l’appropriazione sociale delle banche e la loro riconfigurazione in maniera da ristabilire le funzioni essenziali alla creazione di determinate e limitate forme di credito e alla loro messa al servizio dell’economia. Il secondo è la riconfigurazione della fiscalità, che deve cessare di essere un grave peso sui salari e sulle classi popolari. I sindacati SNUI e SUD Trésor [sindacati francesi dei funzionari delle imposte, ndr] hanno delle proposte pronte. Altrettanto importa è l’uso che viene fatto dell’imposta, che sia prelevata nazionalmente o localmente. Il controllo democratico dell’uso dell’imposta è diventato puramente formale.

Più in generale, la posta in gioco è quella definita in questo documento greco, cioè la creazione di una dinamica politica nella quale tutte e tutti quelli che hanno mostrato, ripetutamente, una forte capacità di mobilitazione, vedano una campagna per l’annullamento del debito come una lotta essenziale e che condiziona il futuro. In Francia ma anche in tutta Europa i salariati sono confrontati alle questioni cruciali dell’impiego e della precarietà. La soluzione passa attraverso il controllo sociale dell’investimento. Non si può continuare a dipendere dalle strategie di massimizzazione dei profitti delle grandi imprese. La soddisfazione dei bisogni sociali impellenti ha per contesto la crisi ecologica in tutte le sue dimensioni. È indispensabile realizzare un cambiamento basato su profonde trasformazioni nei modi tecnici di produzione nell’industria come nell’agricoltura. Il finanziamento sarebbe assicurato dall’imposta e dal credito bancario controllato.

La “sobrietà energetica” e la de-mercificazione ne sarebbero i complementi. La liberalizzazione degli scambi, il cui costo ecologico è immenso, è un fondamento del capitalismo finanziarizzato. Il controllo sociale dell’investimento permetterebbe di riassegnare numerose attività e accorciare le linee di approvvigionamento, di produzione e di commercializzazione.

L’annullamento dei debiti nei paesi in cui i popoli si mobiliteranno per questo scopo, creerà così le condizioni per una vera “uscita dalla crisi”.

Cogliere l’opportunità di una lotta in un insieme di paesi

La campagna contro il debito non si può condurre “per procura”. Il popolo greco non può condurla per tutti gli altri popoli europei. (…) Una campagna popolare condotta dai comitati per una moratoria immediata e l’audit del debito preparerebbe il movimento sociale ai prossimi episodi della crisi finanziaria. I pubblicisti e i responsabili politici che preconizzano oggi la ristrutturazione del debito della Grecia e dell’Irlanda riconoscono che i rischi sottolineati dagli avversari di questa misura sono reali.

La vulnerabilità del sistema finanziario europeo, ma anche mondiale, rende possibile una nuova crisi. Il fallimento totale del sistema bancario non è escluso. Nei paesi in cui il pagamento del debito sarà stato messo in discussione dal movimento sociale, i lavoratori e giovani vedranno in maniera diversa le questioni “politiche”, vi saranno preparati, almeno in parte.

Uno dei grandi argomenti dei difensori dell’uscita dall’euro e che coloro che scommettono su un movimento sociale europeo inseguono una chimera. La posta in gioco è di cogliere l’occasione per farla nascere. Diversi paesi sono confrontati molto duramente al problema del debito. Altri lo saranno presto o tardi.

Tutti sono sottomessi a politiche economiche e monetari pro-cicliche. Anche la Confederazione europea dei sindacati è stata obbligata a smarcarsi dalla Commissione europea e dalla BCE. L’opportunità si è venuta a creare, di costruire tra i cittadini dei paesi dell’Europa una vera unione. La soluzione progressista non è l’uscita dall’euro. È di aiutare la convergenza delle lotte sociali e politiche condotte oggi in ordine sparso, verso un obiettivo di controllo sociale democratico comune dei mezzi di produzione e di scambio, dunque anche dell’euro. “Prendere le banche”!

Sì, in tutti i paesi in cui il movimento sociale ne avrà la forza. Sì includendo la BCE nel novero.

La campagna per l’annullamento dei debiti pubblici europei deve accompagnarsi, beninteso, a quella per l’annullamento del debito dei paesi del Sud, detenuto da banche e fondi di investimento europei. Per i popoli dei paesi europei questa campagna è un passaggio obbligato e anche un trampolino. Un passaggio obbligato poiché nessuna politica un po’ progressista sul piano sociale come sul piano economico non può non essere condotta, né alcun grande investimento fatto, finché l’emorragia dei servizi degli interessi continua. Un trampolino perché qualsiasi vittoria strappata su questo terreno costituirebbe un vero e proprio terremoto per il capitalismo mondiale.

L’annullamento dei debiti modificherebbe profondamente i rapporti di forza politici tra il lavoro e il capitale. Una vittoria libererebbe l’immaginazione su di un “orizzonte delle possibilità”. Quando si presenta un’occasione come questa, non bisognerebbe coglierla?

François Chesnais, redattore della rivista “Carré rouge”, ha appena pubblicato un libro importante, intitolato “I debiti illegittimi. Quando le banche fanno man bassa nelle politiche pubbliche” (edizioni Raisons d’agir, 2011).

Un libro pedagogico che svela i meccanismi finanziari e bancari all’origine del debito cosiddetto sovrano. Il libro segnala pure l’attualità di una battaglia europea per l’annullamento dei debiti illegittimi. Nel momento in cui l’Italia si trova al crocevia di un attacco frontale, la riflessione sulla natura illeggittima del debito pubblico è quanto mai attuale (imq)

 

  1. Robert Guttmann, How Credit-Money Shapes the Economy, M.E. Sharpe, Armonk, New York, 1994, pagina 33.
  2. FMI, Global Financial Stability Report, aprile 2011, capitolo 1, tabella 1.1.
  3. idem
  4. Dichiarazioni di José Vinals citate da Martine Orange, Mediapart, 15 aprile 2011
  5. Frédéric Lordon, ” Pas détruire les banques, les saisir!”, La pompe à Phynance, blog.mondediplo.net/2010-12-02
  6. Vedi Global Economic Growth Report, Toronto, Luglio 2003
  7. “Prêts toxiques: les élus s’allient pour attaquer les banques “, Le Monde, 9 marzo 2011
  8. Vedi Eric Toussaint, “Face à la dette du Nord, quelques pistes alternatives”, www.cadtm.org/, 19 gennaio 2011.
  9. Yorgos Mitralias, ” Face à la dette: l’appétit vient en auditant!…” 12 aprile 2010 (www.cadtm.org/ ). L’autore è il principale animatore del comitato greco per l’annullamento del debito.
  10. In opposizione alla de-democratizzazione nata dal neoliberismo, vedi Wendy Brown, Les Habits neufs de la politique mondiale, trad. di Christine Vivier, Les Prairies ordinaires, Parigi, 2007, e anche Pierre Dardot e Christian Laval, La nouvelle raison du monde, Essai sur la société néolibérale, La Découverte, Parigi, 2009, pagine 457-468.

(Traduzione a cura del Mps-Solidarietà svizzero)

Tratto da: http://notiziegenova.altervista.org/index.php/economia/2791-e-se-il-modo-di-non-pagare-il-loro-debito-in-realta-ci-fosse.

L’altra Islanda che resiste all’Europa

di: Marco Santopadre

Non è usuale, dalle nostre parti, sentir parlare di Islanda, un paese abitato da 320mila anime in tutto e relegato nelle estreme e fredde propaggini settentrionali del continente europeo. Eppure gli islandesi meriterebbero più attenzione da parte dei media, visto che sono stati i primi europei a sviluppare una risposta di massa alla gestione della crisi da parte dei governi locali e delle istituzioni economiche internazionali. Qualche giorno fa, ad Atene, durante le manifestazioni dei sindacati e degli «indignati» contro i tagli e le privatizzazioni del governo Papandreou, abbiamo incontrato Thorvaldur Thorvaldsson, un attivista della sinistra radicale islandese, e ne abbiamo approfittato per porgli qualche domanda.

Qual è il vostro giudizio sugli avvenimenti che hanno scosso l’Islanda negli ultimi anni?

La protesta popolare è esplosa nell’ottobre del 2008, dopo il collasso del sistema bancario che ha rivelato in maniera scioccante una crisi fino a quel momento latente del sistema economico capitalista. È emerso allora un movimento di massa che per mesi, ogni settimana, ha manifestato nelle piazze del paese, e in particolare davanti al parlamento. Agli inizi del 2009 la protesta ha imposto un significativo cambio di governo. Prima l’esecutivo era formato dai conservatori, e poi è passato nelle mani di socialdemocratici e verdi. Questa svolta, su pressione della piazza, ha generato una grande illusione e una grande speranza.

L’idillio tra partiti di centrosinistra e movimento di protesta è durato per un po’. Nelle elezioni politiche della primavera del 2009 i due partiti hanno ottenuto la maggioranza assoluta. Ma presto la speranza di un cambiamento significativo di rotta, economicamente parlando, è stata frustrata. La gente si è resa conto che il nuovo governo stava proseguendo sulla stessa via di quello precedente, in ossequio ai diktat di banche e istituzioni internazionali. La disillusione è aumentata quando il governo di centrosinistra ha chiesto l’adesione dell’Islanda all’Unione europea, conducendo un’ingannevole campagna propagandistica secondo la quale se il paese fosse stato già membro dell’Ue le nostre banche non sarebbero fallite… Per un po’ i sondaggi hanno concesso un leggero vantaggio a coloro che erano d’accordo con l’ingresso dell’Islanda nell’Unione. Ma poi, man mano che le bugie venivano smontate, i contrari hanno raggiunto una quota tra il 60 e il 70%. Anche se il governo continua a tentare di imporre questa scelta al paese, grazie alla profonda contrarietà dell’opinione pubblica il processo di adesione è stato comunque già ritardato di anni, e i negoziati veri e propri sono iniziati da poco. Se mai decideranno di indire sull’argomento un referendum, lo perderanno.

Perché siete così contrari ad entrare nell’Unione europea?

Se entrassimo nell’Ue sarebbe più difficile per noi contrastare le politiche che i vari governi adottano per scaricare la crisi sui ceti sociali meno abbienti. Potremmo dire che l’Unione ha inglobato queste politiche nel suo Dna, ne ha fatto la sua vera Costituzione. Naturalmente l’Unione è interessata anche alle nostre risorse, per questo preme affinché la nostra adesione sia rapida. Vogliono il nostro patrimonio ittico e le nostre riserve di idrocarburi. Per non parlare del controllo che potrebbero stabilire su un quadrante marino così esteso e così vicino al Polo nord, strategicamente fondamentale. Inoltre pensiamo che la nostra resistenza all’ingresso nella confederazione rappresenti un sostegno a chi, all’interno dei suoi confini, oggi discute sull’opportunità o meno di rimanerci. Ormai non siamo più ai tempi delle vane promesse di un futuro migliore, ma dobbiamo tracciare un bilancio realistico e spietato di questa esperienza fallimentare. Non si può non riconoscere che l’adesione all’Ue ha comportato un peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei cittadini di molti paesi.

Cosa pensa della questione del debito e delle misure che il Fondo monetario internazionale sta imponendo ai vari paesi?

Dopo il fallimento delle banche l’Islanda è stato il primo paese del continente europeo ad essere sottoposto da decenni ad un piano di aggiustamento del Fmi. Il fatto che un paese europeo avesse «bisogno» dell’aiuto di questa istituzione finanziaria internazionale ha generato uno shock nell’opinione pubblica. Ma i cosiddetti aiuti dell’Fmi non sono affatto tali, anzi impediscono ai popoli e ai paesi di risollevarsi. L’Islanda è stata obbligata a chiedere un prestito di 2.1 miliardi all’Fmi. Ogni scadenza delle varie tranche del debito è servita al Fondo per obbligarci ad accettare condizioni capestro che servivano a garantire le banche britanniche che hanno speculato nel nostro paese ma poi sono fallite. Sulla questione del pagamento del debito il governo è stato sconfitto ben due volte in altrettanti referendum, e con percentuali altissime, dopo che il Presidente si era rifiutato di accettare l’imposizione di un altro prestito. I prestiti sono stati «concessi» in cambio di un ulteriore processo di privatizzazione di ogni aspetto della nostra economia. Nel 2013, data entro la quale il nostro debito dovrebbe essere estinto e il prestito restituito con enorme sacrificio per gli islandesi, cominceranno i veri problemi: perché i soldi per farlo non ci saranno, e la cifra da restituire non sarà più di 2,1 miliardi, ma sarà salita per gli interessi a 2 e mezzo, se non di più.

E noi non potremo pagare. Così, il governo islandese dovrà chiedere un altro megaprestito per pagare gli interessi nel frattempo maturati su quello precedente. L’Fmi a quel punto diventerà l’unico e incontrastato padrone dell’Islanda, e imporrà ulteriori tagli. È così che lavora il Fondo monetario.

All’inizio della crisi si era diffusa la voce che ci sarebbero stati dei cambiamenti importanti nel suo modo di procedere, che in Europa l’Fmi si sarebbe comportato diversamente rispetto ai metodi normalmente utilizzati nel cosiddetto Terzo mondo.

Una speranza infondata, basata sul pregiudizio di superiorità dell’Europa rispetto al resto del pianeta.

Perché mai l’Fmi dovrebbe essere meno aggressivo e invadente con i paesi europei? Se non ci saranno profondi cambiamenti politici ed economici, a breve lo standard di vita per le grandi masse di cittadini europei andrà drammaticamente a fondo. In questi anni «l’esercito di schiavi», se così posso chiamarlo, sta ingrossando le sue fila, mentre lo strato benestante della popolazione si sta assottigliando e i ricchi diventano sempre più ricchi. Bisogna cambiare, e subito! La nostra organizzazione politica si è formata sulla spinta della nuova situazione che si era venuta a creare nel 2008 in occasione del fallimento delle banche. Al centro della nostra piattaforma e della nostra azione politica abbiamo posto il recupero della nostra sovranità nazionale e popolare, oltre che la proprietà comune, collettiva delle risorse naturali. Le infrastrutture economiche devono essere riportate sotto il controllo pubblico, sottratte alla dittatura del mercato. Inoltre difendiamo un allargamento della democrazia e della partecipazione politica a tutti i livelli. Non ci accontentiamo della democrazia formale, pretendiamo che le persone abbiamo più strumenti a disposizione per dire la propria. L’azione dei partiti e dei governi non può prescindere dall’opinione delle persone e dalla volontà popolare, non può restare impermeabile . Stiamo lavorando per veicolare questi valori nel movimento popolare, in particolare all’interno dei sindacati e nelle organizzazioni impegnate nella mobilitazione contro l’Ue.

Cosa pensa che accadrà a breve per quanto riguarda le crisi negli altri paesi europei: la Grecia, la Spagna, l’Italia?

Penso sia solo una questione di tempo per tutti questi paesi. Le differenze sociali e di classe aumentano, e lasciano spazio a due sole opzioni. Si possono svendere tutti i beni pubblici e obbedire senza eccezioni ai mercati, cosa che stanno facendo tutti i governi finora, anche quelli cosiddetti di sinistra, accontentando tutte le richieste del capitale. Oppure i popoli si possono organizzare e unire a partire da un proprio programma indipendente, sviluppando processi realisticamente rivoluzionari.

Unirsi e organizzarsi: è l’unico modo per poter imporre dei reali cambiamenti nell’immediato futuro. È ciò di cui abbiamo estrema necessità.

FONTE: IlManifesto.it

Ecco tutta la verità sul crollo dei mercati. La manovra non c’entra

La speculazione attacca l’euro e ora tocca a noi. Unica soluzione: che l’Europa si decida a salvare la Grecia. Nessuna scelta politica può cambiare l’umore ribassista del mercato

Se domani mattina, Silvio Berlusconi mollasse Palazzo Chigi e al suo posto arrivasse… sceglie­te chi più vi garba. Se domani mattina la mano­vra ­fiscale d’improvviso raddoppiasse la sua en­tità, con tagli virtuosi alla spesa pubblica. Se do­mani mattina i politici decidessero finalmente di dimezzare i propri appannaggi. Se domani mattina ci svegliassimo in questo quadretto; eb­bene, nulla cambierebbe sui mercati finanzia­ri. Dobbiamo metterci una volta per tutte nella zucca l’idea che la speculazione che sta colpen­­do l’Italia nulla ha a che vedere con la condotta della politica economica di questo governo. Lo abbiamo scritto prima dell’approvazione della manovra finanziaria e lo ribadiamo oggi con le Borse scese a capofitto e i titoli di Stato sulla via greca.L’attacco è all’euro e al suo fianco più de­bole. Ma siccome il pregiudizio del nostro ombeli­co ( cioè riportare al nostro misero dibattito poli­tico, i grandi movimenti della storia) fa premio sulla ragione, conviene prendere a prestito qualche straniero. Al di sopra dei sospetti. Ecco­vi serviti. L’ Economist ,di questa settimana,pur criticando come sempre la politica del Cav, scri­ve: «Dopo tutto l’Italia, con tutti i suoi difetti, non è una grande Grecia. Il suo debito pubblico è alto ma è stato stabile per anni. Il suo bilancio è in avanzo primario.

L’Italia ha un record nel tagliare le spese e aumentare le tasse quando è necessario farlo. Per gli standard europei le sue banche sono decentemente capitalizzate. Il suo ricco risparmio privato, comporta che mol­to del suo debito sia finanziato in casa». Il tede­sco Wolfgang Munchau, ieri sul Financial Ti­mes : «È difficile capire perché i mercati hanno deciso di andare in panico sull’Italia.I suoi problemi non sono nuovi». E allora per quale motivo un titolo di Stato italiano a dieci anni è improvvisamente sali­to al 6 per cento? Perché ieri non c’era praticamente un operatore che si azzardasse a comprare Btp a due anni targati Roma? Perché all’ultima asta, gli uomini di Tre­monti hanno dovuto usare tutta la loro «moral suasion» per piazzare un po’ di carta in giro? Perché le quotazioni delle banche italiane, che venerdì hanno brillantemen­te­passato gli stress test europei, ie­ri dal fondo in cui erano piombate hanno iniziato a scavare ancora più in giù? Partiamo da quest’ultima do­manda la cui risposta purtroppo è anche la più semplice e che me­glio indica la situazione in cui ci troviamo. Gli stress test mettono sotto sforzo la tenuta del bilancio di una banca. Come in laboratorio si ipotizzano in provetta degli eventi gravissimi e si vede la reazio­ne ipotetica dei conti della banca. Sapete quale era uno degli eventi gravissimi ipotizzati dagli stress test? Che i tassi di interesse a lunga fossero del 5,9 per cento. Ieri aveva­no superato il sei per cento. Quello paventato dagli stress test non è più uno scenario futuribile, è la re­altà. Siamo già stressati. È chiaro dunque che il mercato si sia bevu­to questi test con la leggerezza di un bicchiere d’acqua e che ieri si sia messo a vendere le banche co­me ai tempi di Lehman. La radice del male sono dunque i tassi di interesse a cui dobbiamo piazzare i nostri tanti titoli di Sta­to. E il contagio non si sta ferman­do. Parte dall’Irlanda,passa per la Grecia,il Portogallo,la Spagna.Ar­riva all’Italia. Ieri ha toccato persi­no i titoli francesi. I tassi sono il ter­mometro di una malattia che si chiama euro. Quello è il vero obiet­tivo della speculazione: la mone­ta unica.

Un esperimento mai pro­vato in natura, che mette insieme le monete di 17 Paesi, la politica monetaria gestita da una banca centrale unica per tutti, ma man­tiene divergenti politiche fiscali ed economiche. Anche negli Stati uniti c’è il dollaro per tutti. Anche là c’è qualche divergenza di politi­ca fiscale. Anche loro hanno la lo­ro Grecia: il Minnesota nelle setti­mane scorse è fallito ed ha licen­ziato i suoi 22mila dipendenti. E la loro situazione di finanza pubbli­c­a è ben peggiore di quella dell’Eu­rozona, con un debito superiore al Pil e un deficit del 9 per cento. Ma, c’è un grande Ma : Obama ha la Fed. La Banca centrale america­na negli ultimi anni si calcola che abbia stampato moneta per 2mila miliardi di dollari e nel frattempo ha tenuto i tassi di interesse prati­camente a zero. Con questa poten­za di fuoco la speculazione si but­ta dove il gioco è più facile: l’Euro­pa e i suoi Paesi più indebitati. Quella che manca, per rispon­dere alla domande poste, è una po­litica europea. Nel pieno della ba­garre italiana, la Signora Merkel ha deciso di rimandare il vertice europeo, che si doveva tenere ve­nerdì scorso. I diciassette dell’eu­ro come scrive il Ft «nel pieno del­la crisi, si sono semplicemente gi­rati da una altra parte». Fischiet­tando. Prima con la Grecia, e ora con l’Italia,si sta perdendo tempo prezioso. Quando i tassi salgono, portarli giù non è più un gioco da ragazzi. Più passa il tempo e più è costoso. Ha ragione, ragionissi­ma, Giulio Tremonti ad avvertire la Signora: siamo sul Titanic e sal­ta anche la prima classe.

Se dopo­domani i vertici europei non da­r­anno una risposta precisa alla cri­si in corso, l’euro rischia per davve­ro di saltare. Certo saranno dolori per l’Italia: ma il giocattolo salta tutto insieme. Le risposte esisto­no, sono state già abbondante­mente discusse e sono principal­mente due.1.L’emissionedi un grande Bot europeo che abbia dietro di sé la forza unita dei diciassette, con i lo­ro debiti e i loro attivi. Certo i Paesi più virtuosi come la Germania non amano questa soluzione. Ma l’alternativa è che le loro banche, piene di titoli italiani, saltino. 2. Una politica monetaria della Bce accomodante, sullo stile della Fed. La sua indipendenza e la sua straordinaria incapacità di segui­re il tono dei mercati (ha alzato i tassi di interesse qualche settima­na prima del fallimento di Leh­man e li ha rialzati nuovamente poche settimane fa) non ci fa ben sperare. Scrive l’ex direttore del Ft tede­sco, Munchau: «Il mio consiglio a Tremonti è di affrontare la Me­rkel ».

Altro che cucù, non si tratta solo di salvare l’Italia, ma di tene­re in piedi un pezzo d’Europa.

di: Nicola Porro

IlGiornale.it

Se a votare sono i mercati

Il peso dell’accumulazione di capitali e l’importanza di operazioni economiche speculative, con le banche in prima fila. Così il voto dei cittadini non conta più. E alla democrazia si sostituisce la dittatura della finanza.

«A votare sono stati i mercati». Credo di aver letto per la prima volta questa espressione, o qualcosa di simile, sul quotidiano La Repubblica nella prima metà degli anni ’90. Meno di un anno dopo il fallimento della banca d’affari Barings – una delle più antiche e “rispettabili” del Regno Unito – aveva aperto uno squarcio sul mistero dei mercati che «votano». Lì per lì la colpa era stata data a un giovane e intraprendente impiegato della filiale di Singapore che, all’insaputa dei suoi dirigenti, aveva perso l’equivalente di un miliardo di euro operando allo scoperto sulla borsa di Tokyo. Poi, poco a poco, si era venuto a sapere che di quei “giochi” era al corrente tutto lo staff dirigente della banca. E quelli di molte altre banche, che facevano esattamente la stessa cosa, su altri titoli o su altre piazze.

Già allora c’erano dunque tutti gli elementi per capire alcune cose: primo, che quelle operazioni, e altre consimili, si dovevano impedire; ma nessuna delle maggioranze al governo dei principali paesi dell’Occidente lo volle fare. E nessuna delle forze di opposizione – politica, o sociale, o associativa, o culturale – ne aveva fatto, né ne avrebbe fatto in seguito, la sua bandiera.

Eppure – secondo punto – la questione era della massima importanza; perché se a votare sono «i mercati» (e che mercati!), è chiaro che il voto dei cittadini non conta più; e alla democrazia si sostituisce la dittatura della finanza.

Oggi siamo a una resa dei conti. La finanza globale, con il suo «voto», controlla ormai il mondo intero.

Ma non controlla se stessa. Quello che succede non è il risultato di un lucido piano concordato a tavolino, ma l’effetto di un meccanismo cieco che si chiama accumulazione del capitale. L’accumulazione del capitale non ha paura delle crisi, anche di quelle che provocano gigantesche distruzioni di ricchezza, comprese le guerre. E infatti, le conseguenze delle misure prese per fare fronte alla crisi finanziaria sono l’equivalente di un bombardamento sulla popolazione, sui posti di lavoro, sui redditi, sulle strutture produttive, sulla residua integrità del territorio di un paese. L’importante è che dopo la crisi o la distruzione si ricominci; perché è il meccanismo, e non il risultato, quello che va salvato.

Questo è il modo in cui procede la “crescita”; invocarla per porre rimedio all’impasse attuale vuol dire sostenere una continua riproposizione di quel meccanismo.

La crisi attuale ci insegna dunque che la politica italiana – come quella di molti altri paesi europei – si fa in sede Ue; e che a farla è il «voto» dei mercati, cioè il capitale finanziario. Poi, che il voto dei cittadini non conta niente; i referendum hanno detto chiaramente che i cittadini italiani non vogliono le privatizzazioni: né dell’acqua né dei servizi pubblici locali; mentre la manovra appena approvata si regge su privatizzazioni destinate ad azzerare per sempre qualsiasi forma di federalismo (alla faccia della Lega), mettendo i servizi pubblici in mano alla finanza e relegando i sindaci al compito di gestire l’anagrafe e dare la caccia agli extracomunitari.

Ma non esistono neanche più i partiti. Quando sono in gioco questioni cruciali, la cosiddetta opposizione si rivela per quello che è: un mero puntello del Governo.

Perché per loro, alle scelte del Governo – che non sono una «politica», essendo l’esatto contrario di quello che il Governo era andato sostenendo e promettendo fino a tre giorni fa – come alle scelte dell’Unione Europea – quali che siano; perché nessuno sa quali saranno – cioè ai diktat della finanza internazionale non c’è alternativa.

Nessuno prova più a proporre qualcosa, se non invocare generiche misure per la «crescita»; senza neanche più elencarle – tranne minuzie come l’abolizione degli Ordini professionali o quella delle Province, senza spiegare con che cosa sostituirle – perché ogni proposta potrebbe venir vanificata, da un giorno all’altro, da un nuovo sobbalzo dei mercati finanziari. Così Berlusconi e il suo Governo, tenuto in sella dai nuovi «responsabili», che si guardano bene dal chiamare alla mobilitazione contro queste misure – e se ne vantano – possono perpetuare le loro truffe e i loro imbrogli (da Bertolaso a Milanese, passando per Bisignani e compagnia – senza nemmeno intaccare il costo stratosferico dei propri e degli altrui parlamentari. Per non parlare di una vera patrimoniale: quella che Tremonti ha fatto per anni, al contrario, con i condoni e gli scudi fiscali.

La Grecia, come Stato, è già fallita; ormai lo riconoscono tutti. Non ha né avrà mai più la possibilità di fare fronte ai suoi debiti. Ma prima di dichiararla tale si vuole raschiare il barile fino al fondo: succhiare tutto quello che si può ancora estrarre dai redditi dei suoi cittadini e impadronirsi di tutti i servizi pubblici e i beni comuni di cui è ancora in possesso. Quello che l’Ue deve decidere è che cosa caricare sui redditi dei contribuenti, soprattutto tedeschi, ma non solo: se i costi dell’insolvenza della Grecia, per salvare le banche cariche di bond greci, oppure l’insolvenza delle banche che hanno quei bond. Ma il problema potrebbe ripresentarsi altrove; perché nel bel mezzo di questo dilemma il «contagio» si è trasmesso ad altri paesi già in bilico; e fermarlo adesso è molto più difficile e costoso: naturalmente per chi dovrà farsene carico, cioè i lavoratori e i disoccupati europei. Per di più in un contesto assai turbolento. Anche gli Stati Uniti sono sull’orlo del default. E neanche il governo cinese, loro principale creditore, se la passa più tanto bene; e potrebbe cominciare a presentargli il conto. Insomma, tutto lascia credere – ma ben pochi lo dicono, perché il problema è per ora quello di passare all’incasso di quanto si è già estorto – che questa manovra mostruosa non metterà affatto «al sicuro» i conti dello Stato italiano, come non erano «al sicuro» quando Tremonti ce lo assicurava una settimana, un mese, un anno o dieci anni fa. E che è sempre più probabile che il punto di approdo di questa deriva sia comunque il default; in un contesto internazionale in cui non saremmo certo i soli. Allora tanto vale arrivarci subito.

Sicuramente la minaccia di farlo potrebbe costringere l’Unione Europea a cambiare rotta, almeno per un po’: assumendo o garantendo il debito di tutti i paesi membri e dando loro un po’ di respiro. Ma per fare che? Il problema vero non è il debito, ma un meccanismo di «crescita» bloccato; che non riprenderà certo se banche e Stati europei avranno la possibilità di mettere sul mercato qualche decina di miliardi in più. Perché quei mercati sono in gran parte saturi e quelle produzioni e quegli investimenti non fanno «sviluppo» né occupazione, ma solo danni e violenza.

Valga per tutti il Tav Torino-Lione, che ormai si configura come niente altro che una truffa all’Unione Europea: tutti sanno che non verrà mai portato a termine; ma potrebbe tenere in vita per qualche anno i costruttori a cui il Sindaco di Torino e il Presidente del Piemonte hanno legato le loro fortune: a spese della popolazione della valle, che è un esempio vivente di democrazia partecipata; e dell’intero popolo italiano, ingannato (ma fino a quando?) con la favola della «modernizzazione» delle infrastrutture. Ma sono forse diversi il piano «Fabbrica Italia» di Marchionne, o il programma di incenerimento dei rifiuti in tutta Italia (proprio mentre si dimostra che la raccolta differenziata può arrivare all’80 per cento; e la riduzione fare anche di più), o i progetti edilizi sull’area dell’Expò milanese?

Certo, le cose giuste da fare non mancherebbero: dalla conversione energetica (efficienza e fonti rinnovabili) a quella agricola e alimentare; dalla mobilità sostenibile di persone e merci alla salvaguardia del territorio; dal potenziamento della ricerca – mirata ai temi della conversione ecologica – e dell’istruzione, di base e permanente, al potenziamento dei servizi pubblici locali come volano di un’economia centrata sui territori (cioè con rapporti più diretti tra produzione e mercati locali, in modo da sottrarsi – senza impossibili protezionismi – alla morsa di una concorrenza globale che distrugge le economie locali, crea disoccupazione e impone condizioni di lavoro inaccettabili); da una riforma della Pubblica amministrazione che metta in mano a chi ci lavora e chi la utilizza il compito di individuare le sacche di inefficienza e nuovi modi per assolvere ai propri compiti (l’opposto di quello che fa Brunetta, con i risultati che tutti vedono) a un reddito garantito che metta tutti in grado di trovare il modo di valorizzare al meglio le proprie capacità e i propri saperi.

Ma chi può fare tutto ciò, e altro ancora? Per ora nessuno. Ma è nella risposta di massa di tutti gli indignati d’Europa, se e nella misura in cui si svilupperà e riuscirà a imporsi, che si potranno creare gli embrioni di organizzazioni e di strutture di gestione alternative a quelle esistenti; in grado di imporre anche all’agenda politica dell’Unione Europea gli obiettivi di una politica che ci risollevi dal mondo di macerie in cui la sua governance ci sta precipitando.

di: Guido Viale

tratto da: IlManifesto.it

Come si conquista un Paese: l’attacco della finanza internazionale all’Italia

L’attacco della speculazione che venerdì 8 luglio 2011 è stato diretto dalla finanza internazionale contro la Borsa italiana, provocando un ribasso del 3,47% pari a una perdita di 14,1 miliardi di capitalizzazione, non è una semplice operazione finanziaria.

Chi continua a parlare dei “mercati finanziari” come di una divinità che organizza la vita delle società contemporanee sa perfettamente che questi anonimi “mercati finanziari” hanno nomi e cognomi.

Sono uomini e gruppi che hanno precisi interessi e chiari obiettivi. Come in ogni operazione di destabilizzazione di un intero Paese, cioè, vi sono degli scopi ed essi sono oggi chiaramenteindividuabili.

L’Italia viene attaccata perché in realtà è uno dei Paesi dell’Occidente che meglio ha retto fino ad oggi la crisi finanziaria del 2007, grazie al fatto che i suoi cittadini e la rete delle sue piccole e medie imprese non hanno mai completamente dato ascolto alle sirene della globalizzazione finanziaria. Alcune sue imprese, le sue banche e le sue compagnie assicurative rappresentano quindi oggi un appetitoso obiettivo per chi spera di poterle ricomprare fra qualche mese a prezzi stracciati.

L’Italia viene attaccata perché un suo tracollo economico-finanziario rappresenterebbe il colpo definitivo all’euro e quindi al processo di unificazione europea che sulla moneta unica ha puntato (erroneamente) tutta la propria credibilità; e non vi sono dubbi che, senza l’ultimo presidio del Vecchio Continente, una visione sociale dei rapporti economici verrebbe definitivamente seppellita dalle forze montanti del capitalismo finanziario, da un lato, e dei nuovi capitalismi di Stato, come quello cinese, che, dall’altro, stanno avanzando senza freni sullo scenario mondiale.

L’Italia viene attaccata perché il nostro Paese ha una posizione determinante rispetto ai futuri assetti del Mediterraneo e del Medio Oriente e la confusa ma ancora in qualche modo persistente difficoltà italiana ad allinearsi completamente ad una politica forsennatamente filo-israeliana e didemocracy building all’americana nei Paesi arabo-islamici, rappresenta oggi un ostacolo che deve essere rimosso in breve tempo.

Infine, l’Italia viene attaccata perché la sua classe dirigente, di destra centro sinistra, ha dimostrato di non intendere minimamente quale sia la posta in gioco, essendo strutturalmente impegnata in basse lotte di potere, nella difesa di interessi personalistici e nella copertura di vaste reti di corruzione, condizionamento e compromesso che ne minano alla radice qualsiasi capacità operativa e strategica.

Il potere politico che il capitalismo finanziario mondializzato ha acquisito attraverso la capacità di destabilizzare in modo diretto interi Stati, come dimostrato ampiamente negli ultimi anni, dall’Argentina alla Grecia, dipende da una premessa fondamentale che è stata acriticamente accettata da economisti e politici, vale a dire che proprio gli strumenti della finanza (credito, debito, moneta, assicurazioni, con tutti i loro molteplici derivati moderni) siano i migliori mezzi per garantire la maggiore efficienza nella raccolta e nell’allocazione dei capitali. Il classico concetto dell’economia capitalista della efficienza dei meccanismi auto-regolatori del mercato, grazie al gioco di domanda ed offerta, è stato allargato dal mercato dei beni a quello dei capitali, nonostante costituisca uno dei presupposti del capitalismo, scientificamente e storicamente, dimostratosi del tutto insufficiente, quando non addirittura errato.

Nel caso dei mercati dei beni, questa arcaica interpretazione del rapporto fra domanda, offerta e formazione dei prezzi sostiene, come si sa, che all’aumentare del prezzo di un prodotto, giacché i produttori ne accrescono la produzione in vista di maggiori ricavi, i consumatori riducono la loro domanda, determinando una riduzione e dunque un riequilibrio fra domanda e offerta, che si rifletterebbe positivamente sui prezzi stessi. Per quanto questa presunta legge sia, già nel caso del mercato “tradizionale” dei beni, come è stato dimostrato a suo tempo da Rudolf Steiner, un’arbitraria semplificazione di un meccanismo assai più complesso ed articolato(1) – nel caso dei mercati finanziari, si tratta di una vera e propria falsificazione. Scrivono infatti alcuni economisti “non allineati”:

“Quando i prezzi [delle azioni] crescono, è comune osservare non una riduzione ma una crescita della domanda! Infatti, prezzi crescenti significano un più alto profitto per coloro che possiedono azioni, a motivo dell’incremento di valore del capitale investito. La salita del prezzo attrae in questo modo nuovi acquirenti, cosa che rafforza ulteriormente la tendenza iniziale all’aumento. La promessa di dividendi spinge i trader ad incrementare ulteriormente il movimento. Questo meccanismo funziona fino a quando la crisi, che è non prevedibile ma è inevitabile, si verifica. Questo determina l’inversione delle aspettative e quindi la crisi. Quando il processo diventa di massa, determina un “contraccolpo” che peggiora gli iniziali squilibri. Una bolla speculativa consiste quindi di un aumento cumulativo dei prezzi, che si auto-alimenta. Un processo di questo tipo non produce prezzi più convenienti, ma al contrario prezzi sperequati”(2).

La visione del mercato finanziario come potere regolatore di ultima istanza degli assetti economici mondiali, ha conferito alle forze speculative in esso presenti la possibilità di esercitare un potere di condizionamento politico: non vi è più alcun Paese al mondo che non dipenda in qualche modo da questa ristrettissima élite di signori del denaro, i quali dispongono di uno strumento ideale di controllo, costituito dalle agenzie di rating che, a livello mondiale, sono soltanto cinque, delle quali tre hanno un monopolio di fatto del settore.

Moody’sStandard&Poor’s hanno rappresentato nell’attacco all’Italia, come già avvenuto nel caso della Grecia un anno fa e in tanti altri ancora prima, la vera e propria “voce del padrone”.

Sono stati infatti gli outlook (previsioni) di queste due agenzie di rating, emanati a fine giugno, a dare al mondo della speculazione il segnale che si poteva e si doveva colpire ora l’Italia. Personaggi come Alexander Kockerbeck, vice-presidente di Moody’s, o come Alex Cataldo, responsabile Italia della stessa agenzia, emettono nelle loro interviste vere e proprie sentenze sul presente e sul futuro destino economico del nostro Paese, senza essere dotati di alcuna autorità per poterlo fare.

La fonte del loro potere, che non ha precedenti nella storia, sta infatti semplicemente nel fatto di essere emanazione di società finanziarie internazionali, che ne possiedono interamente il capitale societario, le stesse società finanziarie di cui dovrebbero valutare obiettivamente prodotti e performance.

“Il primo azionista di Moody’s, con il 13,4% del capitale, risultava a fine dicembre del 2009, secondo rilevazioni Reuters, Warren Buffett, il guru di Omaha con il suo fondo Berkshire Hathaway. Al secondo posto con il 10,5% ecco comparire Fidelity, uno dei più grandi gestori di fondi del mondo. E poi è un florilegio di gente che di mestiere compra e vende titoli: si va da State Street a BlackRock a Vanguard a Invesco a Morgan Stanley Investment. Insomma i più grandi gestori di fondi a livello mondiale sono azionisti di Moody’s. E guarda caso lo stesso copione si riproduce in Standard&Poor’s: ecco nell’azionariato comparire in evidenza, a fine 2009, i nomi di Blackrock, Fidelity, Vanguard. Gli stessi nomi. Il che pone una domanda. Che ci fanno gestori di fondi nel capitale di chi dà i voti ai bond emessi dalle stesse società che abitualmente un gestore compra e vende?”(3).

Queste agenzie non hanno alcuno status giuridico, nemmeno negli Stati Uniti; il loro ruolo è stato reso possibile semplicemente dal fatto che il governo degli Stati Uniti le ha definite Nationally Recognized Statistical Rating Organizations (NRSRO) e lo stesso ha fatto la Securities and Exchange Commission(SEC), agenzia governativa che vigila sui mercati azionari(4).

Nonostante le numerose inchieste e audizioni tenutesi negli Usa, proprio come pochi giorni fa è avvenuto in sordina anche presso la Consob italiana, senza che il pubblico sia edotto di quanto emerso, Moody’s, Standard&Poor’s e Fitch continuano da anni a macinare profitti incredibili, sebbene le loro previsioni si siano dimostrate semplicemente ridicole, come mostrano il caso del crollo della Enron o quello di Lehman Brother’s, quando di queste aziende le agenzie in questione hanno continuato a dare fino ad un minuto prima del crack valutazioni di altissima affidabilità. In merito ai loro profitti, diamo di nuovo la parola al già citato giornalista de Il Sole 24 Ore:

“Moody’s, solo nel 2009, per ogni 100 dollari che ha fatturato ne ha guadagnati sotto forma di utile operativo ben 38. Su 1,8 miliardi di ricavi fanno un margine di 680 milioni. Ma attenzione, quel 38% di redditività è un mix tra i servizi di analisi e quelli di assegnazione dei rating. Solo sul mestiere più remunerativo, quello appunto dell’assegnare pagelle, la redditività balza al 42% sui ricavi. Un exploit il 2009? Niente affatto. Gli anni d’oro sono stati altri: nel 2007 il margine operativo era al 50% dei ricavi e
nel 2006 si è toccato il picco del 62% di utili operativi sul fatturato. Un’enormità: 1,26 miliardi di margine su 2 miliardi di fatturato. Se poi si va all’utile netto la musica non cambia. Dal 2005 al 2009 Moody’s ha generato profitti per complessivi 2,8 miliardi”(5).

Si dà quindi il caso del tutto unico che i nostri Paesi siano soggetti a valutazioni di valore internazionale da parte di agenzie che da tali valutazioni traggono direttamente profitto e che sono per di più di proprietà di società finanziarie che da quelle valutazioni possono trarre a loro volta direttamente profitto! Quale affidabilità possano avere e quale valore di regolazione giuridica di mercato, lo lasciamo facilmente dedurre al lettore.

“Stimare il valore di un prodotto finanziario non è paragonabile al misurare una grandezza oggettiva, come, ad esempio, stimare il peso di un oggetto. Un prodotto finanziario è un titolo su di un reddito futuro: per valutarlo, si deve stabilire in anticipo quale sarà questo futuro. Si tratta di una stima, non di una misura obiettiva, dato che nel momento “t” il futuro non è in alcun modo determinato. Negli uffici dei trader è ciò che gli operatori si immaginano che accadrà. Il prezzo di un prodotto finanziario è il risultato di una valutazione, una opinione, una scommessa sul futuro: non vi sono garanzie che questa valutazione dei mercati sia in alcun modo superiore a qualsiasi altra forma di valutazione.

Prima di tutto, la valutazione finanziaria non è neutrale: influisce sull’oggetto che intende valutare, dà avvio e costruisce il futuro che essa immagina. Per questo, le agenzie di rating svolgono un ruolo importante nel determinare il tasso di interesse sui mercati dei bond, assegnando pagelle che sono altamente soggettive, se non addirittura guidate dal desiderio di accrescere l’instabilità come fonte di profitti speculativi. Quando queste agenzie tagliano il rating di uno Stato, accrescono il tasso di interesse richiesto dagli attori finanziari per acquistare titoli del debito pubblico di questo stesso Stato e in tal modo accrescono il rischio della stessa bancarotta che hanno annunciato”(6).

Se dunque il mito dell’efficienza dei mercati finanziari rappresenta il presupposto ideologico di queste operazioni e le agenzie di rating l’incredibile strumento di coordinamento della speculazione, capace di rendere auto-realizzantesi le proprie profezie, occorre mettere in giusta evidenza il fatto che alla base dell’attuale critica situazione dei Paesi europei sta uno specifico elemento, assai poco noto al largo pubblico, vale a dire che il Trattato di Maastricht, nel quadro delle politiche iper-liberiste allora di gran moda, ha fatto un oggettivo regalo ai poteri del capitale finanziario internazionalizzato, allorché ha sancito le modalità che gli Stati membri devono seguire per approvvigionarsi di moneta.

“A livello di Unione Europea, la finanziarizzazione del debito pubblico è stata inserita nei trattati: a partire dal trattato di Maastricht, le banche centrali hanno il divieto di finanziare direttamente gli Stati, i quali devono quindi trovare prestatori sui mercati finanziari. Questa “punizione monetaria” è accompagnata dal processo di “liberalizzazione finanziaria”, che è l’esatto opposto delle politiche adottate dopo la Grande Depressione degli anni Trenta, che prevedeva la “repressione finanziaria” (vale a dire severe restrizioni alla libertà di azione della finanza) e “liberazione monetaria” (con la fine del gold standard). Lo scopo dei trattati europei è di assoggettare gli Stati, che si presuppone siano per natura troppo propensi allo sperpero, alla disciplina dei mercati finanziari, che sono ritenuti per natura efficienti ed onniscienti”(7).

Ecco quindi come, dal livello filosofico-ideologico che santifica i “mercati finanziari”, accolto acriticamente ma interessatamente dalle élite dei tecnocrati comunitari, si sia aperto per legge il varco in Europa all’uso politico del potere del denaro, giungendo a condizionare in modo diretto la vita di intere comunità nazionali: il fatto che gli Stati (e, come loro, regioni, provincie e comuni) siano dovuti andare a cercare i soldi sui mercati finanziari, proprio mentre il credito veniva, come in Italia, trasformato per legge da funzione sociale ad attività esclusivamente lucrativa, pone i nostri Paesi in completa soggezione ai signori della moneta.

Questo non significa affatto voler sorvolare sulle oggettive responsabilità di classi dirigenti, tra cui quella italiana, che non vogliono affrontare radicalmente la questione dell’efficienza delle pubbliche amministrazioni, per il semplice fatto che il pubblico impiego rappresenta un gigantesco serbatoio clientelare che di fatto perpetua la loro sopravvivenza politica, altrimenti inspiegabile.

Significa semplicemente dire, in modo chiaro e definitivo, che l’inefficienza delle amministrazioni pubbliche, che continuano a sprecare somme enormi senza alcuna contropartita sul piano collettivo,non è una valida giustificazione per tollerare le ripetute aggressioni della speculazione internazionale.

Quando giornalisti, che per mestiere dovrebbero disporre di informazioni e dati assai più completi e articolati di quelli che arrivano al largo pubblico, scrivono ancora, su autorevoli quotidiani nazionali, che “quella che continuiamo a chiamare speculazione internazionale in realtà non è altro che la logica di mercato che cerca di sfruttare le occasioni”, non è sciocco chiedersi se si tratta di mala fede o di semplice ottusità: abbiamo infatti già visto che la cosiddetta “logica di mercato” è una logica ideologica e politica. Il mercato, come sacro regolatore dell’economia, non esiste, mentre esistonoattori che nel mercato operano, tra i quali, non certo sacri ma a quanto pare intoccabili, sono gli speculatori e le agenzie di rating di loro emanazione: di tutti costoro si sa ormai perfettamente da anni chi sono, cosa fanno e perché.

Se fossero semplicemente i deficit e le cattive amministrazioni pubbliche a giustificare le “ghiotte occasioni” per la speculazione, questi giornalisti dovrebbero allora chiedersi come mai la speculazione finanziaria colpisca l’Europa e non gli Stati Uniti, il cui debito pubblico è assai più alto di quello medio europeo, e come mai gli attacchi si dirigano contro l’Italia o la Grecia e non contro la California, uno stato americano che è in conclamata bancarotta da anni! Se fossero semplicemente il debito pubblico e la cattiva amministrazione a giustificare questi attacchi, ci si dovrebbe chiedere come mai siano sotto tiro grandi imprese bancarie e assicurative italiane, che hanno applicato alla lettera da anni i più avanzati dettami del capitalismo finanziario globalizzato. Qualcuno dei responsabili di queste aziende sembra cominci ad accorgersene, ora che si trova sotto tiro, stando almeno a quanto ha dichiarato il 9 giugno Giovanni Perissinotto, amministratore delegato del gruppo Generali:

“C’è necessità di una risposta centralizzata e coordinata a livello europeo contro attacchi speculativi, anch’essi coordinati, che stanno investendo alcuni Paesi mediterranei ma che si propongono anche di mettere in discussioni la stessa stabilità dell’euro. (…) Nei ribassi di questi giorni le imprese sono impotenti. Noi siamo disciplinati, promuoviamo l’efficienza, tagliamo i costi. In tutti i Paesi seguiamo una politica di investimenti coerente con gli impegni assunti con gli assicurati. Ma non possiamo continuare ad essere così duramente colpiti dai mercati perché difendiamo il nostro Paese. In una parola perché continuiamo ad investire in titoli di Stato italiani dove sono residenti una parte significativa dei nostri clienti”(8).

Viene quindi finalmente in evidenza, ed è forse l’unico aspetto positivo della tempesta che si annuncia nei prossimi mesi sull’Italia, la necessità di sottrarre i nostri Paesi radicalmente al condizionamento del capitale finanziario internazionalizzato, riaffermando il principio che, nelle nostre democrazie, la gestione della cosa pubblica è demandata a rappresentanti eletti dal popolo.

In questa prospettiva, la liberazione delle nostre economie passa per alcuni punti fondamentali, la cui comprensione non necessita delle spericolate alchimie degli economisti di mestiere: in primo luogo, le imprese devono tornare a rendere conto non agli azionisti ma ai consumatori ed ai lavoratori e la loro efficienza si deve misurare su questo piano, non su quello della loro attività in borsa; in secondo luogo, le pubbliche amministrazioni devono essere snellite a livello territoriale e basate su principi di semplificazione burocratica, efficienza di gestione, qualificazione del personale, spirito di servizio; in terzo luogo, il credito deve tornare ad essere considerato primariamente funzione sociale e quindi deve essere posto sotto il controllo delle forze della produzione economica e non della speculazione e, di conseguenza, lo stesso deve avvenire per la creazione della moneta e dei correlati strumenti finanziari; questi ultimi devono essere in chiara e proporzionata relazione con i beni ed i servizi effettivamente sottostanti e la loro commercializzazione deve potere seguire percorsi chiaramente tracciabili; le attività finanziarie devono essere tassate in modo proporzionale ai volumi posseduti ed all’ampiezza della loro utilizzazione.

Come segnale inequivoco della strada da intraprendere, è a nostro avviso oggi necessario richiedere con urgenza l’apertura di un’inchiesta internazionale sulla condotta delle agenzie di rating, da promuovere presso le Nazioni Unite, allo scopo di verificarne composizione azionaria, conflitti di interesse, liceità delle attività svolte ed effetti diretti ed indiretti della loro condotta sulle economie dei singoli Paesi negli ultimi venti anni; nel frattempo, le attività di rating di queste agenzie, in quanto parti interessate, dovrebbero essere sospese a tempo indeterminato. Si porrebbe in tal modo, in definitiva, all’attenzione dei popoli la questione della sovranità economica delle comunità nazionaliche deve essere oggi considerata l’irrinunciabile presupposto per intraprendere il risanamento dei nostri Paesi. Dubitiamo che le attuali classi dirigenti, tra le quali quella italiana, possano oggi porsi alla testa in Europa di un simile orientamento: ma è questa la sola via per riscattare i nostri popoli dalla schiavitù del debito.

 

1) R. Steiner, I capisaldi dell’economia, Milano, 1982, pp. 110-111.

2) Aa.Vv., “Crisis and debt in Europe: 10 pseudo “obvious facts”, 22 measures to drive the debate out of the dead end”, Real-world economics review, Issue no. 54, 27 September 2010, p. 19.

3) F. Pavesi, “Moody’s, S&P e Fitch, ecco chi comanda nelle agenzie di rating”, Il Sole 24 Ore, 9 maggio 2010.

4) F. William Engdahl, “The Financial Tsunami: Sub-Prime Mortgage Debt is but the Tip of the Iceberg”, Global Research, November 23, 2007.

5) F. Pavesi, loc. cit.

6) Aa.Vv., “Crisis and debt in Europe”, cit., p. 23.

7) Ivi, p. 26.

8 ) G. Perissinotto, “Serve una risposta europea agli attacchi”, Il Sole 24 Ore, 9 luglio 2011.

di: Gaetano Colonna

Fonte: http://www.clarissa.it/ultimora_nuovo_int.php?id=146.

 

Fantasmi della realtà e potere dei banchieri

Si stanno rappresentando in questi giorni, in diversi paesi d’Europa, straordinarie commedie dell’assurdo. Gli attori più in vista sono gli uomini di Governo – in Francia, in Spagna, in Grecia, in Germania, in Italia – ma sono coadiuvati talmente bene in questa recita da tutti gli altri responsabili della vita politica e sociale, e prima di tutto dai giornalisti, che noi, poveri cittadini-sudditi, non riusciamo a capire perché il loro frenetico agire ci sembri così privo di una concreta direzione di senso e temibile proprio per questo.

Lo spettacolo offerto dagli “attori” italiani è tragico e surreale al tempo stesso. Berlusconi, Tremonti, Bossi, recitano a meraviglia i loro piccoli scontri sul bilancio, sul trasferimento di qualche Ministero al Nord, sulla necessità del governo centrale di aiutare lo smaltimento dei rifiuti a Napoli, come se davvero questi fossero i problemi politici di una Nazione che non soltanto deve provvedere alla vita ordinata di 60 milioni di persone ma che, per la sua posizione geografica, per i suoi impegni con l’Ue e con la Nato, è al centro di interessi economici e militari a livello mondiale.

Le opposizioni stanno al gioco con una puntualità e una solerzia quasi incredibili, tenendo ben fissa l’attenzione dei cittadini, ma in apparenza anche la propria, sui piccoli particolari di queste dispute come se davvero fossero racchiusi qui i maggiori problemi degli Italiani. Se qualche volta la polemica sembra diventare più forte, è soltanto perché lo scambio di invettive ha assunto termini maggiormente violenti e volgari, ma si tratta in tutti i casi di invettive a vuoto: servono ad alimentare la commedia. Della politica vera, dei drammatici problemi veri, non parla nessuno, né al governo né all’opposizione.

I problemi più importanti

Sono problemi che chiunque è in grado di vedere e che, volendo limitarsi esclusivamente ai più gravi ed impellenti, possiamo indicare nel modo seguente:

  1. L’ inesistenza dell’Europa come realtà politica, dalla quale però dipendiamo come se esistesse (la vicenda della guerra in Libia decisa da Sarkozy ne è una soltanto una delle ultime e sconvolgenti prove).

  2. L’ appartenenza dell’Italia alla Nato, organizzazione militare che non si sa più a quale direttiva politica obbedisca data la mancanza di un’autorità politica europea e la contemporanea perdita di potere dei singoli Stati d’Europa (nessuno s’interroga, per esempio, su quale ruolo stia svolgendo nella politica estera l’Inghilterra, sempre sorella degli Stati Uniti ma con un piede dentro e uno fuori dell’Ue).

  3. Il potere assoluto dei banchieri, a livello mondiale ed europeo, che ha completamente esautorato i politici nazionali e sta mano a mano svuotando l’essenza stessa dei singoli Stati costringendoli a vendere i loro possessi e finanche il proprio territorio (la Grecia è soltanto la prima di una catena già pronta).

  4. L’irrazionalità di una sola moneta come espressione e strumento di 17 Stati totalmente differenti per il loro peso politico e le loro dimensioni economiche. E’ evidente che, o si disfa al più presto questa costruzione sul vuoto, oppure si verificherà un catastrofico fallimento collettivo. C’è forse bisogno di una qualsiasi dimostrazione in questo campo? L’euro è soltanto il diverso nome del marco. Un marco privo, però, dello Stato di cui era espressione. Per questo la Germania ha funzionato fino adesso come lo “Stato ombra” dell’euro. Ma è chiaro che la Germania non può continuare a reggere questa mastodontica finzione senza farsi trascinare anch’essa nel baratro: prestarsi soldi fra debitori (l’Italia, tanto per fare un esempio, ha iscritto nelle uscite del proprio bilancio il denaro prestato alla Grecia) è una pratica da “pazzi”, che nessun “povero” metterebbe in atto e che nessun usuraio accetterebbe, ma che i banchieri della Bce e del Fmi fingono di trovare normale e necessaria, spingendola fino all’estremo al solo scopo di rimanere alla fine  “proprietari”, concretamente proprietari di tutta l’ Europa dell’euro.

  5. L’eliminazione degli intellettuali dalla leadership, concordemente attuata da tutti i partiti europei, fatti esperti dallo scontro-sottomissione degli intellettuali nella Russia bolscevica. I partiti più importanti in Europa sono anche oggi quelli essenzialmente comunisti, reduci del comunismo e più o meno suoi eredi. L’Italia ne rappresenta la più fulgida testimonianza: il Presidente della Repubblica è appartenuto per tutta la vita, fino dai tempi di Stalin, al Partito comunista. Con il trattato di Maastricht gli intellettuali sono stati praticamente aboliti; non si sente più nessuna voce che possieda autorità tranne quella dei banchieri. Segno evidente di una tragica realtà: se sono morti gli intellettuali, è morta la civiltà europea.

  6. La complicità di tutti i mezzi d’informazione con il disegno dei politici e dei banchieri. Una complicità così assoluta quale mai si era verificata prima nella storia perché non obbligata da nessuna censura. Gli oltre 500 milioni di cittadini d’Europa coinvolti nell’operazione disumana di lavorare senza saperlo al proprio suicidio, vi sono stati condannati non tanto dai politici quanto dai giornalisti. Senza il silenzio dell’informazione non sarebbe stato possibile condurre in porto un disegno di puro potere quale quello in atto.

Politici e banchieri in commedia

Se ciò che ho messo sinteticamente in luce è il quadro generale, per quanto riguarda i piccoli avvenimenti di quest’ultimo periodo a casa nostra non si può fare a meno di rilevare gli errori compiuti dai partiti di governo. Il Pdl e la Lega avrebbero avuto il dovere di piegarsi almeno per un momento a riflettere sui motivi delle sconfitte riportate nelle ultime elezioni e nei referendum. Per farlo, però, sarebbe stato necessario abbandonare il gioco della finzione come unica attività dei politici, uscire dalla “rappresentazione”, scendere dal palcoscenico dell’assurdo, cosa che evidentemente non hanno il coraggio di fare. Che non sia facile è chiaro. Bisognerebbe, infatti, rivelare agli Italiani che la sovranità e l’indipendenza della Nazione non esistono più, che tutte le funzioni vitali della società e del potere sono state consegnate in mani straniere e che quello che sembra ancora autonomo ed efficiente è di fatto pura apparenza. E’ sufficiente un solo esempio.

Tutto il gran parlare e il gran manovrare che si verificato in questi giorni intorno ai nomi del Signor Draghi, del signor Bini Smaghi e di altri importanti banchieri, appartiene al mondo della “rappresentazione”, della “commedia surreale”. In realtà i politici e il governo italiano non possiedono in questo campo alcun potere. Il signor Draghi, il signor Bini Smaghi, il signor Trichet (presidente della Bce) sono, chi in un modo chi in un altro, i proprietari, i possessori, gli “azionisti” delle Banche centrali. La Banca d’Italia, la cui direzione il signor Draghi sta per lasciare nelle mani del probabile signor Bini Smaghi, non è per nulla la Banca “di” Italia, non appartiene allo Stato italiano; quel “di”, particella possessiva, è un falso perché si tratta di una banca di proprietà di cittadini privati, possessori, come il signor Draghi,  di parti del suo capitale, e continua a portare il nome di quando era effettivamente di proprietà dello Stato italiano ed emetteva la moneta dello Stato, esclusivamente allo scopo di ingannare i cittadini italiani. Stesso discorso si può fare per la Banca centrale europea, anch’essa proprietà di ricchissimi banchieri privati come i Rothschild, i Rockfeller e gli altri banchieri possessori del capitale della Banca d’Inghilterra, della Banca d’Olanda  e ovviamente anche della Banca d’Italia come il signor Draghi. Lo Stato italiano, quindi, non ha, come nessun altro Stato europeo, alcun potere sulle nomine e tutto il gran parlare che si è fatto sul rispetto delle “procedure” da parte del Governo, sull’approvazione da parte del Parlamento europeo della nomina di un “illustre italiano” nelle vesti del signor Draghi, è stata una commedia, finzione allo stato puro: i banchieri si scelgono, si cooptano fra loro, tenendo nascosto il proprio potere dietro la copertura dei politici.

In conclusione: non c’è nessuno, in Italia, che non lavori a ingannare i cittadini, ivi compresi – è necessario ripeterlo e sottolinearlo – i giornalisti, la cui complicità è determinante in quanto costituisce il fattore indispensabile alla riuscita della rappresentazione.

Rimane la domanda fondamentale: perché i politici hanno rinunciato al proprio potere trasferendolo nelle mani dei banchieri? Nessuno ha ancora dato una risposta soddisfacente a questo interrogativo ed è questo il motivo per il quale siamo tutti paralizzati: siamo prigionieri in una rete fittissima ma non sappiamo contro chi combattere per liberarcene.

Il regno di Bruxelles

Laddove i banchieri non sono soli a comandare, troviamo insieme ad essi altri privati, non soggetti a nessuna votazione democratica, quali i Commissari dell’Ue e i Consiglieri del Consiglio d’Europa, di cui probabilmente gli Italiani non conoscono neanche il nome. In quel di Bruxelles le commedie dell’assurdo abbondano, tanto più che, lontani da qualsiasi controllo, si sono moltiplicati i ruoli, gli attori e i fiumi di denaro necessari alle rappresentazioni. Gli obbligati “passaggi” di alcune normative attraverso il Parlamento europeo, per esempio, costituiscono soltanto una delle innumerevoli, mirabili finzioni che sono state ideate per ingannare i poveri sudditi dell’Ue. Infatti le decisioni importanti vengono  prese in ristretti gruppi di élite (il Bilderberg, l’Aspen Institute, per esempio) e la loro consegna al Parlamento obbedisce ad un rituale pro-forma, ad un’apparente spolverata di democraticità, così come soltanto pro-forma vengono consegnate poi per la ratifica finale ai singoli Parlamenti nazionali. Il nostro Parlamento, ubbidientissimo e servile come nessun altro, a sua volta le approva  senza preoccuparsi neanche di farcelo sapere. A tutt’oggi l’80% delle normative in vigore in Italia è dettato da Bruxelles, ma gli Italiani credono ancora di essere cittadini di uno Stato sovrano.

Insomma, dobbiamo guardare in faccia la realtà: lo Stato italiano esiste soltanto di nome e noi, suoi sudditi, serviamo a tenere in vita, con i nostri soldi e la nostra credulità, una miriade di istituzioni “crea carte” e “passa carte” prive di reale potere. Si tratta, però, di istituzioni che, come succede sempre negli Stati totalitari, creano per sé a poco a poco il potere che non possiedono costruendo e organizzando cerchi sempre più larghi di nuove istituzioni, di inestricabili burocrazie. Non per nulla un esperto della Russia bolscevica quale Bukowski ha affermato che l’Ue ne costituisce una copia. Non si tratta di un’affermazione esagerata: gli avvenimenti che lo provano sono sotto gli occhi di tutti, anche se per la maggioranza dei cittadini, accecati dalla “rappresentazione” della democrazia, è difficile accorgersene. Ma presto la burocrazia mostrerà la durezza della sua faccia.

Dittatura europea e Val di Susa

E’ di questi giorni lo scontro dei cittadini con il governo “democratico” a causa della cosiddetta “Alta velocità” in Val di Susa. Si tratta di un’opera imposta dall’Ue, ovviamente non per collegare Torino a Lione, affermazione incongrua e ridicola, ma per poter fingere che l’Europa sia un unico territorio, trasformando le Alpi e l’Italia in un “corridoio” europeo (non sono io ad avergli dato questo nome: l’hanno chiamato così coloro che si sono autoproclamati proprietari dell’Europa). “Traforare le Alpi”per far passare un treno da Torino a Lione è un’operazione talmente folle che è impossibile trovare aggettivi sufficienti a definirla. L’insensibilità dei padroni dell’Europa e dei loro servi italiani per ciò che è la “natura”, il territorio, il paesaggio, come la prima e assoluta bellezza di cui è divinamente ricca l’Italia, sarebbe sufficiente a negarne l’autorità e il potere. Deve essere comunque chiaro a tutti, e affermato con assoluta determinazione, che il territorio di una Nazione è proprietà del suo popolo, e non può essere alienato in nessun modo se non per espressa volontà del popolo.

I politici odierni non sono  monarchi, non possiedono, come un tempo i re, i territori che governano. Il governo italiano ha dimostrato in questa occasione, più e meglio che in molte altre, il suo disprezzo per la democrazia, opponendo la forza della polizia alla sovranità dei cittadini, mentre il suo primo dovere sarebbe stato quello di rifiutare l’imposizione dell’Ue per un’opera  ingegneristicamente mostruosa, rischiosa fino all’impossibile, priva di una qualsiasi giustificazione. Appellarsi al denaro fornito dall’Ue, come i politici sono soliti fare,  costituisce l’ennesima prova del disprezzo che nutrono per l’Italia, per il suo territorio, per la sua bellezza. Una prova, inoltre, della loro incapacità a credere che esista qualcuno al mondo la cui anima non somigli a quella dei banchieri.

di: Ida Magli
Italiani Liberi

Prima si salva l’euro…poi il popolo ellenico

L’euro ha ormai distrutto l’economia e le politiche sociali della Grecia. Sarkozy ha impugnato il tridente e si appresta a fulminare il Partenone.

Finiti i motti nazionali come “Patria, famiglia, Lavoro” – tanto per dirne uno – oramai l’asse Carolingio, protettore dell’ideologia unione-europeista impone : “Unità, Euro, liberalismo” per un’Europa prospera, libera e benestante.Tuttavia da quando i Paesi hanno firmato il Trattato di Maastricht e soppresso la moneta nazionale a discapito di una cartastraccia uniforme, sono meno prosperi e meno liberi di prima. I popoli rabbiosi e “indignati” nel vedere scomparire i risparmi di una vita, il patrimonio personale svendersi, e la morte lenta dello Stato-nazione si stanno mobilitando e continuano a farlo già da qualche settimana . In Grecia infatti, le proteste dinanzi al Parlamento di Atene stanno facendo tremare le élites euro-mondialiste.

L’incontro Sarkozy-Merkel, riunitosi ieri a Berlino, ha interessato la stampa francese e internazionale poiché il punto cardinale del vertice è stato il piano di salvataggio dell’euro (mascherato come salvataggio della Grecia). I giornali francesi come Le Figaro, Le Monde, Libération e L’express, si sono limitati a riportare la notizia, senza aprire però il dibattito sulle problematiche fondamentali che spaventano i guardiani della “doxa monetaria euro”, ovvero : Quanto costa ai popoli mantenere l’euro? Perché l’euro ad ogni costo? L’euro non è stato un errore? Questi sono probabilmente titoli di giornale che non vedremo mai nei quotidiani europei, questioni che tuttavia andrebbero approfondite poiché sono sempre più numerosi gli economisti che confermano il fallimento dell’Eurozona o che pronosticano una fallita della moneta unica nei prossimi anni.

E al vertice di ieri a Berlino la prassi è stata identica: la cancelliera e Sarkozy, hanno pensato a come salvare l’euro, l’ipotesi di uno smantellamento dell’Eurozona non è stato abbordato poiché le cure mediche prescritte invitano, su base volontaria, il settore privato – banche, assicurazioni, e fondi d’investimento – a partecipare all’iniziativa di salvataggio, inserendosi nel mercato economico e acquistando il debito greco. Forti sono state le critiche di Marine Le Pen, presidentessa del Fronte Nazionale, che ha invitato il capo dell’Eliseo, definito nel suo proclama, “Ayatollah dell’Euro”, a riconoscere il fallimento assoluto della moneta unica. Nel suo comunicato stampa ha continuato spiegando che è inutile attuare versamenti di decine di miliardi di euro nel buco del debito pubblico greco, poiché la Grecia non ci guadagnerebbe nulla, e a perderci saranno gli interessi della Francia e dei suoi cittadini.

La Grecia, deve quindi ridare alla sua Banca Centrale il potere di battere la Dracma, quindi riacquisire la sua moneta nazionale, svalutarla progressivamente al fine di dare ossigeno ai mercati e all’economia. E’ il momento che gli ellenici si riprendano il loro passato e il loro futuro, Bruxelles o vertici franco-tedeschi non possono decidere le sorti di una penisola che ha scritto la storia della nostra Europa, allora gridiamo : Pame Hellas!( Forza Grecia!).

di: Sebastiano Caputo

Rinascita.eu

“Debtocracy”, processo alla crisi

Un documentario prodotto e diffuso tramite internet cerca di capire come è stato accumulato l’enorme debito pubblico del paese e punta il dito contro i responsabili. Dopo il suo inaspettato successo, il dibattito è esploso


Argyris PapastathisLina Psaila

Tutti parlano di “Debtocracy”, un documentario dei giornalisti Katerina Kitidi e Aris Hatzistefanou sulla crisi greca. Girato con i loro risparmi e i contributi di qualche amico, il documentario è stato pubblicato gratuitamente su debtocracy.gr. In meno di dieci giorni lo hanno visto quasi 600mila persone. Ogni giorno sostenitori e critici del documentario scambiano le loro opinioni su Facebook, Twitter o sui blog.

I protagonisti di questo documentario (circa 200 personalità) hanno firmato una petizione per l’istituzione di un comitato internazionale che investighi sull’origine del debito e individui i responsabili. Per loro la Grecia avrebbe il diritto di rifiutare il rimborso del suo “debito ingiustificato”, cioè del debito accumulato attraverso atti di corruzione commessi contro l’interesse della società.

Debtocracy è un atto politico e presenta un punto di vista ben definito sugli avvenimenti che hanno portato la Grecia sull’orlo del baratro. Le opinioni vanno tutte in una direzione, quella scelta dagli autori, che fin dai primi minuti mettono in chiaro il loro modo di vedere le cose: “In quasi 40 anni due partiti, tre famiglie politiche e alcuni grandi imprenditori hanno portato la Grecia al fallimento. Questa gente ha smesso di pagare i cittadini per salvare i suoi creditori”.

Gli autori del documentario non danno la parola a quelli che considerano come “complici” di questo fallimento. I primi ministri e i ministri delle finanze degli ultimi dieci anni in Grecia sono presentati come i responsabili di una serie di connivenze che hanno spinto il paese nel precipizio.

Il direttore generale dell’Fmi, Dominique Strauss-Kahn, che si è presentato ai greci come il medico del paese, è paragonato al dittatore Georges Papadopoulos [primo ministro sotto il regime dei colonnelli dal 1967 al 1974]. Il parallelo è proposto fin dall’inizio del documentario, ma Strauss-Kahn non ha diritto ad alcuna replica. Alla domanda “Perché non far intervenire le persone prese di mira?” Katerina Kitidi risponde che è “una domanda che bisogna porre a molti media, che in questi ultimi tempi trasmettono un solo punto di vista sulla situazione. Noi volevamo offrire un altro approccio, che mancava da tempo”.

Come in Ecuador

Per Aris Hatzistefanou quello che conta è l’indipendenza del documentario: “Non avevamo scelta. Per evitare i vincoli che ci avrebbero imposto le case di produzione, le istituzioni o i partiti, per realizzarlo ci siamo rivolti direttamente al pubblico. Il documentario appartiene quindi ai nostri ‘coproduttori’ che hanno contribuito via internet. Ed è per questo che non ci sono stati problemi di diritti. Il nostro scopo è quello di diffonderlo il più possibile”.

Il documentario si serve dei casi dell’Ecuador e dell’Argentina per sostenere la tesi secondo la quale il rapporto di un comitato di esperti  può essere utilizzato come strumento di negoziazione per cancellare una parte del debito e il blocco degli stipendi e delle pensioni.

“Cerchiamo di prendere spunto dagli esempi di paesi che hanno detto no all’Fmi e ai creditori stranieri. A questo scopo abbiamo parlato alle persone che hanno condotto questa valutazione in Ecuador e che hanno dimostrato come gran parte del debito fosse illegale”, dice Katerina Kitidi. Debtocracy evita però di sottolineare alcune differenze significative fra l’Ecuador e la Grecia, per esempio le riserve petrolifere del paese sudamericano. (traduzione di Andrea De Ritis)

Press Europ

Usuraio socialista che va, usuraia liberale che viene

Il Fondo monetario internazionale è una istituzione che “ho servito con onore e devozione”. La lettera di dimissioni di Dominique Strauss Kahn da direttore generale dell’organismo finanziario di Washington non contiene pentimenti né per il bunga bunga a New York (questo era scontato) né tantomeno per la sua attività di usuraio legalizzato grazie alla quale ha strozzato i Paesi che hanno avuto bisogno dei suoi prestiti. Anzi Dsk ha difeso con orgoglio la carica che è stato obbligato a lasciare.
E soprattutto la filosofia di gestione che ha contrassegnato il suo mandato che si è svolto in perfetta continuità con quello dei direttori generali che lo hanno preceduto.
In altre parole il socialista (si fa per dire) Strauss Kahn ha svolto pienamente il compito che gli era stato assegnato. Diffondere in ogni angolo della terra i principi del Libero Mercato. Cancellare laddove è stato possibile ogni traccia dello Stato sociale. Trasformare il lavoro in una merce che può essere spostata a piacimento allo stesso modo delle materie prime, delle merci vere e proprie, dei prodotti finiti e dei capitali. Immettere nel lavoro dosi sempre più massicce di flessibilità e di precariato e fare sì che le buste paga siano composte soprattutto da straordinari e da premi di produzione. Congelare le pensioni e gli stipendi dei dipendenti pubblici per tre anni, come in Grecia, Irlanda e Portogallo, Paesi ai quali sono state imposte queste condizioni capestro in cambio dei presiti concessi dallo stesso Fmi e dall’Unione europea al tasso usuraio del 6,2%.
Se si tiene conto di questi crimini compiuti sulla pelle dei popoli, lo stupro ai danni della cameriera dell’albergo appare quindi in tutta la sua luce come perfettamente coerente e consequenziale con la natura stessa del Fondo monetario. A furia di fare l’usuraio, a furia di fottere il prossimo, i cittadini e gli Stati, si perde infatti il senso della realtà e si finisce per voler continuare a fare nella vita privata le stesse cose che si fanno nell’ambito del proprio lavoro.
Con le sue dimissioni, Dsk esce di scena e, dovendo dedicare tutte le sue forze e non pochi dei suoi soldi (negli Stati Uniti gli avvocati costano) a dimostrare la propria innocenza o ammettere la propria colpevolezza, ha visto dissolversi in un rapporto “improprio” di pochi minuti, come lo definì il mitico Bill Clinton in riferimento a Monica Levinsky, tutte le sue speranze di arrivare all’Eliseo l’anno prossimo in sostituzione di Nicolas Sarkozy. Fino alla nomina del nuovo direttore generale, le veci di Dsk sono state assunte ad interim dallo statunitense John Lipsky, l’uomo giusto al posto giusto se solo si tiene conto del suo curriculum. Un comunicato del Fmi lo aveva presentato come “un uomo capace, di grande esperienza e un forte economista”. E infatti si tratta di uno dei migliori usurai in circolazione che si è allenato alla bisogna come capo economista in banche ben conosciute per la loro attività di filantrope, come la JP Morgan, la Chase Manhattan dei Rockefeller e la Salomon Brothers.
Con le dimissioni ufficiali del tecnocrate francese si è aperta la corsa alla successione che, in nome del mantenimento pro tempore degli equilibri internazionali, sembra però essersi già conclusa. Lo dice il buon senso e lo dicono anche i bookmakers inglesi. L’attuale ministro delle Finanze francese, Christine Lagarde (nella foto con Dsk), viene giocata a 2,35. Le arrancano dietro Tharman Shanmugaratnam (Ministro delle Finanze di Singapore) a 4,50 e l’economista turco Kemal Dervis (salito da 5,00 a 7,00). Più distanti Shri S.Sridhar, governatore della Banca centrale indiana e Stanley Fischer, governatore della Banca d’Israele (entrambi saliti da 6,00 a 9,00).
Finito come banchiere e come usuraio, Strauss Kahn lo è anche come politico. Gli stessi sondaggi che lo davano come vincitore nelle primarie del partito socialista francese e nel successivo scontro con Sarkozy alle presidenziali del 2012, hanno dovuto prendere atto della nuova realtà. Il favorito come candidato del PS è adesso François Hollande, offerto a 1,57, quota accettabile, ma dato a 2,50 come successore di Nicolas Sarkozy. Una valutazione che equivale a una sconfitta.
La Lagarde sembra quindi essere senza rivali soprattutto perché Sarkozy e Angela Merkel hanno fatto pesare la considerazione che, per motivi di equilibri internazionale, debba essere un europeo a gestire il Fmi fino al 31 ottobre 2012, quando sarebbe scaduto il mandato di Strauss Kahn. Dopo, ci potrà pure essere un rappresentante del Terzo mondo o delle economie emergenti. La Merkel ha concesso che la guida del Fmi e della stessa Banca Mondiale possa e debba essere assegnata in futuro ai Paesi in via di sviluppo ma in questa fase sarebbe prematuro. Nell’attuale situazione, con i seri problemi che incontra l’euro, con la debolezza di Paesi come Portogallo, Irlanda e Grecia, per aiutare i quali il Fmi si è pesantemente esposto, è necessario che ci sia una continuità nel nuovo direttore generale. Quindi un(a) francese come Dsk. Poi si vedrà.

di: Filippo Ghira
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Rinascita.eu

L’armata Bundesbank

Una volta, per abolire la costituzione di un paese bisognava invaderlo, occuparlo militarmente. Oggi basta assoggettarlo con le cambiali.


Là dove 70 anni fa la possente Wehrmacht aveva fallito è riuscita oggi la discreta Bundesbank. Un tempo i principati si conquistavano con le armate, oggi bastano gli ultimatum dei creditori. I banchieri tedeschi impongono la loro dura legge con la stessa prussiana sicumera degli Junker guglielmini, i von Moltke e gli Hindenburg. Gli invisibili gnomi di Francoforte hanno piegato nazioni dove le divisioni tedesche non erano mai arrivate, come Irlanda e Portogallo. In altre, come la Grecia, hanno risvegliato duri ricordi.
Come chiamare altrimenti quel che sta avvenendo nel nostro continente? Siamo talmente presi a seguire le cabrate dell’imperialismo Nato, i tonneau dei Mirages di Nicolas Sarkozy, le picchiate dei Tornado di David Cameron, da perdere di vista il pugno d’acciaio con cui la Germania unificata di Angela Merkel impone le sue regole draconiane. Una volta, per abolire la costituzione di un paese e privarlo della sua sovranità bisognava invaderlo, occuparlo militarmente. Oggi Grecia, Irlanda e Portogallo sono state assoggettate dalle cambiali. Perché assoggettate? Perché qualunque governo gli elettori abbiano scelto, qualunque politica abbiano votato, devono comunque sottostare alle condizioni della Banca centrale europea, devono decurtarsi gli stipendi, dimezzare le pensioni, privarsi della sanità pubblica, chiudere scuole, biblioteche, ospedali. Come riferiva il Wall street Journal di ieri, gli stipendi della funzione pubblica in Grecia sono stati tagliati fino al 25%. E cosa possono fare i greci oltre che protestare invano? Qui sta la grande differenza con l’invasione armata: che questa volta i paesi occupati hanno abdicato alla propria sovranità senza fiatare. E contro chi vuoi resistere? Contro uno sportello di banca? In quale maquis ti puoi arruolare? Tra gli indomiti debitori morosi?
Perché il problema è questo: i banchieri che t’impongono l’austerità non sono stati eletti da nessuno, nessuno li può mandare a casa. Cosa può fare contro Jean-Claude Trichet (e domani contro Mario Draghi) un greco o un portoghese o un irlandese? Non c’è nessun governo eletto da far cadere. Altro che Europa del capitale! Stiamo assistendo a una dittatura informale del capitalismo (un po’ come “informale” era detto l’imperialismo Usa). In Europa la sovranità popolare non ha mai avuto grandi quotazioni, ma adesso è stata proprio degradata a «titolo spazzatura». Ogni volta che ci parlano del «popolo sovrano» ci sentiamo presi in giro. Mai come oggi si pone un problema di democrazia. Ci vorrebbe una «primavera europea», altro che «primavere arabe».
I finanzieri non devono rispondere a nessuno, neanche ai loro azionisti: tanto, se mandano in rovina le proprie banche, ci pensano i provvidi governi a salvarle. Infatti due anni fa le banche erano messe assai peggio di Grecia o Portogallo, ma questi templi della «razionalità del mercato» furono considerati too big to fail, troppo grandi per lasciarli fallire, e così gli Stati uniti cacciarono più di 3.000 miliardi di dollari per «confortarli» (relief). E la Germania fu altrettanto prodiga verso i propri istituti di credito, anche se con più discrezione. Tutte queste banche sono state salvate con i nostri soldi. Invece Portogallo e Grecia sono evidentemente too small to save. Ma non sarebbe il caso ora di salvare noi con i soldi delle banche?
Certo, il problema non si limita all’Europa dell’euro. Disoccupati, pensionati e pubblici dipendenti inglesi stanno pagando con lacrime e sangue le sovvenzioni elargite alla Royal Bank of Scotland e ai Lloyds (una ragione non secondaria del trionfo degli indipendentisti scozzesi alle ultime, recenti elezioni).
E poi c’è un versante che nemmeno la potente Germania controlla. Un tempo c’era sempre un esercito (o una flotta) più potente del tuo, come tante volte ha sperimentato la Germania. Oggi c’è sempre un capitalismo più forte del tuo. È quello delle agenzie di rating, Moody’s e Standard & Poor’s. Le agenzie di rating assegnano voti ai debitori: peggiore il voto, più alto è considerato il rischio, quindi più alta deve essere la remunerazione di chi presta e quindi più salati gli interessi pagati sul proprio debito.
Il problema è che queste agenzie di rating sono imprese private, possiedute da privati, spesso proprietari di Hedge Funds: il 19,1% delle azioni di Moody’s appartiene all’«oracolo di Omaha», Warren Buffett, il secondo uomo più ricco d’America, che specula sui debiti cui la sua Moody’s assegna i voti (ratings). Anche qui, un 81enne miliardario del Nebraska determina se tua nonna perderà la pensione a Portogruaro o Ariano Irpino. Di nuovo un problema di democrazia.
Ma vi è anche un problema di sinistra europea. Ancor più della tracotanza teutonica, colpisce l’indifferenza con cui le varie sinistre europee hanno accolto questo esercizio di dispotismo finanziario. Come se la faccenda non riguardasse noi italiani (o i francesi che se la stanno facendo sotto all’idea di perdere la tripla AAA di rating). Non vorremmo essere costretti tutti a parafrasare la famosa sentenza del pastore Martin Niemöller: «Prima se la presero con i greci, ma io non protestai perché non ero greco. Poi se la presero con gli irlandesi. Ma non protestai perché non ero irlandese. Poi se la presero con i portoghesi, ma non protestai perché non ero portoghese….. Quando poi se la sono presa con me, non c’era rimasto nessuno a difendermi».

di: Marco D’Eramo

 IlManifesto.it

Lo sfacelo della scuola berlingueriana

La democrazia, il regime dell’incompetenza, che vive in una costante dialettica antimeritocratica fra potere “democratico” della massa e autoritarismo dei governanti

Se si vuole inquadrare criticamente lo stato della scuola pubblica italiana, a più di 10 anni di distanza dalle “riforme” berlingueriane, occorre far riferimento alla critica socratica e platonica della democrazia ateniese, nello specifico al Gorgia di Platone, importante dialogo di passaggio dalla fase giovanile alla fase matura del grande filosofo greco.
Premesso che i Sofisti, e Gorgia ne fu uno dei più autorevoli, furono il prodotto intellettuale e i più convinti sostenitori della democrazia periclea, il dialogo in questione è un’esaustiva critica del regime democratico e del ruolo in esso assunto dal sapere, puramente formale e retorico, dei Sofisti. La democrazia è il regime dell’incompetenza, che vive in un pericolosa dialettica antimeritocratica fra potere “democratico” della massa e autoritarismo dei governanti.
Il punto centrale dell’intera organizzazione dello Stato ateniese, per Socrate e per Platone, era il dominio della “doxa”, dell’opinione superficiale e mutevole della grande massa dei cittadini sulle complesse funzioni di governo militare e civile, che ne allontanavano di fatto il personale competente. Il potere decisionale spettava al demos riunito in assemblea e, su queste basi, le funzioni di governo venivano assegnate a chi meglio sapeva coglierne e blandirne gli umori, quasi mai in sintonia con le necessità dello Stato. Il Sofista nasce proprio da questa organizzazione democratica e da questa esigenza di cogliere le opinioni e gli umori della massa, per blandirli con discorsi ad effetto, di grande magniloquenza. Su queste basi, non esprimendo alcuna concezione propria, corrispondente ad una specifica arte o scienza, il Sofista-Retore, in pratica già diventava un politicante in grado di costruirsi una posizione di potere personale che poteva diventare, in contingenze sfavorevole, autoritaria e priva dei necessari requisiti per guidare lo Stato.
E’ il caso del Sofista-Politicante per eccellenza, preso ad esempio negativo da Socrate e Platone, per illustrare l’insieme di questa problematica: Alcibiade, uomo chiave nella guerra peloponnesiaca. Magniloquente, abile millantatore, superficiale e vanesio, portato ai vertici dello Stato ateniese a furor di popolo, pose le base per la disastrosa sconfitta di Atene contro Sparta, facendo votare all’Assemblea la disastrosa spedizione in Sicilia contro Siracusa. In compenso, a qualche anno di distanza, sempre il demos opinante e umorale, riunito in assemblea, impose la soppressione degli ammiragli vincitore alla battaglia delle Arginuse (vittoria che avrebbe potuto equilibrare le sorti della guerra), per motivi religiosi: per dare battaglia nel momento più favorevole non avrebbero officiato i necessari riti propiziatori agli Dei. I politicanti al governo, per non perdere “voti”, hanno eseguito la sentenza, distruggendo le ultime competenze militari di Atene. Si chiude il cerchio: dal potere del demos incompetente, si passa all’autoritarismo di governanti senza i necessari requisiti di conoscenza per gestire lo Stato; questa morsa fra democrazia degli incompetenti e autoritarismo dei governanti stritola chi ha veramente le competenze, i meriti, le conoscenze per assolvere ad una funzione di governo.
Questo è il quadro che presenta la scuola italiana, dopo 11 anni di autonomia, dopo 15 anni di obbligo del recupero per gli studenti insufficienti, dopo lo smantellamento completo della scuola altamente meritocratica di Giovanni Gentile; smantellamento effettuato fra il primo governo Berlusconi del 1995 (che abolì –non lo scordiamo!- gli esami di riparazione nelle superiore, istituendo i corsi di recupero obbligatori: e da quel momento, per esperienza diretta, si aprì la diga!) e i ministeri Berlinguer e De Mauro. Un regime degli incompetenti, a tutti i livelli. Una democrazia delle famiglie e degli studenti, soprattutto quelli più ignoranti e/o psicolabili, presuntuosi e/o pretenziosi, che si abbina all’autoritarismo di Presidi e collaboratori con tessera sindacale Cgil contro i docenti più preparati e rigorosi, o meglio quanto ne rimane.
Il quadro più drammatico è senza dubbio quello dei licei, almeno nella visione soggettiva di chi, come me, ha avuto la fortuna e l’onore di insegnare per non meno di 10 anni nel glorioso Liceo classico gentili ano, e poi lo ha visto fare a pezzi, anno dopo anno dai burocrati del sindacato, da ex sessantottini o settantasettini falliti, spesso per incapacità personale loro a insegnarvi con efficacia il latino, il greco, la matematica, la filosofia, ecc. Molto più comodo introdurvi strutture e metodologie pedagogiche angloamericane, che si traducono nel “sei” generalizzato, salvo poche eccezioni.
Oggi la situazione standard che si può verificare in una scuola è la seguente: dopo una serie di votazioni negative, o comunque non all’altezza delle proprie aspettative, uno studente con difficoltà di tutti i tipi, accompagnato dai famigliari, si presenta piangente dal Preside, lamentandosi di non essere compreso e rispettato dal prof. X. In altri tempi, il Preside, che non poteva e non voleva interferire nell’attività didattico educativa del docente, rimandava ad un colloquio con l’insegnante in questione, come avvenne alcune volte al sottoscritto, negli anni ‘80, nei Licei Classici di Ivrea e di Chivasso, oppure, dopo aver verificato il quadro complessivo dei voti dello studente, lo sollecitava ad un impegno più solido, se non a cambiare indirizzo di studi. Nella situazione attuale avviene esattamente l’inverso: l’insegnante viene convocato dal Preside, spesso con lettera ufficiale; gli si chiede conto del perché lo studente ha simili “lacune” e “disagi”; come minimo viene sollecitato a capirli, a fare il possibile per “recuperarli”, per non creare disagi psichici con un eccessivo carico di studio, ecc. Se poi, il Preside o la Preside, sono “tirannelli” da quattro soldi, spalleggiati dalla cellula sindacale d’Istituto, e il docente è un giovane supplente, si passa direttamente alle minacce: “se vuole continuare a insegnare qui, si adegui, in caso contrario il prossimo anno scelga un’altra scuola”.
Se è di ruolo, può anche capitare che il discorso sia ancor più intimidatorio: “io ho saputo questo di lei (da chi? Lettere anonime? Confidenze salottiere con genitori importanti? Delazioni di colleghi, applicati, bidelli con tessera sindacale CGIL, in puro stile tardo stalinista?), ho in mano gli elementi per rovinarla, se ne vada, faccia domanda di trasferimento per distretti”. Discorso che mi fu fatto, nel 2003, dall’allora Preside del Liceo Gioberti di Torino, perché non gradiva le mie resistenze gentiliani, il mio rifiuto alla collaborazione interdipartimentale. In sostanza per far funzionare il Dipartimento di Filosofia, annullandone le diversità qualitative interne, doveva farmi fuori con minacce pesanti. Mi ero appena sposato, non me la sentii di accettare la sfida con uno dei personaggi più odiati, ma anche più potenti della scuola torinese.
Con questi esempi il circolo dialettico antimeritocratico democrazia degli incompetenti autoritarismo tirannico dei governanti Presidi (oggi Dirigenti Manager) mi sembra chiaro. Si può andare ancor più nel concreto delle mie esperienze personali, per chiarire una situazione che, se non fosse tragica per intere generazioni di insegnanti e di studenti, avrebbe indubbiamente un lato comico.
Innanzitutto va detto che, come il buon giorno si vede dal mattino, questa deriva allo sfascio della meritocrazia gentiliana si vide subito, con le prime dichiarazioni di Berlinguer alla TV, nel 1996. Ricordo ancora l’orrore, il senso di angoscia e di frustrazione impotente che mi prese quando dichiarò che occorreva mettere fine alle vessazioni dei professori contro gli studenti e che il ministero stava organizzando un sito internet, per raccogliere lamentele, anche anonime, da studenti e famigli da tutta Italia. L’iniziativa credo che si commenti da sé!
A 15 anni di distanza da simili fatali eventi, rientra ormai nella normalità quanto succedeva, l’anno scorso, al mio collega di matematica prof. De G., al Liceo “D’Azeglio” di Torino, uno dei più illustri e, un tempo, seri e selettivi d’Italia. Il prof. De G. era un luminare della matematica, anziano, integerrimo docente, con non meno di 35 anni di servizio; un insegnante che, prima del ’68, avrebbe suscitato ammirazione, rispetto, anche timore a tutti, preside compreso, che non si sarebbe mai permesso di contestargli voti ed operato.
Ma oggi no! Siamo in democrazia! La sinistra radical chic ha impostato la scuola sulla partecipazione delle famiglie e sullo statuto dei diritti “delle studentesse e degli studenti” (notate la finezza femminista che viola le regole della grammatica, che vuole il maschile come plurale!)! Allora succedeva che i soliti ciucci e psicolabili, dopo i votacci giustamente assegnati dal collega, andavano a protestare dal Preside, affinché la loro ignoranza e stupidità fosse meglio valutata. Il Preside, senza un conato di vergogna, convocava l’anziano, integerrimo collega e cercava tutti i pretesti per metterlo in difficoltà. Come si permette uno che ha “scienza” comandare nella scuola dell’autonomia, dove comandano la “doxa” e la demagogia? Il peggio avvenne, nell’ilarità generale del Consiglio di Classe, cui l’episodio fu raccontato, quando al prof, De G. fu rimproverato di aver turbato una classe, riferendo che alcuni giorni prima i Deputati, all’unanimità, avevano votato l’aumento del loro stipendio.
Questo quadro istituzionale è talmente forte e avvolto nelle sue contraddizioni, da risultare del tutto impermeabile alle sollecitazioni del ministro Gelmini a reintrodurvi elementi meritocratici. Marcisce lentamente su di sé. In pratica Presidi, collaboratori scolastici, quadri sindacali costituiscono una mafia autoreferenziale, cosciente della propria forza. Sanno che nelle scuole, in regime liberale, è difficilissimo sfidarli; manipolano branchi di studenti e famiglie pecorone, con la suggestione delle parole e la concretezza del voto positivo. Si permettono di non applicare i decreti Gelmini,intesi a rimettere un po’ di ordine nel baraccone scolastico.
In base ai decreti Gelmini si dovrebbe assegnare i 5 di condotta, non ammettere all’esame di stato anche con una sola insufficienza, ecc. Ebbene cosa succede realmente? La valutazione non è più esclusiva appannaggio dei singoli docenti, competenti in materia, ma dell’intero Consiglio di Classe, comprese gli insegnanti di ginnastica, religione, ecc, guidato dal direttore d’orchestra, sin dal I quadrimestre. E sin dall’inizio, nelle riunioni riservate e negli scrutini, i presidi e i loro ruffiani mettono ben in luce che, per non ammettere, occorre un “congruo numero di insufficienze”, non una soltanto. E quando si presentano, agli scrutini di gennaio, si fa immediata pressione sui docenti, “affinché esprimano il massimo della loro professionalità” onde far recuperare. Invariabilmente recuperano tutti! Se rimangono 4 di greco o di matematica, invariabilmente si vota collegialmente: il docente di greco è sempre sopraffatto dai voti positivi di ginnastica, arte, religione e della Presidenza, che vuole evitare problemi con i genitori. Tanto anche l’esame sarà gestito dalle solite mafie burocratico sindacali, che sin dalla riunione preliminare si mettono d’accordo per non “tenere” i bambini più di 50 minuti all’esame orali. E tutto torna a tarallucci e vino, in un gioco al ribasso culturale autoreferenziale, che il ministero potrebbe controllare solo entrando nelle scuola con i carri armati!
Del resto le mafie scolastiche sanno benissimo di avere potenti appoggi esterni: tutti i partiti della sinistra demo radical chic, il circo mass mediatico dei vari Travaglio, Santoro, ecc., Rai tre, la Stampa, la Repubblica, il Corriere della Sera. C’è da chiedersi, come sia possibile che, nonostante questo loro potere assoluto sulla scuola pubblica e questi potenti appoggi politico-intellettualoidi-mass mediatici, non riescano mai a influenzare in modo decisivo il voto politico! E’ il loro vero cruccio dal 1994!
Volete altri esempi tratti dalla mia esperienza professionale, sulla veridicità della mia analisi? Nella mia scuola di titolarità, il Liceo D’Azeglio di Torino, sono stati decisi (da chi?) criteri di assegnazione del voto in condotta che partono direttamente dal sei, la sufficienza. Il 5, invocato dal ministero, non è previsto, o meglio della decisione sono esplicitamente espropriati i docenti dello studente indisciplinato: non è neppure il consiglio di classe a decidere nella sua collegialità, ma il consiglio d’istituto, ove spadroneggiano genitori, studenti, rappresentanti sindacali, ecc.
Durante l’esame di Stato 2009 ci sono stati 8 0 9 bocciati in tutto l’istituto; in tempi non sospetti sarebbe stata la normalità, dopo anni di 36 0 60 garantito, una nauseante tragedia greca che ha subito minacciato ricorsi, controllo dei registri personali degli insegnanti da parte dei genitori in prima persona (che cosa si diceva sul regime degli incompetenti? Neppure il preside, i genitori in persona fotocopiano e controllano la valutazione dell’insegnante! E’ sufficiente presentare una domanda in carta libera alla presidenza, che s’inchina più ossequiente di Fracchia!). Tre dei bocciati erano mie studentesse e assicurano che bocciarle è stato proprio un atto di rara giustizia: incapaci, svogliate, disattente in classe. Una di queste ha persino presentato la tesina, sbagliando nell’intestazione il nome di Massimo D’Azeglio, diventato Massimo “D’Azelio”.
Ebbene, di fronte a questa situazione in sé positiva, perché liberava la scuola dalla sua zavorra più grave e poteva figurare da monito per i futuri maturandi, la reazione del preside (divenuto in questi giorni un eroe dell’antifascismo azionista torinese, per la sua vorticosa attività antiberlusconiana fra docenti e studenti del liceo!) fu di mettere sotto accusa, con lo stile da “gentiluomo siciliano” che lo contraddistingue (urla, insulti, minacce, e quant’altro documentabile) i membri interni e l’intero corpo docenti. In Collegio Docenti, urlò che “i membri interni devono difendere le decisioni prese dal consiglio di Classe”, la qual cosa significa (e lo specificò anche in colloqui privati, cui ebbi l’occasione di assistere) che i membri interni devono sempre votare per la promozione e alzare le votazione in sede di correzione degli scritti (“cosa ci vuole per un commissario interno assegnare 2 o 3 punti in più nella correzione degli scritti, anche di fronte ad una insufficienza?).
Si potrebbe andare avanti con gli esempi, con gli aneddoti personali, ma credo siano sufficienti questi brevi riferimenti per capire come funziona oggi il liceo classico: non la scuola media, ma il liceo classico! Per avallare la tesi di partenza che ci troviamo di fronte ad un regime degli incompetenti e degli irresponsabili, che si rovescia dialetticamente in una loro dittatura asfissiante e continua sugli insegnanti, i soli che dovrebbero avere la competenza e il governo del rapporto educativo. Ma forse, dopo 10 anni di SIS, di mancanza di seri concorsi a cattedre, di dominio della demagogia pedagogica della sinistra, le più giovani generazioni di docenti non hanno neppure più le competenze disciplinari, l’autorità morale, l’indipendenza intellettuale per affrontare un compito da cui, per Giovanni Gentile, doveva discendere la realtà effettuale della soggettività umana e della comunità nazionale nella quale essa era chiamata a vivere. Fra i vecchi prevalgono, purtroppo, i berlingueriani entusiasti di questo nuovo ruolo di assistenza sociale ben remunerata. I migliori, le vere competenze, se ne sono già andate in pensione o cercano di farlo prima del previsto, con ogni mezzo. Per quale motivo bisognerebbe finanziare un baraccone marcio di questo tipo?

di Renato Pallavidini