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Tag: guerra

La Nato in stand by pronta all’attacco

nato

di: Manlio Dinucci

Come un dispositivo elettronico in modalità d’attesa, il Comando della forza congiunta alleata a Napoli (Jfc Naples) è tenuto ufficialmente in «standby», ossia pronto in qualsiasi momento a entrare in guerra. Ha ricevuto dal Comandante supremo alleato in Europa (che è sempre un generale statunitense nominato dal Presidente) l’incarico di mantenere in massima efficienza la Forza di risposta Nato – composta da unità terrestri, aeree e navali tecnologicamente più avanzate – in grado di effettuare entro 48 ore «qualsiasi missione in qualsiasi luogo». Leggi Tutto…

I droni killer del Nobel per la pace

droni

di: Manlio Dinucci 

Il Nobel per la pace Barack Obama ce la mette tutta, ma né lui né qualsiasi altro presidente degli Stati uniti possono promettere la totale sconfitta del terrore, poiché «non saremo mai in grado di estirpare il male annidato nel cuore di alcuni essere umani». Lo annuncia nel discorso sulla «strategia controterrorismo».
Nonostante le sconfitte subite da Al Qaeda e dai suoi affiliati, «la minaccia oggi è più diffusa», dallo Yemen all’Iraq, dalla Somalia al Nordafrca, e in paesi come Libia e Siria «gli estremisti hanno preso piede» in seguito alle «agitazioni nel mondo arabo» (e non alle guerre scatenate da Usa e Nato). Prosegue dunque, sotto l’illuminata guida del presidente, la lotta del Bene contro il Male, ridefinendo però la strategia: da «illimitata guerra al terrore» essa si trasforma in una serie (di fatto illimitata) di «azioni letali mirate» con l’obiettivo di «smantellare specifiche reti di estremisti violenti che Leggi Tutto…

Commercio delle armi, trattato paravento dell’Onu

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NAZIONI UNITE – SCOPO DICHIARATO NON È LIMITARE EXPORT E IMPORT DI ARMI, MA REGOLAMENTARLI. LA GUERRA NON SI TOCCA
di: Manlio Dinucci

Tra i princìpi la «legittimità degli stati di acquistare armi per l’ autodifesa, per operazioni peacekeeping e di produrle e trasferirle»

Dopo sette anni di travagliati sforzi, l’Assemblea generale delle Nazioni unite ha dato alla luce il Trattato sul commercio di armamenti. Scopo dichiarato è quello non di limitare le esportazioni e importazioni di armi «convenzionali», pesanti e leggere, ma di regolamentarle. Tra i principi su cui si basa il Trattato vi è infatti quello del «rispetto degli interessi legittimi degli stati di acquistare armi convenzionali per esercitare il diritto di autodifesa e per le operazioni di peacekeeping, e di produrre, esportare, importare e trasferire armi convenzionali».

Salva l’industria bellica Leggi Tutto…

La guerra in Siria

siria

Ospitiamo questo video, tanto simpatico quanto chiaro e semplice, per capire l’evoluzione della crisi siriana e di tutto il medio oriente.

Piovono armi, a cura della Cia

siria

di: Manlio Dinucci

Nella «guerra coperta» in Siria ormai si scoprono le carte. Dopo che il centro di Damasco è stata colpito con proiettili di mortaio e razzi che hanno ucciso diversi civili, il comandante «ribelle» Abu Omar, nel rivendicare il merito dell’azione, ha dichiarato ieri 26 marzo al New York Times che «i gruppi ribelli attorno a Damasco sono stati rafforzati da nuove forniture di armi attraverso la Giordania con l’assistenza americana». Una inchiesta dello stesso giornale conferma quanto da tempo scriviamo sul manifesto: l’esistenza di una rete internazionale, organizzata dalla Cia, attraverso cui arriva ai «ribelli» in Siria un flusso crescente di armi.

Da appositi centri operativi, agenti della Cia provvedono all’acquisto delle armi con finanziamenti (nell’ordine di miliardi di dollari) concessi principalmente da Arabia saudita, Qatar e altre monarchie del Golfo; organizzano quindi il trasporto delle armi in Turchia e Giordania attraverso un ponte aereo; le fanno infine arrivare, attraverso la frontiera, ai gruppi in Siria, già addestrati in appositi campi allestiti in territorio turco e giordano.

Da quando è iniziata l’operazione nel gennaio 2012, sono state trasportate attraverso il ponte aereo, secondo una stima per difetto, almeno 3500 tonnellate di armi. I primi voli sono stati effettuati, con aerei militari da trasporto C-130, dal Qatar in Turchia. Da aprile sono stati usati giganteschi aerei cargo C-17, forniti dagli Usa al Qatar, che hanno fatto la spola tra la base di Al Udeid e quella turca di Esenboga. Particolare non trascurabile: la base aerea qatariana di Al Udeid ospita il quartier generale avanzato del Comando centrale Usa, con un personale di oltre 10mila militari, e funziona da hub per tutte le operazioni in Medio Oriente. Nei suoi depositi sono stoccate armi di tutti i tipi, comprese certamente anche quelle non made in Usa, più adatte per operazioni «coperte». Da ottobre, aerei giordani C-130 sono atterrati nella base turca di Esenboga, caricando armi per i «ribelli» siriani da trasportare ad Amman.

Contemporaneamente, aerei cargo giordani hanno cominciato a fare la spola con Zagabria, trasportando ad Amman armi degli arsenali croati acquistate con i finanziamenti sauditi. Per tale operazione vengono usati giganteschi aerei Iliuscin della Jordanian International Air Cargo. Dal febbraio di quest’anno, ai voli degli aerei cargo qatariani e giordani si sono aggiunti quelli sauditi, effettuati con C-130 che atterrano nella base turca di Esenboga.

Nonostante le smentite di Zagabria, l’inchiesta ha ampiamente documentato il coinvolgimento della Croazia in questo traffico internazionale di armi, diretto dalla Cia. Un atto meritorio per la Croazia che, per il ruolo svolto nella disgregazione della Iugoslavia, è stata premiata con l’ammissione alla Nato nel 2009. Ora, partecipando all’operazione per disgregare la Siria, acquista ulteriori meriti agli occhi di Washington. Alla vigilia della sua ammissione nella Ue, di cui diverrà 28° membro nel luglio di quest’anno. Potrà così unire la sua voce a quella dell’Unione europea che, mentre rafforza l’embargo delle armi al governo siriano, dichiara di voler «raggiungere una soluzione politica che permetta di fermare la strage e autorizzi la fornitura di aiuti umanitari veloci ed efficaci, con particolare attenzione ai bambini».

FONTE: IlManifesto.it

La riconquista dell’Africa

mali imperialismo

di: Manlio Dinucci

Nel momento stesso in cui il presidente democratico Obama ribadiva nel discorso inaugurale che gli Stati uniti, «fonte di speranza per i poveri, sostengono la democrazia in Africa», giganteschi aerei Usa C-17 trasportavano truppe francesi in Mali, dove Washington ha insediato l’anno scorso al potere il capitano Sanogo, addestrato negli Usa dal Pentagono e dalla Cia, acuendo i conflitti interni. La rapidità con cui è stata lanciata l’operazione, ufficialmente per proteggere il Mali dall’avanzata dei ribelli islamici, dimostra che essa era stata da tempo pianificata dal socialista Hollande. L’immediata collaborazione degli Stati uniti e dell’Unione europea, che ha deciso di inviare in Mali specialisti della guerra con funzioni di addestramento e comando, dimostra che essa era stata pianificata congiuntamente a Washington, Parigi, Londra e in altre capitali. Le potenze occidentali, i cui gruppi multinazionali rivaleggiano l’uno con l’altro per accaparrarsi mercati e fonti di materie prime, si compattano quando sono in gioco i loro interessi comuni.

Come quelli che in Africa sono messi in pericolo dalle sollevazioni popolari e dalla concorrenza cinese. Il Mali, uno dei paesi più poveri del mondo (con un reddito procapite 60 volte inferiore a quello italiano e oltre la metà della popolazione sotto la soglia di povertà), è ricchissimo di materie prime: esporta oro e coltan, il cui ricavato finisce però nelle tasche delle multinazionali e dell’élite locale. Lo stesso nel vicino Niger, ancora più povero (con un reddito procapite 100 volte inferiore a quello italiano) nonostante sia uno dei paesi più ricchi di uranio, la cui estrazione ed esportazione è in mano alla multinazionale francese Areva. Non a caso, contemporaneamente all’operazione in Mali, Parigi ha inviato forze speciali in Niger. Analoga situazione in Ciad, i cui ricchi giacimenti petroliferi sono sfruttati dalla statunitense ExxonMobil e altre multinazionali (ma stanno arrivando anche compagnie cinesi): ciò che resta dei proventi va nelle tasche dell’élite locale. Per aver criticato tale meccanismo, il vescovo comboniano Michele Russo è stato espulso dal Ciad lo scorso ottobre. Niger e Ciad forniscono allo stesso tempo migliaia di soldati, che sotto comando francese, vengono inviati in Mali per aprire un secondo fronte. Quella lanciata in Mali, con la forza francese come punta di lancia, è dunque un’operazione a vasto raggio, che dal Sahel si estende all’Africa occidentale e orientale. Essa si salda a quella iniziata in Nordafrica con la distruzione dello stato libico e le manovre per soffocare, in Egitto e altrove, le ribellioni popolari. Un’operazione a lungo termine, che fa parte del piano strategico mirante a mettere l’intero continente sotto il controllo militare delle «grandi democrazie», che tornano in Africa col casco coloniale dipinto dei colori della pace.

 FONTE: IlManifesto

La strategia della tensione

tensione

di: Manlio Dinucci

Le drammatiche immagini dell’attacco al campo gasiero in Algeria, da parte di un commando definitosi jihadista, fanno il giro del mondo. Tecnici della Bp e della Statoil legati a esplosivi al plastico, uccisi dai sequestratori o durante gli scontri. Effetto garantito. Il ministro degli esteri francese Fabius lancia l’allarme sulla drammatica situazione algerina. Il premier britannico Cameron convoca il «Comitato Cobra» per le situazioni di emergenza. Il presidente Obama dichiara che l’attacco ci ricorda ancora una volta la minaccia posta da Al Qaeda in Africa e che gli Usa si muoveranno per far sì che fatti analoghi non si ripetano. Secondo notizie diffuse da fonti non ben identificate, il commando terrorista riceveva gli ordini tramite telefono satellitare dall’emiro Moctar Belmoctar, ex capo di «Al Qaeda del Maghreb islamico», ora a capo di una nuova formazione che ha base in Mali.

Proprio dove (guarda caso) sta intervenendo militarmente la Francia e dove l’Unione europea sta per inviare una «missione di addestramento», formata da 450 specialisti della guerra (italiani compresi), che fornirà anche «consulenza alle operazioni di comando». Resta il mistero di come il commando, formato da decine di uomini pesantemente armati, abbia potuto percorrere allo scoperto con il proprio convoglio di fuoristrada centinaia di chilometri in un territorio presidiato giorno e notte da circa 300mila uomini dell’esercito algerino, addestrato e armato dalla Francia e dal Comando Africa degli Stati uniti. Legittimo è il sospetto che l’attacco al campo gasiero sia stato orchestrato e/o facilitato dalla Francia, con la copertura Usa, per coinvolgere l’Algeria e altri paesi nordafricani nell’operazione militare in Mali, allargandone l’area. In Africa, la Francia, la Gran Bretagna, gli Stati uniti e altre potenze occidentali non sono in grado di reggere, con i loro gruppi multinazionali, la concorrenza economica della Cina e di altri paesi emergenti. Volendo mantenere a tutti i costi il controllo delle fonti energetiche e dei minerali strategici del continente, nonché delle sue zone di importanza geostrategica, soffiano sul fuoco delle tensioni e dei conflitti interni per giustificare il loro intervento militare, finalizzato a soffocare le lotte di liberazione dei popoli. A tal fine non si fanno scrupolo di usare gruppi jihadisti, i cui militanti di base, convinti di combattere l’imperialismo occidentale, finiscono per esserne strumenti. Li hanno usati in Libia per disgregare il paese dall’interno, mentre la Nato lo attaccava con cacciabombardieri e forze speciali infiltrate. Perfino il New York Times, dopo l’attacco in Algeria, ammette che Gheddafi aveva ragione quando avvertiva che l’abbattimento dello Stato libico avrebbe provocato il caos, dando mano libera ai gruppi juhadisti. Non dice però il New York Times che lo stesso la Nato sta facendo in Siria, confermando che ciò rientra nella propria strategia della tensione. Ha capito tutto Bersani. «Bisogna fermare le formazioni jihadiste sanguinarie – ha dichiarato – non si può lasciare sola la Francia, intervenuta in Mali: I’intervento ci vuole ed è tempo che la Ue riprenda il bandolo». Quello che in realtà l’Europa ha già ripreso in mano per svolgere la vecchia matassa delle guerre coloniali.

Fonte: IlManifesto.it

Una guerra può nasconderne un’altra

guerra in mali

di: Thierry Meyssan

«Sotto i nostri occhi», cronaca di politica internazionale n°23.

«L’appetito vien mangiando», dice il proverbio. Dopo aver ricolonizzato la Costa d’Avorio e la Libia, e dopo aver tentato di accaparrarsi la Siria, la Francia mira di nuovo al Mali per attaccare di spalle l’Algeria.

Durante l’attacco alla Libia, i francesi e i britannici hanno fatto ampio uso degli islamisti per combattere il potere di Tripoli, poiché i separatisti della Cirenaica non erano interessati a rovesciare Muammar Gheddafi una volta che Bengasi si fosse resa indipendente. Dopo la caduta della Jamahiriya, sono stato personalmente testimone della ricezione dei dirigenti dell’AQMI (“Al-Qa’ida nel Maghreb Islamico”, NdT) da parte dei membri del Consiglio nazionale di transizione all’hotel Corinthia, reso nel frattempo sicuro da un gruppo specializzato britannico giunto appositamente dall’Iraq. Era evidente che il successivo obiettivo del colonialismo occidentale sarebbe stata l’Algeria e che AQMI vi avrebbe giocato un ruolo, ma non vedevo ancora quale conflitto avrebbe potuto essere usato per giustificare un’ingerenza internazionale.

Parigi ha concepito uno scenario in cui la guerra penetra in Algeria attraverso il Mali.

Poco prima della presa di Tripoli da parte della NATO, i francesi riuscirono a corrompere e riguadagnare gruppi tuareg. Ebbero il tempo di finanziarli abbondantemente e di armarli, ma era già troppo tardi perché potessero giocare un ruolo sul terreno. Una volta finita la guerra, fecero ritorno nel loro deserto.

Tuareg sono un popolo nomade che vive nel Sahara centrale e ai bordi del Sahel, ossia un grande spazio comune tra la Libia e l’Algeria, il Mali e il Niger. Mentre hanno ottenuto la protezione dei primi due stati, sono invece stati abbandonati dagli ultimi due. Pertanto, sin dagli anni sessanta, non hanno mai smesso di mettere in discussione la sovranità del Mali e del Niger sulle loro terre. Assai logicamente, i gruppi armati dalla Francia decisero di utilizzare le loro armi per finalizzare le loro rivendicazioni in Mali.

Il Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad (MNLA) ha preso il potere in quasi tutto il Mali settentrionale presso cui vive. Tuttavia, un piccolo gruppo di islamisti tuareg, Ansar Dine, legato ad AQMI, ne approfitta per imporre la shari’a in alcune località.

Il 21 marzo 2012, uno strano colpo di stato è perpetrato in Mali. Un misterioso «Comitato per il recupero della democrazia e la restaurazione dello Stato» (CNRDRE) rovescia il presidente Amadou Toumani Touré e dichiara di voler ripristinare l’autorità del Mali nel nord del paese. Ciò si traduce in una grande confusione, perché i golpisti non sono in grado di spiegare in che cosa la loro azione migliorerebbe la situazione. Il rovesciamento del presidente risulta tanto più strano in quanto le elezioni presidenziali erano previste cinque settimane più tardi e il presidente uscente non si ripresentava. Il CNRDRE è composto da ufficiali addestratisi negli Stati Uniti. Impedisce lo svolgimento delle elezioni e trasmette il potere a uno dei candidati, in questo caso il francofilo Dioncounda Traoré. Questo gioco di prestigio è legalizzato dal CEDEAO, il cui presidente è nientemeno che Alassane Ouattara, messo al potere un anno prima dall’esercito francese in Costa d’Avorio.

Il colpo di stato accentua la divisione etnica del paese. Le unità d’elite dell’esercito del Mali (addestrate negli USA) con un comando tuareg si uniscono armi e bagagli alla ribellione.

Il 10 gennaio, Ansar Dine – con il sostegno di altri gruppi islamisti – attacca la città di Konna. Lascia così il territorio tuareg per estendere la legge islamica al sud del Mali. Il presidente di transizione Dioncounda Traoré decreta lo stato di emergenza e chiede aiuto alla Francia. Parigi interviene nelle ore successive per impedire la presa della capitale, Bamako. Previdentemente, l’Eliseo aveva pre-posizionato in Mali gli uomini del 1° Reggimento Paracadutisti della Marina («la coloniale») e del 13° Reggimento paracadutisti Dragons, elicotteri del COS, tre Mirage 2000D, due Mirage F-1, tre C135, un C130 Hercule e un C160 Transall.

In realtà, è assai improbabile che Ansar Dine abbia rappresentato una minaccia reale, poiché la vera forza combattente non è rappresentata dagli islamisti, bensì dai nazionalisti tuareg, che non rivolgono alcuna ambizione al sud del Mali.

Per condurre il suo intervento militare, la Francia chiede aiuto a molti Stati, tra cui l’Algeria. Algeri è in trappola: accettare di cooperare con l’ex potenza coloniale o assumere il rischio di un riflusso degli islamisti sul proprio territorio. Dopo qualche esitazione, accetta di aprire il suo spazio aereo al transito francese. Ma alla fine, un gruppo islamista non identificato attacca un impianto metanifero della British Petroleum nel sud dell’Algeria accusando Algeri di complicità con Parigi nella questione del Mali. Un centinaio di persone sono prese in ostaggio, ma non solo algerini e francesi. L’obiettivo è palesemente quello di internazionalizzare il conflitto portandolo in Algeria.

La tecnica di ingerenza francese è una riedizione di quella adottata dall’amministrazione Bush:utilizzare gruppi islamisti per creare dei conflitti e poi intervenire e installarsi sul posto con il pretesto di risolvere detti conflitti. È per questo che la retorica di François Hollande ricalca quella della «guerra al terrorismo», malgrado sia stata abbandonata da Washington. Ritroviamo in questo gioco i protagonisti di sempre: il Qatar ha acquisito azioni di grandi società francesi installatesi in Mali, e l’emiro d’Ansar Dine è vicino all’Arabia Saudita.

Il piromane-pompiere è anche un apprendista stregone. La Francia ha deciso di rafforzare il suo dispositivo anti-terrorismo, il piano Vigipirate. Parigi non teme tanto un’azione degli islamisti del Mali sul suolo francese, quanto il riflusso degli jihadisti dalla Siria. In effetti, nel corso di due anni, la DCRI (il servizio informazioni all’interno della Francia, NdT) ha promosso il reclutamento di giovani musulmani francesi per combattere con l’ESL contro lo Stato siriano. A causa della disfatta dell’ESL, questi jihadisti stanno attualmente tornando al loro paese d’origine, dove potrebbero essere tentati, per solidarietà con Ansar Dine, di utilizzare le tecniche terroristiche che sono state loro insegnate in Siria.

Thierry Meyssan, 20 gennaio 2013.

Traduzione a cura di Matzu Yagi.

Questa “cronaca settimanale di politica estera” appare simultaneamente in versione araba sul quotidiano “Al-Watan” (Siria), in versione tedesca sulla “Neue Reinische Zeitung”, in lingua russa sulla“Komsomolskaja Pravda”, in inglese su “Information Clearing House”.

Fonte: MegaChip.info

Il principe Harry uccide un talebano e i giornali lo celebrano

principe harry

di: Toni De Marchi

“Il riscatto del principe ribelle: Harry ha ucciso un Taliban” (La Repubblica). “Uccide un leader talebano, Harry torna in prima pagina” (Il Giornale). “Il pilota Harry fa centro. Ucciso un capo talebano” (Corriere della Sera). Sembrano titoli della saga di un fantasy elettronico.

Scambiate Harry con Kratos e vi trovate dritti dritti in God of War, un videogame che ebbe molto successo negli scorsi anni.

Purtroppo, quella che i quotidiani italiani titolano con tanta leggiadra soddisfazione e superficialità non è una storia fantastica bensì il racconto tragico di una guerra, dove il principino lancia un missile Hellfire usando la sua consolle ultrasofisticata e uccide qualcuno. Un capo talebano (dicono), dunque uno per il quale non vale troppo la pena di spendere parole.

Per l’illustre sparatore si usano invece parole forti, adulatrici: “riscatto”, “fa centro”, “torna in prima pagina”. Il resto: non è un affare nostro.

D’altronde la guerra in Afghanistan, se non viene ridotta a videogame (o a telenovela, come in questo caso), è un posto dove i soldati, soprattutto quelli italiani, costruiscono scuole, distribuiscono caramelle, vaccinano i bambini. E i nostri giornalisti più o meno embedded si accontentano di diffondere i comunicati dello stato maggiore e a intervistare i portavoce militari. Da questo punto di vista, la stampa italiana è il sogno di ogni comunicatore militare, quelli che ripetono con educata ossessione il mantra che gli viene insegnato dai manuali della Nato e nei corsi di quella che una volta veniva chiamata “guerra psicologica”.

In questo idillio crepuscolare, è ovvio che un principe che lancia un missile è una specie di elfo invincibile (non sono granché esperto di fantasy o di elfi, per cui non so se siano davvero invincibili) da celebrare. I morti sono un incidente, soprattutto i nostri. Tornano, alle omelie funebri li chiamano “operatori di pace” e tutto finisce lì. Dei feriti, non se ne parla. Anche di quelli che hanno perso una gamba, un braccio, un occhio. Volete mettere la geometrica potenza dell’Apache sul quale vola il capitano Harry Wales quando non esibisce le sue nudità a Las Vegas?

Volete mettere il royal glamour, rispetto alle centinaia di soldati che tornano a casa ed hanno la vita piegata dalle ferite invisibili della malattia mentale? Almeno i giornali inglesi ne parlano, e anche spesso. Raccontano di quei soldati che tornano con il PTSD, il post-traumatic stress disorder (disturbo post traumatico da stress), e se lo porteranno addosso per anni, per decenni, se non finiscono suicidi. Secondo il britannico Mirror, dei 2510 militari britannici che nel 2010 hanno avuto una diagnosi di malattia psichiatrica, 185 soffrivano di PTSD, una condizione associata con lo stress da combattimento. Percentualmente di più tra i soldati semplici, meno tra gli ufficiali. La rivista medica britannica Lancet, citata da The Guardian,  afferma che il 4 per cento dei militari britannici che hanno prestato servizio in Iraq e in Afghanistan soffre di PTSD e il 19,7 per cento di altri disturbi psichiatrici.

Anche in Francia la stampa denuncia da tempo queste vittime invisibili. Per Le Monde, sarebbero 400 i militari francesi in osservazione presso i servizi psichiatrici della sanità militare.

Da noi? Stiamo tutti bene, anzi benissimo. Se dovessimo badare alle statistiche inglesi ci dovrebbero essere alcune centinaia di soldati italiani rientrati dall’Afghanistan che soffrono di PSTD, considerando i circa 45 mila militari che hanno fatto almeno un turno di servizio in teatro nei dieci anni di guerra. Tutti così bene che, segretamente, il Ministero della Difesa ha un progetto per trasformare l’ospedale di lungodegenza di Anzio, una struttura militare quasi dimenticata, in un centro per i militari feriti nella mente. Ma niente titoli, per carità. No Harry? No Party!

FONTE: Il Blog di Toni de Marchi

La Striscia brucia: ecco l’incendiario

di: Manlio Dinucci

Jamal, un commerciante di Gaza, era fuori domenica mattina quando una potente testata israeliana a guida di precisione ha centrato la sua casa, sterminando la famiglia: nove persone tra cui quattro bambini di 2-6 anni. Tre generazioni spazzate via in un attimo. Oltre 5mila palestinesi sono stati uccisi in dieci anni dagli israeliani a Gaza, di cui 1.200 solo nel 2009, più altri 2mila in Cisgiordania. Dei 70mila rapiti, oltre 6mila, tra cui più di 400 bambini, sono ancora imprigionati. Un prezzo altissimo, considerando che la popolazione dei Territori palestinesi occupati è di 5,5 milioni.

Ma non si muore solo per gli attacchi militari nel ghetto di Gaza e in quello di Cisgiordania, circondato dal Muro di 750 km. Si muore ogni giorno di povertà, per mancanza di cibo, acqua potabile, medicine. L’alternativa è scomparire o resistere.

I palestinesi resistono, rivendicando il diritto a uno stato libero e sovrano che, secondo la decisione delle Nazioni unite, avrebbe dovuto nascere 64 anni fa accanto a quello israeliano. In termini militari, però, l’armamento palestinese equivale a quello di chi, inquadrato da un tiratore scelto nel mirino telescopico di un fucile di precisione, cerca di difendersi lanciandogli il razzo di un fuoco artificiale. Sulla scia di Washington, la Ue condanna invece «il lancio di razzi da Hamas e da altre fazioni, che hanno iniziato questa crisi». E il ministro Terzi, spacciando i razzi per missili, sottolinea che sono «i lanci di missili all’origine della crisi» e che «la limitazione della forza da parte di Israele deve poggiare sulla sicurezza assoluta che i lanci di missili non si ripetano». Sceneggiata che sarebbe grottesca se non fosse tragica. La nuova crisi, volutamente innescata da Tel Aviv con l’assassinio a Gaza del comandante militare di Hamas, rientra nella strategia dell’asse Nato-Israele. Mentre i governanti statunitensi ed europei recitano sulla scena internazionale il ruolo dei moderati che cercano una soluzione pacifica al conflitto, la Nato sostiene sempre più le forze militari israeliane. Non a caso l’attacco a Gaza è iniziato il 14 novembre, il giorno dopo che si è conclusa in Israele la grande esercitazione congiunta Austere Challenge 2012, con la partecipazione di 3.500 specialisti statunitensi della guerra. Contemporaneamente nei cieli della Sardegna si sono intensificate, secondo varie testimonianze, le esercitazioni cui partecipano cacciabombardieri israeliani che usano la base di Decimomannu anche come scalo tecnico. In Sardegna, spiega un pilota, disponiamo di un’area più grande dell’intero Israele. E tra poco l’aeronautica israeliana disporrà di 30 velivoli M-346 da addestramento avanzato, forniti da Alenia Aermacchi. Così le incursioni su Gaza saranno ancora più micidiali. Il tutto rientra nel potenziamento della macchina bellica Nato/Israele nell’area mediterranea. Dagli Usa stanno arrivando altre unità navali e aeree per le forze speciali, che opereranno da basi sia sulla sponda nord (soprattutto Sigonella) che su quella sud (in Libia e altri paesi). Mentre il Pentagono annuncia che occorrono 75mila uomini da inviare in Siria, formalmente per impadronirsi delle armi chimiche prima che cadano in mano a Hezbollah. L’incendio di Gaza si allarga, spinto dallo stesso Vento dell’Ovest.

IlManifesto.it

 

Il partner afghano di Monti

di: Manlio Dinucci

Il premier Monti ha celebrato la giornata delle forze armate con una visita «a sorpresa» in Afghanistan. Ai militari italiani a Herat ha ribadito che «non siete l’espressione di una nazione in guerra: siamo qui per assicurare a questo paese sicurezza, stabilità e prosperità». Ha quindi incontrato il premier Karzai, assicurandolo che l’Italia, come gli altri paesi, «trasformerà il suo supporto, ma questo non significa lasciare il paese da solo».

Lo garantisce l’Accordo di partenariato firmato a Roma il 26 gennaio da Monti e Karzai. Per la realizzazione di «infrastrutture strategiche» nella provincia di Herat, l’Italia concede al governo afghano un credito agevolato di 150 milioni di euro (mentre L’Aquila e altre zone disastrate non hanno i soldi per ricostruire).

Si prevedono investimenti italiani anche nel settore minerario afghano (mentre chiudono le miniere in Sardegna) e a sostegno delle piccole e medie imprese afghane (mentre quelle italiane falliscono). Oltre agli impegni previsti dall’accordo, vi sono quelli assunti dall’Italia nel quadro Nato. Dopo aver speso nella guerra in Afghanistan 650 miliardi di dollari, gli Usa hanno impegnato gli alleati a contribuire alla formazione delle «forze di sicurezza afghane», già costata circa 60 miliardi di dollari, e al «fondo per la ricostruzione», già costato circa 20 miliardi. Dove finisce questo fiume di denaro? In gran parte nelle tasche della famiglia estesa di Hamid Karzai, il partner ricevuto al Quirinale, con tutti gli onori, dal presidente Napolitano. Gli affari di famiglia, in parte già noti, sono venuti a galla in un’inchiesta del New York Times. I fratelli del presidente e altri familiari, molti dei quali hanno cittadinanza Usa, si sono arricchiti con i miliardi della Nato (usciti anche dalle nostre tasche), gli affari sottobanco con compagnie straniere, gli appalti truccati, il traffico di droga. Per accaparrarseli, si è scatenata tra i fratelli una lotta al coltello. Mentre Qayum Karzai si prepara a subentrare al fratello Hamid come presidente, un altro fratello, Ahmed Wali Karzai, boss dell’Afghanistan meridionale, è stato assassinato. Grazie alla corruzione e al traffico di droga, aveva accumulato centinaia di milioni di dollari trasferendoli a Dubai. Al suo posto il presidente Karzai ha nominato un altro fratello, Shah Wali Karzai, manager della società Afco di proprietà del fratello Mahmoud Karzai: un palazzinaro che, dopo aver messo le mani su 40 km2 di terreni demaniali, sta costruendo a Kandahar migliaia di case per gli afghani benestanti. Mahmoud è anche un abile banchiere: nel 2010 è riuscito a sottrarre 900 milioni di dollari alla maggiore banca del paese, trasferendoli su un proprio conto a Dubai. Una volta al potere, Shah Wali ha rotto col fratello Mahmoud (contro cui è stato ordito un complotto per assassinarlo): ha creato una propria società, alla quale ha trasferito sottobanco 55 milioni di dollari provenienti dalla Banca per lo sviluppo edilizio. Con questa controparte il governo Monti ha stipulato l’Accordo di partenariato, approvato il 6 settembre dalla Camera a schiacciante maggioranza (396 contro 8) e il 30 ottobre dal Senato all’unanimità. In base alla solenne dichiarazione che le due parti hanno «interessi condivisi e obiettivi comuni».

Fonte: IlManifesto.it

L’impero americano ha bisogno di una guerra?

di: William Blum

Luigi XVI ha avuto bisogno di una rivoluzione, Napoleone ha avuto bisogno di due storiche sconfitte militari, l’impero spagnolo nel Nuovo Mondo ha avuto bisogno di numerose rivoluzioni, lo zar russo ha avuto bisogno di una rivoluzione comunista, l’impero austro-ungarico e quello ottomano hanno avuto bisogno della Prima Guerra Mondiale, il Terzo Reich della Seconda Guerra Mondiale, la Terra del Sol Levante di due bombe atomiche, l’impero portoghese in Africa di un colpo di stato militare in patria. Di cosa avrà bisogno l’impero americano?

Forse di perdere l’ammirazione e il sostegno di lunga data di un gruppo di persone dopo l’altro, un paese dopo l’altro, mentre le guerre, i bombardamenti, le occupazioni, le torture e le bugie dell’impero erodono la facciata di un’ amata e leggendaria “America”, di un impero diverso da qualsiasi altro nella storia, che è intervenuto seriamente e gravemente, in guerra e in pace, nella maggior parte dei paesi del pianeta, predicando al mondo che l’American Way of Life era un fulgido esempio per tutta l’umanità e che, soprattutto, l’America era necessaria per guidare il mondo.

I documenti e i video di Wikileaks hanno fornito una umiliazione dopo l’altra … bugie e manipolazioni politiche rivelate, ipocrisie grossolane, omicidi a sangue freddo … seguite dalle torture a Bradley Manning e la persecuzione di Julian Assange. Washington definisce queste rivelazioni come “minacce alla sicurezza nazionale”, ma il mondo può ben vedere che si tratta semplicemente del vecchio imbarazzo.

Gli avvocati difensori di Manning hanno chiesto al tribunale militare più volte di specificare quale sia esattamente il danno fatto alla sicurezza nazionale. Il tribunale non ha mai dato una risposta. Se l’inferno non ha furia peggiore di quella di una donna disprezzata, va presa in considerazione quella di un impero imbarazzato.

E ora abbiamo la soap opera internazionale, L’Affaire Assange, con Svezia, Regno Unito, Stati Uniti, Ecuador e Julian Assange. Le nuove colonie americane, la Svezia (un attivo membro  belligerante della NATO in tutto tranne che nel nome) e il Regno Unito (con il suo “rapporto speciale” con gli Stati Uniti), sanno cosa ci si aspetta da loro per guadagnarsi una carezza dal loro zio di Washington.Possiamo dedurre che la Svezia non abbia alcun motivo legittimo per chiedere l’estradizione di Julian Assange da Londra dal fatto che essa ha ripetutamente rifiutato le offerte per interrogare Assange in Gran Bretagna e ripetutamente rifiutato di spiegare il motivo per cui ha rifiutato di farlo.

Gli inglesi, sotto l’ “enorme pressione da parte dell’amministrazione Obama”, come ha riferito l’ex ambasciatore britannico Craig Murray dal Foreign Office britannico [2], hanno minacciato, in una lettera al governo ecuadoriano, di assaltare l’ambasciata ecuadoriana a Londra per prendersi Assange : – ”  Dovreste essere consapevoli del fatto che esiste una base giuridica nel Regno Unito, il Diplomatic and Consular Premises Act del 1987, che ci permette di agire per arrestare il sig. Assange nelle attuali strutture dell’ambasciata “- . Il 18 agosto, la polizia di Londra si è effettivamente spinta fino alla scala antincendio interna dell’edificio, arrivando a pochi metri da dove era Assange, che poteva sentire. La legge citata dagli inglesi è, ovviamente, la loro legge, non necessariamente con un riconoscimento a livello internazionale.

Il Regno Unito ha formalmente ritirato la sua minaccia contro l’ambasciata, probabilmente a causa del tanto sdegno internazionale verso il governo di Sua Maestà. Il sistema di asilo in tutto il mondo cadrebbe a pezzi se la nazione che concede l’asilo venisse punita per questo. In questo mondo violento di terroristi, imperialisti e di tante altre cose brutte  è confortante sapere che un valore vecchio come l’asilo politico possa ancora essere onorato.

Uno sguardo indietro ad alcuni comportamenti degli Usa e del Regno Unito in materia di ambasciate e di asilo politico è, al tempo stesso, interessante e rivelatore:

Nel 1954, quando gli Stati Uniti rovesciarono il democraticamente eletto social-democratico Jacobo Arbenz in Guatemala e lo rimpiazzarono con un governo militare guidato dal colonnello Carlos Castillo Armas, molti guatemaltechi si rifugiarono nelle ambasciate straniere. Il Segretario di Stato americano, John Foster Dulles, insistette sul fatto che il nuovo governo guatemalteco facesse irruzione in tali ambasciate e arrestasse quelle persone, che egli definì “comunisti”. Ma Castillo Armas si rifiutò di realizzare questi desideri di Dulles . Stephen Schlesinger e Stephen Kinzer, nella loro storia completa del colpo di  Stato, affermano [3]:

“Alla fine, Castillo Armas ignorò i suggerimenti di Dulles. Lui stesso era un prodotto della diffusa credenza in America Latina che l’asilo e il salvacondotto nelle ambasciate rappresentavano un’equa risoluzione dei conflitti politici. Praticamente ogni cittadino politicamente attivo del Guatemala, tra cui Castillo Armas, avevano cercato asilo politico in un’ambasciata, in quella o in altre occasioni, e avevano ottenuto un salvacondotto da parte del governo. Il suggerimento di Dulles per una modifica della dottrina in materia di asilo non era  popolare nemmeno all’interno dell’ambasciata americana. “

Va notato che uno di coloro che cercarono asilo all’Ambasciata Argentina in Guatemala fu un medico argentino di venticinque anni: Ernesto “Che” Guevara.

Baltasar Garzon, giudice spagnolo che è uno degli avvocati di Assange, giunse alla ribalta internazionale nel 1998, quando incriminò l’ex dittatore cileno Augusto Pinochet mentre quest’ultimo si trovava in Inghilterra. Ma gli inglesi si rifiutarono di inviare Pinochet in Spagna per affrontare l’accusa,  dandogli in effetti asilo politico, e permisero a questo assassino e torturatore di massa di poter camminare libero e, infine, di tornare in Cile. Julian Assange, non incolpato o colpevole di qualcosa, è un prigioniero de facto  del Regno Unito, mentre il New York Times e la BBC e i numerosi altri giganti dei media, che hanno fatto esattamente quello che ha fatto Assange – pubblicando gli articoli e i video di Wikileaks – sono ancora a piede libero.

Lo scorso aprile, il dissidente cinese Chen Guangcheng è scappato dagli arresti domiciliari in Cina rifugiandosi presso l’ambasciata americana a Pechino, scatenando la tensione diplomatica tra i due paesi. Ma l’ “autoritario”  governo cinese non ha minacciato di entrare nell’ambasciata americana per arrestare Chen e gli ha permesso di accettare l’offerta americana di un ingresso sicuro negli Stati Uniti. Come farà Julian Assange ad ottenere un passaggio sicuro in Ecuador?

Nel mese di agosto del 1989, mentre la guerra fredda ancora prevaleva, molti tedeschi dell’est attraversarono la Cecoslovacchia, collegata al blocco sovietico, e ottennero asilo politico nell’ ambasciata della Germania Ovest. Come avrebbero reagito gli Stati Uniti – che non hanno detto una sola parola contro la minaccia britannica di invadere l’ambasciata ecuadoriana –  se i tedeschi orientali o i cechi avessero fatto irruzione nell’ ambasciata della Germania dell’Ovest o avessero impedito a coloro che erano al suo interno di uscirne? Come poi è accaduto, la Germania Ovest trasferì in treno i richiedenti asilo nella parte occidentale senza trovar alcuno ostacolo da parte del blocco sovietico. Pochi mesi dopo, l’ “Impero del Male” più debole crollò, lasciando l’intero campo di gioco all’ “Impero del Male” più forte, che, da allora, ha attivato il pilota automatico sulla belligeranza.

Nel 1986, dopo che il governo francese rifiutò di far utilizzare il suo spazio aereo agli aerei da guerra statunitensi diretti a bombardare la Libia, questi furono costretti a cambiare rotta. Quando arrivarono in Libia bombardarono così vicino all’ambasciata francese che l’edificio venne danneggiato e saltarono tutte le comunicazioni [4].

Nel 1999, la NATO (ovvero gli Stati Uniti), volutamente (sic) bombardarono l’ambasciata cinese a Belgrado, in Jugoslavia [5].

Dopo che Assange ha trovato rifugio presso l’ambasciata ecuadoriana e gli è stato concesso asilo dal paese sudamericano, il Dipartimento di Stato ha dichiarato: “Gli Stati Uniti non aderiscono alla Convenzione dell’ OAS [Organizzazione degli Stati Americani]  del 1954 in materia di asilo diplomatico e non riconoscono il concetto di asilo diplomatico come una questione di diritto internazionale. “[6]

L’Ecuador ha chiesto un incontro presso l’OAS dei ministri degli esteri dei paesi membri per discutere la situazione. Gli Stati Uniti si sono opposti a tale richiesta. Per Washington la questione è semplice: il Regno Unito obbedisce al diritto internazionale ed estrada  Assange in Svezia. (E in seguito – risatina- la Svezia invia il bastardo negli  USA.) Fine della discussione. Washington però non voleva che la questione esplodesse prolungandosi ulteriormente. Ma delle 26 nazioni votanti alla OAS, solo tre hanno votato contro l’incontro:  Stati Uniti, Canada, e Trinidad & Tobago – forse un altro esempio di ciò che è stato detto prima riguardo la perdita dell’ammirazione e del sostegno di un paese dopo un altro, da parte di questo impero morente.

Il prezzo che l’ Ecuador può pagare per il suo coraggio … editoriale del Washington Post, 20 giugno 2012:

“Vi è un controllo potenziale delle ambizioni del presidente ecuadoriano Rafael Correa. L’’Impero’ degli Stati Uniti, di cui egli professa disprezzo, concede all’Ecuador (che utilizza il dollaro come moneta) speciali preferenze commerciali che permettono di esportare molte merci in franchigia. Un buon terzo delle vendite ecuadoriane all’estero (10 miliardi nel 2011) vanno negli Stati Uniti, sostenendo circa 400.000 posti di lavoro in un paese di 14 milioni di persone. Tali preferenze saranno rinnovate dal Congresso all’inizio del prossimo anno. Se il signor Correa cerca di nominarsi come il principale nemico degli Stati Uniti in America Latina e protettore di Julian Assange, non è difficile immaginare quale sarà l’esito del rinnovo di quelle preferenze. “

In diverse occasioni il presidente Obama, quando pressato per indagare Bush e Cheney per crimini di guerra, ha dichiarato: “Io preferisco guardare avanti piuttosto che indietro”. Immaginate un imputato dinanzi a un giudice che chiede di essere dichiarato innocente in base a tali argomenti. Rende semplicemente irrilevante le leggi, la loro applicazione, i reati, la giustizia e i fatti. Immaginate Julian Assange davanti a un tribunale militare in Virginia che utilizza queste argomentazioni. Immaginate la reazione di Barack Obama, che è diventato il principale persecutore degli informatori della storia americana.

Dal momento che L’Affaire Assange è finito sulle prime pagine dei media di tutto il mondo, gli Stati Uniti, così come il Regno Unito, hanno, a più riprese, rilasciato dichiarazioni sul radicato obbligo internazionale delle nazioni di soddisfare le richieste di estradizione da parte di altre nazioni. Gli Stati Uniti, tuttavia, hanno innumerevoli volte ignorarato tali richieste, sia in modo formale che informale, nei confronti di coloro che vivono negli Stati Uniti, che sono alleati ideologici. Eccone alcune degli ultimi anni:

- L’ex presidente venezuelano Carlos Andres Perez, che il governo venezuelano voleva  processare per il suo ruolo nella soppressione delle rivolte nel 1989. Morì nel 2010 a Miami. (Associated Press, 27 dicembre 2010)

- L’ex presidente boliviano Gonzalo Sanchez de Lozada, fuggito negli Stati Uniti nel 2003 per evitare un processo per la morte di circa 60 persone a La Paz nel corso di una repressione militare contro i manifestanti. Nel 2008, la Bolivia ha formalmente inviato al governo degli Stati Uniti una richiesta di estradizione. Richiestà che però non venne accolta. (Associated Press, 13 febbraio 2006, vedi anche la sua voce su Wikipedia )

- Nel 2010, un giudice federale statunitense negò la richiesta di estradizione in Argentina per l’ex ufficiale militare Roberto Bravo, su cui pendevano 16 accuse di omicidio derivanti da un massacro di guerriglieri di sinistra nella sua patria nel 1972. (Associated Press, 2 novembre 2010)

- Luis Posada, un cubano di nascita e cittadino del Venezuela, che ideò il bombardamento di un aereo cubano nel 1976, uccidendo 73 civili. In quanto parte del complotto si era svolto in Venezuela, il governo sudamericano chiese formalmente agli Stati Uniti la sua estradizione nel 2005. Ma invece di estradarlo, gli Stati Uniti lo processarono per reati minori in materia di immigrazione che si conclusero poi con un nulla di fatto. Posada continua a vivere da uomo libero negli Stati Uniti.

- Nel 2007, alcuni procuratori tedeschi hanno emesso mandati di arresto per 13 agenti della CIA sospettati di aver rapito nel 2003  un cittadino tedesco, Khaled el-Masri, e averlo trasportato in Afghanistan per l’interrogatorio (leggi tortura). La CIA poi si rese conto di aver rapito l’uomo sbagliato e scaricò el-Masri lungo una strada albanese. Successivamente, il ministro della giustizia tedesco annunciò la decisione di non richiedere più l’ estradizione, citando il rifiuto degli Stati Uniti di arrestare o consegnare gli agenti. (The Guardian (Londra), 7 gennaio 2011)

- Nel novembre del 2009, un giudice italiano condannò un capo – stazione della CIA e 22 altri americani, tutti agenti della CIA tranne uno, per il rapimento di un religioso musulmano, Abu Omar, nelle strade di Milano nel 2003 e per averlo trasportato in Egitto per l’interrogatorio. Tutti i condannati avevano lasciato l’Italia al momento della decisione del giudice e sono stati quindi processati in contumacia. In Italia sono considerati latitanti. Anche se ci sono state sentenze, mandati di cattura e richieste di estradizione, il governo italiano ha rifiutato di inoltrare formalmente le richieste ai loro alleati, gli americani, che, comunque sia, sarebbero state ovviamente inutili. (Der Spiegel  on-line [Germania], 17 dicembre 2010, sulla base di un cable americano diffuso da Wikileaks )

Il nascosto, evidente, particolare, fatale e onnipresente pregiudizio dei media mainstream americani nei confronti della politica estera americana

Ci sono più di 1.400 quotidiani negli Stati Uniti. Sapreste indicare un unico giornale o una sola rete televisiva che si sia inequivocabilmente schierata contro le guerre americane condotte contro la Libia, l’Iraq, l’Afghanistan, la Jugoslavia, Panama, Grenada e il Vietnam? O anche contrario a un paio di queste guerre? O a una sola? (Ho fatto questa domanda per anni e finora ho ottenuto una sola risposta. Qualcuno mi ha detto che il Seattle Post-Intelligencer era inequivocabilmente contrario all’invasione dell’Iraq. Qualcuno sa verificarlo o citare un altro caso?)

Nel 1968, al sesto anno della Guerra del Vietnam, il Boston Globe esaminò le posizioni editoriali di 39 importanti giornali degli Stati Uniti nei confronti della guerra e scopri che “nessuno di questi sosteneva un ritiro”.[7]

Ora, si può nominare un quotidiano americano o una rete televisiva che, più o meno, dà  supporto a qualsiasi governo NUD (Nemico Ufficialmente Designato) degli Stati Uniti? Come Hugo Chávez del Venezuela, Fidel e Raul Castro di Cuba, Bashar al-Assad di Siria, Mahmoud Ahmadinejad dell’Iran, Rafael Correa dell’Ecuador (anche prima che scoppiasse la questione Assange) o Evo Morales della Bolivia? Intendo che presenti il punto di vista dei NUD in un modo ragionevolmente equo per la maggior parte del tempo? O di qualsiasi NUD  del recente passato, come Slobodan Milosevic di Serbia, Muammar Gheddafi della Libia, Robert Mugabe dello Zimbabwe o di Jean-Bertrand Aristide di Haiti?

Chi ,nei media mainstream, sostiene Hamas di Gaza? O Hezbollah del Libano?

Chi, nei media mainstream, è apertamente critico della politica interna o estera di Israele? E lui/lei che lo fa, lavora ancora?

Chi, nei media mainstream, tratta Julian Assange e Bradley Manning come gli eroi che sono?

E sono sempre questi media mainstream che ci dicono che Cuba, Venezuela, Ecuador e tutti gli altri, non dispongono di reali media di opposizione.

L’ideologia dei media mainstream americani è la convinzione di non avere alcuna ideologia ma di ritenersi “obiettivi”.

Si dice che lo spettro politico in materia di politica estera degli Stati Uniti nei media mainstream americani  “copre la gamma da A a B.”

Molto prima del crollo dell’Unione Sovietica, un gruppo di scrittori russi in visita negli Stati Uniti furono stupiti di trovare, dopo aver letto i giornali e guardato la televisione, che quasi tutte le opinioni riguardanti le più importanti problematiche vitali erano praticamente le stesse. “Nel nostro Paese”, disse uno di loro, “per ottenere questo risultato abbiamo una dittatura. Imprigioniamo le persone. Gli strappiamo le unghie. Qui non fate nulla di tutto ciò. Come fate? Qual è il vostro segreto? ” [8]

L’8 ottobre 2001, il secondo giorno di bombardamenti statunitensi sull’Afghanistan, i trasmettitori di Radio Shari del governo talebano vennero bombardati e, poco dopo, gli USA bombardarono circa 20 radio regionali. Il Segretario alla Difesa americano Donald Rumsfeld difese gli attacchi a queste radio, dicendo che:

“Naturalmente, non possono essere considerati media liberi. Sono portavoce dei talebani e di coloro che ospitano i terroristi. “[9]

Note

[1] Sam Smith, direttore di  Progressive Review

[2] Craig Murray, “America’s Vassal Acts Decisively and Illegally: Former UK Ambassador, Information Clearing House, 16 Ago 2012

[3]Bitter Fruit: The Untold Story of the American Coup in Guatemala (1982), pp.222-3 

[4]Associated Press, “France Confirms It Denied U.S. Jets Air Space, Says Embassy Damaged”,15 Aprile 1986

[5] William Blum,  Rogue State: A Guide to the World’s Only Superpower, pp.308-9

[6] Josh Rogin,  “State Department: The U.S. does not recognize the concept of ‘diplomatic asylum” , Foreign Policy, 17 agosto 2012 Boston Globe, 18 febbraio 1968, p.2-A

[7]John Pilger, New Statesman (Londra), 19 FEBBRAIO 2001

[8]Index on Censorship (Londra), 18 ottobre 2001

LINK:  Does the American Empire Need a War?

DI:  Coriintempesta

 

Dopo la strage degli innocenti

di: Manlio Dinucci

Una delle capacità dell’Arte della guerra del XXI secolo è quella di cancellare dalla memoria la guerra stessa, dopo che è stata effettuata, occultando le sue conseguenze. I responsabili di aggressioni, invasioni e stragi possono così indossare la veste dei buoni samaritani, che tendono la mano caritatevole soprattutto ai bambini e ai giovani, prime vittime della guerra. L’Italia – dopo aver messo a disposizione della Nato sette basi aeree per le 10mila missioni di attacco alla Libia, e avervi partecipato sganciando un migliaio di bombe e missili – ha varato un «progetto a favore dei minori colpiti da traumi psicologici derivanti dal recente conflitto». Il progetto, del costo di 1,5 milioni di euro, prevede l’invio di una task force di esperti che opererà a Bengasi, Tripoli e Misurata, collaborando con le «autorità libiche».

Le stesse che perfino il Consiglio di sicurezza dell’Onu chiama in causa per «le continue detenzioni illegali, torture ed esecuzioni extragiudiziarie». In Afghanistan, dove ogni anno muoiono migliaia di bambini per gli effetti diretti e indiretti della guerra, gli aerei italiani non lanciano solo bombe e missili, ma viveri, indumenti, quaderni e penne per i bambini, così da «integrare l’azione operativa con l’attività di supporto umanitario». Un centinaio di fortunati bambini ha ricevuto, in una base militare italiana, un pacco dono, frutto di «una raccolta spontanea durante le celebrazioni delle Sante Messe». «Con l’occasione», alcuni sono stati perfino visitati da un ufficiale medico pediatra. E quando la piccola Fatima ha avuto un braccio maciullato da un ingranaggio, c’è stata la «corsa generosa e disperata» verso l’ospedale, effettuata con un Lince, il blindato usato dagli italiani nella guerra in Afghanistan. In Iraq, l’Italia è impegnata in un «progetto comune contro la tratta di esseri umani», di cui sono vittime soprattutto ragazze e ragazzi, costretti alla prostituzione e al lavoro forzato nelle monarchie del Golfo. Nascondendo il fatto che tale fenomeno è uno degli effetti della guerra, cui ha partecipato anche l’Italia. Le vittime dirette sono state, nel 2003-11, almeno un milione e mezzo, di cui circa il 40% bambini, documenta il Tribunale di Kuala Lumpur sui crimini di guerra. Molti altri bambini sono morti per le armi a uranio impovertito, che hanno contaminato il terreno e le acque. A Fallujah, le malfomazioni cardiache dei neonati risultano 13 volte superiori alla media europea, e quelle del sistema nervoso superiori di 33 volte. A mietere un maggior numero di vittime è il collasso della società irachena, provocato dalla guerra. Circa 5 milioni di bambini sono orfani e circa 500mila vivono abbandonati nelle strade, 3,5 milioni sono in povertà assoluta, 1,5 milioni di età inferiore ai cinque anni sono denutriti e in media ne muoiono 100 al giorno. Sono queste le prime vittime della tratta di esseri umani: bambine di 11-12 anni sono vendute per 30mila dollari ai trafficanti. A provocare questo immenso dramma contribuisce l’Italia, partecipando alle guerre camuffate da missioni internazionali di pace. Anche se il presidente Napolitano, rivolgendosi ai militari in missione, assicura: «Voi oggi, e altri prima di voi, avete dato un grandissimo contributo a un rinnovato prestigio e alla credibilità dell’Italia».

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Ci si prepara alle guerre del 2020

di: Tommaso Di Francesco e Manlio Dinucci

Una notizia incoraggiante per i disoccupati, i precari, le famiglie colpite in Italia dai tagli alle spese sociali: «Il contributo dell’Italia al fondo per sostenere le forze di sicurezza afghane al termine della transizione, a fine 2014, sarà di sostanza e in linea con la quantità e la qualità della sua presenza in questo decennio in Afghanistan». Lo ha assicurato il ministro Giulio Terzi a Bruxelles durante il Ministeriale Esteri e Difesa della Nato.

L’ammontare complessivo del fondo sarà deciso al Summit Nato, che si svolgerà a Chicago il 20-21 maggio, ma il segretario generale Anders Rasmussen lo ha già quantificato in almeno 4 miliardi di dollari annui.

Il grosso della spesa per mantenere le «forze di sicurezza» afghane, circa 350mila uomini, graverà sui maggiori paesi dell’Alleanza, Italia compresa. Rasmussen, lo presenta come un affare, sottolineando che è molto meno costoso finanziare le forze locali piuttosto che dispiegare truppe internazionali in Afghanistan.

Entro il 2014, è prevista l’uscita progressiva delle truppe Nato, circa 130mila uomini. Ma, ha sottolineato il segretario Usa alla Difesa Leon Panetta, «non abbandoneremo l’Afghanistan». In altre parole, la Nato non se ne andrà.

Da un lato, addestrerà e armerà le «forze di sicurezza» governative, che saranno di fatto sotto comando Nato; dall’altro, potenzierà le forze per le operazioni speciali, anzitutto quelle Usa organizzate in una nuova «Forza di attacco», che continueranno a operare in Afghanistan dopo il 2014. Allo stesso tempo molte funzioni, prima svolte dagli eserciti ufficiali, verranno affidate a contractor di compagnie militari private (solo quelli alle dipendenze del Pentagono superano i 110mila).

Questa ridislocazione di forze rientra nel progressivo spostamento del centro focale della strategia Usa/Nato verso la regione Asia/Pacifico. Riguardo alla Siria, Rasmussen ha dichiarato che «non abbiamo intenzione di intervenire», ma, ha precisato, «seguiamo la situazione da vicino». Molto da vicino, dato che servizi segreti e forze speciali di paesi Nato già armano e addestrano i «ribelli». Riguardo all’Iran, proseguono i preparativi di guerra in stretto coordinamento con Israele. La Nato però guarda oltre, al confronto con Russia e Cina.

«Non consideriamo la Russia una minaccia per i paesi Nato, e la Russia non dovrebbe considerare la Nato una minaccia per la Russia», ha assicurato Rasmussen al meeting di Bruxelles, sottolineando che «il nostro sistema di difesa antimissile non è progettato per minacciare la Russia». Intanto però, con l’allargamento ad est, la Nato continua a spostare forze e basi (anche a capacità nucleare) a ridosso della Russia, e, con la motivazione della «minaccia iraniana», sta installando in Europa sistemi radar e missilistici che le permetteranno di acquisire un ulteriore vantaggio strategico sulla Russia.

Ma è soprattutto alla Cina che guarda la Nato, preparandosi a potenziare le proprie capacità militari con una serie di misure tecniche e organizzative, denominata «Smart Defence» (Difesa intelligente). Al prossimo Summit di Chicago, i capi di stato e di governo della Nato «getteranno le fondamenta delle future forze dell’Alleanza per il 2020 e oltre». In tale quadro si inserisce lo «Schriever Wargame», una esercitazione organizzata dal Comando della forza aerospaziale Usa, focalizzata sull’«uso dello spazio e del cyberspazio in un futuro conflitto». Nell’ultima edizione, nel 2010, lo scenario era quello di un conflitto nel Pacifico, chiaramente (anche se non esplicitamente) con la Cina.

Allo «Schriever Wargame 2012», in svolgimento dal 19 al 26 aprile, partecipa per la prima volta anche l’Italia. Gli Usa, ha dichiarato un portavoce Nato, «incoraggiano gli alleati europei a investire di più in tali capacità: partecipare allo Schriever Wargame dà loro l’opportunità di lavorare insieme su sistemi basati nello spazio, che saranno sempre più impotanti per le future operazioni». Lo scenario di quest’anno è una spedizione Nato nel Corno d’Africa, contro «pirati sostenuti da al-Shabaad, affiliata di al-Qaeda in Africa».

La Nato ormai non ha più confini: dal Nord Atlantico è arrivata all’Oceano Indiano e al Pacifico, scavalcando le montagne afghane, ed è ormai lanciata verso le guerre spaziali del 2020. Mentre in Italia mancano i soldi per ricostruire le case terremotate dell’Abruzzo.

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Le spese militari uccidono

di Manlio Dinucci

Nel tempo che impiegherete a leggere questo articolo, nel mondo si saranno spesi altri 10 milioni di dollari in armi, eserciti e guerre. La spesa militare mondiale ammonta infatti a 3,3 milioni di dollari al minuto. Ossia 198 milioni ogni ora, 4,7 miliardi ogni giorno. Il che equivale a 1.738 miliardi di dollari in un anno.

Sono i dati relativi al 2011, pubblicati ieri dal Sipri, l’autorevole istituto internazionale con sede a Stoccolma.

A fare da locomotiva della spesa militare sono ancora gli Stati uniti, con 711 miliardi, equivalenti al 41% del totale mondiale.

L’annunciato taglio di 45 miliardi annui nel prossimo decennio è tutto da vedere.

I risparmi dovrebbero essere effettuati riducendo le forze terrestri e restringendo i benefit (compresa l’assistenza medica) dei veterani.

Obiettivo del Pentagono è rendere le forze Usa più agili, più flessibili e pronte ad essere dispiegate ancora più rapidamente. La riduzione delle forze terrestri si inquadra nella nuova strategia, testata con la guerra di Libia: usare la schiacciante superiorità aerea e navale Usa e far assumere il peso maggiore agli alleati.

Ma non per questo le guerre costano meno: i fondi necessari, come è avvenuto per quella contro la Libia, vengono autorizzati dal Congresso di volta in volta, aggiungendoli al bilancio del Pentagono. E a questo si aggiungono anche altre voci di carattere militare, tra cui circa 125 miliardi annui per i militari a riposo e 50 per il Dipartimento della sicurezza della patria, portando la spesa Usa a circa la metà di quella mondiale.

Nelle stime del Sipri, la Cina resta al secondo posto rispetto al 2010, con una spesa stimata in 143 miliardi di dollari, equivalenti all’8% di quella mondiale. Ma il suo ritmo di crescita (170% in termini reali nel 2002-2011) è maggiore di quello della spesa statunitense (59% nello stesso periodo). Tale accelerazione è dovuta fondamentalmente al fatto che gli Usa stanno attuando una politica di «contenimento» della Cina, spostando sempre più il centro focale della loro strategia nella regione Asia/Pacifico.

In rapido aumento anche la spesa della Russia, che passa, con 72 miliardi di dollari nel 2011, dal quinto al terzo posto tra i paesi con le maggiori spese militari.

Seguono Gran Bretagna, Francia, Giappone, Arabia Saudita, India, Germania, Brasile e Italia. La spesa militare italiana viene stimata dal Sipri, per il 2011, in 34,5 miliardi di dollari, equivalenti a circa 26 miliardi di euro annui. L’equivalente di una grossa Finanziaria.

Nella ripartizione regionale, Nord America, Europa e Giappone totalizzano circa il 70% della spesa militare mondiale: è quindi la triade, che finora ha costituito il «centro» dell’economia mondiale, a investire le maggiori risorse in campo militare. Ciò ha un effetto trainante sulle regioni economicamente meno sviluppate: ad esempio, l’Africa conta appena il 2% della spesa militare mondiale, ma il Nord Africa ha registrato la più rapida crescita della spesa militare tra le subregioni (109% in termini reali nel 2002-2011) e anche quella della Nigeria è in rapida crescita.

La spesa militare continua così ad aumentare in termini reali. Secondo le stime del Sipri, è salita a circa 250 dollari annui per ciascuno dei 7 miliardi di abitanti del pianeta. Una cifra apparentemente trascurabile per un cittadino medio di un paese come l’Italia. Ma che, sommata alle altre, diventa un fiume di denaro pubblico che finisce in un pozzo senza fondo. Prima ancora di uccidere quando viene convertita in armi ed eserciti, la spesa militare uccide sottraendo risorse vitali a miliardi di esseri umani.

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Libia Anno Uno: chi balla e chi spara

Articolo inviato al blog

di: mcc43

Il governo libico non ha lanciato un suo programma ufficiale di festeggiamenti. Solo iniziative delle autorità locali per il primo compleanno della “nuova” Libia. L’immagine è macchiata  dalla pubblicazione del rapporto di Amnesty. Un rapporto colpevolmente tardivo, per questo  significativa sconfessione della “democraticità” attribuita a scatola chiusa al composito clan del Consiglio Nazionale di Transizione, nonostante molti dei suoi membri restino tuttora ignoti.

 Navi Pillay, Commissario dell’ONU per i diritti umani, 26 gennaio 2012

L’illegalità ancora pervade la Libia un anno dopo lo scoppio dell’insurrezione che si è conclusa 42 anno del regime repressivo del colonnello Mu’ammar al-Gaddafi. Centinaia di armati milizie, ampiamente salutate in Libia come eroi per il loro ruolo nel rovesciare il regime precedente, sono in gran parte fuori della controllo.  […] Dopo che i combattenti, sostenuti dai bombardamenti  della NATO hanno preso controllo della maggior parte del paese alla fine di agosto,  in CNT non è riuscito a ottenere obbedienza. Nonostante l’impegno di assicurare alla giustizia i colpevoli di crimini di guerra e violazioni dei diritti umani su entrambi i lati, le autorità hanno finora fallito nell’azione .

Le milizie hanno preso prigionieri migliaia di sospetti lealisti Gheddafi, soldati e presunti stranieri “mercenari”, molti dei quali sono stati torturati o maltrattati in custodia, in alcuni casi causandone la  morte. Molti dei lealisti furono uccisi dopo la cattura, tra questi il leader stesso e uno dei suoi figli. Le milizie hanno anche saccheggiato e bruciato case e condotto attacchi per vendetta e altre rappresaglie contro i presunti supporter di Gheddafi, deportando forzatamente decine di migliaia di persone.

Chi è là per motivi di business a questo non bada. Vede altro.  Dal Blog di WD in Tripoli, fornitore di legname austriaco: Libia in avanzamento o in attesa? 

Quasi cinque mesi sono passati da quando Tripoli è  nelle mani del CNT e a molti si rizzano i capelli perché non vedono le cose in movimento.

Dal punto di vista economico alcune cose si sono fatte, la crisi di liquidità di novembre e dicembre è stata risolta, il Dinaro libico ha tenuto e sul mercato circola denaro. Le infrastrutture di base non stanno funzionando bene, ma l’approvvigionamento idrico è stabile, internet va meglio, la benzina è ampiamente disponibile a prezzi ancora più bassi rispetto a prima (amici in Europa  siate invidiosi: 0,08 Euro / litro). Tuttavia, la fornitura di energia elettrica è un problema, le interruzioni  sono frequenti di giorno, e la notte ci lasciano molto al freddo.

Chi aspettava i progetti di grandi infrastrutture dopo la liberazione (23.November 2011) ha avuto informazioni sbagliate. Ci vorrà sicuramente ancora qualche tempo prima di iniziare, e non sappiamo cosa comincerà. È ovvio che ripristinare la sicurezza e preparare le elezioni al momento è più importante al momento di costruzione di un’autostrada.

L’occhio esperto e disincantato del reporter vede molto altro, collega, raggiunge in profondità il significato degli eventi. Dal blog di Amedeo Ricucci, giornalista Rai , ora tornato in Libia.

 Da Bengasi,  Appunti libici da insonnia

Sbornia Continua. […] le celebrazioni si protraggono ormai da quattro mesi e ogni scusa è buona:  il 17 ad esempio ricorre l’inizio della rivolta e ci sono già lunghi e chiassosi cortei di miliziani che percorrono le strade del centro, almeno qui a Bengasi, esibendo per l’ennesima volta le loro armi e la loro felicità. Come il 21 ottobre, dopo la morte di Gheddafi, e poi qualche giorno dopo, per la fine della guerra, e ancora il 24 dicembre, per l’anniversario dell’indipendenza. Il Paese invece è bloccato: la ricostruzione non è ancora partita, […]Ma è vero anche che se la sbornia continua c’è il rischio di risvegliarsi con un gran mal di testa. Come è già capitato nei Paesi dell’Est dell’ex blocco comunista.

Soldi in fuga.La nuova Libia sarà pure libera ma i soldi dei libici volano all’estero, alla faccia del patriottismo. E gli unici a fare affari di questi tempi sono i trafficanti di valuta. Ieri nel bugigattolo dove ho cambiato al nero hanno portato nel giro di 10 minuti non sono quanti sacchi di dinari, freschi di stampa. E il via vai di questi portavalori sacchi in spalla è continuo. La gente infatti vuole dollari oppure euro e davanti alle banche c’è la fila di chi ritira il massimo consentito – 2000 dinari al mese, quasi 1400 euro – per poter investire in valuta, da esportare.[…]. E poi, se i libici non scommettono un dinaro sul futuro del loro Paese, chi mai dovrà farlo? E’ un paradosso che si può forse spiegare con il fatto che l’economia libica è stata per quarantadue anni un’economia assistita: grazie ai proventi del petrolio Gheddafi aveva infatti garantito a tutti un minimo di benessere, in cambio della sudditanza. Alimentando la pigrizia. Oggi che invece i libici devono riappropriarsi del loro destino denotano uno scarso senso dello stato e fanno fatica ad assumersi le loro responsabilità. Vedremo come andrà a finire.

 Ricucci vede anche uno dei molti episodi di barbarie che hanno contraddistinto “questa” rivolta araba: I bambini di Tawargha

Sorridono, i bambini di Tawargha, mentre cantano in gruppo, per i pochi visitatori che vengono a trovarli in questo campo profughi alla periferia di Tripoli, la ballata della loro disperazione. Hanno riadattato una vecchia canzone libica, mettendo in versi la loro spaventosa odissea: i miliziani di Misurata che attaccano le loro case, la città data alle fiamme, la lunga marcia a piedi 80 di km, e poi la nuova vita in queste baracche di lamiera, la paura costante di nuovi attacchi, lo stupore di chi scopre da un giorno all’altro che è il colore della propria pelle a scatenare l’odio. ” La Libia era un Paese solo – dice la canzone -da nord a sud, da est a ovest. E allora perchè quelli di Misurata ci attaccano con gli RPG?“.

Quella di Tawarga è stata la pagina più nera (e meglio occultata) della cosiddetta rivoluzione libica contro Muammar Gheddafi. E’ stata scritta il 13 agosto, ma a distanza di sei mesi continua a produrre strascichi ed a sanguinare. Un caso da manuale di epurazione etnica…

E ci sono i bambini scomparsi, i 105 di Misurata sono quelli di cui ho già parlato e di cui non si è saputo più nulla, ma bambini ne scompaiono ogni giorno 

Sulla costa si festeggia, nell’entroterra si combatte

Libia: scontri tra tribu’ locali a sud-est, 6 morti (ANSA) –

TRIPOLI, 15 FEB – Continuano i combattimenti nel sud-est della Libia tra opposte tribu’ rivali. Almeno sei persone sono morte oggi in nuovi scontri a Kufra, vicino al Ciad, tra gli Zwai e i Tibu, portando cosi’ a trenta il numero dei morti da domenica scorsa. Lo rendono noto fonti locali. Mohammed al-Harizi, portavoce del Consiglio nazionale di transizione libico (Cnt) non ha potuto confermare il bilancio, ma ha annunciato la formazione di un comitato di capi tribu’ per chiarire gli episodi di violenza.

HALA MISRATI

Questa notizia, se sarà confermata, riassume tutto:

Hala Misrati, la presentatrice  più famosa della tv dell’era Gheddafi, rapita mesi fa e stuprata dai ribelli, è deceduta OGGI nel carcere dove era detenuta, in circostanze misteriose.

Una delle molte, centinaia i casi accertati, donne che hanno subito violenza nell’era CNT.

Come possono andare a festeggiare OGGI le donne?

La “rivoluzione” libica è stata guidata con la stessa abilità al volante, per la quale i libici sono famosi:

Foto di WD in Tripoli

Dalle molte fazioni e frazioni che occupano oggi il territorio tra Tunisia ed Egitto dovrà nascere un paese.

Innegabilmente, è sotto gli occhi anche di chi se ne rallegra nei  festeggiamenti su scala locale , a tenere unite sei milioni di persone era solamente Muhammar Gheddafi.

Luglio 2009

Le due mani di Obama su quella di Gheddafi.

Il body language di Obama esprimeva un sentimento cordiale, amichevole…perfino protettivo!

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LE RIVOLUZIONI SPONTANEE SONO UN’ALTRA COSA  E FINISCONO DIVERSAMENTE 

LIBERA TUNISIA: Anno Uno

Israele & Usa, il gran gioco delle parti

Articolo inviato al blog

di: mcc43

Si costruisce ormai da mesi una generale assuefazione all’idea di un attacco  per tenere l’Iran fuori dal club delle nazioni  dotate di bomba nucleare.

Non importa che l’Iran ne abbia a più riprese negato l’intenzione e riaffermato che i progetti sono rivolti all’uso civile.
Mahmoud Ahmadinejiad  non è credibile perchè è fuori della cerchia dei fedeli della Casa Bianca e amico di un’autentica spina nel fianco degli Usa. Ogni sua affermazione è per antonomasia  ”delirante”  secondo gli  ossequienti compilatori di notizie.

Nella fase presente della partita anti-Iran, è finita la tattica del “si farà?” e si gioca secondo quella successiva: “lo farà autonomamente Israele?

No, non attaccherà autonomamente, è la risposta logica; non si può andare senza scudo contro la potenza militare di Teheran, ma la partita viene condotta in modo da trasformare questa ovvia precondizione in una futura malaugurata necessità, di cui l’Iran stessa sarà accusata.

Obama: secondo mandato?

Forse per via della tenacia dei libici e dei siriani che hanno rallentato l’agenda geopolitica, il derby Israele Iran  si gioca nell’anno delle elezioni americane, con un Barak Obama sotto il  fatidico 50%    di job appovation(l’approvazione complessiva del suo operato). Una percentuale troppo bassa per assicurargli la rielezione.

I tre presidenti non rieletti, Ford, Carter e Bush senior, erano sotto il 50; eccezione pilotata quella di George Bush, rieletto nonostante una job approvation del 48% grazie ai brogli e alla decisione di Al Gore di non contestare il risultato.

Obama: Job approval al 12.2.12

 Il tasso di approvazione di Obama, come si vede dal grafico,  ha recuperato dall’imbarazzante 42% di agosto  dell’anno scorso, ma in modo instabile; ora è al 46%, più in basso del 48% di cui disponeva a  febbraio 2011.

La prima impressione è che agli americani non sia importato molto della campagna “vittoriosa” in Libia. Obama, premio Nobel per la Pace, deve quindi stare attento a  non inciampare in un errore di politica estera, proprio mentre sta recuperando approvazione sulla politica economica.

Il gioco delle parti

2011: Avevo raccolto in questi articoli– Israele costretta a procedere con i piedi di piombo e – Never ending war: capitolo Iran  le rivelazioni su un piano di attacco ai siti nucleari  iraniani formalizzato già alla fine del 2010, confermato nelle intenzioni da indiscrezioni di fonte CIA. In questo gioco delle parti, ora è stato calato l’asso sul tavolo del mainstream.

2012:  Il 2 Febbraio il  Washington Post  riportava le dichiarazioni di Leon Panetta, ex capo della CIA e Segretario della Difesa, sulla probabilità che Israele proceda ad attaccare l’Iran in Aprile, Maggio o Giugno, prima dell’inizio, secondo le fonti israeliane, della costruzione della bomba. La reazione Usa?

Leon Panetta e i suoi bravi ragazzi

“Si dice – scrive il columnist –  che Obama e Panetta abbiano già preavvisato Israele dell’opposizione  USA a un suo attacco, nella convinzione che ciò vanificherebbe il crescente successo del programma di  sanzioni economiche  e altri sforzi non-militari per fermare l’Iran. Ma La Casa Bianca non ha ancora deciso con precisione come reagire in caso di un attacco Israeliano”

Le intenzioni di Netanyahu non sono ancora definitive, ma Israele sottolinea una possibile similitudine con la Siria che non rispose all’attacco israeliano a un suo reattore nel 2007, anche l’Iran potrebbe frenarsi per non entrare in una guerra totale.  Si fa anche un parallelo con l’attacco all’Uganda del 1976, per liberare gli ostaggi di Entebbe, dal quale nacque un cambio di regime del paese (!!).
L’intenzione sarebbe un’azione militare limitata al sito dell’arricchimento dell’uranio di Natanz e altri; gli iraniani risponderebbero con una rappresaglia, forse attraverso razzi di Hezbollaz dal Libano, e si stima che lo stato di Israele ptrebbe subire 500 vittime. (!!) I leader israeliani accetterebbero,  perfino si augurerebbero,  di procedere da soli per dimostrare la capacità di fare da sé in un periodo nel quale la sicurezza del paese è scossa dalla “primavera araba”-

Fin qui, dunque, il copione prevede Israele vogliosa di indipendenza operativa, con dei costi umani già messi nel conto e gli Usa riottosi alla prospettiva.

Ma il 12 febbraio il Telegraph , come se nulla fosse,  titola “Il Mossad sonda le reazioni in caso di un attacco all’Iran”

Tamir Pardo

Il capo dell’ufficio intelligence per l’estero Tamir Pardo è stato segretamente a Washington in questo mese per sondare le probabili reazioni degli Usa a un attacco unilaterale di Israele contro gli impianti nucleari iraniani. Il contenuto delle discussioni con la controparte americana sono state rivelate da un articolo di News Week intitolato “Il gioco pericoloso di Obama con l’Iran”.

Fonti ufficiali  dicono che la linea di richieste di Pardo a David Petreus, capo della CIA è“ Quale è il nostro (USA) atteggiamento sull’Iran? Siamo pronti a bombardare? Lo faremo [in seguito]? Che cosa significa per noi che  Israele lo faccia in ogni caso?”

Petreus, parlando il mese scorso  a un selezionato gruppo di senatori in udienza non secretata, ha confermato di  aver incontrato Tamir Pardo per discutere la crescente preoccupazione di Israele sulle aspirazioni nucleari iraniane.

Quando gli è stato chiesto se Israele intende colpire, James Clapper, direttore della US National Defense ha risposto che su questo preferiva rispondere alla questione a porte chiuse.

Fonti Usa citate da Newsweek aggiungono che Israele ha rifiutato di rendere nota   una significativa mole di dati sui preparativi militari; Israele ha rifiutato di commentare questa notizia.

Secondo Yehuda Ben Meir, ex vice ministro degli esteri, un completo appoggio degli USA non è un prerequisito perché Israele attacchi. “E’ questione di sfumature” ha detto.

Fin dai colloqui di gennaio (si comprende dalla dichiarazione di Petreus), Israele e Usa  hanno  concertato un programma che prevede un attacco apparentemente autonomo da parte di Israele, il che alleggerisce la posizione di Obama davanti agli elettori. Un attacco che si spera fulmineo e risolutivo, ma se la risposta dell’Iran sarà robusta,  Obama “dovrà” intervenire. Si tratterà, infatti, di proteggere un paese amico e ciò è perfettamente consonante con l’immaginario filmico americano e potrebbe corroborare le possibilità di rielezione.

Manca solo la data scritta nel mainstream.

Diceva ben chiaramente  il WashingtonPost

“Funzionari dell’amministrazione mettono in guardia Teheran di non fraintendere: gli Stati Uniti hanno un impegno da 60 anni  per la sicurezza israeliana, e se fossero  colpiti i centri abitati di Israele, gli Stati Uniti potrebbero sentirsi obbligati a correre in difesa di Israele.

Fase tre: trovare un motivo per agire

Gli attentati terroristici sono un motivo che l’opinione pubblica considera valido, dopo i fatti dell’11.9.

Un attentato in India, uno sventato in Georgia e un altro sul quale non c’è chiarezza a Bangkok, ma Ehud Barak ha accusato direttamente Teheran perché lo scoppio è avvenuto  a poche miglia dall’Ambasciata israeliana. il Jerusalem Post lo riporta con grande evidenza e  il Governo è chiarissimo “sappiamo chi sono i mandanti e pareggeremo i conti.”

E’ iniziato il count down.

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promemoria su

Il club delle potenze nucleari

Il 13 febbraio era un anniversario: la Francia nel 1960 entrava nel club delle potenze nucleari facendo esplodere  Gerboise bleu , più o meno “topolino blu”.

Un test avvenuto non in Francia, no, ma a Reggane nel Sahara Algerino. Naturalmente vi sono state conseguenze sulla popolazione, ma la Francia persiste nel sostenere che le sue erano radiazioni … innocue.

ps. in seguito la Francia ha testato nel Sahara algerino le armi chimiche.

La privatizzazione del conflitto

di: Manlio Dinucci

Qual è il mestiere più pericoloso nelle forze Usa/Nato in Afghanistan? Non quello del soldato, come potrebbe sembrare, ma del contractor. Secondo i dati ufficiali, sono stati uccisi in Afghanistan, l’anno scorso, più contractor di compagnie militari private statunitensi che soldati dell’esercito statunitense: 430, a fronte di 418.

Sicuramente sono molti di più, poiché le compagnie non hanno l’obbligo di rendere pubbliche le morti dei loro dipendenti. Lo stesso avviene per i feriti, il cui numero supera quello dei morti.

La maggior parte di quelli uccisi nel 2011 (386 su 430) operava in Afghanistan per conto del Pentagono, gli altri per il Dipartimento di stato e la Usaid (l’agenzia federale per lo «sviluppo internazionale», di fatto militarizzata). Questi dati confermano che un numero crescente di funzioni, prima svolte dagli eserciti ufficiali, viene affidato a conpagnie militari private. Secondo i dati ufficiali, operano in Afghanistan per conto del Pentagono oltre 113mila contractor di compagnie private, mentre i soldati Usa sono circa 90mila. I contractor sono per il 22% cittadini statunitensi, per il 31% di altri paesi, per il 47% afghani. Nell’area del Comando centrale Usa, comprendente anche l’Iraq, i contractor del Pentagono sono oltre 150mila. Si aggiungono quelli assunti da altri dipartimenti e dagli eserciti alleati, il cui numero è sconosciuto, ma sicuramente alto.

Essi vengono forniti da un oligopolio di grandi compagnie, strutturate come vere e proprie multinazionali. Tra le più qualificate, la Xe Services Llc (un tempo conosciuta come Blackwater) che fornisce «innovative soluzioni» al governo Usa e ad altri. La DynCorp International, che si autodefinisce «impresa globale multiforme», specializzata in «imposizione della legge, peacekeeping e operazioni di stabilità». Con un personale di decine di migliaia di specialisti, questa società anonima della guerra ha accumulato una ricca esperienza nelle operazioni segrete, da quando negli anni ’80 aiutò per conto della Cia Oliver North a fornire armi ai contras nicaraguensi, e negli anni ’90, sempre per conto della Cia, addestrò e armò l’Uck in Kosovo.

Queste e altre compagnie, tra cui emerge la L-3 Communications, si occupano anche di telecomunicazioni militari, costruzione di basi, «fornitura di sicurezza» e «interrogatorio di prigionieri». Molti contractor provengono dalle forze speciali e dai servizi segreti; altri svolgono la funzione di guardie del corpo, interpreti, addetti ai servizi logistici. Tutti però appartengono all’esercito ombra privato, che affianca quello ufficiale formato sempre più da forze speciali le cui operazioni sono anch’esse segrete. La strategia delle privatizzazioni, con la quale si demolisce la cosa pubblica a vantaggio delle élite economiche e finanziarie nelle cui mani è il potere reale, vale dunque anche per la guerra. Con il vantaggio che il suo corso di sangue, come un fiume carsico, prosegue in modo sotterraneo, così da salvare le apparenze e non inquietare l’opinione pubblica delle «grandi democrazie occidentali». Non viene invece privatizzata la spesa della guerra che, pagata con denaro pubblico, accresce il debito che ricade sulla maggioranza dei cittadini. Costretti a pagare le «innovative soluzioni» della Xe Services Llc.

IlManifesto.it

La diplomazia armata di Monti

di: Manlio Dinucci

Giulio Terzi di Sant’Agata, ministro degli esteri del governo Monti, ha illustrato al Senato la partecipazione dell’Italia agli «sforzi della comunità internazionale per promuovere la pace». Di pace se ne intende, per essere stato consigliere politico alla Nato, ambasciatore in Israele e quindi negli Stati uniti, dove ha contribuito alla «straordinaria collaborazione bilaterale nei principali scenari di crisi».

Mentre la crisi finanziaria alimenta a livello globale gravi tensioni politiche e sociali, afferma il ministro, è ancor più «interesse dell’Italia» partecipare alle «operazioni in scenari di crisi», dove si gioca la «credibilità internazionale» del Paese. Anche perché la nuova strategia Usa prevede la riduzione delle «forze di manovra» in Europa a favore di altri teatri di impiego, in particolare nel Pacifico. L’Italia deve quindi impegnarsi ancora di più in «missioni internazionali di pace e stabilizzazione», che siano «realmente integrate», ossia «uniscano le componenti militari e civili». Per affrontare «le sfide della stabilizzazione che provengono dalla Libia, le criticità in Afghanistan e in Libano, le crisi in Corno d’Africa». In Libia, dopo il «successo dell’operazione condotta dalla Nato», l’Italia «continuerà a sostenere molto attivamente la nuova dirigenza», soprattutto formando le sue «forze di sicurezza». E, il 20 febbraio, ospiterà a Napoli il vertice ministeriale del Dialogo 5+5 e il Foromed per «il rilancio del dialogo e della cooperazione tra le due sponde del Mediterraneo». Dialogo che l’Italia ha condotto in modo esemplare, sganciando sulla Libia un migliaio di bombe. Ma già si preparano altre «operazioni»: in Siria, avverte Terzi, «la situazione non è più sostenibile». Questa è la «diplomazia della sicurezza», con cui il governo Monti intende «tutelare all’estero i nostri interessi politici, economici e finanziari». Nonostante le minori risorse disponibili, chiarisce al Senato il ministro della difesa Giampaolo Di Paola, «non può essere sacrificata la capacità operativa del nostro strumento militare a tutela della sicurezza e dell’ordine internazionale». Sono quindi necessarie «forze armate sì ridotte, ma più moderne, meglio addestrate e meglio equipaggiate». Compresa la «difesa missilistica», importante perché «la minaccia (l’Iran e quant’altro), che ci piaccia o no, c’è». Su tali scelte, sottolinea Di Paola, esiste «una continuità che attraversa i confini virtuali dell’alternanza di governo e che accomuna gli schieramenti politici di maggioranza e opposizione». Immediata la conferma: PdL e Pd si schierano compatti col governo, mentre l’IdV assume qualche posizione critica e la Lega fa alcuni distinguo. Il sen. Tempestini (Pd) chiede il «rafforzamento della credibilità internazionale del Paese», e preannuncia un decreto-legge per rendere permanente il finanziamento delle «missioni». Già lo aveva chiesto invano il sen. Scanu (Pd) al governo Berlusconi, perché «ci preme costruire la credibilità dell’Italia» e perché «le Forze armate sono un ambito di straordinaria importanza del nostro Paese». «Che tristezza – aveva esclamato – sentir dire che non dobbiamo più mantenere certi impegni nel teatro internazionale perché sono finiti i soldi». Ora non sarà più triste: li troverà il governo Monti tagliando ancora di più le spese sociali.

IlManifesto.it

L’Europa nella «rotazione» Usa

di: Manlio Dinucci

Due brigate corazzate pesanti Usa di stanza in Germania, per complessivi 7mila uomini, stanno facendo i bagagli per tornare a casa: lo ha annunciato il segretario alla difesa Leon Panetta. Finalmente Washington, sotto la presidenza di un Premio Nobel per la pace, ha imboccato la via del disarmo cominciando a ritirare le sue forze dall’Europa? Tutt’altro.

Esse scenderanno da 81mila a 74mila uomini, di cui circa la metà truppe terrestri, ma quelle ritirate saranno sostituite da «unità rotanti». Gli europei possono dunque stare tranquilli: gli Usa non li lasceranno soli in un mondo così pericoloso. Anzi, «gli europei vedranno sul loro territorio più forze statunitensi», poiché le basi in Europa serviranno a una più frequente rotazione di forze Usa in Medio Oriente, Africa, Asia ed Europa orientale. Le truppe terrestri saranno concentrate in due unità: una brigata corazzata leggera in Germania e una aviotrasportata a Vicenza. Un altro passo avanti nel «riallineamento» strategico effettuato dal Pentagono, che ridisloca le proprie forze dall’Europa centrale e settentrionale a quella meridionale e orientale, per proiettarle più efficacemente nelle aree d’importanza strategica. In tale quadro – scrive l’ambasciata Usa a Roma in un cablogramma filtrato attraverso WikiLeaks – l’Italia è «divenuta la base del più importante dispositivo militare schierato fuori dagli States, e con il Comando Africa (che ha in Italia due sottocomandi) sarà partner ancora più significativo della nostra proiezione di forza». Lo conferma l’ultimo inventario ufficiale delle 4.214 basi militari che gli Usa hanno sul proprio territorio e delle 611 che mantengono in altri paesi (Base Structure Report 2011). In Italia il Pentagono possiede 1.395 edifici e ne ha in affitto o concessione altri 1.062, per una superficie complessiva di quasi 2 milioni di metri quadri. Essi sono distribuiti in 40 siti principali, cui se ne aggiungono altri minori portando il totale a 60. Ciò significa che, dopo il Vaticano, è il Pentagono il più grosso proprietario immobiliare in Italia. Un investimento molto redditizio, non solo perché l’Italia contribuisce economicamente al mantenimento di tali basi, ma perché esse permettono una «proiezione di forza» più rapida e meno costosa di quella effettuata dal territorio continentale degli Stati uniti. L’altro fondamentale vantaggio è che in Italia tutti i governi, sia di centro-destra che di centro-sinistra, sono stati finora a piena disposizione del Pentagono. Vicenza, Aviano, Ghedi Torre, Livorno, Pisa, Napoli, Gaeta, Sigonella, Niscemi e altre località fanno ormai parte della geografia del Pentagono. Qui gli Usa basano i loro comandi, le loro forze di proiezione rapida, i loro armamenti (compresi quelli nucleari), i loro più avanzati sistemi di telecomunicazioni militari. Da qui ruotano le forze statunitensi, svolgendo non solo la loro funzione militare, ma una importante funzione politica: «Nella misura in cui rimangono in Europa significative forze statunitensi – spiega una commissione congressuale – la leadership può essere mantenuta». Per questo, assicura Panetta, l’impegno militare Usa in Europa è «incrollabile».

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Gli USA uscirebbero sconfitti nel Golfo Persico da una guerra con l’Iran?

Fornendo delle preziose intuizioni sulle dinamiche riguardanti lo stallo tra Iran e Stati Uniti portato avanti nello stretto di Hormuz, strategicamente decisivo, Nazemroaya descrive una situazione che riporta inevitabilmente alla mente la storia di Davide e Golia. Con la geografia e le leggi internazionali decisamente dalla parte dell’Iran potrebbe esserci in serbo un finale altrettanto sorprendente.

di: Mahdi Darius Nazemroaya

Dopo anni di minacce da parte degli Stati Uniti, l’Iran ha cominciato ad attuare delle note misure per dimostrare di essere disposto e capace di chiudere lo Stretto di Hormuz.

Il 24 dicembre 2011, l’Iran ha iniziato le sue esercitazioni navali Velayat 90 dentro e intorno allo Stretto di Hormuz, portandosi dal Golfo Persico e dal Golfo di Oman (Mare dell’Oman) fino al Golfo di Aden e al Mare Arabico nell’Oceano Indiano. Da quando hanno avuto luogo queste esercitazioni c’è stato un crescente scontro verbale tra Washington e Teheran. Nulla di ciò che il governo Obama o il Pentagono avevano fatto o detto ha dissuaso Teheran dal continuare con le esercitazioni navali.

La natura geopolitica dello Stretto di Hormuz

Oltre al fatto d’essere un punto di transito vitale per le risorse energetiche del pianeta e un nodo strategico, bisognerebbe considerare due ulteriori elementi riguardo al rapporto dello Stretto di Hormuz con l’Iran. Il primo punto riguarda la geografia dello Stretto di Hormuz. Il secondo concerne il ruolo dell’Iran nel collaborare alla gestione dello stretto strategico sulla base delle leggi internazionali e dei suoi diritti di sovranità nazionale.

Il traffico marittimo che transita nello Stretto di Hormuz è sempre stato in contatto con le forze navali iraniane, composte prevalentemente dalla Marina regolare dalla Marina della Guardia Rivoluzionaria. Infatti le forze navali iraniane controllano e sorvegliano lo Stretto di Hormuz insieme al Sultanato dell’Oman tramite l’enclave omanita di Musandam.

Cosa ancora più importante, per transitare attraverso lo Stretto di Hormuz tutto il traffico marittimo, compresa la marina statunitense, deve navigare attraverso il territorio iraniano. Nessun Paese può entrare nel Golfo Persico e transitare nello Stretto di Hormuz senza navigare in acque e territorio iraniani.

Quasi tutti gli accessi al Golfo Persico avvengono attraverso acque iraniane e la maggior parte delle vie d’uscita attraversano le acque dell’Oman.

L’Iran permette alle navi straniere di utilizzare le sue acque territoriali in buona fede e sulla base delle misure sul transito marittimo contenute nella terza parte della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del mare, che stabilisce che le navi sono libere di navigare attraverso lo Stretto di Hormuz e analoghi specchi d’acqua avendo una navigazione rapida e continua tra un porto aperto e l’alto mare. Sebbene di norma Teheran segua le leggi di navigazione del Diritto marittimo, non è giuridicamente vincolata ad esse. Come Washington, Teheran ha firmato questo trattato ma non l’ha mai ratificato.

Lo Stretto di Hormuz

Tensioni tra Iran e Stati Uniti nel Golfo Persico

Al momento il parlamento iraniano (Majlis) sta rivalutando le acque iraniane nello Stretto di Hormuz. I parlamentari iraniani stanno proponendo una legge per impedire a qualsiasi nave straniera di utilizzare le acque territoriali iraniane per navigare attraverso lo Stretto di Hormuz senza il permesso dell’Iran; il Comitato parlamentare iraniano per la sicurezza nazionale e la politica estera sta attualmente studiando questa normativa, quale posizione iraniana ufficiale basata sugli interessi strategici dell’Iran e la sua sicurezza nazionale [1].

Il 30 dicembre 2011 la portaerei U.S.S. John C. Stennis ha attraversato la zona in cui l’Iran stava conducendo le sue esercitazioni navali. Il comandante delle forze regolari iraniane, il maggiore-generale Ataollah Salehi, consigliò alla U.S.S. John C. Stennis e ad altre imbarcazioni della marina statunitense di non fare ritorno nel Golfo Persico mentre l’Iran stava conducendo le sue esercitazioni, aggiungendo che l’Iran non è solito ripetere un avvertimento due volte [2]. Poco dopo il duro monito iraniano a Washington, l’ufficio stampa del Pentagono ha risposto con una dichiarazione: “Nessuno in questo governo cerca lo scontro [con l’Iran] sullo Stretto di Hormuz. È importante abbassare i toni” [3].

Nello scenario reale di un conflitto militare con l’Iran è molto probabile che le portaerei statunitensi opererebbero di fatto fuori dal Golfo Persico, dal Golfo dell’Oman a sud e dal Mare Arabico. A meno che il sistema missilistico che Washington sta installando negli sceiccati petroliferi nel sud del Golfo Persico non sia pienamente attivo e operativo, il dispiegamento di grandi navi da guerra americane nel Golfo Persico potrebbe essere improbabile. Le ragioni di ciò sono legate a realtà geografiche e alle forze difensive iraniane.


La geografia è contro il Pentagono: la forza navale statunitense è limitata nel Golfo Persico

La forza navale degli Stati Uniti, che comprende prevalentemente la Marina e la Guardia costiera, ha essenzialmente la supremazia su tutte le altre forze navali e marittime nel mondo. Il suo potenziale sottomarino e in mare aperto e negli oceani è unico e ineguagliabile da qualsiasi altra potenza navale.

Tuttavia, supremazia non significa invincibilità. Le forze navali statunitensi nello Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico sono molto vulnerabili all’Iran.

Nonostante la sua potenza e la forza schiacciante, la geografia gioca letteralmente contro la forza navale statunitense nello Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico. La relativa ristrettezza del Golfo Persico lo rende simile a un canale, per lo meno nel contesto strategico e militare. Metaforicamente parlando, le portaerei e le navi da guerra degli Stati Uniti sono confinate in acque ristrette, o chiuse entro le acque costiere del Golfo Persico.

Ed è qui che entra in gioco l’avanzato potenziale missilistico iraniano. L’arsenale di missili e siluri iraniano neutralizzerebbe le forze navali statunitensi nelle acque del Golfo Persico in cui esse sono costrette. Ecco perché gli Stati Uniti in questi ultimi anni stanno attivamente costruendo un sistema di scudo missilistico nel Golfo Persico tra i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG).

Perfino i piccoli pattugliatori iraniani nel Golfo Persico, che sembrano miseri e insignificanti rispetto a una portaerei o a un cacciatorpediniere statunitense, sono una minaccia per le navi da guerra americane. Le apparenze ingannano: questi pattugliatori iraniani possono facilmente lanciare una raffica di missili che potrebbe danneggiare in modo significativo e di fatto affondare grandi navi da guerra americane. Le piccole motovedette iraniane sono anche difficili da rilevare e individuare.

Le forze iraniane potrebbero anche attaccare le forze navali degli Stati Uniti semplicemente lanciando attacchi missilistici dalla terraferma iraniana, dalle coste settentrionali del Golfo Persico. Già nel 2008 il Washington Institute for Near East Policy ha riconosciuto la minaccia proveniente dalle batterie mobili di missili costieri, dai missili antinave e dalle piccole navi lanciamissili iraniane [4].

Alche altre risorse navali iraniane quali droni aerei, hovercraft, mine, squadre di sub e minisottomarini, potrebbero essere utilizzate in una guerra navale asimmetrica contro la Quinta Flotta.

Anche le simulazioni di guerra del Pentagono hanno dimostrato che un conflitto nel Golfo Persico contro l’Iran significherebbe un disastro per gli Stati Uniti e i suoi militari. Un esempio chiave è il wargame nel Golfo Persico Millennium Challenge 2002 (MC02), condotto dal 24 luglio al 15 agosto 2002, e che ha richiesto quasi due anni di preparativi. Queste massicce esercitazioni furono tra i più grandi e costosi wargame mai realizzati dal Pentagono. IlMillennium Challenge 2002 si tenne poco dopo che il Pentagono aveva deciso di proseguire lo sforzo bellico in Afghanistan, prendendo di mira Iraq, Somalia, Sudan, Libia, Libano, Siria per terminare col “bersaglio grosso”, l’Iran, in una vasta campagna militare per garantire la supremazia degli Stati Uniti nel nuovo millennio.

Dopo che il Millennium Challenge 2002 si fu concluso, il wargame fu presentato come una simulazione di guerra contro l’Iraq governato dal presidente Saddam Hussein, ma ciò non può essere vero [5]. Gli Stati Uniti avevano già fatto delle valutazioni per l’imminente invasione anglo-statunitense dell’Iraq. Inoltre, l’Iraq non aveva forze navali tali da meritare un simile impiego su vasta scala della Marina degli Stati Uniti.

Millennium Challenge 2002 fu condotto per simulare una guerra con l’Iran, al quale era assegnato il nome in codice “Rosso” e al quale ci si riferiva come ad uno sconosciuto nemico mediorientale, uno stato-canaglia nel Golfo Persico. All’infuori dell’Iran, nessun altro Paese poteva corrispondere ai parametri e alle caratteristiche di “Rosso” e delle sue forze militari, dalle motovedette alle unità motociclistiche. La simulazione di guerra si tenne perché Washington aveva in programma di attaccare l’Iran subito dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003.

Lo scenario delle esercitazioni del 2002 iniziava con gli Stati Uniti, nome in codice “Blu”, che nel 2007 davano all’Iran un ultimatum di 24 ore per la resa. La data del wargame, il 2007, cronologicamente avrebbe corrisposto ai piani degli Stati Uniti per attaccare l’Iran, dopo l’attacco israeliano contro il Libano nel 2006, che si supponeva si sarebbe esteso a una grande guerra anche contro la Siria. La guerra contro il Libano, tuttavia, non andò come previsto e gli Stati Uniti e Israele si resero conto che se Hezbollah poteva fronteggiarli in Libano, allora una guerra allargata alla Siria e all’Iran sarebbe stata un disastro.

Nello scenario di guerra di Millennium Challenge 2002, l’Iran avrebbe reagito all’aggressione degli Stati Uniti lanciando un massiccio sbarramento di missili che avrebbe sopraffatto gli Stati Uniti e distrutto sedici navi da guerra statunitensi – una portaerei, dieci incrociatori e cinque navi anfibie. Si stima che se ciò fosse realmente accaduto, più di 20.000 militari americani sarebbero stati uccisi in un solo giorno dopo l’attacco [6]. Successivamente, l’Iran avrebbe inviato i suoi piccoli pattugliatori – quelli che sembrano insignificanti rispetto alla USS John C. Stennis e alle altre grandi navi da guerra degli Stati Uniti – per sopraffare il resto delle forze navali del Pentagono nel Golfo Persico: ciò avrebbe comportato il danneggiamento o l’affondamento della maggior parte della Quinta Flotta e la sconfitta degli Stati Uniti. Dopo la sconfitta statunitense, il wargame fu ripetuto più volte, ma “Rosso” dovette agire in condizioni di svantaggio, in modo che alle forze americane fosse permesso di uscire vittoriose dalle esercitazioni [7]. Ciò avrebbe nascosto la realtà del fatto che gli Stati Uniti sarebbero stati sopraffatti nel Golfo Persico nel contesto di una guerra convenzionale contro l’Iran.

Quindi la formidabile potenza navale di Washington è limitata dalla geografia, unita alle risorse militari iraniane, quando si tratta di combattere nel Golfo Persico o anche in gran parte del Golfo dell’Oman. In assenza di acque aperte, come nell’Oceano Indiano o nel Pacifico, gli Stati Uniti dovranno combattere con tempi di risposta notevolmente ridotti e, ancor più importante, non saranno in grado di combattere da una distanza di sicurezza (militarmente sicura). Di conseguenza, i dispositivi navali statunitensi di difesa, progettati per il combattimento in acque aperte e da posizioni sicure, diventano poco pratici nel Golfo Persico.

Rendere superfluo lo Stretto di Hormuz per indebolire l’Iran?

Il mondo intero conosce l’importanza dello stretto di Hormuz e Washington e i suoi alleati sono ben consapevoli del fatto che gli iraniani possono militarmente chiuderlo per un periodo di tempo significativo. Ecco perché gli Stati Uniti hanno lavorato con i paesi del CCG – Arabia Saudita, Qatar, Bahrain, Kuwait, Oman ed Emirati Arabi Uniti – per deviare il loro petrolio attraverso oleodotti che aggirano lo stretto di Hormuz e canalizzano il petrolio del CCG direttamente verso l’Oceano Indiano, il Mar Rosso o il Mar Mediterraneo. Washington ha anche spinto l’Iraq a cercare percorsi alternativi nelle trattative con Turchia, Giordania e Arabia Saudita.

Anche Israele e la Turchia si sono molto interessati a questo progetto strategico. Ankara ha avuto colloqui con il Qatar sulla configurazione di un terminal petrolifero che avrebbe raggiunto la Turchia attraverso l’Iraq. Il governo turco ha tentato di spingere l’Iraq a collegare i giacimenti petroliferi del sud, come i giacimenti petroliferi dell’Iraq settentrionale, alle vie di transito che attraversano la Turchia. Tutto ciò è legato alla volontà della Turchia di essere un corridoio energetico e un importante snodo di transito.

L’obiettivo della deviazione del petrolio dal Golfo Persico eliminerebbe un importante elemento di pressione strategica che l’Iran esercita contro Washington e i suoi alleati. In effetti ridurrebbe l’importanza dello stretto di Hormuz. Potrebbe benissimo essere un prerequisito per i preparativi di una guerra degli Stati Uniti contro Teheran e i suoi alleati.

È in questa cornice che l’oleodotto Abu Dhabi Crude Oil o il Hashan-Fujairah Oil Pipeline vengono preferiti dagli Emirati Arabi Uniti per deviare il percorso marittimo nel Golfo Persico che passa per lo Stretto di Hormuz. Il progetto fu messo insieme nel 2006, il contratto fu reso pubblico nel 2007 e la costruzione iniziò nel 2008. L’oleodotto va direttamente da Abu Dhabi al porto di Fujairah sulle rive del Mare Arabico. In altre parole, darà alle esportazioni petrolifere degli Emirati Arabi Uniti un accesso diretto all’Oceano Indiano. È stato apertamente presentato come un mezzo per garantire la sicurezza energetica bypassando lo Stretto di Hormuz e tentando di evitare i militari iraniani. Insieme alla costruzione di questo oleodotto è stata anche prevista la costruzione di un deposito strategico di petrolio a Fujairah, per mantenere il flusso di petrolio sul mercato internazionale se il Golfo Persico dovesse essere chiuso [9].

A parte la Petroline (East-West Saudi Pipeline), l’Arabia Saudita si è anche interessata a rotte di transito alternative e ha preso in esame i porti dei suoi vicini a sud nella penisola arabica, l’Oman e lo Yemen. Il porto yemenita di Mukalla, sulle rive del Golfo di Aden, è stato di particolare interesse per Riyadh. Nel 2007, fonti israeliane riportarono con una certa ostentazione che era in cantiere il progetto di un oleodotto che avrebbe collegato i giacimenti petroliferi sauditi con Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti, Muscat in Oman, e infine Mukalla nello Yemen. La riapertura dell’Iraq-Arabia Saudita Pipeline (IPSA), che, ironicamente, fu costruita da Saddam Hussein per evitare lo Stretto di Hormuz e l’Iran, è stata anch’essa oggetto di discussione dei sauditi con il governo iracheno a Baghdad.

Se la Siria e il Libano venissero convertiti in clienti di Washington, allora anche la defunta Trans-Arabian Pipeline (Tapline) potrebbe essere riattivata, insieme ad altri percorsi alternativi che vanno dalla penisola arabica alla costa del Mar Mediterraneo, attraverso il Levante. Dal punto di vista cronologico, ciò rientrerebbe bene anche negli sforzi di Washington per invadere il Libano e la Siria, nel tentativo di isolare l’Iran prima di ogni possibile resa dei conti con Teheran.

Le esercitazioni navali iraniane Velayat-90, protratte in prossimità dell’ingresso del Mar Rosso nel Golfo di Aden, al largo delle acque territoriali dello Yemen, si sono tenute anche nel Golfo dell’Oman, di fronte alle coste dell’Oman e alle coste orientali degli Emirati Arabi Uniti. Tra le altre cose, Velayat-90 andrebbe intesa come un segnale che Teheran è pronta ad operare al di fuori del Golfo Persico, e che può colpire o bloccare perfino gli oleodotti che tentano di aggirare lo Stretto di Hormuz.

La geografia è di nuovo dalla parte dell’Iran anche in questo caso. Evitare lo Stretto di Hormuz non cambia il fatto che la maggior parte dei giacimenti petroliferi appartenenti a paesi del CCG si trova nel Golfo Persico o in prossimità delle sue coste, il che significa che sono tutti situati nelle immediate vicinanze dell’Iran e quindi entro la sua portata. Come nel caso dell’Hashan-Fujairah Pipeline, gli iraniani potrebbero facilmente stroncare il flusso di petrolio all’origine. Teheran potrebbe anche lanciare attacchi  missilistici e aerei o schierare le sue forze di terra, mare, aria e anfibie in queste aree. Non c’è necessariamente bisogno di bloccare lo Stretto di Hormuz; dopotutto ostacolare il flusso di combustibile è lo scopo principale delle minacce iraniane.

La guerra fredda  tra Iran e Stati Uniti

Washington è passata all’offensiva contro l’Iran con tutti i mezzi a sua disposizione. Le tensioni sullo Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico sono soltanto un aspetto nella pericolosa guerra fredda su più fronti tra Teheran e Washington nella regione del Medio Oriente allargato. Dal 2001, il Pentagono sta anche riconvertendo le sue forze militari per affrontare guerre non convenzionali contro nemici come l’Iran [10]. Ciononostante la geografia ha sempre lavorato contro il Pentagono, e gli Stati Uniti non hanno trovato una soluzione al dilemma navale nel Golfo Persico. Invece di una guerra convenzionale, Washington ha dovuto fare ricorso contro l’Iran a una guerra occulta, economica e diplomatica.

NOTE

[1] Fars News Agency, “Foreign Warships Will Need Iran’s Permission to Pass through Strait of Hormoz,” January 4, 2011.

[2] Fars News Agency, “Iran Warns US against Sending Back Aircraft Carrier to Persian Gulf,” January 4, 2011.

[3] Parisa Hafezi, “Iran threatens U.S. Navy as sanctions hit economy,” Reuters, January 4, 2012.

[4] Fariborz Haghshenass, “Iran’s Asymmetric Naval Warfare,” Policy Focus, no.87 (Washington, D.C.: Washington Institute for Near Eastern Policy, September 2010).

[5] Julian Borger, “Wake-up call,” The Guardian, September 6, 2002.

[6] Neil R. McCown, Developing Intuitive Decision-Making In Modern Military Leadership (Newport, R.I.: Naval War College, October 27, 2010), p.9.

[7] Sean D. Naylor, “War games rigged? General says Millennium Challenge ‘02 ‘was almost entirely scripted,’” Army Times, April 6, 2002.

[8] Himendra Mohan Kumar, “Fujairah poised to become oil export hub,” Gulf News, June 12, 2011.

[9] Ibid.

[10] John Arquilla, “The New Rules of War,” Foreign Policy, 178 (March-April, 2010): pp.60-67.

Mahdi Darius Nazemroaya, ricercatore associato al Centre for Research on Globalization (CRG), è membro del Comitato Scientifico di GEOPOLITICA.
Traduzione di Giulia Renna.
Testo original in inglese – 8 gennaio 2011: The Geo-Politics of the Strait of Hormuz: Could the U.S Navy be defeated by Iran in the Persian Gulf?

FONTE: GEOPOLITICA – Rivista dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie 



 


Guerra, ma con aerei low cost

di: Manlio Dinucci

In soccorso del caccia F-35 scende in campo il generale Leonardo Tricarico, già capo di stato maggiore dell’aeronautica, che con piglio autoritario bacchetta quei politici e giornalisti «avventuratisi su temi militari con i quali hanno poca dimestichezza». Indubbiamente di aerei da guerra Tricarico se ne intende. Dopo aver comandato le forze aeree italiane che bombardarono la Jugoslavia nel 1999, venne scelto dal presidente del consiglio D’Alema quale consigliere militare, carica che mantenne nei successivi governi Amato e Berlusconi. Nel 2006, venne inviato dal governo Prodi al Pentagono per definire la partecipazione dell’Italia al programma dell’F-35, quale partner di secondo livello, in base al memorandum firmato nel 2002 dall’ammiraglio Giampaolo Di Paola, oggi ministro della difesa. Il nostro eventuale abbandono dell’F-35 – avverte Tricarico – toglierebbe «miliardi di lavoro a una settantina di aziende italiane, dai giganti Finmeccanica e Fincantieri, a molte pmi». E all’argomento economico unisce quello politico-militare: dopo aver precisato che l’F-35 non è un «costoso sfizio» ma «uno dei pilastri della Difesa italiana nel XXI secolo», ammonisce che «senza un aereo tattico credibile, domani potremmo essere costretti a chiamarci fuori se un altro dittatore dovesse massacrare il proprio popolo». Chiaro il riferimento alle «guerre umanitarie» di Jugoslavia e di Libia. Mentre il generale va alla carica con tali argomenti, condivisi da un vasto arco politico multipartisan, in parlamento nessuno sa, né vuole, rispondergli. I pochi critici si limitano all’obiezione che l’Italia, in difficoltà economiche, non può permettersi un aereo tanto costoso. Non mettono in discussione il modello economico di cui l’F-35 è uno dei prodotti, né chiariscono che, mentre i contratti per la sua produzione accresceranno i profitti di aziende private, sarà il settore pubblico ad addossarsi le spese: almeno 15 miliardi di euro per l’acquisto degli aerei, più un costo operativo superiore di un terzo rispetto a quello degli attuali caccia.

Questi parlamentari diffondono allo stesso tempo leggende inter-metropolitane, secondo cui l’amministrazione Obama, decisa a tagliare la spesa militare, avrebbe l’intenzione di ridimensionare drasticamente o cancellare il programma dell’F-35. Ignorano così la forza e l’influenza che ha negli Usa il complesso militare-industriale. Tantomeno mettono in discussione il modello politico-militare, di cui l’F-35 è espressione: dominato dagli Usa attraverso la Nato e finalizzato a continue guerre di aggressione. I senatori Pd Roberto Della Seta e Francesco Ferrante, che oggi chiedono di rinunciare agli F-35 per risparmiare 3 miliardi da una spesa militare di oltre 25, sono gli stessi che lo scorso marzo hanno sostenuto l’anti-costituzionale e costosa guerra contro la Libia, definendo l’intervento militare «pienamente legittimo e, anzi, giusto e dovuto». Il senatore radicale Marco Perduca, che oggi dichiara la stessa posizione, chiedeva lo scorso marzo di attuare subito un «radar-jamming» per neutralizzare le difese libiche e aprire la strada ai cacciabombardieri. Quelli meno cari dell’F-35, graditi a un partito che si definisce «nonviolento».

IlManifesto.it

Perché agli USA serve una grande guerra

di: Viktor Burbaki

Attualmente ci troviamo nel mezzo d’una fase di turbolenza del ciclo evolutivo mondiale, cominciata negli anni ’80 e destinata a terminare per la metà del XXI secolo. Nel corso di tale processo, gli USA stanno evidentemente perdendo il loro status di superpotenza…

Stime fornite dagli esperti dell’Accademia Russa delle Scienze mostrano che l’attuale periodo di forte instabilità dovrebbe terminare attorno al 2017-2019, con una crisi. La crisi non sarà profonda quanto quelle del 2008-2009 e del 2011-2012, e segnerà la transizione verso un’economia edificata su una nuova base tecnologica. Il rinnovamento economico probabilmente comporterà, nel 2016-2020, grossi mutamenti nell’equilibrio mondiale di potenza e grandi conflitti politico-militari che coinvolgeranno sia i pesi massimi dell’agone globale, sia i paesi in via di sviluppo. Presumibilmente, gli epicentri dei conflitti saranno nel Medio Oriente e nell’Asia Centrale post-sovietica.

Il secolo del dominio politico-militare e della supremazia economica globale degli USA è prossimo alla fine. Gli USA hanno fallito la prova dell’unipolarità e, feriti dai permanenti conflitti mediorientali, mancano oggi delle risorse necessarie a mantenere la guida mondiale.

La multipolarità implica una distribuzione più equa delle risorse mondiali ed una profonda trasformazione d’istituzioni internazionali come l’ONU, il FMI, la Banca Mondiale ecc. Al momento il Washington Consensus pare morto e sepolto, e l’agenda globale dovrebbe avere al primo posto la costruzione di un’economia con molti meno livelli d’incertezza, più rigidi regolamenti finanziari, ed una maggiore equità nell’allocazione dei ritorni e profitti economici.

I centri dello sviluppo economico stanno slittando dall’Occidente, che vanta la rivoluzione industriale tra i suoi grandi meriti, all’Asia. Cina e India dovrebbero prepararsi ad una corsa economica senza precedenti, con sullo sfondo una più ampia competizione tra le economie, che sfruttano i modelli del capitalismo di Stato e della democrazia tradizionale. Cina e India, i due paesi più popolosi al mondo, definiranno le direzioni ed il ritmo dello sviluppo futuro, ma la grande battaglia per la supremazia mondiale sarà combattuta tra USA e Cina: in palio c’è anche la scelta del sistema politico e del modello socie-economico post-industriale per il XXI secolo.

La domanda che sorge è: come reagiranno a questa transizione gli USA?

***

Va tenuto conto che qualsiasi strategia statunitense parte dall’assunto che sia inaccettabile perdere la supremazia mondiale.

Il collegamento tra leadership mondiale e prosperità nel XXI secolo è un assioma per le élites statunitensi, indipendente da tutti i dettagli politici.

Modelli matematici delle dinamiche geopolitiche globali portano a concludere che l’unica opzione a disposizione degli USA per arrestare il rapido disfacersi del suo status geopolitico impareggiato, sia quella di vincere un conflitto convenzionale su larga scala.

Non è un segreto che occasionalmente hanno funzionato (si pensi al collasso dell’URSS) anche metodi non militari di sbarazzarsi dei rivali, e le corrispondenti tecnologie sono costantemente affinate negli USA. D’altro canto, ad oggi paesi come la Cina o l’Iran sono apparsi evidentemente immuni alla manipolazione esterna. Se le attuali dinamiche geopolitiche dovessero persistere, ci si può attendere il cambiamento di leadership mondiale per il 2025, ed il solo modo per gli USA di arrestare questo processo è scatenare una grande guerra…

Il paese che stia per perdere la supremazia non ha altra opzione che colpire per primo, ed è ciò che Washington sta facendo da circa 15 anni. La peculiare tattica degli USA è di scegliere come bersagli non i candidati alternativi alla supremazia geopolitica, ma paesi che appaiono più facili da affrontare al momento. Attaccando Jugoslavia, Afghanistan o Iraq, gli USA hanno cercato di gestire problemi puramente economici, o regionali; ma una questione più grande richiederà senz’altro un bersaglio assai più significativo. Gli analisti militari ritengono che i candidati più a rischio d’essere presi a bersaglio nel nome d’una nuova redistribuzione globale siano l’Iran più la Siria ed i gruppi sciiti quali il libanese Hezbollah.

La redistribuzione è, di fatto, in corso. La Primavera Araba, tramata e gestita da Washington, ha creato le condizioni appropriate ad una fusione del mondo musulmano in un singolo califfato. Gli USA ritengono che questa nuova formazione aiuterà la vacillante superpotenza a mantenere la propria presa sulle risorse energetiche chiave a livello mondiale, e a salvaguardare i suoi interessi rispetto all’Asia e all’Africa. Senza dubbio, la sfida che ha indotto gli USA ad architettare questo nuovo tipo di sistemazione è il crescente potere della Cina.

Liberarsi di Iran e Siria, che si frappongono sulla strada del dominio globale statunitense, sarebbe il prossimo passo naturale per Washington. I tentativi di rovesciare il regime iraniano fomentando disordini tra la popolazione sono falliti clamorosamente, ed analisti militari sospettano che all’Iran spetti uno scenario analogo a quelli visti in Iraq e Afghanistan. Il piano ha serie possibilità di realizzarsi, anche se oggi persino il ritiro da Iraq e Afghanistan pone considerevoli problemi agli USA.

La realizzazione del progetto del Grande Medio Oriente – assieme a notevoli danni alla posizione di Russia e Cina – sarebbe l’obiettivo centrale che gli USA sperano di conseguire combattendo una grande guerra… Il disegno è divenuto ampiamente noto negli USA dopo la pubblicazione sul Armed Forces Journal della celebre mappa di Peters. La motivazione di fondo sta nell’espellere Russia e Cina dal Mediterraneo e dal Medio Oriente, nel tagliar fuori la Russia dal Caucaso Meridionale e dall’Asia Centrale, e nel disconnettere la Cina dai suoi fornitori d’energia più importanti.

Il materializzarsi del Grande Medio Oriente rovinerebbe le prospettive russe di costante e pacifico sviluppo; infatti l’instabile Caucaso del Sud, controllato dagli USA, trasmetterebbe ondate destabilizzanti nel Caucaso del Nord. Dal momento che la destabilizzazione sarebbe condotta da forze fondamentaliste islamiche, tutte le regioni russe a prevalenza musulmana sarebbero coinvolte.

Gli USA non sono più in grado di sostenere il Washington Consensus facendo affidamento su strumenti politici ed economici.

Il cinese Jemin Jibao ha dipinto un quadro di strabiliante chiarezza, quando ha scritto che gli USA sono diventati un parassita mondiale che stampa illimitate quantità di dollari e le esporta per pagare le sue importazioni, e dunque sostiene gli eccessivi livelli di vita nordamericani derubando il resto del mondo. Il primo ministro russo ha espresso una visione simile durante il suo viaggio in Cina, il 17 novembre 2011.

Attualmente la Cina sta lavorando alacremente per limitare la sfera di circolazione del dollaro. La quota di valuta statunitense nelle riserve cinesi sta precipitando, e nell’aprile 2011 la Banca Centrale cinese ha annunciato il progetto di escludere totalmente il dollaro nelle compensazioni internazionali. Il colpo inferto al dominio valutario statunitense non è ovviamente destinato a rimanere senza risposta. Anche l’Iran sta cercando di ridurre la quota del dollaro nelle sue transazioni: nel luglio 2011 ha aperto una borsa petrolifera iraniana, dove sono accettati solo l’euro e la moneta persiana. Iran e Cina stanno negoziando di barattare prodotti cinesi col petrolio iraniano, rendendo così possibile, tra le altre cose, scavalcare le sanzioni imposte all’Iran. Il dirigente iraniano ha affermato che il volume degli scambi con la Cina dovrà raggiungere i 100 miliardi di dollari, e ciò renderebbe inefficaci i piani statunitensi per isolare l’Iran.

Gli sforzi statunitensi per destabilizzare il Medio Oriente potrebbero attribuirsi in parte al calcolo che la ricostruzione della regione, se devastata, richiederebbe massicce iniezioni di dollari, favorendo così la rivitalizzazione dell’economia statunitense. Nel 2011 la strategia statunitense mirante a preservare il dominio globale ha cominciato a tradursi in politiche basate sulla forza, dal momento che Washington vede nel deprezzamento dei possedimenti in dollari una possibile soluzione alla crisi. Una grande guerra potrebbe servire allo scopo. Il vincitore sarebbe in grado d’imporre al mondo le sue condizioni, come avvenne nel 1944 con la creazione del sistema di Bretton-Woods. Per Washington, guidare il mondo può valere una grande guerra.

Può l’Iran, fornitagli la necessaria assistenza, mettere fine all’espansione universale statunitense? La questione sarà trattata nel prossimo articolo.

Fonte: Strategic Culture Foundation

Traduzione di Daniele ScaleaGeopolitica Rivista

Happy New Year dalle Hawaii

di: Manlio Dinucci

Dopo un anno faticoso ma pieno di soddisfazioni, culminato con la guerra alla Libia e l’uccisione di Gheddafi, il presidente Obama si è concesso una meritata vacanza alle Hawaii. Da qui, il 31 dicembre, ha augurato ai suoi concittadini un Felice Anno Nuovo, ricordando che nel 2011 «l’America è divenuta più sicura» e che il 2012 «porterà un cambiamento ancora maggiore». Quindi, prima del brindisi di mezzanotte, ha firmato l’atto legislativo di autorizzazione della spesa militare per il 2012. Essa si salva dal congelamento quinquennale della spesa pubblica, che scende al livello più basso rispetto al pil negli ultimi cinquant’anni, congelando anche i salari dei dipendenti federali: il provvedimento si applica a tutti i settori «esterni alla sicurezza», quindi non a quello militare. Per dimostrare la sua buona volontà, anche il Pentagono promette qualche risparmio, eliminando sistemi d’arma non necessari, per reinvestire però le risorse nei droni da attacco e in altri armamenti high-tech. Intanto, per il 2012, riceve 553 miliardi di dollari, più del 2011, salendo di 23 miliardi rispetto al 2010. Si aggiungono a questi 118 miliardi per la guerra in Afghanistan e per le «attività di transizione in Iraq», ma si tratta solo di una prima tranche per le «operazioni d’oltremare». Anche i 17 miliardi per le armi nucleari, del cui mantenimento si occupa il Dipartimento dell’energia, sono solo l’anticipo di una spesa molto più grossa: come annuncia il Pentagono, «l’Amministrazione modernizzerà l’arsenale nucleare americano e il complesso che lo sostiene». La macchina bellica statunitense continua quindi a girare a pieno ritmo: nell’ultimo giorno lavorativo, il 30 dicembre, il Pentagono ha concluso oltre 30 grossi contratti con industrie militari, soprattutto la Lockheed, Boeing e Raytheon. Molti delle decine di contratti, stipulati ogni giorno dal Pentagono, sono la punta dell’iceberg di programmi dal costo enorme. Quello del caccia F-35, riporta la Associated Press da Washington, «col suo prezzo di 1.000 miliardi di dollari potrebbe divenire il programma più costoso nella storia militare». Ma non è solo questa la spesa militare. Al bilancio del Pentagono si aggiungono altre spese di carattere militare: 124 miliardi per i militari a riposo; 47 per il Dipartimento della sicurezza della patria. Includendo altri programmi con finalità militari, compresi alcuni della Nasa, la spesa militare Usa supera i 900 miliardi di dollari, circa un quarto del bilancio federale. Vi è inoltre la spesa del Programma nazionale di intelligence che, si specifica nel budget, è «classificata», ossia segreta. Un settore d’importanza crescente, dato che lo stesso atto legislativo firmato dal presidente Obama attribuisce ai militari e ai loro servizi segreti il «diritto» di inprigionare a tempo indeterminat e interrogare anche cittadini statunitensi, senza alcuna assistenza legale. E, per completare il suo «Happy New Year», il presidente Obama ha autorizzato il 31 dicembre dure sanzioni contro l’Iran, miranti a bloccare il suo intero sistema bancario per impedire l’export petrolifero in Occidente. Un atto di guerra, che può provocare un forte aumento del prezzo del petrolio, a vantaggio anzitutto delle compagnie statunitensi, che avranno così assicurato un «Felice Anno Nuovo».

IlManifesto.it

Perchè il Potere non vuole l’ “Energia Libera”?

Il Mondo della Free Energy

di: Peter Lindemann

Nikola Tesla

Alla fine del 1880, le riviste commerciali delle scienze elettriche stavano predicendo l’ elettricità gratis e l’ energia libera nel futuro prossimo. Incredibili scoperte riguardo la natura dell’elettricità stavano diventando ormai cosa comune. Nikola Tesla stava dimostrando “l’illuminazione senza fili” ed altre meraviglie associate alle correnti ad alta frequenza. C’era un entusiasmo per il futuro come mai prima.

Entro 20 anni, ci sarebbero state automobili, aeroplani, film, musica registrata, telefoni, radio e macchine fotografiche pratiche. L’Età Vittoriana stava cedendo il passo a qualcosa di totalmente nuovo. Per la prima volta nella storia, le persone comuni furono incoraggiate a prevedere un futuro utopico pieno di abbondanti trasporti e comunicazioni moderne, cosi come lavoro, casa e cibo per tutti. Le malattie, cosi come la povertà, sarebbero state sconfitte. La vita stava migliorando, e questa volta, ognuno si accingeva ad ottenere un pezzo della torta. Allora, che cosa successe? Nel mezzo di questa esplosione tecnologica, che fine fece la conquista energetica? Tutto questo entusiasmo per l’energia libera, poco prima dell’inizio del secolo scorso, fu solamente un pio desiderio che la “scienza reale” confutò?

L’ attuale stato della tecnologia

In realtà, la risposta a questa domanda è no. Anzi, è vero il contrario. Spettacolari tecnologie energetiche furono sviluppate insieme alle altre conquiste. Da allora, sono stati sviluppati diversi metodi per la produzione di grandi quantità di energia a costi estremamente bassi anche se nessuna di queste tecnologie è giunta sul mercato come un articolo in vendita. Il perché questo è vero sarà discusso a breve.

Ma prima, vorrei descrivervi una breve lista di tecnologie a energia libera di cui io sono attualmente a conoscenza e che sono provate oltre ogni ragionevole dubbio. La caratteristica comune che unisce tutte queste scoperte è che utilizzano una piccola quantità di una forma di energia per controllare o rilasciare una grande quantità di differenti tipi di energia. Molte di queste sfruttano in qualche modo il campo elettrico fondamentale, una fonte di energia convenientemente ignorata dalla scienza moderna.

1) Energia Radiante. La Trasmittente Moltiplicatrice di Nikola Tesla, il dispositivo ad energia radiante di T. Henry Moray, il motore EMA di Edwin Gray, e la macchina Testatika di Paul Baumann basano il loro funzionamento sull’ energia radiante. Questa forma naturale di energia può essere raccolta direttamente dall’ambiente (erroneamente chiamata elettricità “statica”) o estratta dall’elettricità ordinaria con il metodo chiamato frazionamento. L’ energia radiante è in grado di eseguire le stesse meraviglie dell’elettricità ordinaria, a meno dell’1% del costo. Non si comporta però esattamente come l’elettricità e ciò ha contribuito alla sua incomprensione nella comunità scientifica. La Methernitha Community in Svizzera, attualmente, ha 5 o 6 modelli auto- funzionanti  senza combustibile di dispositivi che sfruttano questa energia.

2) Magneti permanenti. Il Dr. Robert Adams (Nuova Zelanda) ha sviluppato dei disegni stupefacenti di motori elettrici, generatori e caloriferi che funzionano con i magneti permanenti. Uno di questi dispositivi attinge 100 watt di elettricità dalla fonte, genera 100 watt per ricaricare la fonte stessa e produce oltre 140 BTU di calore in due minuti! Il Dr. Tom Bearden (USA) ha due modelli funzionanti di un trasformatore elettrico alimentato da un magnete permanente. Esso utilizza un input elettrico di 6-watt per controllare il percorso di un campo magnetico proveniente da un magnete permanente. Incanalando il campo magnetico, prima ad una bobina di output e poi ad una seconda bobina di output e facendolo ripetutamente e rapidamente (in modo “ping-pong”), il dispositivo può produrre 96 watt di elettricità in uscita senza parti in movimento. Bearden chiama il suo dispositivo  Generatore Elettromagnetico Immobile, o MEG. Jean-Louis Naudin ha duplicato il dispositivo di Bearden in Francia. I principi per questo tipo di dispositivo sono stati divulgati da Frank Richardson (USA) nel 1978. Troy Reed (USA) ha modelli funzionanti di uno speciale ventilatore magnetizzato che scalda mentre gira. Consuma esattamente la stessa quantità di energia per far girare la ventola, sia se generi calore o no. Al di là di questi sviluppi, diversi inventori hanno identificato meccanismi di lavoro che producono una coppia motore solo da magneti permanenti.

3) Resistenze meccaniche. Ci sono due classi di macchine che trasformano una piccola quantità di energia meccanica in una grande quantità di calore. Il migliore di questi semplici disegni meccanici è il sistema dei cilindri rotanti progettato da Frenette (USA) e Perkins (USA). In queste macchine, un cilindro viene ruotato all’interno di un altro cilindro con circa un ottavo di pollice di spazio tra di loro. Lo spazio tra i cilindri è riempito con un liquido come ad esempio l’acqua o l’olio, ed è questo “fluido” che produce calore mentre il cilindro interno ruota. Un altro metodo utilizza magneti montati su una ruota per produrre grandi correnti indotte in una lastra di alluminio, causando il rapido riscaldamento dell’alluminio stesso. Questi riscaldatori magnetici sono stati dimostrati da Muller (Canada), Adams (NZ) e Reed (USA). Tutti questi sistemi possono produrre dieci volte più calore rispetto ai metodi standard, usando lo stesso input di energia.

4) Elettrolisi Super-efficiente. L’acqua può essere separata in idrogeno e ossigeno usando l’elettricità. I comuni libri di chimica sostengono che questo processo richiede più energia di quanta ne possa essere recuperata quando i gas vengono ricombinati. Questo è vero solo nel peggiore dei casi. Quando l’acqua viene colpita con la propria frequenza di risonanza molecolare, utilizzando un sistema sviluppato da Stan Meyers (USA), e ancora più recentemente da Xogen Power, essa collassa in idrogeno e ossigeno con un input elettrico molto basso. Inoltre, utilizzando differenti elettroliti, l’efficienza del processo cambia cambia in modo drammatico. E ‘noto anche che certe strutture geometriche e trame di superficie lavorino meglio di altre. L’implicazione è che possono essere prodotte quantità illimitate di combustibile a idrogeno  per il funzionamento dei motori (come quello dell’ auto) al costo dell’acqua. Ancora più sorprendente è il fatto che una speciale lega metallica, brevettata da Freedman (USA) nel 1957, rompa spontaneamente l’acqua in idrogeno e ossigeno senza alcun input elettrico esterno e senza causare alcun cambiamento chimico nel metallo stesso. Ciò significa che questa lega metallica speciale può produrre idrogeno dall’acqua “gratuitamente”, per sempre.

5) Implosione / Vortici. Tutti i principali motori industriali utilizzano il rilascio di calore per causare espansione e pressione per produrre lavoro, come nel motore della vostra automobile. La natura utilizza il processo opposto di raffreddamento per causare aspirazione e vuoto per produrre lavoro, come in un tornado. Viktor Schauberger (Austria) è stato il primo a costruire modelli funzionanti di motori ad implosione nel 1930 e 1940. Da allora, Callum Coats ha pubblicato estensivamente il lavoro di Schauberger nel suo libro Living Energies e, successivamente, un certo numero di ricercatori ha costruito modelli funzionanti di motori a turbina ad implosione. Si tratta di motori senza combustibile che producono lavoro meccanico dall’energia che accede da un vuoto. Ci sono anche disegni molto semplici che utilizzano movimenti a vortice che forniscono una combinazione di gravità e forza centrifuga producendo un moto continuo nei fluidi.

6) Fusione Fredda. Nel marzo del 1989, due chimici dell’Università dello Utah (USA) hanno annunciato di aver prodotto reazioni di fusione nucleare in un semplice apparecchio da tavolo. Le affermazioni vennero “smontate” entro sei mesi e l’interesse pubblico diminui’. Tuttavia, la fusione a freddo è reale. Non solo è stata più volte documentata la produzione di calore in eccesso, ma è stata catalogata  anche una trasmutazione a bassa energia di elementi atomici, coinvolgendo dozzine di differenti reazioni! Questa tecnologia può certamente produrre energia a basso costo e decine di altri importanti risultati nei processi industriali.

7) Pompe di Calore ad assistenza solare. Il frigorifero della vostra cucina è l’unica macchina free energy che attualmente possedete. Si tratta di una pompa di calore ad azionamento elettrico. Si utilizza una quantità di energia (elettricità) per muovere tre quantità di energia (calore). Questo gli conferisce un coefficiente di prestazione (COP) di circa 3. Il vostro frigorifero utilizza una quantità di elettricità per pompare tre quantità di calore dall’interno all’ esterno del frigorifero. Questo è il suo tipico utilizzo, ma è il peggior modo possibile di utilizzare questa tecnologia. Ecco perché. Una pompa di calore,appunto, pompa calore dalla fonte di calore al “dissipatore” o il luogo che assorbe questo calore. La fonte di calore dovrebbe ovviamente essere calda e il dissipatore di calore dovrebbe ovviamente essere freddo per far funzionare al meglio questo processo. Nel frigorifero, è esattamente il contrario. La fonte di calore è all’interno, ed è fredda, mentre il dissipatore di calore è rappresentato dall’aria a temperatura ambiente della vostra cucina, che è più calda della fonte. Questo è il motivo per cui il COP rimane basso per il vostro frigorifero della cucina. Ma questo non è vero per tutte le pompe di calore. Possono essere facilmente raggiunti Coefficienti Di Prestazione tra 8 o 10 con le pompe di calore ad assistenza solare. In un tale dispositivo, una pompa di calore trae calore da un collettore solare e lo scarica in un grande assorbitore sotterraneo, che rimane a 55 ° F, estraendo cosi energia meccanica. Questo processo è equivalente ad un motore a vapore che estrae energia meccanica tra la caldaia e del condensatore, con l’eccezione che utilizza un liquido che bolle a una temperatura molto inferiore a quella dell’acqua. Uno di questi sistemi, che è stato testato nel 1970, ha prodotto 350 cv, misurati con un dinamometro, in un motore appositamente progettato, da appena 9 mq di collettore solare. (Questo non è il sistema promosso da Dennis Lee). La quantità di energia impiegata per azionare il compressore (input) era meno di 20 cv, quindi questo sistema ha prodotto energia 17 volte di più di quella necessaria per mandarlo avanti! Potrebbe alimentare un piccolo quartiere utilizzando esattamente la stessa tecnologia che mantiene freddo il cibo nella vostra cucina. Attualmente, c’è un sistema di pompe di calore a scala industriale nel nord di Kona, nelle Hawaii, che produce energia elettrica dalle differenze di temperatura nell’acqua dell’oceano.

Ci sono dozzine di altri sistemi che non ho menzionato e molti di loro sono vitali e ben testati come quelli che ho appena raccontato. Ma questo breve elenco è sufficiente per arrivare al punto: la tecnologia free energy è qui, ora. Offre di essere liberi dall’inquinamento mondiale e l’abbondanza di energia per tutti, ovunque.

E’ possibile, ora, fermare la produzione di gas serra e spegnere tutte le centrali nucleari. Possiamo,ora,desalinizzare una quantità illimitata di acqua di mare ad un prezzo accessibile e portare l’acqua fresca anche negli habitat più remoti. I costi di trasporto e di produzione per quasi tutto possono scendere drasticamente. Il cibo può essere coltivato anche in serre riscaldate in inverno, ovunque. Tutti questi meravigliosi benefici che possono rendere la vita su questo pianeta molto più facile e migliore per tutti sono stati rinviati per decenni. Perché? A quali scopi?

Quattro forze invisibili

Ci sono quattro gigantesche forze che hanno lavorato insieme per creare questa situazione. Dire che c’è ed è stata una cospirazione per sopprimere queste tecnologie ci porta solo ad una avere una comprensione superficiale del mondo, e pone la colpa per questo completamente al di fuori di noi stessi. La nostra volontà di rimanere ignoranti e di non agire di fronte a questa situazione è sempre stata interpretata da due di queste forze come consenso implicito. Quindi, oltre ad un pubblico non-esigente, quali sono le altre forze che stanno impedendo la disponibilità della tecnologia free energy?

Negli Stati Uniti, e in molti altri paesi del mondo, c’è un monopolio monetario in atto. Ad esempio. io sono libero di guadagnare quanto più denaro voglio, ma verrò sempre pagato in banconote della Federal Reserve. Non c’è niente che posso fare per essere pagato con Certificati Aurei o con qualche altra forma di denaro. Questo monopolio monetario è nelle mani di un ristretto numero di banche di riserva private e queste banche sono di proprietà delle più ricche famiglie del mondo. Il loro piano è quello di controllare il 100% di tutte le risorse di capitale del mondo, e quindi controllare la vita di ognuno attraverso la disponibilità (o la non disponibilità) di tutti i beni e servizi.

Una fonte indipendente di ricchezza (dispositivo di free energy) nelle mani di ogni persona, manderebbe alla rovina i piani delle famiglie più ricche per il dominio del mondo. Il perché questo è vero è facile da vedere. Attualmente, l’economia di una nazione può essere rallentata o accelerata con l’innalzamento o l’abbassamento dei tassi di interesse. Ma se una fosse presente nell’ economia di questa nazione una fonte indipendente di capitale (energia), e qualsiasi impresa o persona potesse aumentare il proprio capitale senza prenderlo in prestito da una banca, l’ azione centralizzata di strozzinaggio sui tassi di interesse, semplicemente, non avrebbe lo stesso effetto.

La tecnologia free energy cambia il valore del denaro. Le famiglie più ricche e gli emettitori di credito non vogliono alcuna concorrenza. E’ talmente semplice. Vogliono mantenere il loro attuale controllo monopolistico della massa monetaria. Per loro, la tecnologia free energy non è solo qualcosa da sopprimere, deve essere permanentemente proibita!

Così, le famiglie più ricche e le loro istituzioni bancarie centrali sono la prima forza che opera per posticipare la disponibilità pubblica della tecnologia free energy. Le loro motivazioni sono l’immaginato diritto divino a governare, l’avidità e il loro insaziabile bisogno di controllare quasi tutto, tranne se stessi. Le armi che hanno usato per far rispettare questo rinvio includono l’intimidazione, l’uso di “esperti” debunker, l’acquisto e l’archiviazione della tecnologia, l’omicidio e il tentato omicidio degli inventori, la diffamazione, incendi dolosi, e una vasta gamma di incentivi e disincentivi finanziari per manipolare possibili sostenitori. Essi hanno anche promosso la comune accettazione di una teoria scientifica che afferma che la free energy è impossibile (leggi della termodinamica).

La seconda forza che opera per posticipare la disponibilità pubblica della tecnologia free energy sono i governi nazionali. Il problema qui non è tanto relativo alla concorrenza nella stampa della moneta, ma nel mantenimento della sicurezza nazionale. Il fatto è che il mondo là fuori è una giungla, e gli esseri umani possono essere molto crudeli, disonesti e subdoli. E’ compito del governo provvedere alla difesa comune. Per questo, le forze di polizia sono state delegate dal ramo esecutivo del governo a far rispettare “lo stato di diritto”. La maggior parte di noi che acconsente alla regole del diritto lo fa perché crede che sia la cosa giusta da fare, per il nostro bene. Ci sono sempre, tuttavia, alcuni individui  che credono che per  il loro proprio beneficio sia meglio tenere un comportamento non  conforme all’ accordo generale sull’ordine sociale. Queste persone scelgono di operare al di fuori del diritto e perciò vengono considerate fuorilegge, criminali, sovversivi, traditori, rivoluzionari o terroristi.

La maggior parte dei governi nazionali ha scoperto, per tentativi ed errori, che l’unica politica estera che funziona davvero, nel tempo, è la politica del “pan per focaccia.” Questo significa che i Governi trattano l’un l’altro nel modo in cui vengono trattati. Vi sono imbrogli continui per ottenere posizione e influenza negli affari mondiali, e chi è più forte vince! In economia esiste la Regola d’Oro che afferma: “Quello con l’oro detta le regole.”

Succede cosi anche con la politica, ma con un aspetto più darwiniano. E ‘semplicemente la sopravvivenza del più forte. In politica, però, il più forte è di solito anche quello che è  disposto a combattere con i metodi più sporchi.  Tutti i mezzi a disposizione vengono utilizzati per mantenere un vantaggio rispetto all’avversario, ed ognuno è l’avversario, indipendentemente dal fatto se sia considerato amico o nemico. Questo include scandalosi atteggiamenti psicologici, menzogne, inganni, spionaggio, furto, assassinio di leader mondiali, guerre per procura, alleanze e cambiamenti di alleanze, trattati, aiuti stranieri e la presenza di forze militari ovunque sia possibile.

Che ci piaccia o no, questo è l’arena psicologica e reale in cui operano i governi nazionali. Nessun governo nazionale farà mai qualcosa che dia gratuitamente un vantaggio all’avversario. E’ un suicidio nazionale. L’attività di qualsiasi persona che fornisca, all’interno o all’esterno del paese, un vantaggio all’ avversario sarà considerata una minaccia per la “sicurezza nazionale”.

La tecnologia free energy è l’incubo peggiore di un governo nazionale! Apertamente riconosciuta, la tecnologia free energy scatenerebbe una corsa agli armamenti senza limiti da parte di tutti i governi, come ultimo tentativo per tentare di ottenere un vantaggio assoluto e la dominazione. Pensateci. Pensate che il Giappone non si sentirà intimidito se la Cina diventi free energy? Pensate che Israele starà tranquillo se l’Iraq avesse la free energy? Pensate che l’India permetterebbe al Pakistan di sviluppare la free energy? Pensate che gli USA non avrebbero cercato di fermare Osama bin Laden dall’ottenere la free energy?

L’energia illimitata a disposizione,allo stato attuale delle cose, su questo pianeta porta ad un inevitabile rimescolamento degli equilibri di potere. Questa potrebbe diventare una vera e propria guerra per evitare che “l’altro” abbia il vantaggio della ricchezza e del potere illimitato. Chiunque la vorrà e, al tempo stesso, vorrà evitare che la posseggano tutti gli altri.

Quindi, i governi nazionali sono la seconda forza che opera per posticipare la disponibilità pubblica della tecnologia free energy. Le loro motivazioni sono l’ “auto-conservazione.” Questa autoconservazione opera su tre livelli. In primo luogo, non dando indebito vantaggio ad un nemico esterno. Poi prevenendo un’azione individualizzata capace di sfidare efficacemente i poteri di polizia ufficiali (anarchia) all’interno del paese. Terza ed ultima, conservando i flussi di reddito derivanti dalla tassazione delle fonti di energia attualmente in uso. Le loro armi includono il prevenire dell’emissione di brevetti in base a ragioni di sicurezza nazionale, le molestie legali e illegali degli inventori con accuse criminali, verifiche fiscali, minacce, intercettazioni telefoniche, arresti, incendi dolosi, furti durante le spedizioni, e una miriade di altre intimidazioni che rendono l’attività di costruzione e commercializzazione di una macchina free energy praticamente impossibile.

La terza forza che opera nel posticipare la disponibilità pubblica della tecnologia free energy consiste nel gruppo di inventori ingannati, nei ciarlatani e nei truffatori. Alla periferia delle straordinarie conquiste scientifiche che costituiscono le vere tecnologie free energy, giace un mondo di ombre e di anomalie inspiegate, invenzioni marginali e promotori senza scrupoli. Le prime due forze hanno costantemente utilizzato i media per promuovere i peggiori esempi di questo gruppo, per distrarre l’attenzione del pubblico e per screditare le reali innovazioni associandole con frodi evidenti.

Nel corso degli ultimi cento anni, sono emerse  decine di storie su invenzioni insolite. Alcune di queste idee hanno così affascinato l’immaginazione pubblica che ancora oggi continua ad esistere una certa mitologia su questi sistemi. Vengono subito in mente  i nomi di Keely, Hubbard, Coler e Henderschott . Ci possono essere vere tecnologie dietro questi nomi, ma, semplicemente, non ci sono abbastanza dati tecnici di pubblico dominio per poterlo affermare con certezza. Questi nomi rimangono associati ad una mitologia di energia libera e utilizzati dai debunker come esempi di frode.

L’idea della free energy incide profondamente nel subconscio umano. Qualche inventore di tecnologie marginali che ha dimostrato utili anomalie ha erroneamente esagerato l’importanza delle sue invenzioni. Alcuni di questi inventori hanno anche erroneamente esagerato l’importanza di se stessi per aver fatto queste invenzioni. Appare una combinazione di “febbre dell’oro” e / o un complesso del messia, che distorce ogni futuro contributo che essi possono dare.

Questi illusi inventori iniziano a scambiare l’ entusiasmo per i fatti e il valore del lavoro scientifico ne risente enormemente. C’è una potente ma sottile seduzione che può deformare una personalità dal momento in cui si comincia a credere che il mondo poggi sulle sue spalle o che sia il salvatore del mondo. Accadono anche cose strane alle persone quando pensano di essere in procinto di diventare molto ricche. Ci vuole una tremenda disciplina spirituale per rimanere obiettivi e umili in presenza di una macchina free energy.

La psiche di molti inventori  è diventata instabile solo credendo di avere una macchina free energy. Cosi, mentre la qualità della scienza si deteriora, alcuni inventori sviluppano anche un complesso di persecuzione che li mette sulla difensiva e li rende inavvicinabili. Questo processo li preclude da qualsiasi reale sviluppo di una macchina free energy, alimentando tremendamente la mitologia delle frodi.

Poi ci sono i truffatori. Negli ultimi 15 anni c’è stata una persona negli Stati Uniti che ha fatto della truffa sulla free energy un’arte professionale. Ha raccolto oltre 100.000.000 di dollari, gli è stato impedito di fare affari nello Stato di Washington, è stato incarcerato in California, ed è ancora continua. Parla sempre di una variazione di un reale sistema di energia libera, vendendo alla gente l’idea che potranno ottenere presto uno di questi sistemi e lasciargli alla fine solamente informazioni promozionali che non forniscono alcun dato reale sul sistema energetico stesso. Egli ha spietatamente predato la comunità cristiana e la comunità patriota negli Stati Uniti e va ancora forte.

L’attuale truffa di quest’uomo consiste nel far in modo che centinaia di migliaia di persone rendano disponibili ubicazioni dove installare una macchina free energy. In cambio della sua installazione di un generatore di energia libera nella loro casa, essi avranno elettricità gratis a vita, e la sua società venderà l’energia in eccesso alla compagnia elettrica locale. Dopo essersi convinti che riceveranno elettricità gratis per sempre, senza anticipare alcuna spesa, acquisteranno volentieri un video dimostrativo per convincere a far aderire anche i loro amici. Una volta capito il potere e le motivazioni delle prime due forze che ho discusso, è evidente che il business di questa persona non può funzionare. Questa persona ha probabilmente fatto più danno al movimento free energy negli Stati Uniti di qualsiasi altra forza, distruggendo la fiducia della gente in questa tecnologia.

Quindi, la terza forza che opera per il rinvio della disponibilità pubblica della tecnologia free energy è la delusione e la disonestà all’interno del movimento stesso. Le motivazioni sono l’auto-esaltazione, l’avidità, il desiderio di potere sugli altri, e un falso senso di auto-importanza. Le armi utilizzate sono la menzogna, l’inganno, le truffe “specchietti per le allodole” , l’auto-delusione e l’arroganza, combinate con una scienza da due soldi.

La quarta forza che opera per posticipare la disponibilità pubblica della tecnologia free energy è tutto il resto di noi. Può essere facile vedere come siano meschine ed egoiste le motivazioni delle altre forze, ma in realtà, queste motivazioni sono ancora molto vive in ​​ognuno di noi. Proprio come le famiglie più ricche, non ci illudiamo con una falsa superiorità e col voler controllare gli altri invece di noi stessi? Inoltre, non vi  “vendereste” se il prezzo fosse abbastanza alto, ad esempio, per un milione di dollari in contanti? O come i governi, ognuno di noi non vuole assicurare la sua sopravvivenza? Se foste dentro un teatro in fiamme, nel panico, non spingereste allontanando tutte le persone più deboli in una folle corsa per la porta? O come l’inventore ingannato, non confezionereste una confortevole illusione al posto di un fatto spiacevole? E non ci piace pensare più a noi stessi che agli altri che ci danno credito? O non temiamo ancora l’ignoto, anche se promette una grande ricompensa?

Vedete, in realtà, tutte e quattro le forze sono solo diversi aspetti dello stesso processo, operando a diversi livelli nella società. C’è davvero solo una forza che impedisce la disponibilità pubblica della tecnologia free energy, ed è il comportamento non spirituale che motiva gli umani. In ultima analisi, la tecnologia free energy è una manifestazione esteriore di abbondanza divina. E ‘il motore dell’economia di una società illuminata, dove le persone si comportano volontariamente in modo rispettoso e civile verso l’altro, dove ogni membro della società ha tutto ciò di cui ha bisogno e non desidera quello che è del suo vicino, dove la guerra e la violenza fisica sono qualcosa di socialmente inaccettabile e le differenze delle persone sono, se non godute, almeno tollerate.

La comparsa della tecnologia free energy nella sociata è l’alba di un’ età veramente civilizzata. Si tratterebbe di un evento epocale nella storia umana. Nessuno può prendersi il merito per questo. Nessuno può diventare ricco con essa. Nessuno può governare il mondo con essa. E’ semplicemente un dono di Dio. Costringe tutti ad assumersi la responsabilità delle nostre azioni e della nostra auto-disciplina e autocontrollo quando  necessario. Il mondo, come è ordinato attualmente, non può avere la tecnologia free energy senza essere completamente trasformato da essa in qualcos’altro. Questa civiltà ha raggiunto l’apice del suo sviluppo, perché ha partorito i semi della propria trasformazione. Gli esseri umani non spirituali non possono fidarsi dell’ energia libera. Faranno solamente quello che hanno sempre fatto,  sfruttarsi senza pietà o  uccidersi a vicenda nel processo.

Se si torna indietro e si rilegge Atlas Shrugged di Ayn Rand o il Rapporto del Club di Roma, diventa evidente che le famiglie più ricche lo hanno capito da decenni. Il loro piano è quello di vivere nel mondo della free energy, ma lasciando fuori in modo permanente il resto di noi. Ma questa non è una novità. I potenti hanno sempre considerato la popolazione comune (noi) come loro sudditi. Quello che c’è di nuovo, è che voi ed io possiamo adesso comunicare tra di noi tramite Internet, che appunto ci offre la quarta forza, un’opportunità per superare gli sforzi combinati delle altre forze di impedire il diffondersi delle tecnologie free energy.

L’opportunità

Quello che sta per accadere è che gli inventori stanno cominciando a pubblicare i loro lavori, invece di brevettarli e mantenerli segreti. Sempre più persone stanno dando via le informazioni su queste tecnologie in libri, video e siti web. Mentre su Internet c’è ancora una grande quantità di informazioni inutili sulla free energy, sta invece  crescendo rapidamente la disponibilità di una buona informazione. Controllate l’elenco dei siti web e altre risorse alla fine di questo articolo.

E ‘imperativo che iniziate a raccogliere tutte le informazioni che potete sui veri sistemi di free energy. La ragione di questo è semplice. Le prime due forze non permetteranno mai che un inventore o una società possa costruire e vendervi una macchina free energy! L’unico modo per ottenerla è di costruirvela da soli o con un amico. Questo è esattamente quello che migliaia di persone stanno già tranquillamente iniziando a fare. Potete sentirvi del tutto inadeguati  al compito, ma cominciate ora a raccogliere informazioni. Potreste essere solo un anello della catena degli eventi per il bene degli altri. Concentratevi su ciò che si può fare ora, non su quanto c’è ancora da fare. Piccoli gruppi di ricerca privati ​​stanno già lavorando ai dettagli mentre leggete questo articolo. Molti si sono impegnati a pubblicare i propri risultati su Internet.

La quarta forza siamo tutti noi. Se ci alziamo e rifiutiamo di rimanere ignoranti e di non agire, possiamo cambiare il corso della storia. E’ l’insieme delle nostre azioni che può fare la differenza. Solo l’azione di massa, che rappresenta il nostro consenso, può dar vita al mondo che vogliamo. Le altre tre forze non ci aiuteranno a mettere un impianto senza combustibile nel nostro scantinato. Non ci aiuteranno ad essere liberi dalle loro manipolazioni. Tuttavia, la tecnologia free energy è qui. È reale, e cambierà tutto ciò che riguarda il nostro modo di vivere, lavorare e relazionarsi gli uni agli altri. In ultima analisi, la tecnologia free energy rende obsoleta l’avidità e la paura per la sopravvivenza. Ma come tutti gli esercizi spirituali della fede, dobbiamo prima manifestare la generosità e la fiducia nella nostra vita.

La fonte di energia libera è dentro di noi. E’ l’eccitamento di esprimersi liberamente. E ‘la nostra intuizione spiritualmente guidata che si esprime senza distrazione, intimidazione o manipolazione. E’ l’apertura del nostro cuore. Idealmente le tecnologie free energy sostengono una società giusta dove ognuno ha abbastanza cibo, vestiario, alloggio, autostima e il tempo libero per contemplare i significati più spirituali della vita. Non lo dobbiamo l’uno all’ altro di affrontare le nostre paure e attivarci per creare questo futuro per i figli dei nostri figli?

La tecnologia free energy è qui. E’ qui da decenni. La tecnologia delle comunicazioni e Internet hanno lacerato il velo di segretezza su questo fatto straordinario. La gente di tutto il mondo sta cominciando a costruire tale dispositivi per uso proprio. I banchieri e i governi naturalmente non vogliono che questo accada, ma non possono fermarlo. Non verrà riportato praticamente nulla dai principali mezzi di comunicazione di ciò che sta accadendo. Enormi instabilità economiche e guerre saranno utilizzate nel prossimo futuro per distrarre le persone dall’ unirsi per la libera circolazione dell’energia.

La società occidentale si sta avviando verso l’autodistruzione a causa degli effetti accumulati a lungo termine dell’avidità e della corruzione. La disponibilità generale di tecnologia free energy non può fermare questa tendenza. La può solo rafforzare. Se, invece, aveste un dispositivo free energy, potreste essere in una posizione migliore per sostenere la transizione politica / sociale / economica che è in corso. La domanda è: chi sarà in ultima analisi, ad avere il controllo dell’emergente governo mondiale? La prima forza prima o la quarta?

L’ultima grande guerra è ormai alle porte. I semi sono stati piantati. Dopo questa verrà l’inizio di una vera civiltà. Alcuni di noi che si rifiutano di combattere sopravviveranno per vedere l’alba del mondo della free energy. Vi sfido ad essere tra quelli che ci proveranno.

LINK E RISORSE: The World Of Free Energy
DI: Coriintempesta 

LISTA DELLE RISORSE
LIBRI
Living Energies di Callum Coats  -- The Free Energy Secrets of Cold Electricity di Peter Lindemann, D.Sc. --Applied Modern 20th Century Aether Science di Dr. Robert Adams --Physics Without Einstein di Dr. Harold Aspden --Secrets of Cold War Technology di Gerry Vassilatos --The Coming Energy Revolution di Jeane Manning
SITI WEB
http://www.free-energy.cc/ developed by Clear Tech, Inc. and Dr. Peter Lindemann
 http://jnaudin.free.fr/ developed by JLN Labs in France
 http://www.keelynet.com/ developed by Jerry Decker in the USA 
http://www.xogen.ca/ site for super electrolysis technology 
http://www.fortunecity.com/greenfield/bp/16/content1.htm excellent site by Geoff Egel, Australia 
For links to other excellent resources: http://www.WantToKnow.info/resources#newenergy 
PER LE ALTRE FONTI - QUI

Preparativi per attaccare l’ Iran con armi nucleari. “Nessuna opzione è fuori dal tavolo”

di: Michel Chossudovsky

Quando una guerra nucleare sponsorizzata dagli USA diventa uno” strumento di pace “, condonata e accettata dalle istituzioni mondiali e dalle più alta autorità, comprese le Nazioni Unite, non si può tornare indietro: la società umana è stata precipitata a capofitto sul sentiero dell’ auto – distruzione. “( Towards a World War III Scenario , Global Research, maggio 2011)

Il mondo è a un bivio pericoloso. L’America è su un sentiero di guerra. 

La terza guerra mondiale non è più un concetto astratto.

Gli Stati Uniti e i suoi alleati si stanno preparando a lanciare una guerra nucleare contro l’Iran con conseguenze devastanti. 

Questa avventura militare minaccia, nel vero senso della parola, il futuro dell’umanità.

Il progetto militare globale del Pentagono è la conquista del mondo.

Il dispiegamento militare delle forze USA-NATO sta avvenendo contemporaneamente in diverse regioni del mondo.

I pretesti e le “giustificazioni” per la guerra abbondano. L’Iran è oggi annunciato come una minaccia per Israele e il Mondo.

La guerra contro l’Iran è sul tavolo del Pentagono da più di otto anni. In sviluppi recenti , sono state lanciate rinnovate minacce e accuse contro Teheran.

Una “guerra di stealth” è già iniziata. Gli agenti del Mossad sono sul terreno. Formazioni paramilitari segrete sono in fase di lancio in Iran mentre i droni della Cia sono già stati schierati.

Nel frattempo, Washington, Londra, Bruxelles e Tel Aviv hanno lanciato specifiche  iniziative destabilizzanti per soffocare l’Iran diplomaticamente, finanziariamente ed economicamente .

Il Congresso degli Stati Uniti ha formulato un regime di sanzioni economiche ancora più pesante:

 “E’ emerso, a Washington, un consenso bipartisan favorevole a strangolare l’economia iraniana”. Ovvero consistente nell’attuazione di “un emendamento al disegno di legge di autorizzazione alla difesa 2012, progettato per “portare al collasso l’economia iraniana “… rendendo praticamente impossibile a Teheran di vendere il suo petrolio“. (Tom Burghardt,  Target Iran: Washington’s Countdown to War , Global Research, dicembre 2011). :

Questa nuova ondata di clamore diplomatico insieme alla minaccia di sanzioni economiche ha anche contribuito ad innescare un alone di incertezza nel mercato del greggio, con conseguenze potenzialmente devastanti per l’economia globale.

Nel frattempo, i media hanno rinnovato la loro propaganda relativa al presunta programma nucleare iraniano, che punta ad “attività legate alla possibile militarizzazione.”

In recenti sviluppi, a fatica ammessi dai media americani, il presidente Barack Obama ha incontrato privatamente (il 16 dicembre), a porte chiuse,  il Ministro della Difesa israeliano Ehud Barak. L’incontro si è tenuto alla periferia di Washington DC presso l’Hotel Gaylord, a National Harbor, Maryland, sotto gli auspici della Union for Reform Judaism .

L’importanza di questo tempistivo incontro privato sotto gli auspici della URJ non può essere sottovalutata. I resoconti suggeriscono che il faccia a faccia O.Barack / E. Barak sia stato incentrato in gran parte sulla questione di un attacco USA-Israele contro l’Iran.

Scrivendo su Haaretz, l’analista politico israeliano Amir Oren ha descritto questo incontro come una potenziale “luce verde” per Israele nel lanciare una guerra totale contro l’Iran:

E ‘possibile che l’incontro di venerdì scorso, durato mezz’ora, presso l’Hotel Gaylord a National Harbor, nel Maryland, tra il presidente americano Barack Obama e il ministro della Difesa Ehud Barak verrà ricordato nella storia di Israele come il momento in cui Barack O. ha dato il via libera ad E. Barak – nel bene e nel male – per attaccare l’Iran ..? Questo può essere visto come una sorta di flashback del colloquio tra il ministro della Difesa Ariel Sharon e il Segretario di Stato Alexander Haig a Washington nel maggio del 1982, che ha dato origine alla (erronea) impressione di Israele che ci fosse un’intesa con gli Stati Uniti per andare in guerra contro il Libano (No sign U.S. has given Israel green light to strike Iran – Haaretz Daily Newspaper | Israel News)

Dopo questo incontro privato, Obama ha tenuto un discorso alla Plenaria Biennale della  Union for Reform Judaism, per rassicurare il suo pubblico che “la cooperazione tra i nostri militari [e i servizi segreti] non è mai stata più forte.”

Obama ha evidenziato che l’Iran è una minaccia per la sicurezza di Israele, degli Stati Uniti e per il mondo … Ed è per questo che la nostra politica è stata assolutamente chiara: Siamo determinati a impedire all’Iran di acquisire armi nucleari …. Ed è per questo … abbiamo imposto le più ampie, le più dure  sanzioni che il regime iraniano abbia mai affrontato …. Ed è per questo che, posso assicurarvi, non lasceremo alcuna opzione fuori dal tavolo “. (Trascrizione - President Obama Union for Reform Judaism Speech Video Dec. 16. 2011: Address at URJ Biennial, 71st General Assembly  – enfasi aggiunta).

Verso un attacco “coordinato” Stati Uniti-Israele contro l’Iran

Nelle ultime settimane, i tabloid statunitensi sono stati letteralmente tappezzati con le  dichiarazioni di Hillary Clinton e del segretario della Difesa Leon Panetta che “nessuna opzione è fuori dal tavolo“. Panetta ha lasciato intendere, tuttavia, “che Israele non dovrebbe prendere in considerazione un’azione unilaterale contro l’Iran“, sottolineando “che qualsiasi operazione militare contro l’Iran da parte di Israele deve essere coordinata con gli Stati Uniti e avere il suo sostegno“. (Dichiarazione del 2 dicembre di Panetta presso il Centro Saban citata in U.S. Defense Secretary: Iran could get nuclear bomb within a year – Haaretz , 11 dicembre 2011, enfasi aggiunta)

La minaccia della guerra nucleare contro l’Iran

La dichiarazione che “nessuna opzione è fuori dal tavolo” intima che gli Stati Uniti non solo prevedono un attacco all’Iran, ma che questo attacco potrebbe includere l’uso di armi nucleari tattiche Bunker Buster con una capacità esplosiva tra un terzo e sei volte la bomba di Hiroshima. Con crudele ironia, queste bombe nucleari “umanitare” e “peace-making” “Made in America” ​​- che secondo il “parere scientifico” sotto contratto del Pentagono sono “innocue per la popolazione civile circostante” – sono previste per essere usate contro l’ Iran, come rappresaglia al suo inesistente programma di armi nucleari.

Mentre l’Iran non ha armi nucleari, quello che viene raramente riconosciuto, è che i cinque (ufficialmente) “Stati non-nucleari”, Germania, Belgio, Paesi Bassi, Italia e Turchia, hanno  armi nucleari tattiche degli Stati Uniti sul loro territorio, sotto il comando nazionale nelle loro rispettive basi militari. Questo arsenale nucleare è previsto che possa essere utilizzato contro l’Iran.

L’ accumulo e il dispiegamento delle bombe tattiche B61 in questi cinque “stati non nucleari” è stato concepito per obiettivi in Medio Oriente. Inoltre, in conformità con i “piani d’attacco della NATO”, queste bombe termonucleari B61 bunker buster (conservate dagli “stati non nucleari”) potrebbero essere lanciate contro obiettivi in Russia o in paesi del Medio Oriente come la Siria e l’Iran (citato in  National Resources Defense Council, Nuclear Weapons in Europe , febbraio 2005, enfasi aggiunta)

Mentre questi “stati nucleari non dichiarati ‘accusano Teheran di sviluppare armi nucleari, senza alcuna prova documentale, essi stessi hanno testate nucleari, destinate a colpire l’ Iran, la Siria e la Russia. (Vedi Michel Chossudovsky,  Europe’s Five “Undeclared Nuclear Weapons States” , Global Research, 12 febbraio 2010)

Le armi nucleari di Israele  sono puntate contro l’Iran. Il  congiunto “Coordinamento”  USA-Israele per il dispiegamento delle armi nucleari

E’ Israele, piuttosto che l’Iran, una minaccia alla sicurezza globale.

Israele possiede 100-200 testate nucleari strategiche , che sono completamente schierate contro l’Iran.

Già nel 2003, Washington e Tel Aviv avevano confermato che stavano collaborando allo “ sviluppo dei missili cruise Harpoon , in dotazione degli Stati Uniti, armati con testate nucleari sui sottomarini classe Dolphin della flotta di Israele.”(The Observer, 12 October 2003) .

Secondo il generale russo Leonid Ivashov:

I circoli politici e militari israeliani stavano rilasciando dichiarazioni sulla possibilità di attacchi missilistici e nucleari contro l’Iran fin dall’ottobre 2006, quando l’idea è stata immediatamente sostenuta da G. Bush. Attualmente [2007] è propagandato sotto forma di una “necessità” di attacchi nucleari. Al pubblico viene insegnato a credere che non c’è niente di mostruoso riguardo tale possibilità e che, al contrario, un attacco nucleare è piuttosto fattibile. Presumibilmente, non c’è altro modo per “fermare” l’Iran. (General Leonid Ivashov, Iran Must Get Ready to Repel a Nuclear Attack, Global Research, January 2007 enfasi aggiunta)

Vale la pena notare che all’inizio del secondo mandato di Bush, il vice presidente Dick Cheney aveva accennato, senza mezzi termini, al fatto che l’Iran era “proprio in cima alla lista” degli stati canaglia nemici dell’America, e che Israele avrebbe, così parlando, “bombardato al posto nostro”, senza il coinvolgimento militare degli Stati Uniti e senza che noi facessimo alcun tipo pressione su di loro “per farlo”.

In questo contesto, l’ analista politico e storico Michael Carmichael ha sottolineato l’integrazione e il coordinamento delle decisioni militari tra gli Stati Uniti e Israele riguardanti il ​​dispiegamento di armi nucleari:

Piuttosto che  un attacco nucleare americano diretto contro difficili obiettivi  iraniani,  Israele ha ricevuto il compito di lanciare un gruppo coordinato di attacchi nucleari contro obiettivi rappresentati dagli impianti nucleari nelle città iraniane di Natanz, Isfahan e Arak (Michael Carmichael, Global Research, January 2007)

“Nessuna opzione fuori dal tavolo”. Cosa significa nel contesto della pianificazione militare? L’ integrazione di sistemi convenzionali e armi nucleari

Le regole e le linee guida dei militari americani che disciplinano l’uso di armi nucleari sono state “liberalizzate” (ovvero “liberalizzate” in relazione a quelle in vigore durante la Guerra Fredda). La decisione di usare armi nucleari tattiche contro l’Iran non dipende più dal comandante in capo, vale a dire il presidente Barack Obama. Si tratta di una decisione strettamente militare. La nuova dottrina afferma che il Comando, il Controllo e il Coordinamento (CCC) per quanto riguarda l’uso di armi nucleari dovrebbe essere “flessibile”, in modo da permettere ai comandi di combattimento geografici di decidere se e quando utilizzare queste armi nucleari:

Conosciuta ufficialmente a Washington come “Joint Publication 3-12″, la nuova dottrina nucleare (Doctrine for Joint Nuclear Operations (DJNO) (marzo 2005)), chiede di “integrare gli attacchi nucleari e convenzionali” sotto un  unificato e “integrato” Comando e Controllo (C2).

Questo descrive  in gran parte la pianificazione della guerra come un processo di gestione decisionale, in cui gli obiettivi militari e strategici saranno raggiunti, attraverso un mix di strumenti, con poca preoccupazione per la perdita di vite umane.

Ciò significa che se sarà lanciato un attacco all’Iran, le armi nucleari tattiche saranno parte integrante dell’arsenale utilizzato.

Da un punto di vista decisionale militare, “nessuna opzione fuori dal tavolo” significa che i militari applicheranno “l’uso più efficiente della forza”. In questo contesto, le armi nucleari e convenzionali fanno parte di ciò che il Pentagono chiama “la cassetta degli attrezzi”, dalla quale i comandanti militari possono scegliere gli strumenti di cui hanno bisogno in conformità con le “circostanze in evoluzione” nel “teatro di guerra”. (Vedi Michel Chossudovsky, Is the Bush Administration Planning a Nuclear Holocaust?Global Research, 22 febbraio 2006)

Una volta che viene presa la decisione di lanciare un’operazione militare  (ad esempio attacchi aerei contro l’Iran), i comandanti nel teatro di guerra possono muoversi con una certa discrezionalità.  Questo significa, in pratica, che una volta che la decisione presidenziale è presa, USSTRATCOM, in collegamento con i comandanti sul campo, può decidere gli obiettivi e il tipo di armi da utilizzare. Le armi nucleari tattiche stoccate sono ormai considerate come parte integrante dell’arsenale. In altre parole, le armi nucleari sono diventate “parte della cassetta degli attrezzi”, usata in teatri di guerra convenzionali.( Michel Chossudovsky, Targeting Iran, Is the US Administration Planning a Nuclear Holocaust , Global Research, febbraio 2006, enfasi aggiunta)

L’integrazione della guerra convenzionale e nucleare 

Di notevole importanza riguardo il pianificato attacco contro l’Iran, alcuni documenti statunitensi militari puntano verso l’integrazione delle armi convenzionali e nucleari e l’uso di armi atomiche in una opzione preventiva in un teatro di guerra convenzionale.

Questa proposta di “integrazione” dei sistemi di armi tradizionali e nucleari venne formulata per la prima volta nel 2003 sotto il CONPLAN 8022. Quest’ultimo viene descritto come “un concept plan  per il rapido utilizzo del potenziale bellico nucleare, convenzionale, o di informazioni di guerra per distruggere – preventivamente, se necessario -” obiettivi urgenti “in tutto il mondo [tra cui l’Iran]. ” (Vedi Michel Chossudovsky,  US, NATO and Israel Deploy Nukes directed against Iran, Global Research, 27 settembre 2007). (Coordinato dal Comando Strategico degli Stati Uniti, CONPLAN è diventata operativo all’inizio del 2004. – Robert S. Norris and Hans M. Kristensen, Bulletin of Atomic Scientists ).

Il CONPLAN apre un vero e proprio vaso di Pandora militare. Si offusca la linea di demarcazione tra le armi convenzionali e quelle nucleari. Si apre la porta per l’uso preventivo, “ovunque nel mondo”, delle armi nucleari.

L’assenza di sensibilizzazione dell’opinione pubblica

La “comunità internazionale” ha approvato un attacco all’Iran in nome della pace nel mondo.

“Rendere il mondo più sicuro” è la giustificazione per lanciare un’operazione militare che potrebbe potenzialmente causare un olocausto nucleare.

Mentre si può concettualizzare la perdita di vite umane e la distruzione derivante dalle attuali guerre in Iraq e in Afghanistan, è impossibile comprendere appieno la devastazione che potrebbe derivare da una terza guerra mondiale, con l’utilizzo di “nuove tecnologie” e di armi avanzate, comprese le armi nucleari, fino a quando ciò non si verifica e diventa una realtà.

I media mainstream sono coinvolti nel blocco deliberato delle notizie e del dibattito su questi preparativi di guerra. La guerra contro l’Iran ed i pericoli di una escalation non sono considerate da “prima pagina”. I media mainstream hanno escluso l approfondimento e il dibattito sulle implicazioni di questi piani di guerra.

L’Iran non costituisce una minaccia nucleare.

La minaccia alla sicurezza globale proviene dall’alleanza militare USA-NATO-Israele che contempla – nel quadro del CONPLAN – l’uso di armi termonucleari contro uno stato non nucleare.

Con le parole del generale Ivashov, “Al pubblico viene insegnato a credere che non c’è niente di mostruoso riguardo tale possibilità“. Le armi nucleari sono “parte della cassetta degli attrezzi”.

Un attacco all’Iran avrebbe conseguenze devastanti, scatenerebbe una guerra regionale totale  dal Mediterraneo Orientale all’Asia Centrale, che potrebbe condurre l’umanità in uno scenario di Terza Guerra Mondiale.

L’amministrazione Obama rappresenta una minaccia nucleare.

La NATO costituisce una minaccia nucleare

I cinque “stati non-nucleari” europei (Germania, Italia, Belgio, Paesi Bassi, Turchia) con armi tattiche nucleari dispiegate sotto il comando nazionale, da utilizzare contro l’Iran, costituiscono una minaccia nucleare.

Il governo israeliano del primo ministro Benjamin Netanyahu, non solo costituisce una minaccia nucleare, ma anche una minaccia per la sicurezza del popolo d’Israele, il quale viene indotto in errore per quanto riguarda le implicazioni di un attacco USA-Israele contro l’Iran.

La compiacenza dell’opinione pubblica occidentale – tra cui segmenti del movimento contro la guerra negli Stati Uniti – è inquietante. Non è stata espressa alcuna preoccupazione a livello politico per le probabili conseguenze di un attacco USA-NATO-Israele contro l’Iran, usando armi nucleari contro uno Stato non nucleare.

Tale azione si tradurrebbe nell ‘impensabile”: un olocausto nucleare su gran parte del Medio Oriente.

Va notato che un incubo nucleare si sarebbe verificato anche senza l’uso di armi nucleari. Il bombardamento degli impianti nucleari iraniani con armi convenzionali può contribuire a scatenare un disastro tipo Chernobyl-Fukushima  con un’estesa ricaduta radioattiva.

Discorso di Barack Obama all’Union of Reform Judaism – 16 Dicembre, 2011

Trascrizione (Alcuni Estratti)

“Voglio dare il benvenuto al Vice Primo Ministro di Israele e Ministro della Difesa Ehud Barak. (Applausi) La cooperazione tra i nostri militari non è mai stata più forte e voglio ringraziare Ehud per la sua leadership e il suo impegno permanente per la sicurezza di Israele e per la ricerca di una giusta e duratura pace (Applausi)

Un’altra grave preoccupazione – e che rappresenta una minaccia per la sicurezza di Israele, degli Stati Uniti e per il mondo – è il programma nucleare iraniano. Ed è per questo che la nostra politica è stata assolutamente chiara: siamo determinati ad impedire all’Iran di acquisire armi nucleari. (Applausi) Ed è per questo che abbiamo lavorato meticolosamente dal momento in cui ho assunto l’incarico con gli alleati e i partner, e abbiamo imposto le più ampie, le più dure  sanzioni che il regime iraniano abbia mai affrontato.Non abbiamo solo parlato, lo abbiamo fatto. E abbiamo intenzione di mantenere la pressione. (Applausi) Ed è per questo che, posso assicurarvi, non lasceremo alcuna opzione fuori dal tavolo. Siamo stati chiari .

Continueremo a restare al fianco dei nostri amici e alleati israeliani, proprio come abbiamo fatto quando essi avevano più bisogno di noi. Nel mese di settembre, quando una folla minacciava l’ambasciata israeliana al Cairo, abbiamo lavorato per garantire che gli uomini e le donne che lavoravano li potessero essere al sicuro. (Applausi) L’anno scorso, quando gli incendi  minacciavano Haifa, abbiamo inviato aerei antincendio per domare il fuoco.

(Applauso)

Sotto la mia Presidenza, gli Stati Uniti d’America hanno fatto da guida, da Durban alle Nazioni Unite, contro i tentativi di utilizzare i forum internazionali per delegittimare Israele. E continueremo a farlo. (Applausi) Questo è quello che amici e gli alleati devono fare l’un per l’altro. Quindi non lasciate che nessun altro racconti una storia diversa. Ci siamo stati, e continueremo ad esserci. Questi sono i fatti. “(Applausi)

LINK: Preparing to Attack Iran with Nuclear Weapons: “No Option can be taken off the Table”. 

DI: Coriintempesta

In Iraq il conflitto è «surrogato»

di: Manlio Dinucci

Le nostre truppe sono uscite dall’Iraq «a testa alta», ha annunciato il comandante in capo Barack Obama. Gli Usa hanno di che essere fieri. Lasciano un paese invaso nel 2003 con la motivazione che possedeva armi di distruzione di massa, rivelatasi infondata. Messo a ferro e fuoco da oltre un milione e mezzo di soldati, che il Pentagono vi ha dislocato a rotazione insieme a centinaia di migliaia di contractor militari, usando ogni mezzo per schiacciare la resistenza: dalle bombe al fosforo contro la popolazione di Falluja alle torture nella prigione di Abu Ghraib. Provocando circa un milione di vittime civili, aggiuntesi a quelle della prima guerra contro l’Iraq e dell’embargo. Costringendo oltre 2 milioni di iracheni ad abbandonare le proprie case e altrettanti a rifugiarsi in Siria e Giordania. Lasciando un paese disastrato, con una disoccupazione a oltre il 50%, la metà dei medici che aveva prima dell’invasione, un terzo dei bambini affetti da malnutrizione, cui si aggiungono quelli con malformazioni genetiche dovute alle armi del Pentagono. Una guerra che gli Usa hanno pagato con 4.500 morti e oltre 30mila feriti tra i militari, il 30% dei quali è tornato a casa con gravi problemi psichici. Costata 1.000 miliardi di dollari, cui si aggiungeranno circa 4mila miliardi di spese indirette, come quelle per l’assistenza ai veterani. Ne è valsa però la pena: d’ora in poi «il futuro dell’Iraq sarà nelle mani del suo popolo», assicura il presidente Obama. Si è guadagnato così il Premio Nobel per la pace? C’è da dubitarne, leggendo il manuale dello U.S. Army su «La guerra surrogata per il XXI secolo»: una guerra condotta sostituendo alle forze armate tradizionali, che intervengono apertamente, forze speciali e servizi segreti che agiscono nell’ombra, con il sostegno di forze alleate di fatto sotto comando Usa. Lo confermano vari fatti. Il personale dell’ambasciata Usa a Baghdad, la più grande del mondo, passerà da 8mila a 16mila. Sarà potenziato il suo «Ufficio di cooperazione alla sicurezza», che addestra e arma le forze irachene. Dal 2005, il governo iracheno ha acquistato armamenti Usa per 5 miliardi di dollari e, secondo il programma, ne comprerà altri per 26 miliardi. Tra questi, 36 caccia F-16 con relativi armamenti (che potrebbero salire a 96), i cui piloti saranno addestrati negli Usa e le cui basi saranno di fatto sotto il controllo del Pentagono. Unità della Cia e delle forze speciali Usa continuano ad addestrare (e di fatto a dirigere) le «forze di sicurezza» che, per ordine del primo ministro Nouri al-Maliki, hanno già arrestato centinaia di ex baathisti con l’accusa, basata su «prove» fornite dal Cnt libico, di aver preparato un colpo di stato con l’appoggio di Gheddafi. Allo stesso tempo Washington lega a sé il governo regionale curdo di Masoud Barzani, con il quale la ExxonMobil ha concluso un grosso contratto per lo sfruttamento petrolifero, scavalcando il governo di Baghdad. Nel Kurdistan iracheno operano dal 2003 forze speciali Usa, agli ordini del generale Charles Cleveland. Lo stesso che – rivela il giornale egiziano «al-Arabi» – addestra e dirige oggi in Turchia i commandos dell’«esercito libero siriano» per la «guerra surrogata» alla Siria.

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Le smart bombs di Wall Street

di: Manlio Dinucci

Ci sono vari tipi di smart bombs, «bombe intelligenti», usate da quello che Les Leopold definisce efficacemente il «governo segreto di Wall Street», la potente oligarchia finanziaria che controlla lo stato (http://www.voltairenet.org/Wall-Street-secret-government). Le prime sono quelle propagandistiche che colpiscono il cervello, annebbiando gli occhi e facendo vedere cose inesistenti.

Sono oggi massicciamente impiegate per mistificare la realtà della crisi, per convincerci che essa è provocata dal debito pubblico e che, per salvarci, dobbiamo fare duri sacrifici tagliando le spese sociali. Il debito pubblico è però conseguenza, non causa della crisi. Essa è dovuta al funzionamento stesso del mercato finanziario, dominato da potenti banche e gruppi multinazionali. Basti pensare che il valore delle azioni quotate a Wall Street, e nelle Borse europee e giapponesi, supera quello di tutti i beni e servizi prodotti annualmente nel mondo. Le operazioni speculative, effettuate con enormi capitali, creano un artificioso aumento dei prezzi delle azioni e di altri titoli, che non corrisponde a una effettiva crescita dell’economia reale: una «bolla speculativa» che prima o poi esplode, provocando una crisi finanziaria. A questo punto intervengono gli stati con operazioni di «salvataggio», riversando denaro pubblico (e quindi accrescendo il debito) nelle casse delle grandi banche e dei gruppi finanziari privati che hanno provocato la crisi. Solo negli Stati uniti, l’ultimo «salvataggio» ammonta a oltre 7mila miliardi di dollari, dieci volte più di quanto ufficialmente dichiarato. Come ciò possa avvenire lo spiega il fatto che i candidati presidenziali sono finanziati, attraverso «donazioni» e in altri modi, dalle grandi banche, tra cui la Goldman Sachs, e che l’amministrazione Obama, appena entrata in carica, ha nominato in posti chiave loro persone di fiducia, facenti parte della Commissione Trilaterale. La stessa in cui Mario Monti, consulente internazionale della Goldman Sachs e ora capo del governo italiano, riveste il ruolo di presidente del gruppo europeo. Non c’è quindi da stupirsi se il governo segreto di Wall Street impiega, in funzione dei suoi interessi, anche «bombe intelligenti» reali. Non a caso le ultime guerre, effettuate dagli Stati uniti e dalla Nato, hanno «intelligentemente» colpito stati situati nelle aree ricche di petrolio (Iraq e Libia) o con una importante posizione regionale (Jugoslavia e Afghanistan). Stati come l’Iraq di Saddam Hussein, che minacciava di sganciarsi dal dollaro vendendo petrolio in euro e altre valute, o come la Libia di Gheddafi, che programmava di creare il dinaro d’oro quale concorrente del dollaro e promoveva organismi finanziari autonomi dell’Unione africana, il cui sviluppo avrebbe ridotto l’influenza della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale. Per analoghe ragioni si prendono ora di mira Siria e Iran. Crisi e guerra sono due facce della stessa medaglia. Anche perché la guerra fa crescere la spesa militare che, appesantendo il debito pubblico, impone ulteriori sacrifici.

L’Italia, stima il Sipri, è arrivata a una spesa militare annua di 28 miliardi di euro, all’incirca il costo della manovra. Ma non se ne parla. Le bombe di Wall Street sono davvero intelligenti.

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Sanzioni all’Iran: atto di guerra

di: Matteo Guinness

L’opinione pubblica mondiale e nazionale, soprattutto quella più falsamente “pacifista” è sempre pronta a blaterare sull’ingiustizia delle guerre, tanto da edificarci intorno vere e proprie costruzioni ideologiche; siamo abituati a cortei e soprattutto opinioni da “bar dello sport” in cui si scopre l’acqua calda scandalizzandosi della durezza dei conflitti e piangendo per le popolazioni devastate, ma sempre dalla guerra in generale e mai da precisi protagonisti mossi da strategie geopolitiche ben precise.

In questo modo le responsabilità non sono mai di nessuno, ma della “guerra” in generale così che tutto possa ricominciare da capo al successivo attacco unilaterale delle poche potenze che possono effettuarli e permetterseli (Usa, Nato, Israele).

Inoltre, nel caso queste potenze non avessero forze sufficienti per attaccare una popolazione e uno Stato non allineato ai propri interessi (gli esempi sono infiniti), si utilizza spesso un altro atto di guerra, quasi peggiore dei bombardamenti veri e propri, che colpisce tutta la popolazione interessata: parliamo delle sanzioni economiche. Sebbene queste siano accettate acriticamente da gran parte dell’opinione pubblica, hanno gli stessi effetti della guerra, sono decise unilateralmente per gli interessi della coalizione atlantica e colpiscono indiscriminatamente ogni civile presente sul territorio, non avendo nemmeno la scusa degli obiettivi militari. Potremmo considerarle simili allo spargimento di un virus letale e contagioso, una vera e propria arma biologica, inarrestabile e generale. Il caso studio più famoso, per aver prodotto una mole infinita di studi e ricerche, è quella delle sanzioni che vennero inflitte all’Iraq negli anni novanta, che produssero una vera e propria catastrofe umanitaria oltre che un ripensamento dottrinale nelle materie più disparate.

L’inesistenza di una base giuridica comune fa si che le sanzioni siano valutabili semplicemente da un punto di vista politico e morale ed essendo la superpotenza politica e morale attuale proprio la stessa che le infligge, ecco che sembra normale e giusto affamare e massacrare in questo modo intere popolazioni.

In questi giorni viene sottoposto a sanzioni l’Iran, perché vuole legittimamente sviluppare il nucleare per produrre energia, ma che, essendo un ostacolo agli Usa e Israele nel loro progetto di occupazione dell’Eurasia (partendo dal creare instabilità nel vicino e medio oriente), è continuamente minacciato di distruzione (così come la Siria) dagli alleati atlantici. Sarebbe auspicabile una presa di coscienza non solo geopolitica, necessaria per capire le strategie di Washington, ma anche “etica” così da rendersi conto che le sanzioni economiche imposte anche da un’Europa comandata dai burattinai d’oltre oceano, sono misure ingiuste e vergognose imposte ad una popolazione fiera ed orgogliosa, dalla quale bisognerebbe soltanto prendere esempio. Oggi toccherà a loro, ma il giorno che anche noi vorremmo finalmente fare scelte per il benessere degli italiani, saremmo pronti a subirci bombe o a essere assediati da sanzioni economiche?

Pubblicato anche su Stato&Potenza

Iran, lo scenario della catastrofe

di: Manlio Dinucci

Col tono da imbonitore, il ministro israeliano della difesa Ehud Barak ha annunciato che, se «il paese fosse costretto a una guerra» contro l’Iran, non gli costerebbe «100mila morti, né 10mila e neppure 1.000, ma appena 500 e anche meno se tutti stessero al riparo in casa». Non sono compresi, nel macabro calcolo, tutti gli altri morti.

Secondo alti funzionari britannici, l’attacco all’Iran potrebbe avvenire tra Natale e gli inizi del nuovo anno, con l’appoggio logistico statunitense. Gli esperti ritengono che i siti nucleari iraniani verrebbero colpiti con missili e cacciabombardieri, attraverso tre corridoi aerei: uno diretto attraverso Giordania e Iraq, uno meridionale attraverso Giordania ed Arabia saudita, uno settentrionale attraverso il Mediterraneo e la Turchia. Gli impianti nucleari verrebbero colpiti con bombe penetranti a testata non-nucleare, come le Blu-117 già fornite dagli Usa, che possono essere sganciate a oltre 60 km dall’obiettivo, su cui si dirigono automaticamente.

Che cosa avverrebbe se fosse distrutta la centrale nucleare iraniana di Bushher, che ha cominciato a produrre elettricità lo scorso settembre con una capacità di 60 megawatt? Si produrrebbe una nube radioattiva simile a quella di Cernobyl che, a seconda dei venti, si diffonderebbe sul Golfo persico o anche sul Mediterraneo. Ancora più gravi sarebbero le conseguenze se, per ritorsione, l’Iran colpisse il reattore israeliano di Dimona, la cui potenza viene stimata in 70-150 MW. L’Iran non possiede armi nucleari, ma ha missili balistici a medio raggio, testati lo scorso giugno, che con la loro gittata di circa 2.000 km sono in grado di raggiungere Israele. Tali missili sono installati in silos sotterranei e, quindi, difficilmente neutralizzabili con un attacco «preventivo». Se venisse danneggiato o distrutto il reattore di Dimona, che produce plutonio e trizio per le armi nucleari israeliane, la nube radioattiva si diffonderebbe non solo su Israele (Dimona dista appena 85 km da Gerusalemme), ma anche sulla Giordania (distante 25 km) e l’Egitto (distante 75 km). E, a seconda dei venti, potrebbe raggiungere anche l’Italia e altri paesi europei. Le radiazioni (soprattutto quelle dello iodio-131 e del cesio-137) provocherebbero col tempo migliaia di morti per cancro.

Questo è previsto da chi pianifica l’attacco all’Iran. E’ quindi previsto di neutralizzare la capacità di risposta dell’Iran. Ciò non potrebbe essere fatto dalle sole forze israeliane. Secondo Dan Plesch, direttore del Centro di studi internazionali dell’Università di Londra, «i bombardieri Usa sono già pronti a distruggere 10mila obiettivi in Iran in poche ore». E anche la Gran Bretagna, rivela The Guardian, è pronta ad attaccare l’Iran.

Il piano prevede sicuramene lo schieramento di armi nucleari israeliane (tra cui il missile Jericho a lungo raggio testato il 2 novembre) e anche statunitensi e britanniche. O per dissuadere l’Iran dall’effettuare una pesante rappresaglia, anche contro basi Usa nel Golfo, o per un attacco risolutivo effettuato con una bomba a neutroni, che contamina meno ma uccide di più. Una guerra all’Iran comporterebbe la più alta probabilità di un uso di armi nucleari dalla fine della guerra fredda ad oggi. Mentre l’opinione pubblica è concentrata sullo «spread» finanziario, aumenta lo «spread» umano, il differenziale tra le scelte politiche e quelle necessarie per la sopravvivenza della specie umana.

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