La guerra sporca in Siria ed il piano degli USA in M.O.

SIRIA

Articolo inviato al blog

di: Luciano Lago

La cronaca di questi giorni fa registrare un nuovo attacco terroristico realizzato all’università di Damasco, con relativo massacro di alcuni studenti inermi che si trovavano nella facoltà di Agraria. Questo è soltanto l’ultimo dei tanti attacchi terroristici che si stanno verificando nel paese, quello precedente era stato fatto mediante razzi e colpi di mortaio fatti esplodere nel centro di Damasco mietendo parecchie vittime civili.

Il fronte dei ribelli siriani la “coalizione nazionale siriana “ sta intensificando gli attacchi contro il regime di Al Assad senza alcuna remora di colpire obiettivi civili ma anzi con la precisa strategia di seminare il panico e la sfiducia tra la popolazione ed incrinare la resistenza e la compattezza dei questa a favore del governo legittimo. 

Bisogna capire che quello che avviene attualmente in Siria è occultato da un’ opera di massiccia disinformazione e di manipolazione mediatica che non ha paragoni con altre situazioni recenti se non con la guerra in Irak e con l’operazione fatta a suo tempo in Libia.

Nonostante questa intensa campagna di propaganda svolta da giornali e TV in Occidente (anche con l’apporto di televisioni come di Al Jatzera e Al Arabiya finanziate dagli emiri del Golfo), quella che in un primo tempo si è cercato di far apparire come una “rivolta popolare” contro il regime di Assad, risultata ormai evidente che trattasi di una macchinazione delle grandi potenze USA, GB, Francia ed Israele, per destabilizzare la Siria e favorire gli interessi geo strategici ed energetici delle potenze occidentali.

Si sapeva già da diversi anni che il Pentagono aveva i piani nel cassetto che prevedevano la destabilizzazione della Siria fin dai tempi del secondo intervento in Iraq ( anche quello mascherato dal pretesto delle “armi di distruzione di massa”). L’azione contro la Siria è parte di una “roadmap militare“, una sequenza di operazioni militari. Secondo quanto rivelato da l’ex comandante generale della NATO, Wesley Clark, il Pentagono aveva chiaramente individuato a suo tempo,oltre all’Iraq, ed alla Libia, anche Siria e Libano come paesi bersaglio di un intervento USA-NATO. Si tratta di una strategia ad ampio raggio che prevede il controllo della regione coinvolgendo anche altri paesi quali Sudan e Somalia.
[http://epineo.blogspot.it/2012/06/il-generale-wesley-clark-gioca-fare-il.html]

Vedi:Testimonianza scioccante di un siriano alla radio francese:

L’intervento in Siria era iniziato più di un anno fa con l’infiltrazione nel territorio siriano, attraverso Giordania e Turchia, di gruppi di miliziani con il preciso compito di effettuare azioni di guerriglia contro i militari e forze di polizia siriane e massacri di civili per gettane poi la responsabilità sull’esercito lealista attraverso la falsificazione della propaganda. Il piano però ha funzionato soltanto in parte e le forze ribelli, distintesi per crudeltà ed efferatezza (dei veri “tagliagole”) sono state respinte.

Ultimamente gli americani hanno ammesso apertamente di aver organizzato l’invio massiccio di armamenti al fronte dei ribelli siriani con la complicità di Arabia Saudita, Qatar ed altre monarchie del Golfo, armi e rifornimenti che arrivano attraverso un ponte aereo e successivamente vengono inviate, attraverso la Giordania, il Libano e la Turchia, in territorio Siriano.

Erano stati espliciti gli avvertimenti lanciati l’anno scorso dalla Clinton ad Al Assad perché rassegnasse le dimissioni e favorisse un avvicendamento alla presidenza della repubblica Siriana con un personaggio “gradito” agli USA, minacciando un attacco catastrofico contro la Siria in caso non ottemperanza agli “ordini” del gendarme USA.
[http://www.lastampa.it/2012/07/08/esteri/hillary-clinton-avviso-ad-assad-rischia-un-attacco-catastrofico-RGjKEqzYRf9Jg2yWzlKTGN/pagina.html]

Neanche a voler nascondere la pesante ingerenza del dipartimento di stato USA nella “guerra sporca” pianificata in Siria per deporre Assad e destabilizzare il paese.

Ed in effetti, visto che le forze ribelli sono state sbaragliate sul campo dall’esercito lealista Siriano e rimaste isolate, anche per l’appoggio dato dalla popolazione al presidente Assad, negli USA si è deciso un cambio di strategia con l’invio diretto di armamenti e rifornimenti alla guerriglia.

Gli USA negli ultimi mesi hanno organizzato e diretto un ponte aereo, mediante il quale sono state trasportate, secondo un calcolo approssimato, più di 3500 tonnellate di armi. I primi voli sono stati effettuati, con aerei militari da trasporto C-130, dal Qatar in Turchia. Successivamente sono stati utilizzati i giganteschi aerei cargo C-17, forniti dagli Usa al Qatar, che hanno fatto la spola tra la base di Al Udeid e quella turca di Esenboga. Particolare non secondario: la base aerea qatariana di Al Udeid è la stessa ove trovasi il quartier generale avanzato del Comando centrale Usa, con un organico di almeno 10mila militari, funzionando da base pilota per tutte le operazioni in Medio Oriente.

In Turchia e Giordania sono presenti campi di addestramento delle milizie affluite da altri paesi, in particolare da Libia, Tunisia, Algeria e Giordania con la presenza di istruttori militari e supervisione di istruttori militari della CIA e Britannici. I “volontari”, che sono in realtà mercenari finanziati dalla monarchia Saudita, non provengono soltanto da paesi arabi ma anche da paesi occidentali e perfino dalla Cecenia . Vedasi l’episodio dell’uccisione del figlio del capo della guerriglia cecena per opera dell’esercito siriano a dimostrare la provenienza internazionale dei miliziani. [http://www.adnkronos.com/IGN/Aki/Italiano/Sicurezza/Siria-figlio-capo-guerriglia-cecena-combatteva-con-ribelli-morto-in-battaglia_313620813472.html]

I volontari sono miliziani, quasi tutti fanatici integralisti di fede salafita, la più oscurantista delle sette islamiche, fortemente rivale degli alawiti e degli sciiti (questi ultimi visti come infedeli) che sono le confessioni di appartenenza rispettivamente del presidente Assad e dell’Iran. Non si perdona alla Siria di essere un regime laico, multi confessionale e tollerante verso tutte le confessioni e dove esiste anche una numerosa comunità cristiana.

Questo spiega quindi anche la preoccupazione dell’Iran che, alleato e sostenitore della Siria, in caso di una caduta del regime di Assad si vedrebbe circondato alla sue frontiere da ovest e da est da paesi ostili.

Le “finte” rivolte organizzate inizialmente in Siria, in particolare a Daraa ( città di confine a 10 Km dalla Turchia) non hanno avuto il successo sperato e si sono risolte con incendi e saccheggi e scontri a fuoco con le forze di polizia. Quello che è emerso da questi rapporti iniziali, è che molti dei manifestanti non erano manifestanti, ma terroristi coinvolti in atti premeditati di assassinio e di incendi dolosi. Dal titolo della notizia di fonte israeliana si evidenzia quello che è successo: Siria: sette poliziotti uccisi, Edifici incendiati nelle Proteste.

(Si veda Michel Chossudovsky, SYRIA: Who is Behind The Protest Movement? Fabricating a Pretext for a US-NATO “Humanitarian Intervention“, http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=24591 Global Research, 3 maggio 2011)

Lo stesso è accaduto quando l’azione delle milizie integraliste si è spostato nella piccola città di Jisr al-Shughour sempre nelle vicinanze del confine turco. I miliziani si sono scontrati con le forze di polizia e dell’esercito ma non c’è stata alcuna manifestazione di massa se non nelle false notizie inviate dai media occidentali e da Al Jazeera. La popolazione presa nel fuoco incrociato si è riversata fuggendo al confine, ingrossando il numero dei rifugiati nei campi profughi.

Al contrario nella capitale a Damasco l’azione dei miliziani è sempre rimasta isolata con attentati a colpi di mortaio ed auto bomba mentre si sono svolte manifestazioni di massa, mai viste prima, (del tutto oscurate dai media occidentali) a sostegno del presidente Assad.

Questo non toglie che il regime siriano non si può certo considerare un sistema democratico (che non esiste in Medio Oriente), tuttavia è chiaro che l’obiettivo dell’azione di sostegno degli USA-NATO al fronte dei ribelli siriani, in accordo con Israele, non è “promuovere la democrazia”. Un pretesto risibile vista la connotazione fanatica ed integralista del fronte dei ribelli.

Il vero obiettivo di Washington è quello d’installare alla fine in Siria un regime fantoccio che sia confacente ai propri interessi. Questi consistono essenzialmente nell’accerchiare ed isolare l’Iran e preparare un possibile intervento militare contro la nascente “potenza nucleare” persiana.

In secondo piano non si può escludere anche l’ottenere il controllo dei giacimenti di gas naturale nel Mediterraneo prospicienti alle coste della Siria da poco scoperti.

La strategia della disinformazione mediatica è quella di demonizzare il presidente al-Assad, e più in generale, destabilizzare la Siria quale stato laico.

Esiste però un fronte antagonista agli interessi degli USA e di Israele ed è rappresentato (oltre all’Iran) essenzialmente dalla Russia di Putin, alleata di ferro del regime siriano, considerando anche che la Russia mantiene una importante base nel Mediterraneo sulle coste siriane e Putin ha manifestato chiaramente un altolà alle possibili ingerenze militari dirette degli USA e della Nato sulla Siria, in particolare l’avviso è stato dato ad Erdogan, il premier Turco, in occasione di alcuni incidenti avvenuti al confine Turco Siriano.
Putin ha avvisato il “turco” che , se anche un solo soldato Nato dovesse entrare nei confini siriani, Mosca valuterebbe questo come un atto ostile contro la Russia e questa reagirebbe con tutta la sua forza con “orribili effetti” per un intervento in Siria.
[http://internacional.elpais.com/internacional/2012/02/08/actualidad/1328696203_037940.html]

Questa volta gli USA e la Nato non avranno la partita facile come avvenuto in Libia e Obama (nobel per la pace) è avvisato che in Siria gli USA ed i loro alleati stanno “scherzando con il fuoco.”

La riconquista dell’Africa

mali imperialismo

di: Manlio Dinucci

Nel momento stesso in cui il presidente democratico Obama ribadiva nel discorso inaugurale che gli Stati uniti, «fonte di speranza per i poveri, sostengono la democrazia in Africa», giganteschi aerei Usa C-17 trasportavano truppe francesi in Mali, dove Washington ha insediato l’anno scorso al potere il capitano Sanogo, addestrato negli Usa dal Pentagono e dalla Cia, acuendo i conflitti interni. La rapidità con cui è stata lanciata l’operazione, ufficialmente per proteggere il Mali dall’avanzata dei ribelli islamici, dimostra che essa era stata da tempo pianificata dal socialista Hollande. L’immediata collaborazione degli Stati uniti e dell’Unione europea, che ha deciso di inviare in Mali specialisti della guerra con funzioni di addestramento e comando, dimostra che essa era stata pianificata congiuntamente a Washington, Parigi, Londra e in altre capitali. Le potenze occidentali, i cui gruppi multinazionali rivaleggiano l’uno con l’altro per accaparrarsi mercati e fonti di materie prime, si compattano quando sono in gioco i loro interessi comuni.

Come quelli che in Africa sono messi in pericolo dalle sollevazioni popolari e dalla concorrenza cinese. Il Mali, uno dei paesi più poveri del mondo (con un reddito procapite 60 volte inferiore a quello italiano e oltre la metà della popolazione sotto la soglia di povertà), è ricchissimo di materie prime: esporta oro e coltan, il cui ricavato finisce però nelle tasche delle multinazionali e dell’élite locale. Lo stesso nel vicino Niger, ancora più povero (con un reddito procapite 100 volte inferiore a quello italiano) nonostante sia uno dei paesi più ricchi di uranio, la cui estrazione ed esportazione è in mano alla multinazionale francese Areva. Non a caso, contemporaneamente all’operazione in Mali, Parigi ha inviato forze speciali in Niger. Analoga situazione in Ciad, i cui ricchi giacimenti petroliferi sono sfruttati dalla statunitense ExxonMobil e altre multinazionali (ma stanno arrivando anche compagnie cinesi): ciò che resta dei proventi va nelle tasche dell’élite locale. Per aver criticato tale meccanismo, il vescovo comboniano Michele Russo è stato espulso dal Ciad lo scorso ottobre. Niger e Ciad forniscono allo stesso tempo migliaia di soldati, che sotto comando francese, vengono inviati in Mali per aprire un secondo fronte. Quella lanciata in Mali, con la forza francese come punta di lancia, è dunque un’operazione a vasto raggio, che dal Sahel si estende all’Africa occidentale e orientale. Essa si salda a quella iniziata in Nordafrica con la distruzione dello stato libico e le manovre per soffocare, in Egitto e altrove, le ribellioni popolari. Un’operazione a lungo termine, che fa parte del piano strategico mirante a mettere l’intero continente sotto il controllo militare delle «grandi democrazie», che tornano in Africa col casco coloniale dipinto dei colori della pace.

 FONTE: IlManifesto

Imperialismo olimpionico

di: Manlio Dinucci

Tra le squadre alle Olimpiadi di Londra ce n’è una multinazionale, formata da giornalisti che, allenati da coach politici, eccellono in tutte le discipline della falsificazione. La medaglia d’oro va ai britannici, primi nello screditare gli atleti cinesi, descritti come «imbroglioni, scherzi di natura, robot». Un secondo dopo che la nuotatrice Ye Shiwen ha vinto, la Bbc ha insinuato il dubbio del doping. Il Mirror parla di «brutali fabbriche di addestramento», in cui gli atleti cinesi vengono «costruiti come automi» con tecniche «ai limiti della tortura», e di «atleti geneticamente modificati». La medaglia d’argento va al Sole 24 Ore che, tramite l’inviata Colledani, descrive così gli atleti cinesi: «La stessa faccia squadrata, la stessa concentrazione militaresca, fotocopia l’uno dell’altro, macchine senza sorriso, automi senza eroismo», creati da una catena di montaggio che «sforna ragazzini come bulloni», costringendoli alla scelta «piuttosto che fame e povertà, meglio disciplina e sport».

C’è nostalgia a Londra dei bei tempi andati, quando nell’Ottocento i cinesi venivano «scientificamente» descritti come «pazienti, ma pigri e furfanti»; quando gli imperialisti britannici inondavano la Cina col loro oppio, dissanguandola e asservendola; quando, dopo che le autorità cinesi ne proibirono l’uso, la Cina fu costretta con la guerra a cedere alle potenze straniere (tra cui l’Italia) parti del proprio territorio, definite «concessioni»; quando all’entrata del parco Huangpu, nella «concessione» britannica a Shanghai, c’era il cartello «Vietato l’ingresso ai cani e ai cinesi». Liberatasi nel 1949, la nuova Cina, non essendo riconosciuta dagli Usa e dai loro alleati, venne di fatto esclusa dalle Olimpiadi, alle quali poté partecipare solo nel 1984. Da allora è stato un crescendo di successi sportivi. Non è però questo a preoccupare le potenze occidentali, ma il fatto che la Cina sta emergendo come potenza in grado di sfidare il predominio dell’Occidente su scala globale. Emblematico che perfino le uniformi della squadra Usa alle Olimpiadi siano made in China.

Dal 2014 saranno usate solo quelle made in America, ha promesso il Comitato olimpico Usa, organizzazione «non profit» finanziata dalle multinazionali. Che, con le briciole di quanto ricavano dallo sfruttamento delle risorse umane e materiali di Asia, Africa e America latina, finanziano il reclutamento di atleti da queste regioni per farli gareggiare sotto la bandiera a stelle e strisce. La Cina invece considera «lo sport come una guerra senza uso di armi», accusa il Mirror. Ignorando che la bandiera olimpica è stata issata da militari britannici, che hanno usato le armi nelle guerre di aggressione. La Cina è l’ultima ad avere «atleti di stato», accusa Il Sole 24 Ore. Ignorando che, dei 290 olimpionici italiani, ben 183 sono dipendenti statali in veste di membri delle forze armate, poiché solo queste (per una precisa scelta politica) gli permettono di dedicarsi a tempo pieno allo sport. Una militarizzazione dello sport, che il ministro Di Paola chiama «binomio sport-vita militare, fondato su un’etica condivisa, caratteristica dell’appartenenza ad un corpo militare così come ad un gruppo sportivo». Allora quella contro la Libia non è stata una guerra, ma l’allenamento per le Olimpiadi.

IlManifesto.it

I have a dream: il crollo Usa

di: Manlio Dinucci

Finalmente – dopo essere stati per oltre due secoli vittime di guerre, invasioni e colpi di stato da parte degli Stati uniti – i popoli di Asia, Africa e America latina hanno deciso che è ora di farla finita. L’idea geniale è stata quella di adottare gli stessi metodi di Washington, finalizzati però a una giusta causa. È stato costituito un Gruppo di azione per gli Stati uniti che, attraverso riunioni di esperti, ha elaborato il piano, denominato «strategia del Grande Occidente». L’intervento è stato così motivato: negli Usa, è al potere da oltre due secoli lo stesso Presidente che, impersonificandosi di volta in volta in un uomo politico repubblicano o democratico, rappresenta gli stessi interessi dell’élite dominante. La Comunità internazionale deve quindi agire per porre fine a questo regime dittatoriale. Preparandosi a deporre il presidente Obama, una commissione di dissidenti ha scritto una nuova Costituzione degli Stati uniti d’America, che garantisce una reale democrazia all’interno e una politica estera rispettosa dei diritti degli altri popoli. Contemporaneamente (con la consulenza di esperti cubani, iracheni e libici) il Gruppo di azione ha imposto un ferreo embargo agli Stati uniti, congelando tutti i capitali statunitensi e chiudendo tutte le attività delle multinazionali Usa all’estero, compresi i fast food McDonald’s e i distributori di Coca-Cola. In seguito al blocco delle speculazioni finanziarie e dello sfruttamento della manodopera e delle materie prime di Asia, Africa e America latina, Wall Street è crollata e l’economia statunitense è sprofondata nella crisi. Il Messico è stato costretto a erigere una barriera metallica lungo il confine, sorvegliata da veicoli ed elicotteri armati, per impedire che clandestini statunitensi entrino nel suo territorio alla ricerca di lavoro.

A tali misure si sono unite quelle militari, per colpire all’interno secondo la strategia della «guerra non-convenzionale». In America latina sono stati costituiti campi militari, in cui vengono addestrati e armati ribelli statunitensi: soprattutto nativi americani, discendenti delle popolazioni sterminate dai colonizzatori, e afroamericani, discendenti degli schiavi sul cui sfruttamento (anche dopo l’abolizione della schiavitù) le élite dominanti hanno costruito colossali fortune. Sotto la bandiera del «Libero esercito americano», i ribelli rientrano negli Stati uniti. Vengono allo stesso tempo infiltrate forze speciali africane, latino-americane e asiatiche, i cui commandos (scelti tra quelli che hanno padronanza della lingua) possono essere scambiati per ribelli statunitensi. Sono dotati di sofisticati armamenti e sistemi di comunicazione, che permettono loro di effettuare micidiali attacchi e sabotaggi. Dispongono inoltre di grosse quantità di dollari per corrompere funzionari e militari. Poiché lo zoccolo duro del Presidente, formato dai capi del Pentagono e dell’apparato militare-industriale, continua a combattere, il Gruppo di azione ha redatto una «kill list» degli elementi più pericolosi, che vengono eliminati da agenti segreti o da droni killer. Già infuria la battaglia nelle strade di Washington e si dice che il presidente Obama stia per fuggire. Sempre più preoccupate Londra e Parigi, che sanno di essere i prossimi obiettivi della strategia del Grande Occidente.

IlManifesto.it

Siria – Nuovo accordo Sykes-Picot ?

di: Prof. M.D. Nalapat

Il 16 maggio 1916, nel bel mezzo della prima guerra mondiale, Parigi e Londra approvarono un accordo segreto per smembrare l’impero ottomano e dividersi il Medio Oriente.

L’accordo Sykes-Picot impostò nuovi confini per molti paesi della regione e diede inizio ad un periodo di controllo diretto del Medio Oriente che l’Occidente ha cercato di perpetuare nel presente.

Dopo l’invasione dell’Iraq, nel 2003, da parte degli Stati Uniti e del suo ex padrone coloniale, il Regno Unito, la NATO è stata trasparente nel suo desiderio di esercitare ancora una volta il controllo diretto sui paesi della regione. Quei pochi regimi che si sono opposti all’egemonia della NATO si trovano ad affrontare un azione congiunta da parte della stessa NATO e dei suoi sostenitori regionali per rovesciarli.

Dopo l’Iraq, è toccato alla Libia, ora è il turno della  Siria. Il prossimo sarà l’Iran. 

Credo che le vittime in Libia siano molto superiori alle cifre ufficiali dichiarate dalla coalizione. La Libia è diventata un manicomio di conflitti tribali e religiosi e dove le organizzazioni mafiose in concorrenza hanno tagliato il paese, unite solo dalla loro sottomissione agli interessi commerciali del loro creatore e benefattore, la NATO.

Anche la cosiddetta missione di pace in Siria ha come vicedirettore un diplomatico della Francia, il principale attore, nel 2011, del cambiamento di regime a Tripoli e paese che sta attivamente facendo pressioni per un intervento militare in Siria. Solamente il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon, con la sua completa fiducia negli stati membri della NATO, ritiene che Jean-Marie Guehenno avrà un ruolo “neutrale” in Siria.

La NATO sta inoltre incoraggiando la Turchia a credere che possa recuperare lo status di gui godeva durante l’Impero ottomano, provocando Ankara in un atteggiamento iper-attivo di sostegno alle operazioni della NATO per i cambiamenti di regime.

Per quanto riguarda il Qatar e l’Arabia Saudita, sono così accecati dal loro odio per il regime anti-monarchico e sciita di Bashar al-Assad, che sono disposti a unirsi con la NATO per destabilizzare un governo arabo, ignari del fatto che un giorno potrebbero ottenere lo stesso trattamento.

A differenza della Libia, la Siria non è isolata. L’intensificazione della guerra civile sponsorizzata dalla NATO , che sta mettendo salafiti e wahhabiti contro sciiti, drusi, sunniti moderati e cristiani, innescherebbe disordini settari in tutta la regione.

Se questo non è ancora avvenuto, il merito deve andare a Russia e Cina, che sono finora riuscite a bloccare la NATO per un intervento militare diretto. L’alleanza ha bisogno di sapere che il 2012 non è il 1916, e che i loro sforzi in corso per ripetere l’accordo Sykes-Picot porteranno dritti al disastro.

L’autore è direttore e professore della Scuola di Geopolitica all’Università di Manipal (India)

LINK: No repeat of Sykes-Picot in Mideast chaos

DI: Coriintempesta

Il Premio Nobel della Pace

di: Fidel Castro Ruz

Parlerò appena del popolo cubano che un giorno  spazzò via della sua Patria il dominio degli Stati Uniti, quando il sistema imperialista aveva raggiunto la cupola del suo potere.

Si sono visti sfilare uomini e donne delle più diverse età il 1º maggio, per le piazze più simboliche di tutte le province dell’Isola.

La nostra Rivoluzione è sorta nel luogo meno aspettato dall’impero, in un emisfero dove agiva da padrone assoluto Cuba è passata dall’essere l’ultimo paese a liberarsi dal giogo coloniale spagnolo, al primo a scuotersi di dosso l’odiosa tutela imperialista.

Oggi penso soprattutto alla fraterna Repubblica bolivariana del Venezuela, alla sua lotta eroica contro il saccheggio spietato delle risorse che la natura ha concesso a questo nobile e abnegato popolo che un giorno portò i suoi soldati negli angoli più appartati di questo continente per mettere in ginocchio il potere militare spagnolo.

Cuba non necessita spiegare perchè siamo stati solidali, non solo con tutti i paesi di questo emisfero, ma anche con molti dell’Africa e di altre regioni del mondo.

La Rivoluzione bolivariana è stata solidale a sua volta con la nostra Patria e il suo appoggio al nostro paese si è trasformato in un fatto di grande importanza negli anni del periodo speciale. Questa cooperazione, senza dubbio, non è stata frutto di alcuna sollecitudine da parte di Cuba, così come non furono stabilite condizioni di sorta ai popoli che necessitavano i nostri servizi d’educazione o di medicina. Al Venezuela avremmo offerto in qualsiasi circostanza il massimo aiuto.

Cooperare con altri popoli sfruttati e poveri è sempre stato, per i rivoluzionari cubani, un principio politico e un dovere verso l’umanità.

Mi soddisfa enormemente osservare, come ho fatto ieri attraverso la Venezuelana di Televisione e TeleSur, il profondo impatto che ha prodotto nel fraterno popolo del Venezuela la Legge Organica del Lavoro promulgata dal leader bolivariano e presidente della Repubblica, Hugo Chávez Frías. Non avevo mai visto nulla di simile nello scenario politico del nostro emisfero.

Ho prestato attenzione  all’enorme folla che si è riunita nelle piazze e nelle strade di Caracas, e soprattutto alle parole spontanee dei cittadini intervistati. Poche volte ho visto, e forse mai prima, il livello d’emozione e di speranza che costoro ponevano nelle loro dichiarazioni. Si poteva osservare con chiarezza che l’immensa maggioranza della popolazione è costituita da umili lavoratori. Una vera battaglia delle idee si sta sferrando con forza.

Rafael Correa, presidente dell’Ecuador, ha dichiarato coraggiosamente che, più che in un’epoca di cambio, stiamo vivendo un cambio d’epoca. Tutti e due, Rafael Correa e Hugo Chávez sono cristiani. Obama in cambio, che cos’è? In cosa crede?

Nel primo anniversario dell’assassinio di Bin Laden, Obama compete con il suo rivale Mitt Romney nel giustificare quell’azione perpetrata in un’installazione prossima all’ Accademia Militare del Paquistan, un paese musulmano alleato degli Stati Uniti.

Marx e Engels non parlarono mai di assassinare i borghesi: nel vecchi concetti i giudici giudicavano e i boia facevano le esecuzioni.

Non ci sono dubbi che Obama è stato cristiano; con una delle specificità  di questa religione ha imparato il mestiere di trasmettere le sue idee, un’arte che ha significato molto nella sua ascesa accelerata nella gerarchia del suo partito.

Nella dichiarazione dei principi di Filadelfia nel luglio del 1776 si affermava che tutti gli uomini nascono liberi ed uguali e a tutti, il loro creatore, concedeva determinati diritti.

Per quel che si conosce, tre quarti di secolo dopo l’indipendenza, gli schiavi negri continuavano ad essere venduti nelle pubbliche piazze con le loro mogli e i figli, e quasi due secoli dopo Martin Luther King, premio Nobel della Pace, fece un sogno, ma fu assassinato.

A Obama, il tribunale di Oslo ha ossequiato il suo, e si era trasformato quasi in una leggenda.  Senza dubbio, milioni di persone devono aver visto le scene. Il Premio Nobel Barack Obama ha viaggiato rapidamente in Afganistan, come se il mondo non fosse al corrente degli omicidi di massa, dei libri sacri per i musulmani bruciati e degli oltraggi ai cadaveri delle persone uccise.

Nessuno, se è onesto, sarà mai d’accordo con le azioni di terrorismo.

Ma il presidente degli Stati Uniti ha forse il diritto di giudicare e il diritto d’uccidere, di trasformarsi in tribunale e anche in boia, e compiere tanti crimini in un paese e contro un popolo situato al lato opposto del pianeta?

Abbiamo visto il presidente degli Stati Uniti salire trottando gli scalini di una ripida scala in maniche di camicia, avanzare  a passo svelto per un corridoio mobile e fermarsi a predicare un discorso ad un nutrito contingente di militari che applaudivano svogliatamente le parole dell’illustre presidente. Quegli uomini non erano tutti nati cittadini nordamericani. Pensava nelle colossali spese che questo implica e che il mondo paga, perchè, chi si fa carico di questa enorme spesa che gia supera i 15 miliardi di dollari?

Questo è quello che offre all’umanità l’illustre Premio Nobel della Pace.

Granma.cu

La lotta dei TUAREG del MNLA per separarsi dal Mali, dalla fame, dagli islamisti

Articolo inviato al blog 

di: mcc43

- Essere Tuareg del MNLA

- Gheddafi e i Tuareg

- Il Richelieu del deserto

- Tuareg a Bamako

- Il neo Presidente pro-guerra

Essere  “Tuareg” del MNLA

Chi sono i Tuareg?

Circa un milione e mezzo di persone alle quali la politica internazionale ha cancellato l’identità colletiva frammentandola in cinque nazionalità (Mali, Algeria, Libia, Niger, Burkina Faso); cittadinanze formali, ma non sempre effettive.

Furono gli esploratori a denominare Tuareg  quest’etnia autoctona del Nord Africa,  ma essi si riconoscono come parte del popolo Amazigh. La tribù più antica di cui si ebbe notizia viveva nel Fezzan, il sud libico, e dal suo nome, i Libu, deriva Libia. Pochi metri sotto le loro tende, c’è petrolio o gas o oro, ma i Tuareg sono per la maggior parte poverissimi. Nomadi allevatori flagellati dalla siccità che tanto spesso uccide il bestiame. Quando non è il clima sono i governi che, per frenare le ribellioni, incendiano l’erba: le bestie muoiono e la gente patisce la fame. E ci sono anche le razzie degli animali predatori, così che l’eterno nemico dei Tuareg si chiama FAME.

“Da quando sono stati fissati dei confini, siamo diventati degli stranieri” dice uno di loro (ved.video nella barra laterale) . Organizzati in un sistema di clan e tribù, è inseno ai Tuareg del nord del Mali che si è sviluppato il più persistente e indomabile spirito di rivolta che ora si esprime nel MNLA: Movimento per la Liberazione dell’Azawad, regione inclusa nei confini maliani  contestualmente alla creazione dello stato negli anni ’60 (vedere post )-

Gli aderenti al MNLA appartengono a due tribù: gli Iforas, stanziati nella regione, e gli Idnan,  guerrieri e nomadi. Il movimento ha un supporto popolare ampio perchè non si rinchiude nell’etnia, ma si rivolge all’intera popolazione dell’Azawad:SonghaiPeulh e Arabi, come si può leggere nei documenti del sito,  voce ufficiale, non banale strumento di propaganda.

La galassia islamista si estende in tutto il Sahel e i suoi interessi si sono temporaneamente giustapposti alla lotta per l’indipendenza dell’Azawad, ma il MNLA si proclama antifondamentalista e rivendica orgogliosamente la propria laicità.

Nella dichiarazione d’Indipendenza proclamata il 6 aprile, c’è l’impegno all’adesione totale ai principi della carta dell’ONU e alla creazione di Istituzioni statali fondate su una costituzione democratica.

Lo stato indipendente dell’Azawad fondato su questi principi ha l’appoggio dal CONGRESSO MONDIALE AMAZIGH:

Gli stati occidentali non possono opporsi all’indipendenza dell’Azawad avendo sostenuto attivamente la creazione di nuovi stati come il Montenegro nel 2006 e il Sud-Sudan nel 2011. 

D’altronde chi ha il diritto di opporsi alla volontà di un popolo che vuole raggiungere la libertà? La Carta delle Nazioni Unite e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, sui diritti dei popoli autoctoni in particolare, sono scritte per tutti i popoli del mondo senza eccezioni. 

Di conseguenza ci appelliamo all’Unione Africana, all’Onu, e ai paesi che ne sono membri affinché riconoscano il nuovo stato indipendente dell’Azawad e collaborino alla costruzione della pace, allo sviluppo e al benessere in questa regione. 

Paris, le 26/03/2962 – 7/04/2012  Le Bureau et le Conseil Fédéral du CMA

Moussa Ag Assarid

Il portavoce del MLNA, scrittore e giornalista,MOUSSA AG ASSARID dichiara:

“Noi siamo pronti a discutere e dialogare con chiunque. Ciò che non ammetteremo è che militari stranieri al Mali e all’Azawad entrino nel nostro territorio per combattere contro la ribellione dei Tuareg. Se ci sarà un intervento, noi Tuareg ci coalizzeremo.”

Un passo indietro: Gheddafi e i Tuareg

Molti appartenenti al MNLA che hanno combattuto in Libia sono superficialmente etichettati come  “mercenari”. Moltio, invece, erano da tempo arruolati nell’esercito, spesso ufficiali che  vivevano in Libia e avevano con sè le famiglie.

Gheddafi a una riunione di capi Tuareg, Sebha 2009

Il sogno gheddafiano di una repubblica islamica unificante il Sahara aveva conquistato vaste simpatie presso i Tuareg,  emarginati e oppressi dagli stati di appartenenza; ad accentuare la simpatia era anche l’origine berbera della madre di Gheddafi, ma altrettanto forte era il risentimento per l’ostracismo del regime alle culture berbere, così che alcuni dei ritornati dalla Libia erano reduci dalle file del CNT. E questa è una prima divisione in seno ai combattenti Tuareg.

Stretti legami con il governo libico aveva Ibrahim Ag Bahanga, intransigente capo della ribellione precedente; allo scoppio dei moti di Bengasi prese contatto con i militari del suo clan in forza all’esercito libico convincendone una parte a  razziare le armi. Il 26 agosto, Ag Baghanga è stato ucciso al confine tra Mali e Niger, dove già reclutava in vista dell’insurrezione nell’Azawad.

Aghali Alambo, un capo Tuareg del Mali che aveva ottenuto asilo politico a Tripoli, è stato arrestato in marzo con l’accusa di traffico d’armi e legami con Al Qaeda. Come si vede, è in corso un’epurazione di coloro che avevano avuto stretti legami con Muhammar Gheddafi.

 Il Richelieu del deserto e i servizi segreti

IYAD AG GHALI è un Tuareg dalla caleidoscopica carriera che, come quella del Cardinale francese, incrocia religione, politica, astuzia.

Iyad-Ag-Ghali

Appartiene alla tribù Ifora, è massimo esperto delle caratteristiche climatiche del Sahara, diplomatico, ribelle, radicalista islamico, mediatore con Al-Qaeda per la liberazione degli ostaggi occidentali.

Da sempre è blandito dai servizi segreti di ogni paese; secondo  documenti diffusi da Wikileaks nel 2008 trattava alla pari con il Presidente Amadou Toumani TOURE’ per la sostituzione del governatore di Kidal.

Oggi è al centro delle trattative per la liberazione del Console algerino e altre sei persone rapite dal Mujao.

(Questa è la terza impresa criminale rivendicata dal Mujao, nuova branca di Al Qaeda,  dopo il rapimento della nostra ROSSELLA URRU e l’attentato a Tamanrasset in Algeria, ( ved post  Rossella Urru nelle mani del franchising del terrorismo )

Dopo la conquista di Timbuctu, e la  tempestiva “visita” di tre boss dell’Aqmi ,  Ag Ghali ha messo ben in chiaro che non gli interessa un Azawad indipendente come lo vuole il MNLA, il suo scopo è l’introduzione della legge islamica (ved. post Mali: tre fronti e un convitato di pietra) . Questa è l’altra profonda divisione del fronte Tuareg verso il governo centrale.

La differenza ideologica e operativa che rende incompatibili il MNLA e l’Ansar Din di Ag Ghali emerge anche in occasione di quest’ultimo rapimento. I combattenti del MNLA avevano avvisato il Console algerino sollecitandone l’ immediata partenza dal Mali, ma la risposta del Console fu: attendo ordini da Algeri.Purtroppo per lui sono arrivati prima i banditi del Mujao e offrono a Ag Ghali un’ occasione di accrescere il suo peso politico nella regione.

Tuareg a Bamako

La ribellione del MNLA  ha umiliato l’esercito fin dai primi giorni, provocato  una rivolta dei famigliari che assediarono il palazzo presidenziale e, in seguito, il golpe militare di Amadou SANOGO. In città vi è una forte rabbia verso tutti. Verso  i paesi vicini, dell’Ecowas, che prendono decisioni sul futuro del Mali e impongono sanzioni economiche e diplomatiche.  Verso la Francia, ex potenza coloniale, accusata (con ragione) di doppiogiochismo e  verso il MNLA visto con sospetto.

Dalle interviste realizzate a Bamako da  El Watan

“In nessun parte dell’Africa la Francia è apprezzata. Sarkozy  fa troppi trucchi. La guerra in Libia? è stato lui. La politica d’immigrazione che ci ha sbarrato le porte dell’Europa? è stato lui.”

“Bisogna impedire questa secessione, preparata e sostenuta dagli ambienti economici stranieri. Ancora una volta, è guerra per il petrolio, una rapina della nostra zona più ricca. “ dice un altro riferendosi al potenziale petrolifero e uranifero dell’Azawad.

E nelle strade di Bamako non capita più d’imbattersi in  “uomini blu”. Per timore di rappresaglie la maggior parte dei Tuareg che vivevano nella capitale sono fuggiti.”

Il neo Presidente anti-dialogo e pro-guerra

Nell’ambito della transizione del potere dai golpisti alla società civile, la Presidenza ad interim del Mali è andata al presidene dell’Assemblea nazionale DIONCUNDA TRAORE’. Nel discorso di insediamento ha fatto due promesse che hanno scarsa possibilità di realizzarsi; elezioni in 40 giorni in tutto il paese, che però è spaccato e ancora da riunire, nonchè “guerra mortale e implacabile” ai ribelli dell’Azawad. 

Diocunda Traore, neo Presidente

Come, dal momento che sono state proprio le sconfitte subite dall’esercito ad opera del MNLA a motivare il golpe militare?

Quello che sta facendo Traoré per mantenere le promesse  è ricorrere ad accordi segreti proprio  con Ag Ghali e i suoi islamisti di Ansar Dine così da spingere i Tuareg a combattersi fra di loro?

Conta certamente, Traoré, sulle truppe straniere offerte dai paesi dell’Ecowas che -  per bocca di Blaise CAMPAORE’, presidente “francese” del Burkina Faso – assicura il sostegno “senza riserve”  per stroncare la ribellione.

Traore e Campaorè parlano come se i Tuareg del Movimento di liberazione dell’Azawad fossero degli invasori e non dei cittadini del Mali portati all’esasperazione da decenni.

Considerando che il MNLA è un movimento laico che si rivolge all’Onu per un diritto sancito nella carta costituiva delle Nazioni Unite,  la “guerra mortale e implacabile” promessa dal neo presidente sarebbe più opportuna ai gruppi di AlQaeda e ai fiancheggiatori, come Ansar Din.

Voci che propongono il dialogo invece che la guerra non mancano, anche nel Parlamento Europeo. François ALFONSI, deputato, fondatore dell’Organizzazione “Amicizia Amazigh” dichiara:

 Impegnarsi con il MNLA è l’altra opzione strategica. Sarebbe incomparabilmente più vantaggiosa, evitando un disastro annunciato per gli anni a venire, e consentendo la stabilizzazione della regione di fronte al rischio islamista. Il MNLA, e le popolazioni Tuareg, saranno una difesa molto migliore contro la diffusione del fondamentalismo che un’aggressione militare maliana infiltrata da elementi occidentali.

E ‘urgente avviare un dialogo diretto con il MNLA e sfidare la diplomazia post-coloniale portata avanti dalla Francia, prima di commettere l’irreparabile.
Bruxelles, 13/04/2012

VITA TUAREG


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Qui tutti i precedenti articoli di questo blog riguardanti

il popolo Tuareg : http://mcc43.wordpress.com/tag/Tuareg/

il golpe del Mali http://mcc43.wordpress.com/tag/Mali/

Le collezioni di articoli e documenti per la preparazione dei post in www.serachees

http://www.searcheeze.com/p/mcc43/tuareg & http://www.searcheeze.com/p/mcc43/mali-colpo-di-stato

Sud Sudan: fiction e realtà

di: Manlio Dinucci

Dopo la scena con George Clooney in manette, girata davanti all’ambasciata nord-sudanese a Washington, è andata sul set Hillary Clinton che, con le lacrime agli occhi, ha espresso la profonda preoccupazione degli Stati uniti per la crisi umanitaria e le sue molte vittime nella parte meridionale del Sudan. Scene toccanti della fiction washingtoniana, destinata alla platea mondiale. Ben diversa la vera storia. Per decenni Stati uniti e Israele hanno sostenuto le forze secessioniste del Sud Sudan finché, nel 2005, Nord e Sud hanno firmato un accordo, considerato dall’amministrazione Bush un vero e proprio trionfo in politica estera. Ne ha raccolto i frutti l’amministrazione Obama: il 9 luglio 2011 il Sud Sudan si è autoproclamato indipendente. È così nato un nuovo Stato, con una superficie di oltre 600mila km2 (il doppio dell’Italia) e appena 8-9 milioni di abitanti. Separandosi dal resto del paese, il Sud Sudan è entrato in possesso del 75% delle riserve petrolifere sudanesi. È però il Nord a possedere l’oleodotto, attraverso cui il petrolio del Sud viene trasportato sul Mar Rosso per essere esportato. Da qui il contenzioso tra i due governi sulla spartizione dei proventi petroliferi, acuito dallo scontro per il controllo di zone di frontiera lungo gli oltre 1500 km di confine, condotto anche attraverso gruppi armati locali. In tutto questo, continuano a svolgere un ruolo chiave gli Stati uniti. Il Sud Sudan è sempre più inserito nel programma Imet (International Military Education and Training), gestito dal Comando Africa con fondi del Dipartimento di stato, in cui ogni anno vengono formati 10mila «leader militari e civili» africani, che frequentano corsi in 150 scuole militari statunitensi. Contemporaneamente, con la regia di Washington, si sta mettendo a punto il progetto di un nuovo corridoio energetico che – formato da un oleodotto, un’autostrada e una ferrovia – permetterà di trasportare il petrolio dal Sud Sudan fino al porto kenyano di Lamu. I vantaggi per Washington saranno molteplici. Da un lato, tagliando fuori l’oleodotto nord-sudanese, assesterà un altro duro colpo al paese, già debilitato dalla perdita dei due terzi delle riserve petrolifere, così da far crollare il governo di Khartum. Dall’altro, emarginerà le compagnie cinesi che, insieme ad alcune indiane e malesi, estraggono il petrolio sudanese: la maggior parte potrà così essere controllata da compagnie statunitensi e britanniche. E il Sud Sudan non ha solo petrolio, ma ricchi giacimenti di oro, argento, diamanti, uranio, cromo, tungsteno, quarzo ancora da sfruttare, cui si aggiungono circa 50 milioni di ettari di terra coltivabile, usando l’abbondante acqua del Nilo. Affari d’oro per le multinazionali, i cui interessi sono assicurati dal nuovo governo di Juba, la cui affidabilità è garantita non solo da Washington ma da Tel Aviv. Significativo che il Sud Sudan aprirà la propria ambasciata a Gerusalemme, riconoscendola quindi come capitale, e Israele «formerà» migliaia di rifugiati sud-sudanesi prima di rimpatriarli. Mentre il governo di Juba, tra i suoi primi atti, sceglie l’inglese e non l’arabo come lingua ufficiale e chiede di entrare nel Commonwealth britannico. Alle ex vecchie colonie se ne aggiunge una di tipo neocoloniale.

IlManifesto.it

Il mito dell’ universalità dei diritti umani

Articolo inviato al blog

di: Gaspare Serra – PANTA REI -

QUAL’E’ IL FONDAMENTO DEI DIRITTI DELL’UOMO?

 

“Confessiamo una buona volta a noi stessi che da quando l’umanità ha introdotto i diritti dell’uomo, si fa una vita da cani…”

(Karl Kraus)

 

La “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” (cd. Dudu) del 1948 enuncia una lunga serie di diritti.

Ciò dandone per scontata l’esistenza, ovvero senza indicarne esplicitamente il fondamento ultimo.

Perché mai, allora, riconoscere i cd. diritti umani come diritti “universali” (ovvero rivolti all’intera Umanità e imponenti agli Stati la “non ingerenza” nell’esercizio individuale degli stessi)?

Dove traggono fondamento i “presunti” caratteri distintivi dei diritti dell’uomo (la loro “fondamentalità”, “universalità”, “inviolabilità” e “indivisibilità”)?

 

PUO’ ESSERE “DIO” IL FONDAMENTO DEI DIRITTI UMANI?

 Alison Renteln, nell’opera “International Human Rights”, distingue tre possibili fondamenti dei diritti dell’uomo:

1-  l’Autorità divina

2-  la legge di natura

3-  o la ratifica internazionale dei trattati (ovvero il “consenso” degli Stati).

Molti autori (tra cui Michael Perry), così, individuano il fondamento dei diritti umani nell’Autorità divina: solo pensando agli uomini come opera di Dio (per ciò stesso “sacri”) vi sarebbero ragioni per credere nell’“universalità” e nell’“inderogabilità” dei diritti dell’uomo (miranti a proteggerne la “dignità”).

Non stupisce, così, leggere nella “Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America” (del 4 luglio 1776) quanto segue: “Reputiamo di per sé evidentissime le seguenti verità:

1- che tutti gli uomini sono stati creati uguali

2- che il Creatore li ha investiti di certi diritti inalienabili

3-  e che, tra questi, vi sono la vita, la libertà e la ricerca della felicità”.

Del resto anche nel Preambolo della “Carta araba dei diritti dell’uomo” (adottata -sia pur non ancora vigente- dal Consiglio della Lega degli Stati Arabi il 15 settembre 1994) si legge: “Premessa la fede della Nazione Araba nella Dignità dell’uomo, sin da quando Allah l’ha onorata…”.

 I limiti di questa impostazione teorica, però, sono duplici:

1-  da un lato, spingere ad unaidolatria dei diritti umani” (per lo più fatti coincidere con i principali valori condivisi dalle tre grandi religioni monoteiste e creazioniste);

2-  dall’altro, far perdere di validità universale gli stessi diritti (risulta difficile, infatti, credere che diritti strettamente legati ad una specifica visione religiosa possano essere universalmente condivisi).

I pericoli che discendono da questa lettura, pertanto, sono anch’essi duplici:

1- considerare i diritti umani alla stregua di unanuova religione dell’umanità”;

2-  e trasformare la loro difesa in una sorta di “neo-crociata” (possibile foriera di contrapposizioni ideologiche, manifestazioni d’intolleranza e conflitti di civiltà).

 

 PUO’ ESSERE LA “LEGGE DI NATURA” FONDAMENTO DEI DIRITTI DELL’UOMO?

Le principali teorie sui diritti umani si basanosull’idea dell’esistenza di una “legge naturale”, di cui tali diritti sarebbero solo diretta espressione.

Tali teorie (di matrice “occidentale” e “giusnaturalista”) propugnano l’esistenza di un “nucleo essenziale” di diritti e libertà che apparterrebbero all’uomo in quanto tale, prescindendo sia dall’Autorità divina che dal diritto positivo.

In quest’ottica i diritti umani sarebbero considerati alla stregua di “diritti naturali”.

Già i filosofi greci (Aristotele e gli stoici per primi) affermarono l’esistenza di un diritto naturale come un insieme di norme di comportamento la cui essenza l’uomo ricaverebbe dallo studio delle leggi naturali  (cd. giusnaturalismo).

Immanuel Kant, nelle opere “Fondazione della metafisica dei costumi” (1785) e “Metafisica dei costumi” (1797), in un’ottica più razionale e moderna, individuò nella dignità della persona (o “dignitas”) il fondamento ultimo del riconoscimento universale dei diritti umani.

La dignità dell’uomo consisterebbe in un “valore intrinseco assoluto” che imporrebbe a tutti gli altri esseri umani il rispetto sia della propria persona che di quella altrui (“il rispetto che ho per gli altri” -scrive Kant- “è il riconoscimento della dignità che è negli altri”).

Anche le tesi giusnaturaliste, però, presentano un limite:la necessità di un’“assoluta incontrovertibilità” di ogni assunzione metafisica sottostante, ovvero di una “definizione univoca” dei concetti di legge di natura, di natura umana e di dignità della persona (ancor oggi di problematica definizione…).

Il rischio conseguente, così, sarebbe quello di trasformare i diritti umani in una sorta di comandamenti di una “nuova religione laica”!

 

PUO’ ESSERVI UN “FONDAMENTO ASSOLUTO” DEI DIRITTI UMANI?

Partendo da queste criticità, molti autori giungono a negare alcun fondamento metafisico (o assoluto)dei diritti dell’uomo.

Nell’opera “Una ragionevole apologia dei diritti umani”, Michael Ignatieff sostiene che i diritti umani non possono essere considerati come un’espressione normativa della natura umana (in un certo senso, piuttosto, sarebbero “contro natura”!).

La moralità umana e i diritti umani rappresenterebbero solo un tentativo di correggere e contrastare le tendenze naturali proprie degli esseri umani: “non c’è niente di sacro negli esseri umani” -sostiene Ignatief- “niente a cui spetti di diritto venerazione o rispetto incondizionato”.

Secondo Norberto Bobbio i diritti dell’uomo nascono gradualmente in un contesto storico ben determinato, attraverso “lotte per la difesa di nuove libertà contro vecchi poteri”.

Definire certi diritti naturali, fondamentali, inalienabili o inviolabili significherebbe, così, usare “formule del linguaggio persuasivo” che possono avere la funzione pratica di dare maggior forza retorica a un documento politico ma che “non hanno alcun valore teorico”.

Ogni ricerca di un qualsiasi fondamento assoluto dei diritti, in conclusione, sarebbe vana!

Com’è possibile, del resto, trovare un fondamento assoluto in diritti di cui non si ha nemmeno una nozione ben precisa?

La stessa espressione “diritti dell’uomo” è molto vaga…

I diritti umani rappresentano una “classe variabile” in quanto diritti storicamente relativi (mutano nel tempo assieme alle condizioni storiche).

Ciò, del resto, spiega come:

a-  da un lato, diritti considerati assoluti nel passato non siano più considerati tali oggi (si veda la proprietà, come considerata dalla Dichiarazione francese del 1789 e come rivalutata dalle Costituzioni contemporanee);

b-  dall’altro, nel futuro potrebbero essere ritenuti fondamentali diritti che tali oggi non sono affatto (come la protezione dell’ambiente o la protezione della vita animale).

Com’è immaginabile rintracciare un fondamento assoluto, poi, in diritti così eterogenei e in conflitto tra loro?

Molti diritti umani sono “in concorrenza” tra di loro (si pensi al diritto della persona di non essere torturati e al diritto dei cittadini alla pubblica sicurezza).

Diritti “antinomici” non possano avere alcun fondamento assoluto (un diritto e il suo opposto non possono essere entrambi “inconfutabili”!).

Deve far riflettere, del resto, come nemmeno il primo dei diritti dell’uomo che generalmente viene in mente a noi Europei, ossia il “diritto alla vita”, può considerarsi ad oggi un diritto assoluto: ciò, infatti, mal si concilierebbe con la realtà di un Mondo ancora costellato da Stati che ammettono impunemente la pena di morte, tra cui i democratici e liberali Stati Uniti!

 

 IL “CONSENSO DEGLI STATI” COME UNICO FONDAMENTO DEI DIRITTI UMANI

 Basandosi su queste argomentazioni, studiosi come Michael Ignitieff e Norberto Bobbio hanno concluso che l’unico fondamento possibile per i diritti umani è quello storico-politico, ovvero il “consenso” tra gli Stati (principali attori della Comunità internazionale) manifestato nella forma dei trattati.

Occorre “smettere di pensare che i diritti umani siano delle specie di briscole” al di sopra della politica oppure “il credo universale di una società globalizzata, o una religione secolare”, sostiene Ignitieff.

I diritti umani vanno ridotti a mere “norme giuridiche”: non devono essere considerati una religione bensì il tentativo di indicare i valori e i disvalori che tutti gli Stati dovrebbero assumere come criteri guida nella loro azione.

Riconoscere un fondamento “consensualistico” ai diritti umani, tuttavia, comporta inevitabilmente la rinuncia a ogni “pretesa universalistica”: e proprio questo è l’aspetto più “rivoluzionario” di questa nuova prospettiva.

 

 COME SI E’ COSTRUITO “IL MITO” DELL’UNIVERSALITA’ DEI DIRITTI UMANI?

 Il diritto internazionale (dalla cd. Dudu in poi) ha sempre ribadito il carattere “universale” dei diritti umani.

Ma ha davvero senso parlare di “universalità” di tali diritti?

Stando alle discrepanze interpretative e difformità attuative degli “stessi diritti” da parte dei “diversi soggetti” della Comunità internazionale (gli Stati) ciò appare per lo meno “problematico”… per non dire “pretestuoso”!

 Ecco qualche esempio che può aiutarci a comprendere:

I- da un punto di vista filosofico, mentre l’Occidente è legato ad una concezione “giusnaturalista” dei diritti umani (ritenuti connaturati alla persona umana e indipendenti dalle leggi statuali: ogni Stato che li violerebbe potrebbe essere legittimamente contestato dai propri cittadini), i paesi di tradizione socialista, Cina in testa, sono legati ad una concezione più “statalista” dei diritti dell’uomo, riconosciuti solo nella misura in cui affermati da leggi dello Stato (ogni Stato sarebbe sovrano sia nel definirli sia nel limitarli o circoscriverli in ragione di prevalenti interessi superindividuali)

II- da un punto di vista politico, mentre in Occidente si tende a privilegiare i diritti civili e politici (originariamente rivendicati come risposta allo strapotere dello Stato assoluto), nei paesi in via di sviluppo si presta maggiore attenzione ai diritti economici, sociali e culturali (il diritto a nutrirsi, al lavoro ed alla casa sono considerati prioritari rispetto al diritto al voto ed alle libertà personali)

III- da un punto di vista religioso, infine, mentre nei paesi cristiani il rispetto della persona è un principio cardine dello Stato di diritto, in molti paesi islamici (tendenzialmente teocratici) precondizione per cui una persona possa vantare tali diritti è il simultaneo rispetto dei principi religiosi della “shari’a”.

Ciò ben spiega perché nella “Dichiarazione del Cairo” (approvata dalla XIX Conferenza islamica dei ministri degli esteri) si afferma come il fondamento dei diritti umani (definiti “comandamenti divini vincolanti, ex art. 2 e 10) si trova nella religione islamica e i diritti umani possono essere esercitati solo in conformità alla “shari’a” (ex art. 2, 7, 12, 16, 19 e 22).

Tali inconciliabili visioni dei diritti dell’uomo spingono a considerare un “mito” la loro supposta universalità (che, tra l’altro, non si è ancora affatto realizzata e, tutt’al più, si può indicare come un traguardo auspicabile).

La pretesa di uniformare universalmente “le culture” dei diritti umani, piuttosto, nasconde in sé seri pericoli, quali il rischio di trasformare la difesa di tali diritti (di matrice “occidentale” e “giusnaturalista”):

a- in una forma di “imperialismo culturale” o “tirannia di una maggioranza etica” (con cui ambire ad imporre nel mondo una sola morale, sia pur prevalente)

b- e in un pretesto per giustificare finanche il ricorso alla guerra come strumento di difesa di tali diritti qualora e ovunque violati (sorvolando sul fatto che è la guerra in sé la più grande violazione dei diritti dell’uomo!).

Il vizio originario della dottrina occidentale dei diritti umaniè che essa poggiasu una Carta (la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo) tutt’altro che espressione di valori “universali”bensì messaggera di una ben precisa visione etica e culturale, d’indiscussa matrice cristiano-illuministica.

La Dichiarazione del ’48 in primis è un testo d’ispirazione “intrinsecamente occidentale”: non a caso alla stesura della Carta lavorò un Comitato di redazione composto prevalentemente da rappresentanti di paesi occidentali (molti stati dell’attuale Comunità internazionale, nell’immediato dopoguerra ancora non indipendenti o nemmeno sorti, non hanno potuto influire sui lavori del Comitato o nemmeno parteciparvi).

La Dudu, in ultima analisi, non indica valori universalmente condivisi bensì costituisce “una dichiarazione monista che si auto-eleva a legge universale, sebbene sia espressione di una limitata parte dell’Umanità” (Rigon).

Come può, del resto, rappresentare un “ethos globale” una Carta sorta dal compromesso politico raggiunto tra poche potenze mondiali (fondamentalmente Stati Uniti, Europa ed Urss)?

 

 L’“UNIVERSALISMO MINIMALISTA” DEI DIRITTI UMANI

 Accogliendo le critiche all’“universalismo assoluto” dei diritti umani e, al contempo, rifiutando l’opposta tesi del “relativismo etico” globale, Michael Ignatieff (direttore del “Carr Center of Human Rights Policy” di Harvard) ha indicato una teoria alternativa sul fondamento ultimo dei diritti dell’uomo, definita “universalismo minimalista”.

 Di fronte ad una Comunità internazionale irrimediabilmente divisa sul terreno dei diritti umani, Ignatieff proponela rinuncia ad ogni pretesa universalistica in nome della ricerca diun “consenso politico minimo” intorno ad alcuni diritti essenziali.

Lo Studioso suggerisce di ricercare alcuni minimi, essenziali punti di convergenza della Comunità internazionale sul campo dei diritti umani nel rispetto delle specificità storico-culturali dei vari Paesi.

Ridotti “all’essenza”, così, i diritti dell’uomo cesserebbero di rappresentare presso le culture più diverse dalla nostra una sorta di intrusione “neoimperialista” (un tentativo di imporre stili di vita, valori e visioni del mondo tipicamente occidentali).

I diritti umani andrebbero presentati, in conclusione, piuttosto che come un linguaggio di parte utilizzato per proclamare “verità assolute”, come uno strumento per la soluzione dei conflitti e la tutela degli individui dagli abusi del potere.

 Questo “nucleo ristretto” di principi e precetti individuati dagli Stati potrebbe risultare universalmente condiviso solo se compatibile con un’ampia varietà di modi di vivere e pensare (col “pluralismo” dei popoli e delle loro culture), pur senza rinunciare ad apprestare unatutela minima” alla persona umana ovunque nel mondo.

Risponderebbero bene a questi requisiti solo quei diritti che si limiterebbero a definire “libertà da” (ovvero “libertà negative”, a protezione della capacità d’azione dell’individuo) senza indicare “libertà di” (ovvero “libertà positive”).

In quest’ottica, filtrare la “quintessenza occidentale” della teoria dei diritti dell’uomo rappresenterebbe l’unico compromesso possibile per superare le divisioni tra le diverse Civiltà.

 Quali sarebbero questi “valori universalmente condivisi”?

Tale nucleo essenziale potrebbe pacificamente ricondursi alle più gravi violazioni dei diritti dell’uomo, su cui ampia e unanime è la condanna da parte della generalità degli Stati:

1- il genocidio;

2- la discriminazione razziale (in specie l’apartheid);

3- la tortura

4- i trattamenti inumani o degradanti;

5- e la violazione del diritto dei popoli all’autodeterminazione.

Nulla impedirebbeuna progressiva convergenza degli Stati sul riconoscimento di un nucleo sempre più ampio di diritti (quali quello all’alimentazione, all’accesso all’acqua, alla protezione sanitaria, alla sicurezza, alla libertà di manifestazione del pensiero, alla partecipazione dei cittadini alle scelte dei propri governi tramite libere elezioni…).

A favorire ciò, poi, potrebbero contribuire processi sia di “regionalizzazione” (si veda la Cedu) che di “settorializzazione” dei diritti umani (si vedano i numerosi trattati internazionali siglati negli anni).

 Il filosofo Alessandro Ferrara, addirittura, ha proposto la stesura di una Seconda Dichiarazione Universale dei Diritti Umani per rispondere all’esigenza di identificare quei pochissimi diritti che si possono davvero riconoscere come “universali”.

Un obiettivo probabilmente ancora troppo ambizioso ma con il quale la Comunità internazionale prima o poi dovrà pur fare i conti…

 

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SIRIA: la spudorata arroganza dei suoi “amici” warmonger

Articolo inviato al blog

di: mcc43

Fox news

Stati Uniti, Europa, Paesi Arabi sono riuniti venerdì 24  febbraio per definire un ultimatum di 72 ore al Presidente Assad perché si faccia da parte per permettere l’assistenza umanitaria e mettere fine alle violenze contro gli oppositori. La bozza di dichiarazione finale della conferenza afferma anche che il Consiglio nazionale siriano, un ombrello delle organizzazioni di opposizione, è riconosciuto come “rappresentante legittimo dei siriani” e promette un supporto aggiuntivo “pratico” per i gruppi di opposizione.

LaPresse/AP

Circa 200 manifestanti hanno provato a prendere d’assalto l’hotel di Tunisi dove è in corso la riunione del gruppo internazionale ‘Amici della Siria’. La protesta ha costretto il segretario di Stato Hillary Cliton a tornare al suo hotel, ritardando l’arrivo al summit. I dimostranti, che sventolavano bandiere siriane e tunisine, si sono scontrati con la polizia e hanno mostrato cartelli contro la Clinton e il presidente Usa Barack Obama. La polizia, armata di manganelli, ha impedito alla folla di entrare nella struttura.

Fa specie leggere che i poliziotti di uno stato fresco di “democrazia” come la Tunisia hanno manganellato il popolo per proteggere gli alti papaveri stranieri capitanati da Ms “we came, we saw, he died”. 

Ma chi è questo “ombrello” chiamato CNS di cui parla Foxnews?  E’ una stecca dell’ombrello più grande (che i convenuti alla conferenza fingono non esista) e sta a lato di  un’altra stecca: l’esercito di liberazione siriano formato da militari disertori e da bande di tagliagole mercenari (vedere Confine Siria-Libano e la stoltezza occidentale).

L’altra stecca importante dell’ombrello si chiama CCN, comitato coordinamento nazionale.

Che cosa differenzia  CNS e CCN, che in gennaio avevano cercato di stringere un patto?Il CNS vuole l’intervento militare straniero, il CCN non lo vuole.

E’ un bel discrimine, la cui portata si comprende ancora meglio se si aggiunge che il CNS è stato plasmato dal “demiurgo Occidente”, come il CNT libico e, infatti, i due Consigli si sono reciprocamente riconosciuti per primi quali rappresentanti dell’intero popolo delle due nazioni.

Che gioco sta giocando il CNS che si riunisce in Tunisia autonomamente con i fornitori di armi, di piani geostrategici e di petrodollari?

Ancora una volta il ruolo eversivo è giocato dalle diaspore: il CNS è presieduto da Burhan Ghalioun, docente di sociologia (incredibile!) alla Sorbona, da più di trent’anni a Parigi.

I sofismi che hanno fatto finire in niente l’incontro di gennaio nascondono la sostanza: nessuno volle mollare la fetta più grossa di potere in vista del post-Assad. Ma il governo di Assad non è ancora caduto e tre notizie sono al momento a suo favore e spiegano la fretta della raffazzonata e predatoria riunione in corso in Tunisia.

UNO- Referendum costituzionale: il 26 febbraio è la data della consultazione sul progetto di una nuova Costituzione nel Paese voluta da Assad. La parte qualificante è la fine del partito unico Baath, cioè il passaggio da totalitarismo a libertà democratica, perché elimina dalla Costituzione del 1973 l’articolo 8 «il partito Baath dirige lo Stato e la società». Il mainstream (esattamente come al tempo delle offerte di Gheddafi al CNT) ha definito la decisione di Assad una farsa. Nel mainstream i “giornalisti” sono rari, a scrivere sono soprattutto dei compilatori di opinioni in linea con lo schieramento dell’editore, che a sua volta è schierato politicamente.

Corriere della Sera “Siria, il regime spara sui giornalisti

Questo è troppo, il regime deve andarsene. Rendiamo omaggio ai due giornalisti assassinati.

Nicolas Sarkozy, presidente francese . Uccisi una reporter americana e un fotografo francese. «Assad se ne vada» Obiettivo Il centro stampa funzionava da mesi. L’ accusa ai soldati: «Colpito di proposito».

La reporter Marie Colvin aveva dichiarato in occasione di un premio“ È sempre stato un mestiere difficile, ma la necessità di reportage obiettivi dal fronte non è mai stata forte come oggi.  Però, Marie  entrando in Siria clandestinamente era forzatamente costretta a restare nelle zone controllate dai ribelli e a documentare solo “quanto quando dove”  era da questi consentito. E il mainstream avrebbe pubblicato,  come si capirà dalla notizia numero  DUE .

Penso al nostro Enzo Baldoni, rapito e ucciso in Iraq, definito “pirlacchione” dal quotidiano Libero e presto dimenticato.

Perché era freelance e non inviato di una testata importante come Sunday Time e Vogue?  O perché era dichiaratamente pacifista? Non fu un eroe per i media. Lo divenne invece il contractor Fabrizio Quattrocchi.

Morti anche  il reporter francese Remi Ochilk e il siriano Rami al Said, un video blogger, ma di loro si parla meno… [Sui deliri da redazione, rimando a questo post: Ma la redazione del Giornale sa cosa scrive?   del blog 4realinf’s]

DUE- la notizia più importante è censurata dal mainstream: la pubblicazione della relazione finale della commissione della Lega Araba che ha accertato la situazione sul campo, elencando tutte le difficoltà incontrate. Il testo è nel sito di Peacelink (ringrazio 4realinf’s per la segnalazione)

E’ una missione che si voleva far fallire, lo dichiara la relazione nelle sue  conclusioni:

78. Utenti Arabi e stranieri di alcune organizzazioni di informazione hanno messo in dubbio la credibilità della Missione, perché codeste organizzazioni usano i media per distorcere i fatti. Sarà difficile risolvere tale problema, a meno di ottenere il supporto dei politici e della stampa a favore della Missione del suo mandato. È naturale che avvengano degli incidenti durante lo svolgimento delle sue attività, perché questa è la norma in situazioni simili.

Alcune delle sue constatazioni sul campo:

26. A Dera’a e Homs, la Missione ha visto gruppi armati commettere atti di violenza contro le forze governative, causando morti e feriti nelle loro file.

Mohammed Ahmed Mustafa al-Dabi

In certe situazioni, le forze governative hanno risposto agli attacchi condotti con forza contro di loro. Gli osservatori hanno notato che alcuni dei gruppi armati stavano usando razzi e proiettili perforanti.

27. A Homs, Hama e Idlib, le missioni degli osservatori hanno assistito ad atti di violenza commessi contro Forze governative e civili, che hanno causato diversi morti e feriti.Esempi di tali atti includono il bombardamento di un autobus di civili, che ha  ucciso otto persone e ferito altri, tra cui donne e bambini, e il bombardamento di un treno che trasportava gasolio. In un altro incidente a Homs, un autobus della polizia è stato fatto saltare in aria, uccidendo due ufficiali di polizia. Sono stati bombardati anche una conduttura di carburante e alcuni piccoli ponti.

40. Veicoli blindati (truppe militari) sono presenti in alcune barriere. Una di queste barriere si trova a Homs e anche a Madaya, Zabadani e Rif Damascus. La presenza di questi veicoli è stata riferita e di conseguenza sono stati ritirati da Homs. E’ stato confermato che i residenti di Zabadani e Madaya hanno raggiunto un accordo bilaterale con il governo in modo che direzioni la rimozione di tali barriere e veicoli.

Si conferma il riconoscimento da parte del governo siriano delle organizzazioni internazionali e arabe dei media e che a tali organizzazioni è permesso di muoversi liberamente ovunque in Siria

66. La Missione ha avuto delle difficoltà nell’assumere autisti perché igruppi di opposizione non consentivano ad autisti locali di accedere alle loro aree, ritenendoli infiltrati dei servizi di sicurezza, il che obbliga gli osservatori a guidare essi stessi i veicoli.

71. La Missione ha appurato l’esistenza di un’entità armata, non menzionata nel Protocollo [che indicava sia i compiti che gli attori sul campo da monitorare]. Tale sviluppo sul campo può senz’altro essere attribuito all’eccessivo uso della forza a cui è ricorso il governo siriano in risposta alle proteste avvenute prima dell’intervento della Missione per ottenere la caduta del regime. In alcune zone, questa entità armata ha reagito attaccando sia le forze di sicurezza siriane che i cittadini, facendo sì che il Governo rispondesse con maggiore violenza. In ultima analisi, i cittadini innocenti pagano queste azioni con la vita o le menomazioni.

73. La Missione ha preso atto che il Governo ha cercato di aiutarla nello svolgimento del suo mandato, rimuovendo tutti i possibili ostacoli incontrati nel suo cammino. Il Governo ha altresì facilitato gli incontri tra le differenti fazioni. Non si è ostacolata la missione nell’effettuare interviste di cittadini siriani, sia dell’opposizione che quelli favorevoli al Governo.

Viene descritta una guerra non la repressione di un governo su cittadini inermi. E cittadini che non vogliono interventi stranieri, quegli interventi per cui si sbracciano i siriani del CNS all’estero.

Le conseguenze di un più massiccio supporto “pratico” agli insorti del CSN e dell’esercito “libero” sono descritte in questo post “Armare l’opposizione siriana può portare a una sanguinosa guerra civile”  del blog Gilguysparks

TRE- Molto sottolineata, invece, questa mossa di Ban ki Moon: Kofi Annan, ex Segretario generale,  è il nuovo inviato dell’ONU in Siria con l’incarico di trovare  una soluzione pacifica della crisi.

“Sono onorato di accettare il ruolo di Inviato speciale aggiunto, umile perla fiducia riposta in me” - ha detto Annan in una dichiarazione rilasciata dalla sede europea delle Nazioni Unite a Ginevra – Mi aspetto piena collaborazione di tutte le parti interessate e  sforzi risoluti da parte delle Nazioni Unite e della Lega Araba per contribuire a porre fine alla violenza e alle violazioni dei diritti umani e promuovere una soluzione pacifica la crisi siriana ”.

Dopo essere stato segretario dell’Onu  Annan è , abbastanza silenziosamente,  diventato  presidente dell’AGRA, un ente che ha  l’impudenza di definirsi alleanza per la Rivoluzione Verde in Africa.

L’AGRA  “è” davvero un’alleanza, ma con la fondazione Rockefeller e quando Annan ha assunto il ruolo di Presidente ha ringraziato, nel  discorso d’insediamento al Forum economico mondiale di Città del Capo nel giugno 2007:

Accetto con gratitudine questa sfida e ringrazio la fondazione Rockefeller, la fondazione Bill & Melinda Gates, e tutti coloro che sostengono la nostra campagna per l’Africa“.

Da notare che fra gli eccellenti collaboratori di AGRA non manca la Monsanto. E’ a questo politico buono per ogni ruolo di facciata, immanicato con le major americane che calano sui paesi in via di sviluppo come rapaci sulla preda, che si deve affidare il compito di mediare fra le parti in conflitto in Siria?

A Kofi Annan che era segretario Onu nel 2003 e come un’anguilla si contorceva fra “la guerra è l’ultima risorsa” e “se il rapporto degli ispettori Onu certifica che l’Iraq non ha disarmato, il Consiglio di sicurezza «deve far fronte alle proprie responsabilità», sapendo benissimo che le armi di distruzione di massa di Saddam esistevano solo nella mente danneggiata dall’etilismo di George Bush?

Ci sono molti modi di essere “warmonger”, guerrafondai, alcuni del tutto insospettabili.

 

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aggiornamento h.18

TUNIS - Tunisia – Secretary of State Hillary Rodham Clinton said today the Syrian regime will have “more blood on its hands” if it doesn’t immediately comply with cease-fire demands being issued by a group of 70 Western and Arab nations.

….già sentito da Obama prima che si scatenasse l’inferno di fuoco sulla Libia, Hilary. Sei una donna realizzata, brava a fallire quanto può esserlo un uomo-fantoccio

Libia Anno Uno: chi balla e chi spara

Articolo inviato al blog

di: mcc43

Il governo libico non ha lanciato un suo programma ufficiale di festeggiamenti. Solo iniziative delle autorità locali per il primo compleanno della “nuova” Libia. L’immagine è macchiata  dalla pubblicazione del rapporto di Amnesty. Un rapporto colpevolmente tardivo, per questo  significativa sconfessione della “democraticità” attribuita a scatola chiusa al composito clan del Consiglio Nazionale di Transizione, nonostante molti dei suoi membri restino tuttora ignoti.

 Navi Pillay, Commissario dell’ONU per i diritti umani, 26 gennaio 2012

L’illegalità ancora pervade la Libia un anno dopo lo scoppio dell’insurrezione che si è conclusa 42 anno del regime repressivo del colonnello Mu’ammar al-Gaddafi. Centinaia di armati milizie, ampiamente salutate in Libia come eroi per il loro ruolo nel rovesciare il regime precedente, sono in gran parte fuori della controllo.  […] Dopo che i combattenti, sostenuti dai bombardamenti  della NATO hanno preso controllo della maggior parte del paese alla fine di agosto,  in CNT non è riuscito a ottenere obbedienza. Nonostante l’impegno di assicurare alla giustizia i colpevoli di crimini di guerra e violazioni dei diritti umani su entrambi i lati, le autorità hanno finora fallito nell’azione .

Le milizie hanno preso prigionieri migliaia di sospetti lealisti Gheddafi, soldati e presunti stranieri “mercenari”, molti dei quali sono stati torturati o maltrattati in custodia, in alcuni casi causandone la  morte. Molti dei lealisti furono uccisi dopo la cattura, tra questi il leader stesso e uno dei suoi figli. Le milizie hanno anche saccheggiato e bruciato case e condotto attacchi per vendetta e altre rappresaglie contro i presunti supporter di Gheddafi, deportando forzatamente decine di migliaia di persone.

Chi è là per motivi di business a questo non bada. Vede altro.  Dal Blog di WD in Tripoli, fornitore di legname austriaco: Libia in avanzamento o in attesa? 

Quasi cinque mesi sono passati da quando Tripoli è  nelle mani del CNT e a molti si rizzano i capelli perché non vedono le cose in movimento.

Dal punto di vista economico alcune cose si sono fatte, la crisi di liquidità di novembre e dicembre è stata risolta, il Dinaro libico ha tenuto e sul mercato circola denaro. Le infrastrutture di base non stanno funzionando bene, ma l’approvvigionamento idrico è stabile, internet va meglio, la benzina è ampiamente disponibile a prezzi ancora più bassi rispetto a prima (amici in Europa  siate invidiosi: 0,08 Euro / litro). Tuttavia, la fornitura di energia elettrica è un problema, le interruzioni  sono frequenti di giorno, e la notte ci lasciano molto al freddo.

Chi aspettava i progetti di grandi infrastrutture dopo la liberazione (23.November 2011) ha avuto informazioni sbagliate. Ci vorrà sicuramente ancora qualche tempo prima di iniziare, e non sappiamo cosa comincerà. È ovvio che ripristinare la sicurezza e preparare le elezioni al momento è più importante al momento di costruzione di un’autostrada.

L’occhio esperto e disincantato del reporter vede molto altro, collega, raggiunge in profondità il significato degli eventi. Dal blog di Amedeo Ricucci, giornalista Rai , ora tornato in Libia.

 Da Bengasi,  Appunti libici da insonnia

Sbornia Continua. […] le celebrazioni si protraggono ormai da quattro mesi e ogni scusa è buona:  il 17 ad esempio ricorre l’inizio della rivolta e ci sono già lunghi e chiassosi cortei di miliziani che percorrono le strade del centro, almeno qui a Bengasi, esibendo per l’ennesima volta le loro armi e la loro felicità. Come il 21 ottobre, dopo la morte di Gheddafi, e poi qualche giorno dopo, per la fine della guerra, e ancora il 24 dicembre, per l’anniversario dell’indipendenza. Il Paese invece è bloccato: la ricostruzione non è ancora partita, […]Ma è vero anche che se la sbornia continua c’è il rischio di risvegliarsi con un gran mal di testa. Come è già capitato nei Paesi dell’Est dell’ex blocco comunista.

Soldi in fuga.La nuova Libia sarà pure libera ma i soldi dei libici volano all’estero, alla faccia del patriottismo. E gli unici a fare affari di questi tempi sono i trafficanti di valuta. Ieri nel bugigattolo dove ho cambiato al nero hanno portato nel giro di 10 minuti non sono quanti sacchi di dinari, freschi di stampa. E il via vai di questi portavalori sacchi in spalla è continuo. La gente infatti vuole dollari oppure euro e davanti alle banche c’è la fila di chi ritira il massimo consentito – 2000 dinari al mese, quasi 1400 euro – per poter investire in valuta, da esportare.[…]. E poi, se i libici non scommettono un dinaro sul futuro del loro Paese, chi mai dovrà farlo? E’ un paradosso che si può forse spiegare con il fatto che l’economia libica è stata per quarantadue anni un’economia assistita: grazie ai proventi del petrolio Gheddafi aveva infatti garantito a tutti un minimo di benessere, in cambio della sudditanza. Alimentando la pigrizia. Oggi che invece i libici devono riappropriarsi del loro destino denotano uno scarso senso dello stato e fanno fatica ad assumersi le loro responsabilità. Vedremo come andrà a finire.

 Ricucci vede anche uno dei molti episodi di barbarie che hanno contraddistinto “questa” rivolta araba: I bambini di Tawargha

Sorridono, i bambini di Tawargha, mentre cantano in gruppo, per i pochi visitatori che vengono a trovarli in questo campo profughi alla periferia di Tripoli, la ballata della loro disperazione. Hanno riadattato una vecchia canzone libica, mettendo in versi la loro spaventosa odissea: i miliziani di Misurata che attaccano le loro case, la città data alle fiamme, la lunga marcia a piedi 80 di km, e poi la nuova vita in queste baracche di lamiera, la paura costante di nuovi attacchi, lo stupore di chi scopre da un giorno all’altro che è il colore della propria pelle a scatenare l’odio. ” La Libia era un Paese solo - dice la canzone -da nord a sud, da est a ovest. E allora perchè quelli di Misurata ci attaccano con gli RPG?“.

Quella di Tawarga è stata la pagina più nera (e meglio occultata) della cosiddetta rivoluzione libica contro Muammar Gheddafi. E’ stata scritta il 13 agosto, ma a distanza di sei mesi continua a produrre strascichi ed a sanguinare. Un caso da manuale di epurazione etnica…

E ci sono i bambini scomparsi, i 105 di Misurata sono quelli di cui ho già parlato e di cui non si è saputo più nulla, ma bambini ne scompaiono ogni giorno 

Sulla costa si festeggia, nell’entroterra si combatte

Libia: scontri tra tribu’ locali a sud-est, 6 morti (ANSA) –

TRIPOLI, 15 FEB – Continuano i combattimenti nel sud-est della Libia tra opposte tribu’ rivali. Almeno sei persone sono morte oggi in nuovi scontri a Kufra, vicino al Ciad, tra gli Zwai e i Tibu, portando cosi’ a trenta il numero dei morti da domenica scorsa. Lo rendono noto fonti locali. Mohammed al-Harizi, portavoce del Consiglio nazionale di transizione libico (Cnt) non ha potuto confermare il bilancio, ma ha annunciato la formazione di un comitato di capi tribu’ per chiarire gli episodi di violenza.

HALA MISRATI

Questa notizia, se sarà confermata, riassume tutto:

Hala Misrati, la presentatrice  più famosa della tv dell’era Gheddafi, rapita mesi fa e stuprata dai ribelli, è deceduta OGGI nel carcere dove era detenuta, in circostanze misteriose.

Una delle molte, centinaia i casi accertati, donne che hanno subito violenza nell’era CNT.

Come possono andare a festeggiare OGGI le donne?

La “rivoluzione” libica è stata guidata con la stessa abilità al volante, per la quale i libici sono famosi:

Foto di WD in Tripoli

Dalle molte fazioni e frazioni che occupano oggi il territorio tra Tunisia ed Egitto dovrà nascere un paese.

Innegabilmente, è sotto gli occhi anche di chi se ne rallegra nei  festeggiamenti su scala locale , a tenere unite sei milioni di persone era solamente Muhammar Gheddafi.

Luglio 2009

Le due mani di Obama su quella di Gheddafi.

Il body language di Obama esprimeva un sentimento cordiale, amichevole…perfino protettivo!

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LE RIVOLUZIONI SPONTANEE SONO UN’ALTRA COSA  E FINISCONO DIVERSAMENTE 

LIBERA TUNISIA: Anno Uno

Il confine Siria-Libano e la stoltezza Occidentale

Articolo inviato al blog

di: mcc43

A quasi tre mesi da questo post Fare della Siria un’altra Libia, non tanto facile. Come mai? la  situazione è cambiata soprattutto per la quantità di sangue versato.

“Progetto” Siria

Il progetto geopolitico di dividere la Siria è uscito dal cassetto nel marzo 2011 ed è stato buttato  nel mucchio della “primavera araba”,  probabilmente in funzione dei più vasti progetti anti-Iran e d’indebolimento della Russia.

Ogni pagliaio, però,  ha bisogno della scintilla e in questo caso l’incendio è divampato con il sollevamento di Daraa e la sanguinosa repressione del regime.

Confine siro-libanese Wali Khaled

Ci sono paragoni con la Libia che reggono: l’innesco strumentale, la fornitura di armi ai “pacifici manifestanti” , qualche video fasullo e  notizie gonfiate, ma  il tessuto sociale incomparabilmente più complesso non fa sortire lo stesso effetto ribaltone.

I Siriani non sperano nel meglio con un altro governo, si aspettano una lotta di tutti contro tutti per il potere.

Occhi verso l’Onu, gli Stati Uniti, il Qatar o Israele, coloro che si spendono “pro” o “contro” Assad,  parimenti , fra accuse e sconfessioni, non vedono, o non se ne curano,  che  il conflitto sta mettendo velenose radici in territorio libanese.

Permette di intendere  qualcosa di più questo reportage del quotidiano di Beirut  Al-Akbarh  (link a prima e seconda parte) sui gruppi ribelli che fanno la spola fra Siria e Libano,   a Wali Khaled,  confine nord-est del paese (nell’immagine segnato in rosso).

Il reporter ha incontrato tre bande armate e tutte si proclamano parte del FSA, libero esercito siriano; una ha il compito  di riportare in Libano i combattenti feriti  che vengono curati negli ospedali (privati) di Tripoli, un’ altra  trasporta in Siria armi,  fotocamere  e medicinali per gli insorti. L’altro gruppo “intervistato” dichiara di operare come “supporto logistico”.

Il commando di Omran

Così dice di chiamarsi il capo del gruppo di supporto logistico, e  parla degliapprovvigionarsi di armi in Siria: dall’esercito regolare, e insiste su questo. Per lo sminamento del confine e la creazione dei varchi sicuri dispone di tre genieri disertori dell’esercito regolare. Racconta che prima disponeva di un volontario libanese che a un certo punto ha cominciato ad esigere una paga o il  permesso di tenersi le mine recuperate.  Il gruppo, che intendeva reimpiantarle in territorio siriano, è addivenuto  a un compromesso con spartizione. Allo  sminatore erano toccate circa cento mine, ognuna delle quali al “mercato” locale vale 400 $.

Anche un lavoro potenzialmente mortale ma ben pagato sembra una fortuna, se si manda alla malora la politica e il futuro.

I membri del gruppo di Omran sono sunniti, ma il capo, dietro il suo passamontagna e con il telefono satellitare come scettro, assicura che sono impegnati per “l’unità del popolo siriano”. Ci sono ufficiali sunniti anche nell’esercito:  “Terremo conto se hanno sangue sulle  mani, non faremo differenza, non esenteremo nessuno né sunnita né alawita (ndr. partito al potere). “

E’ questa è già una premessa o promessa  del futuro siriano post-Assad…

Omran è convinto che il tempo non sia dalla parte del governo ”Ogni giorno di resistenza  è un chiodo nella bara del regime, ma per quanto a lungo sopravviva, non deporremo le armi. Se non proteggeremo il nostro popolo, chi lo farà? La Lega araba e i suoi protocolli? Gli Stati arabi che guardano il popolo siriano ucciso ogni giorno in TV senza muovere un dito?”

Perfetto controcanto ai commentatori occidentali, cambiando “ paesi arabi” con Onu o  Russia, secondo i gusti. Ma Omran ce l’ha a morte soprattutto con il governo libanese.

 “E’ sottomesso a Hezbollah (ndr. è una formazione sciita)  che a sua volta  è un fantoccio del regime siriano. Come fa a essere libanese, Hezbollah,  se è legato a filo doppio solo con l’Iran che è a migliaia di chilometri di distanza? Delle unità militari di Hezbollah, l’esercito del Mahdi [iracheno] e gli iraniani stanno partecipando ai massacri in Siria.

Decine di guerriglieri Hezbollah e iraniani sono stati uccisi in Deraa, e le loro foto sono state mostrate nei canali satellitari”.

“Che prove hai di questo”” gli chiede il giornalista “Si capisce dall’accento e dalla faccia!  Gli iraniani parlano male l’arabo e non portano documenti  d’identità!
“E i guerriglieri Hezbollah?” incalza coraggiosamente l’inviato  ”Qualunque siriano può dire che sei libanese solo guardandoti in faccia

Ribelli a cui non servono servizi d’intelligence. Come in Libia, dove la pelle nera equivale a “mercenario”. Come nelle redazioni dove si prendono a scatola chiusa le notizie, perché sono  lanci delle agenzie.

E’ questo un “esercito”?

Il reporter di Al Akbar parlando dell’insieme di bande che si definiscono “esercito libero” riferisce:

Sebbene si dichiarino tutti per  la “rivoluzione” , rivaleggiano per assicurarsi controllo e influenza. I contatti sono minimi, criticano le gesta degli altri, si accusano vicendevolmente di trarre guadagno personale dalla rivoluzione.

Un comandante bisbiglia che il leader di un altro gruppo “ruba i fondi che arrivano per i rifugiati” o “ vende le forniture ricevute con la scusa di comperare medicine o armi”. Un altro si spinge più in là  “attenzione, il capo di quel gruppo è un agente del regime “ , naturalmente quest’altro dice lo stesso dell’accusatore.

Mentre volano queste accuse e ogni capobanda mantiene i contatti direttamente con il comando FSA in Turchia o all’interno di Siria, un ufficiale osserva: “Avremmo bisogno di avere un solo capo al coordinamento, per proteggere la rivoluzione da infiltrati e non perderci per strada”.

Sono dinamiche interpersonali comuni dalle quali non si salva nessun gruppo sotto nessuna bandiera e hanno sempre fatto la fortuna del potere.

Ma ad avvelenare tutto c’è lo schieramento religioso, come si è visto dalle parole di Omran, e come è del tutto prevedibile, dal momento che la longevità dei governi Assad  si deve precisamente alla capacità di contenere le altrimenti deflagranti lotte etnico-religiose del crogiolo siriano. Ma ora è il momento della vendetta dei sunniti, confessione cui appartengono i Fratelli musulmani, che non avevano finora voce  al vertice.

Un altro capo racconta la brutalità del governo, incluse le  “atrocità commesse contro i cittadini dagli scagnozzi del regime che stuprano e fanno a pezzi le donne, come è capitato a Zainab al-Husni.” 

Il giornalista commenta “Questo tale sembra non sapere che la presunta stuprata e smembrata mostrata alcuni mesi fa su qualche canale tv, è ricomparsa alla tv di stato siriana viva e vegeta.”

Di questo caso parla anche il video del post Siria: la decapitazione della verità? dove in effetti si vede l’intervistata Zainab  che esibisce i documenti davanti alla telecamera.

Due considerazioni

Le notizie false di cui è gonfiata la propaganda anti Assad, come lo fu quella anti Gheddafi, servono per addomesticare l’opinione pubblica internazionale, certamente, ma forse in primo luogo sono  droga per rendere i ribelli esaltati e belluini.

La Zainab della tv siriana, pur  con la sua carta d’identità, potrebbe altrettanto essere uno psyop del regime. Di più:  non possiamo sapere se “quella” Zainab: stuprata/non stuprata, ammazzata/viva e vegeta,  esista davvero. O se una vittima c’è stata, oscurata da un equivoco sul nome.

In fondo per sconfiggere una bugia è funzionale un’altra  più grossa o almeno sconcertante.  La verità non convince mai nessuno, questa è una tragedia planetaria, allora passa sotto silenzio e quando emerge  occorre farle un vestito nuovo.

Libano domani?

E’ importante sapere che  elicotteri dell’esercito libanese sorvolano Wali Khaled, dove operano i gruppi di cui parla il reportage,  per individuare quelli che, dice il quotidiano libanese  Daily Star, il governo siriano definisce terroristi.

C’è chi accusa il Governo libanese  di aver deciso i pattugliamenti su ordine della Siria.

C’è chi vuole i pattugliamenti a terra per difendere i cittadini libanesi, ci sono già state vittime, dalle incursioni dell’esercito siriano. Infatti la regione di Wali Khaled, Akka, e parte della valle della Bekaa già vedono una massiccia presenza di soldati, ma dispiegarli sul confine significherebbe opporli ai militari siriani, dando motivo alla  Siria di considerarlo un atto ostile.

C’è chi, preoccupato, sostiene che un coinvolgimento del Libano nel conflitto siriano è già avvenuto.

Se in Libano, dove la disinvolta politica siriana nel corso degli anni ha pescato a turno i suoi protetti fra varie componenti,
dove per l’omicidio di Rafiq Hariri,  ora, tempestivamente, il  Tribunale speciale per il Libano ha aggiunto agli imputati un quinto uomo di Hezbollah, dove la minoranza drusa di Walid Jumblat riesce non di rado a fare il pesce pilota, dove c’è un presidente cristiano maronita e un premier sunnita, dove il partito di Hariri chiede uno sganciamento dalla Siria, mentre il Patriarca cristiano maronita  esprime timori, in caso di uscita di scena di Assad, per la sorte dei cristiani di Siria, divampasse nuovamente la guerra civile, si troverà qualche motivo  per raccontarlo e nessuno dirà mai che il Libano sarà stato un  “danno collaterale” della vicenda Siria.

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aggiornamento 10 febbraio — la Siria come argomento di lotta politica interna al Libano:

aggiornato in Libano temerario: proteste armate e imboscate politiche

La frutta che non è mai caduta

di: Fidel Castro Ruz

Cuba è stata costretta a lottare per la propria esistenza di fronte ad una potenza espansionista, ubicata a poche miglia dalle coste, che proclamava l’annessione della nostra isola, il cui unico destino era cadere nel loro seno come frutta matura. Eravamo condannati a non esistere come nazione.

Nella gloriosa legione di patrioti che durante la seconda metà del XIX secolo lottò contro l’abominabile dominazione spagnola per 300 anni, Josè Martì è stato chi con più chiarezza percepì questo drammatico destino.

Così lo ha reso noto nelle ultime righe che scrisse quando, alla vigilia del forte combattimento previsto contro una coraggiosa e ben equipaggiata colonna spagnola, dichiarò che l’obiettivo principale delle loro lotte era: “… impedire in tempo con l’indipendenza di Cuba, che gli Stati Uniti si estendano per le Antille e cadano, con la loro forza, sulle nostre terre di America. Quanto ho fatto fino ad oggi e farò, è per tutto ciò”.

Senza capire questa profonda verità, oggi non si potrebbe essere patriota, né rivoluzionario.

I mass media, il monopolio delle molte risorse tecniche, e gli abbondanti fondi destinati a ingannare ed abbrutire le masse, costituiscono, senza dubbio, considerevoli ostacoli, ma non invincibili.

Cuba ha dimostrato che – dalla sua condizione di fattoria coloniale yankee, in congiunto all’analfabetismo ed alla povertà generalizzata del suo popolo –, era possibile affrontare il paese che minacciava con il definitivo assorbimento della nazione cubana. Nessuno può affermare che esistesse una borghesia nazionale che si opponeva all’impero, si è sviluppata talmente vicina all’impero che inviò negli Stati Uniti, poco dopo il trionfo della Rivoluzione, quattordicimila bambini senza protezione, anche se questa decisione è stata associata alla perfida bugia che sarebbe stata tolta la Patria Potestà, che la storia registrò come operazione Peter Pan ed è stata qualificata come la miglior manovra di manipolazione di bambini con finalità politica ricordata nell’emisfero occidentale.

Il territorio nazionale è stato invaso, appena due anni dopo il trionfo rivoluzionario, da forze mercenarie, – integrate da antichi soldati di Batista, e figli dei latifondisti e borghesi – armati e scortati dagli Stati Uniti con navi della loro flotta, inclusi portaerei con strumenti pronti a entrare in azione, che accompagnarono gli invasori fino alla nostra isola. La sconfitta e la cattura di quasi il totale dei mercenari in meno di settantadue ore e la distruzione dei loro aerei che operavano dal Nicaragua e i loro mezzi di trasporto navali, costituì un’umiliante sconfitta per l’impero e i loro alleati latinoamericani che sottovalutarono la capacità di lotta del popolo cubano.

L’URSS davanti all’interruzione del rifornimento di petrolio da parte degli Stati Uniti, l’ulteriore sospensione totale della quota storica di zucchero nel mercato di quel paese, e il divieto di commercio creato per più di cento anni, rispose a ognuna delle misure fornendo combustibile, acquistando il nostro zucchero, facendo commercio con il nostro paese e finalmente fornendo le armi che Cuba non poteva acquistare in altri mercati.

L’idea di una campagna sistematica d’attacchi pirata organizzati dalla CIA, i sabotaggi e le azioni militari di bande create e armate da loro, prima e dopo l’attacco mercenario, che finirebbe in un’invasione militare degli Stati Uniti contro Cuba, diedero origine agli avvenimenti che posero il mondo al bordo d’una guerra nucleare totale, con la quale nessuna delle due parti e la stessa umanità avrebbe potuto sopravvivere.

Questi avvenimenti, senza dubbio, costarono la carica a Nikita Jruschov, che aveva sottovalutato l’avversario e tralasciò criteri che gli sono stati trasmessi e non consultò per la sua decisione finale, coloro che stavamo in prima linea. Quella che poteva essere un’importante vittoria morale, divenne così un costoso rovescio politico per l’URSS. Per molti anni continuarono a realizzare le peggiori aggressioni contro Cuba e non poche, come il criminale bloqueo, si commettono ancora.

Jruschov fece gesti straordinari verso il nostro paese. In quell’occasione io criticai senza titubanze l’accordo inconsulto con gli Stati Uniti, ma sarebbe ingrato e ingiusto non riconoscere la sua straordinaria solidarietà nei momenti difficili e decisivi per il nostro popolo nella sua storica battaglia per l’indipendenza e la rivoluzione, di fronte al poderoso impero degli Stati Uniti. Capisco che la situazione era terribilmente tesa e lui non voleva perdere un minuto, quando prese la decisione di ritirare i proiettili e gli yankee s’impegnarono, molto segretamente, a rinunciare all’invasione.

Nonostante i decenni trascorsi, che sono ormai mezzo secolo, la frutta cubana non è caduta nelle mani degli yankee.

Le notizie che adesso giungono dalla Spagna, Francia, Iraq, Afghanistan, Pakistan, Iran, Siria, Inghilterra, le Malvine e altri numerosi punti del pianeta, sono serie, e tutte fanno pensare ad un disastro politico ed economico per l’insensatezza degli Stati Uniti e dei loro alleati.

Parlerò di pochi temi. Devo rilevare, stando a quello che molti raccontano, che la selezione di un candidato repubblicano per aspirare alla presidenza di questo globalizzato e inclusivo impero, è a sua volta, e lo dico seriamente, la maggior competizione d’idiozie e d’ignoranza che si sia mai ascoltata. Siccome ho diverse cose da fare, non posso dedicare tempo a questo tema. Sapevo comunque molto bene che sarebbe stato così.

Illustrano di più alcuni articoli che desidero analizzare perché mostrano l’incredibile cinismo che genera la decadenza dell’Occidente. Uno di questi, con sbalorditiva tranquillità, parla di un prigioniero politico cubano, che, come si afferma, è morto dopo uno sciopero della fame durato cinquanta giorni. Un giornalista di Granma, Juventud Rebelde, di un giornale radio o qualsiasi mezzo d’informazione rivoluzionario, si può sbagliare in qualsiasi apprezzamento su qualsiasi tema, pero non fabbrica mai una notizia o inventa una menzogna.

Nella nota di Granma si afferma che non c’è stato questo sciopero della fame; era un recluso per un delitto comune, condannato a quattro anni per un’aggressione, che provocò lesioni al viso di sua moglie; che la stessa suocera aveva richiesto l’intervento delle autorità; che i familiari più stretti hanno seguito tutti i procedimenti utilizzati nel trattamento medico e che erano grati per gli sforzi degli specialisti che l’avevano assistito. È stato ricoverato, dice la nota, nel miglior ospedale della regione orientale, come si fa con tutti i cittadini. È morto per un problema multi organico secondario, associato ad un processo respiratorio settico severo.

Il paziente aveva ricevuto tutte le attenzioni che si applicavano in un paese che possiede uno dei miglior servizi medici al mondo, che si offrono gratuitamente, nonostante il bloqueo imposto dall’imperialismo alla nostra Patria. È semplicemente un dovere che si compie in un paese dove la Rivoluzione è orgogliosa di aver rispettato sempre, durante più di cinquanta anni, i principi che le hanno dato la sua invincibile forza.

Sarebbe meglio che il governo spagnolo, visti gli ottimi rapporti che ha con Washington, viaggi negli Stati Uniti e se informi di quanto occorre nelle prigioni yankee, la condotta spietata che applica ai milioni di prigionieri, la politica eseguita con la sedia elettrica, e gli orrori che si commettono con i detenuti nelle carceri e quelli che protestano nelle strade.

Ieri, lunedì 23 gennaio, un forte editoriale di Granma, intitolato “Le verità di Cuba” in una pagina completa di questo giornale, spiegò dettagliatamente l’insolita sfacciataggine della campagna bugiarda scatenata contro la nostra rivoluzione da alcuni governi “tradizionalmente compromessi con la sovversione contro Cuba”.

Il nostro popolo conosce bene le norme che hanno retto il comportamento irreprensibile della nostra Rivoluzione dal primo combattimento, che non è stata mai infangata durante più di mezzo secolo. Sa anche che non potrà essere mai incalzato né ricattato dai nemici. Le nostre leggi e le norme si compieranno con sicurezza.

È bello segnalarlo con tutta chiarezza e franchezza. Il governo spagnolo e la scalcinata Unione Europea, immersa in una profonda crisi economica, devono sapere a cosa attenersi. Fa pena leggere nelle agenzie di notizie le dichiarazioni di ambedue quando utilizzano le loro sfacciate bugie per attaccare Cuba. Occupatevi prima di salvare l’euro, se potete. Risolvete la disoccupazione cronica che in numero ascendente soffrono i giovani, e rispondete agli indignati sui quali la polizia si avventa e colpisce costantemente.

Non ignoriamo che adesso in Spagna governano gli ammiratori di Franco, ci ha inviato membri della Divisione Azzurra insieme agli SS ed agli SA nazisti per uccidere i sovietici. Quasi cinquantamila di loro parteciparono nella cruenta aggressione. Nell’operazione più crudele e dolorosa di quella guerra: l’assedio di Leningrado, dove morirono un milione di cittadini russi, la Divisione Azzurra fecce parte delle forze che cercarono di strangolare l’eroica città. Il popolo russo non perdonerà mai quell’orrendo crimine.

La destra fascista di Aznar, Rajoy e altri servitori dell’impero, deve sapere qualcosa delle sedicimila perdite che hanno avuto i predecessori della Divisione Azzurra e le Croci di Ferro con le quale Hitler premiò gli ufficiali ed i soldati di quella divisione. Non ha nulla di strano quello che fa oggi la polizia gestapo con gli uomini e le donne che domandano il diritto al lavoro ed al pane nel paese con più disoccupazione di Europa.

Perché mentono così sfacciatamente i mass media dell’impero?

Quelli che gestiscono questi media, s’impegnano ad ingannare ed abbruttire il mondo con le grossolane bugie, pensando forse che costituisce una risorsa principale per mantenere il sistema globale di dominazione e saccheggio imposto, ed in modo particolare alle vittime vicine alla sede della metropoli, i quasi seicentomilioni di latinoamericani e caraibici che vivono in questo emisfero.

La repubblica sorella del Venezuela è diventata l’obiettivo fondamentale di quella politica. La ragione è ovvia. Senza il Venezuela, l’impero avrebbe imposto il trattato di libero commercio a tutti i popoli del continente che ci sono al Sud degli Stati Uniti, dove si trovano le maggiori riserve di terra, acqua dolce, e minerali del pianeta, così come grandi risorse energetiche che, somministrate con spirito solidario verso gli altri popoli del mondo, costituiscono risorse che non possono né devono cadere nelle mani delle multinazionali che impongono un sistema suicida ed infame.

Basta, per esempio, guardare la cartina geografica per capire la criminale spoliazione che significò per Argentina toglierle un pezzo del suo territorio nell’estremo sud del continente. Lì hanno impiegato i britannici, il loro decadente apparato militare per uccidere inesperti reclute argentine che indossavano le uniformi estive mentre si era già in pieno inverno. Gli Stati Uniti ed il loro alleato Augusto Pinochet diedero all’Inghilterra uno supporto svergognato. Adesso, alla vigilia dell’Olimpiade di Londra, il loro primo ministro David Cameron proclama anche, come lo aveva già fatto Margaret Tatcher, il loro diritto di usare i sottomarini nucleari per uccidere gli argentini. Il governo di quel paese non sa che il mondo è in cambiamento, e il disprezzo del nostro emisfero e della maggioranza dei popoli verso gli oppressori aumenta ogni giorno.

Il caso delle Malvine non è l’unico. Qualcuno conosce per caso come finirà il conflitto in Afghanistan? Pochi giorni fa i soldati statunitensi oltraggiavano i cadaveri dei combattenti afgani, uccisi dai bombardieri senza pilota della NATO.

Tre giorni fa un’agenzia europea pubblicò che “il presidente afgano Hamid Karzai, diede il suo avallo ad un negoziato di pace con i Talebani, sottolineando che questo fatto deve essere risolto dai cittadini dello stesso paese”.

Poi aggiunse: “… il processo di pace e riconciliazione appartiene alla nazione afgana e nessun paese o organizzazione straniera può togliere agli afgani questo diritto.”

D’altra parte, un comunicato pubblicato dalla nostra stampa comunicava da Parigi che “Francia sospese oggi tutte le operazioni di formazione ed aiuto al combattimento in Afghanistan e minacciò con anticipare il ritiro delle truppe, dopo che un soldato afgano ultimasse quattro militari francesi nella valle Tgahab, della provincia di Kapisa […] Sarkozy diede istruzioni al ministro di difesa Gerard Longuet per spostarsi immediatamente a Kabul, e vide la possibilità di un ritiro anticipato del contingente.”

Sparita l’URSS ed il Campo Socialista, il governo degli Stati Uniti concepiva che Cuba non poteva sostenersi. George W. Bush aveva già preparato un governo controrivoluzionario per presiedere il nostro paese. Lo stesso giorno che Bush iniziò la sua criminale guerra contro l’Iraq, io chiesi alle autorità del nostro paese la cessazione della tolleranza che si applicava ai capi controrivoluzionari che in quei giorni chiedevano istericamente un’invasione contro Cuba. In realtà la loro attitudine costituiva un atto di tradimento alla Patria.

Bush e le sue stupidaggini imperarono durante otto anni e la Rivoluzione cubana ha perdurato ormai da più di mezzo secolo. La frutta matura non è caduta nel seno dell’impero. Cuba non sarà una forza in più con cui potrà allargarsi l’impero sui popoli d’America. Il sangue di Martì non si è versato invano.

Domani pubblicherò un’altra Riflessione come complemento di quest’ultima.

LINK:  La fruta que no cayó

DA: Prensa Latina -Agenzia di Stampa LatinoAmericana

Venezuela: La minaccia del buon esempio?

di: Eva Golinger

Washington non ha mai nascosto il suo disprezzo per il presidente del Venezuela Chavez e i  mass media hanno trasformato un leader democratico in un dittatore. Il Venezuela rappresenta davvero una minaccia per gli Stati Uniti o tutto questo clamore mediatico è solo una scusa per un cambiamento di regime? 

[NOTA: ho accompagnato il presidente Chavez nel suo ultimo viaggio in Iran ad  ottobre 2010 e posso attestare il legittimo rapporto tra entrambe le nazioni. Non abbiamo fatto visita agli impianti nucleari,  abbiamo invece visitato i cantieri per edifici residenziali che sono stati successivamente utilizzati come modello per un programma di edilizia residenziale pubblica attualmente in corso in Venezuela, in joint venture con l'Iran. Ho anche visitato personalmente, diversi anni fa, la fabbrica  iraniana-venezuelana di trattori a Bolivar  e ne ho anche guidato uno. Posso  dire con certezza che non era nè radioattivo né era una copertura per una bomba atomica.]

La visita del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad in America Latina questa settimana ha causato  frenesia a Washington. Il pensiero che il Nemico numero 1 degli Stati Uniti fosse a poche miglia di distanza, a sud del confine,ad  ingraziarsi le nazioni un tempo dominate dalla agenda di Washington, era troppo da sopportare per un governo che cerca disperatamente di isolare l’Iran e sbarazzarsi della nazione persiana della Rivoluzione islamica. 

I giorni prima dell’arrivo di Ahmadinejad in Venezuela, la sua prima tappa di un tour che lo porterà a visitare altre quattro nazioni latinoamericane, il Dipartimento di Stato americano ha avvertito la regione di ricevere il presidente iraniano e di rafforzare i legami, mentre Washington stava intensificando le sanzioni contro l’Iran e l’aumento della pressione sul governo di Ahmadinejad. Come segno della sua severità, Washington ha anche espulso un diplomatico venezuelano che lavorava come console generale a Miami, per presunti collegamenti ad un infondato complotto iraniano contro gli Stati Uniti.

Il presidente del Venezuela Hugo Chavez ha liquidato gli avvertimenti di Washington come le parole di un “impero ridicolo” che non “ci domina più in America Latina”. “Siamo nazioni sovrane”, ha chiarito Chavez, mentre riceveva il  Presidente iraniano a braccia aperte. Chavez ha anche ironizzato riguardo le accuse di Washington che il rapporto iraniano-venezuelano  rappresenti una minaccia per gli Stati Uniti.

“Ci accusano in continuazione di piani per attaccare gli Stati Uniti. Dicono che stiamo costruendo una bomba per lanciarla contro Washington. Vedete quella collina lì ? Quella collina adesso si aprira’ e ne uscira’ un’enorme bomba atomica  che io e il presidente Ahmadinejad  lanceremo contro la Casa Bianca”, ha scherzato il presidente Chavez  con i giornalisti che erano giunti al palazzo presidenziale per la visita del presidente iraniano.

“La sola guerra che il Venezuela e l’Iran stanno conducendo insieme è la guerra contro la fame, contro la povertà, contro l’esclusione”, ha chiarito Chavez in tono severo.

Da anni ormai, i funzionari del governo degli Stati Uniti, gli analisti esterni, i  think tank, i consulenti del governo e i commentatori dei media hanno lanciato allucinanti accuse contro il Venezuela, sostenendo che la nazione sudamericana stia costruendo basi missilistiche con l’Iran per pianificare attacchi contro gli Stati Uniti e campi di addestramento terroristici dove ospitare i membri di Al Qaeda, Hezbollah e la Guardia Rivoluzionaria Iraniana. Queste affermazioni assurde si spingono fino ad asserire che  le joint venture venezuelane-iraniane, come fabbriche di auto e biciclette e centrali del latte non servano ad altro se non a nascondere  i siti segreti sotterranei per l’ arricchimento dell’uranio delle bombe nucleari da lanciare contro gli Stati Uniti. Anche un volo commerciale tra Caracas e Teheran è stato rivendicato da questi “analisti” degli Stati Uniti e da alcuni membri del Congresso, come Connie Mack e Ileana Ros-Lehtinen (entrambi repubblicani della Florida), come un “volo del terrore” per il trasporto di “materiali radioattivi” e “terroristi”.

Quanto ridicole possono sembrare le accuse Washington contro il Venezuela, tali accuse, pericolose e prive di fondamento, vengono utilizzate per amplificare le ostilità contro la nazione sudamericana, incanalare milioni di dollari di finanziamenti ai gruppi anti-Chavez  nel tentativo di destabilizzare il governo venezuelano e di perpetuare ulteriormente una campagna mediatica atta a demonizzare il capo di Stato venezuelano, raffigurando questo paese produttore di petrolio come una dittatura.

Nel corso degli ultimi anni, mentre  si intensifica la campagna contro il Venezuela,il  gergo comune nei mass media, riferendosi al Presidente Chavez,  comprende termini come “dittatore”, “autoritario”, “tiranno”, “terrorista”, “minaccia” e ritrae il paese latino-americano come uno “stato fallito” dove i diritti umani sono costantemente “violati” e la libertà di espressione è inesistente. Chiunque abbia visitato il Venezuela durante l’amministrazione Chavez sa che non solo non esiste alcuna dittatura, ma la democrazia è aperta, vivace e partecipativa, fiorisce la libertà di parola e i venezuelani godono di una maggiore garanzia dei diritti umani rispetto ai loro vicini del nord degli Stati Uniti. Ai mezzi di comunicazione è necessario ricordare che il presidente Chavez è stato eletto con oltre il 60% dei voti nei trasparenti processi elettorali, con l’80% di partecipazione elettorale certificata da osservatori internazionali.

Come  ha sottolineato di recente il presidente Chavez, il governo venezuelano sta investendo ogni anno di più in programmi sociali e in misure contro la povertà , mentre paesi come gli Stati Uniti stanno tagliando i servizi sociali. In Venezuela, la povertà è stata ridotta di oltre il 50% negli ultimi dieci anni, grazie alle politiche sociali dell’amministrazione Chavez, mentre negli Stati Uniti, 1 bambino su 5 vive attualmente in condizioni di estrema povertà. La disoccupazione, a dicembre 2011,  in Venezuela era al 6,5% rispetto all’8,5 % degli USA. L’esclusione, la mancanza di opportunità, l’astensione degli elettori ed  altre piaghe sociali sono in continuo aumento negli Stati Uniti.

“Obama, non pensarci più. Fatti gli affari tuoi e prenditi cura del tuo paese, dove  hai un sacco di problemi “, ha suggerito il presidente Chavez durante un recente discorso. Chavez è stato anche pronto a sottolineare che Obama ha appena tagliato l’ assistenza federale  per il gasolio necessario per il riscaldamento  delle famiglie a basso reddito, lasciando migliaia di persone a soffrire in questo gelido inverno, dovendo scegliere tra cibo o calore. Nel frattempo, il governo venezuelano ha appena rinnovato e ampliato il suo programma di assistenza relativo al gasolio per il riscaldamento domestico alle comunità negli Stati Uniti attraverso la Citgo. Negli ultimi 7 anni, la società venezuelana Citgo è stata l’unica società petrolifera negli Stati Uniti disposta a fornire a costi ridotti il gasolio per la casa a chi ne aveva bisogno. E ‘ironico che il governo venezuelano stia aiutando le persone negli Stati Uniti mentre il governo degli Stati Uniti e le sue imprese si rifiutano di farlo.

VENEZUELA & IRAN: LA MINACCIA REALE

Il rapporto tra il Venezuela e l’Iran può causare allarme in alcuni ambienti a Washington, ma non per i motivi descritti dai media. Come membri fondatori dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) nel 1960, il Venezuela e l’Iran hanno condiviso stretti rapporti da decenni. Entrambi i paesi hanno interessi strategici in tutto il mondo. Tuttavia, non è da poco tempo che queste relazioni vadano oltre i semplici interessi energetici.

L’entrata dell’Iran in America Latina come partner commerciale, insieme a Cina e Russia, è la vera minaccia per l’egemonia statunitense nella regione. Le  società statunitensi che hanno monopolizzato l’emisfero per oltre un secolo, vengono ora sostituite da imprese asiatiche, mediorientali ed europee disposte a fornire offerte più allettanti a paesi come il Venezuela. Gli accordi con l’Iran, per esempio, includono il trasferimento di tecnologia e non solo l’acquisto dei prodotti. Le fabbriche iraniane di automobili  in Venezuela non si limitano solo all’assemblaggio di un prodotto iraniano. Gli accordi prevedono infatti che esse forniscano ai venezuelani l’abilità tecnica per la produzione di vetture, dalle materie prime al prodotto finito. Questo è essenziale per assicurare sviluppo,crescita e stabilità economica a lungo termine.

Le false accuse contro il Venezuela di terrorismo e di essere un paese guerrafondaio – nessuna delle quali è mai stata suffragata da prove reali – sono tentativi pericolosi per spaventare l’opinione pubblica nel giustificare un qualche tipo di aggressione contro una nazione pacifica. Il Venezuela non ha mai invaso, aggredito, minacciato o intervenuto in un altro paese, né ha bombardato e assassinato i cittadini di altre nazioni. Il Venezuela ha una politica di pace e non hai mai infranto o violato questa promessa.

Il Venezuela ha anche il diritto sovrano di intraprendere relazioni con le altre nazioni come meglio crede e di sviluppare le proprie politiche interne per favorire il benessere della sua gente. Questa sembra essere la più grande minaccia agli Stati Uniti.

LINK:  Venezuela: The Threat of a Good Example?

DI: Coriintempesta

La marcia verso l’abisso

di: Fidel Castro Ruz

Non è questione di ottimismo o pessimismo, sapere o ignorare cose elementari, essere responsabili o no degli avvenimenti. Quelli che pretendono considerarsi politici dovrebbero essere lanciati nella spazzatura della storia quando, come è norma, di questa attività ignorano tutto o quasi tutto quello che a cui fa riferimento.

Non parlo ovviamente di quelli che durante vari millenni trasformarono i temi  pubblici in strumenti di potere e ricchezze per le classi privilegiate, attività nella quale i record di crudeltà sono stati imposti durante gli ultimi otto o diecimila anni e su questo esistono prove certe della condotta sociale della nostra specie, la cui esistenza come esseri pensanti, secondo gli scienziati, appena oltrepassa i 180 mila anni.

Non è mio proposito imbottigliarmi in questi temi che sicuramente annoierebbero quasi al 100% delle persone continuamente bombardate con notizie attraverso mezzi che vanno dalla parola scritta fino alle immagini tridimensionali che cominciano ad esibirsi in costosi cinema, e non è lontano il giorno in cui predomineranno nella televisione, che già di per se, produce favolose immagini. Non è casuale che la chiamata industria dello svago abbia la sua sede nel cuore dell’impero che tiranneggia tutti.

Quello che pretendo è situarmi nel punto di partenza attuale della nostra specie per parlare della marcia verso l’abisso. Potrei parlare perfino di una marcia “inesorabile” e sarebbe sicuramente più vicino alla realtà. L’idea di un giudizio finale è implicita nelle dottrine religiose più diffuse tra gli abitanti del pianeta, senza che nessuno li qualifichi per questo come pessimisti. Considero, al contrario, dovere elementare di tutte le persone serie e sagge che sono milioni, lottare per posporre e, forse ostacolare, questo drammatico e prossimo avvenimento nel mondo attuale.

Numerosi pericoli ci minacciano, ma due di questi, la guerra nucleare ed il cambiamento climatico, sono decisivi ed ambedue sono sempre più lontani dall’avvicinamento ad una soluzione.

La tiritera demagogica, le dichiarazioni ed i discorsi della tirannia imposta al mondo dagli Stati Uniti ed i suoi poderosi ed incondizionati alleati, in entrambi i temi, non ammettono il minore dubbio al riguardo.

Il 1° gennaio 2012, anno nuovo occidentale e cristiano, coincide con l’anniversario del trionfo della Rivoluzione in Cuba e l’anno in cui si compie il 50° Anniversario dalla Crisi di Ottobre del 1962, che portò il mondo sull’orlo della guerra mondiale nucleare, fatto che mi obbliga a scrivere queste linee.

Le mie parole non avrebbero senso se avessi come obbiettivo imputare alcuna colpa al popolo nordamericano, od a quello di qualunque altro paese alleato degli Stati Uniti nell’insolita avventura; loro, come gli altri popoli del mondo, sarebbero le vittime inevitabili della tragedia. Fatti recenti accaduti in Europa ed in altri luoghi mostrano le indignazioni di massa di quelli a cui la disoccupazione, la carestia, le riduzioni delle loro entrate, i debiti, la discriminazione, le bugie e la politica, conducono alle proteste ed alle brutali repressioni dei guardiani dell’ordine stabilito.

Con frequenza crescente si parla di tecnologie militari che colpiscono la totalità del pianeta, unico satellite abitabile conosciuto a centinaia di anni luce da un altro che forse risulti adeguato se ci muoviamo alla velocità della luce, trecento mila chilometri per secondo.

Non dobbiamo ignorare che se la nostra meravigliosa specie pensante sparisse trascorrerebbero molti milioni di anni prima che ne sorga nuovamente un’altra capace di pensare, in virtù dei principi naturali che dirigono la natura stessa, come conseguenza dell’evoluzione delle specie, scoperta da Darwin in 1859 e che oggi riconoscono tutti gli scienziati seri, credenti o non credenti.

Nessuna altra epoca della storia dell’uomo conobbe gli attuali pericoli che affronta l’umanità. Persone come me, con 85 anni compiuti, eravamo approdati ai 18 col titolo di un diploma prima che finisse l’elaborazione della prima bomba atomica.

Oggi degli artefatti di questo carattere pronti per il loro impiego -incomparabilmente più poderosi di quelli che produssero il calore del sole sulle città di Hiroshima e Nagasaki – ce ne sono a migliaia.

Le armi di questo tipo che si mettono in magazzini aggiuntivamente, addizionate a quelle già dichiarate in virtù di accordi, raggiungono cifre che superano i venti mila proiettili nucleari.

L’impiego di appena un centinaio di queste armi sarebbe sufficiente per creare un inverno nucleare che provocherebbe in breve tempo una morte spaventosa per tutti gli esseri umani che abitano il pianeta, come ha spiegato brillantemente e con dati digitali lo scienziato nordamericano e professore dell’Università di Rutgers, in New Jersey, Alan Robock.

Quelli che vogliono leggere le notizie ed analisi internazionali serie, conoscono come i rischi dell’esplosione di una guerra con impiego di armi nucleari si incrementano man mano che la tensione cresce nel Vicino Oriente, dove nelle mani del governo israelita si accumulano centinaia di armi nucleari in piena disposizione combattiva, ed il cui carattere di forte potenza nucleare né si ammette né si nega. Cresce ugualmente la tensione intorno alla Russia, paese di indiscutibile capacità di risposta, minacciata da un ipotetico scudo nucleare europeo.

Mi fa ridere l’affermazione yankee che lo scudo nucleare europeo è per proteggere anche la Russia dall’Iran e dalla Corea del Nord. Tanto debole è la posizione yankee in questo delicato tema che neanche il suo alleato Israele si prende il disturbo di garantire consultazioni previe su misure che possano far scoppiare la guerra.

L’umanità, invece, non gode di nessuna garanzia. Lo spazio cosmico, nelle prossimità del nostro pianeta, è saturo di satelliti degli Stati Uniti destinati a spiare quello che succede perfino nelle terrazze delle abitazioni di qualunque nazione del mondo. La vita ed abitudini di ogni persona o famiglia sono passate ad essere oggetto di spionaggio; l’ascolto di centinaia di milioni di cellulari, ed il tema delle conversazioni che abbordi qualunque utente in qualunque parte del mondo smette di essere privato per trasformarsi in materiale di informazione per i servizi segreti degli Stati Uniti.

Questo è il diritto che continua a rimanere ai cittadini del nostro mondo in virtù degli atti di un governo la cui costituzione, promossa nel Congresso di Filadelfia nel 1776, stabiliva nonostante che gli uomini nascevano liberi ed uguali ed a tutti concedeva loro il Creatore determinati diritti, dei quali non le rimane già, né agli stessi nordamericani né a nessun cittadino del mondo, quello di comunicare per telefono a familiari ed ad amici i suoi sentimenti più intimi.

La guerra, tuttavia, è una tragedia che può succedere, ed è molto probabile che succeda; in più, se l’umanità fosse capace di ritardarla un tempo indefinito, un altro fatto altrettanto drammatico sta succedendo già con crescente ritmo: il cambiamento climatico. Mi limiterò a segnalare quello che eminenti scienziati ed espositori di rilievo mondiale hanno spiegato attraverso documenti e film che nessuno discute.

È ben conosciuto che il governo degli Stati Uniti si è opposto agli accordi di Kyoto sull’ecosistema, una linea di condotta che neanche conciliò coi suoi più vicini alleati, i cui territori soffrirebbero tremendamente ed alcuni dei quali, come l’Olanda, sparirebbero quasi interamente.

Il pianeta cammina oggi senza politica su questo grave problema, mentre i livelli del mare si alzano, le enormi cappe di ghiaccio che coprono l’Antartide e la Groenlandia, dove si accumula più del 90% dell’acqua dolce del mondo, si sciolgono con crescente ritmo, e già l’umanità, il passato 30 novembre 2011, ha raggiunto ufficialmente la cifra di 7 mila milioni di abitanti, che nelle aree più povere del mondo continua a crescere in forma sostenuta ed inevitabile. È che per caso quelli che si sono dedicati a bombardare paesi ed ammazzare milioni di persone durante gli ultimi 50 anni possono preoccuparsi per il destino degli altri popoli?

Gli Stati Uniti sono oggi non solo il promotore di quelle guerre, ma anche il maggiore produttore ed esportatore di armi nel mondo.

Come è conosciuto, questo poderoso paese ha sottoscritto un accordo per somministrare 60 mila milioni di dollari nei prossimi anni al regno dell’Arabia Saudita, dove le multinazionali degli Stati Uniti ed i suoi alleati estraggono ogni giorno 10 milioni di barili di petrolio leggero, cioè, mille milioni di dollari in combustibile. Che cosa sarà di questo paese e della regione quando queste riserve di energia si esauriscano? Non è possibile che il nostro mondo globalizzato accetti senza protestare il colossale spreco di risorse energetiche che la natura tardò centinaia di milioni di anni a creare, e la cui dilapidazione rincara i costi essenziali. Non sarebbe in assoluto degno del carattere intelligente attribuito alla nostra specie.

Negli ultimi 12 mesi tale situazione si aggravò considerevolmente a partire dai nuovi avanzamenti tecnologici che, lontano da alleviare la tragedia proveniente dallo spreco dei combustibili fossili, l’aggrava considerevolmente.

Scientifici ed investigatori di prestigio mondiale venivano segnalando le conseguenze drammatiche del cambiamento climatico.

In un eccellente documentario del direttore francese Yann Arthus-Bertrand, intitolato ‘Home’, ed elaborato con la collaborazione di prestigiose e ben informate personalità internazionali, reso pubblico a metà dell’anno 2009, mostrò al mondo con dati irrefutabili quello che stava succedendo. Con solidi argomenti esponeva le conseguenze nefaste di consumare, in meno di due secoli, le risorse energetiche create dalla natura in centinaia di milioni di anni; ma la cosa peggiore non era il colossale spreco, bensì le conseguenze suicide che avrebbe avuto per la specie umana. Riferendosi alla stessa esistenza della vita, rimproverava alla specie umana: ‘…Stai utilizzando un favoloso lascito di 4 000 milioni di anni somministrato dalla Terra.

Hai solamente 200 000 anni, ma hai già cambiato la faccia del mondo.”

Non incolpava né poteva incolpare nessuno fino a questo punto, segnalava semplicemente una realtà obiettiva. Tuttavia, oggi dobbiamo incolparci tutti quelli che lo sappiamo e non facciamo niente per tentare di rimediarlo.

Nelle sue immagini e concetti, gli autori di questa opera includono memorie, dati ed idee che abbiamo il dovere di conoscere e prendere in considerazione.

In mesi recenti, un altro favoloso materiale filmico esibito è stato ‘Oceanos’, elaborato da due registi francesi, considerato il migliore film dell’anno a Cuba; forse, a mio giudizio, il migliore di questa epoca.

È un materiale che stupisce per la precisione e bellezza delle immagini mai prima filmate da nessuna telecamera: 8 anni e 50 milioni di euro sono stati investiti per produrlo. L’umanità dovrà ringraziare per questa prova della forma in cui si presentano i principi della natura adulterati dall’uomo. Gli attori non sono esseri umani: sono quelli che popolano i mari del mondo. Un Oscar per loro!

Quello che motivò il dovere di scrivere queste linee non sorse dai fatti riferiti fino a qui, che di una forma o un’altra ho commentato anteriormente, bensì di altri che, manipolati dagli interessi delle multinazionali, stanno uscendo alla luce in piccole dosi negli ultimi mesi e servono secondo me come prova definitiva della confusione e del caos politico che impera nel mondo.

Appena alcuni mesi fa lessi per la prima volta alcune notizie sull’esistenza del gas di scisto. Si leggeva che gli Stati Uniti disponevano di riserve per supplire le loro necessità di questo combustibile per 100 anni. Dal momento che dispongo attualmente di tempo per indagare su temi politici, economici e scientifici che possono essere realmente utili ai nostri popoli, mi comunicai discretamente con varie persone che risiedono a Cuba o all’estero del nostro paese. Curiosamente, nessuna di queste aveva ascoltato una parola sul tema. Non era naturalmente la prima volta che questo succedeva. Uno si meraviglia di fatti importanti di per sé che si nascondono in un vero mare di informazioni, mischiate con centinaia o migliaia di notizie che circolano per il pianeta.

Ho persistito, nonostante, nel mio interesse sul tema. Sono trascorsi solo vari mesi ed il gas di scisto non è già notizia. In vigilis del nuovo anno si conoscevano già sufficienti dati per vedere con ogni chiarezza la marcia inesorabile del mondo verso l’abisso, minacciato da rischi tanto eccessivamente gravi come la guerra nucleare ed il cambiamento climatico. Del primo, parlai già; del secondo, in onore della brevità, mi limiterò ad esporre dati conosciuti ed alcuni per conoscere che nessun quadro politico o persona sensata deve ignorare.

Non vacillo nell’affermare che osservo entrambi i fatti con la serenità degli anni vissuti, in questa spettacolare fase della storia umana che hanno contribuito all’educazione del nostro popolo coraggioso ed eroico.

Il gas si misura in TCF, che possono riferirsi a piedi cubi o metri cubi -non sempre si spiega se è uno o l’altro – dipende dal sistema di misure che si applichi in un determinato paese. D’altra parte, quando si parla di miliardi normalmente si riferiscono al miliardo spagnolo che significa un milione di milioni; tale cifra in inglese si qualifica come trilione cosa deve tenersi in conto quando si analizzano le quantità riferite al gas che normalmente sono in volumi. Tenterò di segnalarlo quando sia necessario.

L’analista nordamericano Daniel Yergin, autore di un voluminoso classico di storia del petrolio affermò, secondo l’agenzia di notizie IPS che già un terzo di tutto il gas che si produce negli Stati Uniti è gas di scisto.

‘..lo sfruttamento di una piattaforma con sei pozzi può consumare 170.000 metri cubi di acqua e perfino provocare effetti dannosi come avere influenza su movimenti sismici, inquinare acque sotterranee e superficiali, e colpire il paesaggio’.

Il gruppo britannico BP informa da parte sua che ‘le riserve provate di gas convenzionale o tradizionale nel pianeta sommano 6.608 miliardi -milioni di milioni- di piedi cubi, circa 187 miliardi di metri cubi, […] ed i depositi più grandi sono in Russia (1.580 TCF), Iran (1.045), Qatar (894), ed Arabia Saudita e Turkmenistan, con 283 TCF ognuno’. Si tratta del gas che si veniva producendo e commercializzando.

‘Uno studio dell’EIA –un’agenzia governativa degli Stati Uniti sull’energia- pubblica in aprile del 2011 che trovò praticamente lo stesso volume (6.620 TCF o 187,4 miliardi di metri cubi) di shale gas ricuperabile in appena 32 paesi, ed i giganti sono: Cina (1.275 TCF), Stati Uniti (862), Argentina (774), Messico (681), Sudafrica (485) ed Australia (396 TCF)”. Shale gas è il gas di scisto. Si osservi che d’accordo a quello che si conosce, Argentina e Messico ne possiedono quasi quanto gli Stati Uniti. Cina, coi maggiori giacimenti, possiede riserve che equivalgono quasi al doppio di questi ed un 40% in più degli Stati Uniti.

‘…paesi da secoli dipendenti di fornitori stranieri conterebbero su un’ingente base di risorse in relazione col loro consumo, come Francia e Polonia che importano 98 e 64%, rispettivamente, del gas che consumano, e che avrebbero in rocce di scisto o “lutite” riserve superiori a 180 TCF ognuno.”

‘Per estrarre le ‘lutite” -segnala IPS- si ricorre ad un metodo battezzato ‘fracking ‘ (frattura idraulica), con l’iniezione di grandi quantità di acqua con sabbie ed additivi chimici. L’impronta di carbonio (proporzione di biossido di carbonio che libera nell’atmosfera) è molto maggiore che quella generata con la produzione di gas convenzionale.

‘Quando si tenta di bombardare cappe della crosta terrestre con acqua ed altre sostanze, si incrementa il rischio di danneggiare il sottosuolo, suoli, cappe idriche sotterranee e superficiali, il paesaggio e le vie di comunicazione se le installazioni per estrarre e trasportare la nuova ricchezza presentano difetti o errori di maneggio’.

Basti segnalare che tra le numerose sostanze chimiche che si iniettano con l’acqua per estrarre questo gas si trovano il benzene ed il toluene che sono sostanze terribilmente cancerogene

L’esperto Lourdes Melgar, dell’Istituto Tecnologico e degli Studi Superiori di Monterrey, pensa che:

‘È una tecnologia che genera molto dibattito e sono risorse ubicate in zone dove non c’è acqua ‘….

‘Le lutite gassose -afferma IPS- sono cave di idrocarburi non convenzionali, incagliate in rocce che le proteggono, per questo si applica la frattura idraulica (conosciuta in inglese come ‘fracking ‘) per liberarle a grande scala.”

“La generazione di gas shale include alti volumi di acqua e lo scavo e frattura generano grandi quantità di residui liquidi che possono contenere chimici sciolti ed altri agenti inquinanti che richiedono un trattamento prima di essere buttato.”

“La produzione di scisto saltò da 11.037 milioni di metri cubi nel 2000 a 135.840 milioni nel 2010. Nel caso che l’espansione continui questo ritmo, nel 2035 arriverà a coprire il 45% della domanda di gas generale, secondo l’EIA.

“Investigazioni scientifiche recenti hanno allertato sul profilo ambientale negativo del gas lutite.

“L’accademico Robert Howarth, Renee Santoro ed Anthony Ingraffea, dell’Università statunitense di Cornell, conclusero che questo idrocarburo è più inquinante del petrolio ed il gas, secondo il loro studio ‘Metano e l’impronta di gas ad effetto serra del gas naturale proveniente da formazioni di shale ‘, pubblicato nell’aprile scorso sulla rivista Climatic Change.

“‘L’orma carbonica è maggiore che quella del gas convenzionale o il petrolio, visti in qualunque orizzonte temporaneo, ma particolarmente in un lasso di 20 anni. Comparata col carbone, è almeno un 20% maggiore e forse più del doppio in 20 anni’, risaltò la relazione.”

“Il metano è uno dei gas ad effetto serra più inquinanti, responsabili dell’aumento della temperatura del pianeta.”

“‘In aree attive di estrazione (uno o più pozzi in un chilometro), le concentrazioni medie e massime di metano in pozzi di acqua potabile si incrementarono con prossimità al pozzo gassoso più vicino e furono un pericolo di esplosione potenziale ‘, cita il testo scritto da Stephen Osborn, Avner Vengosh, Nathaniel Warner e Robert Jackson, della Università statale di Duke.

“Questi indicatori mettono in discussione l’argomento dell’industria che lo scisto può sostituire il carbone nella generazione elettrica e, pertanto, una risorsa per mitigare il cambiamento climatico.

“‘È un’avventura troppo prematura e rischiosa ‘.”

“Nell’aprile del 2010, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha messo in moto l’Iniziativa Globale di Gas Shale per aiutare i paesi che cercano approfittare di questa risorsa per identificarlo e svilupparlo, con un eventuale beneficio economico per le multinazionali di quella nazione.”

Sono stato inevitabilmente esteso, non avevo un’altra opzione. Redigo queste linee per il sito web Cubadebate e per Telesur, una delle emittenti di notizie più serie ed oneste del nostro rassegnato mondo.

Per abbordare il tema ho lasciato passare i giorni festivi del vecchio e del nuovo anno.

LINK: La marcha hacia el abismo

TRADUZIONE DI: Prensa Latina -Agenzia di Stampa LatinoAmericana

I tentacoli dei neoconservatori: da Hitler ad Obama

Articolo inviato al blog
di: Stefano Zecchinelli
Anche all’inferno le case non sono tutte brutte
Ma la paura di essere gettati per strada
divora gli abitanti delle ville non meno
di quelli delle baraccheBertolt Brecht
Al futuro o al passato, a un tempo in cui il pensiero sia libero, gli uomini siano gli uni diversi dagli altri e non vivano in solitudine… a un tempo in cui la verità esista e non sia possibile disfare ciò che è stato fatto:
Dall’età dell’uniformità, dall’età della solitudine, dall’età del Grande Fratello, dall’età del bispensiero…
Salve!”  George Orwell
‘La mia fede nell’avvenire comunista del genere umano non è meno ardente, anzi è ancora più salda, che nei giorni della mia giovinezza.
Natascia si è appena avvicinata alla finestra che dà sul cortile, e l’ha aperta in modo che l’aria entri più liberamente nella mia stanza. Posso vedere la lucida striscia verde dell’erba ai piedi del muro, e il limpido cielo azzurro al disopra del muro, e sole dappertutto.
La vita è bella. Possano le generazioni future liberarla da ogni male, oppressione e violenza, e goderla in tutto il suo splendore’Leon Trotsky
1. In un recentissimo articolo ‘’Karol Woytila: da Hitler a Bush’’ 1, mi sono premurato per grandi linee di tracciare un filo nero che collega la teologia dell’Opus Dei alla filosofia dei neoconservatori americani.
In questo intervento, invece, voglio approfondire il discorso sul neoconservatorismo cercando di rivenire le sue radici filosofiche e politiche. Il discorso ovviamente è molto complesso, e richiede delle ricerche che non possono essere circoscritte ad un solo articolo-saggio.
Per prima cosa cercherò di chiarire che cosa è stato (e cosa è) il neoconservatorismo, cosa di per sé, molto difficile.
2. Come disse uno di loro, Irving Krinstol, ex intellettuale di sinistra, il prefisso ‘’neo’’ indica una novità, dato che molti neoconservatori erano in passato  liberal o attivisti nella ‘’Nuova sinistra’’.
Volendo dare una definizione rapida il neoconservatorismo è una dottrina politica che avversa lo stato sociale a favore della privatizzazione selvaggia delle risorse e addirittura degli stati, violentemente anticomunista, e in politica estera è contrassegnata da un forte occidentalismo. Tutte cose che approfondiremo a breve.
Adesso voglio provare ad individuare le origini storiche del movimento.
3. Uno dei primi teorici del controllo mediatico delle masse è stato il comunista Willi Munzenberg il quale costruì una sorta di ‘’impero’’ (questo termine ovviamente va contestualizzato) mediatico.
Questo teorico del movimento operaio fece una grande propaganda a difesa della Rivoluzione d’ottobre, denunciò l’assassinio di Sacco e Vanzetti, fece il possibile per far ricadere la colpa dell’incendio del Parlamento tedesco sui nazisti, insomma tutte cose molto nobili che richiederebbero uno studio a parte.
Munzenberg, anticipando Orwell e la neo-lingua, convinse buona parte dell’opinione pubblica che l’incendio del Parlamento era opera dei nazisti, accusando questi ultimi, e quindi rispondendo ad una accusa con una accusa.
Ma il vero merito di questo teorico è quello di aver compreso la necessità di avere dalla propria parte gli intellettuali, i quali, vanitosi e bramosi di gloria, si fanno tenere sotto controllo con il denaro e le lusinghe.
Un altro teorico di questa materia è Edward Bernays, nipote di Freud, che scrisse un manuale intitolato‘’Propaganda’’, ed il titolo del primo capitolo è rivelatore: ”Organizzare il caos”.
Manipolando il consenso, creando un senso comune fasullo, si crea un governo invisibile, e si dirigono le forze di classe a sbattere contro un muro; queste cose saranno alla base della Operazione Chaos, e della strategia delle Commissione Trilaterale molti anni dopo.
Bernays nel 1947, quando negli Usa iniziava la caccia alla streghe del maccartismo, pubblicò un altro libro ‘’La costruzione del consenso’’, poi preso in esame da Chomsky, che spiegò (Chomsky), come la psicologia sia fondamentale, per dare alle masse un nemico falso.
Un altro punto centrale degli studi, contrapposti politicamente, di Munzenberg e Bernays, è la figura del capo: tutte cose di grande importanza trattate in letteratura da Thomas Mass, Elias Canetti (cito‘’Masse e potere’’), ed aggiungerei anche Brecht ed Orwell.
Dopo la fine della seconda guerra mondiale molte tecniche adottate dal dirigente comunista tedesco furono utilizzate dagli Usa. Frances Stonor Saunders nel libro ‘’Chi conduce la danza? La CIA e la guerra fredda culturale” spiega l’operazione che portò la CIA a finanziare molti intellettuali anticomunisti.
Ciò che interessava agli Usa, e questo è importantissimo, erano i comunisti antistalinisti i quali avevano collaborato con Munzenberg, ed avevano smesso di sostenere l’Urss dopo il ‘’patto di non aggressione’’ del 1939.
Gli anticomunisti liberali non avevano bisogno di essere fomentati, e quindi bisognava guardare a molti ex-trotskisti. Non è un caso che gente come Irving Kristol, James Burnham, Sidney Hook, e Lionel Trilling, siano passati dalla parte dell’imperialismo yankee.
Gli strateghi a stelle e strisce cercarono di dare a questi intellettuali l’immagine che la loro fosse una terra aperta al dibattito dove le forme artistiche trovavano una libera espressione; al realismo socialista, che in realtà era lo zdanovismo, fu contrapposto, giusto per citare un esempio, l’espressionismo.
Nel 1954 la CIA finanziò un festival della musica a Roma dove vennero esaltati stili musicali nuovi ed esenti da ortodossie musicali. Un ulteriore esempio è il pittore Jackson Pollock, ex comunista, che passo dalla parte del Condor garante di libertà.
Nulla da dire a questo pulviscolo di umanità; l’arte, come disse Brecht, ha il ruolo di contribuire alla emancipazione delle classi più deboli. Chi fa di questa un motivo di vanto intellettuale è bene che affoghi nella stessa spazzatura nel nazista Celine.
All’inizio degli anni ’50 l’Ufficio di Strategia Psicologica della CIA dà la direttiva di esportare in tutto il mondo gli ideali di libertà su cui si fonda la terra del Condor; vediamo che si gettano le basi, che caratterizzeranno il nuovo mondo unipolare, e il carattere messianico dell’impero yankee.
Secondo Donald Jameson la CIA deve ristudiare, e ha ristudiato (e studia), la teoria di Gramsci sull’egemonia culturale; quindi le classi dominanti devono guadagnarsi il consenso attraverso la persuasione, egemonizzando culturalmente, ed eticamente le masse.
E’ necessario creare movimenti popolari gonfi di ‘’falsa coscienza’’ borghese per poi rivolgerle contro un falso nemico, fargli vivere una astrazione; questo, e i recenti avvenimenti lo dimostrano, è reso più facile da internet, e la presenza dei social network.
Abbiamo elementi sufficienti per iniziare a tirare le prime somme.
Quindi le borghesie (dovrei fare esplicito riferimento all’imperialismo più forte, quello americano), hanno utilizzato tutti gli strumenti del movimento operaio, hanno rapinato la classe operaia delle armi che le sue avanguardie avevano creato.

Nulla da eccepire, in fondo la borghesia nasce, anche essa, come classe rivoluzionaria. Provo ad andare oltre.
Joe Hill, militante dell’ Industrial Workers of the World il sindacato di classe Americano, nel 1912 durante uno sciopero a Lorenzo (Massachusetts) usò la musica come strumento di solidarietà fra lavoratori che provenivano da nazionalità, e quindi parlavano lingue, diverse.
Molti anni dopo, dal 15 agosto al 18 agosto 1969, si tenne il festival di Woodstock che documenti inoppugnabili dimostrano che è stato voluto dalla CIA come parte integrante dell’Operazione MK ULTRA.
La cultura hippy non ha solo distrutto, a dispetto di quello che pensano tanti cretini che giocano a fare i rivoluzionari, il movimento operaio americano, ma è stata il trampolino di lancio, penso a quel mare di letame della liberalizzazione dei costumi, per una nuova fase del capitalismo ultra-liberistica.
Il Progetto MK ULTRA consiste in usa serie di attività svolte dalla CIA, negli anni ’50 e ’60, per controllare il comportamento di determinate persone; ci sono ottime prove, che dimostrano che l’ingegneria del suono del Festival di Woodstock, potesse, in qualche modo, portare al condizionamento mentale. 2
Molto bene, è in questo drammatico scenario, che dobbiamo iniziare ad analizzare, le basi filosofiche dei neoconservatori.
4. Sono entrato nella fase più ‘’calda’’ della argomentazione: cercherò di inquadrare il pensiero filosofico di Leo Strauss, uno dei massimi ideologi neoconservatori.
Questo studio è stato fatto in parte nel mio lavoro già citato all’inizio di questo testo (quello sull’amico di Pinochet, Karol Woytila), ma è bene ritornarci.
Il pensiero politico di Strauss rielabora la categoria ‘’amico-nemico’’ di Carl Schmitt. Schmitt, nel saggio‘’Il custode della Costituzione’’, rinviene nell’articolo 48 della Costituzione tedesca, il potere da parte dello stato sovrano di sospendere la Costituzione stessa, e in vista di una minaccia esterna proclamare lo stato di eccezione. Direi che è un punto di partenza su cui è bene riflettere.
Nel 1933 Schmitt aiutò Strauss ad avere una borsa di studio alla Rockefeller Foundation, e i due rimasero in continui rapporti anche dopo la presa del potere dei nazisti.
Le teorie di Schmitt, accompagnate alla filosofia di Strauss, ebbero fortuna durante la guerra fredda; furono, diciamo così, la ‘’sovrastruttura politica’’ (solo per fare un esempio), della teoria economica della scuola di Chicago.
Il nemico esterno da abbattere era il comunismo, demonizzato attraverso l’utilizzo dei media, e della loro demoniaca neo-lingua.
Strauss, sulla scia del razzista Tocqueville, era un ateo devoto: insomma, Dio non esiste ma la chiesa e la religione sono fondamentali per moralizzare le masse tenendole buone in un angolo; insomma non farle partecipare.
Questo bel personaggio, percorrendo la strada del nichilismo filosofo del pre-nazista Nietzsche, ritiene che solo pochi eletti possono sapere la verità, ed il popolaccio è bene che si faccia da parte. Non è un caso che ‘’il loro’’ (ho orrore a mettere il nostro!) violenti il passo di Platone ‘’sulla nobile menzogna’’, e non è casuale (ma guarda un po’) che questa interpretazione verrà ritenuta valida, in ‘’Introduzione alla lettura di Hegel’’, dal suo amico (ed agente del Kgb in Francia) Alexandre Kogève.
Io ho avuto gioco facile a rinvenire dei collegamenti con la teologia dell’Opus Dei che si fonda sul principio calvinista della depravazione totale dell’uomo; gli uomini sono delle belve e hanno bisogno di essere domati dalle elite, i popoli sono belligeranti e allora hanno bisogno (ecco che torna il carattere messianico dell’impero!) di essere guidati dagli Stati Uniti d’America.
Per concludere Strauss riprende più che altro la figura di Callicle, sinistro protagonista di ‘’Il Gorgia’’ di Platone, che piaceva molto anche a Nietzsche; Callicle credeva solo nell’utilizzo cieco del potere a discapito dei più deboli.
Il cristianesimo viene fatto coincidere con l’occidentalismo, ma anche questa concezione filosofica di base è a dir poco orripilante. Come si possono fare guerre (che poi sono guerre imperialiste) in nome dello ‘’scontro di civiltà’’? I filosofi si dovrebbero rivoltare nella tomba. Dico solo che Aristotele, nella sua”Logica”, che sarà alla base della filosofia ellenica, riprende gran parte della filosofia orientale.
Concludo questa parte dicendo che l’occidentalismo è la morte dell’ellenismo, e l’ateismo devoto è un atroce assassinio del cristianesimo delle origini.
5. Chiuso il capitolo su Leo Strauss è bene approfondire, seppur in sintesi, il rapporto fra cattolicesimo (o se si vuole ateismo devoto) e capitalismo.
Già Rafael Termes, membro dell’Opus Dei, ‘’filosofo’’ ed industriale, fondatore nel 1958 in Spagna della IESA Business School, disse che il capitalismo rappresenta la vera volontà divina.
Il filo nero che collega la teologia calvinista a Max Weber, smascherato senza pietà dall’immenso filosofo marxista Gyorgy Lukàcs in ‘’La distruzione della ragione’’, e che da Marx Weber porta all’Opus Dei e a neoconservatori come Rafael Termes e Michael Novak, è davvero drammatico. Ancora una volta proverò a cogliere la radice del problema.
Intanto devo dire che il metodo weberiano, denominato metodo dell’ ‘’isolamento atomistico’’, è riduttivo perchè circoscrive l’origine del capitalismo ai soli paesi protestanti, ed europei.
Quindi, rispondendo i filosofi a pressioni sociali, riflette un po’ l’ambizione degli imperi centrali di sottrarsi all’egemonia anglo-americana, e di svolgere un ruolo di primo piano nel nuovo capitalismo globale; tentativo che poi si concretizzerà con il fascismo europeo, e Weber che ”si mette’’ (in modo figurato, intendiamoci) a braccetto con Hitler.
Non è un caso che alcuni anni prima di scrivere

‘’L’Etica protestante e lo spirito del capitalismo’’, Weber avesse denunciato la ‘’polonizzazione’’ del proletariato slesiano, provincia prussiana, accusando i signorotti locali di aver permesso la ‘’sgermanizzazione’’ delle masse.
Senza tirarla per le lunghe, e procedendo in modo schematico, per ‘’il nostro’’ (riferito a Weber) il ‘500 sarà un secolo di grandi svolte quanto al contrario il mercantilismo fonda le sue radici nel Medio Evo tagliato fuori dalla analisi del sociologo in questione. Il nostro, come ora vedremo, ha tutto l’interesse a non fare capire come il pensiero di Lutero e Calvino, trovava origine nella teologia medioevale.
Il rifiuto del razionalismo umanistico di Lutero, infatti, viene ripreso, per filo e per segno, dal teologo fiorentino Dominici e dal suo testo ‘’Lucula noctis’’. Per Lutero direi che basta questo.
Calvino, al pari di altri teologi del capitalismo come Grozio e Locke, era un giurista.
Parlare di Calvino significa chiarire l’origine della concezione teologica della depravazione totale; cosa non da poco, dato che sarà questa ideologia a mettere a tavola insieme, Karol Woytila, Pinochet, e ora possiamo invitare a spregio dell’ignobile sinistra ‘’colta” anche Obama.
Il peccato originale di Adamo rende l’uomo indegno della comunione dei beni – dice Calvino -, quindi tutte le cose devono ritornare sotto il dominio di Dio che stabilisce le nuove limitazioni; i diritti alla proprietà privata.
Il pensiero teologico e filosofico di Calvino è sintetizzato nel testo ‘’Istituzione della religione cristiana’’ del 1559 dove ci sono ampie parti dedicate all’azione sociale della Chiesa; è interessante notare che l’oscurantismo teologico spesso pone soluzioni politiche laiche soprattutto per ciò che riguarda il condizionamento dei lavoratori.
Tutta questa produzione ha un grande filo conduttore: quello di tagliare con il Medio Evo, e proclamare il ‘500 come secolo custode, in virtù della Riforma protestante, dello ‘’spirito del capitalismo”. E’ facile capire come questa affermazione sia falsa dato che i fondamenti giuridici dell’attuale modello sociale risiedono nella Scuola di Bologna che nasce nel 1200 (circa!), e la legalizzazione dell’usura è solo del 1515 ( quasi in rapporto di causa ed effetto) con i ‘’Monti di pietà’’ di papa Leone X.
I ‘’Monti di pietà’’ legalizzano, sulla strada tracciata in giurisprudenza dalla Scuola di Bologna, prestiti a chi non riesce a reggere il mercato.
Tirando le somme: il cristianesimo è il protestantesimo, e quest’ultimo è il capitalismo come prodotto della volontà divina. Detto e fatto: l’etica puritana del lavoro si rovescerà nel cattolicesimo che con Michael Novak riconosce il suo vero fondamento, teologico e politico, nel calvinismo.
Il nuovo ‘’Mein kampf’’ si chiama ‘’L’etica cattolica e lo spirito del capitalismo’’, una forma di nazismo democratico da esportare.
6. Le borghesie americane hanno creato, quella che il filosofo Costanzo Preve, ha definito una ideocrazia; non si è mai vista una società tanto ideologicizzata, in cui nazione ed ideologia coincidono perfettamente. Insomma siamo davanti ad una religione civile; schiere di preti militanti che predicano il culto del Dio denaro.
Mi permetto di citare Gramsci:
‘’L’Azione cattolica segna l’inizio di una epoca nuova nella storia della religione cattolica: quando essa da concezione totalitaria (nel duplice senso: che era una totale concezione del mondo di una società nel suo totale) diventa parziale (anche nel duplice senso) e deve avere un proprio partito. I diversi ordini religiosi rappresentano la reazione della Chiesa (comunità dei fedeli o comunità del clero), dall’alto o dal basso, contro le disgregazioni parziali della concezione del mondo (eresie, scismi, ecc., e anche la degenerazione delle gerarchie); l’Azione cattolica rappresenta la reazione contro l’apostasia di intere masse, imponente, cioè contro il superamento di massa della concezione religiosa del mondo. Non è più la Chiesa che fissa il terreno e i mezzi della lotta; essa invece deve accettare il terreno impostole dagli avversari o dall’indifferenza e servirsi di armi prese a prestito dall’arsenale dei suoi avversari (l’organizzazione politica di massa). La Chiesa, cioè, è sulla difensiva, ha perduto l’autonomia dei movimenti e delle iniziative, non è più una forza ideologica mondiale, ma solo una forza subalterna’’. 3
Ed ancora:
‘’Diverso carattere ha avuto questa lotta nei diversi periodi storici. Nella fase moderna, essa è una lotta per l’egemonia nell’educazione popolare; almeno questo è il tratto più caratteristico, cui tutti gli altri sono subordinati. Quindi è lotta tra due categorie di intellettuali, lotta per subordinare il clero, come tipica categoria di intellettuali, alle direttive dello Stato, cioè della classe dominante (libertà dell’insegnamento – organizzazioni giovanili – organizzazioni femminili – organizzazioni professionali)’’. 4
Il grande sardo definì il clero una ‘’classe-casta’’ che dispone di una propria ideologia, e che esercita una sua egemonia culturale.
Vediamo che con l’americanismo questo contrasto fra clero ed intellettuali laici è venuto meno; utilizzando il metodo marxista ragionerò un po’ su questa cosa.
In primis ribadisco che quando il capitalismo entra in crisi, come ho detto molte volte, la borghesia deve ripudiare tutti i suoi vecchi ideali razionalistici e libertari, ed usare le armi del suo vecchio nemico: l’aristocrazia. La filosofia, come concezione del mondo dei dominanti, si fa, per dirla con Lukàcs, ‘’guardia frontiera’’ della reazione.
Pierre Naville, uno degli ultimi giganti del marxismo novecentesco, parlando nel suo ultimo quaderno di Khomeini che minacciò la condanna a morte di Rushdie, l’autore dei ‘’Versi satanici’’, dice:
‘’Da quel che si legge nei giornali si tratta di una visione satanica che travalica l’Islam e si estende in tutto il mondo attuale. Un satanismo impregnato della tecnologia moderna (l’angelo Gabriele che atterra col paracadute), il che, in effetti, dà al libro una portata universale. Allora, non è solo il Corano ad essere in gioco, ma anche la Bibbia, compresa quella anglicana. Non so perché questo libro mi ricorda il dizionario Khazar. Queste due opere esibiscono gli abissi mistici, pozzi di interi furori, che suscitano le odierne invenzioni terrestri. Non si tratta solo di un ritorno delle religioni alla testa dei paesi più sviluppati, ma di una vera mistica del potere che ricorda Bisanzio’’. 5
Tutto il capitalismo globale nella fase della sua decadenza assume un carattere mistico cosa che ha favorito l’integrazione del clero nelle istituzioni politiche; la particolarità è che l’imperialismo americano (cosa che si evince dai discorsi dei suoi presidenti) ha avuto (ed ancora ha!), in quanto imperialismo più forte, addirittura un carattere messianico.
Chi vince militarmente un conflitto non solo impone la sua economia, ma a poco a poco modifica tutta la sua sovrastruttura imponendo un nuovo sistema di valori; l’egemonia culturale è preceduta dalla egemonia informativa, e l’egemonia informativa implica il controllo dei ‘’mezzi di produzione del pensiero’’.
Chi non capisce questo non può fare una seria analisi del mondo unipolare, e non capirà nemmeno l’attuale scontro fra poli imperialistici.
7. Ho debuttato in questo saggio dicendo che molti neoconservatori venivano dal trotskismo.
Lasciando stare il grande Leon Trotsky, eroico comandante dell’Armata rossa e teorico marxista di prima grandezza, e ammettendo il carattere fetido del neo-trotskismo, che nulla ha a che fare con il fondatore della Quarta Internazionale, è giusto che dica qualcosa anche su ciò.
Michael Lind affermò che il concetto di ‘’rivoluzione globale e democratica’’ è stato ripreso da questa schiera di avvoltoi affamati, dal concetto di rivoluzione permanente.
Questa è una vera follia, dato che la rivoluzione permanente o ininterrotta (la seconda parte della definizione di questa teoria marxista, viene quasi sempre occultata), trova le sue origini già nel‘’Manifesto dei comunisti’’ di Marx ed Engels, e si fonda sulla transizione (trans dal latino oltre) dei diritti democratici in lotta per il socialismo.
Somiglianza? In questo caso si ritorna al wilsonismo che nasce come risposta della borghesia all’internazionalismo proletario. Wilson nel 1918 fonda la Lega delle Nazioni, e Lenin da lì a poco avrebbe fondato la Terza Internazionale; ecco un altro esempio di come la borghesia si appropri delle armi del movimento operaio.
Chi studia questi argomenti sa che James Burnham ha copiato ‘’La burocraticizzazione del mondo’’ di Bruno Rizzi, scrivendo nel 1941, poco dopo aver rotto con il movimento operaio americano, ‘’La rivoluzione manageriale’’; operazione abbastanza disgustosa, denunciata a suo tempo solo da Pierre Naville, che, oltre tutto, è stato inascoltato.
Quella di Rizzi era una analisi, che per certi aspetti ricalcherà lo studio del gruppo francese‘’Socialismo o Barbarie’’, spietata verso il governo dei tecnici, mentre Burnham, con la sua oscena apologia delle elite, pone le coordinate per ‘’lo scontro di civiltà, pianificato dopo la vittoria degli Usa della ‘’guerra fredda’’.
Il lettore può rendersi conto dell’enorme complessità della questione. I neoconservatori, non sono un fenomeno che appartiene alla destra economica (il movimento neoconservatore ha raccolto anche tanti ex maosti), ma sono una conseguenza della fine della coppia dicotomica destra e sinistra, esprimendo al meglio (o al peggio, dipende dai punti di vista!) il carattere assoluto e totalizzate del pensiero unico neocapitalistico.
8. Nel 1954 W.H. Morris Jones scrive un saggio ‘’In difesa dell’apatia’’, parlando di un suo ruolo benefico per le democrazie liberali. La stessa cosa verrà esposta sia nel ‘’Memorandum’’ di Lewis Powell, che nel documento ‘’La crisi della democrazia’’ curato da Huntington, Crozier, e Watanuki; riporto qualche valida citazione (chi volesse approfondire può studiare anche la meravigliosa ricerca di Paolo Barnad 6) per far capire al lettore come ragiona il vero Potere.
‘’ Il business deve imparare le lezioni messe in pratica dal mondo dei lavoratori, cioè che il potere politico è indispensabile, che deve essere coltivato con assiduità, e usato in modo aggressivo se necessario, senza imbarazzo’’. (Lewis Powell)
A conferma di quando dicevo: la borghesia si è appropriata di tutte le armi delle avanguardie politiche, e dei teorici della classe operaia.
Prendo adesso il documento ‘’La crisi della democrazia’’; questa frase mette davvero i brividi:
‘’ I partiti comunisti hanno perso terreno quasi ovunque nell’Europa occidentale. La loro ideologia è sbiadita, e appare come una Chiesa omologata il cui carisma è in parte scomparso.

Perché mai partiti così sedati e moderati dovrebbero costituire una minaccia alla democrazia proprio quando ne rispettano le fondamenta?’’.
La democrazia con l’adozione del modello capitalistico manageriale viene svuotata di contenuto; la partecipazione doveva diventare (ed è diventata!) vana da tutti i punti di vista.
Da una parte, quindi, la classe operaia viene assorbita culturalmente nel ceto medio (culturalmente ho detto!), e dall’altra, anche se gli effetti si vedranno qualche anno dopo, abbiamo l’occidentalizzazione delle mezze classi nelle periferie dell’imperialismo yankee.
I media svolgono una funzione importantissima: nasce l’idea dell’uomo comune, l’uomo onesto e simpatico, a prescindere che sia un ”morto di fame” o un manager in carriera con il sangue agli occhi..
Ovviamente l’uomo medio ha bisogno di identificarsi nel capo, e allora ci rendiamo conto di come i processi sociali, di volta in volta, abbiano dato alle classi dominanti l’uomo giusto per le loro esigenze, da Reagan ad Obama.
Che dire, come disse Trotsky su Hitler ‘’il capo va là dove lo conducono le masse’’ ed ancora ‘’Hitler ha in sé, qualcosa di ogni piccolo borghese, ma nessun piccolo borghese potrebbe essere Hitler’’. E’ entrato nelle zucche dei più, che l’attuale democrazia totalizzante, è una forma di hitlerismo morbido? Spero di sì.
Uno scienziato della competenza di Chomsky arriverà a queste conclusioni:
‘’Voglio sottolineare ancora una volta che quando le società si democraticizzano e la coercizione smette di essere uno strumento di controllo e di emarginazione facile da mettere in opera, le elite si rivolgono naturalmente alla propaganda. Si tratta di un fenomeno non soltanto naturale, ma del tutto consapevole, apertamente analizzato nelle opere scientifiche o meno che preconizzano l’uso della propaganda”. 7
La gente in questo modo viene travolta dalla banalizzazione della vita in comunità; nel capitalismo manageriale la stupidità diventa un fenomeno sociale.
Più tardi analizzerò il motivo di ciò ma nel prossimo paragrafo voglio riprendere, molto brevemente, un argomento già da me trattato: il concetto di ”totalitarismo”.
9. Uno dei mie ultimissimi articoli 8, riguardava il concetto di totalitarismo, e la presunta convergenza fra regimi totalitari contrapposti ideologicamente. Siccome l’argomento è pertinente voglio ritornarci.
Il libro della incredibilmente sopravvalutata maestrina di scuola media Hannah Arendt ‘’Le origini del totalitarismo’’ (1951), non ha nulla di originale, e tali argomentazioni furono avanzate in precedenza da teorici socialdemocratici come Rudolf Hilferding di ben altra levatura intellettuale.
Secondo la Arendt stalinismo e nazismo convergono in quanto fanno capo a due società altamente ideologicizzate; alla luce delle riflessioni su fatte questa posizione appare del tutto risibile.
In realtà l’allieva di Heidegger, con tutti i suoi limiti, rinviene nella Nep la distinzione fra leninismo e stalinismo, e ben si guarda con il far coincidere marxismo e totalitarismo.
Nel 1956 Brzezinsky pubblica ‘’Dittatura totalitaria e autocrazia’’, dove, aggravando gli errori della Arendt, proclama il comunismo come unico vero regime totalitario.
In ‘’L’origine del totalitarismo’’, in cui i critici di sinistra hanno subito messo in evidenza la contrapposizione ideologica fra i due regimi che rende impossibile la convergenza, il fatto economico scompare, cioè non si tiene conto della diversa struttura economica e sociale di Urss, e paesi fascisti. Prima di sbugiardare l’avvoltoio su citato, ribadirò una cosa di vitale importanza.
Furono le oligarchie economiche a mettere al potere Hitler per difendersi dal movimento operaio, e coprire gli scandali finanziari, evasione fiscale classico reato borghese, che avevano travolto gli junker.
Questa cosa mette in imbarazzo il mondo liberale, perché tenendo questo tenore di argomentazione, potremmo dire che un domani le borghesie, per proteggersi dalle rivendicazioni delle classi più deboli, non avrebbero problemi ad affidarsi ad un regime simile al fascismo.
Lukàcs ammonì, del resto, l’allievo Hofmann proprio su ciò: ogni epoca ha una differente involuzione del capitale monopolistico, e l’attuale democrazia manipolata ha dei caratteri totalizzanti che non fanno invidia alla mistica fascista.
Brzezinsky, nel suo bollettino politico, dice che è totalitario qualsiasi regime che centralizza l’economia; sulla nera via di Hayek, la democrazia viene fatta coincidere con il mercato. Ingegnoso espediente per iniziare la ‘’strategia del contenimento’’ contro i paesi dell’Est.
Le parole come vedete assumono una valenza importantissima: i neoconservatori parlano di pluralismo ideologico, ma in realtà, ed ogni termine si rovescia nel suo contrario, alludono alle ragioni del santo mercato. Ecco che la terra della libertà di impresa, ora nel nome dello ‘’scontro di civiltà’’, inizia e porta avanti la sua guerra contro chi non privatizza.
Per chi volesse saperne di più, consiglio, arrivati a questo punto, ‘’Totalitarismo, triste storia di un non concetto’’ di Vladimiro Giacchè, davvero molto documentato sulla egemonia mediatica.
10. L’ultima parte di questo mio lavoro riguarda altri due ’non concetto’’: quello di ‘’democrazia profonda’’, e quello di ”non violenza”.
Un marxista sa, ed è bene introdurre il discorso in questo modo, che la democrazia non è un valore immanente, e le borghesie ne fanno a meno quando non riescono a gestire il conflitto di classe.
E’ stato così, che gli Usa, per combattere il ‘’nemico’’ sovietico, hanno impedito la nascita di stati nazionali indipendenti, appoggiandosi a giunte militari a loro asservite; oppure, hanno cinicamente riciclato quadri dei servizi segreti fascisti. Niente da dire, la morale dell’imperialismo è ‘’niente di ciò che è disumano mi è estraneo’’.
Vinta la guerra fredda la situazione è iniziata a cambiare, vediamo in che maniera.
Nel 1993 viene fondata a Berlino da Peter Eigen Transparency International, ma la nascita di questa organizzazione, per essere preciso, segue queste tre fasi: 1)  la fase di incubazione che va dall’ ’84 all’ ’89; 2) la fase organizzativa che va dall’ ’89 al ’93; 3) e poi abbiamo la nascita ufficiale nel 1993.
La fondazione di T.I. è stata promossa da delle consultazioni inter-religiose, fra Filippo Duca di Edimburgo, e i principali esponenti delle tre religioni monoteiste; il loro compito era quello di moralizzare l’economia attraverso organi moralizzatori come la Banca Mondiale del Commercio. In questo modo si dà inizio alla lotta contro la corruzione dei governi; facile a dirsi, questo è un aspetto di facciata, e con la neo-lingua tutto si rovescia (e lo ripeterò sempre!) nel suo contrario. Meglio chiarire questi concetti, che sono un po’ difficili.
Le masse ‘’che non devono più partecipare alla vita pubblica’’, di cui ho parlato nel Paragrafo 8, sono un presupposto fondamentale per la liquefazione dei vecchi stati nazionali, che in un modo o nell’altro, si basavano sul primato dei governi, e su una distinzione, seppur effimera, fra gli schieramenti politici.
Il passaggio ai blocchi imperialistici continentali, anche se è ancora un processo in atto, richiede la definitiva scomparsa dei confini nazionali; in termini marxisti, da una parte abbiamo la tendenza delle borghesie, o di una parte di esse ad internazionalizzarsi, e dall’altra, il continuo ricorso ai regionalismi per compromettere l’unità di classe.
L’imperialismo per fare ciò si appoggia a movimenti politici di carattere puramente massonico (assumendo l’analisi che Gramsci fa del rotarismo nel Quaderno 22), come, giusto per fare un esempio, la Lega Nord, o il Movimento dei federalisti europei. Non è un caso che la prima esponente di T.I. in Italia è stata Teresa Brassiolo, consigliere comunale della Lega Nord a Milano.
Mettendo da parte questi problemi che meriterebbero un saggio a parte, è bene che richiami l’attenzione del lettore sul nuovo concetto di democrazia: per Eigen dovevano essere gli organi moralizzatori (Banca mondiale del commercio, o Fondo monetario internazionale) a screditare la vittima, ridurla in miseria, e attraverso l’attività dei media, travolgerla dagli scandali.
Di contro è importante che si comprenda che la mafiosità non è una disfunzione della democrazia borghese, ma è una sua parte integrante soprattutto nella fase di decadenza capitalistica.
Bertolt Brecht in ‘’La resistibile ascesa di Arturo Ui’’, scritta fra il 1940-’41, descrive la presa del potere di Hitler come una tratta fra mafiosi al mercato ortofrutticolo; non è il politico corrotto, ma è tutto il capitalismo che genera mafiosità.
La nuova arma della borghesia è questa: movimenti popolari che, ed ecco il rovescio della medaglia rispetto alle squadracce fasciste, in modo non violento rivendicano una democrazia profonda, e legalitaria.
Molto bene, l’ultimo ‘’non concetto’’ su cui dirò qualcosa è la ‘’non violenza’’.
11. Sulla ‘’violenza’’ e il suo presunto rovescio la ‘’non violenza” inizierò (per l’ennesima volta, a costo di essere ripetitivo!) col ribadire la posizione dei marxisti.
La questione per chi ‘’balla con Lenin’’ è semplicissima: l’unica vera violenza è la violenza sistematica della accumulazione capitalistica, il resto non conta.
I comunisti non si curano delle forme politiche, e quindi non riducono tutto allo scontro dittatura democrazia, ma prendono in esame le basi sociali dei regimi, e le loro strutture economiche e sociali.
In questo Trotsky è stato un maestro, basta leggere le sue prese di posizione (ovviamente in funzione antimperialistica) sulla monarchia etiope o il Brasile di Getulio Vargas, mentre i neo-trotskisti, o forse dovrei dire i trotsko-imperialisti, si mettono dietro ai taglia gole dell’Uck kosovaro, e ultimamente dei monarchici di Bengasi. Davvero pietosi!
Assurdo quindi accettare il concetto di democrazia proposto dai dominanti, e la loro ‘’non violenza’’, che diventa, come tutti i ‘’non concetti’’, il suo contrario.
Il filosofo americano Gene Sharp nel 1983 fonda l’Istituto Albert Einstein, dove studia la ‘’non violenza’’, per risolvere i conflittii in tutto il mondo.
Ovviamente Sharp, in linea con l’idea di conflitto dei neoconservatori yankee, prende di mira gli stati canaglia che non rientrano nel ‘’cortile di casa’’ Usa.
I suoi testi tradotti in Italiano sono: ‘’Politica dell’azione non violenta’’, ‘’Verso una Europa inconquistabile’’, e ‘’La via della non violenza’’.
A Sharp è attribuibile il fenomeno delle ”Rivoluzioni Colorate”; l’imperialismo più forte (vediamo come i neoconservatori in parte hanno cambiato tattica) unendo fattori destabilizzanti interni ed esterni, rovesciano governi a loro avversi. Prove documentali rendono forte l’ipotesi che gli eventi di Piazza Tien An Men siano i primi tentativi di sperimentare tali azioni, che poi (basta pensare alla Georgia, all’Ucraina, o all’Iran) sono diventati una prassi per i condor a stelle e strisce.
Inoltre questi movimenti hanno dietro tutto un marketing politico: dagli slogan, al colore che rappresenta la ‘’rivoluzione’’; buttiamola così, la ‘’società dello spettacolo’’ di Debord, all’ennesima potenza.
Sono questi i due volti dell’azione politica dei neoconservatori americani: da una parte la guerra di civiltà contro un sanguinario dittatore (l’hitlerizzazione del nemico inizia con Nasser, e ci sembrava strano!), e quindi lo scontro armato presentato come missione umanitaria (vedi la guerra in Iraq), e dall’altra il movimento pacifico che chiede democrazia. Due facce delle stessa medaglia, dietro cui si allunga l’ombra della svastica.
Da Solidarnosc a Bengasi, una storia sporca, di cui la sempre più nera borghesia americana un giorno dovrà rispondere.
12. Detto questo posso congedarmi. Quando gli Usa fanno le loro sporche guerre dicono sempre ‘’noi”, riferendosi agli Stati Uniti d’America, come paese, con il suo bagaglio storico e culturale, e con una sua cittadinanza; questa è una calunnia.

Personalmente, da pensatore dialettico, tutte le volte che mi compare la faccia sporca di Bush subito dopo mi sforzo di pensare ad Edgar Lee Master o a Bob Dylan, al grande movimento operaio dei primi anni del novecento, a dissidenti come Noam Chomsky. Lottare contro questa Gestapo a stelle e strisce significa difendere le dolci parole della poesia in musica di Bob Dylan, una cosa per cui vale la pena riempire la propria vita, affinchè un giorno verrà proibito per sempre ai cannoni di tuonare.
  Note:
1)    Articolo pubblicato nel Blog Bentornata Bandiera Rossa e Marxismo Libertario
2)    In questo sito sono raccolti i materiali dell’FBI: http://www.fbi.gov/foia/foiaindex/mkultra.htm
3)    Antonio Gramsci ‘’Il Vaticano e l’Italia’’ Ed. Riuniti 1974 pag. 49
4)    Antonio Gramsci ‘’Il Vaticano e l’Italia’’ Ed. Riuniti 1974 pag. 58
5)    Pierre Naville ‘’Ricordi e pensieri. L’ultimo quaderno (1988-1993)’’ Ed. Massari 2010 pag.40
6)    Paolo Barnard ‘’Ecco come morimmo’’ Fonte:http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=151
7)    Noam Chomsky ‘’Due ore di lucidità’’ Ed. Baldini&Castoldi 1999 pag. 20
8)    Stefano Zecchinelli ‘’Note critiche alla ideologia borghese della convergenza fra opposti totalitarismi’’ pubblicato nel Blog Bentornata Bandiera Rossa
Siti consultati:

Il neofascismo come strumento della NATO e del Sionismo

Articolo inviato al blog
di: Stefano Zecchinelli
”Ho visto quello che ha fatto di un grande paese civilizzato. La mia testimonianza è esente da ogni sciovinismo. Non mi sentirete mai dire, come si è invece si è mormorato perfino tra le nostra fila socialiste, qui in Francia:
Tutto questo è arrivato… perché questi sono i tedeschi” Daniel Guerin
1. Il bravo studioso di sette politiche, Miguel Martinez, in un suo recente articolo (‘’Un sondaggio sulle destre populiste europee’’) ha preso in considerazione – molto bene, come al solito – l’adesione, di massa, ai movimenti neo-fascisti europei. Martinez sottolinea, prima di tutto, il carattere ‘’fallaciano’’ (dallo pseudo-pensiero di Oriana Fallaci) di questi movimenti; tutti filo-occidentalisti, filo-americani e soprattutto vicini al Sionismo. Lo studio della Open Society di Soros – ripreso da Martinez - non ha preso in considerazione i movimenti che si richiamano direttamente al ‘’fascismo storico’’, ma io penso che si possono trovare dei minimi comuni denominatori che rendono simili questi movimenti. In questo testo spero, allora, di rompere il vecchio mito che vede il fascismo – e di conseguenza il neo-fascismo – come contrapposto all’americanismo, e, soprattutto al Sionismo. Tutt’altro, io procedo con metodo molto diverso, per me imperialismo Usa (e sionista) e fascismo camminano a braccetto, si equivalgono. Ora presenterò degli argomenti razionali per provare ciò.
 2. I regimi fascismi sono stati, prima di tutto, un paradiso per tutti i grandi borghesi dell’epoca.
Erano dei regimi senza sindacati, senza libere associazioni dei lavoratori, senza comunisti e socialisti; insomma le imprese nazionali e multinazionali, potevano trattare i lavoratori come carne da macello. Gli Usa si misero in prima linea e fecero grandi affari con i nazisti; Henri Ford divenne addirittura amico personale di Hitler che, per il suo settantacinquesimo compleanno, lo insignì della Gran Croce del Supremo Ordine dell’Aquila Tedesca, per l’impegno di Ford nel rafforzare l’esercito del Reich. Anche il Sionismo non si risparmiò in elogi verso l’hitlerismo. Vladimir Jabotinsky, fondatore del Partito revisionista ebraico, elogiò il nazionalismo tedesco, firmando nel 1933 un accordo (che metteva insieme svastica e stella di Davide) il quale prevedeva la collaborazione fra Gestapo e movimento sionista. Nel 1934 Mussolini fece addestrare 134 militanti del movimento sionista. E’ molto taciuto che il Mossad o meglio la Gestapo sionista in tutte le sue forme (Shin Bet, Shabak, Mossad) usa lo slogan dei fascisti ‘’credere, obbedire e combattere!’’; insomma, assassini che al pari della Gestapo nazista operano in tutto il mondo e, per lo più, protetti dalla CIA.
I fascisti hanno dato una lezione all’imperialismo Usa proprio per ciò che inerisce la struttura dei servizi segreti. Il teorico marxista Daniel Guerin, il più rigoroso (e preparato) studioso del fascismo scriveva:
‘’Infatti il fascismo ha portato al più alto grado di perfezionamento i metodi di repressione poliziesca in uno negli Stati moderno e ha trasformato la polizia politica in una vera e propria organizzazione scientifica. L’Ovra italiana e la Gestapo tedesca, veri Stati nello Stato, dispongono di ramificazioni in tutte le classi della società, di enormi risorse finanziarie e materiali e di un potere enorme, per cui sono in grado di annientare, letteralmente e sul nascere, ogni velleità d’opposizione che possa manifestarsi’’ (Daniel Guerin ‘’Fascismo e gran capitale’’, Ed. Massari 1994).
Questo è quello che scrive Guerin nel 1935; quelle parole devono essere confrontate con queste del teorico marxista, James Petras, che così descrive la struttura dello Stato americano nel 2003, prima della guerra all’Irak, aggressione di chiaro stampo neo-imperialistico:
‘’Il direttore della CIA, Tenant, è diventato il capro espiatorio consenziente di tali errori. Con il procedere delle inchieste, la testimonianza di autorevoli fonti del regime ha messo successivamente in luce l’esistenza di due diversi tipi di strategie politiche e di due diverse categorie di consiglieri: una struttura formale, composta di affermati professionisti del Pentagono e del Dipartimento di Stato; e una struttura parallela, composta da rappresentanti politici’’ (James Petras ‘’Usa: padroni o servi del Sionismo?’’, Ed. Zambon 2007).
Non è un caso che già l’OSS (i servizi segreti Usa, prima della CIA) con posero le basi per il Progetto Paperclip. Questo progetto iniziò nei primi anni ’50 (quindi in piena guerra fredda) e consistette nell’importazione negli Stati Uniti, dai primi anni ’50 ai primi anni ’70, di ventimila tecnici, con tutte le loro famiglie. Che dire? Gli Stati Uniti ed Istraele hanno riciclato gli apparati repressivi della Germania nazista, questa è la verità.
3. Ovviamente ci sono altri eminenti esempi storici. In Svezia i britannici infiltrarono 1.500 uomini delle Waffen SS, in funzione anti-sovietica, sotto la guida del colonnello Osis. L’operazione fallì perché a Norimberga le Waffen SS furono definite una ‘’organizzazione criminale’’, allora questi agenti furono trasferiti ad Amburgo, nella zona sotto il controllo inglese, per essere arruolati dall’M16 nell’Operazione Jungle. I migliori elementi furono poi mandati in Gran Bretagna e Stati Uniti.
In Ucraina, invece, i vecchi vlasoviti assumono nuove vesti. La ‘’rivoluzione arancione’’ ha visto la partecipazione di formazioni ideologicamente neo-fasciste; una di queste è ‘’Nostra Ucraina’’ che ha unito il ‘’Congresso dei nazionalisti ucraini’’ e il ‘’Partito pan-ucraino’’. Neo-nazisti che combattono per la CIA, come i nazionalisti croati e quelli georgiani, storia già vista.
Lo stesso MSI (in Italia) fu un contenitore delle forze anti-comuniste e un prezioso strumento dell’imperialismo. Oltre venti anni prima che Fini definì il fascismo ‘’male assoluto’’, il nazista Caradonna si recò ad Istraele a rendere omaggio alle vittime dell’Olocausto. L’editore Ciarrapico pubblicò, nel 1970, ‘’Lo Stato ebraico’’ di Theodor Herzl, definito grande uomo di destra. E cosa dire degli elogi che Almirante – immondo burattino – fece a Pinochet, Videla, Salazar, i colonnelli greci; tutti marionette della CIA.
Insomma difficile non fare un primo bilancio.
4. Fatta queste breve introduzione, voglio inquadrare alcuni movimenti neo-fascisti italiani e dimostrare la loro stretta parentela con i neo-conservatori americani. Avanti, fallaciani di centro-destra e fallaciani di destra, giusto per capirci.
5. Il segretario del Partito nazionalista italiano, Gaetano Saya, qualche tempo fa scrisse questo interessante comunicato:

“Dio benedica George W. Bush

Dio benedica gli Stati Uniti d’America

Il male sceso tra noi trova in uomini come George Bush in America,

in uomini come Gaetano Saya in Italia, un baluardo inespugnabile.

Uomini timorati di Dio, uomini duri e puri che illuminati

per volontà Divina, sono scesi nella valle oscura della morte

per difendere la Fede Giudeo Cristiana e l’Occidente.

Il bene che questi uomini rappresentano sconfiggerà l’Anticristo.

Dio è con loro

Il male verrà ricacciato dagli inferi da cui è uscito’’.
Saya – vecchio portaborse di Spadolini – è stato definito in modo troppo frettoloso fascista ed antidemocratico. Il personaggio in questione – e questo vale per tutto il neo-fascismo – è fascista, sicuramente, nei termini dettati da Brecht ‘’se mai ci sarà un fascismo americano, sarà un fascismo democratico’’, ma poi bisogna cogliere il carattere occidentalista (e filo-americano) del suo neo-fascismo.
Sembra inutile perdersi dietro un simile buffone, ma forse, partire da questo personaggio è il modo migliore per inquadrare il problema.
Negli anni ’80, il neo-conservatore Daniel Pipes, si trasferirà a Filadelfia dove assunse la direzione dell’Istituto di Politica Estera. Pubblicherà nel primo numero il manifesto di Strausz-Hupè:The Balance of Tomorrow, dove si legge:
‘’ L’Ordine mondiale che si profila , sarà quello dell’impero universale americano? Dovrà essere così, nella misura in cui recherà impresso il marchio dello spirito americano. L’ordine che si avvicina costituirà l’ultima tappa di una transizione storica e porrà fine al periodo rivoluzionario di questo secolo’’.
Però, un Saya colto, ma sempre un Saya !!!

Dunque il carattere messianico dell’ideologia mette insieme neo-fascismo e neo-conservatorismo. Primo passo compiuto, vediamo qualche altro aspetto.
Ecco un’altra sparata di Saya:
‘’ Molti ci chiamano Fascisti, noi non siamo Fascisti; noi siamo la Destra, dura, pura e conservatore, Istituzionale e Costituzionale, Repubblicana e Democratica. In quest’ottica ci siamo schierati senza esitazioni ed incondizionatamente accanto agli Stati Uniti d’America e ad Israele ed insieme ai fratelli Americani e ai fratelli Ebrei ci siamo eretti a baluardo contro il male: il Terrorismo Islamico’’.
Quindi abbiamo un ‘’male assoluto’’: il terrorismo islamico. Molto interessante, è bene fare qualche ulteriore riflessione.
Daniel Pipes è l’inventore del ‘’non concetto’’ di ‘’nuovo antisemitismo’’. Pipes equipara antisionismo ed antisemitismo, e bolla le organizzazioni filo-palestinesi come ‘’militanti dell’Islam’’. Inoltre sostiene la ‘’teoria del complotto’’ islamico contro il mondo occidentale e i suoi valori. Da Pipes a Saya, ma cerchiamo altri rifermenti nella destra italiana.
Leggete un po’ cosa scrive Marcello Veneziani:
‘’ Provo a dare una spiegazione: l’islam fanatico ha bisogno di un nemico per compattare i suoi credenti e richiamare sotto le bandiere feroci di Al Qaida i popoli che si ispirano ad Allah.
L’America è stata finora il Nemico Principale, ma ora è caduto in sonno perché Obama non è Bush, e per i fanatici è importante che il Nemico abbia anche un volto e un nome. Al di là delle dicerie sulla sua matrice islamica, il colore della pelle e la provenienza etnica di Obama, e il suo legame più labile con Israele, lo rendono meno indigesto agli arabi e agli islamici tutti. Di conseguenza la Cristianità assurge a Nemico Simbolico, vista come la Religione dell’Occidente; di conseguenza le popolazioni arabe, egiziane, pachistane, sudanesi o egiziane che seguono la religione cristiana sono considerate traditrici. Intelligenza col Nemico, la cristianità come veicolo di occidentalizzazione’

’ (Marcello Veneziani ‘’Non più Occidente, l’Islam adesso punta ai cristiani’’, da Centro-Destra, 4 gennaio 2011).

Veneziani non sa che Al Qaeda è stata creata dagli Usa contro la sinistra araba, ma non fa nulla, questa non è la cosa più sciocca che ha detto.
I non concetti sono almeno tre: 1) nemico principale; 2) scontro di valori/civiltà; 3) male assoluto.
Il ‘’non concetto’’ di ‘’nemico principale’’ Veneziani lo riprende, e del resto anche molto male, da Carl Schmitt (e in Schmitt, teorico politico di prima grandezza, era un Concetto portante). Prendo la ‘’Teoria del partigiano’’, di Schmitt, e riporto due passi significativi:
‘’Colui che è stato privato di ogni diritto cerca il suo diritto nell’inimicizia. In essa egli trova il senso del suo agire e il senso del diritto, dopo che si è rotto il guscio di protezione e di ubbidienza all’interno del quale aveva abituato fino a quel momento, dopo che si è dilacerato quel tessuto normativo della legalità dal quale poteva aspettarsi diritto e protezione giuridica’’ (Carl Schmitt ‘’Teoria del partigiano’’, Ed. Adelphi 2005).
E poco più avanti:
‘’E’ stata una grande disgrazia, perché con quelle limitazioni della guerra l’umanità europea era pervenuta a qualcosa di straordinario: la rinuncia alla criminalizzazione del nemico e dunque dell’inimicizia, la negazione dell’inimicizia assoluta. Ed è davvero qualcosa di straordinario, un segno di incredibile umanità portare gli uomini a rinunciare alla discriminazione e alla diffamazione dei loro nemici’’ (Ibidem).
Quando Schmitt scriveva queste cose aveva come riferimento gli Stati assoluti dell’ ‘800 e in particolare il nuovo ordine stabilito dal Congresso di Vienna. L’ordine di Schmitt equivale ad una cooperazione fra Stati, seppur assoluti, mentre il discorso cambia quando un giovane teorico neo-conservatore, Henri Kissinger, riprende queste teorie ed iniziò a parlare, sempre ispirandosi al Congresso di Vienna, di ‘’equilibrio delle forze’’. Il nuovo ordine di Kissinger non è altro che la globalizzazione della Dottrina Monroe, quindi il passaggio da ‘’l’America agli americani’’ al ‘’mondo agli americani’’. Si ritorna al delirio di Saya, sublimato da Veneziani in una versione più colta.
Fissiamo questi due concetti che apparentano il neo-fascismo al neo-conservatorismo americano e al revisionismo ebraico: 1) Carattere Messianico della Ideologia Occidentale; 2) Equivalenza del Cristianesimo con l’Occidentalismo (e conseguente espulsione del grecismo).
Abbiamo un primo identikit, che potrebbe valere perla Lega Nord (altra organizzazione di destra populista) e per la Fiamma Tricolore, organizzazione politica con cui il Partito nazionalista è imparentato. Riporto un ulteriore esempio.
7. Piero Puschiavo, ideologo di ‘’La Destra’’ organizzazione politica che fa capo a Francesco Storace, a riguardo degli scontri di questa estate nella periferia di Londra, scrive queste cose:
‘’ Le violenze e le devastazioni, perpetrate dai giovani dei gruppi etnici allogeni (cittadini britannici o meno) dimostrano ancora una volta quello che noi abbiamo sempre sostenuto. Esse dimostrano che l’immigrazione di massa, il multiculturalismo e l’integrazionismo sono falliti e che enormi danni sono stati arrecati alla convivenza sociale, all’economia e alla sicurezza interna.
Esse dimostrano che una società si può reggere unicamente sul senso comunitario derivante dalla comune identità etnica, linguistica e culturale dei propri cittadini. Esse dimostrano che il destino di una società multiculturale, che rinuncia all’identità in nome della libera circolazione della forza lavoro e del consumismo di massa, è la “guerra di tutti contro tutti” e il disfacimento finale. Esse dimostrano che lo Stato non può mostrarsi debole nei confronti di chi vive alle sue spalle e disprezza le sue leggi. Per questo motivo, ti porto la mia solidarietà e del movimento “Progetto Nazionale” che rappresento, per i fatti dolorosi che stanno colpendo la tua Patria.
Come Nazionalisti Italiani, siamo vicini ai Nazionalisti Britannici, al British National Party e al popolo britannico’’.
Intanto segnalo che il British National Party è una organizzazione islamofobica che si sta avvicinando all’archeo-futurismo francese, giusto per inquadrare le tendenze culturali.
Comunque questo pezzo deve essere letteralmente decostruito:
1) Le violenze e le devastazioni, perpetrate dai giovani dei gruppi etnici allogeni (cittadini britannici o meno) dimostrano ancora una volta quello che noi abbiamo sempre sostenuto. Esse dimostrano che l’immigrazione di massa, il multiculturalismo e l’integrazionismo sono falliti e che enormi danni sono stati arrecati alla convivenza sociale, all’economia e alla sicurezza interna.
E’ interessante rilevare come chi è a favore dell’imperialismo (ops, globalizzazione!!!) sia contro l’immigrazione.
L’imperialismo si basa sull’esportazione di capitale finanziario, la deindustrializzazione degli Stati sovrani (le potenze imperialistiche che schiacciano i piccoli Stati, come spiegava Lenin) ed allora alle borghesie imperialistiche interessa che da quei Paesi non fugga via la ‘’merce forza-lavoro’’. In ciò i Partiti neo-fascisti sono dei veri alfieri del peggiore neo-liberismo frenato; si presentano con una retorica populistica e spostano l’attenzione dalle problematiche sociali (che, invece, riguardano tutti, lavoratori immigrati ed autoctoni) a quelli etnico-razziali (che in realtà non esistono).
2) Esse dimostrano che una società si può reggere unicamente sul senso comunitario derivante dalla comune identità etnica, linguistica e culturale dei propri cittadini. Esse dimostrano che il destino di una società multiculturale, che rinuncia all’identità in nome della libera circolazione della forza lavoro e del consumismo di massa, è la “guerra di tutti contro tutti” e il disfacimento finale. Esse dimostrano che lo Stato non può mostrarsi debole nei confronti di chi vive alle sue spalle e disprezza le sue leggi. Per questo motivo, ti porto la mia solidarietà e del movimento “Progetto Nazionale” che rappresento, per i fatti dolorosi che stanno colpendo la tua Patria.
Pier Paolo Pasolini diceva che ‘’il razzismo è un odio di classe inconscio’’. In regime capitalistico un manager dove va, va, resta sempre tale, mentre, nell’epoca degli Stati feudali, se un marchese dalla Francia si spostava in Spagna, perdeva il titolo nobiliare. Le comunità sono tali solo se sono portatrici di coesione sociale, di uguaglianza e di solidarietà; questa comunità su basi etniche è una scimmiottata dei deliri del nazista Evola.
James Connolly, rivoluzionario comunista e patriota irlandese, diceva che l’amor di Patria è vero solo se si traduce nella lotta per il socialismo, e quindi nella eliminazione della povertà, e, oltretutto, il vero patriota combatte per fare del suo Paese una avanguardia nella lotta al colonialismo.
Il fascista che su scrive, canta, insieme alla CIA, almeno due cose importanti: 1) le problematiche sociali devono essere messe da parte (tradotto, Conservazione dei rapporti sociali); 2) l’elemento razziale passa in primo piano e diventa il cavallo di battaglia delle politiche nazionali (tradotto: 1) l’imperialismo significa Patria Grande, ops Grande Istraele; 2) ai sottoproletari non resta che la guerra nelle periferie).
Insomma la NATO ringrazia e sgancia le sue bombe al fosforo.
I partiti di estrema destra europei, di stampo neo-fascista, aderenti a questo progetto aberrante sono:
Bloc Identitaire (Francia), British National Party (UK),CasaPound Italia (Italia), Dansk Folkeparti(Danimarca), English Defence League (UK), Front National (Francia), Partij voor de Vrijheid (PVV, Olanda), Die Freiheit (Germania), Freiheitliche Partei Österreichs (FPÖ, Austria), Fremskrittspartiet(Norvegia), Lega Nord (Italia), Perussuomalaiset(Finlandia), Sverigedemokraterna (Svezia) e Vlaams Belang (Belgio).
P.S. Si tratta di movimenti presenti nello studio che Miguel Martinez ha preso in esame e che su ho citato.
8. Un ultimo riferimento voglio farlo al movimento neo-nazista brasiliano di ‘’Tradizione, famiglia, proprietà’’ e alla sua sezione italiana: Alleanza Cattolica.
Il filosofo di riferimento di questo movimento neo-nazista, finanziato da CIA ed Opus Dei, è Plinio Correa de Oliveira.
Questo filosofo aristocratico, un aristocratico vicino ai narcotrafficanti per capirci (e che ci si aspettava da un aristocratico!), come tutti i creatori di sette, considera la sua organizzazione una estensione del suo ‘’Ego’’. Ed ecco che abbiamo litanie dedicate alla defunta madre:
LITANIE DI DONNA LUCILIA

Kyrie, eleison.

Christe, eleison.

Kyrie, eleison.

Christe, audi nos.

Christe, exaudi nos.

Pater de coelis, Deus, miserere nobis.

Filii, Redemptor mundi, Deus, miserere nobis.

Spiritus Sancte, Deus, miserere nobis.

Sancta Trinitas, unus Deus, miserere nobis. 

Donna Lucilia, prega per noi. 

Madre del Sig. Dr. Plinio, prega per noi.

Madre del Dottore della Chiesa, prega per noi.

Madre del nostro Padre, prega per noi.

Madre dell’Ineffabile, prega per noi.

Madre di noi tutti, prega per noi.

Madre dei secoli futuri, prega per noi.

Madre del Principio assiologico, prega per noi.

Madre del Carattere di Sintesi, prega per noi.

Madre purissima, prega per noi.

Madre della Trans-sfera, prega per noi.

Madre della Serietà, prega per noi.

Madre della Contro-Rivoluzione, prega per noi.

Restauratrice dei Caratteri, prega per noi.

Fonte della Luce, prega per noi.

Generatrice dell’Innocenza, prega per noi.

Conservatrice dell’Innocenza, prega per noi.

Consolatrice del Sig. Dr. Plinio, prega per noi.

Mediatrice del Grand Retour, prega per noi.

Mediatrice di tutte le nostre grazie, prega per noi.

Aurora del Regno di Maria, prega per noi.

Donna Lucilia del Sorriso, prega per noi.

Donna Lucilia delle Visioni, prega per noi.

Fiore più bello di tutti, prega per noi.

Refugium nostrum, prega per noi.

Consolatrix nostra, prega per noi.

Auxilium nostrum nella “Bagarre”, prega per noi.

Causa della nostra perseveranza, prega per noi.

Vaso di logica, prega per noi.

Vaso di Metafisica, prega per noi.

Martire dell’isolamento, prega per noi.

Regina della sofferenza serena, prega per noi.

Regina dell’amabilità, prega per noi.

Regina della Serenità, prega per noi.

Donna Lucilia, Madre e Signora nostra, aiutaci [27].

Donna Lucilia, nostra più grande mediatrice presso la Madonna, aiutaci.

V) Prega per noi, Madre del Dottore della Chiesa.

R) Affinché siamo fatti degni delle promesse del Sig. Dr. Plinio.
Davvero molto divertente, ed ancora più divertenti gli idioti che gli vanno dietro. La cosa grave è che per questi neo-fascisti al soldo della CIA la religione diventa uno strumento necessario per creare disgregazione sociale. Capiamoci, cristianamente parlando, Plinnio Correa de Oliveira – e il suo guru italiota, Massimo Introvigne – è un ateo devoto, infatti il reazionario brasiliano scrive:

‘’ La lotta fra la Rivoluzione e la Contro-Rivoluzioneè una lotta che, nella sua essenza, è religiosa […]. È facile vedere la parte della Madonna nella lotta fra la Rivoluzione e la Contro-Rivoluzione […]. Maria è la Mediatrice Universale, è il canale attraverso il quale passano tutte le grazie. Pertanto, il suo aiuto è indispensabile perché non vi sia Rivoluzione, o perché questa sia vinta dalla Contro-Rivoluzione […]. La devozione a Maria è condizione sine qua non perché la Rivoluzione sia schiacciata, perché vinca la Contro-Rivoluzione” 
“La Rivoluzione non è frutto della semplice malizia umana. Quest’ultima apre le porte al demonio, dal quale si lascia eccitare, esacerbare e dirigere

[…]. La parte del demonio nell’esplosione della Rivoluzione è stata enorme’’. (“La devozione mariana e l’apostolato contro-rivoluzionario”, in Cristianità, nov.- dic. 1995, p. 9 ss.)

Un vero insieme di cialtronate! Uno sputo in faccia a quel grande rivoluzionario che si chiamava Gesù Cristo. La religione conferisce all’Occidentalismo il suo carattere messianico, ed allora la matrice ideologica delle guerre imperialistiche è pronta, nulla altro da dire.

Questo mette insieme Storace, Saya, Le Pen, Pipes, Kissinger e per finire questo imbecille carioca con il suo pappagallo italiota, Massimo Introvigne. Inizierei, per ora, con l’inchiodare il neo-fascismo in questi due punti fondamentali:>1)

L’imperialismo si serve dei Partiti neo-fascisti (e di estrema destra in genere) per dare un diversivo, su cui scaricare la loro rabbia, alle frange culturalmente più deboli di ciò che un tempo si chiamava classe operaia (ora parlerei di Dominati o Pauper Class). Del resto mantenere uno stato di ‘’guerriglia urbana’’ nelle periferie, è il modo migliore per rafforzare i grandi Partiti liberali (di destra e di sinistra) che devono votare i massacri yankee e sionisti.

2)Il neo-fascismo è una replica ‘’plebea’’ della ideologia neo-conservatrice di Strauss, Pipes e l’italiota Veneziani; da Veneziani, poi, si passa a Saya, cambia lo stile ma non la sostanza.

Penso che non ci sia niente altro da dire.
Difficile far morire alcuni miti duri, duri, come la contrapposizione fascismo-imperialismo yankee, ma, come disse Lenin, ‘’i fatti hanno la testa dura’’, quindi tentare non nuoce, Amen !

Siti consultati:


Libia: il ritorno del colonialismo

Articolo inviato al blog
di: Salvatore Santoru

Considerazioni sull’uccisione di Gheddafi e dintorni

L’obiettivo (seppur non dichiarato e sempre negato) della NATO e del Cnt è stato raggiunto. Gheddafi è morto. Gheddafi è stato ucciso. La sua morte ha certamente una forte valenza simbolica. Il Colonnello,nonostante tutte le contraddizioni e le ambiguità in questi 42 anni, era pur sempre un’icona della decolonizzazione, dell’indipendenza e del riscatto dell’ Africa nella lotta contro i potentati occidentali. Dopo la rivoluzione repubblicana del 1969    contro la monarchia di Re Idris, ritenuto fantoccio delle multinazionali occidentali, le basi militari inglesi e statunitensi vennero chiuse e le proprietà petrolifere (durante il regno di Idris in mano a poche compagnie angloamericane) nazionalizzate. Questo fatto non è mai stato digerito dall’Occidente imperialista, così come il sostegno dato dal “Rais” alle lotte di liberazione nel continente,tra le quali va menzionata quella in Sudafrica contro l’apartheid razzista sostenuto e finanziato dal “mondo libero”. Anche negli ultimi tempi,nonostante fosse presentato come  un fedele alleato dei paesi occidentali, Gheddafi era ritenuto non pienamente affidabile da essi (ed essi  intanto stavano  preparando la guerra già da anni). Costituiva ancora una “minaccia” ai loro interessi e tutti quei proclami per l’Africa unita e indipendente che facevano concorrenza al progetto neocolonialista Africom non andavano bene.E così, approfittando della “primavera araba” (arrivata in qualche modo anche in Libia) e dei disordini di quel febbraio(quando in Egitto e Tunisia i popoli in rivolta cacciavano i tiranni fantocci dell’imperialismo)gli strateghi della NATO hanno colto in peno  l’attimo fuggente, innescando una guerra civile usata come pretesto per l’ intervento militare,ormai giunto al suo settimo mese. Ora la “missione” è ufficialmente finita ,dicono i “vincitori”.Adesso è il momento di “ricostruire” dopo aver saccheggiato (business più business e ancora business) garantendo l’occupazione militare,a quanto pare fondamentale per una sana “democrazia petroliera”(ovvero le multinazionali dei paesi vincitori  hanno il diritto di sfruttare le risorse in modo libero e uguale).Intanto grazie alla conquista della Libia,un’altro pezzo è stato aggiunto al  grosso puzzle e mentre  la  vittoria  viene annunciata dai messaggeri dell’Impero demopetromonarchico (dal Quatar agli USA) Obama (il “pacifista” che ama la guerra)e gli altri compagni di conquiste (senza dimenticare i loro padroni militari,industriali e banchieri che formano la cupola dell’Impero occidentale) si trova/no impegnati ad aggredire la Somalia e il Burundi, altri pezzi fondamentali per ricostruire l’Africa che fu: colonia da sfruttare a piacimento da parte di avidi criminali senza scrupolo che hanno costituito e costituiscono  il capitalismo occidentale in versione coloniale. La morte di Gheddafi(lasciando stare in questa sede i giudizi sul suo operato) simbolicamente rappresenta la fine di un’epoca e l’inizio di una “nuova era”:il ritorno del colonialismo in Libia e in Africa.

Hillary Clinton ride e va alla conquista della Libia libera

Venimmo, vedemmo, è  morto“.

Hillary Clinton, Segretario di Stato Americano.

Hillary Clinton alla conquista della Libia libera

di: Manlio Dinucci

Accolta all’aeroporto di Tripoli da una folla di miliziani al grido di «Allah akbar», la segretaria di stato Hillary Clinton si è detta «fiera di mettere piede sul suolo di una Libia libera». Quindi, dopo aver incontrato il presidente del Cnt Mustafa Abdel Jalil, ha tenuto una conferenza stampa in un centro islamico per chiarire come gli Stati uniti intendono contribuire al futuro del paese. Anzitutto la Nato continuerà a «proteggere i civili libici finché non cesserà il pericolo costituito da Gheddafi e dai suoi seguaci». I termini temporali sono assai vaghi: secondo un alto funzionario al seguito della Clinton, Gheddafi e i suoi sono rimasti un «letale elemento di turbativa» che potrebbe bloccare l’evoluzione del paese. Ciò significa che la Nato si prepara a presidiare la Libia con le proprie forze militari.

La Clinton ha quindi affrontato il tema della ricostruzione economica, sottolineando che la Libia ha «la fortuna di possedere ricchezze e risorse». Ciò di cui ha bisogno sono «expertise e assistenza tecnica internazionali». A tale scopo sarà creato un comitato congiunto statunitense-libico, per individuare le priorità che ha il paese. Come stanno facendo in Tunisia ed Egitto, gli Stati uniti stabiliranno una partnership con la Libia, per rafforzare il commercio, gli investimenti e i legami tra le imprese dei due paesi e integrare la Libia più strettamente nei mercati globali. Il programma non lascia dubbi: gli Stati uniti, scavalcando gli altri «amici della Libia» tra cui l’Italia, intendono portare il paese africano nella loro sfera di dominio economico.

In tale quadro si inserisce l’«assistenza economica» alla Libia. Finora, ha ammesso la Clinton, è stata relativamennte scarsa, a causa della politica di austerità e di una forte opposizione nel Congresso. Da febbraio ad oggi gli Usa hanno fornito al Cnt aiuti per l’ammontare di 135 milioni di dollari. Ben poca cosa, se si considera che i fondi sovrani libici congelati lo scorso febbraio in banche statunitensi (con una operazione che, nel codice penale, si chiama «rapina a mano armata») ammontano a circa 32 miliardi di dollari. Il Tesoro Usa l’ha definita «la più grossa somma di denaro mai bloccata negli Stati uniti», impegnandosi a tenerla «in deposito per il futuro della Libia». Finora però l’ha tenuta ben stretta: ciò che Washington ha dato al Cnt ammonta allo 0,4% dei capitali libici confiscati. A Tripoli, la Clinton ha annunciato che «stiamo lavorando per restituire miliardi di dollari dei capitali congelati». Quando e in che misura, dipende chiaramente dalla disponibilità del nuovo governo libico di spalancare le porte del paese alle multinazionali statunitensi e mettere l’economia sotto la supervisione di Washington, sia direttamente che attraverso il Fondo monetario internazionale.

Funzionale a tale piano è l’annuncio, fatto dalla Clinton, che sarà raddoppiato il numero di studenti libici formati negli Stati uniti col programma Fulbright e che in tutta la Libia saranno aperte nuove classi di lingua inglese con insegnanti statunitensi. Saranno scuole non solo di lingua ma di democrazia: lo garantisce il fatto che «il Governo degli Stati uniti sostiene i diritti umani ovunque per chiunque».

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Il Grande Gioco africano

di: Manlio Dinucci

Dopo che il «Protettore Unificato» ha demolito lo stato libico, con almeno 40mila bombe sganciate in oltre 10mila missioni di attacco, e fornito armi anche a gruppi islamici fino a ieri classificati come pericolosi terroristi, a Washington si dicono preoccupati che le armi dei depositi governativi finiscano «in mani sbagliate». Il Dipartimento di stato è quindi corso ai ripari, inviando in Libia squadre di contractor militari che, finanziati finora con 30 milioni di dollari, dovrebbero mettere «in stato di sicurezza» l’arsenale libico. Ma, dietro la missione ufficiale, vi è certo quella di assumere tacitamente il controllo delle basi militari libiche.

Nonostante il declamato impegno di non inviare «boots on the ground», operano da tempo sul terreno in Libia agenti segreti e forze speciali di Stati uniti, Gran Bretagna, Francia, Italia, Qatar e altri, che hanno guidato gli attacchi aerei e diretto le operazioni terrestri. Loro compito, ora, è assicurare che la Libia «pacificata» resti sotto il controllo delle potenze che sono andate a «liberarla». Il 14 ottobre, lo stesso giorno in cui il Dipartimento di stato rendeva noto l’invio di contractor in Libia, il presidente Obama annunciava l’invio di forze speciali in Africa centrale, all’inizio un centinaio di militari. Loro compito ufficiale è quello di «consiglieri» delle forze armate locali, impegnate contro l’«Esercito di resistenza del Signore». Operazione finanziata dal Dipartimento di stato, finora, con 40 milioni di dollari. Il compito reale di questi corpi d’élite, inviati da Washigton, è creare una rete di controllo militare dell’area comprendente Uganda, Sud Sudan, Burundi, Repubblica centrafricana e Repubblica democratica del Congo.

E mentre gli Stati uniti inviano proprie forze in Uganda e Burundi, ufficialmente per proteggerli dalle atrocità dell’«Esercito del Signore» che si dice ispirato al misticismo cristiano, Uganda e Burundi combattono in Somalia per conto degli Stati uniti, con migliaia di soldati, il gruppo islamico al-Shabab. Sostenuti dal Pentagono che, lo scorso giugno, ha fornito loro armi per 45 milioni di dollari, compresi piccoli droni e visori notturni.

Il 16 ottobre, due giorni dopo l’annuncio dell’operazione Usa in Africa centrale, il Kenya ha inviato truppe in Somalia. Iniziativa ufficialmente motivata con la necessità di proteggersi dai banditi e pirati somali, in realtà promossa dagli Stati uniti per propri fini strategici, dopo il fallimento dell’intervento militare etiopico, anch’esso promosso dagli Stati uniti. E in Somalia, dove il «governo» sostenuto da Washington controlla appena un quartiere di Mogadiscio, opera da tempo la Cia, con commandos locali appositamente addestrati e armati e con contractor di compagnie miltari private. Gli Stati uniti mirano, dunque, al controllo militare delle aree strategiche del continente: la Libia, all’intersezione tra Mediterraneo, Africa e Medioriente; l’Africa orientale e centrale, a cavallo tra Oceano Indiano e Atlantico. Il gioco, apparentemente complicato, diventa chiaro guardando una carta geografica. Meglio su un atlante storico, per vedere come il neocolonialismo somigli in modo impressionante al vecchio colonialismo.

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Ritorno a «Tripoli, bel suol d’amore…»

di: Manlio Dinucci

Il 5 ottobre 1911, dopo due giorni di bombardamento navale, il primo contingente italiano sbarcò a Tripoli, iniziando l’occupazione coloniale della Libia che, proseguita e rafforzata dal fascismo, sarebbe durata trent’anni. E’ una pagina storica definitivamente chiusa? Non c’è quindi alcuna analogia tra la prima guerra di Libia e quella attuale? Certo, in un secolo molte cose sono cambiate. Ma i meccanismi della guerra sono rimasti sostanzialmente gli stessi.

Gli interessi dietro la guerra

Agli inizi del Novecento l’Italia, restata dopo la sconfitta di Adua (1896) una potenza coloniale di secondo piano con i possedimenti di Eritrea e Somalia, rilanciò la sua politica espansionista: obiettivo la conquista della Libia, parte dell’impero ottomano che si stava sgretolando. A spingere in questa direzione erano i circoli dominanti finanziari, industriali e agrari, che volevano penetrare in Nord Africa, e i fabbricanti di cannoni, che volevano una guerra per accrescere i loro profitti. La conquista iniziò con una aggressiva strategia economica, attuata dal governo attraverso il Banco di Roma, potente istituto finanziario legato ad ambienti vaticani e cattolici. Con grossi capitali e forti contributi governativi, esso cominciò nel 1907 a penetrare in Libia, aprendo succursali, banchi di pegno e agenzie commerciali. Mise le mani anche sull’agricoltura, acquistando terreni, impiantando una grande azienda presso Bengasi e un enorme mulino a Tripoli, e promosse ricerche minerarie. In tre anni realizzò un giro d’affari di oltre 240 milioni di lire. Ciò suscitò la crescente ostilità delle autorità turche. L’Italia rispose dichiarando guerra alla Turchia, nonostante la sua ampia disponibilità a fare concessioni.

Oggi, per le élite economiche e finanziarie europee e statunitensi, la Libia è ancora più importante. Nello «scatolone di sabbia» vi sono le maggiori riserve petrolifere dell’Africa, preziose per l’alta qualità e il basso costo di estrazione, e grosse riserve di gas naturale; vi è l’immensa riserva di acqua della falda nubiana, in prospettiva più preziosa del petrolio. E la Libia è il paese che ha raggiunto in Africa il più alto livello di sviluppo economico, che ha grossi capitali investiti in molti paesi. Sulle sue risorse misero le mani soprattutto Gran Bretagna e Stati uniti, quando il paese ottenne l’indipendenza nel 1951 ma restò dipendente dal colonialismo che aveva assunto nuove forme. Condizione che terminò quando, nel 1969, gli «ufficiali liberi» di Muammar Gheddafi abolirono la monarchia di re Idris, strumento del dominio neocoloniale, e fondarono la repubblica, nazionalizzando le proprietà della British Petroleum e costringendo le compagnie petrolifere a versare allo stato libico quote molto più alte dei profitti. Ora, con la guerra, viene rimesso tutto in gioco.

La preparazione dell’opinione pubblica

Un secolo fa, la guerra per l’occupazione della Libia fu preparata e accompagnata da una martellante propaganda, condotta da quasi tutti i maggiori quotidiani, soprattutto quelli cattolici legati al Banco di Roma. Si diffuse un vero e proprio delirio: nei café-chantant si cantava «Tripoli, bel suol d’amore ti giunga dolce questa mia canzone, sventoli il tricolor sulle tue torri al rombo del cannone». Motivo conduttore era che l’Italia, nazione civile, doveva liberare la Libia dal barbaro dominio turco, aprendo la strada al suo sviluppo politico ed economico. In realtà i libici avevano già conquistato molti diritti politici, che gli italiani abolirono quando occuparono il paese. Il Partito socialista, sopravvalutando la propria forza e non credendo Giolitti capace di gettare l’Italia in una avventura coloniale, rimase sostanzialmente immobile. Solo all’ultimo, sotto pressione dei circoli operai e giovanili, la direzione del Psi proclamò uno sciopero generale il 27 settembre 1911, raccomandando però che fosse «dignitoso e composto». In realtà, già da tempo noti esponenti socialisti erano divenuti sostenitori del colonialismo. «Col mio socialismo – scriveva Giovanni Pascoli – non contrasta l’aspirazione dell’espansione coloniale». E, iniziata la guerra per la conquista della Libia, annunciava che «la grande proletaria si è mossa» per dare lavoro ai suoi figli, per «contribuire all’umanamento e incivilimento dei popoli».

Una enunciazione ante litteram del concetto di «guerra umanitaria», che oggi è alla base della martellante propaganda mediatica a sostegno dell’attacco alla Libia. La motivazione è ancora quella di liberare il popolo libico, in questo caso non dal barbaro dominio turco ma da quello del dittatore Gheddafi, per aprirgli la strada allo sviluppo politico ed economico con il contributo del lavoro italiano. E oggi, molto più che nel 1911, c’è una «sinistra» che appoggia la guerra. Con un segretario del Pd che sostiene: «L’articolo 11 della Costituzione ripudia la guerra come soluzione delle controversie internazionali, ma non certamente l’uso della forza per ragioni di giustizia».

L’attacco e la resistenza

La guerra del 1911 fu a lungo preparata, infiltrando agenti segreti in Libia con un duplice compito: raccogliere informazioni militari e reclutare capi arabi disponibili a collaborare. Deciso l’attacco, l’Italia usò la sua schiacciante superiorità militare: oltre 20 corazzate e altre navi da guerra bombardarono Tripoli senza subire alcun danno, dato che i loro cannoni avevano una gittata molto maggiore di quella dei vecchi cannoni a difesa della città. Fu usata anche l’aeronautica, che il 1° novembre in Libia effettuò il primo bombardamento della storia. Ma subito dopo l’inizio dello sbarco del corpo di spedizione, forte di 100mila uomini, scoppiò la rivolta popolare, e diversi soldati italiani furono massacrati. Gli italiani scatenerano una vera e propria caccia all’arabo: in tre giorni ne furono fucilati o impiccati circa 4.500, tra cui 400 donne e molti ragazzi. Migliaia furono deportati a Ustica e in altre isole, dove morirono quasi tutti di stenti e malattie. Iniziava così la storia della resistenza libica. Nel 1930, per ordine di Mussolini, vennero deportati dall’altopiano cirenaico circa 100mila abitanti, che furono rinchiusi in una quindicina di campi di concentramento lungo la costa. Per sterminare le popolazioni ribelli, furono impiegate dall’aeronautica anche bombe all’iprite, proibite dal recente Protocollo di Ginevra del 1925. La Libia fu per l’aeronautica di Mussolini ciò che Guernica fu in Spagna per la luftwaffe di Hitler: il terreno di prova delle armi e tecniche di guerra più micidiali. Nel 1931, per isolare i partigiani guidati da Omar al-Mukhtar, fu fatto costruire dal generale Graziani, sul confine tra Cirenaica ed Egitto, un reticolato di filo spinato largo alcuni metri e lungo 270 km, sorvegliato da aeroplani e pattuglie motorizzate. Omar al-Mukhtar venne catturato e impiccato il 16 settembre 1931, all’età di oltre 70 anni, nel campo di concentramento di Soluch, di fronte a ventimila internati.

Significative analogie si ritrovano nella guerra attuale. Anche questa è iniziata con l’infiltrazione di agenti segreti e il reclutamento di capi arabi disponibili a collaborare. Anche questa viene condotta con una schiacciante superiorità militare: le forze aeree Usa/Nato, di cui fanno parte quelle italiane, hanno effettuato dal 19 marzo oltre 10mila missioni di attacco, sganciando circa 40mila bombe, distruggendo oltre 5mila obiettivi senza subire alcuna perdita. E scopo della guerra resta quello di occupare un paese la cui posizione geostrategica, all’intersezione tra Mediterraneo, Africa e Medio Oriente, è di primaria importanza. Oggi soprattutto per Stati uniti, Francia e Gran Bretagna, che con la fine della monarchia di re Idris persero le basi militari che gli aveva concesso in Libia e che ora cercano di riavere. Resta però ancora da vedere quale sarà la reazione del popolo libico a quella che si prospetta come una nuova occupazione in forme neocoloniali.

Chissà se il presidente Napolitano – convinto che l’Italia, oggi fermo presidio della pace, si è lasciata alle spalle gli anni bui del bellicismo fascista – celebrerà, dopo il 150° dell’unità nazionale, anche il centenario della prima guerra di Libia. Per capire non tanto che cosa fosse l’Italia allora, ma che cosa sia oggi.

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Guerre benedette

di: Manlio Dinucci

Mons. Vincenzo Pelvi, arcivescovo ordinario militare e direttore della rivista dell’Ordinariato «Bonus Miles Christi» (il Buon Soldato di Cristo), prova «amarezza e disagio» di fronte a «chi invoca lo scioglimento degli eserciti, l’obiezione contro le spese militari». Questi miscredenti non capiscono che «il mondo militare contribuisce a edificare una cultura di responsabilità globale, che ha la radice nella legge naturale e trova il suo ultimo fondamento nell’unità del genere umano». Dall’Afghanistan alla Libia, «l’Italia, con i suoi soldati, continua a fare la sua parte per promuovere stabilità, disarmo, sviluppo e sostenere ovunque la causa dei diritti umani». Il militare svolge così «un servizio a vantaggio di tutto l’uomo e di ogni uomo, diventando protagonista di un grande movimento di carità nel proprio paese come in altre nazioni» (Avvenire, 2 giugno 2011). Mons. Pelvi prosegue così la tradizione storica delle gerarchie ecclesiastiche di benedire gli eserciti e le guerre. Un secolo fa, nel 1911, nella chiesa pisana di S. Stefano dei Cavalieri, addobbata di bandiere strappate ai turchi nel Cinquecento, il cardinale Maffi esortava i fanti italiani, in partenza per la guerra di Libia, a «incrociare le baionette con le scimitarre» per portare nella chiesa «altre bandiere sorelle» e in tal modo «redimere l’Italia, la terra nostra, di novelle glorie». E il 2 ottobre 1935, mentre Mussolini annunciava la guerra di Etiopia, Mons. Cazzani, vescovo di Cremona, dichiarava nella sua pastorale: «Veri cristiani, preghiamo per quel povero popolo di Etiopia, perché si persuada di aprire le sue porte al progresso dell’umanità, e di concedere le terre, ch’egli non sa e non può rendere fruttifere, alle braccia esuberanti di un altro popolo più numeroso e più avanzato». Il 28 ottobre, celebrando nel Duomo di Milano il 13° anniversario della marcia su Roma, il cardinale Schuster esortava: «Cooperiamo con Dio, in questa missione nazionale e cattolica di bene, nel momento in cui, sui campi di Etiopia, il vessillo d’Italia reca in trionfo la Croce di Cristo, spezza le catene agli schiavi. Invochiamo la benedizione e protezione del Signore sul nostro incomparabile Condottiero». L’8 novembre, Mons. Valeri, arcivescovo di Brindisi e Ostumi, spiegava nella sua pastorale:

«L’Italia non domandava che un po’ di spazio per i suoi figli, aumentati meravigliosamente da formare una grande Nazione di oltre 45 milioni di abitanti, e lo domandava a un popolo cinque volte meno numeroso del nostro e che detiene, non si sa perché e con quale diritto, un’estensione di territorio quattro volte più grande dell’Italia senza che sappia sfruttare i tesori di cui lo ha arricchito la Provvidenza a vantaggio dell’uomo. Per molti anni si pazientò, sopportando aggressioni e soprusi, e quando, non potendone più, ricorremmo al diritto delle armi, fummo giudicati aggressori».

Nel solco di questa tradizione, don Vincenzo Caiazzo – che ha la sua parrocchia sulla portaerei Garibaldi, dove celebra la messa nell’hangar dei caccia che bombardano la Libia – assicura che «l’Italia sta proteggendo i diritti umani e dei popoli, per questo siamo in mezzo al mare» (Oggi, 29 giugno 2011). «I valori militari – spiega –vanno a braccetto con i valori cristiani». Povero Cristo.

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La “liberazione” della Libia: le forze speciali della NATO e Al-Qaeda si prendono per mano

di: Prof. Michel Chossudovsky

Sono stati commessi molti crimini di guerra . La NATO ha le mani sporche di sangue. I capi di governo e i capi di stato dei paesi membri della NATO sono responsabili di crimini di guerra

I ribelli “pro-democrazia” sono guidati dalle brigate paramilitari di Al Qaeda sotto la supervisione delle forze speciali della Nato. La “liberazione” di Tripoli è stata condotta da “ex” membri del Gruppo combattente islamico della Libia (LIFG).

I jihadisti e la NATO lavorano con la mano nel guanto. Queste “ex” brigate affiliate  di Al Qaeda  costituiscono la spina dorsale della ribellione “pro-democrazia”.

Le forze speciali della NATO passano inosservate. La loro identità non è nota o svelata. Si fondono nel paesaggio della ribellione libica di mitragliatrici e pickup. Non sono evidenziati nelle foto.

Queste forze speciali composte dai Navy SEALS americani, dalle SAS inglesi e dai legionari francesi, mascherati da ribelli civili, vengono segnalate essere dietro le principali operazioni dirette contro gli edifici governativi chiave, tra cui Bab al-Aziziya, il compound di Gheddafi nel centro di Tripoli.

Molte relazioni confermano che le SAS inglesi erano già sul terreno in Libia orientale prima dell’inizio della campagna aerea.

Le forze speciali sono in stretto coordinamento con le operazioni aeree della NATO. ” Unità altamente addestrate, note come squadre ‘Smash’  per le loro abilità e capacità distruttive, hanno effettuato missioni di ricognizione segreta per fornire  informazioni aggiornate sulle forze armate libiche”.(SAS ‘Smash’ squads on the ground in Libya to mark targets for coalition jets, Daily Mirror, March 21, 2011)

Le forze speciali della Nato e le brigate islamiche sponsorizzate dalla CIA sotto il comando di “ex” jihadisti costituiscono la spina dorsale della capacità di combattimento sul terreno, sostenuta dalla campagna aerea, che ora include anche le incursioni degli elicotteri Apache.

Il resto delle forze ribelli sono felici uomini armati dal grilletto inesperto (compresi gli adolescenti – vedi foto sotto), che hanno la funzione di creare un clima di panico e intimidazione.

Quello a cui ci troviamo di fronte è un’operazione accuratamente pianificata dai servizi segreti militari per invadere e occupare un paese sovrano.

Libyan rebels

Uccidere la Verità. Il ruolo dei media occidentali

I media occidentali costituiscono un importante strumento di guerra. I crimini di guerra della NATO vengono offuscati. La resistenza popolare contro l’invasione guidata dalla NATO  non viene menzionata.

Viene infuso nella coscienza interiore di milioni di persone un racconto di “liberazione” e “di forze ribelli di opposizione pro-democrazia”. Questo prende il nome di “NATO Consensus”.

Il ” NATO Consensus “, il quale sostiene il “mandato umanitario” dell’alleanza atlantica, non può essere contestato. I bombardamenti di aree civili, cosi come il ruolo di una milizia terrorista, sono banalizzati o non vengono affatto menzionati.

Uccidere la verità è parte integrante del programma militare. Le realtà vengono capovolte. La bugia diventa la verità. Si tratta di una dottrina inquisitoria.Il “NATO consensus”  sminuisce di gran lunga l’ Inquisizione spagnola.

L’invasione criminale e l’occupazione della Libia non sono menzionate. La vita dei giornalisti indipendenti a Tripoli, che riportano quanto sta realmente accadendo, è  minacciata. Le parole d’ ordine sono “Liberazione” e “Rivoluzione” con il mandato della NATO limitato alla R2P (“Responsabilità di proteggere”).

Liberazione o invasione? Camuffando la natura delle operazioni militari per non parlare delle atrocità della NATO, i media occidentali hanno contribuito a fornire al Consiglio di transizione una parvenza di legittimità e riconoscimento internazionale. Quest’ultimo non sarebbe stato imminente senza il sostegno dei media occidentali.

Le forze speciali della NATO e gli agenti dei servizi segreti sul terreno sono in collegamento permanente con gli strateghi militari coinvolti nel coordinamento delle sortite d’attacco della NATO e dei bombardamenti sulla capitale libica.

Bombardamenti intensivi su Tripoli

Il 27 agosto, la NATO ha riconosciuto la condotta di 20.633 sortite dal 31 marzo e di 7768  sortite d’attacco. (Queste cifre non includono i bombardamenti intensivi condotti nelle due settimane precedenti al 31 marzo). Ogni caccia o bombardiere trasporta numerosi missili, razzi, ecc a seconda della specifica artiglieria del velivolo.

Moltiplicate il numero di sortite d’attacco (7768 dal 31 marzo) per il numero medio di missili o bombe lanciato da ognuno degli aerei e avrete una vaga idea delle dimensioni e della portata di questa operazione militare. Un Dassault Mirage 2000 francese ,per esempio, può trasportare 18 missili sotto le ali. I bombardieri americani B-2 Stealth sono equipaggiati con bombe anti-bunker.

France's Mirage 2000 used in Operation Odyssey Dawn against Libya,

USAF Stealth B-2 Bomber used in Operation Odyssey Dawn

Conformemente al mandato umanitario della NATO, veniamo informati dai media che queste decine di migliaia di attacchi non hanno provocato vittime tra i civili (con l’eccezione di qualche “danno collaterale”).

Non sorprende che, già a metà aprile, dopo tre settimane di bombardamenti, l’Alleanza Atlantica ha annunciato che “gli aerei della NATO impegnati nelle missioni di combattimento in Libia stanno iniziando ad esaurire le bombe” (UPI, 16 aprile 2011);

“La ragione per cui abbiamo bisogno di più funzionalità, non è perché non stiamo colpendo ciò che vediamo - è che così possiamo avere la capacità di farlo,” ha detto al Post un funzionario della Nato . “Uno dei problemi è il tempo di volo, l’altro sono le munizioni.”(Ibid)

I bombardamenti su Tripoli si sono intensificati nel corso delle ultime due settimane. Erano destinati a sostenere le operazioni di terra delle forze speciali e delle brigate islamiche paramilitari guidate dalla NATO. Con una capacità limitata a terra, gli strateghi della Nato hanno deciso di intensificare i bombardamenti.

Il corrispondente di Global Research a Tripoli, la cui vita è minacciata per rivelare i crimini di guerra della Nato, ha descritto un cambiamento nel modello dei bombardamenti, a partire da metà luglio, con raid aerei sempre più intensivi che hanno portato poi, il 20 agosto, ad un’invasione di terra.

“Fino alle 02:35 CET [17 luglio], si potevano sentire i rumori stridenti dei caccia su Tripoli. Le esplosioni hanno innescato un clima di paura e panico in tutta la città, un toccante effetto psicologico ed emotivo su decine di migliaia di persone, dai giovani agli anziani. Questo ha inoltre allertato le persone e le ha condotte ad uscire fuori sui loro balconi, mentre erano testimoni del bombardamento del loro paese.

Una delle esplosioni ha causato un enorme nube a forma di fungo, indicando l’eventuale uso di bombe anti-bunker. … C’era qualcosa di insolito nel modello di queste operazioni di bombardamenti della NATO.

I bombardamenti di questa notte non erano come le altre notti. I suoni erano diversi. I pennacchi di fumo erano diversi. Nei bombardamenti precedenti il fumo di solito saliva in verticale, mentre stasera i pennacchi di fumo erano orizzontali e restavano in sospensione sopra Tripoli con una nube bianca all’orizzonte.

Le persone che non sono state direttamente colpite dalle bombe, nel raggio di 15 chilometri, avevano bruciore agli occhi, mal di schiena, mal di testa. “(Mahdi Darius Nazemroaya,  NATO Launches Bombing Blitzkrieg over Tripoli hitting Residential Areas , Global Research, 17 luglio 2011)

L’uccisione di massa di civili in un contesto di guerra lampo così come la creazione di un clima generalizzato di panico ha lo scopo di ridurre la resistenza della popolazione all’ invasione guidata dalla NATO.

Il numero delle vittime

Secondo le fonti del nostro inviato a Tripoli, sarebbe di circa 3000 il numero delle vittime nel corso della scorsa settimana (20-26 agosto). Gli ospedali sono in uno stato di tumulto, incapaci di soccorere i feriti. Il Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR) conferma che le forniture mediche scarseggiano in tutto il paese.

In recenti sviluppi, l’ Unicef ​​ha avvertito della carenza di acqua a causa dei bombardamenti della NATO sulle infrastrutture idriche in tutto il paese. “Questo potrebbe trasformarsi in un’epidemia sanitaria senza precedenti” ha dichiarato Christian Balslev-Olesen dell’Unicef ​​di Libia.

Gli aerei da guerra della NATO hanno deliberatamente preso di mira la veglia pacifica dei libici che erano dentro alcune tende di fronte al compound di Gheddafi in una strage raccapricciante. I media mainstream hanno riconosciuto il massacro, pur affermando che la causa di queste morti erano i colpi di armi da fuoco negli scontri tra lealisti e ribelli. Le vittime sono:

“Le identità dei morti non erano chiare, ma ,con ogni probabilità erano attivisti che avevano creato una tendopoli improvvisata per esprimere solidarietà a Gheddafi, sfidando la campagna di bombardamenti della NATO. (Forbes.com, 25 agosto 2011)

Non si tratta di danni collaterali. Sono stati commessi crimini di guerra . La NATO ha le mani sporche di sangue. I capi di governo e i capi di stato dei paesi membri della NATO sono criminali di guerra.

Il ruolo centrale di Al Qaeda nella “liberazione di Tripoli”

Secondo la CNN, in una logica contorta, i terroristi si sono pentiti: gli “ex terroristi” ora non sono più “terroristi”.

Vien detto che il LIFG è stata sciolto.

A seguito del loro ripudio della violenza, questi ex leader del LIFG hanno creato una nuova organizzazione politica chiamata Movimento islamico per il cambiamento, che secondo la Cnn “è impegnata a lavorare all’interno di futuro processo democratico”. “Il Movimento islamico libico per il Cambiamento (Al-Haraka Al-Islamiya AlLibiya Lit-Tahghir), è costituito da ex membri dell’ ormai defunto [sostenuto dalla Cia] Gruppo combattente islamico libico (LIFG)”(Reuters, 26 agosto 2011)

Quindi, gli ex “cattivi ragazzi ” (i terroristi) vengono annunciati come “bravi ragazzi” impegnati a “combattere il terrorismo”. Gli ‘”ex” membri del Gruppo combattente islamico della Libia (LIFG) sono descritti come “attivisti pro-democrazia”, che “hanno assunto posizioni di leadership in diverse brigate dei ribelli”.

Il LIFG, affiliato ad Al Qaeda e sostenuto dalla CIA, è stato trasformato dalla CIA nel Movimento islamico per il Cambiamento (IMC), che supporta la ribellione pro-democrazia .

Quando è stato sciolto il LIFG?

Con amara ironia, il Gruppo Combattente Islamico della Libia (LIFG) è stato elencato fino al giugno 2011 dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite come reale organizzazione terroristica. Il 21 giugno 2011, l’elenco delle organizzazioni terroristiche è opportunamente sparito dal sito del  Consiglio di sicurezza in attesa del rinnovo del sito Web. (Vedi allegato sottostante)

The LIFG entry was included in the (updated March 24, 2011, accessed April 3, 2011) United Nations Security Council “terror list” as follows 

QE.L.11.01. Name: LIBYAN ISLAMIC FIGHTING GROUP

Name (original script):

A.k.a.: LIFG F.k.a.: na Address: na Listed on: 6 Oct. 2001 (amended on 5 Mar. 2009)

(The LIFG Listing is on p. 70,http://www.un.org/sc/committees/1267/pdf/consolidatedlist.pdf, (accessed April 3, 2011, no longer accessible)

Other information: Review pursuant to Security Council resolution 1822 (2008) was concluded on 21 Jun. 2010. The website is down and is currently being revamped

Chi guida le Brigate Islamiche della Libia?

Recenti studi confermano ciò che era noto e documentato fin dall’inizio della “ribellione” a metà marzo: le posizioni chiave di comando militare della ribellione sono detenute dagli “ex”comandanti del Gruppo Combattente Islamico della Libia  (LIFG) “.

Il comandante dell’ assalto di Tripoli è Abdel Hakim Belhadj, (noto anche come Abu Abdullah al-Sadeq, Hakim al-Hasidi). Gli è stato affidata, con l’approvazione della NATO,  “una delle brigate ribelli più potenti a Tripoli [che] si occupò degli sforzi dei ribelli all’inizio di questa settimana per prendere d’assalto il compound Bab al-Azziziyah di Gheddafi,  rafforzando ulteriormente la sua posizione di spicco nelle fila dei ribelli. “(CNN, op cit)

“Sadeeq era una figura ben nota del movimento jihadista. Ha combattuto il governo sostenuto dai sovietici in Afghanistan e ha contribuito a fondare [con il supporto della CIA] il Gruppo combattente islamico  della Libia “. (Ibidt)

Ma Saddeeq, secondo la CNN, si è pentito. Non è più un terrorista (cioè un cattivo ragazzo) “, ma una potente voce contro il terrorismo di Al Qaeda”. (Ibid, enfasi aggiunta)

“Nel 2009, Sadeeq e altri leader del LIFG , ripudiarono formalmente il terrorismo in stile Al Qaeda e dispersero la loro campagna per rovesciare il regime libico.

La svolta fu il risultato di due anni di dialogo con il regime mediato da Benotman [un ex comandante LIFG ora alle dipendenze della Quilliam Foundation basata a Londra con un mandato nella risoluzione dei conflitti]. La CNN ha intervistato personalità di spicco del LIFG nel carcere di Abu Salim a Tripoli nel settembre 2009, poco prima che i leader del gruppo venissero rilasciati. Anche se erano dietro le sbarre della prigione,il disconoscimento dei leader della violenza sembrava genuino.(Ibid)

Secondo DebkaFile (sito vicino all’ intelligence israeliana), le  “brigate filo-Al Qaeda” guidate dal comandante del LIFG AbdelHakim Belhadj costituiscono la forza dominante della ribellione, ignorando l’autorità del Consiglio di transizione. Esse sono in controllo di edifici strategici tra cui il compound di Gheddafi.

“Il capo del LIFG [Abdel Hakim Belhadj] ora si mostra come” Comandante del Consiglio militare di Tripoli “. Quando gli è stato chiesto da nostre fonti se prevedeva di passare il controllo della capitale libica al Consiglio nazionale di transizione, che è stato riconosciuto dall’ Occidente, il combattente jihadista fece un gesto di licenziamento senza rispondere. (Debka, Le brigate filo-Al Qaeda  controllano le roccaforti di Gheddafi a Tripoli sequestrate dai ribelli, 28 agosto 2011).

Abdul Hakim Belhhadj ha ricevuto addestramento militare nei campi di guerriglia dell’ Afghanistan patrocinati dalla CIA . Una precedente relazione suggerisce che egli ha circa 1.000 uomini sotto il proprio comando. (Libyan rebels at pains to distance themselves from extremists – The Globe and Mail , 12 marzo 2011)

La coalizione USA-NATO  sta armando i jihadisti. Le armi vengono incanalate verso il LIFG dalla Arabia Saudita, che storicamente, fin dall’inizio della guerra in Afghanistan, ha segretamente sostenuto Al Qaeda. I sauditi stanno fornendo ai ribelli, in collaborazione con Washington e Bruxelles,  razzi anticarro e missili terra-aria (Si veda Michel Chossudovsky “Our Man in Tripoli”: US-NATO Sponsored Islamic Terrorists Integrate Libya’s Pro-Democracy Opposition, Global Research, 3 April 2011).

Una “democrazia” gestita da terroristi

Altri reports confermano anche che un gran numero di terroristi imprigionati nel carcere di Abu Salim sono stati liberati dalle forze ribelli. Ora sono reclutati dalle ex brigate islamiche del LIFG, guidate dagli “ex” comandanti jihadisti pro-democrazia.

La Jihad islamica della NATO

Ci sono indicazioni che la NATO, in coordinamento con i servizi segreti occidentali (tra cui il Mossad israeliano), è coinvolta nel reclutamento di combattenti islamici. Fonti di intelligence israeliane confermano che la NATO, in cooperazione con la Turchia, sta direttamente formando e reclutando in diversi Paesi musulmani una nuova generazione jihadista di “Freedom Fighters”. I Mujahideen, dopo aver subito la formazione, vengono programmati  per partecipare alle campagne militari “umanitarie” pro democrazia della NATO. Il rapporto di Debka  si riferisce alla Siria, prossima sulla tabella di marcia militare della NATO:

“Le nostre fonti riferiscono che è una campagna [NATO] per arruolare migliaia di volontari musulmani nei paesi del Medio Oriente e nel mondo musulmano per combattere al fianco dei ribelli siriani …” (Debka File 15 agosto, 2011 http://www.debka.com/article/21207 /)

Per l’invasione guidata dalla NATO e l’occupazione della Libia si stanno usando combattenti islamici come spina dorsale per  una presunta transizione alla democrazia.

Considerazioni conclusive

I tragici eventi del 11 / 9 hanno svolto un ruolo chiave nello sviluppare  una massiccia campagna di propaganda orientata a giustificare una “guerra al terrorismo” contro il capo di Al Qaeda, Osama bin Laden .Tuttavia, in tutto il Medio Oriente e in Asia Centrale, l’alleanza militare occidentale sta utilizzando le brigate islamiche,addestrate e curate dalla CIA, dall’ MI6 e dal Mossad, per intraprendere la sua “guerra globale al terrorismo”.

La guerra al terrorismo rappresenta un largo consenso instillato nelle menti di milioni di persone. Quello che non è noto all’opinione pubblica occidentale è che la santa crociata dell’Occidente contro il terrorismo islamico piuttosto che prendere di mira i terroristi comprende la presenza di terroristi nei suoi ranghi, cioè i “freedom fighters” di Al Qaeda sono stati integrati nei ranghi delle operazioni militari dirette da USA-NATO.

State tranquilli, nel caso della Libia, i ribelli sono “bravi ragazzi”: sono “ex” piuttosto che membri “attivi” di Al Qaeda.

I media occidentali non hanno segnalato i crimini di guerra commessi dalla NATO. Hanno respinto con disinvoltura le atrocità della NATO: 8000 sortite d’ attacco rappresentano più di 50.000 missili e bombe lanciate contro il popolo libico.

Ci sono vari modi di nascondere la verità. Fin dall’inizio della campagna aerea, i media hanno negato l’esistenza di una guerra. Le sue cause e conseguenze vengono distorte. A sua volta, una campagna di propaganda efficace richiede che sia fatta obiettivo la mentalità della gente sui giornali, sulle reti televisive e on-line.

Le persone devono essere distratte dal comprendere la guerra alla Libia.Le atrocità commesse dalla Nato con il sostegno delle Nazioni Unite compaiono raramente sulle prime pagine. Il modo migliore per camuffare la verità? Riorientare le  notizie sulla Libia verso una serie di banali “punti di discussione”,tra cui la dimensione della piscina Gheddafi, le sue guardie del corpo femminili,i suoi interventi plastici, ecc (The Guardian, 23 agosto 2011)

Quello che non viene elencato dai giornalisti sono i 3000 uomini,donne e bambini che hanno perso la vita nel corso di una settimana di bombardamenti Blitzkrieg con l’uso dei più avanzati sistemi bellici nella storia umana.

In questo contesto di menzogne ​​e falsificazioni, la vita di molti giornalisti indipendenti bloccati a Tripoli , tra cui Mahdi Darius Nazemroaya di Global Research, viene minacciata, per aver detto la verità.

FONTE: The “Liberation” of Libya: NATO Special Forces and Al Qaeda Join Hands 

Di: Coriintempesta

Sette punti sulla guerra contro la Libia

di: Domenico Losurdo
Ormai persino i ciechi possono essere in grado di vedere e di capire quello che sta avvenendo in Libia:

1. E’ in atto una guerra promossa e scatenata dalla Nato. Tale verità finisce col filtrare sugli stessi organi di «informazione» borghesi. Su «La Stampa» del 25 agosto Lucia Annunziata scrive: è una guerra «tutta “esterna”, cioè fatta dalle forze Nato»; è il «sistema occidentale, che ha promosso la guerra contro Gheddafi». Una vignetta dell’«International Herald Tribune» del 24 agosto ci fa vedere «ribelli» che esultano, ma stando comodamente a cavallo di un aereo che porta impresso lo stemma della Nato.

2.Si tratta di una guerra preparata da lungo tempo. Il «Sunday Mirror» del 20 marzo ha rivelato che già «tre settimane» prima della risoluzione dell’Onu erano all’opera in Libia «centinaia» di soldati britannici, inquadrati in uno dei corpi militari più sofisticati e più temuti del mondo (SAS). Rivelazioni o ammissioni analoghe si possono leggere sull’«International Herald Tribune» del 31 marzo, a proposito della presenza di «piccoli gruppi della Cia» e di «un’ampia forza occidentale in azione nell’ombra», sempre «prima dello scoppio delle ostilità il 19 marzo».

3.  Questa guerra non ha nulla a che fare con la protezione dei diritti umani. Nell’articolo già citato, Lucia Annunziata osserva angosciata: «La Nato che ha raggiunto la vittoria non è la stessa entità che ha avviato la guerra». Nel frattempo, l’Occidente è gravemente indebolito dalla crisi economica; riuscirà a mantenere il controllo su un continente che sempre più avverte il richiamo delle «nazioni non occidentali» e in particolare della Cina? D’altro canto, lo stesso quotidiano che ospita l’articolo di Annunziata, «La Stampa», si apre il 26 agosto con un titolo a tutta pagina: «Nuova Libia, sfida Italia-Francia». Per chi ancora non avesse compreso di che tipo di sfida si tratta, l’editoriale di Paolo Baroni (Duello all’ultimo affare) chiarisce: dall’inizio delle operazioni belliche, caratterizzate dal frenetico attivismo di Sarkozy, «si è subito capito che la guerra contro il Colonnello si sarebbe trasformata in un conflitto di tutt’altro tipo: Guerra economica, con un nuovo avversario, l’Italia ovviamente».

4.  Promossa per motivi abietti, la guerra viene condotta in modo criminale. Mi limito solo ad alcuni dettagli ripresi da un quotidiano insospettabile. L’«International Herald Tribune» del 26 agosto, con un articolo di K. Fahim e R. Gladstone riporta: «In un accampamento al centro di Tripoli sono stati ritrovati i corpi crivellati di proiettili di più 30 combattenti pro-Gheddafi. Almeno due erano legati con manette di plastica, e ciò lascia pensare che abbiano subito un’esecuzione. Di questi morti cinque sono stati trovati in un ospedale da campo; uno era su un’ambulanza, steso su una barella e allacciato con una cinghia e con una flebo intravenosa ancora al suo braccio».

5.  Barbara come tutte le guerre coloniali, l’attuale guerra contro la Libia dimostra l’ulteriore imbarbarimento dell’imperialismo. In passato innumerevoli sono stati i tentativi della Cia di assassinare Fidel Castro, ma questi tentativi erano condotti in segreto, con un senso se non di vergogna, comunque di timore per le possibili reazioni dell’opinione pubblica internazionale. Oggi, invece, assassinare Gheddafi o altri capi di Stato sgraditi all’Occidente è un diritto proclamato apertamente. Il «Corriere della Sera» del 26 agosto 2011 titola trionfalmente: «Caccia a Gheddafi e ai figli casa per casa». Mentre scrivo, i Tornados britannici, avvalendosi anche della collaborazione e delle informazioni fornite dalla Francia, sono impegnati a bombardare Sirte e a sterminare un’intera famiglia.

6.  Non meno barbara della guerra, è stata ed è la campagna di disinformazione. Senza alcun senso del pudore, la Nato ha martellato sistematicamente la menzogna secondo cui le sue operazioni belliche miravano solo alla protezione dei civili! E la stampa, la «libera» stampa occidentale? A suo tempo essa ha pubblicato con evidenza la «notizia», secondo cui Gheddafi riempiva i suoi soldati di viagra in modo che più agevolmente potessero commettere stupri di massa. Questa «notizia» cadeva rapidamente nel ridicolo, ed ecco allora un’altra «notizia», secondo cui i soldati libici sparano sui bambini. Non viene addotta alcuna prova, non c’è alcun riferimento a tempi e a luoghi determinati, alcun rinvio a questa o a quella fonte: l’importante è criminalizzare il nemico da annientare.

7.  A suo tempo Mussolini presentò l’aggressione fascista contro l’Etiopia come una campagna per liberare quel paese dalla piaga della schiavitù; oggi la Nato presenta la sua aggressione contro la Libia come una campagna per la diffusione della democrazia. A suo tempo Mussolini non si stancava di tuonare contro l’imperatore etiopico Hailè Selassié quale «Negus dei negrieri»; oggi la Nato esprime il suo disprezzo per Gheddafi «il dittatore». Come non cambia la natura guerrafondaia dell’imperialismo, così le sue tecniche di manipolazione rivelano significativi elementi di continuità. Al fine di chiarire chi oggi realmente esercita la dittatura a livello planetario, piuttosto che Marx o Lenin, voglio citare Immanuel Kant. Nello scritto del 1798 (Il conflitto delle facoltà), egli scrive: «Cos’è un monarca assoluto? E’ colui che quando comanda: “la guerra deve essere”, la guerra in effetti segue». Argomentando in tal modo, Kant prendeva di mira in particolare l’Inghilterra del suo tempo, senza lasciarsi ingannare dalle forme «liberali» di quel paese. E’ una lezione di cui far tesoro: i «monarchi assoluti» del nostro tempo, i tiranni e dittatori planetari del nostro tempo siedono a Washington, a Bruxelles e nelle più importanti capitali occidentali.

FONTE: Blog di Domenico Losurdo

Come distruggere il Fantasy Reality della NATO sulla Libia?

Quanto ancora ci vorrà perché le persone si rendano conto di essere state ingannate fin dal primo giorno sulla guerra in Libia? Che cosa occorre per far capire alla gente che la Francia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti, insieme ai loro non democratici monarchi degli stati del Golfo hanno messo in opera un piano diabolico per distruggere il potere di Gheddafi?

Come Kuhn ha descritto nel campo della scienza, ci sono paradigmi ai quali la gente aderisce e che utilizza per spiegare il mondo.

Dopo una serie di anomalie il paradigma non è più in grado di spiegare molti fenomeni e infine si disintegra per far posto a un altro paradigma capace di spiegare più di quello precedente.

Mettiamo a confronto le due realtà, con le loro caratteristiche che sono ora in lizza per rimanere o diventare il paradigma, ciascuno con le proprie caratteristiche.

Provate a valutare entrambe le realtà e a vedere quale delle due è in grado di spiegare più fatti.

1. La Realtà della NATO

- Veniamo in pace.

- Veniamo a proteggere i civili.

- Veniamo a imporre una no-fly zone.

- Veniamo a imporre un embargo sulle armi.

- Non affianchiamo i ribelli, siamo dalla parte dei libici.

- Gheddafi ha perso ogni legittimità ed è un dittatore spietato

- I nostri media non dicono nient’altro che la verità.

- Noi facciamo quello che la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU ci dice di fare.

- Credete a ciò che vi viene detto.

- Niente truppe sul terreno.

2. UN NUOVO PARADIGMA

- Nella prima settimana nella quale la no-fly zone è entrata in vigore non c’era più motivo di sparare su qualsiasi cosa con tale fine.

- L’embargo sulle armi poteva essere controllato dal mare e dalle frontiere: non era necessario alcun bombardamento per stabilirlo.

- L’embargo sulle armi è stato applicato per una parte in conflitto solamente: al governo libico non è stato permesso di armarsi, i ribelli sono armati da Francia e Qatar (e da molti altri stati, probabilmente)

- Il governo libico e l’Unione africana vogliono avviare colloqui di pace: la NATO e ribelli non vogliono parlare di pace e continuano a bombardare il paese.

- La NATO è chiaramente schierata con i ribelli e viola quindi la risoluzione delle Nazioni Unite che non dice certo nulla riguardo al fatto che certi civili siano più degni di protezione di altri.

- L’obiettivo della NATO è diventato distruggere la possibilità del popolo libico di difendersi contro i bombardieri stranieri e da alcuni gruppi ribelli che non rappresentano il popolo della Libia: molti soldati sono stati uccisi anche quando erano in una posizione difensiva, proteggendo i loro civili dalle atrocità commesse dalle forze ribelli.

- La risoluzione dell’ONU nulla dice in merito allo spodestare il leader di un paese sovrano: la NATO intende scacciare Gheddafi e aiuta i ribelli a ricercarlo.

- Gheddafi è amato da milioni di persone e molti stanno sempre più odiando la NATO e la sua fanteria ribelle (1)

- La televisione di Stato libica è stata bombardata perché ha mostrato le atrocità e le numerose morti causate da NATO e Ribelli: ciò non era gradito, pertanto occorreva ridurla in rovine a dispetto delle regole delle Nazioni Unite contrarie a tali atti.

- La battaglia di Tripoli non è finita e già le compagnie petrolifere stanno combattendo tra loro per ottenere il controllo dei giacimenti di petrolio libico, i presidenti dei paesi NATO stanno pianificando che cosa fare con la Libia: come se avessero il diritto di determinare il futuro della Libia.

- La scelleratezza della NATO per Tripoli: bombardare a tappeto l’entrata ovest di Tripoli e uccidere tutti quelli che si trovano lì; non importa che ci siano civili o soldati che difendono la loro città; poi consentire ai killer islamici più spietati, provenienti dalla Libia orientale e altri mercenari dal Qatar, di entrare in città carichi di armi della NATO e del Qatar; portare individui dell’MI6 e della CIA e alcuni altri mercenari di organizzazioni come le Blackwater, per capitanare questi ribelli killer.

Fornire ulteriori aiuti, dando loro barche e trasportandoli con elicotteri in certi quartieri di Tripoli. Assicurarsi che non ci sia nessuno della stampa – rinchiuderli nell’hotel Rixos – e poi: lasciare che il massacro cominci! Usare alcuni filmati falsi di un’altra Piazza Verde, e attendere pochi giorni per assicurarsi che tutti i morti (che includono probabilmente molti civili che proteggevano la loro città) vengano rimossi dalle strade e proclamare la vittoria sulla Libia. Radunare i presidenti quanto prima e consegnare il potere alle loro marionette Jalil e Jabril (non c’è un governo ufficiale da settimane).

Se la battaglia va per le lunghe, non esitare a utilizzare gli elicotteri da guerra per sparare contro chiunque si opponga ai loro ribelli killer, e ignorare il fatto che molte persone a Tripoli non vogliono i ribelli e odiano la NATO per i suoi bombardamenti che continuano da più di 5 mesi, come ladri nella notte.

CONCLUSIONE

È spesso molto difficile che si verifichi il cambiamento per un mutamento di paradigma. Una volta che le persone hanno avuto il lavaggio del cervello affinché credano a un certo paradigma non sono per lo più in grado di cambiare questo punto di vista. Max Planck ha detto una volta che perché si verifichi un cambio di paradigma le persone che sostengono il vecchio paradigma devono semplicemente passare a miglior vita.

Noi non abbiamo tutto questo tempo.

Possiamo guardare tutti i punti del Paradigma Fantasy della NATO e chiederci quanto siano veri questi elementi.

Una volta che voi permettete all’incertezza di farsi pian piano strada, c’è un’altra disperata tendenza a mantenersi attaccati al vecchio paradigma, fino a che alla fine crolla completamente facendovi abbracciare il nuovo paradigma con tutte le conseguenze: non possiamo fidarci delle notizie sulle nostre TV, internet, radio. Non possiamo fidarci dei nostri governi, non possiamo fidarci della NATO, che è di certo una pillola difficile da ingoiare, ma forse è giunto il momento di affrontare questo nuovo paradigma. Tocca a voi.

 

P.S. Guardate i nuovi video sul mio canale. Yvonne de Vito (2) e un’intervista a un giovane libico a Londra che ci spiega che molti libici non stanno tanto combattendo per Gheddafi, quanto per proteggere il loro paese dalle potenze straniere. Vedono nel Qatar, negli Emirati Uniti e nella NATO i propri nemici (3)

(1) http://waterput.yolasite.com/english/nato-has-declared-war-on-millions-of-green-libyans

(2) http://www.youtube.com/watch?v=XWnnhNdcVbg

(3) http://www.youtube.com/watch?v=7mo8b3M4QBc (I libici che hanno disertato erano perlopiù la parte più corrotta della popolazione)

Fonte: http://waterput.yolasite.com/english/how-to-destroy-nato-s-fantasy-reality-on-libya-.

Traduzione per Megachip a cura di Pietrina Savini.

E’ la Nato che conquista Tripoli

di: Manlio Dinucci

Una foto pubblicata dal New York Times racconta, più di tante parole, ciò che sta avvenendo in Libia: mostra il corpo carbonizzato di un soldato dell’esercito governativo, accanto ai resti di un veicolo bruciato, con attorno tre giovani ribelli che lo guardano incuriositi. Sono loro a testimoniare che il soldato è stato ucciso da un raid Nato. In meno di cinque mesi, documenta il Comando congiunto alleato di Napoli, la Nato ha effettuato oltre 20mila raid aerei, di cui circa 8mila di attacco con bombe e missili. Questa azione, dichiarano al New York Times alti funzionari Usa e Nato, è stata decisiva per stringere il cerchio attorno a Tripoli.

Gli attacchi sono divenuti sempre più precisi, distruggendo le infrastrutture libiche e impedendo così al comando di Tripoli di controllare e rifornire le proprie forze. Ai cacciabombardieri che sganciano bombe a guida laser da una tonnellata, le cui testate penetranti a uranio impoverito e tungsteno possono distruggere edifici rinforzati, si sono uniti gli elicotteri da attacco, dotati dei più moderni armamenti. Tra questi il missile a guida laser Hellfire, che viene lanciato a 8 km dall’obiettivo, impiegato in Libia anche dagli aerei telecomandati Usa Predator/Reaper.

Gli obiettivi vengono individuati non solo dagli aerei radar Awacs, che decollano da Trapani,  e dai Predator italiani che decollano da Amendola (Foggia), volteggiando sulla Libia ventiquattr’ore su ventiquattro. Essi vengono segnalati – riferiscono al New York Times i funzionari Nato – anche dai ribelli. Pur essendo «mal addestrati e organizzati», sono in grado, «per mezzo delle tecnologie fornite da singoli paesi Nato», di trasmettere importanti informazioni al «team Nato in Italia che sceglie gli obiettivi da colpire». Per di più, riferiscono i funzionari, «Gran Bretagna, Francia e altri paesi hanno dispiegato forze speciali sul terreno in Libia». Ufficialmente per addestrare e armare i ribelli, in realtà soprattutto per compiti operativi.

Emerge così il quadro reale. Se i ribelli sono arrivati a Tripoli, ciò è dovuto non alla loro capacità di combattimento, ma al fatto che  i cacciabombardieri, gli elicotteri e i Predator della Nato spianano loro la strada, facendo terra bruciata. Nel senso letterale della parola, come dimostra il corpo del soldato libico carbonizzato dal raid Nato. In altre parole, si è creata ad uso dei media l’immagine di una «resistenza» con una forza tale da battere un esercito professionale. Anche se ovviamente muoiono dei ribelli negli scontri, non sono loro che stanno espugnando Tripoli. E’ la Nato che, forte di una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, sta demolendo uno stato con la motivazione di difendere i civili. Evidentemente, da quando un secolo fa le truppe italiane sbarcarono a Tripoli, ha fatto grandi passi in avanti l’arte della guerra coloniale.

Fonte: IlManifesto.it

Tripoli, oggi più che mai suol d’amore. Il nostro.

di: Fulvio Grimaldi

La storia è un resoconto perlopiù falso di eventi perlopiù insignificanti provocati da governanti perlopiù delinquenti e da soldati perlopiù idioti. (Ambrose Bierce, scrittore Usa, 1842-1914)

Liquidiamo per prima cosa gli sciacalli collateralisti travestiti da sinistri, oggi tutti o rintanati in un abisso di vergogna, o garruli, più impudichi, celebratori di diritti umani e democrazia ristabiliti. Come Vendola – “Israele ha fatto fiorire il deserto” – Rossanda -”Brigate internazionali a sostegno dei giovani rivoluzionari di Bengasi”, o il poco noto sedicente esperto di Latinoamerica e spocchioso tuttologo dell’intossicazione imperialista, Carotenuto – “I cecchini di Gheddafi sparano sui bambini”. Li scopriamo, sotto gli scintillanti panni arcobaleno, imbrattati di merda e grondanti di sangue del popolo libico e confinati per l’eternità nella fangazza dei caimani, peggiori del guiitto mannaro: traditori e rinnegati.

Calpesta questi vermi Hugo Chavez che, ancora una volta, ha tuonato contro le aberranti nefandezze  dei “democratici governi europei e Usa impegnati a radere al suolo Tripoli, le scuole, gli ospedali, le case, i posti di lavoro, i campi coltivati, le fabbriche, i rifornimenti idrici ed elettrici con il suo milione e mezzo di abitanti”, adducendo a scusa una “rivoluzione” che non è che un colpo di Stato “mirato a prendersi il paese e le sue ricchezze” .

Dietro a Chavez c’è quasi l’intera America Latina, quasi tutta l’Africa, gran parte dell’Asia, a dispetto degli infingardi medvedeviani e cinesi. E questi cavalieri dell’Apocalisse, rappresentanti di un mero 7% dell’umanità, in maggioranza, poi, nemmeno  omologati sui crimini dei loro “rappresentanti”, osano definirsi “comunità  internazionale”. Senza contare che ormai, nella “comunità internazionale”, questi non sono da tempo rappresentanti di nessuno, se non della manica di criminali psicopatici rintanati nei forzieri.
E veniamo a come sembra stiano le cose secondo le uniche voci oneste sopravvissute a Tripoli. Sopravvissute, perchè ne va della loro vita, visto che le spie della Cia e dell’MI6, fattesi passare per giornalisti nell’Hotel Rixos, li hanno minacciati di morte e cercano di farli fuori. Me li ricordo, quei “giornalisti” yankee e britannici, in ascolto spocchioso e irridente alle nostre conferenze stampa in cui portavamo documenti, immagini e testimonianze degli orrori compiuti dai mercenari e dalla Nato. Ricordo le loro domande di spie: “A quale formazione politica appartieni?” “Cosa guadagnate dal farvi trombettieri delle truffe e bugie di Gheddafi?” “Chi vi paga?” “Siete complici dei mercenari di Gheddafi che stuprano bambini”. “Vi rendete conto che siete operativi del terrorismo contro la democrazia e la comunità internazionale?”
Ora quell’hotel, senza più personale, si è diviso in due contrapposti fortini: da un lato i giornalisti veri, in prima linea Thierry Meyssan e Darius Nazemroaya, che gli agenti angloamericani cercano di far fuori, dall’altro i mercenari mediatici. Gli stessi che viaggiando per le strade della Libia segnalavano alla Nato i posti di blocco da disintegrare. E’ per le strade così “ripulite” che le bande del mercenariato Nato hanno potuto avanzare grazie all’intervento incessante degli elicotteri d’assalto, dei droni e dei bombardieri, che spazzavano gli spazi davanti a loro. Nulla di quanto sta avvenendo è merito di questo branco di belve subumane unicamente motivate dal bottino e dagli orgasmi da sevizie e morte. Senza le stragi Nato non sarebbero stati capaci di far altro che continuare a dare la caccia agli africani neri, alle ragazze da violentare e poi uccidere (stile narcos al soldo degli Usa in Messico), a chi non si schierava con loro. La forza d’urto principale è stata esercitata dalle montagne alle spalle di Tripoli nelle quali nelle scorse settimane erano arrivate, su piste improvvisate, valanghe di armamenti pesanti, con il beneplacito del governo dellaTunisia, da qualcuno (Giuliana Sgrena e mistificatori vari) ancora definito espressione della “primavera dei gelsomini” (qualifica tesa a sacralizzare anche le operazioni Cia delle rivoluzioni arancioni, dei garofani, delle rose e di colori e fiori vari). Governo tunisino che, rivoluzionariamente, spargendo gelsomini, è balzato sul carro da morto di passaggio e ha riconosciuto il sedicente Consiglio di Transizione, così tagliando il cordone ombelicale a tutto un popolo, E’ la democrazia, cretino!

I tumulti di Tripoli, comunque, sembra non siano tanto merito di contingenti di mercenari invasori, in ogni caso guidati e appoggiati da teste di cuoio occidentali, quanto da “cellule dormienti” infiltrate da tempo e che si sono mosse al segnale lanciato da certi muezzin dai minareti a partire da sabato scorso. Il meccanismo, ripetuto in questi giorni, è questo: la Nato lancia di notte attacchi di portata terrificante su una zona, o un centro, distruggendo tutto e facendo fuggire o uccidendo la popolazione (1.300 in 9 ore domenica scorsa, 5000 feriti). Nel vuoto si precipitano i mercenari con telecamere al seguito, sbraitano, sparacchiano e… spariscono, mentre l’area torna ad essere popolata da abitanti che rientrano sotto la protezione delle forze lealiste. Si parla addirittura di “ribelli” cacciati dalle loro posizioni 80 km a ovest di Tripoli (Zauija).

Così, pare, oggi a Tripoli, dove sarebbe in corso la controffensiva dei lealisti che avrebbe svuotato la città dai mercenari per il 90%, salvo sacche nei sobborghi. E a ennesima dimostrazione della rozzezza dei bugiardi: i figli di Gheddafi, Seif e Mohammed, sono liberi e in lotta. Il problema grande è che, come si creano distanze tra i due fronti, i killer Nato hanno agio di infierire su Resistenza e popolazione civile, ovviamente, come fatto a partire del 19 marzo, senza il minimo riguardo per la popolazione nella quale i combattenti patrioti si muovono. L’altra notte è passato su RAI Tre un grande film su Marzabotto. Sinistri e celebranti vari commemorano in lacrime quegli eventi. in Libia la nostra “comunità internazionale” di Marzabotto e S.Anna di Stazzema ne hanno perpetrato centinaia, all’ennesima potenza. E’ la democrazia, cretino! E ora stanno facendo a Tripoli quello che hanno fatto a Dresda, a Baghdad, a Falluja, a Gaza. Terminator nutriti di morte, amici, anzi padroni omaggiati, di Napolitano, Bersani, Flavio Lotti, Pannella e tutta la fangazza sinistrata d’Italia. Lordi tutti del sangue di un popolo genocidato dopo l’altro. A quando l’incendio purificatore e salvifico che li incenerirà?


Non finisce qui. Non c’è nessuna stretta finale, Gheddafi morirà in combattimento o trucidato, come Saddam e Milosevic, in qualche postribolo da tutti consacrato tribunale e dove, sullo scranno delle marchette, sono assise “madame” come Carla del Ponte, Antonio Cassese (quello del tribunale farsa prima della Jugoslavia e poi del Libano), Moreno Ocampo. Così come si omaggia Napolitano, il peggiore presidente mai avuto nella Repubblica, “difensore della Costituzione”. Colui che rischia, avvenuta la nemesi, di passare alla storia giusta con il titolo di “presidente fellone”. Accanto a gentaccia come Laval, Petain, Badoglio e, oggi, accanto a pagliacci zannuti Nato alla Karzai, Al Maliki, Micheletti, Calderon, Abu Mazen, Mesic…
Gheddafi, mille Gheddafi, continueranno a guidare la lotta dei libici, dovesse durare un’altra volta trent’anni, come sotto i macellai Graziani, Badoglio, Mussolini (avete constatato come questi massacratori dei mandanti Obama e Cameron e banchieri che li manovrano, siano addirittura peggio, molto peggio, di quegli antesignani della civiltà superiore bianca cristiana?). Alimentiamo i fuochi sacri dei libici. A partire dalle palle infuocate di verità da lanciare addosso alle prostitute nel postribolo.
MondoCane

Cosa sta succedendo in Siria?

Articolo inviato al blog
di: Salvatore Santoru
Dopo la repressione delle proteste da parte delle truppe di Assad a Hama,che secondo fonti dell’opposizione  ha causato 142 morti,la questione siriana è giunta a un bivio:Londra  e Berlino non escludono  l’intervento militare,così come l’asse USA-Francia-Italia,e dunque si prospetta una nuova guerra imperiale con la “benedizione” dell’ONU come avvenuto per la Libia.Stando ai notiziari mainstream(i vari tg)da una parte c’è il solito cattivo dittatore,il “nuovo Hitler” di turno che massacra il suo popolo e dall’altra pacifici e innocenti critici del tiranno che non aspettano altro i “liberatori” con le loro bombe li salvino in cambio dell’adozione della “democrazia” e della “libertà” made in USA,più la costruzione di qualche base militare e Mc Donalds vari.Naturalmente le cose stanno diversamente da come vengono presentate alla cosiddetta “opinione pubblica”  e le semplificazioni in questi casi servono a poco,se non alla propaganda guerrafondaia che ha funzionato alla perfezione nel caso libico.
Chi sono gli oppositori del regime siriano?
Iniziamo subito col dire che il regime  degli Assad,sia padre che figlio,si è caratterizzato da sempre per la sua ferocia repressiva e il “pugno di ferro” contro i dissidenti e le voci critiche(cose abbastanza risapute tra l’altro).
Esso è stato ed è una sorta di  “stato di polizia” permanente dove la politica è dominata dal monopolio del partito Baath e di pochi altri movimenti e partiti vicini ad esso,in campo religioso è dominato dagli aluiti ,minoranza  sciita a cui appartiene la dinastia Assad,mentre la popolazione è in maggioranza sunnita.Ci sono state e ci sono giustamente numerose voci critiche di opposizione al regime degli Assad ,molto differenti sia nell’ideologia ,sia negli interessi e negli obbiettivi:si va dall’estrema sinistra e dunque comunisti,anarchici e così via,agli stessi dissidenti baathisti e ai nasseriani,a certe frange delle classi meno abbienti,sino a parti del ceto medio,vari intellettuali e artisti sino ai gruppi di ispirazione religiosa.Come si è appena visto ci sono molte tendenze e differenti modi di pensare nella galassia dell’opposizione siriana.Comunque,come sempre ci sono i pro e i contro.

Lo spettro del fondamentalismo islamico 
Mentre la libertà politica è abbastanza limitata,la libertà di religione,di culto,durante il regime degli Assad è stata sempre un cardine di esso:minoranze cristiane, islamiche sciite e altre  sono sempre state tollerate a differenza di molti altri paesi del Medio Oriente.Per questi e altri motivi Assad,così come Gheddafi,è odiato dal network fondamentalista islamico,che in Siria si manifesta politicamente sopratutto con i Fratelli Musulmani(divisi tra correnti più aperte e laiche e altre più fondamentaliste e intolleranti)e i salafiti,questi ultimi decisamente schierati nelle frange più estremiste del radicalismo islamico.Questo spettro del fondamentalismo islamico è decisamente da non sottovalutare,cosa che fanno per ovvi motivi i paesi occidentali,tanto bravi a insegnare odio e diffondere propaganda razzista antislamica  in patria e a  creare e finanziare gruppi estremisti  e terroristi nei paesi arabi.Non solo:c’è da ricordare che molti gruppi che fanno riferimento all’ideologia islamista sono finanziati dall’Arabia Saudita o meglio dalla dinastia degli Al Saud,che come è risaputo è la quinta colonna dell’imperialismo statunitense dell’area nonchè fornitore maggiore del petrolio alle compagnie dello Zio Sam.Certamente ci sono molti tipi di islamismo politico e di gruppi islamici diversi da quelli appena citati,ma il pericolo della conquista della Siria da parte del fondamentalismo islamico non è per nulla da sottovalutare,anche per via del fatto che questo fenomeno gode di  ampia copertura internazionale,e sempre più di credibilità agli occhi dell’opinione pubblica mondiale.
I Neocolonialisti vogliono la Siria
Un altro pericolo,oltre al già citato fondamentalismo islamico,è rappresentato dal desiderio neocolonialista delle potenze occidentali di conquistare la Siria:infatti Francia,di cui la Siria è un’ex colonia,Gran Bretagna,USA hanno intenzione di mettere gli  artigli su quel paese dall’importanza strategica e geopolitica tutt’altro che relativa nello scacchiere mediorientale e internazionale.Così come successo per la Libia,l’imperialismo  pensa di cavarsela con la solita propaganda della “protezione dei civili” e con il beneplacito dell’ONU.Un’altro elemento importante per gli imperialisti  è la “protezione” di Israele: con la Siria eliminata dal “gioco” verrebbe meno il maggior nemico dell’area per i sionisti.Non solo:come ben si sa la Siria è il paese più vicino politicamente all’Iran e agli Hezbollah libanesi,e senza di essa gli USA e gli “alleati” avrebbero la strada spianata nel’accerchiare l’Iran,e nel trasformare il Libano in colonia israeliana.Interessante è il solito coinvolgimento del filosofo sionista    Bernard Henry Levy (presente in quasi tutti i scenari di guerra voluta dall’Occidente per divulgare il messaggio neocolonialista)nel convegno dell’opposizione siriana più oltranzista a Istanbul(mentre un’altra parte dell’opposizione si era  riunita in Siria).
Cosa succederà
La rivolta siriana dura ormai da sei  mesi.Inizialmente collegata al fenomeno della cosiddetta “primavera araba” con il tempo è andata diversificandosi e andando a perdere il suo intento originario,anche grazie all’infiltrazione e alla strumentalizzazione di essa da parte di gruppi fondamentalisti islamici  e pro —occidentalisti(comunque sempre in minoranza anche se sono i più sentiti e elogiati da parte della propaganda occidentale).Ora le potenze occidentali hanno intenzione di spingere verso un’intervento militare(in tal caso tenteranno  di mettere fine alla guerra in Libia con la divisione del territorio e il petrolio saldamente nelle mani delle loro compagnie)sia diretto oppure usando il loro “agente” mediorientale,cioè lo stato di Israele.Non è improbabile comunque anche un tentativo estremo di conciliazione con il regime degli Assad(stato canaglia amico-nemico da sempre molto ambiguo per l’Occidente)in cambio di una rottura con l’Iran e gli Hezbollah e un’avvicinamento-riavvicinamento con Israele e l’Occidente.Invece per il popolo siriano la migliore ipotesi sarebbe il rifiuto di qualunque coinvolgimento militare e politico da parte dell’Occidente e il riconoscimento dei suoi diritti e delle sue libertà,e se possibile la fine della dittatura degli Assad ,o almeno un cambiamento radicale di essa,e maggiore (vera)democrazia e (vera)libertà.

Goldman Sachs, Tripolirip

Che cosa fareste se una banca, alla quale avevate affidato 100.000 euro per farli fruttare, vi comunicasse che in un anno si sono ridotti a meno di 2.000 euro?

È quanto accaduto alla Libia, come documenta un’inchiesta del «Wall street journal» [1]. Dopo che gli Usa e la Ue avevano revocato l’embargo nel 2004, affluirono in Libia decine di banche e società finanziarie statunitensi ed europee. Tra queste la Goldman Sachs, una delle maggiori banche d’investimento del mondo, la cui sede principale è a New York. Nella prima metà del 2008, l’Autorità libica di investimento le affidò 1 miliardo e 300 milioni di dollari di fondi sovrani (capitali dello stato investiti all’estero). La Goldman Sachs li investì in un paniere di valute e in azioni di sei società: la statunitense Citigroup Inc., la banca italiana UniCredit e la spagnola Santander, la compagnia tedesca di assicurazioni Allianz, la compagnia energetica francese Électricité de France e l’italiana Eni. Un anno dopo, la Goldman Sachs comunicò all’Autorità libica che, a causa della crisi finanziaria, il fondo libico aveva perso il 98% del suo valore, riducendosi da 1 miliardo e 300 milioni a 25 milioni di dollari. I responsabili dell’Autorità libica, furiosi, convocarono a Tripoli il responsabile della Goldman Sachs per il Nordafrica. L’incontro fu tempestoso, tanto che la Goldman Sachs evacuò precipitosamente i suoi impiegati da Tripoli, temendo che venissero arrestati. Poiché la Libia minacciava un’azione legale, che avrebbe compromesso la reputazione della banca agli occhi di altri investitori istituzionali, la Goldman Sachs le offrì come risarcimento azioni privilegiate della banca stessa. Ma poiché i libici erano giustamente sospettosi, l’accordo non venne firmato. Restava così aperta la possibilità, temuta dalla Goldman Sachs, che l’Autorità libica intraprendesse un’azione legale internazionale. Casi analoghi di «cattiva amministrazione del denaro libico» sono documentati da un’inchiesta pubblicata dal «New York Times» [2]. Ad esempio la Permal – unità della Legg Mason, una delle principali società di gestione di investimenti, con sede a Baltimora – ha amministrato 300 milioni di dollari di fondi sovrani libici, che hanno perso il 40% del loro valore tra il gennaio 2009 e il settembre 2010. In compenso, la Permal ha riscosso 27 milioni di dollari per le sue prestazioni. Lo stesso hanno fatto altre banche e società finanziarie, come l’olandese Palladyne, la francese Bnp Paribas, la britannica Hsbc e il Credit Suisse. Nei loro confronti l’Autorità libica minacciava di intraprendere azioni legali internazionali, che avrebbero danneggiato l’immagine di questi «prestigiosi» organismi finanziari. Il tutto si è risolto felicemente quando, lo scorso febbraio, Stati uniti e Unione europea hanno «congelato» i fondi sovrani libici. La loro «custodia» è affidata alle stesse banche e società finanziarie che li avevano così bene gestiti. E dal furto si è passati alla rapina a mano armata quando, in marzo, è iniziata la guerra.

Sotto la copertura dei cacciabombardieri Nato, la Hsbc e altre banche di investimento sono sbarcate a Bengasi per creare una nuova «Central Bank of Libya», che permetterà loro di gestire i fondi sovrani libici «scongelati» e i nuovi ricavati dall’export petrolifero. Questa volta, sicuramente, ottenendo alti rendimenti.

Fonte :Il Manifesto (Italia) 

[1] « Libya’s Goldman Dalliance Ends in Losses, Acrimony », Magaret Coker, Liz Rappaoprt, Wall Street Journal, 31/05/2011.

[2] « Western Funds Are Said to Have Managed Libyan Money Poorly », David Rohde, The New York Times, 30/06/2011.

 

 

 

Nato/al Quaeda: l’ alleanza reazionaria contro le rivoluzioni arabe

 

Articolo inviato al blog
di Salvatore Santoru

Introduzione

Gennaio 2011: nel mondo arabo inizia quell’evento rivoluzionario che la stampa occidentale chiamerà “primavera araba”, popoli che si ribellano alle dittature chiedendo libertà e partecipazione politica, due elementi troppo spesso assenti nella storia recente (e non solo) del mondo arabo (o almeno di una certa parte di questo variegato mondo ). Il 14 gennaio in Tunisia Zine El-Abidine Ben Ali, a seguito delle proteste popolari contro il carovita (e non solo), fugge e così termina, in anticipo, il suo mandato presidenziale, l’11 febbraio tocca a Hosni Mubarak , in Egitto, dimettersi dopo 18 giorni di manifestazioni e rivolte del popolo, rivolte che vedono il proprio epicentro, nella capitale Cairo, in piazza Tahir. Le rivolte contagiano un pò tutto il Medio Oriente e il Nord Africa, dal Marocco sino al Bahrein e all’Arabia Saudita.

NATO e network islamista si incontrano

A questo punto della situazione entra in gioco la NATO o meglio gli interessi delle potenze occidentali più forti: l’obbiettivo è quello di approfittare della situazione che si è creata, della caduta dei vecchi regimi per condizionare le fasi di transizioni e instaurare un nuovo regime, che in fin dei conti deve essere una continuazione, se non qualcosa di peggio,del  vecchio. Per fare ciò , si giunge a un’alleanza (in apparenza)paradossale:le forze della NATO e l’integralismo/fondamentalismo islamico. Entrambi hanno interessi comuni:spodestare i vecchi regimi più o meno “laici”(alcuni solo in apparenza,vedasi l’Egitto “colluso” con l’integralismo religioso)e instaurarne di nuovi, autoritari e se possibile tendenti all’islamismo radicale, magari basati sulla Sharia (legge islamica),cosa che farebbe molto piacere al network ultraislamista, e disponibili, se possibile, a “collaborare” e a rendere vita facile alle compagnie petrolifere occidentali, cosa che farebbe molto piacere alle forze della NATO (il cui presunto interesse per le democrazie e i diritti umani serve solo per convincere ,dopo un accurato lavaggio, il cervello dell’occidentale medio in modo che accetti le guerre “umanitarie” e il saccheggio coloniale). Questa “strana” alleanza la si può vedere operare in Libia,ma anche in Egitto,e pure in Siria.

Egitto,da Mubarak all’asse militari/Fratelli Musulmani

Caduto il vecchio tiranno che governava il paese da ben trent’anni, l’Egitto si avvia a una nuova fase. Sembra in un primo momento che la situazione stia volgendo a favore del popolo e delle sue aspirazioni,che hanno scatenato la rivoluzione. Ma non è così. Viene istituito un governo di transizione, provvisorio, guidato dai militari,che da sempre sono vicini a Washington, con la “benedizione spirituale” dei Fratelli Musulmani,più vecchie personalità del regime. Inizialmente il nuovo governo rispetta e soddisfa alcune aspirazioni della gente,ma più si va avanti,più ci si rende conto che il nuovo regime non è altro che una continuazione del vecchio, giusto si dà qualche ritocco qua e là che serve per darsi una qualche credibilità davanti alle masse. Repressioni poliziesche, scontri e persecuzioni intereligiosi (come nei confronti dei copti)sono di nuovo all’ordine del giorno,proprio come nella precedente dittatura. I movimenti giovanili,sociali e le forze che hanno dato man forte alle rivolte, vengono messi da parte,e al loro posto si preferiscono i Fratelli Musulmani,che se da altre parti del Medio Oriente , vengono considerati vicini a ideologie integraliste e pure fondamentaliste,ora vengono presentati come portatori di “libertà e democrazia” .Certo,con la Sharia. Fratelli Musulamani ed esercito fanno parte del cosiddetto “blocco reazionario” che fa gli interessi dell’alta borghesia nazionale (i compradores) e fa comodo ai progetti dell’asse USA-Israele nell’area. In poche parole , si è cambiato tutto per non cambiare niente,o meglio NATO e integralisti hanno fatto in modo che finisse così.

Guerra in Libia e questione siriana

La Libia, come tutti gli altri paesi della regione, è stata contagiata dalla “primavera araba”. Tuttavia, mentre avvenivano manifestazioni pacifiche per chiedere maggiori libertà e diritti, l’asse NATO/AL Quaeda ne ha approfittato per innescare una strana rivolta armata(con salafiti, nostalgici di Re Idris I, sostenitori delle multinazionali petrolifere,celebre lo slogan “Oil for the west” ecc) tendente a rovesciare Gheddafi. Quando il colpo di stato è fallito, allora si è ricorsi alle bombe “intelligenti” e al massacro di civili (“danni collaterali”) per tentare di arrivare all’obiettivo da sempre perseguito da potenze occidentali e fondamentalisti: eliminare il colonnello, considerato dagli uni come troppo pericoloso per gli interessi dell’elitè occidentale, dagli altri come troppo laico e “traditore” del presunto spirito “puro” dell’Islam (che salafiti, quaedisti e company dicono di seguire), più la garanzia del petrolio nelle mani delle varie BP e Total, i beni del leader libico(e non solo sui) nelle mani dell’alta finanza imperiale, la privatizzazione di beni, sevizi e così via del paese (a partire dalle banche)e se possibile l’eliminazione di un’ ostacolo all’AFRICOM,ossia alla (ri)colonizzazione dell’Africa da parte delle potenze (ex)coloniali.Per l’eliminazione o per la completa “sconfitta morale” di Gheddafi, ci penserà il TPI, come già avvenuto per Milosevic. Inoltre,come nell’ex Jugoslavia, la NATO ha giocato nella divisione del paese:cosi ora la Libia è divisa tra la Tripolitania, rimasta “fedele” al governo centrale, e la Cireneica, “fedele” al Consiglio di Transizione libico, governo “provvisorio” creato e composto da ex funzionari del governo di Gheddafi (tra cui vari responsabili di violazioni di diritti umani)elementi riconducibili alla galassia islamista radicale,dal Gruppo Combattente Islamico libico, collegato con frange di Al Quaeda, elementi filo-monarchici ecc.

Grazie a questa divisione, AFRICOM può cantare vittoria,disponendo della Cirenaica e avendo ora la strada tutta in discesa per la conquista totale (o almeno di una gran parte) dell’Africa. La guerra,presentata all’opinione pubblica come animata dalla “responsabilità di proteggere” i civili “dalla violenza del tiranno”,e dipinta come una missione di pace lampo,prosegue da più di tre mesi,e sta causando oltre a ingenti perdite finanziarie per i “volenterosi della Coalizione”(l’Italia spende più di 1 miliardo di euro,700 per le operazioni sul campo,e 400 per finanziare i “ribelli”)perdite umane(all’incirca sino ad ora sembra siano 700 le vittime delle neocolonialismo “alleato”). C’è il rischio di un prolungamento a tempo indeterminato, così come avvene e avviene in Iraq e Afghanistan,c’è il rischio di un “nuovo Vietnam”,guerra in cui se da un lato gli USA persero militarmente,dall’altro il complesso militare-industriale e altre lobby vinsero grazie alla destabilizzazione del paese,e ai danni provocati ad esso,e sopratutto al suo popolo(i vietnamiti).Intanto la NATO ,dopo la Libia,sta puntando anche verso la Siria.In Siria,come in tutte le altre regioni mediorientali, è arrivato il vento di cambiamento innescato dalle rivoluzioni di Tunisia e Egitto:infatti movimenti,singoli cittadini ogni giorno invocano libertà e partecipazione, negati dal regime guidato dalla famiglia Assad. Anche,in questa situazione, naturalmente la NATO e i vari gruppi islamisti radicali(c’è da ricordare anche che la famiglia Assad è aluita,mentre la maggioranza della popolazione è sunnita)vogliono metterci gli artigli,ed infatti abbiamo notizia di anomali gruppi armati infiltrati tra i manifestanti o singoli che tentano di rovesciare il regime con violenza ,e si discostano dallo spirito delle rivolte .L’obbiettivo delle potenze delle NATO,in particolare della Francia(cui la Siria è un’ex colonia)è quello di destabilizzare il regime,se possibile con gruppi paramilitari islamisti,o se ciò dovesse fallire,tramite Israele condurre una nuova guerra.In questi ultimi giorni,pare che si sta arrivando a trattative tra Assad e certi leader oppositori,e pare che gli USA e le altre potenze della NATO stiano mollando la presa e tollerando lo stesso Assad, in cambio di maggiori aperture verso Israele e la presa di distanza dall’Iran e da Hezbollah(i rapporti Siria-USA sono molte volte ambigui:essa è un cosiddetto stato canaglia per l’elitè politico/militare a stelle e strisce, ma allo stesso tempo si sono cercate e si cercano collaborazioni con esso,sopratutto durante l’amministrazione Bush).Comunque le uniche vittime di questa situazione(come sempre),nel caso si arrivasse a una guerra contro la Siria,o nel caso si arrivasse ad accordi Siria-NATO,con apertura della prima verso Israele, sono il popolo siriano e il popolo palestinese,popoli che come spesso succedde,devono subire le aggressioni imperialiste e la corruzione di governi dediti più ai propri interessi che a quelli della gente.

Controrivoluzione permanente

L’alleanza NATO/AL Quaeda ha innescato per contrastare le masse arabe in rivolta,una “controrivoluzione permanente”.Questa strategia consiste nell’armare e finanziare i governi più reazionari in modo da eliminare ogni possibile “pericolo” di democrazia e libertà,che metterebbe a rischio gli interessi economici,strategici e geopolitici delle grandi potenze occidentali:ciò avviene nel Quatar,negli Emirati Arabi Uniti,in Bahrein,in Marocco,in Arabia Saudita,più o meno in Yemen,e altri paesi)e nel manovrare o infiltrare le rivolte nei paesi,che dittature o meno,possono essere da ostacolo al processo integralcolonialista,in modo tale che ,nel caso di guerre civili o di guerre con la G maiuscola,la controrivoluzione avanzi e permanga sino a quando verrà inaugurata la nuova fase(cambiamento di regime):ciò sta accadendo in Libia,e c’è il rischio che avvenga in Siria e in altri paesi.L’operare insieme per attuare controrivoluzioni permanenti non è nuovo nè alla NATO, agli USA e alle altre potenze,nè ad Al Quada:pensiamo alla guerra in Afghanistan,quando dopo l’invasione “social”imperialista dell’URSS gli USA armarono (crearono?)il fenomeno del terrorismo islamista,che usarono per sconfiggere i sovietici,ma anche per distruggere le aspirazioni di libertà del popolo afghano,dei partigiani afghani,di coloro i quali combattevano contro l’invasore russo(che a parole si dichiarava socialista,ma nei fatti tendeva all’imperialismo più o meno capitalista)e venivano a loro volta infiltrati e manovrati dagli integralisti islamici per volere statunitense .Questa pesante ingerenza imperialista degli USA,e la creazione di network islamisti estremisti,porterà alla destabilizzazione permanente dell’Afghanistan,dato in pasto ai signori della droga,e a altri criminali,poi in parte messi fuori gioco dal regime talebano,basato su un duro autoritarismo e spirito reazionario, nonchè sulla Sharia, e poi nuovamente attaccato dall’Impero(e alleati) con l a sua retorica e lo stupro continuo di parole come libertà e democrazia, con le sue bombe e le sue truppe di conquista. Nella controrivoluzione permanente sono coinvolti oltre alla NATO e all’islamismo radicale organizzato anche le varie monarchie di Nord Africa e Medio Oriente,il cosidetto Concilio per la Cooperazione del Golfo (GCC) ,la potente Casa di Saud(Arabia Saudita),il maggior alleato degli USA per va del petrolio,nonchè la più brutale e repressiva e ricca dittatura mediorientale(dove le donne,per esempio,non possono neanche guidare un’automobile).Ai controrivoluzionari non dispiacerebbe affatto l’idea di un ritorno graduale alla monarchia nell’area mediorientale e nordafricana,e l’affermazione di rappresentanti del governo provvisorio libico di Bengasi secondo cui anche la monarchia potrebbe essere una forma politica praticabile nel futuro,sta ad indicare che la via per questi progetti,è tutt’altro che in salita(tra l’altro anche in Occidente l’idea monarchica e/o reazionaria sta tornando in auge,segno che i tempi per l’illusione delle false democrazie ,in realtà oligarchie più o meno “reazionarie”sono giunti al termine,o quasi).

Conclusione

Come abbiamo visto NATO e Al Queda sostanzialmente perseguono simili obbiettivi ed hanno tutto l’interesse di sfruttare,tenere nell’ignoranza,insomma contrastare l’emancipazione del popolo arabo,da sempre,storicamente,combattuta dai vari imperialismi,da quello ottomano a quello inglese,francese,statunitense e via,così come da dittature reazionarie molte volte sostenute economicamente e militarmente dall’imperialismo occidentale.Ora i rappresentanti del capitalismo globalista occidentale e quelli dell’integralismo jiahdista mediorientale e africano hanno intenzione di “spartirsi” la torta,e di giungere a patti:tirannie fondamentaliste libere di propagandare odio in cambio di contratti vantaggiosi e privatizzazioni in favore delle multinazionali. Può darsi che fra non molto tempo si giunga a un’ennesimo scontro(3 guerra mondiale?)tra “l’Occidente giudeocristiano” e “l’Oriente” (o parte di esso)islamico”,che in realtà(contando anche il fatto che l’estremismo islamico versione terrorista è una creazione dell’elitè occidentale)sarebbe un’ennesima guerra contro i popoli orientali ,ma anche contro gli stessi popoli occidentali,nel caso di una generalizzazione del conflitto. Ci sarebbe ancora molto da dire,sulla natura dei recenti conflitti in Nord Africa e in Africa,ad esempio della guerra “interimperialista” e non dichiarata tra gli USA e la Cina,o meglio fra gli interessi delle due potenze,o in Medio Oriente degli “occasionali “scontri tra interessi russi e statunitensi e cosi via,ma ciò sarebbe meglio trattarlo altrove. C’è da sperare che altre,ennesime guerre ,”umanitarie” o meno,non abbiano inzio,che le rivoluzioni arabe,nonostante le strumentalizzazioni,le infiltrazioni e le manovrature, giungano a termine e con esse arrivino finalmente le realizzazioni di libertà dei popoli mediorientali e africani,cosi come c’è da sperare che ciò avvenga per europei,americani(nord,sud,centro),asiatici ecc,insomma che avvengano vere autodeterminazioni di tutti i popoli. Le decisioni vengono prese dai potenti nei palazzi,ma la storia l’ha fanno i popoli,e sta ai(e a noi parte del popolo/i) popoli,a noi popoli,ora più che mai,decidere i nostri futuri,le nostre sorti,le nostre aspirazioni,i nostri obbiettivi. Sta a noi popoli scegliere se volere o meno la libertà,e se il potere/i la nega/no sta a noi dissentire e riacquistarla,non con il denaro(strumento del potere),ma con l’autodeterminazione,la solidarietà,il rispetto reciproco, il coraggio, in poche parole, con la libertà, la libertà di voler essere liberi.