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Tag: iran

Ma dove è finito Mahmaoud Ahmadinejad?

admadinejadcomedonInformazione Scorretta

Questa era la dittatura di cui ci parlavano gli sciocchi nostrani. Guidati dalle loro letture come “Repubblica” e dalla loro banalità ci parlavano di dittatura e di un feroce dittatore. Oggi che ha perso le elezioni il Presidente Amhadinejad torna al lavoro (con l’autobus). Ce ne fossero di uomini così.

Eletto due volte alla presidenza dell’Iran, compiuto il suo secondo mandato, sconfitto alle ultime elezioni, Mahmaoud Ahmadinejad che cosa fa adesso? Ha ripreso il suo lavoro di professore all’università di Teheran, dove insegna ingegneria. Leggi Tutto…

Obama la preferisce coperta

di: Manlio Dinucci

Al presidente Obama non piace la guerra. Non perché è premio Nobel per la pace, ma perché l’azione bellica aperta scopre le carte della strategia statunitense e degli interessi che ne sono alla base. Ha quindi varato un grande piano che, scrive il Washington Post, «riflette la preferenza della sua amministrazione per lo spionaggio e l’azione coperta piuttosto che per l’uso della forza convenzionale». Esso prevede di ristrutturare e potenziare la Dia (Agenzia di intelligence della difesa), finora concentrata sulle guerre in Afghanistan e Iraq, così che possa operare su scala globale quale «agenzia di spionaggio focalizzata sulle minacce emergenti, più strettamente collegata con la Cia e le unità militari d’élite».

Il primo passo sarà quello di aumentare ulteriormente l’organico della Dia che, raddoppiato nell’ultimo decennio, comprende circa 16.500 membri. Verrà formata «una nuova generazione di agenti segreti» da inviare all’estero. Del loro addestramento si occuperà la Cia nel suo centro in Virginia, noto come «la Fattoria», dove si allevano agenti segreti: per quelli della Dia, che oggi costituiscono il 20% degli allievi, saranno creati nuovi posti. La sempre più stretta collaborazione tra le due agenzie è testimoniata dal fatto che la Dia ha adottato alcune delle strutture interne della Cia, tra cui una unità chiamata «Persia House», che coordina le operazioni segrete all’interno dell’Iran. I nuovi agenti Dia frequenteranno quindi un corso di specializzazione presso il Comando delle operazioni speciali. Esso è specializzato, oltre che nell’eliminazione di nemici, in «guerra non-convenzionale» condotta da forze esterne appositamente addestrate; in «controinsurrezione» per aiutare governi alleati a reprimere una ribellione; in «operazioni psicologiche» per influenzare l’opinione pubblica così che appoggi le azioni militari Usa. Terminata la formazione, i nuovi agenti Dia, all’inizio circa 1.600, saranno assegnati dal Pentagono a missioni in tutto il mondo. A fornire loro false identità ci penserà il Dipartimento di stato, immettendone una parte nelle ambasciate. Ma, poiché esse sono affollate di agenti della Cia, agli agenti Dia saranno fornite altre false identità, tipo quella di accademico o uomo d’affari. Gli agenti Dia, grazie al loro background militare, sono ritenuti più idonei a reclutare informatori in grado di fornire dati di carattere militare, ad esempio sul nuovo caccia cinese. E il potenziamento del loro organico permetterà alla Dia di allargare la gamma degli obiettivi da colpire con i droni e con le forze speciali. Questo è il nuovo modo di fare la guerra, che prepara e accompagna l’attacco aperto con l’azione coperta per minare il paese all’interno, come è avvenuto in Libia, o per farlo crollare dall’interno, come si tenta di fare con la Siria. In questa direzione va la ristrutturazione della Dia, varata dal presidente Obama. Non si sa se il neo-candidato premier Pier Luigi Bersani, grande estimatore di Obama, si sia già complimentato con lui. Intanto è andato in Libia per «riprendere il filo di una presenza forte dell’Italia nel Mediterraneo». Il filo della guerra contro la Libia, cui l’Italia ha partecipato sotto comando Usa. Mentre Bersani gioiva, esclamando «alla buon’ora».

IlManifesto

Non in Iran però

di: Pietrangelo Buttafuoco

L’Unione Europea censura le tivù satellitari iraniane e perciò, martedì scorso, alle 18,30 ora italiana, ci siamo dovuti attrezzare con internet e gioire delle gesta di Ando, ovvero Andranik Teymourian, di etnia armena, numero 14 della nazionale di calcio persiana. Ha condotto la partita contro la Corea del Sud con grande baldanza e quando è uscito, al secondo tempo, s’è fatto il segno della Croce salutando il pubblico dello stadio Azadi (“liberà”) di Teheran. E’, infatti, cristiano e le telecamere della televisione di stato della Repubblica islamica hanno indugiato su di lui e sui meritati applausi dell’intero stadio ricordando anche il suo passato ruolo di capitano della squadra. Lui è il Del Piero degli iraniani, applaudito anche dai tifosi delle squadre rivali, ed è amato nella sua nazione anche in ragione del suo patriottismo. In un’intervista concessa al canale Ap-Worldstream ha ricordato un caso inaudito di discriminazione religiosa: quando gli venne impedito di andare a messa. Non in Iran però. E non per mano dei pasdaran. Ma in Germania, messo in stato di fermo dalla polizia.

Ps. Martedì ha vinto l’Iran per uno a zero. E poi dice che uno si butta col Grande Gioco.

FONTE: IlFoglio.it

Nato, pirateria del XXI secolo

di: Manlio Dinucci

La pirateria, esercitata nel Mediterraneo sin dall’antichità, fu considerata legittima quando, dal XII secolo, si trasformò in guerra di corsa autorizzata dai sovrani. Ufficialmente abolita nel 1856, continua a essere praticata oggi con motivazioni e tecniche nuove. Come quelle usate dalla Nato, le cui navi da guerra sono autorizzate ad abbordare «mercantili sospetti» in acque internazionali e requisirne il carico, e i cui caccia possono intercettare, anche nello spazio aereo internazionale, «aerei civili sospetti» e forzarli ad atterrare. L’azione della Turchia, che con caccia F-16 ha costretto l’aereo di linea siriano Mosca-Damasco ad atterrare ad Ankara, è dunque per la Nato pienamente legittima. Sequestrati i passeggeri, tra cui cittadini russi con bambini, le autorità turche hanno perquisito l’aereo senza testimoni, dichiarando di aver trovato e sequestrato «materiali militari e munizioni». Mosca assicura che a bordo c’erano solo componenti di un radar, forniti con regolare accordo commerciale, e ne chiede la restituzione.

Ma Washington si schiera con Ankara, dichiarando di non avere «alcun dubbio che a bordo dell’aereo c’era importante materiale militare» (che potrebbe ora essere esibito come «prova», giurando di averlo trovato sull’aereo). Il premier turco Erdogan, invece di essere chiamato a rispondere dell’atto di pirateria aerea, si trasforma in accusatore delle Nazioni unite, colpevoli a suo dire di «negligenza, debolezza e ingiustizia» che hanno impedito un’azione internazionale contro la Siria. Non dice Erdogan, paladino del diritto internazionale, che il vero traffico, non soli di armi ma di armati, è quello che passa dalla Turchia per alimentare la guerra in Siria. Paese con cui Erdogan aveva tenuto prima rapporti di relativo buon vicinato. Politica ora ribaltata. I 900 km di confine tra i due paesi, dove turchi e siriani hanno comuni culture e proficui rapporti commerciali, sono stati trasformati da Ankara in avamposto della guerra alla Siria, accusata ora da Erdogan di essere lei a violare il confine. Dietro c’è la Nato, che dichiara di «avere pronti tutti i piani necessari per difendere la Turchia», ossia di essere pronta a inviare forze armate. Come facevano i pirati quando sbarcavano per saccheggiare. Il bottino odierno è un intero paese, la Siria, su cui ci si prepara a mettere mano creando dalla Turchia «zone cuscinetto» all’interno del territorio siriano. Lo stesso si fa al confine giordano-siriano. L’operazione è iniziata in maggio con l’esercitazione Eager Lion, sotto comando Usa, cui ha partecipato anche l’Italia. Al termine, un contingente di specialisti Usa della guerra è rimasto in Giordania per creare una «zona cuscinetto» in territorio siriano. La manovra a tenaglia si chiude dal lato israeliano, dove il 21 ottobre inizia Austere Challenge 12, una grande esercitazione missilistica Usa-Israele di tre settimane per preparare la «risposta a un simultaneo attacco siriano e iraniano». «Risposta» che prevede anche l’uso di armi nucleari. Al culmine dell’esercitazione arriverà da Bruxelles il comandante supremo della Nato, J. Stavridis, ad assicurare che è pronta alla guerra (già iniziata con le sanzioni Ue contro Siria e Iran) anche l’Unione europea, insignita del Premio Nobel per la Pace per la sua opera a favore della «fraternità tra le nazioni».

IlManifesto.it

La linea nera di Netanyahu

nucleare iran

di: Manlio Dinucci

Ora sappiamo come sarà la bomba nucleare iraniana: a palla e con la miccia accesa, uguale a quella dei fumetti per bambini. L’ha mostrata con un disegno, all’Assemblea generale dell’Onu, il premier israeliano Netanyahu e, come un maestro di asilo infantile, ha tirato fuori un pennarello e ha tracciato sulla bomba una bella linea rossa. Qui, ha spiegato, deve essere fermato «il più pericoloso regime terrorista del mondo», quello iraniano, «prima che completi l’arricchimento nucleare necessario a fabbricare una bomba». Ben altro quadro avrebbe dovuto essere presentato all’Onu: quello del potente arsenale nucleare israeliano, avvolto dalla linea nera del segreto e dell’omertà.

Secondo Jane’s Defense Weekly, Israele – l’unica potenza nucleare in Medio Oriente – possiede da 100 a 300 testate, pronte al lancio su missili balistici che, con il Jericho 3, raggiungono 8-9mila km di gittata. La Germania ha fornito a Israele (sotto forma di dono o a prezzi scontati) quattro sottomarini Dolphin modificati: in ciascuno, ai sei tubi di lancio per missili da crociera a corto raggio ne sono stati aggiunti quattro per i Popeye Turbo, missili nucleari con raggio di 1.500 km. I sottomarini israeliani made in Germany, silenziosi e capaci di restare in immersione per una settimana, incrociano nel Mediterraneo orientale, Mar Rosso e Golfo Persico, pronti ventiquattro’ore su ventiquattro all’attacco nucleare. Gli Stati uniti, che hanno già fornito a Israele oltre 350 cacciabombardieri F-16 e F-15, si sono impegnati a fornirgli almeno 75 caccia F-35, anch’essi a duplice capacità nucleare e convenzionale. Il Pentagono, che mantiene segreti i codici di accesso al software dell’F-35 anche ai paesi (come l’Italia) che partecipano alla sua costruzione, li fornirà invece a Israele così che possa integrare l’F-35 nei propri sistemi di guerra elettronica. Darà inoltre priorità all’addestramento dei piloti israeliani, preparandoli all’attacco nucleare con questi caccia di quinta generazione. Israele, che a differenza dell’Iran rifiuta il Trattato di non-proliferazione, non ammette di possedere un arsenale nucleare (la cui esistenza è riconosciuta dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica), ma fa intendere minacciosamente di averlo e poterlo usare. Rifiuta quindi di partecipare alla Conferenza per la creazione in Medio Oriente di una zona libera da armi nucleari, indetta dall’Onu, cui l’Iran ha invece aderito. Intanto Israele, che secondo il Sipri ha prodotto fino al 2011 690-950 kg.di plutonio, continua a produrne una quantità sufficiente a fabbricare ogni anno 10-15 bombe della potenza di quella di Nagasaki. Produce sicuramente anche trizio, gas radioattivo con cui fabbrica armi nucleari di nuova generazione. Tra cui mini-nukes, da usare in un teatro bellico ristretto, e neutroniche, che provocano minore contaminazione radioattiva, ma più alta letalità per la forte emissione di neutroni veloci: le più adatte contro obiettivi non tanto distanti da Israele. Gli stati arabi membri della Iaea, che avevano preparato una risoluzione su «Le capacità nucleari israeliane», sotto pressione Usa ne hanno rimandato la presentazione al 2013. Mentre la miccia della bomba, non quella iraniana del fumetto ma quella vera di Israele, può essere accesa in qualsiasi momento.

IlManifesto.it

Atomo e pregiudizio

Atomo e pregiudizio. Cosa sanno gli italiani dell’Iran e della questione nucleare? Un documentario di Antonello Sacchetti e Ilaria Vitali

* i primi tre minuti non sono sottotitolati in italiano

Conversazioni con Fidel Castro: Hiroshima e i pericoli di una guerra nucleare

di: Fidel Castro Ruz e Michel Chossudovsky

Questo testo è stato originariamente pubblicato nel novembre 2010

Nota introduttiva

Dal 12 al 15  ottobre 2010, ho avuto approfondite e dettagliate conversazioni con Fidel Castro a L’Avana, riguardanti i pericoli di una guerra nucleare, la crisi economica globale e il carattere del Nuovo Ordine Mondiale. Questi incontri hanno portato ad una ampia e fruttuosa intervista.

La prima parte di questa intervista, pubblicata da Global Research e da CubaDebate, è focalizzata sui pericoli di una guerra nucleare.

Il mondo è a un bivio pericoloso. Abbiamo raggiunto un  punto di cruciale importanza nella nostra storia.

Questa intervista con Fidel Castro fornisce una comprensione della natura della guerra moderna:  se venisse avviata un’operazione militare contro la Repubblica islamica dell’Iran, gli Stati Uniti e i suoi alleati potrebbero non essere in grado di vincere una guerra convenzionale ed esiste la possibilità che questa guerra si evolva verso una guerra nucleare.

I dettagli degli attuali preparativi della guerra all’Iran sono stati sottratti all’opinione pubblica.

Come affrontare la diabolica e assurda tesi, portata avanti dall’amministrazione statunitense, che l’uso di armi nucleari tattiche contro l’Iran  “renderà il mondo un posto più sicuro”?

Un concetto centrale portato avanti da Fidel Castro nell’intervista è la “Battaglia delle Idee“. Il leader della Rivoluzione cubana ritiene che solo una profonda” Battaglia delle Idee” possa cambiare il corso della storia del Mondo. L’obiettivo è quello di prevenire l’impensabile, ovvero una guerra nucleare che minaccia di distruggere la vita sulla terra.

I media corporativi sono coinvolti in atti di camuffamento. Gli effetti devastanti di una guerra nucleare vengono o sottovalutati o non affatto menzionati. In questo contesto, il messaggio di Fidel al mondo deve essere ascoltato; tutti, a livello nazionale e internazionale, dovrebbero capire la gravità della situazione attuale e agire con forza a tutti i livelli della società per invertire la marea della guerra.

La “Battaglia delle Idee” fa parte di un processo rivoluzionario. Contro una raffica di disinformazione dei media, la volontà di Fidel Castro è quella di diffondere la parola in lungo e in largo, per informare l’opinione pubblica mondiale, per poter “rendere possibile l’impossibile“, per contrastare un’avventura militare che, nel vero senso della parola, minaccia il futuro dell’umanità.

Quando una guerra nucleare, sponsorizzata dagli USA, diventa uno “strumento di pace“, condonata e accettata dalle istituzioni mondiali e dalle più alta autorità, comprese le Nazioni Unite, non si può più tornare indietro: la società umana è stata precipitata a capofitto sul sentiero dell’ auto – distruzione. 

La “Battaglia delle Idee” di Fidel si deve tradurre in un movimento mondiale. La gente deve mobilitarsi contro questa diabolica agenda militare.

Questa guerra può essere evitata se i popoli fanno pressioni sui loro governi e rappresentanti eletti, si organizzano a livello locale nelle città, nei villaggi e nei comuni, diffondono la parola, informano i loro concittadini in merito alle implicazioni di una guerra termonucleare, avviano un dibattito e una discussione all’interno delle forze armate .

Quello che serve è un movimento di massa di persone che contestino con forza la legittimità della guerra, un movimento globale di persone che criminalizzi la guerra.

Nel suo discorso del 15 ottobre, Fidel Castro ha avvertito il mondo riguardo i pericoli di una guerra nucleare:

Ci sarebbe un” danno collaterale “, come  affermano sempre i leader politici e militari statunitensi, per giustificare la morte di persone innocenti. In una guerra nucleare il ” danno collaterale “sarebbe la vita di tutta l’umanità. Dobbiamo avere il coraggio di proclamare che tutte le armi nucleari e convenzionali, tutto ciò che viene utilizzato per fare la guerra, deve sparire! “

La “Battaglia delle Idee” consiste nell’affrontare i criminali di guerra che occupano posizioni di rilievo, nello spezzare il consenso guidato a favore di una guerra globale, nel cambiare la mentalità di centinaia di milioni di persone, nel condurre ad una abolizione delle armi nucleari. In sostanza, la “Battaglia delle Idee” consiste nel ristabilire la verità e porre le fondamenta della pace nel mondo.

Michel Chossudovsky, Global Research, Center for Research on Globalization (CRG),

Montreal -Hiroshima Day, 6 agosto 2012 – Montreal – Remembrance Day, 11 novembre 2010.

CONVERSAZIONI

Professor Michel Chossudovsky: Sono molto onorato di avere questa opportunità di scambiare opinioni sulle diverse questioni fondamentali che riguardano la società umana nel suo insieme. Penso che il concetto che Lei ha sollevato nei suoi recenti testi, relativo alla minaccia contro l’Homo sapiens, sia fondamentale. Qual è questa minaccia, il rischio di una guerra nucleare e la minaccia per gli esseri umani, all’ Homo sapiens?

Comandante in Capo Fidel Castro Ruz: Da parecchio tempo, direi anni, ma in particolare da alcuni mesi, ho cominciato a preoccuparmi per l’imminenza di una probabile e pericolosa guerra che possa rapidamente evolversi verso una guerra nucleare. Prima di allora avevo concentrato tutti i miei sforzi sull’analisi del sistema capitalistico in generale e dei metodi che la tirannia imperiale ha imposto all’umanità. Gli Stati Uniti applicano al mondo la violazione dei principali diritti fondamentali.

Durante la Guerra Fredda, nessuno parlava della guerra, cosi come delle armi nucleari. Si parlava di una pace apparente, vale a dire quella tra l’URSS e gli Stati Uniti garantita dal famoso MAD (Mutual Assured Destruction, Distruzione Mutua Assicurata) . Sembrava che il mondo avrebbe goduto dei piaceri di una pace che sarebbe durata per un tempo illimitato.

Michel Chossudovsky: … Questo concetto di ” Distruzione Mutua Assicurata” si è concluso con la guerra fredda e ha portato quindi alla ridefinizione della dottrina nucleare , dato che, in realtà, non abbiamo mai pensato a una guerra nucleare durante la Guerra Fredda. Beh, ovviamente, c’era un pericolo, come affermò anche Robert McNamara ad un certo punto. Ma, dopo la Guerra Fredda e in particolare dopo l’11 settembre [2001], la dottrina nucleare americana cominciò ad essere riformulata.

Fidel Castro Ruz:  Lei mi ha chiesto quando è stato che siamo venuti a conoscenza del rischio imminente di una guerra nucleare e questo risale al periodo di cui ho parlato di in precedenza, appena sei mesi fa. Una delle cose che maggiormente ha richiamato la nostra attenzione per quanto riguarda un pericolo di guerra, è stato l’affondamento della Cheonan durante una manovra militare.  Era il fiore all’occhiello della Marina sudcoreana, una nave estremamente sofisticata. Fu in quei giorni che trovammo su GlobalReasearch un articolo che offriva una informazione chiara e veramente coerente riguardo l’affondamento della Cheonan, che non poteva essere opera di un sottomarino che era stato prodotto dall’ Unione Sovietica più di sessanta anni fa , il quale aveva a bordo una tecnologia obsoleta e che non richiedeva apparecchiature sofisticate per poter essere intercettato dalla Cheonan, durante una manovra congiunta con le navi più moderne degli Stati Uniti. La provocazione nei confronti della Repubblica democratica di Corea si sommava alle nostre precedenti preoccupazioni riguardo un’aggressione contro l’Iran. Abbiamo seguito attentamente il processo politico in quel paese. Conoscevamo perfettamente quanto accaduto durante gli anni ’50, quando l’Iran nazionalizzò le attività della British Petroleum, che all’epoca si chiamava Anglo Persian Oil Company. A mio parere, le minacce contro l’Iran divennero imminenti nel mese di giugno [2010], dopo l’adozione della risoluzione 1929 del 9 giugno 2010, quando il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite condannò l’Iran per le sue ricerche e  produzione di piccole quantità  di uranio arricchito al 20 per cento, accusandolo di essere una minaccia per il mondo. La posizione adottata da ogni singolo membro del Consiglio di Sicurezza è nota: 12 Stati membri hanno votato a favore (cinque di essi avevano il diritto di veto), uno si è astenuto e Brasile e Turchia hanno votato contro. Poco dopo che la risoluzione venne adottata – la più aggressiva di tutte le risoluzioni – una portaerei degli Stati Uniti in assetto da combattimento, oltre a un sottomarino nucleare, attraversarono, con l’aiuto del governo egiziano, il Canale di Suez. Si unirono poi le unità navali di Israele , dirigendosi verso il Golfo Persico e nei mari vicino l’ Iran. Le sanzioni imposte dagli Stati Uniti e dai loro alleati della NATO contro l’Iran erano assolutamente illegali e ingiuste. Non riesco a capire il motivo per cui la Russia e la Cina non posero il veto a quella pericolosa risoluzione 1929 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. A mio parere, questo ha terribilmente complicato la situazione politica e ha posto il mondo sull’orlo della guerra. Mi ricordo di precedenti attacchi israeliani contro i centri di ricerca nucleare arabi . Prima attaccarono e distrussero quello in Iraq nel giugno 1981. Non chiesero il permesso a nessuno, non parlarono con nessuno. Semplicemente attaccarono e gli iracheni dovettero sopportare i colpi. Nel 2007 fecero lo stesso contro un centro di ricerca che si stava costruendo in  Siria. C’è qualcosa in questo episodio che davvero non capisco: quello che non mi era chiaro erano le tattiche di base e le ragioni per cui la Siria non denunciò l’attacco israeliano contro quel centro di ricerca in cui, senza dubbio, stavano facendo qualcosa, stavano lavorando su qualcosa per la quale, come è noto,  ricevevano una certa cooperazione da parte della Corea del Nord. Quella era una cosa legale e non si stava commettendo alcuna violazione. Lo dico qui e voglio essere molto onesto: non capisco perché questo non venne denunciato, perché, a mio parere,  sarebbe stato importante. Si tratta di due precedenti molto importanti. Credo che ci siano molte ragioni per pensare che cercheranno di fare lo stesso contro l’Iran: distruggere i suoi centri di ricerca o centri di generazione di energia del paese. Come è noto, i residui dell’uranio della generazione di energia sono la materia prima per produrre plutonio.

Michel Chossudovsky: E’ vero che la risoluzione del Consiglio di Sicurezza sta in qualche modo contribuendo ad annullare il programma di cooperazione militare che Russia e la Cina hanno con l’Iran, in particolare la Russia collabora con l’Iran nel contesto del sistema di difesa aerea fornendogli il suo Sistema S-300. Ricordo che appena dopo la decisione del Consiglio di Sicurezza, con l’avvallo di Cina e Russia, il ministro degli esteri russo disse: “Beh, abbiamo approvato la risoluzione, ma non abbiamo intenzione di invalidare la nostra cooperazione militare con l’Iran”. Era il mese di giugno. Ma pochi mesi dopo, Mosca ha confermato che la cooperazione militare [con l’Iran] stava per essere bloccata, così ora l’Iran sta affrontando una situazione molto grave, perché ha bisogno di tecnologia russa per mantenere la sua sicurezza, ossia il suo sistema [S-300] di difesa aerea. Ma penso che tutte le minacce contro  Russia e la Cina siano finalizzate ad impedire ai due paesi di farsi coinvolgere nella questione Iran. In altre parole, se c’è una guerra con l’Iran, le altre potenze, ovvero la Cina e la Russia, non interverranno in alcun modo;  congeleranno la loro cooperazione militare con l’Iran e quindi questo è un modo [per gli Stati Uniti e la NATO] di estendere la loro guerra in Medio Oriente senza che vi sia un confronto con Cina e Russia. Credo che, più o meno, sia questo lo scenario in questo momento. Ci sono molteplici tipi di minacce dirette contro la Russia e la Cina. Il fatto che i confini della Cina siano militarizzati- il Mar del Sud della Cina, il Mar Giallo, il confine con l’Afghanistan, e anche lo Stretto di Taiwan- è in qualche modo una minaccia per dissuadere Cina e Russia dal giocare il ruolo di potenze nella geopolitica mondiale, aprendo così la strada e persino la creazione di consenso verso una guerra contro l’Iran che si trova ora col suo sistema di difesa aerea indebolito [Con il congelamento dell’ accordo di cooperazione militare con la Russia]. L’Iran è una “anatra seduta” dal punto di vista della sua capacità di difendersi utilizzando il suo sistema di difesa aerea.

Fidel Castro Ruz: A mio modesto e sereno parere, sulla risoluzione sarebbe dovuto essere stato posto il veto. Perché, sempre secondo me, questo ha, in diversi modi, reso tutto più complicato. Militarmente, a causa di quello che Lei sta spiegando, ad esempio, col fatto che esisteva un’impegno e che era stato firmato con l’Iran un contratto per la fornitura del sistema S-300, che sono, prima di tutto, armi anti-aeree molto efficaci. Poi ci sono altre cose riguardanti le forniture di carburante, che sono molto importanti per la Cina, in quanto quest’ultimo è il paese con la più alta crescita economica. La sua economia in crescita genera una sempre maggiore domanda di petrolio e di gas. Anche se ci sono accordi con la Russia per le forniture, i cinesi stanno anche sviluppando l’energia eolica e altre forme di energia rinnovabile. Hanno inoltre enormi riserve di carbone e l’ energia nucleare non crescerà molto, solo circa il 5% per molti anni. In altre parole, la necessità di gas e petrolio per l’economia cinese è enorme e non riesco a immaginare, davvero, come saranno in grado di ottenere tutta questa energia e a quale prezzo, se il paese dove hanno importanti investimenti viene distrutto dagli Stati Uniti. Ma il rischio peggiore è la natura stessa di questa guerra in Iran. L’Iran è un paese musulmano che ha milioni di combattenti addestrati e che sono fortemente motivati. Ci sono decine di milioni di persone che si stanno formando militarmente, vengono educati e preparati politicamente, uomini e donne. Ci sono milioni di combattenti addestrati e determinati a morire. Queste sono persone che non si faranno intimidire. Poi ci sono gli afghani, che stanno venendo uccisi dai droni americani, ci sono i pakistani, gli iracheni, che hanno visto uno- due milioni di connazionali morire a causa della guerra antiterrorismo inventata da Bush. Non si può vincere una guerra contro il mondo musulmano, è pura follia.

Michel Chossudovsky: Questo è vero, le loro forze convenzionali sono imponenti, l’Iran può mobilitare in un solo giorno diversi milioni di soldati, dispiegati al confine con l’Afghanistan e l’Iraq. E anche se ci fosse una guerra lampo, gli Stati Uniti non possono evitare una guerra convenzionale condotta molto vicino alle sue basi militari nella regione.

Fidel Castro Ruz: Il fatto è che gli Stati Uniti questa guerra convenzionale la perderebbero. Il problema è che nessuno può vincere una guerra convenzionale contro milioni di persone. Questi non concentrerebbero le loro forze in gran numero in un unico luogo per farsi uccidere dagli americani. Beh, ero un guerrigliero e ricordo che ho dovuto pensare seriamente a come utilizzare le forze che avevamo a disposizione e mai avrei commesso l’errore di concentrarle in un unico luogo, perché più sono concentrate, maggiori saranno le vittime causate da armi di distruzione di massa ….

Michel Chossudovsky: Come accennato in precedenza, una questione della massima importanza: la decisione della Russia e della Cina nel Consiglio di Sicurezza, il loro sostegno alla risoluzione 1929, è infatti nociva anche per loro, perché, in primo luogo, la Russia non ha la possibilità di esportare le armi, congelando cosi la sua principale fonte di reddito. L’Iran è stato uno dei principali clienti e acquirenti di armi russe ed era un’importante fonte di reddito in valuta che sosteneva l’economia dei beni di consumo della Russia, coprendo così le esigenze della sua popolazione. D’altro canto, la Cina ha bisogno, come menzionato, di accesso alle fonti di energia. Il fatto che Cina e Russia abbiano accettato l’accordo al Consiglio di sicurezza dell’ONU, equivale a dire: “Accettiamo che si uccida la nostra economia e, in qualche modo, i nostri accordi commerciali con un paese terzo“.Questo è molto grave perché questa [la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU] non rappresenta solo un danno per l’Iran, ma danneggia anche questi due paesi e, suppongo, anche se non sono un politico, che ci devono essere divisioni enormi all’interno della leadership, sia in Russia e in Cina, perché questo accada, perchè la Russia accetti di non usare il suo potere di veto nel Consiglio di Sicurezza. Ho parlato con i giornalisti russi, i quali mi hanno riferito che quello non era esattamente un accordo all’interno del governo, era più una linea guida. Ma ci sono persone nel governo con un diverso punto di vista per quanto riguarda gli interessi della Russia e la sua posizione in Consiglio di sicurezza dell’ONU. Come vedete questo?

Fidel Castro Ruz: Come vedo la situazione generale? L’alternativa in Iran, anzi, mi permetta di metterla in questo modo- la guerra convenzionale sarebbe persa dagli Stati Uniti e la guerra nucleare non è un’alternativa per nessuno. D’altra parte, la guerra nucleare diventerebbe inevitabilmente globale. Quindi il pericolo esistente, a mio parere, con la situazione attuale in Iran e tenendo conto delle ragioni che stanno presentando e molti altri fatti, mi porta alla conclusione che la guerra finirebbe per essere una guerra nucleare.

Michel Chossudovsky: In altre parole, poiché gli Stati Uniti e i suoi alleati non sono in grado di vincere la guerra convenzionale, hanno intenzione di usare le armi nucleari. Ma anche quella sarebbe una guerra che non potrebbero vincere, perché perderemmo tutto.

Fidel Castro Ruz: Perderebbero tutti, è una guerra che perderebbero tutti. Cosa avrebbe guadagnato la Russia se si scatenasse una guerra nucleare laggiù? Cosa avrebbe guadagnato la Cina? Che tipo di guerra sarebbe, come reagirebbe il mondo? Quale  effetto avrebbe sull’economia mondiale? Lei lo ha spiegato all’università quando parlò del sistema centralizzato di difesa progettato dal Pentagono. Sembra fantascienza, ma non assomiglia neanche lontanamente all’ultima guerra mondiale. L’altra cosa molto importante è il tentativo [del Pentagono] di trasformare le armi nucleari  in armi convenzionali tattiche. Oggi, 13 ottobre [201o], stavo leggendo, proprio a riguardo di questo, una nota di un’agenzia che riportava che i cittadini di Hiroshima e Nagasaki avevano dato luogo a forti proteste per il fatto che gli Stati Uniti avevano appena effettuato test nucleari sub – critici. Vengono definiti sub – critici in quanto si utilizza l’arma nucleare senza distribuire tutta l’energia che può essere ottenuta con la massa critica. Dice: ” Indignazione a Hiroshima e Nagasaki per un test nucleare degli Stati Uniti.” …”Le città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, vittime di un attacco nucleare alla fine della seconda guerra mondiale, hanno condannato oggi il test nucleare effettuato dagli Stati Uniti il settembre scorso, denominato sub- critico in quanto non scatena reazioni nucleari a catena“. “Il test, il primo di questo tipo in quel paese dal 2006, ha avuto luogo il 15 settembre in qualche parte nel Nevada, Stati Uniti. E’ stato ufficialmente confermato dal Dipartimento per l’energia americano, come riportato dal Japan Times. “

Che cosa ha scritto quel giornale?

Sono profondamente deplorato perché speravo che il presidente Barack Obama assumesse la leadership nell’ eliminazione delle armi nucleari“,ha dichiarato il governatore di Nagasaki, Hodo Nakamura, in una conferenza stampa.

Seguono una serie di notizie relative.

Il test ha anche causato diverse proteste tra i cittadini di Hiroshima e Nagasaki, tra cui alcuni superstiti degli attacchi atomici che hanno devastato le due città nel mese di agosto del 1945“.

Non possiamo tollerare alcuna azione degli Stati Uniti che tradisce la promessa del presidente Barack Obama di andare avanti verso un mondo senza armi nucleari, ha dichiarato Yukio Yoshioka, il vice direttore del Consiglio per le Vittime della Bomba Atomica di Hiroshima”.

Il governo ha dichiarato che non ha alcuna intenzione di protestare.” Lascia la protesta ad un ambito sociale e prosegue: “Con questo, il numero di test nucleari sub – critici  compiuti dagli Stati Uniti raggiunge la cifra di 26 dal luglio 1997, data in cui venne effettuato il primo di questi test“.

Continua:

Washington ritiene che questi test non violano il Trattato per la Proibizione Completa dei Test Nucleari (CTBT) , in quanto non scatenano alcuna reazione a catena e quindi non rilasciano  energia nucleare. Per cui possono essere considerati test di laboratorio.”

Gli Stati Uniti sostengono di dover effettuare questi test in quanto necessari per mantenere la “sicurezza del loro arsenale nucleare“, che è analogo a dire: dato che abbiamo questi imponenti arsenali nucleari, facciamo questi test per garantire la nostra sicurezza.

Michel Chossudovsky: Torniamo alla questione della minaccia contro l’Iran, perché Lei ha detto che gli Stati Uniti e i suoi alleati non sono in grado di vincere una guerra convenzionale. Questo è vero, ma le armi nucleari potrebbero essere utilizzate come alternativa alla guerra convenzionale e questa è evidentemente una minaccia contro l’umanità, come avete sottolineato nei vostri scritti. Il motivo della mia preoccupazione è che, dopo la Guerra Fredda, è  stata sviluppata l’idea delle armi nucleari con un “volto umanitario“, dicendo che quelle armi non sono veramente pericolose, che non danneggiano i civili, cambiando cosi, in qualche modo, l’etichetta di queste armi. Pertanto, secondo i loro criteri, le armi nucleari [tattiche] non sono diverse dalle armi convenzionali ed ora i manuali militari dicono che le armi nucleari tattiche sono armi che non rappresentano alcuna minaccia per i civili. Quindi, potremmo ritrovarci nella situazione in cui, chi decide di attaccare l’Iran con armi nucleari, non sarebbe consapevole delle conseguenze che questo potrebbe avere per il Medio Oriente, per l’Asia centrale, ma anche per l’intera umanità, dato che direbbero: “Beh, secondo i nostri criteri, queste armi nucleari [tattiche, quindi sicure per i civili] sono diverse da quelle impiegate durante la Guerra Fredda e, quindi, possiamo usarle contro l’Iran come un arma che non minaccia la sicurezza globale”.  Come vede questo? E’ estremamente pericoloso, perché credono alla loro stessa propaganda. Si tratta di propaganda all’interno delle forze armate e all’interno dell’apparato politico. Quando le armi nucleari tattiche sono state riclassificate nel 2002-2003, il senatore Edward Kennedy disse che si trattava di un modo per offuscare il confine tra le armi convenzionali e quelle nucleari. Ma la situazione in cui siamo giunti oggi è questa, siamo in un’ era in cui le armi nucleari vengono considerate al paro dei Kalashnikov. Sto esagerando, ma in qualche modo le armi nucleari fanno ora parte della cassetta degli attrezzi, la cassetta degli attrezzi è il termine che usano, da cui poi si sceglie il tipo di arma da utilizzare. Così,un’arma nucleare potrebbe essere utilizzata in un teatro di guerra convenzionale, guidandoci all’ impensabile, ovvero uno scenario di guerra nucleare a livello regionale ma con ripercussioni anche a livello globale.

Fidel Castro Ruz: Ho ascoltato quello che Lei ha detto al programma La Mesa Redonda [sulla TV cubana] riguardo tali armi, presumibilmente innocue per persone che vivono in prossimità delle aree in cui verrebbero usate e la cui la potenza potrebbe variare da una terzo di quella venne sganciata su Hiroshima fino a sei volte la potenza di quella stessa arma. Oggi sappiamo benissimo il terribile danno che provocò quella bomba. Una sola bomba uccise all’istante 100.000 persone. Provate a immaginare una bomba che ha sei volte la potenza di quella di Hiroshima o due volte superiore, oppure con una potenza equivalente o con una potenza del 30 per cento. E ‘assurdo. Bisogna poi anche tenere a mente quello che Lei ha spiegato all’università, riguardo il tentativo di presentarla come un’ arma umanitaria che potrebbe anche essere disponibile per le truppe durante le operazioni. Così, in ogni momento, qualsiasi comandante nel teatro delle operazioni potrebbe essere autorizzato ad utilizzare l’arma perchè  più efficiente delle altre, qualcosa che sarebbe considerato suo dovere secondo la dottrina militare e la formazione che ricevono nelle accademie militari.

Michel Chossudovsky: In questo senso, non credo che questa arma nucleare possa essere utilizzata senza l’approvazione, diciamo, del Pentagono, vale a dire le sue strutture di comando centralizzate [ad esempio, il comando strategico].Penso invece che potrebbe essere utilizzata senza l’approvazione del Presidente degli Stati Uniti e comandante in capo delle forze armate. In altre parole, non è proprio la stessa logica che prevalse durante la Guerra Fredda, dove c’era il telefono rosso e …

Fidel Castro Ruz: Capisco, professore, quello che Lei dice riguardo l’uso di quell’arma, che il suo uso debba avere l’approvazione dai piani alti del Pentagono, e mi sembra giusto che Lei faccia questo chiarimento in modo che non potranno accusarla di esagerane i pericoli.  Però, dopo che si è imparato a conoscere gli antagonismi e le argomentazioni tra il Pentagono e il Presidente degli Stati Uniti, non ci sono davvero troppi dubbi su quale sarebbe la decisione del Pentagono se il capo del teatro delle operazioni ne richiedesse l’uso perché lo ritiene necessario o indispensabile.

Michel Chossudovsky: C’è anche un altro elemento. Ad ora, il dispiegamento di armi nucleari tattiche, per quanto ne so, è stato intrapreso da diversi paesi europei che appartengono alla NATO. È il caso di Belgio, Olanda, Turchia, Italia e Germania.Quindi, ci sono un sacco di queste “piccole bombe nucleari” molto vicino al teatro di guerra. E poi abbiamo anche Israele. Ora, non credo che Israele stia per iniziare una guerra per conto suo, che sarebbe impossibile in termini di strategia e processo decisionale. Nella guerra moderna, con la centralizzazione delle comunicazioni e della logistica e tutto il resto, iniziare una grande guerra sarebbe una decisione centralizzata.Tuttavia, Israele potrebbe agire se gli Stati Uniti gli concedessero il via libera per lanciare il primo attacco. Fa parte delle possibilità, anche se ci sono alcuni analisti che ora dicono che la guerra contro l’Iran avrà inizio in Libano e in Siria con una guerra convenzionale di confine e sarà questo a fornire il pretesto per una escalation delle operazioni militari.

Fidel Castro Ruz: Ieri, il 13 ottobre [2010], una moltitudine di persone ha accolto Ahmadinejad in Libano come un eroe nazionale. Stavo leggendo una notizia questa mattina a riguardo. Inoltre, conosciamo anche le preoccupazioni di Israele , in considerazione del fatto che i libanesi sono persone molto combattive, che dispongono oggi di un numero di missili reattivi tre volte superiore a quelli che avevano nel precedente conflitto con Israele ed era una grande preoccupazione per Israele, perché, come hanno affermato i tecnici israeliani, hanno bisogno dell’aviazione per affrontare quell’arma. E quindi dichiarano che potrebbero attaccare l’Iran solo per un numero limitato di ore, non tre giorni, perché dovrebbero prestare attenzione a tale pericolo. Questo è il motivo per cui, da questi punti di vista, ogni giorno che passa sono sempre più interessati, dato che queste armi fanno parte dell’arsenale iraniano di armi convenzionali. Per esempio, tra le armi convenzionali, hanno centinaia di lanciarazzi per combattere le navi da guerra di superficie in quella zona del Mar Caspio. Dalla guerra delle Falkland siamo a conoscenza del fatto che una nave da guerra di superficie è in grado di schivare uno, due o tre razzi. Ma come può però una grande nave da guerra difendersi contro una pioggia di armi di questo tipo?. Quelle sono navi veloci, gestite da persone ben addestrate, perché gli iraniani stanno formando personale da 30 anni e hanno sviluppato efficienti armi convenzionali. Lei stesso sa e conosce quello che è accaduto durante l’ultima guerra mondiale, prima della comparsa delle armi nucleari. Cinquanta milioni di persone sono morte a causa del potere distruttivo delle armi convenzionali. Oggi la guerra non è come la guerra che fu combattuta nel XIX secolo, prima della comparsa delle armi nucleari. E le guerre erano allora già altamente distruttive. Le armi nucleari fecero la loro comparsa all’ultimo minuto perché Truman voleva usarle. Ha voluto testare la bomba di Hiroshima, creando la massa critica di uranio e l’altra a Nagasaki, creando una massa critica di plutonio. Le due bombe uccisero immediatamente circa 100.000 persone . Non sappiamo poi quante sono state ferite e colpite dalle radiazioni e poi morte in seguito o quelle che hanno sofferto per lunghi anni questi effetti. Inoltre, una guerra nucleare creerebbe un inverno nucleare. Sto parlando riguardo i pericoli di una guerra, considerando il danno immediato che potrebbe causare. Ne basta un numero ridotto, le armi di cui dispone una delle due potenze minori, l’India ed il Pakistan. La loro esplosione sarebbe sufficiente a creare un inverno nucleare, da cui nessun essere umano potrebbe sopravvivere, dal momento che durerebbe tra gli 8 e i 10 anni. In poche settimane la luce del sole non sarebbe più visibile. L’umanità ha meno di 200.000 anni. Finora rientrava tutto nella normalità. Venivano soddisfatte le leggi della natura, le leggi della vita si sono sviluppate sul pianeta Terra da più di 3 miliardi di anni. Gli uomini, l’Homo sapiens, gli esseri intelligenti, non esistevano quando erano trascorsi 8 decimi di un milione di anni, secondo tutti gli studi. Duecento anni fa, era tutto era praticamente sconosciuto. Oggi sappiamo le leggi che governano l’evoluzione della specie. Oggi scienziati, teologi, anche i più devoti religiosi che inizialmente facevano l’eco alla campagna lanciata dalle grandi istituzioni ecclesiastiche contro la teoria darwiniana,  accettano le leggi dell’evoluzione come reali, senza che questo impedisca la loro sincera pratica delle loro credenze religiose in cui, molto spesso, le persone trovano conforto per le loro maggiori difficoltà. Credo che nessuno sulla Terra voglia che la specie umana sparisca. E questa è la ragione per cui io sono del parere che ciò che dovrebbe sparire non siano solo le armi nucleari, ma anche quelle convenzionali. Dobbiamo fornire una garanzia per la pace a tutti i popoli, senza distinzione, agli iraniani e agli israeliani. Le risorse naturali devono essere distribuite.Loro dovrebbero! Non voglio dire che lo farebbero, o che sarebbe stato facile farlo. Ma non ci sarebbe altra alternativa per l’umanità, in un mondo di dimensioni e risorse limitate, anche se si sviluppasse tutto il potenziale scientifico per creare fonti di energia rinnovabili. Siamo quasi 7 miliardi di abitanti e abbiamo quindi bisogno di implementare una politica demografica. Abbiamo bisogno di molte cose e, quando poi le metti tutte insieme, ti chiedi : saranno gli esseri umani in grado di capire questo e superare tutte queste difficoltà? Ti rendi conto che solo l’entusiasmo può veramente portare una persona a dire che affronterà e risolverà facilmente un problema di tali proporzioni.

Michel Chossudovsky: Quello che Lei ha appena detto è estremamente importante, quando parlavate di Truman. Truman disse che Hiroshima era una base militare e che non ci sarebbe stato alcun danno per i civili. Questa nozione di danno collaterale riflette la continuità della dottrina nucleare [dell’America] dal 1945  ad oggi. Cioè, non al livello della realtà, ma a livello di dottrina e propaganda [militare]. Voglio dire, nel 1945 si diceva: Salviamo l’umanità uccidendo 100.000 persone e neghiamo il fatto che Hiroshima era una città popolata, affermando che si trattava di una base militare. Ma oggi le falsità sono diventate molto più sofisticate, più diffuse e le arme nucleari sono ad un livello più avanzato. Così, stiamo trattando il futuro dell’umanità e la minaccia di una guerra nucleare a livello globale. Le bugie e le finzioni sottostanti il discorso politico e militare [U.S.A] ci guiderebbero ad una catastrofe mondiale, dove i politici nemmeno si renderebbero conto delle loro stesse menzogne. Lei ha detto che gli esseri umani intelligenti esistono da 200.000 anni, ma quella stessa intelligenza, incorporata in varie istituzioni, vale a dire i media, i servizi segreti, le Nazioni Unite… sarà proprio quello che ci distruggerà. Perché crediamo alle nostre bugie che ci conducono verso una guerra nucleare, senza renderci conto che questa sarebbe l’ultima guerra, come disse chiaramente Einstein. Una guerra nucleare non può garantire la continuità dell’umanità, è una minaccia contro il mondo.

Fidel Castro Ruz: Ottimo discorso professore. Il danno collaterale, in questo caso, potrebbe essere l’umanità. La guerra è un crimine e non c’è bisogno di alcuna nuova legge per descriverla come tale perché, a partire da Norimberga, la guerra è già stata considerata un crimine, il più grande crimine contro l’umanità e la pace e il più orribile di tutti i crimini.

Michel Chossudovsky – I testi di Norimberga lo dicono chiaramente: “.. La guerra è un atto criminale, è l’atto definitivo di guerra contro la pace“. Questa parte dei testi di Norimberga viene spesso citata. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Alleati volevano usarla contro i vinti e non sto dicendo che non avesse validità, ma i crimini che hanno commesso loro, compresi i crimini commessi contro la Germania e il Giappone, non vengono mai menzionati. E, nel caso del Giappone, con l’uso di un’arma nucleare. E’ una questione estremamente importante per me e se stiamo parlando di una “contro-alleanza per la pace”, la criminalizzazione della guerra mi sembra essere un aspetto fondamentale. Sto parlando dell’ abolizione della guerra, un atto criminale che deve essere eliminato.

Fidel Castro Ruz – Beh.. e chi giudicherebbe i principali criminali?

Michel Chossudovsky – Il problema è che controllano anche il sistema giudiziario e i tribunali. In tal modo anche i giudici sono criminali. Che cosa possiamo fare?

Fidel Castro Ruz: Dico che questo fa parte della “Battaglia delle Idee“. Bisogna esigere che il mondo non venga guidato in una catastrofe nucleare. Si tratta di preservare la vita.  Non lo sappiamo, ma si presume che se l’uomo diventa consapevole della propria esistenza, quella del suo popolo, quella dei suoi cari, anche i capi militari statunitensi sarebbero coscienti del risultato, anche se sono stati educati per seguire gli ordini, spesso genocidi, come l’uso di armi nucleari tattiche o strategiche, perché questo è ciò che gli è stato insegnato nelle accademie [militari]. Mentre tutto questo è pura follia, nessun politico è esente dal dovere di trasmettere queste verità al popolo. Bisogna credere in loro, altrimenti non ci sarebbe nulla per cui lottare.

Michel Chossudovsky -Penso che quello che Lei sta dicendo è che, al momento attuale, il grande dibattito nella storia umana dovrebbe concentrarsi sul pericolo di una guerra nucleare che minaccia il futuro dell’umanità stessa e che qualsiasi discussione che abbiamo riguardo i bisogni primari o dell’ economia richieda che impediamo il verificarsi di questa guerra e che si instauri la pace globale, in modo da poter poi pianificare il tenore di vita in tutto il mondo sulla base delle esigenze primarie. Ma se non risolviamo il problema della guerra, nemmeno il capitalismo sopravviverà, o no?

Fidel Castro Ruz – No, non può sopravvivere, dopo tutte le analisi che abbiamo condotto, non può sopravvivere. Il sistema capitalista e l’economia di mercato che soffocano la vita umana, non scompariranno durante la notte, ma è l’imperialismo basato sulla forza, sulle armi nucleari e su quelle convenzionali con la tecnologia moderna, che deve scomparire se vogliamo che l’umanità sopravviva. Ora, c’è qualcosa che sta avvenendo in questo momento e che caratterizza il processo di disinformazione in tutto il mondo, ed è il seguente: in Cile, 33 minatori sono rimasti intrappolati a 700 metri di profondità e il mondo è in festa alla notizia che questi uomini sono stati portati in salvo. Beh, semplicemente, cosa farebbe  il mondo se si rendesse conto che 6,877,596,300 di persone hanno bisogno di essere salvate. Se 33 uomini hanno creato  gioia universale e tutti i mass media parlano solo di questo in questi giorni, perché non salvare i quasi 7 miliardi di persone intrappolate dal terribile pericolo di perire in una morte orribile come quella di Hiroshima e Nagasaki?

Michel Chossudovsky – Questo è anche, chiaramente, la questione della copertura mediatica che viene data a diversi eventi e la propaganda proveniente dai media. Penso che sia stata un incredibile operazione umanitaria quella intrapresa dai cileni, ma è vero anche che, se c’è una minaccia per l’umanità, come Lei ha detto, dovrebbe essere sulla prima pagina di tutti i giornali del mondo dato che la società umana, nella sua totalità, potrebbe essere vittima di una decisione che è stata presa, anche da un generale a tre stelle, ignaro delle conseguenze delle armi nucleari. Ma qui stiamo parlando di come i media, in particolare quelli Occidentali, offuschino il problema più grave che interessa potenzialmente il mondo di oggi, che è il pericolo di una guerra nucleare e questo dobbiamo prenderlo sul serio, perché sia Hillary Clinton che Obama hanno detto di aver contemplato una cosiddetta guerra preventiva contro l’Iran con armi nucleari. Ebbene, come possiamo rispondere? Cosa dice a Hillary Clinton e Barak Obama riguardo le loro dichiarazioni sull’uso unilaterale delle armi nucleari contro l’Iran, un paese che non comporta pericoli per nessuno?

Fidel Castro Ruz – Sì, sono a conoscenza di due cose.  Di quello che è stato discusso. Questo è stato pubblicato recentemente, le discussioni in seno al Consiglio di Sicurezza degli Stati Uniti. Questo è il valore del libro scritto da Bob Woodward, in quanto ha rivelato come si sono verificate tutte queste discussioni. Conosciamo le posizioni di Biden, di Hillary, di Obama, e in effetti, in queste discussioni, colui che si è mostrato più fermo contro l’estensione della guerra, che è stato in grado di discutere con i militari, è stato Obama. Questo è un fatto. Sto scrivendo l’ultima riflessione, in realtà, a tale proposito. L’unico che è arrivato li e gli diede un consiglio, è stato un avversario, data la sua appartenenza al Partito Repubblicano: Colin Powell. Gli ha ricordato che lui era il Presidente degli Stati Uniti d’America. Un consiglio incoraggiante. Penso che dovremmo far si che che questo messaggio arrivi a tutti, che tutti possano leggere quello che abbiamo discusso. Credo che siano in molti a leggere i suoi articoli su Global Research. Sono felice ogni volta che argomentate, ragionevolmente, e portate avanti questi problemi, in quanto ritengo esista un deficit reale di informazioni per i motivi che Lei stesso ha spiegato. Ora, dobbiamo inventare. Quali sono i modi per far conoscere tutto questo? Al tempo dei Dodici Apostoli, che erano 12 e non di più,  fu dato loro il compito di diffondere gli insegnamenti che un predicatore gli aveva trasmesso. Certo, avevano centinaia di anni davanti a loro. Noi no. Ma stavo guardando l’elenco delle personalità che hanno collaborato con Global Research e ci sono più di 20 persone di spicco, gente di prestigio, che pone le stesse domande. Ma anche loro hanno poco tempo a disposizione.

Michel Chossudovsky – Il movimento contro la guerra negli Stati Uniti, in Canada e in Europa è diviso. Alcune persone pensano che la minaccia venga dall’Iran, altri dicono che [gli iraniani] sono terroristi e c’è molta disinformazione nel movimento stesso. Inoltre, in occasione del World Social Forum, il problema della guerra nucleare non rientra nel dibattito tra le persone di sinistra o progressisti. Durante la Guerra Fredda si parlava del pericolo di un conflitto nucleare e la gente ne aveva consapevolezza. Nell’ultima riunione tenutasi a New York sulla non proliferazione, alle Nazioni Unite, l’attenzione è stata posta sulla minaccia nucleare proveniente da entità non statali, da terroristi. Il presidente Obama ha affermato che la minaccia proveniva da Al Qaeda, che dispone di armi nucleari. Inoltre, se qualcuno legge i suoi discorsi, quello che il Presidente sembra insinuare è che questi terroristi abbiano la capacità di produrre piccole bombe nucleari, quelle che chiamano “bombe sporche“. Beh, è un modo di distorcere i problemi e spostarne l’attenzione.

Fidel Castro Ruz – Questo è ciò che gli raccontano, questo è ciò che il suo stesso popolo gli racconta e glielo fanno credere.  […]

Michel Chossudovsky – Ho una domanda, perché c’è un aspetto importante legato alla Rivoluzione cubana. A mio parere, il dibattito sul futuro dell’umanità è anche parte di un discorso rivoluzionario. Se la società nel suo complesso dovesse essere minacciata dalla guerra nucleare, è necessario avere, in qualche forma, una rivoluzione del pensiero, nonché delle azioni, contro questo evento[vale a dire la guerra nucleare].

Fidel Castro Ruz – Dobbiamo dire, ripeto, che l’umanità è intrappolata a 800 metri sotto terra e che dobbiamo uscire, dobbiamo fare un’operazione di salvataggio. Questo è il messaggio che dobbiamo trasmettere a un gran numero di persone. Se saranno in tanti a crederci a questo messaggio, faranno quello che Lei sta facendo e sosterranno quello che Lei sta sostenendo. Non dipenderà più da chi è a dirlo, ma sul fatto che qualcuno  lo dica. Bisogna capire come si possono raggiungere le masse informate. La soluzione non è rappresentata dai giornali. C’è l’Internet, Internet è più economico, Internet è più accessibile. Io mi sono avvicinato a voi tramite Internet mentre ero alla ricerca di notizie, non attraverso le agenzie, non attraverso la stampa, non dalla CNN.  Tramite newsletter ricevo giornalmente più di 100 pagine di articoli. Ieri stavate sostenendo che negli Stati Uniti, qualche tempo fa, i due terzi dell’opinione pubblica erano contro la guerra in Iran e, oggi, circa il cinquanta per cento è favorevole all’azione militare contro l’Iran.

Michel Chossudovsky – E’ quello che è accaduto, anche negli ultimi mesi, dove si diceva: “Sì, la guerra nucleare è molto pericolosa, è una minaccia, ma la minaccia viene dall’Iran“, e c’erano manifessti a New York con su scritto: “Di no al nucleare iraniano” e il messaggio di questi manifesti è stato quello di presentare l’Iran come una minaccia alla sicurezza globale, anche se la minaccia non esiste perché non hanno alcuna arma nucleare. Comunque la situazione è questa e il The New York Times, all’inizio di questa settimana, ha pubblicato un articolo sostenendo che , sì, gli omicidi politici sono legali. Poi, quando abbiamo una stampa che ci dà cose del genere, con la distribuzione che hanno, il lavoro che dobbiamo fare è enorme. Abbiamo capacità limitate per invertire questo processo [della disinformazione dei media] con la limitata distribuzione dei mezzi di comunicazione alternativi. In aggiunta a ciò, oggi, molti di questi media alternativi vengono finanziati dall’establishment economico.

Fidel Castro Ruz – Eppure dobbiamo combattere.

Michel Chossudovsky – Sì, continuiamo a lottare, ma il messaggio era quello che Lei ha detto ieri. Che nel caso di una guerra nucleare, il danno collaterale sarebbe l’umanità nel suo insieme.

Fidel Castro Ruz – Sarebbe l’umanità, l’esistenza dell’umanità.

Michel Chossudovsky – E’ anche vero che Internet deve continuare a funzionare come strumento di sensibilizzazione per evitare la guerra.

Fidel Castro Ruz – Beh, è l’unico mezzo con cui siamo in grado di impedirlo. E’ come l’esempio che ho citato: ci sono quasi 7 miliardi di persone intrappolate a 800 metri di profondità, dobbiamo usare il fenomeno del Cile per rivelare queste cose.

Michel Chossudovsky – Paragonate il salvataggio dei 33 minatori, dicendo che ci sono questi uomini sotto terra che devono essere soccorsi, che hanno ricevuto un’ampia copertura mediatica e che allo stesso tempo ci sono quasi 7 miliardi di persone che sono a 800 metri di profondità e non capiscano cosa sta succedendo, ma dobbiamo salvarli, perché l’umanità nel suo insieme è minacciata dalle armi nucleari degli Stati Uniti e dei suoi alleati, dato che sono loro che dicono di volerne far uso.

Fidel Castro Ruz – E le useranno [le armi nucleari] se non ci sara alcuna opposizione, se non ci sarà alcuna resistenza. Vengono ingannati, sono drogati di superiorità militare e di tecnologia moderna e non sanno cosa stanno facendo. Non capiscono le conseguenze e ritengono di poter continuare cosi. È impossibile.

Michel Chossudovsky – Oppure credono che questa sia semplicemente una sorta di arma convenzionale.

Fidel Castro Ruz – Sì, sono ingannati e credono che si possa ancora usare quell’arma. Credono di essere in un’altra epoca, non ricordano cosa disse Einstein quando affermava che non sapeva con quali armi si sarebbe combattuta la terza guerra mondiale ma la quarta sarebbe stata combattuta sicuramente con bastoni e pietre. Ci ho aggiunto: “… solo che non ci sarebbe  nessuno ad usare i bastoni e le pietre”. Questa è la realtà, l’ho scritto lì nel breve discorso che mi ha suggerito di sviluppare.

Michel Chossudovsky – Il problema che vedo è che l’uso di armi nucleari non comporta necessariamente la fine del genere umano da un giorno all’altro, perché l’impatto radioattivo è cumulativo.

Fidel Castro Ruz – Può ripetere, per favore.

Michel Chossudovsky – L’arma nucleare comporta diverse conseguenze: una è l’esplosione e la distruzione nel teatro di guerra, che è il fenomeno di Hiroshima, e l’altra sono gli effetti delle radiazioni che aumentano nel tempo.

Fidel Castro Ruz – Sì, l’ inverno nucleare, come lo chiamiamo noi. Il prestigioso ricercatore americano, dell’Università di Rutgers (New Jersey), il Professore Emerito Alan Robock, ha inconfutabilmente dimostrato che lo scoppio di una guerra tra due delle otto potenze nucleari che possiedono la minima quantità di armi di questo tipo, si tradurrebbe in un “inverno nucleare“. Ha lavorato con un gruppo di ricercatori che hanno utilizzato modelli computerizzati ultra-scientifici. Sarebbe sufficiente che esplodano 100 delle 25.000 armi nucleari strategiche possedute dalle otto potenze menzionate per far si che si generino temperature sotto lo zero in tutto il pianeta e una lunga notte che durerebbe circa otto anni. Il professor Robock sostiene che è così terribile che le persone stiano cadendo in uno “stato di negazione“, non vogliono pensarci, è più facile far finta che non esista “. Me lo disse personalmente durante una conferenza internazionale che stava tenendo e dove ho avuto l’onore di conversare con lui. Parto da un presupposto: se scoppia una guerra in Iran, sarà inevitabilmente una guerra nucleare e una guerra globale. Ecco perché ieri si diceva che non era giusto permettere un tale accordo nel Consiglio di Sicurezza, perché rende tutto questo più facile, capite? Una guerra in Iran oggi non resterebbe confinata a livello locale, perché gli iraniani non si piegherebbero. Se rimane convenzionale, sarebbe una guerra che gli Stati Uniti e l’Europa non possono vincere e, sostengo, si trasformerebbe rapidamente in una guerra nucleare. Se gli Stati Uniti dovessero commettere l’errore di usare armi nucleari tattiche, si creerebbe una situazione di sdegno a livello mondiale e gli USA alla fine perderebbero il controllo della situazione. Obama ha avuto una accesa discussione con il Pentagono su cosa fare in Afghanistan; immaginate ora Obama, con i soldati americani e israeliani, combattere contro milioni di iraniani. I sauditi non stanno andando a combattere in Iran, né i soldati pakistani o qualsiasi altro paese arabo o musulmano. Quello che potrebbe accadere è che gli yankee abbiano gravi conflitti con le tribù pachistane che stanno attaccando e uccidendo con i loro droni, e loro lo sanno. Quando sferrano un colpo contro quelle tribù, prima attaccano e poi avvertono il governo, senza dire nulla in anticipo e questa è una delle cose che più irrita i pakistani. C’è un forte sentimento antiamericano lì.  E’ sbagliato pensare che gli iraniani si arrendano se venissero colpiti con armi nucleari tattiche. Il mondo sarebbe davvero scioccato ma potrebbe essere troppo tardi.

Michel Chossudovsky – Non possono vincere una guerra convenzionale.

Fidel Castro Ruz – Non possono vincere.

Michel Chossudovsky – E questo possiamo vederlo in Iraq, in Afghanistan. Possono distruggere un intero paese ma non possono vincere da un punto di vista militare.

Fidel Castro Ruz – Ma distruggerlo [un paese] a che prezzo, a quale prezzo per il mondo, a quali costi economici, in marcia verso la catastrofe? I problemi che Lei ha citato si aggravano, il popolo americano reagirebbe , perché il popolo americano è spesso lento a reagire ma alla fine lo fanno. Gli americani reagiscono alle vittime, ai morti. Un sacco di gente ha sostenuto l’amministrazione Nixon durante la guerra in Vietnam, lui suggerì anche l’uso di armi nucleari a Kissinger, ma lui lo dissuase poi dal compiere quel passo criminale. Gli Stati Uniti furono costretti dal popolo americano a porre fine alla guerra, ma hanno dovuto negoziare e consegnare il Sud. L’Iran dovrebbe rinunciare al petrolio nella zona. Adesso sono di nuovo in Vietnam, comprando petrolio, negoziando. In Iran perderebbero molte vite e, forse, gran parte degli impianti petroliferi della zona sarebbero distrutti. Nella situazione attuale, è probabile che non capiscano il nostro messaggio. Se scoppia la guerra, la mia opinione è che, sia essi che il resto del mondo, non ci guadagnerebbero nulla. Se fosse solo una guerra convenzionale, che è molto improbabile, perderebbero irrimediabilmente e se  questa si trasforma in una guerra nucleare globale, avrebbe perso l’umanità .

Michel Chossudovsky -L’Iran ha le forze convenzionali … significative.

Fidel Castro Ruz – Sono milioni.

Michel Chossudovsky – Forze di terra, ma anche razzi e anche l’Iran ha la capacità di difendersi.

Fidel Castro Ruz – E finche rimarrà un solo uomo con una pistola, questo sarà un nemico che dovranno sconfiggere.

Michel Chossudovsky -E sono parecchi milioni ad avere le pistole.

Fidel Castro Ruz – Milioni, e saranno costretti a sacrificare molte vite americane. Purtroppo, sarebbe solo in quel momento che gli americani reagirebbero. Se non lo fanno ora lo faranno più tardi, quando sarà troppo tardi. Dobbiamo scrivere, dobbiamo divulgare questo tanto quanto possiamo. Ricordate che i cristiani sono stati perseguitati, portati nelle catacombe, li uccisero, li gettarono in pasto ai leoni, ma sono riusciti a mantenere le loro credenze per secoli e in seguito fecero lo stesso ai musulmani e questi non si piegarono mai. C’è una vera e propria guerra contro il mondo musulmano. Perché queste lezioni di storia vengono dimenticate? Ho letto molti degli articoli che ha scritto sui rischi di questa guerra.

Michel Chossudovsky – Torniamo alla questione dell’Iran. Credo che sia molto importante che l’opinione pubblica mondiale comprenda lo scenario di guerra. È chiaro che perderebbero la guerra, quella convenzionale, la stanno perdendo in Iraq e in Afghanistan e l’Iran dispone di molte più forze convenzionali rispetto a quelle della NATO in Afghanistan.

Fidel Castro Ruz – Molto più esperte e motivate. Gli USA ora sono in conflitto con quelle forze in Afghanistan e in Iraq e con una che non menzionano: i pakistani dello stesso gruppo etnico di quelli della resistenza in Afghanistan. Nelle discussioni alla Casa Bianca, essi ritengono che la guerra sia persa, questo è ciò che il libro di Bob Woodward, “Obama Wars“, ci dice. Immaginate poi se, oltre a questo, si aggiunge una guerra per liquidare quello che resterà dopo i primi colpi in Iran. Così si ritroveranno o in una situazione di guerra convenzionale che non possono vincere, o saranno costretti a condurre una guerra nucleare globale, con una forte sollevazione a livello mondiale. E io non so chi può giustificare il tipo di guerra che devono condurre, hanno 450 obiettivi segnalati in Iran e, alcuni di questi, secondo loro, dovranno essere attaccati con testate nucleari tattiche a causa della loro posizione in zone di montagna e a causa della profondità [sotterranea] in cui sono situate. Moriranno nello scontro anche tanti russi e persone di altre nazionalità che stanno collaborando con loro. Quale sarà la reazione dell’opinione mondiale di fronte a questo attacco che oggi viene irresponsabilmente promosso dai media con l’appoggio di molti americani?

Michel Chossudovsky – Un’ altra questione è che  Iran, Iraq, Afghanistan, sono tutti i paesi limitrofi in un certo modo. L’Iran confina con l’Afghanistan e con l’Iraq e gli Stati Uniti e la NATO hanno strutture militari nei paesi che occupano. Cosa succederà? Suppongo che le truppe iraniane passeranno immediatamente la frontiera.

Fidel Castro Ruz -Beh, non so quale tattica utilizzeranno ma, al loro posto, consiglierei di non concentrare le loro truppe, perché se le truppe sono concentrate saranno vittime di attacco con armi nucleari tattiche. In altre parole, da come viene descritta la minaccia, la cosa migliore per loro sarebbe di utilizzare una tattica simile a quella che adottammo nel sud dell’Angola, quando sospettavamo che il Sud Africa disponesse di armi nucleari. Abbiamo creato gruppi tattici di 1000 uomini con potenza di fuoco terrestre e anti-aerea . Le armi nucleari non avrebbero mai potuto raggiungere un gran numero di soldati. Razzi antiaerei  e altre armi simili sostenevano le nostre forze. Le armi e le condizioni del del terreno cambiano e la tattica deve continuamente cambiare.

Michel Chossudovsky: Dispersi.

Fidel Castro Ruz – Dispersi, ma non con gli uomini isolati, vi erano circa 1000 uomini con armi adeguate, il terreno era sabbioso, ovunque arrivavano dovevano scavare e proteggersi, mantenendo sempre la massima distanza tra i componenti. Al nemico non venne mai data la possibilità di assestare un colpo decisivo contro i 60.000 soldati cubani e angolani nel sud dell’Angola. Quello che abbiamo fatto in quel fraterno paese fu quello che avrebbe fatto un esercito con un centinaio di migliaia di forti soldati e operando con criteri tradizionali. Noi non eravamo in 100000 nel sud dell’Angola, c’erano 60.000 uomini, angolani e cubani. Per esigenze tecniche, i gruppi tattici erano principalmente costituiti da cubani, poichè sapevano guidare carri armati, usare missili, cannoni antiaerei, le comunicazioni; ma la fanteria era composta da soldati cubani e angolani, con grande spirito combattivo, che non esitarono nemmeno un secondo nel confrontarsi con l’esercito bianco dell’ Apartheid sostenuto dagli Stati Uniti e Israele. Chi gestiva le numerose armi nucleari che avevano in quel momento? Nel caso dell’Iran, giungono sempre notizie secondo cui gli iraniani stanno scavando nel terreno e quando gli si fanno domande relative a ciò rispondono che stanno costruendo cimiteri per seppellire gli invasori. Non so se è ironia, ma penso che dovrebbero scavare parecchio per proteggere le loro forze dall’attacco che li sta minacciando.

Michel Chossudovsky – Vero, ma l’Iran ha la possibilità di mobilitare milioni di truppe.

Fidel Castro Ruz – Non solo truppe, ma anche i posti di comando sono decisivi. A mio parere, il decentramento è molto importante. Gli attaccanti cercheranno di prevenire la trasmissione di ordini. Ogni unità di combattimento deve sapere in anticipo cosa fare in circostanze diverse. L’attaccante cercherà di colpire e destabilizzare la catena di comando, con le sue armi radio-elettroniche . Tutti questi fattori devono essere tenuti in considerazione. L’umanità non ha mai vissuto una situazione simile. In ogni caso, l’Afghanistan, cosi come l’Iraq, sono “sciocchezze”  quando confrontate con quello con cui stanno andando a sbattere in Iran: l’armamento, l’addestramento, la mentalità, il tipo di soldato … Se 31 anni fa i combattenti iraniani ripulivano i campi minati avanzandoci spora, oggi gli iraniani saranno senza dubbio gli avversari più temibili che gli Stati Uniti abbiano mai incontrato.

I nostri ringraziamenti e apprezzamento a CubaDebate per la trascrizione e la traduzione dallo spagnolo.

Messaggio di Fidel sui pericoli della guerra nucleare

Registrato l’ultimo giorno delle conversazioni, il 15 ottobre 2010, il video originale di Global Research / Cuba Debate (copyright nostro) è stato rimosso per presunte violazioni del copyright insieme a molti altri video da Youtube.

Pubblichiamo un video di RT del nostro video originale:

TRASCRIZIONE

L’uso di armi nucleari in una nuova guerra significherebbe la fine dell’umanità. Questo fu previsto dallo scienziato Albert Einstein, che era in grado di misurare la loro capacità distruttiva nel generare milioni di gradi di calore, che vaporizzano tutto all’interno di un ampio raggio di azione. Questo brillante ricercatore aveva promosso lo sviluppo di questa arma in modo da non renderla a disposizione del genocida regime nazista.

I singoli governi in tutto il mondo hanno l’obbligo di rispettare il diritto alla vita di ogni nazione e della totalità dei popoli del pianeta.

Oggi c’è un rischio imminente di guerra con l’uso di questo tipo di arma e non ho il minimo dubbio che un attacco da parte degli Stati Uniti e di Israele contro la Repubblica islamica dell’Iran evolverebbe verso un conflitto nucleare globale.

I popoli del mondo hanno l’obbligo di esigere dai loro leader politici il diritto di vivere. Quando la vita del genere umano, del tuo popolo e delle persone a te più care corrono un tale rischio, nessuno può permettersi di restare indifferente, non un solo minuto può essere perso nel chiedere rispetto di tale diritto. Domani sarà troppo tardi.

Lo stesso Albert Einstein ha dichiarato inequivocabilmente: “Non so con quali armi sarà combattuta la III guerra mondiale ma la IV guerra mondiale  sarà combattuta con bastoni e pietre”. Siamo pienamente consapevoli di quello che voleva trasmetterci e aveva assolutamente ragione. Ma sulla scia di una guerra nucleare globale, non ci sarebbe nessuno per usare quei bastoni e quelle pietre.

Ci sarebbe un “danno collaterale”, come affermano sempre i leader politici e militari statunitensi, per giustificare la morte di persone innocenti.

In una guerra nucleare il “danno collaterale” sarebbe la vita di tutta l’umanità.

Dobbiamo avere il coraggio di proclamare che tutte le armi nucleari e convenzionali, tutto ciò che viene utilizzato per fare la guerra, deve sparire!

Fidel Castro Ruz

15 ottobre 2010

LINK: Conversations with Fidel Castro: Hiroshima and the Dangers of a Nuclear War

DI: Coriintempesta

Siria, non chiamatela Rivoluzione…

di: Marcello Foa

A guidarmi è l’istinto dell’inviato, che tante ne ha viste e con il passare degli anni è diventato sospettoso, ma le stragi in Siria mi convincono sempre meno. A leggere i titoli sui giornali e sui siti internet, si ha l’impressione che un’eroica minoranza stia resistendo da mesi alla repressione dell’esercito di Assad. E’ una rivoluzione del popolo, del cuore, dei giusti contro gli ingiusti. E noi non possiamo che stare con questo manipolo di straordinari, commoventi rivoltosi. Se fosse davvero così, io non avrei dubbi, però l’esperienza e la logica suggeriscono una lettura diversa o perlomeno maggior cautela.

In circostanze del genere, quando un esercito usa i carri armati e spara sulla folla, la rivolta di piazza finisce istantaneamente. Alcune volte mi è capitato di fuggire sotto il sibilare dei proiettili, ho visto case distrutte a cannonate :  la popolazione civile, per quanto arrabbiata, ripiega impaurita.

In Siria, invece, starebbe resistendo da mesi e le cannonate non basterebbero a incrinarne la resistenza. I conti non tornano, infatti quella in corso, più che una rivolta di popolo, sembra sempre di più una guerra civile alimentata da bande armate, composte verosimilmente da mercenari e guidati dai servizi segreti.

La rivoluzione è l’alibi è la cornice mediatica, ma la situazione, se analizzata con lucidità ed esperienza, appare ben più sofisticata e ruoli e responsabilità per nulla chiari. Chi sta combattendo contro chi ? Assad, che è un dittatore, è nel mirino di Usa, Europa e Israele, questo è evidente ; ma viene difeso a livello diplomatico dai cinesi e dai russi e, sul terreno, dagli iraniani che vedono in lui uno dei pochi alleati e fanno di tutto per tenerlo al potere.

Quella a cui, da lontano, assistiamo, è una guerra sporchissima, in cui i carnefici non sono sempre quelli indicati in prima battuta. La strage avvenuta qualche settimana fa a Hula, le cui immagini vengono ripetute in continuazione, non sarebbe stata compiuta dall’esercito di Assad, come scritto da tutti i media, ma da ribelli sunniti armati; infatti la maggior parte delle vittime, come ha scoperto la Frankfurter Allgemeine Zeitung, erano soprattutto alawite ovvero appartenevano ai clan etnici dello stesso Assad.E siccome è inimmaginabile che Assad abbia fatto fuori i propri sostenitori permettendo che i media internazionali gliene addossassero la colpa, lo scoop del giornale tedesco spalanca la porta a un’altra verità: a uccidere sono stati i rivoltosi ma la responsabilità è stata addossata al regime.

Sia chiaro: non difendo Assad. Il padre era un dittatore sanguinario, il figlio appare più fragile, ma sempre dittatore è. Se dovesse cadere , pochi lo rimpiangerebbero; però, ancora una volta, in una vicenda internazionale l’influenza dei media si rivela decisiva; grazie alla dabbenaggine dei giornalisti, considerato che la maggior parte di loro nemmeno si accorge di essere manipolata. Rilancia come vere, comprovate, assolute notizie che invece, se davvero i giornalisti conoscessero le tecniche di spin e manipolazione mediatica, andrebbero scrutinate con attenzione e, talvolta, smascherate in tempo reale.

Oggi non sappiamo chi siano davvero i rivoltosi ei controrivoltosi, mentre i media trasmettono fatti veri o parzialmente veri, frammisti a clamorose panzane, l’ultima l’ho sentita stamattina alla radio: Al Qaida avrebbe un ruolo crescente nella rivolta in Siria; sì proprio Al Qaida, che dal 2001 è stata data per morta tante volte e altrettante resuscitate e di cui, come si è saputo a distanza di anni, nemmeno Bin Laden aveva il controllo tanto era frammentata e sfilacciata.

Ecco nel grande caos siriano, mancava solo Al Qaida, la cui presenza è inverosimile, ma senz’altro funzionale a certi scopi.

E chi vuole capire ripassi. Infine, però, mi chiedo: quanti vogliono davvero capire?

Link: Il blog di Marcello Foa

Israele, Siria, Libano e le conseguenze del giorno 18 luglio 2012

Articolo inviato al blog 

di: Mcc43- http://mcc43.wordpress.com

-  Damasco: l’attentato fallito prima del 18 luglio

-  Assef Shawkat, il siriano dai  molti nemici

-  Israele, Hezbollah e l’assassinio di Imad Mughniyeh

-  Bulgaria: l’attentato al bus israeliano del 18 luglio

-  La destabilizzazione del Libano

Molti file sono aperti in Siria, nonostante la rappresentazione semplificata dei fatti per farli rientrare  nello schema della “primavera araba”: rivolta di popolo e repressione, eccidi sui due fronti e soluzione finale, quella fin dall’inizio auspicata da USA e GB .

L’attentato che il 18 luglio a Damasco ha ucciso il ministro della Difesa Dawoud Rajha, il predecessore Hassan Turkmani, il generale Assef Shawkat, ex capo dell’intelligence militare, il generale Hisham Ikhtyar, Capo del Consiglio Nazionale per la sicurezza, è stato rivendicato sia da un gruppo combattente islamista, sia dal FSA, sigla dell’esercito siriano libero. Quest’ultimo ha modificato la versione della prima ora di un attacco suicida dichiarando l’uso di un ordigno comandato a distanza. Nessuno ha finora ipotizzato l’uso di un drone, probabilmente  per non confermare l’ assistenza concreta da parte americana all’opposizione.

L’operazione Vulcano per la liberazione di Damasco, come il FSA l’ha proposta ai media, suggerisce l’idea di un imprevisto atto di forza del fronte ribelle, capace di sferrare l’ultimo colpo al cuore del regime; la memoria registrata nel web disegna invece una sequenza di annunci prematuri e di tentativi falliti.

Il 20 maggio un servizio video di Al-Jazeera mostra un ribelle che rivendica di aver ucciso un gruppo di dirigenti del regime, dando risalto alla morte di Assef Shawkat. Poiché nei giorni successivi il personaggio non fa comparse pubbliche nascono varie speculazioni, che l’attentato sia stato condotto utilizzando il veleno e che Shawkat sia  già stato inumato.

Sarà l’intelligence israeliana ad avvalorare indirettamente le affermazioni dell’opposizione :“Un assassinio di questa portata in futuro potrebbe accelerare il collasso del regime. L’opposizione ha i mezzi per raggiungere i leader e questo caso lo conferma”.

Israele sposa, dunque, la prospettiva di una fine provocata dall’interno per il regime Assad, con il quale era in atto dal 1967, Guerra dei sei giorni, uno status quo dell’occupazione  delle siriane alture del Golan. Uno stallo non più conveniente dal 2010, anno in cui Assad inizia a stringere più stretti legami con gli USA, che non coinvolgono Tel Aviv, pur continuando l’alleanza strategica con l’Iran. Con questo nuovo scenario, i colloqui di pace per definire la questione del Golan avrebbe trovato Israele meno favorita che in precedenza.

L’implosione del regime di Assad consentirebbe il colpo di grazia a quelli che Israele considera i più antichi e irriducibili nemici: gli Hezbollahlibanesi. L’organizzazione è la prosecuzione dell’ala combattente di Amal, il movimento fondato in Libano dall’Imam iraniano Moussa Sadr. Nel 1978 , Sadr parte dal Libano diretto in Libia, in seguito non vi sarà certezza sulla sua sorte,  tranne vaghe tracce di un arrivo in Italia. Da allora, Iran e Libano accusarono Gheddafi di averlo ucciso o imprigionato, ciò stranamente poiché tutta l’opera (unificare il fronte del mondo arabo) e le minacce di Sadr avevano come obiettivo lo stato di Israele e il suo carisma, non ancora spento nonostante il passare del tempo, ne  rendeva l’ attivismo concretamente pericoloso. [vd. Post Il caso Moussa Sadr e le inesistenti certezze ]

Assef Shawkat

Assef Shawkat, l’uomo che l’esercito siriano affermava vanamente di aver già ucciso  in maggio,  era uno di quei  personaggi dalle molte ombre che abbondano in tutti i regimi. E non solo nei regimi. Dopo l’ 11 settembre veniva considerato un referente delle intelligence di Stati Uniti ed Europa,  coinvolto nella creazione di un braccio della CIA in Siria per combattere il terrorismo.

Tutto cambiò dal 2005 con l’assassinio del primo ministro libanese Rafik al-Hariri: Washington  considerò Shawkat regista dell’attentato, architetto dell’annosa dominazione della Siria sul Libano nonché fomentatore del terrorismo contro Israele e  nel 2006 gli USA decretarono contro di lui delle sanzioni.

I contorni del personaggio diventano completamente confusi con il 2008. Nel febbraio, a Damasco una bomba uccide Imad Mughniyeh, esponente di spicco di Hezbollah, che immediatamente accusa Israele. Nel mese di giugno Shawkat viene posto agli arresti dopo aver dichiarato in una intervista che la bomba usata per l’attentato era sistemata all’interno dell’auto, poichè ciò venne equiparato all’ammissione che gli autori erano siriani. Rimosso da capo della sicurezza interna, non venne  estromesso dal gruppo dirigente, del resto sono recentemente emerse nuove rivelazioni che chiamano in causa Israele. Una giovane palestinese avrebbe offerto al Mossad informazioni per identificare e localizzare Mughniyeh, fino ad allora definito “uomo senza volto”

Mentre a Damasco il 18 luglio l’attentato uccide Shawkat, e un pezzo del vertice del sistema, anche Israele viene colpito. 

Una bomba esplode su un autobus di turisti israeliani a Burgas, in Bulgaria, uccidendo sette persone e ferendone più di venti. A rendere ancora più straziante  la tragedia è  la ricorrenza: il 18 luglio  del 1994  in un quartiere di Buenos Aires, dove era la sede di un centro ebraico, una bomba provocò una strage. Furono 85 i morti e centinaia i feriti. La rivendicazione arrivò da un gruppo islamista, ma il governo israeliano accusò  Hezbollah come esecutore e l’Iran come mandante.

Per Burgas si parla fin dal primo momento di attacco suicida e nuovamente Israele accusa l’Iran.

Spunta in Facebook  la foto di un ex detenuto di  Guantanamo – somigliante al giovane ripreso dalle telecamere di sorveglianza dell’aeroporto-  uno svedese di origine algerine di nome Mehdi Ghezali. La Svezia, che nel 2004 chiese la sua liberazione, ne smentisce il coinvolgimento, similmente fanno i servizi segreti bulgari.

Le voci si rincorrono e spesso appaiono  fandonie. Fra i deceduti vi sarebbe un agente esterno dello Shin Bet, il Servizio Segreto interno di Israele. Un bulgaro sostiene di aver rifiutato al sospettato il noleggio di un auto, ma lo descrive con i  capelli corti mentre il video mostra un lungo chiomato; qui torna alla mente l’identificazione fasulla di Al Megrahi a Malta che servì a incastrarlo per l’attentato Lockerbie, impedendo indagini in altre direzioni. Si spera che l’esame del DNA dia un’identità sicura all’attentatore, ma stupisce che la sola ipotesi di cui si parla sia un  singolo, il kamikaze,  anziché vagliare anche l’ipotesi di un commando. Al momento non esistono rivendicazioni.

La DebkaFile, sito vicino all’intelligence israeliana, ribadisce la colpevolezza di Hezbollah e dell’Iran. Alla radio israeliana Ehud  Barak ha dichiarato che il paese  “farà di tutto per trovare  responsabili  diretti e  mandanti, e li punirà.” Un linguaggio che sembra alludere alla ripresa degli assassini mirati contro individui e  fa tornare in mente i misteriosi omicidi degli scienziati nucleari iraniani.

L’Iran da parte  sua ha vigorosamente smentito il coinvolgimento.

Puntando il dito contro  Hezbollah , Israele indica quella che in Libano è sia un’organizzazione politica sia una milizia armata. Come tale Hezbollah è sia nel Parlamento unicamerale, con 12 seggi su 128, sia oggetto di sanzioni americane che impongono il suo disarmo.

Poiché a fine giugno il fronte ribelle della Siria ha accusato Hezbollah di combattere per Assad , a Talkalakh e a Homs, il quadro completo della comunicazione  nelle ultime settimane ha costruito sia un’aspettativa sulla morte di Shawkat, sia un’attesa di azioni terroristiche di Hezbollah, entrambe culminate negli eventi del 18 luglio.

Una costruzione di ipotesi che minaccia la fragile stabilità del Libano già scossa fin dall’inizio della rivolta siriana, con  bande di autentici terroristi che dominano nel corridoio per il rifornimento delle armi a nord del paese[ved. Post di febbraio:  Il confine Siria-Libano e la stoltezza Occidentale] e un fiume incessante di profughi che lasciano le zone di combattimento siriane per accamparsi in Libano- Per vivere in condizioni che è facile immaginare e  che una destabilizzazione completa della regione  renderebbe  irrimediabili.

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Le battaglie in Consiglio di Sicurezza Onu, che in questi giorni hanno tenuto con il fiato sospeso,  potrebbero essere più apparenti che reali. E’ possibile che non vi sia al momento la volontà di  un intervento Nato in Siria perché, diversamente dalle intenzioni sulla Libia, l’interesse strategico non è sul singolo paese ma sull’intera area.

Più che una guerra convenzionale, nei prossimi mesi persisterà la guerra dell’informazione. La manipolazione dei fatti e del loro significato attraverso i media, l’induzione dell’opinione pubblica a schierarsi pro o contro, e a sua volta accrescere la disinformazione, avranno un ruolo centrale,  insieme all’uso del  terrorismo manovrato.

A differenza dell’irriducibile complottismo che assume certa l’esistenza di un piano prefissato,  intravedo un work in progress: tentativi riusciti, fallimenti, continui adattamenti e nasce il  sospetto che  i centri del potere vero, i burattinai delle figure a noi note,  siano essi stessi coinvolti in una lotta senza quartiere .

Questo disegna per noi un  futuro diversamente ma gravemente  incerto quanto quello di coloro che oggi vediamo soffrire  sul terreno dove infuria lo scontro armato.

Link:  Israele, Siria, Libano e le conseguenze del giorno 18 luglio 2012

Iran: supervirus “Flame” riaccende lo scontro con Israele

(AGI) – Gerusalemme, 29 mag. – Potrebbe essere un nuovo capitolo della guerra segreta fra Iran e Israele il supervirus Flame, che sembra aver rubato per anni segreti da migliaia di computer in Medio Oriente, regime degli ayatollah in primis.
Teheran ha annunciato di aver realizzato un anti-virus destinato a distruggere quello che e’ stato gia’ ribattezzato come il baco piu’ potente e sofisticato della storia informatica: una vera e propria arma cibernetica, come lo hanno definito gli esperti russi che ieri sono riusciti a identificarlo. E, come da copione, l’Iran ha puntato il dito contro lo Stato ebraico, gia’ accusato di aver prodotto nel 2010 il malware Stuxnet, che infetto’ il sistema che gestisce il suo controverso programma nucleare.
“E’ nella natura di alcuni Paesi o regimi illegittimi produrre virus e colpire altre nazioni”, ha denunciato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Ramin Mehmanparast, riferendosi ad Israele.

Sibillina la reazione dello Stato ebraico, con il vicepremier Moshe Yaalon che e’ arrivato a giustificare gli attacchi con virus informatici.
“Per chiunque veda la minaccia iraniana come significativa, e’ regionevole intraprendere passi differenti, fra cui questi attacchi con virus, per sventarla”, ha osservato Yaalon. Il numero 2 del governo ebraico ha inoltre sottolineato come Israele sia un Paese “ricco dal punto di vista tecnologico” e in grando di esplorare “ogni sorta di possibilita'”. Parole che sono suonate quasi come un’implicita ammissione, anche se i contorni della minaccia Flame sono tutt’altro che chiari, specie se si considera che il virus e’ stato rilevato anche nello Stato ebraico. “Una volta che Flame e’ penetrato nel pc, inizia alcune operazioni automatiche dal controllare il traffico effettuato sulla rete, registrare conversazioni (via pc come Skype) o scattare foto delle immagini che appaiono sul video, e intercettare cosa viene digitato sulla tastiera”, ha spiegato Vitaly Kamluk, a capo della societa’ di protezione informatica russa Kaspersky, che ha identificato il virus. Flame, che viene descritto come molto piu’ potente di Stuxnet, avrebbe gia’ rubato “grandi volumi di dati” dai computer iraniani, secondo gli esperti di Maher. Il malware “ha prodotto danni sostanziali”, hanno spiegato da Teheran, aggiungendo che il livello di complessita’, accuratezza e alta funzionalita’ del virus indica una “relazione” col predecessore Stuxnet. In sostanza, chi ha realizzato il vecchio virus sarebbe dietro il nuovo – e ancora piu’ invasivo – baco. Gli scienziati del regime degli ayatollah hanno tuttavia fatto sapere di aver gia’ preso le contromisure. “Abbiamo messo a punto gli strumenti per riconoscere ed identificare questo virus e da oggi sono a disposizione delle organizzazioni e compagnie iraniane che ne facciano richiesta”, si legge sul sito web di Maher. Secondo la societa’ russa Kaspersky, Flame ha infettato almeno 5mila computer: l’Iran e’ il Paese piu’ colpito, seguito Israele, Territori Palestinesi, Sudan, Siria, Libano, Arabia Saudita ed Egitto. (AGI) .

AGI – Agenzia Giornalistica Italia -

Ci si prepara alle guerre del 2020

di: Tommaso Di Francesco e Manlio Dinucci

Una notizia incoraggiante per i disoccupati, i precari, le famiglie colpite in Italia dai tagli alle spese sociali: «Il contributo dell’Italia al fondo per sostenere le forze di sicurezza afghane al termine della transizione, a fine 2014, sarà di sostanza e in linea con la quantità e la qualità della sua presenza in questo decennio in Afghanistan». Lo ha assicurato il ministro Giulio Terzi a Bruxelles durante il Ministeriale Esteri e Difesa della Nato.

L’ammontare complessivo del fondo sarà deciso al Summit Nato, che si svolgerà a Chicago il 20-21 maggio, ma il segretario generale Anders Rasmussen lo ha già quantificato in almeno 4 miliardi di dollari annui.

Il grosso della spesa per mantenere le «forze di sicurezza» afghane, circa 350mila uomini, graverà sui maggiori paesi dell’Alleanza, Italia compresa. Rasmussen, lo presenta come un affare, sottolineando che è molto meno costoso finanziare le forze locali piuttosto che dispiegare truppe internazionali in Afghanistan.

Entro il 2014, è prevista l’uscita progressiva delle truppe Nato, circa 130mila uomini. Ma, ha sottolineato il segretario Usa alla Difesa Leon Panetta, «non abbandoneremo l’Afghanistan». In altre parole, la Nato non se ne andrà.

Da un lato, addestrerà e armerà le «forze di sicurezza» governative, che saranno di fatto sotto comando Nato; dall’altro, potenzierà le forze per le operazioni speciali, anzitutto quelle Usa organizzate in una nuova «Forza di attacco», che continueranno a operare in Afghanistan dopo il 2014. Allo stesso tempo molte funzioni, prima svolte dagli eserciti ufficiali, verranno affidate a contractor di compagnie militari private (solo quelli alle dipendenze del Pentagono superano i 110mila).

Questa ridislocazione di forze rientra nel progressivo spostamento del centro focale della strategia Usa/Nato verso la regione Asia/Pacifico. Riguardo alla Siria, Rasmussen ha dichiarato che «non abbiamo intenzione di intervenire», ma, ha precisato, «seguiamo la situazione da vicino». Molto da vicino, dato che servizi segreti e forze speciali di paesi Nato già armano e addestrano i «ribelli». Riguardo all’Iran, proseguono i preparativi di guerra in stretto coordinamento con Israele. La Nato però guarda oltre, al confronto con Russia e Cina.

«Non consideriamo la Russia una minaccia per i paesi Nato, e la Russia non dovrebbe considerare la Nato una minaccia per la Russia», ha assicurato Rasmussen al meeting di Bruxelles, sottolineando che «il nostro sistema di difesa antimissile non è progettato per minacciare la Russia». Intanto però, con l’allargamento ad est, la Nato continua a spostare forze e basi (anche a capacità nucleare) a ridosso della Russia, e, con la motivazione della «minaccia iraniana», sta installando in Europa sistemi radar e missilistici che le permetteranno di acquisire un ulteriore vantaggio strategico sulla Russia.

Ma è soprattutto alla Cina che guarda la Nato, preparandosi a potenziare le proprie capacità militari con una serie di misure tecniche e organizzative, denominata «Smart Defence» (Difesa intelligente). Al prossimo Summit di Chicago, i capi di stato e di governo della Nato «getteranno le fondamenta delle future forze dell’Alleanza per il 2020 e oltre». In tale quadro si inserisce lo «Schriever Wargame», una esercitazione organizzata dal Comando della forza aerospaziale Usa, focalizzata sull’«uso dello spazio e del cyberspazio in un futuro conflitto». Nell’ultima edizione, nel 2010, lo scenario era quello di un conflitto nel Pacifico, chiaramente (anche se non esplicitamente) con la Cina.

Allo «Schriever Wargame 2012», in svolgimento dal 19 al 26 aprile, partecipa per la prima volta anche l’Italia. Gli Usa, ha dichiarato un portavoce Nato, «incoraggiano gli alleati europei a investire di più in tali capacità: partecipare allo Schriever Wargame dà loro l’opportunità di lavorare insieme su sistemi basati nello spazio, che saranno sempre più impotanti per le future operazioni». Lo scenario di quest’anno è una spedizione Nato nel Corno d’Africa, contro «pirati sostenuti da al-Shabaad, affiliata di al-Qaeda in Africa».

La Nato ormai non ha più confini: dal Nord Atlantico è arrivata all’Oceano Indiano e al Pacifico, scavalcando le montagne afghane, ed è ormai lanciata verso le guerre spaziali del 2020. Mentre in Italia mancano i soldi per ricostruire le case terremotate dell’Abruzzo.

IlManifesto.it

“La madre di tutte le bombe”: una “grande arma” da usare in Iran

di: Global Research News

MOAB - Madre di Tutte le Bombe

Un importante generale dell’US Air Force ha definito la più grande testata convenzionale – una bomba bunker buster da 30,000 libre – come una “grande arma” per un attacco militare contro l’Iran.

Tale commento disinvolto riguardo un imponente dispositivo di uccisione arriva nella stessa settimana in cui il presidente americano Barack Obama sembrava mettere in guardia contro “i discorsi sciolti” sulla guerra nel Golfo Persico.

“Il penetratore di artiglieria massiccia [MOP, Massive Ordnance Penetrator] è una grande arma”, ha detto il tenente generale Herbert Carlisle,  vice capo dello Stato Maggiore delle Forze aeree degli USA, il quale ha poi aggiunto che la bomba sarebbe probabilmente utilizzata in un qualsiasi attacco contro l’Iran ordinato da Washington.

Il MOP, che viene anche chiamato come la “Madre di tutte le bombe“, è progettato per perforare più di 60 metri di cemento armato prima di far detonare la sua testata. 

Si ritiene che sia la più grande arma convenzionale, non nucleare, nell’arsenale americano. In termini di capacità distruttiva, si può ritenere essere la più spaventosa arma  esplosiva tra la vasta gamma di potenti ordigni esplosivi sviluppati dal Pentagono negli ultimi dieci anni.

Una bomba bunker buster da 30.000 libbre (13.600 kg), progettata per sfondare più di 60 metri di cemento prima di esplodere, è una” grande arma “che potrebbe essere usata dalle forze americane in uno scontro con l’Iran sul suo programma nucleare, ha riferito giovedi un generale dell’ Air Force.

….

Il Pentagono ha iniziato a lavorare sulle opzioni militari, se le sanzioni e la diplomazia non riuscissero ad evitare che Teheran costruisca un’arma nucleare.

Il Segretario della Difesa Leon Panetta ha detto giovedi, in un’intervista  al National Journal, che la pianificazione era in corso  “da parecchio tempo.”

….

La  dura retorica da parte del Pentagono è arrivata nonostante lo sforzo fatto in questa settimana dal presidente Barack Obama di tamponare  “i discorsi sciolti” e le “spacconate” riguardo una possibile azione militare, dicendo che c’era ancora un’opportunità per la diplomazia.

Carlisle ha anche riferito durante la conferenza della difesa ospitata da Credit Suisse-McAleese che un conflitto con la Siria o l’Iran potrebbe vedere le operazioni militari statunitensi influenzate dal nuovo pensiero tattico conosciuto al Pentagono come Battaglia Aria – Mare.

Tale approccio ha lo scopo di trarre vantaggio dalle reti altamente integrate delle forze americane.

Carlisle ha detto che le tattiche si concentrano sul funzionamento in più domini, dall’ aria e dal mare allo spazio e cyberspazio, mentre il collegamento e l’ integrazione delle informazioni delle diverse aree avviene tramite i satelliti e i sensori montati sui caccia e sui velivoli senza pilota.

Tutte queste cose sono sul tavolo e sta venendo pensato come possiamo fare per rendere questa pianificazione operativa,” ha aggiunto Carlisle , sottolineando che la Siria e l’Iran hanno sviluppato importanti sistemi di difesa volti a mantenere a distanza i potenziali aggressori, e quindi una strategia di Battaglia Aria – Mare è stata progettata per aggirarle.

Carlisle ha detto che il cyberspazio potrebbe rappresentare un fattore in un conflitto con i due paesi. “Tutta la dirigenza ha riferito che nulla è fuori dal tavolo per quanto riguarda quello che vorremmo impiegare e utilizzare”, ha detto. ( Reuters, 9 Mar 2012)

Lo sviluppo e l’impiego contro l’Iran del MOP è stato documentato in un articolo di Global Research del 2009 di Michel Chossudovsky:

Di importanza militare all’interno dell’ arsenale delle armi convenzionali degli Stati Uniti è l ‘”arma mostro” da 21.500 libbre soprannominata la “madre di tutte le bombe”. La GBU-43 / B o Massive Ordnance Air Blast bomb (MOAB) è stata classificata “come la più potente arma non nucleare mai progettata “, con la più grande resa nell’arsenale convenzionale americano. Il MOAB è stato testato all’inizio del marzo 2003, prima di essere distribuito nel teatro guerra in Iraq. Secondo fonti militari statunitensi, i Capi di Stato Maggiore avevano messo al corrente il governo di Saddam Hussein, prima di lanciare  l’attacco del 2003, che la “madre di tutte le bombe” doveva essere utilizzata contro l’Iraq. (Ci sono stati rapporti non confermati sul fatto che sia stata utilizzata in Iraq).

Il Dipartimento della Difesa statunitense ha confermato nel mese di ottobre 2009 che intende utilizzare la “Madre di tutte le bombe” (MOAB) contro l’Iran. Il MOAB viene riferito essere “particolarmente adatto per colpire in profondità gli impianti nucleari interrati, come quelli di Natanz e Qom in Iran” (Jonathan Karl,Is the U.S. Preparing to Bomb Iran? ABC News, October 9, 2009). La verità è che  il MOAB, data la sua capacità esplosiva, comporterebbe un numero di vittime civili estremamente elevato. Si tratta di una convenzionale “macchina per uccidere”, con una nube di impatto simile a quella di un fungo atomico.

MOAB:screen shots di un test: esplosione e nube a fungo

L’appalto di quattro MOAB è stato commissionato nel mese di ottobre 2009 per il pesante costo di 58,4 milioni dollari, (14,6 milioni dollari per ogni bomba). Tale importo comprende i costi di sviluppo e test, nonché l’integrazione delle bombe MOAB sui bombardieri B-2. (Ibid). Il presente appalto è direttamente collegato ai preparativi di guerra con l’Iran. La notifica era contenuta in una delle 93 pagine del “memo di riprogrammazione” che comprendeva le seguenti istruzioni:

“Il Dipartimento ha un Urgente Necessità Operativa (UON, Urgent Operational Need) per la capacità di colpire con violenza e in profondità gli obiettivi interrati in ambienti a  minaccia elevata. Il MOP [la Madre di tutte le bombe] è l’arma scelta per soddisfare i requisiti dell’ Urgente necessità operativa []. “Questo aggiunge poi che la richiesta è approvata dal Comando del Pacifico (che ha la responsabilità sulla Corea del Nord) e dal Comando Centrale (che ha la responsabilità nei confronti dell’Iran). “(ABC News, op cit, enfasi aggiunta). Per consultare la richiesta di riprogrammazione (pdf) clicca qui

Il Pentagono sta pianificando un processo di vasta distruzione delle infrastrutture dell’Iran e di vittime civili attraverso l’uso combinato di armi nucleari tattiche e bombe mostro, tra cui il Moab e il più grande GBU-57A/B or Massive Ordnance Penetrator (MOP), che ha supera il MOAB in termini di capacità esplosiva.

Il MOP è descritto come “una nuova potente bomba rivolta principalmente a colpire gli impianti nucleari sotterranei dell’ Iran e della Corea del Nord. La gigantesca bomba è più lunga di 11 persone in piedi spalla a spalla o più di 20 piedi dalla base alla punta[vedi immagine qui sotto] “(Vedi Edwin Black,” Super Bunker-Buster Bombs Fast-Tracked for Possible Use Against Iran and North Korea Nuclear Programs”,Cutting Edge, 21 settembre 2009)

GBU-57A/B Mass Ordnance Penetrator (MOP)

Sono armi di distruzione di massa nel vero senso della parola. L’obiettivo non tanto nascosto del Moab e del MOP, compreso il soprannome che gli americani hanno usato per descrivere il MOAB (“la madre di tutte le bombe ‘), è” creare distruzione e vittime civili in massa, al fine di instillare la paura e la disperazione. Vedi Towards a World War III Scenario? The Role of Israel in Triggering an Attack on Iran, Part II The Military Road Map, Global Research, 13 AGOSTO 2010

Michel Chossudovsky e Finian Cunningham hanno contribuito a questo articolo.

LINK: “The Mother of All Bombs”: a “great weapon” to use on Iran, says US air force chief

DI:  Coriintempesta

 

Iran, la battaglia dei gasdotti

di: Manlio Dinucci

L’embargo all’Iran non funziona. Sfidando il divieto di Washington, Islamabad ha confermato il 1° marzo che completerà la costruzione del gasdotto Iran-Pakistan. La Russia ha espresso interesse a partecipare al progetto. La Cina ha firmato in febbraio un accordo con Teheran, che prevede di aumentare le forniture a mezzo milione di barili al giorno entro il 2012.

Sul palcoscenico di Washington, sotto i riflettori dei media mondiali, Barack Obama ha declamato:

«Quale presidente e comandante in capo, preferisco la pace alla guerra». Ma, ha aggiunto, «la sicurezza di Israele è sacrosanta» e, per impedire che l’Iran si doti di un’arma nucleare, «non esiterò a usare la forza, compresi tutti gli elementi della potenza americana». Comprese quindi le armi nucleari.

Parole degne di un Premio Nobel per la pace. Questo il copione. Per sapere come stanno veramente le cose, occorre andare dietro le quinte.

Alla testa della crociata anti-iraniana vi è Israele, l’unico paese della regione che possiede armi nucleari e, a differenza dell’Iran, rifiuta il Trattato di non-proliferazione. Vi sono gli Stati uniti, la massima potenza militare, i cui interessi politici, economici e strategici non permettono che possa affermarsi in Medio Oriente uno Stato sottratto alla loro influenza. Non a caso, le sanzioni varate dal presidente Obama lo scorso novembre vietano la fornitura di prodotti e tecnologie che «accrescano la capacità dell’Iran di sviluppare le proprie risorse petrolifere».

All’embargo hanno aderito l’Unione europea, acquirente del 20% del petrolio iraniano (di cui circa il 10% importato dall’Italia), e il Giappone, acquirente di una quota analoga, che ha bisogno ancor più di petrolio dopo il disastro nucleare di Fukushima. Un successo per la segretaria di stato Hillary Clinton, che ha convinto gli alleati a bloccare le importazioni energetiche dall’Iran contro i loro stessi interessi.

L’embargo, però, non funziona. Sfidando il divieto di Washington, Islamabad ha confermato il 1° marzo che completerà la costruzione del gasdotto Iran-Pakistan. Lungo oltre 2mila km, è già stato realizzato quasi per intero nel tratto iraniano e sarà terminato in quello pakistano entro il 2014. Successivamente potrebbe essere esteso di 600 km fino all’India. La Russia ha espresso interesse a partecipare al progetto, il cui costo è di 1,2 miliardi di dollari. Allo stesso tempo la Cina, che importa il 20% del petrolio iraniano, ha firmato in febbraio un accordo con Teheran, che prevede di aumentare le forniture a mezzo milione di barili al giorno entro il 2012. E anche il Pakistan accrescerà le importazioni di petrolio iraniano.

Furente, Hillary Clinton ha intensificato la pressione su Islamabad, usando il bastone e la carota: da un lato minaccia sanzioni, dall’altro offre un miliardo di dollari per le esigenze energetiche del Pakistan. In cambio, esso dovrebbe rinunciare al gasdotto con l’Iran e puntare unicamente sul gasdotto Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India, sostenuto da Washington. Il suo costo stimato è di 8 miliardi di dollari, oltre il doppio di quello iniziale. Prevale però a Washington la motivazione strategica. I giacimenti turkmeni di gas naturale sono in gran parte controllati dal gruppo israeliano Merhav, diretto da Yosef Maiman, agente del Mossad, uno degli uomini più influenti di Israele.

La realizzazione del gasdotto, che in Afghanistan passerà attraverso le province di Herat (dove sono le truppe italiane) e Kandahar, è però in ritardo. Allo stato attuale, è in vantaggio quello Iran-Pakistan. A meno che le carte non vengano rimescolate da una guerra contro l’Iran. Anche se il presidente Obama «preferisce la pace».

IlManifesto.it

Israele & Usa, il gran gioco delle parti

Articolo inviato al blog

di: mcc43

Si costruisce ormai da mesi una generale assuefazione all’idea di un attacco  per tenere l’Iran fuori dal club delle nazioni  dotate di bomba nucleare.

Non importa che l’Iran ne abbia a più riprese negato l’intenzione e riaffermato che i progetti sono rivolti all’uso civile.
Mahmoud Ahmadinejiad  non è credibile perchè è fuori della cerchia dei fedeli della Casa Bianca e amico di un’autentica spina nel fianco degli Usa. Ogni sua affermazione è per antonomasia  ”delirante”  secondo gli  ossequienti compilatori di notizie.

Nella fase presente della partita anti-Iran, è finita la tattica del “si farà?” e si gioca secondo quella successiva: “lo farà autonomamente Israele?

No, non attaccherà autonomamente, è la risposta logica; non si può andare senza scudo contro la potenza militare di Teheran, ma la partita viene condotta in modo da trasformare questa ovvia precondizione in una futura malaugurata necessità, di cui l’Iran stessa sarà accusata.

Obama: secondo mandato?

Forse per via della tenacia dei libici e dei siriani che hanno rallentato l’agenda geopolitica, il derby Israele Iran  si gioca nell’anno delle elezioni americane, con un Barak Obama sotto il  fatidico 50%    di job appovation(l’approvazione complessiva del suo operato). Una percentuale troppo bassa per assicurargli la rielezione.

I tre presidenti non rieletti, Ford, Carter e Bush senior, erano sotto il 50; eccezione pilotata quella di George Bush, rieletto nonostante una job approvation del 48% grazie ai brogli e alla decisione di Al Gore di non contestare il risultato.

Obama: Job approval al 12.2.12

 Il tasso di approvazione di Obama, come si vede dal grafico,  ha recuperato dall’imbarazzante 42% di agosto  dell’anno scorso, ma in modo instabile; ora è al 46%, più in basso del 48% di cui disponeva a  febbraio 2011.

La prima impressione è che agli americani non sia importato molto della campagna “vittoriosa” in Libia. Obama, premio Nobel per la Pace, deve quindi stare attento a  non inciampare in un errore di politica estera, proprio mentre sta recuperando approvazione sulla politica economica.

Il gioco delle parti

2011: Avevo raccolto in questi articoli– Israele costretta a procedere con i piedi di piombo e – Never ending war: capitolo Iran  le rivelazioni su un piano di attacco ai siti nucleari  iraniani formalizzato già alla fine del 2010, confermato nelle intenzioni da indiscrezioni di fonte CIA. In questo gioco delle parti, ora è stato calato l’asso sul tavolo del mainstream.

2012:  Il 2 Febbraio il  Washington Post  riportava le dichiarazioni di Leon Panetta, ex capo della CIA e Segretario della Difesa, sulla probabilità che Israele proceda ad attaccare l’Iran in Aprile, Maggio o Giugno, prima dell’inizio, secondo le fonti israeliane, della costruzione della bomba. La reazione Usa?

Leon Panetta e i suoi bravi ragazzi

“Si dice – scrive il columnist –  che Obama e Panetta abbiano già preavvisato Israele dell’opposizione  USA a un suo attacco, nella convinzione che ciò vanificherebbe il crescente successo del programma di  sanzioni economiche  e altri sforzi non-militari per fermare l’Iran. Ma La Casa Bianca non ha ancora deciso con precisione come reagire in caso di un attacco Israeliano”

Le intenzioni di Netanyahu non sono ancora definitive, ma Israele sottolinea una possibile similitudine con la Siria che non rispose all’attacco israeliano a un suo reattore nel 2007, anche l’Iran potrebbe frenarsi per non entrare in una guerra totale.  Si fa anche un parallelo con l’attacco all’Uganda del 1976, per liberare gli ostaggi di Entebbe, dal quale nacque un cambio di regime del paese (!!).
L’intenzione sarebbe un’azione militare limitata al sito dell’arricchimento dell’uranio di Natanz e altri; gli iraniani risponderebbero con una rappresaglia, forse attraverso razzi di Hezbollaz dal Libano, e si stima che lo stato di Israele ptrebbe subire 500 vittime. (!!) I leader israeliani accetterebbero,  perfino si augurerebbero,  di procedere da soli per dimostrare la capacità di fare da sé in un periodo nel quale la sicurezza del paese è scossa dalla “primavera araba”-

Fin qui, dunque, il copione prevede Israele vogliosa di indipendenza operativa, con dei costi umani già messi nel conto e gli Usa riottosi alla prospettiva.

Ma il 12 febbraio il Telegraph , come se nulla fosse,  titola “Il Mossad sonda le reazioni in caso di un attacco all’Iran”

Tamir Pardo

Il capo dell’ufficio intelligence per l’estero Tamir Pardo è stato segretamente a Washington in questo mese per sondare le probabili reazioni degli Usa a un attacco unilaterale di Israele contro gli impianti nucleari iraniani. Il contenuto delle discussioni con la controparte americana sono state rivelate da un articolo di News Week intitolato “Il gioco pericoloso di Obama con l’Iran”.

Fonti ufficiali  dicono che la linea di richieste di Pardo a David Petreus, capo della CIA è“ Quale è il nostro (USA) atteggiamento sull’Iran? Siamo pronti a bombardare? Lo faremo [in seguito]? Che cosa significa per noi che  Israele lo faccia in ogni caso?”

Petreus, parlando il mese scorso  a un selezionato gruppo di senatori in udienza non secretata, ha confermato di  aver incontrato Tamir Pardo per discutere la crescente preoccupazione di Israele sulle aspirazioni nucleari iraniane.

Quando gli è stato chiesto se Israele intende colpire, James Clapper, direttore della US National Defense ha risposto che su questo preferiva rispondere alla questione a porte chiuse.

Fonti Usa citate da Newsweek aggiungono che Israele ha rifiutato di rendere nota   una significativa mole di dati sui preparativi militari; Israele ha rifiutato di commentare questa notizia.

Secondo Yehuda Ben Meir, ex vice ministro degli esteri, un completo appoggio degli USA non è un prerequisito perché Israele attacchi. “E’ questione di sfumature” ha detto.

Fin dai colloqui di gennaio (si comprende dalla dichiarazione di Petreus), Israele e Usa  hanno  concertato un programma che prevede un attacco apparentemente autonomo da parte di Israele, il che alleggerisce la posizione di Obama davanti agli elettori. Un attacco che si spera fulmineo e risolutivo, ma se la risposta dell’Iran sarà robusta,  Obama “dovrà” intervenire. Si tratterà, infatti, di proteggere un paese amico e ciò è perfettamente consonante con l’immaginario filmico americano e potrebbe corroborare le possibilità di rielezione.

Manca solo la data scritta nel mainstream.

Diceva ben chiaramente  il WashingtonPost

“Funzionari dell’amministrazione mettono in guardia Teheran di non fraintendere: gli Stati Uniti hanno un impegno da 60 anni  per la sicurezza israeliana, e se fossero  colpiti i centri abitati di Israele, gli Stati Uniti potrebbero sentirsi obbligati a correre in difesa di Israele.

Fase tre: trovare un motivo per agire

Gli attentati terroristici sono un motivo che l’opinione pubblica considera valido, dopo i fatti dell’11.9.

Un attentato in India, uno sventato in Georgia e un altro sul quale non c’è chiarezza a Bangkok, ma Ehud Barak ha accusato direttamente Teheran perché lo scoppio è avvenuto  a poche miglia dall’Ambasciata israeliana. il Jerusalem Post lo riporta con grande evidenza e  il Governo è chiarissimo “sappiamo chi sono i mandanti e pareggeremo i conti.”

E’ iniziato il count down.

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promemoria su

Il club delle potenze nucleari

Il 13 febbraio era un anniversario: la Francia nel 1960 entrava nel club delle potenze nucleari facendo esplodere  Gerboise bleu , più o meno “topolino blu”.

Un test avvenuto non in Francia, no, ma a Reggane nel Sahara Algerino. Naturalmente vi sono state conseguenze sulla popolazione, ma la Francia persiste nel sostenere che le sue erano radiazioni … innocue.

ps. in seguito la Francia ha testato nel Sahara algerino le armi chimiche.

Il confine Siria-Libano e la stoltezza Occidentale

Articolo inviato al blog

di: mcc43

A quasi tre mesi da questo post Fare della Siria un’altra Libia, non tanto facile. Come mai? la  situazione è cambiata soprattutto per la quantità di sangue versato.

“Progetto” Siria

Il progetto geopolitico di dividere la Siria è uscito dal cassetto nel marzo 2011 ed è stato buttato  nel mucchio della “primavera araba”,  probabilmente in funzione dei più vasti progetti anti-Iran e d’indebolimento della Russia.

Ogni pagliaio, però,  ha bisogno della scintilla e in questo caso l’incendio è divampato con il sollevamento di Daraa e la sanguinosa repressione del regime.

Confine siro-libanese Wali Khaled

Ci sono paragoni con la Libia che reggono: l’innesco strumentale, la fornitura di armi ai “pacifici manifestanti” , qualche video fasullo e  notizie gonfiate, ma  il tessuto sociale incomparabilmente più complesso non fa sortire lo stesso effetto ribaltone.

I Siriani non sperano nel meglio con un altro governo, si aspettano una lotta di tutti contro tutti per il potere.

Occhi verso l’Onu, gli Stati Uniti, il Qatar o Israele, coloro che si spendono “pro” o “contro” Assad,  parimenti , fra accuse e sconfessioni, non vedono, o non se ne curano,  che  il conflitto sta mettendo velenose radici in territorio libanese.

Permette di intendere  qualcosa di più questo reportage del quotidiano di Beirut  Al-Akbarh  (link a prima e seconda parte) sui gruppi ribelli che fanno la spola fra Siria e Libano,   a Wali Khaled,  confine nord-est del paese (nell’immagine segnato in rosso).

Il reporter ha incontrato tre bande armate e tutte si proclamano parte del FSA, libero esercito siriano; una ha il compito  di riportare in Libano i combattenti feriti  che vengono curati negli ospedali (privati) di Tripoli, un’ altra  trasporta in Siria armi,  fotocamere  e medicinali per gli insorti. L’altro gruppo “intervistato” dichiara di operare come “supporto logistico”.

Il commando di Omran

Così dice di chiamarsi il capo del gruppo di supporto logistico, e  parla degliapprovvigionarsi di armi in Siria: dall’esercito regolare, e insiste su questo. Per lo sminamento del confine e la creazione dei varchi sicuri dispone di tre genieri disertori dell’esercito regolare. Racconta che prima disponeva di un volontario libanese che a un certo punto ha cominciato ad esigere una paga o il  permesso di tenersi le mine recuperate.  Il gruppo, che intendeva reimpiantarle in territorio siriano, è addivenuto  a un compromesso con spartizione. Allo  sminatore erano toccate circa cento mine, ognuna delle quali al “mercato” locale vale 400 $.

Anche un lavoro potenzialmente mortale ma ben pagato sembra una fortuna, se si manda alla malora la politica e il futuro.

I membri del gruppo di Omran sono sunniti, ma il capo, dietro il suo passamontagna e con il telefono satellitare come scettro, assicura che sono impegnati per “l’unità del popolo siriano”. Ci sono ufficiali sunniti anche nell’esercito:  “Terremo conto se hanno sangue sulle  mani, non faremo differenza, non esenteremo nessuno né sunnita né alawita (ndr. partito al potere). “

E’ questa è già una premessa o promessa  del futuro siriano post-Assad…

Omran è convinto che il tempo non sia dalla parte del governo ”Ogni giorno di resistenza  è un chiodo nella bara del regime, ma per quanto a lungo sopravviva, non deporremo le armi. Se non proteggeremo il nostro popolo, chi lo farà? La Lega araba e i suoi protocolli? Gli Stati arabi che guardano il popolo siriano ucciso ogni giorno in TV senza muovere un dito?”

Perfetto controcanto ai commentatori occidentali, cambiando “ paesi arabi” con Onu o  Russia, secondo i gusti. Ma Omran ce l’ha a morte soprattutto con il governo libanese.

 “E’ sottomesso a Hezbollah (ndr. è una formazione sciita)  che a sua volta  è un fantoccio del regime siriano. Come fa a essere libanese, Hezbollah,  se è legato a filo doppio solo con l’Iran che è a migliaia di chilometri di distanza? Delle unità militari di Hezbollah, l’esercito del Mahdi [iracheno] e gli iraniani stanno partecipando ai massacri in Siria.

Decine di guerriglieri Hezbollah e iraniani sono stati uccisi in Deraa, e le loro foto sono state mostrate nei canali satellitari”.

“Che prove hai di questo”” gli chiede il giornalista “Si capisce dall’accento e dalla faccia!  Gli iraniani parlano male l’arabo e non portano documenti  d’identità!
“E i guerriglieri Hezbollah?” incalza coraggiosamente l’inviato  ”Qualunque siriano può dire che sei libanese solo guardandoti in faccia

Ribelli a cui non servono servizi d’intelligence. Come in Libia, dove la pelle nera equivale a “mercenario”. Come nelle redazioni dove si prendono a scatola chiusa le notizie, perché sono  lanci delle agenzie.

E’ questo un “esercito”?

Il reporter di Al Akbar parlando dell’insieme di bande che si definiscono “esercito libero” riferisce:

Sebbene si dichiarino tutti per  la “rivoluzione” , rivaleggiano per assicurarsi controllo e influenza. I contatti sono minimi, criticano le gesta degli altri, si accusano vicendevolmente di trarre guadagno personale dalla rivoluzione.

Un comandante bisbiglia che il leader di un altro gruppo “ruba i fondi che arrivano per i rifugiati” o “ vende le forniture ricevute con la scusa di comperare medicine o armi”. Un altro si spinge più in là  “attenzione, il capo di quel gruppo è un agente del regime “ , naturalmente quest’altro dice lo stesso dell’accusatore.

Mentre volano queste accuse e ogni capobanda mantiene i contatti direttamente con il comando FSA in Turchia o all’interno di Siria, un ufficiale osserva: “Avremmo bisogno di avere un solo capo al coordinamento, per proteggere la rivoluzione da infiltrati e non perderci per strada”.

Sono dinamiche interpersonali comuni dalle quali non si salva nessun gruppo sotto nessuna bandiera e hanno sempre fatto la fortuna del potere.

Ma ad avvelenare tutto c’è lo schieramento religioso, come si è visto dalle parole di Omran, e come è del tutto prevedibile, dal momento che la longevità dei governi Assad  si deve precisamente alla capacità di contenere le altrimenti deflagranti lotte etnico-religiose del crogiolo siriano. Ma ora è il momento della vendetta dei sunniti, confessione cui appartengono i Fratelli musulmani, che non avevano finora voce  al vertice.

Un altro capo racconta la brutalità del governo, incluse le  “atrocità commesse contro i cittadini dagli scagnozzi del regime che stuprano e fanno a pezzi le donne, come è capitato a Zainab al-Husni.” 

Il giornalista commenta “Questo tale sembra non sapere che la presunta stuprata e smembrata mostrata alcuni mesi fa su qualche canale tv, è ricomparsa alla tv di stato siriana viva e vegeta.”

Di questo caso parla anche il video del post Siria: la decapitazione della verità? dove in effetti si vede l’intervistata Zainab  che esibisce i documenti davanti alla telecamera.

Due considerazioni

Le notizie false di cui è gonfiata la propaganda anti Assad, come lo fu quella anti Gheddafi, servono per addomesticare l’opinione pubblica internazionale, certamente, ma forse in primo luogo sono  droga per rendere i ribelli esaltati e belluini.

La Zainab della tv siriana, pur  con la sua carta d’identità, potrebbe altrettanto essere uno psyop del regime. Di più:  non possiamo sapere se “quella” Zainab: stuprata/non stuprata, ammazzata/viva e vegeta,  esista davvero. O se una vittima c’è stata, oscurata da un equivoco sul nome.

In fondo per sconfiggere una bugia è funzionale un’altra  più grossa o almeno sconcertante.  La verità non convince mai nessuno, questa è una tragedia planetaria, allora passa sotto silenzio e quando emerge  occorre farle un vestito nuovo.

Libano domani?

E’ importante sapere che  elicotteri dell’esercito libanese sorvolano Wali Khaled, dove operano i gruppi di cui parla il reportage,  per individuare quelli che, dice il quotidiano libanese  Daily Star, il governo siriano definisce terroristi.

C’è chi accusa il Governo libanese  di aver deciso i pattugliamenti su ordine della Siria.

C’è chi vuole i pattugliamenti a terra per difendere i cittadini libanesi, ci sono già state vittime, dalle incursioni dell’esercito siriano. Infatti la regione di Wali Khaled, Akka, e parte della valle della Bekaa già vedono una massiccia presenza di soldati, ma dispiegarli sul confine significherebbe opporli ai militari siriani, dando motivo alla  Siria di considerarlo un atto ostile.

C’è chi, preoccupato, sostiene che un coinvolgimento del Libano nel conflitto siriano è già avvenuto.

Se in Libano, dove la disinvolta politica siriana nel corso degli anni ha pescato a turno i suoi protetti fra varie componenti,
dove per l’omicidio di Rafiq Hariri,  ora, tempestivamente, il  Tribunale speciale per il Libano ha aggiunto agli imputati un quinto uomo di Hezbollah, dove la minoranza drusa di Walid Jumblat riesce non di rado a fare il pesce pilota, dove c’è un presidente cristiano maronita e un premier sunnita, dove il partito di Hariri chiede uno sganciamento dalla Siria, mentre il Patriarca cristiano maronita  esprime timori, in caso di uscita di scena di Assad, per la sorte dei cristiani di Siria, divampasse nuovamente la guerra civile, si troverà qualche motivo  per raccontarlo e nessuno dirà mai che il Libano sarà stato un  “danno collaterale” della vicenda Siria.

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aggiornamento 10 febbraio — la Siria come argomento di lotta politica interna al Libano:

aggiornato in Libano temerario: proteste armate e imboscate politiche

La diplomazia armata di Monti

di: Manlio Dinucci

Giulio Terzi di Sant’Agata, ministro degli esteri del governo Monti, ha illustrato al Senato la partecipazione dell’Italia agli «sforzi della comunità internazionale per promuovere la pace». Di pace se ne intende, per essere stato consigliere politico alla Nato, ambasciatore in Israele e quindi negli Stati uniti, dove ha contribuito alla «straordinaria collaborazione bilaterale nei principali scenari di crisi».

Mentre la crisi finanziaria alimenta a livello globale gravi tensioni politiche e sociali, afferma il ministro, è ancor più «interesse dell’Italia» partecipare alle «operazioni in scenari di crisi», dove si gioca la «credibilità internazionale» del Paese. Anche perché la nuova strategia Usa prevede la riduzione delle «forze di manovra» in Europa a favore di altri teatri di impiego, in particolare nel Pacifico. L’Italia deve quindi impegnarsi ancora di più in «missioni internazionali di pace e stabilizzazione», che siano «realmente integrate», ossia «uniscano le componenti militari e civili». Per affrontare «le sfide della stabilizzazione che provengono dalla Libia, le criticità in Afghanistan e in Libano, le crisi in Corno d’Africa». In Libia, dopo il «successo dell’operazione condotta dalla Nato», l’Italia «continuerà a sostenere molto attivamente la nuova dirigenza», soprattutto formando le sue «forze di sicurezza». E, il 20 febbraio, ospiterà a Napoli il vertice ministeriale del Dialogo 5+5 e il Foromed per «il rilancio del dialogo e della cooperazione tra le due sponde del Mediterraneo». Dialogo che l’Italia ha condotto in modo esemplare, sganciando sulla Libia un migliaio di bombe. Ma già si preparano altre «operazioni»: in Siria, avverte Terzi, «la situazione non è più sostenibile». Questa è la «diplomazia della sicurezza», con cui il governo Monti intende «tutelare all’estero i nostri interessi politici, economici e finanziari». Nonostante le minori risorse disponibili, chiarisce al Senato il ministro della difesa Giampaolo Di Paola, «non può essere sacrificata la capacità operativa del nostro strumento militare a tutela della sicurezza e dell’ordine internazionale». Sono quindi necessarie «forze armate sì ridotte, ma più moderne, meglio addestrate e meglio equipaggiate». Compresa la «difesa missilistica», importante perché «la minaccia (l’Iran e quant’altro), che ci piaccia o no, c’è». Su tali scelte, sottolinea Di Paola, esiste «una continuità che attraversa i confini virtuali dell’alternanza di governo e che accomuna gli schieramenti politici di maggioranza e opposizione». Immediata la conferma: PdL e Pd si schierano compatti col governo, mentre l’IdV assume qualche posizione critica e la Lega fa alcuni distinguo. Il sen. Tempestini (Pd) chiede il «rafforzamento della credibilità internazionale del Paese», e preannuncia un decreto-legge per rendere permanente il finanziamento delle «missioni». Già lo aveva chiesto invano il sen. Scanu (Pd) al governo Berlusconi, perché «ci preme costruire la credibilità dell’Italia» e perché «le Forze armate sono un ambito di straordinaria importanza del nostro Paese». «Che tristezza – aveva esclamato – sentir dire che non dobbiamo più mantenere certi impegni nel teatro internazionale perché sono finiti i soldi». Ora non sarà più triste: li troverà il governo Monti tagliando ancora di più le spese sociali.

IlManifesto.it

La frutta che non è mai caduta

di: Fidel Castro Ruz

Cuba è stata costretta a lottare per la propria esistenza di fronte ad una potenza espansionista, ubicata a poche miglia dalle coste, che proclamava l’annessione della nostra isola, il cui unico destino era cadere nel loro seno come frutta matura. Eravamo condannati a non esistere come nazione.

Nella gloriosa legione di patrioti che durante la seconda metà del XIX secolo lottò contro l’abominabile dominazione spagnola per 300 anni, Josè Martì è stato chi con più chiarezza percepì questo drammatico destino.

Così lo ha reso noto nelle ultime righe che scrisse quando, alla vigilia del forte combattimento previsto contro una coraggiosa e ben equipaggiata colonna spagnola, dichiarò che l’obiettivo principale delle loro lotte era: “… impedire in tempo con l’indipendenza di Cuba, che gli Stati Uniti si estendano per le Antille e cadano, con la loro forza, sulle nostre terre di America. Quanto ho fatto fino ad oggi e farò, è per tutto ciò”.

Senza capire questa profonda verità, oggi non si potrebbe essere patriota, né rivoluzionario.

I mass media, il monopolio delle molte risorse tecniche, e gli abbondanti fondi destinati a ingannare ed abbrutire le masse, costituiscono, senza dubbio, considerevoli ostacoli, ma non invincibili.

Cuba ha dimostrato che – dalla sua condizione di fattoria coloniale yankee, in congiunto all’analfabetismo ed alla povertà generalizzata del suo popolo –, era possibile affrontare il paese che minacciava con il definitivo assorbimento della nazione cubana. Nessuno può affermare che esistesse una borghesia nazionale che si opponeva all’impero, si è sviluppata talmente vicina all’impero che inviò negli Stati Uniti, poco dopo il trionfo della Rivoluzione, quattordicimila bambini senza protezione, anche se questa decisione è stata associata alla perfida bugia che sarebbe stata tolta la Patria Potestà, che la storia registrò come operazione Peter Pan ed è stata qualificata come la miglior manovra di manipolazione di bambini con finalità politica ricordata nell’emisfero occidentale.

Il territorio nazionale è stato invaso, appena due anni dopo il trionfo rivoluzionario, da forze mercenarie, – integrate da antichi soldati di Batista, e figli dei latifondisti e borghesi – armati e scortati dagli Stati Uniti con navi della loro flotta, inclusi portaerei con strumenti pronti a entrare in azione, che accompagnarono gli invasori fino alla nostra isola. La sconfitta e la cattura di quasi il totale dei mercenari in meno di settantadue ore e la distruzione dei loro aerei che operavano dal Nicaragua e i loro mezzi di trasporto navali, costituì un’umiliante sconfitta per l’impero e i loro alleati latinoamericani che sottovalutarono la capacità di lotta del popolo cubano.

L’URSS davanti all’interruzione del rifornimento di petrolio da parte degli Stati Uniti, l’ulteriore sospensione totale della quota storica di zucchero nel mercato di quel paese, e il divieto di commercio creato per più di cento anni, rispose a ognuna delle misure fornendo combustibile, acquistando il nostro zucchero, facendo commercio con il nostro paese e finalmente fornendo le armi che Cuba non poteva acquistare in altri mercati.

L’idea di una campagna sistematica d’attacchi pirata organizzati dalla CIA, i sabotaggi e le azioni militari di bande create e armate da loro, prima e dopo l’attacco mercenario, che finirebbe in un’invasione militare degli Stati Uniti contro Cuba, diedero origine agli avvenimenti che posero il mondo al bordo d’una guerra nucleare totale, con la quale nessuna delle due parti e la stessa umanità avrebbe potuto sopravvivere.

Questi avvenimenti, senza dubbio, costarono la carica a Nikita Jruschov, che aveva sottovalutato l’avversario e tralasciò criteri che gli sono stati trasmessi e non consultò per la sua decisione finale, coloro che stavamo in prima linea. Quella che poteva essere un’importante vittoria morale, divenne così un costoso rovescio politico per l’URSS. Per molti anni continuarono a realizzare le peggiori aggressioni contro Cuba e non poche, come il criminale bloqueo, si commettono ancora.

Jruschov fece gesti straordinari verso il nostro paese. In quell’occasione io criticai senza titubanze l’accordo inconsulto con gli Stati Uniti, ma sarebbe ingrato e ingiusto non riconoscere la sua straordinaria solidarietà nei momenti difficili e decisivi per il nostro popolo nella sua storica battaglia per l’indipendenza e la rivoluzione, di fronte al poderoso impero degli Stati Uniti. Capisco che la situazione era terribilmente tesa e lui non voleva perdere un minuto, quando prese la decisione di ritirare i proiettili e gli yankee s’impegnarono, molto segretamente, a rinunciare all’invasione.

Nonostante i decenni trascorsi, che sono ormai mezzo secolo, la frutta cubana non è caduta nelle mani degli yankee.

Le notizie che adesso giungono dalla Spagna, Francia, Iraq, Afghanistan, Pakistan, Iran, Siria, Inghilterra, le Malvine e altri numerosi punti del pianeta, sono serie, e tutte fanno pensare ad un disastro politico ed economico per l’insensatezza degli Stati Uniti e dei loro alleati.

Parlerò di pochi temi. Devo rilevare, stando a quello che molti raccontano, che la selezione di un candidato repubblicano per aspirare alla presidenza di questo globalizzato e inclusivo impero, è a sua volta, e lo dico seriamente, la maggior competizione d’idiozie e d’ignoranza che si sia mai ascoltata. Siccome ho diverse cose da fare, non posso dedicare tempo a questo tema. Sapevo comunque molto bene che sarebbe stato così.

Illustrano di più alcuni articoli che desidero analizzare perché mostrano l’incredibile cinismo che genera la decadenza dell’Occidente. Uno di questi, con sbalorditiva tranquillità, parla di un prigioniero politico cubano, che, come si afferma, è morto dopo uno sciopero della fame durato cinquanta giorni. Un giornalista di Granma, Juventud Rebelde, di un giornale radio o qualsiasi mezzo d’informazione rivoluzionario, si può sbagliare in qualsiasi apprezzamento su qualsiasi tema, pero non fabbrica mai una notizia o inventa una menzogna.

Nella nota di Granma si afferma che non c’è stato questo sciopero della fame; era un recluso per un delitto comune, condannato a quattro anni per un’aggressione, che provocò lesioni al viso di sua moglie; che la stessa suocera aveva richiesto l’intervento delle autorità; che i familiari più stretti hanno seguito tutti i procedimenti utilizzati nel trattamento medico e che erano grati per gli sforzi degli specialisti che l’avevano assistito. È stato ricoverato, dice la nota, nel miglior ospedale della regione orientale, come si fa con tutti i cittadini. È morto per un problema multi organico secondario, associato ad un processo respiratorio settico severo.

Il paziente aveva ricevuto tutte le attenzioni che si applicavano in un paese che possiede uno dei miglior servizi medici al mondo, che si offrono gratuitamente, nonostante il bloqueo imposto dall’imperialismo alla nostra Patria. È semplicemente un dovere che si compie in un paese dove la Rivoluzione è orgogliosa di aver rispettato sempre, durante più di cinquanta anni, i principi che le hanno dato la sua invincibile forza.

Sarebbe meglio che il governo spagnolo, visti gli ottimi rapporti che ha con Washington, viaggi negli Stati Uniti e se informi di quanto occorre nelle prigioni yankee, la condotta spietata che applica ai milioni di prigionieri, la politica eseguita con la sedia elettrica, e gli orrori che si commettono con i detenuti nelle carceri e quelli che protestano nelle strade.

Ieri, lunedì 23 gennaio, un forte editoriale di Granma, intitolato “Le verità di Cuba” in una pagina completa di questo giornale, spiegò dettagliatamente l’insolita sfacciataggine della campagna bugiarda scatenata contro la nostra rivoluzione da alcuni governi “tradizionalmente compromessi con la sovversione contro Cuba”.

Il nostro popolo conosce bene le norme che hanno retto il comportamento irreprensibile della nostra Rivoluzione dal primo combattimento, che non è stata mai infangata durante più di mezzo secolo. Sa anche che non potrà essere mai incalzato né ricattato dai nemici. Le nostre leggi e le norme si compieranno con sicurezza.

È bello segnalarlo con tutta chiarezza e franchezza. Il governo spagnolo e la scalcinata Unione Europea, immersa in una profonda crisi economica, devono sapere a cosa attenersi. Fa pena leggere nelle agenzie di notizie le dichiarazioni di ambedue quando utilizzano le loro sfacciate bugie per attaccare Cuba. Occupatevi prima di salvare l’euro, se potete. Risolvete la disoccupazione cronica che in numero ascendente soffrono i giovani, e rispondete agli indignati sui quali la polizia si avventa e colpisce costantemente.

Non ignoriamo che adesso in Spagna governano gli ammiratori di Franco, ci ha inviato membri della Divisione Azzurra insieme agli SS ed agli SA nazisti per uccidere i sovietici. Quasi cinquantamila di loro parteciparono nella cruenta aggressione. Nell’operazione più crudele e dolorosa di quella guerra: l’assedio di Leningrado, dove morirono un milione di cittadini russi, la Divisione Azzurra fecce parte delle forze che cercarono di strangolare l’eroica città. Il popolo russo non perdonerà mai quell’orrendo crimine.

La destra fascista di Aznar, Rajoy e altri servitori dell’impero, deve sapere qualcosa delle sedicimila perdite che hanno avuto i predecessori della Divisione Azzurra e le Croci di Ferro con le quale Hitler premiò gli ufficiali ed i soldati di quella divisione. Non ha nulla di strano quello che fa oggi la polizia gestapo con gli uomini e le donne che domandano il diritto al lavoro ed al pane nel paese con più disoccupazione di Europa.

Perché mentono così sfacciatamente i mass media dell’impero?

Quelli che gestiscono questi media, s’impegnano ad ingannare ed abbruttire il mondo con le grossolane bugie, pensando forse che costituisce una risorsa principale per mantenere il sistema globale di dominazione e saccheggio imposto, ed in modo particolare alle vittime vicine alla sede della metropoli, i quasi seicentomilioni di latinoamericani e caraibici che vivono in questo emisfero.

La repubblica sorella del Venezuela è diventata l’obiettivo fondamentale di quella politica. La ragione è ovvia. Senza il Venezuela, l’impero avrebbe imposto il trattato di libero commercio a tutti i popoli del continente che ci sono al Sud degli Stati Uniti, dove si trovano le maggiori riserve di terra, acqua dolce, e minerali del pianeta, così come grandi risorse energetiche che, somministrate con spirito solidario verso gli altri popoli del mondo, costituiscono risorse che non possono né devono cadere nelle mani delle multinazionali che impongono un sistema suicida ed infame.

Basta, per esempio, guardare la cartina geografica per capire la criminale spoliazione che significò per Argentina toglierle un pezzo del suo territorio nell’estremo sud del continente. Lì hanno impiegato i britannici, il loro decadente apparato militare per uccidere inesperti reclute argentine che indossavano le uniformi estive mentre si era già in pieno inverno. Gli Stati Uniti ed il loro alleato Augusto Pinochet diedero all’Inghilterra uno supporto svergognato. Adesso, alla vigilia dell’Olimpiade di Londra, il loro primo ministro David Cameron proclama anche, come lo aveva già fatto Margaret Tatcher, il loro diritto di usare i sottomarini nucleari per uccidere gli argentini. Il governo di quel paese non sa che il mondo è in cambiamento, e il disprezzo del nostro emisfero e della maggioranza dei popoli verso gli oppressori aumenta ogni giorno.

Il caso delle Malvine non è l’unico. Qualcuno conosce per caso come finirà il conflitto in Afghanistan? Pochi giorni fa i soldati statunitensi oltraggiavano i cadaveri dei combattenti afgani, uccisi dai bombardieri senza pilota della NATO.

Tre giorni fa un’agenzia europea pubblicò che “il presidente afgano Hamid Karzai, diede il suo avallo ad un negoziato di pace con i Talebani, sottolineando che questo fatto deve essere risolto dai cittadini dello stesso paese”.

Poi aggiunse: “… il processo di pace e riconciliazione appartiene alla nazione afgana e nessun paese o organizzazione straniera può togliere agli afgani questo diritto.”

D’altra parte, un comunicato pubblicato dalla nostra stampa comunicava da Parigi che “Francia sospese oggi tutte le operazioni di formazione ed aiuto al combattimento in Afghanistan e minacciò con anticipare il ritiro delle truppe, dopo che un soldato afgano ultimasse quattro militari francesi nella valle Tgahab, della provincia di Kapisa […] Sarkozy diede istruzioni al ministro di difesa Gerard Longuet per spostarsi immediatamente a Kabul, e vide la possibilità di un ritiro anticipato del contingente.”

Sparita l’URSS ed il Campo Socialista, il governo degli Stati Uniti concepiva che Cuba non poteva sostenersi. George W. Bush aveva già preparato un governo controrivoluzionario per presiedere il nostro paese. Lo stesso giorno che Bush iniziò la sua criminale guerra contro l’Iraq, io chiesi alle autorità del nostro paese la cessazione della tolleranza che si applicava ai capi controrivoluzionari che in quei giorni chiedevano istericamente un’invasione contro Cuba. In realtà la loro attitudine costituiva un atto di tradimento alla Patria.

Bush e le sue stupidaggini imperarono durante otto anni e la Rivoluzione cubana ha perdurato ormai da più di mezzo secolo. La frutta matura non è caduta nel seno dell’impero. Cuba non sarà una forza in più con cui potrà allargarsi l’impero sui popoli d’America. Il sangue di Martì non si è versato invano.

Domani pubblicherò un’altra Riflessione come complemento di quest’ultima.

LINK:  La fruta que no cayó

DA: Prensa Latina -Agenzia di Stampa LatinoAmericana

Venezuela: La minaccia del buon esempio?

di: Eva Golinger

Washington non ha mai nascosto il suo disprezzo per il presidente del Venezuela Chavez e i  mass media hanno trasformato un leader democratico in un dittatore. Il Venezuela rappresenta davvero una minaccia per gli Stati Uniti o tutto questo clamore mediatico è solo una scusa per un cambiamento di regime? 

[NOTA: ho accompagnato il presidente Chavez nel suo ultimo viaggio in Iran ad  ottobre 2010 e posso attestare il legittimo rapporto tra entrambe le nazioni. Non abbiamo fatto visita agli impianti nucleari,  abbiamo invece visitato i cantieri per edifici residenziali che sono stati successivamente utilizzati come modello per un programma di edilizia residenziale pubblica attualmente in corso in Venezuela, in joint venture con l’Iran. Ho anche visitato personalmente, diversi anni fa, la fabbrica  iraniana-venezuelana di trattori a Bolivar  e ne ho anche guidato uno. Posso  dire con certezza che non era nè radioattivo né era una copertura per una bomba atomica.]

La visita del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad in America Latina questa settimana ha causato  frenesia a Washington. Il pensiero che il Nemico numero 1 degli Stati Uniti fosse a poche miglia di distanza, a sud del confine,ad  ingraziarsi le nazioni un tempo dominate dalla agenda di Washington, era troppo da sopportare per un governo che cerca disperatamente di isolare l’Iran e sbarazzarsi della nazione persiana della Rivoluzione islamica. 

I giorni prima dell’arrivo di Ahmadinejad in Venezuela, la sua prima tappa di un tour che lo porterà a visitare altre quattro nazioni latinoamericane, il Dipartimento di Stato americano ha avvertito la regione di ricevere il presidente iraniano e di rafforzare i legami, mentre Washington stava intensificando le sanzioni contro l’Iran e l’aumento della pressione sul governo di Ahmadinejad. Come segno della sua severità, Washington ha anche espulso un diplomatico venezuelano che lavorava come console generale a Miami, per presunti collegamenti ad un infondato complotto iraniano contro gli Stati Uniti.

Il presidente del Venezuela Hugo Chavez ha liquidato gli avvertimenti di Washington come le parole di un “impero ridicolo” che non “ci domina più in America Latina”. “Siamo nazioni sovrane”, ha chiarito Chavez, mentre riceveva il  Presidente iraniano a braccia aperte. Chavez ha anche ironizzato riguardo le accuse di Washington che il rapporto iraniano-venezuelano  rappresenti una minaccia per gli Stati Uniti.

“Ci accusano in continuazione di piani per attaccare gli Stati Uniti. Dicono che stiamo costruendo una bomba per lanciarla contro Washington. Vedete quella collina lì ? Quella collina adesso si aprira’ e ne uscira’ un’enorme bomba atomica  che io e il presidente Ahmadinejad  lanceremo contro la Casa Bianca”, ha scherzato il presidente Chavez  con i giornalisti che erano giunti al palazzo presidenziale per la visita del presidente iraniano.

“La sola guerra che il Venezuela e l’Iran stanno conducendo insieme è la guerra contro la fame, contro la povertà, contro l’esclusione”, ha chiarito Chavez in tono severo.

Da anni ormai, i funzionari del governo degli Stati Uniti, gli analisti esterni, i  think tank, i consulenti del governo e i commentatori dei media hanno lanciato allucinanti accuse contro il Venezuela, sostenendo che la nazione sudamericana stia costruendo basi missilistiche con l’Iran per pianificare attacchi contro gli Stati Uniti e campi di addestramento terroristici dove ospitare i membri di Al Qaeda, Hezbollah e la Guardia Rivoluzionaria Iraniana. Queste affermazioni assurde si spingono fino ad asserire che  le joint venture venezuelane-iraniane, come fabbriche di auto e biciclette e centrali del latte non servano ad altro se non a nascondere  i siti segreti sotterranei per l’ arricchimento dell’uranio delle bombe nucleari da lanciare contro gli Stati Uniti. Anche un volo commerciale tra Caracas e Teheran è stato rivendicato da questi “analisti” degli Stati Uniti e da alcuni membri del Congresso, come Connie Mack e Ileana Ros-Lehtinen (entrambi repubblicani della Florida), come un “volo del terrore” per il trasporto di “materiali radioattivi” e “terroristi”.

Quanto ridicole possono sembrare le accuse Washington contro il Venezuela, tali accuse, pericolose e prive di fondamento, vengono utilizzate per amplificare le ostilità contro la nazione sudamericana, incanalare milioni di dollari di finanziamenti ai gruppi anti-Chavez  nel tentativo di destabilizzare il governo venezuelano e di perpetuare ulteriormente una campagna mediatica atta a demonizzare il capo di Stato venezuelano, raffigurando questo paese produttore di petrolio come una dittatura.

Nel corso degli ultimi anni, mentre  si intensifica la campagna contro il Venezuela,il  gergo comune nei mass media, riferendosi al Presidente Chavez,  comprende termini come “dittatore”, “autoritario”, “tiranno”, “terrorista”, “minaccia” e ritrae il paese latino-americano come uno “stato fallito” dove i diritti umani sono costantemente “violati” e la libertà di espressione è inesistente. Chiunque abbia visitato il Venezuela durante l’amministrazione Chavez sa che non solo non esiste alcuna dittatura, ma la democrazia è aperta, vivace e partecipativa, fiorisce la libertà di parola e i venezuelani godono di una maggiore garanzia dei diritti umani rispetto ai loro vicini del nord degli Stati Uniti. Ai mezzi di comunicazione è necessario ricordare che il presidente Chavez è stato eletto con oltre il 60% dei voti nei trasparenti processi elettorali, con l’80% di partecipazione elettorale certificata da osservatori internazionali.

Come  ha sottolineato di recente il presidente Chavez, il governo venezuelano sta investendo ogni anno di più in programmi sociali e in misure contro la povertà , mentre paesi come gli Stati Uniti stanno tagliando i servizi sociali. In Venezuela, la povertà è stata ridotta di oltre il 50% negli ultimi dieci anni, grazie alle politiche sociali dell’amministrazione Chavez, mentre negli Stati Uniti, 1 bambino su 5 vive attualmente in condizioni di estrema povertà. La disoccupazione, a dicembre 2011,  in Venezuela era al 6,5% rispetto all’8,5 % degli USA. L’esclusione, la mancanza di opportunità, l’astensione degli elettori ed  altre piaghe sociali sono in continuo aumento negli Stati Uniti.

“Obama, non pensarci più. Fatti gli affari tuoi e prenditi cura del tuo paese, dove  hai un sacco di problemi “, ha suggerito il presidente Chavez durante un recente discorso. Chavez è stato anche pronto a sottolineare che Obama ha appena tagliato l’ assistenza federale  per il gasolio necessario per il riscaldamento  delle famiglie a basso reddito, lasciando migliaia di persone a soffrire in questo gelido inverno, dovendo scegliere tra cibo o calore. Nel frattempo, il governo venezuelano ha appena rinnovato e ampliato il suo programma di assistenza relativo al gasolio per il riscaldamento domestico alle comunità negli Stati Uniti attraverso la Citgo. Negli ultimi 7 anni, la società venezuelana Citgo è stata l’unica società petrolifera negli Stati Uniti disposta a fornire a costi ridotti il gasolio per la casa a chi ne aveva bisogno. E ‘ironico che il governo venezuelano stia aiutando le persone negli Stati Uniti mentre il governo degli Stati Uniti e le sue imprese si rifiutano di farlo.

VENEZUELA & IRAN: LA MINACCIA REALE

Il rapporto tra il Venezuela e l’Iran può causare allarme in alcuni ambienti a Washington, ma non per i motivi descritti dai media. Come membri fondatori dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) nel 1960, il Venezuela e l’Iran hanno condiviso stretti rapporti da decenni. Entrambi i paesi hanno interessi strategici in tutto il mondo. Tuttavia, non è da poco tempo che queste relazioni vadano oltre i semplici interessi energetici.

L’entrata dell’Iran in America Latina come partner commerciale, insieme a Cina e Russia, è la vera minaccia per l’egemonia statunitense nella regione. Le  società statunitensi che hanno monopolizzato l’emisfero per oltre un secolo, vengono ora sostituite da imprese asiatiche, mediorientali ed europee disposte a fornire offerte più allettanti a paesi come il Venezuela. Gli accordi con l’Iran, per esempio, includono il trasferimento di tecnologia e non solo l’acquisto dei prodotti. Le fabbriche iraniane di automobili  in Venezuela non si limitano solo all’assemblaggio di un prodotto iraniano. Gli accordi prevedono infatti che esse forniscano ai venezuelani l’abilità tecnica per la produzione di vetture, dalle materie prime al prodotto finito. Questo è essenziale per assicurare sviluppo,crescita e stabilità economica a lungo termine.

Le false accuse contro il Venezuela di terrorismo e di essere un paese guerrafondaio – nessuna delle quali è mai stata suffragata da prove reali – sono tentativi pericolosi per spaventare l’opinione pubblica nel giustificare un qualche tipo di aggressione contro una nazione pacifica. Il Venezuela non ha mai invaso, aggredito, minacciato o intervenuto in un altro paese, né ha bombardato e assassinato i cittadini di altre nazioni. Il Venezuela ha una politica di pace e non hai mai infranto o violato questa promessa.

Il Venezuela ha anche il diritto sovrano di intraprendere relazioni con le altre nazioni come meglio crede e di sviluppare le proprie politiche interne per favorire il benessere della sua gente. Questa sembra essere la più grande minaccia agli Stati Uniti.

LINK:  Venezuela: The Threat of a Good Example?

DI: Coriintempesta

Gli USA uscirebbero sconfitti nel Golfo Persico da una guerra con l’Iran?

Fornendo delle preziose intuizioni sulle dinamiche riguardanti lo stallo tra Iran e Stati Uniti portato avanti nello stretto di Hormuz, strategicamente decisivo, Nazemroaya descrive una situazione che riporta inevitabilmente alla mente la storia di Davide e Golia. Con la geografia e le leggi internazionali decisamente dalla parte dell’Iran potrebbe esserci in serbo un finale altrettanto sorprendente.

di: Mahdi Darius Nazemroaya

Dopo anni di minacce da parte degli Stati Uniti, l’Iran ha cominciato ad attuare delle note misure per dimostrare di essere disposto e capace di chiudere lo Stretto di Hormuz.

Il 24 dicembre 2011, l’Iran ha iniziato le sue esercitazioni navali Velayat 90 dentro e intorno allo Stretto di Hormuz, portandosi dal Golfo Persico e dal Golfo di Oman (Mare dell’Oman) fino al Golfo di Aden e al Mare Arabico nell’Oceano Indiano. Da quando hanno avuto luogo queste esercitazioni c’è stato un crescente scontro verbale tra Washington e Teheran. Nulla di ciò che il governo Obama o il Pentagono avevano fatto o detto ha dissuaso Teheran dal continuare con le esercitazioni navali.

La natura geopolitica dello Stretto di Hormuz

Oltre al fatto d’essere un punto di transito vitale per le risorse energetiche del pianeta e un nodo strategico, bisognerebbe considerare due ulteriori elementi riguardo al rapporto dello Stretto di Hormuz con l’Iran. Il primo punto riguarda la geografia dello Stretto di Hormuz. Il secondo concerne il ruolo dell’Iran nel collaborare alla gestione dello stretto strategico sulla base delle leggi internazionali e dei suoi diritti di sovranità nazionale.

Il traffico marittimo che transita nello Stretto di Hormuz è sempre stato in contatto con le forze navali iraniane, composte prevalentemente dalla Marina regolare dalla Marina della Guardia Rivoluzionaria. Infatti le forze navali iraniane controllano e sorvegliano lo Stretto di Hormuz insieme al Sultanato dell’Oman tramite l’enclave omanita di Musandam.

Cosa ancora più importante, per transitare attraverso lo Stretto di Hormuz tutto il traffico marittimo, compresa la marina statunitense, deve navigare attraverso il territorio iraniano. Nessun Paese può entrare nel Golfo Persico e transitare nello Stretto di Hormuz senza navigare in acque e territorio iraniani.

Quasi tutti gli accessi al Golfo Persico avvengono attraverso acque iraniane e la maggior parte delle vie d’uscita attraversano le acque dell’Oman.

L’Iran permette alle navi straniere di utilizzare le sue acque territoriali in buona fede e sulla base delle misure sul transito marittimo contenute nella terza parte della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del mare, che stabilisce che le navi sono libere di navigare attraverso lo Stretto di Hormuz e analoghi specchi d’acqua avendo una navigazione rapida e continua tra un porto aperto e l’alto mare. Sebbene di norma Teheran segua le leggi di navigazione del Diritto marittimo, non è giuridicamente vincolata ad esse. Come Washington, Teheran ha firmato questo trattato ma non l’ha mai ratificato.

Lo Stretto di Hormuz

Tensioni tra Iran e Stati Uniti nel Golfo Persico

Al momento il parlamento iraniano (Majlis) sta rivalutando le acque iraniane nello Stretto di Hormuz. I parlamentari iraniani stanno proponendo una legge per impedire a qualsiasi nave straniera di utilizzare le acque territoriali iraniane per navigare attraverso lo Stretto di Hormuz senza il permesso dell’Iran; il Comitato parlamentare iraniano per la sicurezza nazionale e la politica estera sta attualmente studiando questa normativa, quale posizione iraniana ufficiale basata sugli interessi strategici dell’Iran e la sua sicurezza nazionale [1].

Il 30 dicembre 2011 la portaerei U.S.S. John C. Stennis ha attraversato la zona in cui l’Iran stava conducendo le sue esercitazioni navali. Il comandante delle forze regolari iraniane, il maggiore-generale Ataollah Salehi, consigliò alla U.S.S. John C. Stennis e ad altre imbarcazioni della marina statunitense di non fare ritorno nel Golfo Persico mentre l’Iran stava conducendo le sue esercitazioni, aggiungendo che l’Iran non è solito ripetere un avvertimento due volte [2]. Poco dopo il duro monito iraniano a Washington, l’ufficio stampa del Pentagono ha risposto con una dichiarazione: “Nessuno in questo governo cerca lo scontro [con l’Iran] sullo Stretto di Hormuz. È importante abbassare i toni” [3].

Nello scenario reale di un conflitto militare con l’Iran è molto probabile che le portaerei statunitensi opererebbero di fatto fuori dal Golfo Persico, dal Golfo dell’Oman a sud e dal Mare Arabico. A meno che il sistema missilistico che Washington sta installando negli sceiccati petroliferi nel sud del Golfo Persico non sia pienamente attivo e operativo, il dispiegamento di grandi navi da guerra americane nel Golfo Persico potrebbe essere improbabile. Le ragioni di ciò sono legate a realtà geografiche e alle forze difensive iraniane.


La geografia è contro il Pentagono: la forza navale statunitense è limitata nel Golfo Persico

La forza navale degli Stati Uniti, che comprende prevalentemente la Marina e la Guardia costiera, ha essenzialmente la supremazia su tutte le altre forze navali e marittime nel mondo. Il suo potenziale sottomarino e in mare aperto e negli oceani è unico e ineguagliabile da qualsiasi altra potenza navale.

Tuttavia, supremazia non significa invincibilità. Le forze navali statunitensi nello Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico sono molto vulnerabili all’Iran.

Nonostante la sua potenza e la forza schiacciante, la geografia gioca letteralmente contro la forza navale statunitense nello Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico. La relativa ristrettezza del Golfo Persico lo rende simile a un canale, per lo meno nel contesto strategico e militare. Metaforicamente parlando, le portaerei e le navi da guerra degli Stati Uniti sono confinate in acque ristrette, o chiuse entro le acque costiere del Golfo Persico.

Ed è qui che entra in gioco l’avanzato potenziale missilistico iraniano. L’arsenale di missili e siluri iraniano neutralizzerebbe le forze navali statunitensi nelle acque del Golfo Persico in cui esse sono costrette. Ecco perché gli Stati Uniti in questi ultimi anni stanno attivamente costruendo un sistema di scudo missilistico nel Golfo Persico tra i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG).

Perfino i piccoli pattugliatori iraniani nel Golfo Persico, che sembrano miseri e insignificanti rispetto a una portaerei o a un cacciatorpediniere statunitense, sono una minaccia per le navi da guerra americane. Le apparenze ingannano: questi pattugliatori iraniani possono facilmente lanciare una raffica di missili che potrebbe danneggiare in modo significativo e di fatto affondare grandi navi da guerra americane. Le piccole motovedette iraniane sono anche difficili da rilevare e individuare.

Le forze iraniane potrebbero anche attaccare le forze navali degli Stati Uniti semplicemente lanciando attacchi missilistici dalla terraferma iraniana, dalle coste settentrionali del Golfo Persico. Già nel 2008 il Washington Institute for Near East Policy ha riconosciuto la minaccia proveniente dalle batterie mobili di missili costieri, dai missili antinave e dalle piccole navi lanciamissili iraniane [4].

Alche altre risorse navali iraniane quali droni aerei, hovercraft, mine, squadre di sub e minisottomarini, potrebbero essere utilizzate in una guerra navale asimmetrica contro la Quinta Flotta.

Anche le simulazioni di guerra del Pentagono hanno dimostrato che un conflitto nel Golfo Persico contro l’Iran significherebbe un disastro per gli Stati Uniti e i suoi militari. Un esempio chiave è il wargame nel Golfo Persico Millennium Challenge 2002 (MC02), condotto dal 24 luglio al 15 agosto 2002, e che ha richiesto quasi due anni di preparativi. Queste massicce esercitazioni furono tra i più grandi e costosi wargame mai realizzati dal Pentagono. IlMillennium Challenge 2002 si tenne poco dopo che il Pentagono aveva deciso di proseguire lo sforzo bellico in Afghanistan, prendendo di mira Iraq, Somalia, Sudan, Libia, Libano, Siria per terminare col “bersaglio grosso”, l’Iran, in una vasta campagna militare per garantire la supremazia degli Stati Uniti nel nuovo millennio.

Dopo che il Millennium Challenge 2002 si fu concluso, il wargame fu presentato come una simulazione di guerra contro l’Iraq governato dal presidente Saddam Hussein, ma ciò non può essere vero [5]. Gli Stati Uniti avevano già fatto delle valutazioni per l’imminente invasione anglo-statunitense dell’Iraq. Inoltre, l’Iraq non aveva forze navali tali da meritare un simile impiego su vasta scala della Marina degli Stati Uniti.

Millennium Challenge 2002 fu condotto per simulare una guerra con l’Iran, al quale era assegnato il nome in codice “Rosso” e al quale ci si riferiva come ad uno sconosciuto nemico mediorientale, uno stato-canaglia nel Golfo Persico. All’infuori dell’Iran, nessun altro Paese poteva corrispondere ai parametri e alle caratteristiche di “Rosso” e delle sue forze militari, dalle motovedette alle unità motociclistiche. La simulazione di guerra si tenne perché Washington aveva in programma di attaccare l’Iran subito dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003.

Lo scenario delle esercitazioni del 2002 iniziava con gli Stati Uniti, nome in codice “Blu”, che nel 2007 davano all’Iran un ultimatum di 24 ore per la resa. La data del wargame, il 2007, cronologicamente avrebbe corrisposto ai piani degli Stati Uniti per attaccare l’Iran, dopo l’attacco israeliano contro il Libano nel 2006, che si supponeva si sarebbe esteso a una grande guerra anche contro la Siria. La guerra contro il Libano, tuttavia, non andò come previsto e gli Stati Uniti e Israele si resero conto che se Hezbollah poteva fronteggiarli in Libano, allora una guerra allargata alla Siria e all’Iran sarebbe stata un disastro.

Nello scenario di guerra di Millennium Challenge 2002, l’Iran avrebbe reagito all’aggressione degli Stati Uniti lanciando un massiccio sbarramento di missili che avrebbe sopraffatto gli Stati Uniti e distrutto sedici navi da guerra statunitensi – una portaerei, dieci incrociatori e cinque navi anfibie. Si stima che se ciò fosse realmente accaduto, più di 20.000 militari americani sarebbero stati uccisi in un solo giorno dopo l’attacco [6]. Successivamente, l’Iran avrebbe inviato i suoi piccoli pattugliatori – quelli che sembrano insignificanti rispetto alla USS John C. Stennis e alle altre grandi navi da guerra degli Stati Uniti – per sopraffare il resto delle forze navali del Pentagono nel Golfo Persico: ciò avrebbe comportato il danneggiamento o l’affondamento della maggior parte della Quinta Flotta e la sconfitta degli Stati Uniti. Dopo la sconfitta statunitense, il wargame fu ripetuto più volte, ma “Rosso” dovette agire in condizioni di svantaggio, in modo che alle forze americane fosse permesso di uscire vittoriose dalle esercitazioni [7]. Ciò avrebbe nascosto la realtà del fatto che gli Stati Uniti sarebbero stati sopraffatti nel Golfo Persico nel contesto di una guerra convenzionale contro l’Iran.

Quindi la formidabile potenza navale di Washington è limitata dalla geografia, unita alle risorse militari iraniane, quando si tratta di combattere nel Golfo Persico o anche in gran parte del Golfo dell’Oman. In assenza di acque aperte, come nell’Oceano Indiano o nel Pacifico, gli Stati Uniti dovranno combattere con tempi di risposta notevolmente ridotti e, ancor più importante, non saranno in grado di combattere da una distanza di sicurezza (militarmente sicura). Di conseguenza, i dispositivi navali statunitensi di difesa, progettati per il combattimento in acque aperte e da posizioni sicure, diventano poco pratici nel Golfo Persico.

Rendere superfluo lo Stretto di Hormuz per indebolire l’Iran?

Il mondo intero conosce l’importanza dello stretto di Hormuz e Washington e i suoi alleati sono ben consapevoli del fatto che gli iraniani possono militarmente chiuderlo per un periodo di tempo significativo. Ecco perché gli Stati Uniti hanno lavorato con i paesi del CCG – Arabia Saudita, Qatar, Bahrain, Kuwait, Oman ed Emirati Arabi Uniti – per deviare il loro petrolio attraverso oleodotti che aggirano lo stretto di Hormuz e canalizzano il petrolio del CCG direttamente verso l’Oceano Indiano, il Mar Rosso o il Mar Mediterraneo. Washington ha anche spinto l’Iraq a cercare percorsi alternativi nelle trattative con Turchia, Giordania e Arabia Saudita.

Anche Israele e la Turchia si sono molto interessati a questo progetto strategico. Ankara ha avuto colloqui con il Qatar sulla configurazione di un terminal petrolifero che avrebbe raggiunto la Turchia attraverso l’Iraq. Il governo turco ha tentato di spingere l’Iraq a collegare i giacimenti petroliferi del sud, come i giacimenti petroliferi dell’Iraq settentrionale, alle vie di transito che attraversano la Turchia. Tutto ciò è legato alla volontà della Turchia di essere un corridoio energetico e un importante snodo di transito.

L’obiettivo della deviazione del petrolio dal Golfo Persico eliminerebbe un importante elemento di pressione strategica che l’Iran esercita contro Washington e i suoi alleati. In effetti ridurrebbe l’importanza dello stretto di Hormuz. Potrebbe benissimo essere un prerequisito per i preparativi di una guerra degli Stati Uniti contro Teheran e i suoi alleati.

È in questa cornice che l’oleodotto Abu Dhabi Crude Oil o il Hashan-Fujairah Oil Pipeline vengono preferiti dagli Emirati Arabi Uniti per deviare il percorso marittimo nel Golfo Persico che passa per lo Stretto di Hormuz. Il progetto fu messo insieme nel 2006, il contratto fu reso pubblico nel 2007 e la costruzione iniziò nel 2008. L’oleodotto va direttamente da Abu Dhabi al porto di Fujairah sulle rive del Mare Arabico. In altre parole, darà alle esportazioni petrolifere degli Emirati Arabi Uniti un accesso diretto all’Oceano Indiano. È stato apertamente presentato come un mezzo per garantire la sicurezza energetica bypassando lo Stretto di Hormuz e tentando di evitare i militari iraniani. Insieme alla costruzione di questo oleodotto è stata anche prevista la costruzione di un deposito strategico di petrolio a Fujairah, per mantenere il flusso di petrolio sul mercato internazionale se il Golfo Persico dovesse essere chiuso [9].

A parte la Petroline (East-West Saudi Pipeline), l’Arabia Saudita si è anche interessata a rotte di transito alternative e ha preso in esame i porti dei suoi vicini a sud nella penisola arabica, l’Oman e lo Yemen. Il porto yemenita di Mukalla, sulle rive del Golfo di Aden, è stato di particolare interesse per Riyadh. Nel 2007, fonti israeliane riportarono con una certa ostentazione che era in cantiere il progetto di un oleodotto che avrebbe collegato i giacimenti petroliferi sauditi con Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti, Muscat in Oman, e infine Mukalla nello Yemen. La riapertura dell’Iraq-Arabia Saudita Pipeline (IPSA), che, ironicamente, fu costruita da Saddam Hussein per evitare lo Stretto di Hormuz e l’Iran, è stata anch’essa oggetto di discussione dei sauditi con il governo iracheno a Baghdad.

Se la Siria e il Libano venissero convertiti in clienti di Washington, allora anche la defunta Trans-Arabian Pipeline (Tapline) potrebbe essere riattivata, insieme ad altri percorsi alternativi che vanno dalla penisola arabica alla costa del Mar Mediterraneo, attraverso il Levante. Dal punto di vista cronologico, ciò rientrerebbe bene anche negli sforzi di Washington per invadere il Libano e la Siria, nel tentativo di isolare l’Iran prima di ogni possibile resa dei conti con Teheran.

Le esercitazioni navali iraniane Velayat-90, protratte in prossimità dell’ingresso del Mar Rosso nel Golfo di Aden, al largo delle acque territoriali dello Yemen, si sono tenute anche nel Golfo dell’Oman, di fronte alle coste dell’Oman e alle coste orientali degli Emirati Arabi Uniti. Tra le altre cose, Velayat-90 andrebbe intesa come un segnale che Teheran è pronta ad operare al di fuori del Golfo Persico, e che può colpire o bloccare perfino gli oleodotti che tentano di aggirare lo Stretto di Hormuz.

La geografia è di nuovo dalla parte dell’Iran anche in questo caso. Evitare lo Stretto di Hormuz non cambia il fatto che la maggior parte dei giacimenti petroliferi appartenenti a paesi del CCG si trova nel Golfo Persico o in prossimità delle sue coste, il che significa che sono tutti situati nelle immediate vicinanze dell’Iran e quindi entro la sua portata. Come nel caso dell’Hashan-Fujairah Pipeline, gli iraniani potrebbero facilmente stroncare il flusso di petrolio all’origine. Teheran potrebbe anche lanciare attacchi  missilistici e aerei o schierare le sue forze di terra, mare, aria e anfibie in queste aree. Non c’è necessariamente bisogno di bloccare lo Stretto di Hormuz; dopotutto ostacolare il flusso di combustibile è lo scopo principale delle minacce iraniane.

La guerra fredda  tra Iran e Stati Uniti

Washington è passata all’offensiva contro l’Iran con tutti i mezzi a sua disposizione. Le tensioni sullo Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico sono soltanto un aspetto nella pericolosa guerra fredda su più fronti tra Teheran e Washington nella regione del Medio Oriente allargato. Dal 2001, il Pentagono sta anche riconvertendo le sue forze militari per affrontare guerre non convenzionali contro nemici come l’Iran [10]. Ciononostante la geografia ha sempre lavorato contro il Pentagono, e gli Stati Uniti non hanno trovato una soluzione al dilemma navale nel Golfo Persico. Invece di una guerra convenzionale, Washington ha dovuto fare ricorso contro l’Iran a una guerra occulta, economica e diplomatica.

NOTE

[1] Fars News Agency, “Foreign Warships Will Need Iran’s Permission to Pass through Strait of Hormoz,” January 4, 2011.

[2] Fars News Agency, “Iran Warns US against Sending Back Aircraft Carrier to Persian Gulf,” January 4, 2011.

[3] Parisa Hafezi, “Iran threatens U.S. Navy as sanctions hit economy,” Reuters, January 4, 2012.

[4] Fariborz Haghshenass, “Iran’s Asymmetric Naval Warfare,” Policy Focus, no.87 (Washington, D.C.: Washington Institute for Near Eastern Policy, September 2010).

[5] Julian Borger, “Wake-up call,” The Guardian, September 6, 2002.

[6] Neil R. McCown, Developing Intuitive Decision-Making In Modern Military Leadership (Newport, R.I.: Naval War College, October 27, 2010), p.9.

[7] Sean D. Naylor, “War games rigged? General says Millennium Challenge ‘02 ‘was almost entirely scripted,’” Army Times, April 6, 2002.

[8] Himendra Mohan Kumar, “Fujairah poised to become oil export hub,” Gulf News, June 12, 2011.

[9] Ibid.

[10] John Arquilla, “The New Rules of War,” Foreign Policy, 178 (March-April, 2010): pp.60-67.

Mahdi Darius Nazemroaya, ricercatore associato al Centre for Research on Globalization (CRG), è membro del Comitato Scientifico di GEOPOLITICA.
Traduzione di Giulia Renna.
Testo original in inglese – 8 gennaio 2011: The Geo-Politics of the Strait of Hormuz: Could the U.S Navy be defeated by Iran in the Persian Gulf?

FONTE: GEOPOLITICA – Rivista dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie 



 


Guerra, ma con aerei low cost

di: Manlio Dinucci

In soccorso del caccia F-35 scende in campo il generale Leonardo Tricarico, già capo di stato maggiore dell’aeronautica, che con piglio autoritario bacchetta quei politici e giornalisti «avventuratisi su temi militari con i quali hanno poca dimestichezza». Indubbiamente di aerei da guerra Tricarico se ne intende. Dopo aver comandato le forze aeree italiane che bombardarono la Jugoslavia nel 1999, venne scelto dal presidente del consiglio D’Alema quale consigliere militare, carica che mantenne nei successivi governi Amato e Berlusconi. Nel 2006, venne inviato dal governo Prodi al Pentagono per definire la partecipazione dell’Italia al programma dell’F-35, quale partner di secondo livello, in base al memorandum firmato nel 2002 dall’ammiraglio Giampaolo Di Paola, oggi ministro della difesa. Il nostro eventuale abbandono dell’F-35 – avverte Tricarico – toglierebbe «miliardi di lavoro a una settantina di aziende italiane, dai giganti Finmeccanica e Fincantieri, a molte pmi». E all’argomento economico unisce quello politico-militare: dopo aver precisato che l’F-35 non è un «costoso sfizio» ma «uno dei pilastri della Difesa italiana nel XXI secolo», ammonisce che «senza un aereo tattico credibile, domani potremmo essere costretti a chiamarci fuori se un altro dittatore dovesse massacrare il proprio popolo». Chiaro il riferimento alle «guerre umanitarie» di Jugoslavia e di Libia. Mentre il generale va alla carica con tali argomenti, condivisi da un vasto arco politico multipartisan, in parlamento nessuno sa, né vuole, rispondergli. I pochi critici si limitano all’obiezione che l’Italia, in difficoltà economiche, non può permettersi un aereo tanto costoso. Non mettono in discussione il modello economico di cui l’F-35 è uno dei prodotti, né chiariscono che, mentre i contratti per la sua produzione accresceranno i profitti di aziende private, sarà il settore pubblico ad addossarsi le spese: almeno 15 miliardi di euro per l’acquisto degli aerei, più un costo operativo superiore di un terzo rispetto a quello degli attuali caccia.

Questi parlamentari diffondono allo stesso tempo leggende inter-metropolitane, secondo cui l’amministrazione Obama, decisa a tagliare la spesa militare, avrebbe l’intenzione di ridimensionare drasticamente o cancellare il programma dell’F-35. Ignorano così la forza e l’influenza che ha negli Usa il complesso militare-industriale. Tantomeno mettono in discussione il modello politico-militare, di cui l’F-35 è espressione: dominato dagli Usa attraverso la Nato e finalizzato a continue guerre di aggressione. I senatori Pd Roberto Della Seta e Francesco Ferrante, che oggi chiedono di rinunciare agli F-35 per risparmiare 3 miliardi da una spesa militare di oltre 25, sono gli stessi che lo scorso marzo hanno sostenuto l’anti-costituzionale e costosa guerra contro la Libia, definendo l’intervento militare «pienamente legittimo e, anzi, giusto e dovuto». Il senatore radicale Marco Perduca, che oggi dichiara la stessa posizione, chiedeva lo scorso marzo di attuare subito un «radar-jamming» per neutralizzare le difese libiche e aprire la strada ai cacciabombardieri. Quelli meno cari dell’F-35, graditi a un partito che si definisce «nonviolento».

IlManifesto.it

La marcia verso l’abisso

di: Fidel Castro Ruz

Non è questione di ottimismo o pessimismo, sapere o ignorare cose elementari, essere responsabili o no degli avvenimenti. Quelli che pretendono considerarsi politici dovrebbero essere lanciati nella spazzatura della storia quando, come è norma, di questa attività ignorano tutto o quasi tutto quello che a cui fa riferimento.

Non parlo ovviamente di quelli che durante vari millenni trasformarono i temi  pubblici in strumenti di potere e ricchezze per le classi privilegiate, attività nella quale i record di crudeltà sono stati imposti durante gli ultimi otto o diecimila anni e su questo esistono prove certe della condotta sociale della nostra specie, la cui esistenza come esseri pensanti, secondo gli scienziati, appena oltrepassa i 180 mila anni.

Non è mio proposito imbottigliarmi in questi temi che sicuramente annoierebbero quasi al 100% delle persone continuamente bombardate con notizie attraverso mezzi che vanno dalla parola scritta fino alle immagini tridimensionali che cominciano ad esibirsi in costosi cinema, e non è lontano il giorno in cui predomineranno nella televisione, che già di per se, produce favolose immagini. Non è casuale che la chiamata industria dello svago abbia la sua sede nel cuore dell’impero che tiranneggia tutti.

Quello che pretendo è situarmi nel punto di partenza attuale della nostra specie per parlare della marcia verso l’abisso. Potrei parlare perfino di una marcia “inesorabile” e sarebbe sicuramente più vicino alla realtà. L’idea di un giudizio finale è implicita nelle dottrine religiose più diffuse tra gli abitanti del pianeta, senza che nessuno li qualifichi per questo come pessimisti. Considero, al contrario, dovere elementare di tutte le persone serie e sagge che sono milioni, lottare per posporre e, forse ostacolare, questo drammatico e prossimo avvenimento nel mondo attuale.

Numerosi pericoli ci minacciano, ma due di questi, la guerra nucleare ed il cambiamento climatico, sono decisivi ed ambedue sono sempre più lontani dall’avvicinamento ad una soluzione.

La tiritera demagogica, le dichiarazioni ed i discorsi della tirannia imposta al mondo dagli Stati Uniti ed i suoi poderosi ed incondizionati alleati, in entrambi i temi, non ammettono il minore dubbio al riguardo.

Il 1° gennaio 2012, anno nuovo occidentale e cristiano, coincide con l’anniversario del trionfo della Rivoluzione in Cuba e l’anno in cui si compie il 50° Anniversario dalla Crisi di Ottobre del 1962, che portò il mondo sull’orlo della guerra mondiale nucleare, fatto che mi obbliga a scrivere queste linee.

Le mie parole non avrebbero senso se avessi come obbiettivo imputare alcuna colpa al popolo nordamericano, od a quello di qualunque altro paese alleato degli Stati Uniti nell’insolita avventura; loro, come gli altri popoli del mondo, sarebbero le vittime inevitabili della tragedia. Fatti recenti accaduti in Europa ed in altri luoghi mostrano le indignazioni di massa di quelli a cui la disoccupazione, la carestia, le riduzioni delle loro entrate, i debiti, la discriminazione, le bugie e la politica, conducono alle proteste ed alle brutali repressioni dei guardiani dell’ordine stabilito.

Con frequenza crescente si parla di tecnologie militari che colpiscono la totalità del pianeta, unico satellite abitabile conosciuto a centinaia di anni luce da un altro che forse risulti adeguato se ci muoviamo alla velocità della luce, trecento mila chilometri per secondo.

Non dobbiamo ignorare che se la nostra meravigliosa specie pensante sparisse trascorrerebbero molti milioni di anni prima che ne sorga nuovamente un’altra capace di pensare, in virtù dei principi naturali che dirigono la natura stessa, come conseguenza dell’evoluzione delle specie, scoperta da Darwin in 1859 e che oggi riconoscono tutti gli scienziati seri, credenti o non credenti.

Nessuna altra epoca della storia dell’uomo conobbe gli attuali pericoli che affronta l’umanità. Persone come me, con 85 anni compiuti, eravamo approdati ai 18 col titolo di un diploma prima che finisse l’elaborazione della prima bomba atomica.

Oggi degli artefatti di questo carattere pronti per il loro impiego -incomparabilmente più poderosi di quelli che produssero il calore del sole sulle città di Hiroshima e Nagasaki – ce ne sono a migliaia.

Le armi di questo tipo che si mettono in magazzini aggiuntivamente, addizionate a quelle già dichiarate in virtù di accordi, raggiungono cifre che superano i venti mila proiettili nucleari.

L’impiego di appena un centinaio di queste armi sarebbe sufficiente per creare un inverno nucleare che provocherebbe in breve tempo una morte spaventosa per tutti gli esseri umani che abitano il pianeta, come ha spiegato brillantemente e con dati digitali lo scienziato nordamericano e professore dell’Università di Rutgers, in New Jersey, Alan Robock.

Quelli che vogliono leggere le notizie ed analisi internazionali serie, conoscono come i rischi dell’esplosione di una guerra con impiego di armi nucleari si incrementano man mano che la tensione cresce nel Vicino Oriente, dove nelle mani del governo israelita si accumulano centinaia di armi nucleari in piena disposizione combattiva, ed il cui carattere di forte potenza nucleare né si ammette né si nega. Cresce ugualmente la tensione intorno alla Russia, paese di indiscutibile capacità di risposta, minacciata da un ipotetico scudo nucleare europeo.

Mi fa ridere l’affermazione yankee che lo scudo nucleare europeo è per proteggere anche la Russia dall’Iran e dalla Corea del Nord. Tanto debole è la posizione yankee in questo delicato tema che neanche il suo alleato Israele si prende il disturbo di garantire consultazioni previe su misure che possano far scoppiare la guerra.

L’umanità, invece, non gode di nessuna garanzia. Lo spazio cosmico, nelle prossimità del nostro pianeta, è saturo di satelliti degli Stati Uniti destinati a spiare quello che succede perfino nelle terrazze delle abitazioni di qualunque nazione del mondo. La vita ed abitudini di ogni persona o famiglia sono passate ad essere oggetto di spionaggio; l’ascolto di centinaia di milioni di cellulari, ed il tema delle conversazioni che abbordi qualunque utente in qualunque parte del mondo smette di essere privato per trasformarsi in materiale di informazione per i servizi segreti degli Stati Uniti.

Questo è il diritto che continua a rimanere ai cittadini del nostro mondo in virtù degli atti di un governo la cui costituzione, promossa nel Congresso di Filadelfia nel 1776, stabiliva nonostante che gli uomini nascevano liberi ed uguali ed a tutti concedeva loro il Creatore determinati diritti, dei quali non le rimane già, né agli stessi nordamericani né a nessun cittadino del mondo, quello di comunicare per telefono a familiari ed ad amici i suoi sentimenti più intimi.

La guerra, tuttavia, è una tragedia che può succedere, ed è molto probabile che succeda; in più, se l’umanità fosse capace di ritardarla un tempo indefinito, un altro fatto altrettanto drammatico sta succedendo già con crescente ritmo: il cambiamento climatico. Mi limiterò a segnalare quello che eminenti scienziati ed espositori di rilievo mondiale hanno spiegato attraverso documenti e film che nessuno discute.

È ben conosciuto che il governo degli Stati Uniti si è opposto agli accordi di Kyoto sull’ecosistema, una linea di condotta che neanche conciliò coi suoi più vicini alleati, i cui territori soffrirebbero tremendamente ed alcuni dei quali, come l’Olanda, sparirebbero quasi interamente.

Il pianeta cammina oggi senza politica su questo grave problema, mentre i livelli del mare si alzano, le enormi cappe di ghiaccio che coprono l’Antartide e la Groenlandia, dove si accumula più del 90% dell’acqua dolce del mondo, si sciolgono con crescente ritmo, e già l’umanità, il passato 30 novembre 2011, ha raggiunto ufficialmente la cifra di 7 mila milioni di abitanti, che nelle aree più povere del mondo continua a crescere in forma sostenuta ed inevitabile. È che per caso quelli che si sono dedicati a bombardare paesi ed ammazzare milioni di persone durante gli ultimi 50 anni possono preoccuparsi per il destino degli altri popoli?

Gli Stati Uniti sono oggi non solo il promotore di quelle guerre, ma anche il maggiore produttore ed esportatore di armi nel mondo.

Come è conosciuto, questo poderoso paese ha sottoscritto un accordo per somministrare 60 mila milioni di dollari nei prossimi anni al regno dell’Arabia Saudita, dove le multinazionali degli Stati Uniti ed i suoi alleati estraggono ogni giorno 10 milioni di barili di petrolio leggero, cioè, mille milioni di dollari in combustibile. Che cosa sarà di questo paese e della regione quando queste riserve di energia si esauriscano? Non è possibile che il nostro mondo globalizzato accetti senza protestare il colossale spreco di risorse energetiche che la natura tardò centinaia di milioni di anni a creare, e la cui dilapidazione rincara i costi essenziali. Non sarebbe in assoluto degno del carattere intelligente attribuito alla nostra specie.

Negli ultimi 12 mesi tale situazione si aggravò considerevolmente a partire dai nuovi avanzamenti tecnologici che, lontano da alleviare la tragedia proveniente dallo spreco dei combustibili fossili, l’aggrava considerevolmente.

Scientifici ed investigatori di prestigio mondiale venivano segnalando le conseguenze drammatiche del cambiamento climatico.

In un eccellente documentario del direttore francese Yann Arthus-Bertrand, intitolato ‘Home’, ed elaborato con la collaborazione di prestigiose e ben informate personalità internazionali, reso pubblico a metà dell’anno 2009, mostrò al mondo con dati irrefutabili quello che stava succedendo. Con solidi argomenti esponeva le conseguenze nefaste di consumare, in meno di due secoli, le risorse energetiche create dalla natura in centinaia di milioni di anni; ma la cosa peggiore non era il colossale spreco, bensì le conseguenze suicide che avrebbe avuto per la specie umana. Riferendosi alla stessa esistenza della vita, rimproverava alla specie umana: ‘…Stai utilizzando un favoloso lascito di 4 000 milioni di anni somministrato dalla Terra.

Hai solamente 200 000 anni, ma hai già cambiato la faccia del mondo.”

Non incolpava né poteva incolpare nessuno fino a questo punto, segnalava semplicemente una realtà obiettiva. Tuttavia, oggi dobbiamo incolparci tutti quelli che lo sappiamo e non facciamo niente per tentare di rimediarlo.

Nelle sue immagini e concetti, gli autori di questa opera includono memorie, dati ed idee che abbiamo il dovere di conoscere e prendere in considerazione.

In mesi recenti, un altro favoloso materiale filmico esibito è stato ‘Oceanos’, elaborato da due registi francesi, considerato il migliore film dell’anno a Cuba; forse, a mio giudizio, il migliore di questa epoca.

È un materiale che stupisce per la precisione e bellezza delle immagini mai prima filmate da nessuna telecamera: 8 anni e 50 milioni di euro sono stati investiti per produrlo. L’umanità dovrà ringraziare per questa prova della forma in cui si presentano i principi della natura adulterati dall’uomo. Gli attori non sono esseri umani: sono quelli che popolano i mari del mondo. Un Oscar per loro!

Quello che motivò il dovere di scrivere queste linee non sorse dai fatti riferiti fino a qui, che di una forma o un’altra ho commentato anteriormente, bensì di altri che, manipolati dagli interessi delle multinazionali, stanno uscendo alla luce in piccole dosi negli ultimi mesi e servono secondo me come prova definitiva della confusione e del caos politico che impera nel mondo.

Appena alcuni mesi fa lessi per la prima volta alcune notizie sull’esistenza del gas di scisto. Si leggeva che gli Stati Uniti disponevano di riserve per supplire le loro necessità di questo combustibile per 100 anni. Dal momento che dispongo attualmente di tempo per indagare su temi politici, economici e scientifici che possono essere realmente utili ai nostri popoli, mi comunicai discretamente con varie persone che risiedono a Cuba o all’estero del nostro paese. Curiosamente, nessuna di queste aveva ascoltato una parola sul tema. Non era naturalmente la prima volta che questo succedeva. Uno si meraviglia di fatti importanti di per sé che si nascondono in un vero mare di informazioni, mischiate con centinaia o migliaia di notizie che circolano per il pianeta.

Ho persistito, nonostante, nel mio interesse sul tema. Sono trascorsi solo vari mesi ed il gas di scisto non è già notizia. In vigilis del nuovo anno si conoscevano già sufficienti dati per vedere con ogni chiarezza la marcia inesorabile del mondo verso l’abisso, minacciato da rischi tanto eccessivamente gravi come la guerra nucleare ed il cambiamento climatico. Del primo, parlai già; del secondo, in onore della brevità, mi limiterò ad esporre dati conosciuti ed alcuni per conoscere che nessun quadro politico o persona sensata deve ignorare.

Non vacillo nell’affermare che osservo entrambi i fatti con la serenità degli anni vissuti, in questa spettacolare fase della storia umana che hanno contribuito all’educazione del nostro popolo coraggioso ed eroico.

Il gas si misura in TCF, che possono riferirsi a piedi cubi o metri cubi -non sempre si spiega se è uno o l’altro – dipende dal sistema di misure che si applichi in un determinato paese. D’altra parte, quando si parla di miliardi normalmente si riferiscono al miliardo spagnolo che significa un milione di milioni; tale cifra in inglese si qualifica come trilione cosa deve tenersi in conto quando si analizzano le quantità riferite al gas che normalmente sono in volumi. Tenterò di segnalarlo quando sia necessario.

L’analista nordamericano Daniel Yergin, autore di un voluminoso classico di storia del petrolio affermò, secondo l’agenzia di notizie IPS che già un terzo di tutto il gas che si produce negli Stati Uniti è gas di scisto.

‘..lo sfruttamento di una piattaforma con sei pozzi può consumare 170.000 metri cubi di acqua e perfino provocare effetti dannosi come avere influenza su movimenti sismici, inquinare acque sotterranee e superficiali, e colpire il paesaggio’.

Il gruppo britannico BP informa da parte sua che ‘le riserve provate di gas convenzionale o tradizionale nel pianeta sommano 6.608 miliardi -milioni di milioni- di piedi cubi, circa 187 miliardi di metri cubi, […] ed i depositi più grandi sono in Russia (1.580 TCF), Iran (1.045), Qatar (894), ed Arabia Saudita e Turkmenistan, con 283 TCF ognuno’. Si tratta del gas che si veniva producendo e commercializzando.

‘Uno studio dell’EIA –un’agenzia governativa degli Stati Uniti sull’energia- pubblica in aprile del 2011 che trovò praticamente lo stesso volume (6.620 TCF o 187,4 miliardi di metri cubi) di shale gas ricuperabile in appena 32 paesi, ed i giganti sono: Cina (1.275 TCF), Stati Uniti (862), Argentina (774), Messico (681), Sudafrica (485) ed Australia (396 TCF)”. Shale gas è il gas di scisto. Si osservi che d’accordo a quello che si conosce, Argentina e Messico ne possiedono quasi quanto gli Stati Uniti. Cina, coi maggiori giacimenti, possiede riserve che equivalgono quasi al doppio di questi ed un 40% in più degli Stati Uniti.

‘…paesi da secoli dipendenti di fornitori stranieri conterebbero su un’ingente base di risorse in relazione col loro consumo, come Francia e Polonia che importano 98 e 64%, rispettivamente, del gas che consumano, e che avrebbero in rocce di scisto o “lutite” riserve superiori a 180 TCF ognuno.”

‘Per estrarre le ‘lutite” -segnala IPS- si ricorre ad un metodo battezzato ‘fracking ‘ (frattura idraulica), con l’iniezione di grandi quantità di acqua con sabbie ed additivi chimici. L’impronta di carbonio (proporzione di biossido di carbonio che libera nell’atmosfera) è molto maggiore che quella generata con la produzione di gas convenzionale.

‘Quando si tenta di bombardare cappe della crosta terrestre con acqua ed altre sostanze, si incrementa il rischio di danneggiare il sottosuolo, suoli, cappe idriche sotterranee e superficiali, il paesaggio e le vie di comunicazione se le installazioni per estrarre e trasportare la nuova ricchezza presentano difetti o errori di maneggio’.

Basti segnalare che tra le numerose sostanze chimiche che si iniettano con l’acqua per estrarre questo gas si trovano il benzene ed il toluene che sono sostanze terribilmente cancerogene

L’esperto Lourdes Melgar, dell’Istituto Tecnologico e degli Studi Superiori di Monterrey, pensa che:

‘È una tecnologia che genera molto dibattito e sono risorse ubicate in zone dove non c’è acqua ‘….

‘Le lutite gassose -afferma IPS- sono cave di idrocarburi non convenzionali, incagliate in rocce che le proteggono, per questo si applica la frattura idraulica (conosciuta in inglese come ‘fracking ‘) per liberarle a grande scala.”

“La generazione di gas shale include alti volumi di acqua e lo scavo e frattura generano grandi quantità di residui liquidi che possono contenere chimici sciolti ed altri agenti inquinanti che richiedono un trattamento prima di essere buttato.”

“La produzione di scisto saltò da 11.037 milioni di metri cubi nel 2000 a 135.840 milioni nel 2010. Nel caso che l’espansione continui questo ritmo, nel 2035 arriverà a coprire il 45% della domanda di gas generale, secondo l’EIA.

“Investigazioni scientifiche recenti hanno allertato sul profilo ambientale negativo del gas lutite.

“L’accademico Robert Howarth, Renee Santoro ed Anthony Ingraffea, dell’Università statunitense di Cornell, conclusero che questo idrocarburo è più inquinante del petrolio ed il gas, secondo il loro studio ‘Metano e l’impronta di gas ad effetto serra del gas naturale proveniente da formazioni di shale ‘, pubblicato nell’aprile scorso sulla rivista Climatic Change.

“‘L’orma carbonica è maggiore che quella del gas convenzionale o il petrolio, visti in qualunque orizzonte temporaneo, ma particolarmente in un lasso di 20 anni. Comparata col carbone, è almeno un 20% maggiore e forse più del doppio in 20 anni’, risaltò la relazione.”

“Il metano è uno dei gas ad effetto serra più inquinanti, responsabili dell’aumento della temperatura del pianeta.”

“‘In aree attive di estrazione (uno o più pozzi in un chilometro), le concentrazioni medie e massime di metano in pozzi di acqua potabile si incrementarono con prossimità al pozzo gassoso più vicino e furono un pericolo di esplosione potenziale ‘, cita il testo scritto da Stephen Osborn, Avner Vengosh, Nathaniel Warner e Robert Jackson, della Università statale di Duke.

“Questi indicatori mettono in discussione l’argomento dell’industria che lo scisto può sostituire il carbone nella generazione elettrica e, pertanto, una risorsa per mitigare il cambiamento climatico.

“‘È un’avventura troppo prematura e rischiosa ‘.”

“Nell’aprile del 2010, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha messo in moto l’Iniziativa Globale di Gas Shale per aiutare i paesi che cercano approfittare di questa risorsa per identificarlo e svilupparlo, con un eventuale beneficio economico per le multinazionali di quella nazione.”

Sono stato inevitabilmente esteso, non avevo un’altra opzione. Redigo queste linee per il sito web Cubadebate e per Telesur, una delle emittenti di notizie più serie ed oneste del nostro rassegnato mondo.

Per abbordare il tema ho lasciato passare i giorni festivi del vecchio e del nuovo anno.

LINK: La marcha hacia el abismo

TRADUZIONE DI: Prensa Latina -Agenzia di Stampa LatinoAmericana

Perché agli USA serve una grande guerra

di: Viktor Burbaki

Attualmente ci troviamo nel mezzo d’una fase di turbolenza del ciclo evolutivo mondiale, cominciata negli anni ’80 e destinata a terminare per la metà del XXI secolo. Nel corso di tale processo, gli USA stanno evidentemente perdendo il loro status di superpotenza…

Stime fornite dagli esperti dell’Accademia Russa delle Scienze mostrano che l’attuale periodo di forte instabilità dovrebbe terminare attorno al 2017-2019, con una crisi. La crisi non sarà profonda quanto quelle del 2008-2009 e del 2011-2012, e segnerà la transizione verso un’economia edificata su una nuova base tecnologica. Il rinnovamento economico probabilmente comporterà, nel 2016-2020, grossi mutamenti nell’equilibrio mondiale di potenza e grandi conflitti politico-militari che coinvolgeranno sia i pesi massimi dell’agone globale, sia i paesi in via di sviluppo. Presumibilmente, gli epicentri dei conflitti saranno nel Medio Oriente e nell’Asia Centrale post-sovietica.

Il secolo del dominio politico-militare e della supremazia economica globale degli USA è prossimo alla fine. Gli USA hanno fallito la prova dell’unipolarità e, feriti dai permanenti conflitti mediorientali, mancano oggi delle risorse necessarie a mantenere la guida mondiale.

La multipolarità implica una distribuzione più equa delle risorse mondiali ed una profonda trasformazione d’istituzioni internazionali come l’ONU, il FMI, la Banca Mondiale ecc. Al momento il Washington Consensus pare morto e sepolto, e l’agenda globale dovrebbe avere al primo posto la costruzione di un’economia con molti meno livelli d’incertezza, più rigidi regolamenti finanziari, ed una maggiore equità nell’allocazione dei ritorni e profitti economici.

I centri dello sviluppo economico stanno slittando dall’Occidente, che vanta la rivoluzione industriale tra i suoi grandi meriti, all’Asia. Cina e India dovrebbero prepararsi ad una corsa economica senza precedenti, con sullo sfondo una più ampia competizione tra le economie, che sfruttano i modelli del capitalismo di Stato e della democrazia tradizionale. Cina e India, i due paesi più popolosi al mondo, definiranno le direzioni ed il ritmo dello sviluppo futuro, ma la grande battaglia per la supremazia mondiale sarà combattuta tra USA e Cina: in palio c’è anche la scelta del sistema politico e del modello socie-economico post-industriale per il XXI secolo.

La domanda che sorge è: come reagiranno a questa transizione gli USA?

***

Va tenuto conto che qualsiasi strategia statunitense parte dall’assunto che sia inaccettabile perdere la supremazia mondiale.

Il collegamento tra leadership mondiale e prosperità nel XXI secolo è un assioma per le élites statunitensi, indipendente da tutti i dettagli politici.

Modelli matematici delle dinamiche geopolitiche globali portano a concludere che l’unica opzione a disposizione degli USA per arrestare il rapido disfacersi del suo status geopolitico impareggiato, sia quella di vincere un conflitto convenzionale su larga scala.

Non è un segreto che occasionalmente hanno funzionato (si pensi al collasso dell’URSS) anche metodi non militari di sbarazzarsi dei rivali, e le corrispondenti tecnologie sono costantemente affinate negli USA. D’altro canto, ad oggi paesi come la Cina o l’Iran sono apparsi evidentemente immuni alla manipolazione esterna. Se le attuali dinamiche geopolitiche dovessero persistere, ci si può attendere il cambiamento di leadership mondiale per il 2025, ed il solo modo per gli USA di arrestare questo processo è scatenare una grande guerra…

Il paese che stia per perdere la supremazia non ha altra opzione che colpire per primo, ed è ciò che Washington sta facendo da circa 15 anni. La peculiare tattica degli USA è di scegliere come bersagli non i candidati alternativi alla supremazia geopolitica, ma paesi che appaiono più facili da affrontare al momento. Attaccando Jugoslavia, Afghanistan o Iraq, gli USA hanno cercato di gestire problemi puramente economici, o regionali; ma una questione più grande richiederà senz’altro un bersaglio assai più significativo. Gli analisti militari ritengono che i candidati più a rischio d’essere presi a bersaglio nel nome d’una nuova redistribuzione globale siano l’Iran più la Siria ed i gruppi sciiti quali il libanese Hezbollah.

La redistribuzione è, di fatto, in corso. La Primavera Araba, tramata e gestita da Washington, ha creato le condizioni appropriate ad una fusione del mondo musulmano in un singolo califfato. Gli USA ritengono che questa nuova formazione aiuterà la vacillante superpotenza a mantenere la propria presa sulle risorse energetiche chiave a livello mondiale, e a salvaguardare i suoi interessi rispetto all’Asia e all’Africa. Senza dubbio, la sfida che ha indotto gli USA ad architettare questo nuovo tipo di sistemazione è il crescente potere della Cina.

Liberarsi di Iran e Siria, che si frappongono sulla strada del dominio globale statunitense, sarebbe il prossimo passo naturale per Washington. I tentativi di rovesciare il regime iraniano fomentando disordini tra la popolazione sono falliti clamorosamente, ed analisti militari sospettano che all’Iran spetti uno scenario analogo a quelli visti in Iraq e Afghanistan. Il piano ha serie possibilità di realizzarsi, anche se oggi persino il ritiro da Iraq e Afghanistan pone considerevoli problemi agli USA.

La realizzazione del progetto del Grande Medio Oriente – assieme a notevoli danni alla posizione di Russia e Cina – sarebbe l’obiettivo centrale che gli USA sperano di conseguire combattendo una grande guerra… Il disegno è divenuto ampiamente noto negli USA dopo la pubblicazione sul Armed Forces Journal della celebre mappa di Peters. La motivazione di fondo sta nell’espellere Russia e Cina dal Mediterraneo e dal Medio Oriente, nel tagliar fuori la Russia dal Caucaso Meridionale e dall’Asia Centrale, e nel disconnettere la Cina dai suoi fornitori d’energia più importanti.

Il materializzarsi del Grande Medio Oriente rovinerebbe le prospettive russe di costante e pacifico sviluppo; infatti l’instabile Caucaso del Sud, controllato dagli USA, trasmetterebbe ondate destabilizzanti nel Caucaso del Nord. Dal momento che la destabilizzazione sarebbe condotta da forze fondamentaliste islamiche, tutte le regioni russe a prevalenza musulmana sarebbero coinvolte.

Gli USA non sono più in grado di sostenere il Washington Consensus facendo affidamento su strumenti politici ed economici.

Il cinese Jemin Jibao ha dipinto un quadro di strabiliante chiarezza, quando ha scritto che gli USA sono diventati un parassita mondiale che stampa illimitate quantità di dollari e le esporta per pagare le sue importazioni, e dunque sostiene gli eccessivi livelli di vita nordamericani derubando il resto del mondo. Il primo ministro russo ha espresso una visione simile durante il suo viaggio in Cina, il 17 novembre 2011.

Attualmente la Cina sta lavorando alacremente per limitare la sfera di circolazione del dollaro. La quota di valuta statunitense nelle riserve cinesi sta precipitando, e nell’aprile 2011 la Banca Centrale cinese ha annunciato il progetto di escludere totalmente il dollaro nelle compensazioni internazionali. Il colpo inferto al dominio valutario statunitense non è ovviamente destinato a rimanere senza risposta. Anche l’Iran sta cercando di ridurre la quota del dollaro nelle sue transazioni: nel luglio 2011 ha aperto una borsa petrolifera iraniana, dove sono accettati solo l’euro e la moneta persiana. Iran e Cina stanno negoziando di barattare prodotti cinesi col petrolio iraniano, rendendo così possibile, tra le altre cose, scavalcare le sanzioni imposte all’Iran. Il dirigente iraniano ha affermato che il volume degli scambi con la Cina dovrà raggiungere i 100 miliardi di dollari, e ciò renderebbe inefficaci i piani statunitensi per isolare l’Iran.

Gli sforzi statunitensi per destabilizzare il Medio Oriente potrebbero attribuirsi in parte al calcolo che la ricostruzione della regione, se devastata, richiederebbe massicce iniezioni di dollari, favorendo così la rivitalizzazione dell’economia statunitense. Nel 2011 la strategia statunitense mirante a preservare il dominio globale ha cominciato a tradursi in politiche basate sulla forza, dal momento che Washington vede nel deprezzamento dei possedimenti in dollari una possibile soluzione alla crisi. Una grande guerra potrebbe servire allo scopo. Il vincitore sarebbe in grado d’imporre al mondo le sue condizioni, come avvenne nel 1944 con la creazione del sistema di Bretton-Woods. Per Washington, guidare il mondo può valere una grande guerra.

Può l’Iran, fornitagli la necessaria assistenza, mettere fine all’espansione universale statunitense? La questione sarà trattata nel prossimo articolo.

Fonte: Strategic Culture Foundation

Traduzione di Daniele ScaleaGeopolitica Rivista

La sicurezza di Babbo Natale

di: Manlio Dinucci

Ogni anno, si racconta ai bambini, Babbo Natale fa il giro del mondo su una slitta volante, trainata da renne. Ma chi si occupa della sua sicurezza? Il Norad, il Comando di difesa aerospaziale nordamericano. Il 24 dicembre, nel quartier generale di Peterson (Colorado), viene attivato un centro operativo reale, il Norad Tracks Santa Operation Center, che, con un personale di 1.200 specialisti e volontari, simula di seguire la rotta di Santa Claus di minuto in minuto, riportandola su Google Earth, e risponde a quanti chiedono informazioni (http://www.noradsanta.org/it/index.html). Appena Babbo Natale decolla dal Polo Nord – spiega il Norad – viene localizzato dai radar del comando aerospaziale, che ne segue la rotta con i satelliti in orbita geosincrona, dotati di sensori a infrarossi, e sofisticate telecamere digitali. Quando la slitta di Babbo Natale si avvicina al Nord America, si levano in volo caccia canadesi e statunitensi (CF-18, F-15, F-16, F-22), in questo caso non per abbattere il velivolo ma per scortarlo. Una grande favola messa in scena, usando però un centro operativo reale e riferendosi, nella simulazione, a satelliti militari ed aerei reali, usati per la guerra. Una grande operazione di immagine, iniziata nel 1955, che con Internet si è trasformata in una campagna propagandistica planetaria. «La vigilia di Natale – spiega il generale Charles Jacoby – i bambini del mondo contano sul Norad perché Santa Claus possa completare la sua missione in tutta sicurezza». Il messaggio pubblicitario è chiaro: la missione del Norad non è la guerra, ma la sicurezza del mondo. Lo garantisce un eccezionale testimonial: Babbo Natale. Non nuovo a compiti di questo genere. Negli Stati uniti, il mitico personaggio, immigrato dall’Europa, fu arruolato nel 1863 dai nordisti nella Guerra civile per portare regali ai soldati al fronte, vestito a stelle e strisce. Quindi, negli anni Trenta, fu assunto dalla Coca-Cola, la multinazionale che lo rese celebre in tutto il mondo nella sua immagine attuale. Nella mappa su Google Earth, il Babbo Natale del Norad, man mano che sorvola le regioni del mondo, lascia pacchi regalo con un bel fiocco rosso. Anche in Afghanistan, Pakistan, Iraq, Libia, per la gioia dei bambini che dai velivoli Usa hanno visto finora cadere solo bombe. Anche in Iran e in Siria, dove nei pacchi c’è il regalo di una nuova guerra in preparazione. Nella mappa non compaiono invece i pacchi regalo per i politici e i militari che fanno le guerre. Eppure li aspettano con ansia, perché, come dicono gli psicologi, in tutti noi c’è un bambino nascosto. A questi bambini cresciuti e viziati, il Babbo Natale del Norad porterà costosissimi regali, pagati col denaro pubblico. Come l’F-35 Lightning, il caccia di quinta generazione che tra poco si leverà in volo per scortare la slitta di Babbo Natale, mostrando così al mondo che «garantisce la sicurezza delle nuove generazioni», e per bombardare negli altri giorni i paesi dove il Santa Claus del Norad ha lasciato i pacchi regalo. Riflettendo su tutto questo, qualcuno concluderà che non ci si può fidare di Babbo Natale e che è meglio scegliere il Presepe. Ma non vi troverà la Sacra Famiglia, arrestata a un check-point israeliano.

IlManifesto.it

Preparativi per attaccare l’ Iran con armi nucleari. “Nessuna opzione è fuori dal tavolo”

di: Michel Chossudovsky

Quando una guerra nucleare sponsorizzata dagli USA diventa uno” strumento di pace “, condonata e accettata dalle istituzioni mondiali e dalle più alta autorità, comprese le Nazioni Unite, non si può tornare indietro: la società umana è stata precipitata a capofitto sul sentiero dell’ auto – distruzione. “( Towards a World War III Scenario , Global Research, maggio 2011)

Il mondo è a un bivio pericoloso. L’America è su un sentiero di guerra. 

La terza guerra mondiale non è più un concetto astratto.

Gli Stati Uniti e i suoi alleati si stanno preparando a lanciare una guerra nucleare contro l’Iran con conseguenze devastanti. 

Questa avventura militare minaccia, nel vero senso della parola, il futuro dell’umanità.

Il progetto militare globale del Pentagono è la conquista del mondo.

Il dispiegamento militare delle forze USA-NATO sta avvenendo contemporaneamente in diverse regioni del mondo.

I pretesti e le “giustificazioni” per la guerra abbondano. L’Iran è oggi annunciato come una minaccia per Israele e il Mondo.

La guerra contro l’Iran è sul tavolo del Pentagono da più di otto anni. In sviluppi recenti , sono state lanciate rinnovate minacce e accuse contro Teheran.

Una “guerra di stealth” è già iniziata. Gli agenti del Mossad sono sul terreno. Formazioni paramilitari segrete sono in fase di lancio in Iran mentre i droni della Cia sono già stati schierati.

Nel frattempo, Washington, Londra, Bruxelles e Tel Aviv hanno lanciato specifiche  iniziative destabilizzanti per soffocare l’Iran diplomaticamente, finanziariamente ed economicamente .

Il Congresso degli Stati Uniti ha formulato un regime di sanzioni economiche ancora più pesante:

 “E’ emerso, a Washington, un consenso bipartisan favorevole a strangolare l’economia iraniana”. Ovvero consistente nell’attuazione di “un emendamento al disegno di legge di autorizzazione alla difesa 2012, progettato per “portare al collasso l’economia iraniana “… rendendo praticamente impossibile a Teheran di vendere il suo petrolio“. (Tom Burghardt,  Target Iran: Washington’s Countdown to War , Global Research, dicembre 2011). :

Questa nuova ondata di clamore diplomatico insieme alla minaccia di sanzioni economiche ha anche contribuito ad innescare un alone di incertezza nel mercato del greggio, con conseguenze potenzialmente devastanti per l’economia globale.

Nel frattempo, i media hanno rinnovato la loro propaganda relativa al presunta programma nucleare iraniano, che punta ad “attività legate alla possibile militarizzazione.”

In recenti sviluppi, a fatica ammessi dai media americani, il presidente Barack Obama ha incontrato privatamente (il 16 dicembre), a porte chiuse,  il Ministro della Difesa israeliano Ehud Barak. L’incontro si è tenuto alla periferia di Washington DC presso l’Hotel Gaylord, a National Harbor, Maryland, sotto gli auspici della Union for Reform Judaism .

L’importanza di questo tempistivo incontro privato sotto gli auspici della URJ non può essere sottovalutata. I resoconti suggeriscono che il faccia a faccia O.Barack / E. Barak sia stato incentrato in gran parte sulla questione di un attacco USA-Israele contro l’Iran.

Scrivendo su Haaretz, l’analista politico israeliano Amir Oren ha descritto questo incontro come una potenziale “luce verde” per Israele nel lanciare una guerra totale contro l’Iran:

E ‘possibile che l’incontro di venerdì scorso, durato mezz’ora, presso l’Hotel Gaylord a National Harbor, nel Maryland, tra il presidente americano Barack Obama e il ministro della Difesa Ehud Barak verrà ricordato nella storia di Israele come il momento in cui Barack O. ha dato il via libera ad E. Barak – nel bene e nel male – per attaccare l’Iran ..? Questo può essere visto come una sorta di flashback del colloquio tra il ministro della Difesa Ariel Sharon e il Segretario di Stato Alexander Haig a Washington nel maggio del 1982, che ha dato origine alla (erronea) impressione di Israele che ci fosse un’intesa con gli Stati Uniti per andare in guerra contro il Libano (No sign U.S. has given Israel green light to strike Iran – Haaretz Daily Newspaper | Israel News)

Dopo questo incontro privato, Obama ha tenuto un discorso alla Plenaria Biennale della  Union for Reform Judaism, per rassicurare il suo pubblico che “la cooperazione tra i nostri militari [e i servizi segreti] non è mai stata più forte.”

Obama ha evidenziato che l’Iran è una minaccia per la sicurezza di Israele, degli Stati Uniti e per il mondo … Ed è per questo che la nostra politica è stata assolutamente chiara: Siamo determinati a impedire all’Iran di acquisire armi nucleari …. Ed è per questo … abbiamo imposto le più ampie, le più dure  sanzioni che il regime iraniano abbia mai affrontato …. Ed è per questo che, posso assicurarvi, non lasceremo alcuna opzione fuori dal tavolo “. (Trascrizione - President Obama Union for Reform Judaism Speech Video Dec. 16. 2011: Address at URJ Biennial, 71st General Assembly  – enfasi aggiunta).

Verso un attacco “coordinato” Stati Uniti-Israele contro l’Iran

Nelle ultime settimane, i tabloid statunitensi sono stati letteralmente tappezzati con le  dichiarazioni di Hillary Clinton e del segretario della Difesa Leon Panetta che “nessuna opzione è fuori dal tavolo“. Panetta ha lasciato intendere, tuttavia, “che Israele non dovrebbe prendere in considerazione un’azione unilaterale contro l’Iran“, sottolineando “che qualsiasi operazione militare contro l’Iran da parte di Israele deve essere coordinata con gli Stati Uniti e avere il suo sostegno“. (Dichiarazione del 2 dicembre di Panetta presso il Centro Saban citata in U.S. Defense Secretary: Iran could get nuclear bomb within a year – Haaretz , 11 dicembre 2011, enfasi aggiunta)

La minaccia della guerra nucleare contro l’Iran

La dichiarazione che “nessuna opzione è fuori dal tavolo” intima che gli Stati Uniti non solo prevedono un attacco all’Iran, ma che questo attacco potrebbe includere l’uso di armi nucleari tattiche Bunker Buster con una capacità esplosiva tra un terzo e sei volte la bomba di Hiroshima. Con crudele ironia, queste bombe nucleari “umanitare” e “peace-making” “Made in America” ​​- che secondo il “parere scientifico” sotto contratto del Pentagono sono “innocue per la popolazione civile circostante” – sono previste per essere usate contro l’ Iran, come rappresaglia al suo inesistente programma di armi nucleari.

Mentre l’Iran non ha armi nucleari, quello che viene raramente riconosciuto, è che i cinque (ufficialmente) “Stati non-nucleari”, Germania, Belgio, Paesi Bassi, Italia e Turchia, hanno  armi nucleari tattiche degli Stati Uniti sul loro territorio, sotto il comando nazionale nelle loro rispettive basi militari. Questo arsenale nucleare è previsto che possa essere utilizzato contro l’Iran.

L’ accumulo e il dispiegamento delle bombe tattiche B61 in questi cinque “stati non nucleari” è stato concepito per obiettivi in Medio Oriente. Inoltre, in conformità con i “piani d’attacco della NATO”, queste bombe termonucleari B61 bunker buster (conservate dagli “stati non nucleari”) potrebbero essere lanciate contro obiettivi in Russia o in paesi del Medio Oriente come la Siria e l’Iran (citato in  National Resources Defense Council, Nuclear Weapons in Europe , febbraio 2005, enfasi aggiunta)

Mentre questi “stati nucleari non dichiarati ‘accusano Teheran di sviluppare armi nucleari, senza alcuna prova documentale, essi stessi hanno testate nucleari, destinate a colpire l’ Iran, la Siria e la Russia. (Vedi Michel Chossudovsky,  Europe’s Five “Undeclared Nuclear Weapons States” , Global Research, 12 febbraio 2010)

Le armi nucleari di Israele  sono puntate contro l’Iran. Il  congiunto “Coordinamento”  USA-Israele per il dispiegamento delle armi nucleari

E’ Israele, piuttosto che l’Iran, una minaccia alla sicurezza globale.

Israele possiede 100-200 testate nucleari strategiche , che sono completamente schierate contro l’Iran.

Già nel 2003, Washington e Tel Aviv avevano confermato che stavano collaborando allo “ sviluppo dei missili cruise Harpoon , in dotazione degli Stati Uniti, armati con testate nucleari sui sottomarini classe Dolphin della flotta di Israele.”(The Observer, 12 October 2003) .

Secondo il generale russo Leonid Ivashov:

I circoli politici e militari israeliani stavano rilasciando dichiarazioni sulla possibilità di attacchi missilistici e nucleari contro l’Iran fin dall’ottobre 2006, quando l’idea è stata immediatamente sostenuta da G. Bush. Attualmente [2007] è propagandato sotto forma di una “necessità” di attacchi nucleari. Al pubblico viene insegnato a credere che non c’è niente di mostruoso riguardo tale possibilità e che, al contrario, un attacco nucleare è piuttosto fattibile. Presumibilmente, non c’è altro modo per “fermare” l’Iran. (General Leonid Ivashov, Iran Must Get Ready to Repel a Nuclear Attack, Global Research, January 2007 enfasi aggiunta)

Vale la pena notare che all’inizio del secondo mandato di Bush, il vice presidente Dick Cheney aveva accennato, senza mezzi termini, al fatto che l’Iran era “proprio in cima alla lista” degli stati canaglia nemici dell’America, e che Israele avrebbe, così parlando, “bombardato al posto nostro”, senza il coinvolgimento militare degli Stati Uniti e senza che noi facessimo alcun tipo pressione su di loro “per farlo”.

In questo contesto, l’ analista politico e storico Michael Carmichael ha sottolineato l’integrazione e il coordinamento delle decisioni militari tra gli Stati Uniti e Israele riguardanti il ​​dispiegamento di armi nucleari:

Piuttosto che  un attacco nucleare americano diretto contro difficili obiettivi  iraniani,  Israele ha ricevuto il compito di lanciare un gruppo coordinato di attacchi nucleari contro obiettivi rappresentati dagli impianti nucleari nelle città iraniane di Natanz, Isfahan e Arak (Michael Carmichael, Global Research, January 2007)

“Nessuna opzione fuori dal tavolo”. Cosa significa nel contesto della pianificazione militare? L’ integrazione di sistemi convenzionali e armi nucleari

Le regole e le linee guida dei militari americani che disciplinano l’uso di armi nucleari sono state “liberalizzate” (ovvero “liberalizzate” in relazione a quelle in vigore durante la Guerra Fredda). La decisione di usare armi nucleari tattiche contro l’Iran non dipende più dal comandante in capo, vale a dire il presidente Barack Obama. Si tratta di una decisione strettamente militare. La nuova dottrina afferma che il Comando, il Controllo e il Coordinamento (CCC) per quanto riguarda l’uso di armi nucleari dovrebbe essere “flessibile”, in modo da permettere ai comandi di combattimento geografici di decidere se e quando utilizzare queste armi nucleari:

Conosciuta ufficialmente a Washington come “Joint Publication 3-12″, la nuova dottrina nucleare (Doctrine for Joint Nuclear Operations (DJNO) (marzo 2005)), chiede di “integrare gli attacchi nucleari e convenzionali” sotto un  unificato e “integrato” Comando e Controllo (C2).

Questo descrive  in gran parte la pianificazione della guerra come un processo di gestione decisionale, in cui gli obiettivi militari e strategici saranno raggiunti, attraverso un mix di strumenti, con poca preoccupazione per la perdita di vite umane.

Ciò significa che se sarà lanciato un attacco all’Iran, le armi nucleari tattiche saranno parte integrante dell’arsenale utilizzato.

Da un punto di vista decisionale militare, “nessuna opzione fuori dal tavolo” significa che i militari applicheranno “l’uso più efficiente della forza”. In questo contesto, le armi nucleari e convenzionali fanno parte di ciò che il Pentagono chiama “la cassetta degli attrezzi”, dalla quale i comandanti militari possono scegliere gli strumenti di cui hanno bisogno in conformità con le “circostanze in evoluzione” nel “teatro di guerra”. (Vedi Michel Chossudovsky, Is the Bush Administration Planning a Nuclear Holocaust?Global Research, 22 febbraio 2006)

Una volta che viene presa la decisione di lanciare un’operazione militare  (ad esempio attacchi aerei contro l’Iran), i comandanti nel teatro di guerra possono muoversi con una certa discrezionalità.  Questo significa, in pratica, che una volta che la decisione presidenziale è presa, USSTRATCOM, in collegamento con i comandanti sul campo, può decidere gli obiettivi e il tipo di armi da utilizzare. Le armi nucleari tattiche stoccate sono ormai considerate come parte integrante dell’arsenale. In altre parole, le armi nucleari sono diventate “parte della cassetta degli attrezzi”, usata in teatri di guerra convenzionali.( Michel Chossudovsky, Targeting Iran, Is the US Administration Planning a Nuclear Holocaust , Global Research, febbraio 2006, enfasi aggiunta)

L’integrazione della guerra convenzionale e nucleare 

Di notevole importanza riguardo il pianificato attacco contro l’Iran, alcuni documenti statunitensi militari puntano verso l’integrazione delle armi convenzionali e nucleari e l’uso di armi atomiche in una opzione preventiva in un teatro di guerra convenzionale.

Questa proposta di “integrazione” dei sistemi di armi tradizionali e nucleari venne formulata per la prima volta nel 2003 sotto il CONPLAN 8022. Quest’ultimo viene descritto come “un concept plan  per il rapido utilizzo del potenziale bellico nucleare, convenzionale, o di informazioni di guerra per distruggere – preventivamente, se necessario -” obiettivi urgenti “in tutto il mondo [tra cui l’Iran]. ” (Vedi Michel Chossudovsky,  US, NATO and Israel Deploy Nukes directed against Iran, Global Research, 27 settembre 2007). (Coordinato dal Comando Strategico degli Stati Uniti, CONPLAN è diventata operativo all’inizio del 2004. – Robert S. Norris and Hans M. Kristensen, Bulletin of Atomic Scientists ).

Il CONPLAN apre un vero e proprio vaso di Pandora militare. Si offusca la linea di demarcazione tra le armi convenzionali e quelle nucleari. Si apre la porta per l’uso preventivo, “ovunque nel mondo”, delle armi nucleari.

L’assenza di sensibilizzazione dell’opinione pubblica

La “comunità internazionale” ha approvato un attacco all’Iran in nome della pace nel mondo.

“Rendere il mondo più sicuro” è la giustificazione per lanciare un’operazione militare che potrebbe potenzialmente causare un olocausto nucleare.

Mentre si può concettualizzare la perdita di vite umane e la distruzione derivante dalle attuali guerre in Iraq e in Afghanistan, è impossibile comprendere appieno la devastazione che potrebbe derivare da una terza guerra mondiale, con l’utilizzo di “nuove tecnologie” e di armi avanzate, comprese le armi nucleari, fino a quando ciò non si verifica e diventa una realtà.

I media mainstream sono coinvolti nel blocco deliberato delle notizie e del dibattito su questi preparativi di guerra. La guerra contro l’Iran ed i pericoli di una escalation non sono considerate da “prima pagina”. I media mainstream hanno escluso l approfondimento e il dibattito sulle implicazioni di questi piani di guerra.

L’Iran non costituisce una minaccia nucleare.

La minaccia alla sicurezza globale proviene dall’alleanza militare USA-NATO-Israele che contempla – nel quadro del CONPLAN – l’uso di armi termonucleari contro uno stato non nucleare.

Con le parole del generale Ivashov, “Al pubblico viene insegnato a credere che non c’è niente di mostruoso riguardo tale possibilità“. Le armi nucleari sono “parte della cassetta degli attrezzi”.

Un attacco all’Iran avrebbe conseguenze devastanti, scatenerebbe una guerra regionale totale  dal Mediterraneo Orientale all’Asia Centrale, che potrebbe condurre l’umanità in uno scenario di Terza Guerra Mondiale.

L’amministrazione Obama rappresenta una minaccia nucleare.

La NATO costituisce una minaccia nucleare

I cinque “stati non-nucleari” europei (Germania, Italia, Belgio, Paesi Bassi, Turchia) con armi tattiche nucleari dispiegate sotto il comando nazionale, da utilizzare contro l’Iran, costituiscono una minaccia nucleare.

Il governo israeliano del primo ministro Benjamin Netanyahu, non solo costituisce una minaccia nucleare, ma anche una minaccia per la sicurezza del popolo d’Israele, il quale viene indotto in errore per quanto riguarda le implicazioni di un attacco USA-Israele contro l’Iran.

La compiacenza dell’opinione pubblica occidentale – tra cui segmenti del movimento contro la guerra negli Stati Uniti – è inquietante. Non è stata espressa alcuna preoccupazione a livello politico per le probabili conseguenze di un attacco USA-NATO-Israele contro l’Iran, usando armi nucleari contro uno Stato non nucleare.

Tale azione si tradurrebbe nell ‘impensabile”: un olocausto nucleare su gran parte del Medio Oriente.

Va notato che un incubo nucleare si sarebbe verificato anche senza l’uso di armi nucleari. Il bombardamento degli impianti nucleari iraniani con armi convenzionali può contribuire a scatenare un disastro tipo Chernobyl-Fukushima  con un’estesa ricaduta radioattiva.

Discorso di Barack Obama all’Union of Reform Judaism – 16 Dicembre, 2011

Trascrizione (Alcuni Estratti)

“Voglio dare il benvenuto al Vice Primo Ministro di Israele e Ministro della Difesa Ehud Barak. (Applausi) La cooperazione tra i nostri militari non è mai stata più forte e voglio ringraziare Ehud per la sua leadership e il suo impegno permanente per la sicurezza di Israele e per la ricerca di una giusta e duratura pace (Applausi)

Un’altra grave preoccupazione – e che rappresenta una minaccia per la sicurezza di Israele, degli Stati Uniti e per il mondo – è il programma nucleare iraniano. Ed è per questo che la nostra politica è stata assolutamente chiara: siamo determinati ad impedire all’Iran di acquisire armi nucleari. (Applausi) Ed è per questo che abbiamo lavorato meticolosamente dal momento in cui ho assunto l’incarico con gli alleati e i partner, e abbiamo imposto le più ampie, le più dure  sanzioni che il regime iraniano abbia mai affrontato.Non abbiamo solo parlato, lo abbiamo fatto. E abbiamo intenzione di mantenere la pressione. (Applausi) Ed è per questo che, posso assicurarvi, non lasceremo alcuna opzione fuori dal tavolo. Siamo stati chiari .

Continueremo a restare al fianco dei nostri amici e alleati israeliani, proprio come abbiamo fatto quando essi avevano più bisogno di noi. Nel mese di settembre, quando una folla minacciava l’ambasciata israeliana al Cairo, abbiamo lavorato per garantire che gli uomini e le donne che lavoravano li potessero essere al sicuro. (Applausi) L’anno scorso, quando gli incendi  minacciavano Haifa, abbiamo inviato aerei antincendio per domare il fuoco.

(Applauso)

Sotto la mia Presidenza, gli Stati Uniti d’America hanno fatto da guida, da Durban alle Nazioni Unite, contro i tentativi di utilizzare i forum internazionali per delegittimare Israele. E continueremo a farlo. (Applausi) Questo è quello che amici e gli alleati devono fare l’un per l’altro. Quindi non lasciate che nessun altro racconti una storia diversa. Ci siamo stati, e continueremo ad esserci. Questi sono i fatti. “(Applausi)

LINK: Preparing to Attack Iran with Nuclear Weapons: “No Option can be taken off the Table”. 

DI: Coriintempesta

Le smart bombs di Wall Street

di: Manlio Dinucci

Ci sono vari tipi di smart bombs, «bombe intelligenti», usate da quello che Les Leopold definisce efficacemente il «governo segreto di Wall Street», la potente oligarchia finanziaria che controlla lo stato (http://www.voltairenet.org/Wall-Street-secret-government). Le prime sono quelle propagandistiche che colpiscono il cervello, annebbiando gli occhi e facendo vedere cose inesistenti.

Sono oggi massicciamente impiegate per mistificare la realtà della crisi, per convincerci che essa è provocata dal debito pubblico e che, per salvarci, dobbiamo fare duri sacrifici tagliando le spese sociali. Il debito pubblico è però conseguenza, non causa della crisi. Essa è dovuta al funzionamento stesso del mercato finanziario, dominato da potenti banche e gruppi multinazionali. Basti pensare che il valore delle azioni quotate a Wall Street, e nelle Borse europee e giapponesi, supera quello di tutti i beni e servizi prodotti annualmente nel mondo. Le operazioni speculative, effettuate con enormi capitali, creano un artificioso aumento dei prezzi delle azioni e di altri titoli, che non corrisponde a una effettiva crescita dell’economia reale: una «bolla speculativa» che prima o poi esplode, provocando una crisi finanziaria. A questo punto intervengono gli stati con operazioni di «salvataggio», riversando denaro pubblico (e quindi accrescendo il debito) nelle casse delle grandi banche e dei gruppi finanziari privati che hanno provocato la crisi. Solo negli Stati uniti, l’ultimo «salvataggio» ammonta a oltre 7mila miliardi di dollari, dieci volte più di quanto ufficialmente dichiarato. Come ciò possa avvenire lo spiega il fatto che i candidati presidenziali sono finanziati, attraverso «donazioni» e in altri modi, dalle grandi banche, tra cui la Goldman Sachs, e che l’amministrazione Obama, appena entrata in carica, ha nominato in posti chiave loro persone di fiducia, facenti parte della Commissione Trilaterale. La stessa in cui Mario Monti, consulente internazionale della Goldman Sachs e ora capo del governo italiano, riveste il ruolo di presidente del gruppo europeo. Non c’è quindi da stupirsi se il governo segreto di Wall Street impiega, in funzione dei suoi interessi, anche «bombe intelligenti» reali. Non a caso le ultime guerre, effettuate dagli Stati uniti e dalla Nato, hanno «intelligentemente» colpito stati situati nelle aree ricche di petrolio (Iraq e Libia) o con una importante posizione regionale (Jugoslavia e Afghanistan). Stati come l’Iraq di Saddam Hussein, che minacciava di sganciarsi dal dollaro vendendo petrolio in euro e altre valute, o come la Libia di Gheddafi, che programmava di creare il dinaro d’oro quale concorrente del dollaro e promoveva organismi finanziari autonomi dell’Unione africana, il cui sviluppo avrebbe ridotto l’influenza della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale. Per analoghe ragioni si prendono ora di mira Siria e Iran. Crisi e guerra sono due facce della stessa medaglia. Anche perché la guerra fa crescere la spesa militare che, appesantendo il debito pubblico, impone ulteriori sacrifici.

L’Italia, stima il Sipri, è arrivata a una spesa militare annua di 28 miliardi di euro, all’incirca il costo della manovra. Ma non se ne parla. Le bombe di Wall Street sono davvero intelligenti.

IlManifesto.it

Sanzioni all’Iran: atto di guerra

di: Matteo Guinness

L’opinione pubblica mondiale e nazionale, soprattutto quella più falsamente “pacifista” è sempre pronta a blaterare sull’ingiustizia delle guerre, tanto da edificarci intorno vere e proprie costruzioni ideologiche; siamo abituati a cortei e soprattutto opinioni da “bar dello sport” in cui si scopre l’acqua calda scandalizzandosi della durezza dei conflitti e piangendo per le popolazioni devastate, ma sempre dalla guerra in generale e mai da precisi protagonisti mossi da strategie geopolitiche ben precise.

In questo modo le responsabilità non sono mai di nessuno, ma della “guerra” in generale così che tutto possa ricominciare da capo al successivo attacco unilaterale delle poche potenze che possono effettuarli e permetterseli (Usa, Nato, Israele).

Inoltre, nel caso queste potenze non avessero forze sufficienti per attaccare una popolazione e uno Stato non allineato ai propri interessi (gli esempi sono infiniti), si utilizza spesso un altro atto di guerra, quasi peggiore dei bombardamenti veri e propri, che colpisce tutta la popolazione interessata: parliamo delle sanzioni economiche. Sebbene queste siano accettate acriticamente da gran parte dell’opinione pubblica, hanno gli stessi effetti della guerra, sono decise unilateralmente per gli interessi della coalizione atlantica e colpiscono indiscriminatamente ogni civile presente sul territorio, non avendo nemmeno la scusa degli obiettivi militari. Potremmo considerarle simili allo spargimento di un virus letale e contagioso, una vera e propria arma biologica, inarrestabile e generale. Il caso studio più famoso, per aver prodotto una mole infinita di studi e ricerche, è quella delle sanzioni che vennero inflitte all’Iraq negli anni novanta, che produssero una vera e propria catastrofe umanitaria oltre che un ripensamento dottrinale nelle materie più disparate.

L’inesistenza di una base giuridica comune fa si che le sanzioni siano valutabili semplicemente da un punto di vista politico e morale ed essendo la superpotenza politica e morale attuale proprio la stessa che le infligge, ecco che sembra normale e giusto affamare e massacrare in questo modo intere popolazioni.

In questi giorni viene sottoposto a sanzioni l’Iran, perché vuole legittimamente sviluppare il nucleare per produrre energia, ma che, essendo un ostacolo agli Usa e Israele nel loro progetto di occupazione dell’Eurasia (partendo dal creare instabilità nel vicino e medio oriente), è continuamente minacciato di distruzione (così come la Siria) dagli alleati atlantici. Sarebbe auspicabile una presa di coscienza non solo geopolitica, necessaria per capire le strategie di Washington, ma anche “etica” così da rendersi conto che le sanzioni economiche imposte anche da un’Europa comandata dai burattinai d’oltre oceano, sono misure ingiuste e vergognose imposte ad una popolazione fiera ed orgogliosa, dalla quale bisognerebbe soltanto prendere esempio. Oggi toccherà a loro, ma il giorno che anche noi vorremmo finalmente fare scelte per il benessere degli italiani, saremmo pronti a subirci bombe o a essere assediati da sanzioni economiche?

Pubblicato anche su Stato&Potenza

Se tu vivessi in Iran, non vorresti avere la bomba nucleare?

di: Mehdi Hasan

Immaginate per un attimo di essere un mullah iraniano. Seduti a gambe incrociate sul vostro tappeto persiano a Teheran, sorseggiando una tazza di chai, il vostro sguardo è fisso sulla cartina del Medio Oriente appesa al muro. Quello che osservate su quella mappa è inquietante: il vostro paese, la Repubblica islamica dell’Iran, è circondato da virulenti nemici e rivali regionali, con alcuni di questi dotati anche di armi nucleari.

Sul confine orientale, gli Stati Uniti hanno 100.000 soldati in servizio in Afghanistan. Sul confine occidentale, l’ Iraq è occupato dal 2003 dagli Stati Uniti, con quest’ultimi intenzionati a trattenere una piccola forza di contractor e agenti della CIA, anche dopo il ritiro ufficiale previsto per il mese prossimo. A sud- est vi è il Pakistan, nazione che dispone di armi nucleari, a nord-ovest vi è la Turchia, alleato NATO degli Stati Uniti, a nord-est il Turkmenistan, che ha operato come base di rifornimento per gli aerei da trasporto militare degli Stati Uniti dal 2002. A sud, oltre il Golfo Persico, osservate un gruppo di stati clienti degli Stati Uniti: il Bahrain, sede della Quinta Flotta americana, il Qatar, dove si trova il quartier generale del Comando Centrale USA, l’ Arabia Saudita, il cui re ha esortato l’America ad attaccare “l’Iran “e a ” tagliare la testa del serpente “.

Poi, naturalmente, a meno di un migliaio di chilometri a ovest, c’è Israele, il vostro nemico mortale, in possesso di oltre un centinaio di testate nucleari e con una storia nota di aggressioni preventive contro i suoi avversari.

La mappa che state osservando indica in modo chiaro che l’Iran è, letteralmente, circondato dagli Stati Uniti e dai suoi alleati.

Se questo non fosse abbastanza preoccupante, il vostro paese sembra anche essere sotto attacco (segreto). Diversi scienziati nucleari sono stati misteriosamente assassinati e, alla fine dello scorso anno, un sofisticato virus informatico è riuscito ad arrestare circa un quinto delle centrifughe nucleari dell’Iran. Lo scorso fine settimana, il “pioniere” del programma missilistico della Repubblica islamica, il generale Hassan Moghaddam, è stato ucciso – e con lui altre 16 persone – in una enorme esplosione in una base delle Guardie Rivoluzionarie, distante 40 km da Teheran. Andate online per scoprire i rapporti dei giornalisti occidentali che ritengono che dietro l’esplosione ci sia l’ombra del Mossad.

E poi fermatevi per ricordare la fondamentale lezione di geopolitica che voi e i vostri connazionali avete imparato nel corso degli ultimi dieci anni: gli Stati Uniti e i loro alleati hanno optato per la guerra contro l’Iraq, che non aveva  alcuna arma nucleare, mentre scelgono la diplomazia con la Corea del Nord, che invece possiede testate nucleari.

Se eravate un nostro mullah di Teheran, non avreste voluto che l’Iran possedesse la bomba – o, come minimo, una  “latenza nucleare” (cioè la capacità e la tecnologia di costruire rapidamente un’arma nucleare se minacciati di essere attaccati)?

Diciamolo chiaramente: non c’è ancora alcuna prova concreta sul fatto che l’Iran stia costruendo una bomba. L’ultimo rapporto dell’AIEA, nonostante il suo molto discusso riferimento alle “possibili dimensioni militari del programma nucleare iraniano“, ammette anche che i suoi ispettori continuano “a verificare la non diversione del materiale nucleare dichiarato negli  impianti nucleari [dell’Iran] “. I leader della Repubblica islamica – dal leader supremo, l’ Ayatollah Khamenei, al roboante presidente Mahmoud Ahmadinejad – sostengono che il loro obiettivo è solo quello di sviluppare un programma nucleare civile e non la costruzione di bombe atomiche.

Tuttavia, non sarebbe razionale per l’Iran – geograficamente circondato, politicamente isolato, e sentendosi minacciato –  volere il proprio arsenale di armi nucleari, a scopo difensivo e deterrente?Il Nuclear Posture Review del governo statunitense ammette che queste armi hanno un “ruolo fondamentale nel dissuadere potenziali avversari” e mantenere la “stabilità strategica” con le altre potenze nucleari. Nel 2006, il ministro della Difesa del Regno Unito ha affermato che il nostro deterrente nucleare strategico è stato progettato per “scoraggiare e prevenire il ricatto nucleare e gli atti di aggressione contro i nostri interessi vitali che non possono essere neutralizzati con altri mezzi“.

Come ha osservato George Perkovich, principale analista della politica nucleare degli Stati Uniti: “Il governo degli Stati Uniti non ha mai pubblicamente e oggettivamente valutato le motivazioni dei leader iraniani per la ricerca di armi nucleari e cosa gli Stati Uniti e altri potrebbero fare per rimuovere quelle motivazioni“. Invece, la Repubblica Islamica viene liquidata come irrazionale e megalomane.

Ma non sono solamente i leader iraniani a non essere disposti a fare marcia indietro sulla questione nucleare. Martedì scorso, circa 1.000 studenti iraniani hanno formato una catena umana attorno all’impianto di Isfahan, cantando “Morte all’America” e “Morte a Israele“. La loro protesta potrebbe essere stata organizzata dalle autorità, ma anche i dirigenti e i membri del Movimento Verde dell’ opposizione tendono a sostenere il programma iraniano di arricchimento dell’uranio. Secondo un sondaggio del 2010 condotto dall’ Università del Maryland, il 55% degli iraniani sono favorevoli al perseguimento da parte del loro paese del nucleare e, incredibilmente, il 38%  supporta la costruzione di una bomba nucleare.

Quindi che si deve fare? Le sanzioni non hanno funzionato e non funzioneranno. Gli iraniani non accettano compromessi su quello che ritengono essere un loro “inalienabile” diritto al nucleare sotto l’ambito del Trattato di non proliferazione. L’azione militare, come ha ammesso la settimana scorsa il segretario alla Difesa Leon Panetta , potrebbe avere “conseguenze indesiderate“, tra cui una reazione contro ” le forze Usa nella regione“. La minaccia di un attacco indurirà solamente la determinazione per un deterrente nucleare; la belligeranza fa crescere belligeranza.

Il semplice fatto è che non c’è alternativa alla diplomazia, non importa quanto aggressivi o paranoici possano sembrare i leader iraniani agli occhi degli occidentali. Se si vuole evitare che l’ Iran si doti delle armi nucleari, i politici americani devono ridurre la loro minacciosa retorica e affrontare la reale e razionale percezione, per le strade di Teheran e di Isfahan, dell’ America e di Israele come una minaccia militare per la Repubblica islamica. Gli iraniani sono timorosi, nervosi, stanno sulla difensiva – e, come mostra la mappa del Medio Oriente, forse non hanno tutti i torti. Come recita il vecchio adagio: “solo perchè sei paranoico non vuol dire che loro non sono davvero là fuori a cercarti“.

LINK:  If you lived in Iran, wouldn’t you want the nuclear bomb?

Di: Coriintempesta

Iran, lo scenario della catastrofe

di: Manlio Dinucci

Col tono da imbonitore, il ministro israeliano della difesa Ehud Barak ha annunciato che, se «il paese fosse costretto a una guerra» contro l’Iran, non gli costerebbe «100mila morti, né 10mila e neppure 1.000, ma appena 500 e anche meno se tutti stessero al riparo in casa». Non sono compresi, nel macabro calcolo, tutti gli altri morti.

Secondo alti funzionari britannici, l’attacco all’Iran potrebbe avvenire tra Natale e gli inizi del nuovo anno, con l’appoggio logistico statunitense. Gli esperti ritengono che i siti nucleari iraniani verrebbero colpiti con missili e cacciabombardieri, attraverso tre corridoi aerei: uno diretto attraverso Giordania e Iraq, uno meridionale attraverso Giordania ed Arabia saudita, uno settentrionale attraverso il Mediterraneo e la Turchia. Gli impianti nucleari verrebbero colpiti con bombe penetranti a testata non-nucleare, come le Blu-117 già fornite dagli Usa, che possono essere sganciate a oltre 60 km dall’obiettivo, su cui si dirigono automaticamente.

Che cosa avverrebbe se fosse distrutta la centrale nucleare iraniana di Bushher, che ha cominciato a produrre elettricità lo scorso settembre con una capacità di 60 megawatt? Si produrrebbe una nube radioattiva simile a quella di Cernobyl che, a seconda dei venti, si diffonderebbe sul Golfo persico o anche sul Mediterraneo. Ancora più gravi sarebbero le conseguenze se, per ritorsione, l’Iran colpisse il reattore israeliano di Dimona, la cui potenza viene stimata in 70-150 MW. L’Iran non possiede armi nucleari, ma ha missili balistici a medio raggio, testati lo scorso giugno, che con la loro gittata di circa 2.000 km sono in grado di raggiungere Israele. Tali missili sono installati in silos sotterranei e, quindi, difficilmente neutralizzabili con un attacco «preventivo». Se venisse danneggiato o distrutto il reattore di Dimona, che produce plutonio e trizio per le armi nucleari israeliane, la nube radioattiva si diffonderebbe non solo su Israele (Dimona dista appena 85 km da Gerusalemme), ma anche sulla Giordania (distante 25 km) e l’Egitto (distante 75 km). E, a seconda dei venti, potrebbe raggiungere anche l’Italia e altri paesi europei. Le radiazioni (soprattutto quelle dello iodio-131 e del cesio-137) provocherebbero col tempo migliaia di morti per cancro.

Questo è previsto da chi pianifica l’attacco all’Iran. E’ quindi previsto di neutralizzare la capacità di risposta dell’Iran. Ciò non potrebbe essere fatto dalle sole forze israeliane. Secondo Dan Plesch, direttore del Centro di studi internazionali dell’Università di Londra, «i bombardieri Usa sono già pronti a distruggere 10mila obiettivi in Iran in poche ore». E anche la Gran Bretagna, rivela The Guardian, è pronta ad attaccare l’Iran.

Il piano prevede sicuramene lo schieramento di armi nucleari israeliane (tra cui il missile Jericho a lungo raggio testato il 2 novembre) e anche statunitensi e britanniche. O per dissuadere l’Iran dall’effettuare una pesante rappresaglia, anche contro basi Usa nel Golfo, o per un attacco risolutivo effettuato con una bomba a neutroni, che contamina meno ma uccide di più. Una guerra all’Iran comporterebbe la più alta probabilità di un uso di armi nucleari dalla fine della guerra fredda ad oggi. Mentre l’opinione pubblica è concentrata sullo «spread» finanziario, aumenta lo «spread» umano, il differenziale tra le scelte politiche e quelle necessarie per la sopravvivenza della specie umana.

IlManifesto

L’ Iran (Non è il problema) -Film-

Documentario realizzato da pacifisti americani sul recente tentativo, da parte dei media, di spalleggiare il governo a iniziare una guerra nei confronti dell’Iran.

Una lucida e chiara descrizione della situazione medio orientale attuale. Le voci di questo film sono a volte discordanti tra esse ma tutte condividono che la guerra all’Iran sarebbe una guerra ingiusta, semmai esistesse una guerra giusta, disastrosa per il mondo.

Focalizza i perché di questa eventuale guerra e veri motivi che stanno alla base della globale situazione in una zona del mondo che non ha pace da ormai 50 anni.

Un film che chi vuole sapere e conoscere la verità, o cerca conferme alle sue conoscenze o intuizioni dovrebbe vedere.

da: Youtube

Prove di guerra Nato all’Iran

di: Manlio Dinucci

I caccia Nato di stanza a Decimomannu (Cagliari) avevano appena finito di bombardare la Libia, che subito si è svolta nella base aerea l’esercitazione Vega 2011. Ospite d’onore l’aviazione israeliana, che con quelle italiana, tedesca e olandese si è esercitata ad «attacchi a lungo raggio». Come riporta la stessa stampa israeliana, ciò rientra nella preparazione di un attacco agli impianti nucleari iraniani. L’esercitazione fa parte della cooperazione militare Italia-Israele, stabilita dalla Legge 17 maggio 2005. Rientra allo stesso tempo nel «Programma di cooperazione individuale» con Israele, ratificato dalla Nato il 2 dicembre 2008, circa tre settimane prima dell’attacco israeliano a Gaza. Esso comprende non solo esercitazioni militari congiunte, ma l’integrazione delle forze armate israeliane nel sistema elettronico Nato e la cooperazione nel settore degli armamenti. Così viene di fatto integrata nella Nato l’unica potenza nucleare della regione, Israele, anche se rifiuta di firmare il Trattato di non-proliferazione (mentre l’Iran, che non possiede armi nucleari, l’ha firmato).

Due giorni fa Israele ha testato un nuovo missile balistico a lungo raggio, che il ministro della difesa Ehud Barak ha definito «un importante passo avanti in campo missilistico e spaziale». Ciò conferma il rapporto di una commissione britannica indipendente, appena pubblicato dal Guardian,  secondo cui Israele è impegnato a potenziare le sue capacità di attacco nucleare, in particolare i missili balistici Jerico 3 con gittata intercontinentale di 8-9mila km e i missili da crociera lanciati dai sottomarini. Tale programma è supportato dai maggiori paesi della Nato.

La Germania ha fornito a Israele negli anni ’90 tre sottomarini Dolphin (due sotto forma di dono) e gliene consegnerà nel 2012 altri due (il cui costo di 1,3 miliardi di dollari viene finanziato per un terzo dal governo tedesco), mentre è aperta la trattativa per la fornitura di un sesto sottomarino.  I Dolphin, dotati dei più sofisticati sistemi di navigazione e combattimento, sono stati modificati così che possano lanciare missili da crociera nucleari a lungo raggio: i Popeye Turbo, derivati da quelli statunitensi, con gittata di 1.500 km.

Gli Stati uniti, che hanno già fornito a Israele oltre 300 cacciabombardieri F-16 e F-15, si sono impegnati a fornirgli almeno 75 caccia F-35 Joint Strike Fighter di quinta generazione (il cui costo unitario è salito a 120 milioni di dollari) e ad addestrare per primi i piloti israeliani, così da formare al più presto tre squadriglie di F-35 che costituiranno «una nuova punta di lancia strategica delle forze aeree israeliane». L’Italia, nel quadro dell’accordo di cooperazione militare, sta collaborando a progetti di ricerca congiunta soprattutto con gli istituti israeliani Weizmann e Technion, che compiono ricerche sulle armi nucleari e quelle di nuovo tipo.

In tale quadro rientra l’esercitazione di Decimomannu, confermando che si sta mettendo a punto un piano di attacco all’Iran, con la partecipazione di forze israeliane, statunitensi, britanniche e altre, supportate dai comandi e dalle basi Nato. E sicuramenrte il piano prevede, per scoraggiare eventuali pesanti rappresaglie, di puntare alla testa del paese attaccato la pistola con la pallottola nucleare in canna.

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