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Tag: iraq

Sigonella: marines in Sicilia per la Libia, prossimo Iraq

helicopter

di: Toni De Marchi

L’arrivo a Sigonella degli Osprey, quelle strane macchine volanti che non sono né aerei, né elicotteri, ha suscitato giustamente emozione e un po’ di sconcerto. Sono un pessimo segnale di quello che si sta preparando alle porte di casa nostra, in Libia certamente ma anche altrove in quel calderone ribollente che è oggi il nord Africa.

Con gli Osprey del Marine Medium Tiltrotor Squadron 365 sono arrivati anche alcuni Marine delSpecial-Purpose Marine Air-Ground Task Force, Crisis Response (SP-MAGTF CR). Un’unità trasferitasi all’inizio di aprile dagli Usa alla base aerea spagnola di Moron de la Frontera per servire da unità di intervento immediato per l’Africa Command statunitense.  Leggi Tutto…

I “Muri della vergogna”: il mondo di muri, zone di sicurezza e recinzioni elettrificate

di: Arthur Kalmeyer

Pubblicato originariamente in russo e redatto da Global Research

muri

MAROCCO

Il Grande Muro marocchino conosciuto come la “zona di sicurezza”. Questo muro, 2720 km di lunghezza, protegge il Marocco dalle azioni ostili dei guerriglieri del Polisario. Leggi Tutto…

Le radici storiche della guerra segreta USA-NATO contro la Siria

di: Michel Chossudovsky

Il reclutamento degli squadroni della morte fa parte di una ben consolidata agenda militar-spionistica degli Stati Uniti. Degli Stati Uniti, esiste una storia lunga e macabra, di finanziamenti clandestini e di sostegno di brigate del terrore e di omicidi mirati, risalente alla guerra del Vietnam.

Fin dall’inizio del marzo 2011, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno sostenuto la formazione di squadroni della morte e l’incursione di brigate terroristiche in un’impresa attentamente pianificata.Nel momento in cui le forze governative della Siria continuano a contrastare l’auto-proclamatosi “Libero Esercito Siriano” (FSA), le radici storiche della guerra segreta dell’Occidente contro la Siria, che ha prodotto come risultato atrocità senza pari, devono essere pienamente portate alla luce.

Il reclutamento e l’addestramento di brigate del terrore, sia in Iraq che in Siria, sono stati improntati sull’“Opzione Salvador”, un “modello terrorista” per uccisioni di massa da parte di squadroni della morte sponsorizzati dagli Stati Uniti nell’America Centrale.

La sua prima applicazione ha visto la luce in El Salvador, nel periodo di maggior successo della resistenza salvadoregna contro la dittatura militare, con la produzione conseguente di circa 75.000 decessi.

La formazione di squadroni della morte in Siria si fonda sulla storia e l’esperienza delle brigate terroristiche sponsorizzate dagli Stati Uniti in Iraq, secondo il programma di “contro-insurrezione” del Pentagono. 

L’istituzione di squadroni della morte in Iraq

Squadroni della morte sponsorizzati dagli USA sono stati reclutati in Iraq a partire dal 2004-2005 in un’iniziativa lanciata sotto la guida dell’ambasciatore statunitense John Negroponte, inviato a Baghdad dal Dipartimento di Stato nel giugno 2004.

Negroponte era “l’uomo giusto per il lavoro”.

Come ambasciatore degli Stati Uniti in Honduras dal 1981 al 1985, Negroponte aveva svolto un ruolo fondamentale nel sostenere e supervisionare i Contras del Nicaragua di base in Honduras, nonché nel sovrintendere alle attività degli squadroni della morte dell’esercito honduregno.

“Sotto il governo del generale Gustavo Alvarez Martinez, l’amministrazione militare dell’Honduras era una stretta alleata dell’amministrazione Reagan e responsabile della “scomparsa” di decine e decine di oppositori politici attraverso il modo classico degli squadroni della morte.”

Nel gennaio 2005, il Pentagono, confermava che questo era oggetto di valutazione:

La formazione di squadre di azione terroristica di combattenti Curdi e Sciiti per prendere di mira i leader rivoltosi della Resistenza irachena, come risorsa strategica, è stata presa a prestito dalla lotta degli Stati Uniti di 20 anni fa contro i guerriglieri di sinistra nell’America Centrale”.

Sulle linee della cosiddetta “Opzione El Salvador”, elementi armati iracheni e statunitensi sarebbero stati inviati ad assassinare o rapire leader rivoltosi, anche raggiungendoli in Siria, dove alcuni di costoro pensavano di trovarsi al sicuro. … 

Queste squadre di azione avrebbero sollevato notevoli perplessità, e probabilmente per questo sono state tenute segrete.

L’esperienza dei cosiddetti “squadroni della morte” nell’America Centrale rimane ancora per molti una ferita aperta e ha contribuito a macchiare di disonore l’immagine degli Stati Uniti nella regione.

In buona sostanza, l’amministrazione Reagan finanziava e addestrava gruppi di forze nazionaliste per neutralizzare i leader ribelli salvadoregni e i loro simpatizzanti…

In quel periodo, dal 1981 al 1985, John Negroponte, l’ambasciatore usamericano a Baghdad, svolgeva un ruolo di primo piano come ambasciatore in Honduras.

Gli squadroni della morte erano una caratteristica brutale della politica latino-americana del tempo. Nei primi anni ‘80, l’amministrazione del Presidente Reagan finanziava, e contribuiva alla loro formazione, i Contras del Nicaragua con le loro basi in Honduras, con l’obiettivo di spodestare il regime sandinista del Nicaragua.

I Contras venivano equipaggiati con il denaro proveniente da vendite illegali di armi dagli Stati Uniti verso l’Iran, uno scandalo che avrebbe potuto rovesciare il signor Reagan.

L’essenza della proposta del Pentagono in Iraq, … era di seguire questo modello …

Non era chiaro se l’obiettivo principale di queste missioni in Iraq sarebbe stato quello di assassinare i ribelli o di rapirli, per poi interrogarli sotto tortura. Probabilmente, ogni missione in territorio siriano doveva essere effettuata da forze speciali statunitensi.

Nemmeno era chiaro chi avrebbe dovuto assumersi la responsabilità di un tale programma – il Pentagono o la CIA, Central Intelligence Agency. Tali operazioni segrete venivano tradizionalmente gestite dalla CIA, che doveva assicurare come un alibi all’amministrazione al potere l’estraneità delle decisioni, fornendo ai funzionari e ai dirigenti degli Stati Uniti la possibilità di negare la conoscenza delle operazioni stesse.(El Salvador-style ‘death squads’ to be deployed by US against Iraq militants – Times Online, January 10, 2005 – “Squadroni della morte” sul modello El Salvador vengono messi in campo dagli Stati Uniti contro militanti iracheni – Times on-line, 10 gennaio 2005)

Mentre l’obiettivo dichiarato della “Opzione Salvador in Iraq” era di “neutralizzare la ribellione”, in pratica le brigate terroristiche sponsorizzate dagli USA venivano coinvolte in uccisioni sistematiche di civili, al fine di fomentare la violenza settaria fra le fazioni.

A loro volta, la CIA e il servizio britannico MI6 facevano da supervisori delle unità “Al Qaeda in Iraq” impiegate in omicidi mirati direttamente contro la popolazione sciita.

Significativamente, gli squadroni della morte venivano integrati da “consiglieri” sotto copertura appartenenti alle Forze Speciali degli Stati Uniti.

Robert Stephen Ford , successivamente nominato ambasciatore degli Stati Uniti in Siria, faceva parte della squadra di Negroponte a Baghdad nel 2004-2005.

Nel gennaio 2004, era stato inviato come rappresentante degli Stati Uniti presso la città sciita di Najaf, la roccaforte dell’esercito del Mahdi, con cui prendeva contatti preliminari. [Muqtada al-Sadr, politico e religioso iracheno, leader del Movimento Sadrista, nel giugno del 2003 fondava una milizia, denominata Esercito del Mahdi, per combattere le forze di occupazione in Iraq.]

Nel gennaio 2005, Robert S. Ford veniva nominato rappresentante diplomatico Consigliere per gli Affari Politici presso l’ambasciata degli Stati Uniti sotto la guida dell’ambasciatore John Negroponte.

Egli non solo era membro del team più esclusivo, era anche collaboratore stretto di Negroponte nell’impostare l’“Opzione Salvador”. A Najaf, aveva gettato alcune delle basi di questa operazione, prima del suo trasferimento a Baghdad.

A John Negroponte e Robert Stephen Ford veniva affidato il compito del reclutamento degli squadroni della morte iracheni.

Mentre Negroponte coordinava l’operazione dal suo ufficio presso l’ambasciata degli Stati Uniti, Robert S. Ford, che parlava correntemente sia l’arabo che il turco, veniva incaricato di stabilire contatti strategici con gruppi di miliziani sciiti e curdi all’esterno della “Zona Verde”.

[La Zona Verde è il nome più comune che prende la zona internazionale di Baghdad. Si tratta di all’incirca di 10 chilometri quadrati al centro di Baghdad, centro dell’autorità provvisoria della coalizione e centro della presenza internazionale in città. Subito all’esterno di questa zona ve ne è un’altra chiamata Zona Rossa con riferimento a tutto il perimetro rimanente della città di Baghdad, ma anche a tutte quelle aree non protette al di fuori del sito militare.]

Due altri funzionari d’ambasciata, Henry Ensher (vice di Ford) e un funzionario più giovane della sezione politica, Jeffrey Beals, svolgevano un ruolo importante nella squadra nel “trattare con un settore di Iracheni, compresi gli estremisti”. (Vedi The New Yorker, 26 marzo 2007).

Un altro individuo chiave nel team di Negroponte era James Franklin Jeffrey, ambasciatore degli Stati Uniti in Albania (2002-2004). Nel 2010, Jeffrey veniva nominato ambasciatore degli Stati Uniti in Iraq (2010-2012).

Inoltre, Negroponte introduceva nella sua squadra uno dei suoi ex collaboratori, il colonnello James Steele (a riposo), durante il suo periodo d’oro in Honduras:

“Per la messa a punto dell’“Opzione Salvador”, Negroponte si avvaleva dell’assistenza di un suo collega dei tempi d’oro in America Centrale durante gli anni ‘80, il Col. a riposo James Steele.

Steele, il cui titolo a Baghdad era Consigliere per le forze di sicurezza irachene, curava la selezione e la formazione dei membri dell’Organizzazione Badr e dell’Esercito del Mahdi, le due più importanti formazioni di miliziani sciiti in Iraq, allo scopo di prendere di mira la dirigenza e le reti di informazioni di supporto in primo luogo della Resistenza sunnita.

Che questo fosse programmato o no, questi squadroni della morte immediatamente sfuggivano ad ogni controllo, per diventare la principale causa di morte in Iraq.

Intenzionalmente o no, un numero rilevante di corpi torturati e mutilati, che saltavano fuori per le strade di Baghdad ogni giorno, era opera degli squadroni della morte, un prodotto dell’iniziativa di John Negroponte. Ed è questa la violenza settaria, sostenuta segretamente dagli USA, che in gran parte ha portato al disastro infernale, che è l’Iraq di oggi.” (Dahr Jamail, Managing Escalation: Negroponte and Bush’s New Iraq Team, Antiwar.com, Gestire l’escalation: la squadra per il nuovo Iraq di Negroponte e Bush; 7 gennaio 2007)

Secondo il deputato democratico Dennis Kucinich, membro della Camera dei Rappresentanti, il colonnello Steele era il responsabile dell’attuazione di un piano in El Salvador per cui decine di migliaia di Salvadoregni erano “scomparsi” o erano stati assassinati, tra cui l’arcivescovo Oscar Romero e quattro suore statunitensi.

Dopo la sua nomina a Baghdad, il colonnello Steele veniva assegnato ad una unità contro-insurrezionale conosciuta come “Reparto di Polizia Speciale” alle dipendenze del Ministero degli Interni iracheno (vedere ACN, Havana, 14 giugno 2006) 

I rapporti confermano che “l’esercito degli Stati Uniti consegnava molti prigionieri alla Brigata Wolf, il temuto 2° battaglione delle unità speciali del Ministero degli Interni”, e questo avveniva sotto la supervisione del colonnello Steele:

“Militari usamericani, consiglieri statunitensi, stavano in disparte e non facevano nulla, mentre membri della Brigata Wolf picchiavano e torturavano i prigionieri. I commandos del Ministero degli Interni avevano occupato la biblioteca pubblica a Samarra, e la avevano trasformata in un centro di detenzione.

Un’intervista condotta da Maass del New York Times nel 2005 nella prigione improvvisata, accompagnato dal consigliere militare statunitense della Brigata Wolf , Colonnello James Steele, veniva interrotta dalle urla terribili di un prigioniero provenienti dall’esterno.

Steele in precedenza era stato impiegato come consigliere per aiutare a schiacciare una rivolta in El Salvador.”(Ibid)

Un altro personaggio di spicco che ha giocato un ruolo nel programma di contro-insurrezione in Iraq è stato l’ex capo della polizia di New York Bernie Kerik [nella foto: Bernie Kerik alla scuola di polizia di Baghdad scortato da guardie del corpo], nel 2007 incriminato da un tribunale federale sotto l’accusa di 16 gravissimi reati.

All’inizio dell’occupazione dell’Iraq nel 2003, Kerik era stato nominato dall’amministrazione Bush per sovrintendere all’organizzazione e all’addestramento delle forze di polizia irachene.

Durante il breve periodo di servizio in cui nel 2003 assumeva la carica di “ministro ad interim degli Interni”, Bernie Kerik operava per l’organizzazione di unità terroristiche all’interno delle forze di polizia irachene:

“Inviato in Iraq con l’incarico di risistemare le forze di sicurezza irachene, Kerik si auto-nominava ministro degli Interni ad interim dell’Iraq. Consiglieri di polizia britannici lo definivano il “Terminator di Baghdad” (Salon9 dicembre 2004)

Sotto la guida di Negroponte come ambasciatore degli Stati Uniti a Baghdad, si era scatenata un’ondata di uccisioni di civili e di omicidi mirati, sotto copertura. Ingegneri, medici, scienziati e intellettuali furono presi di mira.Lo scrittore ed analista geopolitico Max Fuller ha documentato in dettaglio le atrocità commesse sulla scia del programma contro-insurrezionale sponsorizzato dagli Stati Uniti:

“La comparsa di squadroni della morte diventava assolutamente evidente nel maggio di quest’anno [2005], … decine di corpi venivano ritrovati gettati alla rinfusa … in aree deserte attorno a Baghdad. Tutte le vittime erano ammanettate, bendate e colpite alla testa, e molte di loro portavano anche i segni di essere state brutalmente torturate …

Le prove erano così convincenti che l’Associazione degli Accademici Musulmani (AMS), una delle principali organizzazioni sunnite, rilasciava dichiarazioni pubbliche in cui venivano accusate le forze di sicurezza aggregate presso il Ministero degli Interni e la Brigata Badr, l’ex ala armata del Consiglio Supremo per la Rivoluzione Islamica in Iraq (SCIRI), di stare dietro agli omicidi. Inoltre si accusava anche il Ministero degli Interni di gestire un terrorismo di Stato.” (Financial Times).

I commandos della Polizia e la Brigata Wolf agivano sotto la supervisione del programma statunitense contro-insurrezionale presso il Ministero degli Interni iracheno:

“I commandos della Polizia venivano formati attraverso le sperimentate istruzioni e la supervisione di esperti veterani usamericani, combattenti anti-insurrezionali, e fin dall’inizio conducevano operazioni congiunte con unità di forze speciali degli Stati Uniti, di elite e strettamente segrete.” (ReutersNational Review Online)

…. Una figura chiave nello sviluppo dei commandos Speciali di Polizia eraJames Steele, un ex operativo delle forze speciali dell’esercito degli Stati Uniti, che si era fatto le ossa in Vietnam prima di passare a dirigere la missione militare USA in El Salvador nel pieno della guerra civile di quel paese. …

Un altro collaboratore statunitense era quello Steven Casteel che, come consigliere più anziano degli Stati Uniti presso il Ministero degli Interni iracheno, liquidava le accuse gravi e ben circostanziate delle raccapriccianti violazioni dei diritti umani come “voci e insinuazioni”.

Come Steele, Casteel aveva acquisito una notevole esperienza nell’America Latina, nel suo caso partecipando alla caccia al capo cartello della cocaina Pablo Escobar nelle Guerre alla droga in Colombia degli anni ‘90 …

Il curriculum di Casteel è significativo, perché questo tipo di ruolo di appoggio alla raccolta di informazioni e alla produzione di elenchi di morte è caratteristico del coinvolgimento degli Stati Uniti nei programmi anti-insurrezionali, e costituisce il filo conduttore in quelle che potrebbero sembrare orge casuali, senza alcun collegamento, di ammazzamenti.

Tali genocidi centralmente pianificati sono pienamente coerenti con ciò che sta avvenendo oggi in Iraq [2005] … Essi sono inoltre in linea diretta con quanto poco noi sappiamo dei commandos Speciali di Polizia, che sono stati ritagliati su misura per “fornire al Ministero dell’Interno forze speciali con particolari capacità di attacco”. (US Department of Defense).

In piena sintonia con tale ruolo, il quartier generale dei commandos di Polizia è diventato il fulcro di un comando a livello nazionale, un centro di controllo, di comunicazioni, di operazioni informatiche e di intelligence, per gentile concessione degli Stati Uniti. (Max Fuller, op. cit.)

Questo lavoro impostato dalle fondamenta da Negroponte nel 2005 veniva pienamente realizzato sotto il suo successore, l’ambasciatore Zalmay Khalilzad.

Robert Stephen Ford garantiva la continuità del progetto, prima di venire nominato ambasciatore degli Stati Uniti in Algeria nel 2006, così come al suo ritorno a Baghdad come vice Capo Missione nel 2008.

Operazione “Syrian Contras”: “Imparare la lezione dall’esperienza irachena!”

La macabra versione irachena dell’“Opzione Salvador” sotto la guida dell’ambasciatore John Negroponte è servita come “modello di comportamento” per la creazione dei Contras del “Libero Esercito Siriano”.  Senza dubbio, Robert Stephen Ford è stato coinvolto nella realizzazione del progetto per la formazione dei Contras siriani, considerata la sua riassegnazione a Baghdad nel 2008, come vice Capo Missione. L’obiettivo in Siria consisteva nel creare divisioni tra fazioni, tra Sunniti, Alawiti, Sciiti, Curdi, Drusi e Cristiani.

Mentre il contesto in Siria è completamente diverso da quello in Iraq, esistono analogie sorprendenti per quanto riguarda le procedure con cui sono stati condotti omicidi e atrocità.

Un articolo pubblicato da Der Spiegel riguardante le atrocità commesse nella città siriana di Homs conferma un processo settario per organizzare omicidi di massa ed esecuzioni extragiudiziali paragonabili a quelli condotti dagli squadroni della morte in Iraq, con il pieno appoggio degli Stati Uniti. Gli abitanti di Homs sono stati regolarmente classificati come “prigionieri” (Sciiti, Alawiti) e “traditori”. I “traditori” sono quei civili Sunniti, all’interno dell’area urbana occupata dai ribelli, che esprimono il loro dissenso o la loro opposizione alle regole del terrore del Libero Esercito Siriano (FSA): 

““Dalla scorsa estate [2011], abbiamo giustiziato poco meno di 150 uomini, che rappresentano circa il 20 per cento dei nostri prigionieri”, afferma Abu Rami…Ma i carnefici di Homs sono stati più impegnati con i traditori all’interno delle loro stesse fila che con i prigionieri di guerra. “Se catturiamo un Sunnita che fa la spia, o se un cittadino tradisce la rivoluzione, noi facciamo in fretta”, sottolinea il combattente.

Secondo Abu Rami, la “brigata della sepoltura” di Hussein ha messo a morte tra i 200 e 250 traditori dall’inizio dell’insurrezione.”

(Der Spiegel,  30 marzo 2012)

L’ambasciatore Robert Stephen Ford ad Hama (Siria Centrale) all’inizio del luglio 2011

Il progetto ha richiesto un programma iniziale di reclutamento e di addestramento di mercenari.

Le squadre della morte, che comprendono unità salafite di Libanesi e Giordani, sono entrate in Siria attraverso il confine meridionale con la Giordania, a metà marzo 2011.

Gran parte dell’operazione era già in atto prima dell’arrivo di Robert Stephen Ford a Damasco nel mese di gennaio 2011. La nomina di Ford come ambasciatore in Siria veniva annunciata all’inizio del 2010. Le relazioni diplomatiche erano state interrotte nel 2005, dopo l’assassinio di Rafick Hariri, che Washington imputava alla Siria. Ford arrivava a Damasco appena due mesi prima dell’inizio della rivolta. 

Il Libero Esercito Siriano (FSA)

Washington e i suoi alleati hanno replicato in Siria le caratteristiche essenziali dell’“Opzione Salvador per l’ Iraq”, il che ha consentito la creazione del Libero Esercito Siriano (FSA) e delle sue varie fazioni terroristiche, tra cui Al Qaeda affiliata alla brigata Al Nusra, (la brigata salafita più nota e più osannata, composta da Siriani e stranieri jihadisti, che hanno già operato in Iraq e Afghanistan).

Mentre nel giugno 2011 veniva annunciata la creazione del Libero Esercito Siriano, il reclutamento e la formazione di mercenari stranieri erano stati avviati in un periodo ben precedente.

Per molti aspetti, il Libero Esercito Siriano è una cortina fumogena.

È stato sostenuto dai media occidentali che questo Esercito rappresenta in buona sostanza e per certo un’entità militare formatasi come risultato di diserzioni di massa delle forze governative. Tuttavia, il numero di disertori non è stato né significativo, né sufficiente per costituire una struttura militare coerente con le funzioni di comando e di controllo.

Il Libero Esercito Siriano non è una struttura militare professionale, piuttosto si tratta di una rete a maglie larghe di distinte brigate terroristiche, che a loro volta sono costituite da numerose cellule paramilitari che operano in diverse parti del paese. Ciascuna di queste organizzazioni terroristiche opera indipendentemente.

Il Libero Esercito Siriano non esercita effettivamente funzioni di comando e di controllo, nemmeno funge da collegamento fra queste diverse entità paramilitari. Queste ultime sono controllate da agenti delle forze speciali e di intelligence, supportati dagli Stati Uniti e dalla NATO ed incorporati nei ranghi di determinate formazioni terroristiche.

Questi elementi di forze speciali, altamente addestrati, molti di loro sono dipendenti di compagnie private di sicurezza, sul terreno sono regolarmente in contatto con unità di comando militari e di intelligence degli USA-NATO e alleati.

Queste forze speciali incorporate sono anche coinvolte, senza dubbio, negli attentati dinamitardi attentamente pianificati contro edifici governativi, strutture militari, ecc.

Gli squadroni della morte sono costituiti da mercenari reclutati ed addestrati dagli Stati Uniti, dalla NATO e dai loro alleati del Consiglio di Cooperazione del Golfo Persico (GCC).

Essi stanno sotto la direzione di forze speciali alleate (tra cui forze speciali dello Special Air Service britannico e dei paracadutisti francesi), e di società private di sicurezza sotto contratto della NATO e del Pentagono.

A questo proposito, rapporti confermano l’arresto da parte del governo siriano dai 200 ai 300 dipendenti di compagnie private di sicurezza , integrati nelle schiere dei rivoltosi.

La Brigata Jabhat Al Nusra

La Brigata Al Nusra – che si dice essere affiliata ad Al Qaeda – è descritta come il più efficace gruppo di “opposizione” di ribelli combattenti, responsabile di molti degli eclatanti attacchi dinamitardi.

Raffigurata come un nemico degli Stati Uniti (nella lista del Dipartimento di Stato delle organizzazioni terroristiche), le operazioni di Al Nusra portano tutti i tratti distintivi della formazione paramilitare addestrata dagli Stati Uniti alle tattiche terroristiche.

Le atrocità commesse contro i civili da parte di Al Nusra sono simili a quelle realizzate dagli squadroni della morte sponsorizzati in Iraq dagli Stati Uniti. 

Queste le espressioni del leader di Al Nusra Abu Adnan ad Aleppo:

“Tra i suoi componenti, Jabhat al-Nusra conta su Siriani veterani della guerra in Iraq, uomini che sul fronte della lotta in Siria portano competenze – in particolare la fabbricazione di ordigni esplosivi improvvisati (IED).”

Come in Iraq, sono state attivamente promosse la violenza tra fazioni e la pulizia etnica.

In Siria, le comunità alawite, sciite e cristiane sono divenute il bersaglio degli squadroni della morte sponsorizzati dagli USA-NATO. Le comunità alawita e cristiana sono gli obiettivi principali del programma di omicidi mirati.

Questo viene confermato dall’Agenzia di stampa del Vaticano:

“I Cristiani di Aleppo sono vittime di morte e distruzione a causa dei combattimenti che da mesi stanno martoriando la città. I quartieri cristiani, negli ultimi tempi, sono stati colpiti dalle forze ribelli che combattono contro l’esercito regolare, e questo ha provocato un esodo di civili.

Alcuni gruppi dell’opposizione più rigida, inclusi anche gruppi jiahadisti, sparano sulle case e gli edifici dei Cristiani, per costringere gli occupanti a fuggire e poi prenderne possesso [pulizia etnica]

(Agenzia Fides. Vatican News, 19 ottobre 2012)

“I militanti salafiti sunniti – dice il Vescovo – continuano a commettere crimini contro i civili, o a reclutare combattenti con la forza. Gli estremisti fanatici Sunniti stanno combattendo una guerra santa mossi da arroganza, in particolare contro gli Alawiti. Quando i terroristi cercano di controllare l’identità religiosa di un sospetto, gli chiedono di citare le genealogie risalenti fino a Mosè. E gli chiedono di recitare preghiere che gli Alawiti hanno rimosso. Gli Alawiti non hanno alcuna possibilità di uscirne vivi.”(PA) (Agenzia Fides, 4 giugno 2012)

I rapporti confermano l’affluenza in Siria di squadroni della morte salafiti ed affiliati ad Al Qaeda, nonché di brigate sotto gli auspici dei Fratelli Musulmani, fin dall’inizio della rivolta nel marzo 2011.

Inoltre, secondo fonti dell’intelligence israeliana, questo è stato avviato e promosso dalla NATO e dall’Alto Comando Turco, e fa ricordare l’arruolamento di Mujahideen per impegnarli nella jihad (guerra santa) della CIA all’apogeo della guerra sovietico-afghana:

“È in atto una campagna per arruolare migliaia di volontari musulmani nei paesi del Medio Oriente e nel mondo musulmano, e portarli a combattere a fianco dei ribelli siriani. L’esercito turco avrebbe ospitato questi volontari, li avrebbe addestrati e avrebbe assicurato il loro passaggio in Siria.” (DEBKAfile“la NATO fornisce ai ribelli armi anti-carro”, 14 agosto 2011)

Le Compagnie private di sicurezza e il reclutamento di mercenari

Secondo informazioni ben documentate, nel reclutamento e nell’addestramento dei mercenari sono coinvolte compagnie private di sicurezza straniere, che operano negli Stati del Golfo.

Anche se non destinate al reclutamento di mercenari specificamente diretti contro la Siria, la documentazione sottolinea la creazione di campi di addestramento nel Qatar e negli Emirati Arabi Uniti (UAE).

Nella città militare di Zayed (Emirati Arabi Uniti), “sta formandosi un esercito segreto” , gestito da Xe Services, ex Blackwater. [La Blackwater Worldwide, già conosciuta come Blackwater USA e Xe Services LLC, dal dicembre 2011, come Academi, è una compagnia militare privata fondata nel 1997.]

L’accordo con gli Emirati Arabi Uniti per stabilire un campo militare per la formazione di mercenari è stato firmato nel luglio 2010, nove mesi prima dello scatenarsi delle guerre in Libia e in Siria.

Secondo recenti sviluppi, società di sicurezza sotto contratto con la NATO e il Pentagono sono impegnate nell’addestramento di squadroni della morte di “oppositori” sull’uso di armi chimiche:

“Gli Stati Uniti e alcuni loro alleati europei stanno utilizzando contractor di difesa per addestrare ribelli siriani su come proteggere scorte di armi chimiche in Siria, – questo hanno riferito alla CNN Sunday un alto ufficiale degli Stati Uniti e diversi autorevoli diplomatici.” (CNN Report, 9 dicembre 2012)

I nomi delle società interessate non sono stati rivelati.

In gran segreto, al Dipartimento di Stato degli Stati Uniti

Robert Stephen Ford  ha fatto parte di un gruppo ristretto inserito nella squadra del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, che curava il reclutamento e la formazione di brigate terroristiche, in collaborazione con Derek Chollet eFrederic C. Hof, un ex socio in affari di Richard Armitage, che ricopriva l’incarico di “coordinatore speciale per la Siria” degli USA.

Derek Chollet è stato recentemente nominato alla carica di sottosegretario alla Difesa per gli Affari della Sicurezza Internazionale (ISA).

Questa squadra operava sotto la guida dell’(ex) sottosegretario di Stato per gli Affari nel Vicino Oriente, Jeffrey Feltman.

Il gruppo di Feltman era in stretto collegamento con il processo di reclutamento e di addestramento di mercenari provenienti dalla Turchia, Qatar, Arabia Saudita e Libia (per …gentile concessione del regime post-Gheddafi, che ha spedito un gruppo di 600 combattenti islamici libici (LIFG) in Siria, via Turchia, nei mesi successivi al crollo del settembre 2011 del governo di Gheddafi).

Il sottosegretario di Stato Feltman era in contatto anche con il ministro degli Esteri saudita, principe Saud al-Faisal, e con il ministro degli Esteri del Qatar, sceicco Hamad bin Jassim.

Era anche a capo di un ufficio situato a Doha (capitale del Qatar) per un “coordinamento della sicurezza speciale” rispetto alla questione della Siria, che comprendeva rappresentanti di agenzie di intelligence occidentali, dei Paesi del Golfo e anche un rappresentante della Libia.

Faceva parte di questo gruppo il principe Bandar bin Sultan, un membro importante e controverso dei servizi di spionaggio dell’Arabia Saudita. (Vedi Press Tv,  12 maggio 2012).

Nel giugno 2012, Jeffrey Feltman(nell’immagine) veniva nominato Sottosegretario generale per gli Affari politici dell’ONU, una posizione strategica che, in pratica, consiste nel fissare l’agenda delle Nazioni Unite (per conto di Washington) in merito alle questioni relative alla “Risoluzione dei Conflitti” nei diversi “punti geopolitici caldi” di tutto il mondo (tra cui Somalia, Libano, Libia, Siria, Yemen e Mali).

Per amara ironia, i paesi oggetto della “Risoluzione dei Conflitti” sono proprio quelli che sono il bersaglio delle operazioni segrete degli Stati Uniti!

In collaborazione con il Dipartimento di Stato USA, la NATO ed i loro manutengoli dei Paesi del Golfo di Doha e Riyadh, Feltman è l’uomo di Washington che sta alle spalle dell’inviato speciale dell’ONU, Lakhdar Brami, per una “Proposta di Pace” in Siria

Nel frattempo, mentre aderiscono a questa iniziativa di pace delle Nazioni Unite, gli Stati Uniti e la NATO hanno accelerato il processo di reclutamento e di addestramento di mercenari, in risposta alle gravi perdite subite in Siria dalle forze ribelli di “opposizione”..

Gli Stati Uniti hanno proposto che la “fine del gioco” in Siria non coincida con un cambio di regime, ma con la distruzione della Siria come Stato Nazione.

Il dispiegamento di squadroni della morte di “oppositori”, con il mandato di uccidere civili fa parte di questa impresa criminale.

Il terrorismo dal “Volto Umano” è sorretto dal Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani.

Le atrocità commesse dagli squadroni della morte USA-NATO sono con troppa superficialità addossate al governo della Siria.

L’“obiettivo indicibile” di Washington consiste nella disgregazione della Siria come nazione sovrana – secondo linee di separazione etniche e religiose – in varie, distinte e politicamente “indipendenti” entità.

Note e riferimenti:

El Salvador-style “death squads” to be deployed by US against Iraq militants –

“Squadroni della morte” modello El Salvador da schierarsi contro militanti in Iraq da parte degli Stati Uniti ; Nota editoriale di Global Research

Questo articolo, pubblicato su The Times all’inizio del 2005, rende nota la strategia di Washington di squadroni della morte in Iraq, sponsorizzati dagli USA. Con John Negroponte, ora al timone degli apparati di intelligence degli Stati Uniti, questa strategia è ora …

IRAQ: Thousands killed by government death squads

IRAQ: migliaia sono gli ammazzati dagli squadroni della morte governativi

Faik Bakir, direttore dell’obitorio di Baghdad, ha lasciato l’Iraq temendo per la sua vita dopo aver segnalato che più di 7000 persone sono state uccise dagli squadroni della morte del ministero degli Interni iracheno negli ultimi mesi… “The Salvador Option For Syria”: US-NATO Sponsored Death Squads Integrate “Opposition Forces”

“L’Opzione Salvador per la Siria”: squadroni della morte sponsorizzati dagli USA-NATO incorporano “Forze di opposizione”

Modellata sulle operazioni segrete degli Stati Uniti in America Centrale, l’“Opzione Salvador per l’Iraq” del Pentagono, avviata nel 2004, è stata posta in atto sotto la guida dell’Ambasciatore degli Stati Uniti in Iraq John Negroponte (2004-2005) …

7,000 Sunnis killed by Death Squads?

 7.000 Sunniti uccisi dagli squadroni della morte?

Sì, questo è ciò che Faik Bakir, direttore dell’obitorio di Baghdad, ha dichiarato al quotidiano The Guardian.

Settemila Sunniti sono stati uccisi dagli squadroni della morte programmati, finanziati, gestiti, e completamente incorporati nel ministero dell’Interno iracheno…

LINK: Terrorism with a “Human Face”: The History of America’s Death Squads

Traduzione di: Curzio Bettio

Fonte: http://www.tlaxcala-int.org

 

1000 anni di conflitti in 5 minuti

 

1000 anni di conflitti  in soli 5 minuti. E’ il video realizzato da un utente di Youtube che, probabilmente, rappresenta il più breve riassunto visivo delle guerre combattute nel periodo di tempo considerato.

Il video mette in evidenza tutte le battaglie chiave che hanno avuto luogo nel corso degli ultimi dieci secoli, dal 1072, con la battaglia di Manzicerta (o Manzikert), quando l’imperatore bizantino Romano IV Diogene  fu sconfitto e catturato dai turchi selgiuchidi, al 2003, con l’inizio della guerra in Iraq.

[…]

Tratto da:  World wars digest: Film wraps up conflicts over 1,000 years in 5 minutes (VIDEO)

Di: Coriintempesta

Vedi anche:  1945 – 1998: il nucleare che nessun referendum ha fermato

 

Droni sicari per la kill list

di: Manlio Dinucci

Gli Stati uniti devono difendersi da coloro che li attaccano, dichiara il segretario alla difesa Leon Panetta, respingendo le proteste sui crescenti attacchi di droni Usa in Pakistan. Secondo Panetta, i pachistani devono capire che i «Predatori» sono lì anche per il loro bene: volteggiano sulle loro teste, teleguidati dagli Stati uniti a oltre 10mila km di distanza, per colpire con i missili «Fuoco dell’inferno» i pericolosi terroristi annidati in territorio pachistano. Conclusioni opposte trae, dopo una visita in Pakistan, Navi Pillay, Alto commissario Onu per i diritti umani: gli attacchi con i droni, che avvengono in media ogni quattro giorni, «provocano uccisioni indiscriminate di civili, che costituiscono una violazione dei diritti umani».

Sollevano inoltre gravi questioni di diritto internazionale, in quanto sono condotti «al di fuori di qualsiasi meccanismo di controllo civile o militare». La Pillay chiede quindi l’apertura di un’inchiesta ufficiale. Accusa seccamente respinta dal presidente Obama, il quale assicura che gli attacchi con i droni – effettuati anche in Afghanistan, Iraq, Yemen, Somalia e altri paesi – «non provocano grosse perdite civili». Vengono infatti «mantenuti sotto strettissimo controllo». Nessuno ne dubita. Come documenta il New York Times, è lo stesso Presidente che effettua le «nomination top secret» dei presunti terroristi da uccidere, per la maggior parte con attacchi dei droni. La «kill list» – comprendente persone di tutto il mondo che, giudicate nocive per gli Stati uniti e i loro interessi, sono condannate segretamente a morte con l’accusa di terrorismo – viene aggiornata ogni settimana attraverso «il più strano dei rituali burocratici»: la teleconferenza, gestita dal Pentagono, di oltre cento responsabili della «sicurezza nazionale», i quali tolgono le schede degli uccisi e ne aggiungono altre in una sorta di macabro gioco che un funzionario paragona a quello delle figurine dei campioni di baseball. La lista viene quindi sottoposta al Presidente per l’approvazione. Soprattutto quando «insieme al terrorista, che verrà colpito dal drone, c’è la famiglia», spetta al Presidente «la valutazione morale finale». Giunto il nullaosta del Presidente, l’operatore, comodamente seduto alla consolle di comando del drone negli Stati uniti, lancia i missili contro quella casa in Pakistan indicata come rifugio del terrorista. Tanto, nell’esplosione, i bambini non si vedono. È questa la «guerra non-convenzionale» condotta dall’amministrazione Obama. Per essa vengono sviluppati droni sempre più sofisticati: come uno a propulsione nucleare, in grado di volare ininterrottamente per mesi, e un piccolo «drone kamikaze» che piomba sull’obiettivo distruggendolo con la sua carica esplosiva. Affari d’oro per le industrie costruttrici (General Atomics, Northrop Grumman e altre): il Pentagono ha deciso di aumentare del 30% la sua attuale flotta di 7.500 droni, spendendo 32 miliardi di dollari. L’Italia parteciperà alla spesa di 4 miliardi di dollari per cinque droni made in Usa, dislocati dalla Nato a Sigonella, e acquisterà missili e bombe di precisione per i propri droni, anch’essi made in Usa. Ciò, sottolinea il Pentagono, servirà a «proteggere» non solo l’Italia ma anche gli Stati uniti. A quando la kill list italiana?

IlManifesto.it

L’ipocrisia della guerra spacciata per pace

Il libro scomodo del generale Mini, ex comandante della Kfor, la forza internazionale a guida Nato in Kosovo

Della guerra si colgono in genere gli aspetti eroici o drammatici. Ma la guerra non è solo potenza: «è anche inganno sottile, nascosto, come a sua volta è l’inganno della politica che deve dettare le condizioni della guerra e fissarne gli scopi». «Perché siamo così ipocriti sulla guerra?» è la domanda posta dal generale di corpo d’armata Fabio Mini nel suo ultimo libro, edito da Chiarelettere, da oggi in libreria. Mini, 69 anni, è stato capo di stato maggiore del Comando Nato per il Sud Europa che, a partire dal gennaio 2001, ha guidato il Comando interforze delle operazioni nei Balcani. Dall’ottobre 2002 all’ottobre 2003 è stato comandante della forza internazionale di pace a guida Nato in Kosovo (Kfor).

Ormai è deciso: staremo in Afghanistan anche dopo il 2014, dopo il previsto ritiro dei soldati americani. Non si tratta di combattere il terrorismo globale tra le montagne afgane: non ci crede più nessuno.

Ufficialmente dobbiamo addestrare le forze militari e di polizia afghane a badare alla sicurezza del loro paese. Visto che questo pacifico e interminabile compito è anche lo stesso che da dieci anni maschera la nostra partecipazione alla guerra in Afghanistan, viene il sospetto che sia un pretesto per continuarla. È una guerra che stiamo combattendo con onore al fianco degli americani fingendo di non vedere che l’hanno già perduta. Sono stati sconfitti sul campo di battaglia nel 2003 quando dovettero coinvolgere la Nato per l’incapacità di gestire la violenza dei talebani e la corruzione del governo che avevano instaurato. Sono sconfitti ogni giorno sul campo dell’etica militare per l’incapacità di gestire l’eccesso di potenza, la frustrazione e i comportamenti degli squilibrati.

Viene il sospetto che ancora una volta si ricorra all’ipocrisia per giustificare interventi armati decisi da altri scambiando la coesione con la piaggeria. Così staremo all’infinito in Afghanistan, come in Iraq, in Libano e nei Balcani. È dal 1984 che un nostro contingente non rientra avendo concluso la missione affidata. Nel 1994 i nostri soldati e quelli di mezzo mondo si ritirarono dalla Somalia lasciandola in condizioni peggiori di quelle iniziali. Da allora abbiamo preso parte a tutte le guerre mistificate limitandoci ad avvicendare i contingenti senza mai fare un bilancio oggettivo sui risultati, sulle strategie e sui sacrifici compiuti.

L’ipocrisia delle operazioni umanitarie, dell’assistenza militare, della costruzione di nuove nazioni e dell’esportazione della democrazia si è affiancata a quella della guerra e molte volte l’ha sostituita. La minaccia della guerra si è trasformata in «minaccia della pace» e molti guardano ad essa come ad una catastrofe che incombe sui grassi interessi che la guerra garantisce ai soggetti pubblici e privati uniti più o meno saldamente in cosche, cricche, bande. Inoltre la pace mette a nudo più ancora della guerra le carenze politiche, d’idee, strategie, autonomia e dignità nazionale. Per questo è diventata una minaccia per i profittatori, i mediocri e i banditi costringendoli a spostare sulla pace l’ipocrisia della guerra.

Il processo è stato paradossalmente favorito dalla nuova e generalizzata consapevolezza della sicurezza umana. La guerra è intrisa d’ipocrisia: nasce dai pretesti, quasi sempre basati su menzogne, e si conduce con l’inganno politico, strategico ed operativo. Ma mentre sul piano strategico e tattico l’inganno è rivolto al nemico, su quello politico prende di mira anche le proprie istituzioni ed i propri eserciti. La guerra è ipocrita negli scopi quando si affida alla retorica ed invece tratta concretamente d’interessi, di affari. L’ipocrisia della guerra è un’arte con i suoi esponenti geniali, mediocri e meschini; nasconde il gusto quasi lascivo di chi ordina la guerra e perfino di chi la combatte; ed infine serve a far diventare accettabile e normale tutto ciò che succede in guerra: dall’eroismo alla nefandezza.

Per millenni l’ipocrisia ha servito la guerra con diligenza e tuttavia non è riuscita a eliminare i limiti derivanti dalla sua eccezionalità e dalla sua transitorietà. La prima ne ritardava l’avvio subordinandolo a una situazione che rendesse necessario il ricorso alla forza come ultima risorsa. La seconda, la transitorietà, poneva un limite alla durata dei conflitti fino a renderli illegittimi se artificiosamente prolungati. Nel tentativo di eludere tali vincoli i fautori politici, industriali e militari della guerra si sono inventati pretesti inverosimili per renderla «preventiva» e interminabile, per trarre il massimo dei profitti e dell’eccitazione dalla sua costosa e sanguinosa «normalità». Una tale distorsione della guerra ha provocato quella reazione emotiva in favore dell’etica e dell’umanità che caratterizza il nostro tempo.

Forse per la prima volta nella storia la sicurezza è stata percepita in funzione e non in sostituzione dei diritti dell’uomo, della sua salute materiale e ideale, della sua dignità. All’improvviso la guerra è parsa insufficiente a soddisfare le ambizioni e le velleità politiche, a placare gli appetiti degli approfittatori e a coprire le deficienze strategiche, strutturali e operative. E allora l’ipocrisia ha reso permanente la guerra cambiandone il nome, agendo sulla pace, sulla democrazia e sulla libertà che rendono tutto più facile: le ragioni della pace e della solidarietà e le spese per conseguirle non devono essere razionali, eccezionali, limitate e neppure giustificate o sostenibili. Le forze sono composte soltanto di eroi e non necessariamente militari. La vittoria sul campo, quella che portava alla cessazione delle ostilità e della violenza, può finalmente essere evitata. O uccisa.

Fonte: Corriere.it

Chi ci difende dalle atrocità

di: Manlio Dinucci

Chi dubitava che Barack Obama non meritasse il Premio Nobel per la pace, ora deve ricredersi. Il presidente ha annunciato la creazione dell’Atrocities Prevention Board, un apposito comitato della Casa Bianca per la «prevenzione delle atrocità». Lo presiede la sua ispiratrice, Samantha Power, assistente speciale del presidente e direttrice per i diritti umani al National Security Council, formato dai più importanti consiglieri di politica estera. Nella scalata al potere (cui sembra predestinata dal suo cognome), la Power, aspirante segretaria di stato, ha sempre fatto leva sulla denuncia di presunte atrocità, attribuite a quelli che di volta in volta gli Usa bollano quali nemici numero uno. Sotto le ali del suo patron, il potente finanziere George Soros, la Power ha contribuito a elaborare la dottrina «Responsabilità di proteggere», che attribuisce agli Stati uniti e alleati il diritto di intervenire militarmente nei casi in cui, a loro insindacabile giudizio, si stiano per commettere «atrocità di massa». Con tale motivazione ufficiale, in specifico quella di proteggere la popolazione di Bengasi minacciata di sterminio dalle forze governative, il presidente Obama ha deciso l’anno scorso di fare guerra alla Libia. Ora la dottrina viene istituzionalizzata con la creazione dell’Atrocities Prevention Board. Attraverso la Comunità di intelligence (formata dalla Cia e altre 16 agenzie federali), esso stabilisce quali sono i casi di «potenziali atrocità di massa e genocidi», allertando il presidente. Predispone quindi gli strumenti politici, economici e militari per la «prevenzione». In tale quadro, il Dipartimento della difesa sta sviluppando «ulteriori principi operativi, specifici per la prevenzione e la risposta alle atrocità». D’ora in poi sarà l’Atrocities Prevention Board a preparare il terreno a nuove guerre. Ed è già al lavoro: di fronte alla «indicibile violenza cui è soggetto il popolo siriano, dobbiamo fare tutto ciò che possiamo», ha dichiarato il presidente Obama, sottolineando che, oggi come in passato, «la prevenzione delle atrocità di massa costituisce una fondamentale responsabilità morale per gli Stati uniti d’America». Peccato che l’Atrocities Prevention Board sia stato creato solo ora. Altrimenti avrebbe potuto prevenire le atrocità di massa di cui è costellata la storia statunitense, a iniziare dal genocidio delle popolazioni autoctone nordamericane. Basti ricordare, limitandosi agli ultimi cinquant’anni, le guerre contro Vietnam, Cambogia, Libano, Somalia, Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, Libia; i colpi di stato orchestrati dagli Usa in Indonesia, Cile, Argentina, Salvador. Milioni di persone imprigionate, torturate e uccise. Per prevenire altre atrocità, l’Atrocities Prevention Board dovrebbe assicurare alla giustizia i responsabili, impuniti, delle torture e uccisioni ad Abu Ghraib, a Guantanamo e in decine di prigioni segrete della Cia. Dovrebbe anche acquisire agli atti i video con cui soldati Usa documentano, per divertirsi, l’uccisione di civili in Afghanistan*, che il Pentagono ha cercato prima di occultare e poi di sminuire. Se li guardi bene Samantha Power, per capire che cosa è veramente una «atrocità di massa».

*V. http://www.rollingstone.com/politics/news/the-kill-team-20110327

IlManifesto.it

La privatizzazione del conflitto

di: Manlio Dinucci

Qual è il mestiere più pericoloso nelle forze Usa/Nato in Afghanistan? Non quello del soldato, come potrebbe sembrare, ma del contractor. Secondo i dati ufficiali, sono stati uccisi in Afghanistan, l’anno scorso, più contractor di compagnie militari private statunitensi che soldati dell’esercito statunitense: 430, a fronte di 418.

Sicuramente sono molti di più, poiché le compagnie non hanno l’obbligo di rendere pubbliche le morti dei loro dipendenti. Lo stesso avviene per i feriti, il cui numero supera quello dei morti.

La maggior parte di quelli uccisi nel 2011 (386 su 430) operava in Afghanistan per conto del Pentagono, gli altri per il Dipartimento di stato e la Usaid (l’agenzia federale per lo «sviluppo internazionale», di fatto militarizzata). Questi dati confermano che un numero crescente di funzioni, prima svolte dagli eserciti ufficiali, viene affidato a conpagnie militari private. Secondo i dati ufficiali, operano in Afghanistan per conto del Pentagono oltre 113mila contractor di compagnie private, mentre i soldati Usa sono circa 90mila. I contractor sono per il 22% cittadini statunitensi, per il 31% di altri paesi, per il 47% afghani. Nell’area del Comando centrale Usa, comprendente anche l’Iraq, i contractor del Pentagono sono oltre 150mila. Si aggiungono quelli assunti da altri dipartimenti e dagli eserciti alleati, il cui numero è sconosciuto, ma sicuramente alto.

Essi vengono forniti da un oligopolio di grandi compagnie, strutturate come vere e proprie multinazionali. Tra le più qualificate, la Xe Services Llc (un tempo conosciuta come Blackwater) che fornisce «innovative soluzioni» al governo Usa e ad altri. La DynCorp International, che si autodefinisce «impresa globale multiforme», specializzata in «imposizione della legge, peacekeeping e operazioni di stabilità». Con un personale di decine di migliaia di specialisti, questa società anonima della guerra ha accumulato una ricca esperienza nelle operazioni segrete, da quando negli anni ’80 aiutò per conto della Cia Oliver North a fornire armi ai contras nicaraguensi, e negli anni ’90, sempre per conto della Cia, addestrò e armò l’Uck in Kosovo.

Queste e altre compagnie, tra cui emerge la L-3 Communications, si occupano anche di telecomunicazioni militari, costruzione di basi, «fornitura di sicurezza» e «interrogatorio di prigionieri». Molti contractor provengono dalle forze speciali e dai servizi segreti; altri svolgono la funzione di guardie del corpo, interpreti, addetti ai servizi logistici. Tutti però appartengono all’esercito ombra privato, che affianca quello ufficiale formato sempre più da forze speciali le cui operazioni sono anch’esse segrete. La strategia delle privatizzazioni, con la quale si demolisce la cosa pubblica a vantaggio delle élite economiche e finanziarie nelle cui mani è il potere reale, vale dunque anche per la guerra. Con il vantaggio che il suo corso di sangue, come un fiume carsico, prosegue in modo sotterraneo, così da salvare le apparenze e non inquietare l’opinione pubblica delle «grandi democrazie occidentali». Non viene invece privatizzata la spesa della guerra che, pagata con denaro pubblico, accresce il debito che ricade sulla maggioranza dei cittadini. Costretti a pagare le «innovative soluzioni» della Xe Services Llc.

IlManifesto.it

Anonima Assassini di stato

di: Manlio Dinucci

Suscitano unanime condanna i killer delle bande criminali che, se scoperti, sono puniti con la pena capitale o l’ergastolo.

Quando invece a inviarli è lo Stato, sono comunemente considerati legali e ricompensati per i loro meriti. È questo il caso dei killer professionisti delle forze speciali statunitensi. Nate come Berretti Verdi, ufficializzati dal presidente democratico Kennedy nel 1961 e impiegati nella guerra del Vietnam, le forze speciali furono promosse dal repubblicano Reagan, che nel 1987 costituì un apposito Comando delle operazioni speciali, lo Ussocom.

Dopo essere state usate dal repubblicano Bush nella «guerra globale al terrorismo» soprattutto in Afghanistan e Iraq, ora, con il democratico Obama, stanno assumendo ulteriore importanza. Come emerge da un’inchiesta del Washington Post, le forze per le operazioni speciali sono oggi dispiegate in 75 paesi, rispetto a 60 due anni fa. Decide e pianifica le operazioni la Comunità di intelligence, formata dalla Cia e altre 16 organizzazioni federali. In Afghanistan – confermano funzionari del Pentagono intervistati dal New York Times – le forze convenzionali Usa diminuiranno nel 2013 il loro ruolo di combattimento, «la cui responsabilità passerà alle forze per le operazioni speciali», che «resteranno nel paese ben oltre la fine della missione Nato nel 2014». Loro compito sarà quello di «dare la caccia ai leader degli insorti, catturarli o ucciderli, e addestrare truppe locali». Verrà creato un apposito comando delle operazioni speciali, le cui unità saranno organizzate in una nuova «Forza di attacco in Afghanistan». Quello adottato in questo paese sarà un «modello» per altri. Una direttiva segreta, nel settembre 2009, ha autorizzato «una forte espansione delle attività militari clandestine, con l’invio di commandos per le operazioni speciali in paesi, sia amici che ostili, del Medio Oriente, dell’Asia centrale e del Corno d’Africa». Il Comando delle operazioni speciali, che ufficialmente dispone di circa 54mila specialisti dei quattro settori delle forze armate, organizzati in «piccole unità d’élite», ha il compito di «eliminare o catturare nemici e distruggere obiettivi». Si occupa inoltre di «guerra non-convenzionale condotta da forze esterne, addestrate e organizzate dallo Ussocom; controinsurrezione per aiutare governi alleati a reprimere una ribellione; operazione psicologica per influenzare l’opinione pubblica straniera così che appoggi le azioni militari Usa». Nel quadro della «guerra non-convenzionale», lo Ussocom impiega anche compagnie militari private, come la Xe Services (già Blackwater, nota per le sue azioni in Iraq) che risulta impegnata in varie operazioni speciali, anche in Iran. L’uso di tali forze offre il vantaggio di non richiedere l’approvazione del Congresso e di rimanere segreto, non suscitando reazioni nell’opinione pubblica. I commandos delle operazioni speciali in genere non portano neppure l’uniforme, ma si camuffano con abbigliamento locale. Gli assassini e le torture che compiono restano così anonimi. E poiché sono gli Stati uniti a dettar legge nella Nato, molto probabilmente gli alleati stanno adottando lo stesso modello. Quello dell’Anonima Assassini delle «grandi democrazie» occidentali.

IlManifesto.it

Gruppi armati all’interno della Siria: Preludio all’ intervento USA-NATO ?

di: Michel Chossudovsky

Russia e Cina hanno posto il veto al progetto di risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che puntava a condannare il regime siriano di Bashar al Assad, indicando l’esistenza di gruppi armati coinvolti nell’uccisione di civili nonché di atti terroristici.

Questi gruppi armati sono stati coinvolti sin dall’inizio del “movimento di protesta” a Daraa, nella Siria meridionale, nel marzo 2011.

La dichiarazione dell’ambasciatore russo alle Nazioni Unite, Viktor Churkin, non menziona però chi ci sia dietro questi gruppi armati.

Churkin ha detto che i promotori occidentali della  risoluzione non avevano incluso proposte fondamentali, ad esempio come isolare l’opposizione siriana dai gruppi estremisti violenti o una chiamata alle armi verso gli altri stati per usare la loro influenza in modo da impedire tali alleanze“. (Russia Today, 4 febbraio 2012)

Paradossalmente, la decisione della Russia di porre il veto sulla risoluzione è coerente con la relazione della missione degli osservatori della Lega Araba in Siria, che confermano l’esistenza di una “entità armata”.

Inaspettatamente, però, né Washington né la Lega Araba, che hanno commissionato,  in primo luogo, la missione degli osservatori in Siria, hanno accettato la relazione provvisoria presentata dalla Missione della Lega Araba.

Perché? 

Perché la missione – integrata da osservatori indipendenti provenienti da paesi della Lega Araba – fornisce una valutazione equilibrata e oggettiva di ciò che sta accadendo sul terreno all’interno della Siria. Non funge da megafono per Washington e per i governi degli stati arabi.

Essa sottolinea l’esistenza di una “entità armata”, riconoscendo che “gruppi armati dell’ opposizione”, tra cui il Syria Free Army, sono coinvolti in atti criminali e terroristici.

In alcune zone, questa entità armata ha reagito attaccando le forze di sicurezza siriane e i cittadini, provocando il governo a rispondere con ulteriori atti di violenza. Alla fine, sono i cittadini innocenti a pagare il prezzo di tali azioni con la vita o restando gravemente feriti.”

A Homs, Hama e Idlib, gli osservatori della missione hanno assistito ad atti di violenza commessi contro le forze governative e i  civili che hanno causato diversi morti e feriti. Esempi di tali atti sono l’attacco ad un autobus di civili, che ha provocato la morte di otto persone e ferendone molte altre, tra cui donne e bambini, e quello ad un treno che trasportava gasolio. In un altro incidente a Homs, è stato colpito un autobus della polizia, con due poliziotti che sono rimasti uccisi. Una gasdotto e alcuni piccoli ponti sono stati fatti saltare in aria.

Incidenti di questo tipo comprendono attacchi contro edifici, contro treni che trasportano carburante, contro veicoli adibiti al trasporto di gasolio ed esplosioni mirate contro la polizia, contro i membri dei media e le condutture di carburante. Alcuni di questi attacchi sono stati condotti dal Syria Free Army e  altri da gruppi armati dell’opposizione “.

Mentre la missione non identifica le potenze straniere dietro “l’entità armata”, la sua relazione dissipa le bugie dei media mainstream e le loro falsificazioni, usate da Washington per spingere ad un “cambio di regime” in Siria.

Il rapporto accenna anche al fatto che sono state esercitate, da parte dei funzionari del governo,  pressioni politiche per sostenere senza riserve la posizione politica di Washington.

Inoltre, gli osservatori sono stati anche sotto pressione per difendere le menzogne ​​e le falsificazioni dei media mainstream,  utilizzate per demonizzare il governo di Bashar al Assad:

Alcuni osservatori hanno rinnegato le loro funzioni e hanno rotto il giuramento che avevano preso. Hanno preso contatto con i funzionari provenienti dai loro paesi riferendo resoconti esagerati degli eventi. Quei funzionari, di conseguenza, hanno contribuito a sviluppare un quadro desolante e infondato della situazione.”

In recenti sviluppi, la Lega Araba ha annunciato che la missione in Siria verrà  sospesa.

Gruppi armati all’interno della Siria 

È ampiamente dimostrato che i gruppi armati, tra cui salafiti, milizie affiliate ad Al Qaeda  e i Fratelli Musulmani, sono segretamente sostenuti dalla Turchia, da Israele e dall’ Arabia Saudita.

L’insurrezione in Siria ha caratteristiche simili a quella della Libia, che è stata supportata direttamente dalle forze speciali britanniche che operano a Bengasi. Secondo l’ex funzionario della CIA Philip Giraldi:

La NATO è già clandestinamente impegnata nel conflitto siriano, con la Turchia che prende il comando fungendo da proxy degli Stati Uniti. Il ministro degli Esteri di Ankara, Ahmet Davitoglu, ha ammesso apertamente che il suo paese è pronto a invadere, non appena vi sia un accordo tra gli alleati occidentali. L’intervento dovrebbe basarsi su principi umanitari, per difendere la popolazione civile in base alla “responsabilità di proteggere”, dottrina che è stata invocata per giustificare l’ intervento in Libia. Fonti turche indicano che l’intervento potrebbe iniziare con la creazione di una zona cuscinetto lungo il confine turco-siriano per poi essere allargata. Aleppo, la città più grande e più cosmopolita della Siria, sarebbe la punta di diamante mirata dalle forze di liberazione.”

Aerei non contrassegnati della NATO stanno arrivando alle basi militari turche vicino ad Iskenderum ,sul confine siriano, consegnando le armi degli arsenali di Muammar Gheddafi così come i volontari  del Consiglio di transizione nazionale della Libia che hanno esperienza nell’aizzare i volontari locali contro i soldati, una competenza che hanno acquisito affrontando l’esercito di Gheddafi. Iskenderum è anche la sede del Free Syrian Army, il braccio armato del Consiglio nazionale siriano. Addestratori delle forze speciali francesi e inglesi sono sul campo, assistendo i ribelli siriani, mentre la CIA e gli uomini delle Operazioni Speciali degli Stati Uniti stanno fornendo sistemi di comunicazione e intelligence per aiutare la causa dei ribelli, permettendo ai combattenti di evitare concentrazioni di soldati siriani.”

Il ruolo di Robert Ford, ambasciatore degli Stati Uniti 

L’ambasciatore americano Robert Stephen Ford, che è arrivato a Damasco a gennaio 2011, ha svolto un ruolo centrale nel gettare le basi per una insurrezione armata in Siria. Come “Numero Due” presso l’ambasciata Usa a Baghdad (2004-2005) sotto la guida dell’ambasciatore John D. Negroponte, Ford ha svolto un ruolo chiave nell’attuazione della ‘”Opzione Salvador” del Pentagono in Iraq . Questa consisteva nel sostenere squadroni della morte iracheni e le forze paramilitari modellate sull’esperienza di quanto avvenuto in  Centro America all’inizio del 1980.

Il mandato di Ford a Damasco è quindi quello di replicare l’ “Opzione Salvador” in Siria, favorendo segretamente lo sviluppo di una insurrezione armata.

Alcune relazioni puntano allo sviluppo di una vera e propria e ben organizzata rivolta armata , supportata, addestrata ed equipaggiata dalla NATO e dal comando supremo della Turchia. Secondo fonti di intelligence israeliane:

Il quartier generale della NATO a Bruxelles e il comando supremo turco nel frattempo stanno elaborando piani per il loro primo passo militare in Siria, cioè armare i ribelli con armi per contrastare carri armati ed elicotteri utilizzati dal regime di Assad per reprimere l’opposizione. Invece di ripetere il modello libico degli attacchi aerei, gli strateghi della NATO stanno pensando a inviare grandi quantità di missili anti-carro e anti-aria, mortai e mitragliatrici pesanti nei centri protesta, per respingere di nuovo i blindati delle forze governative.” (DEBKAfile, NATO to give rebels anti-tank weapons, 14 agosto 2011)

Un intervento guidato da USA-NATO, che inevitabilmente coinvolgerebbe anche Israele, è già sul tavolo del Pentagono. Secondo fonti militari e di intelligence, la NATO, la Turchia e l’Arabia Saudita hanno già discusso “quale tipo di forma richiederebbe questo intervento [in Siria] ” (Ibid)

LINK: Armed Groups Inside Syria: Prelude to a US-NATO Intervention?

DI: Coriintempesta

La frutta che non è mai caduta

di: Fidel Castro Ruz

Cuba è stata costretta a lottare per la propria esistenza di fronte ad una potenza espansionista, ubicata a poche miglia dalle coste, che proclamava l’annessione della nostra isola, il cui unico destino era cadere nel loro seno come frutta matura. Eravamo condannati a non esistere come nazione.

Nella gloriosa legione di patrioti che durante la seconda metà del XIX secolo lottò contro l’abominabile dominazione spagnola per 300 anni, Josè Martì è stato chi con più chiarezza percepì questo drammatico destino.

Così lo ha reso noto nelle ultime righe che scrisse quando, alla vigilia del forte combattimento previsto contro una coraggiosa e ben equipaggiata colonna spagnola, dichiarò che l’obiettivo principale delle loro lotte era: “… impedire in tempo con l’indipendenza di Cuba, che gli Stati Uniti si estendano per le Antille e cadano, con la loro forza, sulle nostre terre di America. Quanto ho fatto fino ad oggi e farò, è per tutto ciò”.

Senza capire questa profonda verità, oggi non si potrebbe essere patriota, né rivoluzionario.

I mass media, il monopolio delle molte risorse tecniche, e gli abbondanti fondi destinati a ingannare ed abbrutire le masse, costituiscono, senza dubbio, considerevoli ostacoli, ma non invincibili.

Cuba ha dimostrato che – dalla sua condizione di fattoria coloniale yankee, in congiunto all’analfabetismo ed alla povertà generalizzata del suo popolo –, era possibile affrontare il paese che minacciava con il definitivo assorbimento della nazione cubana. Nessuno può affermare che esistesse una borghesia nazionale che si opponeva all’impero, si è sviluppata talmente vicina all’impero che inviò negli Stati Uniti, poco dopo il trionfo della Rivoluzione, quattordicimila bambini senza protezione, anche se questa decisione è stata associata alla perfida bugia che sarebbe stata tolta la Patria Potestà, che la storia registrò come operazione Peter Pan ed è stata qualificata come la miglior manovra di manipolazione di bambini con finalità politica ricordata nell’emisfero occidentale.

Il territorio nazionale è stato invaso, appena due anni dopo il trionfo rivoluzionario, da forze mercenarie, – integrate da antichi soldati di Batista, e figli dei latifondisti e borghesi – armati e scortati dagli Stati Uniti con navi della loro flotta, inclusi portaerei con strumenti pronti a entrare in azione, che accompagnarono gli invasori fino alla nostra isola. La sconfitta e la cattura di quasi il totale dei mercenari in meno di settantadue ore e la distruzione dei loro aerei che operavano dal Nicaragua e i loro mezzi di trasporto navali, costituì un’umiliante sconfitta per l’impero e i loro alleati latinoamericani che sottovalutarono la capacità di lotta del popolo cubano.

L’URSS davanti all’interruzione del rifornimento di petrolio da parte degli Stati Uniti, l’ulteriore sospensione totale della quota storica di zucchero nel mercato di quel paese, e il divieto di commercio creato per più di cento anni, rispose a ognuna delle misure fornendo combustibile, acquistando il nostro zucchero, facendo commercio con il nostro paese e finalmente fornendo le armi che Cuba non poteva acquistare in altri mercati.

L’idea di una campagna sistematica d’attacchi pirata organizzati dalla CIA, i sabotaggi e le azioni militari di bande create e armate da loro, prima e dopo l’attacco mercenario, che finirebbe in un’invasione militare degli Stati Uniti contro Cuba, diedero origine agli avvenimenti che posero il mondo al bordo d’una guerra nucleare totale, con la quale nessuna delle due parti e la stessa umanità avrebbe potuto sopravvivere.

Questi avvenimenti, senza dubbio, costarono la carica a Nikita Jruschov, che aveva sottovalutato l’avversario e tralasciò criteri che gli sono stati trasmessi e non consultò per la sua decisione finale, coloro che stavamo in prima linea. Quella che poteva essere un’importante vittoria morale, divenne così un costoso rovescio politico per l’URSS. Per molti anni continuarono a realizzare le peggiori aggressioni contro Cuba e non poche, come il criminale bloqueo, si commettono ancora.

Jruschov fece gesti straordinari verso il nostro paese. In quell’occasione io criticai senza titubanze l’accordo inconsulto con gli Stati Uniti, ma sarebbe ingrato e ingiusto non riconoscere la sua straordinaria solidarietà nei momenti difficili e decisivi per il nostro popolo nella sua storica battaglia per l’indipendenza e la rivoluzione, di fronte al poderoso impero degli Stati Uniti. Capisco che la situazione era terribilmente tesa e lui non voleva perdere un minuto, quando prese la decisione di ritirare i proiettili e gli yankee s’impegnarono, molto segretamente, a rinunciare all’invasione.

Nonostante i decenni trascorsi, che sono ormai mezzo secolo, la frutta cubana non è caduta nelle mani degli yankee.

Le notizie che adesso giungono dalla Spagna, Francia, Iraq, Afghanistan, Pakistan, Iran, Siria, Inghilterra, le Malvine e altri numerosi punti del pianeta, sono serie, e tutte fanno pensare ad un disastro politico ed economico per l’insensatezza degli Stati Uniti e dei loro alleati.

Parlerò di pochi temi. Devo rilevare, stando a quello che molti raccontano, che la selezione di un candidato repubblicano per aspirare alla presidenza di questo globalizzato e inclusivo impero, è a sua volta, e lo dico seriamente, la maggior competizione d’idiozie e d’ignoranza che si sia mai ascoltata. Siccome ho diverse cose da fare, non posso dedicare tempo a questo tema. Sapevo comunque molto bene che sarebbe stato così.

Illustrano di più alcuni articoli che desidero analizzare perché mostrano l’incredibile cinismo che genera la decadenza dell’Occidente. Uno di questi, con sbalorditiva tranquillità, parla di un prigioniero politico cubano, che, come si afferma, è morto dopo uno sciopero della fame durato cinquanta giorni. Un giornalista di Granma, Juventud Rebelde, di un giornale radio o qualsiasi mezzo d’informazione rivoluzionario, si può sbagliare in qualsiasi apprezzamento su qualsiasi tema, pero non fabbrica mai una notizia o inventa una menzogna.

Nella nota di Granma si afferma che non c’è stato questo sciopero della fame; era un recluso per un delitto comune, condannato a quattro anni per un’aggressione, che provocò lesioni al viso di sua moglie; che la stessa suocera aveva richiesto l’intervento delle autorità; che i familiari più stretti hanno seguito tutti i procedimenti utilizzati nel trattamento medico e che erano grati per gli sforzi degli specialisti che l’avevano assistito. È stato ricoverato, dice la nota, nel miglior ospedale della regione orientale, come si fa con tutti i cittadini. È morto per un problema multi organico secondario, associato ad un processo respiratorio settico severo.

Il paziente aveva ricevuto tutte le attenzioni che si applicavano in un paese che possiede uno dei miglior servizi medici al mondo, che si offrono gratuitamente, nonostante il bloqueo imposto dall’imperialismo alla nostra Patria. È semplicemente un dovere che si compie in un paese dove la Rivoluzione è orgogliosa di aver rispettato sempre, durante più di cinquanta anni, i principi che le hanno dato la sua invincibile forza.

Sarebbe meglio che il governo spagnolo, visti gli ottimi rapporti che ha con Washington, viaggi negli Stati Uniti e se informi di quanto occorre nelle prigioni yankee, la condotta spietata che applica ai milioni di prigionieri, la politica eseguita con la sedia elettrica, e gli orrori che si commettono con i detenuti nelle carceri e quelli che protestano nelle strade.

Ieri, lunedì 23 gennaio, un forte editoriale di Granma, intitolato “Le verità di Cuba” in una pagina completa di questo giornale, spiegò dettagliatamente l’insolita sfacciataggine della campagna bugiarda scatenata contro la nostra rivoluzione da alcuni governi “tradizionalmente compromessi con la sovversione contro Cuba”.

Il nostro popolo conosce bene le norme che hanno retto il comportamento irreprensibile della nostra Rivoluzione dal primo combattimento, che non è stata mai infangata durante più di mezzo secolo. Sa anche che non potrà essere mai incalzato né ricattato dai nemici. Le nostre leggi e le norme si compieranno con sicurezza.

È bello segnalarlo con tutta chiarezza e franchezza. Il governo spagnolo e la scalcinata Unione Europea, immersa in una profonda crisi economica, devono sapere a cosa attenersi. Fa pena leggere nelle agenzie di notizie le dichiarazioni di ambedue quando utilizzano le loro sfacciate bugie per attaccare Cuba. Occupatevi prima di salvare l’euro, se potete. Risolvete la disoccupazione cronica che in numero ascendente soffrono i giovani, e rispondete agli indignati sui quali la polizia si avventa e colpisce costantemente.

Non ignoriamo che adesso in Spagna governano gli ammiratori di Franco, ci ha inviato membri della Divisione Azzurra insieme agli SS ed agli SA nazisti per uccidere i sovietici. Quasi cinquantamila di loro parteciparono nella cruenta aggressione. Nell’operazione più crudele e dolorosa di quella guerra: l’assedio di Leningrado, dove morirono un milione di cittadini russi, la Divisione Azzurra fecce parte delle forze che cercarono di strangolare l’eroica città. Il popolo russo non perdonerà mai quell’orrendo crimine.

La destra fascista di Aznar, Rajoy e altri servitori dell’impero, deve sapere qualcosa delle sedicimila perdite che hanno avuto i predecessori della Divisione Azzurra e le Croci di Ferro con le quale Hitler premiò gli ufficiali ed i soldati di quella divisione. Non ha nulla di strano quello che fa oggi la polizia gestapo con gli uomini e le donne che domandano il diritto al lavoro ed al pane nel paese con più disoccupazione di Europa.

Perché mentono così sfacciatamente i mass media dell’impero?

Quelli che gestiscono questi media, s’impegnano ad ingannare ed abbruttire il mondo con le grossolane bugie, pensando forse che costituisce una risorsa principale per mantenere il sistema globale di dominazione e saccheggio imposto, ed in modo particolare alle vittime vicine alla sede della metropoli, i quasi seicentomilioni di latinoamericani e caraibici che vivono in questo emisfero.

La repubblica sorella del Venezuela è diventata l’obiettivo fondamentale di quella politica. La ragione è ovvia. Senza il Venezuela, l’impero avrebbe imposto il trattato di libero commercio a tutti i popoli del continente che ci sono al Sud degli Stati Uniti, dove si trovano le maggiori riserve di terra, acqua dolce, e minerali del pianeta, così come grandi risorse energetiche che, somministrate con spirito solidario verso gli altri popoli del mondo, costituiscono risorse che non possono né devono cadere nelle mani delle multinazionali che impongono un sistema suicida ed infame.

Basta, per esempio, guardare la cartina geografica per capire la criminale spoliazione che significò per Argentina toglierle un pezzo del suo territorio nell’estremo sud del continente. Lì hanno impiegato i britannici, il loro decadente apparato militare per uccidere inesperti reclute argentine che indossavano le uniformi estive mentre si era già in pieno inverno. Gli Stati Uniti ed il loro alleato Augusto Pinochet diedero all’Inghilterra uno supporto svergognato. Adesso, alla vigilia dell’Olimpiade di Londra, il loro primo ministro David Cameron proclama anche, come lo aveva già fatto Margaret Tatcher, il loro diritto di usare i sottomarini nucleari per uccidere gli argentini. Il governo di quel paese non sa che il mondo è in cambiamento, e il disprezzo del nostro emisfero e della maggioranza dei popoli verso gli oppressori aumenta ogni giorno.

Il caso delle Malvine non è l’unico. Qualcuno conosce per caso come finirà il conflitto in Afghanistan? Pochi giorni fa i soldati statunitensi oltraggiavano i cadaveri dei combattenti afgani, uccisi dai bombardieri senza pilota della NATO.

Tre giorni fa un’agenzia europea pubblicò che “il presidente afgano Hamid Karzai, diede il suo avallo ad un negoziato di pace con i Talebani, sottolineando che questo fatto deve essere risolto dai cittadini dello stesso paese”.

Poi aggiunse: “… il processo di pace e riconciliazione appartiene alla nazione afgana e nessun paese o organizzazione straniera può togliere agli afgani questo diritto.”

D’altra parte, un comunicato pubblicato dalla nostra stampa comunicava da Parigi che “Francia sospese oggi tutte le operazioni di formazione ed aiuto al combattimento in Afghanistan e minacciò con anticipare il ritiro delle truppe, dopo che un soldato afgano ultimasse quattro militari francesi nella valle Tgahab, della provincia di Kapisa […] Sarkozy diede istruzioni al ministro di difesa Gerard Longuet per spostarsi immediatamente a Kabul, e vide la possibilità di un ritiro anticipato del contingente.”

Sparita l’URSS ed il Campo Socialista, il governo degli Stati Uniti concepiva che Cuba non poteva sostenersi. George W. Bush aveva già preparato un governo controrivoluzionario per presiedere il nostro paese. Lo stesso giorno che Bush iniziò la sua criminale guerra contro l’Iraq, io chiesi alle autorità del nostro paese la cessazione della tolleranza che si applicava ai capi controrivoluzionari che in quei giorni chiedevano istericamente un’invasione contro Cuba. In realtà la loro attitudine costituiva un atto di tradimento alla Patria.

Bush e le sue stupidaggini imperarono durante otto anni e la Rivoluzione cubana ha perdurato ormai da più di mezzo secolo. La frutta matura non è caduta nel seno dell’impero. Cuba non sarà una forza in più con cui potrà allargarsi l’impero sui popoli d’America. Il sangue di Martì non si è versato invano.

Domani pubblicherò un’altra Riflessione come complemento di quest’ultima.

LINK:  La fruta que no cayó

DA: Prensa Latina -Agenzia di Stampa LatinoAmericana

La sicurezza di Babbo Natale

di: Manlio Dinucci

Ogni anno, si racconta ai bambini, Babbo Natale fa il giro del mondo su una slitta volante, trainata da renne. Ma chi si occupa della sua sicurezza? Il Norad, il Comando di difesa aerospaziale nordamericano. Il 24 dicembre, nel quartier generale di Peterson (Colorado), viene attivato un centro operativo reale, il Norad Tracks Santa Operation Center, che, con un personale di 1.200 specialisti e volontari, simula di seguire la rotta di Santa Claus di minuto in minuto, riportandola su Google Earth, e risponde a quanti chiedono informazioni (http://www.noradsanta.org/it/index.html). Appena Babbo Natale decolla dal Polo Nord – spiega il Norad – viene localizzato dai radar del comando aerospaziale, che ne segue la rotta con i satelliti in orbita geosincrona, dotati di sensori a infrarossi, e sofisticate telecamere digitali. Quando la slitta di Babbo Natale si avvicina al Nord America, si levano in volo caccia canadesi e statunitensi (CF-18, F-15, F-16, F-22), in questo caso non per abbattere il velivolo ma per scortarlo. Una grande favola messa in scena, usando però un centro operativo reale e riferendosi, nella simulazione, a satelliti militari ed aerei reali, usati per la guerra. Una grande operazione di immagine, iniziata nel 1955, che con Internet si è trasformata in una campagna propagandistica planetaria. «La vigilia di Natale – spiega il generale Charles Jacoby – i bambini del mondo contano sul Norad perché Santa Claus possa completare la sua missione in tutta sicurezza». Il messaggio pubblicitario è chiaro: la missione del Norad non è la guerra, ma la sicurezza del mondo. Lo garantisce un eccezionale testimonial: Babbo Natale. Non nuovo a compiti di questo genere. Negli Stati uniti, il mitico personaggio, immigrato dall’Europa, fu arruolato nel 1863 dai nordisti nella Guerra civile per portare regali ai soldati al fronte, vestito a stelle e strisce. Quindi, negli anni Trenta, fu assunto dalla Coca-Cola, la multinazionale che lo rese celebre in tutto il mondo nella sua immagine attuale. Nella mappa su Google Earth, il Babbo Natale del Norad, man mano che sorvola le regioni del mondo, lascia pacchi regalo con un bel fiocco rosso. Anche in Afghanistan, Pakistan, Iraq, Libia, per la gioia dei bambini che dai velivoli Usa hanno visto finora cadere solo bombe. Anche in Iran e in Siria, dove nei pacchi c’è il regalo di una nuova guerra in preparazione. Nella mappa non compaiono invece i pacchi regalo per i politici e i militari che fanno le guerre. Eppure li aspettano con ansia, perché, come dicono gli psicologi, in tutti noi c’è un bambino nascosto. A questi bambini cresciuti e viziati, il Babbo Natale del Norad porterà costosissimi regali, pagati col denaro pubblico. Come l’F-35 Lightning, il caccia di quinta generazione che tra poco si leverà in volo per scortare la slitta di Babbo Natale, mostrando così al mondo che «garantisce la sicurezza delle nuove generazioni», e per bombardare negli altri giorni i paesi dove il Santa Claus del Norad ha lasciato i pacchi regalo. Riflettendo su tutto questo, qualcuno concluderà che non ci si può fidare di Babbo Natale e che è meglio scegliere il Presepe. Ma non vi troverà la Sacra Famiglia, arrestata a un check-point israeliano.

IlManifesto.it

In Iraq il conflitto è «surrogato»

di: Manlio Dinucci

Le nostre truppe sono uscite dall’Iraq «a testa alta», ha annunciato il comandante in capo Barack Obama. Gli Usa hanno di che essere fieri. Lasciano un paese invaso nel 2003 con la motivazione che possedeva armi di distruzione di massa, rivelatasi infondata. Messo a ferro e fuoco da oltre un milione e mezzo di soldati, che il Pentagono vi ha dislocato a rotazione insieme a centinaia di migliaia di contractor militari, usando ogni mezzo per schiacciare la resistenza: dalle bombe al fosforo contro la popolazione di Falluja alle torture nella prigione di Abu Ghraib. Provocando circa un milione di vittime civili, aggiuntesi a quelle della prima guerra contro l’Iraq e dell’embargo. Costringendo oltre 2 milioni di iracheni ad abbandonare le proprie case e altrettanti a rifugiarsi in Siria e Giordania. Lasciando un paese disastrato, con una disoccupazione a oltre il 50%, la metà dei medici che aveva prima dell’invasione, un terzo dei bambini affetti da malnutrizione, cui si aggiungono quelli con malformazioni genetiche dovute alle armi del Pentagono. Una guerra che gli Usa hanno pagato con 4.500 morti e oltre 30mila feriti tra i militari, il 30% dei quali è tornato a casa con gravi problemi psichici. Costata 1.000 miliardi di dollari, cui si aggiungeranno circa 4mila miliardi di spese indirette, come quelle per l’assistenza ai veterani. Ne è valsa però la pena: d’ora in poi «il futuro dell’Iraq sarà nelle mani del suo popolo», assicura il presidente Obama. Si è guadagnato così il Premio Nobel per la pace? C’è da dubitarne, leggendo il manuale dello U.S. Army su «La guerra surrogata per il XXI secolo»: una guerra condotta sostituendo alle forze armate tradizionali, che intervengono apertamente, forze speciali e servizi segreti che agiscono nell’ombra, con il sostegno di forze alleate di fatto sotto comando Usa. Lo confermano vari fatti. Il personale dell’ambasciata Usa a Baghdad, la più grande del mondo, passerà da 8mila a 16mila. Sarà potenziato il suo «Ufficio di cooperazione alla sicurezza», che addestra e arma le forze irachene. Dal 2005, il governo iracheno ha acquistato armamenti Usa per 5 miliardi di dollari e, secondo il programma, ne comprerà altri per 26 miliardi. Tra questi, 36 caccia F-16 con relativi armamenti (che potrebbero salire a 96), i cui piloti saranno addestrati negli Usa e le cui basi saranno di fatto sotto il controllo del Pentagono. Unità della Cia e delle forze speciali Usa continuano ad addestrare (e di fatto a dirigere) le «forze di sicurezza» che, per ordine del primo ministro Nouri al-Maliki, hanno già arrestato centinaia di ex baathisti con l’accusa, basata su «prove» fornite dal Cnt libico, di aver preparato un colpo di stato con l’appoggio di Gheddafi. Allo stesso tempo Washington lega a sé il governo regionale curdo di Masoud Barzani, con il quale la ExxonMobil ha concluso un grosso contratto per lo sfruttamento petrolifero, scavalcando il governo di Baghdad. Nel Kurdistan iracheno operano dal 2003 forze speciali Usa, agli ordini del generale Charles Cleveland. Lo stesso che – rivela il giornale egiziano «al-Arabi» – addestra e dirige oggi in Turchia i commandos dell’«esercito libero siriano» per la «guerra surrogata» alla Siria.

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Le smart bombs di Wall Street

di: Manlio Dinucci

Ci sono vari tipi di smart bombs, «bombe intelligenti», usate da quello che Les Leopold definisce efficacemente il «governo segreto di Wall Street», la potente oligarchia finanziaria che controlla lo stato (http://www.voltairenet.org/Wall-Street-secret-government). Le prime sono quelle propagandistiche che colpiscono il cervello, annebbiando gli occhi e facendo vedere cose inesistenti.

Sono oggi massicciamente impiegate per mistificare la realtà della crisi, per convincerci che essa è provocata dal debito pubblico e che, per salvarci, dobbiamo fare duri sacrifici tagliando le spese sociali. Il debito pubblico è però conseguenza, non causa della crisi. Essa è dovuta al funzionamento stesso del mercato finanziario, dominato da potenti banche e gruppi multinazionali. Basti pensare che il valore delle azioni quotate a Wall Street, e nelle Borse europee e giapponesi, supera quello di tutti i beni e servizi prodotti annualmente nel mondo. Le operazioni speculative, effettuate con enormi capitali, creano un artificioso aumento dei prezzi delle azioni e di altri titoli, che non corrisponde a una effettiva crescita dell’economia reale: una «bolla speculativa» che prima o poi esplode, provocando una crisi finanziaria. A questo punto intervengono gli stati con operazioni di «salvataggio», riversando denaro pubblico (e quindi accrescendo il debito) nelle casse delle grandi banche e dei gruppi finanziari privati che hanno provocato la crisi. Solo negli Stati uniti, l’ultimo «salvataggio» ammonta a oltre 7mila miliardi di dollari, dieci volte più di quanto ufficialmente dichiarato. Come ciò possa avvenire lo spiega il fatto che i candidati presidenziali sono finanziati, attraverso «donazioni» e in altri modi, dalle grandi banche, tra cui la Goldman Sachs, e che l’amministrazione Obama, appena entrata in carica, ha nominato in posti chiave loro persone di fiducia, facenti parte della Commissione Trilaterale. La stessa in cui Mario Monti, consulente internazionale della Goldman Sachs e ora capo del governo italiano, riveste il ruolo di presidente del gruppo europeo. Non c’è quindi da stupirsi se il governo segreto di Wall Street impiega, in funzione dei suoi interessi, anche «bombe intelligenti» reali. Non a caso le ultime guerre, effettuate dagli Stati uniti e dalla Nato, hanno «intelligentemente» colpito stati situati nelle aree ricche di petrolio (Iraq e Libia) o con una importante posizione regionale (Jugoslavia e Afghanistan). Stati come l’Iraq di Saddam Hussein, che minacciava di sganciarsi dal dollaro vendendo petrolio in euro e altre valute, o come la Libia di Gheddafi, che programmava di creare il dinaro d’oro quale concorrente del dollaro e promoveva organismi finanziari autonomi dell’Unione africana, il cui sviluppo avrebbe ridotto l’influenza della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale. Per analoghe ragioni si prendono ora di mira Siria e Iran. Crisi e guerra sono due facce della stessa medaglia. Anche perché la guerra fa crescere la spesa militare che, appesantendo il debito pubblico, impone ulteriori sacrifici.

L’Italia, stima il Sipri, è arrivata a una spesa militare annua di 28 miliardi di euro, all’incirca il costo della manovra. Ma non se ne parla. Le bombe di Wall Street sono davvero intelligenti.

IlManifesto.it

Sanzioni all’Iran: atto di guerra

di: Matteo Guinness

L’opinione pubblica mondiale e nazionale, soprattutto quella più falsamente “pacifista” è sempre pronta a blaterare sull’ingiustizia delle guerre, tanto da edificarci intorno vere e proprie costruzioni ideologiche; siamo abituati a cortei e soprattutto opinioni da “bar dello sport” in cui si scopre l’acqua calda scandalizzandosi della durezza dei conflitti e piangendo per le popolazioni devastate, ma sempre dalla guerra in generale e mai da precisi protagonisti mossi da strategie geopolitiche ben precise.

In questo modo le responsabilità non sono mai di nessuno, ma della “guerra” in generale così che tutto possa ricominciare da capo al successivo attacco unilaterale delle poche potenze che possono effettuarli e permetterseli (Usa, Nato, Israele).

Inoltre, nel caso queste potenze non avessero forze sufficienti per attaccare una popolazione e uno Stato non allineato ai propri interessi (gli esempi sono infiniti), si utilizza spesso un altro atto di guerra, quasi peggiore dei bombardamenti veri e propri, che colpisce tutta la popolazione interessata: parliamo delle sanzioni economiche. Sebbene queste siano accettate acriticamente da gran parte dell’opinione pubblica, hanno gli stessi effetti della guerra, sono decise unilateralmente per gli interessi della coalizione atlantica e colpiscono indiscriminatamente ogni civile presente sul territorio, non avendo nemmeno la scusa degli obiettivi militari. Potremmo considerarle simili allo spargimento di un virus letale e contagioso, una vera e propria arma biologica, inarrestabile e generale. Il caso studio più famoso, per aver prodotto una mole infinita di studi e ricerche, è quella delle sanzioni che vennero inflitte all’Iraq negli anni novanta, che produssero una vera e propria catastrofe umanitaria oltre che un ripensamento dottrinale nelle materie più disparate.

L’inesistenza di una base giuridica comune fa si che le sanzioni siano valutabili semplicemente da un punto di vista politico e morale ed essendo la superpotenza politica e morale attuale proprio la stessa che le infligge, ecco che sembra normale e giusto affamare e massacrare in questo modo intere popolazioni.

In questi giorni viene sottoposto a sanzioni l’Iran, perché vuole legittimamente sviluppare il nucleare per produrre energia, ma che, essendo un ostacolo agli Usa e Israele nel loro progetto di occupazione dell’Eurasia (partendo dal creare instabilità nel vicino e medio oriente), è continuamente minacciato di distruzione (così come la Siria) dagli alleati atlantici. Sarebbe auspicabile una presa di coscienza non solo geopolitica, necessaria per capire le strategie di Washington, ma anche “etica” così da rendersi conto che le sanzioni economiche imposte anche da un’Europa comandata dai burattinai d’oltre oceano, sono misure ingiuste e vergognose imposte ad una popolazione fiera ed orgogliosa, dalla quale bisognerebbe soltanto prendere esempio. Oggi toccherà a loro, ma il giorno che anche noi vorremmo finalmente fare scelte per il benessere degli italiani, saremmo pronti a subirci bombe o a essere assediati da sanzioni economiche?

Pubblicato anche su Stato&Potenza

“Gli americani a Falluja hanno usato armi vietate e sconosciute”

A rivelarlo una ricerca scientifica: attraverso l’analisi dei capelli della popolazione civile residente nella città irachena rasa al suolo nel 2004, sono state trovate tracce di uranio arricchito, lo stesso materiale usato per le bombe atomiche. L’Onu: “Migliaia i casi di cancri e malformazioni infantili

Aborti, deformazioni congenite, disfunzioni al sistema nervoso. Effetti collaterali del dramma diFalluja, la città irachena devastata dai bombardamenti Usa del 2004: non solo per via dell’uso di armi proibite, come fosforo bianco e uranio impoverito, ma addirittura a causa dell’uranio arricchito. Lo rivela una sconvolgente ricerca curata dal professorChristopher Busby, dell’Università di Ulster, e pubblicata in Conflict and Health. L’analisi dei capelli dei genitori di molti bambini nati con gravi deformazioni o già malati di tumore sembra provare l’impatto devastante delle bombe americane: una scoperta stupefacente, con “molte implicazioni a livello globale” a carico dell’esercito a stelle e strisce, reo di avere utilizzato nella distruzione della cittadina armi non solo vietate, ma addirittura sconosciute alla letteratura scientifica.

Entro la fine di quest’anno l’esercito Usa lascerà l’Iraq. Ma il Paese dovrà fare i conti con la pesante eredità della guerra. Soprattutto Falluja, che grazie all’utilizzo di questi armamenti anche contro la popolazione civile, è alle prese con abortideformazioni congenite, disfunzioni al sistema nervoso. Impressionanti i numeri della catastrofe sanitaria che ha colpito i bambini: secondo i dati di un recente rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, “nel 2006 si sono verificati 5.928 nuovi casi di malattie fino ad allora inesistenti a Falluja, delle quali circa il 70 per cento sono cancri e malformazioni in bambini minori di 12 anni”. Nei primi sei mesi del 2007, invece, i nuovi casi sono stati 2.447, “di cui più del 50% riguardanti i bambini”. Oggi la situazione rimane gravissima in tutto il Paese, con un tasso di cancro infantile che, in Iraq, è 14 volte quello dell’Egitto.

Una situazione denunciata sin dall’inizio dai medici locali, e supportata negli anni dall’evidenza scientifica di numerose ricerche. L’ultima, in ordine di tempo, è uno studio epidemiologico realizzato dal professor Busby assieme a Malak Hamdan, presidentessa della fondazione Cancro e Malformazioni Congenite, e Eleonore Blaurock-Busch, responsabile del laboratorio tedesco che ha eseguito le analisi. Con la fondamentale collaborazione di due pediatri dell’Ospedale generale di Falluja, i dottori Samira Alaani e Muhammed Tafash. Oltre al suolo e alle acque del posto, i due hanno analizzato i capelli dei genitori dei bimbi malati. “Abbiamo trovato alti livelli di diversi elementi comuni: calcio, alluminio, stronzio, bismuto e mercurio” afferma Busby: “Ma l’unica sostanza che abbiamo rilevato e che potrebbe spiegare l’alto tasso di malattie genetiche è l’uranio, un elemento radioattivo”.

Uranio che, però, in questo caso non è impoverito, bensì arricchito. Quello che “si usa nellebombe atomiche o nei reattori nucleari”, ricorda Busby. Un fatto decisamente anomalo, che ha portato i ricercatori ad una conclusione: a Falluja, oltre alle bombe al fosforo, sono stati utilizzati nuovi esplosivi con che non si erano mai visti prima. “Quello che abbiamo trovato dimostra chiaramente che esiste una nuova generazione di armi”, fa presente il professore.

Ma come fanno gli scienziati ad essere sicuri del fatto che questa forte presenza di uranio sia attribuibile agli attacchi del marzo 2004? “L’uranio è espulso dai capelli, e questi crescono ad un ritmo di un centimetro al mese”, rivela Busby che continua: “Abbiamo ottenuto campioni di capelli molto lunghi da alcune donne, ed abbiamo misurato i livelli di uranio attraverso la loro lunghezza”. Un test che ha confermato l’alta esposizione di queste persone all’elemento radioattivo in particolare fra il 2004 ed il 2005. “Ma soprattutto – insiste lo scienziato – prova l’esistenza di nuove armi all’uranio”. Ordigni “che fanno decisamente paura”.

L’equipe di ricercatori fa presente che qualcosa di simile è stato riscontrato anche in un cratere in Libano causato da una bomba israeliana. Per questo, secondo gli studiosi, “L’identità delle armi all’uranio arricchito usate a Falluja e in altri luoghi deve restare una questione aperta fino a quando i militari israeliani e statunitensi non rilasceranno maggiori informazioni”.

Per Hamdan, coautrice della ricerca, “questa straordinaria scoperta dovrebbe far sì che il mondo si svegli”. Non si può continuare ad ignorare gli effetti di queste armi radioattive sulla popolazione civile, denuncia la studiosa, perché “un altissimo numero di persone innocenti sono morte e moriranno in futuro, senza contare gli innumerevoli padri e madri che guarderanno con orrore e pietà i loro figli”

IlFattoQuotidiano.it

I «liberatori» venuti dal Qatar

di: Manlio Dinucci

I miraggi sono frequenti, specie nel deserto libico. Ne è affetto Farid Adly che, convinto della «genuinità della rivoluzione», continua a vedere un Cnt che «ha sì chiesto, accortamente, l’aiuto delle forze internazionali, ma si è anche opposto a qualsiasi intervento di terra» (Progetto Lavoro, ottobre). Eppure molti dei «ribelli libici», che la televisione ci mostra, non sono libici. Sono commandos del Qatar, addestrati e diretti dal Pentagono, camuffabili grazie alla lingua e all’aspetto. Lo abbiamo già detto, ma ora c’è la conferma ufficiale: «Noi qatariani eravamo tra i ribelli libici sul terreno, a centinaia in ogni regione», ha dichiarato il capo di stato maggiore Hamad bin Ali al-Atiya, precisando che «abbiamo gestito l’addestramento e le comunicazioni dei ribelli, supervisionato i loro piani, assicurato il loro collegamento con le forze Nato» (The Guardian, 26 ottobre). Il Qatar, scrive Le Figaro (6 novembre), ha inviato in Libia almeno 5mila uomini delle forze speciali, che «sono arrivati con le valige piene di soldi, cosa che ha permesso loro di far ribellare delle tribù». E non è escluso che sia stato un agente segreto qatariano ad assassinare Gheddafi, «per ordine di una entità straniera, o un paese o un leader, perché non voleva che i suoi segreti fossero rivelati», come ha dichiarato alla Cnn Mahmoud Jibril, già primo ministro del Cnt. Lo stesso Jibril e Abdurrahman Shalgham, ambasciatore del Cnt alle Nazioni Unite, accusano ora il Qatar di «voler dominare la Libia». In realtà, questa monarchia del Golfo ha il compito di dare un volto arabo e islamico all’occupazione neocoloniale della Libia da parte delle potenze occidentali. Mentre la Qatar Airways inaugura la linea aerea Doha-Bengasi, viene potenziata la Libya TV, «il primo canale indipendente della nuova Libia» che trasmette dal Qatar. E mentre il fondo sovrano qatariano si accaparra quote dei fondi sovrani libici «congelati», tra cui quello in mano alla Unicredit, Doha firma un accordo col Cnt per aiutarlo a organizzare un nuovo sistema giudiziario. La competenza della monarchia ereditaria qatariana è indubbia: come documenta Amnesty International, frequenti sono le condanne soprattutto di immigrati per «blasfemia», fino a 7 anni di carcere, e per «rapporti sessuali illeciti», 30-100 colpi di frusta, mentre per gli oppositori (sono illegali i partiti politici) c’è la condanna a morte senza processo. Con questa «monarchia illuminata» l’Italia ha rapporti privilegiati. Frequenti le visite bipartisan a Doha, effettuate da Boniver, Frattini, Moratti, Craxi, Scajola, Bonino, D’Alema, Parisi, Dini e altri. Storica quella del presidente Napolitano due anni fa, mentre Bersani (allora ministro) accoglieva a Roma una delegazione qatariana. E quest’anno, durante la guerra di Libia, il parlamento ha approvato con voto bipartisan l’accordo di cooperazione militare col Qatar. Di cui l’on. Franco Narducci (Pd), il 27 luglio alla Camera, ha elencato i meriti: «E’ uno dei maggiori alleati dell’Occidente, collabora con la Nato ed è intervenuto anche nel Bahrein», schiacciando nel sangue la richiesta popolare di democrazia. L’emiro del Qatar può essere sicuro: il nuovo governo italiano onorerà l’accordo, votato dal Pd che ne esalta «il profilo politico e strategico.»

IlManifesto.it

Iran, lo scenario della catastrofe

di: Manlio Dinucci

Col tono da imbonitore, il ministro israeliano della difesa Ehud Barak ha annunciato che, se «il paese fosse costretto a una guerra» contro l’Iran, non gli costerebbe «100mila morti, né 10mila e neppure 1.000, ma appena 500 e anche meno se tutti stessero al riparo in casa». Non sono compresi, nel macabro calcolo, tutti gli altri morti.

Secondo alti funzionari britannici, l’attacco all’Iran potrebbe avvenire tra Natale e gli inizi del nuovo anno, con l’appoggio logistico statunitense. Gli esperti ritengono che i siti nucleari iraniani verrebbero colpiti con missili e cacciabombardieri, attraverso tre corridoi aerei: uno diretto attraverso Giordania e Iraq, uno meridionale attraverso Giordania ed Arabia saudita, uno settentrionale attraverso il Mediterraneo e la Turchia. Gli impianti nucleari verrebbero colpiti con bombe penetranti a testata non-nucleare, come le Blu-117 già fornite dagli Usa, che possono essere sganciate a oltre 60 km dall’obiettivo, su cui si dirigono automaticamente.

Che cosa avverrebbe se fosse distrutta la centrale nucleare iraniana di Bushher, che ha cominciato a produrre elettricità lo scorso settembre con una capacità di 60 megawatt? Si produrrebbe una nube radioattiva simile a quella di Cernobyl che, a seconda dei venti, si diffonderebbe sul Golfo persico o anche sul Mediterraneo. Ancora più gravi sarebbero le conseguenze se, per ritorsione, l’Iran colpisse il reattore israeliano di Dimona, la cui potenza viene stimata in 70-150 MW. L’Iran non possiede armi nucleari, ma ha missili balistici a medio raggio, testati lo scorso giugno, che con la loro gittata di circa 2.000 km sono in grado di raggiungere Israele. Tali missili sono installati in silos sotterranei e, quindi, difficilmente neutralizzabili con un attacco «preventivo». Se venisse danneggiato o distrutto il reattore di Dimona, che produce plutonio e trizio per le armi nucleari israeliane, la nube radioattiva si diffonderebbe non solo su Israele (Dimona dista appena 85 km da Gerusalemme), ma anche sulla Giordania (distante 25 km) e l’Egitto (distante 75 km). E, a seconda dei venti, potrebbe raggiungere anche l’Italia e altri paesi europei. Le radiazioni (soprattutto quelle dello iodio-131 e del cesio-137) provocherebbero col tempo migliaia di morti per cancro.

Questo è previsto da chi pianifica l’attacco all’Iran. E’ quindi previsto di neutralizzare la capacità di risposta dell’Iran. Ciò non potrebbe essere fatto dalle sole forze israeliane. Secondo Dan Plesch, direttore del Centro di studi internazionali dell’Università di Londra, «i bombardieri Usa sono già pronti a distruggere 10mila obiettivi in Iran in poche ore». E anche la Gran Bretagna, rivela The Guardian, è pronta ad attaccare l’Iran.

Il piano prevede sicuramene lo schieramento di armi nucleari israeliane (tra cui il missile Jericho a lungo raggio testato il 2 novembre) e anche statunitensi e britanniche. O per dissuadere l’Iran dall’effettuare una pesante rappresaglia, anche contro basi Usa nel Golfo, o per un attacco risolutivo effettuato con una bomba a neutroni, che contamina meno ma uccide di più. Una guerra all’Iran comporterebbe la più alta probabilità di un uso di armi nucleari dalla fine della guerra fredda ad oggi. Mentre l’opinione pubblica è concentrata sullo «spread» finanziario, aumenta lo «spread» umano, il differenziale tra le scelte politiche e quelle necessarie per la sopravvivenza della specie umana.

IlManifesto

War Tour: partenze e arrivi

di: Manlio Dinucci

Al Pentagono lo chiamano «repositioning», riposizionamento di forze militari. È il grande Tour della guerra, le cui località preferite sono in Asia e Africa. In partenza dall’Iraq le truppe Usa. Immanuel Wallerstein la definisce «una sconfitta paragonabile a quella subita in Vietnam», perché i «leader politici iracheni hanno costretto gli Stati uniti a ritirare le truppe» e «il ritiro è stato una vittoria per il nazionalismo iracheno». Secondo lui, dopo due guerre, l’embargo e otto anni di occupazione che hanno provocato milioni di morti ed enormi distruzioni, l’Iraq ne esce più forte e indipendente, se riesce a imporre la sua volontà alla maggiore potenza mondiale. Ben diversi i fatti.

Durante l’occupazione, la Cia e il Dipartimento di stato hanno lavorato in profondità per «una soluzione politica in Iraq basata sul federalismo», secondo l’emendamento fatto passare in senato nel 2007 dall’attuale vicepresidente Joe Biden. Esso prevede «il decentramento dell’Iraq in tre regioni semi-autonome: curda, sunnita e sciita», con un «limitato governo centrale a Baghdad». Il «decentramento», ossia la disgregazione dello stato unitario, è già in atto nel basilare settore energetico, con i poteri locali che fanno accordi diretti con le multinazionali, tra le quali dominano quelle statunitensi. E le truppe Usa che lasciano l’Iraq non tornano a casa, ma vengono in gran parte «riposizionate» in altri paesi del Golfo, dove già gli Usa hanno un contingente di 40mila uomini, 23mila dei quali in Kuwait, sostenuto da potenti forze navali ed aeree.

Per di più, negli Emirati arabi uniti, sta nascendo un esercito segreto a disposizione del Pentagono e della Cia. «Questa robusta presenza militare in tutta la regione prova che il nostro impegno verso l’Iraq continua», assicura Hillary Clinton. Il piano prevede di potenziare militarmente le monarchie della regione, creando una sorta di «Nato del Golfo». E servirsene anche in Africa, come già avvenuto con la partecipazione del Qatar e degli Emirati alla guerra di Libia, mentre truppe irachene parteciperanno nel 2012 in Giordania all’esercitazione regionale anti-guerriglia Eager Lion. È il nuovo modo di fare la guerra – sostengono a Washington – testato dall’operazione in Libia, che ha dimostrato come, senza inviare truppe e subire perdite, «i leader di alcune potenze di media grandezza possono essere rovesciati a distanza», usando armi aeree e navali e facendo assumere il peso maggiore agli alleati. Tra questi i nuovi leader libici che, secondo fonti attendibili, hanno proposto alla Nato di creare in Libia una grande base militare permanente. Il piano, deciso in realtà a Washington, prevede la presenza di 15-20mila militari, di cui circa 12mila europei, con ingenti forze aeree e navali. Essenziali per la «sicurezza interna» e a disposizione per altre guerre contro l’Iran e la Siria.

Ne sarà contento Uri Avnery, che ha «benedetto» la guerra della Nato in Libia, sostenendo però che «la Libia si è liberata da sola». E Farid Adly, convinto che «la bandiera di re Idris, quella dell’indipendenza, non è un sintomo di ritorno al passato», sarà soddisfatto di vederla sventolare su una nuova grande base straniera, che sostituirà quella di Wheelus Field concessa agli Usa dall’illuminato re Idris, ma chiusa dal tirannico Gheddafi.

IlManifesto

In Libia il business armato

di: Manlio Dinucci

Terminata l’Operazione Protettore Unificato, mentre la Nato «continua a monitorare la situazione, pronta ad aiutare se necessario», si è aperta in Libia la corsa all’oro anche per le imprese occidentali minori. Esse si affiancano alle potenti compagnie petrolifere e banche d’investimento statunitensi ed europee, che hanno già occupato le posizioni chiave. La Farnesina si è impegnata a «facilitare la partecipazione delle piccole e medie imprese italiane alla costruzione della Libia liberata». Ma, già prima, era giunta a Tripoli una delegazione di 80 imprese francesi e il ministro della difesa Philip Hammond aveva sollecitato quelle britanniche a «fare le valige» e a correre in Libia. Vi sono grossi affari in vista, dopo che la Nato ha demolito lo stato libico. E c’è il forziere aperto su cui mettere le mani: almeno 170 miliardi di dollari di fondi sovrani «congelati», cui si aggiungono gli introiti dell’export petrolifero, che possono risalire a 30 miliardi annui. C’è però un problema: il clima di tensione che rende pericoloso per gli imprenditori muoversi nel paese. La prima preziosa merce da vendere in Libia è quindi la «sicurezza». Se ne occupa tra le altre la compagnia militare britannica Sne Special Projects Ltd: la dirige un ex parà che ha lavorato come contractor in Israele, Iraq, Afghanistan, Pakistan, Sudan e Nigeria, assistito da ex ufficiali dell’intelligence militare, delle forze speciali e delle forze anti-sommossa e anti-terrorismo. La compagnia, che precisa di essere presente a Bengasi, Misurata e Tripoli fin dal maggio 2011, ha aperto, in una lussuosa villa della capitale a 15 minuti dall’aeroporto, un residence per Vip presidiato da contractor britannici e libici superarmati, cui si aggiunge un centro degli affari sempre nella capitale. La tariffa del «taxi» con cui li trasporta dall’aeroporto è un po’ cara, 800 dollari invece degli usuali 5. La macchina è però un pesante blindato, collegato via satellite a un centro operativo a Tripoli e uno in Gran Bretagna, a loro volta collegati al sistema di sorveglianza Nato. In partnership con la Trango Limited, compagnia britannica specializzata nell’assistenza a imprese in aree ad alto rischio, la Special Projects fornisce, in particolare alle piccole e medie imprese del settore energetico, una gamma completa di servizi: informazioni di ogni tipo (corredate da foto e video), libero transito di persone e materiali sotto scorta ai confini con l’Egitto e la Tunisia, contatti interpersonali nel Cnt per concludere vantaggiosi affari. Servizi analoghi forniscono le compagnie statunitensi Scn Resources Group e Security Contracting Network, e varie altre installatesi in Libia. Ad usufruirne sono non solo le imprese occidentali, in corsa per accaparrarsi i contratti più lucrosi prima che arrivino di nuovo i cinesi, ma anche il Dipartimento di stato Usa e altri ministeri occidentali, per le operazioni in Libia sia dirette che tramite organizzazioni «non profit» da loro pagate. Il vuoto lasciato dal crollo dello stato libico, sotto i colpi della Nato, viene così colmato da una rete sotterranea di interessi e poteri. E, in caso di pericolose reazioni popolari, c’è sempre il blindato della Special Projects che permette di raggiungere velocemente l’aeroporto.

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Libia: un video-linciaggio per distrarre dalla pista Clinton-Goldman Sachs

Si può anche prescindere dalla questione della autenticità o meno dei video del linciaggio di Gheddafi, per constatare che la scelta della NATO di spettacolarizzare la morte di Gheddafi, rivela decisamente il carattere di una PSYOP (Psychological Operation), cioè di un atto di guerra psicologica. Al Jazeera, l’emittente dell’emiro del Qatar, ha assunto decisamente il ruolo di organo della guerra psicologica della NATO e della CIA, e questa sua ultima PSYOP del video-linciaggio è volta a confondere le acque e distrarre l’attenzione rispetto a dati ancora più inconfessabili.

Il 23 ottobre i festeggiamenti per la “liberazione” della Libia si sono svolti a Bengasi, non a Tripoli. Bengasi è sempre in festa, e festeggia soprattutto in nome e per conto di altre città della Libia.

A Bengasi infatti, e non a Tripoli, si sono svolti il 21 agosto scorso i festeggiamenti per la “liberazione” di Tripoli; un doppione dei festeggiamenti svoltisi il 18 marzo scorso per la proclamazione da parte del consiglio di Sicurezza dell’ONU della “no fly zone” (con il senno di poi questa locuzione inglese risulta particolarmente ridicola). La terna delle feste di Bengasi si è conclusa domenica, con l’ormai consueto spettacolo pirotecnico.[1]

Nella Libia “liberata” il governo provvisorio risiede ancora a Bengasi, ad indicare che l’effettivo controllo del territorio libico da parte della NATO e dei sedicenti ribelli è ancora al livello di sette mesi fa.

Da ciò si comprende che i video dovevano servire a creare l’illusione di una conclusione definitiva della vicenda, una “vittoria” da dare in pasto all’opinione pubblica mondiale, da tenere però impegnata in estenuanti dibattiti morali sulla liceità della vendetta, in modo da evitare che si possa seguire la pista dei soldi.

Il linciaggio di Gheddafi dovrebbe anche dimostrare, secondo la Nato, che i “ribelli” dopotutto sono dei barbari immaturi per la democrazia e incapaci di gestire uno Stato di Diritto; risulta perciò assolutamente necessaria la tutela internazionale, soprattutto per quanto riguarda l’eventuale ministero del Tesoro del nascente Stato libero della Libia. Come sorprendersi quindi che il primo atto del nuovo governo della Libia “libera” sia stato quello di chiedere alla NATO di rimanere in Libia?[2]

Si può prescindere per un momento anche dal business del petrolio libico, attualmente ritornato in mano soprattutto alla multinazionale British Petroleum, che deteneva quasi il monopolio del petrolio libico prima del colpo di Stato di Gheddafi nel 1969.[3]

Si possono infatti ricavare notizie interessanti soffermandosi anche solo sul denaro contante. Secondo notizie della BBC, i beni libici attualmente congelati in banche straniere ammontano ad almeno cinquantatre miliardi di dollari. Una delle principali banche in cui questi soldi libici sono investiti è la Goldman Sachs, la quale si è rifiutata di dare ulteriori informazioni, rifugiandosi dietro la riservatezza per “proteggere” il cliente (un’altro esempio di comicità involontaria in questa vicenda). [4]

Altra questione ancora aperta è quella dell’oro della banca centrale libica, le cui riserve auree ammontano a centoquarantaquattro tonnellate, secondo le stime per difetto operate dal Fondo Monetario Internazionale il marzo scorso.[5]

A detta dell’ex banchiere centrale libico, passato ai “ribelli”, le riserve valutarie ed auree della Libia ammontano complessivamente a centosessantotto miliardi di dollari, ma è tutto congelato, e ci vorrà una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per sbloccarlo, cioè tutto dipende dagli Stati Uniti. Secondo l’ex banchiere centrale mancherebbe all’appello circa un 20% dell’oro libico, ma la colpa sarebbe tutta di Gheddafi, che l’avrebbe sottratto per comprarsi i consensi delle tribù. La morte di Gheddafi consente perciò a chi ha sottratto effettivamente quell’oro di goderselo senza rischiare di subire indagini.[6]

Si registrano poi strane coincidenze. Hillary Clinton ed il suo clan da quale banca dipendono? Ritorna un nome familiare: Goldman Sachs. La superbanca multinazionale aveva già finanziato nel 1992 la vittoriosa campagna elettorale presidenziale di Bill Clinton; ed in effetti Robert Rubin, dirigente di Goldman Sachs, era poi diventato ministro del Tesoro dell’amministrazione Clinton.[7]

Il legame tra il clan dei Clinton e Goldman Sachs è stato consacrato anche da un matrimonio dinastico. Una figlia dei Clinton, Chelsea, ha infatti sposato un altro dirigente di Goldman Sachs, il pregiudicato per frode bancaria Marc Mezvinsky. [8]

Si potrebbe pensare che Bill Clinton, per farsi bello e darsi le arie di politico incorruttibile, abbia preso le distanze da Goldman Sachs, magari additandone pretestuosamente le magagne. Invece no. Retto ed integerrimo com’è, Bill Clinton, ha preso pubblicamente le difese di Goldman Sachs a proposito delle inchieste che l’hanno coinvolta, dichiarandosi scettico circa le accuse che hanno colpito la superbanca.[9]

Anche Hillary Clinton non ha voluto far torto al genero soltanto per darsi delle arie di essere immune dal nepotismo; ed infatti il Dipartimento di Stato, diretto da Hillary, ha coinvolto Goldman Sachs in un super-progetto internazionale, sotto l’egida della NATO, per far scuola di business a donne imprenditrici in Afghanistan e Pakistan. Insomma, una pioggia di denaro pubblico per Goldman Sachs, su iniziativa della Clinton. La notizia si trova sul sito di Goldman Sachs.[10]

Si può essere certi che i Clinton hanno la coscienza così pulita, che il timore di incappare in un sospetto di conflitto di interessi non li dissuaderà affatto dall’andare incontro alle legittime aspettative di Goldman Sachs, anche per ciò che riguarda la questione dell’ulteriore spartizione delle risorse finanziarie ed auree della Libia.

NOTE

[1] http://www.repubblica.it/esteri/2011/08/21/foto/bengasi_in_festa_per_la_sollevazione_di_tripoli-20683527/1/

http://it.euronews.net/2011/03/18/a-bengasi-festa-per-la-decisione-dell-onu/

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2011/10/23/visualizza_new.html_668694965.html

[2] http://www.tgcom.mediaset.it/mondo/articoli/articolo1025774.shtml

[3] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.thestreet.com/story/11228497/1/bps-outlook-in-libya-improves.html&ei=KOVsToWHLvTb4QTN36XZBA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=2&ved=0CCsQ7gEwATgo&prev=/search%3Fq%3DBP%2Blibya%26start%3D40%26hl%3Dit%26sa%3DN%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26biw%3D960%26bih%3D507%26prmd%3Divns

[4] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.bbc.co.uk/news/business-13552364&ei=fIalTu76Ksjxsgb7mO2SAw&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=2&ved=0CCsQ7gEwAThk&prev=/search%3Fq%3Dlibyan%2Bgold%2Bgoldman%2Bsachs%26start%3D100%26hl%3Dit%26sa%3DN%26rlz%3D1R2ACAW_it%26biw%3D960%26bih%3D507%26prmd%3Dimvns

[5] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.bbc.co.uk/news/business-12824137&ei=uY6lTsKpOY_RsgbOsaWVAw&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=2&ved=0CDUQ7gEwAQ&prev=/search%3Fq%3Dlibyan%2Bgold%2Breserves%26hl%3Dit%26rlz%3D1R2ACAW_it%26prmd%3Dimvns

[6] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.reuters.com/article/2011/08/25/us-libya-gaddafi-gold-idUSTRE77O1XO20110825&ei=9kCoTu-LKs74sgbVsezFDQ&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=3&ved=0CDMQ7gEwAg&prev=/search%3Fq%3Dlybia%2Bgold%2Bcentral%2Bbanker%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvns

[7] http://archiviostorico.corriere.it/1992/ottobre/06/GOLDMAN_SACHS_punta_Clinton_co_0_9210063639.shtml

[8] http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://news.bbc.co.uk/2/hi/8386968.stm

[9] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.huffingtonpost.com/2010/04/29/bill-clinton-im-skeptical_n_557085.html&ei=zEKkTsbiAseBOoL2ma0C&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=1&ved=0CCUQ7gEwAA&prev=/search%3Fq%3Dbill%2Bclinton%2B%2Bgoldman%2Bsachs%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvnso

[10] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www2.goldmansachs.com/media-relations/press-releases/current/10k-w-partnership.html&ei=OJ-lTtaoKNDKsgakqZH3Ag&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=1&ved=0CCYQ7gEwAA&prev=/search%3Fq%3Dgoldman%2BSachs%2BHillary%2Bclinton%26hl%3Dit%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvnso

FONTE: Comidad.org

Gheddafi, grande leader africano

di: Rodolfo Ricci

Dice il commentatore e vaticanista della Stampa, Andrea Tornielli, nel suo blog (http://2.andreatornielli.it/): “La Libia, quando Gheddafi prese il potere nel 1969, aveva un tasso di analfabetismo del 94 per cento; oggi l’88 per cento dei libici è alfabetizzato. Il Federal Research Division della Libreria del Congresso Usa scrive che “un servizio sanitario di base è fornito a tutti i cittadini libici. Salute, formazione, riabilitazione, educazione, alloggio, sostegno alla famiglia, ai disabili e agli anziani sono tutti regolarmentati dai servizi assistenziali”. Le vaccinazioni infantili coprono la quasi totalità della popolazione. C’è un medico ogni 673 cittadini. Secondo le tabelle dell’Indice di Sviluppo Umano della Banca Mondiale (miscellanea di aspettativa di vita, istruzione, reddito) la Libia è (o meglio, era) l’unico paese con livello alto dell’Africa, e veniva prima di ben nove nazioni europee.

Cito questi dati traendoli dall’illuminante libro Libia 2012 dello storico Paolo Sensini (Jaca Book), che consiglio vivamente a tutti coloro che vogliono farsi un’idea sulle ragioni della guerra e sul potere della disinformazione. Perché ho ricordato tutto questo?

Perché alcuni dei capi dei “ribelli” e del governo provvisorio – i nostri governi stendono su questo un velo di silenzio – sono ex terroristi di Al Quaeda. E se c’è una cosa davvero incerta è il futuro del paese. Li cito per ricordare come siamo molto selettivi nell’individuare i dittatori cattivi, e le popolazioni da proteggere, a seconda delle convenienze. Se le rivolte vengono sedate nel sangue in certi paesi arabi ottimi alleati dell’Occidente, facciamo finta di niente. In altri casi, come in quello della Libia (vuoi vedere che c’entrano petrolio e gas?) in poche ore eccoci tutti in fila a bombardare, ovviamente solo con bombe “intelligenti”…”

E’ solo l’ultima esternazione a cui si assiste sul web dopo l’esecuzione di Muhammar Gheddafi da parte di islamisti al seguito della alleanza neocolonialista e criminale capitanata dalla NATO che ha sganciato oltre 50.000 bombe in sette mesi di guerra sul territorio libico per annientare per sempre dalla faccia dell’Africa e della terra, la Jahmaijria socialista e il suo leader, arrivato al potere senza sparare un sol colpo nel lontano 1969.

Il fronte del capitalismo mondiale ci ha messo del tempo, ma alla fine è riuscito a raggiungere l’obiettivo che perseguiva da decenni, passando per i bombardamenti di Ronaald Reagan, (“el hombre de mierda”, secondo Galeano), che fece bombardare Tripoli uccidendo una cinquantina di membri della famiglia di Gheddafi; per l’attentato di Ustica, dove, per colpire Gheddafi, l’aviazione francese colpì invece il DC-9 dell’ITAVIA con la morte di 81 passeggeri italiani. E per altri numerosi tentativi di far fuori uno dei più intelligenti leader africani e mnondiali, il cui paese ha contribuito in termini di aiuti ai paesi del terzo mondo, più di tutti i grandi paesi del G-20 mesi insieme.

In termini di conquiste sociali ed economiche, di sviluppo e modernizzazione di un paese arretratissimo fino agli anni ’70, Gheddafi ha pochissimi “concorrenti”. Non ha eguali l’opera faraonica e strategica di creazione del grande fiume Man Made River, che costituisce la più grande opera di irrigazione dei paesi desertici e dell’intero pianeta, un’opera, che da sola e forse più della gestione indipendente ed oculata del petrolio, preoccupava fortemente il gruppo di potentati criminali che hanno aggredito la Libia sotto le insegne dell’ONU, in previsione della conquista e del controllo globale dell’acqua, una guerra planetaria che può dirsi iniziata proprio con l’aggressione alla Libia.

Se vi è qualcosa in cui Gheddafi ha sbagliato (e che deve servire di insegnamento) è quella di fidarsi del capitalismo criminale del nord, il cui apprezzamento quale scudo contro la penetrazione dell’islamismo nel nord Africa e il contenimento dei flussi migratori, non è bastato per acquisirne il riconoscimento. A posteriori si può dire che si trattava della più grande operazione di simulazione che un gruppo di paesi ha elaborato per disfarsi dell’indipendente e pericolosissimo leader che mirava all’unità africana, mentre per chi comanda, l’Africa non è altro che il continente del futuro confronto-scontro con la Cina e forse con l’India. Una sorta di patto di non aggressione violato alla prima utile occasione: la primavera araba.

Non è stato attaccato ed eliminato perchè non faceva bene, Muhammar Gheddafi, ma perchè fin troppo bene e con visione di futuro aveva fatto, lui, figlio di beduini analfabeti, nato nel ’42 – ma non sapeva neanche lui di preciso quando – , nel deserto a ridosso di Sirte.

A dimostrazione che l’intelligenza e la capacità di leadership prescinde, molto spesso, dal livello delle scuole frequentate ed è molto più legata alla capacità dell’intelligenza critica di cui ogni persona è dotata, salvo abdicarvi sotto pressione dei più forti o per adesione subalterna agli stessi, un panorama di cui è pieno il miserabile occidente avanzato.

Non è un caso che dopo il dissolvimento dell’URSS, tutti i residui bastioni di quello che fu il grande movimento dei “non allineati” è stato abbattuto senza pietà, secondo la innovativa prassi delle guerre umanitarie: Jugoslavia, Iraq, Libia. Affinché il posizionamento geostrategico occidentale fosse rafforzato in previsione degli eventi imminenti.

Ovviamente non esiste alcuna ragione umanitaria nell’attacco alla Jamajiriya, come non ne esistevano nelle precedenti aggressioni e guerre degli ultimi 15 anni. Ne sono conferma il sostegno a dittature spietate e feudali come quelle dell’alleato prediletto, l’Arabia Saudita dei Saud-Bush, e dei suoi emirati satelliti inventati dagli inglesi e cogestiti assieme agli USA del premio Nobel Barack Obama.

Ciò che colpisce in quest’epoca di fine impero è che le aggressioni si succedano sempre più frequenti e che il loro carattere oggettivamente criminale assomigli sempre più a quanto insegnato dalle politiche del decennio del Terzo Reich, incluso l’uso goebbelsiano dei media, che si mobilita a condannare le violenze dei riots londinesi e dei black blok romani, massaggiando per settimane i poveri (ma non più scusabili, se non si rivoltano) spettatori dell’occidente, e che parallelamente sostengono – da destra e da “sinistra” (insieme a settori consistenti di pacifisti pentiti) – le cinquantamila bombe umanitarie sganciate a difesa dei “civili libici” di Bengasi e di Misurata, mentre su Tripoli, Sirte, Bani Walid ecc. può piovere abbondante l’uranio impoverito e altre amenità, senza che nessuno si agiti.

Solo l’esecuzione del Cristo nel deserto filmata da decine di telefonini di ultima generazione e diffusa malgrado i suggerimenti della Nato mandante, riesce a destare qualcosa nel profondo di coscienze sempre più controllate. Ma subito dopo si riparlerà di casa nostra, con l’inconsistenza e l’insiepienza di sempre.

Finchè qualcosa non arriverà a destare gli spiriti.
Per ora non ci resta che salutare la grandezza di Muhammar Gheddafi, beduino, ispirato da Enrico Mattei, leader e combattente fino alla fine, dell’ indipendenza libica ed africana per quasi mezzo secolo.

Niente fughe in paradisi dorati, niente accaparramento di miliardi di dollari che erano alla portata sua e della sua famiglia.

Un segno invece, che non può essere oscurato facilmente, nè dimenticato.

“Sic transit gloria mundi” ha detto qualcuno. Vedremo se ciò che è stato seminato tornerà nell’ombra oppure se da esso,nuove e più accorte occasioni germoglieranno in Africa, continente del XXI secolo.

Emigrazione-Notizie

Vedi anche: La distruzione del tenore di vita di un paese: quello che la Libia aveva raggiunto, quello che è stato distrutto

Dieci anni dopo: Chi è Osama bin Laden?

di: Prof. Michel Chossudovsky

L’articolo sottostante intitolato Chi è Osama bin Laden? è stato redatto l’11 settembre 2001 e pubblicato sul sito Global Research la sera del 12 settembre 2001.

Da allora è apparso su numerosi siti web ed è uno degli articoli, riguardanti Osama bin Laden e Al Qaeda, più letti su Internet.

Sin dal principio, l’obiettivo era quello di utilizzare l’ 11 / 9 come pretesto per l’avvio della prima fase della guerra in Medio Oriente, che consisteva nel bombardamento e nell’ occupazione dell’Afghanistan.

Poche ore dopo gli attentati, Osama bin Laden era identificato come l’architetto dell’ 11 / 9. Il giorno seguente,era stata lanciata la “guerra al terrorismo”. La campagna di disinformazione mediatica viaggiava a pieno regime.

L’Afghanistan venne identificato come uno “stato sponsor del terrorismo” mentre gli attacchi  furono classificati come un atto di guerra, un attacco contro l’America da parte di una potenza straniera.

Venne fatto valere il diritto all’auto-difesa. Il 12 settembre, meno di 24 ore dopo l’attacco, la NATO invocava per la prima volta nella sua storia l’ “Articolo 5 del Trattato di Washington – la clausola di difesa collettiva”, dichiarando gli attacchi al World Trade Center (WTC) e al Pentagono ”essere un attacco contro tutti i membri della NATO.”

Quello che accadde successivamente, le invasioni dell’ Afghanistan (ottobre 2001) e dell’Iraq (marzo 2003) è già parte della storia. Sulla scia della “liberazione” della Libia sponsorizzata dalla NATO (agosto 2011), la Siria e l’Iran costituiscono la fase successiva della roadmap militare di USA-NATO .

L’ 11 Settembre rimane il pretesto e la giustificazione per intraprendere una guerra senza confini. Ironicamente, la guerra globale al terrorismo (GWOT) è condotta non contro i terroristi ma con “con i terroristi” (WTT), con il pieno sostegno, come in Libia, delle brigate paramilitari affiliate ad Al Qaeda sotto la supervisione USA-NATO  .

Michel Chossudovsky, 7 set 2011

Estratti dalla prefazione di  America’s “War on Terrorism” , seconda edizione, Global Research, 2005.

Alle undici della mattina dell’11 settembre, l’amministrazione Busha aveva già annunciato che Al Qaeda era responsabile degli attacchi al World Trade Center (WTC) e al Pentagono. Questa affermazione venne fatta prima della conduzione di un’indagine approfondita da parte della polizia.

Quella stessa sera, alle 21.30, fu formato un “gabinetto di guerra”  integrato da un numero ristretto di importanti membri dell’ intelligence e consiglieri militari. E alle 23.00, al termine di quello storico incontro alla Casa Bianca, venne lanciata ufficialmente la “guerra al terrorismo”.

La decisione fu annunciata per intraprendere la guerra contro i talebani e Al Qaeda. La mattina seguente, il 12 settembre, in coro, i media americani stavano invocando un intervento militare contro l’Afghanistan.

Appena quattro settimane dopo, il 7 ottobre, l’Afghanistan venne bombardato e invaso dalle truppe statunitensi. Il popolo americano fu portato a credere che la decisone di andare in guerra era stata presa sulla spinta del momento, la sera dell’ 11 settembre, in risposta agli attacchi e alle loro tragiche conseguenze.

Era ben lontano però il pubblico a rendersi conto che un un teatro di guerra di cosi vaste dimensioni non è mai pianificato ed eseguito nel giro di settimane. La decisione di lanciare una guerra e di inviare truppe in Afghanistan era stata presa ben prima dell’ 11 / 9. L’ ”imponente atto terroristico che ha prodotto numerose vittime”, come successivamente ha descritto il Comandante generale del CentCom Tommy Franks, è servito a galvanizzare l’opinione pubblica per sostenere una agenda di guerra che era già nella sua fase di progettazione definitiva.

I tragici eventi dell’ 11 / 9 fornirono la necessaria giustificazione per intraprendere una guerra con  ”motivi umanitari”, con il pieno appoggio dell’opinione pubblica mondiale e l’approvazione della “comunità internazionale”.

Diversi importanti  intellettuali “progressisti” presentarono motivazioni morali ed etiche per giustificare la “rappresaglia contro il terrorismo”. La dottrina militare della “giusta causa” (jus ad bellum) è stata accettata e sostenuta come una legittima risposta agli attacchi, senza esaminare il fatto che Washington non solo aveva sostenuto il ”network del terrorismo islamico” ma era stato anche determinante nell’installazione del governo talebano nel 1996.

In seguito all’ 11 / 9, il movimento contro la guerra era completamente isolato. I sindacati e le organizzazioni della società civile avevano inghiottito le bugie dei media e la propaganda del governo. Avevano accettato una guerra di vendetta contro l’Afghanistan, un paese impoverito di 30 milioni di persone.

Ho iniziato a scrivere la sera del 11 settembre, fino a tarda notte, passando attraverso montagne di note di ricerca che avevo raccolto in precedenza sulla storia di Al Qaeda. Il mio primo testo intitolato “Chi è Osama bin Laden?” è stato completato e pubblicato il 12 settembre. (Vedi il testo completo sotto).

Sin dal primo momento ho messo in dubbio la versione ufficiale, che descriveva diciannove dirottatori di Al Qaeda coinvolti in una operazione altamente sofisticata e organizzata. Il mio primo obiettivo è stato quello di rivelare la vera natura di questo illusorio “nemico dell’America” ​​che ”stava minacciando la Patria”.

Il mito del ”nemico esterno” e la minaccia dei ”terroristi islamici” sono stati la pietra angolare della dottrina militare dell’ amministrazione Bush, usati come pretesto per invadere l’Afghanistan e l’Iraq, per non menzionare l’abrogazione delle libertà civili e del governo costituzionale in America.

Senza un ”nemico esterno”, non ci potrebbe essere la “guerra al terrorismo”. L’ intera agenda della sicurezza nazionale crollerebbe “come un castello di carte”. I criminali di guerra nei piani alti non avrebbero nulla a cui aggrapparsi.

E’ stato pertanto fondamentale per lo sviluppo di un coerente movimento contro la guerra e per i diritti civili, rivelare la natura di Al Qaeda e del suo rapporto in evoluzione alle successive amministrazioni degli Stati Uniti. Come ampiamente documentato, ma raramente menzionato dai media mainstream, Al Qaeda è una creazione della CIA che risale alla guerra in Afghanistan. Questo era un fatto noto, corroborato da numerose fonti tra cui i documenti ufficiali del Congresso degli Stati Uniti. La comunità di intelligence aveva più volte ammesso di aver effettivamente sostenuto Osama bin Laden, ma che, a seguito della Guerra Fredda: ”ci si rivolse contro.

Dopo l’ 11 / 9, la campagna di disinformazione dei media è servita non solo ad affogare la verità, ma anche ad uccidere gran parte delle prove storiche su come questo illusorio ”nemico esterno” era stato inventato e trasformato nel ”nemico numero uno”.

Chi è Osama Bin Laden?

Poche ore dopo gli attacchi terroristici al World Trade Center e al Pentagono, l’amministrazione Bush giunse alla conclusione, senza fornire prove, che “Osama bin Laden e al-Qaeda, la sua organizzazione,sono i principali sospettati”. George Tenet, direttore della Cia, ha dichiarato che bin Laden ha la capacità di pianificare “attacchi multipli con o alcun avvertimento“.

Il segretario di Stato Colin Powell ha definito gli attacchi ”un atto di guerra” e il presidente Bush ha confermato la sera, in un discorso televisivo alla nazione, che non avrebbe “fatto alcuna distinzione tra i terroristi che hanno commesso questi atti e coloro che li ospitano”. L’ex direttore della CIA, James Woolsey, ha puntato il dito contro gli “stati sponsor”, implicando la complicità di uno o più governi stranieri. Con le parole dell’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Lawrence Eagleburger, ”penso che dimostreremo che quando veniamo attaccati in questo modo, siamo terribili nella nostra forza e nella nostra punizione”.

Nel frattempo, ripetendo a pappagallo le dichiarazioni ufficiali, il mantra dei media occidentali ha approvato il lancio di ”azioni punitive” dirette contro obiettivi civili in Medio Oriente. Come ha scritto William Saffire sul New York Times: ”Quando abbiamo ragionevolmente determinato le  basi e i campi di coloro che ci hanno attaccato, li dobbiamo polverizzare – riducendoli al minimo, ma accettando il rischio di danni collaterali” – ed agire apertamente o segretamente per destabilizzare le nazioni che ospitano i terroristi “.

Il  seguente testo delinea la storia di Osama Bin Laden e i collegamenti della”Jihad” islamica con la formulazione della politica estera degli Stati Uniti durante la Guerra Fredda e le sue conseguenze.

Il primo sospettato di New York e Washington per gli attacchi terroristi, bollato dall’Fbi come “terrorista internazionale” per il suo ruolo negli attentati alle ambasciate africane degli Stati Uniti, il saudita Osama bin Laden è stato reclutato durante la guerra in Afghanistan dei sovietici ”ironicamente sotto l’egida della la CIA, per combattere gli invasori sovietici ”. [1]

Nel 1979 venne lanciata “la più grande operazione segreta nella storia della CIA”, in risposta all’invasione sovietica dell’Afghanistan e a sostegno del governo filo-comunista di Babrak Kamal: [2]

Sotto l’ impulso attivo della CIA e dell’ISI pakistano [Inter Services Intelligence], che voleva trasformare la jihad afghana in una guerra globale intrapresa da tutti gli stati musulmani contro l’Unione Sovietica, circa 35.000 radicali musulmani provenienti da oltre 40 paesi islamici si unirono alla lotta in Afghanistan tra il 1982 e nel 1992. Decine di migliaia sono andati a studiare nelle madrasa pakistane. Alla fine, più di 100.000 musulmani integralisti stranieri furono direttamente influenzati dalla jihad afghana.[3]

La ”Jihad” islamica fu sostenuta dagli Stati Uniti e dall’Arabia Saudita, con una parte sostanziale dei finanziamenti generati dal traffico di droga della Mezzaluna d’ Oro:

Nel marzo del 1985, il presidente Reagan firmò il National Security Decision Directive 166,…[ il quale] autorizzava aiuto militare segreto ai mujahideen e chiariva che la guerra segreta afghana aveva un nuovo obiettivo: la sconfitta delle truppe sovietiche in Afghanistan attraverso azioni occulte e incoraggiare il ritiro sovietico. La nuova assistenza segreta degli Stati Uniti iniziò con un drammatico aumento delle forniture di armi – un aumento costante di 65.000 tonnellate ogni anno dal1987, … così come di un ”flusso continuo” di specialisti della CIA e del Pentagono che si recavano al quartier generale segreto dell’ ISI , sulla strada principale vicino a Rawalpindi, in Pakistan.Qui gli specialisti della Cia incontravano i funzionari dell’intelligence pakistana per aiutarli a pianificare le operazioni per i ribelli afgani.[4]

La Central Intelligence Agency (CIA), utilizzando l’Inter Services Intelligence (ISI) dei militari pakistani, ha svolto un ruolo chiave nella formazione dei Mujahideen. A sua volta, l’ addestramento alla guerriglia sponsorizzata dalla Cia è stato integrato con gli insegnamenti dell’Islam:

I temi predominanti erano che l’Islam rappresentasse una completa ideologia socio-politica, che il sacro Islam veniva violato  delle truppe sovietiche atee e che il popolo islamico dell’Afghanistan dovrebbe riaffermare la propria indipendenza rovesciando il regime di sinistra afghano appoggiato da Mosca.” [5]

L’ apparato dell’intelligence Pakistana

L’ ISI venne usata come un “intermediario”. Il sostegno segreto della Cia alla ”jihad” avveniva indirettamente attraverso l’ISI pakistano, – vale a dire la CIA non dava il suo supporto direttamente ai mujahideen. In altre parole, affinchè  queste operazioni segrete si rivelassero ”di successo”, Washington fu attenta a non rivelare l’obiettivo ultimo della ”jihad”, che consisteva nel distruggere l’Unione Sovietica.

Nelle parole di Milton Beardman della CIA: “Non abbiamo addestrato gli arabi”. Tuttavia, secondo Abdel Monam Saidali, dell’Al-aram Center for Strategic Studies del Cairo, bin Laden e gli “arabi afghani” avevano ricevuto ” un tipo di addestramento molto sofisticato che era stato permesso dalla CIA” [6]

Beardman ha confermato, a questo proposito, che Osama bin Laden non era consapevole del ruolo che stava giocando per conto di Washington. Con le parole di bin Laden (citate da Beardman): “Né io né i miei fratelli abbiamo visto la prova dell’ aiuto americano”. [7]

Motivati ​​dal nazionalismo e dal fervore religioso, i guerrieri islamici erano inconsapevoli che combattevano l’esercito sovietico per conto dello Zio Sam. Anche se ci furono contatti ai livelli più alti della gerarchia dell’intelligence, i leader dei ribelli islamici non furono mai in contatto con Washington o la CIA.

Con l’appoggio della CIA e le grandi quantità di aiuti militari statunitensi, l’ISI pakistana aveva sviluppato una “struttura parallela che gestiva un enorme potere su tutti gli aspetti del governo”.[8] Lo staff dell’ Isi era composto da ufficiali militari e dell’intelligence, burocrati, agenti sotto copertura e informatori, stimati in circa 150.000. [9]

Nel frattempo, le operazioni della CIA avevano anche rinforzato il regime militare pakistano guidato dal generale Zia Ul Haq:

Le relazioni tra la CIA e l’ ISI [i servizi segreti militari del Pakistan] si sono intensificate a seguito della cacciata di Bhutto da parte di [Generale] Zia e l’avvento del regime militare”… Per gran parte della guerra afghana, il Pakistan è stato più aggressivamente anti-sovietico persino degli stessi Stati Uniti.”

Poco dopo che l’esercito sovietico invase l’Afghanistan nel 1980, Zia [ul Haq] mandò il suo capo dell’ISI a destabilizzare gli stati sovietici dell’Asia centrale. La CIA accettò questo piano solo nell’ottobre del 1984 …. La CIA era più cauta dei pakistani. Sia il Pakistan che gli Stati Uniti adottarono una strategia di inganni con l’Afghanistan, mostrando pubblicamente di negoziare un accordo mentre privatamente si accordavano sul fatto che l’escalation militare era stata la migliore scelta. ”[10]

Il triangolo della droga nella Mezzaluna d’Oro

La storia del traffico di droga in Asia Centrale è intimamente collegata alle operazioni segrete della CIA. Prima della guerra sovietico-afghana, la produzione di oppio in Afghanistan e Pakistan era diretta verso piccoli mercati regionali. Non vi era produzione locale di eroina. [11] A questo proposito, lo studio di Alfred McCoy conferma che in due anni di operazioni CIA in Afghanistan, ”la terra di confine Pakistan – Afghanistan divenne il maggior produttore di eroina al mondo, fornendo il 60 per cento della domanda negli Stati Uniti. In Pakistan, la popolazione tossico – dipendente passò da quasi zero nel 1979 … a 1,2 milioni nel 1985 – una crescita molto più rapida che in qualunque altra nazione”: [12]

La CIA controllava questo traffico di eroina. Quando i guerriglieri mujaheddin conquistavano territori all’interno dell’Afghanistan, ordinavano ai contadini di piantare oppio come tassa rivoluzionaria. Dall’altra parte del confine, in Pakistan, i leader afghani e i gruppi locali, sotto la protezione dell’Intelligence pakistana, gestivano centinaia di laboratori per la lavorazione dell’ eroina. Durante questo decennio segnato dall’ enorme circolazione della droga, la Drug Enforcement Agency a Islamabad evitò di pretendere grosse confische o arresti …Funzionari degli Stati Uniti avevano rifiutato di indagare sulle accuse di traffico di eroina da parte dei suoi alleati afghani `perché la politica americana stupefacenti in Afghanistan è stata subordinata alla guerra contro l’influenza sovietica. ’Nel 1995, l’ex direttore della CIA per le operazioni afghane, Charles Cogan, ha ammesso che la CIA aveva effettivamente sacrificato la guerra alla droga per combattere la Guerra Fredda. “La nostra missione principale è stata quella di arrecare il maggior danno possibile ai sovietici. Noi in realtà non avevamo le risorse o il tempo per dedicarci a un’indagine sul narcotraffico”… “Non penso che abbiamo bisogno di chiedere scusa per questo. Ogni situazione ha la sua ricaduta…. C’è stata una ricaduta in termini di droga, sì. Ma l’obiettivo principale è stato compiuto. I sovietici hanno lasciato l’Afghanistan.” [13]

Sulla scia della Guerra Fredda

In seguito alla Guerra Fredda, la regione dell’Asia centrale non è solo strategica per le sue estese riserve di petrolio ma anche perché essa produce i tre quarti della produzione mondiale di oppio, che rappresenta i miliardi di dollari di ricavi dei gruppi d’affari,  delle istituzioni finanziarie, dei servizi segreti e della criminalità organizzata. Il ricavato annuale del traffico nella Mezzaluna d’Oro (tra i 100 e 200 miliardi di dollari) rappresenta circa un terzo del fatturato mondiale annuo del narcotraffico, stimato dalle Nazioni Unite sull’ordine dei 500 miliardi di dollari.[14]

Con la disintegrazione dell’Unione Sovietica, si è avuta una nuova ondata nella produzione di oppio. (Secondo le stime dell’ONU, la produzione di oppio in Afghanistan nel 1998-99 – coincidente con la formazione delle insurrezioni armate nelle ex repubbliche sovietiche – ha raggiunto un record di 4600 tonnellate.

La vasta rete di intelligence militare dell’ ISI non venne smantellata alla fine della Guerra Fredda. La CIA ha continuato a sostenere la”Jihad” islamica anche fuori del Pakistan. Furono avviate nuove iniziative segrete in Asia centrale, nel Caucaso e nei Balcani. I militari del Pakistan e l’apparato di intelligence servirono essenzialmente “da catalizzatore per la disintegrazione dell’Unione Sovietica e la nascita di sei nuove repubbliche musulmane dell’Asia centrale”.[16]

Nel frattempo, i missionari islamici della setta wahhabita dell’Arabia Saudita si erano stabiliti nelle repubbliche musulmane, così come all’interno della federazione russa, sconfinando le istituzioni dello Stato laico. Nonostante la sua ideologia anti-americana, il fondamentalismo islamico stava ampiamente servendo gli interessi strategici di Washington nella ex Unione Sovietica.

Dopo il ritiro delle truppe sovietiche nel 1989, la guerra civile in Afghanistan è continuata inesorabile. I talebani erano supportati dai deobandi pakistani e dal loro partito politico, Jamiat-ul-Ulema-e-Islam (Jui). Nel 1993, lo Jui è entrato nella coalizione di governo del Primo Ministro Benazzir Bhutto. Furono stabiliti i legami tra lo Jui, l’Esercito e l’ ISI. Nel 1995, con la caduta del governo Hezb-I-Islami di Hektmatyar a Kabul, i talebani non solo insediarono un governo oltranzista islamico, ma anche ”consegnarono il controllo dei campi di addestramento in Afghanistan alle fazioni Jui …” [17]

E lo JUI, con il sostegno dei movimenti wahhabiti sauditi, giocò un ruolo chiave nel reclutare volontari per combattere nei Balcani e nella ex Unione Sovietica.

Il Jane Defense Weekly conferma a tal riguardo che ”metà degli uomini e delle attrezzature dei talebani personale provengono dal Pakistan, sotto l’opera dell’ISI”. [18]

In realtà sembrerebbe che, dopo il ritiro sovietico, entrambi le parti nella guerra civile afghana abbiano continuato a ricevere sostegno segreto attraverso ISI pakistano. [19]

In altre parole, sostenuto dai servizi segreti militari pakistani (ISI), che a sua volta erano controllati dalla CIA, lo Stato islamico dei talebani è stato largamente funzionale agli interessi geopolitici americani. Il traffico di droga della Mezzaluna d’Oro è stato anche usato per finanziare ed equipaggiare l’Esercito musulmano bosniaco (a partire dai primi anni 1990) e l’ UCK nel Kossovo. Negli ultimi mesi ci sono prove riguardo al fatto che i mercenari mujaheddin stavano combattendo nelle fila dell’ UCK, durante i loro attacchi terroristici in Macedonia.

Senza dubbio, questo spiega perché Washington ha chiuso gli occhi sul regno del terrore imposto dai Talebani, compresa la palese violazione dei diritti delle donne, la chiusura delle scuole per le bambine, il licenziamento delle donne che lavoravano negli uffici pubblici e l’imposizione delle ”leggi punitive della Sharia ”.[20]

La guerra in Cecenia

Per quanto riguarda la Cecenia, i principali leader ribelli Shamil Basayev e Al Khattab sono stati addestrati e indottrinati nei campi sponsorizzato dalla Cia in Afghanistan e Pakistan. Secondo Yossef Bodansky, direttore della Task Force del Congresso americano sul terrorismo e la guerra non convenzionale, la guerra in Cecenia era stata pianificata durante un summit segreto di Hizb Allah International tenuto nel 1996 a Mogadiscio, in Somalia. [21] Al summit hanno partecipato Osama bin Laden e funzionari di alto livello dell’intelligence iraniana e pakistana. A questo proposito, il coinvolgimento dell’Isi pakistano in Cecenia ”va ben oltre la fornitura ai ceceni di armi e competenza: l’Isi e i suoi rappresentanti fondamentalisti islamici sono in effetti al comando di questa guerra”. [22]

La principale rotta degli oleodotti della Russia transita attraverso la Cecenia e il Daghestan. Nonostante la sbrigativa condanna da parte di Washington del terrorismo islamico, i beneficiari indiretti della guerra in Cecenia furono le compagnie petrolifere anglo-americani , in lizza per il controllo delle risorse petrolifere e per i corridoi degli oleodotti del bacino del Mar Caspio.

I due principali eserciti dei ribelli ceceni, (guidati rispettivamente dal comandante Shamil Basayev e Emir Khattab) stimati in circa 35.000 uomini, furono sostenuti dall’ISI pakistano, che ha anche giocato un ruolo chiave nell’organizzare e addestrare l’esercito ribelle ceceno:

[Nel 1994] l’Isi pakistano ha fatto si che Basayev e i suoi fidati luogotenenti ricevessero un intensivo indottrinamento islamico e addestramento alla guerriglia nella provincia di Khost, in Afghanistan, al campo di Amir Muawia, istituito nei primi anni 1980 dalla CIA e dall’ISI e gestito dal famoso signore della guerra afghano Gulbuddin Hekmatyar. Nel luglio del 1994, dopo essersi diplomato a Amir Muawia, Basayev è stato trasferito a Markaz-i-Dawar, in Pakistan, per essere addestrato alle tecniche avanzate di guerriglia. In Pakistan, Basayev incontrò i più importanti militari pakistani e ufficiali dell’ intelligence: il generale Aftab Shahban Mirani, ministro della Difesa, il generale Naserullah Babar, ministro dell’ Interno, e il capo del settore dell’Isi incaricato di sostenere le cause islamiche, il generale Javed Ashraf (ora tutti in pensione). Questi collegamenti con personaggi di alto livello si sono rivelati molto utili per Basayev. ”[23]

Dopo il suo addestramento e indottrinamento, Basayev è stato assegnato a guidare l’assalto contro le truppe federali russe nella prima guerra cecena nel 1995. La sua organizzazione aveva anche sviluppato forti collegamenti con gruppi criminali a Mosca, nonché legami con il crimine organizzato albanese e l’UCK. Nel 1997-98, secondo il Servizio di Sicurezza Federale della Russia(FSB) , i”signori della guerra ceceni hanno cominciato ad acquistare beni immobili in Kosovo …attraverso svariate ditte immobiliari registrate come copertura in Jugoslavia”. [24]

L’ organizzazione di Basayev è stata anche coinvolta in una serie di attività illegali tra cui il traffico narcotici, intercettazioni illegali e il sabotaggio di oleodotti russi, rapimenti, prostituzione, commercio di dollari falsi e contrabbando di materiali nucleari.

Durante il suo addestramento in Afghanistan, Shamil Basayev era collegato con il veterano comandante saudita dei mujahidin ”AlKhattab”, che aveva combattuto come volontario in Afghanistan.Appena pochi mesi dopo il ritorno di Basayev a Grozny, Khattab è stato invitato (all’inizio del 1995) ad installare una base militare in Cecenia per l’addestramento dei combattenti mujahideen. Secondo la BBC, l’ impiego di Khattab  in Cecenia era stato “organizzato attraverso la [International] Islamic Relief Organisation, un’organizzazione religiosa militante basata in Arabia Saudita, finanziata da moschee e ricchi individui che canalizzano i fondi in Cecenia” .[26]

Considerazioni conclusive

Sin dai tempi della Guerra Fredda, Washington ha consapevolmente appoggiato Osama bin Laden, mentre allo stesso tempo lo inseriva nella “lista dei maggiori ricercati” dell’ FBI come il più pericoloso terrorista del mondo.

Mentre i mujaheddin sono occupati a combattere la guerra dell’America nei Balcani e nell’ex Unione Sovietica, l’FBI – agendo come una forza di polizia statunitense, sta conducendo una guerra interna contro il terrorismo, operando in alcuni aspetti indipendentemente dalla CIA che – fin dalla guerra in Afghanistan –  ha sostenuto il terrorismo internazionale attraverso le sue operazioni segrete.

Per una crudele ironia, mentre la jihad islamica – definita dall’amministrazione Bush come “una minaccia all’America” ​​-viene condannata come responsabile degli attacchi terroristici al World Trade Centre e al Pentagono, queste stesse organizzazioni islamiche costituiscono uno strumento chiave nelle operazioni militari e di intelligence degli USA nei Balcani e nella ex Unione Sovietica.

A seguito degli attacchi terroristici a New York e Washington, la verità deve prevalere per evitare che l’amministrazione Bush, insieme ai suoi partner della Nato, intraprenda un’avventura militare che minacci il futuro dell’umanità.

LINK: Ten Years Later: Who Is Osama bin Laden? 

DI: Coriintempesta

La Libia e il mondo in cui viviamo

di: William Blum

“Perché ci state attaccando? Perché state uccidendo i nostri figli? Perché state distruggendo le nostre infrastrutture?”

- (30 aprile 2011) Discorso TV del leader libico Muammar Gheddafi, poche ore dopo che la NATO aveva colpito un’ obiettivo a Tripoli, uccidendo il figlio 29enne di Gheddafi, Saif al-Arab, tre nipoti del Colonnello, tutti sotto i dodici anni di età, e parecchi amici e vicini.

Nel suo discorso Gheddafi si era appellato alle nazioni della NATO per un cessate il fuoco e per avviare dei negoziati dopo sei settimane di bombardamenti e attacchi con missili cruise contro il suo paese.

Bene, vediamo se riusciamo a ricavare una qualche comprensione delle complesse turbolenze libiche.

Il Santo Triumvirato  – gli Stati Uniti, la NATO e l’Unione europea – non riconoscono alcun potere superiore e credono, letteralmente, di poter fare nel mondo quello che vogliono, a chi vogliono, per tutto il tempo che vogliono, e chiamano tutto quello che vogliono “umanitario”.

Se il Santo Triumvirato decide di non voler rovesciare il governo in Siria o in Egitto o in Tunisia o in Bahrain o in Arabia Saudita o nello Yemen e in Giordania, non importa quanto crudeli, oppressivi  o religiosamente intolleranti siano quei governi con il loro popolo, non importa quanto essi impoveriscano e torturino la loro gente, non importa quanti manifestanti essi uccidano nella loro Piazza della Libertà; il Triumvirato, semplicemente, non li rovescia.

Se il triumvirato decide di voler rovesciare il governo della Libia, anche se questo governo è laico e ha utilizzato la sua ricchezza petrolifera per il bene del popolo della Libia e dell’Africa, forse più di ogni governo in tutta l’Africa e il Medio Oriente, ma continua a insistere, nel corso degli anni, nello sfidare le ambizioni imperiali del Triumvirato in Africa e ad aumentare le sue richieste alle compagnie petrolifere del Triumvirato, allora il Triumvirato, semplicemente, rovescia il governo della Libia.

Se il Triumvirato vuole punire Gheddafi e i suoi figli, esso provvederà, insieme agli amici del Triumvirato presso la Corte Penale Internazionale, ad emettere mandati di cattura per loro.

Se il Triumvirato non vuole punire i leader di Siria, Egitto,Tunisia, Bahrain, Arabia Saudita, Yemen e Giordania, esso, semplicemente, non chiederà alla Corte Penale Internazionale di emettere mandati di cattura per loro. E’ da quando è stata formata la Corte, nel 1998, che gli Stati Uniti hanno rifiutato di ratificarla e hanno fatto del proprio meglio per denigrarla e ostacolarla, poichè Washington è preoccupata che un giorno i funzionari americani possano essere incriminati per i loro molti crimini di guerra e contro l’umanità. Bill Richardson, come ambasciatore Usa alle Nazioni Unite, ha detto al mondo, nel 1998, che gli Stati Uniti dovrebbero essere esentati dai procedimenti della Corte perché hanno “particolari responsabilità globali”. Ma questo non impedisce agli Stati Uniti di utilizzare la Corte quando gli fa comodo ai fini della loro politica estera.

Se il Triumvirato vuole sostenere una forza militare ribelle per rovesciare il governo della Libia, allora non importa quanto siano fanatici  religiosi, legati ad al-Qaeda , [1] commettano-decapitazioni-torture, siano monarchici o quanto i vari gruppi siano spaccati in fazioni; il Triumvirato li sosterrà, come ha fatto con alcune forze in Afghanistan e Iraq, e con la speranza che, dopo la vittoria, le forze libiche non si rivelino jihadisti come accaduto in Afghanistan, o fratricidi come in Iraq. Una potenziale fonte di conflitti all’interno dei ribelli e all’interno del paese, se governato da loro, è che una dichiarazione costituzionale fatta dal consiglio dei ribelli afferma, pur garantendo la democrazia e i diritti dei non musulmani, che “l’Islam è la religione dello Stato e la principale fonte di legislazione nella giurisprudenza islamica. “[2]

In aggiunta alla lista delle affascinanti qualità dei ribelli abbiamo il rapporto di Amnesty International riguardante gli arresti di massa di persone di colore in tutta la nazione compiuti dai ribelli poiché, secondo loro, sarebbero “mercenari stranieri”. Prove sempre più evidenti dimostrano invece che un gran numero di essi erano semplicemente dei lavoratori immigrati. Secondo la Reuters (29 agosto):

“Sabato scorso i giornalisti videro i corpi in putrefazione di 22 uomini di origine africana su una spiaggia di Tripoli. I volontari che erano venuti a seppellirli hanno riferito ai giornalisti che erano mercenari uccisi dai ribelli.”

Per completare questo ritratto dei nuovi beniamini dell’ Occidente abbiamo questa relazione del The Independent di Londra(27 agosto):

“Gli omicidi sono stati spietati. Sono avvenuti in un ospedale di campo, in una tenda contrassegnata in modo chiaro con il simbolo della mezzaluna islamica. Alcuni dei morti erano in barella, con l’ago di una flebo ancora attaccato al braccio . Alcuni erano sul retro di un’ambulanza, colpita dai proiettili. Altri erano a terra, nel tentativo apparente di strisciare per mettersi al sicuro quando sono stati raggiunti dagli spari. “

Se la propaganda del Triumvirato è abbastanza intelligente e abbastanza ingannevole e dipinge un un immane tragedia iniziata da Gheddafi in Libia, molti progressisti americani ed europei insisteranno sul fatto che, anche se non hanno mai sostenuto l’imperialismo, questa volta stanno facendo un’eccezione, perché……..

>> Il popolo libico sta venendo salvato da un “massacro”, sia reale che potenziale. Questo massacro, però, sembra essere stato grossolanamente esagerato dal Triumvirato, da Al Jazeera, e dal proprietario di questa emittente, il governo del Qatar, e niente si avvicina ad una  prova affidabile che dimostri che un massacro è veramente accaduto, né una fossa comune o qualsiasi altra cosa. Le storie delle stragi sembrano essere alla pari con con quelle degli stupri sotto effetto di Viagra diffuse da al Jazeera (la Fox News della rivolta libica). Il Qatar, va notato, ha svolto un ruolo militare attivo nella guerra civile dalla parte della NATO. Va inoltre osservato che il massacro principale in Libia è stato quello dei sei mesi di bombardamenti quotidiani del Triumvirato, uccidendo un numero imprecisato di persone e distruggendo gran parte delle infrastrutture. Il Prof Juan Cole, della Michigan University, quintessenza del vero credente nelle buone intenzioni della politica estera americana, che riesce comunque ad avere una presenza regolare sui media progressisti, ha scritto recentemente che “Gheddafi non era uomo da compromessi … la sua macchina militare avrebbe falciato i rivoluzionari se gli fosse stato permesso”. Chiaro? Sappiamo tutti, naturalmente, che Sarkozy, Obama, e Cameron hanno fatto compromessi senza fine nella loro devastazione della Libia; ad esempio, non hanno utilizzato armi nucleari.

>> Le Nazioni Unite hanno dato l’ approvazione per un intervento militare, cioè, i principali membri del Triumvirato hanno dato la loro approvazione, dopo che Russia e Cina, codardamente, si sono astenute invece di esercitare il loro potere di veto; (forse sperando di ricevere la stessa cortesia dagli Stati Uniti, dal Regno Unito e dalla Francia quando saranno loro le nazioni ad aggredire).

>> Il popolo della Libia sta venendo “liberato”, qualunque cosa al mondo significhi, ora e per il futuro. Gheddafi è un “dittatore”, insistono. Che effettivamente potrebbe anche essere il termine corretto da utilizzare, ma bisogna chiedere: Lui è un dittatore piuttosto benevolo o è l’altro genere di dittatore favorito da Washington? Inoltre: Dato che gli Stati Uniti hanno abitualmente sostenuto dittatori per tutto il secolo passato, perché lui no?

Il Triumvirato, e i suoi media servili, vorrebbero far credere al mondo che quello che è successo in Libia è solo un altro esempio della primavera araba, una sollevazione popolare di manifestanti non-violenti contro un dittatore per ottenere libertà e democrazia che, diffondendosi spontaneamente dalla Tunisia e Egitto, è arrivata in Libia. Ma ci sono diverse ragioni per mettere in discussione questa analisi a favore della visione della rivolta dei ribelli libici come un tentativo programmato e violento per prendere il potere a nome del proprio movimento politico, per quanto eterogeneo, nella sua fase iniziale, possa apparire tale movimento. Per esempio:

1.Hanno ben presto cominciato a sventolare la bandiera monarchica. Monarchia che Gheddafi aveva rovesciato.

2. Era una ribellione armata e violenta fin quasi dall’inizio. Nel giro di pochi giorni infatti, abbiamo potuto leggere di “cittadini armati con le armi sequestrate dalle basi dell’ esercito ” [3 ] e di “poliziotti che avevano partecipato allo scontro sono stati catturati e impiccati dai manifestanti” [4]

3. La loro rivolta non ha avuto luogo nella capitale, ma nel cuore della regione petrolifera del paese; hanno poi iniziato la produzione di petrolio e hanno dichiarato che i paesi stranieri sarebbero stati ricompensati di oro nero in relazione a quanto ogni paese avesse aiutato la loro causa

4. Hanno istituito ben presto una Banca Centrale, una cosa piuttosto strana per un movimento di protesta

5. Il sostegno internazionale è venuto in fretta, prima ancora dal Qatar e da Al Jazeera, la CIA e l’intelligence francese

L’idea che un leader non abbia il diritto di reprimere una ribellione armata contro lo Stato è troppo assurda da discutere.

Non molto tempo fa, l‘Iraq e la Libia erano i due Stati più moderni e laici del Medio Oriente / Africa del Nord con forse il più alto standard di vita nella regione. Poi sono arrivati gli Stati Uniti d’America e hanno ritenuto opportuno renderli un caso disperato. Il desiderio di sbarazzarsi di Gheddafi era stato in costruzione per anni, il leader libico non era mai stata una pedina affidabile. La primavera araba ha fornito una eccellente opportunità e la relativa copertura. Quanto al perché, scegliete tra i seguenti:

>> Il piano di Gheddafi di condurre il commercio della Libia in Africa di materie prime e di petrolio con una valuta nuova – il dinaro d’oro africano, un cambiamento che avrebbe potuto infliggere un grave colpo alla posizione dominante degli Stati Uniti nell’economia mondiale. (Nel 2000, Saddam Hussein annunciò che il petrolio iracheno sarebbe stato scambiato in euro e non più in dollari; seguirono sanzioni e poi l’invasione ).Per ulteriori approfondimenti si veda qui.

>> Un paese ospitante per l’ Africom, il Comando statunitense in Africa, uno dei sei comandi regionali in cui il Pentagono ha diviso il mondo. Molti paesi africani contattati per essere appunto il paese ospitante hanno rifiutato, a volte anche in termini relativamente forti. L’ Africom ha attualmente sede a Stoccarda, in Germania. Secondo un funzionario del Dipartimento di Stato: “Abbiamo un grosso problema di immagine laggiù … L’opinione pubblica è davvero contraria ad andare a letto con gli Stati Uniti. Essi semplicemente non si fidano degli Stati Uniti…” [5]

>> Una base militare americana per sostituire quella chiusa da Gheddafi dopo aver preso il potere nel 1969.C’è solo una base in Africa, a Gibuti. Si vede per una in Libia  dopo che la situazione si sarà stabilizzata. Forse sarà situata vicino ai pozzi petroliferi americani. O forse al popolo libico sarà data una scelta – una base americana o una base NATO.

>> Un altro esempio della disperata ricerca  da parte della NATO di una ragion d’essere della sua esistenza sin dalla fine della guerra fredda e del Patto di Varsavia.

>> Il ruolo di Gheddafi  nella creazione dell’ Unione africana. Ai padroni delle imprese non piace quando i loro schiavi salariati creano un sindacato. Il leader libico ha anche sostenuto gli Stati Uniti d’Africa perché sa che in un Africa di 54 stati indipendenti, essi continueranno ad essere abbattuti uno per uno e abusati e sfruttati dai membri del Triumvirato. Gheddafi ha inoltre chiesto una maggiore potenza per i piccoli paesi delle Nazioni Unite.

>> L’affermazione del figlio di Gheddafi, Saif el Islam, che la Libia aveva contribuito a finanziare la campagna elettorale di Nicolas Sarkozy, potrebbe aver umiliato il presidente francese e questo spiega la sua ossessione e la sua fretta nel voler essere visto come colui che gioca un ruolo di primo piano nell’ attuazione della “no fly zone “e delle altre misure contro Gheddafi. Un fattore determinante potrebbe essere stato il fatto che la Francia si è indebolita nelle sue ex e neo-colonie in Africa e in Medio Oriente, in parte anche per l’influenza di Gheddafi.

>> Gheddafi è stato uno straordinario sostenitore della causa palestinese e un critico delle politiche israeliane, e in alcune occasioni ha giudicato altri paesi africani e arabi, così come l’Occidente, per le loro politiche o la loro retorica, un motivo in più per la sua mancanza di popolarità tra i leader mondiali di tutti i colori.

>> Nel gennaio del 2009, Gheddafi ha reso noto che stava studiando la possibilità di nazionalizzare le compagnie petrolifere straniere in Libya.[7] Lui ha anche un’altra moneta di scambio : la prospettiva di utilizzare le compagnie petrolifere russe, cinesi e indiane. Durante l’attuale periodo di ostilità, ha invitato questi paesi a compensare la perdita di produzione. Ma tali scenari ora non avranno luogo. Il Triumvirato cercherà invece  di privatizzare la National Oil Corporation, trasferendo la ricchezza petrolifera della Libia in mani straniere.

>> L’impero americano è turbato da qualsiasi minaccia alla sua egemonia. Nel periodo storico attuale l’impero è interessato principalmente alla Russia e alla Cina. La Cina ha esteso gli investimenti energetici e edilizi in Libia e altrove in Africa. L’americano medio non sa né si preoccupa di questo. L’ imperialista americano medio si preoccupa molto, se non altro perchè in questo momento di crescenti richieste di tagli al bilancio militare è fondamentale che i potenti “nemici” siano nominati e mantenuti.

>> Per molte altre ragioni, vedete l’articolo “Perché un cambio di regime in Libia?” di Ismael Hossein-Zadeh, ed i cable dei diplomatici americani pubblicati da Wikileaks – 07TRIPOLI967 11-15-07 (include una denuncia in merito al “nazionalismo delle risorse” libico ).

La parola di un uomo che le maggiori potenze militari del mondo hanno cercato di uccidere

Ricordi della mia vita“, scritto dal colonnello Muammar Gheddafi, 8 aprile 2011, estratti:

Adesso la maggiore forza nella storia militare mi attacca; il mio figliuolo africano, Obama, vuole uccidermi, togliere la libertà al nostro paese, prendere le nostre case gratuite, la nostra medicina gratuita, la nostra istruzione gratuita, il nostro cibo gratuito e sostituirli con il saccheggio in stile statunitense, chiamato “capitalismo”, ma tutti noi del Terzo Mondo sappiamo cosa significa: significa che le corporazioni governano i paesi, governano il mondo, e la gente soffre, quindi non mi rimangono alternative, devo resistere.

E se Allah vuole, morirò seguendo la sua via, la via che ha arricchito il nostro paese con terra coltivabile, cibo e salute e ci ha permesso di aiutare anche i nostri fratelli e sorelle africani ed arabi a lavorare con noi nella Jamahiriya libica.

Non voglio morire, ma se succede, per salvare questo paese, il mio popolo e tutte le migliaia che sono i miei figli, così sia.

Che questo testamento sia la mia voce di fronte al mondo: che ho combattuto contro gli attacchi dei crociati della NATO, che ho combattuto contro la crudeltà, contro il tradimento, che ho combattuto l’Occidente e le sue ambizioni coloniali, e che sono rimasto con i miei fratelli africani, i miei veri fratelli arabi e musulmani, come un faro di luce, quando gli altri stavano costruendo castelli.

Ho vissuto in una casa modesta ed in una tenda. Non ho mai dimenticato la mia gioventù a Sirte, non spesi follemente il nostro tesoro nazionale, e, come Saladino, il nostro grande leader musulmano che riscattò Gerusalemme all’Islam, presi poco per me ….

In Occidente, alcuni mi hanno chiamato “pazzo”, “demente”, però conoscono la verità, ma continuano a mentire ; sanno che il nostro paese è indipendente e libero, che non è in mani coloniali, che la mia visione, il mio percorso è, ed è stato chiaro per il mio popolo : lotterò fino al mio ultimo respiro per mantenerci liberi, che Allah Onnipotente ci aiuti a rimanere fedeli e liberi.

PARTE FINALE DELL’ ARTICOLO E NOTE: Libya And The World We Live In 

DI: Coriintempesta

La bufala della “liberazione” di Tripoli

di: Metro Gael

Superando le precedenti falsificazioni dei mass media, sia nelle dimensioni che nell’ audacia, la messa in scena di ieri mattina di Al Jazeera sicuramente passerà alla storia come una delle più ciniche bufale realizzate dai media  dopo le foto manipolate degli iracheni che rovesciano la statua di Saddam Hussein a seguito della invasione degli Stati Uniti nel 2003.

La mattina del 22 agosto 2011, Al Jazeera ha trasmesso un rapporto  ‘live’ da Green Square a Tripoli, che sosteneva di dimostrare la cattura della capitale libica da parte delle forze ribelli. Scene di giubilo ed euforia circondavano la giornalista di Al Jazeera Zeina Khodr mentre dichiarava: “La Libia è nelle mani dell’opposizione”.

Fonte Immagine: http://cyaegha-c.livejournal.com/460657.html

Le immagini sono state immediatamente riprese dai media globali, che titolavano “La fine del regime di Gheddafi” e speculavano,con i loro editoriali,sul futuro della Libia del dopo-Gheddafi.

E’ stato detto che i figli di Gheddafi erano stati arrestati ed erano state annunciate diverse defezioni. La capitale libica era, come ci è stato detto, ora nelle mani delle forze ribelli. Per molti, è sembrato un fatto compiuto.

Di fatto, le immagini di Green Square  trasmesse da Al Jazeera  erano un  elaborato e criminale falso. Il tutto era stato prefabbricato in uno studio a Doha in Qatar. Questa informazione era stata passata all’ intelligence libica e il popolo libico era stato messo al corrente di questa PSYOPS  un paio di giorni prima dalla televisione di stato.

La bufala di Al Jazeera aveva lo scopo di creare l’impressione che Tripoli era caduta in modo da:

(1)  spezzare la resistenza libica, creando panico e caos nella capitale.

(2)   fornire la copertura per i massacri di civili che si sarebbero verificati nei giorni successivi alla dichiarazione di vittoria dei ribelli.

In altre parole, i media avrebbero fornito la copertura per i crimini di guerra e contro l’umanità  necessari al fine di sottomettere la Jamhahirya libica agli interessi occidentali.

Poco dopo che Al Jazeera ha rilasciato queste immagini, ho contattato la giornalista indipendente Lizzie Phelan a Tripoli. La signorina Phelan è riuscita a confermare, attraverso quelle che lei ha descritto come fonti attendibili, che le immagini di Al Jazeera  erano false.

Alla fine della giornata è emerso anche che tutti i twitter provenienti dai criminali dal Consiglio nazionale di transizione erano, ovviamente, falsi. I figli di Gheddafi non erano stati arrestati e i ribelli non avevano il controllo della città ..

Nel frattempo, Lizzie Phelan, Mahdi Darius Nazemroaya e ThierryMeyssan ricevevano minacce di morte  dai giornalisti dei media occidentali che soggiornavano all’ Hotel Rixos a Tripoli. Quando molti di questi cronisti hanno abbandonato l’Hotel Rixos, le autorità libiche hanno scoperto che la maggior parte di loro erano agenti della CIA e MI6 che lavoravano sotto copertura.

Mahdi Darius Nazemroaya, Thierry Meysan e altri veri giornalisti sono ora intrappolati all’ Hotel Rixos. Nazemroaya  ha ricevuto anche un colpo da un cecchino ribelle /NATO quando ha tentato di mettere un cartello sul tetto dell Rixos per far sapere che c’erano giornalisti e proteggere l’edificio dal bombardamento della NATO.

Lizzie Phelan ha contattato un amico ieri per dirgli che era stata minacciata da personale della CNN ed era stata impedita dal poter utilizzare facebook e la posta elettronica.

Di seguito, potete vedere l’avviso dato al popolo libico dai media della psyop di Al Jazeera. Il presentatore racconta ai telespettatori che Al Jazeera ha prodotto una simulazione di Green Square a Tripoli e che hanno intenzione di usare ciò per produrre una gigantesca finzione della ‘liberazione’ della Libia.

L’immagine qui sopra dimostra che i produttori della bufala di AlJazeera non sono maestri olandesi, poiché le disparità  tra la piazza reale  a Tripoli e la versione di Al Jazeera sono palesemente evidenti. Le differenze tra l’architettura di Green Square a Tripoli e le foto mostrate di Al Jazeera sono ben documentate nel video qui sotto.

Mentre la finta di Al Jazeera è divertente, è improbabile che l’attrice protagonista Zeina Khodr riceva riconoscimenti per la sua performance. Ha detto che le sue battute erano un po ‘meccaniche, come una che non era particolarmente innamorata del copione.

Questa bufala dei media è un altro esempio eclatante della disperazione della NATO, che ha spietatamente bombardato una nazione sovrana per 6 mesi e non è finora riuscita ad effettuare un cambio di regime. Dimostra inoltre ancora una volta il ruolo dei media corporativi nella disinformazione e nella guerra.

TRATTO DA (TITOLO ORIGINALE): The Libya Media Hoax: Fabricated Scenes of Jubilation and Euphoria on Green Square

DI: CoriInTempesta

Oslo: tutto quello che già sapete

di: Gianluca Freda

Tutto quello che avreste voluto sapere sugli attentati in Norvegia, ma avete evitato di chiedere, un po’ perché ci arrivavate anche da soli, un po’ perché è sempre la solita solfa.

Sui motivi del doppio attentato terroristico in Norvegia, il cui tragico bilancio è finora di un centinaio di morti, l’unica cosa che bisogna tenere presente è che – come sempre – tali motivi vanno ricercati in direzione diversa, se non del tutto opposta, a quelli insinuati dai giornali e dalle TV di regime dell’occidente. A chiarire la situazione, forse sono utili alcune notizie uscite in sordina nei giorni e negli anni scorsi. Fare due più due non è difficile.

Q: – Quali interessi ci sono dietro l’attentato?

A: Norvegia e Russia hanno raggiunto nel corso degli ultimi anni accordi di cooperazione sempre più stretti tanto per lo sfruttamento dei giacimenti di gas e petrolio dell’Artico, quanto per la partnership commerciale nello sfruttamento di giacimenti mediorientali (in Iraq in particolare). Quest’asse energetico privilegiato tra Russia ed Europa mette a rischio gli interessi strategici americani e il controllo USA sul continente europeo. Era inevitabile che arrivassero, prima o dopo, gli opportuni “avvertimenti”:

1) Dal sito “La voce della Russia”, 07-07-2011:

Entra in vigore l’accordo Russia-Norvegia: nuovi orizzonti nell’Artico

Oggi entra in vigore l’accordo fra la Russia e la Norvegia sulla delimitazione delle zone di competenza nell’Artide e sulla cooperazione nel Mar di Barents e nel Mar Glaciale Artico. Con questo documento, firmato il 15 settembre del 2010,  si sono conclusi 40 anni di controversie. L’accordo apre nuove possibilita’ per il libero sfruttamento dei ricchissimi  giacimenti di gas e petrolio nell’area di 175 mila chilometri quadrati e regola la collaborazione nel settore ittico. Secondo il ministro degli esteri russo Lavrov, si tratta di un’intesa opportuna e reciprocamente vantaggiosa.

2) Da “Sky – TG24” del 12-12-2009:

Iraq, russi e norvegesi si accaparrano il petrolio

Nel corso dell’asta per l’assegnazione di appalti ventennali sui pozzi iracheni, che si è svolta a Baghdad, la compagnia russa Lukoil e la norvegese Statoil hanno ottenuto la concessione per uno dei maggiori giacimenti petroliferi, nel Sud dell’Iraq. Lo ha annunciato il ministro del petrolio iracheno. Si tratta di uno dei giacimenti più grandi finora mai sfruttati, con delle riserve di quasi 13 miliardi di barili. La coppia Lukoil-Statoil ha strappato il contratto grazie a un’offerta che prevede di accrescere la produzione di 1,8 milioni di barili al giorno.

3) Dal “Corriere della Sera” del 26-10-2007:

Gazprom si allea con la Norvegia E il petrolio tocca nuovi record

MILANO – Gazprom ha scelto la norvegese StatoilHydro come secondo partner nel maxi-giacimento di gas a Shtokman. Il colosso russo guidato da Alexej Miller aveva già selezionato la francese Total come primo partner per sviluppare la fase iniziale del progetto, la cui stima ammonta a 15-20 miliardi di dollari. Le riserve di questo giacimento ammontano a 3.700 miliardi di metri cubi di gas e oltre 31 milioni di tonnellate di gas condensato. […]

Q: – Perché l’attentatore doveva essere “di estrema destra”?

A: Fin dal termine della Seconda Guerra Mondiale, gli USA hanno ristrutturato la politica europea su basi anti-russe, favorendo in particolare i movimenti socialdemocratici filoamericani e isolando la destra europea anti-statunitense. La destra è tradizionalmente portatrice di ideologie nazionaliste, avverse tanto al dominio americano sul continente quanto agli strumenti politici (“democrazia”) ed economici (moneta unica) attraverso i quali tale dominio viene garantito. Solo in Francia, all’epoca di De Gaulle, la creazione di questo ostracismo verso la destra europea era temporaneamente fallita. Il partito filo-russo in Europa è ovviamente trasversale agli schieramenti politici, ma nel linguaggio della propaganda si tende a definire “populismo di destra” ogni posizione politica che non si uniformi ad una visione filoamericana dell’europeismo e che prenda anche solo ipoteticamente in considerazione la creazione di rapporti più stretti con la Russia. Tali forze politiche sono quelle che maggiormente preoccupano gli Stati Uniti, essendo poco malleabili, scarsamente controllate, avverse all’unione economica europea (attraverso la quale gli USA mantengono l’Europa nella morsa del debito, dunque sotto controllo), in crescita di consensi e – soprattutto – animate da una prospettiva “eurasiatica” che guarda alla Russia come ideale partner politico ed economico con cui rimpiazzare nel futuro la superpotenza americana in declino. Occorre dunque, ogni volta che sia possibile, demonizzarle (magari definendole “xenofobe” e “antisemite” a intervalli regolari) e screditarle, attribuendo ad esse la paternità di azioni ignominiose.

Anche qui riporto qualche articolo:

1) Dal sito di economia “Risk and Forecast”, 12-03-2009:

Gli amici di estrema destra della Russia

Recenti notizie di stampa affermano che i partiti di estrema destra in Europa sarebbero finanziati – almeno in parte – dalla Russia. Sebbene tali affermazioni necessitino di essere provate, è un dato di fatto che diversi partiti di estrema destra dell’est europeo sono diventati accaniti sostenitori degli interessi russi e ammiratori del modello politico-economico della Russia. Diversi gruppi di estrema destra, nei paesi post-comunisti, guardano all’infrastruttura politica autoritaria di Vladimir Putin come ad un modello e premono allo stesso tempo per una maggiore apertura verso la Russia e per la rottura della comunità Euro-Atlantica. In Europa orientale, il sostegno verso l’estrema destra ha evidenziato negli ultimi anni un trend in ascesa. Dal punto di vista russo, un partenariato con gli ultranazionalisti potrebbe facilitare i suoi tentativi di influenzare la politica interna di questi paesi, almeno finché Mosca non riuscirà a trovare un alleato ancor più influente nell’ambito dello spettro politico. […]

2) Da “L’interprete internazionale” del 15-04-2011:

Marine Le Pen: No alla NATO, sì alla Russia

“Marine Le Pen promette l’uscita dalla Nato e un partenariato con la Russia”, titola l’agenzia. In un discorso tenuto ai corrispondenti esteri a Nanterre, la Le Pen avrebbe detto che, in caso di una sua vittoria alle presidenziali, la Francia farebbe della Russia un partner privilegiato e lascerebbe la Nato. “Penso che la Francia abbia tutto l’interesse a volgersi verso l’Europa, ma alla grande Europa. E in particolare a lavorare ad un partenariato con la Russia”, avrebbe detto, invocando “ragioni evidenti, di civiltà e geostrategiche”. E sull’Alleanza atlantica: “le scelte fatte dal presidente della Repubblica (ovvero Sarkozy, ndr), che appaiono come scelte di sistematico allineamento (sugli Usa, ndr), non mi paiono positive”.

3) Dal sito dell’emittente iraniana IRIB, 11-05-2010:

Ucraina: proteste contro la politica pro-Russia del presidente Yanukovych

KIEV – Migliaia di manifestanti sono scesi per le strade della capitale ucraina per protestare contro la decisione del presidente Viktor Yanukovych a stabilire legami più stretti con la Russia. Le proteste di oggi contro il governo del presidente Yanukovych hanno avuto luogo quasi un mese dopo la firma di un accordo tra Mosca e Kiev, definita dai dimostranti arrabbiati un atto “contro la sovranità dell’Ucraina”. Il nuovo accordo tra i due paesi vicini consentirebbe a Mosca un ampio uso di porti navali dell’Ucraina nel Mar Nero, in cambio dell’esportazione di una piccola quantità del gas naturale dalla Russia verso l’ex repubblica sovietica.[…]

Q: - Di quali altre colpe si è macchiata la Norvegia verso i dominatori Usraeliani per meritarsi una punizione così sanguinosa?

A. Vediamo un po’:

1) Da “Views and News from Norway” del 14-02-2011:

La Norvegia tra coloro che vogliono spaccare la NATO

Nuove indiscrezioni di Wikileaks hanno rivelato quanto siano profonde le divisioni all’interno della NATO su questioni chiave della sicurezza europea. Il governo norvegese è accusato di essere parte di una presunta “banda dei cinque” filorussa, insieme a Francia, Germania, Olanda e Spagna. […] In una riunione d’emergenza del Consiglio della NATO tenutasi il 12 agosto [2008] in occasione del conflitto tra Russia e Georgia, gli alleati non riuscirono a trovare una posizione comune sulla guerra. La “banda dei cinque”, come la definiscono gli americani, avrebbe affermato che l’annuncio dell’ingresso di Georgia e Ucraina nella NATO avrebbe avuto il solo scopo di provocare i russi, mentre la parte opposta considerava la decisione di non garantire a questi paesi una piena partecipazione come una sorta di “luce verde” data ai russi per fare ciò che volevano. Solo il 19 agosto si riuscì ad arrivare ad una dichiarazione comune sulla crisi. […]

2) Dal sito “Workers World”, 21-07-2011:

Escalation dei bombardamenti NATO contro la Libia

[…] Anche la Norvegia [insieme all’ Olanda] sta ritirando la propria partecipazione [alla guerra in Libia]. A partire dal 1° agosto, le sue forze aeree non saranno più coinvolte negli attacchi. Questa crescente riluttanza da parte di diversi paesi membri della NATO ha portato il ministro della difesa britannico, Liam Fox, ad accusare questi governi, il 13 luglio scorso, di non fornire sufficienti forze aeree per la campagna in corso. […]

3) Da “Tundra Tabloids” del 27-03-2011 (ovvove supvemo!)

Norvegia: il partito socialista proporrà una mozione in cui si chiede di bombardare Israele in caso di azioni contro Hamas a Gaza.

Siamo arrivati a questo. Il Sosialistisk Venstreparti (Partito Socialista di Sinistra) di Kristin Halvorsen, facente parte della coalizione di governo norvegese, conta di far votare una mozione in cui si richiede un’azione militare contro Israele nel caso che questi dovesse decidere di agire contro Hamas a Gaza! […]

4) Da “Rohama.org” del 15-01-2011:

La Norvegia sarà la prima nazione europea a riconoscere la Palestina

Jonas Gahr Stoere, Ministro degli Esteri norvegese, ha detto ad una conferenza stampa svoltasi a Ramallah, insieme al Primo Ministro palestinese Salam Fayyad, che il suo paese sarà uno dei primi a riconoscere il futuro stato palestinese una volta che le sue istituzioni saranno approntate secondo gli schemi e i progetti previsti dall’Autorità Nazionale Palestinese. […]

5) Dal sito norvegese “Politisk.tv2.no” del 21-07-2011: (ovvove degli ovvovi!)

Jonas Gahr Støre [Ministro degli Esteri norvegese]: l’occupazione deve finire, il muro deve essere demolito e bisogna farlo subito!

 

utoya

Il ministro degli esteri è stato accolto con richieste di riconoscimento dello Stato Palestinese quando, giovedì, si è recato in visita ad un campo estivo della gioventù laburista a Utoya.

N.B.: guarda caso, il campo di Utoya che il ministro Store aveva visitato il 21 luglio (qui sopra vedete una foto della visita) è stato proprio il teatro della strage compiuta il giorno successivo dal folle “estremista di destra”. Con tutta la buona volontà, non riesco proprio a immaginare un avvertimento dal significato più eloquente di questo.

Q: Quali metodi hanno utilizzato i servizi segreti per il doppio attentato?

A: Qui si possono fare solo delle ipotesi, ma poiché il modus operandi è stato osservato in molti attacchi precedenti dello stesso tipo l’immaginazione non dovrà essere sottoposta a sforzi eccessivi.

Il primo sistema, piuttosto ben rodato, è quello di organizzare,  contemporaneamente o a ridosso degli attentati, delle “esercitazioni militari” che seguiranno – guarda un po’ la coincidenza – la stessa falsariga di ciò che avverrà durante gli attentati “veri”. Il sistema è stato messo a punto dai servizi segreti israeliani ed ha lo scopo di far circolare liberamente – col pretesto dell’”esercitazione” – gli uomini, i mezzi e i materiali che dovranno servire a portare a termine l’attacco. Questo sistema è stato utilizzato, com’è noto, per gli attacchi dell’11 settembre negli Stati Uniti, quando il NORAD e il Consiglio di Stato Maggiore americano avevano in corso “esercitazioni” riguardanti il dirottamento di un aereo governativo e lo schianto di un velivolo contro un palazzo. Stesso discorso per gli attentati a Londra del 7 luglio 2005, avvenuti “incidentalmente” proprio nel momento in cui governo e polizia stavano conducendo una “simulazione” di attentato nella metropolitana londinese.

 

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Qualcosa di simile è avvenuto per l’attacco “con autobomba” nel centro di Oslo, che non ha colpito solo la sede del giornale Verdens Gang, come alcune fonti di stampa hanno riportato, bensì vari edifici governativi, affinché il messaggio arrivasse forte e chiaro. Da notare che, in molti casi, gli attacchi attribuiti ad “autobombe” sono realizzati in realtà con esplosivi piazzati preliminarmente in punti sensibili degli obiettivi da colpire. L’attacco era stato anticipato, mercoledì scorso, da una tipica “esercitazione” della polizia antiterrorismo proprio nel centro di Oslo, a 200 metri di distanza dalla Operahuset. La polizia – dice l’articolo – ha fatto esplodere delle cariche esplosive a scopo di “simulazione”, ma si è “dimenticata” di comunicare ai residenti di avere delle esercitazioni in corso, suscitando così spavento e allarme nella popolazione. Il capo dell’ufficio stampa della polizia di Oslo, Unni Grondal, aveva dichiarato all’Afterpost“E’ qualcosa di cui non eravamo stati avvisati. Non succederà più”. Invece è successo di nuovo poche ore dopo.

Per ciò che riguarda l’attacco all’isola di Utoya, è rilevante notare l’assurdità delle versioni pubblicate dalla stampa mainstream, secondo le quali il biondo “estremista di destra”, Anders Behring Breivik, avrebbe fatto tutto da solo: avrebbe piazzato l’autobomba nella capitale e poi se ne sarebbe andato tranquillamente a Utoya a massacrare un centinaio di persone. Non credo ci sia bisogno di spiegare, a chi vive nel mondo concreto e non in un film di Chuck Norris, perché quest’affermazione sia ridicola. E’ chiaro che le operazioni sono state eseguite da persone diverse. Ed è certo come l’oro che la stessa strage di Utoya è stata compiuta da un commando composto da diverse persone, visto che quasi tutti i testimoni sopravvissuti parlano di più persone coinvolte nell’attacco, né si capisce come un unico individuo, per quanto ben armato, possa aver compiuto una strage di simili proporzioni senza incontrare resistenza.

E’ da notare che il Mossad israeliano recluta spesso informatori e operativi tra i rifugiati, in particolare palestinesi, ma non solo, che richiedono asilo politico in Norvegia. Il Mossad opera in Norvegia in cooperazione con i servizi segreti locali, sotto la copertura del cosiddetto “Kilowatt Group”, una rete d’intelligence che vede la partecipazione, oltre che di Israele e Norvegia, anche di altri paesi quali Svizzera, Svezia e Sudafrica e che si maschera – manco a dirlo – sotto la finalità di facciata della “lotta al terrorismo”.

Infine, non va dimenticato che la creazione di “psicopatici e assassini seriali” attraverso il lavaggio del cervello è sempre stato una specialità delle pratiche di controllo mentale dell’MK-Ultra, il quale possiede anche un suo braccio norvegese. Questo articolo del sito Forward America, riferendo degli esperimenti compiuti in Norvegia, riporta tra l’altro:

“Il numero del Norway Post del 4 settembre 2000, ha rivelato che anche il governo norvegese, tra gli anni ’50 e i ’60, iniettò LSD a bambini, pazienti in cura psichiatrica e ad altre persone. Dieci dei soggetti morirono. Uno dei motivi che rendevano urgenti gli esperimenti di controllo mentale era il fatto che il mondo intero aveva visto cosa fossero stati capaci di fare i comunisti cinesi alle menti dei prigionieri americani. Era anche risaputo che l’URSS aveva catturato molti scienziati tedeschi che avevano compiuto esperimenti sul controllo mentale”.

Se si necessita di uno o più psicopatici pronti a compiere una strage in qualunque paese del mondo, le organizzazioni d’intelligence, grazie ad un’esperienza ormai cinquantennale nel campo, possono fornirne a volontà. Penseranno poi i giornali a dipingerli come “fanatici di estrema destra”, con la svastica tatuata sul cranio e il ritratto del Fűhrer sul comodino. Il pubblico non esiterà un attimo a bersi storielle di questo tipo. L’importante è che le autorità politiche delle nazioni colpite, avendo orecchie per intendere, intendano il messaggio e ne facciano tesoro. Chissà se dopo questa “folle” strage, compiuta da un “pazzo isolato” sul suolo nazionale norvegese, il primo ministro Jens Stoltenberg – i cui figli, guarda la coincidenza, si trovavano al meeting laburista di Utoya e si sono salvati per miracolo – e il Ministro degli Esteri Jonas Gahr Stoere – che era stato a Utoya poco prima e ha rischiato di rimanere coinvolto nella sparatoria – avranno capito l’antifona e imparato a essere più ubbidienti?

FONTE: Blogghete

I robot killer dell’impero

di: Manlio Dinucci

Minacciosi rapaci high-tech volteggiano giorno e notte su Afghanistan, Pakistan, Iraq, Yemen, Somalia, Libia e altri paesi. La specie più diffusa è quella dei Predatori, droni dotati di videocamere e sensori all’infrarosso, gli occhi attraverso cui gli operatori li telecomandano da una base negli Stati uniti, a oltre 10mila km di distanza. Individuata la preda, essa viene attaccata con missili «Fuoco dell’inferno». Il Predatore di ultima generazione, denominato Mietitore (ovviamente di vite umane), ne può trasportare 14. Questi e altri droni stanno rapidamente proliferando: il Pentagono, che dieci anni fa ne aveva una cinquantina, ne possiede oggi oltre 7mila. La U.S. Air Force sta addestrando più «piloti remoti» per i droni che piloti di cacciabombardieri. E sui droni da guerra puntano non solo gli Stati uniti, ma tutte le maggiori potenze.

Anche l’Italia usa in Afghanistan (e forse anche in Libia) droni Predatori, telecomandati dalla base di Amendola in Puglia. Grazie ai miliardi di dollari destinati alla ricerca e allo sviluppo, la specie si sta rapidamente evolvendo. Si stanno sperimentando droni spaziali, come l’X-37B della U.S. Air Force: completamente robotizzato, è in grado di rientrare alla base dopo la missione. Può distruggere satelliti avversari (accecando così il nemico prima dell’attacco); può lanciare dallo spazio i «dardi di Dio», con l’impatto cinetico di un meteorite; può allo stesso tempo lanciare dallo spazio testate nucleari. Nella base aerea Wright-Patterson (Ohio) si stanno sperimentando droni miniaturizzati, che riproducono il volo di uccelli e insetti, compreso il battere delle ali. Nei futuri scenari bellici si prevedono sciami di droni-insetto che, diffusi su un territorio, spiano ovunque e sono capaci anche di uccidere. Si stanno sperimentando allo stesso tempo, in particolare a Fort Benning negli Usa, robot terrestri da combattimento. Tra questi il «Gladiatore», un veicolo cingolato di oltre una tonnellata dotato di mitragliatrici e altre armi, che sparano sugli obiettivi individuati dalle telecamere. Per i combattimenti soprattutto in zone urbane è ormai pronto un piccolo robot cingolato armato di mitragliatrici, che sparano quando le sue cinque telecamere (capaci anche di visione notturna) individuano una sagoma umana. È già stato sperimentato con successo in Iraq, mentre un modello analogo viene usato in Israele lungo il confine con Gaza. Nel quadro del programma «Futuro sistema di combattimento» (200 miliardi di dollari), il Pentagono prevede di rimpiazzare entro il 2015 un terzo dei veicoli corazzati con equipaggio, sostituendoli con robot da combattimento. Esperimenti analoghi vengono effettuati dalla marina. Sta dunque cambiando il modo di fare la guerra: gli Stati uniti e le altre maggiori potenze usano la superiorità tecnologica per imporre il loro dominio con un’armata di droni e robot da combattimento, che riducono i rischi per i militari. Ma la guerra robotizzata facilita l’estensione delle operazioni militari e accresce il numero di vittime civili. C’è da chiedersi a questo punto chi siano veramente i robot. Non le macchine, ma coloro che seguono la via della guerra (promovendola, giustificandola o accettandola supinamente). Camminano come automi verso il precipizio.

Fonte: IlManifesto.it

Al-Jazeera, tra Usa e Fratelli Musulmani

Intervista a Faysal Jallul, analista politico e scrittore libanese, sul ruolo del network nelle rivoluzioni arabe

Al Jazeera? Un luogo dove si incontrano gli interessi dei Fratelli musulmani e quelli degli statunitensi”. Cosi l’analista politico e scrittore libanese Faysal Jallul definisce il ruolo giocato in queste rivoluzioni arabe dall’emittente satellitare qatariota al Jazeera in un’intervista a PeaceReporter. Autore di diversi libri sul mondo arabo, Jallul ci offre anche il punto della situazione delle rivolte nel mondo arabo.

“In Arabia Saudita non ci sara’ nessuna rivoluzione perche’ non c’e’ al Jazira”. E’ questo un annedoto che in questi giorni circola tra le strade di Beirut. Come giudica il ruolo del canale  qatariota in queste rivoluzioni?
Certo, l’annedoto rispecchia quella che e’ una realta’. Al Jazeera ha certamente giocato un ruolo fondamentale nelle rivoluzioni della Tunisia, Egitto, Siria e Yemen. Al Jazeera io la definisco il posto dove si incontrano gli interessi dei fratelli musulmani e degli Stati Uniti cosi come nello stesso Qatar del resto un paese sotto influenza statutinense e del salafismo islamico. Tutto fa pensare che le due parti siano d’accordo.  Certo il Qatar, questo piccolo paese, non potra’ mai avere il ruolo di leadership nel mondo arabo .

Eppure al Jazeera era il canale che trasmetteva in tutto il mondo i crimini israeliani nella guerra di luglio 2006 sul Libano e nella Guerra in Gaza nel Dicembre 2008?
Certo ci trovavamo allora in una fase preparatoria di quello che era il progetto saudita-statunitense con al Jazeera. All’inizio la sua rivoluzione e’ stata quella di ospitare in studio,  in una televisione araba, ospiti  israeliani ed  intervistarli assieme a quelli  arabi. Poi piano piano al Jazeera ha cominciato a criticare i vari regimi arabi eccetto l’Arabia Saudita e i paesi del golfo che sono sotto la manna saudita.  Si puo’ semplificare dicendo che la  Jazeera  di allora era quella dove c’erano persone come Ghassan Ben Jeddo, quella di adesso e’ un al Jazeera dove gli ospiti pro-Usa occupano sempre piu’ spazio nei loro programmi.

Nell’ultimo suo libro dedicato allo Yemen lei fa un ritratto socio-politico di questo paese.  Quali sono le condizioni del regime di Ali Abdallah Saleh oggi dopo l’attentanto nel suo palazzo presidenziale il 3 giugno scorso?
Il Presidente yemenita e’ ancora in condizioni molto gravi ma non critiche ma  il suo ritorno in patria e’ ancora lontanto. Il regime non cadra’ anche perche’ ha il sostegno statunitense che vede in Saleh un attore importante nella lotta contro il terrorismo di al Qaeda. Certo e’ che le richieste delle persone sono legittime in un paese che resta comunque molto povero e dove la presenza dello Stato e’ scarsa.

Cosa chiede l’opposizione yemenita oggi?
L’opposizione yemenita e’  composta da tre correnti politiche tra i quali quelli dei Fratelli musulmani. La loro richiesta e’ quella di uno stato civile ma non hanno un vero programma politico ne’ riforme economiche per salvare le condizioni di un paese dove la maggior parte della popolazione e’ povera.

Non sembrano placarsi invece le proteste in Siria, quale sara’ il futuro per il regime di Assad?
Non credo che il regime di Assad cada anche’ perche la situazione economica e sociale siriana e’ diversa da quella tunisina e egiziana, quello che manca in Siria certo e’ una liberta’ di espressione e politica. Io penso che Assad non sia molto furbo perche’ potrebbe utilizzare degli argomenti poiltici per difendersi  invece di utilizzare la propaganda della cospirazione.  La Siria e’ l’unico paese del mondo arabo che non ha debito pubblico, e’ il terzo paese piu’ sicuro al mondo e ha un’economia indipendente. Il suo sbaglio e’ quello di preferire le armi al diaologo politico. Il regime di Assad e’ indispensabile per la stabilita’ dell’Iraq ed un incrocio tra l’Iran Hezbollah Hamas e Israele e’ per questo che ne’ gli Usa ne’l’Europa appoggiano un’ eventuale caduta di Assad.

La Turchia si erano molto riavvicinata  al regime di Assad.  Adesso sta gocando un dopo gioco anche con la questione dei profughi siriani, la sua posizione non e’ chiara e il suo sostegno debole. Come spiega questa attitudine?

La Turchia e’membro della Nato e si sa che I fratelli musulmani turchi non inquietano ne’ gli Statunitensi  ne’ l’Alleanza Atlantica. Ci sono degli analisti che dicono che I fratelli musulmani  sono arrivati ad un accordo con gli Stati uniti e le potenze occidentali per far cadere I regimi autoritari. I nuovi regimi sarebbero composti dai Fratelli musulmani. La Turchia anche gioca questa carta. Hanno chiesto al regime siriano di dialogare e di negoziare con gli islamisti per integrarli al gioco politico ma il presidente Assad ha  rifiutato categoricamente.

scritto per noi da
Erminia Calabrese

di:PeaceReporter

I costi umani delle guerre USA contro il terrore

La guerra globale contro il terrorismo scatenata dall’amministrazione degli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001 ha causato sino ad oggi la morte di circa 258.000 persone.

La stima – “estremamente prudente” – è stata fatta dalla Brown University di Rhode Island, una delle più antiche università USA (è stata fondata nel 1764) che ha valutato i costi umani e finanziari dei conflitti in Afghanistan ed Iraq e delle cosiddette “campagne contro il terrorismo” del Pentagono e della Cia in Pakistan e Yemen.

“Alle vittime dirette dei conflitti vanno aggiunte le morti causate indirettamente dalla perdita delle fonti di acqua potabile e delle cure mediche e dalla malnutrizione”, spiegano i ricercatori della Brown University. Come avviene ormai in tutti gli scenari di guerra sono sempre i civili a subire le perdite maggiori in vite umane: 172.000 tra donne, bambini, anziani e uomini non combattenti assassinati, 125.000 in Iraq, 12.000 in Afghanistan e 35.000 in Pakistan, a riprova che è proprio quest’ultimo paese asiatico al centro di un’escalation militare volutamente tenuta segreta dall’amministrazione Obama e dai principali media internazionali.

“Ancora più difficile è conoscere il numero dei morti tra gli insorti”, aggiunge lo studio della Brown University, “anche se le stime si attestano tra le 20.000 e le 51.000 persone. Il numero dei militari uccisi è invece di 31.741 e include circa 6.000 soldati statunitensi, 1.200 militari delle truppe alleate, 9.900 iracheni, 8.800 afgani, 3.500 pakistani e 2.300 contractor privati”. Il rapporto denuncia che dallo scoppio della guerra “globale e permanente contro il terrorismo” sono scomparsi 168 giornalisti e 266 tra volontari, cooperanti e operatori umanitari. “Le guerre hanno inoltre prodotto un flusso massiccio di rifugiati e sfollati, più di 7,8 milioni di persone, la maggior parte dei quali in Iraq ed Afghanistan”, scrivono i ricercatori. “Si tratta di un numero corrispondente all’intera popolazione del Connecticut e del Kentucky”.

Sconvolgente pure l’entità delle risorse finanziarie dilapidate dalle forze amate degli Stati Uniti d’America nella loro “caccia” ai presunti strateghi dell’attacco dell’11 settembre. “I costi delle guerre possono essere stimati tra i 3.700 e i 4.400 miliardi di dollari, pari ad un quarto del debito pubblico odierno e molto di più di quanto speso nel corso della Seconda guerra mondiale”, spiega il rapporto della Brown University. “Si tratta di cifre notevolmente più alte di quelle fornite dal Pentagono e dall’amministrazione USA (1.300 miliardi di dollari), in quanto si sono considerate nello studio anche altre spese generate dalle guere, come ad esempio quelle previste sino al 2051 per i veterani feriti, quelle effettuate dal Dipartimento per la Sicurezza Interna contro le minacce terroristiche e i fondi direttamente relazionati con i conflitti del Dipartimento di Stato e dell’Agenzia per lo sviluppo internazionale Usaid”. Secondo i ricercatori del prestigioso centro universitario di Rhode Island, “il governo statunitense sta affrontando la guerra sottostimandone la potenziale durata e gli insostenibili costi mentre sopravvaluta gli obiettivi politici che possono essere raggiunti con l’uso della forza bruta”. I circa 4.400 miliardi di dollari spesi sino ad oggi sono certamente del tutto sproporzionati ai costi dell’attentato dell’11 settembre e ai suoi danni economici. “I diciannove attentatori più gli altri sostenitori di al Qaeda hanno speso tra i 400.000 e i 500.000 dollari per gli attacchi aerei che hanno causato la morte di 2.995 persone e tra i 50 e i 100 miliardi di dollari di danni. Per ogni persona uccisa l’11 settembre ne sono state assassinate da allora 73”.

Nel terribile bilancio sulle vite umane sacrificate e sulle risorse finanziarie sperperate con le guerre USA del XXI secolo non sono ovviamente contemplati i costi del conflitto scatenato in questi mesi contro la Libia. Tra bombe, missili Tomahawk all’uranio impoverito e carburante, solo il primo giorno dell’operazione Alba dell’odissea sarebbe costato agli Stati Uniti d’America qualcosa come 68 milioni di euro. Stando al Pentagono, le prime due settimane d’intervento militare contro Gheddafi sono costate 608 milioni di dollari, senza includere i salari dei militari e i costi operativi delle unità aeree e navali distaccate nell’area mediterranea precedentemente allo scoppio delle operazioni belliche. Per il segretario all’aeronautica militare, Michael Donley, le attività di volo dei 50 cacciabombardieri e dei 40 velivoli di supporto impegnati e le munizioni utilizzate contro la Libia comportano una spesa di circa 4 milioni di dollari al giorno. Venticinque milioni di dollari è invece il valore dell’“assistenza non letale” concessa dall’amministrazione Obama il 20 aprile scorso ai ribelli del Transitional National Council di Bengasi. Si tratta in buona parte di “apparecchiature mediche, uniformi, stivali, tende, equipaggiamento per la protezione personale, radio e cibo in polvere”, ma Washington non ha escluso l’invio di armi e munizioni in buona parte stoccate nei depositi e magazzini della grande base di Camp Darby in Toscana.

di: Antonio Mazzeo

MegaChip.info

Verso la Terza Guerra Mondiale: le origini [Parte 1]

di: Andrew Gavin Marshall

Introduzione
Di fronte al crollo economico globale totale, le possibilità di un conflitto mondiale sono in aumento. Storicamente, i periodi di declino imperiale e crisi economica sono contrassegnati da un aumento di violenza e guerre internazionali. Il declino dei grandi imperi europei è stato segnato dalla prima e dalla seconda guerra mondiale e dalla Grande Depressione che avvenne nel periodo intermedio.
Attualmente, il mondo sta assistendo al declino dell’impero americano, in sé un prodotto della fine della seconda guerra mondiale. Come egemone imperiale del dopoguerra, l’America creò l’odierno sistema monetario internazionale regnando sia come leader che come arbitro della politica economica globale.
Per dirigere l’economia politica globale, gli Stati Uniti hanno creato la singola più grande e potente forza militare nella storia del mondo. Il controllo sull’economia globale richiede che ci sia una costante presenza e azione militare.
Ora che sia l’impero americano che l’economia politica globale sono in crisi e prossimi al crollo, la prospettiva di una conclusione violenta all’età imperiale americana sta aumentando drasticamente.
Questo saggio è suddiviso in tre parti. La prima parte riguarda la strategia geopolitica degli Stati Uniti-NATO dalla conclusione della guerra fredda all’inizio del Nuovo Ordine Mondiale, delineando la strategia imperiale occidentale che ha portato alla guerra in Jugoslavia e “alla guerra al terrore”.  La seconda parte analizza la natura “delle rivoluzioni morbide” o “colorate” nella strategia imperiale degli Stati Uniti, concentrandosi sull l’instaurazione dell’egemonia sull’Europa Orientale e l’Asia centrale. La terza parte analizza la natura della strategia imperiale per costruire un nuovo ordine mondiale, con particolare attenzione ai conflitti in aumento  in Afghanistan, nel Pakistan, nell’Iran, America Latina, in Europa Orientale ed in Africa; ed il potenziale che questi conflitti hanno per far iniziare una nuova guerra mondiale contro la Cina e la Russia.

Definire una nuova strategia imperiale
Nel 1991, con il crollo dell’Unione Sovietica, la politica estera degli Stati Uniti-NATO ha dovuto ripensare il proprio ruolo nel mondo. La Guerra Fredda è servita a  giustificare l’espansione imperialista degli Stati Uniti nel mondo allo scopo di “contenere” la minaccia sovietica. La NATO in sé è stata creata ed esiste con l’ unico obiettivo di forgiare l’alleanza anti-Sovietica. Con la caduta dell’URSS, la NATO non aveva più alcun motivo di esistere e gli Stati Uniti hanno dovuto trovare un nuovo scopo per la propria strategia imperialista nel mondo.

Nel 1992, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, sotto la direzione del Segretario della Difesa Dick Cheney (successivamente vice di George W.Bush) e il Sottosegretario del Pentagono alla Difesa, Paul Wolfowitz (più tardi sarà Segretario delegato della Difesa di George Bush e presidente della banca mondiale) scrisse un documento guida della difesa per la politica estera americana nell’era post-guerra fredda, comunemente indicato come “il Nuovo Ordine Mondiale”.

Il documento guida di pianificazione della difesa venne rilasciato nel 1992 rivelando che “in un’ampia dichiarazione per una nuova politica che è nella relativa fase di elaborazione definitiva, il Dipartimento della Difesa afferma che la missione politica e militare dell’America nell’era post-guerra fredda sarà quella di accertarsi che a nessuna superpotenza rivale sia permesso di emergere nell’ Europa occidentale, nell’Asia o nei territori dell’ex Unione Sovietica” e che, “il documento classificato crea le condizioni per un mondo dominato da una superpotenza la cui posizione può essere perpetuata tramite un comportamento costruttivo e una forza militare sufficiente a scoraggiare qualsiasi nazione o gruppo di nazioni dallo sfidare il primato americano”

Inoltre “la nuova bozza delinea un mondo in cui c’è un potenza militare dominante i cui leader devono attuare i meccanismi per dissuadere i potenziali competitori persino dall’aspirare anche ad un ruolo regionale o globale più grande”. Tra le sfide necessarie alla supremazia americana, il documento “ha postulato le guerre regionali contro l’Iraq e la Corea del Nord” ed iindividua la Cina e la Russia come le maggiori minacce. Il documento inoltre “suggerisce che gli Stati Uniti potrebbero anche considerare la possibilità di estendere nell’ Europa centrale e orientale le operazioni di ‘contenimento’, similmente a quanto avviene per i paesi dell’Arabia Saudita, Kuwait e gli altri paesi arabi lungo il Golfo Persico.„ [1]

NATO e Jugoslavia
Le guerre in Jugoslavia durante tutto il 1990 sono servite come pretesto per l’esistenza della NATO nel mondo e per l’ampliamento degli interessi imperiali americani nell’Europa dell’est. La Banca Mondiale e FMI hanno posto le basi per la destabilizzazione della Jugoslavia. Dopo aver a lungo vissuto sotto il dittatore Josip Tito, morto nel 1980, la Jugoslavia ha attraversato una crisi di leadership. Nel 1982, i funzionari della politica estera americana hanno organizzato un piano di prestiti da parte del FMI e della Banca Mondiale, indicati come Programmi di aggiustamento strutturale (SAPs), con lo scopo di gestire la crisi del debito che sfiorava i 20 miliardi di dollari. L’effetto di questi prestiti, nell’ambito dei SAPs, ha fatto si che essi provocassero “uno sconvolgimento economico e politico…La crisi economica ha minacciato la stabilità politica…ed ha inoltre rischiato di aggravare le già alte tensioni etniche”.[2]

Nel 1989, Slobodan Milosevic divenne presidente della Serbia, la più grande e potente delle repubbliche jugoslave. Sempre nel 1989, il premier della Yugoslavia viaggiò negli Stati Uniti per incontrare il presidente George H.W. Bush, al fine di negoziare un altro pacchetto di aiuti finanziari. Nel 1990, parti’ il programma finanziario della Banca Mondiale/Fondo Monetario Internazionale, e le spese dello stato jugoslavo andarono esclusivamente al rimborso del debito. Di conseguenza, i programmi sociali vennero smantellati, la moneta fu svalutata, gli stipendi congelati mentre i prezzi subirono un forte rialzo. Le riforme “alimentarono tendenze separatiste dovute a fattori economici  e divisioni etniche, praticamente garantendo de facto la secessione della Repubblica”, che condusse al distaccamento della Croazia e della Slovenia nel 1991. [3]

Nel 1990, fu rilasciato dalla comunità di intelligence degli Stati Uniti un rapporto intitolato ‘National Intelligence Estimate (NIE)’, che prevedeva la scissione della Jugoslavia e lo scoppio della guerra civile, attribuendo al presidente serbo Slobodan Milosevic la responsabilità della successiva destabilizzazione[4].

Nel 1991, scoppiò il conflitto tra la Jugoslavia e la Croazia, dopo che quest’ultima dichiarò la propria indipendenza. Un cessate il fuoco venne raggiunto nel 1992. Eppure i croati continuarono a mettere in campo piccole offensive militari fino al 1995 non che partecipando anche alla guerra in Bosnia. Nel 1995, la Croazia intraprese l’operazione Tempesta, per cercare di riconquistare la regione della Krajina. Un generale croato è stato recentemente messo sotto processo alla Corte Internazionale dell’Aia per crimini di guerra durante questa battaglia, che è stata fondamentale per guidare i serbi fuori dalla Croazia e “cementare l’indipendenza della Croazia”. Gli Stati Uniti sostennero queste operazioni e la CIA fornì attivamente informazioni di intelligence alle forze croate  provocando tra i 150.000 e 200.000 profughi serbi, in gran parte tramite omicidi, saccheggi, incendiando i villaggi e compiendo atti di pulizia etnica. [5]
L’esercito croato fu addestrato  da consiglieri americani, mentre gli uomini della CIA supportavano tutto il resto delle operazioni.[6].

L’amministrazione Clinton diede il ‘via libera’ all’Iran per armare i musulmani bosniaci e “dal 1992 fino al gennaio 1996 ci fu un afflusso di armi iraniane e consulenti in Bosnia”. Inoltre, “l’Iran e altri paesi musulmani contribuirono a portare i mujihadeen combattenti in Bosnia per combattere con i musulmani contro i serbi, i‘guerrieri sacri’ delll’Afghanistan, Cecenia, Algeria e Yemen, alcuni dei quali avevano anche sospetti legami con i campi di addestramento di Osama bin Laden in Afghanistan”.

Fu “l’intervento occidentale nei Balcani [ad] esacerbare le tensioni e contribuito a sostenere le ostilità. Riconoscendo le repubbliche e i gruppi separatisti nel 1990/1991, le élites occidentali – americani, britannici, francesi e tedeschi – minarono le strutture di governo in Jugoslavia aumentando le insicurezze, infiammando i conflitti ed inasprendo le tensioni etniche. Ed offrendo sostegno logistico alle varie parti durante la guerra, l’intervento occidentale sostenne di fatto lo stesso conflitto nella metà degli anni 1990. La scelta di Clinton di prendere le parti dei musulmani bosniaci sulla scena internazionale e le richieste della sua amministrazione alle Nazioni Unite di alleggerire l’embargo militare in modo che i musulmani e i croati potessero essere armati contro i serbi, deve essere vista in questa luce” [7].

Durante la guerra in Bosnia, “ci fu atto un grande traffico di contrabbando di armi attraverso la Croazia,  organizzato dalle agenzie clandestine degli Stati Uniti, Turchia e Iran, insieme con una serie di gruppi radicali islamici, tra cui i mujihadeen afghani e il filo-iraniano Hezbollah”. Inoltre, “i servizi segreti di Ucraina, Grecia e Israele erano impegnati ad armare i serbo-bosniaci”.[8] Anche l’ intelligence tedesca,la BND,favorì i traffici di armi verso i musulmani di Bosnia e Croazia per combattere contro i serbi. [9] Gli Stati Uniti avevano influenzato la guerra nella regione in una  varietà di modi. Come  riportò l’Observer nel 1995, una parte importante del loro coinvolgimento avvenne attraverso la “Military Professional Resources Inc. (MPRI), una società privata con sede in Virginia composta da generali in pensione e funzionari dei servizi segreti. L’ambasciata americana a Zagabria ammise che la MPRI stava addestrando i croati su licenza del governo degli Stati Uniti”. Inoltre, gli olandesi “erano convinti del coinvolgimento delle forze speciali americane nell’addestramento dell’esercito bosniaco e serbo-bosniaco (UAV)”. [ 10]

Già nel 1988, il leader della Croazia incontrò il cancelliere tedesco Helmut Kohl per creare “una politica comune con l’obiettivo di spezzare la Jugoslavia” e portare la Slovenia e la Croazia nella “zona economica tedesca”. Ufficiali dell’esercito degli Stati Uniti sono vennero spediti in Croazia, Bosnia, Albania e Macedonia come “consulenti” e portati nelle forze speciali statunitensi per offrire aiuto. [11] Durante i nove mesi del cessate il fuoco della guerra in Bosnia-Erzegovina, sei generali degli Stati Uniti hanno incontrato i leader dell’esercito bosniaco per pianificare l’offensiva che ruppe il cessate-il-fuoco. [12] Nel 1996, la mafia albanese, in collaborazione con l’Esercito di liberazione del Kosovo (UCK), un’organizzazione militante di guerriglia, prese il controllo delle rotte di enormi traffici di cocaina attraverso i Balcani. L’UCK era legato ai combattenti mujaheddin in Afghanistan, compreso Osama bin Laden. [13] Nel 1997 l’UCK iniziò le ostilità contro le forze serbe [14] e nel 1998 il Dipartimento di Stato americano rimosse l’UCK dalla lista delle organizzazioni terroristiche. [15] Prima e dopo il 1998, l’UCK ricevette armi,addestramento e il sostegno dagli Stati Uniti e della NATO,con  il Segretario di Stato di Clinton, Madeline Albright, che aveva stretti rapporti politici con il leader dell’UCK Hashim Thaci. [16]

Sia la CIA che l’intelligence tedesca, il BND, appoggiarono,prima e dopo il bombardamento della NATO del 1999,i terroristi dell’UCK in Jugoslavia.Il BND aveva contatti con l’UCK sin dai primi anni ‘90, nello stesso periodo in cui l’UCK intratteneva rapporti con Al-Qaeda [17]. Diversi membri dell’UCK furono addestrati da Osama bin Laden in Afghanistan e persino l’ONU dichiarò che gran parte degli atti di violenza che si sono verificati provenivano da membri dell’UCK, specialmente quelli alleati con Hashim Thaci. [18] Nel marzo del 1999 i bombardamenti della NATO nel Kosovo furono giustificati dal pretesto di porre fine alla repressione serba degli albanesi del Kosovo, definita un genocidio. L’amministrazione Clinton dichiarò che erano almeno 100.000 gli albanesi del Kosovo dispersi e “ che potrebbero essere stati uccisi” dai serbi. Bill Clinton in persona paragonò gli eccidi in Kosovo all’Olocausto degli ebrei. Il Dipartimento di Stato americano aveva affermato che si temeva che fossero fino a 500.000 gli albanesi morti. Alla fine, la stima ufficiale fu ridotta a 10000 e dopo le relative indagine, è stato rivelato gli albanesi morti per mano dei serbi non  potevano essere più di 2500. Durante la campagna di bombardamenti della NATO, tra i 400 e i 1500 civili serbi rimasero uccisi, con crimini di guerra della NATO, compreso il bombardamento di una stazione televisiva serba e un ospedale. [19]
Nel 2000, il Dipartimento di Stato Usa, insieme con l’American Enterprise Institute, AEI, tenne una conferenza in materia di integrazione euro-atlantica in Slovacchia. Tra i partecipanti vi erano molti capi di stato, funzionari degli affari esteri e ambasciatori di vari paesi europei, nonché i funzionari delle Nazioni Unite e della NATO. [20] Una lettera di corrispondenza tra un uomo politico tedesco presente alla riunione e il Cancelliere tedesco rivelò la vera natura della campagna della NATO in Kosovo. Con la conferenza che chiedeva una rapida dichiarazione di indipendenza per il Kosovo, palesando il fatto che la guerra in Jugoslavia era stata portata avanti con per allargare la NATO, la Serbia sarebbe dovuta essere esclusa definitivamente dal piano di sviluppo europeo per giustificare una presenza militare americana nella regione e l’espansione territoriale nei Balcani è stata in ultima analisi progettata allo scopo di contenere la Russia [21].
Di importanza significativa è il fatto che “la guerra ha creato una ragion d’ essere per la sopravvivenza della NATO in un mondo post-guerra fredda, dato che che si è disperatamente tentato di giustificare la sua esistenza e il suo desiderio di espansione”. Inoltre, “ i russi pensavano che la NATO si sarebbe sciolta dopo la guerra fredda, ma essa non solo si è allargata, ma è entrata anche in guerra intromettendosi in una disputa interna di un paese slavo dell’Europa orientale”. Questo è stata vista come una grande minaccia dalla Russia. Così, “gran parte dei rapporti tesi tra gli Stati Uniti e la Russia negli ultimi dieci anni possono essere ricondotti proprio alla guerra del 1999 contro la Jugoslavia”.[22]

La Guerra al Terrore e il Progetto per il Nuovo Secolo Americano (PNAC)
Quando Bill Clinton divenne Presidente, i falchi neo-conservatori dell’ amministrazione di George H.W. Bush formarono un think tank  chiamato  ‘Progetto per il Nuovo Secolo Americano’, o PNAC. Nel 2000 pubblicarono una relazione dal titolo ‘Ricostruire la Difesa dell’America: Strategia, Forze e Risorse per un nuovo secolo’. Sulla base del documento ‘Defense Policy Guidance’, affermano che “gli Stati Uniti devono mantenere forze sufficienti in grado di organizzare e vincere in breve tempo guerre multiple e simultanee su larga scala”. [23] Inoltre “è necessario mantenere forze di combattimento sufficienti a combattere e vincere su più teatri di guerra contemporaneamente” [24] e che “è importante che il Pentagono inizi a calcolare le forze necessarie per proteggere, senza alcun aiuto esterno, gli interessi americani in Europa, Asia orientale e nel Golfo in ogni momento”.[25 ]
È interessante notare che il documento afferma che “gli Stati Uniti hanno per decenni cercato di svolgere un ruolo più permanente nella sicurezza regionale del Golfo. Mentre il conflitto irrisolto con l’Iraq fornisce una giustificazione immediata, la necessità di una presenza sostanziale di forze americane nel Golfo trascende la questione del regime di Saddam Hussein”.[26] Tuttavia, nel sostenere un massiccio incremento delle spese per la difesa e per l’espansione dell’impero americano in tutto il mondo, tra cui la distruzione forzata di numerosi paesi attraverso i principali teatri di guerra, il rapporto afferma che “il processo di trasformazione, anche se porterà a cambiamenti rivoluzionari, sarà probabilmente lungo e potrebbe comprendere anche un evento catastrofico e catalizzatore – come una nuova Pearl Harbor”.[27].Tale evento si verificò un anno dopo con i fatti del l’11 settembre 2001. Molti tra gli autori di quel rapporto e i membri del PNAC erano diventati funzionari nell’amministrazione Bush, trovandosi dunque nella posizione maggiormente conveniente per mettere in atto il loro “Progetto” dopo aver ottenuto la loro “nuova Pearl Harbor”.

Il piano di guerra era “già in fase di sviluppo da parte dei think tanks di estrema destra negli anni Novanta, organizzazioni in cui militavano i guerrieri della guerra fredda provenienti dai servizi segreti, delle chiese evangeliche, delle multinazionali industrie belliche e delle compagnie petrolifere forgiavano i loro piani per realizzare un Nuovo Ordine Mondiale”. Per fare questo, “gli Stati Uniti avrebbero bisogno di usare tutti i mezzi – diplomatici, economici e militari, anche guerre di aggressione – per garantirsi la possibilità di avere il controllo permanente delle risorse del pianeta e la capacità di controllare ogni possibile rivale, anche quelli deboli”.

Tra le persone coinvolte nel PNAC e nei piani per l’impero vi erano “Dick Cheney – Vice Presidente, Lewis Libby – capo dello staff di Cheney, Donald Rumsfeld – Ministro della Difesa, Paul Wolfowitz – vice di Rumsfeld, Peter Rodman – responsabile di “Questioni di Sicurezza Globale”, John Bolton – Segretario di Stato per il controllo degli armamenti, Richard Armitage – Vice Ministro degli Esteri, Richard Perle – ex Vice Ministro della Difesa sotto Reagan, oggi capo del Defense Policy Board, William Kristol – direttore del PNAC e consigliere di Bush, noto come il cervello del presidente, Zalmay Khalilzad, che divenne poi ambasciatore in Afghanistan e in Iraq in seguito ai cambiamenti di regime in quei paesi”. [28]

“La Grande Scacchiera” di Brzezinsky
Il falco-stratega Zbigniew Brzezinski, co-fondatore della Commissione Trilaterale insieme a David Rockefeller, ex consigliere alla Sicurezza nazionale e il personaggio chiave nella politica estera dell’amministrazione di Jimmy Carter, ha scritto anche un libro sulla geostrategia americana. Brzezinski inoltre è anche  membro del Council on Foreign Relations (CFR) e del Gruppo Bilderberg, nonche del consiglio di Amnesty International, il Consiglio Atlantico e il National Endowment for Democracy. Attualmente è  amministratore fiduciario e consulente presso il Centro di Studi Strategici e Internazionali (CSIS), il più importante thinkthank politico americano. Nel suo libro pubblicato nel 1997, “La Grande Scacchiera” Brzezinski delineò una strategia per l’America nel mondo. Scrisse, “Per l’America, l’obiettivo geopolitico principale è l’Eurasia. Per mezzo millennio gli affari del mondo sono stati dominati da potenze eurasiatiche e da popoli che hanno combattuto l’uno contro l’altro per il dominio regionale tentando di allungare le mani sul potere globale”. “Il modo in cui  l’America ‘controlla’ l’Eurasia è fondamentale. Essa è il continente più grande del mondo ed è geopoliticamente assiale. Un potenza che domini l’Eurasia controllerebbe due delle tre regioni del mondo più avanzate ed economicamente produttive . Un semplice sguardo alla cartina suggerisce anche che il controllo dell’Eurasia comporterebbe quasi automaticamente la subordinazione dell’Africa”. [29]

Brzezinski continua a delineare una strategia per l’impero americano affermando che “è imperativo che non emerga nessuno sfidante euroasiatico in grado di dominare l’Eurasia e quindi di competere con l’America. La formulazione di una geostrategia eurasiatica globale e integrata è dunque lo scopo di questo libro”.[30] “Due azioni base sono necessarie: in primo luogo, identificare gli stati eurasiatici geostrategicamente dinamici che sono in grado di provocare un cambiamento potenzialmente importante nell’equilibrio internazionale del potere e decifrare i principali obiettivi esterni delle loro èlite politiche e le probabili conseguenze se riuscissero a raggiungerli. In secondo luogo, formulare specifiche politiche per gli Stati Uniti con lo scopo di compensare, cooptare e/o controllare quanto sopra”. [31]

Ciò significa che in primo luogo è di importanza primaria identificare gli stati potenzialmente in grado di uscire dalla sfera di influenza degli Stati Uniti e in seguito“compensare, cooptare e/o controllare” questi stati e i contesti in cui  agiscono. Uno di questi Stati  è l’Iran, essendo uno dei maggiori produttori al mondo di petrolio e che si trova in una posizione lungo l’asse  Europa, Asia, Medio Oriente. L’Iran potrebbe alterare l’equilibrio dei poteri in Eurasia se fosse strettamente alleato con la Russia o la Cina, o con entrambi, dando a queste due nazioni notevoli forniture di petrolio e nello stesso tempo esercitando una notevole influenza sul Golfo mettendo quindi in discussione l’egemonia americana nella regione.

Brzezinski a questo punto diventa più esplicito, scrivendo, “Per dirla con una terminologia che richiama il periodo più violento degli antichi imperi, i tre maggiori imperativi della geostrategia imperiale sono impedire la collusione e assicurare la sudditanza da parte dei vassalli, garantire i flussi tributari ed evitare alleanze tra i barbari”. [32]

Brzezinski definisce le repubbliche dell’Asia Centrale i ‘Balcani Euroasiatici’, scrivendo, “Inoltre, esse [le repubbliche dell’Asia Centrale],sono importanti dal punto di vista della sicurezza e delle ambizioni storiche, almeno quanto tre dei loro più potenti vicini, cioè la Russia, la Turchia e l’Iran, con la Cina che si sta facendo notare per un crescente interesse politico nella regione. Ma i Balcani Eurasiatici sono infinitamente più importanti come potenziale premio economico. Una concentrazione enorme di gas naturale e di riserve di petroli osi trova in quelle regioni , oltre a importanti minerali, compreso l’oro”. [33]

Continua dicendo che: “Ne consegue che l’interesse primario dell’America è quello di contribuire a garantire che nessuna singola potenza arrivi a controllare questo spazio geopolitico e che la comunità mondiale possa avere libero accesso finanziario ed economico”. [34] Questo è un chiaro esempio del ruolo che ha  l’America come motore dell’impero; con una politica estera imperiale destinata a  mantenere le posizioni stragiche degli USA , ma soprattutto e “infinitamente più importante” è quello di garantire “un vantaggio economico” per “la comunità internazionale”. In altre parole, gli Stati Uniti è una potenza egemone imperiale che lavora per gli interessi finanziari internazionali.

Brzezinski ha anche avvertito del fatto che “per gli Stati Uniti può divenire necessario come far fronte al le coalizioni regionali che cerchino di spingere l’America fuori dall’Eurasia, minacciando in tal modo lo status dell’America come potenza mondiale.” [35] e  “spinge per concessioni a chiunque manovri e manipoli al fine di prevenire l’emergere di una coalizione ostile che alla fine sarebbe in grado di sfidare il primato degli Stati Uniti”. Quindi, “Il compito più immediato è quello di assicurarsi che nessuno stato o una combinazione di stati sia in grado di ottenere la capacità di espellere gli Stati Uniti dall’Eurasia o anche di diminuire significativamente il suo ruolo decisivo di arbitro”. [36]

La guerra al terrore e il surplus di imperialismo

Nel 2000 il Pentagono ha pubblicato  un documento chiamato ‘Joint Vision 2020′, che delineava un progetto per realizzare quello che hanno chiamato ‘Full Spectrum Dominance’. “Con ‘Full-Spectrum Dominance’ si intende la capacità delle forze militari Usa, operando da sole o con gli alleati, di sconfiggere ogni avversario e controllare ogni situazione in tutta la gamma delle operazioni militari”. Il rapporto “indirizza la ‘Full-Spectrum Dominance’ verso tutti i tipi di conflitto, dalla guerra nucleare alle guerre con un numero elevato di uomini fino a quellesu scala minore. Affronta anche le situazioni amorfe come le operazioni di mantenimento della pace e interventi umanitari”. Inoltre, “Lo sviluppo di una griglia globale di informazione fornirà il contesto per importanti decisioni”. [37]

Da economista politico, Ellen Wood spiega che, “Il dominio senza confini di una economia globale,e dei diversi stati che l’amministrano, richiede un intervento militare senza fine, in termini di tempo e obiettivi “. [38] Inoltre, “Il dominio imperiale in una economia capitalista globale richiede un delicato e contraddittorio equilibrio tra la repressione della concorrenza  e il mantenimento di condizioni di competitività economica per i mercati e generare profitti. Questa è una delle contraddizioni fondamentali del nuovo ordine mondiale”. [39]

Dopo l’11 settembre 2001, la “dottrina Bush” è stata messa in atto,richiedendo “un diritto unilaterale ed esclusivo di attacco preventivo, in qualsiasi momento, dovunque, libero da eventuali accordi internazionali, per garantire che le (nostre) forze militari siano abbastanza forti da dissuadere i potenziali avversari dal perseguire un potenziamento militare nella speranza di superare o eguagliare il potere degli Stati Uniti”. [40].

La NATO ha intrapreso,nella sua storia, la sua  prima invasione di terra di un’altra nazione con l’occupazione nel 2001 dell’Afghanistan . La guerra in Afghanistan è stata di fatto prevista prima degli eventi dell’11 settembre 2001, con la ripartizione degli  accordi  stipulati tra le grandi compagnie petrolifere occidentali e i talebani per l’oleodotto transafgano. La guerra è stata progettata durante l’estate del 2001 con il piano di entrare in guerra nella metà ottobre [41].

L’Afghanistan è  estremamente importante dal punto di vista geopolitico in quanto  “Il trasporto di tutto il combustibile fossile del bacino del Caspio attraverso la Russia o l’Azerbaigian potrebbe migliorare notevolmente il controllo politico ed economico della Russia sulle repubbliche dell’Asia centrale, che è precisamente quello che l’Occidente ha cercato di impedire negli ultimi 10 anni.. Le tubazioni attraverso l’Iran arricchirebbe un regime che gli Stati Uniti cercano di isolare. Il passaggio attraverso la Cina, indipendentemente da considerazioni strategiche, avrebbe invece costi proibitivi. Mentre i gasdotti  attraverso l’Afghanistan permetterebbero  agli Usa sia  di perseguire l’obiettivo di “diversificazione dell’approvvigionamento energetico” sia di penetrare nei  mercati più redditizi del mondo”. [42]

Come ha sottolineato il San Francisco Chronicle  due settimane dopo gli attacchi dell’11 settembre:“Al di la della determinazione americana di colpire gli autori degli attentati dell’ 11 settembre, al di là della possibilità di lunghe ed estenuanti battaglie con numerosi civili morti nei mesi e anni a venire, quello che si nasconde dietro la guerra contro il terrorismo può essere riassunta in una sola parola: petrolio”. Spiega ulteriormente: “La mappa dei santuari del terrorismo e degli obiettivi in Medio Oriente e nell’Asia Centrale è uguale anche, con uno straordinario grado di approssimazione, alla mappa delle principali fonti energetiche del mondo nel 21 ° secolo. La difesa di queste risorse energetiche – più che un semplice ’scontro tra Islam e Occidente – sarà il principale punto che infiammerà il conflitto globale per i decenni a venire”.

Tra i molti stati dove si incrociano terrorismo e riserve di petrolio e gas di importanza vitale per gli USA e l’Occidente troviamo l’Arabia Saudita, Libia, Bahrein, Emirati del Golfo, Iran, Iraq, Egitto, Sudan e Algeria, Turkmenistan, Kazakistan, Azerbaigian, Cecenia, Georgia e Turchia orientale. E’ importante sottolineare che “questa regione rappresenta oltre il 65 per cento della produzione mondiale di petrolio e gas naturale”. Inoltre, “E’ inevitabile che la guerra contro il terrorismo sia vista da molti come una guerra per conto delle americane Chevron, Exxon Mobil e Arco; della francese Total Fina Elf ; della British Petroleum, della Royal Dutch Shell e delle altre gigantesche multinazionali che hanno  fatto investimenti di centinaia di miliardi di dollari nella regione”. [43]

Non è un segreto che la guerra in Iraq aveva molto a che fare con il petrolio. Nell’estate del 2001 Dick Cheney convocò una task force per l’Energia,  diverse  riunioni  segrete in cui è stata decisa la politica energetica  degli Stati Uniti. Nel corso di questi incontri e attraverso altri mezzi di comunicazione, Cheney e i suoi collaboratori si sono incontrati con alti funzionari e dirigenti della Shell Oil, della British Petroleum (BP),della  Exxon Mobil, Conoco e Chevron. [44] All’ incontro, tenutosi prima dell’11 settembre e prima che si facesse alcuna menzione alla guerra contro l’Iraq, vennero presentati e discussi documenti riguardanti i giacimenti petroliferi, oleodotti, raffinerie e terminali iracheni, e “documenti analogamente significativi sull’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti (UAE) con una mappa con ogni giacimento petrolifero, oleodotto, raffineria e terminale”.[45] Sia la Royal Dutch Shell che la British Petroleum hanno ricevuto i contratti più favorevoli per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi iracheni. [46]

La guerra in Iraq, così come quella in Afghanistan, servono essenzialmente  agli interessi americani e, più in generale, agli interessi imperiali-strategici dell’Occidente nella regione. In particolare, le guerre sono state strategiche per eliminare, minacciare o contenere le potenze regionali, come pure installare direttamente decine di basi militari nella regione, che istituisce praticamente una presenza imperiale. Lo scopo di tutto ciò è  mirato essenzialmente verso gli altri attori nella regione, accerchiando la Russia e la Cina e minacciando il loro accesso al petrolio ed alle riserve di gas. L’Iran è ora circondata, con l’Iraq da un lato e l’Afghanistan dall’altro.

Considerazioni conclusive

La prima parte di questo saggio ha delineato la strategia imperiale dell’ USA-NATO per l’instaurazione del Nuovo Ordine Mondiale dopo lo smembramento dell’Unione Sovietica nel 1991. L’obiettivo primario è  circondare la  Russia e la Cina e prevenire  il sorgere di una nuova superpotenza. Il compito degli  Stati Uniti è di agire come potenza egemone imperiale e servire gli interessi finanziari internazionali ed imporre un Nuovo Ordine Mondiale. La prossima parte di questo saggio esamina le rivoluzioni ‘colorate’ in tutta l’Europa orientale e Asia centrale, continuando la politica degli Stati Uniti e della NATO di contenere la Russia e la Cina e il controllo dell’accesso alle grandi riserve di gas naturale e delle rotte di trasporto. Le ‘rivoluzioni colorate’ sono state una forza centrale nella strategia geopolitica imperiale , e la loro analisi è la chiave per comprendere il Nuovo Ordine Mondiale.

LINK: An Imperial Strategy for a New World Order: The Origins of World War III

DI: CoriInTempesta

http://work.colum.edu/~amiller/wolfowitz1992.htm

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[4]        David Binder, Yugoslavia Seen Breaking Up Soon. The New York Times: November 28, 1990

[5]        Ian Traynor, Croat general on trial for war crimes. The Guardian: March 12, 2008: http://www.guardian.co.uk/world/2008/mar/12/warcrimes.balkans

[6]        Adam LeBor, Croat general Ante Gotovina stands trial for war crimes. The Times Online: March 11, 2008: http://www.timesonline.co.uk/tol/news/world/europe/article3522828.ece

[7]        Brendan O’Neill, ‘You are only allowed to see Bosnia in black and white’. Spiked: January 23, 2004: http://www.spiked-online.com/Articles/0000000CA374.htm

[8]        Richard J. Aldrich, America used Islamists to arm the Bosnian Muslims. The Guardian: April 22, 2002: http://www.guardian.co.uk/world/2002/apr/22/warcrimes.comment/print

[9]        Tim Judah, German spies accused of arming Bosnian Muslims. The Telegraph: April 20, 1997: http://www.serbianlinks.freehosting.net/german.htm

[10]      Charlotte Eagar, Invisible US Army defeats Serbs. The Observer: November 5, 1995: http://charlotte-eagar.com/stories/balkans110595.shtml

[11]      Gary Wilson, New reports show secret U.S. role in Balkan war. Workers World News Service: 1996: http://www.workers.org/ww/1997/bosnia.html

[12]      IAC, The CIA Role in Bosnia. International Action Center: http://www.iacenter.org/bosnia/ciarole.htm

[13]      History Commons, Serbia and Montenegro: 1996-1999: Albanian Mafia and KLA Take Control of Balkan Heroin Trafficking Route. The Center for Cooperative Research: http://www.historycommons.org/topic.jsp?topic=country_serbia_and_montenegro

[14]      History Commons, Serbia and Montenegro: 1997: KLA Surfaces to Resist Serbian Persecution of Albanians. The Center for Cooperative Research: http://www.historycommons.org/topic.jsp?topic=country_serbia_and_montenegro

[15]      History Commons, Serbia and Montenegro: February 1998: State Department Removes KLA from Terrorism List. The Center for Cooperative Research: http://www.historycommons.org/topic.jsp?topic=country_serbia_and_montenegro

[16]      Marcia Christoff Kurop, Al Qaeda’s Balkan Links. The Wall Street Journal: November 1, 2001: http://www.freerepublic.com/focus/fr/561291/posts

[17]      Global Research, German Intelligence and the CIA supported Al Qaeda sponsored Terrorists in Yugoslavia. Global Research: February 20, 2005: http://globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=431

[18]      Michel Chossudovsky, Kosovo: The US and the EU support a Political Process linked to Organized Crime. Global Research: February 12, 2008: http://globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=8055

[19]      Andrew Gavin Marshall, Breaking Yugoslavia. Geopolitical Monitor: July 21, 2008: http://www.geopoliticalmonitor.com/content/backgrounders/2008-07-21/breaking-yugoslavia/

[20]      AEI, Is Euro-Atlantic Integration Still on Track? Participant List. American Enterprise Institute: April 28-30, 2000: http://www.aei.org/research/nai/events/pageID.440,projectID.11/default.asp

[21]      Aleksandar Pavi, Correspondence between German Politicians Reveals the Hidden Agenda behind Kosovo’s “Independence”. Global Research: March 12, 2008: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=8304

[22]      Stephen Zunes, The War on Yugoslavia, 10 Years Later. Foreign Policy in Focus: April 6, 2009: http://www.fpif.org/fpiftxt/6017

[23]      PNAC, Rebuilding America’s Defenses. Project for the New American Century: September 2000, page 6: http://www.newamericancentury.org/publicationsreports.htm

[24]      Ibid. Page 8

[25]      Ibid. Page 9

[26]      Ibid. Page 14

[27]      Ibid. Page 51

[28]      Margo Kingston, A think tank war: Why old Europe says no. The Sydney Morning Herald: March 7, 2003: http://www.smh.com.au/articles/2003/03/07/1046826528748.html

[29]      Brzezinski, Zbigniew. The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives. Basic Books, 1997: Pages 30-31

[30]      Brzezinski, Zbigniew. The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives. Basic Books, 1997: Page xiv

[31]      Brzezinski, Zbigniew. The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives. Basic Books, 1997: Page 41

[32]      Brzezinski, Zbigniew. The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives. Basic Books, 1997: Page 40

[33]      Brzezinski, Zbigniew. The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives. Basic Books, 1997: Page 124

[34]      Brzezinski, Zbigniew. The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives. Basic Books, 1997: Page 148

[35]      Brzezinski, Zbigniew. The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives. Basic Books, 1997: Page 55

[36]      Brzezinski, Zbigniew. The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives. Basic Books, 1997: Page 198

[37]      Jim Garamone, Joint Vision 2020 Emphasizes Full-spectrum Dominance. American Forces Press Service: June 2, 2000:

http://www.defenselink.mil/news/newsarticle.aspx?id=45289

[38]      Ellen Wood, Empire of Capital. Verso, 2003: page 144

[39]      Ellen Wood, Empire of Capital. Verso, 2003: page 157

[40]      Ellen Wood, Empire of Capital. Verso, 2003: page 160

[41]      Andrew G. Marshall, Origins of Afghan War. Geopolitical Monitor: September 14, 2008:

http://www.geopoliticalmonitor.com/content/backgrounders/2008-09-14/origins-of-the-afghan-war/

[42]      George Monbiot, America’s pipe dream. The Guardian: October 23, 2001:

http://www.guardian.co.uk/world/2001/oct/23/afghanistan.terrorism11

[43]      Frank Viviano, Energy future rides on U.S. war. San Francisco Chronicle: September 26, 2001:

http://www.sfgate.com/cgi-bin/article.cgi?file=/chronicle/archive/2001/09/26/MN70983.DTL

[44]      Dana Milbank and Justin Blum, Document Says Oil Chiefs Met With Cheney Task Force. Washington Post: November 16, 2005:

http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2005/11/15/AR2005111501842_pf.html

[45]      Judicial Watch, CHENEY ENERGY TASK FORCE DOCUMENTS FEATURE MAP OF IRAQI OILFIELDS.Commerce Department: July 17, 2003: http://www.judicialwatch.org/printer_iraqi-oilfield-pr.shtml

[46]      TERRY MACALISTER, Criticism as Shell signs $4bn Iraq oil deal. Mail and Guardian: September 30, 2008: http://www.mg.co.za/article/2008-09-30-criticism-as-shell-signs-4bn-iraq-oil-deal

Al-Jazeera, BP group wins Iraq oil contract. Al Jazeera Online: June 30, 2009: http://english.aljazeera.net/news/middleeast/2009/06/200963093615637434.html