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Repubblica cancella il post di Odifreddi su Israele. Lui lascia: “Meglio fermarsi”

di: Redazione Il Fatto Quotidiano

Il matematico aveva scritto parole dure sul conflitto in Medio Oriente accusando lo Stato ebraico di “logica nazista”, ma il suo intervento è scomparso dopo 24 ore. Oggi il saluto ai lettori: “Continuare sarebbe un problema. D’ora in poi dovrei ogni volta domandarmi se ciò che penso o scrivo può non essere gradito a coloro che lo leggono”

Un post pubblicato domenica. Tema: il conflitto israelo-palestinese che in questi giorni sta vivendo un’altra pagina dai toni drammatici. Una presa di posizione molto dura nei confronti dello Stato ebraico, accusato di “logica nazista” nei confronti dei palestinesi. Ma la rimozione del suo intervento dal sito di Repubblica.it ha colto di sorpresa Piergiorgio Odifreddi (matematico, divulgatore scientifico, diventato noto anche per le sue posizioni critiche alla Chiesa cattolica).

Ieri sera, infatti, il suo post nel blog “Il non senso della vita” non c’era più. Tanto è bastato, comunque, perché Odifreddi decidesse di scrivere un ultimo intervento, di commiato, per salutare i numerosi lettori che lo hanno seguito fin qui. D’altronde l’intervento in un blog non riflette la linea editoriale del giornale, che del resto nei casi più controversi – come potrebbe essere questo – può scegliere di pubblicare due interventi in antitesi (l’uno che intende confutare l’altro), davanti ai quali i lettori possono confrontarsi.

“Per 809 giorni Repubblica.it ha generosamente ospitato le mie riflessioni – scrive Odifreddi nel suo saluto – che spesso non coincidevano con la linea editoriale del giornale, e ha offerto loro l’invidiabile visibilità non solo del suo sito, ma anche di un richiamo speciale nella sezione Pubblico. Da parte mia, ho approfittato di questa ospitalità per parlare in libertà anche di temi scabrosi e non politically correct, che vertevano spesso su questioni controverse di scienza, filosofia, religione e politica. Naturalmente, sapevo bene che toccare temi sensibili poteva provocare la reazione pavloviana delle persone ipersensibili. Puntualmente, vari post hanno stimolato valanghe (centinaia, e a volte migliaia) di commenti, e aperto discussioni che hanno fatto di questo blog un gradito spazio di libertà.

Altrettanto naturalmente, sapevo bene che la sponsorizzazione di Repubblica.itpoteva riversare sul sito e sul giornale proteste direttamente proporzionali alla cattiva coscienza di chi si sentiva messo in discussione o criticato”.

“Immagino che il direttore del giornale e i curatori del sito abbiano spesso ricevuto lagnanze, molte delle quali probabilmente in latino – ammette – Ma devo riconoscere loro di non averne mai lasciato trasparire più che un vago sentore, e di aver sempre sposato la massima di Voltaire: ‘Detesto ciò che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo’. Mai e sempre, fino a ieri, quando anche loro hanno dovuto soccombere di fronte ad altre lagnanze, questa volta sicuramente in ebraico”. Ma poi, ieri, ecco la cancellazione del post che “non è, di per sé, un grande problema: soprattutto nell’era dell’informatica, quando tutto ciò che si mette in rete viene clonato e continua comunque a esistere e circolare. Non è neppure un grande problema il fatto che una parte della comunità ebraica italiana non condivida le opinioni su Israele espresse non soltanto da José Saramago eNoam Chomsky, al cui insegnamento immodestamente mi ispiro, ma anche e soprattutto dai molti cittadini israeliani democratici che non approvano la politica del loro governo, ai quali vanno la mia ammirazione e la mia solidarietà”.

“Il problema, piccolo e puramente individuale, è che se continuassi a tenere il blog, d’ora in poi dovrei ogni volta domandarmi se ciò che penso o scrivo può non essere gradito a coloro che lo leggono: qualunque lingua, viva o morta, essi usino per protestare – Dovrei, cioè, diventare ‘passivamente responsabile’, per evitare di non procurare guai. Ma poiché per natura io mi sento ‘attivamente irresponsabile’, nel senso in cui Richard Feynman dichiarava di sentirsi in Il piacere di trovare le cose, preferisco fermarmi qui”. “Tenere questo blog è stata una bella esperienza, di pensiero e di vita, e ringrazio non solo coloro che l’hanno ospitato e difeso, ma anche e soprattutto coloro che vi hanno partecipato – conclude Odifreddi – La vita, con o senza senso, continua. Ma ci sono momenti in cui, candidamente, bisogna ritirarsi a coltivare il proprio giardino”.

Ma la scomparsa improvvisa del post aveva scatenato proprio i frequentatori più assidui del blog di Odifreddi che, utilizzando lo spazio del suo articolo precedente, non solo hanno chiesto insistentemente al matematico come mai quel testo fosse stato rimosso, ma lo hanno copiato e incollato a beneficio di chi non l’avesse letto. A quel punto, certo, si è sviluppato il dibattito tra chi è d’accordo con la tesi di Odifreddi e chi non lo è. ”Non c’era nessun delirio antisemita, filoislamico, comunista. Solo una condanna alla violenza” scriveva B.dg. ”Il post – secondo Giulioru – è un minkiata se l’ha o gliel’hanno tolto hanno fatto bene, non per i contenuti che sono aleatori come tutte le informazioni che ci imboccano, ma per l’uso di paragoni matematici che sono infantili e inopportuni. Uno, 10, 100 non è questione di moltipliche ma di follia umana che non ha formule né tempo né luoghi”.

I lettori del blog ora commentano invece l’addio del matematico al blog: “Con l’ultimo thread non ero d’accordo, come ho scritto – interviene Nivadi – Ciò non toglie che desidero continuare a leggere osservazioni non convenzionali e stimolanti facci sapere dove potremo leggerti. Smetterò di leggere il sito di Repubblica”. “Che gran peccato, il suo blog mi ha sempre offerto dei grossi spunti di riflessione – dice lucajeck_01 - A volte mi sono trovato in disaccordo con le sue vedute, ma è stato un piacere anche quello, poter testare il mio senso critico su argomenti complessi o comunque su punti di vista particolari è stato stimolante”.

Di seguito il post di Odifreddi cancellato dal blog

Dieci volte peggio dei nazisti (18)

Uno dei crimini più efferati dell’occupazione nazista in Italia fu la strage delle Fosse Ardeatine. Il 24 maggio 1944 i tedeschi “giustiziarono”, secondo il loro rudimentale concetto di giustizia, 335 italiani in rappresaglia per l’attentato di via Rasella compiuto dalla resistenza partigiana il 23 maggio, nel quale avevano perso la vita 32 militari delle truppe di occupazione. A istituire la versione moderna della “legge del taglione”, che sostituiva la proporzione uno a uno del motto “occhio per occhio, dente per dente” con una proporzione di dieci a uno, fu Hitler in persona.

Il feldmaresciallo Albert Kesselring trasmise l’ordine a Herbert Kappler, l’ufficiale delle SS che si era già messo in luce l’anno prima, nell’ottobre del 1943, con il rastrellamento del ghetto di Roma. E quest’ultimo lo eseguì con un eccesso di zelo, aggiungendo di sua sponte 15 vittime al numero di 320 stabilito dal Fuehrer. Dopo la guerra Kesselring fu condannato a morte per l’eccidio, ma la pena fu commutata in ergastolo e scontata fino al 1952, quando il detenuto fu scarcerato per “motivi di salute” (tra virgolette, perché sopravvisse altri otto anni). Anche Kappler e il suo aiutante Erich Priebke furono condannati all’ergastolo. Il primo riuscì a evadere nel 1977, e morì pochi mesi dopo in Germania. Il secondo, catturato ed estradato solo nel 1995 in Argentina, è tuttora detenuto in semilibertà a Roma, nonostante sia ormai quasi centenario.

In questi giorni si sta compiendo in Israele l’ennesima replica della logica nazista delle Fosse Ardeatine. Con la scusa di contrastare gli “atti terroristici” della resistenza palestinese contro gli occupanti israeliani, il governo Netanyahu sta bombardando la striscia di Gaza e si appresta a invaderla con decine di migliaia di truppe. Il che d’altronde aveva già minacciato e deciso di fare a freddo, per punire l’Autorità Nazionale Palestinese di un crimine terribile: aver chiesto alle Nazioni Unite di esservi ammessa come membro osservatore! Cosa succederà durante l’invasione, è facilmente prevedibile. Durante l’operazione Piombo Fuso di fine 2008 e inizio 2009, infatti, compiuta con le stesse scuse e gli stessi fini, sono stati uccisi almeno 1400 palestinesi, secondo il rapporto delle Nazioni Unite, a fronte dei 15 morti israeliani provocati in otto anni (!) dai razzi diHamas. Un rapporto di circa 241 cento a uno, dunque: dieci volte superiore a quello della strage delle Fosse Ardeatine. Naturalmente, l’eccidio di quattro anni fa non è che uno dei tanti perpetrati dal governo e dall’esercito di occupazione israeliani nei territori palestinesi.

Ma a far condannare all’ergastolo Kesserling, Kappler e Priebke ne è bastato uno solo, e molto meno efferato: a quando dunque un tribunale internazionale per processare e condannare ancheNetanyahu e i suoi generali?

Piergiorgio Odifreddi

FONTE: IlFattoQuotidiano.it

Populismo

di: Rodolfo Ricci

Uno spettro si aggira per l’Europa: il Populismo.

Cosa sia di preciso nessuno lo ha capito, ma il termine prolifera: in bocca a sprovveduti di varia provenienza, riempie ormai i comizi d’amore e d’odio, le pagine di tanta stampa, in Europa e in Italia soprattutto, dopo il varo della campagna d’autunno del partito di Repubblica, rinvigorito da quella altrettanto possente, de L’Unità.

Fino a qualche decennio fa, lo spettro si aggirava per altri lidi. In particolare in America Latina dove alcuni sostengono che sia nato all’epoca di Jan Domingo Peron. Oppure per il vasto panorama del terzo mondo asiatico e africano, i cui leader nazionalisti (in particolare i nazionalizzatori delle risorse locali) erano spesso aggettivati come tali: populisti.

Poi, sterminato l’impero del male (il socialismo reale) – i cui leader per la verità non furono mai aggettivati come populisti – e chiuse per sempre le residue ambizioni delle sinistre occidentali, lo spettro cominciò a farsi strada in Europa, fino a diventare un fenomeno di un certo fragore con l’inizio della grande crisi: leader populisti salgono alla ribalta in Austria, in Olanda, In Italia, in Francia, in Ungheria .

Già questo dovrebbe farci riflettere: che se il populismo si fa strada in Europa, non sarà forse che l’Europa stia assomigliando al terzo mondo ? E un’altra riflessione riguarderebbe la constatazione che alla fine della storia (secondo gli intendimenti del primo Fukuyama), finita cioè ogni presunta possibilità di alternativa reale alla globalizzazione neoliberista, lo sbocco necessario e inevitabile sarebbe per forza il populismo.

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Il populismo si oppone al realismo, secondo Scalfari e compagnia, cioè assume i contorni della demagogia. La demagogia, da che mondo è mondo, è promettere ai popoli ciò che è irrealizzabile. Irrealizzabile, nel mondo degli uomini è ciò che si oppone alla natura, o meglio alle leggi naturali.  Demagogia è dunque dire che il mondo (questo mondo che abbiamo in sorte), sia strutturalmente modificabile. Recentemente è stato recuperato un altro termine: irreversibilità.

Al fondo delle teorie di Von Hayek e soci (di destra e di sinistra) vi è l’assunto che le leggi profonde della vita e dell’agire sociale umano (competitività e concorrenza strutturale) siano qualità immodificabili e che la sovrastruttura statuale, debba solo garantire il naturale dispiegamento di questa qualità innata, genetica. Tendenzialmente deve scomparire lasciando spazio alla giungla delle lotta per il profitto: liberalizzare tutto. C’è qualcosa di Anarko oggi nel sole… oppure i neoliberisti sono dei novelli Hegel minimalisti che chiudono la scatola della dialettica e pongono alla sommità della loro architettura, anziché lo Stato prussiano, il superstato globale e perenne della concorrenza, il mercato.

(Ben altre le teorie di un Nietzsche o di un Marx, la cui apertura e onestà intellettuale implica la possibilità di lotta tra volontà di potenza, o tra ermeneutiche, oppure, il che è complementare, tra classi sociali. E sostengono che questa lotta è immanente.)

Tra la fine del conflitto e la permanenza del conflitto, in quale universo preferireste vivere ?

Ora, chi non capisce che la realtà neoliberista è la realtà profonda delle cose, chi vi si oppone, rischia di essere un velleitario nel migliore dei casi, nei casi peggiori diventa un demagogo. Si tratta di categorie che espungono il riconoscimento del conflitto. Servono a questo. Ma si è demagoghi solo finché non si dimostra che si riesce ad apportare qualche cambiamento. Ma se si riesce ad apportare qualche cambiamento, proprio per ciò, ci si trasforma nella bestia terribile del populista. Al quale non deve essere riconosciuto il titolo di avversario, portatore di un’altra ermeneutica.

Il populista appartiene infatti ad una altro mondo: anzi è fuori dal mondo.

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Alla fine degli anni ’90 fino agli anni ’10 del 2000, si incontrano una lunga lista di leader populisti:  populista è Nestor Kirchner, che si impone dopo il default argentino (causato da realisti come Menem, De La Rua e Cavallo) decidendo di rifiutare il pagamento di buona parte del debito estero, ritenendolo illegittimo. Gli succede la moglie, Cristina, anch’essa populista, che nel suo impeto populista, porta avanti la rinazionalizzazione del sistema pensionistico, del Banco Central, delle imprese energetiche.

Ma ben prima di loro, il leader populista par exellence, è tale Hugo Chavez Frias, prima golpista, poi alternativamente populista o nuovo dittatore, anche se è stato riconfermato alla guida del suo Venezuela in più di 10 consultazioni elettorali successive, che ha sempre vinto e la cui legittimità è stata riconosciuta internazionalmente. Nel 2002, si ricordano gli entusiasmi per la caduta del dittatore populista, a seguito del golpe durato qualche giorno, sulle prime pagine di quotidiani come La Repubblica, Il Corriere della Sera e dulcis in fondo, ma in prima linea, L’Unità.

Poi, però il golpe fallisce perché gli adepti del populista Chavez (il popolo delle periferie e delle favelas di Caracas) circondano a centinaia di migliaia il palazzo del Governo e impongono ai golpisti di recedere dal tentativo. Il populista, grazie al suo popolo, torna al governo e conferma la nazionalizzazione della quarta impresa mondiale per la produzione di petrolio, e introduce royalties elevate per ogni compagnia estera (sette sorelle ecc.), che si candidano a sfruttare le sue immense riserve.

Erano state queste decisioni a convincere i socialdemocratici locali (e mondiali, ivi inclusi i diessini italiani) e, ovviamente, anche i conservatori e reazionari di tutto l’occidente, che Chavez era un pericoloso leader populista.

Nel frattempo, nell’America Latina, si susseguono altri velleitari leader in odore di populismo, come Lula da Silva, a cui, tutti gli equilibrati e realisti leader della sinistra socialdemocratica internazionale preferiscono il navigato e sperimentato sociologo di sinistra democratica Fernando Henrique Cardoso, amico di D’Alema e di tutta l’Internazionale Socialista. (A proposito, c’è ancora, e dov’è, in questa congiuntura, l’Internazionale Socialista ?)

Poi Lula vince per due mandati consecutivi e, visto che il Brasile è una delle tigri dei Brics, immenso paese con immense risorse, le accuse di populismo si affievoliscono, anche se, nella connaturata natura di populista, Lula tira fuori dalla miseria e dall’indigenza oltre 50 milioni di brasiliani, un peccato che la successora Dilma Russeuf, continua diabolicamente a perseguire.

Pericoloso sovversivo del MAS (Movimento al Socialismo) è Evo Morales, per giunta aborigeno con sangue esclusivamente indio nelle vene, sindacalista dei raccoglitori di coca, che poi diventa populista quando, dopo aver vinto, si avvia a nazionalizzare le immense risorse di gas e di altri minerali fondamentali. Anche in questo caso, nella poverissima Bolivia, tentano ogni strada per abbatterlo. Ma il populista Evo, resiste, tuttora.

Analogamente, Correa, ecuadoregno, ma economista affermato, per cui, l’accusa di populismo risulta parzialmente sfumata. Ma l’affronto alla Gran Bretagna sul caso Assange ripropone la sua recondita natura di populista per giunta provocatore.

Pericoloso populista è il peruviano Ollanta Umala, altro indio incrociato con sangue italiano, il quale però, si converte ad una terza via che apre alle pretese delle multinazionali minerarie dell’occidente, quindi ora se ne parla come un leader equilibrato e realista, uno di quelli su cui puntare, come per il massmediatico presidente del Cile, Miguel Juan Sebastián Piñera, di destra simil-berlusconiana, grande imprenditore televisivo, succeduto alla socialista Michelle Bachelet; lei era stata indicata per anni dai socialdemocratici europei e dai Democratici di Sinistra, come l’alternativa al populismo (di sinistra) dilagante in Sud America.

Evidentemente, nel Cile dell’esperimento sul campo di Milton Friedmann e di Henry Kiessinger, che portò al potere Pinochet e all’assassinio di Salvador Allende, il populismo stenta ad attecchire.

Però,  Michelle Bachelet ebbe a dire, in un momento posteriore di autocritica (diciamo un anno fa circa) che, in tutto il suo duplice mandato che aveva portato ad una crescita ammirevole del PIL, il famoso coefficiente di Gini, quello che misura la concentrazione della ricchezza, ovvero il livello di uguaglianza distributiva, non si era spostato di una virgola.  Questo era stato quindi il motivo per cui si è affermato nel 2010, l’estimatore di Pinochet, Sebastián Piñera, ovviamente un importante interlocutore politico dell’occidente nel cono sud del continente, non populista, seppur somigliante a Berlusconi, ma realista.

E’ importante ricordare, an passant, che la fine dell’esperienza democratica di Allende (11 settembre del 1973), costituì l’incipit dell’esperienza del compromesso storico in Italia, sulla base della considerazione fatta dal gruppo dirigente del PCI che, nel nostro paese, non sarebbe stato consentito, alla sinistra, di arrivare al potere per via democratica, ovvero da sola. Si potrebbe ragionare se questa considerazione non abbia costituito un lungo alibi o una delle precondizioni della mutazione della classe dirigente del PCI, portata a compimento negli anni ‘80 e ‘90. Una definitiva sfiducia nella sostenibilità della democrazia in Occidente, e un’abdicazione ai valori fondanti della sinistra. Riflettiamoci un po’: non è questo l’esito – realistico – che accomuna la cosiddetta sinistra riformista a tutt’oggi, anche rispetto alla crisi europea ?

*****

Ma tornando al nostro tema, all’inizio degli anni 10 del 21° secolo, il populismo sbarca, sotto nuove spoglie, nel pieno della grande crisi epocale, in Europa. E in Italia.

I prodromi si erano visti nelle esperienze secessioniste-leghiste presenti in vari paesi del continente. Per la verità, queste esperienze vengono vissute senza particolare fastidio finché si tratti di portare avanti l’idea dell’Europa dei Popoli (o delle regioni), questa variante populista che ben corrisponde alle esigenze di accentuazione di competitività locale con annesse gabbie salariali e che non dispiace affatto alla finanza, né all’imprenditoria e neanche alla sinistra riformista, la quale si adopera convintamente per il progetto federalista.

D’altra parte, l’annacquamento della funzione nazionale è un obiettivo perseguibile e coerente con l’ottica di governo globale e continentale.

Ma la cosa funziona finché l’equilibrio di poteri tra le borghesie nazionali regge, e cioè solo fino al 2007. Termina col terminare della crescita.

Con l’inizio della grande crisi e con l’agonia del Berlusconismo come patto sociale che teneva insieme grande e piccola borghesia, poteri finanziari, mafie e poteri paralleli, con la fine della crescita da indebitamento lanciata in epoca reaganiana- tatcheriana e proseguita con Clinton-Blair, l’equilibrio del populista Berlusconi crolla. Ma quel populismo lo si era inseguito per anni, sia sul versante del contrasto all’immigrazione, sia su quello del federalismo, sia sull’idea di libera intrapresa senza lacci e laccioli e di riduzione dei diritti del lavoro (flessibilità sfrenata benedetta dai giuslavoristi alla Ichino, ecc.), che costituiva il valore centrale per tutti, ivi incluso il nostrano centrosinistra. O ricordo male ?

Come dire che se populista era Berlusconi, altrettanto populisti alla rincorsa erano gli altri.

Ora il palcoscenico è radicalmente cambiato,certo. Nella coperta sempre più stretta imposta dalla crisi, cambiano gli scenari e gli attori. Le variazioni dello spread ripropongono il livello nazionale come  decisivo e cancellano le varianti locali, sconosciute o poco interessanti per la speculazione dei mercati. Le borghesie nazionali sono costrette a difendersi in quanto tali perché vengono giudicate ad un livello nazionale. E sorge la domanda se convenga o meno restare dentro o uscire fuori dall’Euro.

Nuovi populismo crescono. Come funghi e in concorrenza accentuata. Da diversi lati. Siamo circondati.

Ora sembrerebbe che abbiamo a che fare con quello di Beppe Grillo, il più pericoloso, dentro i confini, perché in grado di far saltare il progetto del razionalismo partenopeo-meneghino di natura neo-nazionalista rappresentato da Napolitano-Monti, che punta a mantenere le prerogative di quella che si potrebbe chiamare frazione globalizzata della borghesia nazionale – ovviamente finanziarizzata – dentro lo scenario europeo e mondiale (mantenere un posto al sole), come obiettivo centrale di questa fase, a discapito delle altre frazioni, secondarie, di borghesia produttiva e classi medie  e ovviamente del lavoro attuale e futuro, tutte espunte drasticamente dal livello decisionale.

Per questo obiettivo, ritenuto strategico, si sacrifica, come in una vera e propria guerra, tutto il resto. A partire dalla democrazia e dal protagonismo (partecipazione) popolare, non solo dei lavoratori dipendenti, ma anche delle classi medie. I referendum sono aborriti, come mai nella storia repubblicana.

Ciò accade in misura maggiore o minore, in ogni paese, ed in ogni paese emergono i populismi, al momento demagogici, certamente.

Ma quello italiano non è peggiore o più grave degli altri. Su una cosa ha ragione Grillo: se non ci fosse lui, forse ci troveremmo di fronte ad una rinascita dell’antica fenice sotto forma di Albe dorate ed affini, come, oltre che in Grecia, abbiamo visto emergere in Francia. O ad un rafforzamento delle logiche leghiste, opportunamente annientate, per il momento, dagli scandali interni.

La riforma elettorale deve puntare a minimizzare questo rischio.

Ma se tutto ciò accade in un contesto di totale e incentivata assenza di alternative al rigore recessivo delle politiche liberiste, (cosa sostenuta da tutto l’arco neo-costituzionale) cosa ci si aspetta ?

Quello che magari si può lamentare è l’assenza di un populismo esplicitamente di sinistra in Europa e in Italia, analogo a quello latino-americano (che ovviamente populismo non è). Piuttosto è la sana lettura dei fabbisogni sociali, sulla base della specifica cultura nazionale, come ci ha insegnato tale Antonio Gramsci. A dispetto del padre fondatore, molto letto all’estero, dimenticato in patria, si riconosce come perseguibile unicamente la via continentale, senza spiegare perché essa dovrebbe risultare più democratica di quella nazionale. Se non è stato possibile battere le forze dell’arretrato capitalismo nostrano, perché dovrebbe essere più facile sconfiggere quelle del moderno capitalismo continentale ?

In un passo dei Quaderni dal Carcere, Gramsci sostiene, contrariamente alla vulgata che l’Umanesimo fosse la riscossa progressista all’arretratezza medioevale, che il vero movimento progressista dell’età medioevale e moderna sia stato quello delle eresie. L’Umanesimo avrebbe decretato la loro sconfitta e l’affermazione della borghesia transnazionale nascente….

*****

E’ dunque la distruzione scientificamente programmata della sinistra, operata negli ultimi tre decenni, che porta al risultato attuale. Al populismo.

E in questo vuoto pneumatico, i populismi europei e nazionali non possono che ripercorrere la strada interclassista già percorsa da Berlusconi. Perché debbono tentare di rappresentare l’interclasse media depauperata e marginalizzata dalla crisi. E anche perché essa è la stessa strada percorsa dagli altri comparti della politica peninsulare, ivi inclusi UDC e PD, nel tentativo di imporre ad essa una nuova egemonia culturale che loro chiamano realismo. Ma le due ermeneutiche che si confrontano sono entrambe radicalmente populiste. Nel senso che non contemplano letture o prospettive di classe.

L’unica cosa che differenzia Grillo dall’arco costituzionale è la critica serrata, e facile, alle degenerazioni politiche degli altri.

Per il resto, nessuno di costoro si misura sul nocciolo vero della questione: a partire dal fatto, più volte ricordato in questo sito, e richiamato negli ultimi giorni addirittura da Scalfari e da Napolitano, che qualsiasi governo governi dal 2013 al 2017, esso sarà chiuso nella camicia di forza del Pareggio di Bilancio, del Fiscal Compact, dell’Esm, dei Memorandum e della Troika.

Come dire che non c’è spazio per nessuna alternativa. Dunque, quale destra e quale sinistra ?

Fatale che il populismo (demagogico) crescerà al punto, che Beppe Grillo sembrerà un pischello di fronte alle menzogne e alle falsità (demagogia pura) che verranno propinate in campagna elettorale e negli anni adiacenti dal fronte PDL, UDC, PD, (SEL ?), ecc., supportate da un impressionante apparato mediatico che oggi ha l’obiettivo di convincerci che l’uno sia diverso dall’altro, che la tenzone è reale, e che sono possibili progetti diversi per il paese. In realtà la partita (e l’intero campionato) è truccatissimo ed è già terminato prima di iniziare. Altro che Moggi..

Ha ragione Napolitano: tutti, chiunque vinca, dovranno fare la stessa cosa, a prescindere. E lui, il superrealista (anzi il re), vigilerà, finché potrà, affinché a nessuno venga lo schiribizzo di mettere in discussione gli accordi sottoscritti e quelli da sottoscrivere. Lo stesso hanno detto a Cernobbio banchieri e grand commis. Ma il PD, (i cui leader si agitano tanto, non si capisce bene il perché, forse serve ad infervorare la tifoseria) ha già prodotto una carta stampata d’intenti “per il bene comune” che conferma fin d’ora la loro fedeltà agli accordi. E anche Vendola ha aderito.

Un grande patto di punto fisso (punto fijo) tra le presunte forze della rappresentanza politica è stato stipulato.  E prevarrà, con l’alternanza, nell’attraversamento ventennale della crisi.

A meno che un populista non demagogico e magari collettivo, non emerga dal fango melmoso in cui siamo caduti, a rappresentare la massa dei riottosi e dei non votanti (circa il 40%) e a rinverdire il principio costituzionale (populista) secondo cui la sovranità, tuttavia, appartiene al popolo e che la Repubblica è, tuttavia, fondata sul lavoro.

FONTE: CambiaIlMondo.org

E se abolissimo il Fmi?

di: Fabio Chiusi

Non è stato capace di prevedere la grande crisi. Né di risolverla. Anzi, forse le sue scelte l’aggravano. Eppure condiziona in modo antidemocratico i Paesi che tiene per il collo. A iniziare dalla Grecia, ma non solo. Allora, perché tenerci il Fondo Monetario Internazionale? Lo abbiamo chiesto a esperti e studiosi di tendenze diverse

Tra le sue principali funzioni c’è quella di formulare previsioni sull’andamento dell’economia mondiale, ma non è stato in grado di prevedere la bufera sui debiti sovrani. Elargisce prestiti miliardari, ma è accusato di imporre condizioni talmente restrittive da svuotare la sovranità dei paesi che ne beneficiano, stritolarne l’economia reale e le popolazioni che ne traggono sostentamento.

Dovrebbe «incoraggiare la cooperazione monetaria globale, garantire la stabilità finanziaria, facilitare gli scambi internazionali, promuovere l’occupazione e una crescita economica sostenibile e ridurre la povertà nel mondo» ma – argomentano i critici – in realtà è una istituzione disperatamente in cerca di identità e missione.

Se il Fondo Monetario Internazionale finisse dalla parte dell’imputato in un ipotetico processo, la requisitoria del pubblico ministero inizierebbe all’incirca a questo modo. E, a giudizio degli economisti dei più diversi orientamenti interpellati da ‘l’Espresso’, ci sarebbero buone probabilità di giungere a una sentenza di condanna.

Perché a detta dei critici il Fondo, nelle cui mani – insieme alla Commissione dell’Unione europea e alla Bce – riposa il futuro della Grecia e dell’intera Eurozona, è una istituzione antidemocratica, opaca, preda degli interessi di pochi e che, in definitiva, così com’è non si capisce nemmeno bene a che serva.

Nata alla fine della Seconda Guerra Mondiale, l’organizzazione che raccoglie 187 Paesie gestisce centinaia di miliardi di euro dovrebbe essere urgentemente riformata. A partire dalla sua funzione, come spiega Franco Bruni, docente di Teoria e politica monetaria internazionale all’Università Bocconi: «Da quando, all’inizio degli anni ’70, è caduto il sistema di Bretton Woods», argomenta, «il Fmi è una istituzione in cerca di lavoro. Perché è finita quella che costituiva la sua funzione principale: la regia di un mondo di cambi fissi».

Da allora, dice Bruni, «ne ha fatte di tutti i colori»: dal riciclo dei petroldollari all’espansione delle sue attività nei paesi in via di sviluppo», finendo per «pestarsi i piedi con la Banca Mondiale» a causa dell’estensione dei suoi finanziamenti ad ambiti che nulla hanno a che vedere con il sistema dei cambi.

Non solo: «Con il passare degli anni ha iniziato a giudicare, tramite visite regolari, i sistemi di vigilanza, regolazione e stabilità finanziaria dei Paesi bisognosi del suo intervento», aggiunge Bruni. Un ruolo intensificatosi a partire dalle prime crisi degli anni ’90, conclude, ma che ha generato la confusione nell’attribuzione di compiti e responsabilità, e le relative accuse di ‘commissariare’ la politica, che appare evidente in questi mesi sull’orlo del baratro.

Parte essenziale di una riforma del Fondo sarebbe una ridefinizione del peso dei suoi azionisti. Oggi, infatti, i soli Stati Uniti detengono un forte potere di veto sulle sue scelte, dato che detengono il 17,7 per cento dei voti all’interno del Board dei Governatori, la sua più alta autorità decisionale.

La Cina, pur detenendo il 45 per cento del debito estero americano, è al 4 per cento. Economie in forte sviluppo come il Brasile e l’India non vanno oltre l’1,7 e il 2,4 per cento, rispettivamente.

«Questo è assolutamente un problema», sostiene il responsabile economico del Pd,Stefano Fassina, già economista per il Fondo dal 2000 al 2005, «perché pesa negativamente sulla legittimità del Fmi: è evidente che la distribuzione delle quote riflette un mondo che non c’è più, e la credibilità delle sue politiche ne risente».

Quanto all’Europa, il peso è distribuito ai singoli Paesi. Con la conseguenza che, qualora emergano dissensi, la sua voce conta meno di quanto potrebbe se vi fosse un rappresentante unico. In ogni caso, aggiunge l’economista Tito Boeri, anche lui in passato consulente del Fondo, «c’è ancora molto una impostazione Occidentale, che ignora il peso crescente dei paesi emergenti. Se c’è da ricalibrare il Fondo dev’essere sicuramente in quella direzione». Con una precisazione: «Chi solleva questo problema, tuttavia, dovrebbe rendersi conto che la naturale implicazione è dare più peso a loro. L’Italia conterebbe ancora meno». Per quanto le quote siano state parzialmente ridefinite nel 2010, lo squilibrio resta.

Un ulteriore problema è rappresentato dalla complessità della governance del Fondo, oggi distribuita all’interno di un intreccio incredibile di organi. Un Board dei governatori, uno per Paese (di norma il ministro delle finanze o il capo della banca centrale), cui spetta ridefinire il peso delle quote e l’ammissione di nuovi membri. Due comitati ministeriali che consigliano i governatori. Un Board esecutivo, i cui 24 membri dovrebbero rappresentare gli interessi di 187 Paesi, anche 24 alla volta, e controllarne lo stato di salute finanziaria.

Le decisioni sono prese per consenso o voto formale sotto la direzione di un ‘direttore operativo’ e del suo staff. Attualmente a capo del Fondo c’è Christine Lagarde, uno stipendio da circa 31.700 euro al mese, 551.700 dollari l’anno: 130 mila in più del predecessore Dominique Strauss-Kahn.

Nonostante il Fondo sia dotato al suo interno di un Ufficio di Valutazione Indipendente, di un Ufficio per l’Etica e addirittura di una hotline attiva 24 ore su 24 per chi volesse spifferarne i difetti, più di qualcuno argomenta inoltre che l’intera macchina sia tutt’altro che efficiente e trasparente. E non solo gli ‘indignati’ accampati nelle piazze di tutto il mondo: «Serve una governance interna snella», argomenta Bruni, «perché in questo momento il governo del Fondo è estremamente complicato. C’è una gerarchia di due organi che si pestano i piedi, sono pieni di carte. Io ho visto come lavorano, è impossibile. Serve un consiglio direttivo professionale, scelto non in base a criteri politici, non Christine Lagarde, ma veri banchieri internazionali con grandi capacità».

Ma non è un problema solo di burocrazia. Il sociologo Luciano Gallino, autore di un recente volume intitolato ‘Finanzcapitalismo’, non ha dubbi: «L’Fmi è un organismo intrinsecamente non democratico, quindi il suo funzionamento è opaco per definizione. Probabilmente è trasparente a chi ne sta dentro e chi ne influenza le decisioni.» Perché non democratico? «Perché il Fondo rappresenta nel modo più chiaro e netto la struttura della finanza internazionale con le sue esigenze. Quindi non soltanto di democratico non ha nulla: ha ostacolato in vario modo i sistemi democratici in molti paesi», attacca Gallino, «perché la sua ricetta è sempre stata ‘ti presto dei soldi a condizione che attui riforme – le chiamano così – intrinsecamente non democratiche’: privatizzare tutto il privatizzabile, tagliare le pensioni, la sanità, la scuola pubblica, ridurre il ruolo dello Stato».

Il problema è che il Fondo «nei suoi fondamenti incorpora la mitologia economica neoliberista, e mi sembra molto difficile riformarla: la mitologia neoliberista non si riforma. Bisogna pensare a riformare l’architettura del sistema finanziario internazionale e in questa riforma si potrebbe trovare anche una collocazione diversa del FMI», argomenta Gallino. Che ricorda come fu lo stesso Ufficio di Valutazione del Fondo, nel 2008 e con «mezza dozzina di banche già fallite negli Stati Uniti e in Europa», a criticare l’orientamento dell’istituto. In cui per il sociologo vige «un pensiero totalitario, non molto diverso da quello totalitario dell’estrema sinistra di stampo sovietico.»

Critiche che si aggiungono a quelle formulate dall’ex capo economista, Kenneth Rogoff, a settembre dello scorso anno: «Soltanto un anno fa, al meeting annuale dell’Fmi a Washington», ha scritto in un intervento sul ‘Sole 24 Ore’, «i funzionari più esperti sostenevano che il panico per la crisi del debito sovrano in Europa era una tempesta in un bicchier d’acqua. L’Fmi sosteneva che perfino le dinamiche del debito della Grecia non fossero un problema serio».

Segnali insomma di una perdita di credibilità, e di una capacità previsionale non eccelsa. Anche se, precisa Fassina, più che di mancata comprensione in alcuni casi potrebbe trattarsi di una precisa strategia comunicativa. Perché «bisogna tener conto che se il Fondo dice che la Grecia fallisce, la Grecia fallisce un minuto dopo».

Qualche segnale positivo, aggiunge l’esponente Pd, viene dal fatto che negli ultimi anni il Fondo abbia fatto «delle correzioni di linea significative», anche grazie al nuovo capo economico Olivier Blanchard, allontanandosi dall’ortodossia. E a uno studio, prodotto dagli economisti del Fondo, che smentisce le teorie di chi «come Alesina e Giavazzi parla di politiche di austerità espansive. E dimostra che, al contrario, sono recessive», dice Fassina.

Ma molto resta da fare. E se c’è chi, come il professor Bruni, afferma che «bisogna portare via il Fmi da Washington» perché «non è bello che i funzionari del Fondo che esaminano la politica monetaria del Gabon o dell’Indonesia arrivino a un posto che è a poche centinaia di metri dal Tesoro americano», l’economista e senatore Fli Mario Baldassarri ricorda che il problema è sistemico: «Io farei un processo all’Occidente e all’Europa, non solo al Fondo. Nel senso che l’Occidente si sta suicidando e l’Europa non esiste. Non è mai esistita».

Per Baldassarri, «occorre una nuova governance, un nuovo G8 che proceda a fare la nuova Bretton Woods, il nuovo Fmi, la nuova Banca Mondiale». A quel tavolo dovrebbero sedere con pari dignità le potenze emergenti, e un rappresentante degli ‘Stati Uniti d’Europa’. «Altrimenti continueremo ad alimentare la ricchezza cinese, che tra l’altro non serve ancora a migliorare il tenore di vita dei cinesi», argomenta il senatore. Ma perché ciò avvenga servono risposte politiche, «non tecnicalità del Fondo».

Espresso- Repubblica.it

La Grecia brucia

di: Piergiorgio Odifreddi

La Grecia è arrivata alla resa dei conti. Il Parlamento si accinge a capitolare di fronte al plotone d’esecuzione costituito dalla cosiddetta troika, formata dall’Unione Europea, la Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale. La società civile sta protestando violentemente di fronte al Parlamento.

Il primo ministro Papademos, alter ego del nostro Monti, ha dichiarato che “il vandalismo e la distruzione non hanno un posto nella democrazia”: le stesse parole usate ieri, in maniera preventiva, dal nostro presidente Napolitano.

Naturalmente, i mandanti (im)morali della troika, e gli esecutori materiali del governo greco, presentano le misure che stanno per essere adottate come “inevitabili e necessarie”: le stesse parole che abbiamo sentito anche noi, fino alla nausea, dal colpo di mano del 9 novembre 2011 a oggi. E queste misure (udite, udite!) consistono in: “Una radicale riforma del mercato del lavoro, con una profonda liberalizzazione.

Una diminuzione di oltre il 20% del salario minimo garantito, e un taglio delle pensioni. Una drastica economia di spesa in settori pubblici, come gli ospedali e le autonomie locali. E la vendita dei gioielli di famiglia, come le quote pubbliche in petrolio, gas, acqua e lotteria”.

Queste misure non si chiamano “austerità”, o “sacrifici”, ma distruzione dello stato sociale e svendita del pubblico al privato. Esse sono dello stesso tenore, vanno nella stessa direzione, e sono ispirate dalla stessa insana ideologia, delle “riforme” che il nostro governo sta cercando di far passare anche da noi. E che, per ora, il nostro popolo ex-sovrano ha mostrato di accettare con maggior spirito di sopportazione, e minor spirito di sopravvivenza, di quello greco.

Nel suo editoriale di ieri su Repubblica, parlando delle conseguenze del possibile default della Grecia, del Portogallo e dell’Irlanda, Scalfari ha scritto che “il fallimento di due o tre paesi dell’Eurozona avrebbe ripercussioni molto serie sul sistema bancario internazionale, obbligando gli Stati nazionali a nazionalizzare totalmente o parzialmente una parte notevole dei rispettivi sistemi bancari”. Ma, più che una minaccia, questa dovrebbe essere percepita come una speranza!

Perché ormai è chiaro che le banche hanno una buona parte di responsabilità nella crisi mondiale, avendola fomentata con una manovra di strozzinaggio in due tempi: dapprima, finanziando e comprando una larga parte dei debiti sovrani degli stati, e poi, minacciando di chiederne la restituzione. Gli uomini delle banche al governo, in Grecia come in Italia, ci spiegano che dobbiamo piegarci al ricatto, pagando il riscatto della svendita dello stato. I dimostranti di Atene dimostrano, appunto, che si può dire no agli strozzini, anche quando ti puntano la pistola alla tempia, e sono pronti a premere il grilletto.

Dal Blog di Piergiorgio Odifreddi

Quelli che vogliono tagliare le nostre radici

di: Marcello Veneziani

Vuoi vedere che il male principale del nostro tempo è il richiamo alle radici? Lo ripetono da troppo tempo troppi intellettuali: nelle radici vi sarebbe l’odio per ogni diversità, per la mobilità e l’emancipazione.

Nelle radici si nasconderebbe il seme del razzismo e dell’antisemitismo verso l’ebreo errante, l’esodo, il mondo migliore.

Le radici sarebbero la figurazione arborea dell’identità, l’ombra legnosa della tradizione, la traduzione in natura dell’ideologia nazionalista e reazionaria.

A comporre questo tam tam giunge ora un libretto di Maurizio Bettini, Contro le radici (Il Mulino, pagg. 112, euro 10),lanciato con evidenza dalla Repubblica. Per uno scherzo del destino in questi giorni esce un libretto di pari formato ma di opposta tesi di Roger Scruton, Il bisogno di nazione (Le Lettere, pagg. 98, euro 10) con una prefazione di Francesco Perfetti.

Scruton sostiene che le democrazie devono la loro esistenza alla «fedeltà nazionale», cioè a quel legame vivo, culturale, storico e naturale, con le proprie radici, il proprio territorio e alla preferenza per il nostrano. Il nazionalismo, a suo parere, è la patologia della fedeltà nazionale o, come preferisco dire, è l’infiammazione dell’idea di nazione: aveva un senso agli albori del Novecento. Gli avversari di Scruton sono le ideologie universaliste, i poteri e le imprese transnazionali, che egli riassume in una sola espressione: oicofobia, ovvero rifiuto delle eredità e della casa. Di oicofobia soffre

Contro le radici di Bettini, nel solco de L’invenzione della tradizione di Eric Hobsbawm, storico che si definisce ancora comunista, e dei numerosi scritti contro l’identità (è il titolo di un testo laterziano dell’antropologo Francesco Remotti).

Secondo Bettini l’immagine delle radici sostituisce il ragionamento con una visione. La metafora delle radici permette di far passare per ordine naturale la sottomissione a una tradizione e a un’autorità. Senza il richiamo alle radici, nota Bettini, un «tradizionalista» non riuscirebbe a dirci come sia concretamente costituita la tradizione o l’identità di cui parla. Non si comprende perché la tradizione abbia necessità di una metafora e, invece, il progresso, l’uguaglianza o la libertà sarebbero in grado di spiegarsi da sole. Non c’è bisogno d’illusionismo o di metafore suggestive per spiegare la tradizione. Ci sono molte cose vive e concrete – atti, patrimoni, eredità, esperienze, legami, gesti, simboli e opere – che indicano la tradizione e l’identità. Le radici sono un simbolo riassuntivo di quell’universo e il frutto di un’analogia tra l’uomo e la terra che abita, tra la vita umana e la natura. L’albero – la pianta, le radici – è sempre stata la più frequente figurazione dell’umano, da Omero a Virgilio e Dante, da Goethe a Heidegger; Bettini, studioso della classicità, lo sa bene. Anche la cultura deriva da culto e coltivazione.

Ma Bettini reputa il richiamo alle radici la pericolosa premessa all’odio per chi non condivide le nostre radici e all’intolleranza verso chi non vi si riconosce. Insomma il nazionalismo (fino al nazismo) è dietro le radici. Ora, che si possano usare le radici anche come corpo contundente per colpire il prossimo, eliminarlo e perseguitarlo, lo conferma anche la storia. Ma la stessa storia insegna che anche nel nome dei diritti umani, dell’uguaglianza, della libertà, della fratellanza, furono violati quegli stessi principi e fu violentata l’umanità. Quante guerre nel nome della pace… Condannare l’amor patrio perché c’è chi fa guerra in suo nome, è come condannare l’amore perché c’è chi compie delitti in suo nome. Le radici possono degenerare in alibi per i violenti ma creano legami – affettivi, comunitari, vitali e culturali – intensi e veri; nessuno può tradurre automaticamente l’amore per le radici in odio verso chi non le condivide. La violenza nasce dal capovolgere le radici in frutti e dal brandirle come rami, violando la loro nascosta profondità. Peraltro nessuno può imporre l’amore delle radici a chi non ne ha, non le sente o non le riconosce. Questa costrizione produce finzione o violenza.

Il dramma della nostra epoca è la perdita delle radici e dei legami, lo spaesamento e la solitudine, la vita labile e precaria che si agita insensata. Se diffidate di Heidegger, leggetevi almeno la Simone Weil di L’énracinement: «Il radicamento è forse il bisogno più importante e misconosciuto dell’anima umana… l’essere umano ha una radice… Chi è sradicato sradica. Chi è radicato non sradica». Viceversa lo sradicamento per la Weil «è la più pericolosa delle malattie delle società umane».

Parola di Simone Weil, operaista e rivoluzionaria, ebrea e antifascista. Del resto, l’atto dello sradicare evoca in sé una violenza che invece è assente nel radicarsi. È la differenza radicale tra piantare ed espiantare, tra l’essere e la sua negazione.

Aver radici vuol dire non esaurire la propria vita nel presente o nell’egoismo di un’esistenza autarchica; vuol dire venire da lontano, avere un passato e dunque un avvenire, coltivare la vita e non solo consumarla, amare le proprie origini e stabilire consonanze a partire da chi ti è più prossimo. È molto più naturale e umano amare prima chi ti è legato in radice – i tuoi famigliari – piuttosto che amare prima chi è estraneo e lontano.

Amare il prossimo si fonda sulla legge della prossimità; amare il prossimo a partire da chi ti è più vicino, stabilendo sugli affetti e i legami un’inevitabile gerarchia d’amore. Non potrò mai amare dello stesso amore mia madre o mio figlio e una persona sconosciuta che vive agli antipodi. Sarebbe falso e bugiardo dire il contrario; sarebbe disumano, anche se passa per umanitario.

E poi le radici sono anche le matrici di una civiltà, le fonti della cultura classica, le tradizioni civili, letterarie e religiose di un popolo. Perché dovremmo considerare barbarico amare le nostre radici? Solo la neolingua totalitaria può indurci a considerare a rovescio la vita, gli affetti, la realtà e l’amore. Shakespeare:

«Oro? Oro giallo, fiammeggiante, prezioso? No, o dèi, non sono un vostro vano adoratore. Radici, chiedo ai limpidi cieli». Amate le vostre radici.

IlGiornale.it

Il sacco d’Italia

I recenti attacchi speculativi che hanno preso di mira l’Italia segnano una perfetta soluzione di continuità rispetto a ciò che accadde nei primi anni ’90, nei mesi a cavallo tra la disintegrazione della Prima Repubblica e l’ascesa dei sedicenti “tecnici”.

Tempi in cui l’allora direttore della CIA William Webster ebbe a sottolineare pubblicamente che dal momento che l’Unione Sovietica era crollata, “Gli alleati politici e militari dell’America sono ora i suoi rivali economici”.

Tra le righe di tale affermazione si celava un non troppo velato vaticinio rispetto a ciò che sarebbe accaduto all’Italia, un paese politicamente instabile e privo di solidità strutturale dotato però di un ingente patrimonio industriale.

La profezia si avverò infatti nel 1992, anno in cui i verificarono gli attentati che stroncarono le vite di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (e rispettive scorte), imperversò l’improvviso vortice giudiziario scatenato dal pool milanese di “Mani Pulite” che risucchiò tra le proprie spire un’intera classe politica nata, cresciuta ed invecchiata all’ombra del Muro di Berlino, la conseguente privatizzazione – che sarebbe più appropriato definire svendita – dell’intero patrimonio industriale e bancario di stato e il violentissimo attacco alla lira.

Tangentopoli

Il 17 febbraio 1992 l’arresto della pedina Mario Chiesa innescò un impressionante effetto domino, una reazione a catena di politici, imprenditori, faccendieri e uomini d’affari che si decisero improvvisamente a vuotare il sacco.

Emerse un desolante ma arcinoto quadro fatto di clientelismi, tangenti, bustarelle, connivenze, contiguità e quant’altro che portò alla decapitazione e al conseguente disfacimento dei due storici partiti di governo, Democrazia Cristiana (DC) e Partito Socialista Italiano (PSI), crollati sotto i colpi di un’agguerritissima magistratura (con il procuratore Antonio Di Pietro in prima linea) sponsorizzata dalla consueta stampa (“La Repubblica”, “La Stampa”, “Corriere della Sera”) di riferimento dei poteri forti che monitoravano il corso degli eventi.

Nel frattempo, una congrega di rinnegati del comunismo e di transfughi della DC (Romano Prodi, Oscar Luigi Scalfaro ecc.) si attrezzava di tutto punto per “traghettare”, come Caronte, il paese in vista delle nuove elezioni, che in quel momento pareva dovessero celebrare il loro attesissimo successo.

 Gli attentati

Il 23 maggio 1992 Giovanni Falcone saltò per aria assieme a sua moglie e agli uomini della sua scorta nei pressi di Capaci e cinquantasette giorni dopo la stessa sorte toccò a Paolo Borsellino, anch’egli in compagnia della scorta.

Entrambi avevano processato e fatto incarcerare il braccio armato di “Cosa Nostra”, ma stavano anche risalendo le vie impervie destinate ad approdare agli storici intrecci che sono sempre intercorsi tra mafia e settori dello stato, dell’economia, della finanza e che hanno costantemente e pesantemente influenzato la storia politica d’Italia.

La mafia ha sempre svolto un ruolo attivo nel determinare gli equilibri politici italiani fin dal giorno in cui gli Stati Uniti si erano serviti dell’appoggio logistico fornito dai “picciotti” locali per agevolare lo sbarco alleato in Sicilia avvenuto nel luglio del 1943.

Da quel momento in poi la mafia è sempre stata regolare interlocutrice per i governi di qualsiasi colore ed è più volte scesa in capo per risolvere a modo suo questioni suscettibili di intaccare gli interessi di alti esponenti delle istituzioni (come nel caso degli omicidi del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e di Mino Pecorelli).

Nella logica bipolare della Guerra Fredda la mafia (come Gladio) ha indossato le vesti di bastione dell’atlantismo utile a sventare i pericoli di slittamento “rosso” in Italia.

A questo specifico fattore si deve il supporto fornito dalla politica ai suoi adepti  e il regolare coinvolgimento dell’intera organizzazione nei vari progetti di colpo di stato (golpe Borghese, piano Solo) tentati in Italia.

Una volta caduta l’Unione Sovietica, la mafia ha indubbiamente visto restringere la propria sfera di “competenze”, pur rimanendo un solido e fido alleato atlantico.

Il Britannia

Il 2 giugno 1992 il panfilo Britannia intento a trasportare la regina Elisabetta II e una nutrita schiera di finanzieri angloamericani (rappresentanti di Barclays, della Baring & Co., della Warburg, ecc.), gettò l’ancora al largo di Civitavecchia per permettere al gotha dell’industria e della finanza pubblica italiana di salire a bordo.

Salirono Beniamino Andreatta (ENI) e Riccardo Gallo (IRI), Mario Draghi (Direttore Generale del Tesoro) e Giovanni Bazoli (Ambroveneto), oltre ad altri illustri uomini d’affari.

Fatto più unico che raro che alti rappresentanti dell’industria e della finanza pubblica italiana si ritrovassero  a bordo del panfilo di Sua Maestà la Regina d’Inghilterra a discutere coi loro potenziali acquirenti dei destini da riservare all’ingente patrimonio di stato, stimato in decine e decine di miliardi di dollari.

E’ obiettivamente presumibile che la trattativa si concluse con un accordo, dal momento che nell’arco di pochi anni la finanza anglosassone ebbe modo di mettere le mani sul 48% delle aziende italiane, come IRI, Enel, ENI, Telecom, Comit, Buitoni, Locatelli, Ferrarelle, Perugina, Galbani, Negroni.

I pochi giornali che si degnarono di sottrarre qualche angusto spazio a Tangentopoli per dedicarlo all’operazione in questione non esitarono comunque ad addurre deboli e inconsistenti legittimazioni all’operazione.

Furono tirati in ballo l’elevato debito pubblico e la necessità di aprire le frontiere ai mercati, ovvero motivazioni prive di alcun fondamento che non tardarono a rivelarsi come tali.

La privatizzazione delle aziende pubbliche consentì infatti all’erario di incassare la cifra di 198.000 miliardi di lire (8% del debito) a fronte dei 2.500.000 miliardi di lire di debito e comportò un’accentramento di potere in mano a sparute oligarchie che andarono a formare veri e propri cartelli, destinati inesorabilmente a distruggere la concorrenza.

L’attacco alla lira

Nei giorni successivi alla riunione sul Britannia si insediò il governo presieduto da Giuliano Amato.

In puntuale corrispondenza dell’insediamento, l’agenzia di rating Moody’s decise di retrocedere drasticamente l’Italia in forza dei mancati tagli di bilancio e dell’ostinata politica assistenziale portata avanti dai passati governi.

Questa scelta improvvisa fu varata di punto in bianco nonostante i dati relativi al deficit fossero pressoché inalterati da un paio d’anni.

Amato corse immediatamente ai ripari, disponendo di colpo un cospicuo innalzamento dei tassi di interesse sui buoni del tesoro per evitare che i mercati si interrogassero, riflessivi come sono, sull’instabilità italiana e si abbandonassero alle più rapaci operazioni speculative.

All’epoca il dollaro galleggiava ai minimi storici sul marco tedesco mentre la lira arrancava nella disperata rincorsa ai parametri fissati dal Sistema Monetario Europeo (SME).

In questo desolante contesto, il governo Amato e Bankitalia decisero di comune accordo di accedere al credito illimitato concesso momentaneamente dalla Bundesbank, allo scopo di difendere la lira dalle torve manovre speculative internazionali senza ricorrere alla svalutazione.

La corpose iniezioni di denaro parvero però non frenare la pericolosissima inerzia innescatasi, cosa che spinse la Germania a chiudere i rubinetti finanziari abbandonando così la lira al suo destino.

La svalutazione si rivelò ben presto l’ultima carta da giocare e infatti la lira subì in breve tempo un deprezzamento del 7% e fu costretta ad uscire dallo SME.

Nei quattro anni successivi la valuta italiana fu svalutata del 30% rispetto al dollaro.

Dietro la colossale manovra speculativa si celavano i soliti noti della finanza internazionale, ovvero il gruppo Rotschild, le banche d’affari Goldman Sachs e Merrill Lynch e soprattutto il magnate popperiano George Soros, il quale usufruì del fiume di denaro anticipatogli dalla Goldman Sachs per l’acquisto all’estero di lire deprezzate da rivendere poi in Italia alla massima quotazione.

Si trattò di una tecnica consolidata cui il facoltoso uomo d’affari in questione ha ripetutamente fatto ricorso negli anni, quella di orchestrare crisi valutarie per mezzo dei propri ingenti fondi al fine di acquistare in dollari i capitali a prezzi  minorati.

Della svalutazione della lira non beneficiarono tuttavia solo George Soros e le banche d’affari anglosassoni, ma tanti altri operatori della finanza che ebbero così la possibilità di approfittare dell’allora vantaggiosissima situazione di cambio lira – dollaro per accaparrarsi gran parte del patrimonio bancario e industriale di stato a prezzi oscenamente bassi.

Conclusioni

Le ricostruzioni dei fatti rese dai principali organi di informazione e le indagini condotte dalla magistratura  sono tutte incardinate sulla tesi che non sia esistito alcun filo conduttore tra gli eventi destabilizzanti di cui è stato oggetto il paese.

Giornalisti e intellettuali assai in voga tentano ancora oggi di leggere la “stagione” di Tangentopoli come una semplice campagna giudiziaria volta a smantellare il sistema endemicamente corrotto che attanagliava l’Italia e attribuire gli attentati del 1992 all’esclusiva smania sanguinaria dei corleonesi assecondata da qualche settore, rigorosamente “deviato”, dello stato.

Della crociera del Britannia non si è invece mai parlato seriamente, quasi si trattasse di cronaca locale di quart’ordine.

Tuttavia, nel corso di un’intervista resa al quotidiano romano “Il Tempo” il 6 dicembre 1996, l’ex Ministro dell’Interno Vincenzo Scotti spiegò che nel febbraio 1992 i servizi segreti e il capo della polizia Vincenzo Parisi avevano redatto e fatto pervenire sulla sua scrivania un rapporto in cui erano sommariamente elencate e descritte le modalità di un imminente piano di destabilizzazione politico, sociale ed economico dell’Italia, orchestrato da svariate forze internazionali in combutta con alcune potenti lobby finanziarie.

Il piano in questione, secondo quanto affermato da Scotti, comprendeva attacchi diretti di varia natura ad alti rappresentanti delle istituzioni e al patrimonio industriale e bancario di stato.

Sbalorditivo come ogni singola tessera si inserisca perfettamente nel mosaico indicato da Scotti.

Una classe politica completamente screditata e conseguentemente sepolta sotto la campagna giudiziaria “Mani Pulite” portata avanti da una magistratura che ha agito con modalità decisamente discutibili e una tempistica assai sospetta e sotto la clamorosa impotenza dimostrata nei confronti della mafia, che mai come allora era parsa tanto potente.

Le colossali inadeguatezza della classe politica italiana portarono all’inevitabile esautorazione degli esponenti del cosiddetto “pentapartito” (DC, PLI, PSI, PSDI, PRI) retto sull’asse DC – PSI e alla loro sostituzione con i trasformisti del comunismo, che hanno a loro volta dato vita a governi i cui incarichi di punta sono regolarmente stati affidati a quegli stessi tecnocrati presenti alla crociera sul Britannia e ad altri ben noti elementi come Romano Prodi (ex senior advisor della Goldman Sachs), Carlo Azeglio Ciampi (lo strenuo “difensore” della lira), Tommaso Padoa Schioppa (membro attivo, oggi defunto, di Eurolandia) e Giuliano Amato (“dottor sottile”), personaggi sul cui operato e sulle cui “amicizie” urgerebbe più che mai far ampia luce.

Malgrado i risultati prodotti da questa linea politica siano sotto gli occhi di tutti, i tecnici (Mario Draghi in primis)  continuano attualmente a godere di una popolarità e di un gradimento tanto invidiabile quanto discutibile.

Qualche riflessione al riguardo è stato fatta da Bettino Craxi, in un passo che è opportuno riportare per intero:  “Sarebbe interessante riuscire a ricostruire, almeno in parte limitata, la lista dei maggiori soggetti, internazionali e nazionali, che parteciparono allora alla grande manovra speculativa.

E’ evidente che nelle acque della speculazione si mossero a proprio agio anche astuti squali della finanza italiana e forse anche banche nazionali, presumibilmente tutti bene informati di dove si sarebbe andati a finire.

Secondo notizie di stampa, uno degli operatori internazionali sarebbe stato il solito Soros, finanziere americano di larghe vedute e di grandi possibilità, quello che ebbe a dire che l’Italia era un “Boccone ghiotto”.

Speculando contro la lira, sempre secondo queste notizie, avrebbero realizzato in quattro e quattr’otto utili intorno ai 280 milioni di dollari, con un investimento di 50 milioni (…).

Tutto questo naturalmente  è finito di corsa in cavalleria. Nessuno si è mai preoccupato di ricostruire la stravagante e singolarissima vicenda, e di chiederne conto agli autori che, con la loro condotta inadeguata, furono responsabili di un autentico disastro finanziario.

Alcuni di loro appartengono semmai al gruppo di quanti vediamo sempre, ancora oggi, candidati a tutto e circondati da aureole di olimpica sacralità.

Un brutto vezzo di un “Bel Paese”.

Uno di loro, che di quella assurda e inspiegabile strategia della sconfitta fu il principale responsabile [Ciampi], fu poco dopo persino premiato con la carica di presidente del Consiglio e ancora oggi è nientemeno che il ministro del Tesoro, che pontifica sul risanamento delle finanze pubbliche che, almeno in quel caso, certo non secondario, ha contribuito non poco a dilapidare.

Ma, come vediamo, quello che succede in Italia non succederebbe in nessuna democrazia e in nessuna società industriale avanzata del mondo”.

Craxi è scappato ad Hammamet per non finire in galera, ma i suoi rilievi vanno valutati con il metro della realtà e la realtà non si discosta di molto dalla sua sommaria descrizione.

Tuttavia i crimini commessi da noti esponenti del suo partito (e di altri partiti) hanno assolto quei politici che non avevano ricoperto alcun incarico di governo e conferito alla sedicente “sinistra” un prestigio assolutamente immeritato.

L’analisi delle responsabilità politiche ha così ceduto il campo al giudizio moralistico sulle virtù di alcuni e sui vizi degli altri.

Tutto il resto è relegato in secondo piano.

FONTE: Conflittiestrategie

Il nuovo attacco alla CASTA nasconde il progetto di governo tecnico direttamente gestito dai mercati

di: Rodolfo Ricci

Come già accaduto in altre situazioni critiche nel recente passato, in Italia si è di nuovo scatenata la grande campagna contro la casta politica: la pagina su facebook, creata tre giorni fa e gestita, sembra, da un ex dipendente di Montecitorio nel frattempo licenziato (che si presenta con lo pseudonimo di Spider Truman) ha acquisito in 60 ora di presenza sul web, oltre 200 mila contatti.

Nella pagina sono state pubblicate una serie di indiscrezioni e di documenti che danno un quadro impressionante e desolante dei privilegi dei parlamentari e che diventano, in occasione del varo della ennesima manovra lacrime e sangue di 80 miliardi di Euro per placare il grande Minotauro -“i mercati”- e la grande finanza speculativa mondiale, un vero e proprio giustificato incitamento alla protesta.

L’operazione, è parte di una campagna molto ben supportata da diversi importanti media e organi di stampa (vedi La Repubblica, e il TG3, fra gli altri), che cerca di orientare il malcontento contro la classe politica e in particolare contro la maggioranza berlusconiana che, ponendo la fiducia, ha rifiutato di approvare, tra gli altri, un emendamento del PD che mirava alla riduzione dei costi della politica.

Questo emendamento, riduceva i costi della politica di 80 milioni di Euro circa, a fronte di un costo complessivo della politica in Italia stimato tra i 4 e i 5 miliardi all’anno. Quindi, ben poca cosa, anche se ovviamente superiore ai 7 milioni di Euro che la maggioranza si è autoridotta con la manovra, essenzialmente attraverso una norma che riduce l’uso delle auto-blu.

Una riduzione utile dei costi della politica, in un frangente come quello attuale, dovrebbe essere di ben altro spessore: almento 500 milioni / un miliardo, altrimenti, su un piano di contribuzione alla riduzione del debito pubblico, serve davvero a poco ed è essenzialmente demagogica.

Non è stato invece evidenziato da nessuno o da pochissimi, che tra gli emendamenti del PD, ve ne era uno, decisivo, che mirava allo smembramento della SNAM rete gas dall’ENI, e la messa sul mercato quindi, della parte più redditizia della multinazionale energetica a partecipazione pubblica; lo stesso emendamento conteneva la proposta di mettere sul mercato tutte le quote eccedenti il 20% di proprietà pubblica di ENI, Enel, Poste, Ferrovie e Finmeccanica e di privatizzare totalmente le circa 20.000 imprese partecipate degli enti locali (regioni, provincie, comuni, ecc.), secondo la visione salvifica della crisi del debito italiano, offerta da Enrico Letta, nella sua intervista a La Repubblica dell’11 luglio.

Questa proposta è pienamente condivisa da Gianfranco Fini, Pierferdinando Casini, che la aveva già fatta intravedere in un suo intervento di poco più di un mese fa (“stiamo lavorando ad un grande piano per la salvezza dell’Italia”) e pare corrispondere anche agli intendimenti di D’Alema, che di privatizzazioni se ne intende. Non è invece condiviso da Fassina, responsabile economico del PD, le cui posizioni sono tuttavia messe in sordina dall’apparato mediatico e praticamente ininfluenti. Questo distinguo di un esponente della segreteria, pone tuttavia la necessità di un chiarimento pubblico ed interno sui reali orientamenti del PD, che per serietà non dovrebbe essere rimandato.

Il progetto lettiano, casinian-finiano, si traduce nel governo tecnico direttamente gestito dai mercati

La nuova e giustificata attenzione alla casta sottoposta a un pubblico processo, analogamente a quanto avvenne agli inizi degli anni ’90, mette in secondo piano (anzi nasconde completamente), i reali obiettivi che ci sono dietro: si tratta del governo tecnico di salvezza nazionale a guida di primari esponenti del mondo finanziario (per esempio, Mario Monti) che dovrebbe succedere a quello di un Berlusconi in pieno disfacimento, ai quali, chissà perchè, viene riconosciuta una superiorità antropologica ed etica rispetto agli esponenti politici.

Ma se la politica sta semplicemente facendo (con questa manovra e con le successive già imminenti) ciò che gli viene chiesto dai mercati (e non dalla gente che dovrebbe rappresentare), come è possibile un giudizio di questo genere ? 

Il perchè consiste semplicemente nel fatto che il vero obiettivo dell’operazione è portare al governo direttamente, senza alcuna mediazione, gli esponenti di questo mondo, in modo che si possa procedere alla rapida svendita di tutti i beni pubblici e di ciò che resta delle grandi aziende di stato, secondo il progetto lettiano e mettendo in totale discussione lo spirito dei risultati referendari di solo un mese fa.

Che questa ipotesi di salvezza nazionale sia destinata al fallimento in partenza è dimostrato dal fatto che ogni politica di privatizzazione adottata degli ultimi 20 anni non ha portato alcun beneficio, se non provvisorio, alla riduzione del debito che anzi, a partire da queste scelte, è sempre aumentato. Ogni grande privatizzazione si è tradotta e si tradurrà concretamente solo in un trasferimento di enormi valori alla dinamica speculativa della finanza mondiale. (in proposito si veda l’effetto odierno, addirittura negativo, della megamanovra nel giudizio di mercati, che, stanto all’ulteriore aumento della differenza di spread tra titoli italiani e tedeschi, si permettono di ignorarla, attendono invece un cambio di governo, cioè il governo annunciato da Letta).

Trasferimenti dallo Stato al privato, dai cittadini alle grandi famiglie delle banche di investimento e dei fondi speculativi, che, in mancanza di essi, crollerebbero.

In questo momento, il messaggio alla casta politica, in subbuglio e per certi versi riottosa ad eseguire i nuovi dictat del mercato, non per suo merito, ma essenzialmente per la sua insita natura clientelare e corporativa, è il seguente:

O fate i bravi, oppure sarete tutti scalzati via in un solo attimo.
Crediamo che non ci si debba prestare a questo giochetto. Se la politica è diventata un’ancella dei poteri economici, e scambia questa funzione con corruzione e privilegi, la soluzione del problema non sta nella sua eliminazione e nella devoluzione del suo potere ai mercati, ma nella ricostruzione di una reale ed effettiva democrazia e di una nuova politica partecipata: la parola d’ordine di un progetto politico alternativo è quindi “fuori la casta, ma fuori anche i poteri ad essa sovrastanti”: lobbies economico-finanziarie, tecnocrati e rappresentanti vari delle oligarchie della rendita.
L’alternativa è cioè nella sconfitta di un progetto di risanamento pubblico guidato secondo i paradigmi monetaristi e neoliberisti, comunque esso si presenti, sia se a dirigerlo siano i rappresentanti delle lobbies reazionarie di quella che, come sosteneva Pasolini, è la borghesia più ignorante d’Europa (quella italiana, con il suo PDL, con la sua Lega, e con la new economy criminale delle mafie), sia se a dirigerlo si candidino quelli che rappresentano i poteri transnazionali della finanza globalizzata che nessuno ha mai eletto (FMI, Banca Centrale Europea, Commissione Europea) e i relativi circoli di compensazione (meta-massonerie come il gruppo Bilderberg, la Commissione Trilaterale, l’Aspen Institute), la cui affidabilità è storicamente nota e a cui fa riferimento parte del PD.

Non cadiamo nel grande trabocchetto che si sta preparando.

Bisogna rilanciare la proposta di democrazia partecipata e diffusa. Il futuro di più generazioni dipenda dall’esito di questa fase. E riguarda il 90% del popolo italiano nel suo insieme. Che sia di ispirazioni ideali di sinistra, o di centro, o di destra.

Ad una trasversalità bipartisan dei poteri bisogna opporre una trasversalità dei beni pubblici e della partecipazione popolare come è avvenuto ed avviene in Val di Susa e come è avvenuto per i referendum contro il nucleare e per l’acqua pubblica, il cui esito dimostra che vi è una maturità del corpo elettorale che trascende le divisioni tradizionali e su cui può essere ricostruito un patto sociale nazionale.

Bisogna rapidamente costruire una nuova soggettività politica e sociale capace di rappresentare questa novità e di conciliare le urgenze strutturali – che si risolvono solo con una vasta ridistribuzione del reddito nazionale effettuata anche per via retroattiva -, con l’ampia tematica dei diritti (dal lavoro, ai generi, ai gay, ai migranti, ecc.), in modo da chiudere gli spazi di manovra a possibili sbocchi autoritari.

Qui gli emendamenti presentati dal PD: evidenziato in giallo l’emendamento citato nell’articolo.

Fonte: SINISTRAINRETE

Vi racconto chi sono i sultani rossi della tv

di Gianpaolo Pansa

Nel saggio sull’informazione del grande giornalista, un capitolo devastante sui conduttori-divi dei talk targati Rai (e dintorni). Da Santoro alla Dandini, da Gruber a Lerner, dalla Annunziata a Floris, Pansa ne ha per tutti


Esce il 4 maggio Carta straccia. Il po­tere inutile dei giornalisti italiani (Rizzoli, pagg. 412, euro 19,90) di Giampaolo Pansa. Un ritratto impie­toso del mondo dell’informazione, dalla carta stampata alla televisio­ne. I giornali, nessuno escluso, sono sempre più faziosi. Eppure c’è chi non vuole ammetterlo e si presenta come immune da ogni partigiane­ria. È il caso di testate come la Re­pubblica , L’espresso e, talvolta, del Corriere della Sera . Spesso, dietro alla millantata obiettività si cela l’os­sessione anti-Cavaliere, la volontà di distruggerlo con ogni mezzo, in­cluse le inchieste scandalistiche sul­la vita privata (cinicamente tirate fuori per motivi di tirature: il gossip «politico» ha risollevato le vendite di Repubblica ). Storia personale (Pansa è uno dei più grandi giornali­sti italiani) e pubblica si intrecciano in un affresco accurato. Non manca­no parti esilaranti, come l’incredibi­le rassegna delle smentite pubblica­te dai quotidiani colti in castagna. Per gentile concessione dell’auto­re, presentiamo, in queste pagine, due stralci dal libro, il primo dedica­to ai telepredicatori di sinistra, il se­condo a Carlo De Benedetti, editore di Repubblica ed Espresso , giornali nei quali Pansa ha lavorato per mol­ti anni, ricoprendo cariche impor­tantissime.

Santoro si era sempre fatto notare per lo stile e le qualità del leader politico. Per comincia­re, risultava il più anzia­no dei sultani rossi. Nel luglio 2011 quella parte d’Ita­lia che lo ama festeggerà a dovere il suo sessantesimo complean­no. Poi era il televisionista rosso di più lunga durata. Stava sugli al­tari dal 1987, quando aveva 36 an­ni e ancora esisteva la Prima re­pubblica. Il successo iniziale fu Samarcanda , seguito da Il rosso e il nero del 1992, entrambi su Rai 3. In quel tempo Michele era ma­gro, astuto e ambiguo quanto oc­correva. Nell’ottobre del 1991 an­dai a intervistarlo per l’Espresso . E mi resi conto che era sicura­mente di sinistra, ma la sua fedel­tà andava a un solo partito rosso: quello di Santoro. Con un timbro anarco-popu­­lista, forse derivato dalla militanza giova­ni­le in un gruppo ma­oista: Servire il popo­lo. Per la Prima repub­bl­ica erano tempi tra­gici. I politici appari­vano stremati e si tro­vavano sull’orlo del­l’abisso di Tangento­poli. Santoro me li de­s­crisse con la sicurez­za del ras televisivo che si sente sempre più forte. Disse: «I partiti non saranno così stupidi da taglia­re la lingua a Samar­canda . Noi siamo matti, imprevedibili e liberi. E continuere­mo a rompere. Io rompo o sto zit­to: non vedo vie di mezzo». Poi mi spiegò: «Non è vero che il successo di Samarcanda mi ab­bia dato alla testa. Io sono un to­po in mezzo agli elefanti dei parti­ti. Saltello per evitare che le loro zampe mi schiaccino. Se mi sal­vo, continuerò a rompere. I politi­ci possono starne sicuri». Santoro si sentiva il capo di una forza personale che poteva deci­dere con chi allearsi o no. Per que­sto, all’improvviso, scelse di pas­sare sul fronte opposto alla Rai: Mediaset, la corazzata di Berlu­sconi. Anche nel fortino del Cava­l­iere mise in mostra un’invidiabi­le capacità nel trattare gli affari. Ottenne uno stipendio da nabab­bo, più l’assunzione di tutta la sua squadra con il massimo dei compensi. E costruì un altro talk show di successo: Moby Dick nel 1996. Ma al Cavaliere, più furbo di tanti suoi dirigenti, Michele non piaceva. In lui fiutava l’avversa­rio, ben piazzato su un terreno in­sidioso: la televisione. Per di più, gli stava sui santissimi per la sua aria da padrone. Lo liquidò. E Santoro divenne il primo dei Grandi epurati, messi fuori dalla tv grazie agli editti del Cavaliere. Michele ritornò in Rai. Poi la si­nistra, sempre generosa con i di­vi della tv, gli offrì una exit stra­tegy di lusso: il 14 giugno 2004 lo fece eleggere deputato europeo. Ma il Parlamento di Strasburgo era il posto più noioso del mondo per una star da battaglia come lui. Santoro sopportò per meno di due anni il fastidio di doverlo frequentare. Poi si dimise. E nel 2006 decise di rincasare in viale Mazzini. E diede vita a un nuovo programma: Annozero . Sotto questa bandiera, Santoro inaugurò un’altra stagione perso­nale: il conduttore da guerra. Contro chi? Ma che domanda! Contro il suo vecchio padrone privato: Berlusconi. Il nemico da sconfiggere, il demonio da scac­ciare, il caimano da uccidere. Di­venne il più mussoliniano fra i sultani rossi dei talk show. E ogni giovedì, in prima serata su Rai 2, riprese a imporci il proprio co­mandamento: credere, obbedire e combattere. Sempre con lo stes­so obiettivo: mandare a gambe al­­l’aria il tiranno di Arcore. Il pubblico di sinistra continuò ad adorarlo. Santoro era la prova vivente che il regime fascista del Cavaliere esisteva, ma poteva es­sere battuto. Nella scala gerarchi­ca della Rai, Michele iniziò a con­t­are più di dieci Paolo Garimber­ti , il presidente. E più di Mauro Masi , un direttore generale sen­za un potere reale nei confronti di Annozero . Ma nel paese dei ba­locchi televisivi, tutto è volatile. La forza di un programma e di un conduttore può sparire di colpo, o attenuarsi a ritmi terrificanti. È quel che accadde a Santoro verso la metà del novembre 2010. Quando il nuovo spettacolo di Fa­zio & Saviano cominciò a fare ascolti mirabolanti, confinando Annozero nell’angolo dei perden­ti, sia pure provvisori. [...] Giovanni Floris , il conduttore di Ballarò , mi appariva il Santoro dei poveri, formato Festa del­l’Unità, quella del tempo che fu. Aveva di continuo l’ansia di non poter risultare abbastanza rosso. Ma ci riusciva ogni volta. La scel­ta degli ospiti era bipartisan. Non così il suo atteggiamento.

Il com­pagnone di Ballarò si mostrava sempre amichevole nei confron­ti degli invitati di sinistra. Nei mo­menti di difficoltà, costoro sape­vano di poter contare sul suo aiu­to, offerto con lo zelo di un croce­rossino fedele nei secoli. Ma con gli interlocutori di destra, la musi­ca cambiava di colpo. Con loro Floris sfoderava l’al­tro lato di se stesso. Diventava ge­lido e spesso scioccamente irri­dente. Li interrompeva, li silen­ziava, li metteva alle strette. In­somma, un capoclasse perfetto: buono con i buoni, cattivo con i cattivi. E in molti casi pomposo. Con il vezzo ridicolo di celebrare se stesso: lo vedete quanto sono imparziale, liberale, democrati­co? Una sua gemella era Lucia An­nunziata , la regina di In mez­z’ora .

Di lei rammento l’affanno di mandare al tappeto l’ospite che aveva di fronte per trenta mi­nuti filati. Se chi s’azzardava a se­dersi davanti a lei apparteneva al giro politico opposto al suo, an­che un bambino avrebbe subito intravisto il difetto di Lucia. A lei non interessavano le rispo­ste dell’interlocutore, ma soltan­to le proprie domande. Che dove­vano sempre risultare aggressi­ve, grintose, insomma cazzute, se posso usare per una signora questo lessico da bettola. Una so­la volta toccò a Lucia di andare ko. Accadde con quel satanasso di Berlusconi. Il Caimano si alzò e la piantò in asso, sola e abban­donata in piena diretta tv. Un’altra dama sinistra era Sere­na Dandini , la regina di Parla con me , famosa per il divano ros­so. E dal martedì al venerdì sem­pre disposta ad accogliere chiap­pe eccellenti dell’opposizione al cavaliere.

Da lei erano passati Eu­genio Scalfari, Ezio Mauro, Bill Emmott, l’ex direttore dell’ Eco­nomist , Stefano Rodotà, Massi­mo Cacciari, Carlo Azeglio Ciam­pi, Guglielmo Epifani, Sabrina Fe­rilli, Antonio Tabucchi, Corrado Augias e tanti altri avversari del Berlusca. Davanti a Scalfari e alla sua sa­cra barba bianca, Serena cadde in deliquio. Era seduta accanto a lui, ma sembrava in ginocchio. Pronta a incoronare ogni rispo­sta, anche la più banale, con la sua entusiastica risata. Un gior­no, Pietrangelo Buttafuoco disse di lei:«Ha l’espressione un po’ co­­sì, di quelli che ridono pure in un cimitero». Aldo Grasso, il critico televisivo del Corriere della Sera , il più acu­to tra quelli a disposizione dei let­tori di quotidiani, fu spietato con madama Dandini. Scrisse: «Ride in continuazione per sottolinea­re la sua ironia e la sua intelligen­za, caso mai fossero sfuggite».

Poi aggiunse: «Da un program­ma che impiega tredici autori e la consulenza di altri quattro, ci si aspetterebbe qualcosa di più di una mini fiction dopolavoristi­ca ». Risultato? Un continuo calo d’ascolti. A Santoro & C. si potevano ag­giungere altre eccellenze rosse che non dipendevano dalla Rai. Consideriamo il caso di La7, una rete privata e senza obbligo di ca­none per l’utente. Qui a domina­re era Lilli Gruber , già parlamen­tare europea di sinistra, che ogni sera metteva in mostra la propria militanza. Sempre piacevole a ve­dersi, ma soltanto per la sua bel­lezza e per l’eleganza by Armani. Confesso che ad affascinarmi era l’eterna giovinezza della contur­bante Dietlinde, con quel viso di porcellana senza età,un’attrazio­ne irresistibile per un maschio dai capelli bianchi.

Anche per questo dettaglio, mi domandavo perché mai dimenti­casse il proprio ruolo. Per tramu­tarsi da conduttrice in uno dei liti­ganti inviati al suo Otto e mezzo . Con il risultato di far scrivere al­l’implacabile Grasso del Corriero­ne : «La Gruber rappresenta un vecchio modo di fare giornali­smo. Nel suo programma non c’è mai un percorso di conoscenza, ma solo uno scontro di opinioni, una parata di idee contrastanti». In questo scontro, Lilli voleva sempre vincere. Per arrivare a questo risultato, adottava spesso il sistema del due contro uno. I due, tutti anti-Cav, erano lei e uno degli invitati, entrambi nemi­ci giurati del Caimano. L’uno era un ospite di centrodestra, desti­nato fatalmente a soccombere. E non metto nel conto il filmato di Paolo Pagliaro che, ogni sera, of­friva il proprio soccorso rosso. Più o meno lo stesso era quel che pensavo a proposito di un al­tro programma di La7: L’Infedele di Gad Lerner . Ecco l’ennesimo talk show da combattimento. Sempre contro il maledetto Cava­liere. E per questo noioso e bana­­le, da non guardare. Mai una sor­pr­esa né un guizzo di genialità im­prevista. Ma in fondo era il ritratto to del suo autore.

Da tempo Lerner stava immer­so in una fantastica regressione politica.Che lo aveva sospinto al­­l’indietro nel tempo. Ossia agli anni Settanta,quando Gad s’illu­deva di fare la rivoluzione prole­taria nelle file di Lotta continua. Allora aveva perso e la sconfitta si era mutata in un incubo desti­nato a perseguitarlo. Come una condanna a cercare di continuo una vittoria che l’ascolto ridotto seguitava a negargli. [...] Molto più interessante di Ser­ra ( Michele, ndr ), risultava il per­sonaggio di Fazio, la cui presa di posizione a vantaggio della sini­stra era scoperta, scopertissima. Nonostante questo, amava inter­pretare il ruolo opposto al televi­sionista settario. Era quello dell’abatino estra­neo a qualsiasi parrocchia, ami­co di tutti e nemico di nessuno. Con l’aria dimessa, l’espressio­ne sempre stupita, il vestito stra­fugnato del ragazzo di provincia capitato per caso in un posto e in una funzione che non ritiene di meritare. In realtà, nella Rai odierna fran­tumata in sultanati, Fazio era il più sultano di tutti. Un signore gelido, capace di muoversi sen­za guardare in faccia nessuno, curatore attento dei propri co­modi. E all’occorrenza anche cat­tivo.

Con la manina avvolta nella flanella grigia e lo stiletto avvele­nato ben nascosto. Era con que­sta lama che Fazio, nel suo pro­gramma abituale, Che tempo che fa , praticava una censura inflessi­bile. Truccata da libertà di scel­ta, quella che spetta a tutti i con­duttori di talk show. In realtà, il pallido Fabio non sceglieva, ma discriminava. Gestendo in mo­do autoritario il potere di pro­muovere libri e autori. Un regi­me accettabile in una tv privata, però non alla Rai. Che è pur sem­pre pagata dal canone sborsato dai «tutti» ai quali Saviano vole­va parlare.

Tratto da: Il Giornale

In Italia informare non serve più a nulla

Io studio e scrivo solo perché sono costretto a tenermi occupato, ma ciò che faccio non serve a nulla, zero. L’attivismo di tastiera, che ha marcito senza speranza queste generazioni, rende tutto demenziale, e l’avevo già ampiamente detto. Piantatela per favore di scrivermi mail grondanti di ringraziamenti, mi irritano e basta, perché oltre quello nessuno fa poi un emerito nulla. Piantatela di invitarmi a serate, non ne posso più di vedere gente che mi ascolta come fossi il Profeta, e poi a 30, 40, 50 e persino a 60 anni stanno lì a chiedermi cosa si può fare. Ficcatevelo in testa: informare non serve più a nulla in sto Paese. Conosco una persona che lotta nelle strade come seppero lottare tutti gli umani che hanno cambiato la Storia, lotta, badate bene, senza amichetti nelle ‘parrocchie’ e nei partiti. Si chiama Bruna Bellotti, è allo stremo delle sue forze oggi. Sapete quanti attivisti l’appoggiano fuori dalle ‘parrocchie’ e  dai partiti dopo 22 anni di impegno? Uno, io. E’ così ovunque accanto a chi lotta davvero per le cose che contano e che non sono di moda. Vik Arrigoni… da vivo cosa c’era qui per lui? Invece, quello scatolone di nulla insulso che ripete se stesso, e filo sionista di ferro, di Saviano raccoglie milioni di fessi, sì, massa di savianolesi travagliolesi(LEGGI “Le bugie di un usciere neoliberista“), siete dei deficienti ve lo dico in faccia. Vik da vivo raccoglieva solo un po’ di fuffa qui per lui, la tastiera come al solito, e anche quella solo perché lui faceva emozionare i clicktivisti in un luogo terribile ma che va di moda. Fosse stato fra le stragi in Cecenia-Ingushetia o a lavare piaghe in Mozambico non se lo sarebbero filato neppure quei pochi, Antonio Russo docet. Fosse stato a combattere con lo stesso cuore per i diritti dei pazienti psichiatrici di routine torturati in lager allucinanti in Italia, non se lo filava nessuno, garantito. Le boutade slabbrate di Beppe Grillo mobilitano diecimila volte quello che mobilitava un gigante come Vik, un milione di volte un gigante come la Bellotti. L’attivismo in Italia è una farsa d’isterismi emozionali, ‘parrocchie’ intolleranti e gente che si vuole solo divertire, più gli idioti irrimediabili di cui sopra; gli altri, come i miei lettori, sono dei carissimi inutili. Non rispondo più a mail, e non accetto inviti da nessuna parte. Scrivo e pubblico solo per riempire la mente. Chi mi continuerà a leggere sono solo fatti suoi.

Le bugie di un usciere neoliberista

di Paolo Barnard–Titolo originale “Patti chiari coi lettori”–LINK

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