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Tag: libano

Trent’anni fa: 16-18 settembre il massacro a Sabra & Chatila

Articolo inviato al blog

di: mcc43

Beirut e la sua lussuosa cosmopolita Downtown,  Beirut e i  quartieri ovest degli espatriati da ogni parte del mondo arabo. Due di questi quartieri periferici sono entrati nella storia perché teatro di un episodio di guerra, un episodio con disonore: il massacro dei profughi Palestinesi a  Sabra e Chatila.

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Era agosto, 1982 :   Usa Francia Italia e Israele  firmavano l’istituzione di una “Forza Multinazionale di interposizione” che avrebbe dovuto garantire  l’evacuazione ordinata delle forze dell’OLP.  Quella che Israele sarcasticamente aveva etichettato come operazione  Pace in Galilea, e che per tutti è la Seconda guerra del Libano iniziata nel mese di giugno, si chiudeva con la cacciata dell’Olp da Beirut. Il presidente  libanese neo eletto, Beshir Gemayel , figlio del fondatore del partito nazionalista di estrema destra Falangi Libanesi, non ebbe tempo di insediarsi, vittima – il 14 settembre – di un attentato di marca palestinese. La sua morte sarà  l’innesco di un’esplosione vendicativa.

Ognuno, uomo donna, giovane vecchio o bambino, politicizzato o indifferente, combattente o meno, perchè profugo e palestinese divenne bersaglio di un odio di lunga data.

Dal pomeriggio del 16 settembre, con l’entrata nei campi delle milizie cristiano-falangiste di Elie Hobeika alleate di Israele, i Palestinesi dei quartieri contigui di Sabra e di Chatila verranno giustiziati nel modo più selvaggio in una due giorni di furia bestiale che induceva a torturare, impalare, smembrare, stuprare e saccheggiare. E rubare. Rubare a chi già era stato scacciato dalla sua casa in Palestina e lì viveva precariamente, strappare dal corpo ancora caldo della vittima del proprio odio una catenina o un anello. Infamie di cui è capace l’essere umano quando maneggia un’arma di fronte a un inerme.

I bulldozer spianano case e spostano masse di cadaveri, l’ospedale viene assalito,  i medici stranieri cacciati, quelli  palestinesi uccisi insieme ai feriti che là si erano rifugiati.

Al calar della notte non c’è sosta: i razzi sparati dalle truppe di occupazione di Israele illuminano la carneficina, i furti, il sadismo sui vivi e sui morti.

Il bilancio certo delle vittime non si potrà fare. I resoconti di guerra sono, come ovvio,  inaffidabili. Molti sono scomparsi nel nulla. Non tutti i cadaveri si sono potuti ricomporre per dar loro un nome, molti sono stati sotterrati in fosse comuni nelle stesse ore in cui avveniva il massacro. Certamente non sono nell’ordine delle centinaia, ma delle migliaia.

Se per la storia i numeri contano, per la memoria collettiva conta l’orrore, lo spavento, il lutto di chi da quell’orgia di violenza è riuscito a scampare.

Camminavo per le strade di Chatila a fianco di una sopravvissuta. Ogni suo passo un ricordo: qui c’era una casa, qui c’era una piazza, qui hanno sterminato un’intera famiglia, qui ho visto con i miei occhi, qui mi hanno ordinato

Oggi Sabra e Chatila sono di nuovo densamente popolate, le case crescono in altezza nello stretto spazio concesso al campo e dai vicoli scompare la luce del sole. La vita è difficile, ma in questi campi profughi ho percepito una volontà di vivere che non ho trovato  altrove  e una certezza che, Insh’allah, si realizzerà il Diritto al Ritorno.

Comandante militare delle truppe israeliane era Ariel Sharon.  Dopo una lunga e potente carriera politica, nell’aprile del 2006, colpito da ictus è entrato in coma e da allora vive in stato vegetativo. Poiché infiniti sono i misteri della mente, non è possibile escludere completamente che, nonostante la lesione cerebrale, su uno schermo misterioso stiano scorrendo le scene di quelle notti illuminate dai suoi razzi mentre gli alleati gli trucidavano  il “nemico”, e quali sentimenti le accompagnano.

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Da sempre contigui i due quartieri, ora sono indistinguibili. Resta come confine simbolico uno stretto corridoio, largo quanto il corpo di un uomo robusto, fra due grandi caseggiati. Di qui Sabra, di là Shatila, come si vede nel brevissimo clip:

Nel  video sottostante c’è  la testimonianza diretta di due donne sopravvissute al massacro.

Raccontano l’orrore del sangue, il fetore dei cadaveri, la voragine piena di  corpi nei sacchi di plastica e la terra che scendeva a ricoprirli, l’incredulità  di ciò che i propri occhi constatavano,  le urla e le voci che gridavano ordini, oppure menzogne per favore il lavoro dei carnefici. E c’erano, sì c’erano,  anche  soldati israeliani.

Ci trovavamo nel sito che conserva la memoria dell’evento e c’era il desiderio camminare leggeri, di sfiorare appena il suolo  perché sotto, a pochi metri, c’erano loro: le vittime, per le quali il termine “martiri”  è più appropriato.

Dei ragazzini giocavano al pallone, del resto quel lembo di  prato  è l’unico spazio abbastanza esteso nella congestionata  Sabra-Chatila dove un bambino questo lo può fare.

 

Chatila oggi …

vedere: “Un massacro dimenticato” articolo dell’Independent.

LINK: mcc43.wordpress.com

Iran: supervirus “Flame” riaccende lo scontro con Israele

(AGI) – Gerusalemme, 29 mag. – Potrebbe essere un nuovo capitolo della guerra segreta fra Iran e Israele il supervirus Flame, che sembra aver rubato per anni segreti da migliaia di computer in Medio Oriente, regime degli ayatollah in primis.
Teheran ha annunciato di aver realizzato un anti-virus destinato a distruggere quello che e’ stato gia’ ribattezzato come il baco piu’ potente e sofisticato della storia informatica: una vera e propria arma cibernetica, come lo hanno definito gli esperti russi che ieri sono riusciti a identificarlo. E, come da copione, l’Iran ha puntato il dito contro lo Stato ebraico, gia’ accusato di aver prodotto nel 2010 il malware Stuxnet, che infetto’ il sistema che gestisce il suo controverso programma nucleare.
“E’ nella natura di alcuni Paesi o regimi illegittimi produrre virus e colpire altre nazioni”, ha denunciato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Ramin Mehmanparast, riferendosi ad Israele.

Sibillina la reazione dello Stato ebraico, con il vicepremier Moshe Yaalon che e’ arrivato a giustificare gli attacchi con virus informatici.
“Per chiunque veda la minaccia iraniana come significativa, e’ regionevole intraprendere passi differenti, fra cui questi attacchi con virus, per sventarla”, ha osservato Yaalon. Il numero 2 del governo ebraico ha inoltre sottolineato come Israele sia un Paese “ricco dal punto di vista tecnologico” e in grando di esplorare “ogni sorta di possibilita’”. Parole che sono suonate quasi come un’implicita ammissione, anche se i contorni della minaccia Flame sono tutt’altro che chiari, specie se si considera che il virus e’ stato rilevato anche nello Stato ebraico. “Una volta che Flame e’ penetrato nel pc, inizia alcune operazioni automatiche dal controllare il traffico effettuato sulla rete, registrare conversazioni (via pc come Skype) o scattare foto delle immagini che appaiono sul video, e intercettare cosa viene digitato sulla tastiera”, ha spiegato Vitaly Kamluk, a capo della societa’ di protezione informatica russa Kaspersky, che ha identificato il virus. Flame, che viene descritto come molto piu’ potente di Stuxnet, avrebbe gia’ rubato “grandi volumi di dati” dai computer iraniani, secondo gli esperti di Maher. Il malware “ha prodotto danni sostanziali”, hanno spiegato da Teheran, aggiungendo che il livello di complessita’, accuratezza e alta funzionalita’ del virus indica una “relazione” col predecessore Stuxnet. In sostanza, chi ha realizzato il vecchio virus sarebbe dietro il nuovo – e ancora piu’ invasivo – baco. Gli scienziati del regime degli ayatollah hanno tuttavia fatto sapere di aver gia’ preso le contromisure. “Abbiamo messo a punto gli strumenti per riconoscere ed identificare questo virus e da oggi sono a disposizione delle organizzazioni e compagnie iraniane che ne facciano richiesta”, si legge sul sito web di Maher. Secondo la societa’ russa Kaspersky, Flame ha infettato almeno 5mila computer: l’Iran e’ il Paese piu’ colpito, seguito Israele, Territori Palestinesi, Sudan, Siria, Libano, Arabia Saudita ed Egitto. (AGI) .

AGI – Agenzia Giornalistica Italia -

L’ipocrisia della guerra spacciata per pace

Il libro scomodo del generale Mini, ex comandante della Kfor, la forza internazionale a guida Nato in Kosovo

Della guerra si colgono in genere gli aspetti eroici o drammatici. Ma la guerra non è solo potenza: «è anche inganno sottile, nascosto, come a sua volta è l’inganno della politica che deve dettare le condizioni della guerra e fissarne gli scopi». «Perché siamo così ipocriti sulla guerra?» è la domanda posta dal generale di corpo d’armata Fabio Mini nel suo ultimo libro, edito da Chiarelettere, da oggi in libreria. Mini, 69 anni, è stato capo di stato maggiore del Comando Nato per il Sud Europa che, a partire dal gennaio 2001, ha guidato il Comando interforze delle operazioni nei Balcani. Dall’ottobre 2002 all’ottobre 2003 è stato comandante della forza internazionale di pace a guida Nato in Kosovo (Kfor).

Ormai è deciso: staremo in Afghanistan anche dopo il 2014, dopo il previsto ritiro dei soldati americani. Non si tratta di combattere il terrorismo globale tra le montagne afgane: non ci crede più nessuno.

Ufficialmente dobbiamo addestrare le forze militari e di polizia afghane a badare alla sicurezza del loro paese. Visto che questo pacifico e interminabile compito è anche lo stesso che da dieci anni maschera la nostra partecipazione alla guerra in Afghanistan, viene il sospetto che sia un pretesto per continuarla. È una guerra che stiamo combattendo con onore al fianco degli americani fingendo di non vedere che l’hanno già perduta. Sono stati sconfitti sul campo di battaglia nel 2003 quando dovettero coinvolgere la Nato per l’incapacità di gestire la violenza dei talebani e la corruzione del governo che avevano instaurato. Sono sconfitti ogni giorno sul campo dell’etica militare per l’incapacità di gestire l’eccesso di potenza, la frustrazione e i comportamenti degli squilibrati.

Viene il sospetto che ancora una volta si ricorra all’ipocrisia per giustificare interventi armati decisi da altri scambiando la coesione con la piaggeria. Così staremo all’infinito in Afghanistan, come in Iraq, in Libano e nei Balcani. È dal 1984 che un nostro contingente non rientra avendo concluso la missione affidata. Nel 1994 i nostri soldati e quelli di mezzo mondo si ritirarono dalla Somalia lasciandola in condizioni peggiori di quelle iniziali. Da allora abbiamo preso parte a tutte le guerre mistificate limitandoci ad avvicendare i contingenti senza mai fare un bilancio oggettivo sui risultati, sulle strategie e sui sacrifici compiuti.

L’ipocrisia delle operazioni umanitarie, dell’assistenza militare, della costruzione di nuove nazioni e dell’esportazione della democrazia si è affiancata a quella della guerra e molte volte l’ha sostituita. La minaccia della guerra si è trasformata in «minaccia della pace» e molti guardano ad essa come ad una catastrofe che incombe sui grassi interessi che la guerra garantisce ai soggetti pubblici e privati uniti più o meno saldamente in cosche, cricche, bande. Inoltre la pace mette a nudo più ancora della guerra le carenze politiche, d’idee, strategie, autonomia e dignità nazionale. Per questo è diventata una minaccia per i profittatori, i mediocri e i banditi costringendoli a spostare sulla pace l’ipocrisia della guerra.

Il processo è stato paradossalmente favorito dalla nuova e generalizzata consapevolezza della sicurezza umana. La guerra è intrisa d’ipocrisia: nasce dai pretesti, quasi sempre basati su menzogne, e si conduce con l’inganno politico, strategico ed operativo. Ma mentre sul piano strategico e tattico l’inganno è rivolto al nemico, su quello politico prende di mira anche le proprie istituzioni ed i propri eserciti. La guerra è ipocrita negli scopi quando si affida alla retorica ed invece tratta concretamente d’interessi, di affari. L’ipocrisia della guerra è un’arte con i suoi esponenti geniali, mediocri e meschini; nasconde il gusto quasi lascivo di chi ordina la guerra e perfino di chi la combatte; ed infine serve a far diventare accettabile e normale tutto ciò che succede in guerra: dall’eroismo alla nefandezza.

Per millenni l’ipocrisia ha servito la guerra con diligenza e tuttavia non è riuscita a eliminare i limiti derivanti dalla sua eccezionalità e dalla sua transitorietà. La prima ne ritardava l’avvio subordinandolo a una situazione che rendesse necessario il ricorso alla forza come ultima risorsa. La seconda, la transitorietà, poneva un limite alla durata dei conflitti fino a renderli illegittimi se artificiosamente prolungati. Nel tentativo di eludere tali vincoli i fautori politici, industriali e militari della guerra si sono inventati pretesti inverosimili per renderla «preventiva» e interminabile, per trarre il massimo dei profitti e dell’eccitazione dalla sua costosa e sanguinosa «normalità». Una tale distorsione della guerra ha provocato quella reazione emotiva in favore dell’etica e dell’umanità che caratterizza il nostro tempo.

Forse per la prima volta nella storia la sicurezza è stata percepita in funzione e non in sostituzione dei diritti dell’uomo, della sua salute materiale e ideale, della sua dignità. All’improvviso la guerra è parsa insufficiente a soddisfare le ambizioni e le velleità politiche, a placare gli appetiti degli approfittatori e a coprire le deficienze strategiche, strutturali e operative. E allora l’ipocrisia ha reso permanente la guerra cambiandone il nome, agendo sulla pace, sulla democrazia e sulla libertà che rendono tutto più facile: le ragioni della pace e della solidarietà e le spese per conseguirle non devono essere razionali, eccezionali, limitate e neppure giustificate o sostenibili. Le forze sono composte soltanto di eroi e non necessariamente militari. La vittoria sul campo, quella che portava alla cessazione delle ostilità e della violenza, può finalmente essere evitata. O uccisa.

Fonte: Corriere.it

Chi ci difende dalle atrocità

di: Manlio Dinucci

Chi dubitava che Barack Obama non meritasse il Premio Nobel per la pace, ora deve ricredersi. Il presidente ha annunciato la creazione dell’Atrocities Prevention Board, un apposito comitato della Casa Bianca per la «prevenzione delle atrocità». Lo presiede la sua ispiratrice, Samantha Power, assistente speciale del presidente e direttrice per i diritti umani al National Security Council, formato dai più importanti consiglieri di politica estera. Nella scalata al potere (cui sembra predestinata dal suo cognome), la Power, aspirante segretaria di stato, ha sempre fatto leva sulla denuncia di presunte atrocità, attribuite a quelli che di volta in volta gli Usa bollano quali nemici numero uno. Sotto le ali del suo patron, il potente finanziere George Soros, la Power ha contribuito a elaborare la dottrina «Responsabilità di proteggere», che attribuisce agli Stati uniti e alleati il diritto di intervenire militarmente nei casi in cui, a loro insindacabile giudizio, si stiano per commettere «atrocità di massa». Con tale motivazione ufficiale, in specifico quella di proteggere la popolazione di Bengasi minacciata di sterminio dalle forze governative, il presidente Obama ha deciso l’anno scorso di fare guerra alla Libia. Ora la dottrina viene istituzionalizzata con la creazione dell’Atrocities Prevention Board. Attraverso la Comunità di intelligence (formata dalla Cia e altre 16 agenzie federali), esso stabilisce quali sono i casi di «potenziali atrocità di massa e genocidi», allertando il presidente. Predispone quindi gli strumenti politici, economici e militari per la «prevenzione». In tale quadro, il Dipartimento della difesa sta sviluppando «ulteriori principi operativi, specifici per la prevenzione e la risposta alle atrocità». D’ora in poi sarà l’Atrocities Prevention Board a preparare il terreno a nuove guerre. Ed è già al lavoro: di fronte alla «indicibile violenza cui è soggetto il popolo siriano, dobbiamo fare tutto ciò che possiamo», ha dichiarato il presidente Obama, sottolineando che, oggi come in passato, «la prevenzione delle atrocità di massa costituisce una fondamentale responsabilità morale per gli Stati uniti d’America». Peccato che l’Atrocities Prevention Board sia stato creato solo ora. Altrimenti avrebbe potuto prevenire le atrocità di massa di cui è costellata la storia statunitense, a iniziare dal genocidio delle popolazioni autoctone nordamericane. Basti ricordare, limitandosi agli ultimi cinquant’anni, le guerre contro Vietnam, Cambogia, Libano, Somalia, Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, Libia; i colpi di stato orchestrati dagli Usa in Indonesia, Cile, Argentina, Salvador. Milioni di persone imprigionate, torturate e uccise. Per prevenire altre atrocità, l’Atrocities Prevention Board dovrebbe assicurare alla giustizia i responsabili, impuniti, delle torture e uccisioni ad Abu Ghraib, a Guantanamo e in decine di prigioni segrete della Cia. Dovrebbe anche acquisire agli atti i video con cui soldati Usa documentano, per divertirsi, l’uccisione di civili in Afghanistan*, che il Pentagono ha cercato prima di occultare e poi di sminuire. Se li guardi bene Samantha Power, per capire che cosa è veramente una «atrocità di massa».

*V. http://www.rollingstone.com/politics/news/the-kill-team-20110327

IlManifesto.it

Israele & Usa, il gran gioco delle parti

Articolo inviato al blog

di: mcc43

Si costruisce ormai da mesi una generale assuefazione all’idea di un attacco  per tenere l’Iran fuori dal club delle nazioni  dotate di bomba nucleare.

Non importa che l’Iran ne abbia a più riprese negato l’intenzione e riaffermato che i progetti sono rivolti all’uso civile.
Mahmoud Ahmadinejiad  non è credibile perchè è fuori della cerchia dei fedeli della Casa Bianca e amico di un’autentica spina nel fianco degli Usa. Ogni sua affermazione è per antonomasia  ”delirante”  secondo gli  ossequienti compilatori di notizie.

Nella fase presente della partita anti-Iran, è finita la tattica del “si farà?” e si gioca secondo quella successiva: “lo farà autonomamente Israele?

No, non attaccherà autonomamente, è la risposta logica; non si può andare senza scudo contro la potenza militare di Teheran, ma la partita viene condotta in modo da trasformare questa ovvia precondizione in una futura malaugurata necessità, di cui l’Iran stessa sarà accusata.

Obama: secondo mandato?

Forse per via della tenacia dei libici e dei siriani che hanno rallentato l’agenda geopolitica, il derby Israele Iran  si gioca nell’anno delle elezioni americane, con un Barak Obama sotto il  fatidico 50%    di job appovation(l’approvazione complessiva del suo operato). Una percentuale troppo bassa per assicurargli la rielezione.

I tre presidenti non rieletti, Ford, Carter e Bush senior, erano sotto il 50; eccezione pilotata quella di George Bush, rieletto nonostante una job approvation del 48% grazie ai brogli e alla decisione di Al Gore di non contestare il risultato.

Obama: Job approval al 12.2.12

 Il tasso di approvazione di Obama, come si vede dal grafico,  ha recuperato dall’imbarazzante 42% di agosto  dell’anno scorso, ma in modo instabile; ora è al 46%, più in basso del 48% di cui disponeva a  febbraio 2011.

La prima impressione è che agli americani non sia importato molto della campagna “vittoriosa” in Libia. Obama, premio Nobel per la Pace, deve quindi stare attento a  non inciampare in un errore di politica estera, proprio mentre sta recuperando approvazione sulla politica economica.

Il gioco delle parti

2011: Avevo raccolto in questi articoli– Israele costretta a procedere con i piedi di piombo e – Never ending war: capitolo Iran  le rivelazioni su un piano di attacco ai siti nucleari  iraniani formalizzato già alla fine del 2010, confermato nelle intenzioni da indiscrezioni di fonte CIA. In questo gioco delle parti, ora è stato calato l’asso sul tavolo del mainstream.

2012:  Il 2 Febbraio il  Washington Post  riportava le dichiarazioni di Leon Panetta, ex capo della CIA e Segretario della Difesa, sulla probabilità che Israele proceda ad attaccare l’Iran in Aprile, Maggio o Giugno, prima dell’inizio, secondo le fonti israeliane, della costruzione della bomba. La reazione Usa?

Leon Panetta e i suoi bravi ragazzi

“Si dice – scrive il columnist –  che Obama e Panetta abbiano già preavvisato Israele dell’opposizione  USA a un suo attacco, nella convinzione che ciò vanificherebbe il crescente successo del programma di  sanzioni economiche  e altri sforzi non-militari per fermare l’Iran. Ma La Casa Bianca non ha ancora deciso con precisione come reagire in caso di un attacco Israeliano”

Le intenzioni di Netanyahu non sono ancora definitive, ma Israele sottolinea una possibile similitudine con la Siria che non rispose all’attacco israeliano a un suo reattore nel 2007, anche l’Iran potrebbe frenarsi per non entrare in una guerra totale.  Si fa anche un parallelo con l’attacco all’Uganda del 1976, per liberare gli ostaggi di Entebbe, dal quale nacque un cambio di regime del paese (!!).
L’intenzione sarebbe un’azione militare limitata al sito dell’arricchimento dell’uranio di Natanz e altri; gli iraniani risponderebbero con una rappresaglia, forse attraverso razzi di Hezbollaz dal Libano, e si stima che lo stato di Israele ptrebbe subire 500 vittime. (!!) I leader israeliani accetterebbero,  perfino si augurerebbero,  di procedere da soli per dimostrare la capacità di fare da sé in un periodo nel quale la sicurezza del paese è scossa dalla “primavera araba”-

Fin qui, dunque, il copione prevede Israele vogliosa di indipendenza operativa, con dei costi umani già messi nel conto e gli Usa riottosi alla prospettiva.

Ma il 12 febbraio il Telegraph , come se nulla fosse,  titola “Il Mossad sonda le reazioni in caso di un attacco all’Iran”

Tamir Pardo

Il capo dell’ufficio intelligence per l’estero Tamir Pardo è stato segretamente a Washington in questo mese per sondare le probabili reazioni degli Usa a un attacco unilaterale di Israele contro gli impianti nucleari iraniani. Il contenuto delle discussioni con la controparte americana sono state rivelate da un articolo di News Week intitolato “Il gioco pericoloso di Obama con l’Iran”.

Fonti ufficiali  dicono che la linea di richieste di Pardo a David Petreus, capo della CIA è“ Quale è il nostro (USA) atteggiamento sull’Iran? Siamo pronti a bombardare? Lo faremo [in seguito]? Che cosa significa per noi che  Israele lo faccia in ogni caso?”

Petreus, parlando il mese scorso  a un selezionato gruppo di senatori in udienza non secretata, ha confermato di  aver incontrato Tamir Pardo per discutere la crescente preoccupazione di Israele sulle aspirazioni nucleari iraniane.

Quando gli è stato chiesto se Israele intende colpire, James Clapper, direttore della US National Defense ha risposto che su questo preferiva rispondere alla questione a porte chiuse.

Fonti Usa citate da Newsweek aggiungono che Israele ha rifiutato di rendere nota   una significativa mole di dati sui preparativi militari; Israele ha rifiutato di commentare questa notizia.

Secondo Yehuda Ben Meir, ex vice ministro degli esteri, un completo appoggio degli USA non è un prerequisito perché Israele attacchi. “E’ questione di sfumature” ha detto.

Fin dai colloqui di gennaio (si comprende dalla dichiarazione di Petreus), Israele e Usa  hanno  concertato un programma che prevede un attacco apparentemente autonomo da parte di Israele, il che alleggerisce la posizione di Obama davanti agli elettori. Un attacco che si spera fulmineo e risolutivo, ma se la risposta dell’Iran sarà robusta,  Obama “dovrà” intervenire. Si tratterà, infatti, di proteggere un paese amico e ciò è perfettamente consonante con l’immaginario filmico americano e potrebbe corroborare le possibilità di rielezione.

Manca solo la data scritta nel mainstream.

Diceva ben chiaramente  il WashingtonPost

“Funzionari dell’amministrazione mettono in guardia Teheran di non fraintendere: gli Stati Uniti hanno un impegno da 60 anni  per la sicurezza israeliana, e se fossero  colpiti i centri abitati di Israele, gli Stati Uniti potrebbero sentirsi obbligati a correre in difesa di Israele.

Fase tre: trovare un motivo per agire

Gli attentati terroristici sono un motivo che l’opinione pubblica considera valido, dopo i fatti dell’11.9.

Un attentato in India, uno sventato in Georgia e un altro sul quale non c’è chiarezza a Bangkok, ma Ehud Barak ha accusato direttamente Teheran perché lo scoppio è avvenuto  a poche miglia dall’Ambasciata israeliana. il Jerusalem Post lo riporta con grande evidenza e  il Governo è chiarissimo “sappiamo chi sono i mandanti e pareggeremo i conti.”

E’ iniziato il count down.

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promemoria su

Il club delle potenze nucleari

Il 13 febbraio era un anniversario: la Francia nel 1960 entrava nel club delle potenze nucleari facendo esplodere  Gerboise bleu , più o meno “topolino blu”.

Un test avvenuto non in Francia, no, ma a Reggane nel Sahara Algerino. Naturalmente vi sono state conseguenze sulla popolazione, ma la Francia persiste nel sostenere che le sue erano radiazioni … innocue.

ps. in seguito la Francia ha testato nel Sahara algerino le armi chimiche.

Il confine Siria-Libano e la stoltezza Occidentale

Articolo inviato al blog

di: mcc43

A quasi tre mesi da questo post Fare della Siria un’altra Libia, non tanto facile. Come mai? la  situazione è cambiata soprattutto per la quantità di sangue versato.

“Progetto” Siria

Il progetto geopolitico di dividere la Siria è uscito dal cassetto nel marzo 2011 ed è stato buttato  nel mucchio della “primavera araba”,  probabilmente in funzione dei più vasti progetti anti-Iran e d’indebolimento della Russia.

Ogni pagliaio, però,  ha bisogno della scintilla e in questo caso l’incendio è divampato con il sollevamento di Daraa e la sanguinosa repressione del regime.

Confine siro-libanese Wali Khaled

Ci sono paragoni con la Libia che reggono: l’innesco strumentale, la fornitura di armi ai “pacifici manifestanti” , qualche video fasullo e  notizie gonfiate, ma  il tessuto sociale incomparabilmente più complesso non fa sortire lo stesso effetto ribaltone.

I Siriani non sperano nel meglio con un altro governo, si aspettano una lotta di tutti contro tutti per il potere.

Occhi verso l’Onu, gli Stati Uniti, il Qatar o Israele, coloro che si spendono “pro” o “contro” Assad,  parimenti , fra accuse e sconfessioni, non vedono, o non se ne curano,  che  il conflitto sta mettendo velenose radici in territorio libanese.

Permette di intendere  qualcosa di più questo reportage del quotidiano di Beirut  Al-Akbarh  (link a prima e seconda parte) sui gruppi ribelli che fanno la spola fra Siria e Libano,   a Wali Khaled,  confine nord-est del paese (nell’immagine segnato in rosso).

Il reporter ha incontrato tre bande armate e tutte si proclamano parte del FSA, libero esercito siriano; una ha il compito  di riportare in Libano i combattenti feriti  che vengono curati negli ospedali (privati) di Tripoli, un’ altra  trasporta in Siria armi,  fotocamere  e medicinali per gli insorti. L’altro gruppo “intervistato” dichiara di operare come “supporto logistico”.

Il commando di Omran

Così dice di chiamarsi il capo del gruppo di supporto logistico, e  parla degliapprovvigionarsi di armi in Siria: dall’esercito regolare, e insiste su questo. Per lo sminamento del confine e la creazione dei varchi sicuri dispone di tre genieri disertori dell’esercito regolare. Racconta che prima disponeva di un volontario libanese che a un certo punto ha cominciato ad esigere una paga o il  permesso di tenersi le mine recuperate.  Il gruppo, che intendeva reimpiantarle in territorio siriano, è addivenuto  a un compromesso con spartizione. Allo  sminatore erano toccate circa cento mine, ognuna delle quali al “mercato” locale vale 400 $.

Anche un lavoro potenzialmente mortale ma ben pagato sembra una fortuna, se si manda alla malora la politica e il futuro.

I membri del gruppo di Omran sono sunniti, ma il capo, dietro il suo passamontagna e con il telefono satellitare come scettro, assicura che sono impegnati per “l’unità del popolo siriano”. Ci sono ufficiali sunniti anche nell’esercito:  “Terremo conto se hanno sangue sulle  mani, non faremo differenza, non esenteremo nessuno né sunnita né alawita (ndr. partito al potere). “

E’ questa è già una premessa o promessa  del futuro siriano post-Assad…

Omran è convinto che il tempo non sia dalla parte del governo ”Ogni giorno di resistenza  è un chiodo nella bara del regime, ma per quanto a lungo sopravviva, non deporremo le armi. Se non proteggeremo il nostro popolo, chi lo farà? La Lega araba e i suoi protocolli? Gli Stati arabi che guardano il popolo siriano ucciso ogni giorno in TV senza muovere un dito?”

Perfetto controcanto ai commentatori occidentali, cambiando “ paesi arabi” con Onu o  Russia, secondo i gusti. Ma Omran ce l’ha a morte soprattutto con il governo libanese.

 “E’ sottomesso a Hezbollah (ndr. è una formazione sciita)  che a sua volta  è un fantoccio del regime siriano. Come fa a essere libanese, Hezbollah,  se è legato a filo doppio solo con l’Iran che è a migliaia di chilometri di distanza? Delle unità militari di Hezbollah, l’esercito del Mahdi [iracheno] e gli iraniani stanno partecipando ai massacri in Siria.

Decine di guerriglieri Hezbollah e iraniani sono stati uccisi in Deraa, e le loro foto sono state mostrate nei canali satellitari”.

“Che prove hai di questo”” gli chiede il giornalista “Si capisce dall’accento e dalla faccia!  Gli iraniani parlano male l’arabo e non portano documenti  d’identità!
“E i guerriglieri Hezbollah?” incalza coraggiosamente l’inviato  ”Qualunque siriano può dire che sei libanese solo guardandoti in faccia

Ribelli a cui non servono servizi d’intelligence. Come in Libia, dove la pelle nera equivale a “mercenario”. Come nelle redazioni dove si prendono a scatola chiusa le notizie, perché sono  lanci delle agenzie.

E’ questo un “esercito”?

Il reporter di Al Akbar parlando dell’insieme di bande che si definiscono “esercito libero” riferisce:

Sebbene si dichiarino tutti per  la “rivoluzione” , rivaleggiano per assicurarsi controllo e influenza. I contatti sono minimi, criticano le gesta degli altri, si accusano vicendevolmente di trarre guadagno personale dalla rivoluzione.

Un comandante bisbiglia che il leader di un altro gruppo “ruba i fondi che arrivano per i rifugiati” o “ vende le forniture ricevute con la scusa di comperare medicine o armi”. Un altro si spinge più in là  “attenzione, il capo di quel gruppo è un agente del regime “ , naturalmente quest’altro dice lo stesso dell’accusatore.

Mentre volano queste accuse e ogni capobanda mantiene i contatti direttamente con il comando FSA in Turchia o all’interno di Siria, un ufficiale osserva: “Avremmo bisogno di avere un solo capo al coordinamento, per proteggere la rivoluzione da infiltrati e non perderci per strada”.

Sono dinamiche interpersonali comuni dalle quali non si salva nessun gruppo sotto nessuna bandiera e hanno sempre fatto la fortuna del potere.

Ma ad avvelenare tutto c’è lo schieramento religioso, come si è visto dalle parole di Omran, e come è del tutto prevedibile, dal momento che la longevità dei governi Assad  si deve precisamente alla capacità di contenere le altrimenti deflagranti lotte etnico-religiose del crogiolo siriano. Ma ora è il momento della vendetta dei sunniti, confessione cui appartengono i Fratelli musulmani, che non avevano finora voce  al vertice.

Un altro capo racconta la brutalità del governo, incluse le  “atrocità commesse contro i cittadini dagli scagnozzi del regime che stuprano e fanno a pezzi le donne, come è capitato a Zainab al-Husni.” 

Il giornalista commenta “Questo tale sembra non sapere che la presunta stuprata e smembrata mostrata alcuni mesi fa su qualche canale tv, è ricomparsa alla tv di stato siriana viva e vegeta.”

Di questo caso parla anche il video del post Siria: la decapitazione della verità? dove in effetti si vede l’intervistata Zainab  che esibisce i documenti davanti alla telecamera.

Due considerazioni

Le notizie false di cui è gonfiata la propaganda anti Assad, come lo fu quella anti Gheddafi, servono per addomesticare l’opinione pubblica internazionale, certamente, ma forse in primo luogo sono  droga per rendere i ribelli esaltati e belluini.

La Zainab della tv siriana, pur  con la sua carta d’identità, potrebbe altrettanto essere uno psyop del regime. Di più:  non possiamo sapere se “quella” Zainab: stuprata/non stuprata, ammazzata/viva e vegeta,  esista davvero. O se una vittima c’è stata, oscurata da un equivoco sul nome.

In fondo per sconfiggere una bugia è funzionale un’altra  più grossa o almeno sconcertante.  La verità non convince mai nessuno, questa è una tragedia planetaria, allora passa sotto silenzio e quando emerge  occorre farle un vestito nuovo.

Libano domani?

E’ importante sapere che  elicotteri dell’esercito libanese sorvolano Wali Khaled, dove operano i gruppi di cui parla il reportage,  per individuare quelli che, dice il quotidiano libanese  Daily Star, il governo siriano definisce terroristi.

C’è chi accusa il Governo libanese  di aver deciso i pattugliamenti su ordine della Siria.

C’è chi vuole i pattugliamenti a terra per difendere i cittadini libanesi, ci sono già state vittime, dalle incursioni dell’esercito siriano. Infatti la regione di Wali Khaled, Akka, e parte della valle della Bekaa già vedono una massiccia presenza di soldati, ma dispiegarli sul confine significherebbe opporli ai militari siriani, dando motivo alla  Siria di considerarlo un atto ostile.

C’è chi, preoccupato, sostiene che un coinvolgimento del Libano nel conflitto siriano è già avvenuto.

Se in Libano, dove la disinvolta politica siriana nel corso degli anni ha pescato a turno i suoi protetti fra varie componenti,
dove per l’omicidio di Rafiq Hariri,  ora, tempestivamente, il  Tribunale speciale per il Libano ha aggiunto agli imputati un quinto uomo di Hezbollah, dove la minoranza drusa di Walid Jumblat riesce non di rado a fare il pesce pilota, dove c’è un presidente cristiano maronita e un premier sunnita, dove il partito di Hariri chiede uno sganciamento dalla Siria, mentre il Patriarca cristiano maronita  esprime timori, in caso di uscita di scena di Assad, per la sorte dei cristiani di Siria, divampasse nuovamente la guerra civile, si troverà qualche motivo  per raccontarlo e nessuno dirà mai che il Libano sarà stato un  “danno collaterale” della vicenda Siria.

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aggiornamento 10 febbraio — la Siria come argomento di lotta politica interna al Libano:

aggiornato in Libano temerario: proteste armate e imboscate politiche

La diplomazia armata di Monti

di: Manlio Dinucci

Giulio Terzi di Sant’Agata, ministro degli esteri del governo Monti, ha illustrato al Senato la partecipazione dell’Italia agli «sforzi della comunità internazionale per promuovere la pace». Di pace se ne intende, per essere stato consigliere politico alla Nato, ambasciatore in Israele e quindi negli Stati uniti, dove ha contribuito alla «straordinaria collaborazione bilaterale nei principali scenari di crisi».

Mentre la crisi finanziaria alimenta a livello globale gravi tensioni politiche e sociali, afferma il ministro, è ancor più «interesse dell’Italia» partecipare alle «operazioni in scenari di crisi», dove si gioca la «credibilità internazionale» del Paese. Anche perché la nuova strategia Usa prevede la riduzione delle «forze di manovra» in Europa a favore di altri teatri di impiego, in particolare nel Pacifico. L’Italia deve quindi impegnarsi ancora di più in «missioni internazionali di pace e stabilizzazione», che siano «realmente integrate», ossia «uniscano le componenti militari e civili». Per affrontare «le sfide della stabilizzazione che provengono dalla Libia, le criticità in Afghanistan e in Libano, le crisi in Corno d’Africa». In Libia, dopo il «successo dell’operazione condotta dalla Nato», l’Italia «continuerà a sostenere molto attivamente la nuova dirigenza», soprattutto formando le sue «forze di sicurezza». E, il 20 febbraio, ospiterà a Napoli il vertice ministeriale del Dialogo 5+5 e il Foromed per «il rilancio del dialogo e della cooperazione tra le due sponde del Mediterraneo». Dialogo che l’Italia ha condotto in modo esemplare, sganciando sulla Libia un migliaio di bombe. Ma già si preparano altre «operazioni»: in Siria, avverte Terzi, «la situazione non è più sostenibile». Questa è la «diplomazia della sicurezza», con cui il governo Monti intende «tutelare all’estero i nostri interessi politici, economici e finanziari». Nonostante le minori risorse disponibili, chiarisce al Senato il ministro della difesa Giampaolo Di Paola, «non può essere sacrificata la capacità operativa del nostro strumento militare a tutela della sicurezza e dell’ordine internazionale». Sono quindi necessarie «forze armate sì ridotte, ma più moderne, meglio addestrate e meglio equipaggiate». Compresa la «difesa missilistica», importante perché «la minaccia (l’Iran e quant’altro), che ci piaccia o no, c’è». Su tali scelte, sottolinea Di Paola, esiste «una continuità che attraversa i confini virtuali dell’alternanza di governo e che accomuna gli schieramenti politici di maggioranza e opposizione». Immediata la conferma: PdL e Pd si schierano compatti col governo, mentre l’IdV assume qualche posizione critica e la Lega fa alcuni distinguo. Il sen. Tempestini (Pd) chiede il «rafforzamento della credibilità internazionale del Paese», e preannuncia un decreto-legge per rendere permanente il finanziamento delle «missioni». Già lo aveva chiesto invano il sen. Scanu (Pd) al governo Berlusconi, perché «ci preme costruire la credibilità dell’Italia» e perché «le Forze armate sono un ambito di straordinaria importanza del nostro Paese». «Che tristezza – aveva esclamato – sentir dire che non dobbiamo più mantenere certi impegni nel teatro internazionale perché sono finiti i soldi». Ora non sarà più triste: li troverà il governo Monti tagliando ancora di più le spese sociali.

IlManifesto.it

Gli USA uscirebbero sconfitti nel Golfo Persico da una guerra con l’Iran?

Fornendo delle preziose intuizioni sulle dinamiche riguardanti lo stallo tra Iran e Stati Uniti portato avanti nello stretto di Hormuz, strategicamente decisivo, Nazemroaya descrive una situazione che riporta inevitabilmente alla mente la storia di Davide e Golia. Con la geografia e le leggi internazionali decisamente dalla parte dell’Iran potrebbe esserci in serbo un finale altrettanto sorprendente.

di: Mahdi Darius Nazemroaya

Dopo anni di minacce da parte degli Stati Uniti, l’Iran ha cominciato ad attuare delle note misure per dimostrare di essere disposto e capace di chiudere lo Stretto di Hormuz.

Il 24 dicembre 2011, l’Iran ha iniziato le sue esercitazioni navali Velayat 90 dentro e intorno allo Stretto di Hormuz, portandosi dal Golfo Persico e dal Golfo di Oman (Mare dell’Oman) fino al Golfo di Aden e al Mare Arabico nell’Oceano Indiano. Da quando hanno avuto luogo queste esercitazioni c’è stato un crescente scontro verbale tra Washington e Teheran. Nulla di ciò che il governo Obama o il Pentagono avevano fatto o detto ha dissuaso Teheran dal continuare con le esercitazioni navali.

La natura geopolitica dello Stretto di Hormuz

Oltre al fatto d’essere un punto di transito vitale per le risorse energetiche del pianeta e un nodo strategico, bisognerebbe considerare due ulteriori elementi riguardo al rapporto dello Stretto di Hormuz con l’Iran. Il primo punto riguarda la geografia dello Stretto di Hormuz. Il secondo concerne il ruolo dell’Iran nel collaborare alla gestione dello stretto strategico sulla base delle leggi internazionali e dei suoi diritti di sovranità nazionale.

Il traffico marittimo che transita nello Stretto di Hormuz è sempre stato in contatto con le forze navali iraniane, composte prevalentemente dalla Marina regolare dalla Marina della Guardia Rivoluzionaria. Infatti le forze navali iraniane controllano e sorvegliano lo Stretto di Hormuz insieme al Sultanato dell’Oman tramite l’enclave omanita di Musandam.

Cosa ancora più importante, per transitare attraverso lo Stretto di Hormuz tutto il traffico marittimo, compresa la marina statunitense, deve navigare attraverso il territorio iraniano. Nessun Paese può entrare nel Golfo Persico e transitare nello Stretto di Hormuz senza navigare in acque e territorio iraniani.

Quasi tutti gli accessi al Golfo Persico avvengono attraverso acque iraniane e la maggior parte delle vie d’uscita attraversano le acque dell’Oman.

L’Iran permette alle navi straniere di utilizzare le sue acque territoriali in buona fede e sulla base delle misure sul transito marittimo contenute nella terza parte della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del mare, che stabilisce che le navi sono libere di navigare attraverso lo Stretto di Hormuz e analoghi specchi d’acqua avendo una navigazione rapida e continua tra un porto aperto e l’alto mare. Sebbene di norma Teheran segua le leggi di navigazione del Diritto marittimo, non è giuridicamente vincolata ad esse. Come Washington, Teheran ha firmato questo trattato ma non l’ha mai ratificato.

Lo Stretto di Hormuz

Tensioni tra Iran e Stati Uniti nel Golfo Persico

Al momento il parlamento iraniano (Majlis) sta rivalutando le acque iraniane nello Stretto di Hormuz. I parlamentari iraniani stanno proponendo una legge per impedire a qualsiasi nave straniera di utilizzare le acque territoriali iraniane per navigare attraverso lo Stretto di Hormuz senza il permesso dell’Iran; il Comitato parlamentare iraniano per la sicurezza nazionale e la politica estera sta attualmente studiando questa normativa, quale posizione iraniana ufficiale basata sugli interessi strategici dell’Iran e la sua sicurezza nazionale [1].

Il 30 dicembre 2011 la portaerei U.S.S. John C. Stennis ha attraversato la zona in cui l’Iran stava conducendo le sue esercitazioni navali. Il comandante delle forze regolari iraniane, il maggiore-generale Ataollah Salehi, consigliò alla U.S.S. John C. Stennis e ad altre imbarcazioni della marina statunitense di non fare ritorno nel Golfo Persico mentre l’Iran stava conducendo le sue esercitazioni, aggiungendo che l’Iran non è solito ripetere un avvertimento due volte [2]. Poco dopo il duro monito iraniano a Washington, l’ufficio stampa del Pentagono ha risposto con una dichiarazione: “Nessuno in questo governo cerca lo scontro [con l’Iran] sullo Stretto di Hormuz. È importante abbassare i toni” [3].

Nello scenario reale di un conflitto militare con l’Iran è molto probabile che le portaerei statunitensi opererebbero di fatto fuori dal Golfo Persico, dal Golfo dell’Oman a sud e dal Mare Arabico. A meno che il sistema missilistico che Washington sta installando negli sceiccati petroliferi nel sud del Golfo Persico non sia pienamente attivo e operativo, il dispiegamento di grandi navi da guerra americane nel Golfo Persico potrebbe essere improbabile. Le ragioni di ciò sono legate a realtà geografiche e alle forze difensive iraniane.


La geografia è contro il Pentagono: la forza navale statunitense è limitata nel Golfo Persico

La forza navale degli Stati Uniti, che comprende prevalentemente la Marina e la Guardia costiera, ha essenzialmente la supremazia su tutte le altre forze navali e marittime nel mondo. Il suo potenziale sottomarino e in mare aperto e negli oceani è unico e ineguagliabile da qualsiasi altra potenza navale.

Tuttavia, supremazia non significa invincibilità. Le forze navali statunitensi nello Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico sono molto vulnerabili all’Iran.

Nonostante la sua potenza e la forza schiacciante, la geografia gioca letteralmente contro la forza navale statunitense nello Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico. La relativa ristrettezza del Golfo Persico lo rende simile a un canale, per lo meno nel contesto strategico e militare. Metaforicamente parlando, le portaerei e le navi da guerra degli Stati Uniti sono confinate in acque ristrette, o chiuse entro le acque costiere del Golfo Persico.

Ed è qui che entra in gioco l’avanzato potenziale missilistico iraniano. L’arsenale di missili e siluri iraniano neutralizzerebbe le forze navali statunitensi nelle acque del Golfo Persico in cui esse sono costrette. Ecco perché gli Stati Uniti in questi ultimi anni stanno attivamente costruendo un sistema di scudo missilistico nel Golfo Persico tra i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG).

Perfino i piccoli pattugliatori iraniani nel Golfo Persico, che sembrano miseri e insignificanti rispetto a una portaerei o a un cacciatorpediniere statunitense, sono una minaccia per le navi da guerra americane. Le apparenze ingannano: questi pattugliatori iraniani possono facilmente lanciare una raffica di missili che potrebbe danneggiare in modo significativo e di fatto affondare grandi navi da guerra americane. Le piccole motovedette iraniane sono anche difficili da rilevare e individuare.

Le forze iraniane potrebbero anche attaccare le forze navali degli Stati Uniti semplicemente lanciando attacchi missilistici dalla terraferma iraniana, dalle coste settentrionali del Golfo Persico. Già nel 2008 il Washington Institute for Near East Policy ha riconosciuto la minaccia proveniente dalle batterie mobili di missili costieri, dai missili antinave e dalle piccole navi lanciamissili iraniane [4].

Alche altre risorse navali iraniane quali droni aerei, hovercraft, mine, squadre di sub e minisottomarini, potrebbero essere utilizzate in una guerra navale asimmetrica contro la Quinta Flotta.

Anche le simulazioni di guerra del Pentagono hanno dimostrato che un conflitto nel Golfo Persico contro l’Iran significherebbe un disastro per gli Stati Uniti e i suoi militari. Un esempio chiave è il wargame nel Golfo Persico Millennium Challenge 2002 (MC02), condotto dal 24 luglio al 15 agosto 2002, e che ha richiesto quasi due anni di preparativi. Queste massicce esercitazioni furono tra i più grandi e costosi wargame mai realizzati dal Pentagono. IlMillennium Challenge 2002 si tenne poco dopo che il Pentagono aveva deciso di proseguire lo sforzo bellico in Afghanistan, prendendo di mira Iraq, Somalia, Sudan, Libia, Libano, Siria per terminare col “bersaglio grosso”, l’Iran, in una vasta campagna militare per garantire la supremazia degli Stati Uniti nel nuovo millennio.

Dopo che il Millennium Challenge 2002 si fu concluso, il wargame fu presentato come una simulazione di guerra contro l’Iraq governato dal presidente Saddam Hussein, ma ciò non può essere vero [5]. Gli Stati Uniti avevano già fatto delle valutazioni per l’imminente invasione anglo-statunitense dell’Iraq. Inoltre, l’Iraq non aveva forze navali tali da meritare un simile impiego su vasta scala della Marina degli Stati Uniti.

Millennium Challenge 2002 fu condotto per simulare una guerra con l’Iran, al quale era assegnato il nome in codice “Rosso” e al quale ci si riferiva come ad uno sconosciuto nemico mediorientale, uno stato-canaglia nel Golfo Persico. All’infuori dell’Iran, nessun altro Paese poteva corrispondere ai parametri e alle caratteristiche di “Rosso” e delle sue forze militari, dalle motovedette alle unità motociclistiche. La simulazione di guerra si tenne perché Washington aveva in programma di attaccare l’Iran subito dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003.

Lo scenario delle esercitazioni del 2002 iniziava con gli Stati Uniti, nome in codice “Blu”, che nel 2007 davano all’Iran un ultimatum di 24 ore per la resa. La data del wargame, il 2007, cronologicamente avrebbe corrisposto ai piani degli Stati Uniti per attaccare l’Iran, dopo l’attacco israeliano contro il Libano nel 2006, che si supponeva si sarebbe esteso a una grande guerra anche contro la Siria. La guerra contro il Libano, tuttavia, non andò come previsto e gli Stati Uniti e Israele si resero conto che se Hezbollah poteva fronteggiarli in Libano, allora una guerra allargata alla Siria e all’Iran sarebbe stata un disastro.

Nello scenario di guerra di Millennium Challenge 2002, l’Iran avrebbe reagito all’aggressione degli Stati Uniti lanciando un massiccio sbarramento di missili che avrebbe sopraffatto gli Stati Uniti e distrutto sedici navi da guerra statunitensi – una portaerei, dieci incrociatori e cinque navi anfibie. Si stima che se ciò fosse realmente accaduto, più di 20.000 militari americani sarebbero stati uccisi in un solo giorno dopo l’attacco [6]. Successivamente, l’Iran avrebbe inviato i suoi piccoli pattugliatori – quelli che sembrano insignificanti rispetto alla USS John C. Stennis e alle altre grandi navi da guerra degli Stati Uniti – per sopraffare il resto delle forze navali del Pentagono nel Golfo Persico: ciò avrebbe comportato il danneggiamento o l’affondamento della maggior parte della Quinta Flotta e la sconfitta degli Stati Uniti. Dopo la sconfitta statunitense, il wargame fu ripetuto più volte, ma “Rosso” dovette agire in condizioni di svantaggio, in modo che alle forze americane fosse permesso di uscire vittoriose dalle esercitazioni [7]. Ciò avrebbe nascosto la realtà del fatto che gli Stati Uniti sarebbero stati sopraffatti nel Golfo Persico nel contesto di una guerra convenzionale contro l’Iran.

Quindi la formidabile potenza navale di Washington è limitata dalla geografia, unita alle risorse militari iraniane, quando si tratta di combattere nel Golfo Persico o anche in gran parte del Golfo dell’Oman. In assenza di acque aperte, come nell’Oceano Indiano o nel Pacifico, gli Stati Uniti dovranno combattere con tempi di risposta notevolmente ridotti e, ancor più importante, non saranno in grado di combattere da una distanza di sicurezza (militarmente sicura). Di conseguenza, i dispositivi navali statunitensi di difesa, progettati per il combattimento in acque aperte e da posizioni sicure, diventano poco pratici nel Golfo Persico.

Rendere superfluo lo Stretto di Hormuz per indebolire l’Iran?

Il mondo intero conosce l’importanza dello stretto di Hormuz e Washington e i suoi alleati sono ben consapevoli del fatto che gli iraniani possono militarmente chiuderlo per un periodo di tempo significativo. Ecco perché gli Stati Uniti hanno lavorato con i paesi del CCG – Arabia Saudita, Qatar, Bahrain, Kuwait, Oman ed Emirati Arabi Uniti – per deviare il loro petrolio attraverso oleodotti che aggirano lo stretto di Hormuz e canalizzano il petrolio del CCG direttamente verso l’Oceano Indiano, il Mar Rosso o il Mar Mediterraneo. Washington ha anche spinto l’Iraq a cercare percorsi alternativi nelle trattative con Turchia, Giordania e Arabia Saudita.

Anche Israele e la Turchia si sono molto interessati a questo progetto strategico. Ankara ha avuto colloqui con il Qatar sulla configurazione di un terminal petrolifero che avrebbe raggiunto la Turchia attraverso l’Iraq. Il governo turco ha tentato di spingere l’Iraq a collegare i giacimenti petroliferi del sud, come i giacimenti petroliferi dell’Iraq settentrionale, alle vie di transito che attraversano la Turchia. Tutto ciò è legato alla volontà della Turchia di essere un corridoio energetico e un importante snodo di transito.

L’obiettivo della deviazione del petrolio dal Golfo Persico eliminerebbe un importante elemento di pressione strategica che l’Iran esercita contro Washington e i suoi alleati. In effetti ridurrebbe l’importanza dello stretto di Hormuz. Potrebbe benissimo essere un prerequisito per i preparativi di una guerra degli Stati Uniti contro Teheran e i suoi alleati.

È in questa cornice che l’oleodotto Abu Dhabi Crude Oil o il Hashan-Fujairah Oil Pipeline vengono preferiti dagli Emirati Arabi Uniti per deviare il percorso marittimo nel Golfo Persico che passa per lo Stretto di Hormuz. Il progetto fu messo insieme nel 2006, il contratto fu reso pubblico nel 2007 e la costruzione iniziò nel 2008. L’oleodotto va direttamente da Abu Dhabi al porto di Fujairah sulle rive del Mare Arabico. In altre parole, darà alle esportazioni petrolifere degli Emirati Arabi Uniti un accesso diretto all’Oceano Indiano. È stato apertamente presentato come un mezzo per garantire la sicurezza energetica bypassando lo Stretto di Hormuz e tentando di evitare i militari iraniani. Insieme alla costruzione di questo oleodotto è stata anche prevista la costruzione di un deposito strategico di petrolio a Fujairah, per mantenere il flusso di petrolio sul mercato internazionale se il Golfo Persico dovesse essere chiuso [9].

A parte la Petroline (East-West Saudi Pipeline), l’Arabia Saudita si è anche interessata a rotte di transito alternative e ha preso in esame i porti dei suoi vicini a sud nella penisola arabica, l’Oman e lo Yemen. Il porto yemenita di Mukalla, sulle rive del Golfo di Aden, è stato di particolare interesse per Riyadh. Nel 2007, fonti israeliane riportarono con una certa ostentazione che era in cantiere il progetto di un oleodotto che avrebbe collegato i giacimenti petroliferi sauditi con Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti, Muscat in Oman, e infine Mukalla nello Yemen. La riapertura dell’Iraq-Arabia Saudita Pipeline (IPSA), che, ironicamente, fu costruita da Saddam Hussein per evitare lo Stretto di Hormuz e l’Iran, è stata anch’essa oggetto di discussione dei sauditi con il governo iracheno a Baghdad.

Se la Siria e il Libano venissero convertiti in clienti di Washington, allora anche la defunta Trans-Arabian Pipeline (Tapline) potrebbe essere riattivata, insieme ad altri percorsi alternativi che vanno dalla penisola arabica alla costa del Mar Mediterraneo, attraverso il Levante. Dal punto di vista cronologico, ciò rientrerebbe bene anche negli sforzi di Washington per invadere il Libano e la Siria, nel tentativo di isolare l’Iran prima di ogni possibile resa dei conti con Teheran.

Le esercitazioni navali iraniane Velayat-90, protratte in prossimità dell’ingresso del Mar Rosso nel Golfo di Aden, al largo delle acque territoriali dello Yemen, si sono tenute anche nel Golfo dell’Oman, di fronte alle coste dell’Oman e alle coste orientali degli Emirati Arabi Uniti. Tra le altre cose, Velayat-90 andrebbe intesa come un segnale che Teheran è pronta ad operare al di fuori del Golfo Persico, e che può colpire o bloccare perfino gli oleodotti che tentano di aggirare lo Stretto di Hormuz.

La geografia è di nuovo dalla parte dell’Iran anche in questo caso. Evitare lo Stretto di Hormuz non cambia il fatto che la maggior parte dei giacimenti petroliferi appartenenti a paesi del CCG si trova nel Golfo Persico o in prossimità delle sue coste, il che significa che sono tutti situati nelle immediate vicinanze dell’Iran e quindi entro la sua portata. Come nel caso dell’Hashan-Fujairah Pipeline, gli iraniani potrebbero facilmente stroncare il flusso di petrolio all’origine. Teheran potrebbe anche lanciare attacchi  missilistici e aerei o schierare le sue forze di terra, mare, aria e anfibie in queste aree. Non c’è necessariamente bisogno di bloccare lo Stretto di Hormuz; dopotutto ostacolare il flusso di combustibile è lo scopo principale delle minacce iraniane.

La guerra fredda  tra Iran e Stati Uniti

Washington è passata all’offensiva contro l’Iran con tutti i mezzi a sua disposizione. Le tensioni sullo Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico sono soltanto un aspetto nella pericolosa guerra fredda su più fronti tra Teheran e Washington nella regione del Medio Oriente allargato. Dal 2001, il Pentagono sta anche riconvertendo le sue forze militari per affrontare guerre non convenzionali contro nemici come l’Iran [10]. Ciononostante la geografia ha sempre lavorato contro il Pentagono, e gli Stati Uniti non hanno trovato una soluzione al dilemma navale nel Golfo Persico. Invece di una guerra convenzionale, Washington ha dovuto fare ricorso contro l’Iran a una guerra occulta, economica e diplomatica.

NOTE

[1] Fars News Agency, “Foreign Warships Will Need Iran’s Permission to Pass through Strait of Hormoz,” January 4, 2011.

[2] Fars News Agency, “Iran Warns US against Sending Back Aircraft Carrier to Persian Gulf,” January 4, 2011.

[3] Parisa Hafezi, “Iran threatens U.S. Navy as sanctions hit economy,” Reuters, January 4, 2012.

[4] Fariborz Haghshenass, “Iran’s Asymmetric Naval Warfare,” Policy Focus, no.87 (Washington, D.C.: Washington Institute for Near Eastern Policy, September 2010).

[5] Julian Borger, “Wake-up call,” The Guardian, September 6, 2002.

[6] Neil R. McCown, Developing Intuitive Decision-Making In Modern Military Leadership (Newport, R.I.: Naval War College, October 27, 2010), p.9.

[7] Sean D. Naylor, “War games rigged? General says Millennium Challenge ‘02 ‘was almost entirely scripted,’” Army Times, April 6, 2002.

[8] Himendra Mohan Kumar, “Fujairah poised to become oil export hub,” Gulf News, June 12, 2011.

[9] Ibid.

[10] John Arquilla, “The New Rules of War,” Foreign Policy, 178 (March-April, 2010): pp.60-67.

Mahdi Darius Nazemroaya, ricercatore associato al Centre for Research on Globalization (CRG), è membro del Comitato Scientifico di GEOPOLITICA.
Traduzione di Giulia Renna.
Testo original in inglese – 8 gennaio 2011: The Geo-Politics of the Strait of Hormuz: Could the U.S Navy be defeated by Iran in the Persian Gulf?

FONTE: GEOPOLITICA – Rivista dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie 



 


La ex-sinistra italiana e la nuova manovra di austerità

di: Di Marc Wells - 30 agosto 2011 -

Questo articolo è stato precedentemente pubblicato in inglese il 29 agosto 2011

A meno di un mese dal passaggio della manovra da €79 miliardi che eliminerà le conquiste storiche della classe lavoratrice del dopoguerra, il primo ministro Silvio Berlusconi, sollecitato dalla Banca Centrale Europea (BCE), ha messo a punto un’ulteriore manovra di aggiustamento che aggiunge €45,5 miliardi di tagli e tasse regressive. Queste misure colpiranno duramente la classe lavoratrice e determineranno condizioni di vita intollerabili per vasti strati della popolazione.

Secondo Il Corriere della Sera, il totale dei tagli e nuove tasse per i prossimi tre anni ammonta a €195 miliardi. Questa è una stima approssimativa e conservatrice, che non tiene in considerazione l’impatto finale della misura sul bilancio pubblico, per non parlare di un successivo provvedimento attualmente in discussione che estende ulteriormente l’età pensionabile.

Nonostante le dimensioni gigantesche del pacchetto, gli economisti di Nomura International, per esempio, affermano che “il piano non è sufficientemente ambizioso, data l’entità dei problemi strutturali italiani.” Prevedono che le agenzie di rating Moody’s e Standard & Poor’s troveranno un “ulteriore motivo di downgrade” del rating del Paese già dal mese di settembre. È lecito attendersi che manovre come questa non siano le ultime di questa portata.

La manovra di Berlusconi è principalmente un attacco frontale contro i lavoratori del settore pubblico. Oltre a tagli sul bilancio dello Stato pari a oltre €17 miliardi, 54.000 posti di lavoro statali saranno eliminati, mentre 87.000 saranno persi a livello di governo locale (regioni, province e comuni). Tutti i settori del governo vedranno un acceleramento del processo di privatizzazione dei servizi pubblici.

L’attacco ai diritti dei lavoratori più anziani continuerà. L’età pensionabile per le donne, per esempio, sarà aumentata a 65 anni a partire dal 2016, per essere pienamente attuata entro il 2027. Altri durissimi attacchi sono in discussione.

I dipendenti pubblici in molti casi perderanno la tredicesima, e potranno essere trasferiti con facilità.

I pagamenti per il Trattamento di Fine Rapporto (TFR) saranno ritardati fino a due anni. Una serie di cambiamenti nei rapporti di lavoro aumenterà l’insicurezza e la vulnerabilità dei lavoratori, incrementando la piaga della precarietà.

Una pletora di imposte regressive, da quelle sulle vendite di sigarette al carburante ai giochi, penalizza la popolazione attiva, mentre altre tasse imposte alle compagnie energetiche si tradurranno in aumenti delle tariffe.

L’establishment politico, da destra a “sinistra”, accetta e insiste sul “pareggio dei conti”. In particolare vale la pena considerare la risposta dei pablisti di Sinistra Critica.

Questo gruppo di finta sinistra e senza principi è affiliato con il Segretariato Unificato che si separò dal movimento Trotskyista sotto la guida di Michel Pablo e Ernest Mandel nel 1953.

Nella loro dichiarazione, i pablisti italiani lamentano del fatto che: “La decisione del governo Berlusconi di anticipare la manovra, rispondendo così ai diktat di Bce [Banca Centrale Europea] e ‘mercati internazionali’ svela le ipocrisie e le litanie dell’ultimo mese”. Per loro, si tratta di “un capitalismo al palo che non riesce a garantire più né benessere né un futuro degno “.

La retorica utilizzata da Sinistra Critica ha uno scopo specifico: nascondere il loro supporto alla manovra.

Sinistra Critica nasce nel 2005 come tendenza all’interno di Rifondazione Comunista, che a sua volta è una permutazione politica dello stalinista PCI, il cui record di tradimenti nel dopoguerra è alla base del progressivo deterioramento delle condizioni della classe lavoratrice italiana.

Come il suo alleato in Francia, il Nuovo Partito Anticapitalista (NPA), Sinistra Critica è un partito di ordine borghese, con una prospettiva nazionalista di centro-sinistra.

I suoi leader Franco Turigliatto, Salvatore Cannavò e Luigi Malabarba hanno tutti una storia lunga e deplorevole all’interno del movimento pablista e sono stati eletti durante il governo Prodi del 2006-08, fornendo supporto cruciale e credibilità di “sinistra” alle politiche imperialiste e anti-classe lavoratrice di quella amministrazione.

Nel 2007, Sinistra Critica operava all’interno di Rifondazione, uno dei nove partiti che sostenevano il governo Prodi II, le cui politiche di destra hanno trovato forte opposizione da parte della stragrande maggioranza della popolazione italiana.

Turigliatto, senatore sotto il governo Prodi II, svolse un ruolo particolarmente perfido. Alla fine del febbraio 2007, votò contro la politica estera di Prodi, ma una settimana dopo contribuì a far ottenere la vittoria contro una mozione di sfiducia che permise quindi al governo di sopravvivere temporaneamente.

Quel voto nello specifico approvava un ultimatum di 12 punti del governo Prodi che comprendeva, tra l’altro, l’approvazione incondizionata delle sue politiche imperialiste in Afghanistan e in Libano, la “riforma” del sistema pensionistico e la costruzione della ferrovia ad alta velocità TAV, nonostante la fortissima opposizione fra i lavoratori.

Questo è il modus operandi di Sinistra Critica. Predica e diffonde una retorica di “sinistra”, comprese le critiche della sinistra ufficiale borghese, mentre lavora a tutto spiano affinché i lavoratori non intraprendano una lotta indipendente dai vari partiti ex-stalinisti, le burocrazie sindacali e socialdemocratiche.

Quando il mese scorso Berlusconi si rivolse alle “parti sociali” (sindacati, grandi imprese e banche), i sindacati hanno fornito il supporto necessario per attuare queste misure (vedi: “Il governo prepara nuovi tagli dopo il panico nei mercati azionari“). Sinistra Critica è pienamente consapevole di ciò. In egual misura al ruolo svolto all’interno del governo Prodi, il presente e consapevole impegno dei pablisti è quello di incoraggiare le illusioni nella capacità dei sindacati a opporsi alle misure di austerità e di altri attacchi.

Questo è il motivo per cui Sinistra Critica dichiara disonestamente che “segnali inquietanti giungono dal fronte sindacale”, quando si subordinano a “Confindustria in una corsa alla ‘responsabilità nazionale’”. I pablisti chiedono retoricamente: “

Ora che il governo ha deciso di andare davvero in questa direzione – tra l’altro applicando il pareggio di bilancio in Costituzione e quindi decidendo di appendere le sorti del Paese alle volontà dei “mercati”, cioè della grande finanza e della speculazione – come farà la Cgil a giustificare una sua contrarietà?”

La risposta è molto semplice: non c’è nessuna opposizione a tale “volontà dei mercati”, non dai sindacati, né da Sinistra Critica. I sindacati accettano incondizionatamente le relazioni capitaliste e funzionano come veicolo per subordinare gli interessi dei lavoratori alle esigenze del capitale. Qualsiasi organizzazione, come Sinistra Critica, che presenta i sindacati in contrasto con le politiche di libero mercato, sta esplicitamente cercando di ingannare i lavoratori.

Questo è esattamente ciò che sta facendo Sinistra Critica, sostenendo l’iniziativa “Dobbiamo fermarli”; una bravata organizzata dai sindacati, in particolare dalla CGIL, per darsi un pò di credibilità e disorientare i lavoratori.

Questa operazione fasulla, compresa l’organizzazione di una manifestazione il 15 ottobre, ha lo scopo di permettere al governo il tempo necessario per avviare la piena attuazione di tutte le sue misure e demoralizzare la popolazione.

Il partner politico di Turigliatto, Salvatore Cannavò, è uno dei principali leader del Segretariato Unificato pablista. Durante il governo Prodi, Cannavò è stato Deputato. Anch’egli ha sostenuto Prodi e poi lasciato Rifondazione—di cui era membro sin dalla sua fondazione nel 1991—con Turigliatto per creare Sinistra Critica, dopo che il precedente partito era stato completamente screditato.

Gli articoli di Cannavò rivelano una vasta gamma di opportunismo politico. Lo spontaneismo è glorificato; la classe operaia internazionale è inesistente. Ciò che esiste per questo veterano operatore politico è il presente quadro politico borghese e la possibilità di navigarlo attraverso perverse alleanze con i partiti della cosiddetta “sinistra” e di centro-sinistra.

In un recente articolo dal titolo “Elezioni comunali: la sconfitta di Berlusconi” celebra la “sconfitta per la destra” e gli avanzamenti del centro-sinistra, che caratterizza non come il nemico dei lavoratori ma come “un’alternativa alla destra” che “ha riacquisito un po’ di credibilità”.

Cannavò sta spianando la strada per una nuova coalizione con le stesse forze borghesi con le quali si alleò nel governo 2006. È disposto ad andare fino alla destra come tutti gli altri suoi colleghi di “sinistra”. Nel caso del Partito Democratico, uno dei discendenti del PCI, ciò include la possibilità di alleanze con il neo-fascista Gianfranco Fini (vedi: “Governo in crisi in Italia: il segretario dei democratici sostiene il post-fascista Fini“).

Un’altra figura di spicco di Sinistra Critica, Luigi Malabarba, merita altrettanta attenzione. Malabarba è un operaio all’Alfa Romeo. Ha una lunga storia come sindacalita dei metalmeccanici FIOM-CGIL, così come dei SinCobas (ora USB, una organizzazione sindacale nazionalista). Come Turigliatto e Cannavò, lo sviluppo politico di Malabarba è stato plasmato dal pablismo e dal suo principale esponente, l’arci-opportunista Livio Maitan.

Senatore sia durante i governi Berlusconi II e III (2001-06), così come parte del governo Prodi II, fino ad ottobre 2006, Malabarba è stato membro del Comitato Parlamentare di Controllo sui Servizi Segreti (ora COPASIR).

L’ex-stalinista ed ex primo ministro Massimo D’Alema ha perfettamente caratterizzato questa istituzione quando ha preso il posto di presidente del Comitato nel 2010: “Intendo lavorare nello spirito che ha fin qui guidato il Comitato: collaborazione istituzionale e senso dello Stato”. Il ruolo di questa istituzione è esattamente quello di coprire i crimini dello stato italiano.

Questo elemento della ex-sinistra rimane fedele alla sua eredità di collaborazione di classe e di difesa degli interessi nazionali sostenendo appieno lo stato capitalista e i sindacati. Il suo ruolo nella situazione attuale in Italia è quello di incoraggiare fallimentari scioperi giornalieri e sterili politiche di protesta, assicurando quindi sconfitte dopo sconfitte.

La lotta contro i tagli e le misure di austerità inizia proprio con una ferma rottura e lotta contro i sindacati e i partiti di ex-sinistra come Sinistra Critica, il cui unico scopo è quello di garantire la subordinazione dei lavoratori alle imposizioni delle grandi imprese e i crescenti attacchi da parte dello Stato.

FONTE: Word Socialist Web Site

Il ruolo del Consiglio di sicurezza dell’ONU nello scatenare una guerra illegale contro la Libia

Alla conferenza stampa del 4 aprile, che ha segnato l’inizio della presidenza colombiana al Consiglio di sicurezza, uno dei giornalisti  ha posto a Nestor Osorio, ambasciatore colombiano presso le Nazioni Unite, quella che,  all’ apparenza, sembrerebbe una domanda insolita. Il giornalista chiese (1):

“A seguito della risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1973 [che autorizza l'azione militare contro la Libia, ndr] dobbiamo aspettarci un atteggiamento più aggressivo e propositivo da parte del Consiglio di Sicurezza nel sostenere gruppi ribelli?”

Il giornalista fece diversi esempi di gruppi ribelli, come l’IRA nel Regno Unito, l’ETA in Spagna e forse i ribelli della Corsica in Francia. Un altro giornalista ha aggiunto l’esempio delle FARC in Colombia.

La domanda sollevava il fatto che, con la Risoluzione 1973, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU si schierava a sostegno di una insurrezione armata che stava combattendo contro il governo di una nazione membro dell’ONU.

L’ambasciatore colombiano rispose che la Risoluzione 1973 non era stata adottata per sostenere i ribelli in Libia, ma un gruppo ribelle nato  da civili che era in seguito diventato il cuore della ribellione armata. La ragione per cui il Consiglio di Sicurezza affrontava la questione libica, ha detto, era perché un membro del Consiglio di Sicurezza, il Libano, aveva portato il problema all’ attenzione del Consiglio, aggiungendo che la Lega Araba aveva chiesto azioni concrete da parte del Consiglio di Sicurezza sulla Libia.

Si tratta quindi, come ha proposto l’ ambasciatore Osorio , che la questione della Libia è stata affrontata dal Consiglio di sicurezza perché il Libano, un membro del Consiglio di Sicurezza, ha portato la questione all’attenzione degli altri membri? Si tratta quindi che il Consiglio di sicurezza stava semplicemente rinviando alla competenza della Lega araba, la quale è stata presentata dall’ambasciatore colombiano come l’organizzazione regionale pertinente riguardo alla Libia?

Le considerazioni dell’ambasciatore colombiano sollevano il problema di come il Consiglio di Sicurezza abbia assunto la decisione di approvare la risoluzione 1970 contro la Libia, la prima delle due risoluzioni sul tema. Era come ha affermato l’ambasciatore colombiano a causa di una raccomandazione del gruppo regionale competente, o c’è stato un processo più complesso? Inoltre, significativamente in questa situazione, vi erano in realtà due raccomandazioni contrastanti al Consiglio di Sicurezza, provenienti una dalla Lega araba, che non è un gruppo geografico regionale, ma organizzato su altre basi, e l’altra dal gruppo geografico regionale di cui la Libia fa parte, ovvero l’Unione Africana.

Quali sono stati i fattori che hanno influenzato le decisioni del Consiglio di Sicurezza prima di passare la risoluzione 1970  che autorizzava severe sanzioni, tra cui il rinvio di funzionari libici alla Corte penale internazionale (CPI) e poi, successivamente, la Risoluzione 1973, che ha autorizzato una no-fly zone e altre azioni militari? Alla fine tali decisioni hanno posto le basi per l’alleanza militare della NATO ad unirsi con l’insurrezione armata che combatte contro il governo della Libia.

Sebbene sia difficile determinare le ragioni di fondo specifiche  per l’azione del Consiglio di Sicurezza, il presente articolo intende dimostrare che la spiegazione fornita ai giornalisti durante la conferenza stampa dell’ambasciatore colombiano è molto diversa dalla reale sequenza degli eventi che si sono verificati al Consiglio di Sicurezza riguardo la  Libia. Avendo omesso di tener conto della sequenza reale degli eventi che si sono verificati, la risposta dell’ambasciatore colombiano ha lasciato irrisolta la domanda critica. Come era giunto il Consiglio di Sicurezza ad autorizzare un’azione militare contro un paese membro delle Nazioni Unite, a sostegno di una insurrezione armata contro il governo di quella nazione? Un tale modo di agire è chiaramente contrario alle disposizioni della Carta delle Nazioni Unite di non intervenire negli affari interni di una nazione membro dell’ONU (articolo 2, punto 7).

Come la questione libica è stato portata al Consiglio di Sicurezza

Ripensando alla sequenza di eventi che hanno fatto si che la questione libica giungesse al Consiglio di Sicurezza, viene da fare una osservazione importante. Non è stato un membro del Consiglio di sicurezza nazionale che ha iniziato questo processo. Né è stata la Lega araba. Piuttosto si trattava di un gruppo che si potrebbe sostenere non aver alcun fondamento legittimo per parlare alle Nazioni Unite, in particolare al Consiglio di Sicurezza.

Questo gruppo era quello di Ibrahim Dabbashi, ex Chargé d’Affaires presso le Nazioni Unite per la Libia. Dabbashi aveva tenuto azioni insolite, prima annunciando alla stampa la propria defezione dal rappresentare il governo della Libia presso le Nazioni Unite e poi chiedendo una riunione di emergenza del Consiglio di Sicurezza sulla situazione in Libia. La sua richiesta al Consiglio di sicurezza ha fatto partire un processo il quale, in meno di una settimana, ha portato nel far passare rigorose sanzioni contro la Libia e il rinvio dei suoi funzionari alla CPI, azioni che sono incluse nella risoluzione 1970. Tale Risoluzione ha quindi impostato le basi per la risoluzione 1973, passata tre settimane dopo,la quale ha autorizzato l’azione militare contro la Libia.

Il 21 febbraio è una data importante in questa serie di eventi.  E’ infatti il 21 febbraio che Dabbashi ha annunciato la sua defezione. Sebbene l’ adeguato corso di un funzionario governativo che lascia la rappresentanza di un paese sarebbe stato quello di dimettersi dalla sua posizione ufficiale come ambasciatore delegato della Libia presso le Nazioni Unite, questo non è quello che è successo.

Sempre il 21 febbraio si è verificato un altro importante evento, anche se non presso le Nazioni Unite. Un altro funzionario libico, Nuri al Mesmari, ha ufficialmente annunciato la defezione dal suo incarico del governo libico. Vivendo in Francia sotto la protezione del governo francese, ha rilasciato un’intervista al quotidiano francese Liberation.

Ciò che è significativo riguardo l’azione di Mesmari è che la sua defezione pone quella di Dabbashi in un contesto più ampio. Un articolo del quotidiano italiano Libero, articolo che non è stato confutato o negato, fornisce questo contesto.(2) Mesmari ha lasciato la Libia nell’ ottobre 2010 per Parigi,quattro mesi prima della presunta repressione delle dimostrazioni citate come uno dei pretesti per l’aggressione della Nato contro la Libia. Mesmari era stato un importante funzionario libico con profonde conoscenze e in contatto con i funzionari dei servizi stranieri della Libia e ampie conoscenze dei contatti della Libia con i funzionari governativi di altri paesi.

Libero ha riferito che dopo che Mesmari si è recato a Parigi nell’ottobre 2010, egli era in contatto non solo con funzionari stranieri dell’intelligence francese, ma anche con elementi dell’opposizione libica. Le sue azioni aiutano a far luce sugli eventi accaduti in Libia nel febbraio 2011. Conoscendo alcune delle attività di cui Mesmari fece parte  tra l’ ottobre 2010 e il febbraio 2011, diversi commentatori propongono che Mesmari, insieme ad altri attivisti dell’opposizione e funzionari della intelligence francese, ha contribuito a fomentare la rivolta di Bengasi che ha avuto luogo nel febbraio 2011 (3).

A differenza delle non violente proteste egiziane, la rivolta di Bengasi è divenuta ben presto una rivolta armata contro il governo della Libia. I media occidentali hanno tenuto conto di questa ribellione e i mezzi di informazione arabi, come Al Jazeera, hanno riferito una serie di accuse non verificate giunte da persone coinvolte nella stessa ribellione,presentando poche o nessuna prova per verificare la correttezza di questi rapporti. In questo momento, non ci sono prove per “l’uso di mercenari” o del “bombardamento del suo popolo.” (4)

A Mesmari fu concessa la protezione dal governo francese. Nella sua intervista del 21 febbraio al francese Liberation, ha accusato il governo libico di genocidio, pur non fornendo alcuna prova a sostegno della sua affermazione.

Analogamente anche Dabbashi, quando ha tenuto una conferenza stampa presso la Missione Libica alle Nazioni Unite il 21 febbraio, ha affermato che il governo libico si è reso colpevole di genocidio. Neanche lui ha offerto alcuna prova per le sue accuse. Ha chiesto il rovesciamento dello stato libico guidato da Muammar Gheddafi. Allo stesso modo, l’avvocato della missione libica ha parlato ai giornalisti durante la conferenza stampa del 21 febbraio. Egli ha indicato ai giornalisti che proveniva da Bengasi. Anche lui ha chiesto il rovesciamento di Gheddafi,  da molto tempo a capo dello stato libico (una posizione denominata ’Guida’).

Il seguente è il contenuto della lettera che Dabbashi, come defezionario dal governo ufficiale della Libia, ha inviato al Consiglio di Sicurezza. La lettera è datata 21 febbraio 2011 (5):

“In conformità con la regola 3 del regolamento interno provvisorio del Consiglio di sicurezza, mi pregio di di chiedere una riunione urgente del Consiglio, per discutere la grave situazione in Libia e intraprendere le azioni appropriate.”

La lettera è elencata come un documento ufficiale del Consiglio di sicurezza, contrassegnato con simbolo di identificazione S/2011/102, datato 22 febbraio 2011.

Vale la pena notare che la regola 3 del regolamento provvisorio di Procedura del Consiglio di Sicurezza prevede che sia un paese membro delle Nazioni Unite a richiedere un incontro. (6) Ai sensi della regola3, Dabbashi, in qualità di ex vice ambasciatore della Libia, non era autorizzato a prendere parte a tutte le procedure del Consiglio di Sicurezza, soprattutto a non chiedere una riunione del Consiglio di Sicurezza per adottare misure punitive contro il governo che non rappresentava più e che stava cercando di rovesciare.

Lunedi 21 febbraio era un giorno di vacanza ufficiale alle Nazioni Unite (ricorreva il Presidents’ Day negli Stati Uniti) e la sede delle Nazioni Unite non era aperta. Martedi 22 febbraio, giorno lavorativo successivo presso le Nazioni Unite, il Consiglio di Sicurezza ha tenuto una riunione a porte chiuse sulla situazione in Libia, denominata ”Pace e sicurezza in Africa - Libia”. (7) Nella riunione il Consiglio di sicurezza ha ascoltato una relazione sugli sviluppi in Libia da Lynn Pascoe,  sottosegretario generale per gli affari politici presso le Nazioni Unite. Oltre ai 15 del Consiglio di Sicurezza, erano presenti alla riunione 74 membri di altre nazioni appartenenti alle Nazioni Unite senza diritto di voto. In tale veste era presente anche Dabbashi.

L’ambasciatore libico alle Nazioni Unite, Abdel Rahman Shalghamha, ha partecipato alla  riunione del Consiglio di Sicurezza del 22 febbraio, insieme con Dabbashi. Nei commenti informali dopo l’incontro, Shalgham ha indicato di essere stato in contatto con un parente a Tripoli e  ha riferito  che le presunte atrocità che i media stavano sostenendo fossero successe a Tripoli non erano affatto vere. Analogamente, parlando alla stampa, ha indicato che era stato in contatto con funzionari del governo di Tripoli i quali hanno fatto sapere di contestare le affermazioni delle atrocità in corso a Tripoli e di aver pianificato di invitare i giornalisti di Al Arabiya e della CNN per verificare di persona che tali accuse erano inesatte (8).

Dopo aver fatto la sua presentazione al Consiglio di Sicurezza,il sottosegretario generale per gli affari politici, Lynn Pascoe ha parlato alla stampa . Gli venne chiesto se avesse le prove delle atrocità a Tripoli e rispose che le persone delle Nazioni Unite sul terreno non disponevano di alcuna prova diretta.(9)

Descrivendo la riunione del 22 febbraio  del Consiglio di Sicurezza, l’agenzia Reuters disse che la maggior parte della delegazione libica aveva defezionato. La Reuters ha riferito che il Consiglio di Sicurezza si è incontrato su richiesta di Dabbashi, il quale “non stava più lavorando per il governo libico”. Sembrerebbe essere una grave violazione del protocollo delle Nazioni Unite per un funzionario che aveva lasciato il proprio incarico poter richiedere un incontro del Consiglio di sicurezza e di avere la concessione del Consiglio per l’incontro e il permesso a partecipare a tale riunione. Allo stesso modo, permettere al diplomatico che non rappresentava più il governo libico di fare asserzioni non verificate in occasione della riunione contro il governo di un paese membro delle Nazioni Unite non fa altro che far aumentare la grave violazione della Carta delle Nazioni Unite rappresentata da questo abuso delle procedure delle Nazioni Unite.

Ecco quello che ha riportato la Reuters:

“NAZIONI UNITE | Mar Feb 22, 2011 16:42 GMT (Reuters) – Il dibattito di martedi del Consiglio di sicurezza dell’ONU tenutosi a porte chiuse  sulla crisi in Libia, con emissari occidentali e la stessa delegazione separatista della Libia sta chiamando per l’azione dei 15.

Il Consiglio si è riunito su richiesta del vice ambasciatore libico Ibrahim Dabbashi, che insieme con la maggior parte dell’ altro personale in missione Onu in Libia ha annunciato lunedi di non lavorare  più per il leader Muammar Gheddafi e di rappresentare la gente del paese.Hanno convocato tale incontro  per rovesciare Gheddafi..”

Tenendo in considerazione le attività di Mesmari con i funzionari dell’intelligence francese e con gli esponenti dell’opposizione libica, vi sono i presupposti per pensare che ci sono forze potenti che agiscono dietro le quinte presso le Nazioni Unite, sostenendo le attività di Dabbashi  e favorendo il Consiglio di Sicurezza a consentire questo tipo di abuso delle proprie procedure.

Falsi Articoli dei Media sulla Libia

Tra i resoconti dei media all’epoca vi erano le affermazioni non verificate sul fatto che gli aerei del governo libico stessero sparando contro i civili a Tripoli e che vi erano stati parecchi morti in varie parti della Libia. Inoltre ci sono state segnalazioni riguardo alla fuga di Gheddafi  in Venezuela. Gheddafi e il governo libico hanno contestato questi rapporti, con un video che dimostrava che Gheddafi era in Libia.  Questo video, visto in tutto il mondo, dimostrava l’inesattezza delle false accuse che sono state fatte riguardo la Libia. Inoltre, i media libici hanno contestato il fatto che a Tripoli si sparasse dagli aerei contro i civili.  Più tardi i media russi fornirono i resoconti della sorveglianza russa sulle attività degli aerei libici, dimostrando che non c’era alcun aereo del Governo che stesse facendo fuoco (11).

Pur avendo defezionato, Dabbashi ha continuato ad avere accesso non solo ai processi del Consiglio di sicurezza, ma anche agli appostamenti stampa ufficiali delle Nazioni Unite per parlare con i giornalisti, come se ufficialmente fosse il rappresentante di una nazione membro dell’ONU. Da qui Dabbashi ha attaccato il governo libico, accusandolo di genocidio, senza offrire alcuna prova per le sue affermazioni ed ha anche continuato a chiedere il rovesciamento del governo della Libia.

Poi, venerdì 25 febbraio, l’ambasciatore libico presso le Nazioni Unite, Abdel Rahman Shalgham ha annunciato la sua defezione e ha denunciato il governo libico durante una riunione del Consiglio di Sicurezza.

Il presidente del Consiglio di Sicurezza ha invitato l’ ex ambasciatore  a prendere parte alla riunione ai sensi dell’articolo 37 del regolamento provvisorio di procedura del Consiglio di sicurezza. L’ articolo 37 specifica che è un paese membro che può essere invitato a partecipare. Un ambasciatore o diplomatico che non rappresenta più alcun paese non ha alcuna base per partecipare ad una riunione diel Consiglio di Sicurezza dell’ONU. La regola prevede (12):

“Articolo 37 - Ogni Membro delle Nazioni Unite che non sia un membro del Consiglio di Sicurezza può essere invitato, a seguito di una decisione del Consiglio di Sicurezza, a partecipare, senza diritto di voto, alla discussione di qualsiasi questione sottoposta al Consiglio di Sicurezza quando il Consiglio di Sicurezza ritiene che gli interessi di tale membro siano particolarmente coinvolti, o quando un membro porta una questione all’attenzione del Consiglio di Sicurezza in conformità dell’articolo 35 (1) della Carta ”.

Un ambasciatore che lascia il proprio incarico, mediante tale atto, sta cessando di rappresentare la nazione membro dell’ONU. Secondo le regole del protocollo (2005), online sul sito delle Nazioni Unite, una volta che un ambasciatore cessa di rappresentare il suo paese membro, ci si aspetterebbe che presenti le proprie dimissioni al Segretario Generale. Quindi non è appropriato che venga invitato a partecipare ad un incontro del Consiglio di Sicurezza ai sensi dell’articolo 37 del Regolamento provvisorio di procedura del Consiglio di Sicurezza. Questa regola si applica per un rappresentante ufficiale di una nazione membro dell’ONU, non a qualcuno che afferma  di non rappresentare più quella nazione. Quella che segue è la sezione rilevante delle regole del protocollo (13).

“Sezione X - Rappresentante Permanente

Prima di rinunciare al proprio impiego, un Rappresentante / Osservatore Permanente  dovrebbe informare il Segretario generale per iscritto e, allo stesso tempo, comunicare il nome del membro della missione che agirà come Chargé d’Affaires  in attesa dell’arrivo del nuovo Rappresentante / Osservatore Permanente  .E ‘di particolare importanza notare che un Chargé d’Affaires    non può nominare se stesso e può tenere questa funzione solo dopo essere stato nominato dal Rappresentante / Osservatore Permanente  o dal Ministero degli Affari esteri dello Stato interessato “.

Sembrerebbe  essere al di fuori della procedura prevista dal Regolamento del Consiglio di Sicurezza per un ambasciatore che ha comunicato la propria defezione prendere parte ad una riunione del Consiglio di sicurezza in qualità di rappresentante del governo che egli stesso afferma di non rappresentare più.

Nel corso della riunione del Consiglio di Sicurezza il 25 febbraio, il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon ha parlato circa la situazione della Costa d’Avorio e della Libia. Nelle sue osservazioni sulla Libia, il Segretario Generale ha affermato che basava i suoi rapporti sui resoconti della ” stampa, dei gruppi per i diritti umani e dei civili sul posto.” Ha riconosciuto che non vi era alcuna prova conclusiva per le sue accuse, ma ha respinto questa mancanza di informazioni verificabili dicendo che l’ azione dovrebbe essere assunta insieme ai tentativi per ottenere informazioni più affidabili. Questa azione è in contrasto con altre situazioni in cui il Segretario Generale ha riconosciuto la necessità di un gruppo imparziale di  ricerca e ha nominato tale gruppo per ottenere le informazioni necessarie per determinare quale linea di azione intraprendere per promuovere una soluzione pacifica della situazione.

Dopo che il Segretario generale ha presentato le sue asserzioni non verificate, l’ ex ambasciatore libico è stato invitato a parlare. Dal 25 febbraio anche Shalgham aveva annunciato la propria defezione. (Si potrebbe immaginare che la pressione per la sua defezione potrebbe essere stata la paura dei ricorsi alla Corte penale internazionale dei funzionari libici in programma da parte di alcuni membri del Consiglio di sicurezza.)

Contrariamente ad una precedente promessa  ai giornalisti che se non avesse più sostenuto il governo libico si sarebbe dimesso, Shalgham non ha formalmente presentato  le dimissioni. Invece, ha continuato a usare i processi del Consiglio di Sicurezza per incoraggiare  quest’ ultimo ad imporre sanzioni e rinviare alla Corte Penale il governo della Libia.

Nel suo intervento alla riunione del Consiglio di Sicurezza di venerdì 25 febbraio, Shalgham ha fatto una virulenta denuncia del governo libico, con analogie a Hitler. Shalgham ha ignorato i resoconti contrastanti di quanto stava accadendo a Bengasi, dipingendo invece l’ immagine di pacifiche dimostrazione di civili ingiustamente sottoposti ad un massacro (14). Shalgham non ha presentato alcuna prova a corredo delle sue accuse né gli venne chiesto di presentarle. Al contrario, è stato consolato dal Segretario Generale e dai membri del Consiglio di sicurezza, con alcuni di essi che lo confortavano.

Il giorno seguente, sabato 26 febbraio, si è tenuta presso il Consiglio di Sicurezza una riunione d’emergenza .Mentre il Consiglio di Sicurezza stava discutendo una risoluzione sulla Libia, Shalgham si dice abbia inviato una lettera al Consiglio di Sicurezza per influenzare il voto dei suoi membri.

Un giornalista ha offerto quanto segue come il contenuto della lettera che Shalgham ha inviato al Consiglio di sicurezza (15):

“Con riferimento al Progetto di Risoluzione sulla Libia davanti Consiglio di sicurezza, ho l’onore di confermare che la delegazione libica presso le Nazioni Unite sostiene le misure proposte nel Progetto di Risoluzione per chiedere conto dei responsabili per gli attacchi armati contro i civili libici , attraverso anche [sic] la Corte Penale Internazionale. ”

Secondo i giornalisti che erano in attesa al di fuori della riunione di sabato 26 febbraio, alcuni membri del Consiglio di Sicurezza hanno indicato che il loro scopo era quello di indurre maggiori defezioni di funzionari libici, includendo anche i ricorsi alla Corte penale internazionale (CPI) nella risoluzione del Consiglio di sicurezza . Questo significa usare la Corte Penale Internazionale come uno strumento politico piuttosto che come un mezzo per punire i crimini reali.

La Libia non è un membro del Trattato di creazione della Corte penale internazionale. Anche se la Carta delle Nazioni Unite prevede che il Consiglio di Sicurezza per la creazione di tribunali non ha disposizione per forzare una nazione non membro di una Organizzazione del Trattato di creazione di un tribunale ad essere soggetta alla sua giurisdizione, i membri del consiglio citano una clausola del trattato della Corte Penale Internazionale. Ma una disposizione del Trattato della CPI non può essere sostituita da qualche disposizione della Carta delle Nazioni Unite. Nessuna disposizione della Carta delle Nazioni Unite è stata citata a fornire l’autorità per i rinvii dei membri del Consiglio di Sicurezza che non sono sotto la giurisdizione della Corte penale internazionale.

Alla fine della giornata di sabato 26 febbraio, il Consiglio di Sicurezza ha approvato la Risoluzione 1970, imponendo sanzioni contro la Libia e indirizzando Gheddafi e molti altri verso la CPI. Nessuna prova di alcun illecito è stata presentata e nessun riferimento è stato fatto per eventuali indagini sulle accuse.

Quando l’ambasciatore francese Gérard Araud ha spiegato il perché del suo voto a favore per la risoluzione 1970, ha rinviato alla “commovente dichiarazione ” di Shalgham in occasione della riunione di Venerdì, dicendo (16):

“Ieri il Rappresentante Permanente della Libia (sic) ha fatto a questo Consiglio un commovente appello per l’assistenza. La Francia accoglie con favore il fatto che oggi il Consiglio ha, all’unanimità e con forza, risposto a tale appello ”.

L’ambasciatore indiano, nello spiegare il suo voto a favore della risoluzione  1970 del Consiglio di Sicurezza,ha fatto sapere che lui non era propenso a sostenere il deferimento alla Corte penale internazionale, ma  ha risposto alla lettera inviata al Consiglio di Sicurezza da Shalgham che sollecitava il Consiglio a farlo. L’ambasciatore indiano ha dichiarato:

“Avremmo preferito un approccio graduale e calibrato. Tuttavia, notiamo che alcuni membri del Consiglio, compresi i nostri colleghi dell’ Africa e del Medio Oriente, credono che il deferimento alla Corte avrebbe l’effetto di una cessazione immediata delle violenze e il ripristino di calma e stabilità. La lettera del Rappresentante Permanente della Libia (sic) del 26 febbraio indirizzata a lei, Signora Presidente, ha sollecitato il rinvio e rafforzato questa visione. Siamo quindi andati di pari passi con il consenso del Consiglio. “

Analogamente spiega l’ambasciatore nigeriano:

“Abbiamo preso in considerazione la lettera datata oggi dal Rappresentante Permanente della Libia (sic) che sostiene le misure che abbiamo proposto”.

Anche l’ambasciatore brasiliano fa riferimento all’ appello dell’ambasciatore – disertore nello spiegare il suo voto per la Risoluzione 1970 del Consiglio:

“Nelle nostre discussioni di oggi, il Brasile ha tenuto debitamente conto delle opinioni espresse dalla Lega degli Stati arabi e dall’Unione africana, così come le richieste formulate dalla Rappresentanza permanente della Libia presso le Nazioni Unite.” (17)

Nel corso della riunione, Dabbashi ottenne la parola per parlare a nome della Libia.

Dabbashi ha denunciato Gheddafi e ha ringraziato i membri del Consiglio di Sicurezza per l’esaudimento della sua richiesta di misure severe contro la Libia e verso i membri del suo governo.

Il segretario generale, come ultimo oratore del Consiglio di Sicurezza, ha parlato di come ha accolto le sanzioni e di vedere queste come un mezzo per una nuova governance in Libia. Ha detto:

“Le sanzioni che il Consiglio ha imposto sono un passo necessario per accelerare la transizione verso un nuovo sistema di governance che disporrà del consenso e della partecipazione del popolo.”

Questa sequenza di eventi non può che essere visto come una violazione degli obblighi del Consiglio di Sicurezza ai sensi della Carta delle Nazioni Unite. 

Le disposizioni delle regole usate dal Consiglio di sicurezza  per invitare un  ex funzionario del governo libico agli incontri del Consiglio erano previste per i i discorsi dei funzionari di rappresentanza del governo della Libia. Il funzionario che aveva rinunciato al proprio incarico di rappresentanza del governo libico ora era un ex funzionario del governo e come tale non aveva l’autorità di parlare per il governo della Libia,cosi come non disponeva di alcun altra autorità per comparire alle riunioni del Consiglio di Sicurezza come funzionario della Libia (18).

Le azioni di tali funzionari non sono state le azioni di un governo membro. E’ restato senza risposta sia il processo di come avevano defezionato e sia attraverso quali accordi con Stati Uniti e altri enti governativi occidentali  avevano acquisito la capacità di rimanere negli Stati Uniti e di partecipare alle procedure del Consiglio. Il Consiglio di Sicurezza stava fornendo sostegno e aiuto ai membri di un gruppo che tenta di effettuare un colpo di stato contro il governo della Libia. Tale azione è in contrasto con gli obblighi della Carta delle Nazioni Unite che richiede il non intervento negli affari interni dei paesi membri.

Il Consiglio di Sicurezza ha sostenuto questi disertori che agiscono per rovesciare il governo della Libia. Inoltre ha omesso di fare qualsiasi sforzo per avviare un’indagine indipendente di quanto stava accadendo in Libia. A parte il supporto parziale dei media occidentali o del Qatar (le relazioni di Aljazeera hanno rappresentato solamente il punto di vista dell’opposizione libica), il Consiglio di Sicurezza non ha cercato altre fonti di informazione. Al personale delle Nazioni Unite in Libia non è stato chiesto di indagare sulle accuse.

Nessun legittimo funzionario del governo libico fu invitato a partecipare ai lavori del Consiglio di Sicurezza. Quando il governo libico ha cercato di nominare legittimi funzionari del governo per sostituire la delegazione disertore, il governo americano non avrebbe approvato le richieste di visto per i delegati in sostituzione, in violazione degli obblighi da Paese ospitante degli Stati Uniti. In questo modo, gli Stati Uniti hanno impedito al governo libico di essere in grado di presentare la propria tesi davanti al Consiglio di Sicurezza.

Dal 3 marzo 2011, il portavoce del Segretario Generale ha riconosciuto che il Segretario Generale ha ricevuto comunicazione da parte del governo libico di ritirare le credenziali di Dabbashi eShalgham. (19) Eppure, per un periodo di tempo, essi avevano continuato a parlare con i giornalisti e le loro dichiarazioni alla stampa  sono state trattate come dichiarazioni ufficiali del governo libico disponibili presso il sito web del Consiglio di Sicurezza.

Alla fine,  il permesso ai due diplomatici è stato convertito da pass diplomatico a pass di cortesia concesso a discrezione della segreteria in modo da poter continuare ad avere accesso alle Nazioni Unite, ma su una base più ristretta rispetto alle accesso di un funzionario diplomatico.

Quando alcuni giornalisti hanno messo in discussione i motivi per cui questi ormai ex diplomatici hanno continuato ad avere accesso alle procedure  ufficiali delle Nazioni Unite e del Consiglio di sicurezza, quali la richiesta di una riunione del Consiglio di sicurezza, il portavoce del segretario generale ha detto che colui che ha presentato le credenziali al Segretario Generale era il rappresentante di una nazione (20):

In disaccordo con la risposta del portavoce, un giornalista ha sottolineato che la ”Richiesta di una riunione del Consiglio di sicurezza è normalmente richiesta da parte degli Stati membri, non dagli ambasciatori. Quest’ultimi chiedono per un incontro del Consiglio sulla base di una lettera del ministero degli Esteri e, in questo caso, probabilmente non vi è nessuna lettera proveniente dal Ministero degli Esteri della Libia. Quindi su quale base giuridica è avvenuta la riunione del Consiglio di Sicurezza? “ha chiesto il giornalista.

Invece di riconoscere la correttezza della spiegazione, ovvero che  sono  i paesi membri che sono rappresentati nel Consiglio di sicurezza e non un ambasciatore (addirittura in questo caso un ex ambasciatore)  a poter richiedere una riunione, il portavoce del Segretario generale ha risposto: “Penso che sai cosa sto per dire … chiedi al Consiglio di Sicurezza. Domanda successiva. ”

Parte IV - 

Mentre i diplomatici libici che avevano annunciato la propria defezione sono stati sostenuti e protetti per avere un accesso costante ai servizi delle Nazioni Unite, l’opposto è avvenuto per il governo libico.

Un buon esempio di tale divergenza dagli obblighi del protocollo è dimostrato da due documenti. Il primo è la risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1970 (S/RES/1970 (2011).

Il documento afferma nella sua dichiarazione di apertura (21):

“Prendendo atto della lettera al Presidente del Consiglio di Sicurezza dal rappresentante Permanente della Libia del 26febbraio 2011.” (S/Res/1970 (2011), p. 1)

Il problema di riconoscere questa lettera nel corpo della risoluzione 1970 è che il 25 febbraio, l’ex ambasciatore libico presso le Nazioni Unite, Abdel Rahman Shalgham ha informato il Consiglio di Sicurezza che aveva defezionato.

Dal 26 febbraio non ha più rappresentato il governo libico. Di conseguenza non vi era alcuna base per il Consiglio di Sicurezza di fare riferimento ad una sua lettera , come una lettera del Rappresentante Permanente della Giamahiria araba libica

Il Consiglio di sicurezza avrebbe dovuto trovare il modo di avere notizie da un membro del governo della Libia, piuttosto che la sostituzione di un ambasciatore disertore e la sua delegazione per la delegazione ufficiale della Libia.

Nonostante gli innumerevoli sforzi del governo della Libia di nominare un nuovo ambasciatore per sostituire l’ambasciatore disertore e i membri del suo staff che avevano defezionato, né l’Onu né gli Stati Uniti, il paese che ospita le Nazioni Unite, hanno agito in accordo con i loro obblighi per rendere questo possibile.

Una lettera del governo libico del 17 marzo è stato inviata al Presidente del Consiglio di Sicurezza. Sembra che questa lettera non sia stato resa un documento ufficiale del Consiglio di Sicurezza. Ma questa lettera forniva la spiegazione del governo libico su quanto stava accadendo. Ai sensi dell’articolo 32 della Carta delle Nazioni Unite, il Consiglio di Sicurezza ha l’obbligo di ascoltare i paesi membri. La parte più importante dell’ articolo 32 afferma:.”Ogni membro delle Nazioni Unite che non sia un membro del Consiglio di Sicurezza … qualora sia parte in una controversia in esame avanti al Consiglio di Sicurezza, sarà invitato a partecipare, senza diritto di voto, alla discussione relativa alla controversia. . ”(22)

Questo si verifica anche anche per uno stato che non sia Membro delle Nazioni Unite.

Il quadro che il governo libico ha presentato nella comunicazione al Consiglio di Sicurezza è quella in cui c’è un confronto tra ribelli armati e Autorità dello Stato (23).

Questa è una descrizione diversa della situazione che qualsiasi altro dei membri del Consiglio di Sicurezza ha pubblicamente considerato il 26 febbraio quando il Consiglio di Sicurezza ha approvato la Risoluzione 1970 o il 17 marzo quando passò la risoluzione 1973 (24).

Nella lettera del 17 marzo, la Libia spiega che ciò che sta accadendo è un confronto tra gruppi terroristici e le autorità dello Stato. Essa cita la Legge Libica n. 38 del 1974, articolo 1, quale base per le forze armate della Libia a “mantenere la sicurezza, se la sicurezza generale della ’Repubblica’ o parte di essa lo richiede.” La lettera spiega che “i campi militari libici che sono stati attaccati non hanno intrapreso alcuna azione violenta contro gli aggressori armati fino a che questi ultimi non hanno brandito le loro armi. ”Questo è conforme al diritto libico, rileva la nota.

La lettera spiega che “L’articolo 2 della stessa legge prevede che l’ ordine di far fuoco può essere dato nelle seguenti circostanze:

“(A) Se un qualsiasi membro delle forze viene attaccato.

(B) Se i ribelli si rifiutano di ristabilire l’ordine, dopo essere stati avvisati e avere avuto la possibilità di farlo.

(C) Se i ribelli effettuare un attacco armato contro persone o proprietà “.

La lettera del governo libico descrive come il governo stia adempiendo al suo compito di proteggere i  residenti libici e i cittadini attraverso il confronto con i ribelli armati.

La lettera dice anche che la risoluzione 1970 e la bozza della risoluzione 1973, la risoluzione presa in considerazione per l’adozione il 17 marzo, e successivamente adottata, ”supera il mandato” del Consiglio di Sicurezza.poichè, sempre secondo tale lettera,  ”quello in questione non è un conflitto tra due Stati, come previsto dall’articolo 24 della Carta delle Nazioni Unite.” Il Consiglio non ha quindi alcun potere in questi casi per adottare risoluzioni. La Carta, spiega la lettera, “prevede che gli Stati devono astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale di uno Stato”.

Il Consiglio di Sicurezza non ha fatto menzione della lettera quando ha approvato la Risoluzione1973, la sera del 17 marzo. Solo un articolo di AP ha menzionato il fatto che ci fosse una lettera e alcuni dei suoi contenuti (25).

Dopo l’ incontro del 17 marzo  del Consiglio di sicurezza gli USA e gli altri della NATO cominciarono a bombardare la Libia.

Una lettera datata 19 marzo del governo libico è stata posta tra i documenti del Consiglio di Sicurezza. Nella lettera il ministro degli Esteri si riferisce alle precedenti lettere che egli ha inviato al Consiglio di sicurezza che non si trovano nei registri del Consiglio. Nella lettera del 19 marzo, egli scrive (26):

“Nella mia precedente lettera indirizzata a voi, ho sottolineato che una cospirazione esterna si sta indirizzando contro la Jamahiriya e la sua unità e integrità territoriale. Ho fatto notare che il Consiglio di Sicurezza era stato elaborato in attuazione della presente cospirazione per l’ adozione della risoluzione 1970 (2011) e 1973 (2011) sotto le quali è stato imposto un divieto su tutti gli aerei nello spazio aereo della Grande Giamahiria Araba Libica. Con questa decisione, ” ha spiegato la lettera :” il Consiglio di sicurezza ha spianato la strada per l’aggressione militare contro il territorio libico. La Francia e gli Stati Uniti hanno bombardato diversi siti civili, violando tutte le norme e gli strumenti internazionali, in particolare la Carta delle Nazioni Unite,che prevede il non-intervento negli affari degli stati membri ”.

La Libia ha chiesto al Consiglio di Sicurezza di tenere una riunione di emergenza ”per fermare questa aggressione, il cui scopo non è quello di proteggere i civili, come preteso, ma piuttosto di colpire siti civili, strutture economiche e siti appartenenti all’ Armed Peoples on Duty. ”Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha discusso questa richiesta in una riunione di lunedi 21 marzo e ha deciso di non accogliere la richiesta del governo libico.

A partire dal 21 febbraio il governo libico è stato privato della possibilità di avere un rappresentante alle Nazioni Unite. Nel mese di marzo, quando il governo libico ha cercato di nominare un altro ambasciatore, il governo statunitense non ha concesso il visto (27).

Al contrario gli ex diplomatici continuano ad avere accesso alle Nazioni Unite e usano la loro presenza  per attaccare il governo legittimo della Libia.

Un insolito articolo pubblicato da Al Ahram presenta una considerazione di alcuni degli abusi delle procedure del Consiglio di Sicurezza che si sono verificati nel passaggio delle risoluzioni 1970 e il 1973 contro la Libia. L’articolo è stato scritto da Curtis Doebbler, avvocato americano per i diritti umani. Doebbler scrive (28):

“L’Occidente ha concentrato la sua macchina propagandistica alle Nazioni Unite ad oltranza. E non era mera campagna di propaganda ordinaria, ma una vera e propria orchestrazione della storia per i libri. In primo luogo, i diplomatici libici furono persuasi e minacciati di dimettersi dalle loro posizioni e gli venne  promesso che se avessero sostenuto l’ opposizione sarebbero stati “presi in cura” . ‘Ciò ha portato non solo le dimissioni dei diplomatici libici presso le Nazioni Unite , ma così facendo e mantenendo una sorta di status diplomatico ,questo ha permesso loro di sostenere  ribelli armati che stavano sfidando il governo della Libia per il controllo del loro paese. . ”

Doebbler continua:

“Ciò è stato realizzato mediante le azioni illegittime  del segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon, che ha emesso pass speciali per gli ex diplomatici libici dopo che il loro governo aveva ritirato le credenziali. Bypassando il Comitato Credenziali dell’Assemblea Generale delle UN, e il ben consolidato  protocollo, il segretario generale dell’Onu per la prima volta nella storia dell’ organismo ha personalmente favorito una parte in quella che era ormai una guerra civile ”.

Tra i membri del Consiglio di sicurezza ci sono state una serie di denunce riguardo al fatto che la risoluzione che hanno avallato (1973) non autorizzava il tipo di bombardamento NATO della Libia a sostegno dei ribelli che è stato effettuato.  A causa del potere di veto degli Stati Uniti, Francia e Regno Unito, il Consiglio di Sicurezza sembra non avere alcun mezzo di supervisione sulla NATO per fermare quello che credono essere un abuso dei processi del Consiglio.

Nel contesto della sequenza di eventi che hanno avuto luogo presso il Consiglio di Sicurezza nel mese di febbraio e marzo, la domanda posta durante la conferenza stampa nel mese di aprile, ”…dobbiamo aspettarci un atteggiamento più aggressivo e propositivo da parte del Consiglio di Sicurezza nel sostenere gruppi ribelli? ” riguardua un importante cambiamento. Il precedente stabilito dal Consiglio di Sicurezza a sostegno di un’ insurrezione armata contro il governo di un paese membro delle Nazioni Unite è un precedente importante e pericoloso. E ‘una questione importante che deve essere seriamente esaminata (29).

Ronda Hauben

 LINK: The Role of the UN Security Council in Unleashing an Illegal War againstLibya

DI: CoriInTempesta

NOTE

1) I.K. Cush of Global Breaking News, Press Conference for the Colombian Presidency, April 4, 2011http://www.unmultimedia.org/tv/webcast/2011/04/press-conference-nestor-osorio-colombia-president-of-the-security-council.html

2) “French plans to topple Gaddafi on track since last November” by Franco Bechis
http://www.voltairenet.org/article169069.html

3) See the account in Libero of Nouri al Mesmari’s defection and connections with foreign intelligence forces.
http://iamaghanaian.com/index.php?do=/news/reports-suggest-french-intelligence-encouraged-anti-gaddafi-protests/
and http://forum.prisonplanet.com/index.php?topic=204415.0;wap2

4) “‘Airstrikes in Libya did not take place’ – Russian military,” News, Russia Today (RT) Moscow, March 1, 2011. RT report was made by journalist Irina Galushko.
http://www.youtube.com/watch?v=iytgO0tscSI

Radio Netherlands, “HRW: No Mercenaries in eastern Libya”, March 2, 2011
http://margotbworldnews.com/WordPress/wp-content/Mar/Mar5/NoMercenariesnE.Libya.html

5) Ibrahim Dabbashi, Letter to Security Council dated February 21, 2011, S/2011/102, February 22, 2011
http://daccess-ods.un.org/access.nsf/Get?Open&DS=JOURNAL%20NO.2011/42&Lang=E

6) Provisional Rules of Procedure of the Security Council refers to Article 35 of the Charter referring to ‘nations that are Members of the UN’ or ‘nations that are not Members of the UN’. Nowhere does it provide for defecting officials to request a meeting of the Security Council.

7) Closed meeting Security Council, no notes but the occurrence of the meeting is noted as 6486th meeting (closed) Peace and security in Africa Feb. 22, 2011
http://www.un.org/Docs/journal/En/20110223e.pdf

8 ) Video by Nizar Abboud of UN Ambassador of Libya, Shalgam, Feb. 22, 2011
http://www.youtube.com/user/NizarAbboud#p/search/0/fKhMUSHwtrA
English responses begin at approx. 1:53.

9) B. Lynn Pascoe, “Informal comments to the media by B. Lynn Pascoe, Under-Secretary-General for Political Affairs, on the situation in Libya,” Feb. 22, 2011
http://www.unmultimedia.org/tv/webcast/2011/02/b-lynn-pascoe-on-the-situation-in-libya.htm

10) “UN Security Council Discusses Libya Crisis”. Reuters, Feb. 22, 2011
http://uk.reuters.com/article/2011/02/22/us-libya-un-council-idUKTRE71L4T920110222

11) See note 4 above.

12) Provisional Rules of Procedure Security Council Rule 37
http://www.un.org/Docs/sc/scrules.htm

13) Manual of Protocol, United Nations Protocol and Liaison Service
http://www.un.int/protocol/10_12.html

14) Abdel Rahman Shalgham at the Security Council 6490th meeting, Feb 25, 2011, United Nations S/PV.6490
http://daccess-ods.un.org/access.nsf/Get?Open&DS=S/PV.6490&Lang=E

15) Letter Shalgham sent to Security Council as quoted on Inner City Press blog
http://www.innercitypress.com/banros1libya022611.html

16) Gérard Araud at the Security Council, 6490th meeting, Feb 26, 2011, United Nations S/PV.6491
http://daccess-ods.un.org/access.nsf/Get?Open&DS=S/PV.6491&Lang=E.
See this transcript for other statements at that meeting quoted in the text.

17) The reference to the African Union was mistaken. The African Union called for dialogue and was opposed to the sanctions and referral to the ICC before the Security Council took its votes on Resolutions 1970 and 1973. See for example, Ruhakana Rugunda, “African Union Statement on the NATO Invasion of Libya: It’s Time to End the Bombing and Find a Political Solution in Libya”
http://www.counterpunch.org/rugunda06222011.html

18) See for example International Labour Conference, 5C, Provisional Record, 100th Session, Geneva, June 2011, Reports on credentials, Second report of the Credentials Committee, Representation of Libyan Arab Jamahiriya
http://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/@ed_norm/@relconf/documents/meetingdocument/wcms_156839.pdf

19) March 3, 2011, Daily Press Briefing by the Office of the Spokesperson for the Secretary-General
http://www.un.org/News/briefings/docs/2011/db110303.doc.htm

20) Daily Press Briefing by the Office of the Spokesperson for the Secretary-General, February 22, 2011
http://www.un.org/News/briefings/docs/2011/db110222.doc.htm

21) Security Council Resolution 1970
http://daccess-ods.un.org/access.nsf/Get?Open&DS=S/RES/1970%20(2011)&Lang=E

22) United Nations Charter Article 32 can be found in Chapter 5 at
http://www.un.org/en/documents/charter/chapter5.shtml

23) Letter sent to Security Council dated 17 March 2011 from Secretary of the General People’s Committee of Foreign Liaison and International Cooperation of the Libyan Arab Jamahiriya to President of the Security Council. (English translation of document previously circulated in Arabic).

24) Ronda Hauben, “UN Security Council March 17 Meeting to Authorize Bombing of Libya all Smoke and Mirrors”, March 30, 2011
http://blogs.taz.de/netizenblog/2011/03/

25) Edith Lederer, “UN Rejects Emergency Meeting Sought by Libya,” AP, March 22, 2011
http://newsinfo.inquirer.net/1264/un-rejects-emergency-meeting-sought-by-libya

26) Letter dated 19 March 2011 from the Secretary of the General People’s Committee for Foreign Liaison and International Cooperation of the Libyan Arab Jamahiriya addressed to the President of the Security Council, S/2011/161
http://documents-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/GEN/N11/270/02/pdf/N1127002.pdf

27) Turtle Bay blog “TurtleLeaks: No visa, no entry! How the U.S. bars diplos from the U.N.”
http://turtlebay.foreignpolicy.com/posts/2011/05/04/turtleleaks_no_visa_no_entry_how_the_us_bars_diplos_from_the_un

28) Curtis Doebbler ,“Libya: Who wins?”, Al Ahram, 7 – 13 April 2011, Issue No. 1042
http://weekly.ahram.org.eg/2011/1042/op7.htm

29) According to General Assembly Resolution 396(V), December 1950, Recognition by the United Nations of the Representative of a Member State,
when a controversy arises with more than one authority claiming to be the government of a Member State, it becomes a question for the General Assembly to consider in light of the purposes and principles of the Charter of the UN and the circumstances of each specific case. See
http://daccess-dds-ny.un.org/doc/RESOLUTION/GEN/NR0/059/94/IMG/NR005994.pdf
or
http://www.un.org/documents/ga/res/5/ares5.htm
See General Assembly Resolution396(V), December 1950, Recognition by the United Nations of the Representative
of a Member State  , when a controversy arises with more than one authority claiming to be the government of a Member State, it becomes a question for the General Assembly to consider in light of the purposes and principles of the Charter of the UN and the circumstances of each specific case. See, General Assembly Resolution 396(V), December 1950, Recognition by the United Nations of the Representative of a Member State
http://daccess-dds-ny.un.org/doc/RESOLUTION/GEN/NR0/059/94/IMG/NR005994.pdf
or
http://www.un.org/documents/ga/res/5/ares5.htm

 

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