Vent’anni di trame – Così Sarkozy fregò Gheddafi (e l’Italia)

Le Monde: Nicolas trascinò l’Europa in guerra per nascondere gli aiuti del Colonnello. Ora cerca di cancellare le prove

di: Fausto Biloslavo

I servizi segreti sono alla caccia di settanta scatoloni pieni di cassette audio e video che contengono le registrazioni degli incontri e delle telefonate fra il defunto colonnello Gheddafi ed i dignitari di mezzo mondo, quando veniva trattato con i guanti bianchi.

Il primo a doversi preoccupare degli scottanti contenuti delle registrazioni è l’ex presidente francese Nicolas Sarkozy, come sostiene il quotidiano le Monde che è tornato sul finanziamento libico alla campagna elettorale di Sarkozy nel 2007.
Nel marzo 2011, poche ore prima dei bombardamenti della Nato sulla Libia, Muammar Gheddafi rilasciava a il Giornale l’ultima intervista della sua vita ad una testata italiana. Alla domanda sull’interventismo francese che ha spinto in guerra mezza Europa, compreso il nostro Paese, rispondeva: «Penso che Sarkozy ha un problema di disordine mentale. Ha detto delle cose che possono saltar fuori solo da un pazzo». Continue reading

Vent’anni di trame – La guerra della Casa Bianca all’asse tra il Cav e Mosca

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Mentre a Bengasi scoppiava la rivolta, Medvedev firmava accordi con l’Eni per i diritti di un pozzo in Libia: uno sgarro per Obama. Quante “coincidenze” contro il Cav

di: Gian Micalessin

Se vivete di pane e complotti, il 15 febbraio 2011 vi sembrerà una congiunzione fatidica e fatale. Se non ci credete, godetevi le bizzarrie del destino e della storia. Quel giorno tra Mosca, Bengasi e Milano si compiono tre avv enimenti chiave, apparentemente slegati tra loro.

Nella capitale russa, il consigliere del Cremlino Sergei Prikhodko annuncia l’arrivo a Roma del presidente Dmitry Medvedev per la firma di uno storico contratto con l’Eni,destinato ad aprire le porte della Libia al gigante del petrolio russo Gazprom. Continue reading

Sigonella: marines in Sicilia per la Libia, prossimo Iraq

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di: Toni De Marchi

L’arrivo a Sigonella degli Osprey, quelle strane macchine volanti che non sono né aerei, né elicotteri, ha suscitato giustamente emozione e un po’ di sconcerto. Sono un pessimo segnale di quello che si sta preparando alle porte di casa nostra, in Libia certamente ma anche altrove in quel calderone ribollente che è oggi il nord Africa.

Con gli Osprey del Marine Medium Tiltrotor Squadron 365 sono arrivati anche alcuni Marine delSpecial-Purpose Marine Air-Ground Task Force, Crisis Response (SP-MAGTF CR). Un’unità trasferitasi all’inizio di aprile dagli Usa alla base aerea spagnola di Moron de la Frontera per servire da unità di intervento immediato per l’Africa Command statunitense.  Continue reading

Torna la “collera” nel tormentato anniversario della ribellione in Libia

LIBIA

Articolo inviato al blog

di: mcc43

- Il Governo mostra i muscoli – La Carta Costituzionale - Poligamia rivisitata – Le milizie e la paura - La Giustizia

Il terreno scotta e  il governo libico ha deciso numerose misure preventive  delle temute proteste  nella ricorrenza del secondo anniversario del “giorno della collera” che da Bengasi il 15-17 febbraio 2011 diede inizio al rovesciamento del regime di Gheddafi. E’ possibile che il panico degli ambienti governativi sia dettato dalla consapevolezza degli scarsi risultati ottenuti e che il desiderio di festeggiare alla fine prevalga, rimandando a qualche evento di natura drammatica lo scoppio di quella che alcuni paventano: una seconda rivoluzione.

- Il Governo mostra i muscoli

A Tripoli e in tutta la regione occidentale sono stati istituiti più di 1400 posti di controllo e sono state rimesse in funzione le telecamere a circuito chiuso dell’era Gheddafi per monitorare le strade. Lo stesso accade a Bengasi.

Il 9 febbraio il governo ha disposto una plateale dimostrazione di forza sotto forma di parata militare lungo le vie della capitale.  Il messaggio chiaro e forse recepito era  “lo stato è qui e ha il potere di reprimere qualunque minaccia interna”.

Lo stesso giorno il presidente del Congresso generale, Mohamed Magariaf, ha tenuto un discorso televisivo di forte impatto sulle questioni impellenti, dalla riconciliazione nazionale allo sviluppo economico, una mossa necessaria per migliorare la sua immagine fortemente compromessa presso l’opinione pubblica. E’ recente anche il tentativo di mediazione messo in atto dal PM Ali Zeidan nel conflitto fra le tribù Tobu e Zuwayya che ha lasciato sul terreno centinaia di morti nel sud-est del paese.

Un articolo di Libya Herald, unica fonte  di tipo giornalistico in lingua inglese, è durissimo nel riassumere le mancanze che i cittadini imputano al Governo e al Congresso.

- Carta Costituzionale ancora inesistente

Tutto questo allo scopo placare una popolazione che dà forti segni d’insofferenza per la mancata evoluzione sulle questioni più critiche. Soprattutto viene avvertito grave il nulla di fatto per la stesura della Costituzione. I termini previsti sono da lungo tempo scaduti in un inconcludente  dibattere: a chi affidare il compito? A ridosso della data critica, il Congresso Generale ha deliberato: verranno indette elezioni dei membri di un’apposita Costituente, scartando l’ipotesi della scelta nominale fra i parlamentari. I libici, infatti, non hanno più fiducia nei loro rappresentanti, eletti meno di un anno fa,  e la formazione di un nuovo organismo potrebbe ridare loro la speranza. Per questa soluzione si erano da sempre espressi i federalisti della Cirenaica, una regione che è indispensabile al governo mantenere quieta proprio in vista del secondo anniversario della rivolta.

- Poligamia rivisitata

Se poco ha fatto il Congresso perche fosse stilata la Carta Costituzionale, molto attive sono state le istituzioni  nell’ambito delle questioni civili. Ha fatto un certo scalpore sui media internazionalila modifica della legislazione che regola il matrimonio. Con insipienza e consueta certezza di possedere la giusta misura della civiltà, le opinioni pubbliche sono state informate che in Libia “è stata introdotta la poligamia”, il che è secondo i nostri canoni  un regresso barbarico  senza appello.

La poligamia nella quasi totalità dei paesi musulmani, pertanto da sempre anche in Libia,  è legalmente riconosciuta, ma variamente disciplinata. Se per la felicità umana la poligamia non è né meglio né peggio del matrimonio monogamico, per la difesa dei diritti della donna fa fede, appunto, il modo in cui essa viene regolamentata.

Nella Jamahirya di Gheddafi la decisione del marito di stipulare un secondo contratto matrimoniale (tale è giuridicamente nell’Islam) era subordinata al consenso della prima moglie; in mancanza, era previsto il ricorso al Tribunale deputato a valutare le ragioni di entrambi i coniugi.

Questa clausola che salvaguardava la famiglia dai capricci e dall’arbitrio maschile è stata eliminata trasformando così la poligamia nella peggiore delle soluzioni possibili. Per la donna innanzitutto, per i figli e per i membri dei clan famigliari poi. Non sono disponibili le ragioni che hanno indotto a questo provvedimento, o meglio: ci si deve accontentare di dichiarazioni a titolo personale secondo le quali si vuole porre rimedio all’elevato numero di donne non sposate. Tesi sconfessata da altre fonti in realtà,  e che molto stupisce noi occidentali che abbiamo del matrimonio una visione molto privata e romantica. E’ da ritenere, più probabilmente,  che si sia voluto intervenire sulla pratica dei matrimoni segreti,  ovviamente, un male ancora peggiore – moralmente e per i diritti dei figli -  dell’arbitrio pubblicamente perpetrato.

- Le milizie e la paura

Il 31 dicembre scorso era la data ultima per l’integrazione delle milizie nei ranghi dell’esercito o della polizia. Numerosi  precedenti tentativi erano andati a vuoto ma, dopo l’attentato di Bengasi in cui ha trovato la morte l’ambasciatore Stevens,  si era decisa questa forte presa di posizione. Poichè, scaduto il termine, non vi sono state dichiarazioni trionfalistiche  si deve  intendere che le adesioni  sono state parziali.

TWEET

Questo tweet sintetizza il clima: c’è paura e ci si arma dimostrando come la cerimonia della consegna delle armi al governo dopo i fatti di Bengasi fosse pura propaganda.

Le cronache di incidenti e rapimenti sono quotidiane; il controllo poliziesco è invasivo, gli arresti colpiscono anche figure della rivoluzione. I rapimenti sono episodi comuni, giornalisti stranieri, come George Grant,  di Libya Herald, o uomini d’affari come  David Bachmann  , hanno dovuto lasciare almeno temporaneamente il paese perché oggetto di minacce. Vari Governi hanno invitato i cittadini a tornare in patria. E’ di questi giorni il temporaneo stop dei collegamenti aerei deciso dalle compagnie straniere, fra le quali l’Alitalia, in previsione dei disordini. Impianti stranieri sono target di attentati, come accaduto l’11 febbraio al magazzino della Pepsi Cola . Le minoranze religiose si sentono insicure, dopo le devastazioni delle moschee Sufi e recentemente l’attacco alla chiesa Cristiana di Misurata.

I confini del paese non possono essere messi in sicurezza (ed è pressante la richiesta di aiuto a livello internazionale) se non imponendo la legge marziale come nella regione del sud. Per la ricorrenza del 17 febbraio il governo ha lanciato un allarme terrorismo e disposto la chiusura per quattro giorni anche delle frontiere con Egitto e Tunisia, issolando di fatto   il paese dal resto del mondo.  Che la situazione non vada presa sotto gamba lo dimostra il Ministero degli Esteri italiano in un quadro dettagliato della situazione  rischi  per gli stranieri in Libia- visibile a questa Pagina

Ben poco viene ricordato da tutti che il territorio è disseminato di mine inesplose, funeste soprattutto per i bambini; ancor meno si cita l’inquinamento del terreno per le bombe all’uranio impoverito sganciate dalla Nato. Se ne parlerà quando, come in Iraq, nasceranno bambini con gravi malformazioni.

- La Giustizia

Gli inquirenti non sono approdati a nulla di certo sugli autori e i mandanti dell’attentato al Consolato USA dell’11 settembre. Il sistema giudiziario celebra processi di cui non è possibile conoscere la regolarità a “collaborazionisti” del regime. Perfino un’icona della rivoluzione, Mustafa Abdul Jalil, leader del CNT e referente dei governi stranieri, deve ora difendersi dall’accusa di aver messo a rischio l’unità nazionale.

Il Ministro della Giustizia ha ammesso che non si sono fatti passi avanti per il rispetto dei diritti umani, tuttavia  contemporaneamente persiste nel braccio di ferro con la Corte Penale Internazionale che non ritiene accertata la capacità di condurre equi processi, in paricolare per  Saif Al Islam Gheddafi (detenuto dalla milizia della tribù Zentan)  e  per l’ex capo dell’intelligence Al Senussi letteralmente “acquistato” dalla Mauritania.

In questo quadro disarmante stupiscono atteggiamenti di una parte, almeno, della popolazione: gli spari quotidiani senza motivo, o  specie in occasione dei matrimoni e l’infinita sequela di fuochi d’artificio. Un paese traumatizzato, arrabbiato che si contiene ancora per un residuo di speranza o per l’impossibilità di sopportare l’affiorare della disperazione.

Era la Libia, la  nazione al primo posto della classifica dell’Indice ISU, lo Sviluppo umano. Con la calcolata destabilizzazione portata avanti da Francia e Inghilterra è diventata un focolaio di terrorismo, la base dalla quale sono partiti uomini e armi  per il recente sanguinoso episodio di In Amenas, Algeria.

FONTE: http://mcc43.wordpress.com/

A Tripoli Di Paola e 20 Puma

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di: Manlio Dinucci

Mentre promette nel suo spot elettorale «riforme radicali contro gli sprechi e la corruzione», Mario Monti invia a Tripoli il ministro della difesa Di Paola con un pacco dono da circa 100 milioni di euro: 20 veicoli blindati da combattimento Puma, consegnati «a titolo gratuito» (ossia pagati con denaro pubblico dai contribuenti italiani) ai governanti libici, il cui impegno anti-corruzione è ben noto. Un gruppo di potere, al cui interno sono in corso feroci faide, chiamato in causa dallo stesso Consiglio di sicurezza dell’Onu per «le continue detenzioni illegali, torture ed esecuzioni extragiudiziarie».

Tutto perfettamente legale, però.

La legge sullemissioni internazionali delle Forze armate per «il consolidamento dei processi di pace e stabilizzazione», approvata tre settimane fa dal senato con voto bipartisan quasi unanime, autorizza la spesa per prorogare l’impiego di personale militare italiano in attività di «assistenza, supporto e formazione in Libia» allo scopo di «ripristinare la sicurezza pubblica». L’Italia si accoda così agli Stati uniti, che stanno formando una forza d’élite libica con il compito ufficiale di «contrastare e sconfiggere le organizzazioni terroriste ed estremiste violente».

Le stesse usate nel 2011 dalle potenze occidentali per seminare il caos in Libia, mentre la Nato la attaccava con i suoi cacciabombardieri e forze speciali (comprese quelle qatariane) infiltrate. Le stesse organizzazioni terroriste che vengono oggi armate e addestrate dalla Nato, anche in campi militari in Libia, per seminare il caos in Siria.

Il segretario alla difesa Leon Panetta ha dichiarato al Congresso che, sin dall’anno scorso, il Pentagono arma i «ribelli» in Siria. La maggior parte non è costituita da siriani, ma da gruppi e militanti di altre nazionalità, tra cui turchi e ceceni. Da fonti attendibili risulta che vi siano anche criminali sauditi, reclutati nelle carceri, cui viene promessa l’impunità se vanno a combattere in Siria.

Compito di questa raccogliticcia armata  è quello di seminare il terrore all’interno del paese: con autobombe cariche di esplosivi ad alto potenziale, con rapimenti, violenze di ogni tipo soprattutto sulle donne,  assassini in massa di civili. Chi non è debole di stomaco può trovare su Internet video girati dagli stessi «ribelli»: come quello di un ragazzino che viene spinto a tagliare la testa, con una spada, a un civile con le mani legate dietro la schiena.

Sempre più, in Siria come altrove, la strategia Usa/Nato punta sulla «guerra segreta». Non a caso Obama ha scelto quale futuro capo della Cia John Brennan, consigliere «antiterrorismo» alla Casa bianca, specialista degli assassini a distanza con i droni armati, responsabile della «kill list» autorizzata dal presidente. Dove non è escluso che ci fosse anche il nome di Chokri Belaid, il dirigente tunisino ucciso da killer professionisti con tecnica tipicamente terrorista.

FONTE: IlManifesto.it

Dov’è Aisha Geddafi? Lo sa Hilary Clinton

Articolo inviato al blog

di: mcc43

I Gheddafi fanno notizia per i media importanti solamente nelle occasioni in cui le loro vicende soccorrono le linee politiche che hanno condotto all’intervento Nato e allo stravolgimento del paese. Così è per Saif Al Islam, segregato nella sua prigione tribale, che ogni tanto la Corte Penale Internazionale dichiara clamorosamente di voler processare dando la possibilità  ai libici di assicurare altrettanto clamorosamente di poterlo fare in loco secondo criteri di giustizia. Negli intervalli è il sottobosco mediatico, le piccole testate, che discretamente s’incarica di ricordare che esiste un problema irrisolto, il resto della numerosa famiglia.

Principalmente è Aisha Gheddafi  a godere di una non scalfita popolarità, che contato io stessa nel blog dove i post che la riguardano, sebbene datati mesi fa, sono fra i più visionati. In questi giorni da un media cinese è uscita la notizia notizia che Aisha ha incaricato della sua vertenza contro  NATO, Qatar e Emirati,  per l’uccisione del padre e dei fratelli,  un avvocato tunisino, Bechir Essid, che ne ha dato conferma con un’intervista radiofonica.

Tuttavia, contemporaneamente, dalla  Libia fonti “ufficiali” ma anonime hanno dichiarato che la famiglia Gheddafi ( la madre e due fratelli di Aisha, con relativi congiunti,)  esule in Algeria avrebbe lasciato il paese per ignota destinazione, presumibilmente un’ altra nazione africana.

Nella dichiarazione rilasciata al corrispondente in  Cairo del quotidiano arabofono con sede a Londra asharq alawshat (ved. articolo Majority of Gaddafi family has left Algeria,) la fonte asserisce che la Libia ne è venuta a conoscenza (il 6 novembre) in via ufficiale dal governo Algerino. Non si comprende la ragione, quindi, dell’anonimato trattandosi di una conoscenza legittima e non ottenuta per spionaggio.

Il Governo libico, continua la fonte, è  disposto ad acconsentire al ritorno in patria di Safia Farkash, la vedova di Gheddafi, ma anche questo non si comprende, essendo stata emanata una legge che espropria i beni delle personalità del regime – ed è difficile non includervi la moglie del “dittatore” sebbene non facente parte della gerarchia ufficiale, come il marito del resto-  ed essendo in corso una spietata caccia ai gheddafiani da parte delle milizie.

Si noti, poi, che il ritorno a casa di Safia significa ritorno in Cirenaica, regione d’origine, da cui partì la ribellione del febbraio 2011.

Infine, questa dichiarazione contrasta con la linea sempre seguita dal CNT, che ripetutamente aveva richiesto l’espulsione e il rimpatrio di tutta la famiglia. Ciò che ottenne dal governo algerino fu soltanto di silenziare Aisha, alla quale formalmente si vietò ogni contatto con i media. Sarebbero proprio le misure restrittive, argomentano altre fonti, ad aver pesantemente influito su di lei inducendola a lasciare il paese.  Erano davvero pesanti queste restrizioni se nei mesi scorsi si è letto che la stessa avrebbe assistito ad una partita di calcio allo stadio di Algeri?

Come si vede intorno ad Aisha si creano favole, una meno credibile dell’altra, ma è indubbio che la sua presenza, insieme alla sua numerosa famiglia, è di notevole imbarazzo per l’Algeria sul piano dei rapporti internazionali.

Specialmente ora che l’Algeria subisce pressioni affinché assuma un impegno diretto  in Mali, collaborando con al progetto di invio di una forza militare internazionale contro gli infiltrati di AlQaeda nell’Azawad, regione nord del paese. (ved. La dottrina Obama per l’Africa travolge il Mali).

Non deve sfuggire la circostanza che la notizia dell’uscita dei Gheddafi verso altra destinazione è del 7 novembre e che Hilary Clinton è stata ad Algeri a colloquio con Bouteflika  il 29 ottobre.

“We came we saw …they left” ? Riecheggiando “he died” dell’anno scorso, quando Gheddafi fu ucciso due giorni dopo la sua visita a Tripoli?

L’intromissione di Hilary è l’unico elemento che dà un grado di credibilità alla notizia. In tal caso,  perché i grandi media tacciono un evento che sarebbe avvenuto e che potrebbero sfruttare con fiumi di articoli e pettegolezzi?

E’ inquietante il pensiero di quanto sia corta  la … catena della cosiddetta libera informazione.

Si deve forzatamente attendere e, fra silenzi e psyop, cercare di intuire come vengono regolati i conti nella politica internazionale, chiedendosi che cosa la distingue dalle lotte nel mondo del crimine organizzato.

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aggiornamento 11 novembre

The  Telegraf oggi riferisce la notizia come la formula “report in Arabic press”,  senza approfondimento, e con la giustificazione che sarebbero i timori di un miglioramento dei rapporti fra Algeria e Libia ad aver suggerito l’esodo.

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Sorprendente coincidenza temporale: il 9 novembre al Cairo vien trovata uccisa  Zahra Albo-Aishy, una figura di spicco del clan Gheddafi, brutalmente accoltellata. Di recente aveva organizzato la manifestazione di sostegno alla città di Bani Walid assediata e devastata dalle milizie inviate dall’Assemblea nazionale (ved. post Libia 2012: torna al 1920 )

Questa notizia è di fonte  non molto affidabile come si è rivelata nel tempo Algeria-Isp, e anche per questa ragione nasce la curiosità: perchè ora?

Fonte: http://mcc43.wordpress.com/2012/11/10/dove-aisha-geddafi-lo-sa-hilary-clinton/

Rinascono le truppe coloniali

di: Manlio Dinucci

Un anno fa la Nato, demolito lo stato libico con 10mila attacchi aerei e forze speciali infiltrate, concludeva l’operazione «Protettore Unificato» eliminando per mano dei servizi segreti lo stesso Gheddafi. Non finiva però con questo la guerra. Le fratture, in cui si era infilato il cuneo dall’esterno per scardinare lo stato libico, si sono allargate e ramificate. A Bani Walid, accerchiata e bombardata dalle milizie di Misurata, c’è oggi un’intera popolazione che resiste. Tripoli controlla solo una parte minore della «nuova Libia», in preda a scontri armati tra milizie, omicidi e sparizioni.

Secondo il presidente Mohamed Magarief, ciò è dovuto a «ritardi e negligenze» nella formazione di un esercito nazionale. Non deve però preoccuparsi: il problema sta per essere risolto. Non a Tripoli, ma a Washington. Gli Stati uniti, dopo aver diretto l’operazione «Protettore Unificato», s’incaricano ora di proteggere la «nuova Libia» dotandola di un esercito. Il Pentagono e il Dipartimento di stato sono già al lavoro per formare una «forza d’élite» libica di 500 uomini, quale nucleo attorno a cui costruire il futuro esercito. Il finanziamento iniziale è di 8 milioni di dollari, ricavati dalla riduzione dell’aiuto al Pakistan per le «operazioni anti-terrorismo». Missione ufficiale della «forza d’elite», la cui formazione è già stata approvata dal Congresso, sarà quella di «contrastare e sconfiggere le organizzazioni terroriste ed estremiste violente». È in corso la scelta degli uomini, selezionati da funzionari del Pentagono, del Dipartimento di stato e della Cia, attraverso uno screening per valutarne la capacità fisica, il modo di pensare e soprattutto l’atteggiamento verso gli Stati uniti. Titolo preferenziale la conoscenza dell’inglese (o meglio dell’americano), lingua con cui verranno dati loro gli ordini. Saranno infatti addestrati e di fatto comandati da forze speciali statunitensi, trasferite in Libia dal Pakistan e dallo Yemen. Una mossa di alta strategia quella di Washington. In primo luogo, le truppe selezionate, addestrate e comandate dal Pentagono, saranno solo nominalmente libiche: in realtà avranno il ruolo che avevano un tempo le truppe indigene coloniali. In secondo luogo, dato che per formare un esercito libico ci vorranno anni, la dislocazione di forze speciali Usa in Libia avrà carattere non transitorio ma permanente. Gli Usa disporranno quindi in Libia di proprie basi militari, collegate a quelle in Sicilia: già oggi Bengasi e altre città sono sorvolate da droni decollati da Sigonella e teleguidati dagli Usa. Le basi serviranno a operazioni non solo in territorio libico, ma in altre parti del continente (dove il Comando Africa sta effettuando quest’anno 14 maggiori «esercitazioni militari») e in Medio Oriente (dove già sono infiltrate in Siria milizie libiche). In terzo luogo, gli Usa disporranno di uno strumento di potere non solo militare, ma politico ed economico, che garantirà loro l’accesso privilegiato al petrolio libico. E gli alleati europei? Saranno forse chiamati a dare una mano, sempre però sotto comando Usa. Un grosso contributo lo può dare l’Italia, forte dell’esperienza trentennale di dominio coloniale in Libia e dell’uso degli ascari. In Etiopia, agli ordini di ufficiali italiani, effettuarono i massacri che spianarono la strada all’Impero.

Dossier GHEDDAFI. La morte: tante versioni pubbliche e la taciuta “pista dell’oro”

Articolo inviato al blog

di: mcc43

- Le troppe versioni ufficiali e l’inconclusiva indagine Onu
 -Interviste psyops: il bodyguard di Gheddafi
- Gheddafi rapito e riportato a Sirte?
- Riserve auree: Venezuela e Libia

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Il giorno 20 ottobre 2011 sui teleschermi e nel web si replicavano all’infinito il volto insanguinato di Muhammar Gheddafi, il branco urlante lanciato all’inseguimento, poi la sua  immobilità nella morte. Il giorno 23 l’annuncio alla folla: “Dichiariamo la Libia liberata. Alzate la testa. Siete libici liberi” Mustafa Jalil si inchinava e ringraziava Dio.  “Da oggi siamo una sola carne. Archiviamo il conflitto per il bene della Libia che avrà la legge islamica come suo fondamento”.  Obama si congratulava.  Cameron e Sarkozy l’avevano anticipato con il blitz propagandistico a Bengasi una settimana prima. **** Un anno è trascorso. Le distruzioni che hanno cancellato intere città e provocato migliaia di sfollati, la persecuzione dei libici di pelle nera, il suolo inquinato dall’uranio dei bombardamenti e dalle mine inesplose, i mutilati e l’infinita teoria di tragedie personali hanno liberato la Libia solamente dal corpo di Gheddafi, sepolto non si sa dove. Tutto ciò che si presumeva dovesse diventare nuovo è nel limbo delle speranze sempre più colorate di disillusione. Il conflitto divampante è diventato cronico.

Sì , Gheddafi non c’è più, ma sempre più spesso, riferiscono un pò meravigliati gli stranieri, si sente lo  slogan di un tempo  “Qadafi mia mia”,  sottovoce: Gheddafi al cento per cento.

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Le troppe versioni ufficiali e l’inconclusiva indagine Onu.

– Il comunicato della Nato (pdf). Consegna alla storia la versione di un aereo che avvista un convoglio armato “nei pressi di Sirte”, lo centra, distrugge un certo numero di veicoli, i restanti proseguono verso sud, vengono nuovamente colpiti; il comunicato dichiara altresì che il pilota non era al corrente della presenza di Gheddafi nel convoglio.

- I ribelli del CNT.

Sono loro a suggerire che Gheddafi è uscito da Sirte e dichiarano di averlo catturato nascosto in una conduttura [da un mese  proclamavano d'essere sul punto di scovarlo imbucato da qualche parte] già ferito alle gambe. I video mostrano che Gheddafi poteva correre, mentre è la testa ad essere abbondantemente coperta di sangue. Viene sballottato e non oppone resistenza, come persona sotto effetto di narcotici. E’ inseguito e oltraggiato da una muta urlante, “muore durante il trasporto all’ospedale”.

Il medico autore dell’autopsia riscontra, invece, due proiettili sparati da distanza ravvicinata, alla testa e allo stomaco, poco dopo essere finito nelle mani dei ribelli. In effetti alcune scene dei video mostrano  una pistola puntata alla tempia. Video a questi link  DailyMail e  HRI .Mahmoud Jibril, tuttavia, dichiara che il prigioniero è morto durante una sparatoria avvenuta dopo la sua cattura tra lealisti e forze del Cnt,  ” non vi è stata nessuna  esecuzione“.

La versione emerge confusa e palesemente imbarazzata. L’Onu ordina un’inchiesta, i risultati saranno resi noti nel mese di marzo 2012 e definiti “inconclusivi”:catturato vivo, sì, ma  non possibile stabilire in quali circostanze sia  stato ucciso.
In prossimità dell’anniversario dei fatti, ora i media aggiungono particolari che, lungi dal chiarirli, aumentano i sospetti; Time World  rivela che i ribelli  che hanno catturato Gheddafi erano in contatto telefonico con il CNT. Quali disposizioni hanno ricevuto e da chi personalmente?  Un portavoce dichiarerà poi ai giornalisti “Avevamo bisogno di sbloccarci e Gheddafi morendo ha reso le cose più facili” .

 Per convalidare la tesi “Gheddafi usciva dal nascondiglio di Sirte: Indiscrezioni e depistaggi

Nei giorni successivi ai fatti, una fioritura di notizie presentava un unico denominatore comune “Gheddafi usciva da Sirte, i ribelli lo hanno catturato”,  masi è detto anche della presenza di  SAS britannici e di agenti francesi. Si è detto altresì che i servizi segreti della Germania sapevano da settimane dove si trovava Gheddafi. Questo ha sapore di verità,  visti i mezzi tecnologici a disposizione (resta da capire se si trattava veramente di Sirte)  e rende ridicolo il recente scoop anti-Assad: un mestatore ex-membro del CNT ha dichiarato,  e i media hanno raccolto, che  Gheddafi sarebbe stato individuato perchè Assad avrebbe rivelato ai servizi segreti francesi il suo numero di cellulare.

Nei giorni scorsi un nuovo report di HRW, insieme ad un video , costituisce una durissima accusa contro le brigate di Misrata (evito il nome italiano per motivi di traduzione in altre lingue), che hanno torturato e giustiziato la settantina di soldati facenti parte del convoglio di Sirte. Alcuni dei colpevoli sono noti e segnalati alle autorità libiche che finora non hanno provveduto ad emettere alcun provvedimento giudiziario, sostiene HRW di solito indulgente con i nuovi politici della Libia.

Sugli eventi del 20 ottobre si sono aggrovigliate anche le notizie sull’altrettanto misteriosa fine di Mutassim Gheddafi; secondo una versione sarebbe stato ucciso perchè uscito allo scoperto per controllare personalmente i danni agli automezzi, ciò in perfetto contrasto con i video che lo mostrano vivo e progioniero prima di venire esposto insieme al padre nel macabro e rivoltante  spettacolo nel supermarket di Misrata.

Di quel giorno si  è detto soprattutto di una bandiera bianca  sventolata dal convoglio e ciò  si aggancia alle varie  precedenti voci di trattative segrete per la resa di Gheddafi. In questo blog avevo raccolto da fonte israeliana la notizia di un incontro segreto sotto gli auspici  Onu in Tunisia, con i nomi dei partecipanti e le condizioni poste da Gheddafi. (Il vento della speranza soffia(va) da Djerba). Trattative fallite per l’opposizione del CNT apparentemente. O accordo segreto che i governi Nato hanno trasformato poi nella trappola scattata a Sirte?

Interviste PSYOP

- Un contractor sud-africano, degente in un non meglio identificato ospedale del Nord Africa, racconta di aver fatto parte del  commando incaricato di scortare Gheddafi fuori dai confini della Libia; convinti di agire per ordine della Nato i contractors sono stati sopresi del bombardamento e si sono salvati perchè i ribelli di Misrata li hanno lasciati fuggire. Ciò  stride con la loro pratica sanguinaria,  ma potrebbe essere avvenuto per ordine degli agenti stranieri che per tutta la durata del conflitto hanno accompagnato e assistito le milizie.

Se il contractor afferma il vero, la promessa di un espatrio protetto da un commando pseudo-Nato potrebbe essere stata la mossa finale di un accordo-trappola siglato a Djerba.

- Mansour Daw, cugino e capo della guardia personale di Gheddafi ha rilasciato un’intervista che è il pezzo forte della disinformazione.
Qui il video della sua cattura, in assoluta assenza delle violenze riservate a Muhammar Gheddafi, Qui  i punti salienti  del suo racconto alla CNN (video in inglese scomparso dalla rete) riportati dal Corriere della Sera.

Daw afferma di esser sempre rimasto con Gheddafi dalla caduta di Tripoli fino al 20 ottobre, che  l’uscita da Sirte sarebbe avvenuta per volontà dello stesso  Gheddafi e  di non sapere cosa sia avvenuto di lui, avendo aver perso  i sensi a causa del bombardamento. Due elementi lo smentiscono.

La sua alta posizione nel regime non permette di credere che il feroce battaglione Tigre  di Misrata lo abbia risparmiato di propria iniziativa. L’esser stato messo in posizione di unica fonte per i  media è funzionale ad un piano preciso: sostenere che fino al momento del bombardamento Gheddafi non era prigioniero e aveva un nascondiglio a Sirte.

Falsa la dichiarazione  di essere  rimasto “sempre” insieme al leader a Sirte, al contrario, vederlo comparire sul teatro degli avvenimenti  doveva sorprendere i giornalisti come ha sorpreso me.  All’inizio del mese di settembre varie fonti rilanciavano la notizia della sua uscita dalla Libia verso il Niger, dove pure venivano segnalati funzionari dei servizi di sicurezza americani.

Questo in sintesi, il dettaglio sull’ambiguità del personaggio è leggibile  nei  post alla Tag Mansour Daw.

La pista non discussa: l’oro della Libia

Tutte le contrastanti versioni pubbliche  potrebbero nascere da un unico segreto  retroscena,  per effetto del quale Gheddafi si troverà  il 20 ottobre alle porte di Sirte-  ma non per propria volontà.

Durante le ultime settimane del conflitto le 144 tonnellate di riserva aurea della Libia  , dai media definite “l’oro di Gheddafi” , erano  argomento ricorrente, sorprendentemente archiviato dal giorno della sua morte. (nota1)

1) Dov’era nascosto l’oro delle riserve libiche?

Non è un dato che circola facilmente e non sempre si hanno disposizione gole profonde; occorrono servizi segreti. Nella pista dell’oro potrebbe comparire la rete di agenti che il Mossad sviluppa nella Tunisia post rivoluzionaria, come apertamente comunica il quotidiano israeliano on line Ynetnews   [agg. h.21 19.10 il sito nega l'accesso all'articolo! vedere nota X in calce ] Si tenga a mente che il  convegno segreto di agosto avviene proprio in quel paese, a  Djerba.

2) Gli antefatti del mese di Agosto.

Dal Venezuela un annuncio clamoroso. Il 17,  Hugo Chavez chiede il rimpatrio delle 211 tonnellate di oro venezuelano allocate nelle banche estere.   Bloomberg titola:  “Chavez svuota la Banca d’Inghilterra” e nell’articolo riporta le parole del presidente “Abbiamo 99 tonnellate di oro nella Bank of England dal 1980. Direi che è salutare riaverle a casa”.

Il mercato s’impenna, gli attacchi aerei sulla Libia s’intensificano, Al-Jazeera diffonde il falso video della caduta di Tripoli, Gheddafi comprende che il destino è segnato e se ne va.  La ri-consegna dell’oro avverrà da Londra, via Parigi,  quasi a tambur battente: in novembre il primo carico, in gennaio l’ultimo.

La Bank of England possedeva materialmente quest’oro?  O era stato smobilizzato per proprie operazioni lucrative?

In quest’analisi - che merita attenta lettura poiché gli astrusi meccanismi della finanza ricadono su tutti noi – viene argomentata la gravità della situazione nel caso della seconda ipotesi.

Acquistare sul mercato dell’oro significava sborsare, all’epoca,  1,826.80 $ per ogni oncia, cioè per 31,10 grammi. Ce ne vuole per arrivare a una tonnellata!

Quand’anche i forzieri britannici fossero stati zeppi di lingotti, la prospettiva di soddisfare Chavez  incamerando nel contempo, extra-contabilità,  200 tonnellate d’oro libico da spartire con le altre banche detentrici dell’oro venezuelano  doveva sembrare allettante.

3) Le notizie del mese di settembre

Da Tripoli, ormai sotto controllo Nato, esce la notizia  che il 20% delle riserve libiche – allocate nel paese e non all’estero- sono state vendute prima  della caduta della capitale.

Da Niamey rimbalza la notizia del “convoglio fantasma”:  Giallo su 200 camion con oro e soldi titola La Stampa, aggiungendo: forse c’è anche Gheddafi, alcuni figli e dei fedelissimi. Le autorità del  Niger comunicheranno poi trattarsi  di famiglie richiedenti asilo, ma si saprà da altre fonti della presenza di  Mansour Daw, e in Niger si trova tuttora Saadi Gheddafi.

Ai più sono sembrate notizie poco importanti mentre infuriavano i bombardamenti su Sirte e Bani Walid (nota2), per Gheddafi, invece,  s’inquadravano in una realtà che noi non conosciamo e potevano arrivargli come  significativi messaggi.

4) Ottobre: il colpo finale

Dalla Tunisia: i siti corsari danno una breve e dettagliata notizia -  traduco da Alterinfo del 21 ottobre  :

Gheddafi era stato catturato giorni prima e trasferito in elicottero.

È l’arrivo di una delegazione francese in Libia il 12 ottobre, con diversi imprenditori e l’assenza per 12 ore di membri del personale diplomatico a innescare la polemica tra i giornalisti (nota: si fa riferimento alla stampa francese.)

Prima degli eventi c’è stato un  monitoraggio satellitare 24/24 ore, con un avvicendamento di più di 100 persone, per controllare Gheddafi e i suoi ministri. Era in gioco un tesoro di euro e lingotti d’oro, stimati in 300 miliardi.
Muammar Gheddafi fu arrestato e torturato per più di 10 giorni . Completamente drogato e fisicamente distrutto, sarà consegnato, con il figlio Mutassim, a una banda di assassini per mascherare la tortura e gli abusi subiti.

È altamente probabile che questa sia un’operazione effettuata dal Mossad israeliano attraverso un distaccamento venuto dalla Tunisia che aveva ricevuto informazioni incrociate da satelliti e sistemi di sorveglianza.

Mai dai media internazionali è stato messo in dubbio l’assioma dei ribelli: Gheddafi“usciva” da Sirte, invece si dovrebbe porre molta attenzione ai fatti che di  dubbi ne suscitano alquanto.

 - La presenza di Gheddafi per due mesi a Sirte,  ignorata dalla Nato, senza che un oppositore o un cittadino lo riconoscesse e, sfinito dalle bombe e dalla fame,decidesse di consegnarlo ai ribelli per  incassare la taglia.

Il silenzio protratto del rais, essendo stato diffuso il 6 ottobre l’ultimo suo messaggio audio.

L’assurdità di un’improvvisa sortita nella pianura libica sotto il tiro della Nato per desiderio “tornare al paese natale”.

La condizione di torpore e stordimento, non di terrore, che i video mostrano. In questa foto Gheddafi si guarda la mano insanguinata per rendersi conto di essere ferito.

L’esame autoptico effettuato a Misrata in assenza di periti internazionalmente riconosciuti. Solo la figlia Aisha richiederà una seconda autopsia che avrebbe potuto accertare, oltre alla  causa della morte, psicofarmaci presenti nel sangue e in quale  misura.  Lo stesso si può dire per Mutassim che parimenti, dai video della detenzione, appare trasognato, invece che terrorizzato.

Tutto questo diventa comprensibile prendendo in considerazione  l’ipotesi di un rapimento per “convincere a rivelare” cui vien fatto  seguire il trasferimento di Gheddafi alle porte della città nella notte del 19 (nota3).

5)  Saif al Islam rimasto solo, Hilary Clinton dal CNT

Avvenuto il rapimento in un giorno successivo al 6 ottobre, forzatamente cessarono i contatti telefonici di Muhammar con il figlio Saif al Islam in Bani Walid. Ciò può spiegare perché il 17, due giorni prima dell’entrata dei ribelli nella città, Saif l’abbandona precipitosamente  finendo sotto il tiro degli aerei Nato. Morti decine dei suoi soldati, Saif ferito alla mano.

Quest’accelerazione degli eventi avviene mentre Hilary Clinton è in visita al CNT in Libia, tre giorni prima che Muhammar Gheddafi venisse esposto al mondo intero, nei video “amatoriali” prontamente diffusi in rete, stordito e ferito nelle mani dei ribelli.

6) Perchè la pista dell’oro deve restare ignota

Se la pista dell’oro fosse stata resa pubblica, non è difficile immaginare le ripercussioni sul popolo libico nel vedersi depredato dai suoi “liberatori”, nell’inerzia o nella connivenza del CNT.

Si è offerto ai libici uno spettacolo. La Nato che colpisce Gheddafi ineccepibilmente perché all’oscuro della sua presenza nel convoglio. I ribelli – autodefiniti Freedom Fighters – che stanano il dittatore sordidamente “imbucato” in un condotto. Immagine perfetta per  le future autoassoluzioni dall’inefficienza: “colpa dei quarantanni di regime”.  Hollywood non avrebbe fatto di meglio.

E’ una versione probabilmente sgradita anche al fronte dei lealisti. Aggrappati all’idea del Leone del Deserto combattente fino alla morte, come tante volte lui stesso aveva declamato, hanno sempre opposto  un netto diniego alle voci  di trattative per la resa.

Dopo il 20 ottobre, il peggio della propaganda lealista negava perfino l’avvenuta morte, attribuendola a un cugino somigliante o a un sosia, assicurava che Gheddafi era vivo e stava organizzando la resistenza.  Perfino  la dichiarazione del portavoce ufficiale Mussa Ibrahim  rispondeva a logiche di propaganda: Gheddafi è morto per le ferite causate dal bombardamento e  i traditori ribelli gli hanno sparato alla testa e all’addome per simulare che l’uccisione sia avvenuta per mano loro”.

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La fine di Muhammar  Gheddafi è nella morsa dello spietato complottismo internazionale e dell’inconcludenza dei sostenitori, inabili anche nella lotta contro la disinformazione mediatica.

Un lascito oscuro che pesa sulla Libia oggi ancora in fuga dalla realtà, incapace di deporre armi, localismi, meschinità personalistiche. Le milizie di Misrata assediano Bani Walid per vendicare un proprio combattente miticamente trasformato nell’eroe che ha “catturato” Gheddafi.  Per questo assedio vendicativo c’è l’assenso, con votazione non a maggioranza,  del Congresso Nazionale e  nei social media i  libici della diaspora,  i parenti dei politici,  gli affaristi stranieri in Libia tifano per la finale resa dei conti  con la città che, a torto o a ragione, si vuole simbolo del pro-gheddafismo.

I conti che davvero non tornano sono quelli finanziari. L’opulenza dei singoli è lontana quanto lo scongelamento dei fondi libici che governi e banche straniere restituiscono con il contagocce, mentre il Congresso Nazionale tace sull’insolito comportamento di una classe dirigente che, con il paese drammaticamente a corto di liquidità, non fa neppure menzione delle  riserve auree.

La Libia è un paese traumatizzato imbeccato dalla propaganda occidentale,  spinto a credere che il problema pressante sia la spaccatura fra laici e islamisti, anzichè quello di una perduta sovranità da riconquistare.

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a questo  link  tutte fonti usate per la ricostruzione dei fatti

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NOTE:

-nota1 E’ stato un inchino dell’informazione alle logiche predatorie, come lo è l’aver sorvolato sul bombardamento  Nato del monumentale  acquedotto libico, un dato ora  scomparso anche dalla rete L’attacco Nato a quella struttura sarebbe servito per spianare la strada a Gaz de France-Suez e Veolia, leader francesi nella gestione delle acque, così come alla multinazionale Kellogg Brown & Root per la ricostruzione dell’intera rete di pipeline, perché parallelamente all’acquedotto, viaggiano anche un gasdotto e un oleodotto”.

-nota2 per chi li avesse dimenticati rimando a Sirte: assedio con infamia, anche nostra   poichè dal sito Nato  i bollettini quotidiani delle missioni  e degli obiettivi colpiti sono scomparsi:  “Error404, page not found”!

-nota3  Riporta Time Wolrd nell’articolo citato in apertura, che secondo le “interviste” di HRW  quella che doveva essere un’operazione notturna divenne una manovra in pieno giorno perchè Gheddafi avrebbe deciso di prendere con sè anche i suoi soldati feriti. Ciò non collima con la vulgata di dittatore spietato, ma il pubblico si è disabituato ad andare per il sottile nel recepire  le notizie.

-nota X – fino al mattino del 19.10 il link funzionava, in serata “access denied” – La notizia della rete di spie Mossad nel Nord Africa si può anche leggere  (per ora?) a questo link Da notare : si tratta di un sito israeliano che rilancia un comunicato di febbraio 2011 di Jana News, ovvero l’agenzia di notizie della Jahamairija libica. Strani incroci davvero….

foto   (© Martin Beek / Flickr)

LINK: http://mcc43.wordpress.com/2012/10/19/dossier-gheddafi-la-morte-tante-versioni-pubbliche-e-la-taciuta-pista-delloro/

Rumorosi silenzi sull’uccisione dell’Ambasciatore Chris Stevens a Bengasi

Articolo inviato al blog

di: mcc43

Il “Consolato” era la  US Special Mission Benghazi
Rapporti con le milizie locali
Indagini FBI sorprendentemente lente
La pista non battuta: la vendetta islamista
L’Ambasciatore lasciato solo

 

Nulla di quello che accade in Libia rimane nelle ore successive come appariva all’impronta. Difficile comprendere, ancora più difficile raccontare  connessioni  sovrapposizioni  discordanze che formano l’impalcatura dell’enigma. Costringere le società a ragionare “sul falso” nell’informazione è il metodo del Nuovo Ordine Mondiale  che fa apparire ai più come liberatorie  clamorose azioni di Anonymous o  Wikileaks, sulle quali  si dovrebbe  nutrire il sospetto che siano le più subdole tattiche della falsa narrazione.

L’attacco che a Bengasi ha ucciso l’ambasciatore Chris Stevens e altri americani con lui è avvenuto durante la fiumana di manifestazioni seguite a una delle tante provocazioni contro l’Islam ed è su questo sfondo che  il Dipartimento di Stato USA ha inizialmente collocato il fatto. Versione che si è via via sgretolata sotto l’incalzare del Partito Repubblicano, dei resoconti dei reporter CNN (ved.  L’11 settembre della Libia e degli USA   )  e successivamente del Washington Post,  che facevano emergere le recenti perplessità di  Stevens sulla sicurezza a Bengasi, l’incomprensibile lassismo nel potenziare le misure cautelative, la non attuazione del piano predisposto fin da settembre 2011 per una pronta reazione ad eventuali attacchi (immagine in fondo al post).

Questo articolo   In Libya, contingency plan seemed to go awry during attack on U.S. outpost  è un raro esempio di magistrale giornalismo investigativo da parte del Washington Post che ha altresì sottolineato lo stupefacente precipitoso abbandono dell’edificio .Il ritiro del personale americano nelle ore succesive all’attacco era  comprensibilissimo per i civili, non per gli addetti a compiti di controllo e  sicurezza che avrebbero dovuto presidiare l’edificio per mantenere intatta la scena in attesa delle squadre investigative.

Che cos’era il “Consolato” di Bengasi?

Il documento rinvenuto dal WP, che riporta ora per ora gli impegni dell’Ambasciatore – lo  si può leggere in questo Pdf,- non definisce la sede come consolare ma come   US Special Mission Benghazi. L’aggettivo Special è più consonante con CIA che con  Corpo Diplomatico. Scorrendo gli impegni dei giorni intorno all’11 si scopre che l’attività “diplomatica” somigliava  a quella di un incaricato di affari, fitta di questioni petrolifere da trattare con la AGOCO; oltre alle cerimonie e incontri per la  promozione di contatti culturali dei giovani libici con gli USA.

In quali rapporti era Stevens con le milizie bengasine?

Un articolo di Eli Lake, corrispondente di Newsweek, pubblicato nel sito di informazione controcorrente  The Daily Beast, informa di un dispaccio di Stevens inviato il giorno stesso della morte nel quale  riferisce di un colloquio con le milizie che controllano l’ordine pubblico a Bengasi.  Nomina due leader miliziani che accusano gli USA di sostenere la nomina di Mahmoud Jibril a primo Premier eletto della nuova Libia (come si sa il voto del Congresso  – meno di 24 h dopo l’attentato – l’ha visto sconfitto per due voti da Mustafa Abushagur).

Avvenendo questo, minacciava  il miliziano Ahmed bin al-Gharabi ,   “non avrebbe continuato a garantirgli la sicurezza“, compito svolto fino ad allora.

Ciò conferma sia l’intromissione pesante del governo americano nella vita politica libica, a garanzia dei propri interessi economici e a fini elettorali, sia l’avversione da parte delle milizie,  di cui la debole autorità di Tripoli ha bisogno. Le dichiarazioni  del presidente del Congresso Magarief sull’esistenza di milizie “autorizzate e non autorizzate” sono risibili: molti miliziani sono contemporaneamente parte dell’esercito indipendentemente dalla loro affiliazione a gruppi armati privati. La campagna per la restituzione delle armi da parte dei cittadini è stata poco più di uno show, collegata com’era a una lotteria a premi (!) e la manifestazione Save Benghazialtrettanto di facciata, poiché terminata in scontri con “alcune milizie”. Soprattutto, si è detto, contro Ansar al Sharia che stava garantendo efficacemente la sicurezza dall’ospedale; c’è chi afferma che l’incarico dipendeva dal fatto che il direttore dell’ospedale e il  capo della milizia sono fratelli.  Interessi privati, azione pubblica, manifestazioni e  altro non hanno soltanto  il significato che si vuol loro attribuire.

Perché il team FBI, inviato senza fretta, è rimasto a Tripoli fermo per giorni?

Non so immaginare dopo il crollo del muto di Berlino un altro  paese con cui gli Stati Uniti  avrebbero mostrato un tale aplomb sul cadavere di un  loro Ambasciatore. Assumere una posizione forte con la Libia sarebbe per i loro scopi controproducente?

Le investigazioni  torpide sono  un inciucio con delle componenti del business o della politica della Libia?

Gli  Stati Uniti hanno la coda di paglia e non possono alzare la voce?

Il NYTimes riportava una dichiarazione dell’allora premier Abushagur che affermava di esser venuto a conoscenza delle attività svolte nel “consolato” dal  Wall Street Journal e successivamente all’attacco, aggiungendo: “Non abbiamo problemi a condividere l’attività di intelligence, ma la nostra sovranità è un punto chiave” .

Fatto sta che il team FBI è arrivato a Tripoli  solo il 19 e  ha dovuto attendere  il 3 ottobre per recarsi a Benghazi. Il Dipartimento di Stato si difende con “non crediate che le investigazioni avvengano solo nel compound”  e accampa ragioni di sicurezza. Richiede tanto tempo preparare una scorta armata per una visita che è durata in tutto 13 ore? E perchè non vi sono state sdegnate dichiariazioni sull’assenza di presidio al compound dove oltre ai reporter aveva facile accesso  chiunque, per prelevare… o per deporre, magari dei documenti.

Appare più credibile la dichiarazione di un portavoce del Governo  libico riferita da  ReutersUsa e Libia dovevano accordarsi sul ruolo che le due parti avrebbero avuto nell’investigazione congiunta. Ognuno ha i suoi altarini da tenere nascosti…

Poteva avere Stevens dei nemici personali?

Alcuni, ma non i grandi media, si sono chiesti  se non sia stato pericoloso, in quanto provocatorio,   inviare in un paese islamico, travagliato da presenze islamiste armate, un rappresentante nella cui rispettabile vita privata c’era la particolarità di essere omosessuale.

Nel profilo FB del suo amico  Austin Tichenor vi sono commenti alle foto del giovane Stevens che lo confermano, non si comprende per quale ragione il Dipartimento di stato non dia aperta assicurazione di  indagini in corso anche sul versante di un’assurda vendetta privata o di uno scoppio di odio fondamentalista. Timori di suscitare polemiche del/contro le comunità omosessuali?  Questo impedisce di controbattere con assoluta certezza le “rivelazioni” di una gola profonda nel sito libanese Tayyar circa  azioni dispregiative commesse su Stevens e il trascinamento per strada del suo corpo inanimato.

Perchè l’Ambasciatore è rimasto solo mentre gli altri si mettevano in salvo?

Gravemente oscuro resta  il meccanismo per cui l’ambasciatore sarebbe stato rinvenuto nella stanza senza finestre da solo.

Quanti avrebbero dovuto essere i suoi personali bodygard? Erano militari  o contractor privati? Una delle  vittime Glen Doherty era congedato dai Marine e  prestava servizio privato come contractors, perchè non dirlo apertamente?

Non si comprende la premura di diffondere il video  di un freelance bengasino in termini elogiativi dei “buoni samaritani” che  soccorrono Stevens. Chiunque sa che estraendo un frammento da un filmato più lungo si può cambiare il significato dell’azione; le frasi dei soccorritori che ringraziano Dio perchè l’uomo è ancora in vita non spiegano le intenzioni, essendo Stevens arrivato cadavere all’ospedale .

Erano, nel migliore dei casi, intrusi penetrati dentro il  compound la cui  identità è rimasta ufficialmente  ignota. Ad eccezione di chi si fa intervistare dai reporter, ma già nel caso della cattura di Gheddafi  avevamo assistito a una fioritura di affabulatori.

Provvedimento di Washington, non dichiarato ma impossibile da nascondere,  è aver  aumentato le attività dell’aviazione nel Mediterraneo nell’immediatezza dell’attacco. Per il resto la Casa Bianca  ha farfugliato, dilazionato o taciuto le spiegazioni, rendendo appropriate le richieste avanzate da taluni di  dimissioni dei portavoce del Dipartimento di Stato e non del tutto  assurdo il sospetto espresso nel titolo di  questo articolo di  Libya360°

WAS HILLARY CLINTON BEHIND THE ASSASSINATION OF CHRIS STEVENS?

e il 10 ottobre ancora da Washington Post:

Benghazi attack may cloud Clinton’s legacy

°°°°°°

Allo stato dei fatti, certamente ci si può chiedere, come in questo articolo di Global Reserch,

BENGHAZI ATTACK AND AMBASSADOR STEVENS: WHY “THE SOUND OF SILENCE”?

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Il piano di sicurezza non attuato

LINK: http://mcc43.wordpress.com/2012/10/09/i-rumorosi-silenzi-sulluccisione-di-chris-stevens-a-bengasi/

Libia 7 Ottobre: governo fallito, città assediata, conflitti sparsi e rapimenti misteriosi

Articolo inviato al blog

di: mcc43

Il Governo che non c’è

La guerra interna fra Bani Walid e Misurata

Il rapimento di un politico linguacciuto:  Guma El Gamaty

Trappole sulla via verso un governo

Mustafa Abushagur,   magnate delle telecomunicazioni,  è a occhio e croce una personalità decente a cui affidare il governo della Libia, almeno fino anche non sarà stata redatta  la Costituzione. Anche al secondo tentativo, invece, il suo Governo è stato bocciato dal Congresso Nazionale: voti  44 a favore,  17 astenuti e 124 contrari.

Abushagur non aveva alle spalle un partito e  l’incarico era stato strappato di stretta misura su Mahmoud Jibril che non gliel’ha perdonata. E’ il volpino Jibril che ha  pilotato Abushagur verso il voto di sfiducia: lo ha tenuto sulla corda con estenuanti trattative fino all’ultimo per poi negargli  l’appoggio proprio alla vigilia della seduta.

Va detto che Abushagur ha fallito con onore, il suo discorso in Congresso  è stato considerato dai commentatori in  Twitter degno di uno statista;  a votazioni concluse ha sollecitato la designazione di un successore per evitare – in questa fase insidiosissima – l’assoluto vuoto di potere.

Si è tolto con ironia anche qualche soddisfazione:  “adesso sarà chiaro a tutti che non appartengo ai Fratelli Musulmani” ha twittato  ribattendo alle voci sulla sua etichetta politica.  Mentre prima di affrontare il voto:

@MustafaAG

“ Ho incontrato nel corso degli ultimi due giorni  diversi membri del Congresso e ognuno di loro ha richieste per nomine di ministri della propria regione e insiste su di esse  come condizione per votare il governo”

Appetiti locali insaziabili e cecità sulla situazione globale. Questo commento di un osservatore libico riassume il problema politico, sociale e istituzionale del paese:

@eljarh

#Libya please don’t turn our 200 #GNC members into democratically elected 200 Dictators !! #LibyaPayAttention

Non si permetta ai 200 parlamentari di comportarsi come tanti piccoli dittatori, Libia stai attenta.

Altrettanto sinteticamente,  si può dire che Muhammar Gheddafi è stato vittima del Nuovo Ordine Mondiale, Abushagur vittima degli appetiti locali e che la Libia è già vittima di una diffusa presunzione di sé di quella parte di popolazione più ambiziosa e gretta .

Bani Walid sotto assedio

L’anno scorso, proprio in questi giorni,  Bani Walid era oggetto di un assedio forsennato  ved. Art.  E’ una città con forti tendenze all’indipendenza locale e si oppone al centralismo con la richiesta di un Consiglio locale. Questo le  vale lo sbrigativo epiteto di “bastione dei lealisti gheddafiani”.

Una lunga faida con Misurata fa sì che entrambe detengano prigionieri dell’altra città.  Nei frequenti scontri di questi mesi Bani Walid ha catturato Omran Shabaan un ribelle da banda armata, un eroe martire per i suoi, che giura di aver catturato Gheddafi. Non è l’unico, ma il suo racconto è funzionale alla vulgata dispregiativa  “Gheddafi era imbucato in un tunnel” che tanto piace anche ai nostri media.  I fatti completi sono in questa raccolta Celebrità e morte di un Freedom Fighter . In sintesi: alla cattura sono seguite le torture per strappargli l’indicazione del luogo dove è stato segretamene sepolto il corpo del rais.  Una nozione che il poveretto certo non possedeva. Liberato dai compagni, le sue condizioni richiesero il ricovero  in Francia (!)  dove  – opportunamente per la vulgata e la prosecuzione della faida – è deceduto.

La componente parlamentare che spalleggia Misurata ha ottenuto il voto su  un’azione armata contro Bani Walid;  poiché l’esercito nazionale è da  burletta,  in concreto chi sta assediando Bani Walid sono proprio le milizie di Misurata. Il Governo ha dato un ultimatum fino al 5, poi esteso al 10, per consegnare i “colpevoli” [ignoti o indicati come persone da indagare ?] della cattura e delle torture su  Shabaan,  imponendo agli abitanti di evacuare la città -  accerchiata! -  in previsione di un assalto.

La situazione ricorda quella di Sirte l’anno scorso:  senza cibo, carburante, medicine e ossigeno per l’ospedale. Nonostante l’ultimatum governativo non sia ancora scaduto la città  viene presa di mira dai lanciarazzi. Nella foto, una famiglia la cui casa è stata centrata.

Un  Governo che assedia una parte del paese e consente a dei privati in armi di uccidere i suoi cittadini equivale a un regime dittatoriale,  e sta provocando reazioni a sostegno della città  da parte della numerosa tribù Warfalla.

Finirà nel sangue, come fanno temere  gli scontri  ora in corso ? Alla mezzanotte del giorno 8,  la conta dei morti in Bani Waalid è arrivata a tre e i feriti di Misurata  sono nove,  informa Reuters.

O con uno scambio di prigionieri, come la più banale logica vorrebbe? Da tenere in considerazione: negli stessi giorni scontri sono in atto a  Soussa e a Derna per motivi che non devono essere molto diversi dalle rivalità locali e dalle azioni dei jihadisti.

Un rapimento misterioso

Guma El Gamaty è uno dei molti personaggi  della diaspora libica che hanno condotto, dalla loro sicura casa all’estero,  la “rivoluzione” contro Gheddafi.  Gamaty rappresentava il CNT in Gran Bretagna, con riserve minuziosamente espresse da un articolo in questo post  circa la  discrezione e il tatto diplomatico,  per diventare poi  politicamente  attivo in patria. La notte del 7 è stato rapito  mentre si trovava in compagnia di amici al caffè; le notizie parlavano degli autori come di una milizia non identificata . Tale è rimasta perchè nella conferenza stampa del suo partito è stato comunicato il  suo rilascio – sequestro lampo! – ma senza chiarirne  motivazioni e autori.  Non sfugge la coincidenza dell’aavvenimento con le febbrili ore della preparazione della lista del nuovo Governo e della bocciatura in Parlamento.

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Ognuna di queste circostanze sarebbe motivo di sdegnati commenti  internazionali, invece non vi  è clamore. Solo rari trafiletti  che spesso rivelano come l’autore non si raccapezzi nel flusso degli eventi . Perchè la Libia è stata “liberata” dai governi  della  Nato. Fine della storia.

Non per noi che riteniamo inaudito e sospetto che  per due settimane i detective FBI  siano stati bloccati a Tripoli “per motivi di sicurezza” prima di avere via libera verso la  scena del crimine. Il  cosiddetto consolato di Bengasi, dove nel contempo   passeggiavano e scoprivano documenti i reporter CNN e Washington Post.

Come si sta scrivendo la vulgata sulla morte dell’ambasciatore Chris Stevens? Un altro capitolo della storia, un altro post.

raccolta articoli e video in  : Libya and the killing of Ambassador Stevens

LINK: http://mcc43.wordpress.com/2012/10/08/libia-7-ottobre-governo-fallito-citta-assediata-conflitti-sparsi-e-rapimenti-misteriosi/

L’ 11 settembre della Libia e degli USA

Articolo inviato al blog

di: mcc43

Nella ricorrenza dell’attacco alle Twin Towers, a Bengasi è stato ucciso l’ambasciatore americano Chris Stevens. “Come e perché” sono dati ancora ignoti e in una diversa circostanza ciò sarebbe considerato inaudito. Non c’è dubbio che se fosse avvenuto, per esempio, in Algeria o Tunisia, la risposta diplomatica e militare  sarebbe stata immediata, ma la Libia è ora un “protettorato” americano, alla guida del quale vi sono libici con la doppia nazionalità Usa. La Casa Bianca ha tentato di etichettare il fatto entro le sommosse mondiali  per lo sdegno suscitato dal film Innocent Muslim. La tesi, come quella di una vendetta per l’uccisione di un membro libico di AlQaeda,  ha retto poco. A denti stretti si è dovuto definirlo atto di terrorismo. Risposta esauriente? Assolutamente no.

Chris Stevens si trovava in un edificio che solo per modo di dire era un “Consolato”. L’unico consolato americano è a Tripoli, a ridosso dell’Ambasciata e per Bengasi non era mai stato nominato un Console.Stevens era in Libia dallo scoppio della ribellione del 2011 come “consigliere” del CNT per diventare poi  ufficialmente ambasciatore l’estate scorsa. Era a Bengasi per un incontro con l’Agoco-Arabian Gulf Oil Company, che ha sede proprio a Bengasi, ed è dipendente dal NOC , National Oil Company della Libia. Praticamente a ridosso della seduta del  Congresso Nazionale che a Tripoli stava eleggendo il Primo Ministro, l’ambasciatore più amico della Libia si trovava altrove,  impegnato a discutere di petrolio. Proprio come farebbe  un incaricato d’affari. Spariti, infatti,  dal “consolato” copie di documenti e contratti petroliferi.

Non sono stati resi noti fatti della sua vita privata che giustificassero la fuga di notizie su una visita che in teoria sarebbe dovuta essere segreta. Sarebbe una pista da seguire, dal momento che Stevens a Bengasi  era praticamente di casa.

L’attacco all’edificio è avvenuto in due tempi, durando  varie ore, e di Stevens si sono subito perse le tracce. La sua guardia del corpo ha perso contatto, i marines che hanno risposto al fuoco erano là in veste di contractors con  compiti diversi dalla sicurezza dell’ambasciatore.  Morente o già cadavere, è stato portato da ignoti all’ospedale; un video mostra questi “samaritani” che, nel migliore dei casi , erano ladri introdottisi per fare razzia e più intraprendenti della polizia e dell’esercito libico!

Secondo la CNN che ha rinvenuto 7 (?)  pagine del suo diario,  già da tempo Stevens era in allarme per la crescente importanza dei gruppi jiadisti in Cirenaica- un dato non nuovo , anzi risaputo si potrebbe dire.  Lo stupefacente rinvenimento da parte dei reporter conferma l’incredibile: il sito devastato del “consolato” non era presidiato per preservarlo in vista delle debite  investigazioni.

In Libia sono arrivati una cinquantina di marine, due navi si sono messe in rotta verso le coste libiche, ma i detective FBI sono arrivati solamente il 18 settembre, senza poter immediatamente raggiungere Bengasi a causa della situazione che persisteva turbolenta ed è  sfociata  nell’oceanica manifestazione “Save Benghazi”.

Mentre si rincorrevano le notizie, poche ore dopo l’assalto di Bengasi,  a  Tripoli in seconda votazione  del Congresso Mustafa Abushagur vinceva con 96 voti su 190, battendo Mahmud Jibril, che era in testa nella prima votazione.  Ci sono state chiacchiere sull’esattezza del conteggio, ma non hanno avuto seguito nella concitazione della giornata e nel caos dei giorni seguenti.

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E’ stato raccontato dai media che la manifestazione  “Salva Bengasi”  del 22 era pacifica e chiedeva la dissoluzione delle milizie armate, prendendo di mira soprattutto Ansar al Sharia, cui si era alluso come colpevole dell’attacco al consolato. Va detto che in realtà questa milizia era la più disciplinata e apprezzata dai bengasini per aver preso il controllo dell’ospedale e averlo reso agibile.

Risultò che dopo le prime ore di manifestazione osannante gli Usa e l’amico Stevens, donne e bambini sono stati mandati a casa e i manifestanti hanno attaccato sia  le caserme di Ansar al Sharia che quelle di altre milizie. Nel corso degli scontri subito quattro morti, aumentati in seguito,  e oltre cento i feriti.

Il Presidente del Congresso (non del paese, come invece i media e la stessa Hilary Clinton continuano a ripetere!) Muhammed Al Magarief sull’onda della sommossa ha dichiarato esservi milizie legittime, associate all’esercito, e altre no. Immediata la rissa: ogni milizia si proclama legittima, spesso forte del fatto che i suoi membri sono anche soldati dell’esercito nazionale.

La giornata del 25 è stata un susseguirsi di eventi.

Conflitti armati fra reparti dell’esercito. Un gruppo di manifestanti armati ha assalito l’hotel Rixos – sede del Congresso Nazionale a suon di migliaia di dinari cash- bloccando i lavori. Sono comparse sui muri scritte contro il neo Primo Ministro Mustafà Abushagur accusato di filo americanismo (!) per la sua doppia nazionalità.

Con scarso tempismo Abushagur  ha annunciato ciò che è ormai abituale: una dilazione. La lista dei ministri che formeranno il governo di transizione, prevista per il 30 settembre, verrà presentata con dieci giorni di ritardo e … nessuno di quelli attualmente in carica si illuda di essere rinnovato. Voci rimbalzanti  sui nomi dei nuovi ministri a volte sfiorano l’incredibile:  Hakim BelHadj, il  jiadista bocciato alle elezioni, ma tanto amico del Qatar e del capo, attualmente defilato, del CNT, Mustafà Jalil, come Ministro degli Interni.

Il 25 è  stato anche il giorno del “martire”  Omnar Shaaban, il freedom fighter plurintervistato che  raccontava la vulgata Nato: aver catturato Mihammar Gheddafi nascosto,  e  ne sventolava la pistola. Non l’unico.

Ricordiamo l’adolescente che alzava al cielo una “pistola d’oro” strappata al  rais catturato. Ma Shaaban era di Misurata e la sua fantasiosa vicenda prendeva forza di verità grazie alla potente milizia cittadina.

Accadde  a Shaban di essere colpito/catturato/torturato, tutte o una sola di queste possibilità non è dato capire, dalla milizia di Bani Walid. In gravi condizioni il ragazzo è stato inviato in Francia, ma le  cure  non sono bastate (??).  E il giorno 25  il corpo del “martire” è tornato in Libia.  Ora si è in sospeso per quella che potrebbe essere la  vendetta di Misurata su Bani Walid.

Mahmoud Jibril tiene le prime pagine sfidando la glorificazione del “martire”, ripetendo che Muhamamr Gheddafi non è stato ucciso dai ribelli ma da una potenza straniera :
Joanne ♌ Leo ‏@FromJoanne

#Jibril on #Dream2TV said #Gaddafi was killed by a Foreign International Intelligence agency 2 silence him forever &not by #Libya Fighters

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L’impressione che si ricava dagli eventi che si susseguono e  contraddicono le semplificazioni dei media, è che sia in atto una guerra politica senza esclusione di colpi. Sfacciatamente dei commentatori libici in Twitter si chiedono l’un l’altro quale milizia abbia al suo fianco Mahmoud Jibril!

Il Congresso è nelle mani di 120 deputati ufficialmente “indipendenti”, ciascuno portatore di fedeltà alla sua città ( mentre si susseguono proteste per le differenze di fondi concessi a Tripoli e a Bengasi) e dei quali non è dato sapere quanti, pur non ufficialmente iscritti ai partiti islamici, abbiano simpatie per i Fratelli Musulmani o i Salafiti.

Nel dibattito di France24 visibile a questo link,  il mediatore fra governo e milizia Ansar Sharia, Abu Sidra afferma senza mezzi termini che le milizie sentiranno il dovere di entrare nell’esercito “quando i combattenti saranno sicuri che la costituzione incorporerà i principi della Sharia”. Se così stanno le cose, non c’è futuro per questo governo non ancora nato, perché la Costituzione è lontana a venire ed è improbabile che incorporerà la Sharia. Sarebbe uno  schiaffo agli Stati Uniti, così evidentemente coinvolti nel rovesciamento del regime di Gheddafi, ma tutto è nelle mani dei 120 indipendenti, dei conflitti che si verificheranno fra di loro e degli apparentamenti con i partiti, nonchè delle intromissioni degli altri paesi arabi.

Avviene una guerra politica che in realtà ha il petrolio al centro, e ciò si tace, con gli interessi del Qatar, dei Sauditi, degli Usa e di tutti i paesi europei che hanno costituito l’infausta Coalizione Nato.

Non potevano i leader di questi paesi non sapere cosa sarebbe accaduto in Libia istigando una transizione violenta e sanguinaria.  Proprio oggi è uscito un video in cui si vedono i “combattenti della libertà” strappare i denti dal cadavere (?) di Mutassin GheddafiNon si avvia una democrazia plaudendo alla tortura e all’esecuzione di quello che a tutti gli effetti doveva essere trattato come un prigioniero politico, ed è facile dire  che il sangue di Muhammar Gheddafi e dei suoi figli sta ossessionando la Libia. E ciò chissà per quanto tempo.

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Da questo riassunto per sommi capi della sanguinosa pochade libica, rimando alla raccolta di articoli in inglese e in italiano  che provvedo continuamente ad aggiornare. http://storify.com/mcc43_/libya e ai tweet che compaiono in questa pagina nella colonna di destra.

Segnalo in particolare questo articolo dell’esperto di aereonautica Davide Cenciotti nel sito The Aviationist    che effettua un continuo monitoraggio delle forze aeree americane.

Un’evacuazione “semplice” , non-combattente, delle  locali missioni diplomatiche sembra essere  opzione meno probabile, la presenza di numerosi aerei americani in alcune basi strategiche del sud Europa e l’attività costante sembra suggerire che qualcosa di più grande potrebbe essere messo in atto: un attacco su obiettivi selezionati in Libia e, probabilmente, nel nord del Mali controllato da tre gruppi islamisti armati, tra cui Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI).

LINK: http://mcc43.wordpress.com/2012/09/26/l-11-settembre-della-libia-e-degli-usa/

Libia: petrolio rosso sangue

di: Manlio Dinucci

È uscito il secondo episodio di «Humanitarian War», famosa fiction washingtoniana sulla Libia. Ecco il trailer: aiutati i libici a liberarsi dal feroce dittatore, i buoni, guidati dall’eroico Chris, continuano ad aiutarli con uguale disinteresse; ma i cattivi – i terroristi ancora annidati nel paese – uccidono Chris che «rischiava la vita per aiutare il popolo libico a costruire le fondamenta di una nuova e libera nazione» (Hillary Clinton) e, «fatto particolarmente tragico, lo uccidono a Bengasi, città che aveva aiutato a salvare» (Barack Obama); il Presidente invia una «forza di sicurezza» in Libia, ma sono gli abitanti di Bengasi, scesi spontaneamente in piazza con cartelli inneggianti a Chris, a cacciare i cattivi dalle loro tane.

In attesa del terzo episodio, uno sguardo alla realtà. Chris Stevens, ambasciatore in Libia dallo scorso maggio, era stato rappresentante speciale Usa presso il Cnt di Bengasi durante la guerra: ossia il regista dell’operazione segreta con cui erano state reclutate, finanziate e armate contro il governo di Tripoli anche milizie islamiche fino a poco prima bollate come terroriste. Novello apprendista stregone, Chris Stevens è stato travolto dalle forze da lui stesso create quando, abbattuto il governo di Tripoli, in veste di ambasciatore Usa ha diretto l’operazione per neutralizzare le milizie ritenute da Washington non affidabili e integrare nelle forze governative quelle affidabili. Operazione estremamente complessa: ci sono in Libia almeno 100mila combattenti armati, appartenenti a svariate formazioni, comprese alcune gheddafiane. Tripoli controlla oggi solo una parte minore del territorio. È iniziata la disgregazione dello stato unitario, fomentata da interessi di parte. La Cirenaica – dove si trovano i due terzi del petrolio libico – si è autoproclamata di fatto indipendente, e lo vuol essere anche il Fezzan, dove sono altri grossi giacimenti, mentre alla Tripolitania resterebbero solo quelli davanti alle coste della capitale. La balcanizzazione della Libia rientra nei piani di Washington, se non riesce a controllare lo stato unitario. Ciò che preme agli Usa e alle potenze europee è controllare il petrolio libico: oltre 47 miliardi di barili di riserve accertate, le maggiori dell’Africa. Importante per loro è disporre anche del territorio libico per lo spiegamento avanzato di forze militari. La forza di rapido spiegamento dei marines, inviata da Obama in Libia con il supporto dei droni di Sigonella, ufficialmente come risposta all’uccisione dell’ambasciatore, non è né la prima né l’ultima. Il Pentagono aveva già inviato forze speciali e contractor a presidiare le maggiori piattaforme petrolifere, e ora si prepara a un’azione «antiterrorista». Sono da tempo sbarcate le compagnie petrolifere che, con accordi ufficiali e sottobanco (grazie alla diffusa corruzione), ottengono contratti molto più vantaggiosi dei precedenti. Si prepara allo stesso tempo la privatizzazione dell’industria energetica libica. Partecipa alla spartizione del bottino anche il Qatar che, dopo aver contribuito alla guerra di Libia con forze speciali infiltrate e forniture militari, spendendo oltre 2 miliardi di dollari, ha ottenuto il 49% (ma di fatto il controllo) della Banca libica per il commercio e lo sviluppo. Un buon investimento, quello della guerra.

IlManifesto.it

Il governo USA sapeva già dell’attentato

da: MegaChip

Questa rivelazione importante sull’omicidio dell’ambasciatore USA in Libia, proveniente da uno dei giornali più ben fatti del ‘mainstream’, il britannico The Independent, ci è stata segnalata per prima dalla Redazione di IRIB, la Radio Iraniana in lingua italiana, con un suo articolo in homepage. Ci è parso subito significativo che a mettere al corrente un pubblico italiano su una notizia così rilevante – per giunta di provenienza occidentale – sia stata una redazione di Teheran. Le redazioni di Roma e Milano, invece, evitano di dare risalto alla vicenda. Preferiscono giocare con i loro soliti schemi, che aiutano a non raccontare l’imbarazzante alleanza occidentale, nella sporca guerra di Libia, con i peggiori tagliagole. Abbiamo tradotto l’articolo dell’Independent e ve lo proponiamo qui di seguito:

Clamorose rivelazioni e retroscena sull’assassinio del diplomatico USA

Esclusivo: l’America «è stata preavvertita dell’attacco all’ambasciata, ma non ha fatto nulla»

di Kim Sengupta – The Independent.

Le uccisioni dell’ambasciatore USA in Libia e di tre suoi collaboratori sono state verosimilmente il risultato di una falla grave e continua nella sicurezza, è in grado di rivelare The Independent.

I funzionari americani ritengono che l’attacco sia stato pianificato, ma Chris Stevens era tornato nel paese solo da poco, mentre i dettagli della sua visita a Bengasi, dove poi lui e il suo staff sono morti, dovevano rimanere riservati.

L’amministrazione USA sta ora fronteggiando una crisi in Libia. I documenti sensibili sono scomparsi dal consolato di Bengasi e la posizione presumibilmente segreta del “rifugio” in città, dove il personale si era ritirato, è stata intensamente attaccata con i mortai. Altri simili rifugi lungo tutto il paese non sono più considerati “sicuri”.

Si sostiene che alcuni dei documenti che ora mancano dal consolato elencano i nomi dei libici che stanno lavorando con gli americani, esponendoli al rischio nei confronti dei gruppi estremisti, mentre si afferma che alcuni degli altri documenti si riferiscono a contratti petroliferi.

Secondo fonti diplomatiche ad alto livello, il Dipartimento di Stato USA aveva informazioni credibili già 48 ore prima che i tumulti si volgessero al consolato di Bengasi e all’ambasciata al Cairo, sul fatto che le missioni americane potevano essere prese di mira, ma nessun avvertimento è stato indirizzato ai diplomatici affinché si mettessero in allerta e in “serrata”, attenendosi a regole che limitano fortemente i movimenti.

Stevens era stato in visita in Germania, Austria e Svezia ed era appena tornato in Libia quando si è svolto il suo viaggio a Bengasi, quando il personale di sicurezza dell’ambasciata USA stabiliva che la missione poteva essere intrapresa in modo sicuro.

Otto americani, alcuni dei quali erano militari, sono rimasti feriti nell’attacco in cui hanno perso la vita Stevens, Sean Smith, un ufficiale incaricato dell’informazione, e due marines. Tutto il personale che si trovava a Bengasi è stato ora spostato nella capitale, Tripoli, e quelli il cui lavoro sia considerato non fondamentale potrebbero essere trasferiti dalla Libia.

Nel frattempo, una squadra di controffensiva antiterroristica FAST, del Corpo dei Marines, è già arrivata nel paese da una base in Spagna e si ritiene che altro personale sia già in cammino. Unità aggiuntive sono state messe in stato di attesa in vista del loro trasferimento in altri Stati in cui la loro presenza possa rendersi necessaria ora che scoppia il furore anti-americano innescato dalla diffusione di un film che disprezzato il profeta Maometto.

Una folla di diverse centinaia di persone ieri ha preso d’assalto l’ambasciata americana nella capitale yemenita Sanaa. Altre missioni che sono state messe in allerta speciale comprendono quasi tutte quelle del Medio Oriente, così come in Pakistan, Afghanistan, Armenia, Burundi e Zambia.

Alti funzionari sono sempre più convinti, tuttavia, che la feroce natura dell’attentato di Bengasi, in cui sono state utilizzate granate, indica che non era l’effetto di una rabbia spontanea dovuta al video, intitolato Innocence of Muslims («L’innocenza dei musulmani», NdT).

Patrick Kennedy, Sottosegretario al Dipartimento di Stato, si è detto convinto che l’assalto fosse pianificato per via della natura vasta e diffusa delle armi.

Vi è una convinzione crescente che l’attacco sia avvenuto per vendicare l’uccisione durante un attacco con droni in Pakistan di Mohammed Hassan Qaed, un operativo di Qa’ida - il quale era, come suggerisce il suo nome di battaglia Abu Yahya al-Libi, un libico – e coordinato con l’anniversario degli attentati dell’11 settembre.

Il senatore Bill Nelson, membro della Commissione sull’Intelligence del Senato, ha proclamato: «Chiedo ai miei colleghi in seno alla commissione di indagare immediatamente su quale ruolo potrebbero aver giocato nell’attacco al-Qa’ida o sue affiliate e di prendere gli opportuni provvedimenti.»

Secondo fonti all’interno degli apparati di sicurezza, il consolato aveva superato una “visita di controllo” per prevenire qualsiasi violenza che fosse collegata all’anniversario dell’11/9. In occasione degli eventi reali, sul muro perimetrale è stata fatta un apertura in meno di un quarto d’ora da una folla inferocita che aveva iniziato ad attaccarlo intorno alle dieci di notte di martedì. C’è stata, secondo i testimoni, ben poca difesa da parte delle guardie locali, trenta o poco più, che dovevano proteggere il personale.

Ali Fetori, 59 anni, ragioniere, che vive nelle vicinanze, ha rivelato: «Gli uomini della sicurezza semplicemente sono tutti scappati e le persone passate al comando erano i giovani con pistole e bombe.»

Wissam Buhmeid, il comandante della brigata Scudo della Libia, approvata dal governo di Tripoli, di fatto una forza di polizia di Bengasi, ha sostenuto che è stata la rabbia per il video su Maometto che ha fatto sì che le guardie abbandonassero le loro postazioni. «C’erano sicuramente persone delle forze di sicurezza che consentivano che l’attacco accadesse perché erano esse stesse offese dal film; avrebbero assolutamente messo la loro fedeltà al Profeta al di sopra del consolato. Le morti sono nulla in confronto agli insulti al Profeta.».

Si ritiene che Stevens sia stato abbandonato nell’edificio dal resto del personale dopo che non si riusciva a trovarlo in mezzo al fumo denso causato da un incendio che aveva avvolto l’edificio. È stato scoperto disteso in stato di incoscienza dalla popolazione locale e portato in un ospedale, il Centro Medico di Bengasi, dove, secondo un medico, Ziad Abu Ziad, è morto a causa dell’inalazione del fumo.

Una squadra di soccorso americana forte di otto persone è stata inviata da Tripoli e portata dalle truppe al comando del capitano Fathi al-Obeidi, della Brigata 17 febbraio, fino al rifugio segreto per prelevare circa quaranta persone dello staff statunitense. Sull’edificio si è poi scatenato un fuoco di armi pesanti. «Non so come abbiano trovato il posto per compiere l’attacco. È stato pianificato, la precisione con cui i mortai ci colpivano era troppo precisa per dei rivoluzionari qualsiasi», ha affermato il capitano Obeidi. «Ha cominciato a piovere su di noi, circa sei colpi di mortaio sono caduti direttamente sul sentiero verso la villa.»

I rinforzi libici sono finalmente arrivati, e l’attacco è finito. Sono arrivate notizie su Stevens, e il suo corpo è stato prelevato dall’ospedale e riportato a Tripoli con altri morti e i sopravvissuti.

La madre di Steven, Mary Commanday, ha parlato ieri di suo figlio. «Ha fatto bene quello che ha fatto, e ne ha fatto un ottimo lavoro. Avrebbe potuto fare un sacco di altre cose, ma questa era la sua passione. Ho un buco nel mio cuore», ha dichiarato.

 […]

Traduzione a cura di Matzu Yagi.

Fonte: http://www.independent.co.uk/news/world/politics/revealed-inside-story-of-us-envoys-assassination-8135797.html

Link: MegaChip.info

Israele, Siria, Libano e le conseguenze del giorno 18 luglio 2012

Articolo inviato al blog 

di: Mcc43- http://mcc43.wordpress.com

-  Damasco: l’attentato fallito prima del 18 luglio

-  Assef Shawkat, il siriano dai  molti nemici

-  Israele, Hezbollah e l’assassinio di Imad Mughniyeh

-  Bulgaria: l’attentato al bus israeliano del 18 luglio

-  La destabilizzazione del Libano

Molti file sono aperti in Siria, nonostante la rappresentazione semplificata dei fatti per farli rientrare  nello schema della “primavera araba”: rivolta di popolo e repressione, eccidi sui due fronti e soluzione finale, quella fin dall’inizio auspicata da USA e GB .

L’attentato che il 18 luglio a Damasco ha ucciso il ministro della Difesa Dawoud Rajha, il predecessore Hassan Turkmani, il generale Assef Shawkat, ex capo dell’intelligence militare, il generale Hisham Ikhtyar, Capo del Consiglio Nazionale per la sicurezza, è stato rivendicato sia da un gruppo combattente islamista, sia dal FSA, sigla dell’esercito siriano libero. Quest’ultimo ha modificato la versione della prima ora di un attacco suicida dichiarando l’uso di un ordigno comandato a distanza. Nessuno ha finora ipotizzato l’uso di un drone, probabilmente  per non confermare l’ assistenza concreta da parte americana all’opposizione.

L’operazione Vulcano per la liberazione di Damasco, come il FSA l’ha proposta ai media, suggerisce l’idea di un imprevisto atto di forza del fronte ribelle, capace di sferrare l’ultimo colpo al cuore del regime; la memoria registrata nel web disegna invece una sequenza di annunci prematuri e di tentativi falliti.

Il 20 maggio un servizio video di Al-Jazeera mostra un ribelle che rivendica di aver ucciso un gruppo di dirigenti del regime, dando risalto alla morte di Assef Shawkat. Poiché nei giorni successivi il personaggio non fa comparse pubbliche nascono varie speculazioni, che l’attentato sia stato condotto utilizzando il veleno e che Shawkat sia  già stato inumato.

Sarà l’intelligence israeliana ad avvalorare indirettamente le affermazioni dell’opposizione :“Un assassinio di questa portata in futuro potrebbe accelerare il collasso del regime. L’opposizione ha i mezzi per raggiungere i leader e questo caso lo conferma”.

Israele sposa, dunque, la prospettiva di una fine provocata dall’interno per il regime Assad, con il quale era in atto dal 1967, Guerra dei sei giorni, uno status quo dell’occupazione  delle siriane alture del Golan. Uno stallo non più conveniente dal 2010, anno in cui Assad inizia a stringere più stretti legami con gli USA, che non coinvolgono Tel Aviv, pur continuando l’alleanza strategica con l’Iran. Con questo nuovo scenario, i colloqui di pace per definire la questione del Golan avrebbe trovato Israele meno favorita che in precedenza.

L’implosione del regime di Assad consentirebbe il colpo di grazia a quelli che Israele considera i più antichi e irriducibili nemici: gli Hezbollahlibanesi. L’organizzazione è la prosecuzione dell’ala combattente di Amal, il movimento fondato in Libano dall’Imam iraniano Moussa Sadr. Nel 1978 , Sadr parte dal Libano diretto in Libia, in seguito non vi sarà certezza sulla sua sorte,  tranne vaghe tracce di un arrivo in Italia. Da allora, Iran e Libano accusarono Gheddafi di averlo ucciso o imprigionato, ciò stranamente poiché tutta l’opera (unificare il fronte del mondo arabo) e le minacce di Sadr avevano come obiettivo lo stato di Israele e il suo carisma, non ancora spento nonostante il passare del tempo, ne  rendeva l’ attivismo concretamente pericoloso. [vd. Post Il caso Moussa Sadr e le inesistenti certezze ]

Assef Shawkat

Assef Shawkat, l’uomo che l’esercito siriano affermava vanamente di aver già ucciso  in maggio,  era uno di quei  personaggi dalle molte ombre che abbondano in tutti i regimi. E non solo nei regimi. Dopo l’ 11 settembre veniva considerato un referente delle intelligence di Stati Uniti ed Europa,  coinvolto nella creazione di un braccio della CIA in Siria per combattere il terrorismo.

Tutto cambiò dal 2005 con l’assassinio del primo ministro libanese Rafik al-Hariri: Washington  considerò Shawkat regista dell’attentato, architetto dell’annosa dominazione della Siria sul Libano nonché fomentatore del terrorismo contro Israele e  nel 2006 gli USA decretarono contro di lui delle sanzioni.

I contorni del personaggio diventano completamente confusi con il 2008. Nel febbraio, a Damasco una bomba uccide Imad Mughniyeh, esponente di spicco di Hezbollah, che immediatamente accusa Israele. Nel mese di giugno Shawkat viene posto agli arresti dopo aver dichiarato in una intervista che la bomba usata per l’attentato era sistemata all’interno dell’auto, poichè ciò venne equiparato all’ammissione che gli autori erano siriani. Rimosso da capo della sicurezza interna, non venne  estromesso dal gruppo dirigente, del resto sono recentemente emerse nuove rivelazioni che chiamano in causa Israele. Una giovane palestinese avrebbe offerto al Mossad informazioni per identificare e localizzare Mughniyeh, fino ad allora definito “uomo senza volto”

Mentre a Damasco il 18 luglio l’attentato uccide Shawkat, e un pezzo del vertice del sistema, anche Israele viene colpito. 

Una bomba esplode su un autobus di turisti israeliani a Burgas, in Bulgaria, uccidendo sette persone e ferendone più di venti. A rendere ancora più straziante  la tragedia è  la ricorrenza: il 18 luglio  del 1994  in un quartiere di Buenos Aires, dove era la sede di un centro ebraico, una bomba provocò una strage. Furono 85 i morti e centinaia i feriti. La rivendicazione arrivò da un gruppo islamista, ma il governo israeliano accusò  Hezbollah come esecutore e l’Iran come mandante.

Per Burgas si parla fin dal primo momento di attacco suicida e nuovamente Israele accusa l’Iran.

Spunta in Facebook  la foto di un ex detenuto di  Guantanamo – somigliante al giovane ripreso dalle telecamere di sorveglianza dell’aeroporto-  uno svedese di origine algerine di nome Mehdi Ghezali. La Svezia, che nel 2004 chiese la sua liberazione, ne smentisce il coinvolgimento, similmente fanno i servizi segreti bulgari.

Le voci si rincorrono e spesso appaiono  fandonie. Fra i deceduti vi sarebbe un agente esterno dello Shin Bet, il Servizio Segreto interno di Israele. Un bulgaro sostiene di aver rifiutato al sospettato il noleggio di un auto, ma lo descrive con i  capelli corti mentre il video mostra un lungo chiomato; qui torna alla mente l’identificazione fasulla di Al Megrahi a Malta che servì a incastrarlo per l’attentato Lockerbie, impedendo indagini in altre direzioni. Si spera che l’esame del DNA dia un’identità sicura all’attentatore, ma stupisce che la sola ipotesi di cui si parla sia un  singolo, il kamikaze,  anziché vagliare anche l’ipotesi di un commando. Al momento non esistono rivendicazioni.

La DebkaFile, sito vicino all’intelligence israeliana, ribadisce la colpevolezza di Hezbollah e dell’Iran. Alla radio israeliana Ehud  Barak ha dichiarato che il paese  “farà di tutto per trovare  responsabili  diretti e  mandanti, e li punirà.” Un linguaggio che sembra alludere alla ripresa degli assassini mirati contro individui e  fa tornare in mente i misteriosi omicidi degli scienziati nucleari iraniani.

L’Iran da parte  sua ha vigorosamente smentito il coinvolgimento.

Puntando il dito contro  Hezbollah , Israele indica quella che in Libano è sia un’organizzazione politica sia una milizia armata. Come tale Hezbollah è sia nel Parlamento unicamerale, con 12 seggi su 128, sia oggetto di sanzioni americane che impongono il suo disarmo.

Poiché a fine giugno il fronte ribelle della Siria ha accusato Hezbollah di combattere per Assad , a Talkalakh e a Homs, il quadro completo della comunicazione  nelle ultime settimane ha costruito sia un’aspettativa sulla morte di Shawkat, sia un’attesa di azioni terroristiche di Hezbollah, entrambe culminate negli eventi del 18 luglio.

Una costruzione di ipotesi che minaccia la fragile stabilità del Libano già scossa fin dall’inizio della rivolta siriana, con  bande di autentici terroristi che dominano nel corridoio per il rifornimento delle armi a nord del paese[ved. Post di febbraio:  Il confine Siria-Libano e la stoltezza Occidentale] e un fiume incessante di profughi che lasciano le zone di combattimento siriane per accamparsi in Libano- Per vivere in condizioni che è facile immaginare e  che una destabilizzazione completa della regione  renderebbe  irrimediabili.

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Le battaglie in Consiglio di Sicurezza Onu, che in questi giorni hanno tenuto con il fiato sospeso,  potrebbero essere più apparenti che reali. E’ possibile che non vi sia al momento la volontà di  un intervento Nato in Siria perché, diversamente dalle intenzioni sulla Libia, l’interesse strategico non è sul singolo paese ma sull’intera area.

Più che una guerra convenzionale, nei prossimi mesi persisterà la guerra dell’informazione. La manipolazione dei fatti e del loro significato attraverso i media, l’induzione dell’opinione pubblica a schierarsi pro o contro, e a sua volta accrescere la disinformazione, avranno un ruolo centrale,  insieme all’uso del  terrorismo manovrato.

A differenza dell’irriducibile complottismo che assume certa l’esistenza di un piano prefissato,  intravedo un work in progress: tentativi riusciti, fallimenti, continui adattamenti e nasce il  sospetto che  i centri del potere vero, i burattinai delle figure a noi note,  siano essi stessi coinvolti in una lotta senza quartiere .

Questo disegna per noi un  futuro diversamente ma gravemente  incerto quanto quello di coloro che oggi vediamo soffrire  sul terreno dove infuria lo scontro armato.

Link:  Israele, Siria, Libano e le conseguenze del giorno 18 luglio 2012

LIBIA,vigilia di elezioni generali: partiti e personaggi

Articolo inviato al blog

di: mcc43

7 luglio, data delle elezioni  generali per l’Assemblea Costituente, dopo le varie consultazioni amministrative locali.  Lo svolgimento sarà monitorato dagli osservatori internazionali del Carter Insitute di Atlanta, che ha già messo le mani avanti: “le misure di sicurezza impediranno agli osservatori di svolgere il loro compito in alcune aree.”  Link

Partiti iscritti: 130.

Complessivamente presentano non meno di 1207 candidati  per assicurarsi 80 seggi in quella che si chiamerà  “General National Conference”.

GNC una sigla che impareremo a sostituire al CNT che ha retto finora la politica del paese.

Dei 200 seggi totali, i restanti 120 saranno disputati da 2501 cittadini che concorreranno individualmente.

2.800.000 sono gli iscritti negli elenchi elettorali, circa l’80% degli aventi diritto. Non sappiamo come siano state risolte le concrete difficoltà nel formare le circoscrizioni cui andranno i seggi; dopo i risultati si saprà se la soluzione sarà stata soddisfacente o qualche realtà locale si sentirà danneggiata per scarsa rappresentanza.

A 30 giorni dalla prima seduta della  Conferenza  sarà scelto e confermato un Primo Ministro. Nominerà i membri del suo Governo che dovrà ricevere l’approvazione di due terzi dell’assemblea.

Entro lo stesso termine di 30 giorni saranno nominati i 60 membri ai quali sarà devoluto il compito di scrivere la nuova Costituzione,  probabilmente partendo dalla bozza per il periodo di transizione  già preparata dal governo attuale. Link

Si lamenta la mancanza di dibattito pubblico preelettorale  e parecchi candidati non hanno ancora  formalizzato il programma sul quale chiedono fiducia agli elettori. Altre proteste vengono dalla diaspora. I libici residenti all’estero, perlomeno quelli degli Stati Uniti, lamentano carenze nella facilitazione all’esercizio del voto . Link 

Tutto questo in realtà è comprensibile: si tratta di una esperienza nuova, la cui data era già stata rimandata una volta. Non era concepibile che il Governo  si prendesse altro tempo per perfezionare la preparazione. Un altro aspetto, a mio parere,  dovrebbe realmente preoccupare l’elettorato libico: la storia personale dei canditati.

Dovrebbe essere considerato, sulla via della formazione di Istituzioni legittime, inaccettabile che  un jihadista di carriera come Abdel Hakim BelHadj entri  in lizza e sia a capo di un partito; proprio nei giorni scorsi si è tenuta la convention alla presenza di circa 150 persone in una circoscrizione di Tripoli. Link

I partiti che si presentano con un maggior numero di candidati possono per sommi capi  essere descritti come segue, secondo le informazioni  ricavabili da un articolo della nuova testa LibyaHerald – Link  

**** I filoislamisti del Justice & Construction Party,braccio politico dei Fratelli musulmani, guidato da Mohammed Sawan, di Misurata, prigioniero sotto il regime che, come l’Egitto, ha sempre emarginato l’organizzazione.

**** I filoislamisti armati  del Nation Party ,

capitanati da  Bel Hadj che chiede voti soprattutto da e per i  combattenti della “rivoluzione”, ed è accusato di essere il rappresentante degli interessi del Qatar.

**** I filo-occidentali del National Forces Alliance, che fanno riferimento a Mahmoud Jibril , ex primo Ministro dimissionario per contrasti nel CNT l’anno scorso. Posti d’onore alla convention del partito a uno sceicco dell’ormai famosa città/tribù Zentan e a una signora descritta in ‘hijab-chic’ and a skintight black catsuit, vale a dire con foularino e attilata tuta nera.

**** Gli anti-Gheddafi storici del National Front Party, che fino a poche settimane fa era  noto come National Front for the Salvation of Libya, ovvero il movimento  NFSL, in odore di creazione CIA e Mossad.

Dall’estero portava avanti dal 1981 la diffamazione del regime. Particolarmente riuscita quella su Abu Salim, la prigione dove sarebbero stati uccisi in una sola notte migliaia di detenuti – il cui numero varia a seconda delle dichiarazioni-  e i cui resti non sono mai stati ritrovati, così come non vi sono testimoni oculari. Link

L’articolo del Libya Herald però non fa menzione di un partito che si è sorprendentemente ritirato dalla corsa elettorale pochi giorni fa.

Si tratta del Democratic Party (Link ) fondato il 14 luglio 2011, di orientamento laico,  accreditato di vasti consensi e di un certo feeling con Israele – Link 

Per motivare la rinuncia il fondatore Ahmed Shebani  dichiara: 

“Arriva denaro dall’estero e dai paesi arabi dentro le elezioni per sovvertire la transizione alla democrazia. Lo scopo è fare della Libia o un fallimentare stato Wahabita o una finta democrazia, per impedire il contagio democratico ai paesi petroliferi del Golfo.”

Un pessimismo che anticipa ciò che il popolo libico dovrà scoprire e che da molto in Occidente constatiamo.

” I partiti si possono comprare o corrompere, sia dall’interno che dall’esterno”

[Libro Verde di Muhammar Gheddafi, Parte Prima] .
Link testo in italiano, non verificato con quello ufficiale.

Il clima nel paese?  E’ inquieta la Cirenaica.

Vi sono stati assalti alle caserme dell’esercito nazionale ed è stato integralmente distrutto l’ufficio elettorale di Bengasi (foto vicino al titolo) da 300 persone che inneggiavano all’autonomia della Cirenaica. Link

La regione possiede i due terzi del petrolio in territorio libico, non è difficile suscitare voglie localiste alle quali certamente fanno eco gli interessi delle bande armate; finora hanno resistito allo scioglimento ma non potranno andare oltre per molto tempo quando sarà impossibile rivolgersi a muso duro ai governanti accusandoli “non siete stati eletti”.

Inoltre già c’è sentore di malumore per la formazione delle circoscrizioni: Link-video  La prospettiva di avere nell’assemblea  soli 38 rappresentanti contro i 102 della popolosa Tripoli  non giova certamente a placare gli animi.

Altra fonte Link dà altre cifre: 26 seggi Bengasi, contro 30 di Tripoli, sottolienando che è una sproporzione che favorisce Bengasi, avendo questa metà della popolazione di Tripoli.

E’ probabile che la differenza nel riportare i numeri dipenda dalla mancata indicazione di “città” o “circoscrizione” elettorale. In ogni caso ciò che chiedono i bengasini pro-federalismo che cercanod i boicottare le elezioni è che i seggi vengano divisi equamente per tre: Tripolitania, Cirenaica, Fezzan indipendentemente da ogni altra considerazione.

Poichè il blitz ha distrutto come si vede dalla foto gli elenchi elettorali, sarà possibile che le elezioni in Bengasi possano svolgersi con regolarità? Senza brogli?

La svolta nella crisi: una Nato «intelligente»

di: Tommaso Di Francesco e Manlio Dinucci

Il crescente squilibrio tra la spesa Usa, salita dal 50% al 70% del totale, e quella europea che in proporzione è calata

Si tiene a Chicago il Summit dei capi di stato e di governo della Nato. Tra le diverse questioni all’ordine del giorno, dall’Afghanistan allo «scudo antimissili», ce n’è una nodale: la capacità dell’Alleanza di mantenere, in una fase di profonda crisi economica, una «spesa per la difesa» che continui ad assicurarle una netta superiorità militare. Con incosciente ottimismo, il socialista del Pasok Yiannis Ragoussis, che fa le veci di ministro greco della difesa, ha scritto sulla Nato Review , alla vigilia del Summit, che la partecipazione all’Alleanza ha dato alla Grecia «la necessaria stabilità e sicurezza per lo sviluppo nel settore politico, finanziario e civile». Se ne vedono i risultati. Non nasconde invece la sua preoccupazione sull’impatto della crisi il segretario generale dell’Alleanza, Anders Rasmussen. In preparazione del summit, ha avvertito che, se i membri europei della Nato taglieranno troppo le spese militari, «non saremo in grado di difendere la sicurezza da cui dipendono le nostre società democratiche e le nostre prospere economie».

Quanto spende la Nato? Secondo i dati ufficiali aggiornati al 2011, le «spese per la difesa» dei 28 stati membri ammontano a 1.038 miliardi di dollari annui. Una cifra equivalente a circa il 60% della spesa militare mondiale. Aggiungendo altre voci di carattere militare, essa sale a circa i due terzi della spesa militare mondiale. Il tutto pagato con denaro pubblico, sottratto alle spese sociali. C’è però un crescente squilibrio, all’interno della Nato, tra la spesa statunitense, salita in dieci anni dal 50% a oltre il 70% della spesa complessiva, e quella europea che è proporzionalemte calata. Rasmussen preme quindi perché gli alleati europei si impegnino di più: se il divario di capacità militari tra le due sponde dell’Atlantico continuerà a crescere, «rischiamo di avere, a oltre vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, un’Europa debole e divisa». Tace però sul fatto che sulle spalle dei paesi europei gravano altre spese, derivanti dalla partecipazione alla Nato. C’è il «Budget civile della Nato» per il mantenimento del quartier generale di Bruxelles e dello staff civile: ammonta a circa mezzo miliardo di dollari annui, di cui l’80% pagato dagli alleati europei. C’è il «Budget militare della Nato» per il mantenimento dei quartieri generali subordinati e del personale militare internazionale:ammonta a quasi 2 miliardi annui, per il 75% pagati dagli europei. C’è il «Programma d’investimento per la sicurezza della Nato», destinato al mantenimento di basi militari e altre infrastrutture per la «mobilità e flessibilità delle forze di spiegamento rapido della Nato»: ammonta a circa un miliardo e mezzo di dollari annui, il 78% dei quali pagati dagli europei. Come specifica un rapporto sui fondi comuni Nato, presentato al Congresso Usa lo scorso febbraio, dal 1993 sono stati eliminati i contributi per le basi militari degli alleati europei, mentre sono stati mantenuti quelli per le basi militari Usa in Europa. Ciò significa, ad esempio, che la Nato non ha sborsato un centesimo per l’uso delle sette basi italiane durante la guerra alla Libia, mentre l’Italia contribuisce alle spese per il mantenimento delle basi Usa in Italia. Ulteriori spese, che si aggiungono ai bilanci della difesa degli alleati europei, sono quelle relative all’allargamento della Nato ad est, stimate tra 10 e oltre 100 miliardi di dollari. Vi sono quelle per l’estensione all’Europa dello «scudo anti-missili» Usa, che Rasmussen quantifica in 260 milioni di dollari, ben sapendo che la spesa reale sarà molto più alta, e che vi si aggiunge quella per il potenziamento dell’attuale sistema Altbmd, il cui costo è previsto in circa un miliardo di dollari. Vi sono le spese per il sistema Ags che, integrato dai droni Global Hawk made in Usa, permetterà alla Nato di «sorvegliare» da Sigonella i territori da attaccare: l’Italia si è accollata il 12% del costo del programma, stimato in almeno 3,5 miliardi di dollari, pagando inoltre 300 milioni per le infrastrutture. Vi sono le spese per le «missioni internazionali», tra cui almeno 4 miliardi di dollari annui per addestrare e armare le «forze di sicurezza» afghane. Come possono i governi europei, pressati dalla crisi, affrontare queste e altre spese? Il segretario generale della Nato ha la formula magica: poiché gli alleati europei «non possono permettersi di uscire dal business della sicurezza», devono «rivitalizzare il loro ruolo» adottando, secondo l’esempio degli Stati uniti, la «difesa intelligente». Essa «fornirà più sicurezza, per meno denaro, lavorando insieme». La formula, inventata a Washington, prevede una serie di programmi comuni per le esercitazioni, la logistica, l’acquisto di armamenti (a partire dal caccia Usa F-35). Strutturati in modo da rafforzare la leadership statunitense sugli alleati europei. Una sorta di «gruppi di acquisto solidale», almeno per dare l’impressione di risparmiare sulla spesa della guerra.

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Dopo la strage degli innocenti

di: Manlio Dinucci

Una delle capacità dell’Arte della guerra del XXI secolo è quella di cancellare dalla memoria la guerra stessa, dopo che è stata effettuata, occultando le sue conseguenze. I responsabili di aggressioni, invasioni e stragi possono così indossare la veste dei buoni samaritani, che tendono la mano caritatevole soprattutto ai bambini e ai giovani, prime vittime della guerra. L’Italia – dopo aver messo a disposizione della Nato sette basi aeree per le 10mila missioni di attacco alla Libia, e avervi partecipato sganciando un migliaio di bombe e missili – ha varato un «progetto a favore dei minori colpiti da traumi psicologici derivanti dal recente conflitto». Il progetto, del costo di 1,5 milioni di euro, prevede l’invio di una task force di esperti che opererà a Bengasi, Tripoli e Misurata, collaborando con le «autorità libiche».

Le stesse che perfino il Consiglio di sicurezza dell’Onu chiama in causa per «le continue detenzioni illegali, torture ed esecuzioni extragiudiziarie». In Afghanistan, dove ogni anno muoiono migliaia di bambini per gli effetti diretti e indiretti della guerra, gli aerei italiani non lanciano solo bombe e missili, ma viveri, indumenti, quaderni e penne per i bambini, così da «integrare l’azione operativa con l’attività di supporto umanitario». Un centinaio di fortunati bambini ha ricevuto, in una base militare italiana, un pacco dono, frutto di «una raccolta spontanea durante le celebrazioni delle Sante Messe». «Con l’occasione», alcuni sono stati perfino visitati da un ufficiale medico pediatra. E quando la piccola Fatima ha avuto un braccio maciullato da un ingranaggio, c’è stata la «corsa generosa e disperata» verso l’ospedale, effettuata con un Lince, il blindato usato dagli italiani nella guerra in Afghanistan. In Iraq, l’Italia è impegnata in un «progetto comune contro la tratta di esseri umani», di cui sono vittime soprattutto ragazze e ragazzi, costretti alla prostituzione e al lavoro forzato nelle monarchie del Golfo. Nascondendo il fatto che tale fenomeno è uno degli effetti della guerra, cui ha partecipato anche l’Italia. Le vittime dirette sono state, nel 2003-11, almeno un milione e mezzo, di cui circa il 40% bambini, documenta il Tribunale di Kuala Lumpur sui crimini di guerra. Molti altri bambini sono morti per le armi a uranio impovertito, che hanno contaminato il terreno e le acque. A Fallujah, le malfomazioni cardiache dei neonati risultano 13 volte superiori alla media europea, e quelle del sistema nervoso superiori di 33 volte. A mietere un maggior numero di vittime è il collasso della società irachena, provocato dalla guerra. Circa 5 milioni di bambini sono orfani e circa 500mila vivono abbandonati nelle strade, 3,5 milioni sono in povertà assoluta, 1,5 milioni di età inferiore ai cinque anni sono denutriti e in media ne muoiono 100 al giorno. Sono queste le prime vittime della tratta di esseri umani: bambine di 11-12 anni sono vendute per 30mila dollari ai trafficanti. A provocare questo immenso dramma contribuisce l’Italia, partecipando alle guerre camuffate da missioni internazionali di pace. Anche se il presidente Napolitano, rivolgendosi ai militari in missione, assicura: «Voi oggi, e altri prima di voi, avete dato un grandissimo contributo a un rinnovato prestigio e alla credibilità dell’Italia».

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Chi ci difende dalle atrocità

di: Manlio Dinucci

Chi dubitava che Barack Obama non meritasse il Premio Nobel per la pace, ora deve ricredersi. Il presidente ha annunciato la creazione dell’Atrocities Prevention Board, un apposito comitato della Casa Bianca per la «prevenzione delle atrocità». Lo presiede la sua ispiratrice, Samantha Power, assistente speciale del presidente e direttrice per i diritti umani al National Security Council, formato dai più importanti consiglieri di politica estera. Nella scalata al potere (cui sembra predestinata dal suo cognome), la Power, aspirante segretaria di stato, ha sempre fatto leva sulla denuncia di presunte atrocità, attribuite a quelli che di volta in volta gli Usa bollano quali nemici numero uno. Sotto le ali del suo patron, il potente finanziere George Soros, la Power ha contribuito a elaborare la dottrina «Responsabilità di proteggere», che attribuisce agli Stati uniti e alleati il diritto di intervenire militarmente nei casi in cui, a loro insindacabile giudizio, si stiano per commettere «atrocità di massa». Con tale motivazione ufficiale, in specifico quella di proteggere la popolazione di Bengasi minacciata di sterminio dalle forze governative, il presidente Obama ha deciso l’anno scorso di fare guerra alla Libia. Ora la dottrina viene istituzionalizzata con la creazione dell’Atrocities Prevention Board. Attraverso la Comunità di intelligence (formata dalla Cia e altre 16 agenzie federali), esso stabilisce quali sono i casi di «potenziali atrocità di massa e genocidi», allertando il presidente. Predispone quindi gli strumenti politici, economici e militari per la «prevenzione». In tale quadro, il Dipartimento della difesa sta sviluppando «ulteriori principi operativi, specifici per la prevenzione e la risposta alle atrocità». D’ora in poi sarà l’Atrocities Prevention Board a preparare il terreno a nuove guerre. Ed è già al lavoro: di fronte alla «indicibile violenza cui è soggetto il popolo siriano, dobbiamo fare tutto ciò che possiamo», ha dichiarato il presidente Obama, sottolineando che, oggi come in passato, «la prevenzione delle atrocità di massa costituisce una fondamentale responsabilità morale per gli Stati uniti d’America». Peccato che l’Atrocities Prevention Board sia stato creato solo ora. Altrimenti avrebbe potuto prevenire le atrocità di massa di cui è costellata la storia statunitense, a iniziare dal genocidio delle popolazioni autoctone nordamericane. Basti ricordare, limitandosi agli ultimi cinquant’anni, le guerre contro Vietnam, Cambogia, Libano, Somalia, Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, Libia; i colpi di stato orchestrati dagli Usa in Indonesia, Cile, Argentina, Salvador. Milioni di persone imprigionate, torturate e uccise. Per prevenire altre atrocità, l’Atrocities Prevention Board dovrebbe assicurare alla giustizia i responsabili, impuniti, delle torture e uccisioni ad Abu Ghraib, a Guantanamo e in decine di prigioni segrete della Cia. Dovrebbe anche acquisire agli atti i video con cui soldati Usa documentano, per divertirsi, l’uccisione di civili in Afghanistan*, che il Pentagono ha cercato prima di occultare e poi di sminuire. Se li guardi bene Samantha Power, per capire che cosa è veramente una «atrocità di massa».

*V. http://www.rollingstone.com/politics/news/the-kill-team-20110327

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La lotta dei TUAREG del MNLA per separarsi dal Mali, dalla fame, dagli islamisti

Articolo inviato al blog 

di: mcc43

- Essere Tuareg del MNLA

- Gheddafi e i Tuareg

- Il Richelieu del deserto

- Tuareg a Bamako

- Il neo Presidente pro-guerra

Essere  “Tuareg” del MNLA

Chi sono i Tuareg?

Circa un milione e mezzo di persone alle quali la politica internazionale ha cancellato l’identità colletiva frammentandola in cinque nazionalità (Mali, Algeria, Libia, Niger, Burkina Faso); cittadinanze formali, ma non sempre effettive.

Furono gli esploratori a denominare Tuareg  quest’etnia autoctona del Nord Africa,  ma essi si riconoscono come parte del popolo Amazigh. La tribù più antica di cui si ebbe notizia viveva nel Fezzan, il sud libico, e dal suo nome, i Libu, deriva Libia. Pochi metri sotto le loro tende, c’è petrolio o gas o oro, ma i Tuareg sono per la maggior parte poverissimi. Nomadi allevatori flagellati dalla siccità che tanto spesso uccide il bestiame. Quando non è il clima sono i governi che, per frenare le ribellioni, incendiano l’erba: le bestie muoiono e la gente patisce la fame. E ci sono anche le razzie degli animali predatori, così che l’eterno nemico dei Tuareg si chiama FAME.

“Da quando sono stati fissati dei confini, siamo diventati degli stranieri” dice uno di loro (ved.video nella barra laterale) . Organizzati in un sistema di clan e tribù, è inseno ai Tuareg del nord del Mali che si è sviluppato il più persistente e indomabile spirito di rivolta che ora si esprime nel MNLA: Movimento per la Liberazione dell’Azawad, regione inclusa nei confini maliani  contestualmente alla creazione dello stato negli anni ’60 (vedere post )-

Gli aderenti al MNLA appartengono a due tribù: gli Iforas, stanziati nella regione, e gli Idnan,  guerrieri e nomadi. Il movimento ha un supporto popolare ampio perchè non si rinchiude nell’etnia, ma si rivolge all’intera popolazione dell’Azawad:SonghaiPeulh e Arabi, come si può leggere nei documenti del sito,  voce ufficiale, non banale strumento di propaganda.

La galassia islamista si estende in tutto il Sahel e i suoi interessi si sono temporaneamente giustapposti alla lotta per l’indipendenza dell’Azawad, ma il MNLA si proclama antifondamentalista e rivendica orgogliosamente la propria laicità.

Nella dichiarazione d’Indipendenza proclamata il 6 aprile, c’è l’impegno all’adesione totale ai principi della carta dell’ONU e alla creazione di Istituzioni statali fondate su una costituzione democratica.

Lo stato indipendente dell’Azawad fondato su questi principi ha l’appoggio dal CONGRESSO MONDIALE AMAZIGH:

Gli stati occidentali non possono opporsi all’indipendenza dell’Azawad avendo sostenuto attivamente la creazione di nuovi stati come il Montenegro nel 2006 e il Sud-Sudan nel 2011. 

D’altronde chi ha il diritto di opporsi alla volontà di un popolo che vuole raggiungere la libertà? La Carta delle Nazioni Unite e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, sui diritti dei popoli autoctoni in particolare, sono scritte per tutti i popoli del mondo senza eccezioni. 

Di conseguenza ci appelliamo all’Unione Africana, all’Onu, e ai paesi che ne sono membri affinché riconoscano il nuovo stato indipendente dell’Azawad e collaborino alla costruzione della pace, allo sviluppo e al benessere in questa regione. 

Paris, le 26/03/2962 – 7/04/2012  Le Bureau et le Conseil Fédéral du CMA

Moussa Ag Assarid

Il portavoce del MLNA, scrittore e giornalista,MOUSSA AG ASSARID dichiara:

“Noi siamo pronti a discutere e dialogare con chiunque. Ciò che non ammetteremo è che militari stranieri al Mali e all’Azawad entrino nel nostro territorio per combattere contro la ribellione dei Tuareg. Se ci sarà un intervento, noi Tuareg ci coalizzeremo.”

Un passo indietro: Gheddafi e i Tuareg

Molti appartenenti al MNLA che hanno combattuto in Libia sono superficialmente etichettati come  “mercenari”. Moltio, invece, erano da tempo arruolati nell’esercito, spesso ufficiali che  vivevano in Libia e avevano con sè le famiglie.

Gheddafi a una riunione di capi Tuareg, Sebha 2009

Il sogno gheddafiano di una repubblica islamica unificante il Sahara aveva conquistato vaste simpatie presso i Tuareg,  emarginati e oppressi dagli stati di appartenenza; ad accentuare la simpatia era anche l’origine berbera della madre di Gheddafi, ma altrettanto forte era il risentimento per l’ostracismo del regime alle culture berbere, così che alcuni dei ritornati dalla Libia erano reduci dalle file del CNT. E questa è una prima divisione in seno ai combattenti Tuareg.

Stretti legami con il governo libico aveva Ibrahim Ag Bahanga, intransigente capo della ribellione precedente; allo scoppio dei moti di Bengasi prese contatto con i militari del suo clan in forza all’esercito libico convincendone una parte a  razziare le armi. Il 26 agosto, Ag Baghanga è stato ucciso al confine tra Mali e Niger, dove già reclutava in vista dell’insurrezione nell’Azawad.

Aghali Alambo, un capo Tuareg del Mali che aveva ottenuto asilo politico a Tripoli, è stato arrestato in marzo con l’accusa di traffico d’armi e legami con Al Qaeda. Come si vede, è in corso un’epurazione di coloro che avevano avuto stretti legami con Muhammar Gheddafi.

 Il Richelieu del deserto e i servizi segreti

IYAD AG GHALI è un Tuareg dalla caleidoscopica carriera che, come quella del Cardinale francese, incrocia religione, politica, astuzia.

Iyad-Ag-Ghali

Appartiene alla tribù Ifora, è massimo esperto delle caratteristiche climatiche del Sahara, diplomatico, ribelle, radicalista islamico, mediatore con Al-Qaeda per la liberazione degli ostaggi occidentali.

Da sempre è blandito dai servizi segreti di ogni paese; secondo  documenti diffusi da Wikileaks nel 2008 trattava alla pari con il Presidente Amadou Toumani TOURE’ per la sostituzione del governatore di Kidal.

Oggi è al centro delle trattative per la liberazione del Console algerino e altre sei persone rapite dal Mujao.

(Questa è la terza impresa criminale rivendicata dal Mujao, nuova branca di Al Qaeda,  dopo il rapimento della nostra ROSSELLA URRU e l’attentato a Tamanrasset in Algeria, ( ved post  Rossella Urru nelle mani del franchising del terrorismo )

Dopo la conquista di Timbuctu, e la  tempestiva “visita” di tre boss dell’Aqmi ,  Ag Ghali ha messo ben in chiaro che non gli interessa un Azawad indipendente come lo vuole il MNLA, il suo scopo è l’introduzione della legge islamica (ved. post Mali: tre fronti e un convitato di pietra) . Questa è l’altra profonda divisione del fronte Tuareg verso il governo centrale.

La differenza ideologica e operativa che rende incompatibili il MNLA e l’Ansar Din di Ag Ghali emerge anche in occasione di quest’ultimo rapimento. I combattenti del MNLA avevano avvisato il Console algerino sollecitandone l’ immediata partenza dal Mali, ma la risposta del Console fu: attendo ordini da Algeri.Purtroppo per lui sono arrivati prima i banditi del Mujao e offrono a Ag Ghali un’ occasione di accrescere il suo peso politico nella regione.

Tuareg a Bamako

La ribellione del MNLA  ha umiliato l’esercito fin dai primi giorni, provocato  una rivolta dei famigliari che assediarono il palazzo presidenziale e, in seguito, il golpe militare di Amadou SANOGO. In città vi è una forte rabbia verso tutti. Verso  i paesi vicini, dell’Ecowas, che prendono decisioni sul futuro del Mali e impongono sanzioni economiche e diplomatiche.  Verso la Francia, ex potenza coloniale, accusata (con ragione) di doppiogiochismo e  verso il MNLA visto con sospetto.

Dalle interviste realizzate a Bamako da  El Watan

“In nessun parte dell’Africa la Francia è apprezzata. Sarkozy  fa troppi trucchi. La guerra in Libia? è stato lui. La politica d’immigrazione che ci ha sbarrato le porte dell’Europa? è stato lui.”

“Bisogna impedire questa secessione, preparata e sostenuta dagli ambienti economici stranieri. Ancora una volta, è guerra per il petrolio, una rapina della nostra zona più ricca. “ dice un altro riferendosi al potenziale petrolifero e uranifero dell’Azawad.

E nelle strade di Bamako non capita più d’imbattersi in  “uomini blu”. Per timore di rappresaglie la maggior parte dei Tuareg che vivevano nella capitale sono fuggiti.”

Il neo Presidente anti-dialogo e pro-guerra

Nell’ambito della transizione del potere dai golpisti alla società civile, la Presidenza ad interim del Mali è andata al presidene dell’Assemblea nazionale DIONCUNDA TRAORE’. Nel discorso di insediamento ha fatto due promesse che hanno scarsa possibilità di realizzarsi; elezioni in 40 giorni in tutto il paese, che però è spaccato e ancora da riunire, nonchè “guerra mortale e implacabile” ai ribelli dell’Azawad. 

Diocunda Traore, neo Presidente

Come, dal momento che sono state proprio le sconfitte subite dall’esercito ad opera del MNLA a motivare il golpe militare?

Quello che sta facendo Traoré per mantenere le promesse  è ricorrere ad accordi segreti proprio  con Ag Ghali e i suoi islamisti di Ansar Dine così da spingere i Tuareg a combattersi fra di loro?

Conta certamente, Traoré, sulle truppe straniere offerte dai paesi dell’Ecowas che -  per bocca di Blaise CAMPAORE’, presidente “francese” del Burkina Faso – assicura il sostegno “senza riserve”  per stroncare la ribellione.

Traore e Campaorè parlano come se i Tuareg del Movimento di liberazione dell’Azawad fossero degli invasori e non dei cittadini del Mali portati all’esasperazione da decenni.

Considerando che il MNLA è un movimento laico che si rivolge all’Onu per un diritto sancito nella carta costituiva delle Nazioni Unite,  la “guerra mortale e implacabile” promessa dal neo presidente sarebbe più opportuna ai gruppi di AlQaeda e ai fiancheggiatori, come Ansar Din.

Voci che propongono il dialogo invece che la guerra non mancano, anche nel Parlamento Europeo. François ALFONSI, deputato, fondatore dell’Organizzazione “Amicizia Amazigh” dichiara:

 Impegnarsi con il MNLA è l’altra opzione strategica. Sarebbe incomparabilmente più vantaggiosa, evitando un disastro annunciato per gli anni a venire, e consentendo la stabilizzazione della regione di fronte al rischio islamista. Il MNLA, e le popolazioni Tuareg, saranno una difesa molto migliore contro la diffusione del fondamentalismo che un’aggressione militare maliana infiltrata da elementi occidentali.

E ‘urgente avviare un dialogo diretto con il MNLA e sfidare la diplomazia post-coloniale portata avanti dalla Francia, prima di commettere l’irreparabile.
Bruxelles, 13/04/2012

VITA TUAREG


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Qui tutti i precedenti articoli di questo blog riguardanti

il popolo Tuareg : http://mcc43.wordpress.com/tag/Tuareg/

il golpe del Mali http://mcc43.wordpress.com/tag/Mali/

Le collezioni di articoli e documenti per la preparazione dei post in www.serachees

http://www.searcheeze.com/p/mcc43/tuareg & http://www.searcheeze.com/p/mcc43/mali-colpo-di-stato

Le spese militari uccidono

di Manlio Dinucci

Nel tempo che impiegherete a leggere questo articolo, nel mondo si saranno spesi altri 10 milioni di dollari in armi, eserciti e guerre. La spesa militare mondiale ammonta infatti a 3,3 milioni di dollari al minuto. Ossia 198 milioni ogni ora, 4,7 miliardi ogni giorno. Il che equivale a 1.738 miliardi di dollari in un anno.

Sono i dati relativi al 2011, pubblicati ieri dal Sipri, l’autorevole istituto internazionale con sede a Stoccolma.

A fare da locomotiva della spesa militare sono ancora gli Stati uniti, con 711 miliardi, equivalenti al 41% del totale mondiale.

L’annunciato taglio di 45 miliardi annui nel prossimo decennio è tutto da vedere.

I risparmi dovrebbero essere effettuati riducendo le forze terrestri e restringendo i benefit (compresa l’assistenza medica) dei veterani.

Obiettivo del Pentagono è rendere le forze Usa più agili, più flessibili e pronte ad essere dispiegate ancora più rapidamente. La riduzione delle forze terrestri si inquadra nella nuova strategia, testata con la guerra di Libia: usare la schiacciante superiorità aerea e navale Usa e far assumere il peso maggiore agli alleati.

Ma non per questo le guerre costano meno: i fondi necessari, come è avvenuto per quella contro la Libia, vengono autorizzati dal Congresso di volta in volta, aggiungendoli al bilancio del Pentagono. E a questo si aggiungono anche altre voci di carattere militare, tra cui circa 125 miliardi annui per i militari a riposo e 50 per il Dipartimento della sicurezza della patria, portando la spesa Usa a circa la metà di quella mondiale.

Nelle stime del Sipri, la Cina resta al secondo posto rispetto al 2010, con una spesa stimata in 143 miliardi di dollari, equivalenti all’8% di quella mondiale. Ma il suo ritmo di crescita (170% in termini reali nel 2002-2011) è maggiore di quello della spesa statunitense (59% nello stesso periodo). Tale accelerazione è dovuta fondamentalmente al fatto che gli Usa stanno attuando una politica di «contenimento» della Cina, spostando sempre più il centro focale della loro strategia nella regione Asia/Pacifico.

In rapido aumento anche la spesa della Russia, che passa, con 72 miliardi di dollari nel 2011, dal quinto al terzo posto tra i paesi con le maggiori spese militari.

Seguono Gran Bretagna, Francia, Giappone, Arabia Saudita, India, Germania, Brasile e Italia. La spesa militare italiana viene stimata dal Sipri, per il 2011, in 34,5 miliardi di dollari, equivalenti a circa 26 miliardi di euro annui. L’equivalente di una grossa Finanziaria.

Nella ripartizione regionale, Nord America, Europa e Giappone totalizzano circa il 70% della spesa militare mondiale: è quindi la triade, che finora ha costituito il «centro» dell’economia mondiale, a investire le maggiori risorse in campo militare. Ciò ha un effetto trainante sulle regioni economicamente meno sviluppate: ad esempio, l’Africa conta appena il 2% della spesa militare mondiale, ma il Nord Africa ha registrato la più rapida crescita della spesa militare tra le subregioni (109% in termini reali nel 2002-2011) e anche quella della Nigeria è in rapida crescita.

La spesa militare continua così ad aumentare in termini reali. Secondo le stime del Sipri, è salita a circa 250 dollari annui per ciascuno dei 7 miliardi di abitanti del pianeta. Una cifra apparentemente trascurabile per un cittadino medio di un paese come l’Italia. Ma che, sommata alle altre, diventa un fiume di denaro pubblico che finisce in un pozzo senza fondo. Prima ancora di uccidere quando viene convertita in armi ed eserciti, la spesa militare uccide sottraendo risorse vitali a miliardi di esseri umani.

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Libia un anno fa: memoria corta

di: Manlio Dinucci

Uno degli effetti delle armi di distrazione di massa è quello di cancellare la memoria di fatti anche recenti, facendone perdere le tracce. È passato così sotto silenzio il fatto che un anno fa, il 19 marzo, iniziava il bombardamento aeronavale della Libia, formalmente «per proteggere i civili». In sette mesi, l’aviazione Usa/Nato effettuava 30mila missioni, di cui 10mila di attacco, con impiego di oltre 40mila bombe e missili. Venivano inoltre infiltrate in Libia forze speciali, tra cui migliaia di commandos qatariani facilmente camuffabili. Venivano finanziati e armati i settori tribali ostili al governo di Tripoli e anche gruppi islamici, fino a pochi mesi prima definiti terroristi. L’intera operazione, ha chiarito l’ambasciatore Usa presso la Nato, è stata diretta dagli Stati uniti: prima tramite il Comando Africa, quindi tramite la Nato sotto comando Usa.

È stato così demolito lo stato libico e assassinato lo stesso Gheddafi, attribuendo l’impresa a una «rivoluzione ispiratrice» – come l’ha definita il segretario alla difesa Leon Panetta – che gli Usa sono fieri di aver sostenuto, creando «una alleanza senza eguali contro la tirannia e per la libertà». Se ne vedono ora i risultati. Lo stato unitario si sta disgregando. La Cirenaica – dove si trovano i due terzi del petrolio libico – si è autoproclamata di fatto indipendente e, a capo, è stato messo Ahmed al-Zubair al Senussi. Scelta emblematica: è il pronipote di re Idris che, messo sul trono da Gran Bretagna e Stati uniti, concesse loro, negli anni ’50 e ’60, basi militari e giacimenti petroliferi. Privilegi cancellati quando re Idris venne deposto nel 1969. Ci penserà il pronipote a restituirli. E vuol essere indipendente anche il Fezzan, dove sono altri importanti giacimenti. Alla Tripolitania resterebbero solo quelli davanti alle coste della capitale. Così le grandi compagnie petrolifere, cui la Libia di Gheddafi concedeva ristretti margini di guadagno, potranno ottenere dai capi locali, l’uno contro l’altro, condizioni ottimali. Il leader del Cnt Abdel Jalil parla di «cospirazione» e minaccia «l’uso della forza», ma non è campione dell’indipendenza libica: quella del colonialismo italiano, è convinto, fu per la Libia «un’era di sviluppo». Intanto il Consiglio di sicurezza dell’Onu estende di un altro anno la sua «missione di appoggio in Libia», complimentandosi per «i positivi sviluppi» che «migliorano le prospettive di un futuro democratico, pacifico e prospero». Non può però evitare di esprimere «preoccupazione» per «le continue detenzioni illegali, torture ed esecuzioni extragiudiziarie». Opera delle milizie armate, alimentate dalla politica del «divide et impera» del nuovo impero. Usate per accendere focolai di guerra in altri paesi, come dimostra il fatto che a Tripoli c’è un campo di addestramento dei «ribelli siriani». In Libia le prime vittime sono gli immigrati dall’Africa subsahariana che, perseguitati, sono costretti a fuggire. Solo in Niger ne sono rientrati 200-250mila, perdendo la fonte di sostentamento che manteneva milioni di persone. Molti, spinti dalla disperazione, tentano la traversata del Mediterraneo verso l’Europa. Quelli che vi perdono la vita, come gli ultimi cinque sepolti a Lampedusa, sono anch’essi vittime della guerra iniziata un anno fa. Di cui si è persa, ormai, memoria.

IlManifesto.it

Kony 2012 ed il nuovo velo di Maya

di: Ugo Gaudino

La fabbrica del consenso mediatico colpisce ancora: vittime passive, inermi e pronte a credere a qualunque soap opera strappalacrime ancora una volta sono gli spettatori, in questo caso i prodi corsari del Web, i quali, imbattendosi nel video del momento, KONY2012, non hanno saputo fare a meno di cliccare, commuoversi ed esprimere un’opinione fulminea su un argomento ignorato del tutto fino a 30 minuti prima. Chiariamo la situazione.

Spunta come un fungo un video alla moda, realizzato dalla ong Invisible Children, in cui si denunciano i crimini di Joseph Kony, leader ugandese dell’LRA, l’Esercito di Liberazione del Signore, movimento teocratico e fondamentalista creato negli anni ’80 che avrebbe sfruttato bambini-soldato e commesso atrocità indescrivibili e deprecabili.

Si invita il pubblico ad aderire all’iniziativa o quantomeno a diffondere la notizia. Dunque, un analista corretto non urlerebbe da subito allo scandalo in preda a raptus folli ed indignati, ostentando la classica saccenteria spocchiosa di chi pretende di conoscere il mondo basandosi su una misera fonte condivisa da milioni di automi. Bisogna procedere per gradi, squarciando il velo di Maya, come direbbe Schopenhauer, e raggiungendo un’adeguata consapevolezza dei fatti.

In primis, c’è da chiedersi perché su tanti paesi africani teatri di scontri cruenti e di barbarie a non finire gli osservatori – poco obiettivi – nostrani abbiano scelto proprio l’Uganda. Dimenticando, per esempio, che approssimativamente un anno fa in Costa d’Avorio c’è stato un golpe appoggiato dai francesi e dalla Nato, per deporre il legittimo presidente Gbagbo e sostituirlo col docile cane Ouattara, fedele ai diktat esteri. Dimenticando che un paese come la Libia, che viveva in pace con Gheddafi, è ora dilaniato da scontri tribali disumani, malgrado il “democratico” Consiglio Nazionale di Transizione e l’intervento a suon di bombe neocolonialiste. Dimenticando che quando in Sud Africa c’era l’apartheid non si fiatava o che in Nigeria presunti ribelli impiccarono l’attivista del movimento Ogoni Ken Saro Wiwa perché scomodo agli interessi della Shell. I paraocchi dei diritto-umanisti sono sempre più stretti e scuri, ahimè.

Secondo i cittadini ugandesi e gli esperti locali, ormai da molti anni Kony e l’LRA non spaventano più la popolazione ugandese: anzi, sembra che il leader viva in agonia, o addirittura che sia morto… Il popolo, piuttosto, è in ginocchio per colpa del proprio governo, quello del repressivo Museveni, accusato di genocidio nel Nord del paese da esperti quali il dottor Philip Kasaija, che parla di stupri e violenze contro la popolazione femminile, ed Olara Otunnu, un ex funzionario delle Nazioni Unite che condanna indubbiamente Kony ma prende di mira soprattutto l’immobilità di un governo che da anni strizza l’occhio agli interessi occidentali e che dispone di un esercito brutale. In realtà, sono tante le critiche arrivate dall’Uganda al video proposto per la trattazione superficiale di un problema grave, per un sistema di due pesi e due misure insostenibile e per un’azione volta più a pubblicizzare un intervento militare che a sollevare discussioni. E’ vero che i teocratici fondamentalisti si sono macchiati di una reputazione da macabri assassini, ma è pur vero che combattono contro una dittatura spacciata per democrazia, che rimane al potere solo in quanto funzionale agli interessi geopolitici stranieri (nel corno d’Africa, l’asse Uganda-Kenya-Etiopia serve agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna per penetrare nell’Oceano Indiano, contrastare l’azione di Stati “canaglia” come il Sudan e la Somalia, che comunque sono stati già disintegrati efficacemente negli ultimi anni, ed infine per appropriarsi delle ingenti risorse presenti).

Il discorso, quindi, deve necessariamente vertere sulle ragioni intrinseche di una tale protesta. Perché l’Uganda, perché ora e perché così prepotentemente ? Semplice, basta considerare proprio le risorse appena scoperte nella regione dei Grandi Laghi: un giacimento di petrolio da 2,5 miliardi di barili, che potrebbe coprire il fabbisogno USA nei prossimi anni, in un momento di conflitto col sempre più minaccioso blocco eurasiatico. Infatti, il Nobel per la pace Obama ha inviato un reparto di 100 militari (non è un romanzo di Orwell) in viaggio verso Kampala per prevenire attacchi dall’LRA. La coincidenza fortunosa vuole che in quel momento il paese abbia scoperto l’oro nero. Un colpo di genio. Come quando si andavano a cercare le armi di distruzione di massa di Saddam per giustificare l’intervento in Iraq, oppure quando si parlava di Bin Laden a Kabul per conquistare l’oppiaceo Afghanistan – dimenticando che Bin Laden ed Al Qaida furono finanziati dalla CIA dal 1979 sino alla fine degli anni ottanta per combattere l’URSS -, o ancora l’anno scorso quando Gheddafi doveva essere eliminato per le fosse comuni presenti solo nella mente annacquata di qualche opinionista nostrano – ma i martiri di Tawergha sono ignorati – o, infine, le granate e il macello di Assad denunciato dall’emittente degli sceicchi, Al-Jazeera, quando poi i ribelli filo-ccidentali massacrano i civili con sistematici atti di terrorismo. Pertanto, occorre interrogarsi puntualmente sui veri moventi che spingono i sicari dell’imperialismo ad agire: non si tratta di fermare la minaccia di un gruppuscolo di fanatici, che sarà esecrabile, ma di certo non peggiore del governo stesso di Museveni, che gode dell’appoggio AFRICOM, e di tanti esecutivi-fantoccio creati ad hoc per asservire i padroni (banche, multinazionali) e schiacciare popoli inermi. Inoltre, in un’indagine è importante ascoltare le due parti: e tra un Joseph Kony che parla della macelleria attuata da Museveni, per poi incolpare l’LRA e giustificare la condanna mondiale, e Invisible Children, che vanta un bilancio di diversi milioni in attivo pur essendo no-profit e che annovera tra i supporters diversi membri del Congresso e del dipartimento di stato USA, nonché alcune celebrità che fortificano la propria immagine con campagne umanitarie fittizie, l’esperienza mi insegna a credere al primo. Che va criticato per i metodi agghiaccianti, ma che almeno non finge ipocritamente di difendere cause nobili quando, oltre il velo di Maya, rappresenta la prima, mastodontica entità delittuosa, crudele ed efferata. L’AIDS, la povertà, l’inedia in Uganda non sono state create dall’LRA, e sono questioni irrisolte tanto come quella dei pargoli in tuta mimetica.

StatoPotenza.eu

Il Pd onora l’aviatore Mussolini

di: Manlio Dinucci

Che emozione quando, il 25 marzo a Forte dei Marmi, il sindaco Pd Umberto Buratti scoprirà la statua dedicata a «L’aviatore». A rappresentare gli aviatori italiani apparirà il figlio del Duce, Bruno Mussolini, in tuta di volo, maschio e fiero come il suo augusto genitore. La grande statua fu commissionata nel 1943 dallo stesso Benito Mussolini allo scultore Arturo Dazi, artista molto apprezzato dal regime, per onorare Bruno, morto in un incidente aereo due anni prima, agli inizi della Seconda guerra mondiale. Il Duce lo ricorda, nel libro a lui dedicato, come «aviatore di tre guerre, già volontario in Africa e in Spagna, che servì in pace e in guerra l’Italia», dando «nobiltà imperitura al nome dei Mussolini» e ispirando i giovani con la sua «vita esemplare».

A tale proposito, il sindaco Buratti e la sua giunta faranno bene a organizzare visite guidate delle scuole per spiegare agli alunni, di fronte alla statua, quale fu la «vita esemplare» di Bruno Mussolini. Nel 1935 partecipò con il fratello Vittorio, anche lui aviatore, alla guerra di conquista coloniale dell’Etiopia. Le loro gesta sono così descritte da Vittorio: «Le bombette incendiarie davano soddisfazione: era un lavoro divertentissimo. Bisognava centrare bene il tetto di paglia. Questi disgraziati che si vedevano bruciare il tetto saltavano fuori scappando come indemoniati. Una bella sventagliata e l’abissino era a terra». E anche in Etiopia, come già avvenuto in Libia, l’aviazione italiana usò, non solo contro le formazioni armate ma contro le popolazioni inermi, gas soffocanti (fosgene), vescicatori (iprite) e tossici (benzolo). A questo punto sarà bene spiegare alle scolaresche, basandosi su un libro di F. Pedriali edito nel 1997 dall’Ufficio storico dello Stato maggiore dell’aeronautica, che la guerra fu provocata dalla «manifesta avversione dell’imperatore Hailè Selassiè ad accettare anche una semplice tutela economica italiana» e che furono gli etiopi a «violare le convenzioni internazionali usando pallottole dum-dum», il che costrinse gli italiani a ricorrere alle armi chimiche. Si potranno poi illustrare le gesta di Bruno nella guerra di Spagna nel 1937-38, quando l’aviazione di Mussolini intervenne a fianco della Luftwaffe di Hitler. E per questo Bruno fu insignito dal fascista Franco con la Cruz por la Unidad Nacional Española. Oggi la sua statua, che nel 1998 l’allora sindaco di Forza Italia non riuscì a esporre a causa delle proteste, sarà resa «visibile a tutti» da un sindaco Pd per rendere «omaggio all’Aeronautica militare». Un messaggio politico per affermare che il Partito democratico riconosce  quello che l’Aeronautica militare definisce il «continuum di valori che impreziosisce il corso della sua storia», da quando un secolo fa l’Italia usò per la prima volta al mondo aerei a scopo militare nella guerra coloniale di Libia a quando, nel 2011, è tornata a bombardare la ex colonia. Un messaggio anche agli elettori in vista delle amministrative del prossimo maggio. Con il fascistissimo figlio del Duce come testimonial del fatto che il Pd ha ormai superato il vetero antifascismo. E dopo l’inaugurazione del «Monumento all’Aviatore», con tanto di corteo e fanfara, tutti a mangiare gli italianissimi spaghetti. Il sindaco Pd ha infatti vietato i ristoranti di kebab.

IlManifesto.it

Libia Anno Uno: chi balla e chi spara

Articolo inviato al blog

di: mcc43

Il governo libico non ha lanciato un suo programma ufficiale di festeggiamenti. Solo iniziative delle autorità locali per il primo compleanno della “nuova” Libia. L’immagine è macchiata  dalla pubblicazione del rapporto di Amnesty. Un rapporto colpevolmente tardivo, per questo  significativa sconfessione della “democraticità” attribuita a scatola chiusa al composito clan del Consiglio Nazionale di Transizione, nonostante molti dei suoi membri restino tuttora ignoti.

 Navi Pillay, Commissario dell’ONU per i diritti umani, 26 gennaio 2012

L’illegalità ancora pervade la Libia un anno dopo lo scoppio dell’insurrezione che si è conclusa 42 anno del regime repressivo del colonnello Mu’ammar al-Gaddafi. Centinaia di armati milizie, ampiamente salutate in Libia come eroi per il loro ruolo nel rovesciare il regime precedente, sono in gran parte fuori della controllo.  […] Dopo che i combattenti, sostenuti dai bombardamenti  della NATO hanno preso controllo della maggior parte del paese alla fine di agosto,  in CNT non è riuscito a ottenere obbedienza. Nonostante l’impegno di assicurare alla giustizia i colpevoli di crimini di guerra e violazioni dei diritti umani su entrambi i lati, le autorità hanno finora fallito nell’azione .

Le milizie hanno preso prigionieri migliaia di sospetti lealisti Gheddafi, soldati e presunti stranieri “mercenari”, molti dei quali sono stati torturati o maltrattati in custodia, in alcuni casi causandone la  morte. Molti dei lealisti furono uccisi dopo la cattura, tra questi il leader stesso e uno dei suoi figli. Le milizie hanno anche saccheggiato e bruciato case e condotto attacchi per vendetta e altre rappresaglie contro i presunti supporter di Gheddafi, deportando forzatamente decine di migliaia di persone.

Chi è là per motivi di business a questo non bada. Vede altro.  Dal Blog di WD in Tripoli, fornitore di legname austriaco: Libia in avanzamento o in attesa? 

Quasi cinque mesi sono passati da quando Tripoli è  nelle mani del CNT e a molti si rizzano i capelli perché non vedono le cose in movimento.

Dal punto di vista economico alcune cose si sono fatte, la crisi di liquidità di novembre e dicembre è stata risolta, il Dinaro libico ha tenuto e sul mercato circola denaro. Le infrastrutture di base non stanno funzionando bene, ma l’approvvigionamento idrico è stabile, internet va meglio, la benzina è ampiamente disponibile a prezzi ancora più bassi rispetto a prima (amici in Europa  siate invidiosi: 0,08 Euro / litro). Tuttavia, la fornitura di energia elettrica è un problema, le interruzioni  sono frequenti di giorno, e la notte ci lasciano molto al freddo.

Chi aspettava i progetti di grandi infrastrutture dopo la liberazione (23.November 2011) ha avuto informazioni sbagliate. Ci vorrà sicuramente ancora qualche tempo prima di iniziare, e non sappiamo cosa comincerà. È ovvio che ripristinare la sicurezza e preparare le elezioni al momento è più importante al momento di costruzione di un’autostrada.

L’occhio esperto e disincantato del reporter vede molto altro, collega, raggiunge in profondità il significato degli eventi. Dal blog di Amedeo Ricucci, giornalista Rai , ora tornato in Libia.

 Da Bengasi,  Appunti libici da insonnia

Sbornia Continua. […] le celebrazioni si protraggono ormai da quattro mesi e ogni scusa è buona:  il 17 ad esempio ricorre l’inizio della rivolta e ci sono già lunghi e chiassosi cortei di miliziani che percorrono le strade del centro, almeno qui a Bengasi, esibendo per l’ennesima volta le loro armi e la loro felicità. Come il 21 ottobre, dopo la morte di Gheddafi, e poi qualche giorno dopo, per la fine della guerra, e ancora il 24 dicembre, per l’anniversario dell’indipendenza. Il Paese invece è bloccato: la ricostruzione non è ancora partita, […]Ma è vero anche che se la sbornia continua c’è il rischio di risvegliarsi con un gran mal di testa. Come è già capitato nei Paesi dell’Est dell’ex blocco comunista.

Soldi in fuga.La nuova Libia sarà pure libera ma i soldi dei libici volano all’estero, alla faccia del patriottismo. E gli unici a fare affari di questi tempi sono i trafficanti di valuta. Ieri nel bugigattolo dove ho cambiato al nero hanno portato nel giro di 10 minuti non sono quanti sacchi di dinari, freschi di stampa. E il via vai di questi portavalori sacchi in spalla è continuo. La gente infatti vuole dollari oppure euro e davanti alle banche c’è la fila di chi ritira il massimo consentito – 2000 dinari al mese, quasi 1400 euro – per poter investire in valuta, da esportare.[…]. E poi, se i libici non scommettono un dinaro sul futuro del loro Paese, chi mai dovrà farlo? E’ un paradosso che si può forse spiegare con il fatto che l’economia libica è stata per quarantadue anni un’economia assistita: grazie ai proventi del petrolio Gheddafi aveva infatti garantito a tutti un minimo di benessere, in cambio della sudditanza. Alimentando la pigrizia. Oggi che invece i libici devono riappropriarsi del loro destino denotano uno scarso senso dello stato e fanno fatica ad assumersi le loro responsabilità. Vedremo come andrà a finire.

 Ricucci vede anche uno dei molti episodi di barbarie che hanno contraddistinto “questa” rivolta araba: I bambini di Tawargha

Sorridono, i bambini di Tawargha, mentre cantano in gruppo, per i pochi visitatori che vengono a trovarli in questo campo profughi alla periferia di Tripoli, la ballata della loro disperazione. Hanno riadattato una vecchia canzone libica, mettendo in versi la loro spaventosa odissea: i miliziani di Misurata che attaccano le loro case, la città data alle fiamme, la lunga marcia a piedi 80 di km, e poi la nuova vita in queste baracche di lamiera, la paura costante di nuovi attacchi, lo stupore di chi scopre da un giorno all’altro che è il colore della propria pelle a scatenare l’odio. ” La Libia era un Paese solo - dice la canzone -da nord a sud, da est a ovest. E allora perchè quelli di Misurata ci attaccano con gli RPG?“.

Quella di Tawarga è stata la pagina più nera (e meglio occultata) della cosiddetta rivoluzione libica contro Muammar Gheddafi. E’ stata scritta il 13 agosto, ma a distanza di sei mesi continua a produrre strascichi ed a sanguinare. Un caso da manuale di epurazione etnica…

E ci sono i bambini scomparsi, i 105 di Misurata sono quelli di cui ho già parlato e di cui non si è saputo più nulla, ma bambini ne scompaiono ogni giorno 

Sulla costa si festeggia, nell’entroterra si combatte

Libia: scontri tra tribu’ locali a sud-est, 6 morti (ANSA) –

TRIPOLI, 15 FEB – Continuano i combattimenti nel sud-est della Libia tra opposte tribu’ rivali. Almeno sei persone sono morte oggi in nuovi scontri a Kufra, vicino al Ciad, tra gli Zwai e i Tibu, portando cosi’ a trenta il numero dei morti da domenica scorsa. Lo rendono noto fonti locali. Mohammed al-Harizi, portavoce del Consiglio nazionale di transizione libico (Cnt) non ha potuto confermare il bilancio, ma ha annunciato la formazione di un comitato di capi tribu’ per chiarire gli episodi di violenza.

HALA MISRATI

Questa notizia, se sarà confermata, riassume tutto:

Hala Misrati, la presentatrice  più famosa della tv dell’era Gheddafi, rapita mesi fa e stuprata dai ribelli, è deceduta OGGI nel carcere dove era detenuta, in circostanze misteriose.

Una delle molte, centinaia i casi accertati, donne che hanno subito violenza nell’era CNT.

Come possono andare a festeggiare OGGI le donne?

La “rivoluzione” libica è stata guidata con la stessa abilità al volante, per la quale i libici sono famosi:

Foto di WD in Tripoli

Dalle molte fazioni e frazioni che occupano oggi il territorio tra Tunisia ed Egitto dovrà nascere un paese.

Innegabilmente, è sotto gli occhi anche di chi se ne rallegra nei  festeggiamenti su scala locale , a tenere unite sei milioni di persone era solamente Muhammar Gheddafi.

Luglio 2009

Le due mani di Obama su quella di Gheddafi.

Il body language di Obama esprimeva un sentimento cordiale, amichevole…perfino protettivo!

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LE RIVOLUZIONI SPONTANEE SONO UN’ALTRA COSA  E FINISCONO DIVERSAMENTE 

LIBERA TUNISIA: Anno Uno

Israele & Usa, il gran gioco delle parti

Articolo inviato al blog

di: mcc43

Si costruisce ormai da mesi una generale assuefazione all’idea di un attacco  per tenere l’Iran fuori dal club delle nazioni  dotate di bomba nucleare.

Non importa che l’Iran ne abbia a più riprese negato l’intenzione e riaffermato che i progetti sono rivolti all’uso civile.
Mahmoud Ahmadinejiad  non è credibile perchè è fuori della cerchia dei fedeli della Casa Bianca e amico di un’autentica spina nel fianco degli Usa. Ogni sua affermazione è per antonomasia  ”delirante”  secondo gli  ossequienti compilatori di notizie.

Nella fase presente della partita anti-Iran, è finita la tattica del “si farà?” e si gioca secondo quella successiva: “lo farà autonomamente Israele?

No, non attaccherà autonomamente, è la risposta logica; non si può andare senza scudo contro la potenza militare di Teheran, ma la partita viene condotta in modo da trasformare questa ovvia precondizione in una futura malaugurata necessità, di cui l’Iran stessa sarà accusata.

Obama: secondo mandato?

Forse per via della tenacia dei libici e dei siriani che hanno rallentato l’agenda geopolitica, il derby Israele Iran  si gioca nell’anno delle elezioni americane, con un Barak Obama sotto il  fatidico 50%    di job appovation(l’approvazione complessiva del suo operato). Una percentuale troppo bassa per assicurargli la rielezione.

I tre presidenti non rieletti, Ford, Carter e Bush senior, erano sotto il 50; eccezione pilotata quella di George Bush, rieletto nonostante una job approvation del 48% grazie ai brogli e alla decisione di Al Gore di non contestare il risultato.

Obama: Job approval al 12.2.12

 Il tasso di approvazione di Obama, come si vede dal grafico,  ha recuperato dall’imbarazzante 42% di agosto  dell’anno scorso, ma in modo instabile; ora è al 46%, più in basso del 48% di cui disponeva a  febbraio 2011.

La prima impressione è che agli americani non sia importato molto della campagna “vittoriosa” in Libia. Obama, premio Nobel per la Pace, deve quindi stare attento a  non inciampare in un errore di politica estera, proprio mentre sta recuperando approvazione sulla politica economica.

Il gioco delle parti

2011: Avevo raccolto in questi articoli– Israele costretta a procedere con i piedi di piombo e – Never ending war: capitolo Iran  le rivelazioni su un piano di attacco ai siti nucleari  iraniani formalizzato già alla fine del 2010, confermato nelle intenzioni da indiscrezioni di fonte CIA. In questo gioco delle parti, ora è stato calato l’asso sul tavolo del mainstream.

2012:  Il 2 Febbraio il  Washington Post  riportava le dichiarazioni di Leon Panetta, ex capo della CIA e Segretario della Difesa, sulla probabilità che Israele proceda ad attaccare l’Iran in Aprile, Maggio o Giugno, prima dell’inizio, secondo le fonti israeliane, della costruzione della bomba. La reazione Usa?

Leon Panetta e i suoi bravi ragazzi

“Si dice – scrive il columnist –  che Obama e Panetta abbiano già preavvisato Israele dell’opposizione  USA a un suo attacco, nella convinzione che ciò vanificherebbe il crescente successo del programma di  sanzioni economiche  e altri sforzi non-militari per fermare l’Iran. Ma La Casa Bianca non ha ancora deciso con precisione come reagire in caso di un attacco Israeliano”

Le intenzioni di Netanyahu non sono ancora definitive, ma Israele sottolinea una possibile similitudine con la Siria che non rispose all’attacco israeliano a un suo reattore nel 2007, anche l’Iran potrebbe frenarsi per non entrare in una guerra totale.  Si fa anche un parallelo con l’attacco all’Uganda del 1976, per liberare gli ostaggi di Entebbe, dal quale nacque un cambio di regime del paese (!!).
L’intenzione sarebbe un’azione militare limitata al sito dell’arricchimento dell’uranio di Natanz e altri; gli iraniani risponderebbero con una rappresaglia, forse attraverso razzi di Hezbollaz dal Libano, e si stima che lo stato di Israele ptrebbe subire 500 vittime. (!!) I leader israeliani accetterebbero,  perfino si augurerebbero,  di procedere da soli per dimostrare la capacità di fare da sé in un periodo nel quale la sicurezza del paese è scossa dalla “primavera araba”-

Fin qui, dunque, il copione prevede Israele vogliosa di indipendenza operativa, con dei costi umani già messi nel conto e gli Usa riottosi alla prospettiva.

Ma il 12 febbraio il Telegraph , come se nulla fosse,  titola “Il Mossad sonda le reazioni in caso di un attacco all’Iran”

Tamir Pardo

Il capo dell’ufficio intelligence per l’estero Tamir Pardo è stato segretamente a Washington in questo mese per sondare le probabili reazioni degli Usa a un attacco unilaterale di Israele contro gli impianti nucleari iraniani. Il contenuto delle discussioni con la controparte americana sono state rivelate da un articolo di News Week intitolato “Il gioco pericoloso di Obama con l’Iran”.

Fonti ufficiali  dicono che la linea di richieste di Pardo a David Petreus, capo della CIA è“ Quale è il nostro (USA) atteggiamento sull’Iran? Siamo pronti a bombardare? Lo faremo [in seguito]? Che cosa significa per noi che  Israele lo faccia in ogni caso?”

Petreus, parlando il mese scorso  a un selezionato gruppo di senatori in udienza non secretata, ha confermato di  aver incontrato Tamir Pardo per discutere la crescente preoccupazione di Israele sulle aspirazioni nucleari iraniane.

Quando gli è stato chiesto se Israele intende colpire, James Clapper, direttore della US National Defense ha risposto che su questo preferiva rispondere alla questione a porte chiuse.

Fonti Usa citate da Newsweek aggiungono che Israele ha rifiutato di rendere nota   una significativa mole di dati sui preparativi militari; Israele ha rifiutato di commentare questa notizia.

Secondo Yehuda Ben Meir, ex vice ministro degli esteri, un completo appoggio degli USA non è un prerequisito perché Israele attacchi. “E’ questione di sfumature” ha detto.

Fin dai colloqui di gennaio (si comprende dalla dichiarazione di Petreus), Israele e Usa  hanno  concertato un programma che prevede un attacco apparentemente autonomo da parte di Israele, il che alleggerisce la posizione di Obama davanti agli elettori. Un attacco che si spera fulmineo e risolutivo, ma se la risposta dell’Iran sarà robusta,  Obama “dovrà” intervenire. Si tratterà, infatti, di proteggere un paese amico e ciò è perfettamente consonante con l’immaginario filmico americano e potrebbe corroborare le possibilità di rielezione.

Manca solo la data scritta nel mainstream.

Diceva ben chiaramente  il WashingtonPost

“Funzionari dell’amministrazione mettono in guardia Teheran di non fraintendere: gli Stati Uniti hanno un impegno da 60 anni  per la sicurezza israeliana, e se fossero  colpiti i centri abitati di Israele, gli Stati Uniti potrebbero sentirsi obbligati a correre in difesa di Israele.

Fase tre: trovare un motivo per agire

Gli attentati terroristici sono un motivo che l’opinione pubblica considera valido, dopo i fatti dell’11.9.

Un attentato in India, uno sventato in Georgia e un altro sul quale non c’è chiarezza a Bangkok, ma Ehud Barak ha accusato direttamente Teheran perché lo scoppio è avvenuto  a poche miglia dall’Ambasciata israeliana. il Jerusalem Post lo riporta con grande evidenza e  il Governo è chiarissimo “sappiamo chi sono i mandanti e pareggeremo i conti.”

E’ iniziato il count down.

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promemoria su

Il club delle potenze nucleari

Il 13 febbraio era un anniversario: la Francia nel 1960 entrava nel club delle potenze nucleari facendo esplodere  Gerboise bleu , più o meno “topolino blu”.

Un test avvenuto non in Francia, no, ma a Reggane nel Sahara Algerino. Naturalmente vi sono state conseguenze sulla popolazione, ma la Francia persiste nel sostenere che le sue erano radiazioni … innocue.

ps. in seguito la Francia ha testato nel Sahara algerino le armi chimiche.

Il confine Siria-Libano e la stoltezza Occidentale

Articolo inviato al blog

di: mcc43

A quasi tre mesi da questo post Fare della Siria un’altra Libia, non tanto facile. Come mai? la  situazione è cambiata soprattutto per la quantità di sangue versato.

“Progetto” Siria

Il progetto geopolitico di dividere la Siria è uscito dal cassetto nel marzo 2011 ed è stato buttato  nel mucchio della “primavera araba”,  probabilmente in funzione dei più vasti progetti anti-Iran e d’indebolimento della Russia.

Ogni pagliaio, però,  ha bisogno della scintilla e in questo caso l’incendio è divampato con il sollevamento di Daraa e la sanguinosa repressione del regime.

Confine siro-libanese Wali Khaled

Ci sono paragoni con la Libia che reggono: l’innesco strumentale, la fornitura di armi ai “pacifici manifestanti” , qualche video fasullo e  notizie gonfiate, ma  il tessuto sociale incomparabilmente più complesso non fa sortire lo stesso effetto ribaltone.

I Siriani non sperano nel meglio con un altro governo, si aspettano una lotta di tutti contro tutti per il potere.

Occhi verso l’Onu, gli Stati Uniti, il Qatar o Israele, coloro che si spendono “pro” o “contro” Assad,  parimenti , fra accuse e sconfessioni, non vedono, o non se ne curano,  che  il conflitto sta mettendo velenose radici in territorio libanese.

Permette di intendere  qualcosa di più questo reportage del quotidiano di Beirut  Al-Akbarh  (link a prima e seconda parte) sui gruppi ribelli che fanno la spola fra Siria e Libano,   a Wali Khaled,  confine nord-est del paese (nell’immagine segnato in rosso).

Il reporter ha incontrato tre bande armate e tutte si proclamano parte del FSA, libero esercito siriano; una ha il compito  di riportare in Libano i combattenti feriti  che vengono curati negli ospedali (privati) di Tripoli, un’ altra  trasporta in Siria armi,  fotocamere  e medicinali per gli insorti. L’altro gruppo “intervistato” dichiara di operare come “supporto logistico”.

Il commando di Omran

Così dice di chiamarsi il capo del gruppo di supporto logistico, e  parla degliapprovvigionarsi di armi in Siria: dall’esercito regolare, e insiste su questo. Per lo sminamento del confine e la creazione dei varchi sicuri dispone di tre genieri disertori dell’esercito regolare. Racconta che prima disponeva di un volontario libanese che a un certo punto ha cominciato ad esigere una paga o il  permesso di tenersi le mine recuperate.  Il gruppo, che intendeva reimpiantarle in territorio siriano, è addivenuto  a un compromesso con spartizione. Allo  sminatore erano toccate circa cento mine, ognuna delle quali al “mercato” locale vale 400 $.

Anche un lavoro potenzialmente mortale ma ben pagato sembra una fortuna, se si manda alla malora la politica e il futuro.

I membri del gruppo di Omran sono sunniti, ma il capo, dietro il suo passamontagna e con il telefono satellitare come scettro, assicura che sono impegnati per “l’unità del popolo siriano”. Ci sono ufficiali sunniti anche nell’esercito:  “Terremo conto se hanno sangue sulle  mani, non faremo differenza, non esenteremo nessuno né sunnita né alawita (ndr. partito al potere). “

E’ questa è già una premessa o promessa  del futuro siriano post-Assad…

Omran è convinto che il tempo non sia dalla parte del governo ”Ogni giorno di resistenza  è un chiodo nella bara del regime, ma per quanto a lungo sopravviva, non deporremo le armi. Se non proteggeremo il nostro popolo, chi lo farà? La Lega araba e i suoi protocolli? Gli Stati arabi che guardano il popolo siriano ucciso ogni giorno in TV senza muovere un dito?”

Perfetto controcanto ai commentatori occidentali, cambiando “ paesi arabi” con Onu o  Russia, secondo i gusti. Ma Omran ce l’ha a morte soprattutto con il governo libanese.

 “E’ sottomesso a Hezbollah (ndr. è una formazione sciita)  che a sua volta  è un fantoccio del regime siriano. Come fa a essere libanese, Hezbollah,  se è legato a filo doppio solo con l’Iran che è a migliaia di chilometri di distanza? Delle unità militari di Hezbollah, l’esercito del Mahdi [iracheno] e gli iraniani stanno partecipando ai massacri in Siria.

Decine di guerriglieri Hezbollah e iraniani sono stati uccisi in Deraa, e le loro foto sono state mostrate nei canali satellitari”.

“Che prove hai di questo”” gli chiede il giornalista “Si capisce dall’accento e dalla faccia!  Gli iraniani parlano male l’arabo e non portano documenti  d’identità!
“E i guerriglieri Hezbollah?” incalza coraggiosamente l’inviato  ”Qualunque siriano può dire che sei libanese solo guardandoti in faccia

Ribelli a cui non servono servizi d’intelligence. Come in Libia, dove la pelle nera equivale a “mercenario”. Come nelle redazioni dove si prendono a scatola chiusa le notizie, perché sono  lanci delle agenzie.

E’ questo un “esercito”?

Il reporter di Al Akbar parlando dell’insieme di bande che si definiscono “esercito libero” riferisce:

Sebbene si dichiarino tutti per  la “rivoluzione” , rivaleggiano per assicurarsi controllo e influenza. I contatti sono minimi, criticano le gesta degli altri, si accusano vicendevolmente di trarre guadagno personale dalla rivoluzione.

Un comandante bisbiglia che il leader di un altro gruppo “ruba i fondi che arrivano per i rifugiati” o “ vende le forniture ricevute con la scusa di comperare medicine o armi”. Un altro si spinge più in là  “attenzione, il capo di quel gruppo è un agente del regime “ , naturalmente quest’altro dice lo stesso dell’accusatore.

Mentre volano queste accuse e ogni capobanda mantiene i contatti direttamente con il comando FSA in Turchia o all’interno di Siria, un ufficiale osserva: “Avremmo bisogno di avere un solo capo al coordinamento, per proteggere la rivoluzione da infiltrati e non perderci per strada”.

Sono dinamiche interpersonali comuni dalle quali non si salva nessun gruppo sotto nessuna bandiera e hanno sempre fatto la fortuna del potere.

Ma ad avvelenare tutto c’è lo schieramento religioso, come si è visto dalle parole di Omran, e come è del tutto prevedibile, dal momento che la longevità dei governi Assad  si deve precisamente alla capacità di contenere le altrimenti deflagranti lotte etnico-religiose del crogiolo siriano. Ma ora è il momento della vendetta dei sunniti, confessione cui appartengono i Fratelli musulmani, che non avevano finora voce  al vertice.

Un altro capo racconta la brutalità del governo, incluse le  “atrocità commesse contro i cittadini dagli scagnozzi del regime che stuprano e fanno a pezzi le donne, come è capitato a Zainab al-Husni.” 

Il giornalista commenta “Questo tale sembra non sapere che la presunta stuprata e smembrata mostrata alcuni mesi fa su qualche canale tv, è ricomparsa alla tv di stato siriana viva e vegeta.”

Di questo caso parla anche il video del post Siria: la decapitazione della verità? dove in effetti si vede l’intervistata Zainab  che esibisce i documenti davanti alla telecamera.

Due considerazioni

Le notizie false di cui è gonfiata la propaganda anti Assad, come lo fu quella anti Gheddafi, servono per addomesticare l’opinione pubblica internazionale, certamente, ma forse in primo luogo sono  droga per rendere i ribelli esaltati e belluini.

La Zainab della tv siriana, pur  con la sua carta d’identità, potrebbe altrettanto essere uno psyop del regime. Di più:  non possiamo sapere se “quella” Zainab: stuprata/non stuprata, ammazzata/viva e vegeta,  esista davvero. O se una vittima c’è stata, oscurata da un equivoco sul nome.

In fondo per sconfiggere una bugia è funzionale un’altra  più grossa o almeno sconcertante.  La verità non convince mai nessuno, questa è una tragedia planetaria, allora passa sotto silenzio e quando emerge  occorre farle un vestito nuovo.

Libano domani?

E’ importante sapere che  elicotteri dell’esercito libanese sorvolano Wali Khaled, dove operano i gruppi di cui parla il reportage,  per individuare quelli che, dice il quotidiano libanese  Daily Star, il governo siriano definisce terroristi.

C’è chi accusa il Governo libanese  di aver deciso i pattugliamenti su ordine della Siria.

C’è chi vuole i pattugliamenti a terra per difendere i cittadini libanesi, ci sono già state vittime, dalle incursioni dell’esercito siriano. Infatti la regione di Wali Khaled, Akka, e parte della valle della Bekaa già vedono una massiccia presenza di soldati, ma dispiegarli sul confine significherebbe opporli ai militari siriani, dando motivo alla  Siria di considerarlo un atto ostile.

C’è chi, preoccupato, sostiene che un coinvolgimento del Libano nel conflitto siriano è già avvenuto.

Se in Libano, dove la disinvolta politica siriana nel corso degli anni ha pescato a turno i suoi protetti fra varie componenti,
dove per l’omicidio di Rafiq Hariri,  ora, tempestivamente, il  Tribunale speciale per il Libano ha aggiunto agli imputati un quinto uomo di Hezbollah, dove la minoranza drusa di Walid Jumblat riesce non di rado a fare il pesce pilota, dove c’è un presidente cristiano maronita e un premier sunnita, dove il partito di Hariri chiede uno sganciamento dalla Siria, mentre il Patriarca cristiano maronita  esprime timori, in caso di uscita di scena di Assad, per la sorte dei cristiani di Siria, divampasse nuovamente la guerra civile, si troverà qualche motivo  per raccontarlo e nessuno dirà mai che il Libano sarà stato un  “danno collaterale” della vicenda Siria.

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aggiornamento 10 febbraio — la Siria come argomento di lotta politica interna al Libano:

aggiornato in Libano temerario: proteste armate e imboscate politiche

La diplomazia armata di Monti

di: Manlio Dinucci

Giulio Terzi di Sant’Agata, ministro degli esteri del governo Monti, ha illustrato al Senato la partecipazione dell’Italia agli «sforzi della comunità internazionale per promuovere la pace». Di pace se ne intende, per essere stato consigliere politico alla Nato, ambasciatore in Israele e quindi negli Stati uniti, dove ha contribuito alla «straordinaria collaborazione bilaterale nei principali scenari di crisi».

Mentre la crisi finanziaria alimenta a livello globale gravi tensioni politiche e sociali, afferma il ministro, è ancor più «interesse dell’Italia» partecipare alle «operazioni in scenari di crisi», dove si gioca la «credibilità internazionale» del Paese. Anche perché la nuova strategia Usa prevede la riduzione delle «forze di manovra» in Europa a favore di altri teatri di impiego, in particolare nel Pacifico. L’Italia deve quindi impegnarsi ancora di più in «missioni internazionali di pace e stabilizzazione», che siano «realmente integrate», ossia «uniscano le componenti militari e civili». Per affrontare «le sfide della stabilizzazione che provengono dalla Libia, le criticità in Afghanistan e in Libano, le crisi in Corno d’Africa». In Libia, dopo il «successo dell’operazione condotta dalla Nato», l’Italia «continuerà a sostenere molto attivamente la nuova dirigenza», soprattutto formando le sue «forze di sicurezza». E, il 20 febbraio, ospiterà a Napoli il vertice ministeriale del Dialogo 5+5 e il Foromed per «il rilancio del dialogo e della cooperazione tra le due sponde del Mediterraneo». Dialogo che l’Italia ha condotto in modo esemplare, sganciando sulla Libia un migliaio di bombe. Ma già si preparano altre «operazioni»: in Siria, avverte Terzi, «la situazione non è più sostenibile». Questa è la «diplomazia della sicurezza», con cui il governo Monti intende «tutelare all’estero i nostri interessi politici, economici e finanziari». Nonostante le minori risorse disponibili, chiarisce al Senato il ministro della difesa Giampaolo Di Paola, «non può essere sacrificata la capacità operativa del nostro strumento militare a tutela della sicurezza e dell’ordine internazionale». Sono quindi necessarie «forze armate sì ridotte, ma più moderne, meglio addestrate e meglio equipaggiate». Compresa la «difesa missilistica», importante perché «la minaccia (l’Iran e quant’altro), che ci piaccia o no, c’è». Su tali scelte, sottolinea Di Paola, esiste «una continuità che attraversa i confini virtuali dell’alternanza di governo e che accomuna gli schieramenti politici di maggioranza e opposizione». Immediata la conferma: PdL e Pd si schierano compatti col governo, mentre l’IdV assume qualche posizione critica e la Lega fa alcuni distinguo. Il sen. Tempestini (Pd) chiede il «rafforzamento della credibilità internazionale del Paese», e preannuncia un decreto-legge per rendere permanente il finanziamento delle «missioni». Già lo aveva chiesto invano il sen. Scanu (Pd) al governo Berlusconi, perché «ci preme costruire la credibilità dell’Italia» e perché «le Forze armate sono un ambito di straordinaria importanza del nostro Paese». «Che tristezza – aveva esclamato – sentir dire che non dobbiamo più mantenere certi impegni nel teatro internazionale perché sono finiti i soldi». Ora non sarà più triste: li troverà il governo Monti tagliando ancora di più le spese sociali.

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I moderni tagliatori di teste

di: Manlio Dinuccci

Come dono emblematico della rinnovata «amicizia italo-libica», ad opera dei nuovi governi dei due paesi, il premier Mario Monti ha riportato in Libia la testa di Domitilla, che qualcuno aveva rubato vent’anni fa decapitando un’antica statua. Di teste tagliate, Monti in effetti se ne intende. Prima di ricevere l’investitura dal presidente Napolitano, ha fatto parte per anni della banca statunitense Goldman Sachs, le cui speculazioni (tra cui la truffa dei mutui subprime) hanno provocato tagli di posti di lavoro e di vite umane (con l’aumento dei prezzi dei cereali).

Come consulente, scrive Le Monde, egli aveva «l’incarico di apritore di porte, per sostenere gli interessi della Goldman Sachs nei corridoi del potere in Europa». Interessi non solo economici ma politici: i padroni della banca fanno parte della onnipotente élite finanziaria, organizzata quale governo ombra transnazionale, nelle cui stanze segrete si decidono non solo le grandi operazioni speculative, come l’attacco all’euro, ma anche quelle miranti a sostituire un governo con un altro più utile. È qui che è stato deciso di far cadere policamente la testa di Berlusconi: un affarista molto utile per lo smantellamento della cosa pubblica e le «liberalizzazioni», resosi però inviso per i suoi accordi economici con la Libia di Gheddafi e la Russia di Putin. Divenuto scomodo quando, come rivela il Washington Post, si è infuriato per la mossa della Francia di attaccare per prima la Libia il 19 marzo, minacciando di togliere agli alleati l’uso delle basi italiane. Richiamato dalla Clinton, è rientrato nei ranghi e l’Italia, stracciato il trattato di non-aggressione con la Libia, ha svolto «con onore» il suo ruolo nella guerra. Ciò non ha però salvato Berlusconi: abbandonato e deriso dagli alleati, ha dovuto mettere lui stesso la testa sotto la ghigliottina quando, con la regia del governo ombra transnazionale, i «mercati» hanno minacciato di far crollare il suo impero economico. E in queste stesse stanze segrete è stato deciso di far cadere la testa di Gheddafi, materialmente, demolendo lo stato da lui costruito e assassinandolo. Non a caso la guerra è iniziata con l’assalto ai fondi sovrani, almeno 170 miliardi di dollari che lo stato libico aveva investito all’estero, grazie ai proventi dell’export petrolifero che affluivano per la maggior parte nelle casse statali, lasciando ristretti margini alle compagnie straniere. Fondi investiti sempre più in Africa, per sviluppare gli organismi finanziari dell’Unione africana (la Banca di investimento, il Fondo monetario e la Banca centrale) e creare il dinaro d’oro in concorrenza al dollaro. Progetto smantellato con la guerra, decisa, prima che dai governi ufficiali, dal governo ombra di cui fa parte la Goldman Sachs. Nella quale oggi non ha più, formalmente, alcun incarico quel Mario Monti che, in veste di capo del governo italiano, è sbarcato a Tripoli, accompagnato dall’ammiraglio Di Paola, oggi ministro della difesa, che, come presidente del Comitato militare della Nato, ha svolto un ruolo di primo piano nella guerra alla Libia. Hanno portato in dono la testa di Domitilla a un «governo» creato artificiosamente dalla Nato, con il compito di tagliare (materialmente) le teste di quanti vogliono una Libia indipendente dal nuovo colonialismo.

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La guerra nelle parole della «nostra» Difesa

di: Manlio Dinucci
I «raid» si chiamano «missioni di difesa» ma i jet italiani hanno sganciato un migliaio di bombe e missili

Il contributo delle Forze armate italiane alle «operazioni in Libia» – dapprima Odissey Dawn, in seguito Unified Protector a guida Nato – è stato di «assoluto rilievo»: lo dichiara il Ministero della difesa.

Esso specifica che sette basi aeree – Trapani, Gioia del Colle, Sigonella, Decimomannu, Aviano, Amendola e Pantelleria – sono state messe a disposizione sia degli aerei italiani che di quelli alleati. Gli aerei italiani hanno compiuto 1.182 missioni, con funzioni di ricognizione, «difesa aerea» e rifornimento, effettuate da Tornado, F-16 Falcon, Eurofighter 2000, Amx, velivoli a pilotaggio remoto Predator B, G-222 e aerorifornitori KC-767 e KC130J. La Marina militare ha partecipato alle missioni aeree con velivoli AV-8B.

La Marina ha effettuato operazioni navali di embargo, pattugliamento e rifornimento, nonché missioni di sorveglianza in prossimità delle acque tunisine, in applicazione dell’intesa tra Italia e Tunisia sull’«emergenza immigrazione».

Hanno partecipato alle operazioni: la portaerei Garibaldi, il cacciatorpediniere Andrea Doria, la nave rifornitrice Etna, le navi anfibie San Giusto, San Giorgio e San Marco; le fregate Euro, Bersagliere e Libeccio; le corvette Minerva, Urania, Chimera, Driade e Fenice; i pattugliatori d’altura Comandante Borsini, Comandante Foscari e Comandante Bettica; i pattugliatori Spica, Vega, Orione e Sirio; i sommergibili Todaro e Gazzana, nonché un velivolo Atlantic con funzioni di pattugliamento.

La Difesa ha altresì contribuito alla «cooperazione umanitaria», in stretto coordinamento con il Ministero degli esteri, mettendo a disposizione aerei cargo C-130J che hanno effettuato il trasporto di materiale medico e l’evacuazione di «personale ferito», portato in Italia per essere curato.

Nel vocabolario del Ministero della difesa, la parola «guerra» non esiste. Essa viene camuffata sotto l’asettica definizione di «operazioni in Libia». Non esiste neppure la parola «bombardamento», camuffata come «missione di difesa aerea», nonostante che gli aerei italiani abbiano sganciato sulla Libia un migliaio di bombe e missili e l’aviazione Nato abbia effettuato oltre 10mila missioni di attacco, sganciando 40-50mila bombe e missili, grazie soprattutto al supporto tecnico e logistico italiano. E gli aerei cargo C-130J sono decollati da Pisa, dove si sta realizzando l’Hub aereo nazionale delle forze armate, solo per «cooperazione umanitaria», per trasportare materiale medico e «personale ferito», non per trasportare dalla linitrofa base Usa di Camp Darby le bombe che, come ha dichiarato lo stesso Pentagono, gli Usa hanno fornito agli alleati.

Né il Ministero della difesa fa sapere quante siano state in Libia le vittime civili dei bombardamenti italiani e Nato, ignorate dalla «cooperazione umanitaria».

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