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Tag: lira

Italia, si torna alla lira?

Almeno due banche di caratura mondiale “hanno preso delle misure” per ritornare ad effettuare transazioni in vecchie valute della zona euro tra cui lira, dracma e escudo. Lo scrive il Wall Street Journal citando fonti ben informate. Le banche in questione hanno già contattato Swift, l’azienda belga che gestisce i sistemi per le transazioni finanziarie internazionali, per avere la tecnologia e i codici necessari, riferiscono le fonti. Un portavoce di Swift ha detto al quotidiano finanziario che l’azienda è pronta a fare tutto quanto sarà necessario per garantire il regolare svolgimento delle transazioni, ma che “non è il caso fare commenti su questioni specificamente legate alla zona euro”. Secondo il Wall Street Journal, le banche stanno studiando tutti gli aspetti del possibile impatto che avrebbe l’uscita di uno o più paesi dalla zona euro.

Di Andrea Deugeni - Secondo giorno a Bruxelles per il presidente del Consiglio e ministro dell’Economia, Mario Monti, impegnato all’Ecofin dopo che ieri ha incassato la fiducia dell’Eurogruppo sulla manovra allo studio. Appuntamento in cui i ministri finanziari di Eurolandia, anche se era un argomento ufficialmente non fissato in agenda, hanno avuto un primo scambio di vedute sulle recenti proposte franco-tedesche, (in cui sarebbe coinvolta anche l’Italia) di modifica dei trattati che aprano la strada a una vera unione delle politiche di bilancio.

Modifica che preveda la chiusura del rubinetto dei trasferimenti comunitaril’esclusione dal diritto di voto con conseguente annullamento del diritto di veto emulte più pesanti per chi viola le regole di Maastricht su deficit e debito.

Inutile dire che la richiesta di un inasprimento della procedura delle sanzioni per i Paesi più spendaccioniarriva da Berlinodicktat contabili che, nella testa di Angela Merkel, sarebbero gli unici in grado di mettere in sicurezza l’euro. Ma mentre la Germania si prepara a dare al via alla nuova fase fiscale dell’Unione Europea, dalla Svizzera rimbalzano voci che Frau Angela si starebbe predisponendo una via di fuga nel caso la crisi dell’eurodebito dovesse avvitarsi nel breve e allargare il contagio a Francia e Germania, le economie più forti del Vecchio Continente.

Il piano B sarebbe quello dell’immediato ritorno al marco tanto che Berlino si sarebbe in gran segreto portata avanti, tornando a stampare lavecchia moneta con l’aquila teutonica in Ticino, in due tipografie, una delle quali già stampa anche rubli russi e dong vietnamiti. La scelta della Svizzera sarebbe dettata dal fatto che, stando ai trattati istitutivi dell’Unione Monetaria (Uem), i Paesi che aderiscono all’euro non possono tornare a battere il vecchio conio.

Per ora, si tratta soltanto di un’indiscrezione che se confermata, però, getterebbe i mercati finanziari nel panico più totale. Intanto le voci sono giunte anche a Strasburgo dove Mara Bizzotto, europarlamentare della Lega Nord ha presentato un’interrogazione urgente alla Commissione “affinché sia fatta chiarezza al più presto sull’argomento”.

“Il fallimento dell’euro è ormai sotto gli occhi di tutti, e la cosa che stupisce di più è che un Paese come la Germania, vero pilastro della moneta unica, stia già pensando di scaricare l’Unione Europea. Secondo economisti e addetti ai lavori, infatti, Berlino avrebbe già incaricato due aziende svizzere di stampare marchi in quantità consistenti”, ha aggiunto la Bizzotto.

Da lunedì scorso abbiamo ricominciato a stampare i marchi e smesso di stampare Euro”. A renderlo noto non è un parlamentare tedesco ma un lavoratore della zecca di Berlino che ha confidato la notiziaadAffaritaliani.it.

La notizia è top secret – rivela la fonte che, per ovvie ragioni, ha preferito rimanere anonima – tanto che gliorgani di stampa tedesca lo sanno ma non lo dicono per evitare crisi di panico nei mercati. Dal 28 novembre nella zecca di Berlino e nelle altre zecche tedesche abbiamo smesso di stampare Euro e abbiamo ripreso a stampare i marchi”.

Il 28 novembre è stato anche il giorno nel quale lo stato tedesco ha ammesso, tramite il portavoce di Angela Merkel, Steffen Seibert, che i mezzi finanziari della Germania “non sono infiniti” e che “non abbiamo una forza finanziaria infinita e l’Europa non può pretendere di avere una forza che non ha. La Germania è forte ma non dispone di forze illimitate”.

“Continuando a questo ritmo – aggiunge il lavoratore - saremmo tranquillamente in grado di sopperire alla richiesta di moneta necessaria per coprire il nostro mercato interno se venisse a mancare l’Euro. Sulle monete c’è scritta la data del prossimo anno”.

Forse, la mossa tedesca è solo una precauzione e un modo per essere già pronti nel caso di catastrofe dell’Euro anche se la vendita del debito pubblico italiano in mano alla Germania – circa 8 miliardi di Euro – fatta in estate prima che venisse fuori la crisi delle nostre finanze non fa presagire niente di buono.

Per quanto riguarda la ventilata ipotesi di ‘nuovo Euro’ invece – una moneta della fascia Nord più forte e stabile che coinvolgerebbe Germania, Svezia e Norvegia, e una della fascia sud più debole e soggetta a svalutazioni – dalla zecca non arriva nessuna conferma. “Ne abbiamo sentito parlare – ammette – ma non abbiamo visto nessun cliché né cominciato a stamparne qualcuna per prova”.

Francesco Bertolucci

FONTE: http://affaritaliani.libero.it


”Se l’Italia non fosse nell’euro…”

di: Enrico Piovesana

Il giornalista economico britannico Evans-Pritchard: “L’economia italiana è debole solo secondo i parametri di Maastricht. Se avesse ancora una banca centrale sovrana non sarebbe in questa situazione. La Bce? Incompetente e arrogante”

Il giornalista economico britannico Ambrose Evans-Pritchard, responsabile della sezione economica internazionale del Telegraph, ha scritto pochi giorni fa in un suo articolo:

“Lasciatemi aggiungere che l’Italia non è fondamentalmente insolvente. È in questi pasticci perché non ha un prestatore di ultima istanza, una banca centrale sovrana o una moneta sovrana. La struttura dell’euro ha trasformato uno stato solvente in uno insolvente. Ha invertito l’alchimia”.

Affermazioni degne di nota che Peacereporter ha chiesto a Evans-Pritchard di spiegare.

 Fondamentalmente la posizione debitoria italiana è solida - ci ha detto il giornalista britannico al telefono - perché non esiste solo il rapporto debito pubblico/Pil stabilito dal Trattato di Maastricht.

Se tra i criteri di sostenibilità di un economia si considera anche il debito privato, l’Italia risulta uno dei Paesi più stabili d’Europa. L’indebitamento delle famiglie italiane e delle società non finanziarie italiane è il più basso d’Europa (42 per cento del Pil, contro il 103 britannico, l’84 spagnolo, il 63 tedesco e il 51 francese, ndr) e ciò rende il debito aggregato italiano (pubblico più privato) inferiore a quello di Gran Bretagna, Spagna e Francia, e analogo a quello della Germania.

Inoltre lo Stato italiano è uno dei pochi al mondo ad avere un avanzo primario, ovvero a incassare più di quello che spende, al netto degli interessi che paga sul debito pubblico.

Considerate queste condizioni, se il vostro Paese non fosse entrato nell’euro e aveste quindi una banca centrale sovrana in grado di attuare una politica monetaria autonoma espansiva a sostegno dello sviluppo la situazione dell’Italia sarebbe molto migliore. Ovviamente stiamo parlando in linea puramente teorica, perché ormai che siete dentro non potete uscirne: sarebbe una catastrofe per voi e per l’Europa in generale.

Il problema è che la direzione in cui stiamo andando è proprio questa, perché la politica economia della Bce produce risultati nefasti.

La politica monetaria restrittiva della Bce, che anche in questi ultimi anni di piena recessione ha pedissequamente osservato il suo dovere statutario di tenere bassa l’inflazione tenendo alto il costo del denaro, ha ristretto il credito e di conseguenza ha rallentato la crescita di tutta l’Europa. E ora pretende di salvare Paesi in recessione come Grecia e Italia imponendo loro riduzioni salariali e tagli occupazionali che bloccheranno crescita e sviluppo.Incompetenza, per non dire di peggio.

A questo si sommano la pericolosità politica dell’azione della Bce, che impone i suoi diktat in maniera arrogante e offensiva della sovranità nazionale. Si pensi al piano per la Grecia che prevede l’apertura ad Atene di uffici europei permanenti per monitorare l’applicazione di queste misure, come una sorta di viceré europeo.

PeaceReporter

Wall Street e la City puntano su un crollo dell’Italia

di: Filippo Ghira

La stampa anglosassone, Financial Times e Wall Street Journal, boccia la manovra e spera nella fine dell’euro

La stampa anglosassone, espressione dei veri poteri forti che hanno in mano i destini della finanza e quindi dell’economia internazionale, ha espresso un giudizio negativo sul contenuto della manovra finanziaria. Il fatto non dovrebbe preoccupare in quanto lascia il tempo che trova il fatto che un giornalista dia un giudizio negativo sull’azione di questo o quel governo. Nel caso specifico però gli attacchi del Financial Times e del New York Times devono essere presi nella dovuta considerazione perché sono l’annuncio di nuove speculazioni contro l’Italia. Non si tratta comunque di un fatto nuovo. Gli ambienti finanziari di oltre Manica e di oltre Atlantico si muovono infatti in maniera coordinata. Il mondo anglo-sassone non ha mai nutrito particolare simpatia per l’Italia e per il suo ruolo nel Mediterraneo, nel vicino Oriente e in Asia Centrale e negli ultimi anni per i rapporti strettissimi stabiliti oltre che con la Russia anche con la Libia di Gheddafi.

Così le difficoltà del nostro Paese a tenere sotto controllo la dinamica dei conti pubblici, a cercare di ridurre il disavanzo e il debito per rientrare nei limiti del Patto di Stabilità, come ci chiedono la Commissione europea e la Bce, attraverso una manovra finanziaria aggiuntiva dagli effetti devastanti, ha rappresentato un invito a nozze per i due quotidiani che, dietro l’apparente e dichiarata obiettività, nascondono invece la sporcizia e il comportamento criminale degli ambienti che li ispirano.

Tale realtà è particolarmente grave per una gazzetta come il FT che appartiene ad un Paese che non fa parte del sistema dell’euro, avendo preferito restare attaccato alla sterlina e che all’interno dell’Unione europea ha continuato a svolgere il ruolo di cavallo di Troia degli interessi anglosassoni. Non è un caso che proprio dai paradisi fiscali sotto la sovranità di Londra, le isole del Canale (Guernsey e Jersey) e i dominions dei Caraibi, siano transitati i capitali che hanno operato la massiccia speculazione contro i titoli di Stato greci, portoghesi, spagnoli, irlandesi e italiani e quindi contro la stabilità dell’euro. Soltanto gli idioti di questa sinistra italiota possono utilizzare le uscite del FT (o del settimanale confratello Economist) e del WSJ per rafforzare le proprie critiche nei confronti di un governo, quello di Berlusconi, che ha mille e più motivi per essere criticato. A questi imbecilli, che dovrebbero avere soprattutto a cuore la stabilità dell’Italia, non viene da pensare che gli attacchi della City e di Wall Street siano motivati da ragioni squisitamente di bottega. Come ad esempio la volontà di mettere le mani sulle aziende pubbliche, come Enel, Eni, Finmeccanica e Fincantieri che con buona pace di Frattini rappresentano il nostro vero Ministero degli Esteri e senza le quali il nostro ruolo sullo scenario internazionale sarebbe ridotto a zero. A nessuno di questi imbecilli che auspicano le privatizzazioni, e ai molti che nel centrodestra condividono tale idea criminale, giustificata con la necessità di fare cassa e di abbattere il debito pubblico, viene di pensare, o perché sono ignoranti (nel senso che non conoscono i fatti) o perché sono in malafede, che siamo giunti alla fine di un processo storico. Una fase che prese il via in piena Mani Pulite e che venne avviata dalla Crociera del Britannia del 2 giugno 1992, quando i rappresentanti della City londinese radunarono sul panfilo reale i rappresentanti delle imprese a partecipazione statale per indottrinarli sulla bellezza delle privatizzazioni. Poi ad ottobre partì la speculazione anglo-americana contro la lira (con Soros in prima fila), la nostra moneta fu svalutata del 30% e le imprese pubbliche divennero più convenienti per quella stessa percentuale. A bordo si vide Mario Draghi, allora direttore generale del Tesoro, che fece un discorso introduttivo e quindi scese prima che il panfilo salpasse da Civitavecchia per l’Isola del Giglio per poi tornare in serata. Quel Draghi che poi lavorò alla Goldman Sachs, per poi approdare alla Banca d’Italia ed ottenere ahinoi, anche con il sostegno mediatico inglese, la presidenza della Bce dal 1 novembre prossimo. A tutti gli idioti, specie nel centrosinistra, che delirano per l’indipendenza della stampa britannica, vogliamo ricordare che nel febbraio 1978 la copertina di uno dei numeri dell’Economist riportava l’immagine di Aldo Moro rappresentato come un burattino tirato dai fili e con la didascalia: “E’ finita la commedia”. Poi vennero Via Fani e via Caetani… Basterebbe quindi riciclare il buon vecchio Carlo Marx per ricordarsi e tenere sempre presente che sono la finanza e l’economia a muovere il mondo e che la politica, purtroppo, finisce per esserne soltanto una sovrastruttura, pur potendosi ritagliare qualche angoletto di indipendenza. Purtroppo i signori del PD sono così impegnati sul fronte interno ed estero a presentarsi come il partito delle banche e i fautori del Libero Mercato da avere scordato che esiste un minimo di decenza dal quale non si può derogare. Ed è sconfortante prendere atto che il loro massimo desiderio sia quello di un governo “tecnico” guidato ad esempio da un Mario Monti che, guarda guarda, come i vari Romano Prodi, Mario Draghi e il non compianto Tommaso Padoa Schioppa, vanta rapporti di lavoro o di consulenza con la Goldman Sachs. La banca salvata da Barack Obama con 7,5 miliardi di dollari e considerata dal cittadino medio Usa come il simbolo della più odiosa e odiata speculazione finanziaria.
Per la cronaca il FT considera la manovra aggiuntiva “un fiasco colossale” in quanto essa è stata “annacquata” togliendo il contributo di solidarietà a carico dei ricchi e non contenendo riforme strutturali. Così essa danneggerà l’economia italiana invece di accelerare la crescita. Sulla stessa linea il WSJ che titola “Atene e Roma tengono in ostaggio l’Europa. Se la Bce dovesse interrompere gli acquisti dei Btp italiani decennali, auspica il WSJ,  il conseguente rialzo dei rendimenti potrebbe far cadere il governo Berlusconi, aprendo la strada ad un governo tecnico. In questo caso, gongola il quotidiano dei gangsters americani, il lungo processo per ricostruire la credibilità della terza economia europea potrebbe ricominciare seriamente. Dichiarazioni che confermano che niente avviene per caso e che ignorano volutamente che i rischi che l’economia mondiale corre per una possibile bancarotta italiana sono niente di fronte ai disastri provocati nel 2007-2008  dalla speculazione anglo-americana sull’economia mondiale. Una speculazione che il WSJ e il duo mondezza Bush e Obama avevano bellamente ignorato considerandola la cosa più normale del mondo e che anzi hanno alimentato e premiato.

f.ghira@rinascita.eu

FONTE: Rinascita

6 Agosto 2011: l’Italia rasa al suolo dalla BCE

Le porte sono aperte, e i servi rimpinzati si fanno beffe della loro consegna russando.

William Shakespeare – Macbeth – Atto II, Scena Seconda.

Questi giorni sonnacchiosi, d’Agosto, questa falsa Estate che già si tinge delle dolenti piogge autunnali, questi cieli bigi sul mare, le nuvole di vapore sui colli e sui monti, sembrano un messaggio degli Dei ai mortali: lascia il chiasso delle spiagge e dei ristoranti all’aperto, smettila d’osservare ostinatamente il dito e lascia spaziare l’occhio in cielo, perché questa è un’Estate di guerra. La Libia? Sì, anche, ma non è questa la grande guerra che è in atto: anzi, sono più d’una, almeno tre o quattro. Vediamole nell’ordine.

a) La guerra per il primato geostrategico nel Pianeta fra USA e Cina.

b) La guerra, interna all’Unione Europea, fra la BCE e la Commissione Europea.

c) L’eterna guerra fra John Maynard Keynes e Milton Friedman.

d) La (finta) guerra fra i nani e le ballerine italiane.


La guerra per il primato geostrategico nel Pianeta fra USA e Cina

La notizia del declassamento del debito USA, da AAA ad AA+ (con outlook negativo), è di portata storica, verrebbe quasi da dire “la notizia del secolo” ma siamo prudenti, poiché il secolo che avanza – almeno, secondo chi scrive – ne riserverà altre di ben diversa portata. In ogni modo, sarebbe come se al Soglio Pontificio fosse salito il cardinal Milingo, con Vasco Rossi al Quirinale e il mago Otelma ministro dell’Economia. Tutto ciò era inevitabile: anzi, il giudizio è stato ancor troppo bonario.

Già nel 2003 – nel mio “Europa Svegliati” – mettevo in guardia contro la spaventosa spirale del debito USA che nelle sue tre componenti – debito interno, debito estero e debito delle famiglie – raggiungeva cifre paurose, ben superiori al 120% dell’attuale debito interno italiano. Cos’è cambiato? Perché Standard & Poor’s ha osato tanto? Talvolta, è analizzando le reazioni che si scopre un fenomeno, come avviene spesso nella Fisica.

La reazione di Pechino non è stata né bonaria e né tranquillizzante: anzi, boriosa, come quella di chi ha perso la pazienza.

La Cina ha adesso ogni diritto di chiedere che gli Usa affrontino i loro problemi di debito…garantire la sicurezza degli asset in dollari della Cina…Washington deve ora affrontare seriamente una dolorosa realtà…riduzioni a quello che (la Cina) definisce le gigantesche spese militari e i costi salati del welfare…

I cinesi non sono così stupidi da credere che basti una loro ramanzina per far cadere l’architrave del pensiero politico USA – quel “noi non baratteremo mai il nostro stile di vita” – poiché su quella (falsa) certezza dell’american dream si basa il potere bipartisan demo-repubblicano. Se i cinesi osano tanto – sapendo che devono continuare a smerciare computer e televisori – non sarà che gli USA non sono più, per Pechino, quel cliente così “essenziale” per la loro economia?

Non si tratta certamente di una “chiusura” netta ed irrevocabile, tanto meno subitanea, bensì di un processo che vede aumentare le economie – e dunque il commercio, l’import-export, i consumi, ecc – dei Paesi del BRIC & associati, i quali possono pagare anche con le loro merci – e quindi in un quadro di “sana” economia – e non con i “dollarotti” carta straccia. Similmente, i Paesi dell’Europa Centrale – con la Germania a dirigere il coro – mantengono ancora un significativo gap tecnologico nei confronti della Cina, mentre gli USA hanno esportato e venduto le loro aziende agli orientali: adesso, si guardano le mani e scoprono d’esser rimasti con un pugno di mosche. Una guerra?

Molto improbabile, per tante ragioni. Una guerra di logoramento “ai fianchi” della Cina – un attacco in Corea, tanto per scegliere un luogo – comporterebbe un dispiegamento di forze simile al Vietnam, che gli USA non possono assolutamente più sostenere: se ne vanno, bastonati, anche dall’Afghanistan, che non è certo la Cina! Anche un attacco atomico non risolverebbe nulla, perché porterebbe alla mutua distruzione, anche se il potenziale USA è superiore: bastano 10 missili a bersaglio negli USA per distruggere l’economia statunitense per secoli.

Quello che attende gli USA è un lento decadimento, come avvenne per la Gran Bretagna, ma con una sostanziale differenza: gli inglesi riuscirono – grazie alla loro esperienza imperiale ed al Commonwealth – a compiere un “atterraggio morbido” che agli USA – per mentalità, dissidi interni, pochezza politica quando si tratta di mediare e dimensioni – non è detto che riesca.  Ciò che attende gli statunitensi sono due eventi: il moltiplicarsi delle enclave di miseria, come le “Flint” di Michael Moore, e l’inevitabile china della parabola di Barack Obama. Il Presidente USA ha sbagliato troppo, fra il 2008 ed il 2010, quando non era una “anatra zoppa”: ha sottovalutato il potere della lobby israeliana, che osserva la politica statunitense quasi solo alla luce delle sue decisioni per il Medio Oriente. Obama non poteva aspettarsi altro: dopo le elezioni del 2010, parecchi parlamentari del Tea Party – Sarah Palin in testa – andarono in Israele per colloqui a vario titolo, anche con Benjamin Netanyahu, sempre con il “chiodo fisso” delle elezioni del 2012.

“…il Tea Party difende ideologicamente lo Stato Ebraico d’Israele, con gli stessi parametri di logica e buonsenso che sono stati la base per la diffusione del suo Movimento.”

La risposta di Obama – tardiva e fragile – fu l’appoggio alle rivolte in Nord Africa: ho sempre sostenuto che un conto sono le legittime aspirazioni delle popolazioni, un altro la “copertura” diplomatica USA, che era la “risposta” al “colpo a segno” sull’anatra che siede al 1600 di Pennsylvania Avenue. Con la perdita della maggioranza democratica al Congresso, oggi Obama ha dovuto trattare con i repubblicani un piano economico che non prevede maggiori tasse per i ricchi, l’unica possibilità di riuscire a salvare il salvabile.

Stranamente, Moody’s e Fitch non hanno seguito (per ora) S&P nel declassamento, il che – se a pensar male ci s’azzecca – farebbe pensare ad una ritorsione israeliana per la politica statunitense di destabilizzazione del Mediterraneo, sempre aborrita da Tel Aviv. In definitiva, la Cina è il convitato di pietra che assiste – senza far nulla – al duello fra le potenze occidentali, con l’oramai acclarato dissidio (dichiarazioni di facciata a parte) fra Obama e la dirigenza israeliana. Il futuro?

Una fase di grande instabilità negli USA, tormentati dai “residui” (e dai costi) delle avventure neocoloniali di Bush (Iraq ed Afghanistan) e dalla crisi economica dilagante: una crisi che non è monetaria, bensì nasce dalle basi oramai evanescenti dell’economia USA. Insomma, non è tanto Wall Street quanto Main Street a determinare la scansione della crisi e soluzioni vere – come quella di far finalmente pagare chi più ha – non sono più in agenda per l’ostilità del Congresso. Il Mediterraneo sarà probabilmente abbandonato a se stesso (i fondi USA per questo scacchiere sono già stati “tagliati”): di conseguenza, saranno Francia e GB a ritrovarsi sulle spalle i problemi del “bluff” libico, con conseguenze oggi imprevedibili. Se in casa democratica si piange, in quella repubblicana c’è poco da ridere: Sarah Palin avrà pure una buona mira per sparare all’alce, ma governare oggi gli USA è tutt’altra cosa. Peggio che ritrovarsi a fare il sindaco di Napoli. Le persone capaci scarseggiano (Obama, bisogna riconoscerlo, era forse l’unica “novità” della politica americana), ancor più in casa repubblicana: se a Roma impazza l’influenza, a Washington sono già alla polmonite.


La guerra, interna all’Unione Europea, fra la BCE e la Commissione Europea

La misteriosa “missiva” giunta da Francoforte – con le firme di Trichet e di Draghi – mette il governo italiano di fronte ad un aut aut: o mettere a posto i conti subito (come, poi…) o niente acquisto dei BTP italiani da parte della BCE. La sottigliezza, di non poco conto, è che non è giunta da Bruxelles o da Strasburgo – i luoghi della politica europea – bensì, direttamente, dalla BCE.

Che l’Europa sia un gigante economico ed un nano politico è cosa risaputa: basti pensare ad una baronessa inglese alla politica estera che, il suo stesso governo, definisce“inadeguata”. Oppure alla bulgara Rumyana Zheleva, “ballerina” che fu bocciataall’audizione preliminare per diventare commissaria: Die Welt si chiese se, con l’eventuale nomina della Zheleva, si sarebbe raggiunto il limite della nomina della “moglie di un gangster all’Eurocommissione”.

Sull’altro versante, invece, camuffati da abili “maghi” dell’economia planetaria, siedono persone determinate e capaci nel difendere gli interessi, congiunti, della grande imprenditoria e del sistema bancario: se volete, Bankenstein. Piccolo particolare: nessuno li ha eletti, nessuno di noi può mettere bocca sul loro operato. In altre parole, sono dei “tecnici” che non dovrebbero (e non potrebbero) assumere ruoli politici: del resto, con quali “credenziali” S&P si prende la briga di destabilizzare il pianeta con l’abbassamento del rating USA?

Si fa presto a dire che i nanerottoli politici sono soltanto gli attori inviati sul proscenio dai loro burattinai banchieri: molto dipende anche dalla statura dei politici. Un simile andazzo è possibile proprio per la loro pochezza: saremmo curiosi di sapere come se la caverebbero i signori di Francoforte se dovessero trattare con un De Gaulle, un Brandt, un Palme o, anche, con un Craxi od un Andreotti. Le mire “politiche” della BCE non sono un segreto per nessuno: sono loro stessi ad ammetterle.

La missiva giunta al Governo Italiano, dunque, fa già parte della “seconda fase” del piano di Francoforte (anche senza un ministro delle finanze europeo): giungere al veto sulle politiche economiche dei singoli Stati. Una sorta di commissariamento delle economie europee oppure – se preferite, per come stanno le cose nella realtà – un IV Reich che conquista l’Europa senza sparare un colpo di fucile.


L’eterna guerra fra John Maynard Keynes e Milton Friedman

Perché si è giunti a questo punto?

Tralasciando nella trattazione il signoraggio – non per scarsa importanza, bensì per non ingigantire l’articolo – la disputa fra i “Chicago Boys” liberisti ad oltranza ed i fautori dell’intervento dello Stato in Economia è alla base delle odierne angosce. Un assioma che va sfatato è quello che le economie cosiddette “liberiste” – portate avanti dai Conservatori inglesi, dai Repubblicani statunitensi e dalla destra italiana – non indebitino lo Stato: la risposta è nei fatti. La Banda Bassotti americana che s’inventò la truffa dei subprime, successivamente, chiese aiuto proprio allo Stato e, il “piano Paulson” di 700 miliardi di dollari, viene tuttora pagato dai contribuenti americani, per lo più dal ceto medio, mentre i grandi finanzieri pagano poco o nulla e le banche sono tuttora libere di sfornare derivati. “Tossici”? Lo sapremo fra qualche anno.

In Italia, come s’evince da questo grafico, i governi di Silvio Berlusconi hanno condotto ad aumenti del debito: 6,2 punti nel 1994 (in sei mesi!) e ben 12,7 punti nel triennio 2008-2011. Solo nel quinquennio 2001-2006 riuscirono a far scendere il debito di un misero 2,9 in cinque anni. Per contro, i governi di centro sinistra abbatterono il debito di 11,7 punti nel quinquennio 1996-2001 e di 3 punti nel secondo, breve governo Prodi, in soli due anni: soprattutto il primo abbattimento (1996-2001), fu possibile per l’intervento in economia (rottamazioni, finanziamenti a vari settori) che aumentò il PIL.

La teoria della Scuola di Chicago non è quella d’abbattere il debito, bensì quella di non tassare gli alti redditi (come in Italia): in questo modo, il bilancio dello Stato va in rosso ed è necessario ripianarlo con la “macelleria sociale”. A quel punto, il gioco può riprendere con nuovi abbattimenti di tasse per i più ricchi e sempre maggiori prelievi (o mancata assistenza) per i meno abbienti. Oggi, difatti, Tremonti ha nel mirino l’assistenza (invalidi, assegni alle famiglie più povere, accompagnamento per gli anziani, ecc) e, ancora una volta, le pensioni: tagliare gli astronomici costi della politica? Non ci pensa nemmeno, anche se ne parla.

Utilizzare la teoria di Keynes è più arduo, perché il rischio di finanziare “a pioggia” o, peggio, in modo clientelare l’economia conduce ai medesimi effetti di destabilizzazione, soprattutto sul fronte del debito: in altre parole, per adoperare quella “leva” ci vogliono economisti con le palle e le contropalle, non i miseri figuri che osserviamo sulla scena. In definitiva, l’argomento attiene più alla sfera generale dell’umanesimo e della filosofia che a quella delle semplici teorie economiche: l’Uomo deve assumersi l’onere di controllare i flussi economici o lasciarli correre? Anche considerando il quadro planetario di consumo esagerato di risorse non rinnovabili? Può affidare il proprio futuro economico ad una colossale rete di computer, i quali sono programmati con due soglie: vendere od acquistare, secondo il prezzo? Perché, assistiamo sempre più frequentemente al blocco dei listini per eccesso di rialzo o di ribasso? Addirittura a poco chiari “guasti tecnici” per arrestare le contrattazioni? Il sistema del cosiddetto “autogoverno” del mercato non funziona: osserviamo la realtà. Quali sono i Paesi che sono fuori da questo infernale girone?

A parte le cosiddette “economie emergenti” – la Cina ha miliardi di dollari nelle casse dello Stato – è emblematico il caso russo: se qualcuno ricorda i tempi di Eltsin, rammenterà che la vita media s’era drammaticamente accorciata, la povertà era endemica e i russi si salvarono soprattutto col poco che riuscivano a trarre dagli orti delle dacie. Addirittura, l’Aeroflot – la compagnia aerea russa – non aveva kerosene per far volare gli aerei: in un Paese ricco di risorse energetiche! Putin – piaccia o non piaccia – diede una sterzata: in che senso? Forte dell’appoggio che aveva nei servizi segreti (dai quali proveniva) e nell’Armata, riportò allo Stato il “clou” delle risorse russe – l’energia – e le sottrasse agli oligarchi. Ovvio che il processo non fu indolore, e nemmeno affermiamo che la Russia sia oggi un paradiso, però la situazione economica della popolazione – dagli anni bui del dopo URSS – è migliorata sostanzialmente. E il Venezuela di Chavez? Non ha, anch’esso, nazionalizzato il petrolio del Paese sottraendolo alle mire degli speculatori? Cosa fece Mossadeq in Iran? Non, però, di solo petrolio si tratta, perché l’impatto delle “deregulation” sulle popolazioni e sui bilanci degli Stati (sempre chiamati a saldare i conti) sono stati devastanti: crollo della domanda interna, insicurezza sociale, aumento della povertà, della frammentazione sociale, delle malattie della povertà come l’alcolismo, ecc.

In definitiva, per chi ancora crede nel “respiro” di libertà economica propalato da Milton Friedman e dalla “Scuola di Chicago”, ci sono alcune domande alle quali rispondere. A trent’anni dall’elezione di Reagan, si può affermare che il Pianeta sia più ricco? Sì. Si può affermare che le popolazioni siano più ricche? No.

Senza scomodare Marx ed il Capitale, vorremmo che prendessero in esame un neutro parametro, l’indice Gini: cosa misura? Indica la condivisione dei beni all’interno degli Stati, ossia la distribuzione della ricchezza fra le classi sociali. Il coefficiente di Gini, è un numerò che varia fra zero ed uno: zero la perfetta omogeneità nella distribuzione dei beni, uno la massima eterogeneità. Esiste una classifica (non molto aggiornata) degli Stati per uguaglianza/disuguaglianza di reddito: l’Italia è al 52° posto, gli USA al 74°, mentre sopra all’Italia troviamo quasi tutte le nazioni europee. Paesi che ancora godono della “tripla A”, come la Francia e la Germania, hanno una distribuzione della ricchezza più equanime dello Stivale: in fondo alla classifica, ci sono le nazioni meno affidabili, per il rating del debito, del Pianeta.

Eppure, da decenni, la tesi sostenuta dai “Chicago Boys” è proprio quella che solo arricchendo una modesta parte della popolazione – in Italia, il 10% della popolazione possiede il 45% della ricchezza nazionale – è la sola ricetta possibile, giustificando il tutto con un aumento dei capitali disponibili e, dunque, degli investimenti. Osservino la classifica, meditino sull’altro aspetto – la domanda interna – e ci diano una risposta.

Aspettiamo.


La (finta) guerra fra i nani e le ballerine italiane

Gianni Letta ha affermato che “tutto sta crollando”. Perché? Facciamo un passo indietro. Si parla spesso del “sacco” del Britannia: ci sono migliaia di pagine web che lo citano e ne abbiamo scelta una a caso (ma non troppo). Ciò che, forse, non molti ricordano, fu la campagna d’opinione che precedette, negli anni, quegli eventi: l’industria di stato veniva bollata ovunque come inutile e dannosa, le ferrovie inefficienti, le poste inconcludenti, ecc, ecc.

Oggi, con un annuncio dell’altoparlante, le Ferrovie decretano – nella massima tranquillità – che il treno numero tale è stato soppresso. Spiegazioni? Nessuna. Un tempo – mi confessò un capostazione – per sopprimere un treno bisognava stendere un lungo rapporto, e non era assolutamente detto che il firmatario non fosse convocato dalla direzione territoriale per fornire chiarimenti. Nei primi giorni di Giugno del 2011, le Poste andarono completamente in tilt per un “cambio di software”: a parte i disguidi – giorni d’attesa per inviare una raccomandata o ritirare la pensione – aspetto ancora oggi una lettera di mia madre con un’importante delega nei miei confronti: speriamo veramente, dopo quasi tre mesi, che sia finita al macero. Magari giungerà ai miei figli dopo la mia morte.

Sono vissuto in un’Italia nella quale, quando un insegnante era malato e telefonava a scuola per avvertire, nella mattinata stessa – quasi sempre – già arrivava il supplente, che si metteva subito a far lezione, magari con prima un po’ di ripasso. Oggi, per 10 e più giorni le classi hanno il classico “tappabuchi” che sostituisce per un’ora, che non conosce i ragazzi, che può fare poco o nulla. Per un certo periodo presi il treno delle 6.20 del mattino per recarmi all’Università: ricordo che era una vaporiera. Che non perse mai un colpo ed un minuto. S’andava a lavorare con contratti a tempo indeterminato – era la normalità – e con 35 anni di contributi s’andava in pensione a qualsiasi età. Il pubblico impiego era più favorito, ma non era del tutto un errore: auguri, ai docenti che entreranno in classe con 67 primavere sulle spalle. Furono gli anni nei quali s’impennò il debito pubblico?

Torniamo ad osservare il grafico del rapporto debito/PIL: quando s’impennò?  Nei primi anni ’80: sono gli anni della “Milano da bere”, del “soldo che fa soldo” da solo, della Borsa come una giostra che tutti arricchisce: che ce ne facciamo di quei pachidermi dell’IRI? Reagan lancia il suo carpe diem, che chiama “edonismo reaganiano”: quanto bella sei ricchezza, ch’ora sosti in ogni via. Invece.

Parallelamente, la finanza locale s’espandeva a macchia d’olio, lo Stato “decentrava” i servizi alle amministrazioni periferiche: successivamente, iniziò a tagliare i fondi. Le amministrazioni locali, conseguentemente, iniziarono ad alzare le tasse locali ed a tagliare i servizi, fino a chiudere ospedali moderni. Rami secchi. Il cosiddetto “piano Brunetta” per la Sanità italiana (e la manovra di Tremonti) prevedono la non sostituzione di 8.000 – attenzione: ottomila! – medici che andranno in pensione nei prossimi anni. Altre fonti giungono ad ipotizzare un taglio di 17.000 medici.

Oggi, la frittata è fatta: è la guerra fra gli stegocrati e la popolazione italiana. Un governo centrale che deve succhiare continuamente denaro per mantenere gl’incerti equilibri parlamentari: poi, a cascata, la medesima situazione per regioni, province, comuni, circoscrizioni e comunità montane. Un esercito di un milione di persone che campa di politica e non risolve niente, se non ingrassare il proprio conto in banca e quello dei propri parenti. Tutto è stato sacrificato sull’altare della “governabilità”, persino la possibilità d’eleggere i propri rappresentanti senza doverli scegliere da una lista di “eletti”: l’Italia è diventata più “governabile”?

La scelta dei nani e delle ballerine pare sia quella d’aumentare, ancora una volta, l’età pensionabile: toccare i patrimoni? Ma non scherziamo. Quando sento parlare di “tagli alle auto blu” “alla politica” “ai voli di stato” la mano scende alla pistola, perché già li sento ronzare dalle parti del mio culo: questa volta, assistenza o previdenza? Entrambe? Non importa: basta che paghino i poveracci. Perché bisogna difendere l’euro.

Non sono mai stato un detrattore della moneta unica, perché aspettavo d’osservarne gli esiti: oggi, alla luce di quanto sta accadendo, la controproposta da fare a sir Mario Draghi doveva essere “E se ce ne andiamo dalla moneta unica?” Questa gente fa la voce grossa fin quando trova come interlocutori solo nani e ballerine: l’Argentina, rispose agli ispettori del FMI che potevano andarsene quando volevano, a patto che il viaggio lo pagassero i loro caporioni. E’ sprofondata nell’Atlantico Meridionale? Non ci sembra.

Smettiamola, per favore, con questo senso di colpa dei cosiddetti “PIIGS”: la situazione del debito USA è peggiore non solo di quella dei Paesi europei “poco virtuosi”, bensì della somma di tutti essi. Allora? Nella prima parte dell’articolo abbiamo spiegato che la situazione è l’ennesima guerra finanziaria fra blocchi, alla quale partecipa anche l’istituto di Francoforte: dobbiamo pagare anche questa guerra? Ci spaventano con mille input per un’eventuale ritorno alla Lira: cosa potrebbe succedere?

L’Italia, a quel punto, diventerebbe meno “appetibile” alla speculazione internazionale, poiché è l’euro che interessa, non una moneta minore di un Paese mezzo collassato. E dopo? Cosa ne avrebbero in cambio? Proviamo, invece, a meditare di riprendere il controllo – rigidamente allo Stato – dell’emissione monetaria, con il vantaggio (mica da poco!) di decidere noi una eventuale svalutazione: la Germania ci gioca sopra da tempo, poiché la moneta forte consente solo a pochi di reggere sul mercato delle esportazioni. In questo modo, tedeschi e francesi si sono già impadroniti della grande distribuzione, a parte Ipercoop e poco altro, e stanno allargando i loro interessi all’industria privata (Lactatis) e pubblica (Italcantieri). Cosa fanno, invece, nani e ballerine italiane?

Si riuniscono come dei congiurati a Ferragosto per decidere come stramazzare la popolazione: lo fanno da anni, sempre d’Estate. L’unico che, ancora, si lascia scappare d’aver capito cosa sta succedendo è Umberto Bossi: spiace dirlo, ma è così. Riferendosi alla famosa “lettera” della BCE, si è lasciato scappare: “Mi sa che quella lettera è stata scritta a Roma”. Mica scemo: sono le stesse “direttive” che Draghi emanava quando era “solo” Governatore della Banca d’Italia, e non della BCE in pectore. Ma chi vogliono prendere per il sedere?

A fronte di quel milione di persone che campano di politica e di corruzione, come rispondono nani e ballerine italiane? Casini afferma che Tremonti è da “ricoverare”, mentre Bersani studia – imbeccato da Napolitano – come “aiutare”. Di Pietro dice di non capire: non è una novità. Forza Sud non voterà leggi che danneggino il Sud, Forza Nord quelle che danneggino il Nord: il Centro, per definizione, sta al centro e si fa gli affari suoi. I Responsabili si mostrano disponibili: dipende dalla disponibilità di poltrone. Fini è “allibito”, Stracquadanio “basito”. Cosa faranno?

Per definizione, nani e ballerine sono servi: non hanno opinioni. Quando si prospetterà di non concedere più loro gli avanzi della mensa – niente più cosce di pollo mangiucchiate da rosicchiare, niente più monete per una fellatio a comando – si prostreranno ai loro padroni e continueranno a danzare chinando il capo, ossequienti. D’altro canto, il destino di nani e ballerine, giullari e cortigiane, è soltanto quello d’obbedire ai loro padroni: la sera con le danze nel salone del castello, la notte contorcendosi, a comando, sotto le coltri.

di: Carlo Bertani

L’ Olandese Volante

Il sacco d’Italia

I recenti attacchi speculativi che hanno preso di mira l’Italia segnano una perfetta soluzione di continuità rispetto a ciò che accadde nei primi anni ’90, nei mesi a cavallo tra la disintegrazione della Prima Repubblica e l’ascesa dei sedicenti “tecnici”.

Tempi in cui l’allora direttore della CIA William Webster ebbe a sottolineare pubblicamente che dal momento che l’Unione Sovietica era crollata, “Gli alleati politici e militari dell’America sono ora i suoi rivali economici”.

Tra le righe di tale affermazione si celava un non troppo velato vaticinio rispetto a ciò che sarebbe accaduto all’Italia, un paese politicamente instabile e privo di solidità strutturale dotato però di un ingente patrimonio industriale.

La profezia si avverò infatti nel 1992, anno in cui i verificarono gli attentati che stroncarono le vite di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (e rispettive scorte), imperversò l’improvviso vortice giudiziario scatenato dal pool milanese di “Mani Pulite” che risucchiò tra le proprie spire un’intera classe politica nata, cresciuta ed invecchiata all’ombra del Muro di Berlino, la conseguente privatizzazione – che sarebbe più appropriato definire svendita – dell’intero patrimonio industriale e bancario di stato e il violentissimo attacco alla lira.

Tangentopoli

Il 17 febbraio 1992 l’arresto della pedina Mario Chiesa innescò un impressionante effetto domino, una reazione a catena di politici, imprenditori, faccendieri e uomini d’affari che si decisero improvvisamente a vuotare il sacco.

Emerse un desolante ma arcinoto quadro fatto di clientelismi, tangenti, bustarelle, connivenze, contiguità e quant’altro che portò alla decapitazione e al conseguente disfacimento dei due storici partiti di governo, Democrazia Cristiana (DC) e Partito Socialista Italiano (PSI), crollati sotto i colpi di un’agguerritissima magistratura (con il procuratore Antonio Di Pietro in prima linea) sponsorizzata dalla consueta stampa (“La Repubblica”, “La Stampa”, “Corriere della Sera”) di riferimento dei poteri forti che monitoravano il corso degli eventi.

Nel frattempo, una congrega di rinnegati del comunismo e di transfughi della DC (Romano Prodi, Oscar Luigi Scalfaro ecc.) si attrezzava di tutto punto per “traghettare”, come Caronte, il paese in vista delle nuove elezioni, che in quel momento pareva dovessero celebrare il loro attesissimo successo.

 Gli attentati

Il 23 maggio 1992 Giovanni Falcone saltò per aria assieme a sua moglie e agli uomini della sua scorta nei pressi di Capaci e cinquantasette giorni dopo la stessa sorte toccò a Paolo Borsellino, anch’egli in compagnia della scorta.

Entrambi avevano processato e fatto incarcerare il braccio armato di “Cosa Nostra”, ma stavano anche risalendo le vie impervie destinate ad approdare agli storici intrecci che sono sempre intercorsi tra mafia e settori dello stato, dell’economia, della finanza e che hanno costantemente e pesantemente influenzato la storia politica d’Italia.

La mafia ha sempre svolto un ruolo attivo nel determinare gli equilibri politici italiani fin dal giorno in cui gli Stati Uniti si erano serviti dell’appoggio logistico fornito dai “picciotti” locali per agevolare lo sbarco alleato in Sicilia avvenuto nel luglio del 1943.

Da quel momento in poi la mafia è sempre stata regolare interlocutrice per i governi di qualsiasi colore ed è più volte scesa in capo per risolvere a modo suo questioni suscettibili di intaccare gli interessi di alti esponenti delle istituzioni (come nel caso degli omicidi del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e di Mino Pecorelli).

Nella logica bipolare della Guerra Fredda la mafia (come Gladio) ha indossato le vesti di bastione dell’atlantismo utile a sventare i pericoli di slittamento “rosso” in Italia.

A questo specifico fattore si deve il supporto fornito dalla politica ai suoi adepti  e il regolare coinvolgimento dell’intera organizzazione nei vari progetti di colpo di stato (golpe Borghese, piano Solo) tentati in Italia.

Una volta caduta l’Unione Sovietica, la mafia ha indubbiamente visto restringere la propria sfera di “competenze”, pur rimanendo un solido e fido alleato atlantico.

Il Britannia

Il 2 giugno 1992 il panfilo Britannia intento a trasportare la regina Elisabetta II e una nutrita schiera di finanzieri angloamericani (rappresentanti di Barclays, della Baring & Co., della Warburg, ecc.), gettò l’ancora al largo di Civitavecchia per permettere al gotha dell’industria e della finanza pubblica italiana di salire a bordo.

Salirono Beniamino Andreatta (ENI) e Riccardo Gallo (IRI), Mario Draghi (Direttore Generale del Tesoro) e Giovanni Bazoli (Ambroveneto), oltre ad altri illustri uomini d’affari.

Fatto più unico che raro che alti rappresentanti dell’industria e della finanza pubblica italiana si ritrovassero  a bordo del panfilo di Sua Maestà la Regina d’Inghilterra a discutere coi loro potenziali acquirenti dei destini da riservare all’ingente patrimonio di stato, stimato in decine e decine di miliardi di dollari.

E’ obiettivamente presumibile che la trattativa si concluse con un accordo, dal momento che nell’arco di pochi anni la finanza anglosassone ebbe modo di mettere le mani sul 48% delle aziende italiane, come IRI, Enel, ENI, Telecom, Comit, Buitoni, Locatelli, Ferrarelle, Perugina, Galbani, Negroni.

I pochi giornali che si degnarono di sottrarre qualche angusto spazio a Tangentopoli per dedicarlo all’operazione in questione non esitarono comunque ad addurre deboli e inconsistenti legittimazioni all’operazione.

Furono tirati in ballo l’elevato debito pubblico e la necessità di aprire le frontiere ai mercati, ovvero motivazioni prive di alcun fondamento che non tardarono a rivelarsi come tali.

La privatizzazione delle aziende pubbliche consentì infatti all’erario di incassare la cifra di 198.000 miliardi di lire (8% del debito) a fronte dei 2.500.000 miliardi di lire di debito e comportò un’accentramento di potere in mano a sparute oligarchie che andarono a formare veri e propri cartelli, destinati inesorabilmente a distruggere la concorrenza.

L’attacco alla lira

Nei giorni successivi alla riunione sul Britannia si insediò il governo presieduto da Giuliano Amato.

In puntuale corrispondenza dell’insediamento, l’agenzia di rating Moody’s decise di retrocedere drasticamente l’Italia in forza dei mancati tagli di bilancio e dell’ostinata politica assistenziale portata avanti dai passati governi.

Questa scelta improvvisa fu varata di punto in bianco nonostante i dati relativi al deficit fossero pressoché inalterati da un paio d’anni.

Amato corse immediatamente ai ripari, disponendo di colpo un cospicuo innalzamento dei tassi di interesse sui buoni del tesoro per evitare che i mercati si interrogassero, riflessivi come sono, sull’instabilità italiana e si abbandonassero alle più rapaci operazioni speculative.

All’epoca il dollaro galleggiava ai minimi storici sul marco tedesco mentre la lira arrancava nella disperata rincorsa ai parametri fissati dal Sistema Monetario Europeo (SME).

In questo desolante contesto, il governo Amato e Bankitalia decisero di comune accordo di accedere al credito illimitato concesso momentaneamente dalla Bundesbank, allo scopo di difendere la lira dalle torve manovre speculative internazionali senza ricorrere alla svalutazione.

La corpose iniezioni di denaro parvero però non frenare la pericolosissima inerzia innescatasi, cosa che spinse la Germania a chiudere i rubinetti finanziari abbandonando così la lira al suo destino.

La svalutazione si rivelò ben presto l’ultima carta da giocare e infatti la lira subì in breve tempo un deprezzamento del 7% e fu costretta ad uscire dallo SME.

Nei quattro anni successivi la valuta italiana fu svalutata del 30% rispetto al dollaro.

Dietro la colossale manovra speculativa si celavano i soliti noti della finanza internazionale, ovvero il gruppo Rotschild, le banche d’affari Goldman Sachs e Merrill Lynch e soprattutto il magnate popperiano George Soros, il quale usufruì del fiume di denaro anticipatogli dalla Goldman Sachs per l’acquisto all’estero di lire deprezzate da rivendere poi in Italia alla massima quotazione.

Si trattò di una tecnica consolidata cui il facoltoso uomo d’affari in questione ha ripetutamente fatto ricorso negli anni, quella di orchestrare crisi valutarie per mezzo dei propri ingenti fondi al fine di acquistare in dollari i capitali a prezzi  minorati.

Della svalutazione della lira non beneficiarono tuttavia solo George Soros e le banche d’affari anglosassoni, ma tanti altri operatori della finanza che ebbero così la possibilità di approfittare dell’allora vantaggiosissima situazione di cambio lira – dollaro per accaparrarsi gran parte del patrimonio bancario e industriale di stato a prezzi oscenamente bassi.

Conclusioni

Le ricostruzioni dei fatti rese dai principali organi di informazione e le indagini condotte dalla magistratura  sono tutte incardinate sulla tesi che non sia esistito alcun filo conduttore tra gli eventi destabilizzanti di cui è stato oggetto il paese.

Giornalisti e intellettuali assai in voga tentano ancora oggi di leggere la “stagione” di Tangentopoli come una semplice campagna giudiziaria volta a smantellare il sistema endemicamente corrotto che attanagliava l’Italia e attribuire gli attentati del 1992 all’esclusiva smania sanguinaria dei corleonesi assecondata da qualche settore, rigorosamente “deviato”, dello stato.

Della crociera del Britannia non si è invece mai parlato seriamente, quasi si trattasse di cronaca locale di quart’ordine.

Tuttavia, nel corso di un’intervista resa al quotidiano romano “Il Tempo” il 6 dicembre 1996, l’ex Ministro dell’Interno Vincenzo Scotti spiegò che nel febbraio 1992 i servizi segreti e il capo della polizia Vincenzo Parisi avevano redatto e fatto pervenire sulla sua scrivania un rapporto in cui erano sommariamente elencate e descritte le modalità di un imminente piano di destabilizzazione politico, sociale ed economico dell’Italia, orchestrato da svariate forze internazionali in combutta con alcune potenti lobby finanziarie.

Il piano in questione, secondo quanto affermato da Scotti, comprendeva attacchi diretti di varia natura ad alti rappresentanti delle istituzioni e al patrimonio industriale e bancario di stato.

Sbalorditivo come ogni singola tessera si inserisca perfettamente nel mosaico indicato da Scotti.

Una classe politica completamente screditata e conseguentemente sepolta sotto la campagna giudiziaria “Mani Pulite” portata avanti da una magistratura che ha agito con modalità decisamente discutibili e una tempistica assai sospetta e sotto la clamorosa impotenza dimostrata nei confronti della mafia, che mai come allora era parsa tanto potente.

Le colossali inadeguatezza della classe politica italiana portarono all’inevitabile esautorazione degli esponenti del cosiddetto “pentapartito” (DC, PLI, PSI, PSDI, PRI) retto sull’asse DC – PSI e alla loro sostituzione con i trasformisti del comunismo, che hanno a loro volta dato vita a governi i cui incarichi di punta sono regolarmente stati affidati a quegli stessi tecnocrati presenti alla crociera sul Britannia e ad altri ben noti elementi come Romano Prodi (ex senior advisor della Goldman Sachs), Carlo Azeglio Ciampi (lo strenuo “difensore” della lira), Tommaso Padoa Schioppa (membro attivo, oggi defunto, di Eurolandia) e Giuliano Amato (“dottor sottile”), personaggi sul cui operato e sulle cui “amicizie” urgerebbe più che mai far ampia luce.

Malgrado i risultati prodotti da questa linea politica siano sotto gli occhi di tutti, i tecnici (Mario Draghi in primis)  continuano attualmente a godere di una popolarità e di un gradimento tanto invidiabile quanto discutibile.

Qualche riflessione al riguardo è stato fatta da Bettino Craxi, in un passo che è opportuno riportare per intero:  “Sarebbe interessante riuscire a ricostruire, almeno in parte limitata, la lista dei maggiori soggetti, internazionali e nazionali, che parteciparono allora alla grande manovra speculativa.

E’ evidente che nelle acque della speculazione si mossero a proprio agio anche astuti squali della finanza italiana e forse anche banche nazionali, presumibilmente tutti bene informati di dove si sarebbe andati a finire.

Secondo notizie di stampa, uno degli operatori internazionali sarebbe stato il solito Soros, finanziere americano di larghe vedute e di grandi possibilità, quello che ebbe a dire che l’Italia era un “Boccone ghiotto”.

Speculando contro la lira, sempre secondo queste notizie, avrebbero realizzato in quattro e quattr’otto utili intorno ai 280 milioni di dollari, con un investimento di 50 milioni (…).

Tutto questo naturalmente  è finito di corsa in cavalleria. Nessuno si è mai preoccupato di ricostruire la stravagante e singolarissima vicenda, e di chiederne conto agli autori che, con la loro condotta inadeguata, furono responsabili di un autentico disastro finanziario.

Alcuni di loro appartengono semmai al gruppo di quanti vediamo sempre, ancora oggi, candidati a tutto e circondati da aureole di olimpica sacralità.

Un brutto vezzo di un “Bel Paese”.

Uno di loro, che di quella assurda e inspiegabile strategia della sconfitta fu il principale responsabile [Ciampi], fu poco dopo persino premiato con la carica di presidente del Consiglio e ancora oggi è nientemeno che il ministro del Tesoro, che pontifica sul risanamento delle finanze pubbliche che, almeno in quel caso, certo non secondario, ha contribuito non poco a dilapidare.

Ma, come vediamo, quello che succede in Italia non succederebbe in nessuna democrazia e in nessuna società industriale avanzata del mondo”.

Craxi è scappato ad Hammamet per non finire in galera, ma i suoi rilievi vanno valutati con il metro della realtà e la realtà non si discosta di molto dalla sua sommaria descrizione.

Tuttavia i crimini commessi da noti esponenti del suo partito (e di altri partiti) hanno assolto quei politici che non avevano ricoperto alcun incarico di governo e conferito alla sedicente “sinistra” un prestigio assolutamente immeritato.

L’analisi delle responsabilità politiche ha così ceduto il campo al giudizio moralistico sulle virtù di alcuni e sui vizi degli altri.

Tutto il resto è relegato in secondo piano.

FONTE: Conflittiestrategie

Soros liquida i soci: ora potrà speculare da solo

La notizia che George Soros, uno dei simboli più odiati della speculazione finanziaria, abbia deciso di liquidare le quote degli investitori esterni del suo Quantum Fund e trasformarlo in un fondo che gestirà esclusivamente le risorse di famiglia, non è arrivata inaspettata. Le nuove regole, imposte in nome di un minimo di decenza dalla Casa Bianca alle società finanziarie non personali, in primis la registrazione, quindi più controlli e trasparenza, hanno spinto il finanziere a operare la svolta.

Niente controlli vuol dire mantenere le mani libere per operare e speculare solo per il tornaconto personale su quei mercati internazionali che hanno permesso al profugo ungherese di accumulare, in circa 40 anni, una fortuna personale di circa 25 miliardi di dollari. E Soros che negli ultimi tempi ha avuto anche la faccia di bronzo di tuonare contro i finanzieri che investono allo scoperto, in altre parole senza disporre dei capitali necessari, non può dimenticare di avere guadagnato cifre esorbitanti proprio grazie a tale meccanismo difeso a spada tratta dai repubblicani Usa.
Ed è paradossale ricordare quanto Soros, arrivato in America nel 1956, odi il partito di George Bush e Sarah Palin e come il Quantun Fund e le società collegate abbiano invece versato consistenti finanziamenti ai democratici. La spiegazione è perfettamente consequenziale all’impostazione di base del capitalismo finanziario. Un partito come i repubblicani viene visto da Soros, e dai suoi consimili, come il partito non tanto della guerra quanto dell’industria degli armamenti che è in continua ricerca di eserciti da armare, non solo quello Usa, e che rappresenta quindi un elemento di disturbo delle strategie del capitalismo finanziario che necessita invece di una relativa calma nelle relazioni internazionali per poter spostare senza troppi problemi i capitali da un mercato ad un altro. Soros sogna e vuole una “società aperta” di tipo globale, un concetto che ha mutuato dalle idee di Karl Popper, suo professore alla London School of  Economics, un filosofo austriaco fuggito in Gran Bretagna per sfuggire alle persecuzioni razziali.
Quel Popper, il cui relativismo dottrinario, l’idea che non ci siano verità certe e immutabili e che tutto possa e debba essere messo in discussione, da certe correnti politiche e filosofiche liberali o liberiste, viene presentate come il toccasana ad ogni totalitarismo. In realtà esso, nelle sue applicazioni, si trasforma in un sistema dogmatico che, per certi aspetti, è stato funzionale a far passare l’idea della superiorità del modello occidentale (soprattutto gli Usa) e della necessità di imporlo in tutto il mondo.
Una concezione politica, che è nell’originario Dna americano, e che è condivisa dai repubblicani, sia pure sotto l’influsso dei neo conservatori, e dai democratici. Se differente è il contenitore, il contenuto è esattamente lo stesso. E Soros ci ha messo molto di suo, creando lui stesso e finanziando apertamente con l’Open Society Institute (che ha filiali in circa 60 Paesi) e la Soros Foundation, diversi gruppi di giovani organizzati attraverso i quali operare un cambiamento nei Paesi europei dell’Est, appena usciti dall’esperienza comunista ma ancora non convertiti abbastanza al Mercato. Il tutto attraverso manifestazioni di piazza che non si sono limitate a
spingere sui governi ma che in alcuni casi li hanno rovesciati. E’ stato il caso di Otpor in Serbia, di Kmara in Georgia e di Pora in Ucraina. In Russia e Bielorussia, le cose sono andate meno bene perché i governanti erano fatti di un’altra pasta. Recentemente il fenomeno si è ripetuto al Cairo dove gli studenti egiziani protagonisti degli scontri di piazza sono andati a scuola dai “colleghi” di Belgrado. I gruppi sorti con i soldi di Soros, e che si sono subito collegati gli uni agli altri in una sorta di internazionalismo liberale su web, sono stati però solo la punta dell’iceberg. E’ infatti dalla caduta del Muro di Berlino che Soros si è messo a finanziarie fondazioni culturali nei Paesi dell’ex Patto di Varsavia per fare passare la sua filosofia occidentalista. Si tratta pure di un retaggio culturale essendo Soros il figlio dello scrittore esperantista ebreo-ungherese Tivadar Schwartz che ben prima di Popper gli trasmise questo amore per un mondo senza frontiere, una società aperta nella quale le differenze etniche, culturali e religiosi si trasformassero in un ingombrante fardello del passato.
Soros è in ogni caso l’esempio di quel capitalismo rampante che i governi non hanno mai voluto stroncare sul nascere e soprattutto impedirgli di operare perché le sue speculazioni hanno provocato effetti devastanti per Paesi di peso sul panorama mondiale. Come l’attacco speculativo del settembre 1992 contro la sterlina che obbligò la Banca di Inghilterra a svalutare la propria moneta ed uscire  del Sistema monetario europeo. Stessa sorte toccò il mese seguente alla lira con Soros questa volta in combutta con la City londinese (i grandi paradossi del capitalismo). La nostra moneta, dopo un’inutile difesa da parte della Banca d’Italia di Ciampi, che vi prosciugò le nostre riserve valutarie, venne svalutata del 30% permettendo alla finanza anglosassone di comprare scontate molte delle nostre imprese pubbliche che erano state messe sul mercato, dopo la Crociera del Britannia.
Questa sua attività tesa alla promozione della democrazia e dei diritti gli procurò incredibilmente una laurea honoris causa da parte dell’Università di Bologna il 31ottobre 1995, esattamente un anno dopo la speculazione contro la lira, con gli auspici di un Romano Prodi che gli fu accanto quel giorno alla presentazione del suo ultimo libro, accompagnata da feroci contestazioni. Il che la dice lunga su quali sono le frequentazioni di quello che all’epoca era l’Ulivo e che oggi è il Partito Democratico.

di: Filippo Ghira
f.ghira@rinascita.eu

Rinascita.eu

Soros chiude il suo fondo”Restituisco i soldi, ho sbagliato” – LaRepubblica.it -

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