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Tag: Manlio Dinucci

L’arma del silenzio mediatico

di: Manlio Dinucci

Si dice che il silenzio è d’oro. Lo è indubbiamente, ma non solo nel senso del proverbio. È prezioso soprattutto come strumento di manipolazione dell’opinione pubblica: se sui giornali, nei Tg e nei talk show non si parla di un atto di guerra, esso non esiste nella mente di chi è stato convinto che esista solo ciò di cui parlano i media. Ad esempio, quanti sanno che una settimana fa è stata bombardata la capitale del Sudan Khartum? L’attacco è stato effettuato da cacciabombardieri, che hanno colpito di notte una fabbrica di munizioni. Quella che, secondo Tel Aviv, rifornirebbe i palestinesi di Gaza. Solo Israele possiede nella regione aerei capaci di colpire a 1900 km di distanza, di sfuggire ai radar e provocare il blackout delle telecomunicazioni, capaci di lanciare missili e bombe a guida di precisione da decine di km dall’obiettivo.

 Foto satellitari mostrano, in un raggio di 700 metri dall’epicentro, sei enormi crateri aperti da potentissime testate esplosive, che hanno provocato morti e feriti. Il governo israeliano mantiene il silenzio ufficiale, limitandosi a ribadire che il Sudan è «un pericoloso stato terrorista, sostenuto dall’Iran». Parlano invece gli analisti di strategia, che danno per scontata la matrice dell’attacco, sottolineando che potrebbe essere una prova di quello agli impianti nucleari iraniani. La richiesta sudanese che l’Onu condanni l’attacco israeliano e la dichiarazione del Parlamento arabo, che accusa Israele di violazione della sovranità sudanese e del diritto internazionale, sono state ignorate dai grandi media. Il bombardamento israeliano di Khartum è così sparito sotto la cappa del silenzio mediatico. Come la strage di Bani Walid, la città libica attaccata dalle milizie «governative» di Misurata. Video e foto, diffusi via Internet, mostrano impressionanti immagini della strage di civili, bambini compresi. In una drammatica testimonianza video dall’ospedale di Bani Walid sotto assedio, il Dr. Meleshe Shandoly parla dei sintomi che presentano i feriti, tipici degli effetti del fosforo bianco e dei gas asfissianti. Subito dopo è giunta notizia che il medico è stato sgozzato. Vi sono però altre testimonianze, come quella dell’avvocato Afaf Yusef, che molti sono morti senza essere colpiti da proiettili o esplosioni. Corpi intatti, come mummificati, simili a quelli di Falluja, la città irachena attaccata nel 2004 dalle forze Usa con proiettili al fosforo bianco e nuove armi all’uranio. Altri testimoni riferiscono di una nave con armi e munizioni, giunta a Misurata poco prima dell’attacco a Bani Walid. Altri ancora parlano di bombardamenti aerei, di assassinii e stupri, di case demolite con i bulldozer. Ma anche le loro voci sono state soffocate sotto la cappa del silenzio mediatico. Così la notizia che gli Stati uniti, durante l’assedio a Bani Walid, hanno bloccato al Consiglio di sicurezza dell’Onu la proposta russa di risolvere il conflitto con mezzi pacifici. Notizie che non arrivano, e sempre meno arriveranno, nelle nostre case. La rete satellitare globale Intelsat, il cui quartier generale è a Washington, ha appena bloccato le trasmissioni iraniane in Europa, e lo stesso ha fatto la rete satellitare europea Eutelsat. Nell’epoca dell’«informazione globale», dobbiamo ascoltare solo la Voce del Padrone.

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Plutone riemerge dagli inferi

di: Manlio Dinucci

«Site Pluto» (sito Plutone) era, durante la guerra fredda, il maggiore deposito di armi nucleari dello U.S. Army in Italia. Nei suoi sotterranei, all’interno di una collina a Longare (Vicenza), si tenevano oltre 200 ordigni nucleari «tattici»: missili a corto raggio, proiettili di artiglieria e mine da demolizione. Pronti a scatenare l’inferno nucleare sul territorio italiano. Dismesso ufficialmente nel 1992 come deposito, il sito è stato in parte adibito a comunicazioni satellitari. È andato, cioè, quasi in letargo. Ora però Plutone si sta risvegliando, pronto a riassumere la sua piena funzione bellica. Sono in corso lavori all’interno del suo perimetro recintato e presidiato. Il progetto prevede la costruzione di un edificio di 5mila m2, in cui saranno addestrati con tecnologie d’avanguardia i soldati Usa, soprattutto quelli della 173a brigata di stanza a Vicenza.

Nessuno sa però quali reali attività si svolgeranno dietro il suo muro di «protezione», alto 6 metri. Né, tantomeno, a quale uso saranno adibiti i sotterranei del sito.

Continuano così i misteri di Plutone, sotto la cappa del segreto militare, garantito al Pentagono dagli accordi segreti tra i due governi. Nessun mistero, invece, sul fatto che la riattivazione del sito rientra nel rafforzamento dell’intera rete di basi militari Usa nel territorio di Vicenza: qui si è insediato lo U.S. Army Africa e la potenziata 173a brigata è stata autorizzata nel 2007 dal governo Prodi a costruire una nuova base nell’area del Dal Molin. Si apre a questo punto uno scenario ancora più inquietante: come dichiarato da Francesco Cossiga il 28 febbraio 2007 al senato, la 173a brigata è «strumento del piano di dissuasione e di ritorsione, anche nucleare, denominato Punta di diamante». Gli Usa – conferma la Federazione degli scienziati americani in un rapporto del maggio 2012 – mantengono 50 bombe nucleari per aereo ad Aviano (Pordenone) e 20 a Ghedi Torre (Brescia). Non sono residuati bellici della guerra fredda, ma efficienti bombe B-61, oltre dieci volte più potenti di quella di Hiroshima, che a lotti verranno sostituite da una nuova bomba nucleare, la B61-12, molto più potente. Le bombe sono tenute in speciali hangar insieme ai caccia pronti per l’attacco nucleare: F-16 statunitensi ad Aviano e Tornado italiani a Ghedi Torre.

L’aeronautica italiana ha partecipato all’esercitazione Usa di guerra nucleare «Steadfast Noon», nel maggio 2010 ad Aviano e nel settembre 2011 a Volkel AB in Olanda. Non è quindi escluso che il riesumato «Site Pluto» servirà anche a esercitazioni di guerra nucleare ed eventualmente, di nuovo, come deposito e centro di manutenzione di armi nucleari. Soprattutto quando gli F-16 e i Tornado verranno sostituiti dai caccia F-35 di quinta generazione, per i quali è stata progettata la nuova bomba nucleare B61-12. Al cui lancio si prepareranno anche gli F-35 italiani. L’Italia continuerà così a violare il Trattato di non-proliferazione che ha sottoscritto, impegnandosi solennemente a «non ricevere da chicchessia armi nucleari, né il controllo su tali armi, direttamente o indirettamente». Questo e altro si cela nei sotterranei di «Site Pluto», sulla cui superficie verrà costruito un edificio che, si garantisce, sarà a basso impatto ambientale, dotato di pannelli fotovoltaici per non inquinare.

FONTE: IlManifesto.it

I have a dream: il crollo Usa

di: Manlio Dinucci

Finalmente – dopo essere stati per oltre due secoli vittime di guerre, invasioni e colpi di stato da parte degli Stati uniti – i popoli di Asia, Africa e America latina hanno deciso che è ora di farla finita. L’idea geniale è stata quella di adottare gli stessi metodi di Washington, finalizzati però a una giusta causa. È stato costituito un Gruppo di azione per gli Stati uniti che, attraverso riunioni di esperti, ha elaborato il piano, denominato «strategia del Grande Occidente». L’intervento è stato così motivato: negli Usa, è al potere da oltre due secoli lo stesso Presidente che, impersonificandosi di volta in volta in un uomo politico repubblicano o democratico, rappresenta gli stessi interessi dell’élite dominante. La Comunità internazionale deve quindi agire per porre fine a questo regime dittatoriale. Preparandosi a deporre il presidente Obama, una commissione di dissidenti ha scritto una nuova Costituzione degli Stati uniti d’America, che garantisce una reale democrazia all’interno e una politica estera rispettosa dei diritti degli altri popoli. Contemporaneamente (con la consulenza di esperti cubani, iracheni e libici) il Gruppo di azione ha imposto un ferreo embargo agli Stati uniti, congelando tutti i capitali statunitensi e chiudendo tutte le attività delle multinazionali Usa all’estero, compresi i fast food McDonald’s e i distributori di Coca-Cola. In seguito al blocco delle speculazioni finanziarie e dello sfruttamento della manodopera e delle materie prime di Asia, Africa e America latina, Wall Street è crollata e l’economia statunitense è sprofondata nella crisi. Il Messico è stato costretto a erigere una barriera metallica lungo il confine, sorvegliata da veicoli ed elicotteri armati, per impedire che clandestini statunitensi entrino nel suo territorio alla ricerca di lavoro.

A tali misure si sono unite quelle militari, per colpire all’interno secondo la strategia della «guerra non-convenzionale». In America latina sono stati costituiti campi militari, in cui vengono addestrati e armati ribelli statunitensi: soprattutto nativi americani, discendenti delle popolazioni sterminate dai colonizzatori, e afroamericani, discendenti degli schiavi sul cui sfruttamento (anche dopo l’abolizione della schiavitù) le élite dominanti hanno costruito colossali fortune. Sotto la bandiera del «Libero esercito americano», i ribelli rientrano negli Stati uniti. Vengono allo stesso tempo infiltrate forze speciali africane, latino-americane e asiatiche, i cui commandos (scelti tra quelli che hanno padronanza della lingua) possono essere scambiati per ribelli statunitensi. Sono dotati di sofisticati armamenti e sistemi di comunicazione, che permettono loro di effettuare micidiali attacchi e sabotaggi. Dispongono inoltre di grosse quantità di dollari per corrompere funzionari e militari. Poiché lo zoccolo duro del Presidente, formato dai capi del Pentagono e dell’apparato militare-industriale, continua a combattere, il Gruppo di azione ha redatto una «kill list» degli elementi più pericolosi, che vengono eliminati da agenti segreti o da droni killer. Già infuria la battaglia nelle strade di Washington e si dice che il presidente Obama stia per fuggire. Sempre più preoccupate Londra e Parigi, che sanno di essere i prossimi obiettivi della strategia del Grande Occidente.

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Da che pulpito viene la predica

di: Manlio Dinucci

«Profondamente preoccupati per l’intensificazione della violenza», che rischia di allargare il conflitto a dimensioni regionali, chiedono con fermezza «la cessazione della violenza armata in tutte le sue forme». Chi sono i non-violenti? I membri del Gruppo di azione per la Siria che, riunitisi a Ginevra il 30 giugno, hanno emesso un comunicato finale. Alla testa dei non-violenti vi sono gli Stati uniti, registi dell’operazione bellica con cui, dopo la distruzione dello stato libico, tentano di smantellare anche quello siriano.

Agenti della Cia, scrive il New York Times, operano segretamente nella Turchia meridionale, reclutando e armando i gruppi che combattono il governo siriano. Attraverso una rete ombra transfrontaliera, in cui opera anche il Mossad, essi ricevono fucili automatici, munizioni, razzi anticarro, esplosivi. Con un video su YouTube, mostrano come sanno ben usarli: un camion civile, mentre passa accanto a un magazzino, viene distrutto dall’esplosione di un potente ordigno telecomandato.

Esprime la sua «opposizione all’ulteriore militarizzazione del conflitto», che deve essere «risolto attraverso un pacifico dialogo», anche la Turchia: quella che fornisce il centro di comando a Istanbul, da cui viene diretta l’operazione, e le basi militari in cui vengono addestrati i gruppi armati prima di infiltrarli in Siria; quella che, prendendo a pretesto l’abbattimento di un proprio aereo militare che volava a bassa quota lungo la costa siriana per saggiarne le difese antiaeree, ora ammassa le proprie truppe al confine minacciando un intervento «difensivo». Che farebbe da innesco a un attacco su larga scala della Nato in base all’articolo 5, rispolverato per l’occasione mentre per l’attacco alla Libia è stato usato il non-articolo 5. Dichiarano di essere «impegnati a difendere la sovranità, indipendenza, unità nazionale e integrità territoriale della Siria» anche gli altri membri del Gruppo: Francia, Gran Bretagna, Arabia Saudita, Qatar. Quelli che attuano in Siria la stessa operazione già effettuata in Libia: addestrando e armando il «Libero esercito siriano» e altri gruppi (circa un centinaio), reclutati in vari paesi, i cui membri sono pagati dall’Arabia Saudita; utilizzando anche militanti e interi gruppi armati islamici, prima bollati come pericolosi terroristi; infiltrando in Siria forze speciali, come quelle qatariane inviate l’anno scorso in Libia, camuffate da gruppi interni di opposizione. E i membri del Gruppo di azione che chiedono «libertà di movimento in tutto il paese per i giornalisti», sono gli stessi che, mistificando anche le immagini, conducono una martellante campagna mediatica su scala mondiale per attribuire al governo siriano la responsabilità di tutte le stragi. Gli stessi che hanno organizzato l’attentato terroristico in cui sono rimasti uccisi tre giornalisti siriani, quando un loro gruppo armato ha attaccato la televisione al-Ekhbaria a Damasco, colpendola con razzi e facendola poi saltare in aria. Salta così in aria anche l’assicurazione di Russia e Cina, membri del Gruppo di azione, che nessuno dall’esterno può prendere decisioni concernenti il popolo siriano. Le potenze occidentali hanno già deciso, azionando la loro macchina bellica, di annettere di nuovo la Siria al loro impero.

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Dopo la strage degli innocenti

di: Manlio Dinucci

Una delle capacità dell’Arte della guerra del XXI secolo è quella di cancellare dalla memoria la guerra stessa, dopo che è stata effettuata, occultando le sue conseguenze. I responsabili di aggressioni, invasioni e stragi possono così indossare la veste dei buoni samaritani, che tendono la mano caritatevole soprattutto ai bambini e ai giovani, prime vittime della guerra. L’Italia – dopo aver messo a disposizione della Nato sette basi aeree per le 10mila missioni di attacco alla Libia, e avervi partecipato sganciando un migliaio di bombe e missili – ha varato un «progetto a favore dei minori colpiti da traumi psicologici derivanti dal recente conflitto». Il progetto, del costo di 1,5 milioni di euro, prevede l’invio di una task force di esperti che opererà a Bengasi, Tripoli e Misurata, collaborando con le «autorità libiche».

Le stesse che perfino il Consiglio di sicurezza dell’Onu chiama in causa per «le continue detenzioni illegali, torture ed esecuzioni extragiudiziarie». In Afghanistan, dove ogni anno muoiono migliaia di bambini per gli effetti diretti e indiretti della guerra, gli aerei italiani non lanciano solo bombe e missili, ma viveri, indumenti, quaderni e penne per i bambini, così da «integrare l’azione operativa con l’attività di supporto umanitario». Un centinaio di fortunati bambini ha ricevuto, in una base militare italiana, un pacco dono, frutto di «una raccolta spontanea durante le celebrazioni delle Sante Messe». «Con l’occasione», alcuni sono stati perfino visitati da un ufficiale medico pediatra. E quando la piccola Fatima ha avuto un braccio maciullato da un ingranaggio, c’è stata la «corsa generosa e disperata» verso l’ospedale, effettuata con un Lince, il blindato usato dagli italiani nella guerra in Afghanistan. In Iraq, l’Italia è impegnata in un «progetto comune contro la tratta di esseri umani», di cui sono vittime soprattutto ragazze e ragazzi, costretti alla prostituzione e al lavoro forzato nelle monarchie del Golfo. Nascondendo il fatto che tale fenomeno è uno degli effetti della guerra, cui ha partecipato anche l’Italia. Le vittime dirette sono state, nel 2003-11, almeno un milione e mezzo, di cui circa il 40% bambini, documenta il Tribunale di Kuala Lumpur sui crimini di guerra. Molti altri bambini sono morti per le armi a uranio impovertito, che hanno contaminato il terreno e le acque. A Fallujah, le malfomazioni cardiache dei neonati risultano 13 volte superiori alla media europea, e quelle del sistema nervoso superiori di 33 volte. A mietere un maggior numero di vittime è il collasso della società irachena, provocato dalla guerra. Circa 5 milioni di bambini sono orfani e circa 500mila vivono abbandonati nelle strade, 3,5 milioni sono in povertà assoluta, 1,5 milioni di età inferiore ai cinque anni sono denutriti e in media ne muoiono 100 al giorno. Sono queste le prime vittime della tratta di esseri umani: bambine di 11-12 anni sono vendute per 30mila dollari ai trafficanti. A provocare questo immenso dramma contribuisce l’Italia, partecipando alle guerre camuffate da missioni internazionali di pace. Anche se il presidente Napolitano, rivolgendosi ai militari in missione, assicura: «Voi oggi, e altri prima di voi, avete dato un grandissimo contributo a un rinnovato prestigio e alla credibilità dell’Italia».

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Alba rosso sangue a Kabul

di: Manlio Dinucci

Attraversata la scura nube della guerra, ora all’orizzonte appare la luce del nuovo giorno: con questa consunta immagine retorica, il presidente Obama ha annunciato l’accordo siglato a Kabul col presidente Karzai. Gli speechwriters che gli scrivono i discorsi, evidentemente, battono la fiacca. Lo stesso non si può dire degli strateghi che hanno redatto  «l’Accordo di durevole partnership strategica» con l’Afghanistan. Esso assicura che, dopo il ritiro delle truppe nel 2014, gli Stati uniti continueranno a proteggere l’Afghanistan, conferendogli lo status di «maggiore alleato non-Nato». Nel quadro di un nuovo «Accordo di sicurezza bilaterale», gli Usa cercheranno fondi perché l’Afghanistan «possa difendersi dalle minacce interne ed esterne».

Non li stanzieranno loro, quindi, ma li «cercheranno» impegnando gli alleati (Italia compresa) a pagare la maggior parte degli almeno 4 miliardi di dollari annui per addestrare e armare le «forze di sicurezza» afghane. Secondo «gli standard Nato», così da renderle «interoperative con le forze dell’Alleanza». Da parte sua, Kabul «fornirà alle forze statunitensi il continuo accesso e uso delle basi afghane fino al 2014 e oltre». Ciò che l’accordo non dice è che le principali «basi afghane», che saranno usate da forze statunitensi, sono le stesse che esse usano oggi (Bagram, Kandahar, Mazar-e-Sharif e altre), con la differenza che vi sventolerà la bandiera afghana al posto di quella statunitense. Non dice neppure l’accordo che opereranno ancor più di oggi, in Afghanistan, forze Usa/Nato per le operazioni speciali, affiancate da compagnie militari private. Gli Stati uniti promettono che non useranno le basi contro altri paesi, ma, in caso di «aggressione esterna contro l’Afghanistan», daranno una «appropriata risposta», comprendente «misure militari». L’accordo, precisa l’ambasciatore Ryan Crocker, non impedisce agli Usa di continuare ad attaccare dall’Afghanistan, con i droni, gli insorti in Pakistan, poiché «non preclude il diritto di autodifesa». Ma non sono solo militari i pilastri su cui poggia la «durevole partnership strategica». Washington incoraggerà «l’attività del settore privato Usa in Afghanistan», in particolare per lo sfruttamento della «ricchezza mineraria, di cui il popolo afghano deve essere il principale beneficiario». Il popolo afghano ne può essere sicuro: sono stati geologi del Pentagono a scoprire, nel sottosuolo afghano, ricchi giacimenti di litio, cobalto, oro e altri metalli. L’Afghanistan, è scritto in un memorandum del Pentagono, potrebbe divenire «l’Arabia saudita dei litio», metallo prezioso per la produzione di batterie. E c’è soprattutto un’altra risorsa da sfruttare: la posizione geografica stessa dell’Afghanistan, di primaria importanza sia militare che economica. Non a caso, nell’accordo, gli Usa si impegnano a far riassumere all’Afghanistan «il suo ruolo storico di ponte tra Asia centrale e meridionale e Medio Oriente», realizzando infrastrutture per i trasporti, in particolare «reti energetiche». Chiaro il riferimento al gasdotto Turkmenistan-India attraverso Afghanistan e Pakistan, su cui punta Washington nella battaglia dei gasdotti contro Iran, Russia e Cina. Che sarà controllato da forze speciali e droni Usa in nome del«diritto di autodifesa».

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Chi ci difende dalle atrocità

di: Manlio Dinucci

Chi dubitava che Barack Obama non meritasse il Premio Nobel per la pace, ora deve ricredersi. Il presidente ha annunciato la creazione dell’Atrocities Prevention Board, un apposito comitato della Casa Bianca per la «prevenzione delle atrocità». Lo presiede la sua ispiratrice, Samantha Power, assistente speciale del presidente e direttrice per i diritti umani al National Security Council, formato dai più importanti consiglieri di politica estera. Nella scalata al potere (cui sembra predestinata dal suo cognome), la Power, aspirante segretaria di stato, ha sempre fatto leva sulla denuncia di presunte atrocità, attribuite a quelli che di volta in volta gli Usa bollano quali nemici numero uno. Sotto le ali del suo patron, il potente finanziere George Soros, la Power ha contribuito a elaborare la dottrina «Responsabilità di proteggere», che attribuisce agli Stati uniti e alleati il diritto di intervenire militarmente nei casi in cui, a loro insindacabile giudizio, si stiano per commettere «atrocità di massa». Con tale motivazione ufficiale, in specifico quella di proteggere la popolazione di Bengasi minacciata di sterminio dalle forze governative, il presidente Obama ha deciso l’anno scorso di fare guerra alla Libia. Ora la dottrina viene istituzionalizzata con la creazione dell’Atrocities Prevention Board. Attraverso la Comunità di intelligence (formata dalla Cia e altre 16 agenzie federali), esso stabilisce quali sono i casi di «potenziali atrocità di massa e genocidi», allertando il presidente. Predispone quindi gli strumenti politici, economici e militari per la «prevenzione». In tale quadro, il Dipartimento della difesa sta sviluppando «ulteriori principi operativi, specifici per la prevenzione e la risposta alle atrocità». D’ora in poi sarà l’Atrocities Prevention Board a preparare il terreno a nuove guerre. Ed è già al lavoro: di fronte alla «indicibile violenza cui è soggetto il popolo siriano, dobbiamo fare tutto ciò che possiamo», ha dichiarato il presidente Obama, sottolineando che, oggi come in passato, «la prevenzione delle atrocità di massa costituisce una fondamentale responsabilità morale per gli Stati uniti d’America». Peccato che l’Atrocities Prevention Board sia stato creato solo ora. Altrimenti avrebbe potuto prevenire le atrocità di massa di cui è costellata la storia statunitense, a iniziare dal genocidio delle popolazioni autoctone nordamericane. Basti ricordare, limitandosi agli ultimi cinquant’anni, le guerre contro Vietnam, Cambogia, Libano, Somalia, Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, Libia; i colpi di stato orchestrati dagli Usa in Indonesia, Cile, Argentina, Salvador. Milioni di persone imprigionate, torturate e uccise. Per prevenire altre atrocità, l’Atrocities Prevention Board dovrebbe assicurare alla giustizia i responsabili, impuniti, delle torture e uccisioni ad Abu Ghraib, a Guantanamo e in decine di prigioni segrete della Cia. Dovrebbe anche acquisire agli atti i video con cui soldati Usa documentano, per divertirsi, l’uccisione di civili in Afghanistan*, che il Pentagono ha cercato prima di occultare e poi di sminuire. Se li guardi bene Samantha Power, per capire che cosa è veramente una «atrocità di massa».

*V. http://www.rollingstone.com/politics/news/the-kill-team-20110327

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Un pozzo senza fondo: i 90 F-35 costeranno oltre 10 miliardi di euro

di: Tommaso Di Francesco e Manlio Dinucci
Monti, con sostegno bipartisan, si è limitato a ridurre da 131 a 90 il numero dei caccia da acquistare

La crisi economica, ha documentato il Censis, ha colpito in Italia soprattutto i giovani, un milione dei quali ha perso il lavoro negli ultimi tre anni. Tranquilli, perché al loro futuro ci pensa la Lockheed Martin: «Proteggere le generazioni di domani – assicura nella sua pubblicità – significa impegnarsi per la quinta generazione di oggi». Si riferisce all’F-35 Lightning II, «l’unico velivolo di quinta generazione in grado di garantire la sicurezza delle nuove generazioni».

Sono stati dunque lungimiranti i governi che hanno deciso di far partecipare l’Italia alla realizzazione di questo caccia (prima denominato Joint Strike Fighter) della statunitense Lockheed Martin. Con il sostegno di uno schieramento bipartisan, il primo memorandum d’intesa venne firmato al Pentagono nel 1998 dal governo D’Alema; il secondo, nel 2002, dal governo Berlusconi; il terzo, nel 2007, dal governo Prodi.

E nel 2009 è stato di nuovo un governo Berlusconi a deliberare l’acquisto di 131 caccia che, a onor del vero, era già stato deciso dal governo Prodi. L’Italia partecipa al programma dell’F-35 come partner di secondo livello, contribuendo allo sviluppo e alla costruzione del caccia. E ora arriva il governo «tecnico» di Monti a confermare tutto con il ministro-ammiraglio Di Paola. Vi sono impegnate oltre venti industrie: Alenia Aeronautica, Galileo Avionica, Datamat e Otomelara di Finmeccanica e altre tra cui la Piaggio. Negli stabilimenti Alenia verranno prodotte oltre mille ali dell’F-35. Presso l’aeroporto militare di Cameri (Novara) sarà realizzata una linea di assemblaggio e collaudo dei caccia per i paesi europei, che verrà poi trasformata in centro di manutenzione, revisione, riparazione e modifica. A tale scopo sono stati stanziati oltre 600 milioni di euro, presentandolo come un grande affare per l’Italia. Ma non si dice quanto verranno a costare i pochi posti di lavoro creati in questa industria bellica. Non si dice che, mentre i miliardi dei contratti per l’F-35 entreranno nelle casse di aziende private, i miliardi per l’acquisto dei caccia usciranno dalle casse pubbliche.

Spesa militare: 25 miliardi

Per partecipare al programma, l’Italia si è impegnata a versare un miliardo di euro, cui si aggiungerà la spesa per l’acquisto ora di 90 F-35 (inizialmente ne erano previsti 131). Allo stato attuale, essa può essere quantificata in oltre 10 miliardi di euro. Va inoltre considerato che l’aeronautica sta acquistando anche un centinaio di caccia Eurofighter Typhoon, costruiti da un consorzio europeo, il cui costo attuale è quantificabile anche quesyo in oltre 10 miliardi di euro. E, come avviene per tutti i sistemi d’arma, l’F-35 verrà a costare più del previsto.

Il prezzo dei primi caccia prodotti – documenta la Corte dei conti Usa – è risultato quasi il doppio rispetto a quello preventivato. Il costo complessivo del programma, previsto in 382 miliardi di dollari per 2.443 caccia che saranno acquistati dagli Usa e da otto partner internazionali, sarà dunque molto più alto. Perfino il senatore John McCain, noto «falco», ha definito «vergognoso» il fatto che il prezzo dei primi 28 aerei sfori di 800 milioni di dollari quello preventivato. Nessuno sa con esattezza quanto verrà a costare l’F-35. La Lockheed aveva parlato di un prezzo medio di 65 milioni per aereo, al valore del dollaro 2010, ma poi è stato chiarito che il prezzo non comprendeva il motore né i costosissimi sistemi elettronici e all’infrarosso.

L’Italia si è dunque impegnata ad acquistare 90 caccia F-35 senza sapere quale sarà il prezzo finale. Anche perché differisce a seconda delle varianti: a decollo/atterraggio convenzionale, per le portaerei, e a decollo corto/atterraggio verticale. L’Italia ne acquisterà circa 50 della prima variante e circa 40 della terza, che saranno usati anche per la portaerei Cavour. E, una volta acquistati, dovrà pagare altri miliardi per ammodernarli con i sistemi che la Lockheed produrrà. Un pozzo senza fondo, che inghiottirà altro denaro pubblico, facendo crescere la spesa militare, già salita a 25 miliardi annui.

Arma per la guerra d’attacco

Non ci si poteva illudere che il governo Monti cambiasse rotta, sganciando l’Italia da questo costosissimo programma: si è limitato solo a ridurre il numero dei caccia da acquistare.

L’ammiraglio Di Paola, oggi ministro della difesa, è infatti il maggiore sostenitore dell’F-35: fu lui, in veste di direttore nazionale degli armamenti, a firmare al Pentagono, il 24 giugno 2002, il memorandum d’intesa che impegnava l’Italia a partecipare al programma come partner di secondo livello. E l’F-35 Lightning (Fulmine) – che, assicura la Lockeed, «come un fulmine colpisce il nemico con forza distruttiva e inaspettatamente» – è il sistema d’arma ideale per la strategia enunciata da Di Paola quando era capo di stato maggiore della difesa: trasformare le forze armate in uno «strumento proiettabile», dotato di spiccata capacità «expeditionary» coerente col «livello di ambizione nazionale». Che l’F-35 garantirà insieme alla «sicurezza delle nuove generazioni».

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Libia un anno fa: memoria corta

di: Manlio Dinucci

Uno degli effetti delle armi di distrazione di massa è quello di cancellare la memoria di fatti anche recenti, facendone perdere le tracce. È passato così sotto silenzio il fatto che un anno fa, il 19 marzo, iniziava il bombardamento aeronavale della Libia, formalmente «per proteggere i civili». In sette mesi, l’aviazione Usa/Nato effettuava 30mila missioni, di cui 10mila di attacco, con impiego di oltre 40mila bombe e missili. Venivano inoltre infiltrate in Libia forze speciali, tra cui migliaia di commandos qatariani facilmente camuffabili. Venivano finanziati e armati i settori tribali ostili al governo di Tripoli e anche gruppi islamici, fino a pochi mesi prima definiti terroristi. L’intera operazione, ha chiarito l’ambasciatore Usa presso la Nato, è stata diretta dagli Stati uniti: prima tramite il Comando Africa, quindi tramite la Nato sotto comando Usa.

È stato così demolito lo stato libico e assassinato lo stesso Gheddafi, attribuendo l’impresa a una «rivoluzione ispiratrice» – come l’ha definita il segretario alla difesa Leon Panetta – che gli Usa sono fieri di aver sostenuto, creando «una alleanza senza eguali contro la tirannia e per la libertà». Se ne vedono ora i risultati. Lo stato unitario si sta disgregando. La Cirenaica – dove si trovano i due terzi del petrolio libico – si è autoproclamata di fatto indipendente e, a capo, è stato messo Ahmed al-Zubair al Senussi. Scelta emblematica: è il pronipote di re Idris che, messo sul trono da Gran Bretagna e Stati uniti, concesse loro, negli anni ’50 e ’60, basi militari e giacimenti petroliferi. Privilegi cancellati quando re Idris venne deposto nel 1969. Ci penserà il pronipote a restituirli. E vuol essere indipendente anche il Fezzan, dove sono altri importanti giacimenti. Alla Tripolitania resterebbero solo quelli davanti alle coste della capitale. Così le grandi compagnie petrolifere, cui la Libia di Gheddafi concedeva ristretti margini di guadagno, potranno ottenere dai capi locali, l’uno contro l’altro, condizioni ottimali. Il leader del Cnt Abdel Jalil parla di «cospirazione» e minaccia «l’uso della forza», ma non è campione dell’indipendenza libica: quella del colonialismo italiano, è convinto, fu per la Libia «un’era di sviluppo». Intanto il Consiglio di sicurezza dell’Onu estende di un altro anno la sua «missione di appoggio in Libia», complimentandosi per «i positivi sviluppi» che «migliorano le prospettive di un futuro democratico, pacifico e prospero». Non può però evitare di esprimere «preoccupazione» per «le continue detenzioni illegali, torture ed esecuzioni extragiudiziarie». Opera delle milizie armate, alimentate dalla politica del «divide et impera» del nuovo impero. Usate per accendere focolai di guerra in altri paesi, come dimostra il fatto che a Tripoli c’è un campo di addestramento dei «ribelli siriani». In Libia le prime vittime sono gli immigrati dall’Africa subsahariana che, perseguitati, sono costretti a fuggire. Solo in Niger ne sono rientrati 200-250mila, perdendo la fonte di sostentamento che manteneva milioni di persone. Molti, spinti dalla disperazione, tentano la traversata del Mediterraneo verso l’Europa. Quelli che vi perdono la vita, come gli ultimi cinque sepolti a Lampedusa, sono anch’essi vittime della guerra iniziata un anno fa. Di cui si è persa, ormai, memoria.

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Il «dimagrimento» del militare

di: Manlio Dinucci

Anche le forze armate devono subire un «sostanziale dimagrimento»: lo ha annunciato alle commissioni difesa di Senato e Camera il ministro Giampaolo Di Paola. Il governo Monti dimostra così che, di fronte alla crisi, tutti devono fare sacrifici. Dalla relazione del ministro emerge però che essi sono resi necessari non tanto dai tagli di bilancio, quanto dal fatto che le forze armate sono nella condizione di un pugile in soprappeso e poco allenato e devono quindi essere sottoposte a una cura di dimagrimento. Essa prevede la riduzione del personale militare da 183mila a 150mila e di quello civile da 30mila a 20mila, così da ottenere un calo del 30% in 5-6 anni.

Ciò farà diminuire la spesa per il personale dal 70% al 50% rispetto a quella totale, permettendo di accrescere le spese per l’operatività e l’investimento. Le forze terrestri, marittime e aeree saranno sottoposte a snellimenti, soprattutto riguardo alle unità pesanti e le difese costiere e aeree. Al termine della cura, le forze armate saranno più piccole ma più efficienti, con meno mezzi ma tecnologicamente più avanzati, «realmente proiettabili e impiegabili», e avranno a disposizione «più risorse per l’operatività». Ciò conferma che è illusoria la promessa del governo Monti di ridurre la spesa militare. Le forze armate, annuncia il ministro, disporranno inoltre di un più efficiente sistema C4I (Comando, Controllo, Comunicazioni & Intelligence), che permetterà loro di integrarsi più strettamente nelle operazioni Usa/Nato, e di più forze speciali e unità di intelligence. In tale quadro, è «irrinunciabile» disporre della più avanzata componente aerotattica, basata sul caccia F-35 Joint Strike Fighter, che, garantisce Di Paola, è il migliore. L’Italia, che ha finora investito nel programma 2,5 miliardi di euro, ne acquisterà 90 invece che 131. Il ministro non quantifica però il costo complessivo. Non può farlo perché il prezzo dell’aereo non è ancora definito: si può comunque stimare in circa 10 miliardi di euro per 90 velivoli, cui si aggiungerà una cifra analoga per l’acquisto di un centinaio di Eurofighter Typhoon. L’F-35, il cui costo operativo sarà superiore a quello degli attuali caccia, comporterà inoltre più alte spese, dovute agli ammodernamenti che subirà non appena entrato in uso. In compenso però, spiega un comunicato ufficiale, l’aeronautica disporrà di «un velivolo multi-ruolo con uno spiccato orientamento per l’attacco aria-suolo, stealth, cioè a bassa osservabilità radar e quindi ad elevata sopravvivenza, in grado di utilizzare un’ampia gamma di armamento e capace di operare da piste semi-preparate o deteriorate». Un velivolo che permetterà «operazioni di proiezione in profondità del potere aereo», offrendo inoltre «un ottimo supporto ravvicinato alle forze di superficie». In questa descrizione tecnica c’è la rappresentazione delle future guerre di aggressione cui l’Italia parteciperà. Oggi, spiega il ministro Di Paola, «la difesa dell’Italia e degli italiani si fa non solo e non tanto sulle frontiere, ma piuttosto a distanza, là dove le minacce nascono e si alimentano». Occorre, a questo punto, un aggiornamento dell’art. 52 della Costituzione, precisando che è sacro dovere del cittadino la difesa della Patria «a distanza».

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La privatizzazione del conflitto

di: Manlio Dinucci

Qual è il mestiere più pericoloso nelle forze Usa/Nato in Afghanistan? Non quello del soldato, come potrebbe sembrare, ma del contractor. Secondo i dati ufficiali, sono stati uccisi in Afghanistan, l’anno scorso, più contractor di compagnie militari private statunitensi che soldati dell’esercito statunitense: 430, a fronte di 418.

Sicuramente sono molti di più, poiché le compagnie non hanno l’obbligo di rendere pubbliche le morti dei loro dipendenti. Lo stesso avviene per i feriti, il cui numero supera quello dei morti.

La maggior parte di quelli uccisi nel 2011 (386 su 430) operava in Afghanistan per conto del Pentagono, gli altri per il Dipartimento di stato e la Usaid (l’agenzia federale per lo «sviluppo internazionale», di fatto militarizzata). Questi dati confermano che un numero crescente di funzioni, prima svolte dagli eserciti ufficiali, viene affidato a conpagnie militari private. Secondo i dati ufficiali, operano in Afghanistan per conto del Pentagono oltre 113mila contractor di compagnie private, mentre i soldati Usa sono circa 90mila. I contractor sono per il 22% cittadini statunitensi, per il 31% di altri paesi, per il 47% afghani. Nell’area del Comando centrale Usa, comprendente anche l’Iraq, i contractor del Pentagono sono oltre 150mila. Si aggiungono quelli assunti da altri dipartimenti e dagli eserciti alleati, il cui numero è sconosciuto, ma sicuramente alto.

Essi vengono forniti da un oligopolio di grandi compagnie, strutturate come vere e proprie multinazionali. Tra le più qualificate, la Xe Services Llc (un tempo conosciuta come Blackwater) che fornisce «innovative soluzioni» al governo Usa e ad altri. La DynCorp International, che si autodefinisce «impresa globale multiforme», specializzata in «imposizione della legge, peacekeeping e operazioni di stabilità». Con un personale di decine di migliaia di specialisti, questa società anonima della guerra ha accumulato una ricca esperienza nelle operazioni segrete, da quando negli anni ’80 aiutò per conto della Cia Oliver North a fornire armi ai contras nicaraguensi, e negli anni ’90, sempre per conto della Cia, addestrò e armò l’Uck in Kosovo.

Queste e altre compagnie, tra cui emerge la L-3 Communications, si occupano anche di telecomunicazioni militari, costruzione di basi, «fornitura di sicurezza» e «interrogatorio di prigionieri». Molti contractor provengono dalle forze speciali e dai servizi segreti; altri svolgono la funzione di guardie del corpo, interpreti, addetti ai servizi logistici. Tutti però appartengono all’esercito ombra privato, che affianca quello ufficiale formato sempre più da forze speciali le cui operazioni sono anch’esse segrete. La strategia delle privatizzazioni, con la quale si demolisce la cosa pubblica a vantaggio delle élite economiche e finanziarie nelle cui mani è il potere reale, vale dunque anche per la guerra. Con il vantaggio che il suo corso di sangue, come un fiume carsico, prosegue in modo sotterraneo, così da salvare le apparenze e non inquietare l’opinione pubblica delle «grandi democrazie occidentali». Non viene invece privatizzata la spesa della guerra che, pagata con denaro pubblico, accresce il debito che ricade sulla maggioranza dei cittadini. Costretti a pagare le «innovative soluzioni» della Xe Services Llc.

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La diplomazia armata di Monti

di: Manlio Dinucci

Giulio Terzi di Sant’Agata, ministro degli esteri del governo Monti, ha illustrato al Senato la partecipazione dell’Italia agli «sforzi della comunità internazionale per promuovere la pace». Di pace se ne intende, per essere stato consigliere politico alla Nato, ambasciatore in Israele e quindi negli Stati uniti, dove ha contribuito alla «straordinaria collaborazione bilaterale nei principali scenari di crisi».

Mentre la crisi finanziaria alimenta a livello globale gravi tensioni politiche e sociali, afferma il ministro, è ancor più «interesse dell’Italia» partecipare alle «operazioni in scenari di crisi», dove si gioca la «credibilità internazionale» del Paese. Anche perché la nuova strategia Usa prevede la riduzione delle «forze di manovra» in Europa a favore di altri teatri di impiego, in particolare nel Pacifico. L’Italia deve quindi impegnarsi ancora di più in «missioni internazionali di pace e stabilizzazione», che siano «realmente integrate», ossia «uniscano le componenti militari e civili». Per affrontare «le sfide della stabilizzazione che provengono dalla Libia, le criticità in Afghanistan e in Libano, le crisi in Corno d’Africa». In Libia, dopo il «successo dell’operazione condotta dalla Nato», l’Italia «continuerà a sostenere molto attivamente la nuova dirigenza», soprattutto formando le sue «forze di sicurezza». E, il 20 febbraio, ospiterà a Napoli il vertice ministeriale del Dialogo 5+5 e il Foromed per «il rilancio del dialogo e della cooperazione tra le due sponde del Mediterraneo». Dialogo che l’Italia ha condotto in modo esemplare, sganciando sulla Libia un migliaio di bombe. Ma già si preparano altre «operazioni»: in Siria, avverte Terzi, «la situazione non è più sostenibile». Questa è la «diplomazia della sicurezza», con cui il governo Monti intende «tutelare all’estero i nostri interessi politici, economici e finanziari». Nonostante le minori risorse disponibili, chiarisce al Senato il ministro della difesa Giampaolo Di Paola, «non può essere sacrificata la capacità operativa del nostro strumento militare a tutela della sicurezza e dell’ordine internazionale». Sono quindi necessarie «forze armate sì ridotte, ma più moderne, meglio addestrate e meglio equipaggiate». Compresa la «difesa missilistica», importante perché «la minaccia (l’Iran e quant’altro), che ci piaccia o no, c’è». Su tali scelte, sottolinea Di Paola, esiste «una continuità che attraversa i confini virtuali dell’alternanza di governo e che accomuna gli schieramenti politici di maggioranza e opposizione». Immediata la conferma: PdL e Pd si schierano compatti col governo, mentre l’IdV assume qualche posizione critica e la Lega fa alcuni distinguo. Il sen. Tempestini (Pd) chiede il «rafforzamento della credibilità internazionale del Paese», e preannuncia un decreto-legge per rendere permanente il finanziamento delle «missioni». Già lo aveva chiesto invano il sen. Scanu (Pd) al governo Berlusconi, perché «ci preme costruire la credibilità dell’Italia» e perché «le Forze armate sono un ambito di straordinaria importanza del nostro Paese». «Che tristezza – aveva esclamato – sentir dire che non dobbiamo più mantenere certi impegni nel teatro internazionale perché sono finiti i soldi». Ora non sarà più triste: li troverà il governo Monti tagliando ancora di più le spese sociali.

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La guerra nelle parole della «nostra» Difesa

di: Manlio Dinucci
I «raid» si chiamano «missioni di difesa» ma i jet italiani hanno sganciato un migliaio di bombe e missili

Il contributo delle Forze armate italiane alle «operazioni in Libia» – dapprima Odissey Dawn, in seguito Unified Protector a guida Nato – è stato di «assoluto rilievo»: lo dichiara il Ministero della difesa.

Esso specifica che sette basi aeree – Trapani, Gioia del Colle, Sigonella, Decimomannu, Aviano, Amendola e Pantelleria – sono state messe a disposizione sia degli aerei italiani che di quelli alleati. Gli aerei italiani hanno compiuto 1.182 missioni, con funzioni di ricognizione, «difesa aerea» e rifornimento, effettuate da Tornado, F-16 Falcon, Eurofighter 2000, Amx, velivoli a pilotaggio remoto Predator B, G-222 e aerorifornitori KC-767 e KC130J. La Marina militare ha partecipato alle missioni aeree con velivoli AV-8B.

La Marina ha effettuato operazioni navali di embargo, pattugliamento e rifornimento, nonché missioni di sorveglianza in prossimità delle acque tunisine, in applicazione dell’intesa tra Italia e Tunisia sull’«emergenza immigrazione».

Hanno partecipato alle operazioni: la portaerei Garibaldi, il cacciatorpediniere Andrea Doria, la nave rifornitrice Etna, le navi anfibie San Giusto, San Giorgio e San Marco; le fregate Euro, Bersagliere e Libeccio; le corvette Minerva, Urania, Chimera, Driade e Fenice; i pattugliatori d’altura Comandante Borsini, Comandante Foscari e Comandante Bettica; i pattugliatori Spica, Vega, Orione e Sirio; i sommergibili Todaro e Gazzana, nonché un velivolo Atlantic con funzioni di pattugliamento.

La Difesa ha altresì contribuito alla «cooperazione umanitaria», in stretto coordinamento con il Ministero degli esteri, mettendo a disposizione aerei cargo C-130J che hanno effettuato il trasporto di materiale medico e l’evacuazione di «personale ferito», portato in Italia per essere curato.

Nel vocabolario del Ministero della difesa, la parola «guerra» non esiste. Essa viene camuffata sotto l’asettica definizione di «operazioni in Libia». Non esiste neppure la parola «bombardamento», camuffata come «missione di difesa aerea», nonostante che gli aerei italiani abbiano sganciato sulla Libia un migliaio di bombe e missili e l’aviazione Nato abbia effettuato oltre 10mila missioni di attacco, sganciando 40-50mila bombe e missili, grazie soprattutto al supporto tecnico e logistico italiano. E gli aerei cargo C-130J sono decollati da Pisa, dove si sta realizzando l’Hub aereo nazionale delle forze armate, solo per «cooperazione umanitaria», per trasportare materiale medico e «personale ferito», non per trasportare dalla linitrofa base Usa di Camp Darby le bombe che, come ha dichiarato lo stesso Pentagono, gli Usa hanno fornito agli alleati.

Né il Ministero della difesa fa sapere quante siano state in Libia le vittime civili dei bombardamenti italiani e Nato, ignorate dalla «cooperazione umanitaria».

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L’Europa nella «rotazione» Usa

di: Manlio Dinucci

Due brigate corazzate pesanti Usa di stanza in Germania, per complessivi 7mila uomini, stanno facendo i bagagli per tornare a casa: lo ha annunciato il segretario alla difesa Leon Panetta. Finalmente Washington, sotto la presidenza di un Premio Nobel per la pace, ha imboccato la via del disarmo cominciando a ritirare le sue forze dall’Europa? Tutt’altro.

Esse scenderanno da 81mila a 74mila uomini, di cui circa la metà truppe terrestri, ma quelle ritirate saranno sostituite da «unità rotanti». Gli europei possono dunque stare tranquilli: gli Usa non li lasceranno soli in un mondo così pericoloso. Anzi, «gli europei vedranno sul loro territorio più forze statunitensi», poiché le basi in Europa serviranno a una più frequente rotazione di forze Usa in Medio Oriente, Africa, Asia ed Europa orientale. Le truppe terrestri saranno concentrate in due unità: una brigata corazzata leggera in Germania e una aviotrasportata a Vicenza. Un altro passo avanti nel «riallineamento» strategico effettuato dal Pentagono, che ridisloca le proprie forze dall’Europa centrale e settentrionale a quella meridionale e orientale, per proiettarle più efficacemente nelle aree d’importanza strategica. In tale quadro – scrive l’ambasciata Usa a Roma in un cablogramma filtrato attraverso WikiLeaks – l’Italia è «divenuta la base del più importante dispositivo militare schierato fuori dagli States, e con il Comando Africa (che ha in Italia due sottocomandi) sarà partner ancora più significativo della nostra proiezione di forza». Lo conferma l’ultimo inventario ufficiale delle 4.214 basi militari che gli Usa hanno sul proprio territorio e delle 611 che mantengono in altri paesi (Base Structure Report 2011). In Italia il Pentagono possiede 1.395 edifici e ne ha in affitto o concessione altri 1.062, per una superficie complessiva di quasi 2 milioni di metri quadri. Essi sono distribuiti in 40 siti principali, cui se ne aggiungono altri minori portando il totale a 60. Ciò significa che, dopo il Vaticano, è il Pentagono il più grosso proprietario immobiliare in Italia. Un investimento molto redditizio, non solo perché l’Italia contribuisce economicamente al mantenimento di tali basi, ma perché esse permettono una «proiezione di forza» più rapida e meno costosa di quella effettuata dal territorio continentale degli Stati uniti. L’altro fondamentale vantaggio è che in Italia tutti i governi, sia di centro-destra che di centro-sinistra, sono stati finora a piena disposizione del Pentagono. Vicenza, Aviano, Ghedi Torre, Livorno, Pisa, Napoli, Gaeta, Sigonella, Niscemi e altre località fanno ormai parte della geografia del Pentagono. Qui gli Usa basano i loro comandi, le loro forze di proiezione rapida, i loro armamenti (compresi quelli nucleari), i loro più avanzati sistemi di telecomunicazioni militari. Da qui ruotano le forze statunitensi, svolgendo non solo la loro funzione militare, ma una importante funzione politica: «Nella misura in cui rimangono in Europa significative forze statunitensi – spiega una commissione congressuale – la leadership può essere mantenuta». Per questo, assicura Panetta, l’impegno militare Usa in Europa è «incrollabile».

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Guerra, ma con aerei low cost

di: Manlio Dinucci

In soccorso del caccia F-35 scende in campo il generale Leonardo Tricarico, già capo di stato maggiore dell’aeronautica, che con piglio autoritario bacchetta quei politici e giornalisti «avventuratisi su temi militari con i quali hanno poca dimestichezza». Indubbiamente di aerei da guerra Tricarico se ne intende. Dopo aver comandato le forze aeree italiane che bombardarono la Jugoslavia nel 1999, venne scelto dal presidente del consiglio D’Alema quale consigliere militare, carica che mantenne nei successivi governi Amato e Berlusconi. Nel 2006, venne inviato dal governo Prodi al Pentagono per definire la partecipazione dell’Italia al programma dell’F-35, quale partner di secondo livello, in base al memorandum firmato nel 2002 dall’ammiraglio Giampaolo Di Paola, oggi ministro della difesa. Il nostro eventuale abbandono dell’F-35 – avverte Tricarico – toglierebbe «miliardi di lavoro a una settantina di aziende italiane, dai giganti Finmeccanica e Fincantieri, a molte pmi». E all’argomento economico unisce quello politico-militare: dopo aver precisato che l’F-35 non è un «costoso sfizio» ma «uno dei pilastri della Difesa italiana nel XXI secolo», ammonisce che «senza un aereo tattico credibile, domani potremmo essere costretti a chiamarci fuori se un altro dittatore dovesse massacrare il proprio popolo». Chiaro il riferimento alle «guerre umanitarie» di Jugoslavia e di Libia. Mentre il generale va alla carica con tali argomenti, condivisi da un vasto arco politico multipartisan, in parlamento nessuno sa, né vuole, rispondergli. I pochi critici si limitano all’obiezione che l’Italia, in difficoltà economiche, non può permettersi un aereo tanto costoso. Non mettono in discussione il modello economico di cui l’F-35 è uno dei prodotti, né chiariscono che, mentre i contratti per la sua produzione accresceranno i profitti di aziende private, sarà il settore pubblico ad addossarsi le spese: almeno 15 miliardi di euro per l’acquisto degli aerei, più un costo operativo superiore di un terzo rispetto a quello degli attuali caccia.

Questi parlamentari diffondono allo stesso tempo leggende inter-metropolitane, secondo cui l’amministrazione Obama, decisa a tagliare la spesa militare, avrebbe l’intenzione di ridimensionare drasticamente o cancellare il programma dell’F-35. Ignorano così la forza e l’influenza che ha negli Usa il complesso militare-industriale. Tantomeno mettono in discussione il modello politico-militare, di cui l’F-35 è espressione: dominato dagli Usa attraverso la Nato e finalizzato a continue guerre di aggressione. I senatori Pd Roberto Della Seta e Francesco Ferrante, che oggi chiedono di rinunciare agli F-35 per risparmiare 3 miliardi da una spesa militare di oltre 25, sono gli stessi che lo scorso marzo hanno sostenuto l’anti-costituzionale e costosa guerra contro la Libia, definendo l’intervento militare «pienamente legittimo e, anzi, giusto e dovuto». Il senatore radicale Marco Perduca, che oggi dichiara la stessa posizione, chiedeva lo scorso marzo di attuare subito un «radar-jamming» per neutralizzare le difese libiche e aprire la strada ai cacciabombardieri. Quelli meno cari dell’F-35, graditi a un partito che si definisce «nonviolento».

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Happy New Year dalle Hawaii

di: Manlio Dinucci

Dopo un anno faticoso ma pieno di soddisfazioni, culminato con la guerra alla Libia e l’uccisione di Gheddafi, il presidente Obama si è concesso una meritata vacanza alle Hawaii. Da qui, il 31 dicembre, ha augurato ai suoi concittadini un Felice Anno Nuovo, ricordando che nel 2011 «l’America è divenuta più sicura» e che il 2012 «porterà un cambiamento ancora maggiore». Quindi, prima del brindisi di mezzanotte, ha firmato l’atto legislativo di autorizzazione della spesa militare per il 2012. Essa si salva dal congelamento quinquennale della spesa pubblica, che scende al livello più basso rispetto al pil negli ultimi cinquant’anni, congelando anche i salari dei dipendenti federali: il provvedimento si applica a tutti i settori «esterni alla sicurezza», quindi non a quello militare. Per dimostrare la sua buona volontà, anche il Pentagono promette qualche risparmio, eliminando sistemi d’arma non necessari, per reinvestire però le risorse nei droni da attacco e in altri armamenti high-tech. Intanto, per il 2012, riceve 553 miliardi di dollari, più del 2011, salendo di 23 miliardi rispetto al 2010. Si aggiungono a questi 118 miliardi per la guerra in Afghanistan e per le «attività di transizione in Iraq», ma si tratta solo di una prima tranche per le «operazioni d’oltremare». Anche i 17 miliardi per le armi nucleari, del cui mantenimento si occupa il Dipartimento dell’energia, sono solo l’anticipo di una spesa molto più grossa: come annuncia il Pentagono, «l’Amministrazione modernizzerà l’arsenale nucleare americano e il complesso che lo sostiene». La macchina bellica statunitense continua quindi a girare a pieno ritmo: nell’ultimo giorno lavorativo, il 30 dicembre, il Pentagono ha concluso oltre 30 grossi contratti con industrie militari, soprattutto la Lockheed, Boeing e Raytheon. Molti delle decine di contratti, stipulati ogni giorno dal Pentagono, sono la punta dell’iceberg di programmi dal costo enorme. Quello del caccia F-35, riporta la Associated Press da Washington, «col suo prezzo di 1.000 miliardi di dollari potrebbe divenire il programma più costoso nella storia militare». Ma non è solo questa la spesa militare. Al bilancio del Pentagono si aggiungono altre spese di carattere militare: 124 miliardi per i militari a riposo; 47 per il Dipartimento della sicurezza della patria. Includendo altri programmi con finalità militari, compresi alcuni della Nasa, la spesa militare Usa supera i 900 miliardi di dollari, circa un quarto del bilancio federale. Vi è inoltre la spesa del Programma nazionale di intelligence che, si specifica nel budget, è «classificata», ossia segreta. Un settore d’importanza crescente, dato che lo stesso atto legislativo firmato dal presidente Obama attribuisce ai militari e ai loro servizi segreti il «diritto» di inprigionare a tempo indeterminat e interrogare anche cittadini statunitensi, senza alcuna assistenza legale. E, per completare il suo «Happy New Year», il presidente Obama ha autorizzato il 31 dicembre dure sanzioni contro l’Iran, miranti a bloccare il suo intero sistema bancario per impedire l’export petrolifero in Occidente. Un atto di guerra, che può provocare un forte aumento del prezzo del petrolio, a vantaggio anzitutto delle compagnie statunitensi, che avranno così assicurato un «Felice Anno Nuovo».

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La sicurezza di Babbo Natale

di: Manlio Dinucci

Ogni anno, si racconta ai bambini, Babbo Natale fa il giro del mondo su una slitta volante, trainata da renne. Ma chi si occupa della sua sicurezza? Il Norad, il Comando di difesa aerospaziale nordamericano. Il 24 dicembre, nel quartier generale di Peterson (Colorado), viene attivato un centro operativo reale, il Norad Tracks Santa Operation Center, che, con un personale di 1.200 specialisti e volontari, simula di seguire la rotta di Santa Claus di minuto in minuto, riportandola su Google Earth, e risponde a quanti chiedono informazioni (http://www.noradsanta.org/it/index.html). Appena Babbo Natale decolla dal Polo Nord – spiega il Norad – viene localizzato dai radar del comando aerospaziale, che ne segue la rotta con i satelliti in orbita geosincrona, dotati di sensori a infrarossi, e sofisticate telecamere digitali. Quando la slitta di Babbo Natale si avvicina al Nord America, si levano in volo caccia canadesi e statunitensi (CF-18, F-15, F-16, F-22), in questo caso non per abbattere il velivolo ma per scortarlo. Una grande favola messa in scena, usando però un centro operativo reale e riferendosi, nella simulazione, a satelliti militari ed aerei reali, usati per la guerra. Una grande operazione di immagine, iniziata nel 1955, che con Internet si è trasformata in una campagna propagandistica planetaria. «La vigilia di Natale – spiega il generale Charles Jacoby – i bambini del mondo contano sul Norad perché Santa Claus possa completare la sua missione in tutta sicurezza». Il messaggio pubblicitario è chiaro: la missione del Norad non è la guerra, ma la sicurezza del mondo. Lo garantisce un eccezionale testimonial: Babbo Natale. Non nuovo a compiti di questo genere. Negli Stati uniti, il mitico personaggio, immigrato dall’Europa, fu arruolato nel 1863 dai nordisti nella Guerra civile per portare regali ai soldati al fronte, vestito a stelle e strisce. Quindi, negli anni Trenta, fu assunto dalla Coca-Cola, la multinazionale che lo rese celebre in tutto il mondo nella sua immagine attuale. Nella mappa su Google Earth, il Babbo Natale del Norad, man mano che sorvola le regioni del mondo, lascia pacchi regalo con un bel fiocco rosso. Anche in Afghanistan, Pakistan, Iraq, Libia, per la gioia dei bambini che dai velivoli Usa hanno visto finora cadere solo bombe. Anche in Iran e in Siria, dove nei pacchi c’è il regalo di una nuova guerra in preparazione. Nella mappa non compaiono invece i pacchi regalo per i politici e i militari che fanno le guerre. Eppure li aspettano con ansia, perché, come dicono gli psicologi, in tutti noi c’è un bambino nascosto. A questi bambini cresciuti e viziati, il Babbo Natale del Norad porterà costosissimi regali, pagati col denaro pubblico. Come l’F-35 Lightning, il caccia di quinta generazione che tra poco si leverà in volo per scortare la slitta di Babbo Natale, mostrando così al mondo che «garantisce la sicurezza delle nuove generazioni», e per bombardare negli altri giorni i paesi dove il Santa Claus del Norad ha lasciato i pacchi regalo. Riflettendo su tutto questo, qualcuno concluderà che non ci si può fidare di Babbo Natale e che è meglio scegliere il Presepe. Ma non vi troverà la Sacra Famiglia, arrestata a un check-point israeliano.

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Le smart bombs di Wall Street

di: Manlio Dinucci

Ci sono vari tipi di smart bombs, «bombe intelligenti», usate da quello che Les Leopold definisce efficacemente il «governo segreto di Wall Street», la potente oligarchia finanziaria che controlla lo stato (http://www.voltairenet.org/Wall-Street-secret-government). Le prime sono quelle propagandistiche che colpiscono il cervello, annebbiando gli occhi e facendo vedere cose inesistenti.

Sono oggi massicciamente impiegate per mistificare la realtà della crisi, per convincerci che essa è provocata dal debito pubblico e che, per salvarci, dobbiamo fare duri sacrifici tagliando le spese sociali. Il debito pubblico è però conseguenza, non causa della crisi. Essa è dovuta al funzionamento stesso del mercato finanziario, dominato da potenti banche e gruppi multinazionali. Basti pensare che il valore delle azioni quotate a Wall Street, e nelle Borse europee e giapponesi, supera quello di tutti i beni e servizi prodotti annualmente nel mondo. Le operazioni speculative, effettuate con enormi capitali, creano un artificioso aumento dei prezzi delle azioni e di altri titoli, che non corrisponde a una effettiva crescita dell’economia reale: una «bolla speculativa» che prima o poi esplode, provocando una crisi finanziaria. A questo punto intervengono gli stati con operazioni di «salvataggio», riversando denaro pubblico (e quindi accrescendo il debito) nelle casse delle grandi banche e dei gruppi finanziari privati che hanno provocato la crisi. Solo negli Stati uniti, l’ultimo «salvataggio» ammonta a oltre 7mila miliardi di dollari, dieci volte più di quanto ufficialmente dichiarato. Come ciò possa avvenire lo spiega il fatto che i candidati presidenziali sono finanziati, attraverso «donazioni» e in altri modi, dalle grandi banche, tra cui la Goldman Sachs, e che l’amministrazione Obama, appena entrata in carica, ha nominato in posti chiave loro persone di fiducia, facenti parte della Commissione Trilaterale. La stessa in cui Mario Monti, consulente internazionale della Goldman Sachs e ora capo del governo italiano, riveste il ruolo di presidente del gruppo europeo. Non c’è quindi da stupirsi se il governo segreto di Wall Street impiega, in funzione dei suoi interessi, anche «bombe intelligenti» reali. Non a caso le ultime guerre, effettuate dagli Stati uniti e dalla Nato, hanno «intelligentemente» colpito stati situati nelle aree ricche di petrolio (Iraq e Libia) o con una importante posizione regionale (Jugoslavia e Afghanistan). Stati come l’Iraq di Saddam Hussein, che minacciava di sganciarsi dal dollaro vendendo petrolio in euro e altre valute, o come la Libia di Gheddafi, che programmava di creare il dinaro d’oro quale concorrente del dollaro e promoveva organismi finanziari autonomi dell’Unione africana, il cui sviluppo avrebbe ridotto l’influenza della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale. Per analoghe ragioni si prendono ora di mira Siria e Iran. Crisi e guerra sono due facce della stessa medaglia. Anche perché la guerra fa crescere la spesa militare che, appesantendo il debito pubblico, impone ulteriori sacrifici.

L’Italia, stima il Sipri, è arrivata a una spesa militare annua di 28 miliardi di euro, all’incirca il costo della manovra. Ma non se ne parla. Le bombe di Wall Street sono davvero intelligenti.

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Tranquilli, al futuro ci pensa il nuovo F35

Sprechi militari L'impegno dell'Italia nella produzione e nell'acquisto (ne ha ordinati 131 senza sapere quanto salato sarà il prezzo finale) dell'aereo Lockheed Martin. Un pozzo senza fondo.

di: Manlio Dinucci

Un programma costosissimo, sostenuto da uno schieramento bipartisan, che il governo Monti non metterà in discussione visto che il ministro della Difesa ne è il maggiore sostenitore. 

La crisi economica, documenta il Censis, ha colpito in Italia soprattutto i giovani, un milione dei quali ha perso il lavoro negli ultimi tre anni. Aumentano quindi le preoccupazioni per il futuro. Tranquilli, a loro e ai loro figli ci pensa la Lockheed Martin: «Proteggere le generazioni di domani – assicura nella sua pubblicità – significa impegnarsi per la quinta generazione di oggi». Si riferisce all’F-35 Lightning II, «l’unico velivolo di quinta generazione in grado di garantire la sicurezza delle nuove generazioni».

Sono stati dunque lungimiranti i governi che hanno deciso di far partecipare l’Italia alla realizzazione di questo caccia (prima denominato Joint Strike Fighter) della statunitense Lockheed Martin. Con il sostegno di uno schieramento bipartisan, il primo memorandum d’intesa venne firmato al Pentagono nel 1998 dal governo D’Alema; il secondo, nel 2002, dal governo Berlusconi; il terzo, nel 2007, dal governo Prodi. E nel 2009 è stato di nuovo un governo Berlusconi a deliberare l’acquisto di 131 caccia che, a onor del vero, era già stato deciso dal governo Prodi. L’Italia partecipa al programma dell’F-35 come partner di secondo livello, contribuendo allo sviluppo e alla costruzione del caccia.
Vi sono impegnate oltre venti industrie: Alenia Aeronautica, Galileo Avionica, Datamat e Otomelara di Finmeccanica e altre tra cui la Piaggio. Negli stabilimenti Alenia verranno prodotte oltre mille ali dell’F-35. Presso l’aeroporto militare di Cameri (Novara) sarà realizzata una linea di assemblaggio e collaudo dei caccia per i paesi europei, che verrà poi trasformata in centro di manutenzione, revisione, riparazione e modifica. A tale scopo sono stati stanziati oltre 600 milioni di euro, presentandolo come un grande affare per l’Italia. Ma non si dice quanto verranno a costare i pochi posti di lavoro creati in questa industria bellica. Non si dice che, mentre i miliardi dei contratti per l’F-35 entreranno nelle casse di aziende private, i miliardi per l’acquisto dei caccia usciranno dalle casse pubbliche.
Per partecipare al programma, l’Italia si è impegnata a versare un miliardo di euro, cui si aggiungerà la spesa per l’acquisto dei 131 caccia. Allo stato attuale, essa può essere quantificata in circa 15 miliardi di euro. Va inoltre considerato che l’aeronautica sta acquistando anche un centinaio di caccia Eurofighter Typhoon, costruiti da un consorzio europeo, il cui costo attuale è quantificabile in oltre 10 miliardi di euro. E, come avviene per tutti i sistemi d’arma, l’F-35 verrà a costare più del previsto.
Il prezzo dei primi caccia prodotti – documenta la Corte dei conti Usa – è risultato quasi il doppio rispetto a quello preventivato. Il costo complessivo del programma, previsto in 382 miliardi di dollari per 2.443 caccia che saranno acquistati dagli Usa e da otto partner internazionali, sarà dunque molto più alto. Perfino il senatore John McCain, noto «falco», ha definito «vergognoso» il fatto che il prezzo dei primi 28 aerei sfori di 800 milioni di dollari quello preventivato. Nessuno sa con esattezza quanto verrà a costare l’F-35. La Lockheed aveva parlato di un prezzo medio di 65 milioni per aereo, al valore del dollaro 2010, ma poi è stato chiarito che il prezzo non comprendeva il motore né i costosissimi sistemi elettronici e all’infrarosso (come andare ad acquistare un’auto, scoprendo che nel prezzo non sono compresi il motore e la centralina elettronica).
L’Italia si è dunque impegnata ad acquistare 131 caccia F-35 senza sapere quale sarà il prezzo finale. Anche perché differisce a seconda delle varianti: a decollo/atterraggio convenzionale, per le portaerei, e a decollo corto/atterraggio verticale. L’Italia ne acquisterà 69 della prima variante e 62 della terza, che saranno usati anche per la portaerei Cavour. E, una volta acquistati, dovrà pagare altri miliardi per ammodernarli con i sistemi che la Lockheed produrrà. Un pozzo senza fondo, che inghiottirà altro denaro pubblico, facendo crescere la spesa militare, già salita a 25 miliardi annui.
Non ci si può illudere che il governo Monti cambi rotta, sganciando l’Italia da questo costosissimo programma. L’ammiraglio Di Paola, oggi ministro della difesa, è il maggiore sostenitore dell’F-35: fu lui, in veste di direttore nazionale degli armamenti, a firmare al Pentagono, il 24 giugno 2002, il memorandum d’intesa che impegnava l’Italia a partecipare al programma come partner di secondo livello. E l’F-35 Lightning (Fulmine) – che, assicura la Lockeed, «come un fulmine colpisce il nemico con forza distruttiva e inaspettatamente» – è il sistema d’arma ideale per la strategia enunciata da Di Paola quando era capo di stato maggiore della difesa: trasformare le forze armate in uno «strumento proiettabile», dotato di spiccata capacità «expeditionary» coerente col «livello di ambizione nazionale». Che l’F-35 garantirà insieme alla «sicurezza delle nuove generazioni».

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Tutta l’Europa sotto il peso dello «scudo» americano e Nato

di: Manlio Dinucci e Tommaso Di Francesco

Reazione di Medvedev: missili Iskander a Kaliningrad Sistema antimissile, così Washington prepara non più sicurezza ma più tensioni belliche

Il presidente russo Medvedev ha accusato ieri gli Stati uniti di aver imposto ai loro alleati lo «scudo antimissili» in Europa, avvertendo di nuovo che la Russia prenderà delle contromisure, tra cui l’installazione nell’enclave di Kaliningrad di un nuovo sistema radar e di missili mobili Iskander a corto raggio (fino a 500 km), che possono trasportare anche testate nucleari. È un bluff nella partita elettorale, in vista delle legislative del 4 dicembre e delle presidenziali del 4 marzo? Indubbiamente Medvedev e Putin, che perdono consensi, alzano i toni per dimostrare che sotto la loro direzione la Russia non piega la testa di fronte alla strapotenza Usa/Nato. Eppure non è solo questione di mosse elettorali.
Sta crescendo in Russia, soprattutto nelle forze armate, un sentimento anti-Usa, motivato in particolare dalla decisione dell’amministrazione Obama di realizzare a qualsiasi costo lo «scudo» in Europa. A Washington continuano a ripetere che esso non è diretto contro la Russia, ma servirà a fronteggiare la minaccia dei missili iraniani. A Mosca lo considerano invece un tentativo di acquisire un decisivo vantaggio strategico sulla Russia. Il nuovo piano infatti prevede, rispetto al precedente, un numero maggiore di missili dislocati ancora più a ridosso del territorio russo. Inoltre, poiché saranno gli Usa a controllarli, nessuno potrà sapere se sono intercettori o missili per l’attacco nucleare. E, con i nuovi sistemi aviotrasportati e satellitari, il Pentagono potrà monitorare la Russia più efficacemente di quanto è in grado di fare oggi.
Il contenzioso si è acuito negli ultimi mesi. In aprile, gli Usa hanno condotto «il più riuscito test del sistema di difesa missilistica che schiereranno in Europa». In maggio, la Romania ha acconsentito all’installazione sul proprio territorio di missili mobili statunitensi Sm-3, che saranno dislocati anche in Polonia. A questo punto Mosca ha chiesto a Washington «garanzie legali» che il sistema non è diretto contro la Russia, proponendo un trattato Russia-Nato in cui siano specificati numero, tipi e luoghi di installazione di missili e radar. Ma, in giugno, il segretario della Nato Rasmussen ha respinto la proposta, argomentando che la questione può essere risolta con una «maggiore fiducia» e non con «complicate formule legali che renderebbero difficile il consenso e la ratifica tra i 28 paesi Nato e la Russia». Subito dopo gli Usa hanno inviato nel Mar Nero l’incrociatore Monterey, dotato del sistema Aegis anti-missili, e la Russia ha protestato. In settembre, la Turchia ha annunciato di voler installare sul proprio territorio, entro l’anno, un radar dello «scudo» Usa, e la Russia ha di nuovo chiesto garanzie. In ottobre, gli Stati uniti hanno stipulato un accordo con la Spagna: con l’uso della base di Rota faranno stazionare in permanenza nel Mediterraneo e nell’Atlantico orientale navi da guerra dotate del sistema Aegis antimissili.
Allo stesso tempo gli Usa hanno annunciato che radar anti-missili saranno installati nell’Europa meridionale (anche in Italia), per «proteggere l’intero territorio della Nato», e che i missili Sm-3 saranno poi sostituiti con missili in grado di intercettare non solo quelli a corto e medio raggio, ma anche i missili balistici intercontinentali. L’obiettivo strategico è evidente: se un giorno gli Stati uniti riuscissero a realizzare uno «scudo» antimissili affidabile, essi sarebbero in grado di lanciare un first strike contro un paese dotato anch’esso di armi nucleari, come la Russia, fidando sulla capacità dello «scudo» di neutralizzare gli effetti della rappresaglia.
Lo «scudo», che la Russia intende contrastare con «metodi adeguati e asimmetrici», non servirà quindi a creare una «Europa più sicura». Viceversa servirà a creare nuove tensioni, giustificando un ulteriore rafforzamento della presenza militare Usa in Europa. Così da legare i paesi dell’Europa orientale sempre più al carro di Washington e mantenere la sua leadership su quelli dell’Europa occidentale.

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I «liberatori» venuti dal Qatar

di: Manlio Dinucci

I miraggi sono frequenti, specie nel deserto libico. Ne è affetto Farid Adly che, convinto della «genuinità della rivoluzione», continua a vedere un Cnt che «ha sì chiesto, accortamente, l’aiuto delle forze internazionali, ma si è anche opposto a qualsiasi intervento di terra» (Progetto Lavoro, ottobre). Eppure molti dei «ribelli libici», che la televisione ci mostra, non sono libici. Sono commandos del Qatar, addestrati e diretti dal Pentagono, camuffabili grazie alla lingua e all’aspetto. Lo abbiamo già detto, ma ora c’è la conferma ufficiale: «Noi qatariani eravamo tra i ribelli libici sul terreno, a centinaia in ogni regione», ha dichiarato il capo di stato maggiore Hamad bin Ali al-Atiya, precisando che «abbiamo gestito l’addestramento e le comunicazioni dei ribelli, supervisionato i loro piani, assicurato il loro collegamento con le forze Nato» (The Guardian, 26 ottobre). Il Qatar, scrive Le Figaro (6 novembre), ha inviato in Libia almeno 5mila uomini delle forze speciali, che «sono arrivati con le valige piene di soldi, cosa che ha permesso loro di far ribellare delle tribù». E non è escluso che sia stato un agente segreto qatariano ad assassinare Gheddafi, «per ordine di una entità straniera, o un paese o un leader, perché non voleva che i suoi segreti fossero rivelati», come ha dichiarato alla Cnn Mahmoud Jibril, già primo ministro del Cnt. Lo stesso Jibril e Abdurrahman Shalgham, ambasciatore del Cnt alle Nazioni Unite, accusano ora il Qatar di «voler dominare la Libia». In realtà, questa monarchia del Golfo ha il compito di dare un volto arabo e islamico all’occupazione neocoloniale della Libia da parte delle potenze occidentali. Mentre la Qatar Airways inaugura la linea aerea Doha-Bengasi, viene potenziata la Libya TV, «il primo canale indipendente della nuova Libia» che trasmette dal Qatar. E mentre il fondo sovrano qatariano si accaparra quote dei fondi sovrani libici «congelati», tra cui quello in mano alla Unicredit, Doha firma un accordo col Cnt per aiutarlo a organizzare un nuovo sistema giudiziario. La competenza della monarchia ereditaria qatariana è indubbia: come documenta Amnesty International, frequenti sono le condanne soprattutto di immigrati per «blasfemia», fino a 7 anni di carcere, e per «rapporti sessuali illeciti», 30-100 colpi di frusta, mentre per gli oppositori (sono illegali i partiti politici) c’è la condanna a morte senza processo. Con questa «monarchia illuminata» l’Italia ha rapporti privilegiati. Frequenti le visite bipartisan a Doha, effettuate da Boniver, Frattini, Moratti, Craxi, Scajola, Bonino, D’Alema, Parisi, Dini e altri. Storica quella del presidente Napolitano due anni fa, mentre Bersani (allora ministro) accoglieva a Roma una delegazione qatariana. E quest’anno, durante la guerra di Libia, il parlamento ha approvato con voto bipartisan l’accordo di cooperazione militare col Qatar. Di cui l’on. Franco Narducci (Pd), il 27 luglio alla Camera, ha elencato i meriti: «E’ uno dei maggiori alleati dell’Occidente, collabora con la Nato ed è intervenuto anche nel Bahrein», schiacciando nel sangue la richiesta popolare di democrazia. L’emiro del Qatar può essere sicuro: il nuovo governo italiano onorerà l’accordo, votato dal Pd che ne esalta «il profilo politico e strategico.»

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In Libia il business armato

di: Manlio Dinucci

Terminata l’Operazione Protettore Unificato, mentre la Nato «continua a monitorare la situazione, pronta ad aiutare se necessario», si è aperta in Libia la corsa all’oro anche per le imprese occidentali minori. Esse si affiancano alle potenti compagnie petrolifere e banche d’investimento statunitensi ed europee, che hanno già occupato le posizioni chiave. La Farnesina si è impegnata a «facilitare la partecipazione delle piccole e medie imprese italiane alla costruzione della Libia liberata». Ma, già prima, era giunta a Tripoli una delegazione di 80 imprese francesi e il ministro della difesa Philip Hammond aveva sollecitato quelle britanniche a «fare le valige» e a correre in Libia. Vi sono grossi affari in vista, dopo che la Nato ha demolito lo stato libico. E c’è il forziere aperto su cui mettere le mani: almeno 170 miliardi di dollari di fondi sovrani «congelati», cui si aggiungono gli introiti dell’export petrolifero, che possono risalire a 30 miliardi annui. C’è però un problema: il clima di tensione che rende pericoloso per gli imprenditori muoversi nel paese. La prima preziosa merce da vendere in Libia è quindi la «sicurezza». Se ne occupa tra le altre la compagnia militare britannica Sne Special Projects Ltd: la dirige un ex parà che ha lavorato come contractor in Israele, Iraq, Afghanistan, Pakistan, Sudan e Nigeria, assistito da ex ufficiali dell’intelligence militare, delle forze speciali e delle forze anti-sommossa e anti-terrorismo. La compagnia, che precisa di essere presente a Bengasi, Misurata e Tripoli fin dal maggio 2011, ha aperto, in una lussuosa villa della capitale a 15 minuti dall’aeroporto, un residence per Vip presidiato da contractor britannici e libici superarmati, cui si aggiunge un centro degli affari sempre nella capitale. La tariffa del «taxi» con cui li trasporta dall’aeroporto è un po’ cara, 800 dollari invece degli usuali 5. La macchina è però un pesante blindato, collegato via satellite a un centro operativo a Tripoli e uno in Gran Bretagna, a loro volta collegati al sistema di sorveglianza Nato. In partnership con la Trango Limited, compagnia britannica specializzata nell’assistenza a imprese in aree ad alto rischio, la Special Projects fornisce, in particolare alle piccole e medie imprese del settore energetico, una gamma completa di servizi: informazioni di ogni tipo (corredate da foto e video), libero transito di persone e materiali sotto scorta ai confini con l’Egitto e la Tunisia, contatti interpersonali nel Cnt per concludere vantaggiosi affari. Servizi analoghi forniscono le compagnie statunitensi Scn Resources Group e Security Contracting Network, e varie altre installatesi in Libia. Ad usufruirne sono non solo le imprese occidentali, in corsa per accaparrarsi i contratti più lucrosi prima che arrivino di nuovo i cinesi, ma anche il Dipartimento di stato Usa e altri ministeri occidentali, per le operazioni in Libia sia dirette che tramite organizzazioni «non profit» da loro pagate. Il vuoto lasciato dal crollo dello stato libico, sotto i colpi della Nato, viene così colmato da una rete sotterranea di interessi e poteri. E, in caso di pericolose reazioni popolari, c’è sempre il blindato della Special Projects che permette di raggiungere velocemente l’aeroporto.

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Un’altra vittoria del War Party

di: Manlio Dinucci

Il War Party (WP), il partito transnazionale della guerra, ha iscritto nel suo albo d’oro un altro successo: la guerra di Libia. Decisa dalla Cupola del potere – il massimo organo dirigente la cui composizione è segreta, ma di cui, si sa, fanno parte i delegati dei più influenti gruppi multinazionali e finanziari e dell’apparato militare-industriale – è stata magistralmente condotta dalla Segreteria transnazionale, fomentando e armando la dissidenza interna (attraverso agenti segreti e commandos infltrati) così da farla apparire una «rivoluzione». Il segretario generale del WP, Barack Obama, sottolineando che «la morte di Gheddafi dimostra la giustezza del nostro ruolo nel proteggere il popolo libico», annuncia che in tal modo «abbiamo rinnovato la leadership americana nel mondo». Washington ha messo «una maschera europea sul comando dell’operazione», spiegano funzionari dell’amministrazione, ma sono stati gli Usa «la spina dorsale dell’operazione Nato», fornendo agli alleati intelligence, rifornimento dei caccia in volo e bombe a guida di precisione. In questa guerra – sottolinea il vice di Obama, Joseph Biden – «non abbiamo perso una sola vita»: quindi, più di quelle del passato, essa indica «come comportarci col mondo mentre andiamo avanti».

L’operazione in Libia, spiegano i funzionari, prova che «i leader di alcune potenze di media grandezza possono essere rovesciati a distanza», senza invio di truppe sul terreno, usando armi aeree e navali e facendo assumere agli alleati, in questo caso europei e arabi, il «peso maggiore» dell’operazione. Indubbio è il merito dei membri della Segreteria del WP, soprattutto il francese Sarkozy. Dopo la «normalizzazione» con la Libia, egli fu il primo ad accogliere Gheddafi con tutti gli onori a Parigi nel dicembre 2007 (un anno e mezzo prima che Berlusconi lo ricevesse a Roma), stipulando un accordo da 10 miliardi di euro per fornire alla Libia centrali nucleari e impegnando la Libia a negoziati esclusivi con la Francia per l’acquisto di armamenti, tra cui caccia Rafale. Poco più di tre anni dopo, sono stati invece i Rafale francesi ad attaccare la Libia, quando la Cupola del potere ha deciso che il modo migliore per sfruttare le risorse libiche non erano gli accordi ma la guerra. Lo scorso marzo, un figlio di Gheddafi dichiarò che la Libia aveva contribuito a finanziare la campagna elettorale di Sarkozy e di averne le prove. Si capisce quindi perché il presidente francese abbia definito l’uccisione di Gheddafi una «tappa importante». Meritorio anche il ruolo della sezione italiana del WP: dopo aver stracciato il trattato di non-aggressione, il governo Berlusconi ha partecipato alla guerra con basi, navi e aerei, che hanno effettuato oltre 1.100 raid.

E nello stesso giorno in cui Gheddafi veniva ucciso, la marina militare annunciava di aver ripristinato le strutture Eni per lo sfruttamento del gas libico e Finmeccanica riapriva, in Libia, lo stabilimento elicotteristico AgustaWestland. Mentre l’attivista di «sinistra» del WP Bersani spiega che «la missione in Libia rientra nella nostra Costituzione, perché l’art. 11 ripudia la guerra ma non l’uso della forza per ragioni di giustizia». E il presidente Napolitano assicura che «non siamo entrati in guerra».

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Il Grande Gioco africano

di: Manlio Dinucci

Dopo che il «Protettore Unificato» ha demolito lo stato libico, con almeno 40mila bombe sganciate in oltre 10mila missioni di attacco, e fornito armi anche a gruppi islamici fino a ieri classificati come pericolosi terroristi, a Washington si dicono preoccupati che le armi dei depositi governativi finiscano «in mani sbagliate». Il Dipartimento di stato è quindi corso ai ripari, inviando in Libia squadre di contractor militari che, finanziati finora con 30 milioni di dollari, dovrebbero mettere «in stato di sicurezza» l’arsenale libico. Ma, dietro la missione ufficiale, vi è certo quella di assumere tacitamente il controllo delle basi militari libiche.

Nonostante il declamato impegno di non inviare «boots on the ground», operano da tempo sul terreno in Libia agenti segreti e forze speciali di Stati uniti, Gran Bretagna, Francia, Italia, Qatar e altri, che hanno guidato gli attacchi aerei e diretto le operazioni terrestri. Loro compito, ora, è assicurare che la Libia «pacificata» resti sotto il controllo delle potenze che sono andate a «liberarla». Il 14 ottobre, lo stesso giorno in cui il Dipartimento di stato rendeva noto l’invio di contractor in Libia, il presidente Obama annunciava l’invio di forze speciali in Africa centrale, all’inizio un centinaio di militari. Loro compito ufficiale è quello di «consiglieri» delle forze armate locali, impegnate contro l’«Esercito di resistenza del Signore». Operazione finanziata dal Dipartimento di stato, finora, con 40 milioni di dollari. Il compito reale di questi corpi d’élite, inviati da Washigton, è creare una rete di controllo militare dell’area comprendente Uganda, Sud Sudan, Burundi, Repubblica centrafricana e Repubblica democratica del Congo.

E mentre gli Stati uniti inviano proprie forze in Uganda e Burundi, ufficialmente per proteggerli dalle atrocità dell’«Esercito del Signore» che si dice ispirato al misticismo cristiano, Uganda e Burundi combattono in Somalia per conto degli Stati uniti, con migliaia di soldati, il gruppo islamico al-Shabab. Sostenuti dal Pentagono che, lo scorso giugno, ha fornito loro armi per 45 milioni di dollari, compresi piccoli droni e visori notturni.

Il 16 ottobre, due giorni dopo l’annuncio dell’operazione Usa in Africa centrale, il Kenya ha inviato truppe in Somalia. Iniziativa ufficialmente motivata con la necessità di proteggersi dai banditi e pirati somali, in realtà promossa dagli Stati uniti per propri fini strategici, dopo il fallimento dell’intervento militare etiopico, anch’esso promosso dagli Stati uniti. E in Somalia, dove il «governo» sostenuto da Washington controlla appena un quartiere di Mogadiscio, opera da tempo la Cia, con commandos locali appositamente addestrati e armati e con contractor di compagnie miltari private. Gli Stati uniti mirano, dunque, al controllo militare delle aree strategiche del continente: la Libia, all’intersezione tra Mediterraneo, Africa e Medioriente; l’Africa orientale e centrale, a cavallo tra Oceano Indiano e Atlantico. Il gioco, apparentemente complicato, diventa chiaro guardando una carta geografica. Meglio su un atlante storico, per vedere come il neocolonialismo somigli in modo impressionante al vecchio colonialismo.

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Assediati nelle fortezze

di: Manlio Dinucci

A forza di fare guerre, gli Stati uniti si sono fatti sempre più nemici. Sono quindi preoccupati per la sicurezza delle loro ambasciate, che sono non solo sedi diplomatiche ma centri operativi dei servizi segreti e dei comandi militari. Il Dipartimento di stato, stimando che l’85% delle sue ambasciate è vulnerabile, ha speso 6 miliardi di dollari per rafforzarle con materiali anti-esplosione e invalicabili barriere. Allo stesso tempo ne costruisce di nuove, che sono delle vere e proprie fortezze. La maggiore è quella di Kabul, la più grande del mondo, che ospita anche il quartier generale Nato/Isaf sempre sotto comando Usa. Costata finora oltre 700 milioni di dollari, è stata inaugurata il 14 febbraio, ma all’interno della sua cittadella saranno costruiti entro il 2014 altri edifici, mentre a Herat e Mazar el Sharif vengono realizzati due consolati fortificati. A riprova che gli Usa non intendono allentare la loro presa sull’Afghanistan.

All’inaugurazione, il vice-ambasciatore Anthony Wayne assicurò che l’edificio costruito, in attesa di realizzarne tre più grandi a diversi piani, avrebbe fornito intanto «una sistemazione sicura e confortevole per 432 diplomatici e membri dello staff». Sette mesi dopo, il 13 settembre, l’ambasciata è stata però attaccata dagli insorti. E, quel che è peggio, l’ammiraglio Mike Mullen, presidente dei Capi di stato maggiori riuniti (la massima autorità militare), ha dichiarato che dietro questo attacco c’è l’Isi, il servizio segreto pachistano. Uno smacco per la strategia enunciata nel marzo 2009 dal presidente Obama: dopo aver assicurato che gli Usa non sono in Afghanistan per controllarlo e decidere del suo futuro, ma per affrontare un comune nemico, ha dichiarato che il futuro dell’Afghanistan è inestricabilmente legato a quello del Pakistan. Il che significa, nel linguaggio del Premio Nobel per la pace, che gli Usa considerano i due paesi un unico teatro bellico. In Pakistan, però, incontrano crescenti resistenze anche in sede governativa, nonostante che Washington fornisca a Islamabad un aiuto militare annuo di 2 miliardi di dollari. Il governo pachistano ha respinto l’accusa di Mullen e la richiesta di tagliare qualsiasi legame col gruppo presunto autore dell’attacco all’ambasciata. Ha anche rifiutato di far entrare truppe Usa nell’area tribale al confine tra i due paesi, ufficialmente per dare la caccia agli attentatori. Lo stesso giorno in cui ha respinto la richiesta, il 23 settembre, un drone della Cia ha però lanciato due missili contro una casa, in un villaggio pachistano di confine, uccidendo diverse persone. Da quando in maggio i Navy Seals hanno assaltato in Pakistan il presunto rifugio di Bin Laden, il cui presunto cadavere è stato poi gettato in mare, si sono intensificati gli attacchi dei droni. Ciò suscita una crescente indignazione popolare. Tanto che l’ambasciata Usa a Islamabad avverte i suoi cittadini di stare attenti alle «frequenti dimostrazioni anti-americane e anti-occidentali». Mentre quelli che abitano a Kabul sono avvertiti di «evitare i movimenti non necessari e i luoghi frequentati da occidentali». E, alla prima avvisaglia di pericolo, correre a rinchiudersi nell’ambasciata-fortezza. Anche questa, però, non tanto sicura.

Fonte: IlManifesto.it

Protezione civile, a Pisa ci pensa il comando Usa

di: Manlio Dinucci

Stasera (ieri,NdA) a Pisa precipiterà un aereo: una simulazione nel quadro del «Piano di protezione civile in caso d’incidente aereo», di cui il Comune è fiero poiché si tratta del primo del genere promosso in Italia da un’amministrazione comunale. Un’operazione tranquillizzante, in una città che, da quando è iniziata la guerra di Libia, è sorvolata in continuazione da C-130J e altri aerei cargo militari.

L’intensificazione di tali voli – denuncia il Coordinamento No Hub – è dovuta al fatto che, come dichiarato dallo stesso Pentagono, gli Usa forniscono bombe «intelligenti» agli alleati e che esse sono stoccate nella limitrofa base di Camp Darby. Ciò dà un’idea di che cosa avverrà quando a Pisa entrerà in funzione l’Hub militare, lo snodo aeroportuale di tutte le missioni militari all’estero, che sarà messo «a disposizione della Nato», ossia anzitutto di Camp Darby.

Il sindaco Filippeschi (Pd) ha dichiarato di aver avuto dai comandanti di Camp Darby e della 46esima Brigata aerea assicurazioni che nessun aereo sorvola la città trasportando bombe. Ha però aggiunto che i trasporti vengono fatti via Canale dei Navicelli e via ferrovia. Il ministro della difesa La Russa ha assicurato che non ci sarà una nuova militarizzazione del territorio, ma solo la realizzazione di un terminal. Dimentica però che il programma, da lui presentato in parlamento, parla di un Hub aereo nazionale di grandi dimensioni.

Ma ciò che dovrebbe tranquillizzare maggiormente i pisani è il sapere che, tra i soggetti del sistema di protezione civile promosso dal Comune, vi è il comando della base Usa di Camp Darby.

Quale sia il traffico della base lo rende noto in parte lo stesso comando: dal luglio 2009 al luglio 2011, l’839° Battaglione di trasporto ha effettuato oltre 7mila operazioni (300 al mese), movimentando oltre 120mila container (5mila al mese) e 15mila veicoli militari (625 al mese). I materiali bellici vengono spediti in oltre 40 paesi europei e africani attraverso il porto di Livorno, collegato alla base dal Canale dei Navicelli. Al suo dragaggio e allargamento provvede la Regione Toscana con 5 milioni di euro, ufficialmente per sostenere la cantieristica in crisi, in realtà per venire incontro alla richiesta della base Usa di potenziare il collegamento col porto di Livorno. Allo stesso tempo Camp Darby movimenta i materiali bellici per ferrovia e attraverso l’aeroporto militare di Pisa che, ha detto uno dei comandanti, ci offre «capacità logistiche uniche poiché è a 30 minuti dal nostro deposito». Nella base vi è inoltre il quartier generale responsabile del rifornimento di carburante alle forze aeree e terrestri.

Così la base di Camp Darby contribuisce alla protezione civile di Pisa. Accanto ai nostri Vigili del fuoco, che appena tre giorni fa sono passati dalla città con la loro «Via Crucis», denunciando di essere vicini al collasso a causa dei tagli imposti dal governo. Il quale in qualche modo deve pur pagarle, le bombe che sgancia sulla Libia.

FONTE: IlManifesto.it

Leggi anche: Niscemi in lotta contro le parabole volute dall’esercito degli Stati Uniti – IlFattoQuotidiano.it -

L’incendio è fuori controllo

di: Manlio Dinucci

A Washington avevano pensato di poter domare le fiamme della ribellione popolare propagatesi nei paesi arabi loro alleati, e di dar fuoco ad altri che non controllano (ci sono riusciti in Libia), così da costruire sulle ceneri il «Grande Medio Oriente» che hanno sempre sognato, quello sotto la bandiera a stelle e strisce, affiancata dalla rosa dei venti della Nato. Ma, nonostante ce la mettano tutta, le cose non vanno come vorrebbero. Soprattutto nel Bahrain e nello Yemen, importanti supporti della loro strategia. Nel Bahrain gli Stati uniti hanno il quartier generale delle forze navali del Comando centrale. Situato ad appena 200 km dall’Iran, dispone di decine di navi da guerra, comprese portaerei e unità da assalto anfibio con 28mila uomini e 3mila a terra, che operano nel Mar Rosso, nel Mare Arabico e in altre parti dell’Oceano Indiano, per «assicurare la pace e la stabilità e proteggere gli interessi vitali dell’America». In altre parole, per condurre le guerre in Iraq e Afghanistan e prepararne altre (Iran e Siria sono nel mirino). Da qui l’importanza del Bahrain, che gli Usa hanno designato «maggiore alleato non-Nato». La monarchia ereditaria, garante della solida alleanza, continua però ad essere assediata dalla ribellione popolare, che non è riuscita a soffocare neppure con l’aiuto di Arabia Saudita, Emirati e Qatar che, in marzo, avevano inviato truppe in Bahrain.

Cinque mesi dopo la «feroce repressione della sollevazione popolare», riporta il New York Times (15 settembre), ogni sera a Manama ci sono giovani che scendono in piazza, scontrandosi con la polizia. Le autorità hanno conquistato «una effimera vittoria con torture, arresti, licenziamenti», soprattutto contro la maggioranza sciita (70% della popolazione) discriminata dalla monarchia sunnita.

Ciò nonostante, la segretaria di stato Hillary Clinton si è detta «impressionata dall’impegno con cui il governo del Bahrain procede sulla via democratica» e, in agosto, Washington ha rinnovato l’accordo militare con Manama, siglato nel 1991. Anche nello Yemen, vi sono «incoraggianti segnali di una rinnovata volontà del governo di promuovere la transizione politica»: lo assicura il Dipartimento di stato il 15 settembre, il giorno dopo che le Nazioni Unite hanno pubblicato un documentato rapporto sulla feroce repressione.

Confermata dal fatto che, tre giorni dopo a Sana, i militari hanno aperto il fuoco con mitragliatrici pesanti su una pacifica manifestazione. Stiano però tranquilli gli yemeniti: gli Stati uniti «continuano ad appoggiare la pacifica e ordinata transizione, rispondente alle aspirazioni del popolo yemenita per la pace e la sicurezza». In che modo lo documenta lo stesso New York Times: «L’amministrazione Obama ha intensificato la guerra segreta nello Yemen, colpendo sospetti militanti con droni armati e cacciabombardieri». La guerra è condotta dal Comando congiunto del Pentagono per le operazioni speciali che, con la motivazione di dare la caccia ad Al Qaeda, ha installato a Sana una propria postazione.

L’operazione è coordinata con la Cia, che ha costruito a tale scopo in Medio Oriente una base aerea segreta. Ma i missili Hellfire (Fuoco dell’inferno) dei droni Usa non fanno che alimentare le fiamme della ribellione popolare.

FONTE: IlManifesto.it

Sia chiaro chi ha il comando

di: Manlio Dinucci

«Gli Stati uniti si sono defilati, non bombardano più, hanno addirittura ritirato i loro mezzi più potenti», sentenziava Vittorio Feltri in aprile a proposito della guerra di Libia. Convinzione diffusasi anche nella sinistra e tra i pacifisti: quella che Obama fosse stato trascinato nella guerra contro la propria volontà (non a caso è Premio Nobel per la pace), ma se ne fosse subito tirato fuori, lasciando la guida dell’operazione ai bellicosi Sarkozy e Cameron. Del tutto falso. «Sono gli Stati uniti che hanno diretto questa operazione», chiarisce ora l’ambasciatore Ivo Daalder, rappresentante Usa presso la Nato.

Esplicita quindi ciò che già avrebbe dovuto essere chiaro: il fatto che, il 27 marzo, la direzione è passata dal Comando Africa degli Stati uniti alla Nato comandata dagli Stati uniti. Sono loro, precisa Daalder, che hanno diretto l’iniziativa per ottenere dal Consiglio di sicurezza il mandato e far decidere la Nato a eseguirlo. Un vero e proprio record: perché la Nato si decidesse a intervenire in Bosnia, egli ricorda, ci vollero tre anni e un anno per intervenire in Kosovo, mentre per decidere l’intervento in Libia ci sono voluti appena dieci giorni. Sono sempre gli Stati uniti che hanno diretto la pianificazione ed esecuzione della guerra. Sono loro che all’inizio hanno neutralizzato la difesa aerea libica e continuato a sopprimere le difese per tutto il corso del conflitto, impiegando Predator armati. Sono loro che hanno fornito il grosso dell’intelligence, individuando gli obiettivi da colpire, e hanno rifornito in volo i cacciabombardieri alleati. Ciascuno di questi elementi, sottolinea Daalder, è stato decisivo per il successo dell’operazione, con la quale la Nato ha distrutto oltre 5mila obiettivi senza subire alcuna perdita. Dall’operazione aerea in Kosovo, dice, abbiamo imparato quanto sia importante avere munizioni a guida di precisione per provocare il massimo danno minimizzando gli effetti collaterali, e che tutti i paesi le posseggano. Diplomaticamente l’ambasciatore non dice che sono stati gli Usa a fornirle in gran parte agli alleati, i quali dopo 11 settimane avevano quasi esaurito le loro bombe, come hanno dichiarato il portavoce del Pentagono Dave Lapan e il segretario alla difesa Robert Gates. Né dice quanto minimizzati siano stati gli effetti collaterali degli oltre 8mila attacchi aerei, in cui si stima siano state sganciate oltre 30mila bombe. Gli Stati uniti, tiene a far sapere Daalder, hanno effettuato più raid aerei di qualsiasi altro paese, il 26% dei circa 22mila. Francia e Gran Bretagna, insieme, ne hanno effettuato un terzo e attaccato il 40% degli obiettivi. Un «lavoro straordinario», riconosce il rappresentante Usa presso la Nato, ma mette in chiaro che esso è stato reso possibile dal fatto che «gli Stati uniti hanno diretto questa operazione in modo tale che altri potessero seguire e contribuirvi». Loda quindi gli altri alleati, anche non appartenenti alla Nato: Giordania, Qatar, Emirati arabi uniti. Nessuna parola invece sull’Italia, che pur ha fatto tanto, mettendo a disposizione basi e forze aeronavali. Qui ne va dell’orgoglio nazionale dell’Italia. Che il presidente Napolitano scriva subito al presidente Obama, perché riconosca che c’è anche l’Italia sotto comando Usa.

FONTE: IlManifesto.it

Dopo le bombe, arriva il Fmi a «ricostruire»

di: Manlio Dinucci

Al termine del G8 di Marsiglia, la neodirettrice del Fondo monetario internazionale, la francese Christine Lagarde, ha fatto un solenne annuncio: «Il Fondo riconosce il consiglio di transizione quale governo della Libia ed è pronto, inviando appena possibile il proprio staff sul campo, a fornirgli assistenza tecnica, consiglio politico e sostegno finanziario per ricostruire l’economia e iniziare le riforme».

Nessun dubbio, in base alla consolidata esperienza del Fmi, che le riforme significheranno spalancare le porte alle multinazionali, privatizzare le proprietà pubbliche e indebitare l’economia. A iniziare dal settore petrolifero, in cui l’Fmi aiuterà il nuovo governo a «ripristinare la produzione per generare reddito e ristabilire un sistema di pagamenti».

Le riserve petrolifere libiche – le maggiori dell’Africa, preziose per l’alta qualità e il basso costo di estrazione – e quelle di gas naturale sono già al centro di un’aspra competizione tra gli «amici della Libia». L’Eni ha firmato il 29 agosto un memorandum con il Cnt di Bengasi, al fine di restare il primo operatore internazionale di idrocarburi in Libia. Ma il suo primato è insidiato dalla Francia: il Cnt si è impegnato il 3 aprile a concederle il 35% del petrolio libico. E in gara ci sono anche Stati uniti, Gran Bretagna, Germania e altri. Le loro multinazionali otterranno le licenze di sfruttamento a condizioni molto più favorevoli di quelle finora praticate, che lasciavano fino al 90% del greggio estratto alla compagnia statale libica. E non è escluso che anche questa finisca nelle loro mani, attraverso la privatizzazione imposta dal Fmi.

Oltre che all’oro nero le multinazionali europee e statunitensi mirano all’oro bianco libico: l’immensa riserva di acqua fossile della falda nubiana (stimata in 150mila km3), che si estende sotto Libia, Egitto, Sudan e Ciad.

Quali possibilità di sviluppo essa offra lo ha dimostrato la Libia, che ha costruito una rete di acquedotti lunga 4mila km (costata 25 miliardi di dollari) per trasportare l’acqua, estratta in profondità da 1.300 pozzi nel deserto, fino alle città costiere (Bengasi è stata tra le prime) e all’oasi al Khufrah, rendendo fertili terre desertiche. Non a caso, in luglio, la Nato ha colpito l’acquedotto e distrutto la fabbrica presso Brega che produceva i tubi necessari alle riparazioni. Su queste riserve idriche vogliono mettere le mani – attraverso le privatizzazioni promosse dal Fmi – le multinazionali dell’acqua, soprattutto quelle francesi (Suez, Veolia e altre) che controllano quasi la metà del mercato mondiale dell’acqua privatizzata.

A riparare l’acquedotto e altre infrastrutture ci penseranno le multinazionali statunitensi, come la Kellogg Brown & Root, specializzate a ricostruire ciò che le bombe Usa/Nato distruggono: in Iraq e Afghanistan hanno ricevuto in due anni contratti per circa 10 miliardi di dollari.

L’intera «ricostruzione», sotto la regia del Fmi, sarà pagata con i fondi sovrani libici (circa 70 miliardi di dollari più altri investimenti esteri per un totale di 150), una volta «scongelati», e con i nuovi ricavati dall’export petrolifero (circa 30 miliardi annui prima della guerra).

 Verranno gestiti dalla nuova «Central Bank of Libya», che con l’aiuto del Fmi sarà trasformata in una filiale della Hsbc (Londra), della Goldman Sachs (New York) e di altre banche multinazionali di investimento. Esse potranno in tal modo penetrare ancor più in Africa, dove tali fondi sono investiti in oltre 25 paesi, e minare gli organismi finanziari indipendenti dell’Unione africana – la Banca centrale, la Banca di investimento e il Fondo monetario – nati soprattutto grazie agli investimenti libici. La «sana gestione finanziaria pubblica», che l’Fmi si impegna a realizzare, sarà garantita dal nuovo ministro delle finanze e del petrolio Ali Tarhouni, già docente della Business School dell’Università di Washington, di fatto nominato dalla Casa bianca.

Fonte: IlManifesto.it

Il futuro della Libia secondo i piani della Nato

di: Manlio Dinucci

Nella rappresentazione mediatica della guerra di Libia, dominano la scena i «ribelli», mentre la Nato è defilata dietro le quinte. Eppure è nella sua cabina di regia che è stata preparata e diretta la guerra e si decide il futuro assetto del paese.

La missione della Nato è efficace e ancora necessaria, ha dichiarato la portavoce Oana Lungescu. Nessuno ne dubita: in cinque mesi di «Protezione unificata» sono state effettuati 21mila raid aerei, di cui oltre 8mila di attacco con bombe e missili, mentre decine di navi da guerra hanno attaccato con missili ed elicotteri e controllato le acque territoriali libiche per assicurare l’embargo alle forze governative e le forniture a quelle del Cnt di Bengasi. Allo stesso tempo agenti e forze speciali di Stati uniti, Gran Bretagna, Francia e altri paesi hanno svolto un ruolo chiave sul terreno, segnalando agli aerei gli obiettivi da colpire, preparando e dirigendo l’attacco a Tripoli. La Nato ha svolto un ruolo decisivo senza il quale i ribelli non avrebbero mai potuto entrare a Tripoli, conferma il generale tedesco Egon Ramms.

La nostra missione, ha dichiarato il segretario generale dell’Alleanza Anders Fogh Rasmussen, continuerà fino a che continueranno gli attacchi e le minacce (sic). Significa che, compiuta la «missione», la Nato lascerà ai libici la possibilità di decidere il futuro del paese? Per niente. Significa che essa passerà alla fase 2 della «missione». Non esiste semplicemente una soluzione militare a questa crisi, sottolinea un comunicato dell’Alleanza, ma abbiamo bisogno di un processo politico per una pacifica transizione alla democrazia in Libia. E la Nato, assicura Rasmussen, è pronta a svolgere un ruolo di sostegno.

Non si specifica in qual modo, ma un piano generale – deciso fondamentalmente a Washington, Londra e Parigi – è già pronto. Ne sono filtrati alcuni particolari attraverso dichiarazioni di singoli funzionari. Formalmente su richiesta del futuro governo (diretto da politici garanti degli interessi delle maggiori potenze occidentali), la Nato continuerà a controllare lo spazio aereo e le acque territoriali della Libia. Ufficialmente per assicurare gli aiuti umanitari e proteggere il personale civile sotto bandiera Onu. Ciò richiederà il libero accesso ai porti e agli aeroporti libici, che saranno di fatto trasformati in basi militari Nato, anche se vi sventolerà la bandiera rosso, nero e verde – la stessa del regime di re Idris, che negli anni ’50 concesse a Gran Bretagna e Stati uniti l’uso del territorio per impiantarvi basi militari, come quella aerea statunitense di Wheelus Field alle porte di Tripoli. Una collocazione ideale, oggi, per il quartier generale del Comando Africa degli Stati uniti.

La Nato continua a ripetere che non intende inviare truppe in Libia, non esclude però che lo facciano singoli alleati o la Ue, che ha già pronti gruppi di battaglia a dispiegamento rapido.

Allo stesso tempo, la Nato addestrerà e armerà le «forze di sicurezza» libiche. Concetto relativo. Responsabile della sicurezza di Tripoli è stato nominato (con il placet Nato) Abdel Hakim Belhaj che, ritornato dalla jihad anti-sovietica in Afghanistan, formò in Libia il Gruppo combattente islamico. Fu catturato come terrorista dalla Cia in Malaysia nel 2004 ma, dopo la normalizzazione con Tripoli, rinviato in Libia, dove (in base a un accordo tra i due servizi segreti) fu rimesso in libertà nel 2010. Sarà lui a garantire, in veste di presidente del consiglio militare di Tripoli, la pacifica transizione alla democrazia in Libia.

FONTE: IlManifesto.it – 4 settembre 2011