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Tag: mario draghi

Voglio uscire dall’euro

di: Enzo Di Frenna

La Bce ci sta strozzando. Questa banca centrale anomala è l’unica autorizzata a stampare l’euro, ma regala miliardi alle banche – anche italiane – per farle diventare vacche grasse. Gli istituti di credito incassano fiumi di denaro che non prestano alle imprese e alle famiglie,  ma li spendono per comprare titoli di Stato e lucrare sui tassi di interesse. A me pare una truffa. Abbiamo un cappio al collo che si stringe e i banchieri ne possiedono la corda. Volete farvi strozzare?

Quando un’azienda fallisce, chi ha investito accetta il rischio di perdere i propri soldi.

Il debito italiano è principalmente nelle mani delle banche e ogni anno paghiamo 100 miliardi di interessi. Il blogger Claudio Messora in questo post descrive bene l’attività degli “speciali del debito“. E dunque: perché dobbiamo pagare noi? Perché rinunciare al nostro futuro?

Perché dobbiamo assistere ai suicidi di imprenditori e lavoratori ridotti alla fame?

L’Italia deve riappropriarsi della propria moneta. Non voglio nessuna Bce che manovra i flussi finanziari a favore delle banche e non dei popoli. Bisogna organizzare una raccolta di firme e indire un referendum popolareLa proposta di Beppe Grillo di uscire dall’euro e tornare alla lira ha un fondamento. Bisogna dire basta con la dittatura delle banche. Basta con Draghi & Monti, per anni consulenti della peggiore banca d’investimento mondiale – la Goldman Sachs, tra i principali responsabili del crollo finanziario del 2008 – che fanno gli interessi dei poteri forti. Cioè i banchieri.

Voglio che l’Italia riprenda a stampare moneta. Voglio difendere la mia terra e riportare la sovranità nelle mani del popolo.

Sono stufo del predominio delle banche che dominano la mia vita. Sono stufo dell’euro manovrato dalla finanza. Voglio uscire da questa trappola. E voi?

IlFattoQuotidiano.it

Il comunismo sbiadito e i forconi siciliani

di: Andrea Fais

Ricordiamo tutti il Popolo Viola: questa creatura politicamente informe, che per oltre un anno ha riempito le piazze italiane, gridando alle dimissioni di Berlusconi. Una creatura colorata, di cui ho in passato trattato personalmente all’interno del sito “Conflitti e Strategie”, individuando attendibili collegamenti tra la macchina dell’antiberlusconismo di piazza e quella dell’antiberlusconismo dei poteri forti.

Del resto, i meeting viola organizzati dalla London School of Economics, prestigioso tempio “liberal” del capitalismo anglosassone, lasciavano poco spazio alla fantasia. Travaglio ebbe, proprio a ricordare come in Italia ci trovassimo in un condizione di totale anomalia rispetto al resto dell’Occidente, confortandosi con gli autorevolissimi dati forniti da Freedom House, struttura di ingerenza e soft-power legata a doppio filo con il governo degli Stati Uniti: una garanzia insomma. In quel caso, il numero fece la forza: tutto questo gruppuscolo di sigle e di associazioni no-profit cominciò a smuovere milioni di persone, con adesioni all’interno di quella “minoranza rumorosa” che vedeva in Berlusconi il solo ed unico male dell’Italia. Le forze della sinistra radicale, che ancora presumono di richiamarsi al comunismo storico, cercarono così di cavalcare – fallendo per evidente sproporzione di forze in campo – l’ondata, dialogando con quelle realtà e prestandosi alla linea del “Berlusconi first”. Molti esponenti politici parlarono, difatti, proprio della necessità di costituire una sorta di nuovo CLN esclusivamente pensato per cacciare Berlusconi, attraverso azioni dimostrative di strada o pressioni pubbliche.

Abbiamo visto cosa è accaduto: le immagini del 14 dicembre 2010 e del 15 ottobre 2011 hanno fatto il giro del mondo, regalando al pianeta un’immagine dell’Italia assolutamente devastata e manipolata, grazie alla distorsione mediatica operata da qualche migliaio di esagitati. Pareva che il governo Berlusconi fosse in uno stato del tipo “centoventi giornate di Sodoma”, perso tra festini orgiastici e vizi borghesi, mentre l’Italia stesse affondando, preda di uno spread senza freni. Non si sapeva cosa significasse precisamente questo oscuro vocabolo finanziaro, ma fu abbastanza per allineare le richieste di Di Pietro o di Vendola a quelle del Sole24Ore: “Fate presto!”. Il resto lo sappiamo.

Il governo tecnico si impone con un colpo di coda gestito dal Quirinale, senza alcuna interpellanza elettorale, si stabilisce in pianta stabile con l’intenzione solida di restare sino alla fine del mandato naturale della legislatura (2013) e di apportare pesantissime manovre economiche e fiscali, per giustificare provvedimenti da macelleria sociale. I bicchieri di champagne stappati dalle sinistre diventano improvvisamente indigesti, restano sullo stomaco: le facce terrorizzate e sbiancate di chi fino al giorno prima aveva fatto di tutto perché si creassero le condizioni per le dimissioni di Berlusconi, erano già allora evidenti. Cosa raccontare al proprio elettorato? Di aver appoggiato un golpe bianco e poi di essersi accorti della gran debacle? Un po’ strano come meccanismo. Dunque, meglio inventarsi una fantomatica continuità tra Berlusconi e Monti, prolungando per inerzia la farsa del teatrino antiberlusconista degli ultimi dieci anni: “Berlusconi è andato via, ma il berlusconismo è rimasto e rivive in Monti, dunque contestiamolo”.

La bufala è andata.

Qualcuno – quasi tutti – ci ha creduto. D’altronde se hanno creduto per dieci o quindici anni ad uno come Bertinotti, ormai potrebbero bersi anche l’acqua del mare pensando che sia oligominerale. Chiaramente, la maggioranza più silenziosa e più produttiva del Paese, quella dei piccoli commercianti, degli operai non sindacalizzati (cioè, non disposti a farsi prendere per i fondelli dai sindacati gialli italiani), dei piccoli agricoltori, delle piccole imprese, dei piccoli esercenti e così via, non può stare a guardare lo spettacolino mediatico di una situazione al tracollo, malgrado l’abitudine di queste persone all’umiltà e al lavoro senza tante pretese, la loro dignità e la loro (virtuosa) incapacità a scadere nella ridicola boutade circense cgiellina del pubblico impiegato con un campanaccio al collo e un fischietto in bocca.

Così, in silenzio, e fuori dai profeti del dissenso e dai sindacati di potere, è sorto in Sicilia uno sciopero spontaneo ed autonomo degli autotrasportatori che si è esteso a macchia d’olio anche al mondo dell’agricoltura.

Ufficialmente non vi sono collegamenti con alcuna forza politica, anche se a Catania pare sia stata avvistata qualche bandiera di estrema destra durante un comizio. In generale, insomma, il cosiddetto Movimento dei Forconi, pare essere al di fuori di qualunque sospetto: senz’altro ci sarà del qualunquismo e non mancherà la demagogia tipica del contesto di piazza e di contestazione pubblica, tuttavia la piattaforma sociale di lotta di persone che lavorano ogni giorno come muli è senz’altro trecento spanne superiore a quella di beceri indignados fuffaroli (apprezzati pure da Soros e Draghi… che è tutto dire…) o popoli “viola”, composti da ultrà del no-globalismo negriano o da esaltati lettori dei libelli pubblicati dal gruppo editoriale di De Benedetti.

Eppure la sinistra radicale italiana non ha perso tempo a lanciare strali e sospetti, boicottando in modo anche verbalmente violento lo sciopero. Siamo al colmo. Che abbiano ricevuto l’appoggio di qualche insignificante sigla di estrema destra o meno, queste persone lavorano ogni santo giorno e vivono sopra un camion per paghe non certo soddisfacenti, così come non certo bene se la passano i tanti braccianti e piccoli produttori della filiera agricola regionale. Pensare che movimenti politici minoritari ed assolutamente irrilevanti, come quelli di estrema destra, possano organizzare di colpo un movimento di protesta che blocca un’intera regione dello Stato, tra le più popolate, è letteralmente ridicolo. Dopo aver partecipato al coro alzato da Washington e dai suoi alleati contro la repubblica socialista di Gheddafi, schierandosi – con una silenziosa complicità – dalla parte dell’imperialismo, questi personaggi politici sembrano ancora non sufficientemente paghi di dare sfoggio della loro intima natura reazionaria e anti-sociale.

C’era un tempo in cui il Partito Comunista Italiano faceva il giro delle campagne e delle fabbriche, per conoscere le condizioni sociali in modo dettagliato e capillare cascina per cascina, stabile per stabile, raccogliendo pareri e consensi dal mondo del lavoro, spiegando poi loro, alla sera o durante i comizi alla domenica, i collegamenti tra quei loro problemi quotidiani di operai e contadini della provincia italiana, ed un sistema internazionale denso di contraddizioni e strategie di conflitto ardue e complicate. Parliamo di anni in cui era ancora l’emblema di Lenin a campeggiare nelle pareti delle sedi del partito, anni in cui era la Russia bolscevica il riferimento politico principale, anni in cui personaggi come Vendola, De Magistris o Bertinotti non avrebbero mai messo piede in un circolo politico comunista: roba in bianco e nero, confinata ormai alle sole figure del neo-realismo, come quella di Giuseppe Bottazzi. Son passati cinquanta anni, eppure sembra passata un’intera era geologica.

StatoPotenza.eu

Italia, si torna alla lira?

Almeno due banche di caratura mondiale “hanno preso delle misure” per ritornare ad effettuare transazioni in vecchie valute della zona euro tra cui lira, dracma e escudo. Lo scrive il Wall Street Journal citando fonti ben informate. Le banche in questione hanno già contattato Swift, l’azienda belga che gestisce i sistemi per le transazioni finanziarie internazionali, per avere la tecnologia e i codici necessari, riferiscono le fonti. Un portavoce di Swift ha detto al quotidiano finanziario che l’azienda è pronta a fare tutto quanto sarà necessario per garantire il regolare svolgimento delle transazioni, ma che “non è il caso fare commenti su questioni specificamente legate alla zona euro”. Secondo il Wall Street Journal, le banche stanno studiando tutti gli aspetti del possibile impatto che avrebbe l’uscita di uno o più paesi dalla zona euro.

Di Andrea Deugeni - Secondo giorno a Bruxelles per il presidente del Consiglio e ministro dell’Economia, Mario Monti, impegnato all’Ecofin dopo che ieri ha incassato la fiducia dell’Eurogruppo sulla manovra allo studio. Appuntamento in cui i ministri finanziari di Eurolandia, anche se era un argomento ufficialmente non fissato in agenda, hanno avuto un primo scambio di vedute sulle recenti proposte franco-tedesche, (in cui sarebbe coinvolta anche l’Italia) di modifica dei trattati che aprano la strada a una vera unione delle politiche di bilancio.

Modifica che preveda la chiusura del rubinetto dei trasferimenti comunitaril’esclusione dal diritto di voto con conseguente annullamento del diritto di veto emulte più pesanti per chi viola le regole di Maastricht su deficit e debito.

Inutile dire che la richiesta di un inasprimento della procedura delle sanzioni per i Paesi più spendaccioniarriva da Berlinodicktat contabili che, nella testa di Angela Merkel, sarebbero gli unici in grado di mettere in sicurezza l’euro. Ma mentre la Germania si prepara a dare al via alla nuova fase fiscale dell’Unione Europea, dalla Svizzera rimbalzano voci che Frau Angela si starebbe predisponendo una via di fuga nel caso la crisi dell’eurodebito dovesse avvitarsi nel breve e allargare il contagio a Francia e Germania, le economie più forti del Vecchio Continente.

Il piano B sarebbe quello dell’immediato ritorno al marco tanto che Berlino si sarebbe in gran segreto portata avanti, tornando a stampare lavecchia moneta con l’aquila teutonica in Ticino, in due tipografie, una delle quali già stampa anche rubli russi e dong vietnamiti. La scelta della Svizzera sarebbe dettata dal fatto che, stando ai trattati istitutivi dell’Unione Monetaria (Uem), i Paesi che aderiscono all’euro non possono tornare a battere il vecchio conio.

Per ora, si tratta soltanto di un’indiscrezione che se confermata, però, getterebbe i mercati finanziari nel panico più totale. Intanto le voci sono giunte anche a Strasburgo dove Mara Bizzotto, europarlamentare della Lega Nord ha presentato un’interrogazione urgente alla Commissione “affinché sia fatta chiarezza al più presto sull’argomento”.

“Il fallimento dell’euro è ormai sotto gli occhi di tutti, e la cosa che stupisce di più è che un Paese come la Germania, vero pilastro della moneta unica, stia già pensando di scaricare l’Unione Europea. Secondo economisti e addetti ai lavori, infatti, Berlino avrebbe già incaricato due aziende svizzere di stampare marchi in quantità consistenti”, ha aggiunto la Bizzotto.

Da lunedì scorso abbiamo ricominciato a stampare i marchi e smesso di stampare Euro”. A renderlo noto non è un parlamentare tedesco ma un lavoratore della zecca di Berlino che ha confidato la notiziaadAffaritaliani.it.

La notizia è top secret – rivela la fonte che, per ovvie ragioni, ha preferito rimanere anonima – tanto che gliorgani di stampa tedesca lo sanno ma non lo dicono per evitare crisi di panico nei mercati. Dal 28 novembre nella zecca di Berlino e nelle altre zecche tedesche abbiamo smesso di stampare Euro e abbiamo ripreso a stampare i marchi”.

Il 28 novembre è stato anche il giorno nel quale lo stato tedesco ha ammesso, tramite il portavoce di Angela Merkel, Steffen Seibert, che i mezzi finanziari della Germania “non sono infiniti” e che “non abbiamo una forza finanziaria infinita e l’Europa non può pretendere di avere una forza che non ha. La Germania è forte ma non dispone di forze illimitate”.

“Continuando a questo ritmo – aggiunge il lavoratore - saremmo tranquillamente in grado di sopperire alla richiesta di moneta necessaria per coprire il nostro mercato interno se venisse a mancare l’Euro. Sulle monete c’è scritta la data del prossimo anno”.

Forse, la mossa tedesca è solo una precauzione e un modo per essere già pronti nel caso di catastrofe dell’Euro anche se la vendita del debito pubblico italiano in mano alla Germania – circa 8 miliardi di Euro – fatta in estate prima che venisse fuori la crisi delle nostre finanze non fa presagire niente di buono.

Per quanto riguarda la ventilata ipotesi di ‘nuovo Euro’ invece – una moneta della fascia Nord più forte e stabile che coinvolgerebbe Germania, Svezia e Norvegia, e una della fascia sud più debole e soggetta a svalutazioni – dalla zecca non arriva nessuna conferma. “Ne abbiamo sentito parlare – ammette – ma non abbiamo visto nessun cliché né cominciato a stamparne qualcuna per prova”.

Francesco Bertolucci

FONTE: http://affaritaliani.libero.it


Le smart bombs di Wall Street

di: Manlio Dinucci

Ci sono vari tipi di smart bombs, «bombe intelligenti», usate da quello che Les Leopold definisce efficacemente il «governo segreto di Wall Street», la potente oligarchia finanziaria che controlla lo stato (http://www.voltairenet.org/Wall-Street-secret-government). Le prime sono quelle propagandistiche che colpiscono il cervello, annebbiando gli occhi e facendo vedere cose inesistenti.

Sono oggi massicciamente impiegate per mistificare la realtà della crisi, per convincerci che essa è provocata dal debito pubblico e che, per salvarci, dobbiamo fare duri sacrifici tagliando le spese sociali. Il debito pubblico è però conseguenza, non causa della crisi. Essa è dovuta al funzionamento stesso del mercato finanziario, dominato da potenti banche e gruppi multinazionali. Basti pensare che il valore delle azioni quotate a Wall Street, e nelle Borse europee e giapponesi, supera quello di tutti i beni e servizi prodotti annualmente nel mondo. Le operazioni speculative, effettuate con enormi capitali, creano un artificioso aumento dei prezzi delle azioni e di altri titoli, che non corrisponde a una effettiva crescita dell’economia reale: una «bolla speculativa» che prima o poi esplode, provocando una crisi finanziaria. A questo punto intervengono gli stati con operazioni di «salvataggio», riversando denaro pubblico (e quindi accrescendo il debito) nelle casse delle grandi banche e dei gruppi finanziari privati che hanno provocato la crisi. Solo negli Stati uniti, l’ultimo «salvataggio» ammonta a oltre 7mila miliardi di dollari, dieci volte più di quanto ufficialmente dichiarato. Come ciò possa avvenire lo spiega il fatto che i candidati presidenziali sono finanziati, attraverso «donazioni» e in altri modi, dalle grandi banche, tra cui la Goldman Sachs, e che l’amministrazione Obama, appena entrata in carica, ha nominato in posti chiave loro persone di fiducia, facenti parte della Commissione Trilaterale. La stessa in cui Mario Monti, consulente internazionale della Goldman Sachs e ora capo del governo italiano, riveste il ruolo di presidente del gruppo europeo. Non c’è quindi da stupirsi se il governo segreto di Wall Street impiega, in funzione dei suoi interessi, anche «bombe intelligenti» reali. Non a caso le ultime guerre, effettuate dagli Stati uniti e dalla Nato, hanno «intelligentemente» colpito stati situati nelle aree ricche di petrolio (Iraq e Libia) o con una importante posizione regionale (Jugoslavia e Afghanistan). Stati come l’Iraq di Saddam Hussein, che minacciava di sganciarsi dal dollaro vendendo petrolio in euro e altre valute, o come la Libia di Gheddafi, che programmava di creare il dinaro d’oro quale concorrente del dollaro e promoveva organismi finanziari autonomi dell’Unione africana, il cui sviluppo avrebbe ridotto l’influenza della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale. Per analoghe ragioni si prendono ora di mira Siria e Iran. Crisi e guerra sono due facce della stessa medaglia. Anche perché la guerra fa crescere la spesa militare che, appesantendo il debito pubblico, impone ulteriori sacrifici.

L’Italia, stima il Sipri, è arrivata a una spesa militare annua di 28 miliardi di euro, all’incirca il costo della manovra. Ma non se ne parla. Le bombe di Wall Street sono davvero intelligenti.

IlManifesto.it

Il nuovo autoritarismo: dalle democrazie alle dittature tecnocratiche

di: James Petras

Introduzione

Viviamo in un tempo di cambiamenti di regime, dinamici, regressivi. Un periodo in cui sono in piena accelerazione grandi trasformazioni politiche e l’arretramento drammatico di norme legislative di natura socio-economica introdotte un mezzo secolo fa; tutto questo provocato da una crisi economica prolungata e sempre più profonda e da un’offensiva portata avanti dalla grande finanza in tutto il mondo.

Questo articolo analizza come gli importanti cambiamenti di regime in corso hanno un profondo impatto sui modi di governare, sulle strutture di classe, sulle istituzioni economiche, sulla libertà politica e la sovranità nazionale.

Viene individuato un processo in due fasi di regressione politica.

La prima fase prevede il passaggio da una democrazia in disfacimento ad una democrazia oligarchica; la seconda fase, attualmente in atto in Europa, coinvolge il passaggio dalla democrazia oligarchica ad una dittatura colonial-tecnocratica.

Si individueranno le caratteristiche tipiche di ogni regime, concentrando l’attenzione sulle specifiche condizioni e sulle forze socio-economiche che stanno dietro ad ogni “transizione”.

Si procederà a chiarire i concetti chiave, il loro significato operativo: in particolare la natura e la dinamica delle “democrazie decadenti”, delle democrazie oligarchiche e della “dittatura colonial-tecnocratica”.

La seconda metà del saggio puntualizzerà le politiche della dittatura colonial-tecnocratica, il regime che più si è discostato dal principio di democrazia rappresentativa sovrana.

Verranno chiarite le differenze e gli elementi simili tra le dittature tradizionali militar-civili e fasciste e le più aggiornate dittature colonial-tecnocratiche, mirando l’analisi sull’ideologia del “tecnicismo apolitico” e della gestione del potere tecnocratico, come preliminare per l’esplorazione della catena gerarchica profondamente colonialista del processo decisionale.

La penultima sezione metterà in evidenza il motivo per cui le classi dirigenti imperiali e i loro collaborazionisti nazionali hanno ribaltato la pre-esistente formula di gestione del potere oligarchico “democratico”, la ricetta del “governare indirettamente”, a favore di una presa di potere senza più paraventi.

Dalle principali classi dominanti finanziarie di Europa e degli Stati Uniti è stata consumata la svolta verso un diretto dominio coloniale (in buona sostanza, un colpo di stato, con un altro nome).

Verrà valutato l’impatto socio-economico del dominio di tecnocrati colonialisti designati di imperio, e la ragione del governare per decreto, prevaricando forzatamente il precedente processo di persuasione, manipolazione e cooptazione.

Nella sezione conclusiva valuteremo la polarizzazione della lotta di classe in un periodo di dittatura colonialista, nel contesto di istituzioni svuotate e delegittimate elettoralmente e di politiche sociali radicalmente regressive.

Il saggio affronterà le questioni parallele delle lotte per la libertà politica e la giustizia sociale a fronte di governi imposti da dominatori colonialisti tecnocratici, alla fine venuti alla ribalta.

La posta in gioco va oltre i cambi di regime in corso, per identificare le configurazioni istituzionali fondamentali che definiranno le opportunità di vita, le libertà personali e politiche delle generazioni future, per i decenni a venire.

Democrazie decadenti e la transizione verso democrazie oligarchiche.

Il decadimento della democrazia è evidente in ogni sfera della politica. La corruzione ha pervaso ogni settore, i partiti e i leader si contendono i contributi finanziari dei ricchi e dei potenti; posizioni all’interno dei poteri legislativo ed esecutivo hanno tutte un prezzo; ogni parte della legislazione è influenzata da potenti “lobbies” corporative che spendono milioni per la scrittura di leggi a loro profitto e per individuare le manovre più opportune alla loro approvazione.

Eminenti faccendieri che agiscono nei posti di influenza come il criminale statunitense Jack Abramoff si vantano del fatto che “ogni membro del congresso ha il suo prezzo”.

Il voto dei cittadini non conta per nulla: le promesse elettorali dei politici non hanno relazione alcuna con il loro comportamento quando sono in carica. Bugie e inganni sono considerati “normali” nel processo politico.

L’esercizio dei diritti politici è sempre più sottoposto alla sorveglianza della polizia e i cittadini attivi sono soggetti ad arresti arbitrari.

L’élite politica esaurisce il tesoro pubblico sovvenzionando guerre coloniali, e le spese per queste avventure militari eliminano i programmi sociali, gli enti pubblici e i servizi fondamentali.

I legislatori si impegnano con demagogia al vetriolo in conflitti da vere marionette, sul tipo dei burattini Punch (Pulcinella) e Judy (Colombina), in manifestazioni pubbliche di partigianeria, mentre in privato fanno festa insieme alla mangiatoia pubblica.

A fronte di istituzioni legislative ormai screditate, e del palese, volgare mercato di compravendita dei pubblici uffici, i funzionari dirigenti, eletti e nominati, sequestrano i poteri legislativo e giudiziario.

La democrazia in decomposizione si trasforma in una “democrazia oligarchica” come governo auto-imposto di funzionari dell’esecutivo; vengono scavalcate le norme democratiche e si ignorano gli interessi della maggioranza dei cittadini. Una giunta esecutiva di funzionari eletti e non eletti risolve questioni come quelle della guerra e della pace, alloca miliardi di dollari o di euro presso una oligarchia finanziaria, e mossa da pregiudizi di classe riduce il tenore di vita di milioni di cittadini tramite “pacchetti di austerità”.

L’assemblea legislativa abdica alle sue funzioni, legislativa e di controllo, e si inchina davanti ai “fatti compiuti” della giunta esecutiva (il governo di oligarchi) . Alla cittadinanza viene assegnato il ruolo di spettatore passivo – anche se si diffondono sempre più in profondità la rabbia, il disgusto e l’ostilità.

Le voci isolate dei rappresentanti il dissenso sono soffocate dalla cacofonia dei mass media che si limitano a dare la parola ai prestigiosi “esperti” e accademici, compari pagati dall’oligarchia finanziaria e consiglieri della giunta esecutiva.

I cittadini non faranno più riferimento ai parlamenti, alle assemble legislative, per trovare soccorso o riparazione per il sequestro e l’abuso di potere messo in atto dall’esecutivo.

Per fortificare il loro potere assoluto, le oligarchie castrano le costituzioni, adducendo catastrofi economiche e minacce assolutamente pervasive di “terroristi”.

Un mastodontico e crescente apparato statale di polizia, con poteri illimitati, impone vincoli all’opposizione civica e politica. Dato che i poteri legislativi sono fiaccati e le autorità esecutive allargano la loro sfera di azione, le libertà democratiche ancora presenti sono ridotte attraverso “limitazioni burocratiche” imposte al tempo, luogo e forme dell’azione politica. Lo scopo è quello di minimizzare l’azione della minoranza critica, che potrebbe mobilitare simpateticamente e divenire la maggioranza.

Come la crisi economica peggiora, e i detentori di titoli e gli investitori esigono tassi di interesse sempre più alti, l’oligarchia estende e approfondisce le misure di austerità. Si allargano le diseguaglianze, e viene messa in luce la natura oligarchica della giunta esecutiva. Le basi sociali del regime si restringono. I lavoratori qualificati e ben pagati, gli impiegati della classe media e i professionisti cominciano a sentire l’erosione acuta di stipendi, salari, pensioni, il peggioramento delle condizioni di lavoro e di prospettive di carriera futura.

Il restringersi del sostegno sociale mina le pretese di legittimità democratica da parte della giunta di governo. A fronte del malcontento e del discredito di massa, e con settori strategici della burocrazia civile in rivolta, scoppia la lotta tra fazioni, tra le cricche rivali all’interno dei “partiti ufficialmente al governo”.

L’“oligarchia democratica” è spinta e tirata nelle varie direzioni: si decretano tagli alla spesa sociale, ma questi possono trovare solo limitati appoggi alla loro applicazione. Si decretano imposte regressive, che non possono venire riscosse. Si scatenano guerre coloniali, che non si possono vincere. La giunta esecutiva si dibatte tra azioni di forza e di compromesso: robuste promesse per i banchieri internazionali e poi, sotto pressioni di massa, si tenta di ritornare sugli errori.

A lungo andare, la democrazia oligarchica non è più utile per l’élite finanziaria. Le sue pretese di rappresentanza democratica non possono più ingannare le masse. Il prolungarsi dello stato conflittuale tra le fazioni dell’élite erode la loro volontà di imporre a pieno l’agenda dell’oligarchia finanziaria.

A questo punto, la democrazia oligarchica come formula politica ha fatto il suo corso.

L’élite finanziaria è già pronta e decisa a scartare ogni pretesa di governo da parte di questi oligarchi democratici. Sono considerati sì volonterosi, ma troppo deboli; troppo soggetti a pressioni interne da fazioni rivali e non disposti a procedere a tagli selvaggi nei bilanci sociali, a ridurre ancora di più i livelli di vita e le condizioni di lavoro.

Arriva in primo piano il vero potere che muoveva le fila dietro le giunte esecutive. I banchieri internazionali scartano la “giunta indigena” e impongono al governo banchieri non-eletti – doppiando i loro banchieri privati ​​da tecnocrati.

La transizione verso la dittatura coloniale “tecnocratica”            

Il governo dei banchieri stranieri, alla fine venuto direttamente alla ribalta, è mascherato da un’ideologia che descrive questo come un governo condotto da tecnocrati esperti, apolitici e scevri da interessi privati. Dietro alla retorica tecnocratica, la realtà è che i funzionari designati hanno una carriera di operatori per- e- con i grandi interessi finanziari privati ​​e internazionali.

Lucas Papdemos, nominato Primo ministro greco, ha lavorato per la Federal Reserve Bank di Boston e, come capo della Banca centrale greca, è stato il responsabile della falsificazione dei libri contabili a copertura di quei bilanci fraudolenti che hanno portato la Grecia all’attuale disastro finanziario.

Mario Monti, designato Primo ministro dell’Italia, ha ricoperto incarichi per l’Unione europea e la Goldman Sachs.

Queste nomine da parte delle banche si basano sulla lealtà totale di questi signori e sul loro impegno senza riserve di imporre politiche regressive, le più inique sulle popolazioni di lavoratori di Grecia e Italia.

I cosiddetti tecnocrati non sono soggetti a fazioni di partito, nemmeno lontanamente sono sensibili a qualsiasi protesta sociale. Essi sono liberi da qualsiasi impegno politico … tranne uno, quello di assicurare il pagamento del debito ai detentori stranieri dei titoli di Stato – in particolare di restituire i prestiti alle più importanti istituzioni finanziarie europee e nord americane.

I tecnocrati sono totalmente dipendenti dalle banche estere per le loro nomine e permanenze in carica. Non hanno alcuna infarinatura di base organizzativa politica nei paesi che governano. Costoro governano perché banchieri stranieri minacciavano di bancarotta i paesi, se non venivano accettate queste nomine. Hanno indipendenza zero, nel senso che i “tecnocrati” sono soltanto strumenti e rappresentanti diretti dei banchieri euro-americani.

I “tecnocrati”, per natura del loro mandato, sono funzionari coloniali esplicitamente designati su comando dei banchieri imperiali e godono del loro sostegno.

In secondo luogo, né loro né i loro mentori colonialisti sono stati eletti dal popolo su cui governano. Sono stati imposti dalla coercizione economica e dal ricatto politico.

In terzo luogo, le misure da loro adottate sono destinate ad infliggere la sofferenza massima per alterare completamente i rapporti di forza tra lavoro e capitale, massimizzando il potere di quest’ultimo di assumere, licenziare, fissare salari e condizioni di lavoro.

In altre parole, l’agenda tecnocratica impone una dittatura politica ed economica.

Le istituzioni sociali e i processi politici associati con il sistema di sicurezza sociale democratico-capitalista, corrotto da democrazie decadenti, eroso dalle democrazie oligarchiche, sono minacciati di demolizione totale dalle prevaricanti dittature coloniali tecnocratiche.

Il linguaggio di “sociale / regressione” è pieno di eufemismi, ma la sostanza è chiara. I programmi sociali in materia di sanità pubblica, istruzione, pensioni, e tutela dei disabili sono tagliati o eliminati e i “risparmi” trasferiti ai pagamenti tributari per i detentori di titoli esteri (banche).

I pubblici dipendenti vengono licenziati, allungata la loro età pensionabile, e i salari ridotti e il diritto di permanenza in ruolo eliminato. Le imprese pubbliche sono vendute a oligarchi capitalisti stranieri e domestici, con decurtamento dei servizi ed eliminazione brutale dei dipendenti. I datori di lavoro stracciano i contratti collettivi di lavoro. I lavoratori sono licenziati e assunti a capriccio dei padroni. Ferie, trattamento di fine rapporto, salari di ingresso e pagamento degli straordinari sono drasticamente ridotti.

Queste politiche regressive pro-capitalisti sono mascherate da “riforme strutturali”.

Processi consultativi sono sostituiti da poteri dittatoriali del capitale – poteri “legiferati” e messi in attuazione dai tecnocrati designati allo scopo.

Dai tempi del regime di dominio fascista di Mussolini e della giunta militare greca (1967 – 1973) non si era mai visto un tale assalto regressivo contro le organizzazioni popolari e contro i diritti democratici.

Raffronto fra dittatura fascista e dittatura tecnocratica

Le precedenti dittature fasciste e militari hanno molto in comune con gli attuali despoti tecnocratici per quanto concerne gli interessi capitalistici che loro difendono e le classi sociali che loro opprimono. Ma ci sono differenze importanti che mascherano le continuità.

La giunta militare in Grecia, e in Italia Mussolini, avevano preso il potere con la forza e la violenza, avevano messo al bando tutti i partiti dell’opposizione, avevano schiacciato i sindacati e chiuso i parlamenti eletti.

Alla attuale dittatura “tecnocratica” viene consegnato il potere dalle élites politiche della democrazia oligarchica – una transizione “pacifica”, almeno nella sua fase iniziale.

A differenza delle precedenti dittature, gli attuali regimi dispotici conservano le facciate elettorali, ma svuotate di contenuti e mutilate, come entità certificate senza obiezioni per offrire una sorta di “pseudo-legittimazione”, che seduce la stampa finanziaria, ma si fa beffe di solo pochi stolti cittadini. Infatti, dal primo giorno di governo tecnocratico gli slogan incisivi dei movimenti organizzati in Italia denunciavano: “No ad un governo di banchieri”, mentre in Grecia lo slogan che ha salutato il fantoccio pragmatista Papdemos è stato “Unione Europea, Fondo Monetario, fuori dai piedi!”

Le dittature in precedenza avevano iniziato il loro corso come stati di polizia del tutto vomitevoli, che arrestavano gli attivisti dei movimenti per la democrazia e i sindacalisti, prima di perseguire le loro politiche in favore del capitalismo. Gli attuali tecnocrati prima lanciano il loro malefico assalto a tutto campo contro le condizioni di vita e di lavoro, con il consenso parlamentare, e poi di fronte ad una resistenza intensa e determinata posta in essere dai “parlamenti della strada”, procedono per gradi ad aumentare la repressione caratteristica di uno stato di polizia… mettendo in pratica un governo da stato di polizia incrementale.

Politiche delle dittature tecnocratiche: campo di applicazione, intensità e metodo

L’organizzazione dittatoriale di un regime tecnocratico deriva dalle sue politiche e dalla missione politica. Al fine di imporre politiche che si traducono in massicci trasferimenti di ricchezza, di potere e di diritti giuridici, dal lavoro e dalle famiglie al capitale, soprattutto al capitale straniero, risulta essenziale un regime autoritario, soprattutto in previsione di un’accanita e determinata resistenza.

L’oligarchia finanziaria internazionale non può assicurare per tanto tempo una “stabile e sostenibile” sottrazione di ricchezza con una qualche parvenza di governance democratica, e tanto meno una democrazia oligarchica in decomposizione.

Da qui, l’ultima risorsa per i banchieri in Europa e negli Stati Uniti è di designare direttamente uno di loro a esercitare pressioni, a farsi largo e ad esigere una serie di cambiamenti di vasta portata, regressivi a lungo termine. La missione dei tecnocrati è di imporre un quadro istituzionale duraturo, che garantirà per il futuro il pagamento di interessi elevati, a spese di decenni di impoverimento e di esclusione popolare.

La missione della “dittatura tecnocratica” non è quella di porre in essere un’unica politica regressiva di breve durata, come il congelamento salariale o il licenziamento di qualche migliaio di insegnanti. L’intento dei dittatori tecnocrati è quello di convertire l’intero apparato statale in un torchio efficiente in grado di estrarre continuamente e di trasferire le entrate fiscali e i redditi, dai lavoratori e dai dipendenti in favore dei detentori dei titoli.

Per massimizzare il potere e i profitti del capitale a scapito dei lavoratori, i tecnocrati garantiscono ai capitalisti il ​ ​potere assoluto di fissare i termini dei contratti di lavoro, per quanto riguarda assunzioni, licenziamenti, longevità, orario e condizioni di lavoro.

Il “metodo di governo” dei tecnocrati è quello di avere orecchio solo per i banchieri stranieri, i detentori di titoli e gli investitori privati.

Il processo decisionale è chiuso e limitato alla cricca di banchieri e tecnocrati senza la minima trasparenza. Soprattutto, in base a regole colonialiste, i tecnocrati devono ignorare le proteste di manifestanti, se possibile, o, se necessario, rompere loro la testa.

Sotto la pressione delle banche, non c’è tempo per le mediazioni, i compromessi o le dilazioni, come avveniva sotto le democrazie decadenti e oligarchiche.

Dieci sono le trasformazioni storiche che dominano l’agenda delle dittature tecnocratiche e dei loro mentori colonialisti.
1)        Massicci spostamenti delle disponibilità di bilancio, dalle spese per i bisogni sociali ai pagamenti dei titoli di stato e alle rendite
2)      Cambiamenti su larga scala nelle politiche di reddito, dai salari ai profitti, ai pagamenti degli interessi e alla rendita.
3)      Politiche fiscali fortemente regressive, con l’aumento delle imposte sui consumi (aumento dell’IVA) e sui salari, e con la diminuzione della tassazione su detentori di titoli ed investitori.
4)      Eliminazione della sicurezza del lavoro (“flessibilità del lavoro”), con l’aumento di un esercito di riserva di disoccupati a salari più bassi, intensificando lo sfruttamento della manodopera impiegata (“maggiore produttività”).
5)      Riscrittura dei codici del lavoro, minando l’equilibrio di poteri tra capitale e lavoro organizzato.

Salari, condizioni di lavoro e problemi di salute sono strappati dalle mani di coloro che militano nel sindacato e consegnati alle “commissioni aziendali” tecnocratiche.

6)      Lo smantellamento di mezzo secolo di imprese e di istituzioni pubbliche, e privatizzazione delle telecomunicazioni, delle fonti di energia, della sanità, dell’istruzione e dei fondi pensione. Privatizzazioni per migliaia di miliardi di dollari sono sopravvenienze attive su una dimensione storica mondiale. Monopoli privati ​ ​rimpiazzano i pubblici e forniscono un minor numero di posti di lavoro e servizi, senza l’aggiunta di nuova capacità produttiva.

7)      L’asse economico si sposta dalla produzione e dai servizi per il consumo di massa nel mercato interno alle esportazioni di beni e servizi particolarmente adatti sui mercati esteri. Questa nuova dinamica richiede salari più bassi per “competere” a livello internazionale, ma contrae il mercato interno. La nuova strategia si traduce in un aumento degli utili in moneta forte ricavati dalle esportazioni per pagare il debito ai detentori di titoli di stato, provocando così maggiore miseria e disoccupazione per il lavoro domestico. Secondo questo “modello” tecnocratico, la prosperità si accumula per quegli investitori avvoltoio che acquistano lucrativamente da produttori locali finanziariamente strozzati e speculano su immobili a buon mercato.

8 ) La dittatura tecnocratica, per progettazione e politiche, mira ad una “struttura di classe bipolare”, in cui vengono impoverite le grandi masse dei lavoratori qualificati e la classe media, che soffrono la mobilità verso il basso, mentre si va arricchendo uno strato di detentori di titoli e di padroni di aziende locali che incassano pagamenti per interessi e per il basso costo della manodopera.

9)      La deregolamentazione del capitale, la privatizzazione e la centralità del capitale finanziario producono un più esteso possesso colonialista (straniero) della terra, delle banche, dei settori economici strategici e dei servizi “sociali”. La sovranità nazionale è sostituita dalla sovranità imperiale nell’economia e nella politica.

10)  Il potere unificato di tecnocrati colonialisti e di detentori imperialisti di titoli detta la politica che concentra il potere in una unica élite non-eletta.

Costoro governano, supportati da una base sociale ristretta e senza legittimità popolare. Sono politicamente vulnerabili, quindi, sempre dipendenti da minacce economiche e da situazioni di violenza fisica.

I tre stadi del governo dittatoriale tecnocratico

Il compito storico della dittatura tecnocratica è quello di far arretrare le conquiste politiche, sociali ed economiche guadagnate dalla classe operaia, dai dipendenti pubblici e dai pensionati dopo la sconfitta del capitalismo fascista nel 1945.

Il disfacimento di oltre sessanta anni di storia non è un compito facile, men che meno nel bel mezzo di una profonda crisi socio-economica in pieno sviluppo, in cui la classe operaia ha già sperimentato drastici tagli dei salari e dei profitti, e il numero dei disoccupati giovani (18 – 30 anni) in tutta l’Unione europea e nel Nord America varia tra il 25 e il 50 per cento.

L’ordine del giorno proposto dai “tecnocrati” – parafrasando i loro mentori colonialisti nelle banche – consiste in sempre più drastiche riduzioni delle condizioni di vita e di lavoro.

Le proposte di “austerità” si verificano a fronte di crescenti disuguaglianze economiche tra il 5% dei ricchi e il 60 % degli appartenenti alle classi subalterne tra Sud Europa e Nord Europa.

Di fronte alla mobilità verso il basso e al pesante indebitamento, la classe media e soprattutto i suoi “figli ben educati”, sono indignati contro i tecnocrati che pretendono ancor di più tagli sociali. L’indignazione si estende dalla piccola borghesia agli uomini di affari e ai professionisti sull’orlo della bancarotta e della perdita di status.

I governanti tecnocratici giocano costantemente sulla insicurezza di massa e sulla paura di un “collasso catastrofico”, se la loro “medicina amara” non venisse trangugiata dalle classi medie angosciate, che temono la prospettiva di sprofondare nella condizione di classe operaia o peggio.

I tecnocrati lanciano appelli alla generazione presente per sacrifici, in realtà per un suicidio, per salvare le generazioni future. Con atteggiamenti dettati all’umiltà e alla gravità, parlano di “equi sacrifici”, un messaggio smentito dal licenziamento di decine di migliaia di dipendenti e dalla vendita per miliardi di euro / dollari del patrimonio nazionale a banchieri e investitori speculatori stranieri. L’abbassamento della spesa pubblica per pagare gli interessi ai detentori di titoli e per invogliare gli investitori privati ​​erode ogni richiamo all’“unità nazionale” e all’“equo sacrificio”.

Il regime tecnocratico si sforza di agire con decisione e rapidità per imporre la sua agenda brutale regressiva, l’arretramento di sessanta anni di storia, prima che le masse abbiano tempo di sollevarsi e di cacciarli.

Per precludere l’opposizione politica, i tecnocrati domandano “unità nazionale”, (l’unità di banchieri e oligarchi), l’appoggio dei partiti in disfacimento elettorale e dei loro leader e la loro sottomissione totale alle richieste dei banchieri colonialisti.

La traiettoria politica dei tecnocrati avrà vita breve alla luce dei cambiamenti sistemici draconiani e delle strutture repressive che propongono; il massimo che possono realizzare è quello di dettare e tentare di attuare le loro politiche, e poi tornarsene ai loro santuari lucrativi nelle banche estere.

Governo tecnocratico : prima fase

Con l’appoggio unanime dei mass-media e il pieno sostegno di banchieri potenti, i tecnocrati approfittano della caduta dei politici disprezzati e screditati dei regimi elettorali del passato.

Essi proiettano un’immagine pulita del governo, che parla di un regime efficiente e competente, capace di azioni decisive.

Promettono di porre fine alle condizioni di vita progressivamente in deterioramento e alla paralisi politica dovuta allo scontro fra le fazioni dei partiti.

All’inizio della loro assunzione di potere, i dittatori tecnocratici sfruttano il disgusto popolare, giustificato, nei confronti dei politici privilegiati “nullafacenti” per assicurarsi una misura del consenso popolare, o almeno l’acquiescenza passiva da parte della maggioranza dei cittadini, che sta annegando nei debiti e alla ricerca di un “salvatore”.

Va notato che fra la minoranza politicamente più preparata e socialmente consapevole, che i banchieri ricorrano ad un “regime tecnocratico” da colonia, questo provoca poco effetto: gli appartenenti alle minoranze immediatamente identificano il regime tecnocratico come illegittimo, dato che fa derivare i suoi poteri da banchieri stranieri. Essi affermano i diritti dei cittadini e la sovranità nazionale. Fin dall’inizio, anche sotto la copertura dell’assunzione del potere in uno stato di emergenza, i tecnocrati devono affrontare un nucleo di opposizione di massa.

I banchieri realisticamente riconoscono che i tecnocrati devono muoversi con rapidità e decisione.

Politiche shock dei tecnocrati : seconda fase

I tecnocrati lanciano un “100 giorni” del più eclatante e grossolano conflitto di classe contro la classe operaia dai tempi dei regimi militare / fascista.

In nome del Libero Mercato, del Detentore di Titoli e dell’Empia Alleanza fra oligarchi politici e banchieri, i tecnocrati dettano editti e fanno passare leggi, immediatamente buttando sul lastrico decine di migliaia di dipendenti pubblici. Decine di imprese pubbliche sono mandate in blocco all’asta. Viene abolita la certezza del posto di lavoro e licenziare senza giusta causa diventa la legge del paese. Sono decretate imposte regressive e le famiglie vengono impoverite. La piramide del reddito complessivo viene capovolta. I tecnocrati allargano e approfondiscono le disuguaglianze e l’immiserimento.

L’euforia iniziale che salutava il governo tecnocratico viene sostituita da biasimi amari. La classe media inferiore, che ricercava una risoluzione dittatoriale paternalistica della propria condizione, riconosce “un altro raggiro politico”.

Come il regime tecnocratico corre a gran velocità a completare la sua missione per i banchieri stranieri, lo stato d’animo popolare inacidisce, l’amarezza si diffonde anche tra i “collaboratori passivi” dei tecnocrati. Non cadono briciole dal tavolo di un regime colonialista, imposto al potere per massimizzare il deflusso delle entrate statali a tutto vantaggio dei detentori del debito pubblico.

L’oligarchia politica compromessa cerca di far rivivere le sue fortune e “contesta” le peculiarità dello “tsunami” tecnocratico, che sta distruggendo il tessuto sociale della società.

La dimensione e la portata del programma estremista della dittatura, e il continuo accumulo di frustrazioni di massa, spaventano i collaborazionisti appartenenti ai partiti politici, mentre i banchieri li incalzano per tagli alle garanzie sociali sempre più grandi e più profondi.

I tecnocrati di fronte alla tempesta popolare che sta montando cominciano a farsi piccoli e ritirarsi in buon ordine. I banchieri esigono da loro maggiore spina dorsale e offrono nuovi prestiti per “mantenerli in corsa”. I tecnocrati si dibattono in difficoltà – alternando richieste di tempo e sacrifici con promesse di prosperità “dietro l’angolo”.

Per lo più fanno assegnamento sulla mobilitazione costante della polizia e di fatto sulla militarizzazione della società civile.

Missione compiuta: guerra civile o il ritorno della democrazia oligarchica?

La riuscita dell’“esperimento” con un regime dittatoriale colonialista tecnocratico è difficile da prevedere. Una ragione è dovuta al fatto che le misure adottate sono così estreme ed estese, tali da unificare allo stesso tempo quasi tutte le classi sociali importanti (tranne la “crema” del 5%) contro di loro. La concentrazione del potere in una élite “designata” la isola ulteriormente e unifica la maggior parte dei cittadini a favore della democrazia, contro la sottomissione colonialista e governanti non eletti.

Le misure approvate dai tecnocrati devono far fronte alla prospettiva improbabile della loro piena attuazione, in particolare a causa di funzionari e impiegati pubblici a cui si impongono licenziamenti, tagli di stipendio e pensioni ridotte. I tagli a tutta l’amministrazione pubblica minano le tattiche del “divide et impera”.

Data la portata e la profondità del declassamento del settore pubblico, e l’umiliazione di servire un regime chiaramente sotto tutela colonialista, è possibile che incrinature e rotture si verificheranno negli apparati militari e di polizia, soprattutto se vengono provocate sollevazioni popolari che diventano violente.

A questo punto, le giunte tecnocratiche non possono assicurare che le loro politiche saranno attuate. In caso contrario, i ricavi vacilleranno, scioperi e proteste spaventeranno gli acquirenti predatori delle imprese pubbliche. La grande spremitura ed estorsione pregiudicherà le imprese locali, la produzione diminuirà, la recessione si approfondirà.

Il governo dei tecnocrati è per sua natura transitoria.

Sotto la minaccia di rivolte di massa, i nuovi governanti fuggiranno all’estero presso i loro santuari finanziari. I collaborazionisti appartenenti alle oligarchie locali si affretteranno ad aggiungere miliardi di euro/dollari ai loro conti bancari all’estero, a Londra, New York e Zurigo.

La dittatura tecnocratica farà ogni sforzo per riportare al potere i politici democratici oligarchici, a condizione che siano mantenute le variazioni regressive poste in essere. Il governo tecnocratico vedrà la sua fine con “vittorie di carta”, a meno che i banchieri stranieri insistano che il “ritorno alla democrazia” operi all’interno del “nuovo ordine”.

L’applicazione della forza potrebbe rivelarsi un boomerang.

I tecnocrati e gli oligarchi democratici, rinnovando la minaccia di una catastrofe economica in caso di inosservanza, riceveranno un contrordine dalla realtà della miseria effettivamente esistente e dalla disoccupazione di massa.

Per milioni, la catastrofe che stanno vivendo, risultante dalle politiche tecnocratiche, prevale su qualsiasi minaccia futura.

La maggioranza ribelle può scegliere di sollevarsi e rovesciare il vecchio ordine, e cogliere l’opportunità di istituire una repubblica socialista democratica indipendente.

Una delle conseguenze impreviste di imporre una dittatura di tecnocrati designati, radicalmente colonialista, è che viene cancellato il panorama politico delle oligarchie politiche parassite e si pongono le fondamenta per un taglio netto. Questo facilita il rigetto del debito e la ricostruzione del tessuto sociale per una repubblica democratica indipendente.

Il pericolo grave è quello che i politici screditati del vecchio ordine tenteranno con la demagogia di impadronirsi delle bandiere democratiche delle lotte “anti-dittatoriali anti-tecnocratiche”, per rimettere in piedi quello che Marx definiva “la vecchia merda dell’ordine precedente”.

Gli oligarchi politici riciclati si adatteranno al nuovo ordine “ristrutturato” dei pagamenti dell’eterno debito, come parte di un accordo per conservare il processo in corso di regressione sociale senza fine.

La lotta rivoluzionaria contro i dominatori tecnocratici colonialisti deve continuare e intensificarsi per bloccare la restaurazione degli oligarchi democratici.

LINK: The New Authoritarianism: From Decaying Democracies to Technocratic Dictatorships and Beyond 

TRADUZIONE: Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova

Sinistrainrete.info

Il Colpo di Stato dei banchieri

di: Paul Joseph Watson

Proprio come avevamo avvertito , gli stessi terroristi finanziari responsabili del crollo economico hanno sfruttato la crisi per presentarsi come i salvatori e supervisionare un colpo di stato dei banchieri - con gli scagnozzi di Goldman Sachs che ora sono in controllo sia dell’ Italia che della Banca centrale europea.

L’obiettivo del colpo di stato è quello di sfruttare la crisi del debito come un mezzo attraverso il  quale creare un superstato federale europeo che trasferirà tutto il restante controllo sulle vicende nazionali a Bruxelles. I globalisti hanno già iniziato il processo, selezionando due burattini non eletti per sostituire i primi ministri, democraticamente eletti, in Grecia e in Italia.

Silvio Berlusconi è stato il Gheddafi d’ Europa. Nonostante il suo  carattere ripugnante, Berlusconi si stava rivelando un ostacolo per il colpo di stato dei banchieri ed è stato frettolosamente allontanato, non per volontà del popolo, bensi, come spiega Stephen Faris del Time, tramite l’azione di insider che controllano i mercati.

“Lunedi gli investitori sembravano prendere la decisione collettiva che lui non poteva più essere affidabile nel dirigere la terza economia della zona euro e hanno mandato il costo del denaro per l’ Italia verso livelli di crisi. Alla fine della settimana, non solo Berlusconi era finito, ma lo era anche  l’idea stessa di tenere una votazione per sostituirlo. I mercati avevano parlato, e a loro non piaceva affatto l’idea di affidarsi agli elettori. ”Il paese ha bisogno di riforme, non delle elezioni”, ha detto venerdi Herman Van Rompuy, presidente del Consiglio europeo, durante la sua visita a Roma . ”

A sostituire Berlusconi andrà il massimo fantoccio globalista, l’ex commissario europeo Mario Monti, un consulente internazionale per Goldman Sachs, il presidente europeo della Commissione Trilaterale di David Rockefeller e anche un membro di spicco del Gruppo Bilderberg. Monti è la persona giusta di cui fidarsi e che non commetterà errori, soprattutto in vista della prossima fase del colpo di stato, quando la crisi dell’euro sarà dirottata per concentrare il potere ancora di più nelle mani delle stesse persone che l’hanno causata.

“Questa è la banda di criminali che ci hanno portato a questo disastro finanziario. E’ come chiedere ai piromani di andare a spegnere gli incendi ”, ha commentato Alessandro Sallusti, direttore de Il Giornale, quotidiano milanese di proprietà della famiglia Berlusconi.

Allo stesso modo, quando il primo ministro greco George Papandreou ha avuto il coraggio di proporre al popolo della Grecia  un referendum, nel giro di pochi giorni è stato liquidato e sostituito con Lucas Papademos, ex vice-presidente della BCE, visiting professor ad Harvard ed ex- economista presso la Federal Reserve di Boston.

Papademos e Monti sono stati insediati come leader non eletti per la precisa ragione che essi “non sono direttamente responsabili nei confronti del pubblico”, osserva Faris, illustrando ancora una volta le fondamenta sostanzialmente dittatoriali e antidemocratiche di tutta l’Unione europea.

Venerdì scorso, abbiamo anche evidenziato come l’assalto della retorica apocalittica per il crollo della zona euro potrebbe essere solo un altro espediente per concentrare ancora più potere nelle mani della UE, nel suo tentativo di creare un governo europeo economico centralizzato che imporrebbe le sue decisioni a tutti gli Stati Membri.

Ed ecco che la Banca centrale europea è ora acclamata come il soggetto in grado di “salvare la zona euro” tramite appunto il salvataggio dell’ Italia, della Francia e della Spagna.

E chi è stato appena nominato come presidente della Banca centrale europea e annunciato come il ”salvatore dell’Europa“? Nientemeno che Mario Draghi - l’ ex Vice Presidente di Goldman Sachs International. State cominciando a notare una tendenza?

Naturalmente, questo piano di salvataggio porterà a compimento esattamente quello che gli eurocrati hanno voluto tutti insieme, una più stretta “unione politica”, come ha chiesto ieri il cancelliere tedesco Angela Merkel  o, in altre parole, un superstato federale che sventrerà quanto rimasto dell’indipendenza e della sovranità agli Stati nazionali europei, consegnandolo a Bruxelles.

L’intera crisi del debito della UE non è altro che un flagrante colpo di stato dei banchieri progettato per potenziare gli stessi terroristi finanziari che hanno causato il crollo iniziale nel 2008 attraverso l’improvviso ritiro di grandi quantità di credito dal mercato.

I delinquenti che hanno fatto esplodere la bolla ora si stanno insediando come gli eroi che guideranno la riscossa per prevenire la depressione in tutto il mondo – con gli Stati nazione europei che cederanno il controllo delle loro economie in favore di non eletti dittatori dell’ UE come Herman Van Rompuy e José Manuel Barroso.

LINK: Banker Coup: Goldman Sachs Takes Over Europe

DI: Coriintempesta

 VEDI ANCHE: Stati Uniti d’Europa

Tutti gli uomini di Goldman Sachs

di: Francesco Piccioni

I «padroni dell’universo». Un soprannome modesto per gli uomini di punta di Goldman Sachs (GS). Una banca d’affari con 142 anni di vita, più volte sull’orlo del baratro, da sempre creatrice di conflitti di interesse terrificanti, da far impallidire – per dimensione e pervasività – quelli berlusconiani.

Famosa per «prestare» i propri uomini alle istituzioni, quasi dei civil servants con il pessimo difetto di passare spesso dalla banca privata ai posti di governo. Come peraltro i membri della Trilaterale o del Bilderberg Group. Mario Monti è uomo accorto: è presente in tutti e tre. Per GS ha fatto finora l’international advisor, come anche Gianni Letta, dal 2007, nonostante il ruolo di governo. Cos’è un advisor? Beh, è un consigliere; una persona in grado di indicare a una banca internazionale i migliori affari in circolazione. Specie quando uno Stato deve privatizzate le società pubbliche. Sta nella buca del suggeritore, ma può diventare premier…

E G&S ha comunicato ai mercati in tal caso lo spread per i Btp italiani calerebbe a 350 punti in un lampo.

È la banca che ha inventato (subito copiata dalle altre) i prodotti derivati, quei 600mila miliardi di dollari virtuali che stanno strangolando il mondo. Che ha aiutato i conservatori greci a nascondere lo stato reale dei conti pubblici davanti alla Ue. Che ha mandato l’amministratore delegato Henry Paulson, nel 2006, a fare il ministro del tesoro di Bush figlio. Dopo il crack di Lehmann Brothers inventò il piano Tarp: 700 miliardi di dollari statali per salvare le banche private anche a costo di far esplodere il debito pubblico Usa.

G&S riuscì in quel caso a intascare buona parte dei 180 miliardi destinati al salvataggio di Aig, gruppo assicurativo. Prima di lui era stato su quella poltrona Robert Rubin, con Clinton presidente; c’era poi tornato molto vicino, con Obama, ma dovette lasciare quasi subito il team economico: troppo evidente il suo doppio ruolo. Robert Zoellick è invece partito da G&S per coprire decine di ruoli per conto dei repubblicani, fino a diventare 11° presidente della Banca Mondiale.

Ma anche gli italiani si difendono bene. Romano Prodi era stato lui advisor, prima di tornare all’Iri per privatizzarla e spiccare quindi il volo verso la presidenza del consiglio, per ben due volte. Al suo fianco, negli anni, Massimo Tononi, ex funzionario della sede di Londra e quindi sottosegretario all’economia tra il 2006 e il 2008.

Ma il più noto è certamente Mario Draghi. Dal 2002 al 2005 è stato vicepresidente e membro del management Committee Worldwide della Goldman Sachs; in pratica il responsabile per l’Europa. Ha lasciato l’incarico per diventare governatore della Banca d’Italia e prendere la presidenza del Financial Stability Forum (ora rinominato Board), incaricato di trovare e mettere a punto nuove regole per il sistema finanziario globale. Compito improbo, che ha partorito molte raccomandazioni ma nessun risultato operativo di rilievo (le regole di Basilea 3 sono tutto sommato a tutela della solidità delle banche, non certo limitative di certe «audacie» speculative).

Dall’inizio di questo mese siede alla presidenza della Banca Centrale Europea, ma prima ancora di entrarci aveva scritto e poi fatto co-firmare a Trichet – la lettera segreta con cui il governo veniva messo alle strette: o le «riforme consigliate» in tempi stretti o niente acquisti di Btp. Forse rimpiange di ver lasciato il Financial Stability Board. Ma non deve preoccuparsi: al suo posto Mark Carney, governatore della Banca centrale canadese. Anche lui, per 13 lunghi anni, al fianco dei «padroni dell’universo» targati Goldman Sachs.

IlManifesto.it

Presidente Berlusconi, per il bene dell’Italia, NON SI DIMETTA.

Presidente,

perdoni l’approccio informale. Sono il giornalista e autore Paolo Barnard, lavoro da due anni con il gruppo di macroeconomisti del Levy Institute Bard College di New York sulla crisi dell’Eurozona. Siamo guidati dal Prof. L. Randall Wray dell’Università del Missouri Kansas City, che coordina altri 10 colleghi inglesi e australiani.

Presidente, è incomprensibile che Lei non scelga di salvare la nazione, e il Suo governo, rendendo pubblico che:

a) l’Euro fu disegnato precisamente per affossare gli Stati del sud Europa, fra cui l’Italia.

b) esistono responsabili italiani ed europei di questo “colpo di Stato finanziario di proporzioni storiche. (una definizione del tutto ragionata offerta dell’economista americano Michael Hudson)

Presidente, dalle pagine del Financial Times, del Wall Street Journal e persino del New York Times, da mesi economisti del calibro di Martin Wolf, Joseph Stiglitz, Paul Krugman, Nouriel Roubini, Marshall Auerback, Le stanno suggerendo la via d’uscita. A Parigi, l’eccellente Prof. Alain Parguez dell’Università di Besancon ne ha trattato esaustivamente. Wray e i suoi colleghi Mosler, Tcherneva e Hudson pure. Nel dettaglio, essi hanno scritto che:

L’Italia è stata condannata a un’aggressione senza precedenti da parte dei mercati dall’operato dei governi di centrosinistra che La hanno preceduta, poiché essi hanno portato il nostro Paese nel catastrofico costrutto dell’Eurozona. Le famiglie italiane e il Suo governo non devono pagare per colpe non loro. Lei deve dire alla nazione ciò che sta veramente accadendo, e chi ci ha condotti a questo dramma. 

L’Euro fu pensato nel 1943 dal francese Francois Perroux con il dichiarato intento di “Togliere agli Stati la loro ragion d’essere“. La moneta unica è infatti un progetto franco-germanico da quasi mezzo secolo (Attali, Delors, Issing, Weigel et al.), col fine di congelare le svalutazioni competitive d’Italia e Spagna, e col fine di deprimere i redditi del sud Europa per delocalizzare in esso manodopera industriale per l’esclusivo vantaggio del Neomercantilismo franco-tedesco.

Specificamente, la moneta unica:

- Esclude un prestatore di ultima istanza sul modello Federal Reserve USA, proprio per portare la sfiducia dei mercati sui debiti dell’Eurozona.

- I debiti dell’Eurozona non sono più sovrani, poiché l’Euro è moneta che ogni Stato può solo usare, non emettere, e che ogni Stato deve prendere in prestito dai mercati di capitali privati che lo acquisiscono all’emissione. L’Euro è moneta di nessuno, non sovrana per alcuno.

- I due punti precedenti hanno distrutto il fondamentale più importante della macroeconomia di Stato, che è “Ability to pay“, cioè la capacità di uno Stato di onorare sempre il proprio debito emettendo la propria moneta sovrana. L’attuale aggressività dei mercati contro il nostro Paese (ed altri) è dovuta in larghissima parte proprio alla loro consapevolezza della nostra perdita di “Ability to pay”, la cui presenza è infatti l’unica rassicurazione che può calmare i mercati. Motivo per il quale il Giappone dello Yen sovrano, che registra il 200% di debito/PIL, non è da essi aggredito e ha inflazione vicina allo 0%. Motivo per cui l’Italia della Lira sovrana mai si trovò in condizioni simili al dramma attuale, nonostante parametri ben peggiori di quelli oggi presenti.

- L’Euro è moneta insostenibile, disegnata precisamente affinchél’assenza radicale di “Ability to pay” nei governi più deboli dell’Eurozona inneschi un circolo vizioso di crisi che alimenta la sfiducia dei mercati che alimenta crisi. Non se ne esce, qualsiasi correttivo non altera, né mai altererà, questo fondamentale negativo, e i mercati infatti non si placano.

- Le estreme misure di austerità per la riduzione del deficit di bilancio che vengono oggi imposte al Suo governo, sono distruttive per la Aggregate Demand di cui qualsiasi economia necessita per crescere. Sono cioè  il farmaco che causa la malattia, invece di curarla.

Anche questo non accade per un caso.

- Tali misure ci vengono imposte proprio perché il nostro debito pubblico non è più sovrano, a causa dell’adozione di una moneta non sovrana. Infatti, ogni spazio di manovra del Suo governo al fine di stimolare crescita e riduzione del debito attraverso scelte di spesa sovrana (fiscal policy), è stato annullato dall’adozione della moneta unica, che, ribadisco, l’Italia non può emettere come invece fanno USA o Giappone. Si tratta di una perdita di sovranità governativa senza precedenti nella storia repubblicana, e di cui le misure imposte dalla Commissione UE come il European Semester e l’Europact sono l’espressione più estreme, ma di cui noi cittadini e Lei paghiamo le estreme conseguenze.

- L’Euro e i Trattati europei che l’hanno introdotto, sbandierati a salvezza nazionale dal centrosinistra, stanno, per i motivi sopraccitati, umiliando l’Italia, nazione che ha uno dei risparmi privati migliori del mondo, 9.000 miliardi in ricchezza privata, una capacità industriale invidiata dai G20, banche assai più sane della media occidentale, e parametri di deficit che sono inferiori ad altri Stati dell’Eurozona. Lei, Presidente, sarà il capro espiatorio, noi italiani ne soffriremo conseguenze devastanti per generazioni.

Presidente, Lei deve e può denunciare pubblicamente la realtà di questa moneta disegnata per fallire. Lei può e deve smascherare le responsabilità del centrosinistra italiano e dei governi ‘tecnici’ in queste scelte sovranazionali catastrofiche.

Presidente, il team di macroeconomisti accademici del Levy Institute Bard College di New York e dell’Università del Missouri Kansas City, sono coloro che hanno strutturato il piano Jefes che ha portato l’Argentina dal default al divenire una delle economie più in crescita del mondo di oggi. Essi sono a Sua disposizione per definire sia la strategia comunicativa che quella economica per salvare l’Italia, e il Suo governo, da un destino tragico e che non meritiamo.

In ultimo una precisazione di ordine morale.

Presidente, io non sono un Suo elettore, e avrei cose dure da dire sul segno che la Sua entrata in politica ha lasciato in Italia. Ma non sono un cieco fanatico vittima della cultura dell’odio irrazionale che ha posseduto gli elettori dell’opposizione in questo Paese, guidati da falsari ideologici disprezzabili, come Eugenio Scalfari, Paolo Flores d’Arcais, Paolo Savona, e i loro scherani mediatici come Michele Santoro, Marco Travaglio e codazzo al seguito.

Perciò come prima cosa mi ripugna che Lei sia bollato come il responsabile di colpe che Lei non ha, e che sono tutte a carico del centrosinistra italiano. Incolpare un innocente, per quanto criticabile egli sia, è sempre inaccettabile. Ma soprattutto,

Presidente, se l’Italia verrà consegnata dal golpe finanziario in atto contro di noi, e da elettori sconsiderati e ignoranti, nelle mani del Partito Democratico, per noi sarà la fine.

 Sarà l’entrata trionfale a Roma dei carnefici del Neoliberismo più impietoso, sarà la calata della Shock Therapy su un popolo ignaro, cioè il saccheggio del bene comune più scientificamente organizzato di ogni tempo, quello che nell’Est europeo ha già mietuto più di 40 milioni di vite in due decadi, senza contare le sofferenze sociali inenarrabili che porta con sé.

I volti di Mario Monti, di Massimo D’Alema, di Mario Draghi, di Romano Prodi, dell’infimo Bersani, sono le maschere funebri di questa nazione, veri criminali e falsari di portata storica. Il cerimoniere complice si chiama Giorgio Napolitano.

Mi appello a Lei Presidente perché mi rendo conto che i miei connazionali non hanno la più pallida idea di ciò che il centrosinistra italiano ha già inflitto al nostro Paese, di ciò che gli infliggerebbe se salisse al governo, ma soprattutto di chi li guida dietro le quinte. Le eminenze grigie sono le elite Neoclassiche, Neomercantili e Neoliberiste, gente senza nessuna pietà.

Resista Presidente, affinché Lei possa usare il tempo che Le rimane per smascherare il “colpo di Stato finanziario” che sta travolgendo, fra gli altri, la nostra Italia. I mercati finanziari della “classe predatrice”, così ben descritta nella sua abiezione dall’americano James Galbraith, la odiano a morte, ci odiano a morte. Sia, Presidente, colui che piazza la mina nei cingoli della loro macchina infernale, rivelandone l’inganno chiamato Euro e Trattato di Lisbona. Gli italiani non lo faranno. Non ne sono capaci.

PaoloBarnard.info

Oscuro futuro imposto dalla BCE:sta a noi evitarlo e realizzare il cambiamento

Articolo inviato al blog
di: Salvatore Santoru

L’ormai famosa “lettera segreta della BCE” al governo italiano del 5 agosto 2011 e  recentemente pubblicata su vari quotidiani nazionali,costituisce l’ennesima dimostrazione di come opera il potere,o meglio il vero Potere,in Italia,Europa e non solo.Potere che è  l’espressione di grosse banche d’affari,di giganti industriali,di lobby varie aventi come scopo il perseguimento dei propri interessi(oscuri o meno)a scapito dei nostri,e pronte a tutto pur di continuare nel loro progetto.Il loro ragionamento è tale che pur di salvare i loro profitti,sono disposti a mandare al macello milioni (se non miliardi)di persone come “via d’uscita” dalla crisi generata dalla loro stessa avidità e “mania di potenza”.

E quando i loro camerieri politicanti non adempiono totalmente al  lavoro o sono troppo lenti nel servire il lucroso pasto,arrivano le lamentele di lorsignori pronti a licenziare i vecchi per far spazio al “nuovo”.Come esempio a riguardo , basti pensare alla Confindustria che se sino a ieri era felicemente tra le “menti”  del berlusconismo e del  giullare di Arcore, oggi  è ritornata magicamente alla verginità diventando accerima nemica del suo brillante(ex)alunno colpevole di non essere troppo presentabile agli Dei del mercato finanziario,ma sopratutto di essere troppo poco affidabile per le “questioni delicate”(quelle che contano per l’Olimpo finanziario s’intende).Per queste si è fatto avanti il centrosinistra,il mitologico PD,addiritura abbiamo assistito al risveglio di Prodi!(che avviene sempre in tali situazioni),Letta e compagnia,memori della precendente(1992) svendita dell’Italia ,più il sempre presente(ieri come oggi)Draghi,probabilmente nostalgici della lussuosa gita nel panfilo di “Sua Maestà”,il Britannia.E quando Romano,Mario e amici si incontrano ciò vuol dire solo una cosa:che la malasorte è pronta a colpire nuovamente nello Stivale,indipendentemente da come si presenta(FMI,BCE,CE,ecc).Ovvero,nuove “liberalizzazioni”/privatizzazioni a raffica,tagli,svendite dei patrimoni pubblici,licenziamenti,disocuppazione e così via.Ovvero,tutte cose consigliate(imposte) dal Trichet e dal Drago nella lettera per Berlusconi,3Monti e compagni,ma valide anche per i probabili sostituti Monti,Prodi,D’Alema ecc,questi ultimi rivelatisi nel tempo assai più(stando agli standard gelminiani)”tendenti al merito”.E intanto mentre in Grecia si occupano ministeri,in Spagna ci si “indigna” nelle strade,in Italia per ora (quasi)tutto tace,complice la bipartisan copertura mediatica della propaganda neoliberista “per uscire dalla crisi” avanzata dagli stessi colpevoli(ma intanto ci si scanna per la questione Ballando con le Stelle/Bailà),complice la collusione della “sinistra” istituzionale(non solo italiana,basti vedere in tutta Europa i  vari governi “socialisti”  ad esempio)che oramai si comporta quasi  come la destra neoliberista(della tradizione dei Chicago Boys per intenderci),se non in egual modo.E intanto i banchieri(più le varie troike tecnocratiche e gli industriali) ringraziano,e continuano a truffare come nulla fosse,e il grosso apparato neoliberista procede nel togliere diritti,libertà e dulcis in fondo,quel poco di democrazia(conquistata grazie alle lotte popolari)che ancora era rimasto.E noi cosa facciamo?Continuiamo a dividerci tra squadre di calcio e a distrarci da gossip e reality show come se nulla fosse lasciando campo libero a coloro che ci considerano nemici e ostacoli(per dirla con gli Indignados “Non siamo noi che siamo contro il sistema,è il sistema che è contro di noi”).La soluzione per uscire dalla crisi c’è:non pagare il debito,fare rispettare i nostri diritti e la nostra(precaria) libertà,non lasciarci più manipolare e non delegare,e infine diventare noi i veri decisori della nostra vita e del nostro futuro.

 

Wall Street e la City puntano su un crollo dell’Italia

di: Filippo Ghira

La stampa anglosassone, Financial Times e Wall Street Journal, boccia la manovra e spera nella fine dell’euro

La stampa anglosassone, espressione dei veri poteri forti che hanno in mano i destini della finanza e quindi dell’economia internazionale, ha espresso un giudizio negativo sul contenuto della manovra finanziaria. Il fatto non dovrebbe preoccupare in quanto lascia il tempo che trova il fatto che un giornalista dia un giudizio negativo sull’azione di questo o quel governo. Nel caso specifico però gli attacchi del Financial Times e del New York Times devono essere presi nella dovuta considerazione perché sono l’annuncio di nuove speculazioni contro l’Italia. Non si tratta comunque di un fatto nuovo. Gli ambienti finanziari di oltre Manica e di oltre Atlantico si muovono infatti in maniera coordinata. Il mondo anglo-sassone non ha mai nutrito particolare simpatia per l’Italia e per il suo ruolo nel Mediterraneo, nel vicino Oriente e in Asia Centrale e negli ultimi anni per i rapporti strettissimi stabiliti oltre che con la Russia anche con la Libia di Gheddafi.

Così le difficoltà del nostro Paese a tenere sotto controllo la dinamica dei conti pubblici, a cercare di ridurre il disavanzo e il debito per rientrare nei limiti del Patto di Stabilità, come ci chiedono la Commissione europea e la Bce, attraverso una manovra finanziaria aggiuntiva dagli effetti devastanti, ha rappresentato un invito a nozze per i due quotidiani che, dietro l’apparente e dichiarata obiettività, nascondono invece la sporcizia e il comportamento criminale degli ambienti che li ispirano.

Tale realtà è particolarmente grave per una gazzetta come il FT che appartiene ad un Paese che non fa parte del sistema dell’euro, avendo preferito restare attaccato alla sterlina e che all’interno dell’Unione europea ha continuato a svolgere il ruolo di cavallo di Troia degli interessi anglosassoni. Non è un caso che proprio dai paradisi fiscali sotto la sovranità di Londra, le isole del Canale (Guernsey e Jersey) e i dominions dei Caraibi, siano transitati i capitali che hanno operato la massiccia speculazione contro i titoli di Stato greci, portoghesi, spagnoli, irlandesi e italiani e quindi contro la stabilità dell’euro. Soltanto gli idioti di questa sinistra italiota possono utilizzare le uscite del FT (o del settimanale confratello Economist) e del WSJ per rafforzare le proprie critiche nei confronti di un governo, quello di Berlusconi, che ha mille e più motivi per essere criticato. A questi imbecilli, che dovrebbero avere soprattutto a cuore la stabilità dell’Italia, non viene da pensare che gli attacchi della City e di Wall Street siano motivati da ragioni squisitamente di bottega. Come ad esempio la volontà di mettere le mani sulle aziende pubbliche, come Enel, Eni, Finmeccanica e Fincantieri che con buona pace di Frattini rappresentano il nostro vero Ministero degli Esteri e senza le quali il nostro ruolo sullo scenario internazionale sarebbe ridotto a zero. A nessuno di questi imbecilli che auspicano le privatizzazioni, e ai molti che nel centrodestra condividono tale idea criminale, giustificata con la necessità di fare cassa e di abbattere il debito pubblico, viene di pensare, o perché sono ignoranti (nel senso che non conoscono i fatti) o perché sono in malafede, che siamo giunti alla fine di un processo storico. Una fase che prese il via in piena Mani Pulite e che venne avviata dalla Crociera del Britannia del 2 giugno 1992, quando i rappresentanti della City londinese radunarono sul panfilo reale i rappresentanti delle imprese a partecipazione statale per indottrinarli sulla bellezza delle privatizzazioni. Poi ad ottobre partì la speculazione anglo-americana contro la lira (con Soros in prima fila), la nostra moneta fu svalutata del 30% e le imprese pubbliche divennero più convenienti per quella stessa percentuale. A bordo si vide Mario Draghi, allora direttore generale del Tesoro, che fece un discorso introduttivo e quindi scese prima che il panfilo salpasse da Civitavecchia per l’Isola del Giglio per poi tornare in serata. Quel Draghi che poi lavorò alla Goldman Sachs, per poi approdare alla Banca d’Italia ed ottenere ahinoi, anche con il sostegno mediatico inglese, la presidenza della Bce dal 1 novembre prossimo. A tutti gli idioti, specie nel centrosinistra, che delirano per l’indipendenza della stampa britannica, vogliamo ricordare che nel febbraio 1978 la copertina di uno dei numeri dell’Economist riportava l’immagine di Aldo Moro rappresentato come un burattino tirato dai fili e con la didascalia: “E’ finita la commedia”. Poi vennero Via Fani e via Caetani… Basterebbe quindi riciclare il buon vecchio Carlo Marx per ricordarsi e tenere sempre presente che sono la finanza e l’economia a muovere il mondo e che la politica, purtroppo, finisce per esserne soltanto una sovrastruttura, pur potendosi ritagliare qualche angoletto di indipendenza. Purtroppo i signori del PD sono così impegnati sul fronte interno ed estero a presentarsi come il partito delle banche e i fautori del Libero Mercato da avere scordato che esiste un minimo di decenza dal quale non si può derogare. Ed è sconfortante prendere atto che il loro massimo desiderio sia quello di un governo “tecnico” guidato ad esempio da un Mario Monti che, guarda guarda, come i vari Romano Prodi, Mario Draghi e il non compianto Tommaso Padoa Schioppa, vanta rapporti di lavoro o di consulenza con la Goldman Sachs. La banca salvata da Barack Obama con 7,5 miliardi di dollari e considerata dal cittadino medio Usa come il simbolo della più odiosa e odiata speculazione finanziaria.
Per la cronaca il FT considera la manovra aggiuntiva “un fiasco colossale” in quanto essa è stata “annacquata” togliendo il contributo di solidarietà a carico dei ricchi e non contenendo riforme strutturali. Così essa danneggerà l’economia italiana invece di accelerare la crescita. Sulla stessa linea il WSJ che titola “Atene e Roma tengono in ostaggio l’Europa. Se la Bce dovesse interrompere gli acquisti dei Btp italiani decennali, auspica il WSJ,  il conseguente rialzo dei rendimenti potrebbe far cadere il governo Berlusconi, aprendo la strada ad un governo tecnico. In questo caso, gongola il quotidiano dei gangsters americani, il lungo processo per ricostruire la credibilità della terza economia europea potrebbe ricominciare seriamente. Dichiarazioni che confermano che niente avviene per caso e che ignorano volutamente che i rischi che l’economia mondiale corre per una possibile bancarotta italiana sono niente di fronte ai disastri provocati nel 2007-2008  dalla speculazione anglo-americana sull’economia mondiale. Una speculazione che il WSJ e il duo mondezza Bush e Obama avevano bellamente ignorato considerandola la cosa più normale del mondo e che anzi hanno alimentato e premiato.

f.ghira@rinascita.eu

FONTE: Rinascita

6 Agosto 2011: l’Italia rasa al suolo dalla BCE

Le porte sono aperte, e i servi rimpinzati si fanno beffe della loro consegna russando.

William Shakespeare – Macbeth – Atto II, Scena Seconda.

Questi giorni sonnacchiosi, d’Agosto, questa falsa Estate che già si tinge delle dolenti piogge autunnali, questi cieli bigi sul mare, le nuvole di vapore sui colli e sui monti, sembrano un messaggio degli Dei ai mortali: lascia il chiasso delle spiagge e dei ristoranti all’aperto, smettila d’osservare ostinatamente il dito e lascia spaziare l’occhio in cielo, perché questa è un’Estate di guerra. La Libia? Sì, anche, ma non è questa la grande guerra che è in atto: anzi, sono più d’una, almeno tre o quattro. Vediamole nell’ordine.

a) La guerra per il primato geostrategico nel Pianeta fra USA e Cina.

b) La guerra, interna all’Unione Europea, fra la BCE e la Commissione Europea.

c) L’eterna guerra fra John Maynard Keynes e Milton Friedman.

d) La (finta) guerra fra i nani e le ballerine italiane.


La guerra per il primato geostrategico nel Pianeta fra USA e Cina

La notizia del declassamento del debito USA, da AAA ad AA+ (con outlook negativo), è di portata storica, verrebbe quasi da dire “la notizia del secolo” ma siamo prudenti, poiché il secolo che avanza – almeno, secondo chi scrive – ne riserverà altre di ben diversa portata. In ogni modo, sarebbe come se al Soglio Pontificio fosse salito il cardinal Milingo, con Vasco Rossi al Quirinale e il mago Otelma ministro dell’Economia. Tutto ciò era inevitabile: anzi, il giudizio è stato ancor troppo bonario.

Già nel 2003 – nel mio “Europa Svegliati” – mettevo in guardia contro la spaventosa spirale del debito USA che nelle sue tre componenti – debito interno, debito estero e debito delle famiglie – raggiungeva cifre paurose, ben superiori al 120% dell’attuale debito interno italiano. Cos’è cambiato? Perché Standard & Poor’s ha osato tanto? Talvolta, è analizzando le reazioni che si scopre un fenomeno, come avviene spesso nella Fisica.

La reazione di Pechino non è stata né bonaria e né tranquillizzante: anzi, boriosa, come quella di chi ha perso la pazienza.

La Cina ha adesso ogni diritto di chiedere che gli Usa affrontino i loro problemi di debito…garantire la sicurezza degli asset in dollari della Cina…Washington deve ora affrontare seriamente una dolorosa realtà…riduzioni a quello che (la Cina) definisce le gigantesche spese militari e i costi salati del welfare…

I cinesi non sono così stupidi da credere che basti una loro ramanzina per far cadere l’architrave del pensiero politico USA – quel “noi non baratteremo mai il nostro stile di vita” – poiché su quella (falsa) certezza dell’american dream si basa il potere bipartisan demo-repubblicano. Se i cinesi osano tanto – sapendo che devono continuare a smerciare computer e televisori – non sarà che gli USA non sono più, per Pechino, quel cliente così “essenziale” per la loro economia?

Non si tratta certamente di una “chiusura” netta ed irrevocabile, tanto meno subitanea, bensì di un processo che vede aumentare le economie – e dunque il commercio, l’import-export, i consumi, ecc – dei Paesi del BRIC & associati, i quali possono pagare anche con le loro merci – e quindi in un quadro di “sana” economia – e non con i “dollarotti” carta straccia. Similmente, i Paesi dell’Europa Centrale – con la Germania a dirigere il coro – mantengono ancora un significativo gap tecnologico nei confronti della Cina, mentre gli USA hanno esportato e venduto le loro aziende agli orientali: adesso, si guardano le mani e scoprono d’esser rimasti con un pugno di mosche. Una guerra?

Molto improbabile, per tante ragioni. Una guerra di logoramento “ai fianchi” della Cina – un attacco in Corea, tanto per scegliere un luogo – comporterebbe un dispiegamento di forze simile al Vietnam, che gli USA non possono assolutamente più sostenere: se ne vanno, bastonati, anche dall’Afghanistan, che non è certo la Cina! Anche un attacco atomico non risolverebbe nulla, perché porterebbe alla mutua distruzione, anche se il potenziale USA è superiore: bastano 10 missili a bersaglio negli USA per distruggere l’economia statunitense per secoli.

Quello che attende gli USA è un lento decadimento, come avvenne per la Gran Bretagna, ma con una sostanziale differenza: gli inglesi riuscirono – grazie alla loro esperienza imperiale ed al Commonwealth – a compiere un “atterraggio morbido” che agli USA – per mentalità, dissidi interni, pochezza politica quando si tratta di mediare e dimensioni – non è detto che riesca.  Ciò che attende gli statunitensi sono due eventi: il moltiplicarsi delle enclave di miseria, come le “Flint” di Michael Moore, e l’inevitabile china della parabola di Barack Obama. Il Presidente USA ha sbagliato troppo, fra il 2008 ed il 2010, quando non era una “anatra zoppa”: ha sottovalutato il potere della lobby israeliana, che osserva la politica statunitense quasi solo alla luce delle sue decisioni per il Medio Oriente. Obama non poteva aspettarsi altro: dopo le elezioni del 2010, parecchi parlamentari del Tea Party – Sarah Palin in testa – andarono in Israele per colloqui a vario titolo, anche con Benjamin Netanyahu, sempre con il “chiodo fisso” delle elezioni del 2012.

“…il Tea Party difende ideologicamente lo Stato Ebraico d’Israele, con gli stessi parametri di logica e buonsenso che sono stati la base per la diffusione del suo Movimento.”

La risposta di Obama – tardiva e fragile – fu l’appoggio alle rivolte in Nord Africa: ho sempre sostenuto che un conto sono le legittime aspirazioni delle popolazioni, un altro la “copertura” diplomatica USA, che era la “risposta” al “colpo a segno” sull’anatra che siede al 1600 di Pennsylvania Avenue. Con la perdita della maggioranza democratica al Congresso, oggi Obama ha dovuto trattare con i repubblicani un piano economico che non prevede maggiori tasse per i ricchi, l’unica possibilità di riuscire a salvare il salvabile.

Stranamente, Moody’s e Fitch non hanno seguito (per ora) S&P nel declassamento, il che – se a pensar male ci s’azzecca – farebbe pensare ad una ritorsione israeliana per la politica statunitense di destabilizzazione del Mediterraneo, sempre aborrita da Tel Aviv. In definitiva, la Cina è il convitato di pietra che assiste – senza far nulla – al duello fra le potenze occidentali, con l’oramai acclarato dissidio (dichiarazioni di facciata a parte) fra Obama e la dirigenza israeliana. Il futuro?

Una fase di grande instabilità negli USA, tormentati dai “residui” (e dai costi) delle avventure neocoloniali di Bush (Iraq ed Afghanistan) e dalla crisi economica dilagante: una crisi che non è monetaria, bensì nasce dalle basi oramai evanescenti dell’economia USA. Insomma, non è tanto Wall Street quanto Main Street a determinare la scansione della crisi e soluzioni vere – come quella di far finalmente pagare chi più ha – non sono più in agenda per l’ostilità del Congresso. Il Mediterraneo sarà probabilmente abbandonato a se stesso (i fondi USA per questo scacchiere sono già stati “tagliati”): di conseguenza, saranno Francia e GB a ritrovarsi sulle spalle i problemi del “bluff” libico, con conseguenze oggi imprevedibili. Se in casa democratica si piange, in quella repubblicana c’è poco da ridere: Sarah Palin avrà pure una buona mira per sparare all’alce, ma governare oggi gli USA è tutt’altra cosa. Peggio che ritrovarsi a fare il sindaco di Napoli. Le persone capaci scarseggiano (Obama, bisogna riconoscerlo, era forse l’unica “novità” della politica americana), ancor più in casa repubblicana: se a Roma impazza l’influenza, a Washington sono già alla polmonite.


La guerra, interna all’Unione Europea, fra la BCE e la Commissione Europea

La misteriosa “missiva” giunta da Francoforte – con le firme di Trichet e di Draghi – mette il governo italiano di fronte ad un aut aut: o mettere a posto i conti subito (come, poi…) o niente acquisto dei BTP italiani da parte della BCE. La sottigliezza, di non poco conto, è che non è giunta da Bruxelles o da Strasburgo – i luoghi della politica europea – bensì, direttamente, dalla BCE.

Che l’Europa sia un gigante economico ed un nano politico è cosa risaputa: basti pensare ad una baronessa inglese alla politica estera che, il suo stesso governo, definisce“inadeguata”. Oppure alla bulgara Rumyana Zheleva, “ballerina” che fu bocciataall’audizione preliminare per diventare commissaria: Die Welt si chiese se, con l’eventuale nomina della Zheleva, si sarebbe raggiunto il limite della nomina della “moglie di un gangster all’Eurocommissione”.

Sull’altro versante, invece, camuffati da abili “maghi” dell’economia planetaria, siedono persone determinate e capaci nel difendere gli interessi, congiunti, della grande imprenditoria e del sistema bancario: se volete, Bankenstein. Piccolo particolare: nessuno li ha eletti, nessuno di noi può mettere bocca sul loro operato. In altre parole, sono dei “tecnici” che non dovrebbero (e non potrebbero) assumere ruoli politici: del resto, con quali “credenziali” S&P si prende la briga di destabilizzare il pianeta con l’abbassamento del rating USA?

Si fa presto a dire che i nanerottoli politici sono soltanto gli attori inviati sul proscenio dai loro burattinai banchieri: molto dipende anche dalla statura dei politici. Un simile andazzo è possibile proprio per la loro pochezza: saremmo curiosi di sapere come se la caverebbero i signori di Francoforte se dovessero trattare con un De Gaulle, un Brandt, un Palme o, anche, con un Craxi od un Andreotti. Le mire “politiche” della BCE non sono un segreto per nessuno: sono loro stessi ad ammetterle.

La missiva giunta al Governo Italiano, dunque, fa già parte della “seconda fase” del piano di Francoforte (anche senza un ministro delle finanze europeo): giungere al veto sulle politiche economiche dei singoli Stati. Una sorta di commissariamento delle economie europee oppure – se preferite, per come stanno le cose nella realtà – un IV Reich che conquista l’Europa senza sparare un colpo di fucile.


L’eterna guerra fra John Maynard Keynes e Milton Friedman

Perché si è giunti a questo punto?

Tralasciando nella trattazione il signoraggio – non per scarsa importanza, bensì per non ingigantire l’articolo – la disputa fra i “Chicago Boys” liberisti ad oltranza ed i fautori dell’intervento dello Stato in Economia è alla base delle odierne angosce. Un assioma che va sfatato è quello che le economie cosiddette “liberiste” – portate avanti dai Conservatori inglesi, dai Repubblicani statunitensi e dalla destra italiana – non indebitino lo Stato: la risposta è nei fatti. La Banda Bassotti americana che s’inventò la truffa dei subprime, successivamente, chiese aiuto proprio allo Stato e, il “piano Paulson” di 700 miliardi di dollari, viene tuttora pagato dai contribuenti americani, per lo più dal ceto medio, mentre i grandi finanzieri pagano poco o nulla e le banche sono tuttora libere di sfornare derivati. “Tossici”? Lo sapremo fra qualche anno.

In Italia, come s’evince da questo grafico, i governi di Silvio Berlusconi hanno condotto ad aumenti del debito: 6,2 punti nel 1994 (in sei mesi!) e ben 12,7 punti nel triennio 2008-2011. Solo nel quinquennio 2001-2006 riuscirono a far scendere il debito di un misero 2,9 in cinque anni. Per contro, i governi di centro sinistra abbatterono il debito di 11,7 punti nel quinquennio 1996-2001 e di 3 punti nel secondo, breve governo Prodi, in soli due anni: soprattutto il primo abbattimento (1996-2001), fu possibile per l’intervento in economia (rottamazioni, finanziamenti a vari settori) che aumentò il PIL.

La teoria della Scuola di Chicago non è quella d’abbattere il debito, bensì quella di non tassare gli alti redditi (come in Italia): in questo modo, il bilancio dello Stato va in rosso ed è necessario ripianarlo con la “macelleria sociale”. A quel punto, il gioco può riprendere con nuovi abbattimenti di tasse per i più ricchi e sempre maggiori prelievi (o mancata assistenza) per i meno abbienti. Oggi, difatti, Tremonti ha nel mirino l’assistenza (invalidi, assegni alle famiglie più povere, accompagnamento per gli anziani, ecc) e, ancora una volta, le pensioni: tagliare gli astronomici costi della politica? Non ci pensa nemmeno, anche se ne parla.

Utilizzare la teoria di Keynes è più arduo, perché il rischio di finanziare “a pioggia” o, peggio, in modo clientelare l’economia conduce ai medesimi effetti di destabilizzazione, soprattutto sul fronte del debito: in altre parole, per adoperare quella “leva” ci vogliono economisti con le palle e le contropalle, non i miseri figuri che osserviamo sulla scena. In definitiva, l’argomento attiene più alla sfera generale dell’umanesimo e della filosofia che a quella delle semplici teorie economiche: l’Uomo deve assumersi l’onere di controllare i flussi economici o lasciarli correre? Anche considerando il quadro planetario di consumo esagerato di risorse non rinnovabili? Può affidare il proprio futuro economico ad una colossale rete di computer, i quali sono programmati con due soglie: vendere od acquistare, secondo il prezzo? Perché, assistiamo sempre più frequentemente al blocco dei listini per eccesso di rialzo o di ribasso? Addirittura a poco chiari “guasti tecnici” per arrestare le contrattazioni? Il sistema del cosiddetto “autogoverno” del mercato non funziona: osserviamo la realtà. Quali sono i Paesi che sono fuori da questo infernale girone?

A parte le cosiddette “economie emergenti” – la Cina ha miliardi di dollari nelle casse dello Stato – è emblematico il caso russo: se qualcuno ricorda i tempi di Eltsin, rammenterà che la vita media s’era drammaticamente accorciata, la povertà era endemica e i russi si salvarono soprattutto col poco che riuscivano a trarre dagli orti delle dacie. Addirittura, l’Aeroflot – la compagnia aerea russa – non aveva kerosene per far volare gli aerei: in un Paese ricco di risorse energetiche! Putin – piaccia o non piaccia – diede una sterzata: in che senso? Forte dell’appoggio che aveva nei servizi segreti (dai quali proveniva) e nell’Armata, riportò allo Stato il “clou” delle risorse russe – l’energia – e le sottrasse agli oligarchi. Ovvio che il processo non fu indolore, e nemmeno affermiamo che la Russia sia oggi un paradiso, però la situazione economica della popolazione – dagli anni bui del dopo URSS – è migliorata sostanzialmente. E il Venezuela di Chavez? Non ha, anch’esso, nazionalizzato il petrolio del Paese sottraendolo alle mire degli speculatori? Cosa fece Mossadeq in Iran? Non, però, di solo petrolio si tratta, perché l’impatto delle “deregulation” sulle popolazioni e sui bilanci degli Stati (sempre chiamati a saldare i conti) sono stati devastanti: crollo della domanda interna, insicurezza sociale, aumento della povertà, della frammentazione sociale, delle malattie della povertà come l’alcolismo, ecc.

In definitiva, per chi ancora crede nel “respiro” di libertà economica propalato da Milton Friedman e dalla “Scuola di Chicago”, ci sono alcune domande alle quali rispondere. A trent’anni dall’elezione di Reagan, si può affermare che il Pianeta sia più ricco? Sì. Si può affermare che le popolazioni siano più ricche? No.

Senza scomodare Marx ed il Capitale, vorremmo che prendessero in esame un neutro parametro, l’indice Gini: cosa misura? Indica la condivisione dei beni all’interno degli Stati, ossia la distribuzione della ricchezza fra le classi sociali. Il coefficiente di Gini, è un numerò che varia fra zero ed uno: zero la perfetta omogeneità nella distribuzione dei beni, uno la massima eterogeneità. Esiste una classifica (non molto aggiornata) degli Stati per uguaglianza/disuguaglianza di reddito: l’Italia è al 52° posto, gli USA al 74°, mentre sopra all’Italia troviamo quasi tutte le nazioni europee. Paesi che ancora godono della “tripla A”, come la Francia e la Germania, hanno una distribuzione della ricchezza più equanime dello Stivale: in fondo alla classifica, ci sono le nazioni meno affidabili, per il rating del debito, del Pianeta.

Eppure, da decenni, la tesi sostenuta dai “Chicago Boys” è proprio quella che solo arricchendo una modesta parte della popolazione – in Italia, il 10% della popolazione possiede il 45% della ricchezza nazionale – è la sola ricetta possibile, giustificando il tutto con un aumento dei capitali disponibili e, dunque, degli investimenti. Osservino la classifica, meditino sull’altro aspetto – la domanda interna – e ci diano una risposta.

Aspettiamo.


La (finta) guerra fra i nani e le ballerine italiane

Gianni Letta ha affermato che “tutto sta crollando”. Perché? Facciamo un passo indietro. Si parla spesso del “sacco” del Britannia: ci sono migliaia di pagine web che lo citano e ne abbiamo scelta una a caso (ma non troppo). Ciò che, forse, non molti ricordano, fu la campagna d’opinione che precedette, negli anni, quegli eventi: l’industria di stato veniva bollata ovunque come inutile e dannosa, le ferrovie inefficienti, le poste inconcludenti, ecc, ecc.

Oggi, con un annuncio dell’altoparlante, le Ferrovie decretano – nella massima tranquillità – che il treno numero tale è stato soppresso. Spiegazioni? Nessuna. Un tempo – mi confessò un capostazione – per sopprimere un treno bisognava stendere un lungo rapporto, e non era assolutamente detto che il firmatario non fosse convocato dalla direzione territoriale per fornire chiarimenti. Nei primi giorni di Giugno del 2011, le Poste andarono completamente in tilt per un “cambio di software”: a parte i disguidi – giorni d’attesa per inviare una raccomandata o ritirare la pensione – aspetto ancora oggi una lettera di mia madre con un’importante delega nei miei confronti: speriamo veramente, dopo quasi tre mesi, che sia finita al macero. Magari giungerà ai miei figli dopo la mia morte.

Sono vissuto in un’Italia nella quale, quando un insegnante era malato e telefonava a scuola per avvertire, nella mattinata stessa – quasi sempre – già arrivava il supplente, che si metteva subito a far lezione, magari con prima un po’ di ripasso. Oggi, per 10 e più giorni le classi hanno il classico “tappabuchi” che sostituisce per un’ora, che non conosce i ragazzi, che può fare poco o nulla. Per un certo periodo presi il treno delle 6.20 del mattino per recarmi all’Università: ricordo che era una vaporiera. Che non perse mai un colpo ed un minuto. S’andava a lavorare con contratti a tempo indeterminato – era la normalità – e con 35 anni di contributi s’andava in pensione a qualsiasi età. Il pubblico impiego era più favorito, ma non era del tutto un errore: auguri, ai docenti che entreranno in classe con 67 primavere sulle spalle. Furono gli anni nei quali s’impennò il debito pubblico?

Torniamo ad osservare il grafico del rapporto debito/PIL: quando s’impennò?  Nei primi anni ’80: sono gli anni della “Milano da bere”, del “soldo che fa soldo” da solo, della Borsa come una giostra che tutti arricchisce: che ce ne facciamo di quei pachidermi dell’IRI? Reagan lancia il suo carpe diem, che chiama “edonismo reaganiano”: quanto bella sei ricchezza, ch’ora sosti in ogni via. Invece.

Parallelamente, la finanza locale s’espandeva a macchia d’olio, lo Stato “decentrava” i servizi alle amministrazioni periferiche: successivamente, iniziò a tagliare i fondi. Le amministrazioni locali, conseguentemente, iniziarono ad alzare le tasse locali ed a tagliare i servizi, fino a chiudere ospedali moderni. Rami secchi. Il cosiddetto “piano Brunetta” per la Sanità italiana (e la manovra di Tremonti) prevedono la non sostituzione di 8.000 – attenzione: ottomila! – medici che andranno in pensione nei prossimi anni. Altre fonti giungono ad ipotizzare un taglio di 17.000 medici.

Oggi, la frittata è fatta: è la guerra fra gli stegocrati e la popolazione italiana. Un governo centrale che deve succhiare continuamente denaro per mantenere gl’incerti equilibri parlamentari: poi, a cascata, la medesima situazione per regioni, province, comuni, circoscrizioni e comunità montane. Un esercito di un milione di persone che campa di politica e non risolve niente, se non ingrassare il proprio conto in banca e quello dei propri parenti. Tutto è stato sacrificato sull’altare della “governabilità”, persino la possibilità d’eleggere i propri rappresentanti senza doverli scegliere da una lista di “eletti”: l’Italia è diventata più “governabile”?

La scelta dei nani e delle ballerine pare sia quella d’aumentare, ancora una volta, l’età pensionabile: toccare i patrimoni? Ma non scherziamo. Quando sento parlare di “tagli alle auto blu” “alla politica” “ai voli di stato” la mano scende alla pistola, perché già li sento ronzare dalle parti del mio culo: questa volta, assistenza o previdenza? Entrambe? Non importa: basta che paghino i poveracci. Perché bisogna difendere l’euro.

Non sono mai stato un detrattore della moneta unica, perché aspettavo d’osservarne gli esiti: oggi, alla luce di quanto sta accadendo, la controproposta da fare a sir Mario Draghi doveva essere “E se ce ne andiamo dalla moneta unica?” Questa gente fa la voce grossa fin quando trova come interlocutori solo nani e ballerine: l’Argentina, rispose agli ispettori del FMI che potevano andarsene quando volevano, a patto che il viaggio lo pagassero i loro caporioni. E’ sprofondata nell’Atlantico Meridionale? Non ci sembra.

Smettiamola, per favore, con questo senso di colpa dei cosiddetti “PIIGS”: la situazione del debito USA è peggiore non solo di quella dei Paesi europei “poco virtuosi”, bensì della somma di tutti essi. Allora? Nella prima parte dell’articolo abbiamo spiegato che la situazione è l’ennesima guerra finanziaria fra blocchi, alla quale partecipa anche l’istituto di Francoforte: dobbiamo pagare anche questa guerra? Ci spaventano con mille input per un’eventuale ritorno alla Lira: cosa potrebbe succedere?

L’Italia, a quel punto, diventerebbe meno “appetibile” alla speculazione internazionale, poiché è l’euro che interessa, non una moneta minore di un Paese mezzo collassato. E dopo? Cosa ne avrebbero in cambio? Proviamo, invece, a meditare di riprendere il controllo – rigidamente allo Stato – dell’emissione monetaria, con il vantaggio (mica da poco!) di decidere noi una eventuale svalutazione: la Germania ci gioca sopra da tempo, poiché la moneta forte consente solo a pochi di reggere sul mercato delle esportazioni. In questo modo, tedeschi e francesi si sono già impadroniti della grande distribuzione, a parte Ipercoop e poco altro, e stanno allargando i loro interessi all’industria privata (Lactatis) e pubblica (Italcantieri). Cosa fanno, invece, nani e ballerine italiane?

Si riuniscono come dei congiurati a Ferragosto per decidere come stramazzare la popolazione: lo fanno da anni, sempre d’Estate. L’unico che, ancora, si lascia scappare d’aver capito cosa sta succedendo è Umberto Bossi: spiace dirlo, ma è così. Riferendosi alla famosa “lettera” della BCE, si è lasciato scappare: “Mi sa che quella lettera è stata scritta a Roma”. Mica scemo: sono le stesse “direttive” che Draghi emanava quando era “solo” Governatore della Banca d’Italia, e non della BCE in pectore. Ma chi vogliono prendere per il sedere?

A fronte di quel milione di persone che campano di politica e di corruzione, come rispondono nani e ballerine italiane? Casini afferma che Tremonti è da “ricoverare”, mentre Bersani studia – imbeccato da Napolitano – come “aiutare”. Di Pietro dice di non capire: non è una novità. Forza Sud non voterà leggi che danneggino il Sud, Forza Nord quelle che danneggino il Nord: il Centro, per definizione, sta al centro e si fa gli affari suoi. I Responsabili si mostrano disponibili: dipende dalla disponibilità di poltrone. Fini è “allibito”, Stracquadanio “basito”. Cosa faranno?

Per definizione, nani e ballerine sono servi: non hanno opinioni. Quando si prospetterà di non concedere più loro gli avanzi della mensa – niente più cosce di pollo mangiucchiate da rosicchiare, niente più monete per una fellatio a comando – si prostreranno ai loro padroni e continueranno a danzare chinando il capo, ossequienti. D’altro canto, il destino di nani e ballerine, giullari e cortigiane, è soltanto quello d’obbedire ai loro padroni: la sera con le danze nel salone del castello, la notte contorcendosi, a comando, sotto le coltri.

di: Carlo Bertani

L’ Olandese Volante

Il sacco d’Italia

I recenti attacchi speculativi che hanno preso di mira l’Italia segnano una perfetta soluzione di continuità rispetto a ciò che accadde nei primi anni ’90, nei mesi a cavallo tra la disintegrazione della Prima Repubblica e l’ascesa dei sedicenti “tecnici”.

Tempi in cui l’allora direttore della CIA William Webster ebbe a sottolineare pubblicamente che dal momento che l’Unione Sovietica era crollata, “Gli alleati politici e militari dell’America sono ora i suoi rivali economici”.

Tra le righe di tale affermazione si celava un non troppo velato vaticinio rispetto a ciò che sarebbe accaduto all’Italia, un paese politicamente instabile e privo di solidità strutturale dotato però di un ingente patrimonio industriale.

La profezia si avverò infatti nel 1992, anno in cui i verificarono gli attentati che stroncarono le vite di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (e rispettive scorte), imperversò l’improvviso vortice giudiziario scatenato dal pool milanese di “Mani Pulite” che risucchiò tra le proprie spire un’intera classe politica nata, cresciuta ed invecchiata all’ombra del Muro di Berlino, la conseguente privatizzazione – che sarebbe più appropriato definire svendita – dell’intero patrimonio industriale e bancario di stato e il violentissimo attacco alla lira.

Tangentopoli

Il 17 febbraio 1992 l’arresto della pedina Mario Chiesa innescò un impressionante effetto domino, una reazione a catena di politici, imprenditori, faccendieri e uomini d’affari che si decisero improvvisamente a vuotare il sacco.

Emerse un desolante ma arcinoto quadro fatto di clientelismi, tangenti, bustarelle, connivenze, contiguità e quant’altro che portò alla decapitazione e al conseguente disfacimento dei due storici partiti di governo, Democrazia Cristiana (DC) e Partito Socialista Italiano (PSI), crollati sotto i colpi di un’agguerritissima magistratura (con il procuratore Antonio Di Pietro in prima linea) sponsorizzata dalla consueta stampa (“La Repubblica”, “La Stampa”, “Corriere della Sera”) di riferimento dei poteri forti che monitoravano il corso degli eventi.

Nel frattempo, una congrega di rinnegati del comunismo e di transfughi della DC (Romano Prodi, Oscar Luigi Scalfaro ecc.) si attrezzava di tutto punto per “traghettare”, come Caronte, il paese in vista delle nuove elezioni, che in quel momento pareva dovessero celebrare il loro attesissimo successo.

 Gli attentati

Il 23 maggio 1992 Giovanni Falcone saltò per aria assieme a sua moglie e agli uomini della sua scorta nei pressi di Capaci e cinquantasette giorni dopo la stessa sorte toccò a Paolo Borsellino, anch’egli in compagnia della scorta.

Entrambi avevano processato e fatto incarcerare il braccio armato di “Cosa Nostra”, ma stavano anche risalendo le vie impervie destinate ad approdare agli storici intrecci che sono sempre intercorsi tra mafia e settori dello stato, dell’economia, della finanza e che hanno costantemente e pesantemente influenzato la storia politica d’Italia.

La mafia ha sempre svolto un ruolo attivo nel determinare gli equilibri politici italiani fin dal giorno in cui gli Stati Uniti si erano serviti dell’appoggio logistico fornito dai “picciotti” locali per agevolare lo sbarco alleato in Sicilia avvenuto nel luglio del 1943.

Da quel momento in poi la mafia è sempre stata regolare interlocutrice per i governi di qualsiasi colore ed è più volte scesa in capo per risolvere a modo suo questioni suscettibili di intaccare gli interessi di alti esponenti delle istituzioni (come nel caso degli omicidi del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e di Mino Pecorelli).

Nella logica bipolare della Guerra Fredda la mafia (come Gladio) ha indossato le vesti di bastione dell’atlantismo utile a sventare i pericoli di slittamento “rosso” in Italia.

A questo specifico fattore si deve il supporto fornito dalla politica ai suoi adepti  e il regolare coinvolgimento dell’intera organizzazione nei vari progetti di colpo di stato (golpe Borghese, piano Solo) tentati in Italia.

Una volta caduta l’Unione Sovietica, la mafia ha indubbiamente visto restringere la propria sfera di “competenze”, pur rimanendo un solido e fido alleato atlantico.

Il Britannia

Il 2 giugno 1992 il panfilo Britannia intento a trasportare la regina Elisabetta II e una nutrita schiera di finanzieri angloamericani (rappresentanti di Barclays, della Baring & Co., della Warburg, ecc.), gettò l’ancora al largo di Civitavecchia per permettere al gotha dell’industria e della finanza pubblica italiana di salire a bordo.

Salirono Beniamino Andreatta (ENI) e Riccardo Gallo (IRI), Mario Draghi (Direttore Generale del Tesoro) e Giovanni Bazoli (Ambroveneto), oltre ad altri illustri uomini d’affari.

Fatto più unico che raro che alti rappresentanti dell’industria e della finanza pubblica italiana si ritrovassero  a bordo del panfilo di Sua Maestà la Regina d’Inghilterra a discutere coi loro potenziali acquirenti dei destini da riservare all’ingente patrimonio di stato, stimato in decine e decine di miliardi di dollari.

E’ obiettivamente presumibile che la trattativa si concluse con un accordo, dal momento che nell’arco di pochi anni la finanza anglosassone ebbe modo di mettere le mani sul 48% delle aziende italiane, come IRI, Enel, ENI, Telecom, Comit, Buitoni, Locatelli, Ferrarelle, Perugina, Galbani, Negroni.

I pochi giornali che si degnarono di sottrarre qualche angusto spazio a Tangentopoli per dedicarlo all’operazione in questione non esitarono comunque ad addurre deboli e inconsistenti legittimazioni all’operazione.

Furono tirati in ballo l’elevato debito pubblico e la necessità di aprire le frontiere ai mercati, ovvero motivazioni prive di alcun fondamento che non tardarono a rivelarsi come tali.

La privatizzazione delle aziende pubbliche consentì infatti all’erario di incassare la cifra di 198.000 miliardi di lire (8% del debito) a fronte dei 2.500.000 miliardi di lire di debito e comportò un’accentramento di potere in mano a sparute oligarchie che andarono a formare veri e propri cartelli, destinati inesorabilmente a distruggere la concorrenza.

L’attacco alla lira

Nei giorni successivi alla riunione sul Britannia si insediò il governo presieduto da Giuliano Amato.

In puntuale corrispondenza dell’insediamento, l’agenzia di rating Moody’s decise di retrocedere drasticamente l’Italia in forza dei mancati tagli di bilancio e dell’ostinata politica assistenziale portata avanti dai passati governi.

Questa scelta improvvisa fu varata di punto in bianco nonostante i dati relativi al deficit fossero pressoché inalterati da un paio d’anni.

Amato corse immediatamente ai ripari, disponendo di colpo un cospicuo innalzamento dei tassi di interesse sui buoni del tesoro per evitare che i mercati si interrogassero, riflessivi come sono, sull’instabilità italiana e si abbandonassero alle più rapaci operazioni speculative.

All’epoca il dollaro galleggiava ai minimi storici sul marco tedesco mentre la lira arrancava nella disperata rincorsa ai parametri fissati dal Sistema Monetario Europeo (SME).

In questo desolante contesto, il governo Amato e Bankitalia decisero di comune accordo di accedere al credito illimitato concesso momentaneamente dalla Bundesbank, allo scopo di difendere la lira dalle torve manovre speculative internazionali senza ricorrere alla svalutazione.

La corpose iniezioni di denaro parvero però non frenare la pericolosissima inerzia innescatasi, cosa che spinse la Germania a chiudere i rubinetti finanziari abbandonando così la lira al suo destino.

La svalutazione si rivelò ben presto l’ultima carta da giocare e infatti la lira subì in breve tempo un deprezzamento del 7% e fu costretta ad uscire dallo SME.

Nei quattro anni successivi la valuta italiana fu svalutata del 30% rispetto al dollaro.

Dietro la colossale manovra speculativa si celavano i soliti noti della finanza internazionale, ovvero il gruppo Rotschild, le banche d’affari Goldman Sachs e Merrill Lynch e soprattutto il magnate popperiano George Soros, il quale usufruì del fiume di denaro anticipatogli dalla Goldman Sachs per l’acquisto all’estero di lire deprezzate da rivendere poi in Italia alla massima quotazione.

Si trattò di una tecnica consolidata cui il facoltoso uomo d’affari in questione ha ripetutamente fatto ricorso negli anni, quella di orchestrare crisi valutarie per mezzo dei propri ingenti fondi al fine di acquistare in dollari i capitali a prezzi  minorati.

Della svalutazione della lira non beneficiarono tuttavia solo George Soros e le banche d’affari anglosassoni, ma tanti altri operatori della finanza che ebbero così la possibilità di approfittare dell’allora vantaggiosissima situazione di cambio lira – dollaro per accaparrarsi gran parte del patrimonio bancario e industriale di stato a prezzi oscenamente bassi.

Conclusioni

Le ricostruzioni dei fatti rese dai principali organi di informazione e le indagini condotte dalla magistratura  sono tutte incardinate sulla tesi che non sia esistito alcun filo conduttore tra gli eventi destabilizzanti di cui è stato oggetto il paese.

Giornalisti e intellettuali assai in voga tentano ancora oggi di leggere la “stagione” di Tangentopoli come una semplice campagna giudiziaria volta a smantellare il sistema endemicamente corrotto che attanagliava l’Italia e attribuire gli attentati del 1992 all’esclusiva smania sanguinaria dei corleonesi assecondata da qualche settore, rigorosamente “deviato”, dello stato.

Della crociera del Britannia non si è invece mai parlato seriamente, quasi si trattasse di cronaca locale di quart’ordine.

Tuttavia, nel corso di un’intervista resa al quotidiano romano “Il Tempo” il 6 dicembre 1996, l’ex Ministro dell’Interno Vincenzo Scotti spiegò che nel febbraio 1992 i servizi segreti e il capo della polizia Vincenzo Parisi avevano redatto e fatto pervenire sulla sua scrivania un rapporto in cui erano sommariamente elencate e descritte le modalità di un imminente piano di destabilizzazione politico, sociale ed economico dell’Italia, orchestrato da svariate forze internazionali in combutta con alcune potenti lobby finanziarie.

Il piano in questione, secondo quanto affermato da Scotti, comprendeva attacchi diretti di varia natura ad alti rappresentanti delle istituzioni e al patrimonio industriale e bancario di stato.

Sbalorditivo come ogni singola tessera si inserisca perfettamente nel mosaico indicato da Scotti.

Una classe politica completamente screditata e conseguentemente sepolta sotto la campagna giudiziaria “Mani Pulite” portata avanti da una magistratura che ha agito con modalità decisamente discutibili e una tempistica assai sospetta e sotto la clamorosa impotenza dimostrata nei confronti della mafia, che mai come allora era parsa tanto potente.

Le colossali inadeguatezza della classe politica italiana portarono all’inevitabile esautorazione degli esponenti del cosiddetto “pentapartito” (DC, PLI, PSI, PSDI, PRI) retto sull’asse DC – PSI e alla loro sostituzione con i trasformisti del comunismo, che hanno a loro volta dato vita a governi i cui incarichi di punta sono regolarmente stati affidati a quegli stessi tecnocrati presenti alla crociera sul Britannia e ad altri ben noti elementi come Romano Prodi (ex senior advisor della Goldman Sachs), Carlo Azeglio Ciampi (lo strenuo “difensore” della lira), Tommaso Padoa Schioppa (membro attivo, oggi defunto, di Eurolandia) e Giuliano Amato (“dottor sottile”), personaggi sul cui operato e sulle cui “amicizie” urgerebbe più che mai far ampia luce.

Malgrado i risultati prodotti da questa linea politica siano sotto gli occhi di tutti, i tecnici (Mario Draghi in primis)  continuano attualmente a godere di una popolarità e di un gradimento tanto invidiabile quanto discutibile.

Qualche riflessione al riguardo è stato fatta da Bettino Craxi, in un passo che è opportuno riportare per intero:  “Sarebbe interessante riuscire a ricostruire, almeno in parte limitata, la lista dei maggiori soggetti, internazionali e nazionali, che parteciparono allora alla grande manovra speculativa.

E’ evidente che nelle acque della speculazione si mossero a proprio agio anche astuti squali della finanza italiana e forse anche banche nazionali, presumibilmente tutti bene informati di dove si sarebbe andati a finire.

Secondo notizie di stampa, uno degli operatori internazionali sarebbe stato il solito Soros, finanziere americano di larghe vedute e di grandi possibilità, quello che ebbe a dire che l’Italia era un “Boccone ghiotto”.

Speculando contro la lira, sempre secondo queste notizie, avrebbero realizzato in quattro e quattr’otto utili intorno ai 280 milioni di dollari, con un investimento di 50 milioni (…).

Tutto questo naturalmente  è finito di corsa in cavalleria. Nessuno si è mai preoccupato di ricostruire la stravagante e singolarissima vicenda, e di chiederne conto agli autori che, con la loro condotta inadeguata, furono responsabili di un autentico disastro finanziario.

Alcuni di loro appartengono semmai al gruppo di quanti vediamo sempre, ancora oggi, candidati a tutto e circondati da aureole di olimpica sacralità.

Un brutto vezzo di un “Bel Paese”.

Uno di loro, che di quella assurda e inspiegabile strategia della sconfitta fu il principale responsabile [Ciampi], fu poco dopo persino premiato con la carica di presidente del Consiglio e ancora oggi è nientemeno che il ministro del Tesoro, che pontifica sul risanamento delle finanze pubbliche che, almeno in quel caso, certo non secondario, ha contribuito non poco a dilapidare.

Ma, come vediamo, quello che succede in Italia non succederebbe in nessuna democrazia e in nessuna società industriale avanzata del mondo”.

Craxi è scappato ad Hammamet per non finire in galera, ma i suoi rilievi vanno valutati con il metro della realtà e la realtà non si discosta di molto dalla sua sommaria descrizione.

Tuttavia i crimini commessi da noti esponenti del suo partito (e di altri partiti) hanno assolto quei politici che non avevano ricoperto alcun incarico di governo e conferito alla sedicente “sinistra” un prestigio assolutamente immeritato.

L’analisi delle responsabilità politiche ha così ceduto il campo al giudizio moralistico sulle virtù di alcuni e sui vizi degli altri.

Tutto il resto è relegato in secondo piano.

FONTE: Conflittiestrategie

Un complotto contro Berlusconi: i poteri forti puntano su Mario Monti

di: Paolo Bracalini

Incontro segreto a Milano con De Benedetti, Prodi e i banchieri Passera, Bazoli e Caloia. Lo sdegno di Antonio Martino: “Questa sinistra ama i colpi di Stato”. Fini “candida” Maroni: fai fuori il Cavaliere e avrai i voti di Fli, Udc e Pd. Ma la Lega gela i congiurati: fedeli al Cav

Roma - Sotto lo stile british c’è un certo attivismo italiano, ambizioni che il Professore (sorta di nuovo Prodi) coltiva con discrezione e costanza. A Roma si è dato parecchio da fare negli ultimi tempi, Mario Monti. Una presidenza del Consiglio sarebbe il coronamento meritato per una carriera eccezionale, tra accademia (è presidente della Bocconi) e istituzioni (la Ue, di cui è stato non dimenticato commissario). L’economista gode di sponsor pesanti. A cominciare dal capo dello Stato, che ha già espresso il suo gradimento circa l’ipotesi di un governo di transizione sotto la guida di Monti.

Questo basterebbe già a farne il candidato per eccellenza di un post governo Berlusconi. Ma la sfera d’influenza del bocconiano va oltre, arriva in altre stanze dei bottoni, quelle dei grandi banchieri e imprenditori (alcuni dei quali anche editori, cosa che non guasta in vista dell’operazione). Gli stessi che ha ritrovato in prima fila l’altro giorno a Milano (lo nota La Stampa) ad ascoltare l’ex premier Prodi. Cioè Giovanni Bazoli, presidente di Intesa San Paolo (grande azionista di Rcs-Corriere della sera, di cui Monti è editorialista), Corrado Passera, ad di Intesa, Angelo Caloia, banchiere cattolico, ex Ior, e poi Carlo De Benedetti, capo della Cir e gran promotore – tramite Repubblica, spesso con esiti nefasti – di candidati leader del centrosinistra.

Il Corriere è la vetrina di Monti, Paolo Mieli un suo autorevole sponsor, ma anche Repubblica sembra aver messo gli occhi sul professore, specie da quando Scalfari e De Benedetti hanno messo una lapide (lunga quanto le articolesse del fondatore) sulla carta Tremonti, come asso per far fuori Berlusconi.

Da tre a un solo Monti, uno che – per usare le parole dell’ingegnere in una recente intervista a Die Zeit – «potrebbe guidare l’opposizione con successo, tutto il centrosinistra vuole Monti. Gode di prestigio a livello mondiale, potrebbe ridare all’Italia il rispetto che merita». «Meglio un Monti di Tre-monti» ha detto la Bindi, lasciando al Colle «la decisione» su quel nome «autorevolissimo».

Una concentrazione di poteri, politici e finanziari, ha individuato chiaramente in Monti l’uomo da portare a Palazzo Chigi. Con la partenza di Mario Draghi per la Bce, siamo quasi al candidato unico. L’economista attende una «chiamata», ma nel frattempo si muove. Va ospite della Annunziata su Raitre.

Incontra Casini ed Enrico Letta, altro colonnello del Pd che insieme a D’Alema e Veltroni si augura un governo Monti, con due priorità: legge elettorale e manovrona fiscale.

Ma si vocifera di un’altra sponda, meno scontata. La Lega, in particolare Maroni, avrebbe espresso il suo assenso a Monti premier, in un incontro di un mesetto fa, come nome gradito al Colle, quindi sempre nell’ottica leghista di assecondare le preferenze di Napolitano. Una soluzione diametralmente opposta alle tesi ufficiali del Carroccio, che esclude sempre «pasticci da prima Repubblica», perché l’unico governo valido è quello «votato dalla gente». Su questo però non mancano le uscite sibilline, come quando Bossi disse che se «l’opposizione vuole il governo tecnico ne deve parlare con me», una specie di disponibilità, almeno così si può interpretare. Possibile sia un altro dei tavoli aperti dalla diplomazia leghista, con Bobo nelle vesti di ambasciatore (specie col Pd), quando non in quelle di candidato premier.

Ma un governo Monti avrebbe più simpatie in quegli ambienti finanziari internazionali che già hanno accolto il professore nel loro gotha.

Di Goldman Sachs Monti è stato advisor (e prima di lui Prodi, che ora lo acclama: «Se le cose volgono al peggio per te sarà difficile tirarti indietro»), mentre è chairman europeo della crème dei cosiddetti poteri forti internazionali, la Trilateral Commission, una sorta di sinedrio finanziario globale, fondato anni addietro da Rockfeller. Nello european group ci sono anche Enrico Letta, Carlo Pesenti (anche lui azionista di Rcs), John Elkann (idem). Tutti «europeisti tecnocratici», li ha definiti qualcuno, ma che insieme ai banchieri tirano la volata al loro uomo per il dopo (quanto prima) Berlusconi.

FONTE: Il Giornale

Il nuovo attacco alla CASTA nasconde il progetto di governo tecnico direttamente gestito dai mercati

di: Rodolfo Ricci

Come già accaduto in altre situazioni critiche nel recente passato, in Italia si è di nuovo scatenata la grande campagna contro la casta politica: la pagina su facebook, creata tre giorni fa e gestita, sembra, da un ex dipendente di Montecitorio nel frattempo licenziato (che si presenta con lo pseudonimo di Spider Truman) ha acquisito in 60 ora di presenza sul web, oltre 200 mila contatti.

Nella pagina sono state pubblicate una serie di indiscrezioni e di documenti che danno un quadro impressionante e desolante dei privilegi dei parlamentari e che diventano, in occasione del varo della ennesima manovra lacrime e sangue di 80 miliardi di Euro per placare il grande Minotauro -“i mercati”- e la grande finanza speculativa mondiale, un vero e proprio giustificato incitamento alla protesta.

L’operazione, è parte di una campagna molto ben supportata da diversi importanti media e organi di stampa (vedi La Repubblica, e il TG3, fra gli altri), che cerca di orientare il malcontento contro la classe politica e in particolare contro la maggioranza berlusconiana che, ponendo la fiducia, ha rifiutato di approvare, tra gli altri, un emendamento del PD che mirava alla riduzione dei costi della politica.

Questo emendamento, riduceva i costi della politica di 80 milioni di Euro circa, a fronte di un costo complessivo della politica in Italia stimato tra i 4 e i 5 miliardi all’anno. Quindi, ben poca cosa, anche se ovviamente superiore ai 7 milioni di Euro che la maggioranza si è autoridotta con la manovra, essenzialmente attraverso una norma che riduce l’uso delle auto-blu.

Una riduzione utile dei costi della politica, in un frangente come quello attuale, dovrebbe essere di ben altro spessore: almento 500 milioni / un miliardo, altrimenti, su un piano di contribuzione alla riduzione del debito pubblico, serve davvero a poco ed è essenzialmente demagogica.

Non è stato invece evidenziato da nessuno o da pochissimi, che tra gli emendamenti del PD, ve ne era uno, decisivo, che mirava allo smembramento della SNAM rete gas dall’ENI, e la messa sul mercato quindi, della parte più redditizia della multinazionale energetica a partecipazione pubblica; lo stesso emendamento conteneva la proposta di mettere sul mercato tutte le quote eccedenti il 20% di proprietà pubblica di ENI, Enel, Poste, Ferrovie e Finmeccanica e di privatizzare totalmente le circa 20.000 imprese partecipate degli enti locali (regioni, provincie, comuni, ecc.), secondo la visione salvifica della crisi del debito italiano, offerta da Enrico Letta, nella sua intervista a La Repubblica dell’11 luglio.

Questa proposta è pienamente condivisa da Gianfranco Fini, Pierferdinando Casini, che la aveva già fatta intravedere in un suo intervento di poco più di un mese fa (“stiamo lavorando ad un grande piano per la salvezza dell’Italia”) e pare corrispondere anche agli intendimenti di D’Alema, che di privatizzazioni se ne intende. Non è invece condiviso da Fassina, responsabile economico del PD, le cui posizioni sono tuttavia messe in sordina dall’apparato mediatico e praticamente ininfluenti. Questo distinguo di un esponente della segreteria, pone tuttavia la necessità di un chiarimento pubblico ed interno sui reali orientamenti del PD, che per serietà non dovrebbe essere rimandato.

Il progetto lettiano, casinian-finiano, si traduce nel governo tecnico direttamente gestito dai mercati

La nuova e giustificata attenzione alla casta sottoposta a un pubblico processo, analogamente a quanto avvenne agli inizi degli anni ’90, mette in secondo piano (anzi nasconde completamente), i reali obiettivi che ci sono dietro: si tratta del governo tecnico di salvezza nazionale a guida di primari esponenti del mondo finanziario (per esempio, Mario Monti) che dovrebbe succedere a quello di un Berlusconi in pieno disfacimento, ai quali, chissà perchè, viene riconosciuta una superiorità antropologica ed etica rispetto agli esponenti politici.

Ma se la politica sta semplicemente facendo (con questa manovra e con le successive già imminenti) ciò che gli viene chiesto dai mercati (e non dalla gente che dovrebbe rappresentare), come è possibile un giudizio di questo genere ? 

Il perchè consiste semplicemente nel fatto che il vero obiettivo dell’operazione è portare al governo direttamente, senza alcuna mediazione, gli esponenti di questo mondo, in modo che si possa procedere alla rapida svendita di tutti i beni pubblici e di ciò che resta delle grandi aziende di stato, secondo il progetto lettiano e mettendo in totale discussione lo spirito dei risultati referendari di solo un mese fa.

Che questa ipotesi di salvezza nazionale sia destinata al fallimento in partenza è dimostrato dal fatto che ogni politica di privatizzazione adottata degli ultimi 20 anni non ha portato alcun beneficio, se non provvisorio, alla riduzione del debito che anzi, a partire da queste scelte, è sempre aumentato. Ogni grande privatizzazione si è tradotta e si tradurrà concretamente solo in un trasferimento di enormi valori alla dinamica speculativa della finanza mondiale. (in proposito si veda l’effetto odierno, addirittura negativo, della megamanovra nel giudizio di mercati, che, stanto all’ulteriore aumento della differenza di spread tra titoli italiani e tedeschi, si permettono di ignorarla, attendono invece un cambio di governo, cioè il governo annunciato da Letta).

Trasferimenti dallo Stato al privato, dai cittadini alle grandi famiglie delle banche di investimento e dei fondi speculativi, che, in mancanza di essi, crollerebbero.

In questo momento, il messaggio alla casta politica, in subbuglio e per certi versi riottosa ad eseguire i nuovi dictat del mercato, non per suo merito, ma essenzialmente per la sua insita natura clientelare e corporativa, è il seguente:

O fate i bravi, oppure sarete tutti scalzati via in un solo attimo.
Crediamo che non ci si debba prestare a questo giochetto. Se la politica è diventata un’ancella dei poteri economici, e scambia questa funzione con corruzione e privilegi, la soluzione del problema non sta nella sua eliminazione e nella devoluzione del suo potere ai mercati, ma nella ricostruzione di una reale ed effettiva democrazia e di una nuova politica partecipata: la parola d’ordine di un progetto politico alternativo è quindi “fuori la casta, ma fuori anche i poteri ad essa sovrastanti”: lobbies economico-finanziarie, tecnocrati e rappresentanti vari delle oligarchie della rendita.
L’alternativa è cioè nella sconfitta di un progetto di risanamento pubblico guidato secondo i paradigmi monetaristi e neoliberisti, comunque esso si presenti, sia se a dirigerlo siano i rappresentanti delle lobbies reazionarie di quella che, come sosteneva Pasolini, è la borghesia più ignorante d’Europa (quella italiana, con il suo PDL, con la sua Lega, e con la new economy criminale delle mafie), sia se a dirigerlo si candidino quelli che rappresentano i poteri transnazionali della finanza globalizzata che nessuno ha mai eletto (FMI, Banca Centrale Europea, Commissione Europea) e i relativi circoli di compensazione (meta-massonerie come il gruppo Bilderberg, la Commissione Trilaterale, l’Aspen Institute), la cui affidabilità è storicamente nota e a cui fa riferimento parte del PD.

Non cadiamo nel grande trabocchetto che si sta preparando.

Bisogna rilanciare la proposta di democrazia partecipata e diffusa. Il futuro di più generazioni dipenda dall’esito di questa fase. E riguarda il 90% del popolo italiano nel suo insieme. Che sia di ispirazioni ideali di sinistra, o di centro, o di destra.

Ad una trasversalità bipartisan dei poteri bisogna opporre una trasversalità dei beni pubblici e della partecipazione popolare come è avvenuto ed avviene in Val di Susa e come è avvenuto per i referendum contro il nucleare e per l’acqua pubblica, il cui esito dimostra che vi è una maturità del corpo elettorale che trascende le divisioni tradizionali e su cui può essere ricostruito un patto sociale nazionale.

Bisogna rapidamente costruire una nuova soggettività politica e sociale capace di rappresentare questa novità e di conciliare le urgenze strutturali – che si risolvono solo con una vasta ridistribuzione del reddito nazionale effettuata anche per via retroattiva -, con l’ampia tematica dei diritti (dal lavoro, ai generi, ai gay, ai migranti, ecc.), in modo da chiudere gli spazi di manovra a possibili sbocchi autoritari.

Qui gli emendamenti presentati dal PD: evidenziato in giallo l’emendamento citato nell’articolo.

Fonte: SINISTRAINRETE

Prima si salva l’euro…poi il popolo ellenico

L’euro ha ormai distrutto l’economia e le politiche sociali della Grecia. Sarkozy ha impugnato il tridente e si appresta a fulminare il Partenone.

Finiti i motti nazionali come “Patria, famiglia, Lavoro” – tanto per dirne uno – oramai l’asse Carolingio, protettore dell’ideologia unione-europeista impone : “Unità, Euro, liberalismo” per un’Europa prospera, libera e benestante.Tuttavia da quando i Paesi hanno firmato il Trattato di Maastricht e soppresso la moneta nazionale a discapito di una cartastraccia uniforme, sono meno prosperi e meno liberi di prima. I popoli rabbiosi e “indignati” nel vedere scomparire i risparmi di una vita, il patrimonio personale svendersi, e la morte lenta dello Stato-nazione si stanno mobilitando e continuano a farlo già da qualche settimana . In Grecia infatti, le proteste dinanzi al Parlamento di Atene stanno facendo tremare le élites euro-mondialiste.

L’incontro Sarkozy-Merkel, riunitosi ieri a Berlino, ha interessato la stampa francese e internazionale poiché il punto cardinale del vertice è stato il piano di salvataggio dell’euro (mascherato come salvataggio della Grecia). I giornali francesi come Le Figaro, Le Monde, Libération e L’express, si sono limitati a riportare la notizia, senza aprire però il dibattito sulle problematiche fondamentali che spaventano i guardiani della “doxa monetaria euro”, ovvero : Quanto costa ai popoli mantenere l’euro? Perché l’euro ad ogni costo? L’euro non è stato un errore? Questi sono probabilmente titoli di giornale che non vedremo mai nei quotidiani europei, questioni che tuttavia andrebbero approfondite poiché sono sempre più numerosi gli economisti che confermano il fallimento dell’Eurozona o che pronosticano una fallita della moneta unica nei prossimi anni.

E al vertice di ieri a Berlino la prassi è stata identica: la cancelliera e Sarkozy, hanno pensato a come salvare l’euro, l’ipotesi di uno smantellamento dell’Eurozona non è stato abbordato poiché le cure mediche prescritte invitano, su base volontaria, il settore privato – banche, assicurazioni, e fondi d’investimento – a partecipare all’iniziativa di salvataggio, inserendosi nel mercato economico e acquistando il debito greco. Forti sono state le critiche di Marine Le Pen, presidentessa del Fronte Nazionale, che ha invitato il capo dell’Eliseo, definito nel suo proclama, “Ayatollah dell’Euro”, a riconoscere il fallimento assoluto della moneta unica. Nel suo comunicato stampa ha continuato spiegando che è inutile attuare versamenti di decine di miliardi di euro nel buco del debito pubblico greco, poiché la Grecia non ci guadagnerebbe nulla, e a perderci saranno gli interessi della Francia e dei suoi cittadini.

La Grecia, deve quindi ridare alla sua Banca Centrale il potere di battere la Dracma, quindi riacquisire la sua moneta nazionale, svalutarla progressivamente al fine di dare ossigeno ai mercati e all’economia. E’ il momento che gli ellenici si riprendano il loro passato e il loro futuro, Bruxelles o vertici franco-tedeschi non possono decidere le sorti di una penisola che ha scritto la storia della nostra Europa, allora gridiamo : Pame Hellas!( Forza Grecia!).

di: Sebastiano Caputo

Rinascita.eu

In Svizzera il conclave dei potenti

L’annuale riunione a porte chiuse del gruppo Bilderberg si terrà dal 9 al 12 a St.Moritz


Si terrà dal 9 al 12 giugno a St.Moritz, in Svizzera, la riunione del gruppo Bilderberg, il conclave che ogni anno, dal 1954, raccoglie l’élite economica, politica e militare occidentale per discutere a porte chiuse, nella massima riservatezza, dei principali problemi globali del momento e delle politiche da promuovere nelle sedi internazionali ufficiali (Ue, Fmi, G8, G20, ecc).

Grand Hotel Kempinski (foto) o all’Hotel Suvretta House (foto). Ma, visti gli ordini del giorno dei passati meeting, è facile immaginare che si parlerà di guerra in Libia e di rivoluzione in Siria, di Afghanistan e Pakistan, di crisi economica e prezzo del petrolio e, se non sarà già stata decisa, della successione di Strauss-Kahn alla guida del Fondo monetario internazionale.

Giovani socialisti grigionesi hanno già presentato alle autorità cantonali la richiesta di tenere una manifestazione anti-Bilderberg l’11 giugno a St. Moritz, all’insegna dello slogan‘L’essere umano prima del mercato – Osare più democrazia”. Ma, viste le rigidissime misure di sicurezza solitamente adottate in occasione di questi summit, è difficile che la protesta verrà autorizzata.

A parte questo, l’unica voce critica alzatasi contro il summit globalista è quella di Dominique Baettig, parlamentare della destra nazionalista dell’Udc-Svp (quella delle campagne xenofobe contro i minareti e contro gli immigrati italiani), lo stesso personaggio che a febbraio costrinse Bush ad annullare la sua visita in Svizzera dopo aver chiesto al governo elvetico di arrestare l’ex presidente Usa per crimini di guerra.

Baettig ha scritto una lettera al Dipartimento federale di giustizia e polizia, stigmatizzando anche stavolta il fatto che diversi partecipanti all’incontro – dallo stesso George Bush, al suo ex vice Dick Cheney all’inossidabile Henry Kissinger – sono responsabili di crimini di guerra e contro l’umanità, e denunciando quelli che, a suo dire, sono gli obiettivi dell’élite riunita dal Bilderberg.

”Questo discreto ma influente gruppo promuove un modello sociale ultraliberista con una moneta unica mondiale e l’Fmi come tesoriere” – scrive Baettig – ”gioca con le paure globalizzate, manipolando i mass media controllati, per imporre terapie d’urto dagli effetti sociali devastanti” che ”favoriscono l’indebitamento degli Stati nei confronti delle banche”.

”Privatizzano eserciti e polizie, pianificano azioni contro Stati sovrani” e ”programmano la fine della democrazia, con lo spostamento del potere dagli Stati a istituzioni sovranazionali non elette”.

Se queste innegabili tendenze globali siano o meno frutto di decisioni prese a tavolino durante gli incontri del Bilderberg lo sa solo chi vi prende parte. Da quando questa organizzazione privata, lo scorso anno, ha deciso di uscire dall’ombra con la pubblicazione di un sito web ufficiale si conoscono i nomi dei partecipanti* e gli ordini del giorno, ma non le decisioni prese: quelle rimangono coperte dal massimo riserbo.

Le personalità italiane che, secondo le liste ufficiali, hanno partecipato agli ultimi incontri del Bilderberg sono Mario Draghi, Romano Prodi, Mario Monti, Paolo Scaroni, Tommaso Padoa-Schioppa, John Elkann, Franco Bernabè, Domenico Siniscalco, Fulvio Conti e Gianfelice Rocca.

di: Enrico Piovesana

PeaceReporter.net

L’armata Bundesbank

Una volta, per abolire la costituzione di un paese bisognava invaderlo, occuparlo militarmente. Oggi basta assoggettarlo con le cambiali.


Là dove 70 anni fa la possente Wehrmacht aveva fallito è riuscita oggi la discreta Bundesbank. Un tempo i principati si conquistavano con le armate, oggi bastano gli ultimatum dei creditori. I banchieri tedeschi impongono la loro dura legge con la stessa prussiana sicumera degli Junker guglielmini, i von Moltke e gli Hindenburg. Gli invisibili gnomi di Francoforte hanno piegato nazioni dove le divisioni tedesche non erano mai arrivate, come Irlanda e Portogallo. In altre, come la Grecia, hanno risvegliato duri ricordi.
Come chiamare altrimenti quel che sta avvenendo nel nostro continente? Siamo talmente presi a seguire le cabrate dell’imperialismo Nato, i tonneau dei Mirages di Nicolas Sarkozy, le picchiate dei Tornado di David Cameron, da perdere di vista il pugno d’acciaio con cui la Germania unificata di Angela Merkel impone le sue regole draconiane. Una volta, per abolire la costituzione di un paese e privarlo della sua sovranità bisognava invaderlo, occuparlo militarmente. Oggi Grecia, Irlanda e Portogallo sono state assoggettate dalle cambiali. Perché assoggettate? Perché qualunque governo gli elettori abbiano scelto, qualunque politica abbiano votato, devono comunque sottostare alle condizioni della Banca centrale europea, devono decurtarsi gli stipendi, dimezzare le pensioni, privarsi della sanità pubblica, chiudere scuole, biblioteche, ospedali. Come riferiva il Wall street Journal di ieri, gli stipendi della funzione pubblica in Grecia sono stati tagliati fino al 25%. E cosa possono fare i greci oltre che protestare invano? Qui sta la grande differenza con l’invasione armata: che questa volta i paesi occupati hanno abdicato alla propria sovranità senza fiatare. E contro chi vuoi resistere? Contro uno sportello di banca? In quale maquis ti puoi arruolare? Tra gli indomiti debitori morosi?
Perché il problema è questo: i banchieri che t’impongono l’austerità non sono stati eletti da nessuno, nessuno li può mandare a casa. Cosa può fare contro Jean-Claude Trichet (e domani contro Mario Draghi) un greco o un portoghese o un irlandese? Non c’è nessun governo eletto da far cadere. Altro che Europa del capitale! Stiamo assistendo a una dittatura informale del capitalismo (un po’ come “informale” era detto l’imperialismo Usa). In Europa la sovranità popolare non ha mai avuto grandi quotazioni, ma adesso è stata proprio degradata a «titolo spazzatura». Ogni volta che ci parlano del «popolo sovrano» ci sentiamo presi in giro. Mai come oggi si pone un problema di democrazia. Ci vorrebbe una «primavera europea», altro che «primavere arabe».
I finanzieri non devono rispondere a nessuno, neanche ai loro azionisti: tanto, se mandano in rovina le proprie banche, ci pensano i provvidi governi a salvarle. Infatti due anni fa le banche erano messe assai peggio di Grecia o Portogallo, ma questi templi della «razionalità del mercato» furono considerati too big to fail, troppo grandi per lasciarli fallire, e così gli Stati uniti cacciarono più di 3.000 miliardi di dollari per «confortarli» (relief). E la Germania fu altrettanto prodiga verso i propri istituti di credito, anche se con più discrezione. Tutte queste banche sono state salvate con i nostri soldi. Invece Portogallo e Grecia sono evidentemente too small to save. Ma non sarebbe il caso ora di salvare noi con i soldi delle banche?
Certo, il problema non si limita all’Europa dell’euro. Disoccupati, pensionati e pubblici dipendenti inglesi stanno pagando con lacrime e sangue le sovvenzioni elargite alla Royal Bank of Scotland e ai Lloyds (una ragione non secondaria del trionfo degli indipendentisti scozzesi alle ultime, recenti elezioni).
E poi c’è un versante che nemmeno la potente Germania controlla. Un tempo c’era sempre un esercito (o una flotta) più potente del tuo, come tante volte ha sperimentato la Germania. Oggi c’è sempre un capitalismo più forte del tuo. È quello delle agenzie di rating, Moody’s e Standard & Poor’s. Le agenzie di rating assegnano voti ai debitori: peggiore il voto, più alto è considerato il rischio, quindi più alta deve essere la remunerazione di chi presta e quindi più salati gli interessi pagati sul proprio debito.
Il problema è che queste agenzie di rating sono imprese private, possiedute da privati, spesso proprietari di Hedge Funds: il 19,1% delle azioni di Moody’s appartiene all’«oracolo di Omaha», Warren Buffett, il secondo uomo più ricco d’America, che specula sui debiti cui la sua Moody’s assegna i voti (ratings). Anche qui, un 81enne miliardario del Nebraska determina se tua nonna perderà la pensione a Portogruaro o Ariano Irpino. Di nuovo un problema di democrazia.
Ma vi è anche un problema di sinistra europea. Ancor più della tracotanza teutonica, colpisce l’indifferenza con cui le varie sinistre europee hanno accolto questo esercizio di dispotismo finanziario. Come se la faccenda non riguardasse noi italiani (o i francesi che se la stanno facendo sotto all’idea di perdere la tripla AAA di rating). Non vorremmo essere costretti tutti a parafrasare la famosa sentenza del pastore Martin Niemöller: «Prima se la presero con i greci, ma io non protestai perché non ero greco. Poi se la presero con gli irlandesi. Ma non protestai perché non ero irlandese. Poi se la presero con i portoghesi, ma non protestai perché non ero portoghese….. Quando poi se la sono presa con me, non c’era rimasto nessuno a difendermi».

di: Marco D’Eramo

 IlManifesto.it

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