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“Monti è uno dei nostri, quando è stato nominato eravamo riuniti”

Carlo Tecce per il “Fatto quotidiano

Vuol sapere un segreto?”, dice Carlo Secchi con la voce impastata durante un’ora di colloquio a murare domande e tramandare leggende. La Commissione Trilateral, origine americana e desideri di tecnocrazia, dollari e diplomazia, maneggia sapientemente i segreti. Secchi è il presidente italiano, nonché ex rettore all’Università Bocconi e consigliere d’amministrazione di sei società quotate in Borsa tra cui Italcementi, Mediaset e Pirelli: “Quando il nostro reggente europeo Mario Monti ha ricevuto l’incarico dal Quirinale, e stava per formare il governo, noi eravamo riuniti: curiosa coincidenza, non l’abbiamo scelto noi”. Questo è un tentativo di respingere i complotti che inseguono la Commissione.

Monti premier, promosso o bocciato?

La Trilateral guarda l’Italia con grande interesse. Tutti sono contenti e ammirati per il lavoro di Mario Monti. È inevitabile che ci sia un’ottima considerazione del premier, che è stato un apprezzato presidente del gruppo europeo.

Prima osservava e giudicava, ora è osservato e viene giudicato.

Ovviamente i princìpi di fondo – su economia, finanza, riforme, bilancio, sviluppo – sono ancora condivisi. Mario non li ha rinnegati: c’è continuità fra il Monti in Commissione Trilateral e il Monti a Palazzo Chigi.

È un fatto positivo. Non è l’unico che passa per le nostre stanze: da Jimmy Carter a Bill Clinton, da Romano Prodi fino al greco Lucas Papademos.

Cos’è la Trilateral?

Una storia di quarant’anni, a breve onoreremo l’intuizione del banchiere David Rockefeller e le visioni di Henry Kissinger. Avevamo una struttura tripolare che rispettava i poteri di un secolo fa: americani, canadesi e messicani; l’Europa democratica, cioè occidentale; Giappone e Corea del Sud. Adesso ci spingiamo verso i paesi orientali, quelli più rampanti: India e Cina, Singapore e Indonesia. Siamo una specie di G-20 allargato. La Croazia è l’ultima ammessa.

Che ruolo giocate?

Favorire il dialogo su temi di carattere economico e geopolitico. Vogliamo coniugare l’interesse fra le istituzioni e gli affari.

Bella definizione, teorica però. Chi seleziona i componenti?

Siamo divisi in gruppi continentali e nazionali con un numero limitato. In Europa non possiamo superare i 200 membri, mentre in Italia siamo 18. Posso citare, per fare un esempio, Marco Tronchetti Provera (Pirelli), Enrico Tomaso Cucchiani (Intesa), John Elkann (Fiat). Io sono entrato come rettore della Bocconi.

Chi si dimette fa un nome per la successione, ma si cercano figure simili. Soltanto un banchiere può sostituire un banchiere.

Il nostro disegno è quello di contenere la società italiana: professori universitari, esperti militari, ambasciatori, imprenditori, politici, giornalisti. Ci vediamo due volte all’anno con vari argomenti da approfondire e cerchiamo di trovare una soluzione. Lanciamo idee.

E chi le raccoglie?

Ciascuno di noi ha un collegamento con le istituzioni. Il nostro presidente può chiedere un incontro con i commissari europei.

Noi elaboriamo proposte, non facciamo pressioni. Non votiamo mai per un nostro piano, discutiamo, punto.

Differenze con il Club Bilderberg?

Le nostre porte sono più aperte, c’è un profondo ricambio generazionale. A volte si può assistere ai dibattiti, invitiamo personalità a noi vicine, ma con un divieto assoluto: non è permesso riportare dichiarazioni all’esterno. Questo serve a garantire la nostra libertà.

C’è tanta massoneria fra di voi?

Personalmente non me ne sono accorto, può darsi che qualcuno dei membri maschi sia massone. Non c’è nulla, però, che rimandi a una loggia. Più che i grembiulini, noi indossiamo una rete: è chiaro che, avendo numerosi contatti sparsi ovunque, ci si aiuti a vicenda.

Come influenzate i governi?

Soltanto in maniera indiretta, non abbiamo emissari, non siamo un sindacato né un partito. Non mi piace il verbo influenzare.

Ma non posso negare che le nostre conoscenze siano ampie.

Scommettete contro l’Euro morente?

Non posso portare fuori il pensiero interno alla Trilateral. Posso raccontare spezzoni, elementi messi insieme durante l’ultima assemblea di Tokyo. Quando ragioniamo sull’euro ci rendiamo conto che siamo di fronte a una creatura incompiuta e quindi consigliamo un mercato europeo comune, non soltanto una moneta.

Previsioni?

La Cina è un chiodo fisso, a Tokyo è stata protagonista. Cina vuol dire crescita e integrazione, e il timore che quel mezzo potentissimo possa rallentare. Invece gli americani si sentono tranquilli, ma credono che l’Europa sia un po’ lenta a risolvere i suoi problemi e sono molto insoddisfatti di Bruxelles.

Meglio i tecnici o i politici al governo?

Ci sono tecnici ad Atene e Roma.

Papademos e Monti, due ex illustri esponenti della Trilateral. Lavorate per la primavera dei tecnici?

Il prossimo modello, forse anche in Italia, sarà una coalizione trasversale come in Germania. Poi cambia poco se i ministri saranno o no dei partiti.

Quali sono i vostri amici nel governo italiano?

Oltre a Monti e al sottosegretario Marta Dassù (Esteri), per motivi professionali, dico i ministri Lorenzo Ornaghi (Cultura) e Corrado Passera (Sviluppo economico).

La Trilateral è potente perché misteriosa?

Siamo semplicemente una rete forte, la migliore al mondo. Non prendiamo direttamente decisioni importanti, ma ci siamo sempre nei momenti più delicati. Jimmy Carter non è diventato presidente perché era il capo americano: una volta alla Casa Bianca, però, sapeva di avere un gruppo di persone con cui consigliarsi.

2 – LE LOBBY CHE ORIENTANO IL MONDO

Dal “Fatto quotidiano

Peggio va la crisi, maggiore fortuna hanno le teorie del complotto, che offrono spiegazioni semplici a problemi complessi e alimentano il successo della estrema destra modello Marine Le Pen.

Anche Report, domenica scorsa su Rai3, ha evocato le grandi cospirazioni planetarie che sarebbero dietro l’attuale crisi finanziaria. Quelli della Commissione Trilateral “sono convinti che non ci sia più bisogno dello Stato così come lo si è inteso per centinaia di anni e quindi agiscono per poter eliminare il concetto di sovranità nazionale e di autodeterminazione”, ha teorizzato Patrick Wood, un saggista americano (non molto noto, per la verità) nella trasmissione di Milena Gabanelli.

La Trilateral è relativamente trasparente, sul sito web c’è l’elenco dei componenti, ma il contenuto dei suoi incontri è secretato, così che i partecipanti possano esprimersi in libertà. Pochi giorni fa, in una riunione a Tokyo, è stata formalizzata la nomina a presidente europeo di Jean-Claude Trichet, l’ex capo della Banca centrale europea, al posto di Mario Monti che si è dimesso dopo essere arrivato a Palazzo Chigi.

Da quando i governi per fronteggiare le crisi economiche sono diventati tecnici, cioè non eletti – come in Italia con Mario Monti e in Grecia con Luca Papademos, entrambi ex componenti della Commissione Trilateral (ma anche ex consulenti della banca d’affari Goldman Sachs) – si moltiplicano i grandi disegni cospiratori: vogliono sospendere la democrazia e trasformarla in tecnocrazia.

L’Aspen Institute, diretto in Italia dall’ex ministro Giulio Tremonti e negli Usadal biografo di Steve Jobs, Walter Isaacson, è il network più evidente e accessibile. Anche lì vige il “metodo Aspen” comune a diversi di questi consessi: conferenze a porte chiuse, solo per i membri o su invito (per valutare leader emergenti), il cui contenuto non viene divulgato ma che diventa poi linea intellettuale e politica attraverso i canali ufficiali (l’Aspen ha una rivista, Aspenia, e un sito molto attivo, la Trilateral produce rapporti e documenti di analisi).

Il preferito dai complottisti è però il Club Bilderberg, che si riunisce ogni anno in un Paese diverso, e di cui si sa pochissimo, giusto la lista dei partecipanti (Henry Kissinger non manca mai) e, grazie a Wikileaks, alcuni resoconti stenografici dove si raccontano le sedute ma senza i nomi dei presenti. A Davos, in Svizzera, il World Economic Forum, ogni anno si incontrano i protagonisti di questa “Superclass” planetaria. Ma lì ci sono le dirette streaming degli incontri. Solo di quelli pubblici, ovviamente. Le discussioni interessanti, anche lì, sono segrete.

Dagospia.com

Il governo attacca le leggi sulla protezione del lavoro

di:  Marianne Arens e Peter Schwarz

Questo articolo è stato precedentemente pubblicato in inglese il 5 gennaio 2012

Poco prima di Natale, il Parlamento italiano ha adottato un pacchetto di misure di austerità per complessivi € 80 miliardi di tagli che colpisce i pensionati, i lavoratori e i poveri. Il governo del “tecnocrate” Mario Monti ha ora stabilito i suoi fondamentali sulla legislazione in materia di protezione del lavoro: dal 23 gennaio ha in programma di presentare riforme che eliminano le protezioni legali contro il licenziamento e altri diritti sociali.

Il pacchetto di austerità di Monti è stato sostenuto in parlamento dal Partito Democratico (PD-il principale successore del partito comunista PCI), dal PdL di Silvio Berlusconi e dal Terzo Polo formato da ex Democristiani e “post-fascisti”.

Hanno espresso voto contrario l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro e la Lega Nord. L’Italia dei Valori ha criticato le misure perché non contengono provvedimenti sufficienti contro la corruzione, mentre la Lega Nord ha cercato di sfruttare politicamente la sua opposizione al pacchetto a fini elettorali.

Il carattere classista del pacchetto di austerità è talmente palese che per la prima volta in molti anni in Italia le tre grandi federazioni sindacali si sono sentite costrette ad indire insieme tre ore di sciopero generale il 12 dicembre. L’azione è stata tuttavia puramente simbolica e intesa come una innocua valvola di sfogo, in vista del crescente malcontento popolare.

I sindacati stanno lavorando a stretto contatto con Monti e sono regolarmente invitati a consultazioni prima dell’annuncio di ogni decisione governativa. Sono personalmente collegati con il PD e gli altri partiti che hanno votato per il pacchetto di austerità. Significativamente, vari leader del PD sono anche intervenuti alle manifestazioni sindacali del 12 dicembre, dove hanno inveito contro un “ingiusto, sbilanciato, recessivo” programma di austerità per supportarlo pochi giorni dopo in Parlamento.

Un ruolo analogo è giocato da Nichi Vendola, presidente della Regione Puglia che, dopo l’uscita di Rifondazione Comunista dal Parlamento italiano, è diventato il portavoce della pseudo-sinistra. Ha doverosamente denunciato “la manovra sbagliata e socialmente iniqua di Monti”, mantenendo tutte le sue speranze: “Se il governo farà nel secondo tempo quei provvedimenti di giustizia sociale, di sostenibilità ambientale, di crescita economica che sono mancati fino a ora, noi lo apprezzeremo”, come ha dichiarato in una conferenza stampa alla fine dell’anno.

Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, non ha nascosto il suo entusiasmo per il piano di austerità. Monti è visto come uno di loro da molti imprenditori: “Monti ha presentato un programma condivisibile, in linea con la piattaforma che abbiamo presentato”, ha dichiarato. Ora, dinanzi alla liberalizzazione del mercato del lavoro, “non ci dovrebbero essere più tabù…”.

L’elemento principale del pacchetto di austerità è l’ulteriore taglio delle pensioni statali. Entro il 2018, sia uomini che donne dovranno lavorare fino a 66 anni. In precedenza, era possibile andare in pensione dopo 35 anni di occupazione, il che ha rappresentato una conquista sociale importante. Già nel mese di dicembre, circa 100.000 lavoratori in meno sono stati in grado di andare in pensione rispetto all’anno precedente.

Allo stesso tempo, la situazione della disoccupazione è devastante. Secondo Confindustria, un milione di posti di lavoro sono andati perduti dalla crisi iniziata nel 2008. Uno studio dell’Istat ha rivelato che un italiano su quattro è a rischio povertà. Inoltre, il paese sta scivolando in una recessione profonda, che rischia di essere aggravata dal pacchetto di austerità. Nel 2012, il prodotto interno lordo si contrarrà dell’1,5 per cento.

La seconda componente importante del pacchetto di austerità è costituita dall’aumento dell’IVA dal 21 al 23 percento, e delle tariffe energetiche e imposte immobiliari, che colpiranno soprattutto le persone con redditi medio-bassi.

Il costo della benzina e del gas è aumentato dal 1° gennaio del cinque per cento, l’elettricità e le tasse autostradali del tre per cento. Chi possiede una casa, ovvero l’80 per cento della popolazione, spesso già fortemente indebitato con il mutuo, dovrà pagare in media € 800 in tasse aggiuntive sull’immobile.

I pensionati sono particolarmente colpiti dall’inflazione, dal momento che le loro pensioni sono state congelate dal pacchetto di austerità. Le pensioni superiori ai € 900 al mese non saranno più adeguate all’inflazione, il che rappresenta una riduzione sostanziale del reddito reale.

Il declino del potere d’acquisto ha colpito le vendite al dettaglio, che sono diminuite del 18 per cento rispetto al periodo natalizio dell’anno precedente. Al contrario, la via dello shopping di lusso via Montenapoleone a Milano, zeppa di boutique sfarzose, ha visto un incremento delle vendite del 25 per cento.

Il pacchetto di austerità non ha toccato i ricchi. Non contiene praticamente nessuna azione di contrasto all’evasione e all’elusione fiscale, che sono molto diffuse nella classe dirigente italiana. La Chiesa cattolica continua ad essere risparmiata dal pagamento della tassa sugli immobili, al costo di € 3 miliardi l’anno per il Tesoro.

Inoltre, il governo ha abbandonato l’asta di frequenze televisive, in modo da garantire la sopravvivenza dell’impero TV di Berlusconi Mediaset.

Nemmeno emanata la manovra, Monti ha continuato con l’offensiva successiva. Dopo l’approvazione del decreto “Salva Italia”, è stato subito annunciato il pacchetto “Cresci Italia” dal primo ministro in una conferenza stampa alla fine dell’anno. Questo prevede di liberalizzare il mercato del lavoro e il settore pubblico in generale, e “modernizzare” il tessuto sociale del paese.

L’obiettivo principale dell’attacco è l’articolo 18 del codice del lavoro, che fornisce protezione contro il licenziamento di personale nelle imprese con più di 15 dipendenti. Nel 2002, in tre milioni scesero in piazza a Roma, in una delle più grandi manifestazioni nella storia italiana, contro il tentativo del governo Berlusconi di abolire la protezione legale contro il licenziamento.

Con il sostegno del PD e dei sindacati, Monti ora vuole realizzare ciò che Berlusconi non potè a suo tempo. Monti ha già invitato le “parti sociali” a discutere di riforme del mercato del lavoro nei prossimi giorni. “Proporremo riforme in accordo con le parti sociali”, ha dichiarato.

Monti sa di poter contare sul supporto dei sindacati. Anche loro considerano le liberalizzazioni inevitabili. Un accordo è già in vista. I sindacati hanno indicato la loro disponibilità ad accettare l’indebolimento della tutela dell’occupazione, in cambio di una promessa di salari più alti. Di fronte alla rapida crescita dell’inflazione, il che significa che i piccoli aumenti salariali potrebbero ancora tradursi in una perdita del potere di acquisto dei lavoratori, potrebbe non risultare troppo difficile per le imprese accettare.

Alcuni esponenti del PD, come l’ex presidente Walter Veltroni e il Terzo Polo hanno già chiesto l’abolizione delle tutele contro il licenziamento.

Monti prevede di completare i suoi piani nelle prossime tre settimane al più tardi e di presentarli ai ministri delle finanze dell’Eurozona il 23 gennaio.

Fonte: Word  Socialist Web Site

Vi racconto chi sono i sultani rossi della tv

di Gianpaolo Pansa

Nel saggio sull’informazione del grande giornalista, un capitolo devastante sui conduttori-divi dei talk targati Rai (e dintorni). Da Santoro alla Dandini, da Gruber a Lerner, dalla Annunziata a Floris, Pansa ne ha per tutti


Esce il 4 maggio Carta straccia. Il po­tere inutile dei giornalisti italiani (Rizzoli, pagg. 412, euro 19,90) di Giampaolo Pansa. Un ritratto impie­toso del mondo dell’informazione, dalla carta stampata alla televisio­ne. I giornali, nessuno escluso, sono sempre più faziosi. Eppure c’è chi non vuole ammetterlo e si presenta come immune da ogni partigiane­ria. È il caso di testate come la Re­pubblica , L’espresso e, talvolta, del Corriere della Sera . Spesso, dietro alla millantata obiettività si cela l’os­sessione anti-Cavaliere, la volontà di distruggerlo con ogni mezzo, in­cluse le inchieste scandalistiche sul­la vita privata (cinicamente tirate fuori per motivi di tirature: il gossip «politico» ha risollevato le vendite di Repubblica ). Storia personale (Pansa è uno dei più grandi giornali­sti italiani) e pubblica si intrecciano in un affresco accurato. Non manca­no parti esilaranti, come l’incredibi­le rassegna delle smentite pubblica­te dai quotidiani colti in castagna. Per gentile concessione dell’auto­re, presentiamo, in queste pagine, due stralci dal libro, il primo dedica­to ai telepredicatori di sinistra, il se­condo a Carlo De Benedetti, editore di Repubblica ed Espresso , giornali nei quali Pansa ha lavorato per mol­ti anni, ricoprendo cariche impor­tantissime.

Santoro si era sempre fatto notare per lo stile e le qualità del leader politico. Per comincia­re, risultava il più anzia­no dei sultani rossi. Nel luglio 2011 quella parte d’Ita­lia che lo ama festeggerà a dovere il suo sessantesimo complean­no. Poi era il televisionista rosso di più lunga durata. Stava sugli al­tari dal 1987, quando aveva 36 an­ni e ancora esisteva la Prima re­pubblica. Il successo iniziale fu Samarcanda , seguito da Il rosso e il nero del 1992, entrambi su Rai 3. In quel tempo Michele era ma­gro, astuto e ambiguo quanto oc­correva. Nell’ottobre del 1991 an­dai a intervistarlo per l’Espresso . E mi resi conto che era sicura­mente di sinistra, ma la sua fedel­tà andava a un solo partito rosso: quello di Santoro. Con un timbro anarco-popu­­lista, forse derivato dalla militanza giova­ni­le in un gruppo ma­oista: Servire il popo­lo. Per la Prima repub­bl­ica erano tempi tra­gici. I politici appari­vano stremati e si tro­vavano sull’orlo del­l’abisso di Tangento­poli. Santoro me li de­s­crisse con la sicurez­za del ras televisivo che si sente sempre più forte. Disse: «I partiti non saranno così stupidi da taglia­re la lingua a Samar­canda . Noi siamo matti, imprevedibili e liberi. E continuere­mo a rompere. Io rompo o sto zit­to: non vedo vie di mezzo». Poi mi spiegò: «Non è vero che il successo di Samarcanda mi ab­bia dato alla testa. Io sono un to­po in mezzo agli elefanti dei parti­ti. Saltello per evitare che le loro zampe mi schiaccino. Se mi sal­vo, continuerò a rompere. I politi­ci possono starne sicuri». Santoro si sentiva il capo di una forza personale che poteva deci­dere con chi allearsi o no. Per que­sto, all’improvviso, scelse di pas­sare sul fronte opposto alla Rai: Mediaset, la corazzata di Berlu­sconi. Anche nel fortino del Cava­l­iere mise in mostra un’invidiabi­le capacità nel trattare gli affari. Ottenne uno stipendio da nabab­bo, più l’assunzione di tutta la sua squadra con il massimo dei compensi. E costruì un altro talk show di successo: Moby Dick nel 1996. Ma al Cavaliere, più furbo di tanti suoi dirigenti, Michele non piaceva. In lui fiutava l’avversa­rio, ben piazzato su un terreno in­sidioso: la televisione. Per di più, gli stava sui santissimi per la sua aria da padrone. Lo liquidò. E Santoro divenne il primo dei Grandi epurati, messi fuori dalla tv grazie agli editti del Cavaliere. Michele ritornò in Rai. Poi la si­nistra, sempre generosa con i di­vi della tv, gli offrì una exit stra­tegy di lusso: il 14 giugno 2004 lo fece eleggere deputato europeo. Ma il Parlamento di Strasburgo era il posto più noioso del mondo per una star da battaglia come lui. Santoro sopportò per meno di due anni il fastidio di doverlo frequentare. Poi si dimise. E nel 2006 decise di rincasare in viale Mazzini. E diede vita a un nuovo programma: Annozero . Sotto questa bandiera, Santoro inaugurò un’altra stagione perso­nale: il conduttore da guerra. Contro chi? Ma che domanda! Contro il suo vecchio padrone privato: Berlusconi. Il nemico da sconfiggere, il demonio da scac­ciare, il caimano da uccidere. Di­venne il più mussoliniano fra i sultani rossi dei talk show. E ogni giovedì, in prima serata su Rai 2, riprese a imporci il proprio co­mandamento: credere, obbedire e combattere. Sempre con lo stes­so obiettivo: mandare a gambe al­­l’aria il tiranno di Arcore. Il pubblico di sinistra continuò ad adorarlo. Santoro era la prova vivente che il regime fascista del Cavaliere esisteva, ma poteva es­sere battuto. Nella scala gerarchi­ca della Rai, Michele iniziò a con­t­are più di dieci Paolo Garimber­ti , il presidente. E più di Mauro Masi , un direttore generale sen­za un potere reale nei confronti di Annozero . Ma nel paese dei ba­locchi televisivi, tutto è volatile. La forza di un programma e di un conduttore può sparire di colpo, o attenuarsi a ritmi terrificanti. È quel che accadde a Santoro verso la metà del novembre 2010. Quando il nuovo spettacolo di Fa­zio & Saviano cominciò a fare ascolti mirabolanti, confinando Annozero nell’angolo dei perden­ti, sia pure provvisori. [...] Giovanni Floris , il conduttore di Ballarò , mi appariva il Santoro dei poveri, formato Festa del­l’Unità, quella del tempo che fu. Aveva di continuo l’ansia di non poter risultare abbastanza rosso. Ma ci riusciva ogni volta. La scel­ta degli ospiti era bipartisan. Non così il suo atteggiamento.

Il com­pagnone di Ballarò si mostrava sempre amichevole nei confron­ti degli invitati di sinistra. Nei mo­menti di difficoltà, costoro sape­vano di poter contare sul suo aiu­to, offerto con lo zelo di un croce­rossino fedele nei secoli. Ma con gli interlocutori di destra, la musi­ca cambiava di colpo. Con loro Floris sfoderava l’al­tro lato di se stesso. Diventava ge­lido e spesso scioccamente irri­dente. Li interrompeva, li silen­ziava, li metteva alle strette. In­somma, un capoclasse perfetto: buono con i buoni, cattivo con i cattivi. E in molti casi pomposo. Con il vezzo ridicolo di celebrare se stesso: lo vedete quanto sono imparziale, liberale, democrati­co? Una sua gemella era Lucia An­nunziata , la regina di In mez­z’ora .

Di lei rammento l’affanno di mandare al tappeto l’ospite che aveva di fronte per trenta mi­nuti filati. Se chi s’azzardava a se­dersi davanti a lei apparteneva al giro politico opposto al suo, an­che un bambino avrebbe subito intravisto il difetto di Lucia. A lei non interessavano le rispo­ste dell’interlocutore, ma soltan­to le proprie domande. Che dove­vano sempre risultare aggressi­ve, grintose, insomma cazzute, se posso usare per una signora questo lessico da bettola. Una so­la volta toccò a Lucia di andare ko. Accadde con quel satanasso di Berlusconi. Il Caimano si alzò e la piantò in asso, sola e abban­donata in piena diretta tv. Un’altra dama sinistra era Sere­na Dandini , la regina di Parla con me , famosa per il divano ros­so. E dal martedì al venerdì sem­pre disposta ad accogliere chiap­pe eccellenti dell’opposizione al cavaliere.

Da lei erano passati Eu­genio Scalfari, Ezio Mauro, Bill Emmott, l’ex direttore dell’ Eco­nomist , Stefano Rodotà, Massi­mo Cacciari, Carlo Azeglio Ciam­pi, Guglielmo Epifani, Sabrina Fe­rilli, Antonio Tabucchi, Corrado Augias e tanti altri avversari del Berlusca. Davanti a Scalfari e alla sua sa­cra barba bianca, Serena cadde in deliquio. Era seduta accanto a lui, ma sembrava in ginocchio. Pronta a incoronare ogni rispo­sta, anche la più banale, con la sua entusiastica risata. Un gior­no, Pietrangelo Buttafuoco disse di lei:«Ha l’espressione un po’ co­­sì, di quelli che ridono pure in un cimitero». Aldo Grasso, il critico televisivo del Corriere della Sera , il più acu­to tra quelli a disposizione dei let­tori di quotidiani, fu spietato con madama Dandini. Scrisse: «Ride in continuazione per sottolinea­re la sua ironia e la sua intelligen­za, caso mai fossero sfuggite».

Poi aggiunse: «Da un program­ma che impiega tredici autori e la consulenza di altri quattro, ci si aspetterebbe qualcosa di più di una mini fiction dopolavoristi­ca ». Risultato? Un continuo calo d’ascolti. A Santoro & C. si potevano ag­giungere altre eccellenze rosse che non dipendevano dalla Rai. Consideriamo il caso di La7, una rete privata e senza obbligo di ca­none per l’utente. Qui a domina­re era Lilli Gruber , già parlamen­tare europea di sinistra, che ogni sera metteva in mostra la propria militanza. Sempre piacevole a ve­dersi, ma soltanto per la sua bel­lezza e per l’eleganza by Armani. Confesso che ad affascinarmi era l’eterna giovinezza della contur­bante Dietlinde, con quel viso di porcellana senza età,un’attrazio­ne irresistibile per un maschio dai capelli bianchi.

Anche per questo dettaglio, mi domandavo perché mai dimenti­casse il proprio ruolo. Per tramu­tarsi da conduttrice in uno dei liti­ganti inviati al suo Otto e mezzo . Con il risultato di far scrivere al­l’implacabile Grasso del Corriero­ne : «La Gruber rappresenta un vecchio modo di fare giornali­smo. Nel suo programma non c’è mai un percorso di conoscenza, ma solo uno scontro di opinioni, una parata di idee contrastanti». In questo scontro, Lilli voleva sempre vincere. Per arrivare a questo risultato, adottava spesso il sistema del due contro uno. I due, tutti anti-Cav, erano lei e uno degli invitati, entrambi nemi­ci giurati del Caimano. L’uno era un ospite di centrodestra, desti­nato fatalmente a soccombere. E non metto nel conto il filmato di Paolo Pagliaro che, ogni sera, of­friva il proprio soccorso rosso. Più o meno lo stesso era quel che pensavo a proposito di un al­tro programma di La7: L’Infedele di Gad Lerner . Ecco l’ennesimo talk show da combattimento. Sempre contro il maledetto Cava­liere. E per questo noioso e bana­­le, da non guardare. Mai una sor­pr­esa né un guizzo di genialità im­prevista. Ma in fondo era il ritratto to del suo autore.

Da tempo Lerner stava immer­so in una fantastica regressione politica.Che lo aveva sospinto al­­l’indietro nel tempo. Ossia agli anni Settanta,quando Gad s’illu­deva di fare la rivoluzione prole­taria nelle file di Lotta continua. Allora aveva perso e la sconfitta si era mutata in un incubo desti­nato a perseguitarlo. Come una condanna a cercare di continuo una vittoria che l’ascolto ridotto seguitava a negargli. [...] Molto più interessante di Ser­ra ( Michele, ndr ), risultava il per­sonaggio di Fazio, la cui presa di posizione a vantaggio della sini­stra era scoperta, scopertissima. Nonostante questo, amava inter­pretare il ruolo opposto al televi­sionista settario. Era quello dell’abatino estra­neo a qualsiasi parrocchia, ami­co di tutti e nemico di nessuno. Con l’aria dimessa, l’espressio­ne sempre stupita, il vestito stra­fugnato del ragazzo di provincia capitato per caso in un posto e in una funzione che non ritiene di meritare. In realtà, nella Rai odierna fran­tumata in sultanati, Fazio era il più sultano di tutti. Un signore gelido, capace di muoversi sen­za guardare in faccia nessuno, curatore attento dei propri co­modi. E all’occorrenza anche cat­tivo.

Con la manina avvolta nella flanella grigia e lo stiletto avvele­nato ben nascosto. Era con que­sta lama che Fazio, nel suo pro­gramma abituale, Che tempo che fa , praticava una censura inflessi­bile. Truccata da libertà di scel­ta, quella che spetta a tutti i con­duttori di talk show. In realtà, il pallido Fabio non sceglieva, ma discriminava. Gestendo in mo­do autoritario il potere di pro­muovere libri e autori. Un regi­me accettabile in una tv privata, però non alla Rai. Che è pur sem­pre pagata dal canone sborsato dai «tutti» ai quali Saviano vole­va parlare.

Tratto da: Il Giornale

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