La Nato in stand by pronta all’attacco

nato

di: Manlio Dinucci

Come un dispositivo elettronico in modalità d’attesa, il Comando della forza congiunta alleata a Napoli (Jfc Naples) è tenuto ufficialmente in «standby», ossia pronto in qualsiasi momento a entrare in guerra. Ha ricevuto dal Comandante supremo alleato in Europa (che è sempre un generale statunitense nominato dal Presidente) l’incarico di mantenere in massima efficienza la Forza di risposta Nato – composta da unità terrestri, aeree e navali tecnologicamente più avanzate – in grado di effettuare entro 48 ore «qualsiasi missione in qualsiasi luogo». Continue reading

Vent’anni di trame – Così Sarkozy fregò Gheddafi (e l’Italia)

Le Monde: Nicolas trascinò l’Europa in guerra per nascondere gli aiuti del Colonnello. Ora cerca di cancellare le prove

di: Fausto Biloslavo

I servizi segreti sono alla caccia di settanta scatoloni pieni di cassette audio e video che contengono le registrazioni degli incontri e delle telefonate fra il defunto colonnello Gheddafi ed i dignitari di mezzo mondo, quando veniva trattato con i guanti bianchi.

Il primo a doversi preoccupare degli scottanti contenuti delle registrazioni è l’ex presidente francese Nicolas Sarkozy, come sostiene il quotidiano le Monde che è tornato sul finanziamento libico alla campagna elettorale di Sarkozy nel 2007.
Nel marzo 2011, poche ore prima dei bombardamenti della Nato sulla Libia, Muammar Gheddafi rilasciava a il Giornale l’ultima intervista della sua vita ad una testata italiana. Alla domanda sull’interventismo francese che ha spinto in guerra mezza Europa, compreso il nostro Paese, rispondeva: «Penso che Sarkozy ha un problema di disordine mentale. Ha detto delle cose che possono saltar fuori solo da un pazzo». Continue reading

Decalogo contro l’intervento in Siria/ Stop the intervention in Syria

Articolo inviato al blog

di: mcc43

Siria: 10 Ragioni per opporsi all’intervento 

01 L’intervento in Siria avrà enormi conseguenze regionali e globali. Il conflitto si sta  già diffondendo in Libano e Turchia e potrebbe innescare una guerra regionale che coinvolgerebbe Arabia Saudita, Qatar, Iraq e Iran. Come l’ex segretario generale dell’ONU Kofi Annan ha ammesso “La Siria non è la Libia, non imploderà, esploderà al di là dei suoi confini.”
02 Nel corso degli ultimi dieci anni, la guerra al terrorismo ha drasticamente destabilizzato il Medio Oriente. L’intervento degli Stati Uniti e dei suoi alleati non ha portato altro che sangue e distruzione in Iraq e Afghanistan. Non vi è alcun motivo per credere che il risultato sarà diverso in Siria.
03 L’intervento straniero negherà al popolo siriano il diritto di determinare il proprio futuro. Si metterà la leadership dell’opposizione nelle mani delle potenze occidentali e dei loro alleati che agiranno nel loro stesso interesse.
04 Le molteplici violazioni del regime degli  Assad in materia di diritti umani non hanno preoccupato le potenze occidentali in passato. Gli Stati Uniti hanno inviato prigionieri  per interrogatori e torture in Siria come parte della “guerra globale al terrore”. Aerei militari siriani si sono uniti gli Stati Uniti ad attaccare l’Iraq nel 1991.
05 I principali alleati dell’Occidente nella intervento, in particolare l‘Arabia Saudita e Qatar, non hanno alcun interesse per la democrazia in Medio Oriente.Sono tra i regimi più autoritari della regione e hanno fatto del loro meglio per schiacciare il movimento democratico. Continue reading

E l’Italia “stato canaglia” rinnova le armi nucleari

armi nucleari

di: Toni De Marchi

Nuovi aerei (gli F-35 sono ormai certi, visto l’inciucione governativo che si profila) e bombe nucleari ultimo grido: è radioso il futuro dell’Italia, grande potenza stracciona capace di strikenucleari ma non di pagare la cassa integrazione ai lavoratori. Continue reading

Siria, la corsa all’oro nero

siria petrolio

di: Manlio Dinucci

Le riserve petrolifere accertate della Siria (2,5 miliardi di barili), sono maggiori di quelle di tutti i paesi vicini eccetto l’Iraq: lo stima la U.S. Energy Information Administration, che di petrolio (soprattutto quello degli altri) se ne intende. Ciò rende la Siria uno dei maggiori produttori ed esportatori di greggio in Medio Oriente. Il paese possiede anche grosse riserve di gas naturale, usato finora per il consumo interno. C’è però un problema, segnala l’agenzia statunitense: dal 1964 le licenze per l’esplorazione e lo sfruttamento dei giacimenti sono riservate agli enti statali siriani.

Ciò procurava allo stato, fino al 2010, un’entrata annua di oltre 4 miliardi di dollari proveniente dall’esportazione di petrolio soprattutto in Europa. Le cose però stanno cambiando con la guerra. L’«Esercito libero siriano» si è impadronito di importanti campi petroliferi nell’area di Deir Ezzor.

Altri campi, nell’area di Rumeilan, sono controllati dai curdi del Partito di unione democratica, ostili però anche ai «ribelli» con i quali si sono più volte scontrati. La strategia Usa/Nato punta sui «ribelli», che sono stati aiutati a impadronirsi dei campi petroliferi con un duplice scopo: privare lo stato siriano degli introiti delle esportazioni, già fortemente calati per effetto dell’embargo Ue; far sì che i maggiori giacimenti passino in futuro, tramite i «ribelli», sotto il controllo delle grandi compagnie occidentali. Fondamentale, a tal fine, è il controllo della rete interna di oleodotti e gasdotti. Questa è stata sabotata dai «ribelli» in più punti, soprattutto nei pressi di Homs dove c’è una delle due raffinerie del paese.

Ma c’è un’altra posta in gioco strategicamente ancora più importante: il ruolo della Siria quale hub di corridoi energetici alternativi a quelli attraverso la Turchia e altri percorsi, controllati dalle compagnie Usa ed Ue. La «guerra degli oleodotti» è iniziata da tempo: nel 2003, invadendo l’Iraq, gli Stati uniti hanno subito distrutto l’oleodotto Kirkuk-Banias che trasportava in Siria il greggio iracheno. E’ restato però in funzione quello tra Ain Zalah e Suweidiva. Successivamente, sfidando i divieti di Washington, Damasco e Baghdad hanno varato il progetto di due oleodotti e un gasdotto che, attraverso la Siria, collegheranno i giacimenti iracheni al Mediterraneo e quindi ai mercati esteri. Ancora più pericoloso per gli interessi occidentali l’accordo stipulato nel maggio 2011 tra Damasco, Baghdad e Teheran: esso prevede la realizzazione di un gasdotto che, attraverso l’Iraq, trasporterà il gas naturale iraniano in Siria e da qui ai mercati esteri. Questi e altri progetti, già finanziati, sono stati bloccati da quelle che l’agenzia statunitense definisce «le incerte condizioni di sicurezza in Siria».

FONTE: IlManifesto.it

 

L’Europa vola sul nEUROn

neuron

di: Manlio Dinucci

Mentre l’euro continua a perdere quota rischiando di precipitare, decolla il nEUROn. Non è un euro di nuovo corso. È un velivolo non pilotato da combattimento di nuovo tipo. Gli attuali droni, come il Predatore statunitense, vengono pilotati a distanza da operatori seduti a una consolle, in una base negli Usa a oltre 10mila km di distanza: attraverso videocamere e sensori all’infrarosso, individuano l’obiettivo (una casa, un gruppo di persone, un’auto in movimento), colpendolo con missili «Fuoco dell’inferno». Questi e altri droni vengono sempre più impiegati nelle «guerre coperte» in Afghanistan, Pakistan, Iraq, Yemen, Somalia, Libia e altrove. Per sostenere l’operazione militare francese in Mali, viene ora installata in Niger una base di droni Usa, che si aggiunge a quelle già operative in Etiopia e in altri paesi africani.

La U.S. Air Force sta addestrando più «piloti remoti» per i droni che piloti di cacciabombardieri. Non mancano però i problemi: i piloti alla consolle non rischiano la vita, ma sono soggetti a forte stress che, secondo uno studio del Pentagono, provoca in molti casi ansia e depressione. La guerra evidentemente deprime, anche quando si uccide premendo un pulsante a 10mila km di distanza. Tali problemi saranno però tra non molto superati: si stanno sperimentando velivoli completamente robotizzati, come l’X-37B della U.S. Air Force, che possono fare a meno anche dei piloti alla consolle.

Tra questi velivoli non pilotati da combattimento si distingue il nEUROn, nato da un programma europeo guidato dalla francese Dassault, al quale partecipa l’Alenia Aermacchi come primo partner industriale, con una quota del 22% anche dei costi (quantificati nella fase iniziale in 400 milioni di euro). Partecipa al programma, con Alenia Aermacchi come capofila nazionale, un gruppo di società italiane tra cui la Selex Galileo (Finmeccanica). Il prototipo del nEUROn (al cui sviluppo partecipano anche Svezia, Spagna, Grecia e Svizzera) ha già effettuato il primo volo.

Ora, per circa due anni, sarà sottoposto a un intenso programma di test, anche a Decimomannu, per verificare la sua capacità stealth (invisibilità ai radar) e quella di lancio di missili e bombe a guida laser dal vano di carico interno, con un sistema «intelligente» progettato dall’Alenia che «effettuerà automaticamente il riconoscimento del bersaglio». Una volta immessi i dati della missione, sarà l’intelligenza artificiale del nEUROn a guidare il velivolo sull’obiettivo. In completo silenzio radio e con la possibilità di controllare una intera squadra d’attacco di nEUROn in modo automatico dai caccia di ultima generazione. In tal modo, nel 21° secolo, la guerra imperialista diventa automatizzata e invisibile. Così che i parlamentari, che con voto bipartisan sostengono tale politica, possano presentarsi ancora con il volto della democrazia.

FONTE: IlManifesto.it

C’è anche la Nato economica

nato

di: Manlio Dinucci

«Amore per il popolo italiano»: lo ha dichiarato il presidente Obama ricevendo alla Casa bianca il presidente Napolitano «l’indomani di San Valentino». Perché tanto amore? Il popolo italiano «accoglie e ospita le nostre truppe sul proprio suolo». Accoglienza molto apprezzata dal Pentagono, che possiede in Italia (secondo i dati ufficiali 2012) 1.485 edifici, con una superficie di 942mila m2, cui se ne aggiungono 996 in affitto o concessione. Sono distribuiti in 37 siti principali (basi e altre strutture militari) e 22 minori.

Nel giro di un anno, i militari Usa di stanza in Italia sono aumentati di oltre 1.500, superando i 10mila. Compresi i dipendenti civili, il personale del Pentagono in Italia ammonta a circa 14mila unità. Alle strutture militari Usa si aggiungono quelle Nato, sempre sotto comando Usa: come il Comando interforze, col suo nuovo quartier generale di Lago Patria (Napoli). «Ospitando» alcune delle più importanti strutture militari Usa/Nato, l’Italia svolge un ruolo cardine nella strategia statunitense che, dopo la guerra alla Libia, non solo mira alla Siria e all’Iran ma va oltre, spostando il suo centro focale verso la regione Asia/Pacifico per fronteggiare la Cina in ascesa.

Per coinvolgere gli alleati europei in tale strategia, Washington deve rafforzare l’alleanza atlantica, anche economicamente. Da qui il progetto di un «accordo di libero scambio Usa-Unione europea», riproposto da Obama nell’incontro con Napolitano.

Accordo che riscuote l’incondizionato appoggio del presidente italiano ancor prima che sia scritto e ne siano valutate le conseguenze per l’economia italiana (soprattutto per le pmi e le aziende agricole). Si tratta, sottolinea Napolitano, di «un nuovo stadio storico nei rapporti tra Europa e Stati Uniti, non solo economicamente ma anche da un punto di vista politico». Si prospetta dunque una «Nato economica», funzionale al sistema politico-economico occidentale dominato dagli Stati uniti.

Sostenuta dai grandi multinazionali, come Goldman Sachs. Il nome è una garanzia: dopo aver partecipato alla truffa internazionale dei mutui subprime e aver così contribuito a provocare la crisi finanziaria che dagli Stati uniti ha investito l’Europa, Goldman Sachs ha speculato sulla crisi europea, istruendo i suoi principali clienti su come fare soldi con la crisi e, subito dopo, piazzando al governo in Italia (grazie a Napolitano) il suo consulente Mario Monti.

Il cui governo è stato subito garantito dal segretario del Pd Bersani come «autorevole e a forte caratura tecnica». Lo stesso Bersani, intervistato da America 24, dichiara ora che, «nella tradizione di governo del centrosinistra di assoluta fedeltà e amicizia con gli Stati uniti, siamo assolutamente favorevoli a che fra Europa e Stati uniti si creino meccanismi di libero scambio». Comunque vada il voto, l’adesione dell’Italia alla Nato economica è assicurata.

FONTE: IlManifesto.it

A Tripoli Di Paola e 20 Puma

puma

di: Manlio Dinucci

Mentre promette nel suo spot elettorale «riforme radicali contro gli sprechi e la corruzione», Mario Monti invia a Tripoli il ministro della difesa Di Paola con un pacco dono da circa 100 milioni di euro: 20 veicoli blindati da combattimento Puma, consegnati «a titolo gratuito» (ossia pagati con denaro pubblico dai contribuenti italiani) ai governanti libici, il cui impegno anti-corruzione è ben noto. Un gruppo di potere, al cui interno sono in corso feroci faide, chiamato in causa dallo stesso Consiglio di sicurezza dell’Onu per «le continue detenzioni illegali, torture ed esecuzioni extragiudiziarie».

Tutto perfettamente legale, però.

La legge sullemissioni internazionali delle Forze armate per «il consolidamento dei processi di pace e stabilizzazione», approvata tre settimane fa dal senato con voto bipartisan quasi unanime, autorizza la spesa per prorogare l’impiego di personale militare italiano in attività di «assistenza, supporto e formazione in Libia» allo scopo di «ripristinare la sicurezza pubblica». L’Italia si accoda così agli Stati uniti, che stanno formando una forza d’élite libica con il compito ufficiale di «contrastare e sconfiggere le organizzazioni terroriste ed estremiste violente».

Le stesse usate nel 2011 dalle potenze occidentali per seminare il caos in Libia, mentre la Nato la attaccava con i suoi cacciabombardieri e forze speciali (comprese quelle qatariane) infiltrate. Le stesse organizzazioni terroriste che vengono oggi armate e addestrate dalla Nato, anche in campi militari in Libia, per seminare il caos in Siria.

Il segretario alla difesa Leon Panetta ha dichiarato al Congresso che, sin dall’anno scorso, il Pentagono arma i «ribelli» in Siria. La maggior parte non è costituita da siriani, ma da gruppi e militanti di altre nazionalità, tra cui turchi e ceceni. Da fonti attendibili risulta che vi siano anche criminali sauditi, reclutati nelle carceri, cui viene promessa l’impunità se vanno a combattere in Siria.

Compito di questa raccogliticcia armata  è quello di seminare il terrore all’interno del paese: con autobombe cariche di esplosivi ad alto potenziale, con rapimenti, violenze di ogni tipo soprattutto sulle donne,  assassini in massa di civili. Chi non è debole di stomaco può trovare su Internet video girati dagli stessi «ribelli»: come quello di un ragazzino che viene spinto a tagliare la testa, con una spada, a un civile con le mani legate dietro la schiena.

Sempre più, in Siria come altrove, la strategia Usa/Nato punta sulla «guerra segreta». Non a caso Obama ha scelto quale futuro capo della Cia John Brennan, consigliere «antiterrorismo» alla Casa bianca, specialista degli assassini a distanza con i droni armati, responsabile della «kill list» autorizzata dal presidente. Dove non è escluso che ci fosse anche il nome di Chokri Belaid, il dirigente tunisino ucciso da killer professionisti con tecnica tipicamente terrorista.

FONTE: IlManifesto.it

La strategia della tensione

tensione

di: Manlio Dinucci

Le drammatiche immagini dell’attacco al campo gasiero in Algeria, da parte di un commando definitosi jihadista, fanno il giro del mondo. Tecnici della Bp e della Statoil legati a esplosivi al plastico, uccisi dai sequestratori o durante gli scontri. Effetto garantito. Il ministro degli esteri francese Fabius lancia l’allarme sulla drammatica situazione algerina. Il premier britannico Cameron convoca il «Comitato Cobra» per le situazioni di emergenza. Il presidente Obama dichiara che l’attacco ci ricorda ancora una volta la minaccia posta da Al Qaeda in Africa e che gli Usa si muoveranno per far sì che fatti analoghi non si ripetano. Secondo notizie diffuse da fonti non ben identificate, il commando terrorista riceveva gli ordini tramite telefono satellitare dall’emiro Moctar Belmoctar, ex capo di «Al Qaeda del Maghreb islamico», ora a capo di una nuova formazione che ha base in Mali.

Proprio dove (guarda caso) sta intervenendo militarmente la Francia e dove l’Unione europea sta per inviare una «missione di addestramento», formata da 450 specialisti della guerra (italiani compresi), che fornirà anche «consulenza alle operazioni di comando». Resta il mistero di come il commando, formato da decine di uomini pesantemente armati, abbia potuto percorrere allo scoperto con il proprio convoglio di fuoristrada centinaia di chilometri in un territorio presidiato giorno e notte da circa 300mila uomini dell’esercito algerino, addestrato e armato dalla Francia e dal Comando Africa degli Stati uniti. Legittimo è il sospetto che l’attacco al campo gasiero sia stato orchestrato e/o facilitato dalla Francia, con la copertura Usa, per coinvolgere l’Algeria e altri paesi nordafricani nell’operazione militare in Mali, allargandone l’area. In Africa, la Francia, la Gran Bretagna, gli Stati uniti e altre potenze occidentali non sono in grado di reggere, con i loro gruppi multinazionali, la concorrenza economica della Cina e di altri paesi emergenti. Volendo mantenere a tutti i costi il controllo delle fonti energetiche e dei minerali strategici del continente, nonché delle sue zone di importanza geostrategica, soffiano sul fuoco delle tensioni e dei conflitti interni per giustificare il loro intervento militare, finalizzato a soffocare le lotte di liberazione dei popoli. A tal fine non si fanno scrupolo di usare gruppi jihadisti, i cui militanti di base, convinti di combattere l’imperialismo occidentale, finiscono per esserne strumenti. Li hanno usati in Libia per disgregare il paese dall’interno, mentre la Nato lo attaccava con cacciabombardieri e forze speciali infiltrate. Perfino il New York Times, dopo l’attacco in Algeria, ammette che Gheddafi aveva ragione quando avvertiva che l’abbattimento dello Stato libico avrebbe provocato il caos, dando mano libera ai gruppi juhadisti. Non dice però il New York Times che lo stesso la Nato sta facendo in Siria, confermando che ciò rientra nella propria strategia della tensione. Ha capito tutto Bersani. «Bisogna fermare le formazioni jihadiste sanguinarie – ha dichiarato – non si può lasciare sola la Francia, intervenuta in Mali: I’intervento ci vuole ed è tempo che la Ue riprenda il bandolo». Quello che in realtà l’Europa ha già ripreso in mano per svolgere la vecchia matassa delle guerre coloniali.

Fonte: IlManifesto.it

Una guerra può nasconderne un’altra

guerra in mali

di: Thierry Meyssan

«Sotto i nostri occhi», cronaca di politica internazionale n°23.

«L’appetito vien mangiando», dice il proverbio. Dopo aver ricolonizzato la Costa d’Avorio e la Libia, e dopo aver tentato di accaparrarsi la Siria, la Francia mira di nuovo al Mali per attaccare di spalle l’Algeria.

Durante l’attacco alla Libia, i francesi e i britannici hanno fatto ampio uso degli islamisti per combattere il potere di Tripoli, poiché i separatisti della Cirenaica non erano interessati a rovesciare Muammar Gheddafi una volta che Bengasi si fosse resa indipendente. Dopo la caduta della Jamahiriya, sono stato personalmente testimone della ricezione dei dirigenti dell’AQMI (“Al-Qa’ida nel Maghreb Islamico”, NdT) da parte dei membri del Consiglio nazionale di transizione all’hotel Corinthia, reso nel frattempo sicuro da un gruppo specializzato britannico giunto appositamente dall’Iraq. Era evidente che il successivo obiettivo del colonialismo occidentale sarebbe stata l’Algeria e che AQMI vi avrebbe giocato un ruolo, ma non vedevo ancora quale conflitto avrebbe potuto essere usato per giustificare un’ingerenza internazionale.

Parigi ha concepito uno scenario in cui la guerra penetra in Algeria attraverso il Mali.

Poco prima della presa di Tripoli da parte della NATO, i francesi riuscirono a corrompere e riguadagnare gruppi tuareg. Ebbero il tempo di finanziarli abbondantemente e di armarli, ma era già troppo tardi perché potessero giocare un ruolo sul terreno. Una volta finita la guerra, fecero ritorno nel loro deserto.

Tuareg sono un popolo nomade che vive nel Sahara centrale e ai bordi del Sahel, ossia un grande spazio comune tra la Libia e l’Algeria, il Mali e il Niger. Mentre hanno ottenuto la protezione dei primi due stati, sono invece stati abbandonati dagli ultimi due. Pertanto, sin dagli anni sessanta, non hanno mai smesso di mettere in discussione la sovranità del Mali e del Niger sulle loro terre. Assai logicamente, i gruppi armati dalla Francia decisero di utilizzare le loro armi per finalizzare le loro rivendicazioni in Mali.

Il Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad (MNLA) ha preso il potere in quasi tutto il Mali settentrionale presso cui vive. Tuttavia, un piccolo gruppo di islamisti tuareg, Ansar Dine, legato ad AQMI, ne approfitta per imporre la shari’a in alcune località.

Il 21 marzo 2012, uno strano colpo di stato è perpetrato in Mali. Un misterioso «Comitato per il recupero della democrazia e la restaurazione dello Stato» (CNRDRE) rovescia il presidente Amadou Toumani Touré e dichiara di voler ripristinare l’autorità del Mali nel nord del paese. Ciò si traduce in una grande confusione, perché i golpisti non sono in grado di spiegare in che cosa la loro azione migliorerebbe la situazione. Il rovesciamento del presidente risulta tanto più strano in quanto le elezioni presidenziali erano previste cinque settimane più tardi e il presidente uscente non si ripresentava. Il CNRDRE è composto da ufficiali addestratisi negli Stati Uniti. Impedisce lo svolgimento delle elezioni e trasmette il potere a uno dei candidati, in questo caso il francofilo Dioncounda Traoré. Questo gioco di prestigio è legalizzato dal CEDEAO, il cui presidente è nientemeno che Alassane Ouattara, messo al potere un anno prima dall’esercito francese in Costa d’Avorio.

Il colpo di stato accentua la divisione etnica del paese. Le unità d’elite dell’esercito del Mali (addestrate negli USA) con un comando tuareg si uniscono armi e bagagli alla ribellione.

Il 10 gennaio, Ansar Dine – con il sostegno di altri gruppi islamisti – attacca la città di Konna. Lascia così il territorio tuareg per estendere la legge islamica al sud del Mali. Il presidente di transizione Dioncounda Traoré decreta lo stato di emergenza e chiede aiuto alla Francia. Parigi interviene nelle ore successive per impedire la presa della capitale, Bamako. Previdentemente, l’Eliseo aveva pre-posizionato in Mali gli uomini del 1° Reggimento Paracadutisti della Marina («la coloniale») e del 13° Reggimento paracadutisti Dragons, elicotteri del COS, tre Mirage 2000D, due Mirage F-1, tre C135, un C130 Hercule e un C160 Transall.

In realtà, è assai improbabile che Ansar Dine abbia rappresentato una minaccia reale, poiché la vera forza combattente non è rappresentata dagli islamisti, bensì dai nazionalisti tuareg, che non rivolgono alcuna ambizione al sud del Mali.

Per condurre il suo intervento militare, la Francia chiede aiuto a molti Stati, tra cui l’Algeria. Algeri è in trappola: accettare di cooperare con l’ex potenza coloniale o assumere il rischio di un riflusso degli islamisti sul proprio territorio. Dopo qualche esitazione, accetta di aprire il suo spazio aereo al transito francese. Ma alla fine, un gruppo islamista non identificato attacca un impianto metanifero della British Petroleum nel sud dell’Algeria accusando Algeri di complicità con Parigi nella questione del Mali. Un centinaio di persone sono prese in ostaggio, ma non solo algerini e francesi. L’obiettivo è palesemente quello di internazionalizzare il conflitto portandolo in Algeria.

La tecnica di ingerenza francese è una riedizione di quella adottata dall’amministrazione Bush:utilizzare gruppi islamisti per creare dei conflitti e poi intervenire e installarsi sul posto con il pretesto di risolvere detti conflitti. È per questo che la retorica di François Hollande ricalca quella della «guerra al terrorismo», malgrado sia stata abbandonata da Washington. Ritroviamo in questo gioco i protagonisti di sempre: il Qatar ha acquisito azioni di grandi società francesi installatesi in Mali, e l’emiro d’Ansar Dine è vicino all’Arabia Saudita.

Il piromane-pompiere è anche un apprendista stregone. La Francia ha deciso di rafforzare il suo dispositivo anti-terrorismo, il piano Vigipirate. Parigi non teme tanto un’azione degli islamisti del Mali sul suolo francese, quanto il riflusso degli jihadisti dalla Siria. In effetti, nel corso di due anni, la DCRI (il servizio informazioni all’interno della Francia, NdT) ha promosso il reclutamento di giovani musulmani francesi per combattere con l’ESL contro lo Stato siriano. A causa della disfatta dell’ESL, questi jihadisti stanno attualmente tornando al loro paese d’origine, dove potrebbero essere tentati, per solidarietà con Ansar Dine, di utilizzare le tecniche terroristiche che sono state loro insegnate in Siria.

Thierry Meyssan, 20 gennaio 2013.

Traduzione a cura di Matzu Yagi.

Questa “cronaca settimanale di politica estera” appare simultaneamente in versione araba sul quotidiano “Al-Watan” (Siria), in versione tedesca sulla “Neue Reinische Zeitung”, in lingua russa sulla“Komsomolskaja Pravda”, in inglese su “Information Clearing House”.

Fonte: MegaChip.info

Le radici storiche della guerra segreta USA-NATO contro la Siria

di: Michel Chossudovsky

Il reclutamento degli squadroni della morte fa parte di una ben consolidata agenda militar-spionistica degli Stati Uniti. Degli Stati Uniti, esiste una storia lunga e macabra, di finanziamenti clandestini e di sostegno di brigate del terrore e di omicidi mirati, risalente alla guerra del Vietnam.

Fin dall’inizio del marzo 2011, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno sostenuto la formazione di squadroni della morte e l’incursione di brigate terroristiche in un’impresa attentamente pianificata.Nel momento in cui le forze governative della Siria continuano a contrastare l’auto-proclamatosi “Libero Esercito Siriano” (FSA), le radici storiche della guerra segreta dell’Occidente contro la Siria, che ha prodotto come risultato atrocità senza pari, devono essere pienamente portate alla luce.

Il reclutamento e l’addestramento di brigate del terrore, sia in Iraq che in Siria, sono stati improntati sull’“Opzione Salvador”, un “modello terrorista” per uccisioni di massa da parte di squadroni della morte sponsorizzati dagli Stati Uniti nell’America Centrale.

La sua prima applicazione ha visto la luce in El Salvador, nel periodo di maggior successo della resistenza salvadoregna contro la dittatura militare, con la produzione conseguente di circa 75.000 decessi.

La formazione di squadroni della morte in Siria si fonda sulla storia e l’esperienza delle brigate terroristiche sponsorizzate dagli Stati Uniti in Iraq, secondo il programma di “contro-insurrezione” del Pentagono. 

L’istituzione di squadroni della morte in Iraq

Squadroni della morte sponsorizzati dagli USA sono stati reclutati in Iraq a partire dal 2004-2005 in un’iniziativa lanciata sotto la guida dell’ambasciatore statunitense John Negroponte, inviato a Baghdad dal Dipartimento di Stato nel giugno 2004.

Negroponte era “l’uomo giusto per il lavoro”.

Come ambasciatore degli Stati Uniti in Honduras dal 1981 al 1985, Negroponte aveva svolto un ruolo fondamentale nel sostenere e supervisionare i Contras del Nicaragua di base in Honduras, nonché nel sovrintendere alle attività degli squadroni della morte dell’esercito honduregno.

“Sotto il governo del generale Gustavo Alvarez Martinez, l’amministrazione militare dell’Honduras era una stretta alleata dell’amministrazione Reagan e responsabile della “scomparsa” di decine e decine di oppositori politici attraverso il modo classico degli squadroni della morte.”

Nel gennaio 2005, il Pentagono, confermava che questo era oggetto di valutazione:

La formazione di squadre di azione terroristica di combattenti Curdi e Sciiti per prendere di mira i leader rivoltosi della Resistenza irachena, come risorsa strategica, è stata presa a prestito dalla lotta degli Stati Uniti di 20 anni fa contro i guerriglieri di sinistra nell’America Centrale”.

Sulle linee della cosiddetta “Opzione El Salvador”, elementi armati iracheni e statunitensi sarebbero stati inviati ad assassinare o rapire leader rivoltosi, anche raggiungendoli in Siria, dove alcuni di costoro pensavano di trovarsi al sicuro. … 

Queste squadre di azione avrebbero sollevato notevoli perplessità, e probabilmente per questo sono state tenute segrete.

L’esperienza dei cosiddetti “squadroni della morte” nell’America Centrale rimane ancora per molti una ferita aperta e ha contribuito a macchiare di disonore l’immagine degli Stati Uniti nella regione.

In buona sostanza, l’amministrazione Reagan finanziava e addestrava gruppi di forze nazionaliste per neutralizzare i leader ribelli salvadoregni e i loro simpatizzanti…

In quel periodo, dal 1981 al 1985, John Negroponte, l’ambasciatore usamericano a Baghdad, svolgeva un ruolo di primo piano come ambasciatore in Honduras.

Gli squadroni della morte erano una caratteristica brutale della politica latino-americana del tempo. Nei primi anni ‘80, l’amministrazione del Presidente Reagan finanziava, e contribuiva alla loro formazione, i Contras del Nicaragua con le loro basi in Honduras, con l’obiettivo di spodestare il regime sandinista del Nicaragua.

I Contras venivano equipaggiati con il denaro proveniente da vendite illegali di armi dagli Stati Uniti verso l’Iran, uno scandalo che avrebbe potuto rovesciare il signor Reagan.

L’essenza della proposta del Pentagono in Iraq, … era di seguire questo modello …

Non era chiaro se l’obiettivo principale di queste missioni in Iraq sarebbe stato quello di assassinare i ribelli o di rapirli, per poi interrogarli sotto tortura. Probabilmente, ogni missione in territorio siriano doveva essere effettuata da forze speciali statunitensi.

Nemmeno era chiaro chi avrebbe dovuto assumersi la responsabilità di un tale programma – il Pentagono o la CIA, Central Intelligence Agency. Tali operazioni segrete venivano tradizionalmente gestite dalla CIA, che doveva assicurare come un alibi all’amministrazione al potere l’estraneità delle decisioni, fornendo ai funzionari e ai dirigenti degli Stati Uniti la possibilità di negare la conoscenza delle operazioni stesse.(El Salvador-style ‘death squads’ to be deployed by US against Iraq militants – Times Online, January 10, 2005 – “Squadroni della morte” sul modello El Salvador vengono messi in campo dagli Stati Uniti contro militanti iracheni – Times on-line, 10 gennaio 2005)

Mentre l’obiettivo dichiarato della “Opzione Salvador in Iraq” era di “neutralizzare la ribellione”, in pratica le brigate terroristiche sponsorizzate dagli USA venivano coinvolte in uccisioni sistematiche di civili, al fine di fomentare la violenza settaria fra le fazioni.

A loro volta, la CIA e il servizio britannico MI6 facevano da supervisori delle unità “Al Qaeda in Iraq” impiegate in omicidi mirati direttamente contro la popolazione sciita.

Significativamente, gli squadroni della morte venivano integrati da “consiglieri” sotto copertura appartenenti alle Forze Speciali degli Stati Uniti.

Robert Stephen Ford , successivamente nominato ambasciatore degli Stati Uniti in Siria, faceva parte della squadra di Negroponte a Baghdad nel 2004-2005.

Nel gennaio 2004, era stato inviato come rappresentante degli Stati Uniti presso la città sciita di Najaf, la roccaforte dell’esercito del Mahdi, con cui prendeva contatti preliminari. [Muqtada al-Sadr, politico e religioso iracheno, leader del Movimento Sadrista, nel giugno del 2003 fondava una milizia, denominata Esercito del Mahdi, per combattere le forze di occupazione in Iraq.]

Nel gennaio 2005, Robert S. Ford veniva nominato rappresentante diplomatico Consigliere per gli Affari Politici presso l’ambasciata degli Stati Uniti sotto la guida dell’ambasciatore John Negroponte.

Egli non solo era membro del team più esclusivo, era anche collaboratore stretto di Negroponte nell’impostare l’“Opzione Salvador”. A Najaf, aveva gettato alcune delle basi di questa operazione, prima del suo trasferimento a Baghdad.

A John Negroponte e Robert Stephen Ford veniva affidato il compito del reclutamento degli squadroni della morte iracheni.

Mentre Negroponte coordinava l’operazione dal suo ufficio presso l’ambasciata degli Stati Uniti, Robert S. Ford, che parlava correntemente sia l’arabo che il turco, veniva incaricato di stabilire contatti strategici con gruppi di miliziani sciiti e curdi all’esterno della “Zona Verde”.

[La Zona Verde è il nome più comune che prende la zona internazionale di Baghdad. Si tratta di all’incirca di 10 chilometri quadrati al centro di Baghdad, centro dell’autorità provvisoria della coalizione e centro della presenza internazionale in città. Subito all’esterno di questa zona ve ne è un’altra chiamata Zona Rossa con riferimento a tutto il perimetro rimanente della città di Baghdad, ma anche a tutte quelle aree non protette al di fuori del sito militare.]

Due altri funzionari d’ambasciata, Henry Ensher (vice di Ford) e un funzionario più giovane della sezione politica, Jeffrey Beals, svolgevano un ruolo importante nella squadra nel “trattare con un settore di Iracheni, compresi gli estremisti”. (Vedi The New Yorker, 26 marzo 2007).

Un altro individuo chiave nel team di Negroponte era James Franklin Jeffrey, ambasciatore degli Stati Uniti in Albania (2002-2004). Nel 2010, Jeffrey veniva nominato ambasciatore degli Stati Uniti in Iraq (2010-2012).

Inoltre, Negroponte introduceva nella sua squadra uno dei suoi ex collaboratori, il colonnello James Steele (a riposo), durante il suo periodo d’oro in Honduras:

“Per la messa a punto dell’“Opzione Salvador”, Negroponte si avvaleva dell’assistenza di un suo collega dei tempi d’oro in America Centrale durante gli anni ‘80, il Col. a riposo James Steele.

Steele, il cui titolo a Baghdad era Consigliere per le forze di sicurezza irachene, curava la selezione e la formazione dei membri dell’Organizzazione Badr e dell’Esercito del Mahdi, le due più importanti formazioni di miliziani sciiti in Iraq, allo scopo di prendere di mira la dirigenza e le reti di informazioni di supporto in primo luogo della Resistenza sunnita.

Che questo fosse programmato o no, questi squadroni della morte immediatamente sfuggivano ad ogni controllo, per diventare la principale causa di morte in Iraq.

Intenzionalmente o no, un numero rilevante di corpi torturati e mutilati, che saltavano fuori per le strade di Baghdad ogni giorno, era opera degli squadroni della morte, un prodotto dell’iniziativa di John Negroponte. Ed è questa la violenza settaria, sostenuta segretamente dagli USA, che in gran parte ha portato al disastro infernale, che è l’Iraq di oggi.” (Dahr Jamail, Managing Escalation: Negroponte and Bush’s New Iraq Team, Antiwar.com, Gestire l’escalation: la squadra per il nuovo Iraq di Negroponte e Bush; 7 gennaio 2007)

Secondo il deputato democratico Dennis Kucinich, membro della Camera dei Rappresentanti, il colonnello Steele era il responsabile dell’attuazione di un piano in El Salvador per cui decine di migliaia di Salvadoregni erano “scomparsi” o erano stati assassinati, tra cui l’arcivescovo Oscar Romero e quattro suore statunitensi.

Dopo la sua nomina a Baghdad, il colonnello Steele veniva assegnato ad una unità contro-insurrezionale conosciuta come “Reparto di Polizia Speciale” alle dipendenze del Ministero degli Interni iracheno (vedere ACN, Havana, 14 giugno 2006) 

I rapporti confermano che “l’esercito degli Stati Uniti consegnava molti prigionieri alla Brigata Wolf, il temuto 2° battaglione delle unità speciali del Ministero degli Interni”, e questo avveniva sotto la supervisione del colonnello Steele:

“Militari usamericani, consiglieri statunitensi, stavano in disparte e non facevano nulla, mentre membri della Brigata Wolf picchiavano e torturavano i prigionieri. I commandos del Ministero degli Interni avevano occupato la biblioteca pubblica a Samarra, e la avevano trasformata in un centro di detenzione.

Un’intervista condotta da Maass del New York Times nel 2005 nella prigione improvvisata, accompagnato dal consigliere militare statunitense della Brigata Wolf , Colonnello James Steele, veniva interrotta dalle urla terribili di un prigioniero provenienti dall’esterno.

Steele in precedenza era stato impiegato come consigliere per aiutare a schiacciare una rivolta in El Salvador.”(Ibid)

Un altro personaggio di spicco che ha giocato un ruolo nel programma di contro-insurrezione in Iraq è stato l’ex capo della polizia di New York Bernie Kerik [nella foto: Bernie Kerik alla scuola di polizia di Baghdad scortato da guardie del corpo], nel 2007 incriminato da un tribunale federale sotto l’accusa di 16 gravissimi reati.

All’inizio dell’occupazione dell’Iraq nel 2003, Kerik era stato nominato dall’amministrazione Bush per sovrintendere all’organizzazione e all’addestramento delle forze di polizia irachene.

Durante il breve periodo di servizio in cui nel 2003 assumeva la carica di “ministro ad interim degli Interni”, Bernie Kerik operava per l’organizzazione di unità terroristiche all’interno delle forze di polizia irachene:

“Inviato in Iraq con l’incarico di risistemare le forze di sicurezza irachene, Kerik si auto-nominava ministro degli Interni ad interim dell’Iraq. Consiglieri di polizia britannici lo definivano il “Terminator di Baghdad” (Salon9 dicembre 2004)

Sotto la guida di Negroponte come ambasciatore degli Stati Uniti a Baghdad, si era scatenata un’ondata di uccisioni di civili e di omicidi mirati, sotto copertura. Ingegneri, medici, scienziati e intellettuali furono presi di mira.Lo scrittore ed analista geopolitico Max Fuller ha documentato in dettaglio le atrocità commesse sulla scia del programma contro-insurrezionale sponsorizzato dagli Stati Uniti:

“La comparsa di squadroni della morte diventava assolutamente evidente nel maggio di quest’anno [2005], … decine di corpi venivano ritrovati gettati alla rinfusa … in aree deserte attorno a Baghdad. Tutte le vittime erano ammanettate, bendate e colpite alla testa, e molte di loro portavano anche i segni di essere state brutalmente torturate …

Le prove erano così convincenti che l’Associazione degli Accademici Musulmani (AMS), una delle principali organizzazioni sunnite, rilasciava dichiarazioni pubbliche in cui venivano accusate le forze di sicurezza aggregate presso il Ministero degli Interni e la Brigata Badr, l’ex ala armata del Consiglio Supremo per la Rivoluzione Islamica in Iraq (SCIRI), di stare dietro agli omicidi. Inoltre si accusava anche il Ministero degli Interni di gestire un terrorismo di Stato.” (Financial Times).

I commandos della Polizia e la Brigata Wolf agivano sotto la supervisione del programma statunitense contro-insurrezionale presso il Ministero degli Interni iracheno:

“I commandos della Polizia venivano formati attraverso le sperimentate istruzioni e la supervisione di esperti veterani usamericani, combattenti anti-insurrezionali, e fin dall’inizio conducevano operazioni congiunte con unità di forze speciali degli Stati Uniti, di elite e strettamente segrete.” (ReutersNational Review Online)

…. Una figura chiave nello sviluppo dei commandos Speciali di Polizia eraJames Steele, un ex operativo delle forze speciali dell’esercito degli Stati Uniti, che si era fatto le ossa in Vietnam prima di passare a dirigere la missione militare USA in El Salvador nel pieno della guerra civile di quel paese. …

Un altro collaboratore statunitense era quello Steven Casteel che, come consigliere più anziano degli Stati Uniti presso il Ministero degli Interni iracheno, liquidava le accuse gravi e ben circostanziate delle raccapriccianti violazioni dei diritti umani come “voci e insinuazioni”.

Come Steele, Casteel aveva acquisito una notevole esperienza nell’America Latina, nel suo caso partecipando alla caccia al capo cartello della cocaina Pablo Escobar nelle Guerre alla droga in Colombia degli anni ‘90 …

Il curriculum di Casteel è significativo, perché questo tipo di ruolo di appoggio alla raccolta di informazioni e alla produzione di elenchi di morte è caratteristico del coinvolgimento degli Stati Uniti nei programmi anti-insurrezionali, e costituisce il filo conduttore in quelle che potrebbero sembrare orge casuali, senza alcun collegamento, di ammazzamenti.

Tali genocidi centralmente pianificati sono pienamente coerenti con ciò che sta avvenendo oggi in Iraq [2005] … Essi sono inoltre in linea diretta con quanto poco noi sappiamo dei commandos Speciali di Polizia, che sono stati ritagliati su misura per “fornire al Ministero dell’Interno forze speciali con particolari capacità di attacco”. (US Department of Defense).

In piena sintonia con tale ruolo, il quartier generale dei commandos di Polizia è diventato il fulcro di un comando a livello nazionale, un centro di controllo, di comunicazioni, di operazioni informatiche e di intelligence, per gentile concessione degli Stati Uniti. (Max Fuller, op. cit.)

Questo lavoro impostato dalle fondamenta da Negroponte nel 2005 veniva pienamente realizzato sotto il suo successore, l’ambasciatore Zalmay Khalilzad.

Robert Stephen Ford garantiva la continuità del progetto, prima di venire nominato ambasciatore degli Stati Uniti in Algeria nel 2006, così come al suo ritorno a Baghdad come vice Capo Missione nel 2008.

Operazione “Syrian Contras”: “Imparare la lezione dall’esperienza irachena!”

La macabra versione irachena dell’“Opzione Salvador” sotto la guida dell’ambasciatore John Negroponte è servita come “modello di comportamento” per la creazione dei Contras del “Libero Esercito Siriano”.  Senza dubbio, Robert Stephen Ford è stato coinvolto nella realizzazione del progetto per la formazione dei Contras siriani, considerata la sua riassegnazione a Baghdad nel 2008, come vice Capo Missione. L’obiettivo in Siria consisteva nel creare divisioni tra fazioni, tra Sunniti, Alawiti, Sciiti, Curdi, Drusi e Cristiani.

Mentre il contesto in Siria è completamente diverso da quello in Iraq, esistono analogie sorprendenti per quanto riguarda le procedure con cui sono stati condotti omicidi e atrocità.

Un articolo pubblicato da Der Spiegel riguardante le atrocità commesse nella città siriana di Homs conferma un processo settario per organizzare omicidi di massa ed esecuzioni extragiudiziali paragonabili a quelli condotti dagli squadroni della morte in Iraq, con il pieno appoggio degli Stati Uniti. Gli abitanti di Homs sono stati regolarmente classificati come “prigionieri” (Sciiti, Alawiti) e “traditori”. I “traditori” sono quei civili Sunniti, all’interno dell’area urbana occupata dai ribelli, che esprimono il loro dissenso o la loro opposizione alle regole del terrore del Libero Esercito Siriano (FSA): 

““Dalla scorsa estate [2011], abbiamo giustiziato poco meno di 150 uomini, che rappresentano circa il 20 per cento dei nostri prigionieri”, afferma Abu Rami…Ma i carnefici di Homs sono stati più impegnati con i traditori all’interno delle loro stesse fila che con i prigionieri di guerra. “Se catturiamo un Sunnita che fa la spia, o se un cittadino tradisce la rivoluzione, noi facciamo in fretta”, sottolinea il combattente.

Secondo Abu Rami, la “brigata della sepoltura” di Hussein ha messo a morte tra i 200 e 250 traditori dall’inizio dell’insurrezione.”

(Der Spiegel,  30 marzo 2012)

L’ambasciatore Robert Stephen Ford ad Hama (Siria Centrale) all’inizio del luglio 2011

Il progetto ha richiesto un programma iniziale di reclutamento e di addestramento di mercenari.

Le squadre della morte, che comprendono unità salafite di Libanesi e Giordani, sono entrate in Siria attraverso il confine meridionale con la Giordania, a metà marzo 2011.

Gran parte dell’operazione era già in atto prima dell’arrivo di Robert Stephen Ford a Damasco nel mese di gennaio 2011. La nomina di Ford come ambasciatore in Siria veniva annunciata all’inizio del 2010. Le relazioni diplomatiche erano state interrotte nel 2005, dopo l’assassinio di Rafick Hariri, che Washington imputava alla Siria. Ford arrivava a Damasco appena due mesi prima dell’inizio della rivolta. 

Il Libero Esercito Siriano (FSA)

Washington e i suoi alleati hanno replicato in Siria le caratteristiche essenziali dell’“Opzione Salvador per l’ Iraq”, il che ha consentito la creazione del Libero Esercito Siriano (FSA) e delle sue varie fazioni terroristiche, tra cui Al Qaeda affiliata alla brigata Al Nusra, (la brigata salafita più nota e più osannata, composta da Siriani e stranieri jihadisti, che hanno già operato in Iraq e Afghanistan).

Mentre nel giugno 2011 veniva annunciata la creazione del Libero Esercito Siriano, il reclutamento e la formazione di mercenari stranieri erano stati avviati in un periodo ben precedente.

Per molti aspetti, il Libero Esercito Siriano è una cortina fumogena.

È stato sostenuto dai media occidentali che questo Esercito rappresenta in buona sostanza e per certo un’entità militare formatasi come risultato di diserzioni di massa delle forze governative. Tuttavia, il numero di disertori non è stato né significativo, né sufficiente per costituire una struttura militare coerente con le funzioni di comando e di controllo.

Il Libero Esercito Siriano non è una struttura militare professionale, piuttosto si tratta di una rete a maglie larghe di distinte brigate terroristiche, che a loro volta sono costituite da numerose cellule paramilitari che operano in diverse parti del paese. Ciascuna di queste organizzazioni terroristiche opera indipendentemente.

Il Libero Esercito Siriano non esercita effettivamente funzioni di comando e di controllo, nemmeno funge da collegamento fra queste diverse entità paramilitari. Queste ultime sono controllate da agenti delle forze speciali e di intelligence, supportati dagli Stati Uniti e dalla NATO ed incorporati nei ranghi di determinate formazioni terroristiche.

Questi elementi di forze speciali, altamente addestrati, molti di loro sono dipendenti di compagnie private di sicurezza, sul terreno sono regolarmente in contatto con unità di comando militari e di intelligence degli USA-NATO e alleati.

Queste forze speciali incorporate sono anche coinvolte, senza dubbio, negli attentati dinamitardi attentamente pianificati contro edifici governativi, strutture militari, ecc.

Gli squadroni della morte sono costituiti da mercenari reclutati ed addestrati dagli Stati Uniti, dalla NATO e dai loro alleati del Consiglio di Cooperazione del Golfo Persico (GCC).

Essi stanno sotto la direzione di forze speciali alleate (tra cui forze speciali dello Special Air Service britannico e dei paracadutisti francesi), e di società private di sicurezza sotto contratto della NATO e del Pentagono.

A questo proposito, rapporti confermano l’arresto da parte del governo siriano dai 200 ai 300 dipendenti di compagnie private di sicurezza , integrati nelle schiere dei rivoltosi.

La Brigata Jabhat Al Nusra

La Brigata Al Nusra – che si dice essere affiliata ad Al Qaeda - è descritta come il più efficace gruppo di “opposizione” di ribelli combattenti, responsabile di molti degli eclatanti attacchi dinamitardi.

Raffigurata come un nemico degli Stati Uniti (nella lista del Dipartimento di Stato delle organizzazioni terroristiche), le operazioni di Al Nusra portano tutti i tratti distintivi della formazione paramilitare addestrata dagli Stati Uniti alle tattiche terroristiche.

Le atrocità commesse contro i civili da parte di Al Nusra sono simili a quelle realizzate dagli squadroni della morte sponsorizzati in Iraq dagli Stati Uniti. 

Queste le espressioni del leader di Al Nusra Abu Adnan ad Aleppo:

“Tra i suoi componenti, Jabhat al-Nusra conta su Siriani veterani della guerra in Iraq, uomini che sul fronte della lotta in Siria portano competenze – in particolare la fabbricazione di ordigni esplosivi improvvisati (IED).”

Come in Iraq, sono state attivamente promosse la violenza tra fazioni e la pulizia etnica.

In Siria, le comunità alawite, sciite e cristiane sono divenute il bersaglio degli squadroni della morte sponsorizzati dagli USA-NATO. Le comunità alawita e cristiana sono gli obiettivi principali del programma di omicidi mirati.

Questo viene confermato dall’Agenzia di stampa del Vaticano:

“I Cristiani di Aleppo sono vittime di morte e distruzione a causa dei combattimenti che da mesi stanno martoriando la città. I quartieri cristiani, negli ultimi tempi, sono stati colpiti dalle forze ribelli che combattono contro l’esercito regolare, e questo ha provocato un esodo di civili.

Alcuni gruppi dell’opposizione più rigida, inclusi anche gruppi jiahadisti, sparano sulle case e gli edifici dei Cristiani, per costringere gli occupanti a fuggire e poi prenderne possesso [pulizia etnica]

(Agenzia Fides. Vatican News, 19 ottobre 2012)

“I militanti salafiti sunniti – dice il Vescovo – continuano a commettere crimini contro i civili, o a reclutare combattenti con la forza. Gli estremisti fanatici Sunniti stanno combattendo una guerra santa mossi da arroganza, in particolare contro gli Alawiti. Quando i terroristi cercano di controllare l’identità religiosa di un sospetto, gli chiedono di citare le genealogie risalenti fino a Mosè. E gli chiedono di recitare preghiere che gli Alawiti hanno rimosso. Gli Alawiti non hanno alcuna possibilità di uscirne vivi.”(PA) (Agenzia Fides, 4 giugno 2012)

I rapporti confermano l’affluenza in Siria di squadroni della morte salafiti ed affiliati ad Al Qaeda, nonché di brigate sotto gli auspici dei Fratelli Musulmani, fin dall’inizio della rivolta nel marzo 2011.

Inoltre, secondo fonti dell’intelligence israeliana, questo è stato avviato e promosso dalla NATO e dall’Alto Comando Turco, e fa ricordare l’arruolamento di Mujahideen per impegnarli nella jihad (guerra santa) della CIA all’apogeo della guerra sovietico-afghana:

“È in atto una campagna per arruolare migliaia di volontari musulmani nei paesi del Medio Oriente e nel mondo musulmano, e portarli a combattere a fianco dei ribelli siriani. L’esercito turco avrebbe ospitato questi volontari, li avrebbe addestrati e avrebbe assicurato il loro passaggio in Siria.” (DEBKAfile“la NATO fornisce ai ribelli armi anti-carro”, 14 agosto 2011)

Le Compagnie private di sicurezza e il reclutamento di mercenari

Secondo informazioni ben documentate, nel reclutamento e nell’addestramento dei mercenari sono coinvolte compagnie private di sicurezza straniere, che operano negli Stati del Golfo.

Anche se non destinate al reclutamento di mercenari specificamente diretti contro la Siria, la documentazione sottolinea la creazione di campi di addestramento nel Qatar e negli Emirati Arabi Uniti (UAE).

Nella città militare di Zayed (Emirati Arabi Uniti), “sta formandosi un esercito segreto” , gestito da Xe Services, ex Blackwater. [La Blackwater Worldwide, già conosciuta come Blackwater USA e Xe Services LLC, dal dicembre 2011, come Academi, è una compagnia militare privata fondata nel 1997.]

L’accordo con gli Emirati Arabi Uniti per stabilire un campo militare per la formazione di mercenari è stato firmato nel luglio 2010, nove mesi prima dello scatenarsi delle guerre in Libia e in Siria.

Secondo recenti sviluppi, società di sicurezza sotto contratto con la NATO e il Pentagono sono impegnate nell’addestramento di squadroni della morte di “oppositori” sull’uso di armi chimiche:

“Gli Stati Uniti e alcuni loro alleati europei stanno utilizzando contractor di difesa per addestrare ribelli siriani su come proteggere scorte di armi chimiche in Siria, – questo hanno riferito alla CNN Sunday un alto ufficiale degli Stati Uniti e diversi autorevoli diplomatici.” (CNN Report, 9 dicembre 2012)

I nomi delle società interessate non sono stati rivelati.

In gran segreto, al Dipartimento di Stato degli Stati Uniti

Robert Stephen Ford  ha fatto parte di un gruppo ristretto inserito nella squadra del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, che curava il reclutamento e la formazione di brigate terroristiche, in collaborazione con Derek Chollet eFrederic C. Hof, un ex socio in affari di Richard Armitage, che ricopriva l’incarico di “coordinatore speciale per la Siria” degli USA.

Derek Chollet è stato recentemente nominato alla carica di sottosegretario alla Difesa per gli Affari della Sicurezza Internazionale (ISA).

Questa squadra operava sotto la guida dell’(ex) sottosegretario di Stato per gli Affari nel Vicino Oriente, Jeffrey Feltman.

Il gruppo di Feltman era in stretto collegamento con il processo di reclutamento e di addestramento di mercenari provenienti dalla Turchia, Qatar, Arabia Saudita e Libia (per …gentile concessione del regime post-Gheddafi, che ha spedito un gruppo di 600 combattenti islamici libici (LIFG) in Siria, via Turchia, nei mesi successivi al crollo del settembre 2011 del governo di Gheddafi).

Il sottosegretario di Stato Feltman era in contatto anche con il ministro degli Esteri saudita, principe Saud al-Faisal, e con il ministro degli Esteri del Qatar, sceicco Hamad bin Jassim.

Era anche a capo di un ufficio situato a Doha (capitale del Qatar) per un “coordinamento della sicurezza speciale” rispetto alla questione della Siria, che comprendeva rappresentanti di agenzie di intelligence occidentali, dei Paesi del Golfo e anche un rappresentante della Libia.

Faceva parte di questo gruppo il principe Bandar bin Sultan, un membro importante e controverso dei servizi di spionaggio dell’Arabia Saudita. (Vedi Press Tv,  12 maggio 2012).

Nel giugno 2012, Jeffrey Feltman(nell’immagine) veniva nominato Sottosegretario generale per gli Affari politici dell’ONU, una posizione strategica che, in pratica, consiste nel fissare l’agenda delle Nazioni Unite (per conto di Washington) in merito alle questioni relative alla “Risoluzione dei Conflitti” nei diversi “punti geopolitici caldi” di tutto il mondo (tra cui Somalia, Libano, Libia, Siria, Yemen e Mali).

Per amara ironia, i paesi oggetto della “Risoluzione dei Conflitti” sono proprio quelli che sono il bersaglio delle operazioni segrete degli Stati Uniti!

In collaborazione con il Dipartimento di Stato USA, la NATO ed i loro manutengoli dei Paesi del Golfo di Doha e Riyadh, Feltman è l’uomo di Washington che sta alle spalle dell’inviato speciale dell’ONU, Lakhdar Brami, per una “Proposta di Pace” in Siria

Nel frattempo, mentre aderiscono a questa iniziativa di pace delle Nazioni Unite, gli Stati Uniti e la NATO hanno accelerato il processo di reclutamento e di addestramento di mercenari, in risposta alle gravi perdite subite in Siria dalle forze ribelli di “opposizione”..

Gli Stati Uniti hanno proposto che la “fine del gioco” in Siria non coincida con un cambio di regime, ma con la distruzione della Siria come Stato Nazione.

Il dispiegamento di squadroni della morte di “oppositori”, con il mandato di uccidere civili fa parte di questa impresa criminale.

Il terrorismo dal “Volto Umano” è sorretto dal Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani.

Le atrocità commesse dagli squadroni della morte USA-NATO sono con troppa superficialità addossate al governo della Siria.

L’“obiettivo indicibile” di Washington consiste nella disgregazione della Siria come nazione sovrana – secondo linee di separazione etniche e religiose – in varie, distinte e politicamente “indipendenti” entità.

Note e riferimenti:

El Salvador-style “death squads” to be deployed by US against Iraq militants –

“Squadroni della morte” modello El Salvador da schierarsi contro militanti in Iraq da parte degli Stati Uniti ; Nota editoriale di Global Research

Questo articolo, pubblicato su The Times all’inizio del 2005, rende nota la strategia di Washington di squadroni della morte in Iraq, sponsorizzati dagli USA. Con John Negroponte, ora al timone degli apparati di intelligence degli Stati Uniti, questa strategia è ora …

IRAQ: Thousands killed by government death squads

IRAQ: migliaia sono gli ammazzati dagli squadroni della morte governativi

Faik Bakir, direttore dell’obitorio di Baghdad, ha lasciato l’Iraq temendo per la sua vita dopo aver segnalato che più di 7000 persone sono state uccise dagli squadroni della morte del ministero degli Interni iracheno negli ultimi mesi… “The Salvador Option For Syria”: US-NATO Sponsored Death Squads Integrate “Opposition Forces”

“L’Opzione Salvador per la Siria”: squadroni della morte sponsorizzati dagli USA-NATO incorporano “Forze di opposizione”

Modellata sulle operazioni segrete degli Stati Uniti in America Centrale, l’“Opzione Salvador per l’Iraq” del Pentagono, avviata nel 2004, è stata posta in atto sotto la guida dell’Ambasciatore degli Stati Uniti in Iraq John Negroponte (2004-2005) …

7,000 Sunnis killed by Death Squads?

 7.000 Sunniti uccisi dagli squadroni della morte?

Sì, questo è ciò che Faik Bakir, direttore dell’obitorio di Baghdad, ha dichiarato al quotidiano The Guardian.

Settemila Sunniti sono stati uccisi dagli squadroni della morte programmati, finanziati, gestiti, e completamente incorporati nel ministero dell’Interno iracheno…

LINK: Terrorism with a “Human Face”: The History of America’s Death Squads

Traduzione di: Curzio Bettio

Fonte: http://www.tlaxcala-int.org

 

Mobile User Objective System (MUOS). Ora è un obbligo!

muos

di: Giulietto Chiesa

Non so quanti sanno cosa sia il Muos. E’ una base militare americana (non della Nato), sistemata illegalmente in mezzo a una riserva naturale, a due passi da Niscemi, Sicilia.

Segretissima. Enorme. Si vedono antenne altissime di diversi tipi. I tecnici del Politecnico di Torino, chiamati dall’Amministrazione comunale di Niscemi, hanno valutato i rischi per le popolazioni circostanti. Il rapporto è, a dir poco inquietante.

Ma più inquietante è scoprire che tutto il Muos è un’arma strategica offensiva di nuovo tipo, che fa parte di un sistema di basi analoghe, sparse in diversi continenti, collegate a un sistema di satelliti geostazionari che consentono agli Stati Uniti d’America, senza alcun controllo da parte italiana, di condurre azioni di rilevazione, controllo, guida di droni, possibili e multiple azioni di disturbo e di offesa verso terzi.

Studi sull’impatto delle onde irraggiate da quelle antenne, eseguiti da due aziende americane,Analytical Graphics Inc. (sede a Exton , Pennsylvania), e Maxim Systems (San Diego, California), dicono che “le fortissime emissioni elettromagnetiche possono avviare la detonazione degli ordigni” a bordo di aerei militari.

Infine (ma l’elenco sarebbe lungo) si hanno molte ragioni per concludere che le antenne e le parabole del Muos hanno stretti legami con l’ultra-segreto programma “Haarp”  (High frequency Active Auroral Reseach Program) che dal 1994 la Us Air Force e la Us Navy conducono a partire dallabase di Gakona, in Alaska. Programma che il Parlamento Europeo ha definito pericoloso per l’ambiente e per l’uomo, chiedendo agli Stati Uniti di sospenderlo. Richiesta ignorata sia dal governo americano che dalla Commissione Europea.

Chi ha preso la decisione di fare la base, in Italia, in Sicilia? Storia oscurissima, cominciata nel 2005. Fino a che la Regione Siciliana, sollecitata dalla gente, non ha cercato, confusamente, di fermare la faccenda. Per essere poi costretta a rimangiarsi tutto. Fino al recente sequestro della base da parte della magistratura. Anche questa volta subito cancellato dalle “istanze superiori”. Insomma questa base non si tocca. Il Parlamento non ne ha mai discusso.

Ma è sorto un movimento di protesta, che sta assumendo proporzioni importanti. E allora, a camere chiuse, ecco che la ministra Cancellieri formalizza la decisione del Governo, definendo il Muos “sito di interesse strategico per la difesa militare della nazione e dei nostri alleati. Cosa c’entri la difesa militare della nostra nazione in un dispositivo aggressivo lo sa solo la Cancellieri, anzi probabilmente nemmeno lei. Gli alleati sono uno solo, gli Usa. L’intimazione è rivolta al nuovo presidente della Regione Siciliana Rosario Crocetta: che non si faccia venire strane idee!

L’avvertimento è chiaro ed è erga omnes: “Non sono accettabili comportamenti che impediscano l’attuazione delle esigenze di difesa nazionale e la libera circolazione connessa a tali esigenze, tutelate dalla Costituzione”. Monti, come i precedenti governi di centrodestra e centrosinistra, dopo avere violato lo spirito della Costituzione in diversi punti e dopo averla fatta modificare (pareggio in bilancio e fiscal compact) mediante un Parlamento prono, si ricorda della Costituzione in questa specifica e molto particolare situazione.

In questo modo si vuole impedire alle popolazioni di difendersi. Anche se le si mette, a loro insaputa, in un forno a micro e macro onde in cui cuoceranno insieme ai loro figli (la Costituzione considera  fondamentale il diritto alla salute). Oltre a divenire il bersaglio preliminare di ogni futuro conflitto.

Io penso che questa base la si debba chiudere e mi impegno personalmente in questo senso. Penso che il diritto costituzionale sia dalla parte della sovranità popolare, non dalla parte degli espropriatori della democrazia e della ricchezza che siedono nel Palazzo.

In ogni assemblea cui partecipo, dovunque vado, ripeto che il Parlamento italiano prossimo venturo dovrebbe dichiarare, nella sua prima seduta, che l’Italia non parteciperà più a nessuna azione o missione militare fuori dai suoi confini. Che lo dichiari preliminarmente, impegnando il Governo a rispettare la sua deliberazione.

Il Muos è arma di aggressione e non soltanto di difesa. E non è sotto il controllo delle leggi e delle autorità italiane. Come tale dev’essere dichiarato illegittimo e chiuso.

Naturalmente io penso che l’Italia debba uscire dalla Nato, poiché non abbiamo nemici che non siano le catastrofi naturali che si abbatteranno su di noi insieme alla crescita del Prodotto interno lordo (finché ce ne sarà). E dunque che non si debbano comprare altri caccia bombardieri e altri sommergibili, che serviranno solo a farci diventare bersagli in guerre che è ormai impossibile vincere.

[note per la documentazione: a) Relazione del 10 ottobre 2009, firmata da Donato La Mela Veca, Tommaso La Mantia e Salvatore Pasta, su incarico del Comune di Niscemi. b) Rapporto del Politecnico di Torino, denominato “Analisi dei rischi del Mobile User Objective System presso il Naval Radio Transmitter Facility” di contrada Ulmo. Firmato dai professori Massimo Zucchetti (ordinario di Impianti nucleari del Politecnico e research affiliate del Mit, Massachusetts Institute of Technology) e Massimo Coraddu (Consulente esterno del dipartimento di energetica del PT) . c)Parlamento Europeo (5 febbraio 1988). d) UNECE Ahrus  Convention 1988. e) Nagoya Convention on Biological Diversity (2010). f) Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (2000). ]

Fonte: IlFattoQuotidiano.it

Guerra e pace

guerra e pace

di: Beppe Grillo

In Italia, dal dopoguerra, la politica estera è materia di scontro elettorale tra destra e sinistra, tra guelfi e ghibellini e, nel peggiore dei casi, purtroppo il più consueto, allineamento agli interessi di potenze straniere. Poco è cambiato in quasi settant’anni, dal confronto tra Trieste italiana o titina, dall’invasione dell’Ungheria benedetta dal Pci, ai missili di Cuba, alla guerra dei Sei Giorni tra Israele e Egitto, al Vietnam, alla prima e la seconda guerra in Iraq. Le ideologie e i retrobottega dei partiti hanno prevalso sugli interessi nazionali e sulla verità dei fatti, con una conseguente perdita di credibilità dell’Italia. Inaffidabile, serva, voltagabanna. Chi può fidarsi di una Nazione che ripudia la guerra nella sua Costituzione, firma un solenne trattato di pace con la Libia e la bombarda pochi mesi dopo? Chi può credere alla buona fede di uno Stato che ha occupato l’Iraq con il pretesto di armi di massa mai esistite, se non nella fantasia di Bush, e ha attaccato l’Afghanistan senza ragione alcuna e tuttora vi mantiene le sue truppe? I bombardamenti sulla Serbia erano parte di un intervento pacificatore dei post comunisti italiani?

Dopo il crollo del muro di Berlino e il dissolvimento del Patto di Varsavia, la Nato ha perso il suo significato originario di contrapposizione al blocco sovietico, il vecchio impero del male di reaganiana memoria. Da allora, dal 1989, l’Italia si è trasformata da piattaforma strategica ad ascaro al servizio della Nato. Arruolata in tutte le guerre, ma sempre con l’alibi della missione di pace. L’obiezione tipica è “Se si fa parte della Nato si deve partecipare a ogni qualsivoglia guerra da questa dichiarata“. Un falso. Un’obiezione contraddetta dai fatti. La Germania, che è nella Nato, non è infatti entrata in guerra contro la Libia. L’articolo 11 della Costituzione recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo“. La nostra politica estera deve attenersi strettamente alla Costituzione. Mai più guerre per favorire gli interessi di altre potenze, mai più guerre se non per scopi difensivi. Vanno ritirati i nostri soldati dall’Afghanistan, dove gli USA stanno trattando la fine delle ostilità con i talebani da più di un anno senza che i nostri media ne diano notizia, dall’Iraq e da ogni teatro di guerra. La nostra politica estera deve essere di pacificazione, di prevenzione dei massacri religiosi o etnici, di rafforzamento dell’Onu e dei caschi blu. Dov’era l’Onu durante il genocidio in Ruanda o la strage di Sebrenica? A raccogliere le margherite di chi poneva il veto? E perché all’Onu qualcuno è più uguale degli altri e può bloccare un intervento umanitario? E dove sono i caschi blu durante i periodici bombardamenti in Palestina? Intervenire per garantire i più deboli, per evitare i massacri, interporsi tra le parti in guerra e dare assistenza ai civili: questo è lo spirito della nostra Costituzione, questa deve essere la base della nostra politica estera.

Ps: Chi avesse notizie di Vittorio Missoni scomparso con alcuni amici durante un volo aereo in Venezuela dovrebbe per favore mettersi in contatto con la famiglia inviando una mail all’indirizzo: [email protected]

FONTE: Beppegrillo.it

Vedi Napoli e poi muori

nato

di: Manlio Dinucci

Mentre a Napoli chiudono sempre più aziende, ce n’è una che va a gonfie vele tanto che ha aperto una nuova, lussuosa sede.

È la Nato, il cui Comando interforze (Jfc Naples) si è trasferito il 13 dicembre da Bagnoli a Lago Patria.

Il nuovo quartier generale ha una superficie coperta di 85mila metri quadri, circondata da un’area recintata ancora più vasta, già predisposta per future espansioni. Vi lavorano 2100 militari e 350 civili che, con le famiglie, costituiscono una comunità di oltre 5mila persone.

La costruzione è costata ufficialmente 165 milioni di euro, cui si aggiunge una cifra non quantificata per le dotazioni (600  km d cavi, 2mila computer, antenne satellitari) e le infrastrutture. L’Italia partecipa alla spesa complessiva, stimabile in circa 200 milioni di euro, sia con la quota parte del costo di costruzione, sia con il «fondo per le aree sottoutilizzate» e con uno erogato dalla Provincia, per un ammontare stimato in circa 25 milioni.

Tutto denaro pubblico, che va ad aggiungersi al budget  militare. Speso però bene, secondo le autorità italiane. Nella cerimonia a Bagnoli, il presidente della regione Stefano Caldoro (Psi/Pdl)  ha esaltato «l’importanza del Comando nel Mezzogiorno», la cui presenza è «al servizio della sicurezza e della pace nel mondo».

Il sindaco di Napoli Luigi De Magistris (Movimento arancione), dopo aver sottolineato «lo storico legame di Napoli con questa base», ha dichiarato: «Siamo orgogliosi di aver conosciuto tante forze armate diverse» che, trasferendosi nella nuova sede, resteranno a Napoli, una città con «una posizione strategica rilevante nei piani per il mantenimento della pace nel mondo», una città che «con gli occhi guarda verso Bruxelles (sede centrale della Nato), ma con il cuore guarda a Sud, al Medio Oriente dove stati autonomi e indipendenti ci si augura possano vivere in serenità».

Parole altamente apprezzate dall’ammiraglio statunitense Bruce Clingan, comandante del Jfc Naples, che ha regalato a Caldoro la chiave simbolica della base e a De Magistris la bandiera del Jfc Naples. Nessuno meglio di lui può apprezzare la posizione strategica di Napoli, esemplificata dal fatto che egli è, allo stesso tempo, comandante delle Forze navali Usa in Europa, comandante delle Forze navali Usa per l’Africa, comandante delle Forze congiunte alleate.

I tre comandi di Napoli, sempre agli ordini di un ammiraglio statunitense scelto dal segretario alla difesa con l’autorizzazione del presidente, hanno un’«area di responsabilità» complessiva che abbraccia l’Europa, l’intera Russia e l’Africa.

La guerra alla Libia, l’anno scorso, fu diretta dal Pentagono prima attraverso l’Africa Command, quindi il Jfc Naples, appoggiati dalle forze navali Usa in Europa. Sempre da Napoli vengono condotte le attuali operazioni militari in Nordafrica e in altre parti del continente e quelle di accerchiamento e disgregazione della Siria.

Poiché le operazioni belliche si intensificano in base al «nuovo concetto strategico», spiega l’ammiraglio Clingan, occorreva una sede adeguata a «un quartier generale di combattimento della guerra», costantemente operativo. A Napoli, che – assicura De Magistris – ha «una posizione strategica rilevante nei piani per il mantenimento della pace nel mondo».

FONTE: IlManifesto.it

Grandi manovre attorno a Gaza

di: Manlio Dinucci

Dopo il «cessate il fuoco» annunciato al Cairo dalla Clinton, un ventenne di Gaza, Anwar Qudaih, era andato a festeggiare nella «zona cuscinetto», la fascia larga 300 metri in territorio palestinese, dove un tempo la sua famiglia coltivava la terra. Ma quando si è avvicinato alla barriera di filo spinato, un soldato israeliano gli ha sparato in bocca. La prima vittima del «cessate il fuoco», che si aggiunge ai 170 uccisi, un terzo donne e bambini, e agli oltre mille feriti dai bombardamenti, che hanno provocato danni per 300 milioni di dollari.

Perché il «cessate il fuoco» possa durare «devono cessare gli attacchi di razzi» contro Israele, sottolinea la Clinton, attribuendo ai palestinesi la responsabilità della crisi. Il piano di Washington era chiaro fin dall’inizio: permettere che Israele desse «una lezione» ai palestinesi e si servisse dell’operazione bellica quale test per una guerra regionale, evitando però che l’operazione si allargasse e prolungasse. Ciò avrebbe interferito con la strategia Usa/Nato, che concentra le forze su due obiettivi: Siria e Iran. In tale quadro rientra la nuova partnership con l’Egitto, che secondo la Clinton sta riassumendo «il ruolo di pietra angolare di stabilità e pace regionale svolto per lungo tempo», quindi anche nei trent’anni del regime di Mubarak. Il presidente Morsi, lodato dalla Clinton per la sua «leaderhip personale» nel conseguimento dell’accordo, ne ha tratto vantaggio per concentrare il potere nelle proprie mani. In compenso Washington gli chiede un più stretto controllo del confine con Gaza, così da rafforzare l’embargo. Ma lo scopo della partnership va ben oltre: essa mira a integrare l’Egitto, dipendente dagli aiuti militari Usa e dai prestiti del Fmi e delle monarchie del Golfo, nell’arco di alleanze costruito da Washington in funzione della sua strategia in Medioriente e Nordafrica. Significativo, in tale quadro, è il ruolo del Qatar: dopo una visita segreta in Israele (documentata però da un video), l’emiro Sheikh Hamad bin Khalifa Al-Thani è andato a Gaza a promettere aiuto e dopo ha incontrato il presidente Morsi al Cairo, consegnandogli 10 milioni di dollari per curare i palestinesi feriti dalle bombe israeliane. Si presenta così come sostenitore della causa palestinese e araba, mentre ciò che sostiene è in realtà la strategia Usa/Nato, come ha fatto inviando forze speciali e armi in Libia nel 2011 e oggi in Siria. Altra politica a due facce è quella del premier turco Erdogan che, mentre condanna Israele e annuncia una prossima visita di solidarietà a Gaza, collabora di fatto con Israele nell’accerchiare e disgregare la Siria e, chiedendo l’installazione di missili Patriot nella zona di confine, permette alla Nato di imporre una no-fly zone sulla Siria. Dello stesso tenore la politica del governo italiano che, mentre rafforza i legami militari con Israele permettendo ai suoi cacciabombardieri di esercitarsi in Sardegna, promette aiuti alle imprese palestinesi di artigianato. Così, mentre le navi da guerra israeliane, appoggiate da quelle Nato (italiane comprese), bloccano i ricchi giacimenti palestinesi di gas naturale nelle acque territoriali di Gaza, i palestinesi potranno vivere intagliando oggetti di legno. Come, negli Usa, gli abitanti delle «riserve indiane».

IlManifesto.it

Il partner afghano di Monti

di: Manlio Dinucci

Il premier Monti ha celebrato la giornata delle forze armate con una visita «a sorpresa» in Afghanistan. Ai militari italiani a Herat ha ribadito che «non siete l’espressione di una nazione in guerra: siamo qui per assicurare a questo paese sicurezza, stabilità e prosperità». Ha quindi incontrato il premier Karzai, assicurandolo che l’Italia, come gli altri paesi, «trasformerà il suo supporto, ma questo non significa lasciare il paese da solo».

Lo garantisce l’Accordo di partenariato firmato a Roma il 26 gennaio da Monti e Karzai. Per la realizzazione di «infrastrutture strategiche» nella provincia di Herat, l’Italia concede al governo afghano un credito agevolato di 150 milioni di euro (mentre L’Aquila e altre zone disastrate non hanno i soldi per ricostruire).

Si prevedono investimenti italiani anche nel settore minerario afghano (mentre chiudono le miniere in Sardegna) e a sostegno delle piccole e medie imprese afghane (mentre quelle italiane falliscono). Oltre agli impegni previsti dall’accordo, vi sono quelli assunti dall’Italia nel quadro Nato. Dopo aver speso nella guerra in Afghanistan 650 miliardi di dollari, gli Usa hanno impegnato gli alleati a contribuire alla formazione delle «forze di sicurezza afghane», già costata circa 60 miliardi di dollari, e al «fondo per la ricostruzione», già costato circa 20 miliardi. Dove finisce questo fiume di denaro? In gran parte nelle tasche della famiglia estesa di Hamid Karzai, il partner ricevuto al Quirinale, con tutti gli onori, dal presidente Napolitano. Gli affari di famiglia, in parte già noti, sono venuti a galla in un’inchiesta del New York Times. I fratelli del presidente e altri familiari, molti dei quali hanno cittadinanza Usa, si sono arricchiti con i miliardi della Nato (usciti anche dalle nostre tasche), gli affari sottobanco con compagnie straniere, gli appalti truccati, il traffico di droga. Per accaparrarseli, si è scatenata tra i fratelli una lotta al coltello. Mentre Qayum Karzai si prepara a subentrare al fratello Hamid come presidente, un altro fratello, Ahmed Wali Karzai, boss dell’Afghanistan meridionale, è stato assassinato. Grazie alla corruzione e al traffico di droga, aveva accumulato centinaia di milioni di dollari trasferendoli a Dubai. Al suo posto il presidente Karzai ha nominato un altro fratello, Shah Wali Karzai, manager della società Afco di proprietà del fratello Mahmoud Karzai: un palazzinaro che, dopo aver messo le mani su 40 km2 di terreni demaniali, sta costruendo a Kandahar migliaia di case per gli afghani benestanti. Mahmoud è anche un abile banchiere: nel 2010 è riuscito a sottrarre 900 milioni di dollari alla maggiore banca del paese, trasferendoli su un proprio conto a Dubai. Una volta al potere, Shah Wali ha rotto col fratello Mahmoud (contro cui è stato ordito un complotto per assassinarlo): ha creato una propria società, alla quale ha trasferito sottobanco 55 milioni di dollari provenienti dalla Banca per lo sviluppo edilizio. Con questa controparte il governo Monti ha stipulato l’Accordo di partenariato, approvato il 6 settembre dalla Camera a schiacciante maggioranza (396 contro 8) e il 30 ottobre dal Senato all’unanimità. In base alla solenne dichiarazione che le due parti hanno «interessi condivisi e obiettivi comuni».

Fonte: IlManifesto.it

Dossier GHEDDAFI. La morte: tante versioni pubbliche e la taciuta “pista dell’oro”

Articolo inviato al blog

di: mcc43

- Le troppe versioni ufficiali e l’inconclusiva indagine Onu
 -Interviste psyops: il bodyguard di Gheddafi
- Gheddafi rapito e riportato a Sirte?
- Riserve auree: Venezuela e Libia

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Il giorno 20 ottobre 2011 sui teleschermi e nel web si replicavano all’infinito il volto insanguinato di Muhammar Gheddafi, il branco urlante lanciato all’inseguimento, poi la sua  immobilità nella morte. Il giorno 23 l’annuncio alla folla: “Dichiariamo la Libia liberata. Alzate la testa. Siete libici liberi” Mustafa Jalil si inchinava e ringraziava Dio.  “Da oggi siamo una sola carne. Archiviamo il conflitto per il bene della Libia che avrà la legge islamica come suo fondamento”.  Obama si congratulava.  Cameron e Sarkozy l’avevano anticipato con il blitz propagandistico a Bengasi una settimana prima. **** Un anno è trascorso. Le distruzioni che hanno cancellato intere città e provocato migliaia di sfollati, la persecuzione dei libici di pelle nera, il suolo inquinato dall’uranio dei bombardamenti e dalle mine inesplose, i mutilati e l’infinita teoria di tragedie personali hanno liberato la Libia solamente dal corpo di Gheddafi, sepolto non si sa dove. Tutto ciò che si presumeva dovesse diventare nuovo è nel limbo delle speranze sempre più colorate di disillusione. Il conflitto divampante è diventato cronico.

Sì , Gheddafi non c’è più, ma sempre più spesso, riferiscono un pò meravigliati gli stranieri, si sente lo  slogan di un tempo  “Qadafi mia mia”,  sottovoce: Gheddafi al cento per cento.

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Le troppe versioni ufficiali e l’inconclusiva indagine Onu.

– Il comunicato della Nato (pdf). Consegna alla storia la versione di un aereo che avvista un convoglio armato “nei pressi di Sirte”, lo centra, distrugge un certo numero di veicoli, i restanti proseguono verso sud, vengono nuovamente colpiti; il comunicato dichiara altresì che il pilota non era al corrente della presenza di Gheddafi nel convoglio.

- I ribelli del CNT.

Sono loro a suggerire che Gheddafi è uscito da Sirte e dichiarano di averlo catturato nascosto in una conduttura [da un mese  proclamavano d'essere sul punto di scovarlo imbucato da qualche parte] già ferito alle gambe. I video mostrano che Gheddafi poteva correre, mentre è la testa ad essere abbondantemente coperta di sangue. Viene sballottato e non oppone resistenza, come persona sotto effetto di narcotici. E’ inseguito e oltraggiato da una muta urlante, “muore durante il trasporto all’ospedale”.

Il medico autore dell’autopsia riscontra, invece, due proiettili sparati da distanza ravvicinata, alla testa e allo stomaco, poco dopo essere finito nelle mani dei ribelli. In effetti alcune scene dei video mostrano  una pistola puntata alla tempia. Video a questi link  DailyMail e  HRI .Mahmoud Jibril, tuttavia, dichiara che il prigioniero è morto durante una sparatoria avvenuta dopo la sua cattura tra lealisti e forze del Cnt,  ” non vi è stata nessuna  esecuzione“.

La versione emerge confusa e palesemente imbarazzata. L’Onu ordina un’inchiesta, i risultati saranno resi noti nel mese di marzo 2012 e definiti “inconclusivi”:catturato vivo, sì, ma  non possibile stabilire in quali circostanze sia  stato ucciso.
In prossimità dell’anniversario dei fatti, ora i media aggiungono particolari che, lungi dal chiarirli, aumentano i sospetti; Time World  rivela che i ribelli  che hanno catturato Gheddafi erano in contatto telefonico con il CNT. Quali disposizioni hanno ricevuto e da chi personalmente?  Un portavoce dichiarerà poi ai giornalisti “Avevamo bisogno di sbloccarci e Gheddafi morendo ha reso le cose più facili” .

 Per convalidare la tesi “Gheddafi usciva dal nascondiglio di Sirte: Indiscrezioni e depistaggi

Nei giorni successivi ai fatti, una fioritura di notizie presentava un unico denominatore comune “Gheddafi usciva da Sirte, i ribelli lo hanno catturato”,  masi è detto anche della presenza di  SAS britannici e di agenti francesi. Si è detto altresì che i servizi segreti della Germania sapevano da settimane dove si trovava Gheddafi. Questo ha sapore di verità,  visti i mezzi tecnologici a disposizione (resta da capire se si trattava veramente di Sirte)  e rende ridicolo il recente scoop anti-Assad: un mestatore ex-membro del CNT ha dichiarato,  e i media hanno raccolto, che  Gheddafi sarebbe stato individuato perchè Assad avrebbe rivelato ai servizi segreti francesi il suo numero di cellulare.

Nei giorni scorsi un nuovo report di HRW, insieme ad un video , costituisce una durissima accusa contro le brigate di Misrata (evito il nome italiano per motivi di traduzione in altre lingue), che hanno torturato e giustiziato la settantina di soldati facenti parte del convoglio di Sirte. Alcuni dei colpevoli sono noti e segnalati alle autorità libiche che finora non hanno provveduto ad emettere alcun provvedimento giudiziario, sostiene HRW di solito indulgente con i nuovi politici della Libia.

Sugli eventi del 20 ottobre si sono aggrovigliate anche le notizie sull’altrettanto misteriosa fine di Mutassim Gheddafi; secondo una versione sarebbe stato ucciso perchè uscito allo scoperto per controllare personalmente i danni agli automezzi, ciò in perfetto contrasto con i video che lo mostrano vivo e progioniero prima di venire esposto insieme al padre nel macabro e rivoltante  spettacolo nel supermarket di Misrata.

Di quel giorno si  è detto soprattutto di una bandiera bianca  sventolata dal convoglio e ciò  si aggancia alle varie  precedenti voci di trattative segrete per la resa di Gheddafi. In questo blog avevo raccolto da fonte israeliana la notizia di un incontro segreto sotto gli auspici  Onu in Tunisia, con i nomi dei partecipanti e le condizioni poste da Gheddafi. (Il vento della speranza soffia(va) da Djerba). Trattative fallite per l’opposizione del CNT apparentemente. O accordo segreto che i governi Nato hanno trasformato poi nella trappola scattata a Sirte?

Interviste PSYOP

- Un contractor sud-africano, degente in un non meglio identificato ospedale del Nord Africa, racconta di aver fatto parte del  commando incaricato di scortare Gheddafi fuori dai confini della Libia; convinti di agire per ordine della Nato i contractors sono stati sopresi del bombardamento e si sono salvati perchè i ribelli di Misrata li hanno lasciati fuggire. Ciò  stride con la loro pratica sanguinaria,  ma potrebbe essere avvenuto per ordine degli agenti stranieri che per tutta la durata del conflitto hanno accompagnato e assistito le milizie.

Se il contractor afferma il vero, la promessa di un espatrio protetto da un commando pseudo-Nato potrebbe essere stata la mossa finale di un accordo-trappola siglato a Djerba.

- Mansour Daw, cugino e capo della guardia personale di Gheddafi ha rilasciato un’intervista che è il pezzo forte della disinformazione.
Qui il video della sua cattura, in assoluta assenza delle violenze riservate a Muhammar Gheddafi, Qui  i punti salienti  del suo racconto alla CNN (video in inglese scomparso dalla rete) riportati dal Corriere della Sera.

Daw afferma di esser sempre rimasto con Gheddafi dalla caduta di Tripoli fino al 20 ottobre, che  l’uscita da Sirte sarebbe avvenuta per volontà dello stesso  Gheddafi e  di non sapere cosa sia avvenuto di lui, avendo aver perso  i sensi a causa del bombardamento. Due elementi lo smentiscono.

La sua alta posizione nel regime non permette di credere che il feroce battaglione Tigre  di Misrata lo abbia risparmiato di propria iniziativa. L’esser stato messo in posizione di unica fonte per i  media è funzionale ad un piano preciso: sostenere che fino al momento del bombardamento Gheddafi non era prigioniero e aveva un nascondiglio a Sirte.

Falsa la dichiarazione  di essere  rimasto “sempre” insieme al leader a Sirte, al contrario, vederlo comparire sul teatro degli avvenimenti  doveva sorprendere i giornalisti come ha sorpreso me.  All’inizio del mese di settembre varie fonti rilanciavano la notizia della sua uscita dalla Libia verso il Niger, dove pure venivano segnalati funzionari dei servizi di sicurezza americani.

Questo in sintesi, il dettaglio sull’ambiguità del personaggio è leggibile  nei  post alla Tag Mansour Daw.

La pista non discussa: l’oro della Libia

Tutte le contrastanti versioni pubbliche  potrebbero nascere da un unico segreto  retroscena,  per effetto del quale Gheddafi si troverà  il 20 ottobre alle porte di Sirte-  ma non per propria volontà.

Durante le ultime settimane del conflitto le 144 tonnellate di riserva aurea della Libia  , dai media definite “l’oro di Gheddafi” , erano  argomento ricorrente, sorprendentemente archiviato dal giorno della sua morte. (nota1)

1) Dov’era nascosto l’oro delle riserve libiche?

Non è un dato che circola facilmente e non sempre si hanno disposizione gole profonde; occorrono servizi segreti. Nella pista dell’oro potrebbe comparire la rete di agenti che il Mossad sviluppa nella Tunisia post rivoluzionaria, come apertamente comunica il quotidiano israeliano on line Ynetnews   [agg. h.21 19.10 il sito nega l'accesso all'articolo! vedere nota X in calce ] Si tenga a mente che il  convegno segreto di agosto avviene proprio in quel paese, a  Djerba.

2) Gli antefatti del mese di Agosto.

Dal Venezuela un annuncio clamoroso. Il 17,  Hugo Chavez chiede il rimpatrio delle 211 tonnellate di oro venezuelano allocate nelle banche estere.   Bloomberg titola:  “Chavez svuota la Banca d’Inghilterra” e nell’articolo riporta le parole del presidente “Abbiamo 99 tonnellate di oro nella Bank of England dal 1980. Direi che è salutare riaverle a casa”.

Il mercato s’impenna, gli attacchi aerei sulla Libia s’intensificano, Al-Jazeera diffonde il falso video della caduta di Tripoli, Gheddafi comprende che il destino è segnato e se ne va.  La ri-consegna dell’oro avverrà da Londra, via Parigi,  quasi a tambur battente: in novembre il primo carico, in gennaio l’ultimo.

La Bank of England possedeva materialmente quest’oro?  O era stato smobilizzato per proprie operazioni lucrative?

In quest’analisi - che merita attenta lettura poiché gli astrusi meccanismi della finanza ricadono su tutti noi – viene argomentata la gravità della situazione nel caso della seconda ipotesi.

Acquistare sul mercato dell’oro significava sborsare, all’epoca,  1,826.80 $ per ogni oncia, cioè per 31,10 grammi. Ce ne vuole per arrivare a una tonnellata!

Quand’anche i forzieri britannici fossero stati zeppi di lingotti, la prospettiva di soddisfare Chavez  incamerando nel contempo, extra-contabilità,  200 tonnellate d’oro libico da spartire con le altre banche detentrici dell’oro venezuelano  doveva sembrare allettante.

3) Le notizie del mese di settembre

Da Tripoli, ormai sotto controllo Nato, esce la notizia  che il 20% delle riserve libiche – allocate nel paese e non all’estero- sono state vendute prima  della caduta della capitale.

Da Niamey rimbalza la notizia del “convoglio fantasma”:  Giallo su 200 camion con oro e soldi titola La Stampa, aggiungendo: forse c’è anche Gheddafi, alcuni figli e dei fedelissimi. Le autorità del  Niger comunicheranno poi trattarsi  di famiglie richiedenti asilo, ma si saprà da altre fonti della presenza di  Mansour Daw, e in Niger si trova tuttora Saadi Gheddafi.

Ai più sono sembrate notizie poco importanti mentre infuriavano i bombardamenti su Sirte e Bani Walid (nota2), per Gheddafi, invece,  s’inquadravano in una realtà che noi non conosciamo e potevano arrivargli come  significativi messaggi.

4) Ottobre: il colpo finale

Dalla Tunisia: i siti corsari danno una breve e dettagliata notizia -  traduco da Alterinfo del 21 ottobre  :

Gheddafi era stato catturato giorni prima e trasferito in elicottero.

È l’arrivo di una delegazione francese in Libia il 12 ottobre, con diversi imprenditori e l’assenza per 12 ore di membri del personale diplomatico a innescare la polemica tra i giornalisti (nota: si fa riferimento alla stampa francese.)

Prima degli eventi c’è stato un  monitoraggio satellitare 24/24 ore, con un avvicendamento di più di 100 persone, per controllare Gheddafi e i suoi ministri. Era in gioco un tesoro di euro e lingotti d’oro, stimati in 300 miliardi.
Muammar Gheddafi fu arrestato e torturato per più di 10 giorni . Completamente drogato e fisicamente distrutto, sarà consegnato, con il figlio Mutassim, a una banda di assassini per mascherare la tortura e gli abusi subiti.

È altamente probabile che questa sia un’operazione effettuata dal Mossad israeliano attraverso un distaccamento venuto dalla Tunisia che aveva ricevuto informazioni incrociate da satelliti e sistemi di sorveglianza.

Mai dai media internazionali è stato messo in dubbio l’assioma dei ribelli: Gheddafi“usciva” da Sirte, invece si dovrebbe porre molta attenzione ai fatti che di  dubbi ne suscitano alquanto.

 - La presenza di Gheddafi per due mesi a Sirte,  ignorata dalla Nato, senza che un oppositore o un cittadino lo riconoscesse e, sfinito dalle bombe e dalla fame,decidesse di consegnarlo ai ribelli per  incassare la taglia.

Il silenzio protratto del rais, essendo stato diffuso il 6 ottobre l’ultimo suo messaggio audio.

L’assurdità di un’improvvisa sortita nella pianura libica sotto il tiro della Nato per desiderio “tornare al paese natale”.

La condizione di torpore e stordimento, non di terrore, che i video mostrano. In questa foto Gheddafi si guarda la mano insanguinata per rendersi conto di essere ferito.

L’esame autoptico effettuato a Misrata in assenza di periti internazionalmente riconosciuti. Solo la figlia Aisha richiederà una seconda autopsia che avrebbe potuto accertare, oltre alla  causa della morte, psicofarmaci presenti nel sangue e in quale  misura.  Lo stesso si può dire per Mutassim che parimenti, dai video della detenzione, appare trasognato, invece che terrorizzato.

Tutto questo diventa comprensibile prendendo in considerazione  l’ipotesi di un rapimento per “convincere a rivelare” cui vien fatto  seguire il trasferimento di Gheddafi alle porte della città nella notte del 19 (nota3).

5)  Saif al Islam rimasto solo, Hilary Clinton dal CNT

Avvenuto il rapimento in un giorno successivo al 6 ottobre, forzatamente cessarono i contatti telefonici di Muhammar con il figlio Saif al Islam in Bani Walid. Ciò può spiegare perché il 17, due giorni prima dell’entrata dei ribelli nella città, Saif l’abbandona precipitosamente  finendo sotto il tiro degli aerei Nato. Morti decine dei suoi soldati, Saif ferito alla mano.

Quest’accelerazione degli eventi avviene mentre Hilary Clinton è in visita al CNT in Libia, tre giorni prima che Muhammar Gheddafi venisse esposto al mondo intero, nei video “amatoriali” prontamente diffusi in rete, stordito e ferito nelle mani dei ribelli.

6) Perchè la pista dell’oro deve restare ignota

Se la pista dell’oro fosse stata resa pubblica, non è difficile immaginare le ripercussioni sul popolo libico nel vedersi depredato dai suoi “liberatori”, nell’inerzia o nella connivenza del CNT.

Si è offerto ai libici uno spettacolo. La Nato che colpisce Gheddafi ineccepibilmente perché all’oscuro della sua presenza nel convoglio. I ribelli – autodefiniti Freedom Fighters – che stanano il dittatore sordidamente “imbucato” in un condotto. Immagine perfetta per  le future autoassoluzioni dall’inefficienza: “colpa dei quarantanni di regime”.  Hollywood non avrebbe fatto di meglio.

E’ una versione probabilmente sgradita anche al fronte dei lealisti. Aggrappati all’idea del Leone del Deserto combattente fino alla morte, come tante volte lui stesso aveva declamato, hanno sempre opposto  un netto diniego alle voci  di trattative per la resa.

Dopo il 20 ottobre, il peggio della propaganda lealista negava perfino l’avvenuta morte, attribuendola a un cugino somigliante o a un sosia, assicurava che Gheddafi era vivo e stava organizzando la resistenza.  Perfino  la dichiarazione del portavoce ufficiale Mussa Ibrahim  rispondeva a logiche di propaganda: Gheddafi è morto per le ferite causate dal bombardamento e  i traditori ribelli gli hanno sparato alla testa e all’addome per simulare che l’uccisione sia avvenuta per mano loro”.

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La fine di Muhammar  Gheddafi è nella morsa dello spietato complottismo internazionale e dell’inconcludenza dei sostenitori, inabili anche nella lotta contro la disinformazione mediatica.

Un lascito oscuro che pesa sulla Libia oggi ancora in fuga dalla realtà, incapace di deporre armi, localismi, meschinità personalistiche. Le milizie di Misrata assediano Bani Walid per vendicare un proprio combattente miticamente trasformato nell’eroe che ha “catturato” Gheddafi.  Per questo assedio vendicativo c’è l’assenso, con votazione non a maggioranza,  del Congresso Nazionale e  nei social media i  libici della diaspora,  i parenti dei politici,  gli affaristi stranieri in Libia tifano per la finale resa dei conti  con la città che, a torto o a ragione, si vuole simbolo del pro-gheddafismo.

I conti che davvero non tornano sono quelli finanziari. L’opulenza dei singoli è lontana quanto lo scongelamento dei fondi libici che governi e banche straniere restituiscono con il contagocce, mentre il Congresso Nazionale tace sull’insolito comportamento di una classe dirigente che, con il paese drammaticamente a corto di liquidità, non fa neppure menzione delle  riserve auree.

La Libia è un paese traumatizzato imbeccato dalla propaganda occidentale,  spinto a credere che il problema pressante sia la spaccatura fra laici e islamisti, anzichè quello di una perduta sovranità da riconquistare.

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a questo  link  tutte fonti usate per la ricostruzione dei fatti

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NOTE:

-nota1 E’ stato un inchino dell’informazione alle logiche predatorie, come lo è l’aver sorvolato sul bombardamento  Nato del monumentale  acquedotto libico, un dato ora  scomparso anche dalla rete L’attacco Nato a quella struttura sarebbe servito per spianare la strada a Gaz de France-Suez e Veolia, leader francesi nella gestione delle acque, così come alla multinazionale Kellogg Brown & Root per la ricostruzione dell’intera rete di pipeline, perché parallelamente all’acquedotto, viaggiano anche un gasdotto e un oleodotto”.

-nota2 per chi li avesse dimenticati rimando a Sirte: assedio con infamia, anche nostra   poichè dal sito Nato  i bollettini quotidiani delle missioni  e degli obiettivi colpiti sono scomparsi:  “Error404, page not found”!

-nota3  Riporta Time Wolrd nell’articolo citato in apertura, che secondo le “interviste” di HRW  quella che doveva essere un’operazione notturna divenne una manovra in pieno giorno perchè Gheddafi avrebbe deciso di prendere con sè anche i suoi soldati feriti. Ciò non collima con la vulgata di dittatore spietato, ma il pubblico si è disabituato ad andare per il sottile nel recepire  le notizie.

-nota X – fino al mattino del 19.10 il link funzionava, in serata “access denied” – La notizia della rete di spie Mossad nel Nord Africa si può anche leggere  (per ora?) a questo link Da notare : si tratta di un sito israeliano che rilancia un comunicato di febbraio 2011 di Jana News, ovvero l’agenzia di notizie della Jahamairija libica. Strani incroci davvero….

foto   (© Martin Beek / Flickr)

LINK: http://mcc43.wordpress.com/2012/10/19/dossier-gheddafi-la-morte-tante-versioni-pubbliche-e-la-taciuta-pista-delloro/

Nato, pirateria del XXI secolo

di: Manlio Dinucci

La pirateria, esercitata nel Mediterraneo sin dall’antichità, fu considerata legittima quando, dal XII secolo, si trasformò in guerra di corsa autorizzata dai sovrani. Ufficialmente abolita nel 1856, continua a essere praticata oggi con motivazioni e tecniche nuove. Come quelle usate dalla Nato, le cui navi da guerra sono autorizzate ad abbordare «mercantili sospetti» in acque internazionali e requisirne il carico, e i cui caccia possono intercettare, anche nello spazio aereo internazionale, «aerei civili sospetti» e forzarli ad atterrare. L’azione della Turchia, che con caccia F-16 ha costretto l’aereo di linea siriano Mosca-Damasco ad atterrare ad Ankara, è dunque per la Nato pienamente legittima. Sequestrati i passeggeri, tra cui cittadini russi con bambini, le autorità turche hanno perquisito l’aereo senza testimoni, dichiarando di aver trovato e sequestrato «materiali militari e munizioni». Mosca assicura che a bordo c’erano solo componenti di un radar, forniti con regolare accordo commerciale, e ne chiede la restituzione.

Ma Washington si schiera con Ankara, dichiarando di non avere «alcun dubbio che a bordo dell’aereo c’era importante materiale militare» (che potrebbe ora essere esibito come «prova», giurando di averlo trovato sull’aereo). Il premier turco Erdogan, invece di essere chiamato a rispondere dell’atto di pirateria aerea, si trasforma in accusatore delle Nazioni unite, colpevoli a suo dire di «negligenza, debolezza e ingiustizia» che hanno impedito un’azione internazionale contro la Siria. Non dice Erdogan, paladino del diritto internazionale, che il vero traffico, non soli di armi ma di armati, è quello che passa dalla Turchia per alimentare la guerra in Siria. Paese con cui Erdogan aveva tenuto prima rapporti di relativo buon vicinato. Politica ora ribaltata. I 900 km di confine tra i due paesi, dove turchi e siriani hanno comuni culture e proficui rapporti commerciali, sono stati trasformati da Ankara in avamposto della guerra alla Siria, accusata ora da Erdogan di essere lei a violare il confine. Dietro c’è la Nato, che dichiara di «avere pronti tutti i piani necessari per difendere la Turchia», ossia di essere pronta a inviare forze armate. Come facevano i pirati quando sbarcavano per saccheggiare. Il bottino odierno è un intero paese, la Siria, su cui ci si prepara a mettere mano creando dalla Turchia «zone cuscinetto» all’interno del territorio siriano. Lo stesso si fa al confine giordano-siriano. L’operazione è iniziata in maggio con l’esercitazione Eager Lion, sotto comando Usa, cui ha partecipato anche l’Italia. Al termine, un contingente di specialisti Usa della guerra è rimasto in Giordania per creare una «zona cuscinetto» in territorio siriano. La manovra a tenaglia si chiude dal lato israeliano, dove il 21 ottobre inizia Austere Challenge 12, una grande esercitazione missilistica Usa-Israele di tre settimane per preparare la «risposta a un simultaneo attacco siriano e iraniano». «Risposta» che prevede anche l’uso di armi nucleari. Al culmine dell’esercitazione arriverà da Bruxelles il comandante supremo della Nato, J. Stavridis, ad assicurare che è pronta alla guerra (già iniziata con le sanzioni Ue contro Siria e Iran) anche l’Unione europea, insignita del Premio Nobel per la Pace per la sua opera a favore della «fraternità tra le nazioni».

IlManifesto.it

Siria: la Nato mira al gasdotto

di: Manlio Dinucci

La dichiarazione di guerra oggi non si usa più. Per farla bisogna però ancora trovare un casus belli. Come il proiettile di mortaio che, partito dalla Siria, ha provocato 5 vittime in Turchia. Ankara ha risposto a cannonate, mentre il parlamento ha autorizzato il governo Erdogan a effettuare operazioni militari in Siria. Una cambiale in bianco per la guerra, che la Nato è pronta a riscuotere. Il Consiglio atlantico ha denunciato «gli atti aggressivi del regime siriano al confine sudorientale della Nato», pronto a far scattare l’articolo 5 che impegna ad assistere con la forza armata il paese membro attaccato. Ma è già in atto il «non-articolo 5» – introdotto durante la guerra alla Jugolavia e applicato contro l’Afghanistan e la Libia – che autorizza operazioni non previste dall’articolo 5, al di fuori del territorio dell’Alleanza.

 Eloquenti sono le immagini degli edifici di Damasco e Aleppo devastati con potentissimi esplosivi: opera non di semplici ribelli, ma di professionisti della guerra infiltrati. Circa 200 specialisti delle forze d’élite britanniche Sas e Sbs – riporta il «Daily Star» – operano da mesi in Siria, insieme a unità statunitensi e francesi.

La forza d’urto è costituita da una raccogliticcia armata di gruppi islamici (fino a ieri bollati da Washington come terroristi) provenienti da Afghanistan, Bosnia, Cecenia, Libia e altri paesi. Nel gruppo di Abu Omar al-Chechen – riferisce l’inviato del «Guardian» ad Aleppo – gli ordini vengono dati in arabo, ma devono essere tradotti in ceceno, tagico, turco, dialetto saudita, urdu, francese e altre lingue. Forniti di passaporti falsi (specialità Cia), i combattenti affluiscono nelle province turche di Adana e Hatai, confinante con la Siria, dove la Cia ha aperto centri di formazione militare. Le armi arrivano soprattutto via Arabia Saudita e Qatar che, come in Libia, fornisce anche forze speciali. Il comando delle operazioni è a bordo di navi Nato nel porto di Alessandretta. Intanto, sul monte Cassius a ridosso della Siria, la Nato sta costruendo una nuova base di spionaggio elettronico, che si aggiunge a quella radar di Kisecik e a quella aerea di Incirlik. A Istanbul è stato aperto un centro di propaganda dove dissidenti siriani, formati dal Dipartimento di stato Usa, confezionano le notizie e i video che vengono diffusi tramite reti satellitari.

La guerra Nato contro la Siria è dunque già in atto, con la motivazione ufficiale di aiutare il paese a liberarsi dal regime di Assad. Come in Libia, si è infilato un cuneo nelle fratture interne per far crollare lo stato, strumentalizzando la tragedia delle popolazioni travolte. Lo scopo è lo stesso: Siria, Iran e Iraq hanno firmato nel luglio 2011 un accordo per un gasdotto che, entro il 2016, dovrebbe collegare il giacimento iraniano di South Pars, il maggiore del mondo, alla Siria e quindi al Mediterraneo.

La Siria, dove è stato scoperto un altro grosso giacimento presso Homs, può divenire un hub di corridoi energetici alternativi a quelli attraverso la Turchia e altri percorsi, controllati dalle compagnie statunitensi ed europee. Per questo si vuole colpire e occupare. Lo hanno chiaro, in Turchia, i 129 deputati (un quarto) contrari alla guerra e le migliaia di dimostranti con lo slogan «No all’intervento imperialista in Siria». Quanti italiani lo hanno chiaro, nel parlamento e nel paese?

IlManifesto.it

Libia 7 Ottobre: governo fallito, città assediata, conflitti sparsi e rapimenti misteriosi

Articolo inviato al blog

di: mcc43

Il Governo che non c’è

La guerra interna fra Bani Walid e Misurata

Il rapimento di un politico linguacciuto:  Guma El Gamaty

Trappole sulla via verso un governo

Mustafa Abushagur,   magnate delle telecomunicazioni,  è a occhio e croce una personalità decente a cui affidare il governo della Libia, almeno fino anche non sarà stata redatta  la Costituzione. Anche al secondo tentativo, invece, il suo Governo è stato bocciato dal Congresso Nazionale: voti  44 a favore,  17 astenuti e 124 contrari.

Abushagur non aveva alle spalle un partito e  l’incarico era stato strappato di stretta misura su Mahmoud Jibril che non gliel’ha perdonata. E’ il volpino Jibril che ha  pilotato Abushagur verso il voto di sfiducia: lo ha tenuto sulla corda con estenuanti trattative fino all’ultimo per poi negargli  l’appoggio proprio alla vigilia della seduta.

Va detto che Abushagur ha fallito con onore, il suo discorso in Congresso  è stato considerato dai commentatori in  Twitter degno di uno statista;  a votazioni concluse ha sollecitato la designazione di un successore per evitare – in questa fase insidiosissima – l’assoluto vuoto di potere.

Si è tolto con ironia anche qualche soddisfazione:  “adesso sarà chiaro a tutti che non appartengo ai Fratelli Musulmani” ha twittato  ribattendo alle voci sulla sua etichetta politica.  Mentre prima di affrontare il voto:

@MustafaAG

“ Ho incontrato nel corso degli ultimi due giorni  diversi membri del Congresso e ognuno di loro ha richieste per nomine di ministri della propria regione e insiste su di esse  come condizione per votare il governo”

Appetiti locali insaziabili e cecità sulla situazione globale. Questo commento di un osservatore libico riassume il problema politico, sociale e istituzionale del paese:

@eljarh

#Libya please don’t turn our 200 #GNC members into democratically elected 200 Dictators !! #LibyaPayAttention

Non si permetta ai 200 parlamentari di comportarsi come tanti piccoli dittatori, Libia stai attenta.

Altrettanto sinteticamente,  si può dire che Muhammar Gheddafi è stato vittima del Nuovo Ordine Mondiale, Abushagur vittima degli appetiti locali e che la Libia è già vittima di una diffusa presunzione di sé di quella parte di popolazione più ambiziosa e gretta .

Bani Walid sotto assedio

L’anno scorso, proprio in questi giorni,  Bani Walid era oggetto di un assedio forsennato  ved. Art.  E’ una città con forti tendenze all’indipendenza locale e si oppone al centralismo con la richiesta di un Consiglio locale. Questo le  vale lo sbrigativo epiteto di “bastione dei lealisti gheddafiani”.

Una lunga faida con Misurata fa sì che entrambe detengano prigionieri dell’altra città.  Nei frequenti scontri di questi mesi Bani Walid ha catturato Omran Shabaan un ribelle da banda armata, un eroe martire per i suoi, che giura di aver catturato Gheddafi. Non è l’unico, ma il suo racconto è funzionale alla vulgata dispregiativa  “Gheddafi era imbucato in un tunnel” che tanto piace anche ai nostri media.  I fatti completi sono in questa raccolta Celebrità e morte di un Freedom Fighter . In sintesi: alla cattura sono seguite le torture per strappargli l’indicazione del luogo dove è stato segretamene sepolto il corpo del rais.  Una nozione che il poveretto certo non possedeva. Liberato dai compagni, le sue condizioni richiesero il ricovero  in Francia (!)  dove  – opportunamente per la vulgata e la prosecuzione della faida – è deceduto.

La componente parlamentare che spalleggia Misurata ha ottenuto il voto su  un’azione armata contro Bani Walid;  poiché l’esercito nazionale è da  burletta,  in concreto chi sta assediando Bani Walid sono proprio le milizie di Misurata. Il Governo ha dato un ultimatum fino al 5, poi esteso al 10, per consegnare i “colpevoli” [ignoti o indicati come persone da indagare ?] della cattura e delle torture su  Shabaan,  imponendo agli abitanti di evacuare la città -  accerchiata! -  in previsione di un assalto.

La situazione ricorda quella di Sirte l’anno scorso:  senza cibo, carburante, medicine e ossigeno per l’ospedale. Nonostante l’ultimatum governativo non sia ancora scaduto la città  viene presa di mira dai lanciarazzi. Nella foto, una famiglia la cui casa è stata centrata.

Un  Governo che assedia una parte del paese e consente a dei privati in armi di uccidere i suoi cittadini equivale a un regime dittatoriale,  e sta provocando reazioni a sostegno della città  da parte della numerosa tribù Warfalla.

Finirà nel sangue, come fanno temere  gli scontri  ora in corso ? Alla mezzanotte del giorno 8,  la conta dei morti in Bani Waalid è arrivata a tre e i feriti di Misurata  sono nove,  informa Reuters.

O con uno scambio di prigionieri, come la più banale logica vorrebbe? Da tenere in considerazione: negli stessi giorni scontri sono in atto a  Soussa e a Derna per motivi che non devono essere molto diversi dalle rivalità locali e dalle azioni dei jihadisti.

Un rapimento misterioso

Guma El Gamaty è uno dei molti personaggi  della diaspora libica che hanno condotto, dalla loro sicura casa all’estero,  la “rivoluzione” contro Gheddafi.  Gamaty rappresentava il CNT in Gran Bretagna, con riserve minuziosamente espresse da un articolo in questo post  circa la  discrezione e il tatto diplomatico,  per diventare poi  politicamente  attivo in patria. La notte del 7 è stato rapito  mentre si trovava in compagnia di amici al caffè; le notizie parlavano degli autori come di una milizia non identificata . Tale è rimasta perchè nella conferenza stampa del suo partito è stato comunicato il  suo rilascio – sequestro lampo! – ma senza chiarirne  motivazioni e autori.  Non sfugge la coincidenza dell’aavvenimento con le febbrili ore della preparazione della lista del nuovo Governo e della bocciatura in Parlamento.

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Ognuna di queste circostanze sarebbe motivo di sdegnati commenti  internazionali, invece non vi  è clamore. Solo rari trafiletti  che spesso rivelano come l’autore non si raccapezzi nel flusso degli eventi . Perchè la Libia è stata “liberata” dai governi  della  Nato. Fine della storia.

Non per noi che riteniamo inaudito e sospetto che  per due settimane i detective FBI  siano stati bloccati a Tripoli “per motivi di sicurezza” prima di avere via libera verso la  scena del crimine. Il  cosiddetto consolato di Bengasi, dove nel contempo   passeggiavano e scoprivano documenti i reporter CNN e Washington Post.

Come si sta scrivendo la vulgata sulla morte dell’ambasciatore Chris Stevens? Un altro capitolo della storia, un altro post.

raccolta articoli e video in  : Libya and the killing of Ambassador Stevens

LINK: http://mcc43.wordpress.com/2012/10/08/libia-7-ottobre-governo-fallito-citta-assediata-conflitti-sparsi-e-rapimenti-misteriosi/

11 settembre 2001. E noi insistiamo

di: Giulietto Chiesa

Continua il lavoro di ricerca della verità  sull’11 settembre 2001. Il panel di Consensus 911(consensus911.org) ha individuato, con grande precisione e importanti dettagli, che tutte le (pochissime) immagini dei presunti 19 dirottatori dei quattro voli American Airlines e United Airlines sono state manomesse, o falsificate.

In sintesi (chi vuole esaminare la documentazione può farlo visitando il sito che la contiene) non esiste una sola immagine attendibile di nessuno degli imbarchi dei presunti terroristi islamici che furono effettuati quella mattina nei diversi aeroporti di partenza.

In realtà le cosiddette “prove” degli imbarchi sono concentrate soltanto in due  videoIl primo, che  mostrava l’imbarco di Mohammed Atta e di Abdul al-Omari all’aeroporto di Portland.

Il secondo contiene immagini che “mostrerebbero” l’imbarco di 5 dirottatori islamici all’aeroporto Dulles International di Washington (quello AA77, che si sarebbe poi schiantato contro il Pentagono). Il condizionale e il virgolettato sono d’obbligo, come vedremo tra poco. E, comunque, qui finisce la documentazione ufficiale. Degli altri 12 presunti dirottatori non sono mai state fornite immagini.

Ora il panel internazionale di esperti (del quale mi onoro di fare parte) ha concluso che anche quelle pochissime immagini sono false. Per altro esse risultano manipolate (da chi?) in diversi modi e in diversi punti.

Questo vale per Atta e Abdul al-Omari, che vengono ritratti in sette (7!) fotogrammi che (nella versione del processo a Zakharias Moussaoui) contengono date sbagliate e orari non corrispondenti alla versione ufficiale. Oltre alle incredibili contraddizioni delle diverse versioni, fornite da CIA, FBI, 9/11 Commission Report. Una riguardante le storie dei due bagagli non imbarcati (inspiegabilmente), ritrovati all’aeroporto Logan di Boston e contenenti importanti documenti che certificavano l’esistenza del progetto di dirottamento, oltre che una specie di confessione di Atta. E la storia delle due auto, una Mitsubishi, abbandonata da Atta nel parcheggio di Boston, e una Nissan, abbandonata nel Jetport di Portland.

In particolare risulta del tutto ridicola la scoperta della confessione di Atta in un bagaglio che avrebbe dovuto essere imbarcato sull’aereo destinato a schiantarsi  contro la torre nord del World Trade Center. Mohammed Atta doveva proprio essere ubriaco per scrivere la confessione e poi portarsela con sé nella tomba. Se non fosse stato che “qualcuno”, provvidenzialmente, non imbarcò proprio quella valigia, in modo tale che l’Fbi potesse ritrovarla. Il fatto è che tutta intera la storia del viaggio a Portland di Atta non sta in piedi comunque la si voglia utilizzare. Ve l’immaginate uno che ha organizzato il più grande atto terroristico della storia, che se ne va a Portland, rischiando seriamente  di arrivare in ritardo all’appuntamento con il volo fatale in partenza da Boston? Sarebbero bastati quindici minuti di ritardo e l’11 settembre non sarebbe proprio esistito.  Chi ci crede?  Gli sceneggiatori dell’11/9 devono avere fatto un pò di confusione.

Questo vale, ancora più clamorosamente, per il video dei 5 (cinque) dirottatori del volo AA77 (quello su cui sarebbe stata imbarcata anche la signora Barbara Olson, che, secondo la vulgata ufficiale fece una telefonata al marito in cui gli fece la telecronaca della  sua imminente fine in una telefonata che dorò  zero secondi). Quel video  fu reso noto solo nel 2004. La Commissione non lo conosceva. Nemmeno l’Fbi lo conosceva . Fu l’Associated Press a tirarlo fuori dal cappello a cilindro, il giorno prima della pubblicazione del rapporto, dopo averlo ricevuto da un ufficio legale che rappresentava alcune delle famiglie delle vittime.  L’autenticità di questo video (unico, sebbene quell’aeroporto fosse dotato di 300 videocamere) è oltremodo dubbia per molti motivi, che chi vuole potrà andare a leggersi (Point Video-2: Was the Airport Video of the Alleged AA 77 Hijackers Authentic?Official 9/11 Videotaped Evidence).

Ma uno di essi è clamoroso. Le telecamere di sorveglianza riprendono , per economizzare spazio, immagini distanziate di un secondo una dall’altra. Il video, nella parte che mostra i due terroristi al-Midhar e Moqed, è stato girato a una velocità molto superiore, pari a quella di un normale videoregistratore, cioè a 30 fotogrammi al secondo. Il che indica in tutta evidenza che esso è stato inserito dopo, cioè non viene dalla videocamera dell’aeroporto Dulles. Per giunta, a differenza di ogni video prodotto a fini di sorveglianza, questo non contiene né la data, né l’ora, né l’indicazione del luogo sotto osservazione. Insomma non certifica niente. Quel video può essere stato girato in un qualunque momento in un qualunque aeroporto americano.

E ci fermiamo qui. Chi vuole approfondire lo studio può farlo. Esistono sul sito indicato anche la traduzione in francese e spagnolo. Tra non molto aggiungeremo anche italiano, tedesco  e olandese.

La ricerca continua.

Recentemente è uscito uno splendido articolo di Paul Craig Roberts, in occasione dell’anniversario dell’11 settembre,  che ricostruisce la  sua personale, immediata percezione del significato di ciò che accadde in quel giorno. Craig Roberts ricorda ciò che lo inquietò in quei primi minuti, dopo l’attentato. “Come ex membro dell’apparato del Congresso e come funzionario di nomina presidenziale per alti compiti, io avevo accesso a segreti di primaria importanza in termini di sicurezza. Ai miei compiti di assistente al segretario al tesoro degli Stati Uniti si aggiungevano responsabilità nella Fema (Federal Emergency Management Agency, ndr) in caso diattacco nucleare. C’era una montagna dove nascondersi alla quale si supponeva che io avrei dovuto fare rapporto nel caso di un attacco nucleare e in cui  io sarei stato incaricato di assumere  il governo degli Stati Uniti  nel caso che nessun più alto dirigente fosse sopravvissuto all’attacco. E più la faccenda dell’11/9 era raccontata dai media, più diventava inverosimile.

 Non è credibile che non solo la CIA e l’FBI abbiano fallito nel compito di individuare il complotto, ma anche tutte le altre16 agenzie di intelligence, ivi inclusa la National security Agency, che spia chiunque sul pianeta, e la Defense Intelligence Agency, il Mossad israeliano, e le agenzie d’intelligence degli alleati di Washington nella Nato.

Semplicemente ci sono troppi osservatori e troppi infiltrati nei gruppi terroristici per poter accettare che un attacco di tale complessità si sia potuto realizzare senza essere scoperto e sia stato possibile portarlo a compimento senza essere impedito” .

Come si capisce, non siamo di fronte alla riflessione  dell’ultimo impiegato del Dipartimento di Stato. Lui capì subito. Molti di noi, privi della sua esperienza e conoscenza, capirono  un po’ dopo. Molti altri stanno capendo.

Molti altri ancora capiranno. Anche se temo che sarà tardi.

FONTE: IlFattoQuotidiano.it

Israele, Siria, Libano e le conseguenze del giorno 18 luglio 2012

Articolo inviato al blog 

di: Mcc43- http://mcc43.wordpress.com

-  Damasco: l’attentato fallito prima del 18 luglio

-  Assef Shawkat, il siriano dai  molti nemici

-  Israele, Hezbollah e l’assassinio di Imad Mughniyeh

-  Bulgaria: l’attentato al bus israeliano del 18 luglio

-  La destabilizzazione del Libano

Molti file sono aperti in Siria, nonostante la rappresentazione semplificata dei fatti per farli rientrare  nello schema della “primavera araba”: rivolta di popolo e repressione, eccidi sui due fronti e soluzione finale, quella fin dall’inizio auspicata da USA e GB .

L’attentato che il 18 luglio a Damasco ha ucciso il ministro della Difesa Dawoud Rajha, il predecessore Hassan Turkmani, il generale Assef Shawkat, ex capo dell’intelligence militare, il generale Hisham Ikhtyar, Capo del Consiglio Nazionale per la sicurezza, è stato rivendicato sia da un gruppo combattente islamista, sia dal FSA, sigla dell’esercito siriano libero. Quest’ultimo ha modificato la versione della prima ora di un attacco suicida dichiarando l’uso di un ordigno comandato a distanza. Nessuno ha finora ipotizzato l’uso di un drone, probabilmente  per non confermare l’ assistenza concreta da parte americana all’opposizione.

L’operazione Vulcano per la liberazione di Damasco, come il FSA l’ha proposta ai media, suggerisce l’idea di un imprevisto atto di forza del fronte ribelle, capace di sferrare l’ultimo colpo al cuore del regime; la memoria registrata nel web disegna invece una sequenza di annunci prematuri e di tentativi falliti.

Il 20 maggio un servizio video di Al-Jazeera mostra un ribelle che rivendica di aver ucciso un gruppo di dirigenti del regime, dando risalto alla morte di Assef Shawkat. Poiché nei giorni successivi il personaggio non fa comparse pubbliche nascono varie speculazioni, che l’attentato sia stato condotto utilizzando il veleno e che Shawkat sia  già stato inumato.

Sarà l’intelligence israeliana ad avvalorare indirettamente le affermazioni dell’opposizione :“Un assassinio di questa portata in futuro potrebbe accelerare il collasso del regime. L’opposizione ha i mezzi per raggiungere i leader e questo caso lo conferma”.

Israele sposa, dunque, la prospettiva di una fine provocata dall’interno per il regime Assad, con il quale era in atto dal 1967, Guerra dei sei giorni, uno status quo dell’occupazione  delle siriane alture del Golan. Uno stallo non più conveniente dal 2010, anno in cui Assad inizia a stringere più stretti legami con gli USA, che non coinvolgono Tel Aviv, pur continuando l’alleanza strategica con l’Iran. Con questo nuovo scenario, i colloqui di pace per definire la questione del Golan avrebbe trovato Israele meno favorita che in precedenza.

L’implosione del regime di Assad consentirebbe il colpo di grazia a quelli che Israele considera i più antichi e irriducibili nemici: gli Hezbollahlibanesi. L’organizzazione è la prosecuzione dell’ala combattente di Amal, il movimento fondato in Libano dall’Imam iraniano Moussa Sadr. Nel 1978 , Sadr parte dal Libano diretto in Libia, in seguito non vi sarà certezza sulla sua sorte,  tranne vaghe tracce di un arrivo in Italia. Da allora, Iran e Libano accusarono Gheddafi di averlo ucciso o imprigionato, ciò stranamente poiché tutta l’opera (unificare il fronte del mondo arabo) e le minacce di Sadr avevano come obiettivo lo stato di Israele e il suo carisma, non ancora spento nonostante il passare del tempo, ne  rendeva l’ attivismo concretamente pericoloso. [vd. Post Il caso Moussa Sadr e le inesistenti certezze ]

Assef Shawkat

Assef Shawkat, l’uomo che l’esercito siriano affermava vanamente di aver già ucciso  in maggio,  era uno di quei  personaggi dalle molte ombre che abbondano in tutti i regimi. E non solo nei regimi. Dopo l’ 11 settembre veniva considerato un referente delle intelligence di Stati Uniti ed Europa,  coinvolto nella creazione di un braccio della CIA in Siria per combattere il terrorismo.

Tutto cambiò dal 2005 con l’assassinio del primo ministro libanese Rafik al-Hariri: Washington  considerò Shawkat regista dell’attentato, architetto dell’annosa dominazione della Siria sul Libano nonché fomentatore del terrorismo contro Israele e  nel 2006 gli USA decretarono contro di lui delle sanzioni.

I contorni del personaggio diventano completamente confusi con il 2008. Nel febbraio, a Damasco una bomba uccide Imad Mughniyeh, esponente di spicco di Hezbollah, che immediatamente accusa Israele. Nel mese di giugno Shawkat viene posto agli arresti dopo aver dichiarato in una intervista che la bomba usata per l’attentato era sistemata all’interno dell’auto, poichè ciò venne equiparato all’ammissione che gli autori erano siriani. Rimosso da capo della sicurezza interna, non venne  estromesso dal gruppo dirigente, del resto sono recentemente emerse nuove rivelazioni che chiamano in causa Israele. Una giovane palestinese avrebbe offerto al Mossad informazioni per identificare e localizzare Mughniyeh, fino ad allora definito “uomo senza volto”

Mentre a Damasco il 18 luglio l’attentato uccide Shawkat, e un pezzo del vertice del sistema, anche Israele viene colpito. 

Una bomba esplode su un autobus di turisti israeliani a Burgas, in Bulgaria, uccidendo sette persone e ferendone più di venti. A rendere ancora più straziante  la tragedia è  la ricorrenza: il 18 luglio  del 1994  in un quartiere di Buenos Aires, dove era la sede di un centro ebraico, una bomba provocò una strage. Furono 85 i morti e centinaia i feriti. La rivendicazione arrivò da un gruppo islamista, ma il governo israeliano accusò  Hezbollah come esecutore e l’Iran come mandante.

Per Burgas si parla fin dal primo momento di attacco suicida e nuovamente Israele accusa l’Iran.

Spunta in Facebook  la foto di un ex detenuto di  Guantanamo – somigliante al giovane ripreso dalle telecamere di sorveglianza dell’aeroporto-  uno svedese di origine algerine di nome Mehdi Ghezali. La Svezia, che nel 2004 chiese la sua liberazione, ne smentisce il coinvolgimento, similmente fanno i servizi segreti bulgari.

Le voci si rincorrono e spesso appaiono  fandonie. Fra i deceduti vi sarebbe un agente esterno dello Shin Bet, il Servizio Segreto interno di Israele. Un bulgaro sostiene di aver rifiutato al sospettato il noleggio di un auto, ma lo descrive con i  capelli corti mentre il video mostra un lungo chiomato; qui torna alla mente l’identificazione fasulla di Al Megrahi a Malta che servì a incastrarlo per l’attentato Lockerbie, impedendo indagini in altre direzioni. Si spera che l’esame del DNA dia un’identità sicura all’attentatore, ma stupisce che la sola ipotesi di cui si parla sia un  singolo, il kamikaze,  anziché vagliare anche l’ipotesi di un commando. Al momento non esistono rivendicazioni.

La DebkaFile, sito vicino all’intelligence israeliana, ribadisce la colpevolezza di Hezbollah e dell’Iran. Alla radio israeliana Ehud  Barak ha dichiarato che il paese  “farà di tutto per trovare  responsabili  diretti e  mandanti, e li punirà.” Un linguaggio che sembra alludere alla ripresa degli assassini mirati contro individui e  fa tornare in mente i misteriosi omicidi degli scienziati nucleari iraniani.

L’Iran da parte  sua ha vigorosamente smentito il coinvolgimento.

Puntando il dito contro  Hezbollah , Israele indica quella che in Libano è sia un’organizzazione politica sia una milizia armata. Come tale Hezbollah è sia nel Parlamento unicamerale, con 12 seggi su 128, sia oggetto di sanzioni americane che impongono il suo disarmo.

Poiché a fine giugno il fronte ribelle della Siria ha accusato Hezbollah di combattere per Assad , a Talkalakh e a Homs, il quadro completo della comunicazione  nelle ultime settimane ha costruito sia un’aspettativa sulla morte di Shawkat, sia un’attesa di azioni terroristiche di Hezbollah, entrambe culminate negli eventi del 18 luglio.

Una costruzione di ipotesi che minaccia la fragile stabilità del Libano già scossa fin dall’inizio della rivolta siriana, con  bande di autentici terroristi che dominano nel corridoio per il rifornimento delle armi a nord del paese[ved. Post di febbraio:  Il confine Siria-Libano e la stoltezza Occidentale] e un fiume incessante di profughi che lasciano le zone di combattimento siriane per accamparsi in Libano- Per vivere in condizioni che è facile immaginare e  che una destabilizzazione completa della regione  renderebbe  irrimediabili.

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Le battaglie in Consiglio di Sicurezza Onu, che in questi giorni hanno tenuto con il fiato sospeso,  potrebbero essere più apparenti che reali. E’ possibile che non vi sia al momento la volontà di  un intervento Nato in Siria perché, diversamente dalle intenzioni sulla Libia, l’interesse strategico non è sul singolo paese ma sull’intera area.

Più che una guerra convenzionale, nei prossimi mesi persisterà la guerra dell’informazione. La manipolazione dei fatti e del loro significato attraverso i media, l’induzione dell’opinione pubblica a schierarsi pro o contro, e a sua volta accrescere la disinformazione, avranno un ruolo centrale,  insieme all’uso del  terrorismo manovrato.

A differenza dell’irriducibile complottismo che assume certa l’esistenza di un piano prefissato,  intravedo un work in progress: tentativi riusciti, fallimenti, continui adattamenti e nasce il  sospetto che  i centri del potere vero, i burattinai delle figure a noi note,  siano essi stessi coinvolti in una lotta senza quartiere .

Questo disegna per noi un  futuro diversamente ma gravemente  incerto quanto quello di coloro che oggi vediamo soffrire  sul terreno dove infuria lo scontro armato.

Link:  Israele, Siria, Libano e le conseguenze del giorno 18 luglio 2012

La Santa Alleanza USA – al-Qaida

di: Igor Ignatchenko

La Siria è inondata da terroristi di ogni genere. Al-Qaida ha commesso una serie di atti terroristici. Secondo l’ex comandante dell’Accademia Navale turca Ammiraglio Türker Erturk, essa ha il sostegno dagli Stati Uniti.

Afferma che l’Occidente e i suoi alleati arabi hanno deciso di ripetere lo “scenario salvadoregno“, contando sui gruppi terroristici invece che sull’opposizione. Gli attentati suicidi a Damasco lo confermano. Lasciatemi ricordare l’operazione volta a destabilizzare il Salvador con l’aiuto di attentatori suicidi, guidata da John Negroponte, che in seguito divenne ambasciatore USA in Iraq, e il futuro ambasciatore statunitense in Siria Robert Ford.

Peter Oborne, commentatore del Daily Telegraph, ha confermato che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno recentemente intensificato la cooperazione clandestina con al-Qaida, per riunire gli sforzi nella lotta contro il governo siriano.

Nel suo articolo Syria’s Crisis is Leading Us to Unlikely Bedfellows, sottolinea che le azioni terroristiche a Damasco, commesse l’anno scorso, avevano tutti i segni distintivi di quelle commesse dall’organizzazione terroristica in Iraq. Secondo il giornalista britannico, i militanti di al-Qaida sono giunti in Siria dalla Libia attraverso il “corridoio turco”. Peter Oborne vede “la triplice alleanza Washington-Londra-al-Qaida” come una grave minaccia per il Regno Unito.

Omar al-Bakri, un estremista religioso residente in Libano, ha confessato in un’intervista al Daily Telegraph che militanti di al-Qaida, sostenuti da al-Mustaqbal di Saad al-Hariri, si erano già infiltrati in Siria dal Libano. Nel corso di una conferenza stampa tenutasi a Baghdad, il ministro degli esteri iracheno Hoshyar Zebari ha confermato il fatto che al-Qaida si infiltra in Siria attraverso il confine iracheno, al fine di commettere atti terroristici e trasportare armi.
The Guardian ha recentemente pubblicato un articolo intitolato Syria Would Be Disastrous for Its People. L’autore Sami Ramadani sottolinea il fatto che un’alleanza tra Stati Uniti e al-Qaida ha preso forma. Gli Stati Uniti e la Turchia vogliono intensamente destabilizzare la Siria, usando i fondi petroliferi forniti da Qatar e Arabia Saudita. Mentre Hillary Clinton sta cercando di convincere la comunità internazionale che l’intervento in Siria è un passo necessario, la CIA è coinvolta attivamente nel sostegno e nell’addestramento dei militanti. Come è noto, gli Stati Uniti e gli alleati della NATO hanno reclutato i capi delle organizzazioni terroristiche e criminali comuni provenienti da diversi paesi del mondo come mercenari, per infiltrarli tramite operazioni speciali nei campi di addestramento situati in Turchia e in Libano. Per esempio, mentre era a Homs, un membro della missione degli osservatore della della Lega Araba, che lavorava per i servizi speciali iracheni, restava molto sorpreso nel vedere mercenari pakistani, iracheni e afghani. Particolarmente impressionante è stato il fatto che alcuni di loro erano stati i suoi rapitori in Iraq. E’ importante notare che oltre un centinaio di mercenari provenienti dai paesi arabi e altri paesi, tra cui un numero significativo di legionari francesi, sono stati catturati dalle autorità siriane dopo aver liberato Homs.

Hala Jaber, un corrispondente del Sunday Times, è certo che estremisti religiosi e mercenari stranieri infiltrati in Siria dai paesi limitrofi, hanno contribuito all’esacerbazione delle violenze, per far porre fine alla missione degli osservatori internazionali. Hala Jaber ha sottolineato che gli appelli degli sceicchi sauditi ad attraversare la frontiera siriana, sono stati seguiti da decine di persone provenienti da Libano, Tunisia, Algeria, Arabia Saudita, Libia, Egitto, Giordania e Kuwait, fanatizzate dal desiderio di creare un califfato arabo in Siria e nella regione.

The British Times ha pubblicato un articolo, nel gennaio di quest’anno, che indicava che l’Arabia Saudita e il Qatar si erano legati con un accordo segreto per finanziare l’acquisizione di armi da parte dell’opposizione siriana per rovesciare il regime di Bashar Assad. Un accordo segreto tra i governi di Arabia Saudita e Qatar e l’opposizione siriana, era stato raggiunto dopo la riunione dei ministri degli esteri delle Nazioni della Lega araba a Cairo, nel mese di gennaio. Un rappresentante dell’opposizione siriana aveva detto al quotidiano britannico che l’Arabia Saudita ha offerto tutta l’assistenza. Aveva aggiunto che anche la Turchia ha preso parte attiva al sostegno dell’opposizione, fornendo armi attraverso il confine Siria-Turchia.

Mehmet Ali Ediboglu, un deputato della provincia di Hatay, ha detto al giornale National, organo degli Emirati Arabi Uniti, che c’erano grandi quantità di armi da fuoco turche in Siria. Ediboglu faceva parte della squadra del Partito popolare repubblicano turco che era giunta in Siria nel settembre 2011. I funzionari siriani hanno mostrato alla delegazione i camion carichi di armi scaricati nel deserto della zona cuscinetto tra i checkpoint di Siria e Turchia. Secondo un’intervista del deputato turco, le armi sono state consegnate dai Fratelli musulmani.

Il sito israeliano Debka, vicino all’intelligence israeliana Mossad, riportava nel lontano agosto 2011 che la NATO aveva consegnato sistemi di difesa aerea spallegiabili, armi anticarro, lanciagranate e mitragliatrici pesanti alle forze di opposizione, dal territorio della Turchia. “Ribelli siriani hanno ricevuto addestramento in Turchia“, aveva riferito Debka. NATO e Stati Uniti hanno organizzato una campagna per reclutare migliaia di volontari musulmani provenienti da diversi paesi, per aumentare la potenza dei “ribelli” siriani. L’esercito turco gli ha fornito addestramento e un sicuro passaggio attraverso il confine Siria-Turchia.

Secondo il Guardian, l’Arabia Saudita è pronta ad offrire assistenza finanziaria ai militanti dell’esercito libero siriano, incitando le defezioni di massa nei ranghi militari della Siria, e aumentando la pressione sul governo di Assad. Riyadh ha già discusso i piani di lunga durata con Washington e altri stati arabi. Come notano i media britannici, riferendosi a fonti anonime di tre capitali arabe, l’idea originaria non era dei sauditi, ma piuttosto dai loro alleati arabi disposti ad eliminare la sovranità siriana. L’incoraggiamento ai disertori siriani coincideva con le forniture di armi in Siria. The Guardian afferma che i colloqui con i funzionari dei paesi arabi chiarivano che le forniture di armi da Arabia Saudita e Qatar (compresi fucili automatici, lanciagranate e missili anticarro) erano iniziate a metà maggio. Gli interlocutori arabi del Guardian hanno detto che l’accordo finale per inviare le armi dai depositi in Turchia ai ribelli, era stato ottenuto con fatica, con Ankara che prima insisteva sulla copertura diplomatica dagli stati arabi e dagli Stati Uniti. Gli autori di questo articolo hanno detto che la Turchia ha anche permesso la creazione di un centro di comando a Istanbul, che sta coordinando le linee logistiche in consultazione con i leader dell’ELS in Siria. The Guardian ha assistito al trasferimento di armi ai primi di giugno, vicino alla frontiera turca.

Mentre l’autorevole New York Times ha riferito che la CIA ha già organizzato le forniture di armi e attrezzature all’opposizione. Secondo la fonte, esperti agenti della CIA stanno “lavorando” nella distribuzione illegale di fucili d’assalto, lanciarazzi anticarro e altre munizioni all’opposizione siriana. Armi e munizioni sono state portate in Siria, in particolare con l’aiuto della rete della Fratellanza musulmana siriana, dice Eric Schmitt, l’autore di questo articolo. Le spese per fucili, lanciagranate e sistemi anticarro vengono condivise da Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Gli agenti della CIA forniscono assistenza in loco, per la consegna della merce verso la destinazione desiderata. Gli operatori delle agenzie potrebbero aiutare i ribelli ad organizzare una rudimentale rete di intelligenza e controspionaggio per combattere Bashar Assad. Andrea Stone di Huffington Post conferma questa informazione. Osserva che gli ufficiali della Central Intelligence Agency hanno lavorato nella Turchia meridionale da marzo, consigliando ad Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti quali elementi dell’esercito libero siriano (ELS) avrebbero dovuto armare. Inoltre, il Vicepresidente del partito laburista turco, Bulent Aslanoglu, ha confermato che circa 6000 persone di nazionalità araba, afgana e turca sono state reclutate dalla Central Intelligence Agency degli Stati Uniti, per compiere attentati terroristici in Siria.

L’alleanza di Stati Uniti e al-Qaida non confonde Reuel Marc Gerecht, ex agente della CIA e senior fellow presso laFoundation for Defense of Democracies. Sulle pagine del Wall Street Journal sostiene la necessità di “un’operazione muscolare della CIA lanciata da Turchia, Giordania e persino dal Kurdistan iracheno“. Pensa che il limitato impegno della CIA contro Assad, venuto a conoscenza del pubblico grazie ai media occidentali, non porterà a nulla in termini concreti per coloro che cercano di rovesciare il regime al potere in Siria. Gerecht pone particolare importanza sul fatto che “Assad, che dipende dalla minoranza sciita alawita (circa il 10%-15% della popolazione) per la sua forza militare, non ha la forza per una contro-insurrezione su fronti multipli“. Lo studioso dellaFoundation for Defense of Democracies pensa che “un approccio coordinato, guidato dalla CIA, nel tentativo di inviare armi anticarro, antiaerei e anti-persona attraverso i vuoti nella sicurezza delle frontiere del regime, non sarebbe difficile. La mancanza di uomini del regime e la geografia della Siria, con basse montagne, steppe aride e deserti proibitivi, probabilmente la rendono vulnerabile all’opposizione, se l’opposizione ha abbastanza potenza di fuoco“. L’ex agente della CIA è sicuro che questa azione siriana non sarebbe un un’impresa enorme: “Anche quando la CIA ha potenziato il suo aiuto alle forze afgane antisovietiche nel 1986-87, i numeri coinvolti (all’estero e a Washington) erano piccoli, circa due dozzine. Un’operazione aggressiva in Siria probabilmente richiederà più manovalanza della CIA di quella, ma probabilmente meno di 50 ufficiali statunitensi lavorano con i servizi alleati“.

Secondo Gerecht, è soprattutto il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan che ha irreversibilmente rotto con Assad. La Giordania, il paese arabo che gode del rapporto più intimo con gli Stati Uniti, è anch’essa contraria a Damasco. Inoltre, il veterano della CIA assicura che il Kurdistan iracheno, sempre più gravido di funzionari statunitensi sul suo suolo, probabilmente darà alla CIA un considerevole margine di manovra, con Washington che ha promesso di sostenere i curdi in ogni controversia con Baghdad e Teheran.
 

É gradita la ripubblicazione viene con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

LINK: USA and Al Qaeda: Holy Alliance

Traduzione di:  Alessandro Lattanzio – SitoAurora - 

http://aurorasito.wordpress.com/2012/07/18/la-santa-alleanza-usa-al-qaida/

Il pozzo afghano senza fondo

di: Manlio Dinucci

«È meraviglioso udire gli uccelli che salutano col loro canto questa bella giornata qui a Kabul»: sono le romantiche parole con cui Hillary Clinton ha aperto la cerimonia ufficiale tra gli alberi del blindatissimo palazzo presidenziale nella capitale afghana. Mentre parlava, altri uccelli con la coda a stelle e strisce volavano nei cieli afghani: i caccia F/A 18 che, decollati dalla portaerei Stennis nel Mare Arabico, volteggiano sull’Afghanistan. Scelta la preda, la attaccano con missili e bombe a guida laser e la mitragliano col cannone da 20 mm, che a ogni raffica spara 200 proiettili a uranio impoverito.

Questi e altri aerei, il cui prezzo supera i 100 milioni di dollari, costano 20mila dollari per ogni ora di volo: dato che ogni missione dura circa otto ore, essa comporta una spesa di oltre 150mila dollari, cui si aggiunge quella delle armi impiegate. E l’anno scorso, secondo le cifre ufficiali, gli aerei Usa/Nato hanno effettuato 35mila missioni di attacco sull’Afghanistan. Non stupisce quindi che solo gli Stati uniti abbiano speso finora, per questa guerra, circa 550 miliardi di dollari. Un pozzo senza fondo, che continuerà a inghiottire miliardi di dollari ed euro. A Kabul la Clinton ha annunciato la buona novella: «Ho il piacere di annunciare che il presidente Obama ha ufficialmente designato l’Afghanistan maggiore alleato non-Nato degli Stati uniti». Ciò significa che esso acquista lo status di cui gode Israele e che, in base all’«Accordo di partnership strategica», gli Usa si impegnano a garantire la sua «sicurezza». Secondo funzionari dell’amministrazione, gli Usa manterranno in Afghanistan 10-30mila uomini, soprattutto delle forze speciali, affiancati da compagnie militari private. E continueranno a impiegare in Afghanistan la propria forza aerea, compresi i droni da attacco. Il «maggiore alleato non-Nato» riceverà dalla Nato un aiuto militare di oltre 4 miliardi di dollari annui. L’Italia, che si impegna a versare 120 milioni annui, continerà a fornire, secondo le parole del ministro della difesa Di Paola, «assistenza e supporto alle forze di sicurezza afghane».  Il governo afghano riceverà inoltre, come deciso dalla conferenza dei «donatori» a Tokyo, altri 4 miliardi annui per le «esigenze civili». E anche in questo campo, ha dichiarato il ministro degli esteri Terzi, «l’Italia farà la sua parte». Secondo la motivazione ufficiale, si aiuterà in tal modo la «società civile afghana». Secondo l’esperienza reale, ogni dollaro ed euro, speso ufficialmente a fini civili, sarà usato per rafforzare il dominio militare Usa/Nato su questo paese. La cui posizione geografica è di primaria importanza strategica per le potenze occidentali e i loro gruppi multinazionali, che si spingono sempre più ad est,  sfidando Russia e Cina.  Per convincere i cittadini statunitensi ed europei, pesantemente colpiti dai tagli alle spese sociali, che occorre prelevare altri miliardi di dollari ed euro dalle casse pubbliche per destinarli all’Afghanistan, si racconta che essi servono a portare migliori condizioni di vita al popolo afghano, in particolare alle donne e ai bambini. La favola che Hillary Clinton ha raccontato, accompagnata dal cinguettio degli uccellini di Kabul e dal coro di quanti gioiscono per tale munificenza.

IlManifesto.it

Da che pulpito viene la predica

di: Manlio Dinucci

«Profondamente preoccupati per l’intensificazione della violenza», che rischia di allargare il conflitto a dimensioni regionali, chiedono con fermezza «la cessazione della violenza armata in tutte le sue forme». Chi sono i non-violenti? I membri del Gruppo di azione per la Siria che, riunitisi a Ginevra il 30 giugno, hanno emesso un comunicato finale. Alla testa dei non-violenti vi sono gli Stati uniti, registi dell’operazione bellica con cui, dopo la distruzione dello stato libico, tentano di smantellare anche quello siriano.

Agenti della Cia, scrive il New York Times, operano segretamente nella Turchia meridionale, reclutando e armando i gruppi che combattono il governo siriano. Attraverso una rete ombra transfrontaliera, in cui opera anche il Mossad, essi ricevono fucili automatici, munizioni, razzi anticarro, esplosivi. Con un video su YouTube, mostrano come sanno ben usarli: un camion civile, mentre passa accanto a un magazzino, viene distrutto dall’esplosione di un potente ordigno telecomandato.

Esprime la sua «opposizione all’ulteriore militarizzazione del conflitto», che deve essere «risolto attraverso un pacifico dialogo», anche la Turchia: quella che fornisce il centro di comando a Istanbul, da cui viene diretta l’operazione, e le basi militari in cui vengono addestrati i gruppi armati prima di infiltrarli in Siria; quella che, prendendo a pretesto l’abbattimento di un proprio aereo militare che volava a bassa quota lungo la costa siriana per saggiarne le difese antiaeree, ora ammassa le proprie truppe al confine minacciando un intervento «difensivo». Che farebbe da innesco a un attacco su larga scala della Nato in base all’articolo 5, rispolverato per l’occasione mentre per l’attacco alla Libia è stato usato il non-articolo 5. Dichiarano di essere «impegnati a difendere la sovranità, indipendenza, unità nazionale e integrità territoriale della Siria» anche gli altri membri del Gruppo: Francia, Gran Bretagna, Arabia Saudita, Qatar. Quelli che attuano in Siria la stessa operazione già effettuata in Libia: addestrando e armando il «Libero esercito siriano» e altri gruppi (circa un centinaio), reclutati in vari paesi, i cui membri sono pagati dall’Arabia Saudita; utilizzando anche militanti e interi gruppi armati islamici, prima bollati come pericolosi terroristi; infiltrando in Siria forze speciali, come quelle qatariane inviate l’anno scorso in Libia, camuffate da gruppi interni di opposizione. E i membri del Gruppo di azione che chiedono «libertà di movimento in tutto il paese per i giornalisti», sono gli stessi che, mistificando anche le immagini, conducono una martellante campagna mediatica su scala mondiale per attribuire al governo siriano la responsabilità di tutte le stragi. Gli stessi che hanno organizzato l’attentato terroristico in cui sono rimasti uccisi tre giornalisti siriani, quando un loro gruppo armato ha attaccato la televisione al-Ekhbaria a Damasco, colpendola con razzi e facendola poi saltare in aria. Salta così in aria anche l’assicurazione di Russia e Cina, membri del Gruppo di azione, che nessuno dall’esterno può prendere decisioni concernenti il popolo siriano. Le potenze occidentali hanno già deciso, azionando la loro macchina bellica, di annettere di nuovo la Siria al loro impero.

IlManifesto.it

Siria e Turchia: una crisi o un test?

Articolo inviato al blog 

di: mcc43

Nell’articolo  Washington and Damascus , Saul Laundau,   Professore  Emerito alla  California State University di Pomona e Vice Presidente dell’ Institute for Policy Studies, esordisce così.

La Siria è diventata un grave pericolo. Anche i paesi vicino sentono l’impatto della violenza:  fra i rifugiati in Turchia, e nei  focolai di combattimento nelle strade di Tripoli  in Libano,  la pace dipende da minime  sfumature degli accordi tra cristiani e sunniti e sciiti.

I curdi iracheni  del Nord condividono con i curdi siriani l’ideale di un loro stato che periodicamente  induce la Turchia a pesanti repressioni militari.

Giordania e Israele guardano con preoccupazione alle bande della quotidiana guerriglia urbana. Jihadisti e  estremisti islamici armati entrano in Siria dai paesi limitrofi – ma anche dal Pakistan, Tunisia, Algeria e Kuwait.

Gruppi ribelli conducono imboscate, attaccano i punti di controllo, distruggono la proprietà pubblica, uccidono militari  – circa 250 sono stati uccisi in dieci giorni tra fine maggio e inizio giugno. Inoltre rapine, stupri  e massacri di civili pro-regime  vengono spacciati come “è stato Assad!” ai media americani.

Per fermare i ribelli  le forze di Assad bersagliano i  quartieri dove si nascondono i ribelli. E’ così che essi sperano di provocare un intervento militare dell’Occidente sapendo di non poter sconfiggere l’esercito siriano senza aiuto esterno.
La descrizione è   esatta, altrettanto assente dai nostri media come da quelli americani.
§§§

L’esercito siriano non è equipaggiato soltanto per le sfilate celebrative del regime,  a differenza di quello libico,  ma  attrezzato  per la guerra.

I ribelli  sono stati progressivamente armati  dalle potenze straniere che li sostengono:  la famosa coalizione  “amici della Siria”  [ved SIRIA: la spudorata arroganza dei suoi “amici” warmonger  ].

Le loro file sono incrementate  da reduci  jihadisti  da  Afghanistan, Iraq, Libya   [ved.  Lo sceicco e il terrorista,dalla Libia alla Siria ]  oltre che da agenti delle forze speciali della coalizione, quali gli M16 britannici.

Anche così non possono  reggere il confronto, nemmeno con l’ulteriore aiuto d’intelligence straniere che li guidano agli obiettivi da colpire . Non è estranea a questo nemmeno la UNSMIS ,  United Nations Supervision Mission in Syria,  comandata dal generale Robert Mood. Un membro della stessa  Missione lo accusa di  “agire per scopi propri”  e di  raccogliere dati al di fuori dei compiti assegnati dal mandato Onu; la stima sulla sua imparzialità  è tale che ormai  lo si  taccia apertamente di “spionaggio”.

Le notizie dei media siriani  non vengono rilanciate dalle testate occidentali  o sono assimilate a  propaganda di regime.

Passata quasi sotto silenzio la consultazione sulla nuova Costituzione  che ha sancito la fine del monopartitismo; qui il testo integrale sottoposto a referendum.

Le notizie delle fonti dei ribelli, invece,  sono abbondanti e riportate  in modo acritico. Illimitata credibilità va all’Osservatorio Siriano per i diritti umani, Sohr, entità misteriosa con sede a Londra. La sua  inconsistenza è emersa platealmente obbligando i  membri a una pubblica lettera di scuse .

Grazie alla  notizie prive di verifica del Sohr, ogni giorno un numero impressionante di morti viene attribuito  al Governo, aggiungendo qualche tocco di colore che ne accresce la ferocia.  Per esempio, la  BBC  è stata colta (come per la Libia) con le mani nel sacco: in un servizio sul” massacro di Houla”  ha usato vecchie immagini scattate  in Iraq.   Smascherata dalla concorrenza, la BBC ha fatto ammenda, ma chi lo ha saputo al di fuori del Regno Unito?

Ci parlano, commentatori e politici, di “popolo siriano” in rivolta, comunicando occultamente l’idea che l’intera cittadinanza si ribelli a un tiranno indesiderato; le manifestazioni a sostegno del governo vengono taciute o considerate manovre del regime, quando non spacciate per manifestazioni dei ribelli.

Altrettanto si cela il fatto che i  rappresentanti della rivolta compongono almeno due diversi  comitati  che né l’Onu né i paesi  della coalizione riescono a mettere d’accordo per dare una parvenza di idealismo alla situazione conflittuale che perdura da quasi un anno e mezzo.

Una situazione  da cui non si sa come uscire  poiché  Russia e Cina  hanno finora votato contro ogni misura americana  in Consiglio di sicurezza. Alla Russia viene rivolta l’accusa di rifornire di armi Assad.  Accusa ovviamente rigettata,  ma in pratica ciò che la Russia fa è continuare le transazioni come in precedenza. Senza violare alcunchè dal momento che non vige un embargo [solamente oggi  è  posto seriamente  all’ordine del giorno  nella riunione  a livello di Ministri degli esteri della UE.] .

Armi di ogni genere arrivano  a tutti in Siria, con la differenza che  la Russia tratta con il Governo di uno stato membro dell’Assemblea ONU, i paesi  occidentali, più Arabia Saudita e Qatar,  con  bande che in parte essi stessi hanno organizzato nell’intento di rovesciare Assad,  incuranti  o intenzionati  a provocare lo sfacelo di questo stato multiconfessionale dove  immediatamente si accenderebbe lo scontro già  in atto nel mondo islamico fra Sciiti e Sunniti.

“Quello che era cominciato come rivolta laica anti-Assad in Facebook, somiglia sempre più a una jihad condotta dai fondamentalisti” scrive il Jerusalem Post.

Il mistero degli aerei turchi

1) il caccia F4 abbattuto

Venerdì  22 giugno un jet sicuramente turco è statosicuramente abbattuto dagli apparati di difesa siriani. L’altra certezza è che il relitto riposa ora a una profondità di  1300 metri  in acque siriane.

Tutto il resto è gioco delle parti. “Volava nel nostro cielo, afferma la Siria, e a bassa quota, anche se fosse stato di un altro paese lo avremmo abbattuto”.

“”Abbiamo chiesto alla parte turcadi formare un comitato militare turco per venire ad ispezionare la scena, ma non abbiamo ricevuto alcuna risposta”.

“Volava in spazio internazionale, afferma la Turchia”. Però sabato  il  Ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu  ha ammesso che l’aereo “potrebbe  aver sconfinato per errore”.

I militari vanno anche oltre nel dare conferma indiretta:  “gli sconfinamenti sono normali, l’abbattimento si poteva evitare” . [notizia e immagine  Corriere della Sera 25.6, Maurizio Caprara].

2) il Casa CN-235 non abbattuto

Aggiungono poi i militari turchi, in una riunione di domenica con gli Ambasciatori UE, che anche un altro aereo, un “Casa” spagnolo che seguiva la stessa rotta del jet segnalante difficoltà, era stato fatto segno di colpi sparati dalla contraerea siriana. 

La notizia di questo secondo aereo è data erroneamente da qualche testata che la definisce un “nuovo” incidente, anzichè un evento dello stesso giorno; viene inoltre riportato  che l’aereo -  Casa CN-235- è  un aereo da ricognizione.

Ma, se è esatto il nome del velivolo, si tratta di un aereo da trasporto tattico. Ovvero aerei che vengono anche impiegati per il rifornimento di carburante in volo.

Con un pò di maestria dei turchi nel dare informazioni e un altro pò di confusione involontaria dei media, è possibile che passi inavvertito che il jet abbattuto aveva in realtà un piano di volo di lunga durata, necessitante assistenza in quota.  Allora la contraerea siriana sarebbe più che giustificata nell’aver temuto un attacco aereo straniero.

 §§§

Ankara ha chiesto immediatamente una riunione Nato,  appellandosi all’articolo 4 del trattato costitutivo dell’Alleanza che è chiamata ad intervenire nel caso uno dei suoi membri subisca un attacco.

Sembra a me palesemente falso sostenere che abbattere l’aereo, precipitato poi in acque siriane,  sia configurabile come aggressione della Siria alla Turchia.

A ogni buon conto  perché  i turchi hanno mandato da quelle parti un bombardiere, forse  insieme a un aereo da trasporto tattico?

Ricognizioni pro ribelli, magari in forma abituale alle quali i siriani hanno deciso di mettere uno stop?

Un test sulla tecnologia antimissile russa in possesso di Assad? Lo rivela il sito israeliano Debkafile,aggiungendo che l’aereo turco, invece,  aveva a bordo tecnologia fornita da Israele,  precisando  per onor di bandiera che il programma di fornitura era stato sospeso dai turchi prima di essere messo  perfettamente punto.

§§§

Al  meeting Nato di Buxelles  la Turchia andrà preceduta dalla dichiarazione rilasciata dopo la riunione con i Ministri Esteri UE “La Turchia non ha intenzioni di fare la guerra a nessuno”. Ottima premessa, vista l’informazione della Debkafiledi  qualche giorno fa, secondo la quale un intervento militare dell’Occidente sarebbe  già pianificato:

Fonti ufficiali Usa dicono che gli stati Uniti senza alcun dubbio pianificano un intervento militare in Siria.  L’intervento avverrà. Non è una questione di ‘se’, ma ‘quando’ “, il sito web israeliano DEBKAfile ha detto sabato citando  fonti anonime. “

Dalla situazione siriana occorre uscire, ma aprire un altro fronte mentre Obama è in campagna elettorale è credibile solamente  architettando  una situazione tale che astenersi davanti alla pubblica opinione significherebbe perdere le elezioni.

Non basta, dunque, questo incidente non ancora chiarito. Potrebbe solo essere un inizio o  più probabilmente una delle forme di pressione con le quali si sta lentamente piegando la resistenza dei siriani che vogliono un cambiamento diverso dalla guerra civile.

- bibliografia Siria in  http://www.searcheeze.com/p/mcc43/siria

Quando attaccheremo la Siria?

di: Ron Paul

Quando attaccheremo la Siria? I piani, le voci, e la propaganda di guerra per attaccare la Siria e deporre Assad sono in circolazione da molti mesi.

La settimana scorsa, però, è stato riportato che il Pentagono ha infatti messo a punto piani per  realizzare ciò.  A mio parere, tutte le prove per giustificare questo attacco sono false. Non hanno maggiore credibilità dei pretesti  adottati per l’invasione dell’Iraq del 2003 o l’attacco alla Libia del 2011.

Gli esiti fallimentari di quelle guerre dovrebbero indurci ad una pausa prima di impegnarci  nell’occupazione e nel cambio di regime iniziato contro la Siria.

Non ci sono preoccupazioni di sicurezza nazionale che richiedano una tale e folle escalation di violenze in Medio Oriente. Non ci dovrebbero essere dubbi sul fatto che è nei nostri interessi di sicurezza rimanere completamente fuori dal conflitto interno che infuria in Siria.

Siamo già troppo impegnati a sostenere le forze dentro la Siria che  desiderano di rovesciare l’attuale governo. Senza interferenze esterne, quel conflitto- ora caratterizzato come una guerra civile – sarebbe probabilmente inesistente.

Indipendentemente dal fatto di attaccare o no un altro paese, occupandolo ed istituendovi un nuovo regime che speriamo di poter controllare, si pone una seria domanda costituzionale: da dove un Presidente riceve un tale potere?

E’dalla seconda guerra mondiale che l’autorità con i poteri legali per entrare in guerra  viene ignorata. E’ stata sostituita da organismi internazionali come le Nazioni Unite e la NATO, o lo stesso Presidente, sempre ignorando il Congresso. E purtroppo, la gente non si oppone.

I nostri ultimi Presidenti sostengono esplicitamente  che il potere di entrare in guerra non è del Congresso degli Stati Uniti. Questo è sempre successo a partire dal 1950, quando entrammo nella guerra in Corea sotto la risoluzione delle Nazioni Unite ma senza l’approvazione del Congresso.

E ancora una volta, stiamo per intraprendere un’azione militare contro la Siria, riattivando anche, irresponsabilmente, la Guerra Fredda con la Russia. Siamo ora impegnati in un gioco di “polli” con la Russia, che rappresenta una minaccia molto più grande per la nostra sicurezza rispetto alla Siria.

Come reagiremmo noi se, in Messico, la Russia chiedesse una soluzione umanitaria contro le violenze sul confine USA-Messico? La prenderemmo come una preoccupazione legittima per noi. Ma, per noi, essere impegnati in Siria, dove i russi hanno una base navale legale, è l’ equivalente dei russi impegnati  in Messico.

Siamo ipocriti nel condannare i russi che stanno proteggendo i loro interessi nelle loro zone  per le stesse cose che stiamo facendo noi stessi, a migliaia di chilometri di distanza dalle nostre coste. Non è nel nostro interesse farci coinvolgere, fornendo segretamente assistenza e incoraggiare la guerra civile, allo scopo di effettuare un cambio di regime in Siria.

Falsamente abbiamo accusato i russi di aver fornito elicotteri militari ad Assad. E questa è una provocazione inutile. Falsamente abbiamo accusato il governo di Assad  dei massacri perpetrati da una violenta fazione ribelle. E’ questa si chiama propaganda di guerra.

La maggior parte delle persone ben informate ora riconoscono che la guerra contro la Siria è il prossimo passo per arrivare al governo iraniano, ed è qualcosa che i neo – cons ammettono apertamente.

Controllare il petrolio iraniano, proprio come abbiamo fatto in Arabia Saudita e stiamo cercando di fare in Iraq, è il vero obiettivo dei neo-conservatori che sono stati a capo della nostra politica estera  per un paio di decenni.

La guerra è inevitabile senza un significativo e rapido cambiamento della nostra politica estera. I disaccordi tra i nostri due partiti politici sono piccoli. Entrambi concordano sul sequestro di tutti i fondi di guerra che devono essere annullati. Nessuna delle due parti vuole abbandonare la nostra crescente presenza aggressiva  in Medio Oriente e nell’ Asia meridionale.

Questo crisi può facilmente andare fuori controllo e diventare una guerra molto più grande di un altra semplice pratica di occupazione e cambiamento di regime che il popolo americano è stato abituato ad accettare o ignorare.

E ‘ tempo che gli Stati Uniti inizino una politica di diplomazia, puntando alla pace, al commercio e all’amicizia. Dobbiamo abbandonare i nostri progetti militari atti a promuovere e garantire un impero americano.

Inoltre, siamo in crisi, non possiamo permettercelo, e la cosa peggiore è che stiamo realizzando la strategia portata avanti da Osama bin Laden, il cui obiettivo era sempre stato quello di affossarci nel Medio Oriente e di trascinarci alla bancarotta.

E’tempo di riportare a casa le nostre truppe e stabilire una politica estera di non – interventismo, che è l’unica strada per la pace e la prosperità.

Questa settimana presenterò delle proposte di legge per  vietare all’Amministrazione, in assenza di una dichiarazione di guerra del Congresso, di sostenere – direttamente o indirettamente – ogni operazione militare o paramilitare in Siria. Spero che i miei colleghi si uniranno a me in questo progetto.

LINK: When Will We Attack Syria?

TRADUZIONE VIDEO:  http://www.youtube.com/user/Ryuzakero

Siria – Nuovo accordo Sykes-Picot ?

di: Prof. M.D. Nalapat

Il 16 maggio 1916, nel bel mezzo della prima guerra mondiale, Parigi e Londra approvarono un accordo segreto per smembrare l’impero ottomano e dividersi il Medio Oriente.

L’accordo Sykes-Picot impostò nuovi confini per molti paesi della regione e diede inizio ad un periodo di controllo diretto del Medio Oriente che l’Occidente ha cercato di perpetuare nel presente.

Dopo l’invasione dell’Iraq, nel 2003, da parte degli Stati Uniti e del suo ex padrone coloniale, il Regno Unito, la NATO è stata trasparente nel suo desiderio di esercitare ancora una volta il controllo diretto sui paesi della regione. Quei pochi regimi che si sono opposti all’egemonia della NATO si trovano ad affrontare un azione congiunta da parte della stessa NATO e dei suoi sostenitori regionali per rovesciarli.

Dopo l’Iraq, è toccato alla Libia, ora è il turno della  Siria. Il prossimo sarà l’Iran. 

Credo che le vittime in Libia siano molto superiori alle cifre ufficiali dichiarate dalla coalizione. La Libia è diventata un manicomio di conflitti tribali e religiosi e dove le organizzazioni mafiose in concorrenza hanno tagliato il paese, unite solo dalla loro sottomissione agli interessi commerciali del loro creatore e benefattore, la NATO.

Anche la cosiddetta missione di pace in Siria ha come vicedirettore un diplomatico della Francia, il principale attore, nel 2011, del cambiamento di regime a Tripoli e paese che sta attivamente facendo pressioni per un intervento militare in Siria. Solamente il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon, con la sua completa fiducia negli stati membri della NATO, ritiene che Jean-Marie Guehenno avrà un ruolo “neutrale” in Siria.

La NATO sta inoltre incoraggiando la Turchia a credere che possa recuperare lo status di gui godeva durante l’Impero ottomano, provocando Ankara in un atteggiamento iper-attivo di sostegno alle operazioni della NATO per i cambiamenti di regime.

Per quanto riguarda il Qatar e l’Arabia Saudita, sono così accecati dal loro odio per il regime anti-monarchico e sciita di Bashar al-Assad, che sono disposti a unirsi con la NATO per destabilizzare un governo arabo, ignari del fatto che un giorno potrebbero ottenere lo stesso trattamento.

A differenza della Libia, la Siria non è isolata. L’intensificazione della guerra civile sponsorizzata dalla NATO , che sta mettendo salafiti e wahhabiti contro sciiti, drusi, sunniti moderati e cristiani, innescherebbe disordini settari in tutta la regione.

Se questo non è ancora avvenuto, il merito deve andare a Russia e Cina, che sono finora riuscite a bloccare la NATO per un intervento militare diretto. L’alleanza ha bisogno di sapere che il 2012 non è il 1916, e che i loro sforzi in corso per ripetere l’accordo Sykes-Picot porteranno dritti al disastro.

L’autore è direttore e professore della Scuola di Geopolitica all’Università di Manipal (India)

LINK: No repeat of Sykes-Picot in Mideast chaos

DI: Coriintempesta

Operazione Northwoods per la Sira?

di: Prof. Michel Chossudovsky

La dottrina militare degli Stati Uniti prevede il ruolo centrale di  “eventi che producano vittime in massa” nei quale vengono uccisi civili innocenti. 

Gli omicidi sono volutamente eseguiti come parte di un’operazione segreta. Al nemico viene poi addossata la colpa per le atrocità che ne derivano. 

L’obiettivo è quello di giustificare un programma militare per motivi umanitari. La dottrina risale all’ Operazione Northwoods del 1962.

Nell’ambito di un piano segreto del Pentagono del 1962, l’ Operazione Northwoods , dovevano essere uccisi civili della comunità cubana di Miami come parte di un’operazione segreta. L’obiettivo era quello di innescare un “ondata di indignazione sui giornali degli Stati Uniti”. Degli omicidi doveva poi essere accusato il governo cubano di Fidel Castro.

L’obiettivo di questo sinistro piano, che il segretario della Difesa Robert McNamara e il presidente J.F. Kennedy rifiutarono di portare avanti, era quello di raccogliere il sostegno pubblico per una guerra contro Cuba:

“Nei primi anni ‘60, i principali leader militari americani riferirono di aver elaborato piani per uccidere persone innocenti e commettere atti di terrorismo nelle città degli Stati Uniti col fine di creare il sostegno dell’opinione pubblica per una guerra contro Cuba.

L’ Operazione Northwoods includeva il possibile assassinio di emigrati cubani, l’ affondamento delle barche dei rifugiati cubani in alto mare, il dirottamento di aerei, l’esplosione di una nave degli Stati Uniti e atti di terrorismo in alcune città americane.

I piani erano stati sviluppati come dei mezzi per ingannare il pubblico americano e la comunità internazionale al fine di sostenere una guerra per cacciare Fidel Castro, il leader comunista di Cuba .

I vertici militari degli Stati Uniti contemplarono anche di causare vittime militari Usa, scrivendo:  Potremmo far esplodere una nave americana a Guantanamo Bay e dar poi la colpa a Cuba” e “ la pubblicazione della lista delle vittime sui giornali americani solleverebbe una ondata di indignazione nazionale“.

…. I documenti mostrano che “i Capi di Stato Maggiore avevano redatto e approvato i piani per quello che poteva essere il più corrotto dei piani mai creato dal governo degli Stati Uniti”, scrive Bamford. ( U.S. Military Wanted to Provoke War With Cuba – ABC News - enfasi aggiunta – Questo documento segreto del Pentagono è stato desecretato e può essere facilmente consultato (vedi Operation Northwoods , Vedi anche National Security Archive, 30 aprile 2001)

Il documento era intitolato “Giustificazione dell’intervento militare statunitense a Cuba”. Il memorandum top secret descriveva i piani Usa per progettare segretamente vari pretesti che avrebbero giustificato una invasione americana di Cuba. Tali proposte - parte di un programma segreto anti-Castro noto come Operazione Mangusta - includevano l’assassinio di cubani che vivevano negli Stati Uniti, lo sviluppo di una falsa “campagna di terrore comunista cubana nella zona di Miami, in altre città della Florida e perfino a Washington,” compreso “l’affondamento di una barca di profughi cubani (reale o simulata), “fingendo un attacco dell’aviazione cubana su un aereo di linea civile e architettando un incidente  in stile “ Remember the Maine”, facendo esplodere una nave americana in acque cubane e incolpando poi Cuba.
http://www.gwu.edu/~nsarchiv/news/20010430/doc1.pdf, enfasi aggiunta)

 Cuba 1962 – Siria 2012 …

Mentre l’attuazione dell’Operazione Northwoods venne poi accantonata, la sua premessa fondamentale di utilizzare morti tra i civili come pretesto per un intervento (per motivi umanitari) è stata applicata in diverse occasioni.

La questione fondamentale: le uccisioni di civili nella città di Houla sono parte di un’operazione segreta accuratamente pianificata, con l’intento di raccogliere il sostegno pubblico per una guerra contro la Siria?

Di queste morti è ora accusato il governo di Assad, con “l’elenco delle vittime sui giornali degli Stati Uniti che hanno causato un ondata di indignazione». Nel frattempo, molti paesi europei, il Canada e l’ Australia, hanno tagliato le relazioni diplomatiche con la Siria. Questa decisione di isolare la Siria è stata effettuata simultaneamente dai diversi governi. E’ stata presa prima di condurre un’indagine.

Un intervento militare della NATO – che è già sul tavolo – viene ora previsto, a seguito delle dichiarazioni del  neo-eletto presidente francese Francois Hollande. Una vera e propria guerra contro la Siria potrebbe evolvere verso una guerra regionale più ampia che si estende dal Mediterraneo Orientale all’Asia Centrale. E’ quindi fondamentale che l’opinione pubblica mondiale prenda conoscenza delle bugie e della propaganda di guerra dei media riguardo al massacro di Houla, per non parlare dell’insidioso ruolo  degli squadroni della morte sponsorizzati da USA-NATO.

Il massacro di Houla è parte di una sinistra operazione segreta che porta le impronte digitali dell’ Operazione Northwoods?

Non c’è assolutamente alcuna prova che il governo siriano sia dietro questi omicidi.

Ci sono indicazioni, così come prove documentali, che sin dall’inizio della rivolta nel marzo 2011, terroristi sostenuti da potenze straniere sono stati coinvolti nelle uccisioni di civili innocenti. Fonti di intelligence israeliane (agosto 2011) confermano un processo organizzato di reclutamento di combattenti terroristi da parte della NATO:

Il quartier generale della NATO a Bruxelles e il comando supremo turco nel frattempo stanno elaborando piani per il loro primo passo militare in Siria, cioè armare i ribelli con armi per contrastare carri armati ed elicotteri.

Sarebbe anche stato discusso, a Bruxelles e Ankara, dicono le nostre fonti, una campagna per arruolare migliaia di volontari musulmani nei paesi del Medio Oriente e del mondo musulmano, per combattere a fianco dei ribelli siriani. L’esercito turco avrebbe ospitato questi volontari, e curato il loro addestramento e il loro passaggio sicuro in Siria.

(Ibid, enfasi aggiunta)

DEBKAfile,  NATO to give rebels anti-tank weapons, 14 agosto 2011)

DOCUMENTO NORTHWOODS E PAGINA 7 :

L’intero documento online:  http://archive.org/stream/OperationNorthwoods/operation_northwoods#page/n0/mode/2up

o in pdf: http://www.gwu.edu/~nsarchiv/news/20010430/doc1.pdf

Andrà pianificata una serie di incidenti ben coordinati che dovranno avvenire a Guantanamo e dintorni, in modo da far sembrare davvero che siano stati provocati da forze cubane ostili.

A. Incidenti per decidere un attacco credibile:

(1) Mettere in giro (molte) voci. Utilizzare radio clandestine.

(2) Far sbarcare alleati cubani in mimetica per inscenare un attacco alla base.

(3) Catturare sabotatori cubani (alleati)  all’interno della base.

(4) Avviare scontri vicino al cancello principale della base (usando cubani alleati).

(5) Far esplodere munizioni all’interno della base, appiccare fuochi.

(6) Incendiare (sabotare) un aereo nella base aerea.

(7) Centrare la base dall’esterno con colpi di mortaio.

(8) Catturare squadre d’assalto provenienti dal mare o dalle vicinanze di Guantanamo.

(9) Catturare milizie che assaltano la base.

(10) Sabotare una nave nel porto, scatenare vasti incendi tramite la naftalina.

(11) Affondare una nave all’ingresso del porto. Simulare funerali per presunte vittime.

Potrebbe essere organizzato un incidente in stile “Remember the Maine”:

Potremmo far esplodere una nave americana nella baia di Guantanamo e incolpare Cuba. La pubblicazione della lista delle vittime sui giornali americani solleverebbe una ondata di indignazione nazionale.

Potremmo sviluppare una campagna terroristica di matrice comunista cubana nella zona di Miami, in altre città della Florida e perfino a Washington.

Tentativi di dirottamento di aerei e imbarcazioni civili dovrebbero proseguire come forme di disturbo organizzate dal governo di Cuba.

E ‘possibile creare un incidente che dimostri in maniera convincente che un aereo cubano abbia attaccato e abbattuto un aereo charter civile in rotta dagli Stati Uniti. La destinazione verrà scelta in modo che la tratta dell’aereo sorvoli Cuba. I passeggeri potrebbero essere un gruppo di studenti universitari in vacanza.

Un velivolo dalla base aerea militare  Eglin verrebbe riverniciato e numerato per farlo diventare un esatto duplicato di un aereo civile registrato appartenente a una organizzazione riconducibile alla sezione di Miami della CIA. Al momento previsto, il duplicato verrebbe sostituito dal vero aereo civile e vi verrebbero imbarcati passeggeri selezionati, tutti con una identità accuratamente preparata. Il velivolo reale verrebbe convertito in un drone.

L’orario di decollo del drone e del vero aereo  sarà programmato per consentire che si incrocino a sud della Florida. Nel punto di incontro, quello che trasporta i passeggeri scenderà ad una quota minima e andrà direttamente in un campo ausiliario della base  Eglin , dove saranno già stati organizzati l’ evacuazione dei passeggeri e il ritorno dell’aereo al suo stato originario. Il drone nel frattempo continuerà a volare seguendo la rotta prestabilita. Quando il drone sarà su Cuba, trasmetterà sulla frequenza internazionale di soccorso il segnale di “May Day”, indicando di essere sotto attacco di un MIG cubano. La trasmissione sarà interrotta dalla distruzione del velivolo innescata da un segnale radio.

LINK: SYRIA: Killing Innocent Civilians as part of a US Covert Op. Mobilizing Public Support for a R2P War against Syria

DI: Coriintempesta

La svolta nella crisi: una Nato «intelligente»

di: Tommaso Di Francesco e Manlio Dinucci

Il crescente squilibrio tra la spesa Usa, salita dal 50% al 70% del totale, e quella europea che in proporzione è calata

Si tiene a Chicago il Summit dei capi di stato e di governo della Nato. Tra le diverse questioni all’ordine del giorno, dall’Afghanistan allo «scudo antimissili», ce n’è una nodale: la capacità dell’Alleanza di mantenere, in una fase di profonda crisi economica, una «spesa per la difesa» che continui ad assicurarle una netta superiorità militare. Con incosciente ottimismo, il socialista del Pasok Yiannis Ragoussis, che fa le veci di ministro greco della difesa, ha scritto sulla Nato Review , alla vigilia del Summit, che la partecipazione all’Alleanza ha dato alla Grecia «la necessaria stabilità e sicurezza per lo sviluppo nel settore politico, finanziario e civile». Se ne vedono i risultati. Non nasconde invece la sua preoccupazione sull’impatto della crisi il segretario generale dell’Alleanza, Anders Rasmussen. In preparazione del summit, ha avvertito che, se i membri europei della Nato taglieranno troppo le spese militari, «non saremo in grado di difendere la sicurezza da cui dipendono le nostre società democratiche e le nostre prospere economie».

Quanto spende la Nato? Secondo i dati ufficiali aggiornati al 2011, le «spese per la difesa» dei 28 stati membri ammontano a 1.038 miliardi di dollari annui. Una cifra equivalente a circa il 60% della spesa militare mondiale. Aggiungendo altre voci di carattere militare, essa sale a circa i due terzi della spesa militare mondiale. Il tutto pagato con denaro pubblico, sottratto alle spese sociali. C’è però un crescente squilibrio, all’interno della Nato, tra la spesa statunitense, salita in dieci anni dal 50% a oltre il 70% della spesa complessiva, e quella europea che è proporzionalemte calata. Rasmussen preme quindi perché gli alleati europei si impegnino di più: se il divario di capacità militari tra le due sponde dell’Atlantico continuerà a crescere, «rischiamo di avere, a oltre vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, un’Europa debole e divisa». Tace però sul fatto che sulle spalle dei paesi europei gravano altre spese, derivanti dalla partecipazione alla Nato. C’è il «Budget civile della Nato» per il mantenimento del quartier generale di Bruxelles e dello staff civile: ammonta a circa mezzo miliardo di dollari annui, di cui l’80% pagato dagli alleati europei. C’è il «Budget militare della Nato» per il mantenimento dei quartieri generali subordinati e del personale militare internazionale:ammonta a quasi 2 miliardi annui, per il 75% pagati dagli europei. C’è il «Programma d’investimento per la sicurezza della Nato», destinato al mantenimento di basi militari e altre infrastrutture per la «mobilità e flessibilità delle forze di spiegamento rapido della Nato»: ammonta a circa un miliardo e mezzo di dollari annui, il 78% dei quali pagati dagli europei. Come specifica un rapporto sui fondi comuni Nato, presentato al Congresso Usa lo scorso febbraio, dal 1993 sono stati eliminati i contributi per le basi militari degli alleati europei, mentre sono stati mantenuti quelli per le basi militari Usa in Europa. Ciò significa, ad esempio, che la Nato non ha sborsato un centesimo per l’uso delle sette basi italiane durante la guerra alla Libia, mentre l’Italia contribuisce alle spese per il mantenimento delle basi Usa in Italia. Ulteriori spese, che si aggiungono ai bilanci della difesa degli alleati europei, sono quelle relative all’allargamento della Nato ad est, stimate tra 10 e oltre 100 miliardi di dollari. Vi sono quelle per l’estensione all’Europa dello «scudo anti-missili» Usa, che Rasmussen quantifica in 260 milioni di dollari, ben sapendo che la spesa reale sarà molto più alta, e che vi si aggiunge quella per il potenziamento dell’attuale sistema Altbmd, il cui costo è previsto in circa un miliardo di dollari. Vi sono le spese per il sistema Ags che, integrato dai droni Global Hawk made in Usa, permetterà alla Nato di «sorvegliare» da Sigonella i territori da attaccare: l’Italia si è accollata il 12% del costo del programma, stimato in almeno 3,5 miliardi di dollari, pagando inoltre 300 milioni per le infrastrutture. Vi sono le spese per le «missioni internazionali», tra cui almeno 4 miliardi di dollari annui per addestrare e armare le «forze di sicurezza» afghane. Come possono i governi europei, pressati dalla crisi, affrontare queste e altre spese? Il segretario generale della Nato ha la formula magica: poiché gli alleati europei «non possono permettersi di uscire dal business della sicurezza», devono «rivitalizzare il loro ruolo» adottando, secondo l’esempio degli Stati uniti, la «difesa intelligente». Essa «fornirà più sicurezza, per meno denaro, lavorando insieme». La formula, inventata a Washington, prevede una serie di programmi comuni per le esercitazioni, la logistica, l’acquisto di armamenti (a partire dal caccia Usa F-35). Strutturati in modo da rafforzare la leadership statunitense sugli alleati europei. Una sorta di «gruppi di acquisto solidale», almeno per dare l’impressione di risparmiare sulla spesa della guerra.

IlManifesto.it