La lettera di Putin al New York Times

ShowImageInformazione Scorretta

I recenti avvenimenti riguardanti la Siria mi hanno spinto a parlare direttamente al popolo americano e ai loro leader politici. E ‘importante farlo in un momento di insufficiente comunicazione tra le nostre società.

I rapporti tra noi sono passati attraverso diverse fasi. Ci siamo scontrati durante la guerra fredda. Ma siamo stati anche alleati un tempo e, insieme, abbiamo sconfitto i nazisti.Venne poi istituita l’organizzazione internazionale universale – le Nazioni Unite – per impedire il ripetersi di una tale devastazione. Continua a leggere

Il vento dell’Est temuto dagli Usa

di: Manlio Dinucci

cinaIl summit «informale» tra il presidente Obama e il presidente cinese Xi Jinping, il 7-8 giugno in California, sarà trasmesso in mondovisione secondo la sceneggiatura washingtoniana della calda atmosfera familiare, condita di sorrisi e facezie. Ma, spente le telecamere, i toni cambieranno. Sul tappeto ci sono molte questioni scottanti. Gli Usa, al primo posto mondiale negli investimenti diretti esteri (Ide), hanno investito oltre 55 miliardi di dollari in Cina (prima destinazione mondiale degli Ide), dove le multinazionali statunitensi hanno sempre più delocalizzato la loro produzione manifatturiera, gran parte della quale viene reimportata negli Usa. In tal modo però gli Stati uniti hanno contratto con la Cina un deficit commerciale che nel 2012 ha superato i 315 miliardi di dollari, 20 in più rispetto al 2011. Continua a leggere

I droni killer del Nobel per la pace

droni

di: Manlio Dinucci 

Il Nobel per la pace Barack Obama ce la mette tutta, ma né lui né qualsiasi altro presidente degli Stati uniti possono promettere la totale sconfitta del terrore, poiché «non saremo mai in grado di estirpare il male annidato nel cuore di alcuni essere umani». Lo annuncia nel discorso sulla «strategia controterrorismo».
Nonostante le sconfitte subite da Al Qaeda e dai suoi affiliati, «la minaccia oggi è più diffusa», dallo Yemen all’Iraq, dalla Somalia al Nordafrca, e in paesi come Libia e Siria «gli estremisti hanno preso piede» in seguito alle «agitazioni nel mondo arabo» (e non alle guerre scatenate da Usa e Nato). Prosegue dunque, sotto l’illuminata guida del presidente, la lotta del Bene contro il Male, ridefinendo però la strategia: da «illimitata guerra al terrore» essa si trasforma in una serie (di fatto illimitata) di «azioni letali mirate» con l’obiettivo di «smantellare specifiche reti di estremisti violenti che Continua a leggere

Scacco a Obama

Boston, le bombe israeliane su Damasco, la crisi (subito sopita) tra USA e Corea del Nord: segnali di una crisi più vasta, e anche Obama è in crisi.

obama

di Giulietto Chiesa.

L’attentato di Boston, i bombardamenti israeliani su Damasco, la crisi (scongiurata subito) tra Stati Uniti e Corea del Nord sembrano eventi del tutto scollegati, disconnessi tra loro. Io penso che non lo siano e che, anzi, siano tutti segnali del convergere - perfino piu’ rapido del prevedibile verso una crisi di più vaste proporzioni.
Mi pare di vedere una mano – più invisibile di quella, famosa, del “mercato” – che preme perché si verifichi una resa dei conti. Forse piu’ di una resa dei conti: diverse e lontane, ma riconducibili a un unicum di impressionante squilibrio, un “buco nero” nel quale stiamo andando tutti nel piu’ disastrante caos di idee dell’ultimo secolo. Ma più grande di quello che condusse alla seconda guerra mondiale. Continua a leggere

Il dovere d’evitare una guerra in Corea

kim corea

di: Fidel Castro Ruz

Alcuni giorni fa ho fatto un riferimento alle grandi sfide che affronta oggi l’umanità. La vita intelligente è sorta nel nostro pianeta circa 200.000 anni fa, se non appaiono nuove scoperte che dimostrino altre cose.

Non va confusa l’esistenza della vita intelligente con l’esistenza della vita che, dalle sue forme elementari nel nostro sistema solare, è sorta milioni di anni fa.
Esiste un numero praticamente infinito di forme di vita. Nel lavoro sofisticato dei più prestigiosi scienziati del mondo, si concepisce già l’idea di riprodurre i suoni che sono seguiti al Big Bang, la grande esplosione avvenuta più di 13.700 milioni di Continua a leggere

Piovono armi, a cura della Cia

siria

di: Manlio Dinucci

Nella «guerra coperta» in Siria ormai si scoprono le carte. Dopo che il centro di Damasco è stata colpito con proiettili di mortaio e razzi che hanno ucciso diversi civili, il comandante «ribelle» Abu Omar, nel rivendicare il merito dell’azione, ha dichiarato ieri 26 marzo al New York Times che «i gruppi ribelli attorno a Damasco sono stati rafforzati da nuove forniture di armi attraverso la Giordania con l’assistenza americana». Una inchiesta dello stesso giornale conferma quanto da tempo scriviamo sul manifesto: l’esistenza di una rete internazionale, organizzata dalla Cia, attraverso cui arriva ai «ribelli» in Siria un flusso crescente di armi.

Da appositi centri operativi, agenti della Cia provvedono all’acquisto delle armi con finanziamenti (nell’ordine di miliardi di dollari) concessi principalmente da Arabia saudita, Qatar e altre monarchie del Golfo; organizzano quindi il trasporto delle armi in Turchia e Giordania attraverso un ponte aereo; le fanno infine arrivare, attraverso la frontiera, ai gruppi in Siria, già addestrati in appositi campi allestiti in territorio turco e giordano.

Da quando è iniziata l’operazione nel gennaio 2012, sono state trasportate attraverso il ponte aereo, secondo una stima per difetto, almeno 3500 tonnellate di armi. I primi voli sono stati effettuati, con aerei militari da trasporto C-130, dal Qatar in Turchia. Da aprile sono stati usati giganteschi aerei cargo C-17, forniti dagli Usa al Qatar, che hanno fatto la spola tra la base di Al Udeid e quella turca di Esenboga. Particolare non trascurabile: la base aerea qatariana di Al Udeid ospita il quartier generale avanzato del Comando centrale Usa, con un personale di oltre 10mila militari, e funziona da hub per tutte le operazioni in Medio Oriente. Nei suoi depositi sono stoccate armi di tutti i tipi, comprese certamente anche quelle non made in Usa, più adatte per operazioni «coperte». Da ottobre, aerei giordani C-130 sono atterrati nella base turca di Esenboga, caricando armi per i «ribelli» siriani da trasportare ad Amman.

Contemporaneamente, aerei cargo giordani hanno cominciato a fare la spola con Zagabria, trasportando ad Amman armi degli arsenali croati acquistate con i finanziamenti sauditi. Per tale operazione vengono usati giganteschi aerei Iliuscin della Jordanian International Air Cargo. Dal febbraio di quest’anno, ai voli degli aerei cargo qatariani e giordani si sono aggiunti quelli sauditi, effettuati con C-130 che atterrano nella base turca di Esenboga.

Nonostante le smentite di Zagabria, l’inchiesta ha ampiamente documentato il coinvolgimento della Croazia in questo traffico internazionale di armi, diretto dalla Cia. Un atto meritorio per la Croazia che, per il ruolo svolto nella disgregazione della Iugoslavia, è stata premiata con l’ammissione alla Nato nel 2009. Ora, partecipando all’operazione per disgregare la Siria, acquista ulteriori meriti agli occhi di Washington. Alla vigilia della sua ammissione nella Ue, di cui diverrà 28° membro nel luglio di quest’anno. Potrà così unire la sua voce a quella dell’Unione europea che, mentre rafforza l’embargo delle armi al governo siriano, dichiara di voler «raggiungere una soluzione politica che permetta di fermare la strage e autorizzi la fornitura di aiuti umanitari veloci ed efficaci, con particolare attenzione ai bambini».

FONTE: IlManifesto.it

C’è anche la Nato economica

nato

di: Manlio Dinucci

«Amore per il popolo italiano»: lo ha dichiarato il presidente Obama ricevendo alla Casa bianca il presidente Napolitano «l’indomani di San Valentino». Perché tanto amore? Il popolo italiano «accoglie e ospita le nostre truppe sul proprio suolo». Accoglienza molto apprezzata dal Pentagono, che possiede in Italia (secondo i dati ufficiali 2012) 1.485 edifici, con una superficie di 942mila m2, cui se ne aggiungono 996 in affitto o concessione. Sono distribuiti in 37 siti principali (basi e altre strutture militari) e 22 minori.

Nel giro di un anno, i militari Usa di stanza in Italia sono aumentati di oltre 1.500, superando i 10mila. Compresi i dipendenti civili, il personale del Pentagono in Italia ammonta a circa 14mila unità. Alle strutture militari Usa si aggiungono quelle Nato, sempre sotto comando Usa: come il Comando interforze, col suo nuovo quartier generale di Lago Patria (Napoli). «Ospitando» alcune delle più importanti strutture militari Usa/Nato, l’Italia svolge un ruolo cardine nella strategia statunitense che, dopo la guerra alla Libia, non solo mira alla Siria e all’Iran ma va oltre, spostando il suo centro focale verso la regione Asia/Pacifico per fronteggiare la Cina in ascesa.

Per coinvolgere gli alleati europei in tale strategia, Washington deve rafforzare l’alleanza atlantica, anche economicamente. Da qui il progetto di un «accordo di libero scambio Usa-Unione europea», riproposto da Obama nell’incontro con Napolitano.

Accordo che riscuote l’incondizionato appoggio del presidente italiano ancor prima che sia scritto e ne siano valutate le conseguenze per l’economia italiana (soprattutto per le pmi e le aziende agricole). Si tratta, sottolinea Napolitano, di «un nuovo stadio storico nei rapporti tra Europa e Stati Uniti, non solo economicamente ma anche da un punto di vista politico». Si prospetta dunque una «Nato economica», funzionale al sistema politico-economico occidentale dominato dagli Stati uniti.

Sostenuta dai grandi multinazionali, come Goldman Sachs. Il nome è una garanzia: dopo aver partecipato alla truffa internazionale dei mutui subprime e aver così contribuito a provocare la crisi finanziaria che dagli Stati uniti ha investito l’Europa, Goldman Sachs ha speculato sulla crisi europea, istruendo i suoi principali clienti su come fare soldi con la crisi e, subito dopo, piazzando al governo in Italia (grazie a Napolitano) il suo consulente Mario Monti.

Il cui governo è stato subito garantito dal segretario del Pd Bersani come «autorevole e a forte caratura tecnica». Lo stesso Bersani, intervistato da America 24, dichiara ora che, «nella tradizione di governo del centrosinistra di assoluta fedeltà e amicizia con gli Stati uniti, siamo assolutamente favorevoli a che fra Europa e Stati uniti si creino meccanismi di libero scambio». Comunque vada il voto, l’adesione dell’Italia alla Nato economica è assicurata.

FONTE: IlManifesto.it

Usa, proposta. Pagare debito coniando monete di platino da $ mille mld ciascuna

monete debito

WASHINGTON, STATI UNITI – Pagare il debito pubblico con alcune monete di platino dal valore unitario di 1.000 miliardi di dollari ciascuna. E’ questa l’ultima trovata, a dir poco eccentrica, avanzata dal deputato democratico Jerrold Nadler, per far fronte al problema del debito federale americano, ormai vicino alla soglia legale dei 16.400 miliardi di dollari.

E l’idea ha riscosso ampio successo su Twitter, dove l’hashtag #mintthecoin (conia la moneta) e’ uno dei piu’ seguiti. La cosa incredibile e’ che almeno sulla carta, questa ipotesi e’ legale: il Tesoro americano approfittando di alcune scappatoie di legge potrebbe chiedere alla Zecca (il Bureau of Printing and Engraving) di coniare monete commemorative da 1.000 miliardi e poi depositarle nelle casse della Fed.

La banca centrale, in un successivo passaggio, potra’ depositarle a sua volta al Tesoro che, quindi, avrebbe a disposizione migliaia di miliardi di dollari e non avrebbe bisogno di chiedere un aumento del debito. Un’azione di questo tipo sarebbe autorizzata da un’interpretazione decisamente estensiva della legge che permette alla Zecca di creare monete commemorative a scopo di collezionismo.

Vari siti, tra gli altri The Huffington Post, l’hanno gia’ battezzata ironicamente la ‘Platinum Option’, definendola la migliore strada che il presidente Barack Obama ha di fronte per evitare lo stallo nel prossimo scontro congressuale appunto sul debito. A favore di questa soluzione anche oltre 2.000 cittadini americani che hanno firmato una petizione che sostiene le monete di platino. Se le firme raggiungeranno il quorum di 25mila, Obama sara’ costretto a dare una risposta.

FONTE: BlitzQuotidiano.it

Usa, se i ricchi vogliono pagare più tasse

fiscal cliff

di: Giulietto Chiesa 

Sia chiaro, io non ce l’ho con i ricchi. Del resto sono certo che, anche tra i lettori di questo blog, ve ne siano non pochi che saliranno in cattedra a difenderli. E’ noto che i ricchi americani sono sicuramente encomiabili e migliori non solo dei ricchi nostrani ma anche dei poveri americani.

Quindi, per evitare di essere tacciato di anti-americanismo, racconto qui, per sommi capi, quello che, contro i ricchi americani, scrive il più ricco degli americani.  Lui è nientepopodimeno che Warren E. Buffett, Ceo della Berkshire Hathaway, una delle più potenti corporations della finanza americana.  Il nostro si è arrabbiato dopo avere fatto un po’ di conti in tasca agli amici suoi, che lui, affettuosamente, chiama “quelli della mia gang”.

Dice, all’esordio, che quest’anno, nella lista The Forbes 400 (cioè i 400 più ricchi d’America) si è raggiunto un record assoluto: un “tetto” di 1700 miliardi di dollari. I nomi non vengono fatti. Forse c’è anche il suo, chissà.  Comunque il confronto con il 1992 dice molto: “Più di cinque volte i 300 miliardi di dollari che furono allora il tetto massimo”.

Poi Warren, sempre più arrabbiato (ma mi domando perché, visto che sono amici suoi) fa un altroconfronto.

Nel 1992, scrive (International Herald Tribune del 26 Novembre scorso) che i 400 redditi più alti degli Usa pagarono al fisco il 26,4% dei loro redditi, mentre nel 2009 hanno pagato solo il 19,9%.“E’ bello – commenta – avere amici in posti altolocati”. Più o meno come da noi, qui in Italia, dove i ricchi le tasse le pagano così poco da avere accumulato circa 9 trilioni di euro in beni vari, senza tenere conto di quello, molto di più,  che hanno fatto passare attraverso i paradisi fiscali (tutte cose che i governi di centrodestra e centrosinistra si sono ben guardati dal toccare, incluso il governo dicentro-destra-centro-sinistra-dei-tecnici).

Gli amici della gang americana – rivela sempre il nostro riccone americano – hanno avuto un reddito medio di 202 milioni, il che equivale a uno “stipendio” di 97.000 dollari all’ora in una settimana lavorativa di 40 ore, “ipotizzando che siano pagati anche durante le ore dei pasti”, e magari anche mentre vanno a fare pipì, o a svagarsi con la segretaria.

E conclude plaudendo alla proposta di Obama di costringerli a pagare almeno il 30% fino a 10 milioni di reddito, e il 35% per quelli che stanno sopra. Warren Buffett dice: fallo subito, picchia duro.

Divertente, nevvero?

Uno che legge queste cose si chiede: come mai Paperon de’ Paperoni diventa così socialmente avveduto? Forse è solo preoccupato della stupidità degli “amici della gang”. I quali, mentre il  fiscal cliff  incombe come una vendetta divina, continuano a voler spolpare l’osso fino all’ultimo filamento di carne (umana s’intende).

Ora io devo dire che trovo simpatico Warren Buffett. Vorrei tanto che ce ne fosse, in Italia, almeno uno capace di fare questi conti. Non per solidarietà con i precari, con i giovani disoccupati, con la povera gente che cresce di numero ogni settimana. No. Semplicemente capace di capire che sta saltando il tappo. Quei 400 coglioni sono sicuri che se la caveranno comunque, con i loro aerei, i loro guardaspalle, con i loro miliardi. Pensano che, come i ricconi del film “2012”, riusciranno a salire sull’Arca di Noé fabbricata in Cina. Ma potrebbero sbagliarsi. E  forse i ricconi cinesi l’Arca se la faranno per conto loro e la chiameranno Wang.

Warren, da vecchio bucaniere ormai quasi in ritiro, sente il vento che gira.

FONTE: Megachip.info

Milioni di americani schedati “anche se non sono sospetti”

di: Maurizio Molinari -CORRISPONDENTE DA NEW YORK-

Da un’inchiesta del Wall Street Journal ombre sull’Amministrazione

Dati e informazioni su milioni di cittadini, americani e non, residenti negli Stati Uniti vengono raccolti dal «National Counterterrorism Center» (Centro nazionale per il controterrorismo) che li conserva fino a un massimo di cinque anni.

A svelarlo sono i documenti della Homeland Security (il ministero per la Sicurezza Interna) di cui il Wall Street Journal ha ottenuto la declassificazione in forza del Freedom of Information Act che obbliga ogni ufficio governativo a rendere pubblici i propri atti.

Ciò che emerge dall’inchiesta del Journal è che la svolta che ha portato la Homeland Security ad accumulare dati su persone incensurate nasce dall’episodio del «kamikaze di Natale», il 23enne nigeriano Umar Faruk Abdulmutallab che tentò di farsi esplodere sul volo da Amsterdam a Detroit il 25 dicembre del 2009.

Il corto circuito fra agenzie di sicurezza si dovette all’epoca all’incapacità della Homeland Security di valutare correttamente l’allarme che il padre del kamikaze aveva dato all’ambasciata Usa in Nigeria ma la conseguenza è stata di affrontare il problema in maniera più radicale: la banca dati «Terrorist Identities Datamart Enrironment» (Tide) contenente circa 500 mila identità di possibili terroristi non includeva il nome di Abdulmutallab e dunque serviva un più vasto sistema di raccolta dati.

Da qui l’amministrazione Obama è partita, sotto le indicazioni del consigliere antiterrorismo della Casa Bianca John Brennan, arrivando alla conclusione che la soluzione più sicura sarebbe stata accumulare i dati di milioni di persone – residenti o in transito negli Stati Uniti – al fine di esaminare se i loro comportamenti coincidevano con quelli di possibili terroristi. Il risultato è stato di affidare al «Centro nazionale per il controterrorismo» non solo tutti gli elenchi di chi arriva negli Stati Uniti ma anche degli americani che ospitano studenti stranieri, di chi frequenta le Università, di chi è impiegato nella case da gioco e numerose altre categorie al fine di disporre di una griglia di miliardi di informazioni capace di identificare in tempo reale un teorico «terrorista dormiente» impegnato a compiere un attentato.

Brennan ha tenuto informato di tale trasformazione del sistema di accumulazione dati il ministro della Giustizia, Eric Holder, e la direzione nazionale dell’intelligence assicura che «l’uso delle informazioni avviene in maniera appropriata nel rispetto della tutela dei diritti dei singoli».

Ciò non toglie che si tratta di misure in contrasto tanto con il IV emendamento della Costituzione americana, contrario a indagini «in assenza della probabilità che un crimine è stato commesso», che con il «Federal Privacy Act» del 1974 in base al quale «le agenzie federali non possono scambiarsi informazioni sui singoli per fini diversi a quelli per cui sono state raccolte». Le opposizioni sollevate dentro la Homeland Secutity sono state tuttavia respinte dai legali dell’amministrazione Obama e la nuova megabanca dati su milioni di incensurati è operativa.

FONTE: LaStampa.it

 

Obama la preferisce coperta

di: Manlio Dinucci

Al presidente Obama non piace la guerra. Non perché è premio Nobel per la pace, ma perché l’azione bellica aperta scopre le carte della strategia statunitense e degli interessi che ne sono alla base. Ha quindi varato un grande piano che, scrive il Washington Post, «riflette la preferenza della sua amministrazione per lo spionaggio e l’azione coperta piuttosto che per l’uso della forza convenzionale». Esso prevede di ristrutturare e potenziare la Dia (Agenzia di intelligence della difesa), finora concentrata sulle guerre in Afghanistan e Iraq, così che possa operare su scala globale quale «agenzia di spionaggio focalizzata sulle minacce emergenti, più strettamente collegata con la Cia e le unità militari d’élite».

Il primo passo sarà quello di aumentare ulteriormente l’organico della Dia che, raddoppiato nell’ultimo decennio, comprende circa 16.500 membri. Verrà formata «una nuova generazione di agenti segreti» da inviare all’estero. Del loro addestramento si occuperà la Cia nel suo centro in Virginia, noto come «la Fattoria», dove si allevano agenti segreti: per quelli della Dia, che oggi costituiscono il 20% degli allievi, saranno creati nuovi posti. La sempre più stretta collaborazione tra le due agenzie è testimoniata dal fatto che la Dia ha adottato alcune delle strutture interne della Cia, tra cui una unità chiamata «Persia House», che coordina le operazioni segrete all’interno dell’Iran. I nuovi agenti Dia frequenteranno quindi un corso di specializzazione presso il Comando delle operazioni speciali. Esso è specializzato, oltre che nell’eliminazione di nemici, in «guerra non-convenzionale» condotta da forze esterne appositamente addestrate; in «controinsurrezione» per aiutare governi alleati a reprimere una ribellione; in «operazioni psicologiche» per influenzare l’opinione pubblica così che appoggi le azioni militari Usa. Terminata la formazione, i nuovi agenti Dia, all’inizio circa 1.600, saranno assegnati dal Pentagono a missioni in tutto il mondo. A fornire loro false identità ci penserà il Dipartimento di stato, immettendone una parte nelle ambasciate. Ma, poiché esse sono affollate di agenti della Cia, agli agenti Dia saranno fornite altre false identità, tipo quella di accademico o uomo d’affari. Gli agenti Dia, grazie al loro background militare, sono ritenuti più idonei a reclutare informatori in grado di fornire dati di carattere militare, ad esempio sul nuovo caccia cinese. E il potenziamento del loro organico permetterà alla Dia di allargare la gamma degli obiettivi da colpire con i droni e con le forze speciali. Questo è il nuovo modo di fare la guerra, che prepara e accompagna l’attacco aperto con l’azione coperta per minare il paese all’interno, come è avvenuto in Libia, o per farlo crollare dall’interno, come si tenta di fare con la Siria. In questa direzione va la ristrutturazione della Dia, varata dal presidente Obama. Non si sa se il neo-candidato premier Pier Luigi Bersani, grande estimatore di Obama, si sia già complimentato con lui. Intanto è andato in Libia per «riprendere il filo di una presenza forte dell’Italia nel Mediterraneo». Il filo della guerra contro la Libia, cui l’Italia ha partecipato sotto comando Usa. Mentre Bersani gioiva, esclamando «alla buon’ora».

IlManifesto

Meno male che Barack c’è

obama elezioni 2012

di: Manlio Dinucci

I laboratori militari Usa hanno forse inventato una sostanza che, sparsa nell’aria, fa perdere la memoria. Ciò spiega perché tante voci della sinistra si sono unite all’inno a Barack levatosi da un vasto coro multipartisan, felice perché «Obama ce l’ha fatta». Cancellata l’idea che possa esistere un mondo diverso da quello capitalista, l’unica prospettiva resta quella del meno peggio. Ma siamo sicuri che Obama rappresenti il meno peggio? Durante la sua amministrazione – documenta il New York Times in base ai dati ufficiali – «le disparità di reddito negli Usa sono salite ai livelli più alti dalla Grande Depressione».

Dopo aver provocato con speculazioni finanziarie la crisi del 2008, tamponata dal governo con centinaia di miliardi di dollari riversati dalle casse pubbliche in quelle delle banche, 1’1% più ricco si è accaparrato il 93% dei guadagni della ripresa. E i superricchi (lo 0,01% della popolazione) hanno quadruplicato il loro reddito. L’aumento delle tasse ai ricchi, che Obama ha promesso indossando in campagna elettorale i panni di Robin Hood, sarà molto relativo. Lo conferma il boom di acquisti, a Manhattan, di superattici da 10 milioni di dollari e più. Allo stesso tempo, negli Usa, proliferano le «tent cities», tendopoli abitate soprattutto da famiglie della middle-class le cui case sono state requisite dalle banche creditrici. Sui settori più disagiati ricadrà il taglio della spesa pubblica, previsto in 1.200 miliardi di dollari in dieci anni. Peggiorerà ancora la scuola pubblica, già dissanguata dai tagli (ma ciò non preoccupa Obama, che manda le figlie in costosi istituti privati). Resterà precaria per la maggioranza l’assistenza sanitaria: la tanto sbandierata riforma è un lucroso business per le grandi compagnie assicurative, che ricevono centinaia di miliardi per fornire assistenza sanitaria in base a meccanismi che lasciano, però, molti senza cure adeguate. Per di più, i fondi di Medicare (l’assistenza agli anziani) saranno tagliati di 11 miliardi di dollari nel 2013. Né hanno molto da sperare gli oltre 50 milioni di cittadini, tra cui 17 milioni di bambini, in condizione di «insicurezza alimentare», ossia senza abbastanza cibo per mancanza di denaro, aumentati durante l’amministrazione Obama dal 12% a oltre il 16% della popolazione. Hanno invece molto da sperare i capi del Pentagono e gli azionisti delle industrie belliche. Con alla Casa bianca un Premio Nobel per la pace, la spesa militare Usa è salita a oltre 700 miliardi di dollari, circa la metà di quella mondiale. Così il Pentagono può mantenere «forze militari pronte a concentrarsi sia nelle guerre attuali, sia nei potenziali futuri conflitti». Il modello è la guerra alla Libia, che gli Usa adottano per cercare di disgregare altri stati, tra cui Siria e Iran, che ostacolano la loro avanzata nella regione Asia/Pacifico. Una guerra sempre più segreta, condotta con forze speciali e droni, in cui il presidente stesso redige la «kill list» comprendente persone di tutto il mondo che, giudicate nocive per gli Stati uniti, sono condannate segretamente a morte. E mentre Michelle Obama promuove la campagna «Thank an American Hero», inviando cartoline ai militari in guerra, nel Salento le dedicano un olivo millenario, simbolo di pace.

IlManifesto.it

Obama ringrazia l’America – Il discorso integrale -

USA ELEZIONI PRESIDENZIALI 2012 – “Il nostro cammino va avanti grazie a voi”, così Obama davanti a tutta l’America ha ringraziato il popolo americano e tutti i suoi sostenitori, passando naturalmente per il vice presidente Joe Biden e la First Lady Michelle. Si rivolge anche alle figlie, Malia e Sasha: “penso per il momento che un cane sia abbastanza” dice riferendosi al regalo fatto loro, il cane presidenziale Bo, quando ha vinto la Casa Bianca nel 2008.

FONTE: YouTube – Rai

 

Precisazione sulla Fiat e approccio geopolitico

di: Matteo Pistilli

La precisazione diffusa dalla Fiat giovedì 13 settembre (in allegato) e ripresa con enfasi e sorpresa da molti commentatori in Italia, non è in realtà una novità e può essere interessante sottolinearne di nuovo i motivi. Non è una novità per chi, uscendo da un’ottica polemica e di politica spiccia, ha sempre valutato la questione da un punto di vista geoeconomico o meglio ancora geopolitico.

Non siamo di fronte a capricci di un’industria, siamo di fronte a cambiamenti nell’arena mondiale ai quali le amministrazioni pubbliche e private tentano di porre rimedi.

L’accenno alla mancanza di incentivi pubblici da parte del Governo Italiano, accennata da Sergio Marchionne nella sua dichiarazione, è più che un semplice “sgarbo” alle istituzioni italiane.

E’ un segnale di come la Fiat sia uno degli strumenti utilizzati dagli attori internazionali in questa congiuntura economica di crisi. Il Governo statunitense ha infatti concesso finanziamenti, aiuti, risanamenti alle case automobilistiche, consegnando nelle casse Fiat circa 6 miliardi di dollari.

Questo evidenzia e conferma quanto detto più volte: lo scenario geopolitico internazionale di oggi è fluido e la supremazia globale della superpotenza Usa è minacciata dall’emergere di nuove potenze; ciò comporta l’interesse di Washington a difendere il proprio vantaggio. Per far questo gli Stati Uniti devono ricorrere alle risorse disponibili, ossia la propria area di influenza, cioè la propria coalizione (coalizione nord-atlantica).

E’ la periferia di questa coalizione, formata all’incirca da quella che viene definita periferia dell’eurozona – in spregio a qualsiasi evidenza geografica o storica – ad essere il principale granaio dal quale sottrarre utili e ricchezza, da riutilizzare nel mercato interno nord-americano. In questo modo per garantire più possibilità di “resistenza” dello status speciale statunitense, si utilizza quanto di utile e produttivo c’è in Europa. Ciò, combinato con la speculazione finanziaria (sempre di matrice anglo-americana), incide sullo stile di vita e sulla sovranità politica proprio dell’Europa che, come accennato, è definita quasi nel suo 50% periferia di se stessa. Chiaramente il concetto di “periferia” è un concetto politico, relativo al peso ed al ruolo coperto nell’attuale sistemazione geopolitica.

Vi è quindi una necessità principale per studiosi, decisori e anche cittadini responsabili: affrontare l’attuale congiuntura mirando alla radice delle contraddizioni e delle tematiche, sorpassando gli approcci che oggi monopolizzano cultura e dibattito, decisi dalle fallimentari cattedre di poche e limitate Università e circoli di affari. Non è utile  rimanere vincolati a concetti e dati “sovrastrutturali”, vi è invece bisogno di migliorare l’analisi (in special modo geopolitica) attualmente proposta così da evidenziare il cuore delle misure limitanti o di quelle che aiuterebbero i popoli europei ad affrontare al meglio e pacificamente il futuro. Le relazioni euro-atlantiche vanno al più presto studiate e approfondite senza vincoli ideologici, prima che i pericoli sopra citati possano spogliare il sistema-Europa delle ultime possibilità di coprire il proprio fondamentale ruolo nell’arena mondiale.

*Matteo Pistilli è redattore di Eurasia e vice-presidente del CeSEM – Centro Studi Eurasia mediterraneo

Nota:

In particolar modo è importante il legame fra i rapporti euro-atlantici e il ruolo della Germania, sempre considerata un attore speciale e “pericoloso” dalla fine della seconda guerra mondiale (tanto che non figura nel Consiglio di Sicurezza Onu). Nella selva di approcci diversi accomunati dal rimanere colpevolmente (o dolosamente è difficile capire) focalizzati in un’ottica interna Europea (interessante l’opinione del finanziere americano Soros http://lettura.corriere.it/debates/ultimatum-a-berlino/ che non considera minimamente il ruolo atlantico, ma anzi colpevolizza esclusivamente la Germania e quindi l’Europa) è, ribadiamo, assolutamente necessario analizzare scientificamente (senza le distorsioni dell’ideologia economicista, finanziaria, politica) i rapporti di forza, le reali possibilità in possesso dell’Europa e di Berlino per definire il proprio futuro (segnaliamo sull’argomento: http://www.cese-m.eu/cesem/2012/07/analisi-cesem-luglio-2012-le-sfide-della-crisi-europea-policy-e-geopolitica/)

Precisazione della Fiat. 

Torino, 13 settembre 2012 – Nei giorni scorsi, da parte di alcuni esponenti del mondo politico e sindacale, sono state fatte alcune dichiarazioni preoccupate per il futuro di “Fabbrica Italia”.

Fiat ricorda che con un comunicato emesso il 27 ottobre 2011 aveva annunciato che non avrebbe più utilizzato la dizione “Fabbrica Italia” perché molti l’avevano interpretata come un impegno assoluto dell’azienda mentre invece si trattava di una iniziativa del tutto autonoma che non prevedeva tra l’altro alcun incentivo pubblico.

Da quando “Fabbrica Italia” è stata annunciata nell’aprile 2010 le cose sono profondamente cambiate. Il mercato dell’auto in Europa è entrato in una grave crisi e quello italiano è crollato ai livelli degli anni settanta. E’ quindi impossibile fare riferimento ad un progetto nato due anni e mezzo fa. E’ necessario infatti che il piano prodotti e i relativi investimenti siano oggetto di costante revisione per adeguarli all’andamento dei mercati.

In occasione dell’incontro con le Organizzazioni Sindacali che si è tenuto a Torino il 1° agosto scorso Fiat ha ribadito: “La delicatezza di questo periodo, di cui è impossibile prevedere l’evoluzione, impone a tutti la massima cautela nella programmazione degli investimenti. Informazioni sul piano prodotti/stabilimenti saranno comunicate in occasione della presentazione dei risultati del terzo trimestre 2012″.

Vale la pena di sottolineare che la Fiat con la Chrysler è oggi una multinazionale e quindi, come ogni azienda in ogni parte del mondo, ha il diritto e il dovere di compiere scelte industriali in modo razionale e in piena autonomia, pensando in primo luogo a crescere e a diventare più competitiva. La Fiat ha scelto di gestire questa libertà in modo responsabile e continuerà a farlo per non compromettere il proprio futuro, senza dimenticare l’importanza dell’Italia e dell’Europa.”

 

L’impero americano ha bisogno di una guerra?

di: William Blum

Luigi XVI ha avuto bisogno di una rivoluzione, Napoleone ha avuto bisogno di due storiche sconfitte militari, l’impero spagnolo nel Nuovo Mondo ha avuto bisogno di numerose rivoluzioni, lo zar russo ha avuto bisogno di una rivoluzione comunista, l’impero austro-ungarico e quello ottomano hanno avuto bisogno della Prima Guerra Mondiale, il Terzo Reich della Seconda Guerra Mondiale, la Terra del Sol Levante di due bombe atomiche, l’impero portoghese in Africa di un colpo di stato militare in patria. Di cosa avrà bisogno l’impero americano?

Forse di perdere l’ammirazione e il sostegno di lunga data di un gruppo di persone dopo l’altro, un paese dopo l’altro, mentre le guerre, i bombardamenti, le occupazioni, le torture e le bugie dell’impero erodono la facciata di un’ amata e leggendaria “America”, di un impero diverso da qualsiasi altro nella storia, che è intervenuto seriamente e gravemente, in guerra e in pace, nella maggior parte dei paesi del pianeta, predicando al mondo che l’American Way of Life era un fulgido esempio per tutta l’umanità e che, soprattutto, l’America era necessaria per guidare il mondo.

I documenti e i video di Wikileaks hanno fornito una umiliazione dopo l’altra … bugie e manipolazioni politiche rivelate, ipocrisie grossolane, omicidi a sangue freddo … seguite dalle torture a Bradley Manning e la persecuzione di Julian Assange. Washington definisce queste rivelazioni come “minacce alla sicurezza nazionale”, ma il mondo può ben vedere che si tratta semplicemente del vecchio imbarazzo.

Gli avvocati difensori di Manning hanno chiesto al tribunale militare più volte di specificare quale sia esattamente il danno fatto alla sicurezza nazionale. Il tribunale non ha mai dato una risposta. Se l’inferno non ha furia peggiore di quella di una donna disprezzata, va presa in considerazione quella di un impero imbarazzato.

E ora abbiamo la soap opera internazionale, L’Affaire Assange, con Svezia, Regno Unito, Stati Uniti, Ecuador e Julian Assange. Le nuove colonie americane, la Svezia (un attivo membro  belligerante della NATO in tutto tranne che nel nome) e il Regno Unito (con il suo “rapporto speciale” con gli Stati Uniti), sanno cosa ci si aspetta da loro per guadagnarsi una carezza dal loro zio di Washington.Possiamo dedurre che la Svezia non abbia alcun motivo legittimo per chiedere l’estradizione di Julian Assange da Londra dal fatto che essa ha ripetutamente rifiutato le offerte per interrogare Assange in Gran Bretagna e ripetutamente rifiutato di spiegare il motivo per cui ha rifiutato di farlo.

Gli inglesi, sotto l’ “enorme pressione da parte dell’amministrazione Obama”, come ha riferito l’ex ambasciatore britannico Craig Murray dal Foreign Office britannico [2], hanno minacciato, in una lettera al governo ecuadoriano, di assaltare l’ambasciata ecuadoriana a Londra per prendersi Assange : – “  Dovreste essere consapevoli del fatto che esiste una base giuridica nel Regno Unito, il Diplomatic and Consular Premises Act del 1987, che ci permette di agire per arrestare il sig. Assange nelle attuali strutture dell’ambasciata “- . Il 18 agosto, la polizia di Londra si è effettivamente spinta fino alla scala antincendio interna dell’edificio, arrivando a pochi metri da dove era Assange, che poteva sentire. La legge citata dagli inglesi è, ovviamente, la loro legge, non necessariamente con un riconoscimento a livello internazionale.

Il Regno Unito ha formalmente ritirato la sua minaccia contro l’ambasciata, probabilmente a causa del tanto sdegno internazionale verso il governo di Sua Maestà. Il sistema di asilo in tutto il mondo cadrebbe a pezzi se la nazione che concede l’asilo venisse punita per questo. In questo mondo violento di terroristi, imperialisti e di tante altre cose brutte  è confortante sapere che un valore vecchio come l’asilo politico possa ancora essere onorato.

Uno sguardo indietro ad alcuni comportamenti degli Usa e del Regno Unito in materia di ambasciate e di asilo politico è, al tempo stesso, interessante e rivelatore:

Nel 1954, quando gli Stati Uniti rovesciarono il democraticamente eletto social-democratico Jacobo Arbenz in Guatemala e lo rimpiazzarono con un governo militare guidato dal colonnello Carlos Castillo Armas, molti guatemaltechi si rifugiarono nelle ambasciate straniere. Il Segretario di Stato americano, John Foster Dulles, insistette sul fatto che il nuovo governo guatemalteco facesse irruzione in tali ambasciate e arrestasse quelle persone, che egli definì “comunisti”. Ma Castillo Armas si rifiutò di realizzare questi desideri di Dulles . Stephen Schlesinger e Stephen Kinzer, nella loro storia completa del colpo di  Stato, affermano [3]:

“Alla fine, Castillo Armas ignorò i suggerimenti di Dulles. Lui stesso era un prodotto della diffusa credenza in America Latina che l’asilo e il salvacondotto nelle ambasciate rappresentavano un’equa risoluzione dei conflitti politici. Praticamente ogni cittadino politicamente attivo del Guatemala, tra cui Castillo Armas, avevano cercato asilo politico in un’ambasciata, in quella o in altre occasioni, e avevano ottenuto un salvacondotto da parte del governo. Il suggerimento di Dulles per una modifica della dottrina in materia di asilo non era  popolare nemmeno all’interno dell’ambasciata americana. “

Va notato che uno di coloro che cercarono asilo all’Ambasciata Argentina in Guatemala fu un medico argentino di venticinque anni: Ernesto “Che” Guevara.

Baltasar Garzon, giudice spagnolo che è uno degli avvocati di Assange, giunse alla ribalta internazionale nel 1998, quando incriminò l’ex dittatore cileno Augusto Pinochet mentre quest’ultimo si trovava in Inghilterra. Ma gli inglesi si rifiutarono di inviare Pinochet in Spagna per affrontare l’accusa,  dandogli in effetti asilo politico, e permisero a questo assassino e torturatore di massa di poter camminare libero e, infine, di tornare in Cile. Julian Assange, non incolpato o colpevole di qualcosa, è un prigioniero de facto  del Regno Unito, mentre il New York Times e la BBC e i numerosi altri giganti dei media, che hanno fatto esattamente quello che ha fatto Assange – pubblicando gli articoli e i video di Wikileaks – sono ancora a piede libero.

Lo scorso aprile, il dissidente cinese Chen Guangcheng è scappato dagli arresti domiciliari in Cina rifugiandosi presso l’ambasciata americana a Pechino, scatenando la tensione diplomatica tra i due paesi. Ma l’ “autoritario”  governo cinese non ha minacciato di entrare nell’ambasciata americana per arrestare Chen e gli ha permesso di accettare l’offerta americana di un ingresso sicuro negli Stati Uniti. Come farà Julian Assange ad ottenere un passaggio sicuro in Ecuador?

Nel mese di agosto del 1989, mentre la guerra fredda ancora prevaleva, molti tedeschi dell’est attraversarono la Cecoslovacchia, collegata al blocco sovietico, e ottennero asilo politico nell’ ambasciata della Germania Ovest. Come avrebbero reagito gli Stati Uniti – che non hanno detto una sola parola contro la minaccia britannica di invadere l’ambasciata ecuadoriana –  se i tedeschi orientali o i cechi avessero fatto irruzione nell’ ambasciata della Germania dell’Ovest o avessero impedito a coloro che erano al suo interno di uscirne? Come poi è accaduto, la Germania Ovest trasferì in treno i richiedenti asilo nella parte occidentale senza trovar alcuno ostacolo da parte del blocco sovietico. Pochi mesi dopo, l’ “Impero del Male” più debole crollò, lasciando l’intero campo di gioco all’ “Impero del Male” più forte, che, da allora, ha attivato il pilota automatico sulla belligeranza.

Nel 1986, dopo che il governo francese rifiutò di far utilizzare il suo spazio aereo agli aerei da guerra statunitensi diretti a bombardare la Libia, questi furono costretti a cambiare rotta. Quando arrivarono in Libia bombardarono così vicino all’ambasciata francese che l’edificio venne danneggiato e saltarono tutte le comunicazioni [4].

Nel 1999, la NATO (ovvero gli Stati Uniti), volutamente (sic) bombardarono l’ambasciata cinese a Belgrado, in Jugoslavia [5].

Dopo che Assange ha trovato rifugio presso l’ambasciata ecuadoriana e gli è stato concesso asilo dal paese sudamericano, il Dipartimento di Stato ha dichiarato: “Gli Stati Uniti non aderiscono alla Convenzione dell’ OAS [Organizzazione degli Stati Americani]  del 1954 in materia di asilo diplomatico e non riconoscono il concetto di asilo diplomatico come una questione di diritto internazionale. “[6]

L’Ecuador ha chiesto un incontro presso l’OAS dei ministri degli esteri dei paesi membri per discutere la situazione. Gli Stati Uniti si sono opposti a tale richiesta. Per Washington la questione è semplice: il Regno Unito obbedisce al diritto internazionale ed estrada  Assange in Svezia. (E in seguito – risatina- la Svezia invia il bastardo negli  USA.) Fine della discussione. Washington però non voleva che la questione esplodesse prolungandosi ulteriormente. Ma delle 26 nazioni votanti alla OAS, solo tre hanno votato contro l’incontro:  Stati Uniti, Canada, e Trinidad & Tobago – forse un altro esempio di ciò che è stato detto prima riguardo la perdita dell’ammirazione e del sostegno di un paese dopo un altro, da parte di questo impero morente.

Il prezzo che l’ Ecuador può pagare per il suo coraggio … editoriale del Washington Post, 20 giugno 2012:

“Vi è un controllo potenziale delle ambizioni del presidente ecuadoriano Rafael Correa. L’’Impero’ degli Stati Uniti, di cui egli professa disprezzo, concede all’Ecuador (che utilizza il dollaro come moneta) speciali preferenze commerciali che permettono di esportare molte merci in franchigia. Un buon terzo delle vendite ecuadoriane all’estero (10 miliardi nel 2011) vanno negli Stati Uniti, sostenendo circa 400.000 posti di lavoro in un paese di 14 milioni di persone. Tali preferenze saranno rinnovate dal Congresso all’inizio del prossimo anno. Se il signor Correa cerca di nominarsi come il principale nemico degli Stati Uniti in America Latina e protettore di Julian Assange, non è difficile immaginare quale sarà l’esito del rinnovo di quelle preferenze. “

In diverse occasioni il presidente Obama, quando pressato per indagare Bush e Cheney per crimini di guerra, ha dichiarato: “Io preferisco guardare avanti piuttosto che indietro”. Immaginate un imputato dinanzi a un giudice che chiede di essere dichiarato innocente in base a tali argomenti. Rende semplicemente irrilevante le leggi, la loro applicazione, i reati, la giustizia e i fatti. Immaginate Julian Assange davanti a un tribunale militare in Virginia che utilizza queste argomentazioni. Immaginate la reazione di Barack Obama, che è diventato il principale persecutore degli informatori della storia americana.

Dal momento che L’Affaire Assange è finito sulle prime pagine dei media di tutto il mondo, gli Stati Uniti, così come il Regno Unito, hanno, a più riprese, rilasciato dichiarazioni sul radicato obbligo internazionale delle nazioni di soddisfare le richieste di estradizione da parte di altre nazioni. Gli Stati Uniti, tuttavia, hanno innumerevoli volte ignorarato tali richieste, sia in modo formale che informale, nei confronti di coloro che vivono negli Stati Uniti, che sono alleati ideologici. Eccone alcune degli ultimi anni:

- L’ex presidente venezuelano Carlos Andres Perez, che il governo venezuelano voleva  processare per il suo ruolo nella soppressione delle rivolte nel 1989. Morì nel 2010 a Miami. (Associated Press, 27 dicembre 2010)

- L’ex presidente boliviano Gonzalo Sanchez de Lozada, fuggito negli Stati Uniti nel 2003 per evitare un processo per la morte di circa 60 persone a La Paz nel corso di una repressione militare contro i manifestanti. Nel 2008, la Bolivia ha formalmente inviato al governo degli Stati Uniti una richiesta di estradizione. Richiestà che però non venne accolta. (Associated Press, 13 febbraio 2006, vedi anche la sua voce su Wikipedia )

- Nel 2010, un giudice federale statunitense negò la richiesta di estradizione in Argentina per l’ex ufficiale militare Roberto Bravo, su cui pendevano 16 accuse di omicidio derivanti da un massacro di guerriglieri di sinistra nella sua patria nel 1972. (Associated Press, 2 novembre 2010)

- Luis Posada, un cubano di nascita e cittadino del Venezuela, che ideò il bombardamento di un aereo cubano nel 1976, uccidendo 73 civili. In quanto parte del complotto si era svolto in Venezuela, il governo sudamericano chiese formalmente agli Stati Uniti la sua estradizione nel 2005. Ma invece di estradarlo, gli Stati Uniti lo processarono per reati minori in materia di immigrazione che si conclusero poi con un nulla di fatto. Posada continua a vivere da uomo libero negli Stati Uniti.

- Nel 2007, alcuni procuratori tedeschi hanno emesso mandati di arresto per 13 agenti della CIA sospettati di aver rapito nel 2003  un cittadino tedesco, Khaled el-Masri, e averlo trasportato in Afghanistan per l’interrogatorio (leggi tortura). La CIA poi si rese conto di aver rapito l’uomo sbagliato e scaricò el-Masri lungo una strada albanese. Successivamente, il ministro della giustizia tedesco annunciò la decisione di non richiedere più l’ estradizione, citando il rifiuto degli Stati Uniti di arrestare o consegnare gli agenti. (The Guardian (Londra), 7 gennaio 2011)

- Nel novembre del 2009, un giudice italiano condannò un capo – stazione della CIA e 22 altri americani, tutti agenti della CIA tranne uno, per il rapimento di un religioso musulmano, Abu Omar, nelle strade di Milano nel 2003 e per averlo trasportato in Egitto per l’interrogatorio. Tutti i condannati avevano lasciato l’Italia al momento della decisione del giudice e sono stati quindi processati in contumacia. In Italia sono considerati latitanti. Anche se ci sono state sentenze, mandati di cattura e richieste di estradizione, il governo italiano ha rifiutato di inoltrare formalmente le richieste ai loro alleati, gli americani, che, comunque sia, sarebbero state ovviamente inutili. (Der Spiegel  on-line [Germania], 17 dicembre 2010, sulla base di un cable americano diffuso da Wikileaks )

Il nascosto, evidente, particolare, fatale e onnipresente pregiudizio dei media mainstream americani nei confronti della politica estera americana

Ci sono più di 1.400 quotidiani negli Stati Uniti. Sapreste indicare un unico giornale o una sola rete televisiva che si sia inequivocabilmente schierata contro le guerre americane condotte contro la Libia, l’Iraq, l’Afghanistan, la Jugoslavia, Panama, Grenada e il Vietnam? O anche contrario a un paio di queste guerre? O a una sola? (Ho fatto questa domanda per anni e finora ho ottenuto una sola risposta. Qualcuno mi ha detto che il Seattle Post-Intelligencer era inequivocabilmente contrario all’invasione dell’Iraq. Qualcuno sa verificarlo o citare un altro caso?)

Nel 1968, al sesto anno della Guerra del Vietnam, il Boston Globe esaminò le posizioni editoriali di 39 importanti giornali degli Stati Uniti nei confronti della guerra e scopri che “nessuno di questi sosteneva un ritiro”.[7]

Ora, si può nominare un quotidiano americano o una rete televisiva che, più o meno, dà  supporto a qualsiasi governo NUD (Nemico Ufficialmente Designato) degli Stati Uniti? Come Hugo Chávez del Venezuela, Fidel e Raul Castro di Cuba, Bashar al-Assad di Siria, Mahmoud Ahmadinejad dell’Iran, Rafael Correa dell’Ecuador (anche prima che scoppiasse la questione Assange) o Evo Morales della Bolivia? Intendo che presenti il punto di vista dei NUD in un modo ragionevolmente equo per la maggior parte del tempo? O di qualsiasi NUD  del recente passato, come Slobodan Milosevic di Serbia, Muammar Gheddafi della Libia, Robert Mugabe dello Zimbabwe o di Jean-Bertrand Aristide di Haiti?

Chi ,nei media mainstream, sostiene Hamas di Gaza? O Hezbollah del Libano?

Chi, nei media mainstream, è apertamente critico della politica interna o estera di Israele? E lui/lei che lo fa, lavora ancora?

Chi, nei media mainstream, tratta Julian Assange e Bradley Manning come gli eroi che sono?

E sono sempre questi media mainstream che ci dicono che Cuba, Venezuela, Ecuador e tutti gli altri, non dispongono di reali media di opposizione.

L’ideologia dei media mainstream americani è la convinzione di non avere alcuna ideologia ma di ritenersi “obiettivi”.

Si dice che lo spettro politico in materia di politica estera degli Stati Uniti nei media mainstream americani  ”copre la gamma da A a B.”

Molto prima del crollo dell’Unione Sovietica, un gruppo di scrittori russi in visita negli Stati Uniti furono stupiti di trovare, dopo aver letto i giornali e guardato la televisione, che quasi tutte le opinioni riguardanti le più importanti problematiche vitali erano praticamente le stesse. ”Nel nostro Paese”, disse uno di loro, “per ottenere questo risultato abbiamo una dittatura. Imprigioniamo le persone. Gli strappiamo le unghie. Qui non fate nulla di tutto ciò. Come fate? Qual è il vostro segreto? ” [8]

L’8 ottobre 2001, il secondo giorno di bombardamenti statunitensi sull’Afghanistan, i trasmettitori di Radio Shari del governo talebano vennero bombardati e, poco dopo, gli USA bombardarono circa 20 radio regionali. Il Segretario alla Difesa americano Donald Rumsfeld difese gli attacchi a queste radio, dicendo che:

“Naturalmente, non possono essere considerati media liberi. Sono portavoce dei talebani e di coloro che ospitano i terroristi. “[9]

Note

[1] Sam Smith, direttore di  Progressive Review

[2] Craig Murray, “America’s Vassal Acts Decisively and Illegally: Former UK Ambassador, Information Clearing House, 16 Ago 2012

[3]Bitter Fruit: The Untold Story of the American Coup in Guatemala (1982), pp.222-3 

[4]Associated Press, ”France Confirms It Denied U.S. Jets Air Space, Says Embassy Damaged”,15 Aprile 1986

[5] William Blum,  Rogue State: A Guide to the World’s Only Superpower, pp.308-9

[6] Josh Rogin,  “State Department: The U.S. does not recognize the concept of ‘diplomatic asylum” , Foreign Policy, 17 agosto 2012 Boston Globe, 18 febbraio 1968, p.2-A

[7]John Pilger, New Statesman (Londra), 19 FEBBRAIO 2001

[8]Index on Censorship (Londra), 18 ottobre 2001

LINK:  Does the American Empire Need a War?

DI:  Coriintempesta

 

Le sanzioni economiche contro Cuba sotto l’amministrazione Obama

di: Salim Lamrani

Nel 2008 un Barack Obama candidato alla Presidenza degli Stati Uniti criticava la politica del proprio paese nei confronti di Cuba ed annunciava agli elettori statunitensi l’intenzione di rivedere le relazioni tra Washington e l’isola caraibica. Quattro anni dopo, il docente universitario francese Salim Lamrani confronta gli atti del Presidente con le promesse del candidato.

L’arrivo al potere del Presidente Obama negli Stati Uniti nel 2008 ha segnato una rottura di stile rispetto alla precedente amministrazione Bush nei confronti di Cuba. Nondimeno, tranne che per l’eliminazione di alcune restrizioni concernenti i viaggi, le sanzioni economiche hanno continuato ad essere applicate, anche in modo extraterritoriale. Ecco qualche esempio recente.

Durante la campagna elettorale del 2007, il candidato Barack Obama aveva effettuato una constatazione lucida sul carattere obsoleto della politica cubana degli Stati Uniti. Una volta eletto, è stata sua volontà quella di cercare “un nuovo approccio con Cuba”. “Credo che possiamo condurre le relazioni tra Stati Uniti e Cuba verso una nuova direzione ed aprire un nuovo capitolo di avvicinamento che proseguirà durante il mio mandato”, aveva sottolineato [1]. Obama aveva denunciato la politica del suo predecessore rispetto a Cuba, il quale aveva fortemente ristretto i viaggi della comunità cubana degli Stati Uniti. “Si tratta in effetti di un problema strategico ed umanitario. Questa decisione ha […] un impatto profondamente negativo sul benessere del popolo cubano. Concederò ai cubani il diritto illimitato di fare visita ai propri familiari e di inviare soldi nell’isola” si era battuto[2].

Obama ha mantenuto la parola. Nell’aprile 2009 ha annunciato l’eliminazione (diventata effettiva il 3 settembre 2009) delle restrizioni imposte nel 2004 dall’amministrazione Bush che colpivano i cubani che vivono negli Stati Uniti e che hanno la famiglia sull’isola. Ormai i cubani possono andare nel loro paese d’origine tutte le volte che desiderano per una durata illimitata (rispetto ai quattordici giorni ogni tre anni previsti prima) e fare trasferimenti di fondi senza limiti alle loro famiglie (rispetto ai cento dollari al mese previsti prima) [3].

Nondimeno, Washington non ha esitato ad applicare le sanzioni economiche, ivi comprese quelle extraterritoriali, contravvenendo, così, al diritto internazionale. Infatti, secondo quest’ultimo, le legislazioni nazionali non possono essere extraterritoriali, cioè non possono essere applicate al di là del territorio nazionale. Così la legge brasiliana non può essere applicata in Argentina. Allo stesso modo la legislazione venezuelana non può essere applicata in Colombia. Invece la legge statunitense sulle sanzioni economiche contro Cuba si applica a tutti i paesi del mondo.

In effetti, nel giugno 2012, la Banca olandese ING si è vista infliggere la più importante sanzione mai comminata dall’inizio dello stato d’assedio contro Cuba nel 1960. L’Ufficio di controllo dei beni stranieri (OFAC) del Dipartimento del Tesoro ha sanzionato l’istituzione finanziaria con un’ammenda di 619 milioni di dollari per aver effettuato, tra l’altro, transazioni in dollari con Cuba, attraverso il sistema finanziario statunitense, tra il 2002 ed il 2007 [4]. Il Dipartimento del Tesoro ha comunque obbligato la banca olandese a rompere le sue relazioni commerciali con Cuba, annunciando che: “ING ha assicurato all’Ufficio di controllo dei beni stranieri di aver messo fine alle pratiche che hanno condotto oggi all’accordo”. Così, una banca europea si è vista impedire, da Washington, ogni transazione commerciale con Cuba [5].

Il governo cubano ha denunciato questa nuova applicazione extraterritoriale delle sanzioni economiche, che, oltre ad impedire ogni commercio con gli Stati Uniti (tranne che per le materie prime alimentari), costituiscono il principale ostacolo allo sviluppo delle relazioni commerciali tra Cuba ed il resto del mondo. “Gli Stati Uniti hanno sanzionato unilateralmente la banca ING per aver effettuato, con le sue filiali in Francia, Belgio, Olanda e Curaçao, delle transazioni finanziarie e commerciali con delle entità cubane, vietate dalla politica criminale del blocco contro Cuba”, sottolinea il comunicato [6]. Adam Szubin, Direttore dell’OFAC, ne ha approfittato per mettere in guardia le imprese straniere che hanno relazioni commerciali con Cuba. Questa ammenda, “..è un avvertimento chiaro a chiunque ne approfitterà per violare le sanzioni degli Stati Uniti”, ha dichiarato, riaffermando anche che Washington continuerà ad applicare le sue misure extraterritoriali [7].

Altre imprese straniere sono state ugualmente sanzionate a causa dei loro rapporti commerciali con Cuba. Così la multinazionale svedese Ericsson, specializzata nel campo delle telecomunicazioni, ha dovuto pagare un’ammenda di 1,75 milioni di dollari per aver fatto riparare, in modo indiretto dalla sua filiale sita in Panama, degli equipaggiamenti cubani del valore di 320.000 dollari, agli Stati Uniti. Tre impiegati, implicati nella vicenda, sono stati licenziati [8]. Il 10 luglio 2012 il Dipartimento del Tesoro ha inflitto un’ammenda di 1,35 milioni di dollari all’impresa statunitense Great Western Malting Co. per aver venduto orzo a Cuba, in modo indiretto attraverso una delle sue filiali straniere, tra l’agosto del 2006 ed il marzo del 2009. Il diritto internazionale umanitario vieta tutti i tipi di embargo sulle materie prime alimentari e sulle medicine, anche in tempo di guerra. Ora, ufficialmente, Cuba e gli Stati Uniti non sono mai stati in guerra tra loro [9].

In Francia, Mano Giardini e Valérie Adilly, due direttori dell’agenzia di viaggi statunitense Carlson Wagonlit Travel (CWT), sono stati silurati per aver venduto dei pacchetti turistici con destinazione Cuba. La società rischia un’ammenda di 38.000 dollari per soggiorno venduto, suscitando l’ira di alcuni dipendenti che comprendono con difficoltà la situazione. “Perché Carlson non ha tolto dal sistema delle prenotazioni i prodotti Cuba visto che non aveva il diritto di venderli?”, si è chiesto un impiegato [10]. Allo stesso modo, CWT rischia di non essere più autorizzata a rispondere agli appalti d’offerta per i viaggi dell’amministrazione statunitense, che rappresentano una parte sostanziale del loro giro d’affari. La direzione della CWT si è espressa così: “Siamo tutti tenuti, in queste condizioni, ad applicare la regola nordamericana che vieta di mandare i viaggiatori a Cuba, [ivi compreso quelli] attraverso le filiali”.

Così, una filiale statunitense con sede in Francia si vede costretta ad applicare la legge americana sulle sanzioni economiche contro Cuba, beffando la legislazione nazionale vigente [11].

Più insolitamente, le sanzioni economiche impediscono ai cubani di utilizzare funzioni del motore di ricerca Google, come Google Analytics (che consente di calcolare il numero di visite su un sito web ed anche la loro provenienza), Google EarthGoogle Desktop SearchGoogle ToolbarGoogle Code Search,Google AdSense o Google AdWords, privando così Cuba dell’accesso a queste nuove tecnologie ed a numerosi prodotti acquistabili on line. La società statunitense l’ha spiegato attraverso la sua rappresentante Christine Chen: “La cosa era prevista nei nostri termini e condizioni di utilizzo. Google Analytics non si può utilizzare nei paesi sottoposti ad embargo” [12].

Allo stesso tempo, quando Washington ha imposto a Google di restringere l’utilizzo dei propri servizi digitali a Cuba e di vietare a L’Avana di connettersi al suo cablo a fibre ottiche per Internet, il Dipartimento di Stato ha annunciato che sarebbe stata assegnata, in modo indiretto attraverso l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID), la somma di 20 milioni di dollari “ai militanti per i diritti umani, ai giornalisti indipendenti ed alle biblioteche indipendenti nell’isola” al fine di diffondere, tra l’altro, la “democrazia digitale” [13].

L’amministrazione Obama, lontana dall’aver adottato “un nuovo approccio con Cuba”, continua ad imporre delle sanzioni economiche che colpiscono tutte le categorie della popolazione cubana a cominciare dalle più vulnerabili come le donne, i bambini e gli anziani. Essa non esita a sanzionare le società straniere a dispetto del diritto internazionale applicando misure extraterritoriali. Essa rifiuta comunque di ascoltare l’appello unanime della comunità internazionale che nel 2011 ha condannato, per il ventesimo anno consecutivo, l’imposizione di uno stato d’assedio anacronistico, crudele ed inefficace, che costituisce l’ostacolo principale allo sviluppo della nazione.

(Traduzione dal francese di Simona Bottoni)

NOTE:

1. The Associated Press, “Obama seeks new beginning with Cuba”, 17 aprile 2009.

2. Barack Obama, “Our main goal: freedom in Cuba”, The Miami Herald, 21 agosto 2007.

3. Office of Foreign Assets Control, « Hoja informativa : Tesoro modifica reglamento para el control de bienes cubanos a fin de implementar el programa del Presidente sobre visitas familiares, remesas y telecomunicaciones », Treasury Department, 3 settembre 2009.

4. Office of Foreign Assets Control, «Settlement Agreement ING», Department of the Treasury, giugno 2012. http://www.treasury.gov/resource-center/sanctions/CivPen/Documents/06122012_ing_agreement.pdf (sito consultato il 10 luglio 2012).

5. Ibid.

6. Ministry of Foreign Affairs of Cuba, « Statement by the Ministry of foreign Affairs », 20 giugno 2012. http://www.cubaminrex.cu/english/Statements/Articulos/StatementsMINREX/2012/Statement200612.html (sito consultato il 10 luglio 2012).

7. Ibid.

8. Steve Stecklow & Bail Katz, « U.S. to Fine Ericsson in Panama $1,75 Million Over Cuba Shipments », Reuters, 24 maggio 2012.

9. Office of Foreign Assets Control, « Enforcement Information for July 10, 2012 », Department of the Treasury, 10 luglio 2012. http://www.treasury.gov/resource-center/sanctions/CivPen/Documents/07102012_great_western.pdf (sito consultato il 12 luglio 2012).

10. Jean da Luz, « Carlson Wagonlit Travel : l’embargo cubain fait tomber des têtes en France », Tourmag, 2 luglio 2012 ; Geneviève Bieganowsky. « Licienciements, Carlson redoute la perte des budgets voyages de l’administration US », Tourmag, 3 luglio 2012.

11. Ibid.

12. Michael McGuire, « Google responde a denuncias de Cuba », The Miami Herald, 20 giugno 2012.

13. Juan O. Tamayo, « Estados Unidos busca romper censura tecnológica en Cuba », El Nuevo Herald, 23 giugno 2012.

LINK: LeGrandSoir

FONTEGeopolitica-Rivista

Usa, controllo totale

Alex Wong/Getty Images

di: Luca Galassi

Con un ordine esecutivo firmato alla chetichella la scorsa settimana, il presidente Usa Barack Obama abilita di fatto la Casa Bianca a controllare tutte le comunicazioni private del Paese in nome della sicurezza nazionale. Con il provvedimento, chiamato ‘Assignment of National Security and Emergency Preparedness Communications Functions’, si attua una delle decisioni più drastiche e più invasive della privacy della storia degli Stati Uniti.

Il documento comincia così:

“Il governo federale deve possedere la facoltà di comunicare in ogni momento e in ogni circostanza al fine di portare avanti le sue missioni più critiche e più sensibili”, per poi proseguire: “Comunicazioni durature, resistenti, continuative ed efficaci, sia nazionali che internazionali, sono essenziali per consentire al ramo esecutivo di comunicare al suo interno e con i rami legislativo e giudiziario, con i governi statali, locali, territoriali e tribali, con i soggetti del settore privato, con i soggetti del potere pubblico, con gli alleati e le altre nazioni”.

Oltre duemila parole connotano assertivamente la necessità di raggiungere chiunque nel Paese durante situazioni considerate critiche: “Tali comunicazioni devono essere possibili in qualsiasi circostanza al fine di garantire la sicurezza nazionale, gestire in maniera efficiente le emergenze e migliorare la solidità nazionale”. Per raggiungere tale finalità, è necessario costituire un’infrastruttura basata su un “centro congiunto tra governo e industrie in grado di assistere lo start-up, il coordinamento, il ripristino e la ricostituzione dei servizi di comunicazione del NS/EP (national security and emergency preparedness) in qualsiasi condizione di minacce incipienti, crisi o emergenze”.

Sul sito ufficiale del governo del National Communications Systems, viene spiegato che questa infrastruttura governativa “comprende comunicazione senza fili, via cavo, satellite, televisione, e le reti di trasporto dati che supportano internet e altri sistemi-chiave dell’informazione”, suggellando così il definitivo controllo da parte del governo dell’accesso alla Rete.

Il piano per ‘raggiungere chiunque negli Stati Uniti’ consta di un comitato esecutivo di alto livello composto da agenti del Dipartimento della Homeland Security (Dhs), del Pentagono, della Federal Communications Commission e di altre agenzie governative, in uno sforzo congiunto per assicurare l’implementazione dell’executive order.

Il Centro per la privacy delle informazioni elettroniche (Epic), nello spiegare l’ordine presidenziale, scrive che il presidente autorizza il Dhs “a sequestrare strutture private, qualora necessario, limitando o interrompendo del tutto le comunicazioni civili”.

Nella Sezione 5 dell’ordine, Obama delinea le specifiche responsabilità di agenzie e dipartimenti deputati all’espletamento delle sue richieste. Il comitato esecutivo supervisionerà le operazioni di controllo attraverso “il supporto tecnico necessario per sviluppare e mantenere il programma di sicurezza e protezione delle comunicazioni del NS/EP”. Allo stesso organismo è affidata la pubblicità di tale programma, attraverso l’utilizzo di “risorse di comunicazione commerciale governative e private”.

E-IlMensile.it

Qui il testo dell’ Ordine Esecutivo “ Assignment of National Security and Emergency Preparedness Communications Functions

Il pozzo afghano senza fondo

di: Manlio Dinucci

«È meraviglioso udire gli uccelli che salutano col loro canto questa bella giornata qui a Kabul»: sono le romantiche parole con cui Hillary Clinton ha aperto la cerimonia ufficiale tra gli alberi del blindatissimo palazzo presidenziale nella capitale afghana. Mentre parlava, altri uccelli con la coda a stelle e strisce volavano nei cieli afghani: i caccia F/A 18 che, decollati dalla portaerei Stennis nel Mare Arabico, volteggiano sull’Afghanistan. Scelta la preda, la attaccano con missili e bombe a guida laser e la mitragliano col cannone da 20 mm, che a ogni raffica spara 200 proiettili a uranio impoverito.

Questi e altri aerei, il cui prezzo supera i 100 milioni di dollari, costano 20mila dollari per ogni ora di volo: dato che ogni missione dura circa otto ore, essa comporta una spesa di oltre 150mila dollari, cui si aggiunge quella delle armi impiegate. E l’anno scorso, secondo le cifre ufficiali, gli aerei Usa/Nato hanno effettuato 35mila missioni di attacco sull’Afghanistan. Non stupisce quindi che solo gli Stati uniti abbiano speso finora, per questa guerra, circa 550 miliardi di dollari. Un pozzo senza fondo, che continuerà a inghiottire miliardi di dollari ed euro. A Kabul la Clinton ha annunciato la buona novella: «Ho il piacere di annunciare che il presidente Obama ha ufficialmente designato l’Afghanistan maggiore alleato non-Nato degli Stati uniti». Ciò significa che esso acquista lo status di cui gode Israele e che, in base all’«Accordo di partnership strategica», gli Usa si impegnano a garantire la sua «sicurezza». Secondo funzionari dell’amministrazione, gli Usa manterranno in Afghanistan 10-30mila uomini, soprattutto delle forze speciali, affiancati da compagnie militari private. E continueranno a impiegare in Afghanistan la propria forza aerea, compresi i droni da attacco. Il «maggiore alleato non-Nato» riceverà dalla Nato un aiuto militare di oltre 4 miliardi di dollari annui. L’Italia, che si impegna a versare 120 milioni annui, continerà a fornire, secondo le parole del ministro della difesa Di Paola, «assistenza e supporto alle forze di sicurezza afghane».  Il governo afghano riceverà inoltre, come deciso dalla conferenza dei «donatori» a Tokyo, altri 4 miliardi annui per le «esigenze civili». E anche in questo campo, ha dichiarato il ministro degli esteri Terzi, «l’Italia farà la sua parte». Secondo la motivazione ufficiale, si aiuterà in tal modo la «società civile afghana». Secondo l’esperienza reale, ogni dollaro ed euro, speso ufficialmente a fini civili, sarà usato per rafforzare il dominio militare Usa/Nato su questo paese. La cui posizione geografica è di primaria importanza strategica per le potenze occidentali e i loro gruppi multinazionali, che si spingono sempre più ad est,  sfidando Russia e Cina.  Per convincere i cittadini statunitensi ed europei, pesantemente colpiti dai tagli alle spese sociali, che occorre prelevare altri miliardi di dollari ed euro dalle casse pubbliche per destinarli all’Afghanistan, si racconta che essi servono a portare migliori condizioni di vita al popolo afghano, in particolare alle donne e ai bambini. La favola che Hillary Clinton ha raccontato, accompagnata dal cinguettio degli uccellini di Kabul e dal coro di quanti gioiscono per tale munificenza.

IlManifesto.it

Dagli amici mi guardi Iddio

di: Manlio Dinucci

Il primo a congratularsi col neopresidente egiziano Mohamed Morsi è stato il presidente Obama. Gli ha telefonato con tono amichevole, assicurando che gli Stati uniti «continueranno ad appoggiare la transizione dell’Egitto alla democrazia» e vogliono «promuovere i comuni interessi sulla base del mutuo rispetto». I due presidenti, annuncia la Casa Bianca, si sono impegnati a «sviluppare la partnership Usa-Egitto, stando in stretto contatto nei prossimi mesi».

Gli Stati uniti stanno dunque scaricando la casta militare, da oltre trent’anni base della loro influenza in Egitto, per sostenere l’organizzazione islamica dei Fratelli Musulmani, considerata finora ostile? Tutt’altro. Subito dopo Morsi, Obama ha chiamato il generale Ahmed Shafik, candidato dei militari alla presidenza, incoraggiandolo a proseguire il suo impegno politico «a sostegno del processo democratico». Impegno che i militari hanno ben dimostrato sciogliendo il Parlamento.

Con il determinante aiuto di Washington: l’assistenza militare all’Egitto, sottolinea il Dipartimento di stato, costituisce «un importante pilastro delle relazioni bilaterali». L’Egitto riceve ogni anno dagli Usa un aiuto militare di circa 1,5 miliardi di dollari. Gode inoltre di un privilegio riservato a pochi paesi: i fondi sono depositati in un conto della Federal Reserve Bank a New York, dove fruttano notevoli interessi. Ciò accresce il potere d’acquisto delle forze armate egiziane, la cui lista della spesa nel supermercato bellico Usa comprende: carrarmati M1A1 Abrams (coprodotti in Egitto), caccia F-16, elicotteri Apache e altri armamenti. Inoltre il Pentagono regala loro armi che ha in eccesso, per un valore annuo di centinaia di milioni.

In cambio le forze armate Usa hanno libero accesso in Egitto, dove si svolge ogni due anni l’esercitazione Bright Star, la maggiore della regione. Altrettanto generoso è l’«aiuto economico» di Washington. L’Egitto è in piena crisi: il deficit statale è salito a 25 miliardi di dollari e il debito estero a 34, mentre le riserve di valuta estera sono scese da 36 miliardi nel 2011 a 15 nel 2012.

Ma ecco che gli Stati uniti tendono la loro mano amichevole. L’amministrazione Obama ha stanziato 2 miliardi di dollari per promuovere investimenti privati Usa nella regione, soprattutto in Egitto. Qui saranno effettuati altri investimenti Usa, agevolati dal Cairo in cambio dello sgravio di un miliardo dal debito estero. L’Egitto riceverà inoltre un credito di un miliardo di dollari, garantito dagli Usa, per riavere «accesso ai mercati di capitali». E, sempre grazie agli Usa, il Fondo monetario internazionale è pronto ad aprire all’Egitto una linea di credito.

Mentre l’ambasciata Usa al Cairo lancia un nuovo programma per aiutare giovani imprenditori egiziani a iniziare o sviluppare proprie attività. Tutte le carte di Washington, a questo punto, sono sul tavolo: quelle economiche, per strangolare l’Egitto e allevare al suo interno una classe imprenditoriale filo-Usa; quelle politiche, per dare al paese un volto civile democratico che non comprometta l’influenza Usa nel paese; quelle militari, da giocare con un colpo di stato se falliscono le altre. C’è però un’incognita: un sondaggio Gallup indica che, in dieci mesi, gli egiziani contrari all’aiuto Usa sono saliti dal 52% all’82%.

IlManifesto.it

Siria e Turchia: una crisi o un test?

Articolo inviato al blog 

di: mcc43

Nell’articolo  Washington and Damascus , Saul Laundau,   Professore  Emerito alla  California State University di Pomona e Vice Presidente dell’ Institute for Policy Studies, esordisce così.

La Siria è diventata un grave pericolo. Anche i paesi vicino sentono l’impatto della violenza:  fra i rifugiati in Turchia, e nei  focolai di combattimento nelle strade di Tripoli  in Libano,  la pace dipende da minime  sfumature degli accordi tra cristiani e sunniti e sciiti.

I curdi iracheni  del Nord condividono con i curdi siriani l’ideale di un loro stato che periodicamente  induce la Turchia a pesanti repressioni militari.

Giordania e Israele guardano con preoccupazione alle bande della quotidiana guerriglia urbana. Jihadisti e  estremisti islamici armati entrano in Siria dai paesi limitrofi – ma anche dal Pakistan, Tunisia, Algeria e Kuwait.

Gruppi ribelli conducono imboscate, attaccano i punti di controllo, distruggono la proprietà pubblica, uccidono militari  – circa 250 sono stati uccisi in dieci giorni tra fine maggio e inizio giugno. Inoltre rapine, stupri  e massacri di civili pro-regime  vengono spacciati come “è stato Assad!” ai media americani.

Per fermare i ribelli  le forze di Assad bersagliano i  quartieri dove si nascondono i ribelli. E’ così che essi sperano di provocare un intervento militare dell’Occidente sapendo di non poter sconfiggere l’esercito siriano senza aiuto esterno.
La descrizione è   esatta, altrettanto assente dai nostri media come da quelli americani.
§§§

L’esercito siriano non è equipaggiato soltanto per le sfilate celebrative del regime,  a differenza di quello libico,  ma  attrezzato  per la guerra.

I ribelli  sono stati progressivamente armati  dalle potenze straniere che li sostengono:  la famosa coalizione  “amici della Siria”  [ved SIRIA: la spudorata arroganza dei suoi “amici” warmonger  ].

Le loro file sono incrementate  da reduci  jihadisti  da  Afghanistan, Iraq, Libya   [ved.  Lo sceicco e il terrorista,dalla Libia alla Siria ]  oltre che da agenti delle forze speciali della coalizione, quali gli M16 britannici.

Anche così non possono  reggere il confronto, nemmeno con l’ulteriore aiuto d’intelligence straniere che li guidano agli obiettivi da colpire . Non è estranea a questo nemmeno la UNSMIS ,  United Nations Supervision Mission in Syria,  comandata dal generale Robert Mood. Un membro della stessa  Missione lo accusa di  “agire per scopi propri”  e di  raccogliere dati al di fuori dei compiti assegnati dal mandato Onu; la stima sulla sua imparzialità  è tale che ormai  lo si  taccia apertamente di “spionaggio”.

Le notizie dei media siriani  non vengono rilanciate dalle testate occidentali  o sono assimilate a  propaganda di regime.

Passata quasi sotto silenzio la consultazione sulla nuova Costituzione  che ha sancito la fine del monopartitismo; qui il testo integrale sottoposto a referendum.

Le notizie delle fonti dei ribelli, invece,  sono abbondanti e riportate  in modo acritico. Illimitata credibilità va all’Osservatorio Siriano per i diritti umani, Sohr, entità misteriosa con sede a Londra. La sua  inconsistenza è emersa platealmente obbligando i  membri a una pubblica lettera di scuse .

Grazie alla  notizie prive di verifica del Sohr, ogni giorno un numero impressionante di morti viene attribuito  al Governo, aggiungendo qualche tocco di colore che ne accresce la ferocia.  Per esempio, la  BBC  è stata colta (come per la Libia) con le mani nel sacco: in un servizio sul” massacro di Houla”  ha usato vecchie immagini scattate  in Iraq.   Smascherata dalla concorrenza, la BBC ha fatto ammenda, ma chi lo ha saputo al di fuori del Regno Unito?

Ci parlano, commentatori e politici, di “popolo siriano” in rivolta, comunicando occultamente l’idea che l’intera cittadinanza si ribelli a un tiranno indesiderato; le manifestazioni a sostegno del governo vengono taciute o considerate manovre del regime, quando non spacciate per manifestazioni dei ribelli.

Altrettanto si cela il fatto che i  rappresentanti della rivolta compongono almeno due diversi  comitati  che né l’Onu né i paesi  della coalizione riescono a mettere d’accordo per dare una parvenza di idealismo alla situazione conflittuale che perdura da quasi un anno e mezzo.

Una situazione  da cui non si sa come uscire  poiché  Russia e Cina  hanno finora votato contro ogni misura americana  in Consiglio di sicurezza. Alla Russia viene rivolta l’accusa di rifornire di armi Assad.  Accusa ovviamente rigettata,  ma in pratica ciò che la Russia fa è continuare le transazioni come in precedenza. Senza violare alcunchè dal momento che non vige un embargo [solamente oggi  è  posto seriamente  all’ordine del giorno  nella riunione  a livello di Ministri degli esteri della UE.] .

Armi di ogni genere arrivano  a tutti in Siria, con la differenza che  la Russia tratta con il Governo di uno stato membro dell’Assemblea ONU, i paesi  occidentali, più Arabia Saudita e Qatar,  con  bande che in parte essi stessi hanno organizzato nell’intento di rovesciare Assad,  incuranti  o intenzionati  a provocare lo sfacelo di questo stato multiconfessionale dove  immediatamente si accenderebbe lo scontro già  in atto nel mondo islamico fra Sciiti e Sunniti.

“Quello che era cominciato come rivolta laica anti-Assad in Facebook, somiglia sempre più a una jihad condotta dai fondamentalisti” scrive il Jerusalem Post.

Il mistero degli aerei turchi

1) il caccia F4 abbattuto

Venerdì  22 giugno un jet sicuramente turco è statosicuramente abbattuto dagli apparati di difesa siriani. L’altra certezza è che il relitto riposa ora a una profondità di  1300 metri  in acque siriane.

Tutto il resto è gioco delle parti. “Volava nel nostro cielo, afferma la Siria, e a bassa quota, anche se fosse stato di un altro paese lo avremmo abbattuto”.

“”Abbiamo chiesto alla parte turcadi formare un comitato militare turco per venire ad ispezionare la scena, ma non abbiamo ricevuto alcuna risposta”.

“Volava in spazio internazionale, afferma la Turchia”. Però sabato  il  Ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu  ha ammesso che l’aereo “potrebbe  aver sconfinato per errore”.

I militari vanno anche oltre nel dare conferma indiretta:  “gli sconfinamenti sono normali, l’abbattimento si poteva evitare” . [notizia e immagine  Corriere della Sera 25.6, Maurizio Caprara].

2) il Casa CN-235 non abbattuto

Aggiungono poi i militari turchi, in una riunione di domenica con gli Ambasciatori UE, che anche un altro aereo, un “Casa” spagnolo che seguiva la stessa rotta del jet segnalante difficoltà, era stato fatto segno di colpi sparati dalla contraerea siriana. 

La notizia di questo secondo aereo è data erroneamente da qualche testata che la definisce un “nuovo” incidente, anzichè un evento dello stesso giorno; viene inoltre riportato  che l’aereo -  Casa CN-235- è  un aereo da ricognizione.

Ma, se è esatto il nome del velivolo, si tratta di un aereo da trasporto tattico. Ovvero aerei che vengono anche impiegati per il rifornimento di carburante in volo.

Con un pò di maestria dei turchi nel dare informazioni e un altro pò di confusione involontaria dei media, è possibile che passi inavvertito che il jet abbattuto aveva in realtà un piano di volo di lunga durata, necessitante assistenza in quota.  Allora la contraerea siriana sarebbe più che giustificata nell’aver temuto un attacco aereo straniero.

 §§§

Ankara ha chiesto immediatamente una riunione Nato,  appellandosi all’articolo 4 del trattato costitutivo dell’Alleanza che è chiamata ad intervenire nel caso uno dei suoi membri subisca un attacco.

Sembra a me palesemente falso sostenere che abbattere l’aereo, precipitato poi in acque siriane,  sia configurabile come aggressione della Siria alla Turchia.

A ogni buon conto  perché  i turchi hanno mandato da quelle parti un bombardiere, forse  insieme a un aereo da trasporto tattico?

Ricognizioni pro ribelli, magari in forma abituale alle quali i siriani hanno deciso di mettere uno stop?

Un test sulla tecnologia antimissile russa in possesso di Assad? Lo rivela il sito israeliano Debkafile,aggiungendo che l’aereo turco, invece,  aveva a bordo tecnologia fornita da Israele,  precisando  per onor di bandiera che il programma di fornitura era stato sospeso dai turchi prima di essere messo  perfettamente punto.

§§§

Al  meeting Nato di Buxelles  la Turchia andrà preceduta dalla dichiarazione rilasciata dopo la riunione con i Ministri Esteri UE “La Turchia non ha intenzioni di fare la guerra a nessuno”. Ottima premessa, vista l’informazione della Debkafiledi  qualche giorno fa, secondo la quale un intervento militare dell’Occidente sarebbe  già pianificato:

Fonti ufficiali Usa dicono che gli stati Uniti senza alcun dubbio pianificano un intervento militare in Siria.  L’intervento avverrà. Non è una questione di ‘se’, ma ‘quando’ “, il sito web israeliano DEBKAfile ha detto sabato citando  fonti anonime. “

Dalla situazione siriana occorre uscire, ma aprire un altro fronte mentre Obama è in campagna elettorale è credibile solamente  architettando  una situazione tale che astenersi davanti alla pubblica opinione significherebbe perdere le elezioni.

Non basta, dunque, questo incidente non ancora chiarito. Potrebbe solo essere un inizio o  più probabilmente una delle forme di pressione con le quali si sta lentamente piegando la resistenza dei siriani che vogliono un cambiamento diverso dalla guerra civile.

- bibliografia Siria in  http://www.searcheeze.com/p/mcc43/siria

Paraguay: Il secondo colpo di stato di Obama in America Latina

di: Shamus Cooke

Il recente golpe contro il presidente democraticamente eletto del Paraguay non è solo un colpo alla democrazia, ma un attacco contro la popolazione lavoratrice e i poveri che hanno sostenuto e portato alla vittoria il presidente Fernando Lugo, che essi vedono come un baluardo contro l’elite benestante che ha già dominato il paese per decenni.

I media mainstream e i politici statunitensi non stanno definendo gli eventi in Paraguay come un colpo di stato, dal momento che il presidente è stato “legalmente messo sotto accusa” dal Congresso del Paraguay dominato dall’elitè. Ma, come spiega l’economista Mark Weisbrot sul Guardian:

“Il Congresso del Paraguay sta cercando di spodestare il Presidente Fernando Lugo per mezzo di un procedimento di impeachment, per il quale gli sono state date meno di 24 ore per prepararsi e solo due ore per presentare una difesa.

Sembra che la decisione di condannarlo sia già stata scritta … La causa principale per metterlo sotto accusa è stato uno scontro armato tra i contadini che lottano per il diritto alla terra e i poliziotti … Ma questo scontro violento è stato solo un pretesto, in quanto è chiaro che il Presidente non aveva alcuna responsabilità per quanto accaduto. Né gli oppositori di Lugo hanno presentato alcuna prova per le loro accuse nel “processo” di oggi. Il Presidente Lugo ha proposto un’inchiesta sulla vicenda, l’opposizione non era interessata, preferendo i loro procedimenti giudiziari truccati “.

Qual è stata la vera ragione della destra del Senato del Paraguay di voler espellere il loro Presidente democraticamente eletto? Un altro articolo dal Guardian chiarisce questo punto:

“Il Presidente è stato anche messo sotto processo per altre quattro accuse: di aver impropriamente permesso ai partiti di sinistra, nel 2009, di tenere una riunione politica in una base militare, che permise a circa 3.000 abusivi [contadini senza terra] di invadere illegalmente una grande azienda brasiliana di semi di soia; che il suo governo non è riuscito a catturare i membri del gruppo guerrigliero [di sinistra] dell’Esercito Popolare del Paraguay … e di aver firmato un protocollo internazionale [di sinistra] senza correttamente presentare la proposta al Congresso per l’approvazione. “

L’articolo aggiunge che gli ex alleati politici del Presidente erano “… sconvolti dopo che il Presidente aveva consegnato la maggioranza delle cariche ministeriali agli alleati di sinistra e la minoranza ai moderati … La spaccatura politica era diventata nettamente chiara quando Lugo aveva pubblicamente riconosciuto che avrebbe sostenuto i candidati della sinistra alle elezioni future “.

E ‘ovvio che i veri crimini del Presidente sono stati quelli di essersi alleato più strettamente con la sinistra del Paraguay, che in realtà significa con le masse lavoratrici e povere del paese, le quali, come in altri paesi latino-americani, scelgono il socialismo come forma di espressione politica.

Anche se l’ elite del Paraguay ha perso il controllo della presidenza con l’elezione di Lugo, essi hanno usato la loro morsa sul Senato per rovesciare le conquiste fatte dai poveri del Paraguay. Questo è simile alla situazione in Egitto: quando il vecchio regime della ricca élite ha perso il suo Presidente / dittatore, hanno usato il loro controllo della magistratura nel tentativo di rovesciare le conquiste della rivoluzione.

E ‘giusto incolpare l’amministrazione Obama per il recente colpo di Stato in Paraguay? Sì, ma serve una lezione introduttiva sulle relazioni Stati Uniti – Paesi Latino Americani per  capire il perché. La destra del Paraguay – una piccola ricca elite  - ha rapporti di vecchia data con gli Usa, che per decenni hanno sostenuto dittature nel paese – uno schema comune in molti paesi dell’America Latina.

Gli Stati Uniti promuovono gli interessi dei ricchi di questi paesi per lo più poveri e, a loro volta, questa elite al potere resta obbediente alla politica estera pro-aziendale degli Stati Uniti (Le vene aperte dell’America Latina è un ottimo libro che narra questa storia).

L’elite del Paraguay non è in grado di agire in modo coraggioso senza aver prima consultato gli Stati Uniti, poiché i paesi confinanti sono estremamente ostili ad un tale comportamento, in quanto temono un colpo di stato sostenuto dagli Usa nei loro paesi.

L’elite paraguaiana ha solo i militari per il supporto interno, che per decenni sono stati finanziati e addestrati dagli Stati Uniti. Il Presidente Lugo non ha troncato in toto i legami dei militari del suo paese con gli Usa. Infatti, secondo Wikipedia, “Il Dipartimento della Difesa USA (DOD) fornisce assistenza tecnica e formazione per aiutare a modernizzare e professionalizzare i militari [ del Paraguay]  …”

In breve, non è lontanamente possibile per l’elite del Paraguay agire senza garanzie dagli Stati Uniti di continuare a fornirgli il loro sostegno politico e finanziario; questa élite necessita ora di un flusso costante di armi e carri armati per difendersi dai poveri del Paese .

I paesi latino-americani che circondano il Paraguay hanno denunciato gli avvenimenti mentre si svolgevano e compiuto una visita di emergenza nel paese col tentativo di fermarli. Quale è stata la risposta dell’amministrazione Obama? Business Week spiega:

“Mentre il Senato del Paraguay conduceva il processo di imputazione, il Dipartimento di Stato ha fatto sapere di star monitorando la situazione da vicino”.

“Siamo consapevoli che il Senato del Paraguay ha votato per mettere sotto accusa il Presidente Lugo”, ha detto Darla Jordan, portavoce dell’ Ufficio degli Affari dell’Emisfero Occidentale del Dipartimento di Stato americano…

“Esortiamo tutti i paraguaiani ad agire pacificamente, con calma e con responsabilità, nello spirito dei principi democratici del Paraguay “.

Obama avrebbe potuto anche dire: “Noi sosteniamo il colpo di stato della destra contro il Presidente eletto del Paraguay.” Guardare avvenire un crimine contro la democrazia  – anche se “osservato da vicino” – e non riuscire a denunciarlo, rende complici di quanto accaduto. Le parole del Dipartimento di Stato, scelte con cura, hanno lo scopo di dare implicito supporto al nuovo regime illegale in Paraguay.

Obama ha agito come ha fatto perché Lugo si è spostato a sinistra, lontano dagli interessi corporativi e verso i poveri del Paraguay. Lugo si era anche schierato più strettamente con i governi regionali che avevano lavorato a favore dell’indipendenza economica dagli Stati Uniti. Forse, la cosa più importante è stata che, nel 2009, il presidente Lugo aveva vietato la costruzione, già programmata, di una base militare statunitense in Paraguay.

Quale è stata la risposta dei lavoratori e della povera gente del Paraguay per la loro nuova dittatura? Si sono ammassati al di fuori del Congresso e sono stati attaccati dalla polizia antisommossa con gli idranti. E’ improbabile che resteranno con le mani in mano durante questo episodio, dato che il presidente Lugo aveva fatto aumentare le loro speranze di avere una esistenza più umana.

Il presidente Lugo ha sfortunatamente dato ai suoi avversari un vantaggio accettando le sentenze che egli stesso ha definito un colpo di stato, lasciando di essere sostituito da un Presidente nominato dal Senato. Ma i lavoratori e i poveri del Paraguay agiranno con più audacia, in linea con i movimenti sociali in America Latina, che hanno assestato colpi pesanti contro il potere dell’ elite benestante.

Le subdole azioni del presidente Obama nei confronti del Paraguay ribadiscono da quale parte  del divario della ricchezza si trovi. Il suo primo colpo di stato in Honduras ha suscitato l’indignazione di tutto l’emisfero, questo confermerà ai latinoamericani che né ai repubblicani né ai democratici importa nulla della democrazia.

Note

http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2012/jun/22/washington-fernando-lugo-ouster-paraguay  

http://www.guardian.co.uk/world/2012/jun/22/paraguay-fernando-lugo-ousted 

http://en.wikipedia.org/wiki/Paraguay%E2%80%93United_States_relations 

http://www.businessweek.com/news/2012-06-22/president-lugo-facing-impeachment-vote-over-deadly-land-seizure

LINK: Paraguay: Obama’s Second Latin American Coup

DI: Coriintempesta

Quando il nemico è la Storia

di: John Pilger

Arrivando in un villaggio nel sud del Vietnam, vidi due bambini che testimoniavano la guerra più lunga del 20 ° secolo. Le loro orribili malformazioni erano familiari. Lungo tutto il fiume Mekong, dove le foreste sono pietrificate e silenziose, piccole mutazioni umane vivevano come meglio possono.

Oggi, all’ospedale pediatrico di Tu Du, a Saigon, una ex sala operatoria è conosciuta come la “camera di raccolta” e, ufficiosamente, come la “stanza degli orrori”. Ha scaffali con bottiglie enormi contenenti feti grotteschi. Durante l’invasione del Vietnam, gli Stati Uniti spruzzarono un erbicida defoliante sulla vegetazione e sui villaggi per impedire “copertura al nemico”. Era l’ Agent Orange, che conteneva diossina, veleno talmente potente da causare la morte fetale, aborto spontaneo, danni cromosomici e cancro.

Nel 1970, un rapporto del Senato americano ha rivelato che “gli Stati Uniti hanno scaricato [sul Vietnam del Sud] una quantità di sostanza chimica tossica pari a sei libbre per abitante, comprese donne e bambini”. 

Il nome in codice per questa arma di distruzione di massa, Operation Hades, venne cambiato nel più amichevole Operation Ranch Hand. Oggi, si stima che 4,8 milioni di vittime dell’Agente Orange siano bambini.

Len Aldis, segretario della Britain-Vietnam Friendship Society, è da poco tornato dal Vietnam con una lettera dell’Unione delle donne del Vietnam per il Comitato Olimpico Internazionale. La presidente del sindacato, Nguyen Thi Thanh Hoa, ha descritto “le gravi malformazioni congenite causate dall’ Agent Orange di generazione in generazione”. Ha chiesto al Cio di riconsiderare la  decisione di accettare la sponsorizzazione delle Olimpiadi di Londra da parte della Dow Chemical Corporation, una delle società che produssero il veleno e che si è in seguito rifiutata di risarcire le sue vittime.

Aldis ha consegnato a mano la lettera all’ufficio di Lord Coe, presidente del Comitato Organizzatore di Londra. Non ha ricevuto risposta. Quando Amnesty International ha sottolineato che, nel 2001, la Dow Chemical ha acquistato “la società responsabile per la fuga di gas a Bhopal [in India nel 1984], che uccise dalle 7.000 alle 10.000 persone immediatamente e 15.000 nei successivi venti anni”, David Cameron ha descritto la Dow come una ” società rispettabile “. Sorrisi, poi, mentre le telecamere facevano una panoramica della copertura decorativa da £ 7.000.000  che rinfodera lo Stadio Olimpico: il prodotto di un accordo decennale tra il CIO e un cosi rispettabile distruttore.

La storia è sepolta con i morti e i deformi del Vietnam e di Bhopal. E la storia è il nuovo nemico. Il 28 maggio, il presidente Obama ha lanciato una campagna per falsificare la storia della guerra in Vietnam. Per Obama, non ci fu alcun Agent Orange, niente zone di fuoco libero, nessuna caccia al tacchino, nessuna copertura di massacri, niente razzismo dilagante, nessun suicidio (mentre si sono tolti la vita tanti americani quanti ne sono morti in guerra), nessuna sconfitta subita da un Esercito di Resistenza tirato su da una società impoverita. E’ stata, ha detto il signor Belle Speranze, “una delle storie più straordinarie di coraggio e integrità negli annali della storia militare americana”.

Il giorno seguente, il New York Times ha pubblicato un lungo articolo che documenta come Obama scelga personalmente le vittime dei suoi attacchi con i droni in tutto il mondo. Lo fa nei “martedì di terrore”, quando sfoglia le foto segnaletiche di una “kill list”, dove sono compresi anche adolescenti, tra cui “una ragazza che sembrava ancora più giovane dei suoi 17 anni”. Molti sono sconosciuti o semplicemente in età militare. Guidati da “piloti” seduti di fronte a computer a Las Vegas, i droni sparano missili Hellfire che risucchiano l’aria dai polmoni e fanno la gente a pezzi. Lo scorso settembre, Obama ha ucciso un cittadino americano, Anwar al-Awlaki, puramente sulla base di voci secondo cui al-Awlaki incitava al terrorismo. ”Questo è facile“, avrebbe esclamato il Presidente firmando la condanna a morte dell’uomo, secondo come riferito da alcuni suoi assistenti.

Il 6 giugno, un drone ha ucciso 18 persone in un villaggio in Afghanistan, tra cui donne, bambini e anziani, che stavano festeggiando un matrimonio.

L’articolo del New York Times non è stata una fuga di notizie o una denuncia. Era propaganda progettata dall’amministrazione Obama per mostrare quello che un duro come il ‘comandante in capo’ sia in grado di fare nell’ anno delle elezioni. Se rieletto, Brand Obama continuerà a servire i ricchi, a perseguire chi racconta la verità, a minacciare altri Paesi, a diffondere virus informatici e ad uccidere gente ogni martedì.

Le minacce contro la Siria, coordinate a Washington e Londra, raggiungono nuove vette di ipocrisia. Contrariamente alla cruda propaganda presentata come notizia, il giornalismo d’inchiesta del quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung identifica i responsabili della strage di Houla nei ‘ribelli appoggiati da Obama e Cameron’. Le fonti del giornale includono gli stessi ribelli. Questo non è stato completamente ignorato in Gran Bretagna. Scrivendo nel suo blog personale, mai così in silenzio, Jon Williams, l’editore delle notizie mondiali della BBC, fornisce efficacemente la sua ‘copertura’, citando funzionari occidentali che descrivono l’operazione di ‘psy-ops‘ contro la Siria come ‘brillante‘. Brillante come la distruzione della Libia, dell’ Iraq e dell’ Afghanistan.

Brillante tanto quanto le psy-ops promosse sul Guardian da Alastair Campbell, il principale collaboratore di Tony Blair durante l’invasione criminale dell’Iraq. Nei suoi “Diari”, Campbell cerca di rovesciare sangue iracheno sul demone Murdoch. C’è n’è abbastanza per bagnarli tutti. Ma il riconoscimento che i rispettabili, liberali, servili media di Blair siano stati fondamentali per un crimine epico viene omesso e rimane un singolare test di onestà intellettuale e morale in Gran Bretagna.

Per quanto tempo ancora ci dovremo assoggettare ad un simile “governo invisibile”? Questo termine usato per descrivere la propaganda insidiosa, utilizzato per la prima volta da Edward Bernays, nipote di Sigmund Freud e inventore della propaganda moderna, non è mai stato più appropriato. Una “falsa realtà” richiede amnesia storica, mentire per omissione e passare dal significato all’ insignificante. In questo modo, i sistemi politici che promettono sicurezza e giustizia sociale sono stati sostituiti dalla pirateria, dall “austerità” e dalla “guerra perpetua”: un estremismo dedicato al rovesciamento della democrazia. Applicato ad un singolo individuo, identificherebbe uno psicopatico. Perché noi lo accettiamo?

LINK: History is the Enemy as ‘Brilliant’ Psy-ops Become the News

DI: Coriintempesta

Quando attaccheremo la Siria?

di: Ron Paul

Quando attaccheremo la Siria? I piani, le voci, e la propaganda di guerra per attaccare la Siria e deporre Assad sono in circolazione da molti mesi.

La settimana scorsa, però, è stato riportato che il Pentagono ha infatti messo a punto piani per  realizzare ciò.  A mio parere, tutte le prove per giustificare questo attacco sono false. Non hanno maggiore credibilità dei pretesti  adottati per l’invasione dell’Iraq del 2003 o l’attacco alla Libia del 2011.

Gli esiti fallimentari di quelle guerre dovrebbero indurci ad una pausa prima di impegnarci  nell’occupazione e nel cambio di regime iniziato contro la Siria.

Non ci sono preoccupazioni di sicurezza nazionale che richiedano una tale e folle escalation di violenze in Medio Oriente. Non ci dovrebbero essere dubbi sul fatto che è nei nostri interessi di sicurezza rimanere completamente fuori dal conflitto interno che infuria in Siria.

Siamo già troppo impegnati a sostenere le forze dentro la Siria che  desiderano di rovesciare l’attuale governo. Senza interferenze esterne, quel conflitto- ora caratterizzato come una guerra civile – sarebbe probabilmente inesistente.

Indipendentemente dal fatto di attaccare o no un altro paese, occupandolo ed istituendovi un nuovo regime che speriamo di poter controllare, si pone una seria domanda costituzionale: da dove un Presidente riceve un tale potere?

E’dalla seconda guerra mondiale che l’autorità con i poteri legali per entrare in guerra  viene ignorata. E’ stata sostituita da organismi internazionali come le Nazioni Unite e la NATO, o lo stesso Presidente, sempre ignorando il Congresso. E purtroppo, la gente non si oppone.

I nostri ultimi Presidenti sostengono esplicitamente  che il potere di entrare in guerra non è del Congresso degli Stati Uniti. Questo è sempre successo a partire dal 1950, quando entrammo nella guerra in Corea sotto la risoluzione delle Nazioni Unite ma senza l’approvazione del Congresso.

E ancora una volta, stiamo per intraprendere un’azione militare contro la Siria, riattivando anche, irresponsabilmente, la Guerra Fredda con la Russia. Siamo ora impegnati in un gioco di “polli” con la Russia, che rappresenta una minaccia molto più grande per la nostra sicurezza rispetto alla Siria.

Come reagiremmo noi se, in Messico, la Russia chiedesse una soluzione umanitaria contro le violenze sul confine USA-Messico? La prenderemmo come una preoccupazione legittima per noi. Ma, per noi, essere impegnati in Siria, dove i russi hanno una base navale legale, è l’ equivalente dei russi impegnati  in Messico.

Siamo ipocriti nel condannare i russi che stanno proteggendo i loro interessi nelle loro zone  per le stesse cose che stiamo facendo noi stessi, a migliaia di chilometri di distanza dalle nostre coste. Non è nel nostro interesse farci coinvolgere, fornendo segretamente assistenza e incoraggiare la guerra civile, allo scopo di effettuare un cambio di regime in Siria.

Falsamente abbiamo accusato i russi di aver fornito elicotteri militari ad Assad. E questa è una provocazione inutile. Falsamente abbiamo accusato il governo di Assad  dei massacri perpetrati da una violenta fazione ribelle. E’ questa si chiama propaganda di guerra.

La maggior parte delle persone ben informate ora riconoscono che la guerra contro la Siria è il prossimo passo per arrivare al governo iraniano, ed è qualcosa che i neo – cons ammettono apertamente.

Controllare il petrolio iraniano, proprio come abbiamo fatto in Arabia Saudita e stiamo cercando di fare in Iraq, è il vero obiettivo dei neo-conservatori che sono stati a capo della nostra politica estera  per un paio di decenni.

La guerra è inevitabile senza un significativo e rapido cambiamento della nostra politica estera. I disaccordi tra i nostri due partiti politici sono piccoli. Entrambi concordano sul sequestro di tutti i fondi di guerra che devono essere annullati. Nessuna delle due parti vuole abbandonare la nostra crescente presenza aggressiva  in Medio Oriente e nell’ Asia meridionale.

Questo crisi può facilmente andare fuori controllo e diventare una guerra molto più grande di un altra semplice pratica di occupazione e cambiamento di regime che il popolo americano è stato abituato ad accettare o ignorare.

E ‘ tempo che gli Stati Uniti inizino una politica di diplomazia, puntando alla pace, al commercio e all’amicizia. Dobbiamo abbandonare i nostri progetti militari atti a promuovere e garantire un impero americano.

Inoltre, siamo in crisi, non possiamo permettercelo, e la cosa peggiore è che stiamo realizzando la strategia portata avanti da Osama bin Laden, il cui obiettivo era sempre stato quello di affossarci nel Medio Oriente e di trascinarci alla bancarotta.

E’tempo di riportare a casa le nostre truppe e stabilire una politica estera di non – interventismo, che è l’unica strada per la pace e la prosperità.

Questa settimana presenterò delle proposte di legge per  vietare all’Amministrazione, in assenza di una dichiarazione di guerra del Congresso, di sostenere – direttamente o indirettamente – ogni operazione militare o paramilitare in Siria. Spero che i miei colleghi si uniranno a me in questo progetto.

LINK: When Will We Attack Syria?

TRADUZIONE VIDEO:  http://www.youtube.com/user/Ryuzakero

Droni sicari per la kill list

di: Manlio Dinucci

Gli Stati uniti devono difendersi da coloro che li attaccano, dichiara il segretario alla difesa Leon Panetta, respingendo le proteste sui crescenti attacchi di droni Usa in Pakistan. Secondo Panetta, i pachistani devono capire che i «Predatori» sono lì anche per il loro bene: volteggiano sulle loro teste, teleguidati dagli Stati uniti a oltre 10mila km di distanza, per colpire con i missili «Fuoco dell’inferno» i pericolosi terroristi annidati in territorio pachistano. Conclusioni opposte trae, dopo una visita in Pakistan, Navi Pillay, Alto commissario Onu per i diritti umani: gli attacchi con i droni, che avvengono in media ogni quattro giorni, «provocano uccisioni indiscriminate di civili, che costituiscono una violazione dei diritti umani».

Sollevano inoltre gravi questioni di diritto internazionale, in quanto sono condotti «al di fuori di qualsiasi meccanismo di controllo civile o militare». La Pillay chiede quindi l’apertura di un’inchiesta ufficiale. Accusa seccamente respinta dal presidente Obama, il quale assicura che gli attacchi con i droni – effettuati anche in Afghanistan, Iraq, Yemen, Somalia e altri paesi – «non provocano grosse perdite civili». Vengono infatti «mantenuti sotto strettissimo controllo». Nessuno ne dubita. Come documenta il New York Times, è lo stesso Presidente che effettua le «nomination top secret» dei presunti terroristi da uccidere, per la maggior parte con attacchi dei droni. La «kill list» – comprendente persone di tutto il mondo che, giudicate nocive per gli Stati uniti e i loro interessi, sono condannate segretamente a morte con l’accusa di terrorismo – viene aggiornata ogni settimana attraverso «il più strano dei rituali burocratici»: la teleconferenza, gestita dal Pentagono, di oltre cento responsabili della «sicurezza nazionale», i quali tolgono le schede degli uccisi e ne aggiungono altre in una sorta di macabro gioco che un funzionario paragona a quello delle figurine dei campioni di baseball. La lista viene quindi sottoposta al Presidente per l’approvazione. Soprattutto quando «insieme al terrorista, che verrà colpito dal drone, c’è la famiglia», spetta al Presidente «la valutazione morale finale». Giunto il nullaosta del Presidente, l’operatore, comodamente seduto alla consolle di comando del drone negli Stati uniti, lancia i missili contro quella casa in Pakistan indicata come rifugio del terrorista. Tanto, nell’esplosione, i bambini non si vedono. È questa la «guerra non-convenzionale» condotta dall’amministrazione Obama. Per essa vengono sviluppati droni sempre più sofisticati: come uno a propulsione nucleare, in grado di volare ininterrottamente per mesi, e un piccolo «drone kamikaze» che piomba sull’obiettivo distruggendolo con la sua carica esplosiva. Affari d’oro per le industrie costruttrici (General Atomics, Northrop Grumman e altre): il Pentagono ha deciso di aumentare del 30% la sua attuale flotta di 7.500 droni, spendendo 32 miliardi di dollari. L’Italia parteciperà alla spesa di 4 miliardi di dollari per cinque droni made in Usa, dislocati dalla Nato a Sigonella, e acquisterà missili e bombe di precisione per i propri droni, anch’essi made in Usa. Ciò, sottolinea il Pentagono, servirà a «proteggere» non solo l’Italia ma anche gli Stati uniti. A quando la kill list italiana?

IlManifesto.it

La formula Krugman per uscire dalla crisi. “Insegnanti e welfare contro la depressione”

di: Federico Rampini

Intervista al premio Nobel diventato un “guru” per la nuova sinistra americana. “I governi devono spendere di più”, come nel New Deal. C’è chi lo vede già prossimo segretario al Tesoro Usa, se Obama sarà rieletto. Ma lui dice: “Mi basta fare il castigatore delle idee sbagliate”

NEW YORK - “Calma, calma, sono solo un economista”. Paul Krugman è divertito, un po’ imbarazzato, ma anche abituato: una sua apparizione in pubblico a New York suscita le ovazioni e urla di approvazione degne di una rockstar.

La scena si ripete quando sale sul placoscenico del centro culturale 92Y sulla Lexington Avenue per discutere il suo nuovo libro. Ressa da stadio, folla in delirio.

In fondo il tifo popolare se l’è meritato, questo premio Nobel dell’economia trasformatosi in opinionista del New York Times (e Repubblica), censore dei tecnocrati dell’eurozona, keynesiano a oltranza, guru della nuova sinistra americana. Si è conquistato questa “base di massa” perché osa spingersi dove altri non vanno.

Il suo blog è uno strumento di battaglia politica contro l’egemonia culturale della destra. Il suo nuovo libro, nell’edizione americana promette o intima “Fuori da questa depressione, subito!”. Depressione?

Addirittura? L’editore italiano Garzanti, che lo pubblica a fine mese, non se l’è sentita di usare un termine che evoca gli anni Trenta, le code dei disoccupati alle mense dei poveri, il nazifascismo. E così il titolo italiano suona un po’ più tradizionale: “Fuori da questa crisi, adesso”.

Perché Krugman non esita invece a usare un termine ben più drammatico? “Quella che attraversiamo  -  risponde  -  la chiamo la Depressione Minore, per distinguerla dagli anni Trenta. La differenza è meno sostanziale di quanto si creda. Anche allora ci fu una prima recessione, poi una ripresa inadeguata, poi la ricaduta. I tassi di disoccupazione reali di cui soffriamo non sono tanto inferiori a quelli di allora. E se guardiamo al numero di disoccupati a lungo termine, che qui in America restano oltre i 4 milioni, siamo proprio a livelli da anni Trenta”.

Il messaggio che questo libro martella con insistenza è che il male va combattuto, oggi come allora, con un deciso intervento statale. “Abbiamo bisogno che i nostri governi spendano di più, non di meno  -  sintetizza il 59enne docente alla Princeton University  -  perché quando la domanda privata è insufficiente, questa è l’unica soluzione. Assumere insegnanti. Costruire infrastrutture. Fare quello che fu fatto con la seconda guerra mondiale, possibilmente scegliendo spese utili”.

Quell’avverbio “subito” che tuona nel titolo del suo libro, Krugman lo esplicita senza esitazioni: se l’Occidente applicasse la ricetta giusta, potremmo essere fuori da questa crisi in 18 mesi. Un anno e mezzo! Attenzione: questa non è una promessa da comizio elettorale. Il bello di Krugman, quello che ti affascina nel personaggio, è l’impegno con cui tiene insieme il suo “ruolo pubblico”, di opinionista schierato e aggressivo, con il rigore scientifico del teorico che macina grafici e statistiche come un computer. Capace di passare dall’uno all’altro in pochi istanti, per rispondere all’obiezione politica principale: la sua ricetta oggi appare inascoltata, inapplicabile, impraticabile, perché siamo terrorizzati dal livello del debito pubblico.

Non è solo un problema europeo. Anche qui negli Stati Uniti 15.300 miliardi di dollari di debiti, quasi il 100% del Pil, sembrano un ostacolo insormontabile per la sua terapia keynesiana. “Falso, falso  -  risponde secco  -  anzitutto dal punto di vista storico. In passato gli Stati Uniti ebbero un debito ancora superiore, durante le seconda guerra mondiale; la Gran Bretagna per quasi un secolo. Il Giappone ha tuttora un debito statale molto più elevato in percentuale del suo Pil eppure paga interessi dello 0,9% sui suoi buoni del Tesoro.

Quindi non esistono soglie di insostenibilità come quelle che ci vengono propagandate. Inoltre è dimostrato, e lo vediamo accadere sotto i nostri occhi, che in tempi di depressione le politiche di austerity aggravano il problema: accentuano la recessione, di conseguenza cade il gettito fiscale, così in seguito ai tagli il debito aumenta anziché diminuire”.

Resta però il problema politico, e non solo in Europa dove c’è un ostacolo che si chiama Angela Merkel. Anche qui, Barack Obama non ha osato sfidare i repubblicani con una seconda manovra di spesa pubblica anti-crisi. “Anzitutto perché all’inizio Obama sottovalutò la gravità di questa crisi  -  risponde Krugman  -  mentre adesso sta cambiando posizione. Il fatto è che a lui conviene battersi fino in fondo per le sue idee, tenere duro, non cercare compromessi. Se Obama vince a novembre, io credo che governerà meglio nel suo secondo mandato”.

Un’altra obiezione frequente alla sua ricetta keynesiana, riguarda la qualità, l’efficacia, la rapidità della spesa pubblica.

La macchina burocratica è spesso inefficiente, non solo nell’Europa mediterranea ma anche qui negli Stati Uniti. Krugman ha una risposta anche a questo. “La prima cosa da fare  -  spiega  -  è cancellare l’effetto distruttivo dei tagli di spesa. Per esempio, qui negli Stati Uniti, bisogna cominciare col ri-assumere le migliaia di insegnanti licenziati a livello locale. Queste sono manovre di spesa dagli effetti istantanei. In Europa, la manovra equivalente è restituire le prestazioni del Welfare State che sono state ingiustamente tagliate”.

Veniamo dunque al malato più grave del momento: l’eurozona. A questo paziente in coma, Krugman sta dedicando un’attenzione smisurata. Spesso i suoi editoriali sul New York Times sono duri attacchi all’austerity d’impronta germanica, appelli ai dirigenti europei perché rinsaviscano prima che sia troppo tardi. “Guardate cos’è accaduto all’Irlanda  -  dice  -  cioè a un paese che si può considerare l’allievo modello, il più virtuoso nell’applicare le ricette dell’austerity volute dal governo tedesco. L’Irlanda ha avuto una finta ripresa e poi è ricaduta nella recessione. All’estremo opposto ci sono quei paesi asiatici, dalla Cina alla Corea del Sud, che hanno manovrato con energia le leve della spesa pubblica, e così hanno evitato la crisi”.

Krugman considera probabile l’uscita della Grecia dall’euro, ma lo preoccupa di più il “dopo”. Denuncia il rischio di un “effetto-domino, se la Germania non cambia strada”. Avverte che le conseguenze di una disintegrazione dell’Unione “sarebbero perfino più gravi sul piano politico che su quello economico”. I suoi modelli, oltre ai paesi asiatici, sono la Svezia e perfino la piccola Islanda: “Perché dopo la bancarotta ha avuto il coraggio di cancellare tutti i propri debiti con le banche, negare i rimborsi, ed è ripartita dopo una svalutazione massiccia”.

Uno schiaffo nei confronti della finanza globale, che il premio Nobel considera legittimo e benefico (per l’Islanda). E su questo conclude toccando una questione scottante: perché anche la sinistra quando va al potere diventa succube dei banchieri? Perché Obama all’inizio del suo primo mandato nominò così tanti consiglieri legati a Wall Street? La risposta di Krugman è fulminante: “Perché danno la sensazione di sapere. Sono davvero impressionanti, quelli di Wall Street: danno a intendere di capirne qualcosa, anche dopo avere distrutto il mondo, o quasi”.

Qualcuno già punta su Krugman come prossimo segretario al Tesoro, se Obama viene rieletto a novembre. “Si vede che non hanno mai visto il caos che regna sulla mia scrivania e nel mio ufficio”, scherza l’economista più influente e controverso d’America. Poi chiude: “A me piace il mio ruolo attuale, che definirei così: il castigatore delle idee sbagliate”.

LaRepubblica.it

Il Premio Nobel della Pace

di: Fidel Castro Ruz

Parlerò appena del popolo cubano che un giorno  spazzò via della sua Patria il dominio degli Stati Uniti, quando il sistema imperialista aveva raggiunto la cupola del suo potere.

Si sono visti sfilare uomini e donne delle più diverse età il 1º maggio, per le piazze più simboliche di tutte le province dell’Isola.

La nostra Rivoluzione è sorta nel luogo meno aspettato dall’impero, in un emisfero dove agiva da padrone assoluto Cuba è passata dall’essere l’ultimo paese a liberarsi dal giogo coloniale spagnolo, al primo a scuotersi di dosso l’odiosa tutela imperialista.

Oggi penso soprattutto alla fraterna Repubblica bolivariana del Venezuela, alla sua lotta eroica contro il saccheggio spietato delle risorse che la natura ha concesso a questo nobile e abnegato popolo che un giorno portò i suoi soldati negli angoli più appartati di questo continente per mettere in ginocchio il potere militare spagnolo.

Cuba non necessita spiegare perchè siamo stati solidali, non solo con tutti i paesi di questo emisfero, ma anche con molti dell’Africa e di altre regioni del mondo.

La Rivoluzione bolivariana è stata solidale a sua volta con la nostra Patria e il suo appoggio al nostro paese si è trasformato in un fatto di grande importanza negli anni del periodo speciale. Questa cooperazione, senza dubbio, non è stata frutto di alcuna sollecitudine da parte di Cuba, così come non furono stabilite condizioni di sorta ai popoli che necessitavano i nostri servizi d’educazione o di medicina. Al Venezuela avremmo offerto in qualsiasi circostanza il massimo aiuto.

Cooperare con altri popoli sfruttati e poveri è sempre stato, per i rivoluzionari cubani, un principio politico e un dovere verso l’umanità.

Mi soddisfa enormemente osservare, come ho fatto ieri attraverso la Venezuelana di Televisione e TeleSur, il profondo impatto che ha prodotto nel fraterno popolo del Venezuela la Legge Organica del Lavoro promulgata dal leader bolivariano e presidente della Repubblica, Hugo Chávez Frías. Non avevo mai visto nulla di simile nello scenario politico del nostro emisfero.

Ho prestato attenzione  all’enorme folla che si è riunita nelle piazze e nelle strade di Caracas, e soprattutto alle parole spontanee dei cittadini intervistati. Poche volte ho visto, e forse mai prima, il livello d’emozione e di speranza che costoro ponevano nelle loro dichiarazioni. Si poteva osservare con chiarezza che l’immensa maggioranza della popolazione è costituita da umili lavoratori. Una vera battaglia delle idee si sta sferrando con forza.

Rafael Correa, presidente dell’Ecuador, ha dichiarato coraggiosamente che, più che in un’epoca di cambio, stiamo vivendo un cambio d’epoca. Tutti e due, Rafael Correa e Hugo Chávez sono cristiani. Obama in cambio, che cos’è? In cosa crede?

Nel primo anniversario dell’assassinio di Bin Laden, Obama compete con il suo rivale Mitt Romney nel giustificare quell’azione perpetrata in un’installazione prossima all’ Accademia Militare del Paquistan, un paese musulmano alleato degli Stati Uniti.

Marx e Engels non parlarono mai di assassinare i borghesi: nel vecchi concetti i giudici giudicavano e i boia facevano le esecuzioni.

Non ci sono dubbi che Obama è stato cristiano; con una delle specificità  di questa religione ha imparato il mestiere di trasmettere le sue idee, un’arte che ha significato molto nella sua ascesa accelerata nella gerarchia del suo partito.

Nella dichiarazione dei principi di Filadelfia nel luglio del 1776 si affermava che tutti gli uomini nascono liberi ed uguali e a tutti, il loro creatore, concedeva determinati diritti.

Per quel che si conosce, tre quarti di secolo dopo l’indipendenza, gli schiavi negri continuavano ad essere venduti nelle pubbliche piazze con le loro mogli e i figli, e quasi due secoli dopo Martin Luther King, premio Nobel della Pace, fece un sogno, ma fu assassinato.

A Obama, il tribunale di Oslo ha ossequiato il suo, e si era trasformato quasi in una leggenda.  Senza dubbio, milioni di persone devono aver visto le scene. Il Premio Nobel Barack Obama ha viaggiato rapidamente in Afganistan, come se il mondo non fosse al corrente degli omicidi di massa, dei libri sacri per i musulmani bruciati e degli oltraggi ai cadaveri delle persone uccise.

Nessuno, se è onesto, sarà mai d’accordo con le azioni di terrorismo.

Ma il presidente degli Stati Uniti ha forse il diritto di giudicare e il diritto d’uccidere, di trasformarsi in tribunale e anche in boia, e compiere tanti crimini in un paese e contro un popolo situato al lato opposto del pianeta?

Abbiamo visto il presidente degli Stati Uniti salire trottando gli scalini di una ripida scala in maniche di camicia, avanzare  a passo svelto per un corridoio mobile e fermarsi a predicare un discorso ad un nutrito contingente di militari che applaudivano svogliatamente le parole dell’illustre presidente. Quegli uomini non erano tutti nati cittadini nordamericani. Pensava nelle colossali spese che questo implica e che il mondo paga, perchè, chi si fa carico di questa enorme spesa che gia supera i 15 miliardi di dollari?

Questo è quello che offre all’umanità l’illustre Premio Nobel della Pace.

Granma.cu

Alba rosso sangue a Kabul

di: Manlio Dinucci

Attraversata la scura nube della guerra, ora all’orizzonte appare la luce del nuovo giorno: con questa consunta immagine retorica, il presidente Obama ha annunciato l’accordo siglato a Kabul col presidente Karzai. Gli speechwriters che gli scrivono i discorsi, evidentemente, battono la fiacca. Lo stesso non si può dire degli strateghi che hanno redatto  «l’Accordo di durevole partnership strategica» con l’Afghanistan. Esso assicura che, dopo il ritiro delle truppe nel 2014, gli Stati uniti continueranno a proteggere l’Afghanistan, conferendogli lo status di «maggiore alleato non-Nato». Nel quadro di un nuovo «Accordo di sicurezza bilaterale», gli Usa cercheranno fondi perché l’Afghanistan «possa difendersi dalle minacce interne ed esterne».

Non li stanzieranno loro, quindi, ma li «cercheranno» impegnando gli alleati (Italia compresa) a pagare la maggior parte degli almeno 4 miliardi di dollari annui per addestrare e armare le «forze di sicurezza» afghane. Secondo «gli standard Nato», così da renderle «interoperative con le forze dell’Alleanza». Da parte sua, Kabul «fornirà alle forze statunitensi il continuo accesso e uso delle basi afghane fino al 2014 e oltre». Ciò che l’accordo non dice è che le principali «basi afghane», che saranno usate da forze statunitensi, sono le stesse che esse usano oggi (Bagram, Kandahar, Mazar-e-Sharif e altre), con la differenza che vi sventolerà la bandiera afghana al posto di quella statunitense. Non dice neppure l’accordo che opereranno ancor più di oggi, in Afghanistan, forze Usa/Nato per le operazioni speciali, affiancate da compagnie militari private. Gli Stati uniti promettono che non useranno le basi contro altri paesi, ma, in caso di «aggressione esterna contro l’Afghanistan», daranno una «appropriata risposta», comprendente «misure militari». L’accordo, precisa l’ambasciatore Ryan Crocker, non impedisce agli Usa di continuare ad attaccare dall’Afghanistan, con i droni, gli insorti in Pakistan, poiché «non preclude il diritto di autodifesa». Ma non sono solo militari i pilastri su cui poggia la «durevole partnership strategica». Washington incoraggerà «l’attività del settore privato Usa in Afghanistan», in particolare per lo sfruttamento della «ricchezza mineraria, di cui il popolo afghano deve essere il principale beneficiario». Il popolo afghano ne può essere sicuro: sono stati geologi del Pentagono a scoprire, nel sottosuolo afghano, ricchi giacimenti di litio, cobalto, oro e altri metalli. L’Afghanistan, è scritto in un memorandum del Pentagono, potrebbe divenire «l’Arabia saudita dei litio», metallo prezioso per la produzione di batterie. E c’è soprattutto un’altra risorsa da sfruttare: la posizione geografica stessa dell’Afghanistan, di primaria importanza sia militare che economica. Non a caso, nell’accordo, gli Usa si impegnano a far riassumere all’Afghanistan «il suo ruolo storico di ponte tra Asia centrale e meridionale e Medio Oriente», realizzando infrastrutture per i trasporti, in particolare «reti energetiche». Chiaro il riferimento al gasdotto Turkmenistan-India attraverso Afghanistan e Pakistan, su cui punta Washington nella battaglia dei gasdotti contro Iran, Russia e Cina. Che sarà controllato da forze speciali e droni Usa in nome del«diritto di autodifesa».

IlManifesto.it

Quello che Obama conosce

di: Fidel Castro Ruz

L’articolo più demolitore che ho letto in questo momento sull’America Latina, è stato scritto da Renán Vega Cantor, professore titolare dell’ Università Pedagogica Nazionale di Bogotà e pubblicato 3 giorni fa nel sito web Rebelión, con il titolo “Echi del Vertice delle  Americhe”.

È  breve e non devo fare versioni; gli studiosi del tema lo possono cercare nel sito indicato.

In più di un’occasione ho citato l’infame accordo che gli USA imposero ai paesi dell’America Latina e dei Caraibi nel creare la OEA, in quella riunione dei ministri degli Esteri che si svolse a Bogotà, nel mese d’aprile del 1948.

In quella data, per puro caso, io ero là promuovendo un congresso latinoamericano di studenti, i cui obiettivi fondamentali erano la lotta contro le colonie europee e le sanguinose tirannie  imposte dagli Stati Uniti in questo emisfero.

Uno dei più brillanti leaders della  Colombia, Jorge Eliécer Gaitán, che con crescente forza aveva unito i settori più progressisti della Colombia che si opponevano alla creazione yankee e della cui vicina vittoria elettorale nessuno dubitava, offerse il proprio appoggio al congresso studentesco. Fu vilmente assassinato e la sua morte provocò la ribellione che è seguita per più di mezzo secolo.

Le lotte sociali si sono prolungate per i millenni, quando gli esseri umani con la guerra disposero di un eccedente di produzione per soddisfare le necessità essenziali della vita.

Come si sa, gli anni di schiavitù fisica, la forma più brutale di sfruttamento, si estesero in alcuni dei nostri paesi sino a poco più di un secolo fa, com’è avvenuto nella nostra stessa Patria nella tappa finale del potere coloniale spagnolo.

Negli stessi Stati Uniti, la schiavitù dei discendenti africani si è prolungata sino alla presidenza di  Abraham Lincoln. L’abolizione di questa brutale forma di sfruttamento è avvenuta solo 30 anni prima che a Cuba.

Martin Luther King sognava l’uguaglianza dei negri negli Stati Uniti appena 44 anni fa, quando fu vigliaccamente assassinato, nell’aprile del 1968.

La nostra epoca si caratterizza per l’avanzare accelerato della scienza e la tecnologia. Ne siamo coscienti o meno, questo è quel che determina il futuro dell’umanità e si tratta di una tappa interamente nuova.

La lotta reale della nostra specie per la propria sopravvivenza è quello che prevale in tutti gli angoli del mondo globalizzato.

Nell’immediato, tutti i latinoamericani e soprattutto il nostro paese, saranno danneggiati dal processo che si sta svolgendo in Venezuela, culla del Liberatore dell’America.

Necessito appena ripetere quello che conoscete: i vincoli stretti del nostro popolo con il popolo venezuelano, con Hugo Chávez, promotore della  Rivoluzione Bolivariana, e con il Partito Socialista Unito creato da lui.

Una delle prime attività promosse dalla Rivoluzione bolivariana è stata la cooperazione medica di Cuba, un campo nel quale il nostro paese ha ottenuto un prestigio speciale, riconosciuto oggi dall’opinione pubblica internazionale. Migliaia di centri dotati con attrezzature d’alta tecnologia che l’industria mondiale  specializzata somministra, sono stati creati dal Governo bolivariano per assistere il suo popolo.

Chávez non ha selezionato costose cliniche private per curare la propria salute: l’ha messa nelle mani del servizio sanitario che ha offerto al suo popolo.

I nostri medici inoltre hanno dedicato una parte del loro tempo alla formazione di medici venezuelani, in aule debitamente equipaggiate dal Governo per questo compito.

Il popolo venezuelano, indipendentemente dalle sue entrate personali, ha cominciato a ricevere i servizi specializzati dei nostri medici, ponendosi tra i meglio assistiti del mondo, ed i suoi indici di salute hanno cominciato a migliorare visibilmente.

Il Presidente Obama conosce tutto questo molto bene e lo ha commentato con alcuni dei suoi visitatori. A uno di loro ha detto con franchezza che il problema è che gli Stati Uniti inviano soldati e Cuba in cambio invia medici.

Chávez, un leader, che in dodici anni non ha conosciuto un minuto di riposo, e con una salute di ferro, senza dubbio si è visto colpito da un’inattesa malattia, scoperta e trattata dallo stesso personale specializzato che lo assisteva, e non è stato facile persuaderlo della necessità di prestare la massima attenzione alla sua stessa salute.

Da allora, con esemplare condotta, segue strettamente le misure pertinenti, senza smettere di svolgere i suoi doveri come capo di Stato e leader del paese.

Oso definire il suo atteggiamento eroico e disciplinato. Dalla sua mente non si allontanano nemmeno per un solo minuto i suoi obblighi, in occasioni sino allo sfinimento.

Posso testimoniare questo, perchè non ho mai smesso di stare in contatto e intercambiare con lui. La sua feconda intelligenza non ha mai smesso di dedicarsi allo studio e all’analisi dei problemi del paese.

Lo divertono la bassezza e le calunnie dei portavoce dell’oligarchia e dell’impero. Non gli ho mai sentito insulti nè volgarità, parlando dei suoi nemici.

Non è il suo linguaggio.

Il nemico conosce bene il suo carattere e moltiplica gli sforzi destinati a calunniare e colpire il Presidente Chávez.

Da parte mia non dubbi ad affermare che, nella mia modesta opinione, espressa in più di mezzo secolo di lotta, che l’oligarchia non potrà mai più governare in questo paese  e per questo è preoccupante che il governo degli Stati Uniti abbia deciso in tali circostanze di promuovere la caduta del governo bolivariano.

D’altra parte insistere nella calunniosa campagna che nell’alta direzione del governo bolivariano esiste una disperata lotta per la presa del comando del governo rivoluzionario se il presidente non riesce a superare la malattia, è una volgare menzogna.

Al contrario, ho potuto osservare la più stretta unità della direzione della Rivoluzione bolivariana.

Un errore di Obama in queste circostanze può provocare un fiume di sangue in Venezuela. Il sangue venezuelano è sangue ecuadoriano, brasiliano, argentino, boliviano, cileno, uruguaiano, centroamericano, dominicano e cubano.

Si deve partire da questa realtà, analizzando la situazione politica del Venezuela.

Si comprende perchè l’Inno dei Lavoratori esorta a cambiare il mondo affondando l’impero borghese?

LINK: What Obama Knows

DI: http://www.granma.cu

Chi ci difende dalle atrocità

di: Manlio Dinucci

Chi dubitava che Barack Obama non meritasse il Premio Nobel per la pace, ora deve ricredersi. Il presidente ha annunciato la creazione dell’Atrocities Prevention Board, un apposito comitato della Casa Bianca per la «prevenzione delle atrocità». Lo presiede la sua ispiratrice, Samantha Power, assistente speciale del presidente e direttrice per i diritti umani al National Security Council, formato dai più importanti consiglieri di politica estera. Nella scalata al potere (cui sembra predestinata dal suo cognome), la Power, aspirante segretaria di stato, ha sempre fatto leva sulla denuncia di presunte atrocità, attribuite a quelli che di volta in volta gli Usa bollano quali nemici numero uno. Sotto le ali del suo patron, il potente finanziere George Soros, la Power ha contribuito a elaborare la dottrina «Responsabilità di proteggere», che attribuisce agli Stati uniti e alleati il diritto di intervenire militarmente nei casi in cui, a loro insindacabile giudizio, si stiano per commettere «atrocità di massa». Con tale motivazione ufficiale, in specifico quella di proteggere la popolazione di Bengasi minacciata di sterminio dalle forze governative, il presidente Obama ha deciso l’anno scorso di fare guerra alla Libia. Ora la dottrina viene istituzionalizzata con la creazione dell’Atrocities Prevention Board. Attraverso la Comunità di intelligence (formata dalla Cia e altre 16 agenzie federali), esso stabilisce quali sono i casi di «potenziali atrocità di massa e genocidi», allertando il presidente. Predispone quindi gli strumenti politici, economici e militari per la «prevenzione». In tale quadro, il Dipartimento della difesa sta sviluppando «ulteriori principi operativi, specifici per la prevenzione e la risposta alle atrocità». D’ora in poi sarà l’Atrocities Prevention Board a preparare il terreno a nuove guerre. Ed è già al lavoro: di fronte alla «indicibile violenza cui è soggetto il popolo siriano, dobbiamo fare tutto ciò che possiamo», ha dichiarato il presidente Obama, sottolineando che, oggi come in passato, «la prevenzione delle atrocità di massa costituisce una fondamentale responsabilità morale per gli Stati uniti d’America». Peccato che l’Atrocities Prevention Board sia stato creato solo ora. Altrimenti avrebbe potuto prevenire le atrocità di massa di cui è costellata la storia statunitense, a iniziare dal genocidio delle popolazioni autoctone nordamericane. Basti ricordare, limitandosi agli ultimi cinquant’anni, le guerre contro Vietnam, Cambogia, Libano, Somalia, Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, Libia; i colpi di stato orchestrati dagli Usa in Indonesia, Cile, Argentina, Salvador. Milioni di persone imprigionate, torturate e uccise. Per prevenire altre atrocità, l’Atrocities Prevention Board dovrebbe assicurare alla giustizia i responsabili, impuniti, delle torture e uccisioni ad Abu Ghraib, a Guantanamo e in decine di prigioni segrete della Cia. Dovrebbe anche acquisire agli atti i video con cui soldati Usa documentano, per divertirsi, l’uccisione di civili in Afghanistan*, che il Pentagono ha cercato prima di occultare e poi di sminuire. Se li guardi bene Samantha Power, per capire che cosa è veramente una «atrocità di massa».

*V. http://www.rollingstone.com/politics/news/the-kill-team-20110327

IlManifesto.it