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Commercio delle armi, trattato paravento dell’Onu

armi
NAZIONI UNITE – SCOPO DICHIARATO NON È LIMITARE EXPORT E IMPORT DI ARMI, MA REGOLAMENTARLI. LA GUERRA NON SI TOCCA
di: Manlio Dinucci

Tra i princìpi la «legittimità degli stati di acquistare armi per l’ autodifesa, per operazioni peacekeeping e di produrle e trasferirle»

Dopo sette anni di travagliati sforzi, l’Assemblea generale delle Nazioni unite ha dato alla luce il Trattato sul commercio di armamenti. Scopo dichiarato è quello non di limitare le esportazioni e importazioni di armi «convenzionali», pesanti e leggere, ma di regolamentarle. Tra i principi su cui si basa il Trattato vi è infatti quello del «rispetto degli interessi legittimi degli stati di acquistare armi convenzionali per esercitare il diritto di autodifesa e per le operazioni di peacekeeping, e di produrre, esportare, importare e trasferire armi convenzionali».

Salva l’industria bellica Leggi Tutto…

E questo è un gioco da banditi, amici miei, che si chiama democrazia

di: Gianni Petrosillo

Che cosa c’è di più ingannevole, menzognero, simulatorio, illusorio di un regime democratico?

Soltanto i portatori insani di democrazia i quali, credendo a quel che loro stessi hanno somatizzato, divorano la verità, gli eventi, gli altri individui e le cose con una mano sul cuore e l’altra sulla fondina.

La democrazia è un superpotere che rende invulnerabili dalle critiche, basta essere democratici per diventare politicamente corretti, moralmente superiori, umanitariamente migliori, legalitariamente incensurabili, abili e arruolati al governo delle anime belle con l’umanitarismo in bocca e gli uomini sotto i piedi. Essa è l’arma segreta dei buoni che vincono sempre perché sono immancabilmente dalla parte giusta avendo tracciato, secondo le loro variabili esigenze, la riga, o, meglio, la curva (per far rientrare nel club, all’occorrenza, anche quei paesi non perfettamente libertari ma che tidanno volentieri una mano e il metano, oppure il petrolio e il mercenario), che separa il bene dal male. Se non fossero democratici, quindi necessariamente buoni, verrebbe da pensare che potrebbero essere persino loro i veri cattivi.

 Ma la democrazia non è un’aspirazione sociale, non è un ideale egualitario, non è una tensione collettiva verso il buon governo, la democrazia non è una utopia, la democrazia è viva e la puoi toccare restandone incenerito, è la libertà che ti arriva in faccia fischiettando come un proiettile all’uranio impoverito, è la bomba intelligente che ti fa la rampogna punendoti sul posto, è il verbo della prepotenza incarnito nella post-modernità, è il dente avvelenato della globalizzazione capitalistica di matrice americanista, è la tavola sacra che ti rompe la testa se non accetti la regola del suo gioco, è la missione umanitaria che ti sfonda la casa e ti ammazza bonariamente la famiglia per un principio superiore ed un danno collaterale minore (si fa per dire), è la giustizia integrata dalla menzogna che non ti dà il tempo dispiegare la tua ragione. La democrazia è un drone di Dio, o, piuttosto, di un Signore con la pelle scura e la Casa Bianca o con la pelle bianca e la coscienza nera, dipende insomma dalle annate; è un sogno americano che ti s’infila nell’ano, è una religione con rito elettorale che stabilisce il livello di rincoglionimento generale.

Anche Lenin si sbagliava, la democrazia non è, come egli sosteneva,  il miglior involucro della dittatura, la democrazia è l’involucro di sé stessa essendo peggio di qualsiasi dittatura, sia fuori che dentro. Ad ogni modo, la quintessenza della democrazia sta nella fabbricazione di prove false su massacri mai avvenuti, su persecuzioni inesistenti, su genocidi mai verificatisi come incipit per il conflitto al fine di togliersi dai piedi Presidenti scomodi e governi irriducibili.  La tribù dei democratici si esalta e danza intorno all’immaginaria fossa comune, al massacro etnico inventato, ai maltrattamenti provocati dai suoi medesimi scherani, prima d’iniziare il bombardamento a tappeto e realizzare il regime change agognato. E’ successo troppe volte ma il trucco funziona sempre e, così, con le solite lacrime di coccodrillo sul volto e lanciando l’urlo di battaglia dello scimpanzé ammaestrato, il vero democratico parte alla guerra liberatoria contro il despota assatanato, depravato, pazzo, sanguinario, hitleriano. Da Timisoara a Belgrado, da Tripoli a Damasco la storia si ripete due, tre quattro volte come tragedia, come farsa, come buffonata e come abitudine inveterata. Poi ogni tanto, quando ormai il danno è fatto e la memoria della gente cancellata, viene fuori che era tutto fabbricato per le ragioni di qualche Stato.

Ieri Il Giornale titolava: “Il massacro di Timisoara mai avvenuto che provocò la caduta di Ceausescu (http://www.ilgiornale.it/news/interni/massacro-timisoara-mai-avvenuto-che-provoc-caduta-ceausescu-834433.html)” ma ne avevamo già parlato noi qualche anno fa (http://www.eurasia-rivista.org/1989-il-falso-carnaio-di-timisoara/5022/). Uguale smentita sulla pulizia etnica perpetrata da Milosevic contro i Kosovari, casus belli della guerra alla Serbia nel 1999, arrivò addirittura dall’OCSE, appena qualche settimana dopo i “bombardamenti umanitari” di D’Alema (l’uomo divenuto Premier grazie ad un intrigo degli Usa, complice l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga ed i soliti ambasciatori americani a Roma, sempre molti attivi. Cossiga dichiarò, senza mai essere smentito o citato in tribunale dal leader del PDS-DS-PD, che lui ebbe un ruolo determinante nel portare D’Alema a Palazzo Chigi: “….eravamo nel pieno della guerra nel Kosovo e io, in un incontro riservato a casa del senatore valentino Martelli, avevo incontrato una qualificata e preoccupata delegazione diplomatica. C’erano l’ambasciatore britannico Jonh Weston, il suo collega americano all’ONU Bill Richardson e il ministro consigliere e vicecapomissione dell’ambasciata degli Stati Uniti a Roma James Cunnigham. Mi chiesero dell’Italia, di come si sarebbe comportata sul fronte di guerra.

La questione era assai delicata, perché si sarebbe reso necessario bombardare le postazioni serbe di Slobodan Milosevic e gli italiani difficilmente potevano tirarsi indietro.Chi, se non un comunista, avrebbe potuto portare un Paese in guerra tacitando la prevedibile opposizione dei pacifisti e delle organizzazioni sindacali? Chi, seppure con difficoltà, avrebbe potuto vincere le resistenze più che prevedibili di un’opinione pubblica profondamente contraria all’uso delle armi? Pensai: solo D’Alema può farlo, è l’uomo politico che la storia chiedeva all’Italia in quel momento così difficile. Per raggiungere l’obiettivo fondai addirittura un partito, l’UDR, con Clemente Mastella. E il 28 ottobre del 1998 nacque il governo D’Alema).

Capito come si diventa dirittocivilisti ad oltranza e falsificatori ad abundantiam? E dire che ancora oggi il mitico baffetto nazionale, nonostante Cossiga abbia svelato la macchinazione internazionale dietro alla sua nomina a Premier, continua a ripetere di aver contribuito alla distruzione della sovranità serba per amore del prossimo e per evitare massacri più efferati. E le fosse comuni in Libia a causa delle quali si accelerò  l’intervento della “Comunità di recupero democratico internazionale” contro Gheddafi? Un vecchio cimitero sulla spiaggia. Ed in Siria? Credete che stia accadendo qualcosa di diverso? “E questo è un gioco da banditi, amici miei, che si chiama democrazia!” (E. L. Masters, Nuova antologia di Spoon River)”

FONTE: ConflittiStrategie

Striscia di Gaza, Onu: un milione e mezzo di persone senza acqua entro il 2016

di: Andrea Bertaglio

Secondo il rapporto del Programma Ambientale delle Nazioni Unite (Unep) per evitare il rischio della scarsità idrica bisogna finanziare un impianto di dissalazione, che trasformi l’acqua da salata a dolce. Costo: 500 milioni di dollari

Il più grave problema della striscia di Gaza? L’Onu non ha dubbi, è la scarsità idrica. Il milione e mezzo di abitanti di questo lembo di terra potrebbe infatti ritrovarsi senza acqua potabile entro il 2016. A meno che non si riesca a finanziare un impianto di dissalazione, che trasformi l’acqua da salata a dolce. Costo: 500 milioni di dollari. Una situazione al limite, quella di Gaza, le cui cause risiedono principalmente in due fattori: l’eccessivo inquinamento, anche dovuto all’assenza di controlli delle acque reflue, e lo smodato sfruttamento dell’unica falda acquifera disponibile, condivisa con Israele ed Egitto.

A rivelarlo è un rapporto del Programma Ambientale delle Nazioni Unite (Unep). Che, in occasione della Settimana mondiale dell’acqua che si è chiusa ieri a Stoccolma, mette in guardia: i danni alle riserve d’acqua di quei territori potrebbero presto rivelarsi irreparabili, rendendo l’area completamente “invivibile”.

Un milione e seicentomila abitanti, di cui più della metà bambini, destinati a superare i due milioni entro la fine di questo decennio: è la popolazione della striscia di Gaza, una delle zone più densamente popolate del pianeta. Sono molti i problemi da affrontare, lì, ma il primo è quello della carenza di acqua. Già oggi, rivela l’Onu, le centinaia di migliaia di persone che ci vivono devono attingere da una sola falda acquifera che non solo è penalizzata dalle scarse piogge, ma è anche sovra-sfruttata: invece dei 55 milioni di metri cubi all’anno che le permetterebbero di non prosciugarsi, infatti, se ne estraggono oltre 160 milioni. Di questo passo, avverte l’Unep, entro il 2016 le riserve idriche dell’intera regione saranno esaurite.

C’è poi il problema dell’inquinamento, che rischia di diventare irreversibile: il 90% dell’acqua disponibile, infatti, è già oggi talmente avvelenato da non essere utilizzabile. Colpa dell’eccessiva quantità di nitrati e fertilizzanti usati in agricoltura, ma anche della quasi totale mancanza di controlli delle acque di scolo. Una situazione dai pesanti risvolti sanitari, tanto che a Gaza un quarto delle malattie sono riconducibili alla pessima qualità dell’acqua.

L’emergenza umanitaria è alle porte, avverte l’Onu, che sottolinea la necessità di lasciare da parte le divergenze per risolvere una crisi dalle conseguenze inquietanti. Se non si fa qualcosa subito, scrivono gli autori dello studio Gaza in 2020. A liveable place? Bisognerà attendere alcuni secoli prima di potere riutilizzare l’unica falda presente in quella zona. Inoltre, entro il 2020 il fabbisogno idrico di quei territori crescerà di un ulteriore 60%, rivela il rapporto, e “anche con azioni correttive immediate ci vorranno decenni per recuperarla”.

Primo passo, dunque, è la costruzione di un impianto di dissalazione, che permetterebbe di trasformare l’acqua marina in acqua dolce potabile. Un progetto di cui si parla dal 1996, ma che non si è mai concretizzato.

Oltre alle irrisolte questioni politiche che ne hanno ostacolato l’avvio, il problema è di carattere economico. La dissalazione è infatti un processo particolarmente costoso, se non altro perché richiede enormi quantità di energia.

Ora, ciò che le autorità palestinesi propongono è un impianto di dissalazione che, per funzionare, avrà bisogno di una nuova centrale da 90 MW. Una soluzione che potrebbe presto essere attuata, non solo per l’eccezionale gravità della situazione, ma anche perché questa iniziativa è supportata da Israele, oltre che da tutti i governi del Mediterraneo, dall’Onu e dall’Unione europea. Che, attraverso la Banca europea degli investimenti, supporterà la Banca per lo sviluppo islamico finanziando una parte del mezzo miliardo di dollari necessari per eseguire l’opera, ed offrirà altri 4 milioni di euro in assistenza tecnica.

Un piccolo sforzo, considerate le decine di miliardi che questo organismo finanziario ha a disposizione, ma dalle grandi implicazioni politiche. Del resto, come ha ricordato a Stoccolma il dottor Rafiq Husseini, Segretario generale dell’Unione per il Mediterraneo per l’ambiente e l’acqua, per la sopravvivenza di Gaza la dissalazione è considerata all’unanimità come “l’unica soluzione possibile”.

FONTE: IlFattoQuotidiano.it

Nel secondo dopoguerra si progettava un Nuovo ordine mondiale

da: Rinascita

Alla luce di un documento d’archivio divulgato dal sito The Globalist Report (www.theglobalistreport.com), sarebbe – quantomeno – giunto il momento di aggiornare la pagina di Wikipedia intitolata ‘Teoria del complotto del Nuovo Ordine Mondiale’.

Infatti, l’incipit corrispondente alla voce nell’enciclopedia libera riferisce: “Il cosiddetto Nuovo Ordine Mondiale (in latino Novus Ordo Mundi), in sigla NWO (acronimo del corrispondente termine inglese New World Order), è una teoria del complotto, mai dimostrata, secondo la quale un presunto gruppo di potere oligarchico e segreto si starebbe adoperando per prendere il controllo di ogni organizzazione statale del mondo, al fine di conquistare il dominio su tutta la Terra”. Toni melodrammatici da parodia a parte – va comunque notato che non è indice di autorevolezza, per un progetto che si prefigge l’obiettivo di conservare e rendere accessibile il sapere umano, trattare argomenti con simile disinformazione – la suddetta definizione è errata.

Chiamiamo le cose col proprio nome: non esiste alcuna ‘teoria del complotto’ da dimostrare né si vagheggia di ‘un presunto gruppo di potere oligarchico e segreto’. Gli ignoti autori del misfatto wikipediano devono aver visto troppi b-movie all’amerikana e confuso l’esatta percezione della realtà con la fantasia. Può accadere, a forza di proiettarsi nella mente illusioni ottiche telepilotate…

L’articolo dello storico statunitense William Henry Chamberlin (1897-1969), What of World Government? Nations Not Yet Ready to Relinquish Their Sovereignty But We Can Work for Good Under Present Framework, pubblicato dal Wall Street Journal il 21 marzo del 1946 – in quegli anni non era ancora nato il progetto Arpanet, precursone di Internet e finanziato dalla Darpa, Agenzia governativa del Dipartimento della Difesa degli Usa – ci sarà utile in tal senso.

Chamberlin, un critico del comunismo, del socialismo e di ogni forma di collettivismo in generale, esprimeva preoccupazioni sulle cause che impedivano, all’epoca, la formazione di un governo mondiale. In primis, gli Stati nazionali europei ed asiatici non erano pronti a cedere la rispettiva sovranità a nuove sovrastrutture, entità – dette, appunto, sovranazionali – le quali avrebbero perseguito obiettivi globalisti: centralizzazione del potere (ergo, ciascuno Stato non avrebbe più potuto esercitare la propria potestà sul territorio in maniera assoluta e indipendente), riduzione e standardizzazione delle economie, diretto controllo e gestione di risorse naturali su scala mondiale. E tutto – apparentemente – senza conflitti armati, con il consenso dell’opinione pubblica: un miracolo a stelle e strisce?

“È un giorno raro quello in cui qualche individuo o gruppo, in questo Paese, non si dimostri favorevole al governo mondiale. Non molto tempo fa, un gruppo di oltre un migliaio di Americani, inclusi alcuni famosi scienziati, educatori, giuristi, pubblicitari, religiosi e leader laburisti, industriali ed artisti, ha firmato una petizione chiedendo al Presidente Truman di prendere l’iniziativa per trasformare l’Onu in un governo mondiale” – scrisse lo storico e giornalista.

E inoltre: “Durante la scorsa settimana, un gruppo meno numeroso, fra cui un Senatore e due Deputati, un autore e un commentatore radiofonico, dopo aver partecipato a una conferenza al Rollins College, ha sollecitato la convocazione di un congresso delle Nazioni Unite con il proposito di trasformare l’Onu ‘da una lega di Stati sovrani in un governo che derivi i suoi specifici poteri da abitanti di tutto il mondo per la prevenzione della guerra’.

Il loro progetto suggerisce che l’Assemblea generale dell’Onu debba essere ricostituita come branca legislativa del governo mondiale”.

Come affermato da Chamberlin (omettendo i nomi dei promotori), negli anni Quaranta un ristretto – e influente – gruppo di personalità, rappresentative dei più disparati ambienti (illustri dottori, politici, religiosi, figure dei media, dello spettacolo, della finanza nonché della grande industria – è noto che i comuni mortali siano esclusi da simili elitarie conferenze) si era preso la briga di sollecitare il Presidente degli Stati Uniti d’America e l’Onu, affinché fosse attuata una decisiva innovazione dell’ordinamento giuridico e politico mondiale.

“Questa legislatura globale dovrebbe approvare leggi che proibiscano la fabbricazione di determinate armi di distruzione e il Consiglio di Sicurezza assumere la funzione esecutiva in merito all’osservanza di tali leggi”. Secondo l’autore, soltanto due erano le vie percorribili per poter fondare, un domani piuttosto vicino in termini storiografici, il governo unico.

Innanzitutto, come i firmatari della suddetta risoluzione non appartenevano ad un peculiare orientamento politico, ma vi erano fra loro “conservatori, liberali e radicali, e uomini e donne che avevano espresso differenti punti di vista sull’ultima guerra [il II conflitto mondiale, nda] e sugli accordi successivi ad essa”, allo stesso modo i rappresentanti di ogni sfumatura politica avrebbero dovuto prender parte all’esecutivo.

Poiché “si può certo argomentare che gli Stati Uniti non abbiano tentato né la via dell’isolazionismo né quella del pacifismo, ma visto il numero assai ridotto di obiettori di coscienza (la proporzione è stata di circa uno su un migliaio) in una guerra che ha riscosso poco consenso popolare, è altamente improbabile che il pacifismo unilaterale incontri il supporto della maggioranza degli Americani in un futuro prossimo”, per Chamberlin – che negava anche la fattibilità delle politiche isolazioniste – non c’era da sorprendersi della volontà di “molti uomini e donne seri e sinceri” di una svolta verso il governo mondiale. Anzi, Chamberlin la vide come “l’unica salvezza per una civiltà terribilmente sconvolta dalla recente guerra e che potrebbe essere letteralmente cancellata dal disastro di un altro grande conflitto”. Un nuovo ordine mondiale, oppure una sorta di conflagrazione apocalittica che avrebbe spazzato via il genere umano.

E nel caso in cui – dopo una simile ipotesi minatoria – i lettori del Wall Street Journal non si fossero ancora persuasi della necessarietà del piano geopolitico globale, aggiunse: “a dire il vero, è plausibile che una forma di governo mondiale possa realizzarsi in seguito ad un’altra guerra mondiale. L’ultimo scontro ha ridotto il numero delle grandi potenze da 7 a 3. Un nuovo titanico conflitto potrebbe ridurle da 3 a una”.

È preferibile assumere per via orale un’elevata dose d’olio di ricino con le buone o con le cattive maniere? Non temiate: “soltanto un fanatico dottrinario si assumerebbe i terribili rischi, le sofferenze ed i sacrifici di una guerra finalizzata ad imporre uno schema sperimentale di autorità internazionale sul mondo”. Ergo, finché nessun fanatico dottrinario assurgerà al potere, potreste pure dormire sonni tranquilli…

Nel mentre, “la stragrande maggioranza dei sostenitori del governo mondiale sta considerando di elaborare un piano in base al quale ciascuna Nazione vorrà pacificamente e volontariamente aderire”. Riguardo al vecchio Continente – nel secondo dopoguerra questa sì che doveva sembrare un’impresa titanica – siamo giunti al 2012 e l’Unione europea è realtà quotidiana. Fondo monetario internazionale e Bce completano la triade dei globalizzatori, coloro che si stanno adoperando a convertire l’Europa delle Nazioni in un terreno di speculazione unico e indifferenziato. Nell’ideologia globalista, il fine supremo onnicomprensivo trascende i fini sociali delle singole entità statuali.

Ulteriore ostacolo al Nwo – il Novus Ordo Mundi, per i fedeli papaboy – è il potere di veto nell’ambito del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite. “Aver accettato alcune normative, un metodo di risoluzione delle dispute internazionali basato sul sistema della maggioranza di voto potrebbe esser stato molto meno rivoluzionario di un governo mondiale”. Emerge una caratteristica del nuovo ordinamento planetario concepito nell’era post-atomica: fin dalla sua forma embrionale, non ha mai aspirato all’ideale democratico.

L’Unione Sovietica si oppose a tale risoluzione di stampo global-imperialista, lottando “con le unghie e con i denti per la conservazione di questo diritto di veto” – un veto che al giorno d’oggi la Federazione russa ha posto, assieme alla Repubblica Popolare della Cina, contro l’intervento militare dell’Onu in Siria.

In aggiunta, “i comuni vincoli dell’esperienza nazionalista, gli ideali nazionali, le festività simboliche” impedivano la sperimentazione del governo unico, semplicemente perché non esistevano – né erano riproducibili – su scala globale. C’è da chiedersi se sia dovuta anche a questo l’introduzione delle innumerevoli giornate mondiali della gioventù, della famiglia, del rifugiato, del libro etc. etc.

Eppure, per unire i popoli sotto l’egida di comuni esperienze e ideali interplanetari sarebbe necessario ben altro.

L’anzidetta “stragrande maggioranza dei sostenitori” del progetto globalista avrà considerato anche ciò? In proposito, ricordiamo di essere stati spettatori, nel 2008, di una sorta di catarsi collettiva in mondovisione, replicata con la sovraesposizione mediatica di masse esaltate che acclamavano – come se fosse un eroe salvifico – Barack Obama.

A meno che, secondo Wikipedia, sessantasei anni fa il Wall Street Journal abbia riportato soltanto una delle “numerose versioni di tali ipotesi indimostrate e credenze più o meno fantasiose, spesso con temi e oggetti assai eterogenei e scorrelati tra loro, sostenute da piccoli gruppi complottistici spesso in conflitto interpretativo”, il nuovo ordine mondiale è un chiaro e prestabilito obiettivo politico, economico e giuridico, per cui ai piani alti si sta alacremente lavorando – con evidenti e tangibili risultati – sotto agli occhi di tutti.

LINK:  Nel secondo dopoguerra si progettava un Nuovo ordine mondiale

Dopo la strage degli innocenti

di: Manlio Dinucci

Una delle capacità dell’Arte della guerra del XXI secolo è quella di cancellare dalla memoria la guerra stessa, dopo che è stata effettuata, occultando le sue conseguenze. I responsabili di aggressioni, invasioni e stragi possono così indossare la veste dei buoni samaritani, che tendono la mano caritatevole soprattutto ai bambini e ai giovani, prime vittime della guerra. L’Italia – dopo aver messo a disposizione della Nato sette basi aeree per le 10mila missioni di attacco alla Libia, e avervi partecipato sganciando un migliaio di bombe e missili – ha varato un «progetto a favore dei minori colpiti da traumi psicologici derivanti dal recente conflitto». Il progetto, del costo di 1,5 milioni di euro, prevede l’invio di una task force di esperti che opererà a Bengasi, Tripoli e Misurata, collaborando con le «autorità libiche».

Le stesse che perfino il Consiglio di sicurezza dell’Onu chiama in causa per «le continue detenzioni illegali, torture ed esecuzioni extragiudiziarie». In Afghanistan, dove ogni anno muoiono migliaia di bambini per gli effetti diretti e indiretti della guerra, gli aerei italiani non lanciano solo bombe e missili, ma viveri, indumenti, quaderni e penne per i bambini, così da «integrare l’azione operativa con l’attività di supporto umanitario». Un centinaio di fortunati bambini ha ricevuto, in una base militare italiana, un pacco dono, frutto di «una raccolta spontanea durante le celebrazioni delle Sante Messe». «Con l’occasione», alcuni sono stati perfino visitati da un ufficiale medico pediatra. E quando la piccola Fatima ha avuto un braccio maciullato da un ingranaggio, c’è stata la «corsa generosa e disperata» verso l’ospedale, effettuata con un Lince, il blindato usato dagli italiani nella guerra in Afghanistan. In Iraq, l’Italia è impegnata in un «progetto comune contro la tratta di esseri umani», di cui sono vittime soprattutto ragazze e ragazzi, costretti alla prostituzione e al lavoro forzato nelle monarchie del Golfo. Nascondendo il fatto che tale fenomeno è uno degli effetti della guerra, cui ha partecipato anche l’Italia. Le vittime dirette sono state, nel 2003-11, almeno un milione e mezzo, di cui circa il 40% bambini, documenta il Tribunale di Kuala Lumpur sui crimini di guerra. Molti altri bambini sono morti per le armi a uranio impovertito, che hanno contaminato il terreno e le acque. A Fallujah, le malfomazioni cardiache dei neonati risultano 13 volte superiori alla media europea, e quelle del sistema nervoso superiori di 33 volte. A mietere un maggior numero di vittime è il collasso della società irachena, provocato dalla guerra. Circa 5 milioni di bambini sono orfani e circa 500mila vivono abbandonati nelle strade, 3,5 milioni sono in povertà assoluta, 1,5 milioni di età inferiore ai cinque anni sono denutriti e in media ne muoiono 100 al giorno. Sono queste le prime vittime della tratta di esseri umani: bambine di 11-12 anni sono vendute per 30mila dollari ai trafficanti. A provocare questo immenso dramma contribuisce l’Italia, partecipando alle guerre camuffate da missioni internazionali di pace. Anche se il presidente Napolitano, rivolgendosi ai militari in missione, assicura: «Voi oggi, e altri prima di voi, avete dato un grandissimo contributo a un rinnovato prestigio e alla credibilità dell’Italia».

IlManifesto.it

Stretto Nucleare

di: Antonio Mazzeo
Un sommergibile a propulsione atomica americano a passeggio nello Stretto di Messina. È un hunter killer con reattore di nona generazione, che imbarca missili Tomahawk

Dall’antichità è ritenuto uno dei corridoi marittimi più pericolosi per la navigazione. Lo Stretto di Messina vanta un triste record d’incidenti e collisioni, eppure continuano ad attraversarlo annualmente più di quindicimila imbarcazioni. Si tratta di superpetroliere, traghetti, navi da crociera e pescherecci, unità container con a bordo rifiuti radioattivi, tossici e nocivi, imbarcazioni da guerra di Stati Uniti d’America e alleati Nato. Nonché le portaerei giganti e i sommergibili a capacità e propulsione nucleare.

Il 5 aprile scorso l’ultimo transito atomico. Mentre alcuni curiosi assistevano all’attracco nel porto di Messina della nave da crociera Splendida, a pochi metri dalla costa è improvvisamente emersa l’inquietante sagoma nera di un sottomarino Usa.

La foto dell’hunter killer atomico a passeggio nello Stretto è stata pubblicata all’indomani in prima pagina dalla Gazzetta del Sud.

«Secondo i dati acquisiti dal registro del sistema Vts di Forte Ogliastri, nella disponibilità della Guardia costiera, si è trattato di un sottomarino nucleare presumibilmente della classe Virginia, l’ultima nata dalla modernissima tecnologia americana, che ha preso il posto degli obsoleti sottomarini della classe Los Angeles», riporta il quotidiano. Costruiti a partire del 2005 nei cantieri di Newport dai colossi General Dynamics e Northrom Grumman, i sottomarini Virginia hanno un costo di quasi 2 miliardi di dollari l’uno, sono lunghi 115 metri, larghi 10 e pesano 7.900 tonnellate. Ma imbarcano soprattutto un reattore atomico modello 9SG (di nona generazione) e i famigerati missili da crociera BGM-109 Tomahawk con doppia capacità, convenzionale e nucleare. Le azzardatissime manovre del sottomarino, in uno specchio d’acqua assai trafficato, avrebbero potuto avere conseguenze a dir poco catastrofiche. L’eventuale collisione con altra unità in navigazione, lo scoppio di un incendio a bordo, uno spiaggiamento come quello verificatosi appena due mesi fa in località Ganzirri alla nave Rubina (quasi un Concordia bis), avrebbero potuto trasformare lo Stretto nella Fukushima del Mediterraneo.

«In Italia siamo già andati vicino al disastro nucleare nel settembre 2003, quando il sottomarino nucleare Hatford si danneggiò gravemente per aver urtato contro il fondale marino, nella zona vicina alla base della Maddalena, in Sardegna», ricorda il professore Massimo Zucchetti, ordinario di Impianti nucleari del Politecnico di Torino. «Poi la Maddalena è stata abbandonata, ma le misurazioni della radioattività diedero dati allarmanti. Noi riuscimmo a determinare la presenza di materiale radioattivo, ed in particolare plutonio, in certe alghe nella zona dell’arcipelago. Ciò ci permise di dimostrare, contrariamente a quanto sostennero le autorità militari, che era avvenuta una sia pur limitata immissione di inquinanti nelle nostre acque».

I dati statistici sul numero d’incidenti avvenuti ai reattori nucleari navali sono inquietanti. Negli ultimi quarant’anni si sono avute ben oltre un centinaio di emergenze nucleari o radiologiche ad unità di Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna e Francia. «Purtroppo, la sicurezza dei reattori nucleari su navi a propulsione nucleare è secondaria rispetto ad altre ragioni, strategiche, di produzione e di presenza della flotta», aggiunge Zucchetti. «Mentre in campo nucleare civile esistono sistemi di sicurezza che sono obbligatoriamente presenti e senza i quali l’impianto non ottiene il permesso di funzionamento da parte delle autorità, su un sottomarino, la presenza di questi sistemi di sicurezza è limitata, per ragioni di spazio, di peso e di funzionalità. Essendo vascelli militari, sono soggetti all’approvazione e alla responsabilità esclusivamente delle autorità militari. Ci ritroviamo quindi col paradosso di reattori nucleari che non otterrebbero la licenza di esercizio civile in nessun paese, e che circolano invece liberamente nei nostri mari».

Tutt’altro che remota la possibilità di un surriscaldamento del nocciolo del reattore per il mancato funzionamento del circuito di raffreddamento e finanche la fusione parziale o totale del nocciolo. «La fusione del nocciolo è un evento ipotizzato dai piani di emergenza di Taranto e La Spezia, due dei porti italiani utilizzati per le soste di navi militari nucleari», rileva il fisico Antonino Drago dell’Università di Napoli. «Esso potrebbe provocare un possibile cataclisma tipo maremoto, dovuto allo sfondamento dello scafo da parte del nocciolo che fonde o evapora a milioni di gradi fondendo anche tutto ciò che incontra; si leverebbe una nube radioattiva che spazzerebbe larghe zone seminando morte, provocando un inquinamento del mare in proporzioni inimmaginabili, e in definitiva, attraverso le piogge, dell’acqua potabile e dei prodotti agricoli».

Un caso di avaria all’impianto di raffreddamento, con conseguente perdita di refrigerante è avvenuto il 12 maggio 2000 al sottomarino d’attacco britannico Hms Tireless, mentre transitava al largo della Sicilia. Dopo aver ha spento il reattore, il comandante chiese di potere fare ingresso in un porto italiano, ma il permesso gli fu negato dalle autorità competenti per motivi di sicurezza. Il sottomarino si diresse poi nel porto di Gibilterra; l’entità dei danni subiti dal reattore costrinse l’unità all’ormeggio per diversi anni, generando le proteste della popolazione e una querelle diplomatica fra Gran Bretagna e Spagna.

Una quindicina di anni fa il Comitato messinese per la pace e il disarmo unilaterale pubblicò un rapporto sui più gravi incidenti che hanno interessato navi militari in transito nello Stretto. «L’alba dell’1 novembre del 1971 si verificò una collisione tra la nave delle Ferrovie dello Stato Villa e il sommergibile statunitense Uss Hardhead con propulsori deseal», riportavano i pacifisti. «Il 29 novembre 1975, a circa 25 miglia nautiche dallo Stretto di Messina, nel mar Ionio, l’incrociatore Usa Belknap subì una notevole fuoriuscita di nafta durante le operazioni di rifornimento con una nave cisterna. Al tempo il Belknap ospitava i sistemi missilistici Asroc e Terrier, in grado di montare testate nucleari del tipo W44 e W45 da un kiloton».

Tre gli incidenti verificatosi nel corso del 1977. Il primo, l’11 gennaio, a due miglia a nord da Capo Peloro, vide la portaerei statunitense a propulsione nucleare Theodore Roosvelt speronare un mercantile liberiano.

«L’unità da guerra proseguì verso il porto di Napoli, pur avendo riportato la fenditura di 5-6 metri sulla prura a tribordo», scriveva il Comitato per la pace. «La Roosvelt utilizzava come generatori due reattori e imbarcava un centinaio di testate nucleari del tipo B43, B57 e B61, con una potenza variabile dal mezzo Kiloton ad un megaton». Il secondo incidente avvenne il successivo 23 agosto: la portaerei USS Saratoga, anch’essa con un centinaio di testate a bordo, subì un incendio nei pressi dell’hangar per il ricovero dei caccia, a seguito dell’esplosione di un fusto di aerosol. «La velocità e la reazione professionale dell’equipaggio e la decisione di chiamare a distanza il quartier generale hanno permesso di ridimensionare il potenziale disastro», fu il laconico commento del Comando generale della US Navy. Il 6 ottobre, mentre era ancora una volta in transito nello Stretto, la Saratoga fu speronata sulla fiancata di dritta da un mercantile austriaco. «L’urto fu talmente violento che da una falla fuoriuscì una grossa quantità di nafta, ma anche in questo caso la Saratoga continuò la sua rotta senza rispondere ai messaggi radio del mercantile e della Capitaneria di porto».

La sera del 3 gennaio 1983 fu la volta dell’incrociatore a propulsione nucleare USS Arkansas ad entrare in collisione con il mercantile italiano Megara Iblea davanti a Punta Pezzo. Notevoli i danni registrati dalle due unità.

L’Arkansas, classe Virginia, era dotato al tempo di due reattori atomici ed armato con missili antisottomarino Asroc (con testate nucleari W44 da un kiloton) e da crociera Tomahawk (con testate W80 con un potenziale esplosivo variabile dai 5 ai 150 kiloton).

Singolare quanto accadde invece nella tarda serata del 15 ottobre 1985. «Nei pressi di Capo Peloro venne evitata in extremis la collisione tra una nave militare americana e la nave da crociera Achille Lauro in transito nello Stretto per imbarcare alcuni magistrati responsabili dell’inchiesta sul sequestro dell’unità da parte di un commando palestinese», segnala il report del Comitato per la pace. «L’imbarcazione statunitense si era avvicinata pericolosamente alla Achille Lauro per spiare l’arrivo dei giudici. Il mancato incidente fu denunciato dal comandante Giuseppe Floridia, responsabile dell’Ufficio navigazione nello Stretto, che era riuscito a dirigere via radio l’Achille Lauro verso una nuova rotta ed evitare la collisione. Il comandante Floridia riuscì ad identificare la sigla della nave Usa, F96, presumibilmente corrispondente alla fregata Valdez, classe Knox, dotata al tempo di tre missili Asroc armati con testate W44 da un kiloton».

La lotta dei TUAREG del MNLA per separarsi dal Mali, dalla fame, dagli islamisti

Articolo inviato al blog 

di: mcc43

- Essere Tuareg del MNLA

- Gheddafi e i Tuareg

- Il Richelieu del deserto

- Tuareg a Bamako

- Il neo Presidente pro-guerra

Essere  “Tuareg” del MNLA

Chi sono i Tuareg?

Circa un milione e mezzo di persone alle quali la politica internazionale ha cancellato l’identità colletiva frammentandola in cinque nazionalità (Mali, Algeria, Libia, Niger, Burkina Faso); cittadinanze formali, ma non sempre effettive.

Furono gli esploratori a denominare Tuareg  quest’etnia autoctona del Nord Africa,  ma essi si riconoscono come parte del popolo Amazigh. La tribù più antica di cui si ebbe notizia viveva nel Fezzan, il sud libico, e dal suo nome, i Libu, deriva Libia. Pochi metri sotto le loro tende, c’è petrolio o gas o oro, ma i Tuareg sono per la maggior parte poverissimi. Nomadi allevatori flagellati dalla siccità che tanto spesso uccide il bestiame. Quando non è il clima sono i governi che, per frenare le ribellioni, incendiano l’erba: le bestie muoiono e la gente patisce la fame. E ci sono anche le razzie degli animali predatori, così che l’eterno nemico dei Tuareg si chiama FAME.

“Da quando sono stati fissati dei confini, siamo diventati degli stranieri” dice uno di loro (ved.video nella barra laterale) . Organizzati in un sistema di clan e tribù, è inseno ai Tuareg del nord del Mali che si è sviluppato il più persistente e indomabile spirito di rivolta che ora si esprime nel MNLA: Movimento per la Liberazione dell’Azawad, regione inclusa nei confini maliani  contestualmente alla creazione dello stato negli anni ’60 (vedere post )-

Gli aderenti al MNLA appartengono a due tribù: gli Iforas, stanziati nella regione, e gli Idnan,  guerrieri e nomadi. Il movimento ha un supporto popolare ampio perchè non si rinchiude nell’etnia, ma si rivolge all’intera popolazione dell’Azawad:SonghaiPeulh e Arabi, come si può leggere nei documenti del sito,  voce ufficiale, non banale strumento di propaganda.

La galassia islamista si estende in tutto il Sahel e i suoi interessi si sono temporaneamente giustapposti alla lotta per l’indipendenza dell’Azawad, ma il MNLA si proclama antifondamentalista e rivendica orgogliosamente la propria laicità.

Nella dichiarazione d’Indipendenza proclamata il 6 aprile, c’è l’impegno all’adesione totale ai principi della carta dell’ONU e alla creazione di Istituzioni statali fondate su una costituzione democratica.

Lo stato indipendente dell’Azawad fondato su questi principi ha l’appoggio dal CONGRESSO MONDIALE AMAZIGH:

Gli stati occidentali non possono opporsi all’indipendenza dell’Azawad avendo sostenuto attivamente la creazione di nuovi stati come il Montenegro nel 2006 e il Sud-Sudan nel 2011. 

D’altronde chi ha il diritto di opporsi alla volontà di un popolo che vuole raggiungere la libertà? La Carta delle Nazioni Unite e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, sui diritti dei popoli autoctoni in particolare, sono scritte per tutti i popoli del mondo senza eccezioni. 

Di conseguenza ci appelliamo all’Unione Africana, all’Onu, e ai paesi che ne sono membri affinché riconoscano il nuovo stato indipendente dell’Azawad e collaborino alla costruzione della pace, allo sviluppo e al benessere in questa regione. 

Paris, le 26/03/2962 – 7/04/2012  Le Bureau et le Conseil Fédéral du CMA

Moussa Ag Assarid

Il portavoce del MLNA, scrittore e giornalista,MOUSSA AG ASSARID dichiara:

“Noi siamo pronti a discutere e dialogare con chiunque. Ciò che non ammetteremo è che militari stranieri al Mali e all’Azawad entrino nel nostro territorio per combattere contro la ribellione dei Tuareg. Se ci sarà un intervento, noi Tuareg ci coalizzeremo.”

Un passo indietro: Gheddafi e i Tuareg

Molti appartenenti al MNLA che hanno combattuto in Libia sono superficialmente etichettati come  “mercenari”. Moltio, invece, erano da tempo arruolati nell’esercito, spesso ufficiali che  vivevano in Libia e avevano con sè le famiglie.

Gheddafi a una riunione di capi Tuareg, Sebha 2009

Il sogno gheddafiano di una repubblica islamica unificante il Sahara aveva conquistato vaste simpatie presso i Tuareg,  emarginati e oppressi dagli stati di appartenenza; ad accentuare la simpatia era anche l’origine berbera della madre di Gheddafi, ma altrettanto forte era il risentimento per l’ostracismo del regime alle culture berbere, così che alcuni dei ritornati dalla Libia erano reduci dalle file del CNT. E questa è una prima divisione in seno ai combattenti Tuareg.

Stretti legami con il governo libico aveva Ibrahim Ag Bahanga, intransigente capo della ribellione precedente; allo scoppio dei moti di Bengasi prese contatto con i militari del suo clan in forza all’esercito libico convincendone una parte a  razziare le armi. Il 26 agosto, Ag Baghanga è stato ucciso al confine tra Mali e Niger, dove già reclutava in vista dell’insurrezione nell’Azawad.

Aghali Alambo, un capo Tuareg del Mali che aveva ottenuto asilo politico a Tripoli, è stato arrestato in marzo con l’accusa di traffico d’armi e legami con Al Qaeda. Come si vede, è in corso un’epurazione di coloro che avevano avuto stretti legami con Muhammar Gheddafi.

 Il Richelieu del deserto e i servizi segreti

IYAD AG GHALI è un Tuareg dalla caleidoscopica carriera che, come quella del Cardinale francese, incrocia religione, politica, astuzia.

Iyad-Ag-Ghali

Appartiene alla tribù Ifora, è massimo esperto delle caratteristiche climatiche del Sahara, diplomatico, ribelle, radicalista islamico, mediatore con Al-Qaeda per la liberazione degli ostaggi occidentali.

Da sempre è blandito dai servizi segreti di ogni paese; secondo  documenti diffusi da Wikileaks nel 2008 trattava alla pari con il Presidente Amadou Toumani TOURE’ per la sostituzione del governatore di Kidal.

Oggi è al centro delle trattative per la liberazione del Console algerino e altre sei persone rapite dal Mujao.

(Questa è la terza impresa criminale rivendicata dal Mujao, nuova branca di Al Qaeda,  dopo il rapimento della nostra ROSSELLA URRU e l’attentato a Tamanrasset in Algeria, ( ved post  Rossella Urru nelle mani del franchising del terrorismo )

Dopo la conquista di Timbuctu, e la  tempestiva “visita” di tre boss dell’Aqmi ,  Ag Ghali ha messo ben in chiaro che non gli interessa un Azawad indipendente come lo vuole il MNLA, il suo scopo è l’introduzione della legge islamica (ved. post Mali: tre fronti e un convitato di pietra) . Questa è l’altra profonda divisione del fronte Tuareg verso il governo centrale.

La differenza ideologica e operativa che rende incompatibili il MNLA e l’Ansar Din di Ag Ghali emerge anche in occasione di quest’ultimo rapimento. I combattenti del MNLA avevano avvisato il Console algerino sollecitandone l’ immediata partenza dal Mali, ma la risposta del Console fu: attendo ordini da Algeri.Purtroppo per lui sono arrivati prima i banditi del Mujao e offrono a Ag Ghali un’ occasione di accrescere il suo peso politico nella regione.

Tuareg a Bamako

La ribellione del MNLA  ha umiliato l’esercito fin dai primi giorni, provocato  una rivolta dei famigliari che assediarono il palazzo presidenziale e, in seguito, il golpe militare di Amadou SANOGO. In città vi è una forte rabbia verso tutti. Verso  i paesi vicini, dell’Ecowas, che prendono decisioni sul futuro del Mali e impongono sanzioni economiche e diplomatiche.  Verso la Francia, ex potenza coloniale, accusata (con ragione) di doppiogiochismo e  verso il MNLA visto con sospetto.

Dalle interviste realizzate a Bamako da  El Watan

“In nessun parte dell’Africa la Francia è apprezzata. Sarkozy  fa troppi trucchi. La guerra in Libia? è stato lui. La politica d’immigrazione che ci ha sbarrato le porte dell’Europa? è stato lui.”

“Bisogna impedire questa secessione, preparata e sostenuta dagli ambienti economici stranieri. Ancora una volta, è guerra per il petrolio, una rapina della nostra zona più ricca. “ dice un altro riferendosi al potenziale petrolifero e uranifero dell’Azawad.

E nelle strade di Bamako non capita più d’imbattersi in  “uomini blu”. Per timore di rappresaglie la maggior parte dei Tuareg che vivevano nella capitale sono fuggiti.”

Il neo Presidente anti-dialogo e pro-guerra

Nell’ambito della transizione del potere dai golpisti alla società civile, la Presidenza ad interim del Mali è andata al presidene dell’Assemblea nazionale DIONCUNDA TRAORE’. Nel discorso di insediamento ha fatto due promesse che hanno scarsa possibilità di realizzarsi; elezioni in 40 giorni in tutto il paese, che però è spaccato e ancora da riunire, nonchè “guerra mortale e implacabile” ai ribelli dell’Azawad. 

Diocunda Traore, neo Presidente

Come, dal momento che sono state proprio le sconfitte subite dall’esercito ad opera del MNLA a motivare il golpe militare?

Quello che sta facendo Traoré per mantenere le promesse  è ricorrere ad accordi segreti proprio  con Ag Ghali e i suoi islamisti di Ansar Dine così da spingere i Tuareg a combattersi fra di loro?

Conta certamente, Traoré, sulle truppe straniere offerte dai paesi dell’Ecowas che -  per bocca di Blaise CAMPAORE’, presidente “francese” del Burkina Faso – assicura il sostegno “senza riserve”  per stroncare la ribellione.

Traore e Campaorè parlano come se i Tuareg del Movimento di liberazione dell’Azawad fossero degli invasori e non dei cittadini del Mali portati all’esasperazione da decenni.

Considerando che il MNLA è un movimento laico che si rivolge all’Onu per un diritto sancito nella carta costituiva delle Nazioni Unite,  la “guerra mortale e implacabile” promessa dal neo presidente sarebbe più opportuna ai gruppi di AlQaeda e ai fiancheggiatori, come Ansar Din.

Voci che propongono il dialogo invece che la guerra non mancano, anche nel Parlamento Europeo. François ALFONSI, deputato, fondatore dell’Organizzazione “Amicizia Amazigh” dichiara:

 Impegnarsi con il MNLA è l’altra opzione strategica. Sarebbe incomparabilmente più vantaggiosa, evitando un disastro annunciato per gli anni a venire, e consentendo la stabilizzazione della regione di fronte al rischio islamista. Il MNLA, e le popolazioni Tuareg, saranno una difesa molto migliore contro la diffusione del fondamentalismo che un’aggressione militare maliana infiltrata da elementi occidentali.

E ‘urgente avviare un dialogo diretto con il MNLA e sfidare la diplomazia post-coloniale portata avanti dalla Francia, prima di commettere l’irreparabile.
Bruxelles, 13/04/2012

VITA TUAREG


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Qui tutti i precedenti articoli di questo blog riguardanti

il popolo Tuareg : http://mcc43.wordpress.com/tag/Tuareg/

il golpe del Mali http://mcc43.wordpress.com/tag/Mali/

Le collezioni di articoli e documenti per la preparazione dei post in www.serachees

http://www.searcheeze.com/p/mcc43/tuareg & http://www.searcheeze.com/p/mcc43/mali-colpo-di-stato

Il mito dell’ universalità dei diritti umani

Articolo inviato al blog

di: Gaspare Serra – PANTA REI -

QUAL’E’ IL FONDAMENTO DEI DIRITTI DELL’UOMO?

 

“Confessiamo una buona volta a noi stessi che da quando l’umanità ha introdotto i diritti dell’uomo, si fa una vita da cani…”

(Karl Kraus)

 

La “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” (cd. Dudu) del 1948 enuncia una lunga serie di diritti.

Ciò dandone per scontata l’esistenza, ovvero senza indicarne esplicitamente il fondamento ultimo.

Perché mai, allora, riconoscere i cd. diritti umani come diritti “universali” (ovvero rivolti all’intera Umanità e imponenti agli Stati la “non ingerenza” nell’esercizio individuale degli stessi)?

Dove traggono fondamento i “presunti” caratteri distintivi dei diritti dell’uomo (la loro “fondamentalità”, “universalità”, “inviolabilità” e “indivisibilità”)?

 

PUO’ ESSERE “DIO” IL FONDAMENTO DEI DIRITTI UMANI?

 Alison Renteln, nell’opera “International Human Rights”, distingue tre possibili fondamenti dei diritti dell’uomo:

1-  l’Autorità divina

2-  la legge di natura

3-  o la ratifica internazionale dei trattati (ovvero il “consenso” degli Stati).

Molti autori (tra cui Michael Perry), così, individuano il fondamento dei diritti umani nell’Autorità divina: solo pensando agli uomini come opera di Dio (per ciò stesso “sacri”) vi sarebbero ragioni per credere nell’“universalità” e nell’“inderogabilità” dei diritti dell’uomo (miranti a proteggerne la “dignità”).

Non stupisce, così, leggere nella “Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America” (del 4 luglio 1776) quanto segue: “Reputiamo di per sé evidentissime le seguenti verità:

1- che tutti gli uomini sono stati creati uguali

2- che il Creatore li ha investiti di certi diritti inalienabili

3-  e che, tra questi, vi sono la vita, la libertà e la ricerca della felicità”.

Del resto anche nel Preambolo della “Carta araba dei diritti dell’uomo” (adottata -sia pur non ancora vigente- dal Consiglio della Lega degli Stati Arabi il 15 settembre 1994) si legge: “Premessa la fede della Nazione Araba nella Dignità dell’uomo, sin da quando Allah l’ha onorata…”.

 I limiti di questa impostazione teorica, però, sono duplici:

1-  da un lato, spingere ad unaidolatria dei diritti umani” (per lo più fatti coincidere con i principali valori condivisi dalle tre grandi religioni monoteiste e creazioniste);

2-  dall’altro, far perdere di validità universale gli stessi diritti (risulta difficile, infatti, credere che diritti strettamente legati ad una specifica visione religiosa possano essere universalmente condivisi).

I pericoli che discendono da questa lettura, pertanto, sono anch’essi duplici:

1- considerare i diritti umani alla stregua di unanuova religione dell’umanità”;

2-  e trasformare la loro difesa in una sorta di “neo-crociata” (possibile foriera di contrapposizioni ideologiche, manifestazioni d’intolleranza e conflitti di civiltà).

 

 PUO’ ESSERE LA “LEGGE DI NATURA” FONDAMENTO DEI DIRITTI DELL’UOMO?

Le principali teorie sui diritti umani si basanosull’idea dell’esistenza di una “legge naturale”, di cui tali diritti sarebbero solo diretta espressione.

Tali teorie (di matrice “occidentale” e “giusnaturalista”) propugnano l’esistenza di un “nucleo essenziale” di diritti e libertà che apparterrebbero all’uomo in quanto tale, prescindendo sia dall’Autorità divina che dal diritto positivo.

In quest’ottica i diritti umani sarebbero considerati alla stregua di “diritti naturali”.

Già i filosofi greci (Aristotele e gli stoici per primi) affermarono l’esistenza di un diritto naturale come un insieme di norme di comportamento la cui essenza l’uomo ricaverebbe dallo studio delle leggi naturali  (cd. giusnaturalismo).

Immanuel Kant, nelle opere “Fondazione della metafisica dei costumi” (1785) e “Metafisica dei costumi” (1797), in un’ottica più razionale e moderna, individuò nella dignità della persona (o “dignitas”) il fondamento ultimo del riconoscimento universale dei diritti umani.

La dignità dell’uomo consisterebbe in un “valore intrinseco assoluto” che imporrebbe a tutti gli altri esseri umani il rispetto sia della propria persona che di quella altrui (“il rispetto che ho per gli altri” -scrive Kant- “è il riconoscimento della dignità che è negli altri”).

Anche le tesi giusnaturaliste, però, presentano un limite:la necessità di un’“assoluta incontrovertibilità” di ogni assunzione metafisica sottostante, ovvero di una “definizione univoca” dei concetti di legge di natura, di natura umana e di dignità della persona (ancor oggi di problematica definizione…).

Il rischio conseguente, così, sarebbe quello di trasformare i diritti umani in una sorta di comandamenti di una “nuova religione laica”!

 

PUO’ ESSERVI UN “FONDAMENTO ASSOLUTO” DEI DIRITTI UMANI?

Partendo da queste criticità, molti autori giungono a negare alcun fondamento metafisico (o assoluto)dei diritti dell’uomo.

Nell’opera “Una ragionevole apologia dei diritti umani”, Michael Ignatieff sostiene che i diritti umani non possono essere considerati come un’espressione normativa della natura umana (in un certo senso, piuttosto, sarebbero “contro natura”!).

La moralità umana e i diritti umani rappresenterebbero solo un tentativo di correggere e contrastare le tendenze naturali proprie degli esseri umani: “non c’è niente di sacro negli esseri umani” -sostiene Ignatief- “niente a cui spetti di diritto venerazione o rispetto incondizionato”.

Secondo Norberto Bobbio i diritti dell’uomo nascono gradualmente in un contesto storico ben determinato, attraverso “lotte per la difesa di nuove libertà contro vecchi poteri”.

Definire certi diritti naturali, fondamentali, inalienabili o inviolabili significherebbe, così, usare “formule del linguaggio persuasivo” che possono avere la funzione pratica di dare maggior forza retorica a un documento politico ma che “non hanno alcun valore teorico”.

Ogni ricerca di un qualsiasi fondamento assoluto dei diritti, in conclusione, sarebbe vana!

Com’è possibile, del resto, trovare un fondamento assoluto in diritti di cui non si ha nemmeno una nozione ben precisa?

La stessa espressione “diritti dell’uomo” è molto vaga…

I diritti umani rappresentano una “classe variabile” in quanto diritti storicamente relativi (mutano nel tempo assieme alle condizioni storiche).

Ciò, del resto, spiega come:

a-  da un lato, diritti considerati assoluti nel passato non siano più considerati tali oggi (si veda la proprietà, come considerata dalla Dichiarazione francese del 1789 e come rivalutata dalle Costituzioni contemporanee);

b-  dall’altro, nel futuro potrebbero essere ritenuti fondamentali diritti che tali oggi non sono affatto (come la protezione dell’ambiente o la protezione della vita animale).

Com’è immaginabile rintracciare un fondamento assoluto, poi, in diritti così eterogenei e in conflitto tra loro?

Molti diritti umani sono “in concorrenza” tra di loro (si pensi al diritto della persona di non essere torturati e al diritto dei cittadini alla pubblica sicurezza).

Diritti “antinomici” non possano avere alcun fondamento assoluto (un diritto e il suo opposto non possono essere entrambi “inconfutabili”!).

Deve far riflettere, del resto, come nemmeno il primo dei diritti dell’uomo che generalmente viene in mente a noi Europei, ossia il “diritto alla vita”, può considerarsi ad oggi un diritto assoluto: ciò, infatti, mal si concilierebbe con la realtà di un Mondo ancora costellato da Stati che ammettono impunemente la pena di morte, tra cui i democratici e liberali Stati Uniti!

 

 IL “CONSENSO DEGLI STATI” COME UNICO FONDAMENTO DEI DIRITTI UMANI

 Basandosi su queste argomentazioni, studiosi come Michael Ignitieff e Norberto Bobbio hanno concluso che l’unico fondamento possibile per i diritti umani è quello storico-politico, ovvero il “consenso” tra gli Stati (principali attori della Comunità internazionale) manifestato nella forma dei trattati.

Occorre “smettere di pensare che i diritti umani siano delle specie di briscole” al di sopra della politica oppure “il credo universale di una società globalizzata, o una religione secolare”, sostiene Ignitieff.

I diritti umani vanno ridotti a mere “norme giuridiche”: non devono essere considerati una religione bensì il tentativo di indicare i valori e i disvalori che tutti gli Stati dovrebbero assumere come criteri guida nella loro azione.

Riconoscere un fondamento “consensualistico” ai diritti umani, tuttavia, comporta inevitabilmente la rinuncia a ogni “pretesa universalistica”: e proprio questo è l’aspetto più “rivoluzionario” di questa nuova prospettiva.

 

 COME SI E’ COSTRUITO “IL MITO” DELL’UNIVERSALITA’ DEI DIRITTI UMANI?

 Il diritto internazionale (dalla cd. Dudu in poi) ha sempre ribadito il carattere “universale” dei diritti umani.

Ma ha davvero senso parlare di “universalità” di tali diritti?

Stando alle discrepanze interpretative e difformità attuative degli “stessi diritti” da parte dei “diversi soggetti” della Comunità internazionale (gli Stati) ciò appare per lo meno “problematico”… per non dire “pretestuoso”!

 Ecco qualche esempio che può aiutarci a comprendere:

I- da un punto di vista filosofico, mentre l’Occidente è legato ad una concezione “giusnaturalista” dei diritti umani (ritenuti connaturati alla persona umana e indipendenti dalle leggi statuali: ogni Stato che li violerebbe potrebbe essere legittimamente contestato dai propri cittadini), i paesi di tradizione socialista, Cina in testa, sono legati ad una concezione più “statalista” dei diritti dell’uomo, riconosciuti solo nella misura in cui affermati da leggi dello Stato (ogni Stato sarebbe sovrano sia nel definirli sia nel limitarli o circoscriverli in ragione di prevalenti interessi superindividuali)

II- da un punto di vista politico, mentre in Occidente si tende a privilegiare i diritti civili e politici (originariamente rivendicati come risposta allo strapotere dello Stato assoluto), nei paesi in via di sviluppo si presta maggiore attenzione ai diritti economici, sociali e culturali (il diritto a nutrirsi, al lavoro ed alla casa sono considerati prioritari rispetto al diritto al voto ed alle libertà personali)

III- da un punto di vista religioso, infine, mentre nei paesi cristiani il rispetto della persona è un principio cardine dello Stato di diritto, in molti paesi islamici (tendenzialmente teocratici) precondizione per cui una persona possa vantare tali diritti è il simultaneo rispetto dei principi religiosi della “shari’a”.

Ciò ben spiega perché nella “Dichiarazione del Cairo” (approvata dalla XIX Conferenza islamica dei ministri degli esteri) si afferma come il fondamento dei diritti umani (definiti “comandamenti divini vincolanti, ex art. 2 e 10) si trova nella religione islamica e i diritti umani possono essere esercitati solo in conformità alla “shari’a” (ex art. 2, 7, 12, 16, 19 e 22).

Tali inconciliabili visioni dei diritti dell’uomo spingono a considerare un “mito” la loro supposta universalità (che, tra l’altro, non si è ancora affatto realizzata e, tutt’al più, si può indicare come un traguardo auspicabile).

La pretesa di uniformare universalmente “le culture” dei diritti umani, piuttosto, nasconde in sé seri pericoli, quali il rischio di trasformare la difesa di tali diritti (di matrice “occidentale” e “giusnaturalista”):

a- in una forma di “imperialismo culturale” o “tirannia di una maggioranza etica” (con cui ambire ad imporre nel mondo una sola morale, sia pur prevalente)

b- e in un pretesto per giustificare finanche il ricorso alla guerra come strumento di difesa di tali diritti qualora e ovunque violati (sorvolando sul fatto che è la guerra in sé la più grande violazione dei diritti dell’uomo!).

Il vizio originario della dottrina occidentale dei diritti umaniè che essa poggiasu una Carta (la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo) tutt’altro che espressione di valori “universali”bensì messaggera di una ben precisa visione etica e culturale, d’indiscussa matrice cristiano-illuministica.

La Dichiarazione del ’48 in primis è un testo d’ispirazione “intrinsecamente occidentale”: non a caso alla stesura della Carta lavorò un Comitato di redazione composto prevalentemente da rappresentanti di paesi occidentali (molti stati dell’attuale Comunità internazionale, nell’immediato dopoguerra ancora non indipendenti o nemmeno sorti, non hanno potuto influire sui lavori del Comitato o nemmeno parteciparvi).

La Dudu, in ultima analisi, non indica valori universalmente condivisi bensì costituisce “una dichiarazione monista che si auto-eleva a legge universale, sebbene sia espressione di una limitata parte dell’Umanità” (Rigon).

Come può, del resto, rappresentare un “ethos globale” una Carta sorta dal compromesso politico raggiunto tra poche potenze mondiali (fondamentalmente Stati Uniti, Europa ed Urss)?

 

 L’“UNIVERSALISMO MINIMALISTA” DEI DIRITTI UMANI

 Accogliendo le critiche all’“universalismo assoluto” dei diritti umani e, al contempo, rifiutando l’opposta tesi del “relativismo etico” globale, Michael Ignatieff (direttore del “Carr Center of Human Rights Policy” di Harvard) ha indicato una teoria alternativa sul fondamento ultimo dei diritti dell’uomo, definita “universalismo minimalista”.

 Di fronte ad una Comunità internazionale irrimediabilmente divisa sul terreno dei diritti umani, Ignatieff proponela rinuncia ad ogni pretesa universalistica in nome della ricerca diun “consenso politico minimo” intorno ad alcuni diritti essenziali.

Lo Studioso suggerisce di ricercare alcuni minimi, essenziali punti di convergenza della Comunità internazionale sul campo dei diritti umani nel rispetto delle specificità storico-culturali dei vari Paesi.

Ridotti “all’essenza”, così, i diritti dell’uomo cesserebbero di rappresentare presso le culture più diverse dalla nostra una sorta di intrusione “neoimperialista” (un tentativo di imporre stili di vita, valori e visioni del mondo tipicamente occidentali).

I diritti umani andrebbero presentati, in conclusione, piuttosto che come un linguaggio di parte utilizzato per proclamare “verità assolute”, come uno strumento per la soluzione dei conflitti e la tutela degli individui dagli abusi del potere.

 Questo “nucleo ristretto” di principi e precetti individuati dagli Stati potrebbe risultare universalmente condiviso solo se compatibile con un’ampia varietà di modi di vivere e pensare (col “pluralismo” dei popoli e delle loro culture), pur senza rinunciare ad apprestare unatutela minima” alla persona umana ovunque nel mondo.

Risponderebbero bene a questi requisiti solo quei diritti che si limiterebbero a definire “libertà da” (ovvero “libertà negative”, a protezione della capacità d’azione dell’individuo) senza indicare “libertà di” (ovvero “libertà positive”).

In quest’ottica, filtrare la “quintessenza occidentale” della teoria dei diritti dell’uomo rappresenterebbe l’unico compromesso possibile per superare le divisioni tra le diverse Civiltà.

 Quali sarebbero questi “valori universalmente condivisi”?

Tale nucleo essenziale potrebbe pacificamente ricondursi alle più gravi violazioni dei diritti dell’uomo, su cui ampia e unanime è la condanna da parte della generalità degli Stati:

1- il genocidio;

2- la discriminazione razziale (in specie l’apartheid);

3- la tortura

4- i trattamenti inumani o degradanti;

5- e la violazione del diritto dei popoli all’autodeterminazione.

Nulla impedirebbeuna progressiva convergenza degli Stati sul riconoscimento di un nucleo sempre più ampio di diritti (quali quello all’alimentazione, all’accesso all’acqua, alla protezione sanitaria, alla sicurezza, alla libertà di manifestazione del pensiero, alla partecipazione dei cittadini alle scelte dei propri governi tramite libere elezioni…).

A favorire ciò, poi, potrebbero contribuire processi sia di “regionalizzazione” (si veda la Cedu) che di “settorializzazione” dei diritti umani (si vedano i numerosi trattati internazionali siglati negli anni).

 Il filosofo Alessandro Ferrara, addirittura, ha proposto la stesura di una Seconda Dichiarazione Universale dei Diritti Umani per rispondere all’esigenza di identificare quei pochissimi diritti che si possono davvero riconoscere come “universali”.

Un obiettivo probabilmente ancora troppo ambizioso ma con il quale la Comunità internazionale prima o poi dovrà pur fare i conti…

 

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 RIFERIMENTI FACEBOOK:

 “AL SALAM – LA PACE” (Contro ogni guerra!)

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Libia Anno Uno: chi balla e chi spara

Articolo inviato al blog

di: mcc43

Il governo libico non ha lanciato un suo programma ufficiale di festeggiamenti. Solo iniziative delle autorità locali per il primo compleanno della “nuova” Libia. L’immagine è macchiata  dalla pubblicazione del rapporto di Amnesty. Un rapporto colpevolmente tardivo, per questo  significativa sconfessione della “democraticità” attribuita a scatola chiusa al composito clan del Consiglio Nazionale di Transizione, nonostante molti dei suoi membri restino tuttora ignoti.

 Navi Pillay, Commissario dell’ONU per i diritti umani, 26 gennaio 2012

L’illegalità ancora pervade la Libia un anno dopo lo scoppio dell’insurrezione che si è conclusa 42 anno del regime repressivo del colonnello Mu’ammar al-Gaddafi. Centinaia di armati milizie, ampiamente salutate in Libia come eroi per il loro ruolo nel rovesciare il regime precedente, sono in gran parte fuori della controllo.  […] Dopo che i combattenti, sostenuti dai bombardamenti  della NATO hanno preso controllo della maggior parte del paese alla fine di agosto,  in CNT non è riuscito a ottenere obbedienza. Nonostante l’impegno di assicurare alla giustizia i colpevoli di crimini di guerra e violazioni dei diritti umani su entrambi i lati, le autorità hanno finora fallito nell’azione .

Le milizie hanno preso prigionieri migliaia di sospetti lealisti Gheddafi, soldati e presunti stranieri “mercenari”, molti dei quali sono stati torturati o maltrattati in custodia, in alcuni casi causandone la  morte. Molti dei lealisti furono uccisi dopo la cattura, tra questi il leader stesso e uno dei suoi figli. Le milizie hanno anche saccheggiato e bruciato case e condotto attacchi per vendetta e altre rappresaglie contro i presunti supporter di Gheddafi, deportando forzatamente decine di migliaia di persone.

Chi è là per motivi di business a questo non bada. Vede altro.  Dal Blog di WD in Tripoli, fornitore di legname austriaco: Libia in avanzamento o in attesa? 

Quasi cinque mesi sono passati da quando Tripoli è  nelle mani del CNT e a molti si rizzano i capelli perché non vedono le cose in movimento.

Dal punto di vista economico alcune cose si sono fatte, la crisi di liquidità di novembre e dicembre è stata risolta, il Dinaro libico ha tenuto e sul mercato circola denaro. Le infrastrutture di base non stanno funzionando bene, ma l’approvvigionamento idrico è stabile, internet va meglio, la benzina è ampiamente disponibile a prezzi ancora più bassi rispetto a prima (amici in Europa  siate invidiosi: 0,08 Euro / litro). Tuttavia, la fornitura di energia elettrica è un problema, le interruzioni  sono frequenti di giorno, e la notte ci lasciano molto al freddo.

Chi aspettava i progetti di grandi infrastrutture dopo la liberazione (23.November 2011) ha avuto informazioni sbagliate. Ci vorrà sicuramente ancora qualche tempo prima di iniziare, e non sappiamo cosa comincerà. È ovvio che ripristinare la sicurezza e preparare le elezioni al momento è più importante al momento di costruzione di un’autostrada.

L’occhio esperto e disincantato del reporter vede molto altro, collega, raggiunge in profondità il significato degli eventi. Dal blog di Amedeo Ricucci, giornalista Rai , ora tornato in Libia.

 Da Bengasi,  Appunti libici da insonnia

Sbornia Continua. […] le celebrazioni si protraggono ormai da quattro mesi e ogni scusa è buona:  il 17 ad esempio ricorre l’inizio della rivolta e ci sono già lunghi e chiassosi cortei di miliziani che percorrono le strade del centro, almeno qui a Bengasi, esibendo per l’ennesima volta le loro armi e la loro felicità. Come il 21 ottobre, dopo la morte di Gheddafi, e poi qualche giorno dopo, per la fine della guerra, e ancora il 24 dicembre, per l’anniversario dell’indipendenza. Il Paese invece è bloccato: la ricostruzione non è ancora partita, […]Ma è vero anche che se la sbornia continua c’è il rischio di risvegliarsi con un gran mal di testa. Come è già capitato nei Paesi dell’Est dell’ex blocco comunista.

Soldi in fuga.La nuova Libia sarà pure libera ma i soldi dei libici volano all’estero, alla faccia del patriottismo. E gli unici a fare affari di questi tempi sono i trafficanti di valuta. Ieri nel bugigattolo dove ho cambiato al nero hanno portato nel giro di 10 minuti non sono quanti sacchi di dinari, freschi di stampa. E il via vai di questi portavalori sacchi in spalla è continuo. La gente infatti vuole dollari oppure euro e davanti alle banche c’è la fila di chi ritira il massimo consentito – 2000 dinari al mese, quasi 1400 euro – per poter investire in valuta, da esportare.[…]. E poi, se i libici non scommettono un dinaro sul futuro del loro Paese, chi mai dovrà farlo? E’ un paradosso che si può forse spiegare con il fatto che l’economia libica è stata per quarantadue anni un’economia assistita: grazie ai proventi del petrolio Gheddafi aveva infatti garantito a tutti un minimo di benessere, in cambio della sudditanza. Alimentando la pigrizia. Oggi che invece i libici devono riappropriarsi del loro destino denotano uno scarso senso dello stato e fanno fatica ad assumersi le loro responsabilità. Vedremo come andrà a finire.

 Ricucci vede anche uno dei molti episodi di barbarie che hanno contraddistinto “questa” rivolta araba: I bambini di Tawargha

Sorridono, i bambini di Tawargha, mentre cantano in gruppo, per i pochi visitatori che vengono a trovarli in questo campo profughi alla periferia di Tripoli, la ballata della loro disperazione. Hanno riadattato una vecchia canzone libica, mettendo in versi la loro spaventosa odissea: i miliziani di Misurata che attaccano le loro case, la città data alle fiamme, la lunga marcia a piedi 80 di km, e poi la nuova vita in queste baracche di lamiera, la paura costante di nuovi attacchi, lo stupore di chi scopre da un giorno all’altro che è il colore della propria pelle a scatenare l’odio. ” La Libia era un Paese solo - dice la canzone -da nord a sud, da est a ovest. E allora perchè quelli di Misurata ci attaccano con gli RPG?“.

Quella di Tawarga è stata la pagina più nera (e meglio occultata) della cosiddetta rivoluzione libica contro Muammar Gheddafi. E’ stata scritta il 13 agosto, ma a distanza di sei mesi continua a produrre strascichi ed a sanguinare. Un caso da manuale di epurazione etnica…

E ci sono i bambini scomparsi, i 105 di Misurata sono quelli di cui ho già parlato e di cui non si è saputo più nulla, ma bambini ne scompaiono ogni giorno 

Sulla costa si festeggia, nell’entroterra si combatte

Libia: scontri tra tribu’ locali a sud-est, 6 morti (ANSA) –

TRIPOLI, 15 FEB – Continuano i combattimenti nel sud-est della Libia tra opposte tribu’ rivali. Almeno sei persone sono morte oggi in nuovi scontri a Kufra, vicino al Ciad, tra gli Zwai e i Tibu, portando cosi’ a trenta il numero dei morti da domenica scorsa. Lo rendono noto fonti locali. Mohammed al-Harizi, portavoce del Consiglio nazionale di transizione libico (Cnt) non ha potuto confermare il bilancio, ma ha annunciato la formazione di un comitato di capi tribu’ per chiarire gli episodi di violenza.

HALA MISRATI

Questa notizia, se sarà confermata, riassume tutto:

Hala Misrati, la presentatrice  più famosa della tv dell’era Gheddafi, rapita mesi fa e stuprata dai ribelli, è deceduta OGGI nel carcere dove era detenuta, in circostanze misteriose.

Una delle molte, centinaia i casi accertati, donne che hanno subito violenza nell’era CNT.

Come possono andare a festeggiare OGGI le donne?

La “rivoluzione” libica è stata guidata con la stessa abilità al volante, per la quale i libici sono famosi:

Foto di WD in Tripoli

Dalle molte fazioni e frazioni che occupano oggi il territorio tra Tunisia ed Egitto dovrà nascere un paese.

Innegabilmente, è sotto gli occhi anche di chi se ne rallegra nei  festeggiamenti su scala locale , a tenere unite sei milioni di persone era solamente Muhammar Gheddafi.

Luglio 2009

Le due mani di Obama su quella di Gheddafi.

Il body language di Obama esprimeva un sentimento cordiale, amichevole…perfino protettivo!

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LE RIVOLUZIONI SPONTANEE SONO UN’ALTRA COSA  E FINISCONO DIVERSAMENTE 

LIBERA TUNISIA: Anno Uno

I moderni tagliatori di teste

di: Manlio Dinuccci

Come dono emblematico della rinnovata «amicizia italo-libica», ad opera dei nuovi governi dei due paesi, il premier Mario Monti ha riportato in Libia la testa di Domitilla, che qualcuno aveva rubato vent’anni fa decapitando un’antica statua. Di teste tagliate, Monti in effetti se ne intende. Prima di ricevere l’investitura dal presidente Napolitano, ha fatto parte per anni della banca statunitense Goldman Sachs, le cui speculazioni (tra cui la truffa dei mutui subprime) hanno provocato tagli di posti di lavoro e di vite umane (con l’aumento dei prezzi dei cereali).

Come consulente, scrive Le Monde, egli aveva «l’incarico di apritore di porte, per sostenere gli interessi della Goldman Sachs nei corridoi del potere in Europa». Interessi non solo economici ma politici: i padroni della banca fanno parte della onnipotente élite finanziaria, organizzata quale governo ombra transnazionale, nelle cui stanze segrete si decidono non solo le grandi operazioni speculative, come l’attacco all’euro, ma anche quelle miranti a sostituire un governo con un altro più utile. È qui che è stato deciso di far cadere policamente la testa di Berlusconi: un affarista molto utile per lo smantellamento della cosa pubblica e le «liberalizzazioni», resosi però inviso per i suoi accordi economici con la Libia di Gheddafi e la Russia di Putin. Divenuto scomodo quando, come rivela il Washington Post, si è infuriato per la mossa della Francia di attaccare per prima la Libia il 19 marzo, minacciando di togliere agli alleati l’uso delle basi italiane. Richiamato dalla Clinton, è rientrato nei ranghi e l’Italia, stracciato il trattato di non-aggressione con la Libia, ha svolto «con onore» il suo ruolo nella guerra. Ciò non ha però salvato Berlusconi: abbandonato e deriso dagli alleati, ha dovuto mettere lui stesso la testa sotto la ghigliottina quando, con la regia del governo ombra transnazionale, i «mercati» hanno minacciato di far crollare il suo impero economico. E in queste stesse stanze segrete è stato deciso di far cadere la testa di Gheddafi, materialmente, demolendo lo stato da lui costruito e assassinandolo. Non a caso la guerra è iniziata con l’assalto ai fondi sovrani, almeno 170 miliardi di dollari che lo stato libico aveva investito all’estero, grazie ai proventi dell’export petrolifero che affluivano per la maggior parte nelle casse statali, lasciando ristretti margini alle compagnie straniere. Fondi investiti sempre più in Africa, per sviluppare gli organismi finanziari dell’Unione africana (la Banca di investimento, il Fondo monetario e la Banca centrale) e creare il dinaro d’oro in concorrenza al dollaro. Progetto smantellato con la guerra, decisa, prima che dai governi ufficiali, dal governo ombra di cui fa parte la Goldman Sachs. Nella quale oggi non ha più, formalmente, alcun incarico quel Mario Monti che, in veste di capo del governo italiano, è sbarcato a Tripoli, accompagnato dall’ammiraglio Di Paola, oggi ministro della difesa, che, come presidente del Comitato militare della Nato, ha svolto un ruolo di primo piano nella guerra alla Libia. Hanno portato in dono la testa di Domitilla a un «governo» creato artificiosamente dalla Nato, con il compito di tagliare (materialmente) le teste di quanti vogliono una Libia indipendente dal nuovo colonialismo.

IlManifesto.it

Perché agli USA serve una grande guerra

di: Viktor Burbaki

Attualmente ci troviamo nel mezzo d’una fase di turbolenza del ciclo evolutivo mondiale, cominciata negli anni ’80 e destinata a terminare per la metà del XXI secolo. Nel corso di tale processo, gli USA stanno evidentemente perdendo il loro status di superpotenza…

Stime fornite dagli esperti dell’Accademia Russa delle Scienze mostrano che l’attuale periodo di forte instabilità dovrebbe terminare attorno al 2017-2019, con una crisi. La crisi non sarà profonda quanto quelle del 2008-2009 e del 2011-2012, e segnerà la transizione verso un’economia edificata su una nuova base tecnologica. Il rinnovamento economico probabilmente comporterà, nel 2016-2020, grossi mutamenti nell’equilibrio mondiale di potenza e grandi conflitti politico-militari che coinvolgeranno sia i pesi massimi dell’agone globale, sia i paesi in via di sviluppo. Presumibilmente, gli epicentri dei conflitti saranno nel Medio Oriente e nell’Asia Centrale post-sovietica.

Il secolo del dominio politico-militare e della supremazia economica globale degli USA è prossimo alla fine. Gli USA hanno fallito la prova dell’unipolarità e, feriti dai permanenti conflitti mediorientali, mancano oggi delle risorse necessarie a mantenere la guida mondiale.

La multipolarità implica una distribuzione più equa delle risorse mondiali ed una profonda trasformazione d’istituzioni internazionali come l’ONU, il FMI, la Banca Mondiale ecc. Al momento il Washington Consensus pare morto e sepolto, e l’agenda globale dovrebbe avere al primo posto la costruzione di un’economia con molti meno livelli d’incertezza, più rigidi regolamenti finanziari, ed una maggiore equità nell’allocazione dei ritorni e profitti economici.

I centri dello sviluppo economico stanno slittando dall’Occidente, che vanta la rivoluzione industriale tra i suoi grandi meriti, all’Asia. Cina e India dovrebbero prepararsi ad una corsa economica senza precedenti, con sullo sfondo una più ampia competizione tra le economie, che sfruttano i modelli del capitalismo di Stato e della democrazia tradizionale. Cina e India, i due paesi più popolosi al mondo, definiranno le direzioni ed il ritmo dello sviluppo futuro, ma la grande battaglia per la supremazia mondiale sarà combattuta tra USA e Cina: in palio c’è anche la scelta del sistema politico e del modello socie-economico post-industriale per il XXI secolo.

La domanda che sorge è: come reagiranno a questa transizione gli USA?

***

Va tenuto conto che qualsiasi strategia statunitense parte dall’assunto che sia inaccettabile perdere la supremazia mondiale.

Il collegamento tra leadership mondiale e prosperità nel XXI secolo è un assioma per le élites statunitensi, indipendente da tutti i dettagli politici.

Modelli matematici delle dinamiche geopolitiche globali portano a concludere che l’unica opzione a disposizione degli USA per arrestare il rapido disfacersi del suo status geopolitico impareggiato, sia quella di vincere un conflitto convenzionale su larga scala.

Non è un segreto che occasionalmente hanno funzionato (si pensi al collasso dell’URSS) anche metodi non militari di sbarazzarsi dei rivali, e le corrispondenti tecnologie sono costantemente affinate negli USA. D’altro canto, ad oggi paesi come la Cina o l’Iran sono apparsi evidentemente immuni alla manipolazione esterna. Se le attuali dinamiche geopolitiche dovessero persistere, ci si può attendere il cambiamento di leadership mondiale per il 2025, ed il solo modo per gli USA di arrestare questo processo è scatenare una grande guerra…

Il paese che stia per perdere la supremazia non ha altra opzione che colpire per primo, ed è ciò che Washington sta facendo da circa 15 anni. La peculiare tattica degli USA è di scegliere come bersagli non i candidati alternativi alla supremazia geopolitica, ma paesi che appaiono più facili da affrontare al momento. Attaccando Jugoslavia, Afghanistan o Iraq, gli USA hanno cercato di gestire problemi puramente economici, o regionali; ma una questione più grande richiederà senz’altro un bersaglio assai più significativo. Gli analisti militari ritengono che i candidati più a rischio d’essere presi a bersaglio nel nome d’una nuova redistribuzione globale siano l’Iran più la Siria ed i gruppi sciiti quali il libanese Hezbollah.

La redistribuzione è, di fatto, in corso. La Primavera Araba, tramata e gestita da Washington, ha creato le condizioni appropriate ad una fusione del mondo musulmano in un singolo califfato. Gli USA ritengono che questa nuova formazione aiuterà la vacillante superpotenza a mantenere la propria presa sulle risorse energetiche chiave a livello mondiale, e a salvaguardare i suoi interessi rispetto all’Asia e all’Africa. Senza dubbio, la sfida che ha indotto gli USA ad architettare questo nuovo tipo di sistemazione è il crescente potere della Cina.

Liberarsi di Iran e Siria, che si frappongono sulla strada del dominio globale statunitense, sarebbe il prossimo passo naturale per Washington. I tentativi di rovesciare il regime iraniano fomentando disordini tra la popolazione sono falliti clamorosamente, ed analisti militari sospettano che all’Iran spetti uno scenario analogo a quelli visti in Iraq e Afghanistan. Il piano ha serie possibilità di realizzarsi, anche se oggi persino il ritiro da Iraq e Afghanistan pone considerevoli problemi agli USA.

La realizzazione del progetto del Grande Medio Oriente – assieme a notevoli danni alla posizione di Russia e Cina – sarebbe l’obiettivo centrale che gli USA sperano di conseguire combattendo una grande guerra… Il disegno è divenuto ampiamente noto negli USA dopo la pubblicazione sul Armed Forces Journal della celebre mappa di Peters. La motivazione di fondo sta nell’espellere Russia e Cina dal Mediterraneo e dal Medio Oriente, nel tagliar fuori la Russia dal Caucaso Meridionale e dall’Asia Centrale, e nel disconnettere la Cina dai suoi fornitori d’energia più importanti.

Il materializzarsi del Grande Medio Oriente rovinerebbe le prospettive russe di costante e pacifico sviluppo; infatti l’instabile Caucaso del Sud, controllato dagli USA, trasmetterebbe ondate destabilizzanti nel Caucaso del Nord. Dal momento che la destabilizzazione sarebbe condotta da forze fondamentaliste islamiche, tutte le regioni russe a prevalenza musulmana sarebbero coinvolte.

Gli USA non sono più in grado di sostenere il Washington Consensus facendo affidamento su strumenti politici ed economici.

Il cinese Jemin Jibao ha dipinto un quadro di strabiliante chiarezza, quando ha scritto che gli USA sono diventati un parassita mondiale che stampa illimitate quantità di dollari e le esporta per pagare le sue importazioni, e dunque sostiene gli eccessivi livelli di vita nordamericani derubando il resto del mondo. Il primo ministro russo ha espresso una visione simile durante il suo viaggio in Cina, il 17 novembre 2011.

Attualmente la Cina sta lavorando alacremente per limitare la sfera di circolazione del dollaro. La quota di valuta statunitense nelle riserve cinesi sta precipitando, e nell’aprile 2011 la Banca Centrale cinese ha annunciato il progetto di escludere totalmente il dollaro nelle compensazioni internazionali. Il colpo inferto al dominio valutario statunitense non è ovviamente destinato a rimanere senza risposta. Anche l’Iran sta cercando di ridurre la quota del dollaro nelle sue transazioni: nel luglio 2011 ha aperto una borsa petrolifera iraniana, dove sono accettati solo l’euro e la moneta persiana. Iran e Cina stanno negoziando di barattare prodotti cinesi col petrolio iraniano, rendendo così possibile, tra le altre cose, scavalcare le sanzioni imposte all’Iran. Il dirigente iraniano ha affermato che il volume degli scambi con la Cina dovrà raggiungere i 100 miliardi di dollari, e ciò renderebbe inefficaci i piani statunitensi per isolare l’Iran.

Gli sforzi statunitensi per destabilizzare il Medio Oriente potrebbero attribuirsi in parte al calcolo che la ricostruzione della regione, se devastata, richiederebbe massicce iniezioni di dollari, favorendo così la rivitalizzazione dell’economia statunitense. Nel 2011 la strategia statunitense mirante a preservare il dominio globale ha cominciato a tradursi in politiche basate sulla forza, dal momento che Washington vede nel deprezzamento dei possedimenti in dollari una possibile soluzione alla crisi. Una grande guerra potrebbe servire allo scopo. Il vincitore sarebbe in grado d’imporre al mondo le sue condizioni, come avvenne nel 1944 con la creazione del sistema di Bretton-Woods. Per Washington, guidare il mondo può valere una grande guerra.

Può l’Iran, fornitagli la necessaria assistenza, mettere fine all’espansione universale statunitense? La questione sarà trattata nel prossimo articolo.

Fonte: Strategic Culture Foundation

Traduzione di Daniele ScaleaGeopolitica Rivista

La sovranità passa anche per i social network

di: Matteo Guinness

Da quando l’Onu ha perso definitivamente significato e capacità di azione (se l’abbia mai avute è un discorso che ci porterebbe troppo lontano), ossia -per indicare un evento simbolico- dalla guerra in Jugoslavia lasciata in gestione alla NATO, si è cominciato ad affermare che la “mission” delle Nazioni Unite sarebbe la “tutela dei diritti umani”.

Oggi che l’Onu è totalmente bloccata, il Segretario generale Ban Ki-Moon, celebrando per l’appunto i diritti umani, si sente in dovere di decantare l’importanza dei social network nella loro diffusione globale. Sull’universalità, il significato, l’opportunità di diritti umani (quindi personali e globalizzati) lasciamo all’ampia letteratura in materia.

Quello che ci preme sottolineare brevemente, soprattutto in questi giorni in cui i nostri servili media ci parlano di rivolte in Russia orchestrate tramite internet, è l’utilizzo politico proprio di internet e social network vari. Il centro del sistema in cui viviamo, e del quale siamo abituati a subire la propaganda, sono gli Stati Uniti che controllano gran parte della produzione televisiva, cinematografica mondiale. Come ben sappiamo tutti le produzioni di marca “occidentale” sorpassano di gran lunga qualunque altra e si diffondono ovunque trasportando in questo modo la cultura, gli interessi (anche strategici) di Washington. Per questioni tecniche è però sino ad oggi risultato difficile alla rete informativa “atlantica” penetrare in Stati lontani, ma ora attraverso il monopolio dei servizi internet si sono aperte nuove possibilità. Inutile parlare della democraticità della rete, perché quello che conta sono i servizi usati da tutti e in maniera massiccia, e che sono controllati e quindi usati a piacimento per diffondere/censurare notizie e idee proprio dalla base nordamericana. Un motore di ricerca come Google per esempio, può nascondere qualsiasi cosa voglia dando comunque una parvenza di democraticità, che invece è del tutto assente essendo Google legato a doppio filo alle istituzioni statunitensi.

In questo modo “l’impero della mente” Usa riesce a penetrare capillarmente in ogni luogo coperto dalla rete globale e riesce quindi a diffondere i propri interessi. La sovranità passa anche per il controllo e la costruzione di alternative nel campo virtuale (specchio fedele dei rapporti di forza internazionali), così da non dover essere schiacciati culturalmente ed economicamente dall’ingombrante superpotenza globale.

Pubblicato anche su Stato&Potenza

Libia: un video-linciaggio per distrarre dalla pista Clinton-Goldman Sachs

Si può anche prescindere dalla questione della autenticità o meno dei video del linciaggio di Gheddafi, per constatare che la scelta della NATO di spettacolarizzare la morte di Gheddafi, rivela decisamente il carattere di una PSYOP (Psychological Operation), cioè di un atto di guerra psicologica. Al Jazeera, l’emittente dell’emiro del Qatar, ha assunto decisamente il ruolo di organo della guerra psicologica della NATO e della CIA, e questa sua ultima PSYOP del video-linciaggio è volta a confondere le acque e distrarre l’attenzione rispetto a dati ancora più inconfessabili.

Il 23 ottobre i festeggiamenti per la “liberazione” della Libia si sono svolti a Bengasi, non a Tripoli. Bengasi è sempre in festa, e festeggia soprattutto in nome e per conto di altre città della Libia.

A Bengasi infatti, e non a Tripoli, si sono svolti il 21 agosto scorso i festeggiamenti per la “liberazione” di Tripoli; un doppione dei festeggiamenti svoltisi il 18 marzo scorso per la proclamazione da parte del consiglio di Sicurezza dell’ONU della “no fly zone” (con il senno di poi questa locuzione inglese risulta particolarmente ridicola). La terna delle feste di Bengasi si è conclusa domenica, con l’ormai consueto spettacolo pirotecnico.[1]

Nella Libia “liberata” il governo provvisorio risiede ancora a Bengasi, ad indicare che l’effettivo controllo del territorio libico da parte della NATO e dei sedicenti ribelli è ancora al livello di sette mesi fa.

Da ciò si comprende che i video dovevano servire a creare l’illusione di una conclusione definitiva della vicenda, una “vittoria” da dare in pasto all’opinione pubblica mondiale, da tenere però impegnata in estenuanti dibattiti morali sulla liceità della vendetta, in modo da evitare che si possa seguire la pista dei soldi.

Il linciaggio di Gheddafi dovrebbe anche dimostrare, secondo la Nato, che i “ribelli” dopotutto sono dei barbari immaturi per la democrazia e incapaci di gestire uno Stato di Diritto; risulta perciò assolutamente necessaria la tutela internazionale, soprattutto per quanto riguarda l’eventuale ministero del Tesoro del nascente Stato libero della Libia. Come sorprendersi quindi che il primo atto del nuovo governo della Libia “libera” sia stato quello di chiedere alla NATO di rimanere in Libia?[2]

Si può prescindere per un momento anche dal business del petrolio libico, attualmente ritornato in mano soprattutto alla multinazionale British Petroleum, che deteneva quasi il monopolio del petrolio libico prima del colpo di Stato di Gheddafi nel 1969.[3]

Si possono infatti ricavare notizie interessanti soffermandosi anche solo sul denaro contante. Secondo notizie della BBC, i beni libici attualmente congelati in banche straniere ammontano ad almeno cinquantatre miliardi di dollari. Una delle principali banche in cui questi soldi libici sono investiti è la Goldman Sachs, la quale si è rifiutata di dare ulteriori informazioni, rifugiandosi dietro la riservatezza per “proteggere” il cliente (un’altro esempio di comicità involontaria in questa vicenda). [4]

Altra questione ancora aperta è quella dell’oro della banca centrale libica, le cui riserve auree ammontano a centoquarantaquattro tonnellate, secondo le stime per difetto operate dal Fondo Monetario Internazionale il marzo scorso.[5]

A detta dell’ex banchiere centrale libico, passato ai “ribelli”, le riserve valutarie ed auree della Libia ammontano complessivamente a centosessantotto miliardi di dollari, ma è tutto congelato, e ci vorrà una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per sbloccarlo, cioè tutto dipende dagli Stati Uniti. Secondo l’ex banchiere centrale mancherebbe all’appello circa un 20% dell’oro libico, ma la colpa sarebbe tutta di Gheddafi, che l’avrebbe sottratto per comprarsi i consensi delle tribù. La morte di Gheddafi consente perciò a chi ha sottratto effettivamente quell’oro di goderselo senza rischiare di subire indagini.[6]

Si registrano poi strane coincidenze. Hillary Clinton ed il suo clan da quale banca dipendono? Ritorna un nome familiare: Goldman Sachs. La superbanca multinazionale aveva già finanziato nel 1992 la vittoriosa campagna elettorale presidenziale di Bill Clinton; ed in effetti Robert Rubin, dirigente di Goldman Sachs, era poi diventato ministro del Tesoro dell’amministrazione Clinton.[7]

Il legame tra il clan dei Clinton e Goldman Sachs è stato consacrato anche da un matrimonio dinastico. Una figlia dei Clinton, Chelsea, ha infatti sposato un altro dirigente di Goldman Sachs, il pregiudicato per frode bancaria Marc Mezvinsky. [8]

Si potrebbe pensare che Bill Clinton, per farsi bello e darsi le arie di politico incorruttibile, abbia preso le distanze da Goldman Sachs, magari additandone pretestuosamente le magagne. Invece no. Retto ed integerrimo com’è, Bill Clinton, ha preso pubblicamente le difese di Goldman Sachs a proposito delle inchieste che l’hanno coinvolta, dichiarandosi scettico circa le accuse che hanno colpito la superbanca.[9]

Anche Hillary Clinton non ha voluto far torto al genero soltanto per darsi delle arie di essere immune dal nepotismo; ed infatti il Dipartimento di Stato, diretto da Hillary, ha coinvolto Goldman Sachs in un super-progetto internazionale, sotto l’egida della NATO, per far scuola di business a donne imprenditrici in Afghanistan e Pakistan. Insomma, una pioggia di denaro pubblico per Goldman Sachs, su iniziativa della Clinton. La notizia si trova sul sito di Goldman Sachs.[10]

Si può essere certi che i Clinton hanno la coscienza così pulita, che il timore di incappare in un sospetto di conflitto di interessi non li dissuaderà affatto dall’andare incontro alle legittime aspettative di Goldman Sachs, anche per ciò che riguarda la questione dell’ulteriore spartizione delle risorse finanziarie ed auree della Libia.

NOTE

[1] http://www.repubblica.it/esteri/2011/08/21/foto/bengasi_in_festa_per_la_sollevazione_di_tripoli-20683527/1/

http://it.euronews.net/2011/03/18/a-bengasi-festa-per-la-decisione-dell-onu/

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2011/10/23/visualizza_new.html_668694965.html

[2] http://www.tgcom.mediaset.it/mondo/articoli/articolo1025774.shtml

[3] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.thestreet.com/story/11228497/1/bps-outlook-in-libya-improves.html&ei=KOVsToWHLvTb4QTN36XZBA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=2&ved=0CCsQ7gEwATgo&prev=/search%3Fq%3DBP%2Blibya%26start%3D40%26hl%3Dit%26sa%3DN%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26biw%3D960%26bih%3D507%26prmd%3Divns

[4] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.bbc.co.uk/news/business-13552364&ei=fIalTu76Ksjxsgb7mO2SAw&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=2&ved=0CCsQ7gEwAThk&prev=/search%3Fq%3Dlibyan%2Bgold%2Bgoldman%2Bsachs%26start%3D100%26hl%3Dit%26sa%3DN%26rlz%3D1R2ACAW_it%26biw%3D960%26bih%3D507%26prmd%3Dimvns

[5] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.bbc.co.uk/news/business-12824137&ei=uY6lTsKpOY_RsgbOsaWVAw&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=2&ved=0CDUQ7gEwAQ&prev=/search%3Fq%3Dlibyan%2Bgold%2Breserves%26hl%3Dit%26rlz%3D1R2ACAW_it%26prmd%3Dimvns

[6] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.reuters.com/article/2011/08/25/us-libya-gaddafi-gold-idUSTRE77O1XO20110825&ei=9kCoTu-LKs74sgbVsezFDQ&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=3&ved=0CDMQ7gEwAg&prev=/search%3Fq%3Dlybia%2Bgold%2Bcentral%2Bbanker%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvns

[7] http://archiviostorico.corriere.it/1992/ottobre/06/GOLDMAN_SACHS_punta_Clinton_co_0_9210063639.shtml

[8] http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://news.bbc.co.uk/2/hi/8386968.stm

[9] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.huffingtonpost.com/2010/04/29/bill-clinton-im-skeptical_n_557085.html&ei=zEKkTsbiAseBOoL2ma0C&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=1&ved=0CCUQ7gEwAA&prev=/search%3Fq%3Dbill%2Bclinton%2B%2Bgoldman%2Bsachs%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvnso

[10] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www2.goldmansachs.com/media-relations/press-releases/current/10k-w-partnership.html&ei=OJ-lTtaoKNDKsgakqZH3Ag&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=1&ved=0CCYQ7gEwAA&prev=/search%3Fq%3Dgoldman%2BSachs%2BHillary%2Bclinton%26hl%3Dit%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvnso

FONTE: Comidad.org

Hillary Clinton ride e va alla conquista della Libia libera

Venimmo, vedemmo, è  morto“.

Hillary Clinton, Segretario di Stato Americano.

Hillary Clinton alla conquista della Libia libera

di: Manlio Dinucci

Accolta all’aeroporto di Tripoli da una folla di miliziani al grido di «Allah akbar», la segretaria di stato Hillary Clinton si è detta «fiera di mettere piede sul suolo di una Libia libera». Quindi, dopo aver incontrato il presidente del Cnt Mustafa Abdel Jalil, ha tenuto una conferenza stampa in un centro islamico per chiarire come gli Stati uniti intendono contribuire al futuro del paese. Anzitutto la Nato continuerà a «proteggere i civili libici finché non cesserà il pericolo costituito da Gheddafi e dai suoi seguaci». I termini temporali sono assai vaghi: secondo un alto funzionario al seguito della Clinton, Gheddafi e i suoi sono rimasti un «letale elemento di turbativa» che potrebbe bloccare l’evoluzione del paese. Ciò significa che la Nato si prepara a presidiare la Libia con le proprie forze militari.

La Clinton ha quindi affrontato il tema della ricostruzione economica, sottolineando che la Libia ha «la fortuna di possedere ricchezze e risorse». Ciò di cui ha bisogno sono «expertise e assistenza tecnica internazionali». A tale scopo sarà creato un comitato congiunto statunitense-libico, per individuare le priorità che ha il paese. Come stanno facendo in Tunisia ed Egitto, gli Stati uniti stabiliranno una partnership con la Libia, per rafforzare il commercio, gli investimenti e i legami tra le imprese dei due paesi e integrare la Libia più strettamente nei mercati globali. Il programma non lascia dubbi: gli Stati uniti, scavalcando gli altri «amici della Libia» tra cui l’Italia, intendono portare il paese africano nella loro sfera di dominio economico.

In tale quadro si inserisce l’«assistenza economica» alla Libia. Finora, ha ammesso la Clinton, è stata relativamennte scarsa, a causa della politica di austerità e di una forte opposizione nel Congresso. Da febbraio ad oggi gli Usa hanno fornito al Cnt aiuti per l’ammontare di 135 milioni di dollari. Ben poca cosa, se si considera che i fondi sovrani libici congelati lo scorso febbraio in banche statunitensi (con una operazione che, nel codice penale, si chiama «rapina a mano armata») ammontano a circa 32 miliardi di dollari. Il Tesoro Usa l’ha definita «la più grossa somma di denaro mai bloccata negli Stati uniti», impegnandosi a tenerla «in deposito per il futuro della Libia». Finora però l’ha tenuta ben stretta: ciò che Washington ha dato al Cnt ammonta allo 0,4% dei capitali libici confiscati. A Tripoli, la Clinton ha annunciato che «stiamo lavorando per restituire miliardi di dollari dei capitali congelati». Quando e in che misura, dipende chiaramente dalla disponibilità del nuovo governo libico di spalancare le porte del paese alle multinazionali statunitensi e mettere l’economia sotto la supervisione di Washington, sia direttamente che attraverso il Fondo monetario internazionale.

Funzionale a tale piano è l’annuncio, fatto dalla Clinton, che sarà raddoppiato il numero di studenti libici formati negli Stati uniti col programma Fulbright e che in tutta la Libia saranno aperte nuove classi di lingua inglese con insegnanti statunitensi. Saranno scuole non solo di lingua ma di democrazia: lo garantisce il fatto che «il Governo degli Stati uniti sostiene i diritti umani ovunque per chiunque».

IlManifesto.it

Il Grande Gioco africano

di: Manlio Dinucci

Dopo che il «Protettore Unificato» ha demolito lo stato libico, con almeno 40mila bombe sganciate in oltre 10mila missioni di attacco, e fornito armi anche a gruppi islamici fino a ieri classificati come pericolosi terroristi, a Washington si dicono preoccupati che le armi dei depositi governativi finiscano «in mani sbagliate». Il Dipartimento di stato è quindi corso ai ripari, inviando in Libia squadre di contractor militari che, finanziati finora con 30 milioni di dollari, dovrebbero mettere «in stato di sicurezza» l’arsenale libico. Ma, dietro la missione ufficiale, vi è certo quella di assumere tacitamente il controllo delle basi militari libiche.

Nonostante il declamato impegno di non inviare «boots on the ground», operano da tempo sul terreno in Libia agenti segreti e forze speciali di Stati uniti, Gran Bretagna, Francia, Italia, Qatar e altri, che hanno guidato gli attacchi aerei e diretto le operazioni terrestri. Loro compito, ora, è assicurare che la Libia «pacificata» resti sotto il controllo delle potenze che sono andate a «liberarla». Il 14 ottobre, lo stesso giorno in cui il Dipartimento di stato rendeva noto l’invio di contractor in Libia, il presidente Obama annunciava l’invio di forze speciali in Africa centrale, all’inizio un centinaio di militari. Loro compito ufficiale è quello di «consiglieri» delle forze armate locali, impegnate contro l’«Esercito di resistenza del Signore». Operazione finanziata dal Dipartimento di stato, finora, con 40 milioni di dollari. Il compito reale di questi corpi d’élite, inviati da Washigton, è creare una rete di controllo militare dell’area comprendente Uganda, Sud Sudan, Burundi, Repubblica centrafricana e Repubblica democratica del Congo.

E mentre gli Stati uniti inviano proprie forze in Uganda e Burundi, ufficialmente per proteggerli dalle atrocità dell’«Esercito del Signore» che si dice ispirato al misticismo cristiano, Uganda e Burundi combattono in Somalia per conto degli Stati uniti, con migliaia di soldati, il gruppo islamico al-Shabab. Sostenuti dal Pentagono che, lo scorso giugno, ha fornito loro armi per 45 milioni di dollari, compresi piccoli droni e visori notturni.

Il 16 ottobre, due giorni dopo l’annuncio dell’operazione Usa in Africa centrale, il Kenya ha inviato truppe in Somalia. Iniziativa ufficialmente motivata con la necessità di proteggersi dai banditi e pirati somali, in realtà promossa dagli Stati uniti per propri fini strategici, dopo il fallimento dell’intervento militare etiopico, anch’esso promosso dagli Stati uniti. E in Somalia, dove il «governo» sostenuto da Washington controlla appena un quartiere di Mogadiscio, opera da tempo la Cia, con commandos locali appositamente addestrati e armati e con contractor di compagnie miltari private. Gli Stati uniti mirano, dunque, al controllo militare delle aree strategiche del continente: la Libia, all’intersezione tra Mediterraneo, Africa e Medioriente; l’Africa orientale e centrale, a cavallo tra Oceano Indiano e Atlantico. Il gioco, apparentemente complicato, diventa chiaro guardando una carta geografica. Meglio su un atlante storico, per vedere come il neocolonialismo somigli in modo impressionante al vecchio colonialismo.

IlManifesto.it

Occupy Wall Street e l’ “Autunno Americano”: è una “Rivoluzione Colorata”?

di: Michel Chossudovsky

C’è un movimento di protesta popolare che si sta dispiegando in tutta l’America, comprendente persone di ogni ceto sociale, di tutte le età, consapevoli della necessità di un cambiamento sociale e impegnati a invertire la marea.

La base di questo movimento rappresenta una risposta all’ “agenda di Wall Street” di frodi finanziarie e  manipolazione, servite per innescare la disoccupazione e la povertà in tutto il paese.

Questo movimento costituisce, nella sua forma attuale, uno strumento di riforma significativa e di cambiamento sociale in America?

Qual è la struttura organizzativa del movimento? Chi sono i suoi principali artefici?

Il movimento o segmenti all’interno di esso sono stati cooptati?

Questa è una questione importante, che deve essere affrontata da coloro che fanno parte del Movimento Occupy Wall Street così come da coloro che, in tutta l’America, sostengono la democrazia reale.

Introduzione

Storicamente, i movimenti sociali progressisti sono stati infiltrati, i loro leader cooptati e manipolati, attraverso il finanziamento di organizzazioni non governative, sindacati e partiti politici. Lo scopo ultimo del ”finanziamento del dissenso” è quello di impedire al movimento di protesta di sfidare la legittimità dell’ elite di Wall Street:

Con amara ironia, una parte dei fraudolenti guadagni finanziari a Wall Street, negli ultimi anni, sono stati riciclati alle fondazioni esenti da tasse delle élite e a quelle di beneficenza. Questi guadagni finanziari non sono stati utilizzati solo per acquistare i politici, ma sono anche stati convogliati alle ONG, agli istituti di ricerca, i centri sociali,gruppi religiosi, ambientalisti, media alternativi, per i diritti umani,ecc..

L’obiettivo interno è  “fabbricare il dissenso” e stabilire i confini di un opposizione ”politicamente corretta”. A loro volta, molte ONG sono infiltrate da informatori che spesso agiscono per conto di agenzie di intelligence occidentali. Inoltre, un segmento sempre più ampio dei media progressisti di notizie alternative su internet è diventato dipendente dai finanziamenti di fondazioni private e associazioni di beneficenza.

L’obiettivo delle élite è stato quello di frammentare il movimento popolare in un vasto  mosaico “fai da te” (Vedi Michel Chossudovsky, Manufacturing Dissent: the Anti-globalization Movement is Funded by the Corporate Elites, Global Research, 20 settembre 2010).

Fabbricare il dissenso

Allo stesso tempo,  il” dissenso fabbricato” è intento a promuovere divisioni politiche e sociali (ad esempio all’interno e tra i partiti politici e i movimenti sociali). A sua volta, incoraggia la creazione di fazioni all’interno di ogni organizzazione.

Per quanto riguarda il movimento anti-globalizzazione, questo processo di divisione e frammentazione risale ai primi giorni del World Social Forum. (Vedi Michel Chossudovsky,Manufacturing Dissent: The Anti-globalization Movement is Funded by the Corporate Elites, Global Research, 20 settembre2010)

La maggior parte delle organizzazioni progressiste del periodo post seconda guerra mondiale, compresa la “sinistra” Europea sono state, nel corso degli ultimi 30 anni,trasformate e rimodulate. Il sistema di libero mercato (neoliberismo) è il consenso della ”sinistra”. Questo vale, tra gli altri, per il Partito socialista in Francia, il partito laburista in Gran Bretagna, i socialdemocratici in Germania, per non parlare del partito dei Verdi in Francia e Germania.

Negli Stati Uniti, il bipartitismo non è il risultato dell’interazione dei partiti politici del Congresso. Una manciata di potenti gruppi di lobby aziendali controllano sia i repubblicani che i democratici. Il “consenso bi-partisan” è stabilito dalle élites che operano dietro le quinte. E ‘applicato dai principali gruppi lobbistici, che esercitano una morsa su entrambi i maggiori partiti politici.

A loro volta, i leader della American Federation of Labor and Congress of Industrial Organizations(AFL-CIO) sono stati cooptati dall’ establishment aziendale contro la base del movimento operaio degli Stati Uniti. I leader delle organizzazioni dei lavoratori partecipano alle riunioni annuali del Forum economico mondiale di Davos (WEF).Collaborano con il Business Roundtable. Ma al tempo stesso, la base del movimento operaio degli Stati Uniti, ha cercato di effettuare modifiche organizzative che contribuiscono a democratizzare la leadership dei sindacati.

Le élite promuoveranno un “rituale del dissenso” con alta visibilità dei media, con il supporto della rete televisiva, della stampa corporativa così come di internet.

Le élite economiche - che controllano le principali fondazioni – supervisionano anche il finanziamento di numerose organizzazioni della società civile, che storicamente sono state coinvolte nel movimento di protesta contro lo stabilito ordine economico e sociale. I programmi di molte organizzazioni non governative (comprese quelli coinvolti nel movimento Occupare Wall Street) si basano parecchio sui finanziamenti da fondazioni private tra cui la Ford, Rockefeller, MacArthur, fondazioni Tides,tra gli altri.

Storicamente, il movimento anti-globalizzazione  emerso negli anni 1990 si è opposto a Wall Street e ai giganti del petrolio del Texas controllati da Rockefeller, et al. Eppure, le basi e le associazioni di beneficenza di Rockefeller, Ford et al hanno, nel corso degli anni, generosamente finanziato le reti progressiste anti-capitalista  e gli ambientalisti , al fine di sorvegliare e in ultima analisi, dare forma alle loro varie attività.

Le “Rivoluzioni colorate”

Nel corso dell’ultimo decennio, le “rivoluzioni colorate” sono emerse in diversi paesi. Si tratta di operazioni di intelligence degli Stati Uniti  consistenti nel sostenere segretamente i movimenti di protesta al fine di innescare il  “cambio di regime” sotto la bandiera di un movimento pro-democrazia.Le “Rivoluzioni colorate” sono finanziate dal National Endowment for Democracy, l ‘International Republican Institute e Freedom House,tra gli altri. L’obiettivo finale di una “rivoluzione colorata” è quella di fomentare disordini sociali e utilizzare il movimento di protesta per rovesciare il governo esistente. L’obiettivo finale è, quindi, quello di instaurare un  governo filo-americano (o un regime fantoccio).

Dalla Primavera Araba” a “Occupy Wall Street“: il ruolo di OTPOR

Nella “primavera araba” egiziana, le principali organizzazioni della società civile, comprese Kifaya (Basta!) e il Movimento Giovanile del 6 Aprile, non erano supportate solo da fondazioni  basate negli Stati Uniti tra cui Freedom House e il National Endowment for Democracy (NED), ma hanno anche avuto l’approvazione del Dipartimento di Stato americano. (Per i dettagli si veda Michel Chossudovsky, The Protest Movement in Egypt: “Dictators” do not Dictate, They Obey Orders, Global Research, 29 Gennaio 2011

dissidenti egiziani -Freedom House

Il Segretario di Stato americano Hillary Clinton e dissidenti egiziani -Maggio 2009-

La cooptazione dei leader dei vari gruppi dell’ opposizione in Egitto è stata attuata attraverso vari canali tra cui Freedom House e il National Endowment for Democracy, entrambi i quali hanno legami con i servizi segreti americani.

Il Movimento Giovanile del 6 Aprile, il quale per un certo numero di anni è stato in collegamento permanente con l’ambasciata americana al Cairo, è stato addestrato dal Centre for Applied Non Violent Action and Strategies (CANVAS) della Serbia, una società di consulenza e formazione specializzata in ”Rivoluzioni”. Il  CANVAS è stato fondato nel 2003 dall’ OTPOR, un’organizzazione serba sostenuta dalla CIA,che ha svolto un ruolo centrale nella caduta di Slobodan Milosevic in seguito ai bombardamenti NATO della Jugoslavia nel 1999.

Appena due mesi dopo la fine dei bombardamenti della Jugoslavia del’99, l’ OTPOR svolgeva un ruolo centrale nell’installazione di un  governo “ad interim” in Serbia sponsorizzato da USA-NATO. Questi sviluppi hanno anche aperto la strada verso la secessione del Montenegro dalla Jugoslavia, l’istituzione della base militare statunitense Bondsteel e la  formazione dello Stato Mafioso in Kosovo.

Nell’agosto del 1999, la CIA pare abbia creato un programma di formazione per OTPOR a Sofia, capitale  della Bulgaria:

Nell’estate del 1999, il capo della CIA, George Tenet, ha messo su un reparto a Sofia, in Bulgaria” per educare “l’opposizione serba, come confermato lo scorso 28agosto[2000] dalla BBC.

Il programma della CIA è un programma per fasi successive. Nella fase iniziale, essi lusingano il patriottismo e lo ‘spirito di indipendenza” dei serbi, agendo come se essi rispettassero queste qualità. Ma dopo aver seminato confusione e distrutto l’unità del Paese, la CIA e la NATO si spingerebbero molto b en più lontano. ”

(Gerard Mugemangano e Michel Collon,”To be partly controlled by the CIA ? That doesn’t bother me much.”, Interview with two activists of the Otpor student movement, International Action Center (IAC),To be partly controlled by the CIA ? 6 Ottobre 2000. Vedi anche CIA is tutoring Serbian group, Otpor“,The Monitor, Sofia, tradotto da Blagovesta Doncheva, Emperors Clothes,  8 settembre 2000).

Il” Business della Rivoluzione”

Il Centre for Applied Non Violent Action and Strategies (CANVAS) dell’OTPOR si descrive come “una rete internazionale di formatori e consulenti” coinvolti nel ”Business Revolution”. Finanziato dal National Endowment for Democracy (NED), costituisce consulenza e formazione di gruppi di opposizione sponsorizzati dagli Stati Uniti in oltre 40 paesi.

L’ OTPOR ha giocato un ruolo chiave in Egitto.

Egitto -Tahir Square: quello che sembrava essere un processo di democratizzazione spontaneo era una operazione di intelligence accuratamente pianificata. Guarda il video qui sotto.

Sia il Movimento Giovanile del 6 Aprile che  Kifaya (Basta!) hanno ricevuto una formazione preliminare dal CANVAS a Belgrado “nell’ambito delle strategie di rivoluzione non violenta”. ”Secondo Stratfor, le tattiche utilzzate dal Movimento e da Kifaya” provenivano direttamente dal programma di addestramento del Canvas. ”(Citato in Tina Rosenberg, Revolution UForeign Policy,16 febbraio 2011)

Logo del Movimento Giovanile del 6 Aprile, Egitto

Vale la pena notare la somiglianza dei loghi e dei nomi coinvolti nelle “rivoluzioni colorate” sponsorizzate da CANVAS-OTPOR. Il Movimento Giovanile del 6 Aprile in Egitto ha  usato il pugno chiuso come suo logo, Kifaya (“Basta!”) ha ripreso lo stesso nome come il movimento di protesta giovanile supportato da OTPOR in Georgia, che era stato chiamato Kmara! (“Basta!”). Entrambi i gruppi sono stati formati dal  CANVAS.

Il ruolo del CANVAS-OPTOR nel Movimento Occupy Wall Street

CANVAS-OPTOR è attualmente coinvolto nel Movimento  Occupy Wall Street.

Diverse importanti organizzazioni attualmente coinvolte nel movimento Occupare Wall Street hanno avuto un ruolo significativo nella ”Primavera araba”. Di rilevanza, ” Anonymous “ è stato coinvolto nel condurre attacchi informatici su siti web del governo egiziano,  in piena “primavera araba”.

Lo scorso agosto, ” Anonymous ” ha condotto simili attacchi informatici  contro il Ministero della Difesa siriano. Questi attacchi informatici sono state intrapresi a sostegno dell’ “opposizione” siriana in esilio, che è in gran parte integrata dagli islamisti. (Vedi Syrian Ministry Of Defense Website Hacked By ‘Anonymous’, Huffington Post, 8 agosto 2011).

Le azioni di ” Anonymous “ in Siria sono coerenti con il quadro delle”rivoluzioni colorate”. Essi cercano di demonizzare il regime siriano e creare instabilità politica. (Per l’analisi sulle opposizionidella Siria, si veda Michel Chossudovsky,  SYRIA: Who is Behind The Protest Movement? Fabricating a Pretext for a US-NATO “Humanitarian Intervention” Global Research, 3 maggio 2011)

Sia CANVAS  che Anonymous sono ora attivamente coinvolti nel Movimento Occupy Wall Street. [http://anonops.blogspot.com]

Il ruolo preciso del CANVAS nel Movimento Occupy Wall Street resta da valutare.

Ivan Marovic, uno dei leader del CANVAS, ha recentemente tenuto un discorso dinanzi i manifestanti a New York City.

Marovic ha già riconosciuto in passato che non c’è nulla di spontaneo nella progettazione di un “evento rivoluzionario”:

“Sembra come se le persone fossero appena scese in strada. Ma è il risultato di mesi o anni di preparazione. E ‘molto noioso fino a quando non si arriva al punto dove è possibile organizzare manifestazioni di massa o scioperi. Se è attentamente pianificato, dal momento in cui ha inizio, si conclude tutto nel giro di settimane “. (Citato in in Tina Rosenberg,Revolution UForeign Policy,16 febbraio 2011)

Questa dichiarazione del portavoce di OTPOR Ivan Marovic suggerisce che i movimenti di protesta nel mondo arabo non si sono diffusi spontaneamente da un paese all’altro, come invece viene ritratto dai media occidentali. I movimenti di protesta nazionali sono stati pianificati con largo anticipo e anche la cronologia e la sequenza di questi movimenti  sono state previste.

Allo stesso modo, la dichiarazione di Marovic suggerisce anche che il Movimento Occupy Wall Street è stato oggetto di attenta pianificazione avanzata da un certo numero di organizzazioni chiave riguardo la tattica e la strategia.

Vale la pena notare che una delle tattiche dell’ OTPOR è “non cercare di evitare gli arresti”, ma piuttosto di” provocarli e usarli a vantaggio del movimento.” , come strategia di pubbliche relazioni. (Ibid)

Il Pugno Chiuso del Movimento Occupy Wall Street su http://occupywallst.org

La PARTE II del presente articolo esaminerà il fulcro del movimento  Occupy Wall Street  , compreso il ruolo di organizzatori delle ONG.

LINK:  Occupy Wall Street and “The American Autumn”: Is It a “Colored Revolution”?

DI: CoriInTempesta

Il potere occulto della finanza

di: Oscar Strano

Un virus chiamato democrazia, il male del novecento. Un batterio micidiale messo in circolazione dalla caduta dell’Unione Sovietica. I moralisti diranno che dalla caduta del muro si è avverato il sogno di libertà tanto desiderato, e dunque rispondo con una celebre frase di Friedrich Nietzsche, “non resta altro mezzo per rimettere in onore la politica, si devono come prima cosa impiccare i moralist”. Appena dopo un decennio da quel fatidico 1989, il numero delle nazioni democratiche nel mondo già era cresciuto da sessantanove a centodiciotto, ma a quale prezzo?

Nel momento in cui il muro di Berlino crolla, un oceano di illusioni e false speranze attraversa la cortina di ferro, simbolo fino a quel dì della divisione tra mondo libero e totalitarismo. Ma il virus democratico non si ferma lì e comincia a espandersi anche nel Sudest asiatico, nell’America Latina e persino in Cina, portando con sé un sintomo peculiare, ossia la schiavitù. Sì, avete capito bene: schiavitù o dipendenza totale dalla povertà. Perché in quel decennio quasi ventisette milioni di persone vengono ridotte ai margini perfino in alcuni paesi dell’Europa occidentale. La globalizzazione e l’avvento della democrazia, paradossalmente, favoriscono lo sfruttamento del lavoro degli schiavi su scala industriale. La democrazia e la schiavitù sono tenute insieme da quella che è definita una correlazione diretta; l’evoluzione dell’uno condiziona quello dell’altro. Un altro paradosso si manifesta dagli anni cinquanta, ma fortemente accentuata dopo il 1989, durante il processo di decolonizzazione. Nel momento in cui le colonie ottengono l’autonomia, il numero degli schiavi cresce mentre il loro prezzo si abbassa.

Ebbene mi domando, a chi è servito questo processo?

Risulterei banale rispondendo “le solite famiglie della finanza mondiale”. Anche se il discorso è tutto lì. Ed è sbagliato pensare che lo sfruttamento degli schiavi è pratica delle nazioni più ricche a discapito di quelle più povere, e quindi più deboli.

Gli approfittatori sono gli stessi connazionali. Vi chiederete, come lo chiamiamo questo sistema? Finanza Sovrana, ed è la conseguenza di mutamenti radicali all’interno di società, culture, nazioni. La Finanza Sovrana occupa il posto di una classe politica che si dimostra non in grado di prendere scelte serie e decise per quanto riguarda l’economia statale. Se le casse dello stato non hanno guardiani, i primi avvoltoi ci si fiondano e fanno razzia. E’ semplice il processo, anche se la storia lo cela dietro teorie complesse e incomprensibili. Ed è questa logica ad aver distrutto imperi, grandi culture e grandi nazioni. Ed è sempre la stessa logica che sta distruggendo la coscienza collettiva, perché è presente quotidianamente, in ogni gesto di ogni uomo. Dalle comunicazioni, alla sicurezza; dalle necessità umane alle azioni “umanitarie” (meglio: balle umanitarie).

E oggi la Finanza Mondiale è in subbuglio, è agitata, irrequieta. Come mai? Saremo forse nel mezzo di un altro mutamento storico? Sta forse cambiando qualcosa, in maniera radicale? La classe politica italiana (come del resto tutte le classi politiche europee, o quasi) è lo specchio della scena politica internazionale. Quando l’Unione Sovietica crollò, in Italia fu smantellata una rappresentanza popolare, quasi interamente.

Un evento che segnò la fine della prima Repubblica, oltreché “Mani Pulite”, è anche l’adozione dell’euro da parte dell’Italia. Intendiamoci: non sono eventi che si sono avverati nello stesso anno, alcuni a distanza di un decennio quasi, ma i mutamenti radicali sono fratture che si sviluppano in periodi non definiti, anzi variabili. Possono durare cinque anni, come dieci. Ma saranno forse un caso questi eventi?

E’ l’avvento di un nuovo mutamento che preoccupa perché, se non controllato, favorirà sempre la Finanza Mondiale che, oltre al debito degli stati, è l’unica cosa che si può dir ancora sovrana in un mondo che si sta disintegrando nel profondo delle sue anime. Purtroppo però ( o per fortuna, si vedrà) il cambiamento sta – palesemente – prendendo la forma che la Finanza Mondiale ha, nel segreto dei suoi uffici distribuiti nell’intero globo, deciso. A conferma di ciò è l’aumento degli interessi sui mutui. Secondo i dati di Bankitalia, ad agosto il tasso di interesse medio sui prestiti è arrivato a quota 3,70%. Mentre l’anno prima, nello stesso mese, il tasso era un punto percentuale in meno circa (2,86%). Questa è la conseguenza dell’atteggiamento tenuto dall’Europa che, per salvare le banche, tiene basso il costo del denaro. Quindi ora non pensate mica di sottoscrivere un mutuo, sarebbe la vostra rovina, visto che il tasso ufficiale della Bce è all’1,5% e quindi potreste arrivare a pagare gli interessi anche al 5%. Roba da pazzi.

Secondo un’indagine dell’Osservatorio finanziario, le quote di guadagno delle diverse banche sono aumentate nei mesi estivi (guarda un po’! Proprio i mesi in cui sono state varate le varie finanziarie dal governo). Veneto Banca ha aumentato la quota del 2,4%, e un suo cliente è costretto a pagare il 4% in più d’interessi. Poi arriva Credem, con spread balzati del 2%.

Al terzo gradino del podio troviamo la Banca Popolare di Vicenza, con maggiorazioni fino al 1,9%, giungendo il 3,9% di spread per i mutui variabili indicizzati con il tasso Bce. Seguono le grandi banche Intesa e Unicredit e, per quest’ultima, facendo una media tra le varie tipologie di mutuo l’aumento della quota guadagno è del 1,7%.

Per Intesa invece la maggiorazione per tutti i prestiti per la casa varia dal 0,4% allo 0,75% in più rispetto ai mesi estivi di quest’anno. In fondo alla “lista nera” dell’Osservatorio troviamo anche Banca Sella, Cariparma, Bpm, Carige, Bnl e le Poste Italiane.

Certo, loro aumentano gli indici e i valori d’interesse, a noi invece aumentano i debiti e diminuiscono i soldi, strategia che sa di truffa ormai, ma loro no: non sia mai che le banche non debbano speculare su poveri cristi. Le banche sopravvivono sempre, anzi, in momenti di mutamento profondo, si arricchiscono e con loro i veri padroni delle banche. Sarà un caso?

Rinascita.eu

Afghanistan:10 anni di guerra e occupazione … per il controllo della droga

Articolo inviato al blog
di: Salvatore Santoru
Correva l’anno 2001  in Afghanistan . Le forze armate inglesi e statunitensi iniziarono a bombardare il paese dietro il paravento della “lotta al terrorismo”.Dieci anni sono passati e l’invasione(Usa/Uk e alleati)continua,civili continuano a morire sotto le bombe “umanitarie” della NATO,le nazioni imperialiste continuano ad incrementare le spese militari(a scapito di quelle sociali),continuano a morire anche i militari occupanti,per la maggiore “carne da macello” mandata a morire in cambio di lauti compensi.67000 morti l’attuale bilancio di questa guerra,tra cui “15mila civili(dato sottostimato),38mila talebani, 10mila militari afgani, 2.600 della Nato (e 20mila feriti e mutilati) e 1.800 contractors, negli ultimi cinque anni 730mila sfollati, pari a una media di 400 al giorno (stime ufficiali di Onu, Nato, Crocerossa, Human Rights Watch, Unhcr).”E tutto questo per cosa?Non certo per i “diritti umani”,la “lotta al terrore” con cui questa guerra e i suoi massacri sono stati giustificati.E allora per cosa?Per la droga,per il controllo mondiale  della droga.Lo stesso traffico di  droga che viene combattuto negli Stati Uniti D’America( “guerra alla droga” che  ha costituito un gigantesco business ,con repressioni e violazioni di libertà in nome di essa)guarda caso vede tra i maggiori beneficiari e propinatori gli stessi apparati dell’imperialismo americano(CIA e company)impegnati ufficialmente sull’altro fronte.Che dire?Un vero e proprio gigantesco conflitto di interesse!.E adesso un pò di storia.Negli anni ottanta notoriamente la CIA finanziò i mujaheddin(nei quali militava al tempo un giovane Osama Bin Laden)nella resistenza antisovietica con i proventi dell’eroina.Il lucroso affare  continuò per tutti gli anni Novanta,durante le “faide” tra i vari Signori della Guerra e aumentò con  l’avvento al potere dei talebani(in quel periodo sostenuti dagli USA).Ma nel 2000 successe un imprevisto:il Mullah Omar,desideroso di guadagnare sostegno internazionale decise che la produzione di oppio dovesse essere vietata.Ma grazie all’arrivo dei “liberatori” la produzione è tornata ai livelli di un tempo,e anzi in pochi anni l’Afghanistan è diventato il principale produttore di eroina(con il 93 per cento della produzione mondiale).E che dire del governo-fantoccio messo in piedi dalla NATO,guidato da Karzai,fratello di  un’importante trafficante,ucciso non molto tempo fa,e  a quanto pare coinvolto anch’esso(Karzai presidente) nel narcotraffico.Tra l’altro i “narcodollari” sono serviti per il salvataggio di diverse banche colpite nel 2008 dalla crisi.Quella dell’Afghanistan non è certamente la prima “guerra per la droga” che l’Occidente combatte,basti ricordare il Kosovo,con il sostegno dato alla formazione terroristica dell’Uck(i famosi combattenti ultranazionalisti albanesi collegati con  la mafia, e il network di Al Queda,diventati in seguito la classe dirigente alla guida del Kosovo “liberato” con l’eliminazione di serbi,rom, albanesi dissidenti e così via)oppure alle operazioni anticomuniste finanziate dai ricavi nel narcotraffico nel Sudest asiatico,o in America Latina(basti pensare ai “contras” in Nicaragua).
Nb:Molte informazioni presenti in questo articolo sono state riprese(e in certi casi riadattate)da questo articolo di Enrico Piovesana,intitolato “Cosa si nasconde dietro la guerra in Afghanistan”  pubblicato su “Peace Reporter”  il 6/10/2009

[N.d.R.] – Consigliamo anche la lettura di: Geopolitica del Narcotraffico

Ritorno a «Tripoli, bel suol d’amore…»

di: Manlio Dinucci

Il 5 ottobre 1911, dopo due giorni di bombardamento navale, il primo contingente italiano sbarcò a Tripoli, iniziando l’occupazione coloniale della Libia che, proseguita e rafforzata dal fascismo, sarebbe durata trent’anni. E’ una pagina storica definitivamente chiusa? Non c’è quindi alcuna analogia tra la prima guerra di Libia e quella attuale? Certo, in un secolo molte cose sono cambiate. Ma i meccanismi della guerra sono rimasti sostanzialmente gli stessi.

Gli interessi dietro la guerra

Agli inizi del Novecento l’Italia, restata dopo la sconfitta di Adua (1896) una potenza coloniale di secondo piano con i possedimenti di Eritrea e Somalia, rilanciò la sua politica espansionista: obiettivo la conquista della Libia, parte dell’impero ottomano che si stava sgretolando. A spingere in questa direzione erano i circoli dominanti finanziari, industriali e agrari, che volevano penetrare in Nord Africa, e i fabbricanti di cannoni, che volevano una guerra per accrescere i loro profitti. La conquista iniziò con una aggressiva strategia economica, attuata dal governo attraverso il Banco di Roma, potente istituto finanziario legato ad ambienti vaticani e cattolici. Con grossi capitali e forti contributi governativi, esso cominciò nel 1907 a penetrare in Libia, aprendo succursali, banchi di pegno e agenzie commerciali. Mise le mani anche sull’agricoltura, acquistando terreni, impiantando una grande azienda presso Bengasi e un enorme mulino a Tripoli, e promosse ricerche minerarie. In tre anni realizzò un giro d’affari di oltre 240 milioni di lire. Ciò suscitò la crescente ostilità delle autorità turche. L’Italia rispose dichiarando guerra alla Turchia, nonostante la sua ampia disponibilità a fare concessioni.

Oggi, per le élite economiche e finanziarie europee e statunitensi, la Libia è ancora più importante. Nello «scatolone di sabbia» vi sono le maggiori riserve petrolifere dell’Africa, preziose per l’alta qualità e il basso costo di estrazione, e grosse riserve di gas naturale; vi è l’immensa riserva di acqua della falda nubiana, in prospettiva più preziosa del petrolio. E la Libia è il paese che ha raggiunto in Africa il più alto livello di sviluppo economico, che ha grossi capitali investiti in molti paesi. Sulle sue risorse misero le mani soprattutto Gran Bretagna e Stati uniti, quando il paese ottenne l’indipendenza nel 1951 ma restò dipendente dal colonialismo che aveva assunto nuove forme. Condizione che terminò quando, nel 1969, gli «ufficiali liberi» di Muammar Gheddafi abolirono la monarchia di re Idris, strumento del dominio neocoloniale, e fondarono la repubblica, nazionalizzando le proprietà della British Petroleum e costringendo le compagnie petrolifere a versare allo stato libico quote molto più alte dei profitti. Ora, con la guerra, viene rimesso tutto in gioco.

La preparazione dell’opinione pubblica

Un secolo fa, la guerra per l’occupazione della Libia fu preparata e accompagnata da una martellante propaganda, condotta da quasi tutti i maggiori quotidiani, soprattutto quelli cattolici legati al Banco di Roma. Si diffuse un vero e proprio delirio: nei café-chantant si cantava «Tripoli, bel suol d’amore ti giunga dolce questa mia canzone, sventoli il tricolor sulle tue torri al rombo del cannone». Motivo conduttore era che l’Italia, nazione civile, doveva liberare la Libia dal barbaro dominio turco, aprendo la strada al suo sviluppo politico ed economico. In realtà i libici avevano già conquistato molti diritti politici, che gli italiani abolirono quando occuparono il paese. Il Partito socialista, sopravvalutando la propria forza e non credendo Giolitti capace di gettare l’Italia in una avventura coloniale, rimase sostanzialmente immobile. Solo all’ultimo, sotto pressione dei circoli operai e giovanili, la direzione del Psi proclamò uno sciopero generale il 27 settembre 1911, raccomandando però che fosse «dignitoso e composto». In realtà, già da tempo noti esponenti socialisti erano divenuti sostenitori del colonialismo. «Col mio socialismo – scriveva Giovanni Pascoli – non contrasta l’aspirazione dell’espansione coloniale». E, iniziata la guerra per la conquista della Libia, annunciava che «la grande proletaria si è mossa» per dare lavoro ai suoi figli, per «contribuire all’umanamento e incivilimento dei popoli».

Una enunciazione ante litteram del concetto di «guerra umanitaria», che oggi è alla base della martellante propaganda mediatica a sostegno dell’attacco alla Libia. La motivazione è ancora quella di liberare il popolo libico, in questo caso non dal barbaro dominio turco ma da quello del dittatore Gheddafi, per aprirgli la strada allo sviluppo politico ed economico con il contributo del lavoro italiano. E oggi, molto più che nel 1911, c’è una «sinistra» che appoggia la guerra. Con un segretario del Pd che sostiene: «L’articolo 11 della Costituzione ripudia la guerra come soluzione delle controversie internazionali, ma non certamente l’uso della forza per ragioni di giustizia».

L’attacco e la resistenza

La guerra del 1911 fu a lungo preparata, infiltrando agenti segreti in Libia con un duplice compito: raccogliere informazioni militari e reclutare capi arabi disponibili a collaborare. Deciso l’attacco, l’Italia usò la sua schiacciante superiorità militare: oltre 20 corazzate e altre navi da guerra bombardarono Tripoli senza subire alcun danno, dato che i loro cannoni avevano una gittata molto maggiore di quella dei vecchi cannoni a difesa della città. Fu usata anche l’aeronautica, che il 1° novembre in Libia effettuò il primo bombardamento della storia. Ma subito dopo l’inizio dello sbarco del corpo di spedizione, forte di 100mila uomini, scoppiò la rivolta popolare, e diversi soldati italiani furono massacrati. Gli italiani scatenerano una vera e propria caccia all’arabo: in tre giorni ne furono fucilati o impiccati circa 4.500, tra cui 400 donne e molti ragazzi. Migliaia furono deportati a Ustica e in altre isole, dove morirono quasi tutti di stenti e malattie. Iniziava così la storia della resistenza libica. Nel 1930, per ordine di Mussolini, vennero deportati dall’altopiano cirenaico circa 100mila abitanti, che furono rinchiusi in una quindicina di campi di concentramento lungo la costa. Per sterminare le popolazioni ribelli, furono impiegate dall’aeronautica anche bombe all’iprite, proibite dal recente Protocollo di Ginevra del 1925. La Libia fu per l’aeronautica di Mussolini ciò che Guernica fu in Spagna per la luftwaffe di Hitler: il terreno di prova delle armi e tecniche di guerra più micidiali. Nel 1931, per isolare i partigiani guidati da Omar al-Mukhtar, fu fatto costruire dal generale Graziani, sul confine tra Cirenaica ed Egitto, un reticolato di filo spinato largo alcuni metri e lungo 270 km, sorvegliato da aeroplani e pattuglie motorizzate. Omar al-Mukhtar venne catturato e impiccato il 16 settembre 1931, all’età di oltre 70 anni, nel campo di concentramento di Soluch, di fronte a ventimila internati.

Significative analogie si ritrovano nella guerra attuale. Anche questa è iniziata con l’infiltrazione di agenti segreti e il reclutamento di capi arabi disponibili a collaborare. Anche questa viene condotta con una schiacciante superiorità militare: le forze aeree Usa/Nato, di cui fanno parte quelle italiane, hanno effettuato dal 19 marzo oltre 10mila missioni di attacco, sganciando circa 40mila bombe, distruggendo oltre 5mila obiettivi senza subire alcuna perdita. E scopo della guerra resta quello di occupare un paese la cui posizione geostrategica, all’intersezione tra Mediterraneo, Africa e Medio Oriente, è di primaria importanza. Oggi soprattutto per Stati uniti, Francia e Gran Bretagna, che con la fine della monarchia di re Idris persero le basi militari che gli aveva concesso in Libia e che ora cercano di riavere. Resta però ancora da vedere quale sarà la reazione del popolo libico a quella che si prospetta come una nuova occupazione in forme neocoloniali.

Chissà se il presidente Napolitano – convinto che l’Italia, oggi fermo presidio della pace, si è lasciata alle spalle gli anni bui del bellicismo fascista – celebrerà, dopo il 150° dell’unità nazionale, anche il centenario della prima guerra di Libia. Per capire non tanto che cosa fosse l’Italia allora, ma che cosa sia oggi.

IlManifesto.it

La distruzione del tenore di vita di un paese: quello che la Libia aveva raggiunto, quello che è stato distrutto

di: Prof. Michel Chossudovsky

“Non c’è domani” sotto una rivolta di Al Qaeda promossa dalla NATO .

Mentre veniva insediato un governo di ribelli “pro-democrazia”, il paese è stato distrutto.

Sullo sfondo della propaganda di guerra, le conquiste economiche e sociali della Libia nel corso degli ultimi venti anni sono state brutalmente rovesciate:

La Giamahiria Araba Libica ha avuto un alto tenore di vita e un robusto apporto calorico pro capite giornaliero di 3144 calorie. Il paese ha fatto passi da gigante nel campo della sanità pubblica e, dal 1980, il tasso di mortalità infantile è sceso dal 70 ogni mille nati vivi al 19 nel 2009. L’aspettativa di vita è salita dai 61 ai 74 anni  durante lo stesso arco di anni. (FAO, Roma,Libya, Country Profile)

Secondo settori della ”sinistra progressista” che hanno avallato il mandato R2P (responsabilità di proteggere) della NATO, per non parlare dei terroristi che vengono accolti, senza riserve, come “liberatori“:

 La gente è entusiasta di ricominciare da capo. C’è un vero senso di rinascita, una sensazione che le loro vite stanno ricominciando nuovamente“.(DemocracyNow.org, 14 settembre 2011- enfasi aggiunta)

Ripartire“ sulla scia della distruzione? Paura e disperazione sociale, innumerevoli morti e atrocità, ampiamente documentate dai media indipendenti. Nessuna euforia ….Si è verificata una storica inversione nello sviluppo economico e sociale del paese. I risultati ottenuti sono stati cancellati.

L’invasione  e l’occupazione della NATO contrassegnano la rovinosa “rinascita“ del livello di vita della Libia. Questa è la verità proibita e taciuta: un intera nazione è stata destabilizzata e distrutta, la sua gente spinta verso un abissale povertà.

L’obiettivo dei bombardamenti della NATO è stato sin dall’inizio quello di distruggere lo standard di vita del paese , le sue infrastrutture sanitarie, le sue scuole e gli ospedali, il suo sistema di distribuzione dell’acqua. E poi “ricostruire” con l’aiuto di finanziatori e creditori sotto la guida del FMI e della Banca mondiale.

I diktat del ”libero mercato” sono una condizione indispensabile per l’ installazione di una “dittatura democratica” in stile occidentale.

Circa 9.000 sortite d’attacco, decine di migliaia di obiettivi civili: aree residenziali,edifici governativi, impianti di approvvigionamento idrico e di energia elettrica. (Vedi comunicato della Nato, 5 settembre 2011. – 8.140 sortite d’attacco dal 31 marzo al 5 settembre 2011)

Una nazione intera è stata bombardata con gli ordigni più avanzati, tra cui munizioni all’uranio impoverito.

Già nel mese di agosto, l’UNICEF ha avvertito che i bombardamenti della NATO sulle infrastrutture idriche della Libia “potrebbero trasformarsi in un’epidemia sanitaria senza precedenti“. (Christian Balslev-Olesen , responsabile dell’ Ufficio Unicef ​​ in Libia, agosto 2011).

Nel frattempo gli investitori e i finanziatori si sono posizionati. ”La guerra fa bene agli affari. La NATO, il Pentagono e le istituzioni finanziarie internazionali basate a Washington (IFIs) operano in stretto coordinamento. Quello che è stato distrutto dalla NATO verrà ricostruito, finanziato da creditori esteri della Libia sotto la guida del ” Washington Consensus ”:

“In particolare, la Banca Mondiale è stata incaricata di esaminare la necessità di riparazione e ripristino dei servizi nei settori dell’acqua, dell’energia e dei trasporti [bombardati dalla Nato] e, in collaborazione con il Fondo Monetario Internazionale, sostenere la preparazione del bilancio [le misure di austerità] e aiutare il settore bancario a rimettersi in piedi [la banca centrale libica è stato uno dei primi edifici governativi adessere bombardato]. ” (World Bank to Help Libya Rebuild and Deliver Essential Services to Citizens enfasi aggiunta)

I risultati dello sviluppo della Libia

Qualunque siano le proprie opinioni riguardo Gheddafi, il  governo libico post-coloniale  ha giocato un ruolo chiave nell’eliminazione della povertà e nello sviluppo delle infrastrutture sanitarie ed educative del paese. Secondo la giornalista italiana Yvonne de Vito: “A differenza di altri paesi che hanno attraversato una rivoluzione - la Libia è considerata la Svizzera del continente africano ed è molto ricca, le sue scuole ed i suoi ospedali sono gratuiti per il popolo. Le condizioni per le donne sono molto migliori rispetto ad altri paesi arabi ”. (Russia Today, 25 agosto 2011)

Questi sviluppi sono in netto contrasto con quello che molti paesi del Terzo Mondo sono stati in grado di “conquistare” sotto la  ”democrazia” e la “governance” in stile occidentale nell’ambito del programma di aggiustamento strutturale (SAP) del FMI-Banca Mondiale .

Assistenza Sanitaria pubblica

L’ assistenza sanitaria pubblica in Libia prima dell’ ”intervento umanitario” della NATO era la migliore in Africa. ”L’assistenza sanitaria è [era] a disposizione di tutti i cittadini gratuitamente dal settore pubblico. Il paese vanta il più alto tasso di alfabetizzazione e di iscrizioni alle strutture educative in Nord Africa. Il governo sta [stava] in modo sostanziale aumentando il budget di sviluppo per i servizi sanitari … . (OMS- Libya Country Brief )

Confermato dalla Food and Agriculture Organization (FAO), la denutrizione era inferiore al 5%, con un apporto calorico giornaliero pro capite di 3144 calorie. (I dati FAO dell’apporto calorico indicano la disponibilita anzichè il consumo).

La Gran Giamahiria Araba Libica forniva ai suoi cittadini quello che è negato a molti americani:assistenza sanitaria e istruzione gratuita, come confermato dai dati OMS e dall’UNESCO.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS): l’ aspettativa di vita alla nascita era di 72,3 anni (2009), tra le più alte nel mondo sviluppato.

Il tasso di mortalità sotto i 5 anni ogni 1000 nati vivi è diminuito da 71 nel 1991 a 14 nel 2009
(http://www.who.int/countryfocus/cooperation_strategy/ccsbrief_lby_en.pdf)

Libia Informazioni generali – 2009 - FONTE: UNESCO -  Libya Country Profile -

Popolazione totale (000)
  6 420
Crescita demografica annua (%) ^
  2,0
Popolazione 0-14 anni (%)
  28
Popolazione rurale (%) ^
  22
Tasso di fertilità (nati per donna) ^
  2,6
Tasso di mortalità infantile (0 / 00) ^
  17
Speranza di vita alla nascita (anni) ^
  75
PIL pro capite (PPP) US $ ^
  16 502
Tasso di crescita del PIL (%) ^
  2,1
Servizio del debito totale come% del RNL ^
 
I bambini in età scolare primaria che non frequentano la scuola (%)
(1978)

2

Libia (2009) - Fonte OMS-  http://www.emro.who.int/emrinfo/index.aspx?Ctry=liy


Aspettativa di vita totale alla nascita (anni) 72,3

Aspettativa di vita uomini alla nascita (anni) 70,2

Aspettativa di vita donne alla nascita (anni): 74,9

Neonati sottopeso (%): 4.0

Bambini sottopeso (%): 4,8

Tasso di mortalità perinatale per 1000 nati vivi: 19

Tasso di mortalità neonatale: 11,0

Tasso di mortalità infantile (per 1000 nati vivi): 14.0

 Tasso di mortalità sotto i cinque anni (per 1000 nati vivi): 20.1

Rapporto di mortalità materna (per 10.000 nati vivi): 23

Educazione

Il tasso di alfabetizzazione degli adulti era dell’ordine del 89%,(2006), (94% per i maschi e 83% per le femmine). Il 99,9% dei giovani sa leggere e scrivere (dati UNESCO del 2006, vedi Libya Country Report)

La percentuale lorda delle iscrizioni alle scuole primarie era del 97% per i maschi e 97% per le ragazze.
(vedi tabelle UNESCO presso  http://stats.uis.unesco.org/unesco/TableViewer/document.aspx?ReportId=121&IF_Language=eng&BR_Country=4340&BR_Region=40525 )

Il rapporto insegnante-allievo nella scuola primaria della Libia era dell’ordine di 17 ( dati UNESCO- 1983), il 74% dei bambini che hanno terminato la scuola elementare sono stati iscritti alla scuola secondaria (dati UNESCO- 1983).

Sulla base di dati più recenti, che confermano un marcato aumento delle iscrizioni scolastiche, il Gross Enrolment Ratio (GER) nelle scuole secondarie era dell’ordine del 108% nel 2002. Il GER è il numero di alunni iscritti a un determinato livello di istruzione indipendentemente dall’età, espressa in percentuale della popolazione nella fascia di età teorica per quel livello di istruzione.

Per le iscrizioni all’educazione terziaria (post-secondaria, college e università), il Gross Enrolment Ratio  (GER) era dell’ordine del 54% nel 2002 (52 per i maschi, 57 per le femmine).

(Per ulteriori dettagli vedere http://stats.uis.unesco.org/unesco/TableViewer/document.aspx?ReportId=121&IF_Language=eng&BR_Country=4340&BR_Region=40525 )

I diritti della donna

Per quanto riguarda i diritti della donna, i dati della Banca Mondiale indicano il raggiungimento di risultati significativi .

“In un periodo di tempo relativamente breve, la Libia ha raggiunto l’accesso universale all’istruzione primaria, con il 98% lordo di iscrizioni per la secondaria, e il 46% per l’istruzione terziaria. Negli ultimi dieci anni, le iscrizioni delle ragazze sono aumentate del 12% a tutti i livelli dell’istruzione. Nell’istruzione secondaria e terziaria, le ragazze hanno superato in numero i ragazzi del 10%. ”(Banca mondiale- Libya Country Brief, enfasi aggiunta)

Il controllo dei prezzi sui generi alimentari di prima necessità

Nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo, i prezzi dei prodotti alimentari di prima necessità sono saliti alle stelle, a causa della deregolamentazione del mercato, la soppressione dei controlli dei prezzi e la eliminazione dei sussidi, sotto i consigli di “libero mercato” della Banca Mondiale e del FMI.

Negli ultimi anni, gli alimenti essenziali e i prezzi del carburante sono aumentati a spirale a causa del commercio speculativo sulle principali borse delle materie prime.

La Libia è stato uno dei pochi paesi in via di sviluppo che ha mantenuto un sistema di controllo dei prezzi degli alimenti essenziali.

Robert Zoellick, presidente della Banca Mondiale,  ha riconosciuto in una dichiarazione dell’ aprile 2011 che il prezzo degli alimenti di prima necessità era aumentato del 36 per cento nel corso dell’ultimo anno. (Vedi Robert Zoellick, World Bank )

La Grande Giamahiria Araba Libica aveva stabilito un sistema di controllo dei prezzi sugli alimenti di prima necessità mantenuto fino all’inizio della guerra guidata dalla NATO .

Mentre l’aumento dei prezzi alimentari nella vicina Tunisia ed in Egitto era alla base del disagio sociale e del dissenso politico, il sistema di aiuti alimentari in Libia era mantenuto.

Questi sono i fatti confermati da numerose agenzie specializzate delle Nazioni Unite.

“La diplomazia dei missili” e “Il Libero Mercato”

La guerra e la globalizzazione sono strettamente correlate. Il FMI e la NATO lavorano in tandem, in collegamento con i think tanks di Washington.

I paesi che si mostrano riluttanti ad accettare i proiettili rivestiti di zucchero della “medicina economica” del FMI saranno eventualmente oggetto di una operazione umanitaria della NATO.

Déjà Vu? Sotto l’Impero britannico, la “ gun boat diplomacy“ era un mezzo per imporre il “libero commercio“. Il 5 ottobre 1850, il rappresentante in Inghilterra del Regno di Siam, Sir James Brooke consigliò al governo di Sua Maestà che:

Se queste giuste richieste [di imporre il libero scambio] dovessero essere rifiutate, dovrà essere inviata una forza, per appoggiarle immediatamente con la rapida distruzione delle difese del fiume [Chaopaya]. Il Siam deve imparare la lezione che già da lungo tempo doveva essergli impartita- il suo Governo può essere rinnovato, un Re disposto con più favore può essere posto sul trono, e così verrà acquisita grande influenza nella regione che per l’Inghilterra assumerà un’importanza commerciale immensa. ”(The Mission di Sir James Brooke, citato in M.L. Manich Jumsai, King Mongkut and Sir John Bowring, Chalermit, Bangkok, 1970, p. 23)

Oggi lo chiamiamo “cambio di regime” e  ”diplomazia dei missili“, che prende inevitabilmente la forma di una “No Fly Zone“ sponsorizzata dalle Nazioni Unite . Il suo obiettivo è quello di imporre la mortale “medicina economica” del FMI di misure di austerità e privatizzazioni.

I programmi di “ricostruzione“ dei paesi dilaniati dalla guerra finanziati dalla  Banca Mondiale sono coordinati con i piani militari di USA-NATO. Essi sono sempre formulati prima dell’offensiva della campagna militare …

La confisca delle attività finanziarie libiche

Le attività finanziarie libiche all’estero congelate sono stimate nell’ordine di 150 miliardi dollari, con i paesi della NATO che sono in possesso di più di 100 miliardi.

Prima della guerra, la Libia non aveva debiti. In realtà tutto il contrario. Era una nazione creditrice che investiva nei vicini paesi africani.

L’intervento militare R2P ha lo scopo di guidare la Gran Giamahiria Araba Libica nella morsa di un paese indebitato in via di sviluppo, sotto la sorveglianza delle istituzioni di Bretton Woods basate a Washington.

Con amara ironia, dopo aver rubato la ricchezza petrolifera della Libia e aver confiscato le sue attività finanziarie all’estero, la “comunità dei donatori“ ha promesso di prestare il denaro (rubato) per finanziare la ” ricostruzione” della Libia.

Il FMI ha promesso ulteriori $ 35 miliardi in finanziamenti [prestiti] ai paesi colpiti dalle rivolte della Primavera araba e ha formalmente riconosciuto il Consiglio Nazionale di Transizione come potere legittimo, aprendo l’accesso a una miriade di istituti di credito internazionali mentre il paese [Libia] cerca di ricostruirsi dopo sei mesi di guerra….

L’aver ottenuto il riconoscimento da parte del FMI è importante per i leader provvisori della Libia in quanto significa che le banche internazionali per lo sviluppo e i donatori, come la Banca Mondiale, possono ora offrire i loro finanziamenti.

I colloqui di Marsiglia sono venuti pochi giorni dopo che i leader mondiali,a Parigi, hanno concordato per liberare miliardi di dollari in beni congelati [denaro rubato] per aiutare [attraverso prestiti] i provvisori governanti della Libia a  ripristinare i servizi essenziali e la ricostruzione dopo un conflitto che ha posto fine a 42 anni di dittatura.

L’accordo di finanziamento da parte del Gruppo delle Sette principali economie più la Russia è mirato al sostegno delle iniziative di riforma [ aggiustamento strutturale promosso dal FMI] sulla scia delle rivolte in Nord Africa e del Medio Oriente.

Il finanziamento è per lo più sotto forma di prestiti, piuttosto che contributi a fondo perduto,ed è fornito per metà da paesi del G8 e da paesi arabi e per metà dagli istituti di credito e da varie banche per lo sviluppo. (Financial Post 10 settembre 2011)

 

LINK: Destroying a Country’s Standard of Living: What Libya Had Achieved, What has been Destroyed 

DI: Coriintempesta

Palestina. Il riconoscimento inutile

di: Ferdinando Calda

“Il popolo palestinese e la loro leadership affronteranno un momento molto difficile dopo la richiesta al Consiglio di sicurezza dell’Onu per il pieno riconoscimento dello Stato palestinese in base ai confini del 1967 con Gerusalemme est come sua capitale”. Le dichiarazioni rilasciate ieri dal presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Mahmud Abbas, descrivono in pieno una dura verità: una volta passato l’entusiasmo per il largo assenso che lo Stato palestinese ha riscosso tra i Paesi dell’Onu (su 193 membri, circa 140 hanno già espresso il loro appoggio all’iniziativa palestinese), bisognerà fare i conti con la quotidiana occupazione militare israeliana dei Territori palestinesi e con l’isolamento che di fatto questo comporta. Una situazione destinata ad aggravarsi in seguito alla prevedibile reazione di Tel Aviv a quello che considerano un affronto dei palestinesi a Israele.

Nei giorni scorsi il governo israeliano, per bocca del ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, ha già promesso “conseguenza gravi e dure” se l’Anp dovesse portare a termine il proposito di chiedere il riconoscimento all’Onu senza passare per i negoziati con Israele. Un concetto ribadito dal viceministro Danny Ayalon, che ha avvertito che la “decisione unilaterale” dei palestinesi comporterà “l’annullamento di tutti gli accordi passati” e “scioglierà Israele da tutti i suoi impegni”.

Gli stessi Stati Uniti e diversi Paesi europei, stando a quanto riportato dal quotidiano Ha’aretz, avrebbero espresso la loro preoccupazione al primo ministro israeliano, Benyamin Netanyahu, per eventuali misure di rappresaglia contro l’Anp. Sulla questione il premier non avrebbe ancora preso una decisione, tuttavia sembra chiara l’intenzione di “far pagare” in qualche modo ai palestinesi il tentativo “unilaterale” di indipendenza da Israele.

“Quando il polverone sulle attività all’Onu si sarà disperso – ha dichiarato Netanyahu aprendo l’ultima seduta del Consiglio dei ministri – i palestinesi si riavranno ed abbandoneranno i loro tentativi di aggirare trattative dirette con Israele”.

Dietro la richiesta di tornare ai negoziati diretti, c’è la pretesa di israeliana che ogni mossa palestinese venga prima approvata da Tel Aviv, a partire dalle persone e dalle merci che possono passare attraverso i check point dell’esercito, fino allo stesso riconoscimento di uno Stato indipendente.

I palestinesi, divisi tra Anp e Hamas, al momento, non sembrano intenzionati a tornare al tavolo dei negoziati, giunti da tempo a un punto morto, a causa soprattutto del rifiuto israeliano di accettare le condizioni minime poste dall’Anp: il congelamento delle colonie nei Territori occupati e la disponibilità a negoziare accettando almeno come punto di riferimento le linee del ’67.

Inoltre, anche volendo, Mahmud Abbas non potrebbe certo tornare indietro adesso, dopo che la sua iniziativa ha risvegliato grandi aspettative in tutto il mondo arabo e non solo. Nonostante le dure conseguenze che questo gesto rischia di avere sulla vita della Palestina.

Bisogna tenere presente che gli Stati Uniti non daranno mai il loro assenso nel Consiglio di sicurezza. I palestinesi dovranno quindi accontentarsi del voto dell’Assemblea generale (dove la maggioranza è assicurata), che darà alla Palestina lo status di “Stato non membro”, come lo è adesso il Vaticano. Anche se questo garantirà un maggiore accesso alle istituzioni internazionali, come la Corte penale internazionale (Cpi), di fatto non impedirà ad Israele di portare avanti la propria occupazione militare (considerando anche la scarsa considerazione di Tel Aviv per questo genere di istituzioni).

A questo proposito bisogna ricordare che, attualmente, l’economia e l’esistenza stessa del governo della Cisgiordania è legata a doppio filo a Israele. La stessa Banca Mondiale, nei suoi ultimi rapporti, pur riconoscendo una certa crescita economica in Cisgiordania, sottolinea che senza la fine dell’occupazione militare, la rimozione dei posti di blocco e l’apertura dei valichi di frontiera, lo sviluppo economico palestinese resterà contenuto, senza prospettive a lungo termine. Senza dimenticare che, in ogni caso, l’Anp non può intervenire nel 60% della Cisgiordania che resta sotto il pieno controllo delle autorità militari israeliane. Il caso di Gaza è diverso: è un’enclave isolata dal resto del mondo a causa delle restrizioni imposte da Tel Aviv.

A questo si aggiunge che l’iniziativa dell’Anp all’Onu, scontentando Israele, rischia di far allontanare anche gli aiuti internazionali su cui si basa gran parte della sopravvivenza del governo palestinese. Ad esempio, secondo quanto riportato da Fox News, gli Usa avrebbero minacciato di tagliare 500 milioni di dollari di aiuti, se Abbas persisterà nel suo proposito. Mentre nella riunione biennale del Comitato dei principali donatori dell’Anp, i Paesi membri avrebbero espresso preoccupazione per l’interruzione dei negoziati.

f.calda@rinascita.eu -Rinascita.eu

Dieci anni dopo: Chi è Osama bin Laden?

di: Prof. Michel Chossudovsky

L’articolo sottostante intitolato Chi è Osama bin Laden? è stato redatto l’11 settembre 2001 e pubblicato sul sito Global Research la sera del 12 settembre 2001.

Da allora è apparso su numerosi siti web ed è uno degli articoli, riguardanti Osama bin Laden e Al Qaeda, più letti su Internet.

Sin dal principio, l’obiettivo era quello di utilizzare l’ 11 / 9 come pretesto per l’avvio della prima fase della guerra in Medio Oriente, che consisteva nel bombardamento e nell’ occupazione dell’Afghanistan.

Poche ore dopo gli attentati, Osama bin Laden era identificato come l’architetto dell’ 11 / 9. Il giorno seguente,era stata lanciata la “guerra al terrorismo”. La campagna di disinformazione mediatica viaggiava a pieno regime.

L’Afghanistan venne identificato come uno “stato sponsor del terrorismo” mentre gli attacchi  furono classificati come un atto di guerra, un attacco contro l’America da parte di una potenza straniera.

Venne fatto valere il diritto all’auto-difesa. Il 12 settembre, meno di 24 ore dopo l’attacco, la NATO invocava per la prima volta nella sua storia l’ “Articolo 5 del Trattato di Washington - la clausola di difesa collettiva”, dichiarando gli attacchi al World Trade Center (WTC) e al Pentagono ”essere un attacco contro tutti i membri della NATO.”

Quello che accadde successivamente, le invasioni dell’ Afghanistan (ottobre 2001) e dell’Iraq (marzo 2003) è già parte della storia. Sulla scia della “liberazione” della Libia sponsorizzata dalla NATO (agosto 2011), la Siria e l’Iran costituiscono la fase successiva della roadmap militare di USA-NATO .

L’ 11 Settembre rimane il pretesto e la giustificazione per intraprendere una guerra senza confini. Ironicamente, la guerra globale al terrorismo (GWOT) è condotta non contro i terroristi ma con “con i terroristi” (WTT), con il pieno sostegno, come in Libia, delle brigate paramilitari affiliate ad Al Qaeda sotto la supervisione USA-NATO  .

Michel Chossudovsky, 7 set 2011

Estratti dalla prefazione di  America’s “War on Terrorism” , seconda edizione, Global Research, 2005.

Alle undici della mattina dell’11 settembre, l’amministrazione Busha aveva già annunciato che Al Qaeda era responsabile degli attacchi al World Trade Center (WTC) e al Pentagono. Questa affermazione venne fatta prima della conduzione di un’indagine approfondita da parte della polizia.

Quella stessa sera, alle 21.30, fu formato un “gabinetto di guerra”  integrato da un numero ristretto di importanti membri dell’ intelligence e consiglieri militari. E alle 23.00, al termine di quello storico incontro alla Casa Bianca, venne lanciata ufficialmente la “guerra al terrorismo”.

La decisione fu annunciata per intraprendere la guerra contro i talebani e Al Qaeda. La mattina seguente, il 12 settembre, in coro, i media americani stavano invocando un intervento militare contro l’Afghanistan.

Appena quattro settimane dopo, il 7 ottobre, l’Afghanistan venne bombardato e invaso dalle truppe statunitensi. Il popolo americano fu portato a credere che la decisone di andare in guerra era stata presa sulla spinta del momento, la sera dell’ 11 settembre, in risposta agli attacchi e alle loro tragiche conseguenze.

Era ben lontano però il pubblico a rendersi conto che un un teatro di guerra di cosi vaste dimensioni non è mai pianificato ed eseguito nel giro di settimane. La decisione di lanciare una guerra e di inviare truppe in Afghanistan era stata presa ben prima dell’ 11 / 9. L’ ”imponente atto terroristico che ha prodotto numerose vittime”, come successivamente ha descritto il Comandante generale del CentCom Tommy Franks, è servito a galvanizzare l’opinione pubblica per sostenere una agenda di guerra che era già nella sua fase di progettazione definitiva.

I tragici eventi dell’ 11 / 9 fornirono la necessaria giustificazione per intraprendere una guerra con  ”motivi umanitari”, con il pieno appoggio dell’opinione pubblica mondiale e l’approvazione della “comunità internazionale”.

Diversi importanti  intellettuali “progressisti” presentarono motivazioni morali ed etiche per giustificare la “rappresaglia contro il terrorismo”. La dottrina militare della “giusta causa” (jus ad bellum) è stata accettata e sostenuta come una legittima risposta agli attacchi, senza esaminare il fatto che Washington non solo aveva sostenuto il ”network del terrorismo islamico” ma era stato anche determinante nell’installazione del governo talebano nel 1996.

In seguito all’ 11 / 9, il movimento contro la guerra era completamente isolato. I sindacati e le organizzazioni della società civile avevano inghiottito le bugie dei media e la propaganda del governo. Avevano accettato una guerra di vendetta contro l’Afghanistan, un paese impoverito di 30 milioni di persone.

Ho iniziato a scrivere la sera del 11 settembre, fino a tarda notte, passando attraverso montagne di note di ricerca che avevo raccolto in precedenza sulla storia di Al Qaeda. Il mio primo testo intitolato “Chi è Osama bin Laden?” è stato completato e pubblicato il 12 settembre. (Vedi il testo completo sotto).

Sin dal primo momento ho messo in dubbio la versione ufficiale, che descriveva diciannove dirottatori di Al Qaeda coinvolti in una operazione altamente sofisticata e organizzata. Il mio primo obiettivo è stato quello di rivelare la vera natura di questo illusorio “nemico dell’America” ​​che ”stava minacciando la Patria”.

Il mito del ”nemico esterno” e la minaccia dei ”terroristi islamici” sono stati la pietra angolare della dottrina militare dell’ amministrazione Bush, usati come pretesto per invadere l’Afghanistan e l’Iraq, per non menzionare l’abrogazione delle libertà civili e del governo costituzionale in America.

Senza un ”nemico esterno”, non ci potrebbe essere la “guerra al terrorismo”. L’ intera agenda della sicurezza nazionale crollerebbe “come un castello di carte”. I criminali di guerra nei piani alti non avrebbero nulla a cui aggrapparsi.

E’ stato pertanto fondamentale per lo sviluppo di un coerente movimento contro la guerra e per i diritti civili, rivelare la natura di Al Qaeda e del suo rapporto in evoluzione alle successive amministrazioni degli Stati Uniti. Come ampiamente documentato, ma raramente menzionato dai media mainstream, Al Qaeda è una creazione della CIA che risale alla guerra in Afghanistan. Questo era un fatto noto, corroborato da numerose fonti tra cui i documenti ufficiali del Congresso degli Stati Uniti. La comunità di intelligence aveva più volte ammesso di aver effettivamente sostenuto Osama bin Laden, ma che, a seguito della Guerra Fredda: ”ci si rivolse contro.

Dopo l’ 11 / 9, la campagna di disinformazione dei media è servita non solo ad affogare la verità, ma anche ad uccidere gran parte delle prove storiche su come questo illusorio ”nemico esterno” era stato inventato e trasformato nel ”nemico numero uno”.

Chi è Osama Bin Laden?

Poche ore dopo gli attacchi terroristici al World Trade Center e al Pentagono, l’amministrazione Bush giunse alla conclusione, senza fornire prove, che “Osama bin Laden e al-Qaeda, la sua organizzazione,sono i principali sospettati”. George Tenet, direttore della Cia, ha dichiarato che bin Laden ha la capacità di pianificare “attacchi multipli con o alcun avvertimento“.

Il segretario di Stato Colin Powell ha definito gli attacchi ”un atto di guerra” e il presidente Bush ha confermato la sera, in un discorso televisivo alla nazione, che non avrebbe “fatto alcuna distinzione tra i terroristi che hanno commesso questi atti e coloro che li ospitano”. L’ex direttore della CIA, James Woolsey, ha puntato il dito contro gli “stati sponsor”, implicando la complicità di uno o più governi stranieri. Con le parole dell’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Lawrence Eagleburger, ”penso che dimostreremo che quando veniamo attaccati in questo modo, siamo terribili nella nostra forza e nella nostra punizione”.

Nel frattempo, ripetendo a pappagallo le dichiarazioni ufficiali, il mantra dei media occidentali ha approvato il lancio di ”azioni punitive” dirette contro obiettivi civili in Medio Oriente. Come ha scritto William Saffire sul New York Times: ”Quando abbiamo ragionevolmente determinato le  basi e i campi di coloro che ci hanno attaccato, li dobbiamo polverizzare - riducendoli al minimo, ma accettando il rischio di danni collaterali” - ed agire apertamente o segretamente per destabilizzare le nazioni che ospitano i terroristi “.

Il  seguente testo delinea la storia di Osama Bin Laden e i collegamenti della”Jihad” islamica con la formulazione della politica estera degli Stati Uniti durante la Guerra Fredda e le sue conseguenze.

Il primo sospettato di New York e Washington per gli attacchi terroristi, bollato dall’Fbi come “terrorista internazionale” per il suo ruolo negli attentati alle ambasciate africane degli Stati Uniti, il saudita Osama bin Laden è stato reclutato durante la guerra in Afghanistan dei sovietici ”ironicamente sotto l’egida della la CIA, per combattere gli invasori sovietici ”. [1]

Nel 1979 venne lanciata “la più grande operazione segreta nella storia della CIA”, in risposta all’invasione sovietica dell’Afghanistan e a sostegno del governo filo-comunista di Babrak Kamal: [2]

Sotto l’ impulso attivo della CIA e dell’ISI pakistano [Inter Services Intelligence], che voleva trasformare la jihad afghana in una guerra globale intrapresa da tutti gli stati musulmani contro l’Unione Sovietica, circa 35.000 radicali musulmani provenienti da oltre 40 paesi islamici si unirono alla lotta in Afghanistan tra il 1982 e nel 1992. Decine di migliaia sono andati a studiare nelle madrasa pakistane. Alla fine, più di 100.000 musulmani integralisti stranieri furono direttamente influenzati dalla jihad afghana.[3]

La ”Jihad” islamica fu sostenuta dagli Stati Uniti e dall’Arabia Saudita, con una parte sostanziale dei finanziamenti generati dal traffico di droga della Mezzaluna d’ Oro:

Nel marzo del 1985, il presidente Reagan firmò il National Security Decision Directive 166,…[ il quale] autorizzava aiuto militare segreto ai mujahideen e chiariva che la guerra segreta afghana aveva un nuovo obiettivo: la sconfitta delle truppe sovietiche in Afghanistan attraverso azioni occulte e incoraggiare il ritiro sovietico. La nuova assistenza segreta degli Stati Uniti iniziò con un drammatico aumento delle forniture di armi - un aumento costante di 65.000 tonnellate ogni anno dal1987, … così come di un ”flusso continuo” di specialisti della CIA e del Pentagono che si recavano al quartier generale segreto dell’ ISI , sulla strada principale vicino a Rawalpindi, in Pakistan.Qui gli specialisti della Cia incontravano i funzionari dell’intelligence pakistana per aiutarli a pianificare le operazioni per i ribelli afgani.[4]

La Central Intelligence Agency (CIA), utilizzando l’Inter Services Intelligence (ISI) dei militari pakistani, ha svolto un ruolo chiave nella formazione dei Mujahideen. A sua volta, l’ addestramento alla guerriglia sponsorizzata dalla Cia è stato integrato con gli insegnamenti dell’Islam:

I temi predominanti erano che l’Islam rappresentasse una completa ideologia socio-politica, che il sacro Islam veniva violato  delle truppe sovietiche atee e che il popolo islamico dell’Afghanistan dovrebbe riaffermare la propria indipendenza rovesciando il regime di sinistra afghano appoggiato da Mosca.” [5]

L’ apparato dell’intelligence Pakistana

L’ ISI venne usata come un “intermediario”. Il sostegno segreto della Cia alla ”jihad” avveniva indirettamente attraverso l’ISI pakistano, - vale a dire la CIA non dava il suo supporto direttamente ai mujahideen. In altre parole, affinchè  queste operazioni segrete si rivelassero ”di successo”, Washington fu attenta a non rivelare l’obiettivo ultimo della ”jihad”, che consisteva nel distruggere l’Unione Sovietica.

Nelle parole di Milton Beardman della CIA: “Non abbiamo addestrato gli arabi”. Tuttavia, secondo Abdel Monam Saidali, dell’Al-aram Center for Strategic Studies del Cairo, bin Laden e gli “arabi afghani” avevano ricevuto ” un tipo di addestramento molto sofisticato che era stato permesso dalla CIA” [6]

Beardman ha confermato, a questo proposito, che Osama bin Laden non era consapevole del ruolo che stava giocando per conto di Washington. Con le parole di bin Laden (citate da Beardman): “Né io né i miei fratelli abbiamo visto la prova dell’ aiuto americano”. [7]

Motivati ​​dal nazionalismo e dal fervore religioso, i guerrieri islamici erano inconsapevoli che combattevano l’esercito sovietico per conto dello Zio Sam. Anche se ci furono contatti ai livelli più alti della gerarchia dell’intelligence, i leader dei ribelli islamici non furono mai in contatto con Washington o la CIA.

Con l’appoggio della CIA e le grandi quantità di aiuti militari statunitensi, l’ISI pakistana aveva sviluppato una “struttura parallela che gestiva un enorme potere su tutti gli aspetti del governo”.[8] Lo staff dell’ Isi era composto da ufficiali militari e dell’intelligence, burocrati, agenti sotto copertura e informatori, stimati in circa 150.000. [9]

Nel frattempo, le operazioni della CIA avevano anche rinforzato il regime militare pakistano guidato dal generale Zia Ul Haq:

Le relazioni tra la CIA e l’ ISI [i servizi segreti militari del Pakistan] si sono intensificate a seguito della cacciata di Bhutto da parte di [Generale] Zia e l’avvento del regime militare”… Per gran parte della guerra afghana, il Pakistan è stato più aggressivamente anti-sovietico persino degli stessi Stati Uniti.”

Poco dopo che l’esercito sovietico invase l’Afghanistan nel 1980, Zia [ul Haq] mandò il suo capo dell’ISI a destabilizzare gli stati sovietici dell’Asia centrale. La CIA accettò questo piano solo nell’ottobre del 1984 …. La CIA era più cauta dei pakistani. Sia il Pakistan che gli Stati Uniti adottarono una strategia di inganni con l’Afghanistan, mostrando pubblicamente di negoziare un accordo mentre privatamente si accordavano sul fatto che l’escalation militare era stata la migliore scelta. ”[10]

Il triangolo della droga nella Mezzaluna d’Oro

La storia del traffico di droga in Asia Centrale è intimamente collegata alle operazioni segrete della CIA. Prima della guerra sovietico-afghana, la produzione di oppio in Afghanistan e Pakistan era diretta verso piccoli mercati regionali. Non vi era produzione locale di eroina. [11] A questo proposito, lo studio di Alfred McCoy conferma che in due anni di operazioni CIA in Afghanistan, ”la terra di confine Pakistan – Afghanistan divenne il maggior produttore di eroina al mondo, fornendo il 60 per cento della domanda negli Stati Uniti. In Pakistan, la popolazione tossico – dipendente passò da quasi zero nel 1979 … a 1,2 milioni nel 1985 - una crescita molto più rapida che in qualunque altra nazione”: [12]

La CIA controllava questo traffico di eroina. Quando i guerriglieri mujaheddin conquistavano territori all’interno dell’Afghanistan, ordinavano ai contadini di piantare oppio come tassa rivoluzionaria. Dall’altra parte del confine, in Pakistan, i leader afghani e i gruppi locali, sotto la protezione dell’Intelligence pakistana, gestivano centinaia di laboratori per la lavorazione dell’ eroina. Durante questo decennio segnato dall’ enorme circolazione della droga, la Drug Enforcement Agency a Islamabad evitò di pretendere grosse confische o arresti …Funzionari degli Stati Uniti avevano rifiutato di indagare sulle accuse di traffico di eroina da parte dei suoi alleati afghani `perché la politica americana stupefacenti in Afghanistan è stata subordinata alla guerra contro l’influenza sovietica. ’Nel 1995, l’ex direttore della CIA per le operazioni afghane, Charles Cogan, ha ammesso che la CIA aveva effettivamente sacrificato la guerra alla droga per combattere la Guerra Fredda. “La nostra missione principale è stata quella di arrecare il maggior danno possibile ai sovietici. Noi in realtà non avevamo le risorse o il tempo per dedicarci a un’indagine sul narcotraffico”… “Non penso che abbiamo bisogno di chiedere scusa per questo. Ogni situazione ha la sua ricaduta…. C’è stata una ricaduta in termini di droga, sì. Ma l’obiettivo principale è stato compiuto. I sovietici hanno lasciato l’Afghanistan.” [13]

Sulla scia della Guerra Fredda

In seguito alla Guerra Fredda, la regione dell’Asia centrale non è solo strategica per le sue estese riserve di petrolio ma anche perché essa produce i tre quarti della produzione mondiale di oppio, che rappresenta i miliardi di dollari di ricavi dei gruppi d’affari,  delle istituzioni finanziarie, dei servizi segreti e della criminalità organizzata. Il ricavato annuale del traffico nella Mezzaluna d’Oro (tra i 100 e 200 miliardi di dollari) rappresenta circa un terzo del fatturato mondiale annuo del narcotraffico, stimato dalle Nazioni Unite sull’ordine dei 500 miliardi di dollari.[14]

Con la disintegrazione dell’Unione Sovietica, si è avuta una nuova ondata nella produzione di oppio. (Secondo le stime dell’ONU, la produzione di oppio in Afghanistan nel 1998-99 – coincidente con la formazione delle insurrezioni armate nelle ex repubbliche sovietiche - ha raggiunto un record di 4600 tonnellate.

La vasta rete di intelligence militare dell’ ISI non venne smantellata alla fine della Guerra Fredda. La CIA ha continuato a sostenere la”Jihad” islamica anche fuori del Pakistan. Furono avviate nuove iniziative segrete in Asia centrale, nel Caucaso e nei Balcani. I militari del Pakistan e l’apparato di intelligence servirono essenzialmente “da catalizzatore per la disintegrazione dell’Unione Sovietica e la nascita di sei nuove repubbliche musulmane dell’Asia centrale”.[16]

Nel frattempo, i missionari islamici della setta wahhabita dell’Arabia Saudita si erano stabiliti nelle repubbliche musulmane, così come all’interno della federazione russa, sconfinando le istituzioni dello Stato laico. Nonostante la sua ideologia anti-americana, il fondamentalismo islamico stava ampiamente servendo gli interessi strategici di Washington nella ex Unione Sovietica.

Dopo il ritiro delle truppe sovietiche nel 1989, la guerra civile in Afghanistan è continuata inesorabile. I talebani erano supportati dai deobandi pakistani e dal loro partito politico, Jamiat-ul-Ulema-e-Islam (Jui). Nel 1993, lo Jui è entrato nella coalizione di governo del Primo Ministro Benazzir Bhutto. Furono stabiliti i legami tra lo Jui, l’Esercito e l’ ISI. Nel 1995, con la caduta del governo Hezb-I-Islami di Hektmatyar a Kabul, i talebani non solo insediarono un governo oltranzista islamico, ma anche ”consegnarono il controllo dei campi di addestramento in Afghanistan alle fazioni Jui …” [17]

E lo JUI, con il sostegno dei movimenti wahhabiti sauditi, giocò un ruolo chiave nel reclutare volontari per combattere nei Balcani e nella ex Unione Sovietica.

Il Jane Defense Weekly conferma a tal riguardo che ”metà degli uomini e delle attrezzature dei talebani personale provengono dal Pakistan, sotto l’opera dell’ISI”. [18]

In realtà sembrerebbe che, dopo il ritiro sovietico, entrambi le parti nella guerra civile afghana abbiano continuato a ricevere sostegno segreto attraverso ISI pakistano. [19]

In altre parole, sostenuto dai servizi segreti militari pakistani (ISI), che a sua volta erano controllati dalla CIA, lo Stato islamico dei talebani è stato largamente funzionale agli interessi geopolitici americani. Il traffico di droga della Mezzaluna d’Oro è stato anche usato per finanziare ed equipaggiare l’Esercito musulmano bosniaco (a partire dai primi anni 1990) e l’ UCK nel Kossovo. Negli ultimi mesi ci sono prove riguardo al fatto che i mercenari mujaheddin stavano combattendo nelle fila dell’ UCK, durante i loro attacchi terroristici in Macedonia.

Senza dubbio, questo spiega perché Washington ha chiuso gli occhi sul regno del terrore imposto dai Talebani, compresa la palese violazione dei diritti delle donne, la chiusura delle scuole per le bambine, il licenziamento delle donne che lavoravano negli uffici pubblici e l’imposizione delle ”leggi punitive della Sharia ”.[20]

La guerra in Cecenia

Per quanto riguarda la Cecenia, i principali leader ribelli Shamil Basayev e Al Khattab sono stati addestrati e indottrinati nei campi sponsorizzato dalla Cia in Afghanistan e Pakistan. Secondo Yossef Bodansky, direttore della Task Force del Congresso americano sul terrorismo e la guerra non convenzionale, la guerra in Cecenia era stata pianificata durante un summit segreto di Hizb Allah International tenuto nel 1996 a Mogadiscio, in Somalia. [21] Al summit hanno partecipato Osama bin Laden e funzionari di alto livello dell’intelligence iraniana e pakistana. A questo proposito, il coinvolgimento dell’Isi pakistano in Cecenia ”va ben oltre la fornitura ai ceceni di armi e competenza: l’Isi e i suoi rappresentanti fondamentalisti islamici sono in effetti al comando di questa guerra”. [22]

La principale rotta degli oleodotti della Russia transita attraverso la Cecenia e il Daghestan. Nonostante la sbrigativa condanna da parte di Washington del terrorismo islamico, i beneficiari indiretti della guerra in Cecenia furono le compagnie petrolifere anglo-americani , in lizza per il controllo delle risorse petrolifere e per i corridoi degli oleodotti del bacino del Mar Caspio.

I due principali eserciti dei ribelli ceceni, (guidati rispettivamente dal comandante Shamil Basayev e Emir Khattab) stimati in circa 35.000 uomini, furono sostenuti dall’ISI pakistano, che ha anche giocato un ruolo chiave nell’organizzare e addestrare l’esercito ribelle ceceno:

[Nel 1994] l’Isi pakistano ha fatto si che Basayev e i suoi fidati luogotenenti ricevessero un intensivo indottrinamento islamico e addestramento alla guerriglia nella provincia di Khost, in Afghanistan, al campo di Amir Muawia, istituito nei primi anni 1980 dalla CIA e dall’ISI e gestito dal famoso signore della guerra afghano Gulbuddin Hekmatyar. Nel luglio del 1994, dopo essersi diplomato a Amir Muawia, Basayev è stato trasferito a Markaz-i-Dawar, in Pakistan, per essere addestrato alle tecniche avanzate di guerriglia. In Pakistan, Basayev incontrò i più importanti militari pakistani e ufficiali dell’ intelligence: il generale Aftab Shahban Mirani, ministro della Difesa, il generale Naserullah Babar, ministro dell’ Interno, e il capo del settore dell’Isi incaricato di sostenere le cause islamiche, il generale Javed Ashraf (ora tutti in pensione). Questi collegamenti con personaggi di alto livello si sono rivelati molto utili per Basayev. ”[23]

Dopo il suo addestramento e indottrinamento, Basayev è stato assegnato a guidare l’assalto contro le truppe federali russe nella prima guerra cecena nel 1995. La sua organizzazione aveva anche sviluppato forti collegamenti con gruppi criminali a Mosca, nonché legami con il crimine organizzato albanese e l’UCK. Nel 1997-98, secondo il Servizio di Sicurezza Federale della Russia(FSB) , i”signori della guerra ceceni hanno cominciato ad acquistare beni immobili in Kosovo …attraverso svariate ditte immobiliari registrate come copertura in Jugoslavia”. [24]

L’ organizzazione di Basayev è stata anche coinvolta in una serie di attività illegali tra cui il traffico narcotici, intercettazioni illegali e il sabotaggio di oleodotti russi, rapimenti, prostituzione, commercio di dollari falsi e contrabbando di materiali nucleari.

Durante il suo addestramento in Afghanistan, Shamil Basayev era collegato con il veterano comandante saudita dei mujahidin ”AlKhattab”, che aveva combattuto come volontario in Afghanistan.Appena pochi mesi dopo il ritorno di Basayev a Grozny, Khattab è stato invitato (all’inizio del 1995) ad installare una base militare in Cecenia per l’addestramento dei combattenti mujahideen. Secondo la BBC, l’ impiego di Khattab  in Cecenia era stato “organizzato attraverso la [International] Islamic Relief Organisation, un’organizzazione religiosa militante basata in Arabia Saudita, finanziata da moschee e ricchi individui che canalizzano i fondi in Cecenia” .[26]

Considerazioni conclusive

Sin dai tempi della Guerra Fredda, Washington ha consapevolmente appoggiato Osama bin Laden, mentre allo stesso tempo lo inseriva nella “lista dei maggiori ricercati” dell’ FBI come il più pericoloso terrorista del mondo.

Mentre i mujaheddin sono occupati a combattere la guerra dell’America nei Balcani e nell’ex Unione Sovietica, l’FBI - agendo come una forza di polizia statunitense, sta conducendo una guerra interna contro il terrorismo, operando in alcuni aspetti indipendentemente dalla CIA che – fin dalla guerra in Afghanistan -  ha sostenuto il terrorismo internazionale attraverso le sue operazioni segrete.

Per una crudele ironia, mentre la jihad islamica - definita dall’amministrazione Bush come “una minaccia all’America” ​​-viene condannata come responsabile degli attacchi terroristici al World Trade Centre e al Pentagono, queste stesse organizzazioni islamiche costituiscono uno strumento chiave nelle operazioni militari e di intelligence degli USA nei Balcani e nella ex Unione Sovietica.

A seguito degli attacchi terroristici a New York e Washington, la verità deve prevalere per evitare che l’amministrazione Bush, insieme ai suoi partner della Nato, intraprenda un’avventura militare che minacci il futuro dell’umanità.

LINK: Ten Years Later: Who Is Osama bin Laden? 

DI: Coriintempesta

Il futuro della Libia secondo i piani della Nato

di: Manlio Dinucci

Nella rappresentazione mediatica della guerra di Libia, dominano la scena i «ribelli», mentre la Nato è defilata dietro le quinte. Eppure è nella sua cabina di regia che è stata preparata e diretta la guerra e si decide il futuro assetto del paese.

La missione della Nato è efficace e ancora necessaria, ha dichiarato la portavoce Oana Lungescu. Nessuno ne dubita: in cinque mesi di «Protezione unificata» sono state effettuati 21mila raid aerei, di cui oltre 8mila di attacco con bombe e missili, mentre decine di navi da guerra hanno attaccato con missili ed elicotteri e controllato le acque territoriali libiche per assicurare l’embargo alle forze governative e le forniture a quelle del Cnt di Bengasi. Allo stesso tempo agenti e forze speciali di Stati uniti, Gran Bretagna, Francia e altri paesi hanno svolto un ruolo chiave sul terreno, segnalando agli aerei gli obiettivi da colpire, preparando e dirigendo l’attacco a Tripoli. La Nato ha svolto un ruolo decisivo senza il quale i ribelli non avrebbero mai potuto entrare a Tripoli, conferma il generale tedesco Egon Ramms.

La nostra missione, ha dichiarato il segretario generale dell’Alleanza Anders Fogh Rasmussen, continuerà fino a che continueranno gli attacchi e le minacce (sic). Significa che, compiuta la «missione», la Nato lascerà ai libici la possibilità di decidere il futuro del paese? Per niente. Significa che essa passerà alla fase 2 della «missione». Non esiste semplicemente una soluzione militare a questa crisi, sottolinea un comunicato dell’Alleanza, ma abbiamo bisogno di un processo politico per una pacifica transizione alla democrazia in Libia. E la Nato, assicura Rasmussen, è pronta a svolgere un ruolo di sostegno.

Non si specifica in qual modo, ma un piano generale – deciso fondamentalmente a Washington, Londra e Parigi – è già pronto. Ne sono filtrati alcuni particolari attraverso dichiarazioni di singoli funzionari. Formalmente su richiesta del futuro governo (diretto da politici garanti degli interessi delle maggiori potenze occidentali), la Nato continuerà a controllare lo spazio aereo e le acque territoriali della Libia. Ufficialmente per assicurare gli aiuti umanitari e proteggere il personale civile sotto bandiera Onu. Ciò richiederà il libero accesso ai porti e agli aeroporti libici, che saranno di fatto trasformati in basi militari Nato, anche se vi sventolerà la bandiera rosso, nero e verde – la stessa del regime di re Idris, che negli anni ’50 concesse a Gran Bretagna e Stati uniti l’uso del territorio per impiantarvi basi militari, come quella aerea statunitense di Wheelus Field alle porte di Tripoli. Una collocazione ideale, oggi, per il quartier generale del Comando Africa degli Stati uniti.

La Nato continua a ripetere che non intende inviare truppe in Libia, non esclude però che lo facciano singoli alleati o la Ue, che ha già pronti gruppi di battaglia a dispiegamento rapido.

Allo stesso tempo, la Nato addestrerà e armerà le «forze di sicurezza» libiche. Concetto relativo. Responsabile della sicurezza di Tripoli è stato nominato (con il placet Nato) Abdel Hakim Belhaj che, ritornato dalla jihad anti-sovietica in Afghanistan, formò in Libia il Gruppo combattente islamico. Fu catturato come terrorista dalla Cia in Malaysia nel 2004 ma, dopo la normalizzazione con Tripoli, rinviato in Libia, dove (in base a un accordo tra i due servizi segreti) fu rimesso in libertà nel 2010. Sarà lui a garantire, in veste di presidente del consiglio militare di Tripoli, la pacifica transizione alla democrazia in Libia.

FONTE: IlManifesto.it – 4 settembre 2011

Demolizioni & Restauri Corp.

di: Manlio Dinucci

C’è una società multinazionale che, nonostante la crisi, lavora a più non posso. Si occupa di demolizioni e restauri. Non di edifici, ma di interi stati. La casa madre è a Washington, dove nella White House risiede il Chief executive officer (Ceo), l’amministrazione delegato.
I principali quartieri generali regionali si trovano a Parigi e Londra, sotto rampanti direttori e avidi comitati d’affari, ma la multinazionale ha filiali in tutti i continenti. Gli stati da demolire sono quelli situati nelle aree ricche di petrolio o con una importante posizione geostrategica, ma che sono del tutto o in parte fuori del controllo della multinazionale. Si privilegiano, nella lista delle demolizioni, gli stati che non hanno una forza militare tale da mettere in pericolo, con una rappresaglia, quella dei demolitori.

L’operazione inizia infilando dei cunei nelle crepe interne, che ogni stato ha. Nella Federazione jugoslava, negli anni ’90, vennero fomentate le tendenze secessioniste, sostenendo e armando i settori etnici e politici che si opponevano al governo di Belgrado. In Libia, oggi, si sostengono e si armano i settori tribali ostili al governo di Tripoli. Tale operazione viene attuata facendo leva su nuovi gruppi dirigenti, spesso formati da politici passati all’opposizione per accaparrarsi dollari e posti di potere. Si chiede quindi l’autorizzazione dell’ufficio competente, il Consiglio di sicurezza dell’Onu, motivando l’intervento con la necessità di sfrattare il dittatore che occupa i piani alti (ieri Milosevic, oggi Gheddafi). Basta il timbro con scritto «si autorizzano tutte le misure necessarie» ma, se non viene dato (come nel caso della Jugoslavia), si procede lo stesso. La squadra dei demolitori, già approntata, entra in azione con un massiccio attacco aeronavale e operazioni terrestri all’interno del paese, attorno a cui è stato fatto il vuoto con un ferreo embargo. Intanto l’ufficio pubblicitario della multinazionale conduce una martellante campagna mediatica per presentare la guerra come necessaria per difendere i civili, minacciati di sterminio dal feroce dittatore. Completata la demolizione, si procede alla costruzione di un nuovo stato (come in Iraq e Afghanistan) o di un insieme di staterelli (come nella ex Jugoslavia) in mano ad amministratori fidati. L’altro importante settore della multinazionale è quello del restauro di stati pericolanti. Come l’Egitto e la Tunisia, lo Yemen e il Bahrain, le cui fondamenta sono state scosse dal movimento popolare che ha defenestrato o messo in difficoltà i regimi garanti degli interessi delle potenze occidentali. Secondo la direttiva del Ceo di assicurare una ordinata e pacifica transizione, il restauro viene effettuato consolidando anzitutto il pilastro su cui già poggiava il potere – la struttura portante delle forze armate – ridipingendolo con i colori arcobaleno della democrazia. Si restaurano così gli stati colpiti dal terremoto sociale, su cui la multinazionale fonda la sua influenza in Nordafrica e Medio Oriente, e allo stesso tempo, provocando una scossa artificiale, se ne demolisce uno relativamente indipendente. Già alla casa madre brindano allo scongiurato pericolo della rivoluzione araba. Ma in profondità, nelle società arabe, crescono le tensioni che preparano un nuovo sisma sotto le fondamenta del palazzo imperiale

FONTE: IlManifesto.it

Sette punti sulla guerra contro la Libia

di: Domenico Losurdo
Ormai persino i ciechi possono essere in grado di vedere e di capire quello che sta avvenendo in Libia:

1. E’ in atto una guerra promossa e scatenata dalla Nato. Tale verità finisce col filtrare sugli stessi organi di «informazione» borghesi. Su «La Stampa» del 25 agosto Lucia Annunziata scrive: è una guerra «tutta “esterna”, cioè fatta dalle forze Nato»; è il «sistema occidentale, che ha promosso la guerra contro Gheddafi». Una vignetta dell’«International Herald Tribune» del 24 agosto ci fa vedere «ribelli» che esultano, ma stando comodamente a cavallo di un aereo che porta impresso lo stemma della Nato.

2.Si tratta di una guerra preparata da lungo tempo. Il «Sunday Mirror» del 20 marzo ha rivelato che già «tre settimane» prima della risoluzione dell’Onu erano all’opera in Libia «centinaia» di soldati britannici, inquadrati in uno dei corpi militari più sofisticati e più temuti del mondo (SAS). Rivelazioni o ammissioni analoghe si possono leggere sull’«International Herald Tribune» del 31 marzo, a proposito della presenza di «piccoli gruppi della Cia» e di «un’ampia forza occidentale in azione nell’ombra», sempre «prima dello scoppio delle ostilità il 19 marzo».

3.  Questa guerra non ha nulla a che fare con la protezione dei diritti umani. Nell’articolo già citato, Lucia Annunziata osserva angosciata: «La Nato che ha raggiunto la vittoria non è la stessa entità che ha avviato la guerra». Nel frattempo, l’Occidente è gravemente indebolito dalla crisi economica; riuscirà a mantenere il controllo su un continente che sempre più avverte il richiamo delle «nazioni non occidentali» e in particolare della Cina? D’altro canto, lo stesso quotidiano che ospita l’articolo di Annunziata, «La Stampa», si apre il 26 agosto con un titolo a tutta pagina: «Nuova Libia, sfida Italia-Francia». Per chi ancora non avesse compreso di che tipo di sfida si tratta, l’editoriale di Paolo Baroni (Duello all’ultimo affare) chiarisce: dall’inizio delle operazioni belliche, caratterizzate dal frenetico attivismo di Sarkozy, «si è subito capito che la guerra contro il Colonnello si sarebbe trasformata in un conflitto di tutt’altro tipo: Guerra economica, con un nuovo avversario, l’Italia ovviamente».

4.  Promossa per motivi abietti, la guerra viene condotta in modo criminale. Mi limito solo ad alcuni dettagli ripresi da un quotidiano insospettabile. L’«International Herald Tribune» del 26 agosto, con un articolo di K. Fahim e R. Gladstone riporta: «In un accampamento al centro di Tripoli sono stati ritrovati i corpi crivellati di proiettili di più 30 combattenti pro-Gheddafi. Almeno due erano legati con manette di plastica, e ciò lascia pensare che abbiano subito un’esecuzione. Di questi morti cinque sono stati trovati in un ospedale da campo; uno era su un’ambulanza, steso su una barella e allacciato con una cinghia e con una flebo intravenosa ancora al suo braccio».

5.  Barbara come tutte le guerre coloniali, l’attuale guerra contro la Libia dimostra l’ulteriore imbarbarimento dell’imperialismo. In passato innumerevoli sono stati i tentativi della Cia di assassinare Fidel Castro, ma questi tentativi erano condotti in segreto, con un senso se non di vergogna, comunque di timore per le possibili reazioni dell’opinione pubblica internazionale. Oggi, invece, assassinare Gheddafi o altri capi di Stato sgraditi all’Occidente è un diritto proclamato apertamente. Il «Corriere della Sera» del 26 agosto 2011 titola trionfalmente: «Caccia a Gheddafi e ai figli casa per casa». Mentre scrivo, i Tornados britannici, avvalendosi anche della collaborazione e delle informazioni fornite dalla Francia, sono impegnati a bombardare Sirte e a sterminare un’intera famiglia.

6.  Non meno barbara della guerra, è stata ed è la campagna di disinformazione. Senza alcun senso del pudore, la Nato ha martellato sistematicamente la menzogna secondo cui le sue operazioni belliche miravano solo alla protezione dei civili! E la stampa, la «libera» stampa occidentale? A suo tempo essa ha pubblicato con evidenza la «notizia», secondo cui Gheddafi riempiva i suoi soldati di viagra in modo che più agevolmente potessero commettere stupri di massa. Questa «notizia» cadeva rapidamente nel ridicolo, ed ecco allora un’altra «notizia», secondo cui i soldati libici sparano sui bambini. Non viene addotta alcuna prova, non c’è alcun riferimento a tempi e a luoghi determinati, alcun rinvio a questa o a quella fonte: l’importante è criminalizzare il nemico da annientare.

7.  A suo tempo Mussolini presentò l’aggressione fascista contro l’Etiopia come una campagna per liberare quel paese dalla piaga della schiavitù; oggi la Nato presenta la sua aggressione contro la Libia come una campagna per la diffusione della democrazia. A suo tempo Mussolini non si stancava di tuonare contro l’imperatore etiopico Hailè Selassié quale «Negus dei negrieri»; oggi la Nato esprime il suo disprezzo per Gheddafi «il dittatore». Come non cambia la natura guerrafondaia dell’imperialismo, così le sue tecniche di manipolazione rivelano significativi elementi di continuità. Al fine di chiarire chi oggi realmente esercita la dittatura a livello planetario, piuttosto che Marx o Lenin, voglio citare Immanuel Kant. Nello scritto del 1798 (Il conflitto delle facoltà), egli scrive: «Cos’è un monarca assoluto? E’ colui che quando comanda: “la guerra deve essere”, la guerra in effetti segue». Argomentando in tal modo, Kant prendeva di mira in particolare l’Inghilterra del suo tempo, senza lasciarsi ingannare dalle forme «liberali» di quel paese. E’ una lezione di cui far tesoro: i «monarchi assoluti» del nostro tempo, i tiranni e dittatori planetari del nostro tempo siedono a Washington, a Bruxelles e nelle più importanti capitali occidentali.

FONTE: Blog di Domenico Losurdo

E’ la Nato che conquista Tripoli

di: Manlio Dinucci

Una foto pubblicata dal New York Times racconta, più di tante parole, ciò che sta avvenendo in Libia: mostra il corpo carbonizzato di un soldato dell’esercito governativo, accanto ai resti di un veicolo bruciato, con attorno tre giovani ribelli che lo guardano incuriositi. Sono loro a testimoniare che il soldato è stato ucciso da un raid Nato. In meno di cinque mesi, documenta il Comando congiunto alleato di Napoli, la Nato ha effettuato oltre 20mila raid aerei, di cui circa 8mila di attacco con bombe e missili. Questa azione, dichiarano al New York Times alti funzionari Usa e Nato, è stata decisiva per stringere il cerchio attorno a Tripoli.

Gli attacchi sono divenuti sempre più precisi, distruggendo le infrastrutture libiche e impedendo così al comando di Tripoli di controllare e rifornire le proprie forze. Ai cacciabombardieri che sganciano bombe a guida laser da una tonnellata, le cui testate penetranti a uranio impoverito e tungsteno possono distruggere edifici rinforzati, si sono uniti gli elicotteri da attacco, dotati dei più moderni armamenti. Tra questi il missile a guida laser Hellfire, che viene lanciato a 8 km dall’obiettivo, impiegato in Libia anche dagli aerei telecomandati Usa Predator/Reaper.

Gli obiettivi vengono individuati non solo dagli aerei radar Awacs, che decollano da Trapani,  e dai Predator italiani che decollano da Amendola (Foggia), volteggiando sulla Libia ventiquattr’ore su ventiquattro. Essi vengono segnalati – riferiscono al New York Times i funzionari Nato – anche dai ribelli. Pur essendo «mal addestrati e organizzati», sono in grado, «per mezzo delle tecnologie fornite da singoli paesi Nato», di trasmettere importanti informazioni al «team Nato in Italia che sceglie gli obiettivi da colpire». Per di più, riferiscono i funzionari, «Gran Bretagna, Francia e altri paesi hanno dispiegato forze speciali sul terreno in Libia». Ufficialmente per addestrare e armare i ribelli, in realtà soprattutto per compiti operativi.

Emerge così il quadro reale. Se i ribelli sono arrivati a Tripoli, ciò è dovuto non alla loro capacità di combattimento, ma al fatto che  i cacciabombardieri, gli elicotteri e i Predator della Nato spianano loro la strada, facendo terra bruciata. Nel senso letterale della parola, come dimostra il corpo del soldato libico carbonizzato dal raid Nato. In altre parole, si è creata ad uso dei media l’immagine di una «resistenza» con una forza tale da battere un esercito professionale. Anche se ovviamente muoiono dei ribelli negli scontri, non sono loro che stanno espugnando Tripoli. E’ la Nato che, forte di una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, sta demolendo uno stato con la motivazione di difendere i civili. Evidentemente, da quando un secolo fa le truppe italiane sbarcarono a Tripoli, ha fatto grandi passi in avanti l’arte della guerra coloniale.

Fonte: IlManifesto.it

Nato: prima, durante, dopo

di:  Maurizio Matteuzzi

Forse per la vittoria finale non ci sarà neppure bisogno di aspettare il primo settembre. Che sarebbe (stata) una data dal forte potere simbolico: fu il primo settembre ’69 che il gruppo degli «Ufficiali liberi» guidato dal giovane colonnello Muammar Gheddafi lanciò il golpe indolore che avrebbe cacciato il putrido e corrotto regime di re Idriss, un burattino nelle mani degli inglesi. Cacciare Gheddafi il primo settembre 2011, quarantaduesimo anniversario dalla «rivoluzione», avrebbe (avuto) una potente valenza per gli insorti.

Qualche giorno prima o dopo non cambierà il corso della storia. E la storia dice che Gheddafi ha chiuso – qualunque sia la sua sorte – e che al posto della Jamahiriya sta per nascere una nuova Libia che nessuno sa ancora bene cosa sarà.

Bisogna dare atto al valore e al coreaggio degli insorti, ma senza l’apporto delle bombe e missili della Nato «la Rivoluzione del 17 febbraio» partita da Bengasi non avrebbe mai vinto e non sarebbe mai arrivata a Tripoli. Se c’è arrivata, dopo 5 mesi di impasse sul campo, lo deve alle « 20mila missioni di volo» il cui «traguardo» è stato toccato proprio ieri e rivendicato orgogliosamente dalla portavoce Nato, Oana Lungescu. E, probabilmente, non solo di «missioni di volo» (Nato), di droni (Usa), di armi paracadutate (Francia), di materiale di comunicazioni (Gran Bretagna) si è trattato.

In molti si chiedono come mai, dopo 5 mesi di impasse sul campo, nel giro di pochi giorni – da domenica scorsa – le milizie degli insorti abbiano potuto attaccare e «liberare» Tripoli.

 

Secondo la risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza, votata il 17 marzo, l’Onu affidava alla Nato – divenuta l’agenzia militare delle Nazioni unite – il compito di proteggere i civili «con tutti i mezzi» eccetto che con l’invio di truppe di terra («boots on the ground»). Quella risoluzione era una foglia di fico per coprire l’intervento a tutto vapore, anzi a tutto missile, contro il regime di Gheddafi (che, per carità, anche se le bombe piovevano ogni notte sul suo compound di Tripoli, «non è mai stato un bersaglio per la Nato, come ha ripetuto anche ieri il portavoce militare). Un intervento diretto a proteggere i civili ma di una parte sola e a schierare il poderoso armamentario bellico e propagandistico in favore di una delle due parti in guerra infischiandosene dell’embargo che avrebbe dovuto valere per entrambe.

Un intervento che escludeva a priori, nonostante si ripetesse quotidianamente la penosa litania delle necessità di «una soluzione politica e non militare» della crisi libica (anche ieri), qualsiasi ipotesi di una via d’uscita negoziata che avrebbe dovuto/potuto essere imposto ai contendenti dalla «comunità internazionale».

Di questo si è lamentato ieri a Johannesburg Jacob Zuma, presidente di un paese, il Sudafrica, che pure aveva votato la risoluzione di marzo per la no-fly zone, ma che poi ha criticato sempre più aspramente «l’abuso» del mandato ricevuto dall’Onu da parte della Nato e dei suoi sponsor occidentali. «Quelli che hanno il potere di bombardare altri paesi hanno stroncato gli sforzi e le iniziative dell’Unione africana per risolvere il problema libico», ha detto, «avremmo potuto evitare la perdita di tante vite umane».

E’ risaputo, nonostante i no comment e le smentite ufficiali di prammatica, che almeno da aprile Francia e Gran Bretagna hanno inviato «consiglieri militari» fra le fila degli insorti. E ci sono voci che si rincorrono sulla presenza al fianco dei miliziani ribelli che hanno attaccato e fulmineamente conquistato Tripoli di uomini della Nato. La Nato ovviamente nega qualsiasi «coordinamento» degli attacchi degli insorti nella loro offensiva verso Tripoli (126 raid aerei nella sola giornata di domenica): «La Nato non ha e non avrà truppe a terra», ha ribadito ieri la portavoce Lungescu. Idem l’italiano La Russa, ministro della difesa, «Non c’è nessuna probabilità che truppe di terra della Nato, e particolarmente italiane, entrino a far parte del conflitto» in Libia.

Anche il sito israeliano Debka, vicino al Mossad e quindi da prendere con le molle, sostiene che «nonostante i dinieghi, le truppe Nato stanno partecipando nei combattimenti a terra nella veste di “consiglieri militari» inglesi e francesi, membri delle unità speciali, aiutando i ribelli libici a combattere per il controllo della capitale Tripoli».

Ma la vera campagna di Libia comincerà dopo l’uscita di scena definitiva di Gheddafi, questo lo sanno tutti. Per cui si comincia già a ipotizzare uno scenario in cui la Nato continuerà ad avere un ruolo anche nel dopo: «un ruolo di supporto alla Libia se sarà necessario e sarà richiesto»,, anche se ovviamente «il ruolo principale sarà dell’Onu e del gruppo di contatto». A pensare male sa fa peccato?

Intanto però bisogna chiudere la pratica Gheddafi. La Nato, i ministri degli esteri francese Juppé e turco Davutoglu (in visita a Bengasi) confermano che «la missione non è conclusa» e che c’è ancora «da proteggere la popolazione» (quale?). Di questo Juppé ha parlato lunedì in audio-conferenza con i colleghi inglese, americano, tedesco, turco e di qualche paese arabo amico (una riprova del peso dell’Italia nel dopo-Gheddafi). Ora che il dopo sembra arrivato, la diplomazia è in fibrillazione per sventare i timori ricorrenti («L’importante è che la transizione si compia nel rispetto dei diritti umani e della legge basata sulla riconciliazione e non sulla vendetta») e conquistare una posizione migliore nella divisione del bottino. Ieri si è tenuta a Bruxelles una riunione degli ambasciatori Nato; poi sarà la volta del Gruppo di contatto che si riunirà a Istanbul; entro la settimana ci sarà un vertice Onu con partecipazione di Ue e Unione africana.

FONTE: IlManifesto.it

Il ruolo del Consiglio di sicurezza dell’ONU nello scatenare una guerra illegale contro la Libia

Alla conferenza stampa del 4 aprile, che ha segnato l’inizio della presidenza colombiana al Consiglio di sicurezza, uno dei giornalisti  ha posto a Nestor Osorio, ambasciatore colombiano presso le Nazioni Unite, quella che,  all’ apparenza, sembrerebbe una domanda insolita. Il giornalista chiese (1):

“A seguito della risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1973 [che autorizza l'azione militare contro la Libia, ndr] dobbiamo aspettarci un atteggiamento più aggressivo e propositivo da parte del Consiglio di Sicurezza nel sostenere gruppi ribelli?”

Il giornalista fece diversi esempi di gruppi ribelli, come l’IRA nel Regno Unito, l’ETA in Spagna e forse i ribelli della Corsica in Francia. Un altro giornalista ha aggiunto l’esempio delle FARC in Colombia.

La domanda sollevava il fatto che, con la Risoluzione 1973, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU si schierava a sostegno di una insurrezione armata che stava combattendo contro il governo di una nazione membro dell’ONU.

L’ambasciatore colombiano rispose che la Risoluzione 1973 non era stata adottata per sostenere i ribelli in Libia, ma un gruppo ribelle nato  da civili che era in seguito diventato il cuore della ribellione armata. La ragione per cui il Consiglio di Sicurezza affrontava la questione libica, ha detto, era perché un membro del Consiglio di Sicurezza, il Libano, aveva portato il problema all’ attenzione del Consiglio, aggiungendo che la Lega Araba aveva chiesto azioni concrete da parte del Consiglio di Sicurezza sulla Libia.

Si tratta quindi, come ha proposto l’ ambasciatore Osorio , che la questione della Libia è stata affrontata dal Consiglio di sicurezza perché il Libano, un membro del Consiglio di Sicurezza, ha portato la questione all’attenzione degli altri membri? Si tratta quindi che il Consiglio di sicurezza stava semplicemente rinviando alla competenza della Lega araba, la quale è stata presentata dall’ambasciatore colombiano come l’organizzazione regionale pertinente riguardo alla Libia?

Le considerazioni dell’ambasciatore colombiano sollevano il problema di come il Consiglio di Sicurezza abbia assunto la decisione di approvare la risoluzione 1970 contro la Libia, la prima delle due risoluzioni sul tema. Era come ha affermato l’ambasciatore colombiano a causa di una raccomandazione del gruppo regionale competente, o c’è stato un processo più complesso? Inoltre, significativamente in questa situazione, vi erano in realtà due raccomandazioni contrastanti al Consiglio di Sicurezza, provenienti una dalla Lega araba, che non è un gruppo geografico regionale, ma organizzato su altre basi, e l’altra dal gruppo geografico regionale di cui la Libia fa parte, ovvero l’Unione Africana.

Quali sono stati i fattori che hanno influenzato le decisioni del Consiglio di Sicurezza prima di passare la risoluzione 1970  che autorizzava severe sanzioni, tra cui il rinvio di funzionari libici alla Corte penale internazionale (CPI) e poi, successivamente, la Risoluzione 1973, che ha autorizzato una no-fly zone e altre azioni militari? Alla fine tali decisioni hanno posto le basi per l’alleanza militare della NATO ad unirsi con l’insurrezione armata che combatte contro il governo della Libia.

Sebbene sia difficile determinare le ragioni di fondo specifiche  per l’azione del Consiglio di Sicurezza, il presente articolo intende dimostrare che la spiegazione fornita ai giornalisti durante la conferenza stampa dell’ambasciatore colombiano è molto diversa dalla reale sequenza degli eventi che si sono verificati al Consiglio di Sicurezza riguardo la  Libia. Avendo omesso di tener conto della sequenza reale degli eventi che si sono verificati, la risposta dell’ambasciatore colombiano ha lasciato irrisolta la domanda critica. Come era giunto il Consiglio di Sicurezza ad autorizzare un’azione militare contro un paese membro delle Nazioni Unite, a sostegno di una insurrezione armata contro il governo di quella nazione? Un tale modo di agire è chiaramente contrario alle disposizioni della Carta delle Nazioni Unite di non intervenire negli affari interni di una nazione membro dell’ONU (articolo 2, punto 7).

Come la questione libica è stato portata al Consiglio di Sicurezza

Ripensando alla sequenza di eventi che hanno fatto si che la questione libica giungesse al Consiglio di Sicurezza, viene da fare una osservazione importante. Non è stato un membro del Consiglio di sicurezza nazionale che ha iniziato questo processo. Né è stata la Lega araba. Piuttosto si trattava di un gruppo che si potrebbe sostenere non aver alcun fondamento legittimo per parlare alle Nazioni Unite, in particolare al Consiglio di Sicurezza.

Questo gruppo era quello di Ibrahim Dabbashi, ex Chargé d’Affaires presso le Nazioni Unite per la Libia. Dabbashi aveva tenuto azioni insolite, prima annunciando alla stampa la propria defezione dal rappresentare il governo della Libia presso le Nazioni Unite e poi chiedendo una riunione di emergenza del Consiglio di Sicurezza sulla situazione in Libia. La sua richiesta al Consiglio di sicurezza ha fatto partire un processo il quale, in meno di una settimana, ha portato nel far passare rigorose sanzioni contro la Libia e il rinvio dei suoi funzionari alla CPI, azioni che sono incluse nella risoluzione 1970. Tale Risoluzione ha quindi impostato le basi per la risoluzione 1973, passata tre settimane dopo,la quale ha autorizzato l’azione militare contro la Libia.

Il 21 febbraio è una data importante in questa serie di eventi.  E’ infatti il 21 febbraio che Dabbashi ha annunciato la sua defezione. Sebbene l’ adeguato corso di un funzionario governativo che lascia la rappresentanza di un paese sarebbe stato quello di dimettersi dalla sua posizione ufficiale come ambasciatore delegato della Libia presso le Nazioni Unite, questo non è quello che è successo.

Sempre il 21 febbraio si è verificato un altro importante evento, anche se non presso le Nazioni Unite. Un altro funzionario libico, Nuri al Mesmari, ha ufficialmente annunciato la defezione dal suo incarico del governo libico. Vivendo in Francia sotto la protezione del governo francese, ha rilasciato un’intervista al quotidiano francese Liberation.

Ciò che è significativo riguardo l’azione di Mesmari è che la sua defezione pone quella di Dabbashi in un contesto più ampio. Un articolo del quotidiano italiano Libero, articolo che non è stato confutato o negato, fornisce questo contesto.(2) Mesmari ha lasciato la Libia nell’ ottobre 2010 per Parigi,quattro mesi prima della presunta repressione delle dimostrazioni citate come uno dei pretesti per l’aggressione della Nato contro la Libia. Mesmari era stato un importante funzionario libico con profonde conoscenze e in contatto con i funzionari dei servizi stranieri della Libia e ampie conoscenze dei contatti della Libia con i funzionari governativi di altri paesi.

Libero ha riferito che dopo che Mesmari si è recato a Parigi nell’ottobre 2010, egli era in contatto non solo con funzionari stranieri dell’intelligence francese, ma anche con elementi dell’opposizione libica. Le sue azioni aiutano a far luce sugli eventi accaduti in Libia nel febbraio 2011. Conoscendo alcune delle attività di cui Mesmari fece parte  tra l’ ottobre 2010 e il febbraio 2011, diversi commentatori propongono che Mesmari, insieme ad altri attivisti dell’opposizione e funzionari della intelligence francese, ha contribuito a fomentare la rivolta di Bengasi che ha avuto luogo nel febbraio 2011 (3).

A differenza delle non violente proteste egiziane, la rivolta di Bengasi è divenuta ben presto una rivolta armata contro il governo della Libia. I media occidentali hanno tenuto conto di questa ribellione e i mezzi di informazione arabi, come Al Jazeera, hanno riferito una serie di accuse non verificate giunte da persone coinvolte nella stessa ribellione,presentando poche o nessuna prova per verificare la correttezza di questi rapporti. In questo momento, non ci sono prove per “l’uso di mercenari” o del “bombardamento del suo popolo.” (4)

A Mesmari fu concessa la protezione dal governo francese. Nella sua intervista del 21 febbraio al francese Liberation, ha accusato il governo libico di genocidio, pur non fornendo alcuna prova a sostegno della sua affermazione.

Analogamente anche Dabbashi, quando ha tenuto una conferenza stampa presso la Missione Libica alle Nazioni Unite il 21 febbraio, ha affermato che il governo libico si è reso colpevole di genocidio. Neanche lui ha offerto alcuna prova per le sue accuse. Ha chiesto il rovesciamento dello stato libico guidato da Muammar Gheddafi. Allo stesso modo, l’avvocato della missione libica ha parlato ai giornalisti durante la conferenza stampa del 21 febbraio. Egli ha indicato ai giornalisti che proveniva da Bengasi. Anche lui ha chiesto il rovesciamento di Gheddafi,  da molto tempo a capo dello stato libico (una posizione denominata ’Guida’).

Il seguente è il contenuto della lettera che Dabbashi, come defezionario dal governo ufficiale della Libia, ha inviato al Consiglio di Sicurezza. La lettera è datata 21 febbraio 2011 (5):

“In conformità con la regola 3 del regolamento interno provvisorio del Consiglio di sicurezza, mi pregio di di chiedere una riunione urgente del Consiglio, per discutere la grave situazione in Libia e intraprendere le azioni appropriate.”

La lettera è elencata come un documento ufficiale del Consiglio di sicurezza, contrassegnato con simbolo di identificazione S/2011/102, datato 22 febbraio 2011.

Vale la pena notare che la regola 3 del regolamento provvisorio di Procedura del Consiglio di Sicurezza prevede che sia un paese membro delle Nazioni Unite a richiedere un incontro. (6) Ai sensi della regola3, Dabbashi, in qualità di ex vice ambasciatore della Libia, non era autorizzato a prendere parte a tutte le procedure del Consiglio di Sicurezza, soprattutto a non chiedere una riunione del Consiglio di Sicurezza per adottare misure punitive contro il governo che non rappresentava più e che stava cercando di rovesciare.

Lunedi 21 febbraio era un giorno di vacanza ufficiale alle Nazioni Unite (ricorreva il Presidents’ Day negli Stati Uniti) e la sede delle Nazioni Unite non era aperta. Martedi 22 febbraio, giorno lavorativo successivo presso le Nazioni Unite, il Consiglio di Sicurezza ha tenuto una riunione a porte chiuse sulla situazione in Libia, denominata ”Pace e sicurezza in Africa - Libia”. (7) Nella riunione il Consiglio di sicurezza ha ascoltato una relazione sugli sviluppi in Libia da Lynn Pascoe,  sottosegretario generale per gli affari politici presso le Nazioni Unite. Oltre ai 15 del Consiglio di Sicurezza, erano presenti alla riunione 74 membri di altre nazioni appartenenti alle Nazioni Unite senza diritto di voto. In tale veste era presente anche Dabbashi.

L’ambasciatore libico alle Nazioni Unite, Abdel Rahman Shalghamha, ha partecipato alla  riunione del Consiglio di Sicurezza del 22 febbraio, insieme con Dabbashi. Nei commenti informali dopo l’incontro, Shalgham ha indicato di essere stato in contatto con un parente a Tripoli e  ha riferito  che le presunte atrocità che i media stavano sostenendo fossero successe a Tripoli non erano affatto vere. Analogamente, parlando alla stampa, ha indicato che era stato in contatto con funzionari del governo di Tripoli i quali hanno fatto sapere di contestare le affermazioni delle atrocità in corso a Tripoli e di aver pianificato di invitare i giornalisti di Al Arabiya e della CNN per verificare di persona che tali accuse erano inesatte (8).

Dopo aver fatto la sua presentazione al Consiglio di Sicurezza,il sottosegretario generale per gli affari politici, Lynn Pascoe ha parlato alla stampa . Gli venne chiesto se avesse le prove delle atrocità a Tripoli e rispose che le persone delle Nazioni Unite sul terreno non disponevano di alcuna prova diretta.(9)

Descrivendo la riunione del 22 febbraio  del Consiglio di Sicurezza, l’agenzia Reuters disse che la maggior parte della delegazione libica aveva defezionato. La Reuters ha riferito che il Consiglio di Sicurezza si è incontrato su richiesta di Dabbashi, il quale “non stava più lavorando per il governo libico”. Sembrerebbe essere una grave violazione del protocollo delle Nazioni Unite per un funzionario che aveva lasciato il proprio incarico poter richiedere un incontro del Consiglio di sicurezza e di avere la concessione del Consiglio per l’incontro e il permesso a partecipare a tale riunione. Allo stesso modo, permettere al diplomatico che non rappresentava più il governo libico di fare asserzioni non verificate in occasione della riunione contro il governo di un paese membro delle Nazioni Unite non fa altro che far aumentare la grave violazione della Carta delle Nazioni Unite rappresentata da questo abuso delle procedure delle Nazioni Unite.

Ecco quello che ha riportato la Reuters:

“NAZIONI UNITE | Mar Feb 22, 2011 16:42 GMT (Reuters) – Il dibattito di martedi del Consiglio di sicurezza dell’ONU tenutosi a porte chiuse  sulla crisi in Libia, con emissari occidentali e la stessa delegazione separatista della Libia sta chiamando per l’azione dei 15.

Il Consiglio si è riunito su richiesta del vice ambasciatore libico Ibrahim Dabbashi, che insieme con la maggior parte dell’ altro personale in missione Onu in Libia ha annunciato lunedi di non lavorare  più per il leader Muammar Gheddafi e di rappresentare la gente del paese.Hanno convocato tale incontro  per rovesciare Gheddafi..”

Tenendo in considerazione le attività di Mesmari con i funzionari dell’intelligence francese e con gli esponenti dell’opposizione libica, vi sono i presupposti per pensare che ci sono forze potenti che agiscono dietro le quinte presso le Nazioni Unite, sostenendo le attività di Dabbashi  e favorendo il Consiglio di Sicurezza a consentire questo tipo di abuso delle proprie procedure.

Falsi Articoli dei Media sulla Libia

Tra i resoconti dei media all’epoca vi erano le affermazioni non verificate sul fatto che gli aerei del governo libico stessero sparando contro i civili a Tripoli e che vi erano stati parecchi morti in varie parti della Libia. Inoltre ci sono state segnalazioni riguardo alla fuga di Gheddafi  in Venezuela. Gheddafi e il governo libico hanno contestato questi rapporti, con un video che dimostrava che Gheddafi era in Libia.  Questo video, visto in tutto il mondo, dimostrava l’inesattezza delle false accuse che sono state fatte riguardo la Libia. Inoltre, i media libici hanno contestato il fatto che a Tripoli si sparasse dagli aerei contro i civili.  Più tardi i media russi fornirono i resoconti della sorveglianza russa sulle attività degli aerei libici, dimostrando che non c’era alcun aereo del Governo che stesse facendo fuoco (11).

Pur avendo defezionato, Dabbashi ha continuato ad avere accesso non solo ai processi del Consiglio di sicurezza, ma anche agli appostamenti stampa ufficiali delle Nazioni Unite per parlare con i giornalisti, come se ufficialmente fosse il rappresentante di una nazione membro dell’ONU. Da qui Dabbashi ha attaccato il governo libico, accusandolo di genocidio, senza offrire alcuna prova per le sue affermazioni ed ha anche continuato a chiedere il rovesciamento del governo della Libia.

Poi, venerdì 25 febbraio, l’ambasciatore libico presso le Nazioni Unite, Abdel Rahman Shalgham ha annunciato la sua defezione e ha denunciato il governo libico durante una riunione del Consiglio di Sicurezza.

Il presidente del Consiglio di Sicurezza ha invitato l’ ex ambasciatore  a prendere parte alla riunione ai sensi dell’articolo 37 del regolamento provvisorio di procedura del Consiglio di sicurezza. L’ articolo 37 specifica che è un paese membro che può essere invitato a partecipare. Un ambasciatore o diplomatico che non rappresenta più alcun paese non ha alcuna base per partecipare ad una riunione diel Consiglio di Sicurezza dell’ONU. La regola prevede (12):

“Articolo 37 - Ogni Membro delle Nazioni Unite che non sia un membro del Consiglio di Sicurezza può essere invitato, a seguito di una decisione del Consiglio di Sicurezza, a partecipare, senza diritto di voto, alla discussione di qualsiasi questione sottoposta al Consiglio di Sicurezza quando il Consiglio di Sicurezza ritiene che gli interessi di tale membro siano particolarmente coinvolti, o quando un membro porta una questione all’attenzione del Consiglio di Sicurezza in conformità dell’articolo 35 (1) della Carta ”.

Un ambasciatore che lascia il proprio incarico, mediante tale atto, sta cessando di rappresentare la nazione membro dell’ONU. Secondo le regole del protocollo (2005), online sul sito delle Nazioni Unite, una volta che un ambasciatore cessa di rappresentare il suo paese membro, ci si aspetterebbe che presenti le proprie dimissioni al Segretario Generale. Quindi non è appropriato che venga invitato a partecipare ad un incontro del Consiglio di Sicurezza ai sensi dell’articolo 37 del Regolamento provvisorio di procedura del Consiglio di Sicurezza. Questa regola si applica per un rappresentante ufficiale di una nazione membro dell’ONU, non a qualcuno che afferma  di non rappresentare più quella nazione. Quella che segue è la sezione rilevante delle regole del protocollo (13).

“Sezione X - Rappresentante Permanente

Prima di rinunciare al proprio impiego, un Rappresentante / Osservatore Permanente  dovrebbe informare il Segretario generale per iscritto e, allo stesso tempo, comunicare il nome del membro della missione che agirà come Chargé d’Affaires  in attesa dell’arrivo del nuovo Rappresentante / Osservatore Permanente  .E ‘di particolare importanza notare che un Chargé d’Affaires    non può nominare se stesso e può tenere questa funzione solo dopo essere stato nominato dal Rappresentante / Osservatore Permanente  o dal Ministero degli Affari esteri dello Stato interessato “.

Sembrerebbe  essere al di fuori della procedura prevista dal Regolamento del Consiglio di Sicurezza per un ambasciatore che ha comunicato la propria defezione prendere parte ad una riunione del Consiglio di sicurezza in qualità di rappresentante del governo che egli stesso afferma di non rappresentare più.

Nel corso della riunione del Consiglio di Sicurezza il 25 febbraio, il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon ha parlato circa la situazione della Costa d’Avorio e della Libia. Nelle sue osservazioni sulla Libia, il Segretario Generale ha affermato che basava i suoi rapporti sui resoconti della ” stampa, dei gruppi per i diritti umani e dei civili sul posto.” Ha riconosciuto che non vi era alcuna prova conclusiva per le sue accuse, ma ha respinto questa mancanza di informazioni verificabili dicendo che l’ azione dovrebbe essere assunta insieme ai tentativi per ottenere informazioni più affidabili. Questa azione è in contrasto con altre situazioni in cui il Segretario Generale ha riconosciuto la necessità di un gruppo imparziale di  ricerca e ha nominato tale gruppo per ottenere le informazioni necessarie per determinare quale linea di azione intraprendere per promuovere una soluzione pacifica della situazione.

Dopo che il Segretario generale ha presentato le sue asserzioni non verificate, l’ ex ambasciatore libico è stato invitato a parlare. Dal 25 febbraio anche Shalgham aveva annunciato la propria defezione. (Si potrebbe immaginare che la pressione per la sua defezione potrebbe essere stata la paura dei ricorsi alla Corte penale internazionale dei funzionari libici in programma da parte di alcuni membri del Consiglio di sicurezza.)

Contrariamente ad una precedente promessa  ai giornalisti che se non avesse più sostenuto il governo libico si sarebbe dimesso, Shalgham non ha formalmente presentato  le dimissioni. Invece, ha continuato a usare i processi del Consiglio di Sicurezza per incoraggiare  quest’ ultimo ad imporre sanzioni e rinviare alla Corte Penale il governo della Libia.

Nel suo intervento alla riunione del Consiglio di Sicurezza di venerdì 25 febbraio, Shalgham ha fatto una virulenta denuncia del governo libico, con analogie a Hitler. Shalgham ha ignorato i resoconti contrastanti di quanto stava accadendo a Bengasi, dipingendo invece l’ immagine di pacifiche dimostrazione di civili ingiustamente sottoposti ad un massacro (14). Shalgham non ha presentato alcuna prova a corredo delle sue accuse né gli venne chiesto di presentarle. Al contrario, è stato consolato dal Segretario Generale e dai membri del Consiglio di sicurezza, con alcuni di essi che lo confortavano.

Il giorno seguente, sabato 26 febbraio, si è tenuta presso il Consiglio di Sicurezza una riunione d’emergenza .Mentre il Consiglio di Sicurezza stava discutendo una risoluzione sulla Libia, Shalgham si dice abbia inviato una lettera al Consiglio di Sicurezza per influenzare il voto dei suoi membri.

Un giornalista ha offerto quanto segue come il contenuto della lettera che Shalgham ha inviato al Consiglio di sicurezza (15):

“Con riferimento al Progetto di Risoluzione sulla Libia davanti Consiglio di sicurezza, ho l’onore di confermare che la delegazione libica presso le Nazioni Unite sostiene le misure proposte nel Progetto di Risoluzione per chiedere conto dei responsabili per gli attacchi armati contro i civili libici , attraverso anche [sic] la Corte Penale Internazionale. ”

Secondo i giornalisti che erano in attesa al di fuori della riunione di sabato 26 febbraio, alcuni membri del Consiglio di Sicurezza hanno indicato che il loro scopo era quello di indurre maggiori defezioni di funzionari libici, includendo anche i ricorsi alla Corte penale internazionale (CPI) nella risoluzione del Consiglio di sicurezza . Questo significa usare la Corte Penale Internazionale come uno strumento politico piuttosto che come un mezzo per punire i crimini reali.

La Libia non è un membro del Trattato di creazione della Corte penale internazionale. Anche se la Carta delle Nazioni Unite prevede che il Consiglio di Sicurezza per la creazione di tribunali non ha disposizione per forzare una nazione non membro di una Organizzazione del Trattato di creazione di un tribunale ad essere soggetta alla sua giurisdizione, i membri del consiglio citano una clausola del trattato della Corte Penale Internazionale. Ma una disposizione del Trattato della CPI non può essere sostituita da qualche disposizione della Carta delle Nazioni Unite. Nessuna disposizione della Carta delle Nazioni Unite è stata citata a fornire l’autorità per i rinvii dei membri del Consiglio di Sicurezza che non sono sotto la giurisdizione della Corte penale internazionale.

Alla fine della giornata di sabato 26 febbraio, il Consiglio di Sicurezza ha approvato la Risoluzione 1970, imponendo sanzioni contro la Libia e indirizzando Gheddafi e molti altri verso la CPI. Nessuna prova di alcun illecito è stata presentata e nessun riferimento è stato fatto per eventuali indagini sulle accuse.

Quando l’ambasciatore francese Gérard Araud ha spiegato il perché del suo voto a favore per la risoluzione 1970, ha rinviato alla “commovente dichiarazione ” di Shalgham in occasione della riunione di Venerdì, dicendo (16):

“Ieri il Rappresentante Permanente della Libia (sic) ha fatto a questo Consiglio un commovente appello per l’assistenza. La Francia accoglie con favore il fatto che oggi il Consiglio ha, all’unanimità e con forza, risposto a tale appello ”.

L’ambasciatore indiano, nello spiegare il suo voto a favore della risoluzione  1970 del Consiglio di Sicurezza,ha fatto sapere che lui non era propenso a sostenere il deferimento alla Corte penale internazionale, ma  ha risposto alla lettera inviata al Consiglio di Sicurezza da Shalgham che sollecitava il Consiglio a farlo. L’ambasciatore indiano ha dichiarato:

“Avremmo preferito un approccio graduale e calibrato. Tuttavia, notiamo che alcuni membri del Consiglio, compresi i nostri colleghi dell’ Africa e del Medio Oriente, credono che il deferimento alla Corte avrebbe l’effetto di una cessazione immediata delle violenze e il ripristino di calma e stabilità. La lettera del Rappresentante Permanente della Libia (sic) del 26 febbraio indirizzata a lei, Signora Presidente, ha sollecitato il rinvio e rafforzato questa visione. Siamo quindi andati di pari passi con il consenso del Consiglio. “

Analogamente spiega l’ambasciatore nigeriano:

“Abbiamo preso in considerazione la lettera datata oggi dal Rappresentante Permanente della Libia (sic) che sostiene le misure che abbiamo proposto”.

Anche l’ambasciatore brasiliano fa riferimento all’ appello dell’ambasciatore – disertore nello spiegare il suo voto per la Risoluzione 1970 del Consiglio:

“Nelle nostre discussioni di oggi, il Brasile ha tenuto debitamente conto delle opinioni espresse dalla Lega degli Stati arabi e dall’Unione africana, così come le richieste formulate dalla Rappresentanza permanente della Libia presso le Nazioni Unite.” (17)

Nel corso della riunione, Dabbashi ottenne la parola per parlare a nome della Libia.

Dabbashi ha denunciato Gheddafi e ha ringraziato i membri del Consiglio di Sicurezza per l’esaudimento della sua richiesta di misure severe contro la Libia e verso i membri del suo governo.

Il segretario generale, come ultimo oratore del Consiglio di Sicurezza, ha parlato di come ha accolto le sanzioni e di vedere queste come un mezzo per una nuova governance in Libia. Ha detto:

“Le sanzioni che il Consiglio ha imposto sono un passo necessario per accelerare la transizione verso un nuovo sistema di governance che disporrà del consenso e della partecipazione del popolo.”

Questa sequenza di eventi non può che essere visto come una violazione degli obblighi del Consiglio di Sicurezza ai sensi della Carta delle Nazioni Unite. 

Le disposizioni delle regole usate dal Consiglio di sicurezza  per invitare un  ex funzionario del governo libico agli incontri del Consiglio erano previste per i i discorsi dei funzionari di rappresentanza del governo della Libia. Il funzionario che aveva rinunciato al proprio incarico di rappresentanza del governo libico ora era un ex funzionario del governo e come tale non aveva l’autorità di parlare per il governo della Libia,cosi come non disponeva di alcun altra autorità per comparire alle riunioni del Consiglio di Sicurezza come funzionario della Libia (18).

Le azioni di tali funzionari non sono state le azioni di un governo membro. E’ restato senza risposta sia il processo di come avevano defezionato e sia attraverso quali accordi con Stati Uniti e altri enti governativi occidentali  avevano acquisito la capacità di rimanere negli Stati Uniti e di partecipare alle procedure del Consiglio. Il Consiglio di Sicurezza stava fornendo sostegno e aiuto ai membri di un gruppo che tenta di effettuare un colpo di stato contro il governo della Libia. Tale azione è in contrasto con gli obblighi della Carta delle Nazioni Unite che richiede il non intervento negli affari interni dei paesi membri.

Il Consiglio di Sicurezza ha sostenuto questi disertori che agiscono per rovesciare il governo della Libia. Inoltre ha omesso di fare qualsiasi sforzo per avviare un’indagine indipendente di quanto stava accadendo in Libia. A parte il supporto parziale dei media occidentali o del Qatar (le relazioni di Aljazeera hanno rappresentato solamente il punto di vista dell’opposizione libica), il Consiglio di Sicurezza non ha cercato altre fonti di informazione. Al personale delle Nazioni Unite in Libia non è stato chiesto di indagare sulle accuse.

Nessun legittimo funzionario del governo libico fu invitato a partecipare ai lavori del Consiglio di Sicurezza. Quando il governo libico ha cercato di nominare legittimi funzionari del governo per sostituire la delegazione disertore, il governo americano non avrebbe approvato le richieste di visto per i delegati in sostituzione, in violazione degli obblighi da Paese ospitante degli Stati Uniti. In questo modo, gli Stati Uniti hanno impedito al governo libico di essere in grado di presentare la propria tesi davanti al Consiglio di Sicurezza.

Dal 3 marzo 2011, il portavoce del Segretario Generale ha riconosciuto che il Segretario Generale ha ricevuto comunicazione da parte del governo libico di ritirare le credenziali di Dabbashi eShalgham. (19) Eppure, per un periodo di tempo, essi avevano continuato a parlare con i giornalisti e le loro dichiarazioni alla stampa  sono state trattate come dichiarazioni ufficiali del governo libico disponibili presso il sito web del Consiglio di Sicurezza.

Alla fine,  il permesso ai due diplomatici è stato convertito da pass diplomatico a pass di cortesia concesso a discrezione della segreteria in modo da poter continuare ad avere accesso alle Nazioni Unite, ma su una base più ristretta rispetto alle accesso di un funzionario diplomatico.

Quando alcuni giornalisti hanno messo in discussione i motivi per cui questi ormai ex diplomatici hanno continuato ad avere accesso alle procedure  ufficiali delle Nazioni Unite e del Consiglio di sicurezza, quali la richiesta di una riunione del Consiglio di sicurezza, il portavoce del segretario generale ha detto che colui che ha presentato le credenziali al Segretario Generale era il rappresentante di una nazione (20):

In disaccordo con la risposta del portavoce, un giornalista ha sottolineato che la ”Richiesta di una riunione del Consiglio di sicurezza è normalmente richiesta da parte degli Stati membri, non dagli ambasciatori. Quest’ultimi chiedono per un incontro del Consiglio sulla base di una lettera del ministero degli Esteri e, in questo caso, probabilmente non vi è nessuna lettera proveniente dal Ministero degli Esteri della Libia. Quindi su quale base giuridica è avvenuta la riunione del Consiglio di Sicurezza? “ha chiesto il giornalista.

Invece di riconoscere la correttezza della spiegazione, ovvero che  sono  i paesi membri che sono rappresentati nel Consiglio di sicurezza e non un ambasciatore (addirittura in questo caso un ex ambasciatore)  a poter richiedere una riunione, il portavoce del Segretario generale ha risposto: “Penso che sai cosa sto per dire … chiedi al Consiglio di Sicurezza. Domanda successiva. ”

Parte IV - 

Mentre i diplomatici libici che avevano annunciato la propria defezione sono stati sostenuti e protetti per avere un accesso costante ai servizi delle Nazioni Unite, l’opposto è avvenuto per il governo libico.

Un buon esempio di tale divergenza dagli obblighi del protocollo è dimostrato da due documenti. Il primo è la risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1970 (S/RES/1970 (2011).

Il documento afferma nella sua dichiarazione di apertura (21):

“Prendendo atto della lettera al Presidente del Consiglio di Sicurezza dal rappresentante Permanente della Libia del 26febbraio 2011.” (S/Res/1970 (2011), p. 1)

Il problema di riconoscere questa lettera nel corpo della risoluzione 1970 è che il 25 febbraio, l’ex ambasciatore libico presso le Nazioni Unite, Abdel Rahman Shalgham ha informato il Consiglio di Sicurezza che aveva defezionato.

Dal 26 febbraio non ha più rappresentato il governo libico. Di conseguenza non vi era alcuna base per il Consiglio di Sicurezza di fare riferimento ad una sua lettera , come una lettera del Rappresentante Permanente della Giamahiria araba libica

Il Consiglio di sicurezza avrebbe dovuto trovare il modo di avere notizie da un membro del governo della Libia, piuttosto che la sostituzione di un ambasciatore disertore e la sua delegazione per la delegazione ufficiale della Libia.

Nonostante gli innumerevoli sforzi del governo della Libia di nominare un nuovo ambasciatore per sostituire l’ambasciatore disertore e i membri del suo staff che avevano defezionato, né l’Onu né gli Stati Uniti, il paese che ospita le Nazioni Unite, hanno agito in accordo con i loro obblighi per rendere questo possibile.

Una lettera del governo libico del 17 marzo è stato inviata al Presidente del Consiglio di Sicurezza. Sembra che questa lettera non sia stato resa un documento ufficiale del Consiglio di Sicurezza. Ma questa lettera forniva la spiegazione del governo libico su quanto stava accadendo. Ai sensi dell’articolo 32 della Carta delle Nazioni Unite, il Consiglio di Sicurezza ha l’obbligo di ascoltare i paesi membri. La parte più importante dell’ articolo 32 afferma:.”Ogni membro delle Nazioni Unite che non sia un membro del Consiglio di Sicurezza … qualora sia parte in una controversia in esame avanti al Consiglio di Sicurezza, sarà invitato a partecipare, senza diritto di voto, alla discussione relativa alla controversia. . ”(22)

Questo si verifica anche anche per uno stato che non sia Membro delle Nazioni Unite.

Il quadro che il governo libico ha presentato nella comunicazione al Consiglio di Sicurezza è quella in cui c’è un confronto tra ribelli armati e Autorità dello Stato (23).

Questa è una descrizione diversa della situazione che qualsiasi altro dei membri del Consiglio di Sicurezza ha pubblicamente considerato il 26 febbraio quando il Consiglio di Sicurezza ha approvato la Risoluzione 1970 o il 17 marzo quando passò la risoluzione 1973 (24).

Nella lettera del 17 marzo, la Libia spiega che ciò che sta accadendo è un confronto tra gruppi terroristici e le autorità dello Stato. Essa cita la Legge Libica n. 38 del 1974, articolo 1, quale base per le forze armate della Libia a “mantenere la sicurezza, se la sicurezza generale della ’Repubblica’ o parte di essa lo richiede.” La lettera spiega che “i campi militari libici che sono stati attaccati non hanno intrapreso alcuna azione violenta contro gli aggressori armati fino a che questi ultimi non hanno brandito le loro armi. ”Questo è conforme al diritto libico, rileva la nota.

La lettera spiega che “L’articolo 2 della stessa legge prevede che l’ ordine di far fuoco può essere dato nelle seguenti circostanze:

“(A) Se un qualsiasi membro delle forze viene attaccato.

(B) Se i ribelli si rifiutano di ristabilire l’ordine, dopo essere stati avvisati e avere avuto la possibilità di farlo.

(C) Se i ribelli effettuare un attacco armato contro persone o proprietà “.

La lettera del governo libico descrive come il governo stia adempiendo al suo compito di proteggere i  residenti libici e i cittadini attraverso il confronto con i ribelli armati.

La lettera dice anche che la risoluzione 1970 e la bozza della risoluzione 1973, la risoluzione presa in considerazione per l’adozione il 17 marzo, e successivamente adottata, ”supera il mandato” del Consiglio di Sicurezza.poichè, sempre secondo tale lettera,  ”quello in questione non è un conflitto tra due Stati, come previsto dall’articolo 24 della Carta delle Nazioni Unite.” Il Consiglio non ha quindi alcun potere in questi casi per adottare risoluzioni. La Carta, spiega la lettera, “prevede che gli Stati devono astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale di uno Stato”.

Il Consiglio di Sicurezza non ha fatto menzione della lettera quando ha approvato la Risoluzione1973, la sera del 17 marzo. Solo un articolo di AP ha menzionato il fatto che ci fosse una lettera e alcuni dei suoi contenuti (25).

Dopo l’ incontro del 17 marzo  del Consiglio di sicurezza gli USA e gli altri della NATO cominciarono a bombardare la Libia.

Una lettera datata 19 marzo del governo libico è stata posta tra i documenti del Consiglio di Sicurezza. Nella lettera il ministro degli Esteri si riferisce alle precedenti lettere che egli ha inviato al Consiglio di sicurezza che non si trovano nei registri del Consiglio. Nella lettera del 19 marzo, egli scrive (26):

“Nella mia precedente lettera indirizzata a voi, ho sottolineato che una cospirazione esterna si sta indirizzando contro la Jamahiriya e la sua unità e integrità territoriale. Ho fatto notare che il Consiglio di Sicurezza era stato elaborato in attuazione della presente cospirazione per l’ adozione della risoluzione 1970 (2011) e 1973 (2011) sotto le quali è stato imposto un divieto su tutti gli aerei nello spazio aereo della Grande Giamahiria Araba Libica. Con questa decisione, ” ha spiegato la lettera :” il Consiglio di sicurezza ha spianato la strada per l’aggressione militare contro il territorio libico. La Francia e gli Stati Uniti hanno bombardato diversi siti civili, violando tutte le norme e gli strumenti internazionali, in particolare la Carta delle Nazioni Unite,che prevede il non-intervento negli affari degli stati membri ”.

La Libia ha chiesto al Consiglio di Sicurezza di tenere una riunione di emergenza ”per fermare questa aggressione, il cui scopo non è quello di proteggere i civili, come preteso, ma piuttosto di colpire siti civili, strutture economiche e siti appartenenti all’ Armed Peoples on Duty. ”Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha discusso questa richiesta in una riunione di lunedi 21 marzo e ha deciso di non accogliere la richiesta del governo libico.

A partire dal 21 febbraio il governo libico è stato privato della possibilità di avere un rappresentante alle Nazioni Unite. Nel mese di marzo, quando il governo libico ha cercato di nominare un altro ambasciatore, il governo statunitense non ha concesso il visto (27).

Al contrario gli ex diplomatici continuano ad avere accesso alle Nazioni Unite e usano la loro presenza  per attaccare il governo legittimo della Libia.

Un insolito articolo pubblicato da Al Ahram presenta una considerazione di alcuni degli abusi delle procedure del Consiglio di Sicurezza che si sono verificati nel passaggio delle risoluzioni 1970 e il 1973 contro la Libia. L’articolo è stato scritto da Curtis Doebbler, avvocato americano per i diritti umani. Doebbler scrive (28):

“L’Occidente ha concentrato la sua macchina propagandistica alle Nazioni Unite ad oltranza. E non era mera campagna di propaganda ordinaria, ma una vera e propria orchestrazione della storia per i libri. In primo luogo, i diplomatici libici furono persuasi e minacciati di dimettersi dalle loro posizioni e gli venne  promesso che se avessero sostenuto l’ opposizione sarebbero stati “presi in cura” . ‘Ciò ha portato non solo le dimissioni dei diplomatici libici presso le Nazioni Unite , ma così facendo e mantenendo una sorta di status diplomatico ,questo ha permesso loro di sostenere  ribelli armati che stavano sfidando il governo della Libia per il controllo del loro paese. . ”

Doebbler continua:

“Ciò è stato realizzato mediante le azioni illegittime  del segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon, che ha emesso pass speciali per gli ex diplomatici libici dopo che il loro governo aveva ritirato le credenziali. Bypassando il Comitato Credenziali dell’Assemblea Generale delle UN, e il ben consolidato  protocollo, il segretario generale dell’Onu per la prima volta nella storia dell’ organismo ha personalmente favorito una parte in quella che era ormai una guerra civile ”.

Tra i membri del Consiglio di sicurezza ci sono state una serie di denunce riguardo al fatto che la risoluzione che hanno avallato (1973) non autorizzava il tipo di bombardamento NATO della Libia a sostegno dei ribelli che è stato effettuato.  A causa del potere di veto degli Stati Uniti, Francia e Regno Unito, il Consiglio di Sicurezza sembra non avere alcun mezzo di supervisione sulla NATO per fermare quello che credono essere un abuso dei processi del Consiglio.

Nel contesto della sequenza di eventi che hanno avuto luogo presso il Consiglio di Sicurezza nel mese di febbraio e marzo, la domanda posta durante la conferenza stampa nel mese di aprile, ”…dobbiamo aspettarci un atteggiamento più aggressivo e propositivo da parte del Consiglio di Sicurezza nel sostenere gruppi ribelli? ” riguardua un importante cambiamento. Il precedente stabilito dal Consiglio di Sicurezza a sostegno di un’ insurrezione armata contro il governo di un paese membro delle Nazioni Unite è un precedente importante e pericoloso. E ‘una questione importante che deve essere seriamente esaminata (29).

Ronda Hauben

 LINK: The Role of the UN Security Council in Unleashing an Illegal War againstLibya

DI: CoriInTempesta

NOTE

1) I.K. Cush of Global Breaking News, Press Conference for the Colombian Presidency, April 4, 2011http://www.unmultimedia.org/tv/webcast/2011/04/press-conference-nestor-osorio-colombia-president-of-the-security-council.html

2) “French plans to topple Gaddafi on track since last November” by Franco Bechis
http://www.voltairenet.org/article169069.html

3) See the account in Libero of Nouri al Mesmari’s defection and connections with foreign intelligence forces.
http://iamaghanaian.com/index.php?do=/news/reports-suggest-french-intelligence-encouraged-anti-gaddafi-protests/
and http://forum.prisonplanet.com/index.php?topic=204415.0;wap2

4) “‘Airstrikes in Libya did not take place’ – Russian military,” News, Russia Today (RT) Moscow, March 1, 2011. RT report was made by journalist Irina Galushko.
http://www.youtube.com/watch?v=iytgO0tscSI

Radio Netherlands, “HRW: No Mercenaries in eastern Libya”, March 2, 2011
http://margotbworldnews.com/WordPress/wp-content/Mar/Mar5/NoMercenariesnE.Libya.html

5) Ibrahim Dabbashi, Letter to Security Council dated February 21, 2011, S/2011/102, February 22, 2011
http://daccess-ods.un.org/access.nsf/Get?Open&DS=JOURNAL%20NO.2011/42&Lang=E

6) Provisional Rules of Procedure of the Security Council refers to Article 35 of the Charter referring to ‘nations that are Members of the UN’ or ‘nations that are not Members of the UN’. Nowhere does it provide for defecting officials to request a meeting of the Security Council.

7) Closed meeting Security Council, no notes but the occurrence of the meeting is noted as 6486th meeting (closed) Peace and security in Africa Feb. 22, 2011
http://www.un.org/Docs/journal/En/20110223e.pdf

8 ) Video by Nizar Abboud of UN Ambassador of Libya, Shalgam, Feb. 22, 2011
http://www.youtube.com/user/NizarAbboud#p/search/0/fKhMUSHwtrA
English responses begin at approx. 1:53.

9) B. Lynn Pascoe, “Informal comments to the media by B. Lynn Pascoe, Under-Secretary-General for Political Affairs, on the situation in Libya,” Feb. 22, 2011
http://www.unmultimedia.org/tv/webcast/2011/02/b-lynn-pascoe-on-the-situation-in-libya.htm

10) “UN Security Council Discusses Libya Crisis”. Reuters, Feb. 22, 2011
http://uk.reuters.com/article/2011/02/22/us-libya-un-council-idUKTRE71L4T920110222

11) See note 4 above.

12) Provisional Rules of Procedure Security Council Rule 37
http://www.un.org/Docs/sc/scrules.htm

13) Manual of Protocol, United Nations Protocol and Liaison Service
http://www.un.int/protocol/10_12.html

14) Abdel Rahman Shalgham at the Security Council 6490th meeting, Feb 25, 2011, United Nations S/PV.6490
http://daccess-ods.un.org/access.nsf/Get?Open&DS=S/PV.6490&Lang=E

15) Letter Shalgham sent to Security Council as quoted on Inner City Press blog
http://www.innercitypress.com/banros1libya022611.html

16) Gérard Araud at the Security Council, 6490th meeting, Feb 26, 2011, United Nations S/PV.6491
http://daccess-ods.un.org/access.nsf/Get?Open&DS=S/PV.6491&Lang=E.
See this transcript for other statements at that meeting quoted in the text.

17) The reference to the African Union was mistaken. The African Union called for dialogue and was opposed to the sanctions and referral to the ICC before the Security Council took its votes on Resolutions 1970 and 1973. See for example, Ruhakana Rugunda, “African Union Statement on the NATO Invasion of Libya: It’s Time to End the Bombing and Find a Political Solution in Libya”
http://www.counterpunch.org/rugunda06222011.html

18) See for example International Labour Conference, 5C, Provisional Record, 100th Session, Geneva, June 2011, Reports on credentials, Second report of the Credentials Committee, Representation of Libyan Arab Jamahiriya
http://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/@ed_norm/@relconf/documents/meetingdocument/wcms_156839.pdf

19) March 3, 2011, Daily Press Briefing by the Office of the Spokesperson for the Secretary-General
http://www.un.org/News/briefings/docs/2011/db110303.doc.htm

20) Daily Press Briefing by the Office of the Spokesperson for the Secretary-General, February 22, 2011
http://www.un.org/News/briefings/docs/2011/db110222.doc.htm

21) Security Council Resolution 1970
http://daccess-ods.un.org/access.nsf/Get?Open&DS=S/RES/1970%20(2011)&Lang=E

22) United Nations Charter Article 32 can be found in Chapter 5 at
http://www.un.org/en/documents/charter/chapter5.shtml

23) Letter sent to Security Council dated 17 March 2011 from Secretary of the General People’s Committee of Foreign Liaison and International Cooperation of the Libyan Arab Jamahiriya to President of the Security Council. (English translation of document previously circulated in Arabic).

24) Ronda Hauben, “UN Security Council March 17 Meeting to Authorize Bombing of Libya all Smoke and Mirrors”, March 30, 2011
http://blogs.taz.de/netizenblog/2011/03/

25) Edith Lederer, “UN Rejects Emergency Meeting Sought by Libya,” AP, March 22, 2011
http://newsinfo.inquirer.net/1264/un-rejects-emergency-meeting-sought-by-libya

26) Letter dated 19 March 2011 from the Secretary of the General People’s Committee for Foreign Liaison and International Cooperation of the Libyan Arab Jamahiriya addressed to the President of the Security Council, S/2011/161
http://documents-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/GEN/N11/270/02/pdf/N1127002.pdf

27) Turtle Bay blog “TurtleLeaks: No visa, no entry! How the U.S. bars diplos from the U.N.”
http://turtlebay.foreignpolicy.com/posts/2011/05/04/turtleleaks_no_visa_no_entry_how_the_us_bars_diplos_from_the_un

28) Curtis Doebbler ,“Libya: Who wins?”, Al Ahram, 7 – 13 April 2011, Issue No. 1042
http://weekly.ahram.org.eg/2011/1042/op7.htm

29) According to General Assembly Resolution 396(V), December 1950, Recognition by the United Nations of the Representative of a Member State,
when a controversy arises with more than one authority claiming to be the government of a Member State, it becomes a question for the General Assembly to consider in light of the purposes and principles of the Charter of the UN and the circumstances of each specific case. See
http://daccess-dds-ny.un.org/doc/RESOLUTION/GEN/NR0/059/94/IMG/NR005994.pdf
or
http://www.un.org/documents/ga/res/5/ares5.htm
See General Assembly Resolution396(V), December 1950, Recognition by the United Nations of the Representative
of a Member State  , when a controversy arises with more than one authority claiming to be the government of a Member State, it becomes a question for the General Assembly to consider in light of the purposes and principles of the Charter of the UN and the circumstances of each specific case. See, General Assembly Resolution 396(V), December 1950, Recognition by the United Nations of the Representative of a Member State
http://daccess-dds-ny.un.org/doc/RESOLUTION/GEN/NR0/059/94/IMG/NR005994.pdf
or
http://www.un.org/documents/ga/res/5/ares5.htm

 

Goldman Sachs, Tripolirip

Che cosa fareste se una banca, alla quale avevate affidato 100.000 euro per farli fruttare, vi comunicasse che in un anno si sono ridotti a meno di 2.000 euro?

È quanto accaduto alla Libia, come documenta un’inchiesta del «Wall street journal» [1]. Dopo che gli Usa e la Ue avevano revocato l’embargo nel 2004, affluirono in Libia decine di banche e società finanziarie statunitensi ed europee. Tra queste la Goldman Sachs, una delle maggiori banche d’investimento del mondo, la cui sede principale è a New York. Nella prima metà del 2008, l’Autorità libica di investimento le affidò 1 miliardo e 300 milioni di dollari di fondi sovrani (capitali dello stato investiti all’estero). La Goldman Sachs li investì in un paniere di valute e in azioni di sei società: la statunitense Citigroup Inc., la banca italiana UniCredit e la spagnola Santander, la compagnia tedesca di assicurazioni Allianz, la compagnia energetica francese Électricité de France e l’italiana Eni. Un anno dopo, la Goldman Sachs comunicò all’Autorità libica che, a causa della crisi finanziaria, il fondo libico aveva perso il 98% del suo valore, riducendosi da 1 miliardo e 300 milioni a 25 milioni di dollari. I responsabili dell’Autorità libica, furiosi, convocarono a Tripoli il responsabile della Goldman Sachs per il Nordafrica. L’incontro fu tempestoso, tanto che la Goldman Sachs evacuò precipitosamente i suoi impiegati da Tripoli, temendo che venissero arrestati. Poiché la Libia minacciava un’azione legale, che avrebbe compromesso la reputazione della banca agli occhi di altri investitori istituzionali, la Goldman Sachs le offrì come risarcimento azioni privilegiate della banca stessa. Ma poiché i libici erano giustamente sospettosi, l’accordo non venne firmato. Restava così aperta la possibilità, temuta dalla Goldman Sachs, che l’Autorità libica intraprendesse un’azione legale internazionale. Casi analoghi di «cattiva amministrazione del denaro libico» sono documentati da un’inchiesta pubblicata dal «New York Times» [2]. Ad esempio la Permal – unità della Legg Mason, una delle principali società di gestione di investimenti, con sede a Baltimora – ha amministrato 300 milioni di dollari di fondi sovrani libici, che hanno perso il 40% del loro valore tra il gennaio 2009 e il settembre 2010. In compenso, la Permal ha riscosso 27 milioni di dollari per le sue prestazioni. Lo stesso hanno fatto altre banche e società finanziarie, come l’olandese Palladyne, la francese Bnp Paribas, la britannica Hsbc e il Credit Suisse. Nei loro confronti l’Autorità libica minacciava di intraprendere azioni legali internazionali, che avrebbero danneggiato l’immagine di questi «prestigiosi» organismi finanziari. Il tutto si è risolto felicemente quando, lo scorso febbraio, Stati uniti e Unione europea hanno «congelato» i fondi sovrani libici. La loro «custodia» è affidata alle stesse banche e società finanziarie che li avevano così bene gestiti. E dal furto si è passati alla rapina a mano armata quando, in marzo, è iniziata la guerra.

Sotto la copertura dei cacciabombardieri Nato, la Hsbc e altre banche di investimento sono sbarcate a Bengasi per creare una nuova «Central Bank of Libya», che permetterà loro di gestire i fondi sovrani libici «scongelati» e i nuovi ricavati dall’export petrolifero. Questa volta, sicuramente, ottenendo alti rendimenti.

Fonte :Il Manifesto (Italia) 

[1] « Libya’s Goldman Dalliance Ends in Losses, Acrimony », Magaret Coker, Liz Rappaoprt, Wall Street Journal, 31/05/2011.

[2] « Western Funds Are Said to Have Managed Libyan Money Poorly », David Rohde, The New York Times, 30/06/2011.

 

 

 

Guerre umanitarie: la pulizia etnica dei Libici Neri

Editoriale di Black Star News.

I “ribelli” a Misurata in Libia hanno cacciato l’intera popolazione nera della città, secondo un racconto agghiacciante di «The Wall Street Journal» con il titolo “Città libica lacerata da faida tribale. I “ribelli” ora si trovano in vista della città di Tawergha, a 40 km di distanza, e giurano di ripulirla da tutte le persone di colore, una volta che si impadroniscano della città. Non è questa la perfetta definizione del termine “genocidio”? Secondo l’articolo del «Wall Street Journal», i “ribelli” si riferiscono a se stessi come «la brigata per l’eliminazione degli schiavi, pelle nera». Il giornale cita un comandante ribelle, Ibrahim al-Halbous, all’atto di dichiarare sui libici neri che «dovrebbero fare le valigie,» e che «Tawergha non esiste più, solo Misurata».

Non leggerete un articolo di questo tipo nel «New York Times», che è diventato giornalisticamente corrotto e compromesso come la vecchia «Pravda» dell’era sovietica. Questa rubrica ha insistito fin dall’inizio del conflitto di Libia sul fatto che i “ribelli” hanno abbracciato il razzismo e usato l’accusa che Muammar Gheddafi avesse impiegato mercenari provenienti da altri paesi africani come un pretesto per massacrare i libici neri.

Le prove di pubblico linciaggio di persone di colore sono disponibili online attraverso semplici ricerche di Google o YouTube, anche se il «New York Times» ha completamente ignorato questa storia cruciale. Qualcuno ritiene che se gente di origine africana controllasse gli editoriali del «New York Times» o addirittura le pagine delle notizie una storia così grande e negativa sarebbe stata ignorata?

Se il caso fosse capovolto e i libici neri stessero commettendo pulizia etnica contro i libici non di colore, qualcuno crede che le persone che ora controllano gli editoriali o le pagine di news al «New York Times» ignorerebbero una storia del genere? Evidentemente, non è motivo di fastidio per i guru del «Times» il fatto che i libici neri siano presi specificamente di mira in funzione di una loro liquidazione per via del colore della loro pelle.

Invece il «New York Times» ha altro da fare, come in un recente editoriale che vantava il suo sostegno alla campagna di bombardamenti della NATO, che solo in questa settimana a quanto si riferisce ha ucciso 20 civili. Il «Times» ha anche ignorato l’appello del parlamentare Dennis Kucinich affinché la Corte penale internazionale (CPI) indaghi i comandanti della NATO su possibili crimini di guerra in relazione ai civili libici uccisi.

Il «Times» non può scrivere sulla pulizia etnica dei libici neri e dei migranti da altri paesi africani in quanto diminuirebbe la reputazione dei “ribelli” che il giornale ha pienamente preso sotto le sue amorevoli cure, perfino dopo che la Corte penale internazionale ha pure riferito che anche loro hanno commesso crimini di guerra. Invece, il «Times» si trova a suo agio con la narrazione semplicistica: «Gheddafi cattivo», e «ribelli buoni», a prescindere addirittura dal fatto che il «Wall Street Journal» ha anche riferito che i ribelli sono stati addestrati da ex leader di al-Qa‘ida che erano stati affrancati dalla detenzione statunitense nella Baia di Guantanamo.

Il «New York Times» ha anche del tutto ignorato il piano di pace dell’Unione Africana (UA), che fa appello essenzialmente a un cessate il fuoco, per dei negoziati finalizzati a una costituzione, ed elezioni democratiche, il tutto da far monitorare alla comunità internazionale.

Quindi, cosa possiamo dire del «New York Times» per il fatto di aver ignorato la pulizia etnica dei libici neri da parte dei “ribelli” di Misurata, con l’aiuto della NATO? Questo rende per caso «The New York Times» colpevole della pulizia etnica, in quanto il giornale non solo ignora deliberatamente la storia, ma altresì dipinge falsamente i “ribelli” come salvatori della Libia?

Telefonate al «New York Times» al (212) 556-1234 e domandate del redattore degli Esteri per chiedergli perché il suo giornale non stia riferendo nulla della pulizia etnica dei libici neri.

 

“Dire la verità per dar forza”.

 

Fonte: http://www.blackstarnews.com/news/135/ARTICLE/7478/2011-06-21.html.

Traduzione per Megachip a cura di Pino CabrasMelania Turudda.

 

 

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