I “Muri della vergogna”: il mondo di muri, zone di sicurezza e recinzioni elettrificate

di: Arthur Kalmeyer

Pubblicato originariamente in russo e redatto da Global Research

muri

MAROCCO

Il Grande Muro marocchino conosciuto come la “zona di sicurezza”. Questo muro, 2720 km di lunghezza, protegge il Marocco dalle azioni ostili dei guerriglieri del Polisario. Continue reading

Droni sicari per la kill list

di: Manlio Dinucci

Gli Stati uniti devono difendersi da coloro che li attaccano, dichiara il segretario alla difesa Leon Panetta, respingendo le proteste sui crescenti attacchi di droni Usa in Pakistan. Secondo Panetta, i pachistani devono capire che i «Predatori» sono lì anche per il loro bene: volteggiano sulle loro teste, teleguidati dagli Stati uniti a oltre 10mila km di distanza, per colpire con i missili «Fuoco dell’inferno» i pericolosi terroristi annidati in territorio pachistano. Conclusioni opposte trae, dopo una visita in Pakistan, Navi Pillay, Alto commissario Onu per i diritti umani: gli attacchi con i droni, che avvengono in media ogni quattro giorni, «provocano uccisioni indiscriminate di civili, che costituiscono una violazione dei diritti umani».

Sollevano inoltre gravi questioni di diritto internazionale, in quanto sono condotti «al di fuori di qualsiasi meccanismo di controllo civile o militare». La Pillay chiede quindi l’apertura di un’inchiesta ufficiale. Accusa seccamente respinta dal presidente Obama, il quale assicura che gli attacchi con i droni – effettuati anche in Afghanistan, Iraq, Yemen, Somalia e altri paesi – «non provocano grosse perdite civili». Vengono infatti «mantenuti sotto strettissimo controllo». Nessuno ne dubita. Come documenta il New York Times, è lo stesso Presidente che effettua le «nomination top secret» dei presunti terroristi da uccidere, per la maggior parte con attacchi dei droni. La «kill list» – comprendente persone di tutto il mondo che, giudicate nocive per gli Stati uniti e i loro interessi, sono condannate segretamente a morte con l’accusa di terrorismo – viene aggiornata ogni settimana attraverso «il più strano dei rituali burocratici»: la teleconferenza, gestita dal Pentagono, di oltre cento responsabili della «sicurezza nazionale», i quali tolgono le schede degli uccisi e ne aggiungono altre in una sorta di macabro gioco che un funzionario paragona a quello delle figurine dei campioni di baseball. La lista viene quindi sottoposta al Presidente per l’approvazione. Soprattutto quando «insieme al terrorista, che verrà colpito dal drone, c’è la famiglia», spetta al Presidente «la valutazione morale finale». Giunto il nullaosta del Presidente, l’operatore, comodamente seduto alla consolle di comando del drone negli Stati uniti, lancia i missili contro quella casa in Pakistan indicata come rifugio del terrorista. Tanto, nell’esplosione, i bambini non si vedono. È questa la «guerra non-convenzionale» condotta dall’amministrazione Obama. Per essa vengono sviluppati droni sempre più sofisticati: come uno a propulsione nucleare, in grado di volare ininterrottamente per mesi, e un piccolo «drone kamikaze» che piomba sull’obiettivo distruggendolo con la sua carica esplosiva. Affari d’oro per le industrie costruttrici (General Atomics, Northrop Grumman e altre): il Pentagono ha deciso di aumentare del 30% la sua attuale flotta di 7.500 droni, spendendo 32 miliardi di dollari. L’Italia parteciperà alla spesa di 4 miliardi di dollari per cinque droni made in Usa, dislocati dalla Nato a Sigonella, e acquisterà missili e bombe di precisione per i propri droni, anch’essi made in Usa. Ciò, sottolinea il Pentagono, servirà a «proteggere» non solo l’Italia ma anche gli Stati uniti. A quando la kill list italiana?

IlManifesto.it

Alba rosso sangue a Kabul

di: Manlio Dinucci

Attraversata la scura nube della guerra, ora all’orizzonte appare la luce del nuovo giorno: con questa consunta immagine retorica, il presidente Obama ha annunciato l’accordo siglato a Kabul col presidente Karzai. Gli speechwriters che gli scrivono i discorsi, evidentemente, battono la fiacca. Lo stesso non si può dire degli strateghi che hanno redatto  «l’Accordo di durevole partnership strategica» con l’Afghanistan. Esso assicura che, dopo il ritiro delle truppe nel 2014, gli Stati uniti continueranno a proteggere l’Afghanistan, conferendogli lo status di «maggiore alleato non-Nato». Nel quadro di un nuovo «Accordo di sicurezza bilaterale», gli Usa cercheranno fondi perché l’Afghanistan «possa difendersi dalle minacce interne ed esterne».

Non li stanzieranno loro, quindi, ma li «cercheranno» impegnando gli alleati (Italia compresa) a pagare la maggior parte degli almeno 4 miliardi di dollari annui per addestrare e armare le «forze di sicurezza» afghane. Secondo «gli standard Nato», così da renderle «interoperative con le forze dell’Alleanza». Da parte sua, Kabul «fornirà alle forze statunitensi il continuo accesso e uso delle basi afghane fino al 2014 e oltre». Ciò che l’accordo non dice è che le principali «basi afghane», che saranno usate da forze statunitensi, sono le stesse che esse usano oggi (Bagram, Kandahar, Mazar-e-Sharif e altre), con la differenza che vi sventolerà la bandiera afghana al posto di quella statunitense. Non dice neppure l’accordo che opereranno ancor più di oggi, in Afghanistan, forze Usa/Nato per le operazioni speciali, affiancate da compagnie militari private. Gli Stati uniti promettono che non useranno le basi contro altri paesi, ma, in caso di «aggressione esterna contro l’Afghanistan», daranno una «appropriata risposta», comprendente «misure militari». L’accordo, precisa l’ambasciatore Ryan Crocker, non impedisce agli Usa di continuare ad attaccare dall’Afghanistan, con i droni, gli insorti in Pakistan, poiché «non preclude il diritto di autodifesa». Ma non sono solo militari i pilastri su cui poggia la «durevole partnership strategica». Washington incoraggerà «l’attività del settore privato Usa in Afghanistan», in particolare per lo sfruttamento della «ricchezza mineraria, di cui il popolo afghano deve essere il principale beneficiario». Il popolo afghano ne può essere sicuro: sono stati geologi del Pentagono a scoprire, nel sottosuolo afghano, ricchi giacimenti di litio, cobalto, oro e altri metalli. L’Afghanistan, è scritto in un memorandum del Pentagono, potrebbe divenire «l’Arabia saudita dei litio», metallo prezioso per la produzione di batterie. E c’è soprattutto un’altra risorsa da sfruttare: la posizione geografica stessa dell’Afghanistan, di primaria importanza sia militare che economica. Non a caso, nell’accordo, gli Usa si impegnano a far riassumere all’Afghanistan «il suo ruolo storico di ponte tra Asia centrale e meridionale e Medio Oriente», realizzando infrastrutture per i trasporti, in particolare «reti energetiche». Chiaro il riferimento al gasdotto Turkmenistan-India attraverso Afghanistan e Pakistan, su cui punta Washington nella battaglia dei gasdotti contro Iran, Russia e Cina. Che sarà controllato da forze speciali e droni Usa in nome del«diritto di autodifesa».

IlManifesto.it

Iran, la battaglia dei gasdotti

di: Manlio Dinucci

L’embargo all’Iran non funziona. Sfidando il divieto di Washington, Islamabad ha confermato il 1° marzo che completerà la costruzione del gasdotto Iran-Pakistan. La Russia ha espresso interesse a partecipare al progetto. La Cina ha firmato in febbraio un accordo con Teheran, che prevede di aumentare le forniture a mezzo milione di barili al giorno entro il 2012.

Sul palcoscenico di Washington, sotto i riflettori dei media mondiali, Barack Obama ha declamato:

«Quale presidente e comandante in capo, preferisco la pace alla guerra». Ma, ha aggiunto, «la sicurezza di Israele è sacrosanta» e, per impedire che l’Iran si doti di un’arma nucleare, «non esiterò a usare la forza, compresi tutti gli elementi della potenza americana». Comprese quindi le armi nucleari.

Parole degne di un Premio Nobel per la pace. Questo il copione. Per sapere come stanno veramente le cose, occorre andare dietro le quinte.

Alla testa della crociata anti-iraniana vi è Israele, l’unico paese della regione che possiede armi nucleari e, a differenza dell’Iran, rifiuta il Trattato di non-proliferazione. Vi sono gli Stati uniti, la massima potenza militare, i cui interessi politici, economici e strategici non permettono che possa affermarsi in Medio Oriente uno Stato sottratto alla loro influenza. Non a caso, le sanzioni varate dal presidente Obama lo scorso novembre vietano la fornitura di prodotti e tecnologie che «accrescano la capacità dell’Iran di sviluppare le proprie risorse petrolifere».

All’embargo hanno aderito l’Unione europea, acquirente del 20% del petrolio iraniano (di cui circa il 10% importato dall’Italia), e il Giappone, acquirente di una quota analoga, che ha bisogno ancor più di petrolio dopo il disastro nucleare di Fukushima. Un successo per la segretaria di stato Hillary Clinton, che ha convinto gli alleati a bloccare le importazioni energetiche dall’Iran contro i loro stessi interessi.

L’embargo, però, non funziona. Sfidando il divieto di Washington, Islamabad ha confermato il 1° marzo che completerà la costruzione del gasdotto Iran-Pakistan. Lungo oltre 2mila km, è già stato realizzato quasi per intero nel tratto iraniano e sarà terminato in quello pakistano entro il 2014. Successivamente potrebbe essere esteso di 600 km fino all’India. La Russia ha espresso interesse a partecipare al progetto, il cui costo è di 1,2 miliardi di dollari. Allo stesso tempo la Cina, che importa il 20% del petrolio iraniano, ha firmato in febbraio un accordo con Teheran, che prevede di aumentare le forniture a mezzo milione di barili al giorno entro il 2012. E anche il Pakistan accrescerà le importazioni di petrolio iraniano.

Furente, Hillary Clinton ha intensificato la pressione su Islamabad, usando il bastone e la carota: da un lato minaccia sanzioni, dall’altro offre un miliardo di dollari per le esigenze energetiche del Pakistan. In cambio, esso dovrebbe rinunciare al gasdotto con l’Iran e puntare unicamente sul gasdotto Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India, sostenuto da Washington. Il suo costo stimato è di 8 miliardi di dollari, oltre il doppio di quello iniziale. Prevale però a Washington la motivazione strategica. I giacimenti turkmeni di gas naturale sono in gran parte controllati dal gruppo israeliano Merhav, diretto da Yosef Maiman, agente del Mossad, uno degli uomini più influenti di Israele.

La realizzazione del gasdotto, che in Afghanistan passerà attraverso le province di Herat (dove sono le truppe italiane) e Kandahar, è però in ritardo. Allo stato attuale, è in vantaggio quello Iran-Pakistan. A meno che le carte non vengano rimescolate da una guerra contro l’Iran. Anche se il presidente Obama «preferisce la pace».

IlManifesto.it

Wikileaks: il corpo di Osama è negli Usa. Una mail top secret svela il mistero

WASHINGTON – Il corpo di Osama bin Laden non è stato sepolto in mare dopo che il leader terrorista internazionale è stato ucciso nel raid ad Abbottabad lo scorso maggio, ma traferito in segreto negli Stati Uniti. È quanto si legge in una delle mail della Stratfor, società privata di intelligence americana, ottenute dagli hacker di Anonymous e pubblicate da Wikileaks.

La mail riservata. «Pare che abbiamo preso con noi il corpo, grazie a Dio», scriveva il 2 maggio dello scorso anno George Friedman, Ceo della Stratfor.

Secondo questo messaggio il corpo di Osama, contrariamente a quanto è stato annunciato da Washington, sarebbe stato trasferito in un aereo della Cia in una struttura medica militare a Dover, in Delaware. Da lì poi spostato all’istituto militare di patologia di Bethesda, il polo della ricerca medica federale alle porte di Washington, sempre secondo un’altra mail, questa volta di Fred Burton, vice presidente della società. Nella stessa mail Burton esprime forti «dubbi sul fatto che Osama fosse stato gettato in mare» e la convinzione che l’Fbi e le altre agenzie di sicurezza non lo avrebbero mai permesso. Prima di lavorare per la Stratfor, Burton era un agente speciale dei servizi di sicurezza del dipartimento di stato.

IlMessaggero.it

La frutta che non è mai caduta

di: Fidel Castro Ruz

Cuba è stata costretta a lottare per la propria esistenza di fronte ad una potenza espansionista, ubicata a poche miglia dalle coste, che proclamava l’annessione della nostra isola, il cui unico destino era cadere nel loro seno come frutta matura. Eravamo condannati a non esistere come nazione.

Nella gloriosa legione di patrioti che durante la seconda metà del XIX secolo lottò contro l’abominabile dominazione spagnola per 300 anni, Josè Martì è stato chi con più chiarezza percepì questo drammatico destino.

Così lo ha reso noto nelle ultime righe che scrisse quando, alla vigilia del forte combattimento previsto contro una coraggiosa e ben equipaggiata colonna spagnola, dichiarò che l’obiettivo principale delle loro lotte era: “… impedire in tempo con l’indipendenza di Cuba, che gli Stati Uniti si estendano per le Antille e cadano, con la loro forza, sulle nostre terre di America. Quanto ho fatto fino ad oggi e farò, è per tutto ciò”.

Senza capire questa profonda verità, oggi non si potrebbe essere patriota, né rivoluzionario.

I mass media, il monopolio delle molte risorse tecniche, e gli abbondanti fondi destinati a ingannare ed abbrutire le masse, costituiscono, senza dubbio, considerevoli ostacoli, ma non invincibili.

Cuba ha dimostrato che – dalla sua condizione di fattoria coloniale yankee, in congiunto all’analfabetismo ed alla povertà generalizzata del suo popolo –, era possibile affrontare il paese che minacciava con il definitivo assorbimento della nazione cubana. Nessuno può affermare che esistesse una borghesia nazionale che si opponeva all’impero, si è sviluppata talmente vicina all’impero che inviò negli Stati Uniti, poco dopo il trionfo della Rivoluzione, quattordicimila bambini senza protezione, anche se questa decisione è stata associata alla perfida bugia che sarebbe stata tolta la Patria Potestà, che la storia registrò come operazione Peter Pan ed è stata qualificata come la miglior manovra di manipolazione di bambini con finalità politica ricordata nell’emisfero occidentale.

Il territorio nazionale è stato invaso, appena due anni dopo il trionfo rivoluzionario, da forze mercenarie, – integrate da antichi soldati di Batista, e figli dei latifondisti e borghesi – armati e scortati dagli Stati Uniti con navi della loro flotta, inclusi portaerei con strumenti pronti a entrare in azione, che accompagnarono gli invasori fino alla nostra isola. La sconfitta e la cattura di quasi il totale dei mercenari in meno di settantadue ore e la distruzione dei loro aerei che operavano dal Nicaragua e i loro mezzi di trasporto navali, costituì un’umiliante sconfitta per l’impero e i loro alleati latinoamericani che sottovalutarono la capacità di lotta del popolo cubano.

L’URSS davanti all’interruzione del rifornimento di petrolio da parte degli Stati Uniti, l’ulteriore sospensione totale della quota storica di zucchero nel mercato di quel paese, e il divieto di commercio creato per più di cento anni, rispose a ognuna delle misure fornendo combustibile, acquistando il nostro zucchero, facendo commercio con il nostro paese e finalmente fornendo le armi che Cuba non poteva acquistare in altri mercati.

L’idea di una campagna sistematica d’attacchi pirata organizzati dalla CIA, i sabotaggi e le azioni militari di bande create e armate da loro, prima e dopo l’attacco mercenario, che finirebbe in un’invasione militare degli Stati Uniti contro Cuba, diedero origine agli avvenimenti che posero il mondo al bordo d’una guerra nucleare totale, con la quale nessuna delle due parti e la stessa umanità avrebbe potuto sopravvivere.

Questi avvenimenti, senza dubbio, costarono la carica a Nikita Jruschov, che aveva sottovalutato l’avversario e tralasciò criteri che gli sono stati trasmessi e non consultò per la sua decisione finale, coloro che stavamo in prima linea. Quella che poteva essere un’importante vittoria morale, divenne così un costoso rovescio politico per l’URSS. Per molti anni continuarono a realizzare le peggiori aggressioni contro Cuba e non poche, come il criminale bloqueo, si commettono ancora.

Jruschov fece gesti straordinari verso il nostro paese. In quell’occasione io criticai senza titubanze l’accordo inconsulto con gli Stati Uniti, ma sarebbe ingrato e ingiusto non riconoscere la sua straordinaria solidarietà nei momenti difficili e decisivi per il nostro popolo nella sua storica battaglia per l’indipendenza e la rivoluzione, di fronte al poderoso impero degli Stati Uniti. Capisco che la situazione era terribilmente tesa e lui non voleva perdere un minuto, quando prese la decisione di ritirare i proiettili e gli yankee s’impegnarono, molto segretamente, a rinunciare all’invasione.

Nonostante i decenni trascorsi, che sono ormai mezzo secolo, la frutta cubana non è caduta nelle mani degli yankee.

Le notizie che adesso giungono dalla Spagna, Francia, Iraq, Afghanistan, Pakistan, Iran, Siria, Inghilterra, le Malvine e altri numerosi punti del pianeta, sono serie, e tutte fanno pensare ad un disastro politico ed economico per l’insensatezza degli Stati Uniti e dei loro alleati.

Parlerò di pochi temi. Devo rilevare, stando a quello che molti raccontano, che la selezione di un candidato repubblicano per aspirare alla presidenza di questo globalizzato e inclusivo impero, è a sua volta, e lo dico seriamente, la maggior competizione d’idiozie e d’ignoranza che si sia mai ascoltata. Siccome ho diverse cose da fare, non posso dedicare tempo a questo tema. Sapevo comunque molto bene che sarebbe stato così.

Illustrano di più alcuni articoli che desidero analizzare perché mostrano l’incredibile cinismo che genera la decadenza dell’Occidente. Uno di questi, con sbalorditiva tranquillità, parla di un prigioniero politico cubano, che, come si afferma, è morto dopo uno sciopero della fame durato cinquanta giorni. Un giornalista di Granma, Juventud Rebelde, di un giornale radio o qualsiasi mezzo d’informazione rivoluzionario, si può sbagliare in qualsiasi apprezzamento su qualsiasi tema, pero non fabbrica mai una notizia o inventa una menzogna.

Nella nota di Granma si afferma che non c’è stato questo sciopero della fame; era un recluso per un delitto comune, condannato a quattro anni per un’aggressione, che provocò lesioni al viso di sua moglie; che la stessa suocera aveva richiesto l’intervento delle autorità; che i familiari più stretti hanno seguito tutti i procedimenti utilizzati nel trattamento medico e che erano grati per gli sforzi degli specialisti che l’avevano assistito. È stato ricoverato, dice la nota, nel miglior ospedale della regione orientale, come si fa con tutti i cittadini. È morto per un problema multi organico secondario, associato ad un processo respiratorio settico severo.

Il paziente aveva ricevuto tutte le attenzioni che si applicavano in un paese che possiede uno dei miglior servizi medici al mondo, che si offrono gratuitamente, nonostante il bloqueo imposto dall’imperialismo alla nostra Patria. È semplicemente un dovere che si compie in un paese dove la Rivoluzione è orgogliosa di aver rispettato sempre, durante più di cinquanta anni, i principi che le hanno dato la sua invincibile forza.

Sarebbe meglio che il governo spagnolo, visti gli ottimi rapporti che ha con Washington, viaggi negli Stati Uniti e se informi di quanto occorre nelle prigioni yankee, la condotta spietata che applica ai milioni di prigionieri, la politica eseguita con la sedia elettrica, e gli orrori che si commettono con i detenuti nelle carceri e quelli che protestano nelle strade.

Ieri, lunedì 23 gennaio, un forte editoriale di Granma, intitolato “Le verità di Cuba” in una pagina completa di questo giornale, spiegò dettagliatamente l’insolita sfacciataggine della campagna bugiarda scatenata contro la nostra rivoluzione da alcuni governi “tradizionalmente compromessi con la sovversione contro Cuba”.

Il nostro popolo conosce bene le norme che hanno retto il comportamento irreprensibile della nostra Rivoluzione dal primo combattimento, che non è stata mai infangata durante più di mezzo secolo. Sa anche che non potrà essere mai incalzato né ricattato dai nemici. Le nostre leggi e le norme si compieranno con sicurezza.

È bello segnalarlo con tutta chiarezza e franchezza. Il governo spagnolo e la scalcinata Unione Europea, immersa in una profonda crisi economica, devono sapere a cosa attenersi. Fa pena leggere nelle agenzie di notizie le dichiarazioni di ambedue quando utilizzano le loro sfacciate bugie per attaccare Cuba. Occupatevi prima di salvare l’euro, se potete. Risolvete la disoccupazione cronica che in numero ascendente soffrono i giovani, e rispondete agli indignati sui quali la polizia si avventa e colpisce costantemente.

Non ignoriamo che adesso in Spagna governano gli ammiratori di Franco, ci ha inviato membri della Divisione Azzurra insieme agli SS ed agli SA nazisti per uccidere i sovietici. Quasi cinquantamila di loro parteciparono nella cruenta aggressione. Nell’operazione più crudele e dolorosa di quella guerra: l’assedio di Leningrado, dove morirono un milione di cittadini russi, la Divisione Azzurra fecce parte delle forze che cercarono di strangolare l’eroica città. Il popolo russo non perdonerà mai quell’orrendo crimine.

La destra fascista di Aznar, Rajoy e altri servitori dell’impero, deve sapere qualcosa delle sedicimila perdite che hanno avuto i predecessori della Divisione Azzurra e le Croci di Ferro con le quale Hitler premiò gli ufficiali ed i soldati di quella divisione. Non ha nulla di strano quello che fa oggi la polizia gestapo con gli uomini e le donne che domandano il diritto al lavoro ed al pane nel paese con più disoccupazione di Europa.

Perché mentono così sfacciatamente i mass media dell’impero?

Quelli che gestiscono questi media, s’impegnano ad ingannare ed abbruttire il mondo con le grossolane bugie, pensando forse che costituisce una risorsa principale per mantenere il sistema globale di dominazione e saccheggio imposto, ed in modo particolare alle vittime vicine alla sede della metropoli, i quasi seicentomilioni di latinoamericani e caraibici che vivono in questo emisfero.

La repubblica sorella del Venezuela è diventata l’obiettivo fondamentale di quella politica. La ragione è ovvia. Senza il Venezuela, l’impero avrebbe imposto il trattato di libero commercio a tutti i popoli del continente che ci sono al Sud degli Stati Uniti, dove si trovano le maggiori riserve di terra, acqua dolce, e minerali del pianeta, così come grandi risorse energetiche che, somministrate con spirito solidario verso gli altri popoli del mondo, costituiscono risorse che non possono né devono cadere nelle mani delle multinazionali che impongono un sistema suicida ed infame.

Basta, per esempio, guardare la cartina geografica per capire la criminale spoliazione che significò per Argentina toglierle un pezzo del suo territorio nell’estremo sud del continente. Lì hanno impiegato i britannici, il loro decadente apparato militare per uccidere inesperti reclute argentine che indossavano le uniformi estive mentre si era già in pieno inverno. Gli Stati Uniti ed il loro alleato Augusto Pinochet diedero all’Inghilterra uno supporto svergognato. Adesso, alla vigilia dell’Olimpiade di Londra, il loro primo ministro David Cameron proclama anche, come lo aveva già fatto Margaret Tatcher, il loro diritto di usare i sottomarini nucleari per uccidere gli argentini. Il governo di quel paese non sa che il mondo è in cambiamento, e il disprezzo del nostro emisfero e della maggioranza dei popoli verso gli oppressori aumenta ogni giorno.

Il caso delle Malvine non è l’unico. Qualcuno conosce per caso come finirà il conflitto in Afghanistan? Pochi giorni fa i soldati statunitensi oltraggiavano i cadaveri dei combattenti afgani, uccisi dai bombardieri senza pilota della NATO.

Tre giorni fa un’agenzia europea pubblicò che “il presidente afgano Hamid Karzai, diede il suo avallo ad un negoziato di pace con i Talebani, sottolineando che questo fatto deve essere risolto dai cittadini dello stesso paese”.

Poi aggiunse: “… il processo di pace e riconciliazione appartiene alla nazione afgana e nessun paese o organizzazione straniera può togliere agli afgani questo diritto.”

D’altra parte, un comunicato pubblicato dalla nostra stampa comunicava da Parigi che “Francia sospese oggi tutte le operazioni di formazione ed aiuto al combattimento in Afghanistan e minacciò con anticipare il ritiro delle truppe, dopo che un soldato afgano ultimasse quattro militari francesi nella valle Tgahab, della provincia di Kapisa […] Sarkozy diede istruzioni al ministro di difesa Gerard Longuet per spostarsi immediatamente a Kabul, e vide la possibilità di un ritiro anticipato del contingente.”

Sparita l’URSS ed il Campo Socialista, il governo degli Stati Uniti concepiva che Cuba non poteva sostenersi. George W. Bush aveva già preparato un governo controrivoluzionario per presiedere il nostro paese. Lo stesso giorno che Bush iniziò la sua criminale guerra contro l’Iraq, io chiesi alle autorità del nostro paese la cessazione della tolleranza che si applicava ai capi controrivoluzionari che in quei giorni chiedevano istericamente un’invasione contro Cuba. In realtà la loro attitudine costituiva un atto di tradimento alla Patria.

Bush e le sue stupidaggini imperarono durante otto anni e la Rivoluzione cubana ha perdurato ormai da più di mezzo secolo. La frutta matura non è caduta nel seno dell’impero. Cuba non sarà una forza in più con cui potrà allargarsi l’impero sui popoli d’America. Il sangue di Martì non si è versato invano.

Domani pubblicherò un’altra Riflessione come complemento di quest’ultima.

LINK:  La fruta que no cayó

DA: Prensa Latina -Agenzia di Stampa LatinoAmericana

La sicurezza di Babbo Natale

di: Manlio Dinucci

Ogni anno, si racconta ai bambini, Babbo Natale fa il giro del mondo su una slitta volante, trainata da renne. Ma chi si occupa della sua sicurezza? Il Norad, il Comando di difesa aerospaziale nordamericano. Il 24 dicembre, nel quartier generale di Peterson (Colorado), viene attivato un centro operativo reale, il Norad Tracks Santa Operation Center, che, con un personale di 1.200 specialisti e volontari, simula di seguire la rotta di Santa Claus di minuto in minuto, riportandola su Google Earth, e risponde a quanti chiedono informazioni (http://www.noradsanta.org/it/index.html). Appena Babbo Natale decolla dal Polo Nord – spiega il Norad – viene localizzato dai radar del comando aerospaziale, che ne segue la rotta con i satelliti in orbita geosincrona, dotati di sensori a infrarossi, e sofisticate telecamere digitali. Quando la slitta di Babbo Natale si avvicina al Nord America, si levano in volo caccia canadesi e statunitensi (CF-18, F-15, F-16, F-22), in questo caso non per abbattere il velivolo ma per scortarlo. Una grande favola messa in scena, usando però un centro operativo reale e riferendosi, nella simulazione, a satelliti militari ed aerei reali, usati per la guerra. Una grande operazione di immagine, iniziata nel 1955, che con Internet si è trasformata in una campagna propagandistica planetaria. «La vigilia di Natale – spiega il generale Charles Jacoby – i bambini del mondo contano sul Norad perché Santa Claus possa completare la sua missione in tutta sicurezza». Il messaggio pubblicitario è chiaro: la missione del Norad non è la guerra, ma la sicurezza del mondo. Lo garantisce un eccezionale testimonial: Babbo Natale. Non nuovo a compiti di questo genere. Negli Stati uniti, il mitico personaggio, immigrato dall’Europa, fu arruolato nel 1863 dai nordisti nella Guerra civile per portare regali ai soldati al fronte, vestito a stelle e strisce. Quindi, negli anni Trenta, fu assunto dalla Coca-Cola, la multinazionale che lo rese celebre in tutto il mondo nella sua immagine attuale. Nella mappa su Google Earth, il Babbo Natale del Norad, man mano che sorvola le regioni del mondo, lascia pacchi regalo con un bel fiocco rosso. Anche in Afghanistan, Pakistan, Iraq, Libia, per la gioia dei bambini che dai velivoli Usa hanno visto finora cadere solo bombe. Anche in Iran e in Siria, dove nei pacchi c’è il regalo di una nuova guerra in preparazione. Nella mappa non compaiono invece i pacchi regalo per i politici e i militari che fanno le guerre. Eppure li aspettano con ansia, perché, come dicono gli psicologi, in tutti noi c’è un bambino nascosto. A questi bambini cresciuti e viziati, il Babbo Natale del Norad porterà costosissimi regali, pagati col denaro pubblico. Come l’F-35 Lightning, il caccia di quinta generazione che tra poco si leverà in volo per scortare la slitta di Babbo Natale, mostrando così al mondo che «garantisce la sicurezza delle nuove generazioni», e per bombardare negli altri giorni i paesi dove il Santa Claus del Norad ha lasciato i pacchi regalo. Riflettendo su tutto questo, qualcuno concluderà che non ci si può fidare di Babbo Natale e che è meglio scegliere il Presepe. Ma non vi troverà la Sacra Famiglia, arrestata a un check-point israeliano.

IlManifesto.it

Se tu vivessi in Iran, non vorresti avere la bomba nucleare?

di: Mehdi Hasan

Immaginate per un attimo di essere un mullah iraniano. Seduti a gambe incrociate sul vostro tappeto persiano a Teheran, sorseggiando una tazza di chai, il vostro sguardo è fisso sulla cartina del Medio Oriente appesa al muro. Quello che osservate su quella mappa è inquietante: il vostro paese, la Repubblica islamica dell’Iran, è circondato da virulenti nemici e rivali regionali, con alcuni di questi dotati anche di armi nucleari.

Sul confine orientale, gli Stati Uniti hanno 100.000 soldati in servizio in Afghanistan. Sul confine occidentale, l’ Iraq è occupato dal 2003 dagli Stati Uniti, con quest’ultimi intenzionati a trattenere una piccola forza di contractor e agenti della CIA, anche dopo il ritiro ufficiale previsto per il mese prossimo. A sud- est vi è il Pakistan, nazione che dispone di armi nucleari, a nord-ovest vi è la Turchia, alleato NATO degli Stati Uniti, a nord-est il Turkmenistan, che ha operato come base di rifornimento per gli aerei da trasporto militare degli Stati Uniti dal 2002. A sud, oltre il Golfo Persico, osservate un gruppo di stati clienti degli Stati Uniti: il Bahrain, sede della Quinta Flotta americana, il Qatar, dove si trova il quartier generale del Comando Centrale USA, l’ Arabia Saudita, il cui re ha esortato l’America ad attaccare “l’Iran “e a ” tagliare la testa del serpente “.

Poi, naturalmente, a meno di un migliaio di chilometri a ovest, c’è Israele, il vostro nemico mortale, in possesso di oltre un centinaio di testate nucleari e con una storia nota di aggressioni preventive contro i suoi avversari.

La mappa che state osservando indica in modo chiaro che l’Iran è, letteralmente, circondato dagli Stati Uniti e dai suoi alleati.

Se questo non fosse abbastanza preoccupante, il vostro paese sembra anche essere sotto attacco (segreto). Diversi scienziati nucleari sono stati misteriosamente assassinati e, alla fine dello scorso anno, un sofisticato virus informatico è riuscito ad arrestare circa un quinto delle centrifughe nucleari dell’Iran. Lo scorso fine settimana, il “pioniere” del programma missilistico della Repubblica islamica, il generale Hassan Moghaddam, è stato ucciso – e con lui altre 16 persone - in una enorme esplosione in una base delle Guardie Rivoluzionarie, distante 40 km da Teheran. Andate online per scoprire i rapporti dei giornalisti occidentali che ritengono che dietro l’esplosione ci sia l’ombra del Mossad.

E poi fermatevi per ricordare la fondamentale lezione di geopolitica che voi e i vostri connazionali avete imparato nel corso degli ultimi dieci anni: gli Stati Uniti e i loro alleati hanno optato per la guerra contro l’Iraq, che non aveva  alcuna arma nucleare, mentre scelgono la diplomazia con la Corea del Nord, che invece possiede testate nucleari.

Se eravate un nostro mullah di Teheran, non avreste voluto che l’Iran possedesse la bomba - o, come minimo, una  “latenza nucleare” (cioè la capacità e la tecnologia di costruire rapidamente un’arma nucleare se minacciati di essere attaccati)?

Diciamolo chiaramente: non c’è ancora alcuna prova concreta sul fatto che l’Iran stia costruendo una bomba. L’ultimo rapporto dell’AIEA, nonostante il suo molto discusso riferimento alle “possibili dimensioni militari del programma nucleare iraniano“, ammette anche che i suoi ispettori continuano “a verificare la non diversione del materiale nucleare dichiarato negli  impianti nucleari [dell'Iran] “. I leader della Repubblica islamica - dal leader supremo, l’ Ayatollah Khamenei, al roboante presidente Mahmoud Ahmadinejad – sostengono che il loro obiettivo è solo quello di sviluppare un programma nucleare civile e non la costruzione di bombe atomiche.

Tuttavia, non sarebbe razionale per l’Iran – geograficamente circondato, politicamente isolato, e sentendosi minacciato -  volere il proprio arsenale di armi nucleari, a scopo difensivo e deterrente?Il Nuclear Posture Review del governo statunitense ammette che queste armi hanno un “ruolo fondamentale nel dissuadere potenziali avversari” e mantenere la “stabilità strategica” con le altre potenze nucleari. Nel 2006, il ministro della Difesa del Regno Unito ha affermato che il nostro deterrente nucleare strategico è stato progettato per “scoraggiare e prevenire il ricatto nucleare e gli atti di aggressione contro i nostri interessi vitali che non possono essere neutralizzati con altri mezzi“.

Come ha osservato George Perkovich, principale analista della politica nucleare degli Stati Uniti: “Il governo degli Stati Uniti non ha mai pubblicamente e oggettivamente valutato le motivazioni dei leader iraniani per la ricerca di armi nucleari e cosa gli Stati Uniti e altri potrebbero fare per rimuovere quelle motivazioni“. Invece, la Repubblica Islamica viene liquidata come irrazionale e megalomane.

Ma non sono solamente i leader iraniani a non essere disposti a fare marcia indietro sulla questione nucleare. Martedì scorso, circa 1.000 studenti iraniani hanno formato una catena umana attorno all’impianto di Isfahan, cantando “Morte all’America” e “Morte a Israele“. La loro protesta potrebbe essere stata organizzata dalle autorità, ma anche i dirigenti e i membri del Movimento Verde dell’ opposizione tendono a sostenere il programma iraniano di arricchimento dell’uranio. Secondo un sondaggio del 2010 condotto dall’ Università del Maryland, il 55% degli iraniani sono favorevoli al perseguimento da parte del loro paese del nucleare e, incredibilmente, il 38%  supporta la costruzione di una bomba nucleare.

Quindi che si deve fare? Le sanzioni non hanno funzionato e non funzioneranno. Gli iraniani non accettano compromessi su quello che ritengono essere un loro “inalienabile” diritto al nucleare sotto l’ambito del Trattato di non proliferazione. L’azione militare, come ha ammesso la settimana scorsa il segretario alla Difesa Leon Panetta , potrebbe avere “conseguenze indesiderate“, tra cui una reazione contro ” le forze Usa nella regione“. La minaccia di un attacco indurirà solamente la determinazione per un deterrente nucleare; la belligeranza fa crescere belligeranza.

Il semplice fatto è che non c’è alternativa alla diplomazia, non importa quanto aggressivi o paranoici possano sembrare i leader iraniani agli occhi degli occidentali. Se si vuole evitare che l’ Iran si doti delle armi nucleari, i politici americani devono ridurre la loro minacciosa retorica e affrontare la reale e razionale percezione, per le strade di Teheran e di Isfahan, dell’ America e di Israele come una minaccia militare per la Repubblica islamica. Gli iraniani sono timorosi, nervosi, stanno sulla difensiva - e, come mostra la mappa del Medio Oriente, forse non hanno tutti i torti. Come recita il vecchio adagio: “solo perchè sei paranoico non vuol dire che loro non sono davvero là fuori a cercarti“.

LINK:  If you lived in Iran, wouldn’t you want the nuclear bomb?

Di: Coriintempesta

I «liberatori» venuti dal Qatar

di: Manlio Dinucci

I miraggi sono frequenti, specie nel deserto libico. Ne è affetto Farid Adly che, convinto della «genuinità della rivoluzione», continua a vedere un Cnt che «ha sì chiesto, accortamente, l’aiuto delle forze internazionali, ma si è anche opposto a qualsiasi intervento di terra» (Progetto Lavoro, ottobre). Eppure molti dei «ribelli libici», che la televisione ci mostra, non sono libici. Sono commandos del Qatar, addestrati e diretti dal Pentagono, camuffabili grazie alla lingua e all’aspetto. Lo abbiamo già detto, ma ora c’è la conferma ufficiale: «Noi qatariani eravamo tra i ribelli libici sul terreno, a centinaia in ogni regione», ha dichiarato il capo di stato maggiore Hamad bin Ali al-Atiya, precisando che «abbiamo gestito l’addestramento e le comunicazioni dei ribelli, supervisionato i loro piani, assicurato il loro collegamento con le forze Nato» (The Guardian, 26 ottobre). Il Qatar, scrive Le Figaro (6 novembre), ha inviato in Libia almeno 5mila uomini delle forze speciali, che «sono arrivati con le valige piene di soldi, cosa che ha permesso loro di far ribellare delle tribù». E non è escluso che sia stato un agente segreto qatariano ad assassinare Gheddafi, «per ordine di una entità straniera, o un paese o un leader, perché non voleva che i suoi segreti fossero rivelati», come ha dichiarato alla Cnn Mahmoud Jibril, già primo ministro del Cnt. Lo stesso Jibril e Abdurrahman Shalgham, ambasciatore del Cnt alle Nazioni Unite, accusano ora il Qatar di «voler dominare la Libia». In realtà, questa monarchia del Golfo ha il compito di dare un volto arabo e islamico all’occupazione neocoloniale della Libia da parte delle potenze occidentali. Mentre la Qatar Airways inaugura la linea aerea Doha-Bengasi, viene potenziata la Libya TV, «il primo canale indipendente della nuova Libia» che trasmette dal Qatar. E mentre il fondo sovrano qatariano si accaparra quote dei fondi sovrani libici «congelati», tra cui quello in mano alla Unicredit, Doha firma un accordo col Cnt per aiutarlo a organizzare un nuovo sistema giudiziario. La competenza della monarchia ereditaria qatariana è indubbia: come documenta Amnesty International, frequenti sono le condanne soprattutto di immigrati per «blasfemia», fino a 7 anni di carcere, e per «rapporti sessuali illeciti», 30-100 colpi di frusta, mentre per gli oppositori (sono illegali i partiti politici) c’è la condanna a morte senza processo. Con questa «monarchia illuminata» l’Italia ha rapporti privilegiati. Frequenti le visite bipartisan a Doha, effettuate da Boniver, Frattini, Moratti, Craxi, Scajola, Bonino, D’Alema, Parisi, Dini e altri. Storica quella del presidente Napolitano due anni fa, mentre Bersani (allora ministro) accoglieva a Roma una delegazione qatariana. E quest’anno, durante la guerra di Libia, il parlamento ha approvato con voto bipartisan l’accordo di cooperazione militare col Qatar. Di cui l’on. Franco Narducci (Pd), il 27 luglio alla Camera, ha elencato i meriti: «E’ uno dei maggiori alleati dell’Occidente, collabora con la Nato ed è intervenuto anche nel Bahrein», schiacciando nel sangue la richiesta popolare di democrazia. L’emiro del Qatar può essere sicuro: il nuovo governo italiano onorerà l’accordo, votato dal Pd che ne esalta «il profilo politico e strategico.»

IlManifesto.it

In Libia il business armato

di: Manlio Dinucci

Terminata l’Operazione Protettore Unificato, mentre la Nato «continua a monitorare la situazione, pronta ad aiutare se necessario», si è aperta in Libia la corsa all’oro anche per le imprese occidentali minori. Esse si affiancano alle potenti compagnie petrolifere e banche d’investimento statunitensi ed europee, che hanno già occupato le posizioni chiave. La Farnesina si è impegnata a «facilitare la partecipazione delle piccole e medie imprese italiane alla costruzione della Libia liberata». Ma, già prima, era giunta a Tripoli una delegazione di 80 imprese francesi e il ministro della difesa Philip Hammond aveva sollecitato quelle britanniche a «fare le valige» e a correre in Libia. Vi sono grossi affari in vista, dopo che la Nato ha demolito lo stato libico. E c’è il forziere aperto su cui mettere le mani: almeno 170 miliardi di dollari di fondi sovrani «congelati», cui si aggiungono gli introiti dell’export petrolifero, che possono risalire a 30 miliardi annui. C’è però un problema: il clima di tensione che rende pericoloso per gli imprenditori muoversi nel paese. La prima preziosa merce da vendere in Libia è quindi la «sicurezza». Se ne occupa tra le altre la compagnia militare britannica Sne Special Projects Ltd: la dirige un ex parà che ha lavorato come contractor in Israele, Iraq, Afghanistan, Pakistan, Sudan e Nigeria, assistito da ex ufficiali dell’intelligence militare, delle forze speciali e delle forze anti-sommossa e anti-terrorismo. La compagnia, che precisa di essere presente a Bengasi, Misurata e Tripoli fin dal maggio 2011, ha aperto, in una lussuosa villa della capitale a 15 minuti dall’aeroporto, un residence per Vip presidiato da contractor britannici e libici superarmati, cui si aggiunge un centro degli affari sempre nella capitale. La tariffa del «taxi» con cui li trasporta dall’aeroporto è un po’ cara, 800 dollari invece degli usuali 5. La macchina è però un pesante blindato, collegato via satellite a un centro operativo a Tripoli e uno in Gran Bretagna, a loro volta collegati al sistema di sorveglianza Nato. In partnership con la Trango Limited, compagnia britannica specializzata nell’assistenza a imprese in aree ad alto rischio, la Special Projects fornisce, in particolare alle piccole e medie imprese del settore energetico, una gamma completa di servizi: informazioni di ogni tipo (corredate da foto e video), libero transito di persone e materiali sotto scorta ai confini con l’Egitto e la Tunisia, contatti interpersonali nel Cnt per concludere vantaggiosi affari. Servizi analoghi forniscono le compagnie statunitensi Scn Resources Group e Security Contracting Network, e varie altre installatesi in Libia. Ad usufruirne sono non solo le imprese occidentali, in corsa per accaparrarsi i contratti più lucrosi prima che arrivino di nuovo i cinesi, ma anche il Dipartimento di stato Usa e altri ministeri occidentali, per le operazioni in Libia sia dirette che tramite organizzazioni «non profit» da loro pagate. Il vuoto lasciato dal crollo dello stato libico, sotto i colpi della Nato, viene così colmato da una rete sotterranea di interessi e poteri. E, in caso di pericolose reazioni popolari, c’è sempre il blindato della Special Projects che permette di raggiungere velocemente l’aeroporto.

IlManifesto.it

Assediati nelle fortezze

di: Manlio Dinucci

A forza di fare guerre, gli Stati uniti si sono fatti sempre più nemici. Sono quindi preoccupati per la sicurezza delle loro ambasciate, che sono non solo sedi diplomatiche ma centri operativi dei servizi segreti e dei comandi militari. Il Dipartimento di stato, stimando che l’85% delle sue ambasciate è vulnerabile, ha speso 6 miliardi di dollari per rafforzarle con materiali anti-esplosione e invalicabili barriere. Allo stesso tempo ne costruisce di nuove, che sono delle vere e proprie fortezze. La maggiore è quella di Kabul, la più grande del mondo, che ospita anche il quartier generale Nato/Isaf sempre sotto comando Usa. Costata finora oltre 700 milioni di dollari, è stata inaugurata il 14 febbraio, ma all’interno della sua cittadella saranno costruiti entro il 2014 altri edifici, mentre a Herat e Mazar el Sharif vengono realizzati due consolati fortificati. A riprova che gli Usa non intendono allentare la loro presa sull’Afghanistan.

All’inaugurazione, il vice-ambasciatore Anthony Wayne assicurò che l’edificio costruito, in attesa di realizzarne tre più grandi a diversi piani, avrebbe fornito intanto «una sistemazione sicura e confortevole per 432 diplomatici e membri dello staff». Sette mesi dopo, il 13 settembre, l’ambasciata è stata però attaccata dagli insorti. E, quel che è peggio, l’ammiraglio Mike Mullen, presidente dei Capi di stato maggiori riuniti (la massima autorità militare), ha dichiarato che dietro questo attacco c’è l’Isi, il servizio segreto pachistano. Uno smacco per la strategia enunciata nel marzo 2009 dal presidente Obama: dopo aver assicurato che gli Usa non sono in Afghanistan per controllarlo e decidere del suo futuro, ma per affrontare un comune nemico, ha dichiarato che il futuro dell’Afghanistan è inestricabilmente legato a quello del Pakistan. Il che significa, nel linguaggio del Premio Nobel per la pace, che gli Usa considerano i due paesi un unico teatro bellico. In Pakistan, però, incontrano crescenti resistenze anche in sede governativa, nonostante che Washington fornisca a Islamabad un aiuto militare annuo di 2 miliardi di dollari. Il governo pachistano ha respinto l’accusa di Mullen e la richiesta di tagliare qualsiasi legame col gruppo presunto autore dell’attacco all’ambasciata. Ha anche rifiutato di far entrare truppe Usa nell’area tribale al confine tra i due paesi, ufficialmente per dare la caccia agli attentatori. Lo stesso giorno in cui ha respinto la richiesta, il 23 settembre, un drone della Cia ha però lanciato due missili contro una casa, in un villaggio pachistano di confine, uccidendo diverse persone. Da quando in maggio i Navy Seals hanno assaltato in Pakistan il presunto rifugio di Bin Laden, il cui presunto cadavere è stato poi gettato in mare, si sono intensificati gli attacchi dei droni. Ciò suscita una crescente indignazione popolare. Tanto che l’ambasciata Usa a Islamabad avverte i suoi cittadini di stare attenti alle «frequenti dimostrazioni anti-americane e anti-occidentali». Mentre quelli che abitano a Kabul sono avvertiti di «evitare i movimenti non necessari e i luoghi frequentati da occidentali». E, alla prima avvisaglia di pericolo, correre a rinchiudersi nell’ambasciata-fortezza. Anche questa, però, non tanto sicura.

Fonte: IlManifesto.it

Dieci anni dopo: Chi è Osama bin Laden?

di: Prof. Michel Chossudovsky

L’articolo sottostante intitolato Chi è Osama bin Laden? è stato redatto l’11 settembre 2001 e pubblicato sul sito Global Research la sera del 12 settembre 2001.

Da allora è apparso su numerosi siti web ed è uno degli articoli, riguardanti Osama bin Laden e Al Qaeda, più letti su Internet.

Sin dal principio, l’obiettivo era quello di utilizzare l’ 11 / 9 come pretesto per l’avvio della prima fase della guerra in Medio Oriente, che consisteva nel bombardamento e nell’ occupazione dell’Afghanistan.

Poche ore dopo gli attentati, Osama bin Laden era identificato come l’architetto dell’ 11 / 9. Il giorno seguente,era stata lanciata la “guerra al terrorismo”. La campagna di disinformazione mediatica viaggiava a pieno regime.

L’Afghanistan venne identificato come uno “stato sponsor del terrorismo” mentre gli attacchi  furono classificati come un atto di guerra, un attacco contro l’America da parte di una potenza straniera.

Venne fatto valere il diritto all’auto-difesa. Il 12 settembre, meno di 24 ore dopo l’attacco, la NATO invocava per la prima volta nella sua storia l’ “Articolo 5 del Trattato di Washington - la clausola di difesa collettiva”, dichiarando gli attacchi al World Trade Center (WTC) e al Pentagono ”essere un attacco contro tutti i membri della NATO.”

Quello che accadde successivamente, le invasioni dell’ Afghanistan (ottobre 2001) e dell’Iraq (marzo 2003) è già parte della storia. Sulla scia della “liberazione” della Libia sponsorizzata dalla NATO (agosto 2011), la Siria e l’Iran costituiscono la fase successiva della roadmap militare di USA-NATO .

L’ 11 Settembre rimane il pretesto e la giustificazione per intraprendere una guerra senza confini. Ironicamente, la guerra globale al terrorismo (GWOT) è condotta non contro i terroristi ma con “con i terroristi” (WTT), con il pieno sostegno, come in Libia, delle brigate paramilitari affiliate ad Al Qaeda sotto la supervisione USA-NATO  .

Michel Chossudovsky, 7 set 2011

Estratti dalla prefazione di  America’s “War on Terrorism” , seconda edizione, Global Research, 2005.

Alle undici della mattina dell’11 settembre, l’amministrazione Busha aveva già annunciato che Al Qaeda era responsabile degli attacchi al World Trade Center (WTC) e al Pentagono. Questa affermazione venne fatta prima della conduzione di un’indagine approfondita da parte della polizia.

Quella stessa sera, alle 21.30, fu formato un “gabinetto di guerra”  integrato da un numero ristretto di importanti membri dell’ intelligence e consiglieri militari. E alle 23.00, al termine di quello storico incontro alla Casa Bianca, venne lanciata ufficialmente la “guerra al terrorismo”.

La decisione fu annunciata per intraprendere la guerra contro i talebani e Al Qaeda. La mattina seguente, il 12 settembre, in coro, i media americani stavano invocando un intervento militare contro l’Afghanistan.

Appena quattro settimane dopo, il 7 ottobre, l’Afghanistan venne bombardato e invaso dalle truppe statunitensi. Il popolo americano fu portato a credere che la decisone di andare in guerra era stata presa sulla spinta del momento, la sera dell’ 11 settembre, in risposta agli attacchi e alle loro tragiche conseguenze.

Era ben lontano però il pubblico a rendersi conto che un un teatro di guerra di cosi vaste dimensioni non è mai pianificato ed eseguito nel giro di settimane. La decisione di lanciare una guerra e di inviare truppe in Afghanistan era stata presa ben prima dell’ 11 / 9. L’ ”imponente atto terroristico che ha prodotto numerose vittime”, come successivamente ha descritto il Comandante generale del CentCom Tommy Franks, è servito a galvanizzare l’opinione pubblica per sostenere una agenda di guerra che era già nella sua fase di progettazione definitiva.

I tragici eventi dell’ 11 / 9 fornirono la necessaria giustificazione per intraprendere una guerra con  ”motivi umanitari”, con il pieno appoggio dell’opinione pubblica mondiale e l’approvazione della “comunità internazionale”.

Diversi importanti  intellettuali “progressisti” presentarono motivazioni morali ed etiche per giustificare la “rappresaglia contro il terrorismo”. La dottrina militare della “giusta causa” (jus ad bellum) è stata accettata e sostenuta come una legittima risposta agli attacchi, senza esaminare il fatto che Washington non solo aveva sostenuto il ”network del terrorismo islamico” ma era stato anche determinante nell’installazione del governo talebano nel 1996.

In seguito all’ 11 / 9, il movimento contro la guerra era completamente isolato. I sindacati e le organizzazioni della società civile avevano inghiottito le bugie dei media e la propaganda del governo. Avevano accettato una guerra di vendetta contro l’Afghanistan, un paese impoverito di 30 milioni di persone.

Ho iniziato a scrivere la sera del 11 settembre, fino a tarda notte, passando attraverso montagne di note di ricerca che avevo raccolto in precedenza sulla storia di Al Qaeda. Il mio primo testo intitolato “Chi è Osama bin Laden?” è stato completato e pubblicato il 12 settembre. (Vedi il testo completo sotto).

Sin dal primo momento ho messo in dubbio la versione ufficiale, che descriveva diciannove dirottatori di Al Qaeda coinvolti in una operazione altamente sofisticata e organizzata. Il mio primo obiettivo è stato quello di rivelare la vera natura di questo illusorio “nemico dell’America” ​​che ”stava minacciando la Patria”.

Il mito del ”nemico esterno” e la minaccia dei ”terroristi islamici” sono stati la pietra angolare della dottrina militare dell’ amministrazione Bush, usati come pretesto per invadere l’Afghanistan e l’Iraq, per non menzionare l’abrogazione delle libertà civili e del governo costituzionale in America.

Senza un ”nemico esterno”, non ci potrebbe essere la “guerra al terrorismo”. L’ intera agenda della sicurezza nazionale crollerebbe “come un castello di carte”. I criminali di guerra nei piani alti non avrebbero nulla a cui aggrapparsi.

E’ stato pertanto fondamentale per lo sviluppo di un coerente movimento contro la guerra e per i diritti civili, rivelare la natura di Al Qaeda e del suo rapporto in evoluzione alle successive amministrazioni degli Stati Uniti. Come ampiamente documentato, ma raramente menzionato dai media mainstream, Al Qaeda è una creazione della CIA che risale alla guerra in Afghanistan. Questo era un fatto noto, corroborato da numerose fonti tra cui i documenti ufficiali del Congresso degli Stati Uniti. La comunità di intelligence aveva più volte ammesso di aver effettivamente sostenuto Osama bin Laden, ma che, a seguito della Guerra Fredda: ”ci si rivolse contro.

Dopo l’ 11 / 9, la campagna di disinformazione dei media è servita non solo ad affogare la verità, ma anche ad uccidere gran parte delle prove storiche su come questo illusorio ”nemico esterno” era stato inventato e trasformato nel ”nemico numero uno”.

Chi è Osama Bin Laden?

Poche ore dopo gli attacchi terroristici al World Trade Center e al Pentagono, l’amministrazione Bush giunse alla conclusione, senza fornire prove, che “Osama bin Laden e al-Qaeda, la sua organizzazione,sono i principali sospettati”. George Tenet, direttore della Cia, ha dichiarato che bin Laden ha la capacità di pianificare “attacchi multipli con o alcun avvertimento“.

Il segretario di Stato Colin Powell ha definito gli attacchi ”un atto di guerra” e il presidente Bush ha confermato la sera, in un discorso televisivo alla nazione, che non avrebbe “fatto alcuna distinzione tra i terroristi che hanno commesso questi atti e coloro che li ospitano”. L’ex direttore della CIA, James Woolsey, ha puntato il dito contro gli “stati sponsor”, implicando la complicità di uno o più governi stranieri. Con le parole dell’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Lawrence Eagleburger, ”penso che dimostreremo che quando veniamo attaccati in questo modo, siamo terribili nella nostra forza e nella nostra punizione”.

Nel frattempo, ripetendo a pappagallo le dichiarazioni ufficiali, il mantra dei media occidentali ha approvato il lancio di ”azioni punitive” dirette contro obiettivi civili in Medio Oriente. Come ha scritto William Saffire sul New York Times: ”Quando abbiamo ragionevolmente determinato le  basi e i campi di coloro che ci hanno attaccato, li dobbiamo polverizzare - riducendoli al minimo, ma accettando il rischio di danni collaterali” - ed agire apertamente o segretamente per destabilizzare le nazioni che ospitano i terroristi “.

Il  seguente testo delinea la storia di Osama Bin Laden e i collegamenti della”Jihad” islamica con la formulazione della politica estera degli Stati Uniti durante la Guerra Fredda e le sue conseguenze.

Il primo sospettato di New York e Washington per gli attacchi terroristi, bollato dall’Fbi come “terrorista internazionale” per il suo ruolo negli attentati alle ambasciate africane degli Stati Uniti, il saudita Osama bin Laden è stato reclutato durante la guerra in Afghanistan dei sovietici ”ironicamente sotto l’egida della la CIA, per combattere gli invasori sovietici ”. [1]

Nel 1979 venne lanciata “la più grande operazione segreta nella storia della CIA”, in risposta all’invasione sovietica dell’Afghanistan e a sostegno del governo filo-comunista di Babrak Kamal: [2]

Sotto l’ impulso attivo della CIA e dell’ISI pakistano [Inter Services Intelligence], che voleva trasformare la jihad afghana in una guerra globale intrapresa da tutti gli stati musulmani contro l’Unione Sovietica, circa 35.000 radicali musulmani provenienti da oltre 40 paesi islamici si unirono alla lotta in Afghanistan tra il 1982 e nel 1992. Decine di migliaia sono andati a studiare nelle madrasa pakistane. Alla fine, più di 100.000 musulmani integralisti stranieri furono direttamente influenzati dalla jihad afghana.[3]

La ”Jihad” islamica fu sostenuta dagli Stati Uniti e dall’Arabia Saudita, con una parte sostanziale dei finanziamenti generati dal traffico di droga della Mezzaluna d’ Oro:

Nel marzo del 1985, il presidente Reagan firmò il National Security Decision Directive 166,…[ il quale] autorizzava aiuto militare segreto ai mujahideen e chiariva che la guerra segreta afghana aveva un nuovo obiettivo: la sconfitta delle truppe sovietiche in Afghanistan attraverso azioni occulte e incoraggiare il ritiro sovietico. La nuova assistenza segreta degli Stati Uniti iniziò con un drammatico aumento delle forniture di armi - un aumento costante di 65.000 tonnellate ogni anno dal1987, … così come di un ”flusso continuo” di specialisti della CIA e del Pentagono che si recavano al quartier generale segreto dell’ ISI , sulla strada principale vicino a Rawalpindi, in Pakistan.Qui gli specialisti della Cia incontravano i funzionari dell’intelligence pakistana per aiutarli a pianificare le operazioni per i ribelli afgani.[4]

La Central Intelligence Agency (CIA), utilizzando l’Inter Services Intelligence (ISI) dei militari pakistani, ha svolto un ruolo chiave nella formazione dei Mujahideen. A sua volta, l’ addestramento alla guerriglia sponsorizzata dalla Cia è stato integrato con gli insegnamenti dell’Islam:

I temi predominanti erano che l’Islam rappresentasse una completa ideologia socio-politica, che il sacro Islam veniva violato  delle truppe sovietiche atee e che il popolo islamico dell’Afghanistan dovrebbe riaffermare la propria indipendenza rovesciando il regime di sinistra afghano appoggiato da Mosca.” [5]

L’ apparato dell’intelligence Pakistana

L’ ISI venne usata come un “intermediario”. Il sostegno segreto della Cia alla ”jihad” avveniva indirettamente attraverso l’ISI pakistano, - vale a dire la CIA non dava il suo supporto direttamente ai mujahideen. In altre parole, affinchè  queste operazioni segrete si rivelassero ”di successo”, Washington fu attenta a non rivelare l’obiettivo ultimo della ”jihad”, che consisteva nel distruggere l’Unione Sovietica.

Nelle parole di Milton Beardman della CIA: “Non abbiamo addestrato gli arabi”. Tuttavia, secondo Abdel Monam Saidali, dell’Al-aram Center for Strategic Studies del Cairo, bin Laden e gli “arabi afghani” avevano ricevuto ” un tipo di addestramento molto sofisticato che era stato permesso dalla CIA” [6]

Beardman ha confermato, a questo proposito, che Osama bin Laden non era consapevole del ruolo che stava giocando per conto di Washington. Con le parole di bin Laden (citate da Beardman): “Né io né i miei fratelli abbiamo visto la prova dell’ aiuto americano”. [7]

Motivati ​​dal nazionalismo e dal fervore religioso, i guerrieri islamici erano inconsapevoli che combattevano l’esercito sovietico per conto dello Zio Sam. Anche se ci furono contatti ai livelli più alti della gerarchia dell’intelligence, i leader dei ribelli islamici non furono mai in contatto con Washington o la CIA.

Con l’appoggio della CIA e le grandi quantità di aiuti militari statunitensi, l’ISI pakistana aveva sviluppato una “struttura parallela che gestiva un enorme potere su tutti gli aspetti del governo”.[8] Lo staff dell’ Isi era composto da ufficiali militari e dell’intelligence, burocrati, agenti sotto copertura e informatori, stimati in circa 150.000. [9]

Nel frattempo, le operazioni della CIA avevano anche rinforzato il regime militare pakistano guidato dal generale Zia Ul Haq:

Le relazioni tra la CIA e l’ ISI [i servizi segreti militari del Pakistan] si sono intensificate a seguito della cacciata di Bhutto da parte di [Generale] Zia e l’avvento del regime militare”… Per gran parte della guerra afghana, il Pakistan è stato più aggressivamente anti-sovietico persino degli stessi Stati Uniti.”

Poco dopo che l’esercito sovietico invase l’Afghanistan nel 1980, Zia [ul Haq] mandò il suo capo dell’ISI a destabilizzare gli stati sovietici dell’Asia centrale. La CIA accettò questo piano solo nell’ottobre del 1984 …. La CIA era più cauta dei pakistani. Sia il Pakistan che gli Stati Uniti adottarono una strategia di inganni con l’Afghanistan, mostrando pubblicamente di negoziare un accordo mentre privatamente si accordavano sul fatto che l’escalation militare era stata la migliore scelta. ”[10]

Il triangolo della droga nella Mezzaluna d’Oro

La storia del traffico di droga in Asia Centrale è intimamente collegata alle operazioni segrete della CIA. Prima della guerra sovietico-afghana, la produzione di oppio in Afghanistan e Pakistan era diretta verso piccoli mercati regionali. Non vi era produzione locale di eroina. [11] A questo proposito, lo studio di Alfred McCoy conferma che in due anni di operazioni CIA in Afghanistan, ”la terra di confine Pakistan – Afghanistan divenne il maggior produttore di eroina al mondo, fornendo il 60 per cento della domanda negli Stati Uniti. In Pakistan, la popolazione tossico – dipendente passò da quasi zero nel 1979 … a 1,2 milioni nel 1985 - una crescita molto più rapida che in qualunque altra nazione”: [12]

La CIA controllava questo traffico di eroina. Quando i guerriglieri mujaheddin conquistavano territori all’interno dell’Afghanistan, ordinavano ai contadini di piantare oppio come tassa rivoluzionaria. Dall’altra parte del confine, in Pakistan, i leader afghani e i gruppi locali, sotto la protezione dell’Intelligence pakistana, gestivano centinaia di laboratori per la lavorazione dell’ eroina. Durante questo decennio segnato dall’ enorme circolazione della droga, la Drug Enforcement Agency a Islamabad evitò di pretendere grosse confische o arresti …Funzionari degli Stati Uniti avevano rifiutato di indagare sulle accuse di traffico di eroina da parte dei suoi alleati afghani `perché la politica americana stupefacenti in Afghanistan è stata subordinata alla guerra contro l’influenza sovietica. ’Nel 1995, l’ex direttore della CIA per le operazioni afghane, Charles Cogan, ha ammesso che la CIA aveva effettivamente sacrificato la guerra alla droga per combattere la Guerra Fredda. “La nostra missione principale è stata quella di arrecare il maggior danno possibile ai sovietici. Noi in realtà non avevamo le risorse o il tempo per dedicarci a un’indagine sul narcotraffico”… “Non penso che abbiamo bisogno di chiedere scusa per questo. Ogni situazione ha la sua ricaduta…. C’è stata una ricaduta in termini di droga, sì. Ma l’obiettivo principale è stato compiuto. I sovietici hanno lasciato l’Afghanistan.” [13]

Sulla scia della Guerra Fredda

In seguito alla Guerra Fredda, la regione dell’Asia centrale non è solo strategica per le sue estese riserve di petrolio ma anche perché essa produce i tre quarti della produzione mondiale di oppio, che rappresenta i miliardi di dollari di ricavi dei gruppi d’affari,  delle istituzioni finanziarie, dei servizi segreti e della criminalità organizzata. Il ricavato annuale del traffico nella Mezzaluna d’Oro (tra i 100 e 200 miliardi di dollari) rappresenta circa un terzo del fatturato mondiale annuo del narcotraffico, stimato dalle Nazioni Unite sull’ordine dei 500 miliardi di dollari.[14]

Con la disintegrazione dell’Unione Sovietica, si è avuta una nuova ondata nella produzione di oppio. (Secondo le stime dell’ONU, la produzione di oppio in Afghanistan nel 1998-99 – coincidente con la formazione delle insurrezioni armate nelle ex repubbliche sovietiche - ha raggiunto un record di 4600 tonnellate.

La vasta rete di intelligence militare dell’ ISI non venne smantellata alla fine della Guerra Fredda. La CIA ha continuato a sostenere la”Jihad” islamica anche fuori del Pakistan. Furono avviate nuove iniziative segrete in Asia centrale, nel Caucaso e nei Balcani. I militari del Pakistan e l’apparato di intelligence servirono essenzialmente “da catalizzatore per la disintegrazione dell’Unione Sovietica e la nascita di sei nuove repubbliche musulmane dell’Asia centrale”.[16]

Nel frattempo, i missionari islamici della setta wahhabita dell’Arabia Saudita si erano stabiliti nelle repubbliche musulmane, così come all’interno della federazione russa, sconfinando le istituzioni dello Stato laico. Nonostante la sua ideologia anti-americana, il fondamentalismo islamico stava ampiamente servendo gli interessi strategici di Washington nella ex Unione Sovietica.

Dopo il ritiro delle truppe sovietiche nel 1989, la guerra civile in Afghanistan è continuata inesorabile. I talebani erano supportati dai deobandi pakistani e dal loro partito politico, Jamiat-ul-Ulema-e-Islam (Jui). Nel 1993, lo Jui è entrato nella coalizione di governo del Primo Ministro Benazzir Bhutto. Furono stabiliti i legami tra lo Jui, l’Esercito e l’ ISI. Nel 1995, con la caduta del governo Hezb-I-Islami di Hektmatyar a Kabul, i talebani non solo insediarono un governo oltranzista islamico, ma anche ”consegnarono il controllo dei campi di addestramento in Afghanistan alle fazioni Jui …” [17]

E lo JUI, con il sostegno dei movimenti wahhabiti sauditi, giocò un ruolo chiave nel reclutare volontari per combattere nei Balcani e nella ex Unione Sovietica.

Il Jane Defense Weekly conferma a tal riguardo che ”metà degli uomini e delle attrezzature dei talebani personale provengono dal Pakistan, sotto l’opera dell’ISI”. [18]

In realtà sembrerebbe che, dopo il ritiro sovietico, entrambi le parti nella guerra civile afghana abbiano continuato a ricevere sostegno segreto attraverso ISI pakistano. [19]

In altre parole, sostenuto dai servizi segreti militari pakistani (ISI), che a sua volta erano controllati dalla CIA, lo Stato islamico dei talebani è stato largamente funzionale agli interessi geopolitici americani. Il traffico di droga della Mezzaluna d’Oro è stato anche usato per finanziare ed equipaggiare l’Esercito musulmano bosniaco (a partire dai primi anni 1990) e l’ UCK nel Kossovo. Negli ultimi mesi ci sono prove riguardo al fatto che i mercenari mujaheddin stavano combattendo nelle fila dell’ UCK, durante i loro attacchi terroristici in Macedonia.

Senza dubbio, questo spiega perché Washington ha chiuso gli occhi sul regno del terrore imposto dai Talebani, compresa la palese violazione dei diritti delle donne, la chiusura delle scuole per le bambine, il licenziamento delle donne che lavoravano negli uffici pubblici e l’imposizione delle ”leggi punitive della Sharia ”.[20]

La guerra in Cecenia

Per quanto riguarda la Cecenia, i principali leader ribelli Shamil Basayev e Al Khattab sono stati addestrati e indottrinati nei campi sponsorizzato dalla Cia in Afghanistan e Pakistan. Secondo Yossef Bodansky, direttore della Task Force del Congresso americano sul terrorismo e la guerra non convenzionale, la guerra in Cecenia era stata pianificata durante un summit segreto di Hizb Allah International tenuto nel 1996 a Mogadiscio, in Somalia. [21] Al summit hanno partecipato Osama bin Laden e funzionari di alto livello dell’intelligence iraniana e pakistana. A questo proposito, il coinvolgimento dell’Isi pakistano in Cecenia ”va ben oltre la fornitura ai ceceni di armi e competenza: l’Isi e i suoi rappresentanti fondamentalisti islamici sono in effetti al comando di questa guerra”. [22]

La principale rotta degli oleodotti della Russia transita attraverso la Cecenia e il Daghestan. Nonostante la sbrigativa condanna da parte di Washington del terrorismo islamico, i beneficiari indiretti della guerra in Cecenia furono le compagnie petrolifere anglo-americani , in lizza per il controllo delle risorse petrolifere e per i corridoi degli oleodotti del bacino del Mar Caspio.

I due principali eserciti dei ribelli ceceni, (guidati rispettivamente dal comandante Shamil Basayev e Emir Khattab) stimati in circa 35.000 uomini, furono sostenuti dall’ISI pakistano, che ha anche giocato un ruolo chiave nell’organizzare e addestrare l’esercito ribelle ceceno:

[Nel 1994] l’Isi pakistano ha fatto si che Basayev e i suoi fidati luogotenenti ricevessero un intensivo indottrinamento islamico e addestramento alla guerriglia nella provincia di Khost, in Afghanistan, al campo di Amir Muawia, istituito nei primi anni 1980 dalla CIA e dall’ISI e gestito dal famoso signore della guerra afghano Gulbuddin Hekmatyar. Nel luglio del 1994, dopo essersi diplomato a Amir Muawia, Basayev è stato trasferito a Markaz-i-Dawar, in Pakistan, per essere addestrato alle tecniche avanzate di guerriglia. In Pakistan, Basayev incontrò i più importanti militari pakistani e ufficiali dell’ intelligence: il generale Aftab Shahban Mirani, ministro della Difesa, il generale Naserullah Babar, ministro dell’ Interno, e il capo del settore dell’Isi incaricato di sostenere le cause islamiche, il generale Javed Ashraf (ora tutti in pensione). Questi collegamenti con personaggi di alto livello si sono rivelati molto utili per Basayev. ”[23]

Dopo il suo addestramento e indottrinamento, Basayev è stato assegnato a guidare l’assalto contro le truppe federali russe nella prima guerra cecena nel 1995. La sua organizzazione aveva anche sviluppato forti collegamenti con gruppi criminali a Mosca, nonché legami con il crimine organizzato albanese e l’UCK. Nel 1997-98, secondo il Servizio di Sicurezza Federale della Russia(FSB) , i”signori della guerra ceceni hanno cominciato ad acquistare beni immobili in Kosovo …attraverso svariate ditte immobiliari registrate come copertura in Jugoslavia”. [24]

L’ organizzazione di Basayev è stata anche coinvolta in una serie di attività illegali tra cui il traffico narcotici, intercettazioni illegali e il sabotaggio di oleodotti russi, rapimenti, prostituzione, commercio di dollari falsi e contrabbando di materiali nucleari.

Durante il suo addestramento in Afghanistan, Shamil Basayev era collegato con il veterano comandante saudita dei mujahidin ”AlKhattab”, che aveva combattuto come volontario in Afghanistan.Appena pochi mesi dopo il ritorno di Basayev a Grozny, Khattab è stato invitato (all’inizio del 1995) ad installare una base militare in Cecenia per l’addestramento dei combattenti mujahideen. Secondo la BBC, l’ impiego di Khattab  in Cecenia era stato “organizzato attraverso la [International] Islamic Relief Organisation, un’organizzazione religiosa militante basata in Arabia Saudita, finanziata da moschee e ricchi individui che canalizzano i fondi in Cecenia” .[26]

Considerazioni conclusive

Sin dai tempi della Guerra Fredda, Washington ha consapevolmente appoggiato Osama bin Laden, mentre allo stesso tempo lo inseriva nella “lista dei maggiori ricercati” dell’ FBI come il più pericoloso terrorista del mondo.

Mentre i mujaheddin sono occupati a combattere la guerra dell’America nei Balcani e nell’ex Unione Sovietica, l’FBI - agendo come una forza di polizia statunitense, sta conducendo una guerra interna contro il terrorismo, operando in alcuni aspetti indipendentemente dalla CIA che – fin dalla guerra in Afghanistan -  ha sostenuto il terrorismo internazionale attraverso le sue operazioni segrete.

Per una crudele ironia, mentre la jihad islamica - definita dall’amministrazione Bush come “una minaccia all’America” ​​-viene condannata come responsabile degli attacchi terroristici al World Trade Centre e al Pentagono, queste stesse organizzazioni islamiche costituiscono uno strumento chiave nelle operazioni militari e di intelligence degli USA nei Balcani e nella ex Unione Sovietica.

A seguito degli attacchi terroristici a New York e Washington, la verità deve prevalere per evitare che l’amministrazione Bush, insieme ai suoi partner della Nato, intraprenda un’avventura militare che minacci il futuro dell’umanità.

LINK: Ten Years Later: Who Is Osama bin Laden? 

DI: Coriintempesta

I robot killer dell’impero

di: Manlio Dinucci

Minacciosi rapaci high-tech volteggiano giorno e notte su Afghanistan, Pakistan, Iraq, Yemen, Somalia, Libia e altri paesi. La specie più diffusa è quella dei Predatori, droni dotati di videocamere e sensori all’infrarosso, gli occhi attraverso cui gli operatori li telecomandano da una base negli Stati uniti, a oltre 10mila km di distanza. Individuata la preda, essa viene attaccata con missili «Fuoco dell’inferno». Il Predatore di ultima generazione, denominato Mietitore (ovviamente di vite umane), ne può trasportare 14. Questi e altri droni stanno rapidamente proliferando: il Pentagono, che dieci anni fa ne aveva una cinquantina, ne possiede oggi oltre 7mila. La U.S. Air Force sta addestrando più «piloti remoti» per i droni che piloti di cacciabombardieri. E sui droni da guerra puntano non solo gli Stati uniti, ma tutte le maggiori potenze.

Anche l’Italia usa in Afghanistan (e forse anche in Libia) droni Predatori, telecomandati dalla base di Amendola in Puglia. Grazie ai miliardi di dollari destinati alla ricerca e allo sviluppo, la specie si sta rapidamente evolvendo. Si stanno sperimentando droni spaziali, come l’X-37B della U.S. Air Force: completamente robotizzato, è in grado di rientrare alla base dopo la missione. Può distruggere satelliti avversari (accecando così il nemico prima dell’attacco); può lanciare dallo spazio i «dardi di Dio», con l’impatto cinetico di un meteorite; può allo stesso tempo lanciare dallo spazio testate nucleari. Nella base aerea Wright-Patterson (Ohio) si stanno sperimentando droni miniaturizzati, che riproducono il volo di uccelli e insetti, compreso il battere delle ali. Nei futuri scenari bellici si prevedono sciami di droni-insetto che, diffusi su un territorio, spiano ovunque e sono capaci anche di uccidere. Si stanno sperimentando allo stesso tempo, in particolare a Fort Benning negli Usa, robot terrestri da combattimento. Tra questi il «Gladiatore», un veicolo cingolato di oltre una tonnellata dotato di mitragliatrici e altre armi, che sparano sugli obiettivi individuati dalle telecamere. Per i combattimenti soprattutto in zone urbane è ormai pronto un piccolo robot cingolato armato di mitragliatrici, che sparano quando le sue cinque telecamere (capaci anche di visione notturna) individuano una sagoma umana. È già stato sperimentato con successo in Iraq, mentre un modello analogo viene usato in Israele lungo il confine con Gaza. Nel quadro del programma «Futuro sistema di combattimento» (200 miliardi di dollari), il Pentagono prevede di rimpiazzare entro il 2015 un terzo dei veicoli corazzati con equipaggio, sostituendoli con robot da combattimento. Esperimenti analoghi vengono effettuati dalla marina. Sta dunque cambiando il modo di fare la guerra: gli Stati uniti e le altre maggiori potenze usano la superiorità tecnologica per imporre il loro dominio con un’armata di droni e robot da combattimento, che riducono i rischi per i militari. Ma la guerra robotizzata facilita l’estensione delle operazioni militari e accresce il numero di vittime civili. C’è da chiedersi a questo punto chi siano veramente i robot. Non le macchine, ma coloro che seguono la via della guerra (promovendola, giustificandola o accettandola supinamente). Camminano come automi verso il precipizio.

Fonte: IlManifesto.it

I costi umani delle guerre USA contro il terrore

La guerra globale contro il terrorismo scatenata dall’amministrazione degli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001 ha causato sino ad oggi la morte di circa 258.000 persone.

La stima – “estremamente prudente” – è stata fatta dalla Brown University di Rhode Island, una delle più antiche università USA (è stata fondata nel 1764) che ha valutato i costi umani e finanziari dei conflitti in Afghanistan ed Iraq e delle cosiddette “campagne contro il terrorismo” del Pentagono e della Cia in Pakistan e Yemen.

“Alle vittime dirette dei conflitti vanno aggiunte le morti causate indirettamente dalla perdita delle fonti di acqua potabile e delle cure mediche e dalla malnutrizione”, spiegano i ricercatori della Brown University. Come avviene ormai in tutti gli scenari di guerra sono sempre i civili a subire le perdite maggiori in vite umane: 172.000 tra donne, bambini, anziani e uomini non combattenti assassinati, 125.000 in Iraq, 12.000 in Afghanistan e 35.000 in Pakistan, a riprova che è proprio quest’ultimo paese asiatico al centro di un’escalation militare volutamente tenuta segreta dall’amministrazione Obama e dai principali media internazionali.

“Ancora più difficile è conoscere il numero dei morti tra gli insorti”, aggiunge lo studio della Brown University, “anche se le stime si attestano tra le 20.000 e le 51.000 persone. Il numero dei militari uccisi è invece di 31.741 e include circa 6.000 soldati statunitensi, 1.200 militari delle truppe alleate, 9.900 iracheni, 8.800 afgani, 3.500 pakistani e 2.300 contractor privati”. Il rapporto denuncia che dallo scoppio della guerra “globale e permanente contro il terrorismo” sono scomparsi 168 giornalisti e 266 tra volontari, cooperanti e operatori umanitari. “Le guerre hanno inoltre prodotto un flusso massiccio di rifugiati e sfollati, più di 7,8 milioni di persone, la maggior parte dei quali in Iraq ed Afghanistan”, scrivono i ricercatori. “Si tratta di un numero corrispondente all’intera popolazione del Connecticut e del Kentucky”.

Sconvolgente pure l’entità delle risorse finanziarie dilapidate dalle forze amate degli Stati Uniti d’America nella loro “caccia” ai presunti strateghi dell’attacco dell’11 settembre. “I costi delle guerre possono essere stimati tra i 3.700 e i 4.400 miliardi di dollari, pari ad un quarto del debito pubblico odierno e molto di più di quanto speso nel corso della Seconda guerra mondiale”, spiega il rapporto della Brown University. “Si tratta di cifre notevolmente più alte di quelle fornite dal Pentagono e dall’amministrazione USA (1.300 miliardi di dollari), in quanto si sono considerate nello studio anche altre spese generate dalle guere, come ad esempio quelle previste sino al 2051 per i veterani feriti, quelle effettuate dal Dipartimento per la Sicurezza Interna contro le minacce terroristiche e i fondi direttamente relazionati con i conflitti del Dipartimento di Stato e dell’Agenzia per lo sviluppo internazionale Usaid”. Secondo i ricercatori del prestigioso centro universitario di Rhode Island, “il governo statunitense sta affrontando la guerra sottostimandone la potenziale durata e gli insostenibili costi mentre sopravvaluta gli obiettivi politici che possono essere raggiunti con l’uso della forza bruta”. I circa 4.400 miliardi di dollari spesi sino ad oggi sono certamente del tutto sproporzionati ai costi dell’attentato dell’11 settembre e ai suoi danni economici. “I diciannove attentatori più gli altri sostenitori di al Qaeda hanno speso tra i 400.000 e i 500.000 dollari per gli attacchi aerei che hanno causato la morte di 2.995 persone e tra i 50 e i 100 miliardi di dollari di danni. Per ogni persona uccisa l’11 settembre ne sono state assassinate da allora 73”.

Nel terribile bilancio sulle vite umane sacrificate e sulle risorse finanziarie sperperate con le guerre USA del XXI secolo non sono ovviamente contemplati i costi del conflitto scatenato in questi mesi contro la Libia. Tra bombe, missili Tomahawk all’uranio impoverito e carburante, solo il primo giorno dell’operazione Alba dell’odissea sarebbe costato agli Stati Uniti d’America qualcosa come 68 milioni di euro. Stando al Pentagono, le prime due settimane d’intervento militare contro Gheddafi sono costate 608 milioni di dollari, senza includere i salari dei militari e i costi operativi delle unità aeree e navali distaccate nell’area mediterranea precedentemente allo scoppio delle operazioni belliche. Per il segretario all’aeronautica militare, Michael Donley, le attività di volo dei 50 cacciabombardieri e dei 40 velivoli di supporto impegnati e le munizioni utilizzate contro la Libia comportano una spesa di circa 4 milioni di dollari al giorno. Venticinque milioni di dollari è invece il valore dell’“assistenza non letale” concessa dall’amministrazione Obama il 20 aprile scorso ai ribelli del Transitional National Council di Bengasi. Si tratta in buona parte di “apparecchiature mediche, uniformi, stivali, tende, equipaggiamento per la protezione personale, radio e cibo in polvere”, ma Washington non ha escluso l’invio di armi e munizioni in buona parte stoccate nei depositi e magazzini della grande base di Camp Darby in Toscana.

di: Antonio Mazzeo

MegaChip.info

Singapore diventa una base navale Usa

Un altro tassello nella strategia di accerchiamento della Cina

Non esistono solo le rivoluzioni colorate nel nuovo modello di governance globale messo a punto dagli Usa. La buona, vecchia,deterrenza armi in pugno va sempre di moda. È in questo senso che vanno lette le più recenti mosse statunitensi in Estremo Oriente.

Due su tutte: l’annuncio che la Us Navy sbarcherà a Singapore; un nuovo accordo per la fornitura di dieci Boeing C-17 da trasporto tattico all’India.

Nella ridefinizione delle alleanze asiatiche, Washington risponde così all’avvicinamento tra Cina e Pakistan costruendo il proprio avvicinamento tra Cina e Pakistan costruendo il proprio “filo di perle” da contrapporre a quello cinese.

Robert Gates ha annunciato nel suo ultimo viaggio in Asia da segretario alla Difesa statunitense (lascerà a carica il 30 giugno) che il Pentagono ha compiuto molti passi avanti “per assumere una posizione difensiva meglio distribuita geograficamente, più determinata dal punto di vista operativo e sostenibile politicamente nell’area dell’Asia e del Pacifico”. Il ministro della Difesa di Singapore ha aggiunto che questa strategia si tradurrà, tra le alte cose, nell’ancoraggio permanente di due navi da combattimento da superficie (Littoral Combat Ships) di nuova costruzione nel porto della città-Stato a sud della penisola malese. È la prima volta che succede: Singapore, di fatto, diventa una base Usa.
È interessante osservare che l’annuncio arriva proprio mentre la Cina riceve un’offerta dal Pakistan per allestire la sua prima base navale all’estero, a Gwadar: “Abbiamo chiesto ai nostri fratelli cinesi di costruire una base a Gwadar”, ha dichiarato esplicitamente il ministro della Difesa pachistano, Chaudhry Ahmad Mukhtar. Pechino non ha mai confermato, ma della base cinese sulla costa occidentale del Pakistan si vocifera da tempo. Gwadar sarebbe ilterminale ideale per le merci made in China che transitano sulla Karakoram Highway e, in senso contrario, per le materie prime che arrivano dal Golfo Persico e dalla Penisola Arabica. La strategia del filo di perle cinese non è prettamente militare, è soprattutto commerciale: serve a garantirsi risorse sul lungo periodo.

In India, intanto, fa notizia l’accordo da 4,1 miliardi di dollari che consentirà alla Indian Air Force (Iaf) di dotarsi dei nuovi aerei cargo; un accordo approvato dal congresso Usa, che di solito pone vincoli alla vendita di tecnologia strategica ai Paesi formalmente non alleati degli Usa. È la transazione militare più consistente finora registrata tra i due Paesi. Dato che l’India non ha alcun patto militare con gli Stati Uniti, è probabile che per il momento i velivoli siano consegnati senza alcune tecnologie particolarmente sensibili. Resta da vedere se a breve-medio periodo, Delhi siglerà il cosiddetto Communication Interoperability and Security Memorandum of Agreement (Cismoa), un patto che consente alle compagnie Usa di trasferire equipaggiamento militare hi-tech a Paesi amici. Da tempo è in corso un riavvicinamento tra India e Usa in funzione anticinese (per entrambi) e soprattutto antipachistana (per l’India).

Se Singapore e India sono in qualche modo delle new entry nella costellazione filo-Usa, Washington non manca di rafforzare militarmente le alleanze già esistenti.
È di questi giorni la notizia che il Pentagono starebbe procedendo all’aggiornamento tecnologico della flotta di caccia F-16 A/B di Taiwan. È una mossa sottile, tesa ad ottenere il consenso del congresso, che teme le reazioni cinesi. L’aggiornamento dei “vecchi” F-16 li renderebbe cioè simili ai più recenti F-16 C/D, scongiurando al tempo stesso la fornitura di questi ultimi a Taipei. Tale ipotesi era già stata definita da Pechino la “linea rossa” che Washington non avrebbe dovuto oltrepassare.
Dopo Fukushima, anche le polemiche con il Giappone a proposito della base militare di Okinawa – che il Pentagono intende trasferire dalla località di FutenmaHenoko, nell’isola stessa, e la popolazione locale vorrebbe fuori dalla prefettura – sembrano silenti o, quanto meno, trascurabili.

di: Gabriele Battaglia

PeaceReporter

In Svizzera il conclave dei potenti

L’annuale riunione a porte chiuse del gruppo Bilderberg si terrà dal 9 al 12 a St.Moritz


Si terrà dal 9 al 12 giugno a St.Moritz, in Svizzera, la riunione del gruppo Bilderberg, il conclave che ogni anno, dal 1954, raccoglie l’élite economica, politica e militare occidentale per discutere a porte chiuse, nella massima riservatezza, dei principali problemi globali del momento e delle politiche da promuovere nelle sedi internazionali ufficiali (Ue, Fmi, G8, G20, ecc).

Grand Hotel Kempinski (foto) o all’Hotel Suvretta House (foto). Ma, visti gli ordini del giorno dei passati meeting, è facile immaginare che si parlerà di guerra in Libia e di rivoluzione in Siria, di Afghanistan e Pakistan, di crisi economica e prezzo del petrolio e, se non sarà già stata decisa, della successione di Strauss-Kahn alla guida del Fondo monetario internazionale.

Giovani socialisti grigionesi hanno già presentato alle autorità cantonali la richiesta di tenere una manifestazione anti-Bilderberg l’11 giugno a St. Moritz, all’insegna dello slogan‘L’essere umano prima del mercato – Osare più democrazia”. Ma, viste le rigidissime misure di sicurezza solitamente adottate in occasione di questi summit, è difficile che la protesta verrà autorizzata.

A parte questo, l’unica voce critica alzatasi contro il summit globalista è quella di Dominique Baettig, parlamentare della destra nazionalista dell’Udc-Svp (quella delle campagne xenofobe contro i minareti e contro gli immigrati italiani), lo stesso personaggio che a febbraio costrinse Bush ad annullare la sua visita in Svizzera dopo aver chiesto al governo elvetico di arrestare l’ex presidente Usa per crimini di guerra.

Baettig ha scritto una lettera al Dipartimento federale di giustizia e polizia, stigmatizzando anche stavolta il fatto che diversi partecipanti all’incontro – dallo stesso George Bush, al suo ex vice Dick Cheney all’inossidabile Henry Kissinger – sono responsabili di crimini di guerra e contro l’umanità, e denunciando quelli che, a suo dire, sono gli obiettivi dell’élite riunita dal Bilderberg.

”Questo discreto ma influente gruppo promuove un modello sociale ultraliberista con una moneta unica mondiale e l’Fmi come tesoriere” – scrive Baettig – ”gioca con le paure globalizzate, manipolando i mass media controllati, per imporre terapie d’urto dagli effetti sociali devastanti” che ”favoriscono l’indebitamento degli Stati nei confronti delle banche”.

”Privatizzano eserciti e polizie, pianificano azioni contro Stati sovrani” e ”programmano la fine della democrazia, con lo spostamento del potere dagli Stati a istituzioni sovranazionali non elette”.

Se queste innegabili tendenze globali siano o meno frutto di decisioni prese a tavolino durante gli incontri del Bilderberg lo sa solo chi vi prende parte. Da quando questa organizzazione privata, lo scorso anno, ha deciso di uscire dall’ombra con la pubblicazione di un sito web ufficiale si conoscono i nomi dei partecipanti* e gli ordini del giorno, ma non le decisioni prese: quelle rimangono coperte dal massimo riserbo.

Le personalità italiane che, secondo le liste ufficiali, hanno partecipato agli ultimi incontri del Bilderberg sono Mario Draghi, Romano Prodi, Mario Monti, Paolo Scaroni, Tommaso Padoa-Schioppa, John Elkann, Franco Bernabè, Domenico Siniscalco, Fulvio Conti e Gianfelice Rocca.

di: Enrico Piovesana

PeaceReporter.net

Al Qaeda e la CIA: ritorno alle origini

Articolo inviato al blog

di Salvatore Santoru

Come è ampiamente noto,al Qaeda,che in arabo significa “La Base”,o “Database”,fu creata negli anni ottanta,durante la guerra in Afghanistan, dalla CIA tramite il servizio segreto pakistano,ISI,in funzione antisovietica.Questo database inizialmente doveva servire a coordinare la rete di guerriglieri islamisti impegnati nella lotta contro il comunismo,e in seguito ad organizzare la rete globale della “Jihad” internazionale,tramite gruppi operanti generalmente nei paesi dell’ex blocco sovietico(ad es in Cecenia)e in altre parti dell’Europa(ad es nell’ex Jugoslavia).A partire dagli anni novanta questa organizzazione,che ha alle spalle diversi atti di terrorismo e di azioni criminali,è diventata per l’opinione pubblica statunitense ed europea l’emblema del terrore,ed in nome di essa le grandi potenze occidentali hanno potuto invadere e saccheggiare paesi sovrani con la scusa della “lotta al terrorismo”.Dopo gli attentati dell’ 11 settembre 2001(su cui rimangono ancora molti dubbi sul reale coinvolgimento di al Qaeda,e si pensa che possono essere stati autoattentati)negli Stati Uniti,la paura del terrorismo si è trasformata in “emergenza nazionale” e vi è stata una rapida restrizione delle libertà civili,grazie a provvedimenti dallo stampo totalitario come il Patriot Act.Sempre per via della” paura del nemico terrorista”,è stato più facile convincere l’opinione pubblica sulla “necessità” dell’invasione dell’Afghanistan nell’ottobre dello stesso anno,invasione che è stata seguita,a marzo 2003,da quella sull’Iraq.A dieci anni dall’inizio del conflitto afghano,iniziato ufficialmente per eliminare la rete quaedista e catturare Osama Bin Laden(ritenuto la mente del gruppo,e degli attacchi dell’11/9),ma più realisticamente per il controllo del traffico della droga combattuto dal governo talebano del Mullah Omar,e per interessi economici e politici e per il controllo delle risorse del paese,la presunta causa dell’invasione,lo “sceicco del terrore” è ufficialmente stato ucciso il 2 maggio 2011(anche se molto probabilmente era già morto nel 2001,o forse,nel 2006).La morte di Bin Laden,che è sopratutto mediatica,segna molto probabilmente la fine di un ciclo:il ciclo della guerra al terrore inaugurato sotto la presidenza Bush.Inoltre con essa si ha l’avanzamento del progetto del PNAC(Progetto per il Nuovo Secolo Americano)e l’inizio della guerra a tutto campo contro i cosiddetti “Stati canaglia”.Primo passo nel nuovo ciclo di guerre,i bombardamenti sulla Libia(non più stato canaglia dal 2004 e partner della “lotta al terrorismo “ultimamente),a seguire probabilmente tentativi di attacco all’asse Iran-Siria.Il fondamentalismo islamico ,così torna amico,visto che la nuova strategia dell’Impero prevede la destabilizzazione dei regimi che si rifanno al nazionalismo laico arabo(panarabismo,o al socialismo islamico,come la Libia)da sempre avversi all’integralismo religioso.Così le potenze occidentali e i fondamentalisti islamici,la CIA e al Qaeda sono tornati/e nuovamente d’accordo e quest’ultima è tornata alle “origini”.Probabilmente l’accordo tra le due parti si basa sul rovesciamento degli Stati laici nel Nord Africa e nel Medio Oriente,sia quelli dei dittatori burattini di Zio Sam,come Ben Alì e Mubarak,sia quelli considerati “antiamericanisti” come la Libia o la Siria,e l’instaurazione di governi islamisti,e in cambio tutta una serie di vantaggi per l’Occidente:sia le cadute di governi ostili alle politiche di Waschington ,dell’Europa e di Israele,e sia la conquista di risorse e il controllo di territori ritenuti strategici.Staremo a vedere.


Osama a chi giova

Brzezinski e Osama bin Laden

Osama bin Laden è stato ucciso ad Abbottabad, in Pakistan, il 2 Maggio 2011. È stato ucciso dal corpo speciale dei Seals statunitensi con un’operazione ordinata dal presidente americano. Tutto il mondo lo sa e le reazioni a questo evento sono state le più diverse. Ma questa morte ha cambiato qualcosa da qualche parte? Ha una qualche importanza?

La prima domanda che la gente si pone è se questa morte segnali la fine di al-Qaeda. Da qualche tempo è chiaro che al-Qaeda oggi non è un’organizzazione unica ma una specie di franchise. Ammesso che Osama comandasse direttamente qualche gruppo, comandava quelli in Pakistan e in Afghanistan. Ci sono formazioni autonome che si autodefiniscono al-Qaeda in altre parti del mondo e in particolare in Iraq, Yemen, e nel Maghreb. Gruppi che rendevano simbolicamente omaggio a Osama ma prendevano decisioni autonome.

Inoltre la potenza bellica e politica delle varie formazioni sembrava in fase di declino già da un po’ e questo non tanto per l’eliminazione dei capi di al-Qaeda ad opera degli Usa o di altri governi ma per via della sensazione diffusa presso gran parte delle altre forze islamiste che sia possibile raggiungere più obiettivi imboccando altre strade. La morte di Osama può ispirare qualche tentativo immediato di “vendetta” da parte di al-Qaeda ma è improbabile che rallenti il processo che ha reso al-Qaeda sempre più irrilevante sulla scena mondiale.

La morte di Osama cambierà la situazione in Pakistan o in Afghanistan? Il governo pakistano già tentennava prima: oggi negli Usa come in Pakistan si mormora in merito a quello che il governo pakistano sapeva, e da quanto tempo. La posizione ufficiale è che Osama viveva da circa sette anni in una villa attaccata alla più importante accademia militare senza che il governo ne sapesse nulla. Il governo sostiene anche di essere stato all’oscuro del raid statunitense, che ritiene una violazione illegittima della sovranità del paese.

Nessuno dei due argomenti è particolarmente credibile. Certo che sapevano dov’era Osama, o comunque alcuni ufficiali pakistani di certo lo sapevano. Com’è possibile il contrario? E naturalmente gli Stati uniti sapevano che il Pakistan sapeva e che non diceva. Fa tutto parte del rapporto difficile e ambiguo intrattenuto dai due alleati per gli ultimi dieci anni. La morte di Osama cambierà qualcosa in quel quadro? Ne dubito. L’alleanza continua a essere necessaria per tutte e due le parti.

Se poi i pakistani fossero o meno informati dell’imminente raid statunitense dipende dai pakistani di cui stiamo parlando. Ovviamente gli Usa volevano tenere segreto il raid a tutti coloro che nel paese avrebbero potuto interferire o avvertire Osama. Ma davvero nessuno sapeva? Sono emerse due prove del contrario. Un articolo uscito sul Guardian dopo la morte di Osama riferisce una conversazione tra ufficiali statunitensi e pakistani secondo cui l’ex presidente Musharraf nel 2001 avrebbe raggiunto con George W. Bush un accordo in base al quale si dichiarava anticipatamente d’accordo rispetto a un raid unilaterale contro Osama in qualunque momento venisse individuato a patto che i pakistani dopo lo denunciassero pubblicamente. Musharraf ora nega ma chi gli crede?

Altra prova, ancora più persuasiva: Xinhua, l’agenzia stampa cinese, ha pubblicato una notizia proprio il giorno della morte di Osama, riferendo le dichiarazioni di testimoni oculari: durante l’operazione nella zona era stata staccata la corrente, che di fatto è mancata per due ore prima dell’incursione – e questo non poteva che essere opera di un ente pakistano informato del raid imminente. E i cinesi hanno agenti segreti in Pakistan validi almeno quanto quelli che hanno negli Stati uniti. Dunque sembra plausibile che mentre alcune organizzazioni pakistane erano all’oscuro altre fossero informate. Sul versante statunitense, alcuni membri del Congresso si agitano all’idea che i pakistani sapessero che Osama viveva ad Abbottabad e di conseguenza vogliono tagliare o ridurre gli aiuti finanziari e militari al Pakistan. Ma questo naturalmente andrebbe contro la conservazione di un’influenza statunitense in Pakistan, ed è improbabile che si verifichi un vero cambiamento nei rapporti attuali tra i due paesi.

Quanto all’Afghanistan, è chiaro che già da qualche tempo i taleban avevano preso le distanze da al-Qaeda e da Osama, per poter perseguire il loro progetto di tornare al potere. La morte di Osama non potrà che rafforzare la loro posizione in Afghanistan, e accelerare il processo che condurrà alla cacciata degli Usa dal paese, cosa di cui le forze armate statunitensi in verità si rallegrano. Negli Stati uniti qualcuno dirà che questa “vittoria” dovrebbe permettere il necessario negoziato politico con i taleban. E alcuni che si opponevano comunque all’intervento statunitense sosterranno che non esiste più una minaccia plausibile a giustificare la permanenza delle truppe nel paese. Che questo sia uno scenario possibile si può constatare ascoltando il grido di angoscia levatosi tra gli elementi non-pashtun dell’Afghanistan del nord rispetto a entrambe le conclusioni.

Ma allora, l’uccisione di Osama fa una qualche differenza almeno negli Stati uniti? Sì, questo sì. Il presidente Obama, ordinando quell’operazione, ha corso un grosso rischio politico, soprattutto decidendo di condurla con i Seals invece che bombardando la residenza. Se qualcosa fosse andato storto lui sarebbe finito politicamente. Ma niente è andato storto. E tutti gli argomenti repubblicani sul capo debole, soprattutto in materia militare, sono stati confutati. Questo lo aiuterà alle prossime elezioni, non c’è dubbio. Però, come hanno osservato tanti commentatori, lo aiuterà, ma solo un poco. L’economia continua a essere la grossa questione interna della politica statunitense. E la rielezione di Obama e le prospettive elettorali dei democratici saranno influenzate soprattutto dalle questioni di portafoglio nel 2012.
E allora fa differenza la morte di Osama? Non tanta.

di: Immanuel Wallerstein

Traduzione di Maria Baiocchi

Il Manifesto

Dopo la Libia tocca alla Siria?

Riceviamo e pubblichiamo

di Salvatore Santoru

Sono passati due mesi dall’inizio della guerra in Libia, guerra spacciata come “responsabilità di protezione” per i “civili” dalla violenza del tiranno Gheddafi”, ma che in realtà era stata già preparata tempo prima dai servizi segreti francesi, statunitensi, inglesi [http://www.megachip.info/tematiche/guerra-e-verita/5876-libia-come-i-ser...] per attuare il cambio di regime tanto desiderato dalle multinazionali petrolifere (sopratutto angloamericane e francesi) [http://napoli.indymedia.org/2011/02/26/libia-una-guerra-del-petrolio-tra-eni-e-bp/]e non. Nel sensibilizzare l’opinione pubblica alla causa imperialista è stato fatto ampio uso della propaganda interventista, sopratutto tramite i mass media, sia occidentali, sia arabi, come Al Jazzera (Quatar), Al-Arabya (Emirati Arabi Uniti) con la diffusione di notizie per lo più ” infondate” se non addirittura inventate. Tra le altre [sul tema " La Storia Siamo Noi" ultimamente ha realizzato una puntata http://www.youtube.com/watch?v=6j9_HIdTgY4 ]la notizia più “scandalosa” e anche la più infondata è quella delle fosse comuni, rivelatesi in realtà come tombe di un cimitero islamico [http://petrolio.blogosfere.it/2011/02/libia-le-fosse-comuni-non-ho-parole.html]. Fatto sta che anche in Siria ultimamente (oggi) è stata diffusa la notizia di presunte fosse comuni [http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/associata/2011/05/16/visualizza_new.html_869045204.html] con i consueti video “amatoriali”, quello diffuso sul sito dell’Ansa [http://www.youtube.com/watch?v=kOGBYn4nHo4&feature=player_embedded],e un altro (non diffuso dall’Ansa[ http://www.youtube.com/watch?v=a7NOSXPA6_I&feature=channel_video_title]. Il canale Youtube che ha diffuso i video è del SSNN, Shame News Network, un’organizzazione  “di giovani siriani per la democrazia” (a loro dire). Questo gruppo ha un sito web [http://www.shaam.org/], pagine e contatti su Facebook, Twitter, Skype e uno spazio dedicato alla “liberazione della donna” (presunta “liberazione” e standardizzazione ai modelli occidentali!), tema da sempre usato dalla propaganda colonialista, ieri come oggi, come ricordano le esponenti del movimento femminista antagonista [http://medea.noblogs.org/2011/05/09/le-donne-musulmane-hanno-davvero-bisogno-di-essere-salvate/].

Una curiosità è costituita dall’uso, in uno dei loghi del gruppo, dei colori blu, bianco e rosso, che richiamano il tricolore francese [https://www.facebook.com/photo.php?fbid=187914961256287&set=pu.175386715...]: è interessante questo particolare, anche per via del fatto che la Francia spinge (dopo Libia e Costa D’Avorio) sempre verso di più la guerra contro la Siria (sua ex colonia) e si sta facendo notare per il suo voler inasprire sempre più le sanzioni verso Damasco. Dopo due mesi dall’inizio dell’operazione “Odissey Dawn” non è improbabile che le grandi potenze occidentali (USA,Inghilterra,Francia e le altre) abbiano intenzione (e le hanno) di accapararsi anche la Siria; Siria che da due mesi vive una rivolta/guerra civile tra il governo di Al-Asad e i dissidenti,rivolta in parte di popolo[http://it.peacereporter.net/articolo/28346/Si!ria,+la+storia+di+Lina]:la Siria è da molti anni praticamente una sorta di Stato di Polizia e vi sono state molte restrizioni alla libertà e repressioni poliziesche sanguinarie) e in parte “infiltrata” e/o manovrata da estremisti islamici (salafiti e non) e servizi segreti occidentali (CIA, MI6, MOSSAD [ http://lombardia.indymedia.org/node/38493].

Staremo a vedere.

ULTIMA ORA: Barack Obama è morto

Il criminale di guerra americano Barack Obama è stato ucciso dalle forze di sicurezza pakistane nel Regno Unito, cosi come riferito dal primo ministro del Pakistan Abdullah Hasan.

Obama è stato ucciso in un compound vicino Camberley, in un’operazione di terra sulla base delle informazioni dell’ intelligence pakistana. Il Sig. Abdullah ha detto che le forze del Pakistan hanno preso possesso del corpo dopo “uno scontro a fuoco”.

Obama è ritenuto responsabile di aver ordinato quasi 200 attacchi nel Nord e Sud Waziristan tra il 2009 e il 2011, periodo in cui ha prestato servizio come Comandante in Capo delle Forze Armate degli Stati Uniti e dove quasi 2000 persone vennero uccise, e di aver ordinato il bombardamento continuo dell’ Afghanistan durante lo stesso periodo in cui vennero uccise altre migliaia di persone.

Lui era il “most wanted” del Pakistan.

Il test del DNA ha poi confermato che Obama era morto, come riferiscono i funzionari pakistani mentre quelli dell’ ISI hanno fatto sapere che Obama è stato cremato dopo un funerale cristiano a bordo di una portaerei. Annunciando il successo dell’operazione, il signor Abdullah ha detto che è “il risultato più importante fino ad oggi nello sforzo della nostra nazione per sconfiggere la CIA”.

Il Pakistan ha messo in stato di allerta i musulmani di tutto il mondo, avvertendoli della possibilità di attacchi di rappresaglia americana per l’uccisione di Obama. Il direttore dell’ISI  Mohammed Akram ha affermato infatti che l’America avrebbe “quasi certamente” cercato di vendicare la morte del suo Presidente.

Folle riunite all’esterno della Moschea Rossa di Islamabad cantavano “Allah Akbar” dopo la notizia.

Il ministro degli Esteri del Pakistan, il mullah Jundullah ha detto che l’operazione ha inviato un segnale ai neoconservatori sia negli Stati Uniti e Gran Bretagna.

” Non ci potete sconfiggere ma potete fare la scelta di abbandonare la CIA e partecipare a un processo politico pacifico”, ha detto.

L’ irruzione nel compound

Obama, 60 anni, ha approvato la campagna di terrore in Waziristan per quasi tre anni,periodo in cui sono morte quasi 2.000 persone. Ha eluso le forze del Pakistan e dei suoi alleati per quasi un decennio, nonostante sulla sua testa pendesse una taglia di $ 50m (£ 30m).

Abdullah ha detto che era stato informato lo scorso agosto del possibile luogo di permanenza di Obama. Ha autorizzato l’operazione la settimana scorsa una volta deciso che l’intelligence non era sufficiente per agire.

“E ‘stato tutt’altro che certo e ci sono voluti molti mesi”, ha detto Abdullah.

Domenica, le forze pakistane hanno fatto sapere che è stata la Brigata Badr ad intraprendere l’operazione a Camberley, nel Surrey, 50 km (30 miglia) a sud-ovest di Londra.

I funzionari pakistani hanno detto che Obama è stato colpito alla testa dopo aver posto resistenza e Abdullah ha aggiunto che “nessun musulmano è stato leso”.

I media del Pakistan riportano che il corpo è stato cremato conformemente con la prassi cristiana di una degna sepoltura e per prevenire che ogni tomba potesse diventare un santuario.

Nel fornire ulteriori dettagli del raid, un alto funzionario pakistano ha detto che una piccola squadra pakistana ha condotto l’attacco in circa 40 minuti. Altri tre uomini – uno dei fratelli di Obama e due corrieri – sono rimasti uccisi durante l’ assalto, prosegue  il funzionario, aggiungendo che la moglie di Obama, Michelle è stato uccisa quando è stata usata come “scudo” e altre due donne sono rimaste ferite.

Un elicottero è andato perduto a causa di “problemi tecnici”. La squadra lo ha distrutto e ha lasciato il luogo con  un’altro aeromobile.

Un residente, David Shields, ha detto alla Reuters che gli elicotteri erano finiti sotto un “intenso fuoco” da terra.

Le dimensioni e la complessità della struttura a Camberley  hanno “scioccato” i funzionari pakistani. Questa era circondata da mura alte 4m-6m (12ft-18ft), otto volte più grande delle altre abitazioni nella zona ed è stato valutata “un milione di dollari”, anche se non aveva alcuna connessione telefonica o a Internet.

Il funzionario pakistano ha affermato che l’intelligence aveva monitorato un “corriere di fiducia” di Obama per molti anni. L’identità del corriere è stata scoperta quattro anni fa, due anni fa la sua zona di operazione e solo lo scorso agosto è stata trovata la sua residenza a Camberley, innescando l’inizio della missione.

Un altro alto funzionario pakistano ha affermato che nessuna informazione di intelligence era stata condivisa con qualsiasi altro paese, incluso il Regno Unito, prima del raid.

“Solo un piccolo gruppo di persone all’interno del nostro governo sapeva di questa operazione in anticipo”, ha detto il funzionario.

Il residence di Camberley si trova a poche centinaia di metri dal Sandhurst – l’equivalente britannico dell’ Accademia Militare del Pakistan. Il giornalista della BBC Alan Matthews a Camberley dice che creerà senza dubbio un grande imbarazzo per il Regno Unito il fatto che Obama sia stato trovato non solo nel paese, ma anche alle porte dell ‘Accademia militare. Matthews continua il suo servizio sostenendo che i residenti in città sono stati storditi dal sapere che l’ex leader americano aveva vissuto in mezzo a loro. L’alto funzionario pakistano ha affermato che “la perdita di Obama mette i neocon su un sentiero di declino che sarà difficile da invertire”.

Il probabile successore di Obama, Tony Blair, era “molto meno carismatico e non  molto rispettato all’interno dell’organizzazione”, secondo quanto riferito da alcuni neoconservatori catturati, ha detto il funzionario.

Tuttavia, le cause alla base del neoconservatorismo – la molteplicità delle questioni che hanno consentito ai neocon di reclutare giovani liberali scontenti per la sua causa – l’ odio per l’Islam, il petrolio e il potere – rimangono, per la maggior parte, irrisolte,secondo quanto riferisce Rajinder Harbin alla BBC .

“La morte di Obama colpirà al morale della  ‘guerra al terrore’ globale, ma è improbabile che porrà la sua fine”, ha avvertito.

Risultato di grande importanza

I leader mondiali hanno accolto con favore la notizia della morte di Obama.

Il presidente francese Jean Luc Blanc ha detto che Obama ha “pagato per le sue azioni”.

Il primo ministro britannico Ed Milliband ha detto che l’uccisione è stata una “grande vittoria”, ma ha aggiunto di “non conoscere i dettagli” dell’operazione.

L’ex Primo Ministro pakistano Imran Salim ha descritto la notizia come un “risultato importante”.

“La lotta contro il terrorismo continua, ma stasera il Pakistan ha inviato un messaggio inequivocabile: non importa quanto tempo ci vuole, giustizia sarà fatta”, ha detto Salim in un comunicato.

Ma un portavoce della English Defence League ha minacciato attacchi di rappresaglia contro i “governi Islamici e quello britannico e le loro forze di sicurezza”.

Nella enclave israeliana di Tel Aviv, che è disciplinata dal gruppo militante IDF, il primo ministro Ariel Lieberman ha condannato l’uccisione di “un uomo pacifico”.

L’inviato della BBC  Faraz Javed dice che, per molti nel mondo musulmano, Obama era diventato l’incarnazione del terrorismo globale, ma per altri era un eroe, un cristiano devoto che ha combattuto tre guerre in nome della democrazia.

NOTA BENE: Tutti gli eventi descritti sono del tutto immaginari – ma questo già si sapeva, non è vero?

LINK: Breaking News – Barack Obama Is Dead

DI: CoriInTempesta

Dieci fatti da chiarire sulla morte di Bin Laden

Semplicemente una settimana dopo che il presidente Obama ha annunciato la morte di Osama Bin Laden, vi è già letteralmente un diluvio di prove che indicano chiaramente che l’intero episodio è stato prodotto per fini politici e per riportare gli americani ad uno stato di castrazione intelletuale  post 11/9 in modo che  possano essere facilmente manipolati verso le elezioni del 2012. Ecco i dieci fatti che dimostrano che la favola di Bin Laden è una bufala artificiosa.

1) Prima dell’incursione di domenica scorsa, ogni analista di intelligence, commentatore geopolitico o capo di stato che si rispetti,come il veterano agente della CIA Robert Baer,  l’ex primo ministro pakistano Benazir Bhutto o l’ex capo dell’ antiterrorismo dell’FBI Dale Watson, dichiaravano che Osama Bin Laden era già morto e che probabilmente era morto già da molti anni. Inoltre, nel 2002 ad Alex Jones fu detto direttamente da due fonti distinte di alto livello che Bin Laden era già morto e che la sua morte sarebbe stata annunciata nel momento politicamente più opportuno. Il  dottor Steve R. Pieczenik, un uomo che ha tenuto numerose cariche influenti sotto cinque diversi presidenti, ha detto all’ Alex Jones Show la settimana scorsa che Bin Laden era  morto a causa della sindrome di Marfan poco dopo essere stato visitato dai medici della CIA presso l’ospedale americano di Dubai nel luglio 2001.

2) La versione ufficiale di come è avvenuta l’ incursione nel compound di Abbottabad è completamente crollata in pochi giorni. Prima c’era stata una sparatoria di 40 minuti, poi non vi è stata alcuna sparatoria e c’era un solo uomo che era armato; Bin Laden all’ inizio era armato e poi non lo era; prima Bin Laden ha usato  sua moglie come scudo umano e poi invece non lo ha fatto più. Prima il compound è stato descritto come un “palazzo da un milione di dollari “mentre poi si è rivelato essere un posto fatiscente che valeva meno di un quarto di quello. Quasi ogni singolo aspetto della versione ufficiale è cambiato da quando Obama ha descritto il raid domenica scorsa.

3) Il presunto corpo di Bin Laden è stato frettolosamente gettato in mare per prevenire ogni corretta procedura di identificazione. La Casa Bianca ha dichiarato che ciò era secondo i normali rituali di sepoltura islamica, tuttavia numerosi studiosi islamici di tutto il mondo hanno contestato tale affermazione, sottolineando che un musulmano può essere sepolto in mare solo se è morto in mare. Anche se la Casa Bianca ha affermato che la morte di Bin Laden il 1 ° maggio è stata accertata con il DNA e con le prove di riconoscimento facciale, tali prove non sono mai state rilasciate per una indagine pubblica e l’amministrazione Obama ha rifiutato di rilasciare le foto del cadavere di Bin Laden, suggerendo quindi una cover-up.

4) Nonostante il fatto che la Casa Bianca abbia pubblicato le foto della  “Situation Room” che si proponevano di dimostrare che Barack Obama, Hillary Clinton, Joe Biden e il resto del personale di sicurezza di Obama stavano guardando l’ incursione che ha ucciso Bin Laden , il direttore della CIA Panetta ha in seguito ammesso che Obama non avrebbe potuto vedere il raid, perché il live feed è stato tagliato prima che i Navy Seals entrassero nel compound. Le foto sono state descritte da molti come avere un  “significato storico“. Un immagine mostra Hillary Clinton con la mano sulla bocca come se stesse assistendo ad un momento cruciale del raid. I rapporti dei media, al momento,sostengono che la foto rappresenti il momento in cui “i leader del mondo libero hanno visto il  capo del terrore colpito nell’ occhio sinistro.” Tuttavia, le foto sono state fatte come una trovata pubblicitaria per il pubblico; nessuno in quelle foto ha mai visto la morte di Bin Laden in diretta, né ha visto i Navy Seals entrare nel compound.

5)Mentre anche i giornalisti mainstream hanno cominciato a gettare sospetti sulla versione ufficiale dietro il raid, i media hanno riferito che Al-Qaeda stessa aveva confermato ogni dettaglio del discorso di Obama. Tuttavia, il condotto per una tale affermazione è stato infatti una organizzazione chiamata SITE, che è un noto fronte di propaganda del Pentagono (gestito dalla figlia di una spia israeliana),presa in numerose occasioni a rilasciare falsi video di “Al-Qaeda” nei momenti più politicamente convenienti sia per l’ amministrazioni Bush che per quella Obama. L’organizzazione SITE  non è altro che un appaltatore del governo statunitense, ricevendo circa 500.000 dollari l’anno da Zio Sam, ma nonostante ciò i mezzi di comunicazione aziendale hanno istantaneamente ingoiato e rigurgitato l’affermazione che “al Qaeda”aveva confermato la versione ufficiale dopo che il SITE li ha diretti verso un anonimo intervento su un sito web islamico.

6) Quasi ogni singola persona che viveva vicino al presunto compound dove era nascosto Bin Laden ad Abbottabad che è stata in seguito intervistata dai giornalisti ha detto con assoluta certezza di non aver mai visto Bin Laden e che non c’era nulla che potesse fargli pensare che lo sceicco vivesse li. Dal momento che la città è un terreno di sosta per l’esercito pakistano, il quale ha una struttura di addestramento situata praticamente a pochi passi di distanza dal presunto compound di Bin Laden, ai residenti è stato richiesto un documento d’identità quando si sono trasferiti nella zona. Le truppe pakistane e la polizia anti-terrorismo della città hanno rifiutato di confermare che Bin Laden avesse vissuto nella casa. Barack Obama ha ammesso lui stesso a “60 Minutes” che la Casa Bianca non aveva una certezza assoluta  che Osama viveva lì prima del raid e questa incertezza ha indotto il timore che i Navy SEALS  avrebbero potuto trovarsi di fronte un “principe di Dubai” o qualche altro individuo che non era Bin Laden.

7) I video rilasciati dalla Casa Bianca lo scorso fine settimana con l’intento di mostrare Osama Bin Laden registrare messaggi di Al-Qaeda  nell’ottobre-novembre 2010 sono quasi identici ai filmati rilasciati dal SITE quasi quattro anni fa. Ricordate, nel maggio 2010 il Washington Post ha riportato l’ammissione della CIA nel creare falsi video di Bin Laden. Nonostante l’insistenza della Casa Bianca che il filmato di Bin Laden sia recente, lo sceicco sembra più giovane e più sano di quello che compare nei nastri rilasciati quasi un decennio fa, con la barba  apparentemente tinta di nero . Un video a parte che pretende di mostrare Bin Laden nel suo compound mentre sfoglia i canali televisivi via satellite ritrae un uomo molto più vecchio con la barba grigia. Gli analisti hanno sottolineato che l’uomo ha la forma delle orecchie diversa da quello nelle immagini del lontano 2001. Un medico ha invece fatto notare il fatto che l’uomo nei nastri pubblicati sabato non ha problemi a muovere il braccio sinistro, mentre i video a partire dal 2001 illustrano chiaramente come Bin Laden non riuscisse a muovere il suo arto superiore sinistro a causa di un danno permanente probabilmente correlato al danno ai nervi periferici. Anche il perché il cameraman filmerebbe la parte posteriore della testa di Bin Laden mentre lui guarda la televisione è dubbio. I residenti nella città di Abbottabad sostengono che l’uomo nel video  non è Osama, mentre addirittura  una persona  sostiene che l’uomo mostrato dalla Casa Bianca come Bin Laden è in realtà il suo vicino di nome Han Akhbar.

8)Nonostante il fatto che numerosi neo-cons siano venuti fuori nei giorni dopo la presunta incursione  per affermare, erroneamente, che i sospetti terroristi torturati a Guantanamo abbiano portato alla scoperta di Bin Laden, non si capisce perche invece Osama stesso, il presunto terrorista più ricercato al mondo e un tesoro di importantissime informazioni, pur essendo disarmato, non è stata preso per un interrogatorio ma è stato immediatamente colpito alla testa secondo il racconto ufficiale.

9) Il governo degli Stati Uniti è stato preso in numerose occasioni nel corso dell’ultimo decennio a mettere in scena operazioni militari con la finalità di generare artificiosi sentimento pro-guerra tra il pubblico americano. Sia il “salvataggio” di Jessica Lynch e la morte di Pat Tillman erano favole complete, scritte e messe in scena in disaccordo completo con la verità e lanciate contro gli americani come parte di un’offensiva guerra psicologica per sollecitare il sostegno alla guerra al terrorismo, quasi identica a quella che stiamo vedendo ora con il baraccone Bin Laden. Tenuto conto del fatto che il governo americano è stato catturato in flagrante  a scrivere storie di pura fantasia per giustificare la guerra al terrorismo, in particolare nei casi di Jessica Lynch e Pat Tillman, perché mai dovremmo credere loro adesso?

10) Nonostante il fatto che Obama abbia annunciato domenica scorsa in diretta televisiva che ora il mondo è  “più sicuro” perché Bin Laden era morto, la sua amministrazione, con l’aiuto dei mass media , ha immediatamente colto la situazione per terrorizzare gli americani con la paura di un imminente “rappresaglia” di attacchi terroristici all’interno degli Stati Uniti, sostenendo  poi che Bin Laden aveva formulato una “aspirazione piuttosto che un operativo” piano per far deragliare i treni Stati Uniti che viaggiano oltre 500 miglia all’ora, anche se nessun treno negli Stati Uniti può effettivamente viaggiare a tale velocità. Ciò ha portato gli  “esperti del terrore” a dire di come gli agenti della TSA siano ora necessari nei centri commerciali , mentre il senatore di New York Chuckie Schumer ha chiesto che la no fly-list possa essere estesa per treni e metropolitane. Obama si è affrettato ad andare a Ground Zero mentre  ha disperatamente cercato di usare la bufala Bin Laden per suscitare il fasullo patriottismo come un mezzo per incrementare i suoi numeri nei sondaggi. Altri, come il democratico Bill Richardson, hanno sfruttato la situazione per cercare di spingere, attraverso politiche che non avevano alcun collegamento con Bin Laden e il terrorismo, il cap and trade. La fretta con cui è stata sfruttata l’intera favola di Bin Laden  per fini politici e come  stratagemma psicologico per riportare gli americani ad uno stato  di castrazione intellettuale post-9/11 era dolorosamente trasparente, in modo chiaro suggerisce che la farsa intera è stata pianificata con largo anticipo per realizzare proprio questi obiettivi nel periodo fino al 2012.

LINK: 10 Facts That Prove The Bin Laden Fable Is a Contrived Hoax

DI:CoriInTempesta

Terrorismo mediatico: la punta dell’iceberg della disinformazione

L’invisibile è riuscito ancora una volta a creare spettacolo. Accadde già con le armi di distruzione di massa di Saddam


Il terrore non si è placato. Ha avuto la sua conferma. Ipotizzare che la morte di Bin Laden rappresenti l’ennesimo tentativo di manipolazione dell’informazione e dell’opinione pubblica, è certamente plausibile. Le motivazioni che avrebbero mosso questa macchinazione mediatica sono evidenti: la necessità di ridar luce ad Obama e, più in generale all’America, il far credere che il “bene” trionferà sul “male” anche negli attuali e futuri conflitti e, in ultimo, ma non per importanza, a destabilizzare la politica mondiale, ingabbiata adesso nella paura delle reazioni. Inoltre per far sì che nuovi focolai di rivolta e minacce terroristiche, manovrate o no, possano nascere su territori nevralgici per la politica estera statunitense in modo da legittimare una “spedizione democratica”. Va sottolineato come il ridare lucentezza allo sbiadito Obama rientri in un progetto preciso di ri-costruzione dell’immagine presidenziale americana che, dopo il fallimento di Bush, vorrebbe virare verso una democraticità politica, razziale e religiosa incarnata apparentemente in Obama. Insomma, un sogno costruito e pianificato. Che maschera, però, un incubo ormai ricorrente. Quello che sta avvenendo in Libia mostra con chiarezza quanto affermato: cambiano le pedine nello scacchiere governativo dello Zio Tom, ma non il risultato.
Tutto quello che è stato scritto appare chiaro e, per certi versi, scontato. Già, ma per chi? Non certo per tutti.

Ciò che preoccupa, che veramente suscita paura, molto più delle potenzialità terroristiche di un vecchio sceicco malato, è il muro spugnoso. Costruzione artificiale che per l’ennesima volta è stata alzata dalla maggioranza dell’opinione pubblica davanti alla notizia della morte di Bin Laden. Si è confermata la superficialità e l’approccio sbrigativo con cui un cittadino del mondo globale si avvicina alla rete informativa e assorbe come “certa” una notizia.

Il trionfalismo emerso dal discorso di Obama di domenica sera ha suscitato una grande gioia nell’animo dei cittadini americani, scesi in piazza non solo per festeggiare la morte del nemico numero uno dell’America, ma anche per essere presenti alla nascita di un nuovo mondo “fondato sulla giustizia”.

La mancanza totale di prove, la falsità della foto del cadavere pubblicata dalle autorità pakistane, lo strano luogo di cattura, l’ingiustificabile doppio gioco dei servizi segreti locali, l’incredibile abbandono del corpo in mare, il perché dell’uccisione, le incongruenze della Cnn sono solo alcune delle anomalie del caso Bin Laden. Ma tutti questi mastodontici punti di domanda non hanno impedito agli americani e ai media di tutto il mondo di festeggiare l’evento, più mediatico, appunto, che reale.

Nonostante alcuni giornali statunitensi, europei e, nello specifico italiani, abbiano evidenziato le oscurità della morte e la disarmante, e non giustificabile, mancanza di prove, nessun quotidiano di regime se l’è sentita di affermare con forza che l’operazione potrebbe essere una montatura.

La domanda che terrorizza per davvero è questa: come è possibile tutto ciò? Come è possibile che nell’era di internet, della pluralità d’informazione, l’opinione pubblica sia ancora così manovrabile e influenzabile?

La teoria dell’”ago Ipodermico” che dipinge l’opinione pubblica come una massa che assorbe un messaggio senza possibilità di opporsi, pur essendo considerata superata dagli esperti del settore, sembra resuscitare spesso in questa società.

L’invisibile è riuscito, ancora una volta, a creare spettacolo, opinioni. Accadde già con le armi di distruzione di massa di Saddam nel 2003 per citare un esempio non a caso. Armi mai viste, mai trovate. Perché quello su cui si deve porre l’accento non è solo la manipolazione dell’informazione supportata da false prove, fenomeno che è sempre avvenuto nei sistemi e durante le guerre (si vedano le recenti “fosse comuni” di Gheddafi), ma la creazione di verità sul nulla. La dilagante disconoscenza dei fatti, la totale mancanza di elementi, nella ragnatela informatica moderna, riescono comunque a creare pareri. Incredibile, ma vero: il nulla provato, come nel caso della morte dello sceicco, riesce a partorire notizie. Eventi che, solo perchè raccontati dai media, assumono connotati reali.

Lo spaccio di questi fatti come “veri” trova purtroppo supporto nella altissima percentuale di persone che non si informano, che non vanno oltre la prima versione, che non approfondiscono. È questa la base su cui poggia il messaggio privo di fondamenta: l’ignoranza.

Gli individui che camminano per le strade, che vivono, che votano sono, molte volte, completamente avulsi dai meccanismi del sistema. Ne fanno parte, ma non lo conoscono. É come se avessero un grillo parlante sulla spalla che influenza le loro conoscenze, le verità, le opinioni. Che bombarda il loro cervello. È una vera e propria guerra mediatico-terroristica volta a cancellare il ragionamento critico del ricevente.

La regia dei media che pianifica e, poi, crea questi mondi immaginari sa perfettamente che anche se nel prodotto finale vi saranno delle discrepanze, come nel caso dell’attentato dell’11 settembre o dell’uccisione di Bin Laden, solo una cerchia ristretta di fruitori se ne accorgerà. Degli “eretici” cosa ne sarà? Individui additati come complottisti o pazzi.

La massa aderisce alla versione di regime, acconsentendo come tanti robot privi di spirito critico a ciò che è stato costruito. È questo il nemico da combattere, il vero terrorismo: la fabbrica di menzogne planetaria che tiene sotto scacco i Paesi, la gente, le teste pensanti. Il muro spugnoso dell’ignoranza e della non conoscenza, che tanti ghigni ha regalato alle stelle strisce, è il mostro da uccidere nella vita vera e non in quella che ci hanno preconfezionato.

DI: Claudio Cabona

Una svolta storica con qualche dubbio. Che strana l’esultanza…

L’America ha vinto, l’America esulta, forse fin troppo: era necessario festeggiare così. Svolta storica, con qualche legittimo dubbio.

Giustizia è fatta. Ed è significativo che ad annunciare l’uccisione di Osama Bin Laden sia stato Barack Obama. Ascoltate le sue parole: “La sua fine dovrebbe essere salutata da chiunque abbia a cuore la dignità umana e la pace nel mondo”. E ancora: “E’ la testimonianza che verrà tramandata ai posteri della grandezza della nazione e della determinazione del popolo americano”. Non sono certo le parole di un Nobel della Pace e nemmeno di un politico di sinistra, che peraltro anni fa aveva velatamente espresso qualche perplessità sulla paternità degli attentati dell’11 settembre. Sono parole che evocano il celebre “Lo prenderemo vivo o morto” pronunciato George Bush. Lo hanno ucciso, ma in questi frangenti nessuno se ne rammaricherà.

Il Paese si unì all’indomani dell’11 settembre, festeggia oggi, all’unisono. Forse fin troppo. Era davvero necessario farlo come se avessero vinto il mondiale? Quei cori, quei caroselli nelle piazze, quelle bandiere sventolate, lasciano una strana sensazione. Da europeo non posso che essere perplesso. Solo cattivo gusto? Umane esagerazioni? Forse in questi frangenti l’America mostra anche la sua altra anima; quella di un Paese che, pur proponendosi come baluardo della democrazia e dei diritti civili, mantiene uno spirito da cow-boy, da estremo west. Occhio per occhio, dente per dente. Il buono che elimina il cattivo e ne celebra la morte. Uno spirito che proprio l’11 settembre ha riacceso nel popolo. Ma anche questa è America, anche questo è Obama. Che strano destino il suo: doveva passare alla storia come il presidente “buono” e invece si è assicurato un posto nei libri di storia come colui che ha chiuso i conti con il Grande Terrorista. Giustizia, certo; ma soprattutto vendetta.

Con alcuni dubbi irrisolti. Il primo: morto Bin Laden, viene a cadere la minaccia del terrorismo islamico? La risposta, per ora, è no. I servizi di intelligence in queste ore sono in allarme, temono che i seguaci di Osama possano colpire per onorare la morte del loco capo o forse per mettere a segno ritorsioni preparate da tempo. Le prossime ore saranno decisive per capire se questo terrorismo islamico è in grado di mettere a segno delle ritorsioni. Ma si tratterebbe del colpo di coda di un’organizzazione che era comunque allo sfascio. La morte di Bin Laden porta anche il colpo di grazia invisibile eppur potente Spectre capace di progettare e condurre una guerra contro gli Stati Uniti.

Sì, si chiude un’epoca, ma esiste anche l’altro terrorismo islamico, quello che pur ispirandosi ad Al Qaida, ne è scollegato operativamente ed è alimentato da cellule sparse, da gruppuscoli spontanei che agiscono in autonomia, meno pericolosi ma difficili da intercettare. E’ contro quel terrorismo che l’Occidente intende combattere ancora a lungo.

La seconda domanda riguarda la tempistica. Perché ci sono voluti dieci anni per catturare l’uomo più braccato del mondo? Già dieci anni fa Bin Laden era un uomo molto malato, che necessitava di dialisi, dunque di assistenza medica sofisticata. E’ impossibile che sia rimasto nascosto per un decennio nelle grotte del Pakistan, dove l’hanno trovato. Chi l’ha protetto in tutto questo tempo? E perché? I servizi segreti pakistani hanno fatto il doppio gioco? Com’è possibile che la Cia sia stata così lenta? Oggi il mondo celebra un trionfo politico, non certo la maestria dell’intelligence americana. E anche le modalità del blitz lasciano molto perplessi: perchè seppellire subito in mare Bin Laden? Perchè diffondere una foto del viso tumefatto di Bin Laden che, nell’arco di un paio d’ore, è risultata falsa? Certo – ed è il terzo dubbio – sarebbe stato molto meglio che Bin Laden venisse catturato vivo, per sapere finalmente tutta la verità sull’11 settembre. Ancora oggi permangono dei buchi neri nella ricostruzione dell’attentato più spettacolare della storia. Incongruenze, buchi neri sulla progettazione, sull’esecuzione, sul reclutamento degli attentatori; per anni è mancata una chiara rivendicazione. E non si è mai saputo perchè Bin Laden non è più apparso in video, considerato che i filmati usciti negli ultimi anni sono risultati manipolati. Lo stesso Osama avrebbe potuto spiegare questi misteri; morto lui rischiano di rimanere irrisolti per sempre. Anzi, viste le strane modalità della sua fine, rischia di aprirsi una nuova epoca di dubbi e sospetti.

Domani. Oggi gli Usa pensano solo a festeggiare.

L’America ha vinto, l’America esulta, esce da un incubo, ritrova fiducia in se stessa, nei suoi valori, nella convinzione che con l’abnegazione e la tenacia tutto è possibile. E’ caduta, si è rialzata. Forse si è concluso il decennio della grande paura, forse è iniziato quello della grande euforia. E’ la stessa America che regolando i conti con Bin Laden lancia un chiaro messaggio al mondo: guai a chi ci sfida. E chi ci immagina in declino, fiaccati dal declino economico e finanziario, si sbaglia: in cima al mondo ci sono sempre gli Usa. Anche se a guidare il Paese c’è il “pacifista” Obama anziché il “guerrafondaio” Bush.

di: Marcello Foa

FONTE: IlGiornale.it

Dove era Osama l’11 settembre 2001?

Il seguente articolo è stato pubblicato il 9 settembre 2006

“Andare a cercare Bin Laden” è servito, negli ultimi cinque anni, a sostenere la leggenda del terrorista “più ricercato” del mondo, che “tormenta gli americani e milioni di altre persone in tutto il mondo.”

Donald Rumsfeld ha ripetutamente affermato che il luogo dove si nascondeva Osama bin Laden era sconosciuto: “E ‘come cercare un ago in pagliaio”.

Nel novembre 2001, i B-52 americani bombardarono a tappeto una rete di caverne nelle montagne di Tora Bora nell’ Afghanistan orientale, dove Osama bin Laden e i suoi seguaci sarebbero stati nascosti. Queste caverne sono state descritte come “l’ultima roccaforte di Osama”.

Gli  “analisti dei servizi segreti” della CIA hanno poi concluso che Osama era scappato dalla sua caverna di Tora Bora, nella prima settimana di dicembre 2001. Nel gennaio 2002, il Pentagono ha avviato una ricerca a livello mondiale di Osama e dei suoi uomini, oltre i confini dell’Afghanistan. Questa operazione, che fu definita dal Segretario di Stato Colin Powell come un “inseguimento scottante”, venne realizzata con il sostegno della “comunità internazionale” e gli alleati europei. Le autorità di intelligence statunitensi hanno confermato, a questo proposito, che: “Mentre al Qaeda è stata notevolmente frammentata, … l’uomo maggiormente ricercato – bin Laden stesso resta un passo avanti rispetto agli Stati Uniti, con il nucleo della sua rete del terrore in tutto il mondo ancora in ordine. – (Global News Wire – Asia Africa Intelligence Wire, InfoProd, January 20, 2002)

Negli ultimi cinque anni, i militari USA e gli apparati di intelligence (con spese notevoli per i contribuenti degli Stati Uniti) sono stati “alla ricerca di Osama”.

Venne istituita una unità della CIA con un budget multimilionario proprio con il mandato di trovare Osama. Questa unità è stata apparentemente sciolta nel 2005. “Gli esperti dell’ intelligence concordano sul fatto che si stia nascondendo in una zona remota del Pakistan, ma “non riusciamo a trovarlo”.

“La maggior parte degli analisti dell’intelligence sono convinti che Osama bin Laden è da qualche parte sul confine tra il Pakistan e l’Afghanistan. Ultimamente, è stato detto che probabilmente si nasconda nelle vicinanze della cima di Hindu Kush Tirich Mir ,alta 7700 metri, nella zona tribale di Chitral,nel Pakistan nord-occidentale”. (Hobart Mercury -Australia- 9 settembre 2006)

Il presidente Bush ha ripetutamente promesso di “stanarlo” dalla sua grotta, catturandolo vivo o morto, se necessario attraverso assalti di terra o con attacchi missilistici. Secondo una recente dichiarazione del Presidente Bush, Osama è nascosto in una remota area del Pakistan che “è estremamente montuosa e inaccessibile, … con montagne alte tra i 9.000 e 15.000 metri….”. “Non possiamo prenderlo, perché, secondo il presidente, non ci sono infrastrutture di comunicazione che ci permetterebbero effettivamente di andarlo a prendere”. (Citazione del Balochistan Times, 23 aprile 2006)

La ricerca di Osama è diventata un processo altamente ritualizzato che alimenta la catena delle notizie su base quotidiana. Non è solo parte della campagna di disinformazione dei media ma fornisce anche una giustificazione per l’arresto arbitrario, la detenzione e la tortura di numerosi “sospetti”, “combattenti nemici” e “complici”, che presumibilmente potrebbero essere a conoscenza del luogo dove è rintanato Osama. E tale informazione è ovviamente fondamentale per “la sicurezza degli americani”.

La ricerca di Osama serve sia per gli obiettivi politici che per quelli militari. I Democratici e Repubblicani competono infatti nel loro proposito di estirpare il “terrorismo islamico”.

The Path to 9 / 11, una serie di cinque ore della ABC sulla “ricerca di Osama” – che ha fatto il suo debutto il 10 e 11 settembre per ricordare il quinto anniversario degli attentati – casualmente accusa Bill Clinton di essere stato troppo occupato con lo scandalo di Monica Lewinsky per combattere il terrorismo.” Il messaggio del film è che i Democratici abbiano trascurato la “guerra al terrorismo”.

Il nocciolo della questione è che ogni singola amministrazione fin da Jimmy Carter ha sostenuto e finanziato la rete del “terrorismo islamico”, creata durante l’amministrazione Carter all’inizio della guerra sovietico-afgana. (Si veda Michel Chossudovsky, Chi è Osama bin Laden , 12 settembre 2001).

Dove era Osama l’ 11 Settembre?

Ci sono prove che il luogo dove si nascondeva Osama era noto all’amministrazione Bush.

Il 10 settembre 2001, il “Nemico Numero Uno” era in un ospedale militare pakistano a Rawalpindi, con la cortesia dell’ indefettibile alleato dell’America, il Pakistan, come confermato da una relazione di Dan Rather, CBS News. ( Vedi il nostro ottobre 2003 un articolo su questo tema )

Avrebbe potuto essere arrestato in breve tempo e ci avrebbe  ” risparmiato un sacco di guai”, ma poi non avremmo avuto più la leggenda di Osama, che ha alimentato la catena dell’informazione  così come i discorsi di George W., nel corso degli ultimi cinque anni.

Secondo Dan Rather, della CBS, Bin Laden è stato ricoverato in ospedale a Rawalpindi il giorno prima degli attacchi dell’11/9, il 10 settembre 2001.

“Pakistan-L’ Intelligence Pakistana (ISI) ha riferito alla CBS che bin Laden era stato sottoposto ad un intervento di dialisi a Rawalpindi, quartier generale dell’ esercito del Pakistan.

Dan Rather, CBS : Mentre gli Stati Uniti e i loro alleati nella guerra al terrorismo spingono nella caccia ad Osama bin Laden, stasera CBS News ha informazioni in esclusiva su dove era e cosa stava facendo bin Laden nelle ultime ore prima che i suoi seguaci colpissero gli Stati Uniti l’11 settembre.

Questo è il risultato del duro lavoro di giornalismo di inchiesta di un team della CBS News e di uno dei migliori corrispondenti esteri nel settore, Barry Petersen. Ecco la sua relazione.

(Inizio nastro) BARRY PETERSEN, corrispondente della CBS (voce fuori campo): Tutti ricordano cosa è successo l’11 settembre. Qui c’è la storia di ciò che sarebbe potuto accadere la sera prima. Si tratta di un racconto tanto contorto quanto lo è la caccia ad Osama bin Laden.

Alla CBS News è stato riferito che la notte prima dell’ attacco terrorista  dell’11 settembre, Osama bin Laden era in Pakistan. E’ stato sottoposto ad un trattamento medico con il supporto di quei militari che giorni dopo assicurarono il proprio sostegno agli Stati Uniti nella guerra al terrorismo in Afghanistan.

Quella notte, dice una operatrice medica che vuole proteggere la sua identità, è stato trasferito fuori tutto il personale di ruolo nel reparto di urologia e mandata una squadra segreta per sostituirli. Lei dice che era un trattamento per una persona molto speciale. La squadra speciale, ovviamente,non era all’altezza.

“I militari lo avevano circondato,” dice il dipendente dell’ ospedale che non ha voluto riferire la sua identità , “e ho visto il paziente misterioso aiutato a scendere da una macchina. Da quel momento,” dice, “ho visto molte immagini di quell’ uomo. E’ l’ uomo che conosciamo come Osama bin Laden. Ho anche sentito due ufficiali dell’esercito parlare tra di loro. Dicevano che Osama bin Laden doveva essere guardato con attenzione e curato “. Chi conosce bin Laden sostiene che soffra di numerosi disturbi, problemi alla schiena e allo stomaco. Ahmed Rashid, che ha scritto molto sui talebani, afferma che i militari lo hanno aiutato spesso prima dell’ 11/ 9.

(…)

PETERSEN (in video): I medici presso l’ospedale hanno riferito alla CBS News che non vi era niente di speciale quella notte, ma hanno rifiutato la nostra richiesta di vedere tutti registri. I funzionari del governo stasera hanno negato che bin Laden avesse ricevuto assistenza medica quella notte.

(Voce fuori campo): Ma è stato il presidente pachistano Musharraf a dire in pubblico quello che molti sospettavano, cioè che bin Laden soffra di malattie renali, dicendo anche di pensare che oramai stesse per morire. A testimonianza di questo si può guardare questo video più recente, che lo mostra pallido e smunto con la sua mano sinistra che non è mai in movimento. I funzionari dell’amministrazione Bush ammettono di non  sapere se bin Laden è malato o addirittura morto.

Donald Rumsfeld, segretario alla Difesa: Per quanto riguarda la questione della salute di Osama ..io ho….non ne ho alcuna conoscenza.

PETERSEN: gli Stati Uniti non hanno modo di sapere chi nell’esercito pakistano o nei servizi segreti abbia sostenuto i talebani o Osama bin Laden fino alla notte prima dell’11 / 9, organizzando la dialisi per tenerlo in vita. Quindi gli Stati Uniti non possono sapere se quelle stesse persone potrebbero aiutarlo di nuovo, magari per ottenere la libertà.

Barry Petersen, CBS News, Islamabad.

(Fine)

Va osservato che l’ospedale è direttamente sotto la giurisdizione delle Forze Armate del Pakistan, che hanno stretti legami con il Pentagono. I consiglieri militari USA con sede a Rawalpindi collaborarono strettamente con le Forze Armate del Pakistan. Ancora una volta, non si è cercato di arrestare il più noto latitante d’ America, ma forse Bin Laden stava servendo un altro “scopo migliore”. Rumsfeld ha sostenuto all’ epoca di non essere a conoscenza dei fatti riguardanti la salute di Osama. (CBS News, 28 gennaio 2002)

La relazione della CBS è un pezzo fondamentale per la nostra comprensione del 11 / 9.

Si confuta l’affermazione della amministrazione sul fatto che il nascondiglio di bin Laden era sconosciuto. Punta ad un collegamento con il Pakistan, suggerisce una cover-up ai più alti livelli dell’amministrazione Bush.

Dan Rather e Barry Petersen non riescono a trarre le implicazioni del loro rapporto di gennaio 2002. Essi suggeriscono che gli Stati Uniti erano stati deliberatamente indotti in errore dagli agenti dei servizi segreti pakistani. Non riescono a porre la domanda:

Perché l’ amministrazione degli Stati Uniti afferma di non riuscire a trovare Osama?

Se devono attenersi alla loro relazione, la conclusione è ovvia. L’amministrazione sta mentendo. Il rifugio di Osama bin Laden era noto.

Se il rapporto della CBS è accurato e Osama era stato effettivamente ricoverato nell’ospedale militare pakistano il 10 settembre, per gentile concessione dell’ alleato dell’America, o era ancora in ospedale a Rawalpindi l’ 11 settembre, quando si sono verificati gli attacchi o era stato rilasciato dall’ ospedale  nelle ultime ore prima degli attacchi. In altre parole, era noto dove era Osama ai funzionari degli Stati Uniti la mattina del 12 settembre, quando il Segretario di Stato Colin Powell ha avviato negoziati con il Pakistan, al fine di arrestarlo ed estradarlo. Tali negoziati, guidati dal generale Mahmoud Ahmad, capo dei servizi segreti militari del Pakistan per conto del governo del presidente Pervez Musharraf, ebbero luogo il 12 e 13 settembre nell’ufficio del vice segretario di Stato Richard Armitage.

Osama sarebbe potuto essere arrestato in tempi brevi il 10 settembre 2001. Ma allora non avremmo avuto il privilegio di cinque anni di storie su di lui raccontate dai media. L’amministrazione Bush ha disperatamente bisogno della finzione di un “nemico esterno d’America”.

L’ al Qaeda di Osama bin Laden,conosciuta e documentata, è un a costruzione degli apparati di intelligence degli Stati Uniti. La sua funzione essenziale è di dare un volto alla “guerra al terrorismo”. L’immagine deve essere chiara.

Secondo la Casa Bianca, “la nostra più grande minaccia è questa ideologia dell’estremismo violento e il suo più grande sostenitore pubblico è Osama bin Laden. Bin Laden rimane l’obiettivo numero uno, in termini del nostro impegno, ma non è l’unico obiettivo”.-  Recente dichiarazione dell’ Assistente per la Sicurezza Interna della Casa Bianca Frances Townsend, 5 settembre 2006).

La dottrina della sicurezza nazionale si basa sulla finzione dei terroristi islamici, guidati da Osama, che vengono rappresentati come una “minaccia per il mondo civilizzato”. Nelle parole del presidente Bush, “Bin Laden e i suoi alleati terroristi hanno manifestato in modo chiaro le loro intenzioni come Lenin e Hitler prima di loro. La domanda è: potremo ascoltarli? Presteremo attenzione a ciò che questi uomini malvagi dicono? Siamo all’offensiva. Non ci fermeremo. Noi non ci ritiriamo. E non ci ritireremo dalla lotta fino a quando questa minaccia per la civiltà sarà stato rimossa. ” (Citatazione dalla CNN, 5 settembre 2006)

L ‘”inseguimento scottante” ad Osama nelle montagne del Pakistan deve continuare, perché senza di Osama la legittimità della fragile amministrazione Bush crolla come un mazzo di carte.

Inoltre, la ricerca di Osama protegge i veri architetti degli attacchi dell’ 11/9. Mentre non vi è alcuna prova che Al Qaeda sia dietro gli attacchi, come rivelato da numerosi studi e documenti, ci sono sempre maggiori prove della complicità e di copertura fornita dai più alti livelli dello Stato, dall’apparato militare e dai servizi di intelligence.

L’arresto dei presunti complici e sospetti non ha nulla a che fare con la “sicurezza nazionale”. Si crea l’illusione che gli arabi e i musulmani siano dietro gli attentati, manovrando la conduzione di una vera indagine criminale sugli attacchi dell’11 settembre. E ciò con cui abbiamo a che fare e’ la criminalizzazione dei piu’ alti gradi dello Stato.

di: Michel Chossudovsky– Copyright Michel Chossudovsky

LINK: Where was Osama on September 11, 2001?

TRADUZIONE: Cori In Tempesta

Osama Bin Laden è morto…per la nona volta

Quando Obama la scorsa notte ha pronunciato la morte di Osama Bin Laden in un annuncio televisivo ascoltato in tutto il mondo, era almeno il nono capo di stato o funzionario di alto rango ad averlo fatto.

Tenuto conto dei documentati problemi renali di Bin Laden e la conseguente necessità di dialisi, i funzionari governativi, capi di Stato ed esperti di antiterrorismo hanno ripetutamente opinato che Osama Bin Laden era effettivamente morto da diverso tempo.

Nel luglio del 2001, Osama Bin Laden venne trasportato all’ospedale americano di Dubai per i problemi ai reni e secondo fonti di intelligence francesi,  lì c’era anche un addetto locale della CIA. Quando l’agente in seguito si vantò del suo incontro con gli amici, fu prontamente richiamato a Washington.

Alla vigilia dell’11 settembre, Osama Bin Laden si trovava in un ospedale militare pakistano sotto l’occhio vigile dell’ ISI, l’equivalente pakistano della CIA, con profondi legami con la comunità dell’intelligence americana.

Nell’ottobre del 2001, Bin Laden è apparso in un videomessaggio indossando una mimetica militare e il copricapo islamico, con lo sguardo visibilmente pallido e scarno. Nel dicembre del 2001, venne invece rilasciato un altro videotape mostrando il “Re del Terrore” gravemente malato e apparentemente non in grado di muovere il braccio sinistro.

Il 26 dicembre 2001, Fox News riportò un racconto del Pakistan Observer secondo cui i talebani afghani avevano ufficialmente pronunciato la morte di Osama Bin Laden all’inizio dello stesso mese. Secondo il rapporto, il corpo di Osama venne sepolto meno di 24 ore più tardi in una tomba anonima secondo le pratiche del Wahabbismo sunnita. Quello che seguì fu una serie di dichiarazioni da parte di funzionari che affermavano ciò che era già evidente: vivendo presumibilmente nelle grotte e nei bunker nel passaggio montuoso tra l’ Afghanistan e il Pakistan, Osama sarebbe stato privato delle apparecchiature necessarie per le  dialisi.

Il 18 gennaio 2002, il presidente pakistano Pervez Musharraf annunciò senza mezzi termini: “Credo francamente che ora sia morto.”

Il 17 luglio 2002, l’allora capo dell’ antiterrorismo del FBI, Dale Watson, parlando in una conferenza di funzionari di polizia disse ” personalmente penso che [Bin Laden] non sia più con noi,”  aggiungendo che “io non ho alcuna prova a sostegno di questo “.

Nell’ottobre 2002, il presidente afgano Hamid Karzai disse alla CNN che “sono giunto a credere che [Bin Laden] sia probabilmente morto.”

Nel novembre 2005, il senatore Harry Reid, rivelò che gli era stato detto che Osama potrebbe essere rimasto ucciso nel terremoto che colpi’ il Pakistan l’ ottobre di quello stesso anno.

Nel settembre 2006, l’intelligence francese fece trapelare un rapporto che suggeriva la morte di Osama in Pakistan.

Il 2 novembre 2007, l’ex primo ministro pakistano Benazir Bhutto disse a David Frost di Al-Jazeera che lo sceicco Omar aveva ucciso Osama Bin Laden.

Nel marzo 2009, l’ex ufficiale dell’intelligence estera statunitense e professore di relazioni internazionali alla Boston University Angelo Codevilla ha dichiarato: “Tutte le prove suggeriscono che oggi sia più vivo Elvis Presley che Osama Bin Laden”.

Nel maggio 2009, il presidente pakistano Asif Ali Zardari confermò che le sue “controparti nelle agenzie di spionaggio americane„ non avevano sentito nulla da Bin Laden durante questi sette anni e confermò che “non penso che sia vivo.„

Ora nel 2011, il presidente Obama si è aggiunto al mix di persone in posizioni di autorità che hanno pronunciato la morte di Osama Bin Laden. Alcuni potrebbero far notare che nessuna delle precedenti relazioni ha avuto alcuna credibilità, ma come sta emergendo ora che il corpo di Osama è stato sepolto in mare meno di 12 ore dopo la sua morte, senza quindi alcuna possibilità di una conferma indipendente della sua identità, la stessa questione di credibilità deve  essere mossa a questa nuova notizia. A questo punto, l’unica prova che abbiamo riguardo la morte di Osama Bin Laden sono alcune immagini in tv e la parola di un uomo che occupa attualmente l’Ufficio Ovale.

FONTE:  Osama Bin Laden Pronounced Dead… For the Ninth Time

DI: Cori In Tempesta