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Usa, il Pentagono atterra la flotta di F-35 per problemi al motore

di: 

Gli aerei della Lockheed Martin non voleranno fino a che non si sia fatta chiarezza su un guasto a una pala. L’Italia acquisterà 90 esemplari

f35

Una decisione drastica, ma necessaria. Il Pentagono ha scelto ieri sera di lasciare a terra momentaneamente tutti i jet F-35 della sua flotta, fino a quando saranno risolti i problemi riscontrati al motore.

La decisione presa in America è dovuta alla scoperta, durante un’ispezione di routine, di una frattura in una delle pale della turbina del reattore. Un campanello d’allarme importante, segno di una probabile debolezza del pezzo, che potrebbe portare al distacco della pala e dunque alla distruzione del motore stesso dell’aereo.

Il velivolo prodotto dalla Lockheed Martin in collaborazione con aziende dei Paesi che lo acquisteranno torna di nuovo al centro del mirino. Modello dal costo esorbitante, l’F-35 presenta diversi problemi noti agli esperti.

Prima di ieri gli F-35 americani erano stati atterrati a gennaio, dopo che la sonda per il rifornimento in volo di un modello realizzato per i marines – a decollo corto e atterraggio verticale – si era staccata in fase di decollo.

L’Italia ha in programma l’acquisto di 90 esemplari dell’aereo. Trenta di questi saranno del tipo pensato per la marina, sessanta del modello convenzionale. Al momento sono stati effettivamente ordinati tre aerei. Il contratto per altri tre è in via di definizione. Il primo velivolo dovrebbe uscire entro il 2015 dagli impianti piemontesi di Cameri, per entrare in servizio nel 2016.

La Lockheed Martin ha annunciato una serie di verifiche con la Pratt & Whitney, società che si occupa della realizzazione del motore. La pala “fratturata” dell’ F-35 americano è stata inviata all’impianto di Middletown, nel Connecticut.

FONTE: IlGiornale.it

Le radici storiche della guerra segreta USA-NATO contro la Siria

di: Michel Chossudovsky

Il reclutamento degli squadroni della morte fa parte di una ben consolidata agenda militar-spionistica degli Stati Uniti. Degli Stati Uniti, esiste una storia lunga e macabra, di finanziamenti clandestini e di sostegno di brigate del terrore e di omicidi mirati, risalente alla guerra del Vietnam.

Fin dall’inizio del marzo 2011, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno sostenuto la formazione di squadroni della morte e l’incursione di brigate terroristiche in un’impresa attentamente pianificata.Nel momento in cui le forze governative della Siria continuano a contrastare l’auto-proclamatosi “Libero Esercito Siriano” (FSA), le radici storiche della guerra segreta dell’Occidente contro la Siria, che ha prodotto come risultato atrocità senza pari, devono essere pienamente portate alla luce.

Il reclutamento e l’addestramento di brigate del terrore, sia in Iraq che in Siria, sono stati improntati sull’“Opzione Salvador”, un “modello terrorista” per uccisioni di massa da parte di squadroni della morte sponsorizzati dagli Stati Uniti nell’America Centrale.

La sua prima applicazione ha visto la luce in El Salvador, nel periodo di maggior successo della resistenza salvadoregna contro la dittatura militare, con la produzione conseguente di circa 75.000 decessi.

La formazione di squadroni della morte in Siria si fonda sulla storia e l’esperienza delle brigate terroristiche sponsorizzate dagli Stati Uniti in Iraq, secondo il programma di “contro-insurrezione” del Pentagono. 

L’istituzione di squadroni della morte in Iraq

Squadroni della morte sponsorizzati dagli USA sono stati reclutati in Iraq a partire dal 2004-2005 in un’iniziativa lanciata sotto la guida dell’ambasciatore statunitense John Negroponte, inviato a Baghdad dal Dipartimento di Stato nel giugno 2004.

Negroponte era “l’uomo giusto per il lavoro”.

Come ambasciatore degli Stati Uniti in Honduras dal 1981 al 1985, Negroponte aveva svolto un ruolo fondamentale nel sostenere e supervisionare i Contras del Nicaragua di base in Honduras, nonché nel sovrintendere alle attività degli squadroni della morte dell’esercito honduregno.

“Sotto il governo del generale Gustavo Alvarez Martinez, l’amministrazione militare dell’Honduras era una stretta alleata dell’amministrazione Reagan e responsabile della “scomparsa” di decine e decine di oppositori politici attraverso il modo classico degli squadroni della morte.”

Nel gennaio 2005, il Pentagono, confermava che questo era oggetto di valutazione:

La formazione di squadre di azione terroristica di combattenti Curdi e Sciiti per prendere di mira i leader rivoltosi della Resistenza irachena, come risorsa strategica, è stata presa a prestito dalla lotta degli Stati Uniti di 20 anni fa contro i guerriglieri di sinistra nell’America Centrale”.

Sulle linee della cosiddetta “Opzione El Salvador”, elementi armati iracheni e statunitensi sarebbero stati inviati ad assassinare o rapire leader rivoltosi, anche raggiungendoli in Siria, dove alcuni di costoro pensavano di trovarsi al sicuro. … 

Queste squadre di azione avrebbero sollevato notevoli perplessità, e probabilmente per questo sono state tenute segrete.

L’esperienza dei cosiddetti “squadroni della morte” nell’America Centrale rimane ancora per molti una ferita aperta e ha contribuito a macchiare di disonore l’immagine degli Stati Uniti nella regione.

In buona sostanza, l’amministrazione Reagan finanziava e addestrava gruppi di forze nazionaliste per neutralizzare i leader ribelli salvadoregni e i loro simpatizzanti…

In quel periodo, dal 1981 al 1985, John Negroponte, l’ambasciatore usamericano a Baghdad, svolgeva un ruolo di primo piano come ambasciatore in Honduras.

Gli squadroni della morte erano una caratteristica brutale della politica latino-americana del tempo. Nei primi anni ‘80, l’amministrazione del Presidente Reagan finanziava, e contribuiva alla loro formazione, i Contras del Nicaragua con le loro basi in Honduras, con l’obiettivo di spodestare il regime sandinista del Nicaragua.

I Contras venivano equipaggiati con il denaro proveniente da vendite illegali di armi dagli Stati Uniti verso l’Iran, uno scandalo che avrebbe potuto rovesciare il signor Reagan.

L’essenza della proposta del Pentagono in Iraq, … era di seguire questo modello …

Non era chiaro se l’obiettivo principale di queste missioni in Iraq sarebbe stato quello di assassinare i ribelli o di rapirli, per poi interrogarli sotto tortura. Probabilmente, ogni missione in territorio siriano doveva essere effettuata da forze speciali statunitensi.

Nemmeno era chiaro chi avrebbe dovuto assumersi la responsabilità di un tale programma – il Pentagono o la CIA, Central Intelligence Agency. Tali operazioni segrete venivano tradizionalmente gestite dalla CIA, che doveva assicurare come un alibi all’amministrazione al potere l’estraneità delle decisioni, fornendo ai funzionari e ai dirigenti degli Stati Uniti la possibilità di negare la conoscenza delle operazioni stesse.(El Salvador-style ‘death squads’ to be deployed by US against Iraq militants – Times Online, January 10, 2005 – “Squadroni della morte” sul modello El Salvador vengono messi in campo dagli Stati Uniti contro militanti iracheni – Times on-line, 10 gennaio 2005)

Mentre l’obiettivo dichiarato della “Opzione Salvador in Iraq” era di “neutralizzare la ribellione”, in pratica le brigate terroristiche sponsorizzate dagli USA venivano coinvolte in uccisioni sistematiche di civili, al fine di fomentare la violenza settaria fra le fazioni.

A loro volta, la CIA e il servizio britannico MI6 facevano da supervisori delle unità “Al Qaeda in Iraq” impiegate in omicidi mirati direttamente contro la popolazione sciita.

Significativamente, gli squadroni della morte venivano integrati da “consiglieri” sotto copertura appartenenti alle Forze Speciali degli Stati Uniti.

Robert Stephen Ford , successivamente nominato ambasciatore degli Stati Uniti in Siria, faceva parte della squadra di Negroponte a Baghdad nel 2004-2005.

Nel gennaio 2004, era stato inviato come rappresentante degli Stati Uniti presso la città sciita di Najaf, la roccaforte dell’esercito del Mahdi, con cui prendeva contatti preliminari. [Muqtada al-Sadr, politico e religioso iracheno, leader del Movimento Sadrista, nel giugno del 2003 fondava una milizia, denominata Esercito del Mahdi, per combattere le forze di occupazione in Iraq.]

Nel gennaio 2005, Robert S. Ford veniva nominato rappresentante diplomatico Consigliere per gli Affari Politici presso l’ambasciata degli Stati Uniti sotto la guida dell’ambasciatore John Negroponte.

Egli non solo era membro del team più esclusivo, era anche collaboratore stretto di Negroponte nell’impostare l’“Opzione Salvador”. A Najaf, aveva gettato alcune delle basi di questa operazione, prima del suo trasferimento a Baghdad.

A John Negroponte e Robert Stephen Ford veniva affidato il compito del reclutamento degli squadroni della morte iracheni.

Mentre Negroponte coordinava l’operazione dal suo ufficio presso l’ambasciata degli Stati Uniti, Robert S. Ford, che parlava correntemente sia l’arabo che il turco, veniva incaricato di stabilire contatti strategici con gruppi di miliziani sciiti e curdi all’esterno della “Zona Verde”.

[La Zona Verde è il nome più comune che prende la zona internazionale di Baghdad. Si tratta di all’incirca di 10 chilometri quadrati al centro di Baghdad, centro dell’autorità provvisoria della coalizione e centro della presenza internazionale in città. Subito all’esterno di questa zona ve ne è un’altra chiamata Zona Rossa con riferimento a tutto il perimetro rimanente della città di Baghdad, ma anche a tutte quelle aree non protette al di fuori del sito militare.]

Due altri funzionari d’ambasciata, Henry Ensher (vice di Ford) e un funzionario più giovane della sezione politica, Jeffrey Beals, svolgevano un ruolo importante nella squadra nel “trattare con un settore di Iracheni, compresi gli estremisti”. (Vedi The New Yorker, 26 marzo 2007).

Un altro individuo chiave nel team di Negroponte era James Franklin Jeffrey, ambasciatore degli Stati Uniti in Albania (2002-2004). Nel 2010, Jeffrey veniva nominato ambasciatore degli Stati Uniti in Iraq (2010-2012).

Inoltre, Negroponte introduceva nella sua squadra uno dei suoi ex collaboratori, il colonnello James Steele (a riposo), durante il suo periodo d’oro in Honduras:

“Per la messa a punto dell’“Opzione Salvador”, Negroponte si avvaleva dell’assistenza di un suo collega dei tempi d’oro in America Centrale durante gli anni ‘80, il Col. a riposo James Steele.

Steele, il cui titolo a Baghdad era Consigliere per le forze di sicurezza irachene, curava la selezione e la formazione dei membri dell’Organizzazione Badr e dell’Esercito del Mahdi, le due più importanti formazioni di miliziani sciiti in Iraq, allo scopo di prendere di mira la dirigenza e le reti di informazioni di supporto in primo luogo della Resistenza sunnita.

Che questo fosse programmato o no, questi squadroni della morte immediatamente sfuggivano ad ogni controllo, per diventare la principale causa di morte in Iraq.

Intenzionalmente o no, un numero rilevante di corpi torturati e mutilati, che saltavano fuori per le strade di Baghdad ogni giorno, era opera degli squadroni della morte, un prodotto dell’iniziativa di John Negroponte. Ed è questa la violenza settaria, sostenuta segretamente dagli USA, che in gran parte ha portato al disastro infernale, che è l’Iraq di oggi.” (Dahr Jamail, Managing Escalation: Negroponte and Bush’s New Iraq Team, Antiwar.com, Gestire l’escalation: la squadra per il nuovo Iraq di Negroponte e Bush; 7 gennaio 2007)

Secondo il deputato democratico Dennis Kucinich, membro della Camera dei Rappresentanti, il colonnello Steele era il responsabile dell’attuazione di un piano in El Salvador per cui decine di migliaia di Salvadoregni erano “scomparsi” o erano stati assassinati, tra cui l’arcivescovo Oscar Romero e quattro suore statunitensi.

Dopo la sua nomina a Baghdad, il colonnello Steele veniva assegnato ad una unità contro-insurrezionale conosciuta come “Reparto di Polizia Speciale” alle dipendenze del Ministero degli Interni iracheno (vedere ACN, Havana, 14 giugno 2006) 

I rapporti confermano che “l’esercito degli Stati Uniti consegnava molti prigionieri alla Brigata Wolf, il temuto 2° battaglione delle unità speciali del Ministero degli Interni”, e questo avveniva sotto la supervisione del colonnello Steele:

“Militari usamericani, consiglieri statunitensi, stavano in disparte e non facevano nulla, mentre membri della Brigata Wolf picchiavano e torturavano i prigionieri. I commandos del Ministero degli Interni avevano occupato la biblioteca pubblica a Samarra, e la avevano trasformata in un centro di detenzione.

Un’intervista condotta da Maass del New York Times nel 2005 nella prigione improvvisata, accompagnato dal consigliere militare statunitense della Brigata Wolf , Colonnello James Steele, veniva interrotta dalle urla terribili di un prigioniero provenienti dall’esterno.

Steele in precedenza era stato impiegato come consigliere per aiutare a schiacciare una rivolta in El Salvador.”(Ibid)

Un altro personaggio di spicco che ha giocato un ruolo nel programma di contro-insurrezione in Iraq è stato l’ex capo della polizia di New York Bernie Kerik [nella foto: Bernie Kerik alla scuola di polizia di Baghdad scortato da guardie del corpo], nel 2007 incriminato da un tribunale federale sotto l’accusa di 16 gravissimi reati.

All’inizio dell’occupazione dell’Iraq nel 2003, Kerik era stato nominato dall’amministrazione Bush per sovrintendere all’organizzazione e all’addestramento delle forze di polizia irachene.

Durante il breve periodo di servizio in cui nel 2003 assumeva la carica di “ministro ad interim degli Interni”, Bernie Kerik operava per l’organizzazione di unità terroristiche all’interno delle forze di polizia irachene:

“Inviato in Iraq con l’incarico di risistemare le forze di sicurezza irachene, Kerik si auto-nominava ministro degli Interni ad interim dell’Iraq. Consiglieri di polizia britannici lo definivano il “Terminator di Baghdad” (Salon9 dicembre 2004)

Sotto la guida di Negroponte come ambasciatore degli Stati Uniti a Baghdad, si era scatenata un’ondata di uccisioni di civili e di omicidi mirati, sotto copertura. Ingegneri, medici, scienziati e intellettuali furono presi di mira.Lo scrittore ed analista geopolitico Max Fuller ha documentato in dettaglio le atrocità commesse sulla scia del programma contro-insurrezionale sponsorizzato dagli Stati Uniti:

“La comparsa di squadroni della morte diventava assolutamente evidente nel maggio di quest’anno [2005], … decine di corpi venivano ritrovati gettati alla rinfusa … in aree deserte attorno a Baghdad. Tutte le vittime erano ammanettate, bendate e colpite alla testa, e molte di loro portavano anche i segni di essere state brutalmente torturate …

Le prove erano così convincenti che l’Associazione degli Accademici Musulmani (AMS), una delle principali organizzazioni sunnite, rilasciava dichiarazioni pubbliche in cui venivano accusate le forze di sicurezza aggregate presso il Ministero degli Interni e la Brigata Badr, l’ex ala armata del Consiglio Supremo per la Rivoluzione Islamica in Iraq (SCIRI), di stare dietro agli omicidi. Inoltre si accusava anche il Ministero degli Interni di gestire un terrorismo di Stato.” (Financial Times).

I commandos della Polizia e la Brigata Wolf agivano sotto la supervisione del programma statunitense contro-insurrezionale presso il Ministero degli Interni iracheno:

“I commandos della Polizia venivano formati attraverso le sperimentate istruzioni e la supervisione di esperti veterani usamericani, combattenti anti-insurrezionali, e fin dall’inizio conducevano operazioni congiunte con unità di forze speciali degli Stati Uniti, di elite e strettamente segrete.” (ReutersNational Review Online)

…. Una figura chiave nello sviluppo dei commandos Speciali di Polizia eraJames Steele, un ex operativo delle forze speciali dell’esercito degli Stati Uniti, che si era fatto le ossa in Vietnam prima di passare a dirigere la missione militare USA in El Salvador nel pieno della guerra civile di quel paese. …

Un altro collaboratore statunitense era quello Steven Casteel che, come consigliere più anziano degli Stati Uniti presso il Ministero degli Interni iracheno, liquidava le accuse gravi e ben circostanziate delle raccapriccianti violazioni dei diritti umani come “voci e insinuazioni”.

Come Steele, Casteel aveva acquisito una notevole esperienza nell’America Latina, nel suo caso partecipando alla caccia al capo cartello della cocaina Pablo Escobar nelle Guerre alla droga in Colombia degli anni ‘90 …

Il curriculum di Casteel è significativo, perché questo tipo di ruolo di appoggio alla raccolta di informazioni e alla produzione di elenchi di morte è caratteristico del coinvolgimento degli Stati Uniti nei programmi anti-insurrezionali, e costituisce il filo conduttore in quelle che potrebbero sembrare orge casuali, senza alcun collegamento, di ammazzamenti.

Tali genocidi centralmente pianificati sono pienamente coerenti con ciò che sta avvenendo oggi in Iraq [2005] … Essi sono inoltre in linea diretta con quanto poco noi sappiamo dei commandos Speciali di Polizia, che sono stati ritagliati su misura per “fornire al Ministero dell’Interno forze speciali con particolari capacità di attacco”. (US Department of Defense).

In piena sintonia con tale ruolo, il quartier generale dei commandos di Polizia è diventato il fulcro di un comando a livello nazionale, un centro di controllo, di comunicazioni, di operazioni informatiche e di intelligence, per gentile concessione degli Stati Uniti. (Max Fuller, op. cit.)

Questo lavoro impostato dalle fondamenta da Negroponte nel 2005 veniva pienamente realizzato sotto il suo successore, l’ambasciatore Zalmay Khalilzad.

Robert Stephen Ford garantiva la continuità del progetto, prima di venire nominato ambasciatore degli Stati Uniti in Algeria nel 2006, così come al suo ritorno a Baghdad come vice Capo Missione nel 2008.

Operazione “Syrian Contras”: “Imparare la lezione dall’esperienza irachena!”

La macabra versione irachena dell’“Opzione Salvador” sotto la guida dell’ambasciatore John Negroponte è servita come “modello di comportamento” per la creazione dei Contras del “Libero Esercito Siriano”.  Senza dubbio, Robert Stephen Ford è stato coinvolto nella realizzazione del progetto per la formazione dei Contras siriani, considerata la sua riassegnazione a Baghdad nel 2008, come vice Capo Missione. L’obiettivo in Siria consisteva nel creare divisioni tra fazioni, tra Sunniti, Alawiti, Sciiti, Curdi, Drusi e Cristiani.

Mentre il contesto in Siria è completamente diverso da quello in Iraq, esistono analogie sorprendenti per quanto riguarda le procedure con cui sono stati condotti omicidi e atrocità.

Un articolo pubblicato da Der Spiegel riguardante le atrocità commesse nella città siriana di Homs conferma un processo settario per organizzare omicidi di massa ed esecuzioni extragiudiziali paragonabili a quelli condotti dagli squadroni della morte in Iraq, con il pieno appoggio degli Stati Uniti. Gli abitanti di Homs sono stati regolarmente classificati come “prigionieri” (Sciiti, Alawiti) e “traditori”. I “traditori” sono quei civili Sunniti, all’interno dell’area urbana occupata dai ribelli, che esprimono il loro dissenso o la loro opposizione alle regole del terrore del Libero Esercito Siriano (FSA): 

““Dalla scorsa estate [2011], abbiamo giustiziato poco meno di 150 uomini, che rappresentano circa il 20 per cento dei nostri prigionieri”, afferma Abu Rami…Ma i carnefici di Homs sono stati più impegnati con i traditori all’interno delle loro stesse fila che con i prigionieri di guerra. “Se catturiamo un Sunnita che fa la spia, o se un cittadino tradisce la rivoluzione, noi facciamo in fretta”, sottolinea il combattente.

Secondo Abu Rami, la “brigata della sepoltura” di Hussein ha messo a morte tra i 200 e 250 traditori dall’inizio dell’insurrezione.”

(Der Spiegel,  30 marzo 2012)

L’ambasciatore Robert Stephen Ford ad Hama (Siria Centrale) all’inizio del luglio 2011

Il progetto ha richiesto un programma iniziale di reclutamento e di addestramento di mercenari.

Le squadre della morte, che comprendono unità salafite di Libanesi e Giordani, sono entrate in Siria attraverso il confine meridionale con la Giordania, a metà marzo 2011.

Gran parte dell’operazione era già in atto prima dell’arrivo di Robert Stephen Ford a Damasco nel mese di gennaio 2011. La nomina di Ford come ambasciatore in Siria veniva annunciata all’inizio del 2010. Le relazioni diplomatiche erano state interrotte nel 2005, dopo l’assassinio di Rafick Hariri, che Washington imputava alla Siria. Ford arrivava a Damasco appena due mesi prima dell’inizio della rivolta. 

Il Libero Esercito Siriano (FSA)

Washington e i suoi alleati hanno replicato in Siria le caratteristiche essenziali dell’“Opzione Salvador per l’ Iraq”, il che ha consentito la creazione del Libero Esercito Siriano (FSA) e delle sue varie fazioni terroristiche, tra cui Al Qaeda affiliata alla brigata Al Nusra, (la brigata salafita più nota e più osannata, composta da Siriani e stranieri jihadisti, che hanno già operato in Iraq e Afghanistan).

Mentre nel giugno 2011 veniva annunciata la creazione del Libero Esercito Siriano, il reclutamento e la formazione di mercenari stranieri erano stati avviati in un periodo ben precedente.

Per molti aspetti, il Libero Esercito Siriano è una cortina fumogena.

È stato sostenuto dai media occidentali che questo Esercito rappresenta in buona sostanza e per certo un’entità militare formatasi come risultato di diserzioni di massa delle forze governative. Tuttavia, il numero di disertori non è stato né significativo, né sufficiente per costituire una struttura militare coerente con le funzioni di comando e di controllo.

Il Libero Esercito Siriano non è una struttura militare professionale, piuttosto si tratta di una rete a maglie larghe di distinte brigate terroristiche, che a loro volta sono costituite da numerose cellule paramilitari che operano in diverse parti del paese. Ciascuna di queste organizzazioni terroristiche opera indipendentemente.

Il Libero Esercito Siriano non esercita effettivamente funzioni di comando e di controllo, nemmeno funge da collegamento fra queste diverse entità paramilitari. Queste ultime sono controllate da agenti delle forze speciali e di intelligence, supportati dagli Stati Uniti e dalla NATO ed incorporati nei ranghi di determinate formazioni terroristiche.

Questi elementi di forze speciali, altamente addestrati, molti di loro sono dipendenti di compagnie private di sicurezza, sul terreno sono regolarmente in contatto con unità di comando militari e di intelligence degli USA-NATO e alleati.

Queste forze speciali incorporate sono anche coinvolte, senza dubbio, negli attentati dinamitardi attentamente pianificati contro edifici governativi, strutture militari, ecc.

Gli squadroni della morte sono costituiti da mercenari reclutati ed addestrati dagli Stati Uniti, dalla NATO e dai loro alleati del Consiglio di Cooperazione del Golfo Persico (GCC).

Essi stanno sotto la direzione di forze speciali alleate (tra cui forze speciali dello Special Air Service britannico e dei paracadutisti francesi), e di società private di sicurezza sotto contratto della NATO e del Pentagono.

A questo proposito, rapporti confermano l’arresto da parte del governo siriano dai 200 ai 300 dipendenti di compagnie private di sicurezza , integrati nelle schiere dei rivoltosi.

La Brigata Jabhat Al Nusra

La Brigata Al Nusra – che si dice essere affiliata ad Al Qaeda – è descritta come il più efficace gruppo di “opposizione” di ribelli combattenti, responsabile di molti degli eclatanti attacchi dinamitardi.

Raffigurata come un nemico degli Stati Uniti (nella lista del Dipartimento di Stato delle organizzazioni terroristiche), le operazioni di Al Nusra portano tutti i tratti distintivi della formazione paramilitare addestrata dagli Stati Uniti alle tattiche terroristiche.

Le atrocità commesse contro i civili da parte di Al Nusra sono simili a quelle realizzate dagli squadroni della morte sponsorizzati in Iraq dagli Stati Uniti. 

Queste le espressioni del leader di Al Nusra Abu Adnan ad Aleppo:

“Tra i suoi componenti, Jabhat al-Nusra conta su Siriani veterani della guerra in Iraq, uomini che sul fronte della lotta in Siria portano competenze – in particolare la fabbricazione di ordigni esplosivi improvvisati (IED).”

Come in Iraq, sono state attivamente promosse la violenza tra fazioni e la pulizia etnica.

In Siria, le comunità alawite, sciite e cristiane sono divenute il bersaglio degli squadroni della morte sponsorizzati dagli USA-NATO. Le comunità alawita e cristiana sono gli obiettivi principali del programma di omicidi mirati.

Questo viene confermato dall’Agenzia di stampa del Vaticano:

“I Cristiani di Aleppo sono vittime di morte e distruzione a causa dei combattimenti che da mesi stanno martoriando la città. I quartieri cristiani, negli ultimi tempi, sono stati colpiti dalle forze ribelli che combattono contro l’esercito regolare, e questo ha provocato un esodo di civili.

Alcuni gruppi dell’opposizione più rigida, inclusi anche gruppi jiahadisti, sparano sulle case e gli edifici dei Cristiani, per costringere gli occupanti a fuggire e poi prenderne possesso [pulizia etnica]

(Agenzia Fides. Vatican News, 19 ottobre 2012)

“I militanti salafiti sunniti – dice il Vescovo – continuano a commettere crimini contro i civili, o a reclutare combattenti con la forza. Gli estremisti fanatici Sunniti stanno combattendo una guerra santa mossi da arroganza, in particolare contro gli Alawiti. Quando i terroristi cercano di controllare l’identità religiosa di un sospetto, gli chiedono di citare le genealogie risalenti fino a Mosè. E gli chiedono di recitare preghiere che gli Alawiti hanno rimosso. Gli Alawiti non hanno alcuna possibilità di uscirne vivi.”(PA) (Agenzia Fides, 4 giugno 2012)

I rapporti confermano l’affluenza in Siria di squadroni della morte salafiti ed affiliati ad Al Qaeda, nonché di brigate sotto gli auspici dei Fratelli Musulmani, fin dall’inizio della rivolta nel marzo 2011.

Inoltre, secondo fonti dell’intelligence israeliana, questo è stato avviato e promosso dalla NATO e dall’Alto Comando Turco, e fa ricordare l’arruolamento di Mujahideen per impegnarli nella jihad (guerra santa) della CIA all’apogeo della guerra sovietico-afghana:

“È in atto una campagna per arruolare migliaia di volontari musulmani nei paesi del Medio Oriente e nel mondo musulmano, e portarli a combattere a fianco dei ribelli siriani. L’esercito turco avrebbe ospitato questi volontari, li avrebbe addestrati e avrebbe assicurato il loro passaggio in Siria.” (DEBKAfile“la NATO fornisce ai ribelli armi anti-carro”, 14 agosto 2011)

Le Compagnie private di sicurezza e il reclutamento di mercenari

Secondo informazioni ben documentate, nel reclutamento e nell’addestramento dei mercenari sono coinvolte compagnie private di sicurezza straniere, che operano negli Stati del Golfo.

Anche se non destinate al reclutamento di mercenari specificamente diretti contro la Siria, la documentazione sottolinea la creazione di campi di addestramento nel Qatar e negli Emirati Arabi Uniti (UAE).

Nella città militare di Zayed (Emirati Arabi Uniti), “sta formandosi un esercito segreto” , gestito da Xe Services, ex Blackwater. [La Blackwater Worldwide, già conosciuta come Blackwater USA e Xe Services LLC, dal dicembre 2011, come Academi, è una compagnia militare privata fondata nel 1997.]

L’accordo con gli Emirati Arabi Uniti per stabilire un campo militare per la formazione di mercenari è stato firmato nel luglio 2010, nove mesi prima dello scatenarsi delle guerre in Libia e in Siria.

Secondo recenti sviluppi, società di sicurezza sotto contratto con la NATO e il Pentagono sono impegnate nell’addestramento di squadroni della morte di “oppositori” sull’uso di armi chimiche:

“Gli Stati Uniti e alcuni loro alleati europei stanno utilizzando contractor di difesa per addestrare ribelli siriani su come proteggere scorte di armi chimiche in Siria, – questo hanno riferito alla CNN Sunday un alto ufficiale degli Stati Uniti e diversi autorevoli diplomatici.” (CNN Report, 9 dicembre 2012)

I nomi delle società interessate non sono stati rivelati.

In gran segreto, al Dipartimento di Stato degli Stati Uniti

Robert Stephen Ford  ha fatto parte di un gruppo ristretto inserito nella squadra del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, che curava il reclutamento e la formazione di brigate terroristiche, in collaborazione con Derek Chollet eFrederic C. Hof, un ex socio in affari di Richard Armitage, che ricopriva l’incarico di “coordinatore speciale per la Siria” degli USA.

Derek Chollet è stato recentemente nominato alla carica di sottosegretario alla Difesa per gli Affari della Sicurezza Internazionale (ISA).

Questa squadra operava sotto la guida dell’(ex) sottosegretario di Stato per gli Affari nel Vicino Oriente, Jeffrey Feltman.

Il gruppo di Feltman era in stretto collegamento con il processo di reclutamento e di addestramento di mercenari provenienti dalla Turchia, Qatar, Arabia Saudita e Libia (per …gentile concessione del regime post-Gheddafi, che ha spedito un gruppo di 600 combattenti islamici libici (LIFG) in Siria, via Turchia, nei mesi successivi al crollo del settembre 2011 del governo di Gheddafi).

Il sottosegretario di Stato Feltman era in contatto anche con il ministro degli Esteri saudita, principe Saud al-Faisal, e con il ministro degli Esteri del Qatar, sceicco Hamad bin Jassim.

Era anche a capo di un ufficio situato a Doha (capitale del Qatar) per un “coordinamento della sicurezza speciale” rispetto alla questione della Siria, che comprendeva rappresentanti di agenzie di intelligence occidentali, dei Paesi del Golfo e anche un rappresentante della Libia.

Faceva parte di questo gruppo il principe Bandar bin Sultan, un membro importante e controverso dei servizi di spionaggio dell’Arabia Saudita. (Vedi Press Tv,  12 maggio 2012).

Nel giugno 2012, Jeffrey Feltman(nell’immagine) veniva nominato Sottosegretario generale per gli Affari politici dell’ONU, una posizione strategica che, in pratica, consiste nel fissare l’agenda delle Nazioni Unite (per conto di Washington) in merito alle questioni relative alla “Risoluzione dei Conflitti” nei diversi “punti geopolitici caldi” di tutto il mondo (tra cui Somalia, Libano, Libia, Siria, Yemen e Mali).

Per amara ironia, i paesi oggetto della “Risoluzione dei Conflitti” sono proprio quelli che sono il bersaglio delle operazioni segrete degli Stati Uniti!

In collaborazione con il Dipartimento di Stato USA, la NATO ed i loro manutengoli dei Paesi del Golfo di Doha e Riyadh, Feltman è l’uomo di Washington che sta alle spalle dell’inviato speciale dell’ONU, Lakhdar Brami, per una “Proposta di Pace” in Siria

Nel frattempo, mentre aderiscono a questa iniziativa di pace delle Nazioni Unite, gli Stati Uniti e la NATO hanno accelerato il processo di reclutamento e di addestramento di mercenari, in risposta alle gravi perdite subite in Siria dalle forze ribelli di “opposizione”..

Gli Stati Uniti hanno proposto che la “fine del gioco” in Siria non coincida con un cambio di regime, ma con la distruzione della Siria come Stato Nazione.

Il dispiegamento di squadroni della morte di “oppositori”, con il mandato di uccidere civili fa parte di questa impresa criminale.

Il terrorismo dal “Volto Umano” è sorretto dal Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani.

Le atrocità commesse dagli squadroni della morte USA-NATO sono con troppa superficialità addossate al governo della Siria.

L’“obiettivo indicibile” di Washington consiste nella disgregazione della Siria come nazione sovrana – secondo linee di separazione etniche e religiose – in varie, distinte e politicamente “indipendenti” entità.

Note e riferimenti:

El Salvador-style “death squads” to be deployed by US against Iraq militants –

“Squadroni della morte” modello El Salvador da schierarsi contro militanti in Iraq da parte degli Stati Uniti ; Nota editoriale di Global Research

Questo articolo, pubblicato su The Times all’inizio del 2005, rende nota la strategia di Washington di squadroni della morte in Iraq, sponsorizzati dagli USA. Con John Negroponte, ora al timone degli apparati di intelligence degli Stati Uniti, questa strategia è ora …

IRAQ: Thousands killed by government death squads

IRAQ: migliaia sono gli ammazzati dagli squadroni della morte governativi

Faik Bakir, direttore dell’obitorio di Baghdad, ha lasciato l’Iraq temendo per la sua vita dopo aver segnalato che più di 7000 persone sono state uccise dagli squadroni della morte del ministero degli Interni iracheno negli ultimi mesi… “The Salvador Option For Syria”: US-NATO Sponsored Death Squads Integrate “Opposition Forces”

“L’Opzione Salvador per la Siria”: squadroni della morte sponsorizzati dagli USA-NATO incorporano “Forze di opposizione”

Modellata sulle operazioni segrete degli Stati Uniti in America Centrale, l’“Opzione Salvador per l’Iraq” del Pentagono, avviata nel 2004, è stata posta in atto sotto la guida dell’Ambasciatore degli Stati Uniti in Iraq John Negroponte (2004-2005) …

7,000 Sunnis killed by Death Squads?

 7.000 Sunniti uccisi dagli squadroni della morte?

Sì, questo è ciò che Faik Bakir, direttore dell’obitorio di Baghdad, ha dichiarato al quotidiano The Guardian.

Settemila Sunniti sono stati uccisi dagli squadroni della morte programmati, finanziati, gestiti, e completamente incorporati nel ministero dell’Interno iracheno…

LINK: Terrorism with a “Human Face”: The History of America’s Death Squads

Traduzione di: Curzio Bettio

Fonte: http://www.tlaxcala-int.org

 

Una “bomba Tsunami” testata al largo della Nuova Zelanda

tsunami

di: Jonathan Pearlman – The Telegraph -

Con  nota  di  Megachip  in  coda  all’articolo

SYDNEY – Gli Stati Uniti e la Nuova Zelanda hanno condotto test segreti su una “bomba tsunami” progettata per distruggere le città costiere utilizzando esplosioni sottomarine per innescare enormi onde di marea.  I test furono effettuati nelle acque circostanti la Nuova Caledonia e Auckland durante la seconda guerra mondiale e dimostrarono che l’arma era fattibile e che una serie di dieci grandi esplosioni in mare darebbero potenzialmente origine a uno tsunami alto dieci metri in grado di inondare una piccola città.

L’operazione top secret, nome in codice “Progetto Seal”, servì a testare questo dispositivo da fine del mondo come un possibile rivale della bomba nucleare.

Circa 3.700 bombe sono state esplose durante gli esperimenti, dapprima in Nuova Caledonia e poi nella penisola di Whangaparaoa, vicino a Auckland. I piani sono venuti alla luce nel corso della ricerca di un autore e regista neozelandese, Ray Waru, che ha esaminato i documenti militari sepolti negli archivi nazionali.

«Presumibilmente, se la bomba atomica non avesse funzionato altrettanto bene quanto ha fatto, avremmo “tsunamizzato” le popolazioni», ha affermato Waru.

«È stato assolutamente stupefacente. Prima di tutto il fatto che qualcuno se ne fosse uscito con l’idea di sviluppare un’arma di distruzione di massa basata su uno tsunami … e poi che la Nuova Zelanda sembra averla sviluppata con successo fino al punto in cui avrebbe potuto funzionare».

Il progetto fu lanciato nel giugno 1944, dopo che un ufficiale navale USA, E.A. Gibson, notò che le operazioni di brillamento per eliminare le barriere coralline intorno a isole del Pacifico producevano talvolta una grande onda, facendo sorgere la possibilità di creare una “bomba tsunami”.

Waru ha sostenuto che il test iniziale fu positivo, ma il progetto fu poi accantonato all’inizio del 1945, sebbene le autorità della Nuova Zelanda abbiano continuato a produrre relazioni sulle sperimentazioni fino agli anni cinquanta. Gli esperti avevano concluso che le singole esplosioni non erano abbastanza potenti mentre una bomba tsunami ben riuscita avrebbe richiesto circa 2 milioni di chilogrammi di esplosivo disposti in linea a circa cinque miglia dalla costa.

«Se lo si mettesse in un film di James Bond lo si vedrebbe come una fantasia, ma era invece una cosa reale», ha dichiarato.

«Mi sono imbattuto sul rapporto soltanto perché lo stavano ancora vagliando, quindi era parcheggiato sulla scrivania di qualcuno [presso gli archivi].»

Quarant’anni dopo il test congiunto, la Nuova Zelanda aveva fatto fronte a un collasso spettacolare dei suoi legami di sicurezza con gli Stati Uniti dopo che aveva vietato l’ingresso di navi con armi nucleari nel suo territorio, nel corso degli anni ottanta. La controversia portò gli Stati Uniti a degradare le loro relazioni con la Nuova Zelanda dal livello di “alleato” a quello di “amico”.

Nel suo nuovo libro Secrets and Treasures, Waru rivela altre insolite scoperte provenienti dagli archivi, comprese le registrazioni del Dipartimento della Difesa su migliaia di avvistamenti di oggetti volanti non identificati da parte di cittadini, personale militare e piloti commerciali.

Alcuni dei resoconti sulle luci in movimento nel cielo includono disegni di dischi volanti, descrizioni di alieni che indossano maschere da “faraone” e presunti esempi di scrittura extraterrestre.

Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.

Fonte:http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/australiaandthepacific/newzealand/9774217/Tsunami-bomb-tested-off-New-Zealand-coast.html

Nota di Megachip

Un riferimento agli esperimenti al largo della Nuova Zelanda citati nell’articolo di The Telegraph è contenuto anche nel saggio del generale Fabio Mini intitolato «Owning The Weather: la guerra ambientale è già cominciata», pubblicato su sulla rivista Limes n° 6-2007.

L’F-35 spareggia il bilancio

di: Manlio Dinucci

Una schiacciante maggioranza bipartisan (salvo l’Idv), modificando l’art. 81 della Costituzione, ha fatto dell’Italia una repubblica fondata sul pareggio di bilancio, in cui la sovranità appartiene al mercato. Lo Stato, recita il nuovo testo, assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi del ciclo economico. C’è però un problema: come si fa ad assicurare l’equilibrio se si decide una spesa senza sapere a quanto ammonta?

La domanda va girata agli onorevoli che hanno approvato la modifica della Costituzione, perché sono gli stessi che hanno approvato l’acquisto dei caccia statunitensi F-35. Senza sapere quanto sarebbero venuti a costare.

Hanno prima creduto (o fatto finta di credere) agli imbonitori della Lockheed che parlavano di 65 milioni di dollari per aereo. Ma c’era il trucco: era il prezzo dell’aereo «nudo», senza neppure il motore. Hanno poi creduto (o fatto finta di credere), gli onorevoli, al ministro della difesa Di Paola, il maggiore sostenitore dell’F-35: in parlamento ha raccontato che ogni caccia costerà un’ottantina di milioni di dollari, ma ci si aspetta che la cifra sia sempre più bassa. E quando il governo Monti ha deciso di «ricalibrare» l’acquisto degli F-35 da 131 a 90, gli onorevoli hanno gioito per il risparmio così ottenuto. Anch’esso non quantificabile, restando nelle nuvole il costo reale del caccia. Qualche paese però (non certo l’Italia) si è mosso per fare luce sul mistero. In Canada una società di servizi professionali è stata incaricata di stimare i costi di una flotta di 65 F-35. Per l’acquisto è prevista una cifra di 9 miliardi di dollari (137 milioni ad aereo), cui si aggiunge una spesa operativa di oltre un miliardo di dollari annui. Particolare ignorato dai nostri onorevoli: i caccia vengono acquistati non per esporli come modellini, ma per farli volare. Sulla falsariga della stima fatta in Canada si può dedurre che, per mantenere operativi 90 F-35, si spenderà almeno un miliardo e mezzo di dollari annui. Altri miliardi si dovranno spendere per gli ammodernamenti e per sistemi d’arma sempre più sofisticati. Per non parlare di quanto costerà, in termini economici, impegnare gli F-35 in azioni belliche, tipo quella dell’anno scorso contro la Libia. Il velo di mistero comincia quindi a squarciarsi. Tanto che, in Italia, lo stesso Segretario generale della difesa ammette che il costo dei primi F-35 sarà più del doppio rispetto agli 80 milioni annunciati. Per di più l’Italia acquisterà, oltre a 60 caccia a decollo convenzionale, 30 a decollo corto e atterraggio verticale, molto più costosi. Nel bilancio 2013 del Pentagono si prevede un costo unitario di 137 milioni, ma si tratta sempre dell’aereo «nudo» che, una volta dotato di motore, avionica e armi, costerà almeno il doppio. Dati più precisi, ma non completi. Come ammette lo stesso segretario della difesa, in 11 anni il costo del programma F-35 è aumentato a una media giornaliera di 40 milioni di dollari. Restare nel programma significa quindi firmare un assegno in bianco, la cui cifra continuerà a lievitare. Non c’è però da preoccuparsi: il pareggio di bilancio, ormai nella Costituzione, sarà assicurato coprendo la spesa per gli F-35 con le entrate, derivanti da nuove tasse e altri tagli alla spesa pubblica.

Il Manifesto 

Obama la preferisce coperta

di: Manlio Dinucci

Al presidente Obama non piace la guerra. Non perché è premio Nobel per la pace, ma perché l’azione bellica aperta scopre le carte della strategia statunitense e degli interessi che ne sono alla base. Ha quindi varato un grande piano che, scrive il Washington Post, «riflette la preferenza della sua amministrazione per lo spionaggio e l’azione coperta piuttosto che per l’uso della forza convenzionale». Esso prevede di ristrutturare e potenziare la Dia (Agenzia di intelligence della difesa), finora concentrata sulle guerre in Afghanistan e Iraq, così che possa operare su scala globale quale «agenzia di spionaggio focalizzata sulle minacce emergenti, più strettamente collegata con la Cia e le unità militari d’élite».

Il primo passo sarà quello di aumentare ulteriormente l’organico della Dia che, raddoppiato nell’ultimo decennio, comprende circa 16.500 membri. Verrà formata «una nuova generazione di agenti segreti» da inviare all’estero. Del loro addestramento si occuperà la Cia nel suo centro in Virginia, noto come «la Fattoria», dove si allevano agenti segreti: per quelli della Dia, che oggi costituiscono il 20% degli allievi, saranno creati nuovi posti. La sempre più stretta collaborazione tra le due agenzie è testimoniata dal fatto che la Dia ha adottato alcune delle strutture interne della Cia, tra cui una unità chiamata «Persia House», che coordina le operazioni segrete all’interno dell’Iran. I nuovi agenti Dia frequenteranno quindi un corso di specializzazione presso il Comando delle operazioni speciali. Esso è specializzato, oltre che nell’eliminazione di nemici, in «guerra non-convenzionale» condotta da forze esterne appositamente addestrate; in «controinsurrezione» per aiutare governi alleati a reprimere una ribellione; in «operazioni psicologiche» per influenzare l’opinione pubblica così che appoggi le azioni militari Usa. Terminata la formazione, i nuovi agenti Dia, all’inizio circa 1.600, saranno assegnati dal Pentagono a missioni in tutto il mondo. A fornire loro false identità ci penserà il Dipartimento di stato, immettendone una parte nelle ambasciate. Ma, poiché esse sono affollate di agenti della Cia, agli agenti Dia saranno fornite altre false identità, tipo quella di accademico o uomo d’affari. Gli agenti Dia, grazie al loro background militare, sono ritenuti più idonei a reclutare informatori in grado di fornire dati di carattere militare, ad esempio sul nuovo caccia cinese. E il potenziamento del loro organico permetterà alla Dia di allargare la gamma degli obiettivi da colpire con i droni e con le forze speciali. Questo è il nuovo modo di fare la guerra, che prepara e accompagna l’attacco aperto con l’azione coperta per minare il paese all’interno, come è avvenuto in Libia, o per farlo crollare dall’interno, come si tenta di fare con la Siria. In questa direzione va la ristrutturazione della Dia, varata dal presidente Obama. Non si sa se il neo-candidato premier Pier Luigi Bersani, grande estimatore di Obama, si sia già complimentato con lui. Intanto è andato in Libia per «riprendere il filo di una presenza forte dell’Italia nel Mediterraneo». Il filo della guerra contro la Libia, cui l’Italia ha partecipato sotto comando Usa. Mentre Bersani gioiva, esclamando «alla buon’ora».

IlManifesto

Meno male che Barack c’è

obama elezioni 2012

di: Manlio Dinucci

I laboratori militari Usa hanno forse inventato una sostanza che, sparsa nell’aria, fa perdere la memoria. Ciò spiega perché tante voci della sinistra si sono unite all’inno a Barack levatosi da un vasto coro multipartisan, felice perché «Obama ce l’ha fatta». Cancellata l’idea che possa esistere un mondo diverso da quello capitalista, l’unica prospettiva resta quella del meno peggio. Ma siamo sicuri che Obama rappresenti il meno peggio? Durante la sua amministrazione – documenta il New York Times in base ai dati ufficiali – «le disparità di reddito negli Usa sono salite ai livelli più alti dalla Grande Depressione».

Dopo aver provocato con speculazioni finanziarie la crisi del 2008, tamponata dal governo con centinaia di miliardi di dollari riversati dalle casse pubbliche in quelle delle banche, 1’1% più ricco si è accaparrato il 93% dei guadagni della ripresa. E i superricchi (lo 0,01% della popolazione) hanno quadruplicato il loro reddito. L’aumento delle tasse ai ricchi, che Obama ha promesso indossando in campagna elettorale i panni di Robin Hood, sarà molto relativo. Lo conferma il boom di acquisti, a Manhattan, di superattici da 10 milioni di dollari e più. Allo stesso tempo, negli Usa, proliferano le «tent cities», tendopoli abitate soprattutto da famiglie della middle-class le cui case sono state requisite dalle banche creditrici. Sui settori più disagiati ricadrà il taglio della spesa pubblica, previsto in 1.200 miliardi di dollari in dieci anni. Peggiorerà ancora la scuola pubblica, già dissanguata dai tagli (ma ciò non preoccupa Obama, che manda le figlie in costosi istituti privati). Resterà precaria per la maggioranza l’assistenza sanitaria: la tanto sbandierata riforma è un lucroso business per le grandi compagnie assicurative, che ricevono centinaia di miliardi per fornire assistenza sanitaria in base a meccanismi che lasciano, però, molti senza cure adeguate. Per di più, i fondi di Medicare (l’assistenza agli anziani) saranno tagliati di 11 miliardi di dollari nel 2013. Né hanno molto da sperare gli oltre 50 milioni di cittadini, tra cui 17 milioni di bambini, in condizione di «insicurezza alimentare», ossia senza abbastanza cibo per mancanza di denaro, aumentati durante l’amministrazione Obama dal 12% a oltre il 16% della popolazione. Hanno invece molto da sperare i capi del Pentagono e gli azionisti delle industrie belliche. Con alla Casa bianca un Premio Nobel per la pace, la spesa militare Usa è salita a oltre 700 miliardi di dollari, circa la metà di quella mondiale. Così il Pentagono può mantenere «forze militari pronte a concentrarsi sia nelle guerre attuali, sia nei potenziali futuri conflitti». Il modello è la guerra alla Libia, che gli Usa adottano per cercare di disgregare altri stati, tra cui Siria e Iran, che ostacolano la loro avanzata nella regione Asia/Pacifico. Una guerra sempre più segreta, condotta con forze speciali e droni, in cui il presidente stesso redige la «kill list» comprendente persone di tutto il mondo che, giudicate nocive per gli Stati uniti, sono condannate segretamente a morte. E mentre Michelle Obama promuove la campagna «Thank an American Hero», inviando cartoline ai militari in guerra, nel Salento le dedicano un olivo millenario, simbolo di pace.

IlManifesto.it

Breve ma veridica storia del Muos

di: Pietrangelo Buttafuoco

Breve ma veridica storia del Muos. Il Mobile User Objective System è un potentissimo sistema di comunicazione militare di ultima generazione messo a punto dal dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Una centrale Muos è in costruzione proprio nella riserva naturale “Sugherata” di Niscemi in provincia di Caltanissetta. In Sicilia, dunque. L’impianto sarebbe costituito da torri radio e antenne dal diametro di 18,4 metri e dall’altezza di 149 e servirà a gestire centri d’intelligence, radar, velivoli senza pilota, missili da crociera, cacciabombardieri e altri strumenti di guerra non guerreggiata.

Proprietà degli Stati Uniti naturalmente.

Il Muos nasce da un patto bilaterale tra Italia e Usa del 2001 con il governo Berlusconi, ratificato nel 2006 dal governo Prodi che ha dato mandato alla regione siciliana di occuparsi dei nulla-osta necessari a un’area in cui vige l’assoluto divieto di edificazione. Il Muos è una mostruosità; è pericoloso per l’ambiente ed è pericoloso per la salute dell’uomo. Ma, soprattutto, completa la colonizzazione militare americana della Sicilia, sarà lo strumento con cui si condurranno le future operazioni di guerra, quelle che avranno come protagonisti gli aerei senza pilota e i missili telecomandati a distanza, che partiranno in buona parte dalla grande base aerea siciliana di Sigonella.

Il 6 ottobre scorso nel pieno delle proteste dei cittadini di Niscemi, la procura di Caltagirone aveva ordinato il sequestro dei cantieri dei lavori del Muos per violazione delle norme ambientali. Però, giusto qualche giorno fa, il tribunale della Libertà di Catania ha annullato il decreto e ha dato di nuovo il via ai lavori.

Il progettino innocente degli Usa comprende quattro impianti Muos in tutto il mondo. Uno in Australia, uno in Virginia, uno nelle isole Hawaii e uno in Sicilia, appunto. A parte Niscemi, le altre tre basi sono dislocate in zone desertiche.

Dalla Sicilia sono passati in tanti e tutti dovranno passarci. I greci vi hanno inventato la dialettica, i latini vi hanno ambientato il mito, gli arabi i colori e la conversazione, i Normanni la grandezza. Gli americani no, loro nella Sicilia ci vedono solo un deserto. Unici a non ascoltare e capire la ninfa Aretusa: “Sicaniam peregrina colo, sed gratior omni haec mihi terra solo est”. La Sicilia la abito da straniera, ma mi è più cara di qualunque altra terra. Detto ciò, non c’è giornale in Italia che racconti la storia del Muos.

Fonte: IlFoglio.it

 

Libia: petrolio rosso sangue

di: Manlio Dinucci

È uscito il secondo episodio di «Humanitarian War», famosa fiction washingtoniana sulla Libia. Ecco il trailer: aiutati i libici a liberarsi dal feroce dittatore, i buoni, guidati dall’eroico Chris, continuano ad aiutarli con uguale disinteresse; ma i cattivi – i terroristi ancora annidati nel paese – uccidono Chris che «rischiava la vita per aiutare il popolo libico a costruire le fondamenta di una nuova e libera nazione» (Hillary Clinton) e, «fatto particolarmente tragico, lo uccidono a Bengasi, città che aveva aiutato a salvare» (Barack Obama); il Presidente invia una «forza di sicurezza» in Libia, ma sono gli abitanti di Bengasi, scesi spontaneamente in piazza con cartelli inneggianti a Chris, a cacciare i cattivi dalle loro tane.

In attesa del terzo episodio, uno sguardo alla realtà. Chris Stevens, ambasciatore in Libia dallo scorso maggio, era stato rappresentante speciale Usa presso il Cnt di Bengasi durante la guerra: ossia il regista dell’operazione segreta con cui erano state reclutate, finanziate e armate contro il governo di Tripoli anche milizie islamiche fino a poco prima bollate come terroriste. Novello apprendista stregone, Chris Stevens è stato travolto dalle forze da lui stesso create quando, abbattuto il governo di Tripoli, in veste di ambasciatore Usa ha diretto l’operazione per neutralizzare le milizie ritenute da Washington non affidabili e integrare nelle forze governative quelle affidabili. Operazione estremamente complessa: ci sono in Libia almeno 100mila combattenti armati, appartenenti a svariate formazioni, comprese alcune gheddafiane. Tripoli controlla oggi solo una parte minore del territorio. È iniziata la disgregazione dello stato unitario, fomentata da interessi di parte. La Cirenaica – dove si trovano i due terzi del petrolio libico – si è autoproclamata di fatto indipendente, e lo vuol essere anche il Fezzan, dove sono altri grossi giacimenti, mentre alla Tripolitania resterebbero solo quelli davanti alle coste della capitale. La balcanizzazione della Libia rientra nei piani di Washington, se non riesce a controllare lo stato unitario. Ciò che preme agli Usa e alle potenze europee è controllare il petrolio libico: oltre 47 miliardi di barili di riserve accertate, le maggiori dell’Africa. Importante per loro è disporre anche del territorio libico per lo spiegamento avanzato di forze militari. La forza di rapido spiegamento dei marines, inviata da Obama in Libia con il supporto dei droni di Sigonella, ufficialmente come risposta all’uccisione dell’ambasciatore, non è né la prima né l’ultima. Il Pentagono aveva già inviato forze speciali e contractor a presidiare le maggiori piattaforme petrolifere, e ora si prepara a un’azione «antiterrorista». Sono da tempo sbarcate le compagnie petrolifere che, con accordi ufficiali e sottobanco (grazie alla diffusa corruzione), ottengono contratti molto più vantaggiosi dei precedenti. Si prepara allo stesso tempo la privatizzazione dell’industria energetica libica. Partecipa alla spartizione del bottino anche il Qatar che, dopo aver contribuito alla guerra di Libia con forze speciali infiltrate e forniture militari, spendendo oltre 2 miliardi di dollari, ha ottenuto il 49% (ma di fatto il controllo) della Banca libica per il commercio e lo sviluppo. Un buon investimento, quello della guerra.

IlManifesto.it

L’Alcoa vola via sull’F-35

di: Manlio Dinucci

Ne è passato di tempo da quando gli operai avevano di fronte il padrone delle ferriere. Lo ignorano però i politici e sindacalisti che trattano la vicenda Alcoa solo come vertenza di lavoro, tacendo sulla reale identità della controparte. Che cos’è l’Aluminum Company of America? Nata nel 1888 a Pittsburgh, è oggi leader mondiale nell’estrazione e raffinazione della bauxite e nella fabbricazione di alluminio e prodotti derivati. Gli Stati uniti hanno però poca bauxite, i cui giacimenti si concentrano in Sudamerica, Africa, Russia, Cina, Sud-Est asiatico e Australia. L’Alcoa ha quindi sempre cercato di accaparrarsi la materia prima, ovunque e comunque. La sua storia è perciò intessuta con quella dell’imperialismo Usa. Non a caso, dopo il colpo di stato orchestrato dalla Cia in Indonesia nel 1965, con il massacro di oltre un milione di persone, fu l’Alcoa a ottenere dal dittatore Suharto la più grossa fetta della bauxite indonesiana. Fu ancora l’Alcoa che, dopo il colpo di stato organizzato dalla Cia in Cile nel 1973, riottenne da Pinochet il controllo della bauxite, nazionalizzata da Allende.

Non è neppure un caso che il presidente del Paraguay, l’ex vescovo Fernando Lugo, che voleva nazionalizzare le miniere di bauxite dell’Alcoa, sia stato destituito lo scorso giugno con un golpe bianco organizzato dalla Cia. Il potere dell’Alcoa, che possiede oltre 200 impianti in 31 paesi di tutti i continenti, va ben oltre l’attività industriale. Come emerso da Wikileaks, dietro l’Alcoa ci sono le più forti oligarchie finanziarie Usa, dalla Citicorp alla Goldman Sachs (di cui Monti è stato consulente internazionale). C’è il complesso militare-industriale: l’Alcoa Defense, il cui fatturato è in forte crescita, fabbrica speciali leghe di alluminio per missili, droni, blindati, navi e aerei da guerra. Per i caccia F-35 produce elementi strutturali di primaria importanza (trasversali alla fusoliera in corrispondenza delle ali e interni alle ali). In tale quadro di poteri forti è maturata la decisione strategica dell’Alcoa, dovuta a ragioni non solo economiche ma politico-militari: quella di realizzare in Arabia Saudita il più grande ed economico impianto integrato per la produzione di alluminio. Nel maxi impianto, che entrerà in funzione l’anno prossimo con energia e manodopera (soprattutto immigrata) a basso costo, sarà trasferita anche la produzione Alcoa di Portovesme e forse di Fusina. Si conclude così l’operazione varata e perfezionata dai governi Dini, Prodi e D’Alema.

Nel 1996 l’Italia cedette all’Alcoa il gruppo Alumix a partecipazione statale, base dell’industria nazionale dell’alluminio, quindi le fornì tramite l’Enel energia elettrica a prezzi fortemente scontati. Tale agevolazione, concessa tramite rimborsi anche dai successivi governi (Amato, Prodi e Berlusconi), è stata pagata dagli utenti italiani con un aggravio delle bollette per miliardi di euro, finiti nelle casse dell’Alcoa. Spremuto il limone, l’Alcoa se ne va. Lasciandosi alle spalle non solo lavoratori sul lastrico, ma danni ambientali e sanitari provocati da emissioni chimiche e rifiuti di lavorazione, che richiedono altri esborsi di denaro pubblico. Non tutto è perduto però: l’alluminio Alcoa tornerà in Italia. Dentro gli F-35, che ci costeranno altri miliardi di euro.

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Uno scudo missilistico Usa per proteggere il Pacifico

di: Maurizio Molinari

Il Pentagono: servirà contro la Corea del Nord. Gli esperti: l’obiettivo è la Cina

NEW YORK – Tre potenti radar X-Band in Giappone e nelle Filippine, navi antimissile Aegis nel Mar del Sud della Cina e silos con intercettori in Sud Corea o in Australia: è la radiografia dello scudo anti-balistico che il Pentagono sta realizzando in Estremo Oriente con l’intento dichiarato di proteggere gli alleati dai midssili nordcoreani anche se il risultato sarà di contenere la corsa agli armamenti della Cina.

A svelare i piani del ministro della Difesa, Leon Panetta, è la decisione di installare in un’imprecisata isola del Giappone meridionale un radar X-Band, in grado di intercettare e seguire i vettori balistici, aggiungendolo a quello analogo già operativo nella prefettura di Aomori, nel nord del Giappone, dal 2006. Se a ciò si aggiunge che, secondo il «Wall Street Journal», Panetta sta discutendo con il governo di Manila l’installazione di un terzo radar con le stesse caratteristiche si arriva a comprendere il progetto di creare un sistema in grado di intercettare qualsiasi missile in partenza dalla Nord Corea.

Se gli X-Band riescono a «seguire» i missili poi per eliminarli servono gli intercettori e le mosse di Panetta suggeriscono il dispiegamento in Estremo Oriente degli stessi armamenti adoperati nell’Europa del Sud-Est per fronteggiare il rischio dei missili iraniani ovvero le navi anti-missile Aegis, già di stanza nello specchio di mare fra Sud Corea e Giappone, e gli intercettori basati a terra.

Quest’ultimo al momento è il tassello mancante ma poiché gli Usa preferiscono posizionarli sul territorio di stretti alleati i candidati naturali sono Corea del Sud e Australia, in quanto il Giappone già ospita i radar. A conferma di tale direzione di marcia ci sono i documenti del Centro studi del Congresso di Washington secondo cui il Pentagono vuole portare a 36 le navi Aegis in servizio – con un aumento di 10 unità – stanziandone il 60 per cento nello scacchiere di Asia-Pacifico. L’Us Air Force sta invece costruendo sei «Thaad», aerei in grado di lanciare intercettori da alta quota, che potrebbero operare dalla base americana di Guam. Sebbene i portavoci del Pentagono ribadiscano che il nascituro scudo anti-missile asiatico punta a «neutralizzare le minacce della Nord Corea» gli scarsi risultati ottenuti da Pyongyang nei quattro tentativi finora svolti di lanciare un missile intercontinentale – dal 1998 all’aprile scorso – portano a dire che il disegno strategico sia tutt’altro. «Se gli americani si schierano nell’Asia dell’Sud-Est l’intenzione è di contrastare lo sviluppo del sistema missilistico cinese» osserva Richard Bitzinger, docente di strategia alla Nanyang Technological University di Singapore.

Il riferimento non è solo allo schieramento da parte di Pechino di circa 1200 missili a corto raggio lungo le coste che fronteggiano l’isola nazionalista di Taiwan ma anche allo sviluppo da parte della Marina cinese di vettori anti-nave capaci di colpire un’unità in navigazione a 1500 km dalla costa. Tali vettori costituiscono la maggiore minaccia per il rafforzamento dello schieramento navale Usa in Estremo Oriente di cui Panetta e il Segretario di Stato Hillary Clinton hanno discusso nei recenti viaggi nella regione. «Sebbene il Pentagono parli di Nord Corea la realtà è che lo sguardo è rivolto alla Cina» riassume Steven Hildreth, esperto missilistico del Centro di ricerche del Congresso.

La necessità è di proteggere le unità della Settima Flotta dell’Us Navy, destinate ad aumentare di numero, con un sistema antimissile pressoché identico a quello di cui la Nato ha annunciato il dispiegamento in Europa. Le contromosse di Pechino, per Bitzinger, potrebbero portare ad «acquistare in fretta sistemi d’arma più sofisticati». «E’ prevedibile che Pechino reagisca con allarme, perché una delle conseguenze dello scudo è di aumentare la protezione di Taiwan», concorda Jeffrey Lewis, direttore del Centro di non-proliferazione di Monterey in California.

LINK: LaStampa.it

Il reality show del Pentagono

di: Manlio Dinucci

I commandos si lanciano in mare da un elicottero e, giunti a riva su un gommone, eliminano i nemici con i loro fucili d’assalto, minano un deposito e lo fanno esplodere, mentre volano via aggrappati all’elicottero. A compiere l’azione non sono marines o Navy Seals, ma noti attori, cantanti, campioni sportivi, uomini d’affari. Reclutati dalla rete statunitense Nbc per il reality show «Stars Earn Stripes», addestrati e accompagnati nell’azione da veri commandos, compresi i Berretti Verdi. Scopo del reality, precisa la Nbc, è rendere omaggio ai «nostri eroi» che ritornano dalle guerre, mostrando «quali incredibili missioni essi conducono nella realtà».

Ciascun concorrente compete per un premio in denaro, che devolve a una associazione benefica a favore dei militari, spingendo così i telespettatori a contribuire di tasca loro. Ma ciò che rende unico il reality è l’eccezionale conduttore: il generale Wesley Clark, già Comandante supremo alleato in Europa nel 1997-2000. È lui che pianifica le missioni dei concorrenti, che li guida e li giudica. L’esperienza non gli manca: fu lui che pianificò e comandò la guerra contro la Iugoslavia. Una volta a riposo, Clark ha scritto libri e tenuto corsi su come «condurre e vincere la guerra moderna», in base a quella del 1999. Fu la prima guerra effettuata dalla Nato nei suoi 50 anni di storia, spiega Clark, per «porre fine alla pulizia etnica di Milosevic contro gli albanesi del Kosovo». Una guerra in cui «l’America fornì la leadership e scelse gli obiettivi da colpire». Ma il Pentagono la rese «una guerra Nato», coinvolgendo gli alleati che effettuarono il 60% degli attacchi aerei. In tal modo Wesley Clark descrive il palinsesto di un altro reality show, ben più importante di quello della Nbc, che il Pentagono manda in onda in mondovisione per far apparire come reale ciò che non è, camuffando le cause e gli scopi della guerra. Esso si attiene a due regole: focalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica sul nemico numero uno del momento (Milosevic, Bin Laden, Saddam Hussein, Gheddafi, Assad, Ahmadinejad), mostrando quanto sia pericoloso e quanto giusto e urgente sia l’intervento militare; coinvolgere gli alleati, ma far sì che siano sempre gli Usa ad avere la leadership. Nel reality show della guerra è permesso fabbricare «prove» contro i nemici: come quelle presentate all’Onu dal segretario di stato Colin Powell, il 5 febbraio 2003, per dimostrare che l’Iraq possedeva armi biologiche di distruzione di massa. «Prove» di cui lo stesso Powell ha ammesso successivamente la falsità, chiedendo alla Cia e al Pentagono di spiegare perché gli avessero fornito «informazioni inesatte». Ma ormai il reality show della guerra è passato a nuovi episodi: ora si accusa l’Iran di voler fabbricare armi nucleari (ignorando che Israele le possiede da decenni, tenendole puntate contro l’Iran e altri paesi). Contribuiscono ad alimentare l’idea del nemico e della necessità di difendersi anche trasmissioni popolari come «Stars Earn Stripes». Wesley Clark la potrebbe trasmettere anche in Italia, assumendo una eccezionale comparsa: Massimo D’Alema, che nel 1999, quand’era presidente del consiglio, mise le basi e le forze armate italiane agli ordini del futuro conduttore del reality show «Stars Earn Stripes».

IlManifesto.it

Usa, controllo totale

Alex Wong/Getty Images

di: Luca Galassi

Con un ordine esecutivo firmato alla chetichella la scorsa settimana, il presidente Usa Barack Obama abilita di fatto la Casa Bianca a controllare tutte le comunicazioni private del Paese in nome della sicurezza nazionale. Con il provvedimento, chiamato ‘Assignment of National Security and Emergency Preparedness Communications Functions’, si attua una delle decisioni più drastiche e più invasive della privacy della storia degli Stati Uniti.

Il documento comincia così:

“Il governo federale deve possedere la facoltà di comunicare in ogni momento e in ogni circostanza al fine di portare avanti le sue missioni più critiche e più sensibili”, per poi proseguire: “Comunicazioni durature, resistenti, continuative ed efficaci, sia nazionali che internazionali, sono essenziali per consentire al ramo esecutivo di comunicare al suo interno e con i rami legislativo e giudiziario, con i governi statali, locali, territoriali e tribali, con i soggetti del settore privato, con i soggetti del potere pubblico, con gli alleati e le altre nazioni”.

Oltre duemila parole connotano assertivamente la necessità di raggiungere chiunque nel Paese durante situazioni considerate critiche: “Tali comunicazioni devono essere possibili in qualsiasi circostanza al fine di garantire la sicurezza nazionale, gestire in maniera efficiente le emergenze e migliorare la solidità nazionale”. Per raggiungere tale finalità, è necessario costituire un’infrastruttura basata su un “centro congiunto tra governo e industrie in grado di assistere lo start-up, il coordinamento, il ripristino e la ricostituzione dei servizi di comunicazione del NS/EP (national security and emergency preparedness) in qualsiasi condizione di minacce incipienti, crisi o emergenze”.

Sul sito ufficiale del governo del National Communications Systems, viene spiegato che questa infrastruttura governativa “comprende comunicazione senza fili, via cavo, satellite, televisione, e le reti di trasporto dati che supportano internet e altri sistemi-chiave dell’informazione”, suggellando così il definitivo controllo da parte del governo dell’accesso alla Rete.

Il piano per ‘raggiungere chiunque negli Stati Uniti’ consta di un comitato esecutivo di alto livello composto da agenti del Dipartimento della Homeland Security (Dhs), del Pentagono, della Federal Communications Commission e di altre agenzie governative, in uno sforzo congiunto per assicurare l’implementazione dell’executive order.

Il Centro per la privacy delle informazioni elettroniche (Epic), nello spiegare l’ordine presidenziale, scrive che il presidente autorizza il Dhs “a sequestrare strutture private, qualora necessario, limitando o interrompendo del tutto le comunicazioni civili”.

Nella Sezione 5 dell’ordine, Obama delinea le specifiche responsabilità di agenzie e dipartimenti deputati all’espletamento delle sue richieste. Il comitato esecutivo supervisionerà le operazioni di controllo attraverso “il supporto tecnico necessario per sviluppare e mantenere il programma di sicurezza e protezione delle comunicazioni del NS/EP”. Allo stesso organismo è affidata la pubblicità di tale programma, attraverso l’utilizzo di “risorse di comunicazione commerciale governative e private”.

E-IlMensile.it

Qui il testo dell’ Ordine Esecutivo ” Assignment of National Security and Emergency Preparedness Communications Functions

Il progetto del Pentagono: microchip per monitorare la salute dei soldati

di: Federico Guerrini

La Darpa, l’agenzia per la ricerca scientifica del Pentagono, vorrebbe impiantare dei nanochip in alcuni soldati in modo da monitorarne lo stato di salute. La notizia non è del tutto nuova, una bozza di progetto in questo senso era stata presentata a marzo, ma era passata quasi inosservata.

I riflettori dei media americani hanno iniziato però ad appuntarsi sulla questione in questi giorni, dopo l’allarme lanciato da Katherine Albrecht, autrice di Spychips, un saggio sulle nuove tecnologie di tecno controllo.

Secondo Albrecht la sperimentazione di simili soluzioni su persone soggette a discipline particolari come prigionieri e militari è solo il primo passo verso un tracciamento degli individui più capillare.

“Funziona sempre in maniera incrementale – afferma la scrittrice – se inserisci un microchip che non controlla i movimenti della gente, tutti saltano fuori dicendo: perché no, sarebbe interessante sapere dove si va. È come essere su un treno che va dalla California a New City, ogni fermata mi porta più vicina alla meta. A un certo punto bisogna decidersi a scendere”.

Il documento presentato da Darpa suggeriva un approccio decisamente più pragmatico alla questione. Per i militari, malattie e infezioni sono la prima causa di impossibilità a combattere – più ancora delle ferite riportate – e hanno avuto storicamente un effetto più deleterio delle morti in battaglia. Poter individuare in tempo reale i soggetti più a rischio, intervenendo rapidamente con cure e terapie rappresenterebbe un vantaggio non da poco, senza contare le sinergie che si potrebbero attuare nel campo della ricerca medica a uso civile.

I ricercatori dell’Università di Stanford stanno già lavorando a qualcosa di simile, un progetto che prevede l’invio nel sangue di microscopici robottini in grado di trasmettere via wireless dati sulle condizioni di salute di un paziente e perfino di rilasciare dei farmaci nel flusso sanguigno. Ma i timori legati al “lato oscuro” di queste tecnologie per molti versi straordinarie, permangono.

L’idea di microchip o impianti similari che monitorino e controllino il comportamento delle persone a distanza è sempre stata tipica della fantascienza distopica. A ciò si aggiunge la preoccupazione per i possibili effetti collaterali di questi dispositivi sull’organismo umano che in alcuni casi sembrano aver causato tumori negli animali domestici.

LaStampa.it

Droni sicari per la kill list

di: Manlio Dinucci

Gli Stati uniti devono difendersi da coloro che li attaccano, dichiara il segretario alla difesa Leon Panetta, respingendo le proteste sui crescenti attacchi di droni Usa in Pakistan. Secondo Panetta, i pachistani devono capire che i «Predatori» sono lì anche per il loro bene: volteggiano sulle loro teste, teleguidati dagli Stati uniti a oltre 10mila km di distanza, per colpire con i missili «Fuoco dell’inferno» i pericolosi terroristi annidati in territorio pachistano. Conclusioni opposte trae, dopo una visita in Pakistan, Navi Pillay, Alto commissario Onu per i diritti umani: gli attacchi con i droni, che avvengono in media ogni quattro giorni, «provocano uccisioni indiscriminate di civili, che costituiscono una violazione dei diritti umani».

Sollevano inoltre gravi questioni di diritto internazionale, in quanto sono condotti «al di fuori di qualsiasi meccanismo di controllo civile o militare». La Pillay chiede quindi l’apertura di un’inchiesta ufficiale. Accusa seccamente respinta dal presidente Obama, il quale assicura che gli attacchi con i droni – effettuati anche in Afghanistan, Iraq, Yemen, Somalia e altri paesi – «non provocano grosse perdite civili». Vengono infatti «mantenuti sotto strettissimo controllo». Nessuno ne dubita. Come documenta il New York Times, è lo stesso Presidente che effettua le «nomination top secret» dei presunti terroristi da uccidere, per la maggior parte con attacchi dei droni. La «kill list» – comprendente persone di tutto il mondo che, giudicate nocive per gli Stati uniti e i loro interessi, sono condannate segretamente a morte con l’accusa di terrorismo – viene aggiornata ogni settimana attraverso «il più strano dei rituali burocratici»: la teleconferenza, gestita dal Pentagono, di oltre cento responsabili della «sicurezza nazionale», i quali tolgono le schede degli uccisi e ne aggiungono altre in una sorta di macabro gioco che un funzionario paragona a quello delle figurine dei campioni di baseball. La lista viene quindi sottoposta al Presidente per l’approvazione. Soprattutto quando «insieme al terrorista, che verrà colpito dal drone, c’è la famiglia», spetta al Presidente «la valutazione morale finale». Giunto il nullaosta del Presidente, l’operatore, comodamente seduto alla consolle di comando del drone negli Stati uniti, lancia i missili contro quella casa in Pakistan indicata come rifugio del terrorista. Tanto, nell’esplosione, i bambini non si vedono. È questa la «guerra non-convenzionale» condotta dall’amministrazione Obama. Per essa vengono sviluppati droni sempre più sofisticati: come uno a propulsione nucleare, in grado di volare ininterrottamente per mesi, e un piccolo «drone kamikaze» che piomba sull’obiettivo distruggendolo con la sua carica esplosiva. Affari d’oro per le industrie costruttrici (General Atomics, Northrop Grumman e altre): il Pentagono ha deciso di aumentare del 30% la sua attuale flotta di 7.500 droni, spendendo 32 miliardi di dollari. L’Italia parteciperà alla spesa di 4 miliardi di dollari per cinque droni made in Usa, dislocati dalla Nato a Sigonella, e acquisterà missili e bombe di precisione per i propri droni, anch’essi made in Usa. Ciò, sottolinea il Pentagono, servirà a «proteggere» non solo l’Italia ma anche gli Stati uniti. A quando la kill list italiana?

IlManifesto.it

Alba rosso sangue a Kabul

di: Manlio Dinucci

Attraversata la scura nube della guerra, ora all’orizzonte appare la luce del nuovo giorno: con questa consunta immagine retorica, il presidente Obama ha annunciato l’accordo siglato a Kabul col presidente Karzai. Gli speechwriters che gli scrivono i discorsi, evidentemente, battono la fiacca. Lo stesso non si può dire degli strateghi che hanno redatto  «l’Accordo di durevole partnership strategica» con l’Afghanistan. Esso assicura che, dopo il ritiro delle truppe nel 2014, gli Stati uniti continueranno a proteggere l’Afghanistan, conferendogli lo status di «maggiore alleato non-Nato». Nel quadro di un nuovo «Accordo di sicurezza bilaterale», gli Usa cercheranno fondi perché l’Afghanistan «possa difendersi dalle minacce interne ed esterne».

Non li stanzieranno loro, quindi, ma li «cercheranno» impegnando gli alleati (Italia compresa) a pagare la maggior parte degli almeno 4 miliardi di dollari annui per addestrare e armare le «forze di sicurezza» afghane. Secondo «gli standard Nato», così da renderle «interoperative con le forze dell’Alleanza». Da parte sua, Kabul «fornirà alle forze statunitensi il continuo accesso e uso delle basi afghane fino al 2014 e oltre». Ciò che l’accordo non dice è che le principali «basi afghane», che saranno usate da forze statunitensi, sono le stesse che esse usano oggi (Bagram, Kandahar, Mazar-e-Sharif e altre), con la differenza che vi sventolerà la bandiera afghana al posto di quella statunitense. Non dice neppure l’accordo che opereranno ancor più di oggi, in Afghanistan, forze Usa/Nato per le operazioni speciali, affiancate da compagnie militari private. Gli Stati uniti promettono che non useranno le basi contro altri paesi, ma, in caso di «aggressione esterna contro l’Afghanistan», daranno una «appropriata risposta», comprendente «misure militari». L’accordo, precisa l’ambasciatore Ryan Crocker, non impedisce agli Usa di continuare ad attaccare dall’Afghanistan, con i droni, gli insorti in Pakistan, poiché «non preclude il diritto di autodifesa». Ma non sono solo militari i pilastri su cui poggia la «durevole partnership strategica». Washington incoraggerà «l’attività del settore privato Usa in Afghanistan», in particolare per lo sfruttamento della «ricchezza mineraria, di cui il popolo afghano deve essere il principale beneficiario». Il popolo afghano ne può essere sicuro: sono stati geologi del Pentagono a scoprire, nel sottosuolo afghano, ricchi giacimenti di litio, cobalto, oro e altri metalli. L’Afghanistan, è scritto in un memorandum del Pentagono, potrebbe divenire «l’Arabia saudita dei litio», metallo prezioso per la produzione di batterie. E c’è soprattutto un’altra risorsa da sfruttare: la posizione geografica stessa dell’Afghanistan, di primaria importanza sia militare che economica. Non a caso, nell’accordo, gli Usa si impegnano a far riassumere all’Afghanistan «il suo ruolo storico di ponte tra Asia centrale e meridionale e Medio Oriente», realizzando infrastrutture per i trasporti, in particolare «reti energetiche». Chiaro il riferimento al gasdotto Turkmenistan-India attraverso Afghanistan e Pakistan, su cui punta Washington nella battaglia dei gasdotti contro Iran, Russia e Cina. Che sarà controllato da forze speciali e droni Usa in nome del«diritto di autodifesa».

IlManifesto.it

Ci si prepara alle guerre del 2020

di: Tommaso Di Francesco e Manlio Dinucci

Una notizia incoraggiante per i disoccupati, i precari, le famiglie colpite in Italia dai tagli alle spese sociali: «Il contributo dell’Italia al fondo per sostenere le forze di sicurezza afghane al termine della transizione, a fine 2014, sarà di sostanza e in linea con la quantità e la qualità della sua presenza in questo decennio in Afghanistan». Lo ha assicurato il ministro Giulio Terzi a Bruxelles durante il Ministeriale Esteri e Difesa della Nato.

L’ammontare complessivo del fondo sarà deciso al Summit Nato, che si svolgerà a Chicago il 20-21 maggio, ma il segretario generale Anders Rasmussen lo ha già quantificato in almeno 4 miliardi di dollari annui.

Il grosso della spesa per mantenere le «forze di sicurezza» afghane, circa 350mila uomini, graverà sui maggiori paesi dell’Alleanza, Italia compresa. Rasmussen, lo presenta come un affare, sottolineando che è molto meno costoso finanziare le forze locali piuttosto che dispiegare truppe internazionali in Afghanistan.

Entro il 2014, è prevista l’uscita progressiva delle truppe Nato, circa 130mila uomini. Ma, ha sottolineato il segretario Usa alla Difesa Leon Panetta, «non abbandoneremo l’Afghanistan». In altre parole, la Nato non se ne andrà.

Da un lato, addestrerà e armerà le «forze di sicurezza» governative, che saranno di fatto sotto comando Nato; dall’altro, potenzierà le forze per le operazioni speciali, anzitutto quelle Usa organizzate in una nuova «Forza di attacco», che continueranno a operare in Afghanistan dopo il 2014. Allo stesso tempo molte funzioni, prima svolte dagli eserciti ufficiali, verranno affidate a contractor di compagnie militari private (solo quelli alle dipendenze del Pentagono superano i 110mila).

Questa ridislocazione di forze rientra nel progressivo spostamento del centro focale della strategia Usa/Nato verso la regione Asia/Pacifico. Riguardo alla Siria, Rasmussen ha dichiarato che «non abbiamo intenzione di intervenire», ma, ha precisato, «seguiamo la situazione da vicino». Molto da vicino, dato che servizi segreti e forze speciali di paesi Nato già armano e addestrano i «ribelli». Riguardo all’Iran, proseguono i preparativi di guerra in stretto coordinamento con Israele. La Nato però guarda oltre, al confronto con Russia e Cina.

«Non consideriamo la Russia una minaccia per i paesi Nato, e la Russia non dovrebbe considerare la Nato una minaccia per la Russia», ha assicurato Rasmussen al meeting di Bruxelles, sottolineando che «il nostro sistema di difesa antimissile non è progettato per minacciare la Russia». Intanto però, con l’allargamento ad est, la Nato continua a spostare forze e basi (anche a capacità nucleare) a ridosso della Russia, e, con la motivazione della «minaccia iraniana», sta installando in Europa sistemi radar e missilistici che le permetteranno di acquisire un ulteriore vantaggio strategico sulla Russia.

Ma è soprattutto alla Cina che guarda la Nato, preparandosi a potenziare le proprie capacità militari con una serie di misure tecniche e organizzative, denominata «Smart Defence» (Difesa intelligente). Al prossimo Summit di Chicago, i capi di stato e di governo della Nato «getteranno le fondamenta delle future forze dell’Alleanza per il 2020 e oltre». In tale quadro si inserisce lo «Schriever Wargame», una esercitazione organizzata dal Comando della forza aerospaziale Usa, focalizzata sull’«uso dello spazio e del cyberspazio in un futuro conflitto». Nell’ultima edizione, nel 2010, lo scenario era quello di un conflitto nel Pacifico, chiaramente (anche se non esplicitamente) con la Cina.

Allo «Schriever Wargame 2012», in svolgimento dal 19 al 26 aprile, partecipa per la prima volta anche l’Italia. Gli Usa, ha dichiarato un portavoce Nato, «incoraggiano gli alleati europei a investire di più in tali capacità: partecipare allo Schriever Wargame dà loro l’opportunità di lavorare insieme su sistemi basati nello spazio, che saranno sempre più impotanti per le future operazioni». Lo scenario di quest’anno è una spedizione Nato nel Corno d’Africa, contro «pirati sostenuti da al-Shabaad, affiliata di al-Qaeda in Africa».

La Nato ormai non ha più confini: dal Nord Atlantico è arrivata all’Oceano Indiano e al Pacifico, scavalcando le montagne afghane, ed è ormai lanciata verso le guerre spaziali del 2020. Mentre in Italia mancano i soldi per ricostruire le case terremotate dell’Abruzzo.

IlManifesto.it

Le spese militari uccidono

di Manlio Dinucci

Nel tempo che impiegherete a leggere questo articolo, nel mondo si saranno spesi altri 10 milioni di dollari in armi, eserciti e guerre. La spesa militare mondiale ammonta infatti a 3,3 milioni di dollari al minuto. Ossia 198 milioni ogni ora, 4,7 miliardi ogni giorno. Il che equivale a 1.738 miliardi di dollari in un anno.

Sono i dati relativi al 2011, pubblicati ieri dal Sipri, l’autorevole istituto internazionale con sede a Stoccolma.

A fare da locomotiva della spesa militare sono ancora gli Stati uniti, con 711 miliardi, equivalenti al 41% del totale mondiale.

L’annunciato taglio di 45 miliardi annui nel prossimo decennio è tutto da vedere.

I risparmi dovrebbero essere effettuati riducendo le forze terrestri e restringendo i benefit (compresa l’assistenza medica) dei veterani.

Obiettivo del Pentagono è rendere le forze Usa più agili, più flessibili e pronte ad essere dispiegate ancora più rapidamente. La riduzione delle forze terrestri si inquadra nella nuova strategia, testata con la guerra di Libia: usare la schiacciante superiorità aerea e navale Usa e far assumere il peso maggiore agli alleati.

Ma non per questo le guerre costano meno: i fondi necessari, come è avvenuto per quella contro la Libia, vengono autorizzati dal Congresso di volta in volta, aggiungendoli al bilancio del Pentagono. E a questo si aggiungono anche altre voci di carattere militare, tra cui circa 125 miliardi annui per i militari a riposo e 50 per il Dipartimento della sicurezza della patria, portando la spesa Usa a circa la metà di quella mondiale.

Nelle stime del Sipri, la Cina resta al secondo posto rispetto al 2010, con una spesa stimata in 143 miliardi di dollari, equivalenti all’8% di quella mondiale. Ma il suo ritmo di crescita (170% in termini reali nel 2002-2011) è maggiore di quello della spesa statunitense (59% nello stesso periodo). Tale accelerazione è dovuta fondamentalmente al fatto che gli Usa stanno attuando una politica di «contenimento» della Cina, spostando sempre più il centro focale della loro strategia nella regione Asia/Pacifico.

In rapido aumento anche la spesa della Russia, che passa, con 72 miliardi di dollari nel 2011, dal quinto al terzo posto tra i paesi con le maggiori spese militari.

Seguono Gran Bretagna, Francia, Giappone, Arabia Saudita, India, Germania, Brasile e Italia. La spesa militare italiana viene stimata dal Sipri, per il 2011, in 34,5 miliardi di dollari, equivalenti a circa 26 miliardi di euro annui. L’equivalente di una grossa Finanziaria.

Nella ripartizione regionale, Nord America, Europa e Giappone totalizzano circa il 70% della spesa militare mondiale: è quindi la triade, che finora ha costituito il «centro» dell’economia mondiale, a investire le maggiori risorse in campo militare. Ciò ha un effetto trainante sulle regioni economicamente meno sviluppate: ad esempio, l’Africa conta appena il 2% della spesa militare mondiale, ma il Nord Africa ha registrato la più rapida crescita della spesa militare tra le subregioni (109% in termini reali nel 2002-2011) e anche quella della Nigeria è in rapida crescita.

La spesa militare continua così ad aumentare in termini reali. Secondo le stime del Sipri, è salita a circa 250 dollari annui per ciascuno dei 7 miliardi di abitanti del pianeta. Una cifra apparentemente trascurabile per un cittadino medio di un paese come l’Italia. Ma che, sommata alle altre, diventa un fiume di denaro pubblico che finisce in un pozzo senza fondo. Prima ancora di uccidere quando viene convertita in armi ed eserciti, la spesa militare uccide sottraendo risorse vitali a miliardi di esseri umani.

IlManifesto.it

La verità degli arresti di massa nel mondo

Per chiarire a coloro che molto probabilmente hanno giudicato utopico, fantasioso, irreale, bizzarro, incredibile, delirante o anche peggio quanto esposto su diverse pagine di Facebook, e in alcune pagine di blog, in merito ad imminenti arresti dei vertici governativi e finanziari delle maggiori potenze mondiali, che questo evento è qualcosa di più che una semplice ipotesi ma è una operazione attualmente in corso, ecco una intervista con un insider (Drake) del Pentagono.

O per meglio dire dei “bravi ragazzi” che all’interno di questa centralissima istituzione militare statunitense sentono di non poter più obbedire a quelli che formalmente sono i loro superiori governativi, ma di fatto non operano per il bene della nazione e del mondo.

 Credo che dopo aver ascoltato l’intervista, tradotta e commentata magistralmente da Italo Cillo, molti cominceranno a carezzare l’idea che questa operazione possa davvero avere luogo.

In una recente intervista con David Wilcock, l’insider del Pentagono identificato con il nickname ‘Drake’, ha dichiarato che nel corso del piano globale per arrestare tutti i globalisti corrotti, i banchieri e l’élite politica vi sarà un periodo di 72 ore di chiusura delle frontiere degli Stati Uniti e delle comunicazioni satellitari per prevenire trasferimenti di denaro dal paese.

Drake ha aggiunto che un piano di transizione è già in atto per convertire il dollaro attuale, emesso dalla Federal Reserve, in uno che non si basi su moneta a corso forzoso. Inoltre, possiamo aspettarci di vedere in seguito il rilascio di molte tecnologie soppresse che faranno si che la nostra vita attuale sembri l’età della pietra.

Drake ha detto che altri paesi non-allineati hanno già fatto un passo al di fuori del controllo finanziario dei G5 e G20 in un nuovo sistema finanziario che è stato implementato a partire da lunedi 26 marzo scorso.

L’insider ha anche dichiarato che JP Morgan, Bank of America e Citibank sono sull’orlo del collasso, aggiungendo che anche l’euro è impostato al collasso, e che a sua volta il dollaro crollerebbe. Per finanziare questo cambiamento in valuta, Drake ha dichiarato che ci sono vecchi fondi detenuti da soggetti patriottici che hanno abbastanza soldi e beni preziosi per pagare il debito nazionale statunitense per quattro volte, aggiungendo: “Non si tratta di conti collaterali, si tratta di contabilità privata. Il risultato finale sarà la fine della tassazione, il rilascio della tecnologia soppressa e prosperità per tutti.

La continuità di forniture generali di beni e servizi durante lo svolgersi di questi arresti di massa sarà garantita, mentre ci potranno essere alcune brevi interruzioni locali di servizi, che in taluni casi potranno prolungarsi. Può essere una buona idea avere una piccola scorta di generi di prima necessità, quali acqua, cibo in scatola, carta igienica, ecc …

In recenti canali di notizie alternative che trattano tematiche inerenti la realtà 5d, si è potuta osservare in numerosi articoli la pletora di dimissioni di bankster nei mesi scorsi. Secondo Drake, molte di queste persone si sono riunite alle loro famiglie e con una grande quantità di denaro si sono trasferite all’estero. Drake ha aggiunto che queste persone saranno braccate, non importa dove si trovino su questo pianeta, c’è la tecnologia per poterli comunque identificare e prendere in consegna. Per quanto riguarda l’elite, Drake ha dichiarato che “ci saranno alcune impiccagioni, ci saranno alcune persone che si butteranno dalle finestre”, ma ha aggiunto che non vuole vedere fenomeni di linciaggio provenire da persone dalla nostra società civile.

“L’idea dello stato di polizia non esiste, come si sta dicendo ora”, ha dichiarato Drake. Secondo questo insider, i campi FEMA non saranno utilizzati per la popolazione generale, ma per i politici corrotti, banchieri ed elite globale.

Drake ha dichiarato che “Vi sarà un arresto delle comunicazioni satellitari di 72 ore. Nessuno sarà in grado di volare o di utilizzare qualsiasi tecnologia satellitare per evitare ai ladri di lasciare gli Stati Uniti e da rubacchiare denaro per via elettronica”. Mentre l’arresto dei satelliti può influire sul servizio di telefonia cellulare, di connettività internet e forse anche l’uso di automobili, questo sarà fatto come misura preventiva per assicurare che le élite non prelevino soldi dai conti off-shore.

Drake ha dichiarato che è stato approntato un canale di formazione specifica per educare e rieducare le persone per la nostra nuova società; aggiungendo che a causa dell’enorme numero di persone estromesso dalla carica politica a causa dell’arresto, i posti vacanti saranno temporaneamente affidati a funzionari intermedi presi dalle contee, dalle posizioni statali e nazionali, che saranno nominati su base temporanea. A questo punto nel tempo, non è possibile dire chi sarà nominato in una posizione specifica, saranno le persone che insieme caso per caso prenderanno tali decisioni.

Tratto da: Youtube

F-35, il caccia della guerra che verrà (VIDEO)

Il caccia F-35, di cui si dovrebbero dotare a breve le Forze Armate italiane, è un aereo ‘caccia da attacco combinato’ (Joint strike fighter) e rappresenta il piu’ importante progetto bellico globale mai realizzato che prevede la cooperazione di 9 Paesi con la supervisione della Lockheed Martin statunitense. L’Italia ha gia’ acquistato tre velivoli ma a regime dovrebbe arrivare a 131 esemplari per un costo previsto, al momento, intorno ai 15 miliardi di euro. L’F35 è un aereo multifunzionale (a decollo verticale) ma per i critici,oltre ad essere molto costoso, è un caccia predisposto allo scenario di guerra permanente, anche con armi nucleari. Intanto, a seguito delle difficolta’ del programma, alcuni Paesi, come la Danimarca, hanno deciso di congelare l’accordo.

LINK: Italy’s Integration with Pentagon’s Warfare Tactics

DI: Coriintempesta

LEGGI ANCHE: Un pozzo senza fondo: i 90 F-35 costeranno oltre 10 miliardi di euro

 

Un pozzo senza fondo: i 90 F-35 costeranno oltre 10 miliardi di euro

di: Tommaso Di Francesco e Manlio Dinucci
Monti, con sostegno bipartisan, si è limitato a ridurre da 131 a 90 il numero dei caccia da acquistare

La crisi economica, ha documentato il Censis, ha colpito in Italia soprattutto i giovani, un milione dei quali ha perso il lavoro negli ultimi tre anni. Tranquilli, perché al loro futuro ci pensa la Lockheed Martin: «Proteggere le generazioni di domani – assicura nella sua pubblicità – significa impegnarsi per la quinta generazione di oggi». Si riferisce all’F-35 Lightning II, «l’unico velivolo di quinta generazione in grado di garantire la sicurezza delle nuove generazioni».

Sono stati dunque lungimiranti i governi che hanno deciso di far partecipare l’Italia alla realizzazione di questo caccia (prima denominato Joint Strike Fighter) della statunitense Lockheed Martin. Con il sostegno di uno schieramento bipartisan, il primo memorandum d’intesa venne firmato al Pentagono nel 1998 dal governo D’Alema; il secondo, nel 2002, dal governo Berlusconi; il terzo, nel 2007, dal governo Prodi.

E nel 2009 è stato di nuovo un governo Berlusconi a deliberare l’acquisto di 131 caccia che, a onor del vero, era già stato deciso dal governo Prodi. L’Italia partecipa al programma dell’F-35 come partner di secondo livello, contribuendo allo sviluppo e alla costruzione del caccia. E ora arriva il governo «tecnico» di Monti a confermare tutto con il ministro-ammiraglio Di Paola. Vi sono impegnate oltre venti industrie: Alenia Aeronautica, Galileo Avionica, Datamat e Otomelara di Finmeccanica e altre tra cui la Piaggio. Negli stabilimenti Alenia verranno prodotte oltre mille ali dell’F-35. Presso l’aeroporto militare di Cameri (Novara) sarà realizzata una linea di assemblaggio e collaudo dei caccia per i paesi europei, che verrà poi trasformata in centro di manutenzione, revisione, riparazione e modifica. A tale scopo sono stati stanziati oltre 600 milioni di euro, presentandolo come un grande affare per l’Italia. Ma non si dice quanto verranno a costare i pochi posti di lavoro creati in questa industria bellica. Non si dice che, mentre i miliardi dei contratti per l’F-35 entreranno nelle casse di aziende private, i miliardi per l’acquisto dei caccia usciranno dalle casse pubbliche.

Spesa militare: 25 miliardi

Per partecipare al programma, l’Italia si è impegnata a versare un miliardo di euro, cui si aggiungerà la spesa per l’acquisto ora di 90 F-35 (inizialmente ne erano previsti 131). Allo stato attuale, essa può essere quantificata in oltre 10 miliardi di euro. Va inoltre considerato che l’aeronautica sta acquistando anche un centinaio di caccia Eurofighter Typhoon, costruiti da un consorzio europeo, il cui costo attuale è quantificabile anche quesyo in oltre 10 miliardi di euro. E, come avviene per tutti i sistemi d’arma, l’F-35 verrà a costare più del previsto.

Il prezzo dei primi caccia prodotti – documenta la Corte dei conti Usa – è risultato quasi il doppio rispetto a quello preventivato. Il costo complessivo del programma, previsto in 382 miliardi di dollari per 2.443 caccia che saranno acquistati dagli Usa e da otto partner internazionali, sarà dunque molto più alto. Perfino il senatore John McCain, noto «falco», ha definito «vergognoso» il fatto che il prezzo dei primi 28 aerei sfori di 800 milioni di dollari quello preventivato. Nessuno sa con esattezza quanto verrà a costare l’F-35. La Lockheed aveva parlato di un prezzo medio di 65 milioni per aereo, al valore del dollaro 2010, ma poi è stato chiarito che il prezzo non comprendeva il motore né i costosissimi sistemi elettronici e all’infrarosso.

L’Italia si è dunque impegnata ad acquistare 90 caccia F-35 senza sapere quale sarà il prezzo finale. Anche perché differisce a seconda delle varianti: a decollo/atterraggio convenzionale, per le portaerei, e a decollo corto/atterraggio verticale. L’Italia ne acquisterà circa 50 della prima variante e circa 40 della terza, che saranno usati anche per la portaerei Cavour. E, una volta acquistati, dovrà pagare altri miliardi per ammodernarli con i sistemi che la Lockheed produrrà. Un pozzo senza fondo, che inghiottirà altro denaro pubblico, facendo crescere la spesa militare, già salita a 25 miliardi annui.

Arma per la guerra d’attacco

Non ci si poteva illudere che il governo Monti cambiasse rotta, sganciando l’Italia da questo costosissimo programma: si è limitato solo a ridurre il numero dei caccia da acquistare.

L’ammiraglio Di Paola, oggi ministro della difesa, è infatti il maggiore sostenitore dell’F-35: fu lui, in veste di direttore nazionale degli armamenti, a firmare al Pentagono, il 24 giugno 2002, il memorandum d’intesa che impegnava l’Italia a partecipare al programma come partner di secondo livello. E l’F-35 Lightning (Fulmine) – che, assicura la Lockeed, «come un fulmine colpisce il nemico con forza distruttiva e inaspettatamente» – è il sistema d’arma ideale per la strategia enunciata da Di Paola quando era capo di stato maggiore della difesa: trasformare le forze armate in uno «strumento proiettabile», dotato di spiccata capacità «expeditionary» coerente col «livello di ambizione nazionale». Che l’F-35 garantirà insieme alla «sicurezza delle nuove generazioni».

IlManifesto.it

“La madre di tutte le bombe”: una “grande arma” da usare in Iran

di: Global Research News

MOAB - Madre di Tutte le Bombe

Un importante generale dell’US Air Force ha definito la più grande testata convenzionale – una bomba bunker buster da 30,000 libre – come una “grande arma” per un attacco militare contro l’Iran.

Tale commento disinvolto riguardo un imponente dispositivo di uccisione arriva nella stessa settimana in cui il presidente americano Barack Obama sembrava mettere in guardia contro “i discorsi sciolti” sulla guerra nel Golfo Persico.

“Il penetratore di artiglieria massiccia [MOP, Massive Ordnance Penetrator] è una grande arma”, ha detto il tenente generale Herbert Carlisle,  vice capo dello Stato Maggiore delle Forze aeree degli USA, il quale ha poi aggiunto che la bomba sarebbe probabilmente utilizzata in un qualsiasi attacco contro l’Iran ordinato da Washington.

Il MOP, che viene anche chiamato come la “Madre di tutte le bombe“, è progettato per perforare più di 60 metri di cemento armato prima di far detonare la sua testata. 

Si ritiene che sia la più grande arma convenzionale, non nucleare, nell’arsenale americano. In termini di capacità distruttiva, si può ritenere essere la più spaventosa arma  esplosiva tra la vasta gamma di potenti ordigni esplosivi sviluppati dal Pentagono negli ultimi dieci anni.

Una bomba bunker buster da 30.000 libbre (13.600 kg), progettata per sfondare più di 60 metri di cemento prima di esplodere, è una” grande arma “che potrebbe essere usata dalle forze americane in uno scontro con l’Iran sul suo programma nucleare, ha riferito giovedi un generale dell’ Air Force.

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Il Pentagono ha iniziato a lavorare sulle opzioni militari, se le sanzioni e la diplomazia non riuscissero ad evitare che Teheran costruisca un’arma nucleare.

Il Segretario della Difesa Leon Panetta ha detto giovedi, in un’intervista  al National Journal, che la pianificazione era in corso  “da parecchio tempo.”

….

La  dura retorica da parte del Pentagono è arrivata nonostante lo sforzo fatto in questa settimana dal presidente Barack Obama di tamponare  “i discorsi sciolti” e le “spacconate” riguardo una possibile azione militare, dicendo che c’era ancora un’opportunità per la diplomazia.

Carlisle ha anche riferito durante la conferenza della difesa ospitata da Credit Suisse-McAleese che un conflitto con la Siria o l’Iran potrebbe vedere le operazioni militari statunitensi influenzate dal nuovo pensiero tattico conosciuto al Pentagono come Battaglia Aria – Mare.

Tale approccio ha lo scopo di trarre vantaggio dalle reti altamente integrate delle forze americane.

Carlisle ha detto che le tattiche si concentrano sul funzionamento in più domini, dall’ aria e dal mare allo spazio e cyberspazio, mentre il collegamento e l’ integrazione delle informazioni delle diverse aree avviene tramite i satelliti e i sensori montati sui caccia e sui velivoli senza pilota.

Tutte queste cose sono sul tavolo e sta venendo pensato come possiamo fare per rendere questa pianificazione operativa,” ha aggiunto Carlisle , sottolineando che la Siria e l’Iran hanno sviluppato importanti sistemi di difesa volti a mantenere a distanza i potenziali aggressori, e quindi una strategia di Battaglia Aria – Mare è stata progettata per aggirarle.

Carlisle ha detto che il cyberspazio potrebbe rappresentare un fattore in un conflitto con i due paesi. “Tutta la dirigenza ha riferito che nulla è fuori dal tavolo per quanto riguarda quello che vorremmo impiegare e utilizzare”, ha detto. ( Reuters, 9 Mar 2012)

Lo sviluppo e l’impiego contro l’Iran del MOP è stato documentato in un articolo di Global Research del 2009 di Michel Chossudovsky:

Di importanza militare all’interno dell’ arsenale delle armi convenzionali degli Stati Uniti è l ‘”arma mostro” da 21.500 libbre soprannominata la “madre di tutte le bombe”. La GBU-43 / B o Massive Ordnance Air Blast bomb (MOAB) è stata classificata “come la più potente arma non nucleare mai progettata “, con la più grande resa nell’arsenale convenzionale americano. Il MOAB è stato testato all’inizio del marzo 2003, prima di essere distribuito nel teatro guerra in Iraq. Secondo fonti militari statunitensi, i Capi di Stato Maggiore avevano messo al corrente il governo di Saddam Hussein, prima di lanciare  l’attacco del 2003, che la “madre di tutte le bombe” doveva essere utilizzata contro l’Iraq. (Ci sono stati rapporti non confermati sul fatto che sia stata utilizzata in Iraq).

Il Dipartimento della Difesa statunitense ha confermato nel mese di ottobre 2009 che intende utilizzare la “Madre di tutte le bombe” (MOAB) contro l’Iran. Il MOAB viene riferito essere “particolarmente adatto per colpire in profondità gli impianti nucleari interrati, come quelli di Natanz e Qom in Iran” (Jonathan Karl,Is the U.S. Preparing to Bomb Iran? ABC News, October 9, 2009). La verità è che  il MOAB, data la sua capacità esplosiva, comporterebbe un numero di vittime civili estremamente elevato. Si tratta di una convenzionale “macchina per uccidere”, con una nube di impatto simile a quella di un fungo atomico.

MOAB:screen shots di un test: esplosione e nube a fungo

L’appalto di quattro MOAB è stato commissionato nel mese di ottobre 2009 per il pesante costo di 58,4 milioni dollari, (14,6 milioni dollari per ogni bomba). Tale importo comprende i costi di sviluppo e test, nonché l’integrazione delle bombe MOAB sui bombardieri B-2. (Ibid). Il presente appalto è direttamente collegato ai preparativi di guerra con l’Iran. La notifica era contenuta in una delle 93 pagine del “memo di riprogrammazione” che comprendeva le seguenti istruzioni:

“Il Dipartimento ha un Urgente Necessità Operativa (UON, Urgent Operational Need) per la capacità di colpire con violenza e in profondità gli obiettivi interrati in ambienti a  minaccia elevata. Il MOP [la Madre di tutte le bombe] è l’arma scelta per soddisfare i requisiti dell’ Urgente necessità operativa []. “Questo aggiunge poi che la richiesta è approvata dal Comando del Pacifico (che ha la responsabilità sulla Corea del Nord) e dal Comando Centrale (che ha la responsabilità nei confronti dell’Iran). “(ABC News, op cit, enfasi aggiunta). Per consultare la richiesta di riprogrammazione (pdf) clicca qui

Il Pentagono sta pianificando un processo di vasta distruzione delle infrastrutture dell’Iran e di vittime civili attraverso l’uso combinato di armi nucleari tattiche e bombe mostro, tra cui il Moab e il più grande GBU-57A/B or Massive Ordnance Penetrator (MOP), che ha supera il MOAB in termini di capacità esplosiva.

Il MOP è descritto come “una nuova potente bomba rivolta principalmente a colpire gli impianti nucleari sotterranei dell’ Iran e della Corea del Nord. La gigantesca bomba è più lunga di 11 persone in piedi spalla a spalla o più di 20 piedi dalla base alla punta[vedi immagine qui sotto] “(Vedi Edwin Black,” Super Bunker-Buster Bombs Fast-Tracked for Possible Use Against Iran and North Korea Nuclear Programs”,Cutting Edge, 21 settembre 2009)

GBU-57A/B Mass Ordnance Penetrator (MOP)

Sono armi di distruzione di massa nel vero senso della parola. L’obiettivo non tanto nascosto del Moab e del MOP, compreso il soprannome che gli americani hanno usato per descrivere il MOAB (“la madre di tutte le bombe ‘), è” creare distruzione e vittime civili in massa, al fine di instillare la paura e la disperazione. Vedi Towards a World War III Scenario? The Role of Israel in Triggering an Attack on Iran, Part II The Military Road Map, Global Research, 13 AGOSTO 2010

Michel Chossudovsky e Finian Cunningham hanno contribuito a questo articolo.

LINK: “The Mother of All Bombs”: a “great weapon” to use on Iran, says US air force chief

DI:  Coriintempesta

 

Wikileaks: il corpo di Osama è negli Usa. Una mail top secret svela il mistero

WASHINGTON – Il corpo di Osama bin Laden non è stato sepolto in mare dopo che il leader terrorista internazionale è stato ucciso nel raid ad Abbottabad lo scorso maggio, ma traferito in segreto negli Stati Uniti. È quanto si legge in una delle mail della Stratfor, società privata di intelligence americana, ottenute dagli hacker di Anonymous e pubblicate da Wikileaks.

La mail riservata. «Pare che abbiamo preso con noi il corpo, grazie a Dio», scriveva il 2 maggio dello scorso anno George Friedman, Ceo della Stratfor.

Secondo questo messaggio il corpo di Osama, contrariamente a quanto è stato annunciato da Washington, sarebbe stato trasferito in un aereo della Cia in una struttura medica militare a Dover, in Delaware. Da lì poi spostato all’istituto militare di patologia di Bethesda, il polo della ricerca medica federale alle porte di Washington, sempre secondo un’altra mail, questa volta di Fred Burton, vice presidente della società. Nella stessa mail Burton esprime forti «dubbi sul fatto che Osama fosse stato gettato in mare» e la convinzione che l’Fbi e le altre agenzie di sicurezza non lo avrebbero mai permesso. Prima di lavorare per la Stratfor, Burton era un agente speciale dei servizi di sicurezza del dipartimento di stato.

IlMessaggero.it

Resti dei morti dell’11/9 in discarica, Casa Bianca: inaccettabile

Rapporto del Pentagono: resti umani delle vittime degli attentati inceneriti e smaltiti con i rifiuti organici

TMNews CNN

Washington, 29 feb. (TMNews) – La gestione da parte del Pentagono della sistemazione dei resti delle vittime degli attentati dell’11 settembre 2001 è stata “inaccettabile”. E’ stata immediata la reazione della Casa Bianca alla notizia che parte dei resti umani delle vittime degli attentati alle Torri Gemelle siano stati gettati in una discarica.

L’ammissione del Pentagono era arrivata ieri. Si tratta della prima volta che il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ammette la cattiva gestione dei resti di vittime e soldati, dopo che a novembre il Washington Post aveva rivelato che la più importante camera mortuaria dell’esercito statunitense a Dover, in Delaware, aveva gettato i resti di alcune delle vittime delle guerre in Afghanistan ed Iraq in una discarica della Virginia.

Nel documento pubblicato ieri dal Pentagono si legge che i resti gettati appartenevano sì alle vittime del 11/9, ma non potevano essere “né analizzati né identificati”. “Il presidente Obama è stato informato dell’inchiesta (…) e sostiene con forza gli sforzi intrapresi dal Pentagono per introdurre dei cambiamenti profondi così da evitare in futuro questo genere di incidenti”, ha dichiarato il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney.

Secondo il rapporto, dopo averli inceneriti, la camera mortuaria consegnava i resti umani non identificati ad un’azienda privata perchè fossero smaltiti assieme ad altri rifiuti organici. Stando al rapporto di Abizaid, nel delegare lo smaltimento dei resti con gli altri rifiuti, gli ufficiali a capo della camera mortuaria della base di Dover “davano per scontato che dopo l’incenerimento, non rimanesse nulla”. Nel rapporto si legge che la camera mortuaria della base militare ha modificato la procedura per lo smaltimento dei resti umani non identificati nel 2008.

TMNnews.it

La privatizzazione del conflitto

di: Manlio Dinucci

Qual è il mestiere più pericoloso nelle forze Usa/Nato in Afghanistan? Non quello del soldato, come potrebbe sembrare, ma del contractor. Secondo i dati ufficiali, sono stati uccisi in Afghanistan, l’anno scorso, più contractor di compagnie militari private statunitensi che soldati dell’esercito statunitense: 430, a fronte di 418.

Sicuramente sono molti di più, poiché le compagnie non hanno l’obbligo di rendere pubbliche le morti dei loro dipendenti. Lo stesso avviene per i feriti, il cui numero supera quello dei morti.

La maggior parte di quelli uccisi nel 2011 (386 su 430) operava in Afghanistan per conto del Pentagono, gli altri per il Dipartimento di stato e la Usaid (l’agenzia federale per lo «sviluppo internazionale», di fatto militarizzata). Questi dati confermano che un numero crescente di funzioni, prima svolte dagli eserciti ufficiali, viene affidato a conpagnie militari private. Secondo i dati ufficiali, operano in Afghanistan per conto del Pentagono oltre 113mila contractor di compagnie private, mentre i soldati Usa sono circa 90mila. I contractor sono per il 22% cittadini statunitensi, per il 31% di altri paesi, per il 47% afghani. Nell’area del Comando centrale Usa, comprendente anche l’Iraq, i contractor del Pentagono sono oltre 150mila. Si aggiungono quelli assunti da altri dipartimenti e dagli eserciti alleati, il cui numero è sconosciuto, ma sicuramente alto.

Essi vengono forniti da un oligopolio di grandi compagnie, strutturate come vere e proprie multinazionali. Tra le più qualificate, la Xe Services Llc (un tempo conosciuta come Blackwater) che fornisce «innovative soluzioni» al governo Usa e ad altri. La DynCorp International, che si autodefinisce «impresa globale multiforme», specializzata in «imposizione della legge, peacekeeping e operazioni di stabilità». Con un personale di decine di migliaia di specialisti, questa società anonima della guerra ha accumulato una ricca esperienza nelle operazioni segrete, da quando negli anni ’80 aiutò per conto della Cia Oliver North a fornire armi ai contras nicaraguensi, e negli anni ’90, sempre per conto della Cia, addestrò e armò l’Uck in Kosovo.

Queste e altre compagnie, tra cui emerge la L-3 Communications, si occupano anche di telecomunicazioni militari, costruzione di basi, «fornitura di sicurezza» e «interrogatorio di prigionieri». Molti contractor provengono dalle forze speciali e dai servizi segreti; altri svolgono la funzione di guardie del corpo, interpreti, addetti ai servizi logistici. Tutti però appartengono all’esercito ombra privato, che affianca quello ufficiale formato sempre più da forze speciali le cui operazioni sono anch’esse segrete. La strategia delle privatizzazioni, con la quale si demolisce la cosa pubblica a vantaggio delle élite economiche e finanziarie nelle cui mani è il potere reale, vale dunque anche per la guerra. Con il vantaggio che il suo corso di sangue, come un fiume carsico, prosegue in modo sotterraneo, così da salvare le apparenze e non inquietare l’opinione pubblica delle «grandi democrazie occidentali». Non viene invece privatizzata la spesa della guerra che, pagata con denaro pubblico, accresce il debito che ricade sulla maggioranza dei cittadini. Costretti a pagare le «innovative soluzioni» della Xe Services Llc.

IlManifesto.it

Anonima Assassini di stato

di: Manlio Dinucci

Suscitano unanime condanna i killer delle bande criminali che, se scoperti, sono puniti con la pena capitale o l’ergastolo.

Quando invece a inviarli è lo Stato, sono comunemente considerati legali e ricompensati per i loro meriti. È questo il caso dei killer professionisti delle forze speciali statunitensi. Nate come Berretti Verdi, ufficializzati dal presidente democratico Kennedy nel 1961 e impiegati nella guerra del Vietnam, le forze speciali furono promosse dal repubblicano Reagan, che nel 1987 costituì un apposito Comando delle operazioni speciali, lo Ussocom.

Dopo essere state usate dal repubblicano Bush nella «guerra globale al terrorismo» soprattutto in Afghanistan e Iraq, ora, con il democratico Obama, stanno assumendo ulteriore importanza. Come emerge da un’inchiesta del Washington Post, le forze per le operazioni speciali sono oggi dispiegate in 75 paesi, rispetto a 60 due anni fa. Decide e pianifica le operazioni la Comunità di intelligence, formata dalla Cia e altre 16 organizzazioni federali. In Afghanistan – confermano funzionari del Pentagono intervistati dal New York Times – le forze convenzionali Usa diminuiranno nel 2013 il loro ruolo di combattimento, «la cui responsabilità passerà alle forze per le operazioni speciali», che «resteranno nel paese ben oltre la fine della missione Nato nel 2014». Loro compito sarà quello di «dare la caccia ai leader degli insorti, catturarli o ucciderli, e addestrare truppe locali». Verrà creato un apposito comando delle operazioni speciali, le cui unità saranno organizzate in una nuova «Forza di attacco in Afghanistan». Quello adottato in questo paese sarà un «modello» per altri. Una direttiva segreta, nel settembre 2009, ha autorizzato «una forte espansione delle attività militari clandestine, con l’invio di commandos per le operazioni speciali in paesi, sia amici che ostili, del Medio Oriente, dell’Asia centrale e del Corno d’Africa». Il Comando delle operazioni speciali, che ufficialmente dispone di circa 54mila specialisti dei quattro settori delle forze armate, organizzati in «piccole unità d’élite», ha il compito di «eliminare o catturare nemici e distruggere obiettivi». Si occupa inoltre di «guerra non-convenzionale condotta da forze esterne, addestrate e organizzate dallo Ussocom; controinsurrezione per aiutare governi alleati a reprimere una ribellione; operazione psicologica per influenzare l’opinione pubblica straniera così che appoggi le azioni militari Usa». Nel quadro della «guerra non-convenzionale», lo Ussocom impiega anche compagnie militari private, come la Xe Services (già Blackwater, nota per le sue azioni in Iraq) che risulta impegnata in varie operazioni speciali, anche in Iran. L’uso di tali forze offre il vantaggio di non richiedere l’approvazione del Congresso e di rimanere segreto, non suscitando reazioni nell’opinione pubblica. I commandos delle operazioni speciali in genere non portano neppure l’uniforme, ma si camuffano con abbigliamento locale. Gli assassini e le torture che compiono restano così anonimi. E poiché sono gli Stati uniti a dettar legge nella Nato, molto probabilmente gli alleati stanno adottando lo stesso modello. Quello dell’Anonima Assassini delle «grandi democrazie» occidentali.

IlManifesto.it

L’Europa nella «rotazione» Usa

di: Manlio Dinucci

Due brigate corazzate pesanti Usa di stanza in Germania, per complessivi 7mila uomini, stanno facendo i bagagli per tornare a casa: lo ha annunciato il segretario alla difesa Leon Panetta. Finalmente Washington, sotto la presidenza di un Premio Nobel per la pace, ha imboccato la via del disarmo cominciando a ritirare le sue forze dall’Europa? Tutt’altro.

Esse scenderanno da 81mila a 74mila uomini, di cui circa la metà truppe terrestri, ma quelle ritirate saranno sostituite da «unità rotanti». Gli europei possono dunque stare tranquilli: gli Usa non li lasceranno soli in un mondo così pericoloso. Anzi, «gli europei vedranno sul loro territorio più forze statunitensi», poiché le basi in Europa serviranno a una più frequente rotazione di forze Usa in Medio Oriente, Africa, Asia ed Europa orientale. Le truppe terrestri saranno concentrate in due unità: una brigata corazzata leggera in Germania e una aviotrasportata a Vicenza. Un altro passo avanti nel «riallineamento» strategico effettuato dal Pentagono, che ridisloca le proprie forze dall’Europa centrale e settentrionale a quella meridionale e orientale, per proiettarle più efficacemente nelle aree d’importanza strategica. In tale quadro – scrive l’ambasciata Usa a Roma in un cablogramma filtrato attraverso WikiLeaks – l’Italia è «divenuta la base del più importante dispositivo militare schierato fuori dagli States, e con il Comando Africa (che ha in Italia due sottocomandi) sarà partner ancora più significativo della nostra proiezione di forza». Lo conferma l’ultimo inventario ufficiale delle 4.214 basi militari che gli Usa hanno sul proprio territorio e delle 611 che mantengono in altri paesi (Base Structure Report 2011). In Italia il Pentagono possiede 1.395 edifici e ne ha in affitto o concessione altri 1.062, per una superficie complessiva di quasi 2 milioni di metri quadri. Essi sono distribuiti in 40 siti principali, cui se ne aggiungono altri minori portando il totale a 60. Ciò significa che, dopo il Vaticano, è il Pentagono il più grosso proprietario immobiliare in Italia. Un investimento molto redditizio, non solo perché l’Italia contribuisce economicamente al mantenimento di tali basi, ma perché esse permettono una «proiezione di forza» più rapida e meno costosa di quella effettuata dal territorio continentale degli Stati uniti. L’altro fondamentale vantaggio è che in Italia tutti i governi, sia di centro-destra che di centro-sinistra, sono stati finora a piena disposizione del Pentagono. Vicenza, Aviano, Ghedi Torre, Livorno, Pisa, Napoli, Gaeta, Sigonella, Niscemi e altre località fanno ormai parte della geografia del Pentagono. Qui gli Usa basano i loro comandi, le loro forze di proiezione rapida, i loro armamenti (compresi quelli nucleari), i loro più avanzati sistemi di telecomunicazioni militari. Da qui ruotano le forze statunitensi, svolgendo non solo la loro funzione militare, ma una importante funzione politica: «Nella misura in cui rimangono in Europa significative forze statunitensi – spiega una commissione congressuale – la leadership può essere mantenuta». Per questo, assicura Panetta, l’impegno militare Usa in Europa è «incrollabile».

IlManifesto.it

Gli USA uscirebbero sconfitti nel Golfo Persico da una guerra con l’Iran?

Fornendo delle preziose intuizioni sulle dinamiche riguardanti lo stallo tra Iran e Stati Uniti portato avanti nello stretto di Hormuz, strategicamente decisivo, Nazemroaya descrive una situazione che riporta inevitabilmente alla mente la storia di Davide e Golia. Con la geografia e le leggi internazionali decisamente dalla parte dell’Iran potrebbe esserci in serbo un finale altrettanto sorprendente.

di: Mahdi Darius Nazemroaya

Dopo anni di minacce da parte degli Stati Uniti, l’Iran ha cominciato ad attuare delle note misure per dimostrare di essere disposto e capace di chiudere lo Stretto di Hormuz.

Il 24 dicembre 2011, l’Iran ha iniziato le sue esercitazioni navali Velayat 90 dentro e intorno allo Stretto di Hormuz, portandosi dal Golfo Persico e dal Golfo di Oman (Mare dell’Oman) fino al Golfo di Aden e al Mare Arabico nell’Oceano Indiano. Da quando hanno avuto luogo queste esercitazioni c’è stato un crescente scontro verbale tra Washington e Teheran. Nulla di ciò che il governo Obama o il Pentagono avevano fatto o detto ha dissuaso Teheran dal continuare con le esercitazioni navali.

La natura geopolitica dello Stretto di Hormuz

Oltre al fatto d’essere un punto di transito vitale per le risorse energetiche del pianeta e un nodo strategico, bisognerebbe considerare due ulteriori elementi riguardo al rapporto dello Stretto di Hormuz con l’Iran. Il primo punto riguarda la geografia dello Stretto di Hormuz. Il secondo concerne il ruolo dell’Iran nel collaborare alla gestione dello stretto strategico sulla base delle leggi internazionali e dei suoi diritti di sovranità nazionale.

Il traffico marittimo che transita nello Stretto di Hormuz è sempre stato in contatto con le forze navali iraniane, composte prevalentemente dalla Marina regolare dalla Marina della Guardia Rivoluzionaria. Infatti le forze navali iraniane controllano e sorvegliano lo Stretto di Hormuz insieme al Sultanato dell’Oman tramite l’enclave omanita di Musandam.

Cosa ancora più importante, per transitare attraverso lo Stretto di Hormuz tutto il traffico marittimo, compresa la marina statunitense, deve navigare attraverso il territorio iraniano. Nessun Paese può entrare nel Golfo Persico e transitare nello Stretto di Hormuz senza navigare in acque e territorio iraniani.

Quasi tutti gli accessi al Golfo Persico avvengono attraverso acque iraniane e la maggior parte delle vie d’uscita attraversano le acque dell’Oman.

L’Iran permette alle navi straniere di utilizzare le sue acque territoriali in buona fede e sulla base delle misure sul transito marittimo contenute nella terza parte della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del mare, che stabilisce che le navi sono libere di navigare attraverso lo Stretto di Hormuz e analoghi specchi d’acqua avendo una navigazione rapida e continua tra un porto aperto e l’alto mare. Sebbene di norma Teheran segua le leggi di navigazione del Diritto marittimo, non è giuridicamente vincolata ad esse. Come Washington, Teheran ha firmato questo trattato ma non l’ha mai ratificato.

Lo Stretto di Hormuz

Tensioni tra Iran e Stati Uniti nel Golfo Persico

Al momento il parlamento iraniano (Majlis) sta rivalutando le acque iraniane nello Stretto di Hormuz. I parlamentari iraniani stanno proponendo una legge per impedire a qualsiasi nave straniera di utilizzare le acque territoriali iraniane per navigare attraverso lo Stretto di Hormuz senza il permesso dell’Iran; il Comitato parlamentare iraniano per la sicurezza nazionale e la politica estera sta attualmente studiando questa normativa, quale posizione iraniana ufficiale basata sugli interessi strategici dell’Iran e la sua sicurezza nazionale [1].

Il 30 dicembre 2011 la portaerei U.S.S. John C. Stennis ha attraversato la zona in cui l’Iran stava conducendo le sue esercitazioni navali. Il comandante delle forze regolari iraniane, il maggiore-generale Ataollah Salehi, consigliò alla U.S.S. John C. Stennis e ad altre imbarcazioni della marina statunitense di non fare ritorno nel Golfo Persico mentre l’Iran stava conducendo le sue esercitazioni, aggiungendo che l’Iran non è solito ripetere un avvertimento due volte [2]. Poco dopo il duro monito iraniano a Washington, l’ufficio stampa del Pentagono ha risposto con una dichiarazione: “Nessuno in questo governo cerca lo scontro [con l’Iran] sullo Stretto di Hormuz. È importante abbassare i toni” [3].

Nello scenario reale di un conflitto militare con l’Iran è molto probabile che le portaerei statunitensi opererebbero di fatto fuori dal Golfo Persico, dal Golfo dell’Oman a sud e dal Mare Arabico. A meno che il sistema missilistico che Washington sta installando negli sceiccati petroliferi nel sud del Golfo Persico non sia pienamente attivo e operativo, il dispiegamento di grandi navi da guerra americane nel Golfo Persico potrebbe essere improbabile. Le ragioni di ciò sono legate a realtà geografiche e alle forze difensive iraniane.


La geografia è contro il Pentagono: la forza navale statunitense è limitata nel Golfo Persico

La forza navale degli Stati Uniti, che comprende prevalentemente la Marina e la Guardia costiera, ha essenzialmente la supremazia su tutte le altre forze navali e marittime nel mondo. Il suo potenziale sottomarino e in mare aperto e negli oceani è unico e ineguagliabile da qualsiasi altra potenza navale.

Tuttavia, supremazia non significa invincibilità. Le forze navali statunitensi nello Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico sono molto vulnerabili all’Iran.

Nonostante la sua potenza e la forza schiacciante, la geografia gioca letteralmente contro la forza navale statunitense nello Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico. La relativa ristrettezza del Golfo Persico lo rende simile a un canale, per lo meno nel contesto strategico e militare. Metaforicamente parlando, le portaerei e le navi da guerra degli Stati Uniti sono confinate in acque ristrette, o chiuse entro le acque costiere del Golfo Persico.

Ed è qui che entra in gioco l’avanzato potenziale missilistico iraniano. L’arsenale di missili e siluri iraniano neutralizzerebbe le forze navali statunitensi nelle acque del Golfo Persico in cui esse sono costrette. Ecco perché gli Stati Uniti in questi ultimi anni stanno attivamente costruendo un sistema di scudo missilistico nel Golfo Persico tra i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG).

Perfino i piccoli pattugliatori iraniani nel Golfo Persico, che sembrano miseri e insignificanti rispetto a una portaerei o a un cacciatorpediniere statunitense, sono una minaccia per le navi da guerra americane. Le apparenze ingannano: questi pattugliatori iraniani possono facilmente lanciare una raffica di missili che potrebbe danneggiare in modo significativo e di fatto affondare grandi navi da guerra americane. Le piccole motovedette iraniane sono anche difficili da rilevare e individuare.

Le forze iraniane potrebbero anche attaccare le forze navali degli Stati Uniti semplicemente lanciando attacchi missilistici dalla terraferma iraniana, dalle coste settentrionali del Golfo Persico. Già nel 2008 il Washington Institute for Near East Policy ha riconosciuto la minaccia proveniente dalle batterie mobili di missili costieri, dai missili antinave e dalle piccole navi lanciamissili iraniane [4].

Alche altre risorse navali iraniane quali droni aerei, hovercraft, mine, squadre di sub e minisottomarini, potrebbero essere utilizzate in una guerra navale asimmetrica contro la Quinta Flotta.

Anche le simulazioni di guerra del Pentagono hanno dimostrato che un conflitto nel Golfo Persico contro l’Iran significherebbe un disastro per gli Stati Uniti e i suoi militari. Un esempio chiave è il wargame nel Golfo Persico Millennium Challenge 2002 (MC02), condotto dal 24 luglio al 15 agosto 2002, e che ha richiesto quasi due anni di preparativi. Queste massicce esercitazioni furono tra i più grandi e costosi wargame mai realizzati dal Pentagono. IlMillennium Challenge 2002 si tenne poco dopo che il Pentagono aveva deciso di proseguire lo sforzo bellico in Afghanistan, prendendo di mira Iraq, Somalia, Sudan, Libia, Libano, Siria per terminare col “bersaglio grosso”, l’Iran, in una vasta campagna militare per garantire la supremazia degli Stati Uniti nel nuovo millennio.

Dopo che il Millennium Challenge 2002 si fu concluso, il wargame fu presentato come una simulazione di guerra contro l’Iraq governato dal presidente Saddam Hussein, ma ciò non può essere vero [5]. Gli Stati Uniti avevano già fatto delle valutazioni per l’imminente invasione anglo-statunitense dell’Iraq. Inoltre, l’Iraq non aveva forze navali tali da meritare un simile impiego su vasta scala della Marina degli Stati Uniti.

Millennium Challenge 2002 fu condotto per simulare una guerra con l’Iran, al quale era assegnato il nome in codice “Rosso” e al quale ci si riferiva come ad uno sconosciuto nemico mediorientale, uno stato-canaglia nel Golfo Persico. All’infuori dell’Iran, nessun altro Paese poteva corrispondere ai parametri e alle caratteristiche di “Rosso” e delle sue forze militari, dalle motovedette alle unità motociclistiche. La simulazione di guerra si tenne perché Washington aveva in programma di attaccare l’Iran subito dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003.

Lo scenario delle esercitazioni del 2002 iniziava con gli Stati Uniti, nome in codice “Blu”, che nel 2007 davano all’Iran un ultimatum di 24 ore per la resa. La data del wargame, il 2007, cronologicamente avrebbe corrisposto ai piani degli Stati Uniti per attaccare l’Iran, dopo l’attacco israeliano contro il Libano nel 2006, che si supponeva si sarebbe esteso a una grande guerra anche contro la Siria. La guerra contro il Libano, tuttavia, non andò come previsto e gli Stati Uniti e Israele si resero conto che se Hezbollah poteva fronteggiarli in Libano, allora una guerra allargata alla Siria e all’Iran sarebbe stata un disastro.

Nello scenario di guerra di Millennium Challenge 2002, l’Iran avrebbe reagito all’aggressione degli Stati Uniti lanciando un massiccio sbarramento di missili che avrebbe sopraffatto gli Stati Uniti e distrutto sedici navi da guerra statunitensi – una portaerei, dieci incrociatori e cinque navi anfibie. Si stima che se ciò fosse realmente accaduto, più di 20.000 militari americani sarebbero stati uccisi in un solo giorno dopo l’attacco [6]. Successivamente, l’Iran avrebbe inviato i suoi piccoli pattugliatori – quelli che sembrano insignificanti rispetto alla USS John C. Stennis e alle altre grandi navi da guerra degli Stati Uniti – per sopraffare il resto delle forze navali del Pentagono nel Golfo Persico: ciò avrebbe comportato il danneggiamento o l’affondamento della maggior parte della Quinta Flotta e la sconfitta degli Stati Uniti. Dopo la sconfitta statunitense, il wargame fu ripetuto più volte, ma “Rosso” dovette agire in condizioni di svantaggio, in modo che alle forze americane fosse permesso di uscire vittoriose dalle esercitazioni [7]. Ciò avrebbe nascosto la realtà del fatto che gli Stati Uniti sarebbero stati sopraffatti nel Golfo Persico nel contesto di una guerra convenzionale contro l’Iran.

Quindi la formidabile potenza navale di Washington è limitata dalla geografia, unita alle risorse militari iraniane, quando si tratta di combattere nel Golfo Persico o anche in gran parte del Golfo dell’Oman. In assenza di acque aperte, come nell’Oceano Indiano o nel Pacifico, gli Stati Uniti dovranno combattere con tempi di risposta notevolmente ridotti e, ancor più importante, non saranno in grado di combattere da una distanza di sicurezza (militarmente sicura). Di conseguenza, i dispositivi navali statunitensi di difesa, progettati per il combattimento in acque aperte e da posizioni sicure, diventano poco pratici nel Golfo Persico.

Rendere superfluo lo Stretto di Hormuz per indebolire l’Iran?

Il mondo intero conosce l’importanza dello stretto di Hormuz e Washington e i suoi alleati sono ben consapevoli del fatto che gli iraniani possono militarmente chiuderlo per un periodo di tempo significativo. Ecco perché gli Stati Uniti hanno lavorato con i paesi del CCG – Arabia Saudita, Qatar, Bahrain, Kuwait, Oman ed Emirati Arabi Uniti – per deviare il loro petrolio attraverso oleodotti che aggirano lo stretto di Hormuz e canalizzano il petrolio del CCG direttamente verso l’Oceano Indiano, il Mar Rosso o il Mar Mediterraneo. Washington ha anche spinto l’Iraq a cercare percorsi alternativi nelle trattative con Turchia, Giordania e Arabia Saudita.

Anche Israele e la Turchia si sono molto interessati a questo progetto strategico. Ankara ha avuto colloqui con il Qatar sulla configurazione di un terminal petrolifero che avrebbe raggiunto la Turchia attraverso l’Iraq. Il governo turco ha tentato di spingere l’Iraq a collegare i giacimenti petroliferi del sud, come i giacimenti petroliferi dell’Iraq settentrionale, alle vie di transito che attraversano la Turchia. Tutto ciò è legato alla volontà della Turchia di essere un corridoio energetico e un importante snodo di transito.

L’obiettivo della deviazione del petrolio dal Golfo Persico eliminerebbe un importante elemento di pressione strategica che l’Iran esercita contro Washington e i suoi alleati. In effetti ridurrebbe l’importanza dello stretto di Hormuz. Potrebbe benissimo essere un prerequisito per i preparativi di una guerra degli Stati Uniti contro Teheran e i suoi alleati.

È in questa cornice che l’oleodotto Abu Dhabi Crude Oil o il Hashan-Fujairah Oil Pipeline vengono preferiti dagli Emirati Arabi Uniti per deviare il percorso marittimo nel Golfo Persico che passa per lo Stretto di Hormuz. Il progetto fu messo insieme nel 2006, il contratto fu reso pubblico nel 2007 e la costruzione iniziò nel 2008. L’oleodotto va direttamente da Abu Dhabi al porto di Fujairah sulle rive del Mare Arabico. In altre parole, darà alle esportazioni petrolifere degli Emirati Arabi Uniti un accesso diretto all’Oceano Indiano. È stato apertamente presentato come un mezzo per garantire la sicurezza energetica bypassando lo Stretto di Hormuz e tentando di evitare i militari iraniani. Insieme alla costruzione di questo oleodotto è stata anche prevista la costruzione di un deposito strategico di petrolio a Fujairah, per mantenere il flusso di petrolio sul mercato internazionale se il Golfo Persico dovesse essere chiuso [9].

A parte la Petroline (East-West Saudi Pipeline), l’Arabia Saudita si è anche interessata a rotte di transito alternative e ha preso in esame i porti dei suoi vicini a sud nella penisola arabica, l’Oman e lo Yemen. Il porto yemenita di Mukalla, sulle rive del Golfo di Aden, è stato di particolare interesse per Riyadh. Nel 2007, fonti israeliane riportarono con una certa ostentazione che era in cantiere il progetto di un oleodotto che avrebbe collegato i giacimenti petroliferi sauditi con Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti, Muscat in Oman, e infine Mukalla nello Yemen. La riapertura dell’Iraq-Arabia Saudita Pipeline (IPSA), che, ironicamente, fu costruita da Saddam Hussein per evitare lo Stretto di Hormuz e l’Iran, è stata anch’essa oggetto di discussione dei sauditi con il governo iracheno a Baghdad.

Se la Siria e il Libano venissero convertiti in clienti di Washington, allora anche la defunta Trans-Arabian Pipeline (Tapline) potrebbe essere riattivata, insieme ad altri percorsi alternativi che vanno dalla penisola arabica alla costa del Mar Mediterraneo, attraverso il Levante. Dal punto di vista cronologico, ciò rientrerebbe bene anche negli sforzi di Washington per invadere il Libano e la Siria, nel tentativo di isolare l’Iran prima di ogni possibile resa dei conti con Teheran.

Le esercitazioni navali iraniane Velayat-90, protratte in prossimità dell’ingresso del Mar Rosso nel Golfo di Aden, al largo delle acque territoriali dello Yemen, si sono tenute anche nel Golfo dell’Oman, di fronte alle coste dell’Oman e alle coste orientali degli Emirati Arabi Uniti. Tra le altre cose, Velayat-90 andrebbe intesa come un segnale che Teheran è pronta ad operare al di fuori del Golfo Persico, e che può colpire o bloccare perfino gli oleodotti che tentano di aggirare lo Stretto di Hormuz.

La geografia è di nuovo dalla parte dell’Iran anche in questo caso. Evitare lo Stretto di Hormuz non cambia il fatto che la maggior parte dei giacimenti petroliferi appartenenti a paesi del CCG si trova nel Golfo Persico o in prossimità delle sue coste, il che significa che sono tutti situati nelle immediate vicinanze dell’Iran e quindi entro la sua portata. Come nel caso dell’Hashan-Fujairah Pipeline, gli iraniani potrebbero facilmente stroncare il flusso di petrolio all’origine. Teheran potrebbe anche lanciare attacchi  missilistici e aerei o schierare le sue forze di terra, mare, aria e anfibie in queste aree. Non c’è necessariamente bisogno di bloccare lo Stretto di Hormuz; dopotutto ostacolare il flusso di combustibile è lo scopo principale delle minacce iraniane.

La guerra fredda  tra Iran e Stati Uniti

Washington è passata all’offensiva contro l’Iran con tutti i mezzi a sua disposizione. Le tensioni sullo Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico sono soltanto un aspetto nella pericolosa guerra fredda su più fronti tra Teheran e Washington nella regione del Medio Oriente allargato. Dal 2001, il Pentagono sta anche riconvertendo le sue forze militari per affrontare guerre non convenzionali contro nemici come l’Iran [10]. Ciononostante la geografia ha sempre lavorato contro il Pentagono, e gli Stati Uniti non hanno trovato una soluzione al dilemma navale nel Golfo Persico. Invece di una guerra convenzionale, Washington ha dovuto fare ricorso contro l’Iran a una guerra occulta, economica e diplomatica.

NOTE

[1] Fars News Agency, “Foreign Warships Will Need Iran’s Permission to Pass through Strait of Hormoz,” January 4, 2011.

[2] Fars News Agency, “Iran Warns US against Sending Back Aircraft Carrier to Persian Gulf,” January 4, 2011.

[3] Parisa Hafezi, “Iran threatens U.S. Navy as sanctions hit economy,” Reuters, January 4, 2012.

[4] Fariborz Haghshenass, “Iran’s Asymmetric Naval Warfare,” Policy Focus, no.87 (Washington, D.C.: Washington Institute for Near Eastern Policy, September 2010).

[5] Julian Borger, “Wake-up call,” The Guardian, September 6, 2002.

[6] Neil R. McCown, Developing Intuitive Decision-Making In Modern Military Leadership (Newport, R.I.: Naval War College, October 27, 2010), p.9.

[7] Sean D. Naylor, “War games rigged? General says Millennium Challenge ‘02 ‘was almost entirely scripted,’” Army Times, April 6, 2002.

[8] Himendra Mohan Kumar, “Fujairah poised to become oil export hub,” Gulf News, June 12, 2011.

[9] Ibid.

[10] John Arquilla, “The New Rules of War,” Foreign Policy, 178 (March-April, 2010): pp.60-67.

Mahdi Darius Nazemroaya, ricercatore associato al Centre for Research on Globalization (CRG), è membro del Comitato Scientifico di GEOPOLITICA.
Traduzione di Giulia Renna.
Testo original in inglese – 8 gennaio 2011: The Geo-Politics of the Strait of Hormuz: Could the U.S Navy be defeated by Iran in the Persian Gulf?

FONTE: GEOPOLITICA – Rivista dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie 



 


Guerra, ma con aerei low cost

di: Manlio Dinucci

In soccorso del caccia F-35 scende in campo il generale Leonardo Tricarico, già capo di stato maggiore dell’aeronautica, che con piglio autoritario bacchetta quei politici e giornalisti «avventuratisi su temi militari con i quali hanno poca dimestichezza». Indubbiamente di aerei da guerra Tricarico se ne intende. Dopo aver comandato le forze aeree italiane che bombardarono la Jugoslavia nel 1999, venne scelto dal presidente del consiglio D’Alema quale consigliere militare, carica che mantenne nei successivi governi Amato e Berlusconi. Nel 2006, venne inviato dal governo Prodi al Pentagono per definire la partecipazione dell’Italia al programma dell’F-35, quale partner di secondo livello, in base al memorandum firmato nel 2002 dall’ammiraglio Giampaolo Di Paola, oggi ministro della difesa. Il nostro eventuale abbandono dell’F-35 – avverte Tricarico – toglierebbe «miliardi di lavoro a una settantina di aziende italiane, dai giganti Finmeccanica e Fincantieri, a molte pmi». E all’argomento economico unisce quello politico-militare: dopo aver precisato che l’F-35 non è un «costoso sfizio» ma «uno dei pilastri della Difesa italiana nel XXI secolo», ammonisce che «senza un aereo tattico credibile, domani potremmo essere costretti a chiamarci fuori se un altro dittatore dovesse massacrare il proprio popolo». Chiaro il riferimento alle «guerre umanitarie» di Jugoslavia e di Libia. Mentre il generale va alla carica con tali argomenti, condivisi da un vasto arco politico multipartisan, in parlamento nessuno sa, né vuole, rispondergli. I pochi critici si limitano all’obiezione che l’Italia, in difficoltà economiche, non può permettersi un aereo tanto costoso. Non mettono in discussione il modello economico di cui l’F-35 è uno dei prodotti, né chiariscono che, mentre i contratti per la sua produzione accresceranno i profitti di aziende private, sarà il settore pubblico ad addossarsi le spese: almeno 15 miliardi di euro per l’acquisto degli aerei, più un costo operativo superiore di un terzo rispetto a quello degli attuali caccia.

Questi parlamentari diffondono allo stesso tempo leggende inter-metropolitane, secondo cui l’amministrazione Obama, decisa a tagliare la spesa militare, avrebbe l’intenzione di ridimensionare drasticamente o cancellare il programma dell’F-35. Ignorano così la forza e l’influenza che ha negli Usa il complesso militare-industriale. Tantomeno mettono in discussione il modello politico-militare, di cui l’F-35 è espressione: dominato dagli Usa attraverso la Nato e finalizzato a continue guerre di aggressione. I senatori Pd Roberto Della Seta e Francesco Ferrante, che oggi chiedono di rinunciare agli F-35 per risparmiare 3 miliardi da una spesa militare di oltre 25, sono gli stessi che lo scorso marzo hanno sostenuto l’anti-costituzionale e costosa guerra contro la Libia, definendo l’intervento militare «pienamente legittimo e, anzi, giusto e dovuto». Il senatore radicale Marco Perduca, che oggi dichiara la stessa posizione, chiedeva lo scorso marzo di attuare subito un «radar-jamming» per neutralizzare le difese libiche e aprire la strada ai cacciabombardieri. Quelli meno cari dell’F-35, graditi a un partito che si definisce «nonviolento».

IlManifesto.it

Perché agli USA serve una grande guerra

di: Viktor Burbaki

Attualmente ci troviamo nel mezzo d’una fase di turbolenza del ciclo evolutivo mondiale, cominciata negli anni ’80 e destinata a terminare per la metà del XXI secolo. Nel corso di tale processo, gli USA stanno evidentemente perdendo il loro status di superpotenza…

Stime fornite dagli esperti dell’Accademia Russa delle Scienze mostrano che l’attuale periodo di forte instabilità dovrebbe terminare attorno al 2017-2019, con una crisi. La crisi non sarà profonda quanto quelle del 2008-2009 e del 2011-2012, e segnerà la transizione verso un’economia edificata su una nuova base tecnologica. Il rinnovamento economico probabilmente comporterà, nel 2016-2020, grossi mutamenti nell’equilibrio mondiale di potenza e grandi conflitti politico-militari che coinvolgeranno sia i pesi massimi dell’agone globale, sia i paesi in via di sviluppo. Presumibilmente, gli epicentri dei conflitti saranno nel Medio Oriente e nell’Asia Centrale post-sovietica.

Il secolo del dominio politico-militare e della supremazia economica globale degli USA è prossimo alla fine. Gli USA hanno fallito la prova dell’unipolarità e, feriti dai permanenti conflitti mediorientali, mancano oggi delle risorse necessarie a mantenere la guida mondiale.

La multipolarità implica una distribuzione più equa delle risorse mondiali ed una profonda trasformazione d’istituzioni internazionali come l’ONU, il FMI, la Banca Mondiale ecc. Al momento il Washington Consensus pare morto e sepolto, e l’agenda globale dovrebbe avere al primo posto la costruzione di un’economia con molti meno livelli d’incertezza, più rigidi regolamenti finanziari, ed una maggiore equità nell’allocazione dei ritorni e profitti economici.

I centri dello sviluppo economico stanno slittando dall’Occidente, che vanta la rivoluzione industriale tra i suoi grandi meriti, all’Asia. Cina e India dovrebbero prepararsi ad una corsa economica senza precedenti, con sullo sfondo una più ampia competizione tra le economie, che sfruttano i modelli del capitalismo di Stato e della democrazia tradizionale. Cina e India, i due paesi più popolosi al mondo, definiranno le direzioni ed il ritmo dello sviluppo futuro, ma la grande battaglia per la supremazia mondiale sarà combattuta tra USA e Cina: in palio c’è anche la scelta del sistema politico e del modello socie-economico post-industriale per il XXI secolo.

La domanda che sorge è: come reagiranno a questa transizione gli USA?

***

Va tenuto conto che qualsiasi strategia statunitense parte dall’assunto che sia inaccettabile perdere la supremazia mondiale.

Il collegamento tra leadership mondiale e prosperità nel XXI secolo è un assioma per le élites statunitensi, indipendente da tutti i dettagli politici.

Modelli matematici delle dinamiche geopolitiche globali portano a concludere che l’unica opzione a disposizione degli USA per arrestare il rapido disfacersi del suo status geopolitico impareggiato, sia quella di vincere un conflitto convenzionale su larga scala.

Non è un segreto che occasionalmente hanno funzionato (si pensi al collasso dell’URSS) anche metodi non militari di sbarazzarsi dei rivali, e le corrispondenti tecnologie sono costantemente affinate negli USA. D’altro canto, ad oggi paesi come la Cina o l’Iran sono apparsi evidentemente immuni alla manipolazione esterna. Se le attuali dinamiche geopolitiche dovessero persistere, ci si può attendere il cambiamento di leadership mondiale per il 2025, ed il solo modo per gli USA di arrestare questo processo è scatenare una grande guerra…

Il paese che stia per perdere la supremazia non ha altra opzione che colpire per primo, ed è ciò che Washington sta facendo da circa 15 anni. La peculiare tattica degli USA è di scegliere come bersagli non i candidati alternativi alla supremazia geopolitica, ma paesi che appaiono più facili da affrontare al momento. Attaccando Jugoslavia, Afghanistan o Iraq, gli USA hanno cercato di gestire problemi puramente economici, o regionali; ma una questione più grande richiederà senz’altro un bersaglio assai più significativo. Gli analisti militari ritengono che i candidati più a rischio d’essere presi a bersaglio nel nome d’una nuova redistribuzione globale siano l’Iran più la Siria ed i gruppi sciiti quali il libanese Hezbollah.

La redistribuzione è, di fatto, in corso. La Primavera Araba, tramata e gestita da Washington, ha creato le condizioni appropriate ad una fusione del mondo musulmano in un singolo califfato. Gli USA ritengono che questa nuova formazione aiuterà la vacillante superpotenza a mantenere la propria presa sulle risorse energetiche chiave a livello mondiale, e a salvaguardare i suoi interessi rispetto all’Asia e all’Africa. Senza dubbio, la sfida che ha indotto gli USA ad architettare questo nuovo tipo di sistemazione è il crescente potere della Cina.

Liberarsi di Iran e Siria, che si frappongono sulla strada del dominio globale statunitense, sarebbe il prossimo passo naturale per Washington. I tentativi di rovesciare il regime iraniano fomentando disordini tra la popolazione sono falliti clamorosamente, ed analisti militari sospettano che all’Iran spetti uno scenario analogo a quelli visti in Iraq e Afghanistan. Il piano ha serie possibilità di realizzarsi, anche se oggi persino il ritiro da Iraq e Afghanistan pone considerevoli problemi agli USA.

La realizzazione del progetto del Grande Medio Oriente – assieme a notevoli danni alla posizione di Russia e Cina – sarebbe l’obiettivo centrale che gli USA sperano di conseguire combattendo una grande guerra… Il disegno è divenuto ampiamente noto negli USA dopo la pubblicazione sul Armed Forces Journal della celebre mappa di Peters. La motivazione di fondo sta nell’espellere Russia e Cina dal Mediterraneo e dal Medio Oriente, nel tagliar fuori la Russia dal Caucaso Meridionale e dall’Asia Centrale, e nel disconnettere la Cina dai suoi fornitori d’energia più importanti.

Il materializzarsi del Grande Medio Oriente rovinerebbe le prospettive russe di costante e pacifico sviluppo; infatti l’instabile Caucaso del Sud, controllato dagli USA, trasmetterebbe ondate destabilizzanti nel Caucaso del Nord. Dal momento che la destabilizzazione sarebbe condotta da forze fondamentaliste islamiche, tutte le regioni russe a prevalenza musulmana sarebbero coinvolte.

Gli USA non sono più in grado di sostenere il Washington Consensus facendo affidamento su strumenti politici ed economici.

Il cinese Jemin Jibao ha dipinto un quadro di strabiliante chiarezza, quando ha scritto che gli USA sono diventati un parassita mondiale che stampa illimitate quantità di dollari e le esporta per pagare le sue importazioni, e dunque sostiene gli eccessivi livelli di vita nordamericani derubando il resto del mondo. Il primo ministro russo ha espresso una visione simile durante il suo viaggio in Cina, il 17 novembre 2011.

Attualmente la Cina sta lavorando alacremente per limitare la sfera di circolazione del dollaro. La quota di valuta statunitense nelle riserve cinesi sta precipitando, e nell’aprile 2011 la Banca Centrale cinese ha annunciato il progetto di escludere totalmente il dollaro nelle compensazioni internazionali. Il colpo inferto al dominio valutario statunitense non è ovviamente destinato a rimanere senza risposta. Anche l’Iran sta cercando di ridurre la quota del dollaro nelle sue transazioni: nel luglio 2011 ha aperto una borsa petrolifera iraniana, dove sono accettati solo l’euro e la moneta persiana. Iran e Cina stanno negoziando di barattare prodotti cinesi col petrolio iraniano, rendendo così possibile, tra le altre cose, scavalcare le sanzioni imposte all’Iran. Il dirigente iraniano ha affermato che il volume degli scambi con la Cina dovrà raggiungere i 100 miliardi di dollari, e ciò renderebbe inefficaci i piani statunitensi per isolare l’Iran.

Gli sforzi statunitensi per destabilizzare il Medio Oriente potrebbero attribuirsi in parte al calcolo che la ricostruzione della regione, se devastata, richiederebbe massicce iniezioni di dollari, favorendo così la rivitalizzazione dell’economia statunitense. Nel 2011 la strategia statunitense mirante a preservare il dominio globale ha cominciato a tradursi in politiche basate sulla forza, dal momento che Washington vede nel deprezzamento dei possedimenti in dollari una possibile soluzione alla crisi. Una grande guerra potrebbe servire allo scopo. Il vincitore sarebbe in grado d’imporre al mondo le sue condizioni, come avvenne nel 1944 con la creazione del sistema di Bretton-Woods. Per Washington, guidare il mondo può valere una grande guerra.

Può l’Iran, fornitagli la necessaria assistenza, mettere fine all’espansione universale statunitense? La questione sarà trattata nel prossimo articolo.

Fonte: Strategic Culture Foundation

Traduzione di Daniele ScaleaGeopolitica Rivista

Happy New Year dalle Hawaii

di: Manlio Dinucci

Dopo un anno faticoso ma pieno di soddisfazioni, culminato con la guerra alla Libia e l’uccisione di Gheddafi, il presidente Obama si è concesso una meritata vacanza alle Hawaii. Da qui, il 31 dicembre, ha augurato ai suoi concittadini un Felice Anno Nuovo, ricordando che nel 2011 «l’America è divenuta più sicura» e che il 2012 «porterà un cambiamento ancora maggiore». Quindi, prima del brindisi di mezzanotte, ha firmato l’atto legislativo di autorizzazione della spesa militare per il 2012. Essa si salva dal congelamento quinquennale della spesa pubblica, che scende al livello più basso rispetto al pil negli ultimi cinquant’anni, congelando anche i salari dei dipendenti federali: il provvedimento si applica a tutti i settori «esterni alla sicurezza», quindi non a quello militare. Per dimostrare la sua buona volontà, anche il Pentagono promette qualche risparmio, eliminando sistemi d’arma non necessari, per reinvestire però le risorse nei droni da attacco e in altri armamenti high-tech. Intanto, per il 2012, riceve 553 miliardi di dollari, più del 2011, salendo di 23 miliardi rispetto al 2010. Si aggiungono a questi 118 miliardi per la guerra in Afghanistan e per le «attività di transizione in Iraq», ma si tratta solo di una prima tranche per le «operazioni d’oltremare». Anche i 17 miliardi per le armi nucleari, del cui mantenimento si occupa il Dipartimento dell’energia, sono solo l’anticipo di una spesa molto più grossa: come annuncia il Pentagono, «l’Amministrazione modernizzerà l’arsenale nucleare americano e il complesso che lo sostiene». La macchina bellica statunitense continua quindi a girare a pieno ritmo: nell’ultimo giorno lavorativo, il 30 dicembre, il Pentagono ha concluso oltre 30 grossi contratti con industrie militari, soprattutto la Lockheed, Boeing e Raytheon. Molti delle decine di contratti, stipulati ogni giorno dal Pentagono, sono la punta dell’iceberg di programmi dal costo enorme. Quello del caccia F-35, riporta la Associated Press da Washington, «col suo prezzo di 1.000 miliardi di dollari potrebbe divenire il programma più costoso nella storia militare». Ma non è solo questa la spesa militare. Al bilancio del Pentagono si aggiungono altre spese di carattere militare: 124 miliardi per i militari a riposo; 47 per il Dipartimento della sicurezza della patria. Includendo altri programmi con finalità militari, compresi alcuni della Nasa, la spesa militare Usa supera i 900 miliardi di dollari, circa un quarto del bilancio federale. Vi è inoltre la spesa del Programma nazionale di intelligence che, si specifica nel budget, è «classificata», ossia segreta. Un settore d’importanza crescente, dato che lo stesso atto legislativo firmato dal presidente Obama attribuisce ai militari e ai loro servizi segreti il «diritto» di inprigionare a tempo indeterminat e interrogare anche cittadini statunitensi, senza alcuna assistenza legale. E, per completare il suo «Happy New Year», il presidente Obama ha autorizzato il 31 dicembre dure sanzioni contro l’Iran, miranti a bloccare il suo intero sistema bancario per impedire l’export petrolifero in Occidente. Un atto di guerra, che può provocare un forte aumento del prezzo del petrolio, a vantaggio anzitutto delle compagnie statunitensi, che avranno così assicurato un «Felice Anno Nuovo».

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