Vent’anni di trame – La guerra della Casa Bianca all’asse tra il Cav e Mosca

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Mentre a Bengasi scoppiava la rivolta, Medvedev firmava accordi con l’Eni per i diritti di un pozzo in Libia: uno sgarro per Obama. Quante “coincidenze” contro il Cav

di: Gian Micalessin

Se vivete di pane e complotti, il 15 febbraio 2011 vi sembrerà una congiunzione fatidica e fatale. Se non ci credete, godetevi le bizzarrie del destino e della storia. Quel giorno tra Mosca, Bengasi e Milano si compiono tre avv enimenti chiave, apparentemente slegati tra loro.

Nella capitale russa, il consigliere del Cremlino Sergei Prikhodko annuncia l’arrivo a Roma del presidente Dmitry Medvedev per la firma di uno storico contratto con l’Eni,destinato ad aprire le porte della Libia al gigante del petrolio russo Gazprom. Continue reading

Eurozona, quelli che “la benzina aumenterà settanta volte sette…”

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di: Alberto Bagnai

Tira una brutta aria nelle roccaforti del Pude (Partito Unico Dell’Euro), aria di imminente smobilitazione. Le crepe nel muro di gomma sono sempre più evidenti, il dibattito è aperto perfino nel paese che, per i più ingenui, avrebbe meno interesse ad aprirlo (la Germania), l’opposizione all’Eurss si fa, da scientifica, politica, e in paesi più democratici del nostro fa incetta di voti. Questa, peraltro, è un’altra fonte di preoccupazione, visto che lo spazio politico della verità tecnica (l’euro è insostenibile) è stato improvvidamente lasciato alle destre più becere da chi ha ucciso il dibattito a sinistra (in Italia il Pd). Continue reading

Siria, la corsa all’oro nero

siria petrolio

di: Manlio Dinucci

Le riserve petrolifere accertate della Siria (2,5 miliardi di barili), sono maggiori di quelle di tutti i paesi vicini eccetto l’Iraq: lo stima la U.S. Energy Information Administration, che di petrolio (soprattutto quello degli altri) se ne intende. Ciò rende la Siria uno dei maggiori produttori ed esportatori di greggio in Medio Oriente. Il paese possiede anche grosse riserve di gas naturale, usato finora per il consumo interno. C’è però un problema, segnala l’agenzia statunitense: dal 1964 le licenze per l’esplorazione e lo sfruttamento dei giacimenti sono riservate agli enti statali siriani.

Ciò procurava allo stato, fino al 2010, un’entrata annua di oltre 4 miliardi di dollari proveniente dall’esportazione di petrolio soprattutto in Europa. Le cose però stanno cambiando con la guerra. L’«Esercito libero siriano» si è impadronito di importanti campi petroliferi nell’area di Deir Ezzor.

Altri campi, nell’area di Rumeilan, sono controllati dai curdi del Partito di unione democratica, ostili però anche ai «ribelli» con i quali si sono più volte scontrati. La strategia Usa/Nato punta sui «ribelli», che sono stati aiutati a impadronirsi dei campi petroliferi con un duplice scopo: privare lo stato siriano degli introiti delle esportazioni, già fortemente calati per effetto dell’embargo Ue; far sì che i maggiori giacimenti passino in futuro, tramite i «ribelli», sotto il controllo delle grandi compagnie occidentali. Fondamentale, a tal fine, è il controllo della rete interna di oleodotti e gasdotti. Questa è stata sabotata dai «ribelli» in più punti, soprattutto nei pressi di Homs dove c’è una delle due raffinerie del paese.

Ma c’è un’altra posta in gioco strategicamente ancora più importante: il ruolo della Siria quale hub di corridoi energetici alternativi a quelli attraverso la Turchia e altri percorsi, controllati dalle compagnie Usa ed Ue. La «guerra degli oleodotti» è iniziata da tempo: nel 2003, invadendo l’Iraq, gli Stati uniti hanno subito distrutto l’oleodotto Kirkuk-Banias che trasportava in Siria il greggio iracheno. E’ restato però in funzione quello tra Ain Zalah e Suweidiva. Successivamente, sfidando i divieti di Washington, Damasco e Baghdad hanno varato il progetto di due oleodotti e un gasdotto che, attraverso la Siria, collegheranno i giacimenti iracheni al Mediterraneo e quindi ai mercati esteri. Ancora più pericoloso per gli interessi occidentali l’accordo stipulato nel maggio 2011 tra Damasco, Baghdad e Teheran: esso prevede la realizzazione di un gasdotto che, attraverso l’Iraq, trasporterà il gas naturale iraniano in Siria e da qui ai mercati esteri. Questi e altri progetti, già finanziati, sono stati bloccati da quelle che l’agenzia statunitense definisce «le incerte condizioni di sicurezza in Siria».

FONTE: IlManifesto.it

 

Sismicità indotta e petrolio: in Italia parlarne è ancora tabù

sismicità indotta

di: Maria Rita D’Orsogna

In Italia è quasi tabù parlare di sismicità indotta, specie se da attività petrolifera.

Ci sono invece eventi sismici in tutto il mondo di entità più o meno grave causati dall’attività umana - dighe, estrazione di acqua e di idrocarburi, reiniezione di materiale ad alta pressione nel sottosuolo – che succedono in California, in Uzbekistan, in Oman, in Francia, in Colorado. E questo lo dicono vari articoli compilati da scienziati di Harvard fino all’USGS, che si sono succeduti nel corso dei decenni.

E in Italia? Possibile che il nostro paese sia immune da qualsiasi problema, che da noi la prevenzione non debba esserci, che da noi è tutto sotto il tappeto, che le persone non debbano sapere che questo rischio esiste?

Caviaga, 15-16 Maggio 1951. 10 chilometri a sud est di Lodi.

Non so se queste date, questi luoghi possano dire qualcosa ai lettori, ma in quel posto, in quel tempo,ci fu un terremoto, di magintudine 5.5 Richter indotto dalle estrazioni di metano dell’Agip.

E’ una notizia ben seppellita.

Ad esempio, sulla pagina di Wikipedia di Caviaga si parla dei giacimenti e delle estrazioni Agip ma non si dice niente del terremoto associato. Idem per la città di Cavenago d’Adda, Comune di cui Caviaga è frazione, in provincia di Lodi.

Anche in questa lista di Wikipedia, su tutti i terremoti d’Italia, il terremoto di Caviaga del 1951 non compare, sebbene ce ne siano altri di intensità minore. Chissà perché.

E invece se un scava, nella letteratura e nelle memorie del tempo, trova un articolo scritto nel 1954 da Caloi, De Panfilis, De Filippo, Marcelli, e Spadea, in modo semplice, dettagliato e preciso per conto dell’Istituto Nazionale di Geofisica e poi pubblicato nella rivista Annali Geofisica, volume 9, numero 1, pagine 63-105 nel 1956.

E’ un articolo di 58 anni fa e fa anche un po’ tenerezza, con le figure fatte a mano, la scala Mercalli invece che Richter, e in alcuni punti l’Italiano di altri tempi.

Quello che però dice l’articolo e’ attualissimo, ed è anzi questo uno dei pochi testi da parte dell’Istituto Nazionale di Geofisica che parla di sismicità indotta da estrazioni metanifere in Italia.

Caloi e colleghi iniziano con il ricordare che tutta la zona del Lodigiano è a sismicità bassa, e a tutt’oggi la provincia di Lodi, inclusa Cavenago d’Adda, viene classificata a rischio 4, la più bassa. Secondo Wikipedia Lodi è  rischio sismico irrilevante e distribuito in modo uniforme sul territorio, come confermato dalla Protezione Civile d’Italia.

E allora come si spiega il terremoto di intensità 5.5 Richter?

Caloi e colleghi azzardano che la colpa sia proprio dell’estrazione di ingenti quantità di metano nella zona e della conseguente decompressione del territorio che portò a squilibri e alla ricerca di “nuove posizioni di equilibrio”.

Dicono:

Osserviamo che l’epicentro cade precisamente nei pressi di Caviaga. In questa località esistono pozzi metaniferi, da cui si estraggono giornalmente notevoli quantità di gas metano che vanno dai 10.000 metri cubi ai 300.000 metri cubi.

Tale estrazione dura da anni ormai: la decompressione in atto nella zona attiva è quindi notevole.

La singolarità del meccanismo secondo cui la scossa si è determinata, il fatto che la zona interessata è notoriamente asismica e che in essa, da parecchi anni, è in corso un’abbondante estrazione di gas metano, ha fatto ritenere non del tutto improbabile che le scosse in esame siano comunque collegate all’enorme decompressione in atto negli strati profondi, di dove il gas scaturisce con pressioni superiori ai 100 kg/cm2.

La conferma di questo fatto viene dal libro Economic Geology: Principles and Practise, di Walter L. Pohl, professore di Geologia. Il libro è del 2011 e a pagina 577 si dice in modo semplice: The first and one of the largest gas-production related earthquakes to date occurred in 1951 at the Caviaga field – Northern Italy, with a magnitude of 5.5.

La connessione trivelle-terremoto viene ripetuta da molti articoli, anche scritti per conto dell’industria del petrolio, come questo pubblicato dalla Society of Petroleum Engineers: In Italy, the production of gas from the Caviaga field caused an earthquake of magnitude 5.5 in 1951.

Addirittura in un articolo del Geophysical Research del 1998 si include Caviaga in una lista di terremoti indotti dalle estrazioni di idrocarburi, proprio assieme a Coalinga, Kettleman, Montebello (California) e Gasli (Uzbekistan, ex URSS) di cui abbiamo parlato tante volte.

E’ tutto molto chiaro e non c’è proprio possibilità di mala comprensione o di ambiguità.

Caloi e colleghi ricordavano anche gli scoppi di pozzi metaniferi a Basiasco, in provincia di Lodi, il 5 marzo del 1949 e all’eruzione incontrollata di gas che durò per vari giorni, e che causò:

oltre al crollo della torre di sondaggio, una serie di spaccature nel terreno circostante al soffione, lunghe molti metri, larghe una diecina di centimetri e con un sensibile dislivello fra gli orli di esso.

La popolazione di Basiasco fu costretta, per il pericolo di crolli, ad abbandonare temporaneamente le cose.

Guarda caso, anche in quell’occasione ci fu un terremoto, seguito da altre 30 scosse di assestamento durante i mesi successivi.

Tali scosse possono essere senz’altro collegate alla violenta eruzione di gas di cui è detto sopra.

Ovviamente non vi è traccia alcuna nemmeno del terremoto di Basiasco, provincia di Lodi, del 1949.

Ecco.

Due sono le mie riflessioni.

Un terremoto indotto da estrazioni di metano di intensità 5.5 a Caviaga, in un territorio non sismico. E se fosse stato un territorio sismico cosa sarebbe successo?

Ma soprattutto: non è detto che tutte le altre località trivellate e trivellande d’Italia per forza andranno incontro agli stessi problemi e che ovunque uno trivelli ci debbano essere terremoti.

La verità è che nessuno può dire con assoluta certezza se un terremoto ci sarà o non ci sarà, e può darsi che non succederà niente.

Scatenare terremoti è però una possibilità, remota certo, ma è una possibilità dalle conseguenze gravi, e io credo che i cittadini queste cose debbano saperle, in modo da poter valutare bene l’opportunità o meno di eseguire trivellamenti, stoccaggi ed altre opere invasive nei propri territori, e in modo da poter incalzare con dati e fatti tutti gli eleganti signori del petrolio che continueranno a bussare alle nostre porte con promesse di gas facile, soldi, benessere e gioia per tutti.

Non è vero che “da noi non succede”.

Da noi è più facile fare finta che non succede.

FONTE: Il Fatto Quotidiano – Il Blog di Maria Rita D’Orsogna

La lotta di Haiti per la libertà: l’imperialismo degli Stati Uniti, la missione MINUSTAH e il rovesciamento di Jean-Bertrand Aristide

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di: Timothy Alexander Guzman

A Santo Domingo, ex colonia francese situata nella parte occidentale dell’isola di Hispaniola, esplose una rivolta degli schiavi contro la Francia. La rivolta costò la vita a oltre 100.000 neri e 20.000 bianchi, senza contare i civili intrappolati nel mirino della rivoluzione. Nacque cosi la nuova Repubblica di Haiti, che ottenne poi la sua indipendenza dalla Francia nel 1804. Diventò una Repubblica libera che abolì la schiavitù, diventando un centro di ispirazione per molti schiavi africani in tutto il mondo.

Ma sin dalla rivoluzione haitiana e la sua resistenza alla schiavitù, le nazioni occidentali sono riuscite a mantenere Haiti schiavizzata. Dai conflitti interni che dividevano Haiti alle successive dittature e la paura costante di un invasione francese nei decenni che seguirono, Haiti ha sempre lottato per la libertà. Quando il presidente Theodore Roosevelt  introdusse “Il Corollario Roosevelt” in un suo discorso del 1904 al Congresso degli Stati Uniti in relazione alla dottrina Monroe, egli menzionò il fatto che gli Stati Uniti sarebbero intervenuti sul lato d’Europa che era in costante guerra contro i loro possedimenti coloniali in America Latina, se un qualsiasi nuovo conflitto sarebbe scoppiato da quel momento in poi. Nel 1915, i Marines americani, guidati da Smedley Butler, occuparono Haiti sotto gli ordini del Presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson, per proteggere le aziende statunitensi e per evitare una rivoluzione popolare. L’occupazione durò fino al 1934. Poi, dopo la fine dell’occupazione americana, gli haitiani scelsero una assemblea nazionale ed elessero, con l’approvazione degli Stati Uniti, Stenio Joseph Vincent come Presidente di Haiti , il quale  si rivelò poi essere un presidente autoritario. E, naturalmente, gli Stati Uniti furono il suo principale partner commerciale.

Poi, il successivo Presidente Élie Lescot venne rovesciato da un colpo di stato nel 1950 dal generale dell’esercito Paul Eugene Magloire,  che divenne, sempre col beneplacito degli Usa e grazie alla sua ferma posizione anticomunista, il nuovo Presidente della Repubblica di Haiti. 

Nel 1957 Francois “Papa Doc” Duvalier divenne presidente a vita, naturalmente con l’approvazione degli Stati Uniti, fino al 1971. Gli succedette suo figlio Jean Claude “Baby Doc” Duvalier fino al 1986, quando una rivolta popolare lo rimosse dal potere. Sotto la dinastia Duvalier, furono più di 60.000 gli haitiani  uccisi e torturati dai Tonton Macoutes, uno squadrone della morte creato da “Papa Doc” per eliminare i suoi avversari politici e tutti coloro che osavano metter in cattiva luce il suo regime. Molte persone vennero bruciate vive e impiccate in pubblico. I membri principali dei Macoutes Tonton erano inoltre capi Voodoo, guadagnandosi in tal modo un’ autorità illimitata e il rispetto del popolo haitiano. Dopo che Jean-Claude “Baby Doc” Duvalier venne rimosso dal potere, i Tonton Macoutes furono ancora attivi in ​​altri squadroni della morte per gli anni a venire, molti dei quali alla fine confluirono nel Fronte per l’avanzamento e il progresso di Haiti (FRAPH), una creazione della Central Intelligence Agency (CIA). Il rapporto di Haiti con gli Stati Uniti, Francia e Canada negli ultimi decenni fu un fattore che contribuì alle fallimentari scelte politiche ed economiche del governo haitiano, le quali ebbero un impatto negativo sul popolo.

Poi comparve sulla scena nazionale Jean-Bertrand Aristide, un ex sacerdote colto nato in povertà, che riuscì ad ispirare il popolo a partecipare alla costruzione di una nuova democrazia ad Haiti. L’influenza di Aristide tra la gente di Haiti preoccupò le nazioni occidentali e in particolare gli Stati Uniti. Rappresentò anche una preoccupazione per le élite haitiane. Come sacerdote, Aristide iniziò ad reclutare i giovani per frequentare la chiesa, organizzando in tal modo settimanali incontri con migliaia di ragazzi. Nel 1986 fondò un orfanotrofio per i bambini di strada, il “Lafanmi Selavi” (“La famiglia è la vita“),  che rappresentò un vero e proprio modello di democrazia partecipativa per quei ragazzi che ne presero parte. Aristide diventò una voce importante per la maggior parte dei poveri di Haiti, subendo allo stesso tempo numerosi tentativi di omicidio. Nel 1990 annunciò la sua candidatura per la presidenza  e in un periodo di sei settimane formò,  con i suoi sostenitori, un partito politico chiamato “Front National pour le Changement et la Démocratie” -(“Fronte Nazionale per il Cambiamento e la Democrazia” – FNCD -). Venne eletto presidente con il 67% dei voti, sconfiggendo il candidato appoggiato dagli Usa, Marc Bazin, un ex funzionario della Banca Mondiale. Aristide fu il primo presidente democratico di Haiti ad essere eletto dal popolo. La democrazia stava finalmente diventando una realtà, ma gli Stati Uniti e i suoi alleati occidentali “non erano troppo entusiasti delle scelte del nuovo presidente riguardanti la sua politica in materia di cambiamento, economia o la sua guerra alla droga. Le sue idee per il cambiamento democratico gli permisero di diventare una figura di spicco tra il popolo haitiano e questo,  chiaramente, non era nell’interesse di Washington.

Il 29 settembre 1991, quando alla presidenza americana c’era George HW Bush, Aristide venne rovesciato da un colpo di Stato guidato dal generale dell’esercito Raoul Cédras, dal Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Philippe Biamby e dal Capo della polizia nazionale Michel François, con il sostegno della CIA.  Per un breve periodo di tempo salì al potere Joseph Nérette,  giudice della Corte Suprema, fino a quando non venne nominato, con l’approvazione degli Stati Uniti, il nuovo Presidente. Il colpo di stato venne condannato  dall’ Assemblea Generale delle Nazioni Unite (UNGA) e dall’Organizzazione degli Stati Americani (OAS) nell’ ottobre dello stesso anno. Il nuovo regime haitiano che sostituì Aristide venne riconosciuto solo dalla Città del Vaticano, dove il capo della Chiesa cattolica romana, “il Papa”, esercita il potere legislativo, esecutivo e giudiziario. La Città del Vaticano riteneva che l’ “incitamento all’odio e alla violenza” di Aristide non era in linea con i principi della Chiesa cattolica. Il paradosso è che Aristide era un ex sacerdote cattolico, designato alla parrocchia di Don Bosco, situata in uno dei quartieri più poveri di Port-au-Prince, per aiutare i poveri. Tuttavia, la condanna da parte del Vaticano delle azioni di Aristide diede carta bianca a Washington per procedere con il colpo di Stato.

Ma quale è stata la ragione principale dietro il colpo di stato che portò alla caduta di Aristide? Sicuramente la sua forte opposizione al contrabbando di droga sul territorio di Haiti. Il Generale Raoul Cédras e il capo della polizia Michel François, diplomato alla “Scuola delle Americhe” (SOA), ora chiamata “Istituto dell’Emisfero Occidentale per la Cooperazione alla Sicurezza” (WHINSEC), sono stati accusati di traffico di droga sotto la supervisione della CIA. Come riportato da Dennis Bernstein sul Pacific News Service del 20  ottobre del 1993, citando il deputato democratico John Conyers: “Sono rimasto stupito dal fatto che il nostro governo non ha mai parlato del traffico di droga … anche se è ovviamente uno dei motivi principali per cui queste persone hanno spinto il loro presidente fuori  dal paese e perché sono cosi determinate a non farlo tornare indietro. Stiamo parlando di centinaia di milioni di dollari di profitti illeciti che stanno avendo conseguenze disastrose per il popolo americano”. Questa crociata anti-droga mise Aristide in contrasto con Washington, con l’esercito e con le élite politiche ed economiche haitiane. In un’intervista alla radio WBAI, Patrick Elie, ex capo dell’unità antidroga di Haiti, ha discusso su chi, secondo la sua opinione, ci fosse dietro il colpo di stato del 30 settembre del 1991:

” I soliti noti – in particolare l’amministrazione degli Stati Uniti attraverso la CIA e, naturalmente, parte della facoltosa élite haitiana, che ha finanziato il colpo di stato e ha aiutato i militari e gli squadroni della morte a sopravvivere ad alcune delle sanzioni che vennero applicate dall’ OAS. Il motivo per cui posso affermare che la CIA è stata effettivamente coinvolta nella preparazione del colpo di stato è che, prima di tutto, nessun colpo di stato è mai avvenuto ad Haiti senza la benedizione degli Stati Uniti – la DIA o la CIA – ma anche a causa della mia posizione di capo del programma antidroga. Avevo contatti con il capo della stazione CIA di Haiti e le questioni che mi poneva per quanto riguardava la sicurezza del nuovo governo erano le stesse che erano state sollevate, esattamente lo stesso giorno del colpo di stato, dai militari che lo effettuarono”.

Dopo che il presidente Aristide venne rimosso dal potere, fu mandato in esilio: prima in Venezuela e poi negli Stati Uniti. Dopo la partenza di Aristide, furono oltre 4000 gli haitiani, che ancora sostenevano l’ormai ex Presidente, ad essere uccisi dal Fronte per l’avanzamento e il progresso di Haiti (FRAPH), capeggiato da Emmanuel “Toto” Constant, un informatore pagato dalla CIA.

Nel 1993 William Jefferson ” Bill” Clinton venne eletto presidente degli Stati Uniti. Promise il ritorno di Aristide tramite un piano per reintrodurre le politiche neoliberali cui Aristide si  era opposto. Clinton voleva anche porre fine alla crisi dei profughi haitiani sulle coste della Florida. Sotto la pressione internazionale e degli Stati Uniti, insieme alla Risoluzione 940 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del 31 luglio 1994, il regime militare al potere accettò di dimettersi, mentre vennero dispiegate ad Haiti, sotto l’ordine di Clinton, le truppe statunitensi. Così, il 15 ottobre 1994, l’amministrazione Clinton diede il permesso ad Aristide per tornare ad Haiti e completare il suo mandato, con la condizione però di eseguire il programma economico della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale (FMI) dell’ ex candidato alle elezioni del 1990, appoggiato dagli Usa, Marc Savin. Aristide dovette accettare tali termini e fece ritorno ad Haiti con 20.000 soldati statunitensi in stand-by per la transizione.

La democrazia in stile americano era tornata nella politica haitiana.

La Banca Mondiale e il Fondo monetario internazionale, le stesse istituzioni responsabili dell’impoverimento di molte nazioni del Terzo Mondo, erano ora responsabili per le politiche economiche neoliberiste che alla fine hanno portato alla distruzione della sovranità economica di Haiti. Aristide rimase al potere fino al 1996. Poi, per 5 anni, venne eletto presidente René Préval, con l’88% del voto popolare. Préval era stato primo ministro durante i pochi mesi della Presidenza Aristide prima del golpe del 1991.

Aristide venne invece rieletto nel 2000 e riprese la sua presidenza nel 2001. Poi, nel febbraio 2004, gli Stati Uniti e la Francia, rimossero ancora una volta Aristide dal potere, esiliandolo di nuovo a causa del suo rifiuto di “privatizzare” le imprese statali. Tale privatizzazione avrebbe costretto i poveri  a pagare prezzi ancora più alti per usufruire dei servizi di base. Gli Stati Uniti usarono l’omicidio di Amiot Metayer, capo della banda Cannibal Army, per destabilizzare il governo di Aristide. Il Fronte Nazionale Rivoluzionario per la Liberazione di Haiti, che si era formato sotto la guida del fratello di Amiot, Buteur Metayer, accusò Aristide di essere colpevole della morte di Amiot . I ribelli presero il controllo del nord e, infine, invasero la capitale Port-au-Prince. Il  28 febbraio 2004 gli Stati Uniti scortarono Aristide fuori dal paese, mandandolo in esilio in Sud Africa. L’avvocato di Aristide dichiarò che gli Stati Uniti stavano armando i gruppi anti-Aristide prima dell’assassinio di Metayer e che la Francia e gli Stati Uniti avevano “sequestrato” Aristide.

Aveva avuto luogo un altro colpo di Stato contro Aristide e questa volta alla Casa Bianca vi era George W. Bush.

 Il 30 Aprile 2004 venne approvata la Risoluzione 1542 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il cui scopo era quello di addestrare la forza di Polizia Nazionale haitiana e di fornire pace e sicurezza alla popolazione haitiana. Dal 1 ° giugno 2004, la missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite ad Haiti (UNSTAMIH), meglio conosciuto come MINUSTAH, guidata da un generale dell’esercito brasiliano, si è però rilevata un totale disastro per gli haitiani. Obiettivo primario della MINUSTAH era di formare la forza di Polizia Nazionale di Haiti, ma si è ritrovata coinvolta in numerosi crimini, dalla violenza sessuale ai danni della 18enne Johnny Jean ad opera delle forze di pace uruguaiane, inchiodate poi da un video, allo sfruttamento sessuale dei minori, tra cui prostituzione e stupro, che ha coinvolto più di 100 caschi blu dello Sri Lanka. O come l’omicidio di un ragazzo 16enne appeso in una base delle Nazioni Unite a Cap Haïtien, nell’ agosto 2010, dopo esser stato accusato di aver rubato 200 dollari ad un interprete delle Nazioni Unite… MINUSTAH è anche una forza di polizia politica che ha ucciso,  il 22 Dicembre del 2006, un gruppo di 30 persone pro-Aristide, tra cui donne e bambini, a Cité Solei, una baraccopoli nella capitale Port-au-Prince. Fu un massacro contro la comunità per il loro supporto al movimento Lavalas che coinvolse più di 10.000 persone radunate per il ritorno del presidente Aristide e che chiedevano la fine dell’occupazione militare delle Nazioni Unite ad Haiti, mentre le Nazioni Unite affermarono che quei soldati erano lì per catturare o uccidere ” criminali e sequestratori“. Il 15 Ottobre del 2012, la missione MINUSTAH è stata prolungata fino al 2013. Poi lo sarà fino al 2014. Forse l’occupazione delle Nazioni Unite sarà permanente? Qual è il vero scopo di questa occupazione militare? Impiantare basi che gli Stati Uniti ed i suoi alleati “sarebbero in grado di utilizzare contro i loro nemici come Cuba, Ecuador o Venezuela“? Vi è però anche un altro elemento che non deve essere trascurato, ovvero la grande quantità di risorse naturali di cui dispone Haiti. Bauxite, carbone, rame, carbonato di calcio, oro, gesso, energia idroelettrica, marmo, argento, stagno, lignite, nichel, calcare, manganese, marmo, ferro, tungsteno, sale, argilla, pietre da costruzione e soprattutto il petrolio. Era stato trovato petrolio ad Haiti. Lo scrittore haitiano, il dottor Georges Michel, ha pubblicato un articolo il 27 marzo 2004 dal titolo ‘Petrolio ad Haiti.’ Scrive Michel:

 Non è stato un segreto che nel profondo delle viscere della terra dei due stati che condividono l’isola di Haiti e nelle acque circostanti ci sono giacimenti di petrolio importanti e ancora non sfruttati. Non si sa perché non siano sfruttati. A partire dal ventesimo secolo, la carta fisica e politica dell’isola di Haiti, creata nel 1908 da Alexander Poujol e Henry Thomasset, riportava una maggiore riserva di petrolio ad Haiti, vicino alla sorgente del fiume Rio Todo El Mondo, oggi meglio conosciuto come il rio Tomondo.

risorse haiti

Uno dei motivi principali per cui i governi degli Stati Uniti, Canada ed europei decidono di inviare forze di pace americane e delle Nazioni Unite è quello di indebolire i governi che si oppongono alle loro politiche e di sfruttare le risorse naturali a scopo di lucro. In un cable dell’ ottobre 2008 pubblicato da Wikileaks, l’ambasciatore degli Stati Uniti ad Haiti Janet Sanderson riferisce che “Il dividendo di sicurezza che gli Stati Uniti raccolgono da questa cooperazione emisferica non è solo a beneficio immediato dei Caraibi, ma sta anche sviluppando abitudini di cooperazione per la sicurezza dell’emisfero che serviranno ai nostri interessi per gli anni a venire. “

Gli interessi degli Stati Uniti riguardano le risorse naturali e una posizione militare centrale necessaria per dar scacco matto a Cuba e agli altri paesi del Sud America? E ‘interessante sapere che una crisi, sia essa un disastro naturale, come il terremoto di Haiti del 12 gennaio 2010, dove si stima che siano morte 316.000 persone, più di 300.000 i feriti e più di 1 milione le persone rimaste senza tetto, o  una situazione politica che comporterebbe un cambiamento di regime, è stata usata come pretesto per portare i caschi blu delle Nazioni Unite (MINUSTAH) ad Haiti. La stessa organizzazione coinvolta in numerosi  crimini che addestrerà la Polizia di Stato haitiana come strumento per controllare e soggiogare la popolazione locale. Haiti ha risorse naturali e una popolazione dedita al lavoro. Non merita di essere la nazione più povera dell’emisfero occidentale. Haiti è di nuovo ridotta alla schiavitù, ma questa volta il padrone è la Globalizzazione, un sistema che è sotto il controllo delle potenze occidentali imperiali. Dopo 221 anni non è cambiato nulla. Le potenze occidentali, vecchie e nuove, controllano il panorama politico, sociale ed economico di Haiti. Michel “Sweet Mickey” Martelly è il nuovo presidente di Haiti, con la benedizione americana, dal maggio del 2011. Ha resuscitato l’esercito haitiano con le unità di intelligence e di sicurezza con ex ufficiali militari, membri della forza di polizia e squadroni della morte paramilitari che sono stati coinvolti nel colpo di Stato di Aristide nel 2004. Ristabilire l’esercito haitiano era una sua promessa elettorale che ha mantenuto e manterrà anche nel 2013, con un governo di tipo Duvalier. Con il presidente Martelly in carica fino al 2016 e la Missione delle Nazioni Unite di stabilizzazione ad Haiti (MINUSTAH) fino al 15 ottobre 2013, sembra che il futuro di Haiti sarà contrassegnato dagli stessi problemi che ha subito da quando ha ottenuto l’indipendenza nel 1804.

LINK:  Haiti’s Struggle for Freedom: US Imperialism, MINUSTAH and the Overthrow of Jean-Bertrand Aristide

DI: Coriintempesta

 

Fracking tra Europa e Usa, l’Italia se ne tenga alla larga

di: Maria Rita D’Orsogna

Continuo qui le mie riflessioni circa il fracking iniziate nel mio precedente post.

Estremamente grave per la salute pubblica e delle falde acquifere è il fatto che in alcuni casi i numerosi rifiuti del fracking vengono deposti sine die in vasche a cielo aperto, causando miasmi tossici e inquinamento dell’atmosfera nel circondario. E i fluidi di scarto dove finiscono?

Quando non finiscono nelle vasche, vengono re-immessi nel sottosuolo, sempre ad alta pressione, nei cosiddetti pozzi di reiniezione. Ed è proprio l’alta pressione con cui i fluidi dismessi ed inquinanti spingono sulla roccia – possibilmente su faglie sismiche note o non note – che può scatenare fenomeni tellurici in zone anche non sismiche, come successo in OklahomaTexasArkansas,Ohio, negli USA, a nel British Columbia in Canada, e a Blackpool nel Regno Unito.

Ci sarebbero tante storie da raccontare di vite normali spezzate dal fracking qui negli Usa mentre i grandi strateghi seduti a Washington e coccolati dai lobbisti del gas parlano di indipendenza energetica.

E in Italia? Che io sappia, nel bel paese non ci sono ancora interventi di fracking su larga scala. La ditta Independent Resources ha sperimentato un evento di fracking a Ribolla, in provincia di Grosseto nel 2009. Ora cerca partner per sviluppare il suo progetto di estrazione di shale gas in Toscana.

Questa ditta è la stessa che gestisce lo stoccaggio di gas a Rivara, vicino all’epicentro del terremoto emiliano. Altri progetti per estrarre Coal Bed Methane e per poi stoccare le vacuità del sottosuolo con CO2 sono previsti per le miniere dismesse del Sulcis in Sardegna e attorno a Siena.

Si dirà: il nostro territorio si presta poco al fracking, queste di Ribolla e del Sulcis sono solo prove, non si deve fare allarmismo. Io invece credo che proprio perché siamo all’inizio, e proprio perché siamo ancora una nazione tutto sommato frack-free, occorra intervenire adesso e legiferare in materia prima e non dopo.

Quanto succede negli USA non è allarmismo, è verità. E mutatis mutandis sarà realtà anche in Italia se nessuno dice o fa niente.

La Francia, la Bulgaria, il Lussemburgo hanno vietato il fracking sul loro territorio. Gli stati del Quebec in Canada, del Victoria in Australia, della Cantabria in Spagna, del Vermont negli USA l’hanno vietato anche loro. L’Inghilterra ha una moratoria dopo il terremoto del 2011 a Blackpool, e così pure lo stato di New York.

Ecco, evitiamo che tutto questo possa anche solo iniziare in Italia. Siamo ancora in tempo e possiamo ancora guardare al resto del mondo e imparare dagli sbagli degli altri.

IlFattoQuotidiano.it

Fracking, l’ultima diavoleria dei petrolieri per spremere la Terra

di: Maria Rita D’Orsogna

La parola fracking è arrivata al grande pubblico da quando il regista americano Josh Fox ha realizzato un documentario sulle estrazioni di “gas non convenzionale” negli USA. Correva l’anno 2009, sebbene il fracking fosse stato inventato nel 1947, poi ottimizzato e diffuso su larga scala a partire dal 1997 nel Barnett Shale in Texas. Il fracking ha poi preso il definitivamente il sopravvento nel 2005 grazie all’amministrazione del duo petrolifero Bush-Cheney che esentò questa pratica dalle leggi di protezione ambientale negli USA, fra cui il Safe Water Drinking Act e che aprì le terre demaniali degli stati centrali degli USA ai petrolieri.

Fracking è una abbreviazione di “hydraulic fracturing” che significa fratturazione idraulica. Queste due parole racchiudono tutto il concetto del fracking: frantumare la roccia usando fluidi saturi di sostanze chimiche ed iniettati nel sottosuolo ad alta pressione. Il fracking è un modo “non convenzionale” per estrarre gas da roccia porosa di origine argillosa detta scisti (shale in inglese), le cui vacuità ospitano in prevalenza metano. Con le tecniche “tradizionali” questo gas non potrebbe essere estratto, visto che il gas è intrappolato in una miriade di pori sotterranei e la classica trivella verticale non arriverebbe ad aprirli tutti.

Con il fracking invece, giunti ad una certa profondità la trivella ed i fluidi di perforazione vengono direzionati orizzontalmente e l’alta pressione innesca una serie di microsismi frantumando la roccia e lasciando sprigionare il gas.

Esistono varianti per petrolio, per geotermia e per metano intrappolato in carbone invece che in scisti, detto Coal Bed Methane.

Insomma, questo fracking è l’ultima diavoleria inventata dai petrolieri per spremere dalla pancia della terra più idrocarburi possible.

Credo che molti associno la questione fracking ai terremoti, ed è vero, ma le occorrenze seppure gravi, sono rare. Ci sono invece una moltitudine di altri problemi collegati al fracking e collegati al vivere quotidiano: l’acqua che si beve, l’aria che si respira, il cibo che si mangia.

Intanto, come per quasi tutti le miscele che l’industria petrolifera inietta nel sottosuolo, non è dato sapere esattamente cosa usano. Ci sono proppanti -per aprire e tenere aperte le fessure nel sottosuolo- ci sono acidi, biocidi, stabilizzatori, inibitori di corrosione, surfattanti, inibitori, agenti per aumentare la viscosità.

E di cosa sono fatti? Fra le sostanze possibili presenti nei fluidi da fracking, secondo un rapporto della Camera USA: naftalene, benzene, toluene, xylene, etilbenzene, piombo, diesel, formadelhyde, acido solforico, thiourea, cloruro di benzile, acido nitrilotriacetico, acrylamide, ossido di propilene, ossido di etilene, acetaldehyde, Di (2-ethylhexyl) phtalati. Sono tutti cancerogeni. Fra le sostanze radioattive invece si elencano vari isotopi di antimonio, cromo, cobalto, iodio, zirconio, potassio, lanthanio, rubidio, scandio, iridio, kripton, zinco, xenon, manganese.

Bastano? Sul link di cui sopra – quello della camera – le miscele note occupano circa 17 pagine.

Proprio l’altro ieri the Independent di Londra riporta che e’ venuto fuori un misterioso componente usato per fare fracking in Texas che ha causato danni ai reni e al fegato di chi vive vicino a questi pozzi e che per ora non si sa cosa sia. Si sa solo che e’ siglato EXP-F0173-11.

Ogni pozzo da fracking necessita dai 2-4 milioni di galloni di acqua per poter operare, che si traducono in 7-14 milioni di litri di acqua satura di sostanze chimiche. E dove finisce il tutto? Nonostante la propaganda dei petrolieri secondo cui le cementificazioni e le impermeabilizzazioni dei pozzi sono perfetti, nessuna attività dell’uomo è esente dal logorio, dall’uso, da difetti, ed evidente che continuando a pompare miscele inquinanti nel terreno, prima o poi qualcosa deve pure cedere.  E migrare. E arrivare, prima o poi, nei rubinetti delle persone.

Per di più, a volte lo shale del sottosuolo contiene già sostanze radioattive di per conto suo, che madre natura ha nel corso dei millenni separato dal resto, e che stuzzicate dal fracking possono arrivare in superficie.

E cosi, ecco una perfetta inchiesta del New York Times sulle concentrazioni fuori da ogni grazia di Dio di livelli di materiale radioattivo nei pozzi artesiani vicino ai pozzi del fracking in Pennsylvania. In alcuni casi si è arrivati 1500 volte i valori stabiliti per legge.

E non è questo un caso isolato. L’inquinamento delle riserve acquifere in seguito ad interventi di fracking si e’ verificato anche in Texas, Ohio, Pennsylvania, Colorado, Wyoming, dove innumerevoli sono le famiglie che riportano casi di metano nell’acqua dei rubinetti che si infiammano, acqua nei pozzi artesiani color marroncino e puzzolente, assolutamente inutilizzabile e satura di inquinanti. Il risultato è che la gente non ha più acqua potabile in casa – nella nazione più ricca del mondo! - e  ci si ammala. Ci sono anche casi di ruscelli inquinati, morie di animali, mini-geyser di acqua e metano che schizzano anche 30 metri dal suolo a causa delle forti pressioni sotterranee.

(..continua)

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Libia: petrolio rosso sangue

di: Manlio Dinucci

È uscito il secondo episodio di «Humanitarian War», famosa fiction washingtoniana sulla Libia. Ecco il trailer: aiutati i libici a liberarsi dal feroce dittatore, i buoni, guidati dall’eroico Chris, continuano ad aiutarli con uguale disinteresse; ma i cattivi – i terroristi ancora annidati nel paese – uccidono Chris che «rischiava la vita per aiutare il popolo libico a costruire le fondamenta di una nuova e libera nazione» (Hillary Clinton) e, «fatto particolarmente tragico, lo uccidono a Bengasi, città che aveva aiutato a salvare» (Barack Obama); il Presidente invia una «forza di sicurezza» in Libia, ma sono gli abitanti di Bengasi, scesi spontaneamente in piazza con cartelli inneggianti a Chris, a cacciare i cattivi dalle loro tane.

In attesa del terzo episodio, uno sguardo alla realtà. Chris Stevens, ambasciatore in Libia dallo scorso maggio, era stato rappresentante speciale Usa presso il Cnt di Bengasi durante la guerra: ossia il regista dell’operazione segreta con cui erano state reclutate, finanziate e armate contro il governo di Tripoli anche milizie islamiche fino a poco prima bollate come terroriste. Novello apprendista stregone, Chris Stevens è stato travolto dalle forze da lui stesso create quando, abbattuto il governo di Tripoli, in veste di ambasciatore Usa ha diretto l’operazione per neutralizzare le milizie ritenute da Washington non affidabili e integrare nelle forze governative quelle affidabili. Operazione estremamente complessa: ci sono in Libia almeno 100mila combattenti armati, appartenenti a svariate formazioni, comprese alcune gheddafiane. Tripoli controlla oggi solo una parte minore del territorio. È iniziata la disgregazione dello stato unitario, fomentata da interessi di parte. La Cirenaica – dove si trovano i due terzi del petrolio libico – si è autoproclamata di fatto indipendente, e lo vuol essere anche il Fezzan, dove sono altri grossi giacimenti, mentre alla Tripolitania resterebbero solo quelli davanti alle coste della capitale. La balcanizzazione della Libia rientra nei piani di Washington, se non riesce a controllare lo stato unitario. Ciò che preme agli Usa e alle potenze europee è controllare il petrolio libico: oltre 47 miliardi di barili di riserve accertate, le maggiori dell’Africa. Importante per loro è disporre anche del territorio libico per lo spiegamento avanzato di forze militari. La forza di rapido spiegamento dei marines, inviata da Obama in Libia con il supporto dei droni di Sigonella, ufficialmente come risposta all’uccisione dell’ambasciatore, non è né la prima né l’ultima. Il Pentagono aveva già inviato forze speciali e contractor a presidiare le maggiori piattaforme petrolifere, e ora si prepara a un’azione «antiterrorista». Sono da tempo sbarcate le compagnie petrolifere che, con accordi ufficiali e sottobanco (grazie alla diffusa corruzione), ottengono contratti molto più vantaggiosi dei precedenti. Si prepara allo stesso tempo la privatizzazione dell’industria energetica libica. Partecipa alla spartizione del bottino anche il Qatar che, dopo aver contribuito alla guerra di Libia con forze speciali infiltrate e forniture militari, spendendo oltre 2 miliardi di dollari, ha ottenuto il 49% (ma di fatto il controllo) della Banca libica per il commercio e lo sviluppo. Un buon investimento, quello della guerra.

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Clinton missionaria in Africa

di: Manlio Dinucci

Ha visitato nove paesi africani – Senegal, Uganda, Sud Sudan, Kenya, Malawi, Sudafrica, Nigeria, Ghana, Benin – benedicendo le platee con i suoi «God bless you», giurando che Washington ha quale unico scopo in Africa «rafforzare le istituzioni democratiche, promuovere la crescita economica, far avanzare la pace e la sicurezza». La segretaria di stato Hillary Clinton è dunque andata in Africa, in pieno agosto, per fare opere di bene. L’hanno accompagnata, nella nobile missione, gli executive delle maggiori multinazionali Usa. Affari sì, ma guidati da un principio etico che la Clinton ha così enunciato a Dakar: «Nel 21° secolo, deve finire il tempo in cui degli estranei vengono ad estrarre la ricchezza dell’Africa per se stessi, lasciando dietro di sé niente o molto poco».

La Clinton, si sa, è convinta sostenitrice del commercio equo e solidale. Come quello praticato in Nigeria, la cui industria petrolifera è dominata dalle compagnie Usa, che si portano a casa metà del greggio estratto per oltre 30 miliardi di dollari annui. Una colossale fonte di ricchezza per le multinazionali e per l’élite nigeriana al potere, di cui poco o niente resta alla popolazione. Secondo la Banca mondiale, oltre la metà dei nigeriani si trova sotto la soglia di povertà e la durata media della vita è di appena 51 anni. L’inquinamento petrolifero, provocato dalla Shell, ha devastato il delta del Niger: per decontaminarlo, valuta un rapporto Onu, ci vorrebbero almeno 25 anni e miliardi di dollari. Lo stesso si prepara per il Sud Sudan, dove, dopo la scissione dal resto del paese sostenuta dagli Usa, si concentra il 75% delle riserve petrolifere sudanesi, cui si aggiungono preziose materie prime e vaste terre coltivabili. La compagnia texana Nile Trading and Development, presieduta dall’ex ambasciatore E. Douglas, si è accaparrata, con una elemosina di 25mila dollari, 400mila ettari della migliore terra con diritto di sfruttarne le risorse (anche forestali) per 49 anni. L’accaparramento di terre fertili in Africa, espropriate alle popolazioni, è divenuto un lucroso business finanziario, gestito dalla Goldman Sachs e la JP Morgan, su cui speculano con i loro fondi anche la Harvard e altre prestigiose università statunitensi. La strategia economica Usa incontra però in Africa un formidabile ostacolo: la Cina, che a condizioni vantaggiose costruisce per i paesi africani porti e aeroporti, strade e ferrovie. Per superarlo, Washington getta sul tavolo l’asso pigliatutto: il Comando Africa, che «protegge e difende gli interessi di sicurezza nazionale degli Stati uniti, rafforzando le capacità di difesa degli stati africani». In altre parole, facendo leva sulle élite militari (che il Pentagono cerca di reclutare offrendo loro formazione, armi e dollari) per portare più paesi possibili nell’orbita di Washington. Quando non riesce, l’Africom «conduce operazioni militari per fornire un ambiente di sicurezza adatto al buon governo». Come l’operazione Odyssey Dawn, lanciata dall’Africom nel marzo 2011: l’inizio della guerra per rovesciare il governo della Libia (il paese africano con le maggiori riserve petrolifere) e soffocare gli organismi finanziari dell’Unione africana, nati soprattutto grazie agli investimenti libici. Così ora, in Libia, c’è un «buon governo» agli ordini di Washington.

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Calcoli ed errori del «governo tecnico» Monti

di: Vladimir Nesterov

Vignetta di Andrej Fomin

Negli ultimi tre anni l’Unione europea ha affrontato la crisi economica più grave della sua storia. Non si tratta tanto di preservare il modello di mercato «socialmente orientato» di cui è stata così fiera degli ultimi trent’anni. La questione è che la malaccorta estensione dell’UE a spese degli Stati post-socialisti, ha frantumato le fondamenta economico-finanziarie dell’Unione, ad ha bloccato i veterani, che non avevano compreso di non essere immuni dai problemi economici…

La Grecia oggi è di fronte a un default. E’ ancora chiamato tecnico, ma non rende la vita più facile alla maggior parte della popolazione del paese. E ci sono paesi più grandi, che si profilano dietro la Grecia. Nouriel Roubini, l’economista che aveva previsto la crisi attuale, dice: «Spagna e Italia potrebbero finire nel mirino».

Su cosa basa le sue stime, soprattutto per quanto riguarda l’Italia, che non ha alcuna esitazione a mettere nella categoria della «periferia» dell’UE?

Il debito pubblico in Italia ha raggiunto il livello record di 1.935 milioni di euro nel gennaio 2012, come la banca centrale italiana ha annunciato il 15 marzo. E’ aumentato di 37,9 milioni di euro dal dicembre 2011. Il 2011 ha portato il debito pubblico a oltre il 120,1% del Prodotto nazionale lordo (PNL).  Secondo la Banca centrale, il debito cresce insieme con le spese di servizio.

Entro la fine dello scorso anno, i mercati europei hanno praticamente perso ogni fiducia nella capacità della leadership italiana nel risolvere il problema più acuto, adempiere agli obblighi sul debito sovrano, determinando le dimissioni di Silvio Berlusconi. Lo spread tra titoli italiani e bund tedeschi è sceso sotto l’importante soglia psicologica di 500 punti, per la prima volta nella storia. I rendimenti dei titoli italiani sono saliti al 6,9%, superiori di tre volte la redditività dei titoli tedeschi.

Nessuno osa prevedere cosa succederà domani. Soprattutto tenendo conto del fatto che le consegne di petrolio dall’Iran all’Italia sono terminate. Le sanzioni dell’Unione europea dovrebbero finire il 1° luglio, ma sapendo che Cina, India e  Giappone non vi hanno aderito, l’Iran ha deciso di anticpare le mosse. Di conseguenza, alcuni paesi, Italia compresa, affrontano momenti difficili. Il petrolio proveniente dall’Iran copriva il 30% delle importazioni italiane. Il risultato è stato l’alto prezzo della benzina, che a marzo è aumentata a € 1,96 al litro, in media, in tutto il paese. Il prezzo del diesel è cresciuto a oltre € 1,8. Dallo scorso dicembre alla Pasqua, il prezzo della benzina ha superato il livello psicologicamente importante dei 2 euro al litro.

L’aumento dei prezzi dei carburanti avrà conseguenze drammatiche per i trasporti, l’88% di essi avviene sulle strade. Sarà difficile per gli agricoltori, perché i costi di produzione salgono insieme alle spese per il carburante per i trasporti; in media il 19% dall’inizio di quest’anno.

Inoltre, l’aumento del prezzo del carburante è il principale fattore a determinare l’inflazione nel paese. Il costo del paniere minimo del consumatore italiano è cresciuto del 4% a febbraio, rispetto all’indice medio annuo. Ha superato il record degli ultimi cinque anni, insieme al tasso di inflazione generale del 3,3%.

Non sarà una sorpresa se, nelle condizioni attuali i rendimenti obbligazionari italiani saliranno al 7% tra uno o due mesi.

Sullo sfondo del debito pubblico in crescita, ciò significherà il collasso finanziario, perché i mercati dei prestiti semplicemente chiuderanno. Chi avrebbe creduto nella capacità dell’Italia di pagare il servizio dei debiti di tale percentuale, e senza nemmeno parlare di pagarlo? Nel frattempo, secondo le stime degli esperti, l’Italia dovrà prendere in prestito oltre 200 miliardi di euro in più nel 2012.  Avrà anche da riscattare 91 miliardi di euro di debiti preferenziali, entro la fine di aprile.

Le misure adottate dal «governo tecnico» di Mario Monti, salito al potere a dicembre al posto del governo di Silvio Berlusconi, non sembrano portare a risultati positivi. Al contrario hanno solo esacerbato la situazione. La recessione continua, l’economia si sta convertendo in una sorta di ristretta «pelle di zigrino». Il 12 marzo, l’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) italiano ha riportato che il PIL nazionale si è ridotto, nel IV trimestre del 2011, dello 0,7% rispetto al III trimestre, e dello 0,4% in termini annuali. La flessione della domanda interna dei consumatori contribuisce alla crisi. La spesa dei consumatori, nel IV trimestre, è scesa dello 0,7% in termini trimestrali, e del 1,2% in termini annuali. Gli investimenti nell’economia, di conseguenza, sono diminuiti del 2,4% e 3,1%. Le previsioni del 2012 non sono di certo troppo rosee. La Commissione europea prevede che l’economia diminuirà dell’1,3%.

«Manovra finanziaria» contro società

Le misure adottate dal governo di Mario Monti, definite «manovra finanziaria», sono volte a risparmiare 33 miliardi di euro nei prossimi tre anni. Hanno un evidente orientamento anti-sociale. I critici della «manovra finanziaria» hanno notato subito che presupponeva un aumento del carico fiscale su tutti i cittadini, e delle misure minime per creare incentivi per la crescita economica.

Le misure includono anche la reintroduzione di una tassa sulla proprietà della prima casa, che era stata abolita nel 2008, che andrà a comporre lo 0,4% sulla prima casa e lo 0,75% sulle seconde case e le altre. La misura prevede solo la riduzione di 50 euro di sconto per ogni figlio, fino all’età di 26 anni. Inoltre, uno 0,76% fiscale su beni immobili esteri, auto di lusso, yacht e aerei privati deve essere introdotto. Accise sulle sigarette e IVA saliranno di molto.

Una delle decisioni più dure è l’aumento dell’età pensionabile per uomini e donne. Secondo il governo, il piano prevede che l’età pensionabile maschile debba essere di 66 anni, quella femminile 62 anni, a partire dal 2012. Dal 2018 l’età pensionabile sarà 66 anni anche per le donne. Non ci vorranno meno di 42 anni e un mese per un uomo e 40 anni e un mese per una donna, di lavoro, per avere diritto alla pensione. Coloro il cui importo complessivo annuo delle pensioni supera i 200.000 euro, dovranno pagare il 15% della cosiddetta «tassa di solidarietà».

Oltre a ciò, il governo di Mario Monti ha attaccato l’articolo 18, che è  considerato il principale vantaggio sociale dei cittadini degli ultimi quaranta anni. L’articolo limita i diritti dei datori di lavoro nel licenziare i dipendenti che hanno un contratto a tempo indeterminato, garantendo la sicurezza  del posto di lavoro. Monti ed i suoi ministri lo trovano un peso sul mercato del lavoro, che impedisce la rotazione e l’occupazione dei giovani. E’ bello assumere giovani. Ma cosa faranno i lavoratori di 40-60 anni che hanno bisogno di sfamare le loro famiglie? Questo è ciò di cui Mario Monti e i suoi ministri «competenti» non si preoccupano.

La voglia di protesta è in aumento

La «manovra finanziaria» ha dovuto affrontare una dura, anche se scoordinata, resistenza dalla maggior parte della società. Alla fine di gennaio i camionisti di tutta Italia sono scesi in sciopero. Hanno bloccato alcune strade centrali, paralizzando l’intero paese. Le fabbriche FIAT si sono fermate, Napoli affronta il problema dello smaltimento dei rifiuti ancora una volta, gli alimentari sugli scaffali dei negozi della Sicilia si sono svuotati. L’isola era anche rimasta benzina e la mafia locale ne aveva approfittato.

Poi i tassisti hanno fatto un grande sciopero facendo soffrire i turisti. Poco dopo, anche il personale degli aeroporti romani di Fiumicino e Ciampino, i lavoratori ferroviari e regionali dell’Alitalia-CAI e i dipendenti della compagnia aerea Meridiana, hanno fatto uno sciopero nazionale. Sono stati seguiti dai farmacisti, avvocati, notai e dai lavoratori delle stazioni di servizio.

Un’altra manifestazione NO TAV, il 29 febbraio, è diventata una vera e propria tragedia. L’evento era volto a protestate contro la prevista costruzione di una nuova linea ferroviaria ad alta velocità tra Torino e Lione. In Piemonte, i manifestanti hanno bloccato le strade e incendiato automobili. E’ finita tra gli scontri con i poliziotti, che hanno dovuto ricorrere al lancio di gas e ai getti d’acqua. Come riportano i media italiani, cinque uomini erano rimasti feriti.

La disoccupazione, divisione tra colpa e colpevole

La situazione sta peggiorando. La disoccupazione è in aumento. Nulla dice che calerà con la recessione. A gennaio la disoccupazione è salita al 9,2%. E’ il tasso più alto degli ultimi 11 anni, secondo i dati ISTAT. Nel dicembre 2011 la disoccupazione era all’8,9%, nel gennaio dello scorso anno all’8,1%. Il numero dei disoccupati è salito a 2,29 milioni.

La cosa più pericolosa per il paese è il rapido incremento della disoccupazione tra i giovani, fino al 31,1%. Quasi uno giovane italiano su tre è senza lavoro. Ciò vuol dire che è impossibile lasciare i genitori e avere una famiglia propria. Il numero di queste persone di età inferiore a 35, è 1,1 milioni.  Diventa un problema di sicurezza nazionale. È certo difficile pretendere che la pace sociale prevalga in Italia nel prossimo futuro.

E’ interessante notare che la piccola e parte della media borghesia si sono unite alle proteste. Per aumentare le entrate fiscali, il governo esige che ogni imprenditore, anche il più piccolo, debba emettere assegni. A cosa porterà ciò?

Il giornale Legno Storto risponde. Dice: «I media principali, gli infiniti programmi televisivi… servono a distogliere il malcontento pubblico dai veri colpevoli, i politici, i burocrati, i manager, e ad iniziare una guerra tra poveri. Gli alimentari e i panificatori sono i nemici. E ci sono persone che ci credono. Creano siti web e pagine Facebook per denunciare chi non emette assegni (scontrini? NdT). Non hanno alcuna idea del perché i commercianti lo facciano?  Pensano che i commercianti debbano pagarsi la loro quarta auto, mentre agiscono per evitare di pagare la tassa al 70% di un altro prestito bancario (che nessuno vuole dargli).

E’ una questione di sopravvivenza ad ogni costo, perché non hanno altro che le loro imprese. Parlando di yacht, non è così difficile trovare i loro proprietari. Il lusso è una cosa ovvia. Nessun servizio anticrimine è necessario per vedere ciò di cui non è chiara la provenienza…»

Eppure, non importa l’intensità e la scala delle proteste di massa in Italia, esse non rappresentano una minaccia grave per Monti. Sembra che il destino dell’Italia non sarà deciso a Roma. Dipende principalmente dalla situazione nella zona euro e nell’UE in generale. Se Berlino continuerà a cercare di salvare l’euro, l’Italia ha il poco invidiabile destino di una periferia europea gravata da nuove tasse, dai prossimi Monti e da proteste separate.

È gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

LINK: Calculations and Miscalculations of Monti’s «Technical Cabimet»

Traduzione di Alessandro Lattanziohttp://aurorasito.wordpress.com  - SitoAurora

Sud Sudan: fiction e realtà

di: Manlio Dinucci

Dopo la scena con George Clooney in manette, girata davanti all’ambasciata nord-sudanese a Washington, è andata sul set Hillary Clinton che, con le lacrime agli occhi, ha espresso la profonda preoccupazione degli Stati uniti per la crisi umanitaria e le sue molte vittime nella parte meridionale del Sudan. Scene toccanti della fiction washingtoniana, destinata alla platea mondiale. Ben diversa la vera storia. Per decenni Stati uniti e Israele hanno sostenuto le forze secessioniste del Sud Sudan finché, nel 2005, Nord e Sud hanno firmato un accordo, considerato dall’amministrazione Bush un vero e proprio trionfo in politica estera. Ne ha raccolto i frutti l’amministrazione Obama: il 9 luglio 2011 il Sud Sudan si è autoproclamato indipendente. È così nato un nuovo Stato, con una superficie di oltre 600mila km2 (il doppio dell’Italia) e appena 8-9 milioni di abitanti. Separandosi dal resto del paese, il Sud Sudan è entrato in possesso del 75% delle riserve petrolifere sudanesi. È però il Nord a possedere l’oleodotto, attraverso cui il petrolio del Sud viene trasportato sul Mar Rosso per essere esportato. Da qui il contenzioso tra i due governi sulla spartizione dei proventi petroliferi, acuito dallo scontro per il controllo di zone di frontiera lungo gli oltre 1500 km di confine, condotto anche attraverso gruppi armati locali. In tutto questo, continuano a svolgere un ruolo chiave gli Stati uniti. Il Sud Sudan è sempre più inserito nel programma Imet (International Military Education and Training), gestito dal Comando Africa con fondi del Dipartimento di stato, in cui ogni anno vengono formati 10mila «leader militari e civili» africani, che frequentano corsi in 150 scuole militari statunitensi. Contemporaneamente, con la regia di Washington, si sta mettendo a punto il progetto di un nuovo corridoio energetico che – formato da un oleodotto, un’autostrada e una ferrovia – permetterà di trasportare il petrolio dal Sud Sudan fino al porto kenyano di Lamu. I vantaggi per Washington saranno molteplici. Da un lato, tagliando fuori l’oleodotto nord-sudanese, assesterà un altro duro colpo al paese, già debilitato dalla perdita dei due terzi delle riserve petrolifere, così da far crollare il governo di Khartum. Dall’altro, emarginerà le compagnie cinesi che, insieme ad alcune indiane e malesi, estraggono il petrolio sudanese: la maggior parte potrà così essere controllata da compagnie statunitensi e britanniche. E il Sud Sudan non ha solo petrolio, ma ricchi giacimenti di oro, argento, diamanti, uranio, cromo, tungsteno, quarzo ancora da sfruttare, cui si aggiungono circa 50 milioni di ettari di terra coltivabile, usando l’abbondante acqua del Nilo. Affari d’oro per le multinazionali, i cui interessi sono assicurati dal nuovo governo di Juba, la cui affidabilità è garantita non solo da Washington ma da Tel Aviv. Significativo che il Sud Sudan aprirà la propria ambasciata a Gerusalemme, riconoscendola quindi come capitale, e Israele «formerà» migliaia di rifugiati sud-sudanesi prima di rimpatriarli. Mentre il governo di Juba, tra i suoi primi atti, sceglie l’inglese e non l’arabo come lingua ufficiale e chiede di entrare nel Commonwealth britannico. Alle ex vecchie colonie se ne aggiunge una di tipo neocoloniale.

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Kony 2012 ed il nuovo velo di Maya

di: Ugo Gaudino

La fabbrica del consenso mediatico colpisce ancora: vittime passive, inermi e pronte a credere a qualunque soap opera strappalacrime ancora una volta sono gli spettatori, in questo caso i prodi corsari del Web, i quali, imbattendosi nel video del momento, KONY2012, non hanno saputo fare a meno di cliccare, commuoversi ed esprimere un’opinione fulminea su un argomento ignorato del tutto fino a 30 minuti prima. Chiariamo la situazione.

Spunta come un fungo un video alla moda, realizzato dalla ong Invisible Children, in cui si denunciano i crimini di Joseph Kony, leader ugandese dell’LRA, l’Esercito di Liberazione del Signore, movimento teocratico e fondamentalista creato negli anni ’80 che avrebbe sfruttato bambini-soldato e commesso atrocità indescrivibili e deprecabili.

Si invita il pubblico ad aderire all’iniziativa o quantomeno a diffondere la notizia. Dunque, un analista corretto non urlerebbe da subito allo scandalo in preda a raptus folli ed indignati, ostentando la classica saccenteria spocchiosa di chi pretende di conoscere il mondo basandosi su una misera fonte condivisa da milioni di automi. Bisogna procedere per gradi, squarciando il velo di Maya, come direbbe Schopenhauer, e raggiungendo un’adeguata consapevolezza dei fatti.

In primis, c’è da chiedersi perché su tanti paesi africani teatri di scontri cruenti e di barbarie a non finire gli osservatori – poco obiettivi – nostrani abbiano scelto proprio l’Uganda. Dimenticando, per esempio, che approssimativamente un anno fa in Costa d’Avorio c’è stato un golpe appoggiato dai francesi e dalla Nato, per deporre il legittimo presidente Gbagbo e sostituirlo col docile cane Ouattara, fedele ai diktat esteri. Dimenticando che un paese come la Libia, che viveva in pace con Gheddafi, è ora dilaniato da scontri tribali disumani, malgrado il “democratico” Consiglio Nazionale di Transizione e l’intervento a suon di bombe neocolonialiste. Dimenticando che quando in Sud Africa c’era l’apartheid non si fiatava o che in Nigeria presunti ribelli impiccarono l’attivista del movimento Ogoni Ken Saro Wiwa perché scomodo agli interessi della Shell. I paraocchi dei diritto-umanisti sono sempre più stretti e scuri, ahimè.

Secondo i cittadini ugandesi e gli esperti locali, ormai da molti anni Kony e l’LRA non spaventano più la popolazione ugandese: anzi, sembra che il leader viva in agonia, o addirittura che sia morto… Il popolo, piuttosto, è in ginocchio per colpa del proprio governo, quello del repressivo Museveni, accusato di genocidio nel Nord del paese da esperti quali il dottor Philip Kasaija, che parla di stupri e violenze contro la popolazione femminile, ed Olara Otunnu, un ex funzionario delle Nazioni Unite che condanna indubbiamente Kony ma prende di mira soprattutto l’immobilità di un governo che da anni strizza l’occhio agli interessi occidentali e che dispone di un esercito brutale. In realtà, sono tante le critiche arrivate dall’Uganda al video proposto per la trattazione superficiale di un problema grave, per un sistema di due pesi e due misure insostenibile e per un’azione volta più a pubblicizzare un intervento militare che a sollevare discussioni. E’ vero che i teocratici fondamentalisti si sono macchiati di una reputazione da macabri assassini, ma è pur vero che combattono contro una dittatura spacciata per democrazia, che rimane al potere solo in quanto funzionale agli interessi geopolitici stranieri (nel corno d’Africa, l’asse Uganda-Kenya-Etiopia serve agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna per penetrare nell’Oceano Indiano, contrastare l’azione di Stati “canaglia” come il Sudan e la Somalia, che comunque sono stati già disintegrati efficacemente negli ultimi anni, ed infine per appropriarsi delle ingenti risorse presenti).

Il discorso, quindi, deve necessariamente vertere sulle ragioni intrinseche di una tale protesta. Perché l’Uganda, perché ora e perché così prepotentemente ? Semplice, basta considerare proprio le risorse appena scoperte nella regione dei Grandi Laghi: un giacimento di petrolio da 2,5 miliardi di barili, che potrebbe coprire il fabbisogno USA nei prossimi anni, in un momento di conflitto col sempre più minaccioso blocco eurasiatico. Infatti, il Nobel per la pace Obama ha inviato un reparto di 100 militari (non è un romanzo di Orwell) in viaggio verso Kampala per prevenire attacchi dall’LRA. La coincidenza fortunosa vuole che in quel momento il paese abbia scoperto l’oro nero. Un colpo di genio. Come quando si andavano a cercare le armi di distruzione di massa di Saddam per giustificare l’intervento in Iraq, oppure quando si parlava di Bin Laden a Kabul per conquistare l’oppiaceo Afghanistan – dimenticando che Bin Laden ed Al Qaida furono finanziati dalla CIA dal 1979 sino alla fine degli anni ottanta per combattere l’URSS -, o ancora l’anno scorso quando Gheddafi doveva essere eliminato per le fosse comuni presenti solo nella mente annacquata di qualche opinionista nostrano – ma i martiri di Tawergha sono ignorati – o, infine, le granate e il macello di Assad denunciato dall’emittente degli sceicchi, Al-Jazeera, quando poi i ribelli filo-ccidentali massacrano i civili con sistematici atti di terrorismo. Pertanto, occorre interrogarsi puntualmente sui veri moventi che spingono i sicari dell’imperialismo ad agire: non si tratta di fermare la minaccia di un gruppuscolo di fanatici, che sarà esecrabile, ma di certo non peggiore del governo stesso di Museveni, che gode dell’appoggio AFRICOM, e di tanti esecutivi-fantoccio creati ad hoc per asservire i padroni (banche, multinazionali) e schiacciare popoli inermi. Inoltre, in un’indagine è importante ascoltare le due parti: e tra un Joseph Kony che parla della macelleria attuata da Museveni, per poi incolpare l’LRA e giustificare la condanna mondiale, e Invisible Children, che vanta un bilancio di diversi milioni in attivo pur essendo no-profit e che annovera tra i supporters diversi membri del Congresso e del dipartimento di stato USA, nonché alcune celebrità che fortificano la propria immagine con campagne umanitarie fittizie, l’esperienza mi insegna a credere al primo. Che va criticato per i metodi agghiaccianti, ma che almeno non finge ipocritamente di difendere cause nobili quando, oltre il velo di Maya, rappresenta la prima, mastodontica entità delittuosa, crudele ed efferata. L’AIDS, la povertà, l’inedia in Uganda non sono state create dall’LRA, e sono questioni irrisolte tanto come quella dei pargoli in tuta mimetica.

StatoPotenza.eu

Iran, la battaglia dei gasdotti

di: Manlio Dinucci

L’embargo all’Iran non funziona. Sfidando il divieto di Washington, Islamabad ha confermato il 1° marzo che completerà la costruzione del gasdotto Iran-Pakistan. La Russia ha espresso interesse a partecipare al progetto. La Cina ha firmato in febbraio un accordo con Teheran, che prevede di aumentare le forniture a mezzo milione di barili al giorno entro il 2012.

Sul palcoscenico di Washington, sotto i riflettori dei media mondiali, Barack Obama ha declamato:

«Quale presidente e comandante in capo, preferisco la pace alla guerra». Ma, ha aggiunto, «la sicurezza di Israele è sacrosanta» e, per impedire che l’Iran si doti di un’arma nucleare, «non esiterò a usare la forza, compresi tutti gli elementi della potenza americana». Comprese quindi le armi nucleari.

Parole degne di un Premio Nobel per la pace. Questo il copione. Per sapere come stanno veramente le cose, occorre andare dietro le quinte.

Alla testa della crociata anti-iraniana vi è Israele, l’unico paese della regione che possiede armi nucleari e, a differenza dell’Iran, rifiuta il Trattato di non-proliferazione. Vi sono gli Stati uniti, la massima potenza militare, i cui interessi politici, economici e strategici non permettono che possa affermarsi in Medio Oriente uno Stato sottratto alla loro influenza. Non a caso, le sanzioni varate dal presidente Obama lo scorso novembre vietano la fornitura di prodotti e tecnologie che «accrescano la capacità dell’Iran di sviluppare le proprie risorse petrolifere».

All’embargo hanno aderito l’Unione europea, acquirente del 20% del petrolio iraniano (di cui circa il 10% importato dall’Italia), e il Giappone, acquirente di una quota analoga, che ha bisogno ancor più di petrolio dopo il disastro nucleare di Fukushima. Un successo per la segretaria di stato Hillary Clinton, che ha convinto gli alleati a bloccare le importazioni energetiche dall’Iran contro i loro stessi interessi.

L’embargo, però, non funziona. Sfidando il divieto di Washington, Islamabad ha confermato il 1° marzo che completerà la costruzione del gasdotto Iran-Pakistan. Lungo oltre 2mila km, è già stato realizzato quasi per intero nel tratto iraniano e sarà terminato in quello pakistano entro il 2014. Successivamente potrebbe essere esteso di 600 km fino all’India. La Russia ha espresso interesse a partecipare al progetto, il cui costo è di 1,2 miliardi di dollari. Allo stesso tempo la Cina, che importa il 20% del petrolio iraniano, ha firmato in febbraio un accordo con Teheran, che prevede di aumentare le forniture a mezzo milione di barili al giorno entro il 2012. E anche il Pakistan accrescerà le importazioni di petrolio iraniano.

Furente, Hillary Clinton ha intensificato la pressione su Islamabad, usando il bastone e la carota: da un lato minaccia sanzioni, dall’altro offre un miliardo di dollari per le esigenze energetiche del Pakistan. In cambio, esso dovrebbe rinunciare al gasdotto con l’Iran e puntare unicamente sul gasdotto Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India, sostenuto da Washington. Il suo costo stimato è di 8 miliardi di dollari, oltre il doppio di quello iniziale. Prevale però a Washington la motivazione strategica. I giacimenti turkmeni di gas naturale sono in gran parte controllati dal gruppo israeliano Merhav, diretto da Yosef Maiman, agente del Mossad, uno degli uomini più influenti di Israele.

La realizzazione del gasdotto, che in Afghanistan passerà attraverso le province di Herat (dove sono le truppe italiane) e Kandahar, è però in ritardo. Allo stato attuale, è in vantaggio quello Iran-Pakistan. A meno che le carte non vengano rimescolate da una guerra contro l’Iran. Anche se il presidente Obama «preferisce la pace».

IlManifesto.it

Libia Anno Uno: chi balla e chi spara

Articolo inviato al blog

di: mcc43

Il governo libico non ha lanciato un suo programma ufficiale di festeggiamenti. Solo iniziative delle autorità locali per il primo compleanno della “nuova” Libia. L’immagine è macchiata  dalla pubblicazione del rapporto di Amnesty. Un rapporto colpevolmente tardivo, per questo  significativa sconfessione della “democraticità” attribuita a scatola chiusa al composito clan del Consiglio Nazionale di Transizione, nonostante molti dei suoi membri restino tuttora ignoti.

 Navi Pillay, Commissario dell’ONU per i diritti umani, 26 gennaio 2012

L’illegalità ancora pervade la Libia un anno dopo lo scoppio dell’insurrezione che si è conclusa 42 anno del regime repressivo del colonnello Mu’ammar al-Gaddafi. Centinaia di armati milizie, ampiamente salutate in Libia come eroi per il loro ruolo nel rovesciare il regime precedente, sono in gran parte fuori della controllo.  […] Dopo che i combattenti, sostenuti dai bombardamenti  della NATO hanno preso controllo della maggior parte del paese alla fine di agosto,  in CNT non è riuscito a ottenere obbedienza. Nonostante l’impegno di assicurare alla giustizia i colpevoli di crimini di guerra e violazioni dei diritti umani su entrambi i lati, le autorità hanno finora fallito nell’azione .

Le milizie hanno preso prigionieri migliaia di sospetti lealisti Gheddafi, soldati e presunti stranieri “mercenari”, molti dei quali sono stati torturati o maltrattati in custodia, in alcuni casi causandone la  morte. Molti dei lealisti furono uccisi dopo la cattura, tra questi il leader stesso e uno dei suoi figli. Le milizie hanno anche saccheggiato e bruciato case e condotto attacchi per vendetta e altre rappresaglie contro i presunti supporter di Gheddafi, deportando forzatamente decine di migliaia di persone.

Chi è là per motivi di business a questo non bada. Vede altro.  Dal Blog di WD in Tripoli, fornitore di legname austriaco: Libia in avanzamento o in attesa? 

Quasi cinque mesi sono passati da quando Tripoli è  nelle mani del CNT e a molti si rizzano i capelli perché non vedono le cose in movimento.

Dal punto di vista economico alcune cose si sono fatte, la crisi di liquidità di novembre e dicembre è stata risolta, il Dinaro libico ha tenuto e sul mercato circola denaro. Le infrastrutture di base non stanno funzionando bene, ma l’approvvigionamento idrico è stabile, internet va meglio, la benzina è ampiamente disponibile a prezzi ancora più bassi rispetto a prima (amici in Europa  siate invidiosi: 0,08 Euro / litro). Tuttavia, la fornitura di energia elettrica è un problema, le interruzioni  sono frequenti di giorno, e la notte ci lasciano molto al freddo.

Chi aspettava i progetti di grandi infrastrutture dopo la liberazione (23.November 2011) ha avuto informazioni sbagliate. Ci vorrà sicuramente ancora qualche tempo prima di iniziare, e non sappiamo cosa comincerà. È ovvio che ripristinare la sicurezza e preparare le elezioni al momento è più importante al momento di costruzione di un’autostrada.

L’occhio esperto e disincantato del reporter vede molto altro, collega, raggiunge in profondità il significato degli eventi. Dal blog di Amedeo Ricucci, giornalista Rai , ora tornato in Libia.

 Da Bengasi,  Appunti libici da insonnia

Sbornia Continua. […] le celebrazioni si protraggono ormai da quattro mesi e ogni scusa è buona:  il 17 ad esempio ricorre l’inizio della rivolta e ci sono già lunghi e chiassosi cortei di miliziani che percorrono le strade del centro, almeno qui a Bengasi, esibendo per l’ennesima volta le loro armi e la loro felicità. Come il 21 ottobre, dopo la morte di Gheddafi, e poi qualche giorno dopo, per la fine della guerra, e ancora il 24 dicembre, per l’anniversario dell’indipendenza. Il Paese invece è bloccato: la ricostruzione non è ancora partita, […]Ma è vero anche che se la sbornia continua c’è il rischio di risvegliarsi con un gran mal di testa. Come è già capitato nei Paesi dell’Est dell’ex blocco comunista.

Soldi in fuga.La nuova Libia sarà pure libera ma i soldi dei libici volano all’estero, alla faccia del patriottismo. E gli unici a fare affari di questi tempi sono i trafficanti di valuta. Ieri nel bugigattolo dove ho cambiato al nero hanno portato nel giro di 10 minuti non sono quanti sacchi di dinari, freschi di stampa. E il via vai di questi portavalori sacchi in spalla è continuo. La gente infatti vuole dollari oppure euro e davanti alle banche c’è la fila di chi ritira il massimo consentito – 2000 dinari al mese, quasi 1400 euro – per poter investire in valuta, da esportare.[…]. E poi, se i libici non scommettono un dinaro sul futuro del loro Paese, chi mai dovrà farlo? E’ un paradosso che si può forse spiegare con il fatto che l’economia libica è stata per quarantadue anni un’economia assistita: grazie ai proventi del petrolio Gheddafi aveva infatti garantito a tutti un minimo di benessere, in cambio della sudditanza. Alimentando la pigrizia. Oggi che invece i libici devono riappropriarsi del loro destino denotano uno scarso senso dello stato e fanno fatica ad assumersi le loro responsabilità. Vedremo come andrà a finire.

 Ricucci vede anche uno dei molti episodi di barbarie che hanno contraddistinto “questa” rivolta araba: I bambini di Tawargha

Sorridono, i bambini di Tawargha, mentre cantano in gruppo, per i pochi visitatori che vengono a trovarli in questo campo profughi alla periferia di Tripoli, la ballata della loro disperazione. Hanno riadattato una vecchia canzone libica, mettendo in versi la loro spaventosa odissea: i miliziani di Misurata che attaccano le loro case, la città data alle fiamme, la lunga marcia a piedi 80 di km, e poi la nuova vita in queste baracche di lamiera, la paura costante di nuovi attacchi, lo stupore di chi scopre da un giorno all’altro che è il colore della propria pelle a scatenare l’odio. ” La Libia era un Paese solo - dice la canzone -da nord a sud, da est a ovest. E allora perchè quelli di Misurata ci attaccano con gli RPG?“.

Quella di Tawarga è stata la pagina più nera (e meglio occultata) della cosiddetta rivoluzione libica contro Muammar Gheddafi. E’ stata scritta il 13 agosto, ma a distanza di sei mesi continua a produrre strascichi ed a sanguinare. Un caso da manuale di epurazione etnica…

E ci sono i bambini scomparsi, i 105 di Misurata sono quelli di cui ho già parlato e di cui non si è saputo più nulla, ma bambini ne scompaiono ogni giorno 

Sulla costa si festeggia, nell’entroterra si combatte

Libia: scontri tra tribu’ locali a sud-est, 6 morti (ANSA) –

TRIPOLI, 15 FEB – Continuano i combattimenti nel sud-est della Libia tra opposte tribu’ rivali. Almeno sei persone sono morte oggi in nuovi scontri a Kufra, vicino al Ciad, tra gli Zwai e i Tibu, portando cosi’ a trenta il numero dei morti da domenica scorsa. Lo rendono noto fonti locali. Mohammed al-Harizi, portavoce del Consiglio nazionale di transizione libico (Cnt) non ha potuto confermare il bilancio, ma ha annunciato la formazione di un comitato di capi tribu’ per chiarire gli episodi di violenza.

HALA MISRATI

Questa notizia, se sarà confermata, riassume tutto:

Hala Misrati, la presentatrice  più famosa della tv dell’era Gheddafi, rapita mesi fa e stuprata dai ribelli, è deceduta OGGI nel carcere dove era detenuta, in circostanze misteriose.

Una delle molte, centinaia i casi accertati, donne che hanno subito violenza nell’era CNT.

Come possono andare a festeggiare OGGI le donne?

La “rivoluzione” libica è stata guidata con la stessa abilità al volante, per la quale i libici sono famosi:

Foto di WD in Tripoli

Dalle molte fazioni e frazioni che occupano oggi il territorio tra Tunisia ed Egitto dovrà nascere un paese.

Innegabilmente, è sotto gli occhi anche di chi se ne rallegra nei  festeggiamenti su scala locale , a tenere unite sei milioni di persone era solamente Muhammar Gheddafi.

Luglio 2009

Le due mani di Obama su quella di Gheddafi.

Il body language di Obama esprimeva un sentimento cordiale, amichevole…perfino protettivo!

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LE RIVOLUZIONI SPONTANEE SONO UN’ALTRA COSA  E FINISCONO DIVERSAMENTE 

LIBERA TUNISIA: Anno Uno

Venezuela: La minaccia del buon esempio?

di: Eva Golinger

Washington non ha mai nascosto il suo disprezzo per il presidente del Venezuela Chavez e i  mass media hanno trasformato un leader democratico in un dittatore. Il Venezuela rappresenta davvero una minaccia per gli Stati Uniti o tutto questo clamore mediatico è solo una scusa per un cambiamento di regime? 

[NOTA: ho accompagnato il presidente Chavez nel suo ultimo viaggio in Iran ad  ottobre 2010 e posso attestare il legittimo rapporto tra entrambe le nazioni. Non abbiamo fatto visita agli impianti nucleari,  abbiamo invece visitato i cantieri per edifici residenziali che sono stati successivamente utilizzati come modello per un programma di edilizia residenziale pubblica attualmente in corso in Venezuela, in joint venture con l'Iran. Ho anche visitato personalmente, diversi anni fa, la fabbrica  iraniana-venezuelana di trattori a Bolivar  e ne ho anche guidato uno. Posso  dire con certezza che non era nè radioattivo né era una copertura per una bomba atomica.]

La visita del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad in America Latina questa settimana ha causato  frenesia a Washington. Il pensiero che il Nemico numero 1 degli Stati Uniti fosse a poche miglia di distanza, a sud del confine,ad  ingraziarsi le nazioni un tempo dominate dalla agenda di Washington, era troppo da sopportare per un governo che cerca disperatamente di isolare l’Iran e sbarazzarsi della nazione persiana della Rivoluzione islamica. 

I giorni prima dell’arrivo di Ahmadinejad in Venezuela, la sua prima tappa di un tour che lo porterà a visitare altre quattro nazioni latinoamericane, il Dipartimento di Stato americano ha avvertito la regione di ricevere il presidente iraniano e di rafforzare i legami, mentre Washington stava intensificando le sanzioni contro l’Iran e l’aumento della pressione sul governo di Ahmadinejad. Come segno della sua severità, Washington ha anche espulso un diplomatico venezuelano che lavorava come console generale a Miami, per presunti collegamenti ad un infondato complotto iraniano contro gli Stati Uniti.

Il presidente del Venezuela Hugo Chavez ha liquidato gli avvertimenti di Washington come le parole di un “impero ridicolo” che non “ci domina più in America Latina”. “Siamo nazioni sovrane”, ha chiarito Chavez, mentre riceveva il  Presidente iraniano a braccia aperte. Chavez ha anche ironizzato riguardo le accuse di Washington che il rapporto iraniano-venezuelano  rappresenti una minaccia per gli Stati Uniti.

“Ci accusano in continuazione di piani per attaccare gli Stati Uniti. Dicono che stiamo costruendo una bomba per lanciarla contro Washington. Vedete quella collina lì ? Quella collina adesso si aprira’ e ne uscira’ un’enorme bomba atomica  che io e il presidente Ahmadinejad  lanceremo contro la Casa Bianca”, ha scherzato il presidente Chavez  con i giornalisti che erano giunti al palazzo presidenziale per la visita del presidente iraniano.

“La sola guerra che il Venezuela e l’Iran stanno conducendo insieme è la guerra contro la fame, contro la povertà, contro l’esclusione”, ha chiarito Chavez in tono severo.

Da anni ormai, i funzionari del governo degli Stati Uniti, gli analisti esterni, i  think tank, i consulenti del governo e i commentatori dei media hanno lanciato allucinanti accuse contro il Venezuela, sostenendo che la nazione sudamericana stia costruendo basi missilistiche con l’Iran per pianificare attacchi contro gli Stati Uniti e campi di addestramento terroristici dove ospitare i membri di Al Qaeda, Hezbollah e la Guardia Rivoluzionaria Iraniana. Queste affermazioni assurde si spingono fino ad asserire che  le joint venture venezuelane-iraniane, come fabbriche di auto e biciclette e centrali del latte non servano ad altro se non a nascondere  i siti segreti sotterranei per l’ arricchimento dell’uranio delle bombe nucleari da lanciare contro gli Stati Uniti. Anche un volo commerciale tra Caracas e Teheran è stato rivendicato da questi “analisti” degli Stati Uniti e da alcuni membri del Congresso, come Connie Mack e Ileana Ros-Lehtinen (entrambi repubblicani della Florida), come un “volo del terrore” per il trasporto di “materiali radioattivi” e “terroristi”.

Quanto ridicole possono sembrare le accuse Washington contro il Venezuela, tali accuse, pericolose e prive di fondamento, vengono utilizzate per amplificare le ostilità contro la nazione sudamericana, incanalare milioni di dollari di finanziamenti ai gruppi anti-Chavez  nel tentativo di destabilizzare il governo venezuelano e di perpetuare ulteriormente una campagna mediatica atta a demonizzare il capo di Stato venezuelano, raffigurando questo paese produttore di petrolio come una dittatura.

Nel corso degli ultimi anni, mentre  si intensifica la campagna contro il Venezuela,il  gergo comune nei mass media, riferendosi al Presidente Chavez,  comprende termini come “dittatore”, “autoritario”, “tiranno”, “terrorista”, “minaccia” e ritrae il paese latino-americano come uno “stato fallito” dove i diritti umani sono costantemente “violati” e la libertà di espressione è inesistente. Chiunque abbia visitato il Venezuela durante l’amministrazione Chavez sa che non solo non esiste alcuna dittatura, ma la democrazia è aperta, vivace e partecipativa, fiorisce la libertà di parola e i venezuelani godono di una maggiore garanzia dei diritti umani rispetto ai loro vicini del nord degli Stati Uniti. Ai mezzi di comunicazione è necessario ricordare che il presidente Chavez è stato eletto con oltre il 60% dei voti nei trasparenti processi elettorali, con l’80% di partecipazione elettorale certificata da osservatori internazionali.

Come  ha sottolineato di recente il presidente Chavez, il governo venezuelano sta investendo ogni anno di più in programmi sociali e in misure contro la povertà , mentre paesi come gli Stati Uniti stanno tagliando i servizi sociali. In Venezuela, la povertà è stata ridotta di oltre il 50% negli ultimi dieci anni, grazie alle politiche sociali dell’amministrazione Chavez, mentre negli Stati Uniti, 1 bambino su 5 vive attualmente in condizioni di estrema povertà. La disoccupazione, a dicembre 2011,  in Venezuela era al 6,5% rispetto all’8,5 % degli USA. L’esclusione, la mancanza di opportunità, l’astensione degli elettori ed  altre piaghe sociali sono in continuo aumento negli Stati Uniti.

“Obama, non pensarci più. Fatti gli affari tuoi e prenditi cura del tuo paese, dove  hai un sacco di problemi “, ha suggerito il presidente Chavez durante un recente discorso. Chavez è stato anche pronto a sottolineare che Obama ha appena tagliato l’ assistenza federale  per il gasolio necessario per il riscaldamento  delle famiglie a basso reddito, lasciando migliaia di persone a soffrire in questo gelido inverno, dovendo scegliere tra cibo o calore. Nel frattempo, il governo venezuelano ha appena rinnovato e ampliato il suo programma di assistenza relativo al gasolio per il riscaldamento domestico alle comunità negli Stati Uniti attraverso la Citgo. Negli ultimi 7 anni, la società venezuelana Citgo è stata l’unica società petrolifera negli Stati Uniti disposta a fornire a costi ridotti il gasolio per la casa a chi ne aveva bisogno. E ‘ironico che il governo venezuelano stia aiutando le persone negli Stati Uniti mentre il governo degli Stati Uniti e le sue imprese si rifiutano di farlo.

VENEZUELA & IRAN: LA MINACCIA REALE

Il rapporto tra il Venezuela e l’Iran può causare allarme in alcuni ambienti a Washington, ma non per i motivi descritti dai media. Come membri fondatori dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) nel 1960, il Venezuela e l’Iran hanno condiviso stretti rapporti da decenni. Entrambi i paesi hanno interessi strategici in tutto il mondo. Tuttavia, non è da poco tempo che queste relazioni vadano oltre i semplici interessi energetici.

L’entrata dell’Iran in America Latina come partner commerciale, insieme a Cina e Russia, è la vera minaccia per l’egemonia statunitense nella regione. Le  società statunitensi che hanno monopolizzato l’emisfero per oltre un secolo, vengono ora sostituite da imprese asiatiche, mediorientali ed europee disposte a fornire offerte più allettanti a paesi come il Venezuela. Gli accordi con l’Iran, per esempio, includono il trasferimento di tecnologia e non solo l’acquisto dei prodotti. Le fabbriche iraniane di automobili  in Venezuela non si limitano solo all’assemblaggio di un prodotto iraniano. Gli accordi prevedono infatti che esse forniscano ai venezuelani l’abilità tecnica per la produzione di vetture, dalle materie prime al prodotto finito. Questo è essenziale per assicurare sviluppo,crescita e stabilità economica a lungo termine.

Le false accuse contro il Venezuela di terrorismo e di essere un paese guerrafondaio – nessuna delle quali è mai stata suffragata da prove reali – sono tentativi pericolosi per spaventare l’opinione pubblica nel giustificare un qualche tipo di aggressione contro una nazione pacifica. Il Venezuela non ha mai invaso, aggredito, minacciato o intervenuto in un altro paese, né ha bombardato e assassinato i cittadini di altre nazioni. Il Venezuela ha una politica di pace e non hai mai infranto o violato questa promessa.

Il Venezuela ha anche il diritto sovrano di intraprendere relazioni con le altre nazioni come meglio crede e di sviluppare le proprie politiche interne per favorire il benessere della sua gente. Questa sembra essere la più grande minaccia agli Stati Uniti.

LINK:  Venezuela: The Threat of a Good Example?

DI: Coriintempesta

La marcia verso l’abisso

di: Fidel Castro Ruz

Non è questione di ottimismo o pessimismo, sapere o ignorare cose elementari, essere responsabili o no degli avvenimenti. Quelli che pretendono considerarsi politici dovrebbero essere lanciati nella spazzatura della storia quando, come è norma, di questa attività ignorano tutto o quasi tutto quello che a cui fa riferimento.

Non parlo ovviamente di quelli che durante vari millenni trasformarono i temi  pubblici in strumenti di potere e ricchezze per le classi privilegiate, attività nella quale i record di crudeltà sono stati imposti durante gli ultimi otto o diecimila anni e su questo esistono prove certe della condotta sociale della nostra specie, la cui esistenza come esseri pensanti, secondo gli scienziati, appena oltrepassa i 180 mila anni.

Non è mio proposito imbottigliarmi in questi temi che sicuramente annoierebbero quasi al 100% delle persone continuamente bombardate con notizie attraverso mezzi che vanno dalla parola scritta fino alle immagini tridimensionali che cominciano ad esibirsi in costosi cinema, e non è lontano il giorno in cui predomineranno nella televisione, che già di per se, produce favolose immagini. Non è casuale che la chiamata industria dello svago abbia la sua sede nel cuore dell’impero che tiranneggia tutti.

Quello che pretendo è situarmi nel punto di partenza attuale della nostra specie per parlare della marcia verso l’abisso. Potrei parlare perfino di una marcia “inesorabile” e sarebbe sicuramente più vicino alla realtà. L’idea di un giudizio finale è implicita nelle dottrine religiose più diffuse tra gli abitanti del pianeta, senza che nessuno li qualifichi per questo come pessimisti. Considero, al contrario, dovere elementare di tutte le persone serie e sagge che sono milioni, lottare per posporre e, forse ostacolare, questo drammatico e prossimo avvenimento nel mondo attuale.

Numerosi pericoli ci minacciano, ma due di questi, la guerra nucleare ed il cambiamento climatico, sono decisivi ed ambedue sono sempre più lontani dall’avvicinamento ad una soluzione.

La tiritera demagogica, le dichiarazioni ed i discorsi della tirannia imposta al mondo dagli Stati Uniti ed i suoi poderosi ed incondizionati alleati, in entrambi i temi, non ammettono il minore dubbio al riguardo.

Il 1° gennaio 2012, anno nuovo occidentale e cristiano, coincide con l’anniversario del trionfo della Rivoluzione in Cuba e l’anno in cui si compie il 50° Anniversario dalla Crisi di Ottobre del 1962, che portò il mondo sull’orlo della guerra mondiale nucleare, fatto che mi obbliga a scrivere queste linee.

Le mie parole non avrebbero senso se avessi come obbiettivo imputare alcuna colpa al popolo nordamericano, od a quello di qualunque altro paese alleato degli Stati Uniti nell’insolita avventura; loro, come gli altri popoli del mondo, sarebbero le vittime inevitabili della tragedia. Fatti recenti accaduti in Europa ed in altri luoghi mostrano le indignazioni di massa di quelli a cui la disoccupazione, la carestia, le riduzioni delle loro entrate, i debiti, la discriminazione, le bugie e la politica, conducono alle proteste ed alle brutali repressioni dei guardiani dell’ordine stabilito.

Con frequenza crescente si parla di tecnologie militari che colpiscono la totalità del pianeta, unico satellite abitabile conosciuto a centinaia di anni luce da un altro che forse risulti adeguato se ci muoviamo alla velocità della luce, trecento mila chilometri per secondo.

Non dobbiamo ignorare che se la nostra meravigliosa specie pensante sparisse trascorrerebbero molti milioni di anni prima che ne sorga nuovamente un’altra capace di pensare, in virtù dei principi naturali che dirigono la natura stessa, come conseguenza dell’evoluzione delle specie, scoperta da Darwin in 1859 e che oggi riconoscono tutti gli scienziati seri, credenti o non credenti.

Nessuna altra epoca della storia dell’uomo conobbe gli attuali pericoli che affronta l’umanità. Persone come me, con 85 anni compiuti, eravamo approdati ai 18 col titolo di un diploma prima che finisse l’elaborazione della prima bomba atomica.

Oggi degli artefatti di questo carattere pronti per il loro impiego -incomparabilmente più poderosi di quelli che produssero il calore del sole sulle città di Hiroshima e Nagasaki – ce ne sono a migliaia.

Le armi di questo tipo che si mettono in magazzini aggiuntivamente, addizionate a quelle già dichiarate in virtù di accordi, raggiungono cifre che superano i venti mila proiettili nucleari.

L’impiego di appena un centinaio di queste armi sarebbe sufficiente per creare un inverno nucleare che provocherebbe in breve tempo una morte spaventosa per tutti gli esseri umani che abitano il pianeta, come ha spiegato brillantemente e con dati digitali lo scienziato nordamericano e professore dell’Università di Rutgers, in New Jersey, Alan Robock.

Quelli che vogliono leggere le notizie ed analisi internazionali serie, conoscono come i rischi dell’esplosione di una guerra con impiego di armi nucleari si incrementano man mano che la tensione cresce nel Vicino Oriente, dove nelle mani del governo israelita si accumulano centinaia di armi nucleari in piena disposizione combattiva, ed il cui carattere di forte potenza nucleare né si ammette né si nega. Cresce ugualmente la tensione intorno alla Russia, paese di indiscutibile capacità di risposta, minacciata da un ipotetico scudo nucleare europeo.

Mi fa ridere l’affermazione yankee che lo scudo nucleare europeo è per proteggere anche la Russia dall’Iran e dalla Corea del Nord. Tanto debole è la posizione yankee in questo delicato tema che neanche il suo alleato Israele si prende il disturbo di garantire consultazioni previe su misure che possano far scoppiare la guerra.

L’umanità, invece, non gode di nessuna garanzia. Lo spazio cosmico, nelle prossimità del nostro pianeta, è saturo di satelliti degli Stati Uniti destinati a spiare quello che succede perfino nelle terrazze delle abitazioni di qualunque nazione del mondo. La vita ed abitudini di ogni persona o famiglia sono passate ad essere oggetto di spionaggio; l’ascolto di centinaia di milioni di cellulari, ed il tema delle conversazioni che abbordi qualunque utente in qualunque parte del mondo smette di essere privato per trasformarsi in materiale di informazione per i servizi segreti degli Stati Uniti.

Questo è il diritto che continua a rimanere ai cittadini del nostro mondo in virtù degli atti di un governo la cui costituzione, promossa nel Congresso di Filadelfia nel 1776, stabiliva nonostante che gli uomini nascevano liberi ed uguali ed a tutti concedeva loro il Creatore determinati diritti, dei quali non le rimane già, né agli stessi nordamericani né a nessun cittadino del mondo, quello di comunicare per telefono a familiari ed ad amici i suoi sentimenti più intimi.

La guerra, tuttavia, è una tragedia che può succedere, ed è molto probabile che succeda; in più, se l’umanità fosse capace di ritardarla un tempo indefinito, un altro fatto altrettanto drammatico sta succedendo già con crescente ritmo: il cambiamento climatico. Mi limiterò a segnalare quello che eminenti scienziati ed espositori di rilievo mondiale hanno spiegato attraverso documenti e film che nessuno discute.

È ben conosciuto che il governo degli Stati Uniti si è opposto agli accordi di Kyoto sull’ecosistema, una linea di condotta che neanche conciliò coi suoi più vicini alleati, i cui territori soffrirebbero tremendamente ed alcuni dei quali, come l’Olanda, sparirebbero quasi interamente.

Il pianeta cammina oggi senza politica su questo grave problema, mentre i livelli del mare si alzano, le enormi cappe di ghiaccio che coprono l’Antartide e la Groenlandia, dove si accumula più del 90% dell’acqua dolce del mondo, si sciolgono con crescente ritmo, e già l’umanità, il passato 30 novembre 2011, ha raggiunto ufficialmente la cifra di 7 mila milioni di abitanti, che nelle aree più povere del mondo continua a crescere in forma sostenuta ed inevitabile. È che per caso quelli che si sono dedicati a bombardare paesi ed ammazzare milioni di persone durante gli ultimi 50 anni possono preoccuparsi per il destino degli altri popoli?

Gli Stati Uniti sono oggi non solo il promotore di quelle guerre, ma anche il maggiore produttore ed esportatore di armi nel mondo.

Come è conosciuto, questo poderoso paese ha sottoscritto un accordo per somministrare 60 mila milioni di dollari nei prossimi anni al regno dell’Arabia Saudita, dove le multinazionali degli Stati Uniti ed i suoi alleati estraggono ogni giorno 10 milioni di barili di petrolio leggero, cioè, mille milioni di dollari in combustibile. Che cosa sarà di questo paese e della regione quando queste riserve di energia si esauriscano? Non è possibile che il nostro mondo globalizzato accetti senza protestare il colossale spreco di risorse energetiche che la natura tardò centinaia di milioni di anni a creare, e la cui dilapidazione rincara i costi essenziali. Non sarebbe in assoluto degno del carattere intelligente attribuito alla nostra specie.

Negli ultimi 12 mesi tale situazione si aggravò considerevolmente a partire dai nuovi avanzamenti tecnologici che, lontano da alleviare la tragedia proveniente dallo spreco dei combustibili fossili, l’aggrava considerevolmente.

Scientifici ed investigatori di prestigio mondiale venivano segnalando le conseguenze drammatiche del cambiamento climatico.

In un eccellente documentario del direttore francese Yann Arthus-Bertrand, intitolato ‘Home’, ed elaborato con la collaborazione di prestigiose e ben informate personalità internazionali, reso pubblico a metà dell’anno 2009, mostrò al mondo con dati irrefutabili quello che stava succedendo. Con solidi argomenti esponeva le conseguenze nefaste di consumare, in meno di due secoli, le risorse energetiche create dalla natura in centinaia di milioni di anni; ma la cosa peggiore non era il colossale spreco, bensì le conseguenze suicide che avrebbe avuto per la specie umana. Riferendosi alla stessa esistenza della vita, rimproverava alla specie umana: ‘…Stai utilizzando un favoloso lascito di 4 000 milioni di anni somministrato dalla Terra.

Hai solamente 200 000 anni, ma hai già cambiato la faccia del mondo.”

Non incolpava né poteva incolpare nessuno fino a questo punto, segnalava semplicemente una realtà obiettiva. Tuttavia, oggi dobbiamo incolparci tutti quelli che lo sappiamo e non facciamo niente per tentare di rimediarlo.

Nelle sue immagini e concetti, gli autori di questa opera includono memorie, dati ed idee che abbiamo il dovere di conoscere e prendere in considerazione.

In mesi recenti, un altro favoloso materiale filmico esibito è stato ‘Oceanos’, elaborato da due registi francesi, considerato il migliore film dell’anno a Cuba; forse, a mio giudizio, il migliore di questa epoca.

È un materiale che stupisce per la precisione e bellezza delle immagini mai prima filmate da nessuna telecamera: 8 anni e 50 milioni di euro sono stati investiti per produrlo. L’umanità dovrà ringraziare per questa prova della forma in cui si presentano i principi della natura adulterati dall’uomo. Gli attori non sono esseri umani: sono quelli che popolano i mari del mondo. Un Oscar per loro!

Quello che motivò il dovere di scrivere queste linee non sorse dai fatti riferiti fino a qui, che di una forma o un’altra ho commentato anteriormente, bensì di altri che, manipolati dagli interessi delle multinazionali, stanno uscendo alla luce in piccole dosi negli ultimi mesi e servono secondo me come prova definitiva della confusione e del caos politico che impera nel mondo.

Appena alcuni mesi fa lessi per la prima volta alcune notizie sull’esistenza del gas di scisto. Si leggeva che gli Stati Uniti disponevano di riserve per supplire le loro necessità di questo combustibile per 100 anni. Dal momento che dispongo attualmente di tempo per indagare su temi politici, economici e scientifici che possono essere realmente utili ai nostri popoli, mi comunicai discretamente con varie persone che risiedono a Cuba o all’estero del nostro paese. Curiosamente, nessuna di queste aveva ascoltato una parola sul tema. Non era naturalmente la prima volta che questo succedeva. Uno si meraviglia di fatti importanti di per sé che si nascondono in un vero mare di informazioni, mischiate con centinaia o migliaia di notizie che circolano per il pianeta.

Ho persistito, nonostante, nel mio interesse sul tema. Sono trascorsi solo vari mesi ed il gas di scisto non è già notizia. In vigilis del nuovo anno si conoscevano già sufficienti dati per vedere con ogni chiarezza la marcia inesorabile del mondo verso l’abisso, minacciato da rischi tanto eccessivamente gravi come la guerra nucleare ed il cambiamento climatico. Del primo, parlai già; del secondo, in onore della brevità, mi limiterò ad esporre dati conosciuti ed alcuni per conoscere che nessun quadro politico o persona sensata deve ignorare.

Non vacillo nell’affermare che osservo entrambi i fatti con la serenità degli anni vissuti, in questa spettacolare fase della storia umana che hanno contribuito all’educazione del nostro popolo coraggioso ed eroico.

Il gas si misura in TCF, che possono riferirsi a piedi cubi o metri cubi -non sempre si spiega se è uno o l’altro – dipende dal sistema di misure che si applichi in un determinato paese. D’altra parte, quando si parla di miliardi normalmente si riferiscono al miliardo spagnolo che significa un milione di milioni; tale cifra in inglese si qualifica come trilione cosa deve tenersi in conto quando si analizzano le quantità riferite al gas che normalmente sono in volumi. Tenterò di segnalarlo quando sia necessario.

L’analista nordamericano Daniel Yergin, autore di un voluminoso classico di storia del petrolio affermò, secondo l’agenzia di notizie IPS che già un terzo di tutto il gas che si produce negli Stati Uniti è gas di scisto.

‘..lo sfruttamento di una piattaforma con sei pozzi può consumare 170.000 metri cubi di acqua e perfino provocare effetti dannosi come avere influenza su movimenti sismici, inquinare acque sotterranee e superficiali, e colpire il paesaggio’.

Il gruppo britannico BP informa da parte sua che ‘le riserve provate di gas convenzionale o tradizionale nel pianeta sommano 6.608 miliardi -milioni di milioni- di piedi cubi, circa 187 miliardi di metri cubi, […] ed i depositi più grandi sono in Russia (1.580 TCF), Iran (1.045), Qatar (894), ed Arabia Saudita e Turkmenistan, con 283 TCF ognuno’. Si tratta del gas che si veniva producendo e commercializzando.

‘Uno studio dell’EIA –un’agenzia governativa degli Stati Uniti sull’energia- pubblica in aprile del 2011 che trovò praticamente lo stesso volume (6.620 TCF o 187,4 miliardi di metri cubi) di shale gas ricuperabile in appena 32 paesi, ed i giganti sono: Cina (1.275 TCF), Stati Uniti (862), Argentina (774), Messico (681), Sudafrica (485) ed Australia (396 TCF)”. Shale gas è il gas di scisto. Si osservi che d’accordo a quello che si conosce, Argentina e Messico ne possiedono quasi quanto gli Stati Uniti. Cina, coi maggiori giacimenti, possiede riserve che equivalgono quasi al doppio di questi ed un 40% in più degli Stati Uniti.

‘…paesi da secoli dipendenti di fornitori stranieri conterebbero su un’ingente base di risorse in relazione col loro consumo, come Francia e Polonia che importano 98 e 64%, rispettivamente, del gas che consumano, e che avrebbero in rocce di scisto o “lutite” riserve superiori a 180 TCF ognuno.”

‘Per estrarre le ‘lutite” -segnala IPS- si ricorre ad un metodo battezzato ‘fracking ‘ (frattura idraulica), con l’iniezione di grandi quantità di acqua con sabbie ed additivi chimici. L’impronta di carbonio (proporzione di biossido di carbonio che libera nell’atmosfera) è molto maggiore che quella generata con la produzione di gas convenzionale.

‘Quando si tenta di bombardare cappe della crosta terrestre con acqua ed altre sostanze, si incrementa il rischio di danneggiare il sottosuolo, suoli, cappe idriche sotterranee e superficiali, il paesaggio e le vie di comunicazione se le installazioni per estrarre e trasportare la nuova ricchezza presentano difetti o errori di maneggio’.

Basti segnalare che tra le numerose sostanze chimiche che si iniettano con l’acqua per estrarre questo gas si trovano il benzene ed il toluene che sono sostanze terribilmente cancerogene

L’esperto Lourdes Melgar, dell’Istituto Tecnologico e degli Studi Superiori di Monterrey, pensa che:

‘È una tecnologia che genera molto dibattito e sono risorse ubicate in zone dove non c’è acqua ‘….

‘Le lutite gassose -afferma IPS- sono cave di idrocarburi non convenzionali, incagliate in rocce che le proteggono, per questo si applica la frattura idraulica (conosciuta in inglese come ‘fracking ‘) per liberarle a grande scala.”

“La generazione di gas shale include alti volumi di acqua e lo scavo e frattura generano grandi quantità di residui liquidi che possono contenere chimici sciolti ed altri agenti inquinanti che richiedono un trattamento prima di essere buttato.”

“La produzione di scisto saltò da 11.037 milioni di metri cubi nel 2000 a 135.840 milioni nel 2010. Nel caso che l’espansione continui questo ritmo, nel 2035 arriverà a coprire il 45% della domanda di gas generale, secondo l’EIA.

“Investigazioni scientifiche recenti hanno allertato sul profilo ambientale negativo del gas lutite.

“L’accademico Robert Howarth, Renee Santoro ed Anthony Ingraffea, dell’Università statunitense di Cornell, conclusero che questo idrocarburo è più inquinante del petrolio ed il gas, secondo il loro studio ‘Metano e l’impronta di gas ad effetto serra del gas naturale proveniente da formazioni di shale ‘, pubblicato nell’aprile scorso sulla rivista Climatic Change.

“‘L’orma carbonica è maggiore che quella del gas convenzionale o il petrolio, visti in qualunque orizzonte temporaneo, ma particolarmente in un lasso di 20 anni. Comparata col carbone, è almeno un 20% maggiore e forse più del doppio in 20 anni’, risaltò la relazione.”

“Il metano è uno dei gas ad effetto serra più inquinanti, responsabili dell’aumento della temperatura del pianeta.”

“‘In aree attive di estrazione (uno o più pozzi in un chilometro), le concentrazioni medie e massime di metano in pozzi di acqua potabile si incrementarono con prossimità al pozzo gassoso più vicino e furono un pericolo di esplosione potenziale ‘, cita il testo scritto da Stephen Osborn, Avner Vengosh, Nathaniel Warner e Robert Jackson, della Università statale di Duke.

“Questi indicatori mettono in discussione l’argomento dell’industria che lo scisto può sostituire il carbone nella generazione elettrica e, pertanto, una risorsa per mitigare il cambiamento climatico.

“‘È un’avventura troppo prematura e rischiosa ‘.”

“Nell’aprile del 2010, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha messo in moto l’Iniziativa Globale di Gas Shale per aiutare i paesi che cercano approfittare di questa risorsa per identificarlo e svilupparlo, con un eventuale beneficio economico per le multinazionali di quella nazione.”

Sono stato inevitabilmente esteso, non avevo un’altra opzione. Redigo queste linee per il sito web Cubadebate e per Telesur, una delle emittenti di notizie più serie ed oneste del nostro rassegnato mondo.

Per abbordare il tema ho lasciato passare i giorni festivi del vecchio e del nuovo anno.

LINK: La marcha hacia el abismo

TRADUZIONE DI: Prensa Latina -Agenzia di Stampa LatinoAmericana

L’ Iran (Non è il problema) -Film-

Documentario realizzato da pacifisti americani sul recente tentativo, da parte dei media, di spalleggiare il governo a iniziare una guerra nei confronti dell’Iran.

Una lucida e chiara descrizione della situazione medio orientale attuale. Le voci di questo film sono a volte discordanti tra esse ma tutte condividono che la guerra all’Iran sarebbe una guerra ingiusta, semmai esistesse una guerra giusta, disastrosa per il mondo.

Focalizza i perché di questa eventuale guerra e veri motivi che stanno alla base della globale situazione in una zona del mondo che non ha pace da ormai 50 anni.

Un film che chi vuole sapere e conoscere la verità, o cerca conferme alle sue conoscenze o intuizioni dovrebbe vedere.

da: Youtube

Libia: un video-linciaggio per distrarre dalla pista Clinton-Goldman Sachs

Si può anche prescindere dalla questione della autenticità o meno dei video del linciaggio di Gheddafi, per constatare che la scelta della NATO di spettacolarizzare la morte di Gheddafi, rivela decisamente il carattere di una PSYOP (Psychological Operation), cioè di un atto di guerra psicologica. Al Jazeera, l’emittente dell’emiro del Qatar, ha assunto decisamente il ruolo di organo della guerra psicologica della NATO e della CIA, e questa sua ultima PSYOP del video-linciaggio è volta a confondere le acque e distrarre l’attenzione rispetto a dati ancora più inconfessabili.

Il 23 ottobre i festeggiamenti per la “liberazione” della Libia si sono svolti a Bengasi, non a Tripoli. Bengasi è sempre in festa, e festeggia soprattutto in nome e per conto di altre città della Libia.

A Bengasi infatti, e non a Tripoli, si sono svolti il 21 agosto scorso i festeggiamenti per la “liberazione” di Tripoli; un doppione dei festeggiamenti svoltisi il 18 marzo scorso per la proclamazione da parte del consiglio di Sicurezza dell’ONU della “no fly zone” (con il senno di poi questa locuzione inglese risulta particolarmente ridicola). La terna delle feste di Bengasi si è conclusa domenica, con l’ormai consueto spettacolo pirotecnico.[1]

Nella Libia “liberata” il governo provvisorio risiede ancora a Bengasi, ad indicare che l’effettivo controllo del territorio libico da parte della NATO e dei sedicenti ribelli è ancora al livello di sette mesi fa.

Da ciò si comprende che i video dovevano servire a creare l’illusione di una conclusione definitiva della vicenda, una “vittoria” da dare in pasto all’opinione pubblica mondiale, da tenere però impegnata in estenuanti dibattiti morali sulla liceità della vendetta, in modo da evitare che si possa seguire la pista dei soldi.

Il linciaggio di Gheddafi dovrebbe anche dimostrare, secondo la Nato, che i “ribelli” dopotutto sono dei barbari immaturi per la democrazia e incapaci di gestire uno Stato di Diritto; risulta perciò assolutamente necessaria la tutela internazionale, soprattutto per quanto riguarda l’eventuale ministero del Tesoro del nascente Stato libero della Libia. Come sorprendersi quindi che il primo atto del nuovo governo della Libia “libera” sia stato quello di chiedere alla NATO di rimanere in Libia?[2]

Si può prescindere per un momento anche dal business del petrolio libico, attualmente ritornato in mano soprattutto alla multinazionale British Petroleum, che deteneva quasi il monopolio del petrolio libico prima del colpo di Stato di Gheddafi nel 1969.[3]

Si possono infatti ricavare notizie interessanti soffermandosi anche solo sul denaro contante. Secondo notizie della BBC, i beni libici attualmente congelati in banche straniere ammontano ad almeno cinquantatre miliardi di dollari. Una delle principali banche in cui questi soldi libici sono investiti è la Goldman Sachs, la quale si è rifiutata di dare ulteriori informazioni, rifugiandosi dietro la riservatezza per “proteggere” il cliente (un’altro esempio di comicità involontaria in questa vicenda). [4]

Altra questione ancora aperta è quella dell’oro della banca centrale libica, le cui riserve auree ammontano a centoquarantaquattro tonnellate, secondo le stime per difetto operate dal Fondo Monetario Internazionale il marzo scorso.[5]

A detta dell’ex banchiere centrale libico, passato ai “ribelli”, le riserve valutarie ed auree della Libia ammontano complessivamente a centosessantotto miliardi di dollari, ma è tutto congelato, e ci vorrà una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per sbloccarlo, cioè tutto dipende dagli Stati Uniti. Secondo l’ex banchiere centrale mancherebbe all’appello circa un 20% dell’oro libico, ma la colpa sarebbe tutta di Gheddafi, che l’avrebbe sottratto per comprarsi i consensi delle tribù. La morte di Gheddafi consente perciò a chi ha sottratto effettivamente quell’oro di goderselo senza rischiare di subire indagini.[6]

Si registrano poi strane coincidenze. Hillary Clinton ed il suo clan da quale banca dipendono? Ritorna un nome familiare: Goldman Sachs. La superbanca multinazionale aveva già finanziato nel 1992 la vittoriosa campagna elettorale presidenziale di Bill Clinton; ed in effetti Robert Rubin, dirigente di Goldman Sachs, era poi diventato ministro del Tesoro dell’amministrazione Clinton.[7]

Il legame tra il clan dei Clinton e Goldman Sachs è stato consacrato anche da un matrimonio dinastico. Una figlia dei Clinton, Chelsea, ha infatti sposato un altro dirigente di Goldman Sachs, il pregiudicato per frode bancaria Marc Mezvinsky. [8]

Si potrebbe pensare che Bill Clinton, per farsi bello e darsi le arie di politico incorruttibile, abbia preso le distanze da Goldman Sachs, magari additandone pretestuosamente le magagne. Invece no. Retto ed integerrimo com’è, Bill Clinton, ha preso pubblicamente le difese di Goldman Sachs a proposito delle inchieste che l’hanno coinvolta, dichiarandosi scettico circa le accuse che hanno colpito la superbanca.[9]

Anche Hillary Clinton non ha voluto far torto al genero soltanto per darsi delle arie di essere immune dal nepotismo; ed infatti il Dipartimento di Stato, diretto da Hillary, ha coinvolto Goldman Sachs in un super-progetto internazionale, sotto l’egida della NATO, per far scuola di business a donne imprenditrici in Afghanistan e Pakistan. Insomma, una pioggia di denaro pubblico per Goldman Sachs, su iniziativa della Clinton. La notizia si trova sul sito di Goldman Sachs.[10]

Si può essere certi che i Clinton hanno la coscienza così pulita, che il timore di incappare in un sospetto di conflitto di interessi non li dissuaderà affatto dall’andare incontro alle legittime aspettative di Goldman Sachs, anche per ciò che riguarda la questione dell’ulteriore spartizione delle risorse finanziarie ed auree della Libia.

NOTE

[1] http://www.repubblica.it/esteri/2011/08/21/foto/bengasi_in_festa_per_la_sollevazione_di_tripoli-20683527/1/

http://it.euronews.net/2011/03/18/a-bengasi-festa-per-la-decisione-dell-onu/

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2011/10/23/visualizza_new.html_668694965.html

[2] http://www.tgcom.mediaset.it/mondo/articoli/articolo1025774.shtml

[3] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.thestreet.com/story/11228497/1/bps-outlook-in-libya-improves.html&ei=KOVsToWHLvTb4QTN36XZBA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=2&ved=0CCsQ7gEwATgo&prev=/search%3Fq%3DBP%2Blibya%26start%3D40%26hl%3Dit%26sa%3DN%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26biw%3D960%26bih%3D507%26prmd%3Divns

[4] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.bbc.co.uk/news/business-13552364&ei=fIalTu76Ksjxsgb7mO2SAw&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=2&ved=0CCsQ7gEwAThk&prev=/search%3Fq%3Dlibyan%2Bgold%2Bgoldman%2Bsachs%26start%3D100%26hl%3Dit%26sa%3DN%26rlz%3D1R2ACAW_it%26biw%3D960%26bih%3D507%26prmd%3Dimvns

[5] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.bbc.co.uk/news/business-12824137&ei=uY6lTsKpOY_RsgbOsaWVAw&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=2&ved=0CDUQ7gEwAQ&prev=/search%3Fq%3Dlibyan%2Bgold%2Breserves%26hl%3Dit%26rlz%3D1R2ACAW_it%26prmd%3Dimvns

[6] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.reuters.com/article/2011/08/25/us-libya-gaddafi-gold-idUSTRE77O1XO20110825&ei=9kCoTu-LKs74sgbVsezFDQ&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=3&ved=0CDMQ7gEwAg&prev=/search%3Fq%3Dlybia%2Bgold%2Bcentral%2Bbanker%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvns

[7] http://archiviostorico.corriere.it/1992/ottobre/06/GOLDMAN_SACHS_punta_Clinton_co_0_9210063639.shtml

[8] http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://news.bbc.co.uk/2/hi/8386968.stm

[9] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.huffingtonpost.com/2010/04/29/bill-clinton-im-skeptical_n_557085.html&ei=zEKkTsbiAseBOoL2ma0C&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=1&ved=0CCUQ7gEwAA&prev=/search%3Fq%3Dbill%2Bclinton%2B%2Bgoldman%2Bsachs%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvnso

[10] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www2.goldmansachs.com/media-relations/press-releases/current/10k-w-partnership.html&ei=OJ-lTtaoKNDKsgakqZH3Ag&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=1&ved=0CCYQ7gEwAA&prev=/search%3Fq%3Dgoldman%2BSachs%2BHillary%2Bclinton%26hl%3Dit%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvnso

FONTE: Comidad.org

Gheddafi, grande leader africano

di: Rodolfo Ricci

Dice il commentatore e vaticanista della Stampa, Andrea Tornielli, nel suo blog (http://2.andreatornielli.it/): “La Libia, quando Gheddafi prese il potere nel 1969, aveva un tasso di analfabetismo del 94 per cento; oggi l’88 per cento dei libici è alfabetizzato. Il Federal Research Division della Libreria del Congresso Usa scrive che “un servizio sanitario di base è fornito a tutti i cittadini libici. Salute, formazione, riabilitazione, educazione, alloggio, sostegno alla famiglia, ai disabili e agli anziani sono tutti regolarmentati dai servizi assistenziali”. Le vaccinazioni infantili coprono la quasi totalità della popolazione. C’è un medico ogni 673 cittadini. Secondo le tabelle dell’Indice di Sviluppo Umano della Banca Mondiale (miscellanea di aspettativa di vita, istruzione, reddito) la Libia è (o meglio, era) l’unico paese con livello alto dell’Africa, e veniva prima di ben nove nazioni europee.

Cito questi dati traendoli dall’illuminante libro Libia 2012 dello storico Paolo Sensini (Jaca Book), che consiglio vivamente a tutti coloro che vogliono farsi un’idea sulle ragioni della guerra e sul potere della disinformazione. Perché ho ricordato tutto questo?

Perché alcuni dei capi dei “ribelli” e del governo provvisorio – i nostri governi stendono su questo un velo di silenzio – sono ex terroristi di Al Quaeda. E se c’è una cosa davvero incerta è il futuro del paese. Li cito per ricordare come siamo molto selettivi nell’individuare i dittatori cattivi, e le popolazioni da proteggere, a seconda delle convenienze. Se le rivolte vengono sedate nel sangue in certi paesi arabi ottimi alleati dell’Occidente, facciamo finta di niente. In altri casi, come in quello della Libia (vuoi vedere che c’entrano petrolio e gas?) in poche ore eccoci tutti in fila a bombardare, ovviamente solo con bombe “intelligenti”…”

E’ solo l’ultima esternazione a cui si assiste sul web dopo l’esecuzione di Muhammar Gheddafi da parte di islamisti al seguito della alleanza neocolonialista e criminale capitanata dalla NATO che ha sganciato oltre 50.000 bombe in sette mesi di guerra sul territorio libico per annientare per sempre dalla faccia dell’Africa e della terra, la Jahmaijria socialista e il suo leader, arrivato al potere senza sparare un sol colpo nel lontano 1969.

Il fronte del capitalismo mondiale ci ha messo del tempo, ma alla fine è riuscito a raggiungere l’obiettivo che perseguiva da decenni, passando per i bombardamenti di Ronaald Reagan, (“el hombre de mierda”, secondo Galeano), che fece bombardare Tripoli uccidendo una cinquantina di membri della famiglia di Gheddafi; per l’attentato di Ustica, dove, per colpire Gheddafi, l’aviazione francese colpì invece il DC-9 dell’ITAVIA con la morte di 81 passeggeri italiani. E per altri numerosi tentativi di far fuori uno dei più intelligenti leader africani e mnondiali, il cui paese ha contribuito in termini di aiuti ai paesi del terzo mondo, più di tutti i grandi paesi del G-20 mesi insieme.

In termini di conquiste sociali ed economiche, di sviluppo e modernizzazione di un paese arretratissimo fino agli anni ’70, Gheddafi ha pochissimi “concorrenti”. Non ha eguali l’opera faraonica e strategica di creazione del grande fiume Man Made River, che costituisce la più grande opera di irrigazione dei paesi desertici e dell’intero pianeta, un’opera, che da sola e forse più della gestione indipendente ed oculata del petrolio, preoccupava fortemente il gruppo di potentati criminali che hanno aggredito la Libia sotto le insegne dell’ONU, in previsione della conquista e del controllo globale dell’acqua, una guerra planetaria che può dirsi iniziata proprio con l’aggressione alla Libia.

Se vi è qualcosa in cui Gheddafi ha sbagliato (e che deve servire di insegnamento) è quella di fidarsi del capitalismo criminale del nord, il cui apprezzamento quale scudo contro la penetrazione dell’islamismo nel nord Africa e il contenimento dei flussi migratori, non è bastato per acquisirne il riconoscimento. A posteriori si può dire che si trattava della più grande operazione di simulazione che un gruppo di paesi ha elaborato per disfarsi dell’indipendente e pericolosissimo leader che mirava all’unità africana, mentre per chi comanda, l’Africa non è altro che il continente del futuro confronto-scontro con la Cina e forse con l’India. Una sorta di patto di non aggressione violato alla prima utile occasione: la primavera araba.

Non è stato attaccato ed eliminato perchè non faceva bene, Muhammar Gheddafi, ma perchè fin troppo bene e con visione di futuro aveva fatto, lui, figlio di beduini analfabeti, nato nel ’42 – ma non sapeva neanche lui di preciso quando – , nel deserto a ridosso di Sirte.

A dimostrazione che l’intelligenza e la capacità di leadership prescinde, molto spesso, dal livello delle scuole frequentate ed è molto più legata alla capacità dell’intelligenza critica di cui ogni persona è dotata, salvo abdicarvi sotto pressione dei più forti o per adesione subalterna agli stessi, un panorama di cui è pieno il miserabile occidente avanzato.

Non è un caso che dopo il dissolvimento dell’URSS, tutti i residui bastioni di quello che fu il grande movimento dei “non allineati” è stato abbattuto senza pietà, secondo la innovativa prassi delle guerre umanitarie: Jugoslavia, Iraq, Libia. Affinché il posizionamento geostrategico occidentale fosse rafforzato in previsione degli eventi imminenti.

Ovviamente non esiste alcuna ragione umanitaria nell’attacco alla Jamajiriya, come non ne esistevano nelle precedenti aggressioni e guerre degli ultimi 15 anni. Ne sono conferma il sostegno a dittature spietate e feudali come quelle dell’alleato prediletto, l’Arabia Saudita dei Saud-Bush, e dei suoi emirati satelliti inventati dagli inglesi e cogestiti assieme agli USA del premio Nobel Barack Obama.

Ciò che colpisce in quest’epoca di fine impero è che le aggressioni si succedano sempre più frequenti e che il loro carattere oggettivamente criminale assomigli sempre più a quanto insegnato dalle politiche del decennio del Terzo Reich, incluso l’uso goebbelsiano dei media, che si mobilita a condannare le violenze dei riots londinesi e dei black blok romani, massaggiando per settimane i poveri (ma non più scusabili, se non si rivoltano) spettatori dell’occidente, e che parallelamente sostengono – da destra e da “sinistra” (insieme a settori consistenti di pacifisti pentiti) – le cinquantamila bombe umanitarie sganciate a difesa dei “civili libici” di Bengasi e di Misurata, mentre su Tripoli, Sirte, Bani Walid ecc. può piovere abbondante l’uranio impoverito e altre amenità, senza che nessuno si agiti.

Solo l’esecuzione del Cristo nel deserto filmata da decine di telefonini di ultima generazione e diffusa malgrado i suggerimenti della Nato mandante, riesce a destare qualcosa nel profondo di coscienze sempre più controllate. Ma subito dopo si riparlerà di casa nostra, con l’inconsistenza e l’insiepienza di sempre.

Finchè qualcosa non arriverà a destare gli spiriti.
Per ora non ci resta che salutare la grandezza di Muhammar Gheddafi, beduino, ispirato da Enrico Mattei, leader e combattente fino alla fine, dell’ indipendenza libica ed africana per quasi mezzo secolo.

Niente fughe in paradisi dorati, niente accaparramento di miliardi di dollari che erano alla portata sua e della sua famiglia.

Un segno invece, che non può essere oscurato facilmente, nè dimenticato.

“Sic transit gloria mundi” ha detto qualcuno. Vedremo se ciò che è stato seminato tornerà nell’ombra oppure se da esso,nuove e più accorte occasioni germoglieranno in Africa, continente del XXI secolo.

Emigrazione-Notizie

Vedi anche: La distruzione del tenore di vita di un paese: quello che la Libia aveva raggiunto, quello che è stato distrutto

Libia: il ritorno del colonialismo

Articolo inviato al blog
di: Salvatore Santoru

Considerazioni sull’uccisione di Gheddafi e dintorni

L’obiettivo (seppur non dichiarato e sempre negato) della NATO e del Cnt è stato raggiunto. Gheddafi è morto. Gheddafi è stato ucciso. La sua morte ha certamente una forte valenza simbolica. Il Colonnello,nonostante tutte le contraddizioni e le ambiguità in questi 42 anni, era pur sempre un’icona della decolonizzazione, dell’indipendenza e del riscatto dell’ Africa nella lotta contro i potentati occidentali. Dopo la rivoluzione repubblicana del 1969    contro la monarchia di Re Idris, ritenuto fantoccio delle multinazionali occidentali, le basi militari inglesi e statunitensi vennero chiuse e le proprietà petrolifere (durante il regno di Idris in mano a poche compagnie angloamericane) nazionalizzate. Questo fatto non è mai stato digerito dall’Occidente imperialista, così come il sostegno dato dal “Rais” alle lotte di liberazione nel continente,tra le quali va menzionata quella in Sudafrica contro l’apartheid razzista sostenuto e finanziato dal “mondo libero”. Anche negli ultimi tempi,nonostante fosse presentato come  un fedele alleato dei paesi occidentali, Gheddafi era ritenuto non pienamente affidabile da essi (ed essi  intanto stavano  preparando la guerra già da anni). Costituiva ancora una “minaccia” ai loro interessi e tutti quei proclami per l’Africa unita e indipendente che facevano concorrenza al progetto neocolonialista Africom non andavano bene.E così, approfittando della “primavera araba” (arrivata in qualche modo anche in Libia) e dei disordini di quel febbraio(quando in Egitto e Tunisia i popoli in rivolta cacciavano i tiranni fantocci dell’imperialismo)gli strateghi della NATO hanno colto in peno  l’attimo fuggente, innescando una guerra civile usata come pretesto per l’ intervento militare,ormai giunto al suo settimo mese. Ora la “missione” è ufficialmente finita ,dicono i “vincitori”.Adesso è il momento di “ricostruire” dopo aver saccheggiato (business più business e ancora business) garantendo l’occupazione militare,a quanto pare fondamentale per una sana “democrazia petroliera”(ovvero le multinazionali dei paesi vincitori  hanno il diritto di sfruttare le risorse in modo libero e uguale).Intanto grazie alla conquista della Libia,un’altro pezzo è stato aggiunto al  grosso puzzle e mentre  la  vittoria  viene annunciata dai messaggeri dell’Impero demopetromonarchico (dal Quatar agli USA) Obama (il “pacifista” che ama la guerra)e gli altri compagni di conquiste (senza dimenticare i loro padroni militari,industriali e banchieri che formano la cupola dell’Impero occidentale) si trova/no impegnati ad aggredire la Somalia e il Burundi, altri pezzi fondamentali per ricostruire l’Africa che fu: colonia da sfruttare a piacimento da parte di avidi criminali senza scrupolo che hanno costituito e costituiscono  il capitalismo occidentale in versione coloniale. La morte di Gheddafi(lasciando stare in questa sede i giudizi sul suo operato) simbolicamente rappresenta la fine di un’epoca e l’inizio di una “nuova era”:il ritorno del colonialismo in Libia e in Africa.

Hillary Clinton ride e va alla conquista della Libia libera

Venimmo, vedemmo, è  morto“.

Hillary Clinton, Segretario di Stato Americano.

Hillary Clinton alla conquista della Libia libera

di: Manlio Dinucci

Accolta all’aeroporto di Tripoli da una folla di miliziani al grido di «Allah akbar», la segretaria di stato Hillary Clinton si è detta «fiera di mettere piede sul suolo di una Libia libera». Quindi, dopo aver incontrato il presidente del Cnt Mustafa Abdel Jalil, ha tenuto una conferenza stampa in un centro islamico per chiarire come gli Stati uniti intendono contribuire al futuro del paese. Anzitutto la Nato continuerà a «proteggere i civili libici finché non cesserà il pericolo costituito da Gheddafi e dai suoi seguaci». I termini temporali sono assai vaghi: secondo un alto funzionario al seguito della Clinton, Gheddafi e i suoi sono rimasti un «letale elemento di turbativa» che potrebbe bloccare l’evoluzione del paese. Ciò significa che la Nato si prepara a presidiare la Libia con le proprie forze militari.

La Clinton ha quindi affrontato il tema della ricostruzione economica, sottolineando che la Libia ha «la fortuna di possedere ricchezze e risorse». Ciò di cui ha bisogno sono «expertise e assistenza tecnica internazionali». A tale scopo sarà creato un comitato congiunto statunitense-libico, per individuare le priorità che ha il paese. Come stanno facendo in Tunisia ed Egitto, gli Stati uniti stabiliranno una partnership con la Libia, per rafforzare il commercio, gli investimenti e i legami tra le imprese dei due paesi e integrare la Libia più strettamente nei mercati globali. Il programma non lascia dubbi: gli Stati uniti, scavalcando gli altri «amici della Libia» tra cui l’Italia, intendono portare il paese africano nella loro sfera di dominio economico.

In tale quadro si inserisce l’«assistenza economica» alla Libia. Finora, ha ammesso la Clinton, è stata relativamennte scarsa, a causa della politica di austerità e di una forte opposizione nel Congresso. Da febbraio ad oggi gli Usa hanno fornito al Cnt aiuti per l’ammontare di 135 milioni di dollari. Ben poca cosa, se si considera che i fondi sovrani libici congelati lo scorso febbraio in banche statunitensi (con una operazione che, nel codice penale, si chiama «rapina a mano armata») ammontano a circa 32 miliardi di dollari. Il Tesoro Usa l’ha definita «la più grossa somma di denaro mai bloccata negli Stati uniti», impegnandosi a tenerla «in deposito per il futuro della Libia». Finora però l’ha tenuta ben stretta: ciò che Washington ha dato al Cnt ammonta allo 0,4% dei capitali libici confiscati. A Tripoli, la Clinton ha annunciato che «stiamo lavorando per restituire miliardi di dollari dei capitali congelati». Quando e in che misura, dipende chiaramente dalla disponibilità del nuovo governo libico di spalancare le porte del paese alle multinazionali statunitensi e mettere l’economia sotto la supervisione di Washington, sia direttamente che attraverso il Fondo monetario internazionale.

Funzionale a tale piano è l’annuncio, fatto dalla Clinton, che sarà raddoppiato il numero di studenti libici formati negli Stati uniti col programma Fulbright e che in tutta la Libia saranno aperte nuove classi di lingua inglese con insegnanti statunitensi. Saranno scuole non solo di lingua ma di democrazia: lo garantisce il fatto che «il Governo degli Stati uniti sostiene i diritti umani ovunque per chiunque».

IlManifesto.it

Occupy Wall Street e l’ “Autunno Americano”: è una “Rivoluzione Colorata”?

di: Michel Chossudovsky

C’è un movimento di protesta popolare che si sta dispiegando in tutta l’America, comprendente persone di ogni ceto sociale, di tutte le età, consapevoli della necessità di un cambiamento sociale e impegnati a invertire la marea.

La base di questo movimento rappresenta una risposta all’ “agenda di Wall Street” di frodi finanziarie e  manipolazione, servite per innescare la disoccupazione e la povertà in tutto il paese.

Questo movimento costituisce, nella sua forma attuale, uno strumento di riforma significativa e di cambiamento sociale in America?

Qual è la struttura organizzativa del movimento? Chi sono i suoi principali artefici?

Il movimento o segmenti all’interno di esso sono stati cooptati?

Questa è una questione importante, che deve essere affrontata da coloro che fanno parte del Movimento Occupy Wall Street così come da coloro che, in tutta l’America, sostengono la democrazia reale.

Introduzione

Storicamente, i movimenti sociali progressisti sono stati infiltrati, i loro leader cooptati e manipolati, attraverso il finanziamento di organizzazioni non governative, sindacati e partiti politici. Lo scopo ultimo del “finanziamento del dissenso” è quello di impedire al movimento di protesta di sfidare la legittimità dell’ elite di Wall Street:

Con amara ironia, una parte dei fraudolenti guadagni finanziari a Wall Street, negli ultimi anni, sono stati riciclati alle fondazioni esenti da tasse delle élite e a quelle di beneficenza. Questi guadagni finanziari non sono stati utilizzati solo per acquistare i politici, ma sono anche stati convogliati alle ONG, agli istituti di ricerca, i centri sociali,gruppi religiosi, ambientalisti, media alternativi, per i diritti umani,ecc..

L’obiettivo interno è  “fabbricare il dissenso” e stabilire i confini di un opposizione “politicamente corretta”. A loro volta, molte ONG sono infiltrate da informatori che spesso agiscono per conto di agenzie di intelligence occidentali. Inoltre, un segmento sempre più ampio dei media progressisti di notizie alternative su internet è diventato dipendente dai finanziamenti di fondazioni private e associazioni di beneficenza.

L’obiettivo delle élite è stato quello di frammentare il movimento popolare in un vasto  mosaico “fai da te” (Vedi Michel Chossudovsky, Manufacturing Dissent: the Anti-globalization Movement is Funded by the Corporate Elites, Global Research, 20 settembre 2010).

Fabbricare il dissenso

Allo stesso tempo,  il” dissenso fabbricato” è intento a promuovere divisioni politiche e sociali (ad esempio all’interno e tra i partiti politici e i movimenti sociali). A sua volta, incoraggia la creazione di fazioni all’interno di ogni organizzazione.

Per quanto riguarda il movimento anti-globalizzazione, questo processo di divisione e frammentazione risale ai primi giorni del World Social Forum. (Vedi Michel Chossudovsky,Manufacturing Dissent: The Anti-globalization Movement is Funded by the Corporate Elites, Global Research, 20 settembre2010)

La maggior parte delle organizzazioni progressiste del periodo post seconda guerra mondiale, compresa la “sinistra” Europea sono state, nel corso degli ultimi 30 anni,trasformate e rimodulate. Il sistema di libero mercato (neoliberismo) è il consenso della “sinistra”. Questo vale, tra gli altri, per il Partito socialista in Francia, il partito laburista in Gran Bretagna, i socialdemocratici in Germania, per non parlare del partito dei Verdi in Francia e Germania.

Negli Stati Uniti, il bipartitismo non è il risultato dell’interazione dei partiti politici del Congresso. Una manciata di potenti gruppi di lobby aziendali controllano sia i repubblicani che i democratici. Il “consenso bi-partisan” è stabilito dalle élites che operano dietro le quinte. E ‘applicato dai principali gruppi lobbistici, che esercitano una morsa su entrambi i maggiori partiti politici.

A loro volta, i leader della American Federation of Labor and Congress of Industrial Organizations(AFL-CIO) sono stati cooptati dall’ establishment aziendale contro la base del movimento operaio degli Stati Uniti. I leader delle organizzazioni dei lavoratori partecipano alle riunioni annuali del Forum economico mondiale di Davos (WEF).Collaborano con il Business Roundtable. Ma al tempo stesso, la base del movimento operaio degli Stati Uniti, ha cercato di effettuare modifiche organizzative che contribuiscono a democratizzare la leadership dei sindacati.

Le élite promuoveranno un “rituale del dissenso” con alta visibilità dei media, con il supporto della rete televisiva, della stampa corporativa così come di internet.

Le élite economiche - che controllano le principali fondazioni – supervisionano anche il finanziamento di numerose organizzazioni della società civile, che storicamente sono state coinvolte nel movimento di protesta contro lo stabilito ordine economico e sociale. I programmi di molte organizzazioni non governative (comprese quelli coinvolti nel movimento Occupare Wall Street) si basano parecchio sui finanziamenti da fondazioni private tra cui la Ford, Rockefeller, MacArthur, fondazioni Tides,tra gli altri.

Storicamente, il movimento anti-globalizzazione  emerso negli anni 1990 si è opposto a Wall Street e ai giganti del petrolio del Texas controllati da Rockefeller, et al. Eppure, le basi e le associazioni di beneficenza di Rockefeller, Ford et al hanno, nel corso degli anni, generosamente finanziato le reti progressiste anti-capitalista  e gli ambientalisti , al fine di sorvegliare e in ultima analisi, dare forma alle loro varie attività.

Le “Rivoluzioni colorate”

Nel corso dell’ultimo decennio, le “rivoluzioni colorate” sono emerse in diversi paesi. Si tratta di operazioni di intelligence degli Stati Uniti  consistenti nel sostenere segretamente i movimenti di protesta al fine di innescare il  “cambio di regime” sotto la bandiera di un movimento pro-democrazia.Le “Rivoluzioni colorate” sono finanziate dal National Endowment for Democracy, l ‘International Republican Institute e Freedom House,tra gli altri. L’obiettivo finale di una “rivoluzione colorata” è quella di fomentare disordini sociali e utilizzare il movimento di protesta per rovesciare il governo esistente. L’obiettivo finale è, quindi, quello di instaurare un  governo filo-americano (o un regime fantoccio).

Dalla Primavera Araba” a “Occupy Wall Street“: il ruolo di OTPOR

Nella “primavera araba” egiziana, le principali organizzazioni della società civile, comprese Kifaya (Basta!) e il Movimento Giovanile del 6 Aprile, non erano supportate solo da fondazioni  basate negli Stati Uniti tra cui Freedom House e il National Endowment for Democracy (NED), ma hanno anche avuto l’approvazione del Dipartimento di Stato americano. (Per i dettagli si veda Michel Chossudovsky, The Protest Movement in Egypt: “Dictators” do not Dictate, They Obey Orders, Global Research, 29 Gennaio 2011

dissidenti egiziani -Freedom House

Il Segretario di Stato americano Hillary Clinton e dissidenti egiziani -Maggio 2009-

La cooptazione dei leader dei vari gruppi dell’ opposizione in Egitto è stata attuata attraverso vari canali tra cui Freedom House e il National Endowment for Democracy, entrambi i quali hanno legami con i servizi segreti americani.

Il Movimento Giovanile del 6 Aprile, il quale per un certo numero di anni è stato in collegamento permanente con l’ambasciata americana al Cairo, è stato addestrato dal Centre for Applied Non Violent Action and Strategies (CANVAS) della Serbia, una società di consulenza e formazione specializzata in “Rivoluzioni”. Il  CANVAS è stato fondato nel 2003 dall’ OTPOR, un’organizzazione serba sostenuta dalla CIA,che ha svolto un ruolo centrale nella caduta di Slobodan Milosevic in seguito ai bombardamenti NATO della Jugoslavia nel 1999.

Appena due mesi dopo la fine dei bombardamenti della Jugoslavia del’99, l’ OTPOR svolgeva un ruolo centrale nell’installazione di un  governo “ad interim” in Serbia sponsorizzato da USA-NATO. Questi sviluppi hanno anche aperto la strada verso la secessione del Montenegro dalla Jugoslavia, l’istituzione della base militare statunitense Bondsteel e la  formazione dello Stato Mafioso in Kosovo.

Nell’agosto del 1999, la CIA pare abbia creato un programma di formazione per OTPOR a Sofia, capitale  della Bulgaria:

Nell’estate del 1999, il capo della CIA, George Tenet, ha messo su un reparto a Sofia, in Bulgaria” per educare “l’opposizione serba, come confermato lo scorso 28agosto[2000] dalla BBC.

Il programma della CIA è un programma per fasi successive. Nella fase iniziale, essi lusingano il patriottismo e lo ‘spirito di indipendenza” dei serbi, agendo come se essi rispettassero queste qualità. Ma dopo aver seminato confusione e distrutto l’unità del Paese, la CIA e la NATO si spingerebbero molto b en più lontano. “

(Gerard Mugemangano e Michel Collon,”To be partly controlled by the CIA ? That doesn’t bother me much.”, Interview with two activists of the Otpor student movement, International Action Center (IAC),To be partly controlled by the CIA ? 6 Ottobre 2000. Vedi anche CIA is tutoring Serbian group, Otpor“,The Monitor, Sofia, tradotto da Blagovesta Doncheva, Emperors Clothes,  8 settembre 2000).

Il” Business della Rivoluzione”

Il Centre for Applied Non Violent Action and Strategies (CANVAS) dell’OTPOR si descrive come “una rete internazionale di formatori e consulenti” coinvolti nel “Business Revolution”. Finanziato dal National Endowment for Democracy (NED), costituisce consulenza e formazione di gruppi di opposizione sponsorizzati dagli Stati Uniti in oltre 40 paesi.

L’ OTPOR ha giocato un ruolo chiave in Egitto.

Egitto -Tahir Square: quello che sembrava essere un processo di democratizzazione spontaneo era una operazione di intelligence accuratamente pianificata. Guarda il video qui sotto.

Sia il Movimento Giovanile del 6 Aprile che  Kifaya (Basta!) hanno ricevuto una formazione preliminare dal CANVAS a Belgrado “nell’ambito delle strategie di rivoluzione non violenta”. “Secondo Stratfor, le tattiche utilzzate dal Movimento e da Kifaya” provenivano direttamente dal programma di addestramento del Canvas. “(Citato in Tina Rosenberg, Revolution UForeign Policy,16 febbraio 2011)

Logo del Movimento Giovanile del 6 Aprile, Egitto

Vale la pena notare la somiglianza dei loghi e dei nomi coinvolti nelle “rivoluzioni colorate” sponsorizzate da CANVAS-OTPOR. Il Movimento Giovanile del 6 Aprile in Egitto ha  usato il pugno chiuso come suo logo, Kifaya (“Basta!”) ha ripreso lo stesso nome come il movimento di protesta giovanile supportato da OTPOR in Georgia, che era stato chiamato Kmara! (“Basta!”). Entrambi i gruppi sono stati formati dal  CANVAS.

Il ruolo del CANVAS-OPTOR nel Movimento Occupy Wall Street

CANVAS-OPTOR è attualmente coinvolto nel Movimento  Occupy Wall Street.

Diverse importanti organizzazioni attualmente coinvolte nel movimento Occupare Wall Street hanno avuto un ruolo significativo nella ”Primavera araba”. Di rilevanza, ” Anonymous ” è stato coinvolto nel condurre attacchi informatici su siti web del governo egiziano,  in piena “primavera araba”.

Lo scorso agosto, ” Anonymous ” ha condotto simili attacchi informatici  contro il Ministero della Difesa siriano. Questi attacchi informatici sono state intrapresi a sostegno dell’ “opposizione” siriana in esilio, che è in gran parte integrata dagli islamisti. (Vedi Syrian Ministry Of Defense Website Hacked By ‘Anonymous’, Huffington Post, 8 agosto 2011).

Le azioni di ” Anonymous ” in Siria sono coerenti con il quadro delle”rivoluzioni colorate”. Essi cercano di demonizzare il regime siriano e creare instabilità politica. (Per l’analisi sulle opposizionidella Siria, si veda Michel Chossudovsky,  SYRIA: Who is Behind The Protest Movement? Fabricating a Pretext for a US-NATO “Humanitarian Intervention” Global Research, 3 maggio 2011)

Sia CANVAS  che Anonymous sono ora attivamente coinvolti nel Movimento Occupy Wall Street. [http://anonops.blogspot.com]

Il ruolo preciso del CANVAS nel Movimento Occupy Wall Street resta da valutare.

Ivan Marovic, uno dei leader del CANVAS, ha recentemente tenuto un discorso dinanzi i manifestanti a New York City.

Marovic ha già riconosciuto in passato che non c’è nulla di spontaneo nella progettazione di un “evento rivoluzionario”:

“Sembra come se le persone fossero appena scese in strada. Ma è il risultato di mesi o anni di preparazione. E ‘molto noioso fino a quando non si arriva al punto dove è possibile organizzare manifestazioni di massa o scioperi. Se è attentamente pianificato, dal momento in cui ha inizio, si conclude tutto nel giro di settimane “. (Citato in in Tina Rosenberg,Revolution UForeign Policy,16 febbraio 2011)

Questa dichiarazione del portavoce di OTPOR Ivan Marovic suggerisce che i movimenti di protesta nel mondo arabo non si sono diffusi spontaneamente da un paese all’altro, come invece viene ritratto dai media occidentali. I movimenti di protesta nazionali sono stati pianificati con largo anticipo e anche la cronologia e la sequenza di questi movimenti  sono state previste.

Allo stesso modo, la dichiarazione di Marovic suggerisce anche che il Movimento Occupy Wall Street è stato oggetto di attenta pianificazione avanzata da un certo numero di organizzazioni chiave riguardo la tattica e la strategia.

Vale la pena notare che una delle tattiche dell’ OTPOR è “non cercare di evitare gli arresti”, ma piuttosto di” provocarli e usarli a vantaggio del movimento.” , come strategia di pubbliche relazioni. (Ibid)

Il Pugno Chiuso del Movimento Occupy Wall Street su http://occupywallst.org

La PARTE II del presente articolo esaminerà il fulcro del movimento  Occupy Wall Street  , compreso il ruolo di organizzatori delle ONG.

LINK:  Occupy Wall Street and “The American Autumn”: Is It a “Colored Revolution”?

DI: CoriInTempesta

Il potere occulto della finanza

di: Oscar Strano

Un virus chiamato democrazia, il male del novecento. Un batterio micidiale messo in circolazione dalla caduta dell’Unione Sovietica. I moralisti diranno che dalla caduta del muro si è avverato il sogno di libertà tanto desiderato, e dunque rispondo con una celebre frase di Friedrich Nietzsche, “non resta altro mezzo per rimettere in onore la politica, si devono come prima cosa impiccare i moralist”. Appena dopo un decennio da quel fatidico 1989, il numero delle nazioni democratiche nel mondo già era cresciuto da sessantanove a centodiciotto, ma a quale prezzo?

Nel momento in cui il muro di Berlino crolla, un oceano di illusioni e false speranze attraversa la cortina di ferro, simbolo fino a quel dì della divisione tra mondo libero e totalitarismo. Ma il virus democratico non si ferma lì e comincia a espandersi anche nel Sudest asiatico, nell’America Latina e persino in Cina, portando con sé un sintomo peculiare, ossia la schiavitù. Sì, avete capito bene: schiavitù o dipendenza totale dalla povertà. Perché in quel decennio quasi ventisette milioni di persone vengono ridotte ai margini perfino in alcuni paesi dell’Europa occidentale. La globalizzazione e l’avvento della democrazia, paradossalmente, favoriscono lo sfruttamento del lavoro degli schiavi su scala industriale. La democrazia e la schiavitù sono tenute insieme da quella che è definita una correlazione diretta; l’evoluzione dell’uno condiziona quello dell’altro. Un altro paradosso si manifesta dagli anni cinquanta, ma fortemente accentuata dopo il 1989, durante il processo di decolonizzazione. Nel momento in cui le colonie ottengono l’autonomia, il numero degli schiavi cresce mentre il loro prezzo si abbassa.

Ebbene mi domando, a chi è servito questo processo?

Risulterei banale rispondendo “le solite famiglie della finanza mondiale”. Anche se il discorso è tutto lì. Ed è sbagliato pensare che lo sfruttamento degli schiavi è pratica delle nazioni più ricche a discapito di quelle più povere, e quindi più deboli.

Gli approfittatori sono gli stessi connazionali. Vi chiederete, come lo chiamiamo questo sistema? Finanza Sovrana, ed è la conseguenza di mutamenti radicali all’interno di società, culture, nazioni. La Finanza Sovrana occupa il posto di una classe politica che si dimostra non in grado di prendere scelte serie e decise per quanto riguarda l’economia statale. Se le casse dello stato non hanno guardiani, i primi avvoltoi ci si fiondano e fanno razzia. E’ semplice il processo, anche se la storia lo cela dietro teorie complesse e incomprensibili. Ed è questa logica ad aver distrutto imperi, grandi culture e grandi nazioni. Ed è sempre la stessa logica che sta distruggendo la coscienza collettiva, perché è presente quotidianamente, in ogni gesto di ogni uomo. Dalle comunicazioni, alla sicurezza; dalle necessità umane alle azioni “umanitarie” (meglio: balle umanitarie).

E oggi la Finanza Mondiale è in subbuglio, è agitata, irrequieta. Come mai? Saremo forse nel mezzo di un altro mutamento storico? Sta forse cambiando qualcosa, in maniera radicale? La classe politica italiana (come del resto tutte le classi politiche europee, o quasi) è lo specchio della scena politica internazionale. Quando l’Unione Sovietica crollò, in Italia fu smantellata una rappresentanza popolare, quasi interamente.

Un evento che segnò la fine della prima Repubblica, oltreché “Mani Pulite”, è anche l’adozione dell’euro da parte dell’Italia. Intendiamoci: non sono eventi che si sono avverati nello stesso anno, alcuni a distanza di un decennio quasi, ma i mutamenti radicali sono fratture che si sviluppano in periodi non definiti, anzi variabili. Possono durare cinque anni, come dieci. Ma saranno forse un caso questi eventi?

E’ l’avvento di un nuovo mutamento che preoccupa perché, se non controllato, favorirà sempre la Finanza Mondiale che, oltre al debito degli stati, è l’unica cosa che si può dir ancora sovrana in un mondo che si sta disintegrando nel profondo delle sue anime. Purtroppo però ( o per fortuna, si vedrà) il cambiamento sta – palesemente – prendendo la forma che la Finanza Mondiale ha, nel segreto dei suoi uffici distribuiti nell’intero globo, deciso. A conferma di ciò è l’aumento degli interessi sui mutui. Secondo i dati di Bankitalia, ad agosto il tasso di interesse medio sui prestiti è arrivato a quota 3,70%. Mentre l’anno prima, nello stesso mese, il tasso era un punto percentuale in meno circa (2,86%). Questa è la conseguenza dell’atteggiamento tenuto dall’Europa che, per salvare le banche, tiene basso il costo del denaro. Quindi ora non pensate mica di sottoscrivere un mutuo, sarebbe la vostra rovina, visto che il tasso ufficiale della Bce è all’1,5% e quindi potreste arrivare a pagare gli interessi anche al 5%. Roba da pazzi.

Secondo un’indagine dell’Osservatorio finanziario, le quote di guadagno delle diverse banche sono aumentate nei mesi estivi (guarda un po’! Proprio i mesi in cui sono state varate le varie finanziarie dal governo). Veneto Banca ha aumentato la quota del 2,4%, e un suo cliente è costretto a pagare il 4% in più d’interessi. Poi arriva Credem, con spread balzati del 2%.

Al terzo gradino del podio troviamo la Banca Popolare di Vicenza, con maggiorazioni fino al 1,9%, giungendo il 3,9% di spread per i mutui variabili indicizzati con il tasso Bce. Seguono le grandi banche Intesa e Unicredit e, per quest’ultima, facendo una media tra le varie tipologie di mutuo l’aumento della quota guadagno è del 1,7%.

Per Intesa invece la maggiorazione per tutti i prestiti per la casa varia dal 0,4% allo 0,75% in più rispetto ai mesi estivi di quest’anno. In fondo alla “lista nera” dell’Osservatorio troviamo anche Banca Sella, Cariparma, Bpm, Carige, Bnl e le Poste Italiane.

Certo, loro aumentano gli indici e i valori d’interesse, a noi invece aumentano i debiti e diminuiscono i soldi, strategia che sa di truffa ormai, ma loro no: non sia mai che le banche non debbano speculare su poveri cristi. Le banche sopravvivono sempre, anzi, in momenti di mutamento profondo, si arricchiscono e con loro i veri padroni delle banche. Sarà un caso?

Rinascita.eu

Ritorno a «Tripoli, bel suol d’amore…»

di: Manlio Dinucci

Il 5 ottobre 1911, dopo due giorni di bombardamento navale, il primo contingente italiano sbarcò a Tripoli, iniziando l’occupazione coloniale della Libia che, proseguita e rafforzata dal fascismo, sarebbe durata trent’anni. E’ una pagina storica definitivamente chiusa? Non c’è quindi alcuna analogia tra la prima guerra di Libia e quella attuale? Certo, in un secolo molte cose sono cambiate. Ma i meccanismi della guerra sono rimasti sostanzialmente gli stessi.

Gli interessi dietro la guerra

Agli inizi del Novecento l’Italia, restata dopo la sconfitta di Adua (1896) una potenza coloniale di secondo piano con i possedimenti di Eritrea e Somalia, rilanciò la sua politica espansionista: obiettivo la conquista della Libia, parte dell’impero ottomano che si stava sgretolando. A spingere in questa direzione erano i circoli dominanti finanziari, industriali e agrari, che volevano penetrare in Nord Africa, e i fabbricanti di cannoni, che volevano una guerra per accrescere i loro profitti. La conquista iniziò con una aggressiva strategia economica, attuata dal governo attraverso il Banco di Roma, potente istituto finanziario legato ad ambienti vaticani e cattolici. Con grossi capitali e forti contributi governativi, esso cominciò nel 1907 a penetrare in Libia, aprendo succursali, banchi di pegno e agenzie commerciali. Mise le mani anche sull’agricoltura, acquistando terreni, impiantando una grande azienda presso Bengasi e un enorme mulino a Tripoli, e promosse ricerche minerarie. In tre anni realizzò un giro d’affari di oltre 240 milioni di lire. Ciò suscitò la crescente ostilità delle autorità turche. L’Italia rispose dichiarando guerra alla Turchia, nonostante la sua ampia disponibilità a fare concessioni.

Oggi, per le élite economiche e finanziarie europee e statunitensi, la Libia è ancora più importante. Nello «scatolone di sabbia» vi sono le maggiori riserve petrolifere dell’Africa, preziose per l’alta qualità e il basso costo di estrazione, e grosse riserve di gas naturale; vi è l’immensa riserva di acqua della falda nubiana, in prospettiva più preziosa del petrolio. E la Libia è il paese che ha raggiunto in Africa il più alto livello di sviluppo economico, che ha grossi capitali investiti in molti paesi. Sulle sue risorse misero le mani soprattutto Gran Bretagna e Stati uniti, quando il paese ottenne l’indipendenza nel 1951 ma restò dipendente dal colonialismo che aveva assunto nuove forme. Condizione che terminò quando, nel 1969, gli «ufficiali liberi» di Muammar Gheddafi abolirono la monarchia di re Idris, strumento del dominio neocoloniale, e fondarono la repubblica, nazionalizzando le proprietà della British Petroleum e costringendo le compagnie petrolifere a versare allo stato libico quote molto più alte dei profitti. Ora, con la guerra, viene rimesso tutto in gioco.

La preparazione dell’opinione pubblica

Un secolo fa, la guerra per l’occupazione della Libia fu preparata e accompagnata da una martellante propaganda, condotta da quasi tutti i maggiori quotidiani, soprattutto quelli cattolici legati al Banco di Roma. Si diffuse un vero e proprio delirio: nei café-chantant si cantava «Tripoli, bel suol d’amore ti giunga dolce questa mia canzone, sventoli il tricolor sulle tue torri al rombo del cannone». Motivo conduttore era che l’Italia, nazione civile, doveva liberare la Libia dal barbaro dominio turco, aprendo la strada al suo sviluppo politico ed economico. In realtà i libici avevano già conquistato molti diritti politici, che gli italiani abolirono quando occuparono il paese. Il Partito socialista, sopravvalutando la propria forza e non credendo Giolitti capace di gettare l’Italia in una avventura coloniale, rimase sostanzialmente immobile. Solo all’ultimo, sotto pressione dei circoli operai e giovanili, la direzione del Psi proclamò uno sciopero generale il 27 settembre 1911, raccomandando però che fosse «dignitoso e composto». In realtà, già da tempo noti esponenti socialisti erano divenuti sostenitori del colonialismo. «Col mio socialismo – scriveva Giovanni Pascoli – non contrasta l’aspirazione dell’espansione coloniale». E, iniziata la guerra per la conquista della Libia, annunciava che «la grande proletaria si è mossa» per dare lavoro ai suoi figli, per «contribuire all’umanamento e incivilimento dei popoli».

Una enunciazione ante litteram del concetto di «guerra umanitaria», che oggi è alla base della martellante propaganda mediatica a sostegno dell’attacco alla Libia. La motivazione è ancora quella di liberare il popolo libico, in questo caso non dal barbaro dominio turco ma da quello del dittatore Gheddafi, per aprirgli la strada allo sviluppo politico ed economico con il contributo del lavoro italiano. E oggi, molto più che nel 1911, c’è una «sinistra» che appoggia la guerra. Con un segretario del Pd che sostiene: «L’articolo 11 della Costituzione ripudia la guerra come soluzione delle controversie internazionali, ma non certamente l’uso della forza per ragioni di giustizia».

L’attacco e la resistenza

La guerra del 1911 fu a lungo preparata, infiltrando agenti segreti in Libia con un duplice compito: raccogliere informazioni militari e reclutare capi arabi disponibili a collaborare. Deciso l’attacco, l’Italia usò la sua schiacciante superiorità militare: oltre 20 corazzate e altre navi da guerra bombardarono Tripoli senza subire alcun danno, dato che i loro cannoni avevano una gittata molto maggiore di quella dei vecchi cannoni a difesa della città. Fu usata anche l’aeronautica, che il 1° novembre in Libia effettuò il primo bombardamento della storia. Ma subito dopo l’inizio dello sbarco del corpo di spedizione, forte di 100mila uomini, scoppiò la rivolta popolare, e diversi soldati italiani furono massacrati. Gli italiani scatenerano una vera e propria caccia all’arabo: in tre giorni ne furono fucilati o impiccati circa 4.500, tra cui 400 donne e molti ragazzi. Migliaia furono deportati a Ustica e in altre isole, dove morirono quasi tutti di stenti e malattie. Iniziava così la storia della resistenza libica. Nel 1930, per ordine di Mussolini, vennero deportati dall’altopiano cirenaico circa 100mila abitanti, che furono rinchiusi in una quindicina di campi di concentramento lungo la costa. Per sterminare le popolazioni ribelli, furono impiegate dall’aeronautica anche bombe all’iprite, proibite dal recente Protocollo di Ginevra del 1925. La Libia fu per l’aeronautica di Mussolini ciò che Guernica fu in Spagna per la luftwaffe di Hitler: il terreno di prova delle armi e tecniche di guerra più micidiali. Nel 1931, per isolare i partigiani guidati da Omar al-Mukhtar, fu fatto costruire dal generale Graziani, sul confine tra Cirenaica ed Egitto, un reticolato di filo spinato largo alcuni metri e lungo 270 km, sorvegliato da aeroplani e pattuglie motorizzate. Omar al-Mukhtar venne catturato e impiccato il 16 settembre 1931, all’età di oltre 70 anni, nel campo di concentramento di Soluch, di fronte a ventimila internati.

Significative analogie si ritrovano nella guerra attuale. Anche questa è iniziata con l’infiltrazione di agenti segreti e il reclutamento di capi arabi disponibili a collaborare. Anche questa viene condotta con una schiacciante superiorità militare: le forze aeree Usa/Nato, di cui fanno parte quelle italiane, hanno effettuato dal 19 marzo oltre 10mila missioni di attacco, sganciando circa 40mila bombe, distruggendo oltre 5mila obiettivi senza subire alcuna perdita. E scopo della guerra resta quello di occupare un paese la cui posizione geostrategica, all’intersezione tra Mediterraneo, Africa e Medio Oriente, è di primaria importanza. Oggi soprattutto per Stati uniti, Francia e Gran Bretagna, che con la fine della monarchia di re Idris persero le basi militari che gli aveva concesso in Libia e che ora cercano di riavere. Resta però ancora da vedere quale sarà la reazione del popolo libico a quella che si prospetta come una nuova occupazione in forme neocoloniali.

Chissà se il presidente Napolitano – convinto che l’Italia, oggi fermo presidio della pace, si è lasciata alle spalle gli anni bui del bellicismo fascista – celebrerà, dopo il 150° dell’unità nazionale, anche il centenario della prima guerra di Libia. Per capire non tanto che cosa fosse l’Italia allora, ma che cosa sia oggi.

IlManifesto.it

La distruzione del tenore di vita di un paese: quello che la Libia aveva raggiunto, quello che è stato distrutto

di: Prof. Michel Chossudovsky

“Non c’è domani” sotto una rivolta di Al Qaeda promossa dalla NATO .

Mentre veniva insediato un governo di ribelli “pro-democrazia”, il paese è stato distrutto.

Sullo sfondo della propaganda di guerra, le conquiste economiche e sociali della Libia nel corso degli ultimi venti anni sono state brutalmente rovesciate:

La Giamahiria Araba Libica ha avuto un alto tenore di vita e un robusto apporto calorico pro capite giornaliero di 3144 calorie. Il paese ha fatto passi da gigante nel campo della sanità pubblica e, dal 1980, il tasso di mortalità infantile è sceso dal 70 ogni mille nati vivi al 19 nel 2009. L’aspettativa di vita è salita dai 61 ai 74 anni  durante lo stesso arco di anni. (FAO, Roma,Libya, Country Profile)

Secondo settori della “sinistra progressista” che hanno avallato il mandato R2P (responsabilità di proteggere) della NATO, per non parlare dei terroristi che vengono accolti, senza riserve, come “liberatori“:

 La gente è entusiasta di ricominciare da capo. C’è un vero senso di rinascita, una sensazione che le loro vite stanno ricominciando nuovamente“.(DemocracyNow.org, 14 settembre 2011- enfasi aggiunta)

Ripartire” sulla scia della distruzione? Paura e disperazione sociale, innumerevoli morti e atrocità, ampiamente documentate dai media indipendenti. Nessuna euforia ….Si è verificata una storica inversione nello sviluppo economico e sociale del paese. I risultati ottenuti sono stati cancellati.

L’invasione  e l’occupazione della NATO contrassegnano la rovinosa “rinascita” del livello di vita della Libia. Questa è la verità proibita e taciuta: un intera nazione è stata destabilizzata e distrutta, la sua gente spinta verso un abissale povertà.

L’obiettivo dei bombardamenti della NATO è stato sin dall’inizio quello di distruggere lo standard di vita del paese , le sue infrastrutture sanitarie, le sue scuole e gli ospedali, il suo sistema di distribuzione dell’acqua. E poi “ricostruire” con l’aiuto di finanziatori e creditori sotto la guida del FMI e della Banca mondiale.

I diktat del “libero mercato” sono una condizione indispensabile per l’ installazione di una “dittatura democratica” in stile occidentale.

Circa 9.000 sortite d’attacco, decine di migliaia di obiettivi civili: aree residenziali,edifici governativi, impianti di approvvigionamento idrico e di energia elettrica. (Vedi comunicato della Nato, 5 settembre 2011. – 8.140 sortite d’attacco dal 31 marzo al 5 settembre 2011)

Una nazione intera è stata bombardata con gli ordigni più avanzati, tra cui munizioni all’uranio impoverito.

Già nel mese di agosto, l’UNICEF ha avvertito che i bombardamenti della NATO sulle infrastrutture idriche della Libia “potrebbero trasformarsi in un’epidemia sanitaria senza precedenti“. (Christian Balslev-Olesen , responsabile dell’ Ufficio Unicef ​​ in Libia, agosto 2011).

Nel frattempo gli investitori e i finanziatori si sono posizionati. “La guerra fa bene agli affari. La NATO, il Pentagono e le istituzioni finanziarie internazionali basate a Washington (IFIs) operano in stretto coordinamento. Quello che è stato distrutto dalla NATO verrà ricostruito, finanziato da creditori esteri della Libia sotto la guida del ” Washington Consensus “:

“In particolare, la Banca Mondiale è stata incaricata di esaminare la necessità di riparazione e ripristino dei servizi nei settori dell’acqua, dell’energia e dei trasporti [bombardati dalla Nato] e, in collaborazione con il Fondo Monetario Internazionale, sostenere la preparazione del bilancio [le misure di austerità] e aiutare il settore bancario a rimettersi in piedi [la banca centrale libica è stato uno dei primi edifici governativi adessere bombardato]. ” (World Bank to Help Libya Rebuild and Deliver Essential Services to Citizens enfasi aggiunta)

I risultati dello sviluppo della Libia

Qualunque siano le proprie opinioni riguardo Gheddafi, il  governo libico post-coloniale  ha giocato un ruolo chiave nell’eliminazione della povertà e nello sviluppo delle infrastrutture sanitarie ed educative del paese. Secondo la giornalista italiana Yvonne de Vito: “A differenza di altri paesi che hanno attraversato una rivoluzione - la Libia è considerata la Svizzera del continente africano ed è molto ricca, le sue scuole ed i suoi ospedali sono gratuiti per il popolo. Le condizioni per le donne sono molto migliori rispetto ad altri paesi arabi “. (Russia Today, 25 agosto 2011)

Questi sviluppi sono in netto contrasto con quello che molti paesi del Terzo Mondo sono stati in grado di “conquistare” sotto la  “democrazia” e la “governance” in stile occidentale nell’ambito del programma di aggiustamento strutturale (SAP) del FMI-Banca Mondiale .

Assistenza Sanitaria pubblica

L’ assistenza sanitaria pubblica in Libia prima dell’ “intervento umanitario” della NATO era la migliore in Africa. “L’assistenza sanitaria è [era] a disposizione di tutti i cittadini gratuitamente dal settore pubblico. Il paese vanta il più alto tasso di alfabetizzazione e di iscrizioni alle strutture educative in Nord Africa. Il governo sta [stava] in modo sostanziale aumentando il budget di sviluppo per i servizi sanitari … . (OMS- Libya Country Brief )

Confermato dalla Food and Agriculture Organization (FAO), la denutrizione era inferiore al 5%, con un apporto calorico giornaliero pro capite di 3144 calorie. (I dati FAO dell’apporto calorico indicano la disponibilita anzichè il consumo).

La Gran Giamahiria Araba Libica forniva ai suoi cittadini quello che è negato a molti americani:assistenza sanitaria e istruzione gratuita, come confermato dai dati OMS e dall’UNESCO.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS): l’ aspettativa di vita alla nascita era di 72,3 anni (2009), tra le più alte nel mondo sviluppato.

Il tasso di mortalità sotto i 5 anni ogni 1000 nati vivi è diminuito da 71 nel 1991 a 14 nel 2009
(http://www.who.int/countryfocus/cooperation_strategy/ccsbrief_lby_en.pdf)

Libia Informazioni generali – 2009 - FONTE: UNESCO -  Libya Country Profile -

Popolazione totale (000)
  6 420
Crescita demografica annua (%) ^
  2,0
Popolazione 0-14 anni (%)
  28
Popolazione rurale (%) ^
  22
Tasso di fertilità (nati per donna) ^
  2,6
Tasso di mortalità infantile (0 / 00) ^
  17
Speranza di vita alla nascita (anni) ^
  75
PIL pro capite (PPP) US $ ^
  16 502
Tasso di crescita del PIL (%) ^
  2,1
Servizio del debito totale come% del RNL ^
 
I bambini in età scolare primaria che non frequentano la scuola (%)
(1978)

2

Libia (2009) - Fonte OMS-  http://www.emro.who.int/emrinfo/index.aspx?Ctry=liy


Aspettativa di vita totale alla nascita (anni) 72,3

Aspettativa di vita uomini alla nascita (anni) 70,2

Aspettativa di vita donne alla nascita (anni): 74,9

Neonati sottopeso (%): 4.0

Bambini sottopeso (%): 4,8

Tasso di mortalità perinatale per 1000 nati vivi: 19

Tasso di mortalità neonatale: 11,0

Tasso di mortalità infantile (per 1000 nati vivi): 14.0

 Tasso di mortalità sotto i cinque anni (per 1000 nati vivi): 20.1

Rapporto di mortalità materna (per 10.000 nati vivi): 23

Educazione

Il tasso di alfabetizzazione degli adulti era dell’ordine del 89%,(2006), (94% per i maschi e 83% per le femmine). Il 99,9% dei giovani sa leggere e scrivere (dati UNESCO del 2006, vedi Libya Country Report)

La percentuale lorda delle iscrizioni alle scuole primarie era del 97% per i maschi e 97% per le ragazze.
(vedi tabelle UNESCO presso  http://stats.uis.unesco.org/unesco/TableViewer/document.aspx?ReportId=121&IF_Language=eng&BR_Country=4340&BR_Region=40525 )

Il rapporto insegnante-allievo nella scuola primaria della Libia era dell’ordine di 17 ( dati UNESCO- 1983), il 74% dei bambini che hanno terminato la scuola elementare sono stati iscritti alla scuola secondaria (dati UNESCO- 1983).

Sulla base di dati più recenti, che confermano un marcato aumento delle iscrizioni scolastiche, il Gross Enrolment Ratio (GER) nelle scuole secondarie era dell’ordine del 108% nel 2002. Il GER è il numero di alunni iscritti a un determinato livello di istruzione indipendentemente dall’età, espressa in percentuale della popolazione nella fascia di età teorica per quel livello di istruzione.

Per le iscrizioni all’educazione terziaria (post-secondaria, college e università), il Gross Enrolment Ratio  (GER) era dell’ordine del 54% nel 2002 (52 per i maschi, 57 per le femmine).

(Per ulteriori dettagli vedere http://stats.uis.unesco.org/unesco/TableViewer/document.aspx?ReportId=121&IF_Language=eng&BR_Country=4340&BR_Region=40525 )

I diritti della donna

Per quanto riguarda i diritti della donna, i dati della Banca Mondiale indicano il raggiungimento di risultati significativi .

“In un periodo di tempo relativamente breve, la Libia ha raggiunto l’accesso universale all’istruzione primaria, con il 98% lordo di iscrizioni per la secondaria, e il 46% per l’istruzione terziaria. Negli ultimi dieci anni, le iscrizioni delle ragazze sono aumentate del 12% a tutti i livelli dell’istruzione. Nell’istruzione secondaria e terziaria, le ragazze hanno superato in numero i ragazzi del 10%. “(Banca mondiale- Libya Country Brief, enfasi aggiunta)

Il controllo dei prezzi sui generi alimentari di prima necessità

Nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo, i prezzi dei prodotti alimentari di prima necessità sono saliti alle stelle, a causa della deregolamentazione del mercato, la soppressione dei controlli dei prezzi e la eliminazione dei sussidi, sotto i consigli di “libero mercato” della Banca Mondiale e del FMI.

Negli ultimi anni, gli alimenti essenziali e i prezzi del carburante sono aumentati a spirale a causa del commercio speculativo sulle principali borse delle materie prime.

La Libia è stato uno dei pochi paesi in via di sviluppo che ha mantenuto un sistema di controllo dei prezzi degli alimenti essenziali.

Robert Zoellick, presidente della Banca Mondiale,  ha riconosciuto in una dichiarazione dell’ aprile 2011 che il prezzo degli alimenti di prima necessità era aumentato del 36 per cento nel corso dell’ultimo anno. (Vedi Robert Zoellick, World Bank )

La Grande Giamahiria Araba Libica aveva stabilito un sistema di controllo dei prezzi sugli alimenti di prima necessità mantenuto fino all’inizio della guerra guidata dalla NATO .

Mentre l’aumento dei prezzi alimentari nella vicina Tunisia ed in Egitto era alla base del disagio sociale e del dissenso politico, il sistema di aiuti alimentari in Libia era mantenuto.

Questi sono i fatti confermati da numerose agenzie specializzate delle Nazioni Unite.

“La diplomazia dei missili” e “Il Libero Mercato”

La guerra e la globalizzazione sono strettamente correlate. Il FMI e la NATO lavorano in tandem, in collegamento con i think tanks di Washington.

I paesi che si mostrano riluttanti ad accettare i proiettili rivestiti di zucchero della “medicina economica” del FMI saranno eventualmente oggetto di una operazione umanitaria della NATO.

Déjà Vu? Sotto l’Impero britannico, la “ gun boat diplomacy” era un mezzo per imporre il “libero commercio“. Il 5 ottobre 1850, il rappresentante in Inghilterra del Regno di Siam, Sir James Brooke consigliò al governo di Sua Maestà che:

Se queste giuste richieste [di imporre il libero scambio] dovessero essere rifiutate, dovrà essere inviata una forza, per appoggiarle immediatamente con la rapida distruzione delle difese del fiume [Chaopaya]. Il Siam deve imparare la lezione che già da lungo tempo doveva essergli impartita- il suo Governo può essere rinnovato, un Re disposto con più favore può essere posto sul trono, e così verrà acquisita grande influenza nella regione che per l’Inghilterra assumerà un’importanza commerciale immensa. ”(The Mission di Sir James Brooke, citato in M.L. Manich Jumsai, King Mongkut and Sir John Bowring, Chalermit, Bangkok, 1970, p. 23)

Oggi lo chiamiamo “cambio di regime” e  “diplomazia dei missili“, che prende inevitabilmente la forma di una “No Fly Zone” sponsorizzata dalle Nazioni Unite . Il suo obiettivo è quello di imporre la mortale “medicina economica” del FMI di misure di austerità e privatizzazioni.

I programmi di “ricostruzione” dei paesi dilaniati dalla guerra finanziati dalla  Banca Mondiale sono coordinati con i piani militari di USA-NATO. Essi sono sempre formulati prima dell’offensiva della campagna militare …

La confisca delle attività finanziarie libiche

Le attività finanziarie libiche all’estero congelate sono stimate nell’ordine di 150 miliardi dollari, con i paesi della NATO che sono in possesso di più di 100 miliardi.

Prima della guerra, la Libia non aveva debiti. In realtà tutto il contrario. Era una nazione creditrice che investiva nei vicini paesi africani.

L’intervento militare R2P ha lo scopo di guidare la Gran Giamahiria Araba Libica nella morsa di un paese indebitato in via di sviluppo, sotto la sorveglianza delle istituzioni di Bretton Woods basate a Washington.

Con amara ironia, dopo aver rubato la ricchezza petrolifera della Libia e aver confiscato le sue attività finanziarie all’estero, la “comunità dei donatori” ha promesso di prestare il denaro (rubato) per finanziare la ” ricostruzione” della Libia.

Il FMI ha promesso ulteriori $ 35 miliardi in finanziamenti [prestiti] ai paesi colpiti dalle rivolte della Primavera araba e ha formalmente riconosciuto il Consiglio Nazionale di Transizione come potere legittimo, aprendo l’accesso a una miriade di istituti di credito internazionali mentre il paese [Libia] cerca di ricostruirsi dopo sei mesi di guerra….

L’aver ottenuto il riconoscimento da parte del FMI è importante per i leader provvisori della Libia in quanto significa che le banche internazionali per lo sviluppo e i donatori, come la Banca Mondiale, possono ora offrire i loro finanziamenti.

I colloqui di Marsiglia sono venuti pochi giorni dopo che i leader mondiali,a Parigi, hanno concordato per liberare miliardi di dollari in beni congelati [denaro rubato] per aiutare [attraverso prestiti] i provvisori governanti della Libia a  ripristinare i servizi essenziali e la ricostruzione dopo un conflitto che ha posto fine a 42 anni di dittatura.

L’accordo di finanziamento da parte del Gruppo delle Sette principali economie più la Russia è mirato al sostegno delle iniziative di riforma [ aggiustamento strutturale promosso dal FMI] sulla scia delle rivolte in Nord Africa e del Medio Oriente.

Il finanziamento è per lo più sotto forma di prestiti, piuttosto che contributi a fondo perduto,ed è fornito per metà da paesi del G8 e da paesi arabi e per metà dagli istituti di credito e da varie banche per lo sviluppo. (Financial Post 10 settembre 2011)

 

LINK: Destroying a Country’s Standard of Living: What Libya Had Achieved, What has been Destroyed 

DI: Coriintempesta

L’incendio è fuori controllo

di: Manlio Dinucci

A Washington avevano pensato di poter domare le fiamme della ribellione popolare propagatesi nei paesi arabi loro alleati, e di dar fuoco ad altri che non controllano (ci sono riusciti in Libia), così da costruire sulle ceneri il «Grande Medio Oriente» che hanno sempre sognato, quello sotto la bandiera a stelle e strisce, affiancata dalla rosa dei venti della Nato. Ma, nonostante ce la mettano tutta, le cose non vanno come vorrebbero. Soprattutto nel Bahrain e nello Yemen, importanti supporti della loro strategia. Nel Bahrain gli Stati uniti hanno il quartier generale delle forze navali del Comando centrale. Situato ad appena 200 km dall’Iran, dispone di decine di navi da guerra, comprese portaerei e unità da assalto anfibio con 28mila uomini e 3mila a terra, che operano nel Mar Rosso, nel Mare Arabico e in altre parti dell’Oceano Indiano, per «assicurare la pace e la stabilità e proteggere gli interessi vitali dell’America». In altre parole, per condurre le guerre in Iraq e Afghanistan e prepararne altre (Iran e Siria sono nel mirino). Da qui l’importanza del Bahrain, che gli Usa hanno designato «maggiore alleato non-Nato». La monarchia ereditaria, garante della solida alleanza, continua però ad essere assediata dalla ribellione popolare, che non è riuscita a soffocare neppure con l’aiuto di Arabia Saudita, Emirati e Qatar che, in marzo, avevano inviato truppe in Bahrain.

Cinque mesi dopo la «feroce repressione della sollevazione popolare», riporta il New York Times (15 settembre), ogni sera a Manama ci sono giovani che scendono in piazza, scontrandosi con la polizia. Le autorità hanno conquistato «una effimera vittoria con torture, arresti, licenziamenti», soprattutto contro la maggioranza sciita (70% della popolazione) discriminata dalla monarchia sunnita.

Ciò nonostante, la segretaria di stato Hillary Clinton si è detta «impressionata dall’impegno con cui il governo del Bahrain procede sulla via democratica» e, in agosto, Washington ha rinnovato l’accordo militare con Manama, siglato nel 1991. Anche nello Yemen, vi sono «incoraggianti segnali di una rinnovata volontà del governo di promuovere la transizione politica»: lo assicura il Dipartimento di stato il 15 settembre, il giorno dopo che le Nazioni Unite hanno pubblicato un documentato rapporto sulla feroce repressione.

Confermata dal fatto che, tre giorni dopo a Sana, i militari hanno aperto il fuoco con mitragliatrici pesanti su una pacifica manifestazione. Stiano però tranquilli gli yemeniti: gli Stati uniti «continuano ad appoggiare la pacifica e ordinata transizione, rispondente alle aspirazioni del popolo yemenita per la pace e la sicurezza». In che modo lo documenta lo stesso New York Times: «L’amministrazione Obama ha intensificato la guerra segreta nello Yemen, colpendo sospetti militanti con droni armati e cacciabombardieri». La guerra è condotta dal Comando congiunto del Pentagono per le operazioni speciali che, con la motivazione di dare la caccia ad Al Qaeda, ha installato a Sana una propria postazione.

L’operazione è coordinata con la Cia, che ha costruito a tale scopo in Medio Oriente una base aerea segreta. Ma i missili Hellfire (Fuoco dell’inferno) dei droni Usa non fanno che alimentare le fiamme della ribellione popolare.

FONTE: IlManifesto.it

Sia chiaro chi ha il comando

di: Manlio Dinucci

«Gli Stati uniti si sono defilati, non bombardano più, hanno addirittura ritirato i loro mezzi più potenti», sentenziava Vittorio Feltri in aprile a proposito della guerra di Libia. Convinzione diffusasi anche nella sinistra e tra i pacifisti: quella che Obama fosse stato trascinato nella guerra contro la propria volontà (non a caso è Premio Nobel per la pace), ma se ne fosse subito tirato fuori, lasciando la guida dell’operazione ai bellicosi Sarkozy e Cameron. Del tutto falso. «Sono gli Stati uniti che hanno diretto questa operazione», chiarisce ora l’ambasciatore Ivo Daalder, rappresentante Usa presso la Nato.

Esplicita quindi ciò che già avrebbe dovuto essere chiaro: il fatto che, il 27 marzo, la direzione è passata dal Comando Africa degli Stati uniti alla Nato comandata dagli Stati uniti. Sono loro, precisa Daalder, che hanno diretto l’iniziativa per ottenere dal Consiglio di sicurezza il mandato e far decidere la Nato a eseguirlo. Un vero e proprio record: perché la Nato si decidesse a intervenire in Bosnia, egli ricorda, ci vollero tre anni e un anno per intervenire in Kosovo, mentre per decidere l’intervento in Libia ci sono voluti appena dieci giorni. Sono sempre gli Stati uniti che hanno diretto la pianificazione ed esecuzione della guerra. Sono loro che all’inizio hanno neutralizzato la difesa aerea libica e continuato a sopprimere le difese per tutto il corso del conflitto, impiegando Predator armati. Sono loro che hanno fornito il grosso dell’intelligence, individuando gli obiettivi da colpire, e hanno rifornito in volo i cacciabombardieri alleati. Ciascuno di questi elementi, sottolinea Daalder, è stato decisivo per il successo dell’operazione, con la quale la Nato ha distrutto oltre 5mila obiettivi senza subire alcuna perdita. Dall’operazione aerea in Kosovo, dice, abbiamo imparato quanto sia importante avere munizioni a guida di precisione per provocare il massimo danno minimizzando gli effetti collaterali, e che tutti i paesi le posseggano. Diplomaticamente l’ambasciatore non dice che sono stati gli Usa a fornirle in gran parte agli alleati, i quali dopo 11 settimane avevano quasi esaurito le loro bombe, come hanno dichiarato il portavoce del Pentagono Dave Lapan e il segretario alla difesa Robert Gates. Né dice quanto minimizzati siano stati gli effetti collaterali degli oltre 8mila attacchi aerei, in cui si stima siano state sganciate oltre 30mila bombe. Gli Stati uniti, tiene a far sapere Daalder, hanno effettuato più raid aerei di qualsiasi altro paese, il 26% dei circa 22mila. Francia e Gran Bretagna, insieme, ne hanno effettuato un terzo e attaccato il 40% degli obiettivi. Un «lavoro straordinario», riconosce il rappresentante Usa presso la Nato, ma mette in chiaro che esso è stato reso possibile dal fatto che «gli Stati uniti hanno diretto questa operazione in modo tale che altri potessero seguire e contribuirvi». Loda quindi gli altri alleati, anche non appartenenti alla Nato: Giordania, Qatar, Emirati arabi uniti. Nessuna parola invece sull’Italia, che pur ha fatto tanto, mettendo a disposizione basi e forze aeronavali. Qui ne va dell’orgoglio nazionale dell’Italia. Che il presidente Napolitano scriva subito al presidente Obama, perché riconosca che c’è anche l’Italia sotto comando Usa.

FONTE: IlManifesto.it

Dopo le bombe, arriva il Fmi a «ricostruire»

di: Manlio Dinucci

Al termine del G8 di Marsiglia, la neodirettrice del Fondo monetario internazionale, la francese Christine Lagarde, ha fatto un solenne annuncio: «Il Fondo riconosce il consiglio di transizione quale governo della Libia ed è pronto, inviando appena possibile il proprio staff sul campo, a fornirgli assistenza tecnica, consiglio politico e sostegno finanziario per ricostruire l’economia e iniziare le riforme».

Nessun dubbio, in base alla consolidata esperienza del Fmi, che le riforme significheranno spalancare le porte alle multinazionali, privatizzare le proprietà pubbliche e indebitare l’economia. A iniziare dal settore petrolifero, in cui l’Fmi aiuterà il nuovo governo a «ripristinare la produzione per generare reddito e ristabilire un sistema di pagamenti».

Le riserve petrolifere libiche - le maggiori dell’Africa, preziose per l’alta qualità e il basso costo di estrazione – e quelle di gas naturale sono già al centro di un’aspra competizione tra gli «amici della Libia». L’Eni ha firmato il 29 agosto un memorandum con il Cnt di Bengasi, al fine di restare il primo operatore internazionale di idrocarburi in Libia. Ma il suo primato è insidiato dalla Francia: il Cnt si è impegnato il 3 aprile a concederle il 35% del petrolio libico. E in gara ci sono anche Stati uniti, Gran Bretagna, Germania e altri. Le loro multinazionali otterranno le licenze di sfruttamento a condizioni molto più favorevoli di quelle finora praticate, che lasciavano fino al 90% del greggio estratto alla compagnia statale libica. E non è escluso che anche questa finisca nelle loro mani, attraverso la privatizzazione imposta dal Fmi.

Oltre che all’oro nero le multinazionali europee e statunitensi mirano all’oro bianco libico: l’immensa riserva di acqua fossile della falda nubiana (stimata in 150mila km3), che si estende sotto Libia, Egitto, Sudan e Ciad.

Quali possibilità di sviluppo essa offra lo ha dimostrato la Libia, che ha costruito una rete di acquedotti lunga 4mila km (costata 25 miliardi di dollari) per trasportare l’acqua, estratta in profondità da 1.300 pozzi nel deserto, fino alle città costiere (Bengasi è stata tra le prime) e all’oasi al Khufrah, rendendo fertili terre desertiche. Non a caso, in luglio, la Nato ha colpito l’acquedotto e distrutto la fabbrica presso Brega che produceva i tubi necessari alle riparazioni. Su queste riserve idriche vogliono mettere le mani – attraverso le privatizzazioni promosse dal Fmi – le multinazionali dell’acqua, soprattutto quelle francesi (Suez, Veolia e altre) che controllano quasi la metà del mercato mondiale dell’acqua privatizzata.

A riparare l’acquedotto e altre infrastrutture ci penseranno le multinazionali statunitensi, come la Kellogg Brown & Root, specializzate a ricostruire ciò che le bombe Usa/Nato distruggono: in Iraq e Afghanistan hanno ricevuto in due anni contratti per circa 10 miliardi di dollari.

L’intera «ricostruzione», sotto la regia del Fmi, sarà pagata con i fondi sovrani libici (circa 70 miliardi di dollari più altri investimenti esteri per un totale di 150), una volta «scongelati», e con i nuovi ricavati dall’export petrolifero (circa 30 miliardi annui prima della guerra).

 Verranno gestiti dalla nuova «Central Bank of Libya», che con l’aiuto del Fmi sarà trasformata in una filiale della Hsbc (Londra), della Goldman Sachs (New York) e di altre banche multinazionali di investimento. Esse potranno in tal modo penetrare ancor più in Africa, dove tali fondi sono investiti in oltre 25 paesi, e minare gli organismi finanziari indipendenti dell’Unione africana – la Banca centrale, la Banca di investimento e il Fondo monetario – nati soprattutto grazie agli investimenti libici. La «sana gestione finanziaria pubblica», che l’Fmi si impegna a realizzare, sarà garantita dal nuovo ministro delle finanze e del petrolio Ali Tarhouni, già docente della Business School dell’Università di Washington, di fatto nominato dalla Casa bianca.

Fonte: IlManifesto.it

La Libia e il mondo in cui viviamo

di: William Blum

“Perché ci state attaccando? Perché state uccidendo i nostri figli? Perché state distruggendo le nostre infrastrutture?”

- (30 aprile 2011) Discorso TV del leader libico Muammar Gheddafi, poche ore dopo che la NATO aveva colpito un’ obiettivo a Tripoli, uccidendo il figlio 29enne di Gheddafi, Saif al-Arab, tre nipoti del Colonnello, tutti sotto i dodici anni di età, e parecchi amici e vicini.

Nel suo discorso Gheddafi si era appellato alle nazioni della NATO per un cessate il fuoco e per avviare dei negoziati dopo sei settimane di bombardamenti e attacchi con missili cruise contro il suo paese.

Bene, vediamo se riusciamo a ricavare una qualche comprensione delle complesse turbolenze libiche.

Il Santo Triumvirato  - gli Stati Uniti, la NATO e l’Unione europea – non riconoscono alcun potere superiore e credono, letteralmente, di poter fare nel mondo quello che vogliono, a chi vogliono, per tutto il tempo che vogliono, e chiamano tutto quello che vogliono “umanitario”.

Se il Santo Triumvirato decide di non voler rovesciare il governo in Siria o in Egitto o in Tunisia o in Bahrain o in Arabia Saudita o nello Yemen e in Giordania, non importa quanto crudeli, oppressivi  o religiosamente intolleranti siano quei governi con il loro popolo, non importa quanto essi impoveriscano e torturino la loro gente, non importa quanti manifestanti essi uccidano nella loro Piazza della Libertà; il Triumvirato, semplicemente, non li rovescia.

Se il triumvirato decide di voler rovesciare il governo della Libia, anche se questo governo è laico e ha utilizzato la sua ricchezza petrolifera per il bene del popolo della Libia e dell’Africa, forse più di ogni governo in tutta l’Africa e il Medio Oriente, ma continua a insistere, nel corso degli anni, nello sfidare le ambizioni imperiali del Triumvirato in Africa e ad aumentare le sue richieste alle compagnie petrolifere del Triumvirato, allora il Triumvirato, semplicemente, rovescia il governo della Libia.

Se il Triumvirato vuole punire Gheddafi e i suoi figli, esso provvederà, insieme agli amici del Triumvirato presso la Corte Penale Internazionale, ad emettere mandati di cattura per loro.

Se il Triumvirato non vuole punire i leader di Siria, Egitto,Tunisia, Bahrain, Arabia Saudita, Yemen e Giordania, esso, semplicemente, non chiederà alla Corte Penale Internazionale di emettere mandati di cattura per loro. E’ da quando è stata formata la Corte, nel 1998, che gli Stati Uniti hanno rifiutato di ratificarla e hanno fatto del proprio meglio per denigrarla e ostacolarla, poichè Washington è preoccupata che un giorno i funzionari americani possano essere incriminati per i loro molti crimini di guerra e contro l’umanità. Bill Richardson, come ambasciatore Usa alle Nazioni Unite, ha detto al mondo, nel 1998, che gli Stati Uniti dovrebbero essere esentati dai procedimenti della Corte perché hanno “particolari responsabilità globali”. Ma questo non impedisce agli Stati Uniti di utilizzare la Corte quando gli fa comodo ai fini della loro politica estera.

Se il Triumvirato vuole sostenere una forza militare ribelle per rovesciare il governo della Libia, allora non importa quanto siano fanatici  religiosi, legati ad al-Qaeda , [1] commettano-decapitazioni-torture, siano monarchici o quanto i vari gruppi siano spaccati in fazioni; il Triumvirato li sosterrà, come ha fatto con alcune forze in Afghanistan e Iraq, e con la speranza che, dopo la vittoria, le forze libiche non si rivelino jihadisti come accaduto in Afghanistan, o fratricidi come in Iraq. Una potenziale fonte di conflitti all’interno dei ribelli e all’interno del paese, se governato da loro, è che una dichiarazione costituzionale fatta dal consiglio dei ribelli afferma, pur garantendo la democrazia e i diritti dei non musulmani, che “l’Islam è la religione dello Stato e la principale fonte di legislazione nella giurisprudenza islamica. “[2]

In aggiunta alla lista delle affascinanti qualità dei ribelli abbiamo il rapporto di Amnesty International riguardante gli arresti di massa di persone di colore in tutta la nazione compiuti dai ribelli poiché, secondo loro, sarebbero “mercenari stranieri”. Prove sempre più evidenti dimostrano invece che un gran numero di essi erano semplicemente dei lavoratori immigrati. Secondo la Reuters (29 agosto):

“Sabato scorso i giornalisti videro i corpi in putrefazione di 22 uomini di origine africana su una spiaggia di Tripoli. I volontari che erano venuti a seppellirli hanno riferito ai giornalisti che erano mercenari uccisi dai ribelli.”

Per completare questo ritratto dei nuovi beniamini dell’ Occidente abbiamo questa relazione del The Independent di Londra(27 agosto):

“Gli omicidi sono stati spietati. Sono avvenuti in un ospedale di campo, in una tenda contrassegnata in modo chiaro con il simbolo della mezzaluna islamica. Alcuni dei morti erano in barella, con l’ago di una flebo ancora attaccato al braccio . Alcuni erano sul retro di un’ambulanza, colpita dai proiettili. Altri erano a terra, nel tentativo apparente di strisciare per mettersi al sicuro quando sono stati raggiunti dagli spari. “

Se la propaganda del Triumvirato è abbastanza intelligente e abbastanza ingannevole e dipinge un un immane tragedia iniziata da Gheddafi in Libia, molti progressisti americani ed europei insisteranno sul fatto che, anche se non hanno mai sostenuto l’imperialismo, questa volta stanno facendo un’eccezione, perché……..

>> Il popolo libico sta venendo salvato da un “massacro”, sia reale che potenziale. Questo massacro, però, sembra essere stato grossolanamente esagerato dal Triumvirato, da Al Jazeera, e dal proprietario di questa emittente, il governo del Qatar, e niente si avvicina ad una  prova affidabile che dimostri che un massacro è veramente accaduto, né una fossa comune o qualsiasi altra cosa. Le storie delle stragi sembrano essere alla pari con con quelle degli stupri sotto effetto di Viagra diffuse da al Jazeera (la Fox News della rivolta libica). Il Qatar, va notato, ha svolto un ruolo militare attivo nella guerra civile dalla parte della NATO. Va inoltre osservato che il massacro principale in Libia è stato quello dei sei mesi di bombardamenti quotidiani del Triumvirato, uccidendo un numero imprecisato di persone e distruggendo gran parte delle infrastrutture. Il Prof Juan Cole, della Michigan University, quintessenza del vero credente nelle buone intenzioni della politica estera americana, che riesce comunque ad avere una presenza regolare sui media progressisti, ha scritto recentemente che “Gheddafi non era uomo da compromessi … la sua macchina militare avrebbe falciato i rivoluzionari se gli fosse stato permesso”. Chiaro? Sappiamo tutti, naturalmente, che Sarkozy, Obama, e Cameron hanno fatto compromessi senza fine nella loro devastazione della Libia; ad esempio, non hanno utilizzato armi nucleari.

>> Le Nazioni Unite hanno dato l’ approvazione per un intervento militare, cioè, i principali membri del Triumvirato hanno dato la loro approvazione, dopo che Russia e Cina, codardamente, si sono astenute invece di esercitare il loro potere di veto; (forse sperando di ricevere la stessa cortesia dagli Stati Uniti, dal Regno Unito e dalla Francia quando saranno loro le nazioni ad aggredire).

>> Il popolo della Libia sta venendo “liberato”, qualunque cosa al mondo significhi, ora e per il futuro. Gheddafi è un “dittatore”, insistono. Che effettivamente potrebbe anche essere il termine corretto da utilizzare, ma bisogna chiedere: Lui è un dittatore piuttosto benevolo o è l’altro genere di dittatore favorito da Washington? Inoltre: Dato che gli Stati Uniti hanno abitualmente sostenuto dittatori per tutto il secolo passato, perché lui no?

Il Triumvirato, e i suoi media servili, vorrebbero far credere al mondo che quello che è successo in Libia è solo un altro esempio della primavera araba, una sollevazione popolare di manifestanti non-violenti contro un dittatore per ottenere libertà e democrazia che, diffondendosi spontaneamente dalla Tunisia e Egitto, è arrivata in Libia. Ma ci sono diverse ragioni per mettere in discussione questa analisi a favore della visione della rivolta dei ribelli libici come un tentativo programmato e violento per prendere il potere a nome del proprio movimento politico, per quanto eterogeneo, nella sua fase iniziale, possa apparire tale movimento. Per esempio:

1.Hanno ben presto cominciato a sventolare la bandiera monarchica. Monarchia che Gheddafi aveva rovesciato.

2. Era una ribellione armata e violenta fin quasi dall’inizio. Nel giro di pochi giorni infatti, abbiamo potuto leggere di “cittadini armati con le armi sequestrate dalle basi dell’ esercito ” [3 ] e di “poliziotti che avevano partecipato allo scontro sono stati catturati e impiccati dai manifestanti” [4]

3. La loro rivolta non ha avuto luogo nella capitale, ma nel cuore della regione petrolifera del paese; hanno poi iniziato la produzione di petrolio e hanno dichiarato che i paesi stranieri sarebbero stati ricompensati di oro nero in relazione a quanto ogni paese avesse aiutato la loro causa

4. Hanno istituito ben presto una Banca Centrale, una cosa piuttosto strana per un movimento di protesta

5. Il sostegno internazionale è venuto in fretta, prima ancora dal Qatar e da Al Jazeera, la CIA e l’intelligence francese

L’idea che un leader non abbia il diritto di reprimere una ribellione armata contro lo Stato è troppo assurda da discutere.

Non molto tempo fa, l‘Iraq e la Libia erano i due Stati più moderni e laici del Medio Oriente / Africa del Nord con forse il più alto standard di vita nella regione. Poi sono arrivati gli Stati Uniti d’America e hanno ritenuto opportuno renderli un caso disperato. Il desiderio di sbarazzarsi di Gheddafi era stato in costruzione per anni, il leader libico non era mai stata una pedina affidabile. La primavera araba ha fornito una eccellente opportunità e la relativa copertura. Quanto al perché, scegliete tra i seguenti:

>> Il piano di Gheddafi di condurre il commercio della Libia in Africa di materie prime e di petrolio con una valuta nuova - il dinaro d’oro africano, un cambiamento che avrebbe potuto infliggere un grave colpo alla posizione dominante degli Stati Uniti nell’economia mondiale. (Nel 2000, Saddam Hussein annunciò che il petrolio iracheno sarebbe stato scambiato in euro e non più in dollari; seguirono sanzioni e poi l’invasione ).Per ulteriori approfondimenti si veda qui.

>> Un paese ospitante per l’ Africom, il Comando statunitense in Africa, uno dei sei comandi regionali in cui il Pentagono ha diviso il mondo. Molti paesi africani contattati per essere appunto il paese ospitante hanno rifiutato, a volte anche in termini relativamente forti. L’ Africom ha attualmente sede a Stoccarda, in Germania. Secondo un funzionario del Dipartimento di Stato: “Abbiamo un grosso problema di immagine laggiù … L’opinione pubblica è davvero contraria ad andare a letto con gli Stati Uniti. Essi semplicemente non si fidano degli Stati Uniti…” [5]

>> Una base militare americana per sostituire quella chiusa da Gheddafi dopo aver preso il potere nel 1969.C’è solo una base in Africa, a Gibuti. Si vede per una in Libia  dopo che la situazione si sarà stabilizzata. Forse sarà situata vicino ai pozzi petroliferi americani. O forse al popolo libico sarà data una scelta - una base americana o una base NATO.

>> Un altro esempio della disperata ricerca  da parte della NATO di una ragion d’essere della sua esistenza sin dalla fine della guerra fredda e del Patto di Varsavia.

>> Il ruolo di Gheddafi  nella creazione dell’ Unione africana. Ai padroni delle imprese non piace quando i loro schiavi salariati creano un sindacato. Il leader libico ha anche sostenuto gli Stati Uniti d’Africa perché sa che in un Africa di 54 stati indipendenti, essi continueranno ad essere abbattuti uno per uno e abusati e sfruttati dai membri del Triumvirato. Gheddafi ha inoltre chiesto una maggiore potenza per i piccoli paesi delle Nazioni Unite.

>> L’affermazione del figlio di Gheddafi, Saif el Islam, che la Libia aveva contribuito a finanziare la campagna elettorale di Nicolas Sarkozy, potrebbe aver umiliato il presidente francese e questo spiega la sua ossessione e la sua fretta nel voler essere visto come colui che gioca un ruolo di primo piano nell’ attuazione della “no fly zone “e delle altre misure contro Gheddafi. Un fattore determinante potrebbe essere stato il fatto che la Francia si è indebolita nelle sue ex e neo-colonie in Africa e in Medio Oriente, in parte anche per l’influenza di Gheddafi.

>> Gheddafi è stato uno straordinario sostenitore della causa palestinese e un critico delle politiche israeliane, e in alcune occasioni ha giudicato altri paesi africani e arabi, così come l’Occidente, per le loro politiche o la loro retorica, un motivo in più per la sua mancanza di popolarità tra i leader mondiali di tutti i colori.

>> Nel gennaio del 2009, Gheddafi ha reso noto che stava studiando la possibilità di nazionalizzare le compagnie petrolifere straniere in Libya.[7] Lui ha anche un’altra moneta di scambio : la prospettiva di utilizzare le compagnie petrolifere russe, cinesi e indiane. Durante l’attuale periodo di ostilità, ha invitato questi paesi a compensare la perdita di produzione. Ma tali scenari ora non avranno luogo. Il Triumvirato cercherà invece  di privatizzare la National Oil Corporation, trasferendo la ricchezza petrolifera della Libia in mani straniere.

>> L’impero americano è turbato da qualsiasi minaccia alla sua egemonia. Nel periodo storico attuale l’impero è interessato principalmente alla Russia e alla Cina. La Cina ha esteso gli investimenti energetici e edilizi in Libia e altrove in Africa. L’americano medio non sa né si preoccupa di questo. L’ imperialista americano medio si preoccupa molto, se non altro perchè in questo momento di crescenti richieste di tagli al bilancio militare è fondamentale che i potenti “nemici” siano nominati e mantenuti.

>> Per molte altre ragioni, vedete l’articolo “Perché un cambio di regime in Libia?” di Ismael Hossein-Zadeh, ed i cable dei diplomatici americani pubblicati da Wikileaks - 07TRIPOLI967 11-15-07 (include una denuncia in merito al “nazionalismo delle risorse” libico ).

La parola di un uomo che le maggiori potenze militari del mondo hanno cercato di uccidere

Ricordi della mia vita“, scritto dal colonnello Muammar Gheddafi, 8 aprile 2011, estratti:

Adesso la maggiore forza nella storia militare mi attacca; il mio figliuolo africano, Obama, vuole uccidermi, togliere la libertà al nostro paese, prendere le nostre case gratuite, la nostra medicina gratuita, la nostra istruzione gratuita, il nostro cibo gratuito e sostituirli con il saccheggio in stile statunitense, chiamato “capitalismo”, ma tutti noi del Terzo Mondo sappiamo cosa significa: significa che le corporazioni governano i paesi, governano il mondo, e la gente soffre, quindi non mi rimangono alternative, devo resistere.

E se Allah vuole, morirò seguendo la sua via, la via che ha arricchito il nostro paese con terra coltivabile, cibo e salute e ci ha permesso di aiutare anche i nostri fratelli e sorelle africani ed arabi a lavorare con noi nella Jamahiriya libica.

Non voglio morire, ma se succede, per salvare questo paese, il mio popolo e tutte le migliaia che sono i miei figli, così sia.

Che questo testamento sia la mia voce di fronte al mondo: che ho combattuto contro gli attacchi dei crociati della NATO, che ho combattuto contro la crudeltà, contro il tradimento, che ho combattuto l’Occidente e le sue ambizioni coloniali, e che sono rimasto con i miei fratelli africani, i miei veri fratelli arabi e musulmani, come un faro di luce, quando gli altri stavano costruendo castelli.

Ho vissuto in una casa modesta ed in una tenda. Non ho mai dimenticato la mia gioventù a Sirte, non spesi follemente il nostro tesoro nazionale, e, come Saladino, il nostro grande leader musulmano che riscattò Gerusalemme all’Islam, presi poco per me ….

In Occidente, alcuni mi hanno chiamato “pazzo”, “demente”, però conoscono la verità, ma continuano a mentire ; sanno che il nostro paese è indipendente e libero, che non è in mani coloniali, che la mia visione, il mio percorso è, ed è stato chiaro per il mio popolo : lotterò fino al mio ultimo respiro per mantenerci liberi, che Allah Onnipotente ci aiuti a rimanere fedeli e liberi.

PARTE FINALE DELL’ ARTICOLO E NOTE: Libya And The World We Live In 

DI: Coriintempesta

Petrolio e Popolazione

di: Peter Goodchild

In The Coming Chaos faccio due affermazioni che, in un primo momento, potrebbero sembrare difficili da integrarsi tra loro. Se sono affermazioni provate o meno, (il quale deve essere determinato esaminando l’ intero argomento) ci sono almeno alcuni semplici modi per controllare i dati e anche di correlare le due affermazioni, se posso essere perdonato per citare me stesso così liberamente.

I miei dati sulla presente e passata popolazione globale, comunque, sono tutti tratti da fonti delle Nazioni Unite. I dati relativi alla passata e presente produzione di petrolio si possono trovare in fonti come BP, Campbell e Laherrère e lo stesso MK Hubbert (vedi riferimenti sotto), anche se le cifre sulla prima produzione di petrolio sono curiosamente meno accessibili rispetto ai giorni in cui  Petroconsultants stava rilasciando tale dati.

In parole povere, la prima affermazione è che la popolazione mondiale deve diminuire in parallelo con il calo della produzione mondiale di petrolio: ad esempio, la produzione di petrolio scenderà a metà del suo picco nel 2030, e, quindi, anche la popolazione dovrà scendere a circa la metà del suo livello di picco . La seconda affermazione è che ci saranno circa 2,5 miliardi di “extra” morti (carestia) e nascite perdute entro la fine del secolo.(Sì, queste sono tutte cifre molto approssimative).

La prima affermazione (p. 13) è la seguente.

“La popolazione mondiale è passata da circa 1,7 miliardi nel 1900 a 2,5 nel 1950, a quasi 7 miliardi nel 2010. . . . Un calcolo sulla futura popolazione può essere fatto osservando più attentamente l’ascesa e la caduta della produzione petrolifera. Il rapido aumento della popolazione nel corso degli ultimi cento anni non è solo coincidente con il rapido aumento della produzione di petrolio. E’ quest’ultimo che ha effettivamente permesso (la parola’ causato’potrebbe essere troppo forte) il primo: cioè, il petrolio è stato la principale fonte di energia all’interno della società industriale. E’ solo con quest’ ultimo in abbondanza che è possibile avere una popolazione di grandi dimensioni . . Quando la produzione di petrolio si riduce della metà del suo valore di picco, la popolazione mondiale deve a sua volta dimezzarsi. “

La seconda affermazione (p. 32) è la seguente:

“Un eccesso di mortalità futura può quindi essere determinato - almeno in modo approssimativo - dal fatto che nella moderna società industriale è l’approvvigionamento di petrolio che determina quante persone possono essere alimentate. Un aumento della produzione di petrolio porta ad un aumento della popolazione, e una diminuzione della produzione di petrolio porta ad una diminuzione della popolazione.”

“In cifre tonde, la produzione mondiale di petrolio per l’anno 2008 è stata di 30 miliardi di barili e la popolazione era di 7 miliardi. Secondo l’opinione generale, nel 2050 la produzione di petrolio sarà di circa 2 miliardi di barili. La stessa produzione di petrolio del 1930,quando la popolazione era di 2 miliardi. La popolazione nel 2050 può quindi essere lo stessa del 1930: 2 miliardi. La differenza tra  7 miliardi di persone e 2 miliardi di persone è 5 miliardi, che sarebbe quindi il numero totale di morti dovute alle carestie e di nascite perse o evitate per quel periodo. (Una misura più precisa comporterebbe l’ osservazione del numero di sopravvissuti di ciascun anno e poi determinare quella che potremmo chiamare la ‘capacità di carico temporanea’ per lo stesso anno, sulla base del petrolio rimasto, ma il totale sarebbe all’ incirca lo stesso. ) “

Se ora scegliamo alcune date facili da ricordare, possiamo vedere come tutti questi dati si intreccino tra loro. Osserviamo per primo l’anno 2030. Con una diminuzione media annua del 3 per cento della produzione di petrolio (qui definita come “percentuale della quantità dell’anno precedente”), ci saranno 13 miliardi di barili prodotti. La stessa produzione di petrolio che si ebbe nel 1966, anno in cui la popolazione era di 3,4 miliardi, e, quindi, possiamo concludere che anche nel 2030 ci sarà una popolazione di 3,4 miliardi – molto vicina alla già citata “metà” del “picco della popolazione  “(ossia la metà della popolazione dell’anno 2010).

1966: 13 miliardi di barili di petrolio —–> popolazione —->3,4 miliardi

2030: 13 miliardi di barili di petrolio —–> popolazione —->3,4 miliardi

Un altro anno da osservare è il 2050, che, con il 3 per cento di declino annuale, avrà la stessa produzione di petrolio dell’ anno 1934, e quindi la stessa popolazione: 2,4 miliardi:

1934: 1,6 miliardi di barili di petrolio —–> popolazione —–>2,4 miliardi

2050: 1,6 miliardi di barili di petrolio —–> popolazione——>2,4 miliardi

Qui, naturalmente, il fatto significativo è che la popolazione è scesa a 2,4 miliardi, che può essere sottratto dai 7 miliardi, il picco di popolazione, per darci il totale di 4,6 miliardi, che sono grosso modo, i “5 miliardi” accennati in precedenza come “il numero totale di morti dovute a carestie e nascite perse o evitate per quel periodo.”

LINK: Petroleum And Population

DI: Coriintempesta

REFERENCES:

BP. Global statistical review of world energy. (2010, June). Retrieved fromhttp://www.bp.com/statisticalreview

Campbell, C. J. & J. H. Laherrère. (1998, March). The end of cheap oil. Scientific American.

Goodchild, Peter. The Coming Chaos (abridged).

http://bravenewworld.in/wp-content/uploads/2011/07/CHAOS-ABRIDGED.pdf

Hubbert, M. K. (1956). Nuclear energy and the fossil fuels. American Petroleum Institute. Retrieved from http://www.hubbertpeak.com/hubbert/1956/1956.pdf

Peter Goodchild is the author of Survival Skills of the North American Indians, published by Chicago Review Press. His email address is prjgoodchild{at}gmail.com

http://www.countercurrents.org/goodchild310811.htm