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Tag: politici

Non per soldi…ma per denaro!

Articolo inviato al blog

 

di: Gaspare Serrahttp://gaspareserra.blogspot.it -

(PILLOLE DI SPENDING REVIEW)

“I ladri di beni privati passano la vita in carcere e in catene, quelli di beni pubblici nelle ricchezze e negli onori..”

(Marco Porcio Catone)

LA POLITICA?

IL “MESTIERE” PIÙ ANTICO DEL MONDO…

 

“Cosa vorresti fare da grande?”

Chi di noi, almeno una volta nella vita, non ha avuto posta questa domanda?

In altri tempi, le risposte più comuni erano anche le più banali: “il medico!”, rispondevano i più filantropi; “il prete!”, i più introversi; “il poliziotto!”, i più audaci; finanche “lo spazzino!”, i più estroversi…

Oggi, per le nuove generazioni cresciute a “pane e televisione”, le aspirazioni più ambite sono piuttosto cambiate: i figli -dalla vita bassa (e mutande alte!)- del “consumismo sfrenato” e della globalizzazione selvaggia, perso ogni briciolo di genuinità, sognano di fare “il calciatore”, illusi dalle prospettive di facili guadagni; di diventare “veline”, abbagliati dai lustrini e paillettes del palcoscenico; di divenire “cantanti”, attratti dalla prospettive di bucare lo schermo inseguendo la scorciatoia d’un reality…

Perché questa premessa “sociologica” parlando di un tema brutalmente politico: il costo dei parlamentari?

Perché, ritornando alle aspirazioni dei giovani del domani, c’è da scommettere che presto la professione più ambita diverrà quella politica!

Quale altra attività “rende molto” in termini di guadagni e visibilità e “richiede poco” in termini di capacità e competenza???

Un tempo l’immagine poco “in” del politico – generalmente visto come un personaggio grigio, noioso, riservato…- costituiva una naturale barriera tra i giovani e la politica.

Ma come non cambiare idea ripensando alle serate “allegre” dei nostri Presidenti del Consiglio, ai divertimenti “sfrenati” dei nostri consiglieri regionali o ai festini “dissoluti” cui non di rado incappano i nostri politici?!

“Non Per SoldiMa Per Denaro” era il titolo d’un celebre film del 1966.

Quale altro slogan descriverebbe meglio le motivazioni, gli stimoli, le ambizioni che spingono oggi i vari “Fiorito d’Italia” ad avvicinarsi alla politica?!

Unica differenza?

La pellicola americana era una commedia, mentre la trama che la politica italiana ha scritto negli anni appare una “tragicommedia dell’assurdo”: una storia -scritta a più mani e senza “happy end!”- caricata da ripetuti flashback (il ritorno sulla scena di personaggi che si credevano d’un pezzo finiti…), travagliata da infiniti scandali (viaggi pagati, case affittate o appartamenti comprati “a propria insaputa”!) e alleggerita dalla frivolezza di esotici “Bunga Bunga” o stravaganti favole che narrano di nipoti egiziane!

 IL PARADOSSO ITALIANO?

STIPENDI “PIÙ BASSI” D’EUROPA E PARLAMENTARI “PIÙ PAGATI” DEL MONDO!

Quanto (ci) costano gli stipendi dei parlamentari?

La domanda pare alquanto retorica: “troppo!”, risponderebbe qualsiasi uomo della strada…

Ma, analizzando i costi della politica, il passaggio da una retorica un po’ qualunquista a una motivata “indignazione” si fa immediato!

Confrontando i guadagni dei nostri parlamentari con lo stipendio medio degli italiani, il risultato che ne viene fuori è “impressionante” (fonte L’Espresso, 05/03/2012): in nessun Paese europeo la distanza tra onorevoli e cittadini è così ampia!

Quanto ampia?

 - In Spagna un parlamentare guadagna mediamente 2,1 volte di più di un comune cittadino;

 - in Belgio e Olanda 2,7 volte di più;

-in Francia 4,8 volte di più;

-in Germania 3,4 volte di più.

E in Italia?

Nel nostro Paese, evidentemente il “Regno di Bengodi” per la politica, un parlamentare  guadagna fino a “6,8 volte di più” rispetto a un elettore (lo stipendio di quest’ultimo, difatti, si attesta in media sui 19.250 euro l’anno, secondo le dichiarazioni dei redditi 2011; sui 23.000 euro, secondo il Rapporto Eurostat 2012).

In buona sostanza, il guadagno “mensile” di un parlamentare è pari allo stipendio “annuale” di un suo elettore medio!

Come non chiamare “Casta” una politica siffatta?!

E non finisce qui!

Secondo un’inchiesta di Openpolis, i nostri deputati sono pagati “509 euro” l’ora (lavorando, in media, solo 1 giorno su 6 a settimana, ossia 80 giorni l’anno), mentre i senatori “863 euro” l’ora (dedicando solo 50 giorni l’anno ai lavori parlamentari).

Un parlamentare, in un’ora di lavoro, guadagna quanto la maggior parte del suo elettorato percepisce in un intero mese!

E’ come se gli eletti lavorassero quanto un lavoratore stagionale, ricevendo però una paga -e che paga!- per tutto l’anno!

Cosa mantengono di “onorevole” i nostri parlamentari se non il titolo???

COME TOLLERARE CHE L’ITALIA SI COLLOCHI ALL’ULTIMO POSTO IN EUROPA PER LE RETRIBUZIONI DEI LAVORATORI ED AL PRIMO PER I COMPENSI DEI POLITICI?!

 LO SCANDALO ITALIANO?

DA NOI I PARLAMENTARI PIÙ “CARI” D’EUROPA!

La media Ue delle indennità dei membri delle Camere Basse si attesta sui 54.000 euro lordi annui (4.500 euro mensili).

L’indennità di un deputato italiano, invece, pur al netto dei tagli degli ultimi anni e senza considerare diarie, rimborsi e benefit vari, ammonta a “10.435 euro” lordi al mese (“125.220 euro” l’anno!).

Com’è possibile che un parlamentare italiano guadagni “più del doppio” della media europea?

Solo nel 2011, la spesa per gli stipendi e i benefit dei nostri onorevoli è ammontata a 245.165.000 euro (con un aumento del 9,10% rispetto al 2001, pari a 20,5 milioni di euro in più).

Fin quando potremmo permetterci “il lusso” di una classe politica così onerosa?!

Qualche utile confronto può evidenziare meglio d’ogni altro commento le sproporzioni del “caso Italia” (fonte Linkiesta.it):

- negli Usa un deputato percepisce un’indennità annua di 115.000 euro lordi;

 -in Canada 107.000 euro;

-in Irlanda al massimo 102.000 euro;

-in Australia 93.000 euro;

-in Olanda 91.000 euro;

-in Germania 85.000 euro;

-in Francia 84.000 euro;

-in Norvegia 79.000 euro;

-in Nuova Zelanda 71.000 euro;

-in Gran Bretagna 70.000 euro;

-in Svezia 70.000 euro;

-in Spagna addirittura “37.000” euro (lordi ed annui, s’intende!).

Un deputato italiano svolge le stesse funzioni di un collega iberico e vive in un Paese non molto dissimile dalla Spagna.

Perché mai dovrebbe costare alla collettività “più del triplo”?!

Ma quanto guadagna, esattamente, un parlamentare italiano?

I nostri deputati e senatori, al netto di ogni ostentato taglio (?), beneficiano di:

1) una “INDENNITÀ DI FUNZIONE” (prevista dall’articolo 69 della Costituzione e regolata dalla  legge n.1261 del 1965), pari alla Camera a 10.435 euro lordi al mese (circa 5.000 euro netti) ed al Senato a 10.385 euro lordi (5.300 euro netti);

2)una “INDENNITÀ DI CARICA” per ogni ulteriore incarico assunto (ad esempio, la presidenza -o vicepresidenza- di un gruppo politico o di una commissione);

3) una “DIARIA” (disciplinata sempre dalla legge n.1261 del 1965), ossia un rimborso forfettario delle spese di soggiorno a Roma (in realtà, spettante anche ai residenti nella Capitale!), pari, sia a Montecitorio che a Palazzo Madama, a 3.503 euro “netti” al mese;

4)un “RIMBORSO (forfettario) DELLE SPESE PER L’ESERCIZIO DEL MANDATO”, con cui si dovrebbero pagare i portaborse (peccato che solo un onorevole su tre se ne avvale e, per di più, spesso questi sono pagati male e in nero!), pari per i deputati a 3.690 euro “netti” mensili, per i senatori a 2.090 euro;

5)un “RIMBORSO (trimestrale) DELLE SPESE DI TRASPORTO E VIAGGIO”, pari alla Camera (a seconda che la distanza tra il luogo di residenza del deputato e l’aeroporto più vicino per raggiungere la Capitale superi i 100 Km) da 3.323 a 3.995 euro netti, ossia da 1.107 fino a 1.331 euro al mese; al Senato tale voce è stata sostituita dal “RIMBORSO (forfettario) DELLE SPESE GENERALI”, pari a 1.650 euro netti al mese;

6)un “RIMBORSO (annuale) DELLE SPESE TELEFONICHE”, pari a Montecitorio a 3.098 euro l’anno,  ossia 258 euro “netti” al mese; al Senato tale voce rientra nel “rimborso delle spese generali”;

7)una “ASSISTENZA SANITARIA INTEGRATIVA (obbligatoria)”, che, sia alla Camera che al Senato, garantisce tariffe agevolate e rimborsi per le prestazioni sanitarie dei parlamentari e dei loro familiari (conviventi more uxorio compresi!); al Senato è anche presente un ambulatorio con pronto soccorso h24, con un medico e quattro infermieri sempre disponibili, che (ci) costa “700.000 euro” l’anno; alla Camera il costo dell’assistenza sanitaria integrativa, solo nel 2011, è ammontato a “10 milioni” di euro (di cui 3 milioni solo per spese odontoiatriche ed altrettanti per interventi in cliniche private!);

8) “TESSERE SPECIALI PER VIAGGIARE GRATUITAMENTE” su strade, ferrovie, navi ed aerei per tutto il territorio nazionale (di queste beneficiano non solo i parlamentari in carica ma anche chiunque sia stato eletto almeno una volta alla Camera e per dieci anni dal termine del mandato!);

9)ulteriori “PRIVILEGI” (ad esempio, gli ex presidenti delle Camere godono di segreterie personali, auto blu e uffici riservati in Parlamento: fino al 2011 ne usufruivano “a vita”, dal 2012 “solo” per i dieci anni successivi la cessazione del mandato);

10)un “ASSEGNO DI FINE MANDATO” (o di solidarietà), ovverosia una sorta di “Tfr parlamentare”, pari, sia per i deputati che per i senatori, all’80% dell’importo mensile lordo dell’indennità per ogni anno di mandato effettivo (o frazione non inferiore ai sei mesi); alla Camera, l’assegno ammonta a 46.814 euro dopo un solo mandato e fino a 140.443 euro dopo tre legislature;

11) e un“VITALIZIO PARLAMENTARE”: se è vero che questa voce è stata recentemente abolita e sostituita da una comune pensione contributiva (almeno per tutti coloro eletti dopo il 1° gennaio 2012), è altrettanto vero che ne continueranno a beneficiare gli ex membri del Parlamento e tutti i parlamentari attualmente in carica!

Facendo le dovute somme -e non considerando eventuali indennità di carica, assegni di fine mandato, vitalizi e benefit non monetizzabili-, un semplice parlamentare può arrivare a intascare mensilmente “19.217 euro” alla Camera e “17.628 euro” al Senato!

E’ facile dimostrare, allora, che i parlamentari italiani non solo percepiscono gli stipendi e i vitalizi più alti ma beneficiano anche di tutta una serie di privilegi “unici” rispetti ai propri colleghi europei!

Qualche esempio (fonti: “Rapporto Giovannini”; studio riservato del Servizio per le competenze parlamentari della Camera)?

-In Francia i membri dell’Assemblée nationale (577) percepiscono un’indennità di 7.100 euro lordi al mese, non beneficiano di alcuna diaria (al massimo di residence a tariffa agevolata o di prestiti di 76.000 euro al 2% per comprarsi un appartamento) e non hanno alcun assegno di fine mandato (solo un sussidio di reinserimento, di cui si beneficia se disoccupati e per tre anni al massimo);

 -in Germania i membri del Bundestag (620) intascano un’indennità di 7.668 euro lordi mensili, beneficiano di un contributo per le spese di segreteria e rappresentanza di 1.000 euro (importo massimo) e non hanno nessun assegno di fine mandato (solo un’indennità provvisoria, di cui usufruiscono per 18 mesi);

-in Gran Bretagna i membri della House of Commons (650) incassano un’indennità di 6.350 euro lordi al mese, come diaria possono richiedere un rimborso massimo mensile di 1.922 euro e non hanno alcun assegno di fine mandato (al termine della legislatura, possono solo chiedere un rimborso di 47.000 euro per spese connesse all’esercizio delle loro funzioni);

-in Olanda i deputati guadagnano 8.500 euro d’indennità lorda al mese, beneficiano di una diaria di 1.600 euro (importo massimo) e di un contributo per le spese di segreteria e rappresentanza di 203 euro;

-in Austria riscuotono 8.100 euro d’indennità mensile, non godono di alcuna diaria e beneficiano di un contributo per le spese di segreteria e rappresentanza di 480 euro;

-in Belgiointascano 7.300 euro lordi al mese, non godono di alcuna diaria e percepiscono un contributo per le spese di segreteria e rappresentanza di 1.800 euro;

in Grecia percepiscono un’indennità di 5.700 euro lordi mensili;

-in Portogallo ricevono un’indennità di 3.400 euro lordi al mese;

-in Spagna guadagnano soli 2.800 euro d’indennità lorda mensile e ricevono una diaria di 1.800 euro (soli 870 euro se residenti a Madrid);

a Strasburgo, dal 2009, tutti i membri del Parlamento europeo (736) percepiscono uno stipendio base di 7.655 euro lordi al mese.

Un’indagine de Il sole 24 ore ha svelato i nomi dei politici che ci sono costati di più negli ultimi anni.

Eccone alcuni:

-Beppe Pisanu (Pdl), in 40 anni di onorata carriera parlamentare (come onorevole o senatore), ha guadagnato oltre “5,5 milioni” di euro;

-Giorgio La Malfa (gruppo Misto), in altrettanti anni, 5,4 milioni;

Mario Tassone (Udc), in 36 anni, 4,9 milioni;

Francesco Colucci (Pdl), in 35 anni, 4,8 milioni;

Filippo Berselli (Pdl), Altero Matteoli (Pdl), Pier Ferdinando Casini (Udc) e Gianfranco Fini (Fli), in 31 anni, hanno incassato rispettivamente 4,2 milioni di euro;

Carlo Vizzini (gruppo Misto), Domenico Nania (Pdl), Francesco Pontone (Pdl)

- Anna Finocchiaro (Pd), Livia Turco (Pd), Teresio Delfino (Udc) e Luigi Grillo (Pdl), in 27 anni, hanno ricevuto 3,6 milioni di euro a testa;

Giuseppe Calderisi (Pdl) e Calogero Mannino (Udc), in 26 anni, hanno accumulato 3,5 milioni di euro l’uno;

mentre 

-Massimo D’Alema (Pd), in “soli” 25 anni, 3,4 milioni di euro.

Le fortune politiche di appena 18 tra i più noti politici italiani ci sono costate, in conclusione, “77,8 milioni” di euro!

Quante vite dovrebbe vivere un operaio o un impiegato per ambire a simili guadagni?!

Solo i cinque senatori a vita che oggi siedono in Parlamento (“di diritto”, come Ciampi in qualità di ex Presidente della Repubblica; o “di nomina presidenziale”, come Mario Monti) ci costano “600.000 euro” l’anno a testa!

Stipendi d’oro di cui beneficiano personaggi, pur se di prestigio:

“non eletti” -contrariamente ai propri colleghi parlamentari-;

con un incarico “a vita” -come nelle migliori democrazie!-;

e“improduttivi”, risultando -per ovvie ragioni anagrafiche- tra i membri del Parlamento più assenteisti: alcuni, veri e propri “desaparecidos”, scomparendo dalla scena pubblica dopo la loro elezione!

Ha ancora senso, allora, mantenere in vita questa figura???

Solo nel 2011:

- su un costo complessivo di funzionamento del Senato di 603.100.000 euro, la spesa per gli stipendi dei senatori è assommata a “71.225.000 euro”;

su un bilancio di 1.070.994.520 euro della Camera, il costo degli stipendi dei deputati è ammontato a “167.050.000 euro”;

le pensioni dei parlamentari sono costate “79.200.000 euro” al Senato e “138.200.000 euro” alla Camera;

ogni seduta parlamentare è costata “3.332.044 euro” al Senato (essendosene svolte 181 in tutto il 2011) e “7.046.017 euro” alla Camera (essendosene tenute solo 151);

il Parlamento italiano è costato più dei parlamenti di Francia, Germania, Inghilterra e Spagna messi insieme (fonte Libero, 30/01/2012);

e la Camera ed il Senato italiani, insieme, sono costati circa “100 milioni di euro in più” rispetto al Congresso ed al Senato americani (fonte Corriere della Sera, 18/07/2011).

Come ultima chicca, aggiungiamo pure che, mentre ogni italiano spende “27,15 euro” l’anno per mantenere il proprio Parlamento (fonte La Stampa, 30/01/2012):

in Francia ogni cittadino spende 8,11 euro (tre volte meno);

negli Usa 5,10 euro (cinque volte e mezzo meno).

in Inghilterra 4,18 euro (quasi sette volte meno);

in Spagna soli 2,14 euro (dieci volte meno!).

Occorreassumere nuovi superconsulenti al Governo o chiedere ulteriori suggerimenti agli utenti del web per scoprire dove si annidano le più robuste “sacche di spreco” di denaro pubblico in Italia???

IL COSTO “EXTRAEUROPEO” DEI NOSTRI EURONOREVOLI

Un europarlamentare italiano, per svolgere la sua attività a Strasburgo, percepisce un’indennità di funzione di “11.190” euro lordi mensili, pari a oltre “134.000” euro l’anno.

Voce d’entrata a cui ulteriormente sommare (fonte La Repubblica):

un gettone di presenza, di “306 euro” per ogni partecipazione alle sedute dell’Europarlamento;

una diaria di soggiorno, di “9.000 euro” mensili (pari a 290 euro al giorno);

un rimborso spese di viaggio, dal 2009 non più forfettario ma correlato alle spese sostenute e documentabili;

un rimborso spese di assistenza parlamentare,di 17.570 euro al mese;

una indennità di segreteria, di 4.200 euro mensili.

Cifre “impressionanti”, ma che risultano “inaccettabili” al confronto con le indennità percepite dagli altri euronorevoli (fonte “Times”):

- un europarlamentare austriaco percepiva, fino al luglio 2009, soli 106.583 euro lordi l’anno;

un olandese 86.125 euro;

un tedesco 84.108 euro;

un irlandese 82.065 euro;

un inglese 81.600 euro;

un belga 72.017 euro;

un danese 69.264 euro;

un greco 68.575 euro;

un lussemburghese 66.432 euro;

un francese 62.779 euro;

un finlandese 59.640 euro;

uno svedese 57.000 euro;

uno sloveno 50.400 euro;

un cipriota 48.960 euro;

un portoghese 41.387 euro;

uno spagnolo 35.051 euro;

uno slovacco 25.920 euro;

un ceco 24.180 euro;

un estone 23.064 euro;

un maltese 15.768 euro;

un lituano 14.196 euro;

un lettone 12.900 euro;

- un ungherese 9.132 euro;

un polacco addirittura 7.369,70 euro (sempre lordi, sempre all’anno, s’intende!).

Forse gli europarlamentari italiani “eccellono” su tutti gli altri per la loro operosa partecipazione ai lavori del Parlamento di Strasburgo?

Tutt’altro!

I nostri eurodeputati risultano “i meno presenti”: una volta su tre rimangono a casa, mentre i finlandesi hanno un tasso di presenze del 90%, i tedeschi di poco inferiore e così pure gli  europarlamentari di altre nazionalità (fonte l’Espresso).

Come giustificare, allora, una simile maggiorazione nella loro retribuzione?

Forse i nostri euronorevoli, pur se assenteisti, si distinguono dagli altri per il loro rendimento?

Niente affatto!

Gli europarlamentari italiani eccellono, casomai, per tassi “scandalosamente bassi” di produttività: su 78 nostri parlamentari in Europa, 61 non hanno mai presentato una relazione e 17 non si sono mai scomodati nemmeno d’aprir bocca in Aula!

Euronorevoli “assenteisti e fannulloni”: perché, allora, premiarli con gli stipendi più alti di Strasburgo?!

Forse il “mestiere” dell’europarlamentare è giudicato alla pari di un lavoro “usurante”?

Forse allontanarsi dal Bel Paese per qualche giorno a settimana è ritenuto una fatica insostenibile, enormemente maggiore che staccarsi dalla fredda Germania o dalla povera Polonia???

O forse, pensando alla gente che “realmente” lavora col sudore in fronte per sbarcare faticosamente il lunario, è un’offesa anche solo considerare un “mestiere” l’attività politica?!

Non sappiamo se anche negli scranni più alti di Strasburgo qualcuno si sarà posto gli stessi interrogativi.

Quel che è certo è che il Parlamento europeo, adottando il nuovo Statuto parlamentare (luglio 2009), è intervenuto sulle ingiustificate diversità di trattamento economico degli europarlamentari:

equiparando l’indennità degli europarlamentari, a prescindere dalle loro nazionalità, a “7.655 euro” lordi mensili (spesa a carico del bilancio del Parlamento europeo, non più dei parlamenti nazionali);

e sostituendo il rimborso generico e forfettario delle spese con un rimborso delle sole spese giustificate e documentate.

“Arcano” risolto, dunque?

Macché!

L’equiparazione degli “euro-stipendi”, in realtà, poteva essere soggetta a deroga: prerogativa che il nostro Paese non ha perso tempo ad esercitare!

Gli europarlamentari italiani, pertanto, continuano a beneficiare di un trattamento retributivo equiparato non a quello dei loro colleghi di Strasburgo ma a quello dei loro colleghi di Montecitorio!

Il “quantum in più” percepito dai nostri euronorevoli, ovviamente, non è a carico del Parlamento europeo, bensì del nostro Parlamento nazionale…

Nessuno scrupolo, però: tanto “paga sempre Pantalone” (ovvero noi cittadini!).

 TANTO PER RIDERE:

I “TAGLI” AGLI STIPENDI DEI PARLAMENTARI…

Tra i primi impegni che si è assunto il governo Monti vi è stato quello di ridurre i costi della politica.

A tal fine, si è dato mandato alla cd. “Commissione Giovannini” di parametrare gli stipendi dei politici italiani entro la media europea.

Il risultato, ancora una volta, è stato gattopardesco: si è “deciso di non decidere”!

La Commissione, difatti, ha gettato la spugna, dichiarandosi impossibilitata a completare il proprio lavoro, sia per mancanza di tempo sufficiente, sia per la difficoltà di comparare costi di assetti istituzionali diversi.

Nella relazione conclusiva, però, la Commissione non ha potuto fare a meno di riconoscere ciò che già risultava evidente anche all’uomo della strada: i parlamentari italiani sono i più pagati d’Europa!

Perché, a questo punto, il Parlamento non si è mosso autonomamente per ridurre le proprie spese (non limitandosi a “ritocchi minimali” o a tagli “marginali”)?

Perché, all’estrema velocità con cui si aumentano le tasse per “far cassa”, corrisponde una snervante lentezza nell’operare tagli ai costi della politica (che fine ha fatto, ad esempio, il tanto sbandierato dimezzamento del numero dei parlamentari)???

E per quale stramba ragione i parlamentari italiani vanterebbero il diritto “esclusivo” di veder parametrata la propria retribuzione alla media dei sei paesi più ricchi d’Europa (pur non disponendo affatto il nostro Paese degli stipendi tedeschi o del Pil francese)?!

A ognuna di queste obiezioni, la politica risponde, infastidita, sempre alla stessa maniera: “Questa è demagogia!”, “ci siamo messi a dieta…”, “abbiamo già stretto la cinghia!”

Ma quanto è stata effettivamente stretta la cinghia?

Quanto la politica, per lungo tempo “famelica e ingorda”, potrebbe ulteriormente dimagrire?

Qualche “dimagrimento”, in effetti, c’è stato.

Eccone il risultato:

PRIMO:

L’indennità di funzione:

- nel 2006 (ex legge finanziaria) è stata ridotta del 10%;

 -nel 2008 (ex legge finanziaria) ne sono stati sospesi gli adeguamenti retributivi per 5 anni (misura prorogata fino a tutto il 2013);

nel 2011 (ex decreto legge n.138) è stata ulteriormente ridotta, ma “solo” per il triennio 2011/2013, nella misura del 10% per la parte eccedente i 90.000 euro e del 20% per la parte eccedente i 150.000 euro lordi annui (riduzione raddoppiata per i parlamentari che svolgono un’attività lavorativa per la quale percepiscono un reddito uguale o superiore al 15% dell’indennità parlamentare);

nel 2012 (con deliberazioni degli Uffici di Presidenza della Camera, 30 gennaio 2012, e del Senato, 31 gennaio 2012), è stata decurtata di 1.300 euro “lordi” al mese.

 SECONDO:

La diaria, con deliberazioni degli Uffici di Presidenza della Camera (27 luglio 2010) e del Senato (25 novembre 2010), è stata:

- ridotta a 3.503 euro al mese (rispetto ai 4.000 euro precedenti);

e soggetta a ulteriori decurtazioni per ogni assenza dei parlamentari dai lavori parlamentari.

TERZO:

Il rimborso delle spese per l’esercizio del mandato, nel 2012:

 - alla Camera (con deliberazioni dell’Ufficio di Presidenza del luglio 2010 e gennaio 2012) è stato ridotto di 500 euro (portandolo a 3.690 euro netti al mese) e corrisposto solo per il 50% forfetariamente (per il restante 50% a titolo di rimborso per specifiche categorie di spese documentate)

- al Senato, invece, è stato ridotto a 2.090 euro e erogato a titolo di rimborso delle spese effettivamente sostenute.

 QUARTO:

I vitalizi parlamentari:

- nel 2007 sono stati ridotti e si è raddoppiato il periodo minimo di mandato richiesto per maturarne il diritto (da 2 anni e 6 mesi a 5 anni);

dal 1° gennaio 2012 (con deliberazioni degli Uffici di Presidenza della Camera, 14 dicembre 2011 e 30 gennaio 2012, e del Senato, 31 gennaio 2012), sono stati aboliti e sostituiti da una pensione contributiva.

 SVELATO “L’ARCANO”:

L’INGANNO DEI “FINTI TAGLI” AI COSTI DELLA POLITICA!

Se dei tagli ci sono effettivamente stati, restano comunque delle “sconcertanti verità”:

 PRIMO:

Come spiegare il fatto che, nonostante i “pesanti” (?) sacrifici cui si è sottoposta la politica:

i parlamentari italiani restano i più pagati d’Europa;

- il divario tra la retribuzione media di un lavoratore e di un suo eletto resta incolmabile;

e Montecitorio risparmierà soli “150 milioni” di euro in tre anni (il “5%” del suo costo generale!), mentre Palazzo Madama appena “4 milioni” di euro rispetto al 2011 (su una dotazione di “542 milioni” per il 2012)?

SECONDO:

I presidenti Fini e Schifani hanno pomposamente enfatizzato la recente scelta dei parlamentari di ridursi lo stipendio di 1.300 euro.

Ma come non ricordare che:

- i 1.300 euro indicano un importo “lordo” (il taglio effettivo è ammontato a soli “700 euro”);

mentre la busta paga netta di deputati e senatori è rimasta “invariata” (essendo stato contestualmente abolito l’obbligo per i parlamentari di versare i contributi previdenziali, guarda caso pari a 700 euro al mese)?

TERZO:

Tutti ripetono, ad ogni piè sospinto, che i vitalizi sono stati aboliti.

Ma, pur col nuovo sistema contributivo, a un parlamentare sono sufficienti:

- “5 anni di mandato” per maturare il diritto alla pensione (non 35, come per qualsiasi comune cittadino);

e60 anni d’età” per ricevere il primo assegno, dopo aver ricoperto appena due mandati (non 66 anni, come per ogni altro elettore).

L’abolizione dei vitalizi, poi:

- non ha intaccato di 1 solo euro i “2.308” vitalizi già maturati (il nuovo calcolo contributivo si applicherà solo a coloro eletti dalla prossima legislatura);

e non ha cancellato l’assegno di fine mandato, l’ultimo generoso regalo concesso a chi di tutto avrebbe bisogno fuorché di assistenza per reinserirsi nel mondo del lavoro!

QUARTO:

Oltre l’inganno, anche la beffa!

Mentre l’Italia “sta morendo di speranza”, si scopre che il magro e supertecnico governo Monti ci costa in stipendi quasi “il doppio” rispetto al pletorico governo politico Berlusconi: 4,8 milioni di euro, a fronte di 2,8 milioni (fonte Il Giornale).

Mentre i 23 ministri, i 3 viceministri e i 38 sottosegretari del Cavaliere guadagnavano tra i 40 e i 50.000 euro l’anno, grazie ad una legge del 1997 del governo Prodi, i nuovi supertitolati ministri, non percependo alcuna indennità parlamentare, godono di stipendi di “132.000 euro” lordi annui!

Senza considerare il premier Monti, che, cumulando anche la carica di senatore a vita, in un anno intasca circa “300.000 euro” (fonte Il Giornale).

 PER UNA POLITICA AL SERVIZIO DEI CITTADINI

(E NON UNO STATO AL SERVIZIO DELLA POLITICA!)

PRIMO:

PERCHÉ NON DIMEZZARE IL NUMERO DEI PARLAMENTARI?

Se negli Usa (Paese esteso 30 volte l’Italia e con una popolazione quadrupla) il Senato federale è composto da 50 membri e il Congresso da 435, perché mai in Italia non basterebbero 315 deputati e 157 senatori?!

SECONDO:

PERCHÉ’ NON ABOLIRE LA FIGURA DEI SENATORI A VITA?

Come giustificare una carica tanto inutile quanto antistorica, ovvero gli unici parlamentari “non eletti” -come nelle migliori democrazie- e “a vita”-come solo i papi e i restanti monarchi nel mondo-?!

TERZO:

PERCHÉ NON ABOLIRE TUTTI GLI EMOLUMENTI a vario titolo DEI PARLAMENTARI (diaria, rimborsi, contributi, assegni di fine mandato, benefit vari…), SOSTITUENDOLI CON UN’UNICA

INDENNITÀ’ DI FUNZIONE, DALL’IMPORTO MASSIMO DI “5.000 EURO” NETTI MENSILI?

Perché un compenso “più che doppio” rispetto alla media della retribuzione di qualsiasi comune cittadino non sarebbe sufficiente a garantire ai nostri eletti un minimo di sussistenza economica e autonomia politica?!

QUARTO:

PERCHÉ NON CONCEDERE L’INDENNITÀ PARLAMENTARE SOLO A CHI RINUNCIA, per il corso della legislatura, AD ESERCITARE QUALSIASI ALTRA PROFESSIONE?

Perché retribuire allo stesso modo quei politici che si pongono a tempo pieno “al servizio” della Nazione e quelli che riservano alla politica solo il tempo libero che gli residua dalle loro private professioni?

E PERCHÉ NON RICONOSCERE A QUEI PARLAMENTARI CHE SCEGLIEREBBERO comunque DI SVOLGERE ALTRE ATTIVITÀ professionali solo UN “CONTRIBUTO SPESE”, DALL’AMMONTARE MASSIMO DI “1.000” EURO MENSILI?

QUINTO:

PERCHÉ NON ABOLIRE LE “DOPPIE INDENNITÀ”, ovvero la possibilità per i parlamentari che assumono contestualmente altre cariche di cumulare più emolumenti (ad esempio, nel caso di parlamentari-sottosegretari, deputati-ministri, premier-senatori…)?

SESTO:

PERCHÉ NON TAGLIARE I “VITALIZI D’ORO” (2.308 i vitalizi parlamentari ad oggi erogati, 3.385 quelli regionali), PONENDO UN TETTO MASSIMO DI “3.000 EURO” MENSILI?

“I diritti acquisiti non si toccano!”, ripetono in coro i nostri eletti…

Com’è possibile, allora, che solo i politici vantino tali diritti?

Perché lo stesso principio non è valso per i pensionati o gli esodati, duramente penalizzati dalla Riforma Fornero?

Perché tale diritto non lo vanterebbero i pubblici impiegati, per i quali, se la situazione finanziaria lo imponesse, si prospetta la cancellazione delle tredicesime?

Com’è possibile che nel ‘92 si è potuto addirittura intaccare il conto corrente degli Italiani, mentre oggi non si può nemmeno chiedere un sacrificio in più ai contribuenti più abbienti?

 “Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora, ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi”

(Enrico Berlinguer)

 LINK: http://gaspareserra.blogspot.it/2012/10/non-per-soldi-ma-per-denaro.html#more

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Dove c’è casta c’è Italia…

Articolo inviato al blog 

di: Gaspare Serra - http://gaspareserra.blogspot.it

(PILLOLE DI SPENDING REVIEW)

 N° 1 – IL COSTO DELLA REPUBBLICA

Quanto costano i “Palazzi” del Potere?

Quanto costa agli Italiani mantenere un tanto pletorico quanto ipertrofico apparato politico-istituzionale?

Che la (Casta) politica italiana sia la più costosa d’Europa (probabilmente tra le più dispendiose al mondo!) è un fatto notorio

L’ITALIA, rispetto agli altri paesi europei, SPENDE in media IL 30% IN PIU’ PER I COSTI DELLA POLITICA.

Per l’esattezza (dati Uil):

-                      OGNI CONTRIBUENTE DESTINA AL MANTENIMENTO DELLA macchina della REPUBBLICA circa “646 EURO” L’ANNO;

-                      e I COSTI DELLA POLITICA ITALIANA (diretti e indiretti) AMMONTANO A circa “24,7 MILIARDI” DI EURO (cifra, per intendersi, pari al 2% del Pil nazionale e ad oltre il 12% dell’intero gettito Irpef!).

Più in dettaglio (secondo quanto emerge dai rapporti sui costi della politica presentati da Uil e Confindustria):

-                      GLI ORGANI DELLO STATO centrale (Presidenza della Repubblica, Camera, Senato, Corte Costituzionale, Presidenza del Consiglio e Ministeri) COSTANO ai cittadini “3,2 MILIARDI” DI EURO l’anno (in media, 82 euro per ogni contribuente!);

-                      le quattro più alte Istituzioni dello Stato (QUIRINALE, SENATO, CAMERA E CONSULTA)

pesano sulle tasche degli Italiani per “2,2 MILIARDI” DI EURO;

-                      il solo funzionamento della PRESIDENZA DEL CONSIGLIO (dati 2011) comporta spese per “477 MILIONI”;

-                      i costi per il funzionamento dei MINISTERI (dati 2011) ammontano a “226 MILIONI”;

-                      per gli Organi di REGIONI, PROVINCE E COMUNI (Giunte e Consigli) si spendono “3,3 MILIARDI” (ossia 85 euro per contribuente!);

-                      ed Organi quali la Corte dei Conti, il Consiglio di Stato, il CNEL, il CSM ed il Consiglio Giustizia Amministrativa della Regione Sicilia pesano sul bilancio dello Stato per “529 milioni” di euro.

 

Spulciando i conti delle due Camere, poi, si scopre che:

-                      dal 2001 al 2011, il bilancio della CAMERA DEI DEPUTATI è salito da 749 milioni di euro ad oltre “1 MILIARDO e 70 MILIONI”;

-                      mentre il bilancio del SENATO DELLA REPUBBLICA è passato da 349 milioni nel 2001

a “603 MILIONI” nel 2011.

Secondo la Banca d’Italia, in barba a ogni crisi, DAL 2001 AL 2010 LA SPESA PER LA PUBBLICA AMINISTRAZIONE E’ PASSATA (in rapporto al Pil) dal 48,1% AL 51,2%.

“Questo è il normale costo di ogni democrazia”, si sostiene…

Ma quanto è “normale” il fatto che IN FRANCIA L’ELISEO E IL PARLAMENTO COSTANO “900 milioni” di euro l’anno (MENO CHE LA META’ DELLE PARI ISTITUZIONI ITALIANE) e in Spagna soli “700 milioni”?

Come spiegare il fatto che IN SPAGNA IL CONGRESSO DEI DEPUTATI COSTA soltanto “100 milioni” (MENO DI UN DECIMO DI MONTECITORIO)???

Come dar conto del dato “impressionante” per il quale (fonte la Stampa, 30/01/2012) IL PARLAMENTO ITALIANO COSTA PIU’ DELLA SOMMA DEGLI ALTRI QUATTRO GRANDI PARLAMENTI NAZIONALI D’EUROPA (la Bundestaq, la Assemblée Nationale, la House of Commons e il Congreso de Los Deputados), i cui costi di funzionamento solo complessivamente ammontano a 3,18 miliardi di euro l’anno?!

Come giustificare il fatto che (sempre secondo la Stampa) OGNI CITTADINO ITALIANO SPENDE “27,15 EURO” l’anno SOLO PER mantenere LA CAMERA DEI DEPUTATI, mentre:

-                      uno francese 8,11 euro per la Assemblée Nationale (tre volte meno che in Italia);

-                      uno inglese 4,18 euro per la House of Commons (quasi sette volte meno);

-                      ed uno spagnolo 2,14 euro per il Congreso de Los Deputados (dieci volte meno)???

 Cosa giustifica simili “sproporzioni”?

Delle due l’una:

a-                  o l’Italia vanta la classe dirigente “migliore” al mondo, che conseguentemente

merita anche un trattamento “unico” al mondo (il che, non fosse per altro, si contraddice con la constatazione d’avere l’unica classe politica, al pari di quella greca, al contempo “commissariata” da un tecnico, “sfiduciata” dall’Europa e “screditata” da ogni agenzia di rating!);

b-                 oppure siamo di fronte alla più grande “truffa” orchestrata ai danni di un’intera Nazione da una vera e propria “Associazione politica a delinquere”!

 Per quanto altro tempo tale odioso “spread” (tra il costo della politica italiana e d’oltralpe) sarà tollerabile???

LA DEMOCRAZIA HA certamente UN COSTO, tanto fisiologico quanto irrinunciabile…

MA LA POLITICA ITALIANA HA RAGGIUNTO COSTI che definire “PATOLOGICI” è dir poco!

Il debito pubblico italiano ormai si attesta sui “2.000 miliardi” di euro, i conti dello Stato hanno più buchi di una gruviera (il pareggio di bilancio nel 2013 è solo un’ipotesi…), la finanza pubblica rischia il collasso (il debito pubblico ha superato quota 123% sul Pil, mentre molti enti locali rischiano il dissesto finanziario), la “stagflazione” è dietro l’angolo (una fase di pesante recessione coniugata ad una perdurante inflazione…).

In questo scenario l’aumento delle tasse per “far cassa” non è più una strada percorribile (la pressione fiscale italiana “effettiva” o legale, secondo gli ultimi dati della Confcommercio del luglio 2012, si attesta al 55%, facendo registrare un record mondiale!).

Prima di trovarsi costretti a metter mano al welfare ed alla spesa sociale, ovvero a tagli sulla “viva carne” delle persone (dai licenziamenti nel pubblico impiego alla cancellazione delle tredicesime…), è dunque un “dovere morale” per la classe politica mostrare un “sussulto di dignità”: provvedere da subito ad un taglio netto della spesa pubblica “parassitaria”!

In Italia è proprio la politica il principale terreno fertile per “sprechi e privilegi”.

Per tutto questo TAGLIARE I COSTI DELLA POLITICA E LA SPESA PUBBLICA IMPRODUTTIVA NON E’ PIU’ UN’OPPORTUNITA’ BENSI’ UNA NECESSITA’ per il Paese!

LA CRISI economica e finanziaria NON HA CAUSE ESCLUSIVAMENTE ENDOGENE, essendo legata a filo stretto alla capacità di autoriformarsi dell’Europa ed alle strategie occulte della speculazione internazionale.

MA SULL’ITALIA PESA, diversamente o più che in altri paesi, anche L’INSOPPORTABILE FARDELLO di una classe dirigente inadeguata, DI UNA POLITICA “GATTOPARDESCA” sempre più obesa ed ingorda (praticamente un’“oligarchia insaziabile”!).

OGNI singolo CITTADINO PUO’ BEN POCO CONTRO LO STRAPOTERE DI CASTE consolidate, DI LOBBY coalizzate, DI POTERI FORTI ben radicati…

MA UN POPOLO CHE NON SENTE IL BISOGNO DI “INDIGNARSI” di fronte a insostenibili “sprechi” e insopportabili “privilegi”, che non mostra alcun moto di ribellione dinanzi all’autoreferenzialità, all’affarismo ed al professionismo politico di un’intera classe dirigente, E’ semplicemente UN POPOLO SENZA DIGNITA’!

 

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L’americanizzazione totale non può attendere. L’Italia tra nuovi “scandali”, “antipolitica” e saccheggio dello Stato

di: Enrico Galoppini

Gli italiani sono un popolo dalla memoria corta. Nel bene e nel male: dimostrano ingratitudine verso chi ha fatto loro sostanzialmente del bene (o meno male di altri…) e dimenticano alla svelta le “lezioni” ricevute.

Per carità, scordarsele per poter poi meglio tirare avanti senza deprimersi collettivamente, sarebbe di per sé un buon segno, ma in questo popolo vi è la radicata abitudine a non far tesoro di quanto ha già dovuto patire. Il problema è che spesso e volentieri dalle batoste del passato non ha imparato proprio nulla; anzi, poiché le ha interpretate così come ha voluto chi gliele ha date, ha finito per introiettarle proprio al contrario di come andava fatto.

È il caso, ad esempio, della stagione “moralizzatrice” andata sotto il nome di “Mani pulite”. Uno spettacolo dato in pasto al peggior popolino – compreso quello che si ritiene “acculturato” perché legge un quotidiano “progressista” – per inscenare un repulisti da cima a fondo che nella sostanza ha lasciato il sistema inalterato, peggiorandolo addirittura per molti aspetti che incidono nella vita di tutti noi.

Che poi a reclamare “pulizia” siano, esasperati a dovere da una pletora di “giustizieri”, proprio gli strati più infimi della popolazione, sia per censo che per cultura, è cosa sinceramente preoccupante, poiché con la “modernità” anche la proverbiale “onestà” dell’altrettanto proverbiale “persona umile” è andata a farsi friggere.

Oggi, il “popolo” è quanto di più greve ed abbrutito si possa concepire, infarcito com’è di messaggi ed abitudini capaci di traviare anche un beato. E senza il classico e sempre valido “timor di Dio”, anche la “morale” di cui molti si riempiono la bocca diventa un puro vaniloquio.

Per questo, sebbene Beppe Grillo abbia ragioni da vendere quando lancia i suoi strali contro “la casta”, vien poco da esaltarsi al pensiero di un “processo popolare” evocato dal capo del Movimento 5 stelle, col suo pubblico bello pronto con le corde e il sapone. “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”… bisogna sempre ricordarselo. Certo, è vero che alcuni – ricoprenti le cariche cosiddette “di responsabilità” – hanno la coscienza nera come la pece e fanno sinceramente ribrezzo anche solo a pensarli, ma non è che la maggioranza, che supinamente accetta stili di vita ed atteggiamenti mentali dettati dai dominanti, sia automaticamente con la coscienza immacolata.

Eh no, così è troppo comodo. Perché qua, in un certo senso, il più pulito c’ha la rogna. Va bene, non è bello rinfacciare alla massa – bombardata da messaggi fuorvianti – le sue cattive abitudini (riassumibili in tutta una serie di comportamenti volti a migliorare il proprio “tenore di vita”), come dire, “ve la siete cercata”, proprio mentre i più fragili, e talvolta oggettivamente rovinati, si stanno togliendo la vita; ma è anche vero che tutti, in una certa misura, si sono ‘compromessi’ con quest’andazzo, che finché ha garantito ricchi premi e cotillon è stato scambiato per “il migliore dei mondi possibili”, mentre ora, al momento che la nave affonda, si vorrebbe dare la colpa solo a qualche ‘schettino’, pulendo d’un colpo la coscienza a tutti gli altri che ballavano e gozzovigliavano senza mai porsi mezza domanda sul senso di una vita trascorsa nell’inconsapevolezza più scellerata.

E così, con buona probabilità, anche stavolta, tra una ridda di “scandali” (politici, bancari ecc.), andrà a finire che tutto cambierà perché nulla cambi. Nel senso che c’è il fondato rischio che a fronte di un crollo elettorale dei partiti della “Seconda repubblica”, massacrati e “depurati” – alcuni più degli altri (v. la Lega) – dalle solite “inchieste” ad orologeria, ci si ritrovi con una bolla d’aria in mano, con tanti saluti a chi s’illudeva di vivere un sostanziale ed epocale cambiamento.

“Cambiamento”: questa è la parola magica in democrazia, assieme a “riforme” e “nuovo”, ripetuti ossessivamente dalla propaganda, e dalla pubblicità, che della prima replica stili e finalità. E “cambiamento” avremo, né più né meno come ci fu spiattellato regolarmente, a pranzo e a cena, con il festival degli “avvisi di garanzia” dei primi anni Novanta.

Ma è poi forse cambiato qualcosa dopo quella sarabanda? Abbiamo avuto una classe politica migliore, più onesta e più “dalla parte della gente”? Suvvia, smettiamola di credere agli asini che volano. Per prima cosa, ogni nazione ha i capi che si merita, a maggior ragione se manco si rende conto di essere completamente asservita ad interessi che non sono i suoi. Secondariamente, in effetti qualcosa è cambiato, sì, ma decisamente in peggio.

L’Italia, dopo “Mani pulite”, si è trasformata a tappe forzate in una copia dell’America. E tutto è andato in quella direzione.

Intanto, falciando la classe politica del cosiddetto “Pentapartito”, sono scomparsi dalla scena anche gli ultimi statisti (uomini politici col senso dello Stato), e siamo rimasti solo con buffoni, nani e ballerine (e voglio ancora essere ottimista) smaniosi di prostituirsi senza dignità. A quel punto, il saccheggio dei beni dello Stato è risultato un gioco da ragazzi. Guarda caso, ogni volta, il tintinnio di manette e gli “scandali” vanno di pari passo con l’esigenza di “svendere” per “privatizzare”, sostenuta a tamburo battente da un’ossessiva e monotona grancassa mediatica mirata a screditare l’idea di “Stato” e di “pubblico”, come se questi fossero sinonimo di “malaffare”. Se lo ricordino, ogni tanto, gli avidi consumatori delle cronache di certi giornali “giustizialisti” e “forcaioli”… E, già che ci siamo, chissà perché, con un sincronismo sbalorditivo spuntano fuori sempre le “Brigate Rosse”, o “la Mafia”, a far fuori qualche personaggio scomodo, che resiste all’ennesima calata di braghe…

Vi è un’abbondante messe di materiale, sia su carta che su internet, per rendersi conto della vera e propria rapina ai danni della comunità nazionale andata in scena col festival della “moralizzazione” di vent’anni fa. E alla fine, poiché in Italia l’opposizione è inesistente, checché ne pensino quelli che ancora trovano gratificante atteggiarsi ad “anticonformisti” o “rivoluzionari”, buona parte di quelli che erano beni pubblici, pagati coi soldi frutto dei sacrifici di tutta la “gente normale”, sono stati svenduti a pochi pasciuti pescecani, che sono ancora lì, pronti a papparsi anche il grosso e succulento ‘secondo grande boccone’ del patrimonio dello Stato italiano.

Nello stesso torno di tempo, ci hanno messo la ‘camicia di forza’ del “Trattato di Maastricht”, con tutti i più feroci “moralizzatori” dell’epoca che erano anche i più ferventi “europeisti” (il Pds, La Rete…). Da quel giorno, il classico “Dio lo vuole!” è stato trasformato in “l’Europa ce lo chiede!”, per imbarcarci in un’assurda e controproducente ‘Crociata’ contro le “sovranità nazionali”. Non è forse l’Unione Europea l’apposita versione a noi imposta degli “Stati Uniti d’Europa”?

Non è tuttavia questa la sede per un’analisi puntuale e dettagliata di quanto è accaduto vent’anni fa, ma basta poco per rendersi conto di come, mentre il teatrino della “moralizzazione” viene periodicamente inscenato per placare gli umori di un “popolo” aizzato ad arte, siamo finiti per assomigliare sempre più all’America, senza nemmeno quegli elementi apprezzabili – sempre alla luce della “modernità”, beninteso – che vi si potrebbero individuare; perché quello è, volenti o nolenti, il modello al quale tutto il mondo deve appiattirsi affinché i signori del danaro e dell’usura possano coronare il sogno di trasformare l’uomo in un fantasma di se stesso, in balia del suo ego e, a quel punto, di tutti i farabutti intenzionati a tiranneggiare le vite del prossimo poiché a loro volta fanno torto a se stessi.

Procediamo dunque in ordine sparso e cominciamo con un “piatto forte”, visto che, come recita la Costituzione, la “Repubblica antifascista nata dalla Resistenza” è “fondata sul lavoro”. È decisamente triste innalzare al rango di ‘divinità laica’ quella che gli antichi hanno concepito e descritto solo come una “pena”, un male necessario (i “nobili”, non hanno mai “lavorato”, e un motivo ci sarà): per di più l’uomo “moderno”, lo vede come un “fattore della produzione”, al pari del “capitale” e dei macchinari, cosicché – con un apparente paradosso – quello che a parole viene reso un “valore assoluto” tanto che occupa l’art. 1 di una legge fondamentale dello Stato, nella pratica è sempre più privo di senso, perché il “senso” l’ha perso esattamente colui che lo esplica, l’uomo, che negando Dio non fa altro che negare se stesso, con la conseguenza che anche quelle che egli presenta come le sue più “elevate conquiste” son destinate ad un misero fallimento.

Ma che cos’è questo “mercato del lavoro” che rievoca più la tratta degli schiavi che una realtà in cui, avendo in vista la crescita morale e materiale della nazione, dovrebbero incontrarsi, in un clima di mutua collaborazione, le energie di tutti i “ceti produttori”? Siamo, insomma, al mercato delle vacche, sempre più magre, tra “flessibilità”, “mobilità” e “precariato”, tutte parole che evitano di pronunciare la parola “sfruttamento”. Lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo è difatti la regola nei rapporti di lavoro nella nostra nuova patria ideale, l’America, dove una massa di poveracci arranca per sopravvivere tra più lavori, “a tempo”, saltuari, a tutte le ore, con poche o nulle garanzie, mentre una minoranza – ben rimpinzata perché serve da sostegno del sistema – si sollazza tra stipendi da favola e privilegi che i comuni mortali possono solo sognarsi la notte. Chi ha buona memoria ricorderà come a partire da “Mani pulite” divenne all’ordine del giorno ripetere ossessivamente, da parte di gentaglia con posto ultrafisso e manna dal cielo garantita, che no, non si poteva più pensare al “lavoro sicuro”, ma si doveva entrare nell’ordine d’idee della “competitività”, della “mobilità”, come se ad un operaio o un impiegato normale fregasse qualcosa di queste “sfide dei mercati che la globalizzazione ci impone”.

Collegato a questo, ma non solo, vi è la creazione di una “società multietnica”, essenziale per trascinare verso il basso i livelli salariali e tutte le garanzie sin qui raggiunte. Che cosa di meglio che un surplus di “braccia” da impiegare a “buon mercato”, mentre una viscida e spudorata menzogna ripete che “gli italiani non vogliono più fare certi lavori”? Non a caso, è nella patria dello sfruttamento, l’America, nata sul sacrificio di milioni di schiavi deportati dall’Africa, che la “società multietnica” è stata concepita e realizzata. Una situazione – quella della “società multietnica” – che, in mancanza di un saldo legame che non può essere un vago “contratto sociale”, tra i vantaggi per gli sfruttatori offre anche quello dell’assenza di solidarietà tra chi, pur dibattendosi tra difficoltà condivise, non si unisce contro gli sfruttatori perché c’è qualcosa che, “a pelle”, impedisce – a parte alcune sporadiche eccezioni – di stabilire un legame capace di porre in essere una resistenza attiva ed organizzata. Per cui, la tanto decantata “lotta di classe”, diciamolo pure ai suoi fautori, non funziona proprio in una “società multietnica”…

Il risultato di questa “ricetta” è presto detto: la scomparsa del “ceto medio”, di quella fascia maggioritaria della popolazione, discretamente benestante dal punto di vista materiale, che è sempre stata un elemento fondante delle società europee sia negli anni dei Fascismi (Carta del Lavoro), ove questi si sono sviluppati, sia nel periodo della cosiddetta “socialdemocrazia” (Statuto dei Lavoratori). La direzione in cui invece marcia quest’Italia, sempre più invertebrata e senz’anima, è ben altra, purtroppo: una massa d’individui che s’arrabattano tra lavoretti e “contratti”, e un’élite di “manager” e “dirigenti” satolli fino agli occhi.

D’altra parte il “pericolo” di un “ceto medio” per Lorsignori è chiarissimo, perché su quello si regge una comunità nazionale sana e robusta, e per questo sono impegnati anima e corpo nel massacrarlo senza pietà taglieggiandolo in ogni modo e studiando sempre nuovi sistemi per rendergli la vita complicata.

Che dire inoltre della diffusione a pioggia di ipermercati, quasi tutti di catene straniere? È il modello del “mall”, quegli orribili agglomerati di negozi, ovunque tutti uguali, con la stessa merce, e “in franchising” perché le piccole attività a gestione familiare devono chiudere bottega (l’obiettivo è trasformare tutti in “dipendenti” di pochi enormi gruppi). All’ipermercato si va obbligatoriamente in macchina, perché c’è tanta, tanta merce con cui riempirsi il carrello. Addirittura è la viabilità stessa delle città ad essere modificata in funzione della presenza di questi “templi del consumismo”, e anche le feste comandate devono inchinarsi alla religione dell’acquisto compulsivo, dove il “libro sacro” viene sostituito dal depliant recapitato di continuo nella cassetta della posta (da un “multietnico” sfruttato per pochi soldi). E dove sono sorti per primi questi “centri commerciali”? In America, dove stanno aperti “24 ore su 24”, il che ci indica la fine che faranno anche qua i loro schiav… ops, volevo dire dipendenti. Facevo giusto caso al fatto che ultimamente, con il cosiddetto “governo tecnico” (leggasi: quello che deve fare il “lavoro sporco”), si è fatto un gran parlare di “liberalizzazione degli orari d’apertura”, e d’un tratto tutti i supermercati, anche quelli piccoli, e compresi  i “discount” (altra trovata americana per i “poveracci”), è stato istituito il “sempre aperto fino alle 21”, oppure quella giornata infrasettimanale in cui il locale era chiuso al pubblico adesso è stata ridotta a mezza giornata.

Non parliamo poi della diffusione capillare del gioco d’azzardo. Fino alla svolta epocale verificatasi nei primi anni Novanta, si contavano – e per i miei gusti erano già troppi – estrazioni del Lotto, Superenalotto, Totip, Totocalcio e qualche lotteria. Dagli anni Novanta s’è rotto ogni freno inibitorio:  lotterie ogni mese, sale bingo al posto della tombolata in famiglia, gratta e vinci dal tabaccaio, sale scommesse su tutto e tutti che, se prima erano mezze nascoste, frequentate solo da individui patologici, adesso si vorrebbe spacciare per luoghi in cui trascorrere un allegra giornata all’insegna dell’ipocrita “gioca poco e gioca sicuro”. E non è forse l’americana Las Vegas la città simbolo del gioco d’azzardo? Tremo al solo pensiero che anche qua vogliano costruire un obbrobrio simile…

Il cinema, poi, da passatempo ameno per famiglie, coppiette, militari in libera uscita  e intellettualoidi che si fracassano le meningi con film bulgari con sottotitoli in cirillico, s’è trasformato in un tempio dell’immaginario: i “multisala” che proiettano pellicole in cui il contenuto svanisce di fronte alle “emozioni” (occhiali tridimensionali, suono assordante ecc.) sono dei complessi integrati in cui si va ad istupidirsi dell’altro, come se tutto il resto non bastasse, mentre ci s’ingozza con secchiate di “popcorn”.

Sono riusciti addirittura a modificare anche i gusti per le automobili. Fatta salva la follia dell’abuso dell’auto, dall’utilitaria, o la sportiva, o, per chi ne aveva l’esigenza, la “familiare”, si è passati al “suv”, il simbolo dell’arroganza e della protervia di chi per il solo fatto di spaparanzarsi su un “macchinone” crede di avere sempre “ragione” sentendosi in diritto di sfracellare impunemente il malcapitato di turno che non s’è ancora dotato di un ‘gippone’ che non ha alcun senso su strade che non sono quelle dritte, larghe e desolate dei film americani “on the road”. Tra parentesi, anche l’ossessione sui “limiti di velocità” (autovelox, “patente a punti”ecc.), oltre che a fare “cassa”, serve a ridurre il cittadino in uno stato di servaggio che in ogni momento lo può mandare rovinato, come se si trattasse di un “criminale”.

Un campo in cui la trasformazione è stata evidentissima a partire dai primi anni Novanta è poi quello militare. A cosa è servito abolire la “leva”? Apparentemente ad eliminare un “anacronismo”, per molti vissuto come una vera seccatura. Ma in realtà la “riforma” delle Forze Armate serviva a chi aveva tutto l’interesse a mandare in giro per il mondo delle ‘truppe cammellate’  con la scusa delle “missioni di pace”, che un po’ alla volta – esauritasi la patetica finzione – si sono trasformate in partecipazione entusiastica e convinta alle guerre della Nato. Ne vedremo delle belle, in Siria e Libano. Non c’è bisogno di essere un fine “geopolitico” per capire che un miliardo di euro l’anno per presidiare una regione dell’Afghanistan, in attesa di chissà quale condizione affinché si debba far ritorno a casa, non ha alcun senso se non quello di alleggerire le spese allo Zio Sam, che da solo non ce la fa più a stare dietro a tutti i fronti che ha aperto con la cosiddetta “guerra al terrorismo”. Ed ora pensiamo a qual è la situazione negli Stati Uniti… esiste la coscrizione obbligatoria? Certo che no, perché lì quella del “militare” è una professione, e lo stesso dev’essere qua, salvo poi coinvolgere emotivamente “la nazione” ogni volta che qualcuno ci lascia le penne, come se si trattasse di un povero ragazzo strappato a forza dalle braccia della mamma, mentre invece trattasi di persone che sanno benissimo cosa vanno a fare e a quali rischi vanno incontro. Non per questo non si deve provare umana pietà per chi muore (e magari qualche volta, anche per le vittime locali…), ma la grande questione inevasa è: che cosa diavolo ci stiamo a fare, con mezzi e uomini in armi, ai quattro angoli del pianeta? Quando senti dire che “c’è la crisi” e allegramente si spendono cifre da capogiro per presidiare, ufficialmente, un ’fortino’ o un ‘ospedale’, c’è qualcosa che non torna.

Ma veniamo ad un altro “piatto forte”… La scuola pubblica è in uno stato comatoso.  Ovvio che chi può evita di mandarci i figli a perdere tempo. In una logica ineluttabile, finisce così che nelle scuole un tempo fiore all’occhiello dell’educazione nazionale finiscono solo i figli degli sfigati, in classi “multietniche” dove sarà già un successo se alla fine della quinta elementare si sarà appreso almeno a leggere e scrivere. Il fenomeno dei “bulletti” va di pari passo con il degrado sociale, così anche nelle scuole, in specie nelle “professionali”, tra non molto i docenti dovranno entrare armati se vorranno essere rispettati. Ai rampolli della società “bene”, invece, si apriranno le porte di università che costeranno cifre sbalorditive, e un primo assaggio di questo “elitismo” crasso e volgare lo si ebbe, nei primi anni Novanta, con l’innalzamento da 300.000 lire per tutti (fatti salvi gli esoneri “per merito” e per i “meno abbienti”) alle odierne cifre proibitive, con la scusa degli “scaglioni di reddito”, sbandierati dai soliti “paladini della gente”. Tutta una cinematografia per ragazzi, ambientata nei vari “college”, ha fatto il resto, alimentando il pregiudizio per cui la nostra fosse un’educazione “noiosa” mentre in America è tutto un “divertimento”, compreso l’immancabile momento in cui il belloccio di turno fa il cascamorto con una “ragazza pon pon” davanti agli armadietti del corridoio.

La scuola è effettivamente un osservatorio privilegiato per giudicare il livello di degrado dell’Italia odierna. Si tratta infatti di un microcosmo in cui sono compendiati tutti i difetti dell’attuale società, composta di individui smaniosi di “modernizzarsi”. Se a scuola si hanno “debiti”, e non più “insufficienze”, logico che ci si prepari ad un futuro da indebitati perennemente.

Gli americani sono in effetti un popolo di schiavi delle banche. Le prime “carte di credito” non sono forse arrivate dall’America? E a cosa sono servite, quelle e le “vendite a rate”, esplose dagli anni Novanta di pari passo con la diffusione degli ipermercati con annesso mega-parcheggio? Il risultato è che anche le nostre città, ormai, ad ogni angolo hanno “sportelli bancari” e filiali di “finanziarie” che con una retorica bugiarda inneggiano, nei loro cartelloni, ad “affidarsi” a loro per “coronare i tuoi sogni”, dare “solidità al tuo futuro”. Lo stesso dicasi per il dominio sempre più incontrastato delle “assicurazioni”.

In America ti devi “assicurare” su tutto, e non è infatti casuale il fatto che, nei film polizieschi, ci scappi il morto perché un parente spera di intascare il “premio dell’assicurazione”. Non hai la polizza? Non vieni curato: ed è il destino che attende anche noialtri, se non ci si rende conto di che cosa nascondono gli assalti “moralizzatori” contro la “sanità” di questa o quella Regione o certe trasmissioni “di denuncia” che, mostrando anche degli oggettivi sprechi e disservizi, veicolano l’idea che “pubblico” è sinonimo di “marcio”, con l’unica alternativa, pronta come i canini del vampiro, che resta quella della “sanità privata”, mentre i “poveracci” senza polizza verranno ammassati in qualche ‘lazzaretto’. Il tutto si nutre dell’insicurezza insita in chi non si “affida” più al suo Creatore – ciò dev’esser chiaro – ma siccome la fede non la si può dare per legge, che almeno si comprenda che l’abuso delle “assicurazioni” fa leva su una “insicurezza” agitata ad arte ed instillata in tutti noi attraverso un apparato comunicazionale ed “educativo”, nonché, esistenzialmente, tramite un “modo di vita” che rende di fatto “precaria” l’esistenza in quegli aspetti che almeno gli esperimenti “socialisti” avevano avuto il merito di organizzare in maniera più consona alla dignità umana. Uno spazzino è sempre uno spazzino, anche se lo chiami “operatore ecologico”, ma di sicuro preferirà un posto sicuro, comunale, piuttosto che un degradante incarico nell’organico di qualche “cooperativa di servizi”.

L’industria della pubblicità, ovvero l’arte di presentare le cose per come non sono, opera ad un livello di sofisticazione mai visto prima, in maniera onnipervasiva ad un punto tale che senza “raccolta pubblicitaria” nessuna trasmissione televisiva merita più di essere proposta ad un pubblico progressivamente istupiditosi a livelli preoccupanti. Il film di prima serata non prevedeva alcuna interruzione: poi, un giorno, dissero che tra primo e secondo tempo c’era da sopportare un po’ di pubblicità, e da quel momento, sulla spinta di “tv commerciali” che se proprio dobbiamo sopportare la televisione sarebbe meglio non esistessero, è stato un bombardamento di reclame a tutte le ore, e in tutti i modi, dalle sovraimpressioni ai “bip”, compresa la trasformazione di artisti in “piazzisti” nel più deprimente stile delle “televendite” introdotte sempre dai suddetti canali privati. Quando la pubblicità invade ogni angolo di strada, viene appiccicata dappertutto e uno sportivo viene ridotto ad un’insegna deambulante si ha l’impressione, non lontana dal vero, che tutto ruoti intorno al celebre “produci, consuma, crepa”. Ricordo bene le magliette delle squadre di calcio italiane, ancora senza pubblicità, mentre quelle dei paesi più “avanzati” erano già sponsorizzate, per tacere di quelle del “soccer” lanciato in America, più adatte al carnevale che ad un’attività intrisa ancora di alcuni “valori” qual era lo sport, prima che anch’esso si riducesse ad una passerella di “vip” sempre più bizzosi e adusi ai “colpi di testa” tipici delle “star” del cinema. Si pensi alla serietà di uno Zoff, di uno Scirea (che sembravano “vecchi” quando erano giovani!), e la si confronti con la sbruffoneria di queste sottospecie di gladiatori tutti tatuati, il cui principale motivo di celebrità sono i contratti milionari e le “veline” che riescono ad abbordare.

Si potrebbe andare avanti per ore con l’elenco dei cambiamenti, in senso “americano” e dunque “moderno”, avvenuti in Italia negli ultimi vent’anni. Ad esempio l’insicurezza, specie in alcune zone e in determinate ore, nelle città italiane. E ora la caccia a chi non fa lo scontrino o non è “a norma”, come tanti piccoli Al Capone, che, com’è ripetuto per rafforzare il mito dell’America “legge e ordine”, fu arrestato per… evasione fiscale.

Ma questa non voleva essere una rassegna completa, bensì una riflessione su quello che è accaduto all’Italia e agli italiani a partire dai primi anni Novanta, quando all’insegna della “moralizzazione” è stata impressa un’accelerazione al processo di trasformazione in senso “americano” e “moderno”.

Epperò il progetto di modellarci ad immagine e somiglianza dell’America non è ancora concluso, anche a causa di qualche ‘incidente di percorso’, ma soprattutto perché non si può somministrare una cura da cavallo senza che il ‘paziente’ non abbia una crisi di rigetto, quindi è bene non dare troppo “nell’occhio”, anche se obiettivamente il ‘gioco’ è ormai apertamente smaccato.

Ora, con la nuova ondata di “antipolitica” e tutta la letteratura contro “la casta”, e le “inchieste” che prima o poi dovevano ripartire, l’obiettivo è il completamento di un disegno realizzato in parte vent’anni or sono. La polemica sul “finanziamento pubblico dei partiti”, se proprio vogliamo tenerci i partiti (al sottoscritto non interessano affatto), va anch’essa nella direzione dell’America, dove vige il finanziamento privato (che non è quello degli “internauti” che donano dieci dollari a testa, sia chiaro), escludendo quindi ogni possibilità di visibilità e di operatività ad un partito che non persegua l’interesse dei potentati dell’industria e della finanza, delle “lobby”, manco a farlo apposta citate come garanzia di “trasparenza” dai tirapiedi dell’America messi nei giornali e nelle tv “autorevoli” a “fabbricare le opinioni”…

Ora, non c’è dubbio che tutta questa situazione destabilizzante di cui abbiamo tratteggiato solo alcuni aspetti, non può che condurre alla follia vera e propria, individuale e collettiva. Ecco perché in America dilagano gli stati depressivi e sono all’ordine del giorno le cosiddette “stragi della follia”, in cui un “pazzo” entra in un supermercato o in una scuola e fa una strage.

Ricordo nitidamente la sensazione angosciante che ebbi quando, nei primi anni Novanta, venni a sapere della prima di questo tipo di stragi qui da noi. Che non hanno nulla a che vedere con i “delitti” che da sempre occupano la “cronaca nera” a beneficio di un pubblico dalla curiosità morbosa. Stavolta è diverso, e la cosa mette i brividi.

Mi dissi: “Ecco un altro regalino dall’America…”. Si parte con le stragi in famiglia, ed è ‘normale’, perché all’inizio un essere disperato se la prende con le persone che gli sono più a portata di mano e che identifica come la “causa dei suoi mali”. Certamente non può aiutare un andazzo in cui la famiglia viene sempre più strapazzata e, perciò, svilita, a vantaggio di “nuove forme di convivenza” (sic). Il passaggio successivo è la strage di sconosciuti, paradossalmente più difficile da compiere, ma per la quale, noto, ci stiamo attrezzando anche qua… E la cosa che in simili occasioni solitamente lascia perplessi è constatare che il “pazzo” di turno non era poi il classico “scemo del villaggio”, che notoriamente non ha mai fatto male a nessuno.

Il significato di tutto ciò è molto evidente, in particolare da quando è emerso in tutta la sua devastante portata il fenomeno, socialmente rilevante, delle depressioni e delle nevrastenie, pudicamente chiamati “disturbi dell’umore” e significativamente descritti come “malattie dell’anima”, che in America hanno fatto la loro prima comparsa. La cosiddetta “civiltà moderna”, di cui l’America è solo la punta avanzata, è l’esatta inversione, parodistica, di una “civiltà tradizionale”, con una sua ‘sacralità’ al contrario, perciò l’amaro calice della riduzione di questa umanità ad un branco di scimmie procederà inesorabilmente, e solo chi saprà “risvegliarsi”, riportando in sé l’ordine, potrà farla franca quando questa umanità avrà esaurito le sue possibilità. Le nazioni, una per una, vengono a trovarsi progressivamente nella medesima condizione, e quale leva prioritaria si usa il veicolo dell’americanizzazione sotto le parole d’ordine vacue e suadenti della “libertà”, della “democrazia” e dei “diritti umani”. Tutti, un po’ per volta, devono ridursi ad una copia dell’America, imitandola in tutto e per tutto, finendo per snaturarsi e dimenticare chi sono, da dove provengono e dove devono fare ritorno. L’Italia e gli italiani non fanno eccezione, perché pare che ad ogni puntata di questa ‘discesa agli Inferi’, sebbene tutto sia piuttosto agevole da comprendere e decifrare grazie anche alle esperienze pregresse, non si riesce ad invertire la direzione. È come se, una volta ammorbati da questa “modernità” sbarcata assieme ai Marines, ed oggi diffusa a piene mani dalla “cultura globale”, pian piano tutto deperisse e si corrompesse, in una specie di tremendo sortilegio che rende uomini potenzialmente vigorosi simili a degli invertebrati.

Certamente la tendenza alla decadenza è vecchia come l’uomo, ma i segnali più devastanti – dopo avvisaglie preoccupanti registrate già in Europa – si sono palesati da quando è stata la “scoperta” l’America. È come se le ultime barriere che tenevano a freno lo scatenamento di forze terribili fossero cadute. Lo s’intuisce nitidamente proprio da questo crollo psicologico dell’uomo “moderno”. Dove arriva l’americanizzazione, gli esseri umani sono sempre più instabili, fragili, in preda alle loro “emozioni”, che anziché essere addomesticate vengono incoraggiate e “liberate” con una faciloneria che lascia stupefatti. In una sola parola, i “moderni” rimangono senza “protezione”.

E una cosa rinsalda l’altra, così, deregolamentare gli orari di lavoro, diffondere incertezza sul futuro, minare i legami naturali a favore di quelli “ideologici”, creare un ambiente minaccioso e gravido di insidie, insomma, imporre una “tabella di marcia” come quella che sotto le insegne della nuova campagna di “scandali” e di moralizzazione”, e che per sommi capi abbiamo riassunto, non può che generare persone sempre più in balia delle onde, di se stessi, di quell’illusorio “io” su cui fa presa ogni aspetto della “vita moderna”.

Come porre rimedio?

Quando piove a dirotto, non si evita di bagnarsi passando tra una goccia e l’altra… Bisogna cercare un riparo sicuro, che è cosa diversa da un ombrellino comprato al mercato. È la stessa cosa per il diluvio d’influenze nefaste che promanano dall’America: serve una “protezione” per non finire depresso o nevrastenico, una specie di “zombie”.

Tutto concorre a farci dimenticare chi siamo? Bisogna rispondere con un costante “ricordo”…

Non servono invece ordinari mezzi “politici”. Quelli hanno fatto il loro tempo, anche i più “innovativi”, traducendosi di regola in cocenti delusioni perché vi hanno parte uomini che non sono “in ordine” e che perciò anteporranno il loro ego alla funzione da svolgere. Per quanto riguarda la sfera del “politico”, c’è da dire solo una cosa e il resto è fuffa: servono dei capi, dei condottieri, non utopistiche “democrazie dal basso”, “partecipazione”, “nuove sintesi” eccetera con cui si cerca di allungare il brodo dell’agonia dell’Italia, degli italiani e di quest’umanità che sta facendo, più o meno, la medesima fine. Se s’impara la lezione della storia, anche i più incalliti fautori delle “ideologie” non posso disconoscere il fatto che per tentare di metterle in pratica c’è stato bisogno di uomini fuori dall’ordinario, altrimenti si finisce per credere ai miracoli del “proceduralismo”, come se gli uomini fossero un mero superfluo accessorio. Anche nelle storie dei Profeti ricorrono, all’inizio, quelle pie figure che erano “in attesa”, “ricordando”… Di questo hanno paura i burattinai dell’usura e dello sfruttamento. Di chi sguaina la spada per primo, di chi galvanizza gli altri, che a quel punto si ricordano che sono dei leoni e non delle pecore smarrite.

Per questo educano tutti quanti, sin da bambini, a rigettare, col ricatto della “dittatura”, l’idea di un capo, ammantandola di ridicolo (“il salvatore della Patria”, “l’unto dal Signore” ecc.), affinché nessuno ci pensi più e tutti ci si abitui al regno della mediocrità e del malaffare che ne deriva, al dominio dei peggiori e non dei migliori. Sanno bene che un ardente desiderio, un senso di attesa collettivo, alla fine produce il risultato sperato, perché chi chiede ottiene risposta, dall’Alto. È un po’ come dire che l’attesa messianica produce, al momento giusto, il “Messia”. È sempre accaduto. “Attesa” e “Ricordo”, stare preparati…

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Fantasmi della realtà e potere dei banchieri

Si stanno rappresentando in questi giorni, in diversi paesi d’Europa, straordinarie commedie dell’assurdo. Gli attori più in vista sono gli uomini di Governo – in Francia, in Spagna, in Grecia, in Germania, in Italia – ma sono coadiuvati talmente bene in questa recita da tutti gli altri responsabili della vita politica e sociale, e prima di tutto dai giornalisti, che noi, poveri cittadini-sudditi, non riusciamo a capire perché il loro frenetico agire ci sembri così privo di una concreta direzione di senso e temibile proprio per questo.

Lo spettacolo offerto dagli “attori” italiani è tragico e surreale al tempo stesso. Berlusconi, Tremonti, Bossi, recitano a meraviglia i loro piccoli scontri sul bilancio, sul trasferimento di qualche Ministero al Nord, sulla necessità del governo centrale di aiutare lo smaltimento dei rifiuti a Napoli, come se davvero questi fossero i problemi politici di una Nazione che non soltanto deve provvedere alla vita ordinata di 60 milioni di persone ma che, per la sua posizione geografica, per i suoi impegni con l’Ue e con la Nato, è al centro di interessi economici e militari a livello mondiale.

Le opposizioni stanno al gioco con una puntualità e una solerzia quasi incredibili, tenendo ben fissa l’attenzione dei cittadini, ma in apparenza anche la propria, sui piccoli particolari di queste dispute come se davvero fossero racchiusi qui i maggiori problemi degli Italiani. Se qualche volta la polemica sembra diventare più forte, è soltanto perché lo scambio di invettive ha assunto termini maggiormente violenti e volgari, ma si tratta in tutti i casi di invettive a vuoto: servono ad alimentare la commedia. Della politica vera, dei drammatici problemi veri, non parla nessuno, né al governo né all’opposizione.

I problemi più importanti

Sono problemi che chiunque è in grado di vedere e che, volendo limitarsi esclusivamente ai più gravi ed impellenti, possiamo indicare nel modo seguente:

  1. L’ inesistenza dell’Europa come realtà politica, dalla quale però dipendiamo come se esistesse (la vicenda della guerra in Libia decisa da Sarkozy ne è una soltanto una delle ultime e sconvolgenti prove).

  2. L’ appartenenza dell’Italia alla Nato, organizzazione militare che non si sa più a quale direttiva politica obbedisca data la mancanza di un’autorità politica europea e la contemporanea perdita di potere dei singoli Stati d’Europa (nessuno s’interroga, per esempio, su quale ruolo stia svolgendo nella politica estera l’Inghilterra, sempre sorella degli Stati Uniti ma con un piede dentro e uno fuori dell’Ue).

  3. Il potere assoluto dei banchieri, a livello mondiale ed europeo, che ha completamente esautorato i politici nazionali e sta mano a mano svuotando l’essenza stessa dei singoli Stati costringendoli a vendere i loro possessi e finanche il proprio territorio (la Grecia è soltanto la prima di una catena già pronta).

  4. L’irrazionalità di una sola moneta come espressione e strumento di 17 Stati totalmente differenti per il loro peso politico e le loro dimensioni economiche. E’ evidente che, o si disfa al più presto questa costruzione sul vuoto, oppure si verificherà un catastrofico fallimento collettivo. C’è forse bisogno di una qualsiasi dimostrazione in questo campo? L’euro è soltanto il diverso nome del marco. Un marco privo, però, dello Stato di cui era espressione. Per questo la Germania ha funzionato fino adesso come lo “Stato ombra” dell’euro. Ma è chiaro che la Germania non può continuare a reggere questa mastodontica finzione senza farsi trascinare anch’essa nel baratro: prestarsi soldi fra debitori (l’Italia, tanto per fare un esempio, ha iscritto nelle uscite del proprio bilancio il denaro prestato alla Grecia) è una pratica da “pazzi”, che nessun “povero” metterebbe in atto e che nessun usuraio accetterebbe, ma che i banchieri della Bce e del Fmi fingono di trovare normale e necessaria, spingendola fino all’estremo al solo scopo di rimanere alla fine  “proprietari”, concretamente proprietari di tutta l’ Europa dell’euro.

  5. L’eliminazione degli intellettuali dalla leadership, concordemente attuata da tutti i partiti europei, fatti esperti dallo scontro-sottomissione degli intellettuali nella Russia bolscevica. I partiti più importanti in Europa sono anche oggi quelli essenzialmente comunisti, reduci del comunismo e più o meno suoi eredi. L’Italia ne rappresenta la più fulgida testimonianza: il Presidente della Repubblica è appartenuto per tutta la vita, fino dai tempi di Stalin, al Partito comunista. Con il trattato di Maastricht gli intellettuali sono stati praticamente aboliti; non si sente più nessuna voce che possieda autorità tranne quella dei banchieri. Segno evidente di una tragica realtà: se sono morti gli intellettuali, è morta la civiltà europea.

  6. La complicità di tutti i mezzi d’informazione con il disegno dei politici e dei banchieri. Una complicità così assoluta quale mai si era verificata prima nella storia perché non obbligata da nessuna censura. Gli oltre 500 milioni di cittadini d’Europa coinvolti nell’operazione disumana di lavorare senza saperlo al proprio suicidio, vi sono stati condannati non tanto dai politici quanto dai giornalisti. Senza il silenzio dell’informazione non sarebbe stato possibile condurre in porto un disegno di puro potere quale quello in atto.

Politici e banchieri in commedia

Se ciò che ho messo sinteticamente in luce è il quadro generale, per quanto riguarda i piccoli avvenimenti di quest’ultimo periodo a casa nostra non si può fare a meno di rilevare gli errori compiuti dai partiti di governo. Il Pdl e la Lega avrebbero avuto il dovere di piegarsi almeno per un momento a riflettere sui motivi delle sconfitte riportate nelle ultime elezioni e nei referendum. Per farlo, però, sarebbe stato necessario abbandonare il gioco della finzione come unica attività dei politici, uscire dalla “rappresentazione”, scendere dal palcoscenico dell’assurdo, cosa che evidentemente non hanno il coraggio di fare. Che non sia facile è chiaro. Bisognerebbe, infatti, rivelare agli Italiani che la sovranità e l’indipendenza della Nazione non esistono più, che tutte le funzioni vitali della società e del potere sono state consegnate in mani straniere e che quello che sembra ancora autonomo ed efficiente è di fatto pura apparenza. E’ sufficiente un solo esempio.

Tutto il gran parlare e il gran manovrare che si verificato in questi giorni intorno ai nomi del Signor Draghi, del signor Bini Smaghi e di altri importanti banchieri, appartiene al mondo della “rappresentazione”, della “commedia surreale”. In realtà i politici e il governo italiano non possiedono in questo campo alcun potere. Il signor Draghi, il signor Bini Smaghi, il signor Trichet (presidente della Bce) sono, chi in un modo chi in un altro, i proprietari, i possessori, gli “azionisti” delle Banche centrali. La Banca d’Italia, la cui direzione il signor Draghi sta per lasciare nelle mani del probabile signor Bini Smaghi, non è per nulla la Banca “di” Italia, non appartiene allo Stato italiano; quel “di”, particella possessiva, è un falso perché si tratta di una banca di proprietà di cittadini privati, possessori, come il signor Draghi,  di parti del suo capitale, e continua a portare il nome di quando era effettivamente di proprietà dello Stato italiano ed emetteva la moneta dello Stato, esclusivamente allo scopo di ingannare i cittadini italiani. Stesso discorso si può fare per la Banca centrale europea, anch’essa proprietà di ricchissimi banchieri privati come i Rothschild, i Rockfeller e gli altri banchieri possessori del capitale della Banca d’Inghilterra, della Banca d’Olanda  e ovviamente anche della Banca d’Italia come il signor Draghi. Lo Stato italiano, quindi, non ha, come nessun altro Stato europeo, alcun potere sulle nomine e tutto il gran parlare che si è fatto sul rispetto delle “procedure” da parte del Governo, sull’approvazione da parte del Parlamento europeo della nomina di un “illustre italiano” nelle vesti del signor Draghi, è stata una commedia, finzione allo stato puro: i banchieri si scelgono, si cooptano fra loro, tenendo nascosto il proprio potere dietro la copertura dei politici.

In conclusione: non c’è nessuno, in Italia, che non lavori a ingannare i cittadini, ivi compresi – è necessario ripeterlo e sottolinearlo – i giornalisti, la cui complicità è determinante in quanto costituisce il fattore indispensabile alla riuscita della rappresentazione.

Rimane la domanda fondamentale: perché i politici hanno rinunciato al proprio potere trasferendolo nelle mani dei banchieri? Nessuno ha ancora dato una risposta soddisfacente a questo interrogativo ed è questo il motivo per il quale siamo tutti paralizzati: siamo prigionieri in una rete fittissima ma non sappiamo contro chi combattere per liberarcene.

Il regno di Bruxelles

Laddove i banchieri non sono soli a comandare, troviamo insieme ad essi altri privati, non soggetti a nessuna votazione democratica, quali i Commissari dell’Ue e i Consiglieri del Consiglio d’Europa, di cui probabilmente gli Italiani non conoscono neanche il nome. In quel di Bruxelles le commedie dell’assurdo abbondano, tanto più che, lontani da qualsiasi controllo, si sono moltiplicati i ruoli, gli attori e i fiumi di denaro necessari alle rappresentazioni. Gli obbligati “passaggi” di alcune normative attraverso il Parlamento europeo, per esempio, costituiscono soltanto una delle innumerevoli, mirabili finzioni che sono state ideate per ingannare i poveri sudditi dell’Ue. Infatti le decisioni importanti vengono  prese in ristretti gruppi di élite (il Bilderberg, l’Aspen Institute, per esempio) e la loro consegna al Parlamento obbedisce ad un rituale pro-forma, ad un’apparente spolverata di democraticità, così come soltanto pro-forma vengono consegnate poi per la ratifica finale ai singoli Parlamenti nazionali. Il nostro Parlamento, ubbidientissimo e servile come nessun altro, a sua volta le approva  senza preoccuparsi neanche di farcelo sapere. A tutt’oggi l’80% delle normative in vigore in Italia è dettato da Bruxelles, ma gli Italiani credono ancora di essere cittadini di uno Stato sovrano.

Insomma, dobbiamo guardare in faccia la realtà: lo Stato italiano esiste soltanto di nome e noi, suoi sudditi, serviamo a tenere in vita, con i nostri soldi e la nostra credulità, una miriade di istituzioni “crea carte” e “passa carte” prive di reale potere. Si tratta, però, di istituzioni che, come succede sempre negli Stati totalitari, creano per sé a poco a poco il potere che non possiedono costruendo e organizzando cerchi sempre più larghi di nuove istituzioni, di inestricabili burocrazie. Non per nulla un esperto della Russia bolscevica quale Bukowski ha affermato che l’Ue ne costituisce una copia. Non si tratta di un’affermazione esagerata: gli avvenimenti che lo provano sono sotto gli occhi di tutti, anche se per la maggioranza dei cittadini, accecati dalla “rappresentazione” della democrazia, è difficile accorgersene. Ma presto la burocrazia mostrerà la durezza della sua faccia.

Dittatura europea e Val di Susa

E’ di questi giorni lo scontro dei cittadini con il governo “democratico” a causa della cosiddetta “Alta velocità” in Val di Susa. Si tratta di un’opera imposta dall’Ue, ovviamente non per collegare Torino a Lione, affermazione incongrua e ridicola, ma per poter fingere che l’Europa sia un unico territorio, trasformando le Alpi e l’Italia in un “corridoio” europeo (non sono io ad avergli dato questo nome: l’hanno chiamato così coloro che si sono autoproclamati proprietari dell’Europa). “Traforare le Alpi”per far passare un treno da Torino a Lione è un’operazione talmente folle che è impossibile trovare aggettivi sufficienti a definirla. L’insensibilità dei padroni dell’Europa e dei loro servi italiani per ciò che è la “natura”, il territorio, il paesaggio, come la prima e assoluta bellezza di cui è divinamente ricca l’Italia, sarebbe sufficiente a negarne l’autorità e il potere. Deve essere comunque chiaro a tutti, e affermato con assoluta determinazione, che il territorio di una Nazione è proprietà del suo popolo, e non può essere alienato in nessun modo se non per espressa volontà del popolo.

I politici odierni non sono  monarchi, non possiedono, come un tempo i re, i territori che governano. Il governo italiano ha dimostrato in questa occasione, più e meglio che in molte altre, il suo disprezzo per la democrazia, opponendo la forza della polizia alla sovranità dei cittadini, mentre il suo primo dovere sarebbe stato quello di rifiutare l’imposizione dell’Ue per un’opera  ingegneristicamente mostruosa, rischiosa fino all’impossibile, priva di una qualsiasi giustificazione. Appellarsi al denaro fornito dall’Ue, come i politici sono soliti fare,  costituisce l’ennesima prova del disprezzo che nutrono per l’Italia, per il suo territorio, per la sua bellezza. Una prova, inoltre, della loro incapacità a credere che esista qualcuno al mondo la cui anima non somigli a quella dei banchieri.

di: Ida Magli
Italiani Liberi

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