Crea sito

Tag: Putin

I moderni tagliatori di teste

di: Manlio Dinuccci

Come dono emblematico della rinnovata «amicizia italo-libica», ad opera dei nuovi governi dei due paesi, il premier Mario Monti ha riportato in Libia la testa di Domitilla, che qualcuno aveva rubato vent’anni fa decapitando un’antica statua. Di teste tagliate, Monti in effetti se ne intende. Prima di ricevere l’investitura dal presidente Napolitano, ha fatto parte per anni della banca statunitense Goldman Sachs, le cui speculazioni (tra cui la truffa dei mutui subprime) hanno provocato tagli di posti di lavoro e di vite umane (con l’aumento dei prezzi dei cereali).

Come consulente, scrive Le Monde, egli aveva «l’incarico di apritore di porte, per sostenere gli interessi della Goldman Sachs nei corridoi del potere in Europa». Interessi non solo economici ma politici: i padroni della banca fanno parte della onnipotente élite finanziaria, organizzata quale governo ombra transnazionale, nelle cui stanze segrete si decidono non solo le grandi operazioni speculative, come l’attacco all’euro, ma anche quelle miranti a sostituire un governo con un altro più utile. È qui che è stato deciso di far cadere policamente la testa di Berlusconi: un affarista molto utile per lo smantellamento della cosa pubblica e le «liberalizzazioni», resosi però inviso per i suoi accordi economici con la Libia di Gheddafi e la Russia di Putin. Divenuto scomodo quando, come rivela il Washington Post, si è infuriato per la mossa della Francia di attaccare per prima la Libia il 19 marzo, minacciando di togliere agli alleati l’uso delle basi italiane. Richiamato dalla Clinton, è rientrato nei ranghi e l’Italia, stracciato il trattato di non-aggressione con la Libia, ha svolto «con onore» il suo ruolo nella guerra. Ciò non ha però salvato Berlusconi: abbandonato e deriso dagli alleati, ha dovuto mettere lui stesso la testa sotto la ghigliottina quando, con la regia del governo ombra transnazionale, i «mercati» hanno minacciato di far crollare il suo impero economico. E in queste stesse stanze segrete è stato deciso di far cadere la testa di Gheddafi, materialmente, demolendo lo stato da lui costruito e assassinandolo. Non a caso la guerra è iniziata con l’assalto ai fondi sovrani, almeno 170 miliardi di dollari che lo stato libico aveva investito all’estero, grazie ai proventi dell’export petrolifero che affluivano per la maggior parte nelle casse statali, lasciando ristretti margini alle compagnie straniere. Fondi investiti sempre più in Africa, per sviluppare gli organismi finanziari dell’Unione africana (la Banca di investimento, il Fondo monetario e la Banca centrale) e creare il dinaro d’oro in concorrenza al dollaro. Progetto smantellato con la guerra, decisa, prima che dai governi ufficiali, dal governo ombra di cui fa parte la Goldman Sachs. Nella quale oggi non ha più, formalmente, alcun incarico quel Mario Monti che, in veste di capo del governo italiano, è sbarcato a Tripoli, accompagnato dall’ammiraglio Di Paola, oggi ministro della difesa, che, come presidente del Comitato militare della Nato, ha svolto un ruolo di primo piano nella guerra alla Libia. Hanno portato in dono la testa di Domitilla a un «governo» creato artificiosamente dalla Nato, con il compito di tagliare (materialmente) le teste di quanti vogliono una Libia indipendente dal nuovo colonialismo.

IlManifesto.it

Ambasciatore con diploma in “rivoluzione colorata”

di: John Lewis

Fino a poco tempo fa Senior Director alla Sicurezza Nazionale USA per gli Affari russi ed eurasiatici, Michael McFaul, un docente quarantottenne dell’Università di Stanford, alla fine del 2011 è stato nominato ambasciatore in Russia. McFaul è ben noto per aver lanciato la politica del reset con la Russia, ma non solo.

Studioso della Russia da molto tempo, ha scritto circa 20 libri e molti articoli sulla politica interna russa.

Contemporaneamente, l’ambasciatore fresco di nomina ha una ricca esperienza nell’organizzazione delle rivoluzioni colorate nello spazio post-sovietico.

Questo viene confermato nelle sue monografie e nelle sue stesse ammissioni durante apparizioni pubbliche e sedute speciali al Congresso americano. Tra le monografie ricordiamo Russia’s Unfinished Revolution: Political Change from Gorbachev to Putin (“L’incompleta Rivoluzione Russa: il Cambiamento Politico da Gorbachev a Putin)”, Popular Choice and Managed Democracy: The Russian Elections of 1999 and 2000 (“Scelta Popolare e Democrazia Controllata: Le Elezioni in Russia del 1999 e del 2000”),Democracy and Authoritarianism in the Рostcommunist World (“Democrazia e Autoritarismo nel Mondo Post-Comunista”) e Advancing Democracy Abroad: Why We Should and How We Can (“Esportare la Democrazia: Perché Dovremmo e Come Possiamo”). Michael McFaul è stato l’autore della relazione finale dell’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID) in cui s’illustrano i particolari del lavoro svolto sull’elettorato ucraino prima delle elezioni del 2004, quando Viktor Juščenko strappò una vittoria che è stata largamente celebrata dall’establishment americano.

Il nuovo inviato di Washington parla correntemente il russo ed è già stato molte volte in Russia ed in Ucraina per studiare l’opinione degli elettori di ogni estrazione sociale allo scopo di trovare dei metodi per influenzarla.

Ha anche attivamente preso parte nel pianificare e rianimare le tecniche di manipolazione delle elezioni politiche nell’area post-sovietica.

Come ha dichiarato pubblicamente, le organizzazioni non-governative americane hanno stanziato complessivamente 18,3 milioni di dollari per sostenere Viktor Juščenko nelle elezioni presidenziali ucraine del 2004. Sebbene questo appartenga ormai alla storia, è interessante capire come i dollari americani siano stati spesi prima e durante il voto.

Come ricorda il nuovo ambasciatore americano a Mosca, i soldi provenivano principalmente dai canali di USAID e vennero spesi lungo cinque direttrici finalizzate alla propaganda ed alle informazioni da distribuire tra gli elettori e tra i comitati elettorali. Per stessa ammissione di Michael McFaul, i soldi hanno determinato il risultato delle elezioni ucraine del 2004, così entusiasticamente accolto a Washington.

Su sua raccomandazione in qualità di direttore della distribuzione dei fondi, la maggior parte di tutti questi flussi finanziari – per la precisione 12,45 milioni di dollari, ossia il 68% della somma totale – venne speso per il monitoraggio delle elezioni e per incoraggiare i vari partiti politici a far emergere il loro sostegno a Viktor Juščenko.

I fondi vennero dati in appoggio alla missione di 250 osservatori americani che lavoravano per l’Ufficio OSCE per le Istituzioni Democratiche e i Diritti Umani (ODIHR), il quale ha organizzato il lavoro di tutti i partiti politici e dei dirigenti ed ha analizzato il processo pre-elettorale.

Alcuni fondi andarono ai “centri di coordinamento distrettuale” destinati ad osservare la campagna elettorale e a trasmettere le informazioni al “gruppo di osservazione elettorale centrale”. In parte i soldi andarono al Comitato di Elettori dell’Ucraina attraverso l’Istituto Nazionale Democratico degli Stati Uniti (NDI). Il comitato ha osservato gli organi di informazione ucraina, l’organizzazione dei gruppi di monitoraggio civile locale e la formazione degli osservatori elettorali regionali.

Con l’aiuto del NDI e dell’Istituto Repubblicano Internazionale (IRI), l’americana Freedom House ha stanziato fondi per la formazione al monitoraggio della società civile, per assicurare l’affluenza degli elettori, per la distribuzione pre-elettorale di manifesti ed altri materiali propagandistici, per la missione composta da 1000 osservatori specializzati appartenenti a ONG internazionali, compresi “attivisti” provenienti dalla Georgia, dalla Polonia, dalla Serbia e dalla Slovacchia. L’IRI ha sovvenzionato la formazione di specialisti per la creazione di coalizione tra partiti, per la pianificazione pre-elettorale, per attività particolari tra le donne ed i bambini e per lo studio dell’opinione per tutti i partiti che appoggiavano Juščenko.

Contemporaneamente, la NDI ha assegnato soldi per garantire l’unità tra i sostenitori dei partiti pro-Juščenko e per migliorare la cooperazione tra i distretti elettorali a livello locale e regionale. Alcuni fondi sono andati alla formazione dei membri di partito, i quali hanno selezionato degli specialisti che avrebbero lavorato con gli elettori e con gli esperti in analisi dei processi elettorali, dei rapporti con i media, e della raccolta degli exit polls.

L’associazione degli Ex-Membri del Congresso degli Stati Uniti, aiutata dalla Fondazione USA-Ucraina, ha finanziato la formazione al monitoraggio della situazione interna prima e durante le elezioni. Alcune attività hanno avuto luogo tra i funzionari dei servizi di sicurezza ucraini. Lo scopo è stato quello di causare una spaccatura politica al loro interno e così prevenire il loro intervento per disperdere manifestazioni di votanti.

2,62 milioni di dollari sono arrivati dall’Associazione Americana per lo Sviluppo per organizzare tavole rotonde con la partecipazione di deputati alla Rada, rappresentanti di strutture statuali e dirigenti di ONG ucraine.

Molta attenzione venne rivolta al miglioramento professionale dei direttori dei comitati elettorali. Sovvenzioni particolari furono ricevute da gruppi civili che sostenevano la riforma della legislazione elettorale dell’Ucraina.

Parallelamente, l’Associazione Americana per lo Sviluppo ha assegnato soldi per la formazione del personale dei comitati elettorali pro-Juščenko, dei membri dei partiti e degli avvocati. In questi corsi di formazione prioritario era l’insegnamento dei metodi per rilevare le violazioni e i brogli.

1,13 milioni di dollari andarono ai media pro-Juščenko, e vennero in parte spesi per la formazione di giornalisti della carta stampata e di internet, per migliorare le loro particolari capacità di affrontare la campagna elettorale e le elezioni nella loro complessità. Una fondazione in particolare, la Fondazione per lo Sviluppo dei Media, venne aperta all’ambasciata americana a Kiev per incoraggiare i singoli giornalisti, il personale delle ONG, e gli organi di informazione. Michael McFaul riconosce che, allo stesso fine, delle “sovvenzioni” speciali furono fornite da “qualche altra ambasciata occidentale” in Ucraina.

Parte dei fondi americani diretti al lavoro con i media ucraini venne assegnata attraverso i canali dell’OSCE.

1,12 milioni di dollari andarono alla ricerca nel campo delle elezioni presidenziali e sui metodi per garantire un’alta affluenza.

Furono spesi anche per fomentare i media locali nel periodo pre-elettorale, per sondaggi da parte di enti di ricerca, per la formazione degli osservatori elettorali e degli scrutatori della società civile potenziando le loro capacità di esaminare gli exit polls.

Il coordinamento della distribuzione dei fondi fu affidata all’Istituto per Comunità Sostenibili, alla Fondazione Nazionale per la Democrazia, all’ucraina Fondazione Eurasia ed al Comitato sulla Democrazia appositamente istituito all’ambasciata americana a Kiev (quest’ultima ha sovvenzionato le ONG ucraine, compresa la divulgazione di informazioni elettorali).

Particolare attenzione venne data alla strategia di distruzione della prima tornata elettorale, che non finì in favore di Viktor Juščenko, attraverso la diffusione di informazioni sulle cosiddette “significative violazioni verificatesi durante il voto”. L’informazione fu preparata e diffusa da circa 10 mila persone, principalmente da membri del “Comitato degli Elettori dell’Ucraina”.

Infine, 985 mila dollari vennero stanziati attraverso L’Associazione Americana dell’Ordine degli Avvocati – Iniziativa di Diritto dell’Europa Centrale ed Euroasiatica (ABA/CEELI) per affinare le capacità degli elettori, degli avvocati, dei membri dei partiti e delle ONG con il proposito di monitorare completamente la campagna elettorale.

Vale la pena menzionare quello che Michael McFaul ha detto sulla vittoria di Viktor Juščenko nel 2004, ossia che fu assicurata principalmente dall’intensa cooperazione con i giovani ucraini, resa possibile dalle sovvenzioni americane.

In seguito, Michael McFaul ha usato ampiamente questa “esperienza” maturata nella manipolazione degli elettori ucraini, ad esempio in occasione delle elezioni presidenziali e parlamentari che si tennero in Russia nel 2007-2008.

Il Comitato per gli Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti USA ha appositamente indetto delle sedute speciali il 17 maggio 2007. Si decise di realizzare un adeguato studio concettuale ed analitico prima che la Russia fosse in campagna elettorale, iniziando a definire le strade ed i metodi per condurre le attività corrispondenti.

Furono così coinvolti analisti americani di spicco e studiosi della Russia, incluso Michael McFaul. Alle sedute, quest’ultimo presentò raccomandazioni concrete e proposte pratiche che vennero accolte per essere implementate.

Oggi gli esperti americani preparano raccomandazioni su come amministrare e mettere a disposizione fondi sostanziosi per il supporto politico e morale ai partiti di opposizione e a singoli organi di informazione russi prima delle elezioni presidenziali del 2012. La strategia elaborata immagina di influire significativamente sui cittadini russi che lavorano in strutture pubbliche o private e tra gli eletti alla Duma. Dalle dichiarazioni del 2011 di Michael McFaul, in qualità di capo dell’ambasciata americana a Mosca, traspare l’intenzione di stabilire delle strutture per il dialogo sui diritti umani, sulla libertà dei media, e sulla lotta contro la corruzione in Russia. Esprimendo le sue opinioni a Radio Liberty nel giugno 2011, McFaul ha dichiarato di avere intenzione di fare del concetto di “reset” uno strumento per coinvolgere il governo russo nella discussione sulla democrazia ed i diritti umani.

Viene consigliato di sostenere durante le elezioni coloro che possiedono la stoffa del leader, anche se le loro opinioni dovessero risultare oscure. Particolare importanza è legata alle intensa attività di propaganda tra i cittadini che esprimono il loro scontento nei confronti della politica del regime in vigore, e tra i giovani che, come dimostrano studi di centri sociologici, compongono il 60% dei dimostranti che il 24 dicembre 2011 si sono radunati nella manifestazione moscovita lungo il viale dedicato all’Accademico Sacharov.

Arrivando a Mosca nella sua nuova veste, il precedente direttore del Centro sulla Democrazia, lo Sviluppo e lo Stato di Diritto dell’Università di Stanford sta per stabilire contatti con l’opposizione “non-sistemica” russa, sperando di prevenire la vittoria elettorale di Vladimir Putin alle imminenti elezioni presidenziali; a dispetto del largo consenso che Putin ha tra gli elettori, come sottolineano i sondaggi sociologici. Washington vorrebbe vedere vincere la gara da qualcun’altro, qualcuno in sintonia con l’Occidente ed i cui piani non includano la difesa degli interessi dello Stato russo. Michael McFaul pensa che “alcune dittature” sono incapaci di progredire nello sviluppo della democrazia e dovrebbero essere assistite, come scritto dal New York Times il 24 febbraio 2011 in un articolo intitolato “Seizing Up Revolutions in Waiting”.

Larry Diamond, un professore della Stanford Univeristy che lo conosce da vicino avendoci lavorato assieme, afferma che McFaul, una volta in Russia, si atterrà alla politica di valorizzare i principi ed i valori americani, e che tenterà di appoggiare e coinvolgere diverse forze politiche e sociali in Russia nelle sue attività.

Questo è quanto ha riportato lo Stanford Daily il 26 settembre 2011.

Tutte queste attività verranno coordinate dall’ambasciatore americano in Russia, che non ha mai avuto particolari simpatie per il paese. Per esempio, sovente egli ha espresso apertamente la sua opinione negativa su Vladimir Putin, il capo del governo russo. Questo è quanto riporta il New York Times (del 29 maggio 2011) e quanto lo stesso Michael McFaul ha scritto nella rivista Foreign Affairs (di gennaio/febbraio 2008) e in molte altre pubblicazioni.

Su sua iniziativa, i principali quotidiani americani hanno cominciato a pubblicare articoli finalizzati alla sconfitta di Vladimir Putin, o almeno a minimizzare la sua vittoria, alle elezioni presidenziali nel marzo 2012. Non viene tenuto segreto lo scopo alternativo: indebolire l’autorità di Vladimir Putin nel caso in cui vincesse le elezioni, sminuire la politica del governo tesa a risolvere gli urgenti problemi sociali ed economici e indebolire la posizione internazionale di Mosca in generale.

Al ritratto politico del nuovo ambasciatore americano dovrebbe essere aggiunto il fatto che, nella storia, è il secondo capo dell’ambasciata a non essere diplomatico di professione. McFaul ha appoggiato l’aggressione georgiana dell’agosto 2008 contro l‘Ossezia del Sud. Non molto tempo fa, inoltre, ha fatto il possibile per escludere la Russia dal processo di definizione del futuro della Libia dopo il rovesciamento di Mu’ammar Gaddafi nell’ottobre 2011.

Si è anche schierato contro l’ipotesi di obbligazioni legalmente vincolanti per gli USA a non usare la difesa missilistica contro le forze nucleari strategiche russe, e contro il raggiungimento di un accordo con Mosca per una comune difesa missilistica europea sulla base di reciproca comprensione ed uguaglianza.

Infine, verso la fine del 2011, il Congresso americano ha confermato 50 milioni di dollari per la propaganda anti-russa prima delle elezioni presidenziali. E’ il doppio della somma stanziata per lo stesso scopo nel 2008.

Questo ed il fatto che Michael McFaul stia arrivando in Russia nel periodo tra le elezioni parlamentari e quelle presidenziali, danno molti argomenti su cui pensare riguardo agli sforzi ininterrotti di Washington per interferire apertamente e su più piani negli affari interni russi. Ecco nella sostanza cos’è la politica di “reset” nelle relazioni USA-Russia. La politica che, come alcuni esperti americani hanno affermato, è stata elaborata proprio dallo stesso Michael McFaul.

Traduzione di Serena Bonato
Testo original in inglese :  Ambassador with diploma in «color revolution»

FONTE: GEOPOLITICA – Rivista dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie 

Tutta l’Europa sotto il peso dello «scudo» americano e Nato

di: Manlio Dinucci e Tommaso Di Francesco

Reazione di Medvedev: missili Iskander a Kaliningrad Sistema antimissile, così Washington prepara non più sicurezza ma più tensioni belliche

Il presidente russo Medvedev ha accusato ieri gli Stati uniti di aver imposto ai loro alleati lo «scudo antimissili» in Europa, avvertendo di nuovo che la Russia prenderà delle contromisure, tra cui l’installazione nell’enclave di Kaliningrad di un nuovo sistema radar e di missili mobili Iskander a corto raggio (fino a 500 km), che possono trasportare anche testate nucleari. È un bluff nella partita elettorale, in vista delle legislative del 4 dicembre e delle presidenziali del 4 marzo? Indubbiamente Medvedev e Putin, che perdono consensi, alzano i toni per dimostrare che sotto la loro direzione la Russia non piega la testa di fronte alla strapotenza Usa/Nato. Eppure non è solo questione di mosse elettorali.
Sta crescendo in Russia, soprattutto nelle forze armate, un sentimento anti-Usa, motivato in particolare dalla decisione dell’amministrazione Obama di realizzare a qualsiasi costo lo «scudo» in Europa. A Washington continuano a ripetere che esso non è diretto contro la Russia, ma servirà a fronteggiare la minaccia dei missili iraniani. A Mosca lo considerano invece un tentativo di acquisire un decisivo vantaggio strategico sulla Russia. Il nuovo piano infatti prevede, rispetto al precedente, un numero maggiore di missili dislocati ancora più a ridosso del territorio russo. Inoltre, poiché saranno gli Usa a controllarli, nessuno potrà sapere se sono intercettori o missili per l’attacco nucleare. E, con i nuovi sistemi aviotrasportati e satellitari, il Pentagono potrà monitorare la Russia più efficacemente di quanto è in grado di fare oggi.
Il contenzioso si è acuito negli ultimi mesi. In aprile, gli Usa hanno condotto «il più riuscito test del sistema di difesa missilistica che schiereranno in Europa». In maggio, la Romania ha acconsentito all’installazione sul proprio territorio di missili mobili statunitensi Sm-3, che saranno dislocati anche in Polonia. A questo punto Mosca ha chiesto a Washington «garanzie legali» che il sistema non è diretto contro la Russia, proponendo un trattato Russia-Nato in cui siano specificati numero, tipi e luoghi di installazione di missili e radar. Ma, in giugno, il segretario della Nato Rasmussen ha respinto la proposta, argomentando che la questione può essere risolta con una «maggiore fiducia» e non con «complicate formule legali che renderebbero difficile il consenso e la ratifica tra i 28 paesi Nato e la Russia». Subito dopo gli Usa hanno inviato nel Mar Nero l’incrociatore Monterey, dotato del sistema Aegis anti-missili, e la Russia ha protestato. In settembre, la Turchia ha annunciato di voler installare sul proprio territorio, entro l’anno, un radar dello «scudo» Usa, e la Russia ha di nuovo chiesto garanzie. In ottobre, gli Stati uniti hanno stipulato un accordo con la Spagna: con l’uso della base di Rota faranno stazionare in permanenza nel Mediterraneo e nell’Atlantico orientale navi da guerra dotate del sistema Aegis antimissili.
Allo stesso tempo gli Usa hanno annunciato che radar anti-missili saranno installati nell’Europa meridionale (anche in Italia), per «proteggere l’intero territorio della Nato», e che i missili Sm-3 saranno poi sostituiti con missili in grado di intercettare non solo quelli a corto e medio raggio, ma anche i missili balistici intercontinentali. L’obiettivo strategico è evidente: se un giorno gli Stati uniti riuscissero a realizzare uno «scudo» antimissili affidabile, essi sarebbero in grado di lanciare un first strike contro un paese dotato anch’esso di armi nucleari, come la Russia, fidando sulla capacità dello «scudo» di neutralizzare gli effetti della rappresaglia.
Lo «scudo», che la Russia intende contrastare con «metodi adeguati e asimmetrici», non servirà quindi a creare una «Europa più sicura». Viceversa servirà a creare nuove tensioni, giustificando un ulteriore rafforzamento della presenza militare Usa in Europa. Così da legare i paesi dell’Europa orientale sempre più al carro di Washington e mantenere la sua leadership su quelli dell’Europa occidentale.

IlManifesto

Inchiesta/ Attacco speculativo all’Italia: chi vuole “eliminare” Berlusconi?

di: Enrica Perucchietti

Tra gli addetti ai lavori serpeggia una convinzione sull’attuale crisi dell’euro, alternativa a quella che ci viene trasmessa ogni giorno insieme alla nostra quotidiana razione di terrorismo psicologico. Pochi, però, avranno il coraggio di confermarvi, se non in via strettamente ufficiosa, la sensazione non ancora dimostrabile, che vi sia una manovra per far crollare l’euro e forse far fallire il progetto dell’unione monetaria. A ciò si aggiunga la recente pressione – o meglio, alta tensione – sulla situazione del debito in Italia che ha avuto però inizio con un attacco speculativo nei confronti del nostro Paese il febbraio 2010.

Dunque, un anno e mezzo fa.

Che possa esistere un’intelligence di matrice angloamericana dietro il crollo finanziario attuale è sostenuto da politici di diversi schieramenti e da giornalisti per lo più stranieri. A lanciare l’allarme sulla crisi finanziaria che si sarebbe abbattuta sull’Italia e sul Governo Berlusconi è stato, in tempi ancora non sospetti, lo storico Webster Tarpley, che ha vissuto in Italia – per la precisione a Torino – per molti anni e conosce bene la situazione del nostro Paese.

Tarpley, inoltre, è stato uno dei primi a rendere pubblici i dubbi nei confronti di Obama quando quest’ultimo era ancora soltanto un candidato democratico alla Casa Bianca. Quando in tutto il mondo serpeggiava l’Obamamania, come ho dimostrato nel mio saggio, L’altra faccia di Obama, Tarpley ha avuto il coraggio di schierarsi come voce fuori dal coro e “stonare” portando prove a conferma dei legami occulti di Obama con le lobby di Wall Street, la CIA e soprattutto con Brzezinski, già consigliere per la politica estera sotto Jimmy Carter e strenuo sostenitore della Guerra Fredda permamente. L’influenza di questa eminenza grigia è ora meglio riscontrabile nella politica estera dell’amministrazione Obama e nel recente conflitto in Libia che si dimostra essere l’ennesimo tassello – ma non l’ultimo – dell’opera di espansionismo americano e di militarizzazione del Medio Oriente in chiave anti cino-sovietica.

È proprio su questo fronte che si possono forse ravvisare i germi che hanno spinto il Governo italiano a finire sotto l’attacco speculativo americano. Da un lato la strategia per rivalutare il dollaro passa attraverso l’attacco e la svalutazione dell’euro non frontale ma trasversale, come vedremo meglio più avanti.

Dall’altra il nostro Paese potrebbe pagare – come ha pagato la Norvegia in modo più tragico e “scenografico” – l’alleanza con la Russia di Putin. In questo senso il cofondatore del PDL, e segretario nazionale della Destra Libertaria-PDL, Luciano Buonocore, da me raggiunto telefonicamente, ha spiegato che il grande errore dell’Unione Europea è stato proprio quello di non aprirsi alla Russia, allargando così verso est i propri confini. Le ragioni sono ovvie: così facendo andrebbe rivisto il comando all’interno della NATO, e per alcuni Paesi membri come Francia e Inghilterra la cosa non può essere accettata.

Dall’altro la politica estera intessuta in questi anni da Berlusconi con l’alleanza russa, potrebbe aver interrotto involontariamente quell’asse strategico USA-Gran Bretagna che il Premier aveva costruito con i precedenti governi Bush-Blair.

Che esista una vera e propria intelligence che possa aver orchestrato il piano speculativo per svalutare l’euro e far crollare i mercati è la convinzione di Webster Tarpley che dichiara: «Questo era già chiaro dal febbraio 2010, quando il Wall Street Journal pubblicò un servizio su una cena cospiratoria (8 febbraio) tenutasi nella sede di una piccola banca d’affari specializzata, la Monness Crespi and Hardt, alla quale parteciparono persone di grande influenza. In quell’occasione si cercavano strategie per evitare un’ondata di vendite di dollari da parte delle banche centrali ed il conseguente crollo del dollaro. L’unica maniera per rafforzare il biglietto verde passava attraverso un attacco all’euro». Data però la difficoltà ad attaccare una moneta così forte come l’euro «gli sciacalli degli hedge funds di New York – fra cui anche certi protagonisti della distruzione di Lehman Brothers – hanno cercato i fianchi più deboli del sistema europeo e li hanno individuati nei mercati dei titoli di stato dei piccoli paesi del meridione europeo e comunque della periferia – Grecia e Portogallo – dove era possibile contare sulla complicità di politici dell’Internazionale Socialista al servizio della CIA e di Soros», o, più in generale, delle lobby di Wall Street e delle famiglie che detengono il potere finanziario negli USA: Soros, Rotschild, Rockefeller etc. anche se Soros ha più volte pubblicamente dichiarato la necessità di metterli al bando.

A questo punto l’attacco speculativo sarebbe stato affiancato da una campagna diffamatoria e di stampo terrorista accompagnata da pessime valutazioni delle agenzie di rating: «un mix che può comportare tracolli dei prezzi e un vero e proprio panico».

A tutto ciò si aggiunga il ricorso ai famigerati credit default swaps o derivati di assicurazione già definiti dal terzo uomo più ricco del mondo, Warren Buffett, come “armi finanziarie di distruzione di massa”. E se lo dice lui che dei mercati finanziari è sovrano…

Eppure la riforma dei mercati tanto auspicata da Paul Volcker con la fine della deregulation selvaggia che ha dominato i mercati fino al crollo di Lehman Brothers, Fannie Mae e Freddie Mac non è avvenuta: la Volcker Rule è stata imbavagliata prima che potesse far sentire i suoi effetti sui mercati. Si devono ringraziare i democratici per questo che, spalleggiati ovviamente dai repubblicani, hanno impedito la messa la bando dei derivati tossici che – insieme ai mutui subprime – avevano già causato la bolla finanziaria nel 2007. Si deve anche ringraziare Obama che, vinte le elezioni, ha messo da parte il vecchio gigante dell’economia, Volcker, che aveva voluto vicino a sé per le foto di ruolo in campagna elettorale. Una volta arrivato alla Casa Bianca, non c’era più bisogno di un piano per scongiurare un’altra crisi finanziaria. L’importante era agire in fretta per salvare le Banche too big to fail, troppo grandi per fallire. Su questo fronte il ministro Geithner ha fatto un ottimo lavoro…

Ma ora il Presidente americano, seppur rabbioso per la perdita delle tre A da parte della S&P, si dice ottimista per il futuro. Peccato che le agenzie di rating, che si occupano per i non addetti ai lavori di classificare titoli obbligazionari e imprese in base alla loro rischiosità, avevano mantenuto una tripla A per Lehman, Merrill Lynch e AIG fino alla vigilia della bolla finanziaria. Un’evidenza della loro “corruttibilità” almeno secondo Webster Tarpley che denuncia il fatto che queste agenzie si occupino ora di definire o meno la solvibilità dell’Italia. E a proposito della crisi italiana, Tarpley individua nell’attacco all’euro «un tentativo di esportare la depressione economica mondiale verso l’Europa, creando un caos di piccole monete che saranno facile preda alla speculazione, a differenza dell’euro che è abbastanza forte per potersi difendere. Si tratta di scaricare la crisi sull’Europa, sempre con l’idea di indebolire a tal punto l’euro da impedire a questa moneta di fungere da riserva mondiale accanto al dollaro o al posto del dollaro».

Ma lo storico americano si spinge oltre ipotizzando un vero e proprio complotto per decretare la fine del governo Berlusconi: «Bisogna tuttavia riconoscere che la cacciata di Berlusconi rappresenta da un paio di anni uno dei primi obiettivi angloamericani in Europa. Berlusconi è troppo vicino a Putin, troppo coinvolto nel South Stream popeline [progetto sviluppato da Eni e Gazprom per la costruzione di un gasdotto che connetterà Russia ed Europa eliminando ogni Paese extra-UE nel suo tragitto], troppo indipendente da tanti punti di vista. Si vede questo nei documenti pubblicati da Wikileaks, un’operazione della CIA mirata a colpire i bersagli degli angloamericani, da Gheddafi a Ben Ali a Mubarak a Putin e la signora Rodriguez de Kirchner in Argentina. Qui da noi leggiamo che Berlusconi è il più grande amico della Russia all’interno della UE – cosa positiva per la pace mondiale a mio parere, ma intollerabile per l’impero angloamericano in fase di crollo. Gli stessi impulsi nazionalistici italiani e lo stesso mestiere dell’Italia come ponte fra l’Europa da una parte e il Nord Africa, il Medio Oriente e la sfera russa dall’altra sono presenti, sebbene in forma debole, nell’azione di Berlusconi. Purtroppo molti in Italia sono accecati dall’odio appena si tratta di Berlusconi. Io ho visto che quelli che erano accecati dal loro odio nei confronti di Bush sono caduti nella trappola di Obama – vale a dire di Soros e di Rockefeller – e quelli che erano accecati dal loro odio nei confronti di Obama sono caduti a loro volta nella trappola del Tea Party – vale a dire dei fratelli Koch ultrareazionari. In Italia quelli che sono accecati dal loro odio nei confronti di Berlusconi cadono fatalmente nella trappola di De Benedetti, Soros e compagnia bella».

A posteriori il pensiero corre a coloro che il Premier accusò di “remare contro” durante la campagna per le amministrative, oppure quando tra i consueti fumi della paranoia emerse però il nome di quel tale Pisapia che oltre ad aver espugnato la Madonnina, è noto per essere avvocato di fiducia di quel De Benedetti… Proprio quel De Benedetti a cui faceva riferimento Tarpley. Forse che gli “interessi” o i poteri forti che spalleggiano De Benedetti abbiano in qualche modo influito nella vittoria elettorale di Milano? Forse che ora a qualcuno, a quella “compagnia bella” faccia comodo sostituire l’attuale maggioranza di governo con qualcuno di più “utile” a interessi “globali”?

Su chi si nasconda dietro la “compagnia bella” possiamo avere soltanto delle “idee”… accreditate da quell’insistente vociferare di una bocciatura del ministro Tremonti a san Mortiz all’ultima riunione dei Bilderberg. Gli stessi Bilderberg che decidono le sorti economiche del pianeta, indipendentemente dal fatto che alla casa Bianca ci sia un democratico o un repubblicano, e a Roma un esponente del PD o del PDL…

da: IlDemocratico.com

Strategia della distrazione per l’ultimo round

Articolo inviato al blog
di: Salvatore Santoru
L’elemento principale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche utilizzando la tecnica del diluvio o dell’inondazione di distrazioni continue e di informazioni insignificanti.
Noam Chomsky-Le 10 strategie della manipolazione mediatica
In Italia la strategia della distrazione  è una costante degli ultimi 17 anni,cioè dall’avvento del berlusconismo. Il magnate mediatico di Arcore quando entrò nel 1994 in politica per cercare di risolvere i suoi problemi giudiziari rivoluzionò a suo modo la politica dello Stivale,adeguandola agli standard del capitalismo mediatico di salsa atlantista.
Da allora sono passati 17 anni di teatrino politico tragicomico ,battibecchi a base di slogan  tra  ”maggioranza” e “opposizione”,governi di centrosinistra e di centrodestra apparentemente opposti ma in realtà dagli uguali obbiettivi:svendere e privatizzare le risorse pubbliche,adeguarsi ai diktat neoliberisti,distrarre le masse mentre le si depreda,alimentare la paura con il pretesto della “sicurezza” e dar man forte  alla repressione sociale.
Berlusconismo ultimo round
Ora Berlusconi e il suo movimento si trovano all’ultimo round:il Cavaliere è stato abbandonato da coloro che ne hanno sostenuto l’entrata in politica,cioè i poteri forti italiani e internazionali,l’elitè politica statunitense e la finanza internazionale,  e da essi ora è contrastato con forza.I recenti attacchi da parte del Financial Times,dell’Economist  e di altri giornali e riviste voci del capitalismo mondiale e dell’alta finanza angloamericana,insieme alle critiche di Confindustria e delle altre lobby industriali,ne sono una piccola dimostrazione.Non solo:Berlusconi   è anche attaccato da una  parte della massoneria italiana e internazionale,e  la borghesia italiana  da un pò di tempo ha imparato a detestarlo.Praticamente i poteri che hanno appoggiato il fondatore di Mediaset nella sua discesa nel campo politico,vale a dire buona parte della borghesia ,della finanza e della massoneria italiana e non,ora gli si rivolgono contro insieme ai suoi tradizionali nemici: la magistratura(o buona parte di essa),e la borghesia,la massoneria e la finanza che guardano al suo storico avversario  De Benedetti ,compagno di cappuccio,squadra e compasso ai tempi della P2.
Perchè vogliono cacciare Berlusconi?
Ci sono vari motivi per i quali le lobby politico/finanziarie e i vari poteri forti vogliono cacciare Berlusconi,ne elenco brevemente 2: 1) Dà fastidio ai loro interessi:il signor B è sceso in politica praticamente per fare i suoi interessi e non quelli della gente.Ciò andava benissimo per i poteri forti e le varie lobby,ma a lungo andare gli interessi del primo arrivavano a scontrarsi con quelli dei secondi e da lì la rottura.2 La sua politica estera:Berlusconi ha tentato anche in politica estera di seguire il suo spirito imprenditoriale/egoista e ha stretto o saldato amicizie con chi gli sembrava più conveniente per gli affari,e anche in questo caso gli interessi personali di Berlusconi si sono scontrati con i poteri forti e le elitè politico/finanziarie sopratutto anglostatunitensi:maggiormente ha dato fastidio ai poteri forti/lobby atlantiste   il consolidamento dei rapporti di Berlusconi con Gheddafi,Putin,Lukashenko,malvisti all’Occidente o con burattini degli USA(un pò come lui)lasciati al loro destino,come Mubarak e Ben Alì.
Strategia della distrazione
Come sanno tutti gli italiani più o meno informati da anni,Berlusconi è un uomo estremamente corrotto e i suoi governi sono stati caratterizzati dall’aumento del clientelismo,appunto della corruzione,del degrado morale e così via.Le recenti campagne scandalistiche(ultima ma non meno importante quella del “bunga bunga”)non hanno aggiunto niente di nuovo a quello che già si sapeva,tranne ulteriore gossip da vendere all’italiano medio.Questi scandali,creati o meno ad arte,fanno parte della strategia di distrazione,e sono vere e proprie armi di distrazione di massa.In poche parole il gioco funziona così:fare indignare il cittadino per questi scandali,mentre intanto nei palazzi si decidono questioni più importanti e scandalose che passano in secondo piano rispetto al tormentone del momento.Così invece di parlare delle guerre imperialiste e dei costi esorbitanti di esse,dei reali contenuti delle varie manovre finanziarie(ultima quella varata da Tremonti)degli attacchi speculativi e della fregatura dei tagli che le lobby e organismi internazionali del Potere(come il Fondo Monetario Internazionale)vogliono imporre,la politica italiana  si riduce  a puntate di pseudo soap-opere, e con la divisione degli schieramenti in gruppi di tifosi per questa o quella squadra:Berlusconi  e i tipi come lui contro la magistratura e i giustizialisti.Naturalmente questi due schieramenti e rispettive sette,fanno parte della stessa medaglia,poichè se  da un lato sono in disaccordo,su un punto(quello più importante)sono d’accordo:attuare politiche in linea con i diktat liberisti e con l’ordine capitalista,depredare le risorse pubbliche e la gente e così via.
Il postberlusconismo
Dopo che il periodo del berlusconismo sarà finito non è detto che ci saranno miglioramenti senza se e senza
ma,come invece affermano i fautori dell’antiberlusconismo radicale(“Meglio tutti che Berlusconi”).Anzi,per il momento la situazione è tutt’altro che rosea.Tra i  nuovi aspiranti idoli dell’antiberlusconismo troviamo gente come Gianfranco  Fini,un post(ex?) fascista che ha sostenuto da sempre Berlusconi,sino a cambiare idea e a travestirsi da moderato proprio quando le lobby e i poteri forti hanno deciso di rompere con Berlusconi,e Fini instancabile sostenitore del neoliberismo nonchè (stando a Wikileaks)”uomo degli USA” e ultrasionista qual’è ai giudizi dei padroni ci tiene non poco,lo stesso Fini che auspica un nuovo governo di centodestra che si rifaccia alle ricette di Mario Draghi(da poco guida della Banca Centrale Europea)che anche Cossiga(non certo un santo,anzi)definì come un ‘affarista senza scrupoli,quel Mario Draghi coinvolto nella stagione delle svendite e sostenitore di tagli e privatizzazioni selvagge.Ci sono rischi tutt’altro che innocui per la stagione postberlusconiana:un berlusconismo senza Berlusconi,in poche parole cambiare tutto per non cambiare niente,un governo “tecnocratico” con Draghi e company a fare da “menti”,una deriva autoritaria similfascista(che tragga linfa dalla crisi,così come il fascismo è salito al potere grazie al sostegno di una parte della popolazione e sopratutto dei poteri forti in peridi di crisi,anche cavalcando il malcontento verso il parlamentarismo corrotto di cui Giolitti,un pò come Berlusconi oggi, era stato il simbolo).Certamente sarebbe ora che finisse il periodo storico noto come berlusconismo,e tutti concordiamo nel non volere più il corrotto magnate di Arcore,ma ci sono mezzi e mezzi,e il fine non deve sempre giustificare i mezzi,come invece diceva Macchiavelli. Sarebbe ora che il popolo non si facesse più fregare sia  da un Berlusconi qualunque,sia da altri strani personaggi che cavalcano il malcontento per i loro interessi,e che finalmente facesse valere i suoi diritti che in una  democrazia (vera) gli spettano.

L’ “arancione” di Soros.. in Italia?

Dalle rivolte dei Paesi ex sovietici alle piazze italiane, è il colore del cambiamento

MASSIMILIANO PANARARI

Arancione è il colore della libertà, declinata come promessa di una «giunta di liberazione dai partiti» offerta ai napoletani da Luigi De Magistris, o come il «maggio milanese» della rivoluzione pacifica contro il ventennio berlusconiano officiato da Giuliano Pisapia. Arancione è il colore del buonumore e della felicità delle strabordanti piazza Duomo e piazza Plebiscito, imbandierate a festa e fitte di palloncini, con De Magistris che, in omaggio al vitalismo partenopeo, converte un drappo arancio in una superscenografica bandana.

E così l’arancionismo fa il suo ingresso, dalla porta principale delle elezioni cittadine di questi giorni, anche nelle cronache politiche nazionali, diventando, come già nelle altri parti del mondo, la traduzione politico-cromatica della voglia di cambiamento e di aria nuova. Fatto proprio da folle progressiste e piazze di centrosinistra che hanno voluto, giustappunto, urlare compostamente la loro voglia di voltare pagina rispetto a governi nazionali e locali che, seppur idealmente affini, avevano frustrato le loro aspettative di rinnovamento, per inabissarsi in quella palude immota e resistentissima ad ogni sollecitazione che sa essere, non di rado, la nostra politica.

E difatti, in origine, era stato proprio il colore delle rivoluzioni non violente che hanno messo in ginocchio i grigi e tetragoni regimi postsovietici dell’Ucraina e delle altre repubbliche dell’Est, cui i rivoltosi hanno contrapposto un colore caldo e allegro (e gli insegnamenti dell’ultraottantenne filosofo statunitense Gene Sharp, di cui è appena uscito in italiano, per i tipi di Add, il manuale anti-dittature Liberatevi!). Un colore eminentemente trasversale, quindi, adattissimo alla nostra età postdemocratica dove le ideologie sono definitivamente tramontate, e in grado di accomunare (in termini ipotetici e ideali) la «rivoluzione gentile» di Viktor Yushenko e la festa meneghina per l’elezione a sindaco del mite gentiluomo Pisapia.

I colori, come insegna colui che viene universalmente riconosciuto quale massimo esperto vivente della loro storia, il medievista francese Michel Pastoureau, rappresentano delle autentiche cartine al tornasole della nostra mentalità, e per questo la politica ha scelto di avvalersene sposandone o reinventandone le sensazioni e gli stati d’animo da essi prodotti. Ecco, allora, che assume un senso chiarissimo e inequivocabile disegnare una macchia di colore così pronunciato sullo sfondo dei cieli grigi degli ex Paesi satelliti dell’Unione Sovietica o della Milano che, non più da bere da decenni, ha perso da tempo la propria vitalità per convertirsi alle spinozione passioni tristi dell’impotenza e della disgregazione e anomia sociale. A cui voleva contrapporsi, come scopriamo facendo un po’ di archeologia politica, il primo «arancionista» italiano, Riccardo Sarfatti, con la sua sfortunata (ma, letta con gli occhi di oggi, molto anticipatrice) corsa per la presidenza della Regione Lombardia dell’aprile del 2005. Un progetto, il suo, che evocava la necessità di stare «dentro la politica, fuori dalle correnti», nel quale possiamo leggere il mood dell’arancionismo dei tanti elettori progressisti che hanno premiato personalità, idee e tecnologie comunicative (decisive in tutte le rivoluzioni colorate), estranee alle liturgie, alle lentezze e alle tristezze partitocratiche.

Abbandonato il rosso, il colore del popolo parigino ottocentesco sollevatosi nella Comune, la società civile che vuole nuovi governi e decision makers per i propri comuni, opta per l’arancione, altrettanto vitale, ma meno conflittuale e identitario (e, come ci direbbero le dottrine della New age, estremamente olistico e capace di ricomporre l’unità del corpo, in questo caso sociale). Esito, per molti versi, di una scelta dal basso, proveniente dalla mobilitazione orizzontale di quelli che i politologi chiamano i «cittadini-elettori», l’arancionismo può rappresentare per la sinistra di questi nostri tempi postmoderni una modalità cromatica molto sexy per unire ciò che alcuni apparati di professionisti della politica, innamorati di tatticismi e verticismo, tendono troppo spesso a dividere.

Finiti (o assai malandati) il comunismo e il socialismo, l’arancionismo provvede a fornire la tonalità forte delle coalizioni arcobaleno che gli italiani hanno mandato al potere nelle città in queste due ultime due settimane. Colore «cangiante» e solare, che non mette di certo in soggezione, disponibile a usi e impieghi differenti, in grado di accogliere significati e segni politici variabili, l’arancione interpreta al meglio il desiderio di cambiamento ed emancipazione sempre presente negli elettorati delle società democratiche, naturalmente predisposti a mutare direzione di marcia (e classi dirigenti) in politica. Se il Change di Obama avesse un colore, allora, non potrebbe che essere l’arancione (cercando, beninteso, di non fare la brutta fine della ex premier ucraina Yulia Timoshenko, altra «ex arancio» celebre…).

Titolo Originale: L’arancione, bandiera solare che cancella i partiti tinta unita
LaStampa.it

Verso la Terza Guerra Mondiale: le origini [Parte 1]

di: Andrew Gavin Marshall

Introduzione
Di fronte al crollo economico globale totale, le possibilità di un conflitto mondiale sono in aumento. Storicamente, i periodi di declino imperiale e crisi economica sono contrassegnati da un aumento di violenza e guerre internazionali. Il declino dei grandi imperi europei è stato segnato dalla prima e dalla seconda guerra mondiale e dalla Grande Depressione che avvenne nel periodo intermedio.
Attualmente, il mondo sta assistendo al declino dell’impero americano, in sé un prodotto della fine della seconda guerra mondiale. Come egemone imperiale del dopoguerra, l’America creò l’odierno sistema monetario internazionale regnando sia come leader che come arbitro della politica economica globale.
Per dirigere l’economia politica globale, gli Stati Uniti hanno creato la singola più grande e potente forza militare nella storia del mondo. Il controllo sull’economia globale richiede che ci sia una costante presenza e azione militare.
Ora che sia l’impero americano che l’economia politica globale sono in crisi e prossimi al crollo, la prospettiva di una conclusione violenta all’età imperiale americana sta aumentando drasticamente.
Questo saggio è suddiviso in tre parti. La prima parte riguarda la strategia geopolitica degli Stati Uniti-NATO dalla conclusione della guerra fredda all’inizio del Nuovo Ordine Mondiale, delineando la strategia imperiale occidentale che ha portato alla guerra in Jugoslavia e “alla guerra al terrore”.  La seconda parte analizza la natura “delle rivoluzioni morbide” o “colorate” nella strategia imperiale degli Stati Uniti, concentrandosi sull l’instaurazione dell’egemonia sull’Europa Orientale e l’Asia centrale. La terza parte analizza la natura della strategia imperiale per costruire un nuovo ordine mondiale, con particolare attenzione ai conflitti in aumento  in Afghanistan, nel Pakistan, nell’Iran, America Latina, in Europa Orientale ed in Africa; ed il potenziale che questi conflitti hanno per far iniziare una nuova guerra mondiale contro la Cina e la Russia.

Definire una nuova strategia imperiale
Nel 1991, con il crollo dell’Unione Sovietica, la politica estera degli Stati Uniti-NATO ha dovuto ripensare il proprio ruolo nel mondo. La Guerra Fredda è servita a  giustificare l’espansione imperialista degli Stati Uniti nel mondo allo scopo di “contenere” la minaccia sovietica. La NATO in sé è stata creata ed esiste con l’ unico obiettivo di forgiare l’alleanza anti-Sovietica. Con la caduta dell’URSS, la NATO non aveva più alcun motivo di esistere e gli Stati Uniti hanno dovuto trovare un nuovo scopo per la propria strategia imperialista nel mondo.

Nel 1992, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, sotto la direzione del Segretario della Difesa Dick Cheney (successivamente vice di George W.Bush) e il Sottosegretario del Pentagono alla Difesa, Paul Wolfowitz (più tardi sarà Segretario delegato della Difesa di George Bush e presidente della banca mondiale) scrisse un documento guida della difesa per la politica estera americana nell’era post-guerra fredda, comunemente indicato come “il Nuovo Ordine Mondiale”.

Il documento guida di pianificazione della difesa venne rilasciato nel 1992 rivelando che “in un’ampia dichiarazione per una nuova politica che è nella relativa fase di elaborazione definitiva, il Dipartimento della Difesa afferma che la missione politica e militare dell’America nell’era post-guerra fredda sarà quella di accertarsi che a nessuna superpotenza rivale sia permesso di emergere nell’ Europa occidentale, nell’Asia o nei territori dell’ex Unione Sovietica” e che, “il documento classificato crea le condizioni per un mondo dominato da una superpotenza la cui posizione può essere perpetuata tramite un comportamento costruttivo e una forza militare sufficiente a scoraggiare qualsiasi nazione o gruppo di nazioni dallo sfidare il primato americano”

Inoltre “la nuova bozza delinea un mondo in cui c’è un potenza militare dominante i cui leader devono attuare i meccanismi per dissuadere i potenziali competitori persino dall’aspirare anche ad un ruolo regionale o globale più grande”. Tra le sfide necessarie alla supremazia americana, il documento “ha postulato le guerre regionali contro l’Iraq e la Corea del Nord” ed iindividua la Cina e la Russia come le maggiori minacce. Il documento inoltre “suggerisce che gli Stati Uniti potrebbero anche considerare la possibilità di estendere nell’ Europa centrale e orientale le operazioni di ‘contenimento’, similmente a quanto avviene per i paesi dell’Arabia Saudita, Kuwait e gli altri paesi arabi lungo il Golfo Persico.„ [1]

NATO e Jugoslavia
Le guerre in Jugoslavia durante tutto il 1990 sono servite come pretesto per l’esistenza della NATO nel mondo e per l’ampliamento degli interessi imperiali americani nell’Europa dell’est. La Banca Mondiale e FMI hanno posto le basi per la destabilizzazione della Jugoslavia. Dopo aver a lungo vissuto sotto il dittatore Josip Tito, morto nel 1980, la Jugoslavia ha attraversato una crisi di leadership. Nel 1982, i funzionari della politica estera americana hanno organizzato un piano di prestiti da parte del FMI e della Banca Mondiale, indicati come Programmi di aggiustamento strutturale (SAPs), con lo scopo di gestire la crisi del debito che sfiorava i 20 miliardi di dollari. L’effetto di questi prestiti, nell’ambito dei SAPs, ha fatto si che essi provocassero “uno sconvolgimento economico e politico…La crisi economica ha minacciato la stabilità politica…ed ha inoltre rischiato di aggravare le già alte tensioni etniche”.[2]

Nel 1989, Slobodan Milosevic divenne presidente della Serbia, la più grande e potente delle repubbliche jugoslave. Sempre nel 1989, il premier della Yugoslavia viaggiò negli Stati Uniti per incontrare il presidente George H.W. Bush, al fine di negoziare un altro pacchetto di aiuti finanziari. Nel 1990, parti’ il programma finanziario della Banca Mondiale/Fondo Monetario Internazionale, e le spese dello stato jugoslavo andarono esclusivamente al rimborso del debito. Di conseguenza, i programmi sociali vennero smantellati, la moneta fu svalutata, gli stipendi congelati mentre i prezzi subirono un forte rialzo. Le riforme “alimentarono tendenze separatiste dovute a fattori economici  e divisioni etniche, praticamente garantendo de facto la secessione della Repubblica”, che condusse al distaccamento della Croazia e della Slovenia nel 1991. [3]

Nel 1990, fu rilasciato dalla comunità di intelligence degli Stati Uniti un rapporto intitolato ‘National Intelligence Estimate (NIE)’, che prevedeva la scissione della Jugoslavia e lo scoppio della guerra civile, attribuendo al presidente serbo Slobodan Milosevic la responsabilità della successiva destabilizzazione[4].

Nel 1991, scoppiò il conflitto tra la Jugoslavia e la Croazia, dopo che quest’ultima dichiarò la propria indipendenza. Un cessate il fuoco venne raggiunto nel 1992. Eppure i croati continuarono a mettere in campo piccole offensive militari fino al 1995 non che partecipando anche alla guerra in Bosnia. Nel 1995, la Croazia intraprese l’operazione Tempesta, per cercare di riconquistare la regione della Krajina. Un generale croato è stato recentemente messo sotto processo alla Corte Internazionale dell’Aia per crimini di guerra durante questa battaglia, che è stata fondamentale per guidare i serbi fuori dalla Croazia e “cementare l’indipendenza della Croazia”. Gli Stati Uniti sostennero queste operazioni e la CIA fornì attivamente informazioni di intelligence alle forze croate  provocando tra i 150.000 e 200.000 profughi serbi, in gran parte tramite omicidi, saccheggi, incendiando i villaggi e compiendo atti di pulizia etnica. [5]
L’esercito croato fu addestrato  da consiglieri americani, mentre gli uomini della CIA supportavano tutto il resto delle operazioni.[6].

L’amministrazione Clinton diede il ‘via libera’ all’Iran per armare i musulmani bosniaci e “dal 1992 fino al gennaio 1996 ci fu un afflusso di armi iraniane e consulenti in Bosnia”. Inoltre, “l’Iran e altri paesi musulmani contribuirono a portare i mujihadeen combattenti in Bosnia per combattere con i musulmani contro i serbi, i‘guerrieri sacri’ delll’Afghanistan, Cecenia, Algeria e Yemen, alcuni dei quali avevano anche sospetti legami con i campi di addestramento di Osama bin Laden in Afghanistan”.

Fu “l’intervento occidentale nei Balcani [ad] esacerbare le tensioni e contribuito a sostenere le ostilità. Riconoscendo le repubbliche e i gruppi separatisti nel 1990/1991, le élites occidentali – americani, britannici, francesi e tedeschi – minarono le strutture di governo in Jugoslavia aumentando le insicurezze, infiammando i conflitti ed inasprendo le tensioni etniche. Ed offrendo sostegno logistico alle varie parti durante la guerra, l’intervento occidentale sostenne di fatto lo stesso conflitto nella metà degli anni 1990. La scelta di Clinton di prendere le parti dei musulmani bosniaci sulla scena internazionale e le richieste della sua amministrazione alle Nazioni Unite di alleggerire l’embargo militare in modo che i musulmani e i croati potessero essere armati contro i serbi, deve essere vista in questa luce” [7].

Durante la guerra in Bosnia, “ci fu atto un grande traffico di contrabbando di armi attraverso la Croazia,  organizzato dalle agenzie clandestine degli Stati Uniti, Turchia e Iran, insieme con una serie di gruppi radicali islamici, tra cui i mujihadeen afghani e il filo-iraniano Hezbollah”. Inoltre, “i servizi segreti di Ucraina, Grecia e Israele erano impegnati ad armare i serbo-bosniaci”.[8] Anche l’ intelligence tedesca,la BND,favorì i traffici di armi verso i musulmani di Bosnia e Croazia per combattere contro i serbi. [9] Gli Stati Uniti avevano influenzato la guerra nella regione in una  varietà di modi. Come  riportò l’Observer nel 1995, una parte importante del loro coinvolgimento avvenne attraverso la “Military Professional Resources Inc. (MPRI), una società privata con sede in Virginia composta da generali in pensione e funzionari dei servizi segreti. L’ambasciata americana a Zagabria ammise che la MPRI stava addestrando i croati su licenza del governo degli Stati Uniti”. Inoltre, gli olandesi “erano convinti del coinvolgimento delle forze speciali americane nell’addestramento dell’esercito bosniaco e serbo-bosniaco (UAV)”. [ 10]

Già nel 1988, il leader della Croazia incontrò il cancelliere tedesco Helmut Kohl per creare “una politica comune con l’obiettivo di spezzare la Jugoslavia” e portare la Slovenia e la Croazia nella “zona economica tedesca”. Ufficiali dell’esercito degli Stati Uniti sono vennero spediti in Croazia, Bosnia, Albania e Macedonia come “consulenti” e portati nelle forze speciali statunitensi per offrire aiuto. [11] Durante i nove mesi del cessate il fuoco della guerra in Bosnia-Erzegovina, sei generali degli Stati Uniti hanno incontrato i leader dell’esercito bosniaco per pianificare l’offensiva che ruppe il cessate-il-fuoco. [12] Nel 1996, la mafia albanese, in collaborazione con l’Esercito di liberazione del Kosovo (UCK), un’organizzazione militante di guerriglia, prese il controllo delle rotte di enormi traffici di cocaina attraverso i Balcani. L’UCK era legato ai combattenti mujaheddin in Afghanistan, compreso Osama bin Laden. [13] Nel 1997 l’UCK iniziò le ostilità contro le forze serbe [14] e nel 1998 il Dipartimento di Stato americano rimosse l’UCK dalla lista delle organizzazioni terroristiche. [15] Prima e dopo il 1998, l’UCK ricevette armi,addestramento e il sostegno dagli Stati Uniti e della NATO,con  il Segretario di Stato di Clinton, Madeline Albright, che aveva stretti rapporti politici con il leader dell’UCK Hashim Thaci. [16]

Sia la CIA che l’intelligence tedesca, il BND, appoggiarono,prima e dopo il bombardamento della NATO del 1999,i terroristi dell’UCK in Jugoslavia.Il BND aveva contatti con l’UCK sin dai primi anni ‘90, nello stesso periodo in cui l’UCK intratteneva rapporti con Al-Qaeda [17]. Diversi membri dell’UCK furono addestrati da Osama bin Laden in Afghanistan e persino l’ONU dichiarò che gran parte degli atti di violenza che si sono verificati provenivano da membri dell’UCK, specialmente quelli alleati con Hashim Thaci. [18] Nel marzo del 1999 i bombardamenti della NATO nel Kosovo furono giustificati dal pretesto di porre fine alla repressione serba degli albanesi del Kosovo, definita un genocidio. L’amministrazione Clinton dichiarò che erano almeno 100.000 gli albanesi del Kosovo dispersi e “ che potrebbero essere stati uccisi” dai serbi. Bill Clinton in persona paragonò gli eccidi in Kosovo all’Olocausto degli ebrei. Il Dipartimento di Stato americano aveva affermato che si temeva che fossero fino a 500.000 gli albanesi morti. Alla fine, la stima ufficiale fu ridotta a 10000 e dopo le relative indagine, è stato rivelato gli albanesi morti per mano dei serbi non  potevano essere più di 2500. Durante la campagna di bombardamenti della NATO, tra i 400 e i 1500 civili serbi rimasero uccisi, con crimini di guerra della NATO, compreso il bombardamento di una stazione televisiva serba e un ospedale. [19]
Nel 2000, il Dipartimento di Stato Usa, insieme con l’American Enterprise Institute, AEI, tenne una conferenza in materia di integrazione euro-atlantica in Slovacchia. Tra i partecipanti vi erano molti capi di stato, funzionari degli affari esteri e ambasciatori di vari paesi europei, nonché i funzionari delle Nazioni Unite e della NATO. [20] Una lettera di corrispondenza tra un uomo politico tedesco presente alla riunione e il Cancelliere tedesco rivelò la vera natura della campagna della NATO in Kosovo. Con la conferenza che chiedeva una rapida dichiarazione di indipendenza per il Kosovo, palesando il fatto che la guerra in Jugoslavia era stata portata avanti con per allargare la NATO, la Serbia sarebbe dovuta essere esclusa definitivamente dal piano di sviluppo europeo per giustificare una presenza militare americana nella regione e l’espansione territoriale nei Balcani è stata in ultima analisi progettata allo scopo di contenere la Russia [21].
Di importanza significativa è il fatto che “la guerra ha creato una ragion d’ essere per la sopravvivenza della NATO in un mondo post-guerra fredda, dato che che si è disperatamente tentato di giustificare la sua esistenza e il suo desiderio di espansione”. Inoltre, “ i russi pensavano che la NATO si sarebbe sciolta dopo la guerra fredda, ma essa non solo si è allargata, ma è entrata anche in guerra intromettendosi in una disputa interna di un paese slavo dell’Europa orientale”. Questo è stata vista come una grande minaccia dalla Russia. Così, “gran parte dei rapporti tesi tra gli Stati Uniti e la Russia negli ultimi dieci anni possono essere ricondotti proprio alla guerra del 1999 contro la Jugoslavia”.[22]

La Guerra al Terrore e il Progetto per il Nuovo Secolo Americano (PNAC)
Quando Bill Clinton divenne Presidente, i falchi neo-conservatori dell’ amministrazione di George H.W. Bush formarono un think tank  chiamato  ‘Progetto per il Nuovo Secolo Americano’, o PNAC. Nel 2000 pubblicarono una relazione dal titolo ‘Ricostruire la Difesa dell’America: Strategia, Forze e Risorse per un nuovo secolo’. Sulla base del documento ‘Defense Policy Guidance’, affermano che “gli Stati Uniti devono mantenere forze sufficienti in grado di organizzare e vincere in breve tempo guerre multiple e simultanee su larga scala”. [23] Inoltre “è necessario mantenere forze di combattimento sufficienti a combattere e vincere su più teatri di guerra contemporaneamente” [24] e che “è importante che il Pentagono inizi a calcolare le forze necessarie per proteggere, senza alcun aiuto esterno, gli interessi americani in Europa, Asia orientale e nel Golfo in ogni momento”.[25 ]
È interessante notare che il documento afferma che “gli Stati Uniti hanno per decenni cercato di svolgere un ruolo più permanente nella sicurezza regionale del Golfo. Mentre il conflitto irrisolto con l’Iraq fornisce una giustificazione immediata, la necessità di una presenza sostanziale di forze americane nel Golfo trascende la questione del regime di Saddam Hussein”.[26] Tuttavia, nel sostenere un massiccio incremento delle spese per la difesa e per l’espansione dell’impero americano in tutto il mondo, tra cui la distruzione forzata di numerosi paesi attraverso i principali teatri di guerra, il rapporto afferma che “il processo di trasformazione, anche se porterà a cambiamenti rivoluzionari, sarà probabilmente lungo e potrebbe comprendere anche un evento catastrofico e catalizzatore – come una nuova Pearl Harbor”.[27].Tale evento si verificò un anno dopo con i fatti del l’11 settembre 2001. Molti tra gli autori di quel rapporto e i membri del PNAC erano diventati funzionari nell’amministrazione Bush, trovandosi dunque nella posizione maggiormente conveniente per mettere in atto il loro “Progetto” dopo aver ottenuto la loro “nuova Pearl Harbor”.

Il piano di guerra era “già in fase di sviluppo da parte dei think tanks di estrema destra negli anni Novanta, organizzazioni in cui militavano i guerrieri della guerra fredda provenienti dai servizi segreti, delle chiese evangeliche, delle multinazionali industrie belliche e delle compagnie petrolifere forgiavano i loro piani per realizzare un Nuovo Ordine Mondiale”. Per fare questo, “gli Stati Uniti avrebbero bisogno di usare tutti i mezzi – diplomatici, economici e militari, anche guerre di aggressione – per garantirsi la possibilità di avere il controllo permanente delle risorse del pianeta e la capacità di controllare ogni possibile rivale, anche quelli deboli”.

Tra le persone coinvolte nel PNAC e nei piani per l’impero vi erano “Dick Cheney – Vice Presidente, Lewis Libby – capo dello staff di Cheney, Donald Rumsfeld – Ministro della Difesa, Paul Wolfowitz – vice di Rumsfeld, Peter Rodman – responsabile di “Questioni di Sicurezza Globale”, John Bolton – Segretario di Stato per il controllo degli armamenti, Richard Armitage – Vice Ministro degli Esteri, Richard Perle – ex Vice Ministro della Difesa sotto Reagan, oggi capo del Defense Policy Board, William Kristol – direttore del PNAC e consigliere di Bush, noto come il cervello del presidente, Zalmay Khalilzad, che divenne poi ambasciatore in Afghanistan e in Iraq in seguito ai cambiamenti di regime in quei paesi”. [28]

“La Grande Scacchiera” di Brzezinsky
Il falco-stratega Zbigniew Brzezinski, co-fondatore della Commissione Trilaterale insieme a David Rockefeller, ex consigliere alla Sicurezza nazionale e il personaggio chiave nella politica estera dell’amministrazione di Jimmy Carter, ha scritto anche un libro sulla geostrategia americana. Brzezinski inoltre è anche  membro del Council on Foreign Relations (CFR) e del Gruppo Bilderberg, nonche del consiglio di Amnesty International, il Consiglio Atlantico e il National Endowment for Democracy. Attualmente è  amministratore fiduciario e consulente presso il Centro di Studi Strategici e Internazionali (CSIS), il più importante thinkthank politico americano. Nel suo libro pubblicato nel 1997, “La Grande Scacchiera” Brzezinski delineò una strategia per l’America nel mondo. Scrisse, “Per l’America, l’obiettivo geopolitico principale è l’Eurasia. Per mezzo millennio gli affari del mondo sono stati dominati da potenze eurasiatiche e da popoli che hanno combattuto l’uno contro l’altro per il dominio regionale tentando di allungare le mani sul potere globale”. “Il modo in cui  l’America ‘controlla’ l’Eurasia è fondamentale. Essa è il continente più grande del mondo ed è geopoliticamente assiale. Un potenza che domini l’Eurasia controllerebbe due delle tre regioni del mondo più avanzate ed economicamente produttive . Un semplice sguardo alla cartina suggerisce anche che il controllo dell’Eurasia comporterebbe quasi automaticamente la subordinazione dell’Africa”. [29]

Brzezinski continua a delineare una strategia per l’impero americano affermando che “è imperativo che non emerga nessuno sfidante euroasiatico in grado di dominare l’Eurasia e quindi di competere con l’America. La formulazione di una geostrategia eurasiatica globale e integrata è dunque lo scopo di questo libro”.[30] “Due azioni base sono necessarie: in primo luogo, identificare gli stati eurasiatici geostrategicamente dinamici che sono in grado di provocare un cambiamento potenzialmente importante nell’equilibrio internazionale del potere e decifrare i principali obiettivi esterni delle loro èlite politiche e le probabili conseguenze se riuscissero a raggiungerli. In secondo luogo, formulare specifiche politiche per gli Stati Uniti con lo scopo di compensare, cooptare e/o controllare quanto sopra”. [31]

Ciò significa che in primo luogo è di importanza primaria identificare gli stati potenzialmente in grado di uscire dalla sfera di influenza degli Stati Uniti e in seguito“compensare, cooptare e/o controllare” questi stati e i contesti in cui  agiscono. Uno di questi Stati  è l’Iran, essendo uno dei maggiori produttori al mondo di petrolio e che si trova in una posizione lungo l’asse  Europa, Asia, Medio Oriente. L’Iran potrebbe alterare l’equilibrio dei poteri in Eurasia se fosse strettamente alleato con la Russia o la Cina, o con entrambi, dando a queste due nazioni notevoli forniture di petrolio e nello stesso tempo esercitando una notevole influenza sul Golfo mettendo quindi in discussione l’egemonia americana nella regione.

Brzezinski a questo punto diventa più esplicito, scrivendo, “Per dirla con una terminologia che richiama il periodo più violento degli antichi imperi, i tre maggiori imperativi della geostrategia imperiale sono impedire la collusione e assicurare la sudditanza da parte dei vassalli, garantire i flussi tributari ed evitare alleanze tra i barbari”. [32]

Brzezinski definisce le repubbliche dell’Asia Centrale i ‘Balcani Euroasiatici’, scrivendo, “Inoltre, esse [le repubbliche dell’Asia Centrale],sono importanti dal punto di vista della sicurezza e delle ambizioni storiche, almeno quanto tre dei loro più potenti vicini, cioè la Russia, la Turchia e l’Iran, con la Cina che si sta facendo notare per un crescente interesse politico nella regione. Ma i Balcani Eurasiatici sono infinitamente più importanti come potenziale premio economico. Una concentrazione enorme di gas naturale e di riserve di petroli osi trova in quelle regioni , oltre a importanti minerali, compreso l’oro”. [33]

Continua dicendo che: “Ne consegue che l’interesse primario dell’America è quello di contribuire a garantire che nessuna singola potenza arrivi a controllare questo spazio geopolitico e che la comunità mondiale possa avere libero accesso finanziario ed economico”. [34] Questo è un chiaro esempio del ruolo che ha  l’America come motore dell’impero; con una politica estera imperiale destinata a  mantenere le posizioni stragiche degli USA , ma soprattutto e “infinitamente più importante” è quello di garantire “un vantaggio economico” per “la comunità internazionale”. In altre parole, gli Stati Uniti è una potenza egemone imperiale che lavora per gli interessi finanziari internazionali.

Brzezinski ha anche avvertito del fatto che “per gli Stati Uniti può divenire necessario come far fronte al le coalizioni regionali che cerchino di spingere l’America fuori dall’Eurasia, minacciando in tal modo lo status dell’America come potenza mondiale.” [35] e  “spinge per concessioni a chiunque manovri e manipoli al fine di prevenire l’emergere di una coalizione ostile che alla fine sarebbe in grado di sfidare il primato degli Stati Uniti”. Quindi, “Il compito più immediato è quello di assicurarsi che nessuno stato o una combinazione di stati sia in grado di ottenere la capacità di espellere gli Stati Uniti dall’Eurasia o anche di diminuire significativamente il suo ruolo decisivo di arbitro”. [36]

La guerra al terrore e il surplus di imperialismo

Nel 2000 il Pentagono ha pubblicato  un documento chiamato ‘Joint Vision 2020′, che delineava un progetto per realizzare quello che hanno chiamato ‘Full Spectrum Dominance’. “Con ‘Full-Spectrum Dominance’ si intende la capacità delle forze militari Usa, operando da sole o con gli alleati, di sconfiggere ogni avversario e controllare ogni situazione in tutta la gamma delle operazioni militari”. Il rapporto “indirizza la ‘Full-Spectrum Dominance’ verso tutti i tipi di conflitto, dalla guerra nucleare alle guerre con un numero elevato di uomini fino a quellesu scala minore. Affronta anche le situazioni amorfe come le operazioni di mantenimento della pace e interventi umanitari”. Inoltre, “Lo sviluppo di una griglia globale di informazione fornirà il contesto per importanti decisioni”. [37]

Da economista politico, Ellen Wood spiega che, “Il dominio senza confini di una economia globale,e dei diversi stati che l’amministrano, richiede un intervento militare senza fine, in termini di tempo e obiettivi “. [38] Inoltre, “Il dominio imperiale in una economia capitalista globale richiede un delicato e contraddittorio equilibrio tra la repressione della concorrenza  e il mantenimento di condizioni di competitività economica per i mercati e generare profitti. Questa è una delle contraddizioni fondamentali del nuovo ordine mondiale”. [39]

Dopo l’11 settembre 2001, la “dottrina Bush” è stata messa in atto,richiedendo “un diritto unilaterale ed esclusivo di attacco preventivo, in qualsiasi momento, dovunque, libero da eventuali accordi internazionali, per garantire che le (nostre) forze militari siano abbastanza forti da dissuadere i potenziali avversari dal perseguire un potenziamento militare nella speranza di superare o eguagliare il potere degli Stati Uniti”. [40].

La NATO ha intrapreso,nella sua storia, la sua  prima invasione di terra di un’altra nazione con l’occupazione nel 2001 dell’Afghanistan . La guerra in Afghanistan è stata di fatto prevista prima degli eventi dell’11 settembre 2001, con la ripartizione degli  accordi  stipulati tra le grandi compagnie petrolifere occidentali e i talebani per l’oleodotto transafgano. La guerra è stata progettata durante l’estate del 2001 con il piano di entrare in guerra nella metà ottobre [41].

L’Afghanistan è  estremamente importante dal punto di vista geopolitico in quanto  “Il trasporto di tutto il combustibile fossile del bacino del Caspio attraverso la Russia o l’Azerbaigian potrebbe migliorare notevolmente il controllo politico ed economico della Russia sulle repubbliche dell’Asia centrale, che è precisamente quello che l’Occidente ha cercato di impedire negli ultimi 10 anni.. Le tubazioni attraverso l’Iran arricchirebbe un regime che gli Stati Uniti cercano di isolare. Il passaggio attraverso la Cina, indipendentemente da considerazioni strategiche, avrebbe invece costi proibitivi. Mentre i gasdotti  attraverso l’Afghanistan permetterebbero  agli Usa sia  di perseguire l’obiettivo di “diversificazione dell’approvvigionamento energetico” sia di penetrare nei  mercati più redditizi del mondo”. [42]

Come ha sottolineato il San Francisco Chronicle  due settimane dopo gli attacchi dell’11 settembre:“Al di la della determinazione americana di colpire gli autori degli attentati dell’ 11 settembre, al di là della possibilità di lunghe ed estenuanti battaglie con numerosi civili morti nei mesi e anni a venire, quello che si nasconde dietro la guerra contro il terrorismo può essere riassunta in una sola parola: petrolio”. Spiega ulteriormente: “La mappa dei santuari del terrorismo e degli obiettivi in Medio Oriente e nell’Asia Centrale è uguale anche, con uno straordinario grado di approssimazione, alla mappa delle principali fonti energetiche del mondo nel 21 ° secolo. La difesa di queste risorse energetiche – più che un semplice ’scontro tra Islam e Occidente – sarà il principale punto che infiammerà il conflitto globale per i decenni a venire”.

Tra i molti stati dove si incrociano terrorismo e riserve di petrolio e gas di importanza vitale per gli USA e l’Occidente troviamo l’Arabia Saudita, Libia, Bahrein, Emirati del Golfo, Iran, Iraq, Egitto, Sudan e Algeria, Turkmenistan, Kazakistan, Azerbaigian, Cecenia, Georgia e Turchia orientale. E’ importante sottolineare che “questa regione rappresenta oltre il 65 per cento della produzione mondiale di petrolio e gas naturale”. Inoltre, “E’ inevitabile che la guerra contro il terrorismo sia vista da molti come una guerra per conto delle americane Chevron, Exxon Mobil e Arco; della francese Total Fina Elf ; della British Petroleum, della Royal Dutch Shell e delle altre gigantesche multinazionali che hanno  fatto investimenti di centinaia di miliardi di dollari nella regione”. [43]

Non è un segreto che la guerra in Iraq aveva molto a che fare con il petrolio. Nell’estate del 2001 Dick Cheney convocò una task force per l’Energia,  diverse  riunioni  segrete in cui è stata decisa la politica energetica  degli Stati Uniti. Nel corso di questi incontri e attraverso altri mezzi di comunicazione, Cheney e i suoi collaboratori si sono incontrati con alti funzionari e dirigenti della Shell Oil, della British Petroleum (BP),della  Exxon Mobil, Conoco e Chevron. [44] All’ incontro, tenutosi prima dell’11 settembre e prima che si facesse alcuna menzione alla guerra contro l’Iraq, vennero presentati e discussi documenti riguardanti i giacimenti petroliferi, oleodotti, raffinerie e terminali iracheni, e “documenti analogamente significativi sull’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti (UAE) con una mappa con ogni giacimento petrolifero, oleodotto, raffineria e terminale”.[45] Sia la Royal Dutch Shell che la British Petroleum hanno ricevuto i contratti più favorevoli per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi iracheni. [46]

La guerra in Iraq, così come quella in Afghanistan, servono essenzialmente  agli interessi americani e, più in generale, agli interessi imperiali-strategici dell’Occidente nella regione. In particolare, le guerre sono state strategiche per eliminare, minacciare o contenere le potenze regionali, come pure installare direttamente decine di basi militari nella regione, che istituisce praticamente una presenza imperiale. Lo scopo di tutto ciò è  mirato essenzialmente verso gli altri attori nella regione, accerchiando la Russia e la Cina e minacciando il loro accesso al petrolio ed alle riserve di gas. L’Iran è ora circondata, con l’Iraq da un lato e l’Afghanistan dall’altro.

Considerazioni conclusive

La prima parte di questo saggio ha delineato la strategia imperiale dell’ USA-NATO per l’instaurazione del Nuovo Ordine Mondiale dopo lo smembramento dell’Unione Sovietica nel 1991. L’obiettivo primario è  circondare la  Russia e la Cina e prevenire  il sorgere di una nuova superpotenza. Il compito degli  Stati Uniti è di agire come potenza egemone imperiale e servire gli interessi finanziari internazionali ed imporre un Nuovo Ordine Mondiale. La prossima parte di questo saggio esamina le rivoluzioni ‘colorate’ in tutta l’Europa orientale e Asia centrale, continuando la politica degli Stati Uniti e della NATO di contenere la Russia e la Cina e il controllo dell’accesso alle grandi riserve di gas naturale e delle rotte di trasporto. Le ‘rivoluzioni colorate’ sono state una forza centrale nella strategia geopolitica imperiale , e la loro analisi è la chiave per comprendere il Nuovo Ordine Mondiale.

LINK: An Imperial Strategy for a New World Order: The Origins of World War III

DI: CoriInTempesta

http://work.colum.edu/~amiller/wolfowitz1992.htm

http://globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=370

http://globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=370

[4]        David Binder, Yugoslavia Seen Breaking Up Soon. The New York Times: November 28, 1990

[5]        Ian Traynor, Croat general on trial for war crimes. The Guardian: March 12, 2008: http://www.guardian.co.uk/world/2008/mar/12/warcrimes.balkans

[6]        Adam LeBor, Croat general Ante Gotovina stands trial for war crimes. The Times Online: March 11, 2008: http://www.timesonline.co.uk/tol/news/world/europe/article3522828.ece

[7]        Brendan O’Neill, ‘You are only allowed to see Bosnia in black and white’. Spiked: January 23, 2004: http://www.spiked-online.com/Articles/0000000CA374.htm

[8]        Richard J. Aldrich, America used Islamists to arm the Bosnian Muslims. The Guardian: April 22, 2002: http://www.guardian.co.uk/world/2002/apr/22/warcrimes.comment/print

[9]        Tim Judah, German spies accused of arming Bosnian Muslims. The Telegraph: April 20, 1997: http://www.serbianlinks.freehosting.net/german.htm

[10]      Charlotte Eagar, Invisible US Army defeats Serbs. The Observer: November 5, 1995: http://charlotte-eagar.com/stories/balkans110595.shtml

[11]      Gary Wilson, New reports show secret U.S. role in Balkan war. Workers World News Service: 1996: http://www.workers.org/ww/1997/bosnia.html

[12]      IAC, The CIA Role in Bosnia. International Action Center: http://www.iacenter.org/bosnia/ciarole.htm

[13]      History Commons, Serbia and Montenegro: 1996-1999: Albanian Mafia and KLA Take Control of Balkan Heroin Trafficking Route. The Center for Cooperative Research: http://www.historycommons.org/topic.jsp?topic=country_serbia_and_montenegro

[14]      History Commons, Serbia and Montenegro: 1997: KLA Surfaces to Resist Serbian Persecution of Albanians. The Center for Cooperative Research: http://www.historycommons.org/topic.jsp?topic=country_serbia_and_montenegro

[15]      History Commons, Serbia and Montenegro: February 1998: State Department Removes KLA from Terrorism List. The Center for Cooperative Research: http://www.historycommons.org/topic.jsp?topic=country_serbia_and_montenegro

[16]      Marcia Christoff Kurop, Al Qaeda’s Balkan Links. The Wall Street Journal: November 1, 2001: http://www.freerepublic.com/focus/fr/561291/posts

[17]      Global Research, German Intelligence and the CIA supported Al Qaeda sponsored Terrorists in Yugoslavia. Global Research: February 20, 2005: http://globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=431

[18]      Michel Chossudovsky, Kosovo: The US and the EU support a Political Process linked to Organized Crime. Global Research: February 12, 2008: http://globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=8055

[19]      Andrew Gavin Marshall, Breaking Yugoslavia. Geopolitical Monitor: July 21, 2008: http://www.geopoliticalmonitor.com/content/backgrounders/2008-07-21/breaking-yugoslavia/

[20]      AEI, Is Euro-Atlantic Integration Still on Track? Participant List. American Enterprise Institute: April 28-30, 2000: http://www.aei.org/research/nai/events/pageID.440,projectID.11/default.asp

[21]      Aleksandar Pavi, Correspondence between German Politicians Reveals the Hidden Agenda behind Kosovo’s “Independence”. Global Research: March 12, 2008: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=8304

[22]      Stephen Zunes, The War on Yugoslavia, 10 Years Later. Foreign Policy in Focus: April 6, 2009: http://www.fpif.org/fpiftxt/6017

[23]      PNAC, Rebuilding America’s Defenses. Project for the New American Century: September 2000, page 6: http://www.newamericancentury.org/publicationsreports.htm

[24]      Ibid. Page 8

[25]      Ibid. Page 9

[26]      Ibid. Page 14

[27]      Ibid. Page 51

[28]      Margo Kingston, A think tank war: Why old Europe says no. The Sydney Morning Herald: March 7, 2003: http://www.smh.com.au/articles/2003/03/07/1046826528748.html

[29]      Brzezinski, Zbigniew. The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives. Basic Books, 1997: Pages 30-31

[30]      Brzezinski, Zbigniew. The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives. Basic Books, 1997: Page xiv

[31]      Brzezinski, Zbigniew. The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives. Basic Books, 1997: Page 41

[32]      Brzezinski, Zbigniew. The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives. Basic Books, 1997: Page 40

[33]      Brzezinski, Zbigniew. The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives. Basic Books, 1997: Page 124

[34]      Brzezinski, Zbigniew. The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives. Basic Books, 1997: Page 148

[35]      Brzezinski, Zbigniew. The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives. Basic Books, 1997: Page 55

[36]      Brzezinski, Zbigniew. The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives. Basic Books, 1997: Page 198

[37]      Jim Garamone, Joint Vision 2020 Emphasizes Full-spectrum Dominance. American Forces Press Service: June 2, 2000:

http://www.defenselink.mil/news/newsarticle.aspx?id=45289

[38]      Ellen Wood, Empire of Capital. Verso, 2003: page 144

[39]      Ellen Wood, Empire of Capital. Verso, 2003: page 157

[40]      Ellen Wood, Empire of Capital. Verso, 2003: page 160

[41]      Andrew G. Marshall, Origins of Afghan War. Geopolitical Monitor: September 14, 2008:

http://www.geopoliticalmonitor.com/content/backgrounders/2008-09-14/origins-of-the-afghan-war/

[42]      George Monbiot, America’s pipe dream. The Guardian: October 23, 2001:

http://www.guardian.co.uk/world/2001/oct/23/afghanistan.terrorism11

[43]      Frank Viviano, Energy future rides on U.S. war. San Francisco Chronicle: September 26, 2001:

http://www.sfgate.com/cgi-bin/article.cgi?file=/chronicle/archive/2001/09/26/MN70983.DTL

[44]      Dana Milbank and Justin Blum, Document Says Oil Chiefs Met With Cheney Task Force. Washington Post: November 16, 2005:

http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2005/11/15/AR2005111501842_pf.html

[45]      Judicial Watch, CHENEY ENERGY TASK FORCE DOCUMENTS FEATURE MAP OF IRAQI OILFIELDS.Commerce Department: July 17, 2003: http://www.judicialwatch.org/printer_iraqi-oilfield-pr.shtml

[46]      TERRY MACALISTER, Criticism as Shell signs $4bn Iraq oil deal. Mail and Guardian: September 30, 2008: http://www.mg.co.za/article/2008-09-30-criticism-as-shell-signs-4bn-iraq-oil-deal

Al-Jazeera, BP group wins Iraq oil contract. Al Jazeera Online: June 30, 2009: http://english.aljazeera.net/news/middleeast/2009/06/200963093615637434.html

Promemoria delle bugie sulla guerra di Libia

Si dice che la verità è la prima vittima della guerra. Le operazioni militari libiche e la Risoluzione 1973, che funziona come loro base giuridica, non sono un’eccezione alla regola. Queste sono presentate al pubblico come una misura necessaria per proteggere la popolazione civile contro la repressione indiscriminata per mano del colonnello Gheddafi. In realtà sono classici obiettivi imperiali. Vediamo alcuni elementi di chiarificazione.

Hillary Clinton, Nicolas Sarkozy e Alain Juppé

Crimini contro l’Umanità

Per dipingere un quadro nero della situazione, la stampa atlantista ha fatto credere che le centinaia di migliaia di persone che erano in fuga dalla Libia fuggissero da una strage. Le agenzie di stampa hanno riferito di migliaia di morti e hanno parlato di “crimini contro l’umanità “. La Risoluzione 1970, rivolta al Procuratore della Corte penale internazionale, indicava” attacchi diffusi e sistematici contro la popolazione civile”.

In realtà, il conflitto libico può essere letto sia in termini politici che da una prospettiva tribale. I lavoratori immigrati sono stati i primi a cadere vittima,essendo stati brutalmente costretti a lasciare il paese. Gli scontri tra i sostenitori di Gheddafi e l’insurrezione sono stati certamente sanguinosi, ma non nelle proporzioni che ci vogliono far credere. Non c’è mai stata una repressione sistematica contro la popolazione civile.

Il sostegno alla “Primavera araba”

Durante il suo discorso davanti al Consiglio di Sicurezza, il ministro degli Esteri francese Alain Juppé ha cantato le lodi della “primavera araba” in generale e dell’insurrezione libica in particolare.

Il suo discorso lirico ammantava oscure intenzioni. Juppé infatti non disse una sola parola su le repressioni sanguinose in Yemen e Bahrain, tuttavia egli ha reso omaggio al re Mohammed VI del Marocco come se fosse uno degli agenti del cambiamento rivoluzionario [ 1 ], contribuendo così a peggiorare la già disastrosa immagine della Francia nel mondo arabo, grazie al Presidente Sarkozy.

Sostegno da parte dell’Unione Africana e della Lega araba

Fin dall’inizio di questi eventi, la Francia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti hanno continuato a negare il fatto che questa era una guerra sponsorizzata dall’Occidente, sebbene il ministro degli Interni francese Claude Guéant ha fatto riferimento ad una “crociata” di Nicolas Sarkozy [ 2 ].

I tre paesi in questione hanno messo in gioco il presunto sostegno da parte dell’Unione Africana e della Lega Araba. In realtà, tuttavia, l’Unione Africana ha condannato la repressione e ha riconosciuto la legittimità delle rivendicazioni democratiche, ma invariabilmente si è pronunciata contro un intervento armato straniero [ 3 ].

Per quanto riguarda la Lega Araba, si deve rilevare che i suoi membri sono principalmente regimi minacciati  da simili rivoluzioni. Mentre tali regimi hanno abbracciato il principio di una contro-rivoluzione occidentale – alcuni di loro anche attivamente in Bahrain,essi  non possono appoggiare apertamente una guerra occidentale senza  il rischio di veder aumentare i conflitti interni nelle proprie nazioni.

Il riconoscimento del Consiglio nazionale di transizione libico

Ci sono tre regioni ribelli in Libia. A Bengasi è stato costituito un Consiglio nazionale di transizione che poi si è fuso con un governo provvisorio istituito dal ministro della Giustizia di Gheddafi, che adesso da il proprio sostegno ai ribelli [ 4 ]. Secondo le autorità bulgare, questo è lo stesso personaggio che ha organizzato  la tortura delle infermiere bulgare e del medico palestinese che erano detenuti per un lungo periodo di tempo dal regime libico.

Riconoscendo il Consiglio nazionale di transizione libico e sollevando il suo nuovo presidente, la coalizione occidentale ha scelto i propri interlocutori e li ha imposti  ai ribelli come i loro leader. Ciò ha permesso alla coalizione d’ estirpare i rivoluzionari nasseriani, khomeinisti e comunisti.

L’obiettivo della coalizione è stato quello di essere a capo di ogni iniziativa ed evitare quello che era successo in Tunisia ed Egitto, quando hanno imposto un governo legato al responsabile del Partito senza Ben Ali o di un governo Suleiman senza Mubarak, entrambi i quali sono stati alla fine spodestati dai rivoluzionari.

Embargo sulle armi

Se l’obiettivo era quello di proteggere la popolazione, l’embargo avrebbe dovuto colpire i mercenari e le armi incanalate verso il regime di Gheddafi. Invece, l’embargo è stato esteso ai ribelli per prevenire ogni possibile vittoria. Questo,quindi,significa fermare la rivoluzione.

No flight zone

Se l’obiettivo era quello di proteggere la popolazione civile, la no-fly zone sarebbe stata limitata al territorio ribelle (come è stato fatto in Iraq con il Kurdistan). Invece la restrizione riguarda l’intero territorio nazionale. In questo modo la coalizione spera di mantenere l’equilibrio di potere tra le forze sul terreno e dividere il paese in 4 aree: le 3 aree controllate dai ribelli e l’area dei fedeli a Gheddafi. Questa divisione de facto del territorio libico va di pari passo con quella in Sudan e in Costa d’Avorio, che segnano le prime tappe del “rimodellamento d’Africa”.

Congelamento dei beni

Se l’obiettivo era quello di proteggere la popolazione civile, sarebbe stato congelato solo il patrimonio personale della famiglia Gheddafi e dei dignitari del regime  per impedire loro di violare l’embargo sulle armi, mentre in realtà il blocco è stato eseguito nei confronti del patrimonio dello Stato libico. La Libia – un ricco paese produttore di petrolio – possiede beni di notevoli dimensioni, parte dei quali sono investiti nella Banca del Sud, un ente dedicato al finanziamento di progetti nel Terzo Mondo.

Come sottolineato dal presidente venezuelano Hugo Chavez, il congelamento dei beni non protegge i civili. Il vero obiettivo è quello di ristabilire il monopolio della Banca Mondiale e del Fondo monetario internazionale.

Coalizione dei volenterosi

Se l’obiettivo era quello di proteggere la popolazione civile, l’organizzazione incaricata di applicare la risoluzione 1973 avrebbe dovuto essere l’ONU. Invece, le operazioni militari sono state coordinate dalla US AfriCom  e attualmente dalla NATO [ 5 ] Proprio per questo il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu era furibondo riguardo all’iniziativa francese e ha chiesto una spiegazione da parte della NATO.

Meno diplomatico, il primo ministro russo Vladimir Putin ha definito la risoluzione 1973 come ” imperfetta e inadeguata. Se uno la legge, allora diventa subito chiaro che essa autorizza chiunque ad adottare azioni contro uno stato sovrano. Tutto sommato, mi ricorda  una chiamata medievale alla crociata “, ha concluso. [ 6 ]

di: Thierry Meyssan

LINK e NOTE: Lies about the war on Libya

TRADUZIONE: Cori In Tempesta

Oltre il danno la beffa. Ma ormai il re è nudo.

Per non perdersi nella nuova invasione di cables wikileaks. La bussola della questione dei rapporti Italia-Usa-Russia

Lo avevamo detto, potremmo tranquillamente dire e, scusate se lo ritenete infantile,  lo diciamo. Perchè raccogliendo le migliori letture della situazione internazionale e nazionale, le migliori analisi portate avanti grazie soprattutto all’approccio geopolitico avevamo capito prima di molti il vero oggetto del contendere.

Lo avevamo scritto per esempio già nel 2005 quando si parlava di un’ala sinistra del mondialismo che seguiva le direttive di Washington e lavorava contro la sovranità europea, lo avevamo ribadito nel 2009 parlando degli Stati Uniti, il gasdotto South Stream, Berlusconi e la sinistra, soffermandoci poi su Guzzanti, lo Hudson Institute, il South Stream e la politica italiana il tutto per sottolineare ancora una volta il “complotto” contro la sovranità del nostro continente eurasiatico. Anche la lettura del blog degli amici-alleati di “Conflitti e Strategie” ci ha tenuto negli anni costantemente sulla giusta strada, dato che il suo principale animatore, il Prof. La Grassa già nel 1994 parlava in un suo libro del progetto di svendita della sovranità italiana dietro “mani pulite”. Svendita che è pure proseguita negli anni fino ad oggi, come puntualmente abbiamo segnalato, per sottolineare il triste destino della “colonia Italia”.

Oggi i files ufficiali della diplomazia Usa confermano tutto: gli Stati Uniti ancora e ancora cercano di pilotare la nostra sovranità, e tentano di minare i rapporti fertili ed amichevoli fra gli Stati mediterranei ed eurasiatici; rapporti fondamentali per il benessere e la libertà dei popoli di tutto il continente, quindi anche della nostra Italia, ma anche di Russia, Libia, Iran e tutti gli altri vicini.

Confermano tutto il danno quindi, ma rappresentano anche una beffa. E non solo perchè fino a pochi giorni fa eravamo in pochi a parlare di gasdotti, South Stream e sovranità, ma perchè anche con le cose scritte nero su bianco, l’informazione viene ancora una volta pilotata. E fa quindi benissimo Daniele Scalea sul sito della rivista di studi geopolitici Eurasia a sottolineare cosa si trova scritto in certi documenti, incredibilmente gli stessi citati per parlare dei festini e dello stato di salute del premier e totalmente ignorati quando contengono le prove dell’ingerenza statunitense sulla nostra politica interna ed internazionale; citiamo Scalea:

[...]Ma gli USA non sono certo intenzionati a guardare senz’agire. La parte più interessante del documento è proprio quella dove si descrivono le contromisure che Spogli sta mettendo in atto – ma stranamente è anche la porzione di testo meno citata dalla stampa italiana. L’Ambasciata afferma d’essersi impegnata in colloqui con esponenti politici interni ed esterni al Governo, col fine esplicito di creare, soprattutto all’interno del suo partito, una corrente ostile alla russofilia di Berlusconi. Inoltre, non meglio precisati “pensatoi” sono stati ingaggiati per costruire una corrente d’opinione pubblica ostile alla Russia e, si compiace Spogli, «lo sforzo sembra che stia pagando». L’opposizione si è subito regolata, impegnandosi nella critica del rapporto di Berlusconi con Putin, e taluni membri del PDL si sono rivolti privatamente ad un’ambasciata straniera – ovviamente quella degli USA – «per contrastare l’infatuazione di Berlusconi per la Russia».

Incredibilmente sul documento citato si dichiarano chiaramente gli sforzi della diplomazia usa nel pilotare parte della maggioranza (i finiani?) e dell’opposizione verso un indebolimento del governo italiano, proprio per evitare che gli interessi legittimi di Italia e Russia possano disturbare quelli di dominio dell’Eurasia degli Stati Uniti.

Ma purtroppo a quanto pare continua la disinformazione e si cerca il più possibile di nascondere la verità, sebbene per lor signori diventa sempre più difficile, visto che ormai tutto il mondo sta leggendo le note ufficiali nord-americane; potranno provare ancora a mischiare le carte depistando l’informazione, così come fecero per i viaggi di Berlusconi , ma ormai diventa sempre più evidente che l’occupazione militare dell’Italia comporta direttamente un’influenza interna degli Usa. E questa influenza, sebbene vogliano farci credere che è giusta e decente è in realtà opposta ai nostri interessi di italiani, europei ed eurasiatici. Si tranquillizzino fra l’altro quelli che vedono in questo discorso un appoggio ideologico alla figura di Berlusconi: quello che ci interessa è la tutela dei rapporti con la Russia (portati avanti attraverso le migliori aziende quasi-statali italiane) e nessun’altra cosa; la sovranità, il benessere nostro e degli altri e non il dominio globale statunitense unico obbiettivo di chi vuole dividere l’Eurasia.

Oltre il danno la beffa insomma, ma la situazione è ormai molto fluida e i nodi vengono velocemente al pettine. Cerchiamo di continuare a vederci chiaro, perchè è attraverso il nostro impegno civico che passa un futuro di libertà e sovranità di tutti i popoli dell’Eurasia, primo fra i quali, scusate un minimo di egoismo, il nostro.

di M. P. – www.cpeurasia.eu

Questo articolo è pensato come contenitore di collegamenti verso articoli che hanno trattato adeguatamente la questione; mi scuso in anticipo se non è stato segnalato qualche articolo fondamentale (molti ne saranno sfuggiti) e quindi se lo ritenete opportuno segnalatelo e verrà aggiunto.

LEGGI ANCHE:Ancora fumo da Wikileaks

Il piano Usa per fare cadere Berlusconi di P. Guzzanti

Notate la data dell’articolo. Lo capisco come vedendo il Cavaliere ancora in sella, gli Usa possano essere arrivati fino a Ruby. Lewinski docet.

Settembre 11, 2009

Clamoroso nuovo scoop dell’ex vicedirettore de “il Giornale” per il giornale della politica italiana. Il motivo? Il premier è diventato il maggior fornitore di denaro per la Russia. Le grandi manovre sono cominciate, il partito a tre punte Fini Casini Montezemolo affila le armi e Berlusconi minaccia elezioni anticipate e il ricorso al suo popolo, che è in crescita malgrado il martellamento mediatico. La più difficile crisi della seconda Repubblica è alle porte. Ecco gli elementi per capire.

di PAOLO GUZZANTI

L’ordine è arrivato dagli Stati Uniti: Berlusconi va eliminato. Motivo: i contratti energetici che legano non solo l’Italia alla Russia, ma tutta quella parte di Europa che Berlusconi è deciso a portarsi con sé. A me già lo disse chiaro e tondo l’ambasciatore Spogli che andai a salutare quando lasciò l’ambasciata di via Veneto: “Non siamo certo noi americani che vogliamo vendere energia all’Italia, ma vogliamo un’Italia che non dipenda dalla Russia come una colonia e non vogliamo che la Russia incassi una somma di denaro di dimensioni mostruose, che poi Mosca converte direttamente in armamenti militari”. Da allora un fatto nuovo di enorme gravità si è aggiunto: l’Italia ha silurato il gasdotto Nabucco (che eliminava la fornitura russa passando per Georgia e Turchia) facendo trionfare South Stream, cioè l’oro di Putin. Contemporaneamente Berlusconi organizzava la triangolazione Roma-Tripoli-Mosca associando Gheddafi nell’affare. E’ opinione diffusa Oltreoceano (per esempio all’Istituto Aspen, Colorado) e anche di fonti georgiane che Berlusconi abbia interessi non soltanto di Stato.
L’operazione è stata preparata con cura attraverso una campagna mediatica di lavoro al corpo di Berlusconi basato sulle vicende sessuali, sulle inchieste di mafia e sulla formazione, nell’area moderata, di una alternativa politica a tre punte: Luca Cordero di Montezemolo, Perferdinando Casini e Gianfranco Fini, ciascuno a suo modo e con le sue vie, ma in una sintonia trasparente.
Il partito di Montezemolo, non ancora ufficiale, aprirà la sua convention sotto forma di manifestazione culturale il 7 Ottobre, lo stesso giorno in cui la Consulta dovrebbe decidere sul lodo Alfano.
Che cosa farà la Consulta è il nodo da sciogliere perché il risultato è incerto, ma se il lodo dovesse essere bocciato, Berlusconi si troverebbe dal giorno stesso imputato per gravi reati connessi con l’affare Mills.
Berlusconi tutto questo lo sa perfettamente, sostiene che dietro Fini ci sarebbe Paolo Mieli e altri intellettuali laici, e fa sapere che lui a dimettersi non ci pensa per niente e che, se mai lo costringessero, negherebbe con il PDL qualsiasi maggioranza a qualsiasi altro governo – Fini, si suppone – costringendo Napolitano a constatare la mancanza di una maggioranza e a convocare elezioni anticipate da accorpare a quelle regionali stabilite con enorme anticipo a marzo.
In questo caso ci troveremmo di fronte a una crisi virtuale e poi formale subito dopo la prima metà d’ottobre, già affollata per il congresso del PD. Lo scioglimento anticipato delle Camere dovrebbe precedere di 60 giorni la data delle elezioni e quindi il decreto dovrebbe arrivare subito dopo Natale.
Questa sarebbe, secondo lo scenario peggiore, l’ultima chance di Berlusconi pronto a sfidare i nemici sul piano elettorale, forte del massimo momento di popolarità nei sondaggi, malgrado gli scandali.
Ma – domanda – davvero Berlusconi avrebbe il potere di controllare tutti i deputati e senatori del PDL affinché neghino la fiducia ad un suo successore? E come si regolerebbe il Pd? Probabilmente sosterrebbe, ma in che condizioni? E’ infatti molto probabile che, in caso di vittoria ormai scontata di Bersani, i cattolici del Pd se ne andranno. Scissione a sinistra, dunque, e scissione anche a destra. Grande rivoluzione parlamentare e politica. Con Berlusconi deciso a resistere, sfidare, e se proprio deve morire, portarsi dietro tutti quanti.
Ma i suoi deputati sanno che se lui li mandasse a casa, poi sarebbero tutti sostituiti dalla nuova leva di giovanissimi già selezionati. Sarebbero allora i tacchini di Natale: davvero i tacchini di Natale accompagnerebbero il disegno natalizio? Appare improbabile.
Ma chi tiene le fila del gioco che punta al ricambio tutto questo lo sa e si è fatto i conti. Anche Berlusconi si fa i conti. Lo scontro è ravvicinato e mortale. Se Berlusconi riuscisse ad evitare la bocciatura del Lodo Alfano, alla fine uscirebbe rafforzato. Per ora si mostra sicurissimo di sé e ieri ha fatto il gradasso con i giornalisti spagnoli, si è confrontato a De Gasperi e ha detto di essere il primo ministro migliore di tutta la storia d’Italia. La grande manovra è cominciata, le artiglierie già battono il campo. La guerra arriverà, se arriverà, entro un mese.

PAOLO GUZZANTI

e ancora…

IL GASDOTTO E IL BUNGA-BUNGA

Tutto quello di cui si discute in questi giorni, le bocce della Minetti, la tristissima Ruby Rubacuori, le patologie di un vecchio primo ministro e la penosa corte di ignobili lacchè e guitti non è altro che pura e semplice sovrastruttura. Quello che è in corso in questo momento è l’ennesimo capitolo di una lotta oramai senza quartiere tra due distinti apparati di potere: quello allestito con il piglio di un monarca ottocentesco da Silvio Berlusconi e un insieme oscuro di individui che fa leva sugli apparati dello Stato, parti della magistratura, forze dell’ordine, servizi segreti, giornali e imprenditori.

Il conflitto è una conseguenza del berlusconismo e della sua funzione accentratrice e poco inclusiva delle forze che compongono la nostra traballante democrazia. Ed è stata una responsabilità del berlusconismo quella di svuotare di senso la dialettica politica, indebolendo il sistema di “pesi e misure” democratici unitamente all’aver sprecato un capitale di consensi senza essere riuscito a riformare il Paese e a stimolare la crescita, in questo brillantemente coadiuvato da una opposizione inetta.

In un simile contesto è facile ricadere nel vizio tutto italiano di spostare il conflitto dal piano istituzionale a piani più informali ed oscuri. Il tutto si riduce poi ad una guerra tra campi opposti, tra il dittatore e i liberatori, Gesù e il diavolo, il bene ed il male, a scapito di democrazia ed elettori. Gli elettori hanno tra l’altro consapevolmente eletto Berlusconi ed hanno tutto il diritto di sprofondare e farsi mal governare ad oltranza, mentre molto pericoloso è che qualcuno si erga ad arbitro di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato e decida che è giunta l’ora di sbarazzarsi di un peso morto.

L’Italia è un paese creato da una minoranza di individui durante il Risorgimento e una minoranza ne tesse e ne disfa le sorti ancora oggi, i cittadini contano poco o niente. Ed è una sadica ironia della sorte, che proprio un’escrescenza di quell’Italia delle false mitologie da Grande fratello, nelle sembianze di un tripudio di tette e culi, si sia ritorta contro chi ha contribuito a crearla, come un virus a lungo incubato.

Se fatti penalmente rilevanti ci sono stati sarà in sede di processi che verrà appurato, nel frattempo resta l’evidenza di un Paese deprimente in cui la priorità sono diventate le “perversioni” private del premier a scapito del lavoro, del precariato che soffoca le nuove generazioni, del debito, dell’università, dei nostri soldati che muoiono al fronte.

A proposito  di forze oscure, vi dice qualcosa “South stream”? Il progetto di pipeline che ridimensionerebbe Nabucco, bypassando la Turchia e segnando una colossale vittoria per la Russia ed uno scacco per gli USA, sia sul piano del controllo delle risorse energetiche che in termini di influenza in Asia Centrale, proprio quella regione che Brzezinky indicava come la chiave di volta della geopolitica americana? La chiave per un eventuale successo del progetto russo è proprio l’Italia. Anzi: Silvio Berlusconi.

di Giovanni Brunner

tratto da:StampaLibera

Powered by AlterVista