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Tag: razzismo

Quelli che vogliono tagliare le nostre radici

di: Marcello Veneziani

Vuoi vedere che il male principale del nostro tempo è il richiamo alle radici? Lo ripetono da troppo tempo troppi intellettuali: nelle radici vi sarebbe l’odio per ogni diversità, per la mobilità e l’emancipazione.

Nelle radici si nasconderebbe il seme del razzismo e dell’antisemitismo verso l’ebreo errante, l’esodo, il mondo migliore.

Le radici sarebbero la figurazione arborea dell’identità, l’ombra legnosa della tradizione, la traduzione in natura dell’ideologia nazionalista e reazionaria.

A comporre questo tam tam giunge ora un libretto di Maurizio Bettini, Contro le radici (Il Mulino, pagg. 112, euro 10),lanciato con evidenza dalla Repubblica. Per uno scherzo del destino in questi giorni esce un libretto di pari formato ma di opposta tesi di Roger Scruton, Il bisogno di nazione (Le Lettere, pagg. 98, euro 10) con una prefazione di Francesco Perfetti.

Scruton sostiene che le democrazie devono la loro esistenza alla «fedeltà nazionale», cioè a quel legame vivo, culturale, storico e naturale, con le proprie radici, il proprio territorio e alla preferenza per il nostrano. Il nazionalismo, a suo parere, è la patologia della fedeltà nazionale o, come preferisco dire, è l’infiammazione dell’idea di nazione: aveva un senso agli albori del Novecento. Gli avversari di Scruton sono le ideologie universaliste, i poteri e le imprese transnazionali, che egli riassume in una sola espressione: oicofobia, ovvero rifiuto delle eredità e della casa. Di oicofobia soffre

Contro le radici di Bettini, nel solco de L’invenzione della tradizione di Eric Hobsbawm, storico che si definisce ancora comunista, e dei numerosi scritti contro l’identità (è il titolo di un testo laterziano dell’antropologo Francesco Remotti).

Secondo Bettini l’immagine delle radici sostituisce il ragionamento con una visione. La metafora delle radici permette di far passare per ordine naturale la sottomissione a una tradizione e a un’autorità. Senza il richiamo alle radici, nota Bettini, un «tradizionalista» non riuscirebbe a dirci come sia concretamente costituita la tradizione o l’identità di cui parla. Non si comprende perché la tradizione abbia necessità di una metafora e, invece, il progresso, l’uguaglianza o la libertà sarebbero in grado di spiegarsi da sole. Non c’è bisogno d’illusionismo o di metafore suggestive per spiegare la tradizione. Ci sono molte cose vive e concrete – atti, patrimoni, eredità, esperienze, legami, gesti, simboli e opere – che indicano la tradizione e l’identità. Le radici sono un simbolo riassuntivo di quell’universo e il frutto di un’analogia tra l’uomo e la terra che abita, tra la vita umana e la natura. L’albero – la pianta, le radici – è sempre stata la più frequente figurazione dell’umano, da Omero a Virgilio e Dante, da Goethe a Heidegger; Bettini, studioso della classicità, lo sa bene. Anche la cultura deriva da culto e coltivazione.

Ma Bettini reputa il richiamo alle radici la pericolosa premessa all’odio per chi non condivide le nostre radici e all’intolleranza verso chi non vi si riconosce. Insomma il nazionalismo (fino al nazismo) è dietro le radici. Ora, che si possano usare le radici anche come corpo contundente per colpire il prossimo, eliminarlo e perseguitarlo, lo conferma anche la storia. Ma la stessa storia insegna che anche nel nome dei diritti umani, dell’uguaglianza, della libertà, della fratellanza, furono violati quegli stessi principi e fu violentata l’umanità. Quante guerre nel nome della pace… Condannare l’amor patrio perché c’è chi fa guerra in suo nome, è come condannare l’amore perché c’è chi compie delitti in suo nome. Le radici possono degenerare in alibi per i violenti ma creano legami – affettivi, comunitari, vitali e culturali – intensi e veri; nessuno può tradurre automaticamente l’amore per le radici in odio verso chi non le condivide. La violenza nasce dal capovolgere le radici in frutti e dal brandirle come rami, violando la loro nascosta profondità. Peraltro nessuno può imporre l’amore delle radici a chi non ne ha, non le sente o non le riconosce. Questa costrizione produce finzione o violenza.

Il dramma della nostra epoca è la perdita delle radici e dei legami, lo spaesamento e la solitudine, la vita labile e precaria che si agita insensata. Se diffidate di Heidegger, leggetevi almeno la Simone Weil di L’énracinement: «Il radicamento è forse il bisogno più importante e misconosciuto dell’anima umana… l’essere umano ha una radice… Chi è sradicato sradica. Chi è radicato non sradica». Viceversa lo sradicamento per la Weil «è la più pericolosa delle malattie delle società umane».

Parola di Simone Weil, operaista e rivoluzionaria, ebrea e antifascista. Del resto, l’atto dello sradicare evoca in sé una violenza che invece è assente nel radicarsi. È la differenza radicale tra piantare ed espiantare, tra l’essere e la sua negazione.

Aver radici vuol dire non esaurire la propria vita nel presente o nell’egoismo di un’esistenza autarchica; vuol dire venire da lontano, avere un passato e dunque un avvenire, coltivare la vita e non solo consumarla, amare le proprie origini e stabilire consonanze a partire da chi ti è più prossimo. È molto più naturale e umano amare prima chi ti è legato in radice – i tuoi famigliari – piuttosto che amare prima chi è estraneo e lontano.

Amare il prossimo si fonda sulla legge della prossimità; amare il prossimo a partire da chi ti è più vicino, stabilendo sugli affetti e i legami un’inevitabile gerarchia d’amore. Non potrò mai amare dello stesso amore mia madre o mio figlio e una persona sconosciuta che vive agli antipodi. Sarebbe falso e bugiardo dire il contrario; sarebbe disumano, anche se passa per umanitario.

E poi le radici sono anche le matrici di una civiltà, le fonti della cultura classica, le tradizioni civili, letterarie e religiose di un popolo. Perché dovremmo considerare barbarico amare le nostre radici? Solo la neolingua totalitaria può indurci a considerare a rovescio la vita, gli affetti, la realtà e l’amore. Shakespeare:

«Oro? Oro giallo, fiammeggiante, prezioso? No, o dèi, non sono un vostro vano adoratore. Radici, chiedo ai limpidi cieli». Amate le vostre radici.

IlGiornale.it

Perchè l’ occidente vuole la caduta di Gheddafi?

Nota: il presidente statunitense Obama ha congelato 30 miliardi di dollari di fondi libici destinati ai progetti africani, dando invece 25 milioni di dollari ai ribelli per il cambio di regime in Libia, che gli Stati Uniti e l’ UE hanno promesso di realizzare. La Francia, il Regno Unito e l’Italia hanno inviato esperti militari per rafforzare i ribelli. Obama ha approvato azioni segrete della CIA prima del bombardamento della Libia, iniziato a metà marzo.


E ‘stata la Libia di [Mouammar] Gheddafi che ha offerto a tutta l’ Africa la sua prima rivoluzione nei tempi moderni – collegando tutto il continente tramite telefoni, televisioni, trasmissioni radiofoniche e diverse altre applicazioni tecnologiche come la telemedicina e l’insegnamento a distanza. E grazie al ponte radio WMAX è stata resa disponibile una connessione a basso costo in tutto il continente, anche nelle zone rurali.

Iniziò tutto nel 1992, quando 45 nazioni africane stabilirono il Rascom (Regional African Satellite Communication Organization), facendo cosi in modo che l’Africa potesse avere il proprio satellite e poter quindi abbattere i costi di comunicazione nel continente. Questo è stato un momento in cui le telefonate da e verso l’Africa erano le più costose del mondo a causa dei 500 milioni di dollari annui di tassa intascati dall’ Europa per l’utilizzo dei suoi satelliti (come l’Intelsat) per le conversazioni telefoniche, comprese quelle all’interno del paese stesso.

Per il proprio satellite gli Africani hanno sborsato 400 milioni di dollari, non dovendo più pagare cosi 500 milioni di dollari di locazione annuale. Quale banchiere  non finanzierebbe un progetto del genere? Ma il problema è rimasto – come possono gli schiavi che cercano di liberarsi dallo sfruttamento del loro padrone chiedere aiuto al padrone stesso per conseguire tale libertà? Non sorprende che la Banca Mondiale, il Fondo monetario internazionale, gli Stati Uniti e l’ Europa hanno fatto solo vaghe promesse per 14 anni. Gheddafi ha posto fine a queste richieste inutili ai benefattori occidentali con i loro tassi di interesse esorbitanti, mettendo sul piatto 300 milioni di dollari, insieme ai 50 milioni dell’ African Development Bank e gli ulteriori 27 milioni della West African Development Bank -  ed è così che l’Africa ha avuto il suo primo satellite per le comunicazioni, il 26 dicembre 2007.

La Cina e la Russia hanno seguito l’esempio ed hanno condiviso la propria tecnologia contribuendo a lanciare satelliti per il Sud Africa, la Nigeria, l’Angola e l’Algeria, mentre un secondo satellite africano è stato lanciato nel luglio 2010. Il primo satellite costruito e totalmente realizzato sul suolo africano, in Algeria, è fissato per il 2020. Questo satellite è destinato a competere con i migliori del mondo, ma con un costo dieci volte inferiore, una vera e propria sfida.

Questo mostra come un gesto simbolico di soli 300 milioni di dollari ha cambiato la vita di un intero continente. La Libia di Gheddafi ha tolto all’Occidente non solo i 500 milioni di dollari all’anno d’affitto dei satelliti, ma anche i miliardi di dollari di debito e degli interessi che il prestito iniziale avrebbe generato per gli anni a venire e in maniera esponenziale, contribuendo in tal modo a mantenere un sistema occulto al fine di saccheggiare il continente.

Fondo Monetario Africano, Banca Centrale Africana, Banca africana per gli investimenti

I 30 miliardi di dollari congelati da Obama appartengono alla Banca centrale libica ed erano stati stanziati come contributo libico a tre progetti chiave che avrebbero aggiunto il tocco finale alla federazione africana –  l’ African Investment Bank a Sirte, (Libia), l’istituzione con 42 miliardi di dollari di fondi di capitale nel 2011 dell’ African Monetary Fund a Yaounde e dell’ African Central Bank ad Abuja, in  Nigeria. Quando si inizia a stampare denaro africano suonerà la campana a morto per il franco CFA attraverso il quale Parigi è stato in grado di mantenere la sua presa su alcuni paesi africani per gli ultimi cinquant’anni. E’ facile capire l’ira francese contro Gheddafi.

L’ African Monetary Fund dovrebbe sostituire completamente le attività del Fondo monetario internazionale in Africa, il quale, con soli 25 miliardi di dollari, è stato in grado di portare un intero continente in ginocchio facendogli ingoiare privatizzazioni discutibili come ,ad esempio,costringere i paesi africani a passare dal settore pubblico a monopoli privati​​. Non sorprende quindi che il 16-17 dicembre 2010  gli africani all’unanimità hanno respinto i tentativi da parte dei paesi occidentali di aderire al Fondo Monetario Africano, facendogli sapere che questo era aperto solo alle nazioni africane.

E ‘sempre più evidente che dopo la Libia la coalizione occidentale andrà in Algeria, perché, a parte le proprie enormi risorse energetiche, il Paese ha riserve di liquidità di circa 150 miliardi di euro. Questo è ciò che attira i paesi che stanno bombardando la Libia, i quali hanno una cosa in comune – sono praticamente in bancarotta. Gli Stati Uniti da soli, hanno un debito impressionante di 14, 000 miliardi di dollari; la Francia, la Gran Bretagna e l’ Italia hanno ciascuno  2.000 miliardi di deficit pubblico rispetto ai meno 400 miliardi di dollari del debito pubblico di 46 paesi africani messi insieme.

Incitare false guerre in Africa, nella speranza che ciò possa rivitalizzare le loro economie che stanno sprofondando sempre più nella depressione,finirà per accelerare il declino occidentale , effettivamente iniziato nel 1884 durante la famigerata conferenza di Berlino. [LEGGI: La guerra contro la Libia in una prospettiva storica ] Come l’economista americano Adam Smith predisse nel 1865 quando ha pubblicamente sostenuto Abraham Lincoln per l’abolizione della schiavitù, l’ economia di ogni paese basata sulla schiavitù dei neri è destinata a scendere negli inferi il giorno che questi paesi si risveglieranno”.

L’unità regionale come un ostacolo alla creazione degli Stati Uniti d’Africa

Per destabilizzare e distruggere l’ Unione africana la quale stava virando pericolosamente (per l’Occidente) verso gli Stati Uniti d’Africa sotto la guida di Gheddafi, l’ Unione europea ha provato, senza successo, di creare l’Unione per il Mediterraneo (UPM). Il Nord Africa in qualche modo doveva essere tagliato fuori dal resto dell’Africa, utilizzando il vecchio cliché  razzista dei secoli 18 e 19: cioè che gli africani di origine araba erano più evoluti e civilizzati rispetto al resto del continente. Questo non è riuscito grazie a Gheddafi che ha capito ben presto a che gioco si stava giocando quando solo una manciata di paesi africani erano stati invitati ad aderire al gruppo del Mediterraneo senza informare l’Unione africana mentre erano invitati tutti i 27 Stati membri dell’Unione europea.

Senza la forza trainante della Federazione africana, l’ UPM è fallita ancora prima di iniziare, mentre il ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, sta ora tentando di rilanciare l’idea. Ciò che i leader africani non riescono a capire è che, fintanto che l’Unione europea continuerà a finanziare l’Unione africana, lo status quo rimarrà, perché non ci sarà nessuna vera indipendenza. Per questo motivo l’ Unione europea ha promosso e finanziato raggruppamenti regionali in Africa.

E ‘ovvio che la West African Economic Community (ECOWAS), che ha un’ambasciata a Bruxelles e, per la maggior parte, i suoi finanziamenti giungono dall’Unione europea, è un avversario rumoroso alla federazione africana. Questo il motivo per cui Lincoln ha combattuto nella guerra di secessione degli Stati Uniti.Infatti nel momento in cui un gruppo di paesi si riuniscono in una organizzazione politica regionale si indebolisce il gruppo principale. Questo è ciò che l’Europa ha voluto e gli africani non hanno mai capito il piano di gioco, creando una pletora di gruppi regionali come il  COMESA, l’ UDEAC, il SADC e il Great Maghreb, il quale non vide mai la luce grazie a Gheddafi che capi’  quello che stava succedendo.

Gheddafi, l’africano che ripuli’ il  Continente dall’umiliazione dell’ Apartheid

Gheddafi per la maggior parte degli africani è un uomo generoso, un umanista, conosciuto per il suo sostegno disinteressato verso la lotta contro il regime razzista in Sud Africa. Se fosse stato un egoista, lui non avrebbe rischiato di provocare l’ira dell’Occidente per aiutare l’ANC sia militarmente che finanziariamente nella lotta contro l’apartheid. Questo è il motivo per cui Mandela, subito dopo la sua liberazione da 27 anni di carcere, ha deciso di rompere l’embargo delle Nazioni Unite e viaggiare in Libia il 23 ottobre 1997. Per cinque lunghi anni, nessun aereo ha potuto atterrare in Libia a causa dell’embargo. Era necessario prendere un aereo per la città tunisina di Jerba e proseguire su strada per cinque ore in modo da arrivare a Ben Gardane, da qui attraversare il confine e proseguire su una strada nel deserto per tre ore prima di raggiungere Tripoli. L’altra soluzione era quella di passare per Malta e prendere un traghetto notturno fino a raggiungere la costa libica. Un viaggio infernale per un intero popolo, semplicemente per punire un uomo.

Mandela parlò chiaro quando l’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton disse che la visita era stata  ‘sgradita’ – ‘Nessun paese può pretendere di essere il poliziotto del mondo e nessuno Stato può dettare all’altro ciò che deve fare’ -, aggiungendo che  ‘quelli che ieri erano amici dei nostri nemici hanno oggi la faccia tosta di dirmi di non andare a visitare il mio fratello Gheddafi e avvisandoci ora di essere ingrati e di dimenticare i nostri amici del passato.’

Infatti, l’ Occidente ha sempre considerato i razzisti sudafricani di essere loro fratelli che avevano bisogno di essere protetti. Ecco perché i membri dell’ANC, tra cui Nelson Mandela, sono stati considerati pericolosi terroristi. E’ stato solo il 2 luglio 2008, che il Congresso degli Stati Uniti alla fine ha votato una legge per rimuovere il nome di Nelson Mandela e dei suoi compagni dell’ ANC dalla lista nera ma non perché  si siano resi conto di quanto stupido era tale elenco, ma solo perché volevano celebrare il 90 ° compleanno di Mandela. Se l’Occidente era veramente dispiaciuto per il suo passato sostegno ai nemici di Mandela e veramente sincero quando inaugura strade e piazze col suo nome, come può continuare a fare la guerra contro qualcuno che ha aiutato Mandela e il suo popolo ad essere vittoriosi, ovvero Gheddafi?

Quelli che vogliono esportare la democrazia sono realmente democratici?

Il 19 marzo 2003, il presidente George Bush ha cominciato a bombardare l’Iraq con il pretesto di portare la democrazia. Il 19 marzo 2011, esattamente otto anni dopo, è stato il turno del presidente francese di dover sganciare bombe sulla Libia, ancora una volta, sostenendo che era per portare la democrazia. Il presidente Usa, nonchè  Premio Nobel  per la Pace , dice che scatenando i missili cruise dai sottomarini si può spodestare il dittatore e introdurre la democrazia.

La domanda che chiunque abbia un minimo di intelligenza non può non porsi è la seguente: paesi come la Francia, l’ Inghilterra, gli USA, l’ Italia, la Norvegia, la Danimarca, la Polonia, che difendono il loro diritto a bombardare la Libia sulla forza del loro auto-proclamato stato democratico sono davvero democratici ? Se sì, sono più democratici della Libia di Gheddafi? La risposta in realtà è un clamoroso NO, per la pura e semplice ragione che la democrazia non esiste. Questo non è un parere personale, ma una citazione di qualcuno la cui città natale, Ginevra, ospita la maggior parte delle istituzioni delle Nazioni Unite. La citazione è di Jean Jacques Rousseau, nato a Ginevra nel 1712 e che scrive nel quarto capitolo del terzo libro del famoso Contratto Sociale che ‘non c’è mai stata una vera democrazia e non ci sarà mai.’

Rousseau ha precisato i seguenti quattro punti affinchè un paese possa essere identificato come una democrazia e secondo questi la Libia di Gheddafi  è molto più democratica degli USA, della Francia e degli altri che sostengono di esportare la democrazia:

  • Lo Stato: più grande è il paese, tanto meno potrà essere democratico. Secondo Rousseau, lo Stato deve essere estremamente piccolo in modo che le persone possono incontrarsi e conoscersi. Prima di chiedere alla gente di votare, si deve garantire che tutti conoscono tutti, altrimenti il voto sarà un atto senza alcuna base democratica, un simulacro della democrazia per eleggere un dittatore.

Lo stato libico si basa su un sistema di alleanze tribali, che per definizione raggruppano insieme gente in piccole entità. Lo spirito democratico è molto più presente in una tribù, in un villaggio, che in un grande paese, semplicemente perché le persone si conoscono, condividono un comune ritmo di vita che comporta una sorta di auto-regolamentazione o addirittura auto-censura, in quanto la reazioni e le contro-reazioni di altri membri provocano ripercussioni sul gruppo. Da questa prospettiva, sembrerebbe che la Libia si adatti meglio alle condizioni poste da Rousseau rispetto agli Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna; tutte società altamente urbanizzate dove la maggior parte dei vicini di casa non si dicono nemmeno ciao e quindi non si conoscono, anche se hanno vissuto fianco a fianco per 20 anni. Questi paesi sono passati direttamente alla fase successiva – ‘il voto’- che è stato abilmente santificato per offuscare il fatto che votare sul futuro del paese è inutile se l’ elettore non conosce gli altri cittadini e spingendo ciò ai limiti del ridicolo con il diritto di voto dato alle persone che vivono all’estero.

  • La semplicità nelle abitudini e nei modelli di comportamento sono inoltre essenziali se si vuole evitare di spendere la maggior parte del tempo a discutere procedure legali e giudiziarie al fine di far fronte alla moltitudine di conflitti di interesse inevitabili in una società grande e complessa. I Paesi occidentali si definiscono nazioni civili con una struttura sociale più complessa mentre la Libia è descritta come un paese primitivo con un semplice set di costumi. Questo aspetto indica anche che la Libia risponde meglio ai criteri democratici di Rousseau di tutti coloro che cercano di dare lezioni di democrazia. I conflitti nelle società complesse sono frequentemente vinti da chi ha più potere, motivo per cui i ricchi riescono a evitare la prigione, in quanto possono permettersi di assumere i migliori avvocati. Nella città di New York, per esempio, dove il 75 per cento della popolazione è bianca, l’80 per cento dei posti di direzione sono occupati da bianchi che rappresentano solo il 20 per cento delle persone incarcerate.
  • Parità di status e di ricchezza: Uno sguardo alla lista 2010 di Forbes mostra chi sono le persone più ricche in ciascuno dei paesi che attualmente stanno bombardando la Libia e la differenza tra loro e quelli che guadagnano i salari più bassi in quelle nazioni; se si fa lo stesso per la Libia,questo rivelerà che in termini di distribuzione della ricchezza, la nazione di Gheddafi ha molto di più da  insegnare a coloro che ora la combattono, e non il contrario. Quindi anche qui, utilizzando i criteri di Rousseau, la Libia è più democratica delle nazioni che pomposamente fingono di esportare la democrazia. Negli Stati Uniti, il 5 per cento della popolazione possiede il 60 per cento della ricchezza nazionale, il che rende la società più ineguale e squilibrata nel mondo.
  • Niente lussi: secondo Rousseau non ci può essere alcun lusso se ci deve essere la democrazia. Il lusso, dice, fa la ricchezza una necessità che diventa poi una virtù in sé, e non diventa il benessere del popolo ad essere l’obiettivo da raggiungere a tutti i costi ;il lusso corrompe sia i ricchi che i poveri, i primi attraverso il possesso e i secondi per l’ invidia, rende la nazione morbida e preda di vanità, distanzia il popolo dallo Stato e lo schiavizza, rendendo la gente “schiavi di opinione”.

C’è più lusso in Francia che in Libia? Le relazioni sui lavoratori dipendenti che si suicidano a causa di stressanti condizioni di lavoro anche in società pubbliche o semi-pubbliche, tutto in nome della massimizzazione del profitto per una minoranza e il loro mantenimento nel lusso, accade nell’ Occidente, non certo nella Libia.

Il sociologo americano C. Wright Mills scrisse nel 1956 che la democrazia americana è stata una ‘dittatura della elite ‘. Secondo Mills, gli Stati Uniti non rappresentano una democrazia perché è il denaro che parla durante le elezioni e non il popolo. I risultati di ogni elezione sono l’espressione della voce dei soldi e non della voce del popolo. Dopo Bush junior e Bush senior, già si sta parlando di un più giovane Bush per le primarie repubblicane del 2012 . Inoltre, come Max Weber ha sottolineato, dal momento che il potere politico dipende dalla burocrazia, gli Usa hanno 43 milioni di burocrati e di personale militare che effettivamente governano il paese, ma senza essere eletti e senza essere responsabili verso il popolo per le loro azioni. Una persona (un ricco) viene eletto, ma il potere reale sta con la casta dei ricchi, che quindi ottengono le nomine di ambasciatori, generali, ecc..

Quante persone di queste sedicenti democrazie sanno che la Costituzione del Perù vieta al presidente uscente di provare a candidarsi per un secondo mandato consecutivo? Quanti sanno che in Guatemala, non solo un presidente uscente non può cercare la rielezione per la stessa carica,ma nessuno della famiglia di quella persona può aspirare al suo posto? O che il Ruanda è l’unico paese al mondo che ha il 56 per cento di donne parlamentari? Quante persone sanno che nel 2007 nell’l’indice della CIA i quattro miglior paesi governati al mondo erano in Africa? Che il primo premio va alla Guinea Equatoriale il cui debito pubblico rappresenta solo il 1,14 per cento del PIL?

Rousseau sostiene che le guerre civili, le rivolte e le ribellioni siano gli ingredienti dell’ inizio della democrazia. Perché la democrazia non è un fine, ma un processo permanente della riaffermazione dei diritti naturali degli esseri umani che nei paesi di tutto il mondo (senza eccezioni) sono calpestati da un pugno di uomini e donne che hanno dirottato il potere del popolo per perpetuare la loro supremazia. Ci sono qua e là, gruppi di persone che hanno usurpato il termine ‘democrazia’ – invece di essere un ideale da perseguire è diventata un’etichetta da assegnare o uno slogan che viene utilizzato da persone che possono gridare più forte di altri. Se un paese è calmo, come la Francia o gli Stati Uniti, vale a dire senza ribellioni, significa solo, dal punto di vista di Rousseau, che il sistema dittatoriale è sufficientemente repressivo per prevenire qualsiasi rivolta.

Non sarebbe una cattiva cosa se i libici si ribellassero. Quello che è sbagliato è  affermare che la gente stoicamente accetta un sistema che li reprime ovunque, senza reagire. Rousseau conclude: ‘quam periculosam Malo libertatem servitium quietum – traduzione – Se gli dei fossero persone, si sarebbero governate democraticamente. Un tale governo perfetto non è applicabile agli esseri umani. Pretendere che qualcuno sta uccidendo i libici per il loro bene è una bufala.

Quali insegnamenti per l’Africa?

Dopo 500 anni di un rapporto profondamente iniquo con l’ Occidente, è chiaro che non abbiamo gli stessi criteri su ciò che è buono e cattivo. Abbiamo interessi profondamente divergenti. Come si può non deplorare il ‘sì’  di tre paesi sub-sahariani (Nigeria, Sud Africa e Gabon) alla risoluzione 1973 che ha inaugurato l’ultima forma di colonizzazione battezzando ‘la protezione dei popoli’, che legittima le teorie razziste che hanno comunicato gli Europei dal 18 ° secolo e secondo le quale il Nord Africa non ha nulla a che fare con l’Africa sub-sahariana, che il Nord Africa è più evoluto, colto e civilizzato rispetto al resto dell’Africa?

Come se la Tunisia, l’Egitto, la Libia e l’Algeria non abbiano fatto parte dell’Africa, anche le Nazioni Unite sembrano trascurare il ruolo dell’Unione Africana negli affari degli stati membri. Lo scopo è quello di isolare i paesi africani sub-sahariani per controllarli. Effettivamente, l’Algeria (16 miliardi di US$ ) e la Libia (10 miliardi di US$) insieme contribuiscono al 62 per cento dei 42 miliardi di dollari che costituiscono il capitale del African Monetary Fund (AMF). Il paese più grande e popoloso dell’Africa sub sahariana, la Nigeria, seguita poi dal Sud Africa, sono molto indietro con solo 3 miliardi di dollari ciascuno.

E ‘sconcertante, per non dire altro, che per la prima volta nella storia delle Nazioni Unite, la guerra è stata dichiarata contro un popolo senza avere esplorato la minima possibilità di una soluzione pacifica della crisi. La Nigeria e il Sud Africa sono disposte a votare ‘sì’ ad ogni richiesta dell’ Occidente  perché ingenuamente credono alle vaghe promesse di un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza con diritto di veto. Entrambi dimenticano che la Francia non ha alcun potere di offrire nulla. Se così fosse, Mitterand avrebbe a lungo fatto il necessario per la Germania di Helmut Kohl.

Una riforma delle Nazioni Unite non è all’ordine del giorno. L’unico modo per fare qualcosa è di utilizzare il metodo cinese – tutte e 50 le nazioni africane dovrebbero uscire dalle Nazioni Unite e tornare solo se la loro richiesta di lunga data sia finalmente soddisfatta, ovvero un seggio per l’intera federazione africana o niente. Questo metodo non-violento è l’unica arma a disposizione della giustizia per noi poveri e deboli. Dovremmo semplicemente smetterla con le Nazioni Unite, perché questa organizzazione, attraverso la sua stessa struttura e gerarchia, è al servizio dei più potenti.

Dovremmo lasciare le Nazioni Unite per far registrare il nostro rifiuto di una visione del mondo basata sulla distruzione di coloro che sono più deboli. Sono liberi di continuare come prima, ma almeno non saremo parte di essi e non potranno dire che siamo d’accordo quando invece non ci hanno mai chiesto il nostro parere. E anche quando abbiamo espresso il nostro punto di vista, come abbiamo fatto sabato 19 marzo a Nouakchott quando ci siamo opposti all’azione militare, il nostro parere è stato semplicemente ignorato e le bombe hanno cominciato a cadere lo stesso sul popolo africano.

Gli eventi di oggi ricordano quello che è successo in passato con la Cina. Oggi, si riconosce il governo di Ouattara o il governo ribelle in Libia, come hanno fatto alla fine della Seconda Guerra Mondiale con la Cina. La cosidetta comunità internazionale ha scelto Taiwan come l’unico rappresentante del popolo cinese invece della Cina di Mao. Ci sono voluti 26 anni affinchè, il 25 ottobre 1971,  le Nazioni Unite lasciassero passare la risoluzione 2758 che tutti gli africani dovrebbero leggere per porre fine alla follia umana. La Cina venne ammessa e alle proprie condizioni, rifiutandosi di essere  membro se non avesse avuto il diritto di veto. Quando tale domanda venne soddisfatta e la risoluzione presentata,  il ministro degli esteri cinese impiegò un anno a rispondere per iscritto al Segretario Generale delle Nazioni Unite il 29 settembre 1972, con una lettera che non era di ringraziamento, ma che precisava le garanzie richieste affinchè la dignità della Cina fosse stata rispettata.

Che cosa spera di raggiungere l’Africa dalle Nazioni Unite senza giocare duro? Abbiamo visto come in Costa d’Avorio un burocrate delle UN considera se stesso al di sopra della costituzione del paese. Siamo entrati in questa organizzazione, accettando di essere schiavi e di credere che saremmo stati invitati a cenare al loro stesso tavolo…

Quando l’Unione africana ha approvato la vittoria di Ouattara e ha trascurato le relazioni contrarie provenienti dai suoi osservatori elettorali, proprio per soddisfare i nostri ex padroni, come possiamo pretendere di essere rispettati? Quando il presidente sudafricano Zuma dichiara che Ouattara non ha vinto le elezioni e poi dice l’esatto contrario durante un viaggio a Parigi, si ha diritto di mettere in dubbio la credibilità di questi leader che pretendono di rappresentare e di parlare a nome di un miliardo di africani.

La forza dell’Africa e la sua reale libertà arriveranno solo se si possono prendere ben ponderate decisioni e assumersene le conseguenze. Dignità e rispetto hanno un prezzo. Siamo pronti a pagarlo? In caso contrario, il nostro posto è in una cucina e nei bagni, al fine di rendere comodi gli altri.

di Jean-Paul Pougala

LINK: Why the West Wants the Fall of Gaddafi?

TRADUZIONE: Cori In Tempesta

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5 aprile 2011

By coriintempesta

Piombo Fuso. I “30 denari” del giudice GoldstoneL’autore del contestato rapporto che accusava Israele di crimini di guerra fa dietrofront e si pente: “Se solo avessi saputo”. A distanza di quasi un anno e mezzo dall’approvazione…
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La guerra contro la Libia in una prospettiva storica

La Dittatura Europea

Il nuovo saggio di Ida Magli, edito da Rizzoli, condanna la dittatura del denaro travestita da democrazia, svela retroscena occulti e losche manovre fra grandi banche, vertici massonici e politici collusi

In pochi se ne sono accorti. Ma qualche mese fa l’antropologa Ida Magli ha lanciato una bomba potentissima. Nel tentativo estremo di scuotere il popolo italiano dal torpore politico in cui da troppo tempo langue. E forse con la segreta speranza di restituirci un po’ di coraggio e tutto quell’orgoglio che la nostra civiltà millenaria potrebbe meritare. L’ordigno in questione è “La dittatura Europea”, ultimo saggio di questa ideologa tanto agguerrita quanto rigorosa, manifesto di denuncia, appello accorato e insieme pungolo all’azione, scritto nel suo solito stile graffiante, appassionato, giornalistico. Eloquente il sottotitolo: “Mentre l’Unione mostra la sua inutilità, la politica tace. La più irriducibile avversaria di Maastricht racconta le storie, i dati, le testimonianze di come il sogno comunitario ci stia togliendo la libertà”. Il volume, edito da Rizzoli nel novembre scorso, benché snobbato dalla critica di regime, è già alla seconda edizione. Segno che persino nella palude editoriale del pensiero unico sopravvive una sacca di pubblico capace di distinguere, e premiare, un’opera costruita con metodo scientifico, ispirata a nobili e antichi valori e sorretta da un’analisi della realtà finalmente lucida, originale, controcorrente e, soprattutto, onesta. Nel libro, avvincente e documentatissimo, l’offensiva viene sferrata su vari fronti. Anzitutto Ida Magli giudica l’unificazione europea illogica, antistorica, realizzata contro la volontà dei popoli e foriera per i cittadini degli Stati membri di gravi, inique e durature conseguenze, quali ad esempio il pesante contraccolpo del cambio euro-lira.

Il libro di Ida Magli-"La Dittatura Europea"

E ci parla dello sgomento che ha provato nel leggere il Pentalogo di Maastricht, così privo di ogni riflesso umano e intriso com’è di mere logiche mercantilistiche. Difatti l’autrice considera assurda la pretesa di governare gli uomini appellandosi esclusivamente alle leggi di mercato, oggi invece assurte quasi a neo-divinità. Le sue parole efficaci, acuminate, le servono per metterci in guardia contro il nuovo ordine mondiale, specie di moderno Moloch, creatura mostruosa e insaziabile, generata azzerando in modo dispotico e sistematico le differenze in campo etico, legislativo, razziale, religioso, sessuale e persino psicologico. Ecco un progetto aberrante, perseguito imbavagliando la storia, uniformando la lingua e abdicando alla sovranità monetaria, in balia degli arbitrii della Banca Centrale europea e della finanza intenazionale. In un contesto generale che vede i popoli spogliati della proprietà dei loro rispettivi territori (Schengen) oltre che del sacrosanto diritto di decidere i propri destini. Combattiva più che mai, Ida Magli trasforma queste pagine di fuoco nel palco di un comizio estremo, disperato, con l’obiettivo di spiegarci le ragioni per cui l’onda di progressiva omologazione che ha investito ormai ogni angolo del pianeta appaia strumentale a un modello di società globalizzata, emanazione di un governo mondiale volto a tutelare e incrementare una rete enorme di interessi economici, nonché politici. Se in quest’ottica il percorso che ci attende appare inquietante, ancor più spaventosa si profila la meta finale: non solo un’Europa tutta uguale ma – autentico orrore! –, un mondo tutto uguale. Uno scenario fantapolitico già preconizzato del resto dal romanzo “1984” di George Orwell.
La Magli condanna la dittatura del denaro travestita da democrazia, svelando retroscena occulti e losche manovre fra grandi banche, monarchie regnanti, vertici massonici e politici collusi. E osserva come i sudditi europei subiscano ogni sorta di sopruso, stritolati dai debiti, spremuti da ritmi di lavoro disumani, sempre più umiliati, sottomessi, controllati, incapaci del benché minimo accenno di rivolta, perché istupiditi dalle droghe, proni ai diktat capricciosi della moda, distratti da “panem et circenses” o, nella migliore delle ipotesi, soltanto imbesuiti da una falsa informazione veicolata attraverso media complici e consenzienti. E l’autrice ci ricorda come il sistema non tolleri né critiche, né obiezioni, né dissenso. Chi davvero si oppone, e si ribella, viene come minimo emarginato dal confronto culturale e dialettico o esiliato dall’agone politico. Oppure finisce “morto ammazzato”, in circostanze misteriose che però passano presto sotto silenzio.
Gli strali della Magli non risparmiano neppure il clero, colpevole non solo d’esser schierato in tutto e per tutto con le sinistre, ma anche di promuovere un ecumenismo che risulta il contraltare cattolico della globalizzazione.
Molto interessanti, in quanto squisitamente “non politically correct”, le sue tesi su omosessualità, trapianti d’organo, consumismo, cittadinanza, immigrazione, xenofobia, razzismo, antisemitismo, negazionismo, “libertà di pensiero”, reati d’opinione…
Tuttavia non vogliamo togliervi il gusto di dissetarvi per conto vostro a un tale prezioso serbatoio di idee. Con un’unica avvertenza. Ida Magli, grazie a questo testo, ci insegna a riaccendere lo spirito critico, ad alimentare la nostra rabbia, a indignarci e cavalcare la rivolta. Se quello che cercate è una lettura che vi concilii il sonno, allora “La Dittatura Europea” non fa per voi!

NOTA DELL’AUTRICE
Perché ho scritto il libro…
… È stata questa generalizzata incompetenza dei politici che ha permesso, o almeno ha reso più facile, a banchieri, economisti, esperti finanziari, di impadronirsi delle vere funzioni di governo, imponendone le regole a tutti. Maastricht nasce anche per questa totale delega da parte dei politici ai tecnici dell’economia, di ogni responsabilità nei confronti dei Popoli.
Come noteremo più volte lungo il nostro itinerario, l’Unione Europea rispecchia a ogni passo della sua co­struzione questo «peccato originale»: mancano i popoli. E mancano perché chi gioca in Borsa, chi si occupa sol­tanto di denaro, e del modo di accrescerlo, neppure si ri­corda che esistono gli uomini, anzi gli sarebbe d’impaccio ricordarlo. Il Trattato di Maastricht lo rivela continuamente. È per questo, perché è privo di qualsiasi ri­flesso d’umanità, che nessuno ha avuto il desiderio o la forza di leggerlo. Ma purtroppo questa è stata la sua for­tuna: è andato avanti senza ostacoli perché, non avendo­lo letto, nessuno ha avuto neanche la voglia, la compe­tenza per contestarlo.
Io, però, l’ho letto. La prima parte della mia battaglia contro l’unificazione europea è nata dall’orrore che ha suscitato in me; dalla constatazione che coloro che l’avevano pensato e sottoscritto erano dei despoti assoluti, quali ancora non erano mai apparsi nella storia, proprio perché non avevano alcun bisogno di riferirsi agli uomi­ni per dettare il proprio disegno e le regole per realizzar­lo. Non ne avevano bisogno al punto tale che le loro ar­mi consistevano in multe in denaro per chi avesse disob­bedito. Tutto il resto non aveva né senso né valore: la patria, la lingua, la musica, la poesia, la religione, le emozioni, gli affetti, tutto quello che riguarda gli uomini in quanto uomini, che dà espressione e significato al loro vivere in un determinato luogo, in un determinato gruppo, al loro contemplare un determinato paesaggio, al lo­ro amare, soffrire, godere, creare, veniva ignorato.
Era mostruoso. Non potevo tacere. Dopo aver fatto tutti i tentativi che mi erano possibili per convincere qualcuno fra i giornalisti, i politici, i colleghi d’università, gli industriali, i medici che conoscevo, a organizzare un movimento anti-Maastricht senza riuscirvi, ho deciso di scrivere un libro …
Ida Magli

di Lidia Sella

Mike Prysner,Il “soldato d’inverno”

La cosiddetta “Winter Soldier Investigation” fu una campagna di protesta condotta nel 1971 da alcuni reduci del Vietnam, che denunciarono pubblicamente i crimini di guerra e le atrocità commesse dai soldati americani in Indocina.

“Winter Soldier Iraq & Afghanistan” è una campagna simile, nata nel 2008 e ispirata a quella originale, nella quale i reduci delle guerre di Afghanistan e Iraq denunciano lo stesso tipo di atrocità e crimini di guerra perpetrati dall’esercito americano nelle recenti guerre in quei territori.

Naturalmente i grandi media ignorarono quasi del tutto la “Winter Soldier” originale, quanto hanno ignorato la sua versione più recente. Sanno bene che basterebbe passare in prima serata una testimonianza come quella che presentiamo di seguito, per vedere cambiare di colpo il volto della nazione – e probabilmente della storia stessa.

E’ evidente che di fronte ad una lucida analisi come quella di Prysner …

… non si possano più fare grandi distinzioni fra presidenti democratici o repubblicani (negli Stati Uniti), o fra governi “di sinistra” oppure “di destra” (in Europa), in quanto risultano tutti dei semplici strumenti al servizio dello stesso padrone.

Massimo Mazzucco

Segue la trascrizione completa del testo tradotto in italiano.

Mi chiamo Mike Prysner. Sono partito per l’addestramento di leva nel giorno del mio diciottesimo compleanno, nel giugno 2001. Sono stato assegnato alla Decima Divisione di Montagna, e nel marzo 2003 sono partito con la 173a Brigata aviotrasportata per il nord Iraq.

Quando sono diventato militare, ci dissero che il razzismo nell’esercito era scomparso. Una lunga tradizione di diseguaglianza e discriminazione era stata spazzata via da una cosa chiamata “Programma di Pari Opportunità”.

C’erano dei corsi obbligatori, nei quali un rappresentante si assicurava che nessun elemento di razzismo potesse riemergere fra di noi. L’esercito sembrava deciso a far scomparire qualunque sfumatura di razzismo.

Poi ci fu l’11 di settembre, e cominciai a sentire parole nuove, come “Testa di tovagliolo” e “Fantino di cammelli”, o la più sconcertante di tutte, “Negro della sabbia”. Queste parole non venivano inizialmente dai miei compagni, ma dai miei superiori, il sergente del plotone, il sergente della compagnia, il comandante del battaglione. Di colpo questi feroci termini razzisti erano diventati accettabili fino ai più alti livelli della gerarchia militare.

La maggioranza del razzismo veniva dai veterani della Prima Guerra del Golfo. Erano quelle le parole usate quando incenerivano un convoglio di civili, quando ci ordinavano la distruzione di una infrastruttura, oppure il bombardamento dei depositi d’acqua, pur sapendo che avrebbe causato la morte centinaia di migliaia di bambini. Queste sono le parole usate dal popolo americano quando ha permesso al nostro governo di imporre le sanzioni all’Iraq. Molti questo lo dimenticano. Ma noi non possiamo dimenticarlo.

Abbiamo saputo di recente di aver ucciso oltre un milione di iracheni. ma avevamo già ucciso un milione di iracheni negli anni ’90, con le sanzioni e con i bombardamenti, prima dell’invasione. Ma le vere cifre sono molto più alte.

Quando arrivai in Iraq, nel 2003, imparai una nuova parola: “Hajji”. “Hajji” era il nemico. “Hajji” era ogni iracheno. Non era una persona, un padre, un insegnante, o un lavoratore. E’ importante capire da dove viene questa parola, che abbiamo ripetuto molte volte qui a “Winter Soldier”: una delle cose più importanti per i musulmani è fare un pellegrinaggio alla Mecca, cioè “Haj”. “Hajji” è colui che ha fatto un pellegrinaggio alla Mecca. È qualcosa di assolutamente importante nella tradizione religiosa dell’Islam. Noi abbiamo preso la cosa migliore dell’Islam e l’abbiamo trasformata nella cosa peggiore.

Ma la storia non è iniziata con noi. E’ dal giorno in cui è nato questo paese che il razzismo è stato usato per giustificare l’espansione e l’oppressione. I nativi americani venivano chiamati “selvaggi“. Gli africani venivano chiamati nei modi più diversi, pur di giustificarne la schiavitù. E i veterani del Vietnam conoscono molte parole usate per giustificare la guerra imperialista. “Hajji” è la parola che usavamo in questa particolare missione che vi voglio raccontare. Abbiamo sentito di molte missioni nelle quali si buttavano giù le porte delle case e si saccheggiavano gli averi dei loro proprietari. Ma questa missione fu diversa. Non mi fu mai data una spiegazione per gli ordini ricevuti. Ci fu soltanto detto che un certo gruppo di cinque o sei case ora apparteneva all’esercito americano, e che dovevamo entrare e mandare via le famiglie che vi abitavano.

Siamo entrati in quelle case e abbiamo informato le famiglie che quelle case non appartenevano più a loro. Non gli abbiamo dato un’alternativa, nessun posto dove andare, nessuna ricompensa. Loro erano estremamente confusi e spaventati, e non sapevano cosa fare. Siccome non volevano andarsene abbiamo dovuto buttarli fuori con la forza. In una famiglia in particolare c’era una donna con due bambine piccole, un uomo molto anziano e due uomini di mezza età: li abbiamo trascinati fuori tutti, li abbiamo buttati in mezzo alla strada, e abbiamo arrestato gli uomini perché si rifiutavano di andarsene.

Abbiamo arrestato l’uomo anziano, e li abbiamo mandati tutti in prigione. Allora non sapevo che cosa succedesse alla gente quando gli legavi le mani dietro la schiena e gli mettevi un sacchetto sulla testa.

Sfortunatamente qualche mese dopo l’ho scoperto. Mancava personale per gli interrogatori, e io fui assegnato agli interrogatori. Ho assistito a centinaia di interrogatori, e ve ne voglio raccontare uno in particolare, perché in quel momento mi fu chiara la vera natura della nostra occupazione.

Dovevo interrogare questo detenuto che era rimasto in mutande, con le mani legate dietro la schiena e un sacchetto sulla testa. Non ho mai visto quest’uomo in volto. Il mio compito era di prendere una sede metallica e di sbatterla con forza contro il muro vicino alla sua testa. Lui teneva la faccia al muro, con il naso che toccava la parete, mentre un altro soldato gli ripeteva le stesse domande all’infinito. Qualunque fosse la risposta, io dovevo continuare a sbattere la sedia contro il muro.

Abbiamo continuato fino a quando ci siamo stancati. Mi fu detto di stare attento che il prigioniero rimanesse sempre in piedi contro il muro, che io ero incaricato di fare la guardia a questo prigioniero, e che il mio compito era di assicurarmi che rimanesse sempre in piedi. Io però notai che aveva un problema alla gamba, una ferita, e lui continuava a cadere a terra.

Quando il sergente tornava mi diceva di rimetterlo in piedi, e io dovevo tirarlo su e metterlo contro il muro. Lui continuava a cadere, e io dovevo continuare a tirarlo su e rimetterlo in piedi contro il muro. Ad un certo punto il mio sergente arrivò tutto arrabbiato, perchè non riuscivo a farlo stare sempre in piedi.

Sollevò l’uomo e lo sbattè più volte contro il muro, poi se ne andò. Quando l’uomo cadde nuovamente a terra, notai che usciva del sangue da sotto il sacchetto che aveva sulla testa. A quel punto lo lasciai seduto, e quando vedevo il sergente che tornava gli dicevo di alzarsi velocemente e di mettersi in piedi. A quel punto mi resi conto che mentre io avrei dovuto proteggere la mia unità da questo detenuto, in realtà stavo proteggendo questo detenuto dalla mia unità.

Cercavo di sentirmi fiero del mio lavoro, ma riuscivo solo a provare vergogna, e il razzismo non era più sufficiente a giustificare l’occupazione. Queste erano persone. Questi erano esseri umani. Da allora vengo travolto dai sensi di colpa ogni volta che vedo un uomo anziano, come quello che non riusciva a camminare e che noi abbiamo messo su una barella, dicendo alla polizia irachena di portarselo via. Mi sento in colpa ogni volta che vedo una madre con i suoi figli, come quella che ci urlava disperata che noi eravamo peggio di Saddam, mentre la cacciavamo via da casa. Provo sensi di colpa ogni volta che vedo una ragazza come quella che ho trascinato in mezzo ad una strada.

Ci hanno detto che dovevamo combattere i terroristi, ma il vero terrorista ero io, e il vero terrorismo è l’occupazione. Da sempre il razzismo nell’esercito è stato un importante strumento per giustificare la distruzione e l’occupazione di un altro paese. È stato a lungo utilizzato per giustificare le uccisioni, la prevaricazione e la tortura di altre persone. Il razzismo è l’arma vitale utilizzata dal nostro governo. È un’arma molto più importante di un fucile, di un carro armato, di un bombardiere o di una nave da guerra. Distrugge più di un proiettile di mortaio, di una bomba di profondità, o di un missile Tomahawk. Mentre tutte queste armi vengono prodotte e sono di proprietà del nostro governo, non possono fare danni senza una persona che le voglia utilizzare.

Quelli che ci mandano in guerra non devono tirare il grilletto né sparare colpi di mortaio. Loro non debbono combattere la guerra. Loro devono solo “vendere” la guerra. Hanno bisogno di una popolazione disposta a mandare i propri soldati a rischiare la vita, ed hanno bisogno di soldati che siano disposti a uccidere o ad essere uccisi senza fare domande.

Possono anche spendere miliardi per una singola bomba, ma quella bomba diventa un’arma soltanto quando i soldati dell’esercito sono disposti ad eseguire l’ordine di utilizzarla. Possono mandare soldati in ogni parte del mondo, ma ci saranno guerre soltanto dove i soldati le vorranno combattere.

La classe al potere, i miliardari che traggono profitto dalle sofferenze umane, si preoccupano solamente di aumentare la propria ricchezza, di controllare l’economia mondiale. Dobbiamo capire che la loro forza sta solo nella loro capacità di convincerci che la guerra, l’oppressione e lo sfruttamento degli altri siano nel nostro interesse.

La loro capacità di convincerci ad uccidere e a morire è basata sulla loro abilità nel farci credere che siamo in qualche modo superiori.

I soldati, marinai, i Marines, gli aviatori non hanno nulla da guadagnare da questa occupazione.

La grande maggioranza delle persone che vivono negli Stati Uniti non ha nulla da guadagnare da questa occupazione, ma anzi soffre a causa di questa. Perdiamo gambe e braccia, e diamo la nostra vita. Le nostre famiglie sono obbligate a veder seppellire bare avvolte dalla bandiera. Ci sono milioni di persone in questo paese che non hanno lavoro, assicurazione medica o accesso all’educazione, e che devono stare a guardare un governo che spende oltre 450 milioni di dollari al giorno per questa occupazione.

Poveracci e lavoratori di questa nazione vengono mandati ad uccidere poveracci e lavoratori di un’altra nazione, affinché i ricchi diventino più ricchi. Ma senza il razzismo i soldati capirebbero che hanno molto più in comune con la gente irachena che con i miliardari che ci mandano in guerra.

Io ho gettato intere famiglie in mezzo alla strada in Iraq, solo per tornare a casa e vedere intere famiglie gettate in mezzo alla strada da questa tragica e non necessaria crisi dei mutui, solo per svegliarmi e capire che il nostro vero nemico non abita in terre lontane. Il nostro nemico non è gente sconosciuta, con una cultura che non capiamo, ma è gente di cui conosciamo benissimo nome e cognome.

Il nemico è un sistema che scatena una guerra quando c’è da guadagnarci. Il nemico sono i direttori delle Corporation che ci licenziano quando gli conviene. Sono le compagnie di assicurazione che ci negano la copertura medica quando gli conviene. Sono le banche che ci portano via la casa quando c’è da guadagnarci. Se noi ci organizziamo e combattiamo insieme ai nostri fratelli e sorelle possiamo fermare questa guerra, possiamo fermare questo governo, e possiamo creare un mondo migliore.

Traduzione di Massimo Mazzucco per luogocomune.net

Il video originale:

Parte 1 Parte 2

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